Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

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 L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2022

LA MAFIOSITA’

QUINTA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

      

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

LA MAFIOSITA’

PRIMA PARTE

 

SOLITA MAFIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Storia della mafia.

L'alfabeto delle mafie.

La Gogna.

Art. 416 bis c.p.. 40 anni fa non era mafia.

Mafia: non è altro che una Tangentopoli.

In cerca di “Iddu”.

 

SECONDA PARTE

 

SOLITA MAFIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

E’ Stato la Mafia.

 

TERZA PARTE

 

SOLITA MAFIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: la trattativa Stato-mafia.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Carlo Alberto dalla Chiesa.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Pio La Torre.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Attilio Manca.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Pippo Fava.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Giuseppe Insalaco.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Rosario Livatino.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Ilaria Alpi.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Giorgio Ambrosoli.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Giancarlo Siani.

 

QUARTA PARTE

 

SOLITE MAFIE IN ITALIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Cosa Nostra - Altare Maggiore.

La Stidda.

La ‘Ndrangheta.

La Mafia Lucana.

La Sacra Corona Unita.

La Mafia Foggiana.

Il Polpo: Salvatore Annacondia.

La Mafia Lucana.

La Camorra.

La Mafia Romana.

La Mafia abruzzese.

La Mafia Emiliano-Romagnola.

La Mafia Veneta.

La Mafia Milanese.

La Mafia Albanese.

La Mafia Russa-Ucraina.

La Mafia Nigeriana.

La Mafia Colombiana.

La Mafia Messicana.

La Mafia Cinese.

 

QUINTA PARTE

 

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli Antimafiosi.

Non era Mafia.

Il Caso Cavallari.

Il Caso Contrada.

Il Caso Lombardo.

Il Caso Cuffaro.

Il Caso Matacena.

Il Caso Roberto Rosso.

I Collaboratori ed i Testimoni di Giustizia.

Il Business dello scioglimento dei Comuni.

Il Business delle interdittive, delle Misure di Prevenzione e delle confische: Esproprio Proletario.

Il Business del Proibizionismo.

 

SESTA PARTE

 

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Gogna Parentale e Territoriale.

I tifosi.

Femmine ribelli.

Il Tesoro di Riina.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Caporalato.

Il Caporalato Agricolo.

Gli schiavi dei Parlamentari.

Gli schiavi del tessile.

Dagli ai Magistrati Onorari!

Il Caporalato dei giornalisti.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Usuropoli.

Aste Truccate.

SOLITA CASTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Nimby lobbisti.

La Lobby.

La Lobby dei papaveri Parlamentari e Ministeriali.

La Lobby dei Sindacati.

La Lobby dei Giornalisti.

La Lobby dell’Editoria.

Il Potere Assoluto della Casta dei Magistrati. 

Fuga dall’avvocatura.

La Lobby dei Tassisti.

La Lobby dei Farmacisti.

La lobby dei cacciatori.

La Lobby dei balneari.

Le furbate delle Assicurazioni.

 

SETTIMA PARTE

 

LA SOLITA MASSONERIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Massoneria Occulta.

Il Britannia, le stragi di mafia e Mani Pulite.

CONTRO TUTTE LE MAFIE. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Sanità: pizzo di Stato.

Onoranze funebri: Il "racket delle salme.

Spettacolo mafioso.

La Mafia Green.

Le Curve degli Stadi.

L’Occupazione delle case.

Il Contrabbando.

La Cupola.

 

 

 

 

LA MAFIOSITA’

QUINTA PARTE

 

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Gli Antimafiosi.

Antonio Giangrande: Se questa è antimafia…. In Italia, con l’accusa di mafiosità, si permette l’espropriazione proletaria di Stato e la speculazione del Sistema su beni di persone che mafiose non lo sono. Persone che non sono mafiose, né sono responsabili di alcun reato, eppure sottoposte alla confisca dei beni ed alla distruzione delle loro aziende, con perdita di posti di lavoro. Azione preventiva ad ogni giudizio. Alla faccia della presunzione d’innocenza di stampo costituzionale. Interventi di antimafiosità incentrati su un ristretto ambito territoriale o di provenienza territoriale.

La Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, on. le Rosy Bindi, dichiara che è impossibile che in Valle d’Aosta non ci sia ’ndrangheta – «che ha condizionato e continua a condizionare l’economia» – stante che il 30% della popolazione è di origine calabrese.

E’ risaputo che le aziende del centro nord appaltano i grandi lavori pubblici, specialmente se le aziende del sud Italia le fanno chiudere con accuse artefatte di mafiosità.

Questa antimafia, per mantenere il sistema, impone la delazione e la calunnia ai sodalizi antiracket ed antiusura iscritti presso le Prefetture provinciali. Per continuare a definirsi tali, ogni anno, le associazioni locali sono sottoposte a verifica. L’iscrizione all’elenco è condizionata al numero di procedimenti penali e costituzioni di parti civili attivate. L’esortazione a denunciare, anche il nulla, se possibile. Più denunce per tutti…quindi. Chi non denuncia, anche il nulla, è complice od è omertoso.

A tal fine, per non aver adempito ai requisiti di delazione, calunnia e speculazione sociale, l’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS, sodalizio nazionale di promozione sociale già iscritta al n. 3/2006 presso il registro prefettizio della Prefettura di Taranto Ufficio Territoriale del Governo, il 23 settembre 2017 è stata cancellata dal suddetto registro.

Dove non arrivano con le interdittive prefettizie, arrivano con i sequestri preventivi.

Proviamo a spiegarci. Le interdittive funzionano così: sono discrezionali. Decide il prefetto. Non c’è bisogno di una condanna penale, addirittura – nel caso ad esempio, del quale stiamo parlando – nemmeno di un avviso di garanzia o di una ipotesi di reato. Il reato non c’è, però a me tu non mi convinci. Punto e basta. Inoltre l’antimafia preventiva diventata definitiva. Antimafia mafiosa. Come reagire, scrive il 27 settembre 2017 Telejato. C’È, È INUTILE RIPETERLO TROPPE VOLTE, UNA CERTA PRESA DI COSCIENZA DELLA TURPITUDINE DELLA LEGISLAZIONE ANTIMAFIA, CHE MEGLIO SAREBBE DEFINIRE “LEGGE DEI SOSPETTI”. ANCHE I PIÙ COCCIUTI COMINCIANO AD AVVERTIRE CHE NON SI TRATTA DI “ABUSI”, DI DOTTORESSE SAGUTO, DI “CASI” COME QUELLO DEL “PALAZZO DELLA LEGALITÀ”, DI FRATELLANZE E CUGINANZE DI AMMINISTRATORI DEVASTANTI. È tutta l’Antimafia che è divenuta e si è rivelata mafiosa. Come si addice al fenomeno mafioso, questa presa di coscienza rimane soffocata dalla paura, dal timore reverenziale per le ritualità della dogmatica dell’antimafia devozionale, del komeinismo nostrano che se ne serve per “neutralizzare” la nostra libertà. Molti si chiedono e ci chiedono: che fare? È già qualcosa: se è vero, come diceva Manzoni, che il coraggio chi non c’è l’ha non se lo può dare, è vero pure che certi interrogativi sono un indizio di un coraggio che non manca o non manca del tutto. Non sono un profeta, né un “maestro” e nemmeno un “antimafiologo”, visto che tanti mafiologhi ci hanno deliziato e ci deliziano con le loro cavolate. Ma a queste cose ci penso da molto tempo, ci rifletto, colgo le riflessioni degli altri. E provo a dare un certo ordine, una certa sistemazione logica a constatazioni e valutazioni. E provo pure a dare a me stesso ed a quanti me ne chiedono, risposte a quell’interrogativo: che fare? Io credo che, in primo luogo, occorre riflettere e far riflettere sul fatto che il timore, la paura di “andare controcorrente” denunciando le sciagure dell’antimafia e la sua mafiosità, debbono essere messe da parte. Che se qualcuno non ha paura di parlar chiaro, tutti possono e debbono farlo. Secondo: occorre affermare alto e forte che il problema, i problemi non sono quelli dell’esistenza delle dott. Saguto. Che gli abusi, anche se sono tali sul metro stesso delle leggi sciagurate, sono la naturale conseguenza delle leggi stesse. Che si abusa di una legge che punisce i sospetti e permette di rovinare persone, patrimoni ed imprese per il sospetto che i titolari siano sospettati è cosa, in fondo, naturale. Sarebbe strano che, casi Saguto, scioglimenti di amministrazioni per pretesti scandalosi di mafiosità, provvedimenti prefettizi a favore di monopoli di certe imprese con “interdizione” di altre, non si verificassero. Terzo. Occorre che allo studio, alle analisi giuridiche e costituzionali delle leggi antimafia e delle loro assurdità, si aggiungano analisi, studi, divulgazioni degli uni e degli altri in relazione ai fenomeni economici disastrosi, alle ripercussioni sul credito, siano intrapresi, approfonditi e resi noti. Possibile che non vi siano economisti, commercialisti, capaci di farlo e di spendersi per affrontare seriamente questi aspetti fondamentali della questione? Cifre, statistiche, comparazioni tra le Regioni. Il quadro che ne deriverà è spaventoso. Quindi necessario. E’ questo l’aspetto della questione che più impressionerà l’opinione pubblica. E poi: non tenersi per sé notizie, idee, propositi al riguardo. Questo è il “movimento”. Il movimento di cui molti mi parlano. Articolo di Mauro Mellini. Avvocato e politico italiano. È stato parlamentare del Partito Radicale, di cui fu tra i fondatori.

Ma cosa sarebbe codesta antimafia, che tutto gli è concesso, se non ci fosse lo spauracchio mediatico della mafia di loro invenzione? E, poi, chi ha dato la patente di antimafiosità a certi politicanti di sinistra che incitano le masse…e chi ha dato l’investitura di antimafiosità a certi rappresentanti dell’associazionismo catto-comunista che speculano sui beni…e chi ha dato l’abilitazione ad essere portavoci dell’antimafiosità a certi scribacchini di sinistra che sobillano la società civile? E perché questa antimafiosità ha immenso spazio su tv di Stato e giornali sostenuti dallo Stato per fomentare questa deriva culturale contro la nostra Nazione o parte di essa. Discrasia innescata da gruppi editoriali che influenzano l’informazione in Italia?

Fintanto che le vittime dell’antimafia useranno o subiranno il linguaggio dei loro carnefici, continueremo ad alimentare i cosiddetti antimafiosi che lucreranno sulla pelle degli avversari politici.

Se la legalità è l’atteggiamento ed il comportamento conforme alla legge, perché l’omologazione alla legalità non è uguale per tutti,…uguale anche per gli antimafiosi? La legge va sempre rispettata, ma il legislatore deve conformarsi a principi internazionali condivisi di più alto spessore che non siano i propri interessi politici locali prettamente partigiani.

Va denunciato il fatto che l’antimafiosità è solo lotta politica e di propaganda e la mafia dell’antimafia è più pericolosa di ogni altra consorteria criminale, perchè: calunnia, diffama, espropria e distrugge in modo arbitrario ed impunito per sola sete di potere. La mafia esiste ed è solo quella degli antimafiosi, o delle caste o delle lobbies o delle massonerie deviate. E se per gli antimafiosi, invece, tutto quel che succede è mafia…Allora niente è mafia. E se niente è mafia, alla fine gli stranieri considereranno gli italiani tutti mafiosi.

Invece mafioso è ogni atteggiamento e comportamento, da chiunque adottato, di sopraffazione e dall’omertà, anche istituzionale, che ne deriva.

Non denunciare ciò rende complici e di questo passo gli sciasciani non avranno mai visibilità se rimarranno da soli ed inascoltati.

Da deroga a regola: ne ‘L’inganno’ Barbano spiega le “torsioni giustizialiste” del sistema antimafia. Domenico Bonaventura, Giornalista, comunicatore, fondatore di Velocitamedia.it, su Il Riformista il 6 Dicembre 2022

“Un sistema che da deroga è diventato regola”. C’è questo alla base de “L’inganno. Usi e soprusi dei professionisti del bene”, il nuovo libro di Alessandro Barbano, edito da Marsilio, presentato nei giorni scorsi a Roma e Milano. Nello scritto, Barbano – già direttore de Il Mattino di Napoli e vicedirettore de Il Messaggero e oggi condirettore del Corriere dello Sport – sottolinea la volontà di “raccontare la giustizia da dentro, con gli occhi di fuori”. Sottolineare, cioè, le storture di un sistema che spesso si palesa come un sistema malato.

L’input, come egli stesso afferma, è la storia di Riccardo Greco. “Un imprenditore di Gela – afferma l’autore – che aveva denunciato, facendoli condannare, i mafiosi a cui pagava il pizzo da anni, ma che fu poi per anni perseguitato dallo Stato. Greco era una vittima, ma ciò non impedì a un Prefetto di porre una interdittiva antimafia. Allora l’imprenditore consultò l’avvocato, affermando di voler passare il testimone ai figli. Ma i provvedimenti che pendevano sulla sua testa sarebbero stati loro ‘trasferiti’. Capì che il problema era lui e decise di farla finita”.

Questa è la storia che dà lo spunto al libro. Naturalmente, non tanto e non solo per raccontare un fatto di per sé tragico, ma per andare alla sua base, alla sua origine. “E l’origine – dice Barbano – non può essere che in un sistema malato, quello dell’antimafia, che ha sviluppato uno schema in cui un imputato può vedersi, da un lato, assolto per non aver commesso il fatto ma, dall’altro, vittima di un provvedimento di confisca. Nello stesso giorno. Perché se la condanna ha bisogno di avere delle prove, per la confisca è sufficiente il compendio indiziario, si pensi alla dichiarazione di un pentito. Ma come spieghi a un cittadino che nel momento stesso in cui gli dici che è innocente, gli stai prendendo tutto?”, chiede Barbano con una domanda che sa che, purtroppo, non avrà risposta.

“A ciò si aggiunga un altro particolare non di scarsa entità: per questo tipo di provvedimenti – prosegue l’autore – è stato allargato notevolmente l’ambito di intervento: si è passati dalla pericolosità qualificata alla pericolosità semplice. Oggi sono ricomprese non solo fattispecie legate a reati di mafia, ma anche quelle legate, ad esempio, ai reati di stalking. Tutto viene considerato emergenza, e a tutto viene applicata una norma emergenziale. Il 41 Bis o l’ergastolo ostativo sono diventate regole, quando in realtà sono deroghe. Ciò è possibile perché la giurisprudenza ha sostenuto e promosso una torsione autoritaria nella sua stessa applicazione”.

Casi emblematici di quanto lei dice potrebbero forse essere considerate le azioni-retata che sempre più spesso caratterizzano l’attività inquirente? “Esatto, e questo avviene in particolare nel Mezzogiorno d’Italia, dove spesso assistiamo a retate da qualche centinaio di arresti che si concludono con poche condanne”. E non è per niente casuale che le Procure che commettono più errori siano quelle di Reggio Calabria, Napoli e Catanzaro.

Ma è possibile porre un freno a tutto questo, magari mettendo mano al Codice Antimafia? “Certamente. Bisognerebbe ricalibrarlo alla dimensione dei primi anni ’80, quando erano previste conseguenze per l’accertamento penale. Chi viene assolto non può vedersi confiscato. C’è bisogno di maggiori garanzie, non si può assistere, ad esempio, ogni volta al riempimento a piacimento di quella scatola vuota che è il reato di concorso esterno”. “La verità – conclude Barbano – è che spesso vediamo magistrati che agiscono come becchini dello stato di diritto, che piegano a torsioni giustizialiste a causa di una cultura inquisitoria purtroppo dilagante”.

L’inganno. L’Antimafia non serve affatto a combattere la criminalità organizzata e rovescia lo Stato di diritto. Alessandro Barbano su L’Inkiesta il 5 Dicembre 2022

Un apparato burocratico, giudiziario, politico e affaristico cresciuto a dismisura e fuori da ogni controllo di legalità e di merito. Ecco come Alessandro Barbano definisce la delega che una politica miope ha fatto alla magistratura

Il percorso compiuto fin qui conduce a una conclusione impegnativa: l’Antimafia, intesa nella sua complessa realtà istituzionale e simbolica, nella sua operatività e nel suo racconto, è un inganno. Uso questa parola in senso politico e non morale. Cioè al netto della buona fede e dell’impegno di quanti si dedicano a combattere il crimine, l’Antimafia ha tradito il compito che le è stato assegnato dalla democrazia. L’inganno politico sta nell’idea che l’intera macchina dell’eccezione, raccontata in queste pagine, serva a combattere la mafia. Che l’arbitrio delle confische e la ferocia delle condanne servano a ripagare le vittime. Ma l’inganno si mostra anche al contrario: non è vero che chi critica la legislazione d’emergenza e invoca pene compatibili con i principi costituzionali fa il gioco della mafia e offende le vittime.

Si tratta di un teorema che non ha fondamento. Perché le vittime, e cioè i caduti e le loro famiglie, non sono risarcibili con la vendetta. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non sono morti per consegnare alle generazioni future l’idea che la mafia sia irredimibile, quindi invincibile. Che l’emergenza sia la cifra permanente delle relazioni tra lo Stato e i cittadini.

Che la lingua del sospetto sia il racconto del paese. Il loro sacrificio vale molto di più. Chi ha pagato il prezzo più alto nella lotta alla criminalità organizzata – cioè i congiunti di quei magistrati, poliziotti, politici, imprenditori, sindacalisti e giornalisti assassinati –, non può trovare consolazione al proprio dolore in una guerra eternata. Che può solo amplificare lo strazio di un martirio vano.

Se questo è vero sul piano morale, lo è ancora di più su quello razionale. Una pena che non redime trascina con sé il rancore tra le generazioni. Senza il ravvedimento dei padri, per lungo, doloroso e rischioso che sia, il destino dei figli è segnato. Uno Stato incapace di superare l’emergenza divide la società in fazioni. Una giustizia che pensa e parla con la lingua del sospetto alza una coltre di fumo sulla vita pubblica, nella quale «mafia» è, allo stesso tempo, tutto e niente.

I falsi protettori di Abele tirano per la giacca gli eroi dell’Antimafia per nascondere la loro cecità ideologica e proteggere le posizioni di potere costruite fin qui. Ma Abele è morto e nessuno di loro può resuscitarlo. Nessuno può restituire alla comunità la dedizione, il rigore, l’ispirazione spirituale di un magistrato come Rosario Livatino, ucciso il 21 settembre 1990 sulla provinciale Caltanissetta-Agrigento, mentre si recava, senza scorta, in tribunale.

Commemorando la sua morte trent’anni dopo, il cugino di questo eroe involontario, don Giuseppe Livatino, rivolge parole impegnative a uno degli assassini, con il quale intrattiene da anni una corrispondenza privata: «Un abbraccio particolare a Gaetano Puzzangaro. Insieme possiamo costruire un volto nuovo di questa terra bellissima e disgraziata, come la definì Paolo Borsellino». Puzzangaro aveva ventun anni quando, insieme ad altri complici, speronò l’auto del giudice, per poi colpirlo a morte. Ha trascorso tre decenni in carcere, gran parte dei quali al 41bis. Ha studiato, si è ravveduto e, grazie al coraggio di una magistrata di sorveglianza, ha ottenuto la semilibertà.

La sua redenzione è stata al centro della causa. Ci vuole coraggio. Il coraggio di scartare per sempre le scorciatoie, che sporcano le democrazie con l’illusione che ci sia un fine in grado di giustificare tutti i mezzi. Ci vuole il coraggio di magistrati illuminati, e politicamente influenti, che pure riconoscono la traiettoria deviante imboccata dalla giustizia dei cattivi nel nostro paese. Ma che hanno commesso l’errore di pensare che l’eccezione sia ancora sostenibile, se maneggiata da coscienze responsabili e sagge. Non è così: non basta ridurre gli errori e limitare gli abusi, da sempre due variabili nell’esercizio della giurisdizione.

Perché una cosa è abusare con strumenti ordinari, un’altra è farlo con una bomba atomica. Bisogna avere il coraggio di disarmare le testate nucleari installate nel sistema democratico da una logica di potenza che è cresciuta negli anni senza alcun contrappeso istituzionale. L’Antimafia in Italia è una macchina fuori controllo, dotata di mezzi letali; lo sconfinamento dell’azione penale sugli altri poteri, che essa persegue, coincide con un deragliamento della democrazia.

Per questo l’eccezione va dismessa, smontata e rottamata per sempre. Non c’è salvezza per la giustizia italiana senza un riscatto profondo dello Stato di diritto. Vuol dire tornare a un diritto penale ordinario fondato su fatti, prove e convincimenti oltre ogni ragionevole dubbio. Vuol dire riportare le confische, i sequestri e tutte le misure di prevenzione all’interno del processo, ancorandole all’accertamento di un reato e limitandole alla lotta alla mafia. Vuol dire definire per legge il confine tra l’illecito e il lecito, tipizzare in maniera tassativa fattispecie come il concorso esterno. Vuol dire abiurare il paradigma del sospetto e del disdoro, separando il diritto dalla morale nella giurisprudenza e nella cultura giuridica e civile del paese. Vuol dire dare un tempo preciso e breve alle misure emergenziali, come il 41bis, nella prospettiva di tornare all’ordinario prima possibile. Vuol dire restituire una funzione di redenzione alla pena, rendendola certa nella misura e flessibile nell’esercizio, cancellando per sempre la vergogna dell’ergastolo ostativo. Vuol dire considerare come sanzioni, di beatificazione di Rosario Livatino: più volte l’ergastolano è stato chiamato a testimoniare il suo percorso interiore davanti al postulatore del Vaticano.

Ci vuole coraggio. Il coraggio di scartare per sempre le scorciatoie, che sporcano le democrazie con l’illusione che ci sia un fine in grado di giustificare tutti i mezzi. Ci vuole il coraggio di magistrati illuminati, e politicamente influenti, che pure riconoscono la traiettoria deviante imboccata dalla giustizia dei cattivi nel nostro paese. Ma che hanno commesso l’errore di pensare che l’eccezione sia ancora sostenibile, se maneggiata da coscienze responsabili e sagge. Non è così: non basta ridurre gli errori e limitare gli abusi, da sempre due variabili nell’esercizio della giurisdizione. Perché una cosa è abusare con strumenti ordinari, un’altra è farlo con una bomba atomica. Bisogna avere il coraggio di disarmare le testate nucleari installate nel sistema democratico da una logica di potenza che è cresciuta negli anni senza alcun contrappeso istituzionale. L’Antimafia in Italia è una macchina fuori controllo, dotata di mezzi letali; lo sconfinamento dell’azione penale sugli altri poteri, che essa persegue, coincide con un deragliamento della democrazia.

Per questo l’eccezione va dismessa, smontata e rottamata per sempre. Non c’è salvezza per la giustizia italiana senza un riscatto profondo dello Stato di diritto. Vuol dire tornare a un diritto penale ordinario fondato su fatti, prove e convincimenti oltre ogni ragionevole dubbio. Vuol dire riportare le confische, i sequestri e tutte le misure di prevenzione all’interno del processo, ancorandole all’accertamento di un reato e limitandole alla lotta alla mafia. Vuol dire definire per legge il confine tra l’illecito e il lecito, tipizzare in maniera tassativa fattispecie come il concorso esterno. Vuol dire abiurare il paradigma del sospetto e del disdoro, separando il diritto dalla morale nella giurisprudenza e nella cultura giuridica e civile del paese.

Vuol dire dare un tempo preciso e breve alle misure emergenziali, come il 41bis, nella prospettiva di tornare all’ordinario prima possibile. Vuol dire restituire una funzione di redenzione alla pena, rendendola certa nella misura e flessibile nell’esercizio, cancellando per sempre la vergogna dell’ergastolo ostativo. Vuol dire considerare come sanzioni, e assisterle con le garanzie del processo penale, tutte le misure amministrative che comportino un’afflittività e una limitazione della libertà per i destinatari, come le interdittive antimafia. Vuol dire promuovere nel paese un dibattito sulla crisi e sulla difesa dello Stato di diritto, che impegni al massimo livello le Commissioni giustizia delle due Camere.

Vuol dire, da ultimo, diradare il polverone di sospetti, accostamenti superficiali, pregiudizi cognitivi e morali, rappresentazioni ideologiche con cui l’Antimafia racconta la società, sgombrare il campo dai fantasmi di una mafia che non risparmierebbe nessun territorio e nessun ambito civile del paese, e tornare a studiarla per quello che è oggi.

Non abbiamo della mafia nessuna rappresentazione attuale e attendibile. La macchina dell’investigazione giudiziaria è un’arma spuntata e autoreferenziale, sconnessa dai processi di territorio. Insegue una verità sempre più storica, tra le delazioni di pentiti pronti a tutto pur di garantirsi privilegi e immunità.

Assume l’enorme mole di intercettazioni di cui dispone come unica fonte di prova, in assenza di riscontri efficaci. Cede alle congetture di una polizia giudiziaria che non risponde, come del resto il pm, della raccolta e della proposizione di illazioni inconsistenti. Senza un’iniezione di responsabilità non si ferma la deriva, fuori controllo, del sistema investigativo. Né si ottiene, da una simile articolazione organizzativa e operativa, alcun fotogramma realistico della realtà criminale. Quello che passa nell’opinione pubblica è un racconto irrealistico, distorto dalla necessità di costruire consenso attorno a un’Antimafia che ha assunto, nell’assetto istituzionale, un ruolo politico.

E che utilizza l’allarmismo come cassa di risonanza della propria propaganda. Questo non vuol dire che la minaccia della mafia nel paese sia scongiurata o fittizia. Né che, dopo i colpi subiti negli anni seguenti le stragi e dopo la sconfitta dei corleonesi, non possa rialzare la testa in forma diverse. I soli ventotto omicidi del 2020, contro gli ottocento o mille di trent’anni fa, non bastano per dire che la mafia è morta. Ma neanche per sostenere il contrario, e cioè che la mafia non uccide più perché non ne ha bisogno, essendosi infiltrata in ogni dove.

La mafia non è solo figlia di una condizione primigenia del potere, ma è sopravvissuta, in centocinquant’anni, ai cambiamenti sociali e alle strutture della modernità, trapiantandosi in due mondi e cogliendo ogni occasione di profitto e di potere. Nessuno ci garantisce che lo sviluppo tecnologico, i cambiamenti culturali, il controllo dello Stato e l’evoluzione della democrazia siano in grado di assorbire per sempre il fenomeno. E tuttavia sappiamo che il suo radicamento pesa su due fattori: la concentrazione del potere in forme occulte e l’arretratezza sociale del suo bacino di affiliazione. La trasparenza amministrativa e un clima civile di fiducia nelle relazioni pubbliche sono rimedi antimafiosi, assai più delle retate e dei maxi processi destinati a finire parzialmente in fumo.

Allo stesso modo lo sono le occasioni di lavoro e di socialità e la lotta alla dispersione scolastica che, in alcune aree del Sud, riguarda uno studente su quattro. Sono i ghetti culturali e civili i bacini di incubazione della mafia. Nessuna guerra li ha mai cancellati, nessuna legge speciale li ha mai arginati. Semmai li hanno resi più impenetrabili. La stagione dell’eccezione perciò deve chiudersi. Alle condizioni date, e qui raccontate, la delega della politica all’Antimafia offende il diritto e la civiltà, è inutile, di più, è un danno per la democrazia.

Prima cessa e meglio è. È ora di svelare l’inganno.

L’inganno, Alessandro Barbano, Marsilio, 256 pagine, 18 euro

I professionisti del bene che rovinano innocenti in nome dell’Antimafia. Nel nuovo libro di Alessandro Barbano, l’assurdità delle misure di prevenzione: non si basano su prove ma su indizi e sospetti. Il Dubbio il 29 novembre 2022

«La pena, per chi è stato condannato da innocente, è un’ingiustizia. Per chi è stato assolto, o mai processato, è un assurdo. Una Giustizia che la infligge, non per errore, ma per legge, è una macchina di dolore umano non giustificato e non giustificabile. Ad azionare quella macchina è un potere arbitrario, radicato nel cuore della democrazia, che ha trasformato l’eccezione nella regola, imponendo in nome dell’emergenza permanente, proclamata come un dogma, un diritto spiccio, che dismette le prove per il sospetto, confisca aziende e beni senza un giudicato, commina squalifiche e interdizioni civili.

È il «diritto dei cattivi», fondato dopo l’Unità d’Italia per combattere i briganti, usato a piene mani dal fascismo per perseguitare i dissidenti, ignorato dai costituenti repubblicani, che ne immaginavano l’abolizione, e ripristinato dal legislatore negli ultimi quarant’anni. Quel diritto è arrivato a noi, come un’anomalia che è diventata la norma. Come un rimedio peggiore del male che si propone di combattere. Qui si raccontano gli abusi, gli sprechi, i lutti, il dolore e l’inquinamento civile perpetrati, in nome della lotta al crimine, da un sistema burocratico, giudiziario, politico e affaristico cresciuto a dismisura e fuori da ogni controllo di legalità e di merito.

Questo sistema è ciò che conosciamo con il nome di «Antimafia». È fatto di leggi speciali. Di sentenze che anticipano leggi e poi diventano leggi. Di pene che aumentano a dispetto del diminuire dei reati. Di procure che hanno accresciuto il loro potere fino ad assumere un ruolo politico e ad assegnarsi il compito di bonificare la democrazia. Di confische e sequestri con cui lo Stato espropria enormi patrimoni privati. Di imprenditori interdetti nella loro attività in nome di un sospetto, che si diffonde per contagio, come un virus.

Di prefetti, amministratori giudiziari e associazioni di volontariato, la cui funzione o il cui profitto dipendono, a vario titolo, dalla crescita continua del sistema stesso. E, da ultimo, di una retorica che accompagna l’avanzare dell’Antimafia nella democrazia. Nelle pagine che seguono mi chiedo se questo sistema fosse indispensabile per sconfiggere la mafia, se e in che misura ha adempiuto al suo compito, perché è cresciuto oltre ogni previsione, qual è oggi la sua funzione e quali effetti collaterali produce per la società, chi lo promuove e perché, che rapporto ha con la crisi della giustizia italiana e quali sono i vantaggi, o piuttosto i rischi, di una sua ulteriore espansione.

La genesi di questo libro ha quella che chiamerei una scintilla personale. Nell’estate del 2017 mi trovo a Napoli ormai da sei anni per dirigere «Il Mattino», quando in Parlamento e nel dibattito pubblico si discute se equiparare i corrotti ai mafiosi. Mi pare un’aberrazione. Il fatto che la mafia persegua i suoi traffici facendo sempre meno ricorso alla violenza, e sempre più alla trama di relazioni inquinate che riesce a stabilire con il Palazzo, non significa che tutti i corrotti debbano essere considerati alla stregua dei mafiosi. E invece proprio in quei mesi questa confusione illogica sta per realizzarsi con una legge che estende il Codice antimafia ai reati contro la pubblica amministrazione, fino al peculato.

Chi non sa che cosa sia il Codice antimafia non può capire quanto sia grave questa decisione. Cominciamo con il dire che si tratta di una legge che disciplina un giudizio sommario, chiamato «procedimento di prevenzione». È un rito in cui l’accertamento della verità non si fonda su prove, ma è supposto sulla scorta di indizi, sospetti, valutazioni probabilistiche che non hanno alcuna incontrovertibilità. Sulla base di accertamenti superficiali il procedimento di prevenzione sequestra e confisca beni e aziende e commina misure che limitano la libertà, con effetti non molto diversi da quelli prodotti dalle condanne penali e dalle misure cautelari, previste dal diritto ordinario. Con una differenza sostanziale: i destinatari delle misure di prevenzione spesso non sono colpevoli, cioè persone giudicate e condannate. E talvolta non sono neanche sospettati per un reato specifico. Sono però considerati soggetti pericolosi. E come si valuta la pericolosità? Dalla loro abituale condotta, dal tenore di vita, dall’idea che si mantengano con i proventi di delitti, ancorché non ci sia prova di alcun delitto specifico.

Ma non finisce qui. Perché accade che la pericolosità si estenda dalle persone alle cose. Cosicché le misure di prevenzione si applicano anche nei confronti di quei beni che rischiano di finire nelle mani di persone pericolose. Con questa giustificazione vengono sottratti ai legittimi proprietari, che non sono pericolosi, ma che siano venuti in contatto, anche del tutto involontariamente, con altri soggetti giudicati a rischio.

Talvolta i cittadini a cui sono stati confiscati i beni vengono anche giudicati innocenti, cioè sottoposti a un processo penale e assolti dal diritto ordinario, ma nel frattempo il patrimonio o l’impresa gli sono stati già confiscati dal diritto speciale di prevenzione. Pensate all’assurdo logico che si realizza quando una persona viene, allo stesso tempo, riconosciuta innocente e colpita da una misura afflittiva come la confisca di una casa o dell’azienda di una vita.

Per trent’anni l’assurdo è stato spiegato così: tu non c’entri niente ma Io, Stato, mi prendo la tua proprietà per proteggerti, cioè per impedire che la mafia possa infiltrarsi. Con l’estensione delle misure di prevenzione l’equazione logica diventa: non so se tu sia persona onesta o corrotta, ma Io, Stato, mi prendo la tua proprietà per impedire che possa diventare oggetto di corruttela…».

Un libro da leggere senza pregiudizi ideologici. L’inganno di Alessandro Barbano smaschera l’Antimafia e i professionisti del bene. Maria Brucale su Il Riformista il 25 Novembre 2022

La Costituzione intesa come Carta fondamentale nasce a presidio di uno Stato liberale che offra a ogni individuo strumenti per difendersi dal potere. L’uomo è posto al centro quale soggetto di garanzia a tutela della sua libertà, il più alto dei diritti, protetto dalla doppia riserva di legge e di giurisdizione e della sua dignità, al cuore del sistema costituzionale e convenzionale. Dignità è parola di ampissimo respiro che inalvea ogni aspetto della sfera individuale e della vita di ognuno come singolo e nelle relazioni sociali: la sua rappresentazione nel privato e nel pubblico, la sua esistenza e il suo svolgersi quotidiano nel lavoro, nella famiglia, nei rapporti con la legalità e con le regole, con il potere, appunto.

Ma una regola è tale se è chiara, prevedibile, ragionevole, proporzionata, equilibrata, se il cittadino, qualunque cittadino in egual misura, non dovrà subirla ciecamente ed esserne travolto ma sarà posto nelle condizioni di rispettarla e di essere colpito da una punizione solo a fronte di una responsabilità certa rispetto alla quale abbia avuto ogni strumento per dibattere, contestare, offrire la propria verità. Ogni distorsione da tali concetti, essenza di una democrazia, può trovare giustificazione unicamente in comprovate situazioni di straordinarietà e di emergenza e soltanto per tempi limitati pena l’interruzione dello Stato di Diritto e la creazione di sacche di arbitrarietà oscure e violente perché pongono la persona che le subisce nella condizione di oggetto di diritti collocata in un cuneo cupo e incontrollabile di sostanziale illegalità.

Il fraintendimento dell’emergenza e dell’esercizio del potere statale per contenerla è tema centrale della coraggiosa analisi che Alessandro Barbano, giornalista, scrittore e saggista, da sempre fine osservatore di fenomeni politici, offre dei nostri tempi nel suo ultimo libro, L’Inganno – Antimafia, usi e soprusi dei professionisti del bene, edito da Marsilio Edizioni. Uno scritto rigoroso e capillare nutrito di accadimenti degli ultimi anni raccontati con la lente dello storico che si interroga e che interroga il lettore su un metodo di contrasto alla criminalità organizzata troppo spesso espressione del “diritto penale del nemico” alimentato dalla paura sociale e teso a insinuarla, sorretto dalla esibizione di icone del male che legittimano il concetto tutto demagogico del fine che giustifica i mezzi, teso a “inserire come elemento ordinario e strutturale del sistema misure che potrebbero giustificarsi solo in quanto risposte all’emergenza, provvedimenti eccezionali legati a stagioni di particolare allarme sociale. La normativa che riguarda i reati di mafia altro non è che una deviazione dell’ordinamento oltre lo spirito della Costituzione”.

Barbano attraversa lo strazio di vicende umane e giudiziarie, di vite interrotte e spente dall’arbitrarietà dei meccanismi ablativi delle misure di prevenzione patrimoniale, dal giogo delle inchieste spettacolo di chi vorrebbe smontare un’intera regione e ricostruirla con i Lego sbandierando l’idea di un calderone di illegalità e di promiscuità nel quale gettare quasi a caso tutta una comunità. Entra nell’abominio dei regimi speciali e privativi dentro e fuori dal processo che rendono del tutto ineffettiva la difesa; di un doppio binario che pone l’imputato fuori dall’aula, distante dal suo difensore e ammette la formazione della prova per i reati più gravi nei colloqui segreti delle procure con i collaboratori di giustizia senza alcun contraddittorio. Percorre i corridoi delle carceri, delle opportunità negate, di un non luogo dimenticato e nascosto tanto più per chi sia accusato o condannato per un reato ostativo disegnato per negare il ritorno in società e assurto a contenitore delle più varie fattispecie penali da gettare in pasto al popolo come un boccone ristoratore di una fame scomposta e indefinita di sicurezza.

Si spinge nel silenzio del 41 bis, della negazione di ogni anelito di umanità, di affettività, di aspettativa di riabilitazione e di reintegrazione, di speranza. il crimine più grande è stare con le mani in mano, direbbe Marco Pannella. Ed è il principio guida di chi affronta consapevolmente le battaglie scomode, quelle che nessuno vuole intestarsi, se ne occupa. Un libro da leggere senza pregiudizi ideologici, scrollandosi di dosso la bulimia del diritto penale quale unico strumento di difesa sociale, le bandiere polverose dei simboli, il subdolo e ottuso bisogno di nemici da sopprimere, per la riaffermazione di un concetto di giustizia che è trasparenza, uguaglianza, controllabilità, accessibilità, in ultima analisi legalità. Maria Brucale

Un viaggio negli inferi dei diritti negate. Alessandro Barbano svela il grande bluff: le mani sporche dell’antimafia. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 30 Novembre 2022

L’Italia è il Paese in cui i concetti di giustizia e ingiustizia vivono mescolati e talvolta sovrapposti. Sanzionata dalla Commissione europea per gli inaccettabili tempi lunghi dei procedimenti, condannata dalla Corte europea dei diritti umani per le condizioni invivibili delle carceri, quella che fu la culla del diritto – la patria di Cesare Beccaria – è diventata negli ultimi decenni la maglia nera della civiltà giuridica. Perché da noi c’è la mafia, viene detto. E in nome della lotta alla mafia tutto è lecito, tutto è accettabile: le storture dello Stato di diritto, le curvature delle garanzie costituzionali. Tutto.

La piaga giustizialista diventa parte di una Costituzione materiale, di una normativa non scritta che si trasforma in prassi dell’agire collettivo. Istituzionale e non. Con uno snodo di poteri che si fa esso stesso cabina di regia e incarnazione di interessi: i professionisti dell’antimafia sommano Procure e redazioni televisive, correnti della magistratura e movimenti politici, testate giornalistiche e associazioni, onlus, funzionari ed esecutori commissariali. Eccola, come la dipingeva già 35 anni fa Leonardo Sciascia, la rete dei professionisti dell’antimafia. Fondato su decenni di sodalizi cementati da patti immarcescibili, il "potere incontrastato e incontrastabile dell’Antimafia", come lo descriveva Sciascia, è l’hub per il quale passano promozioni e affari, assunzioni e premi. Perché le procure antimafia diventano la punta di lancia di un esercito sempre più sregolato, capace di tutto al di là dei veri risultati. Qualche dato? Il 29% dei detenuti non ha una condanna definitiva, il 15% è in attesa di primo giudizio. E il ricorso alla custodia cautelare non è senza conseguenze: l’anno scorso sono stati pagati 24 milioni di euro di indennizzi per ingiusta detenzione.

Con le Procure antimafia del Mezzogiorno a farla da padrona, in questa classifica del merito al rovescio: Reggio Calabria, Napoli e Catanzaro sono le Procure che commettono più errori giudiziari. Seguono Roma, Catania e Palermo. E non per caso: perché in nome della lotta alla mafia si possono calpestare diritti e ignorare garanzie. Di questo si occupa Alessandro Barbano, il giornalista garantista che ha scritto per Marsilio L’Inganno. Usi e soprusi dei professionisti del bene. Un testo-bussola per orientarsi meglio nel momento in cui Carlo Nordio, il magistrato più garantista, diventa ministro di un governo attraversato dal giustizialismo. Barbano ci mette quarant’anni di esperienza che trasuda dalla pratica delle aule giudiziarie, e che diventano indignazione. La sua diagnosi è critica: «L’attacco alle garanzie liberali è in atto da tempo nel Paese. Viene da un’alleanza tra una parte della magistratura inquirente, rappresentata dalle procure antimafia, le forze politiche della sinistra e dei Cinquestelle in concorrenza tra loro, una parte della burocrazia prefettizia, settori dell’ordine pubblico guidati da un’ispirazione securitaria, liberi professionisti e associazioni di volontariato animati da interessi di lucro. Questo singolare partito trasversale si è assegnato il compito di mettere la democrazia sotto tutela, in nome di una retorica dell’emergenza in cui sfuma ogni differenza tra eccezione e ordinario».

Non lesina i nomi, Barbano: «I giornalisti fondamentalisti di Report» sono la grancassa di questo partito (pag.76, pag. 189). Il braccio armato sono i magistrati che tirano la rete, ne indagano 400 e alla fine, forse, ne condannano quattro. Il capitolo 8 del libro, "le inchieste flop del Super Procuratore", è dedicato a questa categoria. E i sicari, buon ultimi, sono i commissari straordinari che ricevono in gestione le aziende confiscate. Le spolpano, e una volta inservibili le risputano. Ecco il sistema Saguto, che l’ex direttore del Mattino, Barbano, racconta per filo e per segno. Facendo parlare le vittime, per una volta: gli imprenditori ingiustamente accusati di prossimità con la mafia che una volta assolti non vedranno più tornare in piedi le loro aziende.

Il libro di Barbano è una discesa agli inferi del diritto in cui si fatica a trovare un Virgilio. Si racconta di quel pranzo con Raffaele Cantone, degli sfoghi di Catello Maresca, dell’amarezza di Andrea Cuzzocrea. Quaranta pagine fitte di note giuridiche, di sentenze e di decisioni della Cassazione sugellano un pamphlet che non si limita a leggere la realtà ma prova a indicare qualche soluzione. «Per indebolire questo potere senza freni, che ha tradito il compito assegnatoli dalla democrazia, bisogna revocare la delega che una politica miope ha fatto alla magistratura e che alcune procure hanno trasformato in una leva per mettere le società sotto tutela». Se ne parlerà diffusamente giovedì all’Auditorium in una prima grande presentazione pubblica coordinata da Monica Maggioni con Giuliano Amato, Eriberto Rosso, Giovanni Melillo e Paolo Mieli. Il ritorno alla politica con la P maiuscola: eccola, l’utopia. Il risveglio, prima o poi, da questa lunga notte delle idee che ha sostituito i poteri e confuso troppe volte il bene con il male.

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

Quei magistrati “combattenti” che forzano e danneggiano il processo penale. Il dibattito. Il professor Giovanni Fiandaca spiega le degenerazioni del processo penale, visto più come battaglia e non come strumento di accertamento dei singoli reati. Giovanni Fiandaca su Il Dubbio il 22 ottobre 2022.

In un recente intervento sul Dubbio del Lunedì, Giorgio Spangher ha delineato un quadro ricostruttivo delle direttrici di tendenza del sistema- giustizia, con particolare riferimento al processo penale.

Anticipo che condivido in larga misura l’analisi svolta dal valoroso processualista, a cominciare dalla pare in cui egli rileva che da una certa fase storica in poi – segnata prima dall’emergenza terroristica e poi dall’escalation della criminalità mafiosa – è emersa la tendenza a concepire il processo penale, più che come meccanismo di accertamento di singoli e circoscritti reati, come strumento di lotta e contrasto a fenomeni criminali di ampia portata: con conseguente rottura di quell’equilibrio tra finalità repressiva e rispetto delle garanzie individuali che ogni procedimento penale dovrebbe, almeno in linea teorica, riuscire a mantenere.

Ma vi è di più. La propensione a utilizzare il processo come mezzo di lotta ha, altresì, preso piede nell’ambito delle strategie di contrasto alla corruzione cosiddetta sistemica: come emblematicamente dimostra l’esperienza giudiziaria milanese di Mani Pulite, di cui quest’anno è stato celebrato il trentennale, anche in questo caso l’obiettivo principale preso di mira dai magistrati inquirenti è finito col consistere, più che nell’accertare singoli episodi corruttivi, nel colpire e disarticolare il sistema della corruzione come fenomeno generale.

Quale che sia il settore specifico di criminalità collettiva di vota in volta considerato, l’impiego del processo come una sorta di macchina da guerra è destinato a condizionare anche la fase preliminare delle indagini. Pubblici ministeri e polizia giudiziaria sono infatti indotti ad aprire grandi inchieste- contenitore ad amplissimo raggio su ambienti e persone potenzialmente sospettabili di relazioni criminose, ancor prima però di disporre di elementi di conoscenza relativi a possibili ipotesi specifiche di reato: piuttosto, l’indagine funge così da strumento esplorativo per andare alla ricerca di eventuali fatti penalmente rilevanti, con l’effetto di dilatare smisuratamente i tempi dell’accertamento giudiziario e di contestare non di rado reati di problematica e incerta configurabilità, con conseguente spreco di risorse materiali e umane. Prendendo implicitamente le distanze da un simile modello d’intervento, ad esempio il nuovo procuratore di Palermo Maurizio De Lucia ha dichiarato nel suo recente discorso di insediamento: «Indagheremo dove la legge ci impone di farlo e nel rispetto delle regole, ma processeremo dove saremo convinti di arrivare alle condanne. I processi che si devono fare saranno solo quelli che vanno fatti» (cfr. Giornale di Sicilia 16 ottobre 2022).

È una apprezzabile dichiarazione d’intenti, peraltro in linea con alcune innovazioni normative della riforma Cartabia che convergono nello scoraggiare le investigazioni esplorative. Certo, l’idea del processo come arma di lotta ha avuto motivazioni storiche che – come anticipato – riconducono alla presenza o recrudescenza nel nostro paese di gravi forme di criminalità sistemica, che il potere giudiziario si è trovato a dover fronteggiare anche per una specie di delega tacita ricevuta da un potere politico incapace di (o poco disposto a) mettere in campo strategie di intervento idonee a incidere in profondità sulle cause genetiche dei fenomeni criminali da contrastare e prevenire.

Ma – non soltanto a mio avviso – ha avuto in proposito un peso una componente soggettiva a carattere ideologico o latamente culturale, che ha a che fare con la auto- percezione di ruolo almeno di una parte della nostra magistratura penale e che in qualche misura perdura a tutt’oggi: mi riferisco alla concezione (presente in origine soprattutto tra i magistrati ‘ di sinistra’, ma poi estesasi con una certa trasversalità) che ravvisa la principale missione della giurisdizione penale nell’esercizio di un controllo di legalità a tutto campo (sull’attività dei pubblici poteri, prima ancora che sulle condotte dei cittadini comuni), nella difesa delle istituzioni democratiche dalle minacce della grande criminalità, nella promozione del rinnovamento politico e nella moralizzazione collettiva.

Questa concezione della giurisdizione, oltre a determinarne una sovra-esposizione politica con conseguenti squilibri nell’ottica della divisione dei poteri istituzionali, e a condizionare – come già detto – la gestione del processo penale strettamente inteso, produce in verità effetti pure sul modo di interpretare e applicare le norme del diritto penale sostanziale, che definiscono cioè i presupposti generali della punibilità e gli elementi oggettivi e soggettivi dei vari tipi di reato.

Quanto più infatti la giustizia penale assume un’impronta combattente di tipo simil-belligerante, tanto più il magistrato interprete-applicatore delle norme incriminatrici sarà tentato di cavarne il massimo della punibilità, adottando interpretazioni estensive o addirittura analogiche ( ancorché in diritto penale formalmente vietate!) che forzano o manipolano il contenuto testuale delle fattispecie legali; con buona pace dei principi di riserva di legge e tipicità, che dovrebbero in linea teorica fungere da presidi garantistici invalicabili. A neutralizzare o indebolire l’efficacia orientativa del principio della tipicità legale delle incriminazioni concorre un fenomeno connesso, che la dottrina di matrice professorale ha denominato processualizzazione delle categorie sostanziali.

Che vuol dire? Per rendere più accessibile il significato di questa espressione ostica, cerchiamo di esplicitarlo così: si allude alla mossa giudiziale di spostare sul terreno della prova processuale la soluzione di nodi problematici che attengono, invece, alla previa determinazione dei presupposti della responsabilità sul versante del diritto sostanziale, in conformità appunto al principio di tipicità penale.

Per esemplificare, si pensi al problema, ricorrente nei processi di mafia, di definire il partecipe punibile di un’associazione mafiosa. Orbene, il predetto fenomeno della processualizzazione si verifica ogniqualvolta l’organo procedente, piuttosto che partire da una precisa e vincolante definizione generale di che cosa secondo la legge penale debba intendersi per ‘ partecipe’, e ricercare poi gli elementi di prova corrispondenti, stabilisce con ampia discrezionalità se un certo soggetto rivesta tale ruolo: decidendo sulla base sia dei riscontri probatori contingentemente disponibili, sia delle esigenze repressive valutate di caso in caso (così, ad esempio, la soglia minima della partecipazione associativa punibile è stata dalla giurisprudenza più volte individuata nella mera sottoposizione al rito di affiliazione, non ritenendosi necessario anche il successivo ed effettivo compimento di concreti atti espressivi del ruolo di associato, come viceversa richiede ai fini della punibilità l’orientamento più garantistico predominante nella dottrina accademica).

È forse superfluo esplicitare che un tale stile decisorio contraddice, in maniera vistosa, i principi di un diritto penale di ascendenza illuministico- liberale. In una recente rievocazione, promossa dalla Camera penale di Palermo, del celebre maxiprocesso alla mafia siciliana istruito ormai più di un trentennio fa da Giovanni Falcone e da alcuni suoi colleghi di allora, si è ridiscusso del tormentoso problema di fondo di come rendere compatibile il contrasto giudiziario alle mafie con un modello di giustizia penale liberale e con i principi del giusto processo.

Partecipando alla discussione, ho ricordato che lo stesso Falcone – come risulta da svariati suoi scritti ricchi di acume analitico e propositivo, successivamente raccolti nel volume Interventi e proposte (Sansoni, 1994) – aveva ben chiari i non pochi inconvenienti dei maxiprocessi in termini di gigantismo processuale e di conseguente oggettiva difficoltà di accertare in maniera approfondita le colpevolezze individuali dei numerosi soggetti sottoposti a giudizio: e che, rendendosi altresì conto della tendenziale incompatibilità tra i processi di grandi dimensioni e il nuovo rito di stampo accusatorio (beninteso, considerato nella versione originaria) allora ancora in gestazione, egli raccomandava di privilegiare non già la strada dell’illecito di associazione (dispositivo di incriminazione comodo e servizievole anche per la sua idoneità a consentire scorciatoie probatorie), bensì la ricerca dei singoli reati- scopo rientranti nel programma associativo, e di concentrare su di essi la verifica processuale. Un metodo d’indagine, questo, a suo giudizio per un verso più efficace per rendere meno evanescente la prova e, per altro verso, più rispettoso delle istanze di garanzia.

Ritengo che questi suggerimenti di Giovanni Falcone meritino di essere, oggi, ripresi e rimeditati. A maggior ragione, considerando che la tendenza giudiziale all’utilizzo della fattispecie associativa è andato sempre più diffondendosi anche in settori criminosi che poco hanno a che fare con la criminalità organizzata, sovrapponendosi spesso in maniera indebita al concorso criminoso in uno o più reati specifici.

Paolo Cirino Pomicino per Dagospia il 19 settembre 2022.  

La storia di Scarpinato è lunga. Dopo il processo Andreotti, Scarpinato ha sfiorato il processo Mannino e poi la famosa trattativa Stato- mafia, processi entrambi risoltisi con una sconfitta della procura di Palermo che ha speso soldi e tempo per indagare sostanzialmente innocenti e che ha dovuto subire, in qualche caso, anche parole sprezzanti da diversi collegi giudicanti ed in particolare dalla suprema corte di cassazione. Eppure, insieme a Nino di Matteo, oggi che è a riposo Roberto Scarpinato continua a parlare ancora di mandanti oscuri, di ombre potenti che avrebbero coltivato questa fantomatica trattativa tra lo Stato e la Mafia.

Il mondo di Scarpinato ieri attaccava Giovanni Falcone, qualche volta anche in diretta televisiva, mentre oggi ne esalta la memoria così come fanno i rappresentanti del vecchio PCI che ricordano con enfasi Falcone e Borsellino mentre in Parlamento votavano contro tutti i provvedimenti adottati dal governo Andreotti per sconfiggere la mafia suggeriti proprio da Falcone. La disastrosa politica politicante.

La curiosità, però, non si limita alla figura di Roberto Scarpinato ma si estende anche alla sua gentile consorte, Teresa Principato, anch’essa PM nella più autorevole procura d’Italia secondo i mafiologi di turno. La trasmissione “Report” evidenziò qualche tempo fa una strana vicenda. La Principato aveva chiuso nella sua cassaforte un computer in cui erano registrati tutti i file sulle indagini a carico di Matteo Messina Denaro, comprese le registrazioni dei pentiti e le intercettazioni. 

Insomma l’intero patrimonio di notizie che, presumiamo, non avessero copie, per proseguire le indagini sul capo mafioso latitante da decenni. La cassaforte aveva due sole chiavi, una in possesso della Principato e l’altra del suo assistente il finanziere Pulici. Quest’ultimo fu processato ed assolto mentre nessuno si permise neanche di pensare ad una distrazione della Principato. Una sorta, insomma, di “noblesse oblige”. Ed allora chi prese tutto quel ben di Dio di notizie su Matteo Messina Denaro?

Forse la fata turchina o forse quelli che hanno, diciamo, occultato i rapporti tra Scarpinato e Antonello Montante (condannato a 8 anni in appello per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione), rapporti puntualmente registrati da quest’ultimo e custoditi in una sua villa poi perquisita e oggi in possesso della procura di Palermo (Renzi lo ha ricordato). 

Capita a tutti qualche distrazione, qualche amicizia pericolosa ed in molti casi arriva appunto la fata turchina con sembianze umane che provvede a far scomparire tutto. In qualche caso anche la memoria! Potremmo aggiungere ancora qualcosa sulla famiglia Scarpinato ma scadremmo nel pettegolezzo mentre registriamo che in aggiunta al PD è arrivato anche Conte ed il suo Movimento che hanno cominciato a reclutare pubblici ministeri a riposo mentre noi aspettiamo da tempo e con indomita speranza che ci sia qualcuno che volendo reclutare un magistrato tra i propri parlamentari scelga finalmente un magistrato giudicante. Come si vede il peggio non ha mai fine.

La vecchia interrogazione sul candidato 5 stelle. Chi è Roberto Scarpinato, il pm grillino integerrimo che vendeva casa ad un imputato. Piero Sansonetti su Il Riformista il 21 Settembre 2022 

Pare che la notizia sia antica. Però nessuno la conosceva, e quando, ieri, me l’hanno portata, non ci credevo. Invece pare che sia tutto verificato. Roberto Scarpinato, fino qualche mese fa Procuratore generale a Palermo (una delle cariche più importanti in magistratura) e ora passato alla politica con il partito dei grillini e di Conte, ed esposto sempre su posizioni assolutamente integerrime, e di denuncia feroce del malcostume e della politica degli occhi mezzi chiusi con la mafia, beh proprio lui, quando già era un Pm molto noto a Palermo, vendette una casa di famiglia, a Sciacca (cittadina di circa 40 mila abitanti, sul mare, in provincia di Agrigento) ad un prezzo esorbitante e ad un acquirente un po’ sospetto.

La casa fu venduta per circa 700 milioni – scrisse all’epoca l’ex ministro della Giustizia Filippo Mancuso – mentre – sempre secondo Mancuso, sul mercato non valeva neanche la metà di quei soldi. Fu un gran bell’affare. L’acquirente era stato processato per mafia, e questo Scarpinato lo sapeva. Si dice che l’acquirente fosse molto vicino ai Siino. Chi era Siino? veniva chiamato il ministro dell’economia di Riina, si occupava di appalti. Sugli appalti di Siino indagò il colonnello Mori ma poi la sua indagine, avviata da Falcone, fu archiviata, prima che Borsellino potesse prenderla in mano. Fu archiviata da Scarpinato e da un altro magistrato.

Coincidenze, coincidenze, coincidenze. Non è mica vietato vendere la casa a un probabile mafioso. Dov’è il reato? Non venitemi a parlare della solita bufala del concorso esterno in associazione mafiosa, per favore. È un reato che non esiste, lo abbiamo scritto mille volte.

Certo se il protagonista di quella vendita, invece di Scarpinato, fosse stato un deputato del centrodestra, o anche del centrosinistra, la Procura avrebbe aperto una indagine. Ma non era un deputato, il protagonista, e non ci fu indagine. Ora il protagonista ha la possibilità di diventare deputato. Tra gli integerrimi 5 stelle.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Il caso del pm. Quando Scarpinato vendette una casa al doppio del prezzo ad un suo imputato. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 21 Settembre 2022 

L’ex procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, vuole appendere la toga al chiodo di Palazzo Madama. Candidandolo come paladino dell’Antimafia nella sua Sicilia, il M5s di Giuseppe Conte gli ha promesso (e garantito, da capolista) uno scranno parlamentare. In quel Parlamento il nome di Scarpinato era già entrato, nel 1999. E non esattamente per un encomio. A farlo risuonare fu allora l’ex ministro della giustizia Filippo Mancuso che dai banchi dell’opposizione, dove sedeva per Forza Italia, indirizzò una circostanziata interrogazione al Governo.

L’atto di sindacato ispettivo partiva da un articolo pubblicato dal Velino il 26 ottobre di quell’anno. Rendeva noto un fatto che il ministro guardasigilli Oliviero Diliberto non ebbe modo di smentire nel merito. Scriveva Mancuso: «…Nel mirino degli investigatori c’è la vendita, fatta il 30 agosto del 1996, di un immobile a Sciacca e del quale Scarpinato Roberto, (al tempo, ndr) sostituto nella procura di Palermo, era comproprietario con la sorella Lidia Maria Giulia e altri parenti. La casa fu venduta per 690 milioni a una società, la Cesa, di cui è socia accomandataria gerente la signora Rosaria Di Grado. La signora Di Grado è la moglie di Salvatore Fauci, uno dei maggiori imprenditori siciliani specializzato nella produzione di laterizi. L’imprenditore, nel 1992, fu indagato dalla procura della Repubblica di Palermo assieme a decine di altri imprenditori in seguito al dossier De Donno sui rapporti tra mafia, politica e appalti. Attenzione: parliamo di Mafia e Appalti, l’inchiesta proibita costata qualche carriera e forse più d’una vita.

Occhio alle date che concatenano i tratti ora salienti, ora drammatici, di quella nefasta stagione del 1992: il 23 maggio la strage di Capaci uccide Giovanni Falcone, che insieme a Paolo Borsellino stava concentrando il lavoro su Mafia e Appalti. Il 13 luglio i pm di Palermo, Scarpinato e Lo Forte, chiedono l’archiviazione dell’inchiesta Mafia Appalti. Il 19 luglio il giudice Paolo Borsellino muore in un agguato sotto casa della madre, in via D’Amelio. Il 14 agosto viene concessa – con inusuale solerzia, alla vigilia di Ferragosto – l’archiviazione definitiva dell’indagine. E torniamo al 1992 con il documento agli atti parlamentari. Scriveva ancora l’ex magistrato Filippo Mancuso: «Nel 1992, comunque, la posizione di Fauci fu archiviata con decisione firmata dall’allora procuratore della Repubblica Pietro Giammanco, dall’aggiunto Guido Lo Forte e da, appunto, Roberto Scarpinato. Il fatto di cui sopra non risulta finora in alcun modo smentito e, nella parte riguardante i menzionati magistrati, appare di notevole gravità sotto l’aspetto deontologico e funzionale». Fin qui i fatti riportati alla Camera dei Deputati.

Leggiamo il resoconto stenografico depositato a Montecitorio, perché nell’archivio documentale delle interrogazioni parlamentari il testo a oggi non appare leggibile. Chiese allora Mancuso al ministro Diliberto: «Chiedo di sapere quali iniziative di propria competenza intenda promuovere nei confronti dei magistrati che, in questa vicenda, siano coinvolti o in prima persona o come titolari dei doveri di vigilanza e/o disciplinari, a tutt’oggi trascurati». L’allora ministro della Giustizia del governo D’Alema rispose senza eccepire i fatti, ma decise di non dover procedere. La replica di Diliberto: «Dalla documentazione acquisita dal procuratore generale, dal procuratore della Repubblica di Palermo, nonché dal procuratore della Repubblica di Caltanissetta, emerge in primo luogo che il dottor Scarpinato era nudo comproprietario per un sesto indiviso di un immobile a Sciacca pervenutogli in eredità dalla madre nel 1992. (…) Alla vendita per 690 milioni si provvide tramite una delle agenzie originariamente incaricate. Il dottor Scarpinato non partecipò alle trattative, ma alla stipula dell’atto, ovviamente, avvenuta nell’agosto 1996. Ad acquistare l’immobile fu la società Cesa di Di Grado Rosaria, moglie di Salvatore Fauci, già indagato in un procedimento instaurato a seguito di una informativa dei carabinieri del 1991 e alla trattazione del quale il dottor Scarpinato era stato designato nel maggio del 1992 con altri sette componenti del cosiddetto pool antimafia. Per il Fauci, come per altri venti dei complessivi ventisette indagati, fu chiesta l’archiviazione il 13 luglio 1992 con provvedimento a firma del procuratore Giammanco, del dottor Lo Forte e dello stesso Scarpinato. La richiesta fu accolta dal Gip il successivo 14 agosto».

Due date che coincidono con l’archiviazione di Mafia e Appalti, con lo spegnimento in tutta fretta di quello che era avviato ad essere il motore centrale delle indagini sul sistema corruttivo in Sicilia. Tanto che una parte della magistratura ha deciso di non arrendersi: la Procura di Caltanissetta a fine luglio di quest’anno ha riaperto il filone. Mafia e Appalti aveva messo in luce, tra le altre prime risultanze, il ruolo nevralgico di Angelo Siino: autentico regista degli affari dei Corleonesi, il “ministro dei Lavori pubblici” di Riina era un esperto di aste, gare e appalti. Nel suo sistema aveva previsto che per tutti gli affari conclusi in Sicilia, al “Capo dei capi” doveva essere assegnato lo 0,80%. Oltre a questa, le percentuali che doveva pagare chi otteneva l’appalto erano il 2% per i politici, il 2% per la famiglia mafiosa territorialmente competente e lo 0,50% per i pubblici controllori. Siino venne arrestato nel 1991 e iniziò a collaborare con la giustizia nel 1995; dai verbali dei suoi interrogatori derivano i dettagli sulle percentuali sugli appalti.

È scomparso l’anno scorso. Non potrà quindi dire la sua sulla vicenda di questa compravendita che ha riguardato la proprietà immobiliare del giudice Scarpinato e uno degli uomini ai quali sarebbe stato legato, il re dei laterizi Salvatore Fauci. E non potrà dire la sua Filippo Mancuso, scomparso nel 2011. Le sue ultime parole furono gridate nell’aula di Montecitorio: «Quella che vi sto mostrando è la relazione della procura della Repubblica di Palermo, firmata anche da Scarpinato, che documenta, anzi, come dire, confessa – data la situazione! – che il compratore o il marito della compratrice del pubblico ministero Scarpinato era un mafioso legato ai Siino, braccio destro del famoso Siino!». E concludeva: «Mentre sussisteva tutto questo, il dottor Scarpinato si elevava agli onori degli altari dell’antimafia, con un piglio che è ancora più grave dal punto di vista antropologico che da quello morale: un’indegnità comunque, in ogni caso». La risposta del Guardasigilli provò a dissolvere le ombre: «Nessun addebito di carattere deontologico e funzionale sembra poter essere rivolto al dottor Scarpinato. Peraltro ho provveduto a richiedere informazioni, come dicevo, anche alla procura di Caltanissetta. Questa ha riferito che non esistono indagini aventi ad oggetto il tema dell’interrogazione né alcun organo di polizia ha trasmesso comunicazione di notizia di reato attinente».

Nessun illecito, a parere del Ministro di allora, ma una dinamica tanto discutibile quanto scivolosa. Per la cronaca, stando alle valutazioni di Mancuso: l’immobile di Scarpinato, situato nel comune di Sciacca, pur essendo stato valutato 300 milioni di lire, venne venduto a quasi 700 milioni. Più del doppio del suo valore. Venne comprato dalla moglie di un indagato su cui lo stesso Scarpinato aveva svolto indagini e disposto l’archiviazione quattro anni prima di concludere l’affare. Nel giugno 2014 Siino iniziò a ricordare meglio il ruolo di Fauci: «Pagava il pizzo attraverso fatture gonfiate. Si aumentava il costo delle operazioni contabili, si riscuoteva il relativo importo e la differenza tra il valore reale e quello creato veniva consegnato in contante alla mafia». Fauci nel 2016 verrà condannato in Appello a un anno e mezzo per essere stato “Responsabile di false informazioni ai magistrati con l’aggravante dell’aver agevolato Cosa nostra”. Una storia che ha dell’incredibile, quella della casa di Scarpinato a Sciacca, su cui sarà indispensabile andare a fondo. Ieri lo ha chiesto Luca Palamara, oggi ci torna Matteo Renzi: «Ancora ieri c’è stata una polemica contro di me da parte del M5s e di Scarpinato, magistrato candidato con i grillini. Io vorrei chiedergli: perché invece di insultare me non risponde a Palamara?». Oppure a Filippo Mancuso, venti anni dopo.

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

Sotto accusa le rivelazioni dell'ex pm. Renzi a Scarpinato: “La lotta alla mafia non è cosa per te”. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 21 Settembre 2022 

“Renzi? Venga qui senza scorta a dire che vuole abolire il reddito di cittadinanza”, ha gridato sabato scorso Giuseppe Conte da un palco siciliano, alla presenza del candidato antimafia’ del M5S al Senato, l’ex procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato. Apriti cielo. La campagna si è infiammata, avvelenata da una intimidazione che ricorda quello degli squadristi: cento anni fa Roberto Farinacci aizzava dal palco con le stesse parole, a suon di minacce cui seguivano puntuali le manganellate ai rivali.

Matteo Renzi ha replicato duramente a Conte: “Un mezzo uomo che parla con un linguaggio da mafioso della politica”. Parole prese in prestito a Leonardo Sciascia che il senatore fiorentino ha scagliato dal comizio fatto proprio a Palermo. Poi il leader di Italia Viva ha rilasciato una intervista al Giornale di Sicilia dai toni altrettanto duri, E se l’è presa anche con Scarpinato. “Non prendiamo lezioni di antimafia da Roberto Scarpinato. Un ex premier che dice che devo andare a Palermo senza scorta non ha alcun senso delle istituzioni, sta istigando alla violenza con un linguaggio politico mafioso e non ha alcun rispetto per gli uomini e le donne delle forze dell’ordine che oggi sono qui a presidiare il territorio perché se qualcuno mi avesse messo le mani addosso lo avrebbe fatto perché sobillato da Conte e tutto il mondo parlerebbe di noi. Quella frase dimostra la statura dell’uomo, meschino e mediocre…”. Botte da orbi. E se l’analisi di Renzi poi va sull’antifona di Conte (“Io non prendo lezioni sulla povertà da Letta e Conte. Per uscire dalla povertà non ci vuole il reddito di cittadinanza, ma un lavoro pagato bene. Con sussidi e assistenzialismo la Sicilia non va da nessuna parte”) è a Scarpinato che il riferimento irriverente brucia di più.

L’ex magistrato, candidato con Conte nel collegio senatoriale Sicilia 1 e in Calabria, si ritrova in un denso passaggio de Il Sistema di Luca Palamara. Cosa rivelò su di lui l’ex capo della magistratura associata? Parlando di pratiche lottizzatorie tra le varie correnti della magistratura nei concorsi per il conferimento degli incarichi di vertice, Palamara ha raffigurato Scarpinato come persona vicina ad Antonello Montante, ex Presidente di Confindustria Sicilia, condannato dalla Corte di Appello di Caltanissetta a otto anni di reclusione per associazione a delinquere finalizzata a vari i reati. Stando al testo dell’ormai celebre libro di Palamara, Scarpinato avrebbe chiesto a Montante, allora particolarmente influente nelle dinamiche siciliane, una segnalazione per essere nominato Procuratore Generale a Palermo.

Scarpinato gli aveva replicato con un lungo articolo pubblicato sul Fatto quotidiano l’11 febbraio 2022, protestando che l’affermazione di Palamara era falsa: non avrebbe mai chiesto alcuna segnalazione a Montante. Le accuse nei suoi riguardi sono gravissime: secondo gli inquirenti, Antonello Montante sarebbe stato a capo di una rete di spionaggio dedita ad acquisire informazioni riservate (anche mediante accessi abusivi alla banca dati SDI delle forze di polizia), ivi comprese quelle riguardanti l’attività d’indagine che si stava svolgendo nei suoi confronti. La Commissione Antimafia dell’Assemblea regionale siciliana ha redatto un corposo documento, chiamato “Il sistema Montante”, che però non ha incluso gli eventuali episodi di contatto intervenuti tra lui e il dottor Scarpinato.

Nella polemica si inserisce Repubblica, che definisce Palamara “fonte (s)qualificata” di Renzi. “Grave che l’articolista abbia omesso di fare una verifica che gli avrebbe consentito di accertare che in realtà la fonte di questi rapporti è un appunto manoscritto rivenuto all’esito di una perquisizione presso l’abitazione del Montante e riferito all’imminente nomina di Scarpinato”. L’ex Procuratore generale di Palermo ieri ha risposto al leader di Italia Viva per le rime: “A pochi giorni dalle elezioni politiche nazionali del 25 settembre, Renzi che sino ad oggi non si era mai occupato della mia persona, ha sferrato un attacco nei miei confronti replicando insinuazioni calunniose e prive di alcun fondamento di Luca Palamara, ex magistrato radiato dall’ordine giudiziario per indegnità e rinviato a giudizio per gravi reati. Renzi è evidentemente preoccupato della costante crescita di consensi del M5S per il quale sono candidato come senatore. Nessuna meraviglia che Renzi non esiti a fare ricorso per biechi calcoli elettoralistici a tali squallidi metodi diffamatori nei confronti di chi ritiene essere temibile antagonista politico per la credibilità personale conquistata in decenni di attività al servizio dello Stato sul fronte del contrasto alla criminalità mafiosa ed ai suoi potenti complici nel mondo dei colletti bianchi”.

Poi dallo sfogo Scarpinato è passato a una escalation verbale tipica di chi ha fatto il callo con le reprimende in aula: “Non è un caso che la reputazione e la credibilità di Renzi siano progressivamente colate a picco via via che gli italiani hanno imparato a conoscerlo come portavoce prezzolato di interessi di potenze straniere, nemico dell’assetto della Costituzione e promotore di leggi dichiarate incostituzionali che hanno contribuito a svuotare i diritti dei lavoratori e ad impoverirli”. Niente meno. Per la difesa, il tweet di Renzi che replica a Conte: “Anche oggi Giuseppe Conte parla di me dicendo bugie. Tutto pur di non parlare del perché ha chiuso la struttura dedicata al dissesto idrogeologico e delle truffe miliardarie permesse dal suo Governo. Accetterà mai un confronto?”, la domanda aperta. Siamo agli ultimi quattro giorni di campagna elettorale e tra i leader non c’è stato alcun confronto a quattro. “Renzi vuole farsi pubblicità parlando di me”, gli risponde il leader del M5S. In effetti la querelle tra i due contendenti, direbbero forse i sondaggisti se potessero parlare, sembra abbia portato a una nuova polarizzazione degli elettori, insoddisfatti dal duello Letta-Meloni, oggettivamente meno vivace di questo.

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

I pasticci del pm. Ci ha riquerelato Scarpinato, siamo terrorizzati! Redazione su Il Riformista il 22 Settembre 2022. 

Ieri Nino Di Matteo, ex Pm palermitano e ora membro del Csm, ha criticato i partiti che hanno fatto sparire dai loro programmi la lotta alla mafia. Giusto. L’unica traccia di impegno contro le cosche lo hanno dato i Cinque Stelle candidando l’ex procuratore generale di Palermo. Che però… Proprio l’altro ieri è riemersa una storia che era stata dimenticata da tutti. Pare proprio che l’ex procuratore generale di Palermo (Roberto Scarpinato) qualche anno fa abbia venduto ad un prezzo altissimo una casa di famiglia nel paese di Sciacca a un suo ex imputato, che lui archiviò un paio di volte ma che poi fu condannato da altri. Non è una vicenda edificante.

La sollevò tanti anni fa l’ex ministro della Giustizia Filippo Mancuso, il quale sostenne anche che questo compratore di casa fosse amico dei Siino, una famiglia che aveva tra i suoi esponenti il cosiddetto “ministro dei lavori pubblici dei corleonesi di Riina”. Ahi ahi ahi. Nessun reato, pare, ma insomma per i Cinque Stelle che sospendono dal partito un assessore per una bazzecola qualunque, anche se non provata, questo è un macigno. Ieri ancora non era giunta la notizia di una nota di presa di distanze da Scarpinato da parte di Giuseppe Conte. E’ molto probabile che la nota arriverà oggi in giornata. E che Conte chieda a Scarpinato di impegnarsi a dimettersi dalla Camera in caso di elezione. (Sia chiaro: noi non siamo d’accordo; se il reato non c’è, non c’è. In nessuna parte del codice penale c’è scritto che un magistrato non possa fare affari con il proprio imputato. Però conosciamo purtroppo l’intransigenza morale di Conte).

Scarpinato ci ha riquerelato. Ha querelato il direttore di questo giornale perché abbiamo scritto di una casa di proprietà della sua famiglia, a Sciacca, che lui vendette alla bella cifretta di quasi 700 milioni a un signore che tempo prima era stato suo imputato ed era stato da lui archiviato. È un reato vendere la casa a un proprio imputato (che poi, da altri magistrati, fu condannato per altri fatti)? No. Pare che il codice penale non proibisca la compravendita di appartamenti tra magistrati e imputati e nemmeno proibisca pagamenti molto alti. Del resto che una casa a Sciacca, nel ‘96, valesse quasi settecento milioni quando a Roma trovavi un appartamento in zona semicentrale a 400 milioni non è un fatto così eccezionale. Sciacca è una cittadina di una certa importanza e non è lontana da Agrigento. Le case costano.

Non è chiaro però per cosa ci quereli Scarpinato. Nel comunicato che ha diffuso alle agenzie conferma tutte le notizie che noi abbiamo dato. Sorvola solo sul fatto che l’acquirente della abitazione fosse un suo ex imputato, però neanche lo smentisce questo fatto. E allora? Dov’è la diffamazione da parte nostra? Nell’aver riportato una interrogazione parlamentare regolarmente presentata da un deputato della Repubblica? Non credo. Nell’aver taciuto il fatto che questa interrogazione è vecchia di qualche anno? No, non lo abbiamo taciuto, lo abbiamo scritto bene bene in prima pagina. Nell’aver sostenuto che la vendita fu un reato? No, abbiamo spiegato e rispiegato che non c’è nessun reato. Abbiamo solo fatto notare che certo – ma questo è indiscutibile – se una cosa simile fosse successa a un assessore – non parliamo nemmeno di un deputato…- beh, quell’assessore avrebbe passato guai seri. Scarpinato non era un assessore e infatti – anche questo lo abbiamo scritto – la magistratura siciliana stabilì che non c’era niente su cui indagare e l’interrogazione del deputato – ed ex ministro della Giustizia – fu archiviata.

Giusto. E infatti anche questo lo abbiamo scritto. Dunque? Niente, le cose stanno così e noi siamo abituati. In Italia puoi scrivere quello che vuoi di chi vuoi, specie dei politici, ma dei magistrati o degli ex magistrati è meglio che non scrivi niente. Tacere, sopire, sopire, tacere. Così fan tutti. Pensate all’oblio nel quale è stato lasciato dai grandi giornali e dai politici il libro di Palamara e Sallusti. E vabbé, noi non ci adattiamo. Il nostro direttore ha già collezionato una ventina di querele dai magistrati. Si paga un prezzo alla libertà di stampa, no? La libertà dal potere dei magistrati è la più difficile. L’importante è non spaventarsi per le intimidazioni.

Attesa per le decisioni. Scarpinato e le querele al Riformista, Stefano Giordano: “Si è candidato, giusto scrivere di lui”. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 23 Settembre 2022 

Roberto Scarpinato non è più un magistrato. È un politico, e dunque si adatta a fare quello che fanno certi politici: minaccia la stampa, evita di rispondere alle domande, scansa gli argomenti. Che però ci sono, e a volte riaffiorano da quei meandri della memoria collettiva in cui erano stati archiviati. Il Riformista è fatto oggetto di una campagna che punta “a punirne uno per educarne cento”: Scarpinato minaccia querele che possono servire, non spaventando noi, almeno a tenere alla larga gli altri. Ma qual è la pietra dello scandalo? Il Riformista ha pubblicato una interrogazione parlamentare presentata dall’ex parlamentare ed ex Ministro della giustizia Filippo Mancuso, virgolettando domande e risposta. Se pubblicare gli atti parlamentari diventa oggetto di querela, capiamo meglio la fascinazione che il Venezuela di Maduro esercita sul Movimento Cinque Stelle. A noi risultava ancora ammessa la facoltà dei giornali di mettere in pagina le interrogazioni parlamentari. Perfino di quelle di vent’anni fa. Anche perché talvolta, scansata la polvere degli anni, ci sono carte che continuano a parlare.

La vicenda che quella interrogazione evocava è degna di un romanzo di buona letteratura siciliana: un immobile di proprietà della famiglia Scarpinato a Sciacca (Agrigento) venne venduto – stando alla ricostruzione di Mancuso – al doppio del suo prezzo a una signora che solo per combinazione si scoprirà essere la moglie di un ex imputato che Scarpinato aveva scagionato dalle accuse di mafia, archiviandolo quattro anni prima. Una vicenda di casi e di combinazioni, niente di più, come ha avuto modo di rispondere a Mancuso l’allora guardasigilli Diliberto. Sperando che si possa ancora ricorrere all’archivio della Camera senza commettere reati, ci mettiamo a consultare altri documenti. Fonti ufficiali, quali la Relazione della Commissione Antimafia dell’Ars, e i verbali depositati presso la magistratura stessa. Diversi i riferimenti al caso di Antonello Montante. Dell’ammirazione spropositata che l’allora procuratore Scarpinato sentiva nei confronti di Montante, eretto a simulacro delle migliori virtù, si può scrivere senza timori di smentita.

Queste le parole con cui Scarpinato, allora Procuratore Generale di Caltanissetta, ha aperto l’anno giudiziario nel 2013: “Nella provincia di Caltanissetta, in particolare a far data dal 2004, si è verificata una profonda e storica frattura all’interno della classe imprenditoriale che ha visto contrapporsi due diverse anime di un mondo che sino ad allora in Sicilia è stato saldamente coeso ed egemonizzato da imprenditori variamente collegati ad organizzazioni mafiose, i quali avevano rivestito ruoli negli organismi rappresentativi degli industriali in varie province dell’isola. A seguito di tale spaccatura, e in esito ad un lungo braccio di ferro costellato anche da episodi di intimidazioni e si è alla fine affermato una giovane leva di imprenditori, alcuni dei quali dipendenti, poi uomini simbolo a livello nazionale e gratificati con incarichi in Confindustria nazionale, i più noti dei quali Antonello Montante, Ivan Lo Bello i quali si sono fatti promotori di un processo di profondo rinnovamento culturale nel mondo imprenditoriale all’insegna dell’impegno antimafia senza se e senza ma”. Su Montante una verifica in più avrebbe forse consentito di dare un giudizio diverso. Quel “Senza se e senza ma” ci ricorda qualcosa. Perché è con quella stessa identica espressione che Giuseppe Conte in questi giorni dalla Sicilia ha parlato di Scarpinato, uomo dedicato all’antimafia “Senza se e senza ma”.

Non condividono l’entusiasmo alcuni tra i giuristi più impegnati nella difesa del diritto a Palermo. L’avvocato Stefano Giordano, tra i più noti penalisti italiani, è il figlio di quell’Alfonso Giordano che ha presieduto il Maxi processo a Cosa Nostra di Palermo: “Le frequentazioni con politici e magistrati hanno portato a certi personaggi, a Palermo, benefici innegabili. C’erano persone che oggi sappiamo essere state colluse con la mafia che invece venivano ricevute con grandi onori in certe Procure della Repubblica”. Eccoci alla mafia dell’antimafia di cui Leonardo Sciascia parlava. “C’erano personaggi parapolitici che ruotavano intorno a certi magistrati, e che da quelli venivano insigniti come titolari della Legalità, con la L maiuscola. Errori di valutazione? Diciamo così”. Sulla compravendita dell’immobile di Sciacca, “C’è poco da denunciare. Chi si imbarazza, doveva imbarazzarsi prima. Non perché vi siano stati reati, ma per una questione di opportunità, di prudenza, di attenzione che qualche volta è venuta meno. Qui si parla di un compratore che – sia pure attraverso il tramite dell’agenzia immobiliare – entra in contatto diretto con un magistrato. Il compratore era entrato nell’inchiesta Mafia Appalti. Il venditore è quello che ha contribuito ad archiviarla”, precisa l’avvocato Giordano. Che poi puntualizza: “Quando il cittadino, che in quel caso era tra l’altro anche un magistrato, entra in politica, è normale documentarsi meglio sul suo passato. Lo hanno fatto anche sul Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Perché non si dovrebbe poter approfondire con qualche inchiesta su Scarpinato? Oppure lui ritiene di essere superiore al Capo dello Stato?”.

Infatti lo facciamo, non ci tiriamo indietro. E da garantisti continuiamo a dire che non c’è l’ombra di un reato, fino a prova contraria. “Però una cosa me la lasci dire. Nel sistema giudiziario americano ci sono tante falle ma ha una cosa buona: i Pubblici ministeri vengono valorizzati sulla base dei processi che vincono e di quelli che perdono. Facciamo il conto dei processi vinti e persi da Scarpinato, nella vita. E valutiamolo su quella base. Parliamo del Processo Andreotti, durato anni. Non ha portato a niente: si è risolto con il proscioglimento. Il processo aveva lo scopo di portare l’imputato alla condanna o di sollevare delle ombre? Se lo scopo ultimo era questo, allora va bene, ma non dovrebbe funzionare così”.

L’avvocato civilista Salvatore Ferrara ha un brivido nell’apprendere della querela che Scarpinato ha preannunciato al Riformista. “C’è una raccomandazione del Consiglio d’Europa che stigmatizza le minacce di querela a seguito di inchieste giornalistiche e ammonisce gli Stati membri da questo sistema intimidatorio verso la libertà di stampa. Chi si candida a rappresentarci nelle istituzioni dovrebbe fare tesoro di questa raccomandazione”. Ma stiamo parlando di un candidato al Senato per il M5S, naturale che la polemica sia anche politica. Tra gli altri candidati impegnati nelle piazze siciliane, risuona la voce di chi non risparmia critiche allo Scarpinato non più magistrato ma candidato grillino, come quella di Giorgio Mulé, sottosegretario alla Difesa che corre con Forza Italia. “Scarpinato? Un khomeinista”, lo definisce Mulè. D’altronde in Iran, per aver sollevato un velo, c’è chi in questi giorni è stato messo a morte. 

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

Attesa per le decisioni. Scarpinato e le querele al Riformista, Stefano Giordano: “Si è candidato, giusto scrivere di lui”. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 23 Settembre 2022 

Roberto Scarpinato non è più un magistrato. È un politico, e dunque si adatta a fare quello che fanno certi politici: minaccia la stampa, evita di rispondere alle domande, scansa gli argomenti. Che però ci sono, e a volte riaffiorano da quei meandri della memoria collettiva in cui erano stati archiviati. Il Riformista è fatto oggetto di una campagna che punta “a punirne uno per educarne cento”: Scarpinato minaccia querele che possono servire, non spaventando noi, almeno a tenere alla larga gli altri. Ma qual è la pietra dello scandalo? Il Riformista ha pubblicato una interrogazione parlamentare presentata dall’ex parlamentare ed ex Ministro della giustizia Filippo Mancuso, virgolettando domande e risposta. Se pubblicare gli atti parlamentari diventa oggetto di querela, capiamo meglio la fascinazione che il Venezuela di Maduro esercita sul Movimento Cinque Stelle. A noi risultava ancora ammessa la facoltà dei giornali di mettere in pagina le interrogazioni parlamentari. Perfino di quelle di vent’anni fa. Anche perché talvolta, scansata la polvere degli anni, ci sono carte che continuano a parlare.

La vicenda che quella interrogazione evocava è degna di un romanzo di buona letteratura siciliana: un immobile di proprietà della famiglia Scarpinato a Sciacca (Agrigento) venne venduto – stando alla ricostruzione di Mancuso – al doppio del suo prezzo a una signora che solo per combinazione si scoprirà essere la moglie di un ex imputato che Scarpinato aveva scagionato dalle accuse di mafia, archiviandolo quattro anni prima. Una vicenda di casi e di combinazioni, niente di più, come ha avuto modo di rispondere a Mancuso l’allora guardasigilli Diliberto. Sperando che si possa ancora ricorrere all’archivio della Camera senza commettere reati, ci mettiamo a consultare altri documenti. Fonti ufficiali, quali la Relazione della Commissione Antimafia dell’Ars, e i verbali depositati presso la magistratura stessa. Diversi i riferimenti al caso di Antonello Montante. Dell’ammirazione spropositata che l’allora procuratore Scarpinato sentiva nei confronti di Montante, eretto a simulacro delle migliori virtù, si può scrivere senza timori di smentita.

Queste le parole con cui Scarpinato, allora Procuratore Generale di Caltanissetta, ha aperto l’anno giudiziario nel 2013: “Nella provincia di Caltanissetta, in particolare a far data dal 2004, si è verificata una profonda e storica frattura all’interno della classe imprenditoriale che ha visto contrapporsi due diverse anime di un mondo che sino ad allora in Sicilia è stato saldamente coeso ed egemonizzato da imprenditori variamente collegati ad organizzazioni mafiose, i quali avevano rivestito ruoli negli organismi rappresentativi degli industriali in varie province dell’isola. A seguito di tale spaccatura, e in esito ad un lungo braccio di ferro costellato anche da episodi di intimidazioni e si è alla fine affermato una giovane leva di imprenditori, alcuni dei quali dipendenti, poi uomini simbolo a livello nazionale e gratificati con incarichi in Confindustria nazionale, i più noti dei quali Antonello Montante, Ivan Lo Bello i quali si sono fatti promotori di un processo di profondo rinnovamento culturale nel mondo imprenditoriale all’insegna dell’impegno antimafia senza se e senza ma”. Su Montante una verifica in più avrebbe forse consentito di dare un giudizio diverso. Quel “Senza se e senza ma” ci ricorda qualcosa. Perché è con quella stessa identica espressione che Giuseppe Conte in questi giorni dalla Sicilia ha parlato di Scarpinato, uomo dedicato all’antimafia “Senza se e senza ma”.

Non condividono l’entusiasmo alcuni tra i giuristi più impegnati nella difesa del diritto a Palermo. L’avvocato Stefano Giordano, tra i più noti penalisti italiani, è il figlio di quell’Alfonso Giordano che ha presieduto il Maxi processo a Cosa Nostra di Palermo: “Le frequentazioni con politici e magistrati hanno portato a certi personaggi, a Palermo, benefici innegabili. C’erano persone che oggi sappiamo essere state colluse con la mafia che invece venivano ricevute con grandi onori in certe Procure della Repubblica”. Eccoci alla mafia dell’antimafia di cui Leonardo Sciascia parlava. “C’erano personaggi parapolitici che ruotavano intorno a certi magistrati, e che da quelli venivano insigniti come titolari della Legalità, con la L maiuscola. Errori di valutazione? Diciamo così”. Sulla compravendita dell’immobile di Sciacca, “C’è poco da denunciare. Chi si imbarazza, doveva imbarazzarsi prima. Non perché vi siano stati reati, ma per una questione di opportunità, di prudenza, di attenzione che qualche volta è venuta meno. Qui si parla di un compratore che – sia pure attraverso il tramite dell’agenzia immobiliare – entra in contatto diretto con un magistrato. Il compratore era entrato nell’inchiesta Mafia Appalti. Il venditore è quello che ha contribuito ad archiviarla”, precisa l’avvocato Giordano. Che poi puntualizza: “Quando il cittadino, che in quel caso era tra l’altro anche un magistrato, entra in politica, è normale documentarsi meglio sul suo passato. Lo hanno fatto anche sul Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Perché non si dovrebbe poter approfondire con qualche inchiesta su Scarpinato? Oppure lui ritiene di essere superiore al Capo dello Stato?”.

Infatti lo facciamo, non ci tiriamo indietro. E da garantisti continuiamo a dire che non c’è l’ombra di un reato, fino a prova contraria. “Però una cosa me la lasci dire. Nel sistema giudiziario americano ci sono tante falle ma ha una cosa buona: i Pubblici ministeri vengono valorizzati sulla base dei processi che vincono e di quelli che perdono. Facciamo il conto dei processi vinti e persi da Scarpinato, nella vita. E valutiamolo su quella base. Parliamo del Processo Andreotti, durato anni. Non ha portato a niente: si è risolto con il proscioglimento. Il processo aveva lo scopo di portare l’imputato alla condanna o di sollevare delle ombre? Se lo scopo ultimo era questo, allora va bene, ma non dovrebbe funzionare così”.

L’avvocato civilista Salvatore Ferrara ha un brivido nell’apprendere della querela che Scarpinato ha preannunciato al Riformista. “C’è una raccomandazione del Consiglio d’Europa che stigmatizza le minacce di querela a seguito di inchieste giornalistiche e ammonisce gli Stati membri da questo sistema intimidatorio verso la libertà di stampa. Chi si candida a rappresentarci nelle istituzioni dovrebbe fare tesoro di questa raccomandazione”. Ma stiamo parlando di un candidato al Senato per il M5S, naturale che la polemica sia anche politica. Tra gli altri candidati impegnati nelle piazze siciliane, risuona la voce di chi non risparmia critiche allo Scarpinato non più magistrato ma candidato grillino, come quella di Giorgio Mulé, sottosegretario alla Difesa che corre con Forza Italia. “Scarpinato? Un khomeinista”, lo definisce Mulè. D’altronde in Iran, per aver sollevato un velo, c’è chi in questi giorni è stato messo a morte. 

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

Strage di via Palestro, tenetevi le cantilene dell’antimafia militante. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 29 Luglio 2022. 

Ci sono diversi modi di commemorare le stragi, che in Italia purtroppo fino ai primi anni novanta del secolo scorso sono state tante. A Milano ogni anno si ricorda soprattutto quella di piazza Fontana del 1969: strage fascista, strage di Stato, strage casuale e non voluta? Ma ogni anno quel giorno i milanesi, comunque la pensino, sono tutti lì, perché la ferita è stata enorme, negli anni del movimento degli studenti e dell’autunno caldo delle fabbriche, che ancora esistevano.

Ma c’è un’altra ferita che brucia ancora, ogni anno, la sera del 27 luglio alle 23,15: la bomba del 1993 davanti al Pac di via Palestro, il Padiglione di arte contemporanea, luogo di giovani e di intellettuali, più che circo frequentato da tanti. Luogo stravagante per una strage di mafia, in effetti. Pure, così hanno stabilito le sentenze, così ha testimoniato una serie di “pentiti”, collegando quella Uno bianca imbottita di esplosivo con quella scoppiata a Firenze e altre a Roma, tutte negli stessi giorni. Le cinque vittime di Milano sicuramente non erano obiettivi della mafia. L’agente di polizia municipale Alessandro Ferrari, che per primo vide quel filo di fumo bianco che usciva dall’auto.

I vigili del fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, che erano subito accorsi sul luogo. E Moussafir Driss, un immigrato marocchino che dormiva su una panchina dall’altra parte della strada e fu investito da un blocco di lamiera. Ogni anno a Milano sono soprattutto i vigili del fuoco a ricordare con la presenza in massa di autopompe i loro colleghi uccisi. Anche questa volta, e sono ormai ventinove anni che lo fanno. Suonano le sirene in via Palestro, poi a mezzanotte il Comune invita tutti a un concerto al cimitero monumentale. Commovente, quello di mercoledì sera, con la note struggenti del Requiem di Mozart.

Si sentiva la necessità della nota stonata della consueta filastrocca dell’antimafia militante? No, che non la si sentiva. Tanto che, poche ore prima del concerto e delle sirene dei vigili del fuoco, non più di venti persone erano lì ad ascoltare, sotto la voce “Il Pac non dimentica”, il curatore del padiglione Diego Sileo che intervistava un giovane giornalista siciliano, Marco Bova, collaboratore del Fatto quotidiano, che ha scritto un anno fa un libro su Matteo Messina Denaro, considerato il grande latitante di mafia, che Bova considera un “latitante di Stato”. E fa già un po’ sorridere –lo diciamo senza paternalismo-, che un ragazzo siciliano nato nel 1989, vent’anni dopo la strage di piazza Fontana, sia venuto proprio a Milano a usare quell’espressione un po’ torva e sospettosa dei ragazzi che negli anni settanta riempivano le piazze gridando “la strage è di Stato”.

Ma fosse solo questo. Perché quei venti che avevano sfidato il caldo della città deserta (ma al concerto erano ben di più) per dare il segnale di un ricordo commosso per quelle vittime, forse meritavano qualcosa di più serio della rifrittura mal recitata di tutti i luoghi comuni dell’antimafia militante. E perdente nei processi, dalla farsa “trattativa” fino alle bufale di Scarantino. Si capisce dalle prime parole del giornalista, dove si vuole arrivare. Ah, il fascino dei “mandanti”! Quelli che stanno sempre nel backstage. Chi ci sarà stato dietro le Brigate Rosse? E dietro la mafia? Quando ci si inerpica per questi viottoli, le brutte figure non si fermano più. Prendiamone una che fa veramente ridere. Partiamo da una constatazione seria: perché la mafia avrebbe dovuto far esplodere una bomba proprio davanti a un luogo d’arte sofisticato e non da tutti conosciuto come il Pac? Forse gli uomini di Cosa Nostra si sono sbagliati.

Potrebbero essersi confusi con il palazzo della stampa, che però è in piazza Cavour, cioè ad almeno 3-400 metri di distanza. Oppure, forse volevano colpire la casa di Marcello Dell’Utri, che però era ancora più distante, al di là del parco, in via Marina. Assurdità, ovviamente, ma intanto il nome è stato buttato lì, a futura memoria. Verrà ripreso alla fine, insieme a quello di Silvio Berlusconi e dell’inevitabile boss mafioso Giuseppe Graviano. In definitiva queste bombe del 1993 a che cosa sarebbero servite nella strategia di Cosa Nostra, se non a “destabilizzare per creare il passaggio tra la prima e la seconda repubblica”?

Il finale della manifestazione è veramente sconsolato. Ma non si sorride più, nel sentir dire che “purtroppo” l’inchiesta su Berlusconi e Dell’Utri mandanti delle stragi “non potrà andare avanti come destino giudiziario senza riscontri inossidabili e quindi si rischia l’archiviazione”. Chiaro? Se a un’ipotesi dell’accusa non si trovano “riscontri inossidabili”, non significa che forse l’indagato con quei fatti non c’entra niente, ma che ci sono colpevoli che la fanno franca. Chissà se ci hanno creduto quei venti poveretti di una sera accaldata di fine luglio.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Le elezioni della leader Fdi. La Meloni e le baggianate sul partito dell’antimafia: tutto quello che la leader FdI ignora su Borsellino. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 26 Luglio 2022. 

Strana campagna elettorale, questa dell’estate 2022. Non si è ancora asciugato l’inchiostro –come dicono quelli colti- con cui ho difeso Giorgia Meloni dalla stupidità dell’antifascismo militante che l’ha colpita, che la stessa presidente di Fratelli d’Italia mette insieme, con una bella pagina su Libero, almeno dieci buone ragioni per non essere votata da tutti quelli che hanno a cuore lo Stato di diritto. Strana campagna elettorale.

Da sinistra fanno sapere che l’Occidente intero, a partire dagli Stati Uniti, è preoccupato dalla possibilità (per ora solo nei sondaggi) che la prima donna nera, di presunto animus più che di colore della pelle, possa accedere a Palazzo Chigi. E lei che risponde con un sacco di cose false e banali sulla morte di Borsellino e la necessità di “trovare i colpevoli”. Cioè risponde all’antifascismo militante con la più stupida e antistorica antimafia militante. Neanche fosse una di una certa sinistra. Giorgia Meloni è una dirigente politica prestigiosa e con le idee chiare. Il suo scritto di ieri merita una risposta seria, a prescindere dal fatto che è innanzi tutto molto disinformato. Oltre che molto pieno di omissioni, come quando si dice “Abbiamo il dovere morale e materiale di contribuire alla ricostruzione di fatti che la mafia ha volutamente insabbiato, anche trovando ignobili sponde in pezzi deviati dello Stato”. Eh, no.

La mafia non ha insabbiato proprio niente, e lo Stato non si è espresso tramite “pezzi deviati”, ma è entrato dentro le porcherie dei vari processi Borsellino con tutti i piedi e le scarpe. L’articolo inizia con un ricordo personale di una Giorgia ragazzina davanti al cui sguardo si snodano le immagini televisive della bomba di via D’Amelio. E un impegno, preso quel giorno, quel 19 luglio del 1992, quello di entrare in politica per lottare contro la mafia. Commendevole, soprattutto per una giovane donna non siciliana, persa in questi ricordi trent’anni dopo e con un’uscita forte a inizio di campagna elettorale. Il primo impegno, sancito in Parlamento anche con due proposte di legge, di cui una importante a modifica dell’articolo 27 della Costituzione, è per la difesa dell’ergastolo ostativo. Cioè quella condanna che non solo noi del Riformista, ma anche la Corte Costituzionale e la Corte europea dei diritti dell’uomo considerano una forma di pena di morte, di morte sociale. So di dire una cosa forte, ma chi difende una pena eterna senza vie d’uscita, deve avere il coraggio di sostenere anche la pena capitale, che del resto esiste non solo nel mondo islamico ma anche in alcuni degli Stati americani.

Conosco l’obiezione: se il condannato all’ergastolo ostativo vuol vedere una via d’uscita, basta che si trasformi in “pentito”. Ancor più facile la contro-obiezione. Non tutti hanno qualcosa da dire, esistono anche gli innocenti, poi esiste la paura delle ritorsioni nei confronti dei familiari, poi non tutti se la sentono di accusare altri. E comunque, per sostenere qualunque tesi, non è necessario aggrapparsi sempre al santino di Giovanni Falcone. Soprattutto perché il suo provvedimento lasciava la possibilità di accedere ai benefici penitenziari anche senza la collaborazione. Ipotesi che venne poi esclusa da un Parlamento, l’ultimo della prima repubblica, disorientato non solo per le stragi mafiose ma anche per l’assalto dei pubblici ministeri di Mani Pulite. Ma il più debole fu il governo, che non riusciva a sconfiggere Cosa Nostra sul piano militare, visto che i boss erano tutti latitanti, e pensò di dare un segnale di quella forza che non aveva con le leggi speciali e le torture nelle carceri di Pianosa e Asinara.

Non amo scrivere in prima persona, ma questa volta lo faccio, perché c’ero in quel Parlamento e anche in quelle carceri. Ho assistito giorno dopo giorno alla costruzione, a suon di botte e minacce, del falso pentito Scarantino. La seconda morte di Borsellino, il famoso “depistaggio più grande della storia”, è stato voluto e creato in quei giorni, insieme all’ergastolo ostativo e all’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario. Cara Giorgia, consentimi la confidenza, se vuoi davvero impegnarti sulla verità per Borsellino, devi partire da lì. Perché ci sono gli atti processuali e le sentenze. Non è cosa da campagna elettorale, mi rendo conto.

Ma ci sono i nomi e i cognomi dei magistrati e dei dirigenti di polizia che hanno partecipato al banchetto del depistaggio. Non sono “corpi separati”, ti assicuro. C’è la frettolosa archiviazione del “processo mafia-appalti”, su cui indagavano Falcone e Borsellino. C’è la sentenza del processo “trattativa”, altro depistaggio di Stato, che ha assolto gli ex generali dei Ros Mori, Subranni e De Donno, le cui divise furono per anni e anni infangate dalla subcultura dell’antimafia militante, e che oggi noi tutti insieme abbiamo il dovere di onorare. E c’è anche l’ultima sentenza, quella che ha dovuto constatare la prescrizione dei reati contestati ai “pesci piccoli” delle forze dell’ordine.

Tutto scritto, nero su bianco. E lasciamo perdere, per favore, la fantasia di quel “papello” di Totò Riina che non è mai esistito, se non nella fantasia di un personaggetto come Ciancimino junior, che è stato per questo anche condannato. Anche in questo caso ci sono le sentenze. Mi spiace davvero che tu sia così disinformata. Su fatti lontani, ma anche su quelli più vicini, come quelli degli anni scorsi, quelli infausti della pandemia. Qui mi appello al tuo senso di umanità. Mentre tutti eravamo chiusi nelle case e se al supermercato una persona sternutiva veniva guardata e allontanata come un untore della peste seicentesca, puoi capire come ci si sentisse nel chiuso di un carcere, di una cella?

Sicuramente saprai che l’Europa (visto che sei anche presidente del partito conservatore) ha più volte condannato l’Italia per la ristrettezza fisica delle sue celle nelle carceri. Puoi quindi immaginare come si sentisse un detenuto in quei giorni? Sto parlando di un detenuto, un essere umano, uomo o donna, non di un mafioso o un rapinatore. Un essere umano, impaurito per il morbo e per la vita, come lo eravamo tutti noi. Un essere rinchiuso può reagire anche con la violenza, che va condannata e sanzionata. E così è stato. Ma nelle rivolte delle 50 carceri in quei giorni di marzo ci furono anche 14 morti, e molti prigionieri picchiati dagli agenti.

Non c’è nessuna inchiesta che abbia portato la prova di una regia mafiosa su quelle rivolte. Perché insisti? Mi tocca infine anche difendere il ministro Bonafede, chiedo scusa ai miei pochi lettori, perché il decreto “cura Italia” non ha affatto scarcerato, come scrisse Repubblica e come tu sembri credere, 376 mafiosi. I condannati per mafia erano solo tre, due dei quali malati terminali. Si trattava di sospensioni temporanee della pena chieste da decine di giudici di sorveglianza. Nessuno è scappato, quando il decreto è stato ritirato. Il mio spazio è finito. Vuoi fare una commissione d’inchiesta sulla strage di via D’Amelio? Benissimo, ma partiamo dal più grande depistaggio della storia e chiedi a chi sarà il presidente di convocare subito il magistrato Nino Di Matteo. Così entriamo nel vivo. E lascia perdere quel migliaio di detenuti al carcere ostativo. Hanno fatto tanto male, ma dopo trent’anni sono in gran parte persone diverse, ti assicuro. Cerca di credermi, è così. Buona campagna elettorale.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Le toghe rosse e gialle di nuovo nelle liste, FdI: «Serve una commissione d’inchiesta». Redazione il 18 Agosto 2022 su Il Secolo d'Italia. 

Le toghe rosse (e gialle) tornano inesorabilmente nelle liste. Negli ultimi anni sono stati candidati dalla sinistra due ex magistrati di peso come Pietro Grasso e Franco Roberti. Entrambi prima al vertice della Dna e poi andati in pensione. Grasso era già stato giudice estensore della sentenza del maxi processo a Cosa Nostra, poi parlamentare del Pd e poi presidente del Senato, infine fu eletto cinque anni fa con Leu. Non compare, almeno per il momento, nelle liste del Pd. Anche Roberti era stato procuratore nazionale prima di essere, nel 2019, eletto europarlamentare del Pd. Ora è il Movimento cinquestelle a puntare sui magistrati, candidando nel listino bloccato di Conte, Federico Cafiero De Raho e Roberto Scarpinato. Ex procuratori Antimafia, in passato alla guida uno della Procura di Napoli prima e della Dna poi, e l’altro della Procura generale di Palermo.

Toghe, FdI: «Il lupo perde il pelo ma non il vizio»

«Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Ed ecco che la sinistra ripropone nelle proprie liste i nomi di importanti magistrati in pensione. Altro che terzietà della giustizia. Il M5S, in particolare, ha una vera e propria passione. Nel loro listino, infatti, ci sono due importanti ex magistrati, Roberto Scarpinato e Cafiero De Raho. Ho già proposto una commissione d’inchiesta che verificasse il ruolo di potenti magistrati poi passati nelle file del Pd. Dopo questa ulteriore vicenda, sarà assolutamente necessaria». Lo dichiara il Questore della Camera e deputato di Fratelli d’Italia, Edmondo Cirielli.

Magistrati che entrano nelle liste, sì alla commissione  d’inchiesta

«Circa un mese fa», chiarisce Cirielli, «ho proposto l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sulle indagini contro il Pdl avvenute nel periodo in cui ero presidente della Provincia di Salerno e Franco Roberti, ex assessore regionale di De Luca e ora eurodeputato del Pd, era procuratore del tribunale di Salerno. Indagini che hanno portato decine di persone a essere indagate, perquisite e perfino arrestate. Tutte inchieste per lo più finite archiviate in istruttoria o comunque nel nulla, con assoluzioni in tutti i gradi di giudizio. Ma che hanno indirettamente e oggettivamente avvantaggiato De Luca alla conquista della Regione nel 2015,perché disarticolarono e delegittimarono in quegli anni, nel salernitano, dove l’attuale governatore sbancò, il centrodestra».

Il “salto evolutivo” dei 5Stelle: portano i pm in Parlamento. Federico Cafiero de Raho e Roberto Scarpinato sono i frontman non ufficiali del Movimento di Conte: il mito fondatore del grillismo rimane il legalitarismo esasperato. Davide Varì su Il Dubbio il 17 agosto 2022.

L’ex procuratore antimafia Federico Cafiero de Raho e l’ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, due fior di magistrati, sono i simboli, i frontman non ufficiali del Movimento 5Stelle di Conte. Insomma, chi immaginava, si augurava, sperava in una svolta post Di Maio, Taverna e Dibba, deve essere rimasto assai deluso.

Ancora una volta i grillini si presentano come i campioni del populismo penale condito con la solita spruzzatina di temi sociali e qualche citazione di Mao buttata lì da Conte tanto per provare a vedere l’effetto che fa: hai visto mai che qualcuno a sinistra ci casca e magari dimentica il piccolo particolare che Conte, proprio lui, da ex premier firmò i decreti sicurezza di Salvini, quelli dei respingimenti in mare? Insomma, il mito fondatore del grillismo rimane il legalitarismo esasperato che diventa sempre più visione punitiva della giustizia.

E per far ciò ora il Movimento si affida per la prima volta direttamente ai magistrati ai quali consegna, senza più alcuna mediazione, le chiavi del Parlamento, e prepara il banchetto da consumare sulla lapide della separazione dei poteri…

Questione di opportunità. La politica parcheggio dei procuratori nazionali antimafia, da Grasso a Roberti a Cafiero de Raho: adesso basta! Viviana Lanza su Il Riformista il 18 Agosto 2022 

In principio fu Pietro Grasso, poi Franco Roberti ed ora Federico Cafiero De Raho. Il salto dalla Procura nazionale antimafia alla politica nazionale sembra essere diventato la prassi. Tutto normale? No, se si pensa che il procuratore nazionale antimafia è il capo di un ufficio che coordina indagini e informazioni a livello nazionale, che fornisce al Parlamento le informative, che viene audito nelle Commissioni sulle varie proposte di riforma.

No, se si vuole che agli occhi dell’opinione pubblica la Procura nazionale antimafia non perda (se non l’ha già persa) l’immagine di terzietà e indipendenza che deve avere. No, se diventa lo specchio di una politica che per apparire credibile sceglie di puntare su ex magistrati. È un dubbio che avremmo voluto evitare di avere quello che spinge a domandarsi se l’Antimafia serva solo a combattere la criminalità organizzata o anche, indirettamente, a fare carriera politica. È una questione di opportunità quella che si pone adesso e riguarda i magistrati ex fuori ruolo. È una questione che si ripropone ora che il nome di Federico Cafiero De Raho, capo della Procura nazionale antimafia in pensione da maggio, è nel “listino” del Movimento Cinque Stelle.

«Una nomina che potrebbe presupporre rapporti pregressi, a meno che Giuseppe Conte non abbia chiesto in giro il numero di telefono di De Raho. Siamo al terzo procuratore su tre che, terminato il proprio ruolo, entra in politica», commenta l’avvocato Giorgio Varano, penalista e responsabile della comunicazione dell’Unione Camere Penali italiane. «Sui magistrati fuori ruolo facciamo riflessioni da anni, adesso si pone anche una questione relativa ai magistrati ex fuori ruolo – spiega Varano – Il procuratore nazionale antimafia ha accesso a tutte le indagini e le informative. Prescindendo dalla singola persona, è legittimo pensare anche, in un’ipotesi inversa, che difficilmente si potrebbe dire di no a un magistrato che ha avuto accesso a tante informazioni e poi chiede di essere candidato, si potrebbe verificare un condizionamento involontario. Penso che se un direttore dei servizi segreti si candidasse la cosa non verrebbe fatta passare sotto silenzio».

«Roberti e De Raho sono stati magistrati integerrimi ma qui la valutazione è politica – precisa Varano – , qui non si critica la persona né quello che un tempo è stato il magistrato, ma un meccanismo che tende, anche involontariamente, a costruire una candidatura. Ciò crea un grave danno di immagine della Procura nazionale». La questione è seria. Andrebbe valutata anche sul piano normativo. «Quella del procuratore nazionale antimafia è una carica delicatissima. Forse, per queste cariche così importanti, andrebbe introdotta una modifica normativa. Per cinque anni, per esempio, non dovrebbero poter ricoprire determinate cariche pubbliche – aggiunge Varano – . Sull’opportunità di elettorato passivo immediatamente dopo aver cessato la carica, andrebbe previsto un periodo di decantazione altrimenti si potrebbe pensare che la Procura nazionale antimafia faccia anche politica, cosa che non è e che non deve essere».

Nel caso di De Raho, scelto da Conte per far parte del famoso “listino”, non si preannuncia poi una competizione elettorale. In tal caso l’elettore non potrà dire la sua. «Una scelta politica del leader dei Cinque Stelle quantomeno inopportuna», commenta Varano. Grasso, Roberti e ora De Raho: una prassi ormai. «Per non parlare della grande sconfitta della politica che se deve ricorrere a ex magistrati per rendersi appetibile e spendibile manifesta seri problemi di credibilità. Ricorre a nomi che sono specchi per allodole, che non sono candidature ma nomine per fini elettorali, anche legittimi, perché è legittimo tentare di prendere più voti e coinvolgere la società civile ma un conto è coinvolgere l’economista, la campionessa sportiva, il virologo, e un conto è coinvolgere un ex magistrato che ha avuto accesso a indagini e informazioni riservate, che è stato audito in Commissione giustizia su leggi restrittive in materia penale. È un tema che si pone in maniera prepotente. È un tema che non dovrebbe passare sotto silenzio».

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

La lotta alla mafia. “Sull’antimafia aveva ragione Sciascia”, le parole di Falcone che tutti omettono. Valter Vecellio su Il Riformista il 19 Luglio 2022. 

Lettura consigliata in questa estate canicolare: un vecchio libro, I disarmati di Luca Rossi. Contiene uno sfogo di Giovanni Falcone, mai smentito: «Il fatto è che il sedere di Falcone ha fatto comodo a tutti. Anche a quelli che volevano cavalcare la lotta antimafia… Ne ho i coglioni pieni di gente che giostra con il mio culo… Sciascia aveva perfettamente ragione: non mi riferisco agli esempi che faceva in concreto, ma più in generale. Questi personaggi, prima si lamentano perché ho fatto carriera, poi se mi presento per il posto di procuratore, cominciano a vedere chissà quali manovre. Gente che occupa i quattro quinti del suo tempo a discutere in corridoio; se lavorassero, sarebbe meglio. Nel momento in cui non t’impegni, hai il tempo di criticare… Basta, questo non è serio. Lo so di essere estremamente impopolare, ma la verità è questa…».

Altre letture: le sedute del Consiglio Superiore della Magistratura: i verbali relativi alla nomina a procuratore di Marsala di Paolo Borsellino (settembre 1986); e della nomina a capo dell’ufficio istruzione del tribunale di Palermo, in lizza Antonino Meli e Giovanni Falcone (gennaio 1988). Aiutano a orientarsi su fatti, episodi, situazioni che sono parte della storia di questo Paese; per questo vanno raccontati nella loro interezza e integrità, se si vuole sperare di capirci qualcosa. La strage di via D’Amelio a Palermo dove hanno perso la vita Borsellino e la sua scorta, per esempio: sono trascorsi trent’anni, la vicenda continua a essere avvolta in un groviglio di menzogne, reticenze, omissioni. Non solo la questione dell’agenda rossa, che sicuramente quella domenica era nella borsa del magistrato, e mani “istituzionali” provvedono a farla sparire.

Di Borsellino scrive, su Il Fatto l’ex procuratore Giancarlo Caselli. Ricorda che con grande coraggio aveva manifestato pubblicamente il suo dissenso «dopo la sconcertante decisione del Consiglio Superiore della Magistratura” di nominare a capo dell’ufficio istruzione “un magistrato che di mafia sapeva poco o nulla (Meli, ndr), che aveva il vantaggio di esser molto più anziano». Scrive anche: «Commemorando l’amico ucciso, Borsellino disse che Falcone, preso in giro da “qualche Giuda”, aveva “cominciato a morire” proprio nel gennaio 1988 con l’umiliazione inflittagli dal Csm “con motivazioni risibili». Aggiunge: «Se non forse l’anno prima, con quell’articolo di Leonardo Sciascia»: vale a dire l’articolo che attaccava Borsellino per la nomina a procuratore di Marsala e che fu poi strumentalizzato per “affondare” Falcone”.

Ecco dunque il perché delle letture “consigliate”; segnatamente quel “Sciascia aveva perfettamente ragione”. Ragione d’aver sostenuto (cito Emanuele Macaluso che lo comprende subito): «che non si possono cambiare le regole in corsa, nemmeno a fin di bene. Perché se le cambi così, poi ognuno si fa la legge, o la nomina, a propria misura». Si può aggiungere che il magistrato e lo scrittore successivamente si incontrano, si spiegano, si chiariscono; c’è una fotografia che li riprende, sorridenti, quasi complici.

Ora le due citate sedute del Csm; la prima, quella della nomina di Borsellino a procuratore di Marsala. Di quel Csm fa parte anche Caselli che vota a favore; ma gli altri due aderenti a “Magistratura Democratica”, Elena Paciotti e Giuseppe Borrè, no: si astengono. Come mai? Anche loro Giuda? Ancora più netta la frattura nella seconda seduta, quella che “umilia” Falcone. Coerente Caselli vota per Falcone. Borré e Paciotti votano Meli; poi, scaduto il mandato al Csm Paciotti si candida, eletta, per l’allora Partito Democratico della Sinistra al Parlamento Europeo. Ecco, quando si raccontano le storie, vanno raccontate tutte. Valter Vecellio

La lotta partigiana e il timore degli avvocati...Gratteri e la resistenza contro Draghi e Cartabia perché teme la valutazione sulle sue inchieste flop. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 17 Giugno 2022. 

Dal “resistere resistere” del Procuratore Saverio Borrelli contro Berlusconi, alla “Nuova Resistenza” di Nicola Gratteri contro Draghi e il ministro Cartabia. Dobbiamo temere che il Procuratore di Catanzaro voglia andare in montagna, visto che nell’intervista a Marco Travaglio fa riferimento esplicito al fatto che “quasi 80 anni fa, per conquistare la nostra democrazia, hanno perso la vita migliaia di donne e uomini”? Forse non è questa l’intenzione, ma le alternative paiono alquanto preoccupanti, se provengono da uomini in toga o in divisa. Anche perché il nuovo partigiano afferma con sicurezza che “Ogni stagione ha la sua resistenza”.

Chissà a quale forma di conquista di democrazia adatta ai nostri tempi sta pensando il Procuratore. Non a quella parlamentare, evidentemente, dal momento che la sua nuova lotta partigiana parte da una forte critica rispetto alla riforma del ministro Cartabia (che nel frattempo ieri è stata approvata al Senato), rispetto alla quale dice che “non dobbiamo abbassare la guardia”. Ma neppure attraverso il passaggio dalle urne, visto che il referendum ormai è andato secondo le sue aspettative e non ci sono scadenze elettorali immediate. Una cosa però è certa, che la nuova lotta partigiana dovrà passare prima di tutto attraverso una forte presa di distanza da questo governo. Nicola Gratteri già in precedenti interviste aveva definito Mario Draghi come un esperto di economia ma inadeguato su tutto il resto. Ieri ha precisato meglio, lamentando il fatto che “i media hanno diffuso un’aura di intoccabilità attorno a questo governo, che invece – almeno sulla giustizia – non funziona”. Voce dal sen di Travaglio fuggita. Che cosa sarà mai della morbida riforma Cartabia a far imbufalire, e soprattutto preoccupare il prestigioso magistrato? La valutazione anche da parte degli avvocati sulle carriere e sulla professionalità dei magistrati.

Un bel punto dolente, per il procuratore di Catanzaro. Potrebbe capitare che qualcuno di buona memoria o con un buon archivio andasse a rispolverare tutte le cantonate di una lunga storia. Quella iniziata da quel mattino del 12 novembre 2003 a Platì, quando l’intero paesino della Locride fu svegliato da centinaia di uomini in divisa i quali in diretta televisiva perquisirono, frugarono e poi arrestarono 150 persone, tra cui due sindaci, dodici ex assessori e poi segretari comunali e tecnici. La storia ci testimonia come finì. Nessuno fu condannato per mafia, e solo 8 su 150 risultò responsabile di reati di piccola entità. Ma un grande risultato politico, con un’intera classe dirigente distrutta e la fama di un paese di essere capofila della mafia, una reputazione negativa che resterà attaccata a un Comune in cui nessuno si vuol più nemmeno candidare alle elezioni amministrative.

Se quello di Platì fu l’esordio, l’elenco delle inchieste-bolla di sapone è lungo, e termina con quella clamorosa nei confronti del Presidente del Consiglio regionale della Calabria, Mimmo Tallini. Mandato agli arresti come amico dei mafiosi il 19 novembre del 2020, assolto perché “il fatto non sussiste” il 18 febbraio 2022. Una di quelle storie che si ripetono, con le manette (in questo caso i domiciliari) che conquistano le prime pagine, con il Fatto scatenato nell’apertura del giornale, e il Presidente del consiglio regionale qualificato come “facilitatore politico amministratore della ‘ndrangheta”. E Nicola Morra, Presidente della commissione bicamerale antimafia che lo qualifica subito come “impresentabile”. È il solito discorso sul terzo livello, quello in cui non credeva Giovanni Falcone. È la storia di Giancarlo Pittelli, privato della libertà da due anni e mezzo e che tra poco rischia di passare dai domiciliari al carcere (e sarebbe un vero scandalo, considerati anche la sua età e le condizioni di salute).

È stata la storia di Tallini, una vita politica distrutta. Tutti “mafiosi”, come l’ex vicepresidente della Provincia di Catanzaro Giampaolo Bevilacqua, assolto nello stesso giorno di Tallini, come l’ingegnere Ottavio Rizzuto, funzionario del Comune di Cutro, cui quelle accuse di abuso d’ufficio e concorso esterno in associazione mafiosa spezzarono per sempre il cuore, insieme all’assoluzione, nel settembre di un anno fa. E tralasciamo la buffonata politica dell’informazione di garanzia a Lorenzo Cesa.

Per tutto questo e altro noi la capiamo, dottor Gratteri. Fosse mai che qualcuno come un avvocato, fuori dalla protezione della sua casta, quella con la toga “giusta” dei magistrati, vada a mettere il naso nel suo curriculum processuale. Chissà se non è già capitato al Csm, quando le è stato preferito il collega Melillo per il ruolo di Procuratore nazionale antimafia. Lei è molto bravo a difendere con le unghie e con i denti il suo ruolo, e il suo potere. E arriva fino al punto – e torniamo al concetto di “resistenza” – di fare un appello alla mobilitazione. Di chi? “In Italia – dice ci sono ancora tante personalità di grande levatura morale: facciano sentire la loro voce”. Il problema è: in montagna o nelle istituzioni democratiche?

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

In Onda, la manina di Piero Grasso dietro la bocciatura di Nicola Gratteri come ministro: la verità di Matteo Renzi. Il Tempo il 04 giugno 2022

Perché Nicola Gratteri non venne accettato da Giorgio Napolitano come Ministro della Giustizia nel governo guidato da Matteo Renzi? È lo stesso ex presidente del Consiglio, ospite della puntata del 4 giugno di In Onda, programma tv di La7, a raccontarlo a David Parenzo e Concita De Gregorio, che avevano chiesto maggiori lumi sulla situazione del magistrato anti-mafia: “Non condivido tutto quello che dice Gratteri, come lui non condivide tutto quello che dico io, però avevamo un’idea che era quella di scardinare il potere delle correnti nel mondo della magistratura. Alcune correnti fanno il bello e il cattivo tempo nella magistratura. Ce n’è una Magistratura Democratica, che dice ‘intorno a Renzi va messo un cordone sanitario’. Questo non va bene, perché se uno commette un reato lo devi perseguire, ma non è che ci metti un cordone sanitario. L’idea di Gratteri era di scardinare tutto il sistema”.

“Chi è che è intervenuto quindi?” Renzi si pone da solo la domanda e continua il suo retroscena: “È una domanda che andrebbe fatta più al presidente emerito della Repubblica Napolitano, io ho rispettato la Costituzione e lui ha rispettato la Costituzione dicendo no a Gratteri, se lui non controfirma non si fa ministro. Però posso dire dei nomi io, quelli che io immagino essere dei nomi e in qualche misura non immagino soltanto. È noto che Gratteri, diciamolo con un eufemismo, non godeva delle simpatie dell’allora presidente del Senato Piero Grasso. Grasso andò ad una conferenza stampa ancora da magistrato e procuratore antimafia e dice di Silvio Scaglia e dell’indagine che lo coinvolge che quella è una strage della legalità. Penso che Grasso si debba vergognare per quelle parole, Scaglia è stato assolto e mentre Grasso era presidente del Senato e l’allora gup che aveva messo in carcere Scaglia era membro del Csm, Silvio Scaglia e Mario Rossetti e tanti altri vennero assolti perché quell’indagine era uno scandalo”.

Renzi parla anche dei giudizi di Gratteri sul governo Draghi, accusato di non occuparsi di mafia: “Io la trovo un’analisi ingenerosa, ne capisco la frustrazione visto che aspirava a ragione a poter guidare la Procura Nazionale Antimafia. Il Csm ha scelto Giovanni Melillo, un altro professionista, che ha lavorato con noi al governo facendo il capo di gabinetti di Andrea Orlando. Gratteri avrebbe fatto bene quel lavoro e la sua frustrazione la capisco perfettamente. Credo che questo sia un giudizio ingeneroso nei confronti del presidente Draghi”.

LE LACRIME SONO CORAGGIO, NON PAURA: È L’AFFOLLATA SOLITUDINE DI GRATTERI. Pubblicato il 7 Giugno 2022 da Redazione calabria.live direttore Santo Strati.

Di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – Ci sono lacrime che, negli ultimi tempi, più delle parole costruite con accenti e con suoni, ci hanno costretti a una profonda riflessione, carica di trattative morali. Al centro la specie umana, sempre più insolente e irrequieta. Quasi reminiscente verso la sua stessa genesi. Sono quelle di Nicola Gratteri che, sono certa, molte altre sono state le volte che dai suoi occhi sono traboccate miste a sangue, seppure in scortato segreto. Quelle secrezioni liquide che abbiamo visto rivestire le superfici congiuntivali del procuratore della Repubblica di Catanzaro, appena qualche giorno addietro, nel famoso salotto romano di Maurizio Costanzo, le cito e non perché, e qui scredito di fatto la versione bastarda e irregolare dei falsi stakanovisti, hanno certo portato allo scoperto la debolezza dell’uomo né la sua fragilità, ma perché hanno messo in risalto senza alcuna fanatica ostensione, la purezza della paura. Che non è mancanza di coraggio, o stato di assoluto avvilimento, ma naturale stato emotivo.

Il pianto, che nell’uomo è l’espressione della commozione o del dolore, in botanica, è l’emissione della linfa ascendente dalla ferita praticata su una radice o alla base del fusto. Ma non sono forse la stessa cosa il pianto dell’uomo e quello della botanica? L’uomo e la botanica, non sono, forse, due elementi che coincidono perfettamente?

Nicola Gratteri è uomo, è albero ed è radice. Tutti lo siamo. E tutti piangiamo alla maniera dell’uomo e della botanica.

Ma ci sono lacrime, e qui sta la vera questione, che fanno male più di molte altre. Hanno un peso specifico più eccedente rispetto alle altre. E nel momento dell’attrito con il viso lasciano sulla pelle segni più profondi delle altre. E solcano senza potervi in quei solchi piantare nulla. Fendono l’anima incavandola fino all’estremo, e raggelano il sangue nelle vene, metastatizzino la sconvolgente umana inquietudine.

Io non ho visto piangere Nicola Gratteri, il procuratore, dietro lo schermo del mio televisore, qualche sera fa, ho assistito, invece, alla commozione di Nicola e basta. Nicola, nato a Gerace, in Calabria, il 22 luglio 1958, terzo di cinque figli, e un amore e un rispetto innati nei confronti della propria terra. Nicola che è figlio, appunto, è marito, è padre, è amico, è missionario totus tuus in una Calabria pellegrina, sempre poco fiduciosa in se stessa, e invece più fiduciaria negli altri. In una terra a tratti asciutta a tratti umettata, nella quale o ci rimetti la vita, o ci rimetti il cuore. E se non sai scegliere, ce li rimetti entrambi.

Nicola è uno di quelli che ha deciso di rimanere in Calabria. Uno di quelli che nella terra della nascita ha deciso di investire tutto ciò che ha. Persino le lacrime. Tanto che il pianto neppure lo discute. Succede. Capita piangere. E va bene così.

Sulle lacrime di Gratteri che, sì, è vero, si sono fermate sul suo viso, ma hanno altrettanto veramente bagnato il viso di molti, abbiamo riflettuto in tanti, e non perché esse vadano spiegate, o forse censite, messe agli atti come elementi probatori, ma capite sì. Concepite, come dai i grembi i figli, sì.

Caro, Nicola Gratteri, e parlo all’uomo, che se lo facessi al procuratore sarebbe pura retorica, questa terra chiede il doppio di quello che dà. E lei lo sa bene.

Ti dona un sorriso e ti chiede in cambio due lacrime; ti dona una mano e da te ne pretende due; ti offre la sua casa ma ti costringe al tuo viaggio; ti regala la sua vita, ma non ti concede di vivere la tua. Ti prepara l’orto ma non ti consente di lavorarlo libero.

È amara, la Calabria. È subdola, selvaggia, è una grandissima figlia di puttana. Ma la terra siamo noi, noi che di questa Calabria siamo il bello e il brutto, il buono e il cattivo, la pecora o il lupo.

E il pianto suo è anche nostro. Degli uomini, i mezzi uomini, gli ominicchi, i ruffiani, i piglianculo, i quaquaraqua. Di tutta questa categoria di scimmie, è il pianto dell’uomo.

Il pianto suo è colpa della nostra incapacità di volerci bene, dando al pane più valore che alla preghiera, al vino più importanza che all’acqua.

Il pianto suo, caro Nicola, non è paura, è affollata solitudine. E quella che si vede intorno a lei è una solitudine che mette paura. Porta i brividi. Delude e disillude, e forse certe volte anche corrompe. Nicola Gratteri è uno e non ha nessuno, se non i famosi cento anni di solitudine già a 63 anni di età.

La questione sociale di cui è protagonista Antonello dell’Argirò, in Gente in Aspromonte, il capolavoro di Corrado Alvaro, si ripete. E proprio per colpa della solitudine ingarbugliata a cui alcune volte anche lo Stato costringe, continuerà a proliferare. Una moltiplicazione che più che paura, fa terrore, sconvolge ogni genere di morale.

Non oso immaginare quante volte, Nicola Gratteri, abbia ripetuto a memoria le parole di Antonello, che chiosano il racconto: «Finalmente potrò parlare con la Giustizia. Ché ci è voluto per poterla incontrare e dirle il fatto mio». Una pagina di letteratura e di vita che racconta l’amara solitudine dei luoghi e di chi li abita. Di chi li difende. Di una Calabria che quando è culla è già sepolcro.

Non la chiamo eroe, caro Nicola Gratteri, ai tempi della Magna Grecia lo sarebbe stato davvero. Figlio degli dei lo avrebbero considerato. Ne sono certa. Ed essi le avrebbero concesso la forza per sconfiggere la paura. Ma noi siamo uomini, e le verità degli dei non sono nostre. La storia, però, sì.

E lei è il mito di Davide, il giovane studente del Liceo Scientifico G. Berto di Vibo Valentia, e forse anche di Golia. Il riferimento certo di Abele e, sotto sotto, anche di Caino.

Per questo il suo pianto non lo chiamo paura, ma coraggio.

“L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza”. (Giovanni Falcone)  (gsc)

Gratteri e quel modello Falcone citato a sproposito tra gaffe e scivoloni. Otello Lupacchini su Il Riformista il 2 Giugno 2022. 

Nel solco degli insegnamenti di Adolf Hitler, per il quale «Le masse sono abbagliate più facilmente da una grande bugia che da una piccola», e di Joseph Goebbels, secondo cui «Se dici una menzogna enorme e continui a ripeterla, prima o poi il popolo ci crederà», Nicola Gratteri, riapparso, dopo un’assenza semestrale, a Otto e Mezzo, si è lanciato in uno sguaiato monologo, denso di suggestive menzogne, messaggi obliqui e abusati luoghi comuni, intervistato, si fa per dire, dalla carismatica padrona di casa, l’inossidabile Lilli Gruber, e dal direttore de la Stampa Massimo Giannini, «ottima penna» del giornalismo italiano per antonomasia, restato comunque quasi sempre silente.

Il procuratore di Catanzaro, pronto a un’ormai stucchevole campagna d’estate per la promozione dell’ennesimo libricciuolo spacciato, «in concorso» con i soliti leccapiedi, per novella Divina Commedia, ha parlato, fra l’altro, della riforma della Giustizia e messo nel mirino il premier, apostrofandolo con encomiabile garbo: «Draghi? Non pervenuto per quanto riguarda la giustizia e la sicurezza, mi sembra solo un buon esperto di finanza. Sul resto non tocca palla o se lo fa, mi preoccupa ancora di più perché non capisce che facendo così sfascia tutto». Naturalmente, però, complici il trentesimo anniversario della strage di Capaci e altri sciagurati «accidenti», non ultima la guerra in Ucraina, molti ancora sono stati i piatti forti ammanniti dal Pirgopolinice della Locride, dall’assaggiarne almeno alcuni, tutti richiederebbe troppo spazio, sarebbe un vero peccato esimersi.

Sincero è il «dispiacere» del «magistrato antimafia più famoso d’Italia», per l’asserita «bocciatura» alla guida della Direzione nazionale antimafia, dove alla fine è andato invece Giovanni Melillo, procuratore capo di Napoli, che l’ha spuntata nella votazione finale del Consiglio superiore della magistratura. Per vero, dopo averci girato intorno tessendo ipocritamente le lodi del competitor, «bravo magistrato e ottimo organizzatore», ha finito tuttavia per ammettere: «Sì, ci sono rimasto male. Credo di essere il magistrato con maggiori competenze internazionali sulla lotta alla mafia». Non solo: ha sottolineato di essere stato penalizzato dalla mancata iscrizione a una corrente della magistratura, asserendo che «Chi è iscritto a una corrente è molto, molto avvantaggiato. Io questo già lo sapevo ma ho fatto la scelta di non iscrivermi. Io non conosco nemmeno il 50% dei membri del Csm, non li riconoscerei nemmeno per strada, perché non li frequento. Io ho fatto domanda alla procura antimafia perché pensavo di avere l’esperienza necessaria, facendo da sempre contrasto alla criminalità organizzata: non esiste nessun magistrato al mondo che abbia fatto più indagini di me sulle mafie».

Magari mettendo le zampe, posando, spesso anche a sproposito, a «massimo esperto mondiale» in subiecta materia, su quelle altrui; ma questa è un’altra storia. E, per rendere ancora più evidente la sua amarezza, ha aggiunto: «Per la ’ndrangheta ora sono un perdente». Si è ben lungi, ovviamente, da una dichiarazione di resa: non a caso Nicola Gratteri ha snocciolato l’elenco di chi con lui solidarizza: i vertici di polizia, carabinieri e guardia di finanza; la polizia giudiziaria che lo «adora»; soprattutto, «la gente, i calabresi», personcine lobotomizzate dagli schermi, gravemente segnate da ossessione paranoide per manette, arresti, verbali di polizia giudiziaria, veline dei Servizi, le quali, al pari di lui, hanno un rapporto idiosincratico con i fatti, dai quali, in genere, è meglio prescindere; finalmente, il team investigativo che lo affianca e poco importa se, in un successivo passaggio, abbia considerato questi «Magistrati fantastici» alla stregua di flebotomi e infermieri: lui e solo lui il «primario chirurgo», patirebbe come un’irrimediabile degradazione il dovere, disgraziatamente, tornare a svolgere funzioni di sostituto procuratore della Repubblica.

Questo la dice lunga sull’alta considerazione in cui l’«Os aureum» di Gerace tiene la Costituzione, a norma della quale «I magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni» (art. 107, comma 3). Di fronte a tale smaccata manifestazione di normofobia, i due comprimari non hanno avuto nulla da ridire; e neppure ha avuto qualcosa da ridire l’Associazione nazionale magistrati e il suo troppo spesso inutilmente facondo presidente Giuseppe Santalucia. Ma non c’è da meravigliarsi: nessuno ha mai avuto l’onestà intellettuale e il coraggio di rilevare e, dunque, chiedergliene conto, l’«evanescenza» delle «grosse» operazioni rivendicate a ogni pie’ sospinto dal Nostro, i cui esiti hanno quasi sempre tradito le «promesse» enunciate, con squilli di trombe e rulli di tamburi, nelle pletoriche conferenze stampa con cui è solito promuoverle. Performances, sia detto per inciso, che rischiano, a suo tutt’altro che sommesso avviso, d’essere inibite dall’improvvida «riforma Cartabia».

Ma si sa, gli esseri umani sono disposti a credere a qualunque cosa tranne che alla verità; non c’è menzogna troppo grossolana a cui la gente non creda, se essa viene incontro al suo segreto desiderio di crederci; la maggior parte della gente non si preoccupa di scoprire la verità, ma trova molto più facile accettare la prima storia che sente. Che dire, poi, del goffo tentativo con cui ha preteso di «smontare» la riforma della giustizia, su uno dei punti oggetto, fra l’altro, della proposta referendaria, affermando: «La cosa che mi preoccupa di più è la riforma dell’ordinamento giudiziario: ad esempio la separazione delle carriere. Bisognerebbe facilitare il passaggio tra procura e tribunale, perché così si ha la completezza del magistrato, io ad esempio so che cosa serve per arrivare a una prova grazie all’esperienza che ho fatto da giudice»?

Un silenzio condiscendente ha accolto queste surreali argomentazioni, eppure è proprio qui, purtroppo per lui, che casca l’asino: gli esiti giurisdizionali, quasi sempre fallimentari, delle «grosse» inchieste gratteriane, con buona pace degli adulatori, sono lì a dimostrare, al di là d’ogni ragionevole dubbio, che dalla propria asserita quanto indimostrata esperienza giurisdizionale, il Nostro abbia tratto ben poco profitto, sotto i profili sia della formazione sia della valutazione delle prove. Dove, tuttavia, Nicola Gratteri è riuscito a superarsi, è stato quando, raccogliendo l’assist degli interlocutori, «Quel “no” l’ha isolata come fu per Giovanni Falcone?», con l’aria di chi fa professione d’umiltà rifiutando paragoni, ha puntato ad abbassare il martire palermitano al proprio livello: «Falcone e Borsellino? Due monumenti, due persone che ho scelto a modello, ma sono di un’intelligenza irraggiungibile. Falcone capiva le cose vent’anni prima degli altri ed è per questo che è stato ostracizzato da tanti suoi colleghi gattopardi che poi lo piangevano sui palchi. Fu un eterno sconfitto, ma è un esempio irraggiungibile». Non è dato capire in cosa Falcone e Borsellino siano stati assunti «a modello» da Nicola Gratteri, il cui modus operandi non è seriamente paragonabile al loro e il cui pensiero si pone agli antipodi di quello di Giovanni Falcone.

Questi, infatti, già trent’anni or sono sosteneva: «Comincia a farsi strada faticosamente la consapevolezza che la regolamentazione delle funzioni e delle stesse carriere dei magistrati del Pm non può essere identica a quella dei magistrati giudicanti, diverse essendo le funzioni e, quindi, le attitudini, l’habitus mentale, le capacità professionali richieste per l’espletamento di compiti così diversi: investigatore a tutti gli effetti il Pm, arbitro delle controversia il Giudice. Su questa direttrice bisogna muoversi, accantonando lo spauracchio della dipendenza del Pm dall’esecutivo e della discrezionalità dell’azione penale che viene puntualmente sbandierato tutte le volte in cui si parla di differenziazione delle carriere. Disconoscere la specificità delle funzioni requirenti, rispetto a quelle giudicanti, nell’anacronistico tentativo di continuare a considerare la magistratura unitariamente, equivale paradossalmente a garantire meno la stessa indipendenza e autonomia della magistratura».

Otello Lupacchini. Giusfilosofo e magistrato in pensione

Caro dottor Gratteri, se si suicidassero i tanti finiti in galera sarebbe una strage degli innocenti. Non c’è guerra allo Stato da parte della ’ndrangheta mentre non ci vuole la zingara per capire che, molto spesso, mafia e “antimafia” combattono una guerra finta. Ilario Ammendolia su Il Dubbio il 02 giugno 2022.

Venerdì scorso è stato sciolto il Consiglio comunale di Portigliola, un piccolo paese nel cuore della Locride. Dimenticate per un solo attimo il fatto che si tratta d’ un piccolo Comune e riflettete sugli effetti che la catena di scioglimenti che ha riguardato la Locride e la Calabria intera, potrebbe avere sulla crescita e legittimazione della ‘ndrangheta in un territorio difficile. Il sindaco e i consiglieri comunali di Portigliola sono incensurati ma ciò in Calabria, come in ogni Stato di polizia che si rispetti, vale meno che niente. Ovviamente in Italia nessuno si accorgerà delle vicende di Portigliola e nella stessa Calabria la notizia non avrà risonanza alcuna.

Gli amministratori del piccolo comune calabrese sono stati destituiti da un mandato ricevuto dal popolo, messi ai margini con “disonore” e senza dar loro alcuna possibilità di difendersi in un tribunale della Repubblica. Sanno che da questo momento in poi chiunque potrà dire di loro che sono “segnati” da una “misura di prevenzione” ledendo la loro dignità e il loro onore. Molti di loro si ritireranno della vita pubblica, altri non si riconosceranno più in questo Stato e coveranno rabbia e rancore verso i responsabili dello scioglimento del consiglio comunale nel quale erano stati democraticamente eletti. In qualche caso la rabbia diventerà ostilità verso lo Stato e quindi rivolta individuale che, in quanto tale, è destinata a formare l’humus necessario per fertilizzare il terreno in cui cresceranno le nuove leve della mafia.

La ’ndrangheta che cresce e si diffonde in Italia nasce in questa terra ed è figlia di tale meccanismo perverso che viene spacciato come lotta alla mafia. Sono certo che coloro che hanno promosso e decretato lo scioglimento non siano sciocchi perché sanno che il bersaglio è stato comunque colpito dal momento che la gente comune avrà la sensazione che la lotta alla “mafia” continua…. contro gli innocenti!

Anticipo la possibile eccezione: perché la rivolta individuale non diventa collettiva e perché nessuno, o quasi, denuncia una tale situazione? Perché la Calabria è avvolta in una cappa di paura che diventa omertà e quindi altro concime per la ’ndrangheta.

Se avessi avuto la forza avrei voluto discutere di questi temi in occasione del trentesimo anniversario della strage di Capaci e sarebbe stato interessante domandare agli “esperti” perché la mafia è stata sconfitta mentre la ’ ndrangheta è diventata più forte, più ricca, più “rispettata”, più temuta; ha fondato “colonie” in tutta Italia e in Europa, ha il monopolio del traffico di cocaina.

Riina e soci hanno commesso l’errore di passare da una scellerata “alleanza” con gli apparati statali alla sfida allo Stato mentre la ’ ndrangheta si è acquatta alla sua ombra. Anzi, da anni la ’ ndrangheta non uccide più o quasi, ha messo fine alle faide di paese, punisce severamente chiunque si dovesse dimostrare irriguardoso o violento verso gli uomini dello Stato.

Non c’è guerra allo Stato da parte della ’ ndrangheta mentre non ci vuole la zingara per capire che, molto spesso, mafia e “antimafia” combattono una guerra finta le cui vittime certe sono soprattutto gli ignari ( ma non tanto) cittadini calabresi. A questo punto so che qualcuno si porrà la domanda: è possibile che la situazione sia questa? Mi pongo anch’io la stessa domanda: è possibile?

Se ne avessi la possibilità chiederei un’inchiesta delle “gradi firme” del giornalismo italiano sulla situazione calabrese. Intanto cerco sinceramente di trovare delle risposte da parte di studiosi ed esperti. Il dottor Gratteri si è autodefinito uno dei massimi esperti al mondo in materia e io ho seguito con interesse il suo tour televisivo sperando che desse delle risposte ma, lo dico senza sarcasmo, quando va in televisione il procuratore di Catanzaro preferisce “ballare” da solo.

Così, ad esempio, può dire che la ’ ndrangheta sfrutterà la guerra in Ucraina per rifornirsi d’armi, magari cannoni, carri armati e obici come se i mafiosi dovessero combattere una battaglia campale. I mafiosi non dispongono di combattenti ma di sicari che uccidono a tradimento, tendono imboscate, opprimono i deboli, non toccano i “forti”. E per la loro “guerra” hanno armi a sufficienza. Inoltre il procuratore di Catanzaro, come di consueto, ha attaccato con grande accortezza la “politica” mettendo in campo un’abile strategia comunicativa destinata a un sicuro ritorno di popolarità.

Come sempre i “politici”, salvo qualche eccezione, non rispondono, un po’ per calcolo e un po’ per viltà così che Gratteri non ha bisogno di fare neanche un minimo di auto- critica. Per esempio, ha affermato che durante la stagione di “mani pulite” tanti politici si sono suicidati per un semplice avviso di garanzia mentre oggi hanno l’ardire di voler continuare a vivere e magari di dichiararsi innocenti perché sono innocenti. Non c’è più “religione”, signora mia!.

Ma sarebbe stato facile obiettare che se il segretario nazionale dell’Udc Lorenzo Cesa indiziato di concorso esterno, Mario Oliverio, già presidente della Regione (confinato) , o Mimmo Tallini, presidente del consiglio (arrestato) e soprattutto e innanzitutto le migliaia di persone “senza nome” che in Calabria sono finiti in galera senza colpa si fossero suicidati sarebbe stata una strage di innocenti da far invidia ad Erode. Ma chi farà mai queste domande pur poste con il dovuto rispetto e tutto il garbo del mondo?

Nicola Gratteri, il pm che parla direttamente al popolo (di destra) per “castigare” il Csm. Dopo la delusione per la mancata nomina alla Dna, il procuratore di Catanzaro ha deciso di usare la sua popolarità come un’arma. Rocco Vazzana su Il Dubbio l'1 giugno 2022.

«Posso fare tante cose. Ci sono tanti magistrati potenti che possono fare solo i magistrati. Io posso fare tante cose, anche il contadino: ho una buona manualità». Chissà se pronunciando queste parole a Otto e mezzo, pochi giorni fa, Nicola Gratteri aveva in mente la parabola professionale di Antonio Di Pietro, che da pm amatissimo dalla gente si è ritirato in campagna, dopo una lunga parentesi in politica. Su una sua possibile discesa in campo il procuratore di Catanzaro smentisce, quel che è certo però è che da qualche tempo il magistrato calabrese riempie i palinsesti delle Tv per offrire il suo punto di vista ai telespettatori. Che si parli di lotta alla ’ndrangheta (specialità in cui Gratteri ha ben pochi rivali su piazza), di critica politica a un governo a suo dire indifferente al contrasto alla criminalità organizzata o di accusa nei confronti di un sistema giudiziario corrotto dal correntismo poco importa: il procuratore di Catanzaro ha voglia di parlare e anche tanto. Al Maurizio Costanzo show come da Lilly Gruber, senza dimenticare di presenziare a Piazza Pulita.

Ovviamente Nicola Gratteri è uno di quegli ospiti dal profilo così prestigioso che qualsiasi programma televisivo o giornale vorrebbe intervistare, meno scontato però è sentirsi dire sempre sì dal diretto interessato. Perché la sovraesposizione mediatica è sempre un’arma a doppia taglio che un magistrato di quel livello preferisce schivare.

Ma Gratteri ha bisogno di comunicare direttamente con l’opinione pubblica, col popolo. Soprattutto dopo la mancata promozione alla guida della Direzione nazionale antimafia. Un posto che l’investigatore calabrese considerava probabilmente come la naturale chiusura di una carriera brillante. «Ho fatto domanda alla Procura antimafia perché pensavo di avere l’esperienza necessaria, facendo da sempre contrasto alla criminalità organizzata: non esiste nessun magistrato al mondo che abbia fatto più indagini di me sul traffico internazionale di stupefacenti e sulle mafie», ha spiegato davanti alle telecamere di Otto e mezzo.

Motivo della bocciatura? La troppa indipendenza, l’estraneità alle dinamiche dell’Anm, sembra suggerire lo stesso Gratteri quando argomenta: «Sicuramente nella nomina alla Procura nazionale antimafia chi è iscritto a una corrente è molto molto avvantaggiato. Io questo già lo sapevo ma ho fatto la scelta di non iscrivermi». Perché il procuratore capo di Catanzaro si propone davvero come il magistrato più anti sistema in circolazione, un vero e proprio alieno nel mondo togato che lo percepisce come una bomba da disinnescare prima che faccia saltare tutti gli schemi.

Ma è come se Gratteri si fosse stancato di venir penalizzato per questa sua inafferrabilità e avesse deciso di utilizzare contro l’ostracismo del Csm l’arma di cui solo pochi suoi colleghi ancora dispongono: la popolarità. Quella che fino a poco tempo fa poteva ancora maneggiare con disinvoltura Piercamillo Davigo e che adesso forse il solo Gratteri può dire di possedere a certi livelli. È un’arma tutta politica e serve a rimuovere gli ostacoli interni, pressando con uno strumento esterno: l’opinione pubblica. E in una congiuntura così propizia, con la credibilità della magistratura ai minimi storici, non è detto che non funzioni. Anzi. Gratteri lo sa e vuole mostrarsi ai cittadini per come realmente si percepisce: un incontrollabile rottamatore messo ai margini dalla casta ed esposto alla vendetta delle mafie. Certo, mettere alle strette il Csm a furor di popolo sarà impresa tutt’altro che semplice, ma il procuratore di Catanzaro non ha grandi alternative per evitare un’altra delusione come quella della Dna.

Il tempo stringe e gli obiettivi possibili rimasti sul piatto non sono troppi: un posto nel nuovo Csm, magari sponsorizzato da qualche corrente anti corrente, a fare da «guastacarte», come dice lo stesso Gratteri; la guida di una procura prestigiosa, come quella di Napoli non ancora messa a bando; o un futuro senza toga, in Parlamento, il prossimo anno. Scenario, quest’ultimo, che il magistrato calabrese tende a escludere categoricamente, anche se in Tv continua ad attaccare il governo con una veemenza che neanche la leader dell’opposizione si sognerebbe di utilizzare.

Draghi? «Non pervenuto per quanto riguarda la giustizia e la sicurezza, mi sembra solo un buon esperto di finanza. Sul resto non tocca palla o se lo fa, mi preoccupa ancora di più perché non capisce che facendo così sfascia tutto». Cartabia? Nella sua «riforma c’è molta rabbia, è una sorta di resa dei conti tra la politica, che nel corso degli anni ha accumulato molta rabbia, e la magistratura», dice Gratteri. Che poi si scaglia pure contro una piccola iniziativa di civiltà: le casette dell’amore, dove ai detenuti è consentito di esprimere la propria affettività.

Il governo ha speso più «più di 28 milioni di euro per costruire le case dell’amore, un luogo dove i detenuti possono incontrarsi per 24 ore con moglie, marito e amanti», è il giudizio severissimo, ma probabilmente popolarissimo, di Gratteri. «Avete idea dei messaggi che possono essere mandati all’esterno grazie a questa idea?». No. Ma il messaggio che arriva fuori dalle mura togate è che se mai ci sarà un futuro politico per Gratteri non sarà esattamente progressista.

Effetti perversi. La cattiva antimafia che ha fatto più danni allo stato di diritto che ai delinquenti. Iuri Maria Prado su L'Inkiesta il 26 Maggio 2022.

Non è difficile da individuare: se è fatta di passerelle, abusi carcerari, patti taciti con i pentiti mentitori, allora non è certo buona. Per combattere la criminalità organizzata serve un lavoro duro, difficile e lontano dalle telecamere.

L’antimafia è tante cose. È il lavoro di polizia e giudiziario, duro e spesso pericoloso, che in silenzio e negli uffici, non nel chiasso e dai palchi dell’informazione embedded in Procura, funzionari scrupolosi conducono a contrasto dell’illegalità e per l’applicazione delle leggi dello Stato.

Ma l’antimafia non è solo questo. L’antimafia è, appunto, anche la militanza spettacolare e retorica di certe star togate. L’antimafia è anche l’instaurazione e la difesa ferrea di un sistema penal-carcerario barbarico e di inutile afflizione. L’antimafia è anche la pretesa che un vecchio demente divorato dalle metastasi debba per forza morire in prigione, e che il potere pubblico dimostri la sua forza rivendicando il merito di averlo portato fuori da lì chiuso in una cassa. L’antimafia è anche la conferenza stampa a margine del rastrellamento di trecentocinquanta persone che inaugura la “rivoluzione” con cui si smontano pezzi di paese come giocattoli. L’antimafia è anche la requisitoria impunita contro il cinico mercante di morte, e la carriera fatta su quello scempio.

L’antimafia è anche il sodalizio tra il pentito mentitore e il pubblico ministero che fa spallucce se gli si ricorda che lo spione ha inguaiato tanta gente che non c’entrava nulla. L’antimafia è anche il maschio alfa del giustizialismo incorrotto secondo cui un po’ di innocenza in galera è dopotutto fisiologica e il sovraffollamento delle carceri è un finto problema, perché basta costruirne ancora – un ospedale, un carcere; un asilo, un carcere; una biblioteca, un carcere – così siamo tutti più sicuri e anziché solo tre innocenti al giorno possiamo sbatterne dentro a piacere, senza dover ascoltare questi rompiscatole dei garantisti.

L’antimafia è anche la magistratura che celebra la sana austerità della tortura del 41 bis a petto della intollerabile stagione passata, quella delle carceri adibite a Grand Hotel, luoghi dove i criminali si godevano il lusso di non dormire con un faro acceso in faccia o di respirare all’aria aperta per troppi, oltraggiosi minuti.

Quest’altra antimafia è ciò di cui non dovrebbe menare vanto nessun sistema civile, nessun ordinamento democratico, nessuna società appena evoluta. Ma è invece l’antimafia trionfante: quella che, mentre ha fatto assai poco male alla mafia, molto ne ha arrecato a quel che si direbbe, se ancora la dicitura avesse un senso qui da noi, lo Stato di diritto.

Anticipazione da "Oggi" il 19 maggio 2022.

In un’intervista a OGGI, in edicola da domani, don Luigi Ciotti, fondatore di Libera contro le mafie, rivela: «Ero a Palermo quel 23 maggio 1992, il giorno tremendo di Capaci. Dovevo parlare di droga con gli insegnanti delle scuole. I segni della vita sono importanti. Da lì non me ne sono più andato». 

E spiega come decise di «tradurre in responsabilità e impegno il sacrificio di quelle vite». Racconta anche della scelta di Gian Carlo Caselli, che andò da lui al centro Abele a Torino per dirgli: «Io faccio domanda per la Procura di Palermo. Lascio qui la famiglia, mia moglie, i figli. Se puoi, dagli un’occhiata…».

A trent’anni dalla strage, dice don Ciotti, «la memoria di Giovanni, come quella di centinaia di altre vittime innocenti delle mafie, è uno stimolo prezioso ma anche esigente. Non basta ricordare».

Ma avverte: «Vedo il rischio che parole come legalità o antimafia si riducano a un concetto astratto di cui qualcuno ci ha rubato la sostanza... La parola antimafia sarebbe da mettere in quarantena. Non è una carta d’identità: l’antimafia è un fatto di coscienza, con atti conseguenti… Qualcuno ne ha anche fatto il cavallo di Troia per il malaffare». 

Il giudice usato come una clava dai forcaioli. L’incompresa lezione di Falcone ai somari dell’antimafia. Otello Lupacchini su Il Riformista il 20 Maggio 2022. 

Il 23 maggio di trent’anni or sono, Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti di scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, vennero uccisi dall’esplosione di una potente carica di tritolo, posizionata a opera di Cosa nostra in un tunnel scavato sotto la sede stradale nei pressi dello svincolo di Capaci-Isola delle Femmine, sull’autostrada che da Punta Raisi conduce a Palermo.

Il tragico evento, cerniera tra la Prima e la Seconda Repubblica, era stato preceduto da lugubri presagi: nei primi giorni di marzo, Elio Ciolini, uomo legato all’estrema destra, condannato per il depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna, detenuto nel carcere di Firenze, aveva indirizzato ai giudici felsinei una lettera per annunciare una «nuova strategia della tensione in Italia» da attuarsi nei cinque mesi successivi, fino a luglio; in quel periodo, sosteneva, «accadranno eventi intesi a destabilizzare l’ordine pubblico» e cioè esplosioni che colpiranno persone «comuni» in luoghi pubblici, il sequestro e l’eventuale «omicidio» di un esponente politico della Democrazia cristiana, il sequestro e l’eventuale «omicidio» del futuro Presidente della Repubblica; trascorsi alcuni giorni, era stato ammazzato Salvo Lima; sarebbero poi seguite la strage di Capaci, quella di via d’Amelio e, infine, quelle dell’estate 1993, le cui vittime sarebbero state «persone comuni».

Non interessa la fonte di tali premonizioni, quanto, piuttosto, segnalare il fatto che, da quel tragico 23 maggio 1992, le figure di Giovanni Falcone, prima, e di Paolo Borsellino, successivamente, hanno assunto natura mitologica, di cui, retorica aiutando e spirito critico mancando, si sarebbe alimentata l’antimafia strumento di potere. In virtù del sacrificio delle loro vite, si continua da allora ad arruolare i due Magistrati barbaramente assassinati sotto le bandiere della «pubblicità ingannevole», per tale intendendosi ogni pubblicità idonea, in qualunque modo, compresa la sua presentazione, a indurre in errore le persone alle quali è rivolta o che essa raggiunge e delle quali possa pregiudicare il discernimento.  Fu Adolf Hitler, in Mein Kampf, a esporre la teoria totalitaria della menzogna: il pensiero, la ragione, il discernimento del vero e del falso, la decisione, il giudizio, sono una cosa molto rara e assai poco diffusa nel mondo; è un affare d’élite, non della massa; quest’ultima è mossa dall’istinto, dalla passione, dai sentimenti e dai risentimenti; non sa pensare; né lo vuole: non sa che obbedire e credere; crede a tutto ciò che le si dice, a condizione che lusinghi le sue passioni, i suoi odi, i suoi terrori: inutile mantenersi nei limiti della verosimiglianza: al contrario, più si mente in modo grossolano, massiccio, brutale, più si sarà creduti e seguiti; inutile, altresì, cercare di evitare le contraddizioni; inutile mirare alla coerenza: la massa non ha memoria; inutile nascondere la verità: essa è radicalmente incapace di riconoscerla; inutile persino nasconderle che la si inganna: l’animale parlante è, prima di tutto, un animale credulo, e l’animale credulo è precisamente quello che non pensa.

Da uomo pensante, appartenente magari alle «masse degenerate e imbastardite», rifiuto d’accodarmi alle pseudo aristocrazie-totalitarie, del «credere, obbedire, combattere», quale dovere del popolo, essendo il pensiero prerogativa del capo. Reputo, invece, mio dovere denunciare lo scandalo dei maldestri tentativi di rappresentare Nicola Gratteri quale redivivo Giovanni Falcone, ovvero d’abbassare Giovanni Falcone al livello di Nicola Gratteri. A quest’ultimo, il quale parrebbe esposto a gravissimi pericoli per la propria incolumità fisica, va incondizionatamente tutta la mia più sincera, umana solidarietà, ben sapendo cosa significhi, per dolorosa, personale, quarantennale esperienza, vivere sottoposti a obiettive, gravi limitazioni, sia pure a fini securitari, della propria libertà personale. Il che, tuttavia, non m’impedisce, anzi me lo impone come dovere, di evidenziare l’assurdità di affermazioni del tipo «Il dottore Gratteri […], nel distretto di Catanzaro sta affrontando una situazione che è assolutamente analoga a quella che nei primi anni Ottanta affrontò il primo pool antimafia di Palermo, ecco perché col processo “Rinascita Scott” si arriva a […] numeri così alti di ordinanze di custodia cautelare e di imputati: la situazione (odierna) della Calabria è, da un punto di vista criminale, paragonabile a quella della Sicilia dei primi anni Ottanta», specie se ascrivibili non già a un oscuro «menante», addetto alla bassa cucina in qualche redazione giornalistica, quanto piuttosto a colui che ha sostenuto l’accusa nel processo palermitano relativo alla cosiddetta «Trattativa Stato-Mafia» e che, dunque, solo per questo dovrebbe sapere cosa accadeva nella Sicilia degli anni a cavallo del 1980, e cosa abbia rappresentato il maxi-processo istruito da Giovanni Falcone, nei confronti del Gotha e dei gregari di Cosa nostra a partire dalla prima metà degli anni Ottanta.

Accusato di aver nascosto le prove sui legami tra mafia e politica, di non aver indagato su Salvo Lima dopo le dichiarazioni del pentito Francesco Marino Mannoia, di essersi fermato sulla soglia del cosiddetto «terzo livello», Giovanni Falcone rilasciò un’intervista a Giovanni Bianconi, pubblicata sul quotidiano La Stampa del 6 settembre 1991, nella quale, affermato innanzitutto come sia sempre necessario «distinguere le valutazioni politiche dalle prove giudiziarie», chiarì che «sotto il profilo penale non si poteva fare di più», là dove si fosse voluto «interrompere la solita trafila con cui si era andati avanti per decenni: omicidio eccellente, indagini che non portano a specifiche responsabilità per quel delitto, imputazioni collettive generiche, lunghe istruttorie con la carcerazione preventiva e poi proscioglimenti e assoluzioni per tutti»; ribadendo, dunque, che un’indagine antimafia, la quale aspiri ad approdare a qualche risultato utile, «dev’essere improntata a rigore, ma anche a cautela».

Alla temeraria obiezione giusta la quale «proprio questo avrebbe potuto riportare l’antimafia al solito tran tran burocratico», avanzata magari da «un sindaco che per sentimento o per calcolo» avendo cominciato «ad esibirsi – in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei – come antimafioso», anche se avesse dedicato tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne avesse mai trovato per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministrava, si sarebbe potuto «considerare come in una botte di ferro». la replica di Giovanni Falcone fu tranchant: «Io dico che bisogna stare attenti a non confondere la politica con la giustizia penale. In questo modo l’Italia, pretesa culla del diritto, rischia di diventarne la tomba. In una Sicilia dove non ci sono altri esempi che l’illegalità, occorre far vedere che il diritto esiste. Buscetta, puntandomi la mano contro, una volta mi disse: “Io accuso voi magistrati con due dita, come fanno gli arabi per indicare una colpa gravissima. Avete creato dei mostri dando rilievo a personaggi di scarso peso, mentre in realtà i veri capi non li avete toccati”».

A proposito del rigore e dello scrupolo garantista di Giovanni Falcone, valga la testimonianza del prof. Sergio Mattarella nell’intervento che pronunciò, quale presidente della Repubblica, il 23 maggio 2017: «Ho conosciuto il giudice Falcone prima ancora che l’eco delle sue inchieste lo rendesse famoso in Italia e all’estero. Ne ho seguito l’impegno messo in opera nella sua attività giudiziaria. Con quella sua attività ha impresso una svolta all’azione della giustizia contro la mafia. Anzitutto con il suo metodo di lavoro, con il suo modo di svolgere le inchieste. Nei primi tempi veniva talvolta criticato, dicendo che operava come un agente di polizia più che come un magistrato, una sorta di sceriffo. Non era vero: il suo era un metodo moderno, più dinamico, più attivo di quanto fosse abituale, ma manteneva forte e inalterato lo stile e il carattere del magistrato, attento, fino allo scrupolo, alla consistenza degli elementi di prova raccolti. Le sue inchieste, difatti, erano contrassegnate da grande solidità; e le sue conclusioni venivano sempre condivise dai Tribunali e dalle Corti giudicanti». Evito, pietatis causa, ogni notazione sul modus procedendi e sui risultati troppo spesso effimeri delle roboanti indagini di Nicola Gratteri, «evanescenti» sicut umbra lunatica.

Otello Lupacchini. Giusfilosofo e magistrato in pensione

Dagospia il 5 maggio 2022. “L’ANTIMAFIA È DIVENTATA UNA MAFIA” - FILIPPO FACCI: “LA SUPERPROCURA NON SERVE PIÙ A NIENTE. È UNO STRUMENTO COME L'ONU: SERVE ESSENZIALMENTE A DISTRIBUIRE POTERE, POLTRONE E DENARO. GIUNGENDO A FARE DANNI ALLA CAUSA PER CUI NACQUE" - "DIRLO È DIFFICILE: PERCHÉ OCCORRE RESISTERE ALL'ACCUSA DI OFFENDERE CHI PER COMBATTERE LA MAFIA SACRIFICÒ LA VITA. MA BISOGNA DIRLO LO STESSO. L'ANTIMAFIA, SENZA LA MAFIA CHE FU, È UNA FORMA DI POPULISMO CHE RESTA FUORI DALLO STATO DI DIRITTO COME NOI FINGIAMO DI NON SAPERE, MA IN EUROPA SANNO BENISSIMO…”

Filippo Facci per “Libero quotidiano” il 5 maggio 2022.

Il nuovo superprocuratore antimafia è stato eletto dal Csm grazie al solito giochino di correnti. La cosa più facile, ora, sarebbe ricordare che le superprocure furono invenzioni di Giovanni Falcone (realizzate col ministro Claudio Martelli) alle quali a suo tempo si opposero le stesse correnti e la peggior magistratura politicizzata di destra e di sinistra. 

Tra il 1990 e il 1991 non si contano gli articoli dell'Unità, del Giornale, le puntate di Samarcanda, le posizioni del movimento «Proposta '88» (corrente dello stesso Falcone) e soprattutto di Magistratura Democratica che dell'eroe di Capaci scrissero cose orribili. 

Anche lo sciopero dei magistrati del 2 dicembre 1991 fu indetto «contro Cossiga, Falcone e la sua superprocura», come sintetizzo Liana Milella del Sole 24 Ore. Giacomo Conte del pool antimafia di Palermo aveva definito la Dia «quanto di più deleterio sia stato pensato in tempi recenti», mentre Magistratura democratica, in quel dicembre 1991, denunciava un generico «disegno di ristrutturazione neo-autoritaria» mentre in una pubblica lettera (con sessanta firme, comprese quelle di Antonino Caponnetto e Paolo Borsellino) definivano la superprocura strumento «inadeguato, pericoloso e controproducente».

La seconda cosa facile, ma neanche troppo, sarebbe osservare che Falcone fu tanto anticipatore quanto gli strumenti da lui creati appaiono oggi obsoleti: grazie a essi la battaglia contro la Mafia è stata sostanzialmente vinta, ma questo è un fatto innominabile. Lo Stato, ferito a morte e delegittimato da Mani pulite, riuscì a concertarsi tra ministeri e procure sino ad abbattere la mafia per com' era stata conosciuta.

I capi di Cosa nostra e i loro sottoposti furono catturati, la struttura gerarchico-militare mafiosa fu demolita, ogni «cupola» fu dissolta al pari di un esercito di killer, estorsori, picciotti e prestanome rimasti disoccupati dopo ingenti sequestri di armi e droga e patrimoni economici e immobiliari. 

Non ci furono più bombe, stragi e omicidi seriali: un conforto che solo qualche nostalgico può dimensionare oggi a «cambio di strategia», anche sedi fatto la presa sul territorio si allentò, i traffici internazionali calarono o passarono in prevalenza a organizzazioni non siciliane, i presunti eredi della mafia isolana intrapresero altro mestiere o si riconvertirono a riciclaggio, finanza, sanità ed energia eolica (in sostanza appalti), al pari di criminalità organizzate estere o anche italiane che oggi superano Cosa nostra nei primati dell'illegalità.

Molti processi antimafia, negli ultimi trent' anni, si sono ridotti ad archeologie giudiziarie votate a delegittimare lo stesso Stato o i pezzi dello Stato (come i carabinieri del Ros) che vinsero la battaglia finale: un'operazione reiterata, ma che il tempo ha dichiarato fallita.

La terza cosa, da dire, non è facile per niente: anche se le prime due fungono da scivolo logico.

La citata superprocura antimafia e l'antimafia in generale, così come erano state disegnate e sono poi cambiate e degenerate, non servono più a niente per non dir di peggio. Sono strumenti come l'Onu, come la Fao: servono essenzialmente a distribuire potere, poltrone e denaro. 

Giungendo - nel caso - a fare danni alla causa per cui nacquero. L'antimafia è diventata una mafia, un'emergenza fattasi istituzione, e dirlo è difficile: perché occorre resistere all'accusa di offendere chi per combattere la mafia sacrificò la vita. Ma bisogna dirlo lo stesso. L'Antimafia, senza la mafia che fu, è una forma di populismo che resta fuori dallo Stato di diritto come noi fingiamo di non sapere, ma in Europa sanno benissimo. 

L'esempio più semplice riguarda la commissione parlamentare antimafia, che dal 1962 macina carta ed è ancora ufficialmente un organo della Procura generale presso la Cassazione: dovrebbe coordinare indagini e investigare per conto del ministero dell'Interno, ma non fa nulla del genere. In concreto non fa niente. Allo stesso modo - e qui si rischia il linciaggio in piazza - non servono a niente le associazioni antimafia che sul piano «sociale» vengono sovvenzionate dai ministeri dell'Interno e dell'Istruzione. Servono solo a tenere occupati dei nullafacenti.

Ma ancora più difficile, attenzione, è sostenere che l'Antimafia sia diventata una vero e proprio danno per il Paese, anche se nemmeno Mario Draghi e Marta Cartabia oserebbero pronunciare frasi del genere. Il certificato richiesto alle aziende che partecipano a un appalto pubblico, per cominciare, è un inferno burocratico da non credere.

Quelle che chiamano «misure di prevenzione», estese anche alle indagini sulla corruzione, si traducono in una magistratura cui basta niente per confiscare aziende e immobili assai prima di una sentenza, che, come sappiamo, non arriva mai: basta la famigerata e discrezionale «pericolosità sociale» perché l'amministrazione giudiziaria e cioè le procure (che a loro volta delegano a chi vogliono) mandino in malora patrimoni e aziende che in maggior parte sono andati appunto in rovina e basta, sempre in attesa di una sentenza.

A un certo punto si decise di mettere in mezzo le prefetture e di centralizzare il tutto in quell'altro mostro burocratico che si chiama Agenzia nazionale per i beni confiscati (a Reggio Calabria) dove parcheggiare anche un sacco di personale senza particolare vocazione professionale: centinaia di dipendenti «antimafia» che assai spesso, di aziende e gestione delle stesse, sapevano e sanno nulla. 

L'Agenzia il più delle volte è una sorta di cimitero in cui tutto muore o deperisce. E alla lunga questa pervasiva antimafiosità è diventata una ragione in più per non investire al Sud (ma anche più a Nord) e basta sfogliare i giornali per apprendere di imprenditori (assolti) cui l'antimafia frattanto ha ucciso tutto: le interdizioni l'hanno escluso dalle commesse pubbliche, i fidi bancari sono stati bloccati o ritirati, i lavoratori se ne sono andati da un pezzo, per non parlare della reputazione. E sono le procure antimafia all'origine e al vertice di tutto questo.

Per confiscare basta niente. Siamo in piena cultura del sospetto. Esempi non ne facciamo, sono troppi, ma basta il famoso caffè preso affianco a chi abbia la fedina penale non immacolata. 

Nell'inferno della prevenzione puoi precipitare anche solo per «conoscenza» (presunta) di tizio o caio, tanto poi ci sarà - un giorno - un bel processo. Un giorno, sì.

La netta sconfitta di Cosa Nostra, dei vertici di certa Camorra, nonché il dissolvimento della Sacra Corona Unita, no, non hanno fermato questo sistema, non l'hanno ridimensionato o adeguato alla realtà. C'era una retorica e un sistema di potere che andavano mantenuti.

È sempre «allarme», tensione da non abbassare, come se l'emigrazione della criminalità ad altri luoghi e modalità non fosse normale, come se la fine dell'emergenza dovesse coincidere con l'estirpazione del male dal cuore umano. È così che la politica più ignorante è diventata neo-alleata dell'Antimafia e dei suoi fantocci privi di meriti effettivi, fermi ad archeologie giudiziarie regolarmente sbugiardate.

Ma stiamo parlando di un moloch culturale e giudiziario che neppure un Mario Draghi potrebbe anche solo menzionare senza che scoppi un finimondo, ciò che appunto dovrebbe finire un mondo: quello della più inutile delle commissioni parlamentari, quella di una legislazione emergenziale fuori da ogni parametro europeo, quello di una macchina burocratica che sequestra e tritura le aziende e ammazza l'economia, quella delle superprocure che non hanno più bisogno di essere super, quella che ammette e disegna leggi inesistenti (mai passate dal Parlamento) come quel mostro giuridico chiamato concorso esterno in associazione mafiosa. Marta Cartabia ha provato con la giustizia ordinaria, e si è presa una sportellata in faccia. Con l'Antimafia le andrebbe anche peggio.

Estratto dell’articolo di Liana Milella e Conchita Sannino per “la Repubblica” il 5 maggio 2022.

Lo scontro è durissimo, anche se i toni restano garbati. Ma la nomina di Gianni Melillo al vertice della Direzione nazionale antimafia vede fronteggiarsi due distinti modelli di procuratori e porta alla luce una divisione ideologica profonda in questo Csm che corre verso la sua naturale scadenza. 

[…] Il voto rivela una concezione contrapposta della carriera, tra chi è convinto - come i magistrati Di Matteo e Ardita - che non si possa delegittimare con una bocciatura chi fa i processi antimafia, e vota per Gratteri; e chi ritiene che debbano contare di più i meriti frutto delle tante esperienze fatte, e quindi sta con Melillo.

Chi lo preferisce - i 5 togati della sinistra di Area, i 3 di Unicost, i 2 laici di M5S Benedetti e Donati, nonché i due capi della Cassazione Curzio e Salvi - fa una precisa scelta di campo. Privilegia l'abilità nel coordinare un ufficio come Napoli con 102 pm e 9 procuratori aggiunti. E sono le parole del primo presidente Pietro Curzio e del Pg Giovanni Salvi a sciogliere i dubbi di chi, come Unicost, in commissione s' era astenuto. La votazione per Melillo è secca. Nessun ballottaggio, come pure s' era temuto.

Ma chi parla di Gratteri scuote il plenum. L'ex pm Nino Di Matteo dice che «sono state acquisiste notizie circostanziate di possibili attentati poiché i mafiosi lo percepiscono come un pericolo concreto». Di Matteo che, finito il mandato al Csm tornerà proprio in via Giulia, sostiene che la "bocciatura" di Gratteri per i mafiosi sarebbe «una presa di distanza istituzionale». […] 

Né Di Matteo né Ardita nominano Falcone. Ma dietro le parole di Ardita - «È come se la storia non ci avesse insegnato nulla, la tradizione del Csm è deludere le aspirazioni di magistrati esposti nel contrasto alla mafia finendo per contribuire indirettamente al loro isolamento» - c'è il suo nome. […]

Luca Fazzo per “il Giornale” il 5 maggio 2022. 

Cultura giuridica contro irruenza investigativa: alla fine erano questi i corni del dilemma che il Consiglio superiore della magistratura era chiamato a sciogliere ieri, dovendo scegliere il nuovo procuratore nazionale Antimafia.

I due candidati rimasti a contendersi una delle poltrone più ambite d'Italia (anche se di utilità concreta piuttosto discussa) erano rimasti due magistrati che rappresentavano plasticamente due approcci opposti al ruolo inquirente: da una parte Giovanni Melillo, oggi procuratore di Napoli, spessore culturale indiscusso; dall'altra il sanguigno Nicola Gratteri, capo della Procura di Catanzaro, l'uomo delle maxiretate contro la 'ndrangheta. 

Prevale nettamente il primo: il Csm si spacca, come era avvenuto il mese scorso per la nomina del capo della Procura di Milano, ma a Melillo non serve neanche il ballottaggio. Viene nominato con 13 voti contro i 7 di Gratteri.

A garantire a Melillo il successo al primo turno, sono - significativamente - i voti dei vertici della Cassazione, il presidente Pietro Curzio e il procuratore generale Giovanni Salvi, che nel voto su Milano invece si erano astenuti. 

Sia Curzio che Salvi vengono dalle file di Area, la corrente dei giudici di sinistra, ma sarebbe riduttivo leggere l'endorsement per Melillo, anche lui di Area, come una faccenda di schieramento. A pesare contro Gratteri è probabilmente anche una certa sovraesposizione mediatica, una visione un po' muscolare del ruolo, pugno di ferro in guanto di ferro (non sempre sorretta da altrettanti successi al momento delle sentenze).

Non a caso a favore di Gratteri si sono spesi ieri nel plenum del Csm gli ex «davighiani» Sebastiano Ardita e Antonino Di Matteo, ala «dura» delle toghe: Ardita arriva ad ammonire il Csm che non nominare Gratteri a capo della Procura nazionale «sarebbe non solo una bocciatura del suo impegno antimafia ma un segnale devastante al movimento culturale antimafia». 

Il plenum non se ne dà per inteso e nomina Melillo, a suo favore vota compatta Area ma anche consiglieri moderati come i laici Michele Cerabona e Alberto Maria Benedetti, a riprova che il diverso profilo dei due candidati ha scavallato anche gli schemi di schieramento.

Resta il fatto che per la guida della Procura voluta da Giovanni Falcone (cui il Csm negò di diventarne il primo capo) la nomina di Melillo conferma la tendenza a farne un feudo della sinistra giudiziaria: a partire dal 2005 è stata guidata da due magistrati così dichiaratamente marchiati che dopo averla lasciata entrarono in Parlamento per il Partito democratico, cioè Piero Grasso e Franco Roberti. 

La nomina dell'attuale titolare Federico Cafiero de Raho, uomo della corrente di centro Unicost, fu nel 2017 una sorta di risarcimento che il Consiglio superiore gli tributò all'unanimità per avere bocciato, nonostante il forte sostegno di Luca Palamara, la sua candidatura alla Procura di Napoli: gli venne preferito proprio Melillo, che diviene ora il suo successore. Alla fine i nomi che girano sono sempre gli stessi, a riprova di una certa difficoltà di ricambio nelle posizioni di vertice della magistratura.

Con la nomina di Melillo si chiude una prima tornata di nomine giudiziarie importanti. Ancora da coprire resta la procura generale della Cassazione, che Salvi libera a luglio. Di tutto il resto, dal tribunale di Milano alle procure di Firenze e Palermo, si occuperà probabilmente il prossimo Csm: quello attuale scade tra pochi mesi, ma per eleggere quello nuovo il Quirinale pretende che venga prima varata la riforma portata dal ministro Cartabia all'esame del Parlamento.

Da Super Procura a think tank antimafia. Storia della triste parabola della Dna. Nata per attrarre i migliori talenti investigativi da mettere al servizio della lotta alla mafia, Via Giulia si è trasformata in un centro studi sulla criminalità utile a far carriera. Rocco Vazzana su Il Dubbio il 5 maggio 2022.

Nata per attrarre i migliori talenti investigativi da mettere al servizio della lotta alla mafia, si è trasformata in una sorta di centro studi sulla criminalità organizzata. È questa la parabola della Direzione nazionale antimafia, svuotata in trent’anni di storia della funzione immaginata da Giovanni Falcone e diventata più un luogo simbolico, una vetrina, che uno strumento investigativo.

La Dna deve essere un «organismo servente, un organismo che deve costituire un supporto e un sostegno per l’attività investigativa in contrasto alla criminalità organizzata che deve essere esclusivamente delle Procure distrettuali antimafia», è il progetto esposto da Falcone davanti al Csm il 24 febbraio 1992. Obiettivo: rendere effettivo il coordinamento delle indagini, garantire la funzionalità dell’impiego della Polizia giudiziaria e assicurare completezza e tempestività delle investigazioni. Come? Attraverso un flusso di informazioni «sistematico e basato sull’informatica», spiega Falcone, «si creerà d’intesa fra tutte le Procure distrettuali un sistema che sia tale da assicurare da un lato una sufficiente circolarità delle notizie e dall’altro di assicurare la tutela della riservatezza in determinati casi». La Dna sostanzialmente deve servire per sostenere il lavoro degli investigatori, offrendo supporto logistico, la collaborazione di magistrati (aggiuntivi) nei processi, ausilio nella gestione dei pentiti. Il tutto all’interno di un sistema orizzontale, basato sul «consenso», garantito dall’interesse comune di contrastare la criminalità organizzata. Ed è proprio questo aspetto che negli anni è venuto meno. Perché col tempo «le Procure si sono trasformate in “Repubbliche autonome”, gelose delle proprie indagini», dice chi in Via Giulia ci ha lavorato per molti anni. «Le informazioni in Dna arrivavano, sì, ma talvolta dai giornali».

I motivi di questa deriva sono molteplici e affondano le loro radici nella progressiva trasformazione della “Super Procura” in un semplice luogo di transito per magistrati ambiziosi, desiderosi di trovare uno “scranno” in Via Giulia più per questioni di curriculum che di reale interesse professionale. Un posto da sostituto o da aggiunto in all’Antimafia, in altre parole, diventa un semplice viatico per poter accedere a un incarico direttivo. Chi passa dalla Dna pensa solo al “ritorno trionfale” in una Procura dopo qualche anno, all’interno di un meccanismo non del tutto estraneo alle logiche correntizie. Inutile, dunque, mettersi di traverso, chiedendo ad esempio ai colleghi delle Distrettuali antimafia maggiore collaborazione e coordinamento, rischiando di inimicarsi potenziali compagni d’ufficio di domani. Eppure per molto tempo la Direzione nazionale antimafia ha avuto un importante ruolo di impulso nelle indagini. Fino all’era di Pier Luigi Vigna, procuratore nazionale dal 1997 al 2005, Via Giulia ha continuato a svolgere quei compiti di «collegamento investigativo» immaginati da Falcone. È quando Vigna va in pensione, nel 2005, che qualcosa si rompe, entra in scena la politica e si intromette nella selezione del successore. Sono gli anni del berlusconismo di governo e delle leggi “contra personam”. Come quella scritta per impedire la candidatura di Giancarlo Caselli alla “Super Procura”. Un emendamento alla riforma della giustizia a firma del senatore di Alleanza nazionale Luigi Bobbio recita testualmente: «Incarichi direttivi vietati a coloro i quali manchino meno di 4 anni per andare in pensione».

È la pietra tombale sul quasi certo arrivo di Caselli in Via Giulia. E da quel momento anche i procuratori nazionali si “politicizzeranno”. Succederà con Pietro Grasso, arrivato al posto di Caselli, che nel 2013 diventerà presidente del Senato, dopo essere stato eletto tra le file del Pd. E succederà anche con Franco Roberti, a sua volta eletto eurodeputato dem nel 2019, dopo la guida dell’Antimafia. Con Grasso comunque, Via Giulia conosce una stagione di grande prestigio istituzionale. L’allora Procuratore nazionale porta la Dna a stringere importanti rapporti di collaborazione con i ministeri dell’Interno e della Giustizia per creare ad esempio i pool di vigilanza contro le infiltrazioni mafiose nella ricostruzione dell’Aquila distrutta dal terremoto o negli appalti per Expo 2015. Ed è sempre sotto impulso di Grasso che nel 2010 nasce l’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Ma col tempo il ruolo di Via Giulia è apparso sempre più fiacco, disorientato.

La Dna si è trasformata in una sorta di think tank che ogni anno stila un rapporto sullo stato di salute del contrasto alle mafie ma non riesce ad andare troppo oltre il perimetro dell’analisi e a presenziare alle giornate commemorative. Magari sarà proprio il nuovo procuratore Giovanni Melillo a ridare impulso a quel sogno di Falcone. Perché la Direzione nazionale antimafia non ha grandi poteri operativi, processuali, ha solo un enorme potere moral suasion sui magistrati. Per questo serve un procuratore autorevole che ottenga la fiducia degli uffici giudiziari sparsi sui territori. In bocca al lupo.

Dna, vince Melillo. Di Matteo attacca: Gratteri lasciato solo come Falcone. Il procuratore di Napoli passa con 13 voti al primo turno. Ma è polemica in plenum: durissima la reazione del pm della "Trattativa". Simona Musco su Il Dubbio il 5 maggio 2022.

Il ballottaggio annunciato alla vigilia alla fine non c’è stato: Giovanni Melillo ha conquistato via Giulia al primo giro, diventando ufficialmente il nuovo procuratore nazionale antimafia con 13 voti. Una vittoria schiacciante, che agli occhi degli addetti ai lavori era già forse stata “annunciata” il 19 marzo scorso, quando a Napoli, feudo di Melillo, si è svolta la giornata in ricordo delle vittime di mafia, alla presenza della ministra Marta Cartabia. Ma per l’investitura ufficiale è stato necessario attendere questa mattina, quando il plenum ha confermato le aspettative, concedendo al procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri solo sette voti.

Con lui si sono schierati i togati Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita, i due consiglieri di Autonomia e Indipendenza, i due laici della Lega e quello del M5S Fulvio Gigliotti, mentre sono stati cinque i voti incassati da Giovanni Russo, fino a ieri reggente della Dna dopo il pensionamento di Federico Cafiero de Raho, che ha potuto contare sull’appoggio di Magistratura Indipendente e del laico di Forza Italia Alessio Lanzi. Il favorito dai “bookmakers”, dunque, è stato eletto con il placet del gruppo di Area, i voti del presidente e del procuratore generale della Cassazione, Pietro Curzio e Giovanni Salvi, quelli di Unicost e dei laici M5S Filippo Donati, Alberto Maria Benedetti e del forzista Michele Cerabona. Un’elezione che ha richiesto un’ora di discussione, dopo quella dedicata alle corpose relazioni, e che ha contrapposto in particolare gli interventi dei togati antimafia Di Matteo e Ardita a quello del collega di Area Giuseppe Cascini. I primi convinti che la «bocciatura» di Gratteri rappresenti un segnale pericoloso per la lotta alla criminalità, ma anche un modo per isolarlo e lasciarlo in pasto ai clan, come accaduto a Giovanni Falcone, il secondo costretto a prendere le distanze dall’idea che la scelta di un candidato diverso possa rappresentare una «delegittimazione» e che le nomine possano essere commentate in termini di bocciature e promozioni. Tutti e tre i candidati, ha ricordato infatti Cascini, vivono «sotto scorta da decenni», un modo per bollare come riduttivo l’appunto dei due togati pro Gratteri.

Anche perché a prevalere, secondo le posizioni di chi ha scelto Melillo, sono stati soprattutto altri aspetti: la sua precedente esperienza in Dna da sostituto, durata ben nove anni, nonché le esperienze all’ufficio giuridico del Quirinale e come capo di gabinetto dell’allora Guardasigilli Andrea Orlando. E poi, questo uno dei leitmotiv della giornata, non basta fare antimafia per poter aspirare alla poltrona di via Giulia: anche l’esperienza con l’antiterrorismo non può che essere dirimente. Ma la discussione ha avuto soprattutto una connotazione politica. Ed è stato Di Matteo a non nascondere le implicazioni sociali della nomina, associando Gratteri a Falcone e definendolo l’unico – tra i tre – ad avvicinarsi a «quella visione del legislatore del 1991», che immaginava la Dna come «motore nevralgico della lotta alla mafia», che «è stata in parte tradita», correndo il rischio di «trasformarsi in una sorta di ufficio di rappresentanza, al più chiamato a regolare potenziali conflitti tra procure diverse». Proprio per tale motivo «una scelta di politica giudiziaria alta, e quindi non condizionata da giochi di potere di alcun tipo o peggio che mai da calcoli opportunistici» avrebbe richiesto di puntare su Gratteri.

L’uomo giusto, secondo Di Matteo, per la sua esperienza, la sua credibilità e, soprattutto, per la sua «da tutti riconosciuta indipendenza piena dal potere politico, per la sua estraneità alle patologie, purtroppo consolidate, del sistema correntizio, per la sua passione, per il coraggio che ha avuto anche nel sovrapporsi al serio rischio della sua incolumità». Una indipendenza dimostrata in maniera netta soprattutto nel periodo che ha preceduto la nomina: Gratteri, infatti, si è schierato più di chiunque altro contro le politiche della Guardasigilli, giocandosi il tutto per tutto e portando alle estreme conseguenze la sua immagine di uomo antisistema. Ma il punto, secondo Di Matteo e Ardita, è anche un altro: se la ‘ndrangheta è da tutti ormai riconosciuta come la mafia più potente al mondo, continuare ad affidare la guida della Dna solo a esperti di Camorra e Cosa Nostra sarebbe illogico. Poi l’affondo: «È indiscutibile che il dottor Gratteri è particolarmente sovraesposto e particolarmente a rischio – ha sottolineato Di Matteo -. In questa situazione temo che una scelta eventualmente diversa suonerebbe come una sorta di bocciatura dell’operato del dottor Gratteri» e «una ennesima presa di distanza istituzionale pericolosa e foriera di ulteriori rischi. Noi oggi dobbiamo anche avvertire la responsabilità di non cadere in quegli errori che hanno troppe volte tragicamente marchiato le scelte del Consiglio superiore sul tema della lotta alla mafia e, in certi casi, hanno creato quelle condizioni di isolamento e delegittimazione istituzionale che hanno costituito il terreno più fertile per omicidi eccellenti e stragi». Pensiero condiviso da Ardita, secondo cui il no a Gratteri rappresenta non solo «una bocciatura del suo impegno», ma anche «un segnale devastante per tutto l’apparato istituzionale del movimento culturale».

Giuseppe Cascini ha però preso la parola per respingere «fermamente l’idea, anche solo suggestivamente evocata, che un voto nei confronti di un candidato diverso da Gratteri possa essere inteso come una delegittimazione nella sua azione e del suo ruolo di procuratore di Catanzaro». Ribadendo la sua vicinanza e stima all’intera procura calabrese, Cascini ha sottolineato che «nell’enfatizzare gli aspetti positivi del proprio candidato si dimentica la figura professionale degli altri», tutti in prima linea nel «contrasto alla criminalità organizzata». La guida della Dna richiede però «prudenza» – parola che ha fatto saltare sulla poltrona il leghista Stefano Cavanna -, non nei confronti della lotta alla mafia, «ma nei confronti delle procure distrettuali, rispettandone l’autonomia». E qualunque scelta, «sul piano simbolico» avrebbe confermato «che il paese è impegnato nella lotta alla mafia».

A spiegare la presa di posizione dei due vertici del Palazzaccio ci ha pensato Curzio, che ha definito Melillo un candidato «di particolare autorevolezza». Una scelta, quella sua e di Salvi, dettata dall’importanza dell’ufficio in questione, che si colloca nell’ambito della procura generale della Cassazione, ma anche finalizzata a garantire al prescelto il più ampio numero di voti possibili e «una posizione nitida e ferma», da parte del Csm, «per consolidare la legittimazione di colui che verrà nominato e dovrà assumere questa responsabilità». Una posizione, la sua, che ha suscitato le rimostranze di Cavanna poco prima del voto: «Mi fa pensare che si sappia già quale sarà il risultato».

La polvere sotto il tappeto. “Gratteri come Falcone”, l’abbaglio del pm antimafia Di Matteo. Otello Lupacchini su Il Riformista l'8 Maggio 2022. 

Il dibattito davanti al Plenum del Consiglio superiore della Magistratura per la nomina del Procuratore nazionale antimafia a seguito del pensionamento di Federico Cafiero de Raho, al di là della designazione a maggioranza assoluta, in sede di prima votazione, di Giovanni Melillo, procuratore della Repubblica a Napoli, preferito ai due competitors, Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica a Catanzaro, e Giovanni Russo, procuratore aggiunto alla Direzione nazionale antimafia, presenta notevoli profili d’interesse.

Non potendo, tuttavia, almeno in questa sede, raccogliere ciascuna delle molteplici sollecitazioni, è giocoforza concentrare il fuoco dell’attenzione soltanto sulla suggestione, affatto ideologica, indotta dai sostenitori del procuratore di Catanzaro, segnatamente i Consiglieri Antonino Di Matteo e Sebastiano Ardita. A suggerire tale scelta, certamente selettiva, è la titolazione nel richiamo, sulla prima pagina de Il Fatto quotidiano del 5 maggio 2022, dell’articolo di Antonella Mascali: «Casta politico-togata contro Gratteri: Melillo capo alla Dna», sotto il molto significativo occhiello: «ora il pm è più a rischio», dove il «pm» in questione è, neanche a dirlo, Nicola Gratteri. Non meno rilevante, del resto, la chiusura dell’articolo, a pagina 14 del quotidiano in questione, che veicola una suggestiva premonizione: «Con la nomina di Melillo si apre la corsa alla sua successione a Napoli. Magari con Gratteri ancora in corsa».

Le performances oratorie ad promovendum Gratterium dei due citati Consiglieri, tra loro sostanzialmente sovrapponibili, puntano alla cattura psichica dell’Assemblea chiamata alla designazione, già frastornata dal roboante profluvio di aggettivi investiti nell’esaltazione dell’opus del Campione, di cui è disseminata l’orazione pro Gratterio del professor Fulvio Gigliotti da Catanzaro; la dýnamis somiglia a un incantesimo; logica e deontologia vi contano poco: speculando su exempla, fama, rumores la questione, a tutto voler concedere, si presta comunque a ogni arbitraria manipolazione, essendo chiaro che uscirebbe squalificato professionalmente «si quid in mala causa destitutum atque impropugnatum relinquit»; conta solo l’effetto persuasivo: «rhetori concessum est sententiis uti falsis, audacibus, versutis, subdolis, captiosis», purché suonino verosimili e vadano a segno, «et possint ad movendos hominum animos qualicumque astu inrepere».

L’intervento di Antonino Di Matteo, inizialmente, almeno formalmente, non scade nel vaniloquio ciarlatanesco: espressa la «convinzione che la visione del legislatore del 1991», quando la Direzione nazionale antimafia venne istituita sia stata «in parte tradita», avendo, «solo in alcune fasi della sua trentennale esistenza assicurato il servizio per il quale era stata concepita la funzione di motore nevralgico della lotta alla mafia», e, in altri frangenti, corso il «rischio di trasformarsi in una sorta di ufficio di rappresentanza al più chiamato a regolare potenziali conflitti tra procure diverse […] anche per la rinuncia di fatto all’esercizio del suo potere d’impulso privo di quella autorevolezza interna ed esterna alla magistratura che lo dovrebbero caratterizzare», prima sottolinea il dovere del Consiglio superiore di operare «una scelta di politica giudiziaria alta e quindi non condizionata da giochi di potere di alcun tipo o peggio che mai da calcoli opportunistici»; quindi invita l’Assemblea «a invertire questa deriva», scegliendo «il candidato in possesso della più spiccata attitudine a ridare ruolo centrale alla Direzione nazionale antimafia,», così da «proiettarla nella dimensione […] di cuore pulsante dell’attività di contrasto giudiziario alle mafie e al terrorismo»; esprime, finalmente, la convinzione «della maggiore e più spiccata idoneità allo scopo di Nicola Gratteri, non perché sia tecnicamente più bravo, più preparato dagli altri ottimi candidati, ma perché […] il più idoneo a ridare slancio all’attività della Direzione nazionale antimafia, […] innanzitutto per la sua esperienza in prima linea […]; per la sua personalità; per la credibilità acquisita all’interno e all’esterno della magistratura […]; per la sua […] indipendenza piena dal potere politico; per la sua estraneità alle patologie, purtroppo, consolidate, del sistema correntizio; per la sua passione e per il coraggio che ha avuto anche nel sovraesporsi al serio rischio per la sua incolumità».

Argomenti, all’apparenza, sottolineo, almeno all’apparenza, impeccabili, ma comunque inerti sull’Assemblea e, specialmente, rispetto a entrambi i due competitors. Impensabile, comunque, pena l’effetto boomerang, ricorrere al discorso «diabolico», ossia denigratorio sugli antagonisti. Di qui, allora, la necessità d’inoculare nel ragionamento un elemento affascinante: «Il dottore Gratteri […], nel distretto di Catanzaro sta affrontando una situazione che è assolutamente analoga a quella che nei primi anni Ottanta affrontò il primo pool antimafia di Palermo, ecco perché col processo “Rinascita Scott” si arriva a […] numeri così alti di ordinanze di custodia cautelare e di imputati: la situazione (odierna) della Calabria è, da un punto di vista criminale, paragonabile a quella della Sicilia dei primi anni Ottanta». Incredibile si possa semplicemente azzardare una simile equazione-equiparazione, destituita di ogni benché minimo fondamento, non già da un oscuro quisque de populo approdato, dio sa come, al sottoscala del giornalismo, ma da chi ha sostenuto l’accusa nel processo palermitano relativo alla cosiddetta «Trattativa Stato-Mafia», e solo per questo dovrebbe sapere cosa accadeva nella Sicilia degli anni a cavaliere del 1980, e cosa abbia rappresentato il maxi-processo istruito da Giovanni Falcone, nei confronti del Gotha e dei gregari di Cosa nostra a partire dalla prima metà degli anni Ottanta.

Esaurite le considerazioni asseritamente attinenti alle «valutazioni di merito», senza peraltro spendere una parola, e analogo discorso vale sia per il Consigliere Sebastiano Ardita come pure per il professor Fulvio Gigliotti da Catanzaro, sui risultati utili ai quali solitamente approdano le «grosse» operazioni del dottor Gratteri, terreno particolarmente infido, perché è su di esso che si misura la differenza tra ciò che è semplicemente «grosso» e ciò che invece è «grande», il Consigliere Antonino Di Matteo, «ad permovendos hominum animos» tenta l’ultimo movimento strisciante evocato dal verbo «inrepere», allevare, insomma, angosce nell’uditorio: il dottor Gratteri, asserisce, «è uno dei magistrati più esposti, a rischio per la propria vita […], la criminalità organizzata ne percepisce l’azione come un ostacolo e un pericolo concreto e immanente, in questa situazione temo che una scelta eventualmente diversa (dalla sua designazione, n.d.r.) suonerebbe come una sorta di bocciatura del (suo) operato […], non verrebbe compressa dall’ opinione pubblica ancora attenta e sensibile davvero alla lotta alla mafia e, agli occhi dei mafiosi e del più ampio contesto criminale in cui si collocano, risulterebbe come una ennesima presa di distanza istituzionale pericolosamente foriera di ulteriori rischi (per) un magistrato così esposto».

Una sorta di ricatto morale: «Credo che noi, oggi, dobbiamo anche avvertire la responsabilità di non cadere in quegli errori che hanno troppe volte tragicamente marchiato le scelte del Consiglio superiore in tema di lotta alla mafia e in certi casi hanno creato quelle condizioni di isolamento e delegittimazione istituzionale che hanno costituito il terreno più fertile per omicidi eccellenti e stragi. Sarebbe veramente oggi un segnale di cambiamento rispetto a quelle fasi che hanno caratterizzato il Consiglio superiore della magistratura riconoscere la prevalenza (rispetto ai competitors, n.d.r.) e l’idoneità piena del dottor Gratteri a ricoprire l’incarico di procuratore nazionale antimafia». Peccato che tanto impeccabili argomenti non abbiano convinto la maggioranza assoluta dell’Assemblea, tetragona attorno alla candidatura di Giovanni Melillo.

Occorreva qualcosa di più, magari che fosse filtrata con maggiore tempestività, la notizia delle «’ndrine pronte a far saltare in aria Gratteri», raccolta, stando a «Il Fatto quotidiano» del 6 maggio 2022, che richiama una non meglio precisata «comunicazione secretata» trasmessa ai Servizi segreti italiani) da non meglio precisati «servizi di sicurezza di un Paese straniero […] probabilmente grazie a un’intercettazione (riguardante) soggetti collegati ad alcune famiglie mafiose infastidite da determinate indagini […] che minano gli affari della ’ndrangheta non solo in Calabria, ma anche in Sudamerica e negli Stati Uniti». Del resto, se Peithò, diavolessa-dea, non vi avesse inoculato «mèligma kai thelkèrion», neppure gli sforzi dialettici di Atena avrebbero disarmato le Moire (Eschilo, Eumenidi, vv. 805 ss) e, alla fine, non avrebbe prevalso Zeus agoràios, dio della parola (Agamennone, vv.785 ss.).

Otello Lupacchini. Giusfilosofo e magistrato in pensione

Il blitz della magistratura progressista ribalta tutto. Procura antimafia, le correnti impongono Melillo: Gratteri vittima del sistema Palamara. Paolo Comi su Il Riformista il 5 Maggio 2022. 

Non sono state sufficienti le maxi inchieste contro la ’ndrangheta – ad iniziare dalla più volte citata ‘Rinascita Scott’ – per far nominare il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri a capo dell’antimafia. Il Plenum del Consiglio superiore della magistratura, con una maggioranza schiacciante, gli ha preferito Giovanni Melillo, attuale procuratore di Napoli. Rispettate dunque le previsioni della vigilia che davano in pole l’ex capo di gabinetto del ministro della Giustizia Andrea Orlando (Pd), nonostante in Commissione per gli incarichi direttivi avesse preso un solo voto, a differenza dei due che erano andati a Gratteri e a Giovanni Russo, quest’ultimo ex vice di Federico Cafiero de Raho alla Dna.

Per Melillo hanno votato ieri i cinque consiglieri di Area, la corrente progressista delle toghe di cui è esponente, i due laici pentastellati, Alberto Maria Benedetti e Filippo Donati, e quello in quota Forza Italia, Michele Cerabona. Al procuratore di Napoli sono andate anche le preferenze di tutti i togati (tre) di Unicost, la corrente di centro, e quelle dei due capi della Cassazione, il primo presidente Pietro Curzio e il pg Giovanni Salvi, anch’essi esponenti della magistratura progressista e che per l’occasione hanno deciso di non astenersi come fanno normalmente. Per Gratteri, invece, hanno votato i due pm antimafia Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita, i due togati di Autonomia&indipendenza Giuseppe Marra e Ilaria Pepe, i laici in quota Lega Stefano Cavanna ed Emanuele Basile, nonché Fulvio Gigliotti, l’altro laico in quota M5s. A Russo, infine, sono andati i voti dei togati (quattro) di Magistratura indipendente e quello di Alessio Lanzi, il secondo laico in quota Forza Italia al Csm.

La discussione si è aperta con l’illustrazione dei percorsi professionali dei tre magistrati. Russo, prima pm a Napoli, è alla Dna dal 2009 e dal 2016 ha l’incarico di procuratore aggiunto. Gratteri, invece, è stato sempre in Calabria: pm a Locri, poi a Reggio e infine procuratore a Catanzaro. Melillo, infine, dopo aver fatto anch’egli il pm a Napoli, è stato al Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica e poi a via Arenula come capo di gabinetto del ministro della Giustizia Andrea Orlando (Pd) nella scorsa legislatura. Gli interventi più duri in Plenum sono stati quelli Di Matteo ed Ardita. L’ex pm del processo ‘Trattativa Stato-mafia’, prima di essere eletto al Csm, prestava servizio proprio alla Procura nazionale antimafia dove aveva avuto uno scontro con Cafiero De Raho al termine del quale era stato “rimosso” dal pool che si stava occupando delle indagini sui mandanti occulti delle stragi del 1992.

«Gratteri in questo momento è l’unico magistrato effettivamente in prima linea contro la criminalità organizzata, in particolare la ’ndrangheta, più pericolosa e temibile che esiste», ha esordito Di Matteo. «Si tratta – ha aggiunto – di uno dei magistrati più esposti al rischio. Sono state acquisite notizie circostanziate di possibili attentati nei suoi confronti poiché in ambienti mafiosi ne percepiscono l’azione come un ostacolo e un pericolo concreto. In questa situazione una scelta eventualmente diversa suonerebbe inevitabilmente come una bocciatura e non verrebbe compresa da quella parte di opinione pubblica ancora sensibile al tema della lotta alla mafia e agli occhi dei mafiosi risulterebbe come una pericolosa presa di distanza istituzionale da un magistrato così esposto». «Dobbiamo avvertire la responsabilità di non cadere in questi errori che hanno pericolosamente marchiato il Csm e creato le condizioni di isolamento, terreno più fertile per omicidi e stragi», ha quindi sottolineato Di Matteo, riferendosi chiaramente a Giovanni Falcone a cui venne preferito Antonino Meli per la Procura di Palermo.

«È come se la storia non ci avesse insegnato nulla», ha rincarato la dose Ardita, secondo cui «la tradizione del Csm è di essere organo abituato a deludere le aspirazioni professionali dei magistrati particolarmente esposti nel contrasto alla criminalità organizzata, finendo per contribuire indirettamente al loro isolamento. L’esclusione di Gratteri sarebbe non solo la bocciatura del suo impegno antimafia, ma un segnale devastante a tutto l’apparato istituzionale e al movimento culturale antimafia».

A gettare acqua sul fuoco il togato progressista Giuseppe Cascini: «Poche settimane fa sono stato tra i primi firmatari di una richiesta di apertura di una pratica a tutela del procuratore Gratteri e dei magistrati di Catanzaro per i gravissimi attacchi subiti ma ritengo molto opportuno, sul piano della politica giudiziaria, che a dirigere quell’ufficio sia destinato un magistrato che può vantare l’esperienza della direzione della più grande procura d’Italia». «Sono convinto – ha proseguito Cascini – della necessità di mantenere un giusto equilibrio tra le esigenze di impulso e di coordinamento e la autonomia delle procure territoriali».

Un approccio “prudente”, come è stato stigmatizzato da Cavanna, favorevole ai modi di fare “ruspanti” di Gratteri. Botta e risposta poi fra Di Matteo e Cascini a proposito dei colloqui investigativi con i mafiosi che verrebbero svolti alla Dna. Di Matteo ha smentito Cascini il quale aveva affermato che non essendo verbalizzati devono essere fatti con grande attenzione dai magistrati. «Sono anche videoregistrati», lo ha corretto Di Matteo. Per Gratteri questa è la seconda delusione cocente dopo il 2013. Era stato Luca Palamara a svelare come avvenne la bocciatura di Gratteri quando il suo nome venne scelto dall’allora premier Matteo Renzi per diventare ministro della Giustizia. Convocato d’urgenza a Roma, Gratteri chiese carta bianca per “ribaltare il sistema della giustizia”. La voce “si diffuse tra le correnti e il ‘Sistema’ – racconta Palamara – si mise in moto per bloccare tutto”. La sua colpa? Essere “molto autonomo, fuori dalle correnti e per di più intenzionato a fare rivoluzioni”. “Il Quirinale venne preso d’assalto da procuratori più importanti” e lo stesso procuratore di Roma Giuseppe Pignatone confidò a Palamara “di aver avuto in quelle ore contatti dai capi corrente”. Giorgio Napolitano prese atto “che la cosa non si poteva fare”.

Renzi, però, salì comunque al Colle con il nome di Gratteri, ricevendo in risposta un no secco. “Gratteri non era un problema solo in quanto Gratteri: la mossa di Renzi era una sfida al sistema delle correnti e dei grandi procuratori”, aggiunse Palamara, sempre profetico. Vicinanza a Gratteri è stata espressa con una nota da parte dei parlamentari grillini della Commissione Antimafia: «Non è il momento di creare divisioni ma è dovere di tutti serrare le fila, perché crediamo che il lavoro di squadra tra Melillo e Gratteri possa giovare al Paese tutto. L’Italia ha bisogno di magistrati competenti e coraggiosi e Gratteri rappresenta uno degli esempi migliori di uomo delle Istituzioni che, da sempre, sacrifica la propria vita per il bene di tutti». Paolo Comi

Il ritratto. Chi è Giovanni Melillo, il nuovo procuratore nazionale antimafia e le porte girevoli tra magistratura e politica. Viviana Lanza su Il Riformista il 5 Maggio 2022. 

Sessantuno anni, foggiano di nascita e napoletano d’adozione, Giovanni Melillo, neo capo della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo, è magistrato che tiene al profilo istituzionale. Fra i capi della Procura di Napoli degli ultimi anni è stato quello meno mediatico, più politico, autoritario. Un’aria da primo della classe, che gli deriva forse dall’essere risultato tra i primi in Italia al concorso in magistratura, forse da un fattore caratteriale, e che comunque non lo ha tenuto lontano da polemiche e critiche. In primis, a Napoli, quelle legate alla (non) comunicazione di notizie su arresti e omicidi tanto da innescare più di una volta le proteste dei giornalisti nonostante l’ ‘operazione trasparenza’ presentata con la decisione di consentire alla stampa l’accesso agli atti dopo formale richiesta all’ufficio del procuratore, quindi a lui stesso, e dietro pagamento dei diritti.

In magistratura dal 1985, Melillo è stato prima pretore a Barra, quartiere della difficile e degradata periferia di Napoli, poi sostituto procuratore dell’allora neonata Direzione distrettuale antimafia di Napoli. Se non ci fossero state le porte girevoli ad oliare i passaggi dalla magistratura alla politica e viceversa, la sua carriera sarebbe stata diversa. Sta di fatto che nel 1999 Melillo arriva alla segreteria generale della Presidenza della Repubblica come consulente giuridico, due anni dopo passa alla Procura nazionale antimafia come sostituto con funzioni di coordinamento investigativo in materia di criminalità organizzata e stragi terroristiche. Roma è una città che consente molte esperienze e relazioni professionali. Bisogna saperle coltivare e se si ha ambizione, determinazione e un pizzico di cinismo si riesce anche meglio. Melillo resta a Roma circa otto anni e nel 2009 fa ritorno a Napoli come procuratore aggiunto, prima nella sezione Criminalità comune e poi in Dda. Le porte girevoli sono sempre lì, pronte a riportarlo fuori ruolo per consentirgli di ritornare a Roma.

È il 2014, al governo c’è Matteo Renzi e il Guardasigilli è Andrea Orlando: il nostro procuratore diventa capo di Gabinetto del ministro della Giustizia e assume un ruolo strategico nella gestione giuridica e organizzativa di molte questioni che passano per gli uffici di via Arenula. L’esperienza dura qualche anno perché, caduto il governo Renzi, per Melillo è tempo di indossare nuovamente la toga. Et voilà, le porte girevoli lo consentono. Nel 2017 è sostituto pg a Roma, poco dopo tenta la corsa a procuratore di Milano ma quando capisce che non può farcela fa un passo indietro, si ritira e appena può si candida alla guida della Procura di Napoli. La vittoria non è schiacciante ma lo porta comunque al vertice del più grande ufficio inquirente d’Italia, dal 2 agosto 2017 ad oggi. Anni segnati da una gestione accentrata e più votata all’innovazione tecnologica e alla specializzazione delle sezioni, non sufficiente però a dare all’ufficio quell’approccio davvero laico rispetto al potere giudiziario esercitato dai sostituti.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Dopo la nomina del nuovo procuratore nazionale antimafia. Melillo e le macerie lasciate in Procura: dal bavaglio alla stampa alle inchieste flop ‘grazie’ alle intercettazioni. Viviana Lanza su Il Riformista il 5 Maggio 2022. 

Chissà quale frase di Mafalda userebbe il procuratore Giovanni Melillo per definire la sua esperienza napoletana. A sfogliare il lungo elenco di vignette della piccola protagonista di fumetti nata dalla fantasia dell’argentino Joaquìn Lavado, in arte Quino, di frasi ce ne sono tante. Tutte con un’ironia un po’ cinica, a tratti dissacrante, che pare piacere molto al procuratore ora eletto come nuovo capo della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo. Giovanni Melillo, infatti, lascia la Procura di Napoli per dirigere l’ufficio nazionale della lotta alla criminalità organizzata. A metà mattinata, ieri, la notizia è rimbalzata dall’aula del plenum del Consiglio superiore della magistratura. Per tanti non è stata una sorpresa.

Melillo era dato in pole, chi lo conosce dice che non si sarebbe mai candidato se non avesse avuto chance di farcela. Quando si liberò il posto per dirigere la Procura di Milano Melillo ci provò, si candidò ma quando fu certo di non farcela fece un passo indietro. Poi arrivò la nomina alla Procura partenopea, il più grande ufficio inquirente d’Italia. Melillo lo ha diretto dal 2 agosto 2017 ad oggi. Anni attraversati da inchieste, polemiche, cambiamenti dettati anche da alcune contingenze. La pandemia, per esempio. Chi ha vissuto gli anni dell’era Melillo non può non aver notato il rigore e il tratto istituzionale che il procuratore ha dato all’organizzazione dell’ufficio, privilegiando l’innovazione tecnologica e la divisione dei sostituti in gruppi di lavoro sulla scia delle competenze e delle specializzazioni. L’obiettivo sembrava quello di rendere l’ufficio una macchina perfetta. Sembrava.

In questi anni la Procura ha abbassato i toni, ridimensionato l’impatto mediatico delle sue inchieste almeno sul piano formale. Melillo è il procuratore che ha sostituito le conferenze stampa nella sala all’ottavo piano del Palazzo al Centro direzionale con “colloqui informali”, nessuna intervista da rilasciare, nessuna dichiarazione da virgolettare sui giornali. Un profilo poco mediatico, ma capace comunque di incidere sui rapporti con la stampa. Melillo ha consentito l’accesso dei giornalisti agli atti previa richiesta formale al procuratore, quindi a lui, e dietro pagamento dei diritti. Una scelta presentata come un’operazione di garantismo, di trasparenza. Ma che non ha mancato di creare polemiche, cortocircuiti e distorsioni in più di un’occasione. I giornalisti, soprattutto i cronisti di nera, si sono ritrovati con molti canali di informazione chiusi, sbarrati. «Disposizione della Procura», «La Procura non autorizza» si sentivano rispondere. Bocche cucite su alcuni fatti e non su altri. E a deciderlo era il monarca del palazzo. I giornalisti se ne sono lamentati spesso.

Una prima volta chiesero e ottennero un incontro con il procuratore, c’era anche il presidente dei giornalisti campani e rappresentanti di fotoreporter, videomaker e operatori tv perché ai colloqui informali con il procuratore si accedeva senza telecamere e senza microfoni. Melillo fu cortese ma inamovibile, come nel suo stile. Negli anni la situazione è andata avanti tra altri e bassi, mesi fa un altro caso per via di arresti eccellenti comunicati dopo venti giorni e silenzi stampa su omicidi e cadaveri trovati in strada. E poi investigatori terrorizzati per fughe di notizie che li avrebbero portati sotto inchiesta. Il tutto in nome della presunzione di innocenza che però veniva poi ignorata da alcuni sostituiti, calpestata quando si dava risalto mediatico a inchieste o addirittura a semplici attività di perquisizione. In questi anni la Procura di Napoli ha intercettato migliaia di persone, eseguito arresti, avviato inchieste che non sono sempre state confermate da sentenza di condanna.

Il distretto di Napoli resta purtroppo uno dei distretti giudiziari con tante lungaggini e alti numeri di ingiuste detenzioni ed errori giudiziari. Una piaga della giustizia tutta, a Napoli come altrove. Ma comunque un nodo da sciogliere perché si possa finalmente parlare di giustizia giusta. Nell’immediato la guida della Procura partenopea sarà affidata al procuratore vicario Rosa Volpe. Poi si apriranno le candidature per il dopo Melillo. Gira voce che possa candidarsi Nicola Gratteri, il procuratore uscito sconfitto da quest’ultima corsa alla Procura nazionale. Si vedrà. La speranza in ogni caso è che si vada finalmente nella direzione di un approccio veramente laico rispetto al potere giudiziario che i magistrati esercitano, in particolare i sostituti della Procura. Solo allora si potrebbe davvero di un nuovo corso.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Si scatena la zuffa tra le toghe. Nicola Gratteri bocciato all’antimafia, i risultati contro le cosche non sono stati eccezionali. Piero Sansonetti su Il Riformista il 5 Maggio 2022. 

Gratteri è stato sconfitto, non sarà lui il Procuratore nazionale antimafia. Sarà Giovanni Melillo, attuale Procuratore capo di Napoli. Lo ha voluto il Pd e lo ha imposto con i voti delle toghe amiche del Pd. Che non amano Gratteri. Il Csm ha assegnato a Melillo 13 voti, quelli che bastavano a evitare il ballottaggio. La maggioranza assoluta. Sette voti a Nicola Gratteri cinque a Giovanni Russo. E questo ha provocato una specie di terremoto dentro la magistratura. Di Matteo e Ardita sono furiosi e lanciano accuse sanguinosissime. Cascini, che è considerato il capo di quelle che venivano chiamate le toghe rosse, difende invece Melillo, e dice che è stata solo una scelta tecnica e che lui non ha nulla contro Gratteri, e ricorda che recentemente ha chiesto che il Csm scendesse in campo per difenderlo dagli attacchi del Riformista.

Di Matteo invece ha rilasciato dichiarazioni molto polemiche. Riferendosi in modo evidentissimo a vecchi precedenti, quelli che riguardano le sconfitte che Giovanni Falcone subì in Csm alla fine degli anni ottanta, ha spiegato che respingendo la candidatura di Gratteri il Csm ha dato un segnale alla mafia. Un segnale di disimpegno dello Stato e un segnale di isolamento del Procuratore di Catanzaro, il quale – ha detto – è sovraesposto nella guerra alla cosche. Di Matteo e Ardita sostengono che è stato assurdo negare l’impegno e i risultati dell’azione di Gratteri contro la ‘ndrangheta e operare una scelta di tipo burocratico. Melillo è conosciuto come magistrato molto vicino alla politica e in particolare al Pd. Mentre Gratteri è noto come lupo solitario, slegato dai partiti, indipendente e quindi incontrollabile.

È probabile che queste caratteristiche dei due candidati abbiano pesato sulla scelta. È invece una forzatura insistere sui successi antimafia di Gratteri, perché non sono così evidenti. Gratteri è un magistrato valoroso che da molti anni è impegnato in modo spasmodico nella lotta alla ‘ndrangheta, ma onestamente bisogna ammettere che i risultati del suo lavoro non sono stati eccezionali. Ora comunque la guerra tra le toghe è clamorosamente riaperta. Proprio alla vigilia di uno sciopero che potrebbe anche essere un clamoroso flop.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Una toga di sinistra alla procura Antimafia. Il Csm si spacca ancora. Luca Fazzo il 5 Maggio 2022 su Il Giornale.

Melillo batte Gratteri, grazie anche ai voti moderati. Sconfitta l'ala dura dei magistrati.

Cultura giuridica contro irruenza investigativa: alla fine erano questi i corni del dilemma che il Consiglio superiore della magistratura era chiamato a sciogliere ieri, dovendo scegliere il nuovo procuratore nazionale Antimafia. I due candidati rimasti a contendersi una delle poltrone più ambite d'Italia (anche se di utilità concreta piuttosto discussa) erano rimasti due magistrati che rappresentavano plasticamente due approcci opposti al ruolo inquirente: da una parte Giovanni Melillo, oggi procuratore di Napoli, spessore culturale indiscusso; dall'altra il sanguigno Nicola Gratteri, capo della Procura di Catanzaro, l'uomo delle maxiretate contro la ndrangheta. Prevale nettamente il primo: il Csm si spacca, come era avvenuto il mese scorso per la nomina del capo della Procura di Milano, ma a Melillo non serve neanche il ballottaggio. Viene nominato con 13 voti contro i 7 di Gratteri.

A garantire a Melillo il successo al primo turno, sono - significativamente - i voti dei vertici della Cassazione, il presidente Pietro Curzio e il procuratore generale Giovanni Salvi, che nel voto su Milano invece si erano astenuti. Sia Curzio che Salvi vengono dalle file di Area, la corrente dei giudici di sinistra, ma sarebbe riduttivo leggere l'endorsement per Melillo, anche lui di Area, come una faccenda di schieramento. A pesare contro Gratteri è probabilmente anche una certa sovraesposizione mediatica, una visione un po' muscolare del ruolo, pugno di ferro in guanto di ferro (non sempre sorretta da altrettanti successi al momento delle sentenze). Non a caso a favore di Gratteri si sono spesi ieri nel plenum del Csm gli ex «davighiani» Sebastiano Ardita e Antonino Di Matteo, ala «dura» delle toghe: Ardita arriva ad ammonire il Csm che non nominare Gratteri a capo della Procura nazionale «sarebbe non solo una bocciatura del suo impegno antimafia ma un segnale devastante al movimento culturale antimafia». Il plenum non se ne dà per inteso e nomina Melillo, a suo favore vota compatta Area ma anche consiglieri moderati come i laici Michele Cerabona e Alberto Maria Benedetti, a riprova che il diverso profilo dei due candidati ha scavallato anche gli schemi di schieramento.

Resta il fatto che per la guida della Procura voluta da Giovanni Falcone (cui il Csm negò di diventarne il primo capo) la nomina di Melillo conferma la tendenza a farne un feudo della sinistra giudiziaria: a partire dal 2005 è stata guidata da due magistrati così dichiaratamente marchiati che dopo averla lasciata entrarono in Parlamento per il Partito democratico, cioè Piero Grasso e Franco Roberti. La nomina dell'attuale titolare Federico Cafiero de Raho, uomo della corrente di centro Unicost, fu nel 2017 una sorta di risarcimento che il Consiglio superiore gli tributò all'unanimità per avere bocciato, nonostante il forte sostegno di Luca Palamara, la sua candidatura alla Procura di Napoli: gli venne preferito proprio Melillo, che diviene ora il suo successore. Alla fine i nomi che girano sono sempre gli stessi, a riprova di una certa difficoltà di ricambio nelle posizioni di vertice della magistratura.

Con la nomina di Melillo si chiude una prima tornata di nomine giudiziarie importanti. Ancora da coprire resta la procura generale della Cassazione, che Salvi libera a luglio. Di tutto il resto, dal tribunale di Milano alle procure di Firenze e Palermo, si occuperà probabilmente il prossimo Csm: quello attuale scade tra pochi mesi, ma per eleggere quello nuovo il Quirinale pretende che venga prima varata la riforma portata dal ministro Cartabia all'esame del Parlamento.

Gianfranco Ferroni per "Il Tempo" il 6 maggio 2022.

“A Buckingham Palace prima hanno festeggiato la sconfitta di Nicola Gratteri. E subito dopo hanno brindato alla vittoria di Giovanni Melillo”, dice con amarezza un magistrato che parteggiava per il primo, nella gara la carica di procuratore nazionale antimafia.

A dirla tutta, Melillo ha tanti amici che lo stimano, tra i colleghi, ma i nemici sono molto agguerriti. 

E l’argomento che propongono questi ultimi è delicato, nel corso di una riunione: “Ma è opportuno che una poltrona così importante vada a una persona che in casa condivide la sua esistenza con un altissimo rappresentante di uno stato estero? Sì, perché Jill Morris, la signora Melillo, è stata per anni ambasciatore del Regno Unito in Italia, ed è un ‘pezzo forte’ dell’amministrazione inglese”.

Addirittura, tra i colleghi del procuratore c’è chi chiede “un intervento del Csm, del parlamento e anche del Copasir per chiarire la materia. La trasparenza, innanzitutto, deve essere garantita, quando i ruoli sono così delicati e riguardano la sicurezza dello stato”. Tutti d’accordo sul fatto che “l’Inghilterra è una nazione amica, e garante del diritto, ma se un alto magistrato vive, sposato o no, con un rappresentante di una dittatura che si fa?”

Quella formata da Roberto Cingolani e Stefano Bonaccini è una strana coppia: ma funziona. Il ministro per la Transizione ecologica e il governatore della regione Emilia Romagna sono d’accordo: va creato un hub nazionale per gas e rinnovabili, e Ravenna appare perfetta per ospitare la piattaforma per la rigassificazione e un parco eolico.

Si sono incontrati a Bologna, Cingolani e Bonaccini: "Qui ci sono le condizioni per realizzare le infrastrutture strategiche per l'Italia", ha detto il primo, sottolineando che si è “parlato di futuro come mai in precedenza".

Ovviamente è già partita la contraerea ambientalista, con Legambiente Emilia-Romagna pronta a rilevare che il rigassificatore "potrebbe rivelarsi un cavallo di Troia nella strategia energetica a medio termine della regione Emilia-Romagna: gli obiettivi del patto per il clima e il lavoro così come gli obiettivi indicati all'interno del Piano energetico regionale richiedono di avviare già ora un processo di totale de-metanizzazione ed elettrificazione dei consumi sul territorio regionale". E siamo solo all’inizio.

E’ stato il più famoso arbitro italiano, per oltre mezzo secolo: e sarà il salone d’onore del Coni di Roma a ospitare nel pomeriggio del prossimo 13 maggio la presentazione del libro “Concetto Lo Bello – Storie e momenti di vita tratti dall’archivio di famiglia”, dedicato al celebre dirigente sportivo.

All’appuntamento, organizzato dall’Associazione Concetto Lo Bello – Idee per lo sport, la cultura, il sociale, con il patrocinio del Coni, non mancherà il presidente del Coni Giovanni Malagò. Lo Bello era stato eletto in Parlamento nelle liste della Democrazia Cristiana nella circoscrizione della Sicilia orientale nel 1972, 1976, 1979 e 1983. Nel giugno del 1986 fu eletto sindaco di Siracusa, carica che ricoprì per cinque mesi.

Gratteri come Falcone. Il più apprezzato non passa come procuratore nazionale antimafia. SAVERIO PUCCIO su Il Quotidiano del Sud il 4 maggio 2022.

Nicola Gratteri non commenta. Sorriso beffardo, ma nessuna parola. Poche ore prima, intorno alle 11,30, le agenzie di stampa hanno “battuto” la notizia del giorno: “Melillo è il nuovo procuratore antimafia, sconfitto Gratteri”. Non è chiaro quanto il procuratore Gratteri si aspettasse questo esito, ma non sembra avesse aspettative positive. Per assurdo, le notizie che trapelavano da Roma alcuni giorni fa, lasciavano intendere che il procuratore capo di Catanzaro potesse davvero giocarsi la partita per la successione a Federico Cafiero de Raho. Poi c’erano state le valutazioni emerse nella corsa di Gratteri, con le quali si evidenziavano i «metodi di indagine unici ed originali, di estrema efficacia» (LEGGI). Frasi e sensazioni che aveva fatto immaginare soluzioni ben diverse da quella arrivata oggi, ma che in realtà nascondevano gli equilibri interni al plenum del Csm.

La verità è che la politica non ha quasi mai apprezzato e condiviso lavori e metodi del procuratore più esposto d’Italia. Troppo scomode le sue dichiarazioni e i suoi modi di fare. Qualche inchiesta finita male, con l’accusa anche di un eccessivo protagonismo e una sovraesposizione mediatica. Eppure, il Consiglio superiore della magistratura, lo stesso che oggi ha preferito Melillo, poco più di quattro anni fa aveva sostenuto all’unanimità la nomina di Gratteri a procuratore capo di Catanzaro. E solo lo scorso dicembre aveva confermato lo stesso magistrato alla guida della Dda catanzarese per un altro quadriennio. L’ultimo, come previsto dalla normativa.

Un “amore” scomodo, evidentemente. Considerato che gli apprezzamenti per il lavoro del procuratore calabrese non sono mai andati oltre ai soliti comunicati stampa di routine. Gratteri è sempre stato inviso a certi ambienti di sinistra come ad altri di destra. Persino l’ipotesi di un suo ministero per il Governo Renzi venne immediatamente bloccato e osteggiato da buona parte della politica nazionale.

Gratteri è così. Sembra essere un po’ come quella pubblicità di una nota marca di scarpe secondo cui “o lo odi o lo ami”. Ovviamente qui non si tratta di “amare” o “odiare” qualcuno, semplicemente basterebbe scegliere le persone giuste al posto giusto, rispettando tutto e tutti.

Ciò che trapela dagli ambienti del palazzo di giustizia di Catanzaro è un Gratteri che appariva ben conscio della difficoltà di convincere i componenti del Csm sulla sua nomina quale successore di de Raho. L’indicazione è, comunque, politica e lui non ha mai taciuto dinnanzi a quelli che ha ritenuto errori della classe dirigente nazionale. Basti pensare alle dichiarazioni dirette e per nulla mediate sulla riforma Cartabia o su qualunque altro tentativo di mitigare le normative sulla detenzione dei mafiosi. Oppure, le polemiche continue e infinite sulla posizione giudiziaria di Giancarlo Pittelli, avvocato e politico di primo piano travolto dall’inchiesta antindrangheta del procuratore Gratteri.

In pochi mesi, il magistrato ha prima ritirato la candidatura presentata per guidare la Procura di Milano (realtà troppo in vista proprio nelle indagini sulla politica), ora silurato nella nomina a procuratore nazionale antimafia. A questo si aggiunge la decisione di non partecipare nemmeno al possibile incarico di procuratore di Roma, considerata che quella è una sede ancora più complessa e delicata.

Cosa farà Gratteri adesso? Quello che ha sempre dichiarato di voler fare: proseguire la sua esperienza a Catanzaro per «smontare la Calabria come un Lego». La guida alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro durerà almeno per altri tre anni abbondanti, quando scadrà il suo duplice mandato quadriennale iniziato il 16 maggio 2016. Una notizia non buona per “colletti bianchi”, “zone grigie” e malavitosi di ogni ordine e grado in azione nelle quattro province di competenza.

Quella di oggi non appare essere una giornata straordinaria nella lotta alle mafie, come hanno evidenziato magistrati del calibro di Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita, ma potrebbe diventare un giorno buono per una terra che ha ancora tanto bisogno di essere ripulita da una ‘ndrangheta sempre più potente, sempre più collegata e invasiva.

Gratteri, menti raffinatissime e attentati: Una grave fuga di notizie. JAMES WORMOLD su Il Quotidiano del Sud il 6 maggio 2022.

Il New York Times, in un articolo sui 12 generali uccisi in guerra, ha scritto che le forze ucraine sono riuscite ad uccidere molti di loro grazie a informazioni fornite loro dai servizi segreti americani.

La Casa Bianca attraverso il Consiglio della sicurezza nazionale ha criticato l’autorevole testata dichiarando questa scelta “irresponsabile”.

In Italia, il Fatto Quotidiano, a firma di Lucio Musolino, scrive che i servizi di sicurezza di un paese straniero avrebbero appreso attraverso un’intercettazione della preparazione di un attentato contro il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri. La segnalazione è di alcune settimane fa.

Il quotidiano americano e quello diretto da Marco Travaglio hanno svolto bene il loro lavoro. Hanno valutato che le loro notizie andavano divulgate. Si sono assunti delle responsabilità. Ma a differenza degli Usa, in Italia, il Copasir ha avuto un atteggiamento diverso.

«Ho telefonato questa mattina al procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, per esprimergli piena solidarietà e vicinanza anche a nome di tutto il Copasir», ha poi scritto un tweet, il presidente del Copasir, Adolfo Urso.

È molto grave che sia avvenuta una grave fuga di notizia di questo tipo. A poche ore dalla mancata elezione, o sconfitta meglio dire, di Nicola Gratteri, a procuratore nazionale antimafia. Considerato che le notizie sono datate, le misure di sicurezze saranno state già rafforzate, ma il progetto di attentato era meglio rimanesse riservato, infatti ha avuto accesso ad un’informazione “segreta e secretata” da parte di chi ha ascoltato l’intercettazione.

Nulla questio sul giornalista. La fuga di notizia è gravissima. Ci auguriamo che il Copasir, ma anche altri parlamentari, si attivino a verificare il livello di riservatezza dei nostri servizi. Se invece la talpa, perché una talpa c’è, sta in qualche Palazzo di Giustizia, il Ministro Cartabia dovrebbe predisporre un’ispezione.

Ci sembra che la soffiata al Fatto rischia di compromettere un’indagine rilevante. Ricordiamo che per nuovi provvedimenti le procure non possono tenere neanche conferenze stampa e poi notizie top secret diventano di pubblico dominio.

Non vorremmo che come ai tempi di Falcone e dell’attentato dell’Addaura riemergano quelle “menti raffinitissime” che nei meandri della Repubblica pestano sempre nel torbido per scopi oscuri e maleodoranti.

Il ricordo di Falcone e le ferite di mafia ancora aperte, il pg Salvi: «Abbiamo imparato dai nostri errori».  Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera il 6 Maggio 2022.

A 30 anni dalle stragi, l’incontro nell’aula bunker dell’Ucciardone di Palermo. Il procuratore generale: «Anche nella magistratura vi furono resistenze, a volte anche invidie e ostilità». 

«Giovanni Falcone e Paolo Borsellino furono vittime di gravi attacchi da parte di chi, anche in aree della politica e persino delle istituzioni, vedeva nei nuovi metodi d’indagine, e soprattutto nella loro efficacia, una minaccia per lo status quo di connivenza, quando non di complicità, con Cosa nostra». Il ricordo che si trasforma in accusa arriva dal primo pubblico ministero d’Italia, il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi. E non risparmia le toghe che pure avversarono — finché furono in vita — i due giudici assassinati da Cosa nostra nelle stragi di trent’anni fa: «Anche nella magistratura vi furono resistenze, a volte anche invidie e ostilità».

La sessione di chiusura della Conferenza dei procuratori generali d’Europa apre di fatto, alla presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella, le celebrazioni per l’anniversario degli eccidi di Capaci e via D’Amelio, 23 maggio e 19 luglio 1992. E per Maria Falcone , sorella di Giovanni, è un’iniziativa che «concorre a rimarginare la ferita inferta a mio fratello da molti esponenti della magistratura che furono protagonisti, durante tutta la sua carriera, di attacchi violenti e delegittimanti che concorsero al suo isolamento».

Come fosse un dialogo a distanza, il pg della Cassazione aggiunge: «Falcone e Borsellino furono isolati ma non soli. In questi anni abbiamo corretto i nostri errori e messo a frutto i loro insegnamenti. Grazie al lavoro collettivo di alcuni che erano con loro e altri che ne hanno preso il posto, sono stati ottenuti risultati straordinari nel contrasto alla criminalità organizzata».

Salvi parla nell’aula bunker dell’Ucciardone dove ha trasferito i lavori della Conferenza (ospitata per due giorni dall’Assemblea regionale siciliana che il pg tiene a ringraziare insieme al Comune di Palermo) per rendere plastico l’omaggio al lavoro di Falcone e Borsellino: in questo «tempio della giustizia», come lo chiama il presidente della Corte d’appello Matteo Frasca, si celebrò il maxiprocesso alla mafia da loro istruito con gli altri giudici istruttori del pool antimafia. E la procuratrice generale della città, Lia Sava, che in passato ha lavorato a Caltanissetta alle più recenti inchieste su Capaci e via D’Amelio, ricorda come le indagini non si siano mai fermate. Ideatori ed esecutori sono stati processati e condannati, ma ci sono ancora zone d’ombra da illuminare.

La prossima settimana la Procura di Caltanissetta tirerà le sue conclusioni nel processo di primo grado a tre poliziotti accusati di aver contribuito ai depistaggi sulla morte di Borsellino. Sono fatti di cronaca che s’intrecciano con la storia rievocata davanti a Mattarella, che ascolta con attenzione. Anche sull’omicidio di suo fratello Piersanti, il presidente della Regione assassinato nel 1980, restano misteri mai svelati.

«Trent’anni rappresentano un passaggio di generazione», dice il vicepresidente del Csm David Ermini, che sottolinea l’importanza del «maxi» e delle tante sentenze successive al 1992: «La mafia non è sconfitta, ma è sconfitta l’idea dell’impunità della mafia». Poi cita Falcone e il suo appello ad «accantonare la contrapposizione amici-nemici tra politici e magistrati, e fare fronte unico». Parla di ieri ma sembra guardare all’oggi. E di attualità parlano le ministre dell’Interno Luciana Lamorgese e della Giustizia Marta Cartabia.

La prima ricorda la necessità, in primo luogo da parte delle forze di polizia, di sorvegliare sul’impiego dei soldi del Piano nazionale di ripresa e resilienza: «Ci attende una stagione di ingenti finanziamenti che possono rappresentare una nuova opportunità per il Paese, ma i flussi finanziari relativi al Pnrr vanno schermati da ingerenze e condizionamenti criminali». La seconda rievoca la sentenza pronunciata nel bunker con la quale «lo Stato di Diritto prevalse sulla violenza e la barbarie delle mafie», prima di richiamare l’impegno affinché «nel nostro oggi la voce del Diritto possa tornare a prevalere sul clamore delle bombe, della guerra e di ogni forma di sopraffazione».

L’invasione dell’Ucraina aveva già fatto irruzione nella Conferenza quando la procuratrice generale di Kiev ha chiesto aiuto ai colleghi europei per accertare quanto sta accadendo nel suo Paese, e dalla ministra Cartabia arriva la prima risposta: «Anche l’Italia, a breve, manderà in Ucraina un gruppo di esperti interforze, compreso un contingente della polizia penitenziaria, coordinato da un magistrato, per essere di supporto nella raccolta di prove per l’accertamento delle responsabilità dei crimini di guerra».

Don Luigi Ciotti. Parole e non sentenze. La povertà educativa dietro le violenze, don Ciotti: “Capire, non giudicare”. Francesca Sabella su Il Riformista il 18 Marzo 2022. 

Capire e non giudicare. Parlare e non sputare sentenze. Ascoltare per capire e non per attaccare. È questa l’unica strada per approdare a una giustizia che sia giustizia vera, rieducativa e non punitiva. Perché le parole sono pietre, ma possono essere anche mattoni con i quali costruire, anzi, ricostruire una vita segnata da un errore e non da un marchio a fuoco che non va più via. «È la prima volta che parlo a detenuti adulti, fino ad adesso ho parlato ad adolescenti delle carceri minorili – inizia così l’intervento di Anna Maria Torre, figlia di Marcello Torre vittima innocente della camorra – Con la mia famiglia, in particolare con mia madre, abbiamo atteso anni per reclamare giustizia e verità. La mia presenza oggi qui, anche emozionata, vuole verificare con voi, senza giudicarvi, le condizioni di un percorso di inclusione sociale e nostro, con le nostre sofferenze, il nostro dolore, di sentirci comunità».

Le parole di Anna Maria accendono un faro, non c’è rancore ma speranza. Ieri Anna Maria Torre ha partecipato a una delle giornate di incontri nelle carceri campane promosse dal garante dei detenuti Samuele Ciambriello, d’intesa con l’associazione “Libera” e alcuni familiari di vittime innocenti della criminalità organizzata. Ieri è stata la volta del carcere di Bellizzi Irpino e di Salerno. Su questa testimonianza, dal pubblico è intervenuto un detenuto di Bellizzi che ha consegnato alla dottoressa Anna Maria Torre una riflessione personale, raccontando poi di aver, da qualche settimana, intrapreso un percorso di giustizia riparativa per instaurare un dialogo con i familiari della persona che ha ucciso.

Parlare, costruire opportunità e non sentenze è lo scopo delle iniziative che accompagneranno detenuti, cittadini e vittime di mafie fino a lunedì quando a svolgerà a Napoli la giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie organizzata dall’ associazione “Libera” di don Luigi Ciotti. Sono 300 i pullman che arriveranno a Napoli da tutta Italia con a bordo oltre 15mila ragazzi che hanno deciso di gridare il loro “no” alle mafie. La manifestazione prenderà il via alle ore 9 da piazza Garibaldi con un corteo che, attraversando la città, arriverà a piazza Plebiscito. Qui saranno letti i nomi di tutte le vittime innocenti di mafia. Nella piazza napoletana e in contemporanea in tante altre piazze d’Italia si ritroverà il Paese che si ribella all’indifferenza, all’illegalità, alle mafie e alla corruzione.

«Dobbiamo ricordare queste vittime innocenti – ha affermato Don Luigi – ma deve essere una memoria viva, che deve tradursi in più responsabilità e impegno non un giorno all’anno ma tutti i giorni attraverso cambiamenti profondi nella società. Il nostro Paese deve ricordare non solo i nomi importanti, ma tutti quei figli, padri, madri, mariti, mogli il cui dolore dei familiari è uguale e profondo». Poi l’allarme di Don Ciotti e l’appello alla politica: «Oggi le mafie sono tornate più forti di prima, ma purtroppo se ne parla di meno, si è creato un clima di normalizzazione nel Paese. Chiediamo alla politica che faccia la propria parte ma noi come cittadini siamo chiamati a fare la nostra». Poi di nuovo l’accento sul tema del lavoro e della povertà educativa, piaga che in Campania fa registrare un tasso di abbandono scolastico pari al 19%. «Siamo la terza regione d’Italia per numero di ragazzi che dicono addio ai banchi di scuola. «La dispersione scolastica ci vede agli ultimi posti in Europa. E soprattutto non dimentichiamo che abbiamo 3 milioni di giovani che hanno terminato i percorsi della scuola ma che non trovano lavoro – ha affermato Don Ciotti – Una società senza lavoro muore e le organizzazioni criminali per quattro soldi catturano i fragili».

Francesca Sabella. Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.

Don Ciotti: «Io prete e basta. Bisogna prendere posizione». Cinquant’anni di battaglie. Goffredo Buccini su Il Corriere della Sera il 4 maggio 2022.  

Dall’impegno con i tossicodipendenti alla lotta contro le mafie. Le minacce di Riina, l’amicizia con Caselli, l’uso dei beni confiscati. Vita di un animo ribelle, fin dal calamaio scagliato alla maestra. 

È un brutto giorno di fine ottobre del 1975. In una saletta spoglia del cimitero sud di Torino, ancora poco più che un cantiere, un giovane magistrato piange davanti alla bara di un collega e amico, annegato durante un’immersione sub. Quella morte insensata sta scuotendo così a fondo la sua fragile fede da lasciarlo ammutolito quando il prete coi paramenti viola, anche lui molto giovane, traccia nell’aria il segno della croce e inizia la messa funebre. Poi il prete parla, come in una parabola incarnata: della vita e dell’assurdità di quella bara tra loro, toccando corde di verità. «Non saprei ripeterne neanche una sillaba, ma quel prete mi aprì uno spiraglio», sorride adesso Giancarlo Caselli, il giovane magistrato di quarantasette anni fa: «Così quel giorno persi un amico ma ne trovai un altro, che mi ha accompagnato e rappresenta la Chiesa che amo».

Il prete col dono di parlare a tutti come se parlasse a ciascuno si chiamava Luigi Ciotti, aveva da poco compiuto i trent’anni e molti gli si rivolgevano con un confidenziale «don Gigi» nella Torino spavalda e spaventata d’allora, che correva appresso al benessere e fingeva di non vederne le contraddizioni mortali. Don Gigi non solo le vedeva: ci si tuffava a capofitto. «Avevo un occhio allenato agli ultimi, li scovavo», ha raccontato in una bella intervista a Roberta Scorranese. Erano gli anni delle stragi d’eroina, una realtà così smisurata per la società perbenista da rendere inadeguato anche chi la descriveva: «Ci sono loro, i “diversi”, quelli che hanno consumato la droga, hanno rubato, si sono prostituiti», si poteva leggere (testualmente) su qualche rinomato settimanale dell’epoca.

Forse gli inizi sono un buon periodo per narrare don Ciotti, che col tempo è diventato così monumentale e bravo a raccontarsi a giornalisti talmente pigri nel raccontarlo da produrre uno stereotipo che si ripete da almeno quattro o cinque lustri e, ripetendosi, non gli rende giustizia: prete antimafia, prete antidroga, prete operaio, prete di strada, tutte etichette anguste per un sacerdote che, come spiegò a Michele Brambilla, si considera «prete e basta», perché l’idea di prete contiene evangelicamente tutte le altre e soprattutto contiene la risposta alla domanda fondamentale di Caino, «sono forse io il custode di mio fratello?»: sì.

Don Gigi aveva creato il Gruppo Abele quando ancora non era stato ordinato, nel 1965. Era un ventenne figlio di poverissimi immigrati veneti, cresciuto in baracca, con nel cuore le «sue» Dolomiti e una grande rabbia verso le ingiustizie. Ha raccontato mille volte l’episodio del calamaio scagliato contro la maestra che gli dava del «montanaro» perché la madre non poteva comprargli un grembiule decente. Avesse incontrato compagni sbagliati, chissà, uno così poteva finire persino su una strada storta. Aveva invece incontrato quello giusto, il Vangelo, e più che un compagno un padre: monsignor Michele Pellegrino che, da arcivescovo di Torino, sfidava la Curia romana per difendere il suo clero irrequieto.

Il più irrequieto era quel ragazzo che scappava dal seminario dicendo ai superiori che andava ad aiutare una parrocchia di periferia e appena fuori si buttava tra «prostitute, ladri, omosessuali, delinquenti d’ogni risma… quei ragazzi mi accettavano, anche perché non sapevano che ero un prete e non facevo predicozzi inutili», raccontò un giorno a padre Nazareno Fabbretti. Dato che il nostro non si drogava e non bestemmiava, per sviare i sospetti pare accettasse di fare «un borseggio, il minimo esame che dovevo superare». Poi, si trattò di vedersela col «capobanda» per contendergli le anime della ghenga. Quello era «un marcantonio alto così» ma lui doveva già avere… aiuti superiori e lo stese. È lì il punto di partenza, la strada sarà la sua parrocchia.

La «roba» si vendeva sotto i portici di via Roma e perfino sulle bancarelle dei mercati rionali, un grammo a 60mila lire. I ragazzi cadevano. Don Ciotti li acchiappava per i capelli: «Non parlate di recupero, non definiteci missionari, non fate pietismo gratuito», ammoniva dalla cascina del Monferrato dove aveva incominciato a raccoglierli. Il resto è arcinoto e nobile: mezzo secolo di impegno civile, scioperi della fame, raccolte di firme, obiezione di coscienza contro leggi antidroga sbagliate e «mostri giuridici» come le norme sui migranti e la Fini-Giovanardi che appiattisce tossicodipendenti e spacciatori in un abbraccio mortale. Gli spacciatori prendono a minacciarlo presto, «finirai come Rostagno», l’ex leader di Lc assassinato in Sicilia dalla mafia: finisce sotto scorta, scorta sempre più fitta quando pure Totò Riina comincia a interessarsi a lui, «Ciotti, Ciotti, putessimo pure ammazzallo».

A quel tempo l’ha già spuntata sul reimpiego sociale dei beni confiscati ai mafiosi e ha già creato Libera, nel 1995, evoluzione civile del gruppo Abele e calamita di centinaia di associazioni contro picciotti e padrini, perché non basta aiutare i tossici, devi fermare chi ci si arricchisce sopra: le mafie. La battaglia si sposta a Palermo, suo sodale è più che mai Caselli, che lui incoraggia ad accettare l’incarico terribile di procuratore nella città che ammazza i suoi giudici migliori. Accanto al letto tiene le foto di Pertini e del cardinal Martini, in libreria il Vangelo e la Costituzione, sue bussole, sull’altare una sgualcita Bibbia in inglese appartenuta a un migrante affogato davanti a Lampedusa, perché «l’amore non basta», ha scritto nell’autobiografia: bisogna «prendere posizione», «non amo la paccaterapia», le pacche consolatorie… Chi a sua volta non lo ama (e ce n’è parecchi: l’uomo, come si dice, è «divisivo») lo considera un «Savonarola» bravo a usare la retorica «sfruttando le emozioni», uno che ha messo in piedi business, brand e altri anglicismi che con la parola di Gesù non c’entrano granché. Ma sono chiacchiere, veleni di fazione.

Caselli si considera «un Ciotti-dipendente» da molti anni. Tanti, ancora, ormai nonni, spingendo un passeggino, fermano don Luigi per strada, «ti ricordi di me? Ero uno dei tuoi ragazzi, ce l’ho fatta, sono uscito dalla droga, ho trovato l’amore». Io sono «tu che mi fai», diceva un altro grande prete, don Giussani. Quel «tu» misterioso, in certe vite, ha preso la faccia incazzosa e le mani ruvide d’un vecchio ragazzo di montagna.

ANTIMAFIA ALLA SBARRA. Una ditta di intercettazioni nelle indagini sul sistema Montante. Marco Bova su L'Espresso il 10 Agosto 2022. 

Antonello Montante, presidente di Confindustria in Sicilia. Palermo, 9 febbraio 2015.

L’azienda è partecipata da una società del Gruppo di cui è proprietario Giuseppe Catanzaro, il re della monnezza, a giudizio nell’indagine bis sulla rete allestita dall’ex paladino della legalità di Confindustria. La spa che lavora per le procure di tutta Italia smentisce qualsiasi rapporto.

L'ombra del caso Montante su una ditta di intercettazioni operativa in tutta Italia. Potrebbe essere l'ennesimo capitolo della spy story, che ha colpito Confindustria siciliana: le indagini sono in corso. A partire da una segnalazione, inviata lo scorso aprile, dalla Direzione nazionale antimafia alle principali procure, sull'intreccio societario che lega la Movia spa al sistema che ruota intorno all'ex paladino dell'antimafia, Antonello Montante.

Nello specifico, gli approfondimenti riguardano i rapporti tra la ditta “Movia spa”, costituita in provincia di Catania da due esperti del settore, e l'imprenditore Giuseppe Catanzaro, uno dei “signori della monnezza” in Sicilia, proprietario della megadiscarica di Siculiana (in provincia di Agrigento) e numero due degli industriali dell’isola, negli anni d’oro di Montante. Anche Catanzaro adesso sarà processato a Caltanissetta, assieme ad un’altra decina di presunti complici, nell’ambito dell’indagine “Montante-bis”. Nonostante l’arresto, nel 2018, del responsabile antimafia degli industriali, infatti, le indagini sulla sua rete non si sono fermate.

Il collegamento tra la Movia e Catanzaro è emerso proprio nel corso di questi successivi approfondimenti ed è scaturito dalla comunicazione di una procura distrettuale sulla quale si è messo al lavoro il gruppo ricerche della Dna. 

"La nostra società non ha, né ha mai avuto, alcun rapporto con il gruppo Catanzaro", dice Luca Spina, legale rappresentante della Movia spa, ditta operativa da vent'anni e apprezzata nel settore delle captazioni telefoniche, ambientali, ma soprattutto telematiche, con l'uso dei cosiddetti trojan. Tanto da svolgere attività per conto delle procure distrettuali di Milano, Bari, Lecce, Catanzaro, Napoli, Genova, Salerno, Potenza e Reggio Calabria, oltre che nelle carceri di Parma e Trani.

Dalle indagini dei magistrati è però emerso che il 30 per cento delle quote di “Movia spa” è detenuto dalla società “Sistemi Investimenti spa”, che a sua volta per l'11,98 per cento è di proprietà del “Gruppo Catanzaro srl”. Quest'ultima è la società di famiglia, in cui oltre a Giuseppe, compaiono anche i fratelli Fabio e Lorenzo, a loro volta oggetto di Sos (segnalazioni di operazioni sospette).

L'ingresso dei Catanzaro nella Sistema Investimenti è datato febbraio 2014, ben prima che il caso Montante esplodesse. E la Sistema Investimenti, per il 37 per cento, è di proprietà dell'avvocato catanese Antonio Ernesto Zangara, cognato di Ivanhoe Lo Bello, apripista della Confindustria legalitaria in Sicilia.

"Il Gruppo Catanzaro è un mero socio investitore, del tutto passivo", precisa Zangara: “Detiene una piccola quota di minoranza, priva sia di specifici poteri sia di particolari tutele" e "nessun ruolo, ha mai avuto, né potrebbe aver mai avuto, il mio acquisito rapporto di affinità (non di parentela) con il dottor Lo Bello nei rapporti con il suddetto Gruppo Catanzaro".

Il nome di Lo Bello, nelle indagini di Caltanissetta sul sistema Montante, è quasi onnipresente, nonostante l’ex presidente degli industriali siciliani non abbia subito alcun coinvolgimento giudiziario. Compare più volte, anche nelle agende sequestrate nella casa di Montante a Serradifalco (Caltanissetta), spesso in compagnia dello stesso Catanzaro. Particolari cristallizzati nel processo contro l’ex paladino dell’antimafia, alcuni mesi fa condannato dalla corte d’Appello di Caltanissetta a 8 anni di reclusione per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e accesso abusivo al sistema informatico.

Assieme a lui, condannati anche alcuni componenti del suo “cerchio magico”, ritenuti complici nel confezionamento di dossier ricattatori con informazioni riservate, in parte provenienti dai database delle forze di polizia. Tra le vittime il magistrato ed ex assessore regionale Nicolò Marino, diventato un bersaglio dopo le sue denunce sulla discarica di Catanzaro e sull’affare rifiuti in Sicilia. Anche per questo Catanzaro è stato rinviato a giudizio per associazione a delinquere e corruzione nell’ambito di un generale affresco che riguarda le sue presunte ingerenze sulle scelte del governo regionale di Rosario Crocetta.

Il potere infinito di Montante e la “mafia di ritorno”. ATTILIO BOLZONI su Il Domani il 12 febbraio 2022

Protetto dai ministri dell’Interno Annamaria Cancellieri e Angelino Alfano, dal direttore dei servizi segreti Arturo Esposito e da quello della direzione investigativa Antimafia  Arturo De Felice, dalla presidente dell’Eni Emma Marcegaglia, è stato costruito come simbolo dell'Antimafia nonostante il torbido passato e le frequentazioni in Cosa Nostra.

I suoi avvocati hanno tentato la carta della disperazione, avanzando richiesta per annullare il verdetto di primo grado, «in quanto era incapace di partecipare coscientemente al giudizio».

Racconti di feste di compleanno passate insieme ai “don”. Anche un Natale con il boss Vincenzo Arnone che, «in segno di rispetto», gli fa visita nella sua villa.

La storia nascosta del processo Montante in cui le vittime sembravano gli imputati e l’imputato la vittima. ATTILIO BOLZONI su Il Domani il 09 luglio 2022

È un processo che ha turbato la quiete d'inizio estate di quasi tutto il tribunale di Caltanissetta, visti i rapporti che l'ex vicepresidente di Confindustria intratteneva con i capi degli uffici giudiziari del distretto. Comunque siano andate le cose confermato l'impianto accusatorio: Montante a capo di un'associazione a delinquere dedita ai ricatti, al dossieraggio, all'intimidazione. 

È un processo che ha turbato la quiete d'inizio estate non solo degli imputati ma anche di quasi tutto il tribunale di Caltanissetta, visti i rapporti che l'ex vicepresidente di Confindustria intratteneva con i capi degli uffici giudiziari del distretto. 

L’anomalo atteggiamento di alcune parti civili, molto in sintonia con Montante e contro il testimone chiave dell'accusa Alfonso Cicero, quello che aveva svelato ai poliziotti e ai pubblici ministeri gli ingranaggi più nascosti del "sistema”. 

ATTILIO BOLZONI.  Giornalista, scrive di mafie. Ha iniziato come cronista al giornale L'Ora di Palermo, poi a Repubblica per quarant'anni. Tra i suoi libri: Il capo dei capi e La Giustizia è Cosa Nostra firmati con Giuseppe D'Avanzo, Parole d'Onore, Uomini Soli, Faq Mafia e Il Padrino dell'Antimafia.

Sistema Montante: l’ex paladino antimafia condannato in appello a 8 anni. La Stampa l'8 Luglio 2022.  

La corte d'appello di Caltanissetta ha condannato l'ex presidente di Sicindustria, Antonello Montante, a 8 anni per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e accesso abusivo al sistema informatico. In primo grado aveva avuto 14 anni.  Antonello Montante, 59 anni, imprenditore di Serradifalco, considerato per anni paladino dell'Antimafia, accusato di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, secondo la Dda di Caltanissetta, avrebbe messo in piedi, con la complicità di esponenti politici, rappresentanti delle forze dell'ordine, imprenditori e sindacalisti un vero e proprio "sistema", che si poggiava su un presunto continuo scambio di favori e raccomandazioni, ricatti sessuali e video hard, posti di lavoro e facili carriere. Una sorta di rete finalizzata a spiare i movimenti e le inchieste di procura e polizia. Condannati anche alcuni componenti del suo «cerchio magico», accusati a vario titolo di corruzione, rivelazione di notizie coperte dal segreto d'ufficio e favoreggiamento. A 5 anni è stato condannato il capo della security di Confindustria Diego Di Simone (il gup gli aveva dato 6 anni e 4 mesi), a 3 anni e 3 mesi il sostituto commissario Marco De Angelis, (4 in primo grado). Assolti il colonnello Gianfranco Ardizzone, ex comandante provinciale della Guardia di Finanza di Caltanissetta, che in primo grado aveva avuto 3 anni, e Andrea Grassi, dirigente della prima divisione dello Sco che aveva avuto un anno e 4 mesi.  L’avvocato Taormina: “Ricorreremo in Cassazione” «Rispetto al primo grado c'è stato un ridimensionamento, anche se ovviamente non siamo assolutamente soddisfatti e quindi proporremo ricorso per Cassazione. Resta il problema dell'associazione che non riteniamo proprio configurabile. Alcune ipotesi di corruzione, se pure ridimensionate, non sono rispondenti a quelle che sono le nostre ricostruzioni». Lo ha detto l'avvocato Carlo Taormina, difensore dell'ex leader di Sicindustria Antonello Montante. «Noi riteniamo che il rapporto di do ut des tra Montante e la polizia o la Finanza non sia mai stato provato», ha aggiunto. 

Antonello Montante è stato condannato in appello a 8 anni di carcere. ATTILIO BOLZONI su Il Domani l'08 luglio 2022

Tutto era già scritto. Le prove schiaccianti, le carte che “cantavano”. E così, dopo un processo eccessivamente lungo, è arrivata la conferma giudiziaria: Antonello Montante è stato condannato dalla Corte d’appello di Caltanissetta a otto anni, con rito abbreviato, praticamente lo sconto di un terzo della pena.

Una catena di connivenze dentro e fuori le istituzioni, dossieraggi contro gli avversari, lettere anonime, incursioni dentro la banca dati del Viminale, esposti all’autorità giudiziaria come vendette trasversali. Per intimidire, piegare ai voleri della consorteria.

Si conclude un processo d’appello decisamente troppo lungo rispetto al primo grado e anche in assoluto, due anni e mezzo. Dodici mesi se ne sono andati per la sospensione dell’attività giudiziaria a causa del Covid e per i certificati medici sfornati a raffica dall'imputato, gli altri diciotto mesi per le udienze che hanno doppiato quelle di primo grado. Processo a tratti assai anomalo. 

ATTILIO BOLZONI. Giornalista, scrive di mafie. Ha iniziato come cronista al giornale L'Ora di Palermo, poi a Repubblica per quarant'anni. Tra i suoi libri: Il capo dei capi e La Giustizia è Cosa Nostra firmati con Giuseppe D'Avanzo, Parole d'Onore, Uomini Soli, Faq Mafia e Il Padrino dell'Antimafia.

Sconto di pena rispetto al primo grado. Montante condannato in Appello, 8 anni per l’ex presidente di Sicindustria e paladino antimafia. Fabio Calcagni su Il Riformista l'8 Luglio 2022 

Sei anni in meno rispetto al primo anno, ma condanna confermata. La Corte d’Appello di Caltanissetta ha condannato l’ex presidente di Sicindustria, Antonello Montante, a 8 anni di reclusione per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e accesso abusivo al sistema informatico. In appello la procura aveva chiesto per lui 11 anni e 4 mesi.

Montante, 59enne imprenditore di Serradifalco, considerato per anni paladino dell’Antimafia, secondo l’accusa aveva messo in piedi assieme ad un “cerchio magico” esponenti politici, rappresentanti delle forze dell’ordine, imprenditori e sindacalisti un vero e proprio “sistema”, che si poggiava su un presunto continuo scambio di favori e raccomandazioni, ricatti sessuali e video hard, posti di lavoro e facili carriere.

Nel processo andato in scena oggi alcuni di questi ‘componenti’ sono stati condannati: a 5 anni il capo della security di Confindustria Diego Di Simone (il gup gli aveva dato 6 anni e 4 mesi), a 3 anni e 3 mesi il sostituto commissario Marco De Angelis, (4 in primo grado).

Assolti invece il colonnello Gianfranco Ardizzone, ex comandante provinciale della Guardia di Finanza di Caltanissetta, che in primo grado aveva avuto 3 anni, e Andrea Grassi, dirigente della prima divisione dello Sco che aveva avuto un anno e 4 mesi.

Per il legale di Montante, l’avvocato Carlo Taormina, “rispetto al primo grado c’è stato un ridimensionamento, anche se ovviamente non siamo assolutamente soddisfatti e quindi proporremo ricorso per Cassazione. Resta il problema dell’associazione che non riteniamo proprio configurabile. Alcune ipotesi di corruzione, se pure ridimensionate, non sono rispondenti a quelle che sono le nostre ricostruzioni”. “Noi riteniamo che il rapporto di do ut des tra Montante e la polizia o la Finanza non sia mai stato provato“, ha aggiunto Taormina.

“Grande soddisfazione per la completa assoluzione del proprio assistito” manifestano invece i difensori del questore Andrea Grassi, gli avvocati Cesare Placanica e Walter Tesauro. “Già la sentenza di primo grado aveva sancito l’estraneità di Grassi a ogni rapporto opaco” nell’ambito del “Sistema Montante”, dicono. “Oggi, con la completa assoluzione, a Grassi è stato ridato anche l’orgoglio di dichiararsi, come fatto dalle prime battute delle indagini, un uomo dello Stato”.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

La giustizia che trasforma il boss della ’Ndrangheta in cittadino senza macchia. ATTILIO BOLZONI u Il Domani l'08 febbraio 2022

La storia di Rocco Barbaro è semplice e nel contempo esagerata.

Quello che veniva indicato da una quantità di rapporti investigativi come il numero uno della ’Ndrangheta in Lombardia, finito nella lista del Viminale come «uno dei 30 latitanti più pericolosi», non solo è tornato libero a casa sua fra le creste delle montagne calabresi ma una sentenza dice pure che non è mafioso.

È sconcertante la distanza fra le risultanze investigative e l’ultimo verdetto della Cassazione 

ATTILIO BOLZONI. Giornalista, scrive di mafie. Ha iniziato come cronista al giornale L'Ora di Palermo, poi a Repubblica per quarant'anni. Tra i suoi libri: Il capo dei capi e La Giustizia è Cosa Nostra firmati con Giuseppe D'Avanzo, Parole d'Onore, Uomini Soli, Faq Mafia e Il Padrino dell'Antimafia.

Roberto Scarpinato. Il suo "testamento" al Fatto. Le sconfitte in tribunale di Scarpinato? Per lui restano medaglie…Tiziana Maiolo su Il Riformista il 18 Gennaio 2022.  

Malinconico e sconfitto, il Procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, in pensione da pochi giorni, lascia una sorta di testamento al Fatto quotidiano. Il che non stupisce, e neanche scandalizza, ognuno sceglie i propri amici e i propri sostenitori. Quello che ha dell’incredibile, dello straordinario, è che il neo-pensionato, la cui tesi, su cui ha lavorato per qualche decennio, della Trattativa Stato-mafia, è stata demolita dalla corte d’appello d’assise di Palermo il 23 settembre 2021, lasci proprio quello come eredità. La sua sconfitta. “Stragi, depistaggi ancor oggi: li accerti chi viene dopo di me”, è il titolo del suo articolo d’addio.

Ogni medaglietta appesa sul suo petto segna una battuta d’arresto alla sua carriera. Pure lui le esibisce con un certo orgoglio, tanto da tentare di riscrivere la storia siciliana, quella vista con gli occhi delle inchieste giudiziarie, come se le cose fossero andate diversamente, come se la storia della mafia e delle stragi avessero un unico punto di riferimento, un (ancora sconosciuto) regista occulto responsabile di tutto. E anche come se, nel frattempo, tassello dopo tassello, tutto quel che lui, e insieme a lui un gruppo omogeneo di procuratori, avevano tentato di costruire, non avesse cozzato davanti a dati di realtà diversi e opposti da quel che loro avevano ipotizzato e sperato. “Chiudendo la porta alle mie spalle” è espressione triste e quel che viene dopo sembra una richiesta di affetto, di speranza perché tutte quelle scartoffie ormai finite nel cestino vengano in qualche modo salvate da qualcuno che abbia voglia nei prossimi trent’anni di ricominciare daccapo.

Tutta quanta la storia e i personaggi escono falsati. Sicuramente in buona fede, ed è questo che rende ancor più folle la narrazione. Fin dalle prime righe, quando l’ex procuratore ricorda il suo esordio in magistratura a Palermo nel 1988, anni in cui era in corso un “corpo a corpo” con la “mafia militare”, che era solo “la parte più visibile e appariscente”. Perché c’erano “sotterranee manovre di Palazzo” per fermare le inchieste. Potremmo fermarci qui, senza infierire su ricostruzioni e giudizi ormai sconfitti dalla storia. Ma il dottor Scarpinato insiste, con la sua lente deformante. Prendiamo la figura di Giovanni Falcone, per esempio. Parliamo di colui che ha avuto un approccio alle inchieste di mafia molto diverso da certi suoi colleghi, anche del Csm, i quali infatti gli hanno stroncato la carriera in magistratura, costringendolo ad andarsene, fino alla morte per mano della mafia. Non è vero che lui abbia lasciato Palermo “perché gli veniva impedito di svolgere le indagini sui livelli dei poteri criminali superiori alla mafia criminale”. Anzi, Falcone aveva sempre dichiarato di non credere al “terzo livello” della criminalità organizzata, proprio come era molto cauto su certe deposizioni dei “pentiti”. Uno come lui non avrebbe mai dato ascolto a uno come Massimo Ciancimino, anzi l’avrebbe subito incriminato per calunnia.

Lei poi, dottor Scarpinato, si fa vanto di aver “sottoposto a giudizio Presidenti del consiglio, ministri, vertici dei servizi segreti…”. Ma non ci dice come sono finiti quei processi. Per esempio, quando dice di non aver mai smesso di cercare “i mandanti” delle stragi degli anni 1992 e 1993, e poi parla dell’inchiesta “Sistemi criminali”, perché non ricorda che quel polpettone, che metteva insieme un po’ di tutto –per esempio la strage di Bologna con quella di via D’Amelio- finì nella bolla di sapone dell’archiviazione nel 1998? E che dire della sorte, due anni dopo, della storia del famoso “papello” di Totò Riina con le famose richieste per far cessare le stragi? Il papello si rivelerà un falso, ma il teorema era rimasto nella testa degli accusatori come Scarpinato. Il quale vorrebbe che oggi qualche suo erede rispolverasse un concetto a lui caro, il “depistaggio”. Perché, ogni volta che qualche pubblico ministero “antimafia” vede la propria ipotesi accusatoria cozzare con diversi dati di realtà, invece di accettare il fatto che i processi si vincono e si perdono, grida al lupo del “depistaggio”. C’è sempre un deus ex machina, il Cattivo contro i Buoni, che sono sempre loro.

Ma qualcosa manca dal testamento del dottor Scarpinato, e siamo sicuri che non c’è nella relazione che lui dice di aver lasciato in eredità ai colleghi: un riferimento, anche piccolo, all’inchiesta mafia-appalti condotta dal generale Mori. Quella su cui non si può neanche scrivere perché lui ci querela, come ha già fatto con il direttore Piero Sansonetti e il collega del Dubbio Damiano Aliprandi, che per quello stanno subendo un processo. Quella che è finita archiviata tre giorni dopo la morte di Paolo Borsellino, cui stava molto a cuore, e che potrebbe averne provocato l’assassinio. Sarebbe stato un bel modo per ricordare un grande magistrato e anche un altro, pure lui grande, Giovanni Falcone. Quello che l’aveva avviata. E che altri hanno gettato alle ortiche perché preferivano occuparsi di terzo livello e di “depistaggi”.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Filippo Facci per "Libero quotidiano" il 25 dicembre 2021. Fiammetta Borsellino, figlia di Paolo, lunedì sera ha detto che l'antimafia non può diventare un potere - com' è da almeno trent' anni - e ha detto che non può diventare un trampolino per facili carriere che orientino abusi e rendite di posizione - com' è da almeno trent' anni - e lo ha detto a Palermo durante un convegno titolato «Ripensare la mafia - Ricostruire l'antimafia» organizzato dalla - l'intercalare è stucchevole - Commissione antimafia dell'Assemblea regionale. Ha detto anche altro: «Penso fermamente che antimafia voglia dire disvelamento di tutte le connivenze a tutti i livelli istituzionali, compresa la magistratura». Parentesi: Fiammetta Borsellino si può anche ascoltarla, visto che è tra le poche a non aver trasformato la sua parentela in una professione.

ESPERIENZE DURE Era giovanissima quando assieme alla famiglia fu sbattuta all'Asinara dall'oggi al domani: suo padre e Giovanni Falcone, che figli non ne aveva, dovevano scrivere l'ordinanza per il Maxiprocesso contro la mafia, e a Fiammetta venne l'anoressia psicogena, scese sotto i trenta chili. Poi suo padre esplose in via D'Amelio mentre lei era in Thailandia, 19enne: a prenderla a Fiumicino, dopo il volo da Bangkok, andò Pietro Grasso. Non fece una carriera antimafiosa, ma, dopo gli studi, andò a lavorare ai Servizi sociali. Da qualche anno però è molto incazzata, soprattutto dopo il fallimento epocale del processo sulla strage di via D'Amelio - quella che uccise anche suo padre - portato avanti dal carrierista antimafia per eccellenza, Antonino Di Matteo, che per 15 anni diede credito a un falso pentito che dapprima fece condannare all'ergastolo svariati innocenti e non credette, Di Matteo, né alla ritrattazione del falso pentito e tantomeno ai dubbi di Ilda Boccassini. Ma torniamo a quanto ha detto Fiammetta Borsellino, visto che, a suo dire, sulla strage e sul processo di via D'Amelio «sarebbe stata auspicabile un'attività d'indagine da parte del Consiglio superiore della magistratura: il comportamento omissivo di quest' organo è un dato di fatto, non una mia opinione». Di quali omissioni parla? Non occorre scervellarsi, lo ha detto lei: parlava del «più grande depistaggio e il più grave errore giudiziario del nostro Paese», appunto il processo su via D'Amelio, e non dimeno il «terribile clima all'interno della Procura di Palermo retta da Pietro Giammanco, peraltro mai sentito dalla magistratura». Chi è Pietro Giammanco? È l'uomo che divenne procuratore capo di Palermo al posto di Giovanni Falcone - seguendo un discutibile criterio di anzianità - ed è la toga di amicizie andreottiane che umiliò ancora Falcone e Borsellino nello spezzettare le loro indagini e tutte quelle del pool antimafia, quello che aveva istruito lo storico e vincente Maxiprocesso a Cosa Nostra. Borsellino, peraltro, il 28 giugno 1992 - Falcone era morto da un mese - apprese che un'informativa del Ros, spedita alla Procura di Palermo alla persona di Pietro Giammanco, indicava lui, Paolo, tra i possibili bersagli di un attentato mafioso: e Giammanco non gli aveva detto niente. Il giorno dopo, Borsellino si precipitò in procura a protestare, sferrò persino un pugno sul tavolo: il procuratore Capo farfugliò qualcosa, poi rimase in silenzio. Giammanco è sempre stato fumo negli occhi anche per l'antimafia professionale: basti ricordare le intemerate rivolte contro di lui da Leoluca Orlando. Alla ciambella però è sempre mancato il buco, perché Giammanco aveva un braccio destro che si chiamava Guido Lo Forte, altro futuro eroe dell'antimafia - istruì il processo Andreotti - dopo che a Pietro Giammanco subentrò Giancarlo Caselli.

DEPISTAGGI Un contrasto stridente, un salto della quaglia mai ben spiegato: proprio in questi giorni, peraltro, Lo Forte e Caselli hanno mandato in libreria un volume a doppia firma. Ma il legale della famiglia Borsellino - quindi anche di Fiammetta - meno di un mese fa accusò Lo Forte di aver firmato, nel 1992, la richiesta di archiviazione del dossier Mafia-appalti- in pratica la tangentopoli siciliana - che molti ancor oggi ritengono all'origine delle vere ragioni per cui saltarono in aria Falcone e Borsellino. Guido Lo Forte è in pensione dal 2016, ma il processo sul depistaggio del processo di via D'Amelio è in corso, e a qualche domanda ha dovuto rispondere. «Penso che il depistaggio, la sua funzione fondamentale, l'abbia praticamente svolta» ha detto ancora Fiammetta Borsellino, «e cioè quella di compromettere quasi per sempre il raggiungimento della verità... Dopo trent' anni muoiono testimoni e le prove si sbriciolano. Il depistaggio avviene per un concorso di omissioni o di lavoro fatto male». La Borsellino ha fatto un rapido accenno ai casi di Silvana Saguto (altra «antimafia» condannata in primo grado a 8 anni per molteplici reati) e all'ex numero uno della Confindustria siciliana Antonello Montante (altro ex «antimafia) già condannato a 14 anni per dossieraggio. Ma, lunedì sera, tutti sapevano che la Borsellino che aveva in mente altro, il suo legittimo pensiero fisso: ossia la pseudo-giustizia che una folta schiera di magistrati, per decenni, ha spacciato per verità, primo tra tutti il carrierista antimafia per eccellenza, Antonino Di Matteo, passato poi al delirante e fallito processo «Trattativa», passato poi alla Direzione nazionale antimafia non è chiaro in base a quali meriti, teorico ministro dell'Interno secondo i desiderata dei 5 stelle, cittadino onorario della città di Roma governata da Virginia Raggi. Un uomo premiato per i suoi fallimenti, nella miglior tradizione della magistratura italiana, «antimafia» o altro che sia.

·        Non era Mafia.

Non è più quella del 416 bis. Relazione della Dia: la mafia non c’è più e l’antimafia indaga sugli anni ’90. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 4 Ottobre 2022 

La Direzione Investigativa Antimafia (Dia) conduce indagini su Silvio Berlusconi, come mandante di stragi, da oltre trent’anni con grande impiego di forze e di denaro, e nonostante i fallimenti siano già stati tre. Lo si legge a pagina 6 della Relazione del secondo semestre del 2021 depositata due giorni fa al Parlamento. E’ scritto nelle stesse pagine in cui si spiega che la mafia non esiste più, per lo meno quella che l’articolo 416 bis del codice penale descrive come un’associazione di persone che “si avvalgono della forza di intimidazione”, dell’assoggettamento e del controllo del territorio. E che usavano anche la violenza come forma di intimidazione.

Oggi esistono sostanzialmente comitati d’affari che preferiscono fare accordi piuttosto che estorsioni e minacce. E gli uomini della Dia corrono il rischio di restare disoccupati. Ma hanno trovato un nuovo lavoro, che altro non è se non il rafforzamento di quello iniziato da oltre trent’anni, cioè da un periodo di poco successivo ai giorni della nascita, nel 1991, dell’Agenzia investigativa. Non c’è più la mafia. “Tuttavia-si legge nella relazione- malgrado la più attuale linea d’azione di Cosa nostra sia quella di ridimensionare il ricorso alla violenza…la Dia, attraverso le sue articolazioni centrali e territoriali, già da tempo, sta eseguendo mirate attività investigative sulle ‘stragi siciliane’ del 1992 e sulle cd. ‘stragi continentali’ del 1993-1994, su input di specifiche deleghe ricevute dalle competenti Autorità giudiziarie del territorio nazionale”. “Complessivamente –si conclude- da oltre 30 anni, sono impegnate in tali indagini le risorse di ben cinque Centri Operativi e del II Reparto”.

Un intero reparto dunque, quello talmente importante da essere segnalato come fondamentale per “l’evasione delle numerosissime deleghe assegnate dalle Procure distrettuali”. E “ben”, come dicono gli autori della relazione, cinque Centri Operativi. Tutti impegnati con grande dispendio di mezzi, uomini e denaro contro un unico obiettivo. Naturalmente non c’è il nome di Berlusconi, e neppure quello di Dell’Utri, nella relazione ufficiale. Tanto ci pensano i giornalisti amici, ad allungare il brodo, nel corso degli anni. Con decine di articoli, che spaziano dal Fatto a Domani. Ma nel documento della Dia non sono neppure menzionati i fallimenti precedenti. C’è da chiedersi se in Parlamento qualcuno le legge, queste relazioni, e se a qualcuno verrà mai in mente di interrogare il Ministro dell’Interno per visionare quanto meno i bilanci della Dia. Per non parlare del Csm, sempre pronto a “perdonare” i numerosi flop delle fallimentari inchieste di mafia.

Qualcuno ricorda ancora le indagini condotte dalla procura di Palermo su “M” e “MM”? E quelle di Caltanissetta su “Alfa” e “Beta”? E poi a Firenze l’inchiesta su “Autore 1” e “Autore 2”? Le sigle coprivano maldestramente sempre i nomi di Berlusconi e Dell’Utri. Tutte archiviate, spesso su richiesta dello stesso pm. Carta straccia. E io pago! Dobbiamo ripeterlo più spesso, che questi magistrati e questi investigatori con le loro fantasie fanno pagare ai cittadini, anche in senso materiale, il prezzo dei loro errori, delle loro incapacità, dei loro furori politici.

Giusto per non ripetere la solita tiritera dei fratelli Graviano, sentite che cosa è successo ieri mattina a Reggio Calabria. Il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo ha illustrato in un’aula di giustizia un’informativa della Dia (si, la solita Dia) su dichiarazioni di “pentiti” che chiamavano in causa esponenti politici e i loro presunti rapporti con uomini della ‘ndrangheta.

Barzellette, cui un importante uomo dello Stato in toga, pare dare credito: Craxi e Berlusconi a un summit in un agrumeto con la ‘ndrangheta. L’episodio risalirebbe ai giorni successivi all’assassinio di Aldo Moro, quindi nel 1978. I due sarebbero andati a questo vertice di mafia nella piana di Gioia Tauro, “presso l’agrumeto di tale Peppe Piccolo”. Lo racconta il “pentito” Girolamo Bruzzese, che sostiene di aver riconosciuto il personaggio politico e l’imprenditore brianzolo “per averli già visti in televisione”. Un po’ strano, non risulta che Berlusconi, impegnato solo nelle sue attività imprenditoriali, fosse spesso in televisione in quei giorni. Comunque il ragazzo fu subito, all’arrivo dei due, fatto allontanare dal padre su suggerimento nientemeno che di Peppe Piromalli, il boss dei boss.

Il racconto prosegue nel ricordo che, anni dopo, il padre di Bruzzese gli avrebbe spiegato che “Craxi e Berlusconi si sarebbero recati al summit perché Craxi voleva lanciare politicamente Berlusconi e quindi per concordare un appoggio anche da parte delle cosche interessate alla spartizione dei soldi che lo Stato avrebbe riversato nel mezzogiorno”. I due avrebbero alloggiato nel miglior albergo di Vibo Valentia, “penso in incognito”. Ricapitolando: il segretario di uno dei principali partiti italiani, che durante il rapimento Moro si era posto in particolare evidenza contro il “partito della fermezza” costituito da democristiani e comunisti, avrebbe avuto la bella pensata di andare a raccomandare a Piromalli un imprenditore brianzolo per farlo entrare in politica e garantirgli un po’ di voti mafiosi con l’impegno di investimenti per il sud. E avrebbe alloggiato nel miglior albergo di Vibo in incognito. Ma dottor Lombardo, lei crede davvero a queste scemenze?

Poi lo statista “pentito” Bruzzese spiega al colto e all’inclito che i corleonesi Riina e Provenzano si erano contrapposti alle famiglie mafiose palermitane dei Badalamenti-Inzerillo Bontate, perché “non accettavano più la politica di Craxi e Andreotti di contrapposizione agli Stati Uniti; questa politica era avversata dagli americani, ma soprattutto non andava bene a Licio Gelli, molto amico di Peppe Piromalli”. Ecco il cerchio che si chiude, mancavano solo Gelli e la P2. Se non c’è il fantasma di Aldo Moro, in quell’aula di Reggio Calabria però c’è quello di un ulteriore “pentito”, morto nel 2014, ma che aveva reso dichiarazioni spontanee alla polizia penitenziaria del carcere di Alessandria nel 2009.

Ci racconta il procuratore aggiunto, che questo Gerardo D’Urzo aveva parlato di un certo Valensise, che a quanto pare non è stato identificato, che con un altro esponente della ‘ndrangheta della jonica era andato a Roma e aveva avuto “un colloquio a Palazzo Grazioli con l’onorevole Silvio Berlusconi e questi gli disse al Valensise che quello che aveva promesso lo manteneva e dovevano stare tranquilli”. Eccetera. Così sono fatte le inchieste di mafia. Interverrà mai qualcuno in Parlamento o al governo o al Csm per mettere fine a queste vergogne? Intanto gli armamenti pesanti della Dia continuano a indagare con questi metodi, nell’attesa che la procura di Firenze, quella che indaga per strage Berlusconi e Dell’Utri, decida, entro dicembre, se chiedere un processo o procedere all’archiviazione. Sarebbe il quarto flop, dopo trent’anni.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Torna a indossare la divisa dopo 14 anni. Il calvario di Alfonso Bolognesi, il carabiniere distrutto dall’Antimafia: carcere, carriera in fumo ma… era innocente. Viviana Lanza su Il Riformista il 21 Giugno 2022. 

Più di tre anni in carcere. Quattordici tra processi e attese. Un errore giudiziario. Alfonso Bolognesi è tornato solo ora ad indossare la divisa da carabiniere e presto riacquisterà anche i gradi persi in questi anni di calvario giudiziario. Nel 2008 aveva 45 anni ed era comandante della stazione dei carabinieri di Pinetamare. Fu coinvolto in un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia e improvvisamente la sua vita e la sua carriera subirono un violento cambio di rotta. Fu arrestato con l’accusa di aver favorito la camorra casertana.

Il 28 ottobre 2008 Bolognesi dovette togliere la divisa. I pm dell’Antimafia lo accusavano di aver consentito al boss Giuseppe Setola, responsabile dell’ala stagista dei Casalesi, di sfuggire a vari blitz. Ci sono voluti cinque processi (tra primo grado e processi in Appello e Cassazione) per stabilire che la ricostruzione di pm e pentiti non era fondata, e che Alfonso Bolognesi andava assolto così come aveva sempre sostenuto il suo avvocato difensore, il penalista Raffaele Crisileo, che su questa vicenda ha ora scritto un libro (“Vittima innocente: la storia di un errore giudiziario”). Il calvario di Bolognesi è stato lungo e doloroso. Il maresciallo fu condannato a quattro anni di carcere per corruzione con l’aggravante camorristica, ne scontò tre e mezzo in carcere ottenendo di poter ultimare la pena con l’affidamento in prova, lavorando nella pizzeria del fratello in un paesino del Cilento.

Nel 2019 è arrivata la prima svolta con la sentenza di assoluzione emessa dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere e ottenuta da Bolognesi in un diverso processo, sempre per corruzione, relativo a presunti omessi controlli in un esercizio commerciale di Castel Volturno. Quell’assoluzione ha segnato una svolta perché ha aperto la strada alla revisione al processo che si era concluso con la condanna a quattro anni per corruzione con finalità camorristica. Nel 2021, dinanzi alla Corte d’Appello di Roma, si è ripetuto il processo e in dibattimento sono stati ascoltati di nuovo tutti i collaboratori di giustizia che avevano accusato Bolognesi, e alla fine il maresciallo è stato assolto. Assoluzione che è diventata ora definitiva. Gli anni del calvario giudiziario hanno privato Bolognesi della libertà, della divisa, dello stipendio e i problemi che ha dovuto affrontare sono stati tanti, da quelli più intimi e personali a quelli economici. La revisione del processo, l’assoluzione e il reintegro nell’Arma hanno messo fine al lungo incubo e gli hanno ridato una vita.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

«In cella cinque anni tra topi e umiliazioni, ma ero innocente. Per questo voto Sì». L'odissea di Rocco Femia, ex sindaco calabrese bollato come mafioso ma estraneo ai clan: «Sa quanti innocenti ho conosciuto in carcere? Almeno un centinaio». Simona Musco su Il Dubbio il 10 giugno 2022.

«Sa quanti innocenti ho conosciuto in carcere? Almeno un centinaio e non sto esagerando. Nessuno è immune. Anche a lei può succedere quello che è successo a me». Rocco Femia fino al 3 maggio del 2011 è stato sindaco di Marina di Gioiosa, poco più di 6mila abitanti sullo Jonio calabrese.

Per tre anni ha amministrato la “città del sorriso” senza sapere che, dal 2008, anno in cui i suoi concittadini lo avevano incoronato sindaco, il fascicolo col suo nome attendeva che un gip mettesse una firma che autorizzasse il suo arresto. Quella firma, alla fine, è arrivata al giro di boa della sua amministrazione. Che nel bel mezzo della notte è stata spazzata via dall’operazione “Circolo Formato”, circa quaranta arresti tra i quali sindaco e tre assessori. Rimasti in carcere per anni, bollati dai giornali come «malacarne» asserviti ai clan che dopo essersi sfidati anni prima a colpi di pistola avrebbero riacceso la loro faida alle urne.

Ma Femia, che in custodia cautelare in carcere ha trascorso cinque anni e nove giorni, alla fine si è rivelato un uomo innocente. Condannato per due gradi di giudizio a 10 anni, prima che la Cassazione evidenziasse l’assenza di qualsiasi elemento che giustificasse l’ipotesi che fosse un affiliato al clan Mazzaferro, e costretto a subire un nuovo processo d’appello, per verificare se, quantomeno, ci fossero gli estremi per considerarlo un concorrente esterno. Alla fine non c’erano nemmeno quelli. Così, nel 2021, 10 anni dopo essere uscito dalla Questura di Reggio Calabria con le manette ai polsi, i giudici hanno decretato la sua innocenza «per non aver commesso il fatto». Una sentenza che nessuno ha appellato, perché ormai era chiaro a tutti: non aveva fatto niente. Così come i suoi assessori, più fortunati di lui solo perché, per loro, la scarcerazione è arrivata qualche anno prima, così come l’assoluzione.

Femia, da giorni, attraversa la Calabria sotto il vessillo del Partito Radicale per promuovere i referendum. «La gente deve fare il proprio dovere e votare cinque sì – ci dice -. E lo dico perché quello che è capitato a me non capiti più a nessuno e per avere una giustizia giusta». In Questura, quel 3 maggio 2011, gli uomini in divisa se lo contendevano per portarlo fuori, a favore di telecamere. Alla fine vinsero i più alti in grado e Femia apparve davanti agli obiettivi accompagnato da due poliziotti, col volto sconvolto, dopo l’irruzione notturna di divise e telecamere in casa sua e una giacca a coprire il luccichio delle manette. Era lui il volto a cui gli obiettivi ambivano di più, perché un sindaco che finisce in carcere con l’accusa di essere stato eletto grazie alla ‘ndrangheta non può che essere la star indiscussa di un’operazione antimafia. E quelle foto sono ancora in rete, a ricordare quanto accaduto.

In carcere, quel sindaco, divenuto in un batter d’occhi ex, ci è rimasto finché è stato possibile trattenerlo. Ma l’accusa non è mai riuscita a dimostrare l’elargizione di un solo appalto, di una concessione o di un solo finanziamento a uomini del clan. Ai suoi avvocati – Eugenio Minniti e Marco Tullio Martino – per dimostrarlo è bastato spulciare gli atti di tre anni di amministrazione, le singole assegnazioni, dirette solo nei casi di lavori da pochi centinaia di euro, e sempre affidati alla stazione unica appaltante provinciale, anche sotto soglia, proprio per fugare ogni dubbio di interferenze. Anzi, i giudici, in sentenza, hanno messo in evidenza «una serie di attività dell’amministrazione (…) finalizzate a contrastare il fenomeno mafioso ed improntate al rispetto della legge, del tutto confliggenti con gli interessi del gruppo criminale». I clan, insomma, li aveva combattuti. E tutto il resto è «un quadro probatorio del tutto privo di significatività».

Femia quell’etichetta assegnatagli d’ufficio non l’ha mai accettata. Ed è per questo che ora ha deciso di farsi promotore dei quesiti. «Non chiediamo chissà cosa: chi sbaglia è giusto che paghi – sottolinea -. Ma se una persona non commette un reato non deve pagare. E, soprattutto, non è giusto che paghi prima che sia certo che quel reato c’è stato». Il quesito che più gli sta a cuore è senza dubbio quello sul carcere. Di celle ne ha viste tre, in quei cinque lunghi anni. La prima a Reggio Calabria, «un cunicolo con 4 letti a castello, con cemento grezzo a terra, scarafaggi e topi che ci passavano sulla testa mentre dormivamo». Poi a Palermo, dove i detenuti subivano controlli notturni della polizia penitenziaria e la battitura continua, «un rumore che mi è rimasto in testa». Vibo Valentia, infine, era «un lager».

Poi c’è il quesito sulla legge Severino, che lo tocca anche come ex amministratore. «Non è costituzionalmente corretto che un politico venga fatto fuori prima che una sentenza sia definitiva: si è innocenti fino a quel momento. E vorrei dire anche che una volta pagato il debito con la giustizia è giusto potersi rifare una vita», dice. Ma anche la separazione delle funzioni «è fondamentale: non è possibile che si possa saltare da una parte all’altra: il giudice deve essere libero di giudicare e non essere “pressato” dal pm». Quelli del 12 giugno, assicura però, non sono referendum contro i magistrati. «Anzi, l’obiettivo è aiutarli a lavorare nella massima trasparenza, onestà e chiarezza, senza pressioni – conclude -. Sono cose che loro stessi dovrebbero pretendere». 

Rocco Femia, ostaggio della giustizia per 11 anni: «Un teorema giudiziario…»

 La Cassazione assolve l'ex sindaco di Marina di Gioiosa, di professione professore, che ha subito in tutto otto gradi di giudizio, tra un’accusa e l’altra. Simona Musco su Il Dubbio il 15 ottobre 2022.

Undici anni di vita in sospeso. Undici anni trascorsi tra carceri e tribunali. Poi il colpo di spugna definitivo: Rocco Femia era ed è un uomo innocente.

Lo era per quanto riguarda l’accusa di aver fatto parte di una cosca di ‘ndrangheta, lo era nella seconda versione di quell’accusa – il concorso esterno – e lo era anche per quanto riguarda quella manciata di palme piantate lungo il corso della città di cui è stato sindaco, piante che avrebbe piazzato lì solo per aiutare i clan. Nulla di tutto ciò è accaduto, ora è un dato di fatto, un dato che finirà negli archivi giudiziari.

L’ultimo capitolo di questa storia allucinante è stato scritto giovedì, quando la Cassazione ha pronunciato l’ennesima sentenza nella vita dell’ex sindaco di Marina di Gioiosa, di professione professore, che ha subito in tutto otto gradi di giudizio, tra un’accusa e l’altra. Assoluzione che è arrivata anche per l’ex assessore Vincenzo Ieraci, cancellando dunque le precedenti sentenze con le quali erano stati condannati a tre anni di carcere. Anche questa volta il fatto non sussiste. E il fatto è un’accusa di abuso d’ufficio aggravato, stralciata dal processo principale per associazione mafiosa, che gli è costato cinque anni e 10 giorni di custodia cautelare in carcere, salvo poi vedere riconosciuta la sua innocenza.

Tutto ruota attorno ad una gara d’appalto per la fornitura di 40 palme: sindaco e assessore, secondo l’accusa, avrebbero agevolato una ditta in odor di ‘ndrangheta dando in subappalto la piantumazione delle palme sul corso principale. Ma non era vero nulla: agli atti del Comune non c’era alcuna delibera di subappalto, né una determina da parte dell’ufficio tecnico. Ma soprattutto, non c’era agli atti la fattura da 1500 euro che la procura sosteneva fosse stata pagata.

La difesa – rappresentata dagli avvocati Eugenio Minniti e Marco Tullio Martino – ha portato in aula, sin dal primo grado, il responsabile del procedimento, che ha spiegato analiticamente l’iter del procedimento. Facendo notare che la ditta, poiché in ritardo con la consegna dei lavori, era stata anche costretta a pagare una multa da 700 euro. Nonostante questo, in primo grado sindaco e assessore, assieme agli imprenditori coinvolti, sono stati condannati a tre anni con l’aggravante del metodo mafioso.

Condanna ribadita dalla stessa Corte d’Appello che, dopo un calvario giudiziario dolorosissimo, aveva riconosciuto l’innocenza di Femia nel troncone principale del processo “Circolo formato”. In Cassazione, però, il procuratore generale ha chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste, evidenziando l’assoluta inconsistenza dell’accusa.

«Si è chiusa definitivamente questa tragedia architettata a tavolino – spiega Femia al Dubbio -. C’è grande soddisfazione, ma anche grande rabbia. Sono passati 11 anni per avere giustizia, anni in cui ho gridato la mia innocenza, dopo una vita distrutta, una famiglia che ha sofferto come non auguro a nessuno e una comunità che ha dovuto subire tutto questo. Ho dovuto aspettare tanto per vedere nei fatti che ciò che dicevo era vero. Erano gli altri, quelli che rappresentavano la giustizia, ad infangarmi. Ma c’è sempre un giudice a Berlino». Femia, finalmente uscito dal girone infernale della giustizia, chiederà ora il conto allo Stato per i cinque anni trascorsi dietro le sbarre. «Sono pronto a ripartire. Me lo merito», dice sorridendo al telefono ancora emozionato.

«La Corte di Cassazione, nell’annullare senza rinvio la decisione della Corte d’Appello di Reggio Calabria – commenta al Dubbio l’avvocato Minniti – ha ritenuto l’assoluta legittimità dell’operato del professore Femia e della sua amministrazione, che ha guidato dal 2008 al 2011 (fino all’arresto, ndr). Con questa sentenza, si conclude definitivamente il calvario giudiziario di quest’uomo, che da giovedì, finalmente, torna ad essere per tutti quello che è sempre stato: un cittadino senza alcuna macchia». Il troncone principale del processo si era chiuso il 10 marzo del 2021, con l’assoluzione nell’appello bis. Sentenza che la procura generale non ha impugnato, confermando, dunque, che quello ai suoi danni è stato un vero e proprio errore giudiziario.

Arrestato nel 2011 con l’operazione che svelò gli interessi della cosca Mazzaferro sulle elezioni amministrative del 2008, Femia fu condannato sia in primo grado sia in appello a dieci anni di reclusione per associazione mafiosa, indicato dai giudici come «partecipe consapevole» di tutte le dinamiche della cosca che ne avrebbe supportato l’elezione. Una certezza prima ritenuta inossidabile e che ha iniziato a vacillare in Cassazione, nel 2018, quando i giudici, escludendo categoricamente che l’ex sindaco potesse ritenersi un affiliato al clan, rispedirono gli atti alla Corte d’Appello, invitando i colleghi a capire se fosse quantomeno un concorrente esterno alla cosca e se, dunque, ci fosse stato un patto tra le due parti.

Ma nella sentenza d’appello anche quell’accusa si è sbriciolata: i giudici, infatti, hanno contestato la presenza di «un quadro probatorio del tutto privo di significatività ai fini del giudizio di colpevolezza dell’imputato per una contestazione di estrema gravità, quale quella di concorso esterno in associazione per delinquere di stampo mafioso». Insomma, il processo non avrebbe fatto emergere alcuna prova concreta a carico dell’ex sindaco. Anzi, sarebbero state diverse le evidenze di come l’amministrazione Femia, stroncata dopo tre anni con l’operazione che fece finire in carcere anche tre assessori (poi tutti assolti), si fosse impegnata nel senso opposto a quello evidenziato dall’accusa.

I giudici hanno infatti valorizzato «una serie di attività dell’amministrazione guidata dal sindaco Femia Rocco (documentate dalla difesa e non contrastate da alcuna emergenza processuale di segno contrario) finalizzate a contrastare il fenomeno mafioso ed improntate al rispetto della legge, del tutto confliggenti con gli interessi del gruppo criminale». Ora è una verità per tutti.

Processo Aemilia, prosciolto definitivamente l’ex consigliere Pagliani. Il Dubbio il 9 giugno 2022.  

Dopo sette anni si chiude in Cassazione la battaglia giudiziaria dell'avvocato e politico di Reggio Emilia. «Mi libero da un fardello folle e da un attacco personale e politico senza precedenti».

«Mi libero da un fardello folle e da un attacco personale e politico senza precedenti in questa provincia. Se fossi stato di sinistra, mai avrei patito un’accusa così ridicola». A parlare è Giuseppe Pagliani, ex consigliere provinciale e comunale di Forza Italia e Pdl a Reggio Emilia, definitivamente prosciolto in Cassazione dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.

Il politico, di professione avvocato, venne arrestato il 28 gennaio 2015 nell’ambito dell’operazione “Aemilia” contro la cosca di ‘ndrangheta emiliana. Trascorse in cella tre settimane prima che il Riesame lo liberasse. Nel processo, fu assolto in abbreviato, nel primo grado di giudizio. La Procura impugnò e fece ricorso in Appello dove venne condannato a 4 anni. La difesa, rappresentata dall’avvocato Alessandro Sivelli, ha fatto quindi ricorso in Cassazione dove venne disposto un nuovo processo conclusosi poi con l’assoluzione impugnata ancora dalla Procura generale d’Appello. Ieri in Cassazione la fine della battaglia giudiziaria: ricorso inammissibile.

«L’assoluzione definitiva in Cassazione dell’avvocato Giuseppe Pagliani dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa pone fine a una vicenda giudiziaria surreale fondata su di un teorema assurdo. Solo dopo sette anni di calvario Pagliani ora può riappropriarsi pienamente della sua vita e riprendere le sue coraggiose battaglie politiche», commenta Anna Maria Bernini, presidente dei senatori di Forza Italia. Per la quale «l’iter di questo processo resterà però come un esempio di uso ingiusto della giustizia, ed è significativo che si sia concluso alla vigilia dei cinque referendum, l’occasione storica per rendere più difficili in futuro nuove simili persecuzioni».

Ad esprimere «grande soddisfazione» è anche il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri. «Ma ci sono voluti purtroppo quasi otto anni per stabilire quello che era chiaro a chiunque conosca Giuseppe Pagliani – sottolinea Gasparri -. Il suo impegno politico e civile è sempre stato coraggioso e trasparente. In zone dove forse contrastare la sinistra dà più fastidio che altrove. In Emilia sono semmai gli esponenti di quello schieramento che dovrebbero spiegare alcune commistioni. Giuseppe Pagliani ha sempre condotto una battaglia politica a viso aperto e anche in questi anni di ingiusta persecuzione giudiziaria ha continuato a svolgere, stimato da tutti, la sua brillante attività professionale come capace e saggio avvocato. Apprezzato da tanti cittadini e da tanti imprenditori Giuseppe Pagliani meriterebbe un enorme risarcimento per le ingiustizie patite».

«Che questa sua definitiva assoluzione arrivi alla vigilia del referendum dimostra una volta di più come sia necessaria una riforma generale della giustizia che ponga fine all’uso politico che troppi togati hanno fatto del loro ruolo – conclude il senatore forzista -. Giuseppe Pagliani è stato una vittima di questi meccanismi e lo abbraccio insieme alla sua famiglia con grande gioia avendo sempre mantenuto con lui un rapporto di amicizia all’insegna della fiducia e della stima che non sono mai venute meno».

Assolto Pagliani: non aiutò la 'ndrangheta. Redazione l'11 Giugno 2022 su Il Giornale.

I rapporti del consigliere di Fi con la mafia calabrese erano solo un teorema.

Ai giudici del tribunale della Libertà di Bologna bastò leggere le carte per rendersi conto che lì dentro di prove non c'era l'ombra: il comportamento di Giuseppe Pagliani, consigliere comunale di Forza Italia a Reggio Emilia, non aveva avuto «effettiva rilevanza causale nella conservazione o nel rafforzamento delle capacità operative dell'associazione», ovvero della filiale della 'ndrangheta in Emilia Romagna. Così il 19 febbraio 2015, dopo ventidue giorni di carcere, Pagliani aveva potuto lasciare il carcere dove era stato spedito con grande risalto mediatico il 28 gennaio, uno dei 160 arrestati della megaoperazione Aemilia. Ma il tunnel giudiziario è durato altri sette anni.

Solo l'altro ieri la sentenza della Cassazione ha reso definitiva la sua assoluzione con formula piena. Se la malavita calabrese ha preso piede nella grande pianura sotto il Po, non è stato Pagliani ad aprirle le porte. Come dei giudici avevano scritto già sette anni fa.

L'ostinazione con cui la procura di Bologna ha portato avanti le accuse contro Pagliani si spiega solo con il risalto che all'epoca venne dato all'arresto suo e di un altro esponente in vista del centrodestra, il parmense Giovanni Paolo Bernini. Nella ricostruzione del pool antimafia, i due erano il coronamento del teorema, la prova provata che la 'ndrangheta in salsa emiliana non era solo una banda di criminali comuni ma anche un pericolo per le istituzioni, in grado di agganciare i canali della politica. Il Pd emiliano applaudì l'arresto di Pagliani e a Parma le manette a Bernini spianarono la strada alla conquista grillina del Comune. Il successo di Aemilia aprì al procuratore Roberto Alfonso la strada per la procura generale di Milano, il pm Marco Mescolini venne nominato capo della procura di Reggio.

Tanto sicura del fatto suo, la procura non doveva essere, dato che non presentò ricorso contro la scarcerazione di Pagliani. Al processo con rito abbreviato il pm Mescolini chiese comunque per l'esponente forzista una condanna esemplare: dodici anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Sei anni la richiesta per Bernini. Risultato: assoluzione di entrambi «per non aver commesso il fatto».

Ma mentre Bernini usciva di scena, assolto anche in appello e in Cassazione, per Pagliani la procura bolognese in appello otteneva una condanna. Quattro anni, un terzo della richiesta, ma quanto bastò ai grillini per festeggiare, «Forza Italia continua la sua tradizione di condannati per gravissimi reati di mafia». Invece non era vero niente, la Cassazione annulla tutto, nuovo processo, nuova assoluzione che ora diventa definitiva. L'unico elemento concreto contro Pagliani, l'incontro con un gruppo di calabresi, non aveva mai portato alla cosca alcun vantaggio concreto. La grande alleanza tra politica e 'ndrangheta in Emilia esisteva solo nei teoremi di Mescolini.

Ma le cicatrici restano. «È stata una carneficina personale e familiare basata sul nulla - si sfoga Pagliani all'indomani della sentenza -, un tentativo accanito di persecuzione che non ha precedenti. Se fossi stato di sinistra non avrei mai avuto questi attacchi». E se la prende anche con gli enti locali, che si sono sempre costituiti parte civile contro di lui, «sapendo benissimo di perseguitare un innocente». 

Bernini rilancia: ora si indaghi sulle collusioni tra il Pd e i clan. Luca Fazzo l'11 Giugno 2022 su Il Giornale.

Il politico: gli indizi portavano a sinistra ma i pm...

Chiuso definitivamente il capitolo sulle collusioni tra 'ndrangheta e politica in Emilia? Forse no. L'assoluzione definitiva di Giuseppe Pagliani offre lo spunto a Giovanni Paolo Bernini, l'altro politico di centrodestra finito nella retata del 2015 e assolto anche lui con formula piena, per rilanciare. Chiedendo che stavolta si indaghi nell'altra direzione, sul fronte che le indagini del pool antimafia di Bologna avrebbero sempre ignorato nonostante indizi concreti. Ovvero i rapporti dei clan con il sistema di potere di sinistra nella regione più rossa d'Italia.

Bernini ricorda che il protagonista dell'inchiesta Aemilia, il pm bolognese Marco Mescolini, approdò poco dopo alla guida della procura di Reggio. E però dovette fare le valigie, trasferito d'ufficio dal Csm per incompatibilità ambientale, dopo la rivolta dei suoi pm. Era stato lui, dissero i suoi sostituti, a decidere di rinviare la perquisizione del sindaco piddino della città del Tricolore «per non interferire con le elezioni». Alla guida della procura reggina Mescolini era arrivato grazie alle pressioni su Luca Palamara di una esponente locale del Pd, come raccontano le chat dell'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati.

Ma l'accusa che ora Bernini lancia agli inquirenti emiliani è ancora più grave: avere girato la testa quando nelle carte apparivano tracce che portavano non verso destra bensì a sinistra. «Alla luce del fiume di intercettazioni ambientali e telefoniche non tenute in considerazione - dice Bernini - e che coinvolgevano esponenti politici ed amministratori del Pd emiliano-romagnolo, chiedo la riapertura del filone di indagine sulle collusioni tra la politica e il clan calabrese. A meno che si voglia da parte di qualcuno far credere alla opinione pubblica che la malavita organizzata avesse agito da sola».

La chance per approfondire, dice Bernini, c'è: il pentimento del boss Nicola Grande Aracri, «la cui influenza ha determinato per troppo tempo le sorti del territorio emiliano infiltrandosi nel tessuto istituzionale e politico». Bernini si augura che grazie alla scelta di Grande Aracri « possano venire a galla le vere responsabilità politiche a Reggio Emilia ed in Emilia-Romagna nel favorire il radicamento della cosca».

Giuseppe Pagliani, sfogo drammatico: "Intercettati politici del Pd, solo io indagato". Paolo Ferrari su Libero Quotidiano l'11 giugno 2022

«Va assolutamente "riaperto" il processo Aemilia: mi appello al procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, il magistrato con più esperienza nel contrasto all'ndrangheta». Lo ha chiesto ieri Giovanni Paolo Bernini, esponente di Forza Italia a Parma, all'indomani dell'assoluzione definitiva da parte della Cassazione di Giuseppe Pagliani, suo collega di partito a Reggio Emilia. I due politici forzisti nel 2015 vennero travolti dalla maxi inchiesta sulla' ndrangheta al Nord condotta dalla Dda di Bologna che portò all'arresto 160 persone, di cui 117 solo in Emilia. Fra le accuse per entrambi, concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio politico-mafioso. Bernini venne assolto già in abbreviato mentre per Pagliani era partita la classica "giostra giudiziaria".

Scarcerato dal Riesame, assolto in primo grado, condannato a 4 anni di carcere in appello. Nel 2018 la Cassazione dispose un nuovo processo d'appello al termine del quale, a differenza della volta precedente e nonostante la procura generale avesse chiesto la conferma della condanna, Pagliani verrà assolto. La procura generale nei mesi scorsi si era rivolta in Cassazione contro l'assoluzione ma il ricorso è stato dichiarato inammissibile e la sentenza è diventata definitiva, «Se fossi stato di sinistra non avrei mai avuto questo attacco», ha detto Pagliani appresa la notizia del suo proscioglimento da tutte le accuse. Il riferimento di Pagliani è al fatto che in questa indagine non c'è stato alcun indagato del Pd, nonostante le numerose intercettazioni agli atti degli inquirenti abbiano attestato come le cosche calabresi di stanza di Emilia intrattenessero rapporti con esponenti di punta dei dem. «È mai possibile solo ipotizzare che in un processo alla mafia di queste dimensioni ci siano esclusivamente esponenti di Forza Italia quando è noto che i clan calabresi hanno fatto lottizzazioni immense in tutta la regione, soprattutto nei comuni di Reggio Emilia e Modena, comuni dal 1945 sempre a guida Pci-Pds-Ds-Pd?», si domanda Bernini.

Il pm titolare del processo Aemilia era stato Marco Mescolini, un tempo capo ufficio del vice ministro dello Sviluppo Economico, il senatore Roberto Pinza (Pd), durante il governo Prodi del 2006-2008, Mescolini era diventato famoso anche per essere stato un assiduo chattatore con Luca Palamara al quale chiese, ottenendolo, di essere promosso procuratore di Reggio Emilia. Le chat fra i due avevano poi determinato da parte del Csm il trasferimento per incompatibilità di Mescolini alla Procura di Firenze. Fra i motivi del provvedimento, quello di essere un magistrato che "aveva a cuore" le sorti degli esponenti locali del Pd. Era stato Bernini a sottolineare per primo questo aspetto nel suo libro che raccontava i retroscena dell'indagine Aemilia dove non erano mai stati valorizzati gli esiti investigativi dei carabinieri sui rapporti fra i politici locali del Pd e i clan cutresi. L'allora procuratore di Bologna Roberto Alfonso aveva dichiarato che erano tanti gli aspetti da approfondire emersi durante quell'indagine. E Roberto Pennisi, il sostituto della Dna che era stato applicato al procedimento, aveva chiesto di non essere riconfermato proprio per contrasti sulla conduzione delle investigazioni e sui soggetti da sottoporre a custodia cautelare. Ora la parola spetta a Gratteri.

La sentenza. Concorso esterno, assolto Massimo Grimaldi: “Finte di un incubo, oggi il mio 25 aprile”. Viviana Lanza su Il Riformista il 29 Aprile 2022. 

Per anni il sospetto sollevato da un’indagine della Dda lo aveva accompagnato in ogni sua scelta privata e politica. Quel sospetto era diventato una sorta di etichetta politica, difficile da togliersi di dosso, e si era tramutato in un capo di imputazione messo nero su bianco negli atti di un procedimento penale. Ieri il processo si è concluso con una sentenza che ribalta l’impostazione accusatoria e fa a pezzi quell’etichetta. Massimo Grimaldi, consigliere regionale in quota Forza Italia, è stato assolto con la formula «perché il fatto non sussiste».

Il verdetto, pronunciato dal giudice dell’udienza preliminare Nicoletta Campanaro al termine del rito abbreviato demolisce l’impostazione accusatoria, condividendo la tesi degli avvocati del collegio di difesa, i penalisti Claudio Botti e Carlo De Stavola. I dettagli della motivazione saranno noti con il deposito della sentenza. Per il momento parla il dispositivo: assoluzione. «È finalmente finito un incubo durato anni che ha causato tanta sofferenza a me e alla mia famiglia . Ringrazio i miei avvocati che hanno sempre creduto in me e i giudici che si sono letti le carte. Ho sempre rispettato anche il lavoro della Procura, chi ha condotto le indagini ha fatto il proprio dovere. Ora continuerò con passione la mia attività di consigliere e di esponente di partito. Oggi è il mio vero 25 aprile», è stato il commento di Grimaldi alla notizia della sentenza di assoluzione. Casertano, di Sessa Aurunca, Grimaldi siede in consiglio regionale da oltre quindici anni, prima con il Nuovo Psi e poi con Forza Italia.

Nel 2019 i pm della Direzione distrettuale antimafia ne avevano chiesto l’arresto, misura cautelare respinta dal gip per insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza. Grimaldi era accusato di aver ottenuto sostegno elettorale da uomini legati alla camorra del clan dei Casalesi e di conseguenza di rappresentare non la cittadinanza ma gli interessi dei clan. Di qui l’accusa di concorso esterno in associazione a delinquere di stampo camorristico. Accusa per la quale la Dda aveva chiesto la condanna del consigliere regionale a otto anni di reclusione. Tutto nasceva da un’inchiesta del 2017 che, per la seconda volta (un primo filone nel 2015 si era concluso con un’archiviazione), ipotizzava trame tra camorristi e politici. Venuto a conoscenza del fatto di essere stato iscritto nel registro degli indagati, Massimo Grimaldi si presentò spontaneamente alla Procura partenopea per essere interrogato e provare a chiarire la sua posizione di fronte alle dichiarazioni di ex affiliati al clan dei Casalesi i quali, da collaboratori di giustizia, avevano raccontato del sostegno elettorale fornito al consigliere dal clan in occasione delle elezioni regionali del 2005, 2010 e 2015, nelle quali Grimaldi era sempre stato eletto.

Prima ancora che questi sospetti si tramutassero in qualcosa di più concreto sul piano giudiziario, la gogna mediatica e politica partì inesorabile. Quello di Grimaldi divenne un caso che leader politici di altri partiti citarono per sostenere la richiesta di una revisione della legge sugli scioglimenti in modo da far includere anche i consigli regionali o per sostenere l’idea di un “patto liste pulite”. Insomma tutti a puntare il dito prima ancora che vi fosse il processo. Poi il processo c’è stato, e veniamo a questi giorni. Per le elezioni degli anni 2005 e 2015 i pm avevano chiesto l’assoluzione del consigliere regionale, per le elezioni del 2010 invece la condanna. Nel confronto poi con la tesi difensiva sono emerse le contraddizioni dei pentiti: per esempio, in alcuni Comuni dove i collaboratori avevano parlato di sostegno del clan Grimaldi non prese neanche una preferenza. Di qui l’inattendibilità della ricostruzione accusatoria dei collaboratori e il crollo delle accuse. Quindi la sentenza di ieri: «Il fatto non sussiste».

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Non favorì il clan dei Casalesi, assolto l’ex senatore Tommaso Barbato. La Cassazione aveva ravvisato nelle due sentenze di violazioni di legge ed errori nella valutazione delle prove rinviando ad altra sezione della Corte di Appello di Napoli il nuovo giudizio di merito. Il Dubbio il 22 aprile 2022.

La terza sezione di Corte d’Appello di Napoli ha assolto in maniera definitiva l’ex senatore Tommaso Barbato per il reato di concorso esterno per aver fatto parte del clan dei Casalesi. Era stata già la Corte di Cassazione ad annullare le altre due sentenze del Tribunale di Napoli Nord e dalla I Sezione Penale della Corte di Appello di Napoli dove Barbato era stato condannato.

La Suprema Corte però aveva ravvisato nelle due sentenze di violazioni di legge ed errori nella valutazione delle prove rinviando ad altra sezione della Corte di Appello di Napoli il nuovo giudizio di merito. Oggi la sentenza definitiva di assoluzione. L’ex senatore è stato assistito nella lunga vicenda processuale dagli avvocati Francesco Picca e Claudio Botti.

La sentenza. Concorso esterno, assoluzione dopo anni di gogna per l’ex senatore Barbato. Viviana Lanza su Il Riformista il 22 Aprile 2022. 

Un incubo giudiziario finito. La Corte di Appello di Napoli (terza sezione penale) ha messo fine con una sentenza alla vicenda processuale che ha visto coinvolto l’ex senatore Udeur Tommaso Barbato, imputato per il reato di concorso esterno con il sospetto di aver avuto contatti con il clan dei Casalesi. Assoluzione, recita il dispositivo della sentenza. Accolta, dunque, la tesi della difesa (l’ex senatore è stato difeso dagli avvocati Francesco Picca e Claudio Botti).

Era stata già la Corte di Cassazione ad annullare le due precedenti sentenze, adottate dal Tribunale di Napoli Nord e dalla prima sezione penale della Corte di Appello di Napoli, con le quali Barbato era stato riconosciuto colpevole del reato di concorso esterno rispetto al clan dei Casalesi. La Cassazione, infatti, aveva ravvisato nelle due sentenze di merito gravi violazioni di legge e clamorosi errori nella valutazione delle prove rinviando ad altra sezione della Corte di Appello il nuovo giudizio di merito. Ed ecco, dunque, come si è arrivati a celebrare il nuovo processo di secondo grado che ieri si è concluso con una sentenza di assoluzione. Cadute le accuse che indicavano l’ex senatore tra coloro che avrebbero stretto un patto politico-mafioso con il clan casertano allo scopo – sempre secondo la ricostruzione della Procura bocciata ieri dalla Corte d’Appello – di ottenere l’affidamento, in favore di imprese riconducibili al clan, di lavori nell’ambito della gestione dell’acquedotto della Campania.

“Inchiesta Medea”, così salì alle cronache con il solito risalto mediatico che ha questo tipo di inchieste. Un episodio di corruzione è stato dichiarato prescritto. Di Barbato si era parlato recentemente per una foto scattata assieme al pm e politico Catello Maresca. La foto era di marzo scorso e destò scalpore perché Maresca da pm, nel 2014, aveva firmato alcuni atti dell’inchiesta che coinvolgeva proprio Barbato. Tanto rumore per nulla.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Si sgonfia l’impianto accusatorio. Inchiesta Petrolmafia, non era mafia: fioccano le assoluzioni. Umberto Baccolo su Il Riformista il 14 Aprile 2022. 

Dopo Mafia Capitale, che non era Mafia per niente, ecco un altro caso di una mafia che non esiste. Ma come in quel caso, nel tempo che ci è voluto a scoprirlo aziende rimangono distrutte, centinaia di persone si ritrovano a casa senza lavoro (qui oltre 400), e c’è chi ha fatto la custodia cautelare in carcere o ai domiciliari. Questa volta a sgonfiarsi vertiginosamente è stato l’impianto accusatorio di Petrolmafie, inchiesta che ha coinvolto le Procure Antimafia di Roma, Napoli, Catanzaro e Reggio Calabria il cui obiettivo era dimostrare il coinvolgimento di associazioni mafiose nella commercializzazione illegale di carburanti, riciclando milioni di euro. Se non che il 6 aprile a Roma, uno dei filoni principali dell’inchiesta si è concluso con due dei principali imputati, Francesco Mazzarella e Salvatore D’Amico, imputati per tentata estorsione ed illecita concorrenza, sono stati scagionati del tutto non solo da quelle accuse, ma pure da quelle di mafia, il 416bis, insieme ad altri 4 coimputati che hanno avuto invece condanne a 1/2 anni per piccoli reati (quando la Procura ne chiedeva a botte di 12).

Questa sentenza a sorpresa indubbiamente va a mettere in crisi tutto il castello inquisitorio e la sua credibilità, anche per quel che riguarda la posizione della più celebre imputata, cioè l’ex cantante Anna Bettozzi, in arte Ana Betz, erede dell’impero economico del defunto marito petroliere Sergio Di Cesare. La Bettozzi nell’aprile del 2021 è stata arrestata in un maxi blitz della finanza, accusata di essere in affari con il clan Moccia. Per la Bettozzi sono stati chiesti addirittura 14 anni e 2 mesi, che sarebbe una condanna veramente esagerata, degna di un capo clan: il gup a breve dovrà prendere la sua decisione, ma ciò che nel frattempo è successo apre troppi dubbi sul procedimento. A titolo di esempio, la procura di Lecce prima degli arresti aveva sequestrato il deposito della Bettozzi, ma di recente la Cassazione ha disposto il dissequestro: come si concilia, verrebbe da chiedersi, la pronuncia della Cassazione con il mantenimento del sequestro ancora in realtà nelle mani dell’amministratore giudiziario (e questa sui sequestri preventivi è una delle grandi battaglie di noi di Nessuno tocchi Caino negli ultimi anni, visto il modo indecente in cui sono gestiti e i tantissimi innocenti rovinati per sempre economicamente e socialmente da queste misure di prevenzione)?

Ma fosse solo quello… perché come si scriveva sopra stanno inizando a fioccare le assoluzioni dei vari coimputati dall’accusa principe, quella che tiene tutto assieme, cioè quella di 416bis: non è solo il caso del 6 aprile a Roma, ma c’è stata anche la sentenza di Napoli, che ha mandato assolti dalle accuse di mafia e riciclaggio per i Moccia altri sei imputati principali, tra cui Silvia Coppola, figlia di Alberto, e Giuseppe Vivese, braccio destro di Moccia. Dopo simili sentenze a Napoli e a Roma, risulta davvero difficile pensare che la Bettozzi possa essere condannata per un’associazione mafiosa della quale sembra praticamente nessun altro dei coinvolti già arrivati a sentenza fosse parte, e per un riciclaggio che per ora sembra non esserci mai stato. Umberto Baccolo

Fulvio Fiano per il “Corriere della Sera” il 13 ottobre 2022.

Imprenditrice, cantante, animatrice dei cosiddetti salotti romani, amica di potenti e (presunta) fidanzata di attori famosi. Soprattutto ereditiera dell'impero economico del marito Sergio Di Cesare e, da ultimo, a capo di una organizzazione dedita al contrabbando di derivati petroliferi con una serie di reati connessi e legami con importanti clan malavitosi. 

Ieri, a 63 anni, Anna Bettozzi, in arte Ana Bettz, arrestata nell'aprile del 2021 con 74 persone, è stata condannata in abbreviato a 13 anni e due mesi di carcere (si trova ai domiciliari). I pm Margio e Fasanelli ne avevano chiesti 14: assieme alla associazione a delinquere, al riciclaggio, alle false fatture e ai reati fiscali (185 milioni evasi tra Iva, accise, Ires), davanti al gup ha retto anche l'aggravante mafiosa. Con lei altri otto sono stati condannati a pene comprese tra i 9 anni e 4 mesi e i 4 anni e 2 mesi.

Una vita per certi versi rocambolesca, quella della 63enne. Nata a Porto Rotondo, entra nel mondo degli affari nel settore immobiliare. 

Sposa De Cesare e nel 1999 insieme a lui viene tenuta prigioniera per una notte nella loro residenza sull'Appia Antica, al Quarto Miglio, nel corso di una rapina in cui i banditi portano via soldi e preziosi per 100 milioni di lire. 

La sua vera vocazione è però quella dello spettacolo: show girl e ballerina, nei primi anni 2000 cambia nome, da bruna passa a bionda e si dà alla musica, ottenendo successo più all'estero (Russia e Inghilterra) che in Italia. Il suo primo videoclip «Ecstasy» vanta lo stesso produttore di Madonna e Michael Jackson. Arriva anche in tv come ospite fissa a «Quelli che il calcio». 

Con la consulenza di immagine di Lele Mora offre alle cronache il suo fidanzamento con Gabriel Garko (dietro il quale ci sarebbe in realtà un compenso in nero per pubblicizzare il marchio, l'attore non è indagato) così come fanno parlare le sue feste in terrazzo con giornalisti, magistrati (anche Luca Palamara) e nomi noti della mondanità. 

È stata vicina di villa in costa Smeralda di Silvio Berlusconi e vantava rapporti d'affari (estranei all'inchiesta) con Marco Tronchetti Provera. Bettz viene arrestata alla frontiera di Ventimiglia mentre a bordo di una Rolls Royce è diretta a Cannes, tenendo accanto una scatola di stivali a gamba alta che celano 300mila euro in contanti.

Gli accertamenti di carabinieri e finanza la inquadrano come capo indiscusso dell'associazione che quadruplica il fatturato della Max Petroli grazie alle relazioni con i Moccia, i Casalesi (un miliardo di finanziamenti in cambio di riciclaggio), i Piromalli e i Mancuso. È lei a tenere la gestione anche dopo la trasformazione in Made Petrol Italia, diretta formalmente dalla figlia 27enne Virginia Di Cesare.

La giovane finisce ai domiciliari assieme all'altro figlio (40enne) di Bettz, suo nipote, il nuovo compagno Felice D'Agostino (ritenuto il trait d'union con la camorra) e l'avvocato Ilario D'Apolito, che al momento dell'arresto le consiglia al telefono di nascondere la chiave di una cassetta di sicurezza nella tasca dell'autista: è quella dell'hotel Gallia a Milano, dove viene trovato un altro milione e 400mila euro. «A' Pie' - diceva Bettz alla sorella - io dietro c'ho la camorra». In un'altra telefonata racconta di aver prelevato 8 milioni «per metterli al sicuro». La sua ascesa finisce un anno e mezzo fa con l'arresto e ora la

“Lady Petrolio” Anna Bettozzi, in arte Ana Bettz condannata a 13 anni di carcere per riciclaggio. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 15 Ottobre 2022. 

La Bettozzi usava la mafia per avere denaro e la mafia usava l'azienda della Bettozzi per moltiplicarlo ed entrare in un business importante. La donna venne arrestata nel maggio del 2019, mentre era a bordo di una Rolls Royce insieme all'attore Gabriel Garko alla frontiera di Ventimiglia con la Francia mentre era diretta al Festival di Cannes. In quella occasione la Guardia di Finanza la trovò in possesso di 300.000 euro in contanti occultati dentro una scatola di stivali a gamba alta

Anna Bettozzi “Lady Petrolio” imprenditrice, cantante, animatrice dei salotti romani, amica di potenti e (presunta) fidanzata di attori famosi vedova del petroliere romano Sergio Di Cesare, Dopo un passato da agente immobiliare e da aspirante popstar, adesso la donna sessantatreenne si è garantita un futuro da detenuta, essendo attualmente in detenzione domiciliare, è stata condannata con il rito abbreviato, che riduce ad 1/3 la pena prevista dal Codice, a 13 anni e 2 mesi di reclusione nel corso dell’udienza preliminare a Roma, in uno dei filoni della maxindagine sulle Petrol Mafie Spa. Nel processo sono state condannate altre otto persone, con pene comprese tra i 9 anni e 4 mesi e i 4 anni e 2 mesi. È stata anche disposta la confisca di 180 milioni di euro.

La Bettozzi venne arrestata nel maggio del 2019, mentre era a bordo di una Rolls Royce insieme all’attore Gabriel Garko alla frontiera di Ventimiglia con la Francia mentre era diretta al Festival di Cannes. In quella occasione la Guardia di Finanza la trovò in possesso di 300.000 euro in contanti occultati dentro una scatola di stivali a gamba alta e nel corso di una perquisizione in albergo a Milano le furono trovati altri 1,4 milioni di euro in contanti, che vennero messi sotto sequestro.

Con la consulenza di immagine di Lele Mora che spacciò alle cronache del gossip un suo chiacchierato fidanzamento con Gabriel Garko, che a distanza di tempo ha fatto pubblico “coming out”. Al tempo la Bettozzi aveva dichiarato ai giornali “Lo amo incondizionatamente“. 

Solo che da una intercettazione allegata all’inchiesta giudiziaria, risulta che l’attore aveva pattuito con “Lady Petrolio”, prima di un finto bacio tra i due immortalato dai paparazzi, un compenso di 250mila euro, dei quali la maggior parte sarebbe dovuta essere consegnata in contanti. Le prove sono contenute nelle telefonate intercettate. La sera del 28 febbraio 2019, ad esempio, Anna Bettozzi arriva alla stazione di Milano. Alle 19.41 chiama Garko e discutono del contratto. L’attore si lamenta: “Si era parlato del contratto in un certo modo…poi a me è arrivato un contratto fatto in un altro….il contratto era da 200mila“. “E quanto doveva essere?”. chiede la Bettozzi. “Il contratto doveva essere da cento”. risponde Garko. “100 in nero e 100 in fatturato, sul contratto va messo solo il fatturato. Il cash prima del contratto“.

I pm Margio e Fasanelli davanti al Gup avevano chiesto una condanna a quattordici anni, contestando insieme alla associazione a delinquere, al riciclaggio, alle false fatture e ai reati fiscali (185 milioni evasi tra Iva, accise, Ires), anche l’aggravante mafiosa che è stata riconosciuta. 

Le indagini congiunte della Guardia di Finanza e dei Carabinieri  con quattro diverse procure Antimafia (Roma, Napoli, Reggio Calabria, Catanzaro) hanno portato alla luce un vasto giro di riciclaggio e autoriciclaggio e ripetute frodi nel settore degli oli minerali. In tutte le inchieste è stata evidenziata la “nefasta sinergia” tra mafie e colletti bianchi. Tra gli altri reati contestati dai giudici c’erano anche l’associazione per delinquere costituita per la commissione di plurimi reati tributari, illecita commercializzazione di prodotti petroliferi. Il tutto anche con il fine di agevolare le attività di associazioni della criminalità organizzata.

La Bettozzi ben “conosce i meccanismi fraudolenti già contestati al marito dal quale ha ereditato l’azienda, non è affatto una sprovveduta nel coltivare un rapporto apparentemente stravagante”. È Coppola a inserire la Bettozzi nel mondo campano, dove società presentano finte dichiarazioni di intento, fatturando poi fittiziamente. L’immagine di un garage dove hanno sede decine di aziende, gestite di fatto da personaggi di facciata che al telefono si confondono anche sul nome delle società che avrebbero dovuto rappresentare, fotografa il meccanismo utilizzato per frodare il Fisco attraverso teste di legno. “La figura del professionista terzo da nominare amministratore serve solo come specchietto per le allodole e per scaricare responsabilità – scrivono gli inquirenti – Unica obiezione, bisogna mettere al posto di comando (apparente) una persona credibile, non i soliti “rumeni sdentati“, come diceva la Bettozzi che usava la mafia per avere denaro e la mafia usava l’azienda della Bettozzi per moltiplicarlo ed entrare in un business importante.

Gli accertamenti congiunti svolti dai Carabinieri e Guardia di finanza al centro delle inchieste delle procure di Roma e Napoli, la inquadrano come capo indiscusso dell’associazione in relazione con i Moccia, i Casalesi (un miliardo di finanziamenti in cambio di riciclaggio), i Piromalli e i Mancuso grazie ai quali quadruplica il fatturato della Max Petroli. di cui era amministratrice la Bettozzi, indicata come “capo” indiscusso del sodalizio criminale. La società successivamente era stata trasformata nella “Made Petrol Italia” guidata dalla figlia Virginia Di Cesare ma, secondo gli investigatori, in realtà sempre sotto il controllo dalla madre. La ragazza è finita ai domiciliari assieme all’altro figlio (40enne) della Bettozzi, suo nipote, il nuovo compagno Felice D’Agostino (ritenuto il collegamento con la camorra) e l’avvocato Ilario D’Apolito, che al momento dell’arresto le consigliò al telefono di nascondere la chiave di una cassetta di sicurezza nella tasca dell’autista, che era quella dell’hotel Gallia a Milano, dove viene trovato un altro milione e 400mila euro. 

In una intercettazione la Bettozzi parlando con sua sorella Piera, diceva: “Ah Piè , io dietro c’ho la camorra!”. Secondo gli inquirenti la donna era del tutto consapevole di chi erano i suoi nuovi soci in affari. Secondo l’accusa legarsi a gruppi camorristici è stato per “Lady Petrolio” molto vantaggioso: il giro d’affari della sua società petrolifera, grazie ai capitali illeciti da riciclare, nel giro di tre anni era passato da 9 a 370 milioni di euro .

Negli atti si legge che sua figlia, Virginia di Cesare, proponeva a un altro indagato di nominare Giulio Tremonti nel consiglio di amministrazione: “L’amministratore può anche non essere a conoscenza dell’eventuale falsità delle dichiarazioni di intento visto che è il cliente a dichiarare di possedere i requisiti di esportatore abituale ed è l’Agenzia delle Entrate che avalla la richiesti”. L’interlocutore è perplesso. Tremonti si accorgerebbe delle modalità illecite con cui la società opera e perciò non accetterebbe mai un incarico simile. Sarebbe meglio, dicono, individuare un soggetto che abbia in passato rivestito un ruolo nella Guardia di Finanza, che possa bloccare sul nascere eventuali indagini.

“Ho commesso degli errori e sono pronta a pagare, ma non mai avuto nulla a che fare con la criminalità organizzata”, si era già difesa la Bettozzi riferendosi a quelle intercettazioni con la sorella Piera. “Anna Bettozzi è riuscita ad evitare l’abbraccio mortale con il clan Moccia servendosene ma conservando la sua autonomia“, spiegavano i magistrati dopo l’arresto. Di fatto però “la partecipazione tramite Alberto Coppola del clan Moccia alle dinamiche criminali del sodalizio capeggiato da Anna Bettozzi valeva circa un terzo degli investimenti”. Accuse che i penalisti del suo nutrito collegio difensivo composto dagli avvocati Cesare Placanica, Gianluca Tognozzi, Pierpaolo Dell’Anno e Antonio Ingroia contestano, sostenendo “”l’inesistenza di ogni minima collusione con la criminalità organizzata e confidando che l’effettiva comprensione dei meccanismi fiscali possa determinare l’esclusione degli altri profili di colpa”. Ma così non è stato. Redazione CdG 1947

Lady Petrolio, condanna a 13 anni e 2 mesi di carcere. Anna Bettozzi avrebbe frodato l'Iva e le accise vendendo carburante di contrabbando. Stefano Vladovich il 13 Ottobre 2022 su Il Giornale.

Con la sorella si vantava di avere dalla sua camorristi di rango. Come il clan Moccia di Afragola o i Casalesi di Casal di Principe. Anna Bettozzi, cantante e soubrettina vedova del petroliere Sergio Di Cesare, è stata condannata ieri, con rito abbreviato, a 13 anni e due mesi di carcere assieme ad altri otto imputati per riciclaggio. Indagata dalle Procure antimafia di tutt'Italia, nel maggio 2019 lady Petrolio viene fermata alla frontiera di Ventimiglia su una Rolls Royce con 300mila euro nascosti in uno stivale. «Vado al Festival di Cannes - dice agli agenti -, i soldi sono per albergo e ristoranti. Problemi?». Nella sua suite a Milano un altro milione e 400mila euro in contanti.

Parte l'indagine Petrol Mafie per smantellare un riciclaggio di denaro in cui la Bettz è una pedina importante. Gli uomini dello Scico le stanno dietro da tempo. Il mese prima, al telefono con la sorella Piera, cerca di scoraggiarla sulla gestione di un deposito carburanti: «A Piè, ma ndo cvai? Te stanno a pija pe' culo! Io dietro c'ho la camorra». Una confessione che la lega alle famiglie che contano: dai camorristi noti, alla ndrangheta comandata dai Piromalli, i Labate, i Pelle e gli Italiano nel Reggino, nonché i Piscopisani a Catanzaro.

Oltre alla sua altre otto condanne comprese tra i 9 anni e 4 mesi ai 4 anni e 2 mesi per associazione a delinquere finalizzata alla commissione di vari reati tributari, illecita commercializzazione di prodotti petroliferi, riciclaggio, autoriciclaggio con l'aggravante di agevolare associazioni di stampo mafioso. Dalle indagini della Dda la Bettozzi, gestendo una società al collasso finanziario, trova nei soldi sporchi della mafia la soluzione a tutti i suoi problemi. Le iniezioni di liquidità dei clan salvano la sua azienda: il volume di affari in tre anni passa dai 9 milioni di euro a 370. Il sistema per fare una valanga di denaro è incentrato sul business dei prodotti petroliferi attraverso società di comodo, godendo di agevolazioni fiscali. Centro del malaffare la Italpetroli spa di Locri dove le varie società acquistano petrolio e derivati senza Iva. Dopo una serie di passaggi basati su false fatturazioni e prestanome, le società cartiere cedono i prodotti, a prezzi concorrenziali, a clienti «amici».

La Bettozzi ha un ruolo chiave da quando eredita l'impero del marito, la Max Petroli srl, poi Made Petrol Italia srl. Un impero, però, in stato di crisi. A ottenere soldi l'aiuta l'amico imprenditore Alberto Coppola, parente di Antonio Moccia. Nella sentenza di ieri è stata disposta la confisca di oltre 186 milioni.

Il folle caso. “Il dramma di Andrea Bulgarella, accuse inventate ma nessuno ora gli apre un conto”, intervista a Giovanni Guzzetta. Paolo Comi su Il Riformista il 17 Marzo 2022. 

«Si ricorda il libro di Joseph Heller, Comma 22? Ecco, siamo finiti purtroppo nella stessa identica situazione», dice sconsolato il professor Giovanni Guzzetta, difensore di Andrea Bulgarella, un imprenditore di Trapani nel settore alberghiero accusato di essere stato in affari con il super boss Matteo Messina Denaro. «Nonostante Bulgarella sia scagionato da tutte le accuse – prosegue Guzzetta – per la banche continua a essere considerato un soggetto estremamente pericoloso: a oggi nessun istituto di credito sul territorio nazionale è infatti disponibile ad aprirgli un conto corrente».

Il procedimento a carico di Bulgarella si è chiuso da tempo con un nulla di fatto già nella fase delle indagini preliminari. I magistrati di Firenze, il procuratore Giuseppe Creazzo ed i pm Alessandro Crimi e Angela Pietroiusti, erano invece convinti che Bulgarella fosse addirittura l’imprenditore di riferimento di Cosa Nostra. I carabinieri del Ros, che condussero le indagini, avevano ipotizzato che Bulgarella avesse reimpiegato in Toscana i capitali del clan di Messina Denaro. Accuse pesantissime che, come detto, sono evaporate già prima di arrivare davanti al giudice.

Professor Guzzetta, il fascicolo nei confronti di Bulgarella si è chiuso ma non nel caso concreto non è cambiato nulla.

Esatto. Premesso che i danni economici subiti da Bulgarella a causa di questa indagine sono stati enormi dal momento che ha dovuto vendere tutte le proprietà, il futuro non è affatto roseo.

Ci spieghi.

Essendosi il procedimento chiuso nella fase delle indagini preliminari, quindi senza una sentenza di assoluzione nel merito, Bulgarella non potrà avere alcun risarcimento. Ma questo è il meno. Il problema principale adesso è non riuscire ad aprire un conto corrente e quindi a lavorare.

È difficile fare l’imprenditore senza almeno un conto corrente…

Esatto. È un uomo morto, non è in condizione di fare pagamenti di qualsiasi genere: dai fornitori ai dipendenti. Con i limiti che esistono sui pagamenti in contante di fatto è impossibile. Bulgarella non può effettuare alcuna operazione.

Possiamo ricostruire l’accaduto?

Quando scoppiò l’indagine, i conti bancari di Bulgarella vennero immediatamente chiusi senza alcuna motivazione.

Come andò nel concreto?

Molto semplice: le banche hanno receduto dal contratto.

Potevano?

Certo, c’è una disposizione del codice civile che lo prevede. Ricordo però che il codice civile risale al 1942 e all’epoca nessuno si era posto il problema che si potessero chiudere i conti correnti. Oggi ci sono le norme sull’antiriciclaggio che hanno modificato il quadro normativo.

Ma ora che Bulgarella è stato scagionato da tutte le accuse? Le banche devono per forza prenderne atto.

Ripeto, non è cambiato nulla.

Avete provato a chiedere spiegazioni?

Il sistema bancario non permettere di accedere ad alcuna informazione: appena si digita il nome di Bulgarella in un qualsiasi istituto bancario appare un “alert” sullo schermo che blocca tutte le procedure che sono in essere.

Avete provato allora a scrivere alla Banca d’Italia?

Sì, ma nessuno ci ha risposto.

E avete provato a chiedere al giudice visto che tutto è nato da un procedimento giudiziario?

Sì. Abbiamo chiesto al giudice che sollevasse il conflitto di legittimità costituzionale su questa norma contenuta nel codice civile. Ma il giudice non ha ritenuto di dover procedere.

È la teoria di Davigo: Bulgarella è un colpevole però non sono state trovate le prove.

Esatto. Bulgarella per lo Stato italiano è un paria. Pur essendo innocente, è nelle stesse condizioni di chi ha riportato condanne gravissime per associazione a delinquere.

Una situazione paradossale a dir poco.

Guardi, qui si sta ammazzando un imprenditore onesto. Essere siciliano significa essere attinto da un pregiudizio insuperabile. Per Bulgarella vale la presunzione colpevolezza.

Ci dovrà essere una soluzione da qualche parte.

Bulgarella, purtroppo, è finito nel classico imbuto senza uscita.

Paolo Comi

L'incredibile strafalcione dei magistrati. “È l’autosalone del clan”, confiscato ma era quello sbagliato: due imprenditori chiedono 6 milioni di risarcimento. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 23 Febbraio 2022. 

Se la Presidenza del Consiglio accoglierà la richiesta di risarcimento dell’avvocato romano Andrea Rossi per conto dei suoi clienti, gestori dell’autosalone Gamma di Ostia, sarà lo Stato a pagare, con la bella cifra di sei milioni e centomila euro, per la “colpa grave” di pubblici ministeri e giudici. Oltre agli uomini della Guardia di finanza. Sono stati commessi errori, o c’è invece “colpa grave” per imperizia, incuria, scarsa professionalità? Errore, no di certo, nella vicenda che stiamo per raccontarvi. E se finirà con il risarcimento ai due soci della “Gamma srl”, titolari di un autosalone di Ostia dal 1996, sappiamo già che il denaro uscirà dalle tasche di tutti noi cittadini, perché i magistrati che sbagliano non pagano mai, grazie anche all’ultima decisione della Corte Costituzionale. Quella che secondo il neo Presidente Giuliano Amato, non avrebbe dovuto “cercare il pelo nell’uovo” e che invece l’ha trovato nel proteggere le spalle alle toghe. E vedremo anche se di questi magistrati, e delle loro responsabilità, si occuperà il Csm.

Partiamo dal 2015 e dalle inchieste di mafia che coinvolgono le famiglie degli Spada sul litorale di Ostia. C’è un “pentito” romeno (poteva mancare?) di nome Paul Dociu il quale, sentito dalla procura di Roma (pm Ilaria Calò, dal 2020 nominata procuratore aggiunto dal Csm) unitamente agli uomini dello Sco, segnalava l’esistenza dell’autosalone “Rosa car”, gestito dagli Spada in via dei Romagnoli 147/151 a Ostia, dando anche indicazioni piuttosto precise sull’ubicazione: “Prima del cavalcavia e dopo un albergo”. Chiarissimo. Tanto che gli uomini della squadra mobile annotano che l’autosalone chiamato “Rosa car” in via dei Romagnoli 147/151 svolge “attività commerciale di fatto di proprietà di Carmine Spada e Carlo Franzese”. Da quel momento le indagini dei pubblici ministeri Ilaria Calò e Mario Palazzi si intensificano, con intercettazioni nei locali di vendita auto che porteranno a numerosi arresti e alla chiusura del “Rosa car”. Agli esponenti della famiglia Spada viene contestata l’aggravante mafiosa, quindi, in contemporanea alle indagini penali parte anche il procedimento delle misure di prevenzione, che sono affidate alla Guardia di finanza.

Sono passati due anni dall’inizio dell’inchiesta e dalla collaborazione di Paul Dociu che con tanta abbondanza di particolari aveva indicato l’autosalone “Rosa car” come luogo di incontri e di affari del clan. A questo punto che cosa fanno i solerti agenti del Gico specializzati nelle misure interdittive? Pur disponendo dell’intera deposizione del “pentito”, ne leggono solo una riassuntiva e priva di tutti quei bei particolari che il cittadino romeno aveva sciorinato con tanta cura. Poi vanno sul luogo a cercare l’autosalone. Solo che il “Rosa car” non c’è più, è stato chiuso su disposizione dell’autorità giudiziaria. Al suo posto c’è un parrucchiere. Un attimo di smarrimento. Poi la genialata, visto che 350 metri più in là ce ne è un altro, di venditore di auto. Vabbè, si chiama in un altro modo, “Gamma auto”, ma fa lo stesso. Conseguenza? La Guardia di finanza, sulla base di questo primo “errore”, presenta la proposta della procedura di prevenzione nei confronti dei titolari dell’autosalone, Piergiorgio Capra e Giovanni Deturres.

L’incubo ha inizio. Perché a “errore” si somma “errore”. Signori del Csm state a sentire! A chi si rivolgono gli uomini del Gico per aprire quella procedura di prevenzione che ha ormai sostituito per durezza la stessa indagine penale nell’antimafia? Naturalmente ai pubblici ministeri Calò e Palazzi, gli stessi che hanno indagato, intercettato e poi chiuso il “Rosa car” degli Spada. Si accorgeranno dell’errore, penserà qualcuno. Assolutamente no. Forse erano distratti da altri problemi, dalla carriera, dalle correnti sindacali, chissà. Ma la cosa più incredibile è che i due pm usano le dichiarazioni del “pentito” Dociu per chiedere e ottenere il sequestro e la confisca della “Gamma auto”, che diventa improvvisamente luogo di riferimento del clan degli Spada. Così non aveva detto il collaboratore di giustizia, ma così viene stabilito dalla Procura di Roma e anche dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale. Parte l’amministrazione giudiziaria. I due soci si affannano a raccogliere e presentare documenti, fanno ricorsi, ma invano. La giustizia ha i suoi tempi e le sue regole, anche quella di inghiottire i propri “errori”.

La società “Gamma auto” e le stesse persone dei due soci finiscono nel meccanismo infernale del “sistema prevenzione”, quello che nel libro di Nessuno tocchi Caino (Quando prevenire è peggio che punire) viene bollato come vera inquisizione. I magistrati contestano alla società di non aver presentato i bilanci. Ma è falso, come risulta anche dalla certificazione della Camera di commercio. Nell’analisi della congruità dei redditi degli Spada vengono coinvolti anche Piergiorgio Capra e Giovanni Deturres, cosa inusuale in quanto “terzi”. Ma si compiono addirittura strafalcioni. Si contesta al primo il fatto che, perché il suo reddito fosse “congruo” con il giro d’affari della società, avrebbe dovuto denunciare almeno trentasei milioni di lire nell’anno 1990. Cioè quando lui aveva diciannove anni e, avendo ripetuto una classe, andava ancora a scuola. Del suo socio, che è più anziano, sono stati cancellati vent’anni di lavoro dipendente con relativi versamenti contributivi. Inoltre, ogni versamento di denaro proveniente dal conto corrente della madre di Piergiorgio Capra viene attribuito agli Spada. Sciatteria, incapacità professionale? Come dobbiamo qualificare questo inferno, questa tortura, questo incubo?

L’incubo è finito, almeno nella sua parte principale, dopo tre anni, quando, e siamo al 3 dicembre 2021, passa in giudicato il decreto del 18 novembre precedente con cui la Corte d’Appello di Roma ha revocato il sequestro e la confisca della Gamma Auto srl e dell’Autosalone, e poi restituito a Capra e Detorres le quote della società e l’azienda. Ma nel frattempo che cosa era accaduto nei tre anni di passione? In seguito al sequestro e confisca della società, i due titolari hanno sostenuto spese per l’amministrazione giudiziaria, sono finiti nelle black list bancarie, assicurative e finanziarie, hanno visto i conti correnti chiusi, e dopo la “riemersione” bancaria, hanno subito l’applicazione dei massimi interessi. Oltre al danno d’immagine e la distruzione di tre anni di vita, il peso economico di tutta la vicenda è stato notevole. Giusto quindi chiedere il risarcimento.

Ma tutto il resto? È sconvolto, “anche sul piano emotivo”, l’avvocato Andrea Rossi, che ci ha segnalato questa storia e che ringraziamo, perché tutti la devono conoscere, compresi i membri del Csm che fanno le promozioni, visto che vicende come queste non entrano nei curricula dei magistrati. “Una delle più gravi ingiustizie che mi sia capitato di vedere in trent’anni di professione –dice l’avvocato Rossi- sembrava che i magistrati non volessero proprio vedere l’evidenza”. Come dargli torto? Ma purtroppo quel referendum sulla responsabilità diretta delle toghe non s’ha da fare.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Il capogruppo regionale di FI: "Giustizia è fatta". Dalla richiesta di domiciliari all’assoluzione, flop Woodcock: fine dell’incubo per Michele Schiano. Viviana Lanza su Il Riformista il 19 Febbraio 2022. 

La sentenza è arrivata nel pomeriggio. Assoluzione. E con la formula più ampia: «perché il fatto non sussiste». Un sollievo per Michele Schiano di Visconti, il capogruppo regionale di Fratelli d’Italia che afferma: «Giustizia è fatta». Era finito in un’inchiesta della Procura di Napoli con l’accusa di voto di scambio. In sintesi il pm Henry John Woodcock era convinto che Schiano di Visconti avesse barattato un posto di lavoro in cambio del sostegno promesso all’ex senatore Salvatore Marano per un candidato del centrodestra alle elezioni comunali del 2015.

E ne era talmente convinto da chiedere inizialmente la custodia cautelare agli arresti domiciliari per Schiano di Visconti e da ricorrere in Appello dopo il no incassato dal gip che non ritenne gli elementi raccolti dall’accusa sufficienti a giustificare un provvedimento di custodia cautelare. Due no, insomma, nonostante i quali il pubblico ministero portò avanti la sua tesi. Sempre con gli stessi elementi, però. La difesa di Michele Schiano di Visconti (avvocati Michele Riggi e Giuseppe Pellegrino), che oggi può dirsi soddisfatta della coraggiosa scelta di optare per l’abbreviato in un processo in cui tutti avevano scelto il rito ordinario, aveva più volte chiesto al pm un interrogatorio. Fu concesso il 4 agosto 2020, poco prima della campagna elettorale per le Regionali.

L’interrogatorio seguiva l’avviso di conclusione delle indagini preliminari. Tutta l’accusa nei confronti del capogruppo regionale di Fratelli d’Italia si reggeva sul contenuto di una conversazione intercettata. Insomma, anche in questo caso le intercettazioni usate come unico mezzo di prova. Il gip non le aveva ritenute sufficienti, il Riesame nemmeno. Michele Schiano di Visconti provò a spiegare agli inquirenti la sua versione dei fatti e a dirsi estraneo alle accuse che venivano contestate. Ma il pubblico ministero firmò comunque la richiesta di rinvio a giudizio anche nei confronti del politico di Fratelli d’Italia. Da allora è trascorso oltre un anno e mezzo e l’inchiesta è arrivata al vaglio del giudice dell’udienza preliminare.

Una dozzina gli indagati, fra politici e soggetti ritenuti legati alla camorra di Secondigliano (in origine erano 82 le persone indagate, in fase preliminare c’era stato un primo serio ridimensionamento). L’unico a non seguire il rito ordinario è stato proprio Michele Schiano di Visconti. Assistito dagli avvocati Michele Riggi e Giuseppe Pellegrino, il capogruppo regionale di Fratelli d’Italia ha optato per il rito alternativo convinto di riuscire a far valere le proprie ragioni e dimostrare la propria estraneità alle accuse. Una scelta coraggiosa, se si pensa che tutti gli altri coinvolti nell’inchiesta sono stati rinviati a giudizio e a breve comincerà per loro un processo che chissà quanti anni durerà prima di arrivare a una prima sentenza.

Forse ci sarà un’attesa di tre o cinque anni. Michele Schiano di Visconti non ha voluto sottoporsi a questa attesa che spesso vale come una condanna preventiva, che costringe a rimanere in una sorta di limbo che condiziona le scelte personali e professionali di chi ne è protagonista. E così ieri si è celebrata l’udienza e, colpo di scena, anche il pubblico ministero di udienza (che non era il pm Henry John Woodcock ma il pm Lucio Giugliano) ha chiesto l’assoluzione dell’imputato Schiano di Visconti. In pratica, il nuovo pubblico ministero ha deciso di allinearsi alla tesi difensiva, di seguire le conclusioni a cui del resto erano arrivati anche altri magistrati prima (il gip aveva escluso la richiesta di misura cautelare non ritenendo sufficienti gli indizi di colpevolezza e il Riesame aveva respinto, ritenendolo inammissibile, il ricorso presentato dalla Procura contro la decisione del giudice delle indagini preliminari di negare gli arresti).

Al termine della camera di consiglio, il giudice Giovanni Vinciguerra è uscito con un dispositivo che vuol dire assoluzione piena per Michele Schiano di Visconti. Assoluzione «perché il fatto non sussiste». Una pronuncia che taglia di netto le gambe alla tesi della pubblica accusa. Non ci fu voto di scambio. Non c’è l’accusa perché non c’è il fatto. Bisognerà attendere ora il deposito delle motivazioni per conoscere nel dettaglio il ragionamento del giudice. Intanto Michele Schiano di Visconti commenta: «Ho sempre avuto fiducia nella magistratura. Ho affrontato con silenziosa dignità questa vicenda. Ora posso dire ad alta voce che giustizia è stata fatta».

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews). 

Ennesimo flop. Gratteri non ne indovina una: assolto Tallini, non è mafioso…Tiziana Maiolo su Il Riformista il 19 Febbraio 2022.  

Mimmo Tallini è stato assolto ieri perché “il fatto non sussiste”. L’ex presidente del Consiglio Regionale della Calabria non è mafioso e non ha attuato nessun voto di scambio con la cosca Grande Aracri. Una botta micidiale per gli uomini della Dda, che avevano chiesto una condanna a sette anni e otto mesi di carcere. Ma soprattutto l’ennesima caduta d’immagine per il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, che nella consueta conferenza stampa del novembre 2020 aveva annunciato di aver messo le mani sulla mafia “di serie A”, con il solito ragionamento che individua il politico o l’amministratore pubblico come anello di congiunzione tra gli uomini della ‘ndrangheta, la società civile, le istituzioni e a volte anche la massoneria, come nel caso di Giancarlo Pittelli.

Quel 19 novembre del 2020 gli arrestati erano 19. Di questi ieri il gup di Catanzaro nel processo con rito abbreviato ne ha assolti altri cinque, oltre a Tallini. Che era rimasto due mesi ai domiciliari e mai in carcere, un po’ perché erano i giorni in cui lo stesso procuratore generale Giovanni Salvi, vista la diffusione intensa del Covid negli istituti di pena, aveva sollecitato i magistrati e le forze dell’ordine a ridurre le misure cautelari, ma forse anche perché quell’arresto era servito soprattutto per la conferenza stampa. Siamo alle solite: quale testata nazionale si sarebbe mai interessata al fermo di un improbabile antennista faccendiere e di pochi esponenti mafiosi se nell’inchiesta non fosse stato presente anche il boccone grosso della politica? Uno addirittura al vertice del Consiglio Regionale?

Entusiasta era stato il Fatto quotidiano, che l’aveva buttata anche in politica, per l’appartenenza del prestigioso arrestato all’area di centro, e aveva dedicato all’episodio la parte centrale della prima pagina, l’apertura, insomma. “Dialogare con questi?” era il titolo. E poi: “Altro che inciucio. Mentre metà del Pd vuole B come alleato, Gratteri scopre i voti di scambio del ras forzista con la cosca del business sanità”. E le intercettazioni, in cui mai veniva comunque fatto il nome del Presidente del consiglio (all’epoca dei fatti assessore al personale), né mai si sente la sua voce in colloqui con aderenti alle cosche, vengono usate in modo disgustoso per sentenziare che siamo in presenza della “dimostrazione plastica di come ‘ndrangheta e politica insieme si sono mangiati la Calabria”. E in un commento Tallini viene descritto come il “facilitatore politico amministratore della ‘ndrangheta”. Auguri Travaglio, per il processo dopo l’inevitabile querela. E anche a Nicola Morra che, da presidente dell’Antimafia, lo aveva qualificato come “impresentabile”.

La verità è che l’inchiesta aveva basi debolissime, e lo si era capito da quando, due mesi dopo il blitz, il tribunale del riesame aveva già scarcerato Tallini, accogliendo il ricorso degli avvocati Vincenzo Ioppoli, Valerio Zimatore e Carlo Petitto. E demolendo, mattoncino dopo mattoncino, tutta quanta l’ipotesi accusatoria e l’ordinanza del gip Giulio De Gregorio il quale aveva descritto Mimmo Tallini come “un’ombra dietro le ombre”, uno così furbo da non salire mai su auto altrui e da riuscire a non farsi mai intercettare al telefono con mafiosi. Veramente eccezionale, questo ragionamento: se ti intercetto al telefono con un boss sei mafioso, ma lo sei anche se non ti becco. Il tribunale del riesame aveva semplicemente smascherato il “giano bifronte” nel personaggio dell’antennista, che nella sentenza di ieri è stato condannato a sedici anni di reclusione.

Era una sorta di cavallo di troia, hanno detto i giudici, che giocava su due tavoli. Ma i due tavoli, quello mafioso e quello delle istituzioni, non sono mai stati due vasi comunicanti. Nonostante quelle motivazioni con cui il tribunale del riesame aveva mostrato l’inconsistenza delle accuse nei confronti del Presidente del Consiglio Regionale, Mimmo Tallini è andato a processo, e non si è più ricandidato alle ultime elezioni. Saranno stati soddisfatti Travaglio e Morra, almeno un risultato l’hanno portato a casa. Almeno loro, che in quel periodo avevano a cuore soprattutto l’integrità del governo Conte, la cui sopravvivenza sarà messa in discussione proprio un mese dopo, con l’informazione di garanzia, sempre targata Gratteri, al segretario dell’Udc Lorenzo Cesa.

All’assoluzione di ieri di Mimmo Tallini, se ne è affiancata un’altra, per pura coincidenza temporale, che riguarda sempre un uomo delle istituzioni calabresi accusato di concorso esterno. Un’altra sconfitta della Dda, e non solo. Perché Giampaolo Bevilacqua, esponente del centrodestra ed ex vicepresidente della Provincia di Catanzaro, è stato assolto in via definitiva dalla cassazione, su ricorso dell’avvocato Francesco Gambardella, per i reati di concorso esterno in associazione mafiosa ed estorsione nei confronti di un imprenditore di Lamezia, in seguito a una vicenda processuale kafkiana, dovuta a un esasperante atteggiamento persecutorio da parte degli esponenti dell’accusa, che lo hanno trascinato dal 2013 di tribunale in tribunale: condanna in primo grado, assoluzione in appello, annullamento con rinvio in Cassazione, condanna in appello e oggi assoluzione definitiva in cassazione. Ditemi se non sono necessari i referendum per mettere almeno un po’ di ordine nell’accanimento giudiziario.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Cesare Giuzzi per il "Corriere della Sera" il 4 febbraio 2022.

Il soprannome 'u Sparitu, condiviso con il fratello Giuseppe nelle latitanze degli anni Novanta, non promette niente di buono. Ma non c'è da dubitare che Rocco Barbaro, 56 anni, dopo la scarcerazione rispetti alla lettera le prescrizioni della sorveglianza speciale. 

Poca cosa per uno che ha evitato anni di carcere. Anche perché contro quello che la Direzione distrettuale antimafia di Milano indicava al tempo della sua cattura, l'8 maggio 2017, «il vertice» della 'ndrangheta lombarda, non ci sono altre accuse.

Barbaro, che per la procura era «il capo dei capi», è un uomo libero, benché battezzato alla 'ndrangheta con la dote del «vangelo» e nonostante sia considerato - dagli investigatori e dalla letteratura sul tema mafioso - il più importante esponente del ramo «Castanu» della cosca di Platì (Reggio Calabria). 

Quella che, dopo la stagione dei rapimenti, è diventata la famiglia più importante negli assetti criminali di Lombardia e Piemonte. Un Cerbero con tre teste: una sulle pendici d'Aspromonte, l'altra tra Corsico e Buccinasco nel Milanese e la terza a Volpiano (Torino).

Otto casati che affondano le loro radici nel matrimonio tra Francesco Barbaro (classe 1873) e Marianna Carbone (1877) con una storia che sembra uscita da una serie tv. Dai loro dieci figli discendono le otto 'ndrine che dominano dalla Calabria al Nord Italia, fino in Australia. 

Una delle più importanti è quella dei «Castanu», dal soprannome del padre di Rocco, Francesco Barbaro, classe 1927 morto ergastolano a 91 anni. Nomi, discendenze e soprannomi non sono un feticcio. Ma linee di sangue che diventano potere e tragedie umane. 

Come quella del brigadiere Antonino Marino, carabiniere di Platì ucciso nel '90 a Bovalino approfittando dei fuochi d'artificio alla festa del paese. Ad ucciderlo è stato proprio Ciccio Barbaro.

Il giorno della cattura del figlio Rocco i carabinieri e i Cacciatori di Calabria hanno dedicato l'operazione che riportava dietro le sbarre uno «dei trenta latitanti più pericolosi d'Italia» proprio alla memoria del compianto collega. 

A Milano i carabinieri e i magistrati della Dda gli davano la caccia per associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni. Con il figlio Francesco e un nipote, queste le accuse, aveva comprato un bar a pochi metri dal Duomo, il «Vecchia Milano».

È il 2012 e Barbaro è stato scarcerato dopo una condanna a 15 anni per narcotraffico. È affidato in prova a un gommista di Buccinasco. Anche se, per la procura, più che lavorare pensa ad altro. Poco tempo dopo i carabinieri eseguono l'operazione «Platino». 

Nelle carte c'è un'intercettazione in cui viene definito da due affiliati «per regola» il «capo di tutti i capi, di quelli che fanno parte di queste parti». Lui capisce che è finito nel mirino e rivende il bar.

Quando vanno ad arrestarlo nel 2016, Barbaro non c'è. Resta latitante per un anno e mezzo. La sua cattura a Platì viene salutata come una «vittoria dello Stato» contro la mafia. Le condanne però le fanno i processi. In primo grado prende 16 anni, in appello scendono a 13, in Cassazione l'accusa di mafia cade e resta l'intestazione fittizia. 

L'appello bis va nello stesso solco. Barbaro sconta i pochi anni di condanna ed è libero. Per definirlo boss mafioso, secondo i giudici, serve l'attuale e operativo inserimento nella cosca al Nord.

Nel maxi processo «Infinito» del 2010, preso forse troppo ad unico fondamento della presenza della 'ndrangheta in Lombardia, non si parla mai di Rocco Barbaro. E le sole condanne recenti per i Barbaro-Papalia riguardano affari di terra e mattoni. 

Per i magistrati «non è mai sufficiente la verifica di una generica e non storicizzata appartenenza» al clan, ma «è necessario che la stessa trovi specifico riscontro operativo riguardo a un determinato assetto organizzativo e a quel determinato periodo».

·        Il Caso Cavallari.

Cavallari, dopo 27 anni cancellata la mafia: ok Corte d'Appello Lecce a revisione patteggiamento. La condanna scende a 1 anno e 6 mesi. Il Re Mida della sanità privata pugliese degli anni Ottanta e Novanta è morto nel gennaio 2021 a Santo Domingo dove viveva ormai «in esilio». Isabella Maselli su La Gazzetta del Mezzogiorno il 17 Novembre 2022.

Non saprà mai che il «marchio» di mafioso, che negli ultimi decenni di vita lo ha accompagnato e che lui ha sempre negato, alla fine è stato cancellato. Per Francesco Cavallari, «Cicci», il Re Mida della sanità privata pugliese degli anni Ottanta e Novanta, morto nel gennaio 2021 a Santo Domingo dove viveva ormai «in esilio», il riscatto arriva a 27 anni dal patteggiamento - era il 1995 - a 22 mesi di reclusione per associazione mafiosa, tentata estorsione mafiosa, falso in bilancio e corruzione. Con conseguente confisca del patrimonio, per 350 miliari di lire, derivata proprio dal reato di mafia.

Ieri la Corte d’appello di Lecce (presidente Ottaviano) ha accolto la richiesta-bis di revisione del processo presentata dai figli Daniela e Alceste, e ha cancellato l’accusa più infamante, quella di associazione mafiosa. La condanna resta per tutti gli altri reati (tra cui una tentata estorsione ai danni del costruttore Quistelli) ed è stata rideterminata in un anno e sei mesi di reclusione «postumi».

Per la prima volta in questa lunga e travagliata vicenda giudiziaria, tra le pagine più importanti e complesse della storia - non soltanto giudiziaria - barese, che ha cambiato per certi versi il volto della città, la Procura generale di Lecce aveva dato parere favorevole alla revisione del processo (rigettata nel 2016), almeno con riferimento all’accusa di associazione mafiosa. La Procura generale si è invece opposta alle ulteriori richieste dei difensori, relative all’aggravante mafiosa contestata nel reato di tentata estorsione e all’accusa stessa di aver tentato di costringere l’allora proprietario di Villa Anthea a cedergli le quote, organizzando l’occupazione della clinica con un gruppo di manifestanti.

L’accoglimento della richiesta delle difese - Alceste assistito dagli avvocati Valeria Volpicella (studio Lerario) e Mario Malcangi, Daniela assistita da Gaetano Sassanelli e Vittorio Manes - ha riscritto parte della storia. «Cicci» Cavallari, infatti, è l’unico degli imputati coinvolti nell’operazione «Speranza», sul mai provato intreccio tra mafia, affari e politica nella gestione delle Ccr, ad aver ricevuto una condanna per associazione mafiosa. Nel corso gli anni tutti gli altri imputati sono stati assolti. Ultimi, nel maggio 2021, l’ex manager barese delle Ccr, Paolo Biallo, cognato di Cavallari (deceduto nel dicembre 2019) e il boss barese Savino Parisi. Da qui la richiesta di revoca dell’applicazione della pena per Cavallari per mafia.

Ciò che ha mosso davvero la battaglia dei figli (negli ultimi tempi è tornato a Bari anche il fratello Marco) è anzitutto la volontà di restituire al padre la dignità, sia pure postuma. «La formula assolutoria “perché il fatto non sussiste” con cui si è concluso il giudizio di ciascun imputato - si legge in una delle memorie difensive - , ha cristallizzato il dato per cui un’associazione non fosse mai stata costituita, nonché quello per cui, nell’ambito delle Ccr, non fosse ravvisabile un patto, un vincolo o una dimensione che anche solo implicitamente potesse assumere i caratteri della mafiosità». «Leggeremo le motivazioni della sentenza - dice l’avvocato Malcangi - e valuteremo se presentare ricorso in Cassazione». Anche perché questo potrebbe aprire anche la battaglia per la restituzione del tesoro dell’ex re della sanità privata barese.

La dichiarazione dell'avvocato Sassanelli

«Un sistema giudiziario che sovverte il principio dell'innocenza è un sistema che si condanna all’infamia. Come difensori oggi c’è molto poco di cui esser contenti perché si è certificata la più grossa ingiustizia consumata nel nostro distretto di corte di appello, senza che la vittima di questa ingiustizia abbia potuto assistere al suo riscatto. Il Dr. Cavallari è stato lasciato morire in esilio come il peggiore dei mafiosi ed oggi invece è stato finalmente ufficializzato quel che in realtà tutti sapevano e cioè che mafioso non lo è mai stato. Se quella è stata l’operazione speranza questa è stata l’operazione verità».

Quel «tesoro» da 150 milioni: nuova battaglia per Cavallari. Dopo la sentenza di revisione che ha cancellato la condanna per mafia a carico dell’ex re della sanità privata barese. Isabella Maselli su La Gazzetta del Mezzogiorno il 18 Novembre 2022.

Dopo la dignità e la memoria onorata, tocca al denaro. La Corte di Appello di Lecce ha stabilito che Francesco «Cicci» Cavallari non è mai stato un mafioso, ma non ha ancora messo l’ultima parola su questa storia che va avanti ormai da quasi trent’anni. La battaglia che si prospetta ora all’orizzonte è quella sulla restituzione dell’enorme patrimonio confiscato all’ex «Re Mida» della sanità privata pugliese: all’epoca, nel 1985, era valutato in 300 miliardi di lire...

Case di cura riunite, Cavallari assolto dall'accusa di mafia dopo 29 anni: ora per gli eredi si può aprire la battaglia sui beni. Chiara Spagnolo su La Repubblica il 17 novembre 2022.  

La corte di Appello di Lecce ha deciso sulla richiesta della famiglia del fondatore delle ex Ccr, morto nel gennaio 2021 a Santo Domingo

Volevano eliminare la parola “mafia” dalle loro vite, dopo che per anni sono stati additati come figli e nipoti del re della sanità privata barese, che pur di fare affari sarebbe sceso a patti persino con i boss. Daniela e Alceste Cavallari sono i figli maggiori di Francesco, detto “Cicci”, il fondatore delle Ccr (Case di cura riunite), morto all’età di 83 anni, nel gennaio 2021 a Santo Domingo. Hanno chiesto e ottenuto dalla Corte d’appello di Lecce la revisione del processo in cui il padre patteggiò la pena di un anno e dieci mesi di reclusione per associazione mafiosa, corruzione e reati fiscali, dopo che gli altri co-imputati sono stati tutti assolti.

La decisione è arrivata a tarda sera e ha revocato la sentenza emessa dal gup di Bari nel ‘95 e divenuta definitiva nel ‘96, assolvendo Cavallari dal capo A ovvero l’accusa di associazione mafiosa e rideterminando la pena (per i restanti reati) in un anno e quattro mesi. Una decisione che ha suscitato lacrime e commozione nella famiglia del manager, che tanto l’aveva sognata e non è riuscito ad ottenerla quando era in vita.

Il primo segnale che lasciava ben sperare i figli Daniela e Alceste è arrivato nel pomeriggio di ieri dalla Procura generale salentina, che ha detto sì alla revisione in relazione alla contestazione di associazione mafiosa. I giudici ne hanno discusso per ore, dopo aver valutato le richieste degli avvocati Gaetano Sassanelli e Vittorio Manes per Daniela Cavallari e Mario Malcangi e Valeria Volpicella per Alcestei. Il terzo figlio di “Cicci”, Marco, non ha chiesto la revisione ma è chiaro che tutto quello che conseguirebbe in termini legali - in caso di accoglimento - riguarderebbe anche lui.

Gli eredi, infatti, possono ora avviare un’altra battaglia legale per la restituzione di almeno una parte di quei beni per 350 miliardi di lire che furono sequestrati e poi confiscati, magari chiedendo un risarcimento allo Stato, visto che alcuni sono irrecuperabili. Di certo, il futuro di questa storia inizia dalla decisione della Corte d’appello di Lecce. La stessa che nel 2013 aveva già rigettato una prima istanza di revisione, ritenendo che nonostante le assoluzioni della maggior parte dei co-imputati di Cavallari, in realtà l’esistenza dell’associazione mafiosa non era stata esclusa ma solo «non sufficientemente provata».

Successivamente Cavallari ha fatto appello e la Cassazione ha rinviato di nuovo alla Corte d’appello, che - nel 2016 - ha ribadito il no perché non erano state ancora definite le posizioni del boss di Japigia, Savinuccio Parisi, e del manager delle Ccr Paolo Biallo (deceduto nel 2019). Cosa che accadde nel maggio 2021, quando per “Cicci” era già troppo tardi, considerato che la morte lo aveva colto nel suo buen ritiro a gennaio dello stesso anno. 

«Nella vita ho fatto tante cose, nel bene e nel male - soleva ripetere - ma non ho mai stretto accordi con i mafiosi». L’insussistenza di quegli accordi oggi è certificata da sentenze passate in giudicato e anche Francesco Cavallari è stato assolto dall’accusa di avere stretto patti con la mafia. "Un sistema giudiziario che sovverte il principio della innocenza è un sistema che si condanna all’infamia – ha commentato l’avvocato Sassanelli - Come difensori oggi c’è molto poco di cui esser contenti perché si è certificata la più grossa ingiustizia consumata nel nostro distretto di corte di appello, senza che la vittima di questa ingiustizia abbia potuto assistere al suo riscatto. Il dottor Cavallari è stato lasciato morire in esilio come il peggiore dei mafiosi ed oggi invece è stato finalmente ufficializzato quel che in realtà tutti sapevano e cioè che mafioso non lo è mai stato. Se quella è stata l’operazione speranza questa è stata l’operazione verità".

"Cavallari fu vittima della mafia, ora ci sia il riscatto morale": dopo l'assoluzione parlano i legali dei figli. Chiara Spagnolo su La Repubblica il 18 Novembre 2022. 

Gli avvocati Gaetano Sassanelli e Mario Malcangi raccontano le ultime fasi della vicenda processuale dell'ex re della sanità privata morto nel 2021 a Santo Domingo. Ma "all'epoca furono commessi errori nelle indagini"

Francesco Cavallari "fu vittima di mafia, non certo sodale": per gli avvocati Gaetano Sassanelli e Mario Malcangi - che hanno assistito i figli del re delle case di cura nella richiesta di revisione del processo - la sentenza con cui la Corte d'appello di Lecce ha assolto "Cicci" dal reato di associazione mafiosa la dice lunga sugli "errori che furono commessi nel corso delle indagini". All'epoca Cavallari fu ritenuto complice del boss Savino Parisi e di alcuni Capriati e per questo accusato di mafia. Assolti i coimputati, è stata dichiarata anche la sua estraneità al contesto mafioso mentre resta la condanna a un anno e quattro mesi per corruzione e reati fiscali. Nel gennaio 2021 il fondatore delle Ccr, le Case di cura riunite, è morto a Santo Domingo a 83 anni.

Avvocati Sassanelli e Malcangi, la sentenza vi ha sorpresi o eravate ottimisti?

"La sentenza della Corte d'appello di Lecce è stata frutto di un percorso pieno di ostacoli nel quale la Procura ha svolto il suo ruolo sino in fondo, facendo tutto quanto nelle sue possibilità per opporsi, giungendo anche a chiedere un rinvio per meglio esaminare le richieste difensive, fino a quando però, con l'onestà intellettuale che le è propria, ha dovuto arrendersi dinanzi a quello che era un atto dovuto da parte della Corte. Per cui possiamo dire che era una decisione inevitabile, ma per nulla scontata soprattutto in considerazione della importanza legata a quella decisione". 

La famiglia Cavallari come l'ha accolta?

"I familiari hanno versato lacrime amare, perché il pensiero è volato al padre e all'amarezza di sapere che non ha potuto assistere al riconoscimento della totale infondatezza di una sua contiguità con contesti mafiosi. Non a caso la prima cosa che hanno fatto i suoi figli è stata quella di recarsi a pregare sulla sua tomba". 

La vicenda avrà strascichi concreti, perché la possibilità per gli eredi di rientrare in possesso di una parte del patrimonio o chiedere un risarcimento allo Stato che gli tolse beni per 350 miliardi di lire non è roba da poco.

"L'unico profilo fin qui considerato dai familiari è stato quello morale, della necessità di rimuovere quel marchio infamante di esser stato, il loro genitore o nonno, il promotore di una associazione mafiosa con i più pericolosi criminali della provincia. Del patrimonio confiscato a suo tempo parlate soltanto voi giornalisti, in realtà, perché i familiari non hanno mai posto questo problema, anche se probabilmente noi difensori oggi dovremo introdurre una riflessione sul punto. Ma è presto per farlo, ora loro sono concentrati sul riscatto morale dell'imprenditore ingiustamente condannato per mafia e trattato come mafioso con una carcerazione preventiva in strutture riservate ai più pericolosi criminali, nonostante le sue precarie condizioni di salute".

A vostro avviso, cosa nell'inchiesta, e nel successivo processo, fu sbagliato?

"La contestazione era certamente errata, come le sentenze successive hanno dimostrato, ribaltando la posizione del dottor Cavallari da vittima della mafia a carnefice e, addirittura, promotore dell'associazione mafiosa immaginata. Come sia stato possibile reputarlo sodale di persone che gli hanno fatto esplodere bombe nelle sue pertinenze non lo si comprende. È certo, però, che all'epoca c'era un clima per nulla sereno e si sono visti episodi che lanciano una luce oscura su quanto accaduto".

A cosa vi riferite?

"Ci pare giusto ricordare la figura di un professionista specchiato, oltre che di un grande giurista, come il professor Gaetano Contento, che rappresentava la difesa del dottor Cavallari e fu messo fuori gioco con una contestazione di infedele patrocinio. Quell'accusa naturalmente sfociò in un nulla di fatto, che però ebbe il risultato di escludere dal processo chi aveva scelto la linea di accertamento della verità, così determinando il crollo di Cavallari. Che poi, pur di chiudere la vicenda, accettò il patteggiamento per associazione mafiosa. Ma è noto a tutti che in quello stato d'animo pur di uscire dal carcere avrebbe patteggiato anche la strage di via dei Georgofili".

Una pagina che ha inevitabilmente segnato la storia della giustizia a Bari.

"Quello che è accaduto, e che oggi è stato finalmente riconosciuto anche a parere della pubblica accusa, è certamente la pagina più brutta fra le ingiustizie consumate nel nostro distretto di Corte di appello e lascia evidentemente l'amaro in bocca, perché la vittima di questa ingiustizia non ha neanche potuto assistere al suo riscatto. Il dottor Cavallari è dovuto morire in esilio come il peggiore dei mafiosi, mentre oggi è stato acclarato quel che in realtà tutti sapevano e cioè che mafioso non lo è mai stato: vittima della mafia, semmai. E un sistema giudiziario che sovverte il principio della innocenza è un sistema che si condanna all'infamia;. Se quella è stata l'operazione denominata Speranza, questa è stata l'operazione verità".

''Francesco Cavallari non è mai stato un mafioso''. La Corte d'appello di Lecce nel processo all'ex presidente delle Ccr di Bari. Norbaonline il 17-11-2022 

Francesco Cavallari, ex re Mida della sanità privata barese morto nel 2021 a Santo Domingo, non è un mafioso: la Corte d'appello di Lecce ha revocato stasera la sentenza di patteggiamento a 22 mesi di reclusione nei suoi confronti, limitatamente al reato di associazione mafiosa, confermandola per gli epsiodi di corruzione e falso in bilancio. I giudici, decidendo sulle richieste di revisione del processo avanzate dai figli di Cavallari, Daniela e Alceste, hanno assolto Francesco Cavallari, ex presidente delle Case di Cura Riunite (Ccr), dall'associazione mafiosa "perché il fatto non sussiste" e hanno rideterminato la pena fissandola ad un anno e quattro mesi di reclusione. La sentenza di patteggiamento della pena di Cavallari risale al 30 giugno del 1995 ed è diventata definitiva il 20 marzo del 1996.

Cavallari è l'unico degli imputati coinvolti nell'operazione "Speranza", sul mai provato intreccio tra mafia, affari e politica nella gestione delle Ccr, ad aver ricevuto una condanna per associazione mafiosa. Nel 1995, infatti, gli fu applicata con patteggiamento la pena a 22 mesi di reclusione per associazione mafiosa, falso in bilancio e corruzione, con conseguente confisca del patrimonio per 350 miliari di lire che derivava proprio dal reato di mafia. Tuttavia, nel corso gli anni, tutti gli altri imputati accusati di associazione mafiosa sono stati assolti. Ultimi, nel maggio 2021, l'ex manager barese delle Ccr Paolo Biallo (deceduto nel dicembre 2019) e il boss mafioso barese Savino Parisi. Da qui la richiesta di revoca dell'applicazione della pena per Cavallari per mafia avanzata dai figli attraverso gli avvocati Gaetano Sassanelli e Mario Malcangi.

La revisione del processo potrebbe aprire la strada alla restituzione dell'ingente patrimonio confiscato o una domanda di risarcimento per i danni subiti.

"Un sistema giudiziario che sovverte il principio della innocenza è un sistema che si condanna all'infamia. Come difensori oggi c'é molto poco di cui esser contenti perché si è certificata la più grossa ingiustizia consumata nel nostro distretto di Corte di appello, senza che la vittima di questa ingiustizia abbia potuto assistere al suo riscatto". E' il duro commento dell'avv.Gaetano Sassanelli, uno dei due legali dei figli dell'ex presidente delle Ccr di Bari. "Il dottor Cavallari", rileva Sassanelli, "è stato lasciato morire in esilio come il peggiore dei mafiosi ed oggi invece è stato finalmente ufficializzato quel che in realtà tutti sapevano e cioè che mafioso non lo è mai stato. Se quella è stata l'operazione "Speranza", questa è stata l'operazione Verità".

È morto da colpevole ma era innocente. Francesco Cavallari assolto troppo tardi. L’imprenditore pugliese non era un mafioso. La revisione del processo lo ha riabilitato solo dopo il decesso, avvenuto due giorni prima del rientro in Italia: per anni è stato costretto a vivere in “esilio. Valentina Stella su Il Dubbio il 18 novembre 2022.

Francesco Cavallari, ex presidente delle Case di Cura Riunite di Foggia, considerato il “re Mida” della sanità privata barese, non è/era un mafioso. Lo ha stabilito due giorni fa la Corte d’Appello di Lecce accogliendo la richiesta di revisione del processo avanzata dai figli Daniela e Alceste Cavallari, assistiti dagli avvocati Vittorio Manes, Gaetano Sassanelli e Mario Malcangi. La Procura generale, dopo molte tribolazioni, come ci spiega proprio Sassanelli, «ha aderito alla nostra richiesta e ha ritenuto, queste le sue parole, il nostro ragionamento giuridico inconfutabile».

Il legale, al margine della decisione, ha rilasciato dichiarazioni molto dure: «Un sistema giudiziario che sovverte il principio della innocenza è un sistema che si condanna all’infamia. Come difensori oggi c’è molto poco di cui esser contenti perché si è certificata la più grossa ingiustizia consumata nel nostro distretto di Corte di appello, senza che la vittima di questa ingiustizia abbia potuto assistere al suo riscatto». Cavallari, infatti, è morto purtroppo lo scorso anno a Santo Domingo, all’età di 83 anni, dove continuava a professare la sua innocenza. Malato da tempo, era ancora in attesa della revisione del processo, soprattutto in seguito all’assoluzione di tutte le altre persone coinvolte.

«Il dottor Cavallari – ha spiegato ancora Sassanelli – è stato lasciato morire in esilio come il peggiore dei mafiosi ed oggi invece è stato finalmente ufficializzato quel che in realtà tutti sapevano e cioè che mafioso non lo è mai stato. Se quella è stata l’operazione “Speranza” questa è stata l’operazione “Verità”». I giudici di Corte di Appello, nel dettaglio, hanno revocato la sentenza di patteggiamento a 22 mesi di reclusione nei suoi confronti, limitatamente al reato di associazione mafiosa, reato per il quale non è potuto rientrare in Italia per l’ostatività della condanna. Confermata invece per gli episodi di corruzione e falso in bilancio. I giudici hanno rideterminato la pena fissandola a un anno e quattro mesi di reclusione. La sentenza risale al ’95, diventata definitiva nel ‘96. La revisione del processo potrebbe aprire la strada ora alla restituzione dell’ingente patrimonio confiscato (pari a 350 miliardi lire) e/o una domanda di risarcimento per i danni subiti. Questa vicenda, ci spiega Sassanelli, risale agli anni ’90: «Questo procedimento giudiziario è in parte figlio del clima dell’epoca. Allora spesso l’azione penale non era esercitata come strumento di accertamento dei reati ma come strumento di lotta anche politica, se non addirittura di vendetta».

In quel clima «si sviluppò una forte ostilità nei confronti dell’imprenditore che in realtà aveva creato un sistema sanitario privato di eccellenza che aveva abolito i viaggi della speranza. Chi voleva curarsi anche per gravi malattie non era più costretto ad andare in altre regioni o all’estero. Inoltre le sue cliniche davano lavoro a migliaia di dipendenti». Questo successo dell’imprenditore Cavallari «ha dato parecchio fastidio politicamente ed è iniziata un’opera di delegittimazione nei suoi confronti». Poi arrivò l’arresto all’alba del 28 marzo 1995 per 416bis, a seguito di una inchiesta condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari, insieme con la Dna. Secondo l’accusa era il promotore di una associazione mafiosa, creata insieme ai più pericolosi criminali di Bari e provincia, finalizzata, attraverso atti intimidatori, a procurare vantaggi per le sue attività e per intimidire i concorrenti.

«Fu condotto nel carcere duro di Pisa, nonostante fosse afflitto da una grave malattia cardiaca che gli costò anche un’operazione durante la detenzione. Durante il trasferimento l’uomo si sentì male ma il trasferimento proseguì egualmente. E rimase in prigione diversi mesi. Poi perse anche il suo primo avvocato, il professor Gaetano Contento, estensore del ricorso per Cassazione contro l’ordinanza di custodia cautelare che fu annullata sui gravi indizi dagli ermellini. Il legale, molto stimato sul piano umano e professionale, fu costretto a rimettere il mandato difensivo perché fu ingiustamente, come i fatti hanno dimostrato, messo sotto processo per infedele patrocinio». In questa situazione, «che dal punto di vista di Cavallari era una tortura – avvocato storico impossibilitato a difenderlo e carcerazione prostrante –, l’uomo crollò e decise di rendere dichiarazioni autoaccusatorie pur di recuperare la libertà. Confessò la corruzione ma si disse sempre innocente per l’accusa di mafia. Poi però – ha sempre raccontato – gli fu prospettato un patteggiamento con sospensione della pena anche per il 416bis che prevedeva anche la restituzione dei beni sequestrati. In realtà poi il patrimonio venne confiscato e le cliniche fallirono. Cambiò letteralmente la storia della città di Bari, perché moltissime persone persero il lavoro».

In realtà, spiega ancora Sassanelli, Cavallari fu vittima della mafia: «Gli fecero esplodere delle bombe, quelle vere, perché, tra l’altro, la criminalità organizzata voleva estorcergli anche assunzioni». Dopo il patteggiamento, Cavallari si trasferì a Santo Domingo: «Con una condanna per mafia, decise di lasciare l’Italia. Nel prosieguo – continua Sassanelli – sono diventato il suo legale ed avevo organizzato il suo rientro in Italia in quanto era gravemente malato e non poteva curarsi in loco: due giorni prima che prendesse il volo già acquistato purtroppo è morto. In esilio, senza che abbia potuto assistere al riscatto della sua immagine».

  «Vi racconto 20 danni da ex Ccr. Ora sogno una pizza con la famiglia». Francesco Capriati è uno dei 245 lavoratori ex Case di Cura Riunite che torneranno ad essere impiegati a tempo pieno con un bando riservato, dopo oltre vent’anni di tribolazioni. Michele De Feudis su Il Corriere della Sera il 18 gennaio 2017. 

«Per anni mi sono sentito sempre insoddisfatto. A disagio. Fuori posto. I miei figli mi facevano notare le possibilità degli altri genitori, ed io soffrivo per non poterli accontentare. Ora per me e la mia famiglia inizia una nuova vita»: Francesco Capriati è uno dei 245 lavoratori ex Case di Cura Riunite che torneranno ad essere impiegati a tempo pieno con un bando riservato, dopo oltre vent’anni di tribolazioni. Francesco, 48 anni, vive a Japigia e la sua testimonianza consente di ricostruire l’Odissea di centinaia di famiglie baresi: è stato in cassa integrazione dal 1994 al 2002 e fino al 2014 in mobilità. Da due anni era disoccupato.

Signor Capriati, come ha iniziato a lavorare nelle Cliniche Riunite?

«Molti avevano un aggancio politico. Io “piantonavo” la villa del presidente delle Ccr, Francesco Cavallari, su Corso Alcide De Gasperi. Sapevamo che aiutava i disoccupati».

Come fu selezionato?

«Nessuna selezione. Una mattina, dopo tanti giorni di presenza all’ingresso della casa, Cavallari scese dall’auto e chiese: “Che stai a fare?”. “Vorrei lavorare”, risposi. Prese il nominativo e mi fece chiamare dall’ufficio personale».

Siamo all’inizio degli anni 90. Con che mansioni fu assunto?

«Avevo vent’anni. Facevo il dispensiere di cucina alla Santa Rita 2, poi…».

L’inchiesta giudiziaria ha cambiato tutto?

«E’ stata una mazzata. Ha stravolto la mia vita e quella dei miei colleghi. Ci sono decine di famiglie straziate, separazioni, tanti in depressione».

Cosa significava essere assunti alle Ccr nella Bari di inizio anni Novanta?

«Si aveva la certezza del posto fisso, di essere al sicuro nell’impero della sanità barese».

Ha vissuto invece tante disavventure.

«Per anni, insieme ai colleghi siamo stati sempre illusi. Rifiutavamo occasioni lavorative perché ricevevamo assicurazioni che ci avrebbero sistemato… Ma in tanti anni non è mai “uscito” niente per noi».

I concorsi?

«Sì, ne ho fatti due. Solo la graduatoria dell’Oncologico resta in piedi, ma non sono stato mai chiamato».

Cresceva la delusione.

«Gli altri andavano avanti e noi rimanevamo immobili. All’inizio prendevo uno stipendio di 800mila lire. Mi sentivo un re. Poi con la cassa integrazione ricevevo circa mille euro. E non ero contento».

Perché?

«Si parla tanto di reddito di dignità, ma io non voglio sussidi. Voglio lavorare».

Quanti sacrifici ha compiuto in questi anni?

«Ha patito soprattutto la mia famiglia. Mi sentivo un fallito. Ho provato tante umiliazioni ma non potevo mollare».

Cosa ha pesato di più per il buon esito finale?

«La nostra tenacia.Con la Usppi di Nicola Brescia al fianco abbiamo costretto la politica ad affrontare il nostro problema».

Che ricordo ha di Francesco Cavallari, già deus ex machina della Ccr?

«E’ stato una grande persona. Se Bari avesse avuto un altro Cavallari non sarebbe così ridotta. Ci sarebbe molto più lavoro. Era un imprenditore coraggioso. Noi lo chiamavamo “il presidente”. E continuiamo a serbargli gratitudine».

A chi ha comunicato per primo la lieta notizia del ritorno all’impiego?

«A mia madre. Era disperata per avere un figlio disoccupato a cinquant’anni. Le ho detto: “Mamma è finita. Ora avrò un lavoro vero”. Lei ha pianto».

Cosa farà con il primo stipendio? Ha un piccolo sogno da realizzare?

«Andrò a mangiare una pizza fuori con la famiglia. Sembra una cosa semplice, ma in passato non è stata mai scontata».

L’irresistibile ascesa di Cicci e le mille luci della città che pensava in grande. Il rappresentante di farmaci che divenne il re Mida della sanità privata. Nella sua villa cenò Liza Minnelli. Il Corriere della Sera l’8 maggio 2014 Angelo Rossano

È un’alba livida e umida. E’ l’alba di martedì 28 marzo 1995. Se, alla fine, questa storia diventerà davvero la trama per un film, ebbene, la prima scena non potrà che essere questo momento in questa città: Bari. I blitz vengono fatti sempre all’alba, sia che si tratti di criminalità comune, organizzata o di colletti bianchi. Sia che si tratti di sicari di malavita o del sindaco o del direttore della Gazzetta del Mezzogiorno. L’appuntamento con le manette è a quell’ora lì. E lo fu anche quel giorno. Quando 35 persone finirono coinvolte in un’inchiesta sulla sanità privata. Una storia di tangenti, giri miliardari e rapporti mafiosi. Così si disse e si scrisse. Il Corriere della Sera titolò il pezzo: «Tangenti, in manette i padroni di Bari». E poi finirono tutti assolti. Quell’inchiesta era iniziata qualche tempo prima: il 3 maggio del 1994, un altro martedì. Francesco Cavallari finì in manette con alcuni suoi collaboratori per una storia di ricoveri poco chiara. Da lì, alle sue agendine, ai racconti e alle testimonianze sui suoi rapporti con la politica e con i pezzi che contavano nella società barese, il passo fu breve. E’ l’operazione «Speranza» coordinata dall’allora procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia Alberto Maritati (poi divenne parlamentare prima dei Ds e poi del Pd e anche sottosegretario). Al centro di tutto c’è lui: Francesco Cavallari, detto Ciccio solo da chi voleva far credere di conoscerlo bene, mentre il suo vero nomignolo era «Cicci».

Francesco Cavallari

E con lui finirono nell’inchiesta e agli arresti domiciliari gli ex ministri Vito Lattanzio (Dc) e Rino Formica (Psi), accusati di corruzione e finanziamento illecito ai partiti. Furono pesantemente coinvolti l’allora sindaco di Bari, Giovanni Memola (Psi), accusato di corruzione, l’ex sindaco Franco De Lucia (Psi), ma ancora un ex presidente della Regione, Michele Bellomo (Dc), ex assessori regionali come Franco Borgia (Psi) e Nicola Di Cagno (liberale), il direttore della Gazzetta del Mezzogiorno, Franco Russo. E anche appartenenti alle forze dell’ordine, capiclan, magistrati. In vent’anni sono stati tutti assolti. Tutti, tranne uno: Cicci. Lui aveva patteggiato. Ma l’altro ieri (che giorno era? il 6 maggio, un altro martedì) la Cassazione - proprio in occasione del suo compleanno - ha stabilito di fatto che Francesco Cavallari, l’ex «re Mida» della sanità privata barese, non è mafioso. I giudici hanno disposto un nuovo procedimento per la rideterminazione della pena. Assistito dagli avvocati Franco Coppi e Mario Malcangi, Cavallari nel 1995 patteggiò una condanna a 22 mesi di reclusione per associazione mafiosa e corruzione e gli fu confiscata gran parte del patrimonio, circa 350 miliardi di lire. Chiariamo: la corruzione resta, ma la pena andrà rideterminata. Il patrimonio? Si vedrà. Un vero tesoro accumulato a partire dalla fine degli anni ’70, grazie alla legge che istituì il servizio sanitario nazionale e che prevedeva le convenzioni con i privati. Il rappresentante di medicinali Cavallari compie il grande passo: «Rileva le quote di una società che possedeva la clinica Santa Rita, in via Bottalico, a Bari», racconta Antonio Perruggini, che fu suo stretto collaboratore ed è l’autore del libro Il botto finale, sottotitolo: «Morì un giudice, un imprenditore finì in esilio. Storia dello scandalo giudiziario più clamoroso di Bari e delle sue inaspettate fortune» (Wip edizioni, 10 euro). Fu quella la porta che Cavallari attraversò per entrare negli anni Ottanta da protagonista. Era la Bari da bere, la Bari governata dall’asse socialisti-democristiani. Nelle elezioni del 1981 per la prima volta in città il Psi superò il Pci. Era la Bari del giro vorticoso di soldi e favori, di affari e carriere, di rapporti opachi con il malaffare e la malavita, di assistenza medica privata in cliniche che sembravano alberghi a 5 stelle e posti di lavoro da chiedere e da garantire. Una città dove tutto si teneva insieme. Ma era soprattutto una città che aspirava al ruolo di capitale e poggiava le sue ambizioni su quattro pilastri: la sanità privata, la cultura, la finanza, la tecnologia. Erano le Ccr (le Case di cura riunite), il Petruzzelli, la Cassa di risparmio di Puglia e Tecnopolis.

Era quindi anche la città del Petruzzelli e di Ferdinando Pinto, un altro socialista. Un lustro per la città che toccò l’espressione più alta con la produzione dell’Aida in Egitto, tra le vere Piramidi. Altri tempi, si dirà: rubinetti della spesa pubblica sempre aperti e politica compiacente. Certo, ma anche altre ambizioni, altre visioni, altra borghesia. Com’è finita lo ricordano tutti. Teatro in fiamme e a Pinto ci sono voluti dieci anni per dimostrare di essere innocente. Erano anche gli anni delle cene a casa Cavallari: villa su corso Alcide De Gasperi, lato destro andando verso Carbonara, con due piscine (una era coperta e l’altra scoperta), interni progettati dallo studio barese dell’ingegnere Dino Sibilano. Una volta, lì cenò Liza Minnelli, ma c’è chi ricorda anche Umberto Veronesi e Renato Dulbecco. Nulla di strano, in fondo nel frattempo Cavallari era diventato il capo di un’azienda, le Case di Cura Riunite, «cui facevano capo - ricorda Perruggini - 11 strutture a Bari e provincia specializzate in cardiochirurgia, dialisi, cardiologia, chirurgia, geriatria: è stata fino alla metà degli anni ’90 la prima azienda sanitaria privata di Italia con un fatturato prossimo ai 300 miliardi di lire annui e oltre 4mila dipendenti. All’epoca le Case di Cura Riunite erano per dimensioni seconde solo all’Ilva di Taranto». Bari era diventata l’eldorado della medicina convenzionata. Antonio Gaglione cardiochirurgo, già deputato, senatore e sottosegretario, ricorda ancora quell’8 maggio del 1992, oggi sono esattamente 22 anni, era il giorno che i baresi dedicano a San Nicola: a Villa Bianca (clinica Ccr) eseguì per la prima volta in Puglia un’angioplastica su un malato di cuore. Non era un paziente qualunque: si trattava di quel Nicola Di Cagno, politico e docente universitario, che tre anni dopo sarebbe finito coinvolto nell’inchiesta. E se la sera, dopo il teatro, si andava a cena da «Cicci» e dalla moglie, la signora Grazia Biallo, la mattina si facevano affari anche grazie al ruolo che aveva assunto la Cassa di Risparmio di Puglia, presidente Franco Passaro, socialista, docente universitario. Sotto la presidenza Passaro (dal 1981 al 1994) la Cassa diventa banca leader della Puglia assieme al Banco di Napoli. Com’è finita? L’ex presidente ha raccontato nel 2010 la sua versione in un libro La Resa. Piccola storia di una banca e di un processo. Infine, la quarta gamba di questa sorta di «primavera tecnocratica» barese anni ’80.

Tecnopolis, il primo parco scientifico e tecnologico d’Italia, nasce alle porte di Bari da un’intuizione del professore di fisica Aldo Romano (prima socialista, poi vicino ai democristiani), allievo di Michelangelo Merlin che era a capo di un dipartimento di fisica, quello barese, dove ci fu la prima laurea d’informatica del Sud, seconda in Italia. Tecnopolis viene inaugurato nel 1984, per l’occasione arriva anche il vice governatore della California e assiste al convegno di battesimo intitolato «Finanza, tecnologia e imprenditorialità». L’Università di Bari, la Banca d’Italia, la Cassa per il Mezzogiorno e il Formez erano insieme nell’incubatore che consentirà la nascita del parco. Il modello del parco scientifico e tecnologico fu esportato in tutta Italia. Anche su Tecnopolis fu aperta un’inchiesta giudiziaria. Romano lasciò la presidenza del parco e andò a insegnare a Roma. Dall’inchiesta, alla fine, non emerse nulla. Nel 1982, intanto, la Regione Puglia, presidente Antonio Quarta varò il «Piano regionale di Sviluppo centrato sull’innovazione». Era l’82 e alla Regione si parlava di innovazione. Oggi Tecnopolis di fatto è InnovaPuglia, società della Regione che progetta e gestisce programmi di tecnologia dell’informazione e della comunicazione ed è anche una società per la promozione, gestione e sviluppo del Parco Scientifico e Tecnologico. Forse si farà davvero un film su un pezzo di questa storia. E se la scena iniziale sarà quella dell’alba sul lungomare di Bari, quella finale non potrà che essere il tramonto di Santo Domingo, dove adesso Francesco Cavallari, detto Cicci, gestisce una gelateria. 

Il business dell'Antimafia. Conoscete Cavallari, il re mida della sanità? A bari si son fottuto tutto di questo signore. Tutte le sue cliniche private. Per i magistrati era mafioso perchè era associato con sè stesso. E poi come si dice, alla mano alla mano…Ossia conoscere altre storie similari ma non riuscire a cambiare le cose?!? Perché ognuno pensa per sé. Una voce è una voce; tante voci sono un boato che scuote. Peccato che ognuno pensa per sé e non c’è boato. Basterebbe unirsi e fare forza.

L’Italietta che non batte ciglio quando a Bari Massimo D’Alema in modo lecito esce pulito da un’inchiesta penale. Accogliendo la richiesta d’archiviazione avanzata dal pm, il gip Concetta Russi il 22 giugno ’95 decise per il proscioglimento, ritenendo superfluo ogni approfondimento: «Uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti – scrisse nelle motivazioni - e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma, pur nella diversità di alcuni elementi marginali, nella leale dichiarazione dell’onorevole D’Alema, all’epoca dei fatti segretario regionale del Pci (...). L’onorevole D’Alema non ha escluso che la somma versata dal Cavallari fosse stata proprio dell’importo da quest’ultimo indicato». Chi era il titolare dell’inchiesta che sollecitò l’archiviazione? Il pm Alberto Maritati, eletto coi Ds e immediatamente nominato sottosegretario all’Interno durante il primo governo D’Alema, numero due del ministro Jervolino, poi ancora sottosegretario alla giustizia nel governo Prodi, emulo di un altro pm pugliese diventato sottosegretario con D’Alema: Giannicola Sinisi. E chi svolse insieme a Maritati gli accertamenti su Cavallari? Chi altro firmò la richiesta d’archiviazione per D’Alema? Semplice: l’amico e collega Giuseppe Scelsi, magistrato di punta della corrente di Magistratura democratica a Bari, poi titolare della segretissima indagine sulle ragazze reclutate per le feste a Palazzo Grazioli, indagine «anticipata» proprio da D’Alema.

MAI DIRE MAFIA. FRANCESCO CAVALLARI E LA SFIDUCIA NEI MAGISTRATI.

L’irresistibile ascesa di Cicci e le mille luci della città che pensava in grande. Il rappresentante di farmaci che divenne il re Mida della sanità privata. Nella sua villa cenò Liza Minnelli, scrive Angelo Rossano su “Il Corriere del Mezzogiorno”. È un’alba livida e umida. E’ l’alba di martedì 28 marzo 1995. Se, alla fine, questa storia diventerà davvero la trama per un film, ebbene, la prima scena non potrà che essere questo momento in questa città: Bari. I blitz vengono fatti sempre all’alba, sia che si tratti di criminalità comune, organizzata o di colletti bianchi. Sia che si tratti di sicari di malavita o del sindaco o del direttore della Gazzetta del Mezzogiorno. L’appuntamento con le manette è a quell’ora lì. E lo fu anche quel giorno. Quando 35 persone finirono coinvolte in un’inchiesta sulla sanità privata. Una storia di tangenti, giri miliardari e rapporti mafiosi. Così si disse e si scrisse. Il Corriere della Sera titolò il pezzo: «Tangenti, in manette i padroni di Bari». E poi finirono tutti assolti. Quell’inchiesta era iniziata qualche tempo prima: il 3 maggio del 1994, un altro martedì. Francesco Cavallari finì in manette con alcuni suoi collaboratori per una storia di ricoveri poco chiara. Da lì, alle sue agendine, ai racconti e alle testimonianze sui suoi rapporti con la politica e con i pezzi che contavano nella società barese, il passo fu breve. E’ l’operazione «Speranza» coordinata dall’allora procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia Alberto Maritati (poi divenne parlamentare prima dei Ds e poi del Pd e anche sottosegretario). Al centro di tutto c’è lui: Francesco Cavallari, detto Ciccio solo da chi voleva far credere di conoscerlo bene, mentre il suo vero nomignolo era «Cicci». E con lui finirono nell’inchiesta e agli arresti domiciliari gli ex ministri Vito Lattanzio (Dc) e Rino Formica (Psi), accusati di corruzione e finanziamento illecito ai partiti. Furono pesantemente coinvolti l’allora sindaco di Bari, Giovanni Memola (Psi), accusato di corruzione, l’ex sindaco Franco De Lucia (Psi), ma ancora un ex presidente della Regione, Michele Bellomo (Dc), ex assessori regionali come Franco Borgia (Psi) e Nicola Di Cagno (liberale), il direttore della Gazzetta del Mezzogiorno, Franco Russo. E anche appartenenti alle forze dell’ordine, capiclan, magistrati. In vent’anni sono stati tutti assolti. Tutti, tranne uno: Cicci. Lui aveva patteggiato. Ma l’altro ieri (che giorno era? il 6 maggio, un altro martedì) la Cassazione - proprio in occasione del suo compleanno - ha stabilito di fatto che Francesco Cavallari, l’ex «re Mida» della sanità privata barese, non è mafioso. I giudici hanno disposto un nuovo procedimento per la rideterminazione della pena. Assistito dagli avvocati Franco Coppi e Mario Malcangi, Cavallari nel 1995 patteggiò una condanna a 22 mesi di reclusione per associazione mafiosa e corruzione e gli fu confiscata gran parte del patrimonio, circa 350 miliardi di lire. Chiariamo: la corruzione resta, ma la pena andrà rideterminata. Il patrimonio? Si vedrà. Un vero tesoro accumulato a partire dalla fine degli anni ’70, grazie alla legge che istituì il servizio sanitario nazionale e che prevedeva le convenzioni con i privati. Il rappresentante di medicinali Cavallari compie il grande passo: «Rileva le quote di una società che possedeva la clinica Santa Rita, in via Bottalico, a Bari», racconta Antonio Perruggini, che fu suo stretto collaboratore ed è l’autore del libro Il botto finale, sottotitolo: «Morì un giudice, un imprenditore finì in esilio. Storia dello scandalo giudiziario più clamoroso di Bari e delle sue inaspettate fortune» (Wip edizioni, 10 euro). Fu quella la porta che Cavallari attraversò per entrare negli anni Ottanta da protagonista. Era la Bari da bere, la Bari governata dall’asse socialisti-democristiani. Nelle elezioni del 1981 per la prima volta in città il Psi superò il Pci. Era la Bari del giro vorticoso di soldi e favori, di affari e carriere, di rapporti opachi con il malaffare e la malavita, di assistenza medica privata in cliniche che sembravano alberghi a 5 stelle e posti di lavoro da chiedere e da garantire. Una città dove tutto si teneva insieme. Ma era soprattutto una città che aspirava al ruolo di capitale e poggiava le sue ambizioni su quattro pilastri: la sanità privata, la cultura, la finanza, la tecnologia. Erano le Ccr (le Case di cura riunite), il Petruzzelli, la Cassa di risparmio di Puglia e Tecnopolis. Era quindi anche la città del Petruzzelli e di Ferdinando Pinto, un altro socialista. Un lustro per la città che toccò l’espressione più alta con la produzione dell’Aida in Egitto, tra le vere Piramidi. Altri tempi, si dirà: rubinetti della spesa pubblica sempre aperti e politica compiacente. Certo, ma anche altre ambizioni, altre visioni, altra borghesia. Com’è finita lo ricordano tutti. Teatro in fiamme e a Pinto ci sono voluti dieci anni per dimostrare di essere innocente. Erano anche gli anni delle cene a casa Cavallari: villa su corso Alcide De Gasperi, lato destro andando verso Carbonara, con due piscine (una era coperta e l’altra scoperta), interni progettati dallo studio barese dell’ingegnere Dino Sibilano. Una volta, lì cenò Liza Minnelli, ma c’è chi ricorda anche Umberto Veronesi e Renato Dulbecco. Nulla di strano, in fondo nel frattempo Cavallari era diventato il capo di un’azienda, le Case di Cura Riunite, «cui facevano capo - ricorda Perruggini - 11 strutture a Bari e provincia specializzate in cardiochirurgia, dialisi, cardiologia, chirurgia, geriatria: è stata fino alla metà degli anni ’90 la prima azienda sanitaria privata di Italia con un fatturato prossimo ai 300 miliardi di lire annui e oltre 4mila dipendenti. All’epoca le Case di Cura Riunite erano per dimensioni seconde solo all’Ilva di Taranto». Bari era diventata l’eldorado della medicina convenzionata. Antonio Gaglione cardiochirurgo, già deputato, senatore e sottosegretario, ricorda ancora quell’8 maggio del 1992, oggi sono esattamente 22 anni, era il giorno che i baresi dedicano a San Nicola: a Villa Bianca (clinica Ccr) eseguì per la prima volta in Puglia un’angioplastica su un malato di cuore. Non era un paziente qualunque: si trattava di quel Nicola Di Cagno, politico e docente universitario, che tre anni dopo sarebbe finito coinvolto nell’inchiesta. E se la sera, dopo il teatro, si andava a cena da «Cicci» e dalla moglie, la signora Grazia Biallo, la mattina si facevano affari anche grazie al ruolo che aveva assunto la Cassa di Risparmio di Puglia, presidente Franco Passaro, socialista, docente universitario. Sotto la presidenza Passaro (dal 1981 al 1994) la Cassa diventa banca leader della Puglia assieme al Banco di Napoli. Com’è finita? L’ex presidente ha raccontato nel 2010 la sua versione in un libro La Resa. Piccola storia di una banca e di un processo. Infine, la quarta gamba di questa sorta di «primavera tecnocratica» barese anni ’80. Tecnopolis, il primo parco scientifico e tecnologico d’Italia, nasce alle porte di Bari da un’intuizione del professore di fisica Aldo Romano (prima socialista, poi vicino ai democristiani), allievo di Michelangelo Merlin che era a capo di un dipartimento di fisica, quello barese, dove ci fu la prima laurea d’informatica del Sud, seconda in Italia. Tecnopolis viene inaugurato nel 1984, per l’occasione arriva anche il vice governatore della California e assiste al convegno di battesimo intitolato «Finanza, tecnologia e imprenditorialità». L’Università di Bari, la Banca d’Italia, la Cassa per il Mezzogiorno e il Formez erano insieme nell’incubatore che consentirà la nascita del parco. Il modello del parco scientifico e tecnologico fu esportato in tutta Italia. Anche su Tecnopolis fu aperta un’inchiesta giudiziaria. Romano lasciò la presidenza del parco e andò a insegnare a Roma. Dall’inchiesta, alla fine, non emerse nulla. Nel 1982, intanto, la Regione Puglia, presidente Antonio Quarta varò il «Piano regionale di Sviluppo centrato sull’innovazione». Era l’82 e alla Regione si parlava di innovazione. Oggi Tecnopolis di fatto è InnovaPuglia, società della Regione che progetta e gestisce programmi di tecnologia dell’informazione e della comunicazione ed è anche una società per la promozione, gestione e sviluppo del Parco Scientifico e Tecnologico. Forse si farà davvero un film su un pezzo di questa storia. E se la scena iniziale sarà quella dell’alba sul lungomare di Bari, quella finale non potrà che essere il tramonto di Santo Domingo, dove adesso Francesco Cavallari, detto Cicci, gestisce una gelateria.

Francesco Cavallari, ex «re Mida» della sanità privata barese, non è mafioso. Lui lo aveva sempre sostenuto, ma le sue dichiarazioni dinanzi a pubblici ministeri e giudici erano rimaste inascoltate. E vent'anni dopo arriva la clamorosa decisione della Cassazione: è stata annullata la sentenza con la quale la corte di appello di Lecce aveva respinto l'istanza di revisione del processo al termine del quale nel gennaio 2013 era stato condannato per associazione mafiosa. I giudici della Suprema corte hanno disposto un nuovo procedimento per la rideterminazione della pena. Lo aveva sempre sostenuto e la Cassazione gli ha dato ragione: Francesco Cavallari non è mafioso. La Suprema Corte ha annullato la sentenza con la quale la corte d’Appello di Lecce nel gennaio 2013 aveva detto «no» all’istanza di revisione del processo avanzata dai suoi difensori, sulla base di un principio, in fondo, semplice semplice: un’associazione mafiosa con se stesso non può esistere. Cavallari è stato assistito dagli avvocati Franco Coppi e Mario Malcangi. Bari. Tutti assolti: con questo verdetto, 14 anni dopo gli arresti, si è concluso il processo d’appello per trentuno imputati coinvolti nell’operazione Speranza, in cui la procura di Bari ipotizzava un intreccio tra mafia, politica e affari. E così l’unico colpevole è rimasto Francesco Cavallari, noto come Cicci, per lungo tempo il re Mida della sanità privata pugliese e italiana: l’imprenditore, infatti, dopo essere stato arrestato, patteggiò una pena a ventidue mesi di reclusione per associazione mafiosa e corruzione subendo un sequestro patrimoniale di circa 350 miliardi di vecchie lire. A questo punto, però, visto che tutti i presunti componenti di quella organizzazione criminale sono stati scagionati nei vari processi relativi all’inchiesta che si sono susseguiti nel corso degli anni, Cavallari di fatto risulta associato con se stesso: proprio per questa ragione l’imprenditore, un tempo ex presidente delle Case di Cura Riunite e adesso gestore di una gelateria a Santo Domingo, ha chiesto la revisione del processo. L’inchiesta sul presunto intreccio tra politica, affari e criminalità organizzata nella gestione delle case di Cura Riunite di Bari, denominata speranza, fu diretta dall’allora pm Alberto Maritati, successivamente parlamentare del partito democratico e più volte sottosegretario, e coinvolse politici, magistrati e giornalisti. Tutti, naturalmente, non toccati dalla vicenda. Il vicenda giudiziaria che travolse Bari nel 1995 vide coinvolti oltre all’imprenditore esponenti politici di primo piano (tra i quali gli ex ministri Lattanzio e Formica poi assolti) amministratori regionali e infine esponenti della criminalità organizzata barese. Cavallari da anni vive a Santo Domingo dove gestisce una gelateria.

Lo aveva sempre sostenuto e la Cassazione gli ha dato ragione: Francesco Cavallari non è mafioso, scrive Giovanni Longo su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. La Suprema Corte ha annullato la sentenza con la quale la corte d’Appello di Lecce nel gennaio 2013 aveva detto «no» all’istanza di revisione del processo avanzata dai suoi difensori, sulla base di un principio, in fondo, semplice semplice: un’associazione mafiosa con se stesso non può esistere. Le carte, adesso, torneranno a una diversa sezione della Corte d’Appello salentina che dovrà rideterminare la pena che Cavallari aveva patteggiato: corruzione sì, falso in bilancio anche, ma mafia davvero «no». Così ha stabilito la Suprema Corte che ha accolto la richiesta della stessa Procura generale, oltre che quella dei difensori dell’ex «Re Mida» della sanità privata pugliese. «Sono contento che sia stata ristabilita la verità storica su quello che abbiamo sempre sostenuto da molto tempo», ha commentato l’avvocato Mario Malcangi, difensore di Cavallari, insieme con il principe del foro, il professor Franco Coppi. Si chiude così, dopo qua-si vent’anni, non solo la vicenda privata di Cavallari, ma anche quella della imponente operazione denominata «Speranza». Gli inquirenti teorizzarono la sussistenza, nel territorio barese, di u n’associazione a delinquere di stampo mafioso nata da un ben preciso accordo criminoso intervenuto tra Cavallari, maggior azionista e presidente del consiglio d’amministrazione della società «Case di Cura Riunite» s.r.l. e titolare effettivo della Geoservice s.r.l. - e i principali capi clan baresi. Nel mirino degli inquirenti «il controllo di attività economiche e servizi di pubblico interesse » anche «attraverso la manipolazione del consenso elettorale a beneficio di candidati compiacenti». L’operazione rappresentò un «cataclisma» per il sistema politico e imprenditoriale locale. Il primo vero scandalo nella gestione della sanità privata. Pesanti accuse che non hanno retto al vaglio della magistratura giudicante. Personaggi del calibro di Antonio, Sabino, Mario e Giuseppe Capriati, tra gli altri sono stati strada facendo assolti in via definitiva. Era il 1995 quando il gup del Tribunale di Bari aveva ratificato il patteggiamento a una pena (sospesa) di 22 mesi anche per l’accusa di associazione mafiosa per Cavallari. Un patteggiamento criticato dalla stessa sentenza con cui il Tribunale di Bari assolse alcuni suoi computati. Il re della sanità privata, che oggi vive a Santo Domingo dove gestisce una gelateria, non poteva essere considerato credibile quando ammise «di avere posto in essere molteplici e gravi condotte di corruzione di pubblici amministratori e di reati finanziari, e una serie di assunzioni di malavitosi» e non attendibile quando «pur riconoscendo di avere intrattenuto rapporti di connivenza con alcuni boss della malavita» negò «di avere stipulato un rapporto con i clan » . Nel corso del tempo tutti gli altri imputati erano stati assolti in via definitiva dalla stessa accusa. Di qui la richiesta di revoca della sentenza con proscioglimento «dal menzionato delitto di associazione a delinquere di stampo mafioso, perché il fatto non sussiste, con conseguente rideterminazione della pena inflitta ». La Corte d’Appello di Lecce aveva detto «no». Di diverso avviso la Cassazione. Dalle sentenze di merito è persino emerso come «Cicci» «sia stato sottoposto ad atti di intimidazione da parte dei clan». A seguito del patteggiamento, i giudici confiscarono numerosi beni tra i quali ville, appartamenti e terreni. Tra questi, anche la villa di corso De Gasperi a Bari e l’appartamento in via Putignani, nel centro del capoluogo, ora in uso alle forze dell’ordine. Un sequestro disposto ai sensi del codice antimafia. Adesso il rischio è che potrebbero ritornare nelle mani di Cavallari. Con tante scuse.

«Anzitutto, devo precisare che sono stato difeso da prof. Franco Coppi, ma anche dall’avv. Mario Malcangi di Bari, che mi ha seguito in questa vicenda. Qual è la mia prima reazione? Sono molto, molto felice, perché è tornata serenità e pace in famiglia e, finalmente, penso che potrò ritornare con un bel rapporto con mia moglie, perché purtroppo all’epoca non resse a tutto quel tam tam che ci fu tra carabinieri, guardia di finanza, ecc. Tanto che arrivammo al divorzio. Adesso, penso che lei si sia definitivamente convinta che in casa non ha mai avuto un Totò Riina o un Bernardo Provenzano. Quindi sono molto felice. Anche se in questa grande gioia che provo in questo momento c’è grande dolore per come sono ridotte le mie strutture, che erano un gioiello all’epoca. Non lo dico io, lo dicevano tutti. E soprattutto per le migliaia di dipendenti che hanno perso il posto di lavoro. Io non sono d’accordo con chi dice, con chi ha sempre detto che mi hanno tolto i magistrati, Maritati, Scelsi, 20 anni di vita. Io ho guadagnato 20 anni di vita in questo periodo. Perché se fossi rimasto a Bari, con quelle ansie, preoccupazioni, anni di dolore che ho provato, sarei crepato. Ecco perché io non sono crepato a Bari, ma finalmente, posso dire oggi, che loro mi hanno regalato 20 anni di vita. Quindi, sembrerà un paradosso. Sono grato a quei provvedimenti, che all’epoca presero per la mia libertà personale, che mi consentì, dopo tanti anni, di fare degli accertamenti diagnostici. Da qui venne fuori che ero un cardiopatico. Sto aspettando la mia famiglia, che mi raggiungerà in questi giorni, proprio per chiarire alcune situazioni tra di noi, di famiglia, e, quindi, penso di ritornare al momento debito. Perché adesso voglio completare tutto l’iter giudiziario. Certamente ritornare a Bari. Vedere quello strazio. Quelle condizioni in cui versano le mie strutture. Io penso che eviterò di passare da via Fanelli. Eviterò di passare da via Salandra, da via Ciro Petroni. Ecco quindi cercherò di non frequentare quei posti, per non rivivere certi momenti che ho vissuto. Molto belli. Ho maturato in me una grande decisione, che mi fa piacere, in primis, riportare attraverso Telenorba. Io creerò una fondazione per assistere coloro i quali sono senza difesa, perché non hanno la possibilità di permettersi un avvocato, ed anche un assistenza a parenti di persone che sono incarcerate».

Cavallari fu arrestato nel ’94 e patteggiò la pena di 22 mesi per associazione mafiosa ed alcuni episodi di corruzione. Dalle sue dichiarazioni racconta, rimasero coinvolti una sessantina di politici e tra loro l’ex assessore regionale Alberto Tedesco, che però, non venne indagato. Cavallari affermò di aver dato 20 milioni di lire anche a Massimo D’Alema, ma i pm baresi chiesero ed ottennero l’archiviazione dell’accusa per finanziamento illecito ai partiti. Ha riferito anche che alla fine degli anni 80 un amico gli segnalò per un’assunzione Patrizia D’Addario, ma non se ne fece nulla.

Sanità, Politia ed Affari. E’ già successo a Bari nei primi anni 90, dice Antonio Procacci in un suo servizio su Telenorba. Fu un vero terremoto. Un’ottantina le persone indagate e una trentina gli arrestati. Alla fine ha pagato solo uno: Francesco Cavallari. Il re delle cliniche private. Fu arrestato nel maggio ’94 e scarcerato a novembre, quando cominciò a svuotare il sacco. Fece i nomi, e che nomi: da i ministri Lattanzio e Formica al sottosegretario Lenoci; dall’ex presidente della giunta regionale Michele Bellomo all’ex senatore Alberto Tedesco, a cui, secondo il racconto fatto all’allora pm Alberto Maritati, oggi compagno di partito dell’ex assessore, diede un contributo di 40 milioni di lire per la campagna elettorale di Lenoci, pochi mesi prima del sui arresto. E poi parlò di magistrati, funzionari pubblici, direttori generali di ASL e persino di giornalisti. Partito come informatore scientifico, Cavallari ha costruito un impero. Il più grande della sanità italiana ed europea. Con 10 cliniche private e 4000 dipendenti: pagando mazzette finanziano campagne elettorali ed assumendo centinaia di dipendenti sponsorizzati dai politici e dalla malavita locale. Tutto annotato in agende e sul computer in un file denominato, non a caso, mala.doc. “Sono l’unico imprenditore che non si è potuto sottrarre ai ricatti dei politici, malavita organizzata, magistrati e forze dell’ordine” ha sempre sostenuto e dichiarato Cicci Cavallari, che era solito favorire l’acquisto di materiale sanitario da fornitori che li venivano segnalati dai politici. Nulla di nuovo nella successiva inchiesta “Tarantini”. All’epoca non c’era la droga e neanche le escort, anche se una giovanissima Patrizia D’Addario fu presentata pure a Cavallari, ma con l’intento di fargli eseguire giochi di prestigio in alcune serate nelle sue cliniche. C’erano già, invece, i viaggi regalati, però, non ai medici, bensì ad alcuni giudici e funzionari regionali. La grande differenza di ieri, rispetto ad oggi, la fanno, però, soprattutto i soldi. Davvero tanti: 4,5 miliardi di vecchie lire, secondo le ultime stime che l'ex re delle CCR avrebbe pagato a tutti: dal PCI, come ammesso da Massimo D’Alema, fino all’MSI. Chi più, chi meno, un po’ tutti confermarono di aver intascato mazzette da Cavallari, anche se alla fine, gogna mediatica a parte, nessuno, o quasi, ha pagato. Anzi, è la Regione Puglia che deve pagare a Cavallari 63 milioni di euro per TAC, risonanze magnetiche e ricoveri in esubero non saldati ai tempi dello scandalo. Fu proprio Tedesco, all’epoca assessore alla Sanità, a stoppare i pagamento alle CCR, come ha ricordato recentemente il re Mida della Sanità. Per non parlare delle parcelle degli avvocati, che hanno difeso molti di quei politici e rigorosamente a carico dello Stato. Alcuni di essi si sono ritirati dalla scena, altri invece, sono ancora sugli scudi.

Guardia di finanza in azione: finiti in prigione anche l'ex assessore regionale Marroccoli e un consigliere comunale di Bari. TITOLO: Puglia, manette alla sanità privata. Tra le accuse più pesanti: truffa aggravata, falso e corruzione. Ricoveri mai effettuati, pagati dall'Usl 600 mila lire al giorno. Coinvolti anche i vertici di "Apulia Salus" e "Santa Maria". Ventisei arresti, il carcere attende Francesco Cavallari padrone di dieci cliniche, scriveva Piraino Giancarlo su “Il Corriere della Sera” il 4 maggio 1994. Per qualche ora s'è temuto che, avvertito in tempo, fosse riuscito a riparare all'estero. Poi, a metà pomeriggio, è giunta notizia che stava tornando da Milano per costituirsi ai giudici baresi. Francesco Cavallari, "re" della sanità privata in Puglia, era stato infatti raggiunto da due ordinanze di custodia cautelare. Al mattino era già finito in cella Paolo Biallo, suo cognato e braccio destro nella gestione delle Case di cura riunite (10 cliniche, 4 mila dipendenti, 250 miliardi di fatturato all'anno), il direttore sanitario Nicola Simonetti (piantonato in ospedale), e altri quattro tra medici e dirigenti del gruppo. Sempre in mattinata erano stati arrestati l'ex assessore alla Sanità della Regione Puglia, Tommaso Marroccoli, e un consigliere comunale di Bari, Giuseppe Pellecchia. Il blitz della Guardia di finanza aveva raggiunto anche i vertici dei due gruppi concorrenti delle Case riunite: i fratelli Franco e Giuseppe Cacurri, proprietari dell'Apulia Salus (tre cliniche, più altre tre partecipate) e Vincenzo Traina, della Santa Maria. Coinvolti anche tre funzionari della Regione, Maria Grazia De Luca, Nicola Armenise e Lorenzo D'Armento. In tutto 34 ordinanze di custodia cautelare, che hanno interessato 27 persone (qualcuno ne ha ricevuta più d'una). Truffa aggravata, falso, reati contro la pubblica amministrazione e corruzione, i reati contestati dai giudici Giovanni Colangelo ed Annamaria Tosto. I provvedimenti sono stati firmati dal gip Maria Iacovone. In ballo i ricoveri in regime di convenzione e soprattutto quelli d'urgenza. Negli uffici dei funzionari regionali sono stati sequestrati documenti riguardanti il periodo 1990-93. Alle sole Case di cura riunite sarebbero stati versati 85 miliardi per ricoveri mai effettuati. Un soggiorno di degenza, alla Mater Dei o altra clinica del gruppo, costava sino a 600 mila lire. L'indagine sarebbe partita da una denuncia riguardante le risonanze magnetiche e le Tac. Differenziate le accuse: quella di corruzione riguarderebbe solo i vertici delle Case di cura riunite, l'ex assessore Marroccoli e i funzionari regionali. Marroccoli, i funzionari regionali e i vertici delle Case di cura sono finiti in carcere; per tutti gli altri, arresti domiciliari. Per Bari è un autentico terremoto. I personaggi sono tutti notissimi. Cavallari era nel mirino della magistratura da tempo. Il sostituto procuratore Nicola Magrone (ora deputato progressista) aveva accusato lui e il cognato Paolo Biallo d'assunzioni fatte negli ambienti della malavita. L'indagine gli era poi stata tolta, alla vigilia, pare, del coinvolgimento di alcuni personaggi politici. Magrone era stato anche deferito al Csm e poi completamente prosciolto. Di fronte al plenum del Csm era invece finito nel gennaio scorso il procuratore generale di Bari, Michele De Marinis. A lui erano stati contestati anche l'atteggiamento tenuto in quella vicenda e la sua supposta amicizia con Cavallari, ma nei suoi confronti non era poi stato assunto alcun provvedimento. La sanità privata pugliese è sempre stata al centro di polemiche politiche. Le opposizioni, di destra e di sinistra, alla giunta regionale hanno sempre contestato l'entità dei finanziamenti. Cifre imponenti: nel solo bilancio 1993 94, 310 miliardi, più altri 100 per la sola assistenza nelle malattie da tumore. Dei 310 miliardi i due terzi sarebbero finiti ai tre gruppi ora sotto indagine; i 100 miliardi per l'oncologia quasi tutti alla sola "Mater Dei", clinica di Cavallari in regime di convenzione con la Regione sino al 31 dicembre di quest' anno. Dopo quella data il governo della Puglia dovrebbe decidere se rinnovare la convenzione o acquistare la clinica. Ma in questo caso Cavallari aveva già pronta la soluzione di ricambio: proprio in questi giorni stava per varare l'Istituto oncologico del Mediterraneo, con i soldi dell'Isveimer e della Cassa di risparmio di Puglia; benchè il suo gruppo abbia con la Cassa barese un'esposizione di 65, qualcuno dice 100 miliardi.

Il giudice morto che turba un pm e un senatore Pd, scrive Gian Marco Chiocci su “Il Giornale”,  Lun, 26/09/2011 con  Massimo Malpica. Le inchieste sulla sanità pugliese, le accuse tra magistrati, gli esposti al Csm, le denunce in Procura. I veleni tra le toghe baresi di questi giorni, che vedono l'ex pm Scelsi contrapposto al capo dell'ufficio giudiziario del capoluogo, Laudati, ricalcano una storia oscura di 15 anni fa. Nel 1994 la Procura di Bari indaga su un re della sanità pugliese, Francesco Cavallari, presidente delle Case di cura riunite. Al lavoro ci sono quattro pm. Alberto Maritati (l'attuale senatore Pd che a detta di Scelsi, nel 2009, gli chiese notizie sull'affaire Tarantini per conto del dalemiano De Santis) e Corrado Lembo della Direzione nazionale antimafia, Giuseppe Chieco e Pino Scelsi (lo stesso che oggi accusa Laudati) della Dda locale. Procuratore capo facente funzioni è Angelo Bassi.

Bassi non è una toga rossa. Non ha colori. A dicembre '94 difende Antonio Di Pietro: «Si sono disfatti di un magistrato scomodo facendo disperdere intorno a lui il senso della giustizia», detta alle agenzie. Quando però il mese prima Silvio Berlusconi era stato raggiunto da un avviso di garanzia alla conferenza Onu sulle mafie, Bassi aveva apertamente parlato di «scempio». Non sui giornali, ma in ufficio sì. Tanto era bastato, racconta oggi la moglie, Luigina, per inquadrarlo come «non allineato». Di certo, da quel momento la sua vita prende una piega drammatica. Bassi, come tanti a Bari, conosce Cavallari, che è sotto intercettazione. Viene registrato un colloquio tra l'aggiunto e l'indagato. I due si danno del tu, si chiamano per nome. E poi, un giorno, a dicembre del 1994, Bassi va a casa di Cavallari per interrogarlo. «Essere andato a interrogare Cavallari, che intendeva collaborare, a casa sua (...) bastò a far decretare la mia fine», racconta lui stesso, a luglio del 1997, a Carlo Vulpio del Corriere della Sera. I «colleghi» che indagano su Cavallari lo denunciano alla procura di Potenza (allora competente per i magistrati baresi, ora è Lecce, come Laudati sa bene) e al Csm. Bassi si ritrova indagato: abuso di potere e omissione di atti d'ufficio le ipotesi di reato. Il Csm a settembre del 1995 lo trasferisce a Napoli: incompatibilità ambientale. E l'otto novembre '96 viene rinviato a giudizio dalla procura di Potenza. Proprio due dei suoi «accusatori», Scelsi e Chieco, in udienza confermano che Bassi «li raggiunse nel loro ufficio per informarli dell'incontro con Cavallari», nel corso del quale Bassi aveva raccolto una confidenza, utile per un'indagine che vedeva Maritati parte lesa a Potenza, subito trasmessa dagli stessi pm alla procura lucana. Non sembra un comportamento da favoreggiatore. Infatti il 14 marzo '97 Bassi viene assolto perché il fatto non sussiste. La motivazione della sentenza è devastante per gli accusatori dell'ex procuratore, e stigmatizza in particolare Maritati. Che, pur in conflitto di interessi, come inquirente e come parte lesa di quelle dichiarazioni, secondo il giudice «non ha avvertito la necessità di astenersi dal prendere parte a qualsiasi iniziativa del suo ufficio in relazione ad un fatto che lo riguardava personalmente, ed abbia anzi redatto unitamente ai colleghi Chieco e Scelsi la relazione inviata in data 23-12-94 al procuratore della Repubblica di Potenza». Bassi, assolto in tribunale, il giorno dopo la sentenza viene condannato in ospedale, dove gli viene diagnosticata una malattia in fase terminale. Morirà un anno dopo, non prima di aver denunciato i suoi accusatori Maritati, Scelsi, Chieco e Lembo che si ritrovarono sotto indagine a Potenza in un fascicolo. Archiviato. Come archiviata finì la denuncia degli stessi pm da parte di Cavallari, che nella maxi-inchiesta barese che aveva coinvolto anche big della politica come Massimo D'Alema (percettore per sua stessa ammissione di un finanziamento da Cavallari, ma il reato era prescritto) era stato, alla fine, l'unico condannato, patteggiando 22 mesi. Decisivo per chiudere l'indagine potentina in cui Cavallari denunciava «gravi violazioni» dei pm, fu il nastro di un colloquio in procura a Bari di Maritati e Chieco con lo stesso Cavallari, in cui l'imprenditore rivelava ai suoi interlocutori una sorta di «complotto» della politica contro di loro. Deja-vu? Fatto sta che Cavallari, di fatto, li scagiona mentre, a Potenza, li accusa. Tutto normale? Insomma. Maritati, come rimarcava in un'interrogazione del '97 l'allora senatore di An Ettore Bucciero, era «al contempo indagato (...) e magistrato inquirente che raccoglie e registra le dichiarazioni confidenziali del suo accusatore». Un delirio. Ma non è la sola stranezza. Quel verbale viene chiuso con Maritati che fa presente come alle «11.50 del giorno 12 febbraio 1996, Cavallari è uscito dalla nostra stanza», a Bari. Eppure lo stesso Cavallari quel giorno, secondo gli atti del procedimento della procura lucana, venne convocato e interrogato dai pm Nicola Balice ed Erminio Rinaldi. Alle 12: dieci minuti dopo, a 140 chilometri di distanza. E i due magistrati, ascoltando il nastro barese dell'ubiquo imprenditore, invece di stupirsi della strana coincidenza di date, chiesero (e ottennero) l'archiviazione per il futuro senatore Maritati e per i suoi colleghi. Chi tocca certi fili muore, come Bassi.

“Cavallari? Il male lo ha subito”. "In punta di piedi mi permetto di rivolgermi alla Sua persona in qualità di amico di Francesco Cavallari, dopo aver appreso dagli organi di informazione della consegna, anche alla Sua presenza, della villa di Rosa Marina in favore di una nobile causa sociale. Annoveri anche il buon Cavallari nelle preghiere che anche altri vescovi gli hanno sempre riservato". "In punta di piedi mi permetto di rivolgermi alla Sua persona in qualità di amico di Francesco Cavallari, dopo aver appreso dagli organi di informazione della consegna, anche alla Sua presenza, della villa di Rosa Marina in favore di una nobile causa sociale. Annoveri anche il buon Cavallari nelle preghiere che anche altri vescovi gli hanno sempre riservato". Una lettera aperta, (pubblicata da Nicola Quaranta su “Brindisi Report”) una difesa a tutto campo dell'imprenditore barese Francesco Cavallari. Antonio Perruggini, ex responsabile delle Pubbliche relazioni del Gruppo Case di Cura Riunite di Bari, all'indomani dell'inaugurazione, presso l'ex villa del Re delle Ccr di Bari, del Centro per l'autonomia, ripercorre le tappe della vicenda giudiziaria di Cicci Cavallari: fondatore delle "Case di Cura Riunite" di Bari, coinvolto negli anni Novanta nella tangentopoli barese. E lo fa rivolgendosi in prima persona al Vescovo di Brindisi e Ostuni, monsignor Rocco Talucci, che nel corso della cerimonia di benedizione ha sottolineato il senso e il valore dell'evento che ha sancito la consegna ai volontari del Centro per la riabilitazione dei disabili del patrimonio immobiliare a suo tempo confiscato: "Come nella Resurrezione, siamo a celebrare il passaggio dal male al bene". Queste le parole del vescovo. Ma chi, al fianco di Cavallari, ha lavorato per anni, vivendo la stagione fortunata delle Case di cura Riunite (all'epoca azienda leader in Europa nella Sanità Privata, con 250 miliardi di fatturato, undici presidi e oltre 4000 dipendenti), non ci sta: "Il Procuratore della Repubblica di Bari Angelo Bassi, il magistrato integerrimo che si permise di trattare Francesco Cavallari con umanità pur non avendo mai avuto alcun rapporto con lo stesso imprenditore imputato per mafia, mentre era in preda a atroci sofferenze, mi disse poco prima di morire che il caso Cavallari sarebbe terminato con un botto finale. E così è stato, anche se quello più fragoroso deve ancora arrivare. Non so se Cavallari assisterà a quell'esplosione, ma di sicuro il suo nome, la sua storia e quella dei suoi carnefici, ci saranno. In prima fila, ognuno con le proprie responsabilità e meriti. Proprio come diceva l'indimenticabile magistrato". La ragione dello sfogo: "Ancora oggi - scrive Perrugini - le cronache regalano pezzi di ingiustizia, così eclatante da far rabbrividire. Mi chiedo come si può non sapere che quell'uomo è innocente e ha subito ingiustamente un martirio durato 17 anni. Invece ancora oggi in pompa magna autorevolissimi esponenti della politica, dello Stato e della Chiesa partecipano all'affidamento di un bene di Cavallari, sequestrato perché lo stesso era accusato (mai condannato !) di ipotesi mafiose risultate penosamente infondate. Anzi infondatissime. E così l'azione devastante verso quell'uomo e l'azienda che aveva realizzato, ovvero di quelle cliniche che furono un vanto per il territorio pugliese e un esempio di eccellenza clinica per il meridione di Italia, pare non terminare mai, nonostante ben tre gradi di giudizio che hanno urlato la stessa parola finale: innocente. Dopo 17 anni". E la difesa continua: "Era il 17 dicembre del 2009 quando per l'ennesima volta un collegio giudicante di appello aveva sconfessato sonoramente tutta l'opera costata miliardi, contro Cavallari. Ma non bastò. Chi volle il suo sacrificio, quello della sua famiglia e dei suoi dipendenti, non si dette per vinto e in un ultimo disperato tentativo, tentò la strada della Cassazione, che con decisione ha consacrato quanto per anni e in tutte le lingue aveva riferito e avevano motivato i suoi legali. Non bastarono le testimonianze, i riscontri inesistenti, le rogatorie internazionali in mezzo mondo finite con un nulla di fatto, e la leale collaborazione dell'imprenditore a far ragionare i suoi accusatori". "Doveva sparire. E così avvenne. Ora è esiliato a Santo Domingo. Oggi è gravissimo e in certi versi sconvolgente, che la "signora con la spada" pronta a troncare ogni ingiustizia, non ottenga il giusto rispetto. E così mentre si scrive la parola fine "all'assalto alla diligenza", ora deve essere il tempo della presa d'atto di un fallimento e del riconoscimento morale e materiale di quanto è avvenuto in danno di un innocente. Di mafia si intende. Perché Francesco Cavallari è stato accusato di altri reati, che non potevano procurare l'attacco verso tutto il suo essere e consentire di entrare anche nei "buchi delle sue serrature" e incenerire anche la polvere che calpestava. Quindi l'affondo, nelle parole di Peruggini: "L'affare ciclopico c.c.r". ha sorpassato da tempo i limiti della decenza politico-economico - istituzionale e nonostante le urla di giustizia consacrate in coerenti sentenze penali e civili, non ha fatto muovere nulla e nulla è stato fatto, come se in una sorta di limbo imbalsamato e maledetto da un diabolico sortilegio, "la bestia" doveva restare vittima, in attesa della tanto adorata "bella". Quello che è stato più volte e chiaramente scritto "in nome del popolo italiano", evidentemente ha infastidito i pochi reduci della "lotta verso Cavallari" e così mentre viene consacrato che quanto ha subito è stato davvero troppo, attraverso le ipotesi di mafia e truffa naufragate insieme alle loro congetture, l'unica vittima di questo affare colossale, resta Cicci Cavallari che ha creato lavoro e sviluppo economico, restando completamente estraneo alle insussistenti accuse del naufragio annunciato". Ed in fine le conclusioni: parole rivolte direttamente a monsignor Talucci. "Mi aspetto che almeno un Vescovo, con il suo noto senso di Carità avverta la opportunità di condividere una atroce sofferenza, agevolmente da conoscere con un minimo cenno, al fine di poter annoverare anche il buon Cavallari nelle preghiere che anche altri vescovi gli hanno sempre riservato. Penso che qualsiasi uomo che sente il dovere della giustizia terrena e divina, debba avere la gioia di conoscere una storia, a maggior ragione quando questa è costellata da grandi sofferenze trasformate spesso in altre versioni lontane dalle sentenze e dai fatti per il tramite di articoli e menzogne riportate in centinaia di "cronache", e in libri pubblicati e venduti sulla pelle di Cavallari e di una azienda passata di mano senza troppe esitazioni". "La storia vera, che in tutta solitudine Cavallari, ormai stremato, ha invocato per anni e che non è stata mai ascoltata ha sostenuto invece varie fortune politiche, una drammatica disoccupazione e l'affermazione di un nuovo modello di gestione della sanità che viviamo ogni giorno. Basta ancora oggi alzare il telefono e chiedere la disponibilità di una Risonanza Magnetica o di una Tac per rendersene conto". La chiosa, in calce alla lettera indirizzata al vescovo: "Ringrazio il Signore - scrive Perruggini - per avermi donato la gioia di essermi rivolto alla Sua pregevole persona e di aver vissuto nel mio cuore un glorioso momento di giustizia, pregandoLa di perdonare il mio sfogo e di rivolgere la Sua preghiera e il Suo perdono anche verso chi a Cavallari volle così male". La storia giudiziaria di Cavallari, in sintesi: negli anni Novanta l'imprenditore barese finì in manette nell'ambito di un'operazione che portò la magistratura a scoperchiare un presunto intreccio affaristico, politico, criminale. Una vicenda giudiziaria che scosse nel capoluogo i palazzi del potere. Cavallari a suo tempo patteggiò la pena, quella di associazione per delinquere di stampo mafioso, e uscì dal carcere. Riacquistata la libertà, perse però i suoi averi. Quel patteggiamento, infatti, segnò la fine del suo impero economico e portò alla confisca di gran parte dei beni di famiglia, compresa la lussuosa villa nel residence più esclusivo del litorale ostunese. Nei mesi scorsi la Cassazione ha chiuso anche l'ultimo capitolo di quella vicenda giudiziaria, dichiarando inammissibile il ricorso che era stato presentato dalla Procura generale avverso la sentenza con la quale nel 2009 i giudici d'appello mandarono assolti, perché il fatto non sussiste, anche le dodici persone ritenute vicine ai clan baresi a cui, sempre secondo la Pubblica accusa, Cavallari aveva concesso una serie di aiuti, a partire dalle assunzioni presso le sue cliniche. Nel corso del tempo furono assolti anche gli altri personaggi eccellenti coinvolti in quella inchiesta: ex assessori e funzionari regionali, ex ministri, giornalisti. Cavallari, l'unico all'epoca a scegliere la strada del patteggiamento, risulta così anche l'unico colpevole.

Maritati & C.: “liberammo Bari”. Adesso chi ci libererà da loro? Si chiede Nicola Picenna su “Toghe Lucane”. L'inchiesta “Speranza” (31 imputati) e l'inchiesta “Toghe Lucane” (34 indagati) hanno molto in comune, oltre al numero degli indagati che quasi quasi coincide. Entrambe ipotizzano una vasta rete di corruttela fra imprenditori, politici, magistrati e delinquenza comune e non. Entrambe sembrano destinate a finire in un nulla di fatto. Tutti assolti in appello (tranne Francesco Cavallari che aveva scelto il patteggiamento) quelli di “Speranza”. Tutti in attesa che si pronunci il Gip sulla richiesta di archiviazione tombale, per “Toghe Lucane”. Uno dei PM che aveva condotto le indagini nell'inchiesta “Speranza”, Alberto Maritati, difende il suo operato: “può anche succedere che l'accusa venga rovesciata con una sentenza di assoluzione, ma non per questo si deve pensare che il pm sia stato un cieco persecutore”. Anche il Procuratore Capo, Giuseppe Chieco, difende l'operato della Procura di cui ha la responsabilità, criticando quello del dr Luigi de Magistris dopo che gli indagati da quest'ultimo – nel “filone” Marinagri, troncone rilevante del “Toghe Lucane, sono stati assolti. Nel processo “Speranza”, “non si deve pensare che il pm sia un cieco persecutore. I provvedimenti cautelari da noi richiesti sono passati al vaglio di tre giudici: il gip, il Tribunale del Riesame e la Cassazione”, così parla Alberto Maritati. Nel procedimento “Toghe Lucane-Marinagri” il provvedimento (cautelare) del sequestro del cantiere è stato confermato dal Gip, dal Riesame, dalla Cassazione e, per altre due volte, nuovamente dal Gip. Ma De Magistris viene dipinto come un “cattivo magistrato”. Nel procedimento penale “Toghe Lucane” il pensiero infamante è obbligatorio. “Di regola il pm che svolge le indagini è lo stesso che sostiene l'accusa anche nel dibattimento e, a certe condizioni, anche in appello. I pm non hanno seguito il procedimento fino alla conclusione... e il processo è stato spezzettato in tanti tronconi: questo secondo me ne ha decretato la fine”. Così parla Maritati del processo “Speranza” e non si sbaglia. Per “Toghe Lucane” è lo stesso. Il primo pm (Luigi de Magistris) viene sottratto all'inchiesta; gli subentra Vincenzo Capomolla che spezzetta “Toghe Lucane” in tanti tronconi. Nel momento topico del processo anche Capomolla evapora. Arriva Cianfrini che in pochi minuti valuta quintali di atti giudiziari e chiede l'assoluzione. Gabriella Reillo, Gup dalle indiscusse capacità valutative, assolve. “Quell'inchiesta ha liberato Bari da una cappa... Cavallari controllava la città. Così come ha detto egli stesso a noi e come ha detto a voi (Corriere del Mezzogiorno, ndr) nell'intervista conferma di aver distribuito 4 miliardi di lire ai politici e non solo”; sempre Maritati che parla apertis verbis. Anche per “Toghe Lucane” emergeva la “cappa” o, come scrisse De Magistris, “l'associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari, alla truffa aggravata ai danni dello Stato ed al disastro doloso”. Che Bari si sia liberata da quella cappa, alla luce delle recenti inchieste sulla sanità pugliese, appare affatto certo. Come accade in Basilicata, dove gli indagati da De Magistris (in buona parte) occupano ancora i posti di comando e controllo. Se non che, a guardare tutto, si scopre che Giuseppe Chieco, oggi fra gli indagati in “Toghe Lucane” è stato fra i PM dell'inchiesta “Speranza” insieme con Maritati. Che Chieco e Maritati furono indagati per abuso d'ufficio in una inchiesta tenuta dalla Procura di Potenza da cui vennero prosciolti grazie alle improvvide dichiarazioni rese loro (che strano) proprio da Francesco Cavallari. Era il 12 febbraio 1996, in Procura a Bari, presenti Chieco, Maritati e Cavallari. Ma Cavallari nega e si scopre che in quello stesso giorno, a quella stessa ora, Cavallari Francesco veniva interrogato a Potenza. Carte false, Chieco e Maritati vennero salvati da carte false autoprodotte. “Liberammo Bari” dice Maritati, ma chi ci libererà da loro? p.s. Qualcuno chieda ad Alberto Maritati, perché la quota parte dei 4 miliardi finita nelle tasche di Massimo D'Alema finì con la prescrizione e come mai egli decise di candidarsi proprio nel partito di Max e come fu che, eletto alle suppletive, D'Alema lo volle immediatamente sottosegretario nel I e II governo di cui era Presidente del Consiglio. Qualcuno chieda a Maritati perché non indagò Alberto Tedesco, indicato fra i percettori di una quota consistente dei “soliti” 4 miliardi; come oggi risulta indagato per analoghe operazioni poste in essere da assessore della giunta “Vendola”. Qualcuno chieda a Maritati come fa a sostenere lo sguardo dei parenti di quel magistrato coperto da accuse infamanti ma poi assolto per non aver commesso il fatto. Qualcuno gli chieda perché, ancora oggi, non sente vergogna ogni qualvolta ne richiama la memoria, tradendolo anche da morto, come di un magistrato colpevole di inqualificabili (ma inesistenti) reati.

MAI DIRE MAFIA. FRANCESCO CAVALLARI E LA SFIDUCIA NEI MAGISTRATI.

Una cosa è certa, però. Per i poveri cristi vale “Colpevole fino a prova contraria”. Per gli intoccabili vale "Innocente fino a prova contraria o fino all’archiviazione o alla prescrizione".

Nel "palazzo dello scandalo". Un giorno con i giudici indagati, scrive Riccardo Lo Verso Mercoledì 23 Settembre 2015 su “Live Sicilia”. Da Silvana Saguto a Tommaso Virga, passando per Lorenzo Chiaromonte e Dario Scaletta. Alcuni hanno cambiato incarico, altri hanno rinunciato a parte dei loro compiti, ma è negli uffici giudiziari palermitani che attenderanno il giudizio del Cms sulla loro eventuale incompatibilità ambientale. Tommaso Virga è nella sua stanza al primo piano del nuovo Palazzo di giustizia di Palermo. Due rampe di scale lo separano dalla sezione Misure di prevenzione finita sotto inchiesta. Siede alla scrivania dopo avere appeso la toga e tolto la pettorina, il bavaglino bianco che un regio decreto del 1865 impone di indossare ai giudici in udienza. Questioni di forma e decoro. Virga parla con i cancellieri e prepara il calendario delle udienze della quarta sezione penale. Fa tutto ciò che deve fare un presidente che si è appena insediato. Archiviata l'esperienza di consigliere togato al Consiglio superiore della magistratura aspettava che si liberasse una sezione a Palermo. Un incrocio, quanto meno insolito, ha fatto sì che andasse a prendere il posto di Mario Fontana, chiamato a sostituire Silvana Saguto, l'ex presidente delle Misure di prevenzione travolta dall'indagine in cui è coinvolto lo stesso Virga. Che si mostra disponibile con il cronista che bussa alla sua porta. “Nel rispetto del ruolo che ricopro non ho mai fatto dichiarazioni”, dice il presidente chiarendo subito la sua intenzione di non cambiare idea proprio adesso. Inutile chiedergli dell'indagine che lo coinvolge, della credibilità della magistratura che vacilla, della perplessità legittima di chi si chiede se questa storia possa intaccare la serenità necessaria per chi deve amministrare la giustizia al di là di ogni ragionevole dubbio, dell'opportunità di continuare a fare il giudice a Palermo. Perché tutti i magistrati coinvolti nell'indagine sono e resteranno a Palermo. Alcuni hanno cambiato incarico, altri hanno rinunciato a parte dei loro compiti, ma è negli uffici giudiziari palermitani, nei luoghi dello scandalo, che attenderanno il giudizio del Csm sulla loro eventuale incompatibilità ambientale. Virga è tanto garbato quanto ermetico. Si limita a fare registrare un dato incontrovertibile: “Sono al mio posto, a lavorare”. I suoi gesti e il tono della voce sembrano rispondere alla domanda sulla serenità. Qualcuno degli addetti alla cancelleria si spinge oltre le impressioni con una frase asciutta: “L'autorevolezza del presidente Virga è fuori discussione”. Già, l'autorevolezza, al centro delle discussioni che impegnano gli addetti ai lavori nell'apparente normalità di una mattinata al Palazzo di giustizia. Apparente perché è profondo il solco tracciato dalla domanda che anima ogni capannello che si forma nei corridoi o davanti alle aule: può essere credibile una magistratura segnata da un'indagine, fastidiosa oltre che grave visti i reati ipotizzati? Nello scandalo dei beni confiscati sono coinvolti quattro magistrati. Uno è Tommaso Virga, gli altri sono Silvana Saguto e Lorenzo Chiaramonte (vecchi componenti della sezione Misure di prevenzione, azzerata con l'arrivo di Fontana) e il pubblico ministero Dario Scaletta. Hanno ruoli diversi nella vicenda. Per tutti vale il principio della presunzione di non colpevolezza su cui si basa il nostro stato di diritto. La Saguto sarebbe il vertice del presunto sistema affaristico - i pubblici ministeri di Caltanissetta ipotizzano i reati di corruzione, induzione alla concussione e abuso d'ufficio - creato attorno alla gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia. Un sistema che avrebbe finito per favorire alcuni amministratori giudiziari piuttosto di altri. Fra i “favoriti” ci sarebbero Gaetano Cappellano Seminara, il principe degli amministratori, e il giovane Walter Virga, figlio del Tommaso di cui sopra. A detta dei pm nisseni, il primo sarebbe stato nominato in cambio di consulenze assegnate al marito della Saguto e il secondo per "ringraziare" Virga padre che, quando era consigliere del Csm, avrebbe calmato le acque che si agitavano sull'operato della Saguto. Un aiuto smentito nei giorni scorsi da Virga, tramite il suo legale, l'avvocato Enrico Sorgi: “Durante il proprio mandato al Csm non risultano essere stati avviati procedimenti disciplinari a carico della Saguto. I fatti che formano oggetto della notizia diffusa sono del tutto privi di potenziale fondamento”. Chiaramonte, invece, è indagato per abuso d'ufficio perché non si sarebbe astenuto quando ha firmato l'incarico di amministratrice giudiziaria a una persona di sua conoscenza. Infine c'è Dario Scaletta, pm della Direzione distrettuale antimafia e rappresentante dell'accusa nei processi in fase di misure di prevenzione. Scaletta avrebbe fatto sapere alla Saguto che era stata trasferita da Palermo a Caltanissetta l'inchiesta su Walter Virga e cioè il fascicolo da cui è partito il terremoto giudiziario. Il pubblico ministero ha chiesto di non occuparsi più di indagini su Cosa nostra e di misure di prevenzione. Tutti i magistrati, coinvolti nell'indagine a vario titolo e con profili diversi, restano a Palermo. Silvana Saguto, appena avrà recuperato da un infortunio fisico, andrà a presiedere la terza sezione della Corte d'assise. Chiaramonte, ultimate le ferie, prenderà servizio all'ufficio del Giudice per le indagini preliminari. Sarà il Csm a decidere se e quando trasferirli. Sul caso è stato aperto un fascicolo, di cui si occuperà la Prima Commissione, competente sui trasferimenti per incompatibilità ambientale e funzionale dei giudici. Il Consiglio superiore della magistratura per tradizione non spicca in velocità. In una giustizia spesso lumaca non fa eccezione il procedimento davanti all'organismo di autogoverno della magistratura che somiglia molto, nel suo svolgimento, ad un processo ordinario. A meno che non venga preso un provvedimento cautelare urgente ci vorrà tempo prima di conoscere il destino dei magistrati, forse più di quanto ne servirà ai pubblici ministeri di Caltanissetta per chiudere le indagini o agli stessi indagati per chiarire la loro posizione. Il “forse” è dovuto al fatto che le indagini affidate ai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Palermo sembrano essere appena all'inizio e i pm non hanno alcuna intenzione, al momento, di sentire i magistrati che avevano chiesto di essere interrogati. Oggi, però, son arrivate le parole del vicepresidente del Csm Giovanni Legnini durante il plenum. "Oggi parlerò con il presidente della Repubblica", ha detto ribadendo la volontà di "procedere con la massima tempestività e rigore".

C’era una volta il «mafioso» Cavallari. Ecco l’immenso patrimonio che «Cicci» vuole indietro, scrive Carmela Formicola su “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 23 settembre 2015. Cravatte jacquard, all’epoca si usava così. Si diceva ne avesse 12 tutte uguali. E anche 12 costose regimental. E almeno 12 o forse 24 maglioncini di cashmere, da usare nelle occasioni informali. Ai ricchi piace la dozzina, come unità di misura. Chissà perché. E Francesco Cavallari era indiscutibilmente un uomo ricco (magari lo è anche oggi ma la circostanza al momento non ci riguarda). Ricco, ricchissimo. Si narra che all’epoca d’oro del Teatro Petruzzelli - gestione Ferdinando Pinto - il re della sanità privata barese avesse regalato agli amici un viaggio in Egitto, con volo charter, per andare a vedere l’Aida alle Piramidi. Non tutti, della comitiva, apprezzavano Giuseppe Verdi, ma questo è un dettaglio. E quella era tutta un’altra epoca, aurea e opulenta un fiorire di accordi e amicizie, carriere e palazzine, di soldi e bella vita. Altro che i tempi uggiosi e striminziti di oggi, questo anemico orizzonte che ti tocca a meno che non sia tra i truculenti speculatori di Roma Capitale (che però anche quelli una bella fine non la stanno facendo). Quando lo chiamavano Re Mida - Francesco Cavallari, nel 1994, quando i primi magli della magistratura cominciarono a colpire, era proprietario non solo delle mitiche Case di cura riunite (ben dieci cliniche e una undicesima in costruzione) ma anche di una serie di società quali Oncohospital, Magida, Immobil D, Immobil M, Immobil Ag, Immobilgero, Gerohospital, Cardiohospital e altre ancora. Poi c’erano le ville e gli appartamenti, i titoli, i conti correnti, le automobili, le collezioni d’arte, le lire, i marchi, le sterline. Ma gran parte di questo patrimonio, com’è noto, è stato confiscato dalla magistratura nel dicembre 1996. Sono bastati circa due anni alla Giustizia per azzerare non solo un impero ma anche un pezzo di storia barese. Perché «Cicci», come lo chiamavano gli intimi, è stato un autentico personaggio, amato ed odiato, sfruttato, forse sfruttatore, per taluni generosissimo, per altri uno squalo. L’intreccio mafia politica affari - Una «triangolazione», l’avevano chiamato i giudici inquirenti, l’intreccio fatale tra impresa, politica e mafia. Mafia, già. Roba seria. Difatti Cavallari il 30 giugno 1996 patteggia una pena a un anno e dieci mesi di reclusione per associazione mafiosa. Secondo i magistrati l’imprenditore avrebbe «promosso diretto e organizzato tra il 1985 e il 1994 un’associazione per delinquere di stampo mafioso assieme ai pluripregiudicati Savino Parisi e Antonio, Mario e Giuseppe Capriati con la partecipazione di altre 25 persone». Il paradosso - Ma a distanza di anni e anni (quando forse di Cavallari, cliniche, triangolazioni, tangenti vere o presunte ci eravamo scordati tutti) l’ex imprenditore - che oggi simpaticamente gestisce (!) una gelateria a Santo Domingo - chiama i suoi avvocati e chiede: scusate, sbaglio o sono l’unico condannato per mafia in quel dannato procedimento? E i legali gli confermano che non sbaglia affatto. Perché la grande inchiesta sulla sanità privata culminata nel 1995 negli arresti della cosiddetta «Operazione Speranza» (allusione all’aria pulita che finalmente si sarebbe tornata a respirare dopo gli anni plumbei delle gestioni amicali) alla fine si è sciolta nel nulla. Qualcuno, con sintesi giornalistica, l’avrebbe definita «flop», almeno in termini di risultato finale. Qualche proscioglimento, qualche assoluzione, qualche prescrizione e del grandioso impianto accusatorio rimasero le ceneri. Possibile? Sì, e ancora oggi gli osservatori si domandano se fosse frettolosa, paranoica o peggio «politica» l’accusa, se sia invece stata morbida la magistratura giudicante, se siano stati prodigiosi gli avvocati degli imputati. Tant’è. Quel che è fatto è fatto. Come si fa un’associazione mafiosa da solo? - Ma torniamo a Cavallari che tra le palme e le noci di cocco, nella beatitudine dei Caraibi a un certo punto comincia a domandarsi: non ho capito, sono io l’unico fesso? Pardon: colpevole? Lui, informatore scientifico, compìto, sorridente, cattolico, un self made man che nel buen retiro dominicano intuisce la logica stringente del sillogismo aristotelico senza nemmeno averlo studiato, Aristotele. Il codice penale è moto chiaro. All’articolo 416 recita: «Quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti, coloro che promuovono o costituiscono od organizzano l’associazione sono puniti...». Il 416 bis connota l’associazione di stampo mafioso. In ogni caso, per dar vita a un’associazione per delinquere, mafiosa o meno, bisogna essere almeno «tre o più persone». Cavallari a questo punto del ragionamento si chiede: ma se non ci sono altri condannati, con chi l’avrei fatta io questa cavolo di associazione mafiosa? Alcune buone ragioni per chiedere la revisione - Decidere di chiedere la revisione del patteggiamento significa per Cavallari riprendersi un paio di cose fondamentali: la dignità. E i soldi. Se i giudici stabilissero che Cavallari non è mafioso, verrebbe meno anche l’ordinanza di confisca dei suoi beni, emessa in base alla normativa antimafia. Sacrosanto: sei mafioso? Ti tolgo i soldi, che sicuramente hai guadagnato in maniera illegale. Ma all’ex Re Mida della sanità pugliese non interessa soltanto la possibilità di riavere indietro l’ingente patrimonio confiscato (i soldi non sono mai troppi, anche Pablo Picasso diceva: «Mi piacerebbe vivere come un povero ma con un sacco di soldi»). C’è dell’altro, c’è di più. Cancellare il reato di associazione mafiosa significa riprendersi un pezzo di vita. La soddisfazione di dire: avevo ragione quando dicevo che non ero mafioso, che c’era un teorema, un accanimento contro di me. Una questione di immagine, oltre tutto, e per la borghesia, certe volte, l’immagine conta più dei soldi. Corte d’appello, Cassazione e ritorno - Così Cavallari, assistito da due avvocati-mastini (il tranese Mario Malcangi, relativamente giovane ma soprattutto agguerrito e il luminare della legge professor Franco Coppi, già legale tra l’altro di Giulio Andreotti) chiede la revisione del patteggiamento. Revisione che riceve dai giudici della Corte d’Appello di Lecce un granitico «No». La Corte di Cassazione, tuttavia, cui la difesa dell’ex imprenditore ricorre, rispedisce le carte a Lecce. «Vedete bene», sussurra in soldoni la Suprema corte. E il 18 settembre scorso i giudici d’Appello leccesi hanno deciso di acquisire la sentenza di patteggiamento e tutti i verbali del procedimento concluso nel ‘96. I giudici torneranno a riunirsi a metà gennaio, in seguito potrebbero decidere di rideterminare la pena inflitta all’ex presidente delle Ccr e di eliminare dunque il reato di associazione mafiosa. Ma è il copione di Punta Perotti? - La storia si ripete. Qualora la Corte d’Appello di Lecce accogliesse le richieste di Cavallari ci sembrerebbe di assistere a qualcosa di già visto. «Assolti e confiscati» è il titolo che Michele Matarrese ha dato al suo libro autobiografico, un titolo che ha dentro l’ossimoro di una vicenda giudiziaria surreale: i costruttori di Punta Perotti, nel lungo e controverso procedimento giudiziario, sono stati a un certo punto assolti dall’accusa di lottizzazione abusiva. Tuttavia gli scheletri di Punta Perotti sono rimasti sotto confisca, e poi abbattuti in uno show mediatico-politico che tutti ricordiamo. A quel punto la famiglia Matarrese ha dovuto costruire un impianto giudiziario internazionale, perfino più tenace del cemento armato, per sentirsi dire alla fine, ma molto alla fine, e sempre con la lieve smorfia del dissenso legalistico: va bene, forse avevate ragione voi. Risultato: prima o poi l’amministrazione dovrà risarcire i costruttori degli edifici (abbattuti) di Punta Perotti e magari restituirgli i suoli dove oggi si stende la verde spianata della giustizia. O ingiustizia. Punti di vista. Una stagione indimenticabile - Non a caso sia il caso Punta Perotti sia l’affaire Ccr (ma non dimentichiamo l’oscura storia del rogo doloso del teatro Petruzzelli) maturano sostanzialmente nella stessa stagione. Si nutrono di un humus, pescano negli stessi ambienti, in quella Bari sull’orlo del grande salto di qualità, pronta a cambiare pelle e a dire basta al marchio/stereotipo «bottegai, commercianti, levantini, palazzinari», no, no: noi siamo ben altro! Ma qualcosa si è inceppato nel meccanismo del revanchismo. Le cause? Mah, bisognerà chiederlo ai sociologi, agli economisti, agli intellettuali. Tribunale, il palazzo dei passi perduti - Da cronisti possiamo solo fare un salto all’indietro, nei corridoi del palazzo di Giustizia di piazza De Nicola. Qualcuno riteneva di avere buoni amici tali da coprire le audacie? Qualcun altro aveva deciso di vestire i panni del giustizieredellanotte e fare piazza pulita di ogni illecito anche solo sospetto? Sospetti, veleni e fango, di fatto, alla metà degli anni Novanta, si sono consumati nei corridoi (e non solo) della giustizia barese. Ma sono cicli destinati a ripetersi, né possiamo dimenticare che spazzata via la (presunta) triangolazione che governava la sanità privata convenzionata pugliese, non siano venute altre batoste giudiziarie, in epoca più recente, a raccontarci crudamente che forse una sanità scevra da interessi non esisterà mai. Vuoi che da qualche parte della Puglia, in questo stesso istante, non sia all’opera il Tarantini di turno pronto a tentare di corrompere qualcuno per piazzare le protesi commercializzate dalla sua società magari intestata a un cugino lontano? Ah, quante cose abbiamo visto noi umani...E se dovessero restituirgli tutto? - Ma torniamo a Francesco Cavallari. E al suo patrimonio. Le gloriose, eleganti, efficientissime cliniche private sono diventate patrimonio della Cbh. Qualcuna ha chiuso, qualcun’altra è stata accorpata, altre sono state riconvertite. Ci sono stati procedimenti civili e poi scioperi, proteste, cassintegrati, interrogazioni parlamentari. In più la tecnologia ha rifatto il giro del mondo e le leggi sono cambiate. Morale: difficilmente, qualora Cavallari rientrasse in possesso delle quote societarie delle sue antiche società, il polo sanitario privato potrebbe rinascere con quella struttura e quell’organizzazione. Poi ci sono le quote delle società edili e immobiliari. L’ex presidente delle Case di cura riunite le cliniche se le costruiva da solo, con le sue aziende. Così non solo erano floride le sue attività sanitarie ma lo era anche il suo business edilizio. Ma questi, lo abbiamo già detto, sono tempi cupi, la crisi ha messo in ginocchio moltissime imprese edili, sono sopravvissuti soltanto i grandi e una marea di gente sta a spasso. E che dire della sfarzosa villa di corso De Gasperi? Oggi è occupata dalla Guardia di Finanza, che ha sistemato certi tristi armadietti di metallo e la macchina per le fotocopie accanto al camino bianco con le colonnine doriche. Che fai: sfratti le Fiamme Gialle? Cose che solo in Italia possono succedere. Ma queste sono tutte congetture. Una volta rientrato in possesso del suo immenso tesoro, Francesco Cavallari potrebbe:

a) tornare sulla scena sociale ed economica barese come una consumata primadonna, quale di fatto è già stato;

b) rinchiudersi in uno dei suoi lussuosi appartamenti o delle sue sontuose ville e fare il nonno felice.

(C’è anche una terza opzione: restare a Santo Domingo, in compagnia della sua giovane compagna dominicana, continuare a servire il buon gelato italiano e mandare tutti a quel paese, che magari dà ancora più soddisfazione). Ville, appartamenti e poi, come ogni ricco che si rispetti, Cavallari aveva anche un bel parco macchine, una Maserati, una «collezione di beni d’interesse storico e archeologico», come annota il giudice nell’ordinanza di confisca. E ancora quote societarie, titoli, conti correnti. Un tesoro intestato anche ai figli Daniela, Marco e Alceste Giancarlo e alla moglie, Grazia Biallo, che lo lasciò intensamente provata dallo scandalo. In una effervescente intervista rilasciata in esclusiva alla Gazzetta del Mezzogiorno nel luglio 2013, Cavallari ammise: «Sì sono ancora innamorato di mia moglie. Le ho detto che finiremo la nostra storia insieme». Una boutade? Chissà...Francesco Cavallari, nel tempo, ha affinato le sue doti di comunicatore, che sono sempre state il suo punto di forza, fin dall’epoca dei giri faticosissimi che toccano a ogni informatore scientifico che si rispetti, epoca in cui - si narra - manteneva il sorriso anche dinanzi alle porte sbattute in faccia. Ma ora si è fatto più acuto, più sottile, più ironico. Nelle rarissime dichiarazioni pubbliche è stato chiaro a tutti quanti messaggi cifrati stesse inviando a personaggi di ogni genere, pesci grandi e piccoli, amici, ex amici, vecchi nemici, uomini e donne. E ai magistrati, ovvio. Dalla donna che per prima lo fece arrestare (l’attuale procuratore generale di Bari, Anna Maria Tosto) al suo più grande accusatore (Alberto Maritati, già procuratore nazionale antimafia aggiunto poi anche sottosegretario di un governo di centrosinistra), fino a uno dei giovani pubblici ministeri che firmò le richieste di arresto dell’«Operazione Speranza» (Michele Emiliano, l’attuale presidente della Regione Puglia). E adesso? Il 2016 potrebbe essere l’anno della cancellazione del reato di associazione mafiosa, della restituzione dei beni confiscati e del trionfale ritorno a Bari. E - chi può dirlo? - delle clamorose rivelazioni che, 22 anni dopo l’arresto, a 77 anni d’età, Cavallari potrebbe infine decidersi a fare. Raccontando davvero la storia che solo qualcuno conosce, che solo in pochi hanno intuito. I pochissimi amici che gli sono rimasti accanto in tutto questo tempo (tanti altri hanno preso il volo dopo il rovesciamento di fortune) parlando di «Cicci» amano citare una canzone di Francesco De Gregori, «Il panorama di Betlemme», quando il vecchio soldato sul campo di battaglia dice «... io non sono quel tipo di uomo che si arrende senza sparare». Ecco, questo era (forse è ancora) Francesco Cavallari, l’uomo in doppiopetto e cravatta che con la ventiquattrore di similpelle girava come una trottola dal lunedì e al sabato e la domenica andava a messa con le suore negli istituti religiosi, preparando in cuor suo la grande scalata alle vette del successo. Dei beni che forse un giorno lo Stato gli restituirà, anche la villa di Rosa Marina (attualmente occupata da un’associazione che di tanto in tanto porta i disabili al mare): «Qui passerò i miei prossimi 50 anni di vita», confidò fiducioso Cicci alla Gazzetta nel luglio 2013. Contento lui.

·        Il Caso Contrada.

A 92 anni Bruno Contrada dovrà attendere ancora per il dovuto risarcimento. Dopo trent'anni di processi, e una illegittima detenzione riconosciuta dalla Cedu, la corte di appello di Palermo si prende un altro mese di tempo per decidere se risarcire Bruno Contrada. Annarita Digiorgio il 16 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Dovrà aspettare ancora un mese Bruno Contrada per sapere se potrà usufruire del risarcimento per ingiusta detenzione che gli ha riconosciuto la Corte Europea dei diritti dell’uomo.

Trent’anni di processi non sono bastati per mettere un punto al calvario giudiziario di un uomo di 92 anni ingiustamente condannato e rinchiuso in carcere per dieci anni.

Bruno Contrada, alto funzionario del Sisde, fu arrestato alla vigilia di Natale del 1992 su richiesta dell’allora procuratore di Palermo Giancarlo Caselli, sulla base delle dichiarazioni di alcuni pentiti. Dopo sentenze annullate, confermate e smentite, nel 2007 è stato condannato a dieci anni di reclusione, quasi tutti poi scontati in galera, per concorso esterno in associazione mafiosa. Un reato che nel codice penale non esiste.

Nel 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha detto che quella condanna non aveva motivo di essere, stabilendo che Contrada non andava né processato né condannato. Mentre a essere condannato dalla Corte di Strasburgo è stato lo Stato italiano "per un reato che non esisteva nel Codice penale italiano all'epoca in cui avrei commesso i fatti contestati”.

Il governo italiano aveva anche presentato ricorso alla Grande Chambre contro tale pronuncia ma era stato respinto.

La Corte d'Appello di Palermo a quel punto ha riconosciuto all'ex 007 la riparazione per ingiusta detenzione, quantificandola in 667.000 euro.

Ma la Procura di Scarpinato si era appellata e nel gennaio 2021 la Cassazione ha annullato con rinvio l'ordinanza di risarcimento.

E cosi oggi il procedimento è tornato alla corte di Appello di Palermo.

Contrada, 92 anni, con gravi problemi di salute, stamattina era in aula. Ma quando il procuratore Marzilla, opponendosi alla richiesta di risarcimento, ha iniziato a elencare le vecchie condanne già disconosciute dalla Cedu, Contrada non ci ha visto più e ha iniziato a inveire in aula. E mostrando al procuratore il suo certificato penale ha esclamato: "Ecco a lei il mio certificato penale: E' nullo! io sono stato assolto. Io sono incensurato come risulta dal certificato. Ha capito? Lei mi accusa di cose non vere”.

Che io debba sentire un pg che ripete tutte le accuse che sono state cancellate non solo dalla corte europea, per cui ero stato sottoposto a pena disumana, è degradante e mi fa ribollire il sangue. Contro di me - ha raccontato Contrada - è stato fatto un processo iniquo. Ho ricevuto le infami accuse di criminali mafiosi da me contrastati per anni. Io Ho lottato per più di 30 anni contro criminali che mi hanno poi accusato. Criminali come Gaspare Mutolo e come Tommaso Buscetta".

"E' inutile rivolgersi alla Corte di Strasburgo dove i tempi medi per una sentenza superano ormai i dieci annise poi l’Italia non esegue le sentenze" ha commentato il suo avvocato "per ben due volte il giudicato della Corte Europea, su cui il giudice interno non ha alcun margine di discrezione".

Condannato è lo Stato, ma non vuole risarcire l'ingiusta vittima.

L'ex poliziotto contro il pg. Contrada urla la propria innocenza: “Sono senza macchia!”, ma dopo 30 provano a metterlo sul banco degli imputati. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 18 Dicembre 2022

Costretto ancora a gridare la propria innocenza, a 91 anni e a trenta dal proprio arresto, di nuovo in un’aula giudiziaria, Bruno Contrada si arrabbia e sventola con piglio la carta che ne certifica il suo stato di incensurato. Quasi in faccia a un procuratore che cerca di metterlo di nuovo sul banco degli imputati. Come se, dopo trent’anni, il processo per concorso esterno in associazione mafiosa dovesse cominciare da capo. Siamo a Palermo, ancora e ancora.

In corte d’appello, dove colui che fu il poliziotto più brillante della città, ammazzato e messo in manette dall’invidia prima ancora che da una strampalata inchiesta giudiziaria, è di nuovo a chiedere quel che gli è dovuto. Il risarcimento per l’ingiusta detenzione, dopo che ormai sette anni fa la Corte Europea per i diritti dell’uomo aveva condannato lo Stato italiano per aver arrestato, tenuto in galera, processato e condannato ingiustamente questo suo fedele servitore. E ora siamo qui, dopo i vari rimbalzi tra appelli e cassazioni, con un risarcimento per ingiusta detenzione già fissato in 667.000 euro, ma poi annullato e poi ancora deliberato. In queste aule che furono il feudo di Roberto Scarpinato, che non si è arreso dopo aver perso clamorosamente il “processo trattativa”, tanto che ci ha scritto sopra un libro e poi ha anche portato in Senato il disappunto per la sua sconfitta professionale. Un triste modo di andare in pensione, comunque.

Il pg che fa saltare per aria l’indignazione di Bruno Contrada si chiama Carlo Marzella. La sua posizione, e quella della Procura generale nei confronti dell’ex numero uno della squadra mobile è considerata “ovvia” dall’avvocato Stefano Giordano: “…d’altra parte, da quando c’era Roberto Scarpinato, ha sempre perseguitato il dottor Contrada”. Non solo persecuzione però, perché ci vuole anche una certa cattiveria, una certa voglia di ferire anche la dignità di quest’uomo che è stato privato di tutto, a partire dalla libertà. Ce lo ricordiamo, solitario nel carcere militare, sorvegliato da venti uomini in divisa. E il processo non arrivava mai, e poi un po’ assolto un po’ condannato, sempre per l’evanescenza del concorso esterno, finché la Cedu non ha detto all’Italia “adesso basta”, restituite questa vittima alla sua vita.

Lui si è fatto sentire, nell’aula di Palermo. In faccia all’impassibile Marzella. “Ecco a lei il mio certificato penale, è nullo. Io sono stato assolto. Sono incensurato, come risulta dal certificato. Ha capito? Ha capito o no?”. Chissà se qualcuno in quell’aula è arrossito, davanti a questo novantenne un po’ malfermo sul suo bastone, che trova però la forza di alzarsi e andare a sventolare il simbolo della sua vita immacolata che qualcuno ha voluto macchiare. Non c’è in quest’aula l’ex pm Antonio Ingroia, che lo volle in ceppi la vigilia di Natale del 1992, dopo aver raccolto le vociferazioni di qualche “pentito” imbeccato male, perché raccontava di salette riservate di ristorante che non c’erano, di anfore mai trovate e amanti inesistenti. Ingroia che si era esibito in una requisitoria lunga ventidue udienze, e che anni dopo e in seguito a non brillanti carriere come politico e come avvocato, continuava a dire che Contrada era colpevole, se non di mafia, almeno di favoreggiamento. E ne stiamo parlando ancora trent’anni dopo?

La verità è che in quell’anno 1992, quello in cui la mafia alzò il tiro fino a uccidere Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, un po’ tutti avevano perso la testa a Palermo, e non solo a Palermo, visto che il Parlamento votò le leggi emergenziali le cui conseguenze negative subiamo ancora oggi. E l’arresto di un brillante investigatore in carriera come Contrada fu occasione di lotte furibonde e di faide all’interno del mondo delle divise e delle toghe. Il capo della mobile era sulle tracce del latitante Bernardo Provenzano, e dopo il suo arresto furono messi da parte tutti gli uomini che lavoravano in quella direzione. Tutto alle ortiche, meglio ascoltare le solite chiacchiere da ballatoio, riferite “de relato” di qualche collaboratore. “Intendo solo essere reintegrato nei miei diritti” ha detto a Palermo Bruno Contrada con dignità.

“Che io debba sentire un pg che ripete tutte le accuse che sono state cancellate non solo dalla Corte europea, per cui ero stato sottoposto a una pena disumana e degradante, mi fa ribollire il sangue. Contro di me è stato fatto un processo iniquo, ho ricevuto le infami accuse di criminali mafiosi, da me contrastati per anni. Io ho lottato per più di trent’anni contro criminali che mi hanno poi accusato”. Diamogli ancora la parola, prima di metterci in attesa della decisione della corte d’appello che arriverà tra un mese. “Ascoltando le parole del pg io dovrei stare seduto sulla panca destinata agli imputati”. Ma Bruno Contrada come sempre si è alzato in piedi.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

La fatwa dell’antimafia: «È il legale di Contrada, non può partecipare». L'avvocato siciliano "censurato" perché difensore dell'ex 007 al premio dedicato alla memoria di suo padre, giudice del maxiprocesso. Lo sfogo: «Pregiudizi miserevoli». Simona Musco su Il Dubbio il 3 Agosto 2022

«Questa associazione ha annullato la presenza dell’avvocato Stefano Giordano avendo appreso che lo stesso cura professionalmente parte delle controversie del dottor Bruno Contrada». L’incredibile frase appena riportata è contenuta in un comunicato stampa reso pubblico dall’associazione “Amici di Onofrio Zappalà”, che ha deciso di escludere dalla serata del Premio Zappalà 2022 l’avvocato, figlio del giudice Alfonso Giordano, colui che presiedette il maxiprocesso contro la mafia a Palermo. Una scelta dettata dall’attività professionale di Giordano, “reo” di difendere Contrada, «ufficiale di Polizia – continua la nota stampa -, funzionario e agente del Sisde, associato a presunti rapporti tra i servizi segreti italiani e criminalità, culminati proprio nella strage di Via D’Amelio dove morì il giudice Paolo Borsellino e condannato in passato in via definitiva per favoreggiamento alla mafia con sentenza del 2007».

Una sentenza poi ribaltata nel 2017, quando la Cassazione, nel processo di revisione, annullò senza rinvio la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa, dichiarandola «ineseguibile e improduttiva di effetti penali», poiché al tempo non era previsto il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Ma il semplice sospetto basta a spingere l’associazione a prendere le distanze, perpetuando l’antipatica convinzione che il difensore sia comunque colpevole degli eventuali reati commessi dai propri assistiti. In questo caso, perfino quando quel difensore è chiamato a rappresentare – perché sangue dello stesso sangue – la memoria di un uomo, come Alfonso Giordano, che la mafia la contrastò a colpi di sentenze. «Pur nella piena rispettabilità dell’avvocato Giordano – continua dunque la nota -, che in maniera del tutto legittima offre le sue prestazioni professionali ad un imputato per mafia (fatto non vero, ndr), non riteniamo conveniente la sua presenza per motivi di opportunità, visto che parliamo apertamente di mafia, depistaggi e servizi segreti deviati dello Stato. La presenza di Salvatore Borsellino ne accentua tale disagio, visti i tempi di azione ed il tipo di reati a suo tempo contestati».

A spiegare come sono andati i fatti è proprio Giordano, che racconta al Dubbio la telefonata ricevuta a ridosso dell’evento, al quale, ovviamente, non ha più preso parte. «Questo premio veniva conferito alla mia memoria di padre da due associazioni, tra le quali “I Marinoti” – racconta -, i quali mi hanno contattato dicendomi che l’associazione “Agende Rosse” aveva messo un veto sulla mia partecipazione. Da qui ho ovviamente deciso di non presentarmi, pensando che la cosa comunque rimanesse riservata. Quando ho letto il comunicato stampa mi è parsa una presa di distanza: il problema è che io abbia difeso e difenda ancora Contrada, come difendo tante altre persone, innocenti e colpevoli. Io sono un penalista, un docente universitario di diritto penale e mi hanno insegnato che è diritto/dovere garantire la difesa e farlo con i mezzi stabiliti dalla legge. E questo io faccio: sono una persona corretta e perbene e mio padre era molto fiero del mio lavoro».

Il comunicato stampa ha spinto Giordano a replicare pubblicamente, spiegando che la sua mancata partecipazione alla manifestazione è stata «il risultato di una mia scelta personale, non appena ho appreso che alla manifestazione avrebbe preso parte il signor Salvatore Borsellino, con il quale – per molteplici ragioni – non ho mai inteso e non intendo condividere alcuna occasione d’incontro». Ma le esternazioni delle due associazioni hanno colpito soprattutto il lato professionale dell’avvocato siciliano: «Non solo le allusioni e le affermazioni riferite al mio assistito sono radicalmente false (il dottor Contrada non è affatto “imputato per mafia”) o comunque destituite di qualsiasi evidenza probatoria (i “presunti” rapporti tra i servizi segreti e la mafia che coinvolgerebbero il dottor Contrada). Ma – per quanto qui mi interessa – quella che costituisce una funzione garantita dalla Costituzione (l’esercizio del diritto di difesa) viene svilita e anzi considerata come una “macchia” che deturpa la mia persona e la mia professionalità, rendendomi indegno – nella sostanza – di rappresentare mio padre Alfonso Giordano in una serata a lui dedicata. La maggior parte degli avvocati è corretta e leale ed è una figura essenziale ai fini dell’accertamento della verità – aggiunge al Dubbio -. Quindi che si consideri il professionista incapace di parlare di legalità, di giustizia e di fenomeni criminali perché è un difensore è frutto di una cultura profondamente errata e miserevole».

Il tutto, per giunta, “riducendo” i suoi 25 anni di esperienza alla sola vicenda Contrada. «Inutile dire che, a questo punto, escludo qualsivoglia mia futura partecipazione a eventi organizzati dalle associazioni “Amici di Onofrio Zappalà” e “I Marinoti”, per ricordare mio padre o per qualsiasi altra finalità. Mentre riservo di meglio valutare eventuali profili diffamatori che l’articolo in commento possa presentare».

«Mio padre – spiega ancora Giordano al Dubbio – è sempre stato rispettoso dei diritti di tutti, accusa e difesa. L’idea per cui io sia “indegno” perché ho avuto tra i miei assistiti Contrada mi sembra una follia totale e devo dire che è frutto di una cultura propugnata da forze politiche come il M5S e magistrati vari che pensano di essere gli unici detentori della verità. Quello che scrivono i giudici non vale: il solo Vangelo è quello dei pm, autori di teoremi che, alla lunga, fanno la fine che fanno, perché basati su convinzioni personali, che non sono suffragati dal metodo Falcone, quello dei riscontri delle prove – conclude -. Che sono le uniche cose che valgono in un processo».

Risarcimento a Contrada, la Cassazione bacchetta la Corte d’Appello: “Errore di diritto”. Angela Stella su Il Riformista il 19 Luglio 2022. 

I giudici di appello hanno sbagliato “nel ritenere sussistente il dolo e colpa grave in rapporto al diverso, e mai contestato, delitto di partecipazione nel reato associativo di stampo mafioso, considerato che il ricorrente è stato processato e condannato per il diverso reato di concorso esterno nel reato associativo, la cui configurabilità è stata, tuttavia, esclusa dalla Corte Edu per incertezza descrittiva e imprevedibilità di configurazione giuridica all’epoca dei fatti. […] Qui si annida l’errore di diritto in cui è incorsa la Corte territoriale”. È quanto hanno scritto i giudici della Terza Sezione Penale della Cassazione nelle motivazioni con cui lo scorso 24 giugno hanno annullato con rinvio l’ordinanza con la quale la Corte di Appello di Palermo aveva rigettato la domanda di riparazione per ingiusta detenzione proposta da Bruno Contrada, difeso dall’avvocato Stefano Giordano.

L’ordinanza impugnata, concludono i supremi giudici, “deve, quindi, essere annullata dovendo il giudice del nuovo rinvio, sulla scorta degli accertamenti in punto di fatto indicati nell’ordinanza impugnata, determinare la ricorrenza del dolo o colpa grave, causa ostativa alla riparazione, in relazione non già alla fattispecie di reato di partecipazione all’associazione mafiosa, mai contestata e rispetto la quale il ricorrente non si è mai difeso nel processo, bensì rispetto a condotte sinergiche al favoreggiamento sia delle singole vicende accertate, sia dell’associazione mafiosa”. Angela Stella

Attesa la nuova decisione della Cassazione. Il risarcimento è una farsa, Contrada aspetta ancora…Paolo Comi su Il Riformista il 6 Maggio 2022. 

Le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo per lo Stato italiano sono carta straccia. L’ultimo caso in ordine di tempo di non esecuzione di una di queste sentenze riguarda quello del maxi risarcimento per ingiusta detenzione nei confronti dell’ex dirigente della polizia di Stato e dei servizi Bruno Contrada. L’alto funzionario, ora novantenne, venne arrestato alla vigilia di Natale del 1992 su richiesta dell’allora procuratore di Palermo Giancarlo Caselli. Al termine di un iter processuale quanto mai complesso i cui elementi di prova erano le dichiarazioni di alcuni pentiti, Contrada era stato condannato in via definitiva nel 2007 a dieci anni di reclusione, quasi tutti poi scontati in regime detentivo, per concorso esterno in associazione mafiosa.

Nel 2015 la Cedu, a cui gli avvocati di Contrada si erano rivolti, aveva però stabilito che questa condanna dovesse essere cancellata. «Il reato contestato di concorso esterno è il risultato di un’evoluzione giurisprudenziale iniziata alla fine degli anni 80 del ‘900 e che si è consolidata nel 1994 con la sentenza della Cassazione “Demitry” e i fatti contestati a Contrada risalgono agli anni Ottanta», scrissero i giudici di Strasburgo. Non essendo quindi il reato contestato sufficientemente chiaro, né prevedibile, Contrada non avrebbe potuto conoscere le pene in cui sarebbe incorso. Per tale motivo l’Italia aveva violato l’articolo 7 della Convenzione dei diritti dell’uomo secondo il quale nessuno può essere condannato per un’azione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale. Il governo italiano aveva anche presentato ricorso alla Grande Chambre contro tale pronuncia ma era stato respinto.

Forte di questa sentenza, Contrada aveva chiesto e ottenuto dall’allora capo della Polizia Franco Gabrielli di revocare il provvedimento di destituzione emesso contro di lui a gennaio del 1993, chiedendo il reintegro seppure come pensionato, e contestualmente il risarcimento per l’ingiusta carcerazione patita. La Corte d’appello di Palermo, competente sul punto, nel 2020 riconosceva a Contrada un risarcimento pari a 667mila euro. La pronuncia veniva impugnata in Cassazione dalla Procura generale del capoluogo siciliano. La Cassazione annullava la decisione della Corte d’Appello, disponendo un nuovo giudizio. I giudici di piazza Cavour scrissero che “non vi è in effetti alcuno spazio per revocare il giudicato di condanna presupposto”. In altre parole se la sentenza di condanna e i suoi effetti devono essere annullati, Contrada ha comunque commesso le condotte contestate e quindi non ha diritto ad alcun risarcimento.

La Corte d’appello di Palermo in sede di rinvio a gennaio scorso sposò appieno tale orientamento, sconfessando così la sua precedente pronuncia. L’ultima parola spetterà ancora una volta alla Cassazione che si pronuncerà il prossimo 24 giugno sul nuovo ricorso di Contrada. Per l’avvocato Stefano Giordano, difensore dell’ex capo della squadra mobile di Palermo, «esiste un serio problema di tenuta dell’ordinamento giuridico: è inutile rivolgersi alla Corte di Strasburgo, dove i tempi medi per una sentenza superano ormai i dieci anni, se poi l’Italia non esegue le sentenze». «Il risarcimento di Contrada è un fatto puramente simbolico ma di grande importanza in uno Stato che si definisce di diritto», aggiunge Giordano. Tutto questo accade, ironia della sorte, durante la presidenza italiana del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa. Oggi è infatti in programma a Palermo la Conferenza europea dei procuratori generali alla presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella.

Il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa è l’organo chiamato a verificare che siano stati rimossi gli effetti delle violazioni nei confronti delle persone e che non vengano quindi ripetute violazioni analoghe da parte dello Stato condannato. Inoltre, il Comitato dei ministri è chiamato a verificare che sia avvenuto il pagamento della somma riconosciuta a titolo di “equa soddisfazione”, richiedendo informazioni circa i tempi previsti per la loro esecuzione. Se lo Stato risulta gravemente inadempiente, il Comitato può, quale extrema ratio, decidere di sospenderlo dalla rappresentanza nel Consiglio d’Europa o di invitarlo a ritirarsi. Sarebbe a dir poco imbarazzante che ciò avvenisse proprio sotto la presidenza italiana. Paolo Comi

Accolto il ricorso dell’ex Sisde. La Cassazione dà ragione a Contrada: ha diritto al risarcimento per ingiusta detenzione. Paolo Comi su Il Riformista il 29 Giugno 2022. 

“Devo constatare con grande amarezza che ci sono alcuni magistrati i quali non vogliono accettare la pronuncia della Cedu secondo cui la condanna nei confronti di Bruno Contrada deve essere cancellata”. A dirlo al Riformista è il difensore di Contrada, l’avvocato Stefano Giordano, commentando la decisione della Cassazione di accogliere la scorsa settimana il ricorso contro l’ordinanza della Corte d’Appello di Palermo di rigettare la domanda di ingiusta detenzione per l’ex dirigente della polizia di Stato e dei Servizi. “L’ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli – prosegue Giordano – ha sempre criticato le decisioni della Cedu, parlando di ‘diritto straniero’. Vorrei ricordare che l’Italia fa parte del Consiglio d’Europa ed ha ratificato la Convenzione dei diritti dell’uomo, quindi è tenuta al rispetto delle pronunce di Strasburgo”.

L’alto funzionario del Ministero dell’interno, novantuno anni il prossimo settembre, venne arrestato alla vigilia di Natale del 1992 su richiesta proprio dell’allora procuratore Caselli. Al termine di un iter processuale quanto mai complesso i cui elementi di prova erano le dichiarazioni di alcuni pentiti, ad iniziare da Gaspare Mutolo, Contrada era stato condannato in via definitiva nel 2007 a dieci anni di reclusione, quasi tutti scontati in regime detentivo, per ‘concorso esterno in associazione mafiosa’. Nel 2015 la Cedu, a cui gli avvocati di Contrada si erano rivolti, aveva però stabilito che questa condanna dovesse essere cancellata in quanto il reato contestato di concorso esterno era il risultato di “un’evoluzione giurisprudenziale iniziata alla fine degli anni ‘80 del ‘900”, e quindi non previsto da disposizioni di legge. Per tale motivo l’Italia aveva violato l’articolo 7 della Convenzione dei diritti dell’uomo secondo il quale nessuno può essere condannato per un’azione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale. Il governo italiano aveva anche presentato ricorso, poi respinto, alla Grande Chambre contro tale pronuncia.

Contrada aveva allora presentato istanza di revoca del provvedimento di destituzione emesso nei suoi confronti a gennaio del 1993, chiedendo il reintegro seppure in quiescienza, e contestualmente il risarcimento per l’ingiusta carcerazione patita. Per il primo aspetto, l’allora capo della Polizia Franco Gabrielli aveva dato subito corso alla richiesta di Contrada, ricostruendogli la carriera da prefetto, per il secondo, la Corte d’appello di Palermo nel 2020 gli aveva riconosciuto un risarcimento di 667 mila euro. La pronuncia della Corte d’Appello veniva impugnata in Cassazione dalla Procura generale del capoluogo siciliano, allora retta da Roberto Scarpinato. La Cassazione annullava la decisione della Corte palermitana, affermando che non vi era “alcuno spazio per revocare il giudicato di condanna presupposto”, disponendo un nuovo giudizio in quanto se la sentenza di condanna ed i suoi effetti dovevano essere annullati, Contrada aveva comunque commesso le condotte contestate e quindi non aveva diritto ad alcun risarcimento. La Corte d’appello di Palermo in sede di rinvio lo scorso gennaio sposò tale orientamento, sconfessando così la sua precedente pronuncia con cui aveva fissato il risarcimento a Contrada.

“A questo punto aspettiamo le motivazioni della sentenza”, prosegue Giordano, soddisfatto per la decisione di Piazza Cavour. “Il risarcimento di Contrada – aggiunge – è un fatto puramente simbolico ma di grande importanza in uno Stato che si definisce di diritto”. Il ‘problema’ sarà ora la composizione del collegio che dovrà pronunciarsi. In questa interminabile staffetta, molti giudici hanno esaminato il fascicolo divenendo così incompatibili. “Mi auguro solo, vista l’età di Contrada ed il suo precario stato di salute, che una volta lette le motivazioni la Corte d’Appello fissi quanto prima l’udienza”, continua Giordano. “Dopo questa pronuncia, mi aspetto però altro fango nei confronti di Contrada visto l’avvicinarsi della ricorrenza della strage in cui perse la via Paolo Borsellino”, conclude Giordano. Contrada, accusato di avere avuto rapporti con i mandanti ed esecutori della strage di via D’Amelio, era stato uno dei pochi ad accorgersi del depistaggio posto in essere dal falso pentito Vincenzo Scarantino. Paolo Comi

Nessun risarcimento per Contrada? La Cassazione rispedisce il caso a Palermo. La Cassazione ha annullato con rinvio l'ordinanza con la quale la Corte d'Appello di Palermo aveva rigettato la domanda di riparazione per ingiusta detenzione formulata nell’interesse di Bruno Contrada. Il Dubbio il 25 giugno 2022.

La Corte di Cassazione, sezione terza penale, accogliendo il ricorso dell’avvocato Stefano Giordano, ha annullato con rinvio l’ordinanza con la quale la Corte d’Appello di Palermo, presieduta da Antonio Napoli, aveva rigettato la domanda di riparazione per ingiusta detenzione formulata nell’interesse di Bruno Contrada «per la pena sofferta con effetto della sentenza dichiarata ineseguibili e improduttiva di effetti penali dalla Cassazione del 2017». Nel gennaio 2021 la Cassazione aveva annullato con rinvio l’ordinanza di risarcimento della Corte d’Appello di Palermo che aveva riconosciuto all’ex 007 la riparazione per ingiusta detenzione, quantificandola in 667.000 euro. Ripassando quindi la palla ai giudici palermitani.

Dopo il no di Napoli, dunque, ora la questione verrà affrontata nuovamente dai giudici d’Appello, che dovranno rivalutare il ricorso presentato dall’avvocato Giordano. Dopo la prima bocciatura, il legale aveva contestato violazione «per ben due volte il giudicato della Corte Europea, su cui il giudice interno non ha alcun margine di discrezionalità per quanto riguarda la sua esecuzione». «Ai sensi dell’art. 46 della Cedu pertanto, il giudice interno si è sottratto all’obbligo di esecuzione delle sentenze europee che hanno dichiarato l’illegittimità del processo celebrato a carico di Bruno Contrada – aveva evidenziato dopo quella pronuncia – e la presenza di trattamenti inumani e degradanti nella illegittima detenzione del mio assistito». Insieme al ricorso per Cassazione Giordano aveva depositato un dossier articolato presso il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, «perché per l’ennesima volta, non solo lo Stato Italiano commette delle gravissime violazioni ai danni dei suoi cittadini, ma reitera dette violazioni rifiutandosi di eseguire il giudicato europeo, causando gravi problemi di incompatibilità tra la giurisprudenza italiana e la normativa europea. Valuteremo nei prossimi giorni le ulteriori iniziative da intraprendere a seguito di questa ennesima sconfitta della giustizia italiana».

Questioni sulle quali ora bisognerà fare chiarezza, dopo la decisione del Palazzaccio di rinviare per un nuovo giudizio il caso Contrada.

«Aspettiamo il deposito delle motivazioni per meglio comprendere la portata del provvedimento», ha dichiarato all’AdnKronos l’avvocato Giordano. «Quel che è certo è che la Corte di Cassazione si è rifiutata di ratificare la decisione ingiusta e convenzionalmente illegale della Corte di Appello di Palermo, che non aveva preso minimamente in considerazione le nostre difese e il diritto Cedu, neppure per confutarli. Rimane obiettivamente sempre meno margine, con questo provvedimento, per coloro che si ostinano a non attuare la Convenzione e a fare finta che la sentenza della Corte Edu su Contrada non sia mai esistita. Adesso puntiamo a che il risarcimento a favore del dottor Contrada venga riconosciuto nei tempi più brevi, considerati l’età e lo stato di salute dello stesso».

Mariateresa Conti per “il Giornale” il 26 giugno 2022.

«Sono stanco. Ma lei lo sa quanti anni ho? Novant' anni, nove mesi e un po' di giorni.... Ed è la terza volta che questo risarcimento torna alla Corte d'Appello di Palermo, la terza. Non vorrei che abbiano guardato l'età nel fascicolo e che aspettino che me ne vada...». La voce di Bruno Contrada sale di tono, ripercorrendo l'ennesima tappa della sua odissea giudiziaria cominciata con l'arresto la vigilia di Natale del 1992. 

Trent' anni tra cella, avvocati e aule di tribunale, otto di carcere, cinque processi. Novantuno anni il 2 settembre, ex funzionario del Sisde condannato a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa, riabilitato nel 2015 da un pronunciamento della Corte europea dei diritti dell'uomo che ha fatto scuola, stabilendo che il suo processo e la conseguente condanna non dovevano esistere, perché prima del '94 il reato per cui è stato condannato non era configurato con chiarezza, pronunciamento fatto proprio dall'Italia con una sentenza della Cassazione dl 2017 che ha revocato la sua condanna.

Riabilitato (ha avuto restituito il grado e rimodulata la pensione), non ha visto un euro di risarcimento per gli oltre otto anni di detenzione - «94 mesi, 2970 giorni tra carcere e domiciliari», precisa - che ha dovuto subire. Ieri l'ennesima tappa di questa odissea giudiziaria che ha dell'incredibile anche per la tempistica. 

La Cassazione gli ha dato ragione, ha annullato il rigetto da parte della Corte d'appello di Palermo dell'istanza di risarcimento. Ma ha annullato con rinvio. Bisognerà trovare nuovi giudici d'appello «che non si siano mai occupati della mia vicenda, mica facile», ricorda Contrada, a cui assegnare il caso, e poi altra tappa in Cassazione. La terza.

La terza, appunto. Era stata sempre la Suprema corte, nel 2021, ad accogliere, disponendo però il rinvio, il ricorso della procura di Palermo contro il risarcimento di 670mila euro per ingiusta detenzione stabilito in prima battuta dalla Corte d'Appello di Palermo ad aprile del 2020.

Nel gennaio scorso il nuovo «no» al risarcimento dei giudici di Palermo adesso rigettato dalla Cassazione. E il gioco a ping pong continua. «Non sono avido, ma questi soldi mi spettano di diritto. La sentenza europea è arrivata a pena interamente scontata, non potevano rendermi la libertà di cui sono stato privato ingiustamente. Li vorrei non per me, ma per darli ai miei figli o a qualcuno che ne ha bisogno». 

“Contrada si trova processato per fatti gravi, senza essere indagato o convocato”. Il suo legale annuncia ricorso alla Cedu: «mai stato convocato neanche per le indagini preliminari». Ma per Il giudice del rito abbreviato per l’omicidio Agostino, l’ex 007 e “Faccia da mostro” si incontravano con i boss. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 13 gennaio 2022.

Nemmeno durante il fascismo poteva capitare di ritrovarsi accusati, direttamente in sentenza, per fatti gravi senza subire almeno formalmente un processo con tutte le garanzie del caso. Nella nostra Repubblica democratica, un tempo definita culla del diritto, può succedere eccome. Lo ha scoperto per caso l’avvocato Stefano Giordano, legale dell’ex 007 Bruno Contrada, quando il suo assistito nei giorni scorsi è stato invitato a comparire, come testimone, al processo del delitto Agostino.

Nella sentenza del processo con rito abbreviato per la morte di Agostino Contrada risulta come persona coinvolta in fatti gravi

A quel punto, autonomamente, l’avvocato Giordano è venuto in possesso della requisitoria della Procura Generale di Palermo e della sentenza del processo per la morte di Agostino celebrata con il rito abbreviato. Ed è in questa sentenza – a firma del Gup di Palermo Alfredo Montalto, l’allora giudice del processo trattativa di primo grado – che ritrova il nome di Bruno Contrada come persona coinvolta in fatti gravi. Ma senza, come detto, essere stato indagato, inquisito o interrogato sui fatti.

La sentenza mai comunicata da alcun organo giudiziario contiene gravi violazioni convenzionali

«Appare assurdo – denuncia l’avvocato Giordano – come in questo Paese sia ancora consentito fare processi senza tutelare i diritti delle persone che vengono giudicate e quindi senza le garanzie che la Costituzione, la Cedu ed il codice pongono a tutela dell’indagato e dell’imputato. È certamente agevole celebrare i processi contro persone che non hanno alcuna possibilità di difendersi».

Secondo l’avvocato, è stata commessa una grave violazione, per questo annuncia che porterà il caso davanti ai giudici della Corte Europea di Strasburgo. «La sentenza – spiega sempre il legale di Contrada -, mai comunicata al mio assistito né al sottoscritto da alcun organo giudiziario, contiene gravi violazioni convenzionali, tra cui il diritto alla presunzione di innocenza e il diritto di accesso al giudice, tutelati dagli artt. 3 e 13 Cedu».

La sentenza del marzo 2021 ha condannato il boss Nino Madonia

Ricordiamo che si tratta di una sentenza emessa a marzo del 2021. Il gup di Palermo Alfredo Montalto ha condannato il boss Nino Madonia accusato del duplice omicidio del poliziotto Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio commesso il 5 agosto 1989. Il processo si è svolto con rito abbreviato. Del duplice omicidio era imputato anche il boss Gaetano Scotto che, a differenza di Madonia, ha scelto il rito ordinario e quindi era in fase di udienza preliminare. Il gup lo ha rinviato a giudizio. Il processo a suo carico è cominciato il 26 maggio scorso.

Nella sentenza in questione, recuperata da pochi giorni dall’avvocato Giordano, in effetti compare anche Bruno Contrada. Il giudice Montalto scrive che, come possibile concomitante movente dell’omicidio dell’agente Agostino e della moglie, oltre a confermare anche sotto tale diverso profilo la matrice mafiosa, «conduce ancora una volta il delitto nell’alveo degli interessi precipui del “mandamento” di Resuttana capeggiato dai Madonia, con i quali, infatti, tutti gli esponenti delle Forze dell’ordine e dei Servizi di sicurezza oggetto di indagini intrattenevano, a vario titolo, rapporti. Ci si intende riferire a Bruno Contrada, ad Arnaldo La Barbera e allo stesso Giovanni Aiello».

Il gup Alfredo Montalto ritiene attendibile il pentito Vito Galatolo

Ed ecco che fa un riferimento ancora più esplicito. Il Gup dichiara attendibile il pentito Vito Galatolo, il quale testimonia che ebbe a vedere personalmente Contrada in occasione di alcune visite in vicolo Pipitone e «in alcune di tali occasioni contestualmente ad una persona, “appartenente ai servizi segreti”, soprannominata il “mostro” perché “aveva la guancia destra deturpata da un taglio, la pelle rugosa e arrossata..”». Quest’ultimo sarebbe Giovanni Aiello, conosciuto con il soprannome “Faccia da mostro”. Anche lui compare in sentenza, senza essere processato. La differenza con Contrada, è che lui è morto da qualche anno.

Secondo il Gup Contrada e “Faccia da mostro” incontravano i boss in vicolo Pipitone

«I predetti – prosegue il Gup – , in particolare, nel vicolo Pipitone, si incontravano con Antonino Madonia (ma anche con Vincenzo Galatolo e Gaetano Scotto) con il quale si appartavano “all’interno della casuzza… … …a volte anche un’ora o due ore” e ciò nel periodo precedente all’arresto del Madonia (29 dicembre 1989) ancorché imprecisamente indicato dal Galatolo, in sede di incidente probatorio, negli anni “87 – 88 – 89 fino all’arresto di Nino Madonia” tenuto conto che il Madonia sino al 5 novembre 1988 era detenuto e, quindi, certamente non poteva essersi trovato presente nel vicolo Pipitone». Ma per il Gup Montalto, questa imprecisione temporale «non inficia minimamente la complessiva attendibilità della dichiarazione di Vito Galatolo».

Galatolo è stato considerato inattendibile per le procure di Caltanissetta e Catania

Per completezza, c’è da dire che per la stessa dichiarazione di questo pentito, ben due procure (quella di Caltanissetta e Catania) hanno chiesto l’archiviazione, perché secondo i Pm è risultato inattendibile. Ma evidentemente, per la procura generale di Palermo no. Parere confermato dal gup Montalto. Resta il fatto che Contrada (ma anche Aiello, alias “faccia da mostro”, mai inquisito), si ritrova in sentenza per un fatto gravissimo e senza essere indagato o sentito nel merito.

Secondo questo assunto cristallizzato in sentenza, l’ex 007 avrebbe partecipato alle riunioni con esponenti mafiosi dove si decidevano alcuni tra i delitti più atroci. Sempre il giudice Montalto, scrive in sentenza che «secondo quanto riferito da Vito Galatolo, una delle visite di Contrada ed Aiello, in occasione della quale questi incontrarono Nino Madonia, Pino Galatolo, Vincenzo Galatolo, Gaetano Scotto e Raffaele Galatolo, fu notata dall’Agostino che stava effettuando un appostamento proprio nel vicolo Pipitone».

Contrada non è mai stato né convocato né sentito nel processo e né durante la fase delle indagini preliminari

In una sentenza, Contrada viene indicato come frequentatore degli esponenti mafiosi nella casa al vicolo del Pipitone di Palermo dove si decidevano le stragi. Fatti gravissimi, ma senza essere mai stato né convocato né sentito nel processo e né durante la fase delle indagini preliminari. È possibile? Ma non è finita qui. C’è il processo Agostino, quello con rito ordinario, in Corte d’Assise di Palermo e Contrada è stato invitato a deporre come testimone. Attraverso il suo legale, l’ex funzionario di polizia ha fatto avere alla Corte che celebra il dibattimento un certificato medico che attesta le sue gravi condizioni di salute.

L’avvocato di Contrada Stefano Giordano annuncia ricorso alla Cedu

Ma la questione è ancora più surreale. Contrada viene sentito come testimone, quindi privo di garanzie rispetto a una persona imputata. Il paradosso è che formalmente non è imputato, ma viene sentito nel processo del delitto Agostino dove, parallelamente, in quello abbreviato appare in sentenza come persona indirettamente legata all’omicidio. E senza, ribadiamolo, essere inquisito. «Per entrambi i motivi – annuncia l’avvocato Giordano – agiremo davanti alla Corte Europea per la violazione di questi diritti e sarà mia cura interloquire con la Procura Generale e soprattutto con la Corte di Assise, in via ufficiale, affinché il dottor Contrada possa rendere dichiarazioni, eventualmente dal domicilio, nella veste di indagato di reato connesso».

La vicenda dell'ex numero tre del Sisde. Caso Contrada, i giudici sfidano l’Europa: “È innocente ma non lo risarciamo”. Piero Sansonetti su Il Riformista il 12 Gennaio 2022.  

La Corte d’Appello di Palermo ha rigettato la richiesta di Bruno Contrada di avere un risarcimento per i molti anni trascorsi ingiustamente in carcere. Non sappiamo bene perché l’abbia rigettata. In pratica però la decisione si fonda su due idee forti.

La prima è che l’indipendenza dei giudici consente ai giudici di contravvenire alle sentenze della Cedu, che pure hanno il valore di sentenze di una corte di giustizia superiore e dunque devono semplicemente essere eseguite. Questa sentenza invece fa strame della legalità. Avete presente quella tiritera che si ripete ogni volta che un imputato viene condannato (“le sentenze non si giudicano ma si eseguono”)? La Corte di Appello di Palermo ha deciso di assumere un atteggiamento del tutto contrario: le sentenze si ignorano. perché qui comandiamo noi.

La seconda idea forte che sta dietro la sentenza è che se un imputato viene considerato innocente, e se ha scontato ingiustamente molti anni di carcere, ha diritto a un risarcimento solo se i suoi accusatori sono convinti che sia innocente. Se invece mantengono il sospetto che sia colpevole, niente risarcimento perché la giustizia non può mai essere un fatto oggettivo ma deve adattarsi alle situazioni. e soprattutto non deve scalfire la dignità e il potere degli accusatori o dei giudici.

La Corte d’Appello di Palermo – come ha spiegato in una sua dichiarazione l’avvocato Stefano Giordano – con questa sentenza ha violato le regole. Non aveva nessun diritto di decidere “se” risarcire, ma solo quanto quando e come. Ora Contrada spera di ottenere giustizia dalla Cassazione. Noi speriamo che la ottenga. Perché se invece prevalesse l’ottusità e l’arroganza della parte più arretrata e antiliberale della magistratura, sarebbe un segnale pessimo. Nessuna persona ragionevole può pensare che non sia giusto risarcire una persona che ha trascorso molti anni in prigione per via di un processo che la Corte Europea ha dichiarato illegittimo.

Contrada, che è stato uno dei massimi esponenti dei servizi segreti italiani, e che ha combattuto molte battaglie contro la mafia, è stato imprigionato per otto anni e – sempre secondo la Corte Europea – sottoposto a trattamenti inumani e degradanti. E ora è nuovamente vittima dell’arroganza illegale.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

La sentenza. Bruno Contrada non va risarcito, fu condannato e incarcerato ingiustamente. Piero Sansonetti su Il Riformista il 22 Gennaio 2021.  

Le cose certe sono due. Prima: Bruno Contrada non era colpevole. Seconda: Bruno Contrada ha passato quattro anni e mezzo in cella e altri tre e mezzo ai domiciliari (in tutto otto anni). Per un errore – anzi per diversi errori – molto gravi della magistratura.

La sua non colpevolezza, a più di vent’anni dall’arresto, è stata accertata prima dalla Corte di Strasburgo e poi dalla nostra Cassazione. E su questa base la Corte d’appello di Palermo aveva quantificato in quasi 700mila euro il risarcimento dovuto. Non sono neanche tanti 700mila euro per una vita distrutta.

Bruno Contrada è un importantissimo ex poliziotto, che operava in Sicilia, combatteva la mafia, e poi è stato anche il numero 2 dei servizi segreti. Fu condannato per “concorso esterno in associazione mafiosa” per fatti degli anni Ottanta. Contrada fece notare che quel reato non esiste nel codice penale italiano (e non esiste in nessun codice penale, in tutto il mondo). In genere viene usato quando gli inquirenti non trovano nessun reato specifico da imputare a una persona che però vogliono che sia condannata. Concorso esterno ha questo vantaggio: non devi provare né che l’imputato è mafioso né che abbia commesso delitti precisi. È una categoria dello spirito.

La Corte Europea stabilì che in ogni caso questo reato, ”italianissimo”, prima del 1992 non esisteva né nel codice penale né in nessun aspetto della giurisprudenza, e dunque non poteva assolutamente essere contestato. Contrada non andava arrestato, non andava processato, non andava condannato, non doveva scontare nessunissima pena.

La Procura e l’avvocatura dello Stato però hanno fatto ricorso contro la decisione della Corte d’Appello. Non vogliono che Contrada riceva una lira. Un caso limpido di accanimento. Dovuto a che cosa? Forse solo al fetido spirito dei tempi.

E la Corte di Cassazione ieri ha deciso di sospendere il risarcimento e di chiedere alla Corte di Appello di Palermo di riesaminare il caso. Non si conoscono ancora i dettagli di questa sentenza. Però si sa che con i tempi della giustizia italiana, visto che Contrada ha quasi 90 anni, è probabile che non vedrà mai il risarcimento. È stato perseguitato, ingiustamente incarcerato, ridotto in miseria, e ora gli si dice: vabbè son cose che succedono. E dicendogli così si decide di trasgredire in modo clamoroso e sfacciato una sentenza della Corte Europea.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

·        Il Caso Lombardo.

(ANSA il 7 gennaio 2022) - La Corte d'appello di Catania ha assolto l'ex presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo, per concorso esterno all'associazione e corruzione elettorale. Alla lettura della sentenza l'ex leader del Mpa non era in aula. L'inchiesta che in dieci anni di udienze ha portato a due sentenze 'contrastanti' e a un annullamento con rinvio della Cassazione si basa su indagini dei carabinieri del Ros di Catania su rapporti tra politica, imprenditori, 'colletti bianchi' e Cosa nostra. Per la Procura Lombardo avrebbe favorito clan e ricevuto voti alle regionali del 2008, quando fu eletto governatore. Accuse che lui ha sempre respinto.

La Corte ha assolto Lombardo dall'accusa di concorso esterno perché il fatto non sussiste e da quella di reato elettorale aggravato dall'avere favorito la mafia per non avere commesso il fatto. La Procura, con i Pm Sabrina Gambino e Agata Santonocito, aveva chiesto la condanna di Raffaele Lombardo, a sette anni e quattro mesi di reclusione, per l'accesso al rito abbreviato. Al centro del processo i presunti contatti di Raffaele Lombardo con esponenti dei clan etnei che l'ex governatore ha sempre negato sostenendo di avere "nuociuto alla mafia come mai nessuno prima di me", di "non avere incontrato esponenti" delle cosche e di avere "sempre combattuto Cosa nostra". 

Per questo i suoi legali, gli avvocati Maria Licata e il professore Vincenzo Maiello, hanno chiesto l'assoluzione del loro assistito "perché il fatto non sussiste". Il procedimento ha anche trattato presunti favori elettorali del clan a Raffaele Lombardo nelle regionali del 2008, in cui fu eletto governatore, e a suo fratello Angelo, per cui si procede separatamente, per le politiche dello stesso anno. 

La Seconda sezione penale della Cassazione, tre anni fa, ha annullato con rinvio la sentenza emessa il 31 marzo 2017 dalla Corte d'appello di Catania che aveva assolto dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa l'ex governatore e lo aveva condannato a due anni (pena sospesa) per corruzione elettorale aggravata dal metodo mafioso, ma senza intimidazione e violenza. Una sentenza, quella di secondo grado, che aveva riformato quella emessa il 19 febbraio 2014, col rito abbreviato, dal Gup Marina Rizza che lo aveva condannato a sei anni e otto mesi per concorso esterno all'associazione mafiosa ritenendolo, tra l'altro, "arbitro" e "moderatore" dei rapporti tra mafia, politica e imprenditoria.

Nelle motivazioni la Corte d'appello di Catania, nel riformare la sentenza di primo grado, aveva rilevato che "il summit tra i vertici mafiosi e Raffaele Lombardo nel giugno del 2003 a casa" dell'ex presidente della Regione, uno dei pilastri dell'accusa, "è un fatto assolutamente privo di riscontro probatorio". 

Erano stati invece dimostrati, secondo i giudici di secondo grado, "i rapporti tra Lombardo e esponenti della mafia, che avrebbero agito per agevolare la sua elezione, ma dal quale non avrebbero ricevuto alcun favore". La Corte d'appello gli aveva contestato la corruzione elettorale con l'aggravante di avere favorito la mafia, che non usa violenza né intimidisce, ma compra i voti con soldi, buoni spesa e favori. Una decisione non condivisa dalla Cassazione che "in accoglimento del ricorso della Procura generale di Catania" aveva poi annullato "la sentenza con rinvio ad altra sezione" della Corte d'appello di Catania, davanti alla quale si è celebrato il nuovo processo.

Sicilia, 12 anni imputato: l’ex governatore Raffaele Lombardo assolto dall’accusa di concorso mafioso. Redazione sabato 8 Gennaio 2022 su Il Secolo d'Italia. Dodici anni imputato. Certo, meglio che “12 anni schiavo” come capitò al violinista afroamericano Solomon Northup, ma pur sempre un dramma. A lieto fine, fortunatamente, visto che la Corte d’Appello di Catania ha assolto l’ex-governatore della Sicilia Raffaele Lombardo dall’accusa di concorso esterno in associazioni mafiosa e corruzione elettorale. Giusto così, ma quanta fatica in una vicenda giudiziaria che tra condanne, assoluzioni e rinvii si è rivelato più stressante di una scarrozzata sulle montagne russe. L’incubo di Lombardo, all’epoca leader dell’Mpa, movimento “sicilianista” legato al centrodestra, comincia nel 2009.

Risale, infatti, a quell’anno l’avvio dell’inchiesta Iblis sui rapporti tra mafia, affaristi e “colletti bianchi” nel territorio catanese. A spiccare nell’inchiesta affidata dai pm etnei ai carabinieri del Ros è il nome di Rosario Di Dio, boss affiliato al clan di Nitto Santapaola. Dalle intercettazioni emergono rapporti tra persone implicate nell’inchiesta e Lombardo, che del resto non li ha mai negati ma che ha definito di «natura politica». Per la Procura, invece, il governatore sosteneva la cosca attraverso favori in cambio di voti per lui. Un’ipotesi sempre rigettata da Lombardo: «Non solo non ho mai agevolato queste persone, ma ho persino loro nociuto».

In effetti, l’imputazione di concorso esterno (reato giurisprudenziale non codificato) è sempre sfuggente. Più che le condotte, contano i contesti nei quali esse di dipanano. È questo spiega il saliscendi della vicenda giudiziaria conclusasi ieri: prima la condanna, poi l’assoluzione, seguita dall’annullamento con rinvio. Dodici anni di inferno, appunto, chiusi ieri dalla sentenza della Corte d’appello catanese.  Assoluzione con formula piena: «il fatto non sussiste» per il reato di concorso esterno mentre «non ha commesso il fatto» relativamente alla corruzione elettorale. Lombardo, dunque, è ufficialmente innocente. Nel frattempo, tuttavia, è diventato anche un “ex“. L’inchiesta lo ha espulso dalla politica. E anche questa è una condanna.

Mafia, Raffaele Lombardo assolto: "Anni di calvario". Marco Leardi il 7 Gennaio 2022 su Il Giornale. L'ex presidente della Regione Sicilia era accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione elettorale. "I giudici sono stati estremamente coraggiosi", ha commentato il politico.

"La mia è una vicenda umana e giudiziaria incredibile. Dodici anni di calvario e di grande sofferenza". Ora che il processo si è concluso con una sentenza a suo favore, Raffaele Lombardo parla così. L'ex presidente della Regione siciliana è stato assolto dalla corte di Appello dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa perché il fatto non sussiste e da quella di reato elettorale aggravato dall'avere favorito la mafia per non avere commesso il fatto. La procura, con i pm Sabrina Gambino e Agata Santonocito, aveva chiesto per l'ex governatore la condanna a sette anni e quattro mesi di reclusione, per l’accesso al rito abbreviato.

L'odissea giudiziaria del politico siciliano era iniziata quando ancora era presidente della Regione etnea. Al centro del processo che lo aveva coinvolto, alcuni suoi presunti contatti con esponenti dei clan locali. Circostanze che Lombardo aveva da sempre negato, affermando al contrario di aver "nuociuto alla mafia come mai nessuno prima". Non solo. L'esponente politico, da subito, aveva anche negato di aver incontrato esponenti delle cosche, contro le quali - aveva più volte spiegato - si era sembra battuto. Proprio in merito a quelle imputazioni, infatti, gli avvocati Maria Licata e il professore Vincenzo Maiello avevano chiesto l'assoluzione del loro assistito "perché il fatto non sussiste". Una linea che ora ha trovato riscontro nella decisione dei giudici.

Il procedimento aveva anche come oggetto alcuni presunti favori elettorali del clan a Raffaele Lombardo per le regionali del 2008, nelle quali fu eletto governatore, e a suo fratello Angelo, per cui si procede separatamente, per le politiche dello stesso anno. In oltre dieci anni di udienze, il percorso giudiziario attraversato da Lombardo era stato segnato da una serie di pronunciamenti da parte dei tribunali, con due sentenze contrastanti e un rinvio in Cassazione, sino all'odierna conclusione.

"I giudici sono stati estremamente coraggiosi. Il mio timore era quello di una sentenza di compromesso, in cui mi assolvevano dal concorso esterno in associazione mafiosa ma mi lasciavano il reato elettorale. Invece ringrazio i giudici e la giustizia per una sentenza giusta", ha commenato Lombardo all'Adnkronos. L'ex governatore siciliano non era presente in aula al momento della lettura del dispositivo di sentenza.

Tra le prime reazioni alla sentenza da parte del mondo politico, quella dell'attuale presidente della Regione Siciliana, Nello Musumeci. "La sentenza emessa dalla Corte di Appello di Catania restituisce finalmente serenità non solo a Raffaele Lombardo e ai suoi familiari, ai quali rivolgo un pensiero di affetto e amicizia, ma anche all'Istituzione che ha guidato. Bisogna avere rispetto delle sentenze e fiducia nella giustizia. Guai quando la giustizia invade il campo della politica e viceversa", ha affermato il governatore siciliano.

Marco Leardi. Classe 1989. Vivo a Crema dove sono nato. Ho una Laurea magistrale in Comunicazione pubblica e d'impresa, sono giornalista. Da oltre 10 anni racconto la tv dietro le quinte, ma seguo anche la politica e la cronaca. Amo il mare e Capri, la mia isola del cuore. Detesto invece il politicamente corretto. Cattolico praticante, incorreggibile interista.

Raffaele Lombardo innocente. Dopo dieci anni di supplizi giudiziari. Con una sentenza clamorosa e destinata a restare nella storia, l’ex governatore della Sicilia è stato assolto, nell’appello bis a Catania, dall’accusa di concorso esterno e corruzione elettorale. I fatti per i quali era (ancora) a giudizio risalgono al 2008. Gennaro Grimolizzi su Il Dubbio il 07 gennaio 2022.

Lo avevano descritto secondo i più infamanti paradigmi per un uomo delle istituzioni: corrotto e colluso con la mafia. Raffaele Lombardo, ex presidente della Regione Sicilia, è stato invece assolto ieri dalla Corte d’appello di Catania. Era accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione elettorale.

La decisione è arrivata dopo circa cinque ore di camera di consiglio e dopo la difesa conclusiva affidata all’avvocato Vincenzo Maiello, ordinario di Diritto penale nell’Università di Napoli Federico II. Lombardo era presente al momento dell’arringa del suo difensore ma non quando è stato letto il dispositivo della sentenza dalla presidente della Corte d’Appello, Rosa Angela Castagnola: «In riforma della sentenza emessa», la Corte «assolve Raffaele Lombardo del reato di cui al capo “a” perché il fatto non sussiste e del reato al capo “b” per non avere commesso il fatto».

La Procura generale, rappresentata in aula dai magistrati Sabrina Gambino e Agata Santonocito, aveva chiesto la condanna dell’ex governatore siciliano a sette anni e quattro mesi di reclusione, considerando le riduzioni previste dal rito abbreviato con cui il processo è stato celebrato. Secondo l’accusa, Lombardo avrebbe favorito clan e ricevuto voti alle Regionali del 2008, quando fu eletto presidente.

Il processo, lungo e delicato, ha affrontato diversi passaggi. La Seconda sezione penale della Cassazione, tre anni fa, aveva annullato con rinvio la sentenza emessa il 31 marzo 2017 dalla Corte d’appello di Catania con la quale l’ex governatore era stato assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa ed era stato condannato a due anni (pena sospesa) per corruzione elettorale aggravata dal metodo mafioso, ma senza intimidazione e violenza.

La sentenza di secondo grado aveva riformato quella emessa il 19 febbraio 2014, col rito abbreviato, dal Gup Marina Rizza. In quel caso Lombardo era stato condannato a sei anni e otto mesi per concorso esterno all’associazione mafiosa. Venne, tra l’altro, considerato «arbitro» e «moderatore» dei rapporti tra mafia, politica e imprenditoria.

Tutte le e contestazioni sono state sempre respinte da Raffaele Lombardo. Il verdetto di oggi riabilita il politico, anche se dopo dieci anni di processo ritornare tra la gente e chiedere il sostegno elettorale diventa molto difficile. Lombardo, leader e fondatore dell’Mpa, all’inizio degli anni Duemila, era considerato uno dei politici più influenti non solo in Sicilia. È stato anche Presidente della Provincia di Catania ed eurodeputato. 

La sentenza della Corte d'Appello di Catania. Raffaele Lombardo assolto, fine dell’odissea lunga 10 anni: cadono le accuse di mafia e corruzione elettorale. Redazione su Il Riformista il 7 Gennaio 2022. 

Assoluzione. È questa la sentenza pronunciata da Rosa Angela Castagnola, presidente della Corte d’Appello di Catania, nei confronti di Raffaele Lombardo, ex presidente della Regione Siciliana ed ex leader del Mpa, il Movimento per le Autonomie fondato dallo stesso Lombardo.

L’ex governatore siciliano era accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione elettorale. Per entrambi i reati Lombardo è stato assolto: dal primo “perché il fatto non sussiste”, dal secondo “per non aver commesso il fatto”.

Una inchiesta ma soprattutto un processo monstre quello di Lombardo: dieci anni di udienze avevano portato a due sentenze ‘contrastanti’ e a un annullamento con rinvio della Cassazione. Indagine condotta dai carabinieri del Ros di Catania che verteva in particolare su presunti rapporti tra politica, imprenditori e i clan etnei di Cosa nostra. In particolare secondo la Procura Lombardo aveva favorito Cosa nostra ricevendo voti ‘mafiosi’ alle elezioni regionali del 2008, quando venne eletto presidente della Regione. 

Per Lombardo la Procura, tramite i pm Sabrina Gambino e Agata Santonocito, aveva chiesto la condanna a 7 anni e quattro mesi di reclusione. Dall’altra parte l’ex governatore siciliano aveva sempre negato ogni accusa, sostenendo al contrario di aver “nuociuto alla mafia come mai nessuno prima di me“, di “non avere incontrato esponenti” delle cosche e di avere “sempre combattuto Cosa nostra”. Per questo i suoi legali, gli avvocati Maria Licata e il professore Vincenzo Maiello, ne avevano chiesto l’assoluzione, richiesta poi accolta dalla Corte d’Appello.

LA STORIA DEL PROCESSO – La prima sentenza, con rito abbreviato, arriva il 19 febbraio 2014: il gup Marina Rizza condanna Lombardo a sei anni e otto mesi per concorso esterno all’associazione mafiosa ritenendolo, tra l’altro, “arbitro” e “moderatore” dei rapporti tra mafia, politica e imprenditoria.

Sentenza parzialmente smontata dalla Corte d’Appello di Catania nel 2017, che assolse l’ex governatore dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa condannandolo a due anni (con pena sospesa) per corruzione elettorale aggravata dal metodo mafioso, ma senza intimidazione e violenza. 

Nelle motivazioni in particolare la Corte definisce “privo di riscontro probatorio” il presunti summit tra Lombardo e vertici delle cosche etnee che si sarebbe tenuto nel giugno 2003 a casa dell’ex presidente della Regione Sicilia, uno dei capisaldi dell’accusa.

Tre anni fa quella sentenza era stata annullata con rinvio dalla Seconda sezione penale della Cassazione, accogliendo il ricorso della Procura generale di Catania.

LA REAZIONE DI LOMBARDO – Raffaele Lombardo, che non era presente in aula al momento della lettura del dispositivo, si è detto “molto felice e sollevato” per la doppia assoluzione. 

“Siamo molto soddisfatti. Questa assoluzione è un risultato che rende giustizia alla verità”, ha spiegato all’Adnkronos l’avvocata Maria Licata, uno dei due legali dell’ex governatore.

Il folle processo durato più di 10 anni. Raffaele Lombardo assolto completamente, ma intanto è stato distrutto da accuse false. Angela Stella su Il Riformista l'8 Gennaio 2022. 

La Corte d’Appello di Catania ha assolto ieri l’ex presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo, dalle accuse di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione elettorale. Alla lettura della sentenza l’ex Fondatore e leader del Movimento per le Autonomie non era in aula ma al telefono con uno dei suoi legali si è detto «molto felice e sollevato per assoluzione». Ha poi aggiunto all’Adnkronos: «Sono stati 12 anni da incubo, la sentenza mi ripaga di tante sofferenze. La mia è una vicenda umana e giudiziaria incredibile».

Per uno dei politici più influenti della Sicilia è stata una vera e propria odissea giudiziaria: una condanna, un’assoluzione, un annullamento dell’assoluzione con rinvio. Tre sentenze, tutte diverse l’una dall’altra. E ieri la quarta sentenza: ancora una assoluzione. Le indagini sono state condotte in questi dieci anni dai carabinieri del Ros di Catania che hanno indagato sui rapporti tra politica, imprenditori, ‘colletti bianchi’ e Cosa nostra. Secondo l’accusa l’ex Presidente Lombardo avrebbe favorito i clan mafiosi in cambio di migliaia di voti per le regionali del 2008, quando poi fu eletto governatore. Accuse che la difesa dell’ex Presidente, rappresentata dagli avvocati Vincenzo Maiello e Maria Licata, ha sempre respinto.

Anche ieri, in chiusura delle controrepliche, l’avvocato Maiello, come riferisce l’Adnkronos, ha detto: «Abbiamo l’esigenza di mettere capo alla definizione di questa vicenda giudiziaria le cui conseguenze, sul piano personale ma non solo personale, sono sotto gli occhi di tutti. Raffaele Lombardo deve essere assolto. Non ha mai stretto patti con Cosa nostra.». E ha aggiunto: «Lombardo ha fatto solo scelte contro Cosa nostra», ricordando che nella sua Giunta Lombardo aveva scelto due magistrati antimafia, Caterina Chinnici e Massimo Russo. La Procura generale aveva invece chiesto la condanna di Lombardo a sette anni e quattro mesi di reclusione. Al centro del procedimento i suoi presunti contatti con esponenti dei clan etnei che l’ex governatore ha sempre negato sostenendo di avere «nuociuto alla mafia come mai nessuno prima di me», di «non avere incontrato esponenti» delle cosche e di avere «sempre combattuto Cosa nostra».

Ad accusare Lombardo ci sono stati alcuni collaboratori di giustizia, tra cui Dario Caruana. Questi aveva riferito di una riunione riservata, in cui si affrontavano argomenti di appalti ed affari, svoltosi nei primi sei mesi del 2003 in una casa di campagna alle porte di Barrafranca. Dichiarazioni sempre smentite da Lombardo. E ora anche dall’ennesima decisione. «Siamo molto soddisfatti. Questa assoluzione è un risultato che rende giustizia alla verità», ha detto all’Adnkronos l’avvocata Maria Licata. Mentre al Riformista dice il prof avv Maiello: «Sono contento di aver contribuito ad un risultato che rimette al centro i valori della legalità penale e respinge gli approcci di pratiche premoderne di giustizia sommaria e protestativa. Questa sentenza restituisce a Raffaele Lombardo e a quanti avevano creduto nel suo progetto politico e amministrativo la dignità e l’onore offuscati dall’altalenarsi di verdetti contraddittori».

Sempre con l’Adn ha parlato l’ex ministro Dc Calogero Mannino: «Personalmente provo la soddisfazione che può provare un amico. Un amico, peraltro, sempre convinto della sua innocenza». Esprime soddisfazione per la sentenza anche l’associazione radicale Nessuno Tocchi Caino: «L’assoluzione di Raffaele Lombardo è una riconquista dello Stato di Diritto. Perché scaccia, in un sol colpo, i processi sommari, quelli per sentito dire, la logica del sospetto, il “diritto del nemico” e le condanne non per fatti-reato ma per “tipo d’autore”, dove le uniche prove sono le parole dei pentiti». Angela Stella

Lombardo: «Quella gogna sui giornali mi ha ferito più del processo». Parla l’ex presidente della Regione Siciliana assolto dall’accusa di concorso esterno dopo un'odissea giudiziaria durata dieci anni. Gennaro Grimolizzi su Il Dubbio il 9 febbraio 2022.

Raffaele Lombardo ha ripreso a respirare a pieni polmoni, a contatto con la natura nel suo agrumeto, dopo un’odissea giudiziaria durata circa dieci anni. L’ex presidente della Regione Siciliana, assolto un mese fa dalla Corte d’appello di Catania dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione elettorale, racconta la sua esperienza che lo ha segnato come uomo e come rappresentante delle istituzioni al culmine della popolarità in Sicilia e nel panorama politico nazionale. A Palazzo d’Orleans fecero parte della sua Giunta due magistrati antimafia: Caterina Chinnici e Massimo Russo. Il tritacarne mediatico nel quale è finito non ha fatto perdere all’ex governatore siciliano la fiducia nel sistema giudiziario e non ha spento, nonostante tutto, la passione per la politica. Lombardo è stato difeso dagli avvocati Vincenzo Maiello (ordinario di Diritto penale nell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”) e Maria Licata.

Dottor Lombardo, come sta trascorrendo questi giorni e con quale stato d’animo?

«Trascorro questi giorni con la mia famiglia, come sempre, e con i miei amici e dedico molto tempo all’agrumeto. Il tutto con una ritrovata serenità, pur consapevole del fatto che la mia vicenda giudiziaria non si è ancora conclusa».

Lei è stato descritto secondo i paradigmi più infamanti per un uomo delle istituzioni: corrotto e colluso con la mafia. La sua odissea giudiziaria cosa consegna alla storia della Sicilia e del nostro Paese?

«Non so quanto gli italiani siano interessati alla storia, auspico che le nuove generazioni maturino per essa un interesse maggiore di quella che manifesta quella contemporanea. La mia vicenda giudiziaria è stata segnata da una grande anomalia che dovrebbe spingere tutti a più di una riflessione. Io appresi dell’indagine a mio carico dagli organi di stampa e questo è un fatto sempre disdicevole, ma a maggior ragione lo è quando investe una carica pubblica, poiché mina alla radice la fiducia dei cittadini nei confronti di essa. Non è ciò che è accaduto soltanto alla persona Raffaele Lombardo che io stigmatizzo, ma soprattutto all’istituzione che all’epoca rappresentavo. E sul punto vorrei essere chiaro».

Dica pure.

«Io non ritengo ingiusto essere stato sottoposto a processo perché è doveroso che la magistratura indaghi, quando ha notizia di fatti che possono costituire reato o ritenga che vi siano fatti che meritino in questa prospettiva un accertamento. Non ritengo neppure ingiusto che la Procura abbia ritenuto di sostenere l’accusa nei miei confronti e che si sia celebrato un processo nel quale mi sono difeso con i miei avvocati ed è stata da ultimo pronunciata una sentenza. Credo, peraltro, che vada ricordato che la Procura della Repubblica inizialmente richiese l’archiviazione per il reato di concorso esterno in associazione a delinquere di stampo mafioso e venne ordinata dal Gip l’imputazione coatta. Tutto ciò attiene, comunque, alla fisiologia di uno Stato di diritto. Quello che, invece, è estraneo ad essa è che notizie riservate siano state date alla stampa, in violazione evidente della legge e senza che nessuno abbia seriamente indagato, come mi si dice sempre accade in casi del genere, su come sia stato possibile e sulle ragioni di ciò. La campagna di stampa avviata nei miei confronti ha fortemente inciso sulla mia vicenda processuale e sulla decisione di rassegnare le dimissioni, vanificando un’esperienza politica intrapresa con il consenso di 1 milione e 800 mila voti liberamente espressi, il 66% del totale».

Nella sua Giunta sedevano anche due assessori ex magistrati antimafia…

«E con loro altri tecnici e politici di assoluta competenza e integrità».

Si definisce vittima della “giustizia ingiusta” e della gogna mediatica?

«No, non mi ritengo una vittima. Non si addice alla mia indole e l’esito di questo grado di giudizio, che conferma la fiducia da sempre da me riposta nel sistema giudiziario, lo dimostra. Gli anni del processo sono stati troppi ma il sistema ha le sue regole ed alcune di esse sono il portato di un pensiero complesso elaborato in secoli di storia. Oggi comprendo che un processo rapido non è per ciò stesso un processo giusto. Ci sono i tempi dell’accusa, ma anche quelli della difesa e c’è soprattutto il diritto di appellare, di contrastare una decisione che si ritiene ingiusta, innanzi ad un giudice che sia sempre terzo».

A distanza di anni anche dalla sua vicenda giudiziaria, errori e lanci di fango mediatici sembrano non essere stati eliminati. È più facile condannare nei “tribunali televisivi” che nelle aule giudiziarie?

«Nelle aule giudiziarie si discute di fatti, ma, soprattutto, accusa e difesa si confrontano, ascoltando l’una le ragioni dell’altra e la sintesi è affidata ad un giudice che il sistema impone essere terzo. Tutto ciò negli studi televisivi, ma anche in altri contesti per il vero, sembra impossibile ed è considerato quasi infamante ammettere di avere commesso un errore di valutazione. A ciò si aggiunga che la maggior parte della stampa è alla costante ricerca di un colpevole verso il quale indirizzare le frustrazioni di una massa di inconsapevoli consumatori del prodotto mediatico».

I danni per chi finisce in questo tritacarne però sono incalcolabili…

«Assolutamente e non solo per l’interessato, ma anche per i familiari che subiscono incolpevoli il peso di tutto ciò. Ma il danno maggiore lo si arreca proprio al sistema giudiziario che deve resistere alla pressione esterna di un’opinione pubblica non sempre consapevole e culturalmente attrezzata».

Riprenderà a fare politica?

«Avendola fatta attivamente e quasi esclusivamente per quarant’anni anni è impossibile disinteressarmene. Mi prefiggo di dare una mano a chi ha fiducia e vuole scommettere sull’idea autonomista e sul movimento che nel 2005 con alcuni coraggiosi fondammo».

La vicenda. Per Raffaele Lombardo chiesti 7 anni: contro di lui solo parole, nessun reato. Antonio Coniglio, Sergio D'Elia su Il Riformista il 5 Febbraio 2021.  

Della compresenza di vita e di morte, della luce e del suo passaggio in ombra, del lutto che spesso segue al lusso, hanno scritto grandi pensatori, romanzieri e storici meridionali. Uno dei più sensibili e raffinati tra loro, Gesualdo Bufalino, conterraneo e amico di Leonardo Sciascia, una volta parlò proprio del “luttuoso lusso d’esser siciliani”. La concomitanza di vita e morte, di amore e odio, di chiaro e scuro, di ascesa e caduta, è l’essenza del luogo e dei suoi abitanti.

La Sicilia è un caso più unico che raro. Meno che nazione ma più che regione, la Sicilia è un lusso e il suo non è un presidente qualsiasi, è un Governatore. Raffaele Lombardo è uno di questi. O meglio è stato. Fino a quando ai piedi del “vulcano buono”, mentre danzava la lava purpurea e si moltiplicavano i travisamenti, è comparso l’uomo cattivo, un killer di mafia che aveva ammazzato molto. Guardando in televisione i lineamenti saraceni e gli occhi normanni dell’ex governatore, Maurizio Avola si ricordò di lui. Affermò che quell’uomo politico aveva incontrato finanche il boss dei boss: Nitto Santapaola.

Correva l’anno 2006 e il racconto, per stessa ammissione di Avola, era riferibile all’inizio degli anni 90. Si può pensare di fare riferimento a fatti di vent’anni prima in uno stato di diritto? Lo si può fare in Italia, dove non c’è più differenza tra il giudice e lo storico o meglio il giudice può anche pensare di scrivere la storia. I pentiti a volte si adeguano a questa ambizione storicistica ed è così che la memoria di Avola, sospesa per vent’anni, incontrò improvvisamente il guizzo dell’illuminazione. Si ricordò del volto del presidente della regione che, nei vent’anni precedenti, era stato appena assessore regionale agli enti locali, europarlamentare, vice sindaco, presidente della provincia di Catania, assiduo frequentatore quotidiano degli studi televisivi.

Per Lombardo, da quell’anno duemilasei, il lusso di fare il presidente divenne un “lusso luttuoso” come spesso accade in Sicilia. E accade non per il gioco di un destino cinico e baro, ma per volontà di giocatori cinici e bari, procuratori e collaboratori di giustizia volti non a contrastare il male ma a maledire i cattivi, a ricercare non fattispecie di reato ma tipi d’autore, a perseguire non il fatto successo ma il successo o… l’insuccesso, quello che doveva succedere e non è successo: fare della Sicilia la terra promessa dei mulini a vento e dei treni a vapore. Di Lombardo, subito dopo Avola, si sono ricordati in tanti: uomini di mafia e pentiti della mafia. Poco importa se non esista una sola intercettazione telefonica e ambientale che lo veda protagonista. Conta il “dicunt”, quello di tacitiana memoria, per fare i processi nel nostro paese. Eppure i saggi siciliani ammonivano che la narrazione degli uomini, alla stregua del mare, è “tradimintusa”: può essere ambigua, insincera, a volte tradire. Ancor più se si parla di mafia e pentimenti.

Non ci vuole Alessandro Manzoni per dire che il “torto e la ragione non si dividono mai con un taglio netto”, ma bisogna certamente appellarsi al nipote di Cesare Beccaria e alla sua “storia della colonna infame” per capire che la collaborazione con la giustizia è fondamentale ma non può essere risorsa assoluta ed esclusiva in un processo penale. Esiste una collaborazione che serve alle indagini perché ricostruisce da dentro la mafia, quella di Buscetta e dei primi pentiti per intenderci, i quali – per dirla con Leonardo Sciascia – sono uomini di mentalità intimamente mafiosa impauriti e amareggiati che, vedendo cadere intorno a loro amici e parenti, restituiscono i colpi ricevuti, si vendicano. Di loro, dei “pesci grossi”, che ricostruivano la mafia, lo scrittore di Racalmuto si fidava, li considerava attendibili. C’è un racconto dei fatti accaduti che si accompagna al ravvedimento e ce n’è un altro che è invece calunnia, impostura, alla stregua dei sicofanti che, in Attica, ammazzavano il nemico denunciandolo come ladro di fichi.

Un unico argine ha inventato lo stato di diritto per non edificare nuove colonne infami: mai la parola dei pentiti può costituire l’unico elemento probatorio, mai è possibile condannare se manchi un fatto di reato che prescinda dal loro dire, dal loro verbo che da solo diventa una corsa senza fari nel cuore della notte. Accade invece che, nella città del “Liotro”, si svolga un processo d’appello in cui manca un fatto di reato e questo Raffaele Lombardo, divenuto suo malgrado un tipo d’autore, rischi di essere condannato solo sulla base di un giogo di favella, di semplici racconti e suggestioni, sulla cui base il procuratore generale, pochi giorni fa, ha chiesto la condanna a sette anni e quattro mesi.

Capita per esempio che un soggetto di mafia, D’Aquino, riferisca di aver incontrato un uomo (allora) vicino a Lombardo e di avergli chiesto la promozione in una cooperativa sociale.

Quell’uomo vicino a Lombardo è stato assolto, la promozione non è mai avvenuta, ma quelle dichiarazioni hanno assunto rilevanza nel processo a carico dell’ex presidente. I fratelli Mirabile accusano Lombardo di aver avuto rapporti con il boss di Caltagirone Ciccio La Rocca: nelle migliaia di intercettazioni che li vedono protagonisti non viene mai pronunciato il nome Lombardo. C’è poi Paolo Mirabile che racconta di aver incontrato il principe Scammacca, a suo dire proprietario di un maneggio, vestito da cavallerizzo, per chiedergli di intercedere presso Lombardo nientedimeno che per la licenza di una pizzeria. Non solo non c’è traccia dell’incontro ma soprattutto Scammacca (che non è principe) non ha mai avuto a che fare con un cavallo e un maneggio in vita sua.

La trama surreale prosegue. Che dire delle dichiarazioni di un certo Nizza che afferma di aver votato per un giovane vicino a Lombardo? Quel giovane sarebbe il fratello di Lombardo che ai tempi aveva solo 48 anni. In Sicilia si consumano a volte miracoli: si consegna l’elisir di eterna giovinezza. Un altro di nome Digati, mafioso agrigentino, racconta ancora di aver votato il partito di Lombardo sin dal 2000 (quando era in mente dei) onde poi, per il principio aristotelico di non contraddizione, dire di aver sempre votato per forze politiche lontane dal politico di Grammichele. Lombardo avrebbe incontrato a palazzo d’Orleans il pentito Tuzzolino (condannato per diffamazione aggravata nei confronti di un magistrato e ritenuto di personalità istrionica e inattendibile) ma le telecamere di sorveglianza h 24 dell’edificio non lo hanno mai ripreso. Non c’è traccia ancora del presunto summit di Barrafranca a cui fa riferimento il pentito Caruana.

Il figlio del boss Di Dio, ipotetico raccomandato di Lombardo per regolare una situazione debitoria in un consorzio di bonifica, non viene neanche ricevuto dai dipendenti del consorzio. Un certo Squillaci avrebbe sentito dire da La Rocca, nel carcere di Opera ove erano reclusi in sezioni diverse, che questi era preoccupato per Lombardo. Se ciò può assumere rilevanza in un processo penale siamo oltre il teatro dell’assurdo di Beckett. Altri pentiti, come La Causa, dicono che la mafia avrebbe votato per Lombardo ma non si capisce il quando, il come e il perché. Se la licenza per la pizzeria di Mirabile non è mai arrivata, se la promozione nella cooperativa sociale non è avvenuta, se il figlio di Di Dio non ha mai parlato con il direttore del consorzio di bonifica, se Bevilacqua – altro mafioso chiamato in causa – non è mai riuscito a far assumere una signora all’aeroporto di Catania, se l’appalto della “Tenutella” – altro cavallo di battaglia dell’accusa – non è mai finito nella mani della mafia, è lecito chiedere di cosa viene accusato Lombardo?

Per quale motivo quattro “pesci grossi”, capi mafia di blasone, come Ferone (che ammazzò finanche la moglie di Nitto Santapaola), Malvagna, Pellegriti, Di Fazio (rappresentante provinciale della mafia a Catania), appena sentiti dopo l’elezione a presidente della regione, hanno riferito che Lombardo non aveva a che fare con la mafia? Può uno del calibro mafioso di Umberto Di Fazio non aver sentito parlare di Lombardo? L’interrogativo è inquietante: esiste un solo riscontro fattuale delle dichiarazioni che veda la presenza dell’imputato intento a delinquere? In un sistema liberale può bastare che un uomo accusi un altro e che quest’ultimo venga condannato?

Se manca il fatto, il processo è medioevale. È il processo alle streghe in cui Caterina, la presunta strega, viene fatta morire, a colpi di tenaglie ardenti, sol sulla base di un’accusa di stregoneria che diventa, vera o no, delazione mortifera. È un sillogismo scriteriato in una Sicilia nella quale spesso – sosteneva Sciascia nel ricordo di Giovanni Falcone – “si nascondono i cartesiani peggiori”. La logica direbbe: se per noi Lombardo è un cattivo, come è stato possibile che non abbia commesso il reato? Il reato è “in re ipsa”: il reato è nell’autore anche se non è autore di reato. Ragionando così, il terreno giudiziario diventa però sicotico o addirittura sifilitico. L’unico rimedio costituzionale hahnemanniano resta il fatto, il fatto di reato.

L’unico anticorpo rispetto a una degenerazione terribile e luciferina. Senza ciò, si dà vita a una razionalità, per dirla con gli amici di Leonardo Sciascia, formale e immorale che è piegata a uno scopo abominevole: “mangiare carne, cavalcare carne, comandare carne”. Il rischio è quello che non si accerti la verità processuale. Che non si “dica” giustizia ma si “faccia” giustizia. Dietro l’angolo non c’è l’Areopago, il tribunale di Atena, ma una carnezzeria, la corte delle Erinni. Antonio Coniglio, Sergio D'Elia

Il caso. Processo senza prove, per il Pm Raffaele Lombardo “Aveva la mafia dentro…” Antonio Coniglio, Sergio D'Elia su Il Riformista il 29 Novembre 2020.  

È il 29 marzo 2010 e sull’Esa, la sede catanese della presidenza della regione, come in un romanzo gotico, cala improvvisamente un velo di inquietudine. La vicenda giudiziaria, che condurrà alle dimissioni da presidente della regione Raffaele Lombardo, si abbatte improvvisa sulla terra di Sciascia. È la stampa a notificarla, per pubblici proclami, ai siciliani. L’indagato, che allora è l’inquilino di palazzo d’Orleans, apprende dalla carta stampata di rischiare l’arresto. Non basterà la smentita della procura intenta a negare ipotesi di misure cautelari. L’informazione plasma, orienta, crea, divide. I titoli sensazionalistici vanno in scena per mesi, per anni. Serpeggiano come un crocchio di manzoniana memoria. Ben 16 titoli di apertura del Tg1 delle ore 20 vengono dedicati al processo Lombardo e il direttore Minzolini viene censurato dal comitato di redazione per accanimento.

I magistrati catanesi appaiono in disaccordo: un procuratore capo e un aggiunto (attuale procuratore capo di Catania) derubricano il reato a voto di scambio ma i sostituti non ci stanno. La questione finisce dinnanzi al Consiglio superiore della magistratura. Sull’imputazione decide un Gup che dispone l’imputazione coatta per concorso esterno in associazione mafiosa. Lombardo si ritrova coinvolto in un doppio binario, sotto processo per concorso esterno e per voto di scambio, con buona pace del ne bis in idem. Oggi, dopo una condanna di primo grado, una assoluzione in appello, un annullamento con rinvio della suprema corte di cassazione, l’appello bis di quel processo è alle battute finali.

In quel sacco dalle pareti elastiche, manca sempre il tassello principale: qual è il fatto di reato commesso dall’ex presidente della regione siciliana? In cosa Lombardo avrebbe favorito la mafia e in cosa la mafia sarebbe stata favorita da Lombardo? È un processo indiziario che si fonda sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che irrompono nel bel mezzo del bailamme mediatico. I collaboratori raccontano di vecchi incontri, di summit, di collegamenti con il presidente della regione. Non c’è però una sola intercettazione telefonica o ambientale, nonostante il politico siciliano sia finito nel grande fratello di Gioacchino Genchi, nella quale si trovi un riscontro fattuale, che configuri il fatto di reato. I pentiti parlano, accusano ed entrano nel romanzo. Marco Pannella avvisava che, quando i giornali anticipano le notizie, c’è sempre il rischio che scatti la presunzione utilitaristica in chi collabora. Il collaboratore arriva dopo la notizia, sa di servire al processo e diventa egli stesso l’unica ancora del fatto di reato.

I Pm argomentano che Lombardo sarebbe nato in un contesto mafioso e avrebbe studiato dai salesiani. Come il boss dei boss: Nitto Santapaola. Una sorta di destino cinico e baro, di predestinazione alle relazioni pericolose. Lombardo mafioso perché nato nel territorio di Ciccio La Rocca (che poi è pure il territorio di don Luigi Sturzo), Lombardo mafioso perché conosce il boss Rosario Di Dio che però è stato pure sindaco e avrà incontrato pure prefetti, vescovi e procuratori. Il boss si sarebbe presentato a un consorzio di bonifica, raccomandato da Lombardo, per regolare una sua situazione debitoria. Particolare non di poco conto: non sarebbe neanche stato ricevuto dai dipendenti della struttura. Lombardo mafioso perché i pentiti dicono che è amico loro ma forse ha pure tradito la mafia.

E il fatto, il re del diritto penale? Pare per esempio, secondo l’accusa, che Lombardo avrebbe agevolato l’organizzazione criminale nell’assegnazione di un appalto per la realizzazione di alloggi per i militari di Sigonella. Il tentativo ipotetico, mai provato, non sarebbe andato a buon fine ma basta ciò per aprire le porte al sospetto. Il geologo Barbagallo, in odore di mafia, si lamenta telefonicamente di essere stato penalizzato da Lombardo e, per le elezioni regionali, giura di non esser passato neanche dalla sua porta ma è un altro elemento chiave del processo. Lombardo avrebbe avuto rapporti con il boss Bevilacqua talmente stretti da redarguire un tale Bonfirraro perché quest’ultimo sostiene alle elezioni il candidato vicino a Bevilacqua e non il suo.

Il pentito Caruana parla del misterioso summit di Barrafranca che non lascia traccia come i beati paoli, il mafioso Palio dice che il clan cercava voti per il politico di Grammichele da prima del ‘98, tesi confermata dal super pentito Santo La Causa. C’è da interrogarsi su come sia possibile che le accuse del pentito D’Aquino agli uomini di Lombardo, per le quali questi hanno raggiunto l’assoluzione, possano ricadere misteriosamente sull’ex presidente della regione. E ancora se possano, in uno stato di diritto, assumere rilevanza i racconti del collaboratore Francesco Schillaci che avrebbe appreso, affacciatosi come Romeo dalle finestre del carcere di massima sicurezza di Opera, dal boss La Rocca che Lombardo era un fidato amico di quest’ultimo.

Sembra di trovarsi dinnanzi alla preoccupazione paventata da Luigi Ferrajoli in La mutazione sostanzialistica del modello di legalità penale. Sembra di assistere a un reato di status e non a un reato di azione o di evento. Per cosa si dovrebbe punire Lombardo, quale fatto ha commesso? Per un summit nel quale non c’è traccia della sua presenza, un favore alla mafia mai provato? È come se, nella terra nella quale si è passati dalla “mafia non esiste” al “tutto è mafia”, il consenso debba essere sempre e comunque inficiato dalla mano mafiosa. E Lombardo di voti ha fatto man bassa in ogni competizione elettorale. Raffaele Lombardo è diventato un tipo d’autore. È il taterschuld, la colpa d’autore, la colpa per il modo d’essere.

Ciò che conta è il modo di essere dell’agente, ciò che si ritiene l’agente sia. L’essenza della colpa d’autore sta nel rivolgersi alla psiche dell’uomo, alla sua mentalità. Lo stato non si interessa soltanto dell’azione esterna ma si arroga finanche il diritto di assurgere a stato etico. La potestà punitiva incide sulla sfera spirituale dell’individuo. È la fine della separazione tra diritto e morale: il tramonto dello stato di diritto. Come ha scritto Tullio Padovani: «L’oggetto del rimprovero di colpevolezza consiste nell’aver plasmato la propria vita in modo da acquisire una presunta personalità delinquenziale».

Quando il caso giudiziario è esploso Raffaele Lombardo compiva 60 anni. Qualche giorno fa ha festeggiato il suo 70° compleanno. L’esperienza di un governo regionale venne interrotta ex abrupto e, per dieci anni, un uomo è stato sottoposto alla potestà punitiva dello Stato accompagnato dallo stigma della mafiosità. Il punto non è se l’ex presidente della regione siciliana abbia governato bene o male, se sia simpatico o antipatico, se sia gelido o affabile, se sia un riformatore o una macchina di consensi clientelari. La questione è il fatto: indicateci il fatto di reato! Sarebbe possibile condannare un uomo, chiunque esso sia, solo sulla base delle dichiarazioni dei pentiti? No, non è possibile. I posteri ci diranno quanto nell’affaire Lombardo, nel suo crucifige, abbia inciso la sua scelta di bloccare i termovalorizzatori in Sicilia, di scontrarsi con poteri più forti di lui.

Questo è il giudizio storico ma la potestà punitiva deve attenersi rigorosamente al fatto e non può trattare i fatti come pesci sul banco del pescivendolo. A colpi di mannaia, di giudizi moralistici un tanto al chilo. Il giudice deve stare lontano dal verminaio delle passioni. Solo così non si scriveranno romanzi gotici ma si recupererà il senso più profondo dello “ius dicere”, dell’affermare il diritto.

Oggi, sul processo Lombardo, a un passo dalla sentenza, occorre finalmente esercitare la virtù del dubbio. Senza la virtù del dubbio, il finale è già scritto. La chiusa non sarà una manifestazione di forza della prova giuridica, ma una prova di forza del “diritto del nemico”. È la terribilità – come ammoniva Sciascia – nemica del diritto e della giustizia, che condanna non per quel che si è fatto ma per quel che si è, che non ci libera dal male, ma ci libera dai “cattivi”. Antonio Coniglio, Sergio D'Elia

L'assoluzione dell'ex presidente della Sicilia. Raffaele Lombardo assolto completamente dopo 12 anni di limbo a un passo dall’inferno. Antonio Coniglio, Sergio D'Elia su Il Riformista l'11 Gennaio 2022. 

La notizia dell’assoluzione l’ha raggiunto in una chiesa mentre, a guisa del segno di un destino magnetico che restituisce bene ai sentimenti buoni, dava l’ultimo saluto al suo amico di sempre, Giuseppe L’Episcopo, il proprietario di quel maneggio considerato dai pubblici ministeri di Catania la “cassetta della posta della mafia”. Secondo l’accusa, in quel luogo, i boss gli avevano recapitato messaggi, richieste, suppliche e preghiere. Perché in fondo questo accade nel più feroce dei processi, quello in cui non si processa il fatto di reato ma il tipo d’autore. Capita che anche il più puro dei sentimenti, l’amicizia, la filía, debba essere insozzato, sporcato dai sospetti, dalle ambiguità più malfide.

Il cattivo non può avere amici buoni e nessun luogo, per l’empio, è buono. Luoghi e persone si confondono in un circolo vizioso di infamia e disonore. Similes cum similibus congregantur. I simili si accompagnano con i loro simili. Il pubblico ministero che parte da questo assioma vorrebbe coltivare l’ambizione diabolica di mettere un imputato dentro una “campana di vetro”, processarne la vita, entrare finanche nel talamo della sua intimità. Raffaele Lombardo da Grammichele ha aspettato la sentenza, che lo ha assolto da ogni accusa di concorso esterno per mafia e corruzione elettorale, in quel momento di estremo commiato e, forse, da qualche giorno, alle pendici dell’Etna, in tanti credono nel destino onesto che accompagna sempre i buoni sentimenti. Due concezioni millenarie: quella “magnetica” e quella “elettrica” del destino: non conta ciò che accade ma come lo si vive, una realtà buona è il prodotto di pensieri, parole, opere, buoni sentimenti. Certo ci sono voluti dodici anni, un governo della Regione ingiustamente decapitato che equivale alla razzia dei principi democratici, una Sicilia ancora più infamata, la vita di un uomo sospesa in un limbo di maldicenze a un passo dall’inferno, ma la giustizia come la civetta di Minerva infine è arrivata.

I giudici di Catania hanno “detto” giustizia, non “fatto” giustizia. In questa ennesima triste storia di diritto penale del nemico quasi convertita nel lieto fine delle Eumenidi che non maledicono, la tazza del consolo vuole che emergano quei magistrati davvero “ordinari”, i quali silenziosamente amministrano la giustizia. Non si troveranno i loro nomi sui giornali, perché valutano i fatti senza nessun’altra vocazione, foss’anche quella apparentemente più nobile che diventa la più luciferina di creare hegelianamente “la società dei giusti”. Per esempio, quel Procuratore, oggi in pensione, Michelangelo Patanè, il quale, insieme al suo aggiunto di allora Carmelo Zuccaro, evitò che Lombardo – come voleva la sceneggiatura del caso – uscisse in manette da Palazzo d’Orleans, finendo per questo finanche dinanzi al Consiglio Superiore della Magistratura. E, infine, il collegio della Corte d’Appello di Catania presieduto da un giudice del giusto processo che non ha mai dissipato le parole: Rosa Anna Castagnola.

Di questa storia restano le arringhe dell’avvocato Maria Licata e del professore Vincenzo Maiello e l’ennesimo sforzo di Radio Radicale di rendere pubblico, di far conoscere per deliberare, come voleva Marco Pannella, consapevole che, solo uscendo dalle “segrete stanze”, il potere sia capace di conoscere un principio riparatore, incontrare il senso del limite, quella misura che è il senso vero dello Stato di Diritto: μηδεν ἄγαν, midén ágan, nulla di troppo. Resta anche Il Riformista che, pressoché isolato, scrive pagine non di cronaca ma interpreta una battaglia culturale e civile. Perché, dopo quattro, questo è il quinto articolo su questo giornale, quello del finale di partita di una storia giudiziaria, un lieto fine se non fosse che l’uomo, la sua vita familiare e politica, nel corso di dodici anni di attesa di giudizio, hanno già subito danni, forse, irreparabili. Noi di Nessuno tocchi Caino abbiamo conosciuto Raffaele Lombardo il giorno in cui la nostra compagna Sabrina Renna insistette per farcelo conoscere, iscrivendolo alla nostra organizzazione nelle mani della sua tesoriera Elisabetta Zamparutti. Siamo stati orgogliosi della sua tessera quando, per tutti, era Caino, il tipo d’autore, il condannato a un destino cinico e baro.

Di Lombardo abbiamo sperimentato, negli incontri che si sono susseguiti, una realtà diversa dalla rappresentazione mediatico-giudiziaria: un uomo scrupoloso, appassionato, curioso, desideroso di far conoscere le ragioni della sua vita e della sua esperienza di governo. Soprattutto abbiamo letto le carte di quel processo, senza fatti, prove, fondato esclusivamente sulle dichiarazioni dei pentiti. La mafia non più come organizzazione criminale ma come morbo che assale, contagia, anche se si è asintomatici, se le proprie scelte siano diametralmente opposte alle ragioni del male. Una storia fatta di presunti contatti, di fattoidi, un romanzo gotico nel segno del sentito dire. Lombardo era mafioso perché alcuni pentiti dicevano che lo fosse.

E questo è bastato per distruggere la vita di un uomo e di una esperienza di governo, lasciando sul campo i “morti civili”: un piano dei rifiuti drammaticamente interrotto quando si erano gettate le basi per la differenziata, una coraggiosa e incompiuta riforma della sanità, una Sicilia ancora una volta marchiata come irredimibile. Sono i “morti civili” di un armamentario bellico che si nutre di una eterna emergenza, nel nome della quale si tiene in piedi un reato senza fattispecie, il concorso esterno in associazione mafiosa, e una norma demoniaca – il 4 bis della legge sull’ordinamento penitenziario – che le giurisdizioni superiori hanno già dichiarato confliggere con i principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale.

Una norma che, alla stregua di tutti i bis – 4 bis, 41 bis, 416 bis… diffidate di ogni articolo bis, nemico del Diritto! – non chiede ai detenuti una educazione sentimentale, un alto livello di coscienza, una nuova vita ma, come tutti gli assoluti iuris et de iure, impone loro di continuare a “trafficare”, a “scambiare” la loro libertà con un’accusa, un “dire male di”. Chiediamo a questi detenuti, di fare quello che hanno continuato a fare nella loro prima vita: “maledire”! E può uno Stato di Diritto trasformare gli uomini in uno “strumento vocale”, in un mezzo anziché chiedergli solo di essere un fine, semplicemente diventare uomini capaci di conoscere l’amore, la gratitudine, l’umanità? L’essere “addomesticati”, nel senso etimologico del Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry: creare dei legami, condurre a casa. Fino a quando ci permetteremo un Paese nel quale, in nome della igienizzazione, della sterilizzazione della società, potremmo sacrificare i principi fondamentali e trattare i territori del mezzogiorno come un lebbrosario insalubre di misure di prevenzione, confische, interdittive, scioglimenti comunali, destituzione di classi dirigenti, massacro di uomini nel nome di un’antimafia che si specchia nella mafia, finendo per somigliarle? Per trent’anni, alla terribilità della mafia si è risposto con una terribilità uguale e contraria.

Sulla teoria del fine che giustifica i mezzi, il regime dell’antimafia ha allestito nel nostro Paese un arsenale terribile di leggi speciali e misure di emergenza, di processi inquisitori e sommari, di misure in teoria di sicurezza e prevenzione di fatto di pregiudizio e punizione, di pene senza fine e regimi penitenziari mortiferi. Nessuno tocchi Caino continua la sua lotta volta a scongiurare la tragica eterogenesi dei fini che si rivelano l’opposto rispetto agli scopi originari. Siamo convinti che sia possibile combattere la mafia senza minare i principi dello Stato di Diritto e i diritti umani fondamentali. La conclusione positiva, seppur tardiva, della vicenda di Raffaele Lombardo ci conferma che è possibile.

Allora, nel finale di questa storia siciliana, immaginiamo l’uomo di Grammichele nelle campagne della sua terra quando ci raccontava che non poteva fare a meno di quel sole che non sa maledire. Quel processo si è (quasi) concluso con le Erinni convertite in Eumenidi, con la vendetta che ha lasciato posto alla speranza. Certamente la giusta chiusa è il sorriso, da qualche parte, chissà dove, di Giuseppe L’Episcopo e la sgroppata dei suoi cavalli. Quei mammiferi avevano interpretato una decisa “disobbedienza civile”: non ci stavano proprio, poveri diavoli, a esser “associati” con la mafia. Antonio Coniglio, Sergio D'Elia

Il diritto ha perso la bussola. Caso Lombardo, quando per i Pm non contano i fatti. Gian Domenico Caiazza su Il Riformista l'11 Gennaio 2022. 

Ripetere le sacrosante ma arcinote considerazioni sull’ennesima vicenda di malagiustizia, quale quella che ha distrutto senza motivo la vita privata e politica dell’ex Presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo, è quasi frustrante. Lo sappiamo bene ormai: rimanere prigionieri per undici anni di accuse infine giudicate del tutto prive di fondamento, è una indegna barbarie. Consentire alla Pubblica Accusa di accanirsi appellando sentenze assolutorie ne costituisce un’aggravante. Aver pensato, con la riforma Bonafede della prescrizione, che tutto ciò fosse troppo poco, dovendosi consentire di prolungare senza limiti quella barbarie, dà la dimensione dell’impazzimento che ha travolto il Paese in questi ultimi anni. Tutto detto e ridetto in ogni modo ed in ogni salsa. Ma se non facciamo uno sforzo ulteriore, volto a comprendere davvero perché tutto ciò possa accadere, e quindi a porvi rimedio, le nostre rimarranno lamentazioni sterili e perfino un po’ lugubri.

E forse una mano per fare questo passo in avanti ce la danno proprio le argomentazioni svolte in udienza dalle due rappresentanti della Procura Generale, riportate testualmente (e meritevolmente) dall’agenzia Adnkronos. Le due magistrate stanno illustrando in quali termini il Presidente Lombardo avrebbe concorso nei fatti criminali posti in essere dalla associazione mafiosa a lui contestata. Perché al politico siciliano non vengono contestate condotte materialmente individuabili: non un appalto, non una legge di favore, non una delibera di Giunta; bensì una ben più indefinibile ed inafferrabile condotta “rafforzativa” della autorevolezza criminale della cosca. Ed ecco come viene spiegata questo classico della fumisteria giurisprudenziale in tema di concorso esterno dalle due PP.MM.: «Il concetto di rafforzamento dell’associazione può trovare sotto il profilo plastico un esempio guardando al mondo della finanza. Pensiamo a cosa accade nel mondo della finanza alle quotazioni in borsa ogni qual volta vengono diffuse notizie su alleanze, fusioni o separazioni.

Lo scorso anno, quando si diffuse la notizia della fusione dell’alleanza tra Fiat e Peugeot, le azioni facenti capo al gruppo Fiat Chrysler volarono. Quell’accordo, che poi non è avvenuto, ha avuto l’effetto di far volare le azioni. Questo è quello che riteniamo sia accaduto in concreto [sic!, n.d.r.] in riferimento a un gruppo criminale che si trova a giocarsi, dalla sua, un patto sinallagmatico. E questo è l’effetto che questo patto può avere per Cosa Nostra». Secondo la ricostruzione del Pg -prosegue il lancio di agenzia- non è tanto importante concentrarsi se si sia tenuto o meno il summit mafioso alla presenza di Lombardo, come indicato nella sentenza di primo grado, ma guardare al fatto complessivo come “tante tessere del mosaico”. Ecco un caso magnificamente esemplificativo di come il diritto penale nel nostro Paese abbia dissennatamente perso la sua connotazione essenziale, senza la quale il suo esercizio diventa puro arbitrio: la “tipicità”, cioè la determinatezza della norma incriminatrice. E si badi, non è “colpa” delle due PM, perché da decenni la elaborazione giurisprudenziale è impegnata a legittimare simili derive illiberali.

La condotta materiale che si attribuisce all’imputato è, in questo caso, di avere dato “autorevolezza”, forza, valore a quella cosca, che verrebbe legittimata dal sostegno dei vertici della politica regionale, desumibile da un incontro al quale “non importa” se il Lombardo abbia partecipato, al pari di come le azioni di una società quotata acquistano valore al solo “annuncio” di un accordo, anche se esso poi non si concretizzerà. Invito tutti a riflettere seriamente sul senso e sulle decisive implicazioni di quel ragionamento accusatorio, ove davvero si voglia comprendere come sia possibile che gli esiti di un processo penale possano oscillare, impazziti, tra condanne pesantissime ed assoluzioni draconiane intorno allo stesso fatto. Molto semplicemente, perché non c’è il fatto.

Perché si usa la norma penale, e la si interpreta, in modo da ampliare in modo indiscriminato l’area della incriminabilità, nella irresponsabile illusione di poter così meglio prevenire i fatti criminali. Accade invece il contrario: con l’arbitrio della indeterminatezza dell’accusa, si affida alle Procure un potere enorme ed incontrollabile, ma al contempo si fa strame non solo della vita e della dignità delle persone, ma anche della credibilità e della autorevolezza della giustizia. Ecco su cosa occorre lavorare, se non vogliamo ridurre principi basilari di civile convivenza a vuote giaculatorie senza speranza.

Gian Domenico Caiazza. Presidente Unione CamerePenali Italiane

La vicenda dell'ex presidente della Regione Sicilia. Il caso Lombardo e il reato che non esiste: il concorso esterno in associazione mafiosa. Astolfo Di Amato su Il Riformista il 12 Gennaio 2022. 

La vicenda giudiziaria di Raffaele Lombardo, che ha registrato una nuova assoluzione da parte della Corte di Appello di Catania, dopo che la Corte di Cassazione aveva annullato la prima sentenza di assoluzione, si è snodata, come ormai da tempo spesso avviene per gli amministratori pubblici delle Regioni del Sud, intorno alla accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. E va ad aggiungersi ad una lista, che sta diventando infinita, di politici meridionali, devastati nella loro dimensione pubblica da tale accusa, palesemente infamante, e poi, dopo un calvario di svariati anni, riconosciuti innocenti. Con un danno irrimediabile non solo per le loro vite, ma anche per le collettività in cui hanno svolto le loro battaglie politiche e che sono state private di protagonisti importanti della dialettica democratica e per la stessa credibilità del sistema giustizia.

La circostanza che, specie in Sicilia ed in Calabria, si assista ad un ripetersi così frequente di vicende giudiziarie, che hanno al loro centro il reato di concorso esterno in associazione mafiosa e che, dopo che la vita degli accusati è stata distrutta, si concludono con una assoluzione, non può non imporre una riflessione per tentare di individuare le ragioni di una tale sistematica aberrazione. Su questo punto occorre subito svolgere una considerazione. Sono vicende che, nonostante la pressione che la stessa gravità di una accusa di contiguità con la criminalità organizzata di stampo mafioso non può non esercitare sull’animo di chi decide e nonostante la pressione che media ed avversari politici spesso esercitano, si concludono spesso con una assoluzione. Vi è la conferma, perciò, che il valore della autonomia e dell’indipendenza che la Costituzione assicura ai Giudici italiani è un valore irrinunciabile a tutela dell’intera collettività. Il che non significa, certo, che i Giudici non possono sbagliare, ma, senza voler affrontare in questa sede il tema della responsabilità per palese negligenza ed ignoranza, indica che quella autonomia e quell’indipendenza riducono, e grandemente, i margini di errore.

L’indagine deve, allora, dirigersi altrove, muovendo, innanzitutto, dalla considerazione del reato contestato: il concorso esterno in associazione di stampo mafioso, che è spesso giustamente definito, su questo giornale, come “il reato che non esiste”. Esso, frutto esclusivamente di elaborazione giurisprudenziale, è stato “creato” per poter dare una risposta repressiva a quelle forme di contiguità (politica, imprenditoriale, giudiziaria, professionale, ecc.) con le organizzazioni criminali, non idonee tuttavia ad integrare una ipotesi di partecipazione diretta al sodalizio criminale. Che si sia trattato di una “creazione” giurisprudenziale lo ha detto con chiarezza la Corte Europea di diritti dell’Uomo, che, nella ormai famosa sentenza Contrada, ha affermato la applicabilità della incriminazione alle sole vicende successive al consolidarsi nella giurisprudenza degli elementi costitutivi di tale reato. E non si può non notare, subito, che una tale “creazione” giurisprudenziale è stata una condotta eversiva rispetto ad un sistema rigido delle fonti, quale quello che caratterizza l’ordinamento italiano, che non attribuisce alla giurisprudenza il compito di introdurre nuove norme. Avrebbe dovuto esservi una immediata reazione del legislatore per ripristinare una corretta ripartizione di competenze.

A parte l’aspetto appena indicato, il punto debole della costruzione sta nella individuazione (o meglio nella mancata adeguata individuazione) degli elementi costitutivi di questa fattispecie. Già il reato di partecipazione ad associazione mafiosa ha confini molto labili, atteso che è idoneo ad integrare l’illecito ogni contributo alla vita o al rafforzamento della associazione, senza alcuna determinazione di requisiti minimi della condotta incriminata. È evidente, allora, che, nel momento in cui si intende spingere oltre i confini dell’illecito penale per coinvolgere anche chi non faccia in nessun modo parte del sodalizio criminale, i concetti di “contributo” e di “apporto” alla associazione, la cui esistenza individua la condotta del concorrente esterno, finiscono con l’essere ancora di più privi di qualsiasi preventiva caratterizzazione. Sono, così, spalancate le porte a margini di discrezionalità di tale ampiezza, da essere inevitabilmente subordinati a soggettivi giudizi di valore e a personali condizionamenti socioculturali. Si realizzano, in definitiva, le condizioni ottimali per l’attuazione di “una giustizia etica” e, attraverso di essa, di “uno stato etico”, foglia di fico di tutti i totalitarismi.

In questa prospettiva, si concretizzano, specie per coloro che vivono ed operano in territori ad alto tasso di criminalità mafiosa, con cui è inevitabile convivere, margini di rischio penale incalcolabili preventivamente. Basti pensare a tutte quelle vittime del “pizzo”, che hanno dovuto subire il processo, e talvolta la condanna, per il reato di concorso esterno consumato per aver pagato, e, quindi, in definitiva colpevoli per non essersi messe nelle mani di uno Stato, che, a sua volta, troppe volte aveva dimostrato di non essere in grado di proteggerle. Trasformate, perciò, da vittime in criminali, in virtù di una fattispecie di reato priva di qualsivoglia determinatezza. Con una fattispecie così totalmente aperta, accade anche che condotte che, nella normale vita di relazione, possono al più essere tacciate di semplice irregolarità o di mera non aderenza ai precetti morali, nel momento in cui vedono coinvolto anche un membro di una associazione criminale diventano lo spunto per l’accusa infamante di concorso esterno in associazione mafiosa.

Cosa fare? Prendersela con i pubblici ministeri? Sarebbe errato, anche se troppo spesso l’incriminazione per concorso esterno appare una forzatura. Ma è la stessa configurazione della incriminazione a legittimare la forzatura. Per poter muovere un biasimo bisognerebbe dubitare della loro buona fede. Ma è un dubbio che non può essere preconcetto. Se si parte dubitando della buona fede di chi istituzionalmente è chiamato, anche rischiando personalmente, a combattere la mafia, si mettono in discussione non solo il ruolo delle Procure della Repubblica, ma le stesse fondamenta dello Stato. Il punto è un altro. Ancora una volta è la politica che non ha fatto e non fa il suo dovere. Per convenienza, per vigliaccheria, per opportunismo, per impotenza. In uno Stato democratico, spetta al Parlamento determinare le condizioni di afflizione, affinché i propri cittadini non siano in balia di poteri arbitrari. È questo il senso profondo dell’art. 25 della Costituzione, repubblicana ed antifascista, che stabilisce che le norme penali debbano contenere una precisa descrizione delle condotte vietate e punite.

Quella norma indica con chiarezza che il Costituente non ha voluto che al potere arbitrario della dittatura si sostituisse un potere arbitrario dell’ordine giudiziario. Per tale ragione i componenti di quest’ultimo sono espressamente sottoposti alla Legge, che non può essere una pagina bianca. Le forze politiche, che omettono di legiferare in questa materia e, di conseguenza, tollerano, ormai da decenni, questo stato di cose, semplicemente non fanno il loro dovere e violano il dettato costituzionale. C’è da chiedersi se la vicenda Lombardo, per il rilievo politico avuto dalla persona coinvolta, potrà finalmente indurre il Parlamento a fissare dei paletti precisi per determinare l’ambito di applicazione del reato di concorso esterno. I primi segnali non fanno ben sperare.

La notizia dell’assoluzione di Lombardo è stata data, dalla maggior parte delle testate di informazione, con estrema parsimonia. Il pensiero non può, ancora una volta, non andare alla riflessione di Sciascia, che aveva individuato nei professionisti dell’antimafia un ostacolo all’affermarsi della legalità. Troppo utile, per questi signori ed i loro alleati, l’esistenza di un reato del tutto indefinito, ma altamente infamante, da poter scagliare contro gli avversari. Astolfo Di Amato

·        Il Caso Cuffaro.

La figlia di Totò Cuffaro diventa magistrato. E lui si commuove: «Ha sconfitto le mie sconfitte». Lara Sirignano su Il Corriere della Sera il 6 Dicembre 2022

Ida Cuffaro proclamata a Roma, l’annuncio del padre (che non è andato alla cerimonia) durante un convegno. «Oggi per me è un giorno importante»

La proclamazione c’è stata ieri a Roma. Ora Ida Cuffaro, figlia dell’ex governatore siciliano, è un magistrato. «Sono orgoglioso del risultato che ha ottenuto», le parole del padre, che ha dato la notizia durante un convegno dell’Associazione Nazionale Piccole Imprese.

«Oggi per me è un giorno importante», ha spiegato, commosso, l’ex presidente della Regione da poco riabilitato dalla magistratura di sorveglianza di Palermo dopo una condanna a sette anni per favoreggiamento alla mafia che lo costrinse alle dimissioni. «Il suo successo sconfigge la mia sconfitta», ha detto alla platea del convegno Cuffaro, ora commissario della Dc Nuova.

Ida Cuffaro ha superato anche l’esame per diventare avvocato e ha vinto un dottorato all’università di Palermo. Una carriera brillante quella della figlia dell’ex governatore, una ragazza molto riservata, che ha sempre scelto di evitare la ribalta.

La notizia del superamento del concorso in magistratura, pubblicata nei mesi scorsi, venne accolta sui social dalle critiche di chi riteneva inopportuno che a indossare la toga fosse la figlia di un condannato per reati di mafia. In difesa dell’allora studentessa si schierò il docente universitario Costantino Visconti. «Sono insulti vergognosi e scandalosi ai danni di una ragazza studiosissima e coraggiosa», commentò.

Condanna per mafia, Cuffaro riabilitato. Ma non potrà candidarsi per sette anni. Nel frattempo l'ex presidente è tornato alla politica ed è il coordinatore della Dc Nuova, che ha ottenuto voti ed eletti sia al Consiglio comunale di Palermo che nell'Assemblea regionale siciliana. La Repubblica il 3 ottobre 2022.

Il tribunale di sorveglianza di Palermo ha concesso la riabilitazione all'ex presidente della Regione siciliana, Totò Cuffaro, dalle due condanne da lui rimediate: una negli anni '90, per diffamazione nei confronti di un magistrato, Francesco Taurisano, l'altra - ben più grave - per favoreggiamento aggravato dall'agevolazione di Cosa nostra, che aveva portato l'esponente democristiano, nello scorso decennio, a scontare circa 6 anni.

I giudici, pur dando atto del percorso di ravvedimento dell'ex governatore, difeso dall'avvocato Marcello Montalbano, hanno però applicato una norma della "legge Spazzacorrotti" che impedisce a Cuffaro di tornare alla politica attiva e al cosiddetto elettorato passivo: dato che per lui l'interdizione dai pubblici uffici è perpetua, dovranno trascorrere sette anni dalla data del provvedimento perché Cuffaro possa tornare a candidarsi.

Nel frattempo l'ex presidente è tornato alla politica ed è il coordinatore della Dc Nuova, che ha ottenuto voti ed eletti sia al Consiglio comunale di Palermo che nell'Assemblea regionale siciliana. Lui personalmente però non può scendere in campo. La sua difesa sta valutando la presentazione di un'opposizione allo stesso tribunale di sorveglianza: ritiene infatti che l'applicazione della norma della Spazzacorrotti, entrata in vigore dopo la fine della vicenda giudiziaria di Cuffaro, sia retroattiva e perciò vietata dai principi del diritto penale.

Secondo i giudici del tribunale di sorveglianza, oltre ad aver scontato la pena, Cuffaro, "ha ritenuto di manifestare pubblicamente la presa di distanza dal fenomeno mafioso, dichiarando che 'la mafia è una cosa che fa schifo. Lo contìnuo a dire perché quando l'ho detto qualcuno ha riso sopra, ma la mafia fa schifo ed è il più grande cancro che abbiamo in Sicilia".

L'ex governatore, inoltre, ha allegato alla sua istanza "una notevole mole di documenti da cui emerge un'importante e continuativa dedizione ad attività di volontariato e partecipazione a numerose iniziative legalitarie in difesa dei diritto dei detenuti". I magistrati citano i viaggi in Burundi, presso l'ospedale "Cimpaye Sicilia", di Cuffaro che ha messo "a disposizione della comunità locale le proprie capacità organizzative e sanitarie al fine di favorire un più ampio progetto di assistenza e le raccolte fondi  finalizzate alla realizzazione di progetti di sviluppo nel Burundi e nel Niger".

E ancora Cuffaro ha "scritto tre romanzi col dichiarato intento di devolvere i proventi delle vendite a sostegno dello sviluppo di progetti di recupero a vantaggio dei detenuti nonché per la cura della sclerosi multipla". Infine il tribunale dà atto all'ex governatore di aver pagato tutte le spese processuali e di mantenimento in carcere e di aver versato alla Regione Sicilia i 158.338 euro a titolo risarcitorio che gli aveva imposto la Corte dei Conti.

Ida Cuffaro diventa giudice, speriamo che il frutto cada lontano dall’albero. Arturo Guastella su La Gazzetta del Mezzogiorno il 10 Ottobre 2022.

Parafrasando un luogo comune, ora l’auspicio è quello «che il frutto possa cadere ben lontano dall’albero che lo ha generato». E, nel commentare, l’ingresso in magistratura di Ida Cuffaro, figlia di Totò ex presidente della Regione Sicilia, finito in carcere per favoreggiamento alla mafia, non abbiamo motivo per dubitarne, anche se il neo magistrato, nella votazione finale del concorso, ha riportato appena due punti (24 agli scritti e 72 agli orali) in più del minimo. Un punteggio, ben lontano dal 110, lode e menzione, con il quale si era laureata in Giurisprudenza all’Università di Palermo. Un cursus honorum, di tutto rispetto, visto che la ragazza, dopo essersi abilitata alla professione di avvocato, aveva vinto anche un dottorato di ricerca, presso lo stesso ateneo, con una tesi su «pratiche commerciali scorrette e rimedi contrattuali».

Certo, e non si ha motivo di dubitarne, ora la sua carriera la porta su barricate opposte a quelle che usava frequentare il suo genitore, anche se quest’ultimo, dopo aver scontato la sua pena ed essere ritornato in politica, non ha perso occasione per ribadire di aver imboccato la via della legalità, dicendosi fortemente pentito dei suoi trascorsi poco limpidi.

Certo sono lontani i tempi, quando bastava avere un parente, anche di terzo grado, che aveva una qualche pendenza con la giustizia, per vedersi sbarrata qualunque strada verso una qualsiasi carriera nelle forze dell’ordine. Figurarsi in Magistratura… E, tuttavia, avere in famiglia un magistrato, dopo che questi ultimi, i giudici, erano stati considerati per anni gli avversari da contrastare, se non proprio da combattere, un qualche imbarazzo deve averlo creato all’ex Presidente della Regione Sicilia.

Come non deve essere stato semplice per la dottoressa Cuffaro, fare una simile scelta, consapevole che, comunque, sarebbe stata sempre vista come la figlia di un politico che si intratteneva con i mafiosi, scegliendo a sua volta, una professione, quella dei magistrati, che dalla mafia sono stati più e più volte, colpiti a morte, screditati e politicamente attaccati per isolarli e colpirli più agevolmente.

È anche vero che le colpe dei genitori non debbono ricadere sui figli e che a questi ultimi deve essere data la possibilità di seguire la propria strada, anche se quest’ultima collide violentemente con l’operato illegale dei propri parenti. Siamo anche certi che i commissari che hanno esaminato il neo magistrato, queste perplessità le hanno avuto, finendo, tuttavia, per premiare il merito e la volontà, espressa con la stessa decisione di accedere ai ranghi della giustizia, di essere pronta a fare, sempre, comunque, e per intero, il proprio dovere, anche in contrasto con l’ambiente nel quale si è cresciuti.

Del resto, la dottoressa Cuffaro, già prima del concorso in Magistratura, aveva scelto la via della ricerca accademica, rifuggendo da una professione, quella di avvocato, che, per forza di cose, l’avrebbe portata a difendere (come è giusto che sia) anche qualche malavitoso, perpetuando, così, l’equivoco di quel frutto che non può che cadere vicino all’albero. Nella sua scelta, inoltre, ci deve essere stata sottesa l’ammirazione per chi rischiava la propria vita per difendere i diritti dei cittadini, combattendo in prima linea una potentissima organizzazione malavitosa, i cui tentacoli si era resa conto erano riusciti ad infiltrarsi persino in casa propria. Una decisione ponderata, e per ciò stesso, degna di fiducia. Quasi come simbolo che nella guerra alla Mafia, l’esercito dei suoi nemici può annoverare anche chi si credeva per lo meno neutrale, se non proprio colluso.

Forse quel grido singhiozzato ai mafiosi di pentirsi, della vedova Schifani, dopo la strage del giudice Falcone e della sua scorta, deve aver aperto i cuori a quanti più siciliani si è fin qui creduto. Sarebbe auspicabile, che in un futuro processo di Mafia, magari alla primula rossa, Matteo Messina Denaro, fosse proprio il giudice togato, Ida Cuffaro, a comminargli la pena più severa.

·        Il Caso Matacena.

(ANSA il 16 settembre 2022) - L'ex deputato di Forza Italia Amedeo Matacena, di 59 anni, è morto a Dubai. La causa del decesso, secondo quanto si é appreso, sarebbe da attribuire ad un infarto. La notizia, diffusasi nel pomeriggio a Reggio Calabria, la città in cui Matacena aveva vissuto prima di trasferirsi a Dubai, è stata confermata dai legali dell'ex parlamentare, Marco Tullio Martino, Enzo Caccavari e Renato Vigna. Matacena, che deceduto poco dopo essere stato portato in ospedale, viveva negli Emirati Arabi da circa 10 anni dopo essere stato condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.

Matacena, in passato, era stato legato all'annunciatrice televisiva Alessandra Canale. Dopo il divorzio dall'ex moglie, Chiara Rizzo, si era da poco risposato con Maria Pia Tropepi, ex modella e medico. Il padre di Matacena, Amedeo senior, morto nel 2003, aveva creato la società "Caronte" per la gestione dei servizi di traghettamento nello Stretto di Messina ed era stato presidente della Reggina calcio.

Morto a Dubai ex deputato di Forza Italia Amedeo Matacena, era latitante. Viveva negli Emirati dopo condanna per concorso esterno in associazione mafiosa. La Repubblica il 16 Settembre 2022.

L'ex deputato di Forza Italia Amedeo Matacena, 59 anni compiuto proprio ieri, è morto a Dubai. La causa del decesso sarebbe da attribuire ad un infarto. La notizia è stata confermata dai legali dell'ex parlamentare, Marco Tullio Martino, Enzo Caccavari e Renato Vigna.

Matacena, morto mentre veniva portato in ospedale, viveva negli Emirati Arabi da circa 10 anni dopo essere stato condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. In passato era stato legato all'annunciatrice televisiva Alessandra Canale. Dopo il divorzio dall'ex moglie, Chiara Rizzo, si era da poco risposato con Maria Pia Tropepi, ex modella e medico chirugo che era con lui quando ha avuto un malore. Ed era con lui nell'ambulanza che doveva portarlo in ospedale e dove l'ex parlamentare è morto.

Nei giorni scorsi era stato già ricoverato nei giorni scorsi in un ospedale perchè accusava problemi alla colecisti. Era stato dimesso ed era tornato a casa, nel centro di Dubai.

Chi era Matacena

Il padre di Matacena, Amedeo senior, morto nel 2003, aveva creato la società "Caronte" per la gestione dei servizi di traghettamento nello Stretto di Messina ed era stato presidente della Reggina calcio. Amedeo invece è attivissimo in politica fin dalla fondazione di Forza Italia, seppure con un passato nel Pli, viene eletto nel 1994 nel collegio uninominale di Reggio Calabria-Villa San Giovanni nel 'Polo del Buongoverno', seggio che riconquista nel 1996, fino al 2001, quando, inaspettatamente non viene ricandidato.

L'inchiesta e la condanna

Negli anni '90 è coinvolto la maxi inchiesta "Olimpia", un'indagine della Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria in cui erano stati ricostruiti i rapporti mafia-politica a Reggio e in Calabria e molte delle vicende sanguinose scaturite dalla così detta 'seconda guerra di ndrangheta', iniziata con l'omicidio del boss Paolo De Stefano, il 10 ottobre del 1985, ad opera di alcuni gruppi 'secessionisti', a lui prima legati.

Iniziano i guai giudiziari per l'ex parlamentare.  Scaricato da Forza Italia e senza l'immunità parlamentare, Amedeo Matacena è accusato di aver allacciato rapporti con la cosca Rosmini, una delle più potenti del panorama ndranghetistico della zona, per ottenerne l'appoggio elettorale. Arriva la prima condanna in Appello e successivamente la sentenza definitiva della Cassazione a tre anni di reclusione, nel luglio 2014, dopo numerosi ricorsi e contro ricorsi.

La latitanza

Recentemente erano stati revocati sia l'ordinanza di custodia cautelare che il sequestro dei beni. Per questo Matacena meditava il rientro in Italia e il ritorno nella sua Reggio Calabria.

Stroncato da un malore. Amedeo Matacena morto a Dubai da latitante, la storia dell’ex deputato di Berlusconi: “Qui vita da cane”. Redazione su Il Riformista il 16 Settembre 2022 

Amedeo Matacena è morto a Dubai stroncato da un malore. Aveva 59 anni l’armatore ed ex deputato di Forza Italia che si trovava negli Emirati Arabi in stato di latitanza, dopo la condanna a tre anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, è deceduto in ambulanza durante la corsa disperata in ospedale. A confermare la notizia all’agenzia Agi è stato l’avvocato di fiducia dell’ex parlamentare, Marco Martino.

Nativo di Catania ma cresciuto a Reggio Calabria, Matacena sarebbe stato colpito da un infarto. Viveva a Dubai da circa dieci anni dopo la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa dalla Corte d’assise d’Appello di Reggio Calabria nel 2012 confermata dalla Cassazione nel 2013.

Negli ultimi anni, dopo il divorzio con Chiara Rizzo, Matacena si era rispostato con Maria Pia Tropepi, ex modella e medico. Il papà di Matacena, Amedeo senior, scomparso nel 2003, aveva creato la società Caronte per la gestione dei servizi di traghettamento nello Stretto di Messina ed era stato presidente della Reggina calcio.

Da ansa.it il 5 agosto 2022.

È stata revocata l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nell'ambito dell'inchiesta "Breakfast", condotta dalla Dda di Reggio Calabria, a carico dell'ex parlamentare di Forza Italia Amedeo Matacena, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. 

La revoca è stata disposta dal Gip distrettuale di Reggio Calabria, Vincenza Bellini, con il parere contrario della Dda. Il Gip ha accolto l'istanza presentata dai difensori di Matacena, Marco Tullio Martino e Renato Vigna. Il giudice ha anche disposto il dissequestro dei beni di Matacena, che è da anni rifugiato a Dubai, negli Emirati arabi.

Il dissequestro dei beni di Matacena è stato motivato dal Gip dal lungo tempo trascorso dalla data di commissione dei reati contestati all'ex parlamentare e dall'esclusione, in fase cautelare, della contestata aggravante mafiosa. 

Nell'ambito dello stesso processo "Breakfast" erano stati arrestati e condannati in primo grado l'ex ministro dell'Interno Claudio Scajola e l'ex moglie di Matacena, Chiara Rizzo. Il giudice Bellini, inoltre, ha ritenuto confermato "il giudizio di gravita indiziaria" nei confronti di Matacena, che, nell'ordinanza di arresto a suo carico, era accusato di intestazione fittizia di beni, con l'aggravante mafiosa. 

In una nota, l'avvocato Martino afferma che anche la Procura generale della Corte di Cassazione, in relazione ad un precedente ricorso, aveva chiesto l'annullamento dell'ordinanza di custodia cautelare a carico di Matacena nell'ambito dell'inchiesta "Breakfast".

 "Ringrazio mia moglie e i miei avvocati perché, grazie al loro impegno, è stata revocata l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa a mio carico nell'ambito dell'inchiesta "Breakfast" ed è caduto anche l'ultimo sequestro dei miei beni, che adesso tornano nella mia disponibilità. Alla fine la verità è venuta a galla. Adesso manca solo la ciliegina sulla torta: la sentenza della Corte Europea e giustizia, dopo tanta ingiustizia, sarà fatta". 

(ANSA il 12 agosto 2022) - L'ex parlamentare di Forza Italia Amedeo Matacena, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa e a Dubai da diversi anni, fa sapere all'ANSA di "leggere con grande disappunto che, nonostante sia divorziato a Chiara Rizzo da molto tempo, negli articoli di stampa è ancora indicata erroneamente come mia moglie". E precisa di aver sposato la contessa Maria Pia Tropepi, ex modella, imprenditrice e noto medico chirurgo, dalla quale aspetta due gemelli che nasceranno nella seconda metà di novembre e di essere per questo molto felice. 

Chiara Rizzo, ex moglie di Matacena, fu accusata con l'ex ministro Claudio Scajola di aver favorito la latitanza di Matacena e per questo entrambi hanno subito un processo. Nei giorni scorsi Matacena si è visto revocata l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nell'ambito dell'inchiesta Breakfast condotta dalla Dda di Reggio Calabria e il dissequestro dei propri beni. A chi gli domanda se intende rientrare in Italia, risponde che attende la sentenza della Corte Europea di giustizia perchè la sua vicenda giudiziaria sia definitivamente conclusa.

(ANSA il 23 settembre 2022) - E' scontro in famiglia sulla salma dell'ex deputato di Forza Italia Amedeo Matacena morto latitante a Dubai dopo essere stato condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. La seconda moglie Maria Pia Tropepi, in attesa di due gemelli, replica al figlio Athos, avuto da Matacena in prime nozze dalla conduttrice televisiva Alessandra Canale, che nei giorni scorsi aveva chiesto il rimpatrio della salma in Calabria, affermando, in una nota, che era desiderio del defunto essere cremato a Dubai e che sulla vicenda sarebbe in atto un conflitto di interessi.

"Le cause del suo decesso - scrive Maria Pia Tropepi - sono state certificate dal nosocomio degli Emirati Arabi presso il quale Amedeo è giunto ancora vivo, accompagnato dal personale sanitario che ho allertato appena colto dal malore. Amedeo Matacena era da tempo e notoriamente affetto da cardiopatia, ed è stato stroncato da un infarto del miocardio. 

Solo per il profondo amore che ci legava, intendo dare esecuzione alle sue volontà, tutelando, in ogni sede, sia i miei diritti di vedova ma soprattutto quelli dei nostri figli che stanno per arrivare. Nonostante questo mio momento di lutto, la vicenda sta assumendo strani toni, motivo per cui lo studio legale Hamdan Al Kaabi che mi rappresenta negli Emirati Arabi Uniti, ha già provveduto a trasmettere la dovuta documentazione e le necessarie informazioni al Consolato Italiano a Dubai allo scopo di prevenire eventuali azioni che vanno contro la volontà di Amedeo.

Parenti con i quali - precisa la donna - mio marito aveva pubblicamente interrotto ogni rapporto, stanno addirittura cercando di avanzare dubbie richieste, contro ogni norma legale e di buon senso che si applichi sia in Italia che negli Emirati. Sarà dunque compito delle autorità locali, le uniche che vantano il possesso di ogni necessario documento, stabilire quale sarà, secondo la legge locale, la sorte che dovrà avere il corpo senza vita di Amedeo Raniero Matacena".

La morte dell'ex parlamentare. Amedeo Matacena è morto in esilio: perseguitato, stava per diventare padre di due gemelli. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 17 Settembre 2022 

Morire da latitante, morire di latitanza. Con due bambini che nasceranno senza padre. Proprio mentre il grattacielo di accuse si era sgretolato pezzetto dopo pezzetto, la sorte ha portato via Amedeo Matacena, costretto a lasciare l’Italia e a rifugiarsi a Dubai per sfuggire a inchieste calabresi una più assurda dell’altra. Basti solo dire che i provvedimenti di custodia cautelare da cui l’ex deputato di Forza Italia era inseguito erano fondati solo sul solito reato che non c’è, il concorso esterno in associazione mafiosa.

La maledizione calabrese, dove tutto pare essere ‘ndrangheta, nella testa di alcuni pm. Un’aggravante che, proprio un mese fa, era caduta come un birillo nell’inchiesta di Reggio Calabria dal simpatico nome di “Breakfast”. La gip Vincenza Bellini aveva non solo accolto la richiesta di revoca della custodia cautelare richiesta dagli avvocati Marco Tullio Martini e Renato Vigna, ma aveva anche disposto il dissequestro di alcuni beni. Proprio come aveva già fatto nel maggio scorso la corte d’appello di Reggio Calabria nei confronti di alcune proprietà della moglie di Matacena, Chiara Rizzo.

Amedeo non è mai stato un personaggio famoso. Imprenditore e figlio di imprenditori, decisamente benestanti, ma nulla di più. Era un vero liberale, non solo di cultura, ma di appartenenza, un ragazzo della scuola di Alfredo Biondi e Antonio Martino, per intenderci. Ma se le inchieste nei suoi confronti hanno conquistato il circo mediatico è anche perché la sua vita e quella di sua moglie si sono intrecciate a un certo punto con quella del ministro Scajola, che cercava di dare qualche buon consiglio alla famiglia. Boccone grosso, per certi ambienti. Fu così che una certa mattina del 2014 colui che oggi è sindaco di Imperia e presidente della provincia si ritrovò, mentre era a Roma in albergo, a subire l’irruzione di sette agenti in camera all’alba. E poi prelevato e impossibilitato per sei giorni a comunicare con la moglie e con gli avvocati. Infine un mese di carcere e sei di domiciliari. Una condanna in primo grado e l’appello il prossimo 27 settembre, pur con il reato ormai prescritto.

Un’inchiesta fatta di carta, fondata su reati insignificanti se privati dell’aggravante mafiosa, come l’intestazione fittizia di beni per Matacena, “procurata inosservanza della pena” per Scajola e Chiara Rizzo, sospettati di aver tentato di favorire una latitanza che era già in corso , mentre Matacena era a Dubai, arrivato lì con le proprie forze. Era bastata una banale intercettazione per apparecchiare l’inchiesta “prima colazione”. Che cosa ci entrassero Matacena, la moglie e l’ex ministro con la ‘ndrangheta ancora non si è capito. E non si capirà, quando gli ultimi pezzettini di queste inchieste che sono tutte solo italiane saranno chiusi per “morte del reo”.

Reo? Persino gli Emirati Arabi, che non sono certo campioni di diritto e di diritti, possono darci qualche lezione, al riguardo. Anche a Dubai infatti, come nel resto del mondo, il codice penale non prevede il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Così nei mesi scorsi, benché la ministra Cartabia, proprio come fece nei confronti dei rifugiati parigini, si fosse impegnata personalmente nel richiedere e sollecitare l’estradizione di Amedeo Matacena, questa non è stata mai concessa, proprio perché il reato non c’è. Del resto non esiste neanche nel codice penale italiano, ma viene usato solo per poter intercettare e applicare la custodia cautelare. Potete riporre le manette, cari magistrati calabresi, ora Amedeo si è liberato di voi. Non so se voi sarete liberi dalla vostra coscienza. 

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Ingiustizia è fatta: Amedeo Matacena sarà un uomo libero. Gianfrancesco Turano su L'Espresso il 4 Agosto 2022.  

Dopo nove anni l’ex deputato forzista sta per coronare la sua latitanza a Dubai. La sentenza del tribunale di Reggio Calabria del 4 agosto ha tolto di mezzo l’intestazione fittizia di beni. E la condanna definitiva sta per estinguersi anche se lui non ha mai fatto un giorno di carcere

Poche parole di un comunicato Ansa del 4 agosto sono il primo tassello per la fine della latitanza estera più lunga, quella di Amedeo Matacena junior, ex deputato e coordinatore calabrese di Forza Italia condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa nel processo Breakfast.

La gip di Reggio Calabria Vincenza Bellini ha disposto la revoca dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere del politico e imprenditore calabrese che, dopo nove anni e un mese di latitanza a Dubai, è ancora un uomo libero senza avere scontato un solo giorno di pena.

Lo stesso Matacena aveva dichiarato pochi mesi fa di essere vicino al traguardo e intanto si gode il dissequestro dei suoi beni ottenuto dai difensori Marco Tullio Martino e Renato Vigna.  Ma sono in arrivo altre buone notizie per il fuggitivo. A dieci anni dalla condanna irrevocabile, la pena si estingue. Per chiudere il conto mancano undici mesi. Nel giugno 2023 Matacena sarà libero. 

Negli uffici della Dda di Reggio Calabria c’è amarezza. La condanna del parlamentare azzurro era stata un momento qualificante per le inchieste sul crimine organizzato in Calabria e i suoi legami con la politica, che sono la vera forza della ‘ndrangheta al di là del flusso di denaro proveniente dal narcotraffico.

Le relazioni di Matacena gli hanno consentito di evitare le carceri italiane e i suoi i mezzi finanziari lo hanno messo in condizioni di affrontare la latitanza in un paese che solo da poco ha iniziato a collaborare con la giustizia italiana estradando soprattutto esponenti della camorra.

L’Espresso si è più volte occupato del caso Matacena ma la fine di questa storia sembra già scritta.

Arrestato l'ex ministro Claudio Scajola: ha favorito la latitanza dell'ex deputato Pdl Amedeo Matacena. Dalle perquisizioni della Dda di Reggio Calabria emerge una potente associazione segreta internazionale di stampo massonico animata da figure come Amin Gemayel, capo dei falangisti libanesi e candidato alle presidenziali tenute a fine aprile. Nelle intercettazioni liti furiose con Giovanni Toti, scrive Gianfrancesco Turano “L’Espresso”. Poco più di tre mesi dopo l'assoluzione per la casa romana comprata “a sua insaputa”, l'ex ministro Claudio Scajola finisce in carcere come regista della latitanza di Amedeo Matacena junior, amico e compagno di partito. Ordine di arresto anche per la seconda moglie di Matacena, l'ex modella Chiara Rizzo, e la madre Raffaella De Carolis. Dalle perquisizioni della Dda di Reggio Calabria emerge una potente associazione segreta internazionale di stampo massonico animata da figure come Amin Gemayel, capo dei falangisti libanesi e candidato alle presidenziali tenute a fine aprile. Fra i perquisiti ci sono Emo Danesi, storico piduista mai uscito di scena, due figli dello statista democristiano Amintore Fanfani, Giorgio e Cecilia, e l'imprenditore calabrese Vincenzo Speziali, 39 anni, nipote dell'omonimo senatore di Forza Italia, che, grazie al suo matrimonio con una nipote di Gemayel, fa la spola fra Roma e Beirut. Le indagini, in parte ancora secretate, evidenziano anche gli incontri tra i supporter di Matacena e l'eterno Luigi Bisignani, vero erede del suo maestro di loggia Licio Gelli. Secondo gli investigatori, il ruolo del protagonista spetta a Scajola. Tenuto sotto intercettazione per mesi, l'ex ministro dello Sviluppo economico si è prodigato per Matacena, arrivando a coordinare gli aspetti logistici e finanziari di una latitanza lussuosa e dispendiosa, che ha richiesto un impiego di fondi ingenti mossi dai conti bancari di Montecarlo, dove risiedeva Matacena, figlio omonimo dell'armatore napoletano che ha inventato i traghetti privati sullo Stretto di Messina e che ha avuto un ruolo importante nei moti per Reggio capoluogo del 1970-1971. Amedeo Matacena junior, deputato per due legislature ed ex coordinatore regionale di Forza Italia su indicazione proprio di Scajola, è in fuga dal giugno 2013, dopo che la Cassazione aveva confermato la sua condanna a cinque anni e quattro mesi per concorso esterno in associazione mafiosa con la famiglia Rosmini, una cosca fra le più potenti della 'ndrangheta reggina. In aggiunta, il cinquantenne Matacena ha anche una condanna in primo grado a quattro anni per corruzione. Scappato alle Seychelles, poi negli Emirati dove è stato arrestato in agosto e poco dopo rilasciato, Matacena stava per abbandonare Dubai. La metropoli araba era ormai insicura e i giudici sembravano orientati a concedere l'estradizione. La nuova meta di Matacena era Beirut, il porto franco dei latitanti mafiosi. La Direzione investigativa antimafia, coordinata dal sostituto procuratore di Reggio Giuseppe Lombardo e dal procuratore capo Federico Cafiero de Raho, è intervenuta prima che Matacena andasse a raggiungere il padre fondatore di Forza Italia, Marcello Dell'Utri, che da Beirut attende la pronuncia della Cassazione sulla sua condanna associazione mafiosa il 9 maggio. Il senatore palermitano è stato arrestato il 12 aprile in un albergo di Beirut, in piena campagna elettorale per le presidenziali che ancora non hanno indicato un vincitore. Ma il nuovo presidente potrebbe negare l'estradizione di Dell'Utri per motivi politici. Gemayel, uno dei candidati, ha già occupato la poltrona presidenziale del paese dei cedri in uno dei periodi più drammatici della storia del Libano (1982-1988), succedendo al fratello Bashir e governando la fase della guerra civile. I legami di Amin Gemayel con l'Italia sono di antica data. Il capo dei cristiano maroniti è stato fra i primi a rendere omaggio, l'anno scorso, alla tomba di Giulio Andreotti, sepolto al cimitero del Verano. Due anni fa, i giornali locali hanno dato rilievo alla sua visita privata in Calabria, dove è stato ospite dell'allora senatore Speziali, uno dei maggiori imprenditori calabresi con interessi in varie regioni italiane. Più di recente Gemayel, che è vicepresidente dell'Internazionale democristiana ed è molto legato anche al segretario Udc Lorenzo Cesa, è stato in Italia per incontrare Silvio Berlusconi. L'appuntamento, preso a Roma, è stato spostato a Milano all'ultimo momento suscitando le ire del politico falangista, il suo rientro in Libano e una sua piccata smentita quando Berlusconi ha dichiarato che Dell'Utri si era recato a Beirut per assistere Gemayel nella sua campagna elettorale. Le intercettazioni dell'inchiesta reggina rivelano retroscena di feroce contrapposizione politica tra i vecchi padri costituenti del berlusconismo e i rampanti della nuova Forza Italia. In particolare, ci sarebbero agli atti una serie di liti telefoniche furiose tra Scajola e l'astro nascente del forzismo, Giovanni Toti, alleato con le donne di Silvio nel bloccare o limitare gli accessi dell'ex ministro ligure e di Denis Verdini a palazzo Grazioli. Ma i vecchi avevano ancora molte carte da giocare, grazie alla solidità dei rapporti internazionali garantiti dalla rete massonica. Il collante dell'operazione “Matacena libero” è sempre quello della fratellanza fra liberi muratori. E qui è ancora da sviluppare appieno il ruolo di Emo Danesi, livornese di 79 anni, ex segretario del boss democristiano del Veneto Toni Bisaglia e sottosegretario alla Marina mercantile, espulso dalla Dc di Ciriaco De Mita e dal Grande oriente d'Italia in quanto iscritto alla loggia P2 (tessera 752). Dagli anni Ottanta, Danesi ha preferito il ruolo del burattinaio invisibile – Gelli docet – ed è emerso soltanto a tratti. Una prima volta nel 1996, in occasione della seconda Tangentopoli, come punto di riferimento del banchiere toscano-svizzero Chicchi Pacini Battaglia. Una seconda volta nel giugno del 2007, quando l'allora sostituto della procura di Potenza Henry John Woodcock ha tentato invano di incastrarlo per associazione segreta ex lege Anselmi insieme ad altri esponenti dell'Udc. Il prosieguo dell'inchiesta dirà se Danesi può essere considerato uno degli “invisibili”, un gruppetto ristretto che detta legge e i termini della politica internazionale usando clan mafiosi, servizi segreti e logge deviate. Su questa oligarchia potente e ristrettissima lavora da anni il pm reggino Lombardo. Di sicuro, Matacena a Beirut avrebbe ritrovato qualcosa di più di un compagno di partito. In una sua dichiarazione alla stampa in cui rivelava la delusione per essere stato estromesso dalle liste berlusconiane, il figlio dell'armatore affermava: “Ritengo di essermi comportato da amico con il presidente Berlusconi. Sono andato a Palermo a testimoniare al processo di Dell'Utri contro Filippo Alberto Rapisarda. Mi sono trascinato dietro altri testimoni che avevano perplessità a raccontare i fatti per come erano avvenuti. Ritengo che questa testimonianza sia stata fondamentale per smontare il teste Rapisarda. Poi su richiesta di Berlusconi sono andato a testimoniare a Caltanissetta contro la procura di Palermo”. Lo stesso favore gli è stato reso da Scajola che si è prodigato in testimonianze a favore dell'imputato Matacena durante il processo Olimpia. Oggi, fra Scajola, Dell'Utri e Matacena, l'unico a piede libero è proprio Matacena. Forse non per molto.

Scajola: «È vero, mi adoperai per far avere a Matacena l’asilo politico a Beirut». E alla Rizzi trovò lavoro nel Pdl, scrivono Carlo Macrì e Fiorenza Sarzanini su “Il Corriere della Sera”. «È vero, mi adoperai per Amedeo Matacena per fargli avere l’asilo politico a Beirut. L’ho fatto perché era un amico e un parlamentare di Forza Italia. Con lui mi comportavo come fossi il suo avvocato». Carcere di Regina Coeli, 9 maggio scorso, Claudio Scajola risponde alle domande dei pubblici ministeri di Reggio Calabria che lo accusano di aver favorito la latitanza di Matacena e per questo anche di concorso esterno alla mafia. Parla del suo rapporto con l’ex esponente del partito condannato definitivamente, ma anche del legame con sua moglie Chiara Rizzo e rivela: «Aiutai anche lei facendola lavorare per il tesoriere del Pdl Ignazio Abrignani». La conferma la forniscono gli stessi legali della donna Carlo Biondi e Candido Bonaventura depositando il contratto. L’indagine avviata dagli inquirenti reggini - il procuratore Federico Cafiero De Rhao, il sostituto Giuseppe Lombardo e il pubblico ministero Antimafia Francesco Curcio - sembra essere entrata in una fase cruciale. Le prime ammissioni fornite da Scajola consegnano infatti elementi preziosi a una ricostruzione accusatoria che pone l’ex titolare dell’Interno al centro di una rete che si sarebbe mossa «per favorire la criminalità organizzata». Anche rispetto al ruolo di Vincenzo Speziali, l’uomo che si accreditava come il mediatore con l’ex presidente libanese Amin Gemayel e rassicurava Scajola sul proprio interessamento per il trasferimento di Matacena da Dubai a Beirut.Ulteriore conferma l’avrebbe fornita proprio la segreteria di Matacena, Maria Grazia Fiordelisi, anche lei finita in carcere su richiesta della procura di Reggio. Due giorni fa, nel corso dell’interrogatorio, la donna ha ricostruito alcuni passaggi fondamentali su quanto accaduto tra l’agosto del 2013 e il febbraio scorso, per trovare un rifugio sicuro a Matacena. Poi ha rivelato: Scajola fece pedinare Chiara Rizzo. Le intercettazioni e i pedinamenti affidati agli investigatori della Dia avrebbero effettivamente confermato questo particolare avvalorando l’ipotesi che il «controllo» fosse stato deciso per motivi di gelosia. Scajola avrebbe infatti mal digerito il legame che c’era tra Rizzo e l’imprenditore Francesco Bellavista Caltagirone, l’amico che improvvisamente nelle conversazioni veniva definito «l’orco». L’interrogatorio della stessa Rizzo è durato oltre cinque ore ed è stato secretato. La donna avrebbe ammesso di aver chiesto aiuto a Scajola per suo marito e soprattutto di aver più volte discusso la possibilità che il Libano gli concedesse l’asilo politico. I legali avevano anticipato che avrebbe parlato del legame (professionale e personale) con l’ex ministro e per questo hanno fatto allegare al fascicolo copia della scrittura privata siglata dalla signora con Abrignani per «svolgere attività immobiliare su case e prefabbricati». Un altro documento ottenuto dal Monte dei Paschi di Siena specifica che «la signora non risulta mai essere stata delegata ad operare sul conto corrente 24141.37 presso l’Agenzia 1 di Reggio Calabria, intestato alla “Amadeus Spa”» mentre un analogo scritto, sempre riferibile a Mps e acquisito dalla Dia «ammetteva la disponibilità della donna». Mentre è in corso l’interrogatorio della Rizzo, a Bologna viene convocato nuovamente come testimone Luciano Zocchi, il segretario di Scajola al Viminale, che quattro giorni prima dell’attentato brigatista contro Marco Biagi consegnò al ministro l’appunto sulle due richieste dell’allora sottosegretario Maurizio Sacconi e del direttore generale di Confindustria Stefano Parisi, per assegnare la scorta al giuslavorista. Di fronte al pubblico ministero di Bologna Antonello Gustapane, Zocchi ha ribadito di aver fatto consegnare i due appunti Scajola e di averne poi dato copia anche al prefetto Giuseppe Procaccini, all’epoca vicecapo della polizia la stessa sera del 15 marzo, e alla moglie di Sacconi, Enrica Giorgetti, il giorno dopo l’omicidio Biagi.

Decine di raccoglitori catalogati per nome e per argomento, scrivono Carlo Macrì e Fiorenza Sarzanini su “Il Corriere della Sera”. Documenti riservati, veri e propri dossier che l’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola custodiva nei propri studi di Roma e Imperia oltre che a Villa Ninnina, la lussuosa dimora ligure a Diano Calderina. È l’archivio messo sotto sequestro dagli investigatori della Dia per ordine dei pubblici ministeri di Reggio Calabria. Non è l’unico. In una cantina della segretaria di Amedeo Matacena, Maria Grazia Fiordelisi, sono state trovate migliaia di carte che dovranno essere adesso analizzate. Materiale prezioso per l’inchiesta che ha portato in carcere Scajola e tutte le persone che negli ultimi mesi hanno protetto e agevolato - secondo l’accusa - la latitanza di Matacena, l’ex deputato di Forza Italia condannato a cinque anni di pena per complicità con la ‘ndrangheta. Le verifiche si concentrano poi sulle movimentazioni bancarie, per ricostruire i flussi finanziari che avrebbero consentito a Scajola e agli altri di mettere in sistema il «programma criminoso», come lo hanno definito i magistrati motivando la scelta di indagarli anche per concorso esterno in associazione mafiosa. In particolare emergono alcuni trasferimenti di denaro, considerati sospetti, effettuati da Chiara Rizzo, la moglie dell’ex parlamentare riparato a Dubai. Nella loro richiesta di cattura gli inquirenti - il procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho, il sostituto Giuseppe Lombardo e il pm nazionale antimafia Francesco Curcio - evidenziano come le risultanze investigative «costituiscono uno spaccato di drammatica portata, in grado di enfatizzare la gravità “politica” del comportamento penalmente rilevante consumato da Scajola, il cui disvalore aumenta a dismisura proprio nel momento in cui lo si mette in correlazione al delitto di concorso esterno in associazione di tipo mafioso posto in essere da Matacena, da considerare la manifestazione socio-criminale più pericolosa per uno Stato di diritto che un ex parlamentare ed ex ministro dell’Interno dovrebbe avversare con tutte le sue forze e che, invece, consapevolmente sostiene, agevola, rafforza». Al momento di sollecitare l’arresto preventivo chiedono che sia disposto il trasferimento in carcere per due motivi: «Da un lato l’obiettiva gravità dei fatti reato e dall’altro la evidente pericolosità sociale dei prevenuti, quali risultano dall’estremo allarme riconnesso a condotte delittuose poste in essere in modo programmato». Tutto questo, aggiungono, «non solo è essenziale alla conservazione ed al rafforzamento della capacità di intimidazione che deriva dal vincolo associativo che caratterizza l’organizzazione di tipo mafioso a favore della quale il contributo consapevole di Matacena è stato prestato, ma si pone come ineludibile passaggio al fine di evitare o, comunque, arginare l’espansione in ambiti imprenditoriali e politici delle consorterie criminali di tipo mafioso, potenzialmente in grado di condizionare in modo irreversibile tali ambiti decisionali ed operativi». E concludono: «Tale giudizio negativo, che si riflette inevitabilmente in termini di concretezza e specificità anche sulla valutazione del pericolo di reiterazione di analoghe condotte delittuose, risulta rafforzato dalla capacità criminosa degli indagati». Sono migliaia i documenti che Scajola conservava seguendo un metodo che gli investigatori definiscono «maniacale». Riguardano politici, imprenditori, personaggi con i quali ha avuto a che fare nel corso della sua lunga e intensa attività. Ma anche affari, viaggi, richieste di interventi, raccomandazioni. Qualche settimana fa, nell’ambito di un’inchiesta che riguarda il porto d’Imperia, i magistrati della Procura locale gli avevano sequestrato materiale riservato risalente all’epoca in cui era ministro dell’Interno. Comprese alcune relazioni su Marco Biagi. In quell’occasione si trattò di una ricerca mirata. Giovedì scorso, invece, gli inquirenti calabresi hanno deciso di portare via l’intero archivio, alla ricerca di ogni elemento utile a sostenere l’accusa più grave. Non solo lì. Quando sono arrivati nell’abitazione sanremese della segretaria di Matacena, Maria Grazia Fiordelisi, gli agenti della Dia hanno scoperto che la donna aveva la disponibilità anche di una cantina. E in esecuzione dell’ordine dei magistrati che prevedeva la verifica «delle pertinenze e dei locali annessi a tutti gli immobili», alla ricerca degli indizi necessari a «ricostruire la genesi e la natura dei rapporti tra i soggetti sottoposti a indagini», hanno deciso di controllarla. Senza immaginare di poter trovare tanto materiale. Nello scantinato c’erano infatti - pure in questo caso classificati in faldoni - molti documenti relativi all’attività dell’ex parlamentare condannato. Un intero capitolo della richiesta d’arresto è dedicato ai «riscontri economico-finanziari» che i pubblici ministeri ritengono di aver trovato all’ipotesi accusatoria. Sono elencate decine di movimentazioni bancarie che ora gli indagati saranno chiamati a chiarire. In particolare sui conti di Chiara Rizzo risultano trasferimenti di denaro di vari importi. Alcuni molto consistenti, come quello del 15 luglio 2009 per 952.000 euro; oppure quello da 270.000 euro effettuato nel 2010 attraverso la Compagnie Monegasque de Banque - Principato di Monaco, Paese nel quale la signora Matacena ha spostato la residenza. Sotto osservazione è finito pure il patrimonio della madre del condannato, anch’essa indagata nell’inchiesta calabrese e ora agli arresti domiciliari, con particolare attenzione agli spostamenti di soldi tra l’Italia e l’estero.

Nelle centinaia di telefonate tra Claudio Scajola e Vincenzo Speziali, l’uomo che faceva avanti e indietro con Beirut, il nome di Silvio Berlusconi ricorre più di una volta, scrivono Carlo Macrì e Fiorenza Sarzanini su “Il Corriere della Sera” Quando si parla della candidatura dell’ex ministro dell’Interno al Parlamento Ue, poi sfumata, ma anche e soprattutto in relazione all’incontro che lo stesso Berlusconi avrebbe dovuto avere con Amin Gemayel: il potente ex presidente del Libano, spacciato da Speziali come zio di sua moglie, nella ricostruzione dell’accusa avrebbe dovuto garantire la latitanza mediorientale sia di Amedeo Matacena che, probabilmente, di Marcello Dell’Utri, i due ex parlamentari di Forza Italia condannati per concorso esterno in associazione mafiosa. Per Matacena, di cui adesso Berlusconi sostiene di non avere ricordo, Scajola comunica in una telefonata del 7 febbraio di avere già fatto preparare dagli avvocati una dettagliata richiesta di asilo politico, che Speziali dice di poter agilmente sostenere perché a Beirut si sta per formare un nuovo governo. Erano i primi di febbraio, periodo in cui Speziali parlava di continuo con Dell’Utri. Circa 100 telefonate in 10 giorni, in media una decina di conversazioni al dì, e non è difficile immaginare che parlassero della possibile meta libanese del neocondannato per mafia, bloccato proprio a Beirut un mese fa. Un motivo in più, nei sospetti degli inquirenti, per interessare anche Berlusconi dei contatti con Gemayel, il quale avrebbe dovuto fargli visita in Italia alla fine di febbraio. Dai discorsi di Scajola e Speziali si capisce che erano loro gli artefici dell’incontro, perché non appena il secondo dice di aver parlato con l’esponente libanese per fissare la data della visita in Italia (26 febbraio), Scajola risponde che lo riferirà all’ex Cavaliere. L’argomento ritorna più volte, e quando a fine mese l’incontro salta perché Gemayel era a Roma ma Berlusconi pretendeva che lo raggiungesse ad Arcore, l’esponente libanese - racconta Speziali - s’è offeso ed è ripartito senza vederlo. Dell’appuntamento saltato Scajola discute con la moglie di Matacena, aggiungendo però di non preoccuparsi perché «l’operazione» (verosimile riferimento alla possibilità di far accogliere in Libano il marito ricercato dalla giustizia italiana) andrà avanti ugualmente. Tuttavia, spiega Speziali all’ex ministro, prima della domanda di asilo politico bisognava assicurarsi la «rete di protezione». Tra gli approfondimenti delegati dalla Procura di Reggio Calabria alla Dia, ci sono le verifiche sugli ordini dati da Scajola ed eseguiti dai poliziotti della scorta. Per alcuni di loro si sta vagliando l’ipotesi di inquisirli per peculato e abuso d’ufficio, visto l’uso troppo personale che hanno accettato da parte dell’ex ministro; dagli accompagnamenti di Chiara Rizzo all’acquisto di effetti personali destinati alla signora, come un paio di calze che gli agenti di scorta vengono spediti a comprare dalla segretaria dell’ex ministro per la moglie del latitante condannato per complicità con la ‘ndrangheta. In quell’occasione, persino la segretaria e il poliziotto della scorta si lamentano delle pretese di Scajola. Ma dalle intercettazioni dell’ex titolare del Viminale emerge una circostanza considerata più grave e inquietante: informazioni riservate su altre persone, a partire dai loro spostamenti sul territorio nazionale, raccolte attraverso funzionari di Stato a lui fedeli. Scajola riceveva le notizie che aveva chiesto e se ne vantava al telefono con alcuni interlocutori, commentando soddisfatto che il suo «servizio segreto» privato funzionava a dovere. Dopo gli arresti della scorsa settimana, si passa all’esame dei movimenti sui conti bancari della famiglia Matacena, sia in italia che a Montecarlo e in Lussemburgo, dove hanno sede società e proprietà costitute dall’ex parlamentare in fuga. Anche dell’aspetto economico-finanziario, mentre Matacena era già a Dubai per evitare il carcere in Italia, si occupavano sua moglie e Scajola. Il quale faceva intervenire la propria segretaria Roberta Sacco, ora agli arresti domiciliari, per risolvere ogni questione. Come quando, mentre Scajola è in un’altra stanza con Chiara Rizzo, chiama un funzionario della filiale del Banco di Napoli alla Camera dei deputati - dove l’ex deputato condannato mantiene un conto - per provare a fare in modo che la moglie di Matacena possa muovere il denaro. Il funzionario spiega che senza una delega bisogna che si presenti l’onorevole, o almeno la signora; la segretaria di Scajola replica che lui «è fuori, non può venire», mentre di lei comunicherà un numero di telefono per fissare un appuntamento. Tra le intercettazioni ci sono pure i messaggi telefonici che Matacena mandava alla moglie per avvisarla di collegarsi via Skype, in modo da evitare spiacevoli interferenze e raccomandarle di intervenire per ottenere o far partire bonifici, tra il Lussemburgo e il principato di Monaco, sui quali i responsabili delle banche fanno resistenza. L’ipotesi dei pm è che anche per affrontare queste vicende Scajola abbia messo a disposizione della moglie di Matacena il proprio «mondo di relazioni». Nel quale rientrano, tra gli altri, due personaggi seguiti e fotografati con lui in un pedinamento romano dell’11 febbraio scorso, prima di un incontro a Piazza di Spagna con Speziali. Si tratta di Daniele Santucci (socio in affari del figlio dell’ex ministro che la Dia ha verificato essere stato alle Seychelles ad agosto 2013, quando c’era pure Matacena, già latitante, prima di spostarsi a Dubai) e di Giovanni Morzenti, condannato per corruzione a Torino e indagato a Roma per ricettazione nell’ambito dell’indagine sullo Ior.

Ecco perchè Claudio Scajola è un mafioso, scrivono Enrico Fierro e Lucio Musolino su “Passione Tecno.” E ora sul capo dell’uomo che fu ministro dell’Interno della Repubblica, pende la mannaia di una accusa gravissima: quella di aver favorito con i suoi comportamenti, la mafia più potente, la ’ndrangheta. La Procura di Reggio Calabria e la Direzione nazionale antimafia tornano all’attacco dopo che il gip ha respinto le ipotesi di aggravante mafiosa per Scajola. Un personaggio che ha “rapporti di cointeressi forti” con Amedeo Matacena, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Di più, dalla voluminosa inchiesta del pm Giuseppe Lombardo emerge il ruolo di Scajola come “socio occulto di Matacena”. Uu lavoro durissimo che ha richiesto grandissima pazienza da parte del potente ligure. È il 15 gennaio di quest’anno 2014 e Chiara e Claudio si fiondano a Bernareggio, in Brianza, senza il “fastidio” della scorta. La donna deve partecipare a un summit con vari imprenditori, tra questi Gabriele Sabatini, finito nei guai con la giustizia per una storia di intestazioni fittizie di beni di un personaggio che la Dia considera “soggetto mafioso”. Scajola aspetta più di un’ora in strada, ma in una telefonata con la sua segretaria spiega il perché. “… lì è una iniziativa con suo marito, che l’ha portata avanti lui, che avevo seguito anch’io, se lo ricorderà anche lei… che lei dice, io ci vado perché, se per caso andasse avanti e funzionasse io ne avrei un vantaggio. Capito? Per quello l’ho fatto volentieri…”. L’ex ministro e l’ex parlamentare di Forza Italia, scrivono i pm, “condividono interessi che vanno ben oltre l’aiuto del primo a favore del secondo per ragioni squisitamente umanitarie”. I due “risultano inseriti in un circuito criminale ben più ampio, che trova la sua chiave di lettura nel ruolo di Matacena in ambito ’ndranghetistico ricostruito nella sentenza di condanna”. Scajola sapeva tutto di Matacena e dei suoi guai giudiziari per mafia, eppure “decide di prestare il suo consapevole contributo diretto ad agevolarne la latitanza”. Intrattiene rapporti economici-imprenditoriali con Chiara Rizzo, la moglie del latitante. La signora ha anche un fratello poliziotto fino a tre settimane fa scorta del ministro Graziano Delrio. Con lady Matacena, l’ex ministro “avvia nuovi progetti imprenditoriali”, infine, ed è questo l’aspetto più allarmante, “esercita la sua influenza politica su Silvio Berlusconi al fine di ottenere una candidatura alle prossime elezioni europee”. Il progetto fallisce e Scajola ne parla ripetutamente con Chiara Rizzo addossando le responsabilità a Toti (“un cretino”) e agli ultimi giapponesi che circondano l’ex Cavaliere, ma i “consi – gliori” della ’ndrangheta reggina un pensierino sulla necessità di avere un loro uomo a Bruxelles, lo avevano fatto. I PM partono “dai concetti affermati dall’avvocato Paolo Romeo, nella sua veste di ideologo e ispiratore di molteplici condotte delittuose, nel corso del confronto con il suo interlocutore diretto a chiarire il ruolo di Matacena”. Il “depositario di una serie di agganci, una rete di rapporti da utilizzare per ottenere finanziamenti pubblici da utilizzare per fare l’ira di Dio”. Per la Procura di Reggio Calabria Claudio Scajola “è membro di rilievo di questo network di relazioni”. Ma il comitato d’affari è più ampio, i tentacoli si estendono in ambienti insospettabili. Gli “invisibili”, li chiama il procuratore Cafiero de Raho, che ruotano attorno allo studio milanese di Bruno Mafrici. Massoni, uomini delle istituzioni, mafiosi e imprenditori capaci di riciclare e fare girare i soldi dei clan reggini. Mafrici è un reggino che si fa chiamare “avvocato” e che il pentito Nino Fiume indica “vicino alla cosca De Stefano”. Proprio intercettando Mafrici, i pm di Reggio arrivano ad Amedeo Matacena che si era rivolto al faccendiere per il leasing di uno yacht. L’ex parlamentare latitante, però, è solo uno dei contatti. La rubrica dell’“avvo – cato”, che curava gli affari della Lega di Bossi e del suo tesoriere Francesco Belsito, è piena di nomi eccellenti, in via Durini 14 a Milano, infatti, non passavano solo gli affari della Lega ma anche boss del calibro di Paolo Martino, “ministro del tesoro” della cosca De Stefano. “Prendiamo quella società che fa 20 milioni di utile”. Mafrici parla con Giorgio Laurendi, socio dello studio. A un tale Massimo, invece, spiega i contatti con il Qatar che gli consentiranno di stringere rapporti con il mondo petrolifero. Il telefono di Mafrici è dual sim e riceve anche le telefonate di chi si vuole raccomandare con Belsito, all’epoca in cui era sottosegretario di Stato. Come due imprenditori che gli chiedono di intercedere verso Belsito per avere notizie di “prima mano” su come comportarsi per vincere le gare d’appalto per lo sviluppo del Meridione”. In ogni luogo ci sono amici pronti a dare una mano. Mafrici parla con Romolo Girardelli, il genovese che chiamano l’“ammiraglio”. Spunta il progetto di aprire uno studio a Tirana, in Albania. “Se serve, un mio amico ti presenta politici e generali della finanza. Ho amici a tutti i livelli”. Alta mafia. Alle cure di Mafrici si era affidato Amedeo Matacena, il caro amico di Claudio Scajola.

L'ira di Matacena: vittima di toghe rosse, scrive Felice Manti su “Il Giornale”. Nel caso Scajola-Matacena mancavano solo le toghe rosse. «Contro di me c'è stato un complotto-vendetta», dice da Dubai l'ex deputato di Forza Italia, che tuona contro la condanna a cinque anni per concorso esterno in associazione mafiosa arrivata in Cassazione dopo due assoluzioni nel merito. «Mai avuto rapporti o fatto affari con la mafia, è una favola. Chi mi ha colpito ha avuto gratifiche e avanzamenti di carriera», dice Matacena all'Ansa via Skype: «Da deputato mi interessai del Palazzo dei veleni di Reggio Calabria (l'allora Procura, ndr), di alcuni magistrati, dei pentiti ricompensati in nero e dei riscatti per sequestri pagati con i soldi dello Stato. Quando la Cassazione ha annullato l'assoluzione - denuncia Matacena - i miei avvocati videro un magistrato a me ben noto nell'ufficio del presidente della Cassazione che mi avrebbe giudicato e che avrebbe annullato la sentenza. Quando poi il processo passò al secondo grado, venne cambiato il giudice con uno di Magistratura democratica che mi ha condannato». Chi è questo magistrato che avrebbe fatto pressioni? Mistero. Ma quali sono i veleni a cui fa riferimento Matacena? Bisogna tornare alla guerra di 'ndrangheta degli anni Novanta, che fece quasi 600 morti e ai processi Olimpia che decapitarono le cosche. Un cocktail esplosivo innescato dalle rivelazioni al procuratore Agostino Cordova nel 1992 di Pietro Marrapodi, massone «pentito» poi suicidatosi nel 1996 (ma la famiglia dice che è stato ucciso): il notaio, ex Dc di lungo corso, fu il primo a parlare di una borghesia massonica che decideva i destini della città (erano gli anni del Decreto Reggio e della valanga di soldi piovuti dopo i moti degli anni Settanta) ma soprattutto disse che alcuni magistrati erano «contigui» ai boss. La denuncia cadde nel vuoto e la magistratura rispose con la raffica di condanne, compresa quella di Matacena, colpevole di aver fatto eleggere un politico affiliato alla cosca Rosmini e incastrato da alcuni collaboratori di giustizia considerati attendibili. Tanto che per la Cassazione quelle di Matacena sono solo «farneticazioni di un disperato». Intanto emergono nuovi dettagli sui rapporti tra l'ex armatore e Claudio Scajola. L'ex ministro dell'Interno è accusato di essere al centro di una presunta spectre affaristico-massonica vicina alle cosche pronta a garantire a Matacena un esilio dorato a Beirut. I pm cercano riscontri alle affermazioni (secretate) dell'ex titolare al Viminale durante l'interrogatorio di venerdì ma non si escludono nuovi clamorosi colpi di scena. È spuntato un assegno da 3,5 milioni di dollari concesso dalla banca Greca «Marfin Egnatia Bank Societe Anonyme», con sede legale a Thessaloniki (Grecia), alla Amadeus spa, società controllata da Amedeo Matacena e dalla moglie Chiara Rizzo, ancora in Francia in attesa di estradizione (se ne parla la prossima settimana). Secondo i pm il passaggio di denaro rientra nel risiko societario orchestrato da Matacena e dai suoi sodali per occultare il patrimonio da 50 milioni. E mentre la Procura dà la caccia ai fantasmi la 'ndrangheta «ruba» l'esplosivo sotto il naso dello Stato. In questi giorni alcuni sub della Marina sono impegnati a recuperare centinaia di panetti di tritolo dai resti della «Laura C», la nave da guerra carica di tritolo affondata nella primavera del 1943 da un sommergibile inglese e arenata nel fondo sabbioso di Saline Joniche. Nel 1996 era stata messa in sicurezza, ma evidentemente il lavoro non fu fatto propriamente ad arte. Fino a oggi le cosche hanno fatto la spesa al supermarket del tritolo. Gratis.

La strana caccia allo Scajola, scrive Felice Manti. Ormai quella sull’ex ministro Claudio Scajola è una competizione tra Procure. Non bastava l’inchiesta Breakfast dei pm reggini sul presunto sodalizio in odor di ‘ndrangheta per aiutare l’ex deputato Amedeo Matacena a sottrarsi alla cattura; non bastava l’ombra dell’omicidio «per omissione» sull’ex titolare al Viminale nell’indagine sulla scorta tolta al giuslavorista Marco Biagi, ucciso dalle Nuove Br il 19 marzo del 2002, riaperta dai pm di Bologna grazie a nuove carte scoperte nell’archivio di un ex collaboratore di Scajola. Adesso sul capo del politico ligure si è abbattuta una doppia tegola. Il pm di Imperia Alessandro Bogliolo ha chiesto il suo invio a giudizio, con citazione diretta, per finanziamento illecito e ricettazione. I lavori di ristrutturazione della sua residenza, Villa Ninina – questa l’ipotesi dei pm liguri – valevano circa tre milioni di euro ma sono stati pagati 1,5 milioni. La differenza costituisce, secondo l’accusa, il finanziamento illecito per l’ex deputato di Forza Italia. È giallo invece sull’accusa di ricettazione: il filone è quello nato durante una perquisizione su denuncia dell’ex deputato Pdl Eugenio Minasso, nella quale sarebbe spuntata una informativa (segreta?) nella quale si faceva riferimento a Minasso come consumatore di cocaina. Ma i legali di Scajola contestano l’ipotesi accusatoria: «Non è vero che il nostro assistito non poteva averle. Aspettiamo la ricostruzione dell’accusa per capirne di più». E qui la vicenda si complica. Perché proprio a Villa Ninina sono arrivati ieri i pm reggini del caso Matacena, a caccia di quei documenti che servirebbero a dimostrare l’esistenza della presunta Spectre affaristico-massonica di cui farebbe parte Scajola. Ma quali carte troverà? Quelle sequestrate dalla Dia di Reggio ai primi di maggio, non quelle legate all’inchiesta di Imperia aperta per ricettazione. Sarà scontro? È presto per capirlo. A Bologna si lavora («a ritmo elevato», commenta l’aggiunto Valter Giovannini). L’allora segretario di Claudio Scajola, Luciano Zocchi, sarà ascoltato domani sulla morte del giuslavorista? Che faranno i pm reggini sulle carte sequestrate all’ex collaboratore che hanno fatto scattare l’inchiesta? Sarà battaglia tra Procure?

La coscienza sporca di Reggio, continua Felice Manti. Toghe rosse, casacche azzurre e cosche nere. A Reggio Calabria non si fanno mancare niente. Si fa più complessa la vicenda di Claudio Scajola, l’ex ministro dell’Interno accusato di essere al centro di una presunta spectre affaristico-massonica vicina alle cosche pronta a garantire un esilio dorato a Beirut all’ex deputato azzurro ed ex armatore della Caronte Amedeo Matacena, condannato a cinque anni per concorso esterno in associazione mafiosa in Cassazione dopo due assoluzioni nel merito. L’ex titolare del Viminale forse non sa in che guaio si è cacciato con quelle telefonate abbastanza compromettenti a Chiara Rizzo, consorte dell’ex deputato di Forza Italia oggi latitante a Dubai, per favorirne lo spostamento a Beirut. Perché quella condanna per mafia Matacena non l’ha digerita, com’è ovvio pensare. Ma mai prima di ieri l’uomo accusato di contiguità con la cosca Rosmini aveva alzato così il tiro, riaprendo un cassetto che sembrava morto e sepolto, come buona parte dei protagonisti di allora. «Mai avuto rapporti o fatto affari con la mafia, è una favola. Chi mi ha colpito ha avuto gratifiche e avanzamenti di carriera», ha detto Matacena all’Ansa via Skype: «Da deputato mi interessai del Palazzo dei veleni di Reggio Calabria (cioè dello scontro alla Procura e al Tribunale reggino, nda), di alcuni magistrati, dei pentiti ricompensati in nero e dei riscatti per sequestri pagati con i soldi dello Stato. Quando la Cassazione ha annullato l’assoluzione – denuncia Matacena – i miei avvocati videro un magistrato a me ben noto nell’ufficio del presidente della Cassazione che mi avrebbe giudicato e che avrebbe annullato la sentenza. Quando poi il processo passò al secondo grado, venne cambiato il giudice con uno di Magistratura democratica che mi ha condannato». Affondo pesantissimo, come pesantissima è stata la replica della Suprema corte, di una durezza inusitata. «Sono farneticazioni di un uomo disperato, un latitante che si sottrae a una condanna definitiva che poggia su fatti storici accertati e pacifici come i contatti con la cosca Rosmini. Non c’è stato alcun collegio precostituito ed è singolare che questo signore si lamenti del fatto che i suoi legali avrebbero visto un magistrato nell’ufficio del primo presidente. Chi mai dovrebbe esserci in quell’ufficio se non dei magistrati?  Il collegio della Quinta sezione penale, quello che decretò la condanna definitiva il sei giugno 2013, non sapeva nemmeno chi fosse questo Matacena». Sarà. Sta di fatto che Matacena parla di un magistrato che avrebbe fatto pressioni e soprattutto che Matacena rispolvera la stagione più difficile di Reggio. Negli anni Novanta scoppia una guerra di ’ndrangheta che lascia sull’asfalto centinaia di morti. Reggio è travolta da una Tangentopoli reggina per colpa di una classe politica ingorda che divora i fondi del Decreto Reggio (una valanga di soldi pubblici piovuti dopo i moti degli anni Settanta):  le famiglie vanno alla sbarra nei processi Olimpia che decapitano le cosche ma non le indeboliscono, come dimostrerà la sentenza di primo grado del processo Meta. Anzi, si scoprirà che i vecchi avversari di allora hanno deposto le armi e si sono spartite la città, con la complicità di una buona parte della sedicente borghesia reggina, compiacente se non indolente (che è anche peggio). La mafia muore, paga dazio e rinasce. La borghesia e la politica si spartiscono la torta dei soldi pubblici. E le toghe? E quella lobby massonica che va a spasso con le ‘ndrine e i servizi segreti dopo l’accordo nato negli anni Settanta a seguito dei moti di Reggio e dei «Boia chi molla», ispirato dalla gioventù nera e pilotato dalle cosche, come sostengono alcuni pentiti? Il primo a squarciare il velo sui veri pupari che a Reggio fanno il bello e il cattivo tempo anche sulle spalle dei boss si chiama Pietro Marrapodi. Notaio, dc e massone «pentito» viene trovato morto nel 1996 a casa sua.  Un destino avvolto nel mistero, soprattutto perché la sua morte fa comodo ai nemici della città che lui ha denunciato. È stato lui a rivelare al procuratore Agostino Cordova, nel 1992, l’esistenza di questa zona grigia, di questi “Invisibili” cui dà la caccia il pm Giuseppe Lombardo nell’inchiesta Breakfast. Ma la sua unica colpa, forse quella che l’ha fatto uccidere, è la pesantissima accusa di «contiguità con i boss» di alcuni magistrati illustri. La denuncia cade nel vuoto, ma la risposta della magistratura non può che essere severa. Tutti i capi mafia superstiti vengono condannati nei processi Olimpia, che stanno alla ‘ndrangheta come il Maxiprocesso di Palermo istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Nel calderone di Olimpia c’è anche Matacena, colpevole di aver fatto eleggere Giuseppe Aquila, l’ex mozzo della Caronte affiliato alla cosca Rosmini da un legame di sangue benché sia figlio di un poliziotto, e incastrato da alcuni collaboratori di giustizia considerati attendibili. I rapporti tra l’ex armatore e la famiglia di ‘ndrangheta sarebbero molteplici, stando alle deposizioni dei pentiti diventate sentenza inoppugnabile: ne emerge una figura a tinte fosche, di un Matacena che tratta con capimafia e affiliati di somme di denaro da restituire, pentiti da far ritrattare e altre nefandezze.  Difficile pensare a un complotto delle toghe. Ma nella città in cui 007 deviati, politici, massoni e boss indossano a turno la stessa maschera tutto è possibile.

Quel sogno scissionista delle cosche, continua Felice Manti. La stampa rossa salta sull’inchiesta che ha portato in cella l’ex ministro Claudio Scajola e scatta il fango: «Scajola reclutava i boss», spara Repubblica, attribuendo la titolarità della congettura ai pm. Ma spulciando le carte sulla presunta cupola affaristico-mafiosa che avrebbe voluto garantire all’ex deputato Amedeo Matacena la latitanza dorata in Libano («Macché, faccio il maître», si lamenta su Repubblica l’ex azzurro), questa congettura non c’è. Anzi, accostare ‘ndrangheta e politica in questa vicenda è ancora un azzardo. Il Gip di Reggio Olga Tarzia (ma la Dda farà ricorso al Riesame) non crede né all’aggravante «mafiosa» del sodalizio né a Scajola come «l’interlocutore politico destinato a dialogare con la ‘ndrangheta» mentre Matacena aveva «rapporti stabili tra l’ex armatore e la cosca Rosmini», circostanza che ha fatto scattare la condanna definitiva in Cassazione a cinque anni per concorso esterno in associazione mafiosa. «È un reato usato per colpire Forza Italia, che aveva una forza notevole», dice Matacena, che ricorda l’elezione di Giuseppe Aquila con Forza Italia alla Provincia di Reggio negli anni Novanta: «Vicino ai boss? Peppe lavorava a bordo delle navi di mio padre da quando aveva 14 anni – aggiunge Matacena – suo padre era un poliziotto e per come lo conoscevo io era una persona perbene». Quanto ai rapporti tra Scajola e la moglie Chiara Rizzo, ancora latitante nonostante la promessa di un veloce ritorno in Italia «per chiarire tutto», anche ieri si sono rincorse le voci di una possibile relazione sentimentale tra i due, che avrebbero avuto contatti via Skype e Viber «per evitare eventuali intercettazioni». Secondo i pm l’ex titolare al Viminale le avrebbe «prestato» la scorta per alcune commissioni e – in caso di candidatura alle Europee – avrebbe impegnato una parte dello stipendio per affittare un appartamento a Montecarlo. Veleni a cui Matacena non crede, come Maria Teresa Scajola: «Mio marito è un galantuomo, con una grande testa e un grande cuore». Ma sulla scorta il questore di Imperia Pasquale Zazzaro vuole vederci chiaro: «Ho dato incarico al vicario di eseguire un’ispezione». Gli inquirenti avrebbero anche in mano la prova regina sull’aiuto che Scajola avrebbe dato a Matacena: oltre alla lettera scritta al computer in francese a «mio caro Claudio» firmata pare dall’ex presidente libanese Amin Gemayel (coinvolto nell’inchiesta ma non indagato) con le garanzie sulla latitanza a Dubai ci sarebbe un altro documento scritto a mano da Scajola su carta intestata della Camera dei deputati. Insomma, prove da portare a processo e ipotesi tutte da dimostrare, come in ogni inchiesta. Ma nessuno, prima di ieri, aveva mai azzardato la teoria che dietro la nascita di Forza Italia ci sarebbe la ‘ndrangheta. Cosa che neanche i pm di Reggio Calabria si sono mai sognati neanche lontanamente di ipotizzare. Lo ha detto ieri il pm Giuseppe Lombardo, sbugiardando in tempo reale le deliranti tesi di Repubblica: «Esiste una struttura stabile che si occupa di proteggere i latitanti», dice a Libero il magistrato che ha inchiodato il gotha delle famiglie di ‘ndrangheta e che ora cerca i padrini in quella zona grigia tra politica, massoneria e servizi segreti deviati. Ma, precisa Lombardo, «non si tratta di un soccorso azzurro perché non c’è un colore politico predefinito». La ‘ndrangheta è troppo seria per stare dietro a un solo partito, va dove c’è il potere e, come in Sicilia, è dagli anni ’70 – quando cavalcò i moti di Reggio e i «Boia chi molla» – che coltiva il sogno di una Calabria autonomista, per non dire scissionista, un po’ come vorrebbe la Lega in Padania. Vincenzo Mandalari, presunto boss e organizzatore del summit di ‘ndrangheta del 31 ottobre 2009 al Centro Falcone e Borsellino di Paderno Dugnano (Milano) condannato a 14 anni in primo grado, al telefono con un ex assessore Sel (poi sospeso) di Bollate diceva: «Destra o sinistra non è importante». Qualcuno lo dica a Repubblica.

Felice Manti è nato 40 anni fa a Reggio Calabria. Con Antonino Monteleone nel 2010 ha scritto «O mia bella Madundrina», premio Livatino 2011. Ha scritto anche «Il grande abbaglio - controinchiesta sulla strage di Erba» con Edoardo Montolli (Aliberti editore) e «I padroni dell'acqua», instant book per Il Giornale, dove lavora dal 2005.

Caduto anche il mandato di cattura verso l'ex deputato di Forza Italia. Caso Matacena, volevano lo scalpo del ministro Scajola ma l’inchiesta è naufragata. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 6 Agosto 2022 

Non c’è l’aggravante mafiosa, inoltre il passare del tempo ha fatto crollare ogni esigenza, quindi viene revocata l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Amedeo Matacena, l’ex deputato di Forza Italia da tempo residente a Dubai e condannato a tre anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma soprattutto ricercato per intestazione fittizia di beni nell’inchiesta della procura di Reggio Calabria dal nome “Breakfast”, ovvero colazione, secondo la fantasia che le ultime riforme sulla presunzione di innocenza non dovrebbero consentire più.

Ora non più ricercato, almeno per questa inchiesta, dopo la decisione della gip reggina Vincenza Bellini, che ha accolto l’istanza degli avvocati Marco Tullio Martini e Renato Vigna e ha anche disposto il dissequestro di alcuni beni. Del resto già nel maggio scorso la corte d’appello di Reggio Calabria aveva emesso un analogo provvedimento relativamente a una serie di proprietà intestate all’ex moglie di Matacena, Chiara Rizzo, con parole molto chiare. Visto che “la capacità reddituale ben poteva giustificare l’acquisto dell’immobile”, tutto ciò che era stato comprato a Miami e che era stato sequestrato nel 2017 era perfettamente legittimo.

Si sgretola piano piano la costruzione che era stata presentata come un grattacielo di stampo mafioso messo in piedi da una combriccola formata, oltre che da Matacena e dalla sua ex moglie, anche da un personaggio politico molto importante, l’ex ministro Claudio Scajola. Per capire la rilevanza che all’epoca, siamo nel maggio del 2014, la procura antimafia di Reggio Calabria aveva dato alla vicenda e ai personaggi protagonisti, basta sentire lo stesso Scajola, oggi Presidente della provincia e sindaco di Imperia. “Ero in albergo a Roma una mattina appena sveglio, quando hanno fatto irruzione nella mia camera sette agenti della Dia, che mi hanno prelevato e tenuto sequestrato per sei giorni, durante i quali non ho potuto vedere né mia moglie né gli avvocati. Neanche fossi un boss mafioso”. Che cosa era successo?

Che Scajola, amico di famiglia ed ex collega di Matacena, era stato intercettato mentre parlava al telefono con la moglie del deputato di Forza Italia, e quindi sospettato di volerne favorire la latitanza. Matacena nel frattempo era già a Dubai, senza aver atteso l’aiuto di nessuno, men che meno quello dell’ex ministro. Ma la cosa singolare è che tutta la costruzione del processo “Colazione” (forse si allude a quella che né Scajola né Chiara Rizzo hanno potuto consumare prima degli arresti?) è fondata su reati che, senza l’aggravante mafiosa, sono ben lungi dal prevedere la custodia cautelare in carcere. Intestazione fittizia di beni per Matacena, “procurata inosservanza della pena” per gli altri due. Il tutto condito in salsa ‘ndranghetista però, acquista ben altro sapore. Soprattutto mediatico. Occorre ricordare però che persino gli Emirati arabi, che non sono campioni di garantismo, si sono rivelati più attenti allo Stato di diritto dei magistrati italiani. Anche a Dubai infatti, come nel resto del mondo, il codice penale non prevede il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Infatti, benché nei mesi scorsi anche la ministra Cartabia, come già i suoi predecessori, si sia impegnata personalmente, come già aveva fatto nei confronti dei latitanti parigini di terrorismo, nel richiedere e sollecitare l’estradizione di Amedeo Matacena, questa non è stata mai concessa, perché non viene riconosciuto il reato. Neanche nel codice penale italiano del resto esiste il concorso esterno in associazione mafiosa. È solo uno strumento utile per applicare la custodia cautelare in carcere, per poter fare intercettazioni, per avere visibilità mediatica. È quel che è successo allora.

Quando, se era già un bel boccone quello di Matacena, che era stato deputato di Forza Italia, ma apparteneva anche a un’importante famiglia di imprenditori impegnati nel settori dei traghetti nello stretto di Reggio e Messina, le manette a uno come Claudio Scajola, ex ministro degli interni, era lo scalpo più succulento. Cinque anni tra indagini e processo, dopo 33 giorni a Regina Coeli e sei mesi tra domiciliari e obbligo di firma e residenza. E il pubblico ministero che porta in aula due “pentiti”, Cosimo Virgilio e Carmine Cedro, che collocano il ministro a S. Marino a guidare una banda di massoni ‘ndranghetisti in giorni in cui lui era una volta a Londra e l’altra negli Stati Uniti. Un processo che finisce, per lui e Chiara Rizzo, con le condanne a due anni di carcere per quel reato che non ha neanche la gravità del favoreggiamento e che è ormai prescritto, ma che il prossimo 27 settembre vedrà l’inizio dell’appello. Matacena intanto aspetta la decisione della Corte Europea, cui ha fatto ricorso. E Scajola, eletto a furor di popolo sindaco di Imperia quattro anni fa con una lista civica che si è presentata contro centrosinistra ma anche contro centrodestra, commenta lapidario: “Il mio vero processo è quello che ha celebrato la mia città quando mi ha eletto”.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

La Cosa nuova. Report Rai PUNTATA DEL 20/11/2021 di Paolo Mondani, Giorgio Mottola. di Paolo Mondani e Giorgio Mottola, Consulenza Lucio Musolino. Collaborazione di Norma Ferrara e Alessia Marzi, Immagini di Alfredo Farina, Carlos Dias, Cristiano Forti, Fabio Martinelli. Viaggio all'origine della 'ndrangheta: come ha fatto la mafia calabrese a diventare l'organizzazione criminale più potente e più ricca d'Italia e d'Europa. Con le testimonianze esclusive di ex affiliati, membri riservati e condannati, Report ricostruirà la storia della cupola segreta degli Invisibili: politici, imprenditori e professionisti che fanno parte della direzione strategica della 'ndrangheta e che hanno consentito alle cosche di mantenere rapporti con le istituzioni, la massoneria deviata e i servizi segreti. La rifondazione della 'ndrangheta contemporanea ha una data precisa: il 26 ottobre del 1969. Quel giorno sull'Aspromonte, a Montalto, si svolge un summit dei capi della mafia calabrese a cui partecipano i vertici della destra neofascista. Qualche mese dopo scoppiano i moti di Reggio Calabria e si prepara il golpe Borghese. È in queste occasioni che la storia della 'ndrangheta si incrocia con la P2 di Licio Gelli e nasce la Santa, la struttura segreta che consente alle cosche di avere rapporti diretti con le logge deviate. Da quel momento parte una scalata al potere che ha consentito alla 'ndrangheta di entrare nel cuore delle istituzioni italiane, orientando indagini, portando in Parlamento i propri uomini e facendo arricchire i propri imprenditori di riferimento.

LA COSA NUOVA di Paolo Mondani e Giorgio Mottola Consulenza Lucio Musolino. Collaborazione Norma Ferrara e Alessia Marzi.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il colloquio che Report ha documentato all’autogrill di Fiano Romano fra Matteo Renzi e l’ex dirigente dell’Aise Marco Mancini potrebbe non essere l’unico incontro avvenuto fra un politico e un agente segreto durante la crisi del governo Conte. Secondo quanto rivelato dal conduttore televisivo Bruno Vespa nei giorni in cui si stava per votare la fiducia all’esecutivo uno 007 avrebbe avvicinato il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa, per parlare del suo possibile sostegno a un eventuale reincarico a Giuseppe Conte. Lo stesso Cesa nel 2006 fu oggetto di un dossieraggio scoperto nell’ambito dello scandalo Telecom-Pirelli che gli venne rivelato da Marco Mancini e dall’allora capo del Sismi Nicolò Pollari.

LORENZO CESA - QUARTA REPUBBLICA - 15/11/2021 Non è stato così, cioè direttamente non ho avuto nessuna pressione. Perché racconta che qualcuno sia salito a casa mia… ma…sarebbe stato anche sprovveduto.

BRUNO VESPA – QUARTA REPUBBLICA – 15/11/2021 Confermo sillaba per sillaba, quello che ho scritto nel libro. D’Accordo?

NICOLA PORRO - QUARTA REPUBBLICA - 15/11/2021 Ripeti sillaba per sillaba.

BRUNO VESPA – QUARTA REPUBBLICA – 15/11/2021 Sillaba per sillaba. Ed è noto che io non invento niente.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO In quel frangente politico di fine gennaio, il voto dell’Udc di Lorenzo Cesa sarebbe stato determinante per la nascita di un Conte-Ter, dopo la crisi aperta da Renzi proprio nei giorni in cui il leader di Italia Viva incontrava Marco Mancini in autogrill.

BRUNO VESPA – QUARTA REPUBBLICA – 15/11/2021 E andrebbe rivisto con attenzione anche l’incontro di Renzi.

NICOLA PORRO - QUARTA REPUBBLICA - 15/11/2021 Eh. Eh.

BRUNO VESPA – QUARTA REPUBBLICA – 15/11/2021 Va bene? Di che cosa hanno parlato?

NICOLA PORRO - QUARTA REPUBBLICA - 15/11/2021 Eh. Eh.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Il nostro Marco Mancini, insomma, impone una riflessione sul ruolo dei servizi segreti nello svolgimento del regolare corso della democrazia. E’ il tema della puntata di questa sera. Una puntata ricca di testimonianze inedite raccolte nel cuore dell’organizzazione criminale più potente in Italia, la Cosa nuova, è una organizzazione sino ad oggi sconosciuta. Nasce dopo le stragi del 1992, quando esponenti della ‘ndrangheta e di Cosa nostra si riuniscono in una cupola fino ad oggi rimasta occulta. E’ proprio grazie agli strumenti messi a disposizione dalla Cosa nuova che la ‘ndrangheta è diventata la mafia più forte, più imponente, più ricca d’Europa. Che cosa è successo? Che è emersa una cupola che è formata da uomini invisibili, riservatissimi, così almeno li definiscono, che non sono affiliati ufficialmente alla mafia ma ne fanno parte a tutti gli effetti. Si tratta di soggetti politici, di professionisti, di uomini dei servizi segreti o di uomini che sono in contatto con i servizi segreti. Da questa storia emerge anche un ruolo particolare del Sismi, il servizio segreto militare, tra gli anni 2001 e il 2006 gestione Nicolò Pollari, nominato dal governo Berlusconi, alle dirette dipendenze del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. Ecco, Mancini era un fedele dirigente di Pollari. In quegli anni, emerge anche che a via Nazionale c’è un impiegato che dipende anche lui da Pollari che gestisce una centrale di dossieraggio e di spionaggio, questo per tutelare Berlusconi dagli attacchi di magistrati, giornalisti e sindacalisti. Pollari e Mancini sono anche i protagonisti di un altro episodio misterioso. Quello dell’ottobre del 2004. La notte del 6 ottobre viene trovata nel comune di Reggio Calabria, un ordigno. Secondo una informativa dei servizi di sicurezza a firma Marco Mancini quell’ordigno era destinato a Scopelliti, sindaco del centro destra, allora, che era un po’ in crisi di consensi. Quella bomba cambierà la sua storia e la storia della Calabria. A distanza di 20 anni però un ex assessore proprio di Scopelliti, ‘ndranghetista e massone, sta raccontando la sua verità e secondo lui i mandanti e le finalità di quell’ordigno erano completamente diversi da quelli che sono stati raccontati. Dovete avere adesso la pazienza di riavvolgere il nastro su una storia che vi abbiamo già in parte raccontato, quella di un relitto che è in fondo al mare che trasportava un carico di morte, la Laura C, che ci sta restituendo dei fantasmi dal passato. E alla fine dei quel nastro ci porterà a dei politici che stanno giocando una partita importantissima per le elezioni del nuovo presidente della Repubblica. I nostri Paolo Mondani e Giorgio Mottola.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Nel mar Jonio calabrese, è seppellito da più di sessant’anni un piroscafo militare affondato durante la Seconda guerra mondiale, la Laura Cosulich, meglio conosciuta come Laura C. Adagiata sui fondali a oltre 50 metri di profondità, custodisce ancora nella stiva il carico di esplosivo che trasportava all’epoca.

MAURIZIO MARZOLLA - ASSOCIAZIONE Y CASSIOPEA Ecco, vedi? Qua si intravede il tritolo. Ora non so dirti delle 1200 tonnellate quante fossero di tritolo perché poi c’erano anche proiettili di obice e di antiaerea.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Negli ultimi anni il tritolo della Laura C si è trovato al centro di storie di ‘ndrangheta e servizi segreti, in cui è difficile distinguere la leggenda dalla realtà. La seconda misteriosa vita del relitto è iniziata con le dichiarazioni di un controverso ex boss della ‘ndrangheta, in stretti rapporti con i servizi segreti negli anni ‘80 e un passato nella legione straniera.

GIORGIO MOTTOLA Lei ha collaborato direttamente con i servizi segreti?

PASQUALE NUCERA – EX ‘NDRANGHETISTA Sì. parecchie volte.

GIORGIO MOTTOLA Con quali, con il Sismi?

PASQUALE NUCERA – EX ‘NDRANGHETISTA Con il Sismi, sì.

GIORGIO MOTTOLA Ma mentre era ancora nella ‘ndrangheta?

PASQUALE NUCERA – EX ‘NDRANGHETISTA Io ero dappertutto. Facevo pure il mercenario, in Rodhesia.

GIORGIO MOTTOLA Ha fatto il mercenario?

PASQUALE NUCERA – EX ‘NDRANGHETISTA Per conto del governo francese.

GIORGIO MOTTOLA Dove ha fatto operazioni con la legione straniera?

PASQUALE NUCERA – EX ‘NDRANGHETISTA Ciad, Zaire, Iraq, Somalia, Eritrea.

GIORGIO MOTTOLA Quindi ha sparat?.

PASQUALE NUCERA – EX ‘NDRANGHETISTA Eh certo.

GIORGIO MOTTOLA Ha ucciso?

PASQUALE NUCERA – EX ‘NDRANGHETISTA Che ne so? Non guardavo quando sparavo. Capisci? Eh…

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Della Laura C e del suo arsenale sommerso Nucera sarebbe venuto a sapere negli anni ’80 quando era ancora un boss della cosca Iamonte.

GIORGIO MOTTOLA Che lì ci fosse una nave carica di esplosivo l’ha segnalato lei.

PASQUALE NUCERA – EX ‘NDRANGHETISTA L’avevo segnalata nell’86 ai servizi. Manca più di tre quarti dell’esplosivo che c’era.

GIORGIO MOTTOLA Quindi è stato estratto già dagli anni ’80?

PASQUALE NUCERA – EX ‘NDRANGHETISTA No, dopo, dopo negli anni ’90 è stato estratto. Hanno fatto venire i sub e hanno cominciato a tirare fuori tutto questo esplosivo.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Secondo il racconto di Nucera, confermato da altri pentiti, ma finora mai riscontrato da prove materiali, nelle stive sommerse della Laura C si sarebbe registrato un gran movimento qualche settimana prima dell’attentato di Capaci in cui morì Giovanni Falcone.

PASQUALE NUCERA – EX ‘NDRANGHETISTA L’esplosivo della strage di Capaci era mischiato pure quello della Laura C. Al cento percento.

GIORGIO MOTTOLA Perché dice al cento percento? Come fa a saperlo?

PASQUALE NUCERA – EX ‘NDRANGHETISTA Perché i pescherecci catanesi venivano spesso in quella zona. Me lo spiega lei che venivano a fare? A portare cosa … droga? Ma penso che la Calabria gliene potevano dare quanto ne volevano.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Che il tritolo della Laura C sia stato usato nella strage di Capaci non è mai stato provato. La voce, però, è stata ritirata fuori all’inizio degli 2000 dai servizi segreti, che in quel periodo sono stati molto attivi sul relitto. Nello stesso periodo infatti il Sismi scrive un’informativa in cui sostiene che provenga dalla Laura C l’esplosivo usato per il confezionamento della bomba che ha cambiato il corso della storia politica calabrese. L’ordigno ritrovato nella notte fra il 6 e il 7 ottobre del 2004 nel bagno del comune di Reggio Calabria.

FERNANDO PIGNATARO - DEPUTATO PDCI 2006-2008 Nel bagno adiacente al cortile da dove passava il sindaco di Reggio Calabria, all’epoca Scopelliti, fu messo un ordigno che poi si scoprì senza innesco.

GIORGIO MOTTOLA Quindi non poteva scoppiare?

FERNANDO PIGNATARO - DEPUTATO PDCI 2006-2008 Non poteva scoppiare.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Secondo le prime notizie che filtrano la notte stessa a mettere la bomba sarebbe stata la ’ndrangheta con l’obiettivo di attentare alla vita del sindaco di allora Giuseppe Scopelliti che già il giorno prima si era visto assegnare la scorta dopo un’informativa del Sismi in cui si annunciava un possibile attentato nei suoi confronti.

GIORGIO MOTTOLA Come mai venne data la scorta a Scopelliti il giorno prima?

FERNANDO PIGNATARO - DEPUTATO PDCI 2006-2008 Su segnalazione di Marco Mancini, che raccontò che c’era un pericolo di attentati nei confronti del sindaco di Reggio Calabria.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Marco Mancini, agente segreto allora dirigente del Sismi agli ordini di Nicolò Pollari, firma la prima informativa che segnala pericoli per l’incolumità di Scopelliti. È ancora lui l’autore della seconda informativa che rivela la bomba in comune, indicando la posizione esatta dove verrà trovata. Ed è sempre Mancini a firmare anche la terza informativa che tira in ballo la Laura C e la ‘ndrangheta, parlando esplicitamente di attentato mafioso contro Giuseppe Scopelliti.

FERNANDO PIGNATARO - DEPUTATO PDCI 2006-2008 Sicuramente il Sismi e Marco Mancini in un certo periodo avevano un ruolo in Calabria preponderante. Si è aspettato nel 2010 che alcuni collaboratori di giustizia cominciarono a dire che probabilmente si trattava di un attentato fatto ad hoc per favorire l’ascesa politica del sindaco che si trovava in difficoltà.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Prima della scoperta della bomba, la giunta Scopelliti era in crisi e rischiava la sfiducia. Ma dopo la storia dell’attentato la sua carriera subisce un’improvvisa accelerata: la maggioranza si ricompatta e viene rieletto sindaco con il 70 percento dei consensi. Poi a metà mandato si dimette e viene portato in trionfo alla presidenza della Regione Calabria. Una carriera fulminante che secondo un pentito, ex assessore della giunta Scopelliti, sarebbe stata costruita a tavolino a partire dal fallito attentato.

SEBASTIANO VECCHIO - EX ASSESSORE COMUNALE REGGIO CALABRIA Per quanto riguarda l’esplosivo nel bagno ritrovato a palazzo san Giorgio è stata una bufala. Con l’aiuto dei servizi segreti. C’era stato l’interesse di Nicola Pollari in questa situazione coinvolgendo anche altre persone esterne ai servizi segreti, affinché questo potesse andare in atto e portarlo comunque avanti.

GIUDICE SILVIA CAPONE - TRIBUNALE DI REGGIO CALABRIA Questo è Scopelliti?

SEBASTIANO VECCHIO - EX ASSESSORE COMUNALE REGGIO CALABRIA Sì.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Nicolò Pollari era allora il capo del Sismi alle cui dipendenze lavorava Marco Mancini che sull’ordigno al Comune preparò le informative che chiamavano in causa la ‘ndrangheta. Ed è proprio all’ex agente del Sismi che proviamo a chiedere spiegazioni. Lo incontriamo all’università di Pavia, a margine di una sua lezione sul segreto di Stato.

GIORGIO MOTTOLA Le attività del Sismi sembrano essere state molto anomale all’inizio degli anni 2000 in Calabria. È così? Il Sismi ha fatto la polizia giudiziaria? Non risponde a niente, dottore però.

MARCO MANCINI Perdonami Giorgio.

GIUDICE SILVIA CAPONE - TRIBUNALE DI REGGIO CALABRIA Perché i servizi si interessavano a Scopelliti?

SEBASTIANO VECCHIO - EX ASSESSORE COMUNALE REGGIO CALABRIA Erano interessati a blindare la persona di Peppe Scopelliti affinché prendesse tutto e per tutto, sia nel lato politico, sia nel lato personale, di immagine e di successo.

SILVIA CAPONE - TRIBUNALE DI REGGIO CALABRIA Perché c’era bisogno di fortificarlo da un punto di vista dell’immagine?

SEBASTIANO VECCHIO - EX ASSESSORE COMUNALE REGGIO CALABRIA Più che fortificarlo, formarlo. Uso un termine inventarlo, strutturarlo e portarlo avanti.

SILVIA CAPONE - TRIBUNALE DI REGGIO CALABRIA Nell’interesse di chi?

SEBASTIANO VECCHIO - EX ASSESSORE COMUNALE REGGIO CALABRIA Delle consorterie ‘ndranghetistiche. Peppe Scopelliti rappresentava la famiglia De Stefano.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Secondo l’ex assessore della giunta Scopelliti, Sebastiano Vecchio massone e ‘ndranghetista, l’attentato a Scopelliti andrebbe rivisitato. Secondo lui era una bufala, era finalizzato esclusivamente per blindare e lanciare politicamente la figura di Scopelliti, non solo nell’interesse della coalizione di partito ma soprattutto per le cosche, in particolare quella dei De Stefano. Scopelliti nega di aver avuto rapporti con i De Stefano e con altre famiglie ‘ndranghetiste e ci scrive che secondo lui, invece quell’attentato era finalizzato a condizionare la gara per la costruzione del nuovo Palazzo di Giustizia. Scopelliti ci dice anche che lui ha svolto nel corso della sua carriera un’azione di contrasto forte nei confronti della ‘ndrangheta. E di aver ricevuto anche delle minacce, lui e la sua famiglia. Tuttavia, Vecchio continua e ipotizza invece che dietro quel falso attentato ci sia un ruolo dei servizi di sicurezza. Nicolò Pollari smentisce la versione di Vecchio e la bolla come falsa. Una cosa però è certa, che vero o presunto, quell’attentato ha avuto l’effetto di compattare il centro destra intorno alla figura di Scopelliti e di lanciarlo alla guida della Calabria. E’ certo anche che lo 007 dell’autogrill, Marco Mancini, ha avuto anche un altro ruolo in un altro episodio legato sempre alla Calabria. Era in contatto con uno dei cosiddetti “invisibili”, il commercialista Zumbo. E’ una delle figure più controverse della nuova ‘ndrangheta, il commercialista Zumbo che si vanta anche di aver avuto frequentazioni famigliari con la cosca De Stefano, faceva il doppio lavoro: di giorno commercialista, nell’ombra era la cerniera tra i servizi di sicurezza e la ‘ndrangheta. E’ proprio grazie a questo ruolo che i boss per dieci anni hanno potuto penetrare nei segreti delle procure e delle indagini dei magistrati, riuscendo anche a condizionare l’esito di alcune inchieste.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Negli ultimi 20 anni i rapporti tra servizi segreti e ‘ndrangheta in Calabria sono passati attraverso figure di cerniera che hanno messo in collegamento il mondo di sotto della mafia e il mondo di sopra delle istituzioni. Uno dei soggetti principali di raccordo è il commercialista di Reggio Calabria Giovanni Zumbo.

GIORGIO MOTTOLA Sono Giorgio Mottola, di Report la trasmissione di Rai3.

GIOVANNI ZUMBO - EX COMMERCIALISTA E lo so, sono sceso per educazione.

GIORGIO MOTTOLA Mi sto occupando dell’attività che hanno avuto i servizi qui in Calabria, rispetto a cui so che lei ne sa abbastanza.

GIOVANNI ZUMBO - EX COMMERCIALISTA No, sono solo un semplicissimo commercialista.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO L’umile commercialista ha finito di scontare da poco 11 anni in carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Grazie ai suoi rapporti con i livelli più alti dei servizi segreti italiani, sarebbe riuscito a pilotare, per conto di alcuni capicosca, l’arresto dei boss avversari e a passare soffiate sulle indagini in corso a capimafia del calibro di Giuseppe Pelle, tra i vertici della ‘ndrangheta di San Luca.

GIORGIO MOTTOLA Lei sarebbe l’uomo di collegamento tra ‘ndrangheta e servizi segreti?

GIOVANNI ZUMBO - EX COMMERCIALISTA Come dicono loro. Ma di quello che dicono e di quello che la realtà è… ce ne passa.

GIORGIO MOTTOLA Lei però è riuscito ad esempio a incontrare un boss importante come Giuseppe Pelle.

GIOVANNI ZUMBO - EX COMMERCIALISTA A Reggio Calabria ci conosciamo tutti, è un piccolo paese.

GIORGIO MOTTOLA Lo ha incontrato casualmente?

GIOVANNI ZUMBO - EX COMMERCIALISTA No, casualmente no. Offenderei la vostra intelligenza e soprattutto la mia.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO La vicenda del boss Pelle è tra le più emblematiche, potrebbe essere infatti la prova di un accordo stipulato negli anni 2000 tra la ‘ndrangheta e una parte dello Stato. Nell’estate del 2010 stanno per scattare gli arresti dell’inchiesta “Crimine-Infinito”, la più importante indagine della storia della ‘ndrangheta, che per la prima volta ricostruisce organigrammi e struttura della mafia calabrese. Pochi giorni prima che venga resa pubblica, Giovanni Zumbo sale in Aspromonte e va a fare visita al boss Giuseppe Pelle con in dono informazioni riservatissime. Come documenta questo audio, che trasmettiamo per la prima volta, al capomafia Zumbo si presenta così.

GIOVANNI ZUMBO – INTERCETTAZIONE DEL 20/03/2010 Ho fatto parte di... e faccio parte tutt'ora di un sistema che è molto, molto più... vasto di quello che... Ma le dico una cosa: molte volte mi trovo a sentire determinate porcherie che a me mi viene il freddo!

GIUSEPPE PELLE – INTERCETTAZIONE DEL 20/03/2010 Li deve sopportare, no?

GIOVANNI ZUMBO – INTERCETTAZIONE DEL 20/03/2010 Ci sono i servizi militari, che sono solo militari cioè non possono entrare persone che non sono militari. Io faccio parte comunque di questa, come esterno.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Che Zumbo fosse in contatto con il Sismi è stato confermato a processo dall’allora capocentro di Reggio Calabria del servizio segreto militare che ha spiegato di aver avuto l’autorizzazione dal suo superiore: Marco Mancini.

GIORGIO MOTTOLA Tu, all’epoca in cui vai da Pelle, collaboravi con i servizi segreti.

GIOVANNI ZUMBO – EX COMMERCIALISTA Forse i servizi segreti collaboravano con me.

GIORGIO MOTTOLA I tuoi referenti chi erano?

GIOVANNI ZUMBO – EX COMMERCIALISTA Ahhahah.

GIORGIO MOTTOLA Perché ridi? Ma è vero o no che hai incontrato Mancini?

GIOVANNI ZUMBO – EX COMMERCIALISTA Lo conosco e allora? Sì, come conosco tre quarti dei giudici, come conosco tre quarti dei carabinieri, della guardia di finanza, della polizia.

GIORGIO MOTTOLA Lo conosci perché lo hai incontrato personalmente?

GIOVANNI ZUMBO – EX COMMERCIALISTA L’ho incontrato.

GIORGIO MOTTOLA L’hai incontrato, ok.

GIOVANNI ZUMBO – EX COMMERCIALISTA E allora?

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Durante la visita al boss in Aspromonte, Giovanni Zumbo rivela dettagli segretissimi sulle indagini in corso e gli garantisce di essere in grado di avvisarlo una settimana prima degli arresti.

GIOVANNI ZUMBO – INTERCETTAZIONE DEL 20/03/2010 Dirvi che si può salvare, sarei ipocrita, la situazione per come è messa, non è messa bene bene bene.

GIUSEPPE PELLE – INTERCETTAZIONE DEL 20/03/2010 Ma io ho di sopra due operazioni scusate?

GIOVANNI ZUMBO – INTERCETTAZIONE DEL 20/03/2010 Sì.

GIUSEPPE PELLE – INTERCETTAZIONE DEL 20/03/2010 E quando la fanno questa operazione a Milano?

GIOVANNI ZUMBO – INTERCETTAZIONE DEL 20/03/2010 Questa ancora…ancora di preciso non lo sappiamo, ma lo sapremo. Una settimana prima io vi dico tutto quello che ...

GIOVANNI ZUMBO – EX COMMERCIALISTA Ti dico una cosa, questa te la posso dire. Nessuno la sapeva, non la sapeva neanche la procura di Reggio Calabria, neanche il procuratore la sapeva.

GIORGIO MOTTOLA E come facevi a saperla tu, però?

GIOVANNI ZUMBO – EX COMMERCIALISTA Che ti posso fare? Che ti posso fare…

GIORGIO MOTTOLA Ma tu non solo la sapevi, gli dici il numero degli arresti, gli dici che lo puoi avvertire cinque ore prima… Non è da tutti!

GIOVANNI ZUMBO – EX COMMERCIALISTA E non te lo posso dire…

GIORGIO MOTTOLA Non sei un umile commercialista.

GIOVANNI ZUMBO – EX COMMERCIALISTA No, sono pure mago.

GIORGIO MOTTOLA Perché tu ti fai tutti quegli anni di carcere e non spieghi chi te l’ha detta quella cosa?

GIOVANNI ZUMBO – EX COMMERCIALISTA Per la mia dignità che non ha un prezzo.

GIORGIO MOTTOLA Però che c’entra la dignità con l’aiutare un boss a sfuggire la cattura?

GIOVANNI ZUMBO – EX COMMERCIALISTA Ho fatto un… definiamolo un errore. Ma se io faccio una cosa e poi mi siedo e racconto tutto quello che faccio, io sono un pezzo di merda, non so un uomo.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma come dimostra questo video mai trasmesso prima, quando viene arrestato durante il colloquio in carcere con la moglie, Zumbo spiega che le informazioni date al boss provenivano da una persona scesa da Roma che gli aveva dato precise garanzie.

GIOVANNI ZUMBO – CARCERE DI REGGIO CALABRIA – 29/10/2011 Mi hanno fregato. Francesca lo capisci bene questo? Me lo ha chiesto lui di andare, io gli avevo detto di no, non era il caso. Tu devi capire bene una cosa Francesca. Che ci sono determinate cose che non si devono dire. Non per il bene mio, per il bene tuo.

GIORGIO MOTTOLA Ma qualcuno ti aveva garantito quella soffiata che tu facevi a Pelle non sarebbe stata intercettata?

GIOVANNI ZUMBO – EX COMMERCIALISTA Non me lo ricordo neanche, credimi.

GIORGIO MOTTOLA Ma che non ti ricordi? Hai fatto 11 anni di carcere, come fai a non ricordartelo?

GIOVANNI ZUMBO – EX COMMERCIALISTA Il carcere è una parte della vita. È stata una passeggiata lunga, ma una passeggiata tutto sommato.

GIORGIO MOTTOLA Probabilmente tu hai agito per conto di altri?

GIOVANNI ZUMBO – EX COMMERCIALISTA Stai parlando dello Stato?

GIORGIO MOTTOLA Sì… di membri dello Stato.

GIOVANNI ZUMBO – EX COMMERCIALISTA E se pure fosse così che hai intenzione di fare, se io ti dico chi sono? GIORGIO MOTTOLA Raccontarlo. Denunciarlo, raccontarlo.

GIOVANNI ZUMBO – EX COMMERCIALISTA Li denunci? Denunci le persone che…

GIORGIO MOTTOLA Assolutamente sì, puoi metterci la mano sul fuoco.

GIOVANNI ZUMBO – EX COMMERCIALISTA E’ aggressivo. Sei pure disposto a fare una cosa del genere?

GIORGIO MOTTOLA Ma assolutamente sì.

GIOVANNI ZUMBO – EX COMMERCIALISTA E poi magari andartene in Madagascar perché poi in Italia non ci puoi stare.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Nella conversazione in carcere con la moglie Zumbo fa riferimento ad un certo Mancini.

GIOVANNI ZUMBO – CARCERE DI REGGIO CALABRIA – 29/10/2011 Questo che era venuto dopo? Mancini, quando mi è successo il fatto per Mancini si è interrotto. Perché poi cos’è successo? Mi ha detto che siccome là hanno perso i contatti l’unica persona che noi ci fidiamo visti trascorsi sei tu.

GIORGIO MOTTOLA Chi è ‘sto Mancini di cui parli? Marco Mancini?

GIOVANNI ZUMBO – EX COMMERCIALISTA Sicuramente non è lui.

GIORGIO MOTTOLA Non è lui?

GIOVANNI ZUMBO – EX COMMERCIALISTA Mancini ce ne sono tanti.

GIORGIO MOTTOLA Mancini ti ha mai raccontato di questa inchiesta “Crimine-Infinito” che all’epoca si chiamava “Patriarca-Tenacia”?

GIOVANNI ZUMBO – EX COMMERCIALISTA Ma nella maniera più assoluta!

GIORGIO MOTTOLA Posso farle qualche domanda invece sulle sue attività in Calabria? Lei ha mai incontrato Giovanni Zumbo? Zumbo è andato dal boss Pelle e ha fatto delle rivelazioni su delle indagini in corso nel 2010. Neanche su questo mi risponde.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO All’inizio degli anni 2000, il rapporto tra il Sismi di Nicolò Pollari e la Calabria è tanto intenso quanto anomalo. I servizi militari partecipano infatti direttamente alle indagini sulla ‘ndrangheta.

GIORGIO MOTTOLA É normale che i servizi partecipino direttamente alle indagini?

ARMANDO SPATARO – PROCURATORE DELLA REPUBBLICA TORINO 2014 - 2018 No, assolutamente. Non è che non è normale: non è possibile.

GIORGIO MOTTOLA È vietato?

ARMANDO SPATARO – PROCURATORE DELLA REPUBBLICA TORINO 2014 - 2018 E’ vietato.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il comportamento anomalo dei servizi è emerso solo molti anni dopo, con la testimonianza in aula, mai approfondita e finita subito nell’oblio, di un allora sostituto procuratore dell’Antimafia nazionale.

DEPOSIZIONE – TRIBUNALE DI REGGIO CALABRIA 8/10/2003  ALBERTO CISTERNA – SOSTITUTO PROCURATORE DIREZIONE NAZIONALE ANTIMAFIA 2002 - 2005 Capitò che in procura nazionale Antimafia incontrai per caso nei corridoi del secondo piano, davanti alla porta del procuratore Vigna all’incirca, una persona che poi ho saputo essere Marco Mancini, il direttore della prima divisione del Sismi. In quel periodo l’attività del Sismi sul settore della criminalità organizzata, fu particolarmente intenso. Nell’operazione “Bumma” i servizi segreti hanno lavorato accanto alla procura distrettuale di Reggio Calabria. É una operazione strategica nella connessione, nei link di connessione tra Direzione Distrettuale Antimafia e Direzione Nazionale Antimafia e Sismi.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO L’operazione “Bumma” a cui ha collaborato il Sismi ha sempre al centro la Laura C. Secondo le informative dei Servizi, il tritolo del piroscafo sarebbe stato venduto dalla ‘ndrangheta ai terroristi islamici. Circostanza mai riscontrata. Proprio come la storia del fallito attentato a Scopelliti, che si verifica poche settimane dopo l’operazione “Bumma”.

DEPOSIZIONE – TRIBUNALE DI REGGIO CALABRIA 8/10/2003 ALBERTO CISTERNA – SOSTITUTO PROCURATORE DIREZIONE NAZIONALE ANTIMAFIA 2002 - 2005 Secondo episodio ritrovamento dell’esplosivo all’interno del palazzo comunale di Reggio Calabria. Anche quella operazione in qualche modo in connessione tra la procura distrettuale di Reggio Calabria e il Sismi vedeva la presenza in campo, schierati a Reggio negli uffici di procura, dell dottor Mancini e degli uomini di punta della sua divisione.

ARMANDO SPATARO – PROCURATORE DELLA REPUBBLICA TORINO 2014 - 2018 Provi a immaginare se su un fatto di terrorismo indaghi la polizia con il pubblico ministero e le agenzie di informazione a guida politica.

GIORGIO MOTTOLA Quindi il rischio è che con l’intervento dei servizi ci sia quasi un controllo della politica sulle indagini?

ARMANDO SPATARO – PROCURATORE DELLA REPUBBLICA TORINO 2014 - 2018 Assolutamente sì, perché non è un caso che le agenzie di informazione dipendano per legge dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri

GIORGIO MOTTOLA Se i servizi segreti partecipano direttamente alle indagini si rischia anche un cortocircuito democratico?

ARMANDO SPATARO – PROCURATORE DELLA REPUBBLICA TORINO 2014 - 2018 Assolutamente, si rischia un cortocircuito. Si determina certamente un’alterazione dei principi di divisione e competenze che fa parte dell’assetto democratico di un Paese.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E considerato il cortocircuito che parrebbe esserci stato in Calabria in quegli anni. La visita di Zumbo a casa del boss Pelle potrebbe essere stata una conseguenza delle attività anomale dei servizi?

GIOVANNI ZUMBO – EX COMMERCIALISTA A quindi tu ora mi fai la domanda: che interesse possono avere i servizi con sette cristiani che erano latitanti nel paese, con una guerra a Duisburg?

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il riferimento di Zumbo è alla strage di Duisburg del 2007. Davanti a un ristorante italiano della città tedesca vengono uccise sei persone. Tutti calabresi. Alcuni di loro erano in rapporti di parentela o di affiliazione alla cosca Pelle.

INTERCETTAZIONE DEL 15/08/2007 - Chi è? - É morto mio fratello, è morto mio nipote. È morto tuo fratello. Sono morti tutti. - Anche mio fratello? - Sì.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Per l’Italia è un danno di immagine internazionale. Arrestare i responsabili diventa la priorità dello Stato italiano. E, nel giro di due settimane finiscono in manette i principali responsabili della strage. Ma sebbene la sparatoria di Duisburg fosse la conseguenza di una faida iniziata dai Pelle, gli arresti scattano in quei giorni solo per gli esponenti della cosca avversaria, quella degli Strangio che aveva realizzato l’attentato in Germania. Secondo quanto è emerso nel processo “Gotha”, la celerità degli arresti potrebbe essere dipesa anche da una trattativa che pezzi dello Stato avrebbero messo in piedi con rappresentanti del clan Pelle; vale a dire lo stesso clan capeggiato dal boss a cui Zumbo svela l’inchiesta.

GIORGIO MOTTOLA É sbagliato pensare che dopo la strage di Duisburg, ad un certo punto, ambienti mafiosi hanno cominciato a parlare con apparati dello Stato e quindi nel 2010 si volevano difendere quei mafiosi che avevano dato una mano?

GIOVANNI ZUMBO – EX COMMERCIALISTA Può essere, può essere tante cose. La verità non la saprai mai, né tu che la devi ricevere, né io che probabilmente ne sapevo molto ma molto più di te.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Che Zumbo ne sappia più di noi, lo diamo per scontato. Ma chi è che ha incaricato Zumbo di andare dal boss Pelle e avvisarlo degli imminenti arresti? E poi cosa sa di così riservato che se fosse rivelato al nostro Giorgio Mottola sarebbe costretto il nostro inviato a lasciare l’Italia? Quello che sappiamo noi di Zumbo, lo abbiamo ascoltato dalle intercettazioni, mentre non sapeva di essere registrato. Lui va dal boss Pelle e gli dice di far parte integrante di una struttura segreta militare, parte dall’esterno insomma, e di venire a conoscenza di cose riservatissime. Ora parla anche Zumbo in carcere, là immaginiamo invece che sapesse di essere registrato e dice alla moglie che c’erano stati dei mandanti che erano scesi addirittura a Roma per incaricarlo di andare a contattare e dare garanzie al boss Pelle. Poi lì si lascia anche sfuggire un nome: Mancini. Dice al nostro Giorgio Mottola, non è Marco Mancini, quello dell’autogrill. Poi dopo alcune insistenze ammette comunque di aver avuto contatti con quel Marco Mancini. Poi Zumbo, comunque a testimonianza della sua capacità di infiltrare le istituzioni, si è fatto anche aggiudicare dal tribunale, l’amministrazione giudiziaria dei beni confiscati alla mafia. Si è comunque fatto i suoi 11 anni, nelle more questa estate, si è beccato altri tre anni di condanna in primo grado, questo nei processi che stanno ridisegnando la storia della ‘ndrangheta che sta portando avanti con tenacia il procuratore Aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo. E’ lui che ha scoperto la Cosa nuova, questa cupola fatta da personaggi invisibili: dove dentro ci sono mafiosi, soggetti politici, uomini della massoneria deviata e dei servizi segreti che però ha radici lontane. A contribuire all’ideazione di questa Cosa nuova, di questa cupola di invisibili, è stato anche il boss Paolo De Stefano, lui che ha rimodernizzato la ‘ndrangheta. Massone, fascista, ha tessuto rapporti con la camorra di Raffaele Cutolo e con Cosa Nostra. E’ a lui che dobbiamo lo sdoganamento della ‘ndrangheta in quella che è la strategia della tensione: dal golpe Borghese, al rapimento di Aldo Moro. Sono stati trovati contatti fra esponenti della cosca De Stefano con brigadisti e il giorno del sequestro Moro è stato avvistato sul posto il boss Antonino Nirta di San Luca. E’ lui che ha contributo alla realizzazione della cupola degli invisibili, abbiamo visto uno è Zumbo il commercialista, ma il capo secondo la procura di Reggio Calabria, sarebbe un avvocato, Paolo Romeo, che è stato condannato in primo grado a 25 anni per associazione mafiosa. Paolo Romeo è considerato la cerniera tra la massoneria, la politica, e i servizi segreti. E’ stato lui il regista occulto delle candidature degli ultimi 40 anni in Calabria, compresa quella di Scopelliti. E’ stato ex Movimento Sociale Italiano, ex partito Socialdemocratico italiano, ma anche lui è sospettato di aver portato acqua al molino dei De Stefano.

PROCESSO ‘NDRANGHETA STRAGISTA – 06/06/2019 NINO FIUME – COLLABORATORE DI GIUSTIZIA C'è una ‘ndrangheta che può essere paragonata a un treno con tanti vagoni, e ogni vagone ha il suo capo locale. E poi c'è il capotreno, anche se è temporaneo. Diciamo un treno locale, poi c'è un treno ad alta velocità, dove non possono salire tutti, ci vanno solo i capi, e che al di sopra di questo treno c'è gente che viaggia in aereo, e non si fa vedere. Che all’insaputa anche dei passeggeri che stanno sul treno dirige gli scambi, li rotta per quello che deve fare. Quelli sono i riservatissimi, se li vogliamo chiamare così.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Nella metafora del pentito, l’aereo è la cupola segreta degli invisibili. I membri riservati della ndrangheta che operano a cavallo tra il mondo delle cosche, la politica, i servizi segreti e la massoneria deviata. Nel processo “Gotha” è emerso che questa cupola ha il suo epicentro in uno degli insediamenti più antichi della città di Reggio Calabria, il quartiere Gallico. Feudo elettorale e criminale di un politico della prima Repubblica, l’avvocato Paolo Romeo.

PASQUALE NUCERA – EX ‘NDRANGHETISTA Paolo Romeo era inserito nel quarto livello politico.

GIORGIO MOTTOLA Della ‘ndrangheta.

PASQUALE NUCERA – EX ‘NDRANGHETISTA Sì. Gestiva un po’ i politici

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO L’avvocato Paolo Romeo è stato per vent’anni uno dei massimi dirigenti del Movimento Sociale Italiano a Reggio Calabria e poi è diventato deputato nel 1992 con il partito Socialdemocratico. Sulle sue spalle pende già una condanna definitiva per concorso esterno per essere stato al servizio della cosca di Paolo De Stefano.

GIORGIO MOTTOLA Quali erano i rapporti fra Paolo Romeo e la cosca De Stefano?

CARMELO SERPA – COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Era un unicum con la cosca De Stefano, nel senso che curava sicuramente i rapporti tra Paolo De Stefano e gente di Roma.

GIORGIO MOTTOLA Quando dice gente di Roma, intende politici?

CARMELO SERPA – COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Intendo politici soprattutto, ma non solo politici.

GIORGIO MOTTOLA Esponenti dei servizi segreti?

CARMELO SERPA Soprattutto.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Quest’estate Paolo Romeo ha ricevuto una nuova condanna a 25 anni al termine di un processo in cui era accusato di essere uno dei capi della cupola dei riservati della ‘ndrangheta, ruolo con il quale avrebbe favorito i rapporti delle cosche con il mondo delle istituzioni, degli apparati di sicurezza e delle logge deviate.

PAOLO ROMEO – AVVOCATO Sono lusingato per la considerazione che loro hanno di me, ma non è così io sono un povero spiantato. Ecco perché non combattono la mafia e la mafia è forte. Perché se la pigliano con me che non sono nessuno.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma nonostante la sua professione di modestia, la procura di Reggio considera Romeo uno dei più potenti uomini della Calabria. Per anni, avrebbe deciso le sorti della politica, costruendo carriere importanti come quella di Giuseppe Scopelliti, da lui lanciato prima alla guida del Comune e poi alla presidenza della Regione Calabria. Come ha raccontato il pentito Sebastiano Vecchio.

SEBASTIANO VECCHIO - EX ASSESSORE COMUNALE REGGIO CALABRIA Per me che facevo politica da circoscrizione e poi sono passato assessore, era come se mio fratello voleva incontrare Ronaldo. Io volevo incontrare Paolo Romeo. Era il Dio della ‘ndrangheta e della politica.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma sebbene Romeo provenga dall’Msi e abbia coltivato strette relazioni con Alleanza Nazionale, i suoi rapporti sono stati trasversali, determinando carriere politiche sia nel centro destra, che nel centrosinistra. PAOLO ROMEO – AVVOCATO Io quando sono in contatto con il sistema relazionale di centrodestra, ho dei comportamenti. Quando vado a relazionarmi con un sistema di relazioni di sinistra, è chiaro che io tendo ad acquistare la stessa temperatura. E non sono stato un camaleonte. Sono stato uno che ha sofferto intellettualmente processi di evoluzione avendo consapevolezza che la realtà è complessa e non è solo bianco o nero.

GIORGIO MOTTOLA È un adattamento darwiniano, in qualche modo?

PAOLO ROMEO – AVVOCATO Ma è un adattamento darwiniano da leader, non sono stato trascinato dalle onde, ho navigato. Perché questa mia natura, di navigatore, di governatore degli eventi, spesso la spiegano come se venisse, derivasse, da poteri occulti che io avrei o da protezioni che io avrei ora dalla ‘ndrangheta ora la massoneria. Capisce qual è il dramma della mia vita? Sta in questo.