Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2022

LA SOCIETA’

SECONDA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA SOCIETA’

INDICE PRIMA PARTE

 

AUSPICI, RICORDI E GLI ANNIVERSARI.

Le profezie per il 2022.

I festeggiamenti di capodanno.

Il palindromo.

Il Primo Maggio.

Il Ferragosto.

73 anni dalla tragedia di Superga.

65 anni dalla morte di Oliver Norvell Hardy: Ollio.

60 anni dalla morte di Marilyn Monroe.

52 anni dalla morte di Jimi Hendrix.

51 anni dalla morte di Louis Armstrong.

50 anni dalla morte di Dino Buzzati.

49 anni dalla morte di Bruce Lee.

49 anni dalla morte di Anna Magnani.

45 anni dalla morte di Elvis Presley.

43 anni dalla morte di Alighiero Noschese.

42 anni dalla morte di Steve McQueen.

40 anni dalla morte di Gilles Villeneuve.

40 anni dalla morte di Ingrid Bergman.

40 anni dalla morte di Marty Feldman.

40 anni dalla morte di John Belushi.

40 anni dalla morte di Beppe Viola.

37 anni dalla morte di Francesca Bertini.

34 anni dalla morte di Stefano Vanzina detto Steno.

33 anni dalla morte di Franco Lechner: Bombolo.

33 anni dalla morte di Olga Villi.

32 anni dalla morte di Ugo Tognazzi.

31 anni dalla morte di Miles Davis.

30 anni dalla morte di Marisa Mell.

29 anni dalla morte di Audrey Hepburn.

28 anni dalla morte di Moana Pozzi.

28 anni dalla morte di Kurt Cobain.

28 anni dalla morte di Massimo Troisi.

27 anni dalla morte di Mia Martini.

25 anni dalla morte di Giorgio Strehler.

25 anni dalla morte di Gianni Versace.

25 anni dalla morte di Ivan Graziani.

24 anni dalla morte di Patrick de Gayardon.

24 anni dalla morte di Frank Sinatra.

23 anni dalla morte di Fabrizio De Andrè.

22 anni dalla morte di Antonio Russo.

22 anni dalla morte di Vittorio Gassman.

20 anni dalla morte di Layne Staley.

20 anni dalla morte di Alex Baroni.

20 anni dalla morte di Umberto Bindi.

20 anni dalla morte di Carmelo Bene.

19 anni dalla morte di Alberto Sordi.

19 anni dalla morte di Giorgio Gaber.

18 anni dalla morte di Ray Charles.

16 anni dalla morte di Alida Valli.

15 anni dalla morte di Ingmar Bergman.

15 anni dalla morte di Luciano Pavarotti.

14 anni dalla morte di Paul Newman.

14 anni dalla morte di Dino Risi.

13 anni dalla morte di Mike Bongiorno.

12 anni dalla morte di Raimondo Vianello.

11 anni dalla morte di Elizabeth Taylor. 

10 anni dalla morte di Carlo Rambaldi.

10 anni dalla morte di Gianfranco Funari.

10 anni dalla morte di Whitney Houston.

10 anni dalla morte di Lucio Dalla.

10 anni dalla morte di Piermario Morosini.

10 anni dalla morte di Renato Nicolini.

10 anni dalla morte di Riccardo Schicchi.

10 anni dalla morte di Gore Vidal.

9 anni dalla morte di Pietro Mennea.

9 anni dalla morte di Virna Lisi.

9 anni dalla morte di Enzo Jannacci.

8 anni dalla morte di Robin Williams.

7 anni dalla morte di Pino Daniele.

7 anni dalla morte di Francesco Rosi.

6 anni dalla morte di Tommaso Labranca.

6 anni dalla morte di Lou Reed.

6 anni dalla morte di George Michael.

6 anni dalla morte di Prince.

6 anni dalla morte di David Bowie.

6 anni dalla morte di Bud Spencer.

6 anni dalla morte di Marta Marzotto.

5 anni dalla morte di Gianni Boncompagni.

5 anni dalla morte di Paolo Villaggio.

4 anni dalla morte di Anthony Bourdain.

4 anni dalla morte di Sergio Marchionne.

4 anni dalla morte di Luigi Necco.

3 anni dalla morte di Franco Zeffirelli.

3 anni dalla morte di Luciano De Crescenzo.

3 anni dalla morte di Jeffrey Epstein.

3 anni dalla morte di Nadia Toffa.

3 anni dalla morte di Antonello Falqui.

2 anni dalla morte di Ennio Morricone.

2 anni dalla morte di Diego Maradona.

2 anni dalla morte di Roberto Gervaso.

2 anni dalla morte di Gigi Proietti.

2 anni dalla morte di Ezio Bosso.

2 anni dalla morte di Sergio Zavoli.

2 anni dalla morte di Kobe Bryant.

1 anno dalla morte di Lina Wertmüller. 

1 anno dalla morte di Max Mosley.

1 anno dalla morte di Gino Strada.

1 anno dalla morte di Raffaella Carrà.

1 anno dalla morte di Ennio Doris.

1 anno dalla morte di Paolo Isotta.

1 anno dalla morte di Franco Battiato.

I Beatles.

Duran Duran.

I Nirvana.

Gli ABBA.

I Queen.

Emerson Lake & Palmer.

I Simpson.

Il Maggiolino.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI? (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Avvocato…

Quelli che se ne vanno…

John Elkann.

Lapo Elkann.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

I MORTI FAMOSI.

Vivi per sempre.

Le morti del Cazzo…

L’Eutanasia. 

Il Necrologio.

L’Eredità.

10 buone notizie del 2022.

I Momenti "storici" del 2022.

Lo Stupidario 2022.

I Personaggi del 2022.

Le Donne del 2022.

Le Coppie unite e scoppiate del “2022.

Gli scontri tv del 2022.

Le Canzoni del 2022.

Gli addii del 2022.

Un anno di calcio.

I fatti del 2022.

Chi sono i peggiori dell'anno?

E’ morta l’intervistatrice tv Barbara Walters.

E’ morto l’arbitro Robert Anthony Boggi.

È morto il musicologo Guido Zaccagnini.

Si è spento il discografico Elio Cipressi.

E’ morto il fotografo Tony Vaccaro.

È morto il musicista Alessandro Speranza.

E’ morto Pelè.

Addio alla stilista Vivienne Westwood. 

È morto il batterista Giovanni Pezzoli. 

E’ morto il regista Ruggero Deodato.

È morto l’ archistar Arata Isozaki. 

È morto il giornalista Carlo Fuscagni.

E’ morto lo scrittore e critico letterario Cesare Cavalleri.

E’ morto il direttore di fotografia Blasco Giurato.

E’ morto l’imprenditore Gabriele Piemonti.

E’ morta la corista Claudia Arvati.

È morto il cantante Maxi Jazz.

Morto l'attore britannico Ronan Vibert.

È morto il politico Nicola Signorello.  

E' morto il giornalista Claudio Donat-Cattin.

Morto il ciclista Vittorio Adorni.

Morto l’ex ministro Franco Frattini. 

E’ morto il musicista Mauro Sabbione.

E’ morto lo speaker radiofonico Ivo Caliendo.

E’ morto il giornalista Alessio Viola.

È morto il cantante Terry Hall.

E’ morto il regista Mike Hodges.

È morto lo storico Asor Rosa.

E’ morta la fotografa Maya Ruiz-Picasso.

E’ morta l’artista Shirley Ann Shepherd.

E’ morta la cantante Terry Hall.

E’ morto il produttore Alex Ponti.

Addio all’attore Lando Buzzanca.

E’ morto il giornalista Mario Sconcerti.

È morto il fotografo Carlo Riccardi.

È morto il compositore Angelo Badalamenti.

È morto il cantante Ichiro Mizuki.  

È morto Romero Salgari.

E’ morto il cineasta Franco Gaudenzi.

Morto l’attore Gary Friedkin.

E’ morta l’attrice Kirstie Alley.

Morto lo scrittore Dominique Lapierre.

E’ morto il pilota Patrick Tambay.

E’ morto il sarto Cesare Attolini.

E’ morta l’attrice Mylene Demongeot.

E’ morto l’ideatore di «Forum» Italo Felici.

E’ morto l’attore Brad William Henke.

E’ morto l’attore Frank Vallelonga.

È morto il politico Gerardo Bianco.

È morta la tastierista e vocalist Christine McVie.

È morto l'architetto e designer Pierluigi Cerri.

E’ morto il poeta Hans Magnus Enzensberger.

E’ morta la cantante e attrice Irene Cara. 

Addio allo stilista Renato Balestra.

Addio al sarto Cesare Attolini.

Morto l’attore Mickey Kuhn.

È morta la rivoluzionaria Hebe de Bonafini.

E’ morto il cantautore Pablo Milanés.

E’ morta l’attrice Nicki Aycox.

Morto il filosofo Fulvio Papi.

E’ morto il regista Jean-Marie Straub.

E' morto il giornalista Gianni Bisiach.

E’ morto il cantante anni Nico Fidenco. 

E’ morta Nonna Rosetta di Casa Surace.

E’ morto l’industriale delle giostre Alberto Zamperla.

E’ morta la scienziata Alma Dal Co.

Addio all’industriale Vallarino Gancia.

È morto il musicista Keith Leven.

Morto il manager Luca Panerai.

E’ morto a 78 anni l’industriale Giuseppe Bono.

E’ morta la musicista Mimi Parker.

È morto il musicista Carmelo La Bionda.

È morto il musicista Aaron Carter.

E' morto il musicista Fabrizio Sciannameo.

E’ morto il batterista Marino Rebeschini.

Morto il manager Franco Tatò.

Morto il manager Mauro Forghieri.

È morta la scrittrice Julie Powell.

È morto lo stuntman Holer Togni.

È morto il senatore Domenico Contestabile.

E’ morto il cantante Jerry Lee Lewis.

E’ morto il p.r. Angelo Nizzo.

E’ morto il figlio di Guttuso, Fabio Carapezza.

Morto il critico Marco Vallora.

Addio al critico Franco Fayenz.

E’ morto il DJ Mighty Mouse, vero nome Matthew Ward.

E’ morto il principe Sforza Marescotto Ruspoli, detto Lillio.

Addio all’attore Ron Masak.

E’ morto il cantante Franco Gatti.

E’ morto il cantante Mikaben”, al secolo Michael Benjamin.

È morta la cantante Christina Moser.

E' morto l'attore Robbie Coltrane.

E’ morta Jessica Fletcher.

E’ morto il filosofo Bruno Latour.

E’ morta la cantante Jody Miller.

E’ morta la stilista Franca Fendi.

E’ morto il fotografo Douglas Kirkland.

E’ morto l’industriale Armando Cimolai

E’ morta l’attivista Piccola Piuma, nata Marie Louise Cruz. 

Morto lo storico Paul Veyne. 

E’ morta la scrittrice Rosetta Loy.

Morto il regista Franco Dragone.

E’ morto il noto wrestler e politico, all'anagrafe Kanji Inoki, Antonio Inoki.

Morto lo scrittore Jim Nisbet.

È morto il rapper Coolio.

Morto l’ex calciatore ed allenatore Bruno Bolchi.

Morto il comico Bruno Arena.

E’ morto il giornalista Gabriello Montemagno.

E’ morta l’attrice Anna Gael.

E’ morta l’attrice Lydia Alfonsi.

E’ morta l’attrice Kitten Natividad.

È morta la scrittrice Hilary Mantel.

È morta l’attrice Louise Fletcher.

E’ morto il tronista Manuel Vallicella.

E’ morto l’attore Henry Silva.

È morto il playboy Beppe Piroddi.

Morto l’attore Jack Ging.

È morta l’attrice Irene Papas.

E’ morto l’industriale Andrea Riello.

E’ morto il regista Jean-Luc Godard.

Morto il regista Alain Tanner. 

Addio al giornalista Piero Pirovano.

E' morto il fotografo William Klein.

È morto lo scrittore Javier Marias.

E’ morto il giornalista Roberto Renga.

Morto il latinista Franco Serpa.

E’ morto l’attore Claudio Gaetani.

È morto il regista Just Jaeckin.

Morta la poetessa Mariella Mehr.

Morto lo scrittore Oddone Camerana. 

E’ morto l’opinionista Cesare Pompilio.

Addio al radioastronomo Frank Drake. 

E’ morto il cantante Drummie Zeb.

E’ morto il pittore Gennaro Picinni.

È morta l’attrice Charlbi Dean.

È morto Camilo Guevara.

E’ morto l’ex presidente URSS Mikhail Gorbaciov.

Morto il giornalista Giulio Giustiniani.

L’addio al politico Mauro Petriccione. 

E' morto il fotografo Piergiorgio Branzi.

Morta l’attrice Paola Cerimele.

E' morto il fotografo Tim Page.

Morta la scienziata Laura Perini.

È morto l’attore Enzo Garinei.

Addio al magistrato Domenico Carcano.

E' morta la scrittrice e filosofa Vittoria Ronchey. 

E’ morto il comico Gino Cogliandro.

È morto il comico Vito Guerra.

È morta la comica Anna Rita Luceri.

È morto l’avvocato Niccolò Ghedini.

E’ morta la stilista Hanae Mori.

È morto il regista Wolfgang Petersen.

E’ morto il pittore Dimitri Vrubel.

È morto lo scrittore Nicholas Evans.

E’ morta l’attrice Robyn Griggs.

E’ Morta l’attrice Carmen Scivittaro. 

Addio all’attrice Denise Dowse.

E’ morta l’attrice Rossana Di Lorenzo.

E’ morto il divulgatore scientifico Piero Angela.

E’ morto il disegnatore Jean-Jacques Sempè.

E’ morta l’attrice Anne Heche.

E’ morto il calciatore Claudio Garella.

È morto lo stilista Issey Miyake.

È morto l’attore Roger E. Mosley. 

E’ morta l’attrice Olivia Newton-John.

E’ morto il doppiatore Carlo o Carletto Bonomi.

Morto l’attore Alessandro De Santis.

E’ morto l’attore John Steiner.

È morta l’attrice Nichelle Nichols.

E’ morto il giornalista Omar Monestier.

E’ morto l’attore Antonio Casagrande.

E’ morto il cestista Bill Russell.

Morto l’attore Roberto Nobile.

Morto il pittore Enrico Della Torre. 

E’ morta la sciatrice Celina Seghi.

E’ morto l’attore porno Mario Bianchi.

E’ morto lo scienziato James Lovelock.

E’ morto lo scrittore Pietro Citati.

E’ morto l’attore David Warner.

È morto l’attore Paul Sorvino.

Morto il regista Bob Rafelson.

E’ morto il vinaiolo Lucio Tasca.

E’ morto il cantante Vittorio De Scalzi.

È morto il linguista Luca Serianni.

È morta la cantante Shonka Dukureh.

È morto l’ex calciatore Uwe Seeler.

E' morto il dirigente calcistico Luciano Nizzola.

 

INDICE TERZA PARTE

 

I MORTI FAMOSI.

È morta Ivana Trump.

È morto il giornalista Eugenio Scalfari.

E’ morto il mago Tony Binarelli.

Addio il giornalista Amedeo Ricucci.

E’ morto il compositore Monty Norman.

E’ morto il giornalista Angelo Guglielmi.

E’ morto lo scrittore Vieri Razzini.

E’ morto la comparsa Emanuele Vaccarini.

E’ morto l’attore Tony Sirico.  

E’ morto il mangaka Kazuki Takahashi.

È morto l’attore James Caan.

E’ morto il ciclista Arnaldo Pambianco.

E’ morta la fotografa Lisetta Carmi.

E’ morto l’attore Cuneyt Arkin.

È morto il presidente emerito della Corte costituzionale Paolo Grossi.

E’ morto il cantante Antonio Cripezzi.

E’ morto il regista Peter Brook.

E' morta la cantante Irene Fargo.

E’ morto l’attore Joe Turkel. 

E’ morto il regista Maurizio Pradeaux.

E' morto l’imprenditore Aldo Balocco.

E’ morto l’imprenditore Marcello Berloni.

E’ morto l’imprenditore Leonardo Del Vecchio.

E’ morto lo scrittore Raffaele La Capria.

E’ morto il musicista James Rado.

E' morto l'architetto Jordi Bonet.

E' morta la poetessa Patrizia Cavalli.

È morto l’attore Jean-Louis Trintignant.

E’ morto l’imprenditore Giuseppe Cairo.

E’ morto lo scrittore Abraham Yehoshua.

È morto l’attore Philip Baker Hall.

È morto il produttore musicale Piero Sugar.

E’ morta la cantante Julee Cruise.

E’ morta la pittrice Paula Rego.

E’ morto l’imprenditore Pietro Barabaschi: quello della Saila Menta.

E’ morto l’imprenditore il giornalista e scrittore Gianni Clerici.

Morto l’allenatore di nuoto Bubi Dennerlein.

E’ morto Roberto Wirth, proprietario di Hotel.

È morto il bassista Alec John Such.

È morta Sophie Freud, la nipote di Sigmund

E’ morto l’attore Roberto Brunetti, per tutti Er Patata. 

E’ morta Liliana De Curtis, figlia di Totò.

Morto lo scrittore Joseph Zoderer. 

Morto l’antropologo Luigi Lombardi Satriani.

Addio all’attore Franco Ravera.

Morto il partigiano Carlo Smuraglia.

Morto il conte Manfredi della Gherardesca.

E’ morto il fantino Lester Piggott.

E’ morto l’attore Marino Masé.

E’ morto lo scrittore Boris Pahor.

E’ morto il musicista Alan White. 

È morto l'attore John Zderko.

E’ morto il musicista Andrew Fletcher.

E’ morto l’attore Ray Liotta.

E’ morto il cardinale Angelo Sodano.

E’ morto l’attore Bo Hopkins.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

I MORTI FAMOSI.

È morto Ciriaco De Mita.

E’ morto l'attore e cantante Gennaro Cannavacciuolo.

E’ morto il taverniere Guido Lembo.  

Morto il musicista Vangelis Papathanassiou: Vangelis.

E’ morto il campione di pattinaggio Riccardo Passarotto.

E’ morto Valerio Onida, ex presidente della Corte Costituzionale.

È morto l’attore Fred Ward.

E’ morto lo storico girotondino Paul Ginsborg.

E’ morto il musicista Richard Benson.

E’ morto l’attore Mike Hagerty.

E’ morto l’attore Enzo Robutti.

È morto l’attore Lino Capolicchio.

È morto il fotografo Ron Galella.

Addio alla cantante Naomi Judd. 

Addio all’attrice Jossara Jinaro.

È morto il procuratore Mino Raiola.

E' morto il politologo Percy Allum.

Morto il sassofonista Andrew Woolfolk.

E’ morta Raffaela Stramandinoli alias Assunta Almirante.

E’ morto l’industriale Antonio Molinari.

È morto il cantante Marco Occhetti.

Morto Paolo Mauri.

È morto l’attore Jacques Perrin.

È morta l'attrice Ludovica Bargellini.

È morto lo scrittore Piergiorgio Bellocchio.

È morto lo scrittore Valerio Evangelisti.

E’ morta l’attrice Catherine Spaak. 

E’ morto Cedric McMillan, campione di bodybuilding.

E’ morta la giornalista Giusi Ferré.

È morto a Parigi l’economista Jean-Paul Fitoussi. 

E’ morto il calciatore Freddy Rincon.

E’ morto l’attore Michel Bouquet.

E’ morta la fotografa Letizia Battaglia.

È morto l’attore Gilbert Gottfried.

E’ la storica Morta Chiara Frugoni.

E’ morto l’imprenditore della moda Umberto Cucinelli.

E’ morta la campionessa del game show «Reazione a catena Lucia Menghini.

E’ morto il produttore Massimo Cristaldi.

E’ morto l’attore Nehemiah Persoff.

E’ morto l’assistente televisivo Piero Sonaglia.

E’ morto il fotografo Patrick Demarchelier.

È morto Tom Parker.

Addio al giornalista Franco Venturini.

È morto l’attore Lars Bloch.

E’ morto l’attore Gianni Cavina.

E’ morto il batterista Taylor Hawkins.

Morto inventore delle Gif Stephen Wilhite.

E' morto il giornalista Sergio Canciani.

E’ morto il wrestler Scott Hall, alias Razor Ramon.

Morto lo scrittore Gianluca Ferraris.

Morto l’imprenditore Tomaso Bracco.

E' morto l’attore William Hurt.

E’ morto l’ideatore e sceneggiatore Biagio Proietti.

Addio al giornalista Stefano Vespa. 

E’ morto il calciatore Giuseppe “Pino” Wilson.

E’ morto l’imprenditore Vito Artioli.

E’ morto Antonio Martino.

Morto l’attore John Stahl.

E’ morta l’attrice e cantante Sally Kellerman.

E’ morto il cantante Gary Brooker. 

Addio al cantante Mark Lanegan.

E’ morto l’imprenditore Marino Golinelli.

E’ morta l’ambasciatrice Francesca Tardioli. 

E’ morto il calciatore Francisco 'Paco' Gento.

E’ morto il calciatore Hans-Jürgen Dörner.

E’ morto il calciatore Pierluigi Frosio.

Morta l'attrice Lindsey Erin Pearlman.

Morto il pugile Bepi Ros.

Addio al cantante Fausto Cigliano.

Morto il cantante Amedeo Grisi. 

E’ morto il doppiatore Tony Fuochi. 

E’ morto il produttore, regista, sceneggiatore Ivan Reitman. 

E’ morto l’artista John Wesley.  

E’ morto il musicista Ian McDonald.

Addio a Betty Davis, la regina del Funk.

E’ morta Donatella Raffai.

E’ morto l’attore Bob Saget.

E’ morto Luc Montagnier.

E’ morto Douglas Trumbull, mago degli effetti speciali.

Morto Giuseppe Ballarini, il re delle pentole.

Morto Luigi De Pedys, l'uomo delle 'luci rosse' del cinema. 

Morto Mario Guido, autore di "Lisa dagli occhi blu".

E' morto Guido Crechici, patron delle carte da gioco Modiano di Trieste.

E’ morta Monica Vitti.

È morto l’attore Paolo Graziosi.

E’ morto l’ex presidente del Palermo Maurizio Zamparini. 

E' morto Tito Stagno.

E’ morto l’alpinista Corrado Pesce.

E' morto l’attore Renato Cecchetto.

Morto l’autore televisivo Paolo Taggi.

È morto il faccendiere Flavio Carboni.

E’ morto lo stilista Thierry Mugler. 

E’ morto il maestro Zen: Thich Nhat Hanh.

Addio all’allenatore Gianni Di Marzio.

Addio al giornalista Sergio Lepri.

E’ morta l’imprenditrice Maria Chiara Gavioli, ex di Allegri. 

E’ morto il cantante Meat Loaf.

E’ morto l’attore Hardy Kruger.

E’ morto l’attore Camillo Milli.

E’ morto l’attore Gaspard Ulliel.

E’ morta  l’attrice Yvette Mimieux.

E’ morto il giornalista di moda André Leon Talley.

E’ morto lo stilista Nino Cerruti.

E’ morto il regista Jean-Jacques Beineix.

E’ morta la cantante Ronnie Bennet Spector.

È morto David Sassoli, il presidente del Parlamento europeo.

E’ morta Silvia Tortora.

E’ morta Margherita di Savoia.

Addio all’attore comico Bob Saget.

E’ morto Michael Lang.

E’ morto l’attore Mark Forest.

E’ morto lo scrittore Vitaliano Trevisan.

E’ morto il regista Mariano Laurenti.

E’ morta l'attrice, cantante e showgirl Gloria Piedimonte.

E’ morto l’attore Sidney Poitier.

E’ morto il regista Peter Bogdanovich.

E’ morto il regista e produttore Mario Lanfranchi.

È morto lo scrittore e traduttore Gianni Celati.

È morto il giornalista Fulvio Damiani.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le stirpi reali.

Gli scandali dei Windsor.

Vittoria.

Elisabetta.

La morte della Regina.

Filippo.

Carlo.

Camilla.

Andrea.

Anna.

Diana.

William e Kate.

Harry e Meghan.

 

 

 

 

LA SOCIETA’

SECONDA PARTE

 

I MORTI FAMOSI.

·         Vivi per sempre.

L’enigma della mummia rimasta inalterata: in Ecuador si infittisce il mistero su Lázaro de Santofimia. La Repubblica il 17 Dicembre 2022.

Dopo una recente analisi dell'indumenti è stata messo in dubbio l'identità della mummia di Guano, una delle più famose dell'Ecuador. Gli studi hanno fatto vacillare la convinzione che appartenesse al frate spagnolo Lázaro de Santofimia. "Non sappiamo chi sia", confessano ora gli esperti. Alta 156 centimetri, la mummia fu ritrovata nel 1949 tra i detriti di un terremoto e, per il suo stato naturale di mummificazione, divenne il primo cadavere del suo genere. Si credeva che la mummia appartenesse al frate che dalla metà del XVI secolo era custode della chiesa e dell'antico convento de La Asunción, situato nel comune di Guano, uno dei più storici della provincia andina di Chimborazo, che si trova nel centro dell'Ecuador. La datazione al carbonio 14 - che ha dato un range tra il 1735 e il 1802 - e lo studio del tipo di indumenti, fanno pensare che la persona sia vissuta "in un periodo in cui era presente un'industria tessile."  Gli abiti che indossa possono essere di una persona del clero, che viveva in quel periodo, ma non necessariamente di Lázaro", che visse nel 1600. Potrebbe non essere mai noto chi sia la mummia, afferma l'Università di Cranfield. L'analisi del DNA indica una discendenza mista. Per questo motivo ipotizzano che "fosse una persona meticcia con origini più europee che indigene, ma meticcia", per cui ritengono che "molto probabilmente non sia Lázaro".

Insegna agli angeli a scrivere. La tragica scomparsa della morte nel lessico del lutto contemporaneo. Maurizio Assalto su L'Inkiesta il 31 Ottobre 2022

“Si è spento”, “Non c’è più”, “è mancato”, “è venuto a mancare”, “ci ha lasciati”. Sono orrendi gli esempi di questa enclave linguistica composta di frasi fatte usate unicamente in tristi occasioni

“L’è el dì di mort, alegher!”. Ci siamo quasi: e allora proviamo a “rallegrarci” – sia pure non come il popolino catturato nei versi di Delio Tessa per le strade di Milano, mentre a Caporetto il fronte aveva appena ceduto. Ci proviamo con le parole del lutto, quelle a cui si ricorre per annunciare, partecipare, condividere in pubblico e in privato, che sono in genere formule rituali, stereotipate, qualche volte anche ridicole.

Prendiamo il caso in cui muore un personaggio di buona – non eccelsa (per i big va diversamente) – notorietà, per esempio un artista. Sul giornale si leggerà un articolo un po’ frettoloso che attacca così: “Con Pinco Pallo se ne va…” – e qui può variare: “l’ultimo rappresentante/uno degli ultimi rappresentanti”, oppure “l’artista che…”. All’istante nella vostra mente si disegneranno due figure in dissolvenza, Pinco Pallo che si avvia (magari “in punta di piedi”) con l’ultimo rappresentante, o uno degli ultimi, oppure con “l’artista che”. Certo è un gran passo quello che lo attende, meglio farsi accompagnare. Per qualche oscuro motivo questa formula funziona meno sul mezzo radiotelevisivo. Qui è un’altra l’immagine che vi assale, un’immagine corale monodicamente compatta: “Lutto nel mondo dell’arte”; alternativa più accorata: “Il mondo dell’arte piange…” – e così ve li vedete tutti lì a versare calde lacrime per Pinco Pallo, e vi sentite anche un po’ in colpa perché in questa mondiale commozione il vostro ciglio resta cinicamente asciutto, e magari siete a tavola davanti al televisore e state ingollando l’ultimo boccone.

Se invece l’esordio è “Si è spento…”, in genere segue “… all’età di…”, perché questa è la formula di rito quando il de cuius è molto avanti negli anni, oppure da tempo gravemente e notoriamente infermo (in questo caso l’indicazione dell’età è sostituita o integrata da quella del luogo: “nella sua casa di…”, nell’ospedale di…”), e quindi la sua pur triste dipartita non è presentata come un evento per cui dare la stura alle ghiandole lacrimali, ma come qualche cosa di ineluttabile, da accettare con serena consapevolezza e composta rassegnazione. Mentre “non ce l’ha fatta” – spesso preceduto da un prolungato “eee…” metà congiunzione e metà sospiro – è il rassegnato sbrigativo cliché che precede il nome (proprio se per qualche ragione già noto, altrimenti comune: il ragazzo, la donna, l’operaio…) della vittima di un incidente, o di un malore improvviso, di cui si era data notizia in precedenza.

Quando invece il personaggio che diparte è davvero un personaggione, non c’è una regola fissa, si va a istinto, caso per caso, a seconda di chi si tratta, dell’età, delle circostanze e delle modalità della dipartita. Meno svolazzi formulari, in genere, perché la statura del personaggio non ne richiede, meno ammantamenti retorici e prevalenza di “addio a…” oppure si va dritti al sodo, “è morto/a”, tuttalpiù con variante perifrastico-ontologica: quando il 4 giugno 2004 morì Nino Manfredi, il tg delle 13,30 si aprì con la voce mesta del conduttore che annunciava “Nino Manfredi non c’è più”.

“Non c’è più”, “è scomparso”, “è mancato”, “è venuto a mancare”, “ci ha lasciati”, “ha chiuso gli occhi”: dai contesti giornalistici a quelli privati, la morte va incontro nel linguaggio alla medesima rimozione che subisce nella società contemporanea, trincerandosi dietro a elaborati eufemismi. C’è modo e modo di dire la morte, una parola dal suono sinistro che in alcune lingue può essere anche più sinistro. In una pagina di Per chi suona la campana Hemingway fa ragionare così il suo alter ego Robert Jordan: “Prendi morto [nel testo inglese dead]: mort, muerto, e todt. Todt è il più morto di tutti”. 

Non è il caso qui di indagare se e come il tedesco anestetizzi il suo todt; restando all’italiano – e senza arrivare agli estremi di espressioni come “passare a miglior vita”, “rendere l’anima”, “tornare alla casa del Padre”, “esalare l’ultimo respiro”, utilizzati per lo più in contesti particolari e spesso con intento sdrammatizzante e ironico distacco – i nostri eufemismi sono sotterfugi umani-troppo-umani per tenere a bada con le parole la dolorosa realtà che queste comunicano. Ed è significativo che siano utilizzati quasi esclusivamente al presente e al passato prossimo, mentre negli altri tempi del passato, quando il fatto a cui si fa riferimento è sufficientemente lontano da non poter più aggiungere sofferenza alla sofferenza, ritorna senza problemi il verbo morire.

Il lessico del lutto ritaglia una sorta di enclave linguistica, un mondo a parte di frasi fatte, immagini, singole parole e modi di combinarle che si ritrova unicamente in quelle tristi occasioni, e quando si incontra lascia subito intendere la situazione. L’espressione “i tuoi cari”, per esempio, si può leggere soltanto sul nastro di una corona funeraria, così come “parenti tutti” (chi mai, nella lingua di tutti i giorni, invertirebbe in questo modo aggettivo e sostantivo?) che, per farla breve e non spendere troppo, puntualmente si ripresenta altresì nelle necrologie dei quotidiani. Seguita, nelle partecipazioni, da stereotipi involontariamente comici come “vivissime condoglianze” o “prendere viva parte al dolore” (l’“avvertimento del contrario”, spiegava Pirandello, è alla base del comico).

Ma è nei social che si attinge a piene zampe il ridicolo. A ogni dipartita di personaggio popolare non mancano schiere di immaginifici condolenti che colgono l’occasione per condividere i propri alati sentimenti dando del tu al personaggio in questione e fantasticando per lui improbabili occupazioni “lassù”. Per esempio muore Maradona e decine, centinaia, migliaia di post gli si rivolgono vaticinando che “adesso nessuno potrà più fermare i tuoi dribbling”, “tornerai a segnare sui campi del cielo”, “giocherai nella squadra più forte di tutti i tempi con Sivori, Cruijff ecc.” (come se nella sua vita El Pibe non avesse fatto altro che giocare al calcio; per la verità nella seconda parte di questa vita ha fatto tutt’altro). Oppure c’era stata, in una manciata di giorni ravvicinati del gennaio 2006, una funesta sequela di lutti nel mondo del pop-rock (David Bowie, Glenn Frey ex Eagles, Paul Kantner ex Jefferson Airplane, Colin Vearncombe alias Black, Signe Anderson anche lei – accidenti – ex Jefferson Airplane): e inevitabilmente si erano sprecate le variazioni sul tema “chissà che concerto stanno organizzando lassù”. 

Lo stesso modello viene buono anche per condividere lutti privati: nel caso si annunci la perdita di una persona cara che amava fare jogging, le si spiega che potrà continuare a correre per le strade del cielo (dove peraltro non circolano auto, quindi non si rischia di inalare le cancerogene polveri sottili); se la persona si dilettava in un coro, si prevede che adesso canterà con gli angeli (e chissà se gli angeli gradiranno). Vabbè ma qui siamo “oltre” (in tutti i sensi).

Ci sono anche quelli che raccontano sui social la perdita dei loro “amici a quattro zampe” o pennuti (una rispettabile tradizione: “Passer mortuus est meae puellae / passer deliciae meae puellae”, condivideva Catullo, limitandosi però a sollecitare il pianto di Veneri e Cupidi e delle persone di animo sensibile): qualche giorno fa su Facebook una ragazza appassionata di cavalli dava l’addio all’amato destriero augurandogli “buone galoppate fra le nuvole”. Poetico, se non altro.

E così, di eufemismo in banalità svolazzante, quando indulge al vaniloquio anche il lutto può diventare occasione di (cinico) divertimento. Un sintomo comunque di vitalità. Da Delio Tessa a Ungaretti: allegria di naufragi.

 Ne è valsa la pena? Alessandro D’Avenia su Il Corriere della Sera il 31 Ottobre 2022. 

Le feste creano una fessura nel tempo uniforme degli orologi (kronos) perché entri l’eternità, cioè il tempo che non trascorre ma resta come memoria sempre viva: la chiacchierata con un amico senza la paura di piangere, l’inautunnarsi degli alberi in una passeggiata in montagna, il sorriso di una ragazza malata per delle parole a lei rivolte. Il quotidiano nella sua ripetitività cronologica ha bisogno di essere salvato da «eventi» che lo rendono reale, eventi che sin dalle origini dell’uomo erano realizzati da riti, durante i quali si cercava di toccare l’origine di tutte le cose attingendo alla vita degli dei che le avevano fatte. L’uomo ha un bisogno fisico di ricevere ciò che dà energia al suo essere e il sacro è sempre stata la via d’accesso. Cambiano le forme, ma noi votiamo la nostra esistenza sempre e comunque a qualcosa che riteniamo capace di liberarci dalla morte e che rendiamo sacro: carriera, figli, successo, piacere, Dio... 

Il tempo degli orologi, dalle clessidre ai cronografi, dice che moriremo, e così, lottando con lancette (l’uso di un’arma come metafora del tempo mi ha sempre colpito) o granelli (polvere sei e polvere tornerai), andiamo a caccia di una sospensione che percepiamo sacra, perché sacro è tutto ciò che è sottratto e ci sottrae alla morte. Domani è la festa-memoria dei Santi e dopodomani, non a caso, quella dei Morti. Santi e Morti, cielo e terra, e noi in mezzo a chiederci: quale è il mio destino? L’eterna vita o l’eterno nulla? 

Quel che resta della risposta è Halloween, un brivido di horror e zucche, anche se la parola, come sempre, dice molto di più: contrazione dell’espressione «all hallows’eve»: vigilia/notte di tutti i Santi. Hallow è l’antico verbo inglese per santificare, da cui holy (santo) ed health (salute): la nostra salute dipende dalla nostra santità (santo vuol dire in origine intoccabile, inviolabile, perché appartenente al divino), perché ciò che è santo non muore, è nel tempo ma non gli è soggetto. 

Morti e Santi sono associati perché sono i due punti di vista sulla morte: il tempo e l’eterno. Tutti sappiamo nella nostra carne che il primo (e ogni) lutto è un evento indimenticabile, il primo vero incontro con quello che Freud, sulla scia di Schopenhauer, chiamava l’impensabile, la morte, proprio perché, non potendo essere controllata e quindi razionalizzata, agisce su di noi più di qualunque altra realtà. Infatti noi ci muoviamo ogni giorno per esorcizzare la morte, inventando modi di vincerla, cioè di farci santi, in base a ciò che pensiamo possa darci eternità: tutti stratagemmi di sospensione del tempo. Eppure non tutte le forme di santità danno la salute, anzi alcune ce la tolgono. Il divino Achille scelse di morire giovane ma glorioso in guerra (l’eroe è il santo), Budda abbandona il potere e muore a ogni desiderio umano (il monaco è il santo), Socrate si lascia imporre il suicidio pur di non commettere un’ingiustizia (il giusto è il santo), Cristo si dona agli uomini e li perdona, affidandosi al Padre, sebbene sia innocente (l’amante è il santo). 

E noi? I santi oggi sono gli sportivi (Ibra è un dio), le star (Monroe era la divina), gli inventori (Jobs era divino nelle sue apparizioni), i manager (Elon Musk è un profeta)... 

Non c’è nessuno che non abbia, anche solo implicitamente, una strategia contro la (propria) morte, e la cultura (l’insieme delle invenzioni umane per vivere) non è altro che la risposta creativa dell’uomo a questo abisso. Qualche anno fa il medico americano Raymond Moody ha cominciato a raccogliere le testimonianze di pazienti che hanno vissuto le cosiddette esperienze di pre-morte. Mi servo di queste testimonianze come fenomeni psichici, cioè come simboli che la psiche usa quando si trova in quella condizione che nella tradizione del buddismo tibetano viene chiamata «bardo», uno stato intermedio tra la vita e la morte. Le testimonianze hanno in comune delle costanti, oltre a quella di tornare in vita per poterle raccontare. I sospesi tra morte e vita vedono ciò che accade al loro corpo esanime, guardandolo da fuori, e contemporaneamente camminano in un tunnel oscuro con una luce in fondo. Prima di raggiungere questa uscita incontrano un essere luminoso di fronte al quale giudicano la propria vita. Questo essere non suscita nessun senso di colpa, ma permette di guardare se stessi in uno specchio d’amore e di verità. 

Il sospeso si sente porre una domanda (o la pone a se stesso perché non è fatta di parole): ne è valsa la pena? 

Gli ambiti di verifica della risposta sono due: il conoscere e l’amare, cioè se la vita sia stata un cammino di sapienza (conoscenza di sé e del mondo) e un cammino di fecondità (amore di sé e degli altri). Poi a questa persona viene data la possibilità di riprendere il cammino, diventando protagonisti della vita rimanente. La totalità di loro dice che, tornati, si sono liberati dell’ansia di cammini falsi, per dedicarsi solo a ciò che finalmente gli si era chiarito: sono esperienze di verità (la morte è la verità ultima su chi siamo) attraverso cui si abbraccia il cammino della santità (ciò che vince la morte). Sapienza e Amore sono le risposte al “ne è valsa la pena?”, cioè la fatica che il vivere comporta è riscattata da una pienezza di senso che noi sperimentiamo quando «conosciamo» e «amiamo», che poi sono i due lati di uno stesso gesto vitale. 

1. Un conoscere che non è «informarsi» ma entrare in relazione con il mondo e con gli altri in modo generativo. Conoscere nel lessico ebraico significa unirsi, Adamo conosce Eva e genera un figlio, Maria visitata dall’angelo risponde: non conosco uomo. Oggi riduciamo il conoscere all’acquisizione di informazioni (i dati sostituiscono la vita) o alla pratica scientifica (l’esperimento sostituisce l’esperienza, ciò che riesco e posso fare è vero), quindi al dominare la cosa conosciuta che smette di essere soggetto con cui entro in contatto e viene ridotto a oggetto. Il conoscere di cui parlo è invece un co-nascere: nascere insieme di due soggetti in un soggetto nuovo: generato. Come quando leggiamo un libro che spacca il ghiaccio del cuore e ci genera a vita nuova, come quando Dante incontra Beatrice e comincia la Vita Nuova... 

2. L’amare delle esperienze pre-morte è altrettanto concreto: una delle testimonianze riguarda un uomo che dice alla presenza luminosa che non può lasciare sua moglie da sola con il figlio adottato che è appena entrato in adolescenza. Il suo destino è chiaro e tutto il resto è funzionale a questo. Nel 2017 George Saunders ha scritto un romanzo intitolato Lincoln nel Bardo, in cui descrive lo strazio del Presidente degli Stati Uniti per la perdita del figlio piccolo, Willie, a causa di una malattia. Egli si ribella al lutto tanto da «trattenere» il figlio nel Bardo, la condizione incerta tra vita e morte, aggirandosi nel cimitero di Georgetown. Lincoln vorrebbe «altro tempo» per amare suo figlio. Il vale la pena nell’ambito dell’amare è prendersi cura di ciò che abbiamo accanto come occasione che ci è data nel tempo per essere santi, cioè vivere una vita piena di senso: amare fa crescere noi e chi ci è affidato. Il tornare nel tempo degli orologi vale la pena solo se quel tempo è riempito da queste due dimensioni: conoscere e amare. 

Per questo motivo posso dire che, se da un lato ho una gran paura di morire (le sofferenze che la morte può comportare), non ho paura della morte, perché alla domanda «ne è valsa la pena?», in questo preciso istante posso rispondere: sì. Nei limiti dei miei limiti non ho mai rinunciato a pormi domande scomode e a cercare risposte, a lottare contro la pigrizia mentale e fisica con una creatività innamorata, a provare ad amare chi ho accanto anche se non ci riesco, ma sperimento che non smettere di provare è già santità. L’altro giorno mia nipote, quasi cinquenne, tutta soddisfatta dopo aver portato a termine un compito impegnativo ha detto a mia sorella: «Tutto è difficile, prima di diventare facile». Può sembrare scontato, ma in realtà è un trattato sulla santità. Infatti alla domanda: «In che senso?», lei ha risposto: «Ci provi, ci provi, ci provi e alla fine ci riesci», cioè «alla fine» è valsa la pena di vivere, che non è certo morire, ma diventare sempre-vivi, cioè santi, nel tempo scandito dai nostri orologi.

Santi e Morti, insieme, ci chiedono questo: ne vale la pena?

Giordano Tedoldi per “Libero quotidiano” il 26 ottobre 2022.

Forse la dissacrazione del cadavere è cominciata con la cremazione, pratica antica peraltro: i Romani andavano in un luogo, detto ustrinum, dove si bruciavano i corpi dei propri cari, per raccoglierne le ceneri in urne o vasi. Con la dottrina cristiana della resurrezione della carne, bruciare i corpi, in gran parte dell'Occidente, è stato a lungo considerato blasfemo, ma oggi la cremazione è praticata da atei, agnostici, credenti.

O non crediamo più davvero alla dottrina della resurrezione della carne, oppure siamo atterriti dalla prospettiva claustrofobica di essere rinchiusi in una bara e ficcati in un loculo di cimitero, dove lo spazio disponibile per nuove sepolture scarseggia sempre di più. E allora ecco arrivare una possibile soluzione che si chiama "riduzione naturale organica", o terramazione. In breve, è il compostaggio umano. I corpi dei morti vengono trasformati in terriccio da usare come fertilizzante.

Da poco la California ha legalizzato questa pratica, seguendo l'esempio di altri quattro stati nordamericani: Oregon, Colorado, Washington, Vermont. In Europa la terramazione è legale solo in Svezia, ma guadagna proseliti, soprattutto per un formidabile argomento a suo favore, in tempi di crisi climatica: limita l'emissione digas serra, quelli responsabili del riscaldamento globale.

Infatti, come spiega un articolo del Post, con la riduzione naturale organica il corpo del defunto viene deposto in un contenitore d'acciaio di circa due metri e mezzo di lunghezza, quindi ricoperto di paglia, trucioli di legno, fiori o altro materiale organico (e qui la vicinanza a arcaici riti pagani è innegabile).

Il contenitore viene sigillato e surriscaldato, e al suo interno batteri e microbi favoriscono la decomposizione naturale del corpo, che nel giro di un mese diventa terriccio. Il composto viene prelevato e lasciato essiccare dalle due alle sei settimane. Le ossa, rimaste integre, vengono polverizzate, e le protesi o i dispositivi medici rimossi. A questo punto l'impresa di pompe funebri che esegue la terramazione cede il terriccio ai parenti della persona defunta, i quali lo possono usare come compost. Il caro estinto potrà così andare a nutrire un albero, un roseto, quello che vorranno i suoi cari, magari il tipo di pianta che amava di più.

Sembra tutto così elegante, armonioso, e moderno, cioè in linea con lo spirito del tempo che ci vuole difensori a spada tratta dell'ambiente. Anche i nomi delle ditte che negli Usa eseguono la riduzione naturale organica hanno nomi evocativi: "Return Home", ritorno a casa, cioè, s' intende, alla madre terra; e "Recompose", ricomponi, perché, come spiega la sua amministratrice delegata, il compostaggio dei cadaveri «restituisce i nutrienti del nostro corpo alla natura», oltre a far crescere nuove piante, che assorbono anidride carbonica.

I costi non sono maggiori di quelli di un normale funerale con sepoltura o cremazione: tra i 5mila e i 7mila dollari (5.100 - 7.150 euro circa). Sempre negli Usa le associazioni cattoliche, com' era prevedibile, si sono scagliate contro una pratica che riduce il corpo umano a qualcosa di usa e getta, e che «non permette di proteggere e preservare la dignità e il rispetto di base degli esseri umani». 

Tuttavia, se assumiamo un punto di vista rigorosamente cristiano, stentiamo a comprendere come già la cremazione sia compatibile con la dottrina religiosa, eppure alla fine è stata accolta.

Perfino un miscredente e materialista dichiarato come lo scrittore Michel Houellebecq, nel suo splendido romanzo "La carta e il territorio", include una vibrante invettiva contro la cremazione, e l'illusione che dà di ricongiungersi alla Natura, al Tutto universale, quando invece, secondo il protagonista, non è altro che una manifestazione di nichilismo, di cinismo, di egoismo, e di terrore. Come se togliesse, a chi sopravvive, la possibilità di ricordare lo scomparso com' era, con il suo corpo integro, il suo volto, le sue membra, che verranno divorate dal fuoco.

Che dire dunque di una pratica che va ancora più in là, e trasforma la salma in terriccio? Avere un'opinione netta al riguardo è difficile, ma non possiamo nascondere un po' di sconcerto. Piaccia o non piaccia agli ambientalisti, l'uomo non è terra, non è terriccio, e nemmeno una pianta, ma è il risultato abbastanza miracoloso di milioni di anni di evoluzione, anzi, miliardi, se si calcola il tempo dalla prima apparizione della vita sulla Terra. Gli ecologisti hanno le loro ragioni, ma abbiamo voglia di annullare quello che ci rende propriamente umani, e tutti i rituali e i moti affettivi a ciò connessi, per valutarci niente più che un mucchietto di terriccio?

Massimo Basile per repubblica.it l'1 ottobre 2022.

Polvere sei e polvere ritornerai. La California ha preso alla lettera la citazione della Genesi e ha firmato una legge che offrirà dal 2027 un'alternativa alla sepoltura tradizionale e alla cremazione dei defunti: diventare concime per i campi e per i giardini, e senza produrre inquinamento.

Un modo di lasciare questa vita a impatto zero, la vera "transizione ecologica" ultraterrena. Il governatore democratico Gavin Newsom ha firmato la nuova legge che renderà legale, tra quattro anni, la possibilità di utilizzare i resti umani per farne materiale organico.

Il procedimento prevede che i resti della persona deceduta vengano messi in un contenitore d'acciaio grande due metri e mezzo e coperto di materiale organico biodegradabile, tipo ciocchi di legno, fiori, paglia e erba medica. I microbi poi svolgeranno il loro compito, trasformando i vari componenti in elementi nutrienti per il terreno. Tutto il processo di decomposizione ecologica si completa in circa trenta giorni.

Quello che resta dentro i contenitori viene poi curato da personale specializzato per un periodo che va da due a sei settimane. I membri della famiglia potranno usare il composto umano come qualsiasi altri tipo di composto, dal giardino di casa ai prati, oppure donare il tutto perché venga sparso nelle aree verdi. Ogni corpo umano può produrre composto sufficiente a coprire un'area di trenta metri quadrati. 

Gli altri Stati in cui la pratica è legale

La legge portata avanti in California è nata dall'obiettivo di ridurre le emissioni che, per esempio, producono le procedure per la cremazione. Negli Stati Uniti ogni anno la cremazione sprigiona nell'aria 360 mila tonnellate metriche di diossido di carbonio. Dissolversi tra elementi biodegradabili della natura è il modo più ecologico di farlo. "Con il cambiamento climatico e l'innalzamento del livello dei mari - ha dichiarato Cristina Garcia, la rappresentante democratica che ha presentato la legge - questa scelta offre un'alternativa che non produrrà emissioni".

Anche i costi sono più contenuti rispetto a una sepoltura tradizionale o alla cremazione: dai 7500 dollari di media di questi due sistemi, il Nor, acronimo che sta per Natural Organic Reduction, cioè 'riduzione naturale organica', costa circa 4-5 mila dollari. La California è il quinto Stato a legalizzare il compostaggio umano: la pratica è già legale a Colorado, Vermont, Washington e Oregon.

In almeno altri dodici Stati ci sono persone che, non ufficialmente, si rivolgono a società specializzate per trasformare i loro cari in terreno buono per parchi, prati e giardini. Con la consolazione di guardare il prato fiorito davanti a casa e pensare che, in fondo, chi è andato via, non lo ha fatto davvero.

Matteo Sacchi per “il Giornale” il 21 settembre 2022.

Guidalberto Bormolini è stato molte cose nella vita: operaio di una falegnameria, in seguito liutaio. Attualmente è consacrato e sacerdote in una comunità di meditazione cristiana: i Ricostruttori nella preghiera. Laureato alla Pontificia Università Gregoriana, ha conseguito la Licenza in Antropologia Teologica ed è dottorando in Teologia Spirituale presso l'Ateneo S. Anselmo a Roma. 

Si occupa in special modo di accompagnamento spirituale dei morenti ed è docente al Master «Death Studies & the End of Life» dell'Università di Padova. Ovvero è un tanatologo, parola moderna per quella disciplina antichissima che cerca di accompagnare l'uomo verso una buona morte, verso un cosciente e sereno distacco dalla vita. In questo percorso ha accompagnato anche personaggi noti come David Sassoli o Franco Battiato.

Domenica 25 settembre dialogherà, ad Asolo, all'interno del Festival del Viaggiatore sul tema: «Là dove tutto sembra finire». Abbiamo chiacchierato con lui su questo tema difficile, come si arriva sino alle porte del dopo. Quelle porte che la nostra società di oggi spesso fa finta di non vedere e rimuove. Ma su cui Battiato ha spesso riflettuto nelle sue canzoni e nei suoi scritti...

Padre Bormolini cos' è esattamente un tanatologo?

«Un tanatologo studia la morte e il morire come fenomeno umano, cerca di capire come le persone si approcciano alla morte e le accompagna. Questo è anche un passaggio fondamentale della cura in quella fase, fase che tutti dovremo affrontare». 

Lei è anche un religioso: il suo approccio è quello, un approccio religioso?

«Io sono un religioso e sono convintamente religioso, ma il mio approccio al fine vita è laico. Cerco di contribuire ai bisogni spirituali di chi si avvia verso la fine dell'esistenza. Questo spesso passa da un recupero di percorsi religiosi che si sono interrotti o dallo scoprirne di nuovi. Ma non necessariamente. Il nodo è cercare uno sguardo nuovo sulla vita e sulla morte. Ormai è chiaro anche dal punto di vista meramente medico che non si può affrontare la malattia grave senza intervenire contemporaneamente su corpo, psiche, spirito». 

In questo tipo di percorso lei ha accompagnato anche Franco Battiato...

«Battiato si interessava al tema molto prima che la malattia lo colpisse, per lui era un tema di importanza sostanziale. Mi contattò molti anni fa dopo aver letto delle cose che avevo scritto. Siamo diventati amici e ho collaborato con lui per la realizzazione del documentario Attraversando il bardo. Sguardi sull'aldilà. La riflessione sulla morte per lui era fondamentale. Quindi quando la sua malattia è peggiorata, come amico, non per semplice servizio, sono stato presente. Franco meditava tantissimo, ha fatto un percorso di assoluta coscienza».

Come si muoveva Battiato su questi temi?

«Il suo era un percorso profondo iniziato sin dalla gioventù. Riflessioni che sono poi entrate a ripetizione nella sua produzione artistica. Quello che lui desiderava comunicare era che la morte non è il termine della vita ma qualcosa dentro la vita. Spesso riflettevamo sul fatto che noi moriamo infinite volte nel corso della nostra vita. Nelle religioni e nelle culture antiche erano presenti moltissimi riti di passaggio che consentivano di elaborare questo mutamento, rendendo chiaro che anche la morte finale è solo un passaggio ad un livello di vita superiore. Franco questo lo sentiva».

Battiato ha affrontato il passaggio sereno?

«Sì, su questo posso tranquillamente dire di sì, mantenendo tutta la privacy che è necessaria: si sentiva pronto sul serio, aveva fatto un percorso profondo, rigoroso». 

Quale delle riflessioni di Battiato sul passaggio le è rimasta, cosa le ha lasciato?

«Nella vita si impara sempre dagli altri ma in questo caso non si tratta tanto di parole quanto di comportamenti. Di Franco mi rimarrà il suo distacco dal lusso, dalle cose, la sua umiltà, la sua assoluta mancanza di vanità. Questo mi resterà...». 

Si può quindi affrontare la morte bene, in una maniera serena?

«Serve un percorso culturale che, ad esempio, nei Paesi anglosassoni viene portato avanti in maniera più sistematica dall'infanzia. La morte va integrata nella vita. La morte va vista come un'apertura di possibilità, attraverso un percorso meditativo, come nelle culture antiche... Basta pensare a tutti quei rituali in cui ad esempio un ragazzo muore per risvegliarsi uomo. Su questo Battiato ha riflettuto tantissimo». 

Si può essere anche ironici sulla morte, sulla fine?

«Le tradizioni popolari vivono di ironia sulla morte, di sdrammatizzazione della morte, ci sono begli studi sul tema come quello di Carlo Lapucci: ciò che è spirituale deve poter anche essere spiritoso».

“Funerale sostenibile della Regina Elisabetta II” ma è stato davvero così? Giada Ravalli il 20 Settembre 2022 su prontobolletta.it.

Diverse procedure per effettuare funerali sostenibili.

Sommario: Nella giornata del 19/09/2022 si sono svolti i funerali della Regina Elisabetta II.

Questa volta l’impronta, fin dall’inizio, però è stata diversa. In un periodo storico tanto delicato e incline alle problematiche e situazioni ambientali critiche per il nostro sistema, sono state redatte tante linee guida affinché il funerale stesso non recasse gravi conseguenze all’ambiente esterno.

Partendo da alcune limitazioni riguardanti i fiori acquistati e donati come segno di devozione, rispetto e dolore per la perdita per la Regina, fino ad arrivare ad imporre delle limitazioni che riguardano i trasporti elettrici, sia pubblici che privati anche per i leader mondiali che presenzieranno.

I bus destinati al trasporto dei leader mondiali sono stati protetti da alte misure di sicurezza. Subito dopo il funerale, i leader mondiali si sono recati a piedi (ma sempre scortatissimi) a Dean’s Yard, per poi tornare al bus che li riporterà alle loro auto private. Si tratta di un grande gesto simbolico quello di vedere leader mondiali che usano trasporti pubblici come normali cittadini ed è un eccezionale messaggio di promozione della mobilità sostenibile.

In particolare il ministero degli Esteri ha chiesto ai capi di Stato stranieri e ai loro partner di arrivare con voli commerciali ed è stato vietato l’uso di elicotteri per spostarsi nella capitale.

Sarà inoltre vietato utilizzare auto blu personali per raggiungere l’abbazia di Westminster: gli ospiti saranno condotti ai funerali con un apposito bus.

L’ente dei Royal Parks of London ha poi lanciato un appello a tutti i cittadini affinché non abbandonino panini e altri generi alimentari, mescolati a fiori, cuori e peluche davanti a Buckingham Palace, segni d’affetto che diventano spazzatura non appena toccano terra.

Sempre l’ente dei Royal Parks of London annuncia:

“Nell’interesse della sostenibilità, chiediamo ai visitatori di deporre solo materiale organico o compostabile” e ha specificato che i fiori lasciati vengono spostati alla fine di ogni giornata in un giardino di tributo floreale nel vicino Green Park, mentre gli “oggetti non floreali” non sono graditi. Come avranno reagito i londinesi?

 Da una parte essi non solo hanno seguito prontamente il consiglio, ma hanno anche eliminato tutti gli incarti di plastica e carta dai mazzi di fiori donati, in modo da rendere più semplice il conferimento per il compostaggio.

Ma dall’altra, purtroppo, Londra e le altre città del Regno Unito devono fare i conti con la grande mole di fiori e oggetti che i sudditi di Carlo III continuano a lasciare di fronte a Buckingham Palace e alle residenze reali, che altro non sono, dopo poco, enormi cumuli di spazzatura da smaltire.

Se per i fiori il conferimento dell’organico è semplice, che dire degli orsi e dei cani di peluche, delle bandierine o dei palloncini a forma di cuore? E ancora, dove finiranno i tanti sandwich con marmellata lasciati per ricordare il celebre incontro di Elisabetta II con l’orso Paddington?

La realtà è che una quantità mai vista prima di mazzi di fiori sta sommergendo il paese, dal palazzo della corona alla Cattedrale di Sant’Egidio a Edimburgo, dove si trova la salma. Qualcuno si è limitato a un solo stelo, ma c’è anche chi ha addirittura comprato un bouquet da 100 sterline. Milioni di persone rendono omaggio depositando fiori. Prima dei funerali, per i fiori non c’era più posto. I cancelli traboccano di omaggi. Già dalla sera dell’8 settembre, quando è arrivato l’annuncio della perdita, la gente ha iniziato spontaneamente a depositare fiori. E come sempre quando la domanda, di qualsiasi cosa, si impenna; e l’offerta invece scarseggia, scattano speculazioni: una singola rosa è arrivata a costare 10 Sterline (circa 12 Euro). Sono anche comparsi “abusivi” che girano con secchi di rose, eresia per la cultura britannica.

Diverse procedure per effettuare funerali sostenibili

In molte parti del mondo come l’Europa solo Regno Unito, Australia e Nord America negli ultimi vent’anni hanno preso piede le sepolture green, che prevedono apposite aree dedicate a un metodo di riciclo naturale dei corpi dei defunti.

Ma non solo:

Ad oggi esistono tante procedure che risultano essere molto più sostenibili rispetto a quelle tradizionali che riguardano i funerali e la sepoltura. Nel caso in cui si volesse contribuire alla tutela dell’ambiente anche dopo aver terminato la vita terrena bisognerebbe affidarsi ad agenzie funebri che propongono funerali ecologici, il cui obiettivo sia quello dell’efficienza energetica.

Tra le varie procedura si ha:

bare realizzate con prodotti ecocompatibili

carri funebri a risparmio energetico

trasformazione del calore prodotto durante la cremazione in elettricità

diamantificazione (una nuova procedura ammessa da poco anche in Italia che prevede prima l’estrazione del carbonio dalle ceneri in seguito pressato, sottoposto poi a temperature elevate viene tagliato, lavato e infine sotto forma di pietra preziosa da portare sempre con sé per conservare il ricordo del caro defunto) 

I materiali più utilizzati, facili da smaltire, riciclabili e che evitano l’emissione di sostanze nocive, sono il cartone, il bambù, il vimini, il mais, tutte soluzioni che contribuiscono al rispetto per l’ambiente e alla necessità di economizzare tempi e costi di un’operazione, quella della sepoltura. 

Trovato in Polonia lo scheletro di una "donna vampiro" con una falce al collo. La Repubblica il 6 settembre 2022.

Pensavano fosse un vampiro e per tanto l'hanno seppellita con una falce intorno al collo. Sarebbe servita ad evitare che si risvegliasse. A questa conclusione sono giunti un gruppo di archeologi polacchi dopo aver analizzato uno scheletro del XVII rinvenuto nel cimitero del villaggio di  Pien. Un lucchetto sull'alluce sinistro della defunta avrebbe completato le misure di sicurezza previste per questi casi.

Dall'analisi della tomba e dello scheletro sono emersi altri dettagli. Il ritrovamento di un cappello di seta starebbe ad indicare che la donna aveva una collocazione sociale alta. Inoltre un dente incisivo, fortemente protuberante, offrirebbe indicazioni sull'aspetto insolito della defunta. A dare la notizia è stato il tabloid britannico Daily Mail alcuni giorni fa. 

Il professore Dariusz Polinski, a capo del team della Nicholas Copernicus University della città di Torun che ha realizzato i lavoro nel cimitero, ha confermato che il tipo di sepoltura era quantomeno insolito. "Tra i modi usata per prevenire il ritorno dei morti figurano l'amputazione delle estremità, la sepoltura a pancia in giù, ma anche la lapidazione del cadavere o la cremazione", ha dichiarato al tabloid britannico. "La falce in questo caso è posizionata in modo che se la donna si fosse svegliata, immediatamente le avrebbe tagliato la gola nel tentativo di alzarsi". Mentre il lucchetto sull'allucce starebbe a significare "la fine di una fase e l'impossibilità di tornare".  

Non è raro nella regione trovare luoghi di sepoltura in cui un'asta di metallo - o un paletto - sono state conficcata nel cranio del defunto. Le persone all'epoca credevano che questo fosse un modo per assicurarsi che la persona rimanesse morta.

In alcune parti del continente, in particolare tra gli slavi, la credenza nelle leggende dei vampiri divennero così diffuse da causare episodi di isteria collettiva e persino portare a esecuzioni di persone ritenute vampiri. Anche i  morti in modo prematuro, come il suicidio, sarebbero state spesso sospettate di vampirismo e i loro corpi sarebbero stati mutilati per impedire loro di risorgere dai morti.

I morti in piedi che sanno parlare. Sono i nostri amici. Sono ciò che resta. Sono ciò che vedremo. Alberto Selvaggi su La Gazzetta del Mezzogiorno il 04 Settembre 2022.

Sono i nostri amici. Sono ciò che resta. Sono ciò che vedremo. In piedi, pur morti, nelle loro teche bianche che sanno di campagna della chiesa secentesca Santa Maria del Suffragio, detta del Purgatorio, a Monopoli. Con le mascelle aperte a cogliere esali d’aria, con i nomi sulle etichette deposte ai piedi mummificati. Notaio Giuseppe Tria, evaporato come nulla il 20 marzo 1832: «Presente». Notaio innominato classe 1829. «Presente». Marianna Laporta, che fosti maschio in realtà. «Presente». Giovanni Amata Giaquinto da Caserta, 1793, governatore di Monopoli. «Presente». Antonia Minelli, semplice devota allineata come i pari della Confraternita di Nostra Signora del Suffragio secondo data del decesso, 1792, in senso orario. «Presente». Gennaro Mastropietro, 16 gennaio 1786. «Presente». Onofrio Longo, 15 gennaio 1786. «Presente». Cesare Longo, 1° gennaio 1776. «Presente». Pietro Insanguine, che saresti in realtà altro Insanguine, morto il 2 dicembre 1772, magari. «Presente». E tu là dall’altra parte, accanto alla finestra, sospesa come un quadro, Plautilla Indelli di Francesco, infante imbalsamata a due anni, e non conservata per disseccamento naturale negli scolatoi della cripta e poi nel sepolcreto del giardino privato come gli altri. «Assente». Ma esistente. Amen.

Si dice così da queste parti, pressi Cattedrale, in una città regia e vescovile dal patrimonio tale che viene da pensare che i monopolitani abbiano costruito chiese d’arte invece delle case. Questi spiriti essiccati hanno firmato un atto testamentario per finire blindati dietro ai vetri per la grazia di quattro chiodi cristiani, quattro come i teschi agli angoli della botola a piè dell’altare, quattro quante le vele sovrastanti, quattro le teste scarnate sulla balaustra, commiserate da Maria Addolorata che tiene ben conficcata in cuore l’estasi del suo pugnale. Sono persone che parlano senza parlare. Contano visitatori abituali non soltanto tra i componenti della confraternita custode di questo regno di purificazione purgatoriale. E figli visionari che hanno maieuticamente educato. Fermi nella loro assenza per la nostra presenza. Espurgati dalla vita che ci possiede e non possediamo, che ci divora attraverso il respiro mano a mano. Liberati dal peso del sangue e dal pulsare involontario degli organi che hanno avuto la forza di ripudiare. Carcasse di cani affamati nelle cui orbite si estende la bellezza del destino.

Un’ora dopo la morte gli scienziati di Yale fanno rivivere le cellule negli organi di maiali morti. Cristina Marrone Il Corriere della Sera il 3 agosto 2022.  

I maiali erano morti da un’ora: nei loro corpi non circolava sangue, i loro cuori erano fermi e le onde cerebrali piatte. Tuttavia le funzioni molecolari di diversi organi sono state ripristinate grazie a una soluzione pompata nei corpi dei maiali morti con un dispositivo simile a una macchina cuore-polmone.

Sebbene i maiali non fossero considerati in alcun modo coscienti, le loro cellule, apparentemente morte, si sono rianimate. I loro cuori hanno iniziato a battere mentre la soluzione, che gli scienziati hanno battezzato OrganEx, circolava nelle vene e nelle arterie. Le cellule dei loro organi, inclusi cuore, fegato, reni e cervello, hanno ripreso a funzionare e gli animali non si sono irrigiditi.

L’obiettivo è aumentare gli organi per il trapianto

L’interessante e incoraggiante risultato emerge da uno studio, pubblicato sulla rivista Nature, condotto dagli scienziati della Yale School of Medicine, che hanno utilizzato un modello animale per valutare la possibilità di ripristinare la funzionalità delle cellule dopo la morte. La tecnica potrebbe potenzialmente essere utilizzata per aumentare la disponibilità di organi per il trapianto oppure per terapie rivolte a chi ha subito danni causati da ictus e infarti. I ricercatori affermano infatti che l’obiettivo è poter aumentare in futuro la fornitura di organi umani per il trapianto, consentendo ai medici di trapiantare organi vitali molto tempo dopo la morte. I risultati sono solo un primo passo, ha affermato al New York Times Stephen Latham, un bioeticista della Yale University che ha lavorato a stretto contatto con il gruppo. La tecnologia, ha sottolineato, è «molto lontana dall’uso negli esseri umani».

Sei ore dopo la terapia ripristinate alcune funzioni degli organi

Il gruppo, guidato dal dottor Nenad Sestan, professore di neuroscienze, medicina comparata, genetica e psichiatria alla Yale School of Medicine, è rimasto sbalordito dalla sua capacità di rivitalizzare le cellule. «Non sapevamo cosa aspettarci» ha detto il dottor David Andrijevic, anche lui neuroscienziato a Yale e uno degli autori del documento. «Tutto ciò che abbiamo restaurato è stato incredibile per noi». Sei ore dopo la terapia, gli scienziati hanno scoperto che alcune funzioni cellulari chiave erano attive in molte aree del corpo dei suini, inclusi cuore, fegato e reni, e che alcune funzioni degli organi erano state ripristinate. Ad esempio, riportano gli studiosi, il cuore aveva mantenuto la capacità di contrarsi e mostrava segni di attività elettrica. «Abbiamo anche osservato dei movimenti involontari del collo e della testa dei maiali durante l’esperimento ma non sappiamo esattamente perché, visto che erano sotto anestesia e non coscienti. È possibile che si siano conservate alcune funzioni muscolari in modo temporaneo».

Il precedente

Il lavoro era iniziato alcuni anni fa, quando il gruppo di lavoro aveva svolto un esperimento simile con i cervelli di 32 maiali morti in un macello. Quattro ore dopo la morte dei maiali i ricercatori avevano infuso una soluzione simile a OrganEx (chiamata BrainEx) riuscendo a riattivare i neuroni, senza comunque ripristinare l’attività elettrica dei neuroni legata alla coscienza e ai sensi). Tutto questo li ha spinti a provare a rianimare un corpo intero. «L’esperimento appena concluso è la continuazione di quello del 2019 e conferma la possibilità di un parziale ripristino degli organi dopo la morte - spiega David Andrijevic della Yale University, uno degli autori dello studio - e abbiamo capito che le cellule non muoiono così velocemente come si pensava ed è possibile ripararle a livello molecolare».

Che cosa è OrganEx

Gli autori spiegano che OrganEx è un fluido «perfusante» che viene irrorato attraverso un dispositivo extracorporeo di pompe nel sistema circolatorio dell’animale. Si tratta di una sorta di sangue artificiale che contiene diversi composti chimici come sostanze nutritive, farmaci antinfiammatori, farmaci per prevenire la morte cellulare, sostanze che smorzano l’attività dei neuroni e impediscono ogni possibilità che i maiali possano riprendere conoscenza. I bloccanti nervosi nella sostanza hanno impedito ai nervi di attivarsi per garantire che il cervello non fosse attivo. Nell’esperimento sono stati utilizzati in tutto un centinaio di maiali (compreso il gruppo di controllo) e il team ha anestetizzato gli animali prima di fermare il loro cuori. Gli scienziati hanno sottolineato che i maiali non hanno sofferto e che non è mai stata registrata attività elettrica nel cervello.

Prossimo passo: capire se gli organi possono essere trapiantati

Yale ha depositato un brevetto sulla tecnologia. Il prossimo passo, ha detto il dottor Sestan, sarà vedere se gli organi funzionano correttamente e possono essere trapiantati con successo. «Non sappiamo se gli organi riattivati fossero funzionanti al punto da poter essere poi trapiantati. Ci vorranno molti altri studi per stabilirlo» dice Nenad Sestan.

Gli aspetti etici

Il gruppo di lavoro ha chiarito che l’obiettivo della nuova tecnica non è tornare indietro dalla morte o ricreare la vita, ma salvare gli organi che devono essere trapiantati e salvare quindi sempre più vite. Se da un lato la tecnica potrà in futuro forse effettivamente migliorare la sopravvivenza degli organi (talvolta danneggiati, tanto da essere inutilizzabili dopo che il supporto vitale del donatore è stato interrotto) e poter essere tenuti in vita più a lungo, così da poter essere trasportati anche molto più lontano, gli aspetti etici dell’esperimento sono innegabili e andranno discussi. «I maiali sarebbero ancora morti se non fossero utilizzati i bloccanti nervosi e il loro cervello riprendesse un certo grado di coscienza?» si chiede, avvocato ed esperto di etica, direttore dell’etica dei trapianti e della ricerca politica presso la Grossman School of Medicine della New York University in un commento pubblicato sempre su Nature, sollevando tra l’altro anche il problema di come con OrganEx potrebbe cambiare la definizione di morte.

Deborah Ameri per repubblica.it il 3 agosto 2022.

A un'ora dalla morte di decine di maiali, un'équipe di ricercatori dell'università di Yale è riuscita a ripristinare alcune funzioni molecolari e cellulari di diversi organi degli animali, come il cervello, il cuore, i reni e il fegato. 

Un esperimento, appena pubblicato su Nature, la cui tecnica potrebbe essere impiegata, potenzialmente, per aumentare la disponibilità di organi per il trapianto e in terapie contro i danni provocati da ictus e attacchi cardiaci. Ma gli scienziati mettono prudentemente le mani avanti: saranno necessarie ulteriori ricerche per meglio comprendere le implicazioni e le applicazioni pratiche di questa scoperta.  

Dal cervello agli altri organi

Quando nei mammiferi si blocca l'afflusso di sangue, la mancanza di ossigeno e nutrienti provoca una serie di eventi a cascata che portano alla morte cellulare. Anche se sono già in uso metodi per preservare i tessuti di singoli organi, come il cervello. 

Proprio tre anni fa gli stessi ricercatori, sempre guidati dal professore di Neuroscienze Nenad Sestan, avevano pubblicato su Nature, la scoperta della tecnologia BrainEx, che era riuscita a riattivare i neuroni del cervello di 32 maiali a 4 ore dopo la morte (senza però ripristinare l'attività elettrica dei neuroni, associata alla coscienza e ai sensi). Ora Sestan e i suoi sono andati oltre, applicando una simile tecnologia a tutto il corpo dei mammiferi. Il nuovo sistema si chiama OrganEx.   

Le cellule non muoiono così velocemente come si pensava

"Questo esperimento è una continuazione di quello del 2019 e conferma la possibilità di un parziale ripristino degli organi dopo la morte. Abbiamo dimostrato che le cellule non muoiono così velocemente come si pensava e che possiamo ripararle a livello molecolare", ha spiegato David Andrijevic della Yale University, uno degli autori dello studio, durante la presentazione avvenuta online.

La tecnica

OrganEx è costituito da due parti, spiegano gli autori. La prima è un dispositivo extracorporeo di pompe collegato al sistema circolatorio dell'animale, la seconda è un fluido, definito "perfusate", che viene irrorato nel corpo del maiale. "È una sorta di sangue artificiale, acellulare, contiene tredici composti chimici che contrastano l'infiammazione e la coagulazione e che prevengono la morte della cellula", ha spiegato un altro degli autori, Zvonimir Vrselja. 

Il metodo tradizionale (Ecmo)

Il team ha confrontato la nuova tecnologia con un metodo più tradizionale per ripristinare la circolazione sanguigna, ovvero l'ossigenazione extracorporea a membrana (Ecmo) che può, temporaneamente e grazie a un macchinario esterno, prendersi carico delle funzioni di cuore e polmoni. Si è osservato che gli organi trattati con OrganEx erano meno a rischio emorragia e ingrossamento rispetto a quelli trattati con Ecmo. 

In tutto sono stati usati un centinaio di maiali (tra gruppo di controllo e gruppo trattato), tutti sono stati anestetizzati prima dell'induzione dell'arresto cardiaco. Non c'è mai stata attività elettrica nel cervello e non hanno mai sofferto, tengono a sottolineare gli scienziati.

Il futuro dei trapianti

Che cosa si è osservato durante le sei ore di irrorazione con il fluido simil sangue? "Cuore, cervello, fegato e reni hanno recuperato parzialmente alcune funzioni cellulari. Le cellule erano vive, quelle del cuore si contraevano. Abbiamo anche osservato dei movimenti involontari del collo e della testa dei maiali durante l'esperimento, non sappiamo esattamente perché, visto che erano sotto anestesia e non coscienti. Pensiamo che forse si siano conservate alcune funzioni muscolari.

Ma vogliamo chiarire una cosa - tiene a dire Nenad Sestan, incalzato dai giornalisti - non sappiamo se gli organi riattivati fossero funzionanti al punto da poter essere poi trapiantati. Ci vorranno molti altri studi per stabilirlo. E vorremmo chiarire un altro punto: non ci occupiamo di reverse aging (invertire l'invecchiamento), il nostro unico scopo è quello di riparare organi danneggiati da ischemia per poterne permettere il trapianto".  

Il dottor Vrselja insiste su questo punto: "In futuro potremmo usare per il trapianto organi che prima, in quanto danneggiati, non avremmo potuto espiantare. Questa tecnica avrà un impatto significativo e salverà molte vite. Anche perché gli organi potranno essere tenuti in vita più a lungo e quindi trasportati anche lontano". 

L'uso sull'uomo ancora impensabile

I prossimi esperimenti saranno sempre su animali. "L'applicazione sull'uomo è molto, molto, lontana nel tempo - chiarisce Stephen Latham, altro autore che si è occupato soprattutto degli aspetti etici della ricerca - Dobbiamo prima studiare diversi aspetti dell'esperimento. Che cosa succederebbe, per esempio, se con OrganEx riuscissimo a riparare i danni dell'ischemia sull'uomo, ma solo parzialmente? Il nostro obiettivo non è invertire la morte o ricreare la vita e non vogliamo aprire il dibattito sulla morte cerebrale. Ci siamo tenuti deliberatamente ben lontani da questo. Il nostro scopo è salvare degli organi e quindi delle vite umane".

Goffredo Fofi per “Avvenire” il 25 maggio 2022. 

Un giovane poeta poi diventato regista scrisse un tempo una poesia che cominciava cosi: «I morti crescono / di numero e d 'età». È ahinoi vero, e chi ne ha più coscienza è chi è vicino a passare anche lui nel numero dei morti e, per il fatto di aver molto vissuto, ha conosciuto più persone e le ha viste scomparire, abbandonarci.  

Per mia immensa fortuna ho conosciuto tanti grandi intellettuali italiani dal dopoguerra in avanti, e ne sento grande la mancanza nell'Italia di oggi, di fronte alla mediocrità e al conformismo che caratterizzano l 'enorme maggioranza (una massa) degli intellettuali italiani di oggi, con ben rare eccezioni. 

Dove sono finiti i Calvino e i Silone e i Bobbio e i Calamandrei e i Fortini e i Pratolini e gli Zanzotto e i Sereni e le Morante e le Ortese e gli Sciascia e i Pasolini e i Maccacaro e i Basso e i Pertini e i Volponi e i Lombardo-Radice e le Gobetti e le Zoebeli e i Fellini e i Monicelli e le Zucconi e le Cherchi e Dolci e i don Zeno e i padre Davide e i padre Camillo e i Dossetti e i Carretto eccetera, eccetera, eccetera... che ho avuto modo di sfiorare o con i quali ho potuto dialogare e discutere, ai quali ho avuto modo di voler bene sia pure in modi a volte conflittuali come e giusto che sia, tra generazioni? 

E dove sono finiti i contadini e gli operai e gli studenti e gli insegnanti, gli uomini e le donne e i bambini che ho amato non meno dei personaggi di qualche fama? Uno dei 'miei ' morti più cari, Aldo Capitini, ha parlato di compresenza dei morti e dei viventi , un saggio e un titolo rallegranti (e ristampato dalle Edizioni del Ponte a cura di Lanfranco Binni, con la prefazione di Giancarlo Gaeta).  

Sì, i morti sono presenti, sono tra noi, e dovremmo tenerne ben conto noi vivi, angosciati dal dover muoverci dentro un presente preoccupante e avvilente come è quello dei nostri anni e del nostro Paese. Pensando ai nuovi nati e ai nuovi arrivati. 

In un salone del libro di Torino, mi venne chiesto qualche anno addietro di leggere un romanzo (per brani, nel tempo di un'ora) che era stato molto importante per la mia formazione, per la mia storia di lettore. Scelsi infine di parlare di un lungo racconto di James Joyce che chiude Gente di Dublino (1907).  

Ha per titolo I morti (The Dead), e qualche lettore ricorderà il capolavoro, il suo ultimo film, che ne trasse il regista di origine irlandese John Huston. Secondo Romano Bilenchi, tra i maggiori scrittori italiani di appena ieri, I morti di Joyce è il più bel racconto scritto nel Novecento. 

Sono stato in dubbio fino all'ultimo se leggere al posto di quello uno o due racconti di Tolstoj che riflettono sullo stesso mistero, La morte di Ivan Il'ic e il meno noto Tre morti. Scelsi I morti di Joyce e vorrei che tutti lo leggessero o rileggessero perché la parte finale del racconto, di straordinaria serenità e bellezza, canta il destino comune, canta la neve che scende su campagne e città dell'Irlanda e scende sui vivi e scende sui morti, nella piena coscienza che i vivi li raggiungeranno.  

I morti non muoiono, sono qui tra noi anche se tendiamo a dimenticarli per la paura di doverli presto raggiungere. La mia nonna materna andava per lavori in campagne lontane e tornava spesso nella notte dopo lunghe fatiche pagate in natura, e quando le chiesi se non avesse paura, mi disse tranquillamente che no, perché lei parlava con i morti, perché nella notte l'accompagnavano i morti. 

Fu Menandro a scrivere che «muore giovane colui che gli dei amano », e fu Leopardi a ripetere che «muore giovane colui che al cielo è caro ».  

Tutto sta nel credere nell'esistenza degli dei o di un Dio unico e onnipossente; tutto sta nel credere in un aldilà in cui la sorte dei giusti possa essere diversa da quella dei malvagi.

E tuttavia, anche per un non credente, può essere di consolazione pensare che gli dei (o Dio) vogliano accanto a se quei giovani che essi hanno amato, dei quali hanno apprezzato il valore la generosità la bellezza, quei giovani che hanno avuto ai loro occhi qualità o meriti speciali; e dei quali noi, i terrestri, i vicini, gli amici e diciamo pure i compagni, abbiamo goduto la vicinanza e la confidenza, la comunione delle idee nonché degli affetti. 

(ANSA l'11 maggio 2022) - Cellule della retina tornano a 'vedere' dopo la morte: trattate entro cinque ore dal decesso del donatore, hanno riacquistato la capacità di percepire la luce e di sparare segnali per comunicare. Il risultato è pubblicato sulla rivista Nature dai ricercatori del John A. Moran Eye Center all'Università dello Utah, in collaborazione con i californiani Scripps Research Institute e Salk Institute for Biological Studies, e l'Università svizzera di Berna.

Questo successo, osservano gli autori della ricerca, pone nuovi interrogativi sul concetto di irreversibilità della morte per le cellule del sistema nervoso e allo stesso tempo apre nuove prospettive di cura per le malattie neurodegenerative, inclusa la degenerazione maculare senile che colpisce la vista con l'avanzare dell'età. Lo studio suggerisce che la privazione di ossigeno è il fattore chiave che inibisce la capacità di comunicare delle cellule della retina.

Per questo i ricercatori hanno sviluppato un'innovativa unità di trasporto per gli organi da donatore che fornisce agli occhi la corretta ossigenazione e altri preziosi nutrienti. Grazie a questo dispositivo "siamo stati in grado di risvegliare le cellule fotorecettrici della macula, la parte della retina responsabile della nostra visione centrale e della nostra capacità di vedere i dettagli e i colori", spiega Fatima Abbas, prima autrice dello studio. "Negli occhi, ottenuti entro cinque ore del decesso del donatore, queste cellule hanno risposto a luce intensa, a luci colorate e persino a lampi di luce molto deboli". 

Dagotraduzione dal Daily Mail il 14 aprile 2022.

È un mistero che ha sconcertato gli scienziati per anni: perché animali diversi hanno una durata della vita così diversa?

Se gli esseri umani possono vivere in media 80 anni, le giraffe tendono a morire a 24 anni e le talpe a 25, il che fa pensare che non dipenda dalle dimensioni della specie. 

Per svelare questo mistero, i ricercatori del Wellcome Sanger Institute, nel Regno Unito, hanno confrontato i genomi di 16 specie, tra cui umani, topi, leoni, giraffe e tigri. Le loro scoperte suggeriscono che gli animali con un tasso più lento di cambiamenti genetici, noti come mutazioni somatiche, hanno una durata della vita più lunga.

Le mutazioni somatiche si verificano naturalmente in tutte le cellule durante la vita di un animale: gli esseri umani acquisiscono in media circa 20-50 mutazioni all'anno. Anche se la maggior parte delle mutazioni somatiche siano innocue, alcune possono compromettere la funzione cellulare o addirittura avviare una cellula sulla via del cancro. 

Il ruolo di queste mutazioni nell'invecchiamento è stato suggerito sin dagli anni '50, ma fino ad ora osservarle nella pratica è stato complicato. 

Una delle principali domande di vecchia data è stata il "paradosso di Peto", che si interroga sul motivo per cui gli animali più grandi non abbiano un rischio maggiore di cancro, nonostante abbiano più cellule.

Nel nuovo studio, i ricercatori hanno utilizzato il sequenziamento dell'intero genoma su campioni di 16 mammiferi con un'ampia gamma di durata della vita e dimensioni corporee: scimmia colobo in bianco e nero, gatto, mucca, cane, furetto, giraffa, focena, cavallo, umano, leone, topo, topo talpa nudo, coniglio, topo, lemure dalla coda ad anelli e tigre. 

La loro analisi ha rivelato che le mutazioni somatiche erano causate da meccanismi simili in tutte le specie, compreso l'uomo. Nel tempo, le specie con un più alto tasso di mutazioni avevano una durata della vita più breve. 

Ad esempio, è stato riscontrato che le giraffe, che possono raggiungere i 2,43 metri di altezza, hanno tassi di mutazione di circa 99/anno e una durata della vita di circa 24. Le talpe nude, che sono significativamente più piccole a soli 1,5 metri, hanno tassi di mutazione molto simili di 93/anno e una durata della vita simile di circa 25.

«Trovare un modello simile di cambiamenti genetici in animali diversi è stato sorprendente», ha affermato il dott. Alex Cagan, che ha condotto lo studio. «Ma l'aspetto più interessante dello studio è stato scoprire che la durata della vita è inversamente proporzionale al tasso di mutazione somatica. Questo suggerisce che le mutazioni somatiche possono svolgere un ruolo nell'invecchiamento, anche se ci possono essere spiegazioni alternative». 

«Nei prossimi anni, sarà affascinante estendere questi studi a specie ancora più diverse, come insetti o piante».

Sfortunatamente, i risultati non hanno fornito una risposta al paradosso di Peto. Dopo aver tenuto conto della durata della vita, il team non ha trovato alcun legame significativo tra il tasso di mutazione somatica e la massa corporea. 

Devono essere quindi coinvolti altri fattori nella capacità degli animali più grandi di ridurre il rischio di cancro. «Il fatto che le differenze nel tasso di mutazione somatica sembrino essere spiegate dalle differenze nella durata della vita, piuttosto che dalla dimensione corporea, suggerisce che, anche se la regolazione del tasso di mutazione suona come un modo elegante per controllare l'incidenza del cancro tra le specie, l'evoluzione non ha effettivamente scelto questo percorso», ha detto il dott. Adrian Baez-Ortega, autore dello studio.

«È del tutto possibile che ogni volta che una specie evolve in dimensioni maggiori rispetto ai suoi antenati - come nelle giraffe, negli elefanti e nelle balene - l'evoluzione trovi una soluzione diversa a questo problema. Avremo bisogno di studiare queste specie in modo più dettagliato per scoprirlo». 

I ricercatori sperano che i risultati aiuteranno a svelare il mistero di ciò che esattamente causa l'invecchiamento. «L'invecchiamento è un processo complesso, il risultato di molteplici forme di danno molecolare nelle nostre cellule e nei nostri tessuti», ha aggiunto il dottor Inigo Martincorena, autore dello studio.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Nature.

Dagotraduzione da Brain Tomorrow l'11 aprile 2022.

Cosa succede quando moriamo? È una domanda che le persone si sono poste nel tempo e la risposta è ancora un mistero. Ora, una revisione della ricerca che esplora ciò che le persone sperimentano quando sono prossime alla morte porta gli scienziati a un'importante conclusione: le «esperienze di pre-morte» sono una cosa reale, anche se non possiamo spiegarle. 

Innumerevoli persone hanno affermato che la loro vita «è balenata davanti ai loro occhi» o che in realtà hanno lasciato il loro corpo e hanno viaggiato da qualche altra parte mentre erano vicini alla morte. I critici hanno chiamato queste esperienze allucinazioni o illusioni, ma i ricercatori della NYU Grossman School of Medicine affermano che in realtà sta accadendo qualcos'altro.

Il team di scienziati di diverse discipline mediche - tra cui neuroscienze, terapia intensiva, psichiatria, psicologia, scienze sociali e discipline umanistiche - è arrivato a una serie di conclusioni scientifiche dopo aver esaminato episodi lucidi inspiegabili che coinvolgono un accresciuto stato di coscienza. 

Che cos'è esattamente un'esperienza di pre-morte?

La scoperta principale è che questi eventi non hanno molto in comune con le esperienze che qualcuno ha quando è vittima di un’allucinazione o fa uso di una droga psichedelica. Invece, le persone che hanno un'esperienza di pre-morte in genere riferiscono cinque diversi eventi che si verificano:

• Una separazione dal loro corpo con un accresciuto, vasto senso di coscienza e il riconoscimento che stanno morendo.

• Il "viaggio" in un luogo diverso

• Una revisione significativa e mirata della loro vita, che implica un'analisi critica di tutte le loro azioni passate: in pratica, la loro vita lampeggia davanti ai loro occhi

• Andare in un posto che sembra "casa"

• Ritornare alla vita 

I ricercatori notano che l'esperienza di pre-morte di solito innesca una trasformazione psicologica positiva e a lungo termine nella persona. Il team osserva che le persone che hanno avuto esperienze negative e angoscianti durante la pre-morte non hanno sperimentato questo tipo di eventi.

Qualcosa sta accadendo nel cervello

Il team ha scoperto che c'è di più in un'esperienza di pre-morte oltre alle storie che ogni persona racconta. Si scopre che gli scienziati possono effettivamente vedere i cambiamenti fisici in atto nel cervello quando qualcuno è vicino alla morte. 

I ricercatori hanno riscontrato la presenza di attività gamma e picchi elettrici quando le persone stanno tecnicamente morendo. Si tratta di un segno di un accresciuto stato di coscienza quando gli scienziati lo misurano usando un'elettroencefalografia y (EEG). I risultati confermano ulteriormente le affermazioni di persone che affermano di aver «lasciato il corpo» mentre stavano morendo.

Gli autori dello studio notano che i progressi della medicina nel secolo scorso hanno riportato indietro innumerevoli persone dalla soglia della morte. Molti di questi pazienti, tornano con storie di eventi inspiegabili, che fino ad ora non sono stati studiati in dettaglio. 

«L'arresto cardiaco non è un infarto, ma rappresenta la fase finale di una malattia o di un evento che causa la morte di una persona», afferma l'autore principale Sam Parnia. «L'avvento della rianimazione cardiopolmonare (RCP) ci ha mostrato che la morte non è uno stato assoluto, piuttosto è un processo che potrebbe potenzialmente essere invertito in alcune persone anche dopo che è iniziato». 

«Quello che ha consentito lo studio scientifico della morte è che le cellule cerebrali non vengono danneggiate in modo irreversibile quando il cuore si ferma. Invece, "muoiono" nel corso delle ore. Ciò consente agli scienziati di studiare oggettivamente gli eventi fisiologici e mentali che si verificano in relazione alla morte», continua Parnia.

La morte potrebbe non essere la fine

Gli autori dello studio concludono che né i processi fisiologici né quelli cognitivi terminano completamente al  momento della morte. Sebbene i rapporti precedenti non siano stati in grado di dimostrare ciò che le persone dicono sulle loro esperienze di pre-morte, il nuovo rapporto rileva che è anche impossibile confutare ciò che stanno dicendo. 

«Pochi studi hanno esplorato cosa succede quando moriamo in modo obiettivo e scientifico, ma questi risultati offrono spunti intriganti su come la coscienza esiste negli esseri umani e possono aprire la strada a ulteriori ricerche», conclude Parnia.

I risultati sono pubblicati negli  Annals of the New York Academy of Sciences.

Stenio Solinas per ilgiornale.it il 22 marzo 2022.

Niente paura, dice a proposito della morte Julian Barnes in un libro che ha proprio quel titolo (Einaudi, pagg. 246, euro 19,50, traduzione di Daniela Fargione). Parla per te, vien voglia di rispondergli, facendo anche i debiti scongiuri, non fosse che da quella paura Barnes è attanagliato da sempre e quindi, più che un invito a non preoccuparsi, il suo è nient'altro che un esorcismo, come i riti apotropaici di cui sopra. 

Il fatto è che, irrazionalmente, tutti quanti non vorremmo morire e altrettanto irrazionalmente sempre ci illudiamo che non sia ancora suonata la nostra ora. Viene alla mente quel racconto millenario del servitore di un mercante di Baghdad il quale, inviato al bazar per fare compere, scopre la Morte nel volto della donna che lo ha urtato nella folla.

Spaventato, il servitore monta a cavallo e fugge a Samarra dove, pensa, la Morte non lo raggiungerà. Il mercante, avvertito della fuga, va a sua volta al bazar, incrocia la Morte e la rimprovera: «Perché hai spaventato il mio domestico?» le dice. E la Morte gli risponde: «Ma no, mi sono soltanto sorpresa di vederlo lì, visto che avevo un appuntamento con lui a Samarra, questa sera»... 

Julian Barnes è uno scrittore elegante, colto, ironico, ma esorcizzare la morte, la paura della morte, è un'impresa superiore alle sue forze, e ne è perfettamente consapevole. Il libro è di una quindicina d'anni fa, quando, fresco sessantenne, e esclusa una leggera sordità, godeva di ottima salute. Il problema, per lui come per tutti quelli che navigano ormai da tempo nel mare degli anta, è che la vecchiaia più che uno stato anagrafico è un presidio medico: come diceva Alberto Moravia, «non esiste la vecchiaia, esistono le malattie della vecchiaia»...

E va da sé che la criopreservazione e altre diavolerie tecnico-scientifiche lasciano il tempo che trovano. Basta rifletterci un attimo per accorgersi che l'idea di ritrovarsi con le cellule vive cinquanta o cento anni dopo che ci siamo fatti congelare trasforma la paura della morte in un incubo della vita. 

Quanto all'immortalità, e più in generale alla vita eterna, Barnes fa propria una riflessione di William Somerset Maugham: «Gli uomini odierni non mi sembrano affatto idonei ad affrontare l'enormità della vita eterna. Con le loro piccole passioni, le piccole virtù e i piccoli vizi sono sufficientemente adatti alla vita quotidiana; ma il concetto di immortalità è troppo vasto per essere forgiato in uno stampo tanto minuscolo».

Barnes è un agnostico, non un ateo: «Non credo in Dio, però mi manca», in sintesi. Ciò significa che l'ateismo militante lo rende sospettoso, come rendeva sospettoso Gustave Flaubert, uno dei suoi numi tutelari e protagonista di un suo bel libro, Il pappagallo di Flaubert, appunto. È proprio da quest'ultimo che gli deriva del resto l'idea che «se ogni dogma in sé mi è repellente, considero il sentimento che li ha inventati come i più naturale e il più poetico dell'umanità. Non amo i filosofi che non vi hanno visto che pagliacciate o stupidità. Io vi scopro necessità e istinto; così rispetto il negro che bacia il suo feticcio quanto il cattolico ai piedi del Sacro Cuore». 

Allo stesso modo, proprio perché è un sentimento, un istinto e insieme una necessità, gli scrittori scommettono sull'immortalità letteraria, una scommessa, va da sé, di cui non solo non sanno se risulterà vincente, ma di cui comunque non ritireranno la posta in caso di vittoria. È insensata, insomma, e Barnes lo sa benissimo, però è umana, umanissima, allo stesso modo di come ci si illude di lasciare una traccia, tramandare qualcosa. Nello scorrere dei secoli, i nomi si scolorano fino a scomparire, senza dimenticare che la storia è un'invenzione occidentale, un tentativo di dare un ordine e un senso a un mondo che intanto marcia per conto proprio.

Proprio perché è uno scrittore, oltre a illudersi, senza però crederci più di tanto, di sopravvivere a sé stesso tramite le sue opere, è negli scrittori che Barnes cerca la compagnia atta a esorcizzare la paura della morte. In testa, naturalmente, c'è Montaigne con il suo «essere filosofi significa imparare a morire». L'illustre francese citava in questo senso Cicerone, e viveva ancora in un'epoca in cui morire di vecchiaia era un lusso, ovvero un avvenimento raro, mentre oggi viene considerato un diritto.

Secondo Philippe Ariès, l'autore di La morte e l'Occidente, mai si è cominciato a temere la morte come da quando si è cessato di parlarne. La longevità ha reso l'argomento tabù, mentre un tempo non solo, guerre permettendo, si moriva in casa, ma si moriva giovani. Più in generale, e questo è un insegnamento della romanità, più che della classicità greca, maggiormente portata alla speculazione metafisica, era la qualità della vita che contava, non la sua durata. È sempre di Montaigne il racconto di quel comandante romano al quale un vecchio e decrepito soldato chiede il permesso di liberarsi del peso dell'esistenza. Il comandante lo guarda con attenzione e poi gli domanda: «Cosa ti fa pensare che quella che vivi sia vita?».

È la «morte della giovinezza», chiosa Barnes, nel riassumere questo racconto, a essere la più dura e la più inosservata: «Ciò a cui di solito ci riferiamo quando parliamo di morte non è che la fine della vecchiaia. Il balzo dall'attenuata sopravvivenza della senescenza alla non-esistenza è molto più facile dell'insidiosa transizione dalla spensierata giovinezza all'età dei mugugni e dei rimpianti». 

Credo però che Montaigne volesse dire qualcos'altro, ovvero che l'invecchiare inaridisce la nostra capacità di sentire, ci rende meno disponibili al fluire della vita, più egoisti perché più provati. È ciò che Maugham, altro spirito-guida di Barnes, riassume efficacemente in una frase: «La grande tragedia umana non è perire, ma cessare di amare».

Non potendo vincere la morte, pensava Montaigne, il modo migliore per contrattaccare era averla sempre in testa: insegnare a qualcuno a morire significava insegnargli a vivere, detto in breve. A Barnes una simile filosofia non piace, anche perché non è detto che la prima parte di questa affermazione contempli la seconda. Di per sé, pensare sempre alla morte non necessariamente aiuta a vivere meglio, è un sofisma, più che una consolazione...

Soprattutto, visto che è proprio quell'ossessione a turbare il sonno di Barnes, è chiaro che almeno per lui non funziona, ha un effetto paralizzante, non rasserenante. Non gli piace nemmeno però, cosa che invece soddisfa il piccolo ego di chi sta scrivendo queste righe, il non pensarci mai e che può riassumersi nel luogo comune «sappiamo di dover morire, tuttavia ci crediamo immortali»... Vale la pensa sottolineare che per quanto sia un luogo comune, è anche una fonte di normalità, come del resto pensava Sigmund Freud: «Il nostro inconscio non crede alla propria morte, si comporta come fosse immortale»...

In quest'ottica, si può persino ammettere che si possa non aver paura della morte, ma aver paura di morire. In Dialogo con la morte, Arthur Koestler racconta il curioso scambio di opinioni con il pilota franchista che lo sta portando in volo sul luogo dove quest'ultimo riabbraccerà la moglie prigioniera dei repubblicani e lui, grazie a questo scambio, sarà liberato e scamperà così alla fucilazione.

«Per me è esattamente il contrario» gli dice il pilota quando Koestler gli espone la sua filosofica accettazione della morte: «Prima di essere vivi in questo mondo, eravamo tutti morti»... Lui teme proprio di morire, non teme la morte in quanto tale. Barnes però resta perplesso: «Manca una ragione logica perché l'una cosa escluda l'altra; non c'è ragione per cui la mente, con un po' di allenamento, non possa espandersi fino a comprenderle entrambe». E dunque, per quello che lo riguarda, gli fa paura sia la morte, sia il morire...

Torniamo un momento, e per finire, al dilemma fra il pensarci sempre e il non pensarci mai. Barnes esamina l'ipotesi che ci possa essere una posizione intermedia, razionale, adulta, scientifica, liberale. Moriamo perché il mondo possa continuare a esistere, perché il nostro tempo è limitato, per perpetuare il trionfo della vita, perché siamo parte di un ciclo vitale... 

Sono tutte risposte razionali, che non funzionano però di fronte all'irrazionalità che vorrebbero risolvere. Come lo stesso Barnes conclude ironicamente: «Se mai un medico mi dicesse, quando sarò sdraiato in un letto d'ospedale, che la mia morte non solo aiuterà qualcun altro a vivere ma sarà sintomatica del trionfo dell'umanità, lo terrò ben d'occhi quando verrà a controllare la flebo». 

Dagotraduzione dal Sun il 20 marzo 2022.

Per la prima volta al mondo i medici hanno registrato accidentalmente il cervello di un uomo che stava morendo. Si tratta di un paziente che era in cura per l’epilessia, e per questo era collegato a un elettroencefalogramma (EEG). La macchina stava misurando la sua attività cerebrale quando improvvisamente l’uomo, 87 anni, ha avuto un infarto ed è morto. L’EEG ha registrato i 15 minuti intorno alla sua morte. 

Nei 30 secondi finali del battito cardiaco del paziente, i medici hanno individuato un aumento di alcune onde cerebrali molto specifiche. Queste onde, note come oscillazioni gamma, sono collegate a cose come il recupero della memoria, la meditazione e il sogno. 

Potrebbe significare, anche se sarebbero necessari molti altri studi, che mentre moriamo potremmo vedere una sorta di bobina cinematografica dei nostri migliori ricordi.

Le parti del cervello che sono state attivate in questo studio suggeriscono anche che potremmo entrare in uno stato onirico pacifico che sembra simile alla meditazione. Sorprendentemente, mentre i nostri corpi si spengono, i nostri cervelli potrebbero ancora lavorare sodo in uno sforzo concertato per portare a termine un compito finale, il che rende il processo meno desolante.

Il dottor Ajmal Zemmar, neurochirurgo dell'Università di Louisville Zemmar, che ha organizzato lo studio, ha dichiarato: «Attraverso la generazione di oscillazioni coinvolte nel recupero della memoria, il cervello potrebbe riprodurre un ultimo ricordo di eventi importanti della vita appena prima di morire, in modo simile a quelli riportati nelle esperienze di pre-morte. Questi risultati sfidano la nostra comprensione di quando esattamente la vita finisce e generano importanti domande successive, come quelle relative ai tempi della donazione degli organi». 

Cambiamenti simili nelle onde cerebrali sono stati osservati nei ratti al momento della morte, ma mai negli esseri umani prima d'ora.

Lo studio, pubblicato su Frontiers in Aging Neuroscience, ha concluso: «I nostri dati forniscono la prima prova del cervello umano morente in un contesto clinico di cure acute non sperimentali e di vita reale e sostengono che il cervello umano può possedere la capacità di generare attività durante il periodo di pre-morte». 

Tuttavia, questo è solo un singolo caso di studio, con un cervello che era già stato ferito dall'epilessia. Ma potrebbe aprire la strada a una maggiore comprensione di ciò che ci accade - e di ciò che pensiamo - quando moriamo. 

Il dottor Zemmar ha aggiunto: «Da questa ricerca potremmo imparare questo: anche se i nostri cari hanno gli occhi chiusi e sono pronti a lasciarci, il loro cervello potrebbe rivivere alcuni dei momenti più belli che hanno vissuto nella loro vita».

Dagotraduzione dal Daily Mail il 3 marzo 2022.

Nuove sorprendenti foto mostrano "mummie naturali" estremamente ben conservate ospitate in un mausoleo colombiano che si pensa risalgano a soli 100 anni fa. Più di una dozzina di corpi sono esposti in teche di vetro in un mausoleo a San Bernardo, in Colombia, in alto all'interno delle Ande e 40 miglia a sud-ovest della capitale del paese Bogotà.  

Il perché siano così ben conservati è un mistero, anche se alcuni esperti pensano che sia a causa del clima e dell'altitudine locali, che potrebbero influenzare la composizione chimica della terra e agire come un imbalsamatore naturale.

Ma la gente del posto pensa che sia dovuto a una dieta autoctona che include la guatila, nota anche come chayote, un frutto verde e appuntito, anche se questa teoria non spiega perché anche i vestiti delle mummie siano in buono stato di conservazione. 

I corpi mummificati di San Bernardo, che appartenevano a persone nate all'incirca negli ultimi 100 anni, furono scoperti per la prima volta negli anni '50 quando fu trasferito un cimitero locale a causa di un'alluvione.

Le identità dei defunti a San Bernardo sono note, infatti sopra ogni cadavere ci sono delle targhe che offrono descrizioni personali, come ad esempio "Margarita... era molto devota come casalinga, offriva sempre gallette e caffè a tutti". 

Alcuni parenti dei morti vengono persino a vedere cosa è rimasto del loro familiare e a porgere omaggi, tra cui un uomo chiamato Ever Pabon, il cui padre è tra i corpi in mostra. 

«La maggior parte delle persone che perdono i genitori li mettono sotto terra o li cremano e non possono più vederli», ha detto Pabon al Wall Street Journal nel 2015. «Ma se mi manca, posso vederlo in qualsiasi momento, ed è esattamente com'era nella vita». Il signor Pabon ha detto che visita suo padre ogni due settimane e porta una foto dei suoi resti mummificati sulla schermata di blocco del suo telefono. 

Dopo essere stati recuperati dalla terra, i resti conservati sono stati esposti al pubblico per la prima volta nel 1994, trasformando la piccola città colombiana in un'attrazione turistica insolita e controversa.  A quel tempo, un vescovo cattolico romano disse che mostrare le mummie era un segno di mancanza di rispetto per i morti. 

Guardando i volti dei corpi, alcuni sembrano avere un'espressione calma, come se fossero morti in pace e conforto, mentre altri sembrano più segnati dall'età. Purtroppo, alcuni dei corpi appartengono a bambini, alcuni ancora indossano vestiti e scarpe e ora sono esposti insieme nelle stesse teche di vetro. 

Una mummificazione naturale simile è stata osservata a Guanajuato in Messico, dove il gas sotterraneo e la composizione chimica del suolo sono responsabili del fatto che i morti non marciscano. Ma i morti di Guanajuato risalgono alla prima metà del XIX secolo, mentre le mummie di San Bernardo sono relativamente giovani.

·                    Le morti del Cazzo…

Da leggo.it il 12 novembre 2022.

Viaggia "indossando" il sex toy con all'interno le ceneri del fidanzato e viene fermata alla dogana. Sarah Button, 23 anni del Regno Unito, ha dichiarato di aver voluto conservare le ceneri del compagno, scomparso da poco, all'interno di un oggetto che li ha tenuti molto legati in vita e nel corso del viaggio ha voluto tenerlo il più possibile vicino a sé. 

La studentessa di legge ha raccontato in uno dei suoi account su TikTok che il sex toy in questione era uno dei preferiti usati con il suo fidanzato quando era ancora in vita. Quando è scomparso, per motivi che non sono noti, lei ha così deciso di conservare le sue ceneri all'interno di quell'oggetto, così da continuare a portarlo con sé. 

Indossare quel sex toy quando è in giro è un modo per continuare a viaggiare con il suo ragazzo, ha spiegato, concetto difficile da far capire ai poliziotti della dogana. 

Durante i controlli gli agenti si sono resi che c'era qualcosa di strano, la 23enne ha spiegato cosa fosse, ma hanno voluto fare controlli più accurati. La ragazza ha raccontato che gli agenti l'hanno accusata di essere volgare, ma lei non è pentita di quello che ha fatto. 

«In questo modo posso portarlo in tutti i posti che avevamo sognato di visitare insieme». La giovane è stata poi rilasciata, ma nonostante la disavventura, ha garantito che continuerà a viaggiare portando con sé il suo compagno.

Gianmarco Aimi per mowmag.com il 2 novembre 2022.

Mercoledì 2 novembre si festeggia il giorno dei Morti, anche se in realtà, negli ultimi tempi, questa celebrazione sembra essere stata soppiantata da Halloween e dalle preoccupazioni di molti nel riuscire ad allungare il ponte e rimanere a casa dal lavoro. Ma c’è anche chi, al di là delle date ufficiali, con la morte ha un rapporto speciale tutto l’anno. Parliamo di Lisa Martignetti, 40enne bergamasca che sull’attività di funeral planner sta costruendo una professione originale, certo, ma che non è basata soltanto sul business. 

Seguitissima sui social, dove si fa chiamare "La ragazza dei cimiteri" ha accettato di spiegarci “un lavoro in Italia poco conosciuto” e che si basa “sulla cura della salma, delle vestizioni e dell’organizzazione della cerimonia funebre”, ma non soltanto nel momento del commiato, volendo anche molto prima. È qui il bello, perché tra le varie possibilità proposte c’è anche quella di poter scegliere la propria playlist musicale per il funerale, oltre a tutta una serie di dettagli personalizzati. E naturalmente non mancano le bizzarrie. Oltre al lato grottesco, però, ci ha spiegato molto di più. 

Lisa, di cosa si occupa precisamente una funeral planner?

Pianifico funerali, come scrittura del vissuto, proteggendo le volontà, curando il dolore. Il mio lavoro consiste nel prendermi cura di chi sta per di-partire verso il grande viaggio e in questo modo, occupandomi anche e soprattutto di chi rimane. In realtà, quando parlo di morte, sto raccontando la vita. Più entriamo in contatto con le sfumature della Signora, io la chiamo così, e tutto ciò che avviene dopo, più ci rendiamo conto di quanto sia impreparata la maggior parte delle persone. 

Come mai?

Perché la nostra società non ci ha armato degli strumenti per parlare di quella che viene definita appunto, un grande tabù, quindi, saper cosa fare o dire quando si verifica una perdita. Eppure, in altri momenti, si parla molto e volentieri di vita e poco di morte. Sono facce della stessa medaglia. C’è grande intimità nella morte, e al tempo stesso riguarda così tanto tutti noi, che parlarne è proprio il primo grande passo fondamentale! Spesso, al passaggio del carro funebre, cerco sempre di invitare a salutarci, chi, alla nostra vista, preferisce fare gesti scaramantici. 

Se non sbaglio, hai iniziato la tua attività proprio in concomitanza della scomparsa di tuo padre. Cosa è scattato in te in quel momento?

Mio padre era un operatore funebre. Lavorava presso un’impresa, dove ha dedicato tutto il suo amore per questo settore. Più volte gli chiesi di aprire un’ attività tutta nostra, ma la sua risposta fu sempre la medesima: “Vorrei morire sereno e senza pensieri…”. Finché nel 2017, si ammalò. Dopo due anni ci lasciò, ma prima di farlo, fece il gesto, che io definisco l’atto d’amore più grande verso se stessi, ma soprattutto verso chi ami, bensì, quello di pianificare il suo ultimo saluto. Da quel momento ho capito di volerci essere per le famiglie. Ho lasciato il mio lavoro a tempo indeterminato e ho scelto il cambiamento. Ecco perché nasce la mia attività di funeral planner. 

In Italia siamo molto scaramantici, anche chi non lo dichiara apertamente. Invece tu proponi persino dei servizi per pianificare il proprio funerale molto prima che si manifesti qualsiasi avvisaglia. Le persone interessate a questa possibilità, cosa chiedono più spesso?

Affrontare la realtà della nostra inevitabile mortalità, può essere un’esperienza scomoda e per qualcuno anche inquietante. Ma, se affrontato con delicatezza, può diventare un percorso profondo, ampio, curativo e potente. Perdere un membro della famiglia è un’esperienza emotiva e il dolore può rendere difficile il processo di pianificazione funebre. 

Credo che la pre-pianificazione del proprio funerale sia il regalo più importante per i nostri cari, indipendentemente dalla nostra età. Lasciarli con un modello dei tuoi “desideri” offre un grande sollievo, evitando così tante domande quando accade l’inevitabile. Pianificare, permette di entrare in profondità, rispondendo ad alcune grandi domande sulla vita ed esplorando le opzioni da una prospettiva sia pratica che spirituale. 

Una comprensione e un’educazione approfondite su tutte le nostre opzioni che arrivano al fine della vita, aiutando e ripercorrendo la vita vissuta e che affronterete, scoprendo parti di noi, sconosciute, nascoste e protette. Un’opportunità per chiarire tutte le domande che hai sulla morte e sulle cure post-morte e su come si possono mettere in relazione i nostri desideri quando sarà il momento. È un viaggio nel viaggio! Come anche la Queen, insegna! 

Immagino che qualcuno ti avrà rivolto anche qualche richiesta bizzarra. Ce ne puoi raccontare qualcuna?

Ce ne sono parecchie di bizzarre! Sai, la pianificazione funebre, spesso, libera la nostra grande fantasia e il desiderio di come vorremmo essere ricordati. Chi vorrebbe suonasse il proprio cantante preferito, chi desidera tante mongolfiere appese al soffitto, chi la black list, ebbene sì, anche quella… Però, per ora, devo ammettere che la più bizzarra è la mia. Ma non posso svelarla, non vorrei mai mi copiasse qualcuno. 

Sui social sei molto seguita e ultimamente hai lanciato fra i tuoi follower la playlist di canzoni che ognuno vorrebbe al proprio funerale. Chi sono gli artisti più richiesti?

Io morirei senza musica. Scusa, ma questa ci stava! La musica è parte fondamentale del nostro vissuto accompagnandoci nei momenti più felici, ma spesso, e soprattutto, anche in quelli più bui. La musica è cura, è arte, è cultura. E credo anche, che definisca la nostra persona. Gli artisti più richiesti sono sicuramente i Pink Floyd, poi il Boss Bruce Springsteen, Coldplay, Radiohead, Editors, anche i Metallica! Di italiani abbiamo: Battiato, Biagio Antonacci, Tiziano Ferro...

Qual è la tua playlist personale?

La mia playlist si apre con Bright Horses e si conclude con Galleon Ship di Nick Cave, diciamo che lui è e sarà il principale portavoce della mia vita. Poi c’è anche Florence, The National, Editors, Placebo, Lisa Gerrard, ma anche Antonello Venditti e Amedeo Minghi… potrei stare qui ore a parlare e a raccontare della potenza della musica. 

Oggi è il 2 novembre, commemorazione dei defunti. Ma seguendoti sui social, mi sembra di capire che tu inviti spesso a non ricordare i morti soltanto un giorno l’anno. Come si può fare?

Parlare al proprio cuore. Sempre. Loro è lì che risiedono. 

Fra le critiche che potrebbero farti c’è quella di voler spettacolarizzare la morte. Come risponderesti? 

Beh, prendiamo per esempio la Disney-Pixar con Coco, ha creato un vero e proprio capolavoro. La morte è la celebrazione della vita. Mi rendo conto di trattare un argomento molto temuto, ma parlarne è prendere per mano la paura e sentirsi meno soli. Bisogna solo imparare a guardare con occhi diversi e ad ascoltare senza pregiudizio.

Nella tua biografia Instagram scrivi: "E se fossimo già noi nell’aldilà e la morte, fosse la vita". Sei credente e, se sì, come ti immagini l’aldilà?

Ti rispondo esattamente così: “E se fossimo già noi nell’aldilà e la morte, fosse la vita?”. E adesso ti rivolgo io una domanda: la tua playlist è pronta?

Da repubblica.it il 24 Ottobre 2022.

Destino beffardo. Forse mai come in questo caso. Javier Cardoso era un giocatore di rugby, amava questo sport. A 42 anni aveva deciso di dire basta, di finire la carriera di giocatore. Non è riuscito a farlo: nell'ultima azione della sua ultima partita è stato colto da un malore ed è morto poco dopo. 

La tragedia in Argentina, a pochi istanti dalla fine della partita tra la sua squadra, il Club Universitario Santa Fè, e il Gimnasia de Pergamino. Alcuni suoi compagni di squadra, sconvolti, hanno raccontato che l'arbitro aveva detto loro che quella appena iniziata sarebbe stata l'ultima azione di quella partita. Un match maledetto.

Cardoso all'improvviso si è accasciato al suolo. Il pallone era distante, nessun avversario era andato a contrastarlo: è finito a terra da solo in preda alle convulsioni. Il medico presente a bordo campo lo ha subito soccorso e ha fatto chiamare l'ambulanza. Immediato il trasporto all'ospedale di Iturraspe, ma i tentativi di rianimazione non sono andati a buon fine. Cardoso è morto poco dopo.

Sconvolto il mondo del rugby argentino. "La famiglia dell'Universitario - ha scritto il suo ultimo club su Instagram - vuole esprimere la sua profonda tristezza per la scomparsa di uno dei suoi giocatori, Javier Cardoso, grande compagno, eccellente amico e persona speciale. Siamo vicini alla sua famiglia in questo momento di dolore".

Claudio Mazzone per corriere.it il 18 ottobre 2022.

Non c’è pace per i defunti del cimitero di Poggioreale a Napoli. Un nuovo crollo ha determinato nelle scorse ore lo sventramento della Cappella della Congrega della Resurrezione, determinando lo sventramento di alcune file di loculi. Le bare sono visibili a centinaia di metri di distanza, alcune di esse restano pericolosamente in bilico e ad una certa altezza, aumentando le difficoltà nell’opera di recupero delle stesse.

La Congrega della Resurrezione si trova in una delle zone aperte del cimitero di Poggioreale, a poca distanza dal forno crematorio e dal cancello Balestrieri. Un’area distante dalle palazzine delle congreghe di San Gioacchino e dei Dottori Bianchi crollate il 5 gennaio 2022, quando 300 loculi furono distrutti. Le cause furono individuate nei lavori del cantiere per la metropolitana che passa proprio nei pressi del cimitero.

Allora la Procura sequestrò il cimitero monumentale di Poggioreale - nell’inchiesta ci sono 20 indagati - e lo chiuse al pubblico, impedendo di fatto anche le operazioni di recupero, parzialmente iniziate, dopo un farraginoso e complesso coordinamento tra Comune, Tecnici della Metropolitana e Vigili del Fuoco, solo in queste settimane anche se le congreghe erano definitivamente crollate il 30 settembre. La Procura della Repubblica di Napoli nel luglio scorso ha ipotizzato il reato di disastro colposo e ha proceduto alla notifica di venti avvisi di garanzia.

Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco allertati da alcuni abitanti della zona. Le immagini delle bare penzolanti nel vuoto e fuoriuscite dai loculi distrutti, sono le stesse che a gennaio scorso avevano scosso l’intera città e hanno riaperto la ferita in quei familiari che hanno visto sgretolarsi i loculi dei propri cari e che da mesi stanno portando avanti la loro battaglia per riavere almeno le salme.

«Questo crollo è ancora più preoccupante - ha affermato Pina Caccavale, presidente del comitato 5 gennaio che riunisce i familiari delle salme - perché il cimitero è aperto, resta chiusa solo l’area del primo crollo, quello del 5 gennaio scorso, ma la congrega della Resurrezione è in un’altra zona del cimitero, in un’area accessibile. Questa volta non c’entra niente il Sebeto, l’unica cosa che può aver generato questo ennesimo disastro sono i lavori della metropolitana e la cosa che fa rabbia è che mentre noi abbiamo aspettato per mesi, e stiamo ancora aspettando, che iniziasse un intervento di recupero delle salme, i lavori del cantiere della metro sono continuati senza problemi e oggi si vedono i risultati.

Ci avevano promesso - sottolinea Caccavale - che a fine ottobre avrebbero montato queste famose gru ma in realtà il 30 settembre le congreghe sono crollate del tutto ed è rimasto ben poco da riprendere». 

Mancano due settimane alla ricorrenza dei Defunti e il cimitero di Poggioreale rischia di essere chiuso nuovamente, cosa che creerà un disagio importante in tutta la città. I familiari di quelle salme disperse da ormai 10 mesi e lasciate alle intemperie, speravano di poter dare, per il 2 novembre prossimo, una degna sepoltura ai loro cari, ma i tempi di recupero per l’intera struttura monumentale si allungano ancora di più dopo l’ennesimo crollo e l’attesa, di chi è stato vittima dell’incuria e della burocrazia, continua.

In Italia anche la morte è una questione di classe sociale. ASHER COLOMBO E MARCO MARZANO su Il Domani il 16 ottobre 2022

Più alta la posizione sociale, più a lungo si vive. Ma la collocazione sociale non influenza solo quanto a lungo viviamo.

Anche le modalità delle cerimonie cambiano. Consideriamo la tendenza, che si va affermando da tempo, a una crescente partecipazione attiva di familiari e amici nelle cerimonie funebri.

Anche fare le condoglianze di persona ai funerali è una pratica la cui diffusione si riduce decisamente al crescere della posizione sociale della famiglia da cui proveniamo.

Dall’analisi dei dati della ricerca sulla morte e il morire in Italia che qui presentiamo e che ha coinvolto per tre anni e a diverse latitudini decine di ricercatori è emerso che la classe sociale è un importante fattore di stratificazione della speranza di vita e della sua durata.

Più alta la posizione sociale, più a lungo si vive. Ma la collocazione sociale non influenza solo quanto a lungo viviamo.

La posizione che ciascuno ricopre nel sistema di stratificazione sociale è profondamente intrecciata con le regole che governano l’ultimo tratto di vita, dà forma alle pratiche che sostanziano la separazione tra i vivi e i morti e stabilisce le modalità con cui si verrà ricordati da chi resta.

Consideriamo i funerali. I dati raccolti mostrano che l’importanza attribuita alla cerimonia funebre va riducendosi a mano a mano che ci spostiamo dagli strati relativamente svantaggiati a quelli privilegiati del sistema di stratificazione sociale.

CHI PARLA AL FUNERALE?

Anche le modalità delle cerimonie cambiano. Consideriamo la tendenza, che si va affermando da tempo, a una crescente partecipazione attiva di familiari e amici nelle cerimonie funebri.

Tra le varie forme in cui questa tendenza si è espressa, un ruolo di rilievo è occupato dall’affiancamento crescente al sermone del sacerdote di discorsi pronunciati da familiari stretti, amici e colleghi.

Al cuore di questi ultimi sono collocate la biografia del defunto e i suoi legami sociali più significativi. Ma questa pratica non si è affermata nella stessa misura in tutti gli strati sociali. A non voler sottrarre al sacerdote la centralità assoluta nel rito sono soprattutto gli appartenenti alle classi lavoratrici e coloro che provengono da famiglie con livello di istruzione inferiore.

Ma anche quello che accade fuori dalla chiesa assume un significato diverse nei vari insediamenti sociali. Si stanno sempre più diffondendo telefonate e videochiamate, messaggi testuali, vocali e in video, inserimento di post nelle bacheche virtuali dei social media dei defunti, dei loro amici e familiari.

Si tratta di forme che possono affiancarsi a quelle più tradizionali, come la visita a casa o la partecipazione alla cerimonia funebre, ma che in alcuni casi possono anche sostituirsi a queste.

Si generano, in quest’ultimo caso, due stili opposti di partecipazione a un evento luttuoso. Uno basato sulla presenza fisica, l’altro che le assegna un ruolo assai meno centrale.

LE CONDOGLIANZE

Anche in questo caso la collocazione sociale si rivela decisiva: fare le condoglianze di persona ai funerali è una pratica la cui diffusione si riduce decisamente al crescere della posizione sociale della famiglia da cui proveniamo.

Al contrario, il ricorso ai social e alle altre nuove forme di comunicazione per le condoglianze cresce con l’aumento del livello di reddito e di istruzione.

Se l’attenzione per le cerimonie funebri si riduce passando dalle classi lavoratrici alle classi superiori, quella per la sepoltura segue la direzione contraria.

Non solo la quota di italiani impegnata a procurarsi uno spazio al cimitero, o che dispone di una tomba di famiglia, aumenta al crescere del titolo di studio, e tra gli i colletti blu è sistematicamente inferiore che tra i colletti bianchi.

Anche l’abitudine a conservare oggetti appartenuti a persone care defunte è più diffusa nelle famiglie relativamente privilegiate. In un articolo precedente abbiamo ricordato che in Italia le cremazioni sono in crescita da molti anni.

E sappiamo anche che, con la crescente diffusione, anche gli atteggiamenti nei confronti della cremazione sono oggi assai meno polarizzati sotto il profilo della posizione sociale, di quanto lo siano stati un tempo, quando la cremazione era una scelta circoscritta ai ranghi della borghesia.

DISPERDERE LE CENERI

Eppure, l’influenza della classe sociale continua a farsi sentire nei confronti di forme decisamente più innovative, e ancora marginali, di trattamento dei corpi, come la dispersione delle ceneri, una pratica che continua a essere avversata dalla chiesa cattolica.

Il favore nei confronti della dispersione anziché della tumulazione tradizionale delle ceneri al cimitero, infatti, cresce decisamente con la posizione sociale, a parità di livello di religiosità.

È solo tra le classi superiori che l’idea di non avere un luogo fisico in cui piangere il defunto comincia ad affermarsi e a essere investita di significati rituali nuovi.

Lo racconta Arianna, appartenente alle classi superiori di una grande città del Mezzogiorno, ricostruendo la complessa trama di pratiche e di significati all’interno della quale ha voluto inserire la cremazione del marito, avvenuta oltre dieci anni prima.

Nelle sue parole: «Quando ho deciso di seguire l’impresa che portava Giovanni al crematorio, ecco tremila persone a saltar su e a dirmi: “vengo con te, vengo anche io, ti accompagno”. Ma non avete capito niente! Io non voglio nessuno. Con Giovanni ci eravamo detti tante volte che ci saremmo fatti finalmente un viaggio da soli. E adesso, con la nave da prendere e tutto, eccolo il viaggio! E dopo la cremazione mi sono subito fatta dare un po’ delle ceneri - che non si poteva nemmeno - e così - nel viaggio del ritorno - le ho liberate in mare. È stata una cosa meravigliosa. Vuoi vedere il filmato?». Esperienze di questo genere sono decisamente più infrequenti nelle classi lavoratrici.

INNOVAZIONI SOCIAL

Sarebbe tuttavia improprio ricavarne l’idea che l’innovazione rituale sia prerogativa dei ceti alti e la difesa delle tradizioni di quelli bassi. Non tutte le forme di innovazione, infatti, nascono «dall’alto».

Il caso più sorprendente riguarda l’irruzione di internet e dei social media in tutte le sfere della vita quotidiana, compresa quella relativa alla morte. Abbiamo riferito che i membri delle classi più agiate fanno maggiormente ricorso ai social per esprimere il proprio cordoglio e fare le condoglianze, ma coloro che appartengono alle classi più umili usano di più i social per rivolgersi direttamente a chi non c’è più.

Il punto è che la linea di demarcazione tra le classi non separa innovazione e tradizione. Segnala piuttosto l’esistenza più di un diverso ordine di priorità circa il legame sociale più importante.

Nel primo modo, quello più diffuso presso i ceti popolari, al centro c’è la comunità.

In questa cornice, i funerali sono, almeno programmaticamente, eventi rivolti a quote consistenti della rete di relazione più vasta del defunto. Non solo familiari stretti, ma anche parenti, amici, colleghi di lavoro o compagni di studio anche piuttosto lontani nel tempo, semplici conoscenti, vicini di casa.

Anche i social network sono luoghi in cui è possibile mantenere un contatto diretto, almeno idealmente, con chi non c’è più.

La comunità simbolica a cui queste pratiche sembrano fare riferimento trascende la sfera individuale o familiare e tende ad abbracciare una rete più ampia costituita da un «noi» che è la comunità di coloro che, ad esempio partecipando di persona a un funerale, confermano che quella comunità, appunto, esiste. Il funerale è il momento comunitario principale della cultura funebre.

Per i ceti più elevati, invece, a essere messi al centro sono i legami tra le generazioni.

Questi possono assumere una forma materiale, ad esempio nella visita al cimitero e nella cura della tomba di famiglia. In questo caso il sepolcro diventa il luogo simbolico che sancisce questo legame intergenerazionale e familiare.

I legami possono però assumere anche una forma immateriale, come avviene nel caso della dispersione delle ceneri. In ogni caso, in questo scenario, al centro viene messa la famiglia in luogo della comunità più ampia.

Se il funerale, quindi, è il momento dell’espressione dei valori delle classi lavoratrici, la sepoltura lo è di quelli delle classi superiori. 

I temi di questo articolo sono al centro del volume a cura di Asher Colombo Morire all'italiana. Pratiche, riti, credenze, appena pubblicato dal Mulino. ASHER COLOMBO E MARCO MARZANO

Da ilgazzettino.it il 4 ottobre 2022.

Avvicinarsi al tema della morte per aprire una riflessione sul senso della vita. È questo l’obiettivo dell’evento ideato da Michela Zorzetto dal titolo “La morte si fa bella”, in programma sabato all’azienda agricola Busellato-Terre dei Casai a Summaga di Portogruaro. L’iniziativa, che avrà inizio alle 16 per concludersi verso le 19, prevede l’esposizione di carri funebri d’epoca, la presentazione del libro di Michele Sist “Dio gioca ai videogame” e la mostra d’arte “Sostanza e spirito” di Simone Artico. Ciliegina sulla torta, la possibilità di farsi fare una foto dentro una bara.

«La decisione di organizzare questo evento – spiega Zorzetto – nasce dall’osservazione di un fenomeno, diffuso nei Paesi del Nord Europa e in costante crescita anche in Italia, che vede sempre più persone andare alla ricerca di un approccio diretto verso quelle che sono le strumentazioni funebri. Queste persone sono probabilmente bisognose di risposte sul senso della vita e soprattutto della loro vita in rapporto alla società di oggi, che tende a mettere l’uomo ai margini. Con questo evento vorremmo dare degli strumenti che siano da stimolo ad una riflessione su determinate tematiche».

Anche il libro, dal titolo provocatorio “Dio gioca al videogames”, verte interamente sul senso della vita, su chi siamo e su cosa siamo venuti a fare in questo mondo. «Il libro, che si inserisce nel genere Spiritualità - spiega l’autore Sist -, è frutto di una ricerca personale che mi ha permesso di trovare nelle filosofia orientale delle risposte alle mie domande. Credo che nella società di oggi, con le sue crescenti complessità, i problemi, l’aumento dell’instabilità e dell’insicurezza in ogni campo, diventi fondamentale acquisire quella consapevolezza che può scaturire solo da una vera conoscenza di se stessi».

Anche le opere che verranno esposte sono delle arti “figurative-evocative”. «Con la mia mostra – chiarisce Artico – vorrei introdurre il pubblico a fare un percorso attraverso il senso di sacralità dell’uomo, dove evocare la dicotomia materia-spirito, con la consapevolezza che il mito non è meno importante della realtà».

Gli organizzatori hanno già ricevuto molte critiche sull’impostazione dell’evento e soprattutto sulla possibilità di farsi immortalare dentro una bara. «Mi hanno detto che dovevo vergognarmi, ma in fondo – spiega ancora Zorzetto, ex titolare del bar Crema&Caffè di viale Trieste e che ora si occupa dell’organizzazione di eventi - non facciamo del male a nessuno e non manchiamo di rispetto a chi ha fede perché non ci sarà alcun simbolo che rimanda alla religione. 

Credo che qui a Portogruaro ci sia ancora una mentalità molto bigotta su alcuni temi. La morte è ancora un tabù. Per fare la foto – continua - allestiremo una camera ardente in un angolo della sala e chi vorrà potrà accedervi. Ringrazio tutti i miei collaboratori, dai ragazzi dei carri d’epoca ai collezionista di articoli funebri. Se l’evento dovesse riuscire, potremmo riproporlo in altre realtà».

IL CASO. Colture vicino alle lapidi, scoperto un orto nel cimitero di Molfetta. Il cimitero di Molfetta «scambiato» come un orto. Pomodori e zucchine coltivate accanto ai morti, il Comune avvia un'indagine per individuare il responsabile. Redazione online su La Gazzetta del Mezzogiorno il 29 Agosto 2022.

Pomodori e zucchine accanto alle lapidi: è l’orto abusivo scoperto all’interno del cimitero di Molfetta e subito smantellato dal Comune che ha avviato verifiche interne per risalire al responsabile, forse un dipendente comunale.

«Sono in corso verifiche - spiega il Comune - al fine di individuare la persona che, senza alcun rispetto per il luogo in cui si trovava, ha piantato ortaggi in una zona del cimitero di Molfetta. Qualora, come è assai presumibile, dovesse trattarsi di un dipendente comunale nei suoi confronti si aprirà un procedimento disciplinare e verranno mosse tutte le azioni atte a salvaguardare la reputazione dell’ente».

«Azioni - precisa l'amministrazione comunale - saranno mosse anche nei confronti di chi sapeva e non ha segnalato la presenza di piante di pomodori, zucchine, verdure e finanche alberi da frutta». Intanto l’area trasformata in un piccolo orto è stata completamente ripulita dagli operatori della Molfetta Multiservizi.

Giordano Tedoldi per “Libero quotidiano” il 25 agosto 2022.

Ieri mattina, durante l'udienza generale nell'aula Nervi, concludendo la catechesi dedicata al tema della vecchiaia, papa Francesco ha dichiarato: «La morte fa un po' paura ma c'è sempre la mano del Signore, e dopo la paura c'è la festa», e ancora, rivolgendosi ai suoi "coetanei", cioè i "vecchie le vecchiette" come li ha chiamati non senza un sorriso sornione, ha ricordato che: «Gesù, quando parla del Regno di Dio, lo descrive come un pranzo di nozze, come una festa con gli amici».

Diciamolo pure: ieri papa Francesco ha fatto un elogio del trapasso, ha pronunciato, sia pure con le parole semplici, umili e dirette che gli sono proprie, un vero e proprio inno alla morte. Bisogna esserne sconcertati? Scandalizzati addirittura? Sarebbe un grave errore, e vorrebbe dire non capire la personalità del pontefice, molto più complessa e contraddittoria di quel che a volte vogliono far credere certi suoi adulatori.

Innanzitutto, papa Francesco è una personalità di profonda cultura, anche se non ama ostentarla e rifugge dalle citazioni dotte e nei suoi discorsi si astiene da speculazioni troppo sottili quali quelle del suo predecessore Ratzinger. 

E quindi non possiamo nemmeno escludere che, dicendo che il bello comincia con quel difficile passaggio che è la morte, abbia riecheggiato una splendida elegia del poeta americano Walt Whitman, "Quando i lillà fiorivano, l'ultima volta, nel prato davanti alla casa", all'interno della quale c'è una lunga sezione che celebra la "nera madre che sempre ci scivoli accanto con passo leggero", la morte appunto, che il poeta chiama "grande liberatrice", e della quale scrive: "Io canto gioiosamente i morti che fluttuano perduti nel tuo amoroso oceano, lavati dalle onde della tua beatitudine, o morte".

E pazienza se Whitman, che era un singolare personaggio con idee panteiste, non è precisamente un riferimento ovvio per il capo della religione cattolica; quando si ha a che fare con Bergoglio conviene non dare nulla per scontato, e liberarsi dei pregiudizi. 

Del resto, il papa ha semplicemente ribadito con parole apparentemente paradossali un concetto fondamentale della dottrina cristiana, e cioè che la "vera" vita, quella suprema, comincia dopo questa terrena. Da questo punto di vista, temere la morte, concepirla come l'annientamento assoluto, non è solo angosciante, ma è anche un atteggiamento profondamente anticristiano. 

Ecco allora che, rovesciando la prospettiva laica, che vede la vita su questa terra come l'unica a nostra disposizione, e dunque logicamente esalta la giovinezza e considera la vecchiaia una tragica sciagura, papa Francesco ha ricordato ai "vecchi e alle vecchiette" che lo ascoltavano che, da buoni cristiani, non solo non hanno nulla da temere, ma la loro età va vissuta con pienezza, emozione, senso di attesa trepidante, perché si avvicina il "bello", cioè, in termini cristiani, la vita eterna in comunione con Dio.

Vale la pena sottolineare che questo rovesciamento di prospettiva è benefico e salutare anche per chi cristiano non è, perché a forza di ossessionarsi solo sul l'aspetto strettamente fisico e materiale della nostra esistenza, e separando giovinezza e vecchiaia come due tronconi nettamente separati, in cui nel primo si gioisce (anzi si deve gioire, perché poi non si potrà più), e nel secondo si soffre ogni genere di pene, non può che rendere infelice anche il miscredente. 

Si può anche non arrivare al punto di dire che "il bello comincia con la morte", specialmente se non si è cristiani, ma certo la paura paralizzante del trapasso, il considerare la vecchiaia, e dunque i vecchi, solo come resti di un'esistenza che ormai ha perso tutto il suo gusto e non può che avviarsi in direzione di un inglorioso tramontare, non è certo qualcosa da auspicare.

Ben vengano dunque le parole rinfrescanti, provocatorie (ma in fondo, come abbiamo detto, perfettamente in linea con il pensiero cristiano) del pontefice. Parole che sono anche un notevole progresso rispetto alla comune rappresentazione che, della morte, il cristianesimo ha fornito ancora nel recente passato, e cioè di un passaggio tremendo, angoscioso, in cui non è affatto scontato che il povero peccatore incontri Maria, Cristo, e trovi la beatitudine, giacché potrebbe anche dover scontare un lungo soggiorno nell'inospitale landa infernale. 

Nei discorsi di Bergoglio, di questa orribile prospettiva non c'è traccia, e in questo sembra allinearsi a certi pensatori moderni: che il vero inferno sia già riscontrabile in questa vita, su questa terra. Di là, al confronto, di qualunque cosa si tratti, sarà bellissimo.

Niente da fare per la bambina. Cede l’altalena all’oratorio, bimba di 12 anni schiacciata dalla trave: “Non si può morire così”. Vito Califano su Il Riformista il 31 Agosto 2022 

Aveva solo 12 anni e stava giocando sull’altalena dell’oratorio. Quando l’altalena si è staccata non ha avuto scampo. È morta oggi, una bambina ad Avezzano, poco dopo il ricovero. Sulla tragedia, che ha sconvolto la comunità marsicana, la Procura della Repubblica ha aperto un’inchiesta coordinata dal pm Maurizio Maria Cerrato. Le indagini sono affidate ai carabinieri che sono intervenuti sul posto e che hanno raccolto le varie testimonianze.

C’erano anche altri bambini nel parco al momento del cedimento nell’oratorio parrocchiale di San Pelino, frazione del comune di Avezzano, in provincia de L’Aquila. La struttura è crollata addosso alla bambina per causa ancora da chiarire. A soccorrerla sono intervenuti prima un infermiere che si trovava sul posto – “La bambina era ancora viva, ma le sue condizioni sono apparse subito disperate ed è stata immediatamente intubata”, ha spiegato -, poi i sanitari del 118. La piccola è stata trasportata in elisoccorso all’ospedale di Avezzano ma è morta poco dopo il ricovero. Troppo gravi le ferite riportate.

Per ricostruire la dinamica esatta della tragedia, avvenuta questo pomeriggio intorno alle 18:00, i militari stanno proseguendo con gli interrogatori.  Fatale, secondo le prime ricostruzioni, il colpo che la bambina ha preso dalla trave in legno che si è spezzata. La struttura a quanto pare fatiscente, composta da due travi di legno verticali, che si sono spezzate, è stata sequestrata. Interrogati anche i responsabili dell’oratorio, frequentato ogni pomeriggio da ragazzini. Da accertare chi abbia montato l’altalena e se fosse stata messa in sicurezza e autorizzata all’utilizzo.

“Ho appena appreso della tragica notizia che ha colpito la comunità di San Pelino – ha dichiarato il presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio – Morire a dodici anni è difficile da spiegare e da accettare. A nome mio personale e dell’intera Giunta regionale sono vicino ai familiari della bambina in questo tragico momento”.

Cordoglio e incredulità nella comunità. Migliaia i post sui social che definiscono questa morte inaccettabile, una tragedia assurda che non doveva semplicemente succedere. Quella della 12enne è l’ultima tragedia che questa estate ha colpito una vita giovanissima. Come quella di Lavinia, la piccola napoletana di sette anni schiacciata a Monaco di Baviera, in Germania, da una statua mentre giocava in giardino. Era in vacanza con la famiglia.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Massimiliano Peggio per “La Stampa” il 30 Agosto 2022.

«Eravamo in quattro, tutti alla prima esperienza di hydrospeed. Con noi c'era un istruttore. Doveva essere una bella giornata di divertimento. L'escursione doveva durare in tutto un'ora. Nessuno di noi ha avuto la percezione che quella discesa fosse rischiosa o nascondesse insidie particolari. Se ci sono state responsabilità andranno accertate, di certo non toccava a noi valutare le condizioni di pericolo. Nessuno di noi era in grado di farlo». 

Simone Frola è un sub, un ciclista, fa il veterinario. Suo fratello Samuele, il più piccolo della famiglia, 24 anni, come lo definisce lui era «un millenials da divano», un web designer, amava le passeggiate in montagna, la moto ma non cercava il pericolo né l'adrenalina.

«Era un ragazzo cauto. Prudente, in buone condizioni fisiche».

Domenica scorsa, scendendo tra le rapide del fiume Sesia, in provincia di Vercelli, Samuele è morto annegato, facendo hydrospeed, sport che si pratica manovrando una sorta di bob acquatico. Simone ha tentato di salvarlo, ma non ce l'ha fatta. 

Simone, com' è iniziata l'escursione?

«Prima di partire l'istruttore ci ha fatto un po' di training: una parte teorica e poi in acqua. Eravamo tutti dotati di attrezzatura. Nel primo tratto, poco dopo la partenza, c'era un punto più difficile. Mio fratello e un altro ragazzo hanno preferito superarlo camminando lungo la riva, per una ventina di metri.

Io e l'altro amico abbiamo affrontato quel tratto più impetuoso senza problemi.

Stavamo procedendo con prudenza. Secondo il programma, la discesa doveva avvenire a step. Fatto un tratto, ci si doveva fermare, studiare il passaggio, valutare l'approccio e ripartire. Se Samuele non si fosse sentito al sicuro sarebbe stato il primo ad uscire». 

Dov' è avvenuto l'incidente?

«Poco dopo il primo tratto, all'altezza di una piccola rapida. C'era un po' di corrente e un dislivello, una sorta di cascatella. In quel punto il fiume era più turbolento, l'acqua scendeva fragorosa. Nell'affrontare quel passaggio mio fratello è rimasto incastrato con un piede tra le rocce».

Lei dove si trovava?

«Dietro di lui, a un paio di metri. All'improvviso Samuele si è fermato. L'ho superato scivolandogli accanto, facendo lo stesso passaggio. Il fondale non era profondo, per qualche minuto l'ho visto in piedi.

Aveva la testa in alto, l'acqua gli passava sopra. Riusciva a respirare. Mi sono girato e gli ho urlato di lasciarsi andare, di non lottare contro la corrente per non consumare energie.

Non immaginavo che avesse il piede incastrato. Dopo un niente è andato giù». 

Era difficile raggiungerlo?

«Abbiamo cercato da sopra e di fianco ma c'era troppa corrente. Benché l'acqua non superasse il metro e mezzo era tutta schiuma, non si vedeva niente. L'istruttore aveva delle corde e ha fatto due tentativi di raggiungerlo, senza però riuscire ad afferrarlo.

A quel punto mi sono buttato io, senza corda, facendomi trascinare dalla corrente. Sono riuscito a toccare il suo corpo: era in un punto più distante rispetto a dove l'avevamo visto prima. Poco dopo sono arrivati dei ragazzi con un kayak e ci hanno dato una mano. Sono stati bravissimi. 

Hanno teso una corda tra le due rive e abbiamo raggiunto Samuele. Durante tutte le fasi del soccorso sono sempre stato lucido, perché sono abituato a gestire situazioni di emergenza. Purtroppo Samuele era rimasto troppo a lungo sott' acqua: mi sono reso conto che non c'era più niente da fare». 

Qualcuno ha chiamato i soccorsi?

«Sì, ma i soccorritori non sono entrati in acqua, quando sono arrivati il corpo di mio fratello era già a riva. Il medico del 118 ha cercato di rianimarlo, io gli ho fatto la respirazione. Tutto inutile». 

Poi ha dovuto avvisare i suoi genitori...

«Sì, prima ho chiamato mia sorella, che era in vacanza. Le ho chiesto di accompagnarmi da mamma e papà per aiutarmi a dire loro che Samuele non c'era più».

Da europa.today.it il 31 agosto 2022.

Una bimba di soli 20 mesi è morta martedì a Girona, in Spagna, colpita alla testa da un grosso chicco di grandine. La grandinata è stata di una violenza senza precedenti, con chicchi di oltre 10 centimetri di diametro. La bambina è morta per le ferite riportate durante la tempesta. La piccola è stata portata all'ospedale, ma il personale medico non ha potuto fare nulla per salvarle la vita.

Circa 30 persone sono rimaste ferite durante la tempesta e hanno dovuto ricevere cure mediche. Alcuni di loro hanno riportato contusioni o addirittura fratture. Una donna ha dovuto essere ricoverata in ospedale, anche se ora è stata dimessa. 

I vigili del fuoco hanno spiegato che fino alle prime ore di questa mattina hanno risposto a 39 segnalazioni per danni a edifici e impianti elettrici causati dalla grandinata.

La tempesta ha causato molti danni ai tetti, ha rotto le finestre di auto e negozi e ha provocato la caduta di rami di alberi. Meteocat ha spiegato che martedì si è registrato il "massimo diametro di grandine nel Paese" dal 2002, con chicchi che sono arrivati fino a 10 centimetri di diametro.

Incidenti mortali. La tragedia di Elvira e Mustapha, fratello e sorella travolti a Napoli a distanza di pochi mesi: “Maledetto 29 agosto”. Giovanni Pisano su Il Riformista il 29 Agosto 2022. 

Fratello e sorella morti a otto mesi di distanza a causa di due drammatici incidenti stradali avvenuti nella città di Napoli. E’ il dramma di Elvira e Mustapha Zriba, due giovani di 34 e 36 anni nati e cresciuti nel capoluogo partenopeo. Padre tunisino, madre italiana, i due hanno perso la vita in circostanze drammatiche. La scorsa notte, intorno all’una del 29 agosto, Elvira è stata travolta da una moto mentre attraversava la strada in via Caracciolo, sul lungomare di Napoli. Aveva da poco finito di lavorare in uno chalet della zona.

Un impatto violentissimo quello che ha coinvolto anche i due occupanti del mezzo a due ruote (un ragazzo e una ragazza), entrambi finiti in ospedale ma in condizioni non gravi. Elvira invece non ce l’ha fatta: è deceduta poco prima delle 5 al pronto soccorso dell’ospedale Cardarelli di Napoli in seguito alle gravi ferite riportate. Sull’incidente sono in corso gli accertamenti della sezione Infortunistica della polizia municipale di Napoli guidata dal capitano Antonio Muriano che ha acquisito le telecamere di videosorveglianza presenti nella zona. Al vaglio la posizione dell’uomo alla guida della motocicletta. Elvira viveva a Napoli nella zona della Torretta con il compagno.

Una tragedia che segue quella avvenuta a inizio dicembre del 2021 quando il fratello Mustapha venne tamponato nel quartiere di Pianura da un’auto mentre si trovava insieme a un amico su una bicicletta con pedalata assistita. 

L’uomo, padre di due figli, è deceduto dopo alcuni giorni di agonia all’ospedale del Mare dove era ricoverato dalla sera di mercoledì 8 dicembre.  Troppo gravi le ferite riportate alla testa durante la caduta avvenuta all’altezza della rotonda di Don Giustino Russolillo, lungo via Montagna Spaccata, in direzione Soccavo, dove risiedeva.

L’incidente, avvenne poco dopo le 22 di sera sotto una pioggia battente. Mustapha stava tornando a casa insieme a un amico. Si trovavano in due su una bicicletta con pedalata assistita quando sono stati urtati da un’auto. L’impatto, probabilmente causato oltre che dalla velocità sostenuto anche dal forte temporale, ha fatto perdere l’equilibrio alla coppia. L’uomo alla guida dell’auto non si fermò per prestare soccorso e venne rintracciato un mese dopo dalla polizia municipale: si tratta di un 40enne della zona, dipendente di un garage, che aveva utilizzato senza autorizzazione l’auto di un cliente e aveva provato a occultare le tracce dell’incidente facendo subito riparare la vettura.

Carico di dolore il commento di un’amica dei due fratelli: “Otto maledetti mesi fa mi hai chiamata, non me lo dimenticherò mai più: ore 6 Mustapha ha avuto un grave incidente, dopo 4 giorni muore. Oggi maledetto 29 agosto, stessa chiamata sempre il tuo numero, un’ora prima (5:12), stavolta a telefono era Carlo: “Elvira ha avuto un grave incidente, è morta. Ho sentito la terra tremare sotto i piedi. Mi vorrei svegliare e sapere che è stato un brutto incubo e stringervi forte”.

Giovanni Pisano. Napoletano doc (ma con origini australiane e sannnite), sono un aspirante giornalista: mi occupo principalmente di cronaca, sport e salute.

Anna Paola Merone per corrieredelmezzogiorno.corriere.it l'1 settembre 2022.

Le immagini, restituite da una delle telecamere degli ormeggi di Mergellina, sono chiarissime. Dal filmato si vede una moto arrivare a tutta velocità, impennare e travolgere in via Caracciolo Elvira Zriba, poi trascinarla prima di schiantarsi su un’auto parcheggiata a cento metri di distanza. 

È morta così la giovane donna che, al termine del suo turno di lavoro in uno chalet del lungomare, nella notte fra sabato e domenica è stata investita mentre attraversava la strada. «È morta davanti ai miei occhi — racconta un suo collega — e via Caracciolo resta dopo questa tragedia pericolosa e senza regole».

La manifestazione

È prevista per domani alle 11 una manifestazione alla quale interverranno i familiari di Elvira — già duramente provati dalla scomparsa, lo scorso dicembre, del fratello della ragazza ucciso da un’auto pirata a Soccavo — ma anche commercianti, cittadini, esponenti di Europa Verde e i conduttori del programma radiofonico «La Radiazza».  

Le indagini

Le indagini sull’accaduto, da parte della sezione Infortunistica stradale della Polizia Municipale coordinata dal dirigente Antonio Muriano e sotto la supervisione della Procura di Napoli, intanto vanno avanti: il conducente della moto, un giovane residente nel Napoletano, è indagato a piede libero per omicidio stradale aggravato (era alla guida pur non avendo la patente) e la sua posizione potrebbe ulteriormente aggravarsi se i risultati dei test tossicologici, attesi nei prossimi giorni, dovessero dare esito positivo.

In seguito all’incidente è stato soccorso e portato all’ospedale del mare: ha riportato numerose fratture, ma non è mai stato in pericolo di vita. Sul sellino posteriore della moto viaggiava una ragazza trasportata all’ospedale Cardarelli. Elvira fu invece portata al più vicino ospedale San Paolo.

Da leggo.it il 28 agosto 2022.

Va in pellegrinaggio per una promessa fatta alla moglie prima di morire, ma ha un malore e muore pure lui. Una tragedia assurda che lascia tutti senza parole. Era al tavolo per la prima colazione poco prima di salire in pullman a far ritorno a Scorzè (Venezia). Ma improvvisamente ha avvertito un dolore al torace ed è stato stroncato da un colpo al cuore. 

La vita di Lino Vedovato si è conclusa così all’età di 82 anni domenica scorsa, 21 agosto, per un infarto cardiaco dopo essere stato in pellegrinaggio a Medjugorie come aveva promesso con devozione alla moglie venuta a mancare un anno fa.

Prima che la moglie morisse circa un anno fa l'82enne, come racconta Il Gazzettino, le aveva assicurato che presto sarebbe andato Medjugorie, in Bosnia e Herzegovina a pregare in quella che viene considerata una delle più celebri mete di pellegrinaggi religiosi.

Manfredi corre ai ripari: "Autovelox e strisce visibili". Elvira travolta e uccisa, proteste a Napoli: “Mia figlia doveva andare in bagno e ha chiesto un passaggio a quel pazzo”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 2 Settembre 2022 

Una cinquantina di persone hanno manifestato in mattinata a Napoli per chiedere giustizia e maggiore sicurezza per le strade della città dopo la terribile morte di Elvira Zriba, la cameriera di 34 anni travolta e uccisa da una moto, che viaggiava a velocità sostenuta e su una ruota, la notte del 29 agosto scorso mentre era vicino ai cassonetti per gettare i rifiuti.

I manifestanti hanno bloccato per circa 30 minuti via Caracciolo, sul lungomare della città, all’altezza del luogo dove la giovane ha perso la vita, investita da una moto alla cui guida c’era un 30enne di Frattamaggiore (Napoli) che non ha mai conseguito la patente. L’iniziativa, organizzata dal consigliere regionale di Europa Verde, Francesco Emilio Borrelli, ha visto la partecipazione anche dei familiari di Elvira e del fratello di quest’ultima, Mustapha, investito e ucciso a 36 anni nel dicembre del 2021 sempre nella città di Napoli mentre si trovava su una bicicletta elettrica. Presente anche don Maurizio Patriciello, parroco sotto scorta del Parco Verde di Caivano.

“Quella notte mi sono svegliata e ho visto che non era tornata, mi sono preoccupata. Poi è arrivato mio fratello e ho capito subito che era accaduto qualcosa a Elvira” racconta in lacrime Alba, la mamma della giovane vittima. “Vogliamo il massimo della pena, non si può morire così e a me è accaduto due volte in otto mesi a miei due figli”. Poi lancia un messaggio al sindaco Gaetano Manfredi e all’amministrazione comunale: “Il Comune? Non mi hanno contattato“.

A parlare, attraverso i social, è anche il papà della ragazza che viaggiava sulla moto con il 30enne. Entrambi, che non indossavano il casco, hanno riportato ferite ma non sono in pericolo. “Mia figlia era dietro, sulla moto di quel pazzo che ha travolto Elvira. Non si può morire così. Per lui ci vuole una pena esemplare”. “Il ragazzo alla guida della moto non era un amico di mia figlia, ma un semplice conoscente. Faceva parte della comitiva di un’amica di mia figlia”, ha detto l’uomo specificando: “Mia figlia doveva andare in bagno e ha chiesto al ragazzo di accompagnarla al bar più vicino, che stava chiudendo“. Poi l’incidente. “Non pregavo solo per mia figlia ma anche per Elvira. Mia figlia come Elvira è stata vittima di quel pazzo. Ci dispiace per la sua famiglia, cose come queste non dovrebbero mai accadere”, ha concluso.

Foto di Giacomo Iacomino

Le indagini sono coordinate dalla procura e condotte dalla sezione Infortunistica della polizia municipale di Napoli, guidata dal capitano Antonio Muriano. Il 30enne è indagato per omicidio stradale e per guida senza patente, in attesa dell’esito degli esami alcolemici e tossicologici che potrebbero aggravare la sua posizione.

Intanto il sindaco Gaetano Manfredi corre ai ripari dopo la 16esima persona morta in un incidente stradale a Napoli dall’inizio del 2022: ”Abbiamo subito riattivato un programma di rifacimento della segnaletica orizzontale che nelle prossime settimane verrà completato su tutta la città, rivedremo anche meccanismi per garantire una migliore manutenzione e metteremo in campo strumenti come gli autovelox ma non potrà essere una rete molto diffusa a causa della conformazione della città”.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Quando l’uomo incrocia la morte per caso: quella linea che divide il destino dal fatalismo. Gabriele Romagnoli su La Repubblica il 28 Agosto 2022. 

I due ciclisti colpiti dal fulmine, la bimba uccisa da una statua, il ragazzo massacrato per uno scambio di persona: la tentazione di arrendersi al fato

A fare impressione è la sequenza degli avvenimenti. Una bambina gioca in un giardino e una statua di marmo, a lungo e per definizione immobile, cade proprio addosso a lei, uccidendola. Una giovane donna in vacanza passeggia per la strada e una persiana si stacca dal secondo piano di un edificio, colpendola in pieno senza concederle scampo.

Andrea Joly per “La Stampa” il 27 agosto 2022. 

Dottor Cat Berro, una morte causata da un fulmine si può evitare?

«In Italia muoiono 10-15 persone l'anno di media uccise da un fulmine. È un episodio difficile da prevenire, subdolo, e non sempre avviene sotto una nube temporalesca: basti pensare che a volte un fulmine può cadere lateralmente anche a distanza di diversi chilometri dalla nube, in modo che quasi non ci accorgiamo del pericolo, mentre sopra di noi c'è il sole. Certo oggi abbiamo degli strumenti, come le previsioni meteo. Se sono previsti temporali, meglio stare lontani dai luoghi in cui si è più esposti». 

Quali sono i luoghi più pericolosi?

«Tutti i luoghi aperti. Nel caso della montagna non tanto le Alpi interne, come Aosta o Bolzano, quanto sulla fascia prealpina, nelle zone che si affacciano alla Val Padana: Varese, Como, le prealpi venete e friulane. Lì dove i temporali più frequenti. Ma si è in pericolo anche in acqua, mare, lago o fiume che sia, e in aperta campagna».

Dove ci si mette al riparo?

«La prima accortezza, che appare banale, è quella di cercare immediatamente riparo in un edificio: è molto più difficile essere colpiti da un fulmine al suo interno. Vanno bene anche anfratti della montagna, preferibilmente senza appoggiarsi alla roccia del fondo e nemmeno restare in corrispondenza dell'apertura, che può essere un luogo di passaggio preferenziale della scarica. 

Il luogo più sicuro in cui possiamo trovarci durante un temporale è la macchina. La sua struttura metallica costituisce una Gabbia di Faraday che ci protegge. Un'altra cosa da fare è abbandonare subito i luoghi più elevati, come creste, vette. La forma appuntita del territorio, prominente, può facilitare l'innesco di un fulmine. Più ancora del materiale, che è più un luogo comune: non è detto che il metallo attiri di più di altro». 

In caso in cui non ci siano le condizioni per ripararsi?

«L'importante è evitare gli alberi, per il motivo di prima, soprattutto se isolati. Se proprio il temporale ci sorprende in una zona aperta, senza alcun rifugio, si può accucciarsi in posizione "a uovo" con i piedi uniti. Serve a evitare quella che è chiamata la "corrente di passo": anche se noi non veniamo direttamente colpiti dalla scarica, può capitare che il fulmine caduto a breve distanza sviluppi un gradiente di potenziale elettrico lungo il terreno. Se noi siamo a piedi divaricati, toccando il suolo in due punti distanti tra loro facciamo da "arco", dove si sviluppa una differenza di potenziale che fa sì che la scarica elettrica passi attraverso il nostro corpo. Questa scarica può essere letale, capita spesso agli animali quadrupedi che vengono falcidiati dai fulmini». 

Cosa fare del cellulare?

«I vecchi telefoni in casa erano pericolosi, quelli col filo dove poteva correre la scarica. Gli smartphone non rappresentano un pericolo significativo». 

Quali sono i periodi peggiori per essere colpiti?

«Al Nord l'estate, e coincide con uno dei momenti di massima frequentazione della montagna. Nell'arco della giornata è peggio al pomeriggio: meglio partire presto al mattino in modo da essere di rientro a inizio-metà pomeriggio. Nella fascia mediterranea i temporali sono invece frequenti anche in autunno e d'inverno». 

Quanto incide il cambiamento climatico?

«Difficile dirlo, ma di certo sappiamo che un'atmosfera e il mare più caldi, e quindi più energetici, forniscono più energia e vapore acqueo e fanno sì che i temporali siano più intensi. Di conseguenza anche i fulmini sono più frequenti. Indirettamente il riscaldamento globale può generare un aumento della densità delle scariche e della loro fatalità»

Rinaldo Frignani per il "Corriere della Sera" il 31 agosto 2022.

«All’improvviso un lampo, una luce bianca fortissima, poi il botto. Non ho capito più niente, nemmeno che a colpirci fosse stato un fulmine. So solo che io e Christian non sentivamo più le gambe. E poco più in là c’era Simone svenuto, immobile, con la faccia dentro una pozzanghera...». Manuel Annese è tornato a casa. Sono passati quattro giorni dallo choc vissuto sul Gran Sasso, e solo adesso il 30enne di Roma sud, esperto in sistemi di sicurezza, trova la forza per raccontare i dettagli della drammatica avventura nel cuore dell’Abruzzo.

Proprio nel giorno in cui il suo amico e collega Simone Toni, 28 anni, di Tivoli, si è svegliato dal coma farmacologico e secondo i medici dell’ospedale San Salvatore de L’Aquila, «è vigile e cosciente», ma sempre in prognosi riservata. Dimesso dallo stesso nosocomio anche l’altro amico, Christian Damiani, di 24, residente a Ostia. Toni potrebbe essersi salvato grazie alla catenina che portava al collo: potrebbe aver contribuito ad abbassare la tensione provocata dalla saetta. 

Manuel, cosa ricorda di quella mattina?

«Le nuvole comparse all’improvviso dopo che avevamo camminato per ore, almeno dalle 8.30, sui sentieri che portano all’Osservatorio, a Campo Imperatore. Abbiamo capito che il tempo stava cambiando all’improvviso e allora abbiamo deciso di scendere verso il parcheggio. Erano da poco passate le 11».

C’erano altre persone con voi?

«Avevamo incrociato una comitiva, poi ce n’era un’altra che ci seguiva a qualche centinaio di metri. Era una bella giornata, avevamo caldo ed eravamo rimasti con le magliette a maniche corte. Simone aveva parcheggiato la macchina in uno spiazzo all’inizio del sentiero. Per noi, appassionati di escursioni e camminate nella natura, era la prima volta sul Gran Sasso». 

Quindi il meteo è cambiato in un attimo...

«Esatto. E questo ci ha sorpreso non poco. Per prudenza abbiamo pensato che fosse meglio tornare indietro. Più che altro per non essere raggiunti dal temporale che si stava per abbattere sulla zona».

E poi cosa è successo?

«Eravamo a qualche centinaio di metri dal parcheggio, stavamo chiacchierando mentre camminavamo, quando in un attimo siamo stati investiti da questa luce bianca, accecante. Non so se un decimo di secondo prima o subito dopo ho sentito le gambe tremare. Era impossibile rimanere in piedi, io e Christian siamo crollati a terra. E lo stesso è successo a Simone, solo che lui è stato preso in pieno. Una sensazione indescrivibile». 

Ha capito subito che era stato un fulmine?

«In un primo momento sono rimasto paralizzato. Come Christian. Ho provato a rialzarmi, ma non ce la facevo: avevo preso una botta al ginocchio sinistro ed ero ferito alla gamba destra. Anche il mio amico non poteva muoversi, ma si lamentava. Simone invece non dava segni di vita. Eravamo disperati». 

Cosa avete fatto?

«Ci siamo trascinati con le braccia verso di lui per togliergli la faccia dalla pozzanghera. Temevamo morisse annegato. L’abbiamo girato, gli abbiamo fatto il massaggio cardiaco, Christian anche la respirazione bocca a bocca. Poi per fortuna siamo stati raggiunti dalla comitiva che ci seguiva e da una dottoressa che faceva trekking e che ha stabilizzato Simone. Sono arrivati subito anche i carabinieri forestali: avevano visto il fulmine cadere su una zona frequentata da escursionisti. Altrimenti non so come sarebbe andata a finire». 

Ma non è finita lì...

«No, perché per portarlo al parcheggio, Simone è stato preso in braccio da più persone, compresi noi due per quello che potevamo fare. Io zoppicavo: mi sono potuto rialzare solo perché avevo gli stivali alti che mi mantenevano le caviglie rigide. Il sentiero è stretto e ripido, non è stato facile, ma dovevamo fare in fretta. Non siamo solo colleghi, siamo amici che si sono conosciuti sul lavoro e sono diventati inseparabili. Adesso poi, dopo essere scampati a tutto questo, lo saremo ancora di più».

“Colpito da un fulmine, un lampo azzurro e poi il nulla”: così una guida alpina è scampata alla morte. La Stampa il 27 agosto 2022.  

Sopravvissuto miracolosamente ad un fulmine in alta montagna, ad un passo dalla morte: "Uno schermo nero che ti oscura gli occhi e una linea blu: uno vuoto e uno spostamento d'aria. E ti rendi conto della tua totale impotenza". Racconta così l'esperienza di un fulmine in montagna Davide Di Giosafatte, il presidente delle Guide Alpine d'Abruzzo, che anni fa proprio scendendo dalla cima del Gran Sasso fu gettato a terra senza gravi conseguenze dalla scarica. "Quanto accaduto non è nuovo, succede, ma certo che in passato erano meno frequenti - spiega la guida, uomo che ha conosciuto i 7 mila sull'Himalaya - Una volta le previsioni meteo inoltre erano meno attendibili, mentre ora sono più precise: io oggi per esempio lassù non ci sarei andato o almeno nelle ore cruciali mi sarei messo al riparo, a metà giornata dico. I temporali quando arrivano, arrivano.... Se mi chiedete se i cambiamenti climatici possono influire, dico che li rendono più facili, li accentuano. Ma questo riguarda l'intero rapporto dell'uomo con la montagna ed è un discorso lungo e complicato. Che ci porterebbe a parlare degli incidenti in montagna, cosa che al momento non possiamo fare". E quando si parla del Gran Sasso si parla sempre di una montagna difficile e pericolosa, che già quest'anno ha mietuto le sue vittime. A parte l'anno horribilis, il 2019 con le sue 8 vittime complessive, a giugno c'era stata la tragedia sul Corno Piccolo, dove dopo essere scivolato dalla presa, precipitato per 50 metri, morì un 30enne romano che assieme ad un collega aveva deciso di arrampicarsi sulla cima del Gran Sasso. Ad aprile Danilo Lesti, ufficiale degli alpini a Vipiteno, aveva deciso di andare sul Monte Piselli per poi essere ritrovato morto ai piedi di una parete. A questo si aggiungono altre due feriti gravi sempre sulle pareti del Gran Sasso. (ANSA).

Da Ansa il 27 agosto 2022.

Un fulmine ha colpito tre ragazzi poco sopra l'osservatorio astronomico di Campo Imperatore: due di loro sono stati sbalzati, mentre l'altro è stato trasportato all'ospedale dell'Aquila in gravi condizioni. Al momento non si conosce la provenienza dei tre escursionisti.  

S.T., il 28 enne di Tivoli colpito dal fulmine sopra l'Osservatorio Astronomico di Campo Imperatore in questo momento è in terapia intensiva in rianimazione all'Ospedale dell'Aquila.

Secondo quanto si è appreso è in grave in pericolo di vita e sottoposto al coma farmacologico. L'incidente ha coinvolto due ragazzi di 24 anni, l'altro, D.C. è di Roma, e un 28enne, A.M. sempre di Roma. Il fulmine ha colpito solo uno dei giovani escursionisti, e sarebbe uscito dal tallone per poi scaricarsi a terra.

A dare l'allarme al personale che opera intorno alla funivia è stato un altro turista che scendeva. I due compagni del ferito sono scesi a valle tramite la funivia con le loro gambe, mentre Simone, età apparente 25 anni, è stato trasportato via elicottero 118 all'Aquila. 

Secondo le testimonianze, il fulmine sarebbe caduto attorno alle 12:30, mentre sulla zona, che è ben sopra i duemila metri e che ora è in piena nebbia, in quel momento non si segnalava attività di fulmini intensa tale da poter pensare ad un pericolo imminente.

Da ansa.it il 26 agosto 2022.

L'industriale Alberto Balocco, 53 anni, titolare e amministratore delegato dell'omonima azienda dolciaria, uno dei due mountain biker morti sulla strada dell'Assietta (Torino) dopo essere stato colpito da un fulmine. E' quanto apprende l'ANSA. 

La seconda vittima è Davide Vigo, 55 anni, originario di Torino e residente in Lussemburgo.  Sul posto, lungo la strada che conduce al rifugio dell'Assietta, è stato inviato un mezzo del servizio di elisoccorso regionale, che è atterrato con notevoli difficoltà per via delle condizioni meteo. L'equipe medica ha tentato delle manovre di rianimazione cardiocircolatoria, ma senza esito. Hanno preso parte all'intervento squadre a terra del Soccorso alpino e personale dei carabinieri.

Neppure due mesi fa, il 2 luglio, un altro gravissimo lutto aveva colpito la famiglia e l'azienda dolciaria Balocco, la morte del padre di Alberto, Aldo, l'inventore del celebre panettone 'Mandorlato' e artefice della crescita dell'azienda avviata dal padre nel 1927 a Fossano (Cuneo), quando aveva aperto una piccola pasticceria. 

Alberto Balocco guidava l'azienda - 500 dipendenti e 200 milioni di fatturato nel 2022 - con la sorella Alessandra.

 "Siamo sconvolti da questa tragedia improvvisa che colpisce un amico, un imprenditore simbolo della nostra terra, che ha portato il Piemonte nelle case di tutto il mondo. Ci stringiamo in un fortissimo abbraccio alla famiglia di Alberto Balocco e a tutti i suoi cari". E' il messaggio del presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio per l'improvvisa morte dell'industriale dell'omonimo colosso dolciario.

Pragelato, colpiti da un fulmine in mountain bike: due morti. Tragedia per Alberto Balocco. Il Tempo il 26 agosto 2022

Alberto Balocco, 56 anni appena compiuti, amministratore delegato dell’omonima industria dolciaria di Fossano, nel cuneese, è morto nel pomeriggio di oggi in un drammatico incidente in montagna. Balocco, che si trovava in vacanza, in compagnia di un amico, Davide Vigo, 55 anni, originario di Torino e residente in Lussemburgo, stava compiendo una passeggiata in mountain bike nella zona dell’Assietta, nel Comune di Pragelato. I due sono stati colpiti da un fulmine e hanno perso entrambi la vita. Come spiegano i tecnici del Soccorso Alpino, la chiamata di emergenza è arrivata nel primo pomeriggio da un passante che ha visto i due ciclisti a terra, esanimi.

Sul posto è stato inviato il Servizio regionale di Elisoccorso e sono state allertate le squadre a terra del Soccorso Alpino e i Carabinieri. L’equipe sbarcata dall’elicottero in condizioni di grande difficoltà per il temporale in corso, è riuscita a raggiungere i due amici, e ha tentato una disperata manovra di rianimazione, purtroppo invano. Alberto Balocco era da diversi anni, con la sorella Alessandra, alla guida dell’azienda di famiglia che dà lavoro a circa 500 persone a Fossano e che, grazie alle intuizioni del padre Aldo, mancato a 91 anni un mese fa, si era trasformata da piccola realtà artigianale in un vero colosso del settore. Alberto Balocco lascia la moglie e tre figli. 

Alberto Balocco, le bici non hanno subito danni: come l’imprenditore piemontese è deceduto. Valentina Mericio il 27/08/2022 su Notizie.it.

Il corpo di Alberto Balocco e quello di Davide Vigo è stato folgorato dopo essere stato colpito dal fulmine. Le bici invece sono rimaste intatte. 

Le bici sulle quali viaggiavano l’imprenditore piemontese e Davide Vigo non hanno subito danni, mentre i due, dopo essere stati colpiti dal fulmine, sono rimasti folgorati. L’ennesima tragedia dunque per i Balocco che solo poco tempo fa avevano dovuto far fronte alla perdita di Aldo.

Grazie al mandorlato l’azienda era riuscita a diventare una delle più importanti a livello nazionale. Nessuno tuttavia sospettava che quell’escursione in montagna avrebbe potuto essere l’ultima.

Morte Alberto Balocco, cosa è successo in quei drammatici minuti

Stando a quanto si legge da lettoquotidiano.it, i due uomini avevano deciso di prendere le bici per fare un’escursione nella zona tra Pragelato e Sestriere. La situazione avrebbe tuttavia iniziato a peggiorare quando intorno alle 13 nuvole e fulmini si sono fatti minacciosi.

Sarebbe stato dunque in quei frangenti che i due avrebbero perso la vita proprio mentre si trovano non molto lontano dal Blegier ad una quota di 2.381 metri.

L’allarme e l’arrivo dei soccorsi

A lanciare l’allarme – riporta La Stampa – è stato un escursionista che proprio in quei momenti stava attraversando a bordo di un’auto quello stesso percorso.

Quindi la chiamata dei soccorsi. Ogni tentativo per salvarli è stato purtroppo inutile. Oltre agli operatori sanitari del 118, sono intervenuti anche i Carabinieri e gli uomini del Soccorso Alpino.

Alberto Balocco, tragico scherzo del destino: l’imprenditore aveva cambiato strada all’ultimo momento. Alice Giusti il 28/08/2022 su Notizie.it.

L'imprenditore e l'amico sono stati vittima di un tragico scherzo del destino, ecco cos'è successo prima di essere colpiti da un fulmine 

La vita è un soffio: un momento ci sei, quello dopo non ci sei più. A volte è questione di attimi e di decisioni prese all’ultimo. Ecco quello che è accaduto all’imprenditore Alberto Balocco e all’amico Davide Vigo, morti folgorati da un fulmine lo scorso 26 agosto mentre erano impegnati in una scampagnata in bicicletta che si è rivelata fatale.

Stando alle prime ricostruzioni dell’incidente che è costato loro la vita, i due amici avrebbero infatti preso una decisione all’ultimo momento che si sarebbe rivelata essere la loro condanna.

Alberto Balocco e Davide Vigo hanno cambiato strada all’ultimo momento

I due amici, in base alle informazioni in nostro possesso, hanno deciso di modificare in extremis il loro percorso proprio per evitare di passare in mezzo ai boschi durante il temporale in arrivo sul colle dell’Assietta, in provincia di Torino.

Balocco e Vigo si erano fermati per mangiare un boccone presso il rifugio Casa Assietta, a 2000 metri di altitudine, e avevano intenzione di tornare all’auto che li aveva accompagnati alla partenza della seggiovia per Spontinia.

Quando l’acquazzone si è abbattuto sull’area, i due hanno cambiato idea e hanno deciso di pedalare con le bici elettriche che avevano noleggiato sulla strada sterrata che avevano percorso poche ore prima per arrivare sul posto.

La ricostruzione dei Carabinieri ci racconta che Balocco e Vigo, dopo solo 4 chilometri di pedalata, sono stati colpiti dal fulmine mentre si trovavano fermi, con i piedi a terra e in sella alle loro biciclette.

Un terribile scherzo del destino, dunque: se avessero fatto un’altra strada e non avessero modificato i loro piani all’ultimo questa immane tragedia non sarebbe mai avvenuta.

L’industriale Alberto Balocco e un amico muoiono colpiti da un fulmine in Val Chisone. Massimo Massenzio su Il Corriere della Sera il 26 Agosto 2022.

L’altra vittima è Davide Vigo. Erano in mountain bike. Ad individuare i corpi è stato un automobilista. 

L’industriale Alberto Balocco e un amico, Davide Vigo, sono morti questo pomeriggio in Val Chisone, nei pressi del rifugio dell’Assietta, nel comune di Pragelato: erano in mountain bike.

Balocco, 56 anni (li aveva compiuti ieri), era titolare e amministratore delegato della nota azienda dolciaria di famiglia, fondata dal nonno nel 1927. Davide Vigo, 55 anni, torinese era residente in Lussemburgo.

A individuare i loro corpi è stato un automobilista el’ipotesi più accreditata è che i due appassionati di mountain bike siano stati colpiti da un fulmine.

L’allarme è scattato alle 14 e i tecnici del soccorso alpino e l’elicottero del 118 sono riusciti a raggiungere la zona nonostante il violento temporale .

L’equipe sanitaria ha avviato le manovre di rianimazione, ma ogni tentativo è stato inutile e i medici non hanno potuto far altro che constatare il decesso dei due biker.

Le salme sono state trasportate a valle in attesa di disposizioni da parte dell’autorità giudiziaria. Le indagini sull’incidente sono condotte dai carabinieri di Fenestrelle.

Il papà morto un mese fa

Poco più di un mese fa era morto il padre di Alberto, Aldo Balocco che, partendo dalla pasticceria di Fossano era stato in grado di costruire un colosso nel settore dei panettoni e dei biscotti. L’azienda, famosa per il “mandorlato” era stata lasciata ai figli Alberto e Alessandra e oggi conta un fatturato di circa 200 milioni di euro.

Alberto Balocco e Davide Vigo: quel percorso cambiato all’ultimo. Massimo Massenzio su Il Corriere della Sera il 28 agosto 2022.

Sono morti folgorati in Val Chisone, avevano scelto un’altra strada per via del maltempo. 

Hanno cambiato strada all’ultimo momento, per evitare di passare in mezzo ai boschi durante il temporale e proprio quella deviazione potrebbe essere stata fatale. L’imprenditore Alberto Balocco e il suo amico di vecchia data Davide Vigo, morti folgorati venerdì scorso sul colle dell’Assietta, in provincia di Torino, avevano intenzione di tornare a Sauze d’Oulx passando con le bici elettriche prese a noleggio attraverso il sentiero dei Cannoni. Si erano fermati a mangiare nel rifugio Casa Assietta, a quota 2.500 metri e dovevano ritornare a prendere l’auto che avevano parcheggiato alla partenza della seggiovia per Sportinia. Improvvisamente, però, sul colle si è abbattuta una violenta perturbazione e così hanno preferito pedalare sulla larga pista sterrata che avevano percorso all’andata. Secondo gli ultimi accertamenti dei carabinieri avevano percorso appena 4 chilometri ed erano fermi, con i piedi a terra, quando sono stati colpiti da un fulmine che li ha uccisi sul colpo.

I funerali

Ieri mattina la salma di Balocco, 56 anni, presidente e ad dell’omonima azienda dolciaria, ha raggiunto Palazzo Daviso di Charvensod, nel centro di Fossano, dove da tre generazioni vive la famiglia Balocco. Al primo piano dell’edificio seicentesco è stata allestita la camera ardente che non sarà aperta al pubblico. La cittadinanza potrà dare l’ultimo saluto all’imprenditore fossanese in occasione dei funerali, che si terranno lunedì pomeriggio nella cattedrale di Fossano, in via Roma, alle 15.30 a pochi metri dall’abitazione di famiglia.

Non è stata ancora stabilita, invece, la data dei funerali di Davide Vigo , 55 anni, l’agente di commercio torinese che si era trasferito in Lussemburgo per seguire la moglie Samantha, che lavora nell’ufficio legale della Ferrero. Per molti anni, assieme ai due figli, hanno vissuto a San Mauro Torinese, quando Vigo, seguendo le orme del padre Lorenzo, ha cominciato a ottenere grandi successi con la sua agenzia. Era un esperto di marketing e ha lavorato per grandi aziende nel settore degli elettrodomestici. Negli ultimi anni aveva creato una nuova avventura imprenditoriale nel campo degli articoli per arredamento e non appena il lavoro glielo permetteva tornava nella sua amata Jouvenceaux, a pochi chilometri da Sauze.

Balocco era uno juventino «sfegatato», Vigo tifava invece per il Torino: «Ma in maniera equilibrata, come nel suo stile — precisa l’amico e collega Marco Piano —. Davide era generoso e leale. Abbiamo cominciato a lavorare insieme, giovanissimi ed eravamo entrambi “figli d’arte”. Lui ha avuto una carriera sempre brillante e quando mi sono ritrovato senza lavoro per qualche mese, lui fece il mio nome a un’azienda e il mio orizzonte si rischiarò. Era speciale». L’ultima telefonata all’inizio dell’estate: «Stavo tornando da Cuneo, siamo rimasti al telefono fino a Carmagnola — conclude Piano —. Lo voglio ricordare così, sempre in auto, con un libro sul sedile. Era un lettore avido e di grossa cultura, che non ostentava mai».

Antonio Giaimo Francescco Falcone per "La Stampa" il 27 agosto 2022.

Nubi scure premevano sulle cime delle montagne dell'alta Val Susa, mentre insieme pedalavano sulla strada dell'Assietta. Il temporale li ha colti di sorpresa in un punto dove non potevano ripararsi. Amici da sempre, appassionati di mountain bike, di cime. I fulmini in quota si sono abbattuti sul crinale e sulla strada sterrata, in uno dei tratti più belli delle Alpi del Parco dell'Orsiera Rocciavrè. Sono morti folgorati: Alberto Balocco, 56 anni, amministratore delegato dell'omonima azienda dolciaria e un suo amico torinese, ma residente da alcuni anni in Lussemburgo, Davide Vigo, di 55 anni.

La disgrazia è avvenuta poco lontano dal Col Blegire a 2. 381 metri quota, a due passi dal Faro degli Alpini. «Lassù si è esposti al pericolo. Non ci sono ripari né alberi di alto fusto sui quali si sarebbe potuta scaricare l'energia elettrica di un fulmine - spiega Simone Bobbio, del Soccorso Alpino - i due escursionisti stavano percorrendo un tratto di strada sterrata in sella a due mountain bike elettriche, quando sulla zona si è abbattuto il temporale». 

È stato un altro escursionista a dare l'allarme. Percorrendo in auto la stessa strada, ha notato i due corpi riversi tra le pietre, con le due bici vicino. Ha avvertito il 112.

Tra i primi ad arrivare i tecnici del soccorso alpino e i carabinieri di Fenestrelle e di Sestriere. In quota è arrivato anche un elicottero del 118, con le ambulanze di Pinerolo e dalla val Chisone. Un intervento non facile in mezzo al temporale. Nonostante le condizioni meteo avverse, il pilota dell'eliambulanza è riuscito a raggiungere il luogo sfruttando uno squarcio di sereno. L'equipe medica ha raggiunto il colle ma non c'era più niente da fare. La procura di Torino ha aperto un'inchiesta: le indagini sono coordinate dal pm Francesco La Rosa.

Neppure due mesi fa era morto all'età di 91 anni il papà di Alberto, Aldo Balocco, inventore del celebre panettone «Mandorlato» protagonista del successo dell'azienda dolciaria fondata da suo padre Francesco nel 1927 a Fossano, in provincia di Cuneo, partendo da una pasticceria. «Fate i buoni» è lo slogan che ha accompagnato la crescita del marchio. Oggi l'azienda fattura oltre 180 milioni di euro. Ad Alberto si deve l'ingresso della Balocco nel mercato dei frollini da prima colazione, raggiungendo una produzione di oltre 41mila tonnellate all'anno. In azienda professava tecnologia e sostenibilità ambientale. 

Davide Vigo aveva lavorato nel settore commerciale degli elettrodomestici quando viveva a Torino. «Un uomo sportivo, pieno di vitalità» dice un amico. Sposato, due figli. Da alcuni anni si era trasferito in Lussemburgo per seguire la moglie, manager legale della Ferrero International di Alba. Davide e Alberto erano amici dall'infanzia e condividevano la passione per la montagna. Legatissimi alle vette della Val di Susa: entrambe le famiglie hanno case di villeggiatura a Sauze d'Oulx. Da lì, ieri, sono partiti per raggiungere il Col Blegire in mountain bike. L'altra sera i due amici si erano trovati con le famiglie al rifugio Ciao Pais di Sauze, luogo amato per pranzi e cene, a festeggiare i 56 anni di Balocco. 

«Davide e Alberto si conoscevano da una vita. Erano spesso insieme: le loro famiglie trascorrevano insieme anche le vacanze», racconta un conoscente. Traditi dal maltempo, durante quella gita in quota. Andrea Ferretti, il sindaco di Usseax, Comune che confina con Pragelato dove è avvenuta la disgrazia, ha visto le condizioni cambiare velocemente: «Da noi non è piovuto molto, ma in quota verso l'Assietta il cielo era scuro e in lontananza sentivo i tuoni. Erano le 13 quando è arrivato il temporale che non era stato segnalato dai siti meteo, credo che si sia trattato di un fenomeno localizzato che si è verificato in quota provocato da correnti fredde». 

Sconcertato anche il vice sindaco di Pragelato, Mauro Maurino: «Conosciamo bene il posto che richiama sempre migliaia di turisti, alcuni salgono con le mountain bike, altri con le moto, arrivano da tutta Europa per percorrere questa strada militare. Mai si era verificata una disgrazia di questa gravità, in passato si erano abbattuti dei fulmini, ma avevano colpito solo animali negli alpeggi». Aggiunge il presidente del Parco Alpi Cozie, Alberto Valfrè: «I nostri guardaparco erano a Pragelato hanno visto le condizioni meteo cambiare rapidamente. Hanno visto il cielo diventare scuro e hanno avvertito in lontananza il fragore di un paio di tuoni. Nessuno poteva immaginare una disgrazia del genere»

Alberto Balocco e Davide Vigo, il titolare di Casa Assietta: «Hanno evitato il bosco, ma se fossero passati da lì sarebbero ancora vivi». Massimo Massenzio su Il Corriere della Sera il 28 Agosto 2022.

Il gestore del rifugio, Renzo Baccarani: «Su quello sterrato nessun riparo»

«Erano allegri, abbiamo chiacchierato un po’ e mi hanno detto che sarebbero tornati indietro lungo la strada dei Cannoni. Forse se non avessero deciso di cambiare itinerario si sarebbero potuti salvare». Renzo Baccarani, titolare del rifugio Casa Assietta, è stato una delle ultime persone a parlare con Alberto Balocco e Davide Vigo. Venerdì mattina i due amici erano partiti da Sauze d’Oulx e avevano raggiunto la cima del col dell’Assietta, che divide la Val di Susa dalla Val Chisone. Dopo aver scollinato si erano fermati a mangiare al rifugio, a 2527 metri di quota: «Io non li conoscevo, magari erano già venuti qui da noi, ma non ci eravamo mai fermati a parlare — racconta il ristoratore —. Mi hanno detto di aver organizzato da parecchio tempo il giro dell’Assietta in mountain bike e che uno dei due era arrivato apposta dal Lussemburgo. Il rifugio era pieno, c’erano tanti motociclisti e quando è arrivato il maltempo sono rimasti tutti al coperto. Loro invece si sono voluti muovere subito. Da quello che ho capito dovevano tornare a prendere l’auto parcheggiata a Sauze d’Oulx, ai piedi delle piste da sci e così, dopo un pranzo leggero, si sono rimessi in sella».

Erano da poco passate le 13, ma i due ciclisti non si sono diretti verso la strada dei Cannoni: «Quando sono partiti qui non pioveva ancora. Si vedevano però le nuvole in lontananza e c’era molto vento — continua Baccarani —. Il punto dove è successo l’incidente si trova a 4 chilometri di distanza, sul sentiero dell’Assietta, quello che avevano percorso all’andata per venire qui. Probabilmente hanno preferito evitare il bosco e scelto la strada sterrata. Però su questo versante il temporale non è stato poi così violento, solo un po’ di pioggia, mentre di là ha addirittura grandinato. I nuvoloni erano tutti sopra il Sestriere e loro per tornare a Sportinia dovevano passare proprio dal col Basset. Quando mi hanno detto quello che era successo è stato uno choc. Mi dispiace davvero molto». In tanti anni passati a vivere e lavorare in montagna Baccarani non ricorda un incidente del genere: «Almeno non da queste parti e non negli ultimi anni. Sono stati davvero sfortunati, ma non riesco a smettere di pensare che se fossero passati dai boschi sarebbero potuti essere ancora vivi. Lì è uno sterrato, non c’è una pianta nel raggio di chilometri. Il posto peggiore quando ci sono i fulmini».

In base agli ultimi accertamenti eseguiti dai carabinieri della compagnia di Pinerolo, che anche ieri mattina sono ritornati in cima all’Assietta, Balocco e Vigo erano fermi a pochi centimetri l’uno dall’altro, con i piedi a terra. Forse, se fossero stati colpiti dal fulmine mentre pedalavano le conseguenze sarebbero state meno gravi. Invece i loro corpi sono stati attraversati da una potentissima scarica elettrica e non hanno avuto scampo. Secondo il medico legale che ha esaminato le salme nelle camere mortuarie di Pomaretto non ci sono dubbi sul fatto che i due biker siano stati folgorati e il pm della Procura di Torino, Francesco La Rosa, che coordina le indagini dei carabinieri, ha deciso di non disporre l’autopsia. Ieri mattina i corpi di Balocco e Vigo sono stati — di fatto — restituiti alle rispettive famiglie, ma per l’agente di commercio torinese non è stata ancora stabilita la data dei funerali. Davide Vigo, infatti, a differenza del suo amico di vecchia data, aveva espresso il desiderio di essere cremato. In questi casi la procedura burocratica è più complessa, ma dovrebbe sbloccarsi nelle prossime ore.

Le biciclette elettriche attirano i fulmini? Il caso della morte di Alberto Balocco in Val Chisone. Enrico Maria Corno, Michela Rovelli su Il Corriere della Sera il 27 Agosto 2022.

La bicicletta e la batteria non attirano i fulmini. Rimane il consiglio, alle prime gocce di pioggia, soprattutto in montagna, di mettersi al riparo ma non in aree aperte e tantomeno vicino a pali o tralicci 

Si trovavano in sella a una bicicletta elettrica - una mountain bike in fibra di carbonio - Alberto Balocco e l'amico Davide Vigo, quando sono stati sorpresi da un violento temporale. Si trovavano in Val Chisone, nel Piemonte Occidentale. Un fulmine li ha colpiti mentre stavano indossando le giacche antivento per proteggersi dalla pioggia e forse mentre pensavano di cercare riparo nel vicino rifugio. Li ha uccisi entrambi, sul colpo. Che sia pericoloso trovarsi all'aperto durante una tempesta di fulmini è cosa nota (qui i consigli su cosa fare). Ma le due ruote dotate di batteria, scelte dai due amici per la gita, possono aver aggravato la situazione?

Si stima che nel mondo le morti causate da un fulmine siano tra le 6 e le 24mila. Anche se il numero di coloro che vengono colpiti è molto più alto: spesso si sopravvive. In Italia cadono circa 1,6 milioni di fulmini ogni anno: è un fenomeno che si concentra soprattutto d'estate. E trovarsi all'aria aperta durante un temporale è sicuramente più pericoloso. Secondo i dati del Center for Disease Control and Prevention americano, dal 2006 al 2021 quasi i due terzi di decessi causati da un fulmine negli Stati Uniti riguardano persone che stavano svolgendo attività ricreative all'aperto come la pesca, la nautica, lo sport, il relax in spiaggia. O la bicicletta.

Cosa attira un fulmine? Quale situazione aggrava il pericolo? Scrive il SIRF (Sistema italiano rilevamento fulmini) sul suo sito che «ogni oggetto con un’elevazione predominante rispetto all’area circostante ha una maggior probabilità di essere colpito dal fulmine (un albero, una torre, un traliccio)». Dunque trovarsi in montagna, ad esempio, o in mezzo a degli alberi, è un rischio. Questo perché è probabile che la scarica elettrica cerchi il percorso più facile per arrivare a terra, quindi puntare su oggetti più alti o solitari significa che percorrere una distanza minore. Tuttavia, non c'è alcuna garanzia che venga privilegiato: i fulmini sono indiscriminati e spesso imprevedibili. Non è un caso che il luogo in cui il fulmine si è abbattuto sui due sfortunati sia ben sopra il livello della vegetazione in un tratto di montagna completamente spoglio. cosa che ha aumentato le possibilità di essere colpiti.

Arriviamo alle biciclette. Questo mezzo non attira fulmini più di qualunque altro oggetto: «I nostri tecnici confermano che né un telaio in carbonio né la presenza di materiale elettronico o della batteria stessa rendono una e-bike un bersaglio più facile», ci dice Donatella Suardi, general manager di Scott, la filiale del noto brand svizzero che è tra i primi produttori al mondo di e-MTB a pedalata assistita. A conferma, c'è anche ciò che è scritto sul sito del National Weather Service americano: «L'altezza, la forma appuntita e l'isolamento sono i fattori dominanti che controllano il punto in cui un fulmine colpisce. La presenza di metallo non fa assolutamente differenza sul luogo in cui il fulmine colpisce. Le montagne sono fatte di pietra, ma vengono colpite dai fulmini molte volte all'anno». E poi precisa: «Il metallo non attira i fulmini, ma li conduce». Aggiunge Donatella Suardi: «Il ciclista è per sua natura più in alto della bici e quindi attirerebbe la traiettoria del fulmine più della bici stessa, indipendentemente dai materiali con cui è stata costruita. Il fatto che l'acciaio, il carbonio o le altre leghe siano ottimi conduttori diventa secondario».

«I copertoni delle Mountain Bike sono comunque in gomma isolante, così come le manopole del manubrio. Il ciclista non pedala mai a contatto diretto con il carbonio o l'alluminio..», ci dice Dario Acquaroli, due volte campione del mondo di MTB che oggi lavora per Merida, l'azienda taiwanese che produce biciclette. Aggiungiamo anche che la batteria delle eBike è ricoperta da materiale isolante. «E' facile quindi immaginare che il fulmine si sia scaricato a terra con una potenza di milioni di volt e che abbia travolto allo stesso tempo i due ciclisti. Questa è la casistica più comune per questo genere di incidenti. In montagna sappiamo che, alle prime gocce di pioggia, dobbiamo metterci al riparo ma non in aree aperte e tantomeno vicino a pali o tralicci. Sfatiamo una volta per tutte che il carbonio o i dispositivi elettronici attirino le scariche dei fulmini».

Un punto sulla batteria della bici elettrica che stava utilizzando Alberto Balocco. No, i dispositivi elettronici non attraggono i fulmini. L'unica cosa che attrae i fulmini è appunto la forma di un oggetto, appuntito o che si erge verso l'alto. Molto discusso è infatti anche il possibile pericolo nell'utilizzare uno smartphone durante una tempesta. Si tratta ancora una volta di un mito: i telefoni cellulari sono dispositivi a bassa potenza e non hanno alcuna caratteristica che li renda attraenti per i fulmini. Quello che può essere pericoloso, in caso di tempesta, è usare un dispositivo elettronico collegato alla presa di corrente in casa.

Alberto Balocco, Fossano si ferma per i funerali dell’imprenditore. Massimo Massenzio su Il Corriere della Sera il 29 Agosto 2022. 

A portare l’ultimo saluto al presidente dell’azienda dolciaria sono arrivate centinaia di persone da tutto il Piemonte. La figlia maggiore Diletta: «Abbiamo avuto la fortuna di essere parte della tua vita» 

Un silenzio «irreale» è calato sin dal mattino di oggi, 29 agosto, sulla città di Fossano nel giorno dei funerali di Alberto Balocco. A portare l’ultimo saluto al presidente dell’azienda dolciaria fossanese, morto venerdì scorso durante un’escursione in mountain bike a Pragelato, sono venute centinaia di persone da tutto il Piemonte.

Politici, imprenditori, ex calciatori e tanti, tantissimi comuni cittadini . Accalcati sotto i portici di via Roma, in attesa dell’uscita del feretro da palazzo Daviso, c’erano anche gli operai e i dipendenti della fabbrica fossanese. Di fronte alla cattedrale un muro di folla, con i calciatori e le giovanili del Fossano Calcio schierati in prima fila, ha accolto il corteo funebre. In testa la moglie di Alberto Susy Pinto e i figli Diletta, Matteo e Gabriele. Subito dietro la sorella Alessandra assieme al marito, le cognate e tanti altri parenti.

Tanta la commozione all’ingresso in chiesa della bara di legno chiaro, ricoperta da una corona di rose bianche. La moglie Susy, distrutta dal dolore, per tutta la durata della celebrazione ha stretto le mani dei figli. Accanto a lei, nello stesso banco, anche la cognata Alessandra, con gli lucidi coperti da occhiali scuri, assieme al marito Ruggero Costamagna e al figlio Marco. «Venerdì pomeriggio, quando è arrivata la terribile notizia, siamo rimasti tutti attoniti — ha detto dal pulpito monsignor Piero Delbosco, vescovo di Cuneo e Fossano —. Il silenzio ha avvolto tutto il Cuneese. Assieme a un interrogativo: perché? Perché proprio Alberto? Non dobbiamo vergognarci di questi dubbi. Dobbiamo fermarci a riflettere e provare a cogliere la via del Vangelo. La vita è il primo capitolo dell’esistenza e la morte è quello successivo. Alberto e il suo amico Davide Vigo, scomparso assieme a lui, non sono chiusi fra quattro assi, ma sono vicini a Dio». Il vescovo ha poi ricordato la sua ultima chiacchierata con Alberto Balocco: «Qualche tempo fa ci siamo sentiti, mi ha parlato dei tempi difficili che stiamo vivendo, ma nelle sue parole ho colto fiducia e volontà di combattere in vista di momenti migliori. Dobbiamo seguire il suo esempio».

Il momento più toccante — e significativo — è stato l’elogio funebre, quando ha preso la parola Diletta, la figlia maggiore di Alberto, che ha letto una commovente lettera indirizzata al padre: «Fortuna — ha esordito —. Sembra assurdo utilizzare questa parola in un momento come questo, ma è proprio così. Abbiamo avuto la fortuna di essere parte della tua vita. Sei stato un padre, un marito e un imprenditore meraviglioso. Il migliore in ognuno di questi ruoli. Ci hai insegnato a stringere i denti e a non mollare mai, proprio come facevi tu. Abbiamo avuto fortuna, perché ci hai amato con tutto il tuo essere e ogni tuo gesto era pieno d’amore. Ci hai insegnato a vivere. Sei stato e continuerai a essere il nostro motore. Come quando ci raccontavi per l’ennesima volta una delle tue storie, che ormai conoscevamo a memoria. Ci hai dato il tuo buon esempio, ci hai insegnato a uscire dalla nostra “comfort zone”, come la chiamavi tu. Noi lo seguiremo e a ogni passo penseremo “papà avrebbe fatto così”. Ci hai dato tutto, sei il nostro orgoglio e un punto di riferimento. Ti amiamo».

Fulvio, un amico di infanzia, ha ricordato i suoi 50 anni insieme a «Bebe», il soprannome che Alberto Balocco si portava dietro sin dalle elementari, quando frequentavano insieme le scuole delle suore domenicane: «Hai girato il mondo, ma la tua casa restava sempre Fossano. Perché noi, se non ci svegliamo guardando il Monviso, non siamo contenti. Al massimo Sauze, o Alassio. Oppure Napoli, dove sei riuscito a far innamorare la tua amata Susy. Tu e Davide avete scritto una storia bellissima, fatta di feste, avventure, complicità e musica. Eravate i più veloci di tutti, ma non lo siete stati abbastanza per scansare il fulmine che vi ha portato via. Adesso vi immaginiamo insieme, allegri e sorridenti. Pronti a combinarne ancora un’altra».

Al termine della funzione la folla silenziosa ha gremito via Roma e si aperta in due ali al passaggio della famiglia. Tutti i dipendenti si sono schierati sulla scalinata del duomo per l’ultimo saluto al «titolare buono» e un lungo applauso ha salutato la partenza del feretro: «Ciao Alberto». Il tempo del dolore non è ancora finito, ci vorrà tempo, ma la sensazione è che Fossano stia già cominciando a guardare avanti Senza mai dimenticare il passato e la storia. Quella dei Balocco.

Paolo Griseri per "La Stampa"

Con il padre e la sorella Alessandra ha guidato l'azienda di famiglia tra "desideri e sacrifici" Ai 400 dipendenti degli stabilimenti nel Cuneese diceva: "Qui non ci sono padroni, siamo uguali"

Come sempre, soprattutto nella storia delle aziende familiari, la svolta avviene di domenica, all'ora di pranzo, quando la frenesia della produzione rallenta e c'è il tempo per le discussioni importanti. È il febbraio dell'82 quando nella nuova casa di Fossano, in via Marconi, fatta costruire al posto dell'antica pasticceria di famiglia, Aldo Balocco chiama i figli Alessandra e Alberto: «Venite con me nello studio». Alessandra ha 18 anni, Alberto, "Bebe", 16. La scelta è difficile. La Nabisco, colosso americano dei biscotti, aveva proposto di rilevare l'azienda.

Nell'autobiografia ("Volevo fare il pasticcere", Rizzoli) scritta insieme al giornalista Adriano Moraglio, Alberto racconta lo stato d'animo di quel primo pomeriggio: «Siamo poco più che due ragazzi, viviamo nella "bambagia" come molti nostri coetanei, ma abbiamo capito bene, in tutti gli anni trascorsi vicino a nostro padre, quale dramma stia vivendo: un dramma di solitudine... un dramma carico di apprensione e di ragionevole realismo. Quante volte si è rigirato in testa quella frase: «Se venissi meno io, voi come fareste?». Quel pomeriggio, racconta il figlio, Aldo Balocco è «allettato dall'ipotesi di poter tirare il fiato e garantire un futuro alla sua azienda». La Nabisco, in quegli anni, è un acquirente solido. A Chicago ha il panificio industriale più grande del mondo, possiede marchi importanti come Saiwa. 

All'improvviso Alberto e Alessandra prendono in mano la situazione e convincono il padre a non farlo: «Hai dato l'anima per costruire qualcosa di bello, papà. Perché noi non dovremmo impegnarci a fare altrettanto?».

In questo quadretto di inizio anni Ottanta in una cittadina della provincia cuneese ci sono molti caratteri di quel capitalismo familiare, locale e mondiale al tempo stesso, che ha saputo trovare nella dimensione glocal la chiave del suo successo. Alberto studia economia a Torino e Milano, governa un'azienda da quasi 200 milioni di fatturato, esporta dolci in tutto il mondo. Ma i 400 dipendenti sono concentrati nei due stabilimenti produttivi di Fossano e Trinità, nel cuneese. Un legame fortissimo con il territorio, come accade ad un altro colosso dolciario cuneese, la Ferrero di Alba. La Balocco cresce in dimensioni a metà degli anni Settanta e l'impresa comincia a fare fortuna grazie al successo del suo prodotto di punta, il panettone mandorlato.

 La pubblicità su Carosello e, più recentemente, la sponsorizzazione della Juventus, rendono il marchio ancora più forte. Un amico di famiglia raccontava ieri un particolare sul carattere mite e riservato di Alberto: «Ai tempi della sponsorizzazione ci fece avere due biglietti per la partita della Juventus. Dovevamo andare tutti e tre allo stadio: io, mio padre e Alberto. Ma arrivati all'ingresso, per un disguido tecnico, non venne riconosciuto e i funzionari addetti all'ingresso non lo fecero entrare. Avrebbe potuto dire "Lei non sa chi sono io". Invece si girò e, senza dire una parola, tornò a casa».

Alberto ha la stoffa dell'imprenditore proprio perché teme di sbagliare, studia ogni mossa, sa che una decisione avventata potrebbe avere conseguenze disastrose. Lui diventa amministratore delegato, la sorella Alessandra gestisce il delicato settore del marketing. Fin dal suo ingresso in azienda, nel dicembre del 1989, sente sulle spalle il peso della storia industriale della Balocco: «Ci sono dei fili invisibili che legano mia sorella Alessandra e me ai sacrifici e ai desideri, all'impegno e alle sconfitte di mio nonno, di mio papà e di quanti avevano lavorato con loro per tirare su la Balocco». Storia ormai quasi centenaria (l'azienda è stata fondata nel 1927) e avventurosa. Con il fondatore, Antonio, antifascista, costretto a fuggire in bicicletta insieme al figlio nei sentieri delle Langhe per sfuggire alle brigate nere che devastavano i loro negozi per rappresaglia.

Anche se dice di vivere nella bambagia, il giovane Alberto non dimentica quella storia aziendale di famiglia. È un imprenditore moderno che sa ereditare dal padre Aldo un'azienda in crescita. Nel 2019 Forbes lo inserisce tra i 100 manager vincenti dell'anno. È un appassionato di sport: soprattutto bici e mountain bike, quello che ieri gli è stato fatale. Una tragedia che colpisce una dinastia industriale, come già era accaduto ai Ferrero con la scomparsa improvvisa di Pietro durante un'escursione in bicicletta in Sudafrica, nell'aprile del 2011. Alberto Balocco muore due mesi dopo il padre, Aldo, deceduto all'inizio di luglio. Lascia la moglie Susy Pinto, la ragazza di Napoli conosciuta a 21 anni. Andava a trovarla di nascosto ad Amalfi, dove poi si sarebbero sposati. Lascia tre figli: Diletta, la più grande, Matteo e Gabriele. Lascia un'azienda in salute. Dei suoi 400 collaboratori diceva: «Alla Balocco non ci sono mai stati padroni e dipendenti. Men che meno da quando siamo arrivati noi giovani. Siamo tutti insieme sotto quell'ombrello comune che si chiama lavoro». L'impresa è impresa comune, il rischio è il rischio di tutti. Sembrano drammaticamente profetiche le frasi che concludono l'autobiografia scritta nel 2016 con Moraglio: «Ce la farò? Ce la faremo anche oggi? Sono le domande che vivono dentro la coscienza di ogni imprenditore quando si trova di fronte a scelte difficili, consapevole che dietro l'angolo, anche quando tutto sembra andare bene, c'è sempre il rischio di un imprevisto, di un'emergenza che può mettere in pericolo tutto e tutti».

La tragedia sul colle dell'Assietta. L’imprenditore Alberto Balocco e un amico uccisi da un fulmine mentre erano in bici. Redazione su Il Riformista il 26 Agosto 2022. 

Uccisi da un fulmine mentre erano in bicicletta, su una mountain bike sul colle dell’Assietta a Pragelato, in provincia di Torino e a pochi chilometri dal Sestriere. Sono morti tragicamente poco dopo le 13 di venerdì 26 agosto l’imprenditore Alberto Balocco, 56 anni compiuti ieri, amministratore delegato dell’azienda dolciaria originaria di Fossano (Cuneo), e Davide Vigo, 55enne torinese ma residente in Lussemburgo.

I due erano in vacanza e stavano facendo una passeggiata in bici quando sono stati colpiti dal fulmine. Come riferito dai tecnici del Soccorso Alpino, la chiamata di emergenza è arrivata nel primo pomeriggio da un passante che ha visto i due ciclisti a terra, esanimi. Sul posto è stato inviato un mezzo del servizio di elisoccorso regionale che è atterrato non senza difficoltà a causa delle avverse condizioni meteo. Nonostante i tentativi dei sanitari, che hanno tentato delle manovre di rianimazione cardiocircolatoria, per i due non c’è stato nulla da fare. Sul posto anche personale dei carabinieri.

“Siamo sconvolti da questa tragedia improvvisa che colpisce un amico, un imprenditore simbolo della nostra terra, che ha portato il Piemonte nelle case di tutto il mondo. Ci stringiamo in un fortissimo abbraccio alla famiglia di Alberto Balocco e a tutti i suoi cari”, è il messaggio di cordoglio inviato dal presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio.

Balocco, sposato e padre di tre figli, è il nipote del fondatore dell’azienda dolciaria di famiglia Francesco Antonio Balocco. Il sindaco di Fossano, Dario Tallone, ha espresso il suo cordoglio alla famiglia. Il 2 luglio un altro gravissimo lutto aveva colpito la famiglia Balocco con la morte del padre di Alberto, Aldo, inventore del celebre panettone ‘Mandorlato’ e artefice della crescita dell’azienda avviata dal padre nel 1927 a Fossano (Cuneo), quando aveva aperto una piccola pasticceria. Alberto Balocco, detto “Bebe”, con la sorella Alessandra, guidava l’azienda che ha 500 dipendenti e 200 milioni di fatturato nel 2022.

L'industriale scomparso a 56 anni. Chi era Alberto Balocco, l’imprenditore dei panettoni morto colpito da un fulmine. Redazione su Il Riformista il 26 Agosto 2022 

Marito, padre, imprenditore e amante degli sport. Era questo e tanto altro Alberto Balocco, proprietario e amministratore delegato della nota azienda dolciaria di famiglia, fondata dal nonno nel 1927, morto nel pomeriggio odierno in Val Chisone assieme all’amico Davide Vigo, entrambi colpiti da un fulmine mentre erano in mountain bike.  

Di Fossano, in provincia di Cuneo, il 56enne Alberto Balocco aveva preso le redini dell’azienda dolciaria di famiglia negli anni Novanta. Partendo dai noti panettoni, la Balocco era diventata negli anni un’azienda dolciaria conosciuta in tutto il mondo anche per altri prodotti: dai biscotti ai prodotti da forno o pasquali.

La fortuna della Balocco si deve al nonno Francesco Antonio Balocco, che fondò l’azienda come una semplice pasticceria nel 1927 a Fossano, di fronte al Castello degli Acaia. Quindi il passaggio in mano ad Aldo Balocco, padre di Alberto, morto a inizio luglio di quest’anno, che trasforma il laboratorio in una vera e propria impresa nel 1948. La piccola pasticceria diventa uno stabilimento industriale, dai 30 dipendenti si arriva fino a 550.

Ma è Alberto, assieme alla sorella Alessandra, a trasforma definitivamente l’azienda di famiglia. Come racconta il Corriere della Sera, con la loro guida i profitti e la crescita salgono costantemente, il fatturato raggiunge i 200 milioni di euro nel 2021 e l’azienda punta sempre di più sul mercato estero, tanto da diventare un modello imprenditoriale in Italia.

Ed è sempre Alberto a volere i noti spot tv, quelli che vedono protagonista il “signor Balocco”. Nell’azienda entreranno anche i tre figli di Alberto, (Diletta, Matteo e Gabriele), sposato con Susy, mentre il marchio si espande conquistando ben 67 Paesi. 

Oggi la morte prematura dell’imprenditore, appassionato di sport come la barca a vela, lo sci, il windsurf. A individuare il corpo senza vita di Balocco e dell’amico Davide Vigo è stato un automobilista di passaggio.

“Siamo sconvolti – commenta il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio – da questa tragedia improvvisa che colpisce un amico, un imprenditore simbolo della nostra terra, che ha portato il Piemonte nelle case di tutto il mondo. Ci stringiamo in un fortissimo abbraccio alla sua famiglia e a tutti i suoi cari”.

I funerali dell'imprenditore folgorato da un fulmine. La lettera di Diletta Balocco al padre Alberto: “Fortuna averti avuto, sarai sempre il nostro motore”. Vito Califano su Il Riformista il 30 Agosto 2022 

Si sono svolti ieri a Fossano i funerali dell’imprenditore Alberto Balocco, il presidente dell’omonima azienda dolciaria della provincia di Cuneo morto venerdì scorso durante un’escursione in mountain bike con un amico a Pragelato. Alla cerimonia migliaia di persone, compresi politici, imprenditori, ex calciatori, comuni cittadini, operai e dipendenti dell’azienda. Tutti assiepati nei pressi della cattedrale, una folla che si è aperta al passaggio del feretro e della famiglia nel corteo funebre. La messa è stata officiata da monsignor Piero Delbosco, vescovo di Cuneo e Fossano.

Balocco con l’amico Davide Vigo era in cima al colle dell’Assietta, lo scorso venerdì, quando i due sono stati sorpresi da un violento temporale. Stavano tornando indietro quando poco dopo le 13:00 un fulmine ha colpito in pieno i due amici, che sono morti sul colpo, i corpi folgorati. Niente da fare per loro nonostante i soccorsi. Balocco aveva 56 anni, Vigo 55. Solo a inizio luglio la famiglia dell’imprenditore aveva pianto la morte di Aldo Balocco, padre di Alberto, 91 anni, presidente onorario dell’azienda e inventore del mandorlato che aveva reso la società un colosso nel settore dolciario.

La moglie dell’imprenditore Susy Pinto in testa al corteo, al fianco dei figli Diletta, Matteo e Gabriele. Il momento più toccante della cerimonia quando ha preso la parola Diletta, la figlia maggiore dell’imprenditore, nell’elogio funebre. “Fortuna. Sembra assurdo utilizzare questa parola in un momento come questo, ma è proprio così. Abbiamo avuto la fortuna di essere parte della tua vita. Sei stato un padre, un marito e un imprenditore meraviglioso. Il migliore in ognuno di questi ruoli. Ci hai insegnato a stringere i denti e a non mollare mai, proprio come facevi tu. Abbiamo avuto fortuna, perché ci hai amato con tutto il tuo essere e ogni tuo gesto era pieno d’amore. Ci hai insegnato a vivere. Sei stato e continuerai a essere il nostro motore. Come quando ci raccontavi per l’ennesima volte una delle tue storie, che ormai conoscevamo a memoria. Ci hai dato il tuo buon esempio, ci hai insegnato a uscire dalla nostra ‘comfort zone’, come la chiamavi tu. Noi lo seguiremo e a ogni passo penseremo ‘papà avrebbe fatto così’. Ci hai dato tutto, sei il nostro orgoglio e un punto di riferimento. Ti amiamo”.

Un amico d’infanzia dell’imprenditore, Fulvio, ha ricordato un’amicizia lunga 50 anni. “Hai girato il mondo, ma la tua casa restava sempre Fossano. Perché noi, se non ci svegliamo guardando il Monviso, non siamo contenti. Al massimo Sauze, o Alassio. Oppure Napoli, dove sei riuscito a far innamorare la tua amata Susy. Tu e Davide avete scritto una storia bellissima, fatta di feste, avventure, complicità e musica. Eravate i più veloci di tutti, ma non lo siete stati abbastanza per scansare il fulmine che vi ha portato via. Adesso vi immaginiamo insieme, allegri e sorridenti. Pronti a combinarne ancora un’altra”.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Diletta Balocco: «Papà Alberto era il nostro migliore amico. Mi ha insegnato a credere in me». Massimo Massenzio su Il Corriere della Sera l'1 settembre 2022.

La figlia dell’industriale morto: «Era, come diceva lui, “un ventenne dentro”, ma la sua testa era avanti anni luce e questo lo rendeva un padre ancora più speciale»

Chi era Alberto Balocco per lei e per i suoi fratelli?

«Oltre a essere padre, era anche il nostro migliore amico, aveva sempre le parole giuste. Sapeva immedesimarsi nei nostri punti di vista, seppure appartenessimo a una generazione ben diversa dalla sua. Amava allo stesso modo la musica anni Settanta e le serie Netflix, adorava circondarsi dei nostri amici, fare festa con noi era la cosa che più lo rendeva felice. Era, come diceva lui, “un ventenne dentro”, ma la sua testa era avanti anni luce e questo lo rendeva un padre ancora più speciale», risponde Diletta Balocco, 25 anni, la figlia maggiore dell’imprenditore fossanese, presidente e ad dell’azienda dolciaria di famiglia, ucciso da un fulmine venerdì scorso assieme all’amico Davide Vigo.

Quali sono gli insegnamenti e le passioni che le ha trasmesso?

«Tra gli insegnamenti di papà, in cima ci sono ambizione, umiltà e ottimismo. Ambizione, perché lo sguardo è sempre in alto. Umiltà, perché i piedi invece devono essere ben radicati per terra, perché nulla si dà per scontato. E ottimismo, perché pensare positivo non costa nulla e fa bene a tutti. La passione più grande che ci ha trasmesso è quella di viaggiare: di ritorno da qualunque viaggio, aveva già una nuova Lonely Planet sul comodino per organizzare il prossimo. Per lui, come per me, era fondamentale avere “un prossimo obiettivo”, una nuova destinazione da esplorare insieme».

Che cosa le mancherà di più di lui?

«Papà ha sempre creduto in me molto più di quanto io credessi in me stessa. Questa era per me un’incredibile fonte di sicurezza e di forza. Pensavo: “Se lui ci crede, allora forse posso farlo davvero”. Non vedevo l’ora di raccontargli le mie piccole conquiste, perché era capace di rendere motivo di orgoglio anche quelle più insignificanti. Mi mancherà condividere con lui tutto questo, ma, in qualche modo, so che si farà sentire».

C’è un ricordo che ha piacere di condividere?

«Durante le elementari spesso ci accompagnava lui a scuola, dalle suore Domenicane, qui a Fossano. Ricordo che, tenendoci per mano, facevamo ogni mattina il gioco delle capitali: la competizione stava nell’indovinare le capitali dei vari stati del mondo, chiedendole a turno a me, a mio fratello Matteo e alla nostra amica Ludovica (Gabriele era ancora troppo piccolo). Anche pochi minuti di cammino rappresentavano per lui un momento per insegnarci qualcosa».

Quanto è importante per lei il legame con Fossano, la sua città?

«Nonostante abbia passato gli ultimi anni di studio in giro per l’Europa in città meravigliose come Madrid e Parigi, ritornare tra le strade di Fossano è sempre per me come un abbraccio: sono le vie della mia infanzia, ho sempre amato girovagare tra i mattoni rossi del centro, specie d’inverno sotto le nevicate. E poi, il profumo di dolci dell’azienda, che a volte arriva fino al centro, è qualcosa che mi ha sempre fatta sentire a casa».

Dopo la laurea alla Bocconi e il master lei ha cominciato a lavorare in un’altra grande azienda e non alla Balocco. Come mai?

«La scelta è stata dettata dalla necessità di mettermi in gioco in un ambiente neutro, dove sarei stata valutata esclusivamente per la mia performance e non per il cognome o per le radici. Questo perché sentivo il bisogno di conquistare fiducia in me stessa, nelle mie capacità e acquisire la consapevolezza di quali fossero i miei punti di forza e di miglioramento».

A 25 anni, salendo sul pulpito per leggere la lettera a suo padre durante il funerale, ha mostrato forza e coraggio. Si sente pronta a raccogliere l’«eredità morale» di cui tanto si è parlato in questi giorni?

«Sono una persona piuttosto emotiva, mio padre lo sapeva bene. A convincermi a leggere la lettera è stato Fulvio, il suo amico d’infanzia (“Truf”, come lo chiamava sempre lui), che mi ha fatto capire che a papà sarebbero brillati gli occhi. E questo è bastato per tirare fuori il coraggio. I valori che la mia famiglia ha trasmesso a me e ai miei fratelli non li raccogliamo oggi: è tutta una vita che ne cogliamo i frutti. Oggi ci facciamo carico di prenderli, coltivarli e conservarli per chi verrà dopo di noi».

La morte dell'imprenditore (e dei giornali). L’incredibile titolo di Repubblica sui funerali di Balocco. Il racconto del quotidiano dalle esequie dell’imprenditore è da non credere. Invece è tutto reale. Max Del Papa su nicolaporro.it il 30 Agosto 2022.

Il Pd ha deciso di suicidarsi, anche giornalisticamente. Non bastava la demenziale comunicazione social di “scegli”, ovviamente fra alternative o suicide o truffaldine: già così perde colpi l’ammucchiata sinistra, sempre più simile agli Wackey Races, la squinternata compagnia motorizzata di Dick Dastardly, Penelope Pitstop, Clyde e la sua banda (il Pd ciociaro) e tutti gli altri, con Blubber Letta che ovviamente guida con i piedi e sempre sull’orlo di una crisi di nervi. Ma son proprio le testate di riferimento, che il Paròn Rocco avrebbe probabilmente definito “testate de gran casso”, a dare il meglio.

Sentite come hanno titolato il racconto dei funerali di Alberto Balocco, il disgraziato imprenditore dolciario folgorato da un fulmine: “Fossano, addio ad Alberto Balocco: le lacrime si mescolano al profumo di biscotti”. Tutto vero, purtroppo, nessun fake. Ovviamente su Twitter si sono scatenati: “Il titolista è un alcolista, vero?” chiede Anna. Un altro: “Saranno state gocciole di pianto”. Un altro ancora: “Per fortuna non allevava maiali”. Molti si rifiutano di crederci, “ma è un profilo parodia?”.

Perché ne circolano alcuni, a dire il vero, sul sempre meno giornalone diretto da Molinari, che non è quello della Sambuca anche se si potrebbe essere tentati di sospettarlo. E invece no, è tutto reale, ufficiale, niente coloranti e conservanti e non serve chiamare Puente, quello che vede tutto ma all’occorrenza fa finta di niente, per certificarlo. Del resto, sulla stessa sciagura sempre Rep si era già prodotta in un altro titolo epocale: “Balocco, per gli esperti fatto accidentale”. Ora, definire accidente un fulmine che ti centra, non è pleonastico, non è tautologico, e non è neanche situazionista: è repubblichino, riferito al fondatore Scalfari. Resta solo un dubbio: ma a Repubblica, che ci mettono nei biscotti? Max Del Papa, 30 agosto 2022

Ghana, uomo scavalca un recinto dello zoo di Accra per rubare un cucciolo: sbranato da un leone. Ilaria Minucci il 29/08/2022 su Notizie.it.

Un uomo è stato sbranato da un leone dopo aver tentato di rapire un cucciolo scavalcando un recinto dello zoo di Accra, in Ghana. 

Un uomo ha fatto irruzione nel recinto di uno zoo di Accra, in Ghana, presumibilmente nel tentativo di rubare un cucciolo ma è stato sbranato da un leone.

Ghana, uomo scavalca un recinto dello zoo di Accra per rubare un cucciolo: sbranato da un leone

In Ghana, un uomo ha fatto irruzione nel recinto di uno zoo presumibilmente nel tentativo di rubare un cucciolo di leone. In questo frangente, è stato subito assalito e sbranato da un esemplare adulto della specie.

I primi a rendersi conto dell’accaduto sono stati i guardiani dello zoo situato ad Accra, capitale del Ghana, che hanno rinvenuto il corpo dell’uomo, circa 30 anni, all’interno del recinto. I fatti, invece, risalgono alla giornata di domenica 28 agosto.

A parlare di furto di un cucciolo è stato il giornale online Joy Online asserendo che la vittima avrebbe fatto irruzione nel recinto per rubare un esemplare me, secondo quanto riferito dalla Commissione forestale, il movente dell’irruzione non è ancora stato accertato.

In particolare, in una dichiarazione dei funzionari dello zoo rilasciata ai media locali, si legge: “L’intruso è stato aggredito da uno dei leoni della struttura l’uomo è deceduto per le ferite riportate nell’attacco.

Il suo corpo è stato portato all’obitorio“.

La nota della Commissione forestale

Dopo l’intervento dei funzionari dello zoo, il leone, la leonessa e loro due cuccioli sono stati indirizzati in una stivasicura al fine di consentire agli agenti di polizia di recuperare il corpo della vittima e trasferirla in obitorio. Un agente, in particolare, ha dichiarato: “Stiamo indagando sul caso per stabilire come l’uomo sia entrato nell’area riservata”.

In seguito all’incidente, è intervenuta la Commissione forestale che ha affermato che i funzionari hanno effettuato un sopralluogo presso lo zoo “per garantire che tutte le strutture rimangano sicure”.

Comprano valigie all’asta, all’interno trovano i cadaveri di due bambini morti da anni. Redazione Notizie.it il 29/08/2022

La polizia neozelandese ha identificato i genitori dei due bambini trovati morti all'interno delle valigie: sono entrambi scomparsi da anni. 

Macabra scoperta in Nuova Zelanda, dove una famiglia è entrata in possesso di alcune valigie e del resto di un garage non reclamato attraverso un’asta. Il terribile ritrovamento risale allo scorso 11 agosto, quando i nuovi proprietari del garage hanno scoperto nelle valigie i resti di due bambini.

Sul caso indaga la polizia di Auckand, che ha aperto un’indagine per omicidio e ha identificato i genitori delle due vittime.

Cadaveri di due bambini nelle valigie

Le valigie in cui sono stati scoperti i resti dei bambini si trovavano nel retro di una roulotte dove sono stati ritrovati anche altri oggetti per l’infanzia, come diversi giocattoli. Quando la famiglia le ha aperte, ha trovato all’interno i due cadaveri e ha lanciato l’allarme.

Secondo quanto emerso dalle prime ricostruzioni, i due piccoli, di 5 e 10 anni, sarebbero morti da almeno 4 anni. I loro corpi non sarebbero mai stati reclamati perché i genitori, originari della Corea del Sud, sarebbero scomparsi da tempo e nella zona non si troverebbe nessun altro parente.

Più nello specifico, il padre dei due bimbi sarebbe morto di cancro nel 2017. L’anno seguente si sono perse anche le tracce della madre, che potrebbe essere tornata nel Paese d’origine dopo la morte dei figli.

Le autorità neozelandesi sono al momento in contatto con l’Interpol e con la polizia sudcoreana per cercare di rintracciare la famiglia dei piccoli, in particolare la madre, che però al momento risulta ancora irreperibile.

“Riteniamo che anche le valigie siano rimaste in deposito da diversi anni” hanno dichiarato le autorità che indagano sul caso.

La polizia di Auckland ha inoltre chiarito che la famiglia responsabile del ritrovamento dei cadaveri non è in alcun modo sospettata dell’omicidio.

Da leggo.it il 25 agosto 2022.

Un giovane spagnolo di 24 anni, incornato a morte da un toro con le corna in fiamme durante una festa locale nella città di Vallada a Valencia. Ancora una volta, un incidente mortale causato da una festa folcloristica in Spagna; quanto accaduto è stato anche ripreso da un cellulare, dove si vede chiaramente la sequenza in cui il 24enne ha perso la vita, mentre alcuni spettatori terrorizzati guardavano a pochi centimetri di distanza quanto stava accadendo, riparati dietro le ringhiere di protezione.

La vittima è stata subito portata in ospedale, dove i medici non hanno potuto fare altro che constatare la rottura della milza, provocata dalle corna del toro che hanno infilzato il giovane spagnolo, nei confronti del quale le cure si sono rivelate inutili. Le corna infuocate, fanno parte della tradizione del festival annuale di Vallada, che è stato sospeso dalle autorità locali. 

Incidenti mortali in Spagna, durante queste festività, purtroppo accadono spesso. A maggio scorso, un padre di due figli di 50 anni è morto dopo essere stato incornato da un toro a Carpio, mentre sei giorni dopo un uomo di 30 anni è morto per le ferite riportate dopo essere stato incornato a una festa dei tori a Portaje, nella Spagna occidentale. In totale sono stati dieci i morti nel 2022. 

Nel 2013, l'allora governo conservatore ha dichiarato la corrida parte del patrimonio nazionale che dovrebbe essere protetto in tutta la Spagna, bloccando di fatto qualsiasi tentativo di vietare la pratica.

Da lastampa.it il 25 agosto 2022.

Una postina di 61 anni è stata uccisa in Florida da cinque cani che l'hanno assaltata durante la consegna della posta. Gli abitanti di Interlachen Lakes States hanno raccontato di aver sentito le urla di Pamela Jane Rock, e di averla vista a terra, con i cani che le stavano sopra. I vicini, compreso il proprietario, sono intervenuti in suo soccorso. Uno di loro ha preso anche un fucile e ha sparato in aria, ma i cani non hanno subito interrotto l'attacco.

Quando la polizia è arrivata sul posto, i cani erano rinchiusi in un recinto. Le indagini diranno poi che proprio da quello spazio, spostando una pietra, i cinque cani erano scappati e avevano aggredito la donna ferma in strada per un problema al suo veicolo.

La postina è stata subito soccorsa e portata in ospedale, ma fin da subito le sue condizioni sono apparse gravi: ha avuto un arresto cardiaco in ambulanza durante il trasporto e un altro in ospedale. Il suo corpo era così martoriato che i medici, nel tentativo di salvarla le hanno anche amputato un braccio. Ma non è servito: la 61enne è deceduta.

Il proprietario dei cani ha deciso di rinunciare alla loro proprietà e verranno sottoposti a eutanasia. Secondo alcuni fonti locali sembra che i cinque cani, di cui non è stata resa nota la razza, avessero già dato dei problemi in passato e l’Animal Control avesse già fatto tre verifiche negli ultimi due anni. 

L'episodio che ha visto vittima Pamela Jane Rock ha portato alla luce un'emergenza che riguarda il lavoro di postino che, contrariamente a quello che si può pensare, negli Stati Uniti è una professione a rischio: nel solo 2021 sono stati 5.400 i postini che hanno subito aggressioni dai cani. 

Solo in Florida sono stati 201, ma è la California a guidare questa drammatica classifica con 656 attacchi registrati l'anno scorso. Segue il Texas con 368. La città con il maggior numero di episodi è Cleveland, in Ohio: nel solo 2021, sono stati aggrediti 58 postini.

Da tgcom24.mediaset.it il 25 agosto 2022.

Era stata dichiarata morta dai medici, ma si è svegliata durante il suo funerale. Trasferita di nuovo in ospedale, è morta per davvero poco dopo. La protagonista di questa clamorosa vicenda è una bambina messicana di tre anni, Camila Roxana Martinez Mendoza. La famiglia ora vuole vederci chiaro e chiede di accertare le negligenze dei sanitari. Il caso è seguito dalla procura generale dello Stato messicano di San Luis Potosí.

La prima visita - Mercoledì 17 agosto la piccola era stata portata dal pediatra in seguito a forti dolori allo stomaco e vomito. Il medico ha quindi ordinato alla madre di portarla in pronto soccorso per ulteriori accertamenti. All'ospedale messicano di Salinas de Hidalgo, la bambina è stata presa in cura per disidratazione e poi è stata dimessa, con l'indicazione di usare del paracetamolo per abbassarle la febbre.

La prima dichiarazione di morte - Una volta tornata a casa, le sue condizioni si sono ulteriormente aggravate e la famiglia ha deciso di riportarla in ospedale. In una condizione di grave disidratazione, i medici non sono riusciti a trovare una vena per farle una flebo. Dopo diversi tentativi, Camila è stata dichiarata morta. La mamma, secondo il suo racconto, non ha potuto vedere per ore la bambina fino ai funerali.

La seconda dichiarazione di morte - Durante le esequie, la famiglia ha però notato che i vetri della bara erano appannati, come se la bambina stesse ancora respirando. Ed era vero. Trasportata d'urgenza nel medesimo ospedale, i medici hanno tentato di rianimarla senza successo, per poi dichiararla morta per edema cerebrale. 

L'inchiesta - La vicenda è stata raccontata dai quotidiani inglesi, che hanno ripreso i quotidiani messicani. Sul corpo di Camila verrà ora effettuata l'autopsia. Come detto, un'inchiesta sul caso è stata aperta dalla procura generale dello Stato messicano di San Luis Potosí.

Sintesi dell’articolo di Katia Ferraro per “L’Arena”, pubblicata da “La Verità” il 24 agosto 2022.

Sconcertante scoperta a Bardolino (Verona) per alcune famiglie del paese che hanno perso un loro caro. Le ceneri dei congiunti dopo la cremazione sono state collocate in altri cimiteri perché in quello del capoluogo erano finite le cellette per le urne senza che i familiari ne fossero avvertiti. 

Nel camposanto della località sul lago di Garda, in realtà, sono esauriti anche i loculi per i feretri: c'è spazio solo per le sepolture a terra non soggette a concessione.

Qualche famiglia è stata costretta a portarsi a casa l'urna cineraria, su autorizzazione (quasi un obbligo) del Comune ma tra i dubbi dei congiunti, che avrebbero preferito collocarla in un luogo consacrato pubblico. Il sindaco Lauro Sabaini ha promesso una soluzione «forse già entro la fine dell'anno». 

Giulio De Santis per il “Corriere della Sera - Edizione Roma” il 27 agosto 2022.

Si è appropriato dei denti d’oro dei defunti per poi cederli a un «Compro oro». È l’accusa per cui Alessandro Avati, 55 anni, dipendente dell’Ama nel servizio cimiteriale, rischia di finire sotto processo dopo la richiesta di rinvio a giudizio della Procura. Il reato: peculato. 

Oltre al dipendente dell’azienda municipale, il pm ha sollecitato il processo per altre quattro persone. Innanzitutto è imputato Andrea Ciabattini, titolare di un «Compro oro» in zona Centocelle, presso cui Avati avrebbe ceduto i denti dei defunti. Il gestore dell’esercizio commerciale, consapevole per la Procura della provenienza illecita delle protesi, avrebbe contato sull’aiuto di due persone per occultare la merce. 

Si tratta di Erasmo Fava e Arianna Bucci. Ciabattini, Fava e Bucci sono accusati di riciclaggio. Infine c’è un quinto imputato, Dashuri Bici, albanese, anche lui accusato di riciclaggio ma per un’altra storia: avrebbe montato una targa contraffatta su una Bmw rubata in Svizzera.

Le vicende risalgono al 2013 e ora la Procura sta correndo per evitare la prescrizione. Che nel caso di Avati scatterà il 27 maggio del 2023. Il dipendente Ama, va premesso, è già sotto processo insieme ad altri colleghi per la truffa , che risale al 2020, ai danni dei parenti dei defunti seguita alla mutilazione dei cadaveri. Avati in un caso, insieme ad altri quattro dipendenti Ama, avrebbe chiesto 50 euro ai familiari di un defunto dicendo che il denaro era necessario per eseguire l’estumulazione del loro caro. Soldi che, in realtà, i parenti non avrebbero mai dovuto sborsare essendo il servizio a carico dell’Ama.

In questo caso i reati per cui Avati è imputato sono vilipendio e truffa. Per quanto concerne l’appropriazione delle protesi dentarie d’oro dei defunti, questa è la ricostruzione del pm Gennaro Varone: Ama incarica, più volte fino al 2013, il dipendente di occuparsi dell’estumulazione delle salme. 

Operazione consistente nel recupero dei resti dai loculi dei cimiteri capitolini a distanza di 30 anni dalla sepoltura. Avati – difeso dall’avvocato Armando Macrillò – da quei resti sottrae le protesi dentarie d’oro. Stando ben attento a non essere scoperto dai colleghi, le fa sparire. Poi bussa alla porta del «Compro oro» di Ciabattini, difeso dall’avvocato Claudio Turci.

Il commerciante lo riceve, secondo la Procura, e a quel punto entrano in scena i suoi bracci destri. Bucci, difesa dall’avvocato Luca Montanari, e Fava, assistito dall’avvocato Marika Rossetti. Con entrambi simula la cessione dei denti per occultarne la provenienza. 

A quanto cede le protesi d’oro? La Procura non sa se la cessione sia stata onerosa o gratuita. Pertanto rimane ignoto se e quanto ha guadagnato Avati. Di certo il dipendente si è sbarazzato della refurtiva presso un’attività commerciale dedita all’acquisto di oro. 

Waterloo, le ossa dei caduti in battaglia usate per raffinare lo zucchero. Paolo Valentino il 19 agosto 2022 su Il Corriere della Sera

Il 18 giugno 1815 le armate anglo-prussiane al comando del Duca di Wellington e del maresciallo Gebhard von Blücher trionfarono contro l’esercito di Napoleone nella piana di Waterloo, in Belgio. , un massacro che vide la morte di almeno 20 mila soldati dell’una e dell’altra parte. Dello scontro che mise fine alle guerre napoleoniche si sa tutto. Generazioni di storici hanno studiato e rivelato tattiche, episodi, errori, fasi alterne della battaglia. Ma più di due secoli dopo un solo, grande mistero è rimasto irrisolto: che fine hanno fatto i cadaveri dei caduti, nonché le carcasse delle migliaia di cavalli uccisi con loro, di cui non è mai stata trovata traccia. Soltanto un mese fa, per la prima volta, gli scheletri di un soldato inglese e di un cavallo sono stati portati alla luce da una squadra di archeologi sul sito della battaglia. Ma nulla di più.

A risolvere l’enigma viene ora lo studio di due autorevoli storici, il belga Bernard Wilkin e il tedesco Robin Schäfer, che insieme all’archeologo britannico Tony Pollard hanno documentato: le ossa dei morti di Waterloo usate in modo massiccio dall’industria saccarifera belga come filtri per raffinare e sbiancare lo zucchero. Secondo gli studiosi, una parte delle ossa venne anche trasformata in fertilizzanti.

La ricerca, che verrà pubblicata in settembre ma i cui risultati sono stati anticipati dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung e dal Daily Mail, si appoggia su decine di documenti dell’epoca fin qui inaccessibili e tratti da archivi francesi, belgi e tedeschi, fra cui articoli di giornale, ordinanze amministrative, lettere e testimonianze scritte. «Abbiamo trovato la risposta a una domanda vecchia di oltre duecento anni», spiega Wilkin, secondo il quale si tratta della scoperta più interessante mai fatta su Waterloo.

Avviata nel 1833, la coltivazione della barbabietola nell’area della battaglia fu subito seguita dalla costruzione di due grandi impianti per la produzione dello zucchero. L’anno dopo in Belgio venne liberalizzato ed esplose il commercio di ossa animali, che macinate e carbonizzate erano considerate molto più efficaci come filtro per raffinare e sbiancare il prodotto grezzo. Ma il campo di battaglia di Waterloo era occasione troppo ghiotta per gli industriali per limitarsi ai resti delle bestie. Così, iniziò la dissacrazione delle fosse comuni scavate dopo lo scontro. Molti giornali non esitarono a denunciare la pratica scandalosa: «I contadini di Waterloo arrossiscono provando vergogna e disgusto, quando vedono gli speculatori vendere nobili resti sparsi sul campo di battaglia per trasformarli in carbone osseo», scriveva La Presse in uno degli articoli citati dallo studio. Nel 1835 il quotidiano L’Independent notava: «Gli industriali hanno ottenuto il permesso di togliere i morti dalla terra dell’onore, per mutare in carbone le ossa degli eroi. Basta questo a caratterizzare un’epoca». Scrivendo sul Prager Tagesblatt, un viaggiatore tedesco che aveva visitato i luoghi, ironizzava: «Usare il miele come dolcificante vi eviterà il rischio di sciogliere i resti di vostro bisnonno nel caffè». Un’altra testimonianza citata dalla ricerca è quella di Karl von Leonhard, celebre archeologo tedesco, che racconta in una lettera di aver visto nel 1840 fosse aperte piene di scheletri umani e animali, mentre venivano vuotate. Uno di quelli che scavavano gli vantò il valore in denaro delle ossa dei granatieri che «pesavano quanto quelle dei cavalli».

Né valsero a molto i blandi tentativi di fermare la pratica sacrilega. Venne infatti largamente ignorato il decreto con cui nel 1834 il sindaco di Braine-l’Alleud, uno dei comuni dell’area della battaglia, dichiarava illegali gli scavi per raccogliere le ossa, con pene fino a un anno di carcere e 200 franchi di multa. Lo scempio continuò per molto tempo ancora. Lo studio parla di quasi 2 mila tonnellate di ossa umane e animali dissotterrate dal campo di Waterloo e vendute all’industria saccarifera.

La fabbrica chiuse nel 1860. L’industria dello zucchero in Belgio finì quando non ci furono più ossa da scavare. Per questo, gli archeologi non hanno mai trovato nulla dei resti dei morti della battaglia. Dulce et decorum est pro patria mori, è dolce e dignitoso morire per la patria, diceva Orazio. Nel caso di Waterloo, il primo aggettivo fu preso (anche troppo) alla lettera. Il secondo venne calpestato.

Schiacciata da una statua, muore a Monaco una bambina di Napoli. La piccola Lavinia, vittima di una tragedia a soli sette anni. Lavinia aveva 7 anni, era in vacanza con i genitori avvocati: «Siamo distrutti, è cambiata la nostra vita». La Gazzetta del Mezzogiorno il 27 Agosto 2022.

Uccisa dopo essere stata colpita in pieno da una statua mentre giocava: è la tragedia - ancora piena di interrogativi - avvenuta in un hotel di Monaco di Baviera, che ha coinvolto la piccola Lavinia Trematerra, sette anni appena, e che ha sconvolto per sempre la vita dei genitori, gli avvocati napoletani Michele Trematerra e Valentina Poggi. La famiglia partenopea era in vacanza nella capitale della Baviera. Secondo le prima informazioni, nel tardo pomeriggio di ieri, la bimba si trovava nel giardino dell’albergo quando è stata colpita da una statua di marmo, che l’ha schiacciata. Il padre di Lavinia, presente al momento del fatto, è subito intervenuto e ha trasportato di persona la piccola in ospedale, senza attendere l’arrivo dei soccorsi, ma per lei non c'è purtroppo stato niente da fare.

Sul terribile incidente sono in corso accertamenti da parte delle autorità tedesche, che hanno ascoltato la coppia e i gestori della struttura alberghiera al fine di ricostruire l'accaduto. I genitori della bimba sono poi rimasti in Germania per ultimare gli adempimenti necessari. Secondo le prime informazioni, la statua non sarebbe stata ancorata al suolo: i gestori dell’albergo, considerata la pesantezza, probabilmente pensavano che non si sarebbe mossa, ma così purtroppo non è stato e la statua è caduta addosso a Lavinia mentre giocava. Distrutti i genitori. «E' cambiata la nostra vita», ha detto disperato l’avvocato Trematerra ad uno dei suoi amici e colleghi che lo ha chiamato per avere conferma della notizia, mentre la moglie, l’avvocato Valentina Poggi, ha lasciato su facebook un commovente messaggio di addio per la figlia. «Sei e sarai sempre il nostro angelo rip. Amore della nostra vita» ha scritto.

Parole che hanno reso la notizia di dominio pubblico, con tanti messaggi di cordoglio che sono successivamente arrivati, soprattutto da amici e colleghi. «Affranto» è così Francesco Ambrosino, il sindaco di Ponza, che è vicino al dolore di due famiglie «amiche dell’isola», mentre sconvolto per la notizia si dice Rocco Truncellitto, che esprime il cordoglio del sindacato forense per le riforme e, idealmente, di tutti gli avvocati di Napoli e della Campania che si stringono «all’immane dolore dei colleghi Michele Trematerra e Valentina Poggi, per la tragica scomparsa della figlia Lavinia di appena sette anni, schiacciata da una statua, non fissata al suolo, in un albergo di Monaco». "La notizia - ha aggiunto Truncellito - ha lasciato esterrefatta la classe forense. La formazione cristiana mi porta alla preghiera di misericordia per Michele e Valentina, consapevole che solo chi è morto e risorto potrà rendere sopportabile la pena dei due genitori. A Lavinia, Angelo di Dio, un forte abbraccio, chiedendoLe di intercedere per il bene dell’intera umanità». 

Daniele Molteni per leggo.it il 14 agosto 2022.

Un ragazza italiana, Carlotta Grippaldi, torinese di 27 anni, è morta ieri sera a Briançon, in Francia, mentre stava passeggiando nel centro della cittadina transalpina, colpita da un' anta staccatasi dalla finestra di un edificio. Lo riportano i giornali locali. 

La ragazza, sempre secondo quanto riportato dai media locali, dopo una serata al ristorante con amici stava percorrendo la strada chiamata “Grand Rue”, situata nella parte vecchia di Briancon. 

La serranda si sarebbe staccata da una finestra al secondo piano. La giovane è morta nell'ambulanza che la stava trasportando in ospedale. L'autorità giudiziaria ha aperto un'inchiesta per il reato di "omicidio involontario".

Laureata in economia e maestra di sci nel comprensorio della Via Lattea

Carlotta aveva compiuto 27 anni il 3 agosto, era laureata in Economia e commercio all’università di Torino con un master in marketing e digital management. Appassionata di montagna, nel 2019, dopo avere superato l’esame, si era iscritta all’albo regionale dei maestri di sci, attività che esercitava nel comprensorio sciistico della Via Lattea, nel torinese.

Da corriere.it il 15 agosto 2022.

Aveva 27 anni Carlotta Grippaldi, la torinese morta dopo essere stata colpita da una persiana che si è staccata da una finestra di una casa che dava sulla Grand Rue, nel centro del Comune di Briançon, in Francia. Stava facendo due passi con un’amica nella città vecchia, sulla strada chiamata “Grand Rue”. Stavano andando al ristorante, quando l’anta della finestra l’ha travolta. Soccorsa dall’ambulanza, è morta prima di raggiungere l’ospedale.

L’autorità giudiziaria di Gap ha aperto un’inchiesta per il reato di «omicidio involontario» e sono in corso gli accertamenti per ricostruire l’accaduto e capire se c’è stato o meno un problema di manutenzione anche perché non c’era vento. 

«Ho sentito un rumore e le persone che urlavano. Sono uscito dal negozio e c’era una ragazza stesa a terra, intorno a lei i passanti che cercavano di rianimarla», ha raccontato un commerciante al quotidiano Le Dauphiné libéré. Anche per questo il sindaco Arnaud Murgia ha annunciato dei sopralluoghi per verificare le facciate del centro storico e prevenire altri distacchi.

Carlotta, una laurea in economia e commercio e un master in marketing, ad aprile aveva iniziato a lavorare alla Lavazza. Ma sognava «in grande, inizia dal piccolo ma inizia adesso» come scriveva su Linkedin. Tra le sue passioni il lavoro e la montagna. Nel 2019 aveva conseguito il diploma di maestra di sci e ogni fine settimana era sulle piste della Vialattea. 

Insegnava alla scuola Preskige, e si divideva tra la valle e Torino, dove viveva. In questi giorni di vacanza era stata in un rifugio a Sauze d’Oulx, poi a Briançon. Oggi, Ferragosto, sarebbe dovuta essere in Francia con un’amica, poi si sarebbe dovuta spostare al mare.

Carlotta Grippaldi colpita da una persiana a Briançon: muore a 27 anni mentre passeggia in strada. Simona Lorenzetti su Il Corriere della Sera il 14 Agosto 2022.

La giovane torinese stava camminando sulla Grand Rue con un’amica per raggiungere un ristorante per cena quando la persiana è crollata colpendola. È morta in ambulanza

Stava passeggiando nel centro di Briançon, in Francia, quando all’improvviso dal secondo piano di uno dei caseggiati che disegnano la cittadina montana si è staccata una persiana. L’anta della finestra le è piombata addosso con violenza e Carlotta Grippaldi, 27 anni, non ha avuto neanche il tempo di accorgersi di ciò che stava accadendo: si è accasciata a terra, colpita alla testa e al busto. Con lei c’era un’amica, che ha subito attirato l’attenzione e chiamato i soccorsi. Ma per la giovane non c’è stato nulla da fare: è deceduta mentre l’ambulanza tentava di raggiungere l’ospedale del paese.

«Ho sentito un rumore e le persone che urlavano — ha raccontato un commerciante al quotidiano Le Dauphiné libéré —. Sono uscito dal negozio e c’era una ragazza stesa a terra. Le persone cercavano di rianimarla». Una tragedia inspiegabile, su cui ora la gendarmeria cercherà di fare chiarezza. La Procura di Gap ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo e pericolo per la vita altrui.

La passione per la montagna

Carlotta aveva compiuto 27 anni lo scorso 3 agosto. Amava la montagna e ogni volta che poteva raggiungeva le vette al confine tra Italia e Francia. Una passione maturata da ragazzina e che condivideva con la sorella Francesca, di quattro anni più giovane. La 27enne aveva conseguito il diploma di maestra di sci nel 2019 e il fine settimana insegnava sulle piste della Vialattea per la scuola Preskige. «Una ragazza solare, simpatica e piena di vita», la ricordano i colleghi che incrociava sulle piste. Nei giorni scorsi la giovane era stata in un rifugio a Sauze e dopo Ferragosto avrebbe dovuto raggiungere gli amici al mare.

«Il mio motto è “Dream big, start small, but… start now!”» scriveva Carlotta nella presentazione del proprio profilo Linkedin, in cui si descrive così: «Sono dinamica, veloce, attiva e predisposta alle pubbliche relazioni. Ho uno spiccato senso del dovere, sono precisa e attenta a ogni dettaglio». Laureata in Economia e Commercio all’università di Torino con un master in marketing e digital management, ad aprile aveva iniziato a lavorare alla Lavazza.

Sulla Grand Rue

L’incidente è avvenuto sulla Grand Rue, la via pedonale del paese, poco dopo le 19.30. Un percorso lievemente inclinato: pavimento in porfido e tanti negozietti e locali a renderla vivace in ogni stagione dell’anno. Anche sabato sera il centro era tutt’altro che deserto. Carlotta, con l’amica, stava raggiungendo un ristorante per cena quando la persiana si è staccata piombandole addosso. E ora il sindaco di Briançon Arnaud Murgia annuncia che i tecnici comunali, insieme con i vigili del fuoco, svolgeranno i sopralluoghi per verificare le facciate del centro storico e prevenire altri distacchi.

Carlotta Grippaldi, oggi i funerali. I genitori: «Impossibile comprendere e darci una ragione». L’ultimo saluto alla 27enne uccisa dal crollo di una persiana a Briançon. Il Corriere della Sera il 18 Agosto 2022.  

«La nostra dolcissima Totta ci ha lasciato improvvisamente, con la nostra incapacità di comprendere e darci una ragione». È racchiuso in questo triste messaggio il dolore che da giorni avvolge la famiglia di Carlotta Grippaldi, la 27enne torinese deceduta lo scorso sabato a Briançon, in Francia, colpita da una persiana che si è staccata improvvisamente dal secondo piano di un edificio nel centro storico. «Totta» è il diminutivo che accompagnava la ragazza fin da quando era bambina. Le piaceva e anche da adulta lasciava che gli amici la chiamassero così. «Dolcissima Totta», come raccontano i sorrisi immortalati dalle fotografie che da giorni rimbalzano sui social accompagnati da laconici messaggi di affetto e addio. Ma in quelle poche righe, con le quali i genitori Vito e Teresita annunciano i momenti in cui sarà possibile dire addio a Carlotta, c’è anche quel senso di impotenza per l’impossibilità di razionalizzare quanto è avvenuto: «Ci ha lasciato improvvisamente, con la nostra incapacità di comprendere e darci una ragione».

Chi la conosceva parla di «destino crudele». Totta era a passeggio sulla Grand Rue, la stradina che attraversa il centro storico della località alpina. Una via vivace, punteggiata di negozietti e locali tipici. Era in compagnia di un amico e insieme stavano raggiungendo il ristorante per cena. All’improvviso, dal secondo piano di una casa che si affaccia sulla strada si è staccata la persiana. L’anta della finestra ha colpito la giovane alla testa e al busto. Carlotta si è accasciata al suolo, ha perso conoscenza e non si è più risvegliata, nonostante i disperati tentativi dei soccorritori di rianimarla: è morta in ambulanza nella corsa verso l’ospedale della cittadina montana.

Carlotta amava la montagna, era la sua passione. Ed è proprio tra le vette della Vialattea, a Sestriere, che la sua famiglia ha deciso di commemorarla. Ieri i genitori, la sorella Francesca con la quale condivideva la passione per lo sci e la nonna Cona hanno accolto gli amici che si sono presentati alla parrocchia Sant’Edoardo, a Sestriere, per il rosario. Gli occhi colmi di lacrime, gli sguardi che si abbassano e il sussurrare delle preghiere sono i simboli dello strazio che sta vivendo la comunità montana che ha visto Totta crescere sugli sci giorno dopo giorno. Sono tanti i ricordi, i momenti felici sulle piste che ora vengono custoditi gelosamente, ma che rivivono nei racconti degli amici più cari. «Infinita era per Carlotta la passione per la montagna e per l’insegnamento dello sci», scrive l’associazione dei maestri di sci italiani di cui la ragazza faceva parte. Si era diplomata nel 2019 e nei fine settimana lavorava alla scuola Preskige. Laureata in Economia e Commercio all’università di Torino con un master in marketing e digital management, ad aprile aveva iniziato a lavorare alla Lavazza. E anche i colleghi e i vertici dell’azienda torinese hanno voluto stringersi attorno alla famiglia. Oggi l’ultimo saluto. I funerali si celebreranno questa mattina, alle 11.30, nella parrocchia Beata Vergine delle Grazie, nel quartiere Crocetta. 

Da liberoquotidiano.it il 12 agosto 2022.

Una morte tragica quella di Tammy Perreault. La donna, 63 anni, è morta trafitta da un ombrellone. Tammy si trovava in spiaggia a Garden City, nel South Carolina, quando un ombrellone si è alzato a causa del vento colpendola. Stando alle autorità l'ombrellone avrebbe trafitto il petto della 63enne. Inutili i tentativi delle amiche di avvisarla, la tragedia è avvenuta in una manciata di secondi. 

"L'ombrellone è stato trascinato qui da una raffica di vento – ha detto una delle migliori amiche della donna, Sherry White – quando abbiamo cercato di evitare il peggio era ormai troppo tardi". Immediato l'intervento dei soccorritori che hanno trasportato Tammy d'urgenza in ospedale. Ma la vittima è morta di lì a poco a causa delle lesioni riportate. "Siamo disperati per la sua perdita - ha proseguito l'amica -. Alcune cose non potremo mai capirle. Nessuno potrà mai dire niente di negativo su di lei: era meravigliosa. La sua condotta deve continuare a ispirarci fino alla fine".

Tammy non è l'unica vittima. Stando alle cifre in mano all'agenzia federale, sono circa 3.000 le persone che ogni anno negli Stati Uniti muoiono trafitte dagli ombrelloni da spiaggia. E non è un caso che due senatori della Virginia, Tim Kaine e Mark Warner, abbiano chiesto maggiore sicurezza sulle spiagge.

Strage dei senza dimora, un morto ogni giorno dall'inizio dell'anno. Luca Liverani su Avvenire l'11 agosto 2022. 

Un morto ogni giorno dall’inizio dell’anno. Dal 1° gennaio a oggi in Italia 224 persone senza dimora hanno perso la vita in 223 giorni. Diverse le cause, sempre uguale il luogo: la strada. Tragedie che trovano qualche riga nelle cronache solo d’inverno, quando si attribuisce alle temperature rigide il motivo del decesso. Ma i numeri dicono che non c’è differenza tra bella e brutta stagione: a maggio-giugno 61 morti, a gennaio-febbraio 57. Non esiste l’emergenza freddo, o caldo, esiste l’emergenza strada.

I dati dell’ultima rilevazione della Fiopsd, la Federazione degli organismi per le persone senza dimora, sfatano dunque un solido luogo comune, per ribadire che la durezza della vita senza un tetto abbrutisce e uccide tutto l’anno. Fiopsd ricorda che le sue rilevazioni «non pretendono di avere carattere di scientificità», ma i dati parziali del 2022 preannunciano – con 224 morti in otto mesi appunto – un anno ben peggiore dei precedenti: nel 2021 erano stati 246, e 208 nel 2020. Il primo morto di quest’anno, il 3 gennaio, è stato Giuseppe Gargiulo, 47 anni, che si è spento per un malore a Piana di Sorrento (Na). L’ultimo – per ora – l’8 agosto è Hamed Mustafe, somalo di soli 22 anni, investito ad Ancona da un’auto.

Gli homeless dunque muoiono tutti i mesi e per le cause più diverse: nelle ultime quattro stagioni 79 sono deceduti d’inverno, 53 in primavera, altri 53 in estate e 60 in autunno. Secondo la Fiopsd «il 60% dei decessi è per incidente, violenza, suicidio, e il 40% per motivi di salute». Chi muore per strada è nel 92% dei casi maschio, due volte su tre straniero, età media 49 anni. Varie le cause di morte, ma tutte legate all’emarginazione più dura: 73 per malore, 20 investite, 19 per violenza, 16 da overdose, 14 per annegamento, 14 da ipotermia, 12 i suicidi. «Chiunque di noi viva una situazione di difficoltà fisica o psicologica – dice Michele Ferraris, responsabile comunicazione della Fiopsd – a casa troverà un rifugio in cui riprendersi. Chi vive in strada è a rischio: è solo e vedrà acuirsi il suo problema. Chi ha patologie cardiocircolatorie d’estate rischia l’infarto, un’influenza d’inverno può degenerare in polmonite». 

Dormitori e ostelli servono, ma non bastano: «Vanno lasciati al mattino e i gli ospiti passano la giornata inseguendo orari e luoghi in tutta la città dove trovare pasti, docce, vestiti. Il pubblico deve impegnarsi in progetti seri per la casa. Di soldi ne arriveranno, anche col Pnrr, vanno usati in progetti non assistenzialistici, creando reti di comunità tra pubblico e privato. Come l’housing first, che abbiamo avviato dal 2014». Cioè case per tre o quattro persone aiutate da volontari a riconquistare l’autonomia: «Quasi il 90% di successo a due anni dall’avvio». Le persone coinvolte sono 1.013 in 74 progetti, costo a persona di 26 euro al giorno.

Per Giustino Trincia, direttore della Caritas diocesana di Roma, «è uno scandalo che si ripete da anni e va affrontato impiegando il vasto patrimonio pubblico abitativo inutilizzato». I dormitori «sono risposte per la prima accoglienza, ma non ci si può vivere per mesi o anni, va recuperata un’autonomia di vita». I progetti di housing first «sono una goccia nell’oceano, senza la disponibilità di un adeguato patrimonio immobiliare restano esperienze pilota». Il volontariato ha un ruolo ineludibile, su cui però Trincia ha idee chiare: «Si smetta di pensare che il volontariato possa sostituire le responsabilità della politica e delle amministrazioni. Non deve fare supplenza, né fornire alibi. Sono problemi sistemici che chiedono un concorso di sforzi, in direzione di una vera sussidiarietà orizzontale».

«D’inverno col freddo c’è più attenzione mediatica al problema, ma le morti delle persone che vivono per strada sono costanti tutto l’anno. La bella stagione purtroppo non risolve questo dramma», afferma Augusto D’Angelo della Comunità di Sant’Egidio, uno dei responsabili del servizio ai senza dimora. «I dati dicono che le vittime sono in maggioranza stranieri. Va ripensata una strategia di protezione di queste persone che hanno un accesso ridotto ai servizi socio-sanitari, per mancanza di documenti o di residenza». L’altro è un appello a tutti alla vigilanza: «A volte per salvare una vita basta un po’ di attenzione, una bottiglia di acqua fresca, una telefonata al 112. L’attenzione di chi resta nelle città deserte di questi giorni – avverte D’Angelo – può essere risolutiva. L’estate per certi versi è peggio dell’inverno: molti servizi chiudono e diventa ancora più difficile mangiare e lavarsi».

Estratto dall'articolo di Enrico Fierro per “la Repubblica” il 10 agosto 2022.

Diverso anche nel momento della morte, e perfino dopo. Vita e morte di un obeso, con il retroscena che nessuno immagina. Marco Manganotti, 51 anni, cuoco di Castagnaro (Verona), pesava 180 chili e dopo una vita di difficoltà ha dovuto subire la sua diversità anche all'ultimo atto. E' la compagna Nadia Gasparini che, con coraggio, decide di raccontare il suo percorso a ostacoli con la speranza che la sua denuncia sortisca qualche effetto. 

"Non abbiamo potuto scegliere la bara: quella adatta a contenere una salma così grande era di un solo tipo. Marco voleva essere inserito in un loculo accanto ai genitori ma anche questo non è stato possibile, per via delle misure standard dei loculi. Ci hanno detto che perfino la bocca del forno crematorio era troppo piccola e che non ci sarebbe entrato. Allora io dico: tutto questo non è ammissibile. Stiamo abbattendo le barriere di discriminazione di tanti gruppi di persone e non abbiamo alcun riguardo per i sovrappeso".

Senza scelta

Marco Manganotti è morto il 25 giugno scorso per un cancro al colon. Era sovrappeso, 180 chili da portare generano tante patologie connesse: dal diabete all'ipertensione, all'insufficienza renale. Ma questo non gli aveva impedito di vivere la sua vita, di lavorare, di pianificare un futuro con Nadia, che lavora a Castagnaro come assistente scolastica e che stava con lui ormai da 8 anni. "L'amore che ho per lui è immenso. Non ti devi vergognare per il tuo peso, gliel'ho sempre detto. Certo non immaginavo che anche la morte ci avrebbe messi di fronte a questa diversità", dice commossa. [...] 

Cremazione impossibile

"Purtroppo in Italia riserviamo tutte le attenzioni sulla nascita ma la morte non viene considerata", ragiona Luciano Taffo, titolare dell'impresa funebre divenuta famosa per le campagne pubblicitarie e gli slogan sui social network. "Come ci sono i campi per le persone che non hanno un reddito, i cimiteri dovrebbero dotarsi di loculi per persone obese. Oppure bisognerebbe dare la possibilità di costruirsi un manufatto, per collocare una bara di particolari misure. Noi abbiamo fatto funerali a persone che pesavano anche oltre i 210 chili. Sappiamo i problemi che si incontrano, perché li viviamo tutti i giorni. Un altro problema sono i forni crematori, che vengono tutti dati in gestione ai comuni: ma un comune si muove soltanto sul campo dell'ordinario".

Nadia ci tiene quindi a combattere questa battaglia, nel nome di Marco e di tutti coloro che soffrono questa situazione. "La strada di un obeso è difficilissima" evidenzia "da qualsiasi parte tu vada sei additato come uno che mangia troppo e non si cura. Ma è un giudizio facile, non è così. In più alle spalle ci sono tante malattie che non si possono conoscere. Sarebbe una conquista se almeno in punto di morte riuscissimo a essere tutti uguali". 

Da blitzquotidiano.it il 26 luglio 2022.

Ogni anno, in tutto il mondo, 236mila persone muoiono annegate. E l’annegamento è tra le prime cause di morte nei bambini e i giovani sotto i 24 anni. 

La giornata mondiale della prevenzione contro l’annegamento

In occasione della giornata mondiale (World Drowning Prevention Day) stasera molte città vedranno i monumenti illuminarsi di blu, a partire dalla fontana Jet d’Eau di Ginevra, città sede dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. 

Più del 90% dei decessi per annegamento, ricorda l’Oms, si verifica nei paesi a basso e medio reddito, e i bambini sotto i 5 anni sono a più alto rischio.

Claudio Del Frate per corriere.it il 30 marzo 2022.  

La famiglia che pochi giorni fa a Montreux, in Svizzera, si è suicidata gettandosi dal balcone del loro appartamento al settimo piano era ossessionata da teorie del complotto, temevano qualunque contatto con l’esterno e avevano la casa stipata all’inverosimile di scorte di cibo, quasi che pensassero di dover resistere a un lungo assedio.

Lo ha reso noto la polizia del Canton Vaud, che si sta occupando della tragica sorte di padre, madre, due figli di 15 e 8 anni e della zia di questi ultimi, sorella gemella della madre. Dell’intero nucleo solo il ragazzo quindicenne è sopravvissuto al volo dal balcone ma si trova in ospedale in coma.

Le indagini hanno escluso formalmente che terze persone possano aver avuto un ruolo nella vicenda e hanno classificato l’episodio come un suicidio collettivo. Nell’appartamento di Avenue du Casinò, nel pieno dentro della elegante località di villeggiatura sul lago di Ginevra, non sono stati rinvenuti segni che provassero la presenza di estranei. Appoggiata al balcone è stata trovata una scaletta.

Particolare agghiacciante: i componenti della famiglia si sarebbero lanciati nel vuoto uno dopo l’altro in un arco temporale di circa cinque minuti. Confermati altri particolari emersi fin dall’inizio: la famiglia era originaria della Francia, si era trasferita a Montreux nel 2016, la figlia minore non era stata nemmeno iscritta all’anagrafe locale. Lei e la madre risultavano addirittura trasferitesi in Marocco da alcuni anni.

La scena che gli inquirenti si sono trovati davanti durante il sopralluogo successivo al suicidio collettivo è stata impressionante: gran parte dei locali della casa erano ingombrati da scorte di generi alimentari o di prima necessità, nè i genitori, nè i ragazzi avevano contatti con il mondo esterno, vivevano in una sorta di eremitaggio ma nel cuore di una città, con pochissimi contatti con i vicini. Secondo le testimonianze raccolte dall’inchiesta la situazione era notevolmente peggiorata durante la pandemia. Il padre sarebbe stato ossessionato da teorie cospirazioniste, credeva di essere controllato, evitava ogni contatto per sè e per i suoi congiunti.

Confermata anche la dinamica della tragedia: alle 7 del mattino di giovedì la polizia ha suonato all’appartamento al settimo piano di Avenue du Casinò. Dovevano notificare ai genitori una convocazione da parte delle autorità scolastiche poiché il ragazzo quindicenne non andava più a scuola da mesi benché iscritto in un istituto superiore di Montreux.

Dall’interno una voce ha risposto ma non ha aperto. Gli agenti se ne sono andati e pochi minuti dopo un inquilino del palazzo ha visto i corpi precipitare uno dopo l’altro dal balcone e piombare su un cortile interno della casa.

La città italiana con il record di suicidi: il mistero che sconvolge anche gli esperti. Marco Bardesono su Libero Quotidiano il 26 marzo 2022.

La scelta di Biella come sede dell'Osservatorio Nazionale sui Suicidi non è piaciuta ai biellesi, al vescovo della diocesi monsignor Roberto Farinella e al sindaco Claudio Corradino. Non è cosa di cui andarne troppo fieri, specie perché la città ha il tasso più alto di suicidi del Piemonte, 1,43 per 10mila abitanti, ed è seguita - ma a distanza - da Cuneo (0,99) e Vercelli (0,82). Mentre l'indice della regione è allo 0,83, con un totale di 339 vittime solo nell'ultimo anno. E il tasso nazionale, certificato dai dati Istat, si ferma allo 0,71. I biellesi non negano il fenomeno, almeno in termini percentuali, ma chiariscono: «Per dirla una volta per tutte- spiega Corradino - Biella non è deprimente, sta cambiando molto ed è anche meno "orsa" (che è il simbolo della città), rispetto a prima. Ci stiamo aprendo al mondo e siamo in crescita. Non meritiamo questo titolo», cioè quello della città dei suicidi, che d'altro canto è attestato dai numeri, in effetti difficili da interpretare. Ognuno in città fa quello che può. In Curia, ad esempio, si corre ai ripari nel modo classico indicato da Santa Romana Chiesa, con il digiuno, la preghiera e con una serie di pellegrinaggi nel vicino santuario di Oropa, per affidare la gioventù alla Vergine nera che nel 1600 fece il miracolo, graziando la città dalla peste.

FASCE D'ETÀ - I numeri diffusi di recente sempre dall'Istat hanno sì individuato i giovani come i più esposti: «In questo momento c'è una certa fascia di età che trova difficoltà a esprimere la propria potenzialità - aggiunge Corradino -, non ci sono discoteche e spesso ci sono polemiche con i residenti, ma è una situazione simile a diverse province italiane», anche se il maggior numero di persone che si sono tolte la vita negli ultimi 12 mesi sono anziani o vittime di forte depressione. Poco prima di Natale ha suscitato sconcerto il suicidio del questore di Biella, Gianni Triolo, che si è ucciso nel suo ufficio. Aveva lasciato due biglietti indirizzati rispettivamente a moglie e figlio, ritrovati sulla stessa scrivania davanti alla quale il dirigente di polizia si era seduto poco prima di spararsi un colpo di pistola alla testa con l'arma di ordinanza. Appunti scritti a mano nella consapevolezza che sarebbero stati gli ultimi e che sono la prova non solo della volontarietà del gesto suicida, ma anche del fatto che fosse stato premeditato, forse a lungo. E proprio in quell'occasione, sua eccellenza monsignor Farinella ebbe a dichiarare: «Il salmo ricorda che un baratro è l'uomo, e il suo cuore è un abisso. La Vergine Maria, Regina del Monte di Oropa, sia luce, conforto, speranza in questo momento così buio». 

Un'ombra sulla città sottolineata anche, nel novembre scorso dal fumettista Zerocalcare, che aveva definito Biella (scelta come location per un suo lavoro) come una città «in cui si muore dentro». Parole che avevano suscitato la reazione del primo cittadino: «Sono da sempre un grande cultore del disegno - aveva detto Corradino -, so quanto sia importante come strumento di comunicazione per le denunce sociali, per questo invito Zerocalcare, non solo a venire a Biella ma a prendere la residenza e a farsi testimonial. C'è forse un buco in una certa generazione. Ma la città sta cambiando, non è vero che qui si muore dentro».

NUMERI NAZIONALI - E ora arriva la "tegola" nel senso simbolico del termine - dell'Osservatorio proprio sui suicidi, a malapena digerito dalla città che si sente lontana dagli ultimi numeri diffusi dall'Istat sul fenomeno. In Italia nel 2019, ultimo anno monitorato dall'istituto, coloro che si sono tolti la vita sono stati 3.680, con una incidenza maggiore al Nord. Secondo il rapporto sull'uso dei farmaci, nel 2020 si stimano tre milioni di persone depresse (la depressione è di gran lunga la prima causa di suicidio). La pandemia, poi, avrebbe ulteriormente peggiorato la situazione, si ipotizza che nel mondo, il Covid abbia generato 53,2 milioni di nuovi casi di disturbo depressivo maggiore, con un incremento del 27,6 % rispetto al 2020. In ogni caso, scegliendo Biella come sede dell'Osservatorio, «vogliamo creare un luogo - ha spiegato Raffaele Abbattista, ideatore dell'iniziativa-, dove la consapevolezza generi sensibilità e attenzione e possa sviluppare strumenti utili, perché chi ha paura e soffre, spesso si vergogna a raccontarlo».

Da ilmessaggero.it il 19 febbraio 2022.

Giallo alle porte di Bologna: resti umani e feti conservati all'interno di decine di fusti, etichettati con il simbolo dei rifiuti biologici speciali e abbandonati in un capannone della zona industriale di Granarolo, nel Bolognese. 

Lo ha scoperto la squadra Mobile di Bologna mercoledì sera appena arrivata nel magazzino, dopo essere stata chiamata da un ragazzo che recupera ferro e vecchi materiali nelle aziende della zona. La notizia è stata riportata dall'edizione locale de Il Resto del Carlino. Il ragazzo che ha fatto il macabro ritrovamento, era stato a sua volta chiamato dal titolare di una ditta che si occupa di svuotare cantine e magazzini.

Gli investigatori, coordinati dalla Procura, hanno subito avviato le indagini nel massimo riserbo. L'area, dopo il sopralluogo dei vigili del fuoco del Nucleo Nbcr, è stata messa sotto sequestro, così come i fusti. È intervenuta anche la Scientifica. I resti sono immersi in un liquido che potrebbe essere formaldeide oppure un'altra sostanza per la conservazione medica dei corpi. 

Il sospetto è che si tratti di uno smaltimento illegale da parte di qualche ospedale o clinica. Gli investigatori, a quanto si apprende, hanno già iniziato a sentire i primi testimoni per ricostruire la vicenda e capire la provenienza dei barili.

L'ipotesi è che provengano da una struttura universitaria. Bologna, feti e resti umani in barili gialli: la macabra scoperta in un capannone. Redazione su Il Riformista il 19 Febbraio 2022.  

Decine di fusti gialli, etichettati con il simbolo dei rifiuti biologici speciali e con all’interno feti e resti umani. Questa l’orrenda scoperta avvenuta mercoledì sera nella zona industriale di Granarolo, in provincia di Bologna.

Erano abbandonati in un capannone, dove un ragazzo- ‘robivecchi’ della zona- li ha trovati tra mobili rotti e ferri e, spaventato, ha deciso di chiamare la polizia. La notizia è stata riportata dall’edizione locale de Il Resto del Carlino.

Il ritrovamento

Il ragazzo era stato chiamato a sua volta dal titolare di una ditta che si occupa di svuotare cantine e magazzini: stando al suo racconto, gli avrebbe chiesto di smaltire anche questi fusti gialli “da qualche parte.” Lui, prima di accettare e caricarli sul camion, vuole però prima sapere cosa contengano: ne apre uno, il coperchio si rompe. E vede un feto galleggiare in un liquido di colore verde.

Gli investigatori, coordinati dalla Procura, hanno subito avviato le indagini nel massimo riserbo, ascoltando i primi testimoni per ricostruire la vicenda e la loro provenienza. L’area, dopo il sopralluogo dei vigili del fuoco del Nucleo Nbcr e della Scientifica, è stata infatti messa sotto sequestro, così come i fusti. I resti sono immersi in un liquido che potrebbe essere formaldeide oppure un’altra sostanza utilizzata per la conservazione medica dei corpi. 

La polizia ha ascoltato alcuni dipendenti dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna, per capire come funzioni lo smaltimento dei resti biologici. Normalmente si procede alla cremazione e, nel caso di bambini che non sono nati vivi, si procede all’inumazione con il consenso delle famiglie.

“Aspettiamo tutti le indagini della procura” ha dichiarato, sentito dall’AGI, il sindaco di Granarolo dell’Emilia Alessandro Ricci.

L’ipotesi

I feti e i resti umani proverrebbero da una struttura universitaria, una biblioteca di anatomia, che probabilmente li conservava per motivi di studio e di ricerca. Stando ai primi accertamenti, alcuni anni fa, in occasione di una ristrutturazione con sgombero dei locali, i contenitori furono trasportati nel capannone di una ditta di traslochi, dove sarebbero rimasti fino allo scorso mercoledì, quando il ragazzo si è accorto del contenuto. 

La squadra mobile, coordinata dalla Procura di Bologna che ha convalidato il sequestro, ha provvisoriamente ipotizzato, in attesa di comprendere meglio i termini della vicenda, un reato legato all’illecito trattamento di rifiuti speciali a carico del titolare del capannone, che potrebbe quindi essere sentito per chiarire se fosse a conoscenza o meno del contenuto dei barili gialli.

Scoperta choc: feti e resti umani chiusi nei barili dei rifiuti industriali. Redazione il 20 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Dai primi accertamenti potrebbero provenire da un ospedale.

Un deposito di feti alle porte di Bologna. Dimenticati per anni, i resti umani provengono dai lavori di ristrutturazione della biblioteca di anatomia dell'Università. E la Procura del capoluogo emilano apre un fascicolo per «illecito trattamento di rifiuti speciali».

Chi la lasciato i dodici fusti gialli, etichettati come rifiuti biologici speciali, in un deposito nell'area industriale di Granarolo? A fare la macabra scoperta un addetto al recupero di ferro e materiale di scarto delle aziende della zona. Il ragazzo, quando si rende conto del contenuto dei bidoni, chiama il 112. Sul posto, un magazzino di una ditta di trasporti e smaltimento rifiuti in via dell'Artigianato, la squadra mobile bolognese che sequestra il materiale e avverte la Procura. Contattate varie strutture sanitarie, fra cui il policlinico Sant'Orsola, per stabilirne la provenienza.

Per il titolare dell'azienda, però, nessun mistero. «È tutto regolare, è roba di un museo - spiega ai cronisti -. Non ho assolutamente chiesto al giovane di smaltire quei rifiuti. Sono lì, in magazzino, da non so quanti anni e se avessi voluto liberarmene lo avrei fatto da tanto tempo». Il materiale, accantonato per motivi di studio nei magazzini dell'Unibo, sarebbe stato trasferito durante i lavori di sistemazione dei locali della biblioteca universitaria. Lavori che risalirebbe ad almeno una ventina di anni fa. Nessuno, poi, li avrebbe più richiesti, dimenticandoli nel capannone. «Li stavo per caricare sul mio furgone, poi mi sono reso conto del contenuto», avrebbe raccontato il «robivecchi» agli investigatori che si occupano del caso cercando di accertare eventuali responsabilità. «Al momento le indagini in corso non consentono una valutazione piena e chiara dell'accaduto - commenta il rettore dell'Unibo, Giovanni Molari - e sconsigliano di pronunciarsi, nel doveroso rispetto del lavoro svolto dagli inquirenti. Allo stesso tempo stiamo conducendo le opportune verifiche interne. Naturalmente ritengo indispensabile fare piena luce sulla vicenda e forniremo il pieno sostegno agli inquirenti». Insomma, chi si doveva occupare di recuperare il materiale accantonato nel deposito della ditta incaricata dello sgombero dell'ala dedicata allo studio e alla lettura, una volta terminati i lavori? Una dimenticanza grave secondo alcuni che sull'intera vicenda vogliono chiarire ogni passaggio. Intanto l'intera struttura è stata posta sotto sequestro preventivo dopo il sopralluogo dei vigili del fuoco del nucleo Nbcr, il gruppo specializzato chiamato a intervenire in situazioni eccezionali, quando esiste un fondato pericolo di contagio da sostanze nucleari, biologiche, chimiche o radiologiche che potrebbero provocare gravi danni a persone, animali o cose. Secondo gli esperti i fusti, ben conservati, non costituirebbero alcun pericolo. Immersi in un liquido, apparentemente formaldeide, i feti sarebbe ben sigillati all'interno dei contenitori. Il proprietario del capannone sarà interrogato per stabilire se era a conoscenza, o meno, del contenuto dei fusti. Nel ricostruire la catena degli eventi, soprattutto il perché i fusti con i feti siano finiti nel capannone, potrebbero essere accertate altre responsabilità, ma essendo passati tanti anni è possibile che eventuali reati siano prescritti.

Romina Marceca per “la Repubblica” l'11 febbraio 2022.  

Si giustifica così: «L'ho sistemata come una mummia, tutta fasciata con cura. L'ho fatto per amore, sia chiaro. Mi ripetevo che la tenevo ancora un po' con me prima che finisse sottoterra. Lo so che la legge non lo consente ma non mi volevo staccare da lei, adesso è al Verano. Non era meglio se rimaneva qui?». 

È l'orrore spiegato, dentro la sua casa di due stanze, da Antonio, 64 anni. È indagato per l'occultamento del cadavere della compagna Denise Lussagnet, una professoressa di francese morta a 90 anni nell'ottobre scorso. Lui l'ha tenuta sul divano, accanto al suo letto, per quattro mesi. 

 E forse quel cadavere sarebbe rimasto lì per molto più tempo se un maresciallo, arrivato per notificare un atto alla donna, non avesse percepito che nel comportamento di Antonio c'era qualcosa di strano. «C'è gente che tiene i morti anche per 15 anni in casa. Lo sa?». Aggiunge: «Un investigatore mi ha fatto i complimenti per come l'avevo tenuta bene. Non si sentiva nemmeno puzza. In testa avevo messo un plaid e sotto un contenitore. Era per i liquidi, sa a cosa mi riferisco?».

Snocciola la storia parlando sottovoce e chiude a chiave la porta di casa, al primo piano di via Baccio Baldini 6, una via senza uscita a pochi passi dal mercato di Porta Portese a Roma. «I vicini ascoltano - bisbiglia -. Non mi hanno mai potuto vedere perché non accettavano la nostra relazione per la differenza d'età». Nell'ingresso, ad accogliere chi entra, c'è il quadro in bianco e nero di un pagliaccio che ride. 

Tutt' attorno scatoloni e riviste che risalgono a vent' anni fa. Nella casa di Antonio, o meglio della compagna defunta, c'è un odore che brucia le narici. Antonio si muove a scatti, tocca spesso i capelli e si guarda attorno. È confuso, nervoso. «Diciamoci la verità, temevo che andando via per i funerali i vicini mi avrebbero occupato l'appartamento. È successo a Garbatella, lo sa? 

E così avrei perso il mio amore e la casa. Ho anche saputo che c'è il racket delle imprese funebri. Mi sono scoraggiato e l'ho tenuta con me», è un'altra versione che si affianca a quella sentimentale. Da un corridoio corto e buio si arriva alla camera da letto. Lì, su un divano adesso inutilizzabile, il cadavere della professoressa è rimasto per quattro mesi meno due giorni. «Il divano non si può vedere. Denise è morta il 7 ottobre.

Abbiamo unito le nostre solitudini nel 2007 e dopo 15 anni non volevo separarmi da lei», spiega con accento catanese intatto dopo oltre trent' anni a Roma. «Questo è un romanzo gotico, lo so», sgrana gli occhi. 

«D'altra parte la nostra è una storia antica. Lei era franco- ebrea. Somigliava a Liliana Segre con quei capelli color argento. La nostra vita si divideva tra il soggiorno e la camera da letto. Andavamo ai concerti e alle mostre. Guardi qui, tengo tutti i nostri ricordi», e fa vedere tanti libretti d'opera, prendendoli uno ad uno dagli scatoloni polverosi. «Il nostro amore è nato alla Casa del cinema di Villa Borghese.

C'era la rassegna di Ennio Morricone. Abbiamo subito fraternizzato. Ci univa la lirica, le mostre, i programmi televisivi di arte e politica - continua Antonio, che si professa scrittore ma non vuole che si conosca il suo cognome -. Da un anno e mezzo aveva l'Alzheimer. Mi sono accorto che è morta dalla vena sul collo che non batteva più. Perché non ho chiamato il 118? Perché mi dicevano sempre che si stava avvicinando il momento. E certo, novant' anni aveva. Non riconosceva, non capiva. Allora ho fatto da solo». 

I carabinieri escludono che ci sia un motivo economico dietro la decisione di Antonio. Dalla pensione della professoressa il compagno ha prelevato solo le somme per la spesa di tutti i giorni. I suoi pomeriggi, adesso, Antonio li trascorre passeggiando per il centro storico. «Torno nei posti in cui sono stato con lei. Poi rientro a casa e sul divano ad aspettarmi non c'è più»

Daniele Fogli: «Da 47 anni al servizio dei morti, ma che pena parlarne in famiglia». Stefano Lorenzetto su Il Corriere della Sera il 9 febbraio 2022.  

Da 47 anni vive tra i morti. A 71 potrebbe smettere, ma lui dice che si diverte così. In effetti è difficile incontrare una persona più radiosa dell’ingegner Daniele Fogli da Ferrara. Eppure è dal 1975 che si sobbarca i compiti più sgradevoli assegnabili a un essere umano. Dove collocare le salme nella prima ondata della pandemia, con la mortalità in certe zone aumentata dell’800 per cento? Chiamano Fogli. Chi riscrive i regolamenti statali e regionali di polizia mortuaria? Chiamano Fogli. Come ristrutturare, gestire o inserire nei piani regolatori i cimiteri di Roma, Torino, Bologna, Genova, Firenze, Verona, Trieste, Rovigo, Arezzo, Faenza, Asti, Gorizia, Trento, Bolzano, Como, Treviso, Mantova, Ravenna, Ancona, Forlì, Foggia, ma anche di località minori quali Casale Monferrato, Cinisello Balsamo, Paderno Dugnano, Follonica e Camaiore? Chiamano Fogli. Il massimo esperto del «dopo» ha talmente ben presente la precarietà della vita da essere uno dei pochi italiani a non aver mai chiesto un contratto di lavoro a tempo indeterminato: «Mi sono sempre accontentato di incarichi triennali». Puntualmente rinnovati. Anzi, quasi eterni, come quello di presidente del comitato tecnico della Federazione europea dei servizi funerari, ricoperto per ben 22 anni. L’ingegner Fogli è convinto che dopo la morte qualcosa resti. Infatti è anche l’esclusivista per l’Italia della olandese Orthometals, la prima multinazionale a riciclare i metalli lasciati incombusti dal fuoco in 1.250 dei 6.000 crematori sparsi nel mondo, di cui 87 nel nostro Paese.

«Tempus fugit». Ma le avanza del tempo libero, almeno?

«Poco. Lo uso per i seminari di studio. Credo d’aver formato non meno di 1.500 direttori di municipalizzate, cimiteri e imprese di pompe funebri».

Pensavo che fossimo fatti per il 65 per cento di ossigeno, per il 18,5 di carbonio, per il 9,5 di idrogeno, per il 3,3 di azoto, per l’1 di fosforo e per il 2,7 di altri elementi, oltre a 45 litri d’acqua, 1.250 grammi di calcio, zolfo pari a 2.000 fiammiferi e ferro quanto basterebbe per un chiodo lungo 2,5 centimetri.

«Dimentica dentiere, protesi ortopediche, pacemaker cardiaci, viti, placche. Una volta ho visto persino una baionetta. Solo nella mia pancia avrò dai 100 ai 150 punti metallici, esito dell’asportazione di un surrene subita a 36 anni. Vedendo lo sbrego, mio padre commentò: “Non capisco perché i chirurghi non ti abbiano completato la zip del girovita”».

Che metalli restano fra le ceneri?

«Alluminio, zirconio, vanadio, tantalio. Anche oro e argento. In media, ogni cremazione restituisce dai 300 ai 500 grammi di rifiuti metallici».

Buttarli via sarebbe un peccato.

«Di più: smaltirli comporterebbe una spesa, mentre da costo possono diventare ricavo. Lo intuì subito Ruud Verberne, quando sua figlia Nienke si ruppe una gamba sulle piste da sci. Al chirurgo ortopedico Jan Gabriëls, che stava per operarla, domandò: “Ma un giorno che ne sarà di questa protesi tanto preziosa?”. Così 25 anni fa i due si misero in società e nacque la Orthometals, che dai Paesi Bassi si è allargata fino all’Australia. Oggi ci lavora anche Nienke».

Quanti defunti si contano in Italia?

«In tempi normali, 600.000 l’anno. Più di 200.000 vengono inceneriti. In città come Milano e Bolzano la cremazione riguarda il 75 per cento delle salme. Ma nel Meridione siamo fermi a pochi punti percentuali».

Perché?

«In Sicilia, Calabria, Puglia, Basilicata e Abruzzo mancano gli impianti. Si salva la Campania, che ne ha cinque, per un totale di 13 forni».

Ci si fa cremare per risparmiare?

«Anche. La concessione del loculo al nord costa sui 5.000 euro. Ne aggiunga 4.000 per il funerale. Con la cremazione non si va oltre i 3.500 tutto compreso».

Alla fine sopravvivere è conveniente.

«Da noi la qualità del feretro incide moltissimo. In Gran Bretagna sono più attenti al corteo con le limousine».

È giusto che i morti dell’Ottocento godano di sepolture perpetue e quelli di oggi siano esumati dopo 10 anni?

«I poveri sono sempre stati trattati così. Per i cimiteri non ci sono più soldi. A Ferrara si vendevano 300-35o loculi l’anno. Ora, se va bene, uno a settimana».

Come mai a Roma e a Palermo si accatastano le bare insepolte?

«“Se la sente di preparare un progetto di ristrutturazione dei nostri cimiteri?”, mi chiese Francesco Rutelli, allora sindaco della Capitale. Risposi: ci provo, ma se non ci riesco io, non so chi altro ce la possa fare. Roma ha solo 6 forni, uno dei quali sempre fermo per manutenzione. Sarebbe bastato aggiungerne due nel camposanto più grande, Prima Porta, e due o tre al Laurentino, senza toccare quello storico, il Verano. I litigi fra la municipalizzata Ama e la giunta Raggi hanno completato il disastro».

Invece a Palermo che cos’è accaduto?

«Il Comune non ha proprio le risorse per costruire un nuovo cimitero. Lì servirebbero 4 forni, ma gestiti dall’esercito».

Dall’esercito?

«Esatto. Possibile che il crematorio di Santa Maria dei Rotoli sia l’unico in Italia che si rompe di continuo? C’è qualcuno che lavora per non farlo funzionare».

La mafia?

«Può darsi. Però non ho le prove».

Chi l’ha interpellata nel 2020 per la prima ondata pandemica?

«L’Anci, l’Associazione dei Comuni d’Italia. E subito dopo Luigi D’Angelo, direttore operativo della Protezione civile per il coordinamento delle emergenze. Non si comprendeva che cosa stesse accadendo. Mi hanno chiesto di scrivere in 48 ore alcune regole. Sono stato in chat giorno e notte con i direttori dei cimiteri e gli impresari di onoranze funebri».

Il principale consiglio che ha dato?

«Collocare le bare nei campisanti cittadini. Non serviva mandarle altrove per la cremazione. È stato un errore associare la pandemia al fuoco purificatore, come se si trattasse della peste manzoniana».

A che età vide la prima salma?

«A 11 anni. Quella del mio nonno materno, Sileno, composta nel letto. Non ho mai più pianto così tanto in vita mia».

Che cosa pensò?

«Che non fosse più lui. Io ero abituato a sentirlo parlare. Invece taceva».

Incontra bimbi nelle camere ardenti?

«Pochissimi, purtroppo. È sbagliato. Bisogna portarceli, tenuti per mano dai genitori. Devono sapere che esiste anche la morte nella vita. E guardarla. Invece la vedono solo nei videogiochi e nei telefilm, ed è quasi sempre violenta».

Lei ci avrà fatto il callo, immagino.

«Non accadrà mai. È un lavoro estremamente difficile, sa, parlare con i familiari del defunto e con gli operatori cimiteriali. I morti non sono mica tutti uguali, possono diventare mostruosi. Il personale vive di continuo il dolore e va incontro al burnout. Quelli che la gente chiama becchini talvolta si suicidano. Abbiamo svolto indagini con i medici del lavoro, per aiutarli. Devo ringraziare mia moglie, psicologa, che mi ha assistito».

Ma lei perché scelse questo lavoro?

«Per caso. Ero da due mesi e 20 giorni ispettore dell’Aviazione civile all’aeroporto di Bologna. Volevo avvicinarmi a casa. Vinsi il concorso del Comune di Ferrara. Al primo giorno di servizio, il capo tecnico dei cimiteri mi disse: “Stringi la mano a coloro che scavano le fosse, perché avvertono se hai paura di toccarli”».

Aveva davvero paura?

«Io no. Ma quando questi 100 lavoratori entravano al bar si faceva il vuoto intorno. I loro figli erano emarginati a scuola. Mi accettarono solo il giorno in cui scesi in una buca per scoprire come mai una salma sepolta da 10 anni non era ancora scheletrizzata. Oggi 95 defunti su 100 tolti dai loculi sono inconsunti, fino a 40 su 100 se esumati dalla nuda terra».

Si è mai sentito un reietto?

«Ho sofferto molto. Portavo queste angosce a casa. Non è facile parlarne a tavola. Mi è toccato mettere in conto gli sberleffi di amici e parenti: “A quale defunto hai rubato quell’abito scuro?”. Ormai sono diventato un beccamorto doc».

Ha cercato di cambiare impiego?

«Presentai domanda per diventare direttore del porto di Venezia, ma servivano cinque anni di esperienza come dirigente di un’azienda di trasporti e potei solo specificare che trasportavo morti».

I trapassati per lei sono ossa?

«A volte numeri statistici ed economici. Nel caso di bambini avverto le vibrazioni del dolore a 100 metri di distanza».

Ha deciso di farsi cremare?

«Senz’altro. È la prima scelta che feci appena iniziai a lavorare nei cimiteri».

E le ceneri dove?

«Non mi dispiacerebbe uno dei campisanti dell’Alto Adige, senza muri, attaccati alle chiese. Ma va benissimo anche la Certosa della mia Ferrara. È un museo all’aperto. Un dirigente comunista voleva farmi abbattere il monumento funebre a Giovanni Boldini: “È in stile fascista”. Non gli bastava che fosse stato occultato con una siepe quello a Italo Balbo dietro l’abside del tempio di San Cristoforo».

Ha paura della morte?

«No. Ho paura di soffrire morendo».

Ci pensa spesso?

«Penso solo a domani. Ho ancora troppe cose da imparare».

Non le pare che gli uomini d’oggi si siano dimenticati di doversi congedare?

«Sì. C’è questo senso di onnipotenza, che si accompagna a un’enorme impreparazione sul nostro destino finale. Non si tratta di una dimenticanza. La morte è stata rimossa. Crediamo di poter andare avanti in eterno. Ma non c’è una medicina per tutto. Viviamo in un mondo orribile, lo cantava anche Franco Battiato: “Ah, come t’inganni se pensi che gli anni non han da finire”. Bisogna morire».

(ANSA il 20 gennaio 2022) - Un sacerdote indù ha tagliato la testa all'uomo cui aveva chiesto di tenere ferma la pecora che intendeva sacrificare. L'orrenda uccisione è accaduta nello stato dell'Andhra Pradesh durante un festival. Chalapati, il sacerdote, è stato arrestato ieri dalla polizia. Secondo la ricostruzione dei testimoni, Chalapati ha estratto da una tasca un coltello e con un colpo deciso ha reciso il collo della vittima. 

Alcuni hanno raccontato agli inquirenti che il prete era visibilmente ubriaco, ma secondo altri il gesto è stata la vendetta intenzionale del religioso, che avrebbe litigato in passato con la vittima in merito a offerte per il tempio. Suresh, che sanguinava intensamente è stato trasportato di corsa all'ospedale di Madanapalle, dove poco dopo è deceduto. Il sacrificio di capre, pecore e agnelli è pratica ancora abituale nel Paese come gesto benaugurante all'inizio delle cerimonie induiste.

Pavia, tragedia al cimitero: ex sindaco va al funerale e muore in una botola. Libero Quotidiano il 21 gennaio 2022.

Roberto Cavanna, 77 anni, di Stradella, in provincia di Pavia è morto dopo essere caduto in una botola rimasta aperta al cimitero di Bosnasco durante il funerale di una sua parente, un'anziana di 96 anni. Una tragedia sulla quale la Procura di Pavia ha aperto un'inchiesta. Cavanna, ex bancario e in passato anche sindaco di Volpara (Pavia), in Oltrepo Pavese, non si è accorto dell'apertura nel pavimento (per accedere ai sotterranei del cimitero) che a quanto sembra non era segnalata a dovere. 

L'uomo è stato tirato fuori grazie all'intervento dei vigili del fuoco ed è stato trasportato in ambulanza al Policlinico San Matteo di Pavia. Le sue condizioni, che inizialmente non sembravano gravi, sono peggiorate con il trascorrere delle ore sino al decesso, nonostante i tentativi dei medici di rianimarlo. 

Ora la salma è stata messa a disposizione dell’autorità giudiziaria. L'ipotesi di reato sulla quale si indaga è omicidio colposo. Gli inquirenti hanno già sentito gli addetti del Comune di Bosnasco (Pavia) che si occupano della gestione del cimitero e i dipendenti della impresa di onoranze funebre che ha curato il funerale. Non si esclude che presto vengano emessi alcuni avvisi di garanzia. Sono stati ascoltati anche i familiari di Cavanna, per ricostruire la dinamica della caduta dell'uomo nella botola. 

Da leggo.it il 24 gennaio 2022.

Un selfie mortale. E' la tragedia che ha colpito Roberto Frezza, un ragazzo 20enne di Bagno a Ripoli, in provincia di Firenze, precipitato dalla tettoia della scala antincendio della sua ex scuola, l'istituto "Gobetti Volta". Il ragazzo e un suo amico avrebbero scavalcato il cancello di ingresso della struttura, nella notte tra il 22 e il 23 gennaio, probabilmente per scattarsi una foto. 

Come riporta la Nazione, nonostante Roberto sia stato portato subito in ospedale, le sue condizioni erano apparse sin da subito molto gravi. A raccontare cosa è successo è l'amico di Roberto che, sentito dai carabinieri, ha spiegato: «Mi ha detto vieni, si va a vedere la scuola dove ho studiato». Una volta arrivati sul posto, hanno scavalcato il cancello d'ingresso.

«C’è una specie di muretto da saltare per arrivare alla piattaforma calpestabile della scala in metallo - ha detto ancora -, il tutto coperto da una tettoia in lamiera. Io nel buio a un certo punto non l’ho più visto, l’ho chiamato forte, più volte, sono sceso giù a rotta di collo e l’ho trovato disteso».

Dagotraduzione dal Daily Mail il 24 gennaio 2022.

Una donna russa di 40 anni, madre di due figli, è morta dopo essersi tuffata in un fiume ghiacciato per celebrare l’Epifania ortodossa. La donna, infatti, si è buttata nel fiume Oredezh, vicino a Vyra, un villaggio a sud di San Pietroburgo, sfruttando un buco realizzato nello spesso strato di ghiaccio che si è formato sul corso d’acqua. Ma non appena è entrata dentro è scomparsa, probabilmente trascinata dalle forti correnti. 

Tutto l’incidente è stato ripreso in un video, in cui si vede la donna con un costume intero nero prima farsi il segno della croce, poi tuffarsi, e scomparire con l’inserviente che inizia a gridare aiuto. A quel punto un uomo, probabilmente il marito, si butta nel buco ma non riesce a trovarla. Intanto si sentono le grida dei figli della donna che gridano «Mamma, mamma!». La temperatura dell’aria era di circa -5°C quando la donna è saltata dentro. Né il marito né i sommozzatori intervenuti dopo hanno trovato il corpo della donna.

La donna intendeva immergersi nelle acque per celebrare l’Epifania cristiana-ortodossa, una tradizione seguita ogni anno da centinaia di migliaia di credenti russi. Le persone credono che l’acqua benedetta possieda speciali proprietà curative. Alcune persone si immergono nelle acque gelide sole, altre prendono parte alle celebrazioni in gruppi ricordando il battesimo di Gesù nel fiume Giordano. 

Alexander Zuyev, capo del servizio di soccorso di emergenza VOSVOD, ha criticato il posizionamento del buco nel ghiaccio in un punto in cui il fiume ha forti correnti. «La donna è andata a fare un tuffo in un luogo dove non ci sono soccorritori né un’illuminazione adeguata in una buca di ghiaccio inadatta». «È uno dei fiume più pericolosi della regione di Leningrado e la gente vi affoga ogni anno, anche in estate. La donna è stata semplicemente portata via dal flusso».

·         L’Eutanasia. 

Che razza di Stato è quello che permette di uccidere in grembo un bimbo sano che non vuol morire e poi nega una morte dignitosa ed assistita all’adulto che vuol morire per le atroci sofferenze?  

Da 6 anni malato di sclerosi multipla: "Sono costretto ad andarmene via, per andarmene via". Suicidio assistito, Massimiliano morto a 44 anni in una clinica in Svizzera: “Raggiunto il mio sogno”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 9 Dicembre 2022

Massimiliano aveva 44 anni ed era malato di sclerosi multipla. È morto ieri in Svizzera, dove ha potuto accedere al suicidio assistito, dopo non essere riuscito a ottenerlo in Italia. “Perché non posso farlo qui in Italia? A casa mia, anche in un ospedale, con i parenti, gli amici” vicino. “No, devo andarmene in Svizzera. Non mi sembra una cosa logica questa”, ha detto nel suo ultimo messaggio. “Sono costretto ad andarmene via, per andarmene via”. A dare la notizia l’associazione Luca Coscioni che ha seguito e offerto assistenza al 44enne.

Massimiliano aveva “già prenotato l’appuntamento in Svizzera, ma stava aspettando una risposta da parte della politica italiana, che però non è arrivata”. Era malato da sei anni, lunedì scorso aveva lanciato un appello per poter morire a casa sua, in Italia. “Sono quasi completamente paralizzato e faccio fatica anche a parlare. Da un paio di anni siccome non ce la faccio più” ho iniziato “a documentarmi su internet su metodi di suicidio indolore”, e “finalmente ho raggiunto il mio sogno. Peccato che non l’ho raggiunto in Italia, ma mi tocca andare all’estero”.

L’appello invitava la politica a intervenire, “perché venga fatta una legge per tutti quelli come me. Mi sono offerto volontario per questa battaglia legale. Sono già morto. Mi manca tutto: il mio lavoro di manutentore in un villaggio turistico, suonare, uscire con gli amici e divertirmi. Non ho più nulla“. Massimiliano raccontava nel suo ultimo appello che poteva muoversi solo in sedia a rotelle, con l’aiuto di qualcuno, non sono più autonomo in niente. La malattia progredisce e peggiora giorno dopo giorno, riesco ancora a muovere il braccio destro, ma mi sta abbandonando pure lui, non ha più presa, mi sento intrappolato in un corpo che non funziona più. Se non avessi paura del dolore avrei già provato a togliermi la vita più di un anno fa. Per questo, vorrei essere aiutato a morire, senza soffrire, in Italia. Ma non posso perché non dipendo da trattamenti vitali. Sto pensando di andare in un altro Paese”.

Il 44enne è stato accompagnato in una clinica in Svizzera “da Felicetta Maltese, 71 anni, iscritta all’associazione Luca Coscioni e attivista della campagna Eutanasia Legale e da Chiara Lalli, giornalista e bioeticista”. Entrambe le donne oggi andranno ad autodenunciarsi ai carabinieri di Firenze, accompagnate dall’avvocatessa e segretaria dell’Associazione Coscioni Filomena Gallo. “Oggi la politica si volge dall’altro lato. Fa finta che queste richieste non esistano. Lo abbiamo visto anche con Massimiliano. Non c’è stata nessuna presa di atto rispetto al suo appello. Almeno potevano rispondere, dire che non è una priorità di questa legislatura. Ma il compito del legislatore rimane, perché deve emanare leggi che riguardino tutti i cittadini”, ha dichiarato Gallo. 

“Questi malati sono discriminati, anche se la loro volontà è la stessa di chi ha sostegni vitali. E la Corte costituzionale fin dal 2018 ha rilevato che nel nostro ordinamento c’era un `vulnus´. La Corte lo ha cercato di colmarlo parzialmente con i mezzi a disposizione, con una sentenza di incostituzionalità, ma non poteva emanare una legge. Ha chiesto al Parlamento di intervenire” e invece “il Parlamento ha fatto un tentativo nella scorsa legislatura che era addirittura un passo indietro e introduceva nuovi ostacoli. Per fortuna quella legge non è stata emanata. Come Associazione Coscioni noi proponiamo al Parlamento di intervenire proponendo una buona legge e attivando le giurisdizioni. I malati che hanno chiesto aiuto a Marco Cappato volevano essere liberi di scegliere e non mettere a rischio i propri cari”.

A lanciare un appello per il figlio anche il padre di Massimiliano, Bruno, apparso in un video accanto al 44enne. “È cosciente della sua vita. Lui è lucido di mente. È arrivato a questo punto qui perché non ce la fa più. Non ce la fa più. È una sofferenza continua, giorno dopo giorno. È un volere suo, perché deve negare questo volere. Il corpo è suo, lo sente lui cosa soffre. E noi non possiamo dire di no. Sarebbe solo egoismo, per farlo soffrire ancora di più. Vorrei che fosse una cosa fatta in Italia”. Quattro sono le condizioni stabilite dalla storica “sentenza Cappato” sul caso di Dj Fabo della Corte Costituzionale nel 2019 a partire dalla quale era stato depenalizzato in alcuni casi l’aiuto al suicidio: che il paziente sia tenuto in vita da trattamento di sostegno vitali; che sia affetto da una patologia irreversibile; che la sua patologia sia fonte di sofferenze intollerabili; che sia pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli

Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Coscioni, si è di recente di nuovo autodenunciato ed è di nuovo indagato per aver accompagnato in una clinica svizzera Romano, un 82enne malato di Parkinson, così come era stato iscritto al registro degli indagati lo scorso agosto per il caso di Elena, una donna veneta di 69 anni affetta da una patologia polmonare irreversibile. L’accusa è di aiuto al suicidio, previsto all’articolo 580 del codice penale italiano, rischia dai sei ai 12 anni di carcere. 

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Malati terminali, ucciderli per i giudici è un reato a metà. Filippo Facci su Libero Quotidiano il 03 dicembre 2022

Ha addormentato la madre 92enne e l'ha soffocata con un cuscino: assolto in primo grado - sentenza suicida, fatta per essere riformata - a cui ieri è seguita una condanna in Appello a 6 anni e otto mesi, il minimo possibile. E voi chiamatelo omicidio light, omicidio tollerato, assassinio a fin di bene, attenuante da debito di sangue, familistico-affettiva: sta di fatto che la nostra giurisprudenza ha inventato un nuovo reato che è quasi assimilabile alla «particolare tenuità del fatto» regolata dall'articolo 131-bis del Codice. E non si tratta dell'ennesimo caso di supplenza della politica, meglio: è una supplenza, sì, ma pienamente giustificata dall'ingiustificata assenza di una classe politica incapace e ogni volta imbarazzata da tutti i temi che la trovano in uno spaventoso ritardo culturale.

Ma riassumiamo la vicenda del 55enne Giovanni Ghiotti, che in pratica è un anonimo Marco Cappato (quello dell'Associazione Coscioni e del suicidio assistito) che nell'agosto del 2020 si è si presentato dai carabinieri di Asti e ha confessato che l'anziana madre, malata da tempo, l'aveva terminata lui il 4 novembre di tre anni prima: «Soffriva troppo. Si era arresa». Il medico legale che aveva bussato alla vecchia casa a Piovà Massaia, nell'astigiano, aveva refertato una morte naturale, ma poi Ghiotti ha raccontato spontaneamente la verità: «Le ho somministrato dei sonniferi, e, quando si è addormentata, l'ho soffocata con il cuscino». Il 19 gennaio scorso, in primo grado, a dispetto di una richiesta di condanna a 7 anni e mezzo, il giudice Federico Belli l'aveva assolto perché «il fatto non sussiste», ossia l'assolto da un reato omicidio reo confesso. E per una volta c'è una ragione per evidenziare il nome di un magistrato, dunque ripetiamolo: Federico Asti. Poi, ieri, con rito abbreviato, i giudici della Corte d'Assise d'Appello di Torino (presidente Cristina Domaneschi) hanno inevitabilmente condannato l'imputato a 6 anni e 8 mesi, che meno non si poteva: «Avendo i giudici ritenuto di credere alla sua confessione, hanno comunque considerato tutte le particolarità del caso e l'hanno condannato alla pena più bassa possibile», ha commentato l'avvocato. L'accusa, in aula, era rappresentata dal procuratore generale Carlo Maria Pellicano, secondo il quale Ghiotti ha ucciso la madre «per pietà» e ha detto che il reato si è mosso «in una zona grigia» perché in Italia «non c'è una legge sul suicidio assistito», pur ammettendo che, nell'attesa, si tratta «pur sempre un omicidio».

La madre 92enne si era spaccata il femore quattro volte in un solo anno e l'osteoporosi le causava dei dolori terribili. Il giudice ufficialmente non aveva creduto all'imputato (ripetiamo: ufficialmente) e aveva ritenuto inattendibile la confessione: «Ha raccontato qualcosa di cui è intimamente convinto, ma che non corrisponde alla realtà dei fatti», si leggeva nelle motivazioni, stabilendo che la morte della donna fosse avvenuta per cause naturali. Il procuratore generale Pellicano, in Appello, aveva poi definito l'imputato «un personaggio da "Delitto e Castigo"», riferendosi al romanzo di Dostoevskij, che «si è trovato in una situazione terribile, non ha potuto fare altro che porre fine alle sofferenze della madre a cui era affezionatissimo». Però in Italia «manca una legislazione» sul fine vita, ha aggiunto.

E non lo sapevamo. Non sapevamo che l'Italia è tra i pochissimi paesi occidentali a non aver regolamentato l'eutanasia (che viene praticata lo stesso, con lo stesso classismo che c'era per l'aborto e la fecondazione assistita) forse auspicando che vadano tutti a morire in Svizzera avendo i soldi per farlo, oppure, ecco, lasciando che a metterci una pezza sia di volta in volta una magistratura chiamata ormai a decidere su tutto, compresa la differenza tra un assassinio, un atto di pietà, una buona morte o una cattiva tortura. Sicchè, ogni tanto, mentre i medici operano e sopprimono pietosamente e nel silenzio, qualcuno si rivolge ai giudici e fioccano sentenze della Cassazione o delle Corti d'Appello o addirittura dei Tar, interventi che però non disciplinano davvero la materia: si limitano a codificare l'esistente, a metterlo nero su bianco, a invocare l'urgenza di una legge come ha fatto più volte la Corte Costituzionale, inascoltata.

Ormai la sfiducia è tanta e, in questa direzione, non c'è ragione di attendersi un po' di coraggio (democratico, non ideologico) neppure da questo governo Meloni: «La vita non ci appartiene» seguita a mormorare un'esigua minoranza di stronzi che sorvola da lustri ogni tema che riguardi le scelte personali, e che, banalmente, recepisca la volontà popolare. Così, mentre la società adulta di destra e di sinistra è costretta a confidare sulla magistratura- eccezion fatta per quattro baciapile che telefonano in Vaticano anche per allacciarsi le scarpe - nella penombra dell'italianissimo «si fa ma non si dice» continua a muoversi quell'Italia sconsolata e reale che siamo noi. 

Paola De Carolis per il Corriere della Sera il 7 agosto 2022.

Dietro la porta chiusa il pericolo. È forse l'incubo di ogni genitore, che pur essendo a casa un figlio possa incontrare il male attraverso il computer o il cellulare. Ci sarà il momento di chiedersi esattamente cosa sia successo al povero Archie, di domandarsi come mai sui social possano continuare a esistere giochi e sfide tragici e assurdi. Oggi no. Ogni interrogativo crolla di fronte al dolore di una famiglia che da un giorno all'altro ha perso un figlio amatissimo.

 «Non c'è assolutamente nulla di dignitoso nel guardare un bambino che soffoca», si è sfogata asciugandosi gli occhi Ella Carter, una parente stretta. Rabbia, incomprensione, frustrazione. «Nessuna famiglia dovrebbe attraversare quello che abbiamo passato noi. È barbarico». 

Archie, ha raccontato mamma Hollie, «ha lottato sino all'ultimo». L'ospedale ha cominciato a disattivare i macchinari che lo tenevano in vita alle 10.00. Per due ore, ha precisato Carter, «i valori sono rimasti stabili. Alla fine, quando hanno tolto il ventilatore, è diventato tutto blu». 

Alle 12.15 è morto. È una consolazione per Hollie aver tentato in tutti i modi di prolungare le cure: «So di aver fatto il possibile, proprio come avevo promesso al mio bambino».

Ora lei e la famiglia sono «a pezzi, distrutti». Dal 7 aprile vivono in un incubo dal quale sarà difficile risvegliarsi. 

«Non credo che da allora ci sia stata una sola giornata che non è stata terribile. Se di fronte alle telecamere ci siamo mostrati forti, abbiamo il cuore in frantumi». Archie - ha detto - «era al centro della nostra famiglia, adorato. Ovunque andava lasciava un segno, era un bambino che si faceva voler bene, molto allegro, era sempre di buon umore». Se ieri non ha avuto le forze di entrare nella questione, precedentemente la signora Dance aveva precisato di volere solo più tempo. 

«Volevo che passassero sei mesi. Che male c'è? Hanno speso una follia facendomi la guerra attraverso i tribunali, soldi che avrebbero potuto spendere per Archie e altri pazienti. Hanno parlato della dignità di mio figlio: credo profondamente che il modo più dignitoso di morire sia lontano dalle macchine e dal rumore di una corsia ospedaliera. Al centro di questo caso c'è l'amore di una madre ma ci sono anche i miei diritti: a che punto il padre di Archie ed io abbiamo perso il nostro diritto di decidere cosa vogliamo per nostro figlio?». 

Parenti, amici e conoscenti sono passati ieri dall'ospedale, chi per abbracciare i genitori, chi per lasciare un biglietto, un mazzo di fiori. Shelley Elias ha raggiunto l'ospedale dalla zona di Stepney. Conosce Hollie e ha due figli, uno della stessa età di Archie. «Volevo che sapessero che sto pensando a loro, che sono nel mio cuore». Davanti al Royal London ha depositato un biglietto e alcune candele.  

«Non sapevo cosa scrivere perché non ci sono parole che possono portare via un po' del loro dolore. Mio figlio ha 12 anni, come Archie, mi sembra impossibile che un ragazzo di questa età possa morire». Ollie Bessell, amico di famiglia, ha raccontato sui social che la morte di Archie «è difficile da accettare». «Pochi giorni fa - ha spiegato - sono stato a trovarlo, e lì, nella sua camera d'ospedale, mi è sembrato di captare tutta la vita che aveva dentro».

(ANSA il 26 novembre 2022) - Il tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni Marco Cappato si è autodenunciato stamani dai carabinieri della compagnia Duomo a Milano per aver accompagnato in una clinica svizzera, dove ieri è morto con suicidio assistito, Romano, un 82enne di origini toscane e residente a Peschiera Borromeo, nel Milanese. Cappato rischia "fino a 12 anni di carcere", come ha sottolineato lui stesso. "E' indegno per un Paese civile continuare a tollerare l'esilio della morte in clandestinità" ha più volte detto. In caserma stamani Cappato si è presentato con l'avvocato e segretaria dell'Associazione, Filomena Gallo.

Suicidio assistito, malato di Parkinson muore in Svizzera: "L'Italia ci nega questo diritto". Giampaolo Visetti su La Repubblica il 26 Novembre 2022.

Il signor Romano, 82 anni, non ha potuto farlo nel nostro Paese perché, come Elena Altamira, scomparsa ad agosto in una clinica elvetica, non dipendeva per vivere da una macchina. La figlia: "Lui voleva spegnersi nel suo letto". Cappato (associazione Coscioni): "Parlamento inerte, mi autodenuncio"

 "Mio papà ha appena confermato la scelta di morire. Io sono rientrata dalla California, dove questa scelta è legale e dove una persona colpita da una malattia come la sua avrebbe potuto morire in casa, circondata dalla sua famiglia. Spero che presto anche in Italia tutti possano fare liberamente questa scelta". Francesca, in un video diffuso ieri pomeriggio, ha reso pubblica la morte medicalmente assistita in una clinica svizzera di suo padre Romano, 82 anni, ex giornalista e pubblicitario, toscano residente a Peschiera Borromeo nel Milanese, dal 2020 paralizzato e costretto a letto da un Parkinsonismo atipico.

Romano sceglie la morte in Svizzera. Cappato lo aiuta e torna nella bufera. L'82enne affetto da una forma neurodegenerativa di Parkinson. Tiziana Paolocci su Il Giornale il 26 Novembre 2022.

Romano era creativo, instancabile e la sua vita l'aveva divisa tra la famiglia e il lavoro come giornalista e pubblicitario. Ma da due anni l'uomo, di origini toscane e residente a Peschiera Borromeo, era affetto da Parkinsonismo atipico, una malattia che lo aveva costretto a letto, con dolori muscolari così forti da impedirgli di leggere, scrivere e fare qualsiasi altra cosa in autonomia.

Ieri è morto in Svizzera a 82 anni. Una morte cercata, voluta, tanto che i familiari si sono rivolti a Marco Cappato, che l'ha accompagnato alla clinica Dignitas, fuori dall'Italia, perché l'anziano non era tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e pertanto qui non era possibile per lui accedere al suicidio assistito.

«Mio marito Romano - aveva spiegato due giorni fa la moglie - è affetto da una grave malattia neurodegenerativa, una forma di Parkinson molto aggressiva che gli ha paralizzato completamente gli arti e che ha prodotto una disfagia molto severa che lo porterà a breve a una alimentazione forzata. Quando a inizio luglio Romano ha espresso in maniera molto responsabile e consapevole il desiderio di interrompere questa lunga sofferenza, ci siamo rivolti per informazioni all'Associazione Luca Coscioni e abbiamo chiesto aiuto anche a Marco Cappato». «Tutto questo per evitare problemi legali - ha ricordato la donna - visto che nel nostro paese non esiste un quadro legislativo chiaro sulla scelta del fine vita che è un diritto fondamentale dell'uomo. Adesso dopo un lungo viaggio molto faticoso per Romano, siamo arrivati in Svizzera e stiamo aspettando la visita del dottore. Se Romano davanti al dottore confermerà la sua decisione consapevole e responsabile già espressa, sarà libero di porre fine alle sue sofferenze».

Ieri la figlia Francesca, arrivata dalla California, in un video ha dato l'annuncio della morte del papà auspicando che «in Italia, presto, sia possibile per le persone poter fare questa scelta e morire a casa propria, circondate dalle persone care».

Per Cappato, tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni, si tratta dell'ennesima «disobbedienza civile» e oggi si autodenuncerà presso la stazione dei carabinieri in via Fosse Ardeatine 4 a Milano. L'ex radicale subirà un'altra inchiesta, ma questo non lo spaventa e promette che continuerà ad aiutare i malati che si rivolgono a lui per mettere fine alle loro sofferenze. «Ritengo indegno di un Paese civile continuare a tollerare l'esilio della morte in clandestinità di persone che patiscono sofferenze insopportabili e irreversibili - ha detto -. Sono passati 4 anni da quando la Corte Costituzionale la prima volta ha chiesto al Parlamento di intervenire in uno spirito di leale e dialettica collaborazione istituzionale consentendogli ogni opportuna riflessione e iniziativa».

La Corte, intervenendo successivamente nel 2019 dinanzi all'inerzia del Parlamento, ha emesso poi una decisione che depenalizza l'aiuto al suicidio solo per malati in determinate condizioni verificare dal SSN. Ma al tempo stesso ha ribadito la richiesta di una legge completa, che rispetti le scelte di fine vita delle persone malate. «Ad agosto avevo ripreso l'azione di disobbedienza civile, accettando la richiesta di Elena Altamira di essere accompagnata in Svizzera, per superare la discriminazione contro i malati che, come Elena e Romano, non sono dipendenti da trattamenti sanitari - ha aggiunto Cappato -. Ho deciso ora di accettare anche la richiesta di aiuto di Romano ed a evitare a lui un accanimento insensato e violento».

Elena, 69 anni, malata terminale di cancro era morta nella stessa clinica ad agosto. Per quel caso Cappato è indagato perché non rientrava nei casi previsti dalla sentenza di tre anni fa della Corte costituzionale.

Cappato e la terza eutanasia "È una violenza dello Stato". L'attivista dai carabinieri dopo il viaggio in Svizzera per far morire un 82enne malato di Parkinson. Patricia Tagliaferri il 27 novembre 2022 su Il Giornale.

Usa toni pesanti, Marco Cappato, per descrivere la condizione di tutte quelle persone che in Italia sono costrette ad andare all'estero per morire dignitosamente: «È una violenza di Stato», dice. Una violenza effetto delle contraddizioni della legge italiana che stringe in una «trappola micidiale» chi è costretto da malattie incurabili ad un'esistenza ridotta ad una parvenza di vita.

Il tesoriere dell'associazione Luca Coscioni, che da sempre si batte per la dignità del fine vita, ne parla nel giorno in cui autodenuncia dai carabinieri della compagnia Duomo per aver accompagnato in una clinica svizzera, Romano, un 82enne di origini toscane che era affetto da una grave forma di Parkinson e non era tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale, condizione necessaria per accedere al suicidio assistito in Italia, come stabilito dalla Consulta. Nella stessa caserma milanese Cappato si era già presentato lo scorso agosto per aver accompagnato a morire la signora Elena, malata terminale di cancro, e cinque anni fa per dj Fabo, il caso che ha dato il via al dibattito sul fine vita e per il quale l'attivista è stato processato a assolto, mentre per la vicenda di Elena è indagato per aiuto al suicidio ma non c'è stato ancora alcun rinvio a giudizio.

Romano è morto giovedì, lontano da casa, dopo un faticoso e lungo viaggio a bordo di un'autovettura speciale per il trasporto dei disabili, dove il tesoriere dell'associazione Coscioni ha potuto fissare la carrozzina alla quale era inchiodato, con l'aiuto dalla moglie dell'uomo, in auto con loro perché Romano aveva bisogno di assistenza continua. Per quello che ha fatto Cappato sa di rischiare «fino a 12 anni di carcere» e anche la donna ora potrebbe finire sotto inchiesta con lui. Ma per l'attivista non c'era altro da fare: «È indegno per un Paese civile continuare a tollerare l'esilio della morte in clandestinità», attacca. E quello di Romano non è certo un caso isolato. Sono sempre di più le persone che si rivolgono all'associazione per essere aiutate a morire, tanto che Cappato da solo non ce la fa più a rispondere alle chiamate: «Questo non è problema che si può nascondere sotto il tappeto, ma è sempre più urgente. A questo punto devo chiedere aiuto, chiedere a coloro che se la sentono di assumersi questa responsabilità. Non posso farmene carico da solo», osserva. A dicembre è già pronto per la prossima missione, per aiutare un'altra persona che si è rivolta all'associazione e ha già preso appuntamento per andare a morire in Svizzera.

Cappato vuole che venga registrato «il silenzio della politica ufficiale» sulle vicende che riguardano il diritto ad una fine dignitosa, un silenzio che va al di là «del colore delle maggioranze o delle opposizioni». «Tutti zitti - fa notare - mi dispiace per loro: perché queste vicende sono reali e sarebbero occasione di riflessione e di parola, ovviamente anche per chi è contro le soluzioni che noi proponiamo. Sia sulla vicenda di Romano sia su quella di Elena devo constatare, salvo qualche sparuta eccezione, che i grandi capi del potere italiano stanno accuratamente zitti. Ciascuno interpreti come vuole il loro silenzio». Cappato spiega di non volere l'impunità: «Non stiamo chiedendo di chiudere un occhio, stiamo chiedendo allo Stato italiano di assumersi le proprie responsabilità. Non è una provocazione, è un'autodenuncia. Poi, nel merito, non è la pretesa che si sia tutti d'accordo con noi».

La nuova "disobbedienza civile". Marco Cappato in Svizzera con Romano, malato di Parkinson, per il suicidio assistito: “Qui per un diritto fondamentale”. Redazione su Il Riformista il 25 Novembre 2022

Marco Cappato è nuovamente in Svizzera per accompagnare e assistere un’altra persona che ha chiesto di accedere legalmente al suicidio assistito nel Paese elvetico. L’ex deputato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni e protagonista di mille battaglie sul tema del fine vita, ha infatti accompagnato Romano, 82enne di origini toscane ma residente a Peschiera Borromeo, nel Milanese, nell’ultimo viaggio della sua vita.

Romano è affetto dal 2020 da Parkinsonismo atipico: Cappato potrebbe nuovamente finire nei guai con la giustizia italiana. Il ‘caso’ di Romano non è coperto infatti dalla sentenza 242/2019 della Corte costituzionale nata grazie proprio all’impegno di Cappato sul caso di Dj Fabo, Fabiano Antoniani, che l’ex parlamentare aiutò nel suicidio assistito.

Un impegno e un caso giudiziario che portarono la Consulta ad esprimersi a favore del suicidio assistito, ma solo se la persona malata che ne fa richiesta è affetta da una patologia irreversibile, fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli e tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale. Tutte condizioni che vanno verificate dal Sistema sanitario nazionale.

Non è questo il caso di Romano, ma l’obiettivo di Cappato è proprio quello di impedire discriminazioni tra persone malate. “Sono di nuovo in Svizzera per fare valere quello che dovrebbe essere un diritto fondamentale“, ha spiegato Cappato sui social mostrando un video in cui la moglie di Romano spiega i motivi dietro il gesto e il viaggio.

L’82enne è morto nel pomeriggio in una clinica svizzera con suicidio assistito, come ha comunicato la figlia Francesca, residente in California, in un video in cui ha spiegato che il padre “avrebbe voluto morire in casa circondato dai suoi cari“.

“Mio marito è affetto da una grave malattia neurodegenerativa, una forma di Parkinson molto aggressiva che gli ha paralizzato completamente gli arti e che ha prodotto una disfagia molto severa che lo porterà a breve a un’alimentazione forzata. Quando a inizio luglio Romano ha espresso in maniera molto responsabile e consapevole il desiderio di interrompere questa lunga sofferenza, ci siamo rivolti per informazioni all’Associazione Luca Coscioni e abbiamo chiesto aiuto anche a Marco Cappato. Tutto questo per evitare problemi legali visto che nel nostro Paese non esiste un quadro legislativo chiaro sulla scelta del fine vita che è un diritto fondamentale dell’uomo“, erano state le parole della moglie di Romano alla vigilia della partenza per la Svizzera.

“La scelta del fine vita è un diritto fondamentale dell’uomo“, aveva tenuto a dichiarare la moglie di Romano. “Se conferma la sua decisione consapevole e responsabile – aveva aggiunto la moglie – sarà libero di porre fine alle sue sofferenze”.

Non è la prima volta che Cappato ‘sfida’ la sentenza della Corte Costituzionale emessa dopo la vicenda di Fabiano Antoniani. Ad agosto il tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni aveva accompagnato in Svizzera Elena Altamira, una 69enne veneta malata terminale di cancro, per farla accedere al suicidio assistito perché le sue condizioni non rientravano nella sentenza della Corte. In quella occasione lo storico attivista dei Radicali si era autodenunciato ai carabinieri, come già fatto ai tempi di Dj Fabo, ed è attualmente indagato per aiuto al suicidio.

Se Marco Cappato deve, ancora una volta, sostituirsi alla politica. Giampiero Casoni il 03/08/2022 su Notizie.it

Marco Cappato rischia di nuovo il carcere perché da solo ha fatto una cosa che avrebbero dovuto fare gli altri. Quelli che oggi ci chiedono il voto. 

Se Marco Cappato deve sostituirsi alla politica per fare una cosa etica pagandone prezzo da un punto di vista penale allora il dato è evidente: l’etica dalla politica è stata sfrattata e il fatto che ci sia una campagna elettorale in corso dovrebbe farci riflettere.

Su cosa? Sul fatto che i partiti in lizza, quelli che ci stanno inondando di promesse “pratiche” e di ricette di buon governo, sono in realtà dei sistemi complessi che agiscono per delega, cioè una volta incasellati nel meccanismo decisorio di un esecutivo sono chiamati a fare le veci e la somma delle nostre istanze di cittadini.

Insomma, la mission dei tizi a cui ci apprestiamo a dare il voto il 25 settembre prossimo è, o dovrebbe essere, quella di evitare che un singolo e determinato individuo passi un guaio perché la bontà del suo gesto avviene in un vuoto normativo, in questo caso totale fino a pochi mesi fa e monco tuttora.

E purtroppo neanche stavolta è andata così ed anche con il suicidio assistito della povera 69enne che ha voluto salutare il mondo vicino Basilea il coraggio di uno ha dovuto sanare la vigliaccheria dei più.

Vigliaccheria assoluta, a contare che in nessuno dei roboanti programmi presentati c’è uno straccio di accenno a temi che abbiano ampio respiro etico. Il meccanismo ormai lo conosciamo: da un po’ di anni e sulla spinta di una politica sempre più praticona e legata all’economia il passo di marcia del cimento pubblico lo danno cose terrigene e sode come economia, tasse, spread, bollette, mancette Ue, ponti sugli stretti e prezzo dei bucatini da fare alla vaccinara.

E attenzione, il fenomeno è a doppia mandata: da un lato i partiti che praticoni e grezzi ci sono nati non hanno fatto altro che sguazzare ancor meglio nella mota da cui sono emersi, dall’altro quelli che sull’etica ci hanno sempre tradizionalmente scommesso almeno di ugola hanno innestato retromarce clamorose in cui ciò che prima era tonante proclama oggi è diventato timido accenno o robetta da mercanteggiare con il compare di Rosatellum.

Il risultato è uno solo: cose serie, cose vitali, cose che hanno il respiro della civiltà e non l’organigramma del ben più misero progresso da noi in Italia sono sbiadite caricature di se stesse. Di quello e della forza che dovremmo mettere nel realizzarle, con la narrazione della campagna elettorale che stiamo vivendo che ha rimesso al centro solo quegli insulsi gargarismi dialettici che tanto piacciono a noi italiani, maestri di opinione ma asini patentati di condotta attiva e scattismo legiferativo.

Quello che ne consegue è che oggi parlare di Marco Cappato in mezzo alla giostra di ricette offerte dagli imbonitori su piazza ha il tono stantio di quando ad un funerale che passa in strada ti fermi e ti fai il segno della croce. Un funerale come quello che ha avuto la signora Elena, che per morire è stata costretta ad andare in Svizzera senza “finire la mia vita nel mio letto, nella mia casa, tenendo la mano di mia figlia e la mano di mio marito”.

Un funerale come quello del Diritto che oggi mette Marco Cappato in rubrica dei Carabinieri perché da solo ha fatto una cosa che avrebbero dovuto fare gli altri. Quelli che oggi ci chiedono il voto.

Da video.corriere.it il 3 agosto 2022.

«Ai carabinieri dirò che senza il mio aiuto Elena non sarebbe potuta giungere in Svizzera e aggiungerò che aiuteremo anche le altre persone nelle sue stesse condizioni che ce lo chiederanno. Sarà poi compito della giustizia stabilire se questo è un reato o se c’è la reiterazione del reato. O se c’è discriminazione come noi riteniamo tra malati»: queste le parole del tesoriere dell'associazione ‘Luca Coscioni’, Marco Cappato, a Milano pochi minuti prima di autodenunciarsi per l'aiuto fornito alla signora Elena per giungere in Svizzera e procedere per il suicidio assistito.

Fabrizio Guglielmini per milano.corriere.it il 3 agosto 2022.  

«Come cinque anni fa per dj Fabo». Il tesoriere dell’associazione Luca Coscioni alle 11 dai carabinieri di via Fosse Ardeatine per il caso della 69enne veneta, malata oncologica terminale, che ha accompagnato in Svizzera per il suicidio assistito

«Come cinque anni fa nel caso di dj Fabo oggi sono tornato nella stessa caserma dei carabinieri del centro storico per autodenunciarmi per aver accompagnato Elena in Svizzera per il suicidio assistito». Il tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, Marco Cappato, arrivato alle 11 di mercoledì mattina in via Fosse Ardeatine per la sua nuova battaglia civile che riguarda i malati terminali che non possono accedere al fine vita in Italia. «Di fronte alla richiesta di Elena, potevamo girarci dall’altra parte o darle l’aiuto che cercava, alla luce del sole e assumendoci totalmente la responsabilità di questo».

E sulla possibilità del carcere Cappato ha detto che è pronto ad affrontare eventuali conseguenze, pur augurandosi un esito analogo a quello della vicenda del 2017. «Penso e spero che, così come la disobbedienza civile per dj Fabo ha aperto una strada che riguarda già oggi potenzialmente migliaia di persone in quella condizione, dipendenti da trattamenti di sostegno vitale, lo stesso accada per l’aiuto al suicidio di Elena». 

Per Cappato, «l’obiettivo di questa iniziativa non è lo scontro o il vittimismo o il martirio, ma la speranza che, se non lo hanno fatto le Aule parlamentari, possano le aule di tribunale riconoscere un diritto fondamentale come questo».

«Ho spiegato ai carabinieri che per le prossime persone che ce lo chiederanno, se saremo nelle condizioni di farlo, aiuteremo anche loro — ha detto Cappato uscendo dalla caserma di via Fosse Ardeatine insieme all’avvocatessa Filomena Gallo, segretario della associazione Coscioni —. Sarà poi compito della giustizia stabilire se questo è un reato o se c’è la reiterazione del reato. O se c’è discriminazione come noi riteniamo tra malati». 

«Ringrazio il marito e la figlia di Elena per la loro vicinanza all’associazione Luca Coscioni che rappresento e se ce ne sarà bisogno siamo pronti ad assistere altre persone che ne faranno richiesta». Marco Cappato si è autodenunciato e i carabinieri apriranno un fascicolo da inviare in Procura che deciderà se aprire un procedimento giudiziario a carico di Cappato, come già accaduto nel 2017 per il caso di dj Fabo (per cui è stato assolto).

«Ancora oggi — ha aggiunto Cappato — dobbiamo registrare l’insensibilità della politica su questo tema civile di grande importanza e che crea discrimine fra i malati terminali. Non c’è stata alcuna risposta da parte del Parlamento, della politica, dei capi dei grandi partiti. In queste ultime due legislature non è mai stata discussa nemmeno un minuto la nostra legge di iniziativa popolare presentata 9 anni fa». di fronte alla richiesta di Elena, potevamo girarci dall’altra parte o darle l’aiuto che cercava, alla luce del sole e assumendoci totalmente la responsabilità di questo». 

Da video.corriere.it il 2 agosto 2022.

È morta la signora Elena, martedì 2 agosto, che avevamo conosciuto con il nome di fantasia «Adelina» per ragioni di privacy. Nel suo ultimo videomessaggio dichiara: «Sono sempre stata convinta che ogni persona debba decidere sulla propria vita e debba farlo anche sulla propria fine, senza costrizioni, senza imposizioni, liberamente, e credo di averlo fatto, dopo averci pensato parecchio, mettendo anche in atto convinzioni che avevo anche prima della malattia. Avrei sicuramente preferito finire la mia vita nel mio letto, nella mia casa, tenendo la mano di mia figlia e la mano di mio marito. Purtroppo questo non è stato possibile e, quindi, ho dovuto venire qui da sola». 

Elena aveva ricevuto la diagnosi di microcitoma polmonare a inizio luglio 2021. Da subito i medici le avevano detto che avrebbe avuto poche possibilità di uscirne, dopo tentativi di cure, le è stato detto che c’erano pochi mesi ancora di sopravvivenza, con una situazione che, via via, sarebbe diventata sempre più pesante. «Elena ha appena confermato la sua volontà: è morta, nel modo che ha scelto, nel Paese che glielo ha permesso. 

Domattina, mercoledì 3 agosto, in Italia, andrò ad autodenuciarmi» , ha dichiarato Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, che ieri l’aveva accompagnata in Svizzera. Cappato andrà ad autodenunciarsi alla stazione dei carabinieri in via Fosse Ardeatine 4 a Milano alle ore 11. 

Francesca Del Vecchio per “la Stampa” il 4 agosto 2022.

«Ho il privilegio, con l'Associazione Luca Coscioni, di potermi battere per quello in cui credo, per una libertà che va riconosciuta a tutti: non è un sacrificio ma un onore che mi emoziona ogni volta. La gratitudine delle persone che ho aiutato vale più delle difficoltà che incontro. E anche più dei rischi». I rischi di cui Marco Cappato parla sono quelli giudiziari, come la reclusione, in cui incorre ogni volta che accompagna qualcuno che si rivolge all'Associazione a morire in Svizzera. 

Come nell'ultimo caso, quello di Elena, malata oncologica terminale con un'aspettativa di vita di pochi mesi, accompagnata lunedì scorso da Cappato in una clinica di Basilea per il suicidio medicalmente assistito. Che cosa vi siete detti con la signora nelle otto ore di viaggio, dal Veneto alla Svizzera?

«Abbiamo parlato di un sacco di cose: del suo amore per i cani e per il suo lavoro. Del suo legame profondo con la famiglia. Mi ha raccontato degli enormi sforzi fatti per mettere su l'hotel che gestiva con il marito e la nuova casa, nella quale si erano trasferiti da poco. Tutto questo, conquistato con grandi sacrifici, senza poter neanche goderne a causa della malattia». 

Come vi siete salutati con Elena?

«Sono rimasto con lei fino alla fine. E prima di salutarmi mi ha ringraziato per averla aiutata a non coinvolgere la sua famiglia nelle vicende giudiziarie a cui sarebbe potuta andare incontro. Questa era la sua più grande preoccupazione: non voleva causare loro dei problemi con la legge». 

Il caso di Elena è diverso da quello, per esempio, di dj Fabo. Perché?

«Si può dire che Elena sia stata discriminata dalla sentenza della Corte Costituzionale (numero 242/2019, ndr): quella pronuncia sancisce il diritto all'aiuto al suicidio solo per i malati tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale.

Diversamente da Mario/Federico Carboni (primo caso di suicidio assistito in Italia, ndr) e da Fabiano Antoniani, Elena non era tenuta in vita da alcun macchinario».

Che cosa ha detto ai carabinieri di Milano nella sua autodenuncia di ieri?

«Innanzitutto, non ho minimizzato l'apporto dato a Elena. Ho voluto chiarire che il mio contributo è stato indispensabile: dalla logistica, andando a prenderla a casa e accompagnandola con la mia macchina, fino alla traduzione dei documenti medici, una volta arrivati in clinica. Ho spiegato anche che Elena era perfettamente consapevole di non rientrare nei casi previsti dalla sentenza della Corte e ho fatto presente che in futuro, se sarò in condizione di poterlo fare e se mi verrà chiesto, continuerò a fornire questo tipo di aiuto. Ovviamente, questo potrebbe avere una rilevanza sul piano giuridico per quello che viene chiamato rischio di reiterazione del reato». 

Che cosa manca in Italia, dal punto di vista dell'impianto normativo, affinché persone come Elena non siano costrette a chiedere aiuto?

«Innanzitutto la conoscenza di ciò che è stato conquistato fino ad ora. Quasi nessuno sa della possibilità di fare gratuitamente il testamento biologico, diritto acquisito con l'approvazione della legge, nel 2017. Oppure dell'opportunità di interrompere le cure senza soffrire o di accedere all'aiuto alla morte volontaria per le persone che siano tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale. L'Italia non è la più arretrata in Europa. Ma alcune cose importanti devono essere ancora fatte».

Per esempio?

«In primis, quello che volevamo ottenere con il referendum: la piena legalizzazione dell'eutanasia, il che vuol dire eliminare discriminazione tra malati. La seconda è che il medico possa intervenire direttamente senza incorrere in un reato, punibile fino a 15 anni». 

Per colmare questo «gap» chi pensate possa essere il vostro interlocutore politico, dopo il 25 settembre?

«Premesso che le abbiamo provate tutte: la legge di iniziativa popolare nove anni fa, il referendum bocciato dalla Corte Costituzionale. Poi il silenzio da parte del Parlamento, sollecitato più e più volte. Nessuno dei grandi partiti ha speso una parola. Per cui, direi che a oggi non ci sono elementi per pensare di poter affidare a qualcuno questa battaglia. E la mia disobbedienza civile vuol dire proprio che non siamo qui ad aspettare che qualcuno di loro la faccia». 

Per incidere di più dovreste candidarvi alle prossime elezioni? E, allora, perché non lo fate?

«Abbiamo chiesto a Mario Draghi che si consenta anche a chi non è in Parlamento di presentarsi alle elezioni con la raccolta firme, anche digitali. Se solo Draghi riuscisse a realizzare questa cosa, non prevista nel Rosatellum, potrebbe cambiare davvero il dibattito in questo Paese».

Il suicidio assistito di Elena, malata terminale di cancro. Perché è dovuta andare in Svizzera e perché la sua scelta farà discutere. La Repubblica il 2 Agosto 2022. Marco Cappato ha accompagnato una donna 69enne veneta affetta da un tumore ai polmoni irreversibile con diverse metastasi. Non avendo necessità di sostegni vitali, la legge italiana non le consentiva il suicidio assistito. Domani l'esponente dell'Associazione Coscioni andrà ad autodenunciarsi.

"Elena ha appena confermato la sua volontà: è morta, nel modo che ha scelto, nel Paese che glielo ha permesso". Così, con un tweet, Marco Cappato ha annunciato la morte della donna veneta di 69 anni, ammalata di una grave patologia oncologica polmonare irreversibile con diverse metastasi, che ha accompagnato in Svizzera per porre fine alla sua vita.

Cappato, tesoriere dell'associazione Luca Coscioni, ha aggiunto che domani, al suo rientro in Italia, andrà ad autodenunciarsi per aver aiutato la donna ad accedere al suicidio assistito a Zurigo. Un nuovo strappo in avanti del tesoriere dell'Associazione Coscioni, rispetto sia alla sentenza della Consulta sul caso di Dj Fabo, sia alla legge sul suicidio assistito approvata alla Camera e adesso in attesa di essere discussa (forse) al Senato. Proviamo a spiegare. Motivando l'assoluzione di Marco Cappato dall'accusa di istigazione al suicidio per aver accompagnato a morire in Svizzera (dove il suicidio assistito è legale) Fabiano Antoniani, tetraplegico e cieco, la Consulta ha indicato alcuni parametri che il paziente deve avere affinché la il suicidio medicalmente assistito possa essere depenalizzato. I criteri sono: aver fatto una scelta consapevole ed autonoma, essere affetti da una patologia irreversibile causa di sofferenze insopportabili. Ed essere dipendenti da sostegni vitali: nutrizione e idratazione artificiale, ventilazione, tutte quelle cure di sostegno senza le quali il paziente muore.  

La legge varata alla Camera ha basato il testo su questi parametri, irrigidendo in realtà in alcune parti le condizioni. Ecco, nella sentenza della Consulta, che oggi ha valore di legge non essendoci ancora una legge dello Stato, i malati oncologici come Elena, che ieri è stata accompagnata in Svizzera a morire da Cappato non sono previsti. Perché i malati oncologici terminali, seppure patendo atroci sofferenze, nella maggior parte dei casi non sono tenuti in vita da sostegni vitali. Dunque Marco Cappato, accompagnando Elena a Basilea, avrebbe di nuovo violato l'articolo 580 del codice penale sull'istigazione al suicidio. Per questo, come fu per Dj Fabo, Cappato domani andrà ad autodenunciarsi. Rischia fino a 12 anni di carcere. E vedremo se anche questa volta, come fu per Fabo, dopo un processo, un ricorso alla Corte Costituzionale e un'assoluzione, la depenalizzazione del ricorso del suicidio assistito anche i per i malati oncologici diventerà realtà.

In uno straziante ma lucido e pacato messaggio video, Elena, 69 anni, ha spiegato così la sua scelta:  "Ho detto a mio marito e alla mia famiglia: sono davanti a un bivio. Posso prendere una strada un pò più lunga che mi porta all'inferno. E un'altra, più breve, che mi porta in Svizzera. Ho scelto la seconda. Ho poi detto a mio marito che se avesse provato a dissuadermi, fra un mese o due, quando mi avrebbe visto sofferente, se ne sarebbe pentito". 

Negli scorsi mesi, sono stati diversi e travagliati i casi di persone che assistiti dall'associazione Luca Coscioni hanno chiesto di poter accedere al suicido assistito in Italia. Il primo è stato Mario, paziente tetraplegico di Senigallia, che se n'è andato a giugno. Ma la battaglia sulla legge resta irrisolta.

La 69enne soffriva di una grave malattia oncologica. Elena ha scelto di morire in Svizzera: per il suicidio assistito Marco Cappato rischia 12 anni di carcere. Antonio Lamorte su Il Riformista il 2 Agosto 2022. 

Marco Cappato lo aveva annunciato ieri tramite i social: “Sto accompagnando in Svizzera una signora gravemente malata. Solo lì può ottenere quello che deve essere un suo diritto. Sarà libera di scegliere fino alla fine”. Elena aveva 69 anni, veneta, era gravemente ammalata di una patologia oncologica polmonare con diverse metastasi. Non era dipendente da trattamenti di sostegno vitale. È morta oggi pomeriggio, in Svizzera, a Basilea, accompagnata dal tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni. “Ha appena confermato la sua volontà: è morta, nel modo che ha scelto, nel Paese che glielo ha permesso”, ha scritto Cappato sui social.

Elena aveva scelto il nome di fantasia di Adelina prima di rivelare la sua vera identità. Non assumeva farmaci salvo cortisone, antibiotici e antidolorifici a seconda delle necessità. Aveva contattato il Numero Bianco dell’Associazione Luca Coscioni (06 9931 3409), la infoline per avere informazioni sui diritti del fine vita. Ha scelto di andare in Svizzera senza attendere ulteriormente “ulteriori sofferenze e peggioramenti vista la progressione della malattia già in fase avanzata”.

Il nome di Adelina le era stato ispirato dalla canzone che ha scelto per i suoi ultimi momenti di vita, Ballade pour Adeline di Richard Clayderman. L’Associazione Coscioni ha diffuso sui social un video in cui lei stessa raccontava la sua scelta: “Circa un anno fa, a luglio 2021 ho avuto la diagnosi di microcitoma polmonare, il tumore era già di proporzioni piuttosto importanti. Già dall’inizio i medici avevano detto che avrei avuto poche possibilità di uscirne. Il tentativo non è costato poco psicologicamente e fisicamente. Non ho risolto il problema. Mi è stato detto che per me c’erano pochi mesi ancora di sopravvivenza e mi è stata descritta una situazione che sarebbe diventata via via più pesante”.

Elena ha deciso di mettere fine alla sua vita prima che lo facesse “in maniera più dolorosa” la malattia. La famiglia ha sostenuto non senza dolore la sua scelta. “Ho chiesto aiuto a Cappato perché non volevo che i miei cari accompagnandomi loro avrebbero avuto ripercussioni legali e che potessero essere accusati di avermi istigata a prendere una decisione che è sempre stata solo mia. Ho dovuto scegliere se davanti a un bivio volevo percorrere una strada più lunga che portava all’inferno o una strada più breve che mi avrebbe portata a Basilea. Ho poi detto a mio marito che se avesse provato a dissuadermi, fra un mese o due, quando mi avrebbe visto sofferente, se ne sarebbe pentito”. Sono sempre stata convinta che ogni persona debba decidere sulla propria vita e sulla propria fine senza costrizioni, imposizioni, liberamente”. La donna lascia il marito e una figlia.

“Per Marco Cappato si tratta di una nuova disobbedienza civile – scrive in una nota l’Associazione Coscioni -, dal momento che la persona accompagnata non è ‘tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale’, quindi non rientra nei casi previsti dalla sentenza 242\2019 della Corte costituzionale sul caso Cappato/Dj Fabo per l’accesso al suicidio assistito in Italia. In Italia, infatti, proprio grazie alla disobbedienza civile di Cappato per l’aiuto fornito a Fabiano Antoniani (sentenza 242 della Corte costituzionale) il suicidio assistito è possibile e legale in determinate condizioni della persona malata che ne fa richiesta (persona affetta da una patologia irreversibile, fonte di intollerabili sofferenze, pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli e tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale). Cappato rischia dunque fino a 12 anni di carcere per l’accusa di aiuto al suicidio”.

Cappato ha annunciato nel suo tweet che domani al suo rientro in Italia andrà ad autodenunciarsi (presso la stazione dei Carabinieri in via Fosse Ardeatine 4 a Milano alle ore 11) per aver aiutato la donna ad accedere al suicidio assistito. A differenza che in Italia, in Svizzera è possibile accedere al suicidio assistito secondo una legge che consente la scelta anche per chi non necessita di sostegni vitali. Il tesoriere dell’Associazione si era autodenunciato anche dopo aver accompagnato Dj Fabo in Svizzera. Fu indagato, processato e infine assolto. Lo scorso febbraio la Corte Costituzionale ha bocciato il referendum sull’eutanasia dichiarando inammissibile il quesito proposto dall’Associazione Coscioni e appoggiato da una serie di associazioni. 

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

La moglie di La Forgia: "Ha salutato gli amici e si è iniettato da solo la morfina. Cinque giorni di agonia, con un terribile risveglio". Eleonora Capelli su La Repubblica il 19 Giugno 2022.

Intervista a Maria Chiara Risoldi che racconta "la sedazione profonda per l'ultimo viaggio senza ritorno. L'ipocrisia della legge oggi è intollerabile"

 "L'ipocrisia della legge oggi è intollerabile. È un suicidio assistito mascherato dalla lunghezza del tempo impiegato per morire, che dipende dalla resistenza della persona. Si potrebbe fare in dieci minuti, invece la legge ha un protocollo per cui la morfina viene data diluita, poca in molte ore, così dicono che è assistenza al dolore e non eutanasia.

«Dopo una notte di dolore mio marito Antonio La Forgia ha chiesto di dormire. Decida l’uomo, non lo Stato». Giusi Fasano su Il Corriere della Sera il 20 Giugno 2022.

La moglie dell’ex governatore dell’Emilia-Romagna, Maria Chiara Risoldi: «La sedazione profonda è un’ipocrisia. Gli diagnosticarono due tumori, uno dei quali molto aggressivo e con metastasi. Chiese un medico che lo aiutasse ad addormentarsi». 

«Mi chiamava Cocca. Uno degli ultimi giorni mi ha detto “Cocca facciamo così: se ti dico Goethe vuol dire che sto vivendo un momento di felicità”. C’è stata una sera in cui mi ha detto più volte Goethe… Gli tornavano i conti della vita. Quello che aveva sbagliato, capito, dissipato. Aveva riparato tutto e si era perdonato; si sentiva libero. Goethe nel Faust implora: “Fermati attimo, sei bello”: ci ha provato anche lui. Mi ha detto: “Non avrei mai pensato che mi sarebbero bastati degli attimi, che sarebbe bastato guardarti per sentirmi felice”».

Ma è arrivato il giorno senza istanti di felicità...

«È stato domenica 5 giugno. Aveva urlato di dolore tutta la notte. La mattina gli chiesi: non ci sono più momenti Goethe, vero? E lui annuì. Era la fine. Aveva già scelto di andarsene con la sedazione profonda. Il quando lo decise quella sera stessa. Mi disse: “Devi amarmi molto per accettare che me ne andrò e a te rimarrà in casa per giorni il mio corpo vivo”».

Poche ore dopo su facebook lei scrisse del suo «viaggio di sola andata».

«Il lunedì mattina alla dottoressa dell’Associazione nazionale tumori che lo seguiva ha detto: “Stasera mi faccia dormire”. Abbiamo stabilito che la sera avrebbe preso la morfina da sé, per cominciare a dormire, e il giorno dopo lei gli avrebbe somministrato il farmaco per la sedazione profonda. Abbiamo firmato le carte, sono arrivati i suoi figli, gli amici storici. Tutti attorno al letto a salutarlo. Alla fine ha detto: “Adesso lasciateci soli”, e siamo rimasti io e lui…».

Maria Chiara Risoldi racconta di suo marito, Antonio La Forgia . Un racconto pieno di lunghe pause, sospiri, di dettagli che aspettano come soldatini di essere convocati all’adunata dei ricordi. Racconta della sua presenza che è ovunque, della sua voce rimasta nell’aria, dei loro 33 anni assieme. Si conoscevano dal ‘77, ai tempi dell’iscrizione al Pci. Si sono osservati, annusati, piaciuti. E dopo anni corteggiati. Scienziato (un fisico) prestato alla politica lui; saggista, psicologa e psicoterapeuta lei. Ex assessore, ex governatore dell’Emilia Romagna, ex deputato lui; femminista e attivista sul fronte dei diritti delle donne lei.

Quando stava bene, avevate mai parlato di fine vita?

«Sì. Mio fratello è morto nel 2019 di un tumore. Gli ultimi mesi era ridotto in uno stato pietoso. Antonio lo guardava angosciatissimo e ripeteva: “Io così non ci vorrei mai arrivare”. Anche la sua ex compagna e madre di sua figlia morì di tumore fra molte sofferenze che lui trovava insopportabili. Ne abbiamo parlato quando ci furono i casi Welby, Englaro, dj Fabo… Non era molto convinto dell’uso politico dei casi singoli. Lui diceva sempre che “questa è materia della coscienza, non può decidere lo Stato al posto delle persone”».

Finché un giorno arrivò la sua diagnosi: due tumori, uno dei quali molto aggressivo e con metastasi.

«Che fosse molto grave si era capito subito. Mi chiese di cercare un medico che potesse eventualmente addormentarlo. Ma a dicembre dell’anno scorso avevamo brindato, perché dopo un primo ciclo di cure pesantissime sembrava che fosse in remissione».

Non era così.

«No. Le metastasi hanno riconquistato il campo. Il dolore è ripreso, è cresciuto, è diventato insostenibile. Negli ultimi giorni una metastasi lo ha paralizzato dalla vita in giù, urlava dalla sofferenza per ogni piccolo movimento».

Cos’ha detto per salutare chi era al suo capezzale?

«Li ha ringraziati, ma non ho sentito molto, ero rannicchiata a piangere sul letto. Poi siamo rimasti soli io e lui e mi ha chiesto come ultima cosa di scrivere un libro sulla sua storia. Lo farò. Mentre si stava addormentando mi ha detto: “Quando sarà il momento ti verrò a prendere”».

E lei ha detto: «Lassù non sedurre troppe signore».

«In realtà su facebook ho raccontato una bugia. Non ho mai risposto con quelle parole. Ho pianto insieme a lui, invece. L’ho stretto forte e l’ho sentito addormentarsi fra le mie braccia. Ma quando ho scritto il post tutto questo lo sentivo ancora come troppo intimo da condividere. Così ho alleggerito il finale».

Lui credeva in Dio?

«Era uno scienziato. La dimensione spirituale non gli apparteneva».

Si è addormentato lunedì sera, è morto venerdì.

«Sì. E nel mezzo è successa una cosa che i medici definiscono rarissima».

E cioè?

«Il mercoledì un’amica è uscita dalla stanza dicendo: “Si è svegliato! Mi ha risposto!” Siamo corsi tutti da lui. Gli ho chiesto: Antonio senti male? Mi ha risposto “no”, ma non era sveglio. Poi muoveva la mano e allora gli ho chiesto: stai cercando una sigaretta? Ha fatto sì con la testa. Gli ho detto piangendo: Antonio, cambiamo idea. Per me quel momento è stato pazzesco. Un amico medico mi ha portato via dalla stanza... La dottoressa ci ha poi detto: lui ha una gran voglia di vivere, non lo stimolate troppo perché sennò non riesce ad andarsene...Non sono più entrata nella stanza. Avevo paura di toccarlo, svegliarlo. Il medico del caso Welby, il dottor Riccio, mi ha spiegato che era in uno stato onirico, completamente distaccato dalla realtà».

Quando è tornata da lui?

«Quando è morto. L’ho abbracciato per due ore senza più paura di svegliarlo».

Cosa le manca di più?

«Mi manca da morire ogni cosa ma soprattutto mi manca parlare con lui. Amavo moltissimo le nostre discussioni, la sua intelligenza, la sua capacità seduttiva».

Lei ha scritto che siamo un paese ipocrita sul tema del fine vita.

«Lo penso. Penso che la sedazione profonda sia un suicidio assistito che però salva la faccia del nostro essere un Paese cattolico, perché è lì il nodo. Il dolore è materia da trattare in modo cattolico: è espiazione, va accettato con rassegnazione...”».

Lei farebbe ricorso alla sedazione profonda o al suicidio assistito per se stessa?

«Io penso che mi capiterà. Ho il parkinson, e peggiora. Mi sono iscritta alla Dignitas, la società per il suicidio assistito in Svizzera, e ho firmato in Italia per il testamento biologico. Se il dolore diventerà intollerabile, se quando succederà, deciderò per il mio viaggio di sola andata. E poi Antonio ha promesso: quando sarà il momento mi verrà a prendere».

AVEVA 78 ANNI. È morto Antonio La Forgia, ex presidente dell’Emilia Romagna. Il Domani il 10 giugno 2022.

Iscritto a lungo al Pci, assessore a Bologna e poi prodiano, dopo aver guidato la sua regione di origine per un triennio, La Forgia era stato eletto due volte alle Camera con l’Ulivo e il Pd

L’ex parlamentare ed ex presidente della regione Emilia Romagna Antonio La Forgia è morto oggi all’età di 78 anni. Si trovava in in sedazione profonda dalla notte tra lunedì e martedì, richiesta fatta dopo aver trascorso un anno e mezzo affetto da un tumore.

Nato nel 1944 a Forlì, militò a lungo nel Partito Comunista, per il quale svolse per diverse volte l’incarico di assessore nel comune di Bologna. Presidente dell’Emilia-Romagna tra il 1996-1999 con i democratici di sinistra eredi del Pci, si dimette dall’incarico con due anni di anticipo per entrare nel progetto di Romano Prodi, I Democratici. Prima con l’Ulivo  poi con il Pd viene eletto due volte deputato.

Tra i commenti più sentiti, quello di Pier Luigi Bersani, predecessore di La Forgia alla guida della regione.

È morto Antonio La Forgia, l’ex presidente dell’Emilia Romagna aveva scelto la sedazione profonda. L'ex deputato di Ulivo e Pd aveva 78 anni. L'ultimo saluto della moglie: "Quel congedo assume le sembianze di una inutile tortura". Il Dubbio il 10 giugno 2022.

È morto, pochi giorni dopo aver fatto ricorso alla sedazione profonda, l’ex presidente della Regione Emilia Romagna, Antonio La Forgia. L’ex deputato di Ulivo e Pd aveva 78 anni ed era malato da oltre un anno e mezzo di una forma grave di tumore.

Tra i primi a ricordarlo, l’attuale governatore, Stefano Bonaccini: «Se ne va per sempre un uomo di grande cultura, mai sopra le righe, forte della sua forza di pensiero. Un politico in grado di intravvedere prima il futuro e tracciare la strada di un riformismo che guardasse in primo luogo al rinnovamento delle istituzioni e del Paese. Senza dubbio uno dei protagonisti della costruzione di un’Emilia-Romagna dalle solide fondamenta sociali e capace di guardare avanti, alla pari delle aree più all’avanguardia in Europa e nel mondo».

Solo un paio di giorni fa, in un lungo post su Fb scritto nella notte, la moglie del politico, Mariachiara Risoldi,  aveva spiegato come si è arrivati alla sedazione profonda. Forlivese di origine, la Forgia era da tempo malato di una forma incurabile di tumore ai polmoni. «Dopo colloquio – ha scritto la moglie riportando parte della documentazione che ha dato avvio al processo – con il paziente e la moglie, sulla linea della DAT si inizia sedazione palliativa con morfina ogni 4 ore. Viene dato il consenso». «Antonio – ha commentato – ha iniziato un viaggio di sola andata, con serenità, con la sua grande famiglia allargata attorno. Per la legge il suo corpo è costretto ad essere ancora qui, mentre la sua mente è già arrivata in un luogo leggero. Siamo un paese veramente ipocrita».

Il punto è infatti quello della mancanza nel nostro paese di una legge sull’eutanasia. «Un dolore troppo lungo – ha scritto ancora la donna -. Quadro clinico del 6 giugno 2022: una metastasi in D10 e sulle costole, raggiunto il midollo, causava una paraplegia, altre sparse lungo la colonna causavano un dolore in crescita esponenziale non contenibile con la terapia antalgica che non riusciva a tenere il passo con l’aumento dello stesso. Antonio si confronta con la famiglia allargata, a cui è consapevole di arrecare un dolore, ma da cui riceve sostegno e solidarietà e decide di avvalersi della legge 219/2017 rifiutando e sospendendo qualsiasi terapia, ivi incluse quelle salvavita». Effetto diretto del rifiuto o della sospensione di terapie salvavita, ricorda ancora, «è la morte. Questa, a seconda del trattamento rifiutato o sospeso, non sempre è rapida. Per evitare dolore, nella fase terminale che si viene a creare con il rifiuto o l’interruzione di terapie salvavita, il medico può aiutare il paziente attraverso una sedazione palliativa profonda continua. Quello che la legge non contempla- aggiunge Mariachiara Risoldi – è la possibilità di mettere fine alla propria vita in breve tempo. Antonio 27 ore fa viene sedato. Gli ultimi quindici minuti ci salutiamo noi. Trentatrè anni di vita assieme, un saluto scherzoso: “Tu lassù non sedurre troppe signore”, “quando sarà il momento ti verrò a prendere”, sono le ultime parole sussurrate, mentre gli occhi si chiudono». E ancora: «La mente ironica e brillante di Antonio non c’è più», la famiglia allargata su alterna a fargli compagnia, al respiro faticoso si alternano le carezze: «Quel congedo sereno, amorevole, perfino allegro, dopo 26 ore per i familiari assume le sembianze di una inutile tortura».

Vittorio Macioce per "Il Giornale" l'11 giugno 2022.

Antonio La Forgia aveva 78 anni e da un anno e mezzo combatteva contro un tumore.

Non c'era più speranza. Non c'erano più terapie. È così che l'ex presidente dell'Emilia Romagna, deputato del Pd fino al 2013, ha spento le luci, aggiustato con le ultime forze il cuscino, dando un ultimo sguardo al mondo. 

La scelta di addormentarsi per sempre, per dare riposo al dolore, come se davvero la vita fosse racchiusa nelle parole di Amleto: «Morire, dormire; dormire: forse sognare: ahi, qui sta il problema; perché in questo sonno di morte quali sogni possono venire dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale». Antonio La Forgia aveva 78 anni e da un anno e mezzo combatteva contro un tumore. Non c'era più speranza.

Non c'erano più terapie. È così che l'ex presidente dell'Emilia Romagna, deputato del Pd fino al 2013, ha spento le luci, aggiustato con le ultime forze il cuscino, dando un ultimo sguardo al mondo, e ha chiesto ai medici di sedarlo profondamente fino alla fine. Il dolore semplicemente era diventato insopportabile. Su questo c'è poco da dire. Nessuno può parlare della sofferenza degli altri. Sarebbe inumano.

Chi lo ha conosciuto lo ricorda come un politico di grande cultura, ironico, intelligente e non sono solo le belle parole che si dedicano postume a chi non c'è più. Le parole dei dottori ti lasciano solo intuire, da lontano, cosa si può provare. «Le metastasi causavano un dolore in crescita esponenziale non contenibile con la terapia antalgica». Un dolore troppo lungo.

Antonio La Forgia lo ha sopportato fin quando ha potuto. Poi ha detto basta. Ma esiste il diritto di dire «non ce la faccio più?». Te lo devi prendere, perché i confini su questo territorio di frontiera sono indefiniti e non è affatto facile disegnarli. 

Mariachiara Risoldi, la moglie di Antonio, con poche parole ha aperto una questione politica e legislativa che da tempo non trova una risposta. «Per la legge il suo corpo è costretto a essere ancora qui, mentre la sua mente è già arrivata in un luogo leggero. Siamo un paese veramente ipocrita». L'accusa di ipocrisia resta lì sospesa, con la rabbia comprensibile e la disillusione di chi ha perso l'uomo della sua vita e lo ha visto disperarsi senza trovare una via d'uscita.

La scelta è personale. «Antonio si confronta con la famiglia allargata e decide di avvalersi della legge 219/2017 rifiutando e sospendendo qualsiasi terapia, ivi incluse quelle salvavita». È di fatto scegliere la morte, solo che non sempre è rapida. Quello che la legge non prevede è la possibilità di morire subito. È qui l'ipocrisia di cui parla Mariachiara Risoldi. Scegliere di morire, ma con dolore, come se fosse più dignitoso o un prezzo da pagare. 

Il finale lei lo racconta cosi. «Gli ultimi quindici minuti ce li lasciamo tutti per noi». Trentatré anni di vita assieme, un saluto scherzoso. «Tu lassù non sedurre troppe signore». «Quando sarà il momento ti verrò a prendere». Sono le ultime parole sussurrate, mentre gli occhi si chiudono.

Addio a La Forgia. Ciao Antonio, scienziato prestato alla politica e amico di una vita. Carmine Fotia su L'Inkiesta il 9 Giugno 2022.

Fu dirigente comunista, presidente di Regione e parlamentare. Comprese le inadeguatezze del Pd e passò con Renzi. Poi si dedicò solo alla Fisica. Ormai in un corpo che per lui era una prigione, è stato fino alla fine vittima di una legislazione ottusa e dolorosa

Il mio carissimo amico Antonio La Forgia ha intrapreso la strada della separazione da un corpo che ormai era per lui una prigione piena di dolore. Ma per l’ipocrisia denunciata pubblicamente da sua moglie Chiara Risoldi, l’unico modo per farlo era la sedazione profonda che consiste nella somministrazione di morfina finché non sopraggiunga la morte. In Italia, infatti, puoi decidere, a determinate condizioni, che nel caso di Antonio ricorrevano tutte, di porre fine alle tue sofferenze, ma non puoi decidere di farlo in modo rapido, come avviene in altri Paesi.

Sono qui, davanti a lui, a salutarlo con in mano un bicchiere del nostro amato Caol Ila 18 anni. Non voglio parlare dell’assurdità della legislazione, dell’ottusità burocratica che si trasforma in un tortura. No, non voglio parlare di questo. Voglio solo dire che rendere infinito questo suo ultimo viaggio è un atto di crudeltà verso di lui, verso i suoi cari, verso quella famiglia allargata di cui ha parlato Chiara.

Antonio amava la vita e l’ha attraversata di corsa. L’ha vissuta nella sua pienezza, con passione, ha dato e ricevuto tanto amore. Molti hanno ricordato la sua figura pubblica. Dirigente comunista di fede ingraiana, che nella rossa Bologna degli anni sessanta significava essere una minoranza guardata con sospetto dai guardiani dell’ortodossia, è stato assessore comunale e presidente della Regione. È stato uno degli uomini più vicini ad Achille Occhetto negli anni della nascita del Pds che abbandonò per seguire Romano Prodi nei Democratici e poi nella Margherita e nel Pd. Quando decise di lasciare il Pds era presidente della regione e per prima cosa si dimise da quella carica, con quella sobria eleganza che era il suo indimenticabile stile.

Ha dedicato l’intera sua vita alla politica ma la leggeva attraverso la sua formazione da scienziato (era un fisico): gli interessavano i processi lunghi, le radici delle cose, l’esplorazione del possibile. Aveva fatto radicalmente i conti non solo con il comunismo sovietico, ma anche con quello italiano. Non gli piaceva affatto l’idea del “rinnovamento nella continuità” e guardava con fastidio all’eterno riprodursi di una nomenklatura che delle origini comuniste conservava il peggio, ovvero l’attitudine all’eternità del potere, buttando via le passioni e gli ideali. Per questo, si schierò con Renzi fin dall’inizio, quando fu sconfitto da Bersani.

Negli ultimi anni, dopo due legislature da parlamentare del Pd, mi sembrava molto distaccato da una politica che avvertiva come totalmente inadeguata a comprendere i nuovi tempi. Per la sua formazione scientifica l’inadeguatezza e l’incompetenza erano il peggiore errore della politica. Forse per questo nell’ultimo scorcio di vita si era messo a costruire computer e a scrivere di Fisica.

Questo è l’uomo pubblico che molti hanno ricordato. Ma Antonio era davvero un uomo di una cultura infinita e dalle tante passioni. Fu lui a regalarmi i tre volumi delle avventure del capitano Hornblower di Forrester, un classico delle avventure per mare. Aveva una passione particolare per l’intricarsi dei mari e delle correnti, capace di discutere per ore dove si ponesse il confine tra il mare adriatico e il mare Jonio.

Ed ora sono qui, siamo qui amico mio caro. Quasi ogni estate, ci siamo visti a Castro Marino nel Salento, costruendo una “famiglia allargata”. Tra noi ci definivamo “Rom” per il modo un po’ zingaresco di trascorrere le nostre estati, trasformando le nostre case, la tua e di Chiara in particolare, in una sorta di accampamento, nel quale c’era sempre posto per tutti. E così, nell’Italia dove cresceva il seme dell’intolleranza, noi ci dichiaravamo Zingari con orgoglio e senso dell’ironia.

L’ultima volta che ti ho parlato, circa una settimana fa, mi avevi spiegato di aver già deciso cosa fare se il dolore avesse trasformato la tua vita in un inferno e non ci fosse più modo di avere un minimo di autonomia. Eri lì inchiodato in un letto e scherzavi, dicendo di sentirti come il Gregorio Samsa di Kafka. Mi riprendesti anche un po’ bruscamente quando ti sembrò di cogliere in me la commozione. Eri fatto così, non amavi la retorica, le emozioni gridate. Anche in questo eri antipopulista. Per questo siamo qui, attorno a te, con un bicchiere in mano, a vivere questa dolorosa attesa di una fine insensatamente prolungata. Ma questa volta non puoi impedirmi di piangere e di piangerti. Di avere già nostalgia delle tue risate, dei tuoi pensieri che ci mancheranno.

La burocrazia cinica che chiede a Mario di pagare il fine vita. Michele Serra su La Repubblica il 9 Giugno 2022.

Il caso di Mario che ha chiesto il suicidio assistito e ora dovrà sostenere le spese di 5000 euro

Si possono vincere quasi tutte le guerre. Non quella contro la burocrazia. Ditemi se esiste un’altra sintesi della lunga storia di Mario, il primo italiano che, avendolo scelto, potrà porre fine alla propria esistenza (distrutta da un grave incidente, e governata dal dolore fisico e psichico) senza che questa sua scelta sia un crimine.

Mario, con l’aiuto dell’Associazione Luca Coscioni, aveva superato diversi ostacoli. 

Suicidio assistito, accanimento burocratico contro Mario: "Per morire deve pagare 5000 euro". Maria Novella De Luca su La Repubblica il 9 Giugno 2022.  

L'Associazione Coscioni lancia una raccolta per acquistare il macchinario che servirà al paziente tetraplegico. L'uomo è immobilizzato da 12 anni e ha vinto il ricorso contro la Asl per poter ricevere il farmaco letale. "Lo Stato non vuole pagare niente".

Ci sono situazioni in cui alla tristezza non c’è fine. O dove l’assenza dello Stato depone sofferenza su sofferenza. La battaglia per il fine vita in Italia è ormai fatta di storie in cui la burocrazia aggiunge al danno la beffa. E’ soltanto di 48 ore fa la scelta clamorosa di Fabio Ridolfi: dopo aver atteso invano di poter morire con il suicidio assistito, ha aperto al sua “stanza del dolore” a stampa e televisioni per gridare, in senso metaforico, attraverso il puntatore oculare del suo computer, che si farà sedare per morire di fame e di sete.

Giusi Fasano per il “Corriere della Sera” il 10 Giugno 2022.

La legge non c'è quindi lo Stato non può farsi carico dei costi dell'assistenza. Ma l'assistenza è necessaria per garantire un diritto a un uomo. E allora come la mettiamo? La risposta è anche questa volta nel buon cuore della gente, il solo sul quale si può contare quando serve una reazione immediata e solidale fatta di azioni, in questo caso di donazioni.

È stata avviata una raccolta fondi e nel giro di tre ore è stato raggiunto l'obiettivo: quell'uomo vedrà finalmente riconosciuto il suo diritto di morire con l'aiuto dello Stato. Non serviva una grande cifra, in realtà: cinquemila euro. Semmai bisognava scovare un cavillo capace di azzerare i costi e offrire a lui l'assistenza dovuta. Ma la sensibilità delle persone ha fatto più in fretta. Stiamo parlando di Mario, 44 anni, che non si chiama così ma che il Paese intero ormai conosce con quel nome. 

È il marchigiano che per primo in Italia ha ottenuto, appunto, il diritto di morire con il suicidio medicalmente assistito. Ci sono voluti due anni di carte bollate, ricorsi, denunce penali, solleciti. Ma lui non è tipo da arrendersi e alla fine ha vinto. La guerra di resistenza fra lui e la sua Asl di riferimento (la Asur Marche) è finita pochi mesi fa e Mario - paralizzato da 12 anni a causa di un incidente stradale - ha ottenuto il via libera definitivo, compreso il consenso per il tipo di farmaco da utilizzare e la modalità di somministrazione.

In sostanza può lasciare questo mondo se e quando vuole. Ci sarà un macchinario che azionerà lui stesso e che porterà nelle sue vene il farmaco letale, sotto il controllo di un medico e con i suoi familiari accanto. 

Non c'è più nessuno che possa obiettare qualcosa sul suo diritto di scegliere. Lui - il solo finora - può decidere qual è il limite invalicabile delle sue sofferenze, il punto esatto in cui ha più senso morire che vivere. Servono però un medico, un farmaco e la strumentazione per dire addio al mondo e tutto quanto assieme costa, appunto, più o meno cinquemila euro.

Per morire, in sostanza, Mario dovrebbe dare fondo ai pochi soldi che ha da parte. Ed è per questo che gli attivisti dell'Associazione Coscioni, che seguono da sempre il suo caso, hanno deciso di lanciare ieri una raccolta fondi per aiutarlo. Per stare alla sua parte anche in quest' ultimo, ultimissimo passo. Hanno avviato le donazioni sul loro sito a metà pomeriggio. Alle 19 i cinquemila euro che servivano erano già ampiamente superati. Alle 22 la cifra era salita oltre gli 11 mila euro e sarà ben di più stamattina. 

«Ogni risorsa aggiuntiva versata sarà utilizzata per promuovere l'eutanasia legale», hanno fatto sapere i promotori in serata. Tutto questo - va da sé - non sarebbe necessario se il Parlamento si occupasse del fine vita con una legge che, al momento, sembra non essere priorità per l'agenda di nessun partito. Se la politica prendesse decisioni sul diritto a una morte dignitosa non servirebbero altri Mario in lotta, come ce ne sono. E Fabio Ridolfi, anche lui marchigiano, 46 anni, vorrebbe il suicidio assistito invece di chiedere (come ha fatto) la sedazione profonda perché lo Stato tarda a rispondergli e - ha detto - «io non ce la faccio più a soffrire così». 

Una legge darebbe anche garanzia di assistenza e lo Stato potrebbe farsi carico dei costi sanitari. Invece il fine vita di Mario - per dire - passa per l'umiliazione di far conoscere al mondo la modestia economica della sua famiglia. Il buon cuore della gente, dicevamo. Alla fine quello lo «salverà». Morire per lui è la sola salvezza dalla sofferenza, e il desiderio - esaudito - era che la solidarietà delle persone gli consentisse di farlo senza il dispiacere di lasciare debiti a sua madre.

Niccolò Carratelli per “la Stampa” il 7 giugno 2022.

Basta. Fabio Ridolfi non può aspettare oltre. Vuole mettere fine alla sua sofferenza, anche se non può farlo nel modo che ritiene più giusto. Se non gli viene consentito di compiere il suicidio assistito, a cui pure avrebbe diritto, allora sceglierà la strada più tortuosa: sedazione profonda e continua.

Lo faranno addormentare e non si sveglierà più, ma continuerà a essere «vivo», finché la natura non farà il suo corso. Fabio ha 46 anni e vive a Fermignano (Pesaro-Urbino), da 18 è immobilizzato a letto, a causa di una tetraparesi, provocata dalla rottura dell'arteria basilare. È una patologia irreversibile: non può guarire, non può migliorare. Vorrebbe chiudere la sua vita qui e ora, scegliendo lui il momento, ma è imprigionato dalle lungaggini del servizio sanitario marchigiano: dopo aver comunicato con 40 giorni di ritardo il parere favorevole del proprio Comitato etico, Asur Marche non ha fornito indicazioni sul farmaco da usare e sulle relative modalità di somministrazione. 

La squadra di avvocati che assiste Fabio, guidata da Filomena Gallo, segretario dell'associazione Luca Coscioni, lo scorso 27 maggio ha anche diffidato formalmente l'azienda sanitaria a effettuare in tempi brevi le verifiche sul farmaco. Non è arrivata nessuna risposta, tanto da far ipotizzare un'azione penale per omissione d'atti d'ufficio.

Ma è un film già visto con Mario (nome di fantasia), tetraplegico, anche lui marchigiano, che ha dovuto ingaggiare una battaglia legale per ottenere il completamento della procedura: ora non c'è più nulla che gli impedisca di mettere fine alla sua vita, deve solo decidere quando. La prospettiva di dover aspettare i tempi lunghi delle cause giudiziarie, continuando a stare male ogni giorno di più, ha invece spinto Fabio a fermarsi. 

Attraverso il suo puntatore oculare, lo strumento che gli consente di comunicare con il mondo, ha scritto un messaggio chiaro: «Da due mesi la mia sofferenza è stata riconosciuta come insopportabile. Ho tutte le condizioni per essere aiutato a morire. Ma lo Stato mi ignora. A questo punto scelgo la sedazione profonda e continua, anche se prolunga lo strazio per chi mi vuole bene».

Perché in questo modo lui non sarà più cosciente, ma il suo corpo resterà lì, nel suo letto, nella sua casa, davanti ai suoi genitori e a suo fratello. Questo prevede la legge 219 del 2017, che regolamenta le «disposizioni anticipate di trattamento». Quando un paziente, in grado di intendere e di volere, ne fa richiesta (o l'ha inserita nel proprio testamento biologico), si possono interrompere tutti i sostegni vitali di cui beneficia: alimentazione, idratazione, ventilazione. Per alleviare le conseguenti sofferenze, si prevede una progressiva sedazione, che lo accompagna alla morte. 

Questo sarà il destino di Fabio e lo sarebbe stato comunque, come spiega il dottor Mario Riccio, medico dell'associazione Coscioni: «Nel suo caso si poneva un problema tecnico, perché muove solo gli occhi e non avrebbe potuto schiacciare la pompetta per iniettarsi il farmaco». Il suo percorso sarà, quindi, lo stesso di Eluana Englaro, «ci vorranno dai 3 ai 5 giorni dal momento della sospensione dell'alimentazione», precisa Riccio. Il risultato sarà lo stesso, ma nel modo in cui verrà raggiunto passa tutto il senso di una battaglia politica. 

«Fabio aveva un diritto, quello di poter scegliere l'aiuto medico alla morte volontaria, legalmente esercitabile sulla base della sentenza 242 della Corte Costituzionale (Cappato\Dj Fabo) - attacca Filomena Gallo -. Un diritto che gli è stato negato a causa dei continui ritardi e dell'ostruzionismo di uno Stato che, pur affermando che ha tutti i requisiti previsti e riconoscendo che le sue sofferenze sono insopportabili, gli impedisce di dire basta». 

La sentenza della Consulta ha depenalizzato l'aiuto al suicidio medicalmente assistito, in presenza di determinate condizioni. Protagonista di quella battaglia di disobbedienza era stato Marco Cappato, che aveva accompagnato Fabiano Antoniani a morire in Svizzera: «Ogni giorno che passa per Fabio è un giorno di sofferenza in più - dice il tesoriere dell'associazione Coscioni -. Non possiamo non notare il silenzio assoluto della politica nazionale, impegnata nell'insabbiamento al Senato del testo di legge sull'aiuto al suicidio, dopo che la Corte costituzionale ha impedito al popolo di esprimersi sul referendum».

Fabio Ridolfi è morto, il 46enne con tetraparesi aveva scelto la sedazione profonda. Redazione Online su Il Corriere della Sera il 13 Giugno 2022.

A comunicare il decesso del 46enne di Fermignano (Pesaro-Urbino) la famiglia. 

Fabio Ridolfi è morto. Il 46enne di Fermignano (Pesaro-Urbino) aveva scelto la revoca del consenso alla nutrizione e alla idratazione artificiali. Nel pomeriggio di lunedì aveva avviato la sedazione profonda. A comunicare il decesso la famiglia, che ha annunciato lo svolgimento dei funerali in forma privata e ha chiesto il rispetto della privacy. 

«Fabio Ridolfi è morto senza soffrire, dopo ore di sedazione e non immediatamente come avrebbe voluto» dichiarano Filomena Gallo e Marco Cappato dell’Associazione Luca Coscioni, a cui Ridolfi si era affidato per accedere al suicidio assistito. Spiega l’Associazione in un comunicato: «Il 19 maggio scorso aveva ottenuto il via libera dal Comitato etico che aveva verificato la sussistenza dei requisiti ma non aveva indicato le modalità né il farmaco che Fabio avrebbe potuto autosomministrarsi. Così nei giorni scorsi Fabio ha comunicato la sua scelta - una scelta di ripiego - di ricorrere alla soluzione che avrebbe potuto percorrere senza aspettare il parere mai ricevuto: la sedazione profonda e continua».

Fabio Ridolfi e il messaggio di Lorenzo Pellegrini: l’ultimo desiderio prima della sedazione. Salvatore Riggio su Il Corriere della Sera il 13 giugno 2022.

Fabio Ridolfi è morto. La notizia è arrivata poche ore dopo l’avvio della sedazione profonda scelta dal 46enne di Fermignano, immobilizzato da 18 anni a letto a causa di una tetraparesi. A comunicarla è stata la sua famiglia tramite l’Associazione Coscioni.

Nelle scorse ore per realizzare uno dei suoi ultimi desideri si era mosso anche Lorenzo Pellegrini, centrocampista della Roma e della Nazionale del c.t. Roberto Mancini. Il capitano giallorosso aveva mandato un abbraccio e un saluto a Fabio: da tempo Ridolfi tentava l’accesso al suicidio assistito, legale in Italia per le persone nelle sue condizioni di salute, come indicato dalla Corte Costituzionale con la sentenza sul caso Dj Fabo/ Cappato. Così dopo una lunghissima attesa aveva ottenuto il via libera dal Comitato etico che però non aveva indicato le modalità né il farmaco che avrebbe dovuto autosomministrarsi. Così Fabio ha scelto la sedazione profonda.

Prima, però, aveva un desiderio comunicato tramite il puntatore oculare e il sintetizzatore vocale: incontrare Pellegrini e Zaniolo. E da quel momento è partita una mobilitazione generale. Ed ecco che Pellegrini, impegnato in Nations League con la Nazionale, gli aveva mandato un videomessaggio. «Non posso essere lì, ma ci tenevo tanto a mandarti un grande saluto, un abbraccio e un bacio», le parole del giallorosso. Per questo il fratello Andrea Ridolfi ha ringraziato «Lorenzo a nome di tutta la famiglia e in particolare di Fabio per il pensiero che ha avuto. Hai esaudito un suo desiderio ed è stato un regalo».

Da ansa.it il 17 giugno 2022.

È morto Mario (nome di fantasia), 44enne marchigiano tetraplegico da 12 anni, dopo un incidente stradale. 

Mario, prima persona in Italia che può legalmente scegliere il suicidio medicalmente assistito, dopo una battaglia legale, è deceduto alle 11.05 di oggi. 

Lo rende noto l'Associazione Coscioni, che per la prima volta ha comunicato l'identità dell'uomo: Federico Carboni.

L'Associazione Coscioni stamani aveva fatto sapere di aver consegnato all'uomo la strumentazione e il farmaco per il suicidio assistito. L'Associazione, grazie a una "straordinaria mobilitazione", aveva raccolto in poche ore 5mila euro per sostenere le spese.

"In assenza di una legge - ha spiegato l'Associazione - lo Stato italiano non si è fatto carico dei costi dell'assistenza al suicidio assistito e dell'erogazione del farmaco, nonostante la tecnica sia consentita dalla Corte Costituzionale con la sentenza Cappato/Dj Fabo". 

"Grazie a tutti - aveva dichiarato "Mario" - per avere coperto le spese del 'mio' aggeggio, che poi lascerò a disposizione dell'Associazione Luca Coscioni per chi ne avrà bisogno dopo di me. Continuate a sostenere questa lotta per essere liberi di scegliere".

La storia di «Mario», Federico Carboni, il primo suicidio assistito in Italia. La madre: «Ha fatto tutto quello che doveva». Giusi Fasano, inviata a Senigallia, su Il Corriere della Sera il 16 giugno 2022. 

«Vi auguro buona fortuna, vi voglio bene». Poi quell’uomo sfinito dalla vita ha premuto il tasto per azionare l’«aggeggio», come lo chiamava lui, e far arrivare nelle sue vene il farmaco mortale. Alle 10.55 il solo dito che lui fosse in grado di muovere ha dato l’ordine di partenza alla pompa. Alle 11.05 Mario Riccio, medico anestesista, ha annotato il decesso. Per la prima volta nel nostro Paese un uomo si è congedato dalla vita con il suicidio medicalmente assistito. E prima di farlo ha deciso che era arrivato anche il momento di svelare al mondo la sua vera identità: non si chiamava «Mario», come abbiamo imparato a conoscerlo, ma Federico Carboni. Aveva 44 anni e viveva a Senigallia, in provincia di Ancona.

Italia e Svizzera

Da ieri sul fronte del fine vita siamo anche noi un po’ Svizzera, dove finora tanti italiani hanno scelto di andare a morire con il suicidio assistito che lì è concesso dalla legge. In Italia invece una legge sull’argomento non c’è. E non c’è malgrado il richiamo della Corte costituzionale che nel 2019 sollecitò il Parlamento ad approvarla. Finché non lo farete — dissero in sostanza i giudici della Consulta — chi aiuterà qualcuno a morire non sarà punibile se ricorreranno alcune condizioni. La Corte si stava esprimendo sul caso di Marco Cappato, tesoriere dell’ Associazione Coscioni che aveva accompagnato in Svizzera a morire dj Fabo, tetraplegico dopo un incidente stradale. E disse, appunto, che Cappato non era punibile perché per dj Fabo esistevano quattro condizioni fondamentali: 1) è tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitali; 2) era affetto da una patologia irreversibile; 3) la sua patologia era fonte di sofferenze intollerabili; 4) lui era pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.

Le condizioni

Anche per Federico ieri valevano queste condizioni, riconosciute dalla sua asl di riferimento (la Asur Marche) dopo quasi due anni di battaglie legali, fra cause penali, ricorsi, diffide... «Due anni di ostinazione e determinazione», come li ha definiti lo stesso Cappato che ieri mattina era al capezzale di Federico assieme a Filomena Gallo, avvocata e Segretaria nazionale della Coscioni. Sofferente più di sempre per un’infezione che lo tormentava da settimane, lui se n’è andato sereno. Chiedeva ogni giorno se finalmente fosse arrivata o no il macchinario che gli avrebbe consentito di mandare in vena la pozione letale, chiamiamola così. Avrà ripetuto mille volte che «io ho sempre osservato le leggi e ho voluto resistere anche per chi verrà dopo di me».

«Ora potete fare tutto»

Accanto a lui, nella stanza, sono rimasti prima gli amici più stretti, l’infermiere che lo ha sempre assistito, sua madre e suo fratello. Poi, nel momento del finale (ripreso dalle telecamere) c’erano l’anestesista, il suo medico curante, Filomena Gallo e Marco Cappato: «Ora potete fare tutto», ha detto lui sorridendo. Inutile ricordargli che avrebbe potuto fermarsi anche all’ultimo istante. Non voleva fermarsi. Voleva soltanto andare via dal mondo, quel Mario che non si chiamava Mario. Sua madre l’ha abbracciato, l’ha baciato, accarezzato. Un incrocio di occhi commossi, un fiume di parole non dette sospese nell’aria, poi l’addio e la porta lasciata aperta. Era in cucina quando ha sentito la voce del dottore che diceva «non c’è più battito». Un minuto dopo l’abbraccio di quella donna era per Filomena Gallo: «Io lo so», le ha detto in lacrime. «Federico ha fatto tutto quello che doveva fare».

«Ho fatto la rivoluzione»

Federico era tetraplegico da 12 anni dopo un incidente stradale. «Io ho provato a vivere e a essere felice anche così», ripeteva sempre. Finché la sofferenza ha pesato più della vita stessa. «Ho fatto la rivoluzione immobile in un letto» aveva commentato dopo aver vinto l’ultima resistenza per ottenere il suicidio assistito. Di sicuro lui e l’Associazione Coscioni hanno scritto una pagina di giurisprudenza. «Abbiamo dovuto sostituire lo Stato nella concreta attuazione di un diritto», la riassume Cappato, che parla del fine vita e della legge che non c’è («quella in discussione non è utile»), chiamando in causa «il Pd di Enrico Letta e i cinquestelle di Giuseppe Conte: sono quelli che sulla carta sarebbero a favore e che nella realtà sono contro».

La lettera d’addio di Federico Carboni: «Mi spiace andare, la vita è fantastica. Adesso sono libero di volare ovunque». Giusi Fasano su Il Corriere della Sera il 17 giugno 2022.

Ha voluto che gli facessero la barba e che lo vestissero con cura, ha voluto che chiunque arrivasse al suo capezzale avesse un po’ di eleganza, per gli uomini ha chiesto la giacca. Che la morte non trovasse sciatteria nel luogo in cui era stato costretto a vivere i suoi ultimi dodici anni. Ha chiesto che «per favore niente piagnistei, ricordatemi con un sorriso». E nella sua ultima lettera al mondo ha scritto che «se avrete un nodo alla gola o vi scenderà una lacrima fermatevi, fate un bel respiro e sorridete, perché se mi avete conosciuto ricorderete com’ero, sempre con la battuta pronta, a scherzare, di buon umore senza mai lamentarmi».

La sofferenza

era esattamente così. Conoscerlo era un privilegio perché dalla sua immobilità quasi assoluta era capace di scuotere le esistenze degli altri. Di muovere sentimenti e coscienze. Non aveva paura della vita, come non ne ha avuta della morte perché dal fondo della sua sofferenza la morte lui l’ha immaginata migliore del suo vivere imprigionato in un corpo immobile. «Non nego che mi dispiace congedarmi dalla vita» è stato sincero, «sarei falso e bugiardo se dicessi il contrario perché la vita è fantastica e ne abbiamo una sola. Ma purtroppo è andata così e io sono allo stremo sia mentale sia fisico». Per gli amici dell’Associazione Coscioni che lo hanno accompagnato lungo la via contorta della Giustizia e nel giorno del suo finale, ha trovato parole leggere che scacciassero il pianto. «Ho visto che mi avete disegnato prima con un paio di boxer e poi con un bel pigiamino blu con delle sbarre che mi imprigionavano al letto» ha detto ricordando i disegni pubblicati sul loro sito durante i vari passaggi legali della sua storia. «Ora levate le sbarre perché finalmente sono libero di volare dove voglio, e spero di essere lì con voi».

Sua madre

Se n’è andato, Federico. Eppure non è mai stato così presente. Lo ha detto lui stesso a sua madre in quel saluto finale immaginato un milione di volte con chissà quante parole e alla fine fatto di poche frasi, perché tanto tutto — ma proprio tutto — parlava per l’uno e per l’altra, in quella stanza. «Ma’, vado ma tanto lo sai che resto qui con te», le ha detto cogliendo la commozione di quella donna che per lui è stato tutto per dodici anni. Lo avevano dato per spacciato, la sera dell’incidente stradale (era l’autunno del 2010). «Dicevano tutti che sarei morto, invece...». Invece il suo fisico ha resistito. Federico è uscito dal coma, dalla terapia intensiva, e quando si è svegliato ha capito subito che il suo futuro sarebbe stato immobile. I medici confermarono: era tetraplegico.

La decisione

Decise di voler morire una domenica pomeriggio del 2015, o meglio. E lo comunicò a suo padre (che morì l’anno dopo). «Che intenzioni hai per il futuro?» chiese lui portandolo in cortile a fare un giro con la carrozzina sulla quale all’epoca Federico riusciva ancora a stare. «Finché riesco a resistere vado avanti, poi faccio di tutto per avere il suicidio assistito in Italia e se non va bene vado a morire in Svizzera» rispose Federico. «So che ha capito», ha sempre ripetuto a se stesso. Pochi giorni fa, dimagrito e provato dall’ennesima infezione, dalla febbre alta e dai soliti dolori inenarrabili, è tornato a parlare del capire degli altri: «Non so se tutti capiranno mai e accetteranno mai la mia scelta, perché in queste condizioni ci sono io e parlare da esterni è facile. Non ho un minimo di autonomia nella vita quotidiana, sono in balia degli eventi, dipendo dagli altri su tutto, sono come una barca alla deriva nell’oceano».

La scelta

La barca alla deriva nell’oceano ha tenuto il timone dritto quando è stato il momento di affrontare l’onda più grande di tutte. Federico ha risposto deciso alle domande di rito dell’ultimo minuto. «Sei cosciente?» Sì. «Sei libero nella tua scelta?» Sì. E avanti così, di risposta in risposta. Alla fine era lui che ripeteva a tutti la procedura, cioè la via della dolce morte. «C’è qualcosa che posso fare per te, che posso portarti da Roma?» gli aveva chiesto l’amica Filomena Gallo due giorni fa. «Vorrei un po’ di Porchetta di Ariccia» era stata la sua richiesta (esaudita). Si divertiva anche così, Federico. A spiazzare tutti con un po’ di allegria o a parlare con Oreste, il pesciolino rosso che ha visto crescere nella sua stanza. Tutto sempre uguale, in quella stanza. Per 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno, per dodici lunghissimi anni. Una non-vita che era una condanna. Il verdetto era: fine pena mai. Fino a ieri.

Il farmaco letale che ha messo fine alle sue sofferenze. La storia di Mario e l’odissea per liberarsi dalla vita: il suicidio assistito di Federico Carboni. Federica Graziani su Il Riformista il 17 Giugno 2022. 

Può una singola persona fare la storia dei diritti? E può farlo se versa in condizioni fisiche di estrema vulnerabilità? Infine. Può farlo mettendo fine alla sua esistenza?

In Italia, sì. Ieri mattina alle 11.05 Federico Carboni, finora noto come “Mario”, un quarantaquattrenne di Senigallia, ex camionista e tetraplegico da 11 anni in seguito a un incidente stradale, è morto. È il primo italiano ad aver chiesto e ottenuto l’accesso al cosiddetto suicidio medicalmente assistito, reso legale dalla sentenza della Corte Costituzionale 242 del 2019, sul caso Cappato-Dj Fabo. È la prima volta che un malato in Italia può mettere fine alle proprie sofferenze, esercitare un diritto riconosciuto ed esprimere pienamente la propria volontà. E quella volontà è bene ascoltarla dalle sue stesse parole.

«Ciao a tutti, sono Mario. Eh sì, il Mario che avete conosciuto in questi mesi. In due anni, ma questa volta sarà l’ultima che sentirete le mie parole perché vi sto scrivendo a pochi giorni da quando finalmente potrò premere quel pulsante, potrò porre fine alle mie sofferenze. Non nego che mi dispiace congedarmi dalla vita, sarei falso e bugiardo se dicessi il contrario perché la vita è fantastica e ne abbiamo una sola. Ma purtroppo è andata così. Io sono allo stremo sia mentale che fisico. Ho fatto tutto il possibile per riuscire a vivere al meglio e cercare di recuperare il massimo della mia disabilità. Posso dire che, da quando a febbraio ho ricevuto l’ultimo parere positivo sul farmaco, sto pensando più e più volte al giorno se sono sicuro di quanto andrò a fare perché so che premendo quel bottone ci sarà solo un addormentarsi, chiudendo gli occhi senza più ritorno. Ma pensando ogni giorno, appena sveglio e fino alla sera quando mi addormento, come vivo, passo le mie giornate a domandare cosa mi cambierebbe. Rimandare non avrebbe senso. Non ho il minimo di autonomia nella mia vita quotidiana, sono in balia degli eventi, dipendo dagli altri su tutto, sono come una barca alla deriva nell’oceano. Sono consapevole delle mie condizioni fisiche e delle prospettive future quindi sono totalmente sereno e tranquillo per quanto farò. Non so se tutti capiranno e accetteranno mai la mia scelta, ma in queste condizioni ci sono io e parlarne da esterni è troppo facile».

Federico Carboni ha scritto questa lettera il 2 maggio scorso. La richiesta di essere sottoposto alla verifica delle proprie condizioni per poter procedere nella sua scelta, così com’è stato previsto dalla sentenza della Corte Costituzionale prima citata, è partita nell’agosto del 2020. Nel frattempo, ci sono stati due procedimenti giudiziari che hanno portato a una condanna nei confronti dell’Azienda Sanitaria Unica Regionale Marche (ASUR). Una condanna proprio a verificare se Federico possedesse le condizioni previste dalla Corte Costituzionale, cioè se fosse capace di autodeterminarsi, se fosse affetto da una patologia irreversibile arrecante gravi sofferenze, se dipendesse da trattamenti di sostegno vitale. Carboni, grazie al parere successivo alla sentenza del Tribunale di Ancona, possedeva tutti quei requisiti. Ma non è finita lì. Quel primo parere era privo della parte di verifica del farmaco e delle modalità per procedere. E quindi un nuovo processo a carico dell’Asur. Il successivo parere, ancora favorevole per Carboni, è arrivato a febbraio del 2022. Ma siamo a giugno. Cosa è successo da febbraio a giugno?

La sentenza della Corte Costituzionale ha sì valore di legge e prevede un obbligo per il Sistema Sanitario Nazionale di verifica delle condizioni e delle modalità per procedere, ma non c’è una legge per fornire tutto ciò che serviva a Federico Carboni per poter rendere esigibile il suo diritto. E lo Stato italiano non si è fatto carico dei costi di assistenza al suicidio assistito e di erogazione del farmaco. Lo hanno fatto, da soli, lui, i suoi familiari e l’Associazione Luca Coscioni, che in poche ore ha raccolto 5000 euro per comprare la strumentazione necessaria. E finalmente ieri si è potuta compiere la sua volontà. Due anni dopo. Due anni in cui sarebbe potuto andare a morire in Svizzera. Due anni in cui le sofferenze si sono aggiunte a quelle già patite negli anni precedenti alla sua mobilitazione.

Invece Federico Carboni ha deciso di aspettare. Ha voluto esercitare la sua libertà di scelta in Italia, un paese in cui più si è vulnerabili fisicamente meno si possono far valere i propri diritti. «Io mi vergognerei, da parlamentare, se a fine legislatura si arrivasse senza una legge sul fine vita. Sarebbe una scelta vergognosa. Quanto accaduto oggi non può non far riflettere», ha chiosato il segretario del Pd, Enrico Letta. Grazie alla resistenza di una persona che quella vulnerabilità ha conosciuto, da ieri siamo tutti più autonomi, più tutelati, più liberi. Federica Graziani

Fine vita, facciamo un punto: ecco cosa succede alla legge ferma al Senato. Simone Alliva su L'Espresso il 14 Aprile 2022.  

Appeso agli umori di Lega e IV, il testo potrebbe partire in Commissione dopo Pasqua. Marco Cappato: «La proposta di Pillon come relatore non sia un pretesto per non discuterla. Ognuno si assuma le proprie responsabilità».

Il nome di Simone Pillon come relatore della legge sul fine-vita non è una minaccia, non è uno spauracchio ma una proposta concreta messa sul tavolo dalla Lega. Il senatore pro-vita o “anti-scelta” (secondo gli attivisti per i diritti umani) potrebbe prendere le redini del testo approvato alla Camera il 10 marzo. L’idea è accarezzata dal Presidente della Commissione Giustizia, Andrea Ostellari, anche lui leghista. Pillon si dice «Pronto». Ma comunque vada non sarà da solo. Il disegno di legge è stato assegnato oltre che alla Commissione Giustizia anche a quella Igiene e Sanità, presieduta dalla senatrice Annamaria Parente di Italia Viva che potrebbe scegliere come relatore un parlamentare del Pd. La strana coppia avrà il compito di guidare i parlamentari nell’esame della legge, presentare e approvare modifiche.

Stando al regolamento del Senato inoltre: “Le Commissioni riunite sono di regola presiedute dal più anziano di età fra i Presidenti delle Commissioni stesse”. Sarebbe dunque proprio Parente, classe 1960, a mettersi a capo della commissione e impedire un ostruzionismo simile a quello scatenato, durante i mesi del ddl Zan, dal Presidente Ostellari.

Franco Mirabelli, senatore del Partito Democratico, annuncia la tempistica: «La settimana dopo Pasqua dovremmo incardinare il testo nelle commissione congiunte», dichiara a L’Espresso e si lascia a un’analisi: «Considerando il punto in cui è la legislatura e i rapporti di forza su questi temi al Senato, riuscire a portare una legge che si limita a tradurre la sentenza della Corte è già un risultato. Forse non sarà ottimale ma ci consente in futuro di rimettere mano su un testo di cui vedo tutti i limiti».

La legge sul fine-vita non sarà il meglio che c’è. Ma tutto sembra procedere. Il testo disciplina la facoltà della persona affetta da patologia irreversibile e con prognosi infausta o da una condizione clinica irreversibile, di richiedere assistenza medica, il tutto al fine di porre fine volontariamente ed autonomamente alla propria vita, con il supporto e sotto il controllo del sistema sanitario nazionale. Bisogna difendere il testo uscito dalla Camera, dicono dentro il Pd e «per difenderlo non bisogna avere fretta. Bisogna soprattutto non irritare Italia Viva». I numeri al Senato sono ballerini e così il partito di Renzi, ago della bilancia come già in passato per la legge contro l’omotransfobia, si muove avanzando richieste e paventando strappi.

Per leggere in filigrana le prossime mosse sul fine-vita bisogna puntare gli occhi sulla Camera, suggeriscono voci interne a IV, dove la riforma del Csm è in calendario in Aula per il 19 aprile mentre in Commissione si corre per approvare modifiche richieste da IV. Pena l’astensione sulla riforma Cartabia e contraccolpi sul fine-vita al Senato. Insomma, la partita sul Csm servirà a sistemare i do ut des e contare i voti che mancano. È il piccolo mercato del Parlamento dove i diritti, ancora una volta, restano appesi a umori e possibili vendette.

«Come sempre è una questione di volontà politica», sottolinea Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni: «Sappiamo che la calendarizzazione alla Camera è stata accelerata perché c’era da far fuori il referendum, spingere la Corte costituzionale a bocciarlo. Di fronte a una forte indignazione popolare hanno dato un segnale e approvato in grande velocità il testo. Ma adesso non c’è più l’urgenza sul referendum e neanche quella di gestire un’indignazione generale». Quest’ultima, dice Cappato, è però solo un’illusione: «Il fine-vita è una realtà sociale in continua crescita, ma le forze politiche fingono di non vedere». A dimostrarlo le oltre 15mila firme raccolte dai volontari dell’Associazione Luca Coscioni in soli due giorni per chiedere una “buona legge” sul fine-vita.

Buona, quindi diversa da quella uscita dalla Camera, che secondo l’associazione Coscioni arriva al Senato in forma fortemente restrittiva rispetto agli stessi parametri già indicati dalla Consulta nella nota sentenza del 2019 Cappato-Fabiano Antoniani: dalla mancata definizione di tempi certi, all’esclusione per i malati oncologici e per chi non è tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale, fino all’obiezione di coscienza. Potrebbe andare peggio.

Il senatore Pillon non aveva nascosto il suo giudizio sul provvedimento quando è stato approvato alla Camera: il testo sul fine-vita «che esce dalla Camera è iniquo, inaccettabile, apre all'eliminazione dei più deboli, fragili e indifesi. Oggi ha vinto la morte», dichiarava annunciando battaglia: «i numeri per fortuna al Senato sono diversi». Per Cappato: «Pillon non può essere il pretesto per non affrontare la discussione. La discussione va fatta e bisogna votare. Non possiamo far finta che il problema siano Pillon o Ostellari».

Alessandra Maiorino, senatrice del Movimento Cinquestelle, dalla sua parte della barricata è granitica: «Riteniamo di aver trovato una linea condivisibile, addirittura morbida sul fine-vita, nessuno può dire che questo sia un testo estremo. Raccoglie l’istanza di chi non ha più un’alternativa, di chi non ha di fronte a sé prospettive di miglioramento delle condizioni. È più che umano lasciare la possibilità di scegliere in maniera ufficiale, perché ufficiosamente sappiamo che viene già fatto».

Incardinato il testo (forse per giovedì 21), le commissioni congiunte si troveranno di fronte a una girandola di audizioni, emendamenti e ostruzionismo che rischia di dilatare ancora di più i tempi. Dietro la garanzia dell’anonimato, un senatore berlusconiano favorevole al testo disegna un quadro fosco: «Questa legge non andrà da nessuna parte. Il centro-destra è contrario e compatto e la questione dei relatori è uno specchietto per allodole che vuole solo misurare le reazioni. La seppelliranno di emendamenti, da Lega e Fdi faranno ostruzionismo mentre IV proporrà un compromesso inaccettabile. Un copione già scritto. Il ddl Zan ha fatto scuola».

Simona Antonucci per “il Messaggero” il 22 marzo 2022.

Icona cinematografica, tra gli uomini più affascinanti al mondo, ribelle e fuori dagli schemi, Alain Delon, 86 anni, sceglie di morire come e quando vuole lui. Ricorrendo al suicidio assistito, quando sarà il momento, in Svizzera, dove risiede ed è legale, con l'aiuto del figlio Anthony. «Se mai mi succede qualcosa e sono in coma, tenuto in vita da una macchina, voglio che tu stacchi la spina. Voglio che me lo prometti». A rivelarlo è proprio il primogenito, 57 anni, nato dalle nozze con Nathalie Delon, cui il divo francese, ha rivolto la struggente richiesta.

Alain Delon negli ultimi anni non ha perso occasione per ribadire di essere favorevole all'eutanasia. Ed è rimasto molto colpito dal modo in cui il figlio Anthony si è occupato degli ultimi istanti di vita della madre, Nathalie, scomparsa nel gennaio 2021 per un cancro al pancreas: anche lei aveva chiesto di ricorre all'eutanasia, ma morì poco prima di attivare i procedimenti. «A una certa età», ha detto l'elegante interprete del Gattopardo di Luchino Visconti, «ognuno deve avere il diritto di andarsene in tranquillità senza la necessità di ricorrere a ospedali, iniezioni e il resto».

IL CANE Una scelta che avrebbe previsto anche per il suo amato cane, Loubo, di 7 anni: «Se dovesse morire prima di me», ha detto in un'intervista tempo fa, «cosa che spero, non ne prenderò un altro. Se muoio prima di lui, chiederò al veterinario di farlo morire con me, nelle mie braccia. Preferisco questo a sapere che si lascerà morire, soffrendo, sulla mia tomba». 

La scelta di Delon viene confermata da un testamento: durante un'intervista della radio francese RTL, Anthony, anche lui attore, in occasione dell'uscita del suo libro dedicato alle vicende familiari (Entre chien et loup - Tra il cane e il lupo), spiega che il padre abbia messo nero su bianco le sue volontà, chiedendogli, «nel momento in cui dovesse decidere di affrontare la morte» di restargli accanto fino alla fine e organizzare il tutto. Il divo avrebbe già fatto testamento, anche per non scatenare battaglie legali tra i suoi figli legate all'eredità. 

E comunque le sue condizioni di salute non sono delle migliori: afflitto da una forte depressione, Alain sta ancora cercando di riprendersi da un ictus che lo ha colpito nel 2019. Problemi di salute che si sommano al dolore per la perdita, nel 2017, della sua compagna Mireille Darc. «Preferisco l'età che ho e non 40 anni. Così non dovrò vivere troppi anni senza di lei, soffrendo», disse alla morte dell'attrice». Mireille e Alain si conobbero nel 1969, sul set di Addio Jeff! e da quel momento diventarono inseparabili, recitando insieme in altri film.

Sex symbol della storia e tra i più grandi attori francesi al pari di Jean Gabin, o di Jean-Paul Belmondo, suo eterno rivale, con viso d'angelo e occhi di ghiaccio, ha lavorato con registi come Clément, Visconti e Melville. Il Festival di Cannes nel 2019 gli assegnò la Palma d'Oro alla carriera.

Leonardo Martinelli per “la Stampa” il 31 marzo 2022.

Tra i rumori insistenti di piatti e tazzine e il vociare ignaro dei clienti, Anthony Delon racconta il suo libro, che è la sua vita, al "Deux Magots", storico café nel cuore di Parigi. Lo scrutano, lo riconoscono. 57 anni, somiglia così tanto al padre Alain: sorriso ampio e gli occhi chiari, ma d'un tratto lo sguardo può diventare scuro. Entre chien et loup, dell'editore Cherche midi, è la storia del figlio di un mostro sacro del cinema francese e di Nathalie Delon, «una donna libera fin dagli anni Sessanta, ma lei preferiva dire che era un essere umano libero». 

Pure lei attrice, vissero cinque anni insieme.

«È un libro sulla resilienza», aggiunge Anthony. Ma prima di arrivare alla resilienza sfilano via un'infanzia ribelle, violenze psicologiche e fisiche da parte del padre e le assenze di una mamma (appunto) troppo libera. Poi, auto rubate, armi e problemi con la giustizia in gioventù. Ma certe volte le storie finiscono meglio di come sono cominciate.

Sua madre è morta poco più di un anno fa, portata via da un cancro in poche settimane. Negli ultimi mesi si erano visti i suoi genitori?

«Certo, il loro rapporto non si era mai spezzato. Io l'ho accompagnata fino all'ultimo, giorno dopo giorno. Abitava in un appartamento di due camere con la vista sulle Tuileries. Papà, che vive tra la sua proprietà in campagna e la Svizzera, veniva a Parigi, dove ha un grosso appartamento. Ma andava a dormire da lei, nella camera prevista per gli amici. Alle sei di mattina s' infilava nel letto con mamma, al momento in cui lei si addormentava, perché mia madre soffriva d'insonnia. Restava nel dormiveglia e verso le otto, stretta a lei, chiedeva: "Nat, ma dormi?". Mia madre rispondeva un po' risentita: "È ovvio che non dormo". "Me la fai la spremuta d'arancia?", le chiedeva.

E lei gliela faceva. Se non c'erano le arance, papà osava perfino brontolare, perché è un rompipalle. Mia mamma gli diceva: "Vai a casa tua, se non sei contento". Insomma, la solita commedia all'italiana. Ma la tenerezza di quelle scene mi ha permesso di ricomporre tante cose». 

Ha addirittura realizzato un documentario, è vero?

«Mia madre desiderava che si facessero queste immagini per le mie due figlie. Ho girato gli ultimi suoi 37 giorni. Uscirà a fine anno. Dopo la morte, ho fatto un'intervista a mio padre su di lei. Ha ammesso che avevano due caratteri forti, ma che con mamma si era dovuto piegare. Lui che non si piega mai».

Il libro è di una franchezza disarmante, quando racconta certe violenze di Alain Delon nei suoi confronti con una frusta di cuoio. Lei paragona la sua situazione a quella di L'incompreso, di Luigi Comencini

«Perché uno dei drammi della mia vita è stata la solitudine da bambino, come il bambino del film. Da piccolo mio padre aveva vissuto situazioni simili e le ripercuoteva automaticamente su di me. Questo libro è una dichiarazione d'amore nei suoi confronti. Io ho capito tante cose, anche lui deve capirle e lo deve fare ora. Fortunatamente abbiamo preso entrambi molta distanza rispetto alla nostra storia. Sul libro mi ha fatto dei complimenti. E, dopo che ne ho parlato in prime time su France 2, la principale tv pubblica francese, mi ha chiamato e mi ha detto: "Grazie"».

Il libro racconta anche aneddoti divertenti, come al momento del suo battesimo.

«A pranzo i miei genitori, che erano degli inguaribili provocatori, proposero di fare il gioco della torre: chi butti giù tra queste due persone? Era presente anche Visconti. E mia madre chiese a papà: chi butti giù, Georges (Beaume, che era il suo agente ed è stato il mio padrino) o Luchino? Mio padre preferì Georges. E Visconti si alzò di scatto, arrabbiato: chiese di essere subito riaccompagnato in auto a Parigi» 

Una volta Alain Delon rientrò a casa. All'epoca condivideva la sua vita con Mireille Darc. Cosa successe?

«Ci trovò Giscard d'Estaing, che era Presidente. E aveva una fama di donnaiolo. Non sapeva che Mireille l'aveva invitato per gentilezza a prendere un tè. "Signore, esca subito da qui", gli disse. "Ricevo a casa mia solo la gente che invito io". Lui è sempre stato molto geloso...». 

Oggi, dopo vari anni, lei è ritornato a recitare.

«Sì, ho interpretato un prete nella fiction dal titolo Meurtres au Mont-Saint-Michel, trasmessa su France 2. E mi è piaciuto molto. Intanto sono coinvolto in un progetto di serie tv sulla mia storia e quella del clan Delon. È lavorandoci che ho avuto l'idea di scrivere il libro. E questo mi ha aiutato a capire tante cose su di me. I diritti della serie sono già stati acquisiti da Mediawan. Erano entusiasti, perché, mi hanno detto, "voi Delon siete i nostri Kennedy"».

Errore semplificare sull'eutanasia. Stefano Zecchi il 10 Marzo 2022 su Il Giornale.

Ci sono situazioni in cui la vita non è più vita? Chi lo può stabilire? Il parlamentare, l'uomo della strada? Se fossero loro, che competenza avrebbero? 

Ci sono situazioni in cui la vita non è più vita? Chi lo può stabilire? Il parlamentare, l'uomo della strada? Se fossero loro, che competenza avrebbero? Sarebbe più convincente passare la decisione a uno scienziato che stabilisca se una macchina annulla l'essenza della vita stessa o se le condizioni di un malato sono così gravi e irreversibili che, in verità, non c'è più vita. Ma, se l'incompetenza di un politico o dell'uomo della strada possono rappresentare un obbiettivo ostacolo nell'affidare loro una decisione così complessa, perché non potrebbe essere lo scienziato il soggetto delegato alla decisione? Perché, si sostiene, il problema è di natura etica, e la scienza non necessariamente si sviluppa su basi etiche, anzi, talvolta, i suoi progressi avvengono contravvenendo le regole della morale corrente. Questo significa che comunque si affronti il problema dell'eutanasia, noi non abbiamo regole, principi incontrovertibili, ma che tale problema è affidato alla formazione culturale, religiosa di ciascuno di noi, così come al buon senso e al rispetto reciproco delle diverse sensibilità. La tendenza che sembra prevalere in Parlamento è quella di semplificare le procedure.

Invochiamo spesso percorsi che snelliscano la burocrazia. Ma c'è da chiedersi se una legge sul finis vitae debba essere considerata una tra le tante norme burocratiche che debbano essere snellite per evitare lungaggini. Credo proprio il contrario: tanto più si procede con grande attenzione, tanto meno si incorre in errori, in semplicistiche valutazioni.

Potrebbe essere il medico di base a decidere se procedere con l'eutanasia per il proprio paziente. Ora la tragedia del Covid ha mostrato tutta la fragilità del sistema medico di base, ed affidare al medico di famiglia una decisione tanto delicata sembra un modo di scaricare sulla realtà di cura meno tecnicamente attrezzata la soluzione di un problema sociale (non solo medico) tanto delicato.

Cercare un punto di vista scientifico e filosofico (etico) sul finis vitae, che trovi un consenso generale, è utopistico, ma sarebbe la strada «umanamente» più corretta e che più ci convincerebbe. Ma, appunto, è utopistico, e, tuttavia è impensabile ridurre la questione a una battaglia politica. Si cerchi piuttosto un'alleanza sulla prudenza nel modo di procedere nella formulazione della legge: questo è proprio un caso in cui la lentezza delle procedure provocata da maggiori percorsi di verifica è di gran lunga migliore di rapide semplificazioni.

Eutanasia, basta solo un certificato. Pasquale Napolitano il10 Marzo 2022 su Il Giornale.

Sì della Camera: "Sufficiente l'ok del medico di famiglia". Ma al Senato sarà duello.

La legge sul fine vita avanza in un Parlamento con la testa al conflitto Russia-Ucraina. Mentre il capogruppo Pd Debora Serracchiani interrompe i lavori per chiedere un'informativa urgente sui bombardamenti russi all'ospedale di Mariupol, l'Aula cancella l'obbligo del doppio certificato, medico curante e specialista, per attestare l'irreversibilità della patologia che dà la possibilità di ricorrere al suicidio assistito.

Il centrodestra prova lo sgambetto. Ma l'asse Pd-M5S-Leu regge e porta a casa l'approvazione degli articoli 2 e 3 della legge. Lunedì era stato approvato l'articolo 1. Nella seduta di ieri, sospesa per due ore per consentire il Question time del presidente del Consiglio Mario Draghi, la Camera dei deputati dà il via libera con 223 sì, 168 no e un'astensione all'articolo 2 della legge sul fine vita.

È il cuore del provvedimento: l'articolo prevede che «si intende per morte volontaria medicalmente assistita il decesso cagionato da un atto autonomo con il quale, in esito al percorso disciplinato dalle norme della presente legge, si pone fine alla propria vita in modo volontario, dignitoso e consapevole, con il supporto e sotto il controllo del Servizio sanitario nazionale».

Tale atto, si legge nel testo dell'articolo, «deve essere il risultato di una volontà attuale, libera e consapevole di un soggetto pienamente capace di intendere e di volere. Le strutture del Servizio sanitario nazionale operano nel rispetto dei seguenti principi fondamentali: tutela della dignità e dell'autonomia del malato; tutela della qualità della vita fino al suo termine; adeguato sostegno sanitario, psicologico e socio-assistenziale alla persona malata e alla famiglia».

Ma la novità più importante, che arriva con il voto di Montecitorio (prima lettura), è lo stop al doppio certificato. La modifica è contenuta in un emendamento a firma di Andrea Cecconi (Maie) e del radicale Riccardo Magi approvato dall'Aula della Camera con 227 voti a favore, 171 no e tre astensioni: potrà essere certificata dal medico curante o da uno specialista la patologia irreversibile e con prognosi infausta che cagioni sofferenze fisiche e psicologiche che la persona trova assolutamente intollerabili per accedere alla morte volontaria medicalmente assistita. Nel testo originario era necessaria una certificazione sia del medico curante sia dello specialista: si tratta, dunque, di un affievolimento delle condizioni contro cui si è schierato il centrodestra. Duro il commento di Pro Vita e Famiglia: «Il certificato del medico curante e di uno specialista sono entrambi obbligatori per ottenere l'invalidità civile, è aberrante che non lo siano per ottenere il suicidio assistito da parte dello Stato», attacca Jacopo Coghe, portavoce di Pro vita & Famiglia. Via libera anche all'articolo 3 sui presupposti e le condizioni per accedere alla morte volontaria medicalmente assistita. Altro allargamento del campo di applicazione della legge è inserito nell'emendamento, approvato dall'Aula, che sancisce che anche chi abbia «volontariamente interrotto» un percorso di cure palliative potrà accedere alla morte medicalmente assistita. Il centrodestra prova con alcuni emendamenti soppressivi a far saltare il banco. Ma la coalizione Pd-grillini-Leu tiene. Si punta a chiudere entro oggi. Poi la palla passa al Senato dove i numeri sono sul filo di lana. E lì va trovata una mediazione: il rischio Ddl Zan è dietro l'angolo di Palazzo Madama.

La democrazia dello share. Show di Amato contro i referendum, il dottor Sottile getta un’ombra inquietante sulla Consulta. Angela Azzaro su Il Riformista il 24 Febbraio 2022. 

In questi anni in cui siamo stati travolti dalle sarabande del circo mediatico giudiziario, avevamo un faro che ci faceva sperare che prima o poi ne saremmo usciti: la Corte Costituzionale. Le procure straparlavano, i pm gettavano in pasto all’opinione pubblica, con la complicità dell’informazione, le vite private degli indagati senza ritegno, senza rispetto per i loro cari, e noi guardavamo alla Consulta sapendo che restava un baluardo, un confine non valicabile tra stato di diritto e populismo.

Questa certezza è vacillata il 16 febbraio dopo la conferenza stampa del presidente Giuliano Amato per spiegare i sì e i no ai quesiti referendari. Invece di “far parlare le sentenze” come ci avevano sempre spiegato, il presidente è andato davanti ai giornalisti, come un cittadino qualsiasi, a dire le sue ragioni, negando il diritto di replica ai comitati che in questi mesi avevano raccolto le firme. Ma la botta più grande doveva ancora esserci. Ed è arrivata durante il programma di Giovanni Floris, Di Martedì su La7, che ha visto la partecipazione proprio di Amato, che ha fatto un bel comizio imponendo agli ascoltatori le sue ragioni. Floris glielo ha anche chiesto: non teme polemiche per essere qui? Il presidente della Consulta ha risposto, lanciando il suo programma per il futuro: i cittadini dovranno abituarsi a una Corte che spiega le proprie ragioni.

Ha cioè detto che le parole dell’altro giorno non sono state un incidente ma che d’ora in poi anche l’organo da lui presieduto entra a pieno titolo nella politica show, nelle sentenze usa e getta, fatte apposta non pensando alla Costituzione ma agli ascolti, non al rispetto dei cittadini che hanno firmato ma alla possibilità per il presidente di apparire sugli organi di informazione. E sarà così finché il numero di storture sarà tale da spingere il parlamento a mettere un freno (se ne avrà il coraggio) o qualche corte europea a richiamarci al rispetto delle regole. Ci mancava solo questa. Con il recepimento della direttiva europea sulla presunzione di innocenza, si è posto un limite alle conferenze stampa, ai pm che parlano degli indagati come colpevoli, si è detto che l’articolo 27 della Costituzione non è un diritto che si può barattare in nome degli ascolti.

Una vittoria, un cambio di passo, che ancora deve diventare cultura diffusa per procure e giornali che vivono delle veline passate dai pm. Da domani questa sfida che è prima di tutto culturale e politica sarà più difficile, perché nella fanfara è entrata a far parte proprio chi i principi costituzionali dovrebbe difendere. Ieri Amato, come un virologo qualsiasi, ha parlato di tutto, pontificando anche su questioni che non competono alla Corte Costituzionale. Forse questa stortura è dovuta al bisogno del presidente di riprendersi la scena dopo la mancata conquista dell’ambìto Quirinale. E ora, usando lo scranno di numero uno della Corte costituzionale, vuole se non costruire una nuova chance (altri sette anni di attesa sono troppi) tentare perlomeno di riconquistare gli onori negati.

Questo è umano, comprensibile. ma non accettabile perché il prezzo da pagare è troppo alto: la perdita di affidabilità della Consulta in una fase della vita della democrazia e delle istituzioni delicatissima. La crisi della rappresentanza è sempre più profonda, più preoccupante. Le ragioni con cui sono stati bocciati alcuni referendum ne amplifica la portata. La presenza in tv del presidente Amato trasforma la tragedia in farsa: tutto è spettacolo anche gli articoli della Costituzione.

Angela Azzaro. Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica

Dal "pelo nell'uovo" alle luci della ribalta. La terza vita di Amato, eterno "dottor Sottile". Anna Maria Greco il 17 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Il neo presidente della Corte costituzionale torna in scena con uno stile innovativo: motiva le sentenze in tv e bacchetta gli errori dei promotori.

Al centro della scena c'è di nuovo lui, Giuliano Amato. Stavolta come neopresidente della Corte costituzionale, che approva alcuni referendum e ne boccia altri. È la sua terza vita, dopo quella del socialista «Dottor Sottile», consigliere di Bettino Craxi e quella del due volte di presidente del Consiglio, anche della sinistra, e due volte ministro.

Fino a poche settimane fa era nella rosa ufficiosa dei candidati al Colle e, appena salito al vertice della Consulta, ha fatto una dichiarazione sorprendente: «Dobbiamo impegnarci al massimo per consentire, il più possibile il voto popolare. È banale dirlo, ma i referendum sono una cosa molto seria e perciò bisogna evitare di cercare a ogni costo il pelo nell'uovo per buttarli nel cestino».

Amato, 83 anni ed esperienza da vendere, di banalità ne dice ben poche e le sue parole erano certo dosate. C'è chi vi ha letto una «spinta» ai referendum, che avrebbe lasciato «sbalorditi» alcuni colleghi, chi un mettere le mani avanti per possibili bocciature. Per i più è stata una svolta comunicativa non da poco, rispetto al tradizionale aplomb della Corte.

Poi, martedì, è arrivato il no al quesito sull'omicidio del consenziente e i più ottimisti hanno dubitato che la via fosse in discesa per gli altri. Ma quel discorso sul «pelo nell'uovo» sembrava dire: se c'è una bocciatura non è per aspetti marginali. «Tutti tra noi l'hanno capito, non intendevo una scelta politica», spiega. Altra novità: ben prima del deposito della sentenza la Consulta anticipa il succo della motivazione, un no necessario alla «tutela della vita». Marco Cappato, tra i promotori, attacca: «Amato, personaggio istituzionale di grandissimo livello è anche una personalità politica. E questa è una decisione anche molto politica». Nel frattempo passano i primi 4 quesiti sulla giustizia e poi quello del voto degli sulla professionalità dei magistrati, mentre vengono bocciati quelli su responsabilità diretta delle toghe e droga.

È spiegando le decisioni della Corte ai giornalisti che Amato ritorna il «Dottor Sottile», inaugurando uno stile più attento a spiegare le sentenze e bacchettando promotori e media che avrebbero presentato i quesiti in modo inesatto. Il primo bocciato, sottolinea, «non è sull'eutanasia ma sull'omicidio del consenziente», ben diverso. «Noi tutti - dice - abbiamo ben presente il problema del parlamento che non interviene su certi temi e induce a cercare strumenti per risolverli, ma non possiamo intervenire in ogni caso. Si è parlato di eutanasia è omicidio del consenziente e aprirebbe un ampio campo di impunità. Non siamo insensibili ai casi dolorosi di cui si parla e sappiamo che, probabilmente, un referendum raccoglierebbe tanti sì col pensiero a queste persone ma poi avremmo casi diversi: magari un ragazzo decide di farla finita e, in una sera in cui tutti si è bevuto, trova un altro che l'aiuta. Ci vuole una legge, anche per non contravvenire ad obblighi internazionali».

Il quesito sulla droga lo smonta clamorosamente. «È inammissibile perché non riguarda la depenalizzazione della coltivazione della cannabis, ma rimanda a tabelle della legge sulle sostanze stupefacenti che includono coca, papavero, droghe pesanti non cannabis e non tocca altre norme che prevedono reati per questi casi». Altra correzione: «Il quesito passato non riguarda la separazione delle carriere, che rimane unica per la magistratura, ma il passaggio delle funzioni che non potrebbe esserci e rimarrebbe la scelta iniziale». Infine, Amato spiega il no al quesito sulla responsabilità civile diretta delle toghe perché «più che abrogativo è innovativo, visto che la regola è sempre stata la responsabilità indiretta: si cita lo Stato che poi si rivale sui magistrati».

Sulla poltrona di Amato all'Alta Corte fino al 2020 c'era Marta Cartabia, Guardasigilli che firma la riforma in Parlamento. È con i suoi emendamenti al testo Bonafede che i referendum sulla giustizia approvati si confronteranno. Per imporre una riforma più radicale, dall'impronta di centrodestra. Anna Maria Greco

Il dilemma della Corte mediatica di Amato: Giudici o influencer? GIULIA MERLO su Il Domani il 18 febbraio 2022

La conferenza stampa del presidente della Corte costituzionale, Giuliano Amato, per annunciare l’esito sul giudizio di ammissibilità dei referendum ha suscitato opposte reazioni.

Amato ha mostrato che è terminata definitivamente la stagione dei comunicati stampa secchi e burocratici e che la Corte ha raggiunto la consapevolezza di volersi aprire a una comunicazione più articolata.

A scontrarsi sono da sempre due opposte interpretazioni del ruolo pubblico della Consulta: da un lato quella secondo cui i giudici dovrebbero parlare solo attraverso le sentenze; dall’altro quella prospettata da Amato, secondo cui la Corte come organo costituzionale abbia il dovere di spiegare.

GIULIA MERLO. Mi occupo di giustizia e di politica. Vengo dal quotidiano il Dubbio, ho lavorato alla Stampa.it e al Fatto Quotidiano. Prima ho fatto l’avvocato.

Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera” il 18 febbraio 2022.

«Parlare per spiegare quello che facciamo l'ho sempre considerato un dovere della Corte, anche quando non lo ha fatto. Mi è capitato, in passato, di riprendere amichevolmente giudici o presidenti dicendo "parli di troppe cose che non hanno niente a che fare con la Corte, sarebbe meglio se parlassi un po' di più per spiegare le sentenze"».

Il senso di Giuliano Amato per la comunicazione sul suo lavoro e su come intende il ruolo di presidente della Corte costituzionale, è racchiuso in questa frase. Il giorno dopo la conferenza stampa in cui ha annunciato le decisioni della Consulta sui referendum e illustrato le ragioni di cinque sì e tre (più rumorosi) no ai referendum, si discute di quella scelta quasi più che del merito delle questioni affrontate in camera di consiglio e svelate dal presidente.

Che s' è presentato ai giornalisti, e tramite loro al Paese, non per iniziativa personale ma su mandato degli altri giudici costituzionali. Erano rimasti colpiti - malamente colpiti, perché prima ancora che ingiuste le consideravano frutto di incomprensioni - dalle critiche «al buio» sulla bocciatura del quesito sull'eutanasia.

Di lì la delega ad Amato, per illustrare le ragioni di una decisione tanto attesa quanto controversa. Ma affidare una spiegazione su questioni che investono più istituzioni a chi, prima di approdare alla Consulta, è stato al governo e in Parlamento, significa estenderla inevitabilmente ad altre considerazioni. 

Giuliano Amato è il primo presidente della Corte, su quarantacinque, ad essere stato anche presidente del Consiglio e deputato; è quasi naturale che sottolinei l'esigenza dell'interlocuzione tra poteri dello Stato. Tanto più sui «conflitti valoriali» di difficile soluzione.

«Ma se dovessi indicare ciò che più ha influito sulle mie attitudini direi il permanente esercizio del mestiere di professore, che mi ha insegnato a parlare agli altri cercando di chiarire e farmi capire», commenta Amato all'indomani della conferenza stampa che quasi ne ha disegnato un nuovo ruolo. Sebbene lui sostenga che no, c'era solo la necessità di spiegare. 

E s' è capito quando, dopo aver ampiamente illustrato le motivazioni della bocciatura del referendum chiamato «sull'eutanasia», s' è sentito chiedere, «come uomo più che come presidente», se avesse pensato ai sentimenti del milione di firmatari e dei malati in attesa, ha reagito quasi seccato: «Glielo ripeto: si pensava che fosse un referendum rivolto alle persone che soffrono, mentre apriva l'immunità penale a chiunque uccidesse qualcun altro con il suo consenso, sofferente o meno che fosse. Questo è ingiusto, anche per chiunque in quel milione di firmatari.

Occorre dimensionare il tema dell'eutanasia a coloro che soffrono e per cui abbiamo già ammesso il suicidio assistito, ma questo, sulla base del quesito referendario, non-lo-po-te-va-mo-fa-re . Con altri strumenti chissà, di sicuro può farlo il Parlamento. Punto». 

Poche parole per rivendicare la decisione della Corte, bacchettare i promotori della consultazione, indicare la via possibile dell'eccezione di costituzionalità, sottolineare la responsabilità del legislatore.

Che Amato non accusa, anzi difende. Perché lo è stato a lungo, e sa bene «che deputati e senatori lavorano, forse sono troppo occupati dalle questioni economiche, ma hanno grosse difficoltà a mettersi d'accordo su temi per i quali, se non si trova la soluzione, alimentano dissensi che possono corrodere la convivenza civile». 

Così come, da ex ministro ed ex premier, ricorda di essere entrato la prima volta nel palazzo della Consulta a fine anni Ottanta per ricordare al presidente che i vincoli di bilancio valgono anche per la Corte: «E la Corte s' è molto autodisciplinata nel prendere decisioni che comportano aggravi di spesa per lo Stato».

Consapevole di possedere una leadership non comune fra i colleghi, dopo quello che qualcuno ha chiamato «Amato show» il neo-presidente quasi si stupisce dello stupore. E ribadisce il dovere di spiegare, soprattutto nel rapporto tra la Corte i cittadini. Che non si basa sul consenso, come avviene per governo e Parlamento, ma sulla fiducia nell'istituzione. Che ha bisogno di trasparenza. Ancor più su questioni molto sentite, come il «fine vita», ma pure le droghe leggere o la responsabilità diretta dei giudici, gli altri due quesiti bocciati.

Presentarsi in pubblico e chiarire non significa usurpare spazi politici altrui, ma proteggere il ruolo della Corte. Come è avvenuto quando, nel mezzo della palude per l'elezione del capo dello Stato, qualche esponente di partito gli ha mandato a chiedere se fosse d'accordo per un tentativo sul suo nome, in modo che i parlamentari potessero contarsi, e lui ha risposto che istituzioni come la Corte costituzionale, ma anche il Senato, non si tirano dentro diatribe di parte. Vanno preservate. Non per il bene di chi le occupa temporaneamente, ma delle istituzioni stesse.

Nessuno show, Amato ci ha messo la faccia e ha aperto la Corte alla democrazia. Il commento: «Che sciocchezza quelle critiche alla conferenza di Amato. Sorprende in negativo come il sistema mediatico ha reagito all’accadimento». Antonella Rampino su Il Dubbio il 18 febbraio 2022.

«La Corte costituzionale ha il dovere di spiegare le sue decisioni». É questa frase, pronunciata ieri dal presidente della Corte costituzionale Giuliano Amato, a segnare l’avvio di una forte innovazione nell’ austero palazzo che una volta ospitava la Consulta del Papa Re, e che proprio dal punto dì vista dell’ accountability sembra purtroppo troppo spesso esser rimasto fermo all’epoca.

Sentenze e giudizi troppo spesso in giuridichese stretto, e comunicati stampa all’altezza, che capita anche ai giuristi dì dover leggere con la lente d’ingrandimento. Nella perfetta indifferenza al mondo, quando invece anche il cittadino comune deve poterne comprendere immediatamente lettera e senso.

E invece, la grande novità dell’altro giorno: nel momento di decisioni che avranno riverberi nel corpo vivo del Paese – ma tutte le decisioni della Corte hanno in realtà questi effetti – la Corte si apre alla pubblica opinione. Spiega il perché e il percome delle decisioni assunte, e accetta dì rispondere alle domande dei giornalisti, che in democrazia null’altro sono se non per l’appunto rappresentanti della pubblica opinione.

Come accade a Londra, a Washington, come accade là dove secoli fa sono nate le corti Costituzionali ( e dove strabuzzano gli occhi se si prova a giustificare il regime dì autodichia, per quanto fondato nella storia italiana, in cui vivono le nostre istituzioni).

Come accade quando un’istituzione è forte, in democrazia: non teme il mare aperto del confronto. Una cosa, tra l’altro, alla quale tutti i nostri giudici costituzionali sono già particolarmente allenati, dovendo prendere decisioni delicatissime, e con forza giuridica che neanche le normali leggi hanno – poiché le disposizioni della Corte sono immediatamente auto-applicative – attraverso il complesso meccanismo della collegialità: i Quindici sono costretti a discutere e ad attraversare contrasti anche forti finché non si arriva a raggiungere il punto dì condivisione.

Per la Corte, è stata una prima assoluta. Un assoluto debutto dell’assunzione dì responsabilità, mettendo la faccia come si dice comunemente, circa le decisioni prese. Un assoluto debutto di accountability, che non è un vezzo angloamericano ma una pratica materiale della democrazia, e che in quei Paesi riguarda tutti: il dover render conto alla comunità in cui si vive va dal benzinaio alla più alta carica istituzionale.

Ed è stata certo una prima assoluta anche formalmente. Mai accaduto prima, da che la Corte è operativa, e cioè dal 1956. Certo, in apertura di conferenza stampa, per mitigare l’exploit, il presidente Amato ha detto di aver voluto «riprendere un’antica tradizione della Corte». Il riferimento, in una frase che dà anche la misura dì quanto una normalissima (altrove) conferenza stampa abbia fatto vibrare gli stipi del vetusto Palazzo, non può che essere a quando, agli albori della Corte, il fascistissimo Gaetano Azzariti (durante il Ventennio era stato presidente del Tribunale della Razza), transitato nell’Italia repubblicana da presidente della Consulta aprì inaspettatamente ai rappresentanti dei media.

Una volta l’anno, in quegli anni tra il 1957 e il 1961, i giornalisti si accomodavano in salotto accanto al presidente coi loro taccuini e i loro microfoni per una conversazione vis- à- vis. Nasce così la tradizione dell’annuale appuntamento dì gennaio- febbraio, che però poi negli anni è diventato altro: prima, e davanti a tutte le più alte cariche della Nazione, il presidente sul podio legge una lunga relazione sul lavoro che la Corte ha svolto nell’ultimo anno. Dopo, sono ammesse le domande dei giornalisti. Che sono poche, in genere, perché non c’è materia calda dì cui trattare, tanto che spesso di quella conferenza stampa sui media non è restata che una foto- notizia.

Invece, non calda ma incandescente era la materia affrontata l’altro giorno: le sorti dell’ondata referendaria a venire. Sorprendente, ma in negativo, è invece come la stragrande maggioranza del sistema mediatico ha reagito all’accadimento.

«Uno show», «la Corte fa politica» in prima pagina al mattino dopo, mentre una delle reti televisive che stava assicurando la diretta – e si è trattato dì una rete Rai – interrompeva il presidente mentre stava parlando per dare la linea a uno dei politici presentatori dì referendum che aveva organizzato in piazza la «sua» controconferenza stampa. Come togliere la parola al presidente della Repubblica per darla a un qualsivoglia capo dì partito politico.

Accogliere con acidità – e, nei corsivi, perfino ferocia – una novità dì democrazia è ciò che segna il destino dell’Italia. Non sarebbe possibile se chi puntando il dito contro lo «show» avesse consapevolezza dì quale è il ruolo – dì che cosa è, dì quali funzioni svolge- una Corte costituzionale in democrazia.

Quanto poi al «fare politica», bisogna intendersi. Ogni decisione, ogni parola della Corte costituzionale ha ricadute politiche, e tale da infiammare il dibattito pubblico. Ma, esattamente come ogni parola del capo dello Stato, non hanno appartenenza le ragioni che muovono parole e decisioni. Essendo la ragione una sola: la Costituzione. La sua salvaguardia, poiché è il patto costituzionale a rendere l’Italia una nazione e a rendere italiani i suoi cittadini, nella sua interpretazione, poiché si tratta di materia viva.

E occorre intendersi anche sul fatto che la più forte innovazione sia venuta da un politico qual è Giuliano Amato. Politico nel senso che ha vissuto e vive la polis, e ai più svariati e alti livelli. La polis, lo spazio pubblico nel quale viviamo e ci formiamo tutti, ognuno di noi per quel che sa e che può, e perfino chi ne è inconsapevole. La polis, perché politica non è sinonimo di partitico. Anzi, qualche volta e comunque nel caso migliore, ne è l’esatto contrario.

Virginia Piccolillo per corriere.it il 18 febbraio 2022.

Il quesito sul Fine Vita non è stato accolto. E ora la Corte Costituzionale è al centro delle polemiche. Giovanni Maria Flick, da presidente emerito della Corte Costituzionale, cosa ne pensa?

«Sono polemiche ingiustificate. E bene ha fatto il presidente Giuliano Amato a rispondere. Il primo dovere della Corte è spiegare. Poi leggeremo la motivazione». 

Sull’eutanasia c’era una forte aspettativa che il quesito venisse accolto. Invece è stato respinto.

«Non è stato accolto il quesito che in sostanza richiedeva di trasferire le norme sull’aiuto al suicidio all’omicidio del consenziente, attraverso la pronuncia della Corte. Ciò non è possibile con un referendum abrogativo che non può comportare aggiunte al quesito e al testo».

Tre anni fa la Corte non si era espressa in quella direzione?

«No. Aveva detto che l’aiuto al suicidio rimane reato. Proprio a difesa dei soggetti fragili. Ma in casi particolari, ovvero quando c’è sofferenza intollerabile, infermità irreversibile e necessità di interventi salvavita continui, aveva previsto la possibilità di non punire chi aiuta il suicidio. Ma qui è diverso». 

Perché?

«Perché l’aiuto al suicidio è cosa diversa dall’omicidio. Anche di chi lo consenta o lo chieda. Se fosse stato accolto il quesito sarebbe rimasto punito solo l’omicidio dell’infermo di mente o del minore. Non di colui che accoglie la richiesta dell’amico: “Premi tu il grilletto perché non me la sento”. O di chi lancia una sfida. Pensiamo a Tik Tok» 

Cosa c’entra Tik Tok?

«Ci sono le sfide per gioco tra ragazzi che possono essere mortali: chi rimane più a lungo con un sacchetto di plastica in testa o su un binario di un treno. Tutto sarebbe stato legalizzato». 

Non si potevano trasferire le stesse cautele previste per l’aiuto al suicidio?

«Lo deve fare la legge e non una pronunzia della Corte. Invece, paradossalmente, il quesito finiva per includere tutte le possibilità, non solo le situazioni di sofferenza». 

Ma se il Parlamento non decide?

«Si va sotto il Parlamento e si chiede di decidere, oppure alle elezioni se ne vota un altro. Non è un’offesa alla democrazia il fatto che la Corte faccia il suo dovere. E che serve una legge per risolvere un problema di questo genere. Come ha detto Amato, il Parlamento è il luogo dove discute di valori e non può venire meno ai suoi doveri». 

Anche il quesito sulla cannabis è stato escluso.

«Dipende da come sono formulati i quesiti. Quello della cannabis, ad esempio, coinvolgeva tutte le droghe e non solo la coltivazione per uso personale. Perciò incideva su una situazione regolata anche da trattati internazionali: cioè su una situazione in cui non può richiedersi un referendum abrogativo».

Da ex ministro cosa pensa dei 4 quesiti sulla giustizia accolti, a partire da quello sulla legge Severino?

«Sono stato 9 anni alla Corte, non entro nel merito. Ma quei quesiti incidono solo, ancorché profondamente, sulle leggi ordinarie. Non c’è una richiesta alla Corte di andare oltre i quesiti. Poi diverrà decisiva la volontà popolare, la cui massima espressione è il referendum».

C’è chi dice che sul Fine vita la Corte non ha considerato la sofferenza.

«C’è una grande responsabilità dei media. La Corte ha esercitato il suo potere: non deve tener conto della sacralità della vita, che è un concetto religioso (e c’è chi non lo è). Ma nemmeno deve ignorare il principio della solidarietà e la tutela dei soggetti deboli». 

Abbiamo assistito a un cortocircuito istituzionale. Così la Consulta ha scelto il Codice Rocco. Massimo Donini su Il Riformista il 18 Febbraio 2022. 

La Corte ha deciso come molti si aspettavano o temevano. Ma non era una decisione obbligata, perché si poteva entrare diversamente nel cuore delle questioni che hanno indotto oltre 1.200.000 persone a sottoscrivere il referendum. Invece la Corte ha preso una decisione tecnico-giuridica, ispirata alla prudenza del diritto, come se fosse in gioco solo una norma del 1930 (l’art. 579 del codice penale) sull’omicidio del consenziente che mai ha voluto regolare i casi veri per i quali lo si commette: cioè per ragioni di pietà verso i malati. Indifferente il codice Rocco a questi motivi (del soggetto che agisce) e a questi diritti (del malato), così pare anche la Corte, nel momento in cui rispetta religiosamente il lessico del codice Rocco, e interpreta di conseguenza il quesito referendario, formulato però non nel 1930, ma nel 2021.

Sennonché, nel 2021, quando si parla di omicidio del consenziente si pensa all’eutanasia e chi dimentica questa regola ermeneutica dell’attualizzazione del contesto semantico tradisce l’appello degli elettori. È ciò che pare sia accaduto alla Consulta ascoltando le parole pronunciate in autodifesa (non petita) dal suo Presidente. Lodevole iniziativa, ma confessio manifesta di ciò che ci si attende di leggere nella prossima motivazione. E cioè che i radicali avrebbero ingannato gli elettori facendo loro credere che si discuteva di eutanasia, quando invece si discuteva di omicidio del consenziente. La verità delle cose è più complessa.

I proponenti avevano allestito un quesito che creava una normativa di risulta schizofrenica, in assenza di ulteriori riforme. Infatti, in caso di accoglimento, sarebbero coesistite due situazioni: da un lato, l’omicidio del consenziente (art. 579 c. p.) che sarebbe rimasto punito, nei casi di consenso assente o viziato, con la pena dell’omicidio doloso (come è oggi); mentre il fatto sarebbe risultato, per le rimanenti ipotesi di consenso valido, totalmente libero e privo di condizioni; dall’altro, l’aiuto al suicidio (art. 580 c. p.), punito in ogni caso, salvo alcune ipotesi molto restrittive legate invece a decorsi patologici estremi: attualmente, le quattro condizioni stabilite da C. cost. n. 242/2019, che hanno prodotto nella prassi un solo caso di suicidio assistito ammesso.

Senza correttivi di legge, dopo l’esito abrogativo si sarebbe potuto chiedere di morire, purché maggiorenni, capaci di intendere e volere, e non coartati, anche per denaro, gioco, sport, sfida, o per consapevole accettazione del rischio mortale di una attività estremamente pericolosa. Secondo la Corte, in tal caso, le persone “più deboli” anche se del tutto capaci di decidere, sarebbero state esposte a rischi troppo gravi. Avevo anticipato questi rischi evidenti (Il Riformista, 13 novembre 2021) e non posso che condividere la Corte in questa lettura, perché l’art. 579 c. p. tutela anche altri beni, diversi da quelli del malato aiutato a morire. Senza un intervento legislativo di correzione e integrazione un esito abrogativo di tale portata sarebbe stato inaccettabile.

Tuttavia, il referendum voleva proprio portare all’implosione non del sistema, ma del blocco legislativo in atto, per costringere il Parlamento finalmente a intervenire. Il Parlamento è paralizzato, come sappiamo, ma la Corte con questa sentenza lo aiuta purtroppo a restare inoperoso, perché adesso, trascorsi pochi giorni dal dibattito sul referendum bocciato, potrà attendere a problemi più premianti in vista delle prossime elezioni. La domanda è: c’era una alternativa? Si poteva, ammettendo il referendum, evitare di mettere a rischio quei diritti delle persone “deboli” non malate, e invece proteggere nello stesso tempo i malati estremi o terminali refrattari alla sedazione continua profonda e incapaci anche di inghiottire da soli un farmaco, ai quali non potrebbe applicarsi l’aiuto al suicidio ammesso dalla Corte, ma solo una forma attiva di aiuto diretto? Certamente, ma ciò avrebbe richiesto più coraggio istituzionale e più liberalismo.

Infatti, i quesiti vanno interpretati oggettivamente, al di là delle intenzioni dei proponenti. Lo si fa con le leggi, con le sentenze, con i contratti. Anche con i referendum. Le intenzioni soggettive non sono decisive. E le parole del 1930 vanno rilette nel contesto attuale. Ora, sul piano oggettivo il referendum non toccava l’art. 580 c. p. (l’aiuto al suicidio) nella sua portata molto limitata ridisegnata dalla Corte. Restava intatto, e altrettanto aperta la sua sorte. Qualunque sia stato il motivo dei proponenti, essi hanno immaginato un esito referendario positivo che avrebbe visto la possibile permanenza della punibilità dell’aiuto al suicidio. Non erano e non sono i padroni del Parlamento, come non lo è la Corte. Tuttavia, si introduceva una contraddizione da risolvere. Significa ciò che questa norma sarebbe stata anch’essa da abolire, o invece che la abrogazione dell’omicidio del consenziente avrebbe imposto una legislazione diversa e armonizzata? Anche mediante un nuovo omicidio del consenziente da reintrodurre?

La Corte poteva indicare l’interpretazione costituzionalmente compatibile con la conservazione del referendum, del diritto degli elettori e dei diritti dei malati che sono alla base della richiesta firmata con quel consenso popolare. E si sarebbe trattato di una interpretazione del tutto conforme a quanto ha motivato la Consulta con la sentenza di inammissibilità (v. le dichiarazioni di stampa), ma in senso conservativo, anziché di esclusione del giudizio popolare.

La Corte aveva il potere di farlo, e non poteva attendersi che dal quesito stesso emergesse il rispetto di questo limite costituzionale. Pertanto, il richiamo ai limiti costituzionali di una tutela assente poteva indicarli la Corte, perché la lettura sistematica delle due norme circoscriveva il dibattito al fine vita e ai diritti del malato, come attesta senza dubbio il riferimento alla disciplina delle Dat presente oggi nell’art. 580 c. p., proprio per l’intervento additivo della Consulta con la sentenza 242/2019. I conti con il permanente art. 580 c. p. doveva farli il legislatore nei limiti della conservazione di una norma esimente (riformata) anche in relazione a un nuovo omicidio del consenziente.

Certo, se un legislatore irresponsabile avesse consentito ex post le gare mortali tra gladiatori o l’omicidio sportivo con scommesse sulla vita, la Corte non avrebbe potuto sindacare una semplice assenza di tutela e invalidare ciò che non c’è: lo può fare la Corte Edu ex post, non la Consulta, che ha invece ex ante un sindacato di questo tipo in sede di giudizio di ammissibilità di un referendum. Ma era fondato questo timore? Io credo francamente di no e su questo anche i giudici si saranno divisi. Bastava chiarire che si può cancellare l’omicidio del consenziente solo in determinati casi, non in generale, se non al prezzo di introdurre tante diverse incriminazioni di possibili abusi del diritto di mettere a rischio una vita col consenso del suo titolare: il datore di lavoro non può promettere incentivi al dipendente perché acconsenta a rinunciare alla sicurezza del lavoro. Il Parlamento ha del resto mille ragioni politiche per rassicurare i cittadini, e poche invece per proteggere i malati più gravi perché fisicamente incapaci persino di suicidio, e dunque anche di votare.

È invece plausibile che la Corte, anziché per questo timore di esiti facilmente rimediabili dal legislatore, abbia avuto altre preoccupazioni. Si è forse pensato che, una volta abolito l’art. 579 c.p., sarebbe stato politicamente difficile reintrodurlo con tutti i limiti desiderati per circoscrivere i diritti del malato, o magari lo si sarebbe fatto, ma a condizioni troppo liberali rispetto a quelle (rigorosissime) “ammesse” dalla stessa Corte nel 2019. E forse questo rischio ha orientato la maggioranza dei giudici costituzionali. Insomma: la sensazione è che la Corte, già esposta nel 2019 per aver concesso, con una sentenza additiva, la non punibilità a chi aiuta a morire pochi e sfortunati portatori di patologie in realtà refrattari a una sedazione profonda, abbia ritenuto di poter bilanciare in limine i loro o analoghi diritti: diritti mai ammessi esplicitamente come tali nelle precedenti decisioni, e che peraltro sono di fatto bilanciati con quelli, ora ritenuti prevalenti, che l’abrogazione dell’art. 579 c.p. poteva teoricamente compromettere.

Si è ragionato come se quella abrogazione fosse definitiva, e questo scenario è stato purtroppo sostenuto – non si può tacerlo – dai difensori del referendum, che hanno seguito non nei media, ma nelle comunicazioni processuali o per giuristi, la linea tutta “liberal” di un diritto incondizionato di morire per mano altrui, senza barriere diverse dalla piena capacità di determinarsi. Un superomismo nietzscheano, anziché la tutela dei deboli: una cultura che la Corte non poteva che vedere come fumo negli occhi dopo le sue pronunce del 2018 e del 2019. Allora la Consulta ha pensato di sacrificare i diritti del malato, addebitando ciò a proponenti e Parlamento.

Ma sa bene che così facendo ha tutelato diritti potenzialmente lesi da legislazioni future solo immaginate, e non quelli realmente offesi dalle leggi vigenti! Si è quindi operato un bilanciamento: si potevano garantire, col referendum, sia i diritti di questi soggetti fragili, insieme a quelli degli elettori di pronunciarsi, e sia il diritto-dovere del Parlamento di provvedere, in caso di abrogazione, a riscrivere complessivamente l’assetto del fine vita, unitamente agli artt. 579 e 580 c.p. È parso che fosse chiedere troppo a questo Parlamento, dopo tre anni di inettitudine? E allora rimane l’ideologia del codice Rocco del 1930: nessun motivo pietoso e nessun diritto dei malati umanizza la disciplina penale dell’art. 579 c.p., che continuerà a criminalizzare questi diritti, anziché riconoscerli. Massimo Donini

Referendum eutanasia, chi ha sbagliato davvero sul fine vita e chi rischia di sbagliare ancora. Giampiero Casoni il 16/02/2022 su Notizie.it.

Sul fine vita, su Eluana e Piergiorgio e Dj Fabo e su tutti gli altri inferni di letti immoti del paese a legiferare ci sarebbe dovuto andare di corsa il Parlamento. 

Le cronache recenti ci consegnano dritti in faccia e con il tempismo di un Carnevale malvagio un milione e 240mila coriandoli amari: ne conosciamo il numero esatto perché sono tanti quante le firme in calce all’istanza di un referendum sul fine vita che avrebbe dovuto mettere fine ad uno sconcio antico cominciato in tempi recenti con la povera Eluana Englaro e suo padre Peppino.

Ad essere precisi e parlando di firme dovremmo dire tante “quante erano”, dato che in punto di Diritto su norma di massimo rango quelle firme oggi ed ora sono carta straccia.

E non ci vuole poi tanto coraggio nel dire che la Consulta ha fatto bene a bocciare il referendum, ce ne vuole quel tanto che basta per dare coda al ragionamento e dire che è un bene amaro, ma inoppugnabile, ingiusto ma legittimo.

Chiariamola prima di sentire arrivare gli ululati e proviamo ad addentare la polpa: il fine vita è una materia talmente complicata che delegare agli italiani una decisione sulla sua impalcatura normativa, definitiva ed auspicabile, è un po’ come chiedere ad un bambino di 7 anni di fare i calcoli per le traiettorie del primo razzo che ci porterà su Marte.

Il principio è che il cielo è bellissimo e gli astronauti sono fighi, ma per navigare in rotta sui parsec serve la nozione, non l’intenzione.

E non offendiamoci noi italiani se magari in una botta senziente qualcuno di noi si trova ad ammettere che un signor Rossi qualunque ha il diritto potenziale di esprimersi sul fine vita ma questo diritto è meglio che non lo eserciti. E proprio per ovviare a questa faccenda, alla distanza siderale cioè in termini di qualità ed efficienza che sta fra la democrazia diretta come gargarismo decisionale e la giustezza delle leggi come solido costrutto di un modo di vivere, qui da noi vige una cosa che si chiama democrazia rappresentativa.

È quella cosa per cui sul fine vita, su Eluana e Piergiorgio e Dj Fabo e su tutti gli altri inferni di letti immoti del paese a legiferare ci sarebbe dovuto andare di corsa il Parlamento. Perché piaccia o meno e al di là della vulgata per cui lì in emiciclo sarebbero tutti o papponi o dementi le Camere hanno uomini, materiale, mezzi e sponde cognitive. Li hanno per fare le cose per bene e magari impalcare una legge che non incappi nel setaccio dei giudici costituzionali che sul caso di specie hanno semplicemente detto una cosa mica tanto astrusa, a contare la loro mission. E cioè che non si può consegnare la qualificazione giuridica di un omicidio ad un popolo che sostanziandola va dritto contro due articoli della Costituzione, cioè dritto contro se stesso e poi si imbroda perché “ha partecipato”

Il guaio è che chi dovrebbe giace e chi mai potrebbe s’indigna. Il problema retroattivo in etica è che il Parlamento italiano, anche a fare la tara al mea culpa ed al reflusso di responsabilità proclamato da Roberto Fico in queste ore, è abilitato a risolvere la faccenda, ma del tutto inabile, colposamente inabile, ad intuirne una portata che sta tutta nella celerità di un legiferato urgente come non mai.

La riprova di questa inerzia che sa quasi di dolo a contare urgenza della materia ed idoneità delle Camere a risolverla? Due anni e passa fa, giusto prima che il Covid bussasse alle porte del mondo, la stessa Consulta che ieri ha bocciato il referendum sul fine vita fece un cazziatone maiuscolo al Parlamento di allora perché era stata costretta a fare giurisprudenza senza un legiferato. Le toghe si pronunciarono sulla sentenza Cappato e sull’istigazione al suicidio e stigmatizzarono (in burocratese aulico cazziare si dice così) il comportamento di un consesso che era in clamoroso ritardo sulla promulgazione di una legge che mettesse ordine su tutto il concetto.

Loro, i giudici, furono costretti a pronunciarsi sulla polpa di merito del singolo caso e lo fecero senza che preesistesse una norma ecumenica alla quale richiamarsi. E quando la giustizia è costretta e marciare in avanscoperta rispetto alla politica vuole dire che le cose non vanno. Vuole dire che la norma che arriva a dare senso etico ad una questione sociale e sollievo a chi si sperde immobile in un letto da cui può solo urlare di voler morire è considerata fatto secondario o procrastinabile.

E se per lo Stato italiano, quello che abbiamo delegato a fare le cose per noi e meglio di noi, il diritto a morire, non ad essere uccisi, è secondario, allora Dio ci scampi dai barbari che siamo diventati. Tutti.

I limiti del quesito. Attenzione, la Consulta non ha detto che l’eutanasia attiva è incostituzionale. Carmelo Palma su L'Inkiesta il 16 febbraio 2022.

La natura abrogativa del referendum non ha permesso ai promotori di scrivere una nuova disciplina del tutto coerente con gli obiettivi dichiarati, ma li ha costretti a operare un ritaglio della normativa esistente. In modo che fosse compatibile, anche nel caso dell’omicidio del consenziente, con quella dettata dalla Corte per il suicidio assistito

La decisione di non ammettere il referendum in materia di omicidio del consenziente, presentato dall’Associazione Luca Coscioni e sottoscritto da 1.250.000 elettori italiani, non significa affatto che la Corte Costituzionale abbia decretato l’incostituzionalità della cosiddetta eutanasia attiva.

Qualunque sia la valutazione che si vorrà dare di questa sentenza, di cui sono ancora attese le motivazioni, è bene precisare, in una discussione particolarmente accesa e quindi altrettanto fumosa, quali siano i termini e i limiti effettivi della questione ieri sottoposta alla Corte.

Ricapitoliamoli molto succintamente. Era stata proprio la Consulta, con riferimento al caso Cappato-Dj Fabo, a dichiarare, di fronte all’inerzia del Parlamento, «l’illegittimità costituzionale dell’art. 580 del codice penale, nella parte in cui non esclude la punibilità di chi, con le modalità previste dagli artt. 1 e 2 della legge 22 dicembre 2017, n. 219 (Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento)… agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli» (sentenza 242/2019).

Successivamente a questa sentenza l’Associazione Luca Coscioni ha promosso il referendum, ieri giudicato inammissibile dalla Corte, che prevedeva di limitare la punibilità dell’omicidio del consenziente, attraverso un ritaglio dell’art. 579 del codice penale, ai casi in cui la persona interessata sia minorenne, inferma di mente o in condizioni di deficienza psichica, ovvero in cui il consenso sia stato estorto con la violenza o altre forme di condizionamento.

La natura esclusivamente abrogativa del referendum previsto dal nostro ordinamento non consentiva ai promotori di scrivere una nuova disciplina del tutto coerente con gli obiettivi dichiarati, ma li ha costretti a operare un ritaglio della normativa esistente compatibile, anche nel caso dell’omicidio del consenziente, con quella dettata dalla Corte per il suicidio assistito.

Ma perché questo passaggio è e resta necessario per dare una regolamentazione compiuta al tema dell’eutanasia? Perché la sentenza della Corte su caso Cappato/Dj Fabo, oggi oggetto di una risistemazione legislativa ben lontana dal vedere la luce, riguardava unicamente il suicidio assistito, cioè i casi nei quali l’atto che cagiona la morte può essere compiuto, con l’assistenza di terzi, da parte dell’interessato. C’è chi può deglutire il farmaco mortale e chi, come nel caso di Dj Fabo, può azionare con la bocca il meccanismo che lo inietta, ma c’è anche chi, per le condizioni di incoscienza in cui si trova, pur avendo dato disposizioni chiare circa la propria volontà, ha bisogno che sia un terzo materialmente ad eseguirla.

In questi casi – trattandosi tecnicamente di omicidio del consenziente, non di suicidio assistito – né la sentenza della Corte Costituzionale, né la legge in discussione alla Camera potrebbe venire in soccorso.

Questo spiega perché l’Associazione Luca Coscioni è stata di fatto obbligata, vista l’indisponibilità del Parlamento, ad aprire questo fronte referendario su un quesito che per la Corte Costituzionale, a quanto pare – sulla base delle critiche già giunte in precedenza – non sembra soddisfare il principio minimo di salvaguardia della vita umana: non nel senso che questa sarebbe offesa e pregiudicata dall’eutanasia, ma che non sarebbe garantita da una normativa di risulta (come è definita tecnicamente quella conseguente all’abrogazione referendaria), che non limita la portata della norma a casi esplicitamente eutanasici.

Qualcuno, come il Presidente emerito della Corte Costituzionale Flick, ha un po’ iperbolicamente affermato che il referendum avrebbe autorizzato l’omicidio di un consenziente disperato perché «lasciato dalla fidanzata». Però è vero che, visto lo strumento utilizzato, il quesito confezionato lasciava un’incertezza significativa in ordine all’applicabilità della nuova norma.

Ora il rischio è che il Parlamento, sfruttando questa pronuncia, traccheggi ulteriormente sulla legge in discussione e che il fronte anti-eutanasia brindi allo scampato pericolo. Ma è bene sapere, al di là di ogni considerazione di civiltà e di diritto, che dovendo decidere di un caso analogo a quello di Dj Fabo, ma con un malato in condizioni di incoscienza, la Corte di certo estenderebbe la sua precedente pronuncia anche a questa fattispecie. E non è escluso che le azioni di disobbedienza civile dell’Associazione Luca Coscioni da domani andranno in quella direzione.

La sentenza di ieri, insomma, riguarda l’ammissibilità costituzionale di un referendum, non quella dell’eutanasia.

Antisocial network. Le invettive contro la Consulta, lo schwa di cittadinanza e quell’insofferenza dei giusti per la tattica. Francesco Cundari su L'Inkiesta il 18 Febbraio 2022.

Non ho in tasca risposte facili e pronte su come promuovere una legge sull’eutanasia. Suggerirei solo di non contribuire alla cagnara antipolitica e populista, perché è una retorica che ha sempre favorito partiti e movimenti tutt’altro che progressisti in queste materie. E consiglierei un libro.

Non amo, lo confesso, il genere giornalistico ormai consolidato in cui il corsivista di turno si lamenta di quanto i social network non capiscano niente. Gli stessi social network, del resto, sono pieni di invettive su quanto non capiscano niente quelli che ci scrivono sopra. Proprio come i giornali.

Tuttavia, di fronte alle reazioni indignate suscitate dalle decisioni della Corte costituzionale sull’ammissibilità di alcuni quesiti referendari, in particolare sull’eutanasia, fatico a non cedere anche io alla tentazione dell’invettiva contro il modo di ragionare e discutere tipico dei social network.

Resisto, perché penso che in fondo questo modo di ragionare e discutere è sempre esistito. Mi riferisco in particolare a una strana forma di idealismo, che si traduce in una versione speculare del buon vecchio «il fine giustifica i mezzi», per cui qualunque obiezione si frapponga tra la nobile causa e la sua realizzazione pratica non merita nemmeno di essere presa in esame. La conseguenza peggiore di questo modo di ragionare è che qualunque considerazione tattica, qualunque tentativo di calcolare per tempo costi e benefici dell’una o dell’altra scelta, proprio nell’interesse della causa, è scambiato per un inaccettabile cedimento morale.

Mi chiedo quanti danni alla promozione dei diritti civili in Italia abbia fatto, per esempio, il modo in cui si decise di andare alla carica sui referendum sulla fecondazione assistita nel 2005, per quanti anni abbiamo scontato gli effetti della schiacciante vittoria politica e culturale del fronte guidato dal cardinale Camillo Ruini, e come sarebbero andate le cose se invece si fosse evitato di portare lo scontro su un terreno su cui era prevedibile una sconfitta, sebbene forse nessuno l’avrebbe immaginata così pesante (andò a votare appena il 25 per cento della popolazione).

L’ultima volta che mi è capitato di pensarci è stato guardando il video della sacrosanta campagna per una riforma della legge sulla cittadinanza. Campagna che si conclude con le seguenti parole: «Circa un milione e mezzo di giovani cresciutə in Italia sono senza cittadinanza, di questə 860 mila sono natə in Italia…». Tre schwa in due righe.

L’obiettivo di quello spot dovrebbe essere convincere quante più persone possibile, cioè persone che non la pensano già come noi favorevoli per principio, che non condividono già il cento per cento di quello che pensiamo noi, figuriamoci una cosa su cui non siamo d’accordo neanche tra di noi come lo schwa.

Sono convinto che il motivo per cui, nella riunione che avranno fatto per discuterne, alla fine i promotori hanno deciso di scrivere il testo in quel modo sia la stessa per cui ieri la mia bacheca twitter era piena di fior di liberali, democratici e progressisti che inveivano contro la Corte costituzionale e il parlamento come nemmeno il più fanatico dei grillini.

Leggendo tante invettive a proposito di un tema difficilissimo e delicatissimo come l’eutanasia, mi sono convinto che al fondo di tutto questo ci sia la tendenza a vedere con insofferenza qualsiasi complicazione compaia sulla retta via (cioè senza curve, bivi o deviazioni) che porterebbe immediatamente alla realizzazione delle nostre convinzioni, ovviamente coincidenti con il benessere generale dell’umanità.

Non ho in tasca risposte facili e pronte su come promuovere e tanto meno su come scrivere una legge sull’eutanasia. In linea generale, suggerirei solo di non contribuire alla cagnara antipolitica e populista, perché è una retorica che ha sempre favorito partiti e movimenti tutt’altro che progressisti in queste materie. Ma soprattutto vorrei consigliare un libro, appena uscito per Mondadori, di Massimo Adinolfi: “Problemi magnifici”.

È un libro che parla di scacchi e di filosofia, o per essere più precisi che finge di parlare di scacchi per parlare di filosofia (anche se quasi certamente l’autore protesterebbe che semmai è il contrario, e la filosofia era un pretesto per poter scrivere di scacchi: ma si sa che il parere dell’autore non è sempre quello decisivo, in questi casi).

In verità, è un libro che parla di tutto: della serie Netflix “La regina degli scacchi” e di che cosa sia un gesto; del nano Fischerle, che in un libro di Elias Canetti («Auto da fé») cambiava le mosse delle partite dei grandi campioni per far credere al suo pubblico di essere molto più forte di loro (correggendone i presunti errori); di Woody Allen, che in “Ciao Pussycat”, durante una partita al tavolino di un bar, approfittava della momentanea distrazione dell’avversario per scagliare via questo o quel pezzo dalla scacchiera. E anche di che cosa sia la libertà.

Adinolfi parla di tutto questo per dire, tra l’altro, una cosa semplice, che in fondo è già evidente dal titolo, e che così spiega nell’introduzione: «Non sono difficili gli scacchi, ma profondi; non è pesante la filosofia, ma profonda. Il libro vuole dimostrarlo, prendendo la filosofia per quello che è: un modo per capire il mondo e, in questo caso, per capire attraverso gli scacchi qualcosa del mondo». Problemi magnifici, appunto.

E se arrivati a questo punto ancora non avete capito dove diavolo io voglia andare a parare, e soprattutto cosa mai possa esserci di magnifico in un problema – scacchistico, filosofico o politico – ve lo dico subito. Tutte le difficoltà e gli ostacoli che in democrazia si frappongono tra noi e la realizzazione dei nostri obiettivi, anche i più nobili e giusti, non sono intralci da togliere di mezzo, rispetto ai quali cercare scorciatoie che ci permettano di saltare a piè pari la fatica del compromesso e della mediazione, tantomeno carognate contro cui inveire: sono la sua bellezza. Sono la parte essenziale del gioco.

La tentazione di buttar fuori dalla scacchiera i pezzi dell’avversario che intralciano le nostre fantastiche combinazioni e strategie (come faceva Woody Allen) o di spostarli a nostro comodo (come faceva il nano Fischerle) è umana, è comprensibile, è forse in casi estremi persino giustificabile, ma seppure fosse lecito seguirla fino in fondo, ci si può scommettere, non produrrebbe né partite né giocatori migliori. E nemmeno migliori leggi.

Contro il bipolarismo culturale. L’eutanasia è una questione seria, va affrontata tenendosi fuori dalla battaglia delle parti. Claudio Corbino su L'Inkiesta il 17 Febbraio 2022.

Sul tema i casi da considerare sono complessi e delicati e occorre valutare di volta in volta. Ma tra i principi fondamentali figura il presupposto della volontà del soggetto, che deve essersi formata in libertà e senza condizionamenti.

La proposta di referendum sull’eutanasia attiva, e la dichiarazione di inammissibilità del quesito operata dalla Corte Costituzionale, restituiscono attualità ad un tema che rimane assai problematico.

La sua problematicità è multipla: investe il concetto di libertà individuale, di diritto alla cura e al non accanimento terapeutico, la stessa architettura costituzionale di tutela del diritto alla vita delle persone.

Ed è anche argomento assai delicato, perché sollecita al dibattito persone che si trovano in una terribile condizione: quella di trovarsi direttamente in uno stato di enorme sofferenza o quella di assistere un loro caro, una persona amata, nell’orribile limbo tra la vita che non tornerà mai più e la morte che non riesce a sopravvenire.

Le riflessioni che qui vorrei proporre, consapevole delle difficoltà di cui prima ho accennato, lungi dalla pretesa di offrire risposte definitive, trovano la propria ragione nel tentativo di suggerire un dibattito sereno su un tema così grande e che investe questioni di, per così dire, civiltà sociale ma anche di civiltà giuridica.

Pur ritenendo di possedere una certa cultura del diritto, certamente non posseggo una conoscenza tecnica delle tematiche in oggetto tanto consolidata da potere offrire ragionamenti di sistema.

E, dall’altro lato, pur amando la ricerca culturale, letteraria e poetica di una dimensione ulteriore a quella terrena, non ho il cosìddetto dono della fede.

Tuttavia, pur considerando meritori e coraggiosi i tentativi di tutte le parti in causa di offrire risposte adeguate ad un problema che la realtà pone drammaticamente, ritengo che possa essere utile abbandonare gli “schieramenti” naturali.

Si fa un gran parlare della fine del bipolarismo politico, forse sarebbe il caso di augurarci anche il definitivo tramontare del bipolarismo culturale e muscolare. Quello secondo il quale, su ogni questione, possano formarsi due schieramenti contrapposti che si confrontino o, per meglio dire si scontrino, tra loro per l’affermazione di un punto di vista unitario. Bianco o nero.

Proverò a dire, brevemente, perché in questo caso possa forse sussistere una zona grigia in cui sia possibile tutelare, comunque al meglio, gli interessi di chi soffre.

Credo che si debba distinguere attentamente tra la condizione di chi, a causa di una malattia o di un incidente, si trovi nelle condizioni di essere tenuto in vita artificialmente dalle macchine, e che dunque sia impossibilitato ad esprimere la propria volontà circa il trattamento terapeutico cui essere sottoposto, e quello di chi si trovi in uno stato di tale prostrazione fisica e/o morale da desiderare un trattamento di eutanasia attiva.

Quello che da sempre viene insegnato ad ogni studente di primo anno di giurisprudenza, è che un atto, qualunque atto, perché possa avere valore per il nostro ordinamento debba essere stato compiuto da un soggetto dotato di capacità giuridica e di capacità di intendere e di volere.

In estrema sintesi, e qui anche un po’ semplificando, è fondamentale cioè che la volontà del soggetto che compia un atto si sia formata secondo un moto del pensiero del tutto libero e privo di qualunque condizionamento.

Se tale volontà è invece condizionata, cioè non si è formata liberamente, l’atto non produrrà effetti per l’ordinamento (con molte sfumature che qui è inutile ricordare). Ed è intuitivo che ciò avvenga proprio a tutela del soggetto che ha compiuto l’atto nella detta condizione di prostrazione psicologica.

Nel caso di persona che a seguito di un incidente si trovi tenuto in vita artificialmente, potrà farsi valere una volontà espressa per iscritto, e in modo incontestabile dal medesimo soggetto, prima del fatto che determini la condizione di impossibilità; oppure potrebbe persino diventare dominante la volontà “supplente” di chi sia chiamato a prendersi cura di quella persona (un genitore, un figlio, il coniuge, tanto per fare degli esempi).

Mi pare per altro che, in entrambi i casi sopra descritti, l’ordinamento negli anni si sia mosso nel senso di una più ampia e rinnovata tutela dei soggetti coinvolti.

Ma con riferimento all’eutanasia attiva a me pare che sia impossibile il formarsi di una libera volontà del soggetto che vorrebbe ricorrervi.

La condizione cioè di dolore o di prostrazione fisica e morale nell’individuo chiamato a compiere questa scelta, a me pare infatti possa ritenersi sufficiente per immaginare che la sua volontà non si sia formata liberamente, ma appunto sotto il condizionamento del particolarissimo stato di sofferenza che egli è chiamato a vivere.

Anche un soggetto gravemente depresso, secondo il principio dell’eutanasia attiva, dovrebbe avere il diritto di suicidarsi. Eppure tutti sappiamo come la depressione, anche nelle sue gravissime forme cliniche, sia una malattia che offre importanti percorsi di reversibilità. Al contrario del suicidio.

Non vedo dunque quale spazio di ulteriore tutela delle libertà personali possa affermarsi attraverso un ordinamento che superasse il principio della libera volontà quale presupposto necessario al compimento di qualunque atto, e addirittura di un atto che dispone della vita stessa.

E per le ragioni di mia cultura personale, cui prima ho fatto riferimento, lo dico senza nessun presupposto etico-religioso. Che per altro, a scanso di equivoci, avrebbe pieno diritto ad essere tenuto in attenta considerazione da chi ne faccia riferimento culturale per sé.

Forse potrebbero considerarsi soluzioni meno ideologiche ma che possano portare a risultati significativi in termini di riduzione del dolore. Faccio riferimento alle cure palliative, al non accanimento terapeutico o alla sedazione profonda. E forse si potrebbero immaginare percorsi sociali, culturali e legali volti al rafforzamento del ricorso a questi strumenti.

È ovvio che anche tali scelte devono fondarsi sulla più ampia libertà del soggetto che le pone in essere, e che le stesse perplessità circa il condizionamento del dolore fisico o morale, possano rilevare; tuttavia mi pare che in questo caso ci troveremmo nell’ambito di un più gestibile diritto all’autodeterminazione delle cure sanitarie. Che rimane cosa diversa dal suicidio.

La ricomposizione del conflitto valoriale che la questione pone, e che in queste ore è stato autorevolissimamente rimesso alla sollecitudine del parlamento, è però a mio avviso questione prima culturale che politica.

In conclusione mi piacerebbe si potesse discutere seriamente e laicamente di tutto ciò, anche con chi, come il sottoscritto, pur muovendo, per convinzione e pratica, dalla necessità della più ampia tutela possibile delle libertà individuali, non vuole arrendersi all’idea che ogni aspirazione legittima diventi “ipso facto” diritto riconosciuto.

E che al contrario è proprio nella complessità del diritto, e nei suoi fondamenti, che si annida la nostra più profonda libertà.

Manca la volontà. La scelta pretestuosa della Consulta di aggrapparsi alla forma per bocciare i quesiti. Simona Viola su L'Inkiesta il 17 Febbraio 2022.

Storicamente la Corte Costituzionale ha innovato, proposto e cambiato i propri poteri. Avrebbe potuto farlo anche stavolta, magari ridefinendo il testo dei referendum o individuando altre strade. Invece ha preferito bacchettare i promotori e mantenere lo status quo.

Quando lo ha voluto lo ha fatto. La Corte Costituzionale ha più volte “auto-aggiornato” i propri poteri in funzione delle necessità e della evoluzione della società e del diritto.

Così, di punto in bianco, ha accettato che i cittadini, in materia elettorale, le si rivolgessero direttamente impugnando la legge elettorale saltando l’intermediazione dell’incidente di costituzionalità davanti a un giudice che per decenni era stato ritenuto assolutamente insuperabile e, sempre in materia elettorale, ha “ritagliato” una nuova legge elettorale dettando al Parlamento i criteri della sua necessaria futura riforma.

In altre circostanze ha innovato (o per meglio dire aggiornato) i principi che governano gli effetti delle sue sentenze, sulla base di criteri di mera opportunità politica.

Allo stesso modo, di fronte alla enormità della manifestamente ingiusta, e ormai inaccettabile, imputazione di Marco Cappato, ha per la prima volta nella sua storia, dapprima sospeso il giudizio assegnando al Parlamento un termine per provvedere al “vuoto normativo” che la mera dichiarazione di incostituzionalità avrebbe creato; e successivamente, per la prima volta nella sua storia, ha autonomamente cercato nell’ordinamento le tracce di una serie di condizioni in presenza delle quali riempire quel vuoto normativo al posto del legislatore.

Insomma quando ha voluto superare i formalismi per rendere giustizia, lo ha fatto.

Ora, le decisioni di inammissibilità dei referendum sulla cannabis e sull’omicidio del consenziente hanno un sapore beffardo, soprattutto alla luce delle motivazioni, che sembrano rimproverare imperizia agli estensori dei quesiti.

Non credo che quei quesiti fossero inammissibili (e infatti non credo che le decisioni siano state assunte all’unanimità dalla Corte) ma quand’anche non fossero stati perfetti e fosse sorto un dubbio sui loro effetti, erano certamente perfettibili.

Ora, chiunque abbia a che fare con la tecnica redazionale delle norme sa quanto spesso si riveli complessa l’applicazione – su un testo legislativo – di un’operazione meramente abrogativa.

I testi legislativi non vengono mai scritti pensando che devono poter essere scomponibili e frazionabili, sicché talvolta – anche per raggiungere esiti abrogativi evidenti (e non additivi o manipolativi) come de-penalizzare un comportamento vietato dall’ordinamento (coltivare, consumare e commercializzare cannabis, oppure somministrare un farmaco letale al malato incurabile che soffre di dolori insopportabili che lo abbia consapevolmente richiesto) – il ricorso al solo “taglio” di parole (senza poterne “cucire” o “incollare” altre) non permette di raggiungere testi finali pienamente soddisfacenti, espressivi, con la massima precisione, del risultato abrogativo voluto. Anche quando l’intento abrogativo è inequivoco e la volontà del comitato promotore e dei sottoscrittori è altrettanto inequivoca.

È solo la tecnica redazionale della norma oggetto di abrogazione che (per puro caso) non sempre permette un risultato ottimale.

Ma in questo caso, allora, appare irridente che il Presidente della Corte Costituzionale, invece di esortare la Corte ad aggiornare il proprio strumentario (come ha mostrato di saper fare quando vuole) per rendere giustizia ai cittadini sottoscrittori e ai comitati promotori, si rivolga agli estensori dei quesiti con la matita rossa e blu e li bacchetti, accusandoli di aver lasciato aree di (manifestamente involontaria) impunità (come la coltivazione di sostanze destinate ad essere trasformate in droghe pesanti o la tutela di persone fragili dalla tentazione dell’eutanasia attiva).

Era infatti evidente e lapalissiano che promotori e firmatari non intendevano in alcun modo far produrre quegli effetti dall’accoglimento dei quesiti così come formulati.

Un intervento “correttivo” dei quesiti, con tecniche innovative non dissimili da quelle già tracciate dalla Corte, si imponeva, anche e a maggior ragione, alla luce del sistema italiano che non prevede alcuna forma di verifica preventiva (o in corso di raccolta di firme) di ammissibilità del quesito e della correttezza della sua formulazione.

E l’intervento “correttivo” dei quesiti può essere reso necessario dalla tecnica redazionale del testo legislativo da “amputare” che – per ragioni del tutto casuali e indipendentemente dalla volontà del comitato promotore – non sempre consente un perfetto ritaglio delle norme da lasciare e di quelle da abrogare.

E allora perché sgridare i promotori, accusandoli di voler permettere la coltivazione delle foglie di coca o l’eutanasia attiva su persone fragili – nella consapevolezza che né loro, né i sottoscrittori delle proposte referendarie, hanno neppure lontanamente questi obiettivi – e non soccorrere, rispettare e proteggere, invece, la volontà popolare con il perfezionamento dei quesiti, o con il chiarimento degli effetti che non deriverebbero dal loro accoglimento?

I quesiti, del resto, non sono né sacri né intoccabili, come dimostra l’ampia discrezionalità esercitata dal Parlamento nell’approvare norme preventive di riforma della disciplina sottoposta a referendum, al fine di inibirne la celebrazione: in quel caso per impedire il referendum è sufficiente che i contenuti della riforma vadano «nel senso voluto dai promotori del referendum».

Ecco, qui sarebbe stato necessario molto meno, sarebbe bastato un perfezionamento ad opera della Corte sui quesiti «nel senso voluto dai promotori del referendum», e sarebbe stato quanto mai opportuno da parte del Presidente della Corte rivolgere al Parlamento inerte, e non ai promotori dei referendum, i propri rimproveri.

La democrazia partecipativa non può essere ridotta a un gioco dell’oca in cui a un certo punto arrivi sempre alla casella di riporta al VIA, perché prima o poi viene il giorno che i giocatori si stufano e buttano via il gioco.

La Corte svolge un ruolo cruciale nel nostro sistema ed è un attore istituzionale che, al pari di tutti gli altri (Parlamento innanzitutto), ha il dovere di inverare e manutenere gli istituti democratici.

E allora, come si suol dire, «è solo una questione di volontà», che in questo caso non c’è stata.

Simona Viola è membro della segreteria di +Europa e responsabile giustizia

Eutanasia di un referendum: ma la colpa non è della Consulta. La conseguenza più logica e lampante di questa sconfitta è che ora la legge sull’eutanasia è più lontana. Ed è un peccato perché sull’eutanasia c’è uno iato profondo tra Parlamento e società civile. Davide Varì su Il Dubbio il 17 febbraio 2022.

È legittimo discutere le sentenze, ci mancherebbe, in Italia non facciamo altro. Soprattutto quando sono di assoluzione; e qui potrebbe far comodo la rilettura del “paradigma vittimario”di Ricoeur, De Luna e per ultimo Sgubbi, ma forse arriveremmo troppo lontano. Rimaniamo sul punto: sulla sentenza della Consulta e il parere di inammissibilità del referendum sull’eutanasia. Bene, abbiamo due modi di reagire di fronte a questa decisione. La prima: inveire, come fanno molti – alcuni a denti stretti altri invece a gran voce -, contro i giudici della Corte Costituzionale, ma a occhio e croce è come prendersela contro le divinità o “colui che tutto move” quando le cose non vanno come vorremmo. La Consulta si è limitata a verificare l’ammissibilità di un quesito, senza paraocchi e guidata non da un cardinale di Santa Romana Chiesa ma da un “devoto al laicismo” come Giuliano Amato.

Ma c’è un altro modo di commentare quella sentenza: ovvero cercare di capire come si sia arrivati a quella bocciatura. Forse si è sbagliato qualcosa nel percorso o nella costruzione del quesito. E qui costituzionalisti e giuristi ci aiuteranno di certo a capire meglio, anche se sarebbe stato più utile che si fossero fatti vivi prima. Ma se è vero che la caccia al colpevole non solo è ingenerosa ma è del tutto inutile, dobbiamo comunque capire la genesi e le conseguenze di questa bocciatura. A cominciare dal mancato effetto traino che l’eutanasia avrebbe di certo avuto sui referendum ammessi oggi. Ora, non vorremmo mai e poi trascinare i promotori all’analisi della sconfitta modello Congresso del Partito comunista italiano, ma qualche domanda, dopo aver inveito contro gli incolpevoli Ermellini, dovrebbero pur farsela.

Anche perché l’analisi delle ragioni di questa sconfitta ci portano dritti dritti alle sue conseguenze politiche. E la conseguenza più logica e lampante è che ora la legge sull’eutanasia è più lontana. Ed è un peccato perché sull’eutanasia c’è uno iato profondo tra Parlamento e società civile. Migliaia di cittadini conoscono bene il dolore del “dovere di vivere”. C’è chi lo vive sulla propria pelle e chi lo vive assistendo un figlio, una madre, un padre, un compagno, tenuti in vita solo grazie ai prodigi della medicina. Prodigi inimmaginabili fino a qualche decennio fa. Ma ora quello stesso Parlamento che ha chiuso gli occhi di fronte a quel dolore e a quella richiesta d’aiuto, ha una ragione in più per voltarsi dall’altra parte.

E allora, se è legittimo discutere e criticare le sentenze, anche quelle della Consulta, d’altra parte è un dovere capire come si sia arrivati a questo disastro politico e umano.

Padovani: «Quel no sul fine vita è profondamente sbagliato e dettato da ragioni politiche». Intervista all'Accademico dei Lincei, che in Corte Costituzionale ha sostenuto le ragioni del referendum sull'eutanasia legale. Valentina Stella su Il Dubbio il 17 febbraio 2022.

Il professore e avvocato Tullio Padovani, Accademico dei Lincei, due giorni fa in Corte Costituzionale ha sostenuto le ragioni del referendum sull’eutanasia legale rappresentando “La Società della Ragione” e altre associazioni.

Come giudica la decisione della Consulta?

Profondamente sbagliata. Il dispositivo della Corte riproduce in sintesi la motivazione della sentenza della stessa Consulta del 2018 che sospese la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 580 cp (Istigazione o aiuto al suicidio) sollevata dalla Corte di Assise di Milano nel caso Dj Fabo. Si rispose, rinviando al Parlamento, che non si poteva dichiarare l’incostituzionalità perché bisognava salvaguardare le persone fragili e vulnerabili. Ora ci troviamo dinanzi alla stessa motivazione. L’errore è quindi duplice.

Perché?

Il primo errore consiste nel fatto di invocare una circostanza che non risponde alla realtà normativa. La tutela delle persone più deboli e più fragili è amplissimamente rassicurata dalla piena e integrale sopravvivenza della disposizione del terzo comma dell’articolo 579 c.p. che garantisce i requisiti di validità del consenso.

Per capirci bene: con la modifica referendaria chi avesse provocato la morte di un minorenne, di un infermo di mente, di chi si trova in condizioni di deficienza psichica, per un’altra infermità o per l’abuso di sostanze alcoliche o stupefacenti, o di una persona il cui consenso sia stato dal colpevole estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con inganno sarebbe stato comunque giudicato per omicidio?

Esatto. Questi paletti sono talmente stretti – nel senso che definiscono tutta una serie di circostanze – e nello stesso tempo talmente ampi – perché definiscono quelle stesse situazioni in modo vago – che a posteriori non sono stati mai accertati. Il 579 cp sta lì a sancire il principio di indisponibilità della vita ma non ha mai ricevuto alcuna applicazione, perché mai si è riconosciuto un valido consenso alla propria uccisione. Quindi le persone fragili sarebbero state tutelate esattamente come lo sono ora.

Qual è la seconda ragione per cui è sbagliata?

Una motivazione che era stata utilizzata per rigettare una questione di costituzionalità è stata utilizzata in sede impropria, ossia per giudicare dell’ammissibilità o meno di un quesito referendario, che invece andrebbe vagliata solo tenendo presente i casi previsti dall’articolo 75 della Costituzione (Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali). Invece i giudici costituzionali sono andati ad esaminare una eventuale normativa di risulta, facendo considerazioni completamente avulse dal contesto di ammissibilità.

Nel motivare l’ammissibilità dei quattro quesiti sulla giustizia, si sono invece usati i parametri dell’articolo 75 da lei citato.

E invece per il referendum eutanasia si è andati oltre.

Molti sostengono che se fosse passato il referendum si sarebbe creato un vuoto normativo.

Ma quale vuoto normativo? Non è vero che sarebbe accaduto questo. Quando hanno dichiarato la parziale incostituzionalità dell’aiuto al suicidio è la Corte stessa che si è chiesta come colmare il vuoto normativo. E ci è risposti di ricorrere alla legge del 2017 “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”, che è l’unica che esiste in materia di fine vita. La giustificazione del vuoto normativo è pretestuosa.

Il leader dell’Associazione Luca Coscioni, Marco Cappato, ha parlato di “sentenza politica”. Lei è d’accordo?

Sono d’accordo perché non vedendo ragioni giuridiche alla base della decisione della Consulta non posso che vedere ragioni politiche.

Dettate da cosa?

Questa materia non è semplicemente divisiva perché – lo sappiamo tutti – la maggioranza degli italiani sarebbe stata favorevolissima alla soluzione prospettata dal referendum. Ma noi in Italia abbiamo l’ipoteca dello SCV.

Cioè?

Stato della Città del Vaticano che su certe materie è ente sovrano. Si ricordi, perdere il dominio in queste materie significa perdere il potere sui corpi, che è il potere fondamentale come insegnava Marco Pannella. E la Chiesa non vuole assolutamente perdere questo controllo.

La vita è un dono, le verrà risposto oltre Tevere.

Sono anche d’accordo, ma se ricevo una cosa in dono ne faccio quello che voglio. E poi ne renderò conto a chi me l’ha donata. Se esiste, quel qualcuno mi giudicherà. Non capisco come non ci si renda conto di una verità così elementare.

Ieri Vladimiro Zagrebelsky dalle colonne de La Stampa pur sostenendo che la decisione della Corte non deve destare sorpresa, ripercorrendo altre decisioni interne e sovranazionali, tuttavia ha scritto che “alla volontà libera della persona che decide di morire, la Corte ha sostituito l’autorità dello Stato. In tal modo ha adottato una posizione autoritaria”. Condivide?

Certamente. Si è stabilito che in Italia esiste, e non si può contestare neanche con il voto popolare, il dovere di vivere. I cittadini italiani non sono liberi di decidere a maggioranza se la vita è un dovere. Devono subirlo invece questo dovere. Noi siamo stati condannati a vivere. La nostra vita non ci appartiene: questo ci ha detto la Corte Costituzionale.

Oppure bisogna andare all’estero o continuare a praticare l’eutanasia clandestina.

Ai giudici della Corte questo non interessa perché a loro vanno benissimo le soluzioni ipocrite perché non turbano le coscienze. I sepolcri imbiancati restano imbiancati. È difficile vivere in un Paese che da un lato si proclama democratico e liberale ma che dall’altra parte ti obbliga a vivere anche se tu ritieni che la tua vita non sia più degna di essere vissuta.

E ora che fare? Anche dal versante parlamentare non arrivano buone notizie.

Sono pessimista: secondo me non succederà più niente perché la sentenza della Corte avrà effetti indiretti ma poderosi sul Parlamento, in quanto legittimerà la stasi legislativa.

Alessandra Arachi per il "Corriere della Sera" il 22 febbraio 2022.

Le chiamate al numero bianco dell'Associazione Coscioni sono quotidiane. «Tre al giorno più altre due di persone che contattano direttamente me senza passare dal telefono bianco», precisa Marco Cappato, tesoriere dell'Associazione.

Il numero bianco è quel numero che è stato creato per dare sostegno a chi reclama un fine vita. A gestire l'utenza è Valeria Imbrogno, la fidanzata di Dj Fabo, diventato noto alle cronache per essere andato in Svizzera per ottenere il suicidio assistito.

Marco Cappato lo accompagnò. Ad ascoltare le tragedie vengono i brividi. Sono tutte malattie drammatiche, insopportabili, incurabili. Qualcuna per capire: «Salve, mi chiamo Andrea e scrivo questa mail per conto di mio fratello F. colpito da trombosi al cervello nel febbraio del 2004. 

È stanco, non ha più voglia di rimanere imprigionato, e dopo 17 anni direi che è comprensibile. Vi scrivo proprio per poter capire se sia una strada percorribile vista la sua condizione e, se sì, quale sia l'iter da seguire».

E ancora: «Buongiorno. Mi chiamo Anna, ho un tumore maligno e metastasi, chiedo un incontro con voi nella mia abitazione per informazioni sul suicidio assistito». 

Un'altra: «Buonasera, sono affetto da sindrome di Arnold-Chiari, una malattia molto poco conosciuta in Italia e raramente mortale ma io sono stato sempre grave fin da bambino e oggi sono pesante come un sasso. Sono allo stremo e in verità sono stato più morto che vivo per 4 anni.

Ora ho paura di una morte violenta e drammatica. Vorrei sapere se è possibile accedere alla morte assistita. Sono un cristallo di sofferenza inaudita. Inoltre ho una leggera forma di Parkinson». 

«Sono tutte persone al limite della sopportazione di una vita che paragonano a una tortura», spiega ancora Marco Cappato che si è battuto in prima persona per il referendum sull'eutanasia legale, bocciato dalla Corte Costituzionale.

Ci sono persone di ogni età e di ogni estrazione sociale tra le chiamate al numero bianco. L'Associazione Coscioni cerca una soluzione per tutti. «Però molte di loro rimarrebbero escluse dall'attuale legge sul fine vita al vaglio del Parlamento. Che è più restrittiva rispetto a quanto è già legale in Italia e restringerebbe libertà e diritti già conquistati» spiega Filomena Gallo, legale dell'Associazione. 

E Marco Cappato rilancia: «Per questo motivo, paradossalmente, sarebbe escluso dall'applicazione della legge anche Mario, il tetraplegico marchigiano che ha avuto il semaforo verde dal comitato etico sulla base di quanto ha stabilito la Corte Costituzionale con la sentenza del 2019».

Eutanasia e suicidio assistito: perché serve una legge e come funziona in Europa. Milena Gabanelli e Francesco Tortora su Il Corriere della Sera il 16 febbraio 2022.

La Corte Costituzionale ha bocciato il referendum sull’eutanasia, ma il problema resta. Se una persona volesse porre fine alla propria vita perché colpita da malattia terminale con dolori atroci e nessuna cura disponibile, cosa le consente di fare la legge? In Italia dal 2017 è legale la sospensione delle cure (eutanasia passiva), che permette al malato di rifiutare qualsiasi trattamento sanitario, alimentazione e idratazione comprese. Tuttavia se il paziente fosse ridotto irreversibilmente allo stato vegetativo, dovrebbe aver già espresso le sue volontà attraverso un biotestamento. Significa che avrebbe dovuto pensarci prima. Sono almeno 15 anni che il tema del fine vita spacca l’opinione pubblica e le forze politiche. Le divisioni sono riemerse lo scorso 9 febbraio quando il disegno di legge sul suicidio assistito è tornato alla Camera dopo un esame di due anni nelle Commissioni Giustizia e Affari sociali, e sono destinate a riaccendersi con la decisione della Corte Costituzionale che ha dichiarato inammissibile il referendum sull’eutanasia attiva promosso dall’Associazione Luca Coscioni.

Le tre strade del fine vita

Ovunque nel mondo sia stata definita una legge chiara sul fine vita, le condizioni del paziente per usufruirne sono queste: invalidità irreversibile o malattia terminale, dolori insopportabili, nessuna cura disponibile e sempre il consenso del malato. Oltre all’eutanasia passiva che è legale o tollerata in quasi tutti i Paesi europei, ci sono altre due strade: l’eutanasia attiva e il suicidio assistito. La prima è praticata da un medico, di solito attraverso iniezione endovenosa. Secondo l’attuale legislazione italiana questa modalità è assimilabile all’omicidio volontario. Nel suicidio assistito è invece il malato, con l’assistenza del medico, a compiere autonomamente l’ultimo atto che porta alla morte. 

Dove sono legali eutanasia attiva e suicidio assistito

In Europa sono legali in Olanda, Belgio, Lussemburgo e Spagna. Il primo Paese a muoversi è stato l’Olanda dove entrambe le vie, tollerate fin dal 1985, sono state legalizzate completamente nel 2002. Possono ricorrervi anche i minori, ma sotto i 16 anni c’è bisogno del consenso dei genitori. In 18 anni i casi di eutanasia e suicidio assistito sono stati 75.360. Anche il Belgio ha legalizzato le due pratiche nel 2002. Dal 2014 l’eutanasia è stata estesa a bambini e minori. In 18 anni vi hanno fatto ricorso 24.520 malati. La Spagna ha reso legale l’eutanasia dallo scorso giugno. Prima del varo della legge, aiutare qualcuno a morire in Spagna era potenzialmente punibile con una pena detentiva fino a 10 anni. Al di fuori dei confini europei, eutanasia e suicidio assistito sono legali in Canada, Colombia, Nuova Zelanda e in alcuni stati australiani (Queensland, Tasmania, Victoria, South Australia e Western Australia). In Svizzera, Austria, Germania e in undici stati Usa (California, Colorado, Hawaii, Montana, Maine, New Jersey, Nuovo Messico, Oregon, Washington, Vermont e District of Columbia) è consentito il solo suicidio assistito. In Germania, dove resiste la memoria delle 300 mila vittime con disabilità mentali e fisiche dei medici nazisti, non è stata ancora formulata una legge, ma la Corte Costituzionale federale ha stabilito nel febbraio 2020 la legittimità della pratica in determinate circostanze. 

Il caso Svizzera

La Svizzera ha legalizzato il suicidio assistito nel l 1942 e la legge tollera la pratica quando i pazienti agiscono in autonomia, e chi li aiuta non ha alcun interesse nella loro morte. I suicidi assistiti rappresentano circa l’1,5% dei 67 mila decessi registrati in media ogni anno. A differenza di ciò che accade altrove, le cliniche della Confederazione elvetica offrono il servizio anche ai cittadini stranieri. La più grande organizzazione per il suicidio assistito in Svizzera si chiama Exit, è stata fondata nel 1982 e aiuta soltanto i residenti nel Paese: oltre mille persone ogni anno ricevono assistenza e quasi tutte (98% nel 2019) scelgono di morire a casa propria o nella casa di cura in cui vivono. Nel 2020 circa 1.282 malati gravi hanno utilizzato i servizi dell’organizzazione, 68 in più rispetto al 2019. L’età media era di 78,7 anni, il 59% era composto da donne. Dignitas, la seconda più grande organizzazione per il suicidio assistito, accetta anche stranieri non residenti (costo medio 10 mila euro). Come Exit, offre i propri servizi solo a persone con malattie gravi, che soffrono dolori «insopportabili» oppure che hanno una menomazione insostenibile. Dal 1998 al 2020 Dignitas ha portato a termine 3.248 suicidi assistiti. La maggior parte erano tedeschi (1.406), britannici (475), francesi (405), svizzeri (200) e italiani (159). Nel 2020 i suicidi assistiti sono stati 221, e 14 malati erano italiani. 

Il suicidio assistito in Italia

Negli ultimi sei anni gli italiani che hanno contattato l’Associazione Luca Coscioni per avere informazioni sul fine vita sono stati in totale 1.725. L’attuale legge sul suicidio assistito in discussione alla Camera è appoggiata da Pd, Leu, Italia viva e Cinque Stelle: composta di 8 articoli, nasce da una proposta di iniziativa popolare depositata nel 2013 e più volte riformulata accogliendo anche modifiche suggerite da partiti di destra. Il disegno di legge però continua a dividere il Parlamento e trova l’opposizione di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia. Prevede la possibilità per il malato di autosomministrarsi la sostanza letale fornita da un medico che non è punibile. Il testo include anche l’obiezione di coscienza dei medici e un precedente percorso di cure palliative da parte del paziente per alleviare le sofferenze. La proposta di legge è arrivata per la prima volta in Parlamento a dicembre, tre anni dopo l’invito della Corte Costituzionale a legiferare sul tema e due anni dopo la sentenza 242 con la quale la Consulta ha riconosciuto il diritto al suicidio medicalmente assistito per persone capaci di intendere e volere, affette da malattie irreversibili che procurano sofferenze insopportabili, tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale. Finora nulla però è riuscito finora a sbloccare l’azione parlamentare, e c’è già chi teme che il disegno di legge dopo tanto impegno possa essere affondato come il decreto Zan. 

Il referendum

Ad accelerare i tempi per una legge sul tema poteva essere ancora l’intervento della Corte Costituzionale che però martedì 15 febbraio ha ritenuto inammissibile il referendum per l’abrogazione parziale dell’art. 579 del Codice penale (omicidio del consenziente) e dunque per l’eutanasia attiva. La Consulta ha bocciato il quesito perché «non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili». La raccolta firme a favore del referendum era stata sottoscritta da oltre 1,2 milioni di cittadini. Analizzando i dati sulle firme digitali pubblicati dall’Associazione Coscioni si scopre che ad approvare il referendum erano stati 221 mila donne e 171 mila uomini e i più attivi risultavano i giovani con età tra i 21 e i 30 anni (154.360 firme). Decisamente inferiori le firme dei più anziani, probabilmente anche per una minore propensione all’uso del digitale. 

I promotori del referendum sostenevano che la depenalizzazione dell’eutanasia attiva avrebbe permesso di non creare discriminazioni tra malati e di accompagnare verso il fine vita anche quelle persone sofferenti che non possono ricorrere ad aiuti esterni. I critici invece temevano che l’approvazione di una legge sull’eutanasia avrebbe legittimato in tutto e per tutto l’omicidio del consenziente, creando le condizioni per «liberarsi del malato» violando il principio della sacralità della vita. Dopo la bocciatura della Corte Costituzionale, appare sempre più necessaria una legge che delimiti con chiarezza confini e responsabilità, affinché non si ripetano situazioni come quella di Mario, il 43enne tetraplegico che, pur avendo ottenuto il permesso di ricorrere al suicidio assistito, è rimasto ostaggio di ricorsi e ordinanze contrapposte in attesa che una commissione medica individuasse il farmaco da utilizzare. Un calvario durato 18 mesi.

La bocciatura del referendum. Cosa è l’eutanasia e perché la Consulta ha bocciato il referendum. Andrea Pugiotto su Il Riformista il 17 Febbraio 2022 

1. Non altrove ma qui, in Italia, quelli che dal 1789 abbiamo imparato a chiamare diritti civili sono da tempo battezzati diversamente: li chiamano temi eticamente sensibili, dunque divisivi, per questo tenuti distanti il più possibile dall’agenda parlamentare, nella convinzione che il modo migliore per liberarsene sia ignorarli. Su argomenti che vanno dallo statuto dell’embrione al momento in cui ci lasceranno morire, la logica deliberativa è quella del peccato che si fa reato, del «io non voglio, dunque nessuno può», imposta con il pugno sul tavolo della conta o dei veti reciproci. Un mix tra convento e caserma.

Succede così che, inagibile l’agorà legislativa, si tenti di usare il diritto (lex) per affermare i diritti (iura). È la strada che la Costituzione apre, prevedendo strumenti di decisione politica alternativi a quella parlamentare, introdotti nell’ordinamento proprio per colmare la distanza tra norma vigente e fatto sociale. Il referendum è uno di questi. Ci vogliono anni di azione politica per creare le condizioni necessarie a una campagna referendaria. Serve molto tempo, e altro ancora, per avanzare. Basta invece una camera di consiglio di un paio d’ore, a Palazzo della Consulta, per arretrare alla casella di partenza. Un mix tra il gioco dell’oca e il “non t’arrabbiare”. Sul piano della politica del diritto, Camere e Consulta convergono così nell’esito: il nulla di fatto. A muoverle, probabilmente, è la medesima paura: che quanto riconosciuto per legge o per via referendaria diventi scelta possibile, uscendo così dalla clandestinità (dove «si fa ma non si dice») e dalla sfera della riprovazione sociale e morale, riuscendo a intaccare paradigmi altrimenti consolidati. Meglio, quindi, ignorare. Meglio, cioè, non legiferare o non far votare. È questa la sorte toccata al referendum in tema di eutanasia attiva.

2. Andrà letta la sentenza che verrà, decisa probabilmente a maggioranza. Sarà fatto, sine ira et studio. Oggi però abbiamo davanti un comunicato stampa che, al giurista, dice già molto nella sua stringatezza. Rivela, innanzitutto, che a determinare la bocciatura del referendum non è stata la tecnica seguita per confezionarne il quesito. L’intervento chirurgico sull’art. 579 c.p. – riconosce la Consulta – produce l’effetto tipico «dell’abrogazione, ancorché parziale, della norma sull’omicidio del consenziente».

Così come non viene indicata, come motivo di inammissibilità, la natura propositiva del quesito, accusato da più parti di introdurre nell’ordinamento un principio di autodeterminazione totalmente estraneo al contesto normativo di partenza. Il quesito è caduto non per la domanda referendaria, ma per i suoi (presunti) effetti normativi: «non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana». Inammissibile, dunque, sulla base di una strategia decisoria che – essa sì – è processualmente inammissibile, se si prendono sul serio le fonti che disciplinano il giudizio referendario.

3. «È ammissibile il referendum?»: questa è la sola domanda cui la Corte era tenuta a rispondere. Ha risposto, invece, a un diverso interrogativo: «è conforme a Costituzione la normativa conseguente al referendum?». Le domande precedono sempre le risposte, orientandole: evidentemente, la seconda – a differenza della prima – agevolava l’esito desiderato. La differenza tra i due interrogativi è tutt’altro che un cavillo da azzeccagarbugli. Il giudizio di costituzionalità di una legge ha ad oggetto una norma in vigore, applicata da tempo, interpretata dai giudici e che non si presta a letture costituzionalmente orientate.

Anticiparlo in sede referendaria significa trasformarlo in altro da sé. Radicalmente diverso ne è l’oggetto del tutto ipotetico ed eventuale, subordinato com’è a molteplici condizioni: l’ammissibilità del quesito, l’inerzia del legislatore, il raggiungimento del quorum di validità della consultazione referendaria, la prevalenza nelle urne dei favorevoli sui contrari all’abrogazione, la circostanza che il Capo dello Stato non sospenda la proclamazione dell’esito referendario al fine di consentire un intervento legislativo atto a prevenirne l’effetto abrogativo (come consente l’art. 37, comma 3, della legge n. 352 del 1970). Non si nega uno strumento di democrazia diretta utilizzando la sfera di cristallo. Non si boccia un referendum oggi, per quello che predittivamente si ritiene potrebbe produrre domani. Dai giudici costituzionali si pretendono giudizi disciplinati dall’ordinamento, che non contempla in alcun modo un sindacato di legittimità ipotetico e astratto. Lo sa(peva) la Consulta. L’altro ieri ha cambiato idea.

Di più. La Corte avrebbe sempre potuto poi misurare la legittimità della normativa di risulta nella sede deputata a farlo: il sindacato di costituzionalità. Sede dove dispone di strumenti – interpretativi, manipolativi – idonei a orientare al meglio l’applicazione della norma oggetto di giudizio. Strumenti di cui, invece, è priva come giudice di ammissibilità del quesito. Aver sovrapposto le due competenze ha finito così per penalizzare il referendum, precludendo qualsiasi adattamento costituzionale del suo esito normativo.

4. Il comunicato dell’Ufficio stampa della Corte costituzionale tiene a specificare che l’esito del referendum minerebbe la tutela della vita umana «con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili». A chi si fa riferimento? Non certamente ai soggetti già tutelati dall’art. 579, comma 3, c.p., che il quesito confermava in toto: persona minore degli anni diciotto; inferma di mente; in condizioni di deficienza psichica; colpita da altra infermità; che abusa di sostanze alcooliche o stupefacenti; il cui consenso sia stato estorto con violenza, o minaccia, o suggestione, o carpito con inganno.

L’applicazione che la giurisprudenza penale ha fatto di tale disposizione ne incrementa l’elenco: uno stato depressivo, una nevrosi momentanea, una qualunque condizione che concorra a diminuire anche temporaneamente la capacità psichica del soggetto (come una delusione amorosa o una crisi finanziaria), sono tutte circostanze che, in sede processuale, determinano l’assenza di un consenso valido. In tutte queste ipotesi, normative e giurisprudenziali, l’omicidio del consenziente è punito – di default – a titolo di omicidio volontario. E così sarebbe accaduto anche dopo l’eventuale successo del sì nelle urne referendarie. E allora?

Forse il riferimento ad altri soggetti «deboli e vulnerabili» è da intendersi alla mancata inclusione dei limiti posti dalla decisione della Consulta sul “caso Cappato” che ha depenalizzato il reato di aiuto al suicidio, quando riguardi una persona «(a) affetta da una patologia irreversibile e (b) fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili, la quale sia (c) tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale, ma resti (d) capace di prendere decisioni libere e consapevoli» (sent. n. 242/2019). Se davvero è così, si tratta di una pretesa incongrua, rispetto a uno strumento – il referendum – che è solo abrogativo di norme vigenti, privo dunque della capacità di introdurre ex novo una disciplina così dettagliata. Ma è pure una pretesa infondata. Perché è proprio l’ultima delle quattro condizioni indicate a giustificarne l’esclusione dall’art. 579, comma 3, c.p.: se in grado di esprimere validamente la propria determinazione ad evadere da un corpo che si è fatto crudele prigione, proprio a quel soggetto il referendum intendeva restituire la libertà di scegliere la fine della propria vita.

Nel frattempo, a Corte non viene avvertita con eguale apprensione la condizione drammatica di chi – per mero accidente – non rientra in quelle quattro condizioni che rendono lecita l’eutanasia passiva: malati terminali che sopravvivono senza trattamenti di sostegno vitale, malati sofferenti che non sono in grado di assumere autonomamente il farmaco letale. Per essi l’eutanasia attiva referendaria rappresentava, allo stato, il solo orizzonte possibile. Non sono anche loro «persone deboli e vulnerabili» meritevoli di tutela?

5. Vedremo se e come la sentenza scioglierà le perplessità suscitate dal comunicato che la preannuncia. Al netto di ogni valutazione tecnico-giuridica, gli effetti collaterali si faranno sentire, e a lungo. L’elevato numero di sottoscrizioni al quesito, infatti, aveva restituito il senso di una partecipazione politica collettiva da tempo smarrita. Prometteva anche di rivitalizzare un istituto referendario agonizzante, sottraendolo alle derive di un referendum “propositivo” che si è tentato di introdurre in Costituzione ma fuori dal suo alveo, in una chiave plebisicitaria e anti-parlamentare.

Nel frattempo, sorde all’ascolto e mute di parole, le Camere avranno agio a trovare, nell’esito della sentenza della Corte, vecchi argomenti nuovi per rinviare, tergiversare, non deliberare. Il disinnescato appuntamento referendario agevolerà la latitanza parlamentare. Chissà se, tra i giudici costituzionali favorevoli alla decisione presa, qualcuno ne avrà scrupolo. Andrea Pugiotto

La decisione sul quesito. Perché è stato bocciato il referendum sulla cannabis: la decisione della Consulta tra tabelle sbagliate e obblighi internazionali. Carmine Di Niro su Il Riformista il 16 Febbraio 2022 

Assieme alla responsabilità civile delle toghe e all’eutanasia legale, o per meglio dire “l’omicidio del consenziente”, come riferito dal presidente della Corte costituzionale Giuliano Amato, era il tema più sentito. E tutti e tre sono stati bocciati dalla Consulta. Il referendum sulla cannabis non si terrà dopo la decisione della Corte costituzionale, guidata dal presidente Giuliano Amato, di bocciare il quesito referendario proposto da Associazione Luca Coscioni, Meglio Legale, Forum Droghe, Antigone, Società della Ragione, oltre ai partiti +Europa, Possibile e Radicali italiani.

Una decisione motivata dallo stesso Amato in una conferenza stampa in cui l’ex presidente del Consiglio ha precisato la scelta dell’inammissibilità perché si sarebbe trattato di “un referendum sulle sostanze stupefacenti, non sulla cannabis sulla quale, con le parole, c’è stata una parziale analogia con il quesito dell’eutanasia”.

Il presidente della Consulta ha ricordato che il quesito “è articolato in 3 sotto quesiti. Il primo relativo all’articolo 73 comma 1 della legge sulla droga prevede che scompare tra le attività penalmente punite la coltivazione delle sostanze stupefacenti di cui alle tabelle 1 e 3, ma la cannabis è alla tabella 2, quelle includono il papavero la coca, le cosiddette droghe pesanti”.

Perché la Consulta ha bocciato il referendum sull’eutanasia

Una circostanza “sufficiente per farci violare obblighi internazionali plurimi che abbiamo e che sono un limite indiscutibile dei referendum. E ci portano a constatare l’inidoneità dello scopo perseguito”, ha sottolineato Amato.

Il presidente della Corte Costituzionale ha fatto emergere quindi il “paradosso” del quesito sulla cannabis, ricordando come le “sezioni unite della Cassazione che interpretando l’articolo 73 ha già ritenuto che sia fuori dalla punibilità la coltivazione a uso personale della cannabis”, e dunque “se il quesito fosse stato presentato in questi termini sarebbe stato ammissibile”.

Le reazioni politiche, Cappato: “Amato ha affermato il falso”

Di segno opposto, come ampiamente prevedibile, le reazioni politiche alla decisione della Consulta. Da Forza Italia può esultare Maurizio Gasparri, che parla di “ottima notizia”. “Il partito della droga è stato sconfitto. I fautori della morte e quelli che vorrebbero incoraggiare il traffico di droghe gestito dalla criminalità, perché di questo si tratta, hanno perso. Difendiamo la vita, sosteniamo chi recupera i tossicodipendenti, non chi vuole farli rimanere tali per sempre“, spiega in una nota il senatore azzurro.

Di tutt’altro tono sono invece le parole di Riccardo Magi, deputato di +Europa da sempre in prima fila nella battaglia sulla legalizzazione delle droghe leggere e per l’eutanasia legale. Magi definisce la decisione della Corte costituzionale “un colpo durissimo per la democrazia in Italia. Sicuramente la Corte ha fatto quello che il presidente Amato aveva detto che non avrebbe fatto: cercare il pelo. Alcune delle motivazioni che abbiamo ascoltato hanno dell’incredibile“. “Il presidente Amato ha detto che siamo intervenuti sul comma 1 dell’articolo 73 che non riguarderebbe solo la Cannabis, ma il comma 4 riporta le stesse condotte del comma 1“, spiega Magi a Radio Capital. “Il comma 1 dell’articolo 73 riguarda con una serie di condotte la tabella 1 e 3; il comma 4, che riguarda la tabella 2 e 4, quindi dove c’è la Cannabis, dice che per le stesse condotte di cui al comma 1 si applica quest’altra pena. Non potevamo che intervenire sul comma 1, semplicemente perché il comma che riguarda la Cannabis dice ‘per le stesse condotte di cui al comma 1’“.

Durissimo anche il commento, affidato ai social, di Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni: “La Corte costituzionale presieduta da Giuliano Amato ha completato il lavoro di eliminazione dei referendum popolari. Dopo eutanasia anche Cannabis. Hanno così assestato un ulteriore micidiale colpo alle istituzioni e alla democrazia“. Poi ha aggiunto: “Giuliano Amato ha affermato il falso dicendo che il #referendum non toccherebbe la tabella che riguarda la #cannabis. Non sono stati nemmeno in grado di connettere correttamente i commi della legge sulle droghe. Un errore materiale che cancella il referendum”.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Giovanni Bianconi per il "Corriere della Sera" il 17 febbraio 2022.

Avessero potuto correggere qualche quesito per renderlo ammissibile, i giudici costituzionali l'avrebbero fatto. Ma non potevano. E le spiegazioni che il presidente della Corte Giuliano Amato si assume la responsabilità di dare in un'inusuale illustrazione pubblica delle decisioni appena adottate, lasciano trasparire il disagio e per certi versi persino la sofferenza nascosti dietro alcuni «no». 

Ad esempio sul «fine vita», su cui Amato denuncia l'uso improprio delle parole: «L'hanno dipinto come un referendum sull'eutanasia, mentre era sull'omicidio del consenziente, e formulato in modo da estendersi a situazioni del tutto diverse da quelle per cui pensiamo possa applicarsi l'eutanasia. Un risultato costituzionalmente inammissibile».

Fuori dall'antico palazzo della Consulta fioriscono già le polemiche e le accuse alla Corte, ma dentro, dopo due giorni di intenso lavoro, i giudici restano convinti di non aver avuto alcuna preclusione politica. Tutt' altro. L'invito a non cercare il «pelo nell'uovo» - a sua volta non una scelta politica, bensì di non contrastare quanto prescritto dalla Costituzione, precisa il presidente - era un sincero segnale di apertura. Ma senza andare oltre il consentito: «Non possiamo correggere quesiti mal formulati». 

E dunque, sull'omicidio di una vittima consenziente, qualora al referendum così come architettato dai promotori avessero prevalso i «sì», si sarebbe arrivati alla non punibilità di chi aiutasse un ragazzo maggiorenne depresso, «magari un po' ubriaco», che chiedesse di essere ucciso. «Tutto questo non ha nulla a che fare con i casi in cui ci si aspetta la non punibilità dell'eutanasia, né con le sofferenze dei malati che aspettavano una decisione diversa», chiarisce Amato, lasciando trasparire molta amarezza.

Del resto la Corte ha dimostrato una certa sensibilità su questa materia, dichiarando incostituzionale, in alcune circostanze, la punibilità del suicidio assistito. In quel caso i giudici, consapevoli delle implicazioni etiche e valoriali, avevano dato al Parlamento il tempo per legiferare, ma alla scadenza del periodo concesso non hanno esitato a cancellare la norma. La decisione di bloccare il referendum è stata comunque travagliata e non unanime; qualche giudice (cinque su quindici, secondo le indiscrezioni trapelate) riteneva possibile l'ammissibilità. Ma ha prevalso il rigetto. Che non significa che tutto debba restare com' è, ma per cambiare attraverso un referendum ci voleva un quesito diverso.

Allo stesso modo di quello riguardante la legalizzazione della cannabis che - secondo un corretto utilizzo delle parole - avrebbe dovuto chiamarsi «legalizzazione della coltivazione delle sostanze stupefacenti». Perché, per come era scritta la proposta da sottoporre ai cittadini, la vittoria dei «sì» avrebbe esteso la legalizzazione anche a eroina e cocaina, con conseguente violazione di obblighi internazionali e andando oltre l'obiettivo sottinteso al referendum. 

Se a queste due bocciature si aggiunge quella che impedisce la consultazione sulla responsabilità civile diretta dei magistrati nei confronti di una presunta parte lesa, senza più l'intermediazione dello Stato, il risultato è che la Corte ha impedito il voto sulle questioni più popolari e sentite dalla cittadinanza. «Così la vicenda referendaria assume un peso decisamente marginale, anche se comunque salutare», commenta l'avvocato Gian Domenico Caiazza, presidente delle Camere penali e antico militante radicale.

Alla Corte ne sono consapevoli, ma resta la convinzione che non potesse andare diversamente. Lo lascia intendere ancora Amato, quando spiega che dalle discussioni su ciascun quesito è emerso quasi sempre un orientamento chiaramente maggioritario, se non unanime, e dunque non c'è stato nemmeno bisogno di votare. 

A parte l'eutanasia e la cannabis (anzi: l'omicidio del consenziente e le droghe), quello sulla responsabilità civile dei giudici sarebbe stato un referendum «innovativo più che abrogativo», operazione non consentita dalla Costituzione. E nessuna valenza politica, nemmeno in questo caso. Forse nei risultati, ma non dipende dalla Corte. E così per le consultazioni dichiarate ammissibili: «Non è detto che attribuire agli avvocati le prerogative riservate ai magistrati nei consigli giudiziari, o cancellare l'incandidabilità di condannati, siano le soluzioni migliori; noi diciamo solo che non ci sono ragioni per impedire che ciò possa avvenire per via referendaria».

Del resto la stessa Corte ha dichiarato più volte costituzionale la legge Severino che prevedeva le norme che ora i referendari vogliono abolire. «A ognuno il suo mestiere», si sente ripetere nel «palazzo dei diritti». Dove tutti hanno chiaro che i referendum abrogativi non possono essere la strada maestra per fare le riforme, e non serve lamentarsi se a volte la si trova sbarrata perché così vuole la Costituzione.

Lucetta Scaraffia per "la Stampa" il 17 febbraio 2022.

Non c'è da festeggiare una vittoria né da piangere una sconfitta. L'unica conseguenza - e si tratta veramente di una buona conseguenza - della sentenza che ha cassato il referendum a proposito del suicidio assistito è di dare più tempo alla riflessione su quello che è un problema vero e drammatico della nostra epoca: la libertà di porre fine alla vita di un altro che lo richieda. Un tempo da impiegare bene, senza fare inutili testa a testa ideologici fra chi sbandiera sofferenze insopportabili e chi si erge a difensore della vita ad ogni costo. 

Le questioni in campo sono molte e vanno affrontate tutte con attenzione. Provo a farne un elenco:

a) i progressi della tecno-medicina, che hanno creato una zona fra la vita e la morte che può configurarsi spesso come accanimento terapeutico;

b) l'allargamento dei diritti umani a un nuovo diritto, il diritto di decidere della propria morte;

c) la definizione di una figura giuridica complessa e difficile da definirsi, la figura del libero consenso;

d) i costi sanitari e perfino quelli delle pensioni (è di questi giorni la notizia che gli anziani morti di Covid hanno permesso all'Inps un risparmio di più di un miliardo);

e) il lacerarsi dei legami familiari e comunitari che portano alla costosa ospedalizzazione di larga parte della popolazione anziana. 

Ma soprattutto, e questo non va dimenticato, tutto ciò implica una riflessione vera su cosa sia la vita - alla quale abbiamo avuto accesso senza dare il nostro consenso - e cosa sia per noi la morte. 

Domande che, nella nostra società consumista e superficiale quasi mai siamo disposti neppure lontanamente a prendere in considerazione. E poi, per favore, smettiamola di recitare a favore del suicidio assistito e dell'eutanasia la solita litania dei Paesi più avanzati di cui dovremmo seguire l'esempio. Andiamo a vedere cosa succede veramente in uno di questi Paesi, il Belgio. 

Lì la questione del consenso, invece di essere approfondita, è stata allegramente bypassata, allargando il "diritto" all'eutanasia ai neonati e ai malati psichici, soggetti con ogni evidenza non in grado di esprimere il loro consenso. Sempre in Belgio molti medici e operatori sanitari lamentano che la proposta di eutanasia - nella forma di un modulo burocratico - sia ormai presentata anche a malati che non ne hanno espresso spontaneamente alcuna intenzione.

Una spinta gentile? O forse direi un consiglio non richiesto, che però la dice lunga sulla questione del libero consenso. Davvero da noi questo non potrebbe mai succedere? Davvero faremmo sicuramente leggi ottime capaci di salvarci da queste derive? È lecito dubitarne, come ha ricordato Luciano Violante in un articolo sul referendum, circa un anno fa: «Non sempre le buone intenzioni riescono a fermare le cattive conseguenze». 

Quando si oltrepassa un limite, quello di considerare un crimine l'omicidio - limite sancito dai diritti umani e anche, forse non è male ricordarlo, dai Dieci comandamenti - la tentazione di allargare ulteriormente le possibilità di andare oltre è sempre più difficile da arginare: le buone ragioni, vere o false che siano, infatti si trovano sempre.

Mattia Feltri per "la Stampa" il 17 febbraio 2022.  

Qui parla un iscritto all'Associazione Coscioni e pure a Nessuno tocchi Caino e al Partito radicale, e non perché mi senta parte della loro vita e della loro storia, ma per contribuzione alla sopravvivenza e per rispetto di un partito più ricco di serietà democratica che di voti e risorse. Ma stavolta i radicali proprio non li capisco. 

La reazione un po' ampollosa e molto indispettita alla bocciatura da parte della Corte Costituzionale del referendum sulla depenalizzazione dell'omicidio del consenziente - ho sentito di sfregio alla democrazia, di diritti calpestati, di politicizzazione della Consulta - non mi sembra da radicali, neanche un po'. Io, che appena posso ascolto la loro radio, sapevo di qualche dubbio e di qualche avvertimento sui rischi di un quesito debordante dagli obiettivi e sconfinante nell'opportunità di assecondare le tensioni suicide di chiunque, senza alcun controllo. Prendersela ora con la Corte Costituzionale non è all'altezza della serietà appena riconosciuta.

La Corte Costituzionale con una delle sue sentenze ha posto le sante basi per l'assoluzione di Marco Cappato dall'accusa di aiuto al suicidio di Dj Fabo (l'estensore di quella sentenza è lo stesso estensore della bocciatura di ieri, per dire quanto regga l'idea della politicizzazione), e ha invitato il Parlamento a scrivere una legge che in futuro sottragga Cappato e altri dalle medesime accuse, se mossi da casi di evidente e comprovata necessità. Se la legge non esiste è perché il Parlamento è incapace di mediazione e compromesso, e scosta i suoi doveri. Il resto è propaganda e demagogia, da cui i radicali sono solitamente immuni.

Diodato Pirone per "il Messaggero" il 17 febbraio 2022.  

Il referendum sull'omicidio del consenziente (che non combacia con l'eutanasia) è stato bocciato dalla Corte Costituzionale per una motivazione molto semplice: «Se approvato avrebbe aperto all'impunità penale di chiunque uccide qualcun altro con il consenso, sia che soffra sia che non soffra», ha detto il presidente della Consulta, Giuliano Amato. A parere dei giudici, dunque, il tema dell'eutanasia va legato solo alle persone che soffrono e comunque può essere il Parlamento a calibrarlo.

Non a caso oggi alla Camera riesploderà lo scontro sulla legge sul fine vita che torna all'esame della Camera. Contrario senza se e senza ma il centrodestra, pronto a dare battaglia perché si sente rafforzato dallo stop della Corte costituzionale. Oggi pomeriggio in aula comincia il voto degli emendamenti: circa 200, gran parte del centrodestra, che tenne un atteggiamento durissimo nel corso del primo passaggio parlamentare davanti alle commissioni Giustizia e Affari sociali di Montecitorio.

Quindi la legge va avanti, anche dietro il pressing del presidente della Camera, Roberto Fico, da sempre fra gli sponsor del provvedimento (nato dall'unificazione di più proposte di legge di Pd e M5s). «Bisogna andare fino in fondo, perché il Parlamento ha il dovere morale e politico di approvare una legge che il Paese attende», ammonisce Fico. Sull'iter pesa anche l'alt del Vaticano che ribalta l'argomentazione che il suicidio medicalmente assistito e l'eutanasia siano «forme di solidarietà sociale o di carità cristiana». 

Per il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita «altre sono le strade della medicina degli inguaribili e del farsi prossimo ai sofferenti e ai morenti». E sentenzia: «La vita è un diritto, non la morte». Un fatto è certo: la strada del disegno di legge appare in salita. Ma, vista la natura etica della questione, non si esclude il ricorso alla libertà di coscienza. Potrebbe farla valere Forza Italia, che più volte ha lasciato voto libero ai suoi parlamentari su temi etici. Tuttavia l'occasione dello scontro c'è e la tentazione di approfittarne è alta.

Un rischio da scongiurare, secondo Giuseppe Conte che quindi fa un appello: «Evitiamo colorazioni politiche, se questo può rendere più difficoltoso il dialogo con le altre forze politiche. Apriamoci a un confronto», dice il presidente del M5s. Ricorda che il Movimento è in prima linea sul tema ed elenca le parti più pregiate del testo: «È molto equilibrato - sottolinea - abbraccia anche il rafforzamento delle cure palliative e introduce percorsi di verifica con interventi di comitati etici». In realtà a poche ore dall'inammissibilità della Consulta sul referendum sull'eutanasia lo stop potrebbe diventare un'arma a doppio taglio per favorevoli e contrari.

Per i primi potrebbe essere uno stimolo al Parlamento a legiferare, sulla scia del tweet di Enrico Letta: «La bocciatura da parte della Corte Costituzionale deve ora spingere il Parlamento ad approvare la legge sul suicidio assistito secondo le indicazioni della Corte stessa». Il testo in effetti recepisce le indicazioni della Consulta espresse nella sentenza del 2019 che prevede la non punibilità del suicidio assistito, se ci sono alcuni requisiti. Resta l'amarezza dell'Associazione Coscioni, fra i promotori del referendum, che denuncia il testo all'esame della Camera come «peggiorativo rispetto ai diritti a oggi conquistati nei tribunali». 

Il presidente Amato: «Respingo le accuse per il no sul fine vita». Le parole dette in conferenza stampa dal presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato hanno scatenato varie reazioni. Il "vincitore" è Salvini. Valentina Stella su Il Dubbio il 17 febbraio 2022.

Il quadro non è molto confortante per la mobilitazione popolare: bocciando i quesiti su omicidio del consenziente, cannabis e responsabilità diretta dei magistrati, di fatto la Corte costituzionale ha creato uno scenario per il quale sarà difficilissimo raggiungere il quorum in primavera. L’unica speranza potrebbe arrivare dall’abbinamento del voto referendario con le Amministrative 2022. Inoltre, il solo vincitore politico è Matteo Salvini. Andrà verificato se il leader leghista eviterà di abbandonare i compagni di viaggio del Partito radicale nella sua campagna. Ma facciamo un passo indietro e vediamo cosa è successo ieri.

Le decisioni della Corte

I quindici giudici della Corte costituzionale si sono riuniti per esaminare gli altri sette referendum ( cannabis e pacchetto “giustizia giusta”), avendo martedì già giudicato inammisibile quello chiamato dai promotori ‘”Eutanasia Legale”. Nel primissimo pomeriggio, attraverso un comunicato stampa della Corte, è stato reso noto che i quesiti su legge Severino, abuso della custodia cautelare, separazione delle funzioni dei magistrati e eliminazione delle liste di presentatori per l’elezione dei togati al Csm sono stati ritenuti ammissibili «perché le rispettive richieste non rientrano in alcuna delle ipotesi per le quali l’ordinamento costituzionale esclude il ricorso all’istituto referendario».

Poi, durante la conferenza stampa convocata alle 18 presso la sede della Consulta, il presidente Giuliano Amato ha illustrato l’esito degli altri referendum: «Abbiamo dichiarato inammissibile il referendum che è sulle sostanze stupefacenti, non sulla cannabis» e anche quello sulla responsabilità diretta dei magistrati in quanto «essendo fondamentalmente sempre stata la regola per i magistrati quella della responsabilità indiretta, l’introduzione della responsabilità diretta rende il referendum più che abrogativo», anzi «innovativo». Ha superato il vaglio invece quello sul diritto di voto dei laici – avvocati e professori – nei Consigli giudiziari.

Durante l’incontro con i giornalisti, Amato è tornato sul quesito relativo al fine vita: «Sentire che chi ha preso la decisione che abbiamo preso noi ieri (martedì, ndr) non sa cosa sia la sofferenza, mi ha ferito, ha ferito ingiustamente tutti noi. La parola eutanasia è stato usata in modo fuorviante. Il referendum non era sull’eutanasia, ma sull’omicidio del consenziente». Ha poi spiegato che «il quesito apriva all’immunità penale per chiunque uccidesse qualcuno col consenso di quel qualcun altro».

Le reazioni dei comitati promotori

Sul fronte giustizia, Maurizio Turco e Irene Testa, segretario e tesoriere del Partito radicale, hanno dichiarato: «Sarà una primavera di liberazione, se gli organi di informazione, a cominciare da quelli del servizio pubblico, non continueranno nella scellerata campagna di evitare dibattiti veri. Se i cittadini saranno informati, da noi e da chi è contrario alla riforma radicale della giustizia, siamo certi che conquisteremo questa riforma». Entusiasta il leader della Lega Matteo Salvini: «Con cinque referendum ammessi su sei, che sono in mano ai cittadini, è una vittoria clamorosa. Oggi  (ieri, ndr) è una bellissima giornata per la democrazia e l’Italia. Dopo 30 anni da Tangentopoli ora gli italiani possono di nuovo fare una rivoluzione pacifica».

Il costituzionalista Giovanni Guzzetta, difensore con il collega Mario Bertolissi dei sei quesiti sulla giustizia, si è detto «molto soddisfatto perché sappiamo quanto sia rigoroso il giudizio della Corte. Il fatto che ne siano passati 5 su 6 significa che è stato fatto un buon lavoro». Tanta delusione dagli altri comitati. «Le motivazioni addotte dal presidente Amato e le modalità scelte per la comunicazione sono intollerabili», ha criticato invece aspramente Marco Perduca, presidente del comitato cannabis. Mentre Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, ha parlato di «decisione politica della Corte».

Le reazioni politiche

Secondo Pierantonio Zanettin, deputato e capogruppo di FI in commissione Giustizia a Montecitorio, «la decisione della Corte di ammettere i referendum sulla giustizia è un’ottima notizia per i cittadini. Il populismo giudiziario ha cessato di generare i suoi effetti dannosi ed è maturo il tempo per una storica riforma della giustizia, in senso garantista». Mentre il responsabile Giustizia di Azione Enrico Costa, ha precisato: «Abbiamo sempre sostenuto che le leggi si fanno in Parlamento, ma che di fronte all’inerzia delle Camere e dell’esecutivo sui temi rilevanti oggetto dei quesiti, sostenere i referendum sarebbe inevitabile».

Dal fronte Pd si sbilancia il senatore Andrea Marcucci: «È una bella sveglia. I temi oggetto dei referendum sono molto importanti per riorganizzare un sistema della giustizia giusta, che serve come non mai in Italia. Mi auguro ci pensi il Parlamento, altrimenti la parola passerà ai cittadini». Critico invece Alfredo Bazoli, capogruppo Pd in commissione alla Camera: «Che dire? Prendiamo atto. Su Severino e misure cautelari si interviene con accetta».

Raffaella Paita, deputata di Italia Viva: «Bene la pronuncia della Corte costituzionale che ha concesso 5 dei quesiti referendari sulla giustizia. A luglio avevo firmato convintamente i referendum promossi dai radicali perché condivido in pieno questa battaglia di civiltà».

Giorgia Meloni invece esulta per la bocciatura del quesito sulla cannabis: «È una vittoria». Infine il leader del M5S, Giuseppe Conte, «Prendiamo atto delle valutazioni della Corte costituzionale che ha ammesso 5 referendum sulla giustizia. Il Movimento ha già avuto un confronto ampio e ne è emersa una valutazione: i quesiti referendari sulla giustizia offrono una visione parziale e sicuramente sono inidonei a migliorare il servizio e a renderlo più efficiente e più equo».

Le altre reazioni

Il presidente dell’Unione Camere penali Gian Domenico Caiazza prende atto che «i tre referendum più popolari sui temi che più avrebbero interessato l’opinione pubblica sono stati dichiarati inammissibili, per cui complessivamente la vicenda referendaria, che comunque è da salutare come un fatto positivo, assume decisamente un peso marginale». Mentre l’ex procuratore di Torino Armando Spataro non usa giri di parole: «Alla luce della decisione della Consulta che, con mia sorpresa, ha oggi dichiarato ammissibili i referendum sulla giustizia, occorre un forte impegno a favore del “no” alla loro approvazione, in modo particolare sulla separazione delle carriere».

Soddisfatto invece Antonio Decaro, presidente Anci, per l’ammissibilità del quesito che chiede di abolire la legge Severino: «Sono contento che il referendum sia passato, così anche i cittadini potranno esprimere la propria opinione. Sulla legge Severino noi sindaci abbiamo chiesto da sempre una modifica perché ci ritroviamo, unica figura istituzionale, ad essere sospesi per 18 mesi senza una condanna definitiva».

Parla di «quesiti difettosi» anche Nello Rossi, direttore della rivista di “Md”, Questione giustizia. In particolare sul referendum relativo alla separazione delle funzioni, l’ex pm sostiene che si tratti di «un vero e proprio rompicapo, complicato da decifrare anche per gli addetti ai lavori. Un quesito lungo due pagine e norme di cinque leggi diverse da abrogare parzialmente. Difficile dire che ai cittadini si stia rivolgendo una domanda chiara cui poter rispondere con un sì o con un no».

Il segretario generale dell’Associazione nazionale forense Giampaolo Di Marco commenta: «Bene l’approvazione da parte della Consulta dei quesiti referendari sulla giustizia», tuttavia alcuni dei quelli dichiarati ammissibili, aggiunge, «mal si prestano a dar luogo a normative adeguate e condivisibili».

In tarda serata arriva il commento del segretario dell’Anm Salvatore Casciaro: «Il responso della Consulta circoscrive, anche nel settore giustizia, la portata della consultazione referendaria. È la riprova di come alcuni temi, con risvolti prettamente tecnici e con delicate e complesse implicazioni valoriali, richiedano una risposta della politica che è chiamata, in questa fase di intense trasformazioni del Paese, a un’assunzione diretta di responsabilità nell’azione riformatrice» .

 Eutanasia e cannabis, Cappato va allo scontro con Amato: «Il suo giudizio è politico». Marco Cappato replica alle parole di Giuliano Amato su eutanasia e cannabis. «O c'è un errore materiale nel giudizio dei due quesiti, o c'è un attacco in malafede al comitato promotore». Valentina Stella su Il Dubbio il 17 febbraio 2022.

Si alza lo scontro tra la Corte Costituzionale e i comitati promotori dei referendum Eutanasia Legale e Cannabis, ritenuti inammissibili. «Se i giudizi di inammissibilità sono stati dati sulla base di un errore materiale metteremo in discussione la validità di quel giudizio. Ma dovremo valutare i margini, forse strettissimi per una contestazione formale»: è quanto ipotizzato ieri dal tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, Marco Cappato, intervenuto durante una conferenza stampa convocata proprio dai due comitati. L’incontro con i giornalisti, ha spiegato sempre Cappato, si è reso necessario per contrastare quanto affermato dal Presidente della Consulta durante l’altra conferenza stampa di mercoledì sera.

«Ascoltare la conferenza stampa del presidente Amato – ha esordito il leader radicale – ci ha dato la certezza di elementi di valutazione politica, perché si è trattato di una conferenza stampa politica». In particolare, ha sottolineato Cappato, « “I giudizi” emersi durante la conferenza stampa di Amato minano agli occhi dell’opinione pubblica la credibilità dei comitati promotori, a cui è stata attribuita l’incapacità tecnica di scrivere dei quesiti referendari ed anche l’accusa di avere preso in giro milioni di persone firmatarie ed elettori».

Proprio in merito alla presunta incapacità tecnica, l’ex europarlamentare ha sottolineato: « Sorvolando su giuristi e costituzionalisti che si sono espressi favorevolmente sulla ammissibilità dei quesiti su cannabis ed eutanasia, il giudizio nella Corte non è stato unanime, quindi possiamo dire che anche giudici costituzionali hanno ritenuto che questi referendum fossero ammissibili. Allora trattare con tanto disprezzo i comitati promotori è un’accusa critica rivolta non a Marco Cappato ma ai giudici della Corte ed alcuni massimi costituzionalisti italiani».

Infine su quanto detto da Amato in conferenza stampa rispondendo ad una nostra domanda (“Io sono assai meno politico di lui”) Cappato ha replicato: « Non ho da dare una risposta personale ad Amato, ma dire che nel quesito si parlava di eutanasia e non di omicidio del consenziente contiene una manipolazione della realtà. Il quesito è come stabilito dalla Corte di Cassazione sull’omicidio del consenziente. Se Amato non gradisce i termini della nostra propaganda politica non ha nulla a che vedere con l’ammissibilità, gli elettori non sono bambini e giudicano sulla base del contenuto del referendum». Quindi, in conclusione, «o c’è un errore materiale nel giudizio dei due quesiti, o c’è un attacco in malafede al comitato promotore. Scelga il presidente della Corte quale delle due possibilità».

Referendum, Cappato: «Amato o ha fatto un errore materiale o un attacco in malafede». DANIELA PREZIOSI su Il Domani il 17 febbraio 2022

Durissimo attacco dei comitati dei quesiti su cannabis e eutanasia. Il tesoriere dell’Associazione Coscioni: «Dopo le motivazioni, valuteremo i margini di una contestazione formale».

«O c'è un errore materiale nel giudizio dei due quesiti, o c'è un attacco in malafede al comitato promotore. Scelga il presidente della Corte quale delle due possibilità. O Giuliano Amato ha detto una cosa a cui non credeva» e che quindi sarà smentita dalle motivazioni della bocciatura del referendum sulla depenalizzazione della cannabis, «quindi bisognerebbe chiederne le dimissioni, oppure la decisione della Corte è stata presa sulla base di una scorretta lettura del testo del referendum. E allora troveremo il modo di ricorrere».

Non c’è una terza possibilità nelle parole, durissime, di Marco Cappato quanto affermato dal presidente della Corte Costituzionale Amato nel corso della inconsueta conferenza stampa tenuta mercoledì pomeriggio, subito a ridosso delle decisioni della consulta sui referendum. I due avevano già avuto uno scambio di accuse indiretto proprio davanti ai cronisti. 

IL CONTRATTACCO

Oggi l’Associazione Coscioni e i comitati promotori per i referendum sulla cannabis e sull’omicidio del consenziente hanno affinato, e caricato, l’attacco in una conferenza stampa.

Amato ha contestato il fatto che il referendum era stato «dipinto come un referendum sull’eutanasia». Per Cappato, «innanzitutto i titoli dei referendum sono vagliati dall’ufficio centrale della Corte di cassazione» e comunque  è «falso», intanto perché «eutanasia legale è il titolo della nostra campagna da anni», come del resto «cannabis legale» e «non è un termine giuridico, è una campagna politica».

«Eutanasia non è un termine che rientra nel codice penale, ma è un atto, che viene punito con il reato di omicidio del consenziente», insiste l’avvocata Filomena Gallo, «Più delle ragioni di ammissibilità sembra che abbiano prevalso questioni di merito, alle quali la Corte non era chiamata in questa sede». Cappato: il referendum era «sull’omicidio del consenziente, e formulato in modo da estendersi a situazioni del tutto diverse da quelle per cui pensiamo possa applicarsi l’eutanasia».

E così secondo Amato, quello sulla cannabis in realtà si estendeva a tutte le sostanze. Per Cappato anche qui «Amato ha usato un esempio falso», «non c’è nessuna legalizzazione della eroina o cocaina. Riguarda la coltivazione ma mantiene intatte al 100 per cento le punizioni di tutte le operazioni successive che fanno passare da una pianta ad un droga, tranne che per la cannabis che può avere questo tipo di consumo diretto. Io mi sono limitato a esprimere in termini non tecnici e non giuridici gli strafalcioni presentati come verità». 

NON FINISCE QUA

«Sull'inammissibilità del referendum sulla cannabis c’è stato un errore tecnico e un intento politico. Su quel quesito al momento non abbiamo neanche tre righe scritte», ha rincarato Riccardo Magi, deputato di +Europa e fra i promotori del referendum, «se avessimo davanti quelle righe saremmo tutti quanti impegnati a pressare la Corte Costituzionale per avere altre spiegazioni. Il presidente Amato ha messo sul tavolo tutto il suo peso e carisma per danneggiare i comitati promotori. Poi quando si dice che i quesiti sulla cannabis parlano in realtà di altre sostanze allora significa che non è stato letto neanche il titolo del testo». Per Cappato c’è stato «un attacco diretto e esplicito al contenuto e alla qualitè del lavoro fatto», le parole di Amato «puntano a minare la credibilità e la reputazione dei comitati promotori dei due referendum ai quali è stata attribuita l’incapacità tecnica di scrivere i quesiti referendari e di avere preso in giro milioni di cittadini elettori», «l'intera conferenza stampa di Amato è stata politica».

Non finisce qua, i comitati ora aspettano la pubblicazione delle motivazioni delle due bocciature: «Se i giudizi di inammissibilità sono stati dati sulla base di un errore materiale metteremo in discussione la validità di quel giudizio. Ma dovremo valutare i margini, forse strettissimi per una contestazione formale», conclude Cappato, «sarebbe una violazione grave di diritti fondamentali del popolo italiano». 

DANIELA PREZIOSI. Cronista politica e poi inviata parlamentare del Manifesto, segue dagli anni Novanta le vicende della politica italiana e della sinistra. È stata conduttrice radiofonica per Radio2, è autrice di documentari, è laureata in Lettere con una tesi sull'editoria femminista degli anni Settanta. Nata a Viterbo, vive a Roma, ha un figlio.

Claudia Guasco per "il Messaggero" il 17 febbraio 2022.

Alcuni lasciano soltanto il nome, molti nemmeno quello. Le loro richieste di aiuto sono dense di disperazione e solitudine: «Vado avanti con trasfusioni ogni quindici giorni - è l'appello di Sara - Ho fatto molti tentativi con i medici affinché mi aiutassero a morire, inutilmente. Mi sono rivolta a Exit, ma non voglio andare in Svizzera a morire, non voglio essere cremata. Ho già comprato la cassa per la sepoltura».

RICHIESTE DI AIUTO Di messaggi così ne arrivano in media tre al giorno all'Associazione Luca Coscioni, alla Exit di Emilio Coveri circa 90 ogni settimana. «Nel 2021 sono ben 50 gli italiani che, con la nostra assistenza, sono andati oltreconfine per il loro ultimo viaggio, spendendo circa 10 mila euro. Chi non ha i soldi deve morire qua, tra atroci sofferenze. La cosa più grave - riflette il presidente - è che i giudici hanno considerato imbecilli un milione e 200 mila italiani che hanno firmato per il referendum». Per qualcuno è molto più della delusione per una battaglia persa, è la preoccupazione per il futuro. Sabrina Bassi è la mamma di Carlo, 38 anni, e Marco, 34, entrambi sulla sedia a rotelle fin da bambini per una sclerosi laterale amiotrofica.

I fratelli hanno già messo in chiaro che, quando sarà il momento, non vogliono tracheotomia né essere attaccati a una macchina e la mamma, insieme a loro, si batte per una morte dignitosa. «Siamo molto delusi, speravamo almeno passasse il referendum, che i giudici avessero aperto un po' gli occhi - dice Sabrina Bassi - La cosa che fa più male è che la Consulta ha spiegato l'inammissibilità con la difesa dei più deboli, ma è l'esatto contrario. Chi non è immobilizzato può suicidarsi da solo, è proprio ai più fragili che serve aiuto».

Marco è anche copresidente dell'Associazione Luca Coscioni e promette: «Continueremo nella nostra missione. Anche se la madre ha ben chiare le difficoltà: «Quest' anno certo la legge non arriverà in fondo, l'anno prossimo ci saranno le elezioni e quindi nuovo stop. Intanto il tempo passa e anche chi, come Mario, intravvede uno spiraglio non è detto che ce la farà. La Regione Marche ha impiegato tre mesi per decidere quale farmaco somministrare, ma non sarà un medico a occuparsi della flebo, a sciogliere la sostanza dovrà essere Mario. Che adesso muove solo un dito. E se nel frattempo si paralizzerà anche questo?». Chi ha bocciato il referendum «non sa quello che si prova a restare attaccati a un letto o immobilizzati in carrozzina: venite a casa mia e poi giudicate».

Anche per Laura Santi, 47 anni e malata di sclerosi multipla, la decisione di inammissibilità del referendum è stato un colpo al cuore. «Piango da martedì sera - racconta - Mi hanno calmato solo le telefonate affettuose di Marco Cappato». L'ha chiamata mentre era davanti al palazzo della Consulta: «Laura, non ci perdiamo d'amino, ora ci riorganizziamo. Ci hanno fermato ai blocchi di partenza ma la gente è tutta con noi».

NUMERO BIANCO La grande amarezza di Laura Santi è per i motivi sottesi alla decisione. «La corte sostiene di tutelare i fragili e invece afferma che il tuo corpo non ti appartiene. La vita dei disabili è un percorso a ostacoli, i servizi sono carenti, prima ti negano i diritti e poi se la tua situazione si aggrava di obbligano a restare qui. È un atteggiamento ipocrita, vigliacco e paternalistico. Io devo sentirmi protetta dalle istituzioni, non ignorata, derisa e sbeffeggiata come avviene con il no al referendum». Nella legge in discussione Laura Santi non nutre grandi fiducia. 

«Stanno fingendo di portare avanti un ddl che è peggiorativo rispetto alla sentenza Cappato del 2018: tutti i paramenti erano tarati sul caso clinico di Fabiano Antoniani, qualsiasi legge dovrebbe puntare a migliorarlo e invece il disegno di legge è peggiorativo. Nemmeno Dj Fabo, a queste condizioni, avrebbe avuto accesso al suicidio assistito». La compagna Valeria Imbrogno oggi è una delle anime del Numero Bianco, che dà informazioni ai malati terminali. Lo aveva chiesto anche Fabiano: «Valeria, aiutami - l'ha pregata - Questa per me non è più vita».

Al.Ar. per il "Corriere della Sera" il 16 febbraio 2022.  

«Che brutta notizia: davvero hanno dichiarato inammissibile il referendum sull'eutanasia? Chi ha preso questa decisione non deve avere idea di che cosa sia la sofferenza, quella vera».

Sabrina Bassi, lei è una mamma che conosce la sofferenza. «Ho due figli tutti e due malati di Sla, la sclerosi laterale amiotrofica: Carlo e Marco. Hanno 38 e 34 anni e sono malati da quando sono bambini, un'eredità genetica». 

Marco è il copresidente dell'Associazione Coscioni che si sta battendo per questo referendum dall'inizio.

«Sono anni che Marco combatte per tutti i diritti dei malati. Vive sulla carrozzina da quando andava alle elementari e si è battuto fin da quando era al liceo per i suoi diritti e per chi soffre come lui Anche per le Dat, le Disposizioni anticipate di trattamento, ha fatto la sua battaglia». 

Pure il suo Marco, come Marco Cappato, non si fermerà davanti a questo rifiuto della Consulta?

«Combatterà fino a quando avrà energie per farlo. Ma non capisco una cosa».

Cosa?

«La Corte costituzionale ha detto che non sarebbe tutelata la vita umana soprattutto per i deboli e i vulnerabili. È così?». 

Sì.

«Mi dispiace davvero molto. Sono sempre più convinta che chi ha scritto questa sentenza non ha idea di cosa siano le persone deboli e vulnerabili che non hanno più una vita degna di essere vissuta. Vorrei capire se su quindici giudici almeno uno si è opposto a questo giudizio». 

Adesso la questione passa al Parlamento, con la legge sul suicidio assistito.

«Già, ma dopo questa sentenza della Corte sarà tutto un percorso in salita. Ci sono tanti emendamenti, finiranno per affossarla». 

Marco e Carlo avevano pensato di chiedere l'eutanasia?

«No. Tutti e due hanno già dato le loro disposizioni anticipate di trattamento con molta chiarezza». 

E cioè?

«Non vogliono la tracheotomia. Non vogliono in alcun modo venire attaccati ad una macchina per vivere come dei vegetali». 

E quindi?

«Quando sarà il momento rifiuteranno la macchina e moriranno o per soffocamento o, mi auguro, dopo una sedazione».

Lei e suo marito siete d'accordo?

«Sì, poveri ragazzi. Vorrei che qualche giudice della Consulta venisse a casa mia a vedere come si vive». 

Eutanasia, il ricordo di Paola: «Lottai per non far soffrire papà». Simona De Ciero su Il Corriere della Sera il 16 febbraio 2022.

L’avvocato Paola Stringa e il suo impegno partito da una vicenda personale: «Chi ha firmato il referendum ha provato il mio dolore». 

Dolore. Perdita. Altruismo. C’è tutto questo nella storia di Paola Stringa. Una figlia che, ancora ragazzina, ha dovuto lottare contro il parere di un familiare pur di offrire a suo padre una morte dignitosa. E una donna che oggi, cresciuta e diventata avvocato, si batte perché l’eutanasia legale, in Italia, non resti lettera morta. «Mi