Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2022

LA GIUSTIZIA

SETTIMA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

  

 

 

LA GIUSTIZIA

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY. (Ho scritto un saggio dedicato)

Una presa per il culo.

Gli altri Cucchi.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Un processo mediatico.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Senza Giustizia.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Qual è la Verità.

SOLITA ABUSOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Parliamo di Bibbiano.

Vietato scrivere: “Devastato dalla separazione” o “Il dramma dei padri separati”. Il politicamente corretto ed i padri mostri folli assassini.

Scomparsi.

La Sindrome di Stoccolma.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Giustizia Ingiusta.

La durata delle indagini.

I Consulenti.

Incompatibilità ambientale: questa sconosciuta.

Il Diritto di Difesa vale meno…

Gli Incapaci…

Figli di Trojan.

Le Mie Prigioni.

Le fughe all’estero.

Il 41 bis ed il 4 bis.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ingiustizia. Il caso Mani Pulite spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Eni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Consip spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Monte Paschi di Siena spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso David Rossi spiegato bene.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ingiustizia. Il caso Simone Renda spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Regeni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Angelo Vassallo spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Mario Paciolla spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alex Schwazer spiegato bene.

Ingiustizia. L’inchiesta "Why not" spiegata bene.

Ingiustizia. Il caso di Novi Ligure spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Garlasco spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Pietro Maso spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Raciti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alma Shalabayeva spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alberto Genovese spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Marcello Pittella spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Angelo Burzi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Cogne spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Ciatti spiegato bene.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il tribunale dei media.

Soliti casi d’Ingiustizia. 

Angelo Massaro.

Anna Maria Manna.

Cesare Vincenti.

Daniela Poggiali.

Diego Olivieri.

Edoardo Rixi.

Enrico Coscioni.

Enzo Tortora.

Fausta Bonino.

Francesco Addeo.

Giacomo Seydou Sy.

Giancarlo Benedetti.

Giulia Ligresti.

Giuseppe Gulotta.

Greta Gila.

Marco Melgrati.

Mario Tirozzi.

Massimo Garavaglia e Mario Mantovani.

Mauro Vizzino.

Michele Iorio.

Michele Schiano di Visconti.

Monica Busetto.

Nazario Matachione.

Nino Rizzo.

Nunzia De Girolamo.

Piervito Bardi.

Pio Del Gaudio.

Samuele Bertinelli.

Simone Uggetti.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITA MANETTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Giustizialisti.

I Garantisti. 

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Cupola.

Gli Impuniti.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Comandano loro! Fiducia nella Magistratura? La Credibilità va a farsi fottere.

Palamaragate.

Magistratopoli.

Le toghe politiche.

 

INDICE NONA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero di piazza della Loggia.

Il Mistero di piazza Fontana.

Il Mistero della Strage di Ustica.

Il mistero della Moby Prince.

I Cold Case italiani.

Il Caso del delitto del Circeo: Donatella Colasanti e Rosaria Lopez.

La vicenda della Uno Bianca.

Il mistero di Mattia Caruso.

Il caso di Marcello Toscano.

Il caso di Mauro Antonello.

Il caso di Angela Celentano.

Il caso di Tiziana Deserto.

Il mistero di Giorgiana Masi.

Il Giallo di Ponza: Gian Marco Pozzi.

Il caso di Cristina Mazzotti.

Il Caso di Marta Russo.

Il giallo di Polina Kochelenko.

Il Mistero di Martine Beauregard.

Il Caso di Davide Cervia.  

Il Mistero di Sonia Di Pinto.

La vicenda di Maria Teresa Novara.

Il Caso di Daniele Gravili. 

Il mistero di Giorgio Medaglia.

Il mistero di Eleuterio Codecà.

Il mistero Pecorelli.

Il Caso di Ernesto Picchioni: il primo assassino seriale italiano del '900.

Il Caso Andrea Rocchelli e Andrej Mironov.

Il Caso Bruno Caccia.

Il mistero di Acca Larentia.

Il mistero di Luca Attanasio.

Il mistero di Lara Argento.

Il mistero di Evi Rauter.

Il mistero di Marina Di Modica.

Il mistero di Milena Sutter.

Il mistero di Tiziana Cantone.

Il Mistero di Sonia Marra.

Il giallo di Giuseppe Pedrazzini.

Il giallo di Mauro Donato Gadda.

Il giallo di Piazzale Dateo, la strage di Capodanno a Milano.

Il Mistero di Nada Cella.

Il Mistero di Daniela Roveri.

Il caso di Alberto Agazzani.

Il Mistero di Michele Cilli.

Il Caso di Giorgio Medaglia.

Il Caso di Isabella Noventa.

Il caso di Sergio Spada e Salvatore Cairo.

Il caso del serial killer di Mantova.

Il mistero di Andreea Rabciuc.

Il caso di Annamaria Sorrentino.

Il mistero del corpo con i tatuaggi.

Il giallo di Domenico La Duca.

Il mistero di Giacomo Sartori.

Il mistero di Andrea Liponi.

Il mistero di Claudio Mandia.

Il mistero di Svetlana Balica.

Il mistero Mattei.

Il caso di Benno Neumair.

Il mistero del delitto di via Poma.

Il Mistero di Mattia Mingarelli.

Il mistero di Michele Merlo.

Il Giallo di Federica Farinella.

Il mistero di Mauro Guerra.

Il caso di Giuseppe Lo Cicero.

Il Mistero di Marco Pantani.

Il Mistero di Paolo Moroni.

Il Mistero di Cori: Elisa Marafini e Patrizio Bovi.

Il caso di Alessandro Nasta.

Il Caso di Mario Bozzoli.

Il caso di Cranio Randagio.

Il Mistero di Saman Abbas.

Il Caso Gucci.

Il mistero di Dino Reatti.

Il Caso di Serena Mollicone.

Il Caso di Marco Vannini.

Il mistero di Paolo Astesana.

Il mistero di Vittoria Gabri.

Il Delitto di Trieste.

Il Mistero di Agata Scuto.

Il mistero di Arianna Zardi.

Il Mistero di Simona Floridia.

Il giallo di Vanessa Bruno.

Il mistero di Laura Ziliani.

Il Caso Teodosio Losito.

Il Mistero della Strage di Erba.

Il caso di Gianluca Bertoni.

Il caso di Denise Pipitone.

Il mistero di Lidia Macchi.

Il Mistero di Francesco Scieri.

Il Caso Emanuela Orlandi.

Il mistero di Mirella Gregori.

Il giallo del giudice Adinolfi.

Il Mistero del Mostro di Modena.

Il Mistero del Mostro di Roma.

Il Mistero del Mostro di Firenze.

Il Caso del Mostro di Marsala.

La misteriosa morte di Gergely Homonnay.

Il Mistero di Liliana Resinovich.

Il Mistero di Denis Bergamini.

Il Mistero di Lucia Raso.

Il Mistero della morte di Mauro Pamiro.

Il mistero di «Gigi Bici».

Il Mistero di Anthony Bivona.

Il Caso di Diego Gugole.

Il Giallo di Antonella Di Veroli.

Il mostro di Foligno.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero di Ilaria Alpi.

Il mistero di Luigi Tenco.

Il Caso Elisa Claps.

Il mistero di Unabomber.

Il caso degli "uomini d'oro".

Il mostro di Parma.

Il caso delle prostitute di Roma.

Il caso di Desirée Mariottini.

Il caso di Paolo Stasi.

Il mistero di Alice Neri.

Il Mistero di Matilda Borin.

Il mistero di don Guglielmo.

Il giallo del seggio elettorale.

Il Mistero di Alessia Sbal.

Il caso di Kalinka Bamberski.  

Il mistero di Gaia Randazzo.

Il caso di Giovanna Barbero e Maria Teresa Bonaventura.

Il mistero di Giuseppina Arena.

Il Caso di Angelo Bonomelli.

Il caso di Massimiliano Lucietti e Maurizio Gionta.

Il caso di Sabina Badami.

Il caso di Sara Bosco. 

Il mistero di Giorgia Padoan.

Il mistero di Silvia Cipriani.

Il Caso di Francesco Virdis.

La vicenda di Massimo Alessio Melluso.

La vicenda di Anna Maria Burrini. 

La vicenda di Raffaella Maietta.  

Il Caso di Maurizio Minghella.

Il caso di Fatmir Ara.

Il mistero di Katty Skerl.

Il caso Vittone.

Il mistero di Barbara Sellini e Nunzia Munizzi.

Il Caso di Salvatore Bramucci.

Il Mistero di Simone Mattarelli.

Il mistero di Fausto Gozzini.

Il caso di Franca Demichela.

Il Giallo di Maria Teresa “Sissy” Trovato Mazza.

Il caso di Giovanni Sacchi e Chiara Barale.

Il caso di Luigia Borrelli, detta Antonella.

Il mistero di Antonietta Longo.

Il Mistero di Clotilde Fossati. 

Il Mistero di Mario Biondo.

Il mistero di Michele Vinci.

Il Mistero di Adriano Pacifico.

Il giallo di Walter Pappalettera.

Il giallo di Rosario Lamattina e Gianni Valle.

Il mistero di Andrea Mirabile.

Il mistero di Attilio Dutto.

Il mistero del marchese Camillo Casati Stampa di Soncino.

Il mistero di JonBenet Ramsey.

Il Caso di Luciana Biggi.

Il mistero di Massimo Melis.

Il mistero di Sara Pegoraro.

Il caso di Marianna Cendron. 

Il mistero di Franco Severi.

Il mistero di Norma Megardi.

Il caso di Aldo Gioia.

Il mistero di Domenico Manzo.

Il mistero di Maria Maddalena Berruti.

Il mistero di Massimo Bochicchio.  

Il mistero della morte di Fausto Iob.

Il Delitto di Ceva: la morte di Ignazio Sedita.

Il caso di Stefano Siringo e di Iendi Iannelli.

Il delitto insoluto di Piera Melania.

Il giallo dell'omicidio di Nevila Pjetri. 

Il mistero di Jessica Lesto.

Il mistero di Stefania Elena Carnemolla.

 L’omicidio nella villa del Rastel Verd.

 Il Delitto Roberto Klinger.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il mistero della strage della Stazione di Bologna: E’ Stato la Mafia.

 

LA GIUSTIZIA

SETTIMA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        La Cupola.

I quesiti di domenica 12 giugno. Referendum, cinque Sì per scalfire il potere che da 30 anni soffoca l’Italia. Tiziana Maiolo su Il Riformista l'11 Giugno 2022. 

Mentre alcuni pubblici ministeri, o ex procuratori di prestigio come Giancarlo Caselli e Armando Spataro si affannano nella campagna per il no o per l’astensione sui cinque referendum di giustizia, altri famosi accusatori vedono a Brescia offuscata la loro “cultura della giurisdizione”, cioè la capacità di essere anche un po’ giudici. Sembra una nemesi anticipata della storia, quella che colpisce il procuratore aggiunto di Milano Fabio De Pasquale, responsabile del pool affari internazionali, e il pm Sergio Spadaro, oggi alla nuova Procura europea antifrodi. Perché oggi sono accusati dalla Procura di Brescia, che ne ha chiesto il rinvio a giudizio per “rifiuto d’atto d’ufficio”, proprio del comportamento opposto a quello rivendicato dalla casta dei togati per escludere la necessità di separare le carriere, o almeno le funzioni, tra chi nel processo fa l’accusatore e chi poi dovrà decidere, cioè il giudice.

Si parte dal processo Eni-Nigeria, quello su cui la Procura di Milano, quando il capo era Francesco Greco, aveva fatto un grande investimento anche sulla propria reputazione. Era stato costituito un apposito pool di affari internazionali, presieduto dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale, che si era impegnato, con il collega Sergio Spadaro, soprattutto nelle inchieste che riguardavano una serie di relazioni internazionali dell’Eni e il sospetto di gravi e lucrosi atti di corruzione. E in particolare quello con cui l’Ente petrolifero aveva cercato di ottenere le concessioni sul giacimento Opl-245, oggetto del processo terminato il 17 marzo 2021 con la clamorosa assoluzione di tutti gli imputati, a partire dall’ ad Claudio De Scalzi e il suo predecessore Paolo Scaroni.

In attesa del processo d’appello –voluto da Fabio De Pasquale, ma che sarà sostituito in aula dalla pg Celestina Gravina, su decisione del vertice della procura generale- va constatato che è proprio sulla base del comportamento dei due pm nel dibattimento che la procura di Brescia ne ha chiesto il rinvio a giudizio. Perché i due magistrati avrebbero tenuto nascoste al tribunale le prove a discarico degli imputati. Avrebbero cioè violato la legge che impone all’accusa la capacità di farsi un po’ giudice, e se scopre qualche fatto che potrebbe giovare alla difesa, deve metterlo a disposizione del tribunale. È quella che i detrattori in toga del quesito referendario sulla separazione delle funzioni chiamano la “cultura della giurisdizione”, accusando i sostenitori del SI di volere un pm-sceriffo. Ma se tu pm hai a disposizione la registrazione video di un testimone dell’accusa, il quale, due giorni prima di presentarsi in procura ad accusare di corruzione i vertici Eni, preannunciava di avere intenzione di farli coprire da “una valanga di merda”, e la tieni nascosta, come deve essere qualificato il tuo comportamento? Lo stesso dicasi, sostiene la Procura di Brescia, per una serie di chat da cui emergerebbe l’intento calunnioso di quel testimone.

Nonostante questa vicenda sia sotto gli occhi di tutti, indipendentemente da come finirà l’aspetto strettamente giudiziario, una cosa è palese. Che se anche consenti, come capita oggi, al pm di fare passaggi di carriera e quindi di alternarsi con il giudice, un accusatore non sarà mai meno sceriffo. Dire il contrario è una colossale ipocrisia. Il codice di rito accusatorio, adottato (se pur timidamente) dall’Italia nel 1989, non prevede imbrogli né ambiguità. Le due parti, accusa e difesa, sono parti e il giudice, che sta sopra di loro, non deve avere nulla a che fare con nessuna delle due. Occorrerà arrivare all’abolizione del concetto stesso di magistratura, dunque, e a due carriere paritarie di accusa e difesa, ben distinte e distanti dal Giudice, termine che andrebbe sempre scritto con la maiuscola, per rispetto e deferenza.

Il motivo principale per cui il Partito dei pubblici ministeri, che esiste e sta resistendo con molta forza a qualche barlume di cambiamento, non vuole staccarsi dai giudici è il timore della perdita del potere di condizionamento. Troppe volte abbiamo dovuto assistere alla pedissequa ricopiatura, da parte di qualche gip, degli argomenti delle richieste del pm. Soprattutto quando si tratta di decidere sulla custodia cautelare in carcere. È inutile girarci intorno, la “colleganza” conta. Poi sarà anche vero, come ha detto di recente in un convegno l’ex procuratore di Milano Francesco Greco, che lui è andato al bar del Palazzo di giustizia più spesso con avvocati che con giudici. Magari alcuni legali gli erano più simpatici, ma diverso è far parte della stessa cucciolata, essersi nutriti alla stessa mammella e al mattino recarsi negli stessi uffici. Indossare una toga che, finché le carriere non saranno separate, sarà sempre diversa da quella dell’avvocato, che deve portarsela dallo studio, perché nel Palazzo non c’è un ufficio né un attaccapanni per lui.

Un referendum infilato nell’altro, dalla separazione delle funzioni alla custodia cautelare. Il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza, calpestato in almeno mille casi all’anno da pubblici ministeri e giudici insieme. Perché uno chiede, ma l’altro è quello che concede, e se sbagliano, sbagliano in due, e se si accaniscono lo fanno in coppia. E se quel sospetto sul futuro, in cui una persona, ancora innocente secondo la Costituzione, potrebbe reiterare (cioè ripetere) un reato che forse, in un caso su due, non ha neanche commesso, può portare a un carcere ingiusto, aboliamo il principio. E votiamo per dire NO al carcere preventivo basato su quel sospetto. Ma la vera regina del sospetto è il Grande Algoritmo chiamato “legge Severino”, un meccanismo automatico di espulsione da luoghi elettivi o di governo su cui precedentemente avevano deciso i cittadini elettori.

Qui siamo addirittura persino all’esproprio dell’autonomia del giudice, svincolato dal diritto-dovere di decidere se il condannato debba essere anche colpito dall’interdizione dai pubblici uffici e, nel caso, per quanto tempo. Una norma che presenta anche gravi profili di incostituzionalità (nonostante la Consulta si sia pronunciata diversamente) nella parte in cui sospende l’amministratore locale dopo una condanna in primo o secondo grado, quindi non definitiva. Questo punto, messo in discussione anche da sindaci e assessori del Pd (che timidamente ha presentato un proprio blando disegno di legge in Parlamento) è particolarmente cruento e anti-democratico perché rovescia gli assetti di governo, entrando a gamba tesa nelle sorti politiche di una città, di una provincia, di una regione.

Dove spesso poi si candida addirittura un magistrato. Ma non si può dire, perché se c’è un soggetto che non si può mai criticare né giudicare è proprio quello che indossa la toga “giusta”. Però, se passasse (insieme a quello sulle firme per l’accesso al Csm) anche il quesito referendario per consentire anche agli avvocati e ai docenti universitari di dare il proprio giudizio sull’attività e sulle carriere dei magistrati, forse si potrebbe incrinare almeno un pochino questo blocco di potere che soffoca la democrazia italiana da un trentennio. Coraggio, andiamo ai seggi e votiamo cinque Sì.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Primo processo per Amara a Milano: “Calunniò ex Csm Mancinetti”. Rinviato a giudizio con Calafiore e Centofanti. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 19 Novembre 2022.

Lo ha deciso il gup di Milano Lorenza Pasquinelli che ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio dei pm Monia Di Marco e Stefano Civardi, che hanno mandato a giustizio in questo troncone processuale tranche anche il suo ex collaboratore Giuseppe Calafiore e l'imprenditore Fabrizio Centofanti che oggi era presente in aula

Nuovo processo per Piero Amara, l’ex legale esterno dell’ Eni finito al centro negli anni di vari procedimenti giudiziari e i cui verbali sulla ‘Loggia Ungheria‘ hanno anche ‘terremotato‘ la Procura milanese , il primo però a Milano, dove a è giudizio per l’accusa di calunnia nei confronti dell’ex componente del Csm Marco Mancinetti. Lo ha deciso il gup di Milano Lorenza Pasquinelli che ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio dei pm Monia Di Marco e Stefano Civardi, che hanno mandato a giustizio in questo troncone processuale tranche anche il suo ex collaboratore Giuseppe Calafiore e l’imprenditore Fabrizio Centofanti che oggi era presente in aula. La prima udienza si terrà l’8 febbraio 2023 dinnanzi alla IV sezione del Tribunale Penale di Milano .

La vicenda vede al centro, in particolare, una registrazione del maggio 2019 che fu depositata in Procura a Milano da Calafiore e alcune affermazioni con cui Mancinetti sarebbe stato, secondo l’accusa, calunniato. Davanti al gup Lorenza Pasquinelli, le difese avevano presentato una serie di eccezioni preliminari, che sono state tutte respinte dal giudice. A Milano ci sono già diversi fascicoli, coordinati anche dall’aggiunto Maurizio Romanelli, nell’ambito dei quali deve essere accertato se Amara, con quelle sue dichiarazioni sulla “Loggia Ungheria” nell’inchiesta milanese sul cosiddetto “falso complotto Eni” abbia o meno calunniato le persone, tra cui rappresentanti delle istituzioni, che a suo dire avrebbero fatto parte della fantomatica associazione segreta. Tra i venti fascicoli (alcuni iscritti sulla base di denunce, altri d’ufficio) aperti uno vede, ad esempio, come presunta vittima di calunnia, l’ex ministro della Giustizia e avvocato Paola Severino.

Il fascicolo milanese nei confronti di Amara ha origine dalle indagini di Perugia che, dopo aver archiviato Mancinetti dall’accusa di istigazione alla corruzione e trasmessa l’archiviazione al Csm per i profili disciplinari, ha invitato i colleghi milanesi a comprendere come e perché sia stata “costruita” e “offerta” l’accusa di corruzione nei riguardi del giudice Marco Mancinetti. La vicenda nasceva dalle dichiarazioni dell’ex avvocato dell’Eni Piero Amara. Nella registrazione tra Centofanti e l’ex rettore di Tor Vergata si ascoltava l’affermazione “Era pronto a cacciare i soldi”.

Ma secondo il procuratore capo di Perugia Raffaele Cantone non vi erano evidenze per andare a giudizio, e quindi la posizione di Mancinetti, accusato di induzione alla corruzione, venne archiviata, anche se nelle motivazioni Cantone non risparmiò nessuno: dalla versione improbabile di Mancinetti, le giustificazioni dell’ex rettore di Tor Vergata. Da qui si è arrivati al processo per calunnia nei confronti di Amara. Infatti secondo la Procura di Perugia, che ha inviato le carte a Milano, Amara avrebbe potuto sapere della registrazione per sfruttare quegli elementi a proprio vantaggio. Elementi usati anche per parlare della loggia Ungheria. Ed ora il “faccendiere” siciliano dovrà affrontare un nuovo processo per calunnia. Redazione CdG 1947

Processo Davigo, Di Matteo show in aula: «Volevano fregarci». Il pm testimone al processo sui verbali di Amara: «In atto una manovra per calunniare e screditare Ardita». In aula anche Morra: «Mi mostrò i verbali ma non mi disse che erano coperti da segreto». Simona Musco su Il Dubbio il 16 novembre 2022.

«Per me c’era in atto una manovra per calunniare e screditare Sebastiano Ardita e colpirlo nella sua funzione di consigliere del Csm». Il magistrato Nino Di Matteo non ha dubbi: la diffusione dei verbali di Piero Amara, ex avvocato esterno di Eni, autore delle dichiarazioni sulla presunta Loggia Ungheria, era finalizzata a colpire il suo collega e amico, tirato falsamente in ballo come membro dell’associazione segreta.

Processo a Davigo, Di Matteo in aula: «In atto una manovra per calunniare e screditare Ardita»

Un’opera di delegittimazione che il pm della trattativa Stato-mafia ha denunciato in plenum al Csm, svelando di aver ricevuto in un plico anonimo i verbali segreti di Amara, consegnati dal pm milanese Paolo Storari a Piercamillo Davigo come forma di autotutela, data la presunta inerzia della procura di Milano a procedere con le indagini. Parole che Di Matteo ha confermato oggi a Brescia, dove è in corso il processo all’ex pm di Mani Pulite, accusato di rivelazione di segreto d’ufficio per aver fatto vedere quei verbali a diversi consiglieri del Csm, alle sue segretarie e al presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra. Di Matteo ha descritto il clima surreale respirato al Csm nei mesi che precedettero la consegna di quei verbali, finiti nelle mani di Davigo, secondo il suo racconto, ad aprile 2020.

Ma già a marzo, nel corso di una riunione «choccante» del gruppo Autonomia & Indipendenza, fondato proprio da Ardita e Davigo, l’ex pm milanese aveva palesato tutto la sua insofferenza nei confronti del collega, in occasione della discussione sulla nomina del procuratore di Roma. Mentre Davigo, infatti, sosteneva la candidatura di Michele Prestipino, Ardita e Di Matteo erano orientati sul nome dell’ex procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo. Dichiarazione di intenti che provocò una reazione violenta da parte di Davigo.

«Con una veemenza inaudita e grida che si potevano sentire nella stanza accanto o nel salottino adiacente – ha spiegato Di Matteo -, disse ad Ardita: “Se tu non voti Prestipino, sei fuori da tutto” e ancora “Se tu non voti Prestipino sei con quelli dell’Hotel Champagne”». Ma Ardita, ha spiegato il pm palermitano, «era indicato come un “talebano” nelle intercettazioni delle indagini su Luca Palamara», dunque lontanissimo da quelle logiche. La reazione di Davigo lasciò basito Ardita, che chiese spiegazioni all’ex amico. Ma a quel punto, ha affermato ancora Di Matteo, «Davigo con un fare molto aggressivo replicò dicendo: “Tu mi nascondi qualcosa” e quando Ardita lo invitò a spiegare le ragioni del contrasto davanti a tutti, lui disse “Te lo spiego dopo separatamente”. A quel punto anche io alzai la voce e dissi che quel gruppo era peggio degli altri, perché non si consentiva ai consiglieri di votare secondo coscienza i propri candidati. Reagii in maniera istintiva e dissi a Davigo: “Non mi sono fatto condizionare dalle minacce di morte di Totò Riina, figuriamoci se mi faccio condizionare dalle tue minacce”».

Caso Verbali, la denuncia Di Matteo in plenum

Quando nel marzo 2021 Di Matteo ricevette il plico anonimo con i verbali, decise di far scoppiare il bubbone prima consegnando il tutto alla procura di Perugia e poi parlandone pubblicamente nel corso di un plenum. «Quando rividi Ardita al Csm gliene parlai – ha aggiunto – . Gli dissi: “Ti avverto perché ti vogliono colpire, ci vogliono dividere e ci vogliono fottere sia a te che a me”». Anche perché le accuse nei confronti di Ardita «mi sembravano calunniose e risibili, individuabili da tutti quelli che conoscevano la sua storia. Mi convinsi subito che ci fosse in atto una manovra per colpirlo nella sua funzione di componente del Csm», ha aggiunto.

Poco prima di parlarne al plenum, Di Matteo informò il vicepresidente David Ermini della sua decisione, scoprendo che la vicenda gli era già nota. «Ermini fu molto corretto e mi disse che potevo dire quello che volevo», ha spiegato. Ma il procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, era di parere contrario. «Poco prima del plenum mi invitò a non fare questo intervento perché aveva già preso contatti con la procura di Milano» per dare un impulso alle indagini sulle rivelazioni di Amara. «Salvi mi disse: “Allora posso contare sul fatto che non lo fai” – ha detto Di Matteo -. E io risposi: “No, io lo faccio”. Mezzo Csm lo sapeva, lo sapevano anche i giornalisti. Io non mi sono pentito di aver fatto scoppiare il bubbone», ha concluso Di Matteo.

Ma se Davigo ha sempre sostenuto che il segreto non è opponibile ai consiglieri del Csm, giustificando così la sua decisione di informare i colleghi, è più difficile giustificare la scelta di informare anche Morra, esterno al Csm e all’ordine della magistratura. L’ex presidente dell’Antimafia, in aula, ha confermato di aver visto i verbali al Csm, dove si era recato sperando di poter ricucire lo strappo tra Davigo e Ardita. «Due fatti mi colpirono – ha detto in aula Morra -. Chiedendo a Davigo se c’era la possibilità di una conciliazione con Ardita, lui prese un faldone, coperto da fogli protocollo a righe, e mi invitò a seguirlo fuori dal suo ufficio, nelle scale. Aprendo questo faldone mi fece leggere il cognome Ardita» e mi disse che «c’erano dichiarazioni in base alle quali un dichiarante che stava collaborando con una procura del Nord affermava che Ardita facesse parte di un’associazione che aveva il vincolo della segretezza e per questo motivo non era più un soggetto affidabile. Ricordo di aver avuto quasi una sorta di colpo allo stomaco, ero emotivamente segnato, perché riponevo tanta fiducia in Ardita. Davigo non fece riferimento che fossero coperte da segreto».

Ma l’ex pm invitò Morra ad essere prudente, pur senza interrompere i rapporti con il magistrato, per evitare «errori», dal momento che – ma non si sa se Davigo ne fosse a conoscenza – «era caldeggiato un incarico per Ardita nella Commissione Antimafia». Incarico che saltò proprio a causa delle parole di Davigo. «Sono stato cauto e questa ipotesi non è diventata realtà», ha concluso Morra. In aula anche altri consiglieri del Csm, che hanno confermato di aver saputo dei verbali e della presunta affiliazione di Ardita da Davigo. Verbali che, secondo la presunta postina Marcella Contrafatto, ex segretaria del pm milanese e accusata di aver spedito quelle carte a Di Matteo e a diversi giornalisti, gli sarebbero costati la permanenza al Csm. Una decisione, quella di “buttarlo fuori”, non condivisa dal laico Fulvio Gigliotti.

«Inizialmente il comitato di presidenza pareva orientato per la permanenza del consigliere Davigo e mano a mano che ci si avvicinava la data della sua pensione, l’orientamento è cambiato – ha chiarito Gigliotti -. Io ho sentito anche l’esigenza di spiegare sui giornali il perché votavo a favore del consigliere Davigo, ovviamente su base tecnica giuridica perché all’interno del Csm ho sempre agito su basi giuridiche. E proprio sul piano tecnico ritenevo che dovesse completare la consiliatura». Gigliotti non ha escluso che dietro al cambio di orientamento del Csm potessero esserci anche influenze esterne. «Le politiche consiliari sono complicate da leggere – ha concluso Gigliotti – e spesso non orientate solo in base a situazioni interne, ma anche da situazioni esterne». Sui verbali, ha aggiunto, «mi raccomandò la massima riservatezza e mi disse che in quanto componente del Csm non poteva essere opposto il segreto al consiglio». I due erano d’accordo sulla necessità di approfondire la questione, ma Gigliotti non diede troppo credito ad Amara. «Se avessi immaginato che fossero vere avrei mantenuto distanze con Mancinetti (Marco, altro consigliere del Csm indicato come affiliato alla loggia, ndr) e Ardita che non ho mantenuto».

Davigo temeva inoltre che anche per il caso Amara potessero esserci delle fughe di notizie. «La sensazione – ha detto Gigliotti – era che non ci fosse impermeabilità». Il consigliere Giuseppe Cascini ha invece spiegato che Davigo gli parlò dei verbali per verificare l’attendibilità di Amara, di cui il magistrato si era occupato in un’indagine a Roma. «Erano dichiarazioni esplosive ed è mia convinzione che fosse preciso dovere della procura di Milano fare un’indagine per capire se fossero vere, visto che erano coinvolte personalità delle principali istituzioni del Paese. Che invece ci fosse una situazione di stallo da parte della procura di Milano, che dopo qualche audizione non aveva fatto alcuna iscrizione, era motivo di preoccupazione», ha aggiunto, chiarendo che il coinvolgimento di due consiglieri del Csm lo aveva indotto a pensare «che ci sarebbe stato uno tsunami come quello del 2019» per le vicende legate al caso Palamara.

Le dichiarazioni di Amara non apparvero a Cascini totalmente credibili: «La mia sensazione era che ci fosse un “mischio” di cose vere e cose false». Ma la mossa di Storari, secondo il consigliere togato, sarebbe stata una semplice richiesta di consigli ad un collega. Sarebbe stato poi compito della procura di Milano trasmettere gli atti al Csm. «La situazione di stallo era un elemento di preoccupazione», ha aggiunto. Davigo parlò dei verbali anche con il laico Stefano Cavanna, al quale riferì di una presunta loggia massonica di cui avrebbero fatto parte anche Ardita e Mancinetti. «Mi disse che era una cosa molto riservata e mi impose il silenzio, consegna che io rispettai alla lettera. Non ha fatto riferimento al segreto, da avvocato so che un’informazione su un’indagine è riservata – ha spiegato in aula -. Non ho mai visto i verbali, non sapevo neanche che esistessero. lo non chiesi di più. Non ritenni opportuno indagare oltre. Del fatto che fossero verbali secretati – ha concluso – non se ne parlò».

La Procura di Perugia chiede archiviazione per ipotesi di corruzione e sulla Loggia Ungheria. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 22 Novembre 2022.

La Procura di Perugia ha già chiesto di archiviare anche l'indagine sulla presunta loggia Ungheria aperta sulla base delle dichiarazioni dell'avvocato-faccendiere Piero Amara

La Procura della Repubblica umbra guidata dal magistrato Raffaele Cantone ha chiesto

l’archiviazione del fascicolo che ipotizzava reati di corruzione, nato come troncone dell’inchiesta sulla cosiddetta “Loggia Ungheria” sulla scorta delle dichiarazioni di Piero Amara. Inchiesta per la quale i magistrati della Procura di Perugia avevano chiesto l’archiviazione lo scorso luglio. E’ quanto emerso oggi in tribunale a Perugia, nel corso dell’udienza per corruzione nel quale Luca Palamara è imputato insieme ad Adele Attisani.

Il filone di inchiesta ha riguardato il presunto interessamento di Palamara, quando era consigliere del Csm, per le sorti dell’ex pm di Siracusa Maurizio Musco, amico dell’avvocato Piero Amara, e sotto processo disciplinare per abuso di ufficio. Amara, attraverso il “lobbista” Fabrizio Centofanti, avrebbe spinto Palamara ad avvicinare Stefano Mogini, il giudice di Cassazione che si doveva occupare del caso. Nel corso dell’udienza di oggi è emerso anche che la Procura della Repubblica ha depositato come integrazione di indagine alcuni atti di quel procedimento. Atti ritenuti di interesse in relazione al processo attualmente in corso.

Tra gli atti depositati a integrazione da parte della procura di Perugia, due annotazioni del Gico della Guardia di finanza di Roma dello scorso 18 e 23 febbraio 2022, il verbale di sommarie informazioni del

giudice Stefano Mogini e dal magistrato Giovanni Ariolli, il verbale di interrogatorio di Fabrizio Centofanti, reso l’11 novembre 2021. La Procura di Perugia ha già chiesto di archiviare anche l’indagine sulla presunta loggia Ungheria Redazione CdG 1947

Il pm Storari assolto anche in appello. Loggia Ungheria, Cantone chiede l’archiviazione ma… non ha indagato. Paolo Comi su Il Riformista il  4 Novembre 2022

Il procuratore di Perugia Raffaele Cantone, con i sostituti Gemma Milani e Mario Formisano, lo scorso 5 luglio ha chiesto l’archiviazione del procedimento sulla loggia Ungheria, l’associazione paramassonica la cui esistenza era stata rivelata dall’avvocato Piero Amara, la gola profonda delle Procure italiane. Dell’atto, 167 pagine, sono stati pubblicati in questi mesi ampi stralci, in particolare sul Domani, quotidiano sempre molto bene informato dell’attività della Procura Perugia.

In attesa che il gip si esprima, ad esempio avallando la richiesta di Cantone e quindi mettendo una pietra tombale su un fascicolo che ha terremotato la Procura di Milano (ieri l’assoluzione anche in appello per il pm Paolo Storari accusato di aver dato a Piercamillo Davigo gli atti sulla loggia Ungheria, ndr) ed il Consiglio superiore della magistratura, ecco alcune considerazioni.

La competenza

Amara, interrogato dai pm milanesi, fra cui Storari, a dicembre 2019, aveva riferito che “l’allora procuratore della Repubblica di Perugia De Ficchy era una persona alla quale io potevo arrivare perché faceva parte dell’associazione Ungheria”. L’art. 11 del codice di procedura penale stabilisce che “i procedimenti in cui un magistrato assume la qualità di persona sottoposta ad indagini, di imputato ovvero di persona offesa o danneggiata dal reato, che secondo le norme di questo capo sarebbero attribuiti alla competenza di un ufficio giudiziario compreso nel distretto di corte d’appello in cui il magistrato esercita le proprie funzioni o le esercitava al momento del fatto, sono di competenza del giudice, ugualmente competente per materia, che ha sede nel capoluogo del distretto di corte di appello determinato dalla legge“ .

Al momento del fatto, come riferisce lo stesso Amara, Luigi De Ficchy era il procuratore della Repubblica di Perugia e quindi la legge avrebbe voluto che fosse stata la Procura di Firenze ad indagare sulla loggia Ungheria. Non si capisce quindi perché la Procura di Milano abbia mandato i verbali di Amara a Cantone e perché Cantone non li abbia trasmessi a Firenze (visto che nella loggia sono indicati quali appartenenti magistrati in servizio a Roma e magistrati in servizio, al momento del fatto, a Perugia) e non si capisce perché la Procura di Firenze non abbia sollevato conflitto con la Procura di Perugia.

Le (non) indagini

Contrariamente a quanto scritto in modo elogiativo dagli organi d’informazione ‘vicini’ alla Procura di Perugia, dalla richiesta di archiviazione emerge la quasi totale assenza di indagini. Secondo l’avvocato siciliano della loggia avrebbero fatto parte circa 90 persone tra politici, ex ministri, magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine, imprenditori e liberi professionisti ma la Procura di Perugia ha proceduto soltanto nei confronti di pochi nomi. In particolare di coloro che si era autoaccusati di far parte della loggia, Amara, Giuseppe Calafiore e Alessandro Ferraro, e degli imprenditori Alessandro Casali, Fabrizio Centofanti oltre a Denis Verdini, questi ultimi tre già compromessi da precedenti indagini.

Tale modo di agire ha comportato l’impossibilità di fare indagini nei confronti dei non iscritti (perquisizioni, tabulati, intercettazioni) e quindi di ottenere risultati di rilievo o anche solo dimostrare la reciproca conoscenza di coloro che venivano indicati come appartenenti alla loggia. Nella richiesta emerge che il solo atto di indagine invasivo effettuato dalla Procura di Perugia è consistito nella perquisizione a Calafiore, colui che avrebbe avuto la disponibilità degli elenchi degli iscritti alla loggia, effettuata dopo che costui si era rifiutato di rispondere all’interrogatorio del 6 maggio 2021. Una perquisizione fuori tempo massimo considerato che della loggia Ungheria Amara ha cominciato a riempire verbali a Milano a dicembre 2019. Ed infatti la perquisizione di Calafiore ebbe esito negativo.

Altro dato che balza agli occhi è che l’indagine è stata delegata, ancora una volta, al GICO della guardia di finanza di Roma (che viene citato ben 19 volte), quello del trojan ‘a singhiozzo’ che ha intercettato i deputati Cosimo Ferri e Luca Lotti e non ha intercettato l’ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. Lo stesso comandante del GICO, del resto, nel processo che si sta svolgendo a Perugia nei confronti degli ex pm Luca Palamara e Stefano Fava, all’udienza del 9 giugno 2022 aveva dovuto confessare che il suo reparto consegnava le informative ad Amara, l’indagato principale di questo procedimento, prima ancora che tali informative fossero depositate alla Procura di Roma. Gli uomini del GICO, poi, avrebbero avvisato Amara in anticipo delle perquisizioni che dovevano essere effettuate. Si comprende quindi perfettamente come le indagini condotte non potevano portare ad altro risultato che non fosse l’archiviazione.

Le indagini

Il nome dell’ex presidente dell’Anm Luca Palamara nella richiesta di archiviazione ricorre per 111 volte. Quasi in ogni pagina quindi. Eppure Amara e Calafiore hanno sempre escluso che Palamara facesse parte della loggia Ungheria. Ciononostante le indagini sono state indirizzate nei confronti dell’ex consigliere del Csm con lo scopo, neppure tanto nascosto, di attribuire un parvenza di credibilità ad Amara.

La credibilità (inesistente) di Amara

I pm di Perugia concludono la richiesta di archiviazione disponendo la trasmissione degli atti “alla Procura della Repubblica presso il tribunale di Milano perché valuti se siano o meno configurabili i delitti di cui agli artt. 368 e 369 c.p.”. L’articolo 369 codice penale incrimina l’autocalunnia. Ciò significa che i pubblici ministeri non credono ad Amara neppure quando accusa se stesso però gli credono quando accusa Palamara.

I (non) diritti delle difese

Amara è stato esaminato in dibattimento al processo di Perugia nei confronti di Palamara e Fava lo scorso 7 ottobre. Nonostante ripetute richieste la Procura di Perugia non ha rilasciato ai difensori copia della richiesta di archiviazione del procedimento sulla loggia Ungheria. I difensori non hanno quindi potuto utilizzare questo atto nel controesaminare Amara nonostante sia in possesso, come detto, di alcuni selezionati giornalisti dal mese di luglio e nonostante vi sia una indagine nei confronti di un cancelliere della Procura di Perugia che lo avrebbe illecitamente divulgato. Paolo Comi

Paolo Ferrari per “Libero quotidiano” il 4 novembre 2022.

Il pm di Milano Paolo Storari non ha commesso alcun reato consegnando i verbali delle dichiarazioni dell'ex avvocato esterno dell'Eni, Piero Amara, all'allora consigliere del Consiglio superiore della magistratura Piercamillo Davigo. Anche la Corte d'Appello di Brescia ha dunque confermato la sentenza di primo grado con cui, lo scorso marzo, al termine del processo in abbreviato, Storari era stato assolto dall'accusa di rivelazione del segreto.

Il collegio, dopo un'ora e mezza di camera di consiglio, ha rigettato la richiesta del sostituto procuratore generale che aveva chiesto una condanna a 5 mesi e 10 giorni di reclusione, con la non menzione e la sospensione condizionale. Alla sentenza di primo grado aveva fatto opposizione anche il togato del Csm Sebastiano Ardita, ammesso come parte civile. 

Storari era stato accusato di rivelazione del segreto d'ufficio per aver consegnato a Davigo, nei primi mesi del 2020, i verbali in cui Amara aveva descritto l'esistenza di una loggia paramassonica denominata "Ungheria", composta da magistrati, ufficiali delle forze dell'ordine, professionisti. Il pm milanese aveva chiesto di essere processato con il rito abbreviato ed era stato assolto per errore di diritto, in quanto non avrebbe avuto la consapevolezza di violare la legge consegnando a Davigo tali verbali.

Nella ricostruzione ad indurre in 'errore' Storari era stato proprio Davigo affermando che i componenti del Csm sarebbero stati esonerati dal rispetto del segreto. Tesi a cui non avevano creduto alla Procura di Brescia, competente peri reati commessi dai pm milanesi, che avevano deciso di mandarli a giudizio e che, per Storari, avevano poi chiesto una condanna a sei mesi di reclusione. 

L'errore in cui era incorso Storari era «un errore su norma extrapenale», dal momento che lo stesso magistrato «era convinto di rivelare informazioni segreti a soggetto deputato a conoscerle», e per questo «di non commettere alcuna rivelazione illegittima, ma "autorizzata" e/o addirittura dovuta». Un errore ritenuto quindi "scusabile" dai giudici bresciani.

«Piercamillo Davigo non era un mio amico prima, non lo è oggi. Ho una frequentazione con lui solo perché conosco la sua compagna. Mi sono rivolto a lui perché è l'unica persona che conosco che avesse un ruolo istituzionale. Quello che è accaduto e sta accadendo lo trovo lunare», aveva detto in aula Storari. 

La consegna dei verbali fu un gesto che Storari ha sempre definito di «autotutela» nei confronti dell'asserita inerzia nelle indagini da parte dei vertici della Procura milanese. «Con gli elementi di oggi», aveva aggiunto Storari, «credo che non si volesse disturbare il processo Eni-Nigeria, il processo più importante a Milano, fatto dal dipartimento più discusso, una sconfitta significava mettere in dubbio l'organizzazione di Francesco Greco».

Il magistrato voleva arrestare Amara per calunnia ma ciò avrebbe messo in difficoltà i processi milanesi per corruzione internazionale dove quest' ultimo era fra i principali testi dell'accusa.

«Siamo assolutamente soddisfatti di questa assoluzione piena» che conferma «l'esito di un giudizio di totale innocenza che è particolarmente profondo e netto», ha commentato l'avvocato Paolo Della Sala, difensore di Storari, lasciando il Palazzo di Giustizia bresciano. Storari, visibilmente emozionato, ha preferito invece non dire nulla. Per le motivazioni bisognerà attendere 90 giorni.

Quella di oggi è la terza "vittoria" del pm in questa vicenda. A parte gli aspetti penali, vi era stata anche la bocciatura della richiesta cautelare di trasferimento d'urgenza, con contestuale cambio di funzioni, avanzata nei suoi confronti nell'estate dell'anno scorso a Palazzo dei Marescialli dell'allora procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi su richiesta del procuratore di Milano, Greco. Il processo per rivelazione del segreto resta ora in piedi solo per Davigo che ha scelto il rito ordinario.

L'ex pm di Mani pulite ha sempre giustificato il suo operato dicendo che «se c'è un soggetto che fa delle dichiarazioni di estrema gravità, che siano vere o false, o che siano in parte vere e in parte false, è necessario fare le indagini per saperlo». Per la Procura di Brescia, invece, lo scopo di Davigo non sarebbe stato far luce su quanto accadeva a Milano, ma solo trovare una scusa per motivare al Csm la rottura dei rapporti con Ardita, suo collega di corrente, il cui nome sarebbe comparso fra gli appartenenti alla loggia

La sentenza d'Appello. Loggia Ungheria, Storari assolto anche in Appello: non fu reato dare i verbali di Amara a Davigo. Redazione su Il Riformista il 3 Novembre 2022 

Paolo Storari ottiene l’ennesima vittoria nell’aula di tribunale, la seconda sui due giudizi che lo hanno coinvolto fino ad oggi in merito alla nota vicenda degli interrogatori consegnati nell’aprile 2020 all’ex pm di Mani Pulite Piercamillo Davigo, ai tempi membro del Consiglio superiore della magistratura, sull’esistenza della presunta associazione segreta “Loggia Ungheria”.

Della loggia aveva parlato negli interrogatori resi allo stesso Storari e al procuratore aggiunto milanese Laura Pedio l’ex avvocato esterno di Eni Piero Amara in cinque interrogatori resi tra il dicembre 2019 e il gennaio 2020.

Dopo l’assoluzione in primo grado del marzo scorso ad opera del gup Federica Brugnara, è arrivata per il pm milanese anche lo stesso verdetto dalla Corte d’Appello di Brescia, nel processo con l’ipotesi di reato di rivelazione di segreto d’ufficio. Il procuratore generale Francesco Prete, che aveva impugnato la sentenza di assoluzione di primo grado, aveva chiesto nella scorsa udienza una condanna a 5 mesi e 10 giorni con la sospensione condizionale e la non menzione.

Per Storari è invece arrivata l’assoluzione piena, come commenta soddisfatto il suo legale, l’avvocato Paolo Della Sala: “Siamo assolutamente soddisfatti, ho difeso con fermezza la sentenza di primo grado, non solo perché coraggiosa, ma anche perché poggiava su un impianto giuridico complesso”. La decisione “conferma – ha aggiunto Della Sala – l’esito di un giudizio di totale innocenza particolarmente profondo e netto”.

La difesa di Storari ha sempre sostenuto che il pm aveva consegnato quei verbali a Davigo per autotutelarsi dalla presunta inerzia dei vertici della procura di Milano sulle indagini, in particolare da parte dell’allora procuratore capo Francesco Greco e della stessa Pedio, rivolgendosi dunque all’ex consigliere del Csm, ora in pensione, perché considerato tra i massimi esperti in materia di circolari del Consiglio superiore della magistratura.

Nei confronti di Storari anche il Csm, l’organo di autogoverno delle toghe, aveva bocciato la richiesta di “cacciata” avanzata in via d’urgenza nell’estate 2021 dall’allora procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi.

Emiliano Fittipaldi per editorialedomani.it il 18 ottobre 2022.

Non esistono prove che la Loggia Ungheria sia mai esistita, e Piero Amara è un uomo «abilissimo nell’arte manipolatoria, estremamente pericoloso quando lo si intenda utilizzare come prova a carico di altri». 

Contemporaneamente, però, l’avvocato di Siracusa non è affatto, come «in questi mesi si è insinuato da più parti, un “invasato o un mitomane”, né uno sprovveduto faccendiere in cerca di notorietà. Amara al contrario ha avuto certamente rapporti ad altissimo livello con soggetti operanti nelle istituzioni di questo paese, e tantissimi ed indiscutibili riscontri esterni sono emersi su tanti episodi da lui riferiti agli inquirenti».

Così sintetizzano i pm di Perugia Raffaele Cantone, Gemma Miliani e Mario Formisano nelle 167 pagine di cui è composta la lunghissima richiesta di archiviazione in merito all’inchiesta sulla fantomatica Loggia Ungheria, l’associazione segreta che secondo Amara avrebbe condizionato per anni nomine dei vertici di enti pubblici ed istituzioni, in particolare della magistratura e del Csm.

Un documento che Domani ha letto ora integralmente, e che rappresenta non solo la sintesi del lavoro ciclopico della procura umbra che ha quasi chiuso (si aspetta la decisione del gip) una vicenda delicatissima che ha terremotato per mesi il mondo della politica, delle istituzioni e della magistratura. Ma anche la descrizione minuziosa del “fenomeno Amara”, che i pm non banalizzano come semplice magliaro o bugiardo matricolato.

Al contrario, ritengono «acclarata» l’esistenza di «un “sistema Amara”», che da «avvocato di provincia, dopo aver intessuto stretti rapporti con i magistrati siciliani, nell’anno 2012 giunge a Roma dove si colloca per anni, in maniera indubbia, al centro di scambi di favori, inerenti anche alle nomine apicali della magistratura ordinaria e amministrativa e al centro di dinamiche di potere che si intersecano con momenti topici della storia del paese». Come evidenziano le chat estrapolate dal cellulare di Denis Verdini, appunti sul computer dello stesso Amara. Oppure i contatti e gli appuntamenti con il lobbista Luigi Bisignani.

I pm, in pratica, spiegano che nonostante una serie di balle sesquipedali sulla loggia e suoi presunti adepti (una ventina di persone sulle 90 tirate in ballo dal faccendiere hanno già depositato querela per diffamazione e calunnia, come l’avvocata Paola Severino, il comandante della Guardia di finanza Giuseppe Zafarana o l’ex vicepresidente del Csm Michele Vietti), su Amara «un giudizio tranchant di attendibilità/inattendibilità non sarebbe possibile, perché in sé non riuscirebbe a cogliere l’estrema poliedricità del soggetto che ci si trova di fronte, e soprattutto della sua narrazione».

Il suo modus operandi complesso, che mette «insieme fatti indiscutibilmente veri e circostanze non riscontrate», ha dunque convinto Cantone e i suoi uomini ha usare il “criterio della frazionabilità”, indicato anche dalla corte di Cassazione come quello migliore per effettuare vagli rigorosi per distinguere i racconti accertati da prove e testimonianze terze da quelli invece che non ne hanno alcuna.

Andiamo dunque con ordine, partendo dai racconti in tutto, o almeno in parte, riscontrati. Innanzitutto, Amara – avvocato originario di Augusta che ha lavorato da giovane nel prestigioso studio di Giovanni Grasso, era davvero «diventato uno degli avvocati di riferimento di una società pubblica, l’Eni: malgrado i tentativi più o meno maldestri da parte della società di prenderne adesso le distanze» scrive Cantone «si era occupato di numerose e delicate vicende che avevano visto coinvolti, a vario titolo, i vertici delle strutture aziendali dell’Eni operanti in Sicilia».

Secondo i magistrati perugini, anche i rapporti con Tinebra e con l’Opco sarebbero confermati. In particolare, esistono riscontri sul fatto che Amara sia riuscito, grazie ai suoi rapporti con la magistratura siciliana, ad ottenere un trattamento di favore in alcuni processi in cui era stato coinvolto già nel 2006. 

Cantone segnala come l’avvocato riuscì ad ottenere «ben due pareri favorevoli del procuratore generale di Messina, un’oggettiva stranezza», aggiungendo poi «un dato che fa riflettere: nonostante il procedimento penale, peraltro generato da una vicenda con possibili connotati di mafiosità, e persino una condanna definitiva patteggiata, vicende che avevano avuto un certo clamore in Sicilia, Amara ha continuato negli anni seguenti a tessere rapporti con la magistratura di ogni dove, con parlamentari della Repubblica e uomini delle istituzioni!».

Tra le persone che Amara conosceva, ricorda Cantone, c’è il giudice Lucia Lotti, oggi pm a Roma. Il faccendiere ha raccontato come lui stesso si fosse adoperato affinché la Lotti fosse nominata a capo della procura di Gela, dove insiste una grande raffineria dell’Eni, e come questo gli avrebbe poi permesso di avere l’ufficio di Gela «totalmente» nella sua «disponibilità». La Lotti è stata così indagata dalla procura di Catania per corruzione, ma i pm hanno chiesto l’archiviazione perché non hanno riscontrato do ut des di sorta. Il gip ha però chiesto nuove indagini, e ad ora non si è ancora espresso. Forse anche in attesa di un contraddittorio e – segnala la magistrata – per acquisire le nuove trascrizioni dei verbali di Amara» 

Al netto delle responsabilità penali che la Lotti nega ovviamente con forza, quale sarebbe secondo Amara la natura del loro rapporto? «Il favore che egli le aveva fatto procurandole un contatto con il consigliere laico del Csm Ugo Bergamo» si legge nelle carte di Perugia che citano le accuse dell’avvocato «gli sarebbe stato ricambiato con la sostanziale “messa a disposizione” del magistrato nella gestione di alcuni procedimenti che erano di suo interesse, quale difensore dell’Eni».

Gli investigatori ricordano poi che Angelo Mangione, difensore storico di Amara, ha detto ai pm milanesi come la Lotti prima della sua nomina a procuratore gli chiese davvero di incontrare Amara, aggiungendo però che «non mi disse per quale motivo voleva incontrarla». Pure Saverio Romano, ex ministro dell’Agricoltura e uomo di fiducia di Verdini che aveva rapporti costanti con Amara, ha ammesso di aver effettivamente incontrato il faccendiere e la Lotti, per discutere dell’aspirazione della predetta ad essere nominata procuratore a Gela. 

Ma come mai i due andarono proprio dal potentissimo Romano? Perché il consigliere Bergamo che aveva dubbi sulla promozione della magistrata era stato eletto in quota Udc, lo stesso schieramento politico del politico.

«A seguito di tale abboccamento Romano avrebbe incontrato Bergamo, al quale avrebbe esternato i dubbi del magistrato» dice Cantone «Bergamo, sentito, non conserva invece alcun ricordo dell’episodio. La Lotti non è mai stata sentita e quindi non si conosce la sua versione». I giudici umbri ammettono che alla fine riscontri sull’incontro «fra la Lotti e Romano, mediato dall’Amara» sono emersi, ma che comunque esso non è certo prova dell’esistenza di una logga coperta, ma tutt’al più «un tentativo di captatio benevolentiae di un avvocato che aveva indiscutibili interessi professionali a Gela». Per la cronaca, la Lotti ha indagato per anni per disastro ambientale colposo, e alla fine del suo incarico ha chiesto 22 rinvii giudizio tra direttori e tecnici della società “Raffineria di Gela” ed Enimed.

Come ha anticipato Antonio Massari sul Fatto quotidiano, nel documento di archiviazione si evidenzia come vere o verosimili appaiono anche i resoconti di Amara in merito a cene e incontri che Amara ha avuto per provare a favorire le carriere e le promozioni di magistrati di peso. In primis quella di Carlo Capristo, poi promosso dal Csm procuratore a Taranto grazie anche (secondo le accuse) all’iperattivismo di un sodale di Amara, il poliziotto Filippo Paradiso. 

«L’episodio comprova in modo inequivocabile – scrivono Cantone, Miliani e Formisano – le capacità istituzionali di Amara, in grado certamente di “entrare” nelle dinamiche delle nomine del Csm sfruttando i suoi rapporti con i consiglieri laici grazie al contatto con politici influenti (Luca Lotti, Saverio Romani e Denis Verdini), o grazie a rapporti con soggetti come Centofanti, in grado di influire su magistrati come Luca Palamara».

Anche in merito alla vicenda di Francesco Salluzzo, che Amara avrebbe incontrato a Roma un paio di mesi prima alla sua nomina di procuratore generale di Torino, secondo Cantone «esistono diversi elementi di riscontro». Basate sulle testimonianze del dirigente del consiglio di stato Antonino Serrao (pure registrato di nascosto da Amara che gli ha teso «una trappola») e di un imprenditore vicino a Salluzzo, Paolo Torresani, che di fatto confermano in gran parte quanto raccontato «dal dichiarante». Ossia l’avvenuto pranzo a casa di Torresani podromo a trovare un modo per avvicinare la consigliera del Csm Paola Balducci e raccomandare Salluzzo.

Se i due hanno tentato di ridimensionare le dichiarazioni dell’avvocato di Augusta in merito all’importanza dell’incontro, Cantone ha un’idea diversa: «Sembra molto più plausibile che il Serrao, compulsato da Torresani, abbia portato al pranzo Amara proprio in ragione delle sue note entrature all’interno del Csm: il che dimostrerebbe che non solo in Sicilia, in Puglia e a Roma, ma anche a Torino nel 2016 potevano essere giunte notizie circa le capacità di Amara...per aumentare le chance di vittoria» in relazione alle domande che i magistrati facevano al Csm. 

Secondo Cantone il presunto “soldato” della loggia Ungheria racconta pezzi di verità significative e verificate anche nelle vicende cha hanno travolto Palamara (a processo proprio a Perugia); nell’aiuto dato al figlio dell’ex consigliere del Csm Marco Mancinetti per accedere alla facoltà di medicina di Tirana (pende su Amara un processo per calunnia, perché a volte il legale aggiunge a storie vere episodi corruttivi non dimostrabili); nei presunti rapporti con Luca Lotti, anche in merito a un incontro con l’allora sottosegretario «richiesto da uno dei vertici della Corte dei Conti, Raffaele De Dominicis, in relazione a un fascicolo da lui trattato che avrebbe coinvolto l’allora premier Matteo Renzi». 

In merito alle dichiarazioni su Giuseppe Conte, Cantone evidenzia un altro aspetto tipico del modus operandi di Amara. Come svelato da Domani, l’avvocato disse che il professionista prima di diventare premier aveva ottenuto consulenze da 400 mila euro tramite Centofanti dalla società Acqua Marcia, aggiungendo che la nomina del leader dei Cinque Stelle insieme a quella di Guido Alpa fosse legata a un favore da fare a Michele Vietti, presunto capo della Loggia, e che le nomine erano necessaria ad ottenere l’ammissione al concordato preventivo del gruppo.

I pm di Perugia spiegano che Centofanti non ha confermato la ricostruzione dell’amico (lo avesse fatto, aggiungiamo noi, avrebbe rischiato anche lui un’indagine per corruzione). «Appare ipotesi verosimile – conclude Cantone – che l’Amara certamente a conoscenza dell’incarico, abbia riferito all’autorità giudiziaria un fatto vero, attribuendosi un ruolo che invece non pare esservi stato. Il riferimento al professor Conte? Un modo per accreditare ulteriormente la rilevanza del suo narrato». 

Ma la richiesta di archiviazione contiene anche la descrizione di menzogne vere e proprie inventate da Amara e accuse che non hanno la minima evidenza.

Seppure la procura considera «spontanee» le prime dichiarazioni sulla Loggia Ungheria («in quel momento era indagato per una vicenda marginale rispetto all’indagine su Eni, aveva definito le sue pendenze giudiziarie a Roma e Messina con patteggiamenti non elevatissimi, che interesse aveva quindi ad aprire un fronte nuovo?», si domanda Cantone senza poter poter dare una risposta), i pm chiariscono che nessun riscontro all’associazione è stato trovato. 

La lista con i nomi, che il sodale di Amara Giuseppe Calafiore avrebbe fotocopiato e poi dato a un agente segreto di Dubai, non è mai stata consegnata agli inquirenti. Avrebbe comunque avuto poco valore investigativo: senza firma e non su carta intestata, chiunque avrebbe potuta comporla.

Amara ha nel corso delle dichiarazioni ha via via ridimensionato la natura e la funzione della loggia, mentre le poche testimonianze che hanno detto che erano a conoscenza di Ungheria o di una simil-loggia segreta (il giudice Dauno Trebastoni, l’ex pm Maurizio Musco e l’imprenditore Fabrizio Centofanti) non hanno alcun «valore ponderale: sono tutte legate da rapporti molto stretti con Amara, e due su tre hanno ricevuto informazioni sa una persona defunta». Cioè Giovanni Tinebra, ex capo del Dap e procuratore generale a Catania che secondo Amara fu fondatore e animatore di Ungheria.

Insomma, dell’esistenza dell’associazione non c’è traccia. Cantone, tuttavia, fa un passaggio non banale in cui spiega che la fuga di notizie sulle dichiarazioni dell’avvocato («accadimenti SUBITI da questo ufficio», ci tiene a sottolineare il capo della procura) avrebbe compromesso in nuce la possibilità di indagare a dovere su reati associativi già in se difficilissimi da provare. Divulgazione di segreti istruttori che hanno convinto alcuni indagati ad avvalersi della facoltà di non rispondere o di non presentarsi affatto negli uffici di Cantone

«Una scelta – si legge nella richiesta di archiviazione – che può essere ricondotta al clima creatosi intorno a questa indagine» dopo la fuga di notizie, per cui sono a processo il pm milanese Paolo Storari (assolto in primo grado, qualche giorno fa il procuratore generale di Brescia ha chiesto in appello una condanna a cinque mesi) e l’ex consigliere del Csm Pier Camillo Davigo, che ha avuto i verbali da Storari e poi ne ha parlato in via informale con vertici della magistratura. La ex segretaria di Davigo, Marcella Contraffatto, è invece indagata come colei che avrebbe consegnato gli interrogatori ad alcuni giornali.

Cantone segnala pure come Amara, in un memoriale scritto il 5 ottobre 2021 dal carcere di Terni dove stava scontando la sua pena per diverse condanna definitive per corruzione (oggi è in regime di semilibertà) «lamenta la condizione in cui si trova: essere accusato da vari soggetti di calunnia proprio perché le prove dei fatti da lui affermati non possono essere più acquisite». Amara scrive, letteralmente, di trovarsi «nella paradossale situazione di dover occuparsi delle accuse di una serie di soggetti che hanno potuto eludere l’effetto sorpresa a causa non del dichiarante, ma del magistrato indagante». Cioè Storari.

Secondo Cantone, le «considerazioni di Amara appaiono sul punto avere un loro fondamento. Non certo la consegna dei verbali a Davigo, ma la successiva pubblicazione di essi ha infatti creato una situazione oggettivamente paradossale per cui i chiamati in causa hanno potuto denunciare per calunnia il chiamante in correità prima persino che potessero compiersi le indagini e i necessari approfondimenti». 

Per la cronaca, c’è un altro passaggio del documento dei pm di Perugia che, se fosse vero, sarebbe fonte d’imbarazzo per la procura di Milano. Quello in cui si sintetizza un’altra parte del memoriale dell’ex avvocato dell’Eni: «Il dichiarante afferma che tra dicembre 2019 e febbraio 2020 aveva rappresentato al pm Storari che, in uno al suo amico e sodale Calafiore, avrebbe proceduto a cercare riscontri (!!) su quanto aveva già verbalizzato ed aveva preavvertito il medesimo pm che avrebbe registrato di nascosto colloqui con soggetti in grado di confermare i fatti». Insomma, si sarebbe proposto come sorta di “agente provocatore”, per ottenere prove di quanto già raccontato alla procura di Milano.

Sia come sia, le discrasie e le contraddizioni nella narrazione di Amara intorno alla presunta Loggia sono tali che secondo i pm quest’ultima rischia di non essere mai esistita come tale. Non solo. Alcune accuse dell’avvocato sarebbero del tutto false. In primis, quelle contro l’allora consigliere del Csm Sebastiano Ardita, che sarebbe stato un affiliato e che l’ex avvocato esterno dell’Eni avrebbe conosciuto a una cena nella sede dell’Opco (un centro studi siciliano creato da Tinebra). 

Per Cantone «Amara non è in grado nemmeno di dire quali attività gli altri “fratelli stessero svolgendo in quel momento: bisognerebbe ritenere contro ogni logica che la cena di presentazione sarebbe stata “muta”...non sapeva nemmeno che uno di essi (l’Ardita) era andato via da Catania da oltre 6 anni!».

Come mai Amara coinvolga Ardita (nemico giurato di Davigo) resti un mistero. Anche in merito alle accuse contro il generale Zafarana, definito dal faccendiere come un affiliato che aveva chiesto a lui in via indiretta una raccomandazione per far assumere una persona nel suo studio, il giudizio della procura di Perugia è caustico: «Non può qui non essere rilevata l’assoluta illogicità di una richiesta di un generale cha avrebbe fatto veicolare, per il tramite di un terzo estraneo, ad un soggetto che fra l’altro avrebbe dovuto essere stato un suo “fratello” di una potente ed occulta loggia massonica. 

Resta non comprensibile la ragione per cui Amara riferisce fatti non veritieri: è un’ipotesi che ha la sua plausibilità quella di un rapporto non idilliaco tra Amara e la Gdf, avendo quest’ultima condotto tutte le indagini del passato che hanno poi portato all’arresto e alla condanna dell’avvocato siciliano». Che adesso dovrà dare conto delle sue parole in molteplici processi per calunnia.

Emiliano Fittipaldi per editorialedomani.it il 19 ottobre 2022.

Incrociando alcuni verbali inediti contenuti nelle carte di Perugia che sentenziano l’inesistenza della Loggia Ungheria con alcune sentenze recenti che non hanno avuto grande eco sulla stampa nazionale, è possibile raccontare dettagli importanti di quello che Raffaele Cantone, capo della procura umbra, definisce il «sistema Amara». Una rete che negli anni è riuscita «certamente» a entrare in contatto con «il mondo politico e i vertici istituzionali», con l’obiettivo primario di gestire le nomine dei giudici e le promozioni decise dal Csm. 

Uno dei principali interlocutori politici di Amara – si legge nella richiesta di archiviazione di Cantone – è stato Denis Verdini, per anni braccio destro di Silvio Berlusconi, condannato con sentenza definitiva per bancarotta e, qualche giorno fa a Messina, ad altri due anni per concorso in corruzione. Per una vicenda che ha al centro, ancora una volta, le accuse dell’ex avvocato esterno dell’Eni («ho dato 300mila euro a Verdini in contanti per agevolare la nomina del giudice Giuseppe Mineo al Consiglio di stato», ha detto nel 2018) che evidentemente i giudici in primo grado hanno considerato in parte vere e riscontrate. 

Verdini viene interrogato dai pm umbri un anno fa. Cantone e i suoi uomini vogliono chiedergli se conosce la Loggia Ungheria, e soprattutto quali sono i suoi rapporti con il pregiudicato di Augusta. L’ex parlamentare risponde a tutto campo, permettendo «con un’apprezzabile scelta di trasparenza» anche agli investigatori di scaricare tutte le chat con Amara. Da cui esce uno spaccato notevole di un pezzo del potere italiano, e della rete gigantesca del legale siciliano.

«Escludo di aver fatto parte dell’associazione denominata “Ungheria”», comincia Verdini. «La voce della mia appartenenza alla massoneria venne messa in giro durante la campagna elettorale del Mugello del senatore Antonio Di Pietro. Fu addirittura il presidente Cossiga, forse per scherzo, a fare una dichiarazione in tal senso. Io tuttavia per cultura sono lontano da qualsiasi loggia massonica». 

Cantone segnala pure come Verdini, già deputato forzista e di Ala e oggi “suocero” di Matteo Salvini, riferisce che fu l’ex ministro «Saverio Romano, nell’ambito delle trattative per le nomine dei vertici delle grandi società di stato, tra le quali l’Eni, a presentargli “un professionista che aveva peso nel mondo Eni”, ovvero Amara». 

Poi Verdini si schermisce dalle accuse principali: «Io richieste sul Consiglio di giustizia amministrativa siciliana non ne ho mai ricevute. Amara millanta di aver avuto influenze su tante vicende, ma lui riferisce alcuni fatti senza sapere bene come io operavo: io (al tempo di Renzi premier, ndr) non frequentavo palazzo Chigi, io frequentavo il Nazareno (la sede del Pd)».

Quando i pm Cantone, Mario Formisano e Gemma Miliani gli chiedono se Ala ha preso denaro in contanti come dice Amara ai colleghi di Messina per perorare la causa del giudice Mineo al Consiglio di stato, risponde: «Probabilmente Amara mi ha fatto donazioni di importo modesto. Lui mi presentò diversi politici e imprenditori, come Adolfo Messina, Ezio Bigotti, Giannusso... questi ultimi facevano offerte di denaro per sostenere il movimento, ma io le ho sempre rifiutate». 

Nelle chat con Amara, segnalano i pm di Cantone, i contatti tra i due erano numerosi e niente affatto sporadici. Verdini chiede per esempio all’avvocato «curricula per la nomina di un componente del Consiglio di stato», chiosano i magistrati di Perugia.

«Amara fa riferimento a un intimo amico di Del Sette. Nello stesso giorno viene fatto anche il nome di Antonio Serrao, che sarebbe voluto da Del Sette, a sua volta intimo amico di Luca Lotti, circostanza ribadita più volte con plurimi messaggi (per la cronaca, anche il piddino ha querelato Amara per calunnia, ndr). Sempre per le nomine dei componenti del Consiglio di stato, Amara scrive di avergli girato i curricula di Mineo e tale Fiaccavento, di Massimo Dell’Utri e Luciano Ciccarello».

I messaggi analizzati sono decine, e contengono richieste di sponsorizzazione di un emendamento di Sergio Romano, mentre con alcuni messaggi del 24 e 31 ottobre 2016 il faccendiere chiede a Verdini di organizzare un incontro tra Lotti e Massimo Mantovani e Antonio Vella, al tempo tra i massimi dirigenti dell’Eni. «Vero, posso dire di aver ricevuto da Amara tante richieste e sollecitazioni, a cui io non davo risposta», si giustifica Verdini.

Ma quando Cantone chiede come mai il legale siciliano ha voluto attribuirgli un ruolo così rilevante in Ungheria, il politico racconta episodi e incontri inediti che svelano un rapporto tra i due affatto banale. Va ricordato il tempo e il contesto: Verdini è uno degli uomini vicinissimi a Berlusconi e Renzi, uno dei politici più potenti d’Italia. 

«Amara era amareggiato per le dichiarazioni che aveva reso a Messina: io a quel punto decisi di incontralo nell’ufficio di Ignazio Abrignani (ex deputato di Ala, ndr). Eravamo solo io e lui. Gli dissi che aveva dichiarato il falso, affermando di avermi dato dei soldi. Lui mi aggredì, e mi disse che mi aveva dato somme mensilmente, affermò di avermi consegnato 40mila euro per sette mesi, pari quindi a 280mila euro. Io negai decisamente e affermai che doveva curarsi. Gli chiesi se avesse un registratore: mi parvero dichiarazioni farneticanti, forse finalizzate a fornirsi una prova».

L’ex parlamentare però spiega che, nonostante tutto, accettò di vedere Amara e il suo avvocato una seconda volta. «Mi disse che poteva ritrattare le sue dichiarazioni (su Mineo e i 300mila, ndr), ma io in cambio avrei dovuto dichiarare che lui era intervenuto per la nomina di Claudio Descalzi (ad dell’Eni, ndr) e che aveva fatto da tramite tra me e Claudio Granata (braccio destro del manager, ndr). Io rifiutai di rendere tali false dichiarazioni».

Secondo Verdini, spiega Cantone, «Amara sarebbe stato del tutto estraneo alla scelta di Descalzi, avendogli soltanto esternato il gradimento di una parte dell’Eni». Sia come sia, è per questo motivo, conclude Verdini, che l’ex sodale lo mette nel mirino e lo indica calunniosamente come uno dei vertici della loggia segreta.

Ma l’ex forzista ha o meno avuto da Amara la raccomandazione per promuovere Mineo al Consiglio di stato, visto che il nome effettivamente spuntò in una short list della presidenza del Consiglio prima di essere cassato?

«La nomina del dottor Mineo non venne chiesta da Amara, ma da Giuseppe Drago (ex governatore della Sicilia e deputato di Forza Italia, ndr). Evidenzio che avendo un rapporto con il governo, mi fu chiesto da Lotti se avessi dei nomi da mandargli. In prima battuta gli dissi di no, in seguito inviai il curriculum di Drago». Per i giudici di Messina invece Amara non mente. E Verdini, almeno in primo grado, ha dovuto incassare l’ennesima condanna.

L’imputato Davigo torna alla carica contro il ritorno di Berlusconi. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 27 Ottobre 2022 

Se fossimo in un paese civile, non ci sarebbe neppure bisogno di una “legge Severino”, perché comunque Berlusconi non sarebbe mai tornato in Senato. Insomma, quei due milioni circa di voti non li avrebbe avuti. Chi lo dice, nel giorno del grande rientro del leader di Forza Italia dopo la brutale cacciata del 2013? Forse un avversario politico? Magari Enrico Letta, che è andato a occupare il posto di Matteo Renzi, che aveva liquidato Berlusconi con il suo perfido “game over”. Invece.

Invece, come se non fosse lui stesso un imputato sottoposto a Brescia per quella rivelazione di atti d’ufficio che per un magistrato è un fatto gravissimo, ricompare d’improvviso in tv Piercamillo Davigo. A parlare di Silvio Berlusconi il “pregiudicato”, come se non fossero stati in qualche momento della loro vita tutti e due, l’ex toga e l’attuale senatore, un po’ sulla stessa barca in un’aula di tribunale. Da imputati. Colui che fu un tempo un trionfatore di “Mani Pulite”, uno che incedeva nel corridoio del quarto piano del tribunale di Milano, fregiato indebitamente del titolo di “dottor sottile” come se avesse la raffinatezza di Giuliano Amato, presidente emerito della Corte Costituzionale, non si è mai sottratto alle telecamere.

Ama esibire la propria competenza tecnico-giuridica, e anche ripetere ossessivamente storielle paradossali che con la reale amministrazione della giustizia hanno poco a che fare. Così non si è negato neanche questa volta all’invito di Giovanni Floris, invitato a nozze a dire la sua proprio la sera precedente il rientro di Silvio Berlusconi a Palazzo Madama. Avrebbe potuto declinare, oppure concordare di essere invitato solo come “tecnico”, sia pure magistrato ormai in pensione. Ma il personaggio non è fatto così. E neppure la storia del suo processo è proprio edificante, sul piano del rigore. Ancor meno il suo comportamento in tv. Tanto che, quando un altro ospite della trasmissione, il direttore di Libero Sandro Sallusti, nel ricordargli di essere stato da lui due volte querelato ed esserne uscito vincente, gli rinfaccia di essere un “indagato”, l’ex magistrato non lo corregge. Già, perché Davigo non è più un semplice “indagato”, ma un imputato a tutti gli effetti, con un processo in corso. Innocente secondo la Costituzione, come tutti gli imputati, naturalmente.

Avrebbe dovuto rivendicarlo, con orgoglio, ma anche con la dignità che in questo caso è mancata. Avrebbe dovuto ricordare l’articolo 27 della Costituzione, gridando la propria estraneità al reato che gli viene contestato. Invece, muto. Silenzioso e sornione anche il conduttore, che non può ignorare la realtà dei fatti. Eppure le cronache sono state clamorose, fin dall’inizio “dell’affare Amara” con la deposizione dell’avvocato sulla presunta “Loggia Ungheria” e la storia della famosa chiavetta che, dalle mani del sostituto procuratore milanese Paolo Storari, passando da quelle del dottor Davigo membro del Csm, ha fatto uno strano giro dell’orologio, arrivando nella sua versione verbale fino al Presidente Mattarella, come ha testimoniato il vicepresidente del Csm David Ermini. E non si può dimenticare la presenza fisica e l’orgoglio da combattente dell’imputato Davigo nell’aula del tribunale di Brescia il giorno della prima udienza.

Era il 20 aprile scorso, e c’erano le telecamere. Non si sa che cosa il dottor Davigo pensasse di ricavare sul piano mediatico, fatto sta che il suo comportamento aveva stuzzicato persino il bonario presidente della prima sezione del tribunale Roberto Spanò, che a un certo punto si era visto costretto a dirgli paternamente: “È difficile svestire la toga quando si è dall’altra parte, la inviterei a calarsi nella parte dell’imputato”. Un invito inutile. Perché se è vero, come dicono molti magistrati, che la toga in qualche modo ti rimane appiccicata addosso anche quando non frequenti più le aule di giustizia, anche quando sei ormai in abiti “borghesi”, nel caso del dottor Davigo e del suo atteggiamento c’è qualcosa di più e di diverso. Perché in questo processo bresciano c’è il rischio che vada in pezzi del tutto la sua immagine dei tempi che furono, quella dei successi di “Mani Pulite”. Lui lo sa.

Lo ha dimostrato la sua agitazione quando David Ermini nella sua testimonianza ha chiarito che il magistrato, all’epoca membro del Csm, non gli chiese mai di formalizzare la consegna dei verbali secretati di Amara. Verbali che furono mostrati o finirono nelle mani, oltre che di cinque consiglieri, anche di persone estranee al Csm come il presidente della commissione antimafia Nicola Morra, e anche delle due sue segretarie. Quel giorno in quell’aula c’era solo un imputato in difficoltà. Come tanti. Magari anche come Berlusconi quando è stato condannato per frode fiscale. Un grande ex magistrato con la toga e la giustizia nel cuore sarebbe stato generoso, martedi sera. Avrebbe potuto ricordare che il leader di Forza Italia ha scontato la sua pena, pur ritenendola, e non solo lui, ingiusta. E anche che comunque due milioni di persone lo hanno riportato al Senato. Ma non c’è niente da fare. Quale grandezza aspettarsi da uno che non ritiene esistano innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca? Potremmo ricordarcene il giorno della sentenza che assolverà o condannerà l’imputato Piercamillo Davigo.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

 Caso verbali, parla Contrafatto: «La mia vita in pasto ai giornali, ma il corvo non sono io». L'ex segretaria di Davigo davanti al gup. Ma la grafia sui biglietti spediti a Di Matteo non sarebbe la sua. Simona Musco Il Dubbio il 24 novembre 2022

«Mi hanno ritenuta responsabile senza neanche aspettare il processo. Il mio equilibrio ne è uscito devastato». L’ex segretaria di Piercamillo Davigo, Marcella Contrafatto, non riesce nemmeno a spiegare a voce quanto sia stato furioso il fiume di fango che l’ha travolta. Così, davanti al gup di Roma Nicolò Marino, dove è in corso l’udienza preliminare per calunnia ai danni dell’ex procuratore di Milano Francesco Greco, ha preferito affidarsi ad una breve memoria, dove ripercorre le assurde tappe di questa vicenda. Per la procura di Roma sarebbe lei, infatti, «la postina» dei verbali di Piero Amara sulla loggia Ungheria, verbali consegnati dal pm milanese Paolo Storari a Davigo per denunciare l’immobilismo dei vertici della procura milanese e poi inviati anonimamente alla stampa e al consigliere del Csm Nino Di Matteo. Verbali nei quali veniva indicato tra gli affiliati anche il consigliere Sebastiano Ardita, vittima – secondo Di Matteo e la procura di Brescia (dove è in corso il processo a Davigo per rivelazione di segreto d’ufficio) – di un complotto.

E vittima di un complotto, forse, si sente anche Marcella Contrafatto. Licenziata in fretta e furia dal Csm senza attendere gli sviluppi della vicenda giudiziaria e trattata da colpevole, oltre che da pazza. Ma i pezzi del puzzle cominciano lentamente a ricomporsi restituendo un’immagine diversa da quella iniziale. A partire da un dato di non poco conto: la grafia sul biglietto spedito a Di Matteo insieme ai verbali dell’ex avvocato esterno di Eni Amara non corrisponde alla sua. È quel biglietto, di fatto, a rappresentare la calunnia: su quel pezzo di carta, infatti, c’era scritto «che il verbale in questione era stato ben tenuto nascosto dal procuratore di Milano Francesco Greco "chissà perché"» e che in «altri verbali c’è anche luì». Ma la perizia grafologica disposta dal giudice «ha escluso la riconducibilità alla mia assistita della lettera recapitata a Antonino Di Matteo», ha spiegato al termine dell’udienza preliminare l’avvocato Alessia Angelini, difensore di Contrafatto. Un elemento che fa il paio con un altro dettaglio: l’anonima che telefonò alla giornalista di Repubblica Liana Milella dal telefono del Csm in uso a Contrafatto era la voce di una giovane donna del nord. Insomma, un identikit diverso da quello dell’ex dipendente del Csm.

«Mi spedirono a casa una busta con i verbali» 

Nelle 12 pagine di memoria emerge tutta l’amarezza della donna per una vicenda nella quale si è vista coinvolta, a suo dire, senza un perché. «Nel mese di giugno 2020 – ha spiegato – trovai sopra la cassetta delle lettere una grossa busta a me indirizzata, con il mio nominativo e l’indirizzo stampati». All’interno c’erano i verbali di Amara, ma anche un verbale che riguardava l’ex capo dell’Anm Luca Palamara. Verbali di cui aveva sentito parlare da Giulia Befera, altra assistente di Davigo, e poi dallo stesso ex pm di Mani Pulite, al rientro dal lockdown a maggio 2020. «Ricordo che era molto preoccupato» perché «chi doveva fare gli accertamenti non lo stava facendo» e «non si dava pace. Non mi riferì, però, chi lo avesse messo al corrente di questo». E non le avrebbe nemmeno mostrato i verbali prima di ottobre 2020, verbali che Contrafatto non sapeva dove fosse custoditi. Ma in tanti, al Csm, erano a conoscenza di quei documenti, tra i quali il consigliere Giuseppe Cascini, che «venne nello studio del dottor Davigo a riportare una cartellina bianca che io ritenni essere quella indicatami dalla Befera. Del resto – ha aggiunto – ho visto la stessa cartellina nelle mani del dottor Davigo anche il giorno che mi disse di andare nella stanza del vicepresidente Ermini».

Ma perché incastrare proprio Contrafatto? «Mi sono interrogata a lungo sul perché» e soprattutto «su chi potesse essere stato. Sicuramente, ho pensato, una persona a me vicina, al punto da conoscere il mio indirizzo di casa. Posso solo supporre che l’autore o l’autrice dell’invio "contasse" su una mia iniziativa personale per far emergere la vicenda all’esterno», qualcuno che forse «non aveva il coraggio di esporsi in prima persona ed assumersi la responsabilità di diffondere notizie così eclatanti». Ma «non ho mai pensato che a spedirmi il plico, e dunque a strumentalizzarmi, fosse stato il dottor Davigo, dal momento che quel modo di fare non appartiene alla sua persona». E inoltre «non mi sarei mai spinta a fare nulla del genere». D’altronde, per ben 35 anni – il periodo trascorso da Contrafatto al Csm – nessuno si è mai lamentato «della mia affidabilità». Né era mai stata definita prima «folle» o «sopra le righe», come detto da Befera e Davigo, con espressioni praticamente sovrapponibili. 

«Ardita? Una persona estremamente gentile»

Contrafatto ha parlato anche di Ardita, della cui presunta affiliazione a Ungheria era stata Befera a parlarle. «Davigo mi intimò di non far avvicinare Ardita alla sua stanza: esternai la mia incredulità – ha spiegato – dal momento che conoscevo personalmente il consigliere Ardita e lo ritenevo persona gentile e perbene, cosicché stentavo a credere che potesse essere coinvolto nella loggia massonica. Il commento lapidario del dottor Davigo fu: "c’è tutto il mondo". Ebbi l’impressione che lui credesse fermamente alle dichiarazioni contenute negli interrogatori dell’avvocato Amara». Il rapporto tra i due si era incrinato a febbraio, quando litigarono sulla scelta del nome da proporre per la procura di Roma nel corso di una riunione che Di Matteo, in aula, ha definito surreale, al punto di parlare di «minacce». Ma dopo il lockdown la situazione era degenerata. Così Ardita tentò due volte di chiarirsi con Davigo, «ma il presidente (così Contrafatto chiamava Davigo, ndr) gli chiuse la porta in faccia. Io tentai di intercedere – ha aggiunto – perché il dottor Ardita con me si era sempre dimostrato estremamente gentile», gentilezza di cui «sarò sempre riconoscente. I miei tentativi sono caduti nel nulla».

Contrafatto è amareggiata per le parole di Befera e Davigo sulla sua persona, sottolineando come mai, prima, fosse stata tacciata di complottismo. E anzi sia Befera sia Davigo si erano spesso rivolti a lei in caso di necessità. Anche la lettura in aula, da parte di Befera, delle chat con Contrafatto nelle quali la donna diceva di volersi rivolgere alla stampa per far scoppiare una bomba sarebbe stata «stravolta e mistificata. Io avrei voluto solo sensibilizzare» Marco Travaglio «affinché caldeggiasse la permanenza» di Davigo «al Csm, come in effetti è avvenuto dopo il voto (alla memoria è allegato un articolo del Fatto, ndr), ma certo mai mi sarei sognata di inviare a lui dei verbali così delicati». Ma il punto è anche un altro: Contrafatto non ha mai conosciuto Greco, «né ho mai avuto qualcosa da recriminare nei suoi confronti. Non ho inviato al dottor Di Matteo nessun interrogatorio e tantomeno lettere. Peraltro non avrei avuto necessità di spedire nulla, lavorando all’interno dello stesso edificio. Tantomeno ho mai telefonato alla dottoressa Milella. Il mio cellulare, proprio perché intestato al Csm, non aveva blocchi e mi è capitato più di una volta di lasciarlo incustodito sulla scrivania». 

Una gogna pazzesca

Tutto questo, per lei, si è trasformato in un incubo: «Dal giorno della perquisizione nella mia casa e al Csm la mia vita si è stravolta. Circondata da venti persone tra pm e finanzieri che mi chiedevano con insistenza circostanze a me sconosciute, incalzata da pressanti domande sulla mia vita personale e familiare io ho subito un vero e proprio trauma. Sono stata trattata come la peggiore dei delinquenti senza aver fatto nulla di male. La mia vita è stata data in pasto ai giornali che mi hanno battezzato "il corvo del Csm", "la postina" dei verbali. Sono stata inseguita dai giornalisti anche sotto la mia abitazione». Una vera e propria gogna.

Monica Serra per “La Stampa” il 27 Ottobre 2022.

«Alla fine andiamo carcerate noi». È la mattina del 15 ottobre 2020 e mancano cinque giorni al pensionamento del consigliere del Csm Piercamillo Davigo per sopraggiunti limiti di età. La segretaria dell'ex pm di Mani pulite, Marcella Contrafatto, e l'assistente di studio Giulia Befera sono molto preoccupate. 

Nelle chat, sequestrate dalla procura romana e solo ora depositate al processo che vede Davigo imputato a Brescia per rivelazione del segreto d'ufficio - per aver diffuso i verbali segretati di Piero Amara sulla fantomatica loggia Ungheria - le due donne si scambiano pensieri su quello che sta accadendo al Consiglio superiore della magistratura. Su un presunto «complotto» contro Davigo, sui «poteri forti che decidono tutto a tavolino». Sulla «bomba che bisognerebbe far esplodere» sui giornali per impedire che termini il mandato dell'«ultimo baluardo della legalità».

La prima a scrivere è Contrafatto, poi licenziata dal Csm, ora imputata a Roma per calunnia ai danni del procuratore milanese in pensione Francesco Greco. Soprattutto indagata in un secondo fascicolo per rivelazione del segreto d'ufficio e favoreggiamento personale: un'inchiesta che l'accusa di essere l'autrice del dossieraggio a diverse testate giornalistiche dei verbali segretati di Amara, che il pm milanese Paolo Storari aveva consegnato a Davigo per «tutelarsi dalla inerzia della procura» che le indagini non hanno confermato. 

L'ex segretaria di Davigo, che si è rifiutata di testimoniare a Brescia perché imputata nell'altro processo, racconterà per la prima volta la sua verità il 27 novembre al gup romano che dovrà decidere se rinviarla o meno a giudizio. «Tu conosci la mail personale di Marco Travaglio?», chiede Contrafatto a Befera (non indagata). «Come mai?». La risposta: «Potrebbe essere utile». «Ma prima di lunedì o martedì» sottolinea la più giovane assistente presentata a Davigo proprio da Contrafatto e che ha finito di lavorare al Csm al termine del mandato del consigliere. «Ma non possiamo dire quello che sappiamo. Come? Con che prove? Alla fine andiamo carcerate».

Come Befera spiegherà all'udienza del processo bresciano in cui ha testimoniato, la volontà più volte manifestata da Contrafatto - che definisce «sopra le righe, ultimamente fuori di testa» - di rivolgersi ai giornali le sembrava una «pazza idea», un «intento fantasioso». «Meriterebbero un ricatto: se sto fuori racconto tutto. Ma che ci vuole?», è sempre Befera a scrivere, riferendosi a Davigo.

«Non dirà niente. Stefano dice che potrebbero ammazzarlo. Ho avuto paura», scrive Contrafatto tirando in ballo il magistrato Stefano Amore, assistente alla Corte costituzionale. «Parliamo di poteri forti. Maledetto il giorno in cui ha saputo queste cose. È iniziata la fine di tutto», sostiene riferendosi ai verbali su Ungheria che sono «in uno scaffale» dell'ufficio di Davigo noto a entrambe. 

Contraffatto rincara la dose: «Pensavo a un grande titolo a effetto sul giornale: "Ricattato dai vertici del Quirinale. Come mai? Personaggio scomodo"». Befera prova a tagliare corto: «Davigo non ne sarebbe contento». La risposta: «Lui non deve sapere. Lui non lo saprà mai». E ancora scrive Contrafatto: «Non siamo solo noi che sappiamo. Sono sicura che Ermini lo sa, che Salvi lo sa. Lo sa Marra, lo sa Ilaria. Perché proprio noi? Io manco ho mai visto niente».

Emiliano Fittipaldi per “Domani” il 20 ottobre 2022.

Come chiarito dalle carte giudiziarie pubblicate da Domani, Raffaele Cantone e i pm della procura di Perugia che hanno chiesto l’archiviazione dell’inchiesta sulla Loggia Ungheria («non ci sono riscontri né prove della sua esistenza») considerano Piero Amara un pentito spesso attendibile. 

I cui racconti contro giudici, politici e potenti assortiti sono stati – associazione segreta a parte – più volte riscontrati. Tanto che le sue accuse hanno portato condanne pesanti contro magistrati ed ex parlamentari (Denis Verdini il più recente) nei tribunali di Roma e di Messina.

Tra le storie dell’ex avvocato esterno dell’Eni che Cantone ha messo sotto la lente d’ingrandimento ce n’è una affatto scialba, che ha portato (come anticipato da Giacomo Amadori sulla Verità) all’apertura di un fascicolo per ora senza indagati e senza ipotesi di reato a cui sta lavorando la procura di Messina.

La vicenda è quella, in parte ancora oscura, che ruota intorno all’omicidio di Luigi Ilardo, un ex boss di Cosa nostra che divenne confidente dei carabinieri, prima di essere tradito da qualcuno nelle nostre istituzioni che lo vendette alla mafia catanese, che lo ammazzò in auto una sera del 10 maggio del 1996.

Ilardo era imparentato con la famiglia dei Madonia (il cugino era il numero due della Cupola comandata da Totò Riina), alle spalle dieci anni di carcere, era chiamata fonte “Oriente” dagli investigatori che nel 1993 iniziarono a ascoltare il pentito che aveva deciso di cambiare vita e “normalizzarla”, trasformandosi in un infiltrato.

È così che inizia la collaborazione con Michele Riccio, colonnello dei Ros, a cui racconta segreti delle famiglie mafiose che avevano dato il via alla stagione del terrore. Sentenze alla mano, è un fatto che Ilardo riesce a portare gli inquirenti a pochi passi da un nascondiglio di Bernardo Provenzano, e che si fosse deciso a svelare i retroscena da lui conosciuti dei massacri del 1992, dove persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Un uomo diventato pericolosissimo per i padrini, che ordinarono di ammazzare la fonte “Oriente” prima che potesse raccontare tutto quello che sapeva.

Possibile che oltre alla mafia anche pezzi dello stato temevano le confessioni dell’ex boss? Amara con i pm di Perugia parla proprio dell’assassinio di Ilardo. È il 6 settembre 2021, e il legale siciliano è rinchiuso nel carcere di Terni. Accetta di essere ascoltato da Cantone. Stavolta l’avvocato, rispetto a quanto detto in interrogatori precedenti, comincia anticipando la nascita della loggia Ungheria al 1993, «collegandola casualmente alla “crisi” di valori del paese successiva a Tangentopoli».

Per poi affermare come «uno dei problemi concreti che la loggia dovette affrontare fu la gestione dei procedimenti nei confronti di Silvio Berlusconi aperti a Palermo e a Catania in relazione al “dopo stragi” rispetto ai quali (Amara) accenna al ruolo che avrebbero avuto i magistrati Paolo Giordano e Alessandro Centonze», quest’ultimo ex giudice delle indagini preliminari a Caltanissetta. Per la cronaca, Berlusconi e Marcello Dell’Utri sono stati già archiviati anni fa nei vari processi siciliani sulle vicende del 1992 e 1993, ma pende su di loro l’indagine dei pm di Firenze che li hanno iscritti per concorso in strage in merito a un presunto ruolo di mandanti esterni: presto i magistrati potrebbero chiedere il rinvio a giudizio dei due fondatori di Forza Italia oppure, come molti osservatori si aspettano, una nuova archiviazione.

Secondo Amara, sintetizza Cantone, «questo intervento di Ungheria ci sarebbe stato grazie e per effetto del profondo legame tra Giovanni Tinebra (potente magistrato ormai deceduto, e definito di fatto fondatore e animatore di Ungheria, ndr) e Berlusconi e del suo governo». Tinebra, che dal 1992 al 2001 fu procuratore della Repubblica di Caltanissetta e titolare delle inchieste sugli eccidi di Capaci e di via d’Amelio, nonché “gestore” del falso pentito Vincenzo Scarantino, avrebbe «gestito in modo scorretto i procedimenti nei confronti di Berlusconi pendenti nella sua procura». E poi organizzato l’avvio della collaborazione di Ilardo, «sostanzialmente boicottandola».

Cantone, appena ascoltato Amara, visto la gravità delle ricostruzioni ha girato le sue dichiarazioni alla procura nazionale antimafia, che dopo venti giorni ha inviato una nota dettagliata sui fatti con la quale «si può affermare che alcune circostanze narrate da Amara sono (almeno in parte) riscontrate». 

Non solo perché nella sentenza che ha condannato il boss Giuseppe Madonia e altri mafiosi per l’omicidio di Ilardo «si trovano elementi potenzialmente confermativi delle dichiarazioni di Amara» si legge nel rapporto dell’Antimafia «ad esempio sull’interessamento del dottor Tinebra nella gestione della prossima collaborazione di Ilardo».

Ma anche perché il colonnello Riccio dei Ros, il primo a cui il pentito si avvicinò esternando la volontà di collaborare con lo stato, si era convinto dell’«infedeltà di soggetti istituzionali. È evidente come i suoi sospetti attingano, oltre che i vertici dell’epoca dei Ros, l’allora procuratore di Caltanissetta Tinebra. Al quale nel racconto di Riccio sarebbe imputabile il rinvio della collaborazione di Ilardo, con la conseguente accelerazione dei tempi dell’omicidio al fine di congiurare l’imminente formalizzazione della scelta» del pentito. 

L’ex mafioso, in effetti, fu lasciato solo da chi lo doveva difendere: preziosa fonte informativa dal 1993 al 1996, non riuscì ad entrare mai ufficialmente nel programma di protezione testimoni, e fu ammazzato a causa di una probabile soffiata istituzionale, come fa intendere la sentenza sul suo assassinio.

Non è tutto. Nelle righe che la procura antimafia manda a Cantone si segnalano altri «riscontri alle dichiarazioni dell’Amara». Ad esempio sul giudice Antonino Ferrara, al tempo gip a Catania, che nell’aprile del 2000 «effettivamente dispose l’archiviazione in merito agli appunti e alle dichiarazioni di Michele Riccio che coinvolgevano Tinebra, ipotizzando sue responsabilità in merito all’omicidio di Ilardo».

Il capo della procura umbra sottolinea infine come «in merito ad Alessandro Centonze (magistrato che Amara dice di essere a Tinebra assai legato, ndr) dalla nota si evince che effettivamente il medesimo pm, presso la procura di Caltanissetta, ha gestito unitamente a Paolo Giordano il procedimento “sui mandanti occulti bis delle stragi” che vedeva indagato anche Berlusconi e Dell’Utri, per il quale nel giugno del 2003 venne richiesta l’archiviazione dal procuratore e dal pm Giordano». 

Alla fine della fiera, le carte perugine danno atto ad Amara che le ombre gettate sulla figura di Tinebra «in relazione all’omicidio» della fonte Oriente non sono affatto inventate, e che è veritiero «il dato storico dell’archiviazione decisa dal gip Ferrara del procedimento relativo anche al coinvolgimento di Tinebra». L’ex capo della procura e del Dap è morto ormai da sei anni, molti dei fatti sono vecchi di decenni, ed è improbabile che i pm di Messina possano fare nuove indagini per capire se davvero pezzi dello stato abbiano tradito Ilardo, oppure se Tinebra “aggiustò” i processi di Berlusconi. Ma per Cantone Amara della vicenda sa molto. Al netto dell’inutilità della storia in relazione alla volontà del pregiudicato di voler provare l’esistenza della fantomatica Ungheria.

Amara “rivela”, la Dna riscontra: ma sono suggestioni già conosciute. La Direzione nazionale antimafia sarebbe giunta alla conclusione che questi fatti narrati sono riscontrati, ma si tratta di ricostruzioni pubbliche. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 21 ottobre 2022.

Dalla notizia data da Il Domani si apprende che Piero Amara ha fatto nuove “rivelazioni”. Nonostante sia stata sconfessata l’esistenza della cosiddetta loggia Ungheria, la magistratura inquirente ha continuato ad ascoltarlo e addirittura, almeno così emerge dalla ricostruzione giornalistica, la Direzione nazionale antimafia ha trovato i riscontri. Peccato che le sue dichiarazioni siano narrazioni note alla conoscenza di chiunque e fortemente opinabili.

Quali sarebbero queste scottanti rivelazioni? Che la prima inchiesta su Berlusconi e Dell’Utri come mandanti delle stragi di Capaci e Via D’Amelio sarebbe stata archiviata su pressione dell’allora capo della procura di Caltanissetta Gianni Tinebra (episodio, in realtà, già “denunciato” dal magistrato Nino Di Matteo) e addirittura con la complicità dell’allora sostituto procuratore Francesco Paolo Giordano. Quest’ultimo un magistrato per bene, ma “reo” di aver chiesto l’archiviazione.

Una grave colpa, che a questo punto è stata reiterata da altri suoi colleghi. Nel ’98, la procura di Firenze l’ha archiviata per mancanza di prove. Dopo quattro anni è stata la volta della procura di Caltanissetta. A indagare i pm Luca Tescaroli e Di Matteo, ma anche quella volta un nulla di fatto: archiviata. Ci riprova nuovamente la procura di Firenze nel 2008 con l’ennesimo fallimento. Arriviamo nel 2017, siamo nuovamente a Firenze, e l’indagine viene riaperta come conseguenza delle intercettazioni dei colloqui in carcere del boss di Brancaccio. Giuseppe Graviano, effettuate nell’ambito dell’inchiesta sul teorema trattativa Stato-mafia. Ma visto quello che è emerso, ovvero quasi tutte suggestioni, il destino probabilmente sarà lo stesso di sempre. Con tutte queste archiviazioni, casomai dimostra la fondatezza della richiesta di archiviazione del magistrato Francesco Paolo Giordano.

Pietro Amara ha anche “rivelato” delle responsabilità dell’omicidio del pentito Luigi Ilardo, ucciso nel 1996 e -secondo contraddittorie ricostruzioni e mai accertate dai fatti-, prima che potesse raccontare presunti retroscena degli eccidi di Falcone e Borsellino. In sostanza ha raccontato ciò che si scrive da anni sui soliti giornali, libri e convegni sponsorizzati da taluni magistrati.

La Direzione nazionale antimafia, almeno così si apprende da Il Domani, sarebbe giunta alla conclusione che questi fatti narrati sono riscontrati. Certo, come già detto, sono ricostruzioni pubbliche. Che riscontro sarebbe? Paolo Borsellino, dopo la strage di Capaci, rilasciò una bella intervista al compianto Giuseppe D’Avanzo. Alla domanda sul terzo livello ed entità, ecco cosa rispose: «Credo che sia fuorviante immaginare una Spectre dietro le azioni della mafia e vedere questo delitto come una strage di Stato. Prima di avventurarsi in questo ragionamento, bisogna accertare i fatti e attenervisi». Attenersi ai fatti dovrebbe essere anche la missione di una seria Direzione nazionale antimafia. E i fatti, come quelli reclamati da Fabio Trizzino, avvocato dei figli di Borsellino, non mancando di certo.

Le dichiarazioni dell'avvocato. Il giornale di De Bendetti “sponsorizza” Amara: sul Domani la richiesta di archiviazione. Paolo Comi su Il Riformista il 21 Ottobre 2022 

Un articolo apparso ieri sul quotidiano Domani ha fatto tornare ancora una volta alla ribalta le gesta dell’ex avvocato esterno dell’Eni Piero Amara, gola profonda di almeno sei Procure. Un tentativo, quello di Amara, di attribuirsi e farsi attribuire una sia pur parziale attendibilità per poter riacquisire la libertà ma soprattutto poter godere del patrimonio che alla data odierna non risulta inspiegabilmente sequestrato.

Al momento l’unica Procura italiana che pare essere rimasta a dargli credito è quella di Perugia mentre fioccano nei suoi confronti decine di procedimenti per calunnia. Ma andiamo con ordine. Nell’articolo sono riportate le dichiarazioni rese il 6 settembre del 2021 da Amara, mentre era in carcere a Terni, ai pubblici ministeri perugini e poi confluite nella richiesta di archiviazione sulla Loggia Ungheria di cui ancora nessuno degli indagati, a differenza del giornalista del quotidiano di Carlo De Benedetti, risulta avere copia. Stralci parziali dell’atto e, con ogni probabilità, di altri atti di indagine che mettono in difficoltà il gup del Tribunale di Perugia Angela Avila, vittima dell’ennesima e non perseguita fuga di notizie, che nei prossimi giorni dovrà esprimersi proprio su questa richiesta di archiviazione.

L’intento dell’articolo pare essere quello di attribuire credito al racconto di Amara che ha rispolverato davanti al procuratore di Perugia Raffaele Cantone una storia vecchia ed arcinota: quella sulle dichiarazioni del pentito di mafia Luigi Ilardo e sulla connivenza dell’ex procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra con la loggia Ungheria e con Silvio Berlusconi. A rendere ancora più inquietante la vicenda sono queste dichiarazioni su fatti e notizie facilmente reperibili da fonti aperte e addirittura discusse negli anni passati al Csm. Ciò nonostante, nel tentativo di dare un barlume di credibilità al racconto di Amara, la Procura di Perugia si è trovata costretta a scrivere alla Procura nazionale antimafia retta da Giovanni Melillo che, evidentemente, non ha potuto far altro che confermare quello che era già noto: si tratta di fatti e di vicende risalenti nel tempo.

Circostanza, quella della interlocuzione fra Cantone e Melillo, finita in maniera sorprendente anch’essa nell’articolo. La fuoriuscita di anticipazioni della richiesta di archiviazione della Loggia accende un faro anche sui traballanti processi perugini a carico dell’ex presidente dell’Anm Luca Palamara. Il concreto rischio che il ‘pentito’ Amara possa essere bollato come teste falso rischia di esporre a pericolo non tanto egli stesso, oramai subissato da numerosi procedimenti per calunnia, quanto soprattutto quei pm che gli hanno dato credito. Amara ha, infatti, riferito fatti di dominio pubblico ed in particolare, per quanto riguarda Berlusconi, i contenuti della richiesta di archiviazione fatta dall’allora procuratore della repubblica di Catania Mario Busacca e dal procuratore aggiunto Vincenzo D’Agata il 12 gennaio 2005 e il decreto di archiviazione del presidente della sezione gip Sebastiano Cacciatore il 31 gennaio 2005 e, a seguito di ulteriore indagine, anche il 13 luglio 2006.

Per quanto riguarda invece la vicenda Ilardo, Amara ha invece riferito i contenuti della sentenza emessa dalla Corte di Assise di Catania il 27 febbraio 2018 che ha condannato Giuseppe Madonia, Vincenzo Santapaola, Maurizio Zuccaro e Orazio Benedetto Cocimano all’ergastolo per il suo omicidio. La nota della Procura nazionale antimafia inviata alla Procura di Perugia e finita non si sa come nelle mani del Domani non fa altro, quindi, che riportare i contenuti di questi provvedimenti a tutti noti e che, contrariamente a quanto indicato nell’articolo, non idonei a riscontrare alcunché. La vicenda del pentito tarocco Vincenzo Scarantino dovrebbe aver insegnato qualcosa. Paolo Comi

(ANSA il 13 ottobre 2022) - "Piercamillo Davigo mi parlò in modo sommario e confidenziale dei verbali su una ipotetica loggia all'interno della quale si diceva ci fossero esponenti delle forze dell'ordine e magistrati e mi fece il nome di Sebastiano Ardita. Mi disse che quei verbali gli erano stati consegnati da qualcuno della procura di Milano ed era preoccupato di un certo immobilismo, che non venisse aperta una indagine per capire.  Era preoccupato per il nome di Ardita, una persona che conosceva molto bene e aveva frequentato". 

Lo ha spiegato in aula a Brescia, Giulia Befera, assistente giuridica dell'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo imputato a Brescia per il caso dei verbali di Piero Amara. La testimone sta parlando davanti al Tribunale nel corso del processo ripreso oggi dopo la pausa estiva. "Io sapevo che Davigo voleva compulsare l'avvio delle indagini".

(ANSA il 13 ottobre 2022) - "Marcella Contrafatto mi disse 'ho questa pazza idea' ossia di mandare i verbali ai giornali per ristabilire un ordine, nella sua ottica, dopo il voto contrario sulla permanenza di Davigo al Csm" . 

Lo ha spiegato in aula a Brescia Giulia Befera, assistente giuridica dell'ex consigliere del consiglio superiore della magistratura Piercamillo Davigo imputato per il caso dei verbali di Piero Amara su una presunta loggia Ungheria. Befera, nel raccontare quanto le disse la collega, si riferisce a uno scambio di messaggi via telefono aggiungendo di aver risposto alla donna, indagata a Roma, "stai scherzando? Il consigliere Davigo non ne sarebbe felice. Io mi dissocio". Befera ha spiegato che "Davigo non era stato al corrente al 100% dell'iniziativa" della Contrafatto che lo lasciò "choccato".

(ANSA il 13 ottobre 2022) - "I nostri rapporti personali sono finiti perché io non mi fidavo più di lui e non gli ho rivolto più la parola. Pensavo mi nascondesse qualcosa". È un passaggio della dichiarazione spontanea resa in aula a Brescia da Piercamillo Davigo, ex componente del Csm imputato per la vicenda dei verbali di Piero Amara su una presunta loggia Ungheria. 

Davigo si riferisce al consigliere uscente del Consiglio superiore della magistratura Sebastiano Ardita, indicato da Amara tra componenti della presunta e mai accertata Loggia, parte civile al processo in quanto ritiene di essere stato danneggiato dalla diffusione di quei verbali. Davigo ha ricordato che i contrasti con Ardita sono cominciati ben prima di aver saputo della vicenda Ungheria.

Davigo ha spiegato al collegio presieduto dal giudice Roberto Spanò, che lo scontro con Ardita, allora compagno di corrente, sulla nomina del Procuratore di Roma, nel febbraio 2020, "è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso". In precedenza c'era stata una serie di episodi che "inizialmente pensavo fossero di natura caratteriale ma poi mi hanno preoccupato. Uuna somma di varie cose che mi ha fatto interrompere i rapporti. Non gli ho più rivolto la parola. Poi è arrivata loggia Ungheria...". 

Oggi è stata convocata come teste la consigliera del Csm uscente Ilaria Pepe, tra i primi a Palazzo dei Marescialli ad essere informata da Davigo delle dichiarazioni di Amara. Al termine del primo lockdown, ai primi di maggio del 2020, nel cortile di palazzo dei Marescialli, Davigo "mi disse che era preoccupato per alcune dichiarazioni rese alla Procura di Milano che collocavano due consiglieri, Ardita e Mancinetti, in una loggia.

Rimasi colpita e gli chiesi che cosa aveva intenzione di fare visto che noi arrivavamo da un terremoto non secondario" ossia il caso Palamara, "che già pregiudicava la tenuta del Consiglio". Ilaria Pepe ha precisato che Davigo aveva intenzione di riferire al vicepresidente del Csm David Ermini, affinché informasse il presidente Sergio Mattarella, e al pg della Cassazione Giovanni Salvi. 

"Era preoccupato dalle dichiarazioni di Amara e dal fatto che non si facevano indagini". Pepe, tra l'altro, ha precisato di aver successivamente visto fisicamente i verbali, in quanto Davigo glieli mostrò, ma di non averli "mai letti" e che, riguardo al segreto istruttorio, "mi assicurò che a noi consiglieri non era opponibile". Infine, rispondendo a una domanda precisa, Pepe ha detto di aver ricevuto da Davigo un "invito alla cautela" nei rapporti con Ardita. Così dopo aver saputo delle dichiarazioni di Amara "ho preso ancora più le distanze. Ovviamente ero preoccupata".

«Contrafatto voleva vendicarsi del torto subito da Davigo al Csm». Caso verbali, in aula la testimonianza dell’ex assistente giuridica Giulia Befera. L’ex segretaria del pm di Mani Pulite indagata anche per rivelazione di segreto. Simona Musco su Il Dubbio il 14 ottobre 2022.

La testimone più attesa, alla fine, non si è presentata in aula. Marcella Contrafatto, la presunta postina dei verbali di Piero Amara sulla loggia Ungheria, ex segretaria dell’allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo, ha deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere ieri a Brescia, dove è in corso il processo nei confronti dell’ex pm di Mani Pulite per rivelazione di segreto d’ufficio.

Un’assenza comunicata via mail e non giustificata dalla sua veste di imputata per calunnia nei confronti dell’ex procuratore di Milano Francesco Greco – formulata sempre in relazione alla diffusione dei verbali -, ma in virtù di una nuova inchiesta della procura di Roma, che indaga su di lei per lo stesso reato che oggi vede alla sbarra Davigo. E proprio in merito a questo procedimento, l’ex segretaria – licenziata dal Csm senza attendere l’evoluzione della sua vicenda giudiziaria – ha intenzione di rendere dichiarazioni spontanee davanti al gip di Roma il prossimo 25 novembre.

Il presidente del collegio Roberto Spanò ha dunque proposto di acquisire i verbali di quelle dichiarazioni, ammettendo che «la perdita di questo teste può essere più di un danno per l’accertamento della verità». Ieri a parlare è stata però l’ex assistente giuridica di Davigo, Giulia Befera. Che ha raccontato di come Davigo le abbia riferito di essere venuto a conoscenza dell’indagine della procura di Milano sulla presunta (e smentita) esistenza della loggia dal pm Paolo Storari, che gli consegnò i verbali ad aprile 2020, lamentando l’inerzia dei colleghi. «Mi aveva detto che era in stallo ed era preoccupato da questo immobilismo», ha raccontato.

In quell’occasione – siamo agli inizi di maggio 2020 – Davigo le riferì in via confidenziale, nel cortile di Palazzo dei Marescialli, che tra i presunti affiliati c’erano, oltre che membri delle Forze dell’ordine e della magistratura, anche due consiglieri del Csm in carica, ovvero Sebastiano Ardita, suo ex amico e parte civile nel processo, e Marco Mancinetti. «Mi fece qualche nome, tra cui quello di Ardita», ha sottolineato. Nome che poi, in un secondo incontro, Befera vide direttamente sui verbali. Ma la parte più corposa delle dichiarazioni della teste ha riguardato Contrafatto e i messaggi scambiati tra le due nel periodo che precedette e seguì la fine dell’esperienza di Davigo al Csm, dal quale fu “cacciato” con voto del plenum avendo raggiunto l’età del pensionamento. Un “allontanamento” che, paradossalmente, non trovò d’accordo proprio quello che ormai era l’ex amico Ardita, che votò a favore della permanenza di Davigo in Consiglio.

«Lei mi mandò un messaggio chiedendomi la mail di Marco Travaglio e dicendomi “ho questa pazza idea di mandare i verbali a giornali e giornalisti per ristabilire un ordine” – ha raccontato -. Nella sua ottica si doveva sapere la verità. Le ho risposto dicendo che Davigo non ne sarebbe stato felice. Mi ero completamente dissociata. Davigo non ne era al corrente al 100 per cento». E l’ex pm, di fronte alla divulgazione dei verbali, era apparso «scioccato» : «Ci siamo incontrati – ha aggiunto Befera – e mi ha detto che non avrebbe mai immaginato che Marcella sarebbe arrivata a tanto. Aveva capito che lei aveva agito con un fine di giustizia, per riequilibrare un ordine. Ma lei vedeva molti complotti e pensava che questa divulgazione potesse compensare» il torto subito da Davigo. Insomma, «un’iniziativa vendicativa, ma di suo solo pugno: dal suo punto vista ha agito immaginando di poter far del bene».

Davigo, infatti, era stato rassicurato sulla possibilità di rimanere in Consiglio. Ma a pochi giorni dal voto il procuratore generale e il primo presidente della Cassazione gli avevano annunciato il loro voto contrario, rendendo ormai certa la cessazione della sua esperienza al Csm il giorno del suo 70esimo compleanno. Proprio per tale motivo, secondo Befera, Contrafatto voleva far scoppiare una bomba giornalistica, con titoloni sul Fatto Quotidiano, pensando così di «poter deviare il corso degli eventi» : la cacciata di Davigo dal Csm, secondo l’ex segretaria, era infatti legata al fatto di essere venuto a conoscenza dell’esistenza della loggia. Contrafatto era dunque una donna «sopra le righe», secondo Befera.

In aula, ieri, ha testimoniato anche Ilaria Pepe, attuale consigliera del Csm eletta nella lista di Autonomia& Indipendenza, la corrente fondata da Ardita e Davigo. Anche a lei Davigo parlò dei verbali a inizio di maggio 2020, nel cortile del Csm, dicendosi «estremamente preoccupato» per la presunta affiliazione di Ardita e Mancinetti. «I verbali li ho visti fisicamente, ma non li ho mai letti, perché lì per lì ebbi la sensazione di essere coinvolta in una cosa più grande di me. Ma non parlammo del fatto che fossero secretati», ha spiegato Pepe. Alla quale Davigo disse di cautelarsi, «perché laddove le dichiarazioni fossero state dimostrate noi, in quanto gruppo, saremmo stati verosimilmente chiamati a dare conto di ogni nostro contatto e vicinanza con Ardita».

Ma le discussioni tra i due magistrati precedono la vicenda dei verbali e risalgono alla travagliata scelta del nuovo procuratore di Roma: dopo aver votato in Commissione per Marcello Viola, indicato a sua insaputa come candidato da favorire durante la famosa cena all’Hotel Champagne, Davigo virò su Michele Prestipino, mentre Ardita sosteneva la candidatura di Giuseppe Creazzo, anche lui tra le vittime collaterali di quel summit notturno. La questione portò ad uno scontro tra i due durante un vertice del gruppo di A& I. Una discussione che «ha rilasciato tossine – ha ricordato Pepe – e lì per lì Davigo disse che avrebbe interrotto i rapporti con Ardita».

In quell’occasione, infatti, Davigo reagì malamente contro Ardita, dicendogli «tu non mi dici tutto». Ed è stato in questo momento che l’ex pm di Mani Pulite ha spiegato i motivi del suo allontanamento dall’ex amico. Dovuto non solo al contrasto su Roma, ma a tanti piccoli momenti per lui sintomo di un comportamento poco trasparente. «Accade in sequenza una serie di cose che inizialmente ho attribuito a questioni di natura caratteriale, ma poi mi hanno preoccupato», ha dichiarato. Tra le quali «lo stato di prostrazione» vissuto a suo dire da Ardita dopo lo scandalo dell’Hotel Champagne, «come se avesse da temere chissà che», tanto da dire «che vuole dimettersi».

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è però un’altra: «Per due o tre giorni si è chiuso in ufficio con Lepre (Antonio, ex consigliere, presente all’Hotel Champagne, ndr). Ok, siamo colleghi, ma io dopo aver saputo che si erano riuniti con un imputato della procura di Roma (Luca Lotti, ndr) per discutere della nomina del nuovo procuratore non ho dato più la mano a nessuno. Gli ho detto: ma ti rendi conto che qualcuno può chiamarti in correità, vuoi essere un po’ prudente? Non mi fidavo più di lui e ho interrotto i rapporti. È chiaro che quando è emersa la storia di Ungheria ho reinterpretato tutte queste vicende».

Estratto dell’articolo di Ermes Antonucci per “Il Foglio” il 15 ottobre 2022.

È stata un’udienza da dimenticare per Piercamillo Davigo, quella svoltasi ieri a Brescia nell’ambito del processo che vede l’ex pm di Mani pulite ed ex consigliere del Csm imputato per rivelazione di segreto d’ufficio. L’accusa è di aver divulgato i verbali segreti di Piero Amara sulla presunta loggia Ungheria, ricevuti dal pm milanese Paolo Storari nell’aprile 2020. 

L’ex assistente  di Davigo, Giulia Befera, ha infatti ammesso molto serenamente di aver avuto notizia dell’indagine e anche di alcuni nomi dei soggetti coinvolti (in particolare dell’allora membro del Csm Sebastiano Ardita, parte civile nel processo) proprio dal suo “capo”: “Piercamillo Davigo mi parlò in modo sommario e confidenziale dei verbali su una ipotetica loggia all’interno della quale si diceva ci fossero esponenti delle forze dell’ordine e magistrati e mi fece il nome di Sebastiano Ardita.

Mi disse che quei verbali gli erano stati consegnati da qualcuno della procura di Milano ed era preoccupato di un certo immobilismo, che non venisse aperta una indagine per capire. Era preoccupato per il nome di Ardita, una persona che conosceva molto bene e aveva frequentato”. 

“Quando mi parlò della presunta loggia Ungheria mi fece vedere qualche rigo dove si faceva un elenco dei nomi, i verbali li ho visti cartacei dalle mani di Davigo”, ha aggiunto Befera. […] 

Befera ha messo nei guai anche Marcella Contrafatto, all’epoca segretaria di Davigo, ora indagata per calunnia a Roma con l’accusa di aver inviato copia dei verbali secretati ad alcuni giornalisti e al consigliere del Csm Nino Di Matteo. “Marcella Contrafatto mi disse ‘ho questa pazza idea’, ossia di mandare i verbali ai giornali per ristabilire un ordine, nella sua ottica, dopo il voto contrario sulla permanenza di Davigo al Csm”, ha riferito Befera.

Il riferimento è alla delibera con cui il Csm aveva decretato la decadenza dell’ex pm di Mani pulite dalla carica di togato a Palazzo dei Marescialli, per raggiunti limiti di età. Contrafatto giunse a chiedere a Befera l’e-mail di Marco Travaglio, direttore del Fatto quotidiano. “Io le dissi che Davigo non ne sarebbe stato assolutamente felice, mi sono dissociata”, ha aggiunto Befera nella sua testimonianza in aula a Brescia, aggiungendo che Davigo era all’oscuro di quanto sarebbe stato fatto dall’ex segretaria.

 Nell’udienza di ieri è stata sentita come testimone anche Ilaria Pepe, componente togata del Csm. Pepe ha confermato di essere stata informata da Davigo agli inizi di maggio 2020 sull’esistenza dell’indagine sulla presunta loggia Ungheria: “Davigo mi parlò nel cortile del Csm di dichiarazioni rese da Amara alla procura di Milano. Mi disse che era estremamente preoccupato perché nelle dichiarazioni Amara indicava due componenti del Consiglio, Ardita e Mancinetti, come vicini, affiliati o coinvolti in una loggia”. 

Pepe ha anche confermato di aver “fisicamente visto” i verbali di Amara, ma di non averli letti, poiché Davigo aveva detto che avrebbe informato della vicenda il vicepresidente del Csm e il procuratore generale della Cassazione. […]

Davigo, come sempre presente all’udienza, non si è trattenuto anche questa volta dal rilasciare alcune dichiarazioni spontanee per chiarire le dinamiche del suo rapporto con Ardita: “I nostri rapporti personali sono finiti perché io non mi fidavo più di lui e non gli ho rivolto più la parola. Pensavo mi nascondesse qualcosa”, ha detto Davigo, precisando che i contrasti con Ardita sono cominciati ben prima di aver saputo della vicenda Ungheria, e più precisamente ai tempi dello scandalo dell’hotel Champagne. “Questa non è una causa di separazione e divorzio”, aveva ironizzato in precedenza (inutilmente) il giudice Spanò.

Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” il 21 settembre 2022.

Accusato nel luglio 2019 dall'indagato ex avvocato Eni Piero Amara d'aver cercato con il numero uno Eni Claudio Descalzi di depistare il processo Eni-Nigeria, «le prove nei confronti» del capo della Sicurezza Eni, Alfio Rapisarda, «non hanno trovato riscontro, e questo è sicuramente sufficiente per escluderne ogni responsabilità, ma di per sé non configura a carico di Amara il reato di calunnia», giacché «non vi è prova che i fatti riferiti da Amara siano falsi né che abbia agito con il dolo di calunniarlo»: può finire così, pari e patta?

Sì per l'aggiunto della Procura della Repubblica milanese Laura Pedio con i pm Stefano Civardi e Monia Di Marco, la cui richiesta il 26 aprile di archiviare Amara era in agenda oggi davanti al gip Magelli. No, invece, per la Procura Generale guidata da Francesca Nanni: che, come di rado accade, l'ha avocata (cioè tolta) ai pm, assegnandola alla pg Celestina Gravina affinché ne rivaluti la fondatezza nel merito (come insisteva il legale di Rapisarda, Paolo Tosoni) e la competenza (Brescia).

Potenza, il gup boccia Amara: «L’ex avvocato non è affidabile». No al patteggiamento a 3 mesi. La difesa insiste: ha fatto scoprire le trame di Capristo. Massimiliano Scagliarini su La Gazzetta del Mezzogiorno il 18 Settembre 2022.

L’avvocato siciliano Piero Amara avrebbe continuato a delinquere anche dopo il 2018, e - soprattutto - non avrebbe prestato una collaborazione sufficiente a meritare un patteggiamento a tre mesi. Cioè quello concordato con la Procura di Potenza nell’ambito dell’inchiesta che coinvolge anche l’ex procuratore di Taranto, Carlo Capristo. La circostanza è emersa nell’ambito dell’udienza preliminare davanti al gup lucano Annachiara Di Paolo, che deve decidere se rinviare a giudizio l’ex procuratore insieme all’ex commissario Ilva, Enrico Laghi, all’ex poliziotto Filippo Paradiso, all’avvocato Giacomo Ragno e all’ex pm Antonio Savasta.

La proposta di patteggiamento è infatti stata respinta già a giugno, sulla base di due elementi. Intanto per il fatto che Amara risulta condannato per una bancarotta commessa nell’aprile 2018, cioè due mesi dopo l’arresto (anche se relativa a fatti di molti anni prima). E poi, appunto, l’impossibilità di valutarne il contributo alle indagini di Potenza. Il difensore dell’avvocato siciliano, Salvino Mondello, ha però annunciato che riproporrà la richiesta di patteggiamento nella prossima udienza (17 ottobre): con una memoria sostiene, in estrema sintesi, che Amara sia stato determinante per mettere a fuoco le accuse ora mosse a Capristo e agli altri coindagati.

La Procura di Potenza ritiene che l’ex procuratore di Trani e Taranto (che per questa vicenda l’8 giugno 2021 fu sottoposto ad obbligo di dimora) avrebbe «venduto la propria funzione giudiziaria» ad Amara, a Laghi e al consulente Nicola Nicoletti (che ha patteggiato 16 mesi) in cambio «del costante interessamento» per la sua carriera e «per ottenere i vantaggi economici e patrimoniali in favore del suo inseparabile sodale», l’avvocato Ragno. Amara ritiene di aver consentito alla Procura di Potenza di comprendere bene il ruolo di Capristo nello scambio di favori contestato dall’accusa: «Non era certamente Taranto la sede cui originariamente aspirava il dott. Capristo», scrive la difesa di Amara, riferendosi alla candidatura per la Procura generale di Bari in cui fu battuto al filo di lana nella votazione al Csm. Amara si intesta anche il merito di aver «ben evidenziato il ruolo che aveva avuto nella vicenda de qua il prof. Laghi, sia nella fase iniziale del conferimento dell’incarico all’avv. Amara sia in relazione alle nomine pervenute all’avv. Ragno da parte della struttura commissariale» dell’Ilva, oltre che di aver tirato in ballo l’ex pm Savasta («sconosciuto nella fase dell’indagine preliminare»), che ora risponde di rivelazione di segreto d’ufficio in relazione al falso esposto contro i vertici Eni che Amara fece pervenire a Capristo mentre era ancora procuratore di Trani.

Ma è ancora più interessante quello che Amara scrive per accreditare la sua credibilità giudiziaria nei processi in cui ha già patteggiato e nelle inchieste che ancora lo coinvolgono tra Roma, Milano e Perugia. A partire proprio dalla vicenda della loggia segreta Ungheria di cui si parla nei verbali di interrogatorio della Procura di Milano: «All’esito delle indagini - scrive la difesa - non è stato affatto affermato che la vicenda Ungheria sia stata una invenzione dell’avv. Amara, ma semplicemente che “l’esistenza dell’associazione non è stata adeguatamente riscontrata”». E questo mancato riscontro «non può essere addebitato ad imprecisioni dell’avv. Amara, ma soprattutto al comportamento quantomeno anomalo del dottor Paolo Storari», il pm di Milano titolare del fascicolo, accusato (e poi assolto) per aver consegnato quei verbali all’allora consigliere del Csm, Piercamillo Davigo.

Nell’indagine di Potenza, Amara risponde di concorso in corruzione in atti giudiziari tra il 2015 e il 23 luglio 2019, con Capristo (nel frattempo andato in pensione) che avrebbe sfruttato i rapporti di Amara e Paradiso per ottenere raccomandazioni al Csm «in occasione della pubblicazione di posti direttivi vacanti». La Procura aveva accordato al legale siciliano una pena di tre mesi in continuazione con la condanna riportata a Messina (un anno e due mesi), a sua volta in continuazione con la condanna di Roma (6 mesi).

La testimonianza a Perugia. Amara sulla faida in procura: “Una misteriosa tenentina mi disse…”. Paolo Comi su Il Riformista il 9 Ottobre 2022 

Tutto abbondantemente secondo le previsioni della vigilia. Chi si aspettava qualche colpo di scena sarà rimasto sicuramente deluso. Stiamo parlando della attesissima testimonianza di Piero Amara, l’ex avvocato esterno dell’Eni e ‘gola profonda’ di almeno 6 procure della Repubblica, ieri presso il tribunale di Perugia nel processo nei confronti di Luca Palamara e Stefano Rocco Fava. I due magistrati, all’epoca alla procura di Roma, secondo l’accusa avrebbero posto in essere nel 2019 una campagna a mezzo stampa per screditare sia l’aggiunto Paolo Ielo che il procuratore Giuseppe Pignatone.

Palamara, rientrato a piazzale Clodio dopo aver terminato a settembre del 2018 l’incarico di consigliere del Csm, avrebbe in sostanza ‘istigato’ Fava a presentare un esposto proprio a Palazzo dei Marescialli nel quale venivano evidenziate alcune mancate astensioni del procuratore e dell’aggiunto in diversi procedimenti penali. Lo scopo ultimo dell’esposto sarebbe stato, sempre secondo l’accusa, quello di consumare una “vendetta” nei loro confronti. Ielo, in particolare, doveva essere danneggiato in quanto aveva trasmesso alla procura di Perugia il fascicolo con i rapporti che Palamara aveva avuto con il faccendiere Fabrizio Centofanti e che gli avevano provocato l’accusa di corruzione, impedendogli di fatto di poter aspirare ad uno dei posti disponibili di procuratore aggiunto a Roma.

Nella sua testimonianza durata l’intera giornata, Amara ha confermato quanto già dichiarato in precedenti occasioni sul ‘potere’ di Palamara al Csm in materia di nomine. A sentire Amara ci sarebbe stata una fila di non meglio precisati magistrati che gli chiedevano di intercedere per un incarico. E Centofanti, in particolare, avrebbe fatto da tramite con Palamara. Sul clima di tensione in Procura a Roma, e quindi sui rapporti tesi fra Palamara e Fava da un lato e Ielo e Pignatone dall’altro, è spuntata poi una tenente della guardia di finanza, allo stato non identificata, che avrebbe riferito ad Amara di tali propositi vendicativi. Ad ascoltare la testimonianza di Amara era presente Ielo che si è costituito parte civile contro Fava.

Anche Amara, che si è avvalso della facoltà di non rispondere a tutte le domande che riguardavano la loggia Ungheria essendo indagato in procedimento connesso, aveva chiesto, ricevendo un diniego, di costituirsi parte civile. L’avvocato aveva quantificato in 500mila euro la somma a titolo di risarcimento per l’ingente “danno morale che ha causato sofferenza interiore” provocato dal comportamento di Fava e Palamara. Sia Fava che Palamara hanno sempre negato di aver posto in essere alcuna campagna diffamatoria che poi sarebbe consistita in un paio di articoli pubblicati il 29 maggio 2019 su Il Fatto Quotidiano e La Verità.

Rispetto a Palamara, Fava è anche accusato di essersi abusivamente introdotto nel sistema informatico Sicp e nel Tiap della procura di Roma per acquisire atti riservati. Una condotta che secondo i pm umbri sarebbe avvenuta “per ragioni estranee rispetto a quelle per le quali la facoltà di accesso era attribuita”. Tutto secondo le norme, invece per il magistrato, ora giudice a Latina, che si era solo premurato di verificare le circostanze conosciute nell’esercizio delle sue funzioni, “per potere presentare una denuncia e sottoporre alla valutazione degli organi competenti fatti veri e documentati, nel convincimento della loro possibile rilevanza penale e della doverosità di un loro approfondimento nelle giuste sedi”.

Fava ha più volte sottolineato di non essere stato istigato da Palamara e di aver voluto solo segnalare agli organi competenti, Csm in primis, “nel rispetto della legge”, quanto era accaduto, ad iniziare dalla revoca da parte di Pignatone delle indagini che stava conducendo contro lo stesso Amara. Nei mesi scorsi erano stati anche interrogati i cronisti del Fatto Quotidiano e della Verità, autori degli articoli, i quali avevano negato di aver ricevuto informazioni da Fava sull’esistenza dell’esposto. L’iniziativa per la pubblicazione degli articoli era stata presa da entrambi in piena autonomia, senza pressioni da parte di Fava e Palamara, trattandosi di fatti noti al palazzo di giustizia di Roma. 

La rivelazione nel processo Palamara e Fava. La Guardia di Finanza passava le carte ad Amara: così l’avvocato preparava le contromosse. Paolo Comi su Il Riformista il 12 Giugno 2022. 

L’avvocato Piero Amara, uno dei capi della loggia Ungheria, ha ricevuto per anni in anteprima le informative della guardia di finanza che lo riguardavano.

La clamorosa circostanza è emersa giovedì scorso nel processo in corso a Perugia a carico di Luca Palamara e Stefano Fava per la presunta rivelazione di segreto in due articoli del 29 maggio 2019, pubblicati dalla Verità e dal Fatto Quotidiano, sulla presentazione di un esposto al Csm nei confronti dell’allora procuratore di Roma Giuseppe Pignatone.

Rispondendo alle domande dei difensori degli imputati, il maggiore Fabio Di Bella del Gico della guardia di finanza di Roma, braccio destro del colonnello Gerardo Mastrodomenico, uomo di fiducia di Pignatone, ha ammesso che le informative del Gico, redatte da egli stesso e dai suoi sottoposti, prima ancora che in procura venivano consegnate ad Amara che era l’indagato principale del procedimento le cui indagini gli erano state delegate. Di Bella, comandante della seconda sezione di Gico di Roma, ha dichiarato senza tanti giri di parole che all’avvocato Amara qualcuno o più militari del Gico di Roma hanno consegnato numerose informative “prima che venissero depositate all’autorità giudiziaria”. Il postino sarebbe stato il carabiniere Antonio Loreto Sarcina, in forza ai Servizi, il quale, per tale servizio, avrebbe ricevuto da Amara delle somme di denaro.

E alla domanda su quali fossero le informative consegnate ad Amara, Di Bella ha dovuto ammettere che venne consegnata anche quella conclusiva del Gico del 15 settembre 2017, di oltre 800 pagine, che comprendeva tutti gli elementi a carico raccolti nei confronti dell’avvocato siracusano che quindi ha avuto tempi e modi per predisporre le più adeguate ‘contromisure’. Fra le ‘anteprime’ date ad Amara dal Gico, le perquisizioni che dovevano essere eseguite nei suoi confronti. Gli avvocati di Palamara e Fava, per non farsi mancare nulla, hanno poi acquisito, in un altro procedimento, la contestazione che gli stessi pubblici ministeri di Perugia, Gemma Miliani e Mario Formisano titolari del procedimento per la rivelazione del segreto, avevano formulato a carico di Sarcina dove si poteva leggere che il Gico di Roma aveva fornito ad “Amara e Calafiore”, sempre per il tramite di Sarcina, oltre che l’informativa di oltre 800 pagine del 15 settembre 2017, anche “la notizia dell’imminente esecuzione di perquisizioni personali e domiciliari nei confronti di Amara e Calafiore”.

Gli avvocati dei due imputati, visto che nessuno ci aveva pensato prima, hanno quindi chiesto a Di Bella di riferire i nomi dei militari del Gico che avevano fornito ad Amara e Calafiore, per il tramite del Sarcina, questi atti e queste notizie. Il maggiore Di Bella, sorridendo, ha dichiarato di avere accertato, dal settembre 2017 al 9 giugno 2022, responsabilità soltanto a carico di Sarcina. Resta quindi da capire per quali ragioni, a tutt’oggi, le indagini su Amara continuino ad essere delegate, sia dalla Procura di Roma che dalla Procura di Perugia, al Gico che si occupa dell’avvocato siciliano ininterrottamente dal settembre 2016 senza accorgersi che, nel frattempo, aveva continuato a delinquere tanto da essere arrestato dalla Procura di Potenza per corruzioni in atti giudiziari ed indagato dalla Procura di Milano, che ha emesso avviso di conclusioni delle indagini preliminari, anche per associazione per delinquere finalizzata alla calunnia e al depistaggio “commesso dall’estate del 2015 al dicembre 2019”.

In tale scenario, è indubbio che le indagini fatte dalla Procura di Perugia e dalla Procura di Roma tramite il Gico del maggiore Di Bella consentano ad Amara di dormire sonni tranquilli. Chissà se il Csm si deciderà prima o poi a fare luce su questa vicenda.

(ANSA il 10 Giugno 2022) - La Procura di Brescia ha chiesto il rinvio a giudizio del procuratore aggiunto di Milano e responsabile del pool affari internazionali, Fabio De Pasquale, e del pm Sergio Spadaro (oggi alla nuova Procura europea antifrodi) per 'rifiuto d'atto d'ufficio' per non aver voluto depositare nel 2021 prove potenzialmente favorevoli agli imputati del processo per corruzione internazionale Eni-Nigeria, concluso il 17 marzo 2021 con assoluzioni 'perché il fatto non sussiste'. A darne notizia è oggi il Corriere della Sera.

Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” il 10 Giugno 2022. 

La Procura di Brescia ha chiesto il rinvio a giudizio del procuratore aggiunto di Milano e responsabile del pool affari internazionali, Fabio De Pasquale, e del pm Sergio Spadaro (oggi alla nuova Procura europea antifrodi) per «rifiuto d’atto d’ufficio» nel non aver voluto depositare nel 2021 prove potenzialmente favorevoli agli imputati del processo per corruzione internazionale Eni-Nigeria, concluso il 17 marzo 2021 con assoluzioni «perché il fatto non sussiste» (l’Appello il 19 luglio).

I fatti contestati

L’accusa è cioè aver lasciato le parti ignare di talune prove che, trovate dal pm Paolo Storari e segnalate quantomeno dal 15 e 19 febbraio 2021 in mail all’allora procuratore Francesco Greco e all’altra sua vice Laura Pedio, potevano riverberarsi sulla traballante attendibilità dell’accusatore di Eni: il coimputato/dichiarante Vincenzo Armanna, ex dirigente Eni allora molto valorizzato sia dai due pm titolari del processo Eni-Nigeria, sia (al pari dell’ex legale esterno Eni Piero Amara) da Pedio che all’epoca indagava per depistaggi giudiziari l’amministratore delegato Eni Claudio Descalzi e il capo del personale Claudio Granata.

Le omissioni

L’ufficio bresciano del procuratore Francesco Prete contesta a De Pasquale e Spadaro di non aver depositato le vere chat del telefono di Armanna dalle quali emergeva un suo rapporto patrimoniale di 50.000 dollari con il teste che doveva confermarne le accuse a Eni, il supposto 007 nigeriano «Victor»: chat che Armanna aveva portato ai giudici ma amputatandole (come segnalato allora da Storari e ora confermato da una perizia) di altri messaggi che invece avrebbero mostrato il nesso tra la disponibilità del teste a deporre e i 50.000 dollari, o come esplicita corruzione giudiziaria o come acquisto di un imprecisato documento in Nigeria.

Taciuti anche i messaggi dai quali Storari aveva fatto emergere che un altro teste, l’uomo d’affari nigeriano Mattew Tonlagha, fosse stato indottrinato sempre da Armanna sulle risposte da dare (contro l’Eni) alla pm Pedio. 

Un terzo filone riguarda gli screenshot delle asserite chat che Armanna (mostrandole nel novembre 2020 in una intervista a un quotidiano, per introdurle di sponda nel circuito giudiziario) sosteneva di aver scambiato nel 2013 con Descalzi e Granata a riprova del loro ruolo di depistatori: qui Brescia contesta a De Pasquale e Spadaro di non aver depositato le (persino banali) indagini dalle quali Storari aveva compreso che quelle chat erano un clamoroso falso (come ora confermato da una perizia), in quanto i numeri ascritti da Armanna ai due vertici Eni nemmeno erano attivi nel 2013, risultando utenze che non potevano produrre traffico.

Il mancato deposito della videoregistrazione

Infine è imputato ai due pm il mancato deposito (già censurato come «incomprensibile» dalla sentenza Eni-Nigeria) della videoregistrazione, effettuata clandestinamente nell’ufficio dell’imprenditore Ezio Bigotti, di un incontro con Amara nel quale Armanna, due giorni prima, nel 2014, di presentarsi in Procura con le prime accuse ai vertici Eni, preannunciava di volerli fare coprire da «una valanga di merda».

La scelta di far rientrare queste condotte dei pm nel contenitore penale del reato di «rifiuto d’atto d’ufficio» è sdrucciolevole perché apre inediti scenari nei rapporti, interni nelle Procure, tra titolari di un processo e altri pm. Forse per questo la richiesta bresciana di processare i due pm rimarca la differenza del loro comportamento: a inizio 2021 non depositarono queste prove potenzialmente favorevoli alle difese, mentre invece nei mesi precedenti, per argomentare manovre su Armanna ordìte dal mondo Eni, avevano invece proclamato di voler assicurare alle difese una «simmetria» e perciò riversato da altri fascicoli verbali di testi, chiamandoli in aula a deporre (come Salvatore Carollo) o chiedendo al Tribunale di convocarli in extremis (come Amara).

Procura di Brescia: “Processate i pm De Pasquale e Spadaro”: prove a favore delle difese nel processo Eni-Nigeria mai depositate. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 10 Giugno 2022. 

L'accusa è di non aver depositato nel 2021 prove che avrebbero minato la credibilità dei testimoni contro Eni nel processo per corruzione internazionale che si concluso il 17 marzo 2021 con l'assoluzione "perchè il fatto non sussiste" di tutti gli imputati

La Procura di Brescia ha chiesto il rinvio a giudizio del procuratore aggiunto di Milano Fabio De Pasquale, responsabile del pool affari internazionali, e del pm Sergio Spadaro oggi in forza alla nuova Procura europea antifrodi, accusati di “rifiuto d’atto d’ufficio” per non aver voluto depositare nel 2021 delle prove potenzialmente favorevoli agli imputati del processo per corruzione internazionale Eni-Nigeria, conclusosi il 17 marzo 2021 con assoluzioni “perché il fatto non sussiste” per il quale il giudizio di appello si terrà il prossimo 19 luglio. 

L’ufficio della procura bresciana guidato del procuratore capo Francesco Prete contesta a De Pasquale e Spadaro di non aver depositato le vere chat del telefono di Armanna dalle quali veniva alla luce un suo rapporto patrimoniale di 50.000 dollari con il teste che doveva confermarne le accuse a Eni, il supposto 007 nigeriano «Victor», Una chat che Armanna aveva consegnato ai giudici ma cancellandone altri messaggi, come venne da segnalato da Storari e confermato da una perizia, conversazione che avrebbero evidenziato e confermato il collegamento tra la disponibilità del teste a deporre e i 50.000 dollari, o come esplicita corruzione giudiziaria o come acquisto di un imprecisato documento in Nigeria. 

Occultati anche i messaggi dai quali il pm Storari aveva fatto emergere, che l’uomo d’affari nigeriano Mattew Tonlagha, altro teste , fosse stato istruito sempre da Armanna sulle risposte contro l’Eni da rendere alla pm Laura Pedio. Un terzo filone riguarda gli screenshot delle asserite chat del 2013 con Descalzi e Granata a riprova del loro ruolo di depistatori, che Armanna aveva mostrato in una intervista a un quotidiano nel novembre 2020, per farle entrare indirettamente nel faldone giudiziario. In questo caso la procura di Brescia contesta a De Pasquale e Spadaro di non aver depositato le indagini dalle quali Storari aveva intuito e dedotto che le chat erano un clamoroso “falso” come è stato in seguito confermato da una perizia, in quanto peraltro i numeri telefonici ascritti da Armanna ai due vertici dell’ Eni non erano neanche attivi nel 2013 , utenze che sono risultate disattive e che non potevano produrre traffico.

I fatti contestati a De Pasquale e Spadaro

L’accusa è di aver lasciato le parti della difesa ignare di alcune prove che scovate dal pm Paolo Storari e segnalate quantomeno dal 15 e 19 febbraio 2021 in mail all’allora procuratore Francesco Greco e all’altra sua vice Laura Pedio, potevano “pesare” sulla traballante sempre meno credibile attendibilità dell’accusatore di Eni, e cioè il coimputato e dichiarante Vincenzo Armanna, ex dirigente Eni allora ritenuto molto attendibile al pari dell’ex legale esterno Eni Piero Amara, sia dai due pm titolari del processo Eni-Nigeria, che da Laura Pedio la quale indagava in quel periodo per depistaggi giudiziari l’amministratore delegato Eni Claudio Descalzi e il capo del personale Claudio Granata. 

Infine i due pm De Pasquale e Spadaro sono accusati del mancato deposito, già criticato e censurato come “incomprensibile” dalla sentenza Eni-Nigeria e della videoregistrazione effettuata clandestinamente di un incontro avvenuto nel 2014 con Amara nel quale Armanna, avvenuto due giorni prima nell’ufficio dell’imprenditore Ezio Bigotti, di presentarsi in Procura con le prime accuse ai vertici Eni, preannunciando di volerli fare coprire da “una valanga di merda”. La scelta di far rientrare queste condotte dei pm nel contenitore penale del reato di “rifiuto d’atto d’ufficio” è scivoloso perché accende dei fari su scenari inediti nei rapporti interni nelle Procure, tra titolari di un processo e altri pm.

Probabilmente è questa la differenza che ha indotto la procura bresciana a richiedere di processare i due pm rimarca la differenza del loro comportamento: a inizio 2021 De Pasquale e Spadaro non depositarono queste prove potenzialmente favorevoli alle difese, mentre invece nei mesi precedenti, per argomentare manovre su Armanna (provenienti da ambienti Eni), invece avevano proclamato di voler assicurare alle difese una “simmetria” e perciò riversato da altri fascicoli verbali di testi, chiamandoli in aula a deporre come il caso di Salvatore Carollo o chiedendo al Tribunale di convocarli in extremis come Piero Amara. Redazione CdG 1947

Prove nascoste sul caso Eni "Ora processate i due pm". Luca Fazzo l'11 Giugno 2022 su Il Giornale.

De Pasquale e Spadaro sono imputati a Brescia: per la procura hanno occultato i verbali di Amara.

Il dipartimento di punta della Procura di Milano è da ieri guidato da un magistrato formalmente imputato di nascondere le prove. È questa la sostanza della svolta - resa nota ieri dal Corriere della sera - dell'inchiesta a carico del procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e del pm Sergio Spadaro, suo braccio destro all'epoca dei processi Eni. La Procura di Brescia, competente a indagare sui reati commessi dai colleghi milanesi, aveva iscritto De Pasquale e Spadaro per il reato di rifiuto di atti d'ufficio, e in autunno aveva comunicato a entrambi la chiusura delle indagini preliminare. In novembre i due magistrati erano stati sentiti e su loro richiesta era stato concesso un supplemento di indagine, per verificare la fondatezza delle loro tesi difensive. Ma la verifica non ha dato i frutti sperati. E la procura bresciana si è convinta che davvero, nel corso del processo per corruzione internazionale ai vertici Eni, De Pasquale e Spadaro abbiano intenzionalmente tenute nascoste alle difese le prove, già acquisite al fascicolo, che il «superteste» Vincenzo Armanna inquinava l'inchiesta promettendo soldi ai testimoni e fabbricando false chat per incastrare i vertici del colosso di Stato. Un comportamento che la Procura bresciana, guidata da Francesco Prete, inquadra nel furore riversato dalla Procura milanese nel processo Eni, che andava vinto a tutti i costi; lo stesso furore che portò a imboscare i verbali dell'altro pentito, Piero Amara: «De Pasquale disse che andavano chiusi nel cassetto per due anni», ha dichiarato a verbale il pm milanese Paolo Storari, finito anche lui nel frattempo sotto processo.

Dopo decenni di buon vicinato, è la prima volta che la Procura di Brescia interpreta così energicamente il ruolo che la legge gli assegna di vigilanza sui reati eventualmente commessi nel palazzo di giustizia di Milano. Sotto processo sono già Storari e Piercamillo Davigo, ora rischiano di finirci De Pasquale e Spadaro, mentre l'ex capo Francesco Greco è sotto inchiesta per il caso del Monte dei Paschi di Siena. Il problema è che mentre Greco e Davigo sono ormai ex magistrati, De Pasquale è in funzione a tutti gli effetti, ed è a capo di uno dei settori più delicati di tutti, la corruzione internazionale. Con che serenità possa svolgere la sua funzione, vista la gravità delle accuse che gli pendono sulla testa, è facile da immaginare. D'altronde il Consiglio superiore della magistratura, che aveva avviato una procedura di trasferimento per incompatibilità ambientale a carico di De Pasquale, ha congelato tutto per evitare accavallamenti con l'indagine in corso a Brescia. E anche il procedimento disciplinare avviato dal procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, è rimasto finora privo di effetti concreti.

Così, in attesa che venga vagliata la richiesta di rinvio a giudizio avanzata contro De Pasquale e Spadaro, la Procura di Milano, uno degli uffici giudiziari più delicati del paese, rimane in mezzo al guado dei veleni del caso Eni. Frastornati dal putiferio piombato sul loro ufficio, ottanta pubblici ministeri chiedono solo che si volti pagina e si torni a lavorare serenamente, con il nuovo capo Marcello Viola. Ma la strada a quanto parre sarà ancora lunga.

(ANSA l'8 luglio 2022) - La procura di Perugia ha chiesto di archiviare il procedimento sulla cosiddetta "loggia Ungheria", indagine partita dai verbali dell'ex legale esterno di Eni Piero Amara. La richiesta avanzata al gip è di 167 pagine ed è accompagnata dall'intero fascicolo, contenuto in quasi 15 faldoni di documenti. 

Il procedimento ha riguardato una presunta associazione segreta, denominata "Ungheria", che avrebbe agito in violazione della Legge Anselmi, norma che punisce le associazioni segrete che "svolgono attività diretta ad interferire sull'esercizio delle funzioni di organi costituzionali".

(ANSA l'8 luglio 2022) - Il complesso delle indagini condotte dalla procura di Perugia sulla cosiddetta Loggia Ungheria "ha portato a ritenere integralmente o parzialmente non riscontrate numerose propalazioni dell'avvocato" Piero Amara. 

Che per l'Ufficio guidato da Raffaele Cantone "tecnicamente vanno inquadrate come chiamate in correità dirette o de relato, e quindi come non accertati fatti narrati o in alcuni ha portato a ritenere avvenuti i fatti, ma escluso che in essi Amara avesse potuto svolgere un ruolo, come da lui riferito". Lo si legge in un comunicato della stessa Procura.

«Loggia Ungheria, riscontri insufficienti»: chiesta l’archiviazione. Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera l'8 luglio 2022.  

Un’indagine svelata anzitempo e inquinata da «fughe di notizie» che hanno finito per danneggiarla in maniera irreparabile: anche per questo, dopo un anno e mezzo di scrupolosi accertamenti, la Procura di Perugia ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta sulla cosiddetta Loggia Ungheria, presunto centro di potere occulto dedito a «interferenze su organi costituzionali, a partire dal Consiglio superiore della magistratura, e altri enti e istituzioni pubbliche», denunciato dall’avvocato siciliano Piero Amara ai pubblici ministeri di Milano sul finire del 2019. Una vicenda che ha generato il terremoto dei «verbali segreti» circolati dentro e fuori il Csm, per la quale è sotto processo a Brescia l’ex consigliere Piercamillo Davigo, ma che al momento deve chiudersi perché — spiega il procuratore del capoluogo umbro Raffaele Cantone nel provvedimento e nel comunicato che l’annuncia — «sull’esistenza di un’associazione segreta denominata Ungheria si è concluso di ritenere la circostanza non adeguatamente riscontrata».

Che non significa del tutto falsa, così come non lo sono le lunghe dichiarazioni rese da Amara agli inquirenti perugini che hanno ereditato il fascicolo dai colleghi milanesi per l’asserito coinvolgimento di alcuni magistrati romani. Le indagini hanno infatti evidenziato «le tante aporie e contraddizioni emerse», oltre a numerose smentite del racconto dell’avvocato, ma anche «le non poche conferme con riferimento ad alcuni specifici episodi». In particolare interventi su o per conto di magistrati, contatti con il sottobosco politico-affaristico romano e altro ancora. Di qui la convinzione dei pm: «Le complessive dichiarazioni dell’avvocato non devono considerarsi affette da quella inattendibilità talmente macroscopica da compromettere in radice la credibilità del dichiarante», ma è «necessario un livello di riscontri particolarmente elevato per ritenere accertati i fatti da lui narrati».

Tanto più in virtù dei nomi tirati in ballo come affiliati o affini alla Loggia: dall’ex procuratore generale di Catania Giovanni Tinebra (morto nel 2017) all’ex vice-presidente del Csm Michele Vietti, dall’ex deputato forzista Denis Verdini al magistrato e deputato renziano Cosimo Ferri, il faccendiere Luigi Bisignani e molti altri: politici, imprenditori, magistrati, esponenti delle forze dell’ordine e degli apparati di sicurezza.

Attualmente il cinquantaduenne Piero Amara sta scontando in semilibertà (fuori dal carcere di giorno e dentro di notte) il cumulo di pene per corruzione accumulate con i patteggiamenti ottenuti davanti a diversi tribunali d’Italia. E resta da chiarire per quale motivo, quando aveva chiuso i suoi conti con la giustizia, abbia voluto avventurarsi in questa nuova partita giudiziaria che quasi certamente gli costerà nuovi processi per calunnia e altri reati: la Procura di Perugia infatti, insieme alla richiesta di archiviazione, ha deciso lo stralcio per proseguire le indagini su alcuni episodi, e la trasmissione alla Procura di Milano (dove furono resi i primi interrogatori) per eventuali calunnie o autocalunnie.

Il movente di Amara è tuttora un mistero. E i magistrati umbri sottolineano come «soprattutto nei più recenti interrogatori ha modificato alcune delle affermazioni iniziali, sminuendo in modo inspiegabile il ruolo di quella che aveva indicato come una nuova “Loggia P2” dichiarando anzi che essa era nata con finalità nobili, e che non tutti gli adepti sarebbero stati a conoscenza delle interferenze effettuate dall’associazione su organi pubblici o costituzionali. Ha aggiunto persino che fin dal 2015 egli aveva tentato di creare un’altra organizzazione, di cui ha fornito anche alcuni elementi anche documentali, ma di cui non aveva mai riferito nei primi interrogatori milanesi».

Enigmi che solo Amara potrebbe spiegare, come quello dell’elenco degli affiliati, descritto ma mai consegnato dal socio dell’avvocato che l’avrebbe fotocopiato. Amara ha parlato di almeno 90 nomi ma il procuratore Cantone con i sostituti Gemma Miliani e Mario Formisano ne hanno iscritti solo 9 nel registro degli indagati, limitandosi alle persone da interrogare in cerca di riscontri, per evitare -— in assenza di altri elementi — un «inutile e ingiustificato “stigma”». Quanto alle «interferenze o tentativi di condizionamento di nomine di vertice della giurisdizione o di enti, istituzioni e società pubbliche che possono ritenersi avvenute», sarebbero dovute a «interessi personali o professionali diretti di Amara o soggetti a lui strettamente legati, piuttosto che conseguenza dell’attività di condizionamento di una Loggia».

Ora spetterà al giudice dell’indagine preliminare, esaminati la richiesta di 167 pagine e i 15 faldoni di atti raccolti dai pm, decidere se mandare il fascicolo in archivio o ordinare nuovi accertamenti.

Processo Davigo: il vicepresidente del Csm Ermini interrogato. Renzi torna all’attacco: “Conferma quello che ho scritto”. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno l'8 Luglio 2022.

Il vice presidente del Csm David Ermini, ha definito i verbali secretati nei quali l' avvocato Piero Amara, interrogato a Milano per il caso del "falso complotto Eni", ha parlato della loggia Ungheria. Verbali di interrogatori "non firmati, inutilizzabili e inservibili", il cui contenuto però era dirompente. Una "presunta loggia massonica coperta", ha spiegato Ermini, che avrebbe alti magistrati, avvocati, vertici delle forze armate e di polizia, imprenditori e politici.

Dopo una settimana di silenzio, Matteo Renzi è tornato ad attaccare pesantemente la magistratura. E lo ha fatto attraverso la propria pagina Facebook. “Oggi il vicepresidente del Csm Ermini, interrogato come testimone nell’ambito del processo Davigo, conferma per filo e per segno ciò che io ho scritto nel libro “Il Mostro”. Dunque Ermini che minacciava invano querele (poi non fatte) o non ha letto Il Mostro o non l’ha capito. Ancora poche settimane e il Csm di David Ermini sarà solo un brutto ricordo”. Parole che si riferiscono, in modo chiaro ed inequivocabile alla presunta “loggia Ungheria” e agli interrogatori dell’avvocato Pietro Amara. 

Renzi nelle pagine del suo libro “Il Mostro”, ha accusato senza mezzi termini Ermini di aver distrutto “materiale ufficiale proveniente dalla Procura di Milano, eliminando il corpo del reato”. Immediata la replica del vicepresidente del Csm, sostenendo che si trattava di una “affermazione temeraria e falsa, essendo il cartaceo mostratomi dal dottor Davigo, come ho più volte pubblicamente precisato e come il senatore Renzi sa benissimo, copia informale, priva di ufficialità, di origine del tutto incerta e in quanto tale senza valore e irricevibile. Il senatore Matteo Renzi ne risponderà davanti all’autorità giudiziaria”. 

Una polemica quella fra Renzi ed Ermini datata metà maggio che torna di stretta attualità oggi, a distanza di quasi due mesi. Un’unica, granitica certezza è che questa sarà la battaglia più importante della carriera politica del leader di Italia Viva. Uno scontro dal quale uscirà o vincitore assoluto o sconfitto, senza prove di appello, destinato all’oblio e ricordato solo come un enfant prodige che non ce l’ha fatta. 

Il vice presidente del Csm David Ermini, ha definito i verbali secretati nei quali l’ avvocato Piero Amara, interrogato a Milano per il caso del “falso complotto Eni”, ha parlato della loggia Ungheria. Verbali di interrogatori “non firmati, inutilizzabili e inservibili”, il cui contenuto però era dirompente. Una “presunta loggia massonica coperta“, ha spiegato Ermini, che avrebbe alti magistrati, avvocati, vertici delle forze armate e di polizia, imprenditori e politici. Fatti talmente gravi che, poche ore dopo essere stato informato da Davigo, il 4 maggio 2020 Ermini ha deciso di andare a parlare della vicenda con il Presidente della Repubblica.

Il vice presidente del Csm David Ermini e l’ex consigliere Davigo

“Davigo mi disse che sarebbe stato opportuno che andassi dal Presidente della Repubblica” perché “della presunta loggia facevano parte esponenti delle forze armate e delle forze di polizia – ha spiegato Ermini – specialmente Polizia e Carabinieri. E poi anche magistrati, ex magistrati, un ex vicepresidente del Csm“.  “Io risposi di sì – ha aggiunto Ermini – . Andai dal presidente e gli riferii anche quello che mi aveva detto Davigo“. Mattarella “non fece alcun commento“. Nei giorni successivi, Davigo si era recato da Ermini e gli aveva consegnato una copia non firmata di quei verbali. Documenti che aveva ricevuto in pieno lockdown dal pm Storari della procura di Milano . Il magistrato aveva voluto in questo modo “autotutelarsi” di fronte alle lentezze della Procura di Milano nell`avviare formalmente le indagini sulla vicenda.

“Ritenni quella di Davigo una confidenza”, ha ricordato Ermini, che non appena ricevuti i documenti ha detto di averli strappati e buttati  nel cestino, non sapendo che fossero secretati. “In consiglio noi non possiamo avere atti che non siano formali”, ha spiegato. Non solo. “La cosa doveva rimanere segreta, perché se qualche consigliere fosse rimasto coinvolto non era opportuno”, ha precisato il vicepresidente del Csm sottolineando come l’avvocato Amara avesse indicato i magistrati consiglieri del Csm Sebastiano Ardita e Marco Mancinetti come “affiliati” alla loggia coperta .

Ermini in tribunale a Brescia ascoltato come testimone

“In cuor mio pensavo che quelle carte” relative agli interrogatori in cui Amara parlava della loggia Ungheria “dovessero arrivare al comitato di presidenza in modo rituale e per le vie ufficiali”, ha aggiunto Ermini, altrimenti il Csm “non avrebbe potuto fare nulla”. “Davigo non mi chiese di veicolare quei verbali al comitato di presidenza del Csm, sennò gli avrei detto che erano irricevibili. Me li ha consegnati perché li leggessi”, ha precisato Ermini.

L`ex pm di Mani Pulite ora in pensione, aveva anche detto di aver consegnato il plico anche al procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi e a quel punto per Ermini “la vicenda era finita“. “Nelle condizioni in cui abbiamo vissuto in questi anni”, dopo il caso di Luca Palamara e lo scandalo sulle nomine del Csm “una velina non firmata con dichiarazioni dubbie non la posso accettare“, ha chiarito Ermini.

Piercamillo Davigo, Pietro Amara e Paolo Storari

“Io che me ne dovevo fare di questi verbali? – ha aggiunto –  Erano irricevibili, mica potevo diventare il megafono di Amara“. Anche Davigo è intervenuto in aula facendo dichiarazioni spontanee.  “Una delle ragioni per cui non ho formalizzato immediatamente è perché, una volta protocollato, il plico viene visto dalla struttura” del Csm, inclusi i componenti delle commissioni interessate, i giudici segretari e i funzionari.  “Non si trattava di una vicenda isolata e anomala – ha chiarito Davigo –  ma di una situazione in cui il comitato di presidenza aveva ragione di dubitare della tenuta della struttura consiliare“.

“Quando il pm Storari viene da me” per “autotutelarsi” di fronte a quelle che riteneva un`inerzia della Procura di Milano nell`avviare le indagini io ricevo una notizia di reato – ha proseguito Davigo -. Io sono un pubblico ufficiale, ho l`obbligo di denunciare, cosa che feci al pg Giovanni Salvi. La questione era che io dovevo segnalare la vicenda in modo che non potesse comunque recare danno alle indagini. Avrei potuto fare una denuncia alla Procura di Brescia, che avrebbe chiesto gli atti alla Procura di Milano, con il risultato che le indagini non si sarebbero più fatte. La mia finalità principale era che quel processo tornasse sui binari di legalità, perché non c’erano i binari della legalità“.

Ermini ed il Pg della cassazione Salvi (a giorni pensionato)

“Non ricordo se ho detto al vicepresidente del Csm David Ermini che i verbali sono secretati “- ha concluso Davigo che ogni tanto svanisce la memoria come per incanto – “ma sono certo di avergli detto che dopo 5 mesi la Procura di Milano non aveva ancora fatto nulla”. Il processo riprenderà il 13 ottobre.

Luca Palamara, ecco il suo partito: "Cancelleremo l'uso politico della giustizia". Paolo Ferrari su Libero Quotidiano il 09 luglio 2022

L'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara scende in campo e fonda «Oltre il Sistema», una «proposta per l'Italia dove al tema centrale della giustizia verranno affiancati i temi dell'ambiente, del lavoro, della guerra, dell'economia, della scuola, dall'informazione, delle piccole e medie imprese, della sicurezza, della giustizia sociale». Un programma di governo in vista delle prossime elezioni politiche da condividere senza preclusioni partitiche. «Ho deciso di continuare la mia marcia per tit la verità e perla democrazia in questo Paese. E invito tutti coloro che condividono questo messaggio a metterci la faccia insieme a me e scendere in campo per far sì che la giustizia sia un tema dirimente è imprescindibile per le elezioni del 2023», afferma Palamara.

«Mi rivolgo - prosegue - a tutti, destra, sinistra, centro, astenuti, apolitici: voglio creare una piattaforma iniziale su cui innestare con forza un movimento riformatore nuovo». L'appuntamento per gli Stati Generali è per sabato 23 luglio a Roma all'hotel Baglioni. Il simbolo del movimento: la dea bendata della giustizia con l'Italia sullo sfondo ed il tricolore in basso. «Ho provato sulla mia pelle cosa significhi andare contro un "Sistema" che si regge da anni e determina l'inizio e la fine di un leader politico, la fine ad orologeria di governi eletti dal popolo: io credo che oggi dopo che si è squarciato il velo di ipocrisia che attanaglia da decenni la giustizia, sia giunto il momento di dare un taglio secco col passato e di cancellare per sempre il ricorso strumentale all'uso politico della giustizia», ricorda Palamara, secondo cui «la giustizia deve essere declinata in ogni sua forma a partire dalla giustizia sociale, alla giustizia economica, alla giustizia fra popoli, giustizia nei concorsi (sperando che non siano già coi posti assegnati)». Un compito certamente impegnativo, ma è l'unica strada per fare rinascere l'Italia e «riportarla ad essere fra le prime dieci potenze mondiali». 

Nuova indagine su Palamara, l’ex pm: «Usano Amara per salvare i processi contro di me». Il Dubbio il 10 luglio 2022.  

L'ex zar delle nomine indagato per istigazione alla corruzione nel caso dell'ex pm Musco, poi radiato dalla magistratura: è uno degli stralci dell'inchiesta sulla Loggia Ungheria

Nuova inchiesta su Luca Palamara, ex consigliere del Csm, indagato a Perugia per istigazione alla corruzione. L’indagine parte dalle dichiarazioni di Piero Amara, ex avvocato esterno di Eni, “pentito” a credibilità alternata che aveva dichiarato l’esistenza di una loggia paramassonica la cui esistenza non è mai stata dimostrata. Ma alcune delle sue dichiarazioni, come chiarito dal procuratore di Perugia Raffaele Cantone, sono risultate parzialmente riscontrate, da qui lo stralcio di alcune posizioni per ulteriori indagini. Cantone, nella nota con la quale aveva annunciato la richiesta di archiviazione dell’indagine sulla presunta Loggia Ungheria, aveva stigmatizzato la discovery senza precedenti che ha caratterizzato l’inchiesta, con i verbali finiti su tutti i giornali e la possibilità di vederci chiaro sfumata assieme alla segretezza degli atti. Ma ora le cose sembrano non essere molto diverse: quegli atti, teoricamente segreti, si trovano già sui giornali, a partire dall’indagine su Palamara.

Secondo quando riferito dal Corriere della Sera, Palamara avrebbe aiutato l’ex pm siracusano Maurizio Musco, amico di Amara e all’epoca imputato di abuso d’ufficio, poi condannato e allontanato dalla magistratura. Il dato «inquietante» e nuovo, secondo i pm di Perugia, sarebbe stato l’avvicinamento, da parte di Palamara, del giudice di Cassazione Stefano Mogini, ma senza successo, grazie alla «schiena dritta» del magistrato.

Mogini avrebbe confermato la circostanza, raccontando dell’appuntamento fissato con l’allora consigliere del Csm alla vigilia del processo. Palamara gli disse che il processo meritava particolare attenzione e che uno dei principali imputati, Musco, era affetto da una grave malattia. «Io rimasi un po’ stupito di questo riferimento e genericamente gli dissi che eravamo abituati ad essere particolarmente scrupolosi sempre». Il processo fu poi rinviato e Palamara comunicò a Mogini di averlo saputo dal presidente della Corte di Cassazione. L’ex zar delle nomine, dunque, «monitorava» il processo, secondo i pm perugini.

Per chiedere l’interessamento di Palamara, secondo l’accusa, Amara aveva fatto organizzare al lobbista Fabrizio Centofanti una breve vacanza con mogli e fidanzate nello chalet al Sestriere dell’imprenditore piemontese Ezio Bigotti, a marzo 2015. Ma quando sull’aereo per Torino il magistrato si accorse della presenza di Amara, già noto per alcuni guai giudiziari, protestò con Centofanti che chiese all’avvocato di ritornare subito indietro. Tutto riscontrato, secondo la Procura, dai tabulati telefonici, biglietti aerei e voli.

Amara ha raccontato ai pm perugini che per l’interessamento all’affaire Musco «Palamara fece capire che avrebbe gradito un regalo di un orologio d’oro del valore di 30.000 euro per la sua compagna. E io gli dissi “se tu ti comporti male con Maurizio io ti scanno». Dopo questa frase i pm hanno dovuto aprire il nuovo fascicolo a carico di Palamara, che già tre anni fa, all’inizio dell’indagine sfociata nel processo in corso, fu accusato da un altro magistrato di aver intascato 40.000 euro per una nomina al Csm, ma poi la stessa Procura accertò che non era vero. Ma l’interessamento di Palamara al caso dell’ex magistrato siracusano sarebbe dimostrato anche da una email ricevuta dal segretario generale della Corte nel febbraio 2017 con tutti gli aggiornamenti sul «procedimento Musco». Per la Procura di Perugia Amara «è un soggetto abilissimo nell’arte manipolatoria e di conseguenza estremamente “pericoloso”, soprattutto quando lo si intenda utilizzare come prova a carico di altri»; tuttavia gli «indiscutibili riscontri esterni» emersi, «dimostrano che non è affatto (quantomeno soltanto) un millantatore o

Dopo la pubblicazione della notizia, non si è fatta attendere la reazione di Palamara. «Con riferimento alle notizie apparse oggi sui quotidiani Repubblica e corriere della sera (che non mi hanno assolutamente fatto andare storta la colazione nella magnifica cittadina di Modica dove ieri sera ho avuto il piacere di presentare il mio libro) ho inviato una nuova denuncia penale a Firenze segnalando alla procura generale della Cassazione la gravità della condotta degli inquirenti Perugini – ha sottolineato -. Le notizie pubblicate fanno riferimento a fatti e vicende che in alcun modo mi sono state contestate nel corso di un interrogatorio del 14 giugno 2022 proprio sulla vicenda Musco.

Perché durante quell’interrogatorio – nel quale mi vennero contestate le fantasmagoriche accuse dell’avvocato Amara “ti darò 30.000 euro e ti scanno se non lo fai” in relazione alle quali pur non registrando l’interrogatorio in tono amichevole dissi al procuratore Cantone che a quel punto sarebbe stato più divertente contestarmi il tentato omicidio – la pubblica accusa non mi ha dato lettura delle dichiarazioni di Mogini? E perché invece le dichiarazioni di Mogini sono state riportate dai giornali di riferimento peraltro già denunciati a Firenze?».

Quanto al merito e al presunto interessamento alla vicenda Musco, «si tratta di fatti già smentiti da una pur facile lettura della documentazione già a disposizione della procura di Perugia nell’ambito del procedimento 6652/18 rispetto alle quali le dichiarazioni dell’avvocato Amara in questa circostanza ricalcano esattamente quello che già avvenne con il giudice Tremolada: in quel caso dovevano servire a salvare il processo Eni oggi per salvare in qualche modo i processi intentati a mio danno. Ma la battaglia di verità continua e ancor di più il rinnovato impegno politico su un tema quello della giustizia che non può non trascendere le singole vicende personali riguardando la vita di tutti i cittadini oramai interessati a comprendere e andare oltre le vicende del Sistema».

Petrolo era stato incolpato nel 2013 di aver rivelato notizie coperte dal segreto istruttorio all’avvocato Galati, difensore in quel momento di esponenti di una famiglia di ‘ndrangheta del Vibonese – i Mancuso – nel corso di una conversazione avvenuta tra i due nell’agosto del 2011, alla presenza anche di un poliziotto. Notizie che riguardavano un’indagine della Dda di Roma su una presunta associazione a delinquere dedita al narcotraffico, con conseguenti misure cautelari.

Il provvedimento emesso dalla sezione disciplinare è stato più duro rispetto alle richieste avanzate dal sostituto procuratore generale Luigi Cuomo, il quale aveva invocato la perdita di due mesi d’anzianità, ritenendo provate le incolpazioni rispetto ai fatti illustrati in apertura di seduta dal giudice relatore Carmelo Celentano. A nulla sono valse quindi le argomentazioni difensive esposte dal magistrato Stefano Guaime Guizzi che nel corso della sua discussione aveva spiegato in fatto e in diritto che in realtà il collega Petrolo non avesse commesso alcun illecito disciplinare, relativamente alle accuse che in sede penale si erano concluse con una sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione. Sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Napoli, dopo l’annullamento con rinvio dell’assoluzione decisa dalla Cassazione nel 2020.

Il pm Paolo Petrolo dunque lascia la procura di Reggio Calabria, oltrepassando lo Stretto per iniziare una nuova carriera professionale. Scontato, infine, il ricorso in Cassazione, una volta che la sezione disciplinare, presieduta dal vicepresidente David Ermini, depositerà le motivazioni. (a. a.)

 Palamara di nuovo sotto inchiesta: «Intervenne per un pm sotto processo». Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera il 9 luglio 2022.

Dall’indagine sulla presunta Loggia Ungheria, che secondo la Procura di Perugia deve andare in archivio in assenza di adeguati riscontri, emerge una nuova inchiesta a carico di . L’ex magistrato, radiato dal’ordine giudiziario e già sotto processo per corruzione, è indagato per istigazione alla corruzione in un procedimento nato da dichiarazioni dell’avvocato siciliano Piero Amara (lo stesso che ha parlato dell’associazione segreta ora sconfessata dai pubblici ministeri) che gli inquirenti ritengono confermate — almeno in parte — in maniera significativa. Le affermazioni sul coinvolgimento di Palamara in questa vicenda, sostengono nella richiesta di archiviazione, sono tra «quelle più riscontrate e “solide”, dal punto di vista della attendibilità estrinseca e intrinseca, nel complessivo narrato del dichiarante»

«Dato inquietante»

L’ipotesi di accusa riguarda l’interessamento dell’allora componente del Consiglio superiore della magistratura per agevolare l’ex pm siracusano Maurizio Musco, amico di Amara e all’epoca imputato di abuso di ufficio, in seguito condannato e a sua volta spogliato della toga. Al di là del racconto di Amara e delle verifiche sui singoli indizi, il procuratore di Perugia Raffaele Cantone e i sostituti Gemma Miliani e Mario Formisano scrivono che «il dato nuovo più rilevante (e purtroppo molto inquietante) è l’“avvicinamento” da parte di Palamara del giudice di cassazione Stefano Mogini, del quale Amara indica il nome il 3 novembre 2011 (quindi in un degli ultimi interrogatori, ndr), avvicinamento che, grazie alla schiena dritta del magistrato indicato, non portò alcun risultato positivo per Musco».

A confermare l’intrusione di Palamara è stato lo stesso Mogini, già capo di gabinetto dell’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella, che ha raccontato di un appuntamento fissato con l’allora consigliere del Csm alla vigilia del processo Musco in Cassazione, che per improvvisi impegni lui chiese di rinviare. Ma Palamara si offrì di raggiungerlo in un bar vicino al suo ufficio. Parlarono «del più e del meno», e fu Mogini a dirgli che l’indomani aveva «un procedimento particolarmente delicato che vedeva imputati tre magistrati di Siracusa; Palamara mi disse che conosceva la vicenda e sapeva quanto era ingarbugliata. Mi aggiunse che il procedimento meritava grande attenzione e poi mi disse anche che uno dei magistrati coinvolti, Musco, era affetto da una grave malattia. Io rimasi un po’ stupito di questo riferimento e genericamente gli dissi che eravamo abituati ad essere particolarmente scrupolosi sempre».

Vacanza al Sestriere

Il processo fu rinviato, e in un successivo incontro Palamara disse a Mogini di averlo saputo dal presidente della Corte. Considerazione dei pm: «Palamara quindi ha monitorato l’evoluzione del processo parlando non solo con il relatore, ma interloquendo direttamente e personalmente persino con il presidente della Corte di cassazione!». Per chiedere l’interessamento dell’ex consigliere del Csm, Amara aveva fatto organizzare al lobbista Fabrizio Centofanti (coimputato di Palamara a Perugia) una breve vacanza con mogli e fidanzate nello chalet al Sestriere dell’imprenditore piemontese Ezio Bigotti, a marzo 2015. Ma quando sull’aereo per Torino il magistrato si accorse della presenza di Amara, già noto per alcuni guai giudiziari, protestò con Centofanti che chiese all’avvocato di ritornare subito indietro. Tutto riscontrato, secondo la Procura, dai tabulati telefonici, biglietti aerei e voli.

L’orologio d’oro

Amara ha raccontato anche di due incontri con l’ex magistrato per parlare di Musco, riferendo che «Palamara fece capire che avrebbe gradito un regalo di un orologio d’oro del valore di 30.000 euro per la sua compagna. E io gli dissi “se tu ti comporti male con Maurizio io ti scanno». Dopo questa frase i pm hanno dovuto aprire il nuovo fascicolo a carico di Palamara, che già tre anni fa, all’inizio dell’indagine sfociata nel processo in corso, fu accusato da un altro magistrato di aver intascato 40.000 euro per una nomina al Csm, ma poi la stessa Procura accertò che non era vero. Ora, al di là dell’orologio, l’interessamento di Palamara al processo in Cassazione che stava a cuore ad Amara sarebbe dimostrato anche da una e-mail ricevuta dal segretario generale della Corte nel febbraio 2017 con tutti gli aggiornamenti sul «procedimento Musco». Per la Procura di Perugia Amara «è un soggetto abilissimo nell’arte manipolatoria e di conseguenza estremamente “pericoloso”, soprattutto quando lo si intenda utilizzare come prova a carico di altri»; tuttavia gli «indiscutibili riscontri esterni» emersi, «dimostrano che non è affatto (quantomeno soltanto) un millantatore o peggio ancora un semplice mitomane».

Il caso Amara non finisce più: nuove accuse su Palamara e indagine sulla fuga di notizie. Il Domani il 10 luglio 2022

Indiscrezioni su una nuova indagine nei confronti dell’ex membro del Consiglio superiore della magistratura. Che annuncia una «nuova denuncia penale a Firenze segnalando alla procura generale della Cassazione la gravità della condotta degli inquirenti perugini». 

Archiviata a Perugia l’indagine sulla cosiddetta “Loggia Ungheria”, il caso che vede coinvolto l’ex pubblico ministero Luca Palamara e l’ Piero Amara è tutt’altro che finito. Da una parte infatti nella richiesta di archiviazione, secondo quanto ricostruito da Corriere e Repubblica, si fa riferimento a una nuova indagine in cui Palamara risulterebbe indagato per istigazione alla corruzione, mentre dall’altra la notizia di questa nuova indagine ha portato i pubblici ministeri di Perugia ad aprire un nuovo fascicolo sulla fuga di notizie.

Il fascicolo sulla fuga di notizie è stato aperto dalla procura di Perugia dopo la pubblicazione di alcuni contenuti della richiesta di archiviazione, inviata dai pubblici ministeri al giudice per le indagini preliminari, che non erano stati resi pubblici. 

IL CASO MUSCO

L'ipotesi di accusa nei confronti di Palamara riguarderebbe il presunto interessamento dell'allora componente del Consiglio superiore della magistratura per agevolare l’ex magistrato Maurizio Musco, amico di Amara e all'epoca accusato di abuso d'ufficio.

Palamara ha annunciato una «nuova denuncia penale a Firenze segnalando alla procura generale della Cassazione la gravità della condotta degli inquirenti perugini».

«Le notizie pubblicate fanno riferimento a fatti e vicende che in alcun modo mi sono state contestate». ha sottolineato oggi Palamara. Nel corso dell’interrogatorio del 14 giugno in cui gli furono contestate le accuse di Amara che Palamara definisce «fantasmagoriche», argomenta l’ex membro del Csm, «dissi al procuratore Cantone che a quel punto sarebbe stato più divertente contestarmi il tentato omicidio».

Secondo Palamara il suo interessamento alla vicenda Musco sarebbe stata già smentita dalla documentazione già a disposizione della Procura di Perugia e le dichiarazioni di Amara, è la ricostruzione dell’ex pm, servirebbero a salvare procedimenti in corso, in questo caso proprio quelli contro l’ex magistrato.

La Procura di Perugia apre un fascicolo per fuga di notizie sulla Loggia Ungheria. In Puglia invece sono più distratti. E la stampa locale ringrazia…Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 10 Luglio 2022. 

Quello che è incredibile in realtà è che quando le fughe di notizie accadono in Puglia, la solita "cerchia" di magistrati della corrente sinistrorsa di "Area", fa finta che non sia successo nulla. E quando per questi fatti arrivano esposti al Csm, i cosiddetti controllori del corso della giustizia componenti della Sezione Disciplinare e della 1a commissione archiviano

La procura di Perugia ha aperto un fascicolo sulla fuga di notizie in relazione alla pubblicazione di alcuni contenuti della richiesta di archiviazione sulla Loggia Ungheria, formulata dai pm e trasmessa al Gip. Il fascicolo è stato aperto ieri mattina dopo che il Fatto Quotidiano ha pubblicato alcuni passaggi della richiesta di archiviazione seguiti dalle notizie riportate poi dal Corriere della Sera e da La Repubblica. Stralci che non era contenuti nella nota stampa diffusa dalla procura con cui si dava notizia della richiesta di archiviare l’indagine. “ È un fatto gravissimo e la Procura di Perugia  – ha dichiarato  il procuratore capo Raffaele Cantone all’agenzia Adnkronos – è vittima di questa fuga di notizie“.

Nonostante i verbali degli interrogatori di Amara fossero stati “secretati” sono diventati di dominio pubblico, il procuratore Cantone nei giorni scorsi aveva già avuto modo di affermare : “Vi è stata una sostanziale e totale discovery anticipata della parte più significativa del materiale probatorio costituito dalle dichiarazioni dall’avvocato Piero Amara che stava riferendo della presunta associazione segreta, con la pubblicazione sui media integralmente di gran parte dei verbali di interrogatorio che avrebbero invece dovuto restare segreti”. 

“In particolare già nel novembre 2020 era emersa la certezza che i verbali di interrogatorio di Amara fossero nella disponibilità di soggetti estranei al processo tanto da essere trasmessi integralmente ad un giornalista, e tale propalazione è proseguita anche nei primi mesi del 2021 con l’invio di una parte dei verbali di dichiarazioni ad altro giornalista e ad un consigliere Csm“, il togato Nino Di Matteo, “che ne aveva fatto anche pubblica menzione in un intervento al Plenum dell’organo di autogoverno”. “Nella primavera del 2021 per oltre un mese giornali, trasmissioni televisive si sono occupati della vicenda, pubblicando verbali ed altri documenti e facendo rendere dichiarazioni ed interviste ai soggetti ritenuti interessati all’indagine», si legge ancora nella nota – e (…) quanto avvenuto ha certamente inciso sulle attività investigative in corso, che avrebbero al contrario, in relazione alla tipologia di reato da accertare, richiesto massima riservatezza e segretezza. Basterebbe in questo senso rimarcare come più di un soggetto si è avvalso della legittima facoltà di non rispondere, proprio motivando la sua scelta in relazione al grave strepitus fori verificatosi“.

il vero intento della corrente di Area al CSM: pilotare, controllare, condizionare nomine 

Quello che è incredibile in realtà è che quando le fughe di notizie accadono in Puglia, la solita “cerchia” di magistrati della corrente sinistrorsa di “Area”, fa finta che non sia successo nulla. E quando per questi fatti arrivano esposti al Csm, i cosiddetti controllori del corso della giustizia componenti della Sezione Disciplinare e della 1a commissione archiviano. Guai a disturbare il “manovratore”: cane con cane non si morde. Sopratutto se porta la toga. 

Con una nota l’ex presidente dell’ ANM Luca Palamara, facendo riferimento alle notizie apparse oggi sui quotidiani La Repubblica e Corriere della Sera ha reso noto di aver inviato una nuova denuncia penale a Firenze segnalando alla procura generale della cassazione la gravità della condotta degli inquirenti perugini. “Le notizie pubblicate fanno riferimento a fatti e vicende che in alcun modo mi sono state contestate nel corso di un interrogatorio del 14 giugno 2022 proprio sulla vicenda Musco.

Perché durante quell’interrogatorio – nel quale mi vennero contestate le fantasmagoriche accuse dell’avv.Amara “ ti darò 30.000 euro e ti scanno se non lo fai” in relazione alle quali pur non registrando l’interrogatorio in tono amichevole dissi al Procuratore Cantone che a quel punto sarebbe stato più divertente contestarmi il tentato omicidio – la pubblica accusa non mi ha dato lettura delle dichiarazioni di Mogini? E perché invece le dichiarazioni di Mogini sono state riportate dai giornali di riferimento peraltro già denunciati a Firenze?“ 

“Quanto al merito e al mio asserito interessamento alla vicenda Musco – continua Palamara – si tratta di fatti già smentiti da una pur facile lettura della documentazione già a disposizione della Procura di Perugia nell’ambito del procedimento 6652/18 rispetto alle quali le dichiarazioni dell’avv. Amara in questa circostanza ricalcano esattamente quello che già avvenne con il giudice Tremolada: in quel caso dovevano servire a salvare il processo Eni oggi per salvare in qualche modo i processi intentati a mio danno“. Redazione CdG 1947

Talpa nella procura di Perugia: torna in azione la “manina”. Cantone apre un fascicolo per trovare il «traditore» che ha passato ai giornali le carte sulla nuova inchiesta a carico di Palamara. Simona Musco su Il Dubbio il 12 luglio 2022.

«La procura di Perugia è parte offesa», ha detto nel fine settimana il procuratore Raffaele Cantone nel commentare l’ennesima e non più sorprendente fuga di notizie su indagini che riguardano l’ex presidente dell’Anm Luca Palamara. Un’affermazione che basterebbe da sola a certificare un fatto: a indagare sul fuggi fuggi di carte per l’ennesima opera di cecchinaggio ai danni di Palamara non può essere la procura del capoluogo umbro, bensì quella di Firenze, alla quale l’ex zar delle nomine si è subito rivolto per denunciare i fatti. Ovvero la pubblicazione, su Corriere della Sera e Repubblica, dell’indagine a carico dell’ex consigliere del Csm per istigazione alla corruzione, uno stralcio della ben più corposa richiesta di archiviazione avanzata da Cantone per quanto riguarda l’indagine sulla presunta Loggia Ungheria, bollata come una bufala ad uso e consumo dell’ex avvocato esterno di Eni Piero Amara. Un “pentito” la cui credibilità risulta ridotta al minimo, ma nonostante questo alcune delle sue dichiarazioni, parzialmente riscontrate, rimangono ancora in ballo per fare da ossatura ad un numero imprecisato di fascicoli che il procuratore di Perugia distribuirà ai colleghi per competenza territoriale. Tra queste, ci sono quelle relative al presunto tentativo di Palamara di salvare l’ex pm siracusano Maurizio Musco, amico di Amara e all’epoca imputato per abuso d’ufficio, poi condannato e allontanato dalla magistratura. Il dato «inquietante» e nuovo, secondo i pm di Perugia, sarebbe stato l’avvicinamento, da parte dell’ex zar delle nomine, del giudice di Cassazione Stefano Mogini, ma senza successo, grazie alla «schiena dritta» del magistrato. Notizie rese note nonostante si trattasse di atti coperti dal segreto, per i quali è vietato qualsiasi tipo di pubblicazione, anche solo del loro contenuto: l’atto è infatti segreto «fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza» e se ritenuto necessario dal pm anche dopo la sua conoscenza o conoscibilità.

«Non abbiamo mai avuto alcun interesse a che il contenuto della richiesta di archiviazione venisse pubblicato dai mezzi d’informazione. Faremo tutto il possibile per accertare da dove sia uscita», ha assicurato Cantone. Ma chi ha passato la velina alla stampa sapeva dove andare a pescare. Così come nel 2019, quando le intercettazioni che fecero scoppiare il Palamaragate finirono sugli stessi due giornali oggi protagonisti del nuovo presunto complottone. Ad agire sarebbe stato un «traditore», ha sbottato Cantone, inviperito per una «vicenda di una gravità assoluta». Grave tanto quanto lo era stata la pubblicazione dei verbali di Amara sulla vicenda Ungheria, bollata dal procuratore di Perugia come «una situazione che probabilmente non ha precedenti per indagini giudiziarie quantomeno di così rilevante impatto», essendoci stata «una sostanziale e totale “discovery” anticipata della parte più significativa del materiale probatorio». Quello “sputtanamento”, di fatto, fece finire al macero l’inchiesta, depotenziando l’attività istruttoria. E in quell’occasione, proprio come sta accadendo ora nel caso della richiesta di archiviazione, fu la stessa procura che stava indagando sulla loggia, quella di Milano, a investigare sulla fuga di notizie, innescata involontariamente dal pm meneghino Paolo Storari, che consegnò i verbali di Amara all’allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo.

Ma di chi è la manina che ha fatto finire sui giornali atti ancora segreti? Stando a quanto reso noto da Cantone, la richiesta di archiviazione non era in possesso né della procura di Milano né della procura generale della Cassazione. E nemmeno il Gico della Guardia di Finanza avrebbe avuto disponibilità degli atti al momento dell’ennesima discovery. Il fascicolo a modello 45, senza ipotesi di reato né indagati aperto inizialmente da Cantone, si è intanto trasformato in un’indagine per rivelazione di segreto. Il fascicolo incriminato, nei giorni precedenti al comunicato che annunciava la richiesta di archiviazione, passava di mano in mano nelle varie cancellerie. L’ipotesi più accreditata in procura, al momento, è che sia stato qualche investigatore a fare da tramite con i giornali, su mandato ignoto. Anche perché Cantone esclude categoricamente che a spifferare tutto ai giornalisti possano essere stati i due magistrati che lo affiancano nell’indagine, ovvero Gemma Miliani e Mario Formisani, gli stessi che rappresentano l’accusa nel processo per corruzione a carico di Palamara. Ma la tesi che la spia possa essere un uomo in divisa non convince l’ex presidente dell’Anm.

«Per la mia esperienza, in questi casi i giornalisti hanno rapporti diretti con i magistrati – spiega al Dubbio -, quanto emerso dalle conversazioni captate con il trojan nel 2019 spiega bene come si mettono in movimento le manine. Come mai su 167 pagine si sono mossi solo quelle che mi riguardano?», si chiede l’ex pm, convinto che comunque si tratti di «accuse che si smontano da sole». A scoprirlo sarà forse la procura di Firenze, alla quale si è rivolto annunciando di voler «andare fino in fondo». La stessa procura dalla quale aspetta, però, risposte da circa due anni in merito alle denunce sulla vecchia fuga di notizie. Ma non solo: Palamara ha anche invocato un intervento degli ispettori ministeriali, convinto che la situazione non possa essere ignorata, al punto da essere pronto a proteste eclatanti, come incatenarsi davanti al Palazzo di Giustizia. Quanto al merito e al presunto interessamento alla vicenda Musco, aveva spiegato l’ex consigliere del Csm nei giorni scorsi, «si tratta di fatti già smentiti da una pur facile lettura della documentazione già a disposizione della procura di Perugia nell’ambito del procedimento 6652/18 rispetto alle quali le dichiarazioni dell’avvocato Amara in questa circostanza ricalcano esattamente quello che già avvenne con il giudice Tremolada: in quel caso dovevano servire a salvare il processo Eni oggi per salvare in qualche modo i processi intentati a mio danno. Ma la battaglia di verità continua e ancor di più il rinnovato impegno politico su un tema quello della giustizia che non può non trascendere le singole vicende personali riguardando la vita di tutti i cittadini oramai interessati a comprendere e andare oltre le vicende del Sistema». Insomma, questa volta la talpa potrebbe aver commesso un passo falso. E le prossime pubblicazioni potrebbero smascherarla.

 Giacomo Amadori per “la Verità” l'11 luglio 2022.  

Come un fantasma, a Perugia, a tre anni di distanza dal Palamara-gate, è ricomparsa la manina che sottrae dalla Procura umbra carte coperte da segreto e le consegna sempre agli stessi giornali per far bombardare l'ex presidente dell'Anm, ma non solo. Nel 2019 su alcuni quotidiani, Corriere della Sera e Repubblica in testa, apparvero succose intercettazioni in quel momento in viaggio da Perugia verso il Csm.

Nessuno scoprì (o volle scoprire) l'autore. Ma con quest' ultima fuga di notizie fotocopia, forse il mariuolo, come ogni criminale seriale, potrebbe aver lasciato un'impronta decisiva sulla scena del crimine. In questo caso ha messo in circuito la richiesta di archiviazione per i fatti collegati alla loggia Ungheria e descritti ai pm dal faccendiere Piero Amara. In quelle 167 pagine erano citate vicende ancora coperte da segreto. 

Comprese alcune dichiarazioni testimoniali non ancora contestate a Luca Palamara e pronte per essere depositate nel processo per corruzione già in corso a Perugia.

Il procuratore Raffaele Cantone ha annunciato una guerra senza quartiere a quello che ha già bollato senza giri di parole come «un traditore», nonché colpevole di «una porcata».

Per la toga si tratta di una «vicenda di gravità inaudita» che può essere paragonata alla divulgazione dei verbali di Amara. La richiesta di archiviazione, come è specificato in un comunicato diffuso ieri, non era stata ancora inviata né alla Procura generale di Milano, né a quella della Cassazione, né alla polizia giudiziaria. Anche il Gico della Guardia di finanza, che aveva chiesto copia del provvedimento, sarebbe rimasto a mani vuote. «Nell'interesse vostro, l'avrete quando l'avranno tutti», sarebbe stato spiegato ai militari. «È un fatto gravissimo», ha rincarato la Procura con le agenzie. «Faremo tutto il possibile per accertare da dove sia uscita».

Come dimostrano altre indagini su rivelazioni di segreto, in questi casi volere è potere.

Sabato mattina, dopo aver letto un articolo sul Fatto quotidiano che conteneva diversi virgolettati della richiesta, Cantone ha immediatamente fatto aprire un fascicolo a modello 45 (senza ipotesi di reato, né indagati) che però a partire da stamattina è diventato un modello 44 per rivelazione di segreto. 

Anche perché ieri sono usciti due articoli fotocopia su Corriere della Sera e Repubblica che riguardavano le nuove accuse di corruzione e istigazione nei confronti di Palamara che hanno fatto immaginare a Cantone che qualcuno sia andato a pescare proprio quel capitoletto nelle 167 pagine della richiesta e lo abbia poi consegnato ai cronisti. Insomma, un sicario con un preciso obiettivo, lo stesso di chi ha colpito nel 2019.

Il procuratore è in attesa delle prossime pubblicazioni sui giornali e di un qualche passo falso della talpa. Gli inquirenti escludono che la richiesta possa essere uscita dall'ufficio gip, ma notano che il corposo documento da quattro o cinque giorni era oggetto di fotocopie negli uffici di cancelleria e di passaggi da una stanza a un'altra. Per questo i pm stanno cercando di capire se, durante queste operazioni, le carte possano essere fuoriuscite in modo clandestino per finire magari in mano a qualche investigatore e poi nei computer dei giornalisti.

Con alcuni stretti collaboratori Cantone ha escluso categoricamente il possibile coinvolgimento nella fuga di notizie dei sostituti procuratori che lo affiancano, Gemma Miliani e Mario Formisano. Il magistrato napoletano è pronto a mettere la mano sul fuoco sulla lealtà dei suoi due dioscuri, di cui sostiene di fidarsi quasi più che di sé stesso. «Se fossero loro la delusione sarebbe enorme, la più grande della mia vita. Un vero atto di tradimento», ha commentato con il tono di chi ritiene di essere di fronte a un'ipotesi dell'irrealtà. E allora?

In questo momento i principali indiziati sembrano essere gli operatori della polizia giudiziaria che hanno rapporti costanti con le cancellerie ed è a quel livello che gli inquirenti stanno cercando la falla.

Ieri Palamara ha presentato a Firenze, competente per i reati dei magistrati di Perugia, una denuncia per la fuga di notizie che lo riguarda. Si tratta delle (ennesime) dichiarazioni che Amara ha rilasciato contro l'ex pm, in questo caso nell'ambito di un procedimento per istigazione alla corruzione. 

L'avvocato siracusano ha riferito che, nel 2015, mentre si trovava a bordo di un aereo con Palamara, avrebbe ricevuto da quest' ultimo, ai tempi in cui era consigliere del Csm, una presunta richiesta di 30.000 euro, per aggiustare un procedimento disciplinare riguardante l'ex pm Antonio Musco. Un'accusa che anche in questo caso Palamara considera senza alcun riscontro e facilmente contestabile, carte alla mano. Le stesse che sta mettendo da parte con gli avvocati.

«Palamara purtroppo ha straragione. Ha fatto benissimo a denunciare», ha commentato con i suoi collaboratori Cantone. Per una volta l'ex presidente dell'Anm e il suo grande accusatore si sono trovati dalla stessa parte del campo. Come ai tempi in cui giocavano nella Nazionale magistrati. Infatti in Procura ritengono che questa fuga di notizie danneggi «in modo rilevantissimo» le inchieste, anche perché «la vicenda Palamara è solo un pezzetto della richiesta di archiviazione». Ma evidentemente qualcuno ha interesse solo a quello.

I testimoni del processo a Davigo fanno luce sui veleni al Csm prima dello scandalo Ungheria. GIULIA MERLO su Il Domani il 17 novembre 2022

Gigliotti ha raccontato cosa può aver influenzato le decisioni del Csm nel pensionamento di Davigo, poi lo scandalo della procura di Roma, il parere di Cascini sull’inerzia della procura di Milano e Di Matteo ha spiegato che al Csm tutti sapevano dei verbali, ma nessuno parlò

Il processo di Brescia per rivelazione di segreto d’ufficio all’ex magistrato e membro del Csm, Piercamillo Davigo, sta entrando nel vivo del dibattimento. Davigo, imputato per rivelazione di segreto d’ufficio per aver rivelato ad alcuni membri del Csm e a un parlamentare il contenuto degli atti riservati di Milano sulla loggia Ungheria, ha scelto il rito ordinario.

Nelle scorse settimane il pm milanese Paolo Storari, imputato per lo stesso reato ma che ha scelto il rito abbreviato, è stato assolto anche in appello. Le motivazioni saranno depositate entro 90 giorni, ma l'ipotesi è che il giudizio della Corte non si discosti di molto da quello del primo grado, che ha ritenuto di assolvere Storari, incorso «in un errore di norma extrapenale», perchè era convinto di rivelare informazioni segrete a chi era deputato a conoscerle in quanto consigliere del Csm.

Intanto, davanti ai giudici di Brescia stanno prendendo la parola come testimoni i principali protagonisti di quella fase del Csm e dalle loro parole si sta delineando il clima che si respirava a palazzo del Marescialli nei mesi precedenti alla divulgazione pubblica dei verbali della presunta loggia Ungheria. Tra i testimoni sono stati sentiti i consiglieri del Csm, Fulvio Gigliotti, Giuseppe Cascini e Nino Di Matteo, oltre al presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra.

Ognuno ha aggiunto un pezzo della sua verità su come andarono i fatti e soprattutto su come l’iniziativa di Davigo di divulgare i verbali incise su altre scelte. 

IL PENSIONAMENTO DI DAVIGO

Il consigliere laico del Csm, Fulvio Gigliotti, ha spiegato di essere stato messo a conoscenza dei verbali di Amara sulla loggia Ungheria da Davigo e ha raccontato anche come si è giunti alla decisione di far decadere Davigo dal ruolo di consigliere del Csm, una volta andato in pensione.

 «Ho avuto modo di parlarne anche con altri consiglieri e mi sono reso conto che non c'era convergenza totale. Inizialmente il comitato di presidenza pareva orientato per la permanenza del consigliere Davigo e mano a mano che ci si avvicinava la data della sua pensione, l'orientamento è cambiato. Io ho sentito anche l'esigenza di spiegare sui giornali il perché votavo a favore del consigliere Davigo, ovviamente su base tecnica giuridica perché all'interno del Csm ho sempre agito su basi giuridiche. E proprio sul piano tecnico ritenevo che dovesse completare la consiliatura».

Si è parlato di questo argomento perchè Gigliotti ha detto di non poter escludere che il cambio di orientamento del Csm potrebbe essere stato determinato da influenze esterne. «Le politiche consiliari sono complicate da leggere e spesso non orientate solo in base a situazioni interne, ma anche da situazioni esterne».

Gigliotti ha concluso dicendo di non aver creduto al contenuto dei verbali: «Se ci avessi creduto ne avrei tenuto conto nei rapporti con i consiglieri del Csm Sebastiano Ardita e Marco Mancinetti, cosa che non ho fatto», ha detto riferendosi ai due componenti del Csm nominati nei verbali. Quanto a chi fosse a conoscenza dei verbali, Gigliotti ha detto di aver saputo che «era stato avvisato il Quirinale e il procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi». 

 L’INERZIA DI MILANO

E’ stato ascoltato anche il togato di Area, Giuseppe Cascini, che ha raccontato di aver parlato con Davigo perchè quest’ultimo sapeva che lui si era occupato di una indagine in cui compariva anche Piero Amara, voce dei verbali. «Davigo voleva sapere se fosse affidabile o meno».

Cascini ha detto che, secondo lui, Davigo fosse nel giusto nel ritenere che la procura di Milano dovesse fare un’indagine: «Erano dichiarazioni esplosive ed è mia convinzione che fosse preciso dovere della Procura di Milano fare un'indagine per capire se fossero vere, visto che erano coinvolte personalità delle principali istituzioni del Paese. Che invece ci fosse una situazione di stallo da parte della Procura di Milano, che dopo qualche audizione non aveva fatto alcuna iscrizione, era motivo di preoccupazione». Secondo Cascini, infatti, la procura di Milano avrebbe dovuto «trasmettere queste informazioni al Csm in modo che fosse investito il Consiglio. Dissi a Davigo che Storari doveva dire al procuratore di mandare gli atti al Consiglio. La mia prima valutazione è che la procura di Milano non stava rispettando la circolare: la regola era di investire il Csm. In quelle dichiarazioni si parlava di molti magistrati e a norma fatti di possibili rilievo ai danni di magistrati devono essere segnalati al Consiglio». 

GLI EFFETTI DELLE RIVELAZIONI SU ARDITA

Davigo ha avvertito del contenuto dei verbali anche il senatore e presidente della commissione Antimafia del Movimento 5 Stelle, Nicola Morra. Lui era amico sia di Davigo che di Ardita e, sapendo che tra i due i rapporti si erano raffreddati, aveva provato a fare da pacere. «Chiedendo al Davigo se c'era la possibilità di una conciliazione con Ardita, lui prese un faldone, coperto da fogli protocollo a righe, e mi invitò a seguirlo fuori dal suo ufficio, nelle scale. Aprendo questo faldone mi fece leggere il cognome Ardita» dicendogli che, secondo alcune dichiarazioni in una indagine, «Ardita faceva parte di un'associazione».

Morra ha raccontato che Davigo lo invitò a fare attenzione. Infatti, Morra ha confermato che la prospettiva di nominare il consigliere del Csm Sebastiano Ardita (che nel processo a Davigo si è costituito parte civile) come consulente in qualche attività della commissione parlamentare antimafia è «naufragata» dopo le rivelazioni di Davigo. 

IL CASO PRESTIPINO ALLA PROCURA DI ROMA

Come testimone è intervenuto anche il consigliere del Csm, Nino Di Matteo, che è stato anche colui che ha rivelato l’esistenza dei verbali della loggia Ungheria, comunicandola al plenum del Csm e definendoli «diffamatori» dopo averli ricevuti in plico anonimo. Di Matteo ha sempre sostenuto che «c'era in atto una manovra per calunniare e screditare Sebastiano Ardita e colpirlo nella sua funzione di consigliere del Csm».

Davanti ai giudici, Di Matteo ha raccontato anche di una riunione del gruppo associativo con il quale era stato eletto e fondato da Davigo, Autonomia e Indipendenza, avvenuta nel marzo 2020 per parlare della nomina del nuovo procuratore di Roma. Dopo lo scandalo Palamara che fece saltare nomina di Marcello Viola (oggi procuratore di Milano) dopo i fatti dell’Hotel Champagne, il plenum del Csm doveva esprimersi sui nuovi candidati.

«Ho partecipato ad una riunione choccante alla presenza di Davigo, Ardita, della consigliera Ilaria Pepe e dell'ex consigliere Alessandro Pepe e la consigliera Pepe era colpita dal fatto che sui quotidiani si parlasse di una spaccatura all'interno della nostra corrente sull'elezione del procuratore di Roma. In un articolo del Fatto Quotidiano si diceva che io e Ardita non avremmo votato per Prestipino ma per un altro candidato, Michelazzo. A quel punto Davigo, con una veemenza inaudita disse ad Ardita: “Se tu non voti Prestipino, sei fuori da tutto” e ancora “Se tu non voti Prestipino sei con quelli dell'Hotel Champagne”».

Davanti alla scena, Di Matteo ha raccontato di aver detto che «quel gruppo era peggio degli altri, perché non si consentiva ai consiglieri di votare secondo coscienza i propri candidati. Reagii in maniera istintiva e dissi a Davigo: “Non mi sono fatto condizionare dalle minacce di morte di Totò Riina, figuriamoci se mi faccio minacciare dalle tue minacce”».

TUTTI SAPEVANO, NESSUNO PARLÒ

Di Matteo ha ricostruito anche le reazioni nel Csm, quando disse ai colleghi che intendeva parlare dei verbali della loggia Ungheria davanti al plenum del Csm. «La sapevano tutti e quando dissi al vicepresidente David Ermini che volevo parlarne al plenum, lui già sapeva di Ardita».

Il consigliere Csm ha anche ricostruito che il vicepresidente Ermini gli disse che «potevo dire quello che volevo». Invece, prima del plenum, «il procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, mi invitò a non fare questo intervento perché aveva già preso contatti con la Procura di Milano» per dare impulso alle indagini. Invece, Di Matteo decise di intervenire e dire tutto pubblicamente, perchè già «mezzo Csm sapeva» e anche molti giornali. 

Domani, infatti, in quei giorni aveva pubblicato un articolo a firma di Emiliano Fittipaldi che dava conto dell’esistenza dei verbali segreti.

GIULIA MERLO. Mi occupo di giustizia e di politica. Vengo dal quotidiano il Dubbio, ho lavorato alla Stampa.it e al Fatto Quotidiano. Prima ho fatto l’avvocato.

Caso verbali, il consigliere del Csm Cascini “accusa” Greco: «Fu lui a sbagliare». Secondo il togato Csm, testimone al processo a carico di Davigo, l’onere di trasmettere a Palazzo dei Marescialli gli atti sulla “loggia” ricadeva sull’ex procuratore di Milano. Giovanni M. Jacobazzi su Il Dubbio il 17 novembre 2022.

L’Interpretazione di una circolare del Consiglio superiore della magistratura del 1995 potrebbe essere fra le cause che determinarono il terremoto che ha travolto in questi mesi la procura di Milano per la vicenda della Loggia Ungheria. Un terremoto che ha poi avuto anche degli strascichi sotto il profilo penale, coinvolgendo un magistrato come Piercamillo Davigo, ora sul banco degli imputati al tribunale di Brescia per “rivelazione del segreto d’ufficio”.

La circolare in questione ha ad oggetto “Informative concernenti procedimenti penali a carico di magistrati” e regolamenta in maniera dettagliata le comunicazioni istituzionali fra il Csm ed i vari procuratori generali e procuratori della Repubblica. Costoro, in particolare, devono “dare immediata comunicazione al Csm con plico riservato al Comitato di presidenza del Csm di tutte le notizie di reato nonché di tutti gli altri fatti e circostanze che possono avere rilevanza rispetto alle competenze del Consiglio”, salvo che sussistano “specifiche esigenze di segretezza”.

Il dovere di comunicazione da parte dei procuratori sussiste, prosegue la circolare, qualora abbiano “notizia di fatti suscettibili di valutazione disciplinare o di valutazione sotto il profilo dell’eventuale incompatibilità di sede o di ufficio”. Aspetti, quest’ultimi, che non possono non essere portati a conoscenza del Comitato di presidenza di Palazzo dei Marescialli, composto dal vice presidente del Csm e dai vertici della Cassazione, il procuratore generale ed il primo presidente. Già all’epoca il Csm stigmatizzava la “reticenza” del procuratore a fornire tali informazioni, sottolineando come in molte occasioni erano «mancate le comunicazioni» ed il Consiglio aveva così dovuto apprendere i fatti «attraverso la stampa».

Il “deficit” informativo aveva come conseguenza quella di limitare l’attività del Csm, impedendogli di «svolgere le proprie funzioni», con conseguente «spreco di attività di comunicazione, richieste, sollecitazioni» al fine di porvi rimedio. Tale circolare è stata richiamata questa settimana dal togato del Csm Giuseppe Cascini, già procuratore aggiunto a Roma, sentito come testimone proprio nel processo nei confronti di Davigo a Brescia. L’accusa mossa all’ex pm di Mani pulite è quella di aver rivelato il contento dei verbali delle dichiarazioni dell’ex avvocato esterno dell’Eni Piero Amara sulla Loggia Ungheria. Verbali che Davigo aveva ricevuto dal pm milanese Paolo Storari, il quale si era rivolto all’allora componente del Csm per segnalare “l’inerzia” dei vertici milanesi nel svolgere indagini sul contenuto di queste dichiarazioni.

Sul punto Cascini non ha avuto dubbi, affermando che le dichiarazioni di Amara «erano esplosive ed è mia convinzione che fosse preciso dovere della procura di Milano fare un’indagine per capire se fossero vere, visto che erano coinvolte personalità delle principali istituzioni del Paese». I nomi degli appartenenti alla Loggia fatti da Amara erano diverse decine, fra cui molti magistrati, in servizio ed in pensione, oltre a due componenti in quel momento in carica del Csm. Per Cascini la Loggia Ungheria «era in sostanza la prosecuzione della P2 e aveva la sua base in Sicilia». Il non aver mai trasmesso gli atti al Csm da parte dell’allora procuratore di Milano Francesco Greco, anche dopo che era esploso lo scandalo, potrebbe quindi essere stato determinato da una interpretazione della circolare.

Anche se la comunicazione deve riguardare i «fatti e circostanze che possono avere rilevanza rispetto alle competenze del Consiglio», Greco potrebbe aver ritenuto che essendo l’indagine nella fase iniziale, senza che fosse stata effettuata alcuna iscrizione, non sussisteva l’obbligo di trasmissione al Csm. A tal proposito ci sarebbe il precedente recente delle ormai famose chat di Luca Palamara che furono trasmesse dalla procura di Perugia dopo un anno al Csm, in quanto non utili per le indagini penali potevano però essere d’interesse per le incompatibilità ambientali o per gli eventuali profili disciplinari a carico dei vari magistrati coinvolti.

Tornando, invece, al destino del procedimento sulla Loggia Ungheria, poi trasmesso per competenza territoriale da Milano a Perugia, la Procura del capoluogo umbro ha richiesto lo scorso luglio la sua archiviazione. La richiesta di ben 167 pagine, accompagnata da 15 faldoni di documenti, è ancora oggetto di valutazione da parte del gip.

Ieri sentito anche Di Matteo. Cascini contro Greco: “Sulla Loggia Ungheria doveva indagare”. Paolo Comi su Il Riformista il 16 Novembre 2022.

Sulla Loggia Ungheria bisognava fare le indagini. Parola di Giuseppe Cascini, procuratore aggiunto a Roma e attuale componente del Consiglio superiore della magistratura. Sentito ieri in qualità di testimone nel processo a Brescia per rivelazione del segreto nei confronti di Piercamillo Davigo, Cascini ha ‘sconfessato’ quanto raccontato in questi mesi dagli allora vertici della Procura di Milano, dando sostanzialmente ragione al pm Paolo Storari che aveva sempre parlato di “inerzia” nel fare accertamenti sul sodalizio paramassonico. L’esistenza della Loggia era stata rivelata, alla fine del 2019, dall’avvocato Piero Amara, poi diventato la gola profonda di almeno cinque Procure. Le dichiarazioni di Amara, per Cascini, “erano esplosive ed è mia convinzione che fosse preciso dovere della Procura di Milano fare un’indagine per capire se fossero vere, visto che erano coinvolte personalità delle principali istituzioni del Paese”.

Amara aveva fatto decine di nomi, fra alti magistrati, esponenti delle forze dell’ordine e professionisti, tutti accomunati in quella che, sempre secondo Cascini, “era in sostanza la prosecuzione della P2 e aveva la sua base in Sicilia”. Davanti a questo scenario inquietante, la Procura di Milano, all’epoca diretta da Francesco Greco, ora consigliere per la legalità del sindaco di Roma Roberto Gualtieri, era in una situazione di “stallo” e “non aveva fatto alcuna iscrizione” nel registro degli indagati. Cascini, preoccupato per l’inattività milanese, ha poi svelato un particolare a dir poco sorprendente. Pare, infatti, che i verbali delle dichiarazioni di Amara, finiti in questi mesi tutti i giornali, non vennero mai trasmessi al Csm. “Ritenni che il procuratore di Milano, non trasmettendo al Consiglio, non stava facendo il suo dovere: non stava rispettando la circolare che prevede che atti di fatti di possibile rilievo a carico di magistrati devono essere trasmessi al Csm anche se c’è il segreto, a meno che ci siano particolari esigenze investigative”, ha affermato Cascini, ‘giustificando’ così la decisione di Storari di consegnarli a Davigo: “Era una richiesta di consiglio” come “tante volte anche a me è capitato di ricevere dai colleghi” più giovani e, quindi, “non era una cosa che mi sembrava anormale. Era una comunicazione informale di un collega”.

Amara era una vecchia conoscenza di Cascini in quanto in passato lo aveva indagato a Roma. Davigo, allora, gli chiese cosa ne pensasse e Cascini rispose che quanto raccontato Amara “faceva tremare i polsi, ma la narrazione non era solida. La prima percezione è che si trattasse di un mischio di verità e finzione e quindi, il mio parere di pubblico ministero, è che bisognava fare indagini”. Indagini che, come si è visto, non furono mai effettuate lasciando per sempre il dubbio se la Loggia sia esistita o meno. E sempre ieri a Brescia ha testimoniato anche il pm antimafia Nino Di Matteo, il primo a svelare l’esistenza del sodalizio paramassonico in Plenum, raccontando di una riunione molto ‘particolare’ del gruppo di Autonomia&indipendenza a marzo 2020 in vista della nomina del nuovo procuratore di Roma. Oltre a Di Matteo, all’incontro erano presenti Davigo, il pm Sebastiano Ardita, la giudice Ilaria Pepe e l’ex consigliere del Csm Alessandro Pepe.

Di Matteo e Ardita avrebbero detto che non era pronti a votare per Michele Prestipino, allora vice di Giuseppe Pignatone. A quel punto Davigo “con una veemenza inaudita e grida che si potevano sentire nella stanza accanto” rispose ad Ardita che se non avesse votato Prestipino era “fuori da tutto”, aggiungendo che era “con quelli dell’Hotel Champagne”. Anche Di Matteo iniziò ad urlare dicendo che “quel gruppo era peggio degli altri, perché non si consentiva ai consiglieri di votare secondo coscienza i propri candidati” e, guardando in faccia Davigo: ‘Non mi sono fatto condizionare dalle minacce di morte di Totò Riina, figuriamoci se mi faccio minacciare dalle tue minacce”. Proprio un bell’ambiente. Paolo Comi

Giacomo Amadori per “la Verità” il 14 luglio 2022. 

Continuano a Perugia le verifiche sui presunti accessi illeciti alla banca dati della Procura da parte della presunta talpa. La situazione viene definita dagli inquirenti «molto delicata». Il dipendente, indagato per accesso abusivo e rivelazione di segreto, avrebbe scaricato dal sistema carte dell'inchiesta Ungheria (fascicolo a cui non era applicato), a partire dalla richiesta di archiviazione, e, forse, le avrebbe consegnate ad alcuni giornalisti. Dai primi accertamenti risulta che l'uomo si fosse già impossessato di altro materiale sensibile.

In attesa di sviluppi, vale la pena esaminare con attenzione la richiesta di archiviazione sulla supposta loggia firmata dal procuratore Raffaele Cantone.

In essa emerge adesso come Amara, dopo aver reso sei interrogatori a Milano tra il 2019 e il 2020, per svelare l'esistenza della loggia Ungheria, ne abbia impiegati cinque, nel 2021, per smontare le sue stesse dichiarazioni. 

Scrive la Procura: «Progressivamente, ma chiaramente, Amara ha compiuto una vera e propria inversione ad "U"» e «in modo anche molto abile ha via via sminuito il ruolo della loggia Ungheria e il proprio contributo in essa». Alla fine ha sostenuto, contrariamente a quanto affermato tra il 2019 e il 2020 a Milano, che Ungheria «non era un'associazione massonica segreta ("coperta"); che non era un'associazione a delinquere finalizzata a commettere reati; che non perseguiva finalità illecite, ma principi ideali dello Stato liberale; e che essere associato non significava essere disponibile a commettere reati».

Anzi, a suo dire, sarebbe esistito «un altro centro di potere, parallelo a Ungheria, all'interno del Csm nella consiliatura 2014-2018 che aveva gestito le nomine dei vertici apicali della magistratura ordinaria». Ed egli stesso, a un certo punto, «unitamente ad altri due associati "delusi"» di Ungheria, «aveva mutato le sembianze dell'associazione Aprom, per farla diventare una nuova associazione quale strumento di esercizio di potere e scambio di favori». 

Nella sua nuova versione Amara fa sapere che con Ungheria inizia a perdere i contatti una volta trasferitosi a Roma. A quel tempo, con la loggia, si relaziona a «spot» ed è deluso dal suo modo di operare, dal momento che risponderebbe più «alle esigenze di alcune persone che all'affiliazione ad Ungheria». Ecco così pronti i bagagli.

Amara narra, si legge nella richiesta, del suo intento di «costituire unitamente ad un altro associato "deluso", il dottor Pasquale Dell'Aversana (un importante burocrate, che aveva rivestito un ruolo di vertice nell'Agenzia delle entrate), una nuova associazione a Roma, sfruttando i canali e le relazioni anche di Ungheria, si da poter avere un ruolo più centrale che non riusciva ad avere nella loggia, ed utilizzando una realtà associativa con finalità di studio già esistente e creata da Dell'Aversana, denominata Aprom».

L'Aprom è l'acronimo di Associazione per il progresso del Mezzogiorno. Si tratta di un gruppo di persone molto attive nell'organizzazione di eventi e convegni a cui partecipavano diversi magistrati. Già nella primavera del 2021, in un'intervista pubblicata su Panorama, dopo l'esplosione del caso Ungheria, Amara aveva evidenziato il cambio di strategia e aveva consigliato al cronista di puntare l'attenzione sull'«Aprom di Dell'Aversana, un altissimo funzionario dell'Agenzia delle entrate, associato a Ungheria come non mai». 

Insomma la fase 2 era già iniziata. Negli interrogatori Amara definisce Aprom «una nuova scatola di specchi, in cui pero non doveva esistere, almeno tra i componenti, la segretezza nel senso ognuno deve sapere dell'altro». In essa sarebbe stata invitata «gente che faceva parte di Ungheria», ma avrebbe avuto una finalità «meramente relazionale», «lobbistica», cioè senza «scopi ideali». A riscontro di queste dichiarazioni, Amara ha consegnato una lista di nominativi in allegato a una mail da lui inviata in data 8 luglio 2015 all'avvocato V.M.L.R. denominata «aderenti ad associazione A.pro.m.eu».

Ma anche in questo caso ci troveremmo di fronte al gioco delle tre carte: «L'elenco depositato [] ad una lettura testuale, sembrerebbe trattarsi di un documento riferibile alla associazione Aprom tout court, come del resto si legge nel testo della mail ("lista certi cenacolo culturale") e non anche di neofiti di un gruppo di potere, costituito dai "delusi" di Ungheria» annota la Procura.

Di fronte a questa clamorosa retromarcia i pm ritengono che la questione cruciale sarebbe capire perché Amara riferisca solo il 3 novembre 2021 della «sua delusione rispetto ad Ungheria» e della sua intenzione di «creare un nuovo gruppo». Ma anche perché a Milano abbia tirato fuori la storia della loggia. A questo secondo quesito per gli inquirenti umbri l'avvocato siracusano probabilmente non risponderà mai in modo sincero.

In compenso ha provato a spiegare i motivi per cui non aveva fatto riferimento ad Aprom nelle precedenti dichiarazioni meneghine, di cui sembra essersi pentito: «Premetto che io oggi non parlerei più di Ungheria, in quanto mi rendo conto che alcune circostanze le ritenevo poco credibili. Che ad esempio Canzio (Giovanni, primo presidente emerito della Cassazione, ndr) e Berlusconi (Silvio, ndr) facessero parte di Ungheria mi sembrava inverosimile». 

Poi incolpa del polverone sollevato il pm che per primo lo ha interrogato, vale a dire Paolo Storari: «Mi fu detto di riferire tutto senza timore anche le circostanze poco attendibili e che la Procura avrebbe fatto delle verifiche. Non ho parlato di questa vicenda, quella del cenacolo in Aprom, per timore e perché non avevo delle prove che ho acquisito solo successivamente». A partire dalla mail inviata all'avvocato romano di cui abbiamo già fatto cenno.

Il commento di Cantone è tagliente: «Amara riferisce a dicembre 2019 a Milano di Ungheria, definendola una potentissima associazione, paragonabile alla P2, indica con certezza gli affiliati e a distanza di due anni afferma, invece, che in realtà gia dal 2015 era sostanzialmente uscito dal gruppo perché deluso e che la da lui riferita affiliazione di alcuni degli adepti sembrava (persino a lui) del tutto inverosimile!». Alla fine di Ungheria resta poco o niente. Amara anticipa la nascita della loggia agli anni 1993-95, e la collega «alla "crisi" di valori del Paese, successiva a Tangentopoli» e «in questo senso essa sarebbe la "continuazione" della P2».

Ma alla fine più che «ristabilire un sistema di valori (perduti)», Amara ha affermato che «uno dei problemi concreti che la loggia dovette affrontare fu la "gestione" dei procedimenti nei confronti di Berlusconi, aperti a Palermo e Catania (in relazione al "dopo-stragi")». Inchieste in cui l'ex premier è stato già archiviato. Siamo di fronte all'ennesimo colpo a salve di Amara? In realtà il «dichiarante» in questo caso è stato ritenuto parzialmente credibile. Come spesso capita quando di mezzo c'è il Cav. Ed è prevedibile che non mancheranno le polemiche. 

L'intervento pro Silvio di Ungheria (con tanto di boicottaggio delle dichiarazioni del pentito Luigi Ilardo) sarebbe stato reso possibile dal «profondo legame tra Giovanni Tinebra», ex influente magistrato siciliano defunto, e «Berlusconi (e il suo governo)».

Su tale filone Perugia ha attivato sia la Procura nazionale antimafia che quella di Messina come si evince da questo passaggio: «Delle dichiarazioni rese sul punto e stata immediatamente messa al corrente la Procura nazionale antimafia con nota del 9 settembre 2021 ed esse sono state trasmesse alla Procura di Messina, dopo averle stralciate ed inserite in un fascicolo iscritto a modello 45».

L'Antimafia ha già risposto con l'invio di documentazione, circostanza che ha portato Cantone a scrivere «che alcune circostanze narrate da Amara sono (almeno in parte) riscontrate». Ma la Procura non ha considerato una potenziale notizia di reato solo le dichiarazioni anti Berlusconi, ma pure quelle che riguardano l'ex capo della Procura Luigi de Ficchy.

Amara per confermare i suoi rapporti privilegiati con alcuni magistrati ha fatto togliere dalla naftalina un bigliettino sequestrato dalla Procura di Roma con sopra un elenco di nominativi e indirizzi che sarebbe stato utilizzato per recapitare alcuni doni in vista delle festività pasquali a diversi personaggi, tra cui De Ficchy («una stampa di un certo valore») e l'ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone («un regalo non meglio precisato»).

Un foglietto mai valorizzato in passato né nelle indagini romane, né dallo stesso Amara. Ma se per l'autista del faccendiere siciliano quei regali non erano altro che cassette di ciliegie, a giudizio di Cantone, quella noticina, pur non dimostrando l'esistenza di alcuna loggia, «potrebbe, pero, avere un indiscutibile rilievo come ulteriore prova di un circuito relazionale ad alto livello del dichiarante, che avrebbe intrattenuto rapporti anche con importanti magistrati».

A questo proposito Amara ha anche riferito in un'annotazione redatta in carcere «una vicenda riguardante il figlio» di De Ficchy. Il successore di quest' ultimo, Cantone, non ha fatto sconti: ha disposto «lo stralcio del memoriale» e lo ha «già trasmesso al pm di Firenze» Luca Turco. Il quale è da tempo titolare di un fascicolo su De Ficchy, come rivelato dalla Verità, aperto in seguito a un precedente stralcio della Procura di Milano e relativo alle prime dichiarazioni di Amara sulla loggia. 

Giacomo Amadori per “la Verità” il 15 luglio 2022.

La storia della presunta talpa della Procura di Perugia vede come unico indagato (per il momento) un saggista che nei suoi libri si occupa di cold case rimasti irrisolti. Ma lui, forse, potrebbe aver lasciato qualche traccia. Ieri nella libreria Feltrinelli di corso Vannucci era rimasta solo una copia del libro La scomparsa di Adinolfi, firmato dal già cancelliere della Procura Raffaele Guadagno, sospettato di essere la gola profonda di alcuni quotidiani, e dall'ex giornalista Rai Alvaro Fiorucci.

Al primo sfoglio quello che salta all'occhio è l'autore della prefazione, l'inviato del Corriere della Sera Giovanni Bianconi, lo stesso cronista che, insieme con due colleghi della Repubblica con cui non di rado opera in pool, domenica ha pubblicato un articolo che conteneva alcune parti della richiesta di archiviazione sulla cosiddetta loggia Ungheria che, a giudizio del procuratore Raffaele Cantone, erano ancora coperte da segreto.

E a scaricare illecitamente i file, non essendo collaboratore dei pm che indagavano, sarebbe stato proprio Guadagno, cinquantottenne originario di Santa Maria di Vico (Caserta), ma da anni trapiantato in Umbria. Attualmente lavora all'ufficio esecuzione della Procura e non ha più nulla a che fare con le indagini. 

È sospettato di essersi intrufolato nel sistema anche in altre occasioni, scaricando ulteriori documenti riservati. Al momento gli inquirenti non sono riusciti a trovare tracce di intrusioni riferibili alla tarda primavera del 2019, quando esplose il Palamara gate e sui giornali finirono decine di intercettazioni e atti di indagine non ostensibili. Una rivelazione del segreto investigativo senza precedenti di cui la Procura di Perugia, all'epoca non ancora guidata da Cantone, non riuscì a trovare i responsabili.

Questa volta, invece, i magistrati potrebbero aver scoperto l'autore in meno di 48 ore.

Le investigazioni dovranno innanzitutto accertare se sia stato proprio il funzionario a fornire le carte ai giornalisti e in caso di risposta affermativa se lo abbia fatto anche in altre occasioni. 

In città le perquisizioni nei confronti di Guadagno rappresentano un piccolo choc essendo l'ex cancelliere molto stimato in Procura e non solo per il suo eclettismo e la sua cultura.

Un uomo intelligente e fisicamente fragile. Da anni è presidente di un'associazione per la lotta all'ictus cerebrale, di cui è stato vittima. E le ultime vicende lo hanno ulteriormente provato. Ma l'inchiesta prosegue. Come è normale che sia. L'avvocato Chiara Lazzari ci spiega di non avere novità sulle indagini e che la sua nomina non è ancora stata depositata. 

Sulla quarta di copertina del suo ultimo lavoro Guadagno è definito «studioso di indagini e di processi» ed è specificato che «ha seguito i maggiori casi di cronaca giudiziaria in Italia e all'estero». Nel 2018 ha pubblicato Il Divo e il giornalista. Giulio Andreotti e l'omicidio di Carmine Pecorelli: frammenti di un processo dimenticato, un procedimento che Guadagno conosce a menadito e la cui conclusione senza colpevoli ritiene un'ingiustizia.

Ma è il «mistero irrisolto» sulla scomparsa del giudice romano Paolo Adinolfi l'opera che ci collega maggiormente alla vicenda della talpa.

Destino vuole che lo scorso settembre alla presentazione in una sala dell'Archivio di Stato abbia presenziato anche Cantone, che nell'occasione auspicò che il libro potesse «contribuire a individuare nuovi elementi utili a riaprire il caso sulla scomparsa del giudice». Sarà anche per il ricordo di quella serata che, non appena è stato aperto il fascicolo, il procuratore ha parlato di un vero e proprio «tradimento». 

Comunque a Perugia non c'è avvocato o magistrato che non spenda parole di stima per Guadagno. Giuliano Mignini, il pm del caso Meredith, si è limitato a dire: «Non so se sia di destra o di sinistra, di certo è una persona molto attenta al tema della legalità».

Sui social Guadagno è molto critico con quasi tutta la classe politica, a partire dalla Lega e dal Movimento 5 stelle.

«Salvini, Conte e Letta un triumvirato che mi "agita"» ha scritto. Non ha risparmiato stilettate neppure alle signore della destra Giorgia Meloni e Marine Le Pen («Io sto con Macron senza se e senza ma»). Mentre esprime grandissima stima per il presidente Sergio Mattarella («Un gigante») e il premier Mario Draghi, che ringrazia per aver salvato l'Italia. 

Ha nostalgia della Prima Repubblica: fa sapere di rimpiangere Bettino Craxi e Claudio Martelli e si è schierato contro il taglio dei parlamentari, da lui considerato «una via reazionaria». Nei suoi post non mancano neppure le citazioni di Ernesto Guevara, «un grande condottiero».

Il rapporto con magistrati e giornalisti è più lineare rispetto a quello con la politica.

Sia gli uni che gli altri affollano le presentazioni dei suoi libri. In un'immagine pubblicata su Fb si trova a fianco dell'ex toga ed ex presidente del Senato Piero Grasso. Il Divo e il giornalista contiene la prefazione dell'ex procuratore generale di Perugia e presidente della Fondazione Umbria anti usura Fausto Cardella, un magistrato a cui Guadagno è molto legato. Per esempio l'indagato ha organizzato con lui nel proprio paese natale un evento sulla strage di Capaci. 

A dicembre, alla presentazione romana del suo secondo libro, sono intervenuti il campione della magistratura non allineata Nino Di Matteo e una giornalista della Rai.

Nella locandina era indicato tra i relatori pure Antonio Massari, inviato del Fatto Quotidiano, che, però, alla fine non prese parte alla serata.

Si limitò a scrivere un articolo sul libro.

Massari è il cronista che per primo ha pubblicato il contenuto della richiesta di archiviazione. Ma, al contrario dei colleghi di Repubblica e del Corriere della Sera, non si è concentrato sul caso Palamara. L'unico collegamento tra Guadagno e l'ex pm radiato dalla magistratura (che ha presentato denuncia a Firenze per la fuga di notizie) lo abbiamo trovato sul profilo Facebook dell'indagato. In un post del primo aprile 2021 riprendeva l'annuncio di un'intervista all'ex presidente dell'Anm, sul best seller Il Sistema, ospitata dal sito Darkside del suo editor, Gianluca Zanella. Sotto il post, un suo amico, G.M., commentava: «Forse non è molto etico che questo indagato debba arricchirsi con le sue malefatte».

E ricordava che l'ex pm era diventato «il vessillo dei media del noto piduista» Berlusconi, «acerrimo nemico della magistratura tutta». E si stupiva anche per «la grande attenzione per i fatti disvelati dai trojan palamareschi» e definiva l'ex pm «solo una gran bella faccia di tonno», rubando una citazione all'ex presidente Francesco Cossiga. 

Guadagno gli rispondeva in modo sibillino: «Caro amico mio, le tue parole, come sempre, sono "piene". Purtroppo ahinoi "dobbiamo stare muti"... e tu sai perché». Il motivo del forzato silenzio non è esplicitato, ma lascia intravedere in filigrana il giudizio del dipendente sotto inchiesta su Palamara. E anche se, tra i suoi numerosi amici giornalisti, c'è chi ipotizza che Guadagno possa essere un «capro espiatorio», restano aperti alcuni quesiti: è stato lui a selezionare per i giornalisti il capitoletto contro l'ex consigliere di Palazzo dei marescialli? Oppure sono stati i cronisti a scegliere quella parte della richiesta? Ma soprattutto Guadagno, sempre che sia lui il «colpevole», ha fatto tutto da solo? La risposta dovrà darla la Procura di Perugia. 

Giacomo Amadori per “la Verità” il 19 luglio 2022.  

La presunta talpa della Procura di Perugia, al secolo il cinquantottenne casertano Raffaele Guadagno, sarebbe l'ideatore di una società oggi in liquidazione, la Nventa id srl di Todi, che a partire dal 2009 avrebbe fornito servizi di intercettazione e altri tipi di consulenza agli inquirenti del capoluogo umbro.

Presentando centinaia di migliaia di euro di fatture che sono state anche al centro di polemiche finite sui giornali e di attenzione da parte del Csm.

Socio di minoranza e amministratore unico della ditta è stato per anni Luigi Guadagno.

Quest' ultimo, classe 1974, è il fratello di quel Raffaele iscritto la settimana scorsa dal procuratore Raffaele Cantone sul registro degli indagati con l'accusa di accesso abusivo alle banche dati della Procura e rivelazione di segreto ad alcuni giornalisti. L'indagine adesso si sta allargando anche alla storia della Nventa. 

Dunque a Perugia avrebbero affidato a parenti e amici del presunto «spione» la gestione della delicatissima attività di intercettazione ambientale e di controllo Gps. Dal 2017 la collaborazione con la Procura del capoluogo umbro si sarebbe interrotta, ma nel frattempo la Nventa, anche dopo l'acquisto di un costoso software da 220.000 euro, avrebbe sopperito a questo problema, iniziando a fare intercettazioni telefoniche per altre 15-16 Procure. Il primo anno l'azienda ha incassato da vendite e prestazioni 249.000 euro di ricavi. Il doppio nel 2010. Da allora il valore della produzione è oscillato tra i 140.000 (dato più basso) e i 250.000 euro, con tre exploit: 450.000 euro (2015), 530.00 (2017), 440.000 (2018).

Poi il crollo del 2019 (53.000) e lo scioglimento. Nella ragione sociale della Nventa si legge che l'attività riguarda «noleggi, manutenzione e assistenza, computer e relativo software e altre apparecchiature elettriche ed elettroniche». 

La ditta è stata costituita il 17 gennaio del 2009 nello studio del notaio di Todi Salvatore Clericò con un capitale sociale di 100.000 euro. Le quote sono così ripartite: il 91% appartiene al ragioniere-commercialista Luigi Menghini, il 4% a testa a Guadagno jr e al compaesano Gianmaria Iaculo (sono entrambi di Santa Maria di Vico) e il resto a due nipoti di Menghini. Quasi subito, il 2 aprile 2009, la società, che non aveva certo ancora avuto il tempo di farsi conoscere, ottiene un incarico sostanziosissimo dalla Procura di Perugia nell'ambito del procedimento per la morte di Meredith Kercher che in quel momento vedeva imputati Rudy Guede, Amanda Knox e Raffaele Sollecito.

La Nventa è incaricata di realizzare «una ricostruzione animata in 4D dell'ambientazione e della scena del delitto». Nel pacchetto entrano anche un «dvd per speech support in formato Pal in ambito giudiziario» e la «progettazione e realizzazione database per supporto requisitoria pm». Il tutto alla modica cifra di 152.320 euro a cui bisogna aggiungerne 34.464 di Iva (per complessivi 182.784 euro). 

La consulenza sarebbe durata sino al novembre 2011 e la fattura porta la data del 2 febbraio 2010, spesa che il direttore amministrativo Stefania Miggiano della Procura liquida con bonifico esattamente un anno dopo, mentre il pagamento diventa esecutivo il 15 marzo 2011. Il decreto di liquidazione indennità è «a favore del dottor Luigi Guadagno, legale rappresentante della ditta Nventa Id». Il conto viene spedito a Sollecito e alla Knox nelle case circondariali di Perugia e Terni dove i due ragazzi erano rinchiusi in attesa di giudizio.

Il filmato della durata di circa mezz' ora venne utilizzato nel processo di primo grado e i magistrati Giuliano Mignini e Manuela Comodi, dopo averlo mostrato ai giudici a porte chiuse, non lo depositarono agli atti affinché non venisse divulgato. Panorama descriveva così l'opera: «Iniziava con alcune immagini tratte da Google maps per poi entrare dentro la villetta dove Amanda, Raffaele, Meredith e Rudy Guede, appaiono in forma stilizzata, come in un cartone animato. [] Nel video la studentessa inglese viene sbattuta contro il muro, aggredita da Amanda che impugna un coltello e da Raffaele che tenta di strapparle il reggiseno. Meredith crolla a terra, i due fidanzatini prendono i telefonini e scappano, mentre Rudy si porta le mani alla testa». I giudici stabiliranno che le cose non sarebbero andate così e per questo assolveranno Amanda e Raffaele, lasciando il conto da pagare allo Stato.

Nel 2012 «un gruppo di privati cittadini» inviò un esposto alla Corte dei conti per quella spesa e i giudici contabili aprirono un'istruttoria. L'allora procuratore regionale Agostino Chiappiniello ricorda con La Verità: «Non ci fu nessuna citazione in giudizio perché è stato ritenuto che far realizzare quel filmino rientrasse nella discrezionalità del magistrato». La Procura generale della Cassazione portò la Comodi davanti alla sezione disciplinare del Csm. 

L'accusa mossa al pm, secondo i giornali dell'epoca, sarebbe stata l'omessa motivazione della spesa nel decreto di pagamento e la conseguente «mancata applicazione dei criteri e tabelle predisposti per la corretta anticipazione della somma da liquidare». Nell'atto di incolpazione gli ermellini rilevavano che con tale condotta il magistrato avrebbe «arrecato un danno ingiusto all'Erario» che aveva anticipato «l'ingente somma». Il sostituto pg di Cassazione, Antonio Gialanella, in udienza, rilevò una «inescusabile negligenza» della pm, sollecitando la sanzione, seppur lieve, dell'ammonimento.

La sezione disciplinare del Csm assolse la Comodi, escludendo sue responsabilità. Il socio di maggioranza della Nventa, Menghini, con La Verità nega di aver speculato sul prezzo: «Noi abbiamo pagato le parcelle di otto ingegneri e alla fine l'utile per la società è stato di 14.000 euro. All'inizio avevamo chiesto 220.000 euro. Poi, dopo alcune trattative, siamo scesi». Quindi continua: «I due magistrati venivano a controllare il lavoro e spesso ci dicevano che non andava bene. "Voi dovete dimostrare la tesi della Procura e non altro" ci spiegavano».

Ricorda anche le trattative con la Comodi: «Le dissi che avevamo risolto tutti i problemi e che avevamo trovato dei giornali disposti a sponsorizzare la realizzazione del filmato. Lei rispose che non eravamo al mercato e che quando si lavora per la Procura si lavora solo per questa. Alla fine pattuimmo 150.000 euro più Iva». 

La società aveva già realizzato un'altra ricostruzione video di un omicidio per la stessa Procura. Mentre le ultime collaborazioni risalgono al 2017: la Nventa ha gestito tre localizzatori Gps di quelli che si collocano sotto le auto e uno di questi era collegato a una microspia. Questi incarichi sono stati affidati dal procuratore aggiunto Giuseppe Petrazzini. Menghini assicura di non essere un prestanome, bensì di essere colui che ha messo i soldi: «Loro non avevano una lira. E adesso sto pagando 450.000 euro di perdite per non fallire». 

Quindi ammette: «L'idea della società non è stata mia. Io sono stato chiamato per fare questo lavoro, perché io, facendo il commercialista, di Procure, di intercettazioni nulla sapevo e poco so ora». L'idea della Nventa sarebbe stata di Raffaele Guadagno: «Ammetto che abbiamo iniziato grazie a delle conoscenze, ma poi abbiamo dimostrato di saper lavorare. Lui non lavorava per sé.

Quando ha parlato con me ha chiesto solo di coinvolgere suo fratello e un amico, Gianmaria Iaculo, che produceva Gps e si occupava di ambientali». Menghini ricorda anche il primo incontro con il procuratore Nicola Miriano, di cui Guadagno era il cancelliere di fiducia: «Mi disse si ricordi bene una cosa: qui si lavora non perché siamo amici di quello e di quell'altro se ciò che fate è valido lavorate, se non lo è la mattina dopo andate a casa». Alla fine hanno resistito dentro al Palazzo per almeno otto anni. Menghini oggi è molto arrabbiato con i fratelli Guadagno. E su Raffaele conclude: «L'errore che ha fatto è aver iniziato a scrivere libri. Gli è partita la testa». 

Giacomo Amadori per “La Verità” il 20 luglio 2022.

Per capire qualcosa in più dell'affaire della presunta talpa della Procura di Perugia, l'ex cancelliere che, secondo gli inquirenti umbri, scaricava file riservati e li distribuiva (anche) ai giornalisti, bisogna fare un salto nell'area industriale di Todi, in provincia di Perugia. 

Nella frazione di Ponterio si trova l'appartamento del cinquantottenne Raffaele Guadagno, impiegato dell'ufficio esecuzioni della Procura. Il condominio, moderno e piuttosto anonimo, da giorni ha le finestre oscurate e la tenda da sole abbassata. È qui che l'11 luglio scorso si è recato il procuratore Raffaele Cantone per seguire personalmente la perquisizione del collaboratore. 

Esattamente di fronte si trova un altro indirizzo importante nella nostra spy story. In una piccola palazzina color mattone ha sede la società Nventa, la ditta di intercettazioni telefoniche ideata da Guadagno e sino al 2017 guidata dal fratello Luigi, amministratore e socio prima al 33 per cento, poi al 50 infine al 6.

Oggi l'azienda è in liquidazione e le quote sono passate quasi interamente al ragioniere Luigi Menghini, settantunenne tuderte, dopo un discusso aumento di capitale. «Ce lo richiese una banca finanziatrice e visto che loro non si sono resi disponibili l'ho fatto da solo. Ma subito dopo Luigi, visto che non era più socio alla pari, si è completamente allontanato». 

Si è passati così alle carte bollate. Guadagno jr ha fatto un arbitrato per ottenere le proprie spettanze (circa 140.000 euro) e Menghini ha risposto a colpi di decreti ingiuntivi per avere indietro parte delle rate dei mutui che sta pagando. Eppure nel 2009 la partenza era stata molto promettente, sebbene la Nventa non avesse esperienza nel settore, non possedesse il nulla osta di sicurezza (nos) e avesse un imputato di favoreggiamento nella compagine sociale. 

Oggi al piano terra della ditta sono rimaste due stanze piene di materiale inutilizzato e ormai obsoleto: gps, computer e microspie. Nessuno opera più. Menghini sta solo cercando di incassare le ultime fatture del lavoro che fu. Tutto era iniziato quasi per caso. Raffaele Guadagno aveva iniziato a frequentare lo studio di Menghini per alcuni problemi con la ditta di maglieria della moglie. I conti non tornavano più e i coniugi non riuscivano più a pagare il mutuo. La signora Valeria si trasferì per motivi professionali in Bulgaria e in quei mesi difficili il ragioniere e il cancelliere divennero amici.

Sino a quando Guadagno lanciò un'idea: realizzare una ditta di intercettazioni partendo dai gps e dalle microspie di ultima generazione trattate da un compaesano di Santa Maria di Vico, Gianmaria Iaculo. 

Menghini insieme con due nipoti, Luigi Guadagno e Iaculo diventarono soci al 33 per cento con un capitale di 12.000 euro. «Raffaele ci ha dato l'input per fare la società e ci ha accompagnato dentro la Procura di Perugia per alcuni incontri, in particolare quello iniziale con il procuratore Nicola Miriano» ricorda Menghini.

Che però evidenzia come i rapporti con quasi tutte le altre Procure che diventarono clienti non fossero gestiti da Raffaele: «Lui non veniva con noi. Ci muovevamo io e suo fratello. E quando andavamo alla ricerca di incarichi non ci rapportavamo direttamente con i magistrati, ma ci facevamo conoscere dalle forze dell'ordine illustrando i nostri prodotti e servizi». 

Nella brochure di presentazione dell'attività, erano elencate le Procure presso le quali erano accreditati. Una lista di 20 uffici: Perugia, Terni, Spoleto, Arezzo, Viterbo, Trani, Lagonegro, Napoli, Benevento, Avellino, Macerata, Forlì, Urbino, L'Aquila, Trieste, Lanciano, Avezzano, Ascoli Piceno, Pescara e Bari. Le fatture sono intestate però a 34 uffici inquirenti. 

Tra questi ci sono anche Roma, Milano, Palermo, Catania, Bologna e Catanzaro oltre a Rossano Calabro per le intercettazioni dentro al supercarcere per terroristi. Potrebbe far sobbalzare sulla sedia qualche pm sapere che oggi l'ispiratore della ditta sia sotto inchiesta per rivelazione di segreto, ma all'epoca in tanti si affidavano a questa neonata società dai prezzi concorrenziali per fare intercettazioni telefoniche e ambientali.

«A Lanciano, Urbino e Rieti abbiamo vinto la gara» ricorda Menghini. Cioè lavoravano quasi in esclusiva. Ma la vera gallina dalle uova d'oro è stata Perugia. In base ai bilanci che ci ha mostrato il ragioniere 262.609 euro sarebbero arrivati (Iva esclusa) nel 2009, 302.522 nel 2010, 346.830 nel 2011. 

In quel periodo la Nventa produce anche una ricostruzione animata in 4D del delitto di Meredith Kercher che costa 152.000 euro e suscita molte polemiche. A conferire l'incarico e a finire per questo sotto procedimento disciplinare è stata la pm Manuela Comodi, che è stata prosciolta sia dal Csm che dalla Corte dei conti.

Anche il fidanzato della Comodi, Umberto Rana, ex presidente della sezione fallimentare del Tribunale, aveva rapporti di lavoro con Menghini a cui affidava incarichi di curatore fallimentare. Rana è imputato a Firenze per corruzione, falso ideologico e abuso d'ufficio e al Csm è incolpato a livello disciplinare per aver mancato ai doveri di correttezza (in un'intercettazione si sarebbe anche preoccupato per la nomina della fidanzata ad aggiunto di Perugia). 

«Non credo alle accuse che gli hanno rivolto. Con me si è sempre comportato in modo regolare» assicura il ragioniere. Che aggiunge: «Ai tempi del video sull'omicidio Kercher un giornalista chiamò la Comodi davanti a me per chiederle se fosse al corrente dei miei precedenti. E lei rispose che conosceva benissimo i propri collaboratori» rammenta con riconoscenza Menghini.

Il quale, in effetti, mentre lavorava con la Procura di Perugia, era sotto processo in Lombardia per il presunto favoreggiamento di alcuni coimputati accusati di associazione per delinquere finalizzata alla truffa aggravata ai danni dell'Erario, al contrabbando e alla falsità ideologica. Menghini è stato anche 21 giorni in prigione, un'esperienza che oggi sdrammatizza con una ricca aneddotica da reduce. Nel 2008, dopo la modifica delle imputazioni era stato condannato a 1 anno e 6 mesi. 

Per i giudici avrebbe fatto sparire e contraffatto alcuni documenti contabili. Contestazione sempre respinta da Menghini, che in vista dell'Appello cambiò difensore e ingaggiò Chiara Lazzari, moglie dell'allora procuratore di Urbino Alessandro Cannevale (già pm a Perugia e dal 2015 a capo degli inquirenti di Spoleto), il magistrato che nel 2018 ha firmato la prefazione del primo libro di Guadagno, Il Divo e il giornalista. 

Fu l'ex cancelliere a presentare all'amico ragioniere la Lazzari, che oggi difende proprio la presunta «talpa». Il secondo grado di Menghini non andò meglio del primo e nel luglio del 2011 arrivò la conferma della condanna. Successivamente il professionista ha usufruito della prescrizione del reato.

Nel 2012 la collaborazione della Nventa con la Procura di Perugia rallenta. Infatti, pochi mesi prima, tra settembre e novembre 2011 si era svolta una gara per l'aggiudicazione del servizio di intercettazioni. Per concorrere la Nventa dovette allearsi con una società lombarda che aveva l'indispensabile nos, di cui la ditta di Todi era sprovvista. Ma alla fine la gara venne assegnata alla società Area Spa. Così nel 2012 da Perugia arrivano solo 60.000 euro, meno di 4.000 tra il 2013 e il 2015. 

Le commesse calano, ma aumentano i clienti: Spoleto, L'Aquila, Benevento, Pesaro, Arezzo, Urbino, Avezzano. Nel 2014 gli incarichi valgono 310.000 euro, poco meno nel 2015. Un anno dopo gli introiti che arrivano dalle Procure salgono a 508.000 euro e Perugia torna a far lavorare la Nventa liquidando 107.000 euro. Nel 2017, l'ultimo anno di attività effettiva, su 583.000 euro di fatture, il 38 per cento (222.800 euro) viene saldato da Urbino, il 24 da Lanciano (143.500), il 14 da Perugia (81.700) e l'11 da Spoleto (67.700). Nel 2018, invece, la ditta ottiene il pagamento di circa 450.000 euro di parcelle arretrate, di cui 132.675 da Perugia e ben 185.000 da Urbino. 

In tutto dalla Procura del capoluogo umbro sarebbero confluiti nelle casse della Nventa circa 1,3 milioni di euro, iva esclusa. A fronte di questi incassi non sarebbero mancati disservizi e problemi tecnici. Menghini ammette: «Il nostro amministratore ha mancato qualche appuntamento. Si comportava più come un dipendente che come un imprenditore. Per quanto riguarda la tecnologia non siamo riusciti ad adeguarci al 5g, ma i nostri prodotti sono stati concorrenziali sino alla fine del 2017». Il ragioniere di Todi è pentito di questa avventura? «Mi sono infilato in questa storia perché mi sembrava di fare un po' lo 007» confida con un sorriso dolceamaro.

(ANSA il 22 luglio 2022) - Ci sarebbe stato un incontro tra uno dei legali di Luca Palamara e il cancelliere della Procura di Perugia Raffaele Guadagno, indagato per rivelazione di segreto d'ufficio e accesso abusivo a sistema informatico dopo la pubblicazione su alcuni giornali della richiesta di archiviazione relativa alla cosiddetta loggia Ungheria. 

Circostanza sulla quale l'ex consigliere del Csm, al centro di diverse indagini e processi nel capoluogo umbro, sono stati sentiti dal procuratore Raffaele Cantone. La notizia e' riportata oggi dal quotidiano la Verità che nei giorni scorsi avevano anticipato dell'incontro. 

Palamara e i suoi legali - viene riportato - hanno confermato di avere incontrato il cancelliere dopo l'estate 2021, anche se sulla data non ci sarebbe certezza. Guadagno - in base a quanto emerso finora - avrebbe riferito ora di alcune vicende interne alla Procura.

Come una richiesta di astensione del sostituto Gemma Miliani all'allora procuratore De Ficchy e di un'altra questione riguardante l'altro magistrato Mario Formisano, entrambi co-titolari dei fascicoli su Palamara e sulla fuga di notizie. L'Ufficio guidato da Cantone sta ora svolgendo accertamenti per stabilire con certezza se l'incontro, che finora non sarebbe emerso da alcuna indagine, ci sia stato e i suoi eventuali contenuti.

Intanto - secondo quanto risulta all'ANSA - l'indagine sulla fuga di notizie sta andando a ritroso. Starebbero infatti emergendo centinaia di accessi abusivi da parte di Guadagno ad alcuni dei più significativi fascicoli della Procura di Perugia. 

Fonti inquirenti parlano di un uno "spaccato inquietante". Le stesse fonti evidenziano i "tempi particolarmente rapidi" dell'indagine sulla fuga di notizie e gli elementi "documentali" acquisiti. I magistrati intendono ora accertare se il cancelliere abbia agito per curiosità professionale o sia legato ad altri.

(ANSA il 22 luglio 2022) - Conferma di essere stato sentito ieri dal procuratore di Perugia Raffaele Cantone, davanti al quale dice di avere "chiarito tutti i fatti" a sua conoscenza in relazione alla vicenda del cancelliere della Procura di Perugia, Raffaele Guadagno, l'ex magistrato Luca Palamara. 

L'incontro è avvenuto a Roma, alla presenza dei legali dell'ex consigliere del Csm che hanno confermato anche loro lo "svolgimento di un atto istruttorio". Palamara non è voluto entrare nel merito della vicenda ma ha spiegato che l'attività svolta dal suo legale rientra "nell'ambito di indagini difensive".

"Ho sempre agito - ha detto - nella convinzione che le procure competenti faranno uscire il reale accadimento dei fatti ed il tentativo di screditamento della mia persona". "Il nostro assistito ha chiarito ogni aspetto della vicenda" il commento degli avvocati Benedetto Buratti e Roberto Rampioni, difensori di Palamara. 

"I temi affrontati - aggiungono in una nota - sono noti a livello processuale atteso che sulle anomalie del trojan stanno indagando ben due procure (Napoli e Firenze). Sul fronte della fuga di notizie rileviamo come il dott. Palamara sia stato l'unico a denunciare le ripetute violazioni che si sono succedute dal 29 maggio 2019 con denuncia alla Procura di Firenze.

Anche questa volta la sua iniziativa è stata tempestiva avendo depositato già l'11 luglio 2022 ulteriore denuncia alla Procura di Firenze. Confidiamo che sia fatta piena luce su tutta la vicenda nell'interesse in primo luogo della giustizia e del nostro assistito".

Giacomo Amadori per “La Verità” il 22 luglio 2022.  

La Procura di Perugia ha messo il turbo. Il capo degli inquirenti umbri Raffaele Cantone sta mostrando ai suoi predecessori come si indaga su una fuga di notizie. E ieri ha interrogato a Roma Luca Palamara su un nostro scoop. 

Confermato a verbale dall'ex presidente dell'Anm, il quale era accompagnato dai suoi avvocati, Roberto Rampioni e Benedetto Buratti, quest' ultimo testimone diretto della vicenda di cui si è discusso. 

In questi giorni abbiamo raccontato ai nostri lettori la storia della presunta talpa di Perugia, al secolo Raffaele Guadagno, cinquantottenne dipendente dell'ufficio esecuzioni della Procura, sospettato di aver scaricato file coperti da segreto, come la richiesta di archiviazione per i presunti grembiulini della loggia Ungheria, e di averli consegnati ai giornalisti.

Sabato abbiamo anche rivelato che Guadagno avrebbe incontrato l'avvocato Buratti per riferirgli presunti segreti sull'inchiesta che riguardava Palamara. In particolare, che esisterebbero una richiesta di astensione della pm Miliani, respinta dall'ex procuratore Luigi De Ficchy, e una fantomatica trascrizione delle chiacchiere scambiate durante la cena del 9 maggio 2019 da Mamma Angelina, ristorante in cui il procuratore Giuseppe Pignatone ha cenato con Palamara e un lobbista indagato per la loggia. La versione ufficiale è che il trojan quella sera non funzionò. Quella di Guadagno (a detta di Palamara) che invece sarebbe stata occultata. 

Per questi incroci pericolosi tra procedimenti diversi, l'ex pm è stato interrogato per un paio d'ore come indagato di procedimento connesso: «Ho chiarito davanti all'autorità giudiziaria tutti i fatti di mia conoscenza relativi alla vicenda Guadagno già anticipati dalla Verità» ci ha confermato Palamara. 

L'ex pm ha raccontato a Cantone l'origine del colloquio del suo avvocato con Guadagno: l'ex cancelliere è assistito da Chiara Lazzari, la quale insieme con Buratti ha fatto parte del pool di legali del processo Cepu.

L'incontro con il dipendente della Procura sarebbe avvenuto nell'ambito delle indagini difensive legate al trojan. Durante l'interrogatorio di ieri sarebbe stata individuata la data esatta del faccia a faccia presso lo studio Lazzari tra Buratti e Guadagno: 7 gennaio 2022. 

A verbale sono stati ricostruiti anche alcuni precedenti scambi di informazioni tra avvocati che avrebbero portato i difensori di Palamara a interloquire con la Procura tramite istanze, come quella presentata il 17 settembre 2021 per sapere se De Ficchy avesse fatto richiesta di astensione in considerazione dei rapporti con uno dei coimputati di Palamara, il pierre Fabrizio Centofanti. Buratti, mentre il suo assistito verbalizzava, non ha smentito le parole dell'ex magistrato.

Conclude Palamara: «Perché non ho fatto il matto a quattro dopo aver ricevuto certe notizie? Perché di storie strane nella mia vicenda ne ho sentite tantissime. Ma poi c'è bisogno delle prove. Io ho sempre confidato e confido che siano gli uffici competenti ad accertare il reale accadimento dei fatti».

Il cancelliere Guadagno ha contattato i legali dell’ex leader dell’Anm. Rivelazione della talpa di Perugia: “Contro Palamara fu un complotto”. Paolo Comi su Il Riformista il 23 Luglio 2022 

Raffaele Cantone ha deciso di imprimere un’accelerazione alle indagini sulla fuga di notizie avvenuta nei giorni scorsi sulla richiesta di archiviazione, quasi 180 pagine, del procedimento sulla Loggia Ungheria. Dopo aver iscritto a tempo di record il cancelliere Raffaele Guadagno, accusato di aver passato l’atto riservato al Corriere e a Repubblica, e prima ancora al Fatto Quotidiano, il numero uno della Procura del capoluogo umbro si è recato giovedì scorso a Roma per interrogare in gran segreto presso gli uffici del comando provinciale dei carabinieri l’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati Luca Palamara, persona danneggiata dalla fuga di notizie. Guadagno, stando a quanto reso noto da Cantone, si sarebbe introdotto senza averne titolo all’interno del sistema informatico della Procura di Perugia, scaricando alcuni documenti, tra i quali appunto quelli relativi all’archiviazione del fascicolo sulla Loggia Ungheria che conteneva anche una nuova indagine per corruzione nei confronti Palamara.

I destinatari delle informazioni, coperte dal massimo riserbo, erano stati gli stessi quotidiani, i quali per l’occasione hanno pubblicato articoli ‘fotocopia’, che nel maggio del 2019 fecero lo scoop sul Palamaragate, riportando in tempo reale e a indagini in corso le trascrizioni dei colloqui registrati con il trojan inserito nel cellulare di Palamara. “Un fatto gravissimo”, aveva detto immediatamente Cantone, procedendo subito all’individuazione della ‘talpa’, a differenza di quanto accaduto nel 2019. In quell’anno, infatti, la Procura del capoluogo umbro, all’epoca guidata dal procuratore Luigi De Ficchy, prossimo alla pensione per raggiunti limiti di età, non fece nulla per scoprire chi fosse stato il ‘postino’ che consegnò gli atti ai giornali, utilizzati, secondo Palamara, per bloccare la nomina di Marcello Viola alla Procura di Roma e stroncare Magistratura indipendente, la corrente di destra, fino a quel momento maggioranza a Palazzo dei Marescialli. Guadagno, prima della fuga di notizie dell’altra settimana, avrebbe tentato un approccio con i legali di Palamara per fornirgli le prove di un complotto a suo danno.

Si trattava, nello specifico, di informazioni particolarmente importanti, come la richiesta di astensione avanzata dalla pm Gemma Miliani, che insieme a Mario Formisano, sta rappresentando l’accusa nel processo per corruzione a carico di Palamara, e respinta da De Ficchy, e l’esistenza di una trascrizione della famosa cena del maggio del 2019 presso il ristorante Mamma Angelina ai Parioli tra l’ex capo dell’Anm e il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. Trascrizione che è stata negata dai pm che hanno sempre respinto quanto affermato in senso contrario dai consulenti della difesa di Palamara che, a tal riguardo, aveva depositato una relazione da cui emergeva che il trojan fosse stato in funzione durante tutta la serata. Se fosse vero che questa trascrizione, sempre negata, è realmente esistita, nei confronti dei pm umbri sarebbe difficile non aprire una indagine. E certamente non potrebbe essere, per ovvi motivi, la stessa Procura di Perugia ad effettuarla. Se, di contro, Guadagno si fosse inventato tutto, allora i pm umbri sarebbero persone “offese” in quanto oggetto di una gravissima calunnia. Ed anche in questo caso non potrebbe essere Perugia ma Firenze, secondo le regole sulla competenza, a svolgere gli accertamenti.

Come mai, invece, sta procedendo Cantone? E soprattutto, cosa sta facendo la Procura di Firenze dove dal 2020 è pendente una denuncia di Palamara proprio a proposito delle fughe di notizie che hanno contraddistinto l’indagine nei suoi confronti? Cosa è stato fatto in questi anni dal procuratore Luca Turco, attuale facente funzioni dopo il trasferimento di Giuseppe Creazzo, titolare del dossier? La vicenda ha tutti i connotati di una spy story dal finale imprevedibile. L’unico elemento certo, ad oggi, è il canale privilegiato che alcuni giornalisti, sempre gli stessi, hanno avuto (ed hanno) con personale giudiziario e delle forze di polizia allo scopo di destabilizzare l’organo di autogoverno delle toghe. Come accaduto nel 2019. Tornando alla testimonianza di Palamara, “il nostro assistito ha chiarito ogni aspetto della vicenda”, è stato il commento ieri dei suoi difensori, gli avvocati Benedetto Mazzocchi Buratti e Roberto Rampioni. “I temi affrontati – hanno aggiunto – sono noti a livello processuale atteso che sulle anomalie del trojan stanno indagando le Procure di Napoli e Firenze”. Paolo Comi

Luca Fazzo per “il Giornale” l'11 luglio 2022.

È l'altra faccia del «Sistema», la fuga di notizie utilizzata come arma impropria per indirizzare il corso e l'impatto delle indagini giudiziarie. Male atavico e inestirpabile contro il quale si trova ieri a fare i conti Luca Palamara, ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati, che vede la notizia - in teoria segreta - di una nuova indagine a suo carico approdata sulle pagine di due quotidiani. I giornalisti hanno fatto il loro mestiere, chi gli ha passato le carte no.

Palamara sembra non avere dubbi: è stata la Procura di Perugia, guidata da Raffaele Cantone, la stessa Procura che indaga su di lui mentre invece - è notizia di tre giorni fa - decide di archiviare l'inchiesta sulla loggia Ungheria, ritenendo non riscontrate le dichiarazioni del pentito Piero Amara sulla presunta congrega di magistrati, politici e generali. Mentre invece per indagare Palamara le dichiarazioni di Amara vanno benissimo.

Nel caso specifico, Amara accusa Palamara di essere intervenuto su un giudice di Cassazione a favore del pm siciliano Maurizio Musco, che era sotto processo per corruzione. Il giudice di Cassazione, Stefano Mogini, interrogato da Perugia, dice che in effetti Palamara gli chiese delle informazioni. E Amara dice che per l'interessamento «Palamara gli fece capire che avrebbe gradito un orologio d'oro da trentamila euro per la sua compagna».  Orologio mai arrivato.

Ma a Perugia l'inchiesta va avanti. Il vero problema è che queste carte sono contenute nei quattordici faldoni che la Procura di Perugia ha inviato al giudice preliminare per chiedere l'archiviazione della indagine «Ungheria». Non le hanno gli avvocati, non le ha la polizia giudiziaria, le hanno solo i magistrati. 

Ieri Cantone comunica l'apertura di una indagine sulla fuga di notizie, sostenendo che la Procura di Perugia è la vera vittima della violazione del segreto, «faremo tutto il possibile per accertare da dove sia uscita». Ma vittima e colpevole potrebbero, se ha ragione Palamara, coincidere. E con quale credibilità la magistratura del capoluogo umbro potrebbe indagare su se stessa?

Non è un caso isolato, negli ultimi decenni tutte le inchieste sulle fughe di notizie sono state condotte dalle stesse Procura dove le fughe erano avvenute, e infatti nessun colpevole è stato mai individuato. Spesso non si trattava di notizie scivolate dal segreto per caso, leggerezza, simpatia, ma di operazioni decise a tavolino con fini precisi. 

Ieri, dopo lo scoop sui suoi nuovi guai, Palamara va giù pesante: parla di «una giustizia che si serve dei giornali di riferimento per cecchinare il nemico di turno», allo stesso modo in cui «nel maggio 2019 la pubblicazione di intercettazioni non depositate ha consentito a una corrente della magistratura di gestire il potere per quattro anni».

La «manina» che passa le carte ai giornali, sostiene Palamara, non lo fa perché ha a cuore la libertà di informazione ma perché sa che la campagna mediatica è funzionale alla battaglia giudiziaria. Le dichiarazioni di Amara vengono usate «per salvare i processi a mio carico», dice l'ex magistrato, come a Milano vennero usate per cercare di affossare un giudice scomodo e salvare i processi Eni. «Oggi si ripete la stessa storia», dice Palamara.

Il problema è che nessuno sa quante altre storie siano contenute, pronte ad esplodere, nei faldoni di Perugia che dovevano essere segreti ma evidentemente non lo sono più. Cosa aspetta il ministro Cartabia, chiede alla fine Palamara, a mandare i suoi ispettori nella Procura umbra?

Alessandro Da Rold per “La Verità” il 21 luglio 2022

Era l'11 settembre del 2014 quando il Corriere della Sera dava in prima pagina, a caratteri cubitali nel taglio del quotidiano, la notizia che l'amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi si trovava sotto inchiesta per una tangente da più di un miliardo di euro legata all'acquisizione della licenza petrolifera Opl 245 in Nigeria. 

A distanza di quasi otto anni, il quotidiano di via Solferino ha dedicato uno spazio di gran lunga minore alla notizia dell'assoluzione definitiva del manager del Cane a sei zampe. Eppure, martedì la Procura generale di Milano ha preso una posizione molto netta sul processo che avrebbe dovuto dimostrare la corruzione di una delle aziende più importanti di questo Paese. 

Il procuratore generale Celestina Gravina ha deciso di rinunciare al ricorso e ha ribadito come, nel procedimento, non ci fosse «prova dell'accordo per una corruzione» o «pagamento di un'utilità corruttiva». E ha insistito sul fatto che il processo non andava neppure celebrato. Men che meno l'appello, anche perché non esistono nuovi elementi «per sostenere l'accusa». 

Quindi un eventuale ricorso non avrebbe avuto alcuna forza «per un eventuale ribaltamento del principio dell'oltre ragionevole dubbio». 

Per il Corriere, però, questa presa di posizione si vede che non è bastata per dimostrare l'inutilità di un nuovo appello dopo l'assoluzione di tutti gli imputati in primo grado «perché il fatto non sussiste».

Così nel pezzo di cronaca di ieri, il quotidiano di via Solferino ha comunque voluto ribadire come «di certo la scelta della pg è intanto un peccato. Un'occasione persa persino per gli imputati, perché finisce per indebolire la considerazione dell'assoluzione di primo grado, che invece da un vaglio e da una riconferma in Appello sarebbe uscita rafforzata, magari anche nelle aspre critiche ai due pm indagati intanto per non aver depositato prove favorevoli alle difese».

In via Solferino, alle prese con il nuovo capo della Procura Marcello Viola, forse non si sono resi conti che le tesi di Celestina Gravina non sono esattamente un caso isolato. Non tanto in Italia, quanto nel mondo intero. È lunga la lista dei Paesi che si sono espressi su quella che veniva considerata come la tangente del secolo. Negli Stati Uniti la Sec (Securities and exchange commission) già due anni fa aveva chiuso le sue indagini senza portare avanti altri procedimenti contro Eni e Shell.

Negli ultimi mesi la corte inglese, il giudice Sara Cockerill, si è pronunciata a favore di Jp Morgan Chase nella causa da 1,7 miliardi di dollari promossa dal governo nigeriano rispetto al presunto ruolo della banca d'affari nelle trattative di acquisizione della licenza petrolifera nel 2011. L'alta corte di giustizia del Regno Unito ha ribadito la sua decisione lo scorso 7 luglio, impedendo al governo federale nigeriano di appellarsi alla sentenza. Proprio come sostenuto dal procuratore generale Gravina, anche l'alta corte ha affermato che non vi era «alcuna prospettiva reale» di ribaltare la sentenza.

E ha stabilito una volta per tutte che non c'erano prove che la Nigeria fosse stata truffata nell'accordo tra Eni, Shell e Malabu. C'è poi da ricordare che su Opl 245 non è mai iniziato alcun processo in Olanda, dove la compagnia petrolifera Shell non è mai finita sotto accusa. Gli olandesi, infatti, hanno sempre preso tempo in questi anni, stando ben attenti a mettere sotto accusa un'azienda strategica come Shell. Persino l'alta corte federale di Abuja in Nigeria si è più volte espressa contro le ipotesi di corruzione nella vicenda. 

Nel 2018 aveva già stabilito che l'ex ministro di giustizia Adoke Bello non poteva essere ritenuto personalmente responsabile per quanto riguardava i pagamenti a Malabu perché stava semplicemente eseguendo le legittime direttive e approvazioni del presidente Goodluck Jonathan. L'ultima decisione di Abuja è di poche settimane fa. I giudici nigeriani hanno ribadito di non riuscire «a vedere alcun fatto a sostegno della tesi che i soldi siano il risultato di attività illegali».

In sostanza, la corte nigeriana ha escluso che vi siano evidenze di provenienza illecita dei fondi. La repubblica nigeriana aveva presentato ricorso per ottenere in via di urgenza il sequestro delle somme depositate presso conti correnti in banche svizzere, anche questo sulla base dell'attività della Procura di Milano, dei pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro. In questi anni l'unica sentenza di condanna è stata quella nel processo abbreviato a carico di Emeka Obi e Gianluca Di Nardo, i presunti intermediari della mazzetta. Anche questa è stata ribaltata in appello. Non è rimasto più nulla dal punto di vista giudiziario.

Lo strano caso della talpa a Perugia che colpisce solo Luca Palamara. L’ultima fuga di notizie sulle indagini che riguardano l’ex consigliere del Csm è legata a filo doppio con quella, più clamorosa, del 2019. Palamara conferma a Cantone l'incontro con Guadagno. Il dipendente della procura è solo un capro espiatorio? Simona Musco su Il Dubbio il 22 luglio 2022.

C’è qualcosa che non torna nella vicenda della talpa di Perugia che ha inviato alla stampa le notizie sulla nuova indagine a carico di Luca Palamara. Una storia torbida, che si incastra nella più ampia telenovela iniziata il 29 maggio 2019, quando su Corriere e Repubblica vennero pubblicati i contenuti delle intercettazioni della cena all’Hotel Champagne sul cosiddetto “mercato delle toghe”, che causò una slavina di scandali sul Csm, portando alle dimissioni di diversi consiglieri e alla modifica degli equilibri di potere all’interno di Palazzo dei Marescialli.

Oggi come allora, ad indagare sulle attività dell’ex presidente dell’Anm è la procura del capoluogo umbro, all’epoca guidata dal procuratore Luigi De Ficchy. Che però non mosse un dito per scoprire da chi fossero partite le veline ai giornali, servite, secondo Palamara, a bloccare la nomina di Marcello Viola alla procura di Roma e ridurre il potere delle correnti della magistratura fino a quel momento più potenti. Ora, invece, Raffaele Cantone non ha perso un secondo di tempo: due giorni dopo la pubblicazione di stralci della richiesta di archiviazione dell’inchiesta sulla Loggia Ungheria, l’ex presidente dell’Anac ha iscritto sul registro degli indagati un dipendente amministrativo, Raffaele Guadagno, scrittore di libri gialli nel tempo libero e autore, secondo la procura, della clamorosa fuga di notizie che ha avuto come protagonista Palamara.

Guadagno, stando a quanto reso noto dalla procura, avrebbe fatto accesso abusivamente al sistema informatico della procura, scaricando alcuni documenti, tra i quali quelli relativi alla nuova indagine sull’ex toga. E a ricevere le informazioni scottanti, ancora una volta coperte da segreto, sono stati gli stessi due quotidiani, che hanno pubblicato due articoli praticamente identici sul caso. «Un fatto gravissimo», ha tuonato Cantone, palesemente infastidito dalla falla interna alla sua procura. Ma quella del maggio 2019 rimane la fuga di notizie più clamorosa: una vera e propria violazione del segreto istruttorio rimasta impunita, nonostante da due anni la procura di Firenze – alla quale Palamara si è rivolto per scoprire di chi fosse la “manina” – stia indagando sulla vicenda. L’ex pm romano non si è arreso e il nuovo fuggi fuggi di carte gli ha fornito l’occasione per rivolgersi ancora alla procura ora retta dall’aggiunto Luca Turco, sperando, questa volta, di avere risposte. Risposte che pretende anche dal ministero della Giustizia, al quale ha chiesto l’invio degli ispettori per chiarire cosa si agiti negli uffici giudiziari del capoluogo umbro. Anche perché l’idea che a gestire questo traffico di informazioni – finalizzato finora a colpire sempre la stessa persona – sia stato un dipendente amministrativo convince poco l’ex consigliere del Csm. Persuaso sempre di più che dietro ci siano ben altri mandanti, da individuare nel mondo della magistratura.

Guadagno sembra, anzi, la vittima sacrificale ideale in questa vicenda: i suoi contatti con i giornalisti non sono un mistero e creano le condizioni perfette per rendere il sospetto sempre più fondato. Il quotidiano La Verità, nei giorni scorsi, ha reso noti molti particolari della vicenda, in seguito alla quale il dipendente della procura di Perugia ha accusato un malore che lo ha costretto al ricovero in ospedale. Un vero e proprio “sputtanamento” fatto di dettagli scabrosi sulle sue attività all’interno degli uffici giudiziari, compreso il presunto tentativo di fornire a Palamara prove di un complotto a suo danno. Si tratta, nello specifico, di tre informazioni, che Guadagno avrebbe offerto ad un intermediario, ovvero uno dei suoi avvocati. Si tratta di segreti importantissimi: la richiesta di astensione avanzata dalla pm Gemma Miliani – che rappresenta l’accusa nel processo per corruzione a carico di Palamara – e respinta da De Ficchy, le informazioni fornite dall’altro pm, Mario Formisani, all’ex procuratore di Perugia, andato in pensione a fine maggio 2019, e, soprattutto, l’esistenza di una trascrizione della famosa cena tra Palamara e Giuseppe Pignatone, registrazione misteriosamente scomparsa e la cui sussistenza è stata sempre negata dagli inquirenti. Palamara era però già informato di quei fatti, informazioni raccolte nell’ambito dell’attività difensiva legata all’utilizzo del trojan inoculato nel suo cellulare svolta dai suoi legali. Trojan sul quale l’ex consigliere del Csm non ha mai nascosto i suoi dubbi: serviva, a suo dire, per provocare un terremoto.

Qual è, dunque, il ruolo di Guadagno in questa vicenda? Che ruolo gioca nella guerra tra procure ormai senza quartiere? Proprio alla luce di queste consapevolezze, infatti, l’ex pm è convinto che il dipendente della procura di Perugia possa essere il capro espiatorio ideale per non scoprire mai la verità sulla fuga di notizie. Anche perché sono troppe le tracce lasciate in questa occasione: è possibile che qualcuno abbia usato le credenziali del dipendente per scaricare gli atti e girarle ai giornali incastrando un “semplice” amministrativo? E perché colpire solo Palamara e ignorare tutto il resto degli atti? Interpellato dal Dubbio, l’ex presidente dell’Anm si limita a ribadire di voler approfondire il tutto nelle sedi giudiziarie: «Chiarirò ogni cosa quando e se verrà chiamato», dice laconico. E proprio ieri è stato sentito da Cantone, al quale ha confermato la circostanza dell’incontro con Guadagno, avvenuto lo scorso 7 gennaio.  Forse il bubbone della procura di Perugia sta per esplodere.

Mattia Feltri per “La Stampa” il 21 luglio 2022. 

L'immagine del paese che siamo non viene soltanto dal Parlamento di ieri, di cui il giornale offre dettagliati racconti, ma anche dal palazzo di giustizia di Milano, dove l'altro ieri la procuratrice generale ha rinunciato all'appello per la maxitangente Eni in Nigeria, roba da un miliardo di dollari. 

E infatti è una tangente che non esiste: i vertici dell'Eni, in particolare l'ex e l'attuale amministratore delegato, Paolo Scaroni e Claudio Descalzi, sono stati assolti l'anno scorso perché - formula tecnica - il fatto non sussiste. 

Intanto i due pm titolari dell'accusa, Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, sono indagati a Brescia per aver omesso prove in favore degli imputati, e vedremo come va.

Stiamo parlando dell'Eni, politicamente l'azienda più importante del paese, di un'azienda strategica per gli interessi italiani nel mondo. Nel rifiutare l'Appello, la procuratrice ha detto che «il processo deve finire qui perché non ha fondamento», anzi «avrebbe dovuto essere fermato all'inizio», ma perlomeno adesso «dopo otto anni di altissimi costi e di gravi e ingiuste conseguenze reputazionali», e deve finire qui perché è figlio «della fantasia sfrenata dei pm», di «vicende buttate lì come una insinuazione» e perché l'appello è fondato su motivi «fuori dal binario di legalità».

Chi pensa che il nostro unico problema sia la politica, pensi anche a un ufficio giudiziario che per otto anni tiene al palo la più importante e strategica azienda del paese sulla base di fantasie sfrenate, e in nome di un'indipendenza che è diventata frivolo abuso di potere delle cui conseguenze non si è mai chiamati a rispondere.

Magistratura, Alessandro Sallusti: "Qui serve il lanciafiamme". Libero Quotidiano l'11 luglio 2022.

Qualcuno si ricorderà il caso della loggia Ungheria, una presunta associazione segreta svelata da un losco figuro specialista in avvelenamento di pozzi e verità a cui la magistratura per suo tornaconto a tratti ha dato grande credibilità, tale avvocato Pietro Amara, che entra ed esce dal carcere con la facilità con cui noi andiamo a cena la sera. Ecco, il procuratore di Perugia, Raffaele Cantone, ha letto le carte del dossier che per due anni era stato imboscato dalla procura di Milano - lo stesso per intenderci che ha messo nei guai Piercamillo Davigo per averlo divulgato - ed è giunto a una conclusione pazzesca. Di tutti i nomi e gli episodi citati da Amara, che riguardano magistrati, imprenditori e politici di chiara fama compreso l'ex premier Giuseppe Conte, l'unico che a suo avviso è fondato e ha rilevanza penale è quello che riguarda contatti inopportuni che Luca Palamara avrebbe avuto con altri colleghi.

Io ho un grande rispetto del dottor Cantone, ma se pensa che noi siamo tutti degli stupidi boccaloni si sbaglia di grosso. Lui può fare quello che crede, anche la figura del fesso di turno, ma c'è un limite a tutto. Amara è un cialtrone millantatore che mischia mezze verità a palesi menzogne su tutto ma non su Palamara, cioè non sul magistrato che con le sue rivelazioni ha messo alla berlina il magico mondo di Cantone e dei giornali che gli fanno da ufficio stampa.

Tempo fa un magistrato mi disse che nella ricostruzione degli ultimi quindici anni di vita della magistratura fatta da Palamara in due libri ci sono almeno una trentina di ipotesi di reato che riguardano il vertice di quella categoria ma che ovviamente nessuno, tantomeno Cantone, avrebbe mai e poi mai aperto neppure un fascicolo, come noto cane non mangia cane. La morale è che Cantone- integerrimo e libero magistrato - non indaga sui presunti reati raccontati con dovizia di particolari da Palamara, ma indaga Palamara per una ipotesi di reato sostenuta dal più grande mascalzone ballista già al servizio di procure che lo hanno usato per imbastire processi finiti in farsa. Io non sono l'avvocato di Palamara, ma se tra Palamara e Amara la nuova magistratura sceglie Amara e facendolo salva tutti i colleghi amici e complici, altro che riforma della giustizia. Qui non serve una legge, serve il lanciafiamme.

I legali di Palamara: «Procura di Perugia coinvolta nella fuga di notizie, intervenga il ministro Cartabia». Gli avvocati dell'ex presidente dell'Anm: «È indubbio che la stampa debba fare il proprio mestiere e pubblicare tutte le notizie di cui viene a conoscenza. Sorge pertanto spontanea una domanda: perché sempre gli stessi giornalisti e le stesse testate?» Il Dubbio il 12 luglio 2022.

«Prendiamo atto della attività che sta compiendo la Procura di Perugia in merito alla fuga di notizie (parziali e facilmente contestabili) che ha colpito, come in passato, il dottor Palamara. Tuttavia ribadiamo di aver presentato denuncia alla Procura della Repubblica di Firenze non che al capo dell’ispettorato del ministero della giustizia e del procuratore generale della cassazione affinché si faccia piena luce su quanto accaduto ritenendo competente la procura di Firenze anche in ragione del fatto che da quasi due anni svolge indagini sugli stessi giornalisti che oggi come nel maggio del 2019 hanno divulgato, interpretandole, notizie segrete». Lo scrivono in una nota i legali di Luca Palamara. 

«In quella occasione la pubblicazione servì a far dimettere i consiglieri di Unicost e Magistratura indipendente consentendo alla corrente di Area di gestire il mercato delle nomine nella attuale consiliatura. Oggi la pubblicazione serve a mettere le stampelle alla traballante indagine sulla loggia Hungaria che ha fatto figli e figliastri. È indubbio che la stampa debba fare il proprio mestiere e pubblicare tutte le notizie (complete e non interpretate) di cui viene a conoscenza. Sorge pertanto spontanea una domanda: perché sempre gli stessi giornalisti e le stesse testate? È stato il cancelliere o chi per lui spontaneamente a consegnare queste carte ai giornalisti o qualcuno gli ha chiesto di farlo? Come mai aveva il loro numero o gli ha fatto recapitare una pennetta?», chiedono i legali dell’ex presidente dell’Anm.

«La Procura di Perugia è sicuramente coinvolta e, pertanto, tutte le attività debbono essere compiute ex art. 11 c.p.p. a Firenze. Il nostro assistito tiene a precisare che andrà fino in fondo alla questione per capire le ragioni di questa fuga di notizie a suo danno e se vi siano complici ovvero mandanti, sicuro di dimostrare in ogni sede la calunnia di quanto stanno scrivendo», conclude la nota.

La Procura di Perugia nel caso. Fuga di notizia su Palamara, Cantone a caccia della talpa di Corriere e Repubblica. Paolo Comi su Il Riformista il 12 Luglio 2022 

Ormai è evidente: la Procura di Perugia è un ‘colabrodo’. Negli uffici giudiziari del capoluogo umbro, gli atti di indagine coperti dal segreto rimangono tali per non più di ventiquattro ore. L’ultimo caso ha riguardato la richiesta di archiviazione, depositata l’altra settimana, del procedimento sulla Loggia Ungheria ed il contestuale stralcio, con conseguente iscrizione nel registro degli indagati, di alcuni soggetti tirati in ballo da Piero Amara. Fra i malcapitati vi sarebbe anche l’ex presidente dell’Anm Luca Palamara, già da tempo sotto il tiro della Procura del capoluogo umbro. Palamara, secondo le nuove accuse, avrebbe avvicinato un giudice della Cassazione a cui era stato assegnato un procedimento nei confronti di un amico di Amara, l’allora pm di Siracusa Maurizio Musco.

Per tenere sotto controllo lo stato di tale procedimento, Palamara avrebbe interessato, oltre al giudice, anche il presidente della Cassazione. Amara, da parte sua, avrebbe organizzato per Palamara una vacanza in uno chalet di un suo conoscente al Sestriere, mentre l’ex zar delle nomine gli avrebbe chiesto un orologio d’oro del valore di 30mila euro per la moglie. Il nuovo capo di imputazione, basato su dichiarazioni testimoniali non ancora contestate a Palamara, invece di rimanere segreto è finito quasi integralmente sul Corriere e su Repubblica con due articoli fotocopia pubblicati domenica scorsa. Il procuratore Raffaele Cantone, dopo aver letto i due quotidiani, ha fatto sapere di essere molto indignato, essendo la “vicenda di una gravità inaudita”. In pochi, infatti, avevano la disponibilità del fascicolo: Cantone, i suoi due sostituti coassegnatari, i pm Gemma Miliani e Mario Formisano, e il gip del tribunale di Perugia.

La polizia giudiziaria, ad iniziare dal Gico della guardia di finanza che ha curato le indagini, pur avendo chiesto gli atti, ufficialmente non aveva ricevuto mezzo foglio.

Subito è partita allora la solita girandola di procedimenti per capire di chi sia la ‘manina’ che ha passato gli atti al Corriere e a Repubblica. Visto che coloro che hanno maneggiato questo fascicolo, i magistrati con i rispettivi collaboratori, si contano sulle dita delle mani, il ‘talpone’ dovrebbe avere vita breve e non rimanere sconosciuto come nel caso della prima, clamorosa, fuga sul Palamaragate, avvenuta a maggio del 2019. Anche all’epoca Corriere e Repubblica, in compagnia del Messaggero, pubblicarono ad indagini in corso stralci dei colloqui registrati con il trojan inserito nel cellulare di Palamara. I responsabili non furono mai individuati.

Ma come dimenticare, poi, l’inchiesta sull’esame farsa del calciatore Luis Suàrez per ottenere la cittadinanza italiana? A causa della fuga di notizie, Cantone aveva deciso per lo stop a tempo indeterminato dell’ indagine coordinata dai pubblici ministeri Paolo Abritti e Giampaolo Mocetti, sempre con l’ausilio dell’immancabile guardia di finanza. Si trattò di una decisione più unica che rara per il panorama giudiziario italiano che, secondo il capo della Procura di Perugia, era necessaria proprio a causa delle ripetute violazioni del segreto istruttorio. Cantone anche all’epoca si disse “indignato per quanto successo finora”. Un dato è certo: se l’ex capo dell’Anac non riesce ad arginare queste imbarazzanti fughe di notizie che compromettono in maniera irreparabile le indagini del suo ufficio, sarebbe necessaria allora una riflessione da parte del Csm e del Ministero della giustizia, che ha anche gli strumenti, l’Ispettorato, per verificare la gestione dei vari procedimenti penali nel capoluogo umbro.

La Procura di Perugia, è bene ricordarlo, è un ufficio di piccole dimensioni. Oltre a Cantone ed al suo vice, vi lavorano poco più di dieci sostituti. Alla Procura di Napoli, ufficio da dove proviene Cantone, i magistrati sono 140 ed fatte le dovute proporzioni non si assiste a questo stillicidio di notizie segrete pubblicate sui giornali.

Palamara, comunque, ha presentato una nuova denuncia per quanto accaduto l’altro giorno alla Procura di Firenze, competente sui colleghi perugini. Considerando i precedenti, tutto lascia presagire però che anche questa denuncia per la fuga di notizie finirà in un nulla di fatto. Per scongiurare il bis, l’ex capo dell’Anm ha fatto sapere tramite i propri legali di essere pronto ad incatenarsi sotto il palazzo di giustizia. Paolo Comi

Media e fughe di notizie. Fuga di notizie dalla Procura di Perugia: Cantone non può indagare su se stesso. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 12 Luglio 2022 

Se scappano delle carte segrete dall’ufficio di un Procuratore, quel Procuratore ne è responsabile, in quanto custode naturale della riservatezza dell’inchiesta. Raffaele Cantone, capo dell’ufficio di Perugia, che si è rivelato il colabrodo da cui sono “scappati” 15 faldoni zeppi di atti secretati sulla “Loggia Ungheria” e in particolare 167 pagine di richieste al Gip, non può quindi indagare che su se stesso. Ha quindi ragione l’ex magistrato Luca Palamara, il primo danneggiato dalla fuga di notizie, a rivolgersi alla Procura di Firenze, competente per ciò che riguarda le toghe di Perugia, e anche al procuratore generale presso la cassazione, titolare dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati.

Manca all’appello solo il ministro Cartabia, che ha il potere di inviare gli ispettori a mettere il naso in queste gravi violazioni. Potere rafforzato dal giorno in cui il Parlamento e il governo italiano, alla fine dell’anno scorso, hanno recepito in modo definitivo la direttiva dell’Unione Europea sui rapporti tra le Procure e i media.

A coloro che quel giorno brindavano una vocina aveva sussurrato: e le carte passate sottobanco ai cronisti di riferimento? Eccoci qua. Era stato facile profeta chi, leggendo il libro Il sistema, in cui lo stesso Palamara spiegava che a un pm basta avere il “suo” cronista per orientare qualunque inchiesta, aveva denunciato che difficilmente il metodo sarebbe cambiato. E bisognerà vedere se la ministra guardasigilli, che qualcuno in questi giorni sta cercando di mettere in difficoltà per un’inchiesta genovese, avrà la forza di mostrare che quel provvedimento del novembre 2021 non aveva solo la testa per decidere, ma anche le gambe per camminare.

Ma soprattutto occorre avere la consapevolezza del fatto che certi scoop, certe complicità, non si fondano solo su reciproche vanità, quella del pm di vedere il proprio nome sulla stampa e quella del cronista di farsi bello con i suoi capi. Queste sono piccolezze. C’è, c’è stato, e temiamo ci sarà, a volte, una vera volontà politica, studiata scientificamente, di orientare indagini e inchieste. Non si tirino fuori i cronisti giudiziari, attuali o ex. Alcuni hanno brindato per certe informazioni di garanzia, hanno partecipato al banchetto delle carte che “scappavano” dagli uffici, ben sapendo che cosa si stava bevendo, che cosa si stava mangiando. Non è vero che, anche qualora non ci sia stata la complicità iniziale, il cronista non fa nulla di più che il proprio dovere pubblicando ogni carta che gli capiti in mano. Lo hanno dimostrato gli stessi cronisti del Fatto e di Repubblica proprio con i verbali dell’avvocato Amara, quando le carte erano arrivate nelle loro redazioni filtrate dalla segretaria romana di Piercamillo Davigo. In quei giorni pareva che i fascicoli scottassero nelle loro mani, come mai? Ma allora la selezione c’è, vero colleghi?

Veniamo dunque al fattaccio ultimo arrivato. Il combinato-disposto Procura di Perugia-Corriere della sera-Repubblica ha un unico danneggiato, Luca Palamara. E un rafforzamento delle accuse contro di lui. Certo, il procuratore Cantone, che potrebbe essere assolto sul piano delle responsabilità soggettive, ma condannato su quella oggettiva, la stessa del direttore responsabile di una testata giornalistica, dice che il suo ufficio è la vera vittima. Dice anche che i suoi due sostituti che hanno condotto con lui le indagini sulla “Loggia Ungheria” per cui propone l’archiviazione, cioè Gemma Miliani e Mario Formisano, sono sicuramente innocenti. Pare però anche che né la polizia giudiziaria né gli avvocati siano entrati in possesso di questi 15 faldoni. Quindi, dottor Cantone, il fascicolo che lei ha aperto per la violazione del segreto investigativo, dove pensa che andrà a parare? O sta pensando di indagare davvero su se stesso?

Il fatto è molto grave prima di tutto sul piano formale. Perché sembra uno sberleffo al Parlamento e al Governo che hanno impegnato l’Italia, se pur con anni di ritardo, a diventare un Paese che rispetti i cittadini e la presunzione di innocenza. Ma anche sul piano sostanziale, nei confronti del cittadino Luca Palamara. Con un’accusa che, a parti rovesciate, ricorda quella che si rovesciò nel processo Eni, quando i due pm volevano introdurre nel dibattimento dichiarazioni calunniose che indicavano il Presidente del tribunale come persona “avvicinabile” da parte degli avvocati della difesa. L’ex pm che ha denunciato il “Sistema” è indicato dal solito avvocato Amara come uno che “avvicinava” giudici della cassazione per chiedere informazioni su un processo che riguardava un suo collega. La cosa strana è che questo personaggio ormai screditato da inchieste e sentenze, diventi improvvisamente credibile, se serve. E le sue parole vengano passate a testate e cronisti “di riferimento”, come dice lo stesso Palamara.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Il processo Palamara a Perugia e quelle strane fughe di notizie affidate ai giornali. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 14 Luglio 2022. 

La Corte d’appello di Perugia aveva già rigettato nella scorsa udienza l’istanza di ricusazione presentata dai difensori di Luca Palamara, gli avvocati Benedetto Marzocchi Buratti e Roberto Rampioni, nei confronti dei giudici del tribunale del capoluogo umbro che lo stanno giudicando per corruzione. L’udienza per la trattazione dell’istanza si era svolta il 9 maggio scorso e i giudici si erano riservati di decidere. La difesa di Palamara aveva avanzato la richiesta di ricusazione sostenendo che “il tema sulla terzietà del giudice” è stato “creato” dall’Anm “che ha chiesto di costituirsi parte civile in un processo dove due membri del collegio sono iscritti alla medesima associazione“. 

Durante l’udienza precedente la Corte non ha ammesso l’introduzione nel procedimento di una memoria presentata dalla Anm; la quale nell’ambito del procedimento per corruzione, intendeva costituirsi parte civile nei confronti di Palamara, nella quale memoria venne chiesto al collegio di rigettare la dichiarazione di ricusazione.

Luca Palamara in quell’ occasione ha dichiarato “Da uomo libero e da cittadino di questo Paese democratico ribadisco che non mi faccio e non mi farò mai intimidire da alcuno e, tantomeno, dalla attuale dirigenza dell’Anm molto lontana dai fasti gloriosi che l’hanno caratterizzata” E’ “grave e irrituale il tentativo di condizionamento nei confronti dei giudici della Corte d’appello di Perugia chiamati a decidere sulla ricusazione depositando fuori termine una memoria che rischiava di poter diventare una traccia per l’eventuale decisione”.

 La Procura generale di Perugia, guidata da Sergio Sottani, aveva chiesto invece il rigetto della domanda affermando che “non sussistono ragioni per ritenere un interesse dei giudici nel processo, in quanto le condotte addebitate all’imputato, in relazione alle quali l’Anm ha inteso presentare la propria domanda di costituzione di parte civile, sulla base della prospettazione accusatoria, si pongono in assoluto contrasto con i principi che governano l’agire del magistrato e che danneggiano il prestigio e l’indipendenza della magistratura“. 

Palamara ha reso dichiarazioni spontanee nel corso dell’ udienza. Questa la versione integrale: L’ipotesi che una “manina” abbia fatto finire nuovamente sui giornali Luca Palamara sia quella di un semplice funzionario non è credibile per l’ex presidente dell’Anm, che depositerà il suo esposto in procura a Firenze, competente sui magistrati perugini, procura dove Palamara due anni fa si era già presentato, quando guarda caso…. gli stessi giornali oggi in possesso delle notizie sulla nuova indagine che lo riguarda pubblicarono le intercettazioni sullo scandalo dell’Hotel Champagne di Roma.

Tutto questo secondo Palamara fa dunque pensare ad un disegno unico, finalizzato a colpire l’ex consigliere del Csm, depositario, forse, di troppi segreti scottanti sulle toghe italiane, ma sopratutto prendere il controllo delle nomine nel Csm. Vicende in buona parte diventate di dominio pubblico nei due libri, scritti insieme ad Alessandro Sallusti (oggi direttore del quotidiano LIBERO) ma in parte ancora “coperti” ma tanto “pesanti” da poter destabilizzare l’equilibrio già fortemente instabile del sistema di potere della giustizia italiana. Una manina “interna” alla procura di Perugia che ha sempre gli stessi interlocutori, con un modus operandi che ricorda la spedizione delle carte riservata effettuata dalla segretaria al CSM di Piercamillo Davigo (attualmente sotto processo a Brescia), e tutto questo non può essere più un caso. Palamara nel corso delle sue dichiarazioni spontanee ha evidenziato e fortemente contestato che tra le notizie di reato contenute nella richiesta di archiviazione sulla famigerata Loggia Ungheria “ci sono fatti che non mi sono stati contestati”.

Ma la coincidenza … vuole che che solo ciò che lo riguarda, tra gli stralci effettuati dalla procura di Perugia, è finito in mano ai soliti giornalisti di “fiducia”. Un’ennesima circostanza che fa pensare più ad uno strategia studiata a tavolino, che ad una pura coincidenza. Infatti non sarebbe la prima volta, perchè oltre alla fuga di notizie riservate sull’inchiesta a carico di Luca Palamara, anche le recenti vicende interne alla magistratura che hanno registrato la diffusione illecita dei verbali di Piero Amara, ex consulente legale esterno dell’ Eni, che ha svelato l’esistenza inventata, poi smentita dai fatti, di una nuova loggia segreta massonica sulla scia della P2.

Palamara show in aula: «Disegno unico dietro le fughe di notizie». Prima dell'inizio dell'udienza a Perugia, lungo conciliabolo tra l'ex consigliere del Csm, il procuratore capo Raffaele Cantone e il procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo. Simona Musco su Il Dubbio il 15 luglio 2022.

Un lungo conciliabolo tra il procuratore di Perugia Raffaele Cantone, l’aggiunto romano Paolo Ielo e Luca Palamara. È questo il siparietto che ha preceduto l’udienza di ieri nel processo a carico dell’ex consigliere del Csm, imputato davanti al tribunale del capoluogo umbro in due diversi processi, uno per corruzione, l’altro per rivelazione di segreto d’ufficio. Udienze dove a tenere banco, più che le accuse mosse a Palamara, sono state le fughe di notizie che hanno caratterizzato la richiesta di archiviazione dell’indagine sulla Loggia Ungheria. Fughe mirate, dal momento che a finire sui giornali, proprio come due anni fa, è stato solo il materiale relativo all’ex pm romano. Ed è stato questo, ieri, l’argomento di conversazione tra i tre magistrati.

La procura di Perugia, da un lato, è sicura di aver individuato la propria talpa: un dipendente amministrativo che avrebbe scaricato abusivamente la richiesta di archiviazione, che oggi si trova in mano a diversi giornalisti ma non allo stesso Piero Amara, ex avvocato esterno di Eni e uomo chiave di quell’inchiesta. E se fino ad oggi nulla si è mosso in merito alla fuga di notizie che ha reso possibile la pubblicazione delle intercettazioni del Palamaragate, questa volta sembra respirarsi un’aria diversa.

Le indagini condotte da Perugia e da Firenze, procura alla quale l’ex presidente dell’Anm si è rivolto per scoprire quale manina consegni sistematicamente gli atti che lo riguardano a Corriere e Repubblica, questa volta potrebbero infatti portare a tracciare una linea tra quanto successo il 29 maggio 2019 – giorno della cena all’Hotel Champagne – e l’ultima discovery. L’idea della procura di Perugia sembra coincidere con quella di Palamara: dietro quel funzionario impiccione potrebbe esserci qualcuno. E le fughe di notizie, dunque, potrebbero non essere una casualità. «Questa fuga di notizie conferma che si è giocata un’altra partita, oltre a quella dell’indagine penale – commenta a fine udienza l’ex zar delle nomine -. È chiaro che se di mezzo ci sono sempre le stesse persone, le stesse situazioni, e se a finire ai giornali sono solo le pagine che mi riguardano vuol dire che qualcuno voleva qualcosa. E per capire come sono andate le cose faremo tutto il possibile, con tutte le forze».

L’idea è che qualcuno abbia utilizzato le vicende dell’Hotel Champagne per togliersi qualche sassolino dalla scarpa, magari non con lo scopo di arrivare ad un processo, ma per far vedere come “funzionava” il Csm. Una sorta di golpe giudiziario, insomma, per mandare via quelli che erano stati legittimamente eletti e sovvertire il gioco di forze fino a quel momento in atto. Palamara ha espresso il suo punto di vista con chiarezza ieri in aula, quando il magistrato spogliato della sua toga ha preso la parola per fare dichiarazioni spontanee. «Se deve essere un processo deve esserlo nelle aule di giustizia – ha dichiarato -. Sono anni che leggo quello che mi riguarda sui giornali», comprese le intercettazioni fatte il 29 maggio del 2019, servite per «consentire ad un gruppo della magistratura di prendere il posto e governare per quattro anni il Csm. A quello servì la vicenda dell’Hotel Champagne».

L’ex pm è tornato sul trojan a intermittenza, spento alle 16.02 del 9 maggio, dopo aver annunciato ad Adele Attisani – coimputata nel processo per corruzione che avrebbe incontrato a cena l’allora procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e il suo aggiunto Michele Prestipino per festeggiare il pensionamento del primo. «Se gli altri fanno errori nella foga di dovermi legare le mani poi non ci si deve lamentare che la gente voglia capire quello che c’è dietro», quindi commentato. Palamara ha parlato di «scandalo» e «veline» passate ai giornalisti con scopi diversi dalla necessità di informare. Ma il racconto che ne è venuto fuori, ha sottolineato, «è una buffonata», «una presa in giro fatta a migliaia di magistrati in Italia», motivo per cui ha deciso di raccontare tutto nei suoi libri. Compreso lo scopo dietro il trojan all’Hotel Champagne: «La mia iscrizione nel registro degli indagati è stata fatta per far saltare la nomina di Viola alla Procura di Roma», ha dichiarato.

Palamara ha anche parlato della sua frequentazione con l’imprenditore Fabrizio Centofanti, che ha patteggiato una condanna a un anno e sei mesi e che secondo la procura avrebbe pagato cene e viaggi all’ex pm per l’esercizio delle sue funzioni e dei suoi poteri. «Il problema delle frequentazioni riguarda non solo il sottoscritto, ma anche Pignatone, gli esponenti del Pd, il mondo della finanza», ha dichiarato. Dopo una cena nel 2016 con il lobbista a Villa Paganini, ristorante nei pressi di corso Trieste a Roma, offerta dallo stesso Pignatone, «il mio procuratore capo mi disse che non poteva più frequentarlo e mi aveva messo in guardia, “evita”, mi disse. La nostra frequentazione, invece, è andata avanti perchè per me era un amico di famiglia: continuai a frequentarlo anche nel 2017». E fino a maggio di quell’anno, data dell’iscrizione del lobbista al registro degli indagati, «io frequento un incensurato, carte alla mano».

I due processi riprenderanno ora dopo l’estate: quello per corruzione tornerà in aula il 19 settembre, quando dovrebbe essere definita la costituzione delle parti civili, quello per violazione di segreto d’ufficio, nel quale è imputato insieme all’ex pm di Roma Stefano Rocco Fava (quest’ultimo accusato anche di accesso abusivo al sistema informatico e abuso di ufficio) il 26 settembre. In aula, ieri, anche la richiesta, poi rigettata dal Tribunale, dei legali di Palamara di depositare, nell’ambito del processo per corruzione, le due denunce per fuga di notizie presentate alla procura di Firenze, una nel novembre 2020, l’altra l’ 11 luglio scorso. Ad opporsi il procuratore Cantone insieme ai sostituti Mario Formisano e Gemma Miliani. 

Processo Palamara-Fava : non sono loro le “gole profonde” del Fatto Quotidiano e La Verità. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 16 Novembre 2022

Proseguono le dirette del CORRIERE DEL GIORNO dal Tribunale di Perugia del processo in corso all’ ex presidente dell’ ANM Luca Palamara ed al magistrato Stefano Fava. Oggi vengono ascoltati i giornalisti Giacomo Amadori (La Verità) e Marco Lillo (Il Fatto Quotidiano), noti cronisti giudiziari, dal collegio giudicante presieduto dal giudice dr. Alberto Venoso. L’accusa è sostenuta dai pubblici ministeri Mario Formisano e Gemma Milani della Procura di Perugia guidata dal procuratore capo dr. Raffaele Cantone, già presidente dell’ Autorità Nazionale Anticorruzione

Nuovo colpo di arresto per la procura di Perugia in uno dei filoni processuali a carico dell’ex pm della procura di Roma, Luca Palamara che, insieme al magistrato Stefano Fava, rischia di finire a processo davanti al tribunale di Perugia. Ieri, infatti, in una delle ultime sedute dell’udienza preliminare, la procura di Perugia, coordinata dal procuratore capo Raffaele Cantone, ha escluso sia per Palamara sia per Fava, l’accusa di rivelazione del segreto d’ufficio, contestata a seguito della presunta fuga di notizia in favore di due giornalisti, rispettivamente del Fatto Quotidiano e de “La Verità”, circa un’indagine, con richiesta di misura cautelare, nei confronti dell’ex legale dell’Eni, Piero Amara.

Non sono quindi Stefano Rocco Fava e Luca Palamara le gole profonde della notizia dell’esposto riportato nei due articoli pubblicati il 29 maggio del 2019 sul Fatto Quotidiano e su La Verità. A dichiararlo sono stati i giornalisti dei due quotidiani Marco Lillo e Giacomo Amadori che questa mattina hanno deposto in aula a Perugia come testi nel processo sulle rivelazioni che vedeva imputati l’ex magistrato Luca Palamara e l’ex pm di Roma Stefano Rocco Fava, ora giudice civile a Latina. Entrambi i giornalisti hanno negato di aver ricevuto informazioni dai due magistrati e si sono avvalsi del segreto professionale non rivelando le loro fonti.

”Un invito” a rimuovere il segreto professionale ed alla rivelazione delle fonti era arrivato dai pm Mario Formisano e Gemma Miliani della procura di Perugia ma il giudice Alberto Avenoso dopo una breve camera di consiglio collegiale ha ritenuto che in questo caso non ci fossero gli estremi di legge per procedere, motivando la decisione sul concetto giuridico che “il segreto giornalistico è uno dei principi

cardine del nostro ordinamento” e che “in questo caso non ci sono i margini per la rivelazione delle fonti, anche perché i testi hanno già riferito che né Fava né Palamara sono le loro fonti”.

L’articolo sull’esposto che riguardava l’ex procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone ”è nato in modo abbastanza casuale – ha spiegato il vicedirettore della Verità Giacomo Amadori rispondendo alle domande dei pm – non sono un giornalista di giudiziaria ma investigativo, raramente vado in procura. In quel periodo ero interessato alla nomina del nuovo procuratore di Roma, c’era stato un attacco alla possibile nomina di un candidato di Magistratura Indipendente e ho ritenuto interessante intervistare il segretario di Mi Antonello Racanelli così il 24 maggio sono andato in procura ad intervistarlo”.

‘‘Arrivato in procura ho parlato con alcuni colleghi e con dei magistrati ed ho appreso la notizia – ha riferito Amadori – che c’era un esposto che era stato presentato da un magistrato progressista che non conoscevo, Fava, contro i suoi superiori’. Ho impiegato alcuni giorni a scrivere il pezzo. Ha anche detto di aver parlato in quei giorni un paio di volte anche con il procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo ma che questo ultimo si irritò alle sue domande “su questo esposto del dottor Fava“.

Amadori ha quindi spiegato di aver conosciuto Fava sempre in quei giorni, di aver bussato alla sua porta ma di non avere avuto molta attenzione da parte sua. “Ho bussato e mi sono presentato – ha spiegato il vice direttore de La Verità – ma non mi ha voluto né confermare né smentire la vicenda dell’esposto. La mia fonte non è Stefano Rocco Fava e non è Luca Palamara io non li conoscevo e non avevo rapporti con loro” ha quindi ribadito il giornalista nella sua testimonianza in aula.

E’ durata pochi minuti la testimonianza del giornalista Marco Lillo del Fatto Quotidiano, che si è avvalso anche lui al segreto professionale riferendo di non aver “avuto la notizia dell’esistenza dell’esposto dal dottor Fava “ e di non aver “avuto rapporti con Palamara in merito a questo articolo”. “Palamara è una persona con la quale ho avuto rarissimi rapporti” ha detto Lillo.

“Le odierne dichiarazioni dei giornalisti mettono una pietra tombale su una accusa che sin dall’inizio non è mai stata in piedi”: è quanto affermato dall’avvocato Benedetto Buratti che, insieme a Roberto Rampioni, difende l’ex magistrato Luca Palamara, al termine dell’udienza di oggi a Perugia nel procedimento per rivelazioni che vede imputati Palamara e Stefano Rocco Fava. “Si faccia ora chiarezza sino in fondo su questa storia – ha detto Buratti – e soprattutto su chi all’interno del Csm ha veicolato nel maggio del 2019 all’esterno intercettazioni segrete non solo per infangare la vita privata e la storia professionale del dottor Palamara ma soprattutto di tanti magistrati perbene estranei a questa vicenda e che per tali ragioni sono stati sacrificati sotto l’aspetto disciplinare”.

Redazione CdG 1947

Processo a Palamara e Fava, i cronisti: non furono loro due le nostre fonti. Giacomo Amadori de La Verità e Marco Lillo del Fatto Quotidiano hanno dichiarato che i due imputati non hanno rivelato la notizia circa l'esposto presentato nel 2019 contro l'allora procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. Giovanni M. Jacobazzi su Il Dubbio il 17 novembre 2022.

Non sono Luca Palamara e Stefano Rocco Fava le fonti degli articoli di stampa del 29 maggio 2019, per i quali i due sono a processo per rivelazione di segreto. A dichiararlo ieri in aula a Perugia sono stati i giornalisti Giacomo Amadori de La Verità e Marco Lillo de Il Fatto Quotidiano, autori di articoli che riguardavano la notizia dell’esposto di Fava, all’epoca pm a Roma, nei confronti dell’allora procuratore capo Giuseppe Pignatone. Sulle fonti entrambi i giornalisti si sono appellati al segreto professionale. «Per scrivere questo articolo – ha spiegato Amadori – ho sentito varie fonti». Il giornalista ha dichiarato di aver conosciuto Fava nei giorni in cui ha scritto l’articolo, per avere conferma dell’informazione che aveva ricevuto. «Quando gli ho fatto la domanda sull’esposto non ha smentito né confermato. Ricordo solo che è stato un colloquio stringato».

L’articolo in questione, ha ricostruito Amadori, «nasce in modo casuale: c’era stato un attacco alla possibile nomina di un candidato di Magistratura Indipendente e ho ritenuto interessante intervistare il segretario di Mi Antonello Racanelli così il 24 maggio sono andato in procura ad intervistarlo. Arrivato in Procura ho parlato con alcuni giornalisti e magistrati e ho appreso la notizia che c’era un esposto che era stato presentato da un magistrato progressista che non conoscevo, Fava, contro i suoi superiori», ha aggiunto Amadori, come riporta l’Agi. Da parte sua, Marco Lillo ha riferito in aula: «Per quell’articolo ho parlato con più di una persona ma non ho avuto la notizia dell’esistenza dell’esposto da Fava, né ho consultato Palamara per quell’articolo».

«Le dichiarazioni dei giornalisti mettono una pietra tombale su una accusa che sin dall’inizio non è mai stata in piedi». A dirlo al termine ieri dell’udienza a Perugia è stato l’avvocato romano Benedetto Buratti che insieme al collega Roberto Rampioni difende Luca Palamara nel procedimento per rivelazione del segreto. «Si faccia ora chiarezza sino in fondo su questa storia – ha poi aggiunto Buratti – e soprattutto su chi all’interno del Csm ha veicolato nel maggio del 2019 all’esterno intercettazioni segrete non solo per infangare la vita privata e la storia professionale di Palamara e di tanti magistrati perbene estranei a questa vicenda e che per tali ragioni sono stati sacrificati sotto l’aspetto disciplinare».

Con Palamara è imputato anche il giudice Stefano Rocco Fava. Secondo l’iniziale accusa, Palamara aveva “istigato” Fava a rivelare ai giornalisti del Fatto e della Verità alcune informazioni relative ad un procedimento penale aperto nei confronti dell’avvocato Piero Amara. Nei confronti di quest’ultimo Fava, all’epoca pm presso il dipartimento reati contro la Pa di Roma, aveva richiesto la custodia cautelare in carcere, poi non vistata dal procuratore Giuseppe Pignatone. Gli articoli, pubblicati il 29 maggio 2019, avrebbero allora avuto lo scopo di mettere in cattiva luce i vertici della Procura della Capitale segnalando dei possibili conflitti d’interesse. I giornalisti che scrissero i pezzi, pur potendo avvalersi del segreto professionale, interrogati durante le indagini negarono che le loro fonti fossero i due ex pm.

Anzi, uno dei giornalisti affermò di non aver mai conosciuto Fava e di aver visto Palamara la prima volta il giorno che era uscito il pezzo. Ricostruzione confermata anche ieri. I pm umbri ieri hanno chiesto di sapere quali fossero state le fonti dei giornalisti. Il collegio, dopo una breve camera di consiglio, ha respinto l’istanza.

Dietro la talpa uno schema: chi vuole colpire Luca Palamara? La procura di Perugia è convinta che a passare le notizie ai giornali sia un dipendente amministrativo: i destinatari delle missive sono gli stessi del 2020. Simona Musco su Il Dubbio il 14 luglio 2022.

La procura di Perugia è convinta di aver trovato la sua talpa: a inviare ai giornali la richiesta di archiviazione per l’indagine sulla Loggia Ungheria sarebbe stato un dipendente amministrativo dell’ufficio, che secondo le indagini avrebbe effettuato numerosi accessi abusivi sul fascicolo informatico. In meno di 48 ore, dunque, il responsabile sarebbe venuto a galla: gli uomini della polizia postale e i carabinieri hanno infatti scoperto che fra gli atti scaricati illegittimamente ci sarebbe anche la richiesta di archiviazione, motivo per cui la procura ipotizza ora a carico del dipendente il reato di accesso abusivo a sistemi informatici pubblici e quello di rivelazione di segreto d’ufficio.

«Faremo tutto il possibile», aveva promesso il procuratore Raffaele Cantone e così sembra essere stato. Ma l’idea che la manina che ha fatto finire nuovamente sui giornali Luca Palamara sia quella di un semplice funzionario non convince del tutto l’ex presidente dell’Anm. Che anzi oggi depositerà il suo esposto in procura a Firenze, competente sui magistrati perugini, dove Palamara si era presentato già due anni fa, quando gli stessi giornali oggi in possesso delle notizie sulla nuova indagine che lo riguarda pubblicarono le intercettazioni sullo scandalo dell’Hotel Champagne. Tutto fa dunque pensare ad un disegno unico, finalizzato a colpire l’ex consigliere del Csm, depositario, forse, di troppi segreti scottanti sulle toghe italiane. Segreti in parte spiattellati nei suoi due libri, in parte ancora taciuti e forse tanto grandi da poter destabilizzare l’equilibrio già fragile del potere giudiziario.

L’idea è che il silenzio che finora ha avvolto la fuga di notizie del 2020 non possa più essere perpetuato. In primo luogo perché il postino interno alla procura di Perugia ha sempre gli stessi interlocutori – e ciò non può essere più un caso -, in secondo luogo perché tra le notizie di reato contenute nella richiesta di archiviazione sulla Loggia Ungheria, fa notare Palamara, «ci sono fatti che non mi sono stati contestati». E solo ciò che lo riguarda, tra gli stralci effettuati dalla procura di Perugia, è stato dato in pasto alla stampa. Tutto farebbe dunque pensare ad uno schema. E non si tratterebbe della prima volta: oltre alla fuga di notizie sul Palamaragate, infatti, la storia recente della magistratura ha registrato anche la diffusione illecita dei verbali di Piero Amara, ex avvocato esterno di Eni che ha svelato l’esistenza poi smentita – della nuova P2.

Verbali che sono serviti ad un duplice scopo: da un lato destabilizzare nuovamente il Csm, dall’altro mettere in pubblica piazza i nomi altisonanti di presunti affiliati, di fatto inquinando le indagini e adombrando sospetti su uomini dello Stato. Ora, secondo l’ipotesi di Palamara, Amara avrebbe un nuovo “compito”: tenere in piedi i processi – a suo dire traballanti – in corso a Perugia contro di lui. Dove oggi sono attese due diverse udienze: quella sulla rivelazione di segreto d’ufficio che vede l’ex pm imputato assieme a Stefano Rocco Fava, oggi giudice civile a Latina, e quella del processo che lo vede imputato per corruzione.

In aula Palamara e i suoi legali decideranno come comportarsi: una delle possibilità in ballo è che si chieda la remissione del processo per via di una situazione ambientale ormai incompatibile con il sereno svolgimento del processo. Anche perché, come evidenziato dallo stesso Cantone, «la procura di Perugia è parte lesa» nella nuova fuga di notizie. Una situazione che, a parere di Palamara, rischia di condizionare tutto quanto.

La nuova contestazione – relativa al presunto tentativo di salvare l’ex pm siracusano Maurizio Musco – non preoccupa infatti più di tanto l’ex zar delle nomine: «Si tratta di fatti già smentiti da una pur facile lettura della documentazione già a disposizione della procura di Perugia nell’ambito del procedimento 6652/ 18 rispetto alle quali le dichiarazioni dell’avvocato Amara in questa circostanza ricalcano esattamente quello che già avvenne con il giudice Tremolada: in quel caso dovevano servire a salvare il processo Eni oggi per salvare in qualche modo i processi intentati a mio danno aveva dichiarato -. Ma la battaglia di verità continua e ancor di più il rinnovato impegno politico su un tema quello della giustizia che non può non trascendere le singole vicende personali riguardando la vita di tutti i cittadini oramai interessati a comprendere e andare oltre le vicende del Sistema».

Loggia Ungheria, Palamara: «Ci saranno altri colpi di scena». Il Dubbio il 9 luglio 2022.  

Secondo l'ex membro del Consiglio superiore della magistratura ed ex capo dell'Anm «si stanno aprendo molti procedimenti per calunnia»

«Per poter commentare compiutamente le determinazioni della Procura di Perugia bisognerebbe leggere gli atti». È un Luca Palamara che come al solito non le manda a dire quello che commenta la richiesta di archiviazione della procura di Perugia sulla cosiddetta Loggia Ungheria, dopo i recenti sviluppi.

«Contrariamente a quanto emerge dalla lettura di alcuni quotidiani di parte, i cittadini hanno il diritto di essere correttamente informati e al momento posso solo apprezzare il carattere tecnico del comunicato stampa, rilevando come Amara sia stato definito inattendibile – ha detto Palamara – Mi auguro che si prosegua nell’accertamento dei motivi che hanno spinto Amara a rendere tali dichiarazioni».

Secondo l’ex pm questo è «necessario per un dovere di verità e per capire perché, ad esempio, in una mail del 24 aprile 2020 indirizzata dal Procuratore aggiunto Laura Pedio a Storari si parla di un atteggiamento collaborativo rilevante nei contenuti da parte di Piero Amara: il Csm o l’Anm sono interessati a capire cosa accadde o forse è materia di una commissione di inchiesta?».

L’ex membro del Consiglio superiore della magistratura ed ex capo dell’Anm spiega poi che «l’esistenza di una associazione non ha, solo per questo, rilevanza penale, quello che pare essere stato escluso dalle indagini è la sussistenza del reato previsto dalla legge Anselmi, mentre appare chiaro che non tutta l’inchiesta sia stata destinata all’archiviazione».

Non solo. «Sarebbe poi interessante comprendere se il filone fiorentino dell’inchiesta sia giunto al termine, anche se dal comunicato si evince un coordinamento, anche prossimo, con la Procura di Milano che però sicuramente era coinvolta nella vicenda in questione – continua Palamara – È bene ricordare che a Firenze è stata inoltrata la posizione dell’ex procuratore di Perugia Luigi De Ficchy: certamente le fughe di notizie hanno danneggiato l’indagine ma ciò anche nel senso che quelle persone che, direttamente od indirettamente, sono state chiamate in causa rimarranno comunque con lo stigma senza che le loro posizioni, per scelta della Procura di Perugia, siano sottoposte al vaglio del Gip».

Infine, dà una propria previsione dei fatti. «Per il resto, come ho scritto nel libro “Lobby e logge”, ciò che chiaramente non è mai esistito è che questa Loggia abbia inciso sul meccanismo degli incarichi direttivi e tanto meno sulla nomina del Procuratore di Milano nel 2016 – ragiona Palamara – In quel caso la nomina di Francesco Greco fu il frutto di un accordo tra le correnti e la politica». Di una cosa l’ex pm appare certo. «Il capitolo Ungheria non è affatto finito – conclude . Si stanno aprendo molti procedimenti per calunnia e sicuramente ci saranno altri colpi di scena». 

Richiesta l'archiviazione. Inchiesta su Loggia Ungheria insabbiata, se tramano i magistrati non è reato: Cantone chiede archiviazione. Paolo Comi su Il Riformista il 9 Luglio 2022. 

Il “condizionamento” dell’organo di autogoverno delle toghe per far nominare “vertici della magistratura” del Paese che fossero di gradimento c’è stato. E c’è stato anche il “condizionamento” per far nominare i “vertici di enti, istituzioni e società pubbliche”. Però, per Raffaele Cantone, si è trattato di risultati “ascrivibili ad interessi personali o professionali diretti di Amara o di soggetti a lui strettamente legati”, piuttosto che la conseguenza dell’attività di una loggia segreta. Il procuratore di Perugia, ex capo dell’Anac voluto da Matteo Renzi quando il Rottamatore viveva una luna di miele con i magistrati al punto da volere Nicola Gratteri ministro della Giustizia, ha messo dunque una pietra tombale sulla loggia Ungheria, chiedendo ieri al gip di archiviare il fascicolo.

L’esistenza di questa associazione para massonica finalizzata a pilotare le nomine dei magistrati, e quindi ad aggiustare i processi, era stata rivelata dall’ex avvocato esterno dell’Eni Piero Amara durante una serie di interrogatori davanti ai pm di Milano verso la fine del 2019. Quello che accadde poi è noto. Il pm Paolo Storari, titolare del fascicolo, vedendo che le indagini non andavano avanti, si era rivolto a Piercamillo Davigo. Quest’ultimo, ricevuti i verbali delle dichiarazioni di Amara, aveva informato a fine primavera del 2020 mezzo Csm, ad iniziare dal vice presidente David Ermini, finendo così indagato per rivelazione del segreto. Il fascicolo sarà trasmesso da Milano a Perugia a gennaio del 2021. Ma già ad ottobre dell’anno precedente, a seguito di un interrogatorio congiunto di Amara, i magistrati avevano stabilito che la competenza fosse di Perugia, essendo coinvolte diverse toghe della Capitale.

Vengono allora iscritti per la violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete tre persone, fra cui Amara. Nessuno dei 90 adepti tirati in ballo dall’avvocato siciliano riceve invece un avviso di garanzia. Il motivo lo spiega lo stesso Cantone, parlando di “elementi labili per l’iscrizione, non una garanzia ma un inutile ed ingiustificato stigma”. Nella primavera del 2021 la fuga di notizie con i verbali che finiscono sui giornali per settimane compromette le indagini che avrebbero avuto bisogno di “massima riservatezza e segretezza”. “Più di un soggetto si è avvalso della legittima facoltà di non rispondere, motivando la scelta con il grave strepitus fori”, ricorda Cantone.

“Il complesso delle investigazioni ha portato a ritenere integralmente o parzialmente non riscontrate numerose propalazioni di Amara. Si tratta di chiamate in correità dirette o de relato”, continua Cantone, sottolineando comunque che non c’è una “inattendibilità talmente macroscopica da compromettere in radice la credibilità del dichiarante”.

Fatta questa premessa, per il procuratore di Perugia “l’esistenza dell’associazione non è adeguatamente riscontrata”, non essendo emersi elementi “neanche indiretti che potessero attestarne l’esistenza al di fuori delle dichiarazioni di Amara e di un suo socio (Giuseppe Calafiore, ndr)”. Quest’ultimo, puntualizza Cantone, successivamente si avvarrà della facoltà di non rispondere. Le modalità del reclutamento sembrano essere chiare, in quanto i “soggetti legati con Amara erano stati contattati in passato da uno dei vertici della presunta organizzazione, poi defunto (il procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra, ndr)”. Non tutti coloro a cui Tinebra aveva chiesto di aderire avevano poi ritenuto di farlo. Per ognuno degli episodi narrati verranno fatti accertamenti alla ricerca di eventuali risconti per attendibilità di Amara e sintomatici dell’esistenza della loggia segreta. Ed ecco, quindi, il passaggio chiave: “Gli episodi raccontati di Amara, parziale riscontro, non sono indicativi dell’esistenza di un’associazione segreta: interferenze o tentativi di condizionamento di nomine di vertice della magistratura, tentativi compiuti o incompiuti di interferire su nomine di vertici di enti, istituzioni e società pubbliche, che pure possono ritenersi avvenute, sono risultati ascrivibili ad interessi personali o professionali diretti di Amara o di soggetti a lui strettamente legati, piuttosto che conseguenza dell’attività di condizionamento di una loggia”.

Amara, peraltro, negli ultimi interrogatori, avrebbe modificato alcune delle sue affermazioni iniziali, “sminuendo in modo inspiegabile il ruolo di quella che aveva indicato come una nuova loggia P2, dichiarando che era nata con finalità nobili e che non tutti gli adepti sarebbero stati a conoscenza delle interferenze effettuate dall’associazione su organi pubblici o costituzionali”. Cantone ricorda anche che nel 2015 Amara aveva tentato di creare una organizzazione parallela e gli aveva fornito alcuni elementi documentati, non prodotti negli interrogatori a Milano. In conseguenza di tutto ciò, il procuratore di Perugia, in attesa delle decisioni del gip, ha effettuato stralci per poter effettuare indagini anche ad altre Procure. Alla Procura di Milano verrà trasmessa l’archiviazione per valutare le numerose denunce per calunnia presentate dagli ex adepti che erano stati tirati in ballo da Amara. A tal proposito è stata già fissata una riunione di coordinamento investigativo tra Perugia e Milano. E tale archiviazione, infine, sarà trasmessa al procuratore generale della Corte di cassazione per l’esercizio dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati coinvolti.

Al momento, però, nulla verrà inviato al Csm. Fine della storia. Paolo Comi

Inchiesta Loggia Ungheria, la procura di Perugia chiede l'archiviazione. Guliano Foschini,  Fabio Tonacci su La Repubblica l'8 Luglio 2022.

L'indagine partita dalle rivelazioni dell'avvocato Piero Amara sull'esistenza di una presunta associazione segreta in grado di pilotare le nomine della magistratura: "Non ci sono elementi"

La Loggia Ungheria era un'invenzione dell'avvocato Piero Amara. Ne è convinta la procura di Perugia che ha chiesto l'archiviazione per l'ipotesi di associazione segreta. "Si è concluso - spiega il procuratore di Perugia, Raffaele Cantone - nel senso di ritenere la circostanza non adeguatamente riscontrata. Sull'esistenza dell'associazione non sono, infatti, emersi elementi neanche indiretti che potessero attestarne l'esistenza al di fuori delle dichiarazioni di Amara e delle dichiarazioni di un altro indagato, socio di Amara, che però si è limitato a dichiarare il dato dell'esistenza dell'associazione senza fornire alcun elemento concreto di cui sua conoscenza diretta e si è poi avvalso da ultimo della facoltà di non rispondere, impedendo quindi di operare alcun accertamento mirato".

Alcuni soggetti legati da stretti rapporti con Amara hanno riferito ai pm di essere stati contattati in passato da uno dei vertici della presunta organizzazione, oggi defunto, che aveva loro chiesto di aderire alla Loggia ma loro non avevano ritenuto di farlo. "Si tratta di affermazioni che non consentono in alcun modo di essere considerate un riscontro all’esistenza di un’associazione - spiega la procura di Perugia - che oltre a dover essere segreta deve avere una serie di caratteristiche di cui questi soggetti nulla sono stato in grado di riferire".

Archiviata anche l'ipotesi di un'associazione per delinquere perché, scrive ancora Cantone, "si ritiene che non sia stata comunque provata l'esistenza di un nucleo organizzativo che potesse far configurare" il reato. Tutto quello che resta delle dichiarazioni di Amara è qualche singolo reato trasmesso per competenza a diverse procure. Oltre a possibili profili disciplinari per alcuni magistrati. "Con la Procura di Milano, con cui nel corso dei mesi si è mantenuto un costante e proficuo coordinamento investigativo, si è già fissata una prossima riunione di coordinamento sulle ulteriori indagini connesse da svolgere", conclude Cantone.

Cantone chiede di archiviare l’inchiesta sulla loggia Ungheria. EMILIANO FITTIPALDI E GIULIA MERLO su Il Domani l'08 luglio 2022

Sull'esistenza dell'associazione non sono, infatti, emersi elementi neanche indiretti che potessero attestarne l'esistenza al di fuori delle dichiarazioni di Amara e delle dichiarazioni di un altro indagato». Tradotto: sono mancati adeguati riscontri probatori dell’esistenza della loggia.

Alcune dichiarazioni di Amara sono state stralciate e mandate ad altre procure per ulteriori indagini. Milano indagherà per calunnia ai danni di Severino, Vietti e altri ufficiali e magistrati.

Altre procure indagheranno sulle dichiarazioni in merito ai rapporti con Verdini e Blue Power. Cantone ha anche disposto che il provvedimento venga inviato anche al procuratore generale della Cassazione, per competenza in caso di procedimenti disciplinari a carico di magistrati. 

EMILIANO FITTIPALDI E GIULIA MERLO

Mi occupo di giustizia e di politica. Vengo dal quotidiano il Dubbio, ho lavorato alla Stampa.it e al Fatto Quotidiano. Prima ho fatto l’avvocato.

La loggia Ungheria non esiste ma c’è del vero nelle parole di Amara. GIULIA MERLO su Il Domani l'08 luglio 2022

Cari lettori,

in questo caldo estivo che precede la chiusura dei tribunali, torna ad infiammare il dibattito la loggia Ungheria.

Oggi la procura di Perugia ha fatto istanza di archiviazione del procedimento per associazione segreta, ritenendo che le dichiarazioni dell’ex legale esterno di Eni, Pietro Amara, non siano riscontrabili.

Tuttavia, a due anni da quando la vicenda è diventata pubblica, il caso non è chiuso qui: Perugia ha stralciato per ulteriori indagini alcune dichiarazioni di Amara, su cui si continuerà a lavorare.

La newsletter di oggi è tutta dedicata a questo, con le novità di oggi provenienti da Perugia e anche una ricostruzione cronologica dei fatti per aiutare a rimettere insieme i pezzi di un puzzle molto complicato. Sarà utile tenerla a mente, anche per seguire gli ulteriori sviluppi che sicuramente ci saranno la settimana prossima. L’istanza di archiviazione infatti è molto corposa e il Csm potrebbe chiedere di acquisirla per verificare se contenga notizie riscontrate che possano avere rilevanza disciplinare nei confronti di alcuni magistrati.

ERMINI PARLA AL PROCESSO A DAVIGO

Il vicepresidente del Csm è stato ascoltato come testimone nel processo per rivelazione di segreto d’ufficio a carico dell’ex membro del Csm, Piercamillo Davigo, e ha raccontato la sua versione dei fatti in merito alla consegna dei verbali e al fatto di averli distrutti.

Ermini ha confermato di aver informato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ma non ha divulgato il contenuto della conversazione. Ha anche spiegato di aver distrutto i verbali perchè riteneva che la loro acquisizione da fonte incerta e in via informale non potesse dare adito a nessun procedimento formale. Inoltre, era stato informato da Davigo che il pg di Cassazione, Giovanni Salvi, era stato informato dei fatti e si sarebbe attivato presso la procura di Milano.

La prossima udienza si svolgerà il 13 di ottobre e verranno sentiti altri membri del Csm e la ex segretaria di Davigo, Marcella Contraffatto.

La loggia Ungheria? Bufala Cantone vuole chiudere. Luca Fazzo il 9 Luglio 2022 su Il Giornale.

La Procura di Perugia chiede l'archiviazione: "Riscontri insufficienti sulle parole di Amara"

È colpa della fuga di notizie, con i verbali del «pentito» Piero Amara spediti a casa ai giornalisti e arrivati alla fine nelle mani di Piercamillo Davigo, allora membro del Consiglio superiore della magistratura, se non sapremo mai se la loggia Ungheria esisteva o non esisteva, se fosse una innocua rete di affari o una insidia per le istituzioni. La Procura di Perugia, che da un anno e mezzo indagava sulla fantomatica loggia, ieri si arrende, e chiede l'archiviazione dell'inchiesta. I nove indagati per associazione segreta - tra cui lo stesso Amara, ma anche l'ex parlamentare Denis Verdini e il faccendiere Luigi Bisignani - vanno verso il proscioglimento. Per il procuratore di Perugia non vuol dire che Ungheria non esistesse, e che Amara si fosse inventato tutto: anzi, si parla di «non poche conferme al suo narrato», e di «alcuni soggetti, tra l'altro pure legati da stretti rapporti con il medesimo Amara, che hanno riferito di essere stati contattati in passato da uno dei vertici della presunta organizzazione, oggi defunto, che aveva chiesto loro di aderire, ma non avevano ritenuto di farlo». Ma nei quattordici faldoni dell'inchiesta, dice alla fine Cantone, non è approdato niente che consentisse di chiudere il cerchio, e nemmeno spunti utili per andare ancora avanti a scavare: anche perché dalla primavera del 2021 i verbali di Amara diventano uno dopo l'altro di pubblico dominio: e «quanto avvenuto - scrive Cantone - ha certamente inciso sulle attività investigative in corso che avrebbero al contrario, in relazione alla tipologia di reato da accertare, richiesto riservatezza e segretezza». Alla fine, l'esistenza della loggia secondo Cantone è «non adeguatamente riscontrata».

Politici, magistrati, ufficiali delle forze dell'ordine, imprenditori. Nell'elenco della loggia, così come raccontata da Amara, c'erano almeno novanta nomi: è la lista che Amara dice di avere visto in mano all'avvocato Giuseppe Calafiore. Ma quella lista alla Procura di Perugia, scrive Cantone, non è mai arrivata: «pur richiesta a quest'ultimo più volte, non è mai stata consegnata». Il fascicolo arriva da Perugia a Milano con tre indagati (tra cui Amara e Calafiore), la Procura di Perugia iscrive altri sei nomi: scelti, spiega Cantone, solo tra quelli «la cui audizione veniva ritenuta indispensabile in quanto avevano comunque intrattenuto rapporti con Amara». Per tutti gli altri citati dal «pentito», «l'iscrizione avrebbe rappresentato non una garanzia per l'indagato ma un inutile e ingiustificato stigma».

Sulla reale natura e pericolosità di «Ungheria», ieri si apprende che lo stesso Amara avrebbe fatto negli ultimi interrogatori una delle sue solite giravolte, «sminuendo in modo inspiegabile il ruolo di quella che aveva indicato come una nuova loggia P2, dichiarando anzi che essa era nata con finalità nobili». «Ha aggiunto persino che fin dal 2015 egli aveva tentato di creare un'altra organizzazione di cui ha fornito anche alcuni elementi documentali»: e questa fantomatica Ungheria-bis è l'ultima, misteriosa comparsa del gigantesco intrigo che ha lacerato in questi due anni la magistratura italiana.

Sarà ora il giudice per le indagini preliminari di Perugia a decidere se accogliere la richiesta di Cantone mandando tutto in soffitta, o ordinare nuove indagini. Di spunti interessanti ce ne sarebbero; la stessa Procura umbra dice che «alcuni episodi raccontati da Amara hanno ricevuto anche se parziale riscontro», e non sono cose da poco: «interferenze, tentativi di condizionamento di nomine di vertici della giurisdizione, di enti, istituzioni e società pubbliche che pure possono ritenersi avvenuti». Tutti affari che però «non sono risultati affatto indicativi dell'esistenza di una associazione segreta», ma dei traffici di Amara e dei suoi accoliti.

Non tutto è chiuso, anche se la richiesta di Cantone dovesse venire accolta: inchieste su singoli fatti vengono smistate ad altre Procure, il fascicolo principale torna a Milano perché proceda a carico di Amara per calunnia ed autocalunnia. E le 167 pagine vengono trasmesse anche alla Cassazione perché valuti gli illeciti disciplinari che una serie di magistrati che vi compaiono avrebbero commesso. Ungheria o non Ungheria. 

"Nessun riscontro". Chiesta l'archiviazione per il caso Amara. Marco Leardi l'8 Luglio 2022 su Il Giornale.

La procura di Perugia, guidata da Raffaele Cantone, ha chiesto l'archiviazione sul caso della cosiddetta Loggia Ungheria, sollevato dalle rivelazioni dell'avvocato Amara. "Emerse contraddizioni"

"Propalazioni non riscontrate" in parte o integralmente. Così, la procura di Perugia ha chiesto al gip l'archiviazione per il procedimento sulla cosiddetta Loggia Ungheria, un presunto gruppo segreto formato da politici, magistrati e personaggi pubblici. Il caso, nello specifico, era partito dai verbali dell'ex legale esterno di Eni, Piero Amara, il quale si era detto sicuro dell'attività della suddetta associazione. Secondo i magistrati guidati dal procuratore Raffale Cantone, tuttavia, non è risultata "adeguatamente riscontrata" l'esistenza della presunta loggia.

Stando a quanto denunciato da Amara, la Loggia Ungheria avrebbe agito in violazione della Legge Anselmi, norma che punisce le associazioni segrete impegnate a interferire sull’esercizio delle funzioni di organi costituzionali. Nella richiesta di archiviazione si fa specifica menzione per ognuno degli episodi narrati da Amara, degli accertamenti fatti e degli eventuali riscontri. Anche e soprattutto in funzione di verificare sia l'attendibilità dell'avvocato sia se gli episodi raccontati potessero essere essi stessi "elementi sintomatici" dell'esistenza dell'associazione Ungheria. Ebbene, alla luce di quelle verifiche non sarebbero stati ravvisati elementi concreti per proseguire il caso giudiziario.

Alla valutazione di attendibilità di Amara, si legge nel comunicato della Procura di Perugia, è stato in particolare dedicato un intero paragrafo nel quale sono state esaminate "le tante aporie" e le "contraddizioni emerse". "Sull'esistenza dell'associazione non sono emersi elementi neanche indiretti che potessero attestarne l’esistenza al di fuori delle dichiarazioni di Amara e delle dichiarazioni di un altro indagato, socio di Amara, che però si è limitato a dichiarare il dato dell’esistenza dell’associazione senza fornire alcun elemento concreto di cui sua conoscenza diretta e si è poi avvalso da ultimo della facoltà di non rispondere, impedendo quindi di operare alcun accertamento mirato", ha inoltre spiegato il procuratore capo di Perugia.

Nella nota della procura viene anche ricostruita la vicenda dei verbali resi dall'avvocato, che in passato aveva patteggiato una condanna per corruzione in atti giudiziari, agli inquirenti milanesi. "In particolare già nel novembre 2020 era emersa la certezza che i verbali di interrogatorio di Amara fossero nella disponibilità di soggetti estranei al processo, tanto da essere trasmessi integralmente a un giornalista, e tale propalazione è proseguita anche nei primi mesi del 2021 con l’invio di una parte dei verbali di dichiarazioni ad altro giornalista e ad un consigliere Csm che ne aveva fatto anche pubblica menzione in un intervento al Plenum dell’organo di autogoverno", si legge. Il caso dei verbali aveva scosso la procura di Milano e portato a processo il pm Paolo Storari (assolto in abbreviato) e l'ex di Mani Pulite Piercamillo Davigo, accusato di rivelazione del segreto. 

“La Loggia Ungheria non esiste”. La procura di Perugia chiede l’archiviazione. Il Dubbio l'8 luglio 2022.

Per il procuratore Cantone l'associazione segreta è un'invenzione di Piero Amara, ex legale dell'Eni

«In quanto alla esistenza di un’associazione segreta denominata Ungheria si è concluso nel senso di ritenere la circostanza non adeguatamente riscontrata». Così la Procura di Perugia in una nota in cui annuncia di aver chiesto l’archiviazione del procedimento sulla Loggia Ungheria.

Il procedimento per il quale la Procura della Repubblica di Perugia ha chiesto al Gip l’archiviazione, ricorda il procuratore capo di Perugia, Raffaele Cantone, riguardava l’ipotizzata esistenza di una associazione segreta che avrebbe agito in violazione della legge Anselmi. Legge che punisce quelle associazioni che operano per interferire sull’esercizio delle funzioni di organi costituzionali. Figura centrale dell’inchiesta, l’avvocato Pietro Amara, le cui dichiarazioni, ricorda il procuratore Cantone, sono state verificate puntualmente dagli inquirenti.

«Il complesso delle investigazioni – sostiene il procuratore di Perugia – ha portato a ritenere integralmente o parzialmente non riscontrate numerose propalazioni dell’avvocato che tecnicamente vanno inquadrate come chiamate in correità dirette o de relato, e quindi come non accertati fatti narrati o in alcuni ha portato a ritenere avvenuti i fatti, ma escluso che in essi Amara avesse potuto svolgere un ruolo come da lui riferito».

«Alla valutazione di attendibilità dell’avvocato è stato dedicato un intero paragrafo in cui si sono esaminate le tante aporie e contraddizioni emerse, ma anche le non poche conferme al suo narrato con riferimento ad alcuni specifici episodi e si è concluso nel senso che le complessive dichiarazioni dell’avvocato non dovessero considerarsi affette da quella “inattendibilità talmente macroscopica da compromettere in radice la credibilità del dichiarante” e si è ritenuto di conseguenza necessario un livello di riscontri particolarmente elevato per ritenere accertati i fatti da lui dichiarati».

«Interferenze o tentativi di condizionamento di vertice delle giurisdizione ordinaria o amministrativa, tentativi compiuti o incompiuti di interferire su nomine di vertici di enti, istituzioni e società pubbliche che pure possono ritenersi avvenuto, sono risultati ascrivibili a interessi personali o professionali diretti dell’Amara o di soggetti a lui strettamente legati, piuttosto che conseguenza dell’attività di condizionamento di una loggia», spiega ancora Cantone. Nel provvedimento di archiviazione, spiega ancora il procuratore, «si dà atto come su alcune vicende specifiche rappresentate da Amara, sono stati effettuati stralci per poter effettuare indagini da parte dell’Ufficio di altri uffici. Per l’eventuale ipotesi di calunnia e autocalunnia, gli atti verranno trasmessi alla Procura di Milano per competenza».

Sull’esistenza della loggia Ungheria «non sono emersi elementi neanche indiretti che potessero attestarne l’esistenza – si legge nella nota della Procura di Perugia – al di fuori delle dichiarazioni di Amara e delle dichiarazioni di un altro indagato, socio di Amara, che però si è limitato a dichiarare il dato dell’esistenza dell’associazione senza fornire alcun elemento concreto di cui sua conoscenza diretta e si è poi avvalso da ultimo della facoltà di non rispondere, impedendo quindi di operare alcun accertamento mirato». «Alcuni soggetti, fra l’altro pure legati da stretti rapporti con Amara hanno riferito di essere stati contattati in passato da uno dei vertici della presunta organizzazione, oggi defunto, che aveva loro chiesto di aderire ma non avevano ritenuto di farlo. Si tratta di affermazioni che non consentono in alcun modo di essere considerato un riscontro all’esistenza di un’associazione che oltre a dover essere segreta deve avere una serie di caratteristiche di cui questi soggetti nulla sono stato in grado di riferire», sottolinea la Procura.

Ermini su Amara: "Parlai con Mattarella e lui restò in silenzio". Luca Fazzo l'8 Luglio 2022 su Il Giornale.

Il numero 2 del Csm s'incarta al processo Davigo sui verbali. E sostiene: "Li buttai"

Due scene surreali, una dopo l'altra, vengono evocate ieri nell'aula del processo a Piercamillo Davigo, l'ex pm di Mani Pulite incriminato per avere ricevuto e poi divulgato i verbali supersegreti del caso Eni. A riferire entrambe le scene è David Ermini, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, chiamato a testimoniare in aula. Scena 1. Davigo che va a trovare Ermini due volte, la prima gli racconta il contenuto dei verbali, la seconda glieli consegna in copia, Ermini inorridisce e appena Davigo esce li strappa e li butta. Seconda scena: Ermini che va a raccontare tutto al presidente della Repubblica, e Sergio Mattarella non dice né ah né bah. Muto. Nessun commento. Anche se in quei verbali ci sono le dichiarazioni «pentito» Piero Amara sulla terribile loggia Ungheria che infesterebbe politica, forze armate e lo stesso Csm.

Sarà tutto vero, eh. Anche se, nella ricostruzione che fa Ermini, non tutto fila. I verbali «erano irricevibili», dice, «e li distrussi perché mi volevo liberare di una cosa che non sapevo se era piena di calunnie. La mia riflessione fu che se queste cose fossero uscite dalla mia stanza, avrei fatto un danno incalcolabile». Allora perché accetta di riceverli da Davigo, perché non dice al Dottor Sottile «sei matto, riprenditi questa roba?». Mistero. Perché non gli chiede dove li ha presi? Altro mistero. Però, su suggerimento dello stesso Davigo, Ermini corre al Quirinale: «Davigo era molto deciso sul fatto che io dovessi avvisare il Presidente della Repubblica, perché in questa presunta loggia erano indicati degli appartenenti alle forze di polizia, finanza e carabinieri, alcuni in servizio altri non più». E lì arriva il clou, con la scena muta di Sergio Mattarella.

Più passa il tempo e più il caso dei verbali di Amara diventa un pasticcio politico-istituzionale. Ermini, che come vicepresidente è di fatto il rappresentante di Mattarella nel Csm, diventa il terminale dello scontro furibondo interno alla Procura di Milano proprio sulla gestione dei verbali sulla Loggia. Ieri appare quasi frastornato, incapace di dare un senso logico alle sue mosse di quei giorni. E infatti nel giro di pochi minuti su di lui si abbatte il commento di Matteo Renzi, che lo volle al Csm ma poi se ne è amaramente pentito: «Oggi Ermini conferma per filo e per segno ciò che io ho scritto nel libro Il Mostro. Dunque Ermini che minacciava invano querele (poi non fatte) o non ha letto Il Mostro o non l'ha capito». Poche settimane fa, presentando il libro, Renzi aveva detto: «Il vicepresidente del Csm che riceve una prova del reato e la distrugge! Ci sono cose che insegnano al primo anno di serie tv: non si distrugge la prova».

Per Davigo, comunque, la testimonianza di Ermini è un colpo basso: perché il vicepresidente del Csm, per spiegare il proprio operato, dice che il comportamento del Dottor Sottile era del tutto irrituale, «procedure informali da noi al Consiglio non si possono fare, tutto quello che arriva dev'essere formalizzato, non esiste nulla di informale». Illegittimo Davigo quando riceve informalmente i verbali dal pm milanese Paolo Storari, illegittimo quando li rifila a Ermini a tu per tu. Davigo ieri se ne rende conto subito, chiede la parola, spiega a lungo al giudice che mandarli al Csm per vie ufficiali proprio non si poteva, neanche al ristrettissimo comitato di presidenza (Mattarella, Ermini e i vertici della Cassazione) perché «il Comitato di presidenza non si fidava della struttura amministrativa del consiglio e che il plico venisse visto solo dai consiglieri». Un bel ritratto di un Csm colabrodo, dove carte segrete finiscono in mano a chiunque. Peccato che poi a mandarle ai giornali sia stata proprio la segretaria di Davigo.

(ANSA il 7 Luglio 2022) - "Parlai al presidente della Repubblica. Riferii tutto quello che mi disse Davigo e lui non fece commenti". Lo ha detto in aula a Brescia David Ermini, vicepresidente del Csm sentito come teste al processo nei confronti di Pier Camillo Davigo, ex componente del Csm imputato per il caso dei verbali di Piero Amara sulla presunta loggia Ungheria.

Ermini ha raccontato di essere andato al Quirinale, per una visita già programmata, nella quale parlò anche del caso Milano e delle dichiarazioni rese ai pm da Amara.

(ANSA il 7 Luglio 2022) - "Secondo me fu una confidenza che il consigliere Davigo volle farmi. Mi consegnò quei verbali, li presi per fargli una cortesia ma li cestinai perché erano irricevibili". Lo ha spiegato in aula a Brescia il vicepresidente del Csm David Ermini sentito come teste al processo in cui Pier Camillo Davigo è imputato per il caso Amara.

Ermini ha spiegato che dopo un primo incontro il 4 maggio 2020 in cui Davigo gli chiese "di avvisare il presidente Mattarella, e io concordai", ci fu un secondo colloquio qualche giorno dopo in cui Davigo gli consegnò una cartelletta con dentro copia dei verbali stampati sulla presunta loggia Ungheria, "tutti fogli non firmati, solo alcuni con intestazione Procura della Repubblica", ritenuti "atti informali e inutilizzabili", che quindi non potevano far ingresso al Csm. Ermini ha sostenuto che questo secondo incontro fu in sostanza confidenziale.

(Adnkronos il 7 Luglio 2022) - "Oggi il vicepresidente CSM Ermini,  interrogato come testimone nell`ambito del processo Davigo, conferma  per filo e per segno ciò che io ho scritto nel libro `Il Mostro`. 

Dunque Ermini che minacciava invano querele (poi non fatte) o non ha  letto `Il Mostro` o non l`ha capito. Ancora poche settimane e il CSM di David Ermini sarà solo un brutto ricordo". Così Matteo Renzi su Fb. 

Benedetta Dalla Rovere per LaPresse il 7 Luglio 2022. 

Verbali di interrogatori "non firmati, inutilizzabili e inservibili", il cui contenuto però era dirompente. Così il vice presidente del Csm, David Ermini, ha definito i verbali secretati in cui l`avvocato Piero Amara, interrogato a Milano per il caso del “falso complotto” Eni, ha parlato della loggia Ungheria. 

Una "presunta loggia massonica coperta", ha spiegato Ermini, che avrebbe alti magistrati, avvocati, vertici delle forze armate e di polizia, imprenditori e politici. Fatti talmente gravi che, poche ore dopo essere stato informato da Davigo, il 4 maggio 2020 Ermini ha deciso di andare a parlare della vicenda con il Presidente della Repubblica.

"Davigo mi disse che sarebbe stato opportuno che andassi dal Presidente della Repubblica" perché "della presunta loggia facevano parte esponenti delle forze armate e delle forze di polizia - ha chiarito Ermini - specialmente polizia e carabinieri. E poi anche magistrati, ex magistrati, un ex vicepresidente del Csm".  

"Io risposi di sì - ha aggiunto - . Andai dal presidente e gli riferii anche quello che mi aveva detto Davigo". E Mattarella "non fece alcun commento". Nei giorni successivi, Davigo si era recato da Ermini e gli aveva consegnato una copia non firmata di quei verbali. Documenti che aveva ricevuto in pieno lockdown dal pm Storari. Il magistrato milanese aveva voluto in questo modo "autotutelarsi" di fronte alle lentezze della Procura di Milano nell`avviare formalmente le indagini sulla vicenda.

"Ritenni quella di Davigo una confidenza", ha ricordato Amara, che non appena ricevuti i documenti ha detto di averli strappati e buttati  nel cestino, non sapendo che fossero secretati. "In consiglio noi non possiamo avere atti che non siano formali", ha spiegato. Non solo. "La cosa doveva rimanere segreta, perché se qualche consigliere fosse rimasto coinvolto non era opportuno", ha precisato il vicepresidente del Csm sottolineando come l`avvocato Amara avesse indicato come affiliati alla loggia coperta i consiglieri del Csm Sebastiano Ardita e Marco Mancinetti.

"In cuor mio pensavo che quelle carte" relative agli interrogatori in cui l`avvocato Piero Amara parlava della loggia Ungheria "dovessero arrivare al comitato di presidenza in modo rituale e per le vie ufficiali", ha aggiunto Ermini, altrimenti il Csm "non avrebbe potuto fare nulla". "Davigo non mi chiese di veicolare quei verbali al comitato di presidenza del Csm, sennò gli avrei detto che erano irricevibili. Me li ha consegnati perché li leggessi", ha precisato Ermini. 

L`ex pm di Mani Pulite aveva anche detto di aver consegnato il plico anche al procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi e a quel punto per Ermini "la vicenda era finita". "Nelle condizioni in cui abbiamo vissuto in questi anni", dopo il caso di Luca Palamara e lo scandalo sulle nomine del Csm "una velina non firmata con dichiarazioni dubbie non la posso accettare", ha chiarito Ermini. 

"Io che me ne dovevo fare di questi verbali? - ha aggiunto -  Erano irricevibili, mica potevo diventare il megafono di Amara". Anche Davigo è intervenuto in aula facendo dichiarazioni spontanee.  "Una delle ragioni per cui non ho formalizzato immediatamente è perché, una volta protocollato, il plico viene visto dalla struttura" del Csm, inclusi i componenti delle commissioni interessate, i giudici segretari e i funzionari.  "Non si trattava di una vicenda isolata e anomala - ha chiarito Davigo -  ma di una situazione in cui il comitato di presidenza aveva ragione di dubitare della tenuta della struttura consiliare".

"Quando il pm Storari viene da me" per "autotutelarsi" di fronte a quelle che riteneva un`inerzia della Procura di Milano nell`avviare le indagini "io ricevo una notizia di reato - ha proseguito -. Io sono un pubblico ufficiale, ho l`obbligo di denunciare, cosa che feci al pg Giovanni Salvi. La questione era che io dovevo segnalare la vicenda in modo che non potesse comunque recare danno alle indagini. Avrei potuto fare una denuncia alla Procura di Brescia, che avrebbe chiesto gli atti alla Procura di Milano, con il risultato che le indagini non si sarebbero più fatte. La mia finalità principale era che quel processo tornasse sui binari di legalità, perché non c'erano i binari della legalità". 

"Non ricordo se ho detto al vicepresidente del Csm David Ermini che i verbali sono secretati - ha concluso Davigo - ma sono certo di avergli detto che dopo 5 mesi la Procura di Milano non aveva ancora fatto nulla". Il processo riprenderà il 13 ottobre.

Processo a Davigo, è il giorno di Ermini: «Mi lasciò i verbali e io li cestinai…» Il vicepresidente del Csm al processo contro l’ex pm: «Non mi chiese di formalizzare nulla. Mi disse: un massone è per sempre». Simona Musco su Il Dubbio l'8 luglio 2022.  

«Piercamillo Davigo non mi chiese di acquisire quei verbali. Lui me li lasciò, per non essere scortese li presi, ma li cestinai, perché noi al Consiglio non possiamo avere atti che non arrivino in modi formali. Avendomi detto che se ne sarebbe occupato il procuratore generale della Cassazione io ritenni la sua una confidenza. Le parole “Comitato di presidenza” non furono mai pronunciate». A dirlo, davanti al Tribunale di Brescia, è il vicepresidente del Csm David Ermini, chiamato a testimoniare nel processo a carico di Davigo, accusato di rivelazione di segreto d’ufficio per aver diffuso i verbali di Piero Amara sulla presunta loggia Ungheria.

Verbali che gli furono consegnati ad aprile del 2020 dal pm Paolo Storari per «autotutelarsi», temendo che il ritardo nelle iscrizioni dei primi indagati potesse, un giorno, essere imputato a lui. Secondo quanto confermato da Storari in aula nel corso della scorsa udienza, Davigo si sarebbe proposto di fare da tramite col Comitato di presidenza, per far arrivare la questione ai vertici del Csm. Ma ciò, stando al racconto di Ermini, non avvenne. Davigo, infatti, si sarebbe preoccupato principalmente di chiedere al vicepresidente del Csm di avvisare il Presidente della Repubblica, durante un incontro avvenuto nel giorno in cui il Consiglio riprese la sua attività dopo il lockdown, il 4 maggio 2020.

«Venne nella mia stanza e mi chiese di seguirlo in cortile lasciando i telefonini, perché mi doveva dire una cosa molto seria», ha raccontato Ermini. «Era molto deciso sul fatto che io dovessi – ed io concordai – avvisare il presidente della Repubblica, perché in questa presunta loggia erano indicati appartenenti alle forze di polizia. E poi mi raccontò anche che c’erano due consiglieri in carica», ovvero Sebastiano Ardita (ex amico di Davigo e parte civile nel processo) e Marco Mancinetti. Ermini si recò al Quirinale poco dopo, riferendo tutto ciò che Davigo gli aveva raccontato a riguardo della loggia. «Il Presidente non fece alcun commento, ne prese atto», ha spiegato il numero due del Csm. Che riparlò della questione con Davigo nei giorni successivi. «Si presentò da me senza appuntamento con una cartellina e mi disse che mi aveva fatto stampare queste dichiarazioni. Erano tutti fogli non firmati, alcuni con l’intestazione “Procura della Repubblica”, altri senza. Via via che lui scorreva vedevo alcuni nomi e su qualcuno ebbi qualche dubbio. Ascoltai, ma dentro di me ero perplesso sul fatto che mi fossero mostrati degli atti informali, inutilizzabili di fatto». Dopo aver ricevuto i verbali, Ermini li avrebbe strappati e gettati nel contenitore della carta. «Non li ho letti e non sapevo che fossero atti secretati», ha affermato, replicando al presidente del collegio Roberto Spanò secondo cui, in caso contrario, si sarebbe trattato di soppressione del corpo del reato.

«Che ne facevo? – ha replicato – Io mica potevo diventare il megafono di Amara. Il Csm andava difeso da qualsiasi cosa». Per quanto riguarda la presunta inerzia della procura di Milano, Davigo disse che ne avrebbe discusso con il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi: «Concordammo che era l’unico che poteva fare qualcosa in tema di giurisdizione. Io mai avrei potuto chiamare Greco (Francesco, ex procuratore di Milano, ndr) per dirgli “vai avanti”: sarebbe stato fuori da ogni regola. E non avrebbe potuto farlo nemmeno il Colle». Davigo, stando al racconto di Ermini, non calcò particolarmente la mano sui nomi di Ardita e Mancinetti. Ma la cosa doveva rimanere segreta: il rischio era, infatti, che i due togati venissero a conoscenza di quei verbali. Proprio per tale motivo, dal punto di vista di Ermini, si trattò di «una confidenza», in assenza di richieste ufficiali. «Non mi chiese di formalizzare», ha spiegato. E se anche avesse fatto tale richiesta, «avrei dovuto dirgli che non avrei potuto, perché erano atti non ufficiali», per giunta «in word» e «senza firma». Ma «Davigo è uno dei magistrati più esperti d’Italia, immaginavo e immagino che conoscesse il rito. Lui lo sapeva benissimo che noi non potevamo fare niente». Anche perché, ha confermato Ermini, non esiste una prassi che autorizzi il singolo consigliere ad acquisire atti senza una procedura formale. «Io ho l’obbligo di difendere il Consiglio – ha aggiunto Ermini -, le istituzioni e anche il Presidente della Repubblica, e in quella situazione aveva in mano una velina non firmata, con dichiarazioni dubbie». Sulla presunta affiliazione di Ardita, Ermini espresse subito dei dubbi: «Dissi che mi sembrava strano. Vedendo il nome di Tinebra (Giovanni, ex pg di Catania, ndr) dissi che forse era roba di quando era giovane – ha spiegato -. E lui mi disse: “guarda che i massoni vanno in sonno ma rimangono sempre massoni”». Una frase «pesantissima – ha commentato Roberto Spanò -. Vuol dire che Davigo riteneva che fosse verosimile».

L’ex pm di Mani Pulite non chiese ad Ermini di mantenere segreta la vicenda: fu lui stesso a decidere di farlo, nella convinzione che solo in tre ne fossero a conoscenza. Ma a svelare tutto al plenum ci pensò il togato Nino Di Matteo, che quei verbali li ricevette per posta – secondo la procura di Roma per mano dell’ex segretaria di Davigo, Marcella Contrafatto -, ipotizzando un complotto ai danni di Ardita. Ermini convocò così una riunione, durante la quale scoprì che erano in molti, in realtà, a sapere di quei verbali: ad informarli era stato proprio Davigo, che aveva invitato i colleghi a prendere le distanze da Ardita. Che «si sentiva molto colpito da questa cosa: la riteneva un’offesa». Davigo, nel corso dell’udienza, ha voluto prendere la parola per replicare alle dichiarazioni di Ermini. «La cosa più facile per me sarebbe stata fare una nota di servizio e consegnarla, ma quando viene protocollata, viene vista» dall’intera struttura amministrativa del Csm, «che questa presidenza ha ritenuto non molto affidabile», ha spiegato, riferendosi alla fuga di notizie sull’indagine condotta dalla Procura di Perugia sull’ex membro del Csm Luca Palamara.

Processo Davigo: il vicepresidente del Csm Ermini interrogato. Renzi torna all’attacco: “Conferma quello che ho scritto”. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno l'8 luglio 2022.  

Il vice presidente del Csm David Ermini, ha definito i verbali secretati nei quali l' avvocato Piero Amara, interrogato a Milano per il caso del "falso complotto Eni", ha parlato della loggia Ungheria. Verbali di interrogatori "non firmati, inutilizzabili e inservibili", il cui contenuto però era dirompente. Una "presunta loggia massonica coperta", ha spiegato Ermini, che avrebbe alti magistrati, avvocati, vertici delle forze armate e di polizia, imprenditori e politici.

Dopo una settimana di silenzio, Matteo Renzi è tornato ad attaccare pesantemente la magistratura. E lo ha fatto attraverso la propria pagina Facebook. “Oggi il vicepresidente del Csm Ermini, interrogato come testimone nell’ambito del processo Davigo, conferma per filo e per segno ciò che io ho scritto nel libro “Il Mostro”. Dunque Ermini che minacciava invano querele (poi non fatte) o non ha letto Il Mostro o non l’ha capito. Ancora poche settimane e il Csm di David Ermini sarà solo un brutto ricordo”. Parole che si riferiscono, in modo chiaro ed inequivocabile alla presunta “loggia Ungheria” e agli interrogatori dell’avvocato Pietro Amara. 

Renzi nelle pagine del suo libro “Il Mostro”, ha accusato senza mezzi termini Ermini di aver distrutto “materiale ufficiale proveniente dalla Procura di Milano, eliminando il corpo del reato”. Immediata la replica del vicepresidente del Csm, sostenendo che si trattava di una “affermazione temeraria e falsa, essendo il cartaceo mostratomi dal dottor Davigo, come ho più volte pubblicamente precisato e come il senatore Renzi sa benissimo, copia informale, priva di ufficialità, di origine del tutto incerta e in quanto tale senza valore e irricevibile. Il senatore Matteo Renzi ne risponderà davanti all’autorità giudiziaria”. 

Una polemica quella fra Renzi ed Ermini datata metà maggio che torna di stretta attualità oggi, a distanza di quasi due mesi . Un’unica, granitica certezza è che questa sarà la battaglia più importante della carriera politica del leader di Italia Viva. Uno scontro dal quale uscirà o vincitore assoluto o sconfitto, senza prove di appello, destinato all’oblio e ricordato solo come un enfant prodige che non ce l’ha fatta. 

Il vice presidente del Csm David Ermini, ha definito i verbali secretati nei quali l’ avvocato Piero Amara, interrogato a Milano per il caso del “falso complotto Eni”, ha parlato della loggia Ungheria. Verbali di interrogatori “non firmati, inutilizzabili e inservibili”, il cui contenuto però era dirompente. Una “presunta loggia massonica coperta“, ha spiegato Ermini, che avrebbe alti magistrati, avvocati, vertici delle forze armate e di polizia, imprenditori e politici. Fatti talmente gravi che, poche ore dopo essere stato informato da Davigo, il 4 maggio 2020 Ermini ha deciso di andare a parlare della vicenda con il Presidente della Repubblica.

Il vice presidente del Csm David Ermini e l’ex consigliere Davigo

“Davigo mi disse che sarebbe stato opportuno che andassi dal Presidente della Repubblica” perché “della presunta loggia facevano parte esponenti delle forze armate e delle forze di polizia – ha spiegato Ermini – specialmente Polizia e Carabinieri. E poi anche magistrati, ex magistrati, un ex vicepresidente del Csm“.  “Io risposi di sì – ha aggiunto Ermini – . Andai dal presidente e gli riferii anche quello che mi aveva detto Davigo“. Mattarella “non fece alcun commento“. Nei giorni successivi, Davigo si era recato da Ermini e gli aveva consegnato una copia non firmata di quei verbali. Documenti che aveva ricevuto in pieno lockdown dal pm Storari della procura di Milano . Il magistrato aveva voluto in questo modo “autotutelarsi” di fronte alle lentezze della Procura di Milano nell`avviare formalmente le indagini sulla vicenda.

“Ritenni quella di Davigo una confidenza”, ha ricordato Ermini, che non appena ricevuti i documenti ha detto di averli strappati e buttati  nel cestino, non sapendo che fossero secretati. “In consiglio noi non possiamo avere atti che non siano formali”, ha spiegato. Non solo. “La cosa doveva rimanere segreta, perché se qualche consigliere fosse rimasto coinvolto non era opportuno”, ha precisato il vicepresidente del Csm sottolineando come l’avvocato Amara avesse indicato i magistrati consiglieri del Csm Sebastiano Ardita e Marco Mancinetti come “affiliati” alla loggia coperta .

Ermini in tribunale a Brescia ascoltato come testimone

“In cuor mio pensavo che quelle carte” relative agli interrogatori in cui Amara parlava della loggia Ungheria “dovessero arrivare al comitato di presidenza in modo rituale e per le vie ufficiali”, ha aggiunto Ermini, altrimenti il Csm “non avrebbe potuto fare nulla”. “Davigo non mi chiese di veicolare quei verbali al comitato di presidenza del Csm, sennò gli avrei detto che erano irricevibili. Me li ha consegnati perché li leggessi”, ha precisato Ermini.

L`ex pm di Mani Pulite ora in pensione, aveva anche detto di aver consegnato il plico anche al procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi e a quel punto per Ermini “la vicenda era finita“. “Nelle condizioni in cui abbiamo vissuto in questi anni”, dopo il caso di Luca Palamara e lo scandalo sulle nomine del Csm “una velina non firmata con dichiarazioni dubbie non la posso accettare“, ha chiarito Ermini.

Piercamillo Davigo, Pietro Amara e Paolo Storari

“Io che me ne dovevo fare di questi verbali? – ha aggiunto –  Erano irricevibili, mica potevo diventare il megafono di Amara“. Anche Davigo è intervenuto in aula facendo dichiarazioni spontanee.  “Una delle ragioni per cui non ho formalizzato immediatamente è perché, una volta protocollato, il plico viene visto dalla struttura” del Csm, inclusi i componenti delle commissioni interessate, i giudici segretari e i funzionari.  “Non si trattava di una vicenda isolata e anomala – ha chiarito Davigo –  ma di una situazione in cui il comitato di presidenza aveva ragione di dubitare della tenuta della struttura consiliare“.

“Quando il pm Storari viene da me” per “autotutelarsi” di fronte a quelle che riteneva un`inerzia della Procura di Milano nell`avviare le indagini io ricevo una notizia di reato – ha proseguito Davigo -. Io sono un pubblico ufficiale, ho l`obbligo di denunciare, cosa che feci al pg Giovanni Salvi. La questione era che io dovevo segnalare la vicenda in modo che non potesse comunque recare danno alle indagini. Avrei potuto fare una denuncia alla Procura di Brescia, che avrebbe chiesto gli atti alla Procura di Milano, con il risultato che le indagini non si sarebbero più fatte. La mia finalità principale era che quel processo tornasse sui binari di legalità, perché non c’erano i binari della legalità“.

Ermini ed il Pg della cassazione Salvi (a giorni pensionato)

“Non ricordo se ho detto al vicepresidente del Csm David Ermini che i verbali sono secretati “- ha concluso Davigo che ogni tanto svanisce la memoria come per incanto – “ma sono certo di avergli detto che dopo 5 mesi la Procura di Milano non aveva ancora fatto nulla”. Il processo riprenderà il 13 ottobre.

Loggia Ungheria, Storari testimonia nel processo all'ex pm di Mani Pulite: "Davigo? Non è un mio amico".  Luca De Vito su La Repubblica il 24 maggio 2022.  

Le parole del pm Storari davanti al tribunale di Brescia: "Quello che è accaduto e sta accadendo lo trovo lunare, davanti a me un muro di gomma". Il 7 luglio chiamato a testimoniare il vice presidente del Csm David Ermini.

"Piercamillo Davigo non era un mio amico prima, non lo è oggi. Ho una frequentazione con lui solo perché conosco la sua compagna. Mi sono rivolto a lui perché è l'unica persona che conosco che avesse un ruolo istituzionale. Quello che è accaduto e sta accadendo lo trovo lunare". Così il pm Paolo Storari ha parlato davanti ai giudici di Brescia come testimone al processo che vede l'ex pm di Mani Pulite Piercamillo

I retroscena. Loggia Ungheria, Storari: “Sono stato minacciato dai capi perché volevo indagare”. Paolo Comi su Il Riformista il 25 Maggio 2022. 

“Quello che è accaduto e sta accadendo, lo trovo lunare: mi hanno anche minacciato di farmi un procedimento disciplinare”. A dirlo il pm milanese Paolo Storari ai giudici bresciani. Il magistrato è stato interrogato ieri come testimone assistito connesso nel processo contro Piercamillo Davigo, accusato di rivelazione del segreto di ufficio. Storari, che per il medesimo reato era stato assolto nelle scorse settimane in abbreviato, ha ricostruito quanto accaduto alla Procura di Milano dopo gli interrogatori di Piero Amara che avevano svelato l’esistenza della loggia Ungheria.

Rispondendo alle domande del presidente del collegio Roberto Spanò, il magistrato ha confermato quanto dichiarato al procuratore di Brescia Francesco Prete a maggio dello scorso anno, quando, per la prima volta, aveva messo in luce l’ostruzionismo dei propri capi nel cercare riscontri alle testimonianza di Amara. L’interrogatorio di Storari era stato pubblicato in esclusiva dal Riformista. Noto alle cronache per essere anche fra i principali accusatori di Luca Palamara nel processo di Perugia e per aver patteggiato, record assoluto, ben cinquanta reati senza subire alcun sequestro, Amara aveva descritto il funzionamento della loggia Ungheria, composta da magistrati, imprenditori, professionisti, alti ufficiali delle Forze di polizia. Lo scopo del sodalizio paramassonico sarebbe stato quello di pilotare le nomine dei capi degli uffici giudiziari al Consiglio superiore della magistratura e aggiustare i processi.

Ad interrogare Amara erano stati Laura Pedio, vice del procuratore Francesco Greco, e Storari. I verbali delle dichiarazioni di Amara erano poi rimasti sulla scrivania dei pm per mesi, senza che ci fosse alcun sviluppo investigativo. Storari, stufo di questa inerzia, aveva allora deciso di informare Davigo, all’epoca consigliere del Csm. Storari ha precisato che a fare da tramite era stata la compagna di Davigo, la pm antimafia Alessandra Dolci. “Io metto i verbali word sulla chiavetta e li porto a casa sua”, ha dichiarato Storari. “Fammi leggere e ci rivediamo”, gli aveva risposto Davigo. “I fatti che riferisce questo qui sono gravissimi, ci penso io ad avvertire il Csm”, aveva poi detto Davigo dopo aver letto gli atti.

Ricevuti da Storari i verbali di Amara, Davigo aveva così informato il vice presidente del Csm David Ermini, il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi, alcuni consiglieri del Csm, il presidente della Commissione parlamentare antimafia Nicola Morra (M5s).

Storari, sempre rispondendo alle domande dei colleghi bresciani, ha voluto puntualizzare che, terminata la verbalizzazione di Amara, era intenzionato ad effettuare le prime iscrizioni nel registro degli indagati dei soggetti che avrebbero fatto parte dalla loggia e all’acquisizione dei loro tabulati telefonici. Ma nulla di ciò avvenne. Il motivo era perché i suoi capi volevano “salvaguardare” Amara da possibili indagini in quanto utile come teste nel processo Eni-Nigeria in corso all’epoca a Milano. Un processo che la Procura di Milano non poteva perdere e sul quale aveva investito ingenti risorse. L’esito, invece, era stato di assoluzione per tutti gli imputati.

A tal proposito Storari ha raccontato di un colloquio con l’aggiunto Fabio De Pasquale, titolare del fascicolo Eni-Nigeria il quale gli aveva detto: “Secondo me queste dichiarazioni devono rimanere nel cassetto due anni”. “Da queste sue affermazioni – ricorda il pm milanese – ho capito che non si scherzava”. “Ho una interlocuzione con il dottor Greco e gli dico se credesse alle dichiarazioni dell’avvocato siciliano”, continua Storari, ricevendo dal procuratore di Milano questa risposta: “Io credo ad Amara, ma in questo momento non voglio fare niente perchè non voglio inimicarmi il generale Zafarana (Giuseppe, comandante generale della guardia di finanza e, secondo Amara, appartenente alla loggia Ungheria, ndr) in quanto devo sistemare il colonnello Giordano (Vito, ndr) al nucleo valutario”. “Sono rimasto basito”, la replica ieri del pm milanese che si è più volte interrotto per la tensione accumulata. Paolo Comi

Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” il 25 maggio 2022. 

«Non me li chiese il consigliere Csm Piercamillo Davigo: sono io che nell'aprile 2020, per far avvisare il Csm tramite lui e tutelarmi dal muro di gomma dei miei capi, diedi a Davigo su una chiavetta i verbali di Piero Amara su "loggia Ungheria", le trascrizioni e, non ricordo, ma se c'erano anche gli audio registrati dal suo collaboratore Calafiore»; e «dalla bocca di Davigo non uscì mai il nome di Sebastiano Ardita», consigliere Csm ora parte civile contro Davigo da cui si ritiene dossierato, «che a me all'epoca era sconosciuto». 

In quattro ore di deposizione al Tribunale di Brescia del pm Paolo Storari, sono le sole due circostanze rilevanti per il processo a Davigo per rivelazione di segreto, stralcio di quello in cui Storari in abbreviato è stato assolto mesi fa e attende ora l'appello.

Il grosso dell'udienza, dominata dall'interventismo del presidente Roberto Spanò, diventa l'ottavo interrogatorio (ma il primo in pubblico) in cui si assume «la responsabilità» di addebitare agli ex capi della Procura di avergli opposto appunto un «muro di gomma»; di non aver voluto indagare in fretta nei verbali di Amara il vero dal calunnioso; di averli utilizzati «a geometria variabile» per «non disturbare il processo Eni-Nigeria» del vice del procuratore Greco, De Pasquale. 

Riecco così, nel racconto del pm, la collega Pedio che lascia senza risposta le proposte di indagini di Storari, De Pasquale che a fine 2019 gli dice di tenere i verbali di Amara due anni in un cassetto, Greco che gli teorizza di non volere attriti con il comandante della Guardia di Finanza da cui attende la promozione di un ufficiale che gli sta a cuore: tutto, però, nello stesso tempo in cui i capi della Procura usano subito (e solo) due righe di un de-relato di seconda mano di Amara per cercare obliquamente di far fuori dal processo Eni-Nigeria il giudice Tremolada tacciato di sudditanza agli avvocati Eni (e il presidente Spanò annuisce, «mi fossi trovato in quella situazione, certo sarei stato costretto ad astenermi...»).

E quando Storari per tre volte (la prima sull'amicizia in frantumi con Pedio) si blocca sin quasi a sembrare sul punto di piangere («è pesante per me ricordare quello che ho passato»), trova la comprensione del presidente del Tribunale («si chiama "risonanza emotiva", fermiamoci pure un momento...»), rigido invece nel non ammettere decine di domande (ritenute non pertinenti) dell'avvocato Repici parte civile per Ardita.

Spanò si interessa se Storari avesse amici in Procura, «sì, a Luisa Baima sono legato, Alberto Nobili è un vecchio saggio, ma non mi confidai con loro o altri». Solo con Davigo, «perché era il solo che conoscessi con un ruolo istituzionale». Davigo poi parlò dei verbali a molti al Csm e pure all'onorevole Morra, chiede Spanò, «crede fosse in buona fede?». «Assolutamente sì. Seppero queste cose il pg di Cassazione, il vicepresidente Csm...: e nessuno, nè direttamente nè indirettamente, venne mai a dirmi "Paolo hai sbagliato"».

Paolo Ferrari per “Libero quotidiano” il 25 maggio 2022.   

Le indagini sulla loggia Ungheria non si sono fatte per due motivi: il procuratore di Milano Francesco Greco doveva raccomandare il colonnello della Guardia di Finanza Vito Giordano, suo stretto collaboratore, e Piero Amara, avvocato esterno dell'Eni originario di Augusta, non poteva essere accusato di calunnia. 

Lo ha dichiarato ieri davanti al tribunale di Brescia il pm milanese Paolo Storari, interrogato come testimone assistito connesso, nel processo contro Piercamillo Davigo, accusato di rivelazione del segreto di ufficio. Per il medesimo reato Storari nelle scorse settimane era stato assolto in abbreviato.

Il magistrato, rispondendo alle domande del pm Francesco Milanesi e del presidente del collegio Roberto Spanò, ha ricostruito quanto accadde alla Procura di Milano fra la fine del 2019 e i primi mesi del 2020, una volta terminati gli interrogatori dell'avvocato siciliano il cui nome compare in tutti i più importanti processi in corso in Italia in questi mesi. 

Amara, in particolare, in quell'occasione aveva rivelato l'esistenza di una loggia para-massonica super segreta denominata per l'appunto Ungheria e composta da magistrati, imprenditori, professionisti, alti ufficiali delle forze dell'ordine, a iniziare dai comandanti generali dell'Arma dei carabinieri e della Guardia di Finanza, rispettivamente i generali Tullio Del Sette e Giuseppe Zafarana, il cui scopo sarebbe stato quello di condizionare le nomine dei capi degli uffici giudiziari al Consiglio superiore della magistratura e aggiustare i processi per gli adepti.

L'avvocato Amara era stato sentito nell'ambito delle indagini per corruzione nei confronti dei vertici del colosso petrolifero del cane a sei zampe e aveva fatto una quarantina di nomi, raccontando il funzionamento della loggia. 

La deposizione esplosiva era stata raccolta da Laura Pedio, vice del procuratore di Milano Francesco Greco, e dallo stesso Storari. Quest' ultimo, terminata la verbalizzazione, decise di rivolgersi al suo capo per fare il punto. 

«Io credo ad Amara, ma in questo momento non voglio fare niente perché non voglio inimicarmi Zaffarana in quanto devo sistemare il colonnello Giordano al Nucleo valutario», era stata la risposta di Greco, ora nominato assessore alla Legalità del Comune di Roma dal sindaco Roberto Gualtieri (Pd). Una risposta che lasciò «basito» Storari.

Più o meno nello stesso periodo ci fu un altro colloquio sul punto con l'aggiunto Fabio De Pasquale, titolare del fascicolo Eni-Nigeria, il quale invece gli aveva detto: «Secondo me queste dichiarazioni devono rimanere nel cassetto due anni». «Da queste due affermazioni ho capito che non si scherzava», ha proseguito Storari davanti ai colleghi bresciani.

Le dichiarazioni di Amara, continua Storari, «se fossero state sconfessate, avrebbero messo a rischio la credibilità del teste e potenzialmente minato l'impianto accusatorio del processo Eni-Nigeria: se tutto il procedimento è basato sulle calunnie, vuoi dirlo alle difese? A Brescia, dov' è in piedi un processo per calunnia? Vuoi dirlo ai giudici d'appello davanti ai quali si stava celebrando un processo in abbreviato? 

Nulla di tutto questo è stato fatto», ha quindi ricordato Storari. «Il processo Eni Nigeria ha aggiunto- era il più importante che c'era in quel momento. Il terzo dipartimento era il fiore all'occhiello della Procura e faceva i processi di serie A. Perdere in questo processo significava mettere in discussione tutto l'assetto organizzativo della Procura».

Visto che non si volevano fare indagini, Storari decise che bisognava informare dell'accaduto Davigo, all'epoca consigliere del Csm. Il magistrato ha precisato che il tramite fu la fidanzata di Davigo, la pm antimafia Alessandra Dolci. «Io metto i verbali word sulla chiavetta e li porta a casa sua», racconta Storari.

«Fammi leggere e ci rivediamo», rispose Davigo, aggiungendo poi che «i fatti che riferisce questo qui sono gravissimi». Ricevuti da Storari i verbali di Amara, Davigo avvisò David Ermini, vice presidente del Csm, Giovanni Salvi, procuratore generale della Cassazione, alcuni consiglieri del Csm, Nicola Morra, presidente ex grillino della Commissione parlamentare antimafia. Un comportamento che gli ha determinato l'accusa di rivelazione del segreto. 

Eni, ora Storari tira in ballo la compagna pm di Davigo. Luca Fazzo il 25 Maggio 2022 su Il Giornale.

Il caso dei verbali passati all'ex membro del Csm tramite la procuratrice Dolci: lo scambio nell'abitazione dei due.

Era una delle poche figure di spicco della Procura di Milano rimasta fuori dalle secche del «caso Amara», la gestione scomposta dei verbali del grande calunniatore del caso Eni, prima insabbiati in un cassetto, poi passati sottobanco dal pm Paolo Storari a Piercamillo Davigo, allora membro del Consiglio superiore della magistratura. Alessandra Dolci, procuratore aggiunto e capo del pool antimafia, dagli scontri che hanno avvelenato la Procura milanese era rimasta saggiamente a distanza. Ma ieri Storari viene interrogato a Brescia nel processo a carico di Davigo, accusato di rivelazione di segreto d'ufficio per avere divulgato a sua volta i verbali di Amara. E Storari chiama in causa la Dolci, che all'epoca dei fatti era il suo superiore diretto nel pool antimafia.

Di fronte all'inerzia dei vertici della Procura, ovvero del procuratore Francesco Greco, Storari dice di avere pensato di rivolgersi a Davigo in quanto membro del Csm. E di averlo fatto però proprio attraverso la Dolci: «Io corro il rischio di essere coinvolto in questa inerzia, l'unica persona che conoscevo, non è un mio amico, è Davigo. Sono amico di Alessandra Dolci che è la sua compagna, l'unica persona che mi è venuta in mente e avesse un ruolo istituzionale è Davigo». Ed è a casa della coppia Dolci-Davigo che avviene il passaggio della pendrive con i verbali (in brutta copia) di Amara. «Gli consegno la chiavetta e mi dice fammi leggere i verbali e ci rivediamo. Dopo due giorni, ritorno a casa sua, siamo in pieno lockdown, mi dice i fatti che narra sono gravissimi"». Il problema è che, secondo la Procura di Brescia, con quella consegna si commette un reato. E facendo il nome della Dolci Storari costringe a chiedersi se la dottoressa sapesse quanto accadeva tra il suo compagno e il suo sostituto. Ed è facile immaginarsi l'imbarazzo della Dolci, visto che l'obiettivo dei due era Greco: di cui in quel momento era uno dei bracci destri, a capo di uno dei dipartimenti più delicati.

Storari per avere passato i verbali segreti è stato assolto, ma la Procura ha fatto ricorso, e quindi non è ancora ufficialmente salvo. In aula è apparso commosso, provato da una situazione «lunare», ma deciso a rivendicare la sua buona fede. Sulle circostanze che lo avevano spinto a contattare - attraverso la Dolci - Davigo, il pm è tornato a puntare il dito contro la gestione da parte di Greco del processo Eni. I verbali di Amara andavano tenuti nel cassetto, ha detto, per non compromettere l'esito del processo per corruzione ai manager del colosso di Stato, che proprio sulle frottole di Amara era in parte basato. Per avere sollecitato l'apertura formale di un fascicolo, Storari dice di essere stato addirittura minacciato di procedimento disciplinare. E torna a chiamare in causa il titolare del processo Eni, il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale il quale gli avrebbe detto «secondo me queste dichiarazioni devono rimanere nel cassetto due anni». «Da queste sue affermazioni - chiosa Storari - ho capito che non si scherzava». Aggiunge, rispondendo alle domande del giudice Roberto Spanò: «Non è stato fatto niente da dicembre 2019 fino a gennaio 2021. Perché non si voleva disturbare il processo Eni-Nigeria», istruito dal dipartimento affari internazionali, guidato da De Pasquale, il «fiore all'occhiello» della Procura e che «faceva processi di serie A». «Era - spiega ancora Storari - il processo più importante a Milano, fatto dal dipartimento più discusso, una sconfitta significava mettere in dubbio l'organizzazione di Greco». La sconfitta, come è noto, è arrivata, con l'assoluzione di tutti gli imputati con formula piena: e la dissoluzione di quella che era stata la Procura di Mani Pulite si spiega proprio con la foga accusatoria riversata in quel processo.

(Intanto il nuovo procuratore, Marcello Viola, aspetta di sapere se De Pasquale e Storari, per i quali è stato chiesto il trasferimento d'ufficio, resteranno a Milano. Ma il Csm sembra avere per il momento altre priorità)

Parla il pm Storari: «Davigo non nominò mai Ardita con me». Entra nel vivo il processo a Brescia che vede imputato l’ex pm Mani Pulite per aver diffuso i verbali Amara. Simona Musco su Il Dubbio il 25 maggio 2022.

«Davigo non dimostrò alcun particolare interesse» nei confronti di Ardita, «entrambe le volte che ci siamo visti non ha mai fatto il suo nome». È uno dei passaggi più importanti della deposizione del pm di Milano Paolo Storari al processo di Brescia che vede Piercamillo Davigo imputato per aver diffuso i verbali dell’ex avvocato esterno di Eni Piero Amara sulla loggia Ungheria.

Un lungo esame quello di Storari, che si commuove più volte descrivendo il clima – a suo dire ostile – che ha caratterizzato gli ultimi due anni in procura a Milano, dove per lungo tempo i vertici dell’ufficio non avrebbero voluto approfondire le dichiarazioni sulla loggia. «Ricordare quello che ho passato è pesante», dice, parlando di un vero e proprio «muro di gomma» che avrebbe spinto Storari – assolto in abbreviato (ma la procura ha fatto appello) dalla stessa accusa di Davigo – a rivolgersi a Davigo, per «autotutelarsi», temendo che il ritardo nelle iscrizioni dei primi indagati potesse, un giorno, essere imputato a lui, coassegnatario, assieme all’aggiunta Laura Pedio, del fascicolo originale, quello sul “falso complotto Eni”.

Il magistrato ripercorre tutte le tappe che hanno portato alla diffusione dei verbali, che secondo la tesi dell’accusa sarebbero serviti anche a screditare la figura di Sebastiano Ardita, consigliere del Csm (inserito da Amara tra gli affiliati alla loggia) ed ex amico di Davigo, con il quale ha fondato la corrente Autonomia&Indipendenza. Verbali pesanti, al punto che Storari conta di fare in fretta le indagini per trovare riscontri o, al limite, iscrivere Amara sul registro degli indagati per calunnia. Così, a dicembre 2019, prepara due deleghe, che invia a Pedio via mail, ma senza ottenere risposta. «Nessuno mi ha detto che non andava fatto – spiega -, ma nessuno ha firmato la delega. Ed io da solo non potevo fare nulla. La cosa non mi sconcertava, però ho iniziato a stupirmi».

Il 27 dicembre 2019, Storari incontra il procuratore Francesco Greco, al quale chiede un parere sulla credibilità di Amara. E la risposta lo lascia basito. «Greco mi disse: “Paolo, io ci credo, ma in questo momento non voglio fare niente, perché tra le persone chiamate da Amara nella loggia Ungheria c’è il generale Zafarana (Giuseppe, ndr), comandante generale della Guardia di Finanza, e non me lo voglio inimicare, perché voglio sistemare il colonnello Giordano (Vito, ndr) al nucleo di polizia valutaria”», nomina che poi effettivamente avviene. Come se non bastasse, «parlando con De Pasquale (Fabio, procuratore aggiunto e titolare del processo Eni-Nigeria, ndr), e colloquiando sulla necessità di fare indagini mi dice: secondo me queste dichiarazioni devono rimanere nel cassetto due anni».

Interlocuzioni di cui Storari non ha traccia via mail, ma da quel momento, data la stranezza degli eventi, decide prendere appunti su tutto ciò che accade attorno alla vicenda Amara. Le perplessità aumentano quando l’ex avvocato dichiara che «nel processo Eni-Nigeria i difensori di Eni, Nerio Diodà e Paola Severino (ex ministro della Giustizia, ndr), hanno avvicinato Marco Tremolada (presidente del collegio giudicante, ndr) ricevendo in qualche modo rassicurazione che il processo sarebbe andato bene», informazione che avrebbe ottenuto da un altro avvocato. «Queste due righe – spiega Storari – vengono portate da Greco e Pedio a Brescia, per cui un ex ministro della Giustizia e un presidente del collegio vengono immessi nel circuito giudiziario sulla base di nulla. Ed è l’unica parte delle dichiarazioni di Amara che non è stata tenuta nel cassetto».

La valutazione sulla credibilità di Amara, dunque, è «a geometria variabile»: su Ungheria non si muove nulla, ma diventa credibile se le dichiarazioni tornano utili al processo Eni-Nigeria (conclusosi con l’assoluzione di tutti gli imputati).«Ho iniziato a farmi parecchie domande. Quindi ho pensato che dovessi informare il Csm – spiega Storari -. Scrissi al procuratore Greco, ma era tutto un “aspettiamo”. Non dissi che l’avrei fatto io, perché entrare in contrapposizione con il procuratore significava essere tirato fuori dal procedimento. E questo non lo potevo consentire, perché significava girare la testa dall’altra parte di fronte ad una situazione ingiusta». E così decide di rivolgersi a Davigo, «che non era mio amico», che chiama a inizio aprile spiegando sommariamente la situazione. «Mi disse che a lui il segreto non era opponibile. Così il giorno dopo misi i verbali word su una chiavetta e andai a casa sua – racconta -. Lui mi disse: lasciami leggere e ci rivediamo. Di lì a due giorni tornai da lui: mi disse che i fatti che Amara racconta sono gravissimi e che ci avrebbe pensato lui ad avvertire il comitato di presidenza del Csm. E mi consigliò, per tutelarmi, di cominciare a mettere tutto per iscritto».

Ma come si concilia, chiede il giudice Roberto Spanò, la modalità irrituale con l’esigenza di autotutelarsi? «Ora conosco la procedura, all’epoca no. La cosa che mi è sembrata più naturale» era consegnarli a Davigo in qualità di componente del Consiglio e «persona specchiatissima. Ho saltato un passaggio – aggiunge Storari -, ma non con una finalità divulgativa» e per questo «trovo lunare quello che sta succedendo». Davigo, spiega, «mi era parso assolutamente in buona fede. E anche oggi, col senno di poi, lo ritengo in buona fede». A fine aprile Storari prepara una scheda per l’iscrizione dei primi otto indagati e la invia a Pedio, che va a lamentarsi con Greco per non essere stata consultata. Così «sono stato minacciato di procedimento disciplinare» da parte degli allora vertici dell’ufficio, spiega il pm. Dopo qualche giorno Davigo comunica a Storari di aver parlato con il procuratore generale Giovanni Salvi e il vicepresidente del Csm David Ermini. «Dal mio punto di vista, a quel punto, ero a posto».

E il 12 maggio, in maniera «estemporanea», Greco decide di sua iniziativa di iscrivere Amara, l’avvocato Giuseppe Calafiore e il loro socio Sandro Ferraro sul registro degli indagati. «Sono rimasto stupito – dice il pm milanese -, favorevolmente, perché si iniziava a far qualcosa. Non capivo. Oggi capisco: Salvi chiamò Greco e gli chiese cosa stesse facendo». Tutto rimane però fermo fino a settembre, quando si decide che la competenza dell’indagine spetta a Perugia, dove il fascicolo viene però inviato fisicamente solo quattro mesi dopo, a gennaio 2021. «In quel fascicolo non troverete nulla da dicembre 2019 a gennaio 2021. Allora la mia domanda è: perché è successo? – si chiede Storari – È una cosa normale? La risposta è no. Qual è la spiegazione? Non si voleva disturbare il processo Eni-Nigeria».

Ma che interesse c’era? «Era il processo più importante in quel momento a Milano, De Pasquale era il responsabile di questo dipartimento che non tutti vedevano di buon occhio e una sconfitta a dibattimento voleva dire sconfessare la scelta organizzativa di Greco. Il Terzo dipartimento faceva i processi di serie A e questo dava fastidio ai colleghi, che erano ammazzati di fascicoli. E si arrabbiavano, giustamente». Proprio per questo la solidarietà manifestata dai colleghi a Storari rappresentava non solo un gesto di vicinanza, ma anche «un attacco al centro organizzativo».

Inchiesta Eni-Congo, De Pasquale: «Storari fece scadere le indagini su Descalzi». Poi la rettifica. Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera il 23 maggio 2022.  

Da una banale causa di diffamazione spunta prima l’interrogatorio in cui il procuratore aggiunto mise a verbale a Brescia la doglianza, e poi la precisazione in cui ha fatto invece marcia indietro.

Aver lasciato scadere il termine delle indagini e averle così messe a rischio: poche accuse come queste, oltretutto con l’allusione che ciò avesse oggettivamente beneficiato un indagato «eccellente» come il numero 1 di Eni Claudio Descalzi nel fascicolo sul suo possibile conflitto di interessi con la moglie nel procedimento Eni-Congo, sarebbero sanguinose per un pm. Ma ora, dall’indiretto oblò di una banale causa di diffamazione, intentata dal pm milanese Paolo Storari al quotidiano che il 18 gennaio 2022 lo aveva appunto tacciato di «non aver chiesto la proroga delle indagini di cui erano scaduti i termini» e così di aver messo «a rischio questa parte dell’inchiesta», affiorano due fatti inediti. Il primo è che in realtà l’origine della notizia errata non è stata un eventuale abbaglio dei giornalisti, ma una esplicita affermazione proprio dell’allora capo di Storari nel pool affari internazionali, il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale, che la aveva messa a verbale in un interrogatorio alla Procura di Brescia l’1 dicembre 2021. Il secondo è però che De Pasquale, due mesi dopo aver accusato Storari davanti ai pm di Brescia, il 10 febbraio 2022 ha innestato la retromarcia, precipitandosi a rettificare il proprio verbale e spiegare di essersi sbagliato.

La prima versione

Storari a inizio 2022 querela il giornale perché in realtà, al momento in cui l’8 aprile 2021 aveva restituito a De Pasquale tutti i fascicoli (e quindi anche quello su Eni-Congo) una volta esplosa la vicenda dei verbali dell’avvocato esterno Eni Piero Amara informalmente consegnati in formato Word proprio da Storari all’allora membro del Csm Piercamillo Davigo, il termine non era affatto scaduto e per le indagini su Descalzi in Eni-Congo c’era tempo ancora due mesi e mezzo sino al 21 giugno 2021. A fine 2021 De Pasquale riceve dalla Procura di Brescia un «avviso di conclusione delle indagini» nel quale gli si addebita di non aver depositato ai giudici e alle difese del processo Eni-Nigeria alcuni atti segnalati da Storari al vertice della Procura come potenzialmente indici dell’inattendibilità dell’imputato-teste d’accusa Vincenzo Armanna, ed è in questo contesto che la prima versione di De Pasquale l’1 dicembre 2021 su Storari in Eni-Congo è: «Io ho messo in mano a Storari l’indagine sul Congo in cui c’era la questione dei possibili illeciti a carico della moglie di Descalzi. Notizia di reato che stranamente… che purtroppo lui ha dimenticato di… si è dimenticato di chiedere la proroga… Lui che chiedeva la proroga su tutto, non ho capito perché… al momento in cui ha restituito il fascicolo per questa notizia di reato non c’è proroga, è monca dal punto di vista delle indagini».

La seconda versione

Il 18 gennaio 2022 esce l’articolo. Il 10 febbraio 2022 ecco però arrivare a Brescia una precisazione di De Pasquale che rettifica e cristallizza una seconda versione: «Nessuna proroga risulta essere stata chiesta dopo il 19 dicembre 2020 e i termini dell’indagine sono definitivamente scaduti ma, dopo aver consultato in modo più approfondito il fascicolo, devo precisare che risulta restituito da Storari a me l’8 aprile 2021 e i termini delle indagini sarebbero scaduti il successivo 21 giugno 2021, cosicché sarebbe stato ancora possibile chiedere la proroga». La retromarcia è a 360 gradi, anche De Pasquale mantiene la doglianza che Storari «non fece alcuna espressa menzione circa la prossima scadenza del termine delle indagini» in un fascicolo «composto da ben 11 faldoni e 2 scatoloni di documenti». Con il cerino in mano, intanto, rischia ora di restare il giornalista, destinatario allo stato di un «avviso di conclusione delle indagini» per ipotesi di diffamazione anche se, nei giorni successivi all’articolo, aveva pubblicato di sua iniziativa una rettifica «a seguito di verifiche che si sono rese possibili solo qualche giorno fa», con annesse «scuse ai lettori e all’interessato». 

Giacomo Amadori e Fabio Amendolara per “La Verità” il 17 maggio 2022.

Il faccendiere Piero Amara, la gola profonda amata da numerose Procure italiane, è pronto a patteggiare reati anche a Potenza con il consenso dei pm. In questo caso si tratta di corruzione, rivelazione di segreto, calunnia, falso ideologico e materiale.

Cinque contestazioni che vanno ad assommarsi ad altri 42 reati già patteggiati che l'avvocato ha totalizzato in anni di onorata carriera. 

Ma in tutto, per ora, ha concordato una pena complessiva di soli 4 anni e 8 mesi. Più o meno un mese per ciascun reato. A novembre l'avvocato Salvino Mondello ha chiesto di definire il procedimento lucano con l'ennesima istanza di patteggiamento a 3 mesi da applicarsi in continuazione con la sentenza di condanna precedentemente riportata a Messina.

La Procura ha dato il consenso. «La nostra richiesta non è ancora stata accolta.

Stiamo aspettando la fissazione dell'udienza che, probabilmente, si terrà nel mese di giugno» ci spiega l'avvocato Mondello. Amara sta attendendo la decisione in stato semilibertà, che gli è stata concessa dal Tribunale di Sorveglianza di Perugia. 

Per il noto avvocato siracusano, che ha denunciato l'esistenza della fantomatica loggia Ungheria mettendo a soqquadro gli uffici giudiziari di mezza Italia, nel 2009 ha pattuito a Catania 11 mesi di reclusione per rivelazione di segreti di ufficio e accesso abusivo a sistema informatico.

Nel 2019 dal Tribunale di Roma ha incassato 2 anni, 6 mesi e 10 giorni di prigione per 20 contestazioni (una di corruzione in atti giudiziari e le altre per frode fiscale). A Messina, nel 2020, ha patteggiato 1 anno e 2 mesi (in continuazione con Roma) per altri 19 episodi delittuosi (corruzione in atti giudiziari, associazione per delinquere, falso ideologico, minaccia a pubblico ufficiale, induzione indebita a dare utilità e altro).

Infine la Corte di Assise di Roma il 16 novembre 2020 gli ha inflitto un mese di reclusione per favoreggiamento. Arriva ora la richiesta per i fatti contestati nella conclusione delle indagini del 22 ottobre 2021 a Potenza. Nella richiesta di rinvio a giudizio la posizione di Amara è stata stralciata proprio per la richiesta di patteggiamento. L'avvocato siracusano nell'inchiesta lucana ha tre capi d'accusa. In uno di questi gli sono contestati, in concorso con l'ex procuratore di Trani Carlo Maria Capristo e l'ex poliziotto Filippo Paradiso, il falso

ideologico, il falso materiale e la calunnia.

Secondo l'accusa, Amara sarebbe stato «istigatore e beneficiario» di due decreti di iscrizione sul registro degli esposti anonimi della Procura di Trani «ideologicamente falsi» su un finto complotto ai danni dell'Eni, grazie ai quali si sarebbe accreditato come soggetto in grado di condizionare i procedimenti.

La calunnia, invece, riguarda le accuse contenute negli esposti, dove «veniva prospettata la fantasiosa esistenza di un preteso progetto criminoso che mirava a destabilizzare i vertici» dell'azienda del Cane a sei zampe. 

Infatti Amara, «nella piena consapevolezza, non solo dell'innocenza degli accusati, ma dell'assoluta fantasiosità delle notizie di reato contenute nei due esposti», avrebbe accusato «Roberto De Santis e Gabriele Volpi, funzionari dello Stato nigeriano, Pietro Varone, esponenti di vertice di Saipem e di Telecom, che si avvaleva anche della società siracusana Oikothen Scarl, della nota imprenditrice Emma Marcegaglia e del noto professionista Paola Severino (già ministro della Giustizia) di un traffico di rifiuti. In un ulteriore capo d'imputazione, per rivelazione e utilizzazione dei segreti d'ufficio, la Procura contesta ad Amara di aver ottenuto notizie riservate dal pm Antonio Savasta, che era delegato a trattare le indagini sugli esposti. 

In particolare il legale sotto inchiesta avrebbe saputo in anticipo quando gli investigatori della Guardia di finanza si sarebbero presentati negli uffici dell'Eni per acquisire documentazione. 

Ma nel capo d'imputazione principale Amara, secondo la Procura di Potenza, è indicato come «soggetto attivo della corruzione in atti giudiziari». Infatti l'ex procuratore Capristo, stando alle accuse, gli avrebbe «venduto la propria funzione giudiziaria» in cambio del «costante interessamento per gli sviluppi della sua carriera». 

Nei confronti di Amara sono pendenti ulteriori procedimenti sempre per calunnia anche a Milano. La Procura meneghina lo accusa di averla commessa ai danni dell'avvocato Luca Santa Maria e dei dirigenti Eni Claudio Granata e Claudio Descalzi, «pur sapendoli innocenti».

A ciò si deve aggiungere la recente richiesta di rinvio a giudizio sempre della Procura di Milano per la calunnia ai danni del giudice Marco Mancinetti nell'ambito delle dichiarazioni sulla cosiddetta Loggia Ungheria. 

Nel procedimento lucano, oltre ai verbali già raccontati dalla Verità, sono state depositate altre dichiarazioni rese da Amara il 29 giugno, il 7 luglio e il 18 ottobre 2021. l 7 luglio l'avvocato riprende anche a Potenza il discorso sulla transazione tra la Blue power di Francesco Nettis, ex socio della famiglia D'Alema nel settore vitivinicolo, e l'Eni di cui aveva già parlato a Milano il 24 novembre 2019. Secondo il faccendiere D'Alema nel 2017 avrebbe consigliato all'Eni di assecondare Nettis e di concedergli il 20-30 per cento di quanto chiedeva («intorno ai 130 milioni di euro») «nell'interesse nazionale».

E a chi premeva questa soluzione? Secondo Amara, il suo referente Antonio Vella, all'epoca numero due dell'azienda, successivamente licenziato e accusato dalla Procura di far parte di un'associazione a delinquere finalizzata alla calunnia e al depistaggio, gli avrebbe detto che «la cosa interessava "a quello"», cioè a Descalzi. 

A Potenza Amara cambia un po' le carte in tavola e fa sapere che «comunque non è contro D'Alema questo discorso» visto che l'ex premier, «alla fine opera come privato in questa operazione». Il faccendiere sostiene di andare in brodo di giuggiole quando parla di Baffino: «È una persona che io stimo in modo straordinario». 

Anche in questo verbale racconta che cosa gli avrebbe detto l'ex premier nel presunto incontro romano per gestire la transazione: «A me non me ne frega nulla di questa operazione, nel modo più assoluto, però se chiama l'Eni io metto pace e così via, alla fine della fiera secondo me convinco l'imprenditore a chiudere anche a settanta milioni, però lei deve intervenire su Vella».

La versione di Amara è che l'ex numero due, oggi indagato per associazione per delinquere, sarebbe stato l'unico ostacolo all'accordo, invece, a suo dire, caldeggiato da Descalzi. Il verbale è costruito per far passare come baluardo di legalità l'uomo grazie al quale Amara faceva affari con l'Eni, cioè Vella: «Mi dice: "Io al più posso non chiudere la transazione e discutiamo, ma prima mi deve arrivare l'input di Descalzi». 

La prova di quello che dice sarebbero le registrazioni fatte di nascosto durante alcune conversazioni con Alessandro Casali, pierre e «intermediario» con D'Alema. Amara, il 7 luglio, di fronte al procuratore Francesco Curcio, sostiene di essere pronto a consegnargli quei file, una primizia che non aveva mai dato a nessuno. Peccato che una di queste registrazioni, la più significativa, fosse già stata depositata presso la Procura di Milano e da lì fosse illegalmente fuoriuscita per giungere nell'ufficio di Pier Camillo Davigo al Csm e terminare in un fascicolo giudiziario romano per rivelazione di segreto.

Caso Amara, procuratrice aggiunta di Milano Pedio archiviata a Brescia. Il giudice: “Da lei nessuna inerzia nelle indagini”. Andrea Siravo su La Stampa il 5 settembre 2022.

Dopo l’allora procuratore Francesco Greco, anche la procuratrice aggiunta di Milano Laura Pedio incassa l’archiviazione dall’accusa di omissione di atti d’ufficio. Era stata indagata da Brescia da un lato per una presunta «inerzia» investigativa nel caso dei verbali sull’esistenza della fantomatica Loggia Ungheria, di cui aveva parlato l’avvocato Piero Amara, interrogato tra dicembre 2019 e gennaio 2020. Dall’altro la gestione dell'ex manager della compagnia petrolifera italiana Vincenzo Armanna. In particolare erano state ipotizzate un mancato aggiornamento della sua iscrizione per calunnia e una "omessa valutazione" di una richiesta di misura cautelare proposta in 'bozza' dal pm Storari nei confronti di colui che è stato indicato come 'grande accusatore' nel processo milanese Eni Nigeria. L’inchiesta del procuratore di Brescia Francesco Prete e del pm Donato Greco, nata in seguito alle denunce del pm Paolo Storari, il collega co-assegnatario del fascicolo sul cosiddetto 'falso complotto' Eni, si era chiusa con la richiesta di archiviazione. Istanza accolta nei giorni scorsi dal gip Francesca Grassani che ha scagionato dall’accusa Pedio. Per il giudice le divulgazioni dell’ex legale esterno di Eni sull’associazione segreta non erano tali da configurare una situazione di «urgenza», tale da «giustificare il compimento dell’atto doveroso», ossia l’iscrizione nel registro degli indagati. Inoltre, basandosi su una e-mail inviata da Storari il 24 aprile 2020 ha ritenuto che la «sollecitazione per una rapida iscrizione è stata raccolta» dall’aggiunta Pedio dal momento che è avvenuta il 12 maggio 2020, ovvero «poco più di quindici giorni dopo». Riguardo ad Armanna, il gip bresciano è arrivata ad analoghe conclusioni in quanto le dichiarazioni da cui sarebbe emersa la calunnia risalgono al 2019, mentre la «minuta» della richiesta di arresto proposta da Storari è del marzo 2021. «Come sempre dichiarato e documentato dalla dottoressa Pedio, è stata esclusa qualsivoglia omissione da parte del magistrato ed è stata ritenuta del tutto insussistente qualsiasi ipotesi di reato», hanno commentato in una nota gli avvocati Luca Jacopo Lauri e Alessandro Viglione.

Storari assolto in primo grado? Tutto da rifare. Passò le carte a Davigo, per lui nuovo processo. La procura di Brescia accelera i tempi: il collega ha infranto il segreto d'ufficio. Luca Fazzo il 22 Agosto 2022 su Il Giornale.

Tempi stretti, perché il bubbone scoppiato all'inizio di quest'anno all'interno della Procura della Repubblica di Milano non può essere lasciato aperto troppo a lungo senza che torti e ragioni siano chiariti. Così la Corte d'appello di Brescia ha fissato con procedura di urgenza il processo d'appello a uno dei protagonisti del caso che ha squassato l'ex tempio di Mani Pulite: il pubblico ministero Paolo Storari, che dopo essere entrato in rotta di collisione con i vertici dell'ufficio - il capo Francesco Greco e il suo vice Fabio De Pasquale - sulla gestione dei verbali del pentito Piero Amara sulla «loggia Ungheria» decise di consegnarne per vie brevi una copia informale a Piercamillo Davigo, allora membro del Consiglio superiore della magistratura.

In primo grado Storari, dopo avere chiesto di essere giudicato con rito abbreviato, è stato assolto per mancanza dell'elemento psicologico del reato: in sostanza, era convinto di agire all'interno delle norme, essendo Davigo - come componente del Csm - abilitato anche a ricevere atti coperti da segreto. Ma la Procura della Repubblica di Brescia ha fatto ricorso contro l'assoluzione del collega. E la Corte d'appello, benché gravata da numerosi processi, ha stabilito una corsia preferenziale: il processo a Storari è stato fissato per il prossimo 4 ottobre, poche settimane dopo la fine della pausa feriale dell’attività.

Inizialmente era sembrato che la Procura bresciana - che nel corso del primo processo aveva chiesto la condanna di Storari a sei mesi di carcere per rivelazione di segreto d'ufficio - non intendesse impugnare l'assoluzione del pm milanese. Invece, dopo avere letto e riletto le complesse motivazioni della assoluzione firmata dal giudice Federico Brugnara, il pm bresciano Donato Greco (solo con la sua firma, e non con quella del suo capo Francesco Prete) ha deciso di ricorrere. Storari è colpevole, dice il ricorso, lui stesso ha ammesso di avere consegnato i verbali a Davigo e la sua ignoranza delle norme non può essere invocata come scusante: specie trattandosi di un magistrato. Da parte sua il difensore di Storari, Paolo Della Sala, ha depositato una memoria difendendo la sentenza di assoluzione e segnalando che semmai la motivazione poteva essere ancora più ampia, «il fatto non sussiste».

Resta il fatto che Storari torna sotto tiro, e la sua sorte torna ad incrociarsi con quella di Davigo, che invece ha scelto la strada del processo ordinario, con udienze pubbliche che hanno già riservato squarci illuminanti sulla vita interna del Csm: come la testimonianza di David Ermini, che del Csm è vicepresidente, e che ha ammesso di avere ricevuto i verbali a sua volta da Davigo ma di averli distrutti senza leggerli, salvo precipitarsi a raccontare tutto al presidente della Repubblica.

Nel frattempo altri tasselli si sono aggiunti al quadro già sufficientemente complesso. La Procura bresciana ha chiesto il processo anche a carico di Fabio De Pasquale, il procuratore aggiunto che Storari ha sempre indicato come il principale responsabile dell'insabbiamento dei verbali di Amara sulla loggia Ungheria. Che nel frattempo sono approdati a Perugia, dove la Procura ha chiesto l'archiviazione di tutta la faccenda: non perché ci sia la certezza che la loggia non esisteva, ma perché le dichiarazioni di Amara non hanno trovato conferme.

Caso Amara, il pm Storari citato in giudizio a Brescia. Il presidente della Corte d’appello di Brescia, prima Sezione penale, ha citato il pm di Milano Paolo Storari in qualità di «imputato» per il reato di rivelazione di segreto d’ufficio nel caso Amara. Il Dubbio il 21 agosto 2022.

Il presidente della Corte d’appello di Brescia, prima Sezione penale, ha citato il pm di Milano Paolo Storari in qualità di «imputato» per il reato di rivelazione di segreto d’ufficio nel caso Amara. Storari, difeso dall’avvocato Paolo Della Casa, era stato assolto in primo grado perché il fatto «non costituisce reato» dall’accusa mossagli per aver consegnato i verbali dell’ex avvocato esterno di Eni Piero Amara all’ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo.

Storari aveva scelto di rivolgersi all’ex pm di Mani Pulite per «autotutelarsi», alla luce della presunta inerzia dei vertici della procura di Milano ad indagare sulla cosiddetta “loggia Ungheria”, svelata da Amara in quei verbali. La cui consegna, aveva chiarito il magistrato, era avvenuta dopo le rassicurazioni di Davigo sul fatto che il segreto d’ufficio non fosse opponibile ai membri del Csm.

Successivamente, l’1 aprile scorso, la Procura di Brescia si era appellata «nel ritenere legittima la procedura di rivelazione del segreto d’ufficio commessa in favore di Davigo». La notifica della citazione di Storari è arrivata alle parti lo scorso 16 agosto. Parte civile, il magistrato del Csm Sebastiano Ardita, assistito dall’avvocato Fabio Repici. L’udienza si svolgerà il 4 ottobre alle 11:30.

Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” il 4 agosto 2022.

Non era e non può restare di competenza della Procura di Milano, ma doveva e ora deve essere trasferita alla Procura di Brescia, l'inchiesta che da 5 anni Milano va conducendo sui depistaggi attribuiti a dirigenti Eni e finalizzati (tramite i controversi Piero Amara e Vincenzo Armanna) a inquinare il processo per tangenti Eni-Nigeria. 

Lo ha deciso la Procura Generale della Corte di Cassazione, che ha accolto l'istanza di Amara e dell'ex numero due di Eni Antonio Vella, giovatisi di un «baco» da sempre irrisolto nello schema dei pm.

Le indagini avviate nel 2017 erano infatti state concluse il 2 dicembre 2021 dal procuratore aggiunto Laura Pedio (con i subentrati pm Stefano Civardi e Monia Di Marco) con la prospettiva di una (tuttora attesa) richiesta di archiviare l'ad Eni Claudio Descalzi, e invece di processare 17 indagati tra cui appunto Vella, Amara, Armanna e l'ex capo affari legali Eni Massimo Mantovani: tutti per aver formato una associazione a delinquere finalizzata a molteplici reati tra i quali danneggiare i processi istruiti dal pm Fabio De Pasquale cercando di crearne «cloni» attraverso false denunce di «complotti anti-Descalzi» indirizzate a pm complici di Amara a Trani e Siracusa; 

diffamare e far estromettere i consiglieri indipendenti Eni Luigi Zingales e Karina Litvack; tacciare il primo avvocato di Armanna, Luca Santa Maria, di infedele patrocinio in combutta con De Pasquale.

E qui la Procura di Milano ha sempre ondeggiato: da un lato veicolando in pubblico l'idea di un complotto Eni mirato anche contro De Pasquale (così ad esempio il 24 marzo 2021 un comunicato dell'allora procuratore Francesco Greco dopo l'assoluzione Eni-Nigeria); ma dall'altro lato non traendone allora la conseguenza procedurale di inviare il procedimento a Brescia, Procura competente su fatti dei quali siano parti offese pm milanesi. 

Quando un anno fa l'avvocato Santamaria (in attesa da anni dell'esito della propria querela ad Armanna) chiede alla Procura Generale milanese di togliere il fascicolo alla Procura della Repubblica, per scongiurare l'avocazione l'11 giugno 2021 la pm Pedio stralcia e manda al giudice solo questa micro-richiesta di processare Amara, Armanna e Mantovani per calunnia di Santa Maria, nell'imputazione prima scrivendo e poi invece togliendo l'indicazione esplicita anche del pm De Pasquale quale parte offesa.

Qualifica che peró il giudice De Marchi ravvisa comunque palese nell'imputazione, sicchè il 14 aprile 2022 la trasferisce per competenza a Brescia, che peraltro già il 25 maggio ne chiede l'archiviazione, a cui Santa Maria si opporrà il prossimo 3 novembre. 

Ed è sull'effetto attrattivo di questa connessione che hanno ora fatto leva con successo i difensori Vinicio Nardo e Salvino Mondello, rimarcando al pg di Cassazione Vincenzo Senatore che, per i pm milanesi, Amara e Vella si sarebbero associati a delinquere per compiere, tra tanti reati-fine, anche proprio quella calunnia di Santamaria già giudicata di competenza bresciana in funzione della parte offesa De Pasquale.

Ora i pm milanesi del neoprocuratore Marcello Viola resterebbero competenti solo sulle richieste di archiviazione di quegli indagati (compreso Descalzi) che da dicembre 2021 si erano infine orientati a ritenere estranei al depistaggio Eni e anzi calunniati da Amara e Armanna: scenario già da molto prima propugnato dall'altro pm Paolo Storari ai vertici della Procura in forza di prove invece ignorate a lungo dai colleghi, alcuni dei quali perciò indagati a Brescia per omissione d'atti d'ufficio. 

(ANSA il 19 luglio 2022) - I motivi d'appello presentati dalla Procura di Milano per chiedere di ribaltare l'assoluzione decisa dal tribunale nei confronti di tutti gli imputati al processo sul caso Eni/Shell-Nigeria "sono incongrui, insufficienti e fuori dal binario di legalità". 

Lo ha spiegato davanti alla Corte d'appello milanese il pg Celestina Gravina nel motivare, basandosi sulla giurisprudenza, la sua scelta di rinunciare all'impugnazione proposta dall'aggiunto Fabio De Pasquale. 

Sulla sua scelta ha pesato anche la sentenza assolutoria passata in giudicato di Obi Emeka e Gianluca Di Nardo, ritenuti dal pm i mediatori della presunta tangente da lui ipotizzata. "Il pm continua a sostenere le sue posizioni come se nulla fosse accaduto - ha proseguito il pg -.Come se non ci fosse un'associazione passata in giudicato. E questa è una violazione delle regole di giudizio".

(ANSA il 19 luglio 2022) - La seconda Corte d'Appello di Milano, presieduta da Enrico Manzi, ha preso atto della rinuncia dei motivi di appello da parta del pg Celestina Gravina che ha chiesto anche "la declaratoria di passaggio in giudicato" della sentenza di assoluzione di primo grado di tutti i 15 imputati al processo sul caso Eni/Shell Nigeria. 

Il procedimento va avanti solo per le questioni civili. Il pg, nel chiudere il suo intervento, ha affermato che "questo processo deve finire perché non ha fondamento" aggiungendo che gli imputati "che per 7 anni sono stati sotto procedimento hanno il diritto di vedere cessare questa situazione che è contra legem rispetto all'economia processuale e alle regole del giusto processo".

Monica Serra per “la Stampa” il 20 luglio 2022.

Non si è limitata a chiedere l'assoluzione degli imputati nel processo Eni-Nigeria, a partire dall'ad Claudio Descalzi. Con una mossa che almeno a Milano non ha precedenti, la sostituta procuratrice generale Celestina Gravina ha rinunciato ai motivi d'appello, rendendo definitive tutte le assoluzioni di primo grado. 

Le dure parole che ha pronunciato sono suonate in aula come un "atto di accusa" nei confronti del procuratore aggiunto Fabio De Pasquale, che non ha mai chiamato per nome. E che - proprio per la gestione delle prove in questo processo al centro del duro scontro che si è consumato nella procura di Milano - è imputato a Brescia per omissione di atti d'ufficio.

Gravina ha definito i motivi d'appello promossi dall'aggiunto «incongrui, insufficienti e fuori dal binario di legalità», che non tengono conto dell'«assoluzione definitiva» dei presunti intermediari della maxi tangente al centro del processo: Obi Emeka e Gianluca Di Nardo, già giudicati perché avevano scelto il rito abbreviato. 

«E questa - per la sostituta pg - è una violazione delle regole di giudizio». Ha parlato di «vicende buttate lì come un'insinuazione», di «esilità e assoluta insignificanza degli elementi» usati dalla procura per sostenere l'accusa di corruzione internazionale, di «colonialismo della morale» da parte del pm per rispondere all'accusa di «colonialismo predatorio» che De Pasquale muoveva a Eni e Shell nel ricorso.

«Questo processo deve finire oggi perché non ha fondamento - ha detto Gravina - Non c'è prova di un accordo corruttivo, né prova del pagamento di utilità corruttive». E, dopo aver «patito sette anni», gli imputati «hanno diritto a vedere cessare immediatamente questa situazione contra legem rispetto alle indicazioni di regolarità formale del processo».

La sostituta pg ha censurato la richiesta di confisca di 1, 092 miliardo di dollari avanzata da De Pasquale, pari alla presunta maxi tangente che, nella ricostruzione accusatoria, Eni e Shell avrebbero pagato per aggiudicarsi la concessione da parte del governo nigeriano dei diritti di esplorazione sul blocco Opl245. Ha aggiunto Gravina che invece Eni e Shell avrebbero fatto «la ricchezza di quel Paese» a partire dagli anni Cinquanta «anche con tributi di sangue».

Per il gruppo è stata così sancita «la fine della immotivata e sconcertante vicenda giudiziaria penale». La requisitoria della sostituta pg - che il difensore di Descalzi, Paola Severino, ha definito «penetrante, argomentata, anche pacata che però ha frantumato completamente l'accusa» - ha messo una pietra tombale sul processo. 

Che andrà avanti solo per il ricorso della parte civile. L'avvocato Lucio Lucia, che rappresenta la Repubblica nigeriana, ha chiesto alla corte di valutare i danni in separata sede e una provvisionale pari alla somma versata per i diritti di esplorazione del giacimento. Decisione attesa il 30 settembre.

La resa dei magistrati: "Processo Eni-Nigeria senza fondamento". Cristina Bassi il 20 Luglio 2022 su Il Giornale.

La Procura generale non fa appello contro l'assoluzione dei vertici. E spara sui pm

Il colpo di scena arriva in apertura di udienza. La Procura generale di Milano rinuncia ai motivi di appello nel caso Eni-Nigeria. Nessun processo di secondo grado dunque, diventano definitive le assoluzioni «perché il fatto non sussiste» dei 15 imputati, tra cui le società Eni e Shell, l'attuale ad della compagnia petrolifera Claudio Descalzi e il suo predecessore Paolo Scaroni decise dal Tribunale nel marzo dello scorso anno. Il processo va avanti solo per gli aspetti civili, dal momento che anche la Nigeria aveva impugnato le assoluzioni come parte civile e chiesto un risarcimento.

Quello del sostituto procuratore Celestina Gravina è un atto clamoroso e con pochi (se non nulli) precedenti. Non si è limitata infatti a chiedere la conferma delle assoluzioni di primo grado, su cui la Corte si sarebbe poi dovuta esprimere come alla fine di ogni dibattimento. Ha invece cassato l'impugnazione presentata dalla Procura, nella persona del procuratore aggiunto Fabio De Pasquale, della prima sentenza e ha evitato la celebrazione stessa del nuovo processo. Qui la Seconda sezione della Corte d'appello, presieduta dal giudice Enrico Manzi, non ha potuto che prendere atto e non è possibile il ricorso in Cassazione. Gravina ha inoltre chiesto ai giudici «la declaratoria di passaggio in giudicato» del verdetto di assoluzione. Nel motivare la propria decisione il sostituto pg sconfessa radicalmente il lavoro dei «colleghi» del quarto piano che in questo procedimento basato su una presunta corruzione internazionale avevano investito enormi energie e risorse. «Non c'è prova di nessun fatto rilevante in questo processo - è la conclusione della requisitoria di ieri - Gli imputati che hanno patito un processo lungo sette anni hanno diritto di vedere cessare immediatamente questa situazione che in questo momento è contra legem rispetto alle indicazioni di regolarità formale del processo, di economia processuale, di durata ragionevole. Il processo non è la sperimentazione della dialettica delle parti». Gravina ha spiegato di ritenere «di dover esercitare la sua funzione di osservanza della legge», quindi di rispettare i dettami della Suprema corte e tener ben presente che esiste una sentenza di assoluzione passata in giudicato sui due presunti intermediari della maxi tangente nigeriana. «Mancano le prove in questo processo e i binari di legalità del processo segnato dalla Cassazione sono corrispondenti al diritto delle persone in questo Paese a non subire processi penali quando non sussistano i presupposti di legge. Questo processo deve finire oggi perché non ha fondamento».

Tutto era nato dall'accusa a Eni di aver pagato una mazzetta da 1,092 miliardi di dollari per aggiudicarsi nel 2011 la concessione da parte del governo della Nigeria dei diritti di sfruttamento del giacimento Opl245. Ha argomentato il sostituto pg: i motivi d'appello della Procura «sono incongrui, insufficienti e fuori dal binario di legalità». Pesa l'assoluzione, chiesta e ottenuta dalla stessa Gravina e poi passata in giudicato, dei due presunti mediatori (processati in abbreviato) della corruzione ipotizzata. «Ma il pm continua a sostenere le sue posizioni come se nulla fosse accaduto. E questa è una violazione delle regole di giudizio». Ancora ha parlato di «vicende buttate lì come una insinuazione», di «esilità e assoluta insignificanza degli elementi» portati dalla Procura e di «colonialismo della morale» del «pm». Non c'è, ha sostenuto, «prova dell'accordo per una corruzione, non c'è prova del pagamento di un'utilità corruttiva». C'è da parte del pm (mai citato per nome) un «atteggiamento fondamentalmente neocolonialista, altro che il colonialismo predatorio di cui sono accusate le due compagnie petrolifere che hanno fatto la ricchezza della Nigeria». Così Paola Severino, avvocato di Descalzi: «Una requisitoria penetrante, argomentata, sintetica, pacata che però ha frantumato completamente l'accusa».

Crolla il processo Eni-Nigeria. Il pg: «Dal pm linea neocolonialista, no ai processi senza presupposti». La dura reprimenda del sostituto procuratore generale contro l'aggiunto De Pasquale dopo la rinuncia all'appello: «Una situazione contra legem rispetto alle indicazioni di regolarità formale del processo». Simona Musco su Il Dubbio il 20 luglio 2022.

«Non c’è prova di nessun fatto rilevante in questo processo». Sono veri e propri macigni le parole pronunciate questa mattina dal sostituto procuratore generale di Milano Celeste Gravina, che ha rinunciato all’appello nei confronti dei 15 imputati, 13 persone e le società Eni e Shell, accusati di corruzione internazionale nel processo sulla presunta tangente da 1,092 miliardi di dollari per la concessione da parte del governo della Nigeria dei diritti di esplorazione sul blocco Opl245. Una decisione che arriva dopo l’assoluzione di tutti gli imputati in primo grado pronunciata il 17 marzo 2021 – e ora definitiva -, «perché il fatto non sussiste». Ma la requisitoria di oggi è stata una vera e propria reprimenda nei confronti dell’aggiunto di Milano Fabio De Pasquale, che dopo l’assoluzione ha presentato appello, nonostante fosse emerso in più occasioni l’assenza di prove e l’inaffidabilità del grande accusatore Vincenzo Armanna, ex vicepresidente di Eni Nigeria. L’intero processo, secondo Gravina, si sarebbe basato solo su «chiacchiere e opinioni generiche», sulla cui base la più grande società italiana è stata tenuta in “ostaggio” e tredici persone sono finite sulla graticola. Ma ogni cittadino, ha ammonito il sostituto procuratore generale, «ha diritto, dopo sette anni e senza che sia stata raggiunta la prova della sua colpevolezza, a veder finire immediatamente il processo».

Fra gli imputati figurano l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi (nella foto), il suo predecessore Paolo Scaroni, l’ex ministro del Petrolio della Nigeria, Dan Etete, oltre a quattro ex manager di Shell, ex dirigenti di Eni e alcuni intermediari. Fra questi anche Roberto Casula, ex capo divisione esplorazioni di Eni, Armanna, Ciro Antonio Pagano, all’epoca dei fatti managing director di Nae, Obi Emeka, avvocato che avrebbe fatto da intermediario nell’operazione, e Luigi Bisignani, anch’egli considerato mediatore. Sulla scelta di Gravina ha inciso anche la sentenza assolutoria in abbreviato – e passata in giudicato – nel processo a carico di Emeka e Gianluca Di Nardo, ritenuti dal pm i mediatori della presunta tangente di cui però non ci sono tracce. Il presidente del collegio della seconda sezione penale della Corte di Appello di Milano, Enrico Manzi, «ha preso atto della rinuncia», mettendo dunque una pietra tombale sulla vicenda. Il processo di secondo grado va dunque avanti solo per i soli fini civili per l’appello proposto dal governo federale della Nigeria, parte civile nel processo, rappresentato in aula dall’avvocato Lucio Lucia.

«Non c’è prova di nessun fatto rilevante in questo processo – ha affermato Gravina -. Gli imputati hanno diritto di vedere cessare immediatamente questa situazione che in questo momento è contra legem rispetto alle indicazioni di regolarità formale del processo, di economia processuale, di durata ragionevole. Il processo non è la sperimentazione della dialettica delle parti» e perciò va messa la parola fine. Anche perché i motivi d’appello presentati da De Pasquale, ha ammonito la pg, «sono incongrui, insufficienti e fuori dal binario di legalità». L’aggiunto milanese, ignorando l’esito del processo a carico di Emeka e Di Nardo, «continua a sostenere le sue posizioni come se non ci fosse un’assoluzione passata in giudicato» che stabilisce che i due non sono mai stati collettori «di una tangente destinata» ai pubblici ufficiali nigeriani. «Il pm di questo non se ne accorge» e questa è una violazione delle regole di giudizio». Nell’appello proposto dalla procura mancherebbe «qualsiasi nuovo elemento per sostenere l’accusa» e «per un eventuale ribaltamento del principio dell’oltre ragionevole dubbio», mentre sono presenti profili «incongrui e insufficienti» che restituiscono «diverse ricostruzioni possibili che sono lo specchio dell’assenza di fatti certi posti alla base della accusa e non di un accordo corruttivo che non si indica in alcun modo». Anzi, le vicende sarebbero state «buttate lì come una insinuazione», ha affermato Gravina, arrivando a parlare di «colonialismo della morale» da parte «del pm»: come «le potenze neocoloniali tracciavano i confini senza sapere cosa c’era sotto», De Pasquale avrebbe «imposto» la propria linea, volendo scegliere «al posto di organi democraticamente eletti». Atteggiamento che la procura ha imputato alle due società, che invece «hanno fatto la ricchezza della Nigeria» anche con «tributi di sangue». Il tutto senza riuscire ad individuare le presunte tangenti versate e riparando «sul fatto che questa operazione non doveva farsi». La procura si sarebbe comportata, dunque, come una sorta di «Tribunale amministrativo della Nigeria». Ma in Italia c’è il «diritto delle persone a non subire processi penali quando non vi sono motivi perché si tengano».

Gravina ha parlato anche delle «bugie ripetute» di Armanna, dei «suoi ripensamenti» e delle «sue speranze frustrate di impunità». Falsità sulle quali De Pasquale era già stato messo in guardia dal pm Paolo Storari (finito nella bufera per il caso verbali) e stigmatizzate nelle motivazioni della sentenza di assoluzione dal Tribunale di Milano, che aveva ammonito l’aggiunto soprattutto in merito alla gestione delle prove, per la quale la procura di Brescia ha chiesto il rinvio a giudizio di De Pasquale e Sergio Spadaro. Tra queste prove, il video mai depositato a processo, girato in maniera clandestina dall’avvocato Piero Amara, l’ex avvocato esterno dell’Eni che ha svelato l’esistenza della fantomatica – e smentita – “loggia Ungheria”, che testimoniava un fatto clamoroso: la volontà di Armanna di ricattare i vertici Eni e avviare una devastante campagna mediatica. Proprio per tale motivo, si sarebbe adoperato per «fargli arrivare un avviso di garanzia». E due giorni dopo, come da copione, Armanna si presentò in procura per accusare i vertici della società. Il contenuto del video, per i giudici di primo grado, era di per sé «dirompente in termini di valutazione dell’attendibilità intrinseca perché rivela che Armanna, licenziato dall’Eni un anno prima, aveva cercato di ricattare» la società petrolifera «preannunciando l’intenzione di rivolgersi ai pm milanesi per far arrivare “una valanga di merda”» sui suoi dirigenti. Per Paola Severino, legale di Descalzi, «è stata una requisitoria molto penetrante, che ha frantumato completamente l’accusa. La giustizia può essere magari lenta ad arrivare, ma quando arriva deve essere dichiarata immediatamente».

Eni, in una nota, ha parlato di «immotivata e sconcertante vicenda giudiziaria penale». «La rinuncia determina che le assoluzioni già pronunciate nel marzo 2021 di Eni e dei suoi manager siano diventate definitive, passando in giudicato. Dopo oltre 8 anni tra indagini e procedimenti giudiziari, cause di altissimi costi e di gravi e ingiuste conseguenze reputazionali per la società e il suo management, la Giustizia ha completato il suo corso confermando in via definitiva la piena assoluzione perché il fatto non sussiste», sottolinea Eni. «Eni e le sue persone, finalmente forti del riconoscimento irrevocabile della correttezza e della legalità del proprio operato, potranno continuare a dedicarsi con sempre maggiore efficacia alle sfide epocali che oggi caratterizzano lo scenario internazionale: sicurezza degli approvvigionamenti, accesso all’energia e percorso verso una transizione energetica equa», conclude la società di San Donato Milanese.

Per il sostituto pg "processo non ha fondamento". Processo Eni-Nigeria, il flop dei magistrati di Milano è definitivo: la procura generale rinuncia all’Appello contro Scaroni e Descalzi. Fabio Calcagni su Il Riformista il 19 Luglio 2022. 

Il processo Eni-Nigeria si chiude senza passare in Appello. I giudici di Milano questa mattina hanno preso atto della rinuncia da parte della Procura generale dei motivi d’appello nel processo di secondo grado nei confronti dell’ex e dell’attuale management della società petrolifera, in particolare l’AD Claudio Descalzi e il suo predecessore Paolo Scaroni.

A comunicarlo in aula all’apertura dell’udienza è stato il sostituto pg di Milano Celestina Gravina, rendendo così definitiva l’assoluzione con formula piena in primo grado nei confronti dei 15 imputati tra dirigenti di Eni, dirigenti di Shell, mediatori italiani e nigeriani, oltre alle due società petrolifere.

Gli indagati erano accusati di corruzione internazionale per una presunta tangente da 1,092 miliardi di dollari che sarebbe stata versata dalle due società petrolifere per aggiudicarsi la concessione da parte del governo della Nigeria dei diritti di esplorazione sul blocco Opl245.

Una scelta che conferma il flop colossale del processo portato avanti dai magistrati che a vario titolo hanno portato avanti l’inchiesta, in particolare il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, ora pm alla Procura europea antifrodi, paradossalmente indagati per “rifiuto d’atto d’ufficio”, ovvero per non aver voluto depositare nel 2021 prove potenzialmente favorevoli agli imputati del processo.

Un processo senza prove, quello imbastito dai magistrati milanesi, come sottolinea la stessa sostituto pg Gravina in aula. Proprio la “mancanza di qualsiasi nuovo elemento per sostenere l’accusa” per poter portare avanti un ricorso che non ha la forza “per un eventuale ribaltamento del principio dell’oltre ragionevole dubbio“.

Processo che “deve finire oggi perché non ha fondamento”, ha aggiunto ancora Gravina. Per il rappresentante dell’accusa bisogna rispettare i “binari della legalità” tracciati dalla Cassazione e quindi non bisogna sottoporre le persone ai processi quando “mancano le prove“. Gravina che con parole durissime ha descritto e criticato i motivi di appello presentati dall’aggiunto Fabio De Pasquale: “In questo processo – ha spiegato il sostituto pg- non c’è prova di un accordo corruttivo, né prova del pagamento di utilità corruttive“. Un atteggiamento “neocolonialista“, secondo il pg, lo ha avuto “il pm”, ossia De Pasquale, perché come “le potenze neocoloniali tracciavano i confini senza sapere cosa c’era sotto” ha “imposto” la propria linea, volendo scegliere “al posto di organi democraticamente eletti“. De Pasquale che ha portato solo “chiacchiere e opinioni generiche che toccano i governanti degli ultimi 10 anni in Nigeria” nel processo.

Gravina poi si toglie ancora qualche ‘sassolino dalla scarpa’ nei confronti di De Pasquale: “Il pm continua a sostenere le sue posizioni come se nulla fosse accaduto. Come se non ci fosse un’associazione passata in giudicato. E questa è una violazione delle regole di giudizio”. Gli imputati, che per sette anni sono stati sotto procedimento, hanno invece “il diritto di vedere cessare questa situazione che è contra legem rispetto all’economia processuale e alle regole del giusto processo”.

Eni-Nigeria è diventa così da inchiesta ‘principe’ della Procura di Milano una sorta di Caporetto della giustizia italiana. Basti pensare le ripercussioni per i due titolari dell’inchiesta, De Pasquale e Spadaro, che lo scorso giugno si sono visti chiedere dai colleghi di Brescia il rinvio a giudizio.

I pm bresciani contestano ai due di non aver depositato nel dibattimento sull’ipotizzata (e non provata) corruzione, chat del cellulare dell’ex dirigente Vincenzo Armanna (accusatore Eni) nelle quali si parlava di 50mila dollari che l’ex manager avrebbe chiesto indietro ad Isaak Eke, 007 nigeriano, teste nel dibattimento che avrebbe dovuto confermare le accuse. Armanna consegnò ai giudici solo parte di quei messaggi, mentre il pm di Milano Paolo Storari aveva scovato gli altri nelle sue indagini e le aveva girate ai vertici della Procura, guidata all’epoca da Francesco Greco.

In più, tra le accuse mosse ai pm milanesi anche il non aver introdotto nel processo presunte false chat, ancora una volta scoperte da Storari, che Armanna avrebbe creato per dare conto di suoi colloqui (falsi) con Descalzi e il capo del personale Eni Claudio Granata.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

La pg Gravina rinuncia all'appello. “Processo Eni infondato”, la Procura generale fa a pezzi i pm De Pasquale e Spadaro. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 20 Luglio 2022. 

Chissà come si sentiva il pm Fabio De Pasquale ieri mattina mentre la sua collega della procura generale Celestina Gravina annunciava, nell’aula in cui si sarebbe dovuto celebrare il processo di secondo grado nei confronti della dirigenza Eni per un presunto caso di corruzione in Nigeria, che i giudici avrebbero potuto tornare a casa perché il suo ufficio rinunciava all’appello. E motivava la scelta con toni durissimi, soprattutto nei confronti di chi, mai nominato, si era impegnato per sette anni nell’impresa di far condannare Paolo Scaroni e Claudio Descalzi per corruzione internazionale.

Dopo la richiesta della rappresentante della procura generale della “declaratoria di passaggio in giudicato”, accolta dal Presidente della seconda corte d’appello di Milano Enrico Manzi, la sentenza di primo grado, quella che aveva assolto “perché il fatto non sussiste” i quindici imputati, tredici persone fisiche e le due società Eni e Shell, è diventata definitiva. Parole sferzanti, quelle della dottoressa Gravina. E anche umilianti, perché il pm De Pasquale non si era limitato a ricorrere in appello dopo le assoluzioni del 17 marzo 2021, ma si era anche candidato a sostenere il ruolo dell’accusatore anche nel dibattimento di secondo grado. Ma proprio Celestina Gravina gli era stata preferita per quel ruolo, come esperta, ma forse anche perché più distaccata, dalla procuratrice generale Francesca Nanni. Anche perché quel primo processo e quella sentenza si erano intrecciati con gli sconvolgimenti, quasi storie da intrighi e vecchi merletti, che avevano attraversato la Procura di Milano allora guidata da Francesco Greco. Vicende che sono poi finite a Brescia, dove anche lo stesso De Pasquale è indagato insieme al collega Sergio Spadaro con richieste di rinvio a giudizio per ambedue proprio per fatti che attengono al processo Eni.

Ma indipendentemente dagli aspetti giudiziari, è la stessa immagine personale di De Pasquale che ieri è stata messa in discussione, quando la pg Gravina ha accusato i comportamenti del collega di “colonialismo della morale”, paragonandoli a quelli dei vecchi dominatori che cercavano di imporre con la prepotenza le proprie scelte “al posto di organi democraticamente eletti”. Un vero schiaffo, per un uomo che non ha mai nascosto le proprie preferenze politiche nell’ambito della sinistra. E che, proprio in questo processo – ma De Pasquale indagava su Eni fin da quando il Presidente era Gabriele Cagliari, che poi si suicidò in una cella di San Vittore il 20 luglio del 1993 – aveva accusato le due società di aver voluto colonizzare i nigeriani, con quell’accordo per la concessione dei diritti di esplorazione sul blocco Opl245. Eni e Shell, dice invece Gravina, “hanno fatto la ricchezza della Nigeria”, anche con “tributi di sangue”. Anche la lezione di diritto non è male. Perché i motivi dell’appello presentati da De Pasquale sono esili e insignificanti, tanto che “questo processo deve finire perché non ha fondamento”. E l’articolo 111 della Costituzione, quello sul giusto processo è stato ignorato. Tanto che non si è tenuto in nessun conto il fatto che “per un eventuale ribaltamento del principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio” occorrono argomenti forti e motivati. E non “incongrui e insufficienti” a dimostrare che ci sia stata corruzione solo sulla base di insinuazioni buttate lì come fossero prove.

Del resto, in un certo senso, forse lo stesso De Pasquale sapeva benissimo quanto fossero deboli gli indizi che aveva raccolto nel corso degli ultimi sette anni. Tanto che lui stesso il 21 luglio 2020 dichiarava: “Non chiedeteci una probatio diabolica. Chiedeteci una prova che sia congrua rispetto a quello che dicono le convenzioni internazionali, cioè che bisogna utilizzare anche gli indizi, bisogna utilizzare tutto ciò che si conosce, non bisogna cercare banalmente, come se fosse la serie televisiva, la pistola fumante”. Un bel ragionamento – riportato anche nelle motivazioni della sentenza di assoluzione-, ma come lo possiamo collegare al fatto che nel frattempo due presunti intermediari della famosa corruzione internazionale, che avevano scelto il rito abbreviato, sono stati assolti con sentenza definitiva? Questo argomento ha pesato seriamente sulla decisione della pg di ritirare il ricorso in appello di De Pasquale. Anche perché è difficile non considerare neanche una sentenza passata in giudicato come “pistola fumante”. Ma del resto gli stessi giudici che avevano emesso la sentenza di assoluzione dei quindici imputati, nelle motivazioni della loro decisione avevano ricordato agli inquirenti che per condannare occorrono le prove, e che è inutile arrampicarsi sugli specchi se queste non ci sono. E anche che l’onere della prova spetta al pm, non alla difesa.

Sarà utile al riguardo ricordare che se il pm De Pasquale è indagato a Brescia e potrebbe essere rinviato a giudizio insieme al suo collega Sergio Spadaro, è proprio perché i due magistrati sono accusati di aver cercato di rafforzare un’ipotesi accusatoria che faceva acqua da tutte le parti con l’omissione di documenti e testimonianze che avrebbero potuto essere favorevoli alla difesa. Come ad esempio una videoregistrazione in cui l’ex manager di Eni Armanna preannuncia all’avvocato Amara e altre due persone le calunnie che si apprestava a riversare sui vertici Eni. Il video avrebbe dimostrato l’inattendibilità di testimoni ritenuti preziosi dall’accusa. Tanto che lo stesso De Pasquale, nel suo ricorso di 120 pagine contro le assoluzioni, ne aveva dedicate otto a quel video, a conclusione delle quali aveva definito quelle parole come semplici “spacconate”. Aggiungendo anche che comunque la difesa degli imputati ne ara a conoscenza da tempo, cosa che i legali del vertice Eni hanno sempre escluso.

Ma qualcosa di molto più grave era accaduto nel corso di quel processo, anche se non fa parte del fascicolo aperto a Brescia. Ed è il tentativo, maldestro ma pericoloso, di far uscire di scena il Presidente del tribunale Marco Tremolada, che stava giudicando le accuse di corruzione internazionale.

L’episodio risale al 5 febbraio del 2020 quando, finita la parte istruttoria del processo Eni-Nigeria, i pm De Pasquale e Spadaro avevano tentato di far ammettere dal tribunale una deposizione dell’avvocato Amara su “interferenze Eni su magistrati milanesi”. È la famosa polpetta avvelenata da porgere al Presidente Marco Tremolada, che viene definito dal tandem dei calunniatori come “avvicinabile”. Il tribunale aveva mangiato la foglia, anche perché a quel punto il presidente avrebbe dovuto astenersi dal poter continuare il processo, non accogliendo la richiesta. Ma la cosa sorprendente è che immediatamente il procuratore Francesco Greco e la sua aggiunta Laura Pedio avevano trasmesso gli atti a Brescia perché la Procura verificasse se qualche giudice avesse commesso i reati di traffico di influenze e abuso d’ufficio. Inutile dire che se qualcuno ci aveva contato sarà rimasto deluso dopo l’archiviazione dell’episodio. Ma c’era stato comunque un retroscena.

Perché un altro pm di Milano, quel Paolo Storari che diventerà famoso per i verbali di Amara passati a Camillo Davigo, in una deposizione alle Procure di Brescia e di Roma, aveva raccontato di una riunione milanese in cui Fabio De Pasquale avrebbe detto che il giudice Marco Tremolada era troppo appiattito sulle posizioni delle difese di Eni, quindi bisognava trovare il modo di farlo astenere. Quando? Tra la fine di gennaio e i primi di febbraio del 2020, quindi nei giorni precedenti a quel 5 febbraio in cui la polpetta avvelenata era entrata invano nell’aula del processo Eni. Su cui ieri è calato, si spera definitivamente, il sipario. Non è proprio stata una bella pagina. Che va comunque inscritta nella grande delusione, per chi ci aveva creduto, nei confronti degli uomini della mitica procura di Milano. Dove evidentemente, da Mani Pulite in avanti – ormai ce ne sono le prove – il fine ha sempre giustificato i mezzi usati. E che mezzi! 

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Eni, un'inchiesta scandalosa: così i magistrati hanno bloccato 70 miliardi. Michele Zaccardi su Libero Quotidiano il 21 luglio 2022

È finita con un buco nell'acqua l'inchiesta per corruzione internazionale intentata nei confronti di Eni e dei suoi manager per lo sfruttamento di un giacimento petrolifero in Nigeria. Le indagini, che si sono trascinate per otto anni, non solo hanno macchiato la reputazione del colosso energetico italiano ma hanno anche prodotto dei danni economici ingenti a tutte le parti in causa. Nel complesso le vicende giudiziarie e il governo nigeriano hanno messo a rischio un progetto dal valore di 70 miliardi di euro. Mentre soltanto di spese legali, comprese quelle per una vicenda analoga in Algeria, Eni ha dovuto sborsare 100 milioni di euro. Ma andiamo con ordine. L'affaire Nigeria nasce dall'Opl 245, sigla che sta per Oil Prospecting License, una concessione esplorativa per il più grande giacimento petrolifero del Paese (due campi con riserve stimate pari a 9 miliardi di barili), situato a 150 chilometri al largo del delta del fiume Niger. Dal 1998 al 2011 la licenza è invischiata in contenziosi giudiziari e arbitrati internazionali tra il governo nigeriano, la compagnia britannica Shell e la società locale Malabu.

I RITARDI

Il 30 ottobre 2010 Eni prova, attraverso la sua controllata Nigerian Agip Exploration (Nae), ad acquistare il 100% delle quote dell’Opl 245, ma l’offerta non viene accettata dal governo. Che, però, preoccupato dai mancati introiti causati dai ritardi nella messa in funzione del giacimento, a novembre apre una trattativa con Shell, Malabu ed Eni. Pochi giorni dopo, si verifica un altro stallo: Mohammed Abach, ilfiglio del presidente nigeriano che nel 1998 aveva assegnato la licenza a Malabu, rivendica il 50% delle azioni di quest’ultima. Visto l’andazzo, l’allora direttore generale di Eni, Claudio Descalzi, blocca il negoziato. La soluzione viene superata grazie all’intervento del ministro della giustizia della Nigeria, che mette al riparo la compagnia italiana da eventuali contenziosi tra Shell e Malabu, liquidando la società nigeriana. Alla fine, il 29aprile 2011 viene firmato un accordo tra le parti. Eni e Shell versano 1,3 miliardi di dollari al governo e diventato comproprietari del progetto. Da allora, però, dal giacimento non è stata estratta una goccia di petrolio. Il motivo? Nonostante la richiesta fatta da Eni nel rispetto dei termini di legge, la Nigeria, con la scusa dei procedimenti giudiziari pendenti, non ha mai trasformato la licenza da esplorativa in estrattiva, rendendo impossibile l'avvio della produzione. Per questo, nel settembre del 2019 la compagnia italiana ha fatto ricorso al Centro Internazionale perla risoluzione delle controversie sugli investimenti. Anche perché i 2,5 miliardi di dollari, tra investimenti e costo della licenza, spesi da Eni e Shell rischiano nel frattempo di essere messi a repentaglio: la concessione è infatti scaduta l'11 maggio 2021. In ogni caso, il punto sarà oggetto dell'arbitrato che dovrà stabilire se il comportamento delle autorità nigeriane sia stato illegittimo. Ma i ritardi del governo di Abuja hanno causato una perdita di ricchezza anche per la popolazione locale. Secondo uno studio condotto dal centro di ricerca OpenEconomics, il progetto Opl può generare un incremento del Pil nigeriano di 41 miliardi di dollari spalmati su 25 anni, ovvero 1,64 miliardi di dollari all'anno, e dare lavoro a 200mila persone con un impatto sui redditi pari a 12 miliardi di dollari. Non solo. Aumenterebbero di 15,1 miliardi di dollari anche le entrate fiscali del governo: 4,8 miliardi da tasse dirette e 10,3 da indirette. A questo, poi, vanno aggiunti i 7,1 miliardi di dollari (il 50% dei quali spesi in Nigeria) di investimenti messi sul piatto da Shell ed Eni. 

Eni, un’assoluzione è sufficiente a creare il ragionevole dubbio. Ciò che è accaduto a Milano nel processo di appello Eni ha pochi precedenti, sia per la scelta tecnica adottata dal procuratore generale di addirittura rinunziare all’appello proposto dalla Procura contro la sentenza assolutoria, sia per toni e motivazioni di questa decisione. Gian Domenico Caiazza su Il Dubbio il 23 luglio 2022.

Ciò che è accaduto a Milano nel processo di appello Eni ha pochi precedenti, sia per la scelta tecnica adottata dal procuratore generale di addirittura rinunziare all’appello proposto dalla Procura contro la sentenza assolutoria, sia per toni e motivazioni di questa decisione. Spieghiamo intanto ai non addetti ai lavori.

Nel nostro sistema il pubblico ministero che non condivida la sentenza pronunciata dal giudice di primo grado può impugnarla con atto scritto, al pari del difensore. Ne scaturisce un secondo giudizio avanti la Corte di Appello, nel quale l’accusa sarà però sostenuta dall’ufficio di accusa di grado superiore, cioè la procura generale (salvo la eccezionale richiesta, che va motivata ed accolta, del pm di primo grado di patrocinare personalmente anche in appello). Nella larghissima maggioranza dei casi la procura generale sostiene senza riserve l’appello proposta dalla procura, pur non essendo vincolata a farlo. Può dunque accadere che nella discussione il procuratore generale, in totale autonomia, esprima dissenso, in tutto o in parte, dalla impugnazione dell’accusa, concludendo di conseguenza: sarà poi la Corte di Appello a decidere in un senso o nell’altro. Ma il nostro codice prevede anche una soluzione più estrema: il procuratore generale può addirittura rinunziare ai motivi proposti dal pubblico ministero del primo grado; decisione questa che sottrae alla Corte di Appello la stessa possibilità di pronunciarsi. Comprendete bene dunque il significato estremo di una simile decisione, infatti di natura decisamente eccezionale nella prassi giudiziaria.

La valutazione negativa da parte del titolare dell’ufficio dell’accusa in appello della impugnazione proposta dal pm del primo grado è talmente drastica, da indurlo a revocarne gli effetti, rendendo definitiva la sentenza di primo grado senza che la Corte di appello possa dire o fare alcunché. Ed è proprio questo che è accaduto nel processo Eni. La durezza inedita delle argomentazioni con le quali la procura generale ha motivato una scelta di tale forza danno la esatta misura della gravità di questa scelta. Sono parole che colpiscono per la loro inequivocità, e per la importanza quasi drammatica dei fondamentali principi di diritto che essa ha ritenuto di dover evocare. Esse descrivono un appello frutto di una ostinazione accusatoria priva di ogni seppur minimo supporto probatorio, espressione di una idea proprietaria dell’esercizio dell’azione penale, in spregio della inviolabile regola dell’oltre ogni ragionevole dubbio e soprattutto in spregio della vita, della dignità, delle sorti di imputati tenuti al laccio di un’accusa fumosa e cervellotica da quasi due lustri. Per non dire dell’ipoteca intollerabile sulla credibilità e sulla operatività di una azienda strategica per l’economia nazionale.

Parole ammirevoli e coraggiose, espressione di un solido radicamento nel quadro costituzionale dei valori del giusto processo, che salutiamo con ammirazione, senza cedere alla tentazione di letture in controluce su equilibri di potere interni agli uffici giudiziari milanesi, tanto plausibili quanto indimostrabili. Ma proprio questa vicenda può essere l’occasione per rilanciare una riflessione pacata e costruttiva sul più generale tema della compatibilità tra i principi del giusto processo ed il permanere del potere di impugnazione delle sentenze assolutorie da parte del pubblico ministero. Non a caso la Commissione Lattanzi aveva rilanciato l’idea di eliminarla, rimettendo mano in sostanza alla riforma Pecorella, ma tenendo conto delle ragioni per le quali la Corte costituzionale ne aveva decretato l’abrogazione. La magistratura italiana insorge, ma la verità è che una sentenza assolutoria, ancorché riformata in appello, sarà sempre di per sé bastevole a radicare il dubbio sulla penale responsabilità dell’imputato. E per il nostro sistema costituzionale e codicistico, l’unica ragione (per fortuna!) che dia senso a successivi gradi di giudizio è il dubbio che l’imputato condannato sia innocente, non che l’imputato assolto sia colpevole.

Inoltre, questo indiscriminato diritto di impugnazione dell’accusa ha purtroppo favorito il diffuso radicarsi di una idea dell’azione penale come di una scommessa che il pubblico ministero intenda vincere ad ogni costo, come se la partita in gioco nel processo penale, più che la plausibile ricostruzione di una verità del fatto, sia più spesso la credibilità dell’Ufficio di procura. Ora che le urne ci chiamano a ragionare del Paese che vogliamo nel nostro futuro, anche questa sarà una battaglia di civiltà da rilanciare con grande determinazione.

È l’ideologia del processo accusatorio italiano. Processo Eni, così si è rotto il patto tra Pm: rinuncia all’Appello segna uno spartiacque. Alberto Cisterna su Il Riformista il 27 Luglio 2022. 

La vicenda Eni, la rinuncia eclatante e anche plateale della Procura generale all’atto d’appello depositato dai pubblici ministeri di primo grado, costituisce una sorta di spartiacque e non solo per la giustizia meneghina, come dire, notoriamente sempre coesa, militante, compatta nei casi più urticanti e delicati. Si va sbriciolando l’asse che costituiva uno degli architravi su cui trova fondamento e forza il cosiddetto partito dei pubblici ministeri, la convinzione che, messa in acqua l’ipotesi accusatoria, questa sarebbe stata coltivata, sostenuta, sospinta in avanti da Alisei sempre favorevoli e comprensivi.

In fondo era il presupposto stesso di una sorta di ideologia del processo accusatorio italiano. Non importa che l’imputato sia assolto in primo grado, tanto lo si terrà inchiodato per anni sul banco dei reprobi, o presunti tali, con un appello e un ricorso per cassazione se serve, sino alla consunzione del tempo, sino allo sfregio definitivo dell’ingiuria incancellabile. La Procura generale di Milano ha rotto un patto non scritto tra le toghe dell’accusa: quello per cui non si lascia mai un collega “di partito” a braghe calate, in mezzo al guado, con il cerino in mano. Soprattutto quando il processo è mediaticamente denso, giornalisticamente succoso. Non conoscendo gli atti nulla di preciso si può dire, ma se il procuratore generale lombardo non avesse abiurato quell’intesa, se non si fosse sottratto a quella consegna e se avesse coltivato l’ipotesi di condanna fallita in primo grado, quel processo sarebbe andato avanti ancora alcuni anni con il pieno sostegno dei molti rami che costituiscono l’albero della pubblica accusa.

È indimenticabile il servizio realizzato il giorno prima del verdetto milanese da una delle più autorevoli reti televisive del paese e per mano di uno dei più prestigiosi giornalisti italiani, servizio che riassumeva in modo suggestivo le tesi dell’accusa e dava la corruzione come pienamente dimostrata. Un’azione di oggettivo quanto involontario fiancheggiamento, ma che ha messo a nudo – ad assoluzione arrivata – ancor di più fragilità, trasversalità, convergenze che ammorbano l’informazione giudiziaria italiana. Ecco perché la decisione milanese di cestinare l’appello e chiudere la partita non può essere solo ricondotta nell’alveo di una stantia discussione sul potere d’appello del pubblico ministero in caso di assoluzione; discussione che si trascina da un paio di decenni e che è ha già visto l’ennesima legge ad personam naufragare sotto i colpi della Corte costituzionale.

Ma esige uno scarto di visione politica più lungimirante e, se possibile, profetica. Il pubblico ministero, l’obbligatorietà dell’azione penale, la sua autonomia, i suoi connotati giurisdizionali sono un patrimonio che non si può disperdere. La discussione sulla separazione delle carriere risente di una visione ideologica, quindi poco pragmatica e realistica, dei problemi della magistratura italiana. Il primo nodo da sciogliere è quello di separare gli incapaci dai capaci, gli imbecilli dagli equilibrati, i mascalzoni dagli onesti, i neghittosi dai diligenti e non solo dentro le mura dell’accusa, ma in tutti i gangli delle toghe. La legge Cartabia introduce serrate valutazioni di professionalità, criteri partecipati e stringenti di controllo delle capacità dei magistrati.

Non sarà un’ottima legge – a esempio non circoscrive come avrebbe dovuto fare in modo più incisivo la discrezionalità del Csm – ma è una grande, ultima opportunità per il significativo miglioramento della qualità dell’organizzazione giudiziaria e delle sue sentenze. Qualcuno, improvvidamente, con denominazioni colorite a uso mediatico, ha detto che si tratta di dare le pagelle alle toghe. Non è così ovviamente, anche se qualche tentazione moraleggiante e didascalica affiora qui e là.

La vicenda Eni è la dimostrazione migliore di come quel nuovo sistema possa funzionare in futuro, non lasciando cadere nel nulla il gesto della Procura generale milanese. Non è vero che uno vale uno e una tesi vale un’altra e che, alla fine, non si può stabilire chi ha torto o ragione, affondando le mani nella bacinella pilatesca. Ha ragione chi ha il diritto e il dovere di parlare per ultimo, gli altri devono fare i conti con il torto. Alberto Cisterna

Mali e rimedi per la nostra giustizia. Eni e lo schiaffo ai Pm: riformiamo l’accusa. Gian Domenico Caiazza su Il Riformista il 24 Luglio 2022. 

Ciò che è accaduto a Milano nel processo di appello Eni ha pochi precedenti, sia per la scelta tecnica adottata dal Procuratore Generale di addirittura rinunziare all’appello proposto dalla Procura contro la sentenza assolutoria, sia per toni e motivazioni di questa decisione. Spieghiamo intanto ai non addetti ai lavori. Nel nostro sistema il Pubblico Ministero che non condivida la sentenza pronunciata dal giudice di primo grado può impugnarla con atto scritto, al pari del difensore. Ne scaturisce un secondo giudizio avanti la Corte di Appello, nel quale l’Accusa sarà però sostenuta dall’ufficio di Accusa di grado superiore, cioè la Procura Generale (salvo la eccezionale richiesta, che va motivata ed accolta, del pm di primo grado di patrocinare personalmente anche in appello).

Nella larghissima maggioranza dei casi la Procura Generale sostiene senza riserve l’appello proposta dalla Procura, pur non essendo vincolata a farlo. Può dunque accadere che nella discussione il Procuratore Generale, in totale autonomia, esprima dissenso, in tutto o in parte, dalla impugnazione dell’Accusa, concludendo di conseguenza: sarà poi la Corte di Appello a decidere in un senso o nell’altro. Ma il nostro codice prevede anche una soluzione più estrema: il Procuratore Generale può addirittura rinunziare ai motivi proposti dal Pubblico Ministero del primo grado; decisione questa che sottrae alla Corte di Appello la stessa possibilità di pronunciarsi. Comprendete bene dunque il significato estremo di una simile decisione, infatti di natura decisamente eccezionale nella prassi giudiziaria. La valutazione negativa da parte del titolare dell’ufficio dell’Accusa in Appello della impugnazione proposta dal pm del primo grado è talmente drastica, da indurlo a revocarne gli effetti, rendendo definitiva la sentenza di primo grado senza che la Corte di Appello possa dire o fare alcunché. Ed è proprio questo che è accaduto nel processo Eni.

La durezza inedita delle argomentazioni con le quali la Procura Generale ha motivato una scelta di tale forza danno la esatta misura della gravità di questa scelta. Sono parole che colpiscono per la loro inequivocità, e per la importanza quasi drammatica dei fondamentali principi di diritto che essa ha ritenuto di dover evocare. Esse descrivono un appello frutto di una ostinazione accusatoria priva di ogni seppur minimo supporto probatorio, espressione di una idea proprietaria dell’esercizio dell’azione penale, in spregio della inviolabile regola dell’oltre ogni ragionevole dubbio e soprattutto in spregio della vita, della dignità, delle sorti di imputati tenuti al laccio di un’accusa fumosa e cervellotica da quasi due lustri. Per non dire dell’ipoteca intollerabile sulla credibilità e sulla operatività di una azienda strategica per l’economia nazionale. Parole ammirevoli e coraggiose, espressione di un solido radicamento nel quadro costituzionale dei valori del giusto processo, che salutiamo con ammirazione, senza cedere alla tentazione di letture in controluce su equilibri di potere interni agli uffici giudiziari milanesi, tanto plausibili quanto indimostrabili.

Ma proprio questa vicenda può essere l’occasione per rilanciare una riflessione pacata e costruttiva sul più generale tema della compatibilità tra i principi del giusto processo ed il permanere del potere di impugnazione delle sentenze assolutorie da parte del Pubblico Ministero. Non a caso la Commissione Lattanzi aveva rilanciato l’idea di eliminarla, rimettendo mano in sostanza alla riforma Pecorella, ma tenendo conto delle ragioni per le quali la Corte Costituzionale ne aveva decretato l’abrogazione. La magistratura italiana insorge, ma la verità è che una sentenza assolutoria, ancorché riformata in appello, sarà sempre di per sé bastevole a radicare il dubbio sulla penale responsabilità dell’imputato. E per il nostro sistema costituzionale e codicistico, l’unica ragione (per fortuna!) che dia senso a successivi gradi di giudizio è il dubbio che l’imputato condannato sia innocente, non che l’imputato assolto sia colpevole. Inoltre, questo indiscriminato diritto di impugnazione dell’Accusa ha purtroppo favorito il diffuso radicarsi di una idea dell’azione penale come di una scommessa che il Pubblico Ministero intenda vincere ad ogni costo, come se la partita in gioco nel processo penale, più che la plausibile ricostruzione di una verità del fatto, sia più spesso la credibilità dell’Ufficio di Procura. Ora che le urne ci chiamano a ragionare del Paese che vogliamo nel nostro futuro, anche questa sarà una battaglia di civiltà da rilanciare con grande determinazione.

Gian Domenico Caiazza. Presidente Unione CamerePenali Italiane

Toghe, i processi come alibi per non decidere. Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera il 23 Luglio 2022.

Un anno dopo il caso Amara e l’apertura delle inchieste penali sui vari pm, la magistratura non ha fatto chiarezza al proprio interno e nulla è accaduto

Nella primavera-estate 2021, a partire dai contraccolpi in Procura a Milano della sentenza Eni-Nigeria e dei verbali di Amara, e accanto alle inchieste penali sui vari pm, sembravano voler fare fuoco e fiamme la Procura Generale di Cassazione (per i disciplinari), il Ministero della Giustizia (con l’Ispettorato) e la I commissione Csm (sulle incompatibilità ambientali). Dopo un anno il Ministero nulla ha comunicato; il Csm — dopo audizioni un anno fa a Roma, e un scenografico bis in trasferta a Milano — si è inabissato, in silenzio optando per ritenere le pratiche sovrapponibili ai processi a Brescia e dunque attenderne l’esito; e la «pregiudiziale penale» applica pure il pg di Cassazione a congelamento dei disciplinari avviati (l’ultimo l’altro giorno) solo a ricalco delle imputazioni penali.

È vero, ma non è vero. È vero che lo stop in attesa del penale su uno stesso fatto è imposto da norme. Non è invece vero, e anzi sembra interpretazione estensiva delle accuse penali come alibi per non decidere altrove, che le condotte sanguinosamente rinfacciatesi dai pm rientrino nel perimetro dei rispettivi processi. Il che nuoce tre volte. Lascia irrisolti nodi che non ammetterebbero soluzioni differenti da vero o falso, con la sanzione o di chi abbia calunniato i colleghi o di chi abbia invece davvero compiuto scorrettezze. Posticipa le decisioni a quando fra anni saranno esauriti i vari gradi dei giudizi penali, i cui parametri di reato ben possono magari finire esclusi senza che ciò elida la gravità sotto gli altri profili. E soprattutto — proprio mentre il pm radiato Palamara si candida a quel Parlamento che nulla è stato capace di dire sui due suoi onorevoli compagni di Hotel Champagne (Ferri e Lotti) — contraddice quanto la magistratura giustamente rinfaccia alla politica: non fare autonoma chiarezza al proprio interno con la scusa del dover aspettare le sentenze.

L’avvocato aveva mostrato in anteprima ai cronisti i messaggi. Processo Eni, la delusione di Travaglio: aveva creduto alle chat false di Armanna. Paolo Comi su Il Riformista il 21 Luglio 2022. 

Non l’hanno presa per nulla bene dalle parti del Fatto Quotidiano la decisione della Procura generale di Milano di rinunciare questa settimana ai motivi d’appello nel processo di secondo grado sul caso Eni/Shell Nigeria nei confronti, tra gli altri, dell’attuale ad della compagnia petrolifera Claudio Descalzi, del suo predecessore Paolo Scaroni e delle due società.

Una decisione che ha determinato la conferma dell’assoluzione di primo grado per tutti i 15 imputati e che in questo modo è diventata definitiva.

Il nervosismo dei segugi del Fatto è comunque comprensibile dal momento che per anni hanno seguito pancia a terra l’inchiesta del procuratore aggiunto Fabio De Pasquale che dava credito a due taroccatori come Piero Amara e Vincenzo Armanna.  Quest’ultimo, in particolare, aveva un rapporto molto privilegiato con i giornalisti del Fatto arrivando a mostrargli in anteprima le chat che sosteneva di aver scambiato nel 2013 con Descalzi e con il capo del personale Claudio Granata, a riscontro dell’attività corruttiva del colosso petrolifero.

I contatti fra Armanna, ex manager Eni, e giornalisti del Fatto emergono in maniera evidente da una nota depositata dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della guardia di finanza del capoluogo lombardo, a firma del colonnello Francesco Lorusso, ed indirizzata alla pm milanese Laura Pedio, che il Riformista ha potuto visionare. Dopo aver sequestrato il telefonino di Armanna, i finanzieri hanno estrapolato una lunga chat con un giornalista del Fatto che inizia a giugno del 2016 e termine a novembre del 2020. Il giornalista, si legge nei messaggi, sollecita Armanna affinché gli inoltri anche gli screenshot compromettenti delle chat con Descalzi e Granata, dopo averle in precedenza inviate sotto forma di file zip.  Armanna esegue ed invia pure un video delle operazioni.

Il giornalista gli fa presente però che il nome utente non è riconducibile ad una numerazione telefonica e che pertanto non sarebbe una prova “genuina”.  Per avere un riscontro migliore, “dovresti farlo mentre mostri contatto e le apri entrambe”. Armanna esegue. Il giornalista risponde allora di aver verificato “con le mie fonti che tali chat non sono state depositate”. Non specificando quali.  Il primo novembre del 2020 il Fatto pubblicherà il primo articolo di una lunga seria di articoli su questa storia dal titolo: “Armanna mostra le chat”. Come è andata poi a finire è noto: le chat erano false e create ad hoc per rafforzare la tesi accusatoria di Armanna. Aveva ragione, quindi, il pm Paolo Storari quando all’inizio del 2021 aveva ipotizzato ai colleghi anche la falsità di queste chat tra i possibili indizi di calunniosità di Armanna (a suo avviso da arrestare con Amara).

Tutti aspetti che invitava i colleghi a depositare per correttezza nei confronti giudici del processo Eni-Nigeria. Una falsità che Storari deduceva a prescindere da complesse perizie dalla semplice verifica che i numeri di telefono, attribuiti a Descalzi e Granata nei messaggi con Armanna, nemmeno fossero attivi nel 2013. Altro che tarocco. De Pasquale, però, non diede mai retta a Storari e questa settimana su questa pagina ingloriosa della Procura di Milano è calato definitivamente il sipario. Con grande dispiacere del Fatto. Paolo Comi

Lo scambio di messaggi con l'ex manager. Processo Eni, anche Sigfrido Ranucci diede peso alle frottole di Armanna. Paolo Comi su Il Riformista il 22 Luglio 2022 

Oltre al Fatto Quotidiano, anche la trasmissione Report di Rai Tre, condotta da Sigfrido Ranucci, ha ‘tifato’ in questi anni per la condanna dei vertici dell’Eni, dando quindi credito alle calunnie di Piero Amara e Vincenzo Armanna e sposando i teoremi della Procura di Milano e del procuratore aggiunto Fabio De Pasquale. Ieri abbiamo raccontato come i giornalisti del Fatto, ultimamente sotto tono per come si è concluso il processo per corruzione a Milano, chattassero spessissimo con l’ex manager Armanna alla ricerca dei messaggi ‘compromettenti’ che quest’ultimo si sarebbe scambiato con l’ad del colosso petrolifero Claudio Descalzi. Messaggi che dovevano rappresentare la pistola fumante circa l’attività corruttiva posta in essere dai vertici di Eni per aggiudicarsi i giacimenti in Nigeria.

I messaggi incriminati erano però il frutto di un taroccamento di bassissimo profilo, essendo stati ‘autoprodotti’ dallo stesso Armanna che aveva interesse a vendicarsi contro il management del cane a sei zampe che lo aveva licenziato in tronco per una storia opaca di rimborsi spese illecitamente percepiti. Il pm Paolo Storari aveva subito mangiato la foglia, capendo che qualcosa non tornava, ed infatti voleva arrestare sia Amara che Armanna per calunnia. Inoltre, aveva invitato De Pasquale, il capo del dipartimento contro la corruzione internazionale e primo assegnatario del fascicolo nei confronti dei vertici di Eni, a far presente tale situazione ai giudici del dibattimento, senza ottenere riscontro. La conseguenza dell’inerzia della Procura fu quella di non bloccare le torbide manovre dei due mestatori.

I numeri di telefono da cui sarebbero partiti questi fantomatici messaggi, accertò Storari, non erano neppure attivi. Se il Fatto ha pubblicato le chat tarocche, fidandosi delle spiegazioni date da Armanna ai suoi giornalisti, la vicenda che riguarda Report è ancora più imbarazzante trattandosi di una trasmissione del servizio pubblico e quindi pagata con i soldi dei contribuenti. I messaggi che Armanna si scambiava con i giornalisti della Rai, come per il Fatto, sono contenuti nelle informative del nucleo di polizia economico-finanziaria della guardia di finanza depositate in Procura a Milano a seguito del sequestro del cellulare dell’ex manager e dell’estrapolazione del suo contenuto.

Il 6 aprile del 2019, pochi giorni prima della messa in onda della puntata di Report dedicata a questa vicenda, uno dei giornalisti investigativi di punta della scuderia di Ranucci scrive ad Armanna. Ha delle perplessità sulla “genuinità” dell’intervista ad Amara. Sospetta che Amara e Armanna si siano messi d’accordo per “fregare” Granata. I giornalisti di Report, per fare il servizio, avevano intervistato sia Amara e Armanna. E i due dicevano sostanzialmente le stesse cose, mettendo in cattiva luce la figura di Granata. Armanna, in particolare, racconta di una maxi mazzetta pagata da Granata e fatta arrivare direttamente in Nigeria con un aereo dell’Eni.

Scrive il giornalista: “Buongiorno, ma non è che tu e Amara vi siete messi d’accorso per fregare Granata? Le vostre interviste sono fin troppo uguali”. Armanna nega subito. “Scherzi! Non lo vedo ne sento ne ho contatti da più di un anno …. Quello che ti ho detto di Granata l’ho sempre pensato e detto”. Tanto basta per dissipare i dubbi del giornalista. La puntata, dal titolo “Amara verità” e con le interviste ‘fotocopia’, nonostante le iniziali perplessità, andrà regolarmente in onda e in studio Ranucci arriverà anche a raccontare un’altra delle rivelazioni ‘esclusive’ di Amara: la circostanza che l’Eni si sarebbe mossa per stoppare la puntata della trasmissione con la testimonianza di Armanna su Granata. Secondo il racconto farlocco di Amara, per stoppare la trasmissione Rai si sarebbe addirittura attivato il deputato dem Luca Lotti, allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e renziano di strettissima osservanza. Ovviamente era un’altra balla. Paolo Comi

Le carte delle indagini passate ad Amara. Nella Guardia di Finanza c’è una talpa: lo dicono le fiamme gialle che indagano pure…Paolo Comi su Il Riformista il 20 Luglio 2022. 

Il Gico della guardia di finanza da circa sei anni sta facendo indagini, al momento senza grande successo, per individuare chi passasse a Piero Amara – l’ex avvocato esterno dell’Eni e gola profonda degli uffici giudiziari di mezza Italia – notizie coperte dal segreto relative ai procedimenti penali di suo interesse. Ad iniziare da quelli aperti nei suoi confronti presso le Procure di Roma e Messina.

Repubblica, quotidiano particolarmente addentro alla materia avendo beneficiato molte volte di fughe di notizie provenienti dalle Procure del Paese, come quella di Perugia a proposito delle indagini che hanno riguardato Luca Palamara (da ultimo pochi giorni fa dove la richiesta di archiviazione per la Loggia Ungheria, circa 200 pagine, ha soffermato l’attenzione dei giornalisti di Largo Fochetti solo sulle poche riguardanti Palamara, ndr), è tornato ieri con grande enfasi sull’argomento.

In un lungo articolo dal titolo “Il carabiniere che sapeva troppi segreti, rubava notizie per darle ad Amara’”, l’attenzione si focalizza su un appuntato della Benemerita, Francesco Loreto Sarcina, già in servizio presso l’Aisi, il servizio segreto ‘interno’.

Sarcina, nativo di Trinitapoli in provincia di Foggia, 59 anni, dietro il compenso di 30 mila euro aveva consegnato su delle chiavette usb il materiale che interessava ad Amara. Sul punto vale la pena ricordare che tale consegna di atti è stata attestata da una sentenza emessa dal Tribunale di Perugia il 12 aprile 2022 nei confronti proprio di Sarcina. Tra questi atti risulta consegnata ad Amara l’informativa del Gico di Roma del 15 settembre 2017 di circa 800 pagine, prima che la stessa venisse depositata alla Procura della Capitale e sulla cui base sono state chieste le misure cautelari nei confronti di Amara e dei suoi sodali Giuseppe Calafiore e Fabrizio Centofanti.

A tal proposito, durante l’udienza del 9 giugno 2022 che si è svolta a Perugia nei confronti dell’ex presidente dell’Anm e dell’ex pm di Roma Stefano Fava, accusati di rivelazione del segreto per screditare l’allora procuratore Giuseppe Pignatone, il maggiore del Gico Fabio Di Bella aveva ammesso che qualche militare suo dipendente – o più di uno o tutti – aveva consegnato ad Amara nel 2017, per il tramite di Sarcina, le informative fatte dallo stesso Gico prima ancora che queste venissero depositate in Procura.

A richiesta dei difensori di Palamara e Fava di riferire l’identità della “talpa” del Gico che aveva consegnato le informative, Di Bella aveva risposto laconicamente “per ora le realtà processuali sono quelle di Sarcina”. Sicché i difensori avevano ribadito “solo Sarcina”, a conferma della risposta data dall’ufficiale. Pur nutrendo, come sempre, la massima fiducia nelle Istituzioni e che quindi si possa individuare, seppur dopo sei anni, colui o coloro che hanno consegnato ad Amara le informative, risulta molto difficile comprendere come su Amara e sulla “talpa” possa continuare ad indagare il Gico e se non fosse, invece, opportuno o doveroso delegare altra polizia giudiziaria come, ad esempio, venne fatto dalla Procura di Roma nel procedimento Consip allorquando è stato estromesso il Noe dei carabinieri. Il Gico sta già facendo accertamenti sulla ormai celebre cena romana non registrata del 9 maggio 2019 tra Pignatone, Palamara e altri magistrati dove, molto probabilmente, si discusse di chi doveva essere il nuovo procuratore della Capitale.

Gli ascolti vennero fatti dal Gico che si trova ora ad “indagare” su se stesso. Per questa ultima circostanza, il mese scorso è stata presentata alla Camera una interrogazione da parte di Edmondo Cirielli (Fd’I) Il deputato meloniano, riflettendo sul fatto che taluni operatori del Gico potrebbero aver “disatteso le direttive impartite per le programmazioni del trojan” ovvero, circostanza ancor più grave, che “il file fosse stato occultato”, ha chiesto alla ministra della Giustizia un approfondimento urgente.

Per Cirielli, in caso contrario, si “delineerebbe una grave situazione che inficerebbe gravemente non solo l’operato degli organi inquirenti e del corpo della guardia di finanza, in funzione di polizia giudiziaria, ma altresì porrebbe ulteriori interrogativi sull’operato e sull’indipendenza del Csm che sulla questione, in sede di audizioni, non avrebbe approfondito le divergenze emerse tra le varie informazioni assunte”.

Non resta che attendere. Paolo Comi

La spy story del carabiniere che sapeva troppi segreti: “Rubava notizie per darle ad Amara”. Giuliano Foschini, Fabio Tonacci su La Repubblica il 19 Luglio 2022.

Chi è Franco Sarcina, lo 007 condannato e arrestato che non ha mai rivelato chi gli forniva le carte. Dopo 6 anni la Finanza indaga ancora su uno dei misteri legati all’avvocato siciliano. Tra spie, passaporti falsi e schede clonate.

Dalla nuvola di mistero che tuttora avvolge l’avvocato plurindagato Piero Amara, una sorta di Keiser Soze di casa nostra, appare Loreto Francesco Sarcina, Franco per gli amici. Il maresciallo che sapeva troppo. Prima ancora che la Guardia di Finanza depositasse alle procure le carte delle inchieste più delicate che hanno riguardato Amara, a Messina così come a Perugia, Sarcina le aveva in tasca.

Giuliano Foschini per “la Repubblica” il 19 luglio 2022.

Dalla nuvola di mistero che tuttora avvolge l'avvocato plurindagato Piero Amara, una sorta di Keiser Soze di casa nostra, appare Loreto Francesco Sarcina, Franco per gli amici. Il maresciallo che sapeva troppo. 

Prima ancora che la Guardia di Finanza depositasse alle procure le carte delle inchieste più delicate che hanno riguardato Amara, a Messina così come a Perugia, Sarcina le aveva in tasca. Le consegnava agli indagati affinché potessero studiare le contestazioni a loro carico, fino, eventualmente, ad eluderle. I passaggi di mano avevano un ché di cinematografico, all'interno di un convento con una suora che faceva da portiera, per esempio.

Sempre, comunque, dietro compenso: 30mila euro, dicono, per ogni informazione utile.

Il maresciallo Sarcina, 59 anni, nato a Trinitapoli nel Foggiano, aveva un incarico di basso livello nell'Aisi, il nostro servizio di intelligence interna. Nascondeva venti telefonini e venti schede sim diverse. 

È stato arrestato e già condannato in primo grado. Il punto è che la sentenza non ha risolto l'enigma: come faceva Sarcina ad avere quei documenti? Chi glieli consegnava? E soprattutto perché? Detenuto in carcere per più di un anno e mezzo, il carabiniere non ha fiatato. La Guardia di Finanza non ha mai smesso di indagare su di lui e su quel un segreto imbarazzante che custodisce ormai da sei anni. 

Gli incontri con Amara

I primi a fare il nome di Sarcina ai pubblici ministeri sono proprio l'avvocato siciliano Amara e il suo socio Giuseppe Calafiore negli interrogatori dell'estate del 2018. Confessano di aver ricevuto, nonostante il segreto istruttorio, «tre informative redatte dalla finanza di Roma e Messina» sui loro affari. 

E che a fornirle era stato «tale Franco, dipendente della Presidenza del Consiglio, il quale ci riferiva notizie interne e ci ha consegnato anche una documentazione cartacea: ci disse che ci avrebbe tolto dai guai, sia per l'indagine di Messina sia per quella di Roma».

Agli atti ci sono i racconti delle consegne di alcune chiavette Usb, avvenuti davanti a una suora in un convento sulla riva del Tevere. «Dopo aver letto quello che ci serviva abbiamo buttato tutto nel fiume». 

Gli investigatori, che hanno scritto quelle informative cruciali per l'inchiesta, si mettono subito al lavoro per capire se si tratta di verità o di millanterie. In realtà lo sanno già, perché i resoconti di Amara e Calafiore non fanno altro che confermare quello che già hanno intuito: c'è una talpa che lavora contro di loro per "bruciare" le indagini.

La talpa

Lo capiscono da due circostanze. La prima: quando si sono presentati per perquisire lo studio di Amara, all'alba come sempre accade, gli è stato aperto immediatamente al primo squillo di citofono. Sembrava quasi che l'avvocato li stesse aspettando. Sensazione confermata dalle carte tutte perfettamente in ordine e tutte perfettamente inutili ai fini dell'indagine, dai computer che non contenevano nemmeno un documento interessante, né un appunto né una lista. Lo studio era stato ripulito, creando una scena asettica.

La seconda circostanza: un'intercettazione ambientale in cui si sente Amara parlare al telefono con uno sconosciuto proprio di una delle indagini in corso. «È un'utenza estera» scriverà la Finanza. Intestata a chi? Al carabiniere Sarcina, naturalmente. 

La nuova indagine

Per tutto questo lo 007 viene arrestato. Condannato per un passaporto falsificato, assolto per i documenti classificati della Presidenza del Consiglio che nascondeva a casa (secondo i giudici poteva averli, in ragione del suo incarico all'Aisi). 

Ma l'inchiesta più delicata è, nei fatti, ancora in corso. Sono stati cercati contatti e collegamenti tra Amara e Sarcina: la suora che organizzava i loro incontri, qualche amico in comune, un palazzo nel centro di Roma da cui sembra passare tutto.

Magistrati, spie, Amara chiaramente, e i suoi amici.

Nel processo in corso a Perugia che ipotizza una fuga di notizie a carico dell'ex presidente dell'Anm Luca Palamara e del suo collega pm Stefano Fava, i finanzieri - al contrario di quanto è stato riportato su alcuni giornali - hanno ribadito di aver cercato la talpa ma che le indagini al momento non hanno portato a niente. Può essere una fonte interna alle Fiamme gialle. O magari alla Procura. 

Può essere qualcuno che ha bucato i sistemi informatici, intercettando le comunicazioni interne. Certo è che la violazione del segreto è stata sistematica, ha riguardato più uffici giudiziari e forse non soltanto le inchieste su Amara. Certo è che Sarcina in questa storia è solo il braccio. Bisogna ancora dare un nome alla mente. 

Fabio Amendolara per “La Verità” il 14 luglio 2022.

«Vedi ad affidarsi ad Armanna... Che figura di merda». La Cassandra del Palazzo di giustizia di Milano, il pubblico ministero Paolo Storari, apprende la notizia dell'assoluzione con formula piena dei manager del Cane a sei zampe nel processo Eni-Nigeria, che per la Procura milanese deve essere stato come un potentissimo movimento tellurico, e lo comunica alla collega Laura Pedio. 

Una chat consegnata da Storari ai magistrati di Brescia nel procedimento per omissione di atti d'ufficio a carico dell'ex componente del pool di Mani pulite Fabio De Pasquale e del pm Sergio Spadaro racconta gli inediti retroscena sulla gestione di Vincenzo Armanna, lo spicciafaccende che per una parte della Procura meneghina era diventato il supertestimone dell'accusa.

Proprio il giorno delle assoluzioni, il 17 marzo 2021, Storari irrompe via chat: «Eni tutti assolti». Pedio è sorpresa: «Davvero?». E Storari spiega: «530 comma 1, il fatto non sussiste (la formula assolutoria per i manager dell'Eni, ndr)». Le parole di Storari sono taglienti: «Ma che vergogna». 

E anche quando Pedio cerca di trovare qualche elemento per salvare le attività dei colleghi, con un «comunque Paolo è una formula un po' strana», Storari è netto: «Laura, per favore... questi adesso grideranno al complotto». E Pedio: «Neanche Armanna che confessa e prende i soldi dalla Nigeria». 

Storari ha un'idea ben precisa di Armanna: «Ma è un delinquente... nessuno può credergli...». Pedio sembra fare l'equilibrista: «Almeno lui lo potevano condannare. Era general contractor». 

Storari va giù durissimo sui colleghi della Procura: «Questi sono dei cani... incapaci... questo fa lavorare la polizia giudiziaria per niente e poi la sfancula». In realtà anche Pedio dovrebbe essersi fatta un'idea di Armanna. 

Solo due mesi prima Storari le aveva inviato (senza peraltro ottenere mai una risposta, come spiegato nell'interrogatorio del 19 maggio 2021 davanti ai magistrati di Brescia) una richiesta d'arresto per calunnia che Pedio da procuratore aggiunto avrebbe dovuto controfirmare. 

L'impostazione dell'accusa era questa: Armanna, Piero Amara, ex avvocato esterno dell'Eni e grande propalatore sulla loggia Ungheria, e Giuseppe Calafiore, che di Amara era il collega di studio, avrebbero accusato Claudio Granata (capo delle risorse umane di Eni) e Claudio Descalzi (amministratore delegato di Eni) «pur sapendoli innocenti». I tre, secondo Storari, «sono stati dichiarati responsabili di aver strumentalizzato l'attività giudiziaria al fine di inquinare i processi milanesi per corruzione internazionale».

E ancora: «Il presente procedimento è stato a sua volta pesantemente inquinato con dichiarazioni calunniose, supportate anche da documentazione falsa e da testimoni strumentalizzati». 

Inoltre, sempre nelle chat, i due si erano scambiati messaggi di questo tenore. Pedio: «Vai a prendere le carte inglesi (quelle sui conti di Armanna, ndr)?». Storari risponde di averlo già fatto e chiede alla collega se si fosse preoccupata. Lei risponde: «Temo che tu possa fuggire». Lui la rassicura: «Ne verremo fuori... io sono molto fiducioso... indagine difficile ma li smascheriamo... vedrai, sarà un successo».

Ma c'è anche un altro documento che prova la profonda frattura che la gestione di Armanna aveva creato all'interno della Procura. Storari a marzo invia all'allora procuratore della Repubblica Francesco Greco una rinuncia all'assegnazione del fascicolo sul complotto Eni, con tanto di motivazioni sulle ragioni per le quali non era possibile credere alle versioni di Armanna. 

La premessa: «Come ho in più occasioni riferito, ritengo necessario informare le difese del processo e il Tribunale di Milano di alcune circostanze che sono emerse». Eccole: «Armanna e Amara hanno in più contesti procedimentali e processuali calunniato Granata e Descalzi, asserendo falsamente che vi sono stati tentativi di comprare il suo silenzio attraverso le promesse di una sua riassunzione in Eni».

Non solo: Armanna avrebbe «pilotato» le dichiarazioni di un testimone nigeriano, Mattew Tonlagha, durante una rogatoria. Avrebbe poi prodotto al Tribunale di Milano chat Whatsapp «contraffatte e dirette a giustificare la mancata comparizione di altri due testimoni (Timi Ayah e Isaac Eke, ndr)». 

E, infine, avrebbe «pilotato» le dichiarazioni di Tonlahga e Brutu Dennis Otuaro in una denuncia presentata ai carabinieri di Roma Torvaianica. «In questa situazione», afferma Storari, «mi sento francamente a disagio». Un disagio dimostrato a più riprese nella chat con Pedio. L'1 novembre 2020, per esempio, scrive alla collega: «Io cambio Procura». Pedio replica: «Sono una massa di dementi. Nota, tutti senza figli...». Storari le dà ragione: «Hanno tempo di pensare a tutte 'ste cazzate... io li mando da Armanna... basta, me ne vado». 

Dalle chat, però, emerge anche uno spaccato che racconta cosa accade dietro le quinte. Pedio, per esempio, a un certo punto chiede una mano al collega: «Ciao Paolo, ho bisogno di un avvocato per un amico di mia figlia che è stato fermato con tasso alcolemico superiore al massimo consentito. Chi mi suggerisci?».

Storari risponde dopo circa un'ora: «To, avvocato To, che ha difeso il figlio di Ilda (probabilmente la Boccassini, ndr)». Tra i due, al netto delle contrapposizioni per il procedimento sulla loggia Ungheria, sembrava esserci una certa confidenza. Al punto che Storari parlando di una collega dice: «La culona poi è insopportabile... voglio il procedimento disciplinare per la culona». E tra una riunione in Procura e richieste su fascicoli a modello 45, prende in giro Pedio: «L'Anm ha preso posizione e abbiamo fatto corteo in toga con gli avvocati fino al consolato turco... in buona compagnia dei curdi che manifestavano lì lo stesso giorno... Pure i turchi. Pochi fascicoli».

Lei: «Sei terribile...». E Storari: «Ma dai cazzo... prima i polacchi, poi i turchi... lavorare mai?». Pedio risponde: «Lavorare stanca». E lui: «Hai ragione, meglio i turchi... stavolta marcia silenziosa sul Bosforo accompagnata dalla lettura delle opere di Pamuk, poi tutti al mare. A spese di Palamara». 

Pedio sta al gioco: «Aggiungerei una settimana in caicco a Bodrum. Mi sembra il minimo». E il 23 gennaio, quando ha già inviato alla collega la richiesta di arresto per Armanna e Amara, Storari scrive alla collega: «Dobbiamo arrestarli. Presto. Continuano a fare danni. Danni a sé stessi. E a noi. Torvaianica (sede dove era stata presentata una delle denuncia di Armanna, ndr) ultima. Ha pagato i testi nigeriani. Cosa vuoi di più?». Ma neppure questo è bastato.

La procura di Milano respinge la richiesta di Amara di trasmettere gli atti a Brescia sul “falso complotto Eni”. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 6 Luglio 2022

In precedenza Amara si era giocato con esito positivo la carta dell’incompetenza milanese in un altro procedimento collegato al “falso complotto Eni”. Dopo il rigetto la prossima mossa a disposizione della difesa di Amara , è quella di ricorrere alla procuratore generale della Corte di Cassazione

L’indagine sul cosiddetto “falso complotto Eni” almeno per il momento rimane a Milano. La procura di Milano ha rigettato l’istanza dell’avvocato-faccendiere Piero Amara di trasmissione alla procura di Brescia degli atti dell’inchiesta conclusasi lo scorso dicembre 2021, sul presunto depistaggio che avrebbe messo in atto lo stesso ex legale esterno di Eni, insieme ex manager Vincenzo Armanna, ed altri indagati per condizionare il processo per corruzione internazionale Eni-Shell/Nigeria. Per il procuratore aggiunto Laura Pedio ed i pm Stefano Civardi e Monia Di Marco non esiste il problema di competenza sollevato da Amara che necessiti l’invio del fascicolo a Brescia. 

Processo come noto si è concluso nel marzo 2021 con l’assoluzione di tutti gli imputati e delle due società. Dopo il rigetto la prossima mossa a disposizione della difesa di Amara , è quella di ricorrere alla procuratore generale della Corte di Cassazione, competente su conflitti di competenza tra diversi distretti di Corte di appello come nel caso di Milano e Brescia.

Amara in precedenza si era giocato con esito positivo la carta dell’incompetenza milanese in un altro procedimento collegato al “falso complotto Eni”. Il filone di indagine sulla ipotizzata calunnia commessa ai danni dell’avvocato Luca Santa Maria era stato trasmesso dal giudice per l’udienza preliminare Carlo Ottone De Marchi alla procura di Brescia , trasmissione resasi necessaria in quanto oltre ad Amara come “parte offesa” della presunta calunnia ci sarebbe anche l’allora titolare del processo Eni-Shell/Nigeria, il procuratore aggiunto di Milano Fabio De Pasquale, sul cui operato sono i magistrati di Brescia . Un filone d’indagine su cui i pm bresciani , diretti dal procuratore capo Francesco Prete, hanno chiesto l’archiviazione valutando i fatti in maniera esattamente opposta dai colleghi milanesi che invece chiedevano il processo. 

Da quanto si apprende nel frattempo si avvicina il momento in cui magistrati inquirenti milanesi depositeranno all’ufficio Gip le richieste di archiviazione per l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi ed il capo del personale Claudio Granata le cui posizioni erano state stralciate dall’avviso di chiusura indagini preliminari del “falso complotto”.

Anche a Potenza esistono giudici seri. Salta il patteggiamento di Amara con la Procura. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 30 Giugno 2022.

Il Gip nella sua ordinanza ha posto in evidenza "la personalità negativa dell' Amara, desumibile, anche dalle modalità della condotta, connotata da estrema e preoccupante spregiudicatezza" che "non consente di esprimere un giudizio di congruità della pena, che nella misura concordata, appare con tutta evidenza inidonea a svolgere la funzione sua propria"

Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Potenza dr.ssa Teresa Reggio ha respinto oggi dopo una camera di consiglio la richiesta di patteggiamento avanzata dal faccendiere-bancarottiere avv. Pietro Amara, precedente concordata con la Procura di Potenza guidata dal procuratore Francesco Curcio. Infatti secondo il Gip l’omesso deposito degli interrogatori dei verbali degli interrogatori resi dall’ Amara “non permette di apprezzarne la portata nè sotto il profilo del contributo apportato allo sviluppo delle indagini, nè sotto il profilo della migliore comprensione dei fatti già oggetto di vaglio degli investigatori“. 

Non è la prima volta che la Procura di Potenza dimentica (o omette ?) di depositare verbali dei propri interrogatori ad Amara, un pò troppo spesso coperti ed infarciti di “omissis” come accaduto in precedenza nel procedimento nei confronti del prof. Enrico Laghi.

Inoltre è emerso che l’ Amara ha subito un’ulteriore “condanna per plurimi fatti di bancarotta pluriaggravata” commessi nel febbraio 2018 e quindi in data successiva ai fatti oggetto del presente procedimento” e quindi anche se non con sentenza definitiva, secondo il Gip Reggio, offre elementi che consentono di ritenere che “il crimine rappresenti per Amara un valido ed alternativo sistema di vita e contribuisce a rafforzare il giudizio negativo posto a fondamento del diniego delle richieste circostanze attenuanti generiche“. 

Il giudice nella sua ordinanza ha posto in evidenza “la personalità negativa dell’ Amara, desumibile, anche dalle modalità della condotta, connotata da estrema e preoccupante spregiudicatezza” che “non consente di esprimere un giudizio di congruità della pena, che nella misura concordata (con la procura di Potenza, n.d.r.), appare con tutta evidenza inidonea a svolgere la funzione sua propria” rigettando la richiesta e disponendo la restituzione degli atti all’ufficio del pubblico ministero.

L'organizzazione eversiva che minaccia lo Stato. Loggia Ungheria, la magistratura non indaga sulla magistratura: la lezione del Conte Zio di Manzoni. Piero Sansonetti su Il Riformista il 30 Aprile 2022. 

La Loggia Ungheria, probabilmente, esiste. Forse fa parte della massoneria, forse no. Forse è una specie di P2. Forse è meno illegale della P2, ma più potente. Comunque, se esiste, è una organizzazione eversiva che minaccia lo Stato. Se non esiste in quanto Loggia formalizzata, come alcuni testimoni sostengono, esiste comunque come sistema di relazioni extra-istituzionali che regolano – da una vera e propria cabina di regia – il funzionamento del potere giudiziario, delle relazioni tra politica e questo potere, e anche l’avvio e l’esito di inchieste particolarmente importanti.

Tutto questo è emerso con grande chiarezza dagli smozziconi delle varie inchieste che hanno sfiorato il tema, dalle dichiarazioni di un certo numero di magistrati, dalle indagini del Pm Storari, stroncate poi e sepolte dalla Procura di Milano, da varie testimonianze capitate quasi per caso nel corso di vari processi. E’ chiaro che non siamo di fronte alla necessità di una piccola indagine, come possono essere quelle su una truffa, su una tangente, un finanziamento illecito, un furto o qualcosa del genere. Siamo di fronte alla necessità di una indagine clamorosa sull’ipotesi che la magistratura italiana sia stata governata illegalmente, a favore di pochi, a danno di moltissimi, a difesa del privilegio di casta dei magistrati.

Ora le notizie che filtrano dicono che l’inchiesta sulla Loggia Ungheria sta per concludersi con una richiesta di archiviazione. Cioè con la scelta, da parte della magistratura, di non indagare sulla magistratura. Troncare, sopire diceva, mi pare, il Conte Zio. Non è una novità . La magistratura alle volte accetta di mettere sotto accusa alcuni suoi singoli esponenti. Mai, a occhio, accetta di mettere sotto accusa un sistema. Volete qualche esempio? Così, d’acchito: indagini sul depistaggio Scarantino: svariati poliziotti sotto inchiesta, nessun magistrato. Indagini sull’affare “Montante (l’ex presidente di Confindustria Sicilia): svariati condannati, tra i quali Montante, 15 archiviati: i magistrati. Quindici, sì: quindici su quindici.

Caso Shalabayeva: due importantissimi poliziotti condannati a pene pesanti, due importantissimi magistrati (quelli che avevano dato gli ordini ai due poliziotti) neppure indiziati. Poi c’è il caso Palamara. Il quale ha raccontato di un sistema di raccomandazioni (e anche del modo nel quale si aggiustavano i vertici delle procure e dei tribunali, e le indagini e le sentenze) governato dalle correnti e dall’Anm, non ha ricevuto smentite, e però è stato liquidato con un colpo di spugna da una semplice dichiarazione del Procuratore generale della Cassazione (che era tra le persone accusate di avere brigato per fare carriera ai massimissimi livelli) il quale ha affermato che la raccomandazione non è un reato né una colpa, o , più precisamente, non è un reato né una colpa se viene fatta o ricevuta da magistrati. La dichiarazione del Procuratore è stata sufficiente ad evitare che alcune decine di Procure avviassero indagini sulle irregolarità commesse col sistema Palamara. Come avrebbero certamente fatto se la denuncia di Palamara invece di riguardare la magistratura avesse riguardato la politica.

Troncare, sopire, diceva – mi pare – il Conte Zio. Con questi precedenti possiamo ben dire che è molto difficile fidarsi della magistratura. Ha sempre dato ampia prova di non sapere essere inflessibile con se stessa. Non a caso quando il Csm stabilisce la valutazione sul lavoro dei singoli magistrati, stabilisce che il 99,8% di loro ha svolto un lavoro eccellente, sebbene ogni anno entrino in galera, come minimo, mille innocenti. Ma a prescindere dalla valutazione dei precedenti, qui c’è proprio una questione di principio. L’ipotesi dell’esistenza della Loggia Ungheria o di qualcosa di simile mette in discussione la legittimità del funzionamento di tutta la magistratura. Ma se sul banco di accusa c’è la magistratura, come può essere la magistratura ad indagare? Infatti non indaga: archivia.

Troncare, sopire, diceva – mi pare – il Conte Zio. È chiaro anche a un bambino che su una vicenda così inquietante può indagare solo il Parlamento. Che ne ha la possibilità e i mezzi. Si tratta di istituire una commissione Parlamentare di indagine, coi poteri della magistratura, come previsto dalle leggi. Fu istituita questa commissione per la vicenda analoga della P2, eppure non era neanche molto necessaria, perché sulla P2 stavano indagando eccellenti magistrati (se non ricordo male Turone e Colombo) e non c’era alcun motivo per non dare a loro piena fiducia. Perché mai non si dovrebbe fare la stessa cosa sulla Loggia Ungheria, in presenza del legittimissimo sospetto che la magistratura non abbia i mezzi né giuridici né morali per indagare? Possibile che il Parlamento faccia finta di niente? Perché fa finta di niente? Sempre perché è intimidito dalla magistratura e ad essa sottomesso? Sempre perché il suo modello è quello del Conte Zio di Manzoni?

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Loggia Ungheria, parlano nuovi testimoni: «Esisteva, così ci hanno chiesto di affiliarci». EMILIANO FITTIPALDI su Il Domani il 28 aprile 2022

In nuovi atti inediti le testimoniante del giudice del Tar Trebastoni e dell’ex pm Musco: «Tinebra ci propose di entrare nell’associazione segreta, ma rifiutammo». I due sono considerati dai pm vicini ad Amara

Dopo oltre un anno di investigazioni, Cantone e gli uomini della Guardia di Finanza non hanno però trovato alcun riscontro significativo alle dichiarazioni sull’esistenza della loggia.  Si va verso l’archiviazione

Anche Centofanti dice di avere sentito parlare di Ungheria. «Amara chiamava Tinebra “grande capo”, e Sergio Pasquantonio “il priore”». Il presidente dell’Università telematica San Raffaele nega tutto.

EMILIANO FITTIPALDI. Nato nel 1974, è vicedirettore di Domani. Giornalista investigativo, ha lavorato all'Espresso firmando inchieste su politica, economia e criminalità. Per Feltrinelli ha scritto "Avarizia" e "Lussuria" sulla corruzione in Vaticano e altri saggi sul potere.

Davigo testimone nel processo Palamara: «Fava non mi parlò dell’esposto». L'ex magistrato di "Mani Pulite" è stato sentito a Perugia nel corso dell'istruttoria contro i due ex pm della procura di Roma. «Vi spiego perché i rapporti personali si sono interrotti...» Il Dubbio il 18 maggio 2022.

«Ho conosciuto Stefano Fava perché Sebastiano Ardita mi chiese di intervenire a un incontro che riguardava, mi pare, le elezioni dell’Anm locale. Io non ero entusiasta, avevo tante cose da fare ma accettai. Fava in quell’occasione parlò di doglianze sull’allora capo Giuseppe Pignatone ma non mi accennò di un esposto. È abbastanza frequente che i magistrati si lamentino dei loro capi, lui ne parlò in termini generici». A dirlo l’ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo sentito come testimone nel corso del processo nato dal filone di inchiesta della procura di Perugia, guidata da Raffaele Cantone, sulle rivelazioni che vede imputati l’ex magistrato Luca Palamara e l’ex pm di Roma Stefano Rocco Fava, ora giudice civile a Latina.

«Quello che escludo assolutamente è che mi abbia potuto parlare di un esposto contro Ielo: conosco Paolo Ielo da trent’anni come un pm integerrimo e – ha detto Davigo rispondendo alle domande del pm Mario Formisano – sarei saltato dalla sedia se mi avessero detto una cosa così. Ho lavorato con Ielo e lo ribadisco è un magistrato assolutamente integerrimo». «Io all’inizio avevo un ottimo rapporto con Ardita, siamo stati eletti insieme al Csm, non avevo motivi di astio, ho anche scritto un libro con lui. Poi i rapporti si sono deteriorati. E dopo tutta una serie di vicende sono arrivato anche a ipotizzare che Ardita mi fosse stato mandato dietro da Cosimo Ferri» ha proseguito Piercarmillo Davigo, imputato a Brescia con l’accusa di aver fatto circolare abusivamente i verbali dell’ex legale dell’Eni, Piero Amara, relativamemte alla presunta “Loggia Ungheria”.

«Ci sono stati una serie di episodi ma all’inizio non diedi peso a certi suoi comportamenti – ha raccontato Davigo in aula – Una volta una collega della procura di Roma Nadia Plastina venne al Csm e passò a salutarmi e Ardita, molto agitato, venne a chiedermi come mai lei era lì e aggiunse “lei è alla procura di Roma” e io non capii cosa volesse intendere. Poi ci fu la pubblicazione delle intercettazioni dell’Hotel Champagne e gli chiesi se c’era qualcosa che non sapevo. Ebbi una discussione energica perchè lui si chiuse nel suo ufficio per due o tre giorni con l’allora consigliere Lepre, che poi si dimise, e gli feci notare che era inopportuno dopo quello che era stato pubblicato perchè poteva essere chiamato in correità».

Dopo quello che era emerso con la vicenda dell’Hotel Champagne «per quanto riguarda il candidato alla procura di Roma optai per Michele Prestipino, che aveva lavorato in Sicilia contro la mafia, in Calabria contro la ’ndrangheta e a Roma coordinando la Dda mentre Ardita insisteva perché io votassi per Viola: lui si rifiutò di votare Prestipino in plenum e mi fornì ragioni false – ha spiegato Davigo – dicendo che non lo avrebbe votato perchè Prestipino era un aggiunto e non un procuratore e a quel punto gli feci notare che solo qualche tempo prima lui stesso aveva votato un aggiunto come procuratore per un altro ufficio. Io dissi che la risposta che mi aveva dato non era vera e da lì si chiusero i nostri rapporti personali. Ancora di più alla luce di quanto emergeva sul suo nome in relazione alla vicenda sulla presunta Loggia Ungheria» ha concluso Davigo.

«Non sapevo che Stefano Fava avesse rapporti con Luca Palamara, lo vedevo su posizioni diverse. Questo rapporto lo scoprii sui giornali e mi sorprese», ha dunque affermato Sebastiano Ardita, sentito come testimone nel corso del processo. Nella sua testimonianza in aula, Ardita ha ricostruito che dopo la pubblicazione delle notizie sull’hotel Champagne «Lepre venne da me con gli occhi rossi e lo ascoltai. Cosa avrei dovuto fare? Avere un atteggiamento di disprezzo nei suoi confronti? Aveva già perso la sua battaglia». Sul rapporto con l’ex componente del Csm Piercamillo Davigo, Ardita ha spiegato che «si è interrotto per ragioni molteplici partite dal riposizionamento dopo la vicenda dell’Hotel Champagne. Lui mi ha negato il saluto dopo una riunione in cui ho detto che non potevo votare per Michele Prestipino, che lui aveva deciso invece di appoggiare».

Interpellato sui suoi rapporti con Cosimo Ferri, Ardita ha detto davanti ai giudici di Perugia «con lui ho parlato l’ultima volta nel 2013». Su quanto dichiarato da Davigo nella deposizione di questa mattina e su rapporti con Ferri, il consigliere del Csm ha detto: «Riascolterò la registrazione con le dichiarazioni e nel caso proseguirò nelle sedi opportune. Davigo cerca di difendersi come può, è imputato di un reato infamante per un magistrato». Interpellato sui rapporti con la stampa, ha spiegato di conoscere «molto bene il giornalista Marco Lillo che mi chiamò il giorno prima della pubblicazione della notizia dell’esposto, dicendomi che dalla procura di Roma usciva questa informazione e mi chiese una conferma e io gli risposi che non potevo dire nulla». (adnkronos)

Csm, a Perugia l’ennesima resa dei conti tra magistrati. Al processo Palamara- Fava, altro botta e risposta a distanza tra Davigo e Ardita. L’esposto contro Pignatone a mollo per oltre un mese e bloccato da una nota della procura. Simona Musco su Il Dubbio il 19 maggio 2022.

L’esposto dell’ex pm di Roma Stefano Rocco Fava contro l’allora procuratore Giuseppe Pignatone fu tenuto a mollo al Csm per oltre un mese. Finendo in un cassetto dopo una nota della Procura di Perugia, che informava Palazzo dei Marescialli di un decreto di perquisizione che conteneva l’ipotesi di un tentativo di condizionamento della nomina del nuovo procuratore di Roma attraverso quello stesso esposto. È uno dei clamorosi elementi venuti fuori ieri a Perugia nel processo sulle rivelazioni, che vede imputati l’ex capo dell’Anm Luca Palamara e Fava, ora giudice civile a Latina.

Un’udienza ricca di colpi di scena, che ha visto tra i protagonisti due ex compagni di banco al Csm, Piercamillo Davigo e Sebastiano Ardita, entrambi chiamati come testimoni. Ma con una differenza: Davigo, come chiarito nel corso dell’udienza di ieri, risulta ora essere indagato dalla procura di Perugia a seguito dell’esposto presentato da Palamara contro l’ex pm di Mani Pulite e il laico del M5S Fulvio Gigliotti, ai quali l’ex leader dell’Anm contesta la violazione dolosa e preordinata dell’obbligo di astensione nel procedimento a suo carico e l’induzione in errore degli altri componenti della commissione disciplinare del Csm. Davigo, afferma infatti Palamara, era stato messo a conoscenza da Fava dell’esposto contro Pignatone.

Con quel documento Fava segnalava il comportamento tenuto da Pignatone nei procedimenti a carico dell’ex avvocato esterno di Eni, Piero Amara, e dell’imprenditore Ezio Bigotti: il capo della procura aveva infatti negato che sussistessero ragioni per astenersi dalle indagini, nonostante i rapporti professionali di entrambi con il fratello Roberto. L’esposto di Fava, difeso dall’avvocato Luigi Antonio Paolo Panella, arrivò alla prima commissione il 27 marzo, ha spiegato Ardita, ma il comitato di presidenza, a suo dire in modo inusuale, decise di condurre una sorta di istruttoria preliminare, chiedendo informazioni all’allora procuratore generale della Corte d’Appello di Roma, Giovanni Salvi, che a sua volta chiese chiarimenti a Pignatone.

In quella corrispondenza erano contenute tutte le fibrillazioni registrate in procura, comprese quelle durante le due riunioni infuocate di cui poi i giornali diedero notizia. Informazioni, aveva sottolineato Pignatone nel corso di una precedente udienza, che erano in realtà in possesso di molti a Piazzale Clodio. Dopo tali accertamenti, dunque, l’esposto tornò a Palazzo dei Marescialli il 7 maggio 2019, ovvero due giorni prima del pensionamento di Pignatone. Da lì sarebbero dovute partire le prime audizioni, fissate a giugno, ma tutto si interruppe per via della nota della procura di Perugia. E pochi giorni dopo, il Fatto e La Verità raccontarono della guerra in procura, fuga di notizie per la quale ora Fava e Palamara sono a processo.

Davigo, che ha deciso di testimoniare senza l’assistenza di un avvocato, ha affermato che tra le contestazioni mosse a Palamara vi fosse il concorso nell’esposto nei confronti del procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo. Affermazione che ha fatto sobbalzare l’ex presidente dell’Anm: «Mi sembra giusto e doveroso precisare che come risulta dall’atto di incolpazione e dalla sentenza che ha disposto la mia ingiusta rimozione dalla magistratura, contrariamente a quanto dichiarato dal dottor Davigo oggi in aula, io non ho mai avuto nessuna contestazione per concorso nell’esposto nei confronti del dottor Ielo – ha dichiarato prendendo la parola -. Sono sconvolto dal fatto che il mio giudice, cioè Davigo, mi abbia giudicato senza conoscere nemmeno il contenuto dell’incolpazione che mi riguardava. Quello a mio carico davanti al Csm non è stato un processo, ma un’esecuzione – ha affermato -. Sono sconvolto dal fatto che il mio giudice, cioè Davigo, mi abbia giudicato senza conoscere nemmeno il contenuto dell’incolpazione che mi riguardava. Ora faccia chiarezza fino in fondo».

L’udienza è stata però anche l’ennesima occasione per raccontare la rottura tra Davigo e Ardita. «Ho conosciuto Stefano Fava perché Sebastiano Ardita mi chiese di intervenire a un incontro che riguardava, mi pare, le elezioni della sezione Anm locale – ha sottolineato Davigo -. Fava in quell’occasione parlò di doglianze sull’allora procuratore capo, Giuseppe Pignatone, ma non mi accennò di un esposto. Quello che escludo categoricamente è che mi abbia parlato di un esposto contro Paolo Ielo (procuratore aggiunto di Roma, ndr)». Parlando di Ardita, Davigo ha ribadito di essersi allontanato da lui per via delle divergenze sul voto per la procura di Roma, gettando ombre sull’operato dell’ex collega: «Sono arrivato anche a ipotizzare che Ardita mi fosse stato mandato dietro da Cosimo Ferri», ha sottolineato.

Ma se Davigo sostiene che Ardita volesse spingerlo a votare Marcello Viola, finito suo malgrado al centro dei fatti dell’Hotel Champagne, il magistrato catanese sostiene l’esatto contrario: «Cercò di costringermi a votare per il dottor Prestipino, nomina che fu poi dichiarata illegittima, ed io fui costretto a rimetterlo a posto». Ardita ha anche confermato che Fava, durante l’incontro con Ardita e Davigo, «preannunciò un esposto contro Pignatone». E sulle insinuazioni che riguardano Ferri, «con cui ho parlato l’ultima volta nel 2013», il consigliere del Csm ha annunciato di voler valutare eventuali azioni legali: «Mi procurerò il verbale e valuterò il da farsi. Davigo cerca di difendersi come può, è imputato (a Brescia, ndr) di un reato infamante per un magistrato».

Piercamillo Davigo confessa che non fu imparziale: ecco che cos'è la giustizia italiana. Paolo Ferrari su Libero Quotidiano il 20 maggio 2022

«Dopo tutta una serie di vicende sono arrivato anche a ipotizzare che Ardita mi fosse stato mandato dietro da Cosimo Ferri». Sono volati gli stracci ieri al tribunale di Perugia fra Piercamillo Davigo ed il magistrato antimafia Sebastiano Ardita. L'ex pm di Mani pulite era stato chiamato come testimone nel processo per rivelazione del segreto che vede sul banco degli imputati Luca Palamara e Stefano Rocco Fava, quest' ultimo già pm a Roma ed ora giudice al tribunale di Latina.

Palamara e Fava sono accusati di aver messo in piedi nella primavera del 2019 una campagna denigratoria per screditare l'allora procuratore della Capitale Giuseppe Pignatone ed il suo vice Paolo Ielo. Palamara, in particolare, avrebbe "istigato" Fava a presentare un esposto al Csm dove si evidenziavano alcune mancate astensioni di Pignatone e Ielo in diversi procedimenti penali. La campagna avrebbe raggiunto l'apice con degli articoli pubblicati il 29 maggio 2019 su Il Fatto Quotidiano e La Verità. Anche se gli autori dei pezzi avevano negato qualsiasi coinvolgimento di Palamara e Fava, i due magistrati erano stati comunque rinviati a giudizio. Ma torniamo alla testimonianza di Davigo. Prima dei fatti dell'hotel Champagne il suo rapporto con Ardita era solidissimo. Insieme avevano scritto Giustizialisti, così la politica lega le mani alla magistratura, un libro edito da Paperfirst (casa editrice del Fatto).

Come raccontato dall'ex pm, Ardita voleva fare proselitismo a Roma in vista delle elezioni dell'Anm e aveva organizzato a marzo del 2019 un pranzo con Fava. Durante il pranzo, puntualizza però Davigo, «escludo categoricamente che Fava mi disse che voleva presentare un esposto contro Pignatone e Ielo. Semi avesse detto che intendeva presentare un esposto contro Ielo, me ne sarei ricordato, visto che conosco quest' ultimo da anni come un pm integerrimo».

E qui entra in ballo Ferri, ora deputato renziano. Davigo e Ardita sono infatti fra i fondatori di Autonomia&indipendenza, la corrente nata dopo la scissione dal gruppo di Magistratura indipendente a seguito di contrasti con l'allora leadership di Ferri. In questo scenario fratricida, dove nessuno si fida dell'altro, Davigo è stato però il giudice disciplinare che ha composto il collegio che ha radiato Palamara dalla magistratura. 

«Contrariamente a quanto dichiarato da Davigo in aula, io non ho mai avuto nessuna contestazione per concorso nell'esposto nei confronti di Ielo. Sono sconvolto dal fatto che il mio giudice cioè Davigo mi abbia giudicato senza conoscere nemmeno il contenuto dell'iincolpazione che mi riguardava», ha detto allora Palamara, prendendo la parola dopo Davigo. «Questa deposizione rafforza i miei ricorsi fatti alla Corte Europea per essere stato giudicato da un giudice che non è stato terzo e imparziale. Io mi auguro che Davigo possa fare chiarezza su quello che ha raccontato oggi senza trincerarsi dietro a omissioni o non ricordo: non può passare il messaggio che la giustizia sia vendetta», ha quindi aggiunto l'ex magistrato.

Sempre ieri il gup di Roma ha disposto nuove indagine sulla ex segretaria di Davigo, accusata di aver diffuso i verbali degli interrogatori di Piero Amara. Verbali che erano stati consegnati dal pm milanese Paolo Storari all'ex paladino di Mani pulite.

Le intercettazioni. Di cosa si parlava alle cene dalle Loggia Ungheria: processi, pensioni e intrighi. Paolo Comi su Il Riformista il 29 Aprile 2022. 

Tranne il pm milanese Paolo Storari, nessuno ha mai avuto interesse ad indagare sulla loggia Ungheria. Piercamillo Davigo, che si era fatto consegnare da Storari i verbali delle dichiarazioni di Piero Amara, aveva interesse a screditare il collega Sebastiano Ardita, il cui nome figurava fra gli appartenenti alla loggia, e condizionare così il Csm. Davigo, imputato per rivelazione del segreto, ha sempre dichiarato che “aver appreso il contenuto dei verbali comportava la necessità di indurre i consiglieri del Csm a prendere le distanze da Ardita”.

Come mai, allora, non fece lo stesso, afferma il difensore di Ardita, l’avvocato Fabio Repici, con il presidente aggiunto del Consiglio di Stato Sergio Santoro, un altro appartenente alla loggia secondo la testimonianza di Amara, che invece frequentava anche a cena. Ad una di queste cene, a cui avrebbe partecipato il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, si era discusso del possibile innalzamento dell’età pensionabile dei magistrati a 72 anni. Innalzamento di cui avrebbe potuto beneficiare lo stesso Davigo. Stando così i fatti, risulta illuminante la testimonianza di Storari davanti ai pm di Brescia. Il pm, dopo aver terminato gli interrogatori in cui Amara aveva raccontato l’esistenza della loggia Ungheria, di cui avrebbero fatto parte magistrati ed esponenti delle forze di polizia, era andato dal suo capo, il procuratore Francesco Greco.

«Ho una interlocuzione con il dottor Greco e gli dico: “Francesco ma te a ste robe che dice Amara ci credi?” … “Si Paolo io ci credo però lì dentro si parla di Zafarana (Giuseppe, comandante generale della guardia di finanza, ndr). … e io adesso non lo voglio toccare perché mi deve sistemare il colonnello Giordano (Vito, ndr) che deve andare al Nucleo di polizia valutaria di Roma”». Storari ha poi un colloquio con l’aggiunto Fabio De Pasquale che gli dice “di tenere fermo nel cassetto due anni questo fascicolo”. «Queste due interlocuzioni che io ho avuto orali mi assumo la piena responsabilità nel dire queste cose, pienissima, di fronte a un aggiunto e a un procuratore capo che a torto o a ragione mi dicono queste cosa…. mi dica cosa dovevo fare?», prosegue Storari rivolgendosi ai colleghi di Brescia. «L’intenzione è stata questa: questo fascicolo deve rimanere fermo per due anni. Non rompiamo le palle», sottolinea ancora Storari. «E perché De Pasquale avrebbe avuto interesse a tenerlo due anni nel cassetto?», gli chiede il procuratore di Brescia Francesco Prete.

La risposta: «Non bisogna disturbare il processo Eni-Nigeria. Se avessimo avuto la prova che Amara diceva delle palle le chiamate in correità in quel processo finivano e questo non poteva essere consentito. Ho vent’anni di esperienza ma una roba del genere a me non è mai stata detta in tutta la vita». Storari, poi, affronta il tema delle indagini sulla loggia Ungheria e del trasferimento a Perugia dell’inchiesta. «In un fascicolo così non c’è un atto istruttorio …. lei non vede una delega alla pg … non vede la pg che scrive una roba …. vuoi andare a vedere dove si trovano questi qua? dove fisicamente si trovano? vuoi fare due tabulati visto che abbiamo due anni di tempo», ricorda Storari a Prete. «Questo (Amara) ha iniziato a parlare a dicembre 2019, il fascicolo è andato a Perugia con quattro sit (verbali di sommarie informazioni, ndr) schifosi a gennaio 2021. Le sembra una cosa ammissibile con quelle dichiarazioni? Se si fosse scoperto che Amara era calunniatore voleva dire la morte di quel processo che a Milano la Procura non poteva e doveva perdere», aggiunge Storari. Prete lo incalza: «Mi dice qualche atto d’indagini che le hanno impedito di fare?».

«I tabulati, le deleghe alla pg», risponde secco Storari, spiegando anche il perché non vennero fatte fare da Greco: «I carabinieri no perché c’è implicato il generale Del Sette (Tullio, ndr), comandante generale dell’Arma, la guardia di finanza no perché ci sta Zafarana. La polizia di Stato mi sta sulle palle». Storari decide di optare per la polizia: «Ad un certo punto dico lo Sco (Servizio centrale operativo, ndr), non c’è nessuno dello Sco, diamolo a loro, almeno qualcuno si salva». «Allo stato – continua Storari – all’interno della polizia non vi è alcun appartenente a differenza quanto meno per carabinieri e guardia di finanza». E sui tabulati: «L’unica volta, cazzo, che mi sono permesso di dire facciamo i tabulali questi mi volevano aprire un procedimento disciplinare». «Di fronte a un fascicolo di questa portata, non stiamo parlando di una truffa alle assicurazioni stiamo parlando di robe devastanti per il Paese, facciamo veloce», ricorda ancora Storari a Prete, aggiungendo però che il fascicolo era invece «rimasto un anno e due mesi nel cassetto».

A gennaio del 2021 il fascicolo arriva comunque Perugia per competenza territoriale. «Ha visto chi c’è in questa loggia, il dottor De Ficchy (Luigi, ndr) cosa faceva De Ficchy, il procuratore di Perugia», continua Storari all’indirizzo di Prete. La procura del capoluogo umbro per Storari sarebbe stata incompetente. «Sa qual è il grande stratagemma che viene trovato per mandarla a Perugia? Grande, fantasioso si separa De Ficchy, si manda a Firenze e tutto il resto si manda a Perugia», ricorda Storari che sul punto ha le idee chiare: «E’ una vergogna. Perugia qui non c’entra un cazzo». Storari si assume comunque la responsabilità della scelta: «Io ho condiviso perché almeno facciamo qualcosa». «Lì ci sono i massimi vertici delle forze dell’ordine, ci sono componenti del Csm, questa roba è stata gestita una merda. Questa roba, insisto, in due mesi lavorando giorno e notte dovevi portarla a casa. E se scoprivi che questo (Amara) diceva in parte cazzate, era da arrestare», le ultime parole di Storari. Paolo Comi

Nicola Zingaretti, il verbale nascosto: finanziamenti e lobby, ecco le rivelazioni di Amara "censurate". Filippo Facci su Libero Quotidiano il 03 aprile 2022.

Spuntano i verbali di due interrogatori di Piero Amara resi alla procura di Perugia (inediti) diversi da quelli pubblicati selettivamente dal Fatto Quotidiano nel settembre 2021, dopo averli tenuti per quasi un anno in frigorifero: e sono appunto verbali integrali, non selezionati col bisturi né in testo «word» come quelli diffusi dai magistrati Paolo Storari e Piercamillo Davigo. Sono rispettivamente del 26 ottobre 2020 e del 4 febbraio 2021. In essi, tra l'altro, Piero Amara chiama in causa il segretario diessino Luca Zingaretti e dice che fu finanziato dall'imprenditore Fabrizio Centofanti, il quale avrebbe pagato le vacanza ai magistrati Sebastiano Ardita e Alessandro Centonze. Le repliche dei citati saranno ovviamente benvenute, considerando che qualcuno si era già ritenuto danneggiato dai verbali precedenti (quelli del Fatto) e che Ardita, da consigliere del Csm, si è già costituito parte civile nel complicato intreccio di processi che si sono mossi tra Milano, Brescia, Perugia e Roma.

Il primo verbale è del 26 ottobre 2020 nell'ufficio del procuratore capo di Perugia Raffaele Cantone, e sono presenti, tra altri pm, anche i procuratori Laura Pedio e Paolo Storari in trasferta da Milano. Piero Amara, dopo aver citato alcune sue conoscenze con vari magistrati («Cardaci, Ferrara, D'Agata, Ardita, Centonze, Gennaro, Giordano e altri ancora») risponde a una domanda sui suoi rapporti in particolare con Sebastiano Ardita: «All'epoca», risponde Amara, «avevo molta confidenza con lui. In quel periodo lavorava a Catania e poi si trasferì credo a Bologna. Posso dire che, su indicazioni di Tinebra, ho pagato delle vacanze ad Ardita e a Centonze».

«PABLO ESCOBAR»

Gianni Tinebra, morto nel 2017, è stato a capo della procura di Caltanissetta e Amara l'aveva già descritto come una sorta di reggifila della presunta loggia segreta Ungheria. Alessandro Centonze era un sostituto procuratore di Catania. «Si trattava di due abitazioni fittate presso il lido San Lorenzo, in Pachino, località Marzamemi, che è di proprietà del geometra Frontino, che è il padre della compagna di Calafiore». L'avvocato Salvatore Calafiore è un inseparabile e baffuto compare di Piero Amara: nelle loro chat riservate, Amara si faceva chiamare «Peter Pan» e Calafiore «Pablo Escobar».

Prosegue Amara nel verbale, a proposito dei due magistrati: «L'affitto era di 3.500 euro per ciascuna abitazione. La vacanza di cui ho parlato è avvenuta in estate tra il 2007 ed il 2008. Centonze emise un assegno di 1.000 euro per dimostrare di aver pagato. L'assegno mi venne consegnato da Centonze e io lo consegnai a Frontino. Ardita non corrispose nulla. Io pagai il soggiorno in contanti». Poi, nell'interrogatorio, chiedono ad Amara se considera l'imprenditore Fabrizio Centofanti un lobbista.

Centofanti, ricordiamo, è l'ex responsabile delle relazioni istituzionali della società Acqua Marcia che aveva confermato (vedi Libero del 31 marzo) quanto aveva già detto Amara circa un incarico da 400mila euro corrisposto a reg Giuseppe Conte nelle vesti di avvocato amministrativista. Un lobbista, dunque? «Certamente per Acquamarcia. Poi, a mio avviso, l'attività di relazioni istituzionali le ha coltivate tramite la Cosmec».

La Cosmec è una società di Centofanti che organizzava convegni di magistrati e con la quale collaborava anche Giuseppe Conte in «un rapporto di stima e cordialità, tanto che ci affidò l'organizzazione di alcuni convegni», dirà l'imprenditore in un interrogatorio del 30 marzo 2021).

Ma non è finita. «So anche che c'è un rapporto molto stretto tra Nicola Zingaretti e Centofanti», dice ora Amara, «per avermelo detto quest' ultimo. Giuseppe Calafiore mi ha detto che Centofanti avrebbe finanziato la campagna elettorale di Zingaretti... Ricordo che in occasione della prima candidatura di Zingaretti venne organizzata una cena a casa di un avvocato amministrativista che era avvocato di Acquamarcia; il servizio di ristorazione venne organizzato o gestito da Fabrizio Centofanti». Chiedono ad Amara se lui fosse presente: «Ero presente. Ricordo che a questa cena era presente anche il dottor Raffaele Squitieri». Che è l'ex presidente aggiunto della Corte dei Conti, in carica sino al 2016. Chi era l'avvocato amministrativista (di Acqua Marcia) a casa del - - quale Zingaretti presentò la sua candidatura? Amara non lo dice, come visto, ma potrebbe trattarsi di uno tra Guido Alpa e Giuseppe Conte.

Poi c'è il secondo verbale relativo a un secondo interrogatorio di Piero Amara del 4 febbraio 2021, sempre a Perugia, davanti ai pubblici ministeri Gemma Miliani e Mario Formisano. Qui l'indagato parla anzitutto dell'ex pm romano Stefano Rocco Fava, con il quale aveva però il dente avvelenato perché era stato forse il solo magistrato che non gli aveva creduto sin dal principio. e che infatti lo voleva arrestare. «Evidenzio che Fava», dice Amara, «ha riferito a Luca Palamara che Pignatone non mi avrebbe fatto arrestare in virtù dei rapporti che, secondo lui, avevo avuto con il fratello». È una storia intricatissima in cui non ci addentriamo.

Giuseppe Pignatone, ex procuratore Capo a Roma, ha un fratello che si chiama Roberto e che dal 2014 al 2016 era stato consulente di Ezio Bigotti, coinvolto in un'indagine nella Capitale sulla quale, secondo l'accusa, il procuratore Pignatone attardò ad astenersi. Neanche ai magistrati di Perugia pare interessare, tanto che passano alla domanda successiva: «Ci può spiegare come e perché finanziò Luca Lotti?». Qui invece, sul deputato vicino a Matteo Renzi, è Pietro Amara che per ora sorvola: «Preferisco parlarne in un prossimo interrogatorio».

AFFARI CON LA TOGA

I pm insistono e chiedono ad Amara se conosca l'avvocato Alberto Bianchi, già presidente dell'associazione Open di Matteo Renzi: «Preferisco anche in questo caso rinviare l'approfondimento dei miei rapporti con I' avvocato Bianchi a un prossimo interrogatorio».

È come se i pm non volessero cadere nelle trappole di Amara e viceversa, volontà fatta propria anche da chi, come Libero, pubblica ora questi verbali.

«Conosce la dottoressa Battagliese?» chiedono i pm ad Amara. «È un magistrato di Roma che si occupa di civile, credo di averla incontrata in due occasioni casuali con Fabrizio Centofanti. In un'occasione a Gaeta, in una seconda casualmente al ristorante Tullio a Roma». I pm chiedono se sapesse di rapporti comuni tra la Battagliese (Massimiliana, ndr) e Centofanti. 

«Non so nulla di preciso», risponde Amara, «ho desunto, dal modo in cui me l'ha presentata, che fossero amici». Forse i pm puntavano a un'altra faccenda che riguardò l'inchiesta sull'associazione Open di Matteo Renzi: risultò che la citata Cosmec di Centofanti aveva comprato un quadro per 312 mila euro e che un'informativa della Banca d'Italia aveva fatto sapere che 262mila di questi euro erano finiti nelle tasche del giudice Battagliese. Non avendo noi reperito alcun seguito di questa vicenda, sarà eventualmente benvenuta anche la sua smentita.

Giuseppe Salvaggiulo per “la Stampa” il 28 aprile 2022.  

Come in un legal thriller, nel processo a Piercamillo Davigo spunta un testimone a sorpresa. Anzi due. Giuseppe Severini e Sergio Santoro, alti giudici del Consiglio di Stato da poco in pensione. E, si scopre ora, commensali di Davigo in cene romane con rilevanza giudiziaria. 

«I testimoni 22 e 23 della nostra lista sono particolarmente importanti», ha detto nella prima udienza Fabio Repici, avvocato del consigliere del Csm Sebastiano Ardita, che si è costituito parte civile.

Si proclama vittima della rivelazione di segreto istruttorio, contestata a Davigo per aver divulgato i verbali sulla fantomatica loggia paramassonica Ungheria nel Csm, dopo averli ricevuti dal pm milanese Storari. In quei verbali l'avvocato Piero Amara indicava Ardita nella quarantina di affiliati alla loggia. 

Davigo ne trasse motivo per interrompere i rapporti con Ardita, suo compagno di corrente e vicino di stanza al Csm, e mettere in guardia altri sette consiglieri, due assistenti e il presidente della commissione parlamentare antimafia Nicola Morra.

L'avvocato di Ardita punta a dimostrare che Davigo utilizzò i verbali non per senso istituzionale, ma «per screditarlo e condizionare il Csm». Per farlo deve smontare la tesi di Davigo, «che ha giustificato il suo comportamento dicendo che aver appreso il contenuto dei verbali comportava la necessità di indurre i consiglieri del Csm a prendere le distanze da Ardita». 

E qui spuntano i due nuovi testimoni. L'ex giudice Severini ha raccontato di aver «incontrato Davigo nel corso di due cene a casa del collega Santoro, con cui credo avesse un rapporto pregresso». 

Cene tra magistrati prossimi alla pensione. Infatti «Santoro organizzò queste cene perché aveva interesse a sondare l'atteggiamento anche di altri colleghi circa la possibilità che venisse modificata l'età pensionabile dei magistrati, riportandola a 72 anni.

Sapeva che io condividevo questa posizione e mi invitò quando ritenne di parlare della questione con un magistrato ordinario importante come Davigo. In una delle due cene era presente anche Federico Cafiero De Raho (allora procuratore nazionale antimafia, oggi in pensione) con cui io e Santoro avevamo in più occasioni parlato del tema, recandoci nel suo ufficio. Mi pare che alle cene sia stata presente anche un'avvocata amica di Davigo».

Severini ricorda che Davigo «non era contrario» all'innalzamento dell'età pensionabile «ma precisò di non essere direttamente interessato» perché convinto di restare in carica al Csm fino a 72 anni. Certezza mal risposta, perché nell'ottobre 2020 il Csm deciderà diversamente. 

Al di là del lobbismo pensionistico le cene rilevano perché Severini le colloca «la prima nell'ottobre 2019, la seconda molti mesi dopo, nel 2020». Al tempo della prima cena, il giudice Santoro era notoriamente indagato dalla Procura di Roma per corruzione giudiziaria, nell'inchiesta sul Consiglio di Stato alimentata dallo stesso Amara.

La sua posizione è stata archiviata successivamente. 

La seconda cena, in assenza di una data precisa, presumibilmente si collocherebbe dopo il lockdown, quando Davigo torna a Roma con i verbali sulla loggia Ungheria, in cui Santoro è citato in modo più diffuso e specifico di Ardita. Prima come «associato e membro alla loggia Ungheria», poi perché sponsorizzato da Lotti e Verdini, «i quali volevano che diventasse presidente della sezione del Consiglio di Stato che si occupava dei ricorsi Consip. E così avvenne».

Il commensale Severini (mai citato, lui, nei verbali di Amara) ricorda «rapporti cordiali tra Davigo e Santoro» e nega accenni alla vicenda Ungheria. Il tribunale ha ammesso le testimonianze per ricostruire le cene e verificare se «Davigo mostrò mai imbarazzo o distacco». Vero o no ciò che dice Amara, la domanda che Davigo si vedrà porre in aula è un'altra: perché gli credeva di giorno, al punto da mettere in allarme mezzo Csm su Ardita, ma non di sera, quando continuava a frequentare la casa di Santoro, pur additato come membro della stessa loggia segreta ed eversiva?

Luigi Ferrarella per corriere.it il 19 aprile 2022.  

Una sfilata dei vertici della magistratura italiana: diventerà questo, se il Tribunale accoglierà le liste di testi presentate dalle parti, il processo che inizia domani a Brescia all’ex consigliere del Csm ed ex pm di Mani pulite, Piercamillo Davigo, per l’ipotesi di «rivelazione di segreto d’ufficio» dopo che il pm milanese Paolo Storari nell’aprile 2020 gli consegnó in copia word i verbali sulla presunta associazione segreta «loggia Ungheria» resi ai pm milanesi Pedio e Storari dall’ex avvocato esterno Eni Piero Amara: verbali sui quali Storari lamentava lo scarso dinamismo del procuratore Francesco Greco e della sua vice Laura Pedio nell’indagare per distinguere in fretta tra verità e calunnie di Amara, in un attendismo motivato (secondo Storari) dal timore dei vertici della Procura che potesse uscire erosa la credibilità di Amara in altre sue dichiarazioni, invece valorizzate contro Eni (assieme a quelle del coindagato Vincenzo Armanna) nel processo Eni-Nigeria del procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e nella inchiesta del pm Pedio sul collegato depistaggio giudiziario Eni.

Tra coloro di cui è stata chiesta la testimonianza (dall’accusa, dalla difesa, e dalla parte civile del consigliere Csm Sebastiano Ardita costituitosi in giudizio contro Davigo) figurano infatti il procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, il primo presidente della Cassazione, Pietro Curzio, il vicepresidente del Csm, David Ermini, i consiglieri Giuseppe Marra, Ilaria Pepe, Giuseppe Cascini, Nino Di Matteo, Fulvio Gigliotti e Stefano Cavanna, il presidente della commissione parlamentare antimafia Nicola Morra, più la segretaria di Davigo al Csm Marcella Contrafatto, e i due giornalisti del Fatto Quotidiano e Repubblica che ricevettero anonimi con le copie dei verbali.

Ma il processo bresciano potrebbe anche diventare un faccia faccia differito tra Davigo e Storari da un lato, e i (pure citati come testi) vertici della Procura milanese all’epoca degli attriti, e cioè Francesco Greco (poi archiviato da Brescia e oggi in pensione), la sua vice Laura Pedio (oggetto di una richiesta di archiviazione), l’altro suo vice Fabio De Pasquale (indagato a Brescia, e come Storari lal vaglio di una procedura del Csm di eventuale incompatibilità ambientale).

Nel frattempo la Procura di Brescia ha fatto ricorso contro l’assoluzione di Storari decisa il 7 marzo in primo grado in abbreviato dalla giudice Federica Brugnara: per l’accusa «non è certamente frequente imbattersi in una sentenza di assoluzione per il riconoscimento di errore di diritto per ignoranza inevitabile della legge extrapenale, specie se ad essere imputato è un magistrato della Repubblica, soggetto che interpreta e applica le norme per professione».

Parte il processo a Davigo. I vertici della magistratura chiamati a testimoniare. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 20 Aprile 2022.

Per la procura di Brescia «non è certamente frequente imbattersi in una sentenza di assoluzione per il riconoscimento di errore di diritto per ignoranza inevitabile della legge extrapenale, specie se ad essere imputato è un magistrato della Repubblica, soggetto che interpreta e applica le norme per professione».

Sarà una vera e propria passerella dei vertici della magistratura se il Tribunale di Brescia accoglierà le liste di testi depositate dalle parti, per il processo all’ex consigliere del Csm ed ex pm di Mani pulite, Piercamillo Davigo, che inizia oggi a Brescia, chiamato a rispondere dell’ipotesi di reato di “rivelazione di segreto d’ufficio” , che si sarebbe configurato secondo la Procura di Brescia (competente sui reati commessi negli uffici giudiziari di Milano) dopo che nell’aprile 2020 il pm milanese Storari gli consegnó una copia in formato word, priva di firme, i verbali sulla presunta associazione segreta «loggia Ungheria» resi dall’ avv. Piero Amara ex consulente legale esterno Eni ai pm milanesi Laura Pedio e Paolo Storari. 

Verbali in relazione ai quali il pm Storari contestava lo scarso attivismo giudiziario nelle indagini dell’ex-procuratore capo Francesco Greco e del procuratore aggiunto Laura Pedio, per accertare al più presto possibile le verità e le menzogne verbalizzate da Amara, in un immobilismo motivato dal timore (secondo Storari) dei vertici della Procura che potesse uscire sminuita la credibilità di Amara in altre sue dichiarazioni contro Eni assieme a quelle del coindagato Vincenzo Armanna, che erano state invece ritenute attendibili nel processo Eni-Nigeria dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e nella inchiesta sul collegato “depistaggio” giudiziario Eni dell’ aggiunta Pedio. 

Negli elenchi dei testimoni depositati dall’accusa, dalla difesa, e dalla parte civile (il magistrato Sebastiano Ardita consigliere Csm costituitosi in giudizio contro Davigo) compaiono il procuratore generale della Corte di Cassazione, Giovanni Salvi, il primo presidente della Cassazione, Pietro Curzio, il vicepresidente del Csm, David Ermini, i consiglieri Giuseppe Cascini, Stefano Cavanna, Nino Di Matteo, Fulvio Gigliotti, Giuseppe Marra, Ilaria Pepe, il presidente della commissione parlamentare antimafia Nicola Morra (ex-M5S), la segretaria di Davigo al Csm Marcella Contrafatto, ed i due giornalisti Liana Milella del quotidiano La Repubblica  ed Antonio Massari de Il Fatto Quotidiano  destinatari da anonimi mittenti delle copie dei verbali. 

Paradossalmente il processo dinnanzi al Tribunale di Brescia potrebbe anche diventare un confronto all’americana seppure a distanza tra Davigo e Storari da un lato, e i vertici della Procura milanese (citati anche come testi) all’epoca degli scontri fra toghe, e cioè Francesco Greco (oggi in pensione), la sua aggiunta Laura Pedio (oggetto di una richiesta di archiviazione), l’altro suo vice Fabio De Pasquale (indagato a Brescia), nei confronti del quale (come anche per Storari) pende un procedimento disciplinare del Csm, chiamato a decidere su un’ eventuale incompatibilità ambientale. 

La Procura di Brescia ha presentato ricorso a sua volta contro l’ assoluzione di Storari decisa in primo grado (con rito abbreviato) lo scorso 7 marzo dalla giudice Federica Brugnara: per la procura bresciana «non è certamente frequente imbattersi in una sentenza di assoluzione per il riconoscimento di errore di diritto per ignoranza inevitabile della legge extrapenale, specie se ad essere imputato è un magistrato della Repubblica, soggetto che interpreta e applica le norme per professione». 

Che tutto questo sia l’anticamera della fine del fantomatico “rito ambrosiano” del Palazzo di Giustizia di via Freguglia a Milano, che sembra aver sottratto alla procura romana l’appellativo di “Porto delle nebbie“, o un semplice regolamento di conti interno alle correnti della magistratura ?

Redazione CdG 1947

Da ansa.it il 20 aprile 2022.

Con l'ammissione delle tv in aula si è aperto a Brescia il processo in cui l'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo è imputato per il caso dei verbali di Piero Amara su una presunta Loggia Ungheria. 

"Noto la presenza di telecamere. Le riprese televisive non sono necessarie" ha detto il pm Francesco Carlo Milanesi che con il collega Donato Greco è titolare del fascicolo.

"Ci rimettiamo alle vostre decisioni, ma non abbiamo problemi alla presenza delle telecamere in aula", hanno affermato i legali di Davigo. 

Quindi come primo atto del dibattimento, il collegio della prima sezione penale presieduto da Roberto Spanó ha autorizzato la presenza delle telecamere.

Davigo risponde di rivelazione del segreto d'ufficio. Parte civile è invece l'attuale componente del Csm Sebastiano Ardita.

"Credo di aver fatto il mio dovere nelle uniche forme in cui andava fatto". E' un passaggio delle dichiarazioni spontanee rese in aula a Brescia dall'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo, imputato per la vicenda dei verbali di Piero Amara su una presunta Loggia Ungheria.

"Ho chiesto la pubblicità dell'udienza perché ritengo che l'opinione pubblica voglia sapere cosa è successo" ha proseguito aggiungendo di voler essere assolto "per quello che emerge dall'udienza e per questo non ho chiesto l'abbreviato". 

Davigo debutta dall'altra parte. "Ora si comporti da imputato". Luca Fazzo il 21 Aprile 2022 su Il Giornale.

Al via a Brescia il processo sui verbali di Amara. E il giudice subito bacchetta l'ex pm. Il 24 parla Storari.

Processo al Sistema: se Roberto Spanò, presidente del tribunale di Brescia, non cambierà idea, il processo contro Piercamillo Davigo, ex membro del Consiglio superiore della magistratura e ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati, promette di trasformarsi in una ricostruzione a favore di telecamera dei meccanismi che regolano dietro le quinte la vita della magistratura italiana. Perché non si può capire davvero la storia dei verbali sulla loggia Ungheria, passati di mano in mano come se fossero volantini e non atti coperti da segreto, senza ricostruire gli obiettivi, le alleanze, le rivalità che hanno mosso tutti i protagonisti. Così nell'elenco di testi che ieri il giudice Spanò ammette c'è mezzo Gotha della magistratura italiana: sei membri in carica del Csm, a partire dal vicepresidente David Ermini, i due massimi vertici della Cassazione (il presidente Curzio e il procuratore generale Salvi), l'intero vertice della Procura di Milano, compreso l'ex procuratore Greco e il capo del pool antimafia Alessandra Dolci, compagna di Davigo. Tutti, per il pezzo di loro competenza, chiamati a spiegare come sia stato possibile che dichiarazioni micidiali come quelle messe a verbale dall'ex avvocato di Eni Piero Amara restassero per mesi a sonnecchiare a Milano, salvo venire usate per cercare di affossare un giudice scomodo alla Procura; e venissero poi divulgate, grazie a Davigo, fino ad arrivare al Quirinale.

Se Spanò non sfoltisce la lista, insomma, sarà un processo interessante. Davigo punta a uscirne assolto e anche pubblicamente riabilitato, per questo ieri dà il via libera alle telecamere in aula. Ieri l'ex «Dottor Sottile» del pool Mani Pulite appare carico, forse fin troppo. Prende subito la parola, si dichiara innocente, si infervora al punto che il giudice deve stopparlo: «È difficile svestire la toga quando si è dall'altra parte, la inviterei a calarsi nella parte dell'imputato», dice Spanò senza tanti giri di parole all'ex collega. Davigo non se la aspettava, si blocca un attimo. Forse solo in quel momento capisce che per la prima volta in vita sua, nell'aula di tribunale seduto sul banco dell'accusa non c'è lui. E che lo status di ex magistrato non gli garantirà alcun trattamento di riguardo.

Il primo testimone a venire interrogato sarà, il prossimo 24 maggio, Paolo Storari: il pm milanese che partendo lancia in resta contro i propri capi e l'insabbiamento dei verbali di Amara ha dato il via a questo pasticcio epocale. Storari e Davigo erano imputati insieme di rivelazione di segreti d'ufficio, la loro sorte appariva intrecciata, Davigo poi ha scelto la strada del processo a porte aperte «perché ritengo che l'opinione pubblica voglia sapere cosa è successo», Storari invece ha chiesto il rito abbreviato ed è stato assolto ma la partita per lui non è chiusa. La Procura di Brescia infatti ha impugnato l'assoluzione con un ricorso piuttosto duro, «anche nel caso che il Csm avesse qualche competenza a conoscere le dichiarazioni di Amara certamente non lo era Davigo e men che meno nel salotto di casa sua».

Se confermerà quanto detto durante le indagini preliminari, Storari il 24 maggio spiegherà che fu proprio Davigo a garantirgli che il passaggio dei verbali, anche in quella forma assai sbrigativa, era del tutto legale. A quel punto il focus si sposterà su un punto chiave: perché Davigo prima si fa dare i verbali e poi li divulga? Il sospetto è che li volesse utilizzare per regolare i conti col collega Sebastiano Ardita, ex amico divenuto acerrimo nemico. Niente di troppo nobile, insomma. Ardita ha ottenuto di costituirsi parte civile, ha un avvocato implacabile, e difficilmente accetterà una verità sbrigativa.

Davigo a processo: «Io, innocente». Ma il giudice lo “riprende”: «Si comporti da imputato…» Caso verbali, al via il processo a Brescia: il giudice “bacchetta” l’ex pm. Simona Musco su Il Dubbio il 21 aprile 2022.

«È difficile svestire la toga quando si è dall’altra parte, la inviterei a calarsi nella parte dell’imputato». L’urgenza di Piercamillo Davigo di raccontare la sua verità è tanta che a un certo punto il presidente del collegio che lo dovrà giudicare, Roberto Spanò, è costretto a fermarlo.

Ma a passare per quello che voleva fare dossieraggio ai danni del suo ex amico Sebastiano Ardita, con il quale ha fondato la corrente Autonomia e Indipendenza, l’ex pm di Mani Pulite non ci sta. Convinto, com’è, di aver fatto il suo «dovere nelle uniche forme in cui era possibile farlo». Così questa mattina, alla prima udienza del processo che lo vede imputato a Brescia per rivelazione di segreto d’ufficio per la diffusione dei verbali dell’ex avvocato esterno di Eni Piero Amara, Davigo ha deciso di prendere la parola. E di ribadire la propria innocenza, sostenendo di non voler sollevare l’eccezione di competenza territoriale di Brescia (che pure implicitamente contesta), perché «non si deve scappare dal giudice quando si è innocenti».

Il magistrato ormai in pensione, dunque, ha fretta di parlare, di spiegare le proprie ragioni. Di dire che se ha scelto il rito ordinario, e non l’abbreviato, è per raccontare come sono andate le cose, anche perché altrimenti «poi mi dicono che lo faccio per denigrare Ardita, ma semmai è Amara che lo denigra. La questione sarebbe stata più chiara rappresentando al tribunale l’intera vicenda, perché è molto più semplice di quello che sembra». Tutto ruota, come noto, attorno ai verbali sulla testimonianza di Amara consegnati dal pm milanese Paolo Storari a Davigo, all’epoca consigliere del Csm, come forma di «autotutela» per il presunto lassismo della procura di Milano nell’iscrizione dei primi indagati in relazione alla presunta loggia Ungheria, della cui esistenza aveva riferito proprio il consulente dell’Eni, inserendo tra i presunti affiliati anche un consigliere del Csm: Ardita.

Verbali che Davigo prese in consegna promettendo di farsi da tramite con il comitato di presidenza, salvo poi parlarne non solo con il vicepresidente del Csm David Ermini, con il procuratore generale Giovanni Salvi e con il primo presidente della Cassazione Pietro Curzio, ma anche con diversi altri consiglieri, con le sue segretarie e con il presidente della commissione parlamentare Antimafia Nicola Morra, consigliando loro di prendere le distanze proprio da Ardita, costituitosi parte civile nel procedimento. Il processo, dunque, rappresenta una resa dei conti tra i due, che nelle prossime udienze si confronteranno davanti al collegio giudicante. Perché secondo Ardita, rappresentato dall’avvocato Fabio Repici, Davigo avrebbe agito con «dolo» con il fine «di screditare» il suo ruolo istituzionale «di consigliere del Csm» e la sua «immagine personale e professionale», attraverso «una pervicace operazione mirata di discredito, cercando così perfino di condizionarne il ruolo di consigliere del Csm e addirittura arrivando a condizionare l’intero Csm».

Il presidente Spanò ha ammesso tutti i testi citati da accusa, parte civile e difesa, circa trenta persone. Si partirà il 24 maggio, con la testimonianza di Storari, assolto in abbreviato dall’accusa di rivelazione del segreto d’ufficio perché il fatto non costituisce reato. Assoluzione però impugnata dalla procura, secondo cui anche nel caso in cui si volesse ritenere che il Csm fosse deputato a conoscere quanto stava accadendo in procura a Milano con i verbali di Amara, «certamente non lo era Davigo, men che meno nel salotto di casa sua, e non può credersi che un errore di diritto su tali circostanze possa ritenersi “inevitabile”, specie per un soggetto che interpreta ed applica le norme per funzione e professione».

Dopo Storari, il 28 giugno, sarà la volta del vicepresidente del Csm David Ermini e dei consiglieri Giuseppe Marra, Ilaria Pepe e Giuseppe Cascini. Tra le persone chiamate a testimoniare anche il procuratore generale Salvi e l’ex procuratore di Milano Francesco Greco, i pm meneghini Laura Pedio e Fabio De Pasquale (ritenuto però dall’accusa «lontano dai fatti») e il magistrato Alessandra Dolci. Ma ci saranno anche il primo presidente Curzio, l’ex segretaria di Davigo Marcella Contrafatto (sotto inchiesta a Roma per la diffusione dei verbali alla stampa), Morra e i due giornalisti destinatari del plico con i verbali, poi consegnati in procura. L’elenco, ha però chiarito Spanò, potrà essere sfoltito nel corso del processo: «Vedremo di volta in volta la rilevanza. A noi – ha spiegato il giudice – piace che la prova si formi in dibattimento purché non si esca dal processo. Raccomando alle parti di non avere animosità».

Ed è a questo punto che Davigo ha preso la parola, ribadendo di voler chiarire «una vicenda che reputo molto interessante per l’opinione pubblica». «Non contesto che Storari mi abbia consegnato una chiavetta – ha spiegato -, l’ho detto anche io. Ma non è per questo che lo abbiamo citato, ma per altra ragione. Non può essere vero che io abbia istigato Storari e comunque non potevo farlo prima di sapere cosa mi avrebbe detto». Un modo per dire che non ha usato il pm milanese per screditare Ardita, ma anche per evidenziare il problema della competenza territoriale, che spetterebbe a Roma, secondo Davigo, luogo in cui si sarebbe eventualmente consumato il reato con la diffusione dei verbali ai membri del Csm. Ma anche Brescia, per l’ex pm di Mani Pulite, va bene: l’importante è avere un giudice a cui dire «la verità».

Se non fosse che nel rilasciare dichiarazioni spontanee Davigo è andato oltre, chiedendo chiarimenti al pm sul capo d’imputazione: «Ho diritto di sapere perché condotte identiche» vengono valutate diversamente. Ovvero: «Mi viene contestata come rivelazione di segreto d’ufficio l’aver informato il vicepresidente del Csm ma non mi viene contestato di aver detto le stesse cose al primo presidente della Corte di Cassazione: perché è lecito se lo dico a Curzio ed è illecito se lo dico a Ermini? Questo il pubblico ministero avrebbe il dovere di spiegarmelo». Un’affermazione di troppo, che ha spinto Spanò a fermare Davigo, invitandolo a rispettare i ruoli: «Si cali nella parte dell’imputato».

Filippo Facci per “Libero quotidiano” il 21 aprile 2022.  

Occorre resistere alla tentazione di scrivere del processo a Piercamillo Davigo con un tono da «ecco, tocca a te», «ora sai che cosa si prova», eccetera: non sono queste - l'essere interrogato da imputato o da testimone- le cose che non sapeva e che gli auguriamo di non sapere mai, perché sono cose che riguardavano chi al processo spesso neppure ci arrivava, o veniva maltrattato senza un pubblico durante un interrogatorio, o marciva in galera da innocente. Non c'è nessuna nemesi, perciò. Per ora, almeno.

Davigo non ha un Davigo che lo fronteggia: ha il giudice Roberto Spanò, il quale forse fu il più deciso nel respingere le richieste di rinvio a giudizio che dal 1996 al 1999 riguardarono Antonio Di Pietro a Brescia, e più in generale, l'immagine di Mani Pulite. 

Fu roba che passò alla storia della giurisprudenza: alcune particolari udienze preliminari prassi che talvolta duravano pochi minuti, e che al più verificavano i crismi formali per fare un normale processo- durarono settimane o mesi e anticiparono patenti di innocenza o di colpevolezza riservate di regola ai giudici veri e propri, come ora è Spanò.

Furono sentenze che andarono contro ogni linea-guida del legislatore e contro i pronunciamenti, sul tema, della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione anche a sezioni unite. Insomma, sulla ferrea volontà di salvare l'immagine dell'inchiesta e i suoi simboli non vi furono dubbi. Ai tempi era Di Pietro. Oggi è Davigo, e potrebbero essere cambiate tante cose: tra queste, sicuramente, però, non c'è il piglio arrogante di Davigo: è rimasto quello.

Qualche sua frase di ieri: «Ho fatto il mio dovere nell'unica maniera in cui andava fatto, assolvetemi», «ho chiesto la pubblicità dell'udienza perché ritengo che l'opinione pubblica voglia sapere cosa è successo», «Storari mi informa di una situazione che io ritengo legittima, io non contesto che Storari mi abbia consegnato una chiavetta, è vero e l'ho detto», «non bisogna scappare dal giudice quando si è innocenti e per questo non faccio eccezioni di competenza territoriali». 

Insomma, il giudice sembrava ancora lui, seduto in prima fila: ho fatto la cosa giusta nel modo migliore, sono io che ho chiesto le porte aperte alle udienze, e comunque ho già detto tutto, sono innocente, e sono qui solo perché non ho fatto eccezioni di competenza territoriale.

Un'ostentazione di controllo inversa rispetto alla vertigine di chi rimane impigliato nell'ingranaggio giudiziario, ed entra in dinamiche che non può controllare. Però ieri, Davigo, a un certo punto è parso eccessivo persino per il giudice Roberto Spanò: «Ho diritto di sapere perché condotte identiche mi vengono contestate come rivelazione di segreti d'ufficio e altre no» ha detto a un certo punto Davigo (come se la stessa domanda non avesse mai riguardato la sua attività da pm) prima di chiedersi anche «perché è lecito se lo dico al presidente Curzio ed è illecito se lo dico al pm Ermini?».

Qui Spanò ha preso la parola e gli ha fatto un richiamo, perché era davvero era troppo: «So che è difficile sfilarsi la toga, ma la invito a calarsi nella parte dell'imputato». Ah già, la toga: aveva dimenticato di toglierla. Come disse Oscar Luigi Scalfaro: la toga è sull'anima.

«La vicenda è molto più semplice di quel che sembra... Storari mi rappresenta una situazione che lui ritiene illegittima e io che condivido essere illegittima», ha detto ancora Davigo, ex consigliere del Csm che ieri ha reso parziali dichiarazioni spontanee nel processo in cui è imputato.

Poi, fuori dall'aula, coi giornalisti, si è soltanto ripetuto: «Vorrei sapere perché comportamenti identici a volte vengono considerati reati e altri no». Capito.

Dunque facciamo ordine. 

Ieri c'è stata la prima udienza del processo con imputato Davigo per l'accusa di rivelazione di segreto per aver diffuso, in qualità di componente del Consiglio superiore della magistratura, in modo «informale e senza alcuna ragione ufficiale», alcuni verbali segreti, «violando i doveri» legati alle sue funzioni e «abusando delle sue qualità». Il giudice Spanò ha ammesso le telecamere a cui si erano opposti solo i pm, Donato Greco e Francesco Milanesi.

I verbali in questione sono quelli che l'ex consulente dell'Eni Piero Amara, tra la fine del 2019 e l'inizio del 2020, aveva reso ai pm milanesi Laura Pedio e Paolo Storari

 In seguito, Storari ha ritenuto che Laura Pedio e l'allora procuratore capo di Milano Francesco Greco avrebbero rallentato le indagini, ragione per cui lo stesso Storari nell'aprile 2020 consegnò al consigliere del Csm Davigo una copia (trascritta in word) di questi verbali.

Davigo ha sempre detto di aver avuto quelle carte in modo legittimo in quanto membro del Csm, a cui il segreto non sarebbe opponibile. Per il pm Laura Pedio, la procura di Brescia ha chiesto l'archiviazione. L'ex capo Francesco Greco, oggi in pensione come Davigo, è già stato prosciolto. 

Se ne riparlerà il 24 maggio, quando verrà ascoltato il pm Paolo Storari (dapprima archiviato anche lui, ma la procura si è appellata) e poi il 28 giugno quando invece la parola passerà al vicepresidente del Csm David Ermini più alcuni consiglieri come Ilaria Pepe, Giuseppe Marra e Giuseppe Cascini.

Tra i testimoni teoricamente ammessi - in realtà verranno vagliati di volta in volta - ci potrebbero essere il procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, il primo presidente della Cassazione, Pietro Curzio, e poi Nino Di Matteo, Fulvio Gigliotti e Stefano Cavanna, oltre al presidente della commissione antimafia Nicola Morra e all'ex segretaria di Davigo al Csm, Marcella Contrafatto. Perché diventi interessante, al processo servirà un po' di tempo.

A favore delle telecamere. Processo a Davigo, a Brescia inizia lo scontro finale tra toghe. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 21 Aprile 2022. 

Voleva il processo pubblico e le telecamere fin dal primo interrogatorio, e finalmente ha avuto l’uno e le altre, Piercamillo Davigo, imputato a Brescia per rivelazione di atti d’ufficio per aver diffuso gli atti giudiziari sulla Loggia Ungheria, coperti dal segreto. Così ieri mattina l’ex procuratore milanese è comparso davanti ai suoi giudici e ha cercato subito quella visibilità che non gli è mai mancata, fin dai tempi di “Mani Pulite”, quando lui e gli altri capitani coraggiosi incedevano nel corridoio del quarto piano della procura di Milano, attorniati da cronisti adoranti e telecamere sempre sull’attenti per loro.

Ma qui siamo a Brescia nel 2022, davanti alla prima sezione del tribunale presieduta da Roberto Spanò, e Piercamillo Davigo siede dall’altra parte della barricata. Da quella “giusta” c’è una toga che è solo “ex” collega, che gli dà del lei e che, pur avendo concesso l’ingresso in aula delle agognate telecamere, annusa l’aria e mette le mani avanti: “Raccomando alle parti di non avere animosità”. Poi stoppa l’ex pm, già pronto a un’esibizione-fiume per guadagnarsi la centralità della scena, oppure a vestire il ruolo della vittima qualora non gli fosse stata concessa la parola. Il giudice Spanò sceglie la via di mezzo, e gli consente solo le dichiarazioni spontanee, purché brevi. Davigo è costretto ad abbozzare e Spanò lo consola: “E’ difficile svestire la toga quando si è dall’altra parte, la inviterei a calarsi nella parte dell’imputato”. Bonario, ma intransigente, il presidente della prima sezione del tribunale di Brescia. Così accetta, o finge di accettare i trenta testimoni chiamati a deporre dal pm, dallo stesso Davigo, ma anche da Sebastiano Ardita, il consigliere del Csm che si è sentito danneggiato dall’ex collega e che nel processo si è costituito parte civile contro di lui. Si vedrà in corso d’opera se saranno tutti indispensabili.

Ma sarà tutta una battaglia tra toghe, quella che si svilupperà in quest’aula. A partire, più che dalla prossima udienza del 24 maggio, quando sarà sentito Paolo Storari, dalla successiva del 28 giugno quando arriverà a giurare di dire tutta la verità il vicepresidente del Csm David Ermini. Sarà quello il primo momento delle scintille, delle versioni contrapposte. Le certezze storiche di Davigo, da una parte. Più o meno tutti gli altri, dall’altra, con l’eccezione del pm milanese Storari, suo complice nell’illegalità secondo la procura di Brescia, ma già prosciolto dal gup, con un provvedimento contro cui ovviamente pende già un ricorso. Proprio nei giorni in cui la magistratura militante minaccia un’incomprensibile astensione dall’attività giurisdizionale per protestare in particolare contro una pagella ritenuta una schedatura, un’ ex toga che ha fatto la storia della Repubblica Giudiziaria è a giudizio in sede penale proprio per quel tipo di comportamenti che nel fascicolo del magistrato sarebbero sottolineati con la matita blu. Non era più pubblico ministero, Piercamillo Davigo, ma componente del Csm, in quei giorni tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, in cui accoglieva a casa propria a Milano il sostituto procuratore Paolo Storari che lamentava il disinteresse del procuratore Francesco Greco e dell’aggiunto Laura Pedio nei confronti della deposizione dell’avvocato esterno di Eni Piero Amara e della presunta Loggia Ungheria.

Aveva ritenuto normale, l’ex pm di Mani Pulite, ricevere dalle mani del giovane ex collega quelle carte, in realtà una chiavetta, con la trascrizione di quegli interrogatori coperti da segreto. E poi andava a Roma e, sempre ritenendosi nel giusto, iniziava a diffonderli in modo “informale e senza alcuna ragione ufficiale”, violando i suoi doveri e abusando del suo ruolo. Così dicono i pm di Brescia. Perché quei verbali sono finiti nelle mani un po’ di tutti, o quasi, i membri del Csm, oltre che al vicepresidente Ermini, e poi al primo presidente della corte d’appello Pietro Canzio e al procuratore generale Giovanni Salvi. Ne è stato informato anche lo stesso presidente Mattarella. Ci sarà una bella sfilata di toghe qui a Brescia, nelle prossime sedute. E anche di ex amici di Davigo che ora vogliono solo vederlo finire allo spiedo. Francesco Greco prima di tutto, che da questa inchiesta è già uscito nella veste di indagato, ma che ha il dente avvelenato perché è stato costretto ad andare in pensione con l’immagine appannata dopo che la procura di Milano, anche a causa della vicenda Davigo-Storari (il vero vincitore, salvato dal Csm e prosciolto a Brescia), gli è esplosa tra le mani e lui se ne va con la reputazione dell’insabbiatore.

E oltre a tutto lo attende al varco anche un sospetto di abuso d’ufficio nell’inchiesta sul Monte Paschi di Siena. E poi David Ermini, la cui versione dei fatti è effettivamente un po’ barcollante, ma in netto contrasto con quella di Davigo. Dice infatti il vice presidente del Csm di aver ricevuto dalle mani del consigliere una cartellina arancione contenente la famosa deposizione di Amara, ma di averla buttata nel cestino. Giustamente l’ altro gli contesta il fatto che, se quelle carte fossero state così scottanti, non in pattumiera ma nel trita-documenti avrebbero dovuto essere collocate. Allora sei mio complice, gli rinfaccia Davigo. Scintille, scintille. Ma l’incendio si svilupperà all’arrivo dell’unica vera vittima di tutta quanta la faccenda, il consigliere del Csm Sebastiano Ardita, l’ex amicone e collega di corrente di Davigo.

Perché tutti parevano tramare alle sulle spalle, nei giorni in cui il famoso fascicolo passava di mano in mano, dopo aver letto nella deposizione di Amara il suo nome come uno dei componenti della Loggia Ungheria, che sarebbe, se esistesse, una sorta di nuova P2. Oltre a tutto scoperta negli stessi corridoi in cui qualche decennio prima Gherardo Colombo e Giuliano Turone avevano disvelato l’attività del Gran Maestro Licio Gelli. Ne sentiremo delle belle, in quell’aula. Anche da questo processo, dall’immagine che se ne proietterà all’esterno, passa la reputazione della magistratura e la tenuta o meno della Repubblica Giudiziaria.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Il Sistema sì è guardato nello specchio del diritto e si è assolto. Luca Palamara è di certo colpevole ma almeno ha pagato con la radiazione. I suoi tanti correi invece hanno evitato qualunque sanzione. Rosario Russo, già Sostituto Procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione, su Il Dubbio l'11 aprile 2022.

La forza di legge è impressa dal Parlamento, i cui membri sono eletti democraticamente dal Popolo sovrano, con l’intermediazione dei partiti. I parlamentari non sono mandatari degli elettori, ai quali rispondono soltanto al momento dell’elezioni (c.d. responsabilità politica). L’applicazione della legge spetta all’ordine giudiziario, governato dal C.S.M. per assicurare l’indipendenza dei magistrati ordinari da ogni altro potere. Essi sono servi soltanto della legge, (per dirla con Cordero) sono ‘condannanti’ ad interpretare la legge, quale dettata dal Parlamento, per applicarla al caso concreto.

Il principio della separazione dei poteri fa sì che nell’esercizio della giurisdizione non possano – e non debbano influire altre istituzioni, corpo elettorale, governo e partiti compresi. Pertanto l’amministrazione della carriera e la funzione disciplinare sui magistrati sono riservati al C.S.M., i cui membri sono nominati infatti dai magistrati stessi (per due terzi), in modo da rispecchiare le loro specifiche funzioni (giudici di merito, requirenti e giudici di legittimità), ma anche dal Parlamento (per un terzo). Ne fanno parte di diritto il Primo presidente e il Procuratore generale della Suprema Corte, a tali incarichi nominati dallo stesso C.S.M., che è presieduto dal Capo dello Stato.

Dovendo assicurare l’indipendenza dei magistrati ordinari, il C.S.M. non può che essere altrettanto indipendente da ogni altra istituzione, istanza o pressione. La sua funzione è istituzionalmente difensiva e protettiva: non ha altro scopo se non quello di assicurare che i magistrati siano servi soltanto della legge e rispettino – facendo rispettare perciò esclusivamente la volontà del Popolo sovrano, inverata e oggettivata nella Legge. La magistratura, in conclusione, non può essere indipendente e autonoma se non lo sia in primo luogo – e soprattutto – il C.S.M. La dialettica partitica-politica – dopo avere partorito la legge – resta ugualmente estranea tanto all’attività decisoria dei giudici quanto alle funzioni svolte dal Consiglio Superiore della Magistratura.

La politica ha ragioni e metodi, compreso il «sistema spartitorio» studiato da G. Amato, che la giurisdizione non può. e non deve – condividere. Soltanto a queste condizioni «la magistratura può costituire un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» (art, 104 Cost.).

L’ANTI «SISTEMA PALAMARA»

Parodiando Pasolini, tutti …sappiamo e …abbiamo perfino le prove inconfutabili dell’anti «Sistema Palamara»! Colto in flagranza di reati (art. 323) e di violazioni disciplinari (gravissimi, reiterati, sistematici e continuati) il dott. Luca Palamara, anziché contestare gli addebiti, ha osato esaltare e magnificare la propria funzione di pontiere e mediatore, in quanto membro togato del C.S.M., tra le correnti dell’A.N.M., i membri laici del Consiglio stesso e gli apparati politici, in spregio alla legge ed in danno dei tanti magistrati privi di appoggi correntizi.

Davvero difficile immaginare in astratto una condotta così patentemente eversiva della Costituzione, un esercizio di tracotanza così devastante! L’interprete deve prendere atto del suo enorme successo editoriale, mediatico e popolare, nonostante la sua radiazione dall’Ordine e dall’A.N.M., ma non può fare a meno di studiarne le cause. Per comprenderle è essenziale fare il punto sulla situazione scaturita dall’anti «Sistema Palamara». Dopo tre anni risultano sanzionati soltanto i magistrati in servizio che parteciparono alla cospirazione svoltasi nella «notte della Magistratura» e tra di essi soltanto Palamara è stato radiato dall’ordine. Invece né Palamara né taluno dei tanti magistrati protagonisti delle ‘raccomandazioni’ immortalate dalle famose chat sequestrate è stato mai punito.

Ben vero, dopo il loro sequestro la Procura perugina le ha trasmesse al P.G. presso la Suprema Corte, al C.S.M. e perfino all’A.N.M., senza indagare se esse costituissero prova del delitto (tentato o consumato) di abuso d’ufficio (artt. 110 e 323 c.p. nell’interpretazione datane da Cass. Pen. sent. n. 442 del 2021, pag. 5.). E così, mentre con analoga imputazione al Tribunale di Catania sono in fase dibattimentale due processi penali per le ‘raccomandazioni’ con cui i docenti universitari si scambiavano favori per le nomine accademiche, il documentatissimo e omologo sistema spartitorio all’interno del C.S.M., cioè per l’appunto l’anti «Sistema Palamara», è rimasto impunito, sebbene aborrito dalla Costituzione. Non basta: radiato solo Palamara (a diverso titolo), niente è rimasto intentato per impedire che gli altri magistrati implicati fossero a qualunque titolo puniti.

Ricevute le chat, il P.G. presso la Suprema Corte emana un editto con cui assume che le autopromozioni, cioè le raccomandazioni dirette dal magistrato a Palamara, non costituiscono violazione dell’obbligo disciplinare di correttezza. Non può farlo perché chi per legge è tenuto, come il P.G., ad esperire l’azione disciplinare, non è legittimato a perimetrare autonomamente il proprio obbligo. Non solo, ma perfino il C.S.M. e le Sezioni Unite hanno (ovviamente) respinto la tesi del P.G. Il quale, intanto con un altro editto, decide di avere anche il potere di segretare l’archiviazione perfino rispetto al C.S.M.

Il risultato: nessuno può sapere quante e quali autopromozioni ed etero promozioni (raccomandato raccomandante raccomandatario siano state archiviate: top secret. Anche il Consiglio Superiore della Magistratura si attiva), ma in modo decisamente improprio. Niente è più doloso di una raccomandazione. Tuttavia le famose chat vengono esaminate dal C.S.M. nell’ambito vistosamente improprio del procedimento amministrativo per incompatibilità ambientale e funzionale; e siccome esso presuppone una condotta incolpevole, è inevitabile l’archiviazione.

Infine i Probiviri dell’A.N.M., faticosamente ottenute le chat, cominciano a vagliarle. Ma l’associazione consente agli indagati di dimettersi per eludere la sanzione endoassociativa, in palese contrasto con le clausole dello statuto. Per gli indagati che non si dimettono, archiviazioni dei Probiviri e condanne del C.D.C. sono dichiarate inaccessibili perfino ai soci. Infine, nonostante le autorevoli raccomandazioni del Presidente della Repubblica, il Legislatore ha abbozzato riforme inidonee a neutralizzare l’anti «Sistema Palamara».

Esploso il caso Palamara, la stessa magistratura associata aveva doverosamente riconosciuto che il sistema spartitorio attuato da Palamara è causato dalla «cinghia di trasmissione» che unisce i vertici dell’A.N.M. ai membri togati del C.S.M., sicché è necessario tagliare alla radice tale cordone ombelicale. Ebbene, i conditores hanno deciso d’ignorare, in sede di riforma, che precise disposizioni del codice etico (art. 7 bis) e dello statuto (art. 25 bis) dell’A.N.M sono ora finalizzate ad interrompere il perverso predominio delle correnti associative sul C.S.M., che alimenta il sistema spartitorio-correntizio. La tanto attesa riforma legislativa non ha inteso assecondare neppure la tardiva – ma benefica ‘riconversione’ all’indipendenza dei magistrati associati.

L’INCONFESSABILE SUCCESSO DI PALAMARA

Tutti coloro che ne avevano il dovere hanno esaminato e vagliato; nessuno risulta avere sanzionato o apprestato rimedi. Il magistrato illegittimamente raccomandato o raccomandante (in pregiudizio dell’ignaro dott. Nessuno) non è il «soldato Ryan» ma è salvo. Non lo è l’Ordine giudiziario. E l’Utente finale della Giustizia lo sa a tal punto che, costretto a scegliere, opta (con malcelata sofferenza) per Palamara. Si, certamente egli è colpevole per avere introdotto nella Giurisdizione il metodo spartitorio-correntizio, ma … ‘almeno’ – così commenta il cittadino – ha ‘pagato’ in prima persona con la radiazione dall’ordine. I suoi tanti correi invece hanno evitato qualunque sanzione e sono rimasti nei loro ambiti uffici.

Soprattutto l’ordinamento – in tutte le proprie sfaccettature (repressive e riformatrici) – si è guardato nello specchio del diritto e – con compiacimento – si è assolto (o graziato), dimostrando così per tabulas che quello intestato a Palamara non è l’anti «Sistema Palamara», ma il vero, unico, incontrastato e vittorioso «Sistema». Palamara non viene acclamato per le sue gesta, ma soltanto perché – a suo confronto – ben peggiori si sono rivelati il sistema giuridico e i tanti suoi correi. E così che paradossalmente l’artefice del sistema spartitorio prevale (non solo mediaticamente) non per virtù propria, ma per i più gravi demeriti dei suoi correi e dell’intero sistema che ha denunciati. Nessuno sembra accorgersi che i suoi successi editoriali testimoniano il «grido di dolore» dell’Utente finale della Giustizia, quale soltanto Much ha saputo riprodurre sulla tela.

Palamara: «In Italia la legge non è uguale per tutti». L'ex pm di Roma: «È giusto dirlo: la magistratura è una comunità composta da 10.000 magistrati che riflette un po' la vita politica, sociale, istituzionale dell’Italia». Il Dubbio il 5 aprile 2022.

«In magistratura il manuale Cencelli, in Italia la legge non è uguale per tutti». Lo ha detto Luca Palamara al Congresso di Grande Nord a Milano. «Un auspicio di cambiamento è quello che mi ha caratterizzato nella mia esperienza professionale. Come tutte le vicende umane e che hanno a che fare con la politica, riproducono su se stesse le vicende della politica. È giusto dirlo: la magistratura è una comunità composta da 10.000 magistrati che riflette un po’ la vita politica, sociale, istituzionale dell’Italia», sottolinea.

«In magistratura – continua Palamara – c’è una parte più ideologizzata, quella che noi chiamiamo della sinistra giudiziaria, c’è poi una parte più attenta ai problemi del sindacato, e una parte che è moderata dall’interno» e «a torto o a ragione l’orientamento culturale della magistratura parte dalla sinistra giudiziaria, che crea un cortocircuito anche nel rapporto tra magistratura e politica».

«Qualcosa bisogna fare: ad esempio – spiega – stabilendo come si vuole organizzare internamente la magistratura. L’autonomia e l’indipendenza viene organizzata oggi attraverso questi gruppi associativi, queste correnti, e le correnti determinano la vita della magistratura. Stabiliscono chi diventa procuratore della Repubblica, chi diventa Presidente del Tribunale e chi diventa consigliere superiore della magistratura».

Paolo Ferrari per “Libero quotidiano” il 7 aprile 2022.

I fatti raccontati nel libro «Il Sistema» scritto dal direttore di Libero Alessandro Sallusti e dall'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara non sono diffamatori. 

Lo afferma il giudice del tribunale di Padova archiviando la querela presentata dal magistrato Piergiorgio Morosini. 

Il «contesto narrativo», incentrato sulla «polemica e denuncia del malcostume giudiziario», non consente di rappresentare «il grado minimo di offensività» previsto dal reato di diffamazione, puntualizza il giudice padovano nel suo provvedimento di archiviazione della scorsa settimana. 

Le frasi utilizzate nel libro, poi, non contengono alcuna «espressione gratuitamente lesiva» della reputazione dei personaggi citati. Soddisfatto Palamara: «La sentenza dimostra la correttezza del mio racconto». 

Una assoluzione piena, a cui Morosini si era opposto, e che mette la parola fine alle critiche rivolte in questi mesi agli autori, accusati di aver lavorato di fantasia e di aver travisato i fatti. 

Il capitolo finito nel mirino di Morosini era quello relativo ai rapporti fra politica e giustizia, il più scottante. In particolare fra il Pd e le toghe di sinistra di Magistratura democratica. 

Un binomio che parte da lontano, da prima della caduta del Muro di Berlino, e che ha condizionato la vita politica degli ultimi 30 anni.

«La stagione della contrapposizione fra toghe e Silvio Berlusconi avrebbe dovuto insegnare qualcosa a Renzi», ricorda Palamara. «Mi sta dicendo che l'azione penale contro un presidente del Consiglio dipende dalla sua politica sui temi della giustizia?», domanda Sallusti. 

Palamara cita i casi degli ex premier piddini Enrico Letta e Paolo Gentiloni, mai sfiorati da alcuna indagine. 

«Perché erano immacolati? Può essere, ma è una risposta semplicistica», si interroga l'ex pm romano secondo cui il motivo principale è che «non hanno sfidato i magistrati». 

«Renzi invece commette l'errore - prosegue di pensare che, essendo il segretario del Pd, la magistratura, a maggioranza di sinistra, sarebbe stata al suo fianco a prescindere, non capendo che i suoi riferimenti non erano il Giglio magico di Luca Lotti e Maria Elena Boschi ma il vecchio apparato comunista e postcomunista che stava rottamando». 

«Parliamo di gente che al Partito comunista prima e al Pd poi la linea la dettava, non la subiva», puntualizza Palamara, evidenziando come molti colleghi erano rimasti «inorriditi di fronte al patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi». 

«La sinistra giudiziaria, o più correttamente il massimalismo giustizialista, stava perdendo i suoi riferimenti politici e reagì in soccorso di quel mondo politico e culturale che li aveva generati», aggiunge Palamara, avvalorando così la vulgata secondo cui il Pd, attraverso le "toghe rosse" di Magistratura democratica, "controllerebbe" almeno due terzi delle Procure italiane, mettendo al riparto da eventuali procedimenti penali i propri amministratori.

Per avvalorare la tesi del rapporto organico Md-Pd, Palamara cita una intervista al Foglio di Piergiorgio Morosini, «autorevole magistrato di sinistra, membro del Csm, già segretario di Magistratura democratica, nonché gip nell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia». 

L'intervista si svolge alla vigilia del referendum del 2016, che per volontà di Renzi è anche un referendum sulla sua persona. Morosini usa parole durissime: «Bisogna guardarsi bene da una deriva autoritaria di mestieranti assetati di potere e per questo bisogna votare no». Una dichiarazione di guerra contro il premier.

Le frasi di Morosini fanno scattare l'intervento dell'allora ministro della Giustizia Andrea Orlando che chiede spiegazioni al vicepresidente del Csm Giovanni Legnini, all'epoca vicino a Renzi, il quale convoca il plenum per «processare» Morosini e chiedergli di fare un passo indietro. 

La sera prima del plenum che dovrebbe sancire la cacciata di Morosini, Palamara lo incontra in un bar nel centro di Roma «Lo vedo provato, si aspetta di essere buttato fuori. Io e Morosini ci conosciamo dai tempi del mio ingresso in magistratura. Parlammo molto delle inchieste sulla mafia, dei processi politici e di tanto altro. E il giorno dopo decisi che non dovevamo forzare la mano su di lui. 

Anche gli altri miei colleghi furono d'accordo e Morosini si salvò», racconta Palamara.

Renzi, invece, dopo aver perso il referendum sarà costretto alle dimissioni per finire poi alla sbarra a Firenze insieme ad esponenti del Giglio magico, accusati di aver commesso gravi reati, fra cui il finanziamento illecito e la corruzione. 

Il fatto che a condurre l'inchiesta sia una magistrato di Magistratura democratica è sicuramente una coincidenza.

(AGI il 31 marzo 2022) - "Questa mattina il quotidiano Libero ha pubblicato un articolo in cui erano riportati stralci di dichiarazioni rese da Fabrizio Centofanti in data 31/03/2021 a questo ufficio pubblicando anche la foto della prima pagina del relativo verbale. Siccome non risulta che copia del verbale sia mai stata rilasciata ad alcuno, si e' ritenuto necessario iscrivere un fascicolo contro ignoti per rivelazione di notizie riservate per accertare se l'atto sia giunto legittimente alla stampa".

Lo rende noto la Procura di Perugia, guidata da Raffaele Cantone. Il verbale di dichiarazioni riguarda l'inchiesta sull'Acqua Marcia, di cui Fabrizio Centofanti era all'epoca responsabile delle relazioni istituzionali e degli affari legali.

Filippo Facci per “Libero quotidiano” il 31 marzo 2022.  

Invece che chiedere a Mario Draghi di rinnegare gli impegni con la Nato, Giuseppe Conte potrebbe chiedere ai magistrati di negare gli impegni (suoi) con la Loggia Ungheria, visto che nessun altro si decide a farlo al posto suo: tantomeno l’imprenditore Fabrizio Centofanti, di cui sono spuntati i verbali dell’interrogatorio del 30 marzo 2021 a Perugia nei quali ha confermato di aver dato un incarico da 400mila euro proprio a lui, Giuseppe Conte, per garantire alla società Acqua Marcia l’omologa del concordato da parte del Tribunale fallimentare di Roma.

Centofanti all’epoca era responsabile delle relazioni istituzionali e degli affari legali di Acqua Marcia, e l’incarico, secondo il faccendiere Piero Amara - che per primo rivelò l’esistenza della presunta Loggia Ungheria - doveva assicurare il buon esito della pratica: ma questo rimane da dimostrare.

Nell’attesa, Centofanti ha dato le sue conferme: «Al professor Conte dovevo dare un incarico per la valutazione del rischio del contenzioso, non ricordo esattamente quali incarichi fui io a firmare, in quanto, dopo poco tempo, lasciai il gruppo. Certamente, ho dato al professore un primo incarico per la controllata Acquamare. Ricordo che il piano complessivo era dare a Conte l’incarico di valutare tutto il rischio del contenzioso del gruppo». Ma perché fece questo?

«Piero Amara mi chiese di dare un incarico al professor Conte», ha aggiunto Centofanti, «perché amico non ricordo esattamente di chi. In realtà, già in precedenza rispetto al colloquio con Piero Amara, il professore Guido Alpa mi aveva proposto il nome del professore Conte».

Guido Alpa che a sua volta ricevette altri incarichi da Centofanti. «Effettivamente, l'avvocato Piero Amara venne a parlarmi della nomina di Giuseppe Conte che io avevo già individuato in via autonoma». 

Tutte le strade, insomma, portavano a Conte, con il quale «nacque un rapporto di stima e cordialità, tanto che ci affidò l'organizzazione di alcuni convegni». Tutti contenti.

Acqua Marcia era controllata da Francesco Bellavista Caltagirone, e le dichiarazioni di Centofanti coincidono con quelle di Piero Amara, secondo il quale «l'importo che fu corrisposto da Acqua Marcia a Conte era di 400mila euro… l'ho saputo da Centofanti che si arrabbiò molto perché il lavoro era sostanzialmente inutile trattandosi della rivisitazione del contenzioso della società, attività che fu svolta da due ragazze in poche ore, e l'importo corrisposto fu particolarmente elevato», aveva aggiunto. 

La parte dell’arrabbiatura Centofanti non l’ha confermata, l’incarico sì. «Quel compenso era il minimo», si è difeso Conte, e «tutte quelle parcelle hanno passato il vaglio del tribunale e dei commissari giudiziali nominati dai giudici fallimentari».

Resta che la Guardia di Finanza, i primi dell’anno, è andata a casa di Conte per dare un’occhiata a fatture e documenti delle consulenze: non è nota la data precisa (il quotidiano Domani ne diede notizia il 2 febbraio scorso) ma il mandato è stato della Procura di Roma appunto per «circa 3-400mila euro» di consulenze svolte per società di Francesco.

Bellavista Caltagirone. Eguali perquisizioni avrebbero riguardato gli avvocati Enrico Caratozzolo e Giuseppina Ivone, che lavorarono con Alpa e Conte al concordato di Acqua Marcia: e anche questo conferma il verbale di Centofanti pubblicato da Libero: «Ho dato gli incarichi per la predisposizione del concordato», ha detto l’imprenditore ai magistrati, «all’avvocato Guido Alpa, all’avvocato Giuseppina Ivone e all’avvocato Enrico Caratozzolo; mentre per il professor Conte dovevo dargli un incarico per la valutazione del rischio del contenzioso».

Conte aveva poi fatto sapere che comunque i suoi guadagni «erano stati incassati solo in parte». Il fascicolo in ogni caso sarebbe a modello 44, cioè senza indagati, come hanno confermato alcune fonti vicine ai Cinque Stelle. 

Va ricordato, in ultimo, che ai ritardi con cui giungono o giungeranno tutti i chiarimenti del caso – da parte di Giuseppe Conte e della magistratura – forse non è estranea la gestione dei verbali di Piero Amara fatta a suo tempo dal quotidiano diretto da Marco Travaglio. 

Per oltre un anno, per «non compromettere le indagini» (novità assoluta, da quelle parti) il Fatto ha imboscato le dichiarazioni dell’avvocato Amara sulla loggia Ungheria: una scelta che ha soltanto tutelato Giuseppe Conte all’epoca in cui era presidente del Consiglio. Il magistrato Michele Vietti «mi chiese di far guadagnare denaro ad avvocati e professionisti a lui vicini», ha detto Amara, «e avvenne in quel periodo con l’avvocato Conte, oggi premier, a cui facemmo conferire un incarico dalla società Acqua Marcia spa di Roma, incarico che fu conferito a lui e al professor Alpa grazie al mio intervento su Fabrizio Centofanti».

Ma questo il Fatto lo pubblicò soltanto il 17 settembre 2021. Inoltre, sulle pagine del quotidiano, i vari nomi citati nei verbali erano evidenziati in grassetto tranne che nel caso dell’allora presidente del Consiglio. C’erano tutti i nomi dei presunti aderenti alla Loggia Ungheria: magistrati, avvocati, politici e militari. Tutti in grassetto. Conte no. Che fosse personaggio di poco peso era già opinione diffusa.

Filippo Facci per “Libero quotidiano”  l'1 aprile 2022.

La notizia è notevole e inaspettata - non per voi lettori, a cui non importa giustamente nulla, ma per noi addetti ai lavori - ed è tutta nelle parole di Raffaele Cantone, il capo della Procura di Perugia: «Questa mattina il quotidiano Libero ha pubblicato un articolo in cui erano riportati stralci di dichiarazioni rese da Fabrizio Centofanti in data 31 marzo 2021 a questo ufficio, pubblicando anche la foto della prima pagina del relativo verbale.

Siccome non risulta», ha aggiunto Cantone, «che copia del verbale sia mai stata rilasciata ad alcuno, si è ritenuto necessario iscrivere un fascicolo contro ignoti per rivelazione di notizie riservate per accertare se l'atto sia giunto legittimamente alla stampa». Lo rende noto la Procura di Perugia, come detto. Le notizie notevoli, a pensarci bene, sono più d'una.

La prima è che una procura italiana abbia aperto un fascicolo per violazione del segreto istruttorio, inosservanza sulla quale, paradossalmente, Libero potrebbe anche essere d'accordo: la pubblicazione di verbali d'indagine è un reato che viene compiuto continuamente a partire più o meno dalla primavera del 1992, e che ha avuto luogo talvolta quando l'atto non era a conoscenza delle parti, per dirla in gergo: è stato depositato direttamente in edicola. 

Meglio tardi che mai, e pazienza se è accaduto a margine di una pubblicazione da parte di un quotidiano che al tempo, quando nacque la prassi, non era ancora stato fondato.

La seconda notizia è nelle apparenti contraddizioni del comunicato di Raffaele Cantone, capo della procura di Perugia e già presidente dell'autorità nazionale anticorruzione: scrivere infatti che «non risulta che copia del verbale sia mai stata rilasciata ad alcuno» e di seguito che «si è ritenuto necessario iscrivere un fascicolo contro ignoti» significherebbe ammettere che la Procura di Perugia abbia dei ladri in casa.

È come dire: non ho mai dato a nessuno la focaccia che ho nella credenza, ma poi ho visto che della gente la mangiava in strada: significa che qualcuno ha accesso alla mia credenza senza che io lo sappia, ergo ci sarebbe da indagare sul personale giudiziario che possa aver avuto accesso all'ufficio laddove le focacce, pardon i verbali, erano custoditi. 

La terza contraddizione è nell'aver scritto, Cantone o chi per lui, che si è voluto «iscrivere un fascicolo contro ignoti per accertare se l'atto sia giunto legittimamente alla stampa»; dicasi, sempre in gergo, inversione dell'onore della prova: in genere si ipotizzano gli estremi di un reato e poi, nel caso, si apre un fascicolo e lo si iscrive nel registro vero, non si finge di averlo fatto iscrivendo un finto fascicolo a modello 44 o 45 e poi esaurendo in un comunicato tutta l'azione penale che si ha intenzione di svolgere, tanto per far vedere di aver reagito in qualche modo. Sia detto simpaticamente.

Ciò detto, più che ignoti, resteranno ignari (del verbale) tutti i lettori dei giornali che hanno ritenuto di non farne alcuna menzione: evidentemente non conteneva grandi notizie, tanto che, per auto-consolazione, ne riproponiamo il contenuto con la scusa di riportare il comunicato della Procura di Perugia. 

Il verbale risale al 30 marzo 2021 e riguarda l'interrogatorio di Fabrizio Centofanti. La questione fa riferimento a quando l'imprenditore era responsabile delle relazioni della spa Acqua Marcia, ex storica impresa che nel 2013 fu ammessa alle cosiddette procedure concordatarie che dovevano servire a evitarne il fallimento.

L'interrogatorio fu una conseguenza di quello dell'avvocato Piero Amara, che per primo parlò della «Loggia Ungheria» e che pure, per primo, in alcuni verbali serbati nel segreto istruttorio dal Fatto Quotidiano, aveva detto che Centofanti aveva dato un incarico da 400mila euro a Giuseppe Conte, ai tempi presidente del Consiglio: a suo dire doveva garantire alla società l'omologazione del concordato da parte del Tribunale fallimentare di Roma. 

Quest' ultima «garanzia» non è stata dimostrata, l'incarico sì, per esempio nel verbale pubblicato ieri da Libero. Centofanti, da responsabile delle relazioni di Acquamarcia, ha confermato che «al professor Conte dovevo dare un incarico per la valutazione del rischio del contenzioso... Certamente gli ho dato un primo incarico per la controllata Acquamare. Ricordo che il piano complessivo era dare a Conte l'incarico di valutare tutto il rischio del contenzioso del gruppo».

 Questo perché «Piero Amara me lo chiese», ha aggiunto Centofanti, «perché Conte era amico non ricordo esattamente di chi... Effettivamente, l'avvocato Piero Amara venne a parlarmi della nomina di Giuseppe Conte che io avevo già individuato in via autonoma». Insomma, Giuseppe Conte sembrava proprio predestinato a quell'incarico da 400mila euro, al quale non potè sottrarsi: «Nacque un rapporto di stima e cordialità, tanto che ci affidò l'organizzazione di alcuni convegni». Dare per avere. Giusto. Intanto a Perugia indagano.

A Bari hanno lo stesso Codice Penale di Perugia?. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno l'1 Aprile 2022. 

Legittimo chiedersi quando arriverà anche in Puglia un procuratore rigoroso come Raffaele Cantone, o almeno qualcuno che si vada a rileggere il Codice Penale e finalmente lo applichi ?

Ieri pomeriggio alle 16:33:32 l’ AGI, Agenzia Italia ha diffuso una notizia dal titolo: “Pubblicazione verbale, procura Perugia apre fascicolo” , scrivendo” “Questa mattina il quotidiano Libero ha pubblicato un articolo in cui erano riportati stralci di dichiarazioni rese da Fabrizio Centofanti in data 31/03/2021 a questo ufficio pubblicando anche la foto della prima pagina del relativo verbale. Siccome non risulta che copia del verbale sia mai stata rilasciata ad alcuno, si e’ ritenuto necessario iscrivere un fascicolo contro ignoti per rivelazione di notizie riservate per accertare se l’atto sia giunto legittimamente alla stampa“. L’articolo in questione riportava la firma di Filippo Facci.

Lo ha reso noto la Procura di Perugia, guidata da Raffaele Cantone. Il verbale di dichiarazioni riguarda l’inchiesta sull’Acqua Marcia, di cui Fabrizio Centofanti era all’epoca responsabile delle relazioni istituzionali e degli affari legali. 

Resta da chiedersi come mai in altre procure, fra cui il primato quella di Bari, città in cui negli ultimi tempi esce di tutto e di più… dagli uffici giudiziari per la gioia dei cronisti giudiziari locali diventati ormai portavoce-ventriloqui dei magistrati “amici” titolari dei vari fascicoli d’indagine, non si proceda come a Perugia . Sarà forse perchè il procuratore Roberto Rossi è troppo occupato ad intervenire in qualche forum giornalistico “amico” o ad apparire in interviste video, rifiutandosi di parlare con il nostro giornale “reo” di aver rivelato un suo vecchio procedimento dinnanzi alla sezione disciplinare del Csm ?

Basti pensare che in una vicenda processuale dinnanzi al Tribunale Penale di Bari, ancor prima che Rossi diventasse procuratore capo, nella quale era coinvolto il quotidiano La Repubblica, proprio per violazione del segreto istruttorio, un giudice barese si appropriò della competenza territoriale sostenendo che a suo dire l’edizione pugliese era stampata a Bari si appropriò di una competenza che era del foro di Bari. Infatti, piccolo particolare, il quotidiano romano è registrato a Roma e viene stampato a Roma. E non a Bari! 

Per non parlare poi delle fughe di notizie avvenute durante l’asta giudiziaria per La Gazzetta del Mezzogiorno, in cui i curatori della società editrice Edisud fallita con una massa di oltre 40milioni di euro di debiti, l’ avvocato Castellano ed il commercialista Zito erano (persino dichiarandolo al Tribunale ) sul libro paga del gruppo CISA spa di Massafra, attuale socio-co-editore al 50% del quotidiano barese, senza che questa società abbia mai partecipato all’ asta pur versando oltre un milione di euro dal proprio conto corrente societario, e quindi illegalmente. Inquietante fu la presenza del procuratore Rossi all’udienza di convalida dell’assegnazione dinnanzi al Tribunale Fallimentare di Bari in cui depositò una relazione preliminare delle Fiamme Gialle che documentava la provenienza dei 4 assegni circolari per un milione di euro totale dal conto bancario della società massafrese. Dopodichè il silenzio più assoluto. Ed ancora più imbarazzante l’operato in aula del giudice che convalidò l’asta, il quale è l’ ex-marito della cognata dell’attuale amministratore delegato (socio al 50%) della Gazzetta. Conflitti d’interesse ? Coincidenze ? Vallo a capire!

Che fine hanno fatto le inchieste sulle fughe di notizie pubblicate sulla Gazzetta del Mezzogiorno dai cronisti Massimo Scagliarini e Nicola Pepe indagati e perquisiti nel 2019 ( cioè tre anni fa !) per la fuga di notizie che permise al governatore della Regione Puglia Michele Emiliano di sapere in anticipo di una indagine a suo carico

Tutto regolare ? Chissà… ! Nel frattempo la Procura Generale di Bari dorme sonni indifferenti…Legittimo chiedersi quando arriverà anche in Puglia un procuratore rigoroso come Raffaele Cantone, o almeno qualcuno che si vada a rileggere il Codice Penale e finalmente lo applichi?

Redazione CdG 1947

Le rivelazioni nel nuovo libro di Palamara e Sallusti. Omicidio di Paolo Borsellino, un complotto lungo trenta anni. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 10 Febbraio 2022.  

Il più grande complotto di Stato mai avvenuto nella storia d’Italia e che si è svolto nell’arco di trent’anni porta il nome glorioso di Paolo Borsellino, e insieme quello del “pentito” costruito in vitro di Enzo Scarantino. Quanti magistrati, pubblici ministeri, giudici togati e popolari, membri del Csm e procuratori generali, e poi questori, prefetti e poliziotti sono i colpevoli per aver preso parte al complotto? E quanti di loro –a parte tre agenti che rischiano di finire allo spiedo come unici capri espiatori- risponderanno, oltre che per la violazione della memoria di un grande magistrato, per aver truccato le carte, nascosto carte, nastri registrati e testimonianze, mandato in galera gli innocenti?

Dobbiamo ancora una volta dire grazie a Luca Palamara, ben sollecitato da Sandro Sallusti nella seconda puntata sulla vera e unica Casta, quella delle toghe, per averci dato sul fattaccio qualche illuminazione in più, pure a noi che su questo scandalo di Stato credevamo di sapere tutto. Ci fa anche sentire un po’ come quelli che hanno continuato a guardare il dito senza vedere la luna, questa parte del libro, diciamo la verità. Perché, partendo dai primi passi con cui il picciotto Enzino fu preso per mano e accompagnato a suon di botte, sputi, vermi e vetro nella minestra, ricatti, suggerimenti e promesse a dire il falso per depistare dalle ragioni vere per cui Borsellino fu assassinato, si arriva fino al coinvolgimento del Csm e del procuratore generale Fuzio, invano coinvolto dalle figlie del magistrato ucciso. Dal 1994 al 2018, e poi 2019, l’anno del pensionamento del vertice della magistratura. Ecco il trentennio del complotto, se prendiamo come punto di riferimento il 1992 come anno della strage di via D’Amelio e il 2022 con le ultime rivelazioni del magistrato Luca Palamara, che non è innocente in questa storia, come lui stesso racconta.

Sono numerosi i passaggi attraverso i quali il bluff Scarantino avrebbe potuto essere disvelato. Si sarebbe potuto fare giustizia. Non solo individuando gli autori del delitto, ma anche il movente. Si è voluto perdere tempo e sviare l’attenzione. Il che significa depistare. Facciamo finta per un attimo di essere noi i pubblici ministeri e mettiamo insieme i capi d’accusa. Primo: le torture nel carcere di Pianosa (e Asinara), che non hanno riguardato solo Scarantino, ma una serie di detenuti trasferiti d’improvviso di notte da tutte le prigioni del sud. Segnale forte di governi deboli nella lotta alla mafia, con i boss che ordinavano le stragi dalla latitanza. Le denunce di quel che avveniva in quelle prigioni speciali riaperte per l’occasione erano state oggetto di interrogazioni parlamentari, di proteste degli avvocati e dei parenti dei detenuti, diventati il bersaglio di una vendetta dello Stato che non riusciva a trovare e punire i colpevoli. La moglie di Scarantino aveva reso pubblica una lettera con accuse precise nei confronti del questore di Palermo Arnaldo La Barbera, denunciando la costruzione del “pentitificio” attraverso le torture. E il procuratore di Palermo Giancarlo Caselli si era presentato in conferenza stampa, con al fianco il procuratore generale e il questore, per scagionare La Barbera e confermare l’attendibilità di Scarantino.

Punto secondo: fin dal 1994 era agli atti una relazione dei pubblici ministeri Ilda Boccassini e Roberto Saieva al procuratore capo di Caltanissetta Tinebra in cui documentavano l’inattendibilità del collaboratore di giustizia. Lo avevano messo alle strette sulle sue deposizioni e avevano capito che, nel riferire di fatti e persone, straparlava di soggetti che neanche conosceva. Boccassini, che era stata applicata da Milano nella città nissena nel 1992 in seguito all’uccisione di Giovanni Falcone e nel 1994 era in partenza per tornare nella sua città, ma si era detta disponibile a rinunciare alle ferie per poter continuare a interrogare Scarantino. Niente da fare. Così, con il collega, aveva lasciato la sua relazione. Che però è sparita. E ovviamente non è stata mai messa a disposizione dei giudici degli undici processi che si sono occupati della morte di Paolo Borsellino. La sua testimonianza verrà utilizzata solo una quindicina di anni dopo, al Borsellino-quater, quando l’imbroglio verrà svelato. Ma l’anno scorso quando è stata chiamata anche al processo contro i tre agenti accusati del depistaggio, non solo ha raccontato che il procuratore Tinebra si chiudeva per ore in una stanza con Scarantino prima di ogni sua deposizione, ma si è riscontrata violentemente con il pm di udienza che non voleva fosse lasciata parlare.

A proposito di atti spariti, arriviamo al punto terzo, sulla base del quale il castello delle dichiarazioni di Enzino sarebbe crollato, se qualcuno avesse voluto indagare secondo le regole. Il 13 gennaio del 1995 c’era stato il confronto tra il finto pentito e tre collaboratori doc, Gioacchino La Barbera, Totò Cancemi e Santino Di Matteo. Le deposizioni erano state registrate in 19 bobine. Un confronto importante, nella fase precedente al primo processo Borsellino, la cui sentenza è datata a un anno dopo, nel gennaio del 1996. Da quei verbali, come già dalla relazione dei pm Boccassini e Saieva, emergeva il fatto che, messo davanti a tre boss di un certo rilievo, Scarantino era in seria difficoltà, perché neppure lo conoscevano. Era caduto continuamente in contraddizione, non sapeva neppure dove fosse quella via D’Amelio in cui diceva di aver portato l’auto imbottita di tritolo. Bene, anche quei verbali erano spariti, e all’avvocato Rosalba Di Gregorio, che difendeva alcuni imputati accusati ingiustamente, che ne chiedeva copia, i procuratori di Palermo e Caltanissetta rispondevano con un assurdo ping-pong rimbalzandone la custodia e la responsabilità l’un l’altro. Solo al Borsellino-ter le carte sono ricomparse, quando forse era tardi.

Quindi: le torture che hanno creato il “pentito”, la relazione sparita dei pm come Boccassini e Saieva che avevano denunciato l’imbroglio, il confronto con tre boss che l’avevano smascherato. Tutto questo dimostra che fin dal 1994-95 le indagini avrebbero potuto prendere un’altra strada. E avremmo potuto mettere insieme già un bel numero di nomi di magistrati, Tinebra, Lo Forte, Petralia, Palma, Di Matteo, Caselli, quelli che hanno voluto credere al fatto che per uccidere Borsellino fosse sufficiente assoldare un piccolo spacciatore del quartiere della Guadagna di Palermo. E che questa testimonianza, ottenuta con le torture, bastasse a costruire processi, a mostrare all’opinione pubblica la verità sulla strage di via D’Amelio. Del resto hanno avuto ragione. E ai loro nomi occorre aggiungere tutti quelli di pm e pg e giudici togati e popolari che hanno seguito lo stesso percorso. Fino al Borsellino-quater e la deposizione di Gaspare Spatuzza.

Possiamo tralasciare il fatto che lo stesso Scarantino, da un certo momento in avanti, cominciò a ritrattare e a raccontare chi gli dava i suggerimenti alla vigilia di ogni interrogatorio. Perché nel frattempo dei pm che gestirono le deposizioni di Scarantino e che sono stati indagati per i depistaggi, Petralia e Palma hanno avuto la soddisfazione di veder archiviata la propria posizione, mentre Di Matteo è rimasto sempre solo testimone. Era giovane, si sa. Ma l’assassinio di mio padre era così poco importante da esser affidato a un pm ragazzino, si è domandata Fiammetta, l’indomita figlia del magistrato assassinato. È grazie alle iniziative sue e di sua sorella Lucia, che apprendiamo l’ultimo passaggio del Complotto di Stato, che coinvolge quello che fu un vertice della magistratura, il procuratore generale Riccardo Fuzio, poi costretto alle dimissioni in seguito alla vicenda Palamara e la riunione all’hotel Champagne.

Nel 2018 le due sorelle avevano inviato all’alto magistrato tutta la documentazione (quel che abbiamo finora raccontato e magari molto altro), nella speranza che esercitasse il suo potere di iniziativa disciplinare. Che cosa ha fatto l’impavido magistrato? Prima il nulla, per un intero anno, e poi il peggio, con una lettera ipocrita, mentre aveva già un piede fuori dal palazzo. Avrei voluto (ma ahimé ora non posso più) parlarne all’inaugurazione dell’anno giudiziario, scrive. E loro gli rispondono no grazie, non di celebrazioni ha bisogno la memoria di nostro padre, ma di assunzioni di responsabilità.

E del resto, che cosa ha fatto il Csm nel 2017, quando lo imponeva la vergogna di quel che era emerso nel processo Borsellino-quater con la sua verità? Ammuina, racconta con un po’ di vergogna Luca Palamara nel libro. Perché? Perché aleggiava il nome di Di Matteo. Che era ed è molto potente. Ecco come vanno le cose, da trent’anni a questa parte. Ecco perché, tutto sommato, temiamo che non cambierà mai niente anche se, oltre al dito, ora noi, ma anche l’attuale Csm o il Pg in carica, abbiamo guardato anche la luna. Cioè il Complotto di Stato.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Francesco Boezi per “il Giornale” il 10 febbraio 2022.

«Sparatoria» è la parola che Luca Palamara, nell'ultimo libro scritto con il direttore di Libero Alessandro Sallusti, usa per definire la rappresaglia contro Matteo Renzi. 

L'anno focale è il 2017. L'arco temporale individuato arriva ai nostri tempi. 

In «Lobby&Logge», edito da Rizzoli, c'è un passaggio in cui l'ex presidente dell'Anm risponde ad una domanda di Sallusti sull'incontro all'autogrill di Fiano Romano, ossia sul faccia a faccia tra l'ex premier e l'ex 007 Marco Mancini. 

Palamara non crede alla narrativa di Report: la versione per cui l'appuntamento sarebbe stato filmato «per caso» non è ritenuta plausibile. 

Anzi, per l'ex Anm si può dire «che una parte del mondo istituzionale legato ai servizi voleva far fuori Matteo Renzi». Il che può riguardare non solo il taglio dato da certi media ma il narrato conflitto nella sua totalità. 

Il motivo dell'offensiva contro il renzismo è considerato politico: «...la sopravvivenza dell'ultima cellula del comunismo europeo, che Renzi voleva, e in parte era riuscito, a rottamare».

La «ditta» contro la novità: è questa la chiave di lettura. Ne viene fuori un capitolo in cui, mediante il classico botta e risposta, vengono ripercorse le tappe di una battaglia sui livelli apicali dello Stato. 

Renzi avrebbe preferito Michele Adinolfi come vertice della Guardia di Finanza ma il generale viene «bruciato» a ridosso del possibile incarico. Come?

Per via di «un'operazione perfetta coordinata tra magistrati e giornalisti amici», dice Palamara. Il Fatto Quotidiano pubblica una telefonata Renzi-Adinolfi. 

Sono chiacchiere - quelle tra i due ma riguardano anche Enrico Letta, che era il premier. E tanto basta. Il contenuto emerge annota l'ex Anm - perché «i collaboratori di Woodcock Gianpaolo Scafarto e Sergio De Caprio (cioè Capitano Ultimo, ndr)... aggiunsero a pagina 470 del fascicolo la telefonata tra Adinolfi e Renzi». 

L'inchiesta è la Cpl-Concordia. La stessa con cui, per chi ha scritto il libro, la telefonata Renzi-Adinolfi nulla avrebbe a che fare. 

Non è finita: arriva la «sparatoria» per cui tre renziani vengono «azzoppati» dalla «procura di Napoli» e dal «duo Scafarto-De Caprio».

Si legge di Luca Lotti, del comandante generale dei Carabinieri Del Sette e di quello della Toscana Saltalamacchia. 

Poi l'ex magistrato immortala un «colpo di grazia» al renzismo: «...una manina sposta De Caprio e il suo gruppo dal Noe dei Carabinieri al cuore dei servizi segreti». Trattasi, fa presente Palamara, di «nemici di Renzi». L'ex capo dell'Anm prosegue sostenendo che, «secondo i renziani», esiste pure un «regista»: Palamara fa il nome dell'ex ministro dell'Interno Marco Minniti.

Infine si passa ai giorni nostri, con l'apertura del «fronte fiorentino». Due filoni: quello sui genitori di Renzi e l'inchiesta Open. Quella per cui, ieri, è stato chiesto il rinvio a giudizio, tra gli altri, dell'ex premier, della Boschi e di Carrai.

Il J'accuse dell'ex magistrato. L’accusa di Palamara: “La caccia a Renzi iniziò quando diventò premier”. Paolo Comi su Il Riformista il 10 Febbraio 2022.  

La caccia a Matteo Renzi ed al Giglio magico inizia quando il Rottamatore nel 2014 diventa presidente del Consiglio. Da quell’anno inizieranno ad addensarsi le nubi sulla testa dell’ex segretario dei dem. A dirlo è Luca Palamara nel libro intervista Lobby e Logge scritto con il direttore di Libero Alessandro Sallusti. Una caccia giudiziaria che si svolge sull’asse Firenze-Roma. A Firenze «c’è un procuratore, Luca Turco, che indaga la famiglia Renzi affiancato da un ufficiale della guardia di Finanza, Adriano D’Elia, comandante provinciale del nucleo di polizia tributaria, che per tre anni, dal 2014 al 2017, fa della caccia ai Renzi la sua ragione di vita», esordisce Palamara che racconta cosa avvenne durante una cena a tre nella Capitale.

«Eravamo presenti io, Lotti (Luca) e il comandante generale della finanza Giorgio Toschi. Discutiamo di tante cose, a un certo punto la discussione cade sull’accanimento di D’Elia nei confronti della famiglia Renzi. I toni si alterano, capisco che è meglio, vista la mia posizione di magistrato, defilarmi con una scusa. Però faccio in tempo a sentire Toschi dire a Lotti: “Non l’ho messo io, l’ha fatto Capolupo (Saverio, predecessore di Toschi al comando delle fiamme gialle, ndr)”. Come dire, non è colpa mia». Sallusti, allora, domanda: «Be’, un generale potrebbe anche spostare un colonnello». «In teoria – risponde Palamara -, le strade lungo le quali corre il potere non sono sempre le più semplici. Soprattutto in quegli anni nei quali a farla da padrone non sono state certo la trasparenza, la lealtà e, in alcuni casi, neppure la legge». Se la partita fiorentina è ancora tutta da giocare, quella romana, al Csm, si è al momento chiusa con la vittoria di Renzi.

«Prendiamo il caso di Banca Etruria. Come risulta dalle chat, lei prese le difese del pm di Arezzo, Roberto Rossi, quello che ha indagato sulla vicenda nonostante fosse sospettato di essere compromesso con la famiglia Boschi – il padre della ministra Maria Elena era il vicepresidente di quella banca – e quindi con Renzi per via di una consulenza avuta con il governo», chiede Sallusti. «Quella consulenza esisteva, ma era antecedente a Renzi, gli era stata conferita dal premier Letta. Non solo. La consulenza, gratuita, cessò nel 2015 mentre il fallimento della banca è del febbraio 2016, e il padre della ministra verrà regolarmente iscritto nel registro degli indagati», puntualizza Palamara che in quegli anni era componente del Consiglio superiore della magistratura. «Resta il fatto che lei, intercettato, parlando con il suo collega Paolo Auriemma (procuratore di Viterbo, ndr) dice: “Se non fosse per Rossi sarei ottimista, crea solo casini, con quella audizione indebolisce Renzi”, commentando l’intervento di Rossi alla commissione parlamentare su Banca Etruria presieduta da Pier Ferdinando Casini».

«È vero. Rossi non è un politico e più volte è caduto nei trabocchetti della guerra che in quell’anno era in corso contro Renzi. Si mirava a Rossi, ma in realtà si puntava a Renzi e Boschi. In prima battuta Rossi, nonostante un duro ostracismo di alcuni componenti della prima commissione (competente sulle incompatibilità delle toghe, ndr) presieduta da Renato Balduzzi (già ministro della Salute nel governo Monti, che non è mai riuscito ad arginare lo stillicidio di notizie sulla vicenda), si salva e nel luglio del 2016 il Csm archivia la pratica per incompatibilità istituita contro di lui. La vendetta si consuma però tre anni dopo, quando il Csm non lo riconferma procuratore di Arezzo», ricorda Palamara, sottolineando che contro Rossi «si scatena la furia giustizialista, e molto ideologica, di Davigo e della corrente grillina (Autonomia&indipendenza, ndr), in quel momento molto forte al Csm e in politica, e che aveva il ministro Bonafede come sponda politica».

Che cosa era successo? Secondo Davigo, Rossi aveva compromesso «il requisito dell’indipendenza da impropri condizionamenti», almeno «sotto il profilo dell’immagine», avendo mantenuto un incarico di consulenza presso Palazzo Chigi, sotto i governi Letta e Renzi, anche dopo aver aperto l’indagine su Banca Etruria del cui consiglio di amministrazione faceva parte il padre dell’allora ministro Maria Elena Boschi. A nulla erano valse le spiegazioni di Rossi che, in una memoria mai tenuta in considerazione, aveva definito «clamoroso e sconcertante travisamento dei fatti» ciò che gli veniva contestato, ricordando di aver terminato l’incarico a Palazzo Chigi il 31 dicembre 2015, prima dunque del fallimento della banca che è datato 11 febbraio 2016.

Non c’era stata alcuna “contemporaneità”. Alla contestazione di essersi “auto assegnato” il fascicolo, Rossi aveva risposto che il primo fascicolo, quello sull’ostacolo alla vigilanza e che non riguardava Boschi padre, gli era pervenuto in base ad un meccanismo di routine, come magistrato dell’area economica. E il non aver chiesto inizialmente l’insolvenza di Banca Etruria, altra accusa, fu perché la Banca d’Italia all’epoca stava ancora tentando il salvataggio dell’istituto di credito dal fallimento con l’amministrazione straordinaria. Nonostante le prove, Rossi non venne creduto, venendo rimosso dall’incarico dalla sera alla mattina. Per ristabilire la verità dovrà intervenire il Consiglio di Stato al quale Rossi aveva presentato ricorso contro la defenestrazione. Nel frattempo Davigo sarà già andato in pensione. Paolo Comi

Palamara: “così il sistema colpì il generale Adinolfi per far fuori Matteo Renzi”. Redazione CdG 1947 l'11 Febbraio 2022

L’operazione per far fuori il generale Adinolfi nasce nella Procura di Napoli dove il pm Henry John Woodcock ed i Carabinieri del Noe del capitano Giampaolo Scafarto e del colonnello Sergio De Caprio, ora in pensione, meglio noto come capitano "Ultimo", stanno conducendo l’inchiesta “Cpl Concordia” su alcune tangenti per la metanizzazione dell’isola d’Ischia

Nel libro intervista “Lobby e Logge” scritto da Alessandro Sallusti e Luca Palamara, si legge che Matteo Renzi arrivato a Roma dalla sua Firenze, inizialmente come segretario nazionale del Pd ed in seguito come Presidente del Consiglio dei Ministri,  “la prima cosa che capisce è che per governare, in generale ma in questo Paese in particolare, devi controllare o quantomeno avere persone di fiducia nei gangli del Sistema, per pararti dai colpi bassi. Così funziona”. “Gli obiettivi sono carabinieri, guardia di finanza, servizi e magistratura”, continua Palamara. Per l’ Arma dei Carabinieri Renzi ha le idee chiare e sistema subito la questione piazzando due fedelissimi: per comandante generale sceglie Tullio Del Sette ed in Toscana, “si blinda” con la nomina del generale Emanuele Saltalamacchia, “una sua vecchia conoscenza di quando era sindaco di Firenze”. 

Per la Guardia di finanza una organizzazione strategica “perché rispetto alle altre forze di polizia è diventata protagonista di importanti e delicate indagini, soprattutto con alcuni suoi reparti speciali, ad esempio il Gruppo investigativo sulla criminalità organizzata, meglio conosciuto come Gico” il discorso è più delicato e complicato. In quel momento storico il comandante generale è il generale Saverio Capolupo, ritenuto “uomo potente e di grandi relazioni”. Il suo incarico scade nel 2016 e potrebbe essere prorogato da Renzi che però commette “un errore fatale” piazzando al vertice delle fiamme gialle il generale Giorgio Toschi, una vecchia conoscenza grazie ai suoi trascorsi al comando della Finanza in Toscana, preferendolo al generale  Luciano Carta che verrà parcheggiato ai servizi segreti in “uno stato d’animo, diciamo così, non proprio riconoscente nei confronti del premier”. 

L’operazione per far fuori il generale Adinolfi nasce nella Procura di Napoli dove il pm Henry John Woodcock ed i Carabinieri del Noe del capitano Giampaolo Scafarto e del colonnello Sergio De Caprio, ora in pensione, meglio noto come capitano “Ultimo”, stanno conducendo l’inchiesta “Cpl Concordia” su alcune tangenti per la metanizzazione dell’isola d’Ischia. Gli imputati, tra cui il sindaco dell’ isola Giosi Ferrandino che resterà in carcere a Poggioreale per tre settimane infernali, giusto per rinfrescare la memoria al lettore, verranno poi tutti assolti. Fra gli intercettati in questa maxi inchiesta finita in un buco nell’ acqua compare anche il generale Adinolfi che chiama Renzi il giorno del suo quarantesimo compleanno. La conversazione è amichevole e i due si lasciano andare a giudizi molto pesanti sull’allora premier Enrico Letta, definito senza tanti giri di parole un “incapace”.

Un racconto che trova conferma nell’esposto-bomba che l’ex Comandante in seconda della Guardia di Finanza, Michele Adinolfi, il 4 luglio 2017 fece pervenire alla Prima commissione del Csm. La stessa commissione dinnanzi alla quale nel successivo mese di settembre il procuratore capo di Modena Lucia Musti ha riferito che il colonnello “Ultimo”, ed il maggiore Scafarto gli avrebbero parlato della prospettiva di “arrivare a Renzi” proprio attraverso l’inchiesta sulla Cpl. 

Una telefonata deflagrante per i rapporti certamente non idilliaci fra Matteo Renzi ed Enrico Letta, che nonostante non abbia alcuna attinenza minimamente con le indagini in corso, viene trascritta sul brogliaccio dai Carabinieri del Noe, per poi restare in un cassetto per un anno. Nel 2015 guarda caso il giornale delle procure, cioè il Fatto Quotidiano provvede a pubblicarla integralmente ed il generale Adinolfi di fatto eliminato dai giochi del potere. “Era il segnale: il vecchio Sistema aveva dichiarato guerra a Renzi”, spiega Palamara.

Due anni dopo nel 2017 parte un vero e proprio regolamento di conti all’interno dell’ Arma dei Carabinieri, “sempre per mano della procura di Napoli e del duo Scafarto-De Caprio”, e questa volta ad essere “bruciati” sono proprio i generali Del Sette e Saltamacchia, accusati di rivelazione atti d’ufficio nell’ambito di uno dei filoni dell’indagine Consip. Il generale Del Sette verrà persino condannato dal Tribunale di Roma. Dal 1814, anno di fondazione dell’Arma dei Carabinieri, non era mai accaduto, che il numero uno subisse tale onta. 

 “Ma nel 2017 Renzi non è più premier”, ricorda Alessandro Sallusti. E Palamara spiega “Già lascia nel dicembre del 2016, ma è ancora potente perché ha il controllo dei gruppi parlamentari del Pd. È vero, ha sbagliato e ha perso il referendum da lui indetto sulla riforma costituzionale, però lo ha perso raccogliendo una montagna di voti. Insomma, fa ancora paura alla vecchia nomenclatura Pd che non vede l’ora, come disse Bersani, di riprendere in mano la ditta”.

Palamara aggiunge che per sferrare il “colpo di grazia” a Renzi, “una manina sposta De Caprio e il suo gruppo dal Noe al cuore dei servizi segreti, all’Aise, l’agenzia degli 007 impegnata sugli affari esteri”. Un trasferimento improvviso che suscita grandi perplessità nel cerchio magico renziano che non riesce a comprendere le ragioni di questi spostamenti.

“Secondo i renziani è Marco Minniti, all’epoca sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai servizi, uomo che arriva dalla linea Pci-Pds-Pd, cioè legato alla vecchia nomenclatura. Minniti è nel governo Renzi ma legato a quella parte della sinistra a lui ostile” continua Palamara che ricorda che “I renziani mi dicevano: Minniti si era impegnato a rafforzare l’Aisi (il servizio segreto interno n.d.r.) , per catturare Matteo Messina Denaro, proponendo il nome di De Caprio, ma anziché mandarlo a dare la caccia a uno dei latitanti più pericolosi e ricercati al mondo lo dirotta all’ Aise per farci fuori”.

L’operazione contro il generale. La rivelazione di Palamara: così il sistema colpì Adinolfi per far fuori Matteo Renzi. Paolo Comi su Il Riformista l'11 Febbraio 2022 

Arrivato a Roma, inizialmente come segretario del Pd e poi come premier, Matteo Renzi “la prima cosa che capisce è che per governare, in generale ma in questo Paese in particolare, devi controllare o quantomeno avere persone di fiducia nei gangli del Sistema, per pararti dai colpi bassi. Così funziona”. Lo racconta Luca Palamara nel libro intervista Lobby e Logge scritto con Alessandro Sallusti.

Se per un verso il Sistema scatena subito la caccia nei suoi confronti (come raccontato nella puntata di ieri), dall’altro il Rottamatore non rimane inerte e cerca di prendere le giuste contromisure. “Gli obiettivi sono carabinieri, guardia di finanza, servizi e magistratura”, prosegue Palamara. Per i carabinieri Renzi ha le idee chiare e chiude subito la pratica con due fedelissimi: per comandante generale sceglie Tullio Del Sette e per casa sua, in Toscana, “si blinda” con la nomina del generale Emanuele Saltalamacchia, “una sua vecchia conoscenza di quando era sindaco di Firenze”.

Discorso più complesso per la guardia di finanza, una organizzazione strategica “perché rispetto alle altre forze di polizia è diventata protagonista di importanti e delicate indagini, soprattutto con alcuni suoi reparti speciali, ad esempio il Gruppo investigativo sulla criminalità organizzata, meglio conosciuto come Gico”.

In quel momento il numero uno delle fiamme gialle è il generale Saverio Capolupo, “uomo potente e di grandi relazioni”. Il suo incarico scade nel 2016 e potrebbe essere prorogato da Renzi. Il Rottamatore, però, commette “un errore fatale” e insedia al vertice delle fiamme gialle Giorgio Toschi, preferendolo a Luciano Carta che verrà parcheggiato ai servizi in “uno stato d’animo, diciamo così, non proprio riconoscente nei confronti del premier”. Renzi, prosegue Palamara, “avrebbe voluto come comandante della finanza un suo caro amico, il generale Michele Adinolfi, ma il vecchio sistema si mette di traverso e brucia il generale con una operazione perfetta coordinata tra magistrati e giornalisti”.

L’operazione per far fuori Adinolfi nasce dalla Procura di Napoli dove il pm Henry John Woodcock e i carabinieri del Noe del capitano Giampaolo Scafarto e del colonnello Sergio De Caprio, alias capitano Ultimo, stanno conducendo l’inchiesta “Cpl Concordia” su alcune tangenti per la metanizzazione dell’isola d’Ischia. Gli imputati, tra cui il sindaco Giosi Ferrandino che trascorrerà oltre venti giorni a Poggioreale, per la cronaca, saranno poi tutti assolti. Fra gli intercettati in questa maxi inchiesta finita in un flop c’è anche Adinolfi. Il generale chiama Renzi il giorno del suo quarantesimo compleanno. La conversazione è amichevole e i due si lasciano andare a giudizi molto pesanti sull’allora premier Enrico Letta, definito senza mezzi termini “incapace”.

La telefonata è esplosiva per i rapporti già non idilliaci fra Renzi e Letta e, anche se non attiene minimamente le indagini, viene trascritta dai Cc del Noe per poi essere lasciata in un cassetto per un anno. Nel 2015 il Fatto Quotidiano si incaricherà di pubblicarla integralmente e Adinolfi verrà bruciato. “Era il segnale: il vecchio sistema aveva dichiarato guerra a Renzi”, precisa Palamara. Nel 2017 parte un regolamento di conti all’interno dell’Arma, “sempre per mano della procura di Napoli e del duo Scafarto-De Caprio”, e ad essere azzoppati sono proprio Del Sette e Saltamacchia, accusati di rivelazione atti d’ufficio nell’ambito di uno dei filoni dell’indagine Consip. Del Sette, in particolare, verrà pure condannato dal tribunale di Roma. Mai era accaduto, dal 1814, anno di fondazione dell’Arma, che il numero uno dell’Arma subisse tale onta.

“Ma nel 2017 Renzi non è più premier”, afferma Sallusti. “Già – risponde – lascia nel dicembre del 2016, ma è ancora potente perché ha il controllo dei gruppi parlamentari del Pd. È vero, ha sbagliato e ha perso il referendum da lui indetto sulla riforma costituzionale, però lo ha perso raccogliendo una montagna di voti. Insomma, fa ancora paura alla vecchia nomenclatura Pd che non vede l’ora, come disse Bersani, di riprendere in mano la ditta”. Per dare il “colpo di grazia” a Renzi, aggiunge Palamara “una manina sposta De Caprio e il suo gruppo dal Noe al cuore dei servizi segreti, all’Aise, l’agenzia degli 007 impegnata sugli affari esteri”. Questo improvviso trasferimento suscita grandi perplessità nell’entourage renziano che non riesce a comprendere perché stiano avvenendo tali spostamenti.

“Secondo i renziani – prosegue Palamara – è Marco Minniti, all’epoca sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai servizi, uomo che arriva dalla linea Pci-Pds-Pd, cioè legato alla vecchia nomenclatura. Minniti è nel governo Renzi ma legato a quella parte della sinistra a lui ostile”. “I renziani – ricorda Palamara – mi dicevano: Minniti si era impegnato a rafforzare l’Aisi per catturare Matteo Messina Denaro, proponendo il nome di De Caprio, ma anziché mandarlo a dare la caccia a uno dei latitanti più pericolosi e ricercati al mondo lo dirotta all’Aise per farci fuori”. Meglio di House of Card. Paolo Comi

Giuseppe Salvaggiulo per "la Stampa" l'11 febbraio 2022.

Cena tra magistrati, qualche anno fa. Clima conviviale. Un commensale si rivolge a Giuseppe Creazzo, da non molto nominato procuratore di Firenze. «Allora, Peppe, come si sta a Firenze?». «Dopo tanti anni in Calabria, è stato come passare da Beirut a New York». E invece. Nemmeno tanti anni dopo, la placida Procura fiorentina è un bunker libanese. «Siamo isolati, infamati come persone e delegittimati come ufficio - ha detto ieri Creazzo ai colleghi - .Protagonisti nostro malgrado per attacchi che si commentano da soli». «I miei accusatori non sono credibili», proclama Renzi. 

Creazzo additato in tv come «molestatore sessuale» con tanto di dettagli («Tanto non siamo in fascia protetta») su «palpeggiamenti». Turco, memoria storica della Procura di Firenze, svillaneggiato in quanto «toga rossa, protagonista di inchieste finite nel nulla, specializzato in Renzologia e sul cui operato pongono seri dubbi numerosi servitori dello Stato che lavorano con lui».

Nastasi, ultimo arrivato nel bunker, gettato nel fango senese per il sospetto «di aver inquinato la scena del delitto nel caso David Rossi». Non si può dire che i tre pm siano star mediatiche. «Zero tituli» negli archivi di giornali e tv. «Al lavoro in silenzio, senza cadere in provocazioni né rispondere. Ora è il tempo della sobrietà e dell'umiltà», sospira Creazzo ai suoi pm. 

Ma questa botta s'è sentita più di ogni altra, appena lenita dal comunicato dell'Anm e delle manifestazioni di solidarietà, perfino della Casa del Popolo di mantignano. Il Csm ha registrato la polemica, senza iniziative. Firenze è una capitale magnificente e autocompiaciuta, dove gli ultimi due procuratori sono finiti, all'indomani del pensionamento, a collaborare con il sindaco. Creazzo è un calabrese minuto, ostinato ed ermetico. A Reggio era leader della corrente centrista Unicost.

In Procura era uditore del giovane Palamara, fresco vincitore di concorso, con cui poi milita nell'Anm negli anni del berlusconismo. Creazzo arriva a Firenze nel giugno 2014, a renzismo imperante. Benché non fosse il candidato preferito, non dispiaceva. «È un moderato», dicevano nel Pd. Ma negli anni successivi, quando le inchieste si incuneano nel Giglio Magico, il clima cambia. 

«Togliercelo dai coglioni» diventa l'imperativo categorico. Espresso impudicamente, a Firenze, persino al cospetto di alti funzionari pubblici. E in privato, all'hotel Champagne, quando è Luigi Spina, allora consigliere del Csm (anch' egli calabrese e di Unicost) a rassicurare Lotti: «Te lo dobbiamo togliere dai coglioni il prima possibile». Era di maggio, 2019. Creazzo si era messo in testa di diventare procuratore di Roma. Ma aveva fatto male i conti.

Nemmeno la sua corrente lo appoggiava. Nel frattempo, dopo i petali imprenditoriali, le inchieste avevano toccato quelli familiari e politici del Giglio. Fino ai clamorosi e improvvidi arresti domiciliari dei genitori di Renzi («Due settantenni incensurati!») per bancarotta fraudolenta di cooperative. Arresti trasformati nella più blanda interdizione dal tribunale dei Riesame. «Annullati perché forzati e sproporzionati», esulta Renzi, glissando sulla conferma dei gravi indizi di colpevolezza. 

Per «liberare Firenze - dice Palamara all'hotel Champagne parlando di Creazzo - bisogna mettergli paura con quell'altra storia». La storia è un esposto firmato da un altro pm fiorentino, Paolo Barlucchi, e mandato per competenza a Genova. Il dossier adombra conflitti di interesse e corruzione di Creazzo e Turco in un'inchiesta sulla sanità. Lo stesso Renzi se ne interessa. Creazzo viene intercettato anche se non indagato.

L'inchiesta sarà archiviata un anno dopo. Mentre Barlucchi, a sua volta, è finito sotto processo disciplinare con l'accusa, tra le altre, di aver «ricattato» Creazzo. Ma dalle chat di Palamara spunta un'altra, e scabrosa, vecchia storia. Quando la Procura generale della Cassazione le chiede perché in una chat chiamava Creazzo «il porco di Firenze», la pm palermitana Alessia Sinatra racconta di essere stata molestata diversi anni prima, nel corridoio di un hotel romano in zona Prati dove si svolgeva un convegno. 

Entrambi finiscono sotto processo disciplinare (quello penale è impossibile, per assenza della denuncia). Le accuse a Creazzo sono condensate nel foglio che Renzi ha sventolato a "Porta a Porta", una foto dell'atto di incolpazione depositato al Csm. La pm Sinatra è ancora sotto processo disciplinare. Dalla mediatizzazione della sua vicenda prende le distanze, manifestando «la più completa estraneità ai commenti su procedimenti in corso».

A metà dicembre Creazzo è stato condannato dalla sezione disciplinare, seguirà ricorso in Cassazione. La sanzione, due mesi di perdita di anzianità, è obiettivamente irrisoria. Ma sufficiente a sopire ogni ambizione di carriera. Sfumata Roma, sfumata Catanzaro, sfumata la Procura nazionale antimafia sia pure come sostituto semplice, Creazzo chiuderà la carriera da soldato semplice in Calabria.

Il caso Open. L’Anm avverte Renzi: vietato toccare un Pm! Redazione su Il Riformista l'11 Febbraio 2022 

Qual è il punto di forza dei magistrati? Che se uno di loro viene criticato, scatta a sua difesa il partito dei Pm. Il principio è chiarissimo: i magistrati possono fare quello che pare a loro e non possono essere criticati. tantomeno denunciati, come ha fatto Matteo Renzi nei confronti dei Pm di Firenze che avevano commesso alcuni abusi nelle indagini sulla fondazione Open. Capito? Se qualche Pm ti mette in mezzo e ti muove accuse fantasiose e chiede che tu sia rinviato a giudizio, tu te ne devi stare zitto e buono fino, eventualmente, all’assoluzione (circa l’80 per cento degli indiziati viene poi assolto). Una specie di legge sulla presunzione di colpa.

Così ieri la giunta dell’Anm (cioè il comitato centrale del partito dei Pm) ha diffuso un comunicato di condanna nei confronti di Matteo Renzi. Intitolato “l’ingiusto attacco del senatore Renzi ai pubblici ministeri fiorentini della vicenda Open”. C’è scritto nel comunicato: “Le parole del senatore della Repubblica Matteo Renzi, pronunciate non appena ha appreso della richiesta di rinvio a giudizio per la vicenda Open, travalicano i confini della legittima critica e mirano a delegittimare agli occhi della pubblica opinione i magistrati che si occupano del procedimento a suo carico. “I pubblici ministeri che hanno chiesto il processo nei suoi confronti sono stati tacciati di non aver la necessaria credibilità personale in ragione di vicende, peraltro oggetto di accertamenti non definitivi o ancora tutte da verificare, che nulla hanno a che fare con il merito dei fatti che gli sono contestati.

Hanno adempiuto il loro dovere, hanno formulato una ipotesi di accusa che dovrà essere vagliata, nel rispetto delle garanzie della difesa, entro il processo, e non è tollerabile che siano screditati sul piano personale soltanto per aver esercitato il loro ruolo. “Questi inaccettabili comportamenti, specie quando tenuti da chi riveste importanti incarichi istituzionali, offendono i singoli magistrati e la funzione giudiziaria nel suo complesso, concorrendo ad appannarne ingiustamente l’immagine di assoluta imparzialità, indispensabile alla vita democratica del Paese. 

Renzi erede di Berlusconi: ora la magistratura ha il suo nuovo nemico. Filippo Ceccarelli su La Repubblica l'11 febbraio 2022.

Con il suo attacco ai giudici il leader di Italia viva ha preso il posto del presidente di Forza Italia. Il passaggio delle consegne è compiuto e nella vita pubblica italiana lo scontro tra giustizia e politica è destinato a durare attraverso il più naturale avvicendamento. 

Dai meandri degli ormai sterminati archivi visivi diversi anni orsono uscì fuori un filmato in cui un giovanissimo Renzi, sul palcoscenico del teatrino dell'oratorio di Rignano, faceva l'imitazione di Berlusconi. Quando in uno studio televisivo glielo fecero rivedere, il Cavaliere commentò: "Bello e divertente", aggiungendo, sia pure in modo tortuoso, che molto quel ragazzo aveva imparato da lui.

"Così il lodo Alfano venne cancellato dalla lobby in toga e dalla Consulta". Alessandro Sallusti il 9 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Sono passati tanti anni, dodici per l'esattezza, ma il 7 ottobre 2009 è una data spartiacque nei rapporti tra la magistratura e la politica.

Sono passati tanti anni, dodici per l'esattezza, ma il 7 ottobre 2009 è una data spartiacque nei rapporti tra la magistratura e la politica. Lei, dottor Palamara, in quel momento era a capo dell'Associazione nazionale magistrati e fu uno dei protagonisti di quella vicenda, la bocciatura del cosiddetto Lodo Alfano, una legge che voleva dare l'immunità alle quattro più alte cariche dello Stato, tra le quali il presidente del Consiglio.

«Che in quel momento era Silvio Berlusconi, reduce dal trionfo elettorale dell'anno precedente ma braccato dalla magistratura. Tre erano i processi che lo vedevano imputato: quello per la corruzione dell'avvocato Mills, quello per diffamazione aggravata dall'uso del mezzo televisivo sulle relazioni tra le cooperative rosse e la camorra, quello per la compravendita dei diritti televisivi».

Potevate voi sospendere le ostilità contro Berlusconi per i successivi cinque anni, cioè fino a che quel governo sarebbe rimasto in carica?

«Era da escludere. Le ricordo lo abbiamo raccontato e documentato nel libro precedente che quando Berlusconi vince a mani basse le elezioni del 2008 l'Associazione nazionale magistrati scende in campo come forza di opposizione, stante la debolezza in quel momento della sinistra politica».

Già, Berlusconi questo lo sa bene, del resto proprio lei glielo aveva in qualche modo anticipato nell'unico vostro incontro privato faccia a faccia, avvenuto sul finire del 2007 quando lei da poco era stato nominato segretario generale dell'Anm.

«Esatto, per cui lui, una volta tornato a Palazzo Chigi nell'aprile del 2008, per prima cosa prova a blindarsi. Il 26 giugno il governo vara il Lodo Alfano dal nome del ministro della Giustizia proponente che a tempo di record diventa legge: la Camera lo approva il 10 luglio, il Senato il 22 e il giorno dopo il presidente Napolitano, suo malgrado, controfirma».

Per Berlusconi è fatta. Cosa avete pensato in quel momento?

«Che lui certamente aveva i numeri parlamentari per fare ciò che voleva, ma non aveva il controllo del Sistema. E il Sistema, come vedremo, è più forte del Parlamento. Era soltanto una questione di tempo, quell'immunità andava levata con ogni mezzo. E la lobby dei magistrati si mette in moto. Il 26 settembre Fabio De Pasquale, in quel momento pubblica accusa in due processi che riguardano Berlusconi, non ne vuole sapere di sbaraccare e solleva un dubbio di costituzionalità sul Lodo Alfano. Dubbio accolto dai giudici, che chiedono lumi alla Corte Costituzionale. È il varco in cui tutti ci infiliamo».

Fabio De Pasquale, quello che ai tempi di Mani pulite fece intendere al presidente dell'Eni Gabriele Cagliari la scarcerazione in cambio di una confessione, e che non mantenne la parola? Poi Cagliari si suicidò in cella. Quello che nel 1992 mise sotto accusa per truffa Giorgio Strehler, portando il grande regista a dire «è una vergogna, mi dimetto da italiano»? Per avere giustizia totale assoluzione Strehler dovette stare tre anni sulla graticola. Quel De Pasquale oggi sotto indagine, sospettato di non aver tenuto un comportamento limpido nel processo Eni concluso a Milano con la sconfessione delle sue tesi accusatorie?

«Sì, quel De Pasquale. Ma in quei giorni partono anche i manifesti a difesa della Costituzione firmati da molti intellettuali, e Antonio Di Pietro, in quel momento leader politico di Italia dei Valori, lancia la raccolta di firme per un referendum abrogativo di quella legge. Una mobilitazione simile a quella dei girotondi lanciati dal regista Nanni Moretti anni prima, nel 2002, sempre regnante Berlusconi, in concomitanza con un precedente tentativo di concedere l'immunità alle alte cariche dello Stato».

Parliamo del cosiddetto Lodo Schifani, legge approvata nel 2003 e abrogata l'anno successivo dalla Corte Costituzionale.

«Esatto, quindi in quel momento è urgente rimettere in moto lo stesso meccanismo per arrivare allo stesso risultato. Però, prima di raccontare cosa avvenne dietro le quinte, è meglio che chi ci legge abbia chiaro quali sono i meccanismi che sovraintendono alla Corte Costituzionale»...

...«Tutti i presidenti della Repubblica che si sono succeduti dal 1999 venivano da partiti di sinistra o culture di sinistra, come si può dire senza dubbi anche di Carlo Azeglio Ciampi, il quale tuttavia al momento dell'elezione non aveva tessere di partito. Il che significa che i cinque membri in carica alla Corte costituzionale di nomina quirinalizia non potevano che riflettere quell'indirizzo. Difficile poi pensare che i cinque membri nominati dalla magistratura fossero tutti, diciamo così per semplificare, di destra o addirittura filoberlusconiani, stante che il gioco delle correnti guidate dalla sinistra giudiziaria mette ovviamente becco anche lì. Dei restanti cinque, di nomina parlamentare, almeno un paio sono eletti dalla sinistra. Risultato: oltre i due terzi dei giudici costituzionali, cioè un'ampia maggioranza, hanno un orientamento a sinistra e questo non può non avere un peso, diciamo così, di cultura giuridica, nelle loro decisioni, come del resto è normale e logico che sia».

Però sempre giudici sono.

«Certo, ci mancherebbe. Sto solo dicendo che, numeri alla mano, all'interno della Corte costituzionale che dovrebbe dirimere con imparzialità i conflitti tra poteri dello Stato l'orientamento della magistratura, su ogni tema, prevale su quello della politica, soprattutto sulla politica di centrodestra... Ma lo sbilanciamento a sinistra è dovuto anche a un altro fatto ai più sconosciuto».

Rendiamolo noto.

«Lei conosce quel detto: «I ministri passano, i dirigenti restano», che sta a indicare come in un ministero chi comanda davvero sono i capi di gabinetto guarda caso quasi tutti magistrati distaccati e gli alti funzionari, in altre parole la burocrazia? Ecco, alla Corte costituzionale i giudici sono come i ministri, interessati soprattutto a mantenere la poltrona adeguandosi all'orientamento prevalente per non essere emarginati, e magari sperare di essere eletti presidente. A mandare avanti la macchina ci pensano gli equivalenti dei dirigenti al ministero, cioè gli assistenti di studio».

E questi da dove sbucano?

«Ogni giudice ne può avere fino a tre. Possono essere scelti tra docenti universitari, magistrati amministrativi o contabili. La maggior parte, oltre i due terzi, arriva dalla magistratura ordinaria, quindi anche loro occupano quel posto solo dopo aver superato l'esame delle correnti. Il meccanismo è lo stesso usato per lottizzare qualsiasi altro incarico direttivo, tipo procuratore della Repubblica o presidente di tribunale».

E perché questi «assistenti di studio» sarebbero così importanti?

«Perché sono loro a studiare le carte e preparare le sentenze da sottoporre al loro giudice di riferimento. Il quale il più delle volte prende atto e firma. L'attuale ministra della Giustizia, Marta Cartabia, nasce così, assistente di studio di Antonio Baldassarre, che nei primi anni Novanta fu anche presidente della Corte e che poi nel 2007 finì nei guai perché coinvolto in quel pasticcio che fu la vendita a privati di un pezzo di Alitalia: condanna a tre anni per aggiotaggio. Poi il presidente Napolitano la nomina giudice. Da giudice è collega di Sergio Mattarella, che diventato presidente della Repubblica vede di buon occhio la sua nomina prima, nel 2019, a presidente della Corte stessa, poi a ministro della Giustizia nell'esecutivo di Mario Draghi».

Interessante, ma non divaghiamo troppo. Torniamo a quel 2009 e alla necessità di non concedere l'immunità a Silvio Berlusconi.

«Certo, ma guardi che non ho divagato. Per capire le singole vicende bisogna sapere come funzionano i meccanismi. Spero di aver chiarito perché la Corte Costituzionale è sì un organismo terzo, ma non «troppo terzo» rispetto al potere esercitato dalla magistratura al di fuori delle aule di giustizia. Tanto è vero che io in quei mesi, da presidente dell'Anm, frequento spesso, non solo in occasioni formali, il Palazzo della Consulta, sede della Corte che sta proprio di fronte al Quirinale allora abitato da Giorgio Napolitano, con il quale sono in costante contatto».

In che senso «non solo in occasioni formali»?

«La posizione della magistratura associata era chiara e io stesso mi ero confrontato con il presidente Napolitano: per noi il Lodo Alfano doveva essere abolito e Berlusconi processato. Ovvio che per trovare il modo di arrivare all'obiettivo tenevo rapporti stretti con i miei referenti alla Corte, quei magistrati distaccati che ben conoscevo e di cui parlavo prima. Sono state tante le colazioni dentro quel palazzo così algido, così distante anche nella sua architettura dal popolo. Una sorta di reggia esclusiva».

Un lavoro di lobby per affossare una legge democraticamente approvata dal Parlamento. Non è il massimo della trasparenza.

«Era quello che aveva deciso il Sistema in quel momento. Non dimentichiamoci che Berlusconi e il suo governo erano i nemici del Sistema, non si poteva in alcun modo permettere che si rafforzassero con l'immunità. Quindi ognuno doveva fare il suo: i procuratori che stavano indagando su Berlusconi avanzare eccezione di costituzionalità, il Csm proteggere loro le spalle, l'Anm suonare la grancassa del rischio colpo di Stato e affini, i partiti di sinistra e i sindacati mobilitare le piazze, i giornali di area dare grande rilevanza a tutto questo. Da ultimo, non in ordine di importanza, il presidente della Repubblica a cui era toccato, per dovere d'ufficio, controfirmare quella legge. Insomma, bisognava preparare il terreno perché la Corte costituzionale alla fine facesse il suo, sentendosi ben supportata».

Una partita impari.

«Berlusconi mette in campo un parere favorevole al Lodo Alfano dell'Avvocatura di Stato, ufficio che dipende dalla presidenza del Consiglio, quindi da lui. E avvicina gli unici due giudici della Corte di nomina del centrodestra, Luigi Mazzella, già suo ministro in un precedente governo, e Paolo Maria Napolitano. La cena avviene a casa Mazzella nel giugno di quel 2009, vi partecipano anche Gianni Letta e Carlo Vizzini, oltre che lo stesso Alfano. L'incontro non costituisce reato i giudici costituzionali non sono soggetti alle stesse restrizioni di quelli ordinari ma la notizia della cena, guarda caso, viene fuori, e gettata in pasto all'opinione pubblica diventa un boomerang per il Cavaliere».

Finale scontato.