Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

LA SOMMA, CON CAUSALE SOSTEGNO, VA VERSATA CON:

SCEGLI IL LIBRO

80x80 PRESENTAZIONE SU GOOGLE LIBRI

presidente@controtuttelemafie.it

workstation_office_chair_spinning_md_wht.gif (13581 bytes) Via Piave, 127, 74020 Avetrana (Ta)3289163996ne2.gif (8525 bytes)business_fax_machine_output_receiving_md_wht.gif (5668 bytes) 0999708396

INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA  - TELEWEBITALIA

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

 

 

  

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2022

LA GIUSTIZIA

QUINTA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

LA GIUSTIZIA

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY. (Ho scritto un saggio dedicato)

Una presa per il culo.

Gli altri Cucchi.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Un processo mediatico.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Senza Giustizia.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Qual è la Verità.

SOLITA ABUSOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Parliamo di Bibbiano.

Vietato scrivere: “Devastato dalla separazione” o “Il dramma dei padri separati”. Il politicamente corretto ed i padri mostri folli assassini.

Scomparsi.

La Sindrome di Stoccolma.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Giustizia Ingiusta.

La durata delle indagini.

I Consulenti.

Incompatibilità ambientale: questa sconosciuta.

Il Diritto di Difesa vale meno…

Gli Incapaci…

Figli di Trojan.

Le Mie Prigioni.

Le fughe all’estero.

Il 41 bis ed il 4 bis.

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ingiustizia. Il caso Mani Pulite spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Eni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Consip spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Monte Paschi di Siena spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso David Rossi spiegato bene.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ingiustizia. Il caso Simone Renda spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Regeni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Angelo Vassallo spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Mario Paciolla spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alex Schwazer spiegato bene.

Ingiustizia. L’inchiesta "Why not" spiegata bene.

Ingiustizia. Il caso di Novi Ligure spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Garlasco spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Pietro Maso spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Raciti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alma Shalabayeva spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alberto Genovese spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Marcello Pittella spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Angelo Burzi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Cogne spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Ciatti spiegato bene.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il tribunale dei media.

Soliti casi d’Ingiustizia. 

Angelo Massaro.

Anna Maria Manna.

Cesare Vincenti.

Daniela Poggiali.

Diego Olivieri.

Edoardo Rixi.

Enrico Coscioni.

Enzo Tortora.

Fausta Bonino.

Francesco Addeo.

Giacomo Seydou Sy.

Giancarlo Benedetti.

Giulia Ligresti.

Giuseppe Gulotta.

Greta Gila.

Marco Melgrati.

Mario Tirozzi.

Massimo Garavaglia e Mario Mantovani.

Mauro Vizzino.

Michele Iorio.

Michele Schiano di Visconti.

Monica Busetto.

Nazario Matachione.

Nino Rizzo.

Nunzia De Girolamo.

Piervito Bardi.

Pio Del Gaudio.

Samuele Bertinelli.

Simone Uggetti.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITA MANETTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Giustizialisti.

I Garantisti. 

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Cupola.

Gli Impuniti.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Comandano loro! Fiducia nella Magistratura? La Credibilità va a farsi fottere.

Palamaragate.

Magistratopoli.

Le toghe politiche.

 

INDICE NONA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero di piazza della Loggia.

Il Mistero di piazza Fontana.

Il Mistero della Strage di Ustica.

Il mistero della Moby Prince.

I Cold Case italiani.

Il Caso del delitto del Circeo: Donatella Colasanti e Rosaria Lopez.

La vicenda della Uno Bianca.

Il mistero di Mattia Caruso.

Il caso di Marcello Toscano.

Il caso di Mauro Antonello.

Il caso di Angela Celentano.

Il caso di Tiziana Deserto.

Il mistero di Giorgiana Masi.

Il Giallo di Ponza: Gian Marco Pozzi.

Il caso di Cristina Mazzotti.

Il Caso di Marta Russo.

Il giallo di Polina Kochelenko.

Il Mistero di Martine Beauregard.

Il Caso di Davide Cervia.  

Il Mistero di Sonia Di Pinto.

La vicenda di Maria Teresa Novara.

Il Caso di Daniele Gravili. 

Il mistero di Giorgio Medaglia.

Il mistero di Eleuterio Codecà.

Il mistero Pecorelli.

Il Caso di Ernesto Picchioni: il primo assassino seriale italiano del '900.

Il Caso Andrea Rocchelli e Andrej Mironov.

Il Caso Bruno Caccia.

Il mistero di Acca Larentia.

Il mistero di Luca Attanasio.

Il mistero di Lara Argento.

Il mistero di Evi Rauter.

Il mistero di Marina Di Modica.

Il mistero di Milena Sutter.

Il mistero di Tiziana Cantone.

Il Mistero di Sonia Marra.

Il giallo di Giuseppe Pedrazzini.

Il giallo di Mauro Donato Gadda.

Il giallo di Piazzale Dateo, la strage di Capodanno a Milano.

Il Mistero di Nada Cella.

Il Mistero di Daniela Roveri.

Il caso di Alberto Agazzani.

Il Mistero di Michele Cilli.

Il Caso di Giorgio Medaglia.

Il Caso di Isabella Noventa.

Il caso di Sergio Spada e Salvatore Cairo.

Il caso del serial killer di Mantova.

Il mistero di Andreea Rabciuc.

Il caso di Annamaria Sorrentino.

Il mistero del corpo con i tatuaggi.

Il giallo di Domenico La Duca.

Il mistero di Giacomo Sartori.

Il mistero di Andrea Liponi.

Il mistero di Claudio Mandia.

Il mistero di Svetlana Balica.

Il mistero Mattei.

Il caso di Benno Neumair.

Il mistero del delitto di via Poma.

Il Mistero di Mattia Mingarelli.

Il mistero di Michele Merlo.

Il Giallo di Federica Farinella.

Il mistero di Mauro Guerra.

Il caso di Giuseppe Lo Cicero.

Il Mistero di Marco Pantani.

Il Mistero di Paolo Moroni.

Il Mistero di Cori: Elisa Marafini e Patrizio Bovi.

Il caso di Alessandro Nasta.

Il Caso di Mario Bozzoli.

Il caso di Cranio Randagio.

Il Mistero di Saman Abbas.

Il Caso Gucci.

Il mistero di Dino Reatti.

Il Caso di Serena Mollicone.

Il Caso di Marco Vannini.

Il mistero di Paolo Astesana.

Il mistero di Vittoria Gabri.

Il Delitto di Trieste.

Il Mistero di Agata Scuto.

Il mistero di Arianna Zardi.

Il Mistero di Simona Floridia.

Il giallo di Vanessa Bruno.

Il mistero di Laura Ziliani.

Il Caso Teodosio Losito.

Il Mistero della Strage di Erba.

Il caso di Gianluca Bertoni.

Il caso di Denise Pipitone.

Il mistero di Lidia Macchi.

Il Mistero di Francesco Scieri.

Il Caso Emanuela Orlandi.

Il mistero di Mirella Gregori.

Il giallo del giudice Adinolfi.

Il Mistero del Mostro di Modena.

Il Mistero del Mostro di Roma.

Il Mistero del Mostro di Firenze.

Il Caso del Mostro di Marsala.

La misteriosa morte di Gergely Homonnay.

Il Mistero di Liliana Resinovich.

Il Mistero di Denis Bergamini.

Il Mistero di Lucia Raso.

Il Mistero della morte di Mauro Pamiro.

Il mistero di «Gigi Bici».

Il Mistero di Anthony Bivona.

Il Caso di Diego Gugole.

Il Giallo di Antonella Di Veroli.

Il mostro di Foligno.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero di Ilaria Alpi.

Il mistero di Luigi Tenco.

Il Caso Elisa Claps.

Il mistero di Unabomber.

Il caso degli "uomini d'oro".

Il mostro di Parma.

Il caso delle prostitute di Roma.

Il caso di Desirée Mariottini.

Il caso di Paolo Stasi.

Il mistero di Alice Neri.

Il Mistero di Matilda Borin.

Il mistero di don Guglielmo.

Il giallo del seggio elettorale.

Il Mistero di Alessia Sbal.

Il caso di Kalinka Bamberski.  

Il mistero di Gaia Randazzo.

Il caso di Giovanna Barbero e Maria Teresa Bonaventura.

Il mistero di Giuseppina Arena.

Il Caso di Angelo Bonomelli.

Il caso di Massimiliano Lucietti e Maurizio Gionta.

Il caso di Sabina Badami.

Il caso di Sara Bosco. 

Il mistero di Giorgia Padoan.

Il mistero di Silvia Cipriani.

Il Caso di Francesco Virdis.

La vicenda di Massimo Alessio Melluso.

La vicenda di Anna Maria Burrini. 

La vicenda di Raffaella Maietta.  

Il Caso di Maurizio Minghella.

Il caso di Fatmir Ara.

Il mistero di Katty Skerl.

Il caso Vittone.

Il mistero di Barbara Sellini e Nunzia Munizzi.

Il Caso di Salvatore Bramucci.

Il Mistero di Simone Mattarelli.

Il mistero di Fausto Gozzini.

Il caso di Franca Demichela.

Il Giallo di Maria Teresa “Sissy” Trovato Mazza.

Il caso di Giovanni Sacchi e Chiara Barale.

Il caso di Luigia Borrelli, detta Antonella.

Il mistero di Antonietta Longo.

Il Mistero di Clotilde Fossati. 

Il Mistero di Mario Biondo.

Il mistero di Michele Vinci.

Il Mistero di Adriano Pacifico.

Il giallo di Walter Pappalettera.

Il giallo di Rosario Lamattina e Gianni Valle.

Il mistero di Andrea Mirabile.

Il mistero di Attilio Dutto.

Il mistero del marchese Camillo Casati Stampa di Soncino.

Il mistero di JonBenet Ramsey.

Il Caso di Luciana Biggi.

Il mistero di Massimo Melis.

Il mistero di Sara Pegoraro.

Il caso di Marianna Cendron. 

Il mistero di Franco Severi.

Il mistero di Norma Megardi.

Il caso di Aldo Gioia.

Il mistero di Domenico Manzo.

Il mistero di Maria Maddalena Berruti.

Il mistero di Massimo Bochicchio.  

Il mistero della morte di Fausto Iob.

Il Delitto di Ceva: la morte di Ignazio Sedita.

Il caso di Stefano Siringo e di Iendi Iannelli.

Il delitto insoluto di Piera Melania.

Il giallo dell'omicidio di Nevila Pjetri. 

Il mistero di Jessica Lesto.

Il mistero di Stefania Elena Carnemolla.

 L’omicidio nella villa del Rastel Verd.

 Il Delitto Roberto Klinger.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il mistero della strage della Stazione di Bologna: E’ Stato la Mafia.

 

 

LA GIUSTIZIA

QUINTA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Il tribunale dei media.

Antonio Giangrande: Politica, giustizia ed informazione. In tempo di voto si palesa l’Italietta delle verginelle.

Da scrittore navigato, il cui sacco di 40 libri scritti sull’Italiopoli degli italioti lo sta a dimostrare, mi viene un rigurgito di vomito nel seguire tutto quanto viene detto da scatenate sgualdrine (in senso politico) di ogni schieramento politico. Sgualdrine che si atteggiano a verginelle e si presentano come aspiranti salvatori della patria in stampo elettorale.

In Italia dove non c’è libertà di stampa e vige la magistratocrazia è facile apparire verginelle sol perché si indossa l’abito bianco.

I nuovi politici non si presentano come preparati a risolvere i problemi, meglio se liberi da pressioni castali, ma si propongono, a chi non li conosce bene, solo per le loro presunti virtù, come verginelle illibate.

Ci si atteggia a migliore dell’altro in una Italia dove il migliore c’ha la rogna.

L’Italietta è incurante del fatto che Nicola Vendola a Bari sia stato assolto in modo legittimo dall’amica della sorella o Luigi De Magistris sia stato assolto a Salerno in modo legale dalla cognata di Michele Santoro, suo sponsor politico.

L’Italietta non si scandalizza del fatto che sui Tribunali e nella scuole si spenda il nome e l’effige di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino da parte di chi, loro colleghi, li hanno traditi in vita, causandone la morte.

L’Italietta non si sconvolge del fatto che spesso gli incriminati risultano innocenti e ciononostante il 40% dei detenuti è in attesa di giudizio. E per questo gli avvocati in Parlamento, anziché emanar norme, scioperano nei tribunali, annacquando ancor di più la lungaggine dei processi.

L’Italietta che su giornali e tv foraggiate dallo Stato viene accusata da politici corrotti di essere evasore fiscale, nonostante sia spremuta come un limone senza ricevere niente in cambio.

L’Italietta, malgrado ciò, riesce ancora a discernere le vergini dalle sgualdrine, sotto l’influenza mediatica-giudiziaria.

Fa niente se proprio tutta la stampa ignava tace le ritorsioni per non aver taciuto le nefandezze dei magistrati, che loro sì decidono chi candidare al Parlamento per mantenere e tutelare i loro privilegi.

Da ultimo è la perquisizione ricevuta in casa dall’inviato de “La Repubblica”, o quella ricevuta dalla redazione del tg di Telenorba.

Il re è nudo: c’è qualcuno che lo dice. E’ la testimonianza di Carlo Vulpio sull’integrità morale di Nicola Vendola, detto Niki. L’Editto bulgaro e l’Editto di Roma (o di Bari). Il primo è un racconto che dura da anni. Del secondo invece non si deve parlare.

I giornalisti della tv e stampa, sia quotidiana, sia periodica, da sempre sono tacciati di faziosità e mediocrità. Si dice che siano prezzolati e manipolati dal potere e che esprimano solo opinioni personali, non raccontando i fatti. La verità è che sono solo codardi.

E cosa c’è altro da pensare. In una Italia, laddove alcuni magistrati tacitano con violenza le contro voci. L’Italia dei gattopardi e dell’ipocrisia. L’Italia dell’illegalità e dell’utopia.

Tutti hanno taciuto "Le mani nel cassetto. (e talvolta anche addosso...). I giornalisti perquisiti raccontano". Il libro, introdotto dal presidente nazionale dell’Ordine Enzo Jacopino, contiene le testimonianze, delicate e a volte ironiche, di ventuno giornalisti italiani, alcuni dei quali noti al grande pubblico, che hanno subito perquisizioni personali o ambientali, in casa o in redazione, nei computer e nelle agende, nei libri e nei dischetti cd o nelle chiavette usb, nella biancheria e nel frigorifero, “con il dichiarato scopo di scoprire la fonte confidenziale di una notizia: vera, ma, secondo il magistrato, non divulgabile”. Nel 99,9% dei casi le perquisizioni non hanno portato “ad alcun rinvenimento significativo”.

Cosa pensare se si è sgualdrina o verginella a secondo dell’umore mediatico. Tutti gli ipocriti si facciano avanti nel sentirsi offesi, ma che fiducia nell’informazione possiamo avere se questa è terrorizzata dalle querele sporte dai PM e poi giudicate dai loro colleghi Giudici.

Alla luce di quanto detto, è da considerare candidabile dai puritani nostrani il buon “pregiudicato” Alessandro Sallusti che ha la sol colpa di essere uno dei pochi coraggiosi a dire la verità?

Si badi che a ricever querela basta recensire il libro dell’Ordine Nazionale dei giornalisti, che racconta gli abusi ricevuti dal giornalista che scrive la verità, proprio per denunciare l'arma intimidatoria delle perquisizioni alla stampa.

Che giornalisti sono coloro che, non solo non raccontano la verità, ma tacciono anche tutto ciò che succede a loro?

E cosa ci si aspetta da questa informazione dove essa stessa è stata visitata nella loro sede istituzionale dalla polizia giudiziaria che ha voluto delle copie del volume e i dati identificativi di alcune persone, compreso il presidente che dell'Ordine è il rappresentante legale?

Allora io ho deciso: al posto di chi si atteggia a verginella io voterei sempre un “pregiudicato” come Alessandro Sallusti, non invece chi incapace, invidioso e cattivo si mette l’abito bianco per apparir pulito.

Selvaggia Lucarelli e il vecchio vizio di sovrapporre cliente e avvocato. Dal caso Mollicone, alle polemiche su Lorenzo Borré, legale di Liliane Murekatete. Storie di avvocati “processati” dal Tribunale del popolo. Valentina Stella su Il Dubbio il 06 dicembre 2022.

«Liliane Murekatete, moglie di Soumahoro, si è affidata a Lorenzo Borrè, ex avvocato di Priebke. Qualcuno dovrebbe spiegarle che anche tra gli avvocati griffati c’era qualcosa di meglio, a livello di comunicazione»: con questo tweet del 2 dicembre Selvaggia Lucarelli sembra essere caduta nel solito cliché per cui l’avvocato è assimilabile al suo assistito e al reato da lui commesso.

Basterebbe replicare come fece il famoso avvocato francese Jacques Verges: «Je ne suis pas l’avocat de la terreur, mais l’avocat des terroristes. Hippocrate disait: “Je ne soigne pas la maladie, je soigne le malade”. C’est pour vous dire que je ne défends pas le crime mais la personne qui l’a commis». Eppure si tratta di una distorsione culturale che interessa purtroppo una grossa fetta dell’opinione pubblica. Lo dimostrano i tanti casi che vi raccontiamo spesso su questo giornale.

Il più recente riguarda l’omicidio di Serena Mollicone ad Arce. A luglio di quest’anno la Corte di Assise di Cassino ha assolto l’intera famiglia Mottola dall’accusa di aver ucciso ventuno anni fa la giovane. Fuori dal Tribunale sia i Mottola che i loro avvocati e consulenti hanno rischiato un vero e proprio linciaggio: sono stati aggrediti dalla folla inferocita con spintoni e sputi e la situazione si è resa talmente incandescente che sono dovute intervenire le forze dell’ordine per creare un cordone intorno a loro per condurli nella sede dove era stata programmata una conferenza stampa. Come ha detto l’avvocato Francesco Germani, a capo del pool difensivo: «È molto triste vivere in un Paese dove per fare una conferenza stampa bisogna essere scortati dalla polizia, è molto triste ed amaro vivere in un Paese che non rispetta le sentenze dei giudici perché si ritiene da parte dei più che giustizia significhi solo condannare».

Poco prima vi avevamo partecipato la storia di tre avvocati viterbesi – Domenico Gorziglia, Marco Valerio Mazzatosta, Giovani Labate – colpevoli, secondo gli hater di Facebook, di assistere due giovani ex militanti di CasaPound arrestati nell’aprile del 2019 per lo stupro ai danni di una 37enne, avvenuto in un pub del capoluogo laziale. Così hanno scritto: «Ma gli avvocati sono i peggio», «i due vanno condannati in base alle leggi, vanno puniti, ma chi andrebbe arrestato seduta stante deve essere l’avvocato» e ancora «Lasciateli al popolo, saprà fare giustizia più di quella togata… non dimenticate il legale che andrebbe anche radiato». La Camera penale viterbese ha presentato anche querela con gli odiatori social e nonostante la richiesta di archiviazione del pm, il gip ha disposto nuove indagini, deducendo che la querela è stata giustamente presentata dalla Camera Penale di Viterbo che ha tra i suoi scopi statutari quello di «tutelare la dignità, il prestigio ed il rispetto della funzione del difensore».

E che dire delle minacce di morte ricevute da Massimiliano e Mario Pica, ex legali di tre indagati per la morte di Willy Monteiro Duarte? Allora commentò con noi il presidente dell’Unione Camere Penali Gian Domenico Caiazza: «Il clima è quello tipico di un Paese che ha smarrito la cultura civile e liberale. L’avvocato, in un contesto imbarbarito dai processi che si svolgono parallelamente sui media, diventa un ostacolo alla giustizia sommaria, quindi da minacciare ed eliminare». Ad aprile dello scorso anno vi abbiamo raccontato la storia di due avvocate di Brescia S.L. e M.M processate e insultate dal Tribunale del popolo per aver fatto assolvere un uomo accusato di violenza sessuale: «Ma questi avvocati non si vergognano a difendere un delinquente simile. Lo schifo assurdo che per i soldi non si guarda in faccia nessuno, eppure sono donne ma nessuna solidarietà. Il denaro e la carriera sono superiori al dramma di questa ragazza»; e persino più grave: «Che non debbano mai provare nessun tipo di violenza queste sottospecie di avvocati».

Altro caso mediatico, altro attacco agli avvocati. Andrea Starace e Giovanni Bellisario, legali di Antonio De Marco, reo confesso del duplice omicidio di Eleonora Manta e Daniele De Santis, sono finiti nel mirino dei leoni da tastiera: «Anche l’avvocato dovrebbe andare in carcere», «non vi vergognate a difenderlo», «se le vittime fossero stati i vostri figli vi sareste comportati allo stesso modo?».

Nel 2017 alcuni balordi diedero fuoco alla macchina dell’avvocato Pierluigi Barone. Dopo ricevette una telefonata anonima al suo studio: «Il tuo cliente è un assassino», riferendosi ad uno dei cinque giovani, difeso da Barone, indagato al tempo con altri per omissione di soccorso per la morte del 18enne Matteo Ballardini. Proprio al Dubbio l’avvocato raccontò che nella telefonata fecero altre minacce: «Mi hanno detto che poi toccherà alla casa, e poi a mia moglie. Paura? Io sono un legale e non mollo i miei clienti. Questo modo di fare violento mina i principi base della Costituzione e della civiltà. E noi non possiamo cedere».

«Volevo complimentarmi con gli avvocati Mario Scarpa e Ilaria Perruzza, che assistono i 4 maiali stupratori di Rimini! Complimenti per la dignità che avete dimostrato nell’accettare la difesa e non aver rifiutato! Questo Stato tra qualche anno li promuoverà facendoli entrare a pieno diritto nella Casta dei Togati. Nel frattempo speriamo che il tempo regali ad entrambi l’esperienza vissuta dai due polacchi», fu invece uno dei tanti messaggi gravemente offensivi indirizzati ai due avvocati che assunsero l’incarico difensivo di quattro immigrati accusati dello stupro e della violenza avvenuti nei confronti di una giovane polacca e di un suo amico. Come scrisse Ettore Randazzo: «Tutti devono essere processati e dunque difesi. Incondizionatamente; altrimenti basterebbe un’accusa grave e infamante per giustiziare sommariamente una persona, espellendola dal consesso civile; non possiamo di certo consentire una simile barbarie».

Sacro e profano. Quelli che vomitano contro la Juventus, non sapendo di che cosa si parla, ma tacciono sui veri scandali. Cataldo Intrieri su L’Inkiesta il 5 Dicembre 2022

Il processo al cda bianconero deve ancora iniziare ma la gogna pubblica è inappellabile, malgrado si tratti di materia tecnica e di poco conto (e peraltro secondo la Cassazione non di competenza dei pm di Torino). È la memoria corta di un analfabetismo giudiziario che ha già dimenticato il simile caso Scaglia e che tace di fronte a Chiesa e magistratura

Un efficace termometro della condizione di un paese che si vorrebbe libero e democratico può essere anche l’analisi della sua stampa giudiziaria. In Italia la condizione è particolarmente miserevole e gli esempi si sprecano. Nell’ultima settimana ce ne sono stati due particolarmente significativi per la totale diversità di trattamento.

Sono due vicende giudiziarie che mischiano, come si suol dire, sacro e profano. La prima riguarda la più amata e odiata squadra di calcio italiano, la Juventus. La seconda un minuscolo ma grande Stato conficcato nel cuore d’Italia, il Vaticano.

La stampa italiana si è scaraventata in massa su una modesta storia di presunte irregolarità contabili la cui comprensione richiederebbe una robusta competenza legale e contabile, mentre ignora un inizialmente strombazzato scandalo finanziario (di maggiore entità economica) che dopo mesi di silenzio rischia di trasformarsi in un imbarazzante caso politico-giudiziario per il governo della più antica delle istituzioni, per la Chiesa romana.

I vertici societari della Juventus si sono dimessi in massa dopo un decennio di ininterrotti trionfi perché la procura di Torino ha loro contestato tre anni di asserite manipolazioni di bilanci che avrebbero fornito un’immagine finanziaria del club assai più florida di quella reale, con grave danno per gli investitori.

Il processo deve ancora iniziare, ma sulle prime pagine fioccano condanne inappellabili che le dimissioni degli amministratori (raro esempio di sensibilità) hanno alimentato.

Vano è far notare che a oggi nessun giudice (quel tizio, per intenderci, che deve essere terzo equidistante tra le ragioni dell’accusa e quelle della difesa) si sia ancora pronunciato e anzi, quando è stato chiamato in causa per emettere misure restrittive contro Andrea Agnelli e altri membri del Consiglio di amministrazione della Juventus, ha disatteso le istanze dei pubblici ministeri. Per liquidare ogni presunzione d’innocenza bastano, invece, gli estratti delle immancabili intercettazioni, qualche talk calcistico e un pugno di incomprensibili articoli del Codice penale.

Eppure si parla dell’ostica materia dei numeri e di bilanci complessi di società molto grandi, della valutazione di beni immateriali così fuggevoli come le prestazioni di calciatori per le quali, figurarsi, bisogna arrivare a un “fair value” che comporta la valutazione comparata di dati estremamente volatili.

Il quadro contabile e finanziario delle società quotate in Borsa come la Juventus deve essere redatto secondo i criteri dello IAS, un complesso di norme contabili adottate come standard internazionale e la cui applicazione concreta lascia ampio margine alle interpretazioni soggettive.

Eppure nel campo del diritto vigono due principi fondamentali: quello di legalità e di offensività, senza i quali non è possibile ipotizzare alcun reato.

Essi richiedono, per farla breve, intanto che ogni cittadino debba sapere prima di assumerle quali condotte siano illecite e, poi, che per essere punito debba aver arrecato, volontariamente o per colpa, un danno concreto agli altri.

In Italia esistono invece forme di reato – come appunto i delitti di manipolazione del mercato, falso in bilancio, e su un altro versante l’abuso di ufficio che flagella sindaci e pubblici amministratori – totalmente aleatori e vaghi nei termini per cui è pressoché impossibile trovare delle linee di condotta uniformi tra due procure.

Nel caso Juventus ancora non è dato capire, se non come ipotesi, l’entità della manipolazione e il danno arrecato agli azionisti.

Forse si potrebbe pensare a una alterazione delle regole di concorrenza sportiva se non fosse che l’inchiesta della procura calcistica c’è già stata e si è conclusa con un nulla di fatto (da qualche parte esiste una regola che vieta la possibilità di processare due volte lo stesso soggetto per la medesima infrazione, anche se diversamente qualificata e di diversa natura).

Senza contare che peraltro non si ha neanche la certezza che la procura di Torino abbia la legittimità a indagare visto che il più grave dei reati contestati (la manipolazione del mercato finanziario) si è consumato a Milano, sede della Borsa telematica. Non esattamente un particolare da poco.

Con decreto numero 532/18, la Procura generale della Cassazione testualmente sancisce che il «locus commissi delicti» (del reato di manipolazione informativa) deve «individuarsi a Milano, in quanto luogo dal quale la comunicazione diffusa al mercato divenendo accessibile ad una cerchia indeterminata di soggetti, …assume quella necessaria connotazione di concreto pericolo per gli investitori che il reato intende sanzionare».

Con ciò si sottolinea che il reato esiste solo se gli investitori sono stati realmente ingannati (e dei guai contabili bianconeri abbondantemente si sapeva anche senza origliare le chiacchiere dei cugini Agnelli).

Dunque come mai Torino ha ritenuto di distaccarsi da questo indirizzo e non ha invece attivato i colleghi di Milano?

Eppure dovrebbe essere ancora vivo il ricordo di quello che capitò a uno dei grandi pionieri delle moderne telecomunicazioni italiane, Silvio Scaglia, il fondatore di Fastweb, incriminato per reati fiscali e societari, arrestato e costretto a dimettersi dalle sue cariche (come il presidente della Juve) sotto la minaccia di misure cautelari, poi assolto da quello che il pm dell’epoca aveva definito «una colossale truffa allo Stato».

Memoria corta di un paese e del suo  giornalismo che anticipa sentenze di condanna in automatico per mostri e potenti in disgrazia, ma per antico riflesso condizionato tace di fronte al potere della magistratura.

Solo due editorialisti, Emiliano Fittipaldi e Lucetta Scaraffia, hanno raccontato che cosa sta succedendo in un’insolita aula di giustizia nella Città del Vaticano dove si sta celebrando l’unico storico processo a un cardinale di Santa Romana Chiesa e ad alcuni cittadini italiani secondo regole che presentano una non trascurabile differenza da quelle dello Stato di diritto.

Il locale rappresentante della pubblica accusa ha depositato dei documenti che dimostrano la manipolazione non del mercato ma di uno dei principali testi di accusa che ha denunciato le pressioni subite da una signora già nota alle cronache giudiziarie ma ancora libera, a quanto pare, di operare e condizionare disinvoltamente, senza che nessuno si stupisca e si ponga delle domande.

Per di più la donna in questione, già condannata dalla giustizia vaticana, ha contattato direttamente il super teste assumendo di ricevere dagli alti vertici informazioni di prima mano sull’inchiesta.

La stampa che si è avventata per riflesso pavloviano su una registrazione telefonica del tutto ininfluente per il processo tra il Pontefice e il cardinale Becciu, il principale imputato, si è dimenticata della clamorosa rivelazione dell’ex grande accusatore e ha fatto finta di niente.

Per dire, che cosa succederebbe se in Italia un leader politico venisse falsamente accusato da testimoni oscuramente manipolati?

Ecco anche nella risposta e nella connotazione di questa amara realtà c’è il momento non felice di una democrazia condizionata e in sofferenza

"Il dubbio" di Matsumoto è una certezza. E incastra un giornalista presuntuoso. Una donna con tutti i crismi della colpevole. E un outsider al posto giusto. Daniele Abbiati su Il Giornale il 24 Novembre 2022

Avendo lavorato in un quotidiano (e che quotidiano, l'Asai Shinbun, lettissimo e influentissimo in Giappone) prima come tipografo e poi come redattore, Matsumoto Seicho conosceva bene i giornalisti. Quindi sapeva distinguere i giovani entusiasti che prendono il proprio mestiere come una missione, dai cronisti d'assalto che ritengono di avere la verità in tasca e sotto i polpastrelli. Un esempio del primo tipo lo troviamo in La ragazza del Kyushu (Adelphi, 2019): è Keiichi Abe, imbattutosi in un cold case che la sorella del condannato (e morto in cella) ha tentato invano di non far raffreddare rivolgendosi a un avvocato di grido, ma ottenendo un non cortese rifiuto. Un esempio della seconda categoria lo troviamo ora in Il dubbio (ancora Adelphi, pagg. 133, euro 16, traduzione ancora di Gala Maria Follaco). È Akitani Moichi, tanto rotondo e pacioccone nell'aspetto quanto spigoloso e ostinato nel non recedere dalla posizione assunta in merito a un caso di cronaca nera. E anche in questo chirurgico intreccio giallo dove, come sempre nelle opere di questo autore, le note di colore e d'ambiente sono ridotte quasi a zero per lasciare spazio ai caratteri dei protagonisti e all'invenzione del nodo da sciogliere, Matsumoto inserisce la figura decisiva di un legale. L'esatto opposto del supponente Otsuka Kinzo di La ragazza del Kyushu. È Sahara Takukichi, chiamato a sostituire il difensore originario dell'imputata, gravemente malato. Sahara, non soltanto è un civilista, ma è anche un riservista della giustizia, cioè un avvocato d'ufficio, e tutti, a partire da Akitani Moichi, si aspettano che fallisca...

D'altra parte, ci sono tutti i presupposti. Una donna forte nel corpo quanto nel carattere, attraente, con amicizie nel mondo della yakuza, seduttrice seriale senza scrupoli e sempre affamata di denaro, sposa un ricco vedovo con l'unico scopo, peraltro dichiarato, di riscuotere, alla morte di lui, l'ingente premio dell'assicurazione sulla vita che gli ha fatto sottoscrivere in gran fretta. Ed ecco l'incidente fatale: in una piovosa notte di luglio i due, a bordo di un'auto, precipitano nelle acque del porto della città di T. e soltanto la donna si salva. Il primo cronista a piombare sulla notizia è, appunto, Akitani, il quale, per così dire, ci mette il cappello sopra, mentre il povero avvocato Harayama Masao, assai malconcio, getta la spugna facendosi ricoverare in ospedale. Il giornalista si coccola l'inchiesta come fosse una figlioletta e pensa addirittura di costruirci sopra un libro da proporre a qualche editore di Tokyo (il solito vizietto dei gazzettieri che anelano a diventare scrittori...). Quella mantide di Onizuka Kumako, pensa, marcirà in galera grazie a me. Tuttavia, mentre ogni cosa è apparecchiata e il processo fila dritto lungo la strada già tracciata, a qualcuno sorge... il dubbio. Dubbio che verrà sciolto con una ricostruzione degli eventi degna di Sherlock Holmes. Ma non sarà finita lì. Le ultime tre pagine ci consegneranno la prova di un altro delitto, più orrendo del primo.

Di questo romanzo (da cui in Giappone sono stati tratti due film, nel 1982, l'anno dell'uscita del libro, e nel 2019), il titolo suona vagamente dürrenmattiano, e anche lo sviluppo rimanda ai perfetti meccanismi psicologici ideati dal maestro elvetico. Del resto, Matsumoto Seicho è il più occidentale dei noiristi orientali.

Il caso De Pau prova che il mercato nero delle notizie continua. Triplice omicidio a Roma, sui media telecronaca minuto per minuto dell’interrogatorio del sospettato. La questura smentisce che la fuga di notizie sia attribuibile alla polizia. Ma chi ha violato la direttiva sulla presunzione d’innocenza? Valentina Stella Il Dubbio il 21 novembre 2022.

La ricerca prima e la cattura poi del presunto assassino delle tre prostitute tra via Durazzo e via Augusto Riboty a Roma ha dato vita ad un profluvio di informazioni da parte di tutti i mass media. Il che è comprensibile, considerato che, a ridosso degli omicidi, la capitale si sentiva in pericolo con un serial killer in libertà.

Il problema è sorto quando un sospettato è stato condotto all’alba di sabato nella Questura di Roma e da quel momento sono uscite da quel palazzo continue indiscrezioni sul suo interrogatorio, che si stava svolgendo alla presenza del suo legale di fiducia, Alessandro De Federicis. Praticamente, quasi in diretta, come un telefono senza fili, si è detto sull’indagato Giandavide De Pau di tutto e di più: che aveva tamponato la ferita ad una delle due vittime cinesi, che aveva vagato per Roma, dove era andato nei giorni in cui lo stavano cercando, che avrebbe ammesso i delitti, che avrebbe confessato solo in parte e così via, saltando da una indiscrezione all’altra.

Sabato mattina poi abbiamo letto su tutti i giornali una dichiarazione del questore Mario Della Cioppa, che ha assicurato come «al momento la situazione è sotto stretto controllo e riteniamo di poter affermare che la collettività possa tornare ad essere più tranquilla, perché altri fatti collegati a questi tragici avvenimenti non ci saranno. Al momento opportuno, gli organi investigativi e la procura della Repubblica forniranno le informazioni doverose».

Prima considerazione: il questore sembra stia dando per certo che De Pau sia l’assassino. Ma una confessione, come poi leggerete dalle parole del suo avvocato, non c’è stata. E le indagini sono ancora in corso. Dunque una autorità pubblica ha indicato come colpevole qualcuno quando gli accertamenti sono ancora in corso? Seconda considerazione: avrebbe senso dare oggi “informazioni doverose” considerato che per tutta la mattina di sabato i rubinetti comunicativi non ufficiali della Questura sono rimasti aperti? Ricordiamo che è in vigore da un anno la norma di recepimento della direttiva europea sulla presunzione di innocenza.

Tuttavia questo caso di cronaca nera è l’esempio emblematico di come queste nuove disposizioni siano state disattese. In un caso di rilevanza pubblica come questo, sarebbe forse stata opportuna una conferenza stampa. E invece si è lasciato campo libero al “mercato nero della notizia”, come ribattezzato dalla firma del Corriere della Sera Luigi Ferrarella. A tale proposito, abbiamo chiesto informazioni proprio alla Questura: «Non è nostra la responsabilità», ci hanno detto dall’ufficio stampa. Ma indagherete sulla fuga di notizie? «Se la Procura lo riterrà opportuno, provvederà lei». Noi abbiamo chiesto direttamente al procuratore capo Francesco Lo Voi cosa pensasse di quanto accaduto e se indagherà. Al momento nessuna risposta.

Colui che certamente non ha fomentato l’infodemia su questo caso è proprio l’avvocato di De Pau, Alessandro De Federicis. Chi lo conosce sa bene che non è tra gli alimentatori del processo mediatico parallelo. Infatti quando lo chiamiamo per sottoporgli la questione ci dice sinteticamente: «A chi mi ha chiamato in questi giorni, tra i suoi colleghi, ho detto che non avrei riferito nulla se non che la posizione generica è di totale black out cerebrale di un soggetto fragile. Se ha commesso lui i delitti – questo lo stabiliranno eventualmente le indagini – saremmo in presenza di un gesto folle. E qui mi fermo».

Eppure di indiscrezioni ne sono uscite tantissime: «Durante l’interrogatorio durato sette ore è stato detto tutto e il contrario di tutto, perché l’uomo, che soffre di disturbi psichiatrici da tempo, non riusciva a dare coerenza al racconto. Se si fa uscire una notizia, questa poi rischia di essere smentita cinque minuti dopo». E invece sabato mancava solo che trapelasse la marca di slip del suo assistito dalla Questura: «Senza la dovuta pazienza di verificare le notizie, e invece in preda alla smania di dover scrivere e arrivare prima degli altri, la stampa ha preferito pubblicare qualsiasi cosa a qualunque costo, anche quello di sostenere l’insostenibile, ossia che il mio assistito appartiene alla criminalità organizzata. Non esiste da nessuna parte che lui faccia parte del clan Senese. De Pau stava solo all’ospedale psichiatrico giudiziario con Michele Senese ma non appartiene al clan. Poi, visto che Senese non aveva la patente, qualche volta si è fatto accompagnare da De Pau in giro per Roma. I processi per il clan Senese non hanno mai avuto come imputato il mio assistito».

Per De Federicis si tratta di «informazioni errate che hanno tentato di spostare il baricentro della brutta vicenda delle tre povere donne uccise su un profilo – falso – legato alla criminalità organizzata».

Foto dei colpevoli esposte, minuti di silenzio chiesti dal pm: il processo diventa “crociata”. Perseguire il reato o il "fenomeno"? Dal caso Benno Neumair a Bolzano alla "mostra" dei condannati nel tribunale di Livorno, due esempi emblematici. Errico Novi su Il Dubbio il 22 novembre 2022.

Due casi. Diversi, in apparenza. A Bolzano, nel condannare Benno Neumair all’ergastolo per l’omicidio dei genitori, la Corte d’assise ha ordinato, come previsto per i reati da “fine pena mai”, la sanzione accessoria dell’affissione della sentenza in Comune e sul sito di via Arenula. Siamo nel codice Rocco, e certo che ci sarebbe molto da dire sul peso di un codice fascista nell’Italia del 2022, ma sicuramente non si è andati oltre il perimetro delle norme.

Qualcosa di un po’ diverso è avvenuto a Livorno, dove i volti dei condannati per femminicidio, i nomi delle loro vittime, le stesse armi dei delitti, sono evocati in immagini con corredo didascalico. Una versa e propria mostra espositiva allestita nell’atrio de Tribunale toscano. Ecco, qui non ci era mai arrivato manco il codice Rocco. È un’iniziativa promossa da una parte dell’avvocatura livornese ma contestata dalla Camera penale della città toscana, e inizialmente autorizzata dal presidente del Tribunale.

Due casi diversi, due diversi gradi di distorsione della funzione giudiziaria. Anche se nel processo in cui, a Bolzano, Neumair è stato condannato per aver strangolato, letteralmente, il padre e la madre, la pm aveva chiesto, all’inizio della propria requisitoria, un minuto di silenzio, un minuto perché tanto era il tempo che Benno aveva impiegato nel consumare il tremendo parricidio. Altro espediente, quello adottato dalla magistrata, inconsueto. Che si tratti di delitti orribili, immondi; che ci si trovi di fronte all’abisso della natura umana, è evidente.

Però non sappiamo se siano davvero salutari per la giustizia, per il progresso dell’idea di giustizia, il permanere nell’ordinamento di norme che sanno comunque di medioevo, come appunto l’affissione delle sentenze a mo’ di pubblica gogna, né l’enfasi estrema delle immagini dei condannati esposte in sequenza. Ci sembra piuttosto un modo per estendere il perimetro della giurisdizione — che dovrebbe limitarsi ai processi, alle accuse, alla verifica delle prove, e all’esecuzione della pena, possibilmente depurata da estensioni inutilmente plateali — dal contrasto del singolo caso, alla vituperazione di un fenomeno, per quanto orribile esso sia.

Si tratta di un meccanismo non tropo diverso dall’accezione che nel nostro sistema penale hanno assunto per anni le indagini sulla mafia e sulla corruzione: una lotta al fenomeno prima ancora che la persecuzione della specifica condotta. Sulle pagine del Dubbio ce ne occupiamo da tempo, e con una speciale attenzione da alcune settimane, a partire da un intervento di Giorgio Spangher a cui ne sono seguiti altri di pari autorevolezza.

Naturalmente, se la mafia e la corruzione hanno assunto le sembianze del nemico assoluto che lo Stato doveva abbattere — e doverosamente, sia chiaro — adesso la violenza in famiglia, e particolarmente la violenza di genere fino al suo grado più disumano, il femminicidio, sono diventate il nuovo male assoluto. Ed anche qui: è giusto che si abbia, su atti e condotte criminali così disumani, una percezione di allarme e riprovazione assoluta. Ma espressioni del genere, verrebbe voglia di scriverlo a lettere tutte maiuscole, devono essere estranee al contesto della giurisdizione.

In alcun modo il singolo colpevole o il singolo condannato devono essere esposti a una gogna che esorbiti dalla pena giustamente severa inflitta loro da un giudice. Mai e poi mai un magistrato, anche un magistrato dell’accusa, dovrebbe arrivare — e lo diciamo con tutto il rispetto possibile per la pm di Bolzano che, nella requisitoria su Brenno, ha mostrato di pensarla diversamente — una sovrapposizione fra il singolo caso di quel processo e le altre pur gravissime, sanguinose, brutali, disumane vicende alle quali quel singolo processo può essere assimilato.

La lotta al “fenomeno” non si fa nelle aule di giustizia. Sul Dubbio mai ci stancheremo di scriverlo. Altrimenti viene meno la fiducia nel fatto che l’obiettivo della giurisdizione sia semplicemente quello di rendere giustizia, e avanza invece il sospetto che attraverso i processi e le sentenze si voglia anche compiere una qualche operazione politica. Sarebbe il peggio che si può immaginare, e a pagare il prezzo di quel “peggio” sarebbero, sono, le persone al centro del processo. Da qualsiasi parte della barricata si trovino.

L’esile confine tra gogna e cronaca: “Il processo mediatico” secondo Camaiora e Stampanoni Bassi. Federica Fantozzi su Il Riformista il 17 Novembre 2022

 Qual è – nella società globalizzata in cui l’informazione galoppa sui social – il punto di equilibrio tra libertà di stampa e giusto processo? Dove (e come) finisce il diritto di cronaca e inizia la presunzione di non colpevolezza? Chi contribuisce, a volte inconsapevolmente, alla creazione di un “populismo penale e giudiziario” che deforma la realtà in senso criminogeno creando allarmi sociali inesistenti e alimentando pulsioni securitarie? Ed è ancora possibile, in organizzazioni complesse e geograficamente frastagliate come le redazioni dei grandi media concentrare la responsabilità per “omesso controllo” sulla figura del direttore?

Sono domande che fanno tremare le vene ai polsi ma che il giornalismo ha eluso per troppo tempo, complici l’incompiuta transizione dalla carta al digitale e la profonda crisi del settore. A mettere il dito nelle (tante) piaghe di una professione così importante da meritarsi l’appellativo di “watchdog”, cane da guardia della democrazia, è il libro “Il processo mediatico” edito da Wolters Kluwers. Un volume nella forma di “call for papers” a cui hanno aderito avvocati, giuristi e giornalisti, a cura di Andrea Camaiora (esperto e docente di comunicazione di vicende mediatico-giudiziarie e di crisi) e Guido Stampanoni Bassi (avvocato milanese, fondatore della rivista “Giurisprudenza Penale”). Un saggio che non fa sconti al “circo mediatico-giudiziario”, ai talk show trasformati in arene per gladiatori, al voyeurismo della cronaca nera che si genuflette di fronte a operazioni di polizia e grandi processi. Dove, però, l’attenzione si focalizza sulle indagini preliminari regno, scrive Gianluca Amadori, dello “strapotere dei procuratori”. Con buona pace del diritto alla riservatezza, del principio del contraddittorio, dei verbi al condizionale. Esponendo l’indagato a una “gogna mediatica” arricchita da particolari morbosi. Mentre nel dibattimento l’attenzione si sgonfia e l’eventuale assoluzione si liquida in poche righe. Interessante, sul punto, il capitolo che compara la visibilità sui media italiani della vicenda di Bibbiano con il processo del Bataclan su quelli francesi.

Storture già sanzionate dalla Corte Europea dei Diritti Umani e vietate dal codice deontologico. Ma perduranti. A cui il libro propone una serie di soluzioni, a livello sanzionatorio ma soprattutto di “soft law”. Anzitutto, una più accurata formazione tecnico-giuridica (anche lessicale: la scadenza di termini non è “un cavillo”) che informi sui limiti alla pubblicazione degli atti processuali. Altro nodo è la prevalenza nella fase preliminare della versione delle Procure, magari con il nome fumoso di “carte dell’inchiesta”: già in parte regolata dall’accentramento dei rapporti con la stampa in capo al procuratore tramite conferenze stampa, andrebbe controbilanciata da una più efficace e sistematica comunicazione degli avvocati (che generalmente si limitano a un “il mio cliente dimostrerà la sua innocenza nelle sedi opportune” pressoché inutile). Diversi contributi analizzano l’ipotesi di rendere accessibili a tutti i cronisti, senza il filtro della discrezionalità, gli atti non più coperti da segreto istruttorio, che però comporterebbe problemi di riservatezza per la menzione di dettagli e persone solo tangenti alla vicenda. Meglio “educare” a comportamenti di self restraint e self regulation incentivati da sanzioni alla reputazione di cronisti e testate (come la pubblicazione delle condanne per diffamazione).

Vittorio Cama affronta gli effetti del “populismo penale” che attribuendo stigma come “mafioso, terrorista o clandestino” ben oltre l’effettiva condanna, impattano sul diritto all’oblio (praticamente impossibile sui social network) e sull’attualissimo dibattito intorno all’ergastolo ostativo. Ma i capitoli più innovativi riguardano la (difficile) applicazione della presunzione di innocenza alle società. E la prospettiva di applicare alle imprese giornalistiche a fini di prevenzione dei reati lo schema di “corporate compliance” previsto dalla legge 231. Una rivoluzione più a portata di mano di quanto appaia. In fondo diceva già tutto Kant: il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me. Si tratta – in un circolo virtuoso tra avvocati, giornalisti, magistrati e comunicatori – di applicarla. Federica Fantozzi

Barbara Morra per lastampa.it il 18 novembre 2022.

Per il pubblico ministero, Giulio Golia, inviato della trasmissione di Italia 1 «Le iene», è da condannare per diffamazione. La pena chiesta oggi dal pm Gianluigi Datta, davanti al tribunale di Cuneo, è di 2500 euro di multa. La sentenza è attesa per il 20 marzo.

La vicenda giudiziaria ha avuto inizio dalla denuncia che un ortopedico di Savigliano presentò per la trasmissione andata in onda il 21 ottobre 2018. Nel servizio l’inviato lo definì come un «furbetto» per aver in sostanza copiato l’invenzione di un artigiano che, avendo le due gambe amputate, realizzò protesi personalizzate. Il servizio televisivo, intitolato «L’uomo a cui hanno rubato le gambe», riguardava la vicenda di un cinquantenne, ex artigiano, che nel 2003 contrasse una grave infezione da meningococco e dovette subire l’amputazione degli arti inferiori. Non soddisfatto delle protesi che il servizio sanitario gli propose, se le costruì su misura.

La realizzazione aveva suscitato un certo interesse nel settore, compresa quella del tecnico ortopedico di Savigliano, che con le protesi ha a che fare per mestiere. L’artigiano era stato intervistato dalle «Iene». Aveva raccontato di aver mostrato la propria invenzione al tecnico ortopedico, chiedendogli però di mantenere una sorta di patto di riservatezza. Questi aveva sviluppato un’invenzione, sostenendo di essere stato ispirato da uno studio americano. La frase contestata del servizio di Golia è: «Da una parte abbiamo il classico inventore e dall’altra il classico furbetto che, fiutato il business, si è intascato l’idea». Questa affermazione è valsa la querela per diffamazione di cui si occupa il tribunale di Cuneo.

Ieri in aula è stato sentito l’ultimo testimone della difesa, Marco Fubini, uno degli autori della trasmissione. «Oltre a essere cameraman del servizio – ha raccontato -, mi occupai di studiare il caso, vagliando i documenti. Poi raccontai a Golia quanto avevo studiato». Sulla scelta del titolo: «Non ricordo esattamente, ma dallo stile potrebbe essere stata una mia idea: voleva far intendere di un uomo che si è trovato in poco tempo senza gambe e poi c’è un’allusione al fatto che si era costruito le gambe da solo e questa idea gli era stata presa da qualcun altro».

Per il pm: «Il contenuto diffamatorio è già dal titolo, c’è la ricerca dello scoop per un diritto di informazione che deve avere anche dei limiti». Alla prossima udienza, le versioni degli avvocati di parte civile, responsabile civile (Mediaset) e difesa.

Il caso Iene e Zaccaria suicida dopo essersi finto donna, il programma: «Giusto seguire il caso». Andrea Pasqualetto e Ferruccio Pinotti su Il Corriere della Sera l’8 novembre 2022.

 Aveva scoperto che la ragazza per la quale aveva perso la testa via chat era in realtà Roberto Zaccaria, 64 anni, capace di ingannarlo spacciandosi per la bellissima e fantomatica Irene Martini. Domenica scorsa Zaccaria si è tolto la vita nell’abitazione di Forlimpopoli dove viveva con l’anziana madre: mix di alcol e pasticche. Sul suicidio di Roberto l’ipotesi dei suoi avvocati, Pierpaolo Benini e Antonino Lanza, è quella: «Era sconvolto dai manifesti appesi in paese contro di lui dopo la trasmissione delle Iene che l’aveva individuato. C’era scritto “Maledetto devi morire e bruciare all’inferno”. Il paese è piccolo e il peso enorme. Voleva venire da noi lunedì scorso per formalizzare una denuncia, dovrebbe averne depositata una dai carabinieri. L’hanno trovato morto domenica mattina». Pare che ora quella denuncia vogliano farla i familiari, la madre e la sorella. «Siamo d’accordo che ci si vede al più presto».

Succede poi che la procura di Forlì ha aperto un fascicolo contro ignoti per istigazione al suicidio di Zaccaria. Indagine che intende arrivare alle cause della morte del 64 enne, finito al centro di un recente servizio televisivo delle Iene che l’hanno incalzato com’è nel loro stile mentre si trovava fuori di casa con l’anziana madre in carrozzella. «Lei è Irene Martini?». «Vai via, vai via». Spinte, urla, la madre che va a sbattere su un muro. Le Iene non mollano e alla fine strappano una sua dichiarazione: «Era uno scherzo... il ragazzo aveva un problema di testa». Detto che lo scherzo è durato mesi e che Daniele si era follemente innamorato di Irene (il fenomeno si chiama catfishing), la tragica morte è già stata indagata dagli inquirenti. Sempre la procura di Forlì aveva infatti ipotizzato il reato di «morte come conseguenza di altro reato», indagine chiusa nel giugno scorso con una richiesta di archiviazione. Per Zaccaria un sospiro di sollievo. Contro di lui è stato pronunciato solo un decreto di condanna per sostituzione di persona che si è tradotto in 825 euro di ammenda.

«Proprio perché la procura aveva ritenuto Zaccaria non responsabile del suicidio del giovane, riteniamo che non abbia rispettato i principi del diritto di cronaca, anche perché non era chiaro il fatto dell’archiviazione. Oltretutto il nostro cliente aveva diffidato la trasmissione dal mandare in onda il servizio», ricorda Lanza. Ma una richiesta d’archiviazione non è comunque un’archiviazione, contro la quale la famiglia di Paolo si era opposta. Ora la rabbia del web si è scatenata contro la trasmissione e in particolare contro il giornalista Matteo Viviani, autore del servizio, tacciato di giustizialismo e metodi poco ortodossi. E tira in ballo una vicenda analoga di 12 anni fa, quando un prete di Caravaggio (Bergamo) si era gettato sotto un treno dopo essere stato incastrato dalle Iene come adescatore di bambini. Il prete, come Zaccaria, era stato riconosciuto dalla gente che aveva preso ad additarlo come pedofilo.

«È chiaro che nessuno vorrebbe mai trovarsi di fronte a tragedie come queste ma qui stiamo parlando di qualcosa che ha a che fare con la libertà d’informazione, il cui limite non può che essere quello della legge, non quello dei metodi, in cima a tutto c’è la verità dei fatti», sostiene con forza un collega delle Iene che chiede l’anonimato. Da parte sua Viviani, ieri sera in diretta su Italia 1, è tornato sulla vicenda: «Una tragedia nella tragedia che non solo non lascia indifferenti ma che ha colpito tutti perché si sta parlando della vita di un uomo. Il catfishing è stato da noi trattato più volte, casi che fortunatamente non hanno avuto lo stesso tragico epilogo. Domande: c’è forse un vuoto normativo? Ci sono strumenti per proteggere queste persone?». «Continuare a occuparsi del fenomeno è importante, perché imparare a riconoscere il problema è il primo passo per difendersi», concludono le Iene. Rimane la duplice tragedia. Una famiglia che piange un ragazzo perso nel buco nero del web, ennesima vittima di una grande finzione; e rimane una madre anziana che domenica mattina ha scoperto il corpo senza vita di suo figlio.

Riccardo Pinotti per corriere.it l’8 novembre 2022.

La procura di Forlì ha aperto un’inchiesta per il reato di istigazione al suicidio, in relazione alla morte di Roberto Zaccaria, il 64enne suicidatosi dopo il clamore mediatico esploso in seguito al servizio de Le Iene che lo aveva additato come responsabile della morte di Daniele, il 24enne che il 23 settembre 2021 si era a sua volta tolto la vita. A confermarlo al Corriere è il capo della Procura di Forlì, Maria Teresa Cameli. L’inchiesta è al momento a carico di ignoti.

 In mattinata i legali di Zaccaria, Pierpaolo Benini e Antonino Lanza, avevano affermato che i familiari del pensionato sono determinati a costituirsi quale parte civile nel caso sia aperto un procedimento per reati come la violenza privata e l’istigazione al suicidio. 

Le Iene, interpellate dal Corriere, fanno sapere che solo stasera (in diretta dalle 21,15 su Italia 1) replicheranno alla notizia con la loro versione.

Benini, avvocato di Zaccaria, ha detto al Corriere: «Le ipotesi di reato in discussione sono perseguibili d’ufficio». Dettagliando: «La violenza privata, si potrebbe configurare per il modo in cui le immagini di Zaccaria sono state carpite e diffuse contro la sua volontà, nonostante il nostro assistito avesse proceduto a una diffida formale. Ma anche l’istigazione al suicidio, perché nonostante la Procura avesse archiviato l’ipotesi di reato principale — la morte di Daniele quale conseguenza di altro reato — nella divulgazione al pubblico la tesi implicita che Zaccaria avesse provocato la morte di Daniele aveva scatenato una gogna pubblica che aveva portato all’affissione di manifesti contro Zaccaria».

Il legale ha spiegato che dopo la puntata del programma di Italia 1 di martedì scorso a Forlimpopoli sono apparsi manifesti con su scritto: «Devi morire, maledetto», «Devi bruciare all’inferno». I legali dell’uomo spiegano che Zaccaria «aveva anche fatto anche denuncia ai carabinieri, che mi avrebbe dovuto portare per valutare il da farsi. Poi, evidentemente, non si è sentito neanche più di vivere», ha aggiunto Benini, secondo il quale Zaccaria avrebbe anche lasciato un biglietto: «Ma non è in mio possesso, perché sarebbe al vaglio degli inquirenti. Credo che verrà eseguita l’autopsia per chiarire le cause della morte. Mi sono recato all’agenzia di pompe funebri e attendono il nulla osta, anche per le particolari circostanze». Secondo l’avvocato, Zaccaria «pare abbia fatto uso di cocktail di farmaci.

A criticare l’approccio delle Iene è stata intanto Selvaggia Lucarelli che su Il Domani ha scritto: «Le Iene sono un programma socialmente pericoloso. Lo sostengo da anni, ho scritto numerosi articoli (l’ultimo due settimane fa) denunciando la disinformazione che la squadra di Davide Parenti continua a diffondere da Stamina in poi, ma il problema non è mai stato solo questo. Come più volte ho ricordato, il problema a monte è il metodo. 

Sono due decenni che si assiste allo scempio che le Iene fanno del giornalismo, che accettiamo le immagini di macchiette in giacca e cravatta all’inseguimento di persone per strada, sul proprio posto di lavoro, nelle proprie abitazioni private. A microfoni sbattuti sui denti per strappare manate e parolacce che serviranno a dimostrare chi è il cattivo, a errori grossolani, a giustizialismo spacciato per giustizia, a ghigliottina spacciata per giornalismo».

Resta comunque il tema di un fenomeno, quello delle truffe in rete, che necessita di interventi legislativi. Zaccaria era stato prosciolto e aveva dovuto pagare 825 euro, il corrispettivo del decreto penale di condanna (non appellato) per il reato di sostituzione di persona. La procura di Forlì aveva chiesto l’archiviazione per la «morte in conseguenza di altro reato». Una decisione molto criticata dal papà di Daniele, Roberto, che nei giorni scorsi aveva dichiarato che: «Mio figlio è stato vittima di quello che oggi è chiamato “catfishing”, una relazione virtuale nata sui social con una ragazza, dietro la quale si celava la figura di un uomo di 64 anni. Questa relazione virtuale ha portato alla morte di mio figlio. Ciò che è accaduto è di una gravità immane e molti altri ragazzi e ragazze sono vittime di questi inganni.»

Nel 2021 sono state più di 300 le vittime che hanno denunciato, anche se, sicuramente, sono molto più numerose. Spesso, infatti, le vittime non hanno il coraggio di sporgere querela, schiacciati dalla vergogna e dall’umiliazione di essere stati raggirati e ingannati da un profilo falso. Noto il caso dell’imprenditore veneto, Claudio Formenton, 64 anni, rapito in Costa D’Avorio, dove si era recato per incontrare la donna che aveva conosciuto online. Così come la vicenda del pallavolista Roberto Cazzaniga, che per 15 anni ha creduto di avere una fidanzata in Brasile, con problemi di salute, che gli ha estorto più di 600mila euro.

Andrea Pasqualetto e Ferruccio Pinotti per corriere.it il 9 novembre 2022. 

Daniele, 24 anni, si era impiccato il 23 settembre del 2021 nella soffitta di casa, a Forlì. Aveva scoperto che la ragazza per la quale aveva perso la testa via chat era in realtà Roberto Zaccaria, 64 anni, capace di ingannarlo spacciandosi per la bellissima e fantomatica Irene Martini. Domenica scorsa Zaccaria si è tolto la vita nell’abitazione di Forlimpopoli dove viveva con l’anziana madre: mix di alcol e pasticche. 

Sul suicidio di Roberto l’ipotesi dei suoi avvocati, Pierpaolo Benini e Antonino Lanza, è quella: «Era sconvolto dai manifesti appesi in paese contro di lui dopo la trasmissione delle Iene che l’aveva individuato. C’era scritto “Maledetto devi morire e bruciare all’inferno”. Il paese è piccolo e il peso enorme. Voleva venire da noi lunedì scorso per formalizzare una denuncia, dovrebbe averne depositata una dai carabinieri. L’hanno trovato morto domenica mattina». Pare che ora quella denuncia vogliano farla i familiari, la madre e la sorella. «Siamo d’accordo che ci si vede al più presto».

Succede poi che la procura di Forlì ha aperto un fascicolo contro ignoti per istigazione al suicidio di Zaccaria. Indagine che intende arrivare alle cause della morte del 64 enne, finito al centro di un recente servizio televisivo delle Iene che l’hanno incalzato com’è nel loro stile mentre si trovava fuori di casa con l’anziana madre in carrozzella. «Lei è Irene Martini?». «Vai via, vai via». Spinte, urla, la madre che va a sbattere su un muro. Le Iene non mollano e alla fine strappano una sua dichiarazione: «Era uno scherzo... il ragazzo aveva un problema di testa».

Detto che lo scherzo è durato mesi e che Daniele si era follemente innamorato di Irene (il fenomeno si chiama catfishing), la tragica morte è già stata indagata dagli inquirenti. Sempre la procura di Forlì aveva infatti ipotizzato il reato di «morte come conseguenza di altro reato», indagine chiusa nel giugno scorso con una richiesta di archiviazione. Per Zaccaria un sospiro di sollievo. Contro di lui è stato pronunciato solo un decreto di condanna per sostituzione di persona che si è tradotto in 825 euro di ammenda. 

«Proprio perché la procura aveva ritenuto Zaccaria non responsabile del suicidio del giovane, riteniamo che il servizio delle Iene non abbia rispettato i principi del diritto di cronaca, anche perché non era chiaro il fatto dell’archiviazione. Oltretutto il nostro cliente aveva diffidato la trasmissione dal mandare in onda il servizio», ricorda Lanza. Ma una richiesta d’archiviazione non è comunque un’archiviazione, contro la quale la famiglia di Paolo si era opposta.

Ora la rabbia del web si è scatenata contro la trasmissione e in particolare contro il giornalista Matteo Viviani, autore del servizio, tacciato di giustizialismo e metodi poco ortodossi. E tira in ballo una vicenda analoga di 12 anni fa, quando un prete di Caravaggio (Bergamo) si era gettato sotto un treno dopo essere stato incastrato dalle Iene come adescatore di bambini. Il prete, come Zaccaria, era stato riconosciuto dalla gente che aveva preso ad additarlo come pedofilo. 

«È chiaro che nessuno vorrebbe mai trovarsi di fronte a tragedie come queste ma qui stiamo parlando di qualcosa che ha a che fare con la libertà d’informazione, il cui limite non può che essere quello della legge, non quello dei metodi, in cima a tutto c’è la verità dei fatti», sostiene con forza un collega delle Iene che chiede l’anonimato.

Da parte sua Viviani, ieri sera in diretta su Italia 1, è tornato sulla vicenda: «Una tragedia nella tragedia che non solo non lascia indifferenti ma che ha colpito tutti perché si sta parlando della vita di un uomo. Il catfishing è stato da noi trattato più volte, casi che fortunatamente non hanno avuto lo stesso tragico epilogo. Domande: c’è forse un vuoto normativo? Ci sono strumenti per proteggere queste persone?». «Continuare a occuparsi del fenomeno è importante, perché imparare a riconoscere il problema è il primo passo per difendersi», concludono le Iene.

Rimane la duplice tragedia. Una famiglia che piange un ragazzo perso nel buco nero del web, ennesima vittima di una grande finzione; e rimane una madre anziana che domenica mattina ha scoperto il corpo senza vita di suo figlio.

Non sparate sulle Iene, il processo mediatico ha le sue sporche regole! La gogna è, come l’ergastolo ostativo, il «fine pena mai» della reputazione. Ma chi in queste ore invoca la condanna del programma Tv cade nello stesso errore commesso dal giudice delle Iene. Alessandro Barbano su il Dubbio il 9 novembre 2022.

Caro Direttore,

voglio spezzare una lancia in difesa dell’inviato delle «Iene» Matteo Viviani, travolto dalle polemiche. Non ha causato lui, con il suo scoop, il suicidio di Roberto Zaccaria, il sessantaquattrenne di Forlimpopoli che sul web si spacciava per una ragazza di nome Irene. Così come Zaccaria non ha causato il suicidio di Daniele, il ventiquattrenne che di Irene si era perdutamente innamorato, e che si è tolto la vita quando ha scoperto l’inganno.

Nessuno ha responsabilità penali per questa spirale di autoannientamento, che si è andata amplificando nel megafono dei media. Piuttosto i protagonisti della vicenda meritano una certa dose di pietas per il loro comune analfabetismo affettivo e morale, che gli ha impedito di comprendere a pieno quale violenza può nascondersi dietro le parole. Non è un caso che il pm abbia chiesto e ottenuto mesi fa l’archiviazione dell’accusa di procurata morte a carico di Zaccaria, imputandolo solo del reato contravvenzionale di sostituzione di persona. Perché lo ha fatto? Perché la libertà, in quanto condizione naturale di ogni uomo capace di intendere e di volere, impedisce di stabilire una causalità diretta tra l’influenza delle parole altrui e i nostri gesti. Daniele è stato ingannato sull’identità di quella misteriosa partner virtuale, ma l’inganno non è da solo un’induzione al suicidio. L’azione penale riconosce e accetta, in assenza di prove esplicite di violenza psicologica, il limite dell’insondabilità di un atto così estremo.

Allo stesso modo non è un reato inseguire, con il microfono in mano, un cittadino che spinge la madre novantenne in carrozzina e chiedergli conto, davanti a questa, delle sue perversioni sessuali. L’esecuzione della condanna mediatica sulla pubblica piazza non è di per sé penalmente rilevante. Né lo sono le singole condotte con cui si realizza. Puntare la telecamera come un mirino sulla vittima designata, impedire che la stessa cambi direzione o piuttosto si rifugi in casa, incalzarla con un interrogatorio serrato, umiliarla con censure morali, tutti questi atti insieme, che pure dall’angolo visuale di chi li subisce sembrano un sequestro di persona misto a una diffamazione, non sono in realtà neanche quello che il codice chiama violenza privata. Soprattutto se l’aggressività dell’indagine giornalistica si giustifichi in nome del diritto di cronaca. Diritto potestativo, direbbero i giuristi, perché il suo esercizio coincide con un potere pervasivo che non è mai senza impatto sulla vita altrui. Il giornalismo è una lama affilata nella carne di una comunità. Niente, che riguardi il nostro scoprire, verificare, raccontare, contestare, è senza conseguenze. Ma a certe condizioni il bisturi deve affondare, sezionare, portare in superficie e, talvolta, estirpare il grumo di contraddizioni che trova nelle viscere del sistema.

Che cosa scopre, il «giornalismo», a Forlimpopoli? In realtà niente che non sia stato scoperto dalla giustizia e non sia già agli atti dell’indagine: le chat tra il ragazzo e la finta Irene, dalle quali emerge una relazione lunga un anno, fondata sull’inganno. L’istruttoria mediatica la riqualifica in modo diverso da quello giudiziario, e con una logica congetturale ipotizza connessioni causali dove il giudice le nega. Nella sintesi del servizio giornalistico televisivo, tutte le asimmetrie e le contraddizioni di una vicenda umana così complessa e a tratti impenetrabile si compongono in un disegno concordante che risponde a una tesi. Daniele è raccontato come «un ragazzo senza grilli per la testa, che considerava più semplice trovare i primi approcci on line, prima di avere un incontro reale». Pare soffrisse di depressione, ma in fondo i genitori non se n’erano mai accorti. «Com’è possibile – si domanda a un certo punto la iena investigatrice – che un ragazzo grande e intelligente vada a chattare per un anno con una ragazza senza mai incontrala e senza mai ricevere un vocale che provi la sua reale identità»?

La risposta è affidata a una psicanalista che ha studiato il caso: «Probabilmente era molto ingenuo, con poche esperienze relazionali, e quindi un po’ sprovveduto nella capacità di difendersi. Ma normale, nel senso che ce ne sono tanti così». Il fatto che Daniele fosse “normale” viene assunto a prova della relazione causale tra l’inganno subito e il suo suicidio. Perché di questi tempi l’idea che, da ciò che consideriamo normale, giunga morte è semplicemente inaccettabile. E ancora perché, racconta il servizio televisivo, di fronte ai propositi di farla finita manifestati dal ragazzo in rete, la finta Irene una sola volta gli avrebbe detto: «Non ucciderti, la vita è preziosa». Troppo poco per giustificare l’archiviazione. L’approdo di questa istruttoria è un ribaltamento della sentenza. Per la giustizia penale Roberto Zaccaria è innocente perché il fatto non sussiste. Per la giustizia delle «Iene» è colpevole. Senonché la procedura del processo mediatico è diversa da quella del rito accusatorio. L’interrogatorio dell’imputato non è una prova da acquisire nel dibattimento in contraddittorio tra le parti, ma piuttosto è l’esecuzione stessa della condanna. Da portare a compimento, costi quel che costi.

L’inseguimento per le vie di Forlimpopoli è asfissiante. Roberto Zaccaria intima con disperazione almeno sei volte le parole «Vada via!» alla iena che lo sormonta con il microfono, prima di farsi sfuggire di mano la carrozzina con la madre novantenne, e sentirsi rivolgere dal suo procuratore incalzante una frase che pure suona, per noi, come un interrogativo cosmico: «Ma si rende conto»? Si rende conto il giornalista Matteo Viviani di quello che sta facendo? La risposta è, a quel che si vede, negativa. Perché l’assedio della vittima non si ferma di fronte alla voce di Zaccaria che, trascinando l’anziana madre, grida a ripetizione «No, no, no!». Viviani non ha alcuna intenzione di andarsene. Vuole sapere «perché si è suicidato Daniele», ed è convinto che quell’uomo possa e debba spiegarglielo. Con beffarda ironia lo invita «molto civilmente a scambiare due parole», mentre lo tallona per ogni dove, e aggiunge a un certo punto una frase che regala al dramma un tocco di comicità grottesca: «Ok, non ci avviciniamo più perché non vogliamo far agitare sua madre». Ma a dieci metri di distanza la iena vuole sapere perché Zaccaria non sia andato dai genitori di Daniele, «anche per chiedere scusa o beccarsi uno schiaffo dalla mamma», poiché «queste persone – aggiunge – hanno trovato il proprio figlio attaccato a una corda». «Fino all’ultimo – chiosa – le continueremo a porre queste domande».

L’«ultimo» purtroppo arriva. Perché dopo quell’«incidente probatorio», il cui esito è già scritto nel copione dell’intervistatore, non si darà appello alcuno. La gogna è, come l’ergastolo ostativo, il «fine pena mai» della reputazione. E poiché l’inganno si è compiuto in nome della perversione sessuale, i dettagli più scabrosi e intimi di quella relazione arricchiranno una cronaca già succulenta. Non si può affermare, in via deduttiva, che Roberto Zaccaria si sia ucciso per il rimorso, ancorché qualcuno lo abbia scritto. Né si può sostenere che la sua morte sia in relazione causale con la condanna in tv. Chi in queste ore lo grida sul web cade nello stesso errore commesso dal giudice delle «Iene». Le relazioni umane e le loro conseguenze sono sempre più complesse di quanto immagini una rozza grammatica del sospetto.

Piuttosto c’è da chiedersi, in questo deserto professionale e umano, a che cosa serva l’ordine dei giornalisti, ammesso che esista ancora. Non ci è dato di sapere dove si trovi, che cosa stia facendo, quali giornali abbia letto in queste ore il suo presidente, Carlo Bartoli. Non risultano sue prese di posizione su quanto è accaduto. Né rileva il fatto che l’autore del servizio televisivo non sia propriamente un giornalista, ma piuttosto qualcuno che ne esercita, senza titolo, la funzione nello spazio pubblico. In compenso le «Iene» fanno sapere che torneranno a occuparsi del fenomeno del catfishing, cioè la sostituzione di identità. Perché, spiega ancora Matteo Viviani nel servizio seguito al suicidio del sessantaquattrenne, c’è un vuoto normativo che non consente di proteggere le persone più a rischio. Il reato di sostituzione di persona potrebbe, a suo giudizio, non essere sufficiente, magari ne servirebbero altri, più severi.

E nelle more che il Parlamento li istituisca, il tribunale mediatico s’incaricherà di fare giustizia a suo modo. Non ci rassicura sapere che accadrà con gli stessi metodi che qui abbiamo raccontato. Anche se, ne siamo sinceramente convinti, in questa storia sono tutti drammaticamente «innocenti».

Quando la televisione diventa un tribunale supremo. Il Corriere della Sera il 9 novembre 2022. 

Martedì sera, le Iene (parliamo al plurale per riferirci a un metodo non a una singola persona), in apertura di trasmissione hanno replicato alla sconvolgente storia che da una settimana li vede coinvolti.

Di mezzo ci sono due suicidi, un servizio particolarmente violento delle Iene nei confronti di un signore di Forlimpopoli, un mare di polemiche, vari e audaci sforzi di stabilire un nesso causale tra il suicidio di una persona e la gogna mediatica, soprattutto una duplice tragedia: un uomo di 64 anni si finge donna e seduce online un ragazzo che, scoperto l'inganno, si toglie la vita. Dopo che la storia è finita in tv, sono arrivate le minacce e anche l’autore dell’inganno si è ucciso.

Forse, da parte delle Iene, sarebbe stato meglio il silenzio. Invece, non paghi del loro metodo che da anni condanniamo (l’intervista imboscata, la violazione della privacy, la gogna, la tv come tribunale supremo), si sono difesi dando la colpa alla società. Invece di aspettare che la giustizia faccia il suo corso, la loro missione è anticipare la giustizia, imponendo una loro giustizia.

Poi, se è successo quello che è successo la colpa è del «meccanismo perverso tipico del cat-fishing». Se due persone si sono suicidate la colpa è del vuoto normativo: «E soprattutto abbiamo gli strumenti per proteggere le persone più a rischio? Nel nostro ordinamento è previsto il reato di sostituzione di persona, ma siamo sicuri sia sufficiente?». Nell’attesa, loro precedono e procedono.

Mai un’assunzione di responsabilità, mai un ammettere il cialtronismo di certe interviste, mai chiedere scusa. E dire che il catalogo di servizi deprecabili ormai è lungo.

Stupisce anche l’assenza di Mediaset, rafforzando l’impressione che l’azienda sia ormai divisa in diversi sultanati. Alla linea editoriale si è sostituita la morale del punto in più di share.

Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” il 10 novembre 2022. 

Martedì sera, le Iene (parliamo al plurale per riferirci a un metodo non a una singola persona), in apertura di trasmissione hanno replicato alla sconvolgente storia che da una settimana li vede coinvolti. 

Di mezzo ci sono due suicidi, un servizio particolarmente violento delle Iene nei confronti di un signore di Forlimpopoli, un mare di polemiche, vari e audaci sforzi di stabilire un nesso causale tra il suicidio di una persona e la gogna mediatica, soprattutto una duplice tragedia: un uomo di 64 anni si finge donna e seduce online un ragazzo che, scoperto l'inganno, si toglie la vita. Dopo che la storia è finita in tv, sono arrivate le minacce e anche l'autore dell'inganno si è ucciso.

Forse, da parte delle Iene, sarebbe stato meglio il silenzio. Invece, non paghi del loro metodo che da anni condanniamo (l'intervista imboscata, la violazione della privacy, la gogna, la tv come tribunale supremo), si sono difesi dando la colpa alla società. Invece di aspettare che la giustizia faccia il suo corso, la loro missione è anticipare la giustizia, imponendo una loro giustizia.

Poi, se è successo quello che è successo la colpa è del «meccanismo perverso tipico del cat-fishing». Se due persone si sono suicidate la colpa è del vuoto normativo: «E soprattutto abbiamo gli strumenti per proteggere le persone più a rischio? Nel nostro ordinamento è previsto il reato di sostituzione di persona, ma siamo sicuri sia sufficiente?». Nell'attesa, loro precedono e procedono. Mai un'assunzione di responsabilità, mai un ammettere il cialtronismo di certe interviste, mai chiedere scusa. E dire che il catalogo di servizi deprecabili ormai è lungo. Stupisce anche l'assenza di Mediaset, rafforzando l'impressione che l'azienda sia ormai divisa in diversi sultanati. Alla linea editoriale si è sostituita la morale del punto in più di share.

(ANSA il 10 novembre 2022) - Un caso come quello dei suicidi del 64enne Roberto Zaccaria e del 24enne Daniele, coinvolti nella vicenda raccontata dalle Iene su Italia 1 e finita nel mirino della procura di Forlì "non deve più succedere". 

Ne è convinto Pier Silvio Berlusconi, ad di Mediaset. "E' una vicenda che tocca la mia sensibilità: noi facciamo una tv che si occupa di tutti i temi, anche di cronaca, e nel farlo capita di andare oltre ciò che è editorialmente giusto", ha sottolineato rispondendo alle domande dei cronisti a Cologno Monzese. "Penso che dovremo alzare il livello di attenzione e sensibilità ulteriormente".

"Non voglio entrare nello specifico - ha aggiunto Pier Silvio Berlusconi, rispondendo alle domande dei giornalisti in un incontro per fare il punto sulla stagione di Mediaset - e penso che dire basta a un certo tipo di giornalismo sarebbe come tornare indietro invece che andare avanti. 

Ma il punto è come viene fatto: servono attenzione e sensibilità, non è facile. Le Iene è un programma fatto da signori professionisti, Parenti è bravo. Ma è una questione di sensibilità personale: da editore dico che quella cosa lì non mi è piaciuta. Capita, ma bisogna tenere alto il livello di guardia".

Ferruccio Pinotti per corriere.it il 10 novembre 2022.

La vicenda del doppio suicidio del ragazzo 24enne di Forlì innamoratosi di una finta ventenne, in realtà un 64enne di Folimpopoli (anch’egli suicida), sollevato dalla trasmissione di Italia 1 Le Iene, continua a fare discutere e a dividere (c’è anche un’inchiesta in procura per istigazione al suicidio). In questo caso, è esploso un duro diverbio tra Liudmilla Radchenko — moglie dell’inviato delle Iene Matteo Viviani, autore del servizio che ha spinto la Procura di Forlì ad aprire un fascicolo di indagine per violenza privata ed istigazione ai suicidio — e Selvaggia Lucarelli, opinionista de Il Domani che in un articolo ha severamente criticato le modalità con cui la trasmissione ha seguito il delicato caso. Ne è nato un ecco scambio di battute su Instagram.

L’attacco di Ludmilla a Selvaggia

Sotto l’hashtag #tvspazzatura, #giornalismoinutile, #cattiveria #veleno, la pittrice ed ex modella russa Radchenko, 43 anni, ha commentato così il servizio di Lucarelli: «Cara Selvaggia, non vedevi l’ora di rovesciare una secchiata di m... su mio marito vero? Ecco, è arrivata la tua occasione, il tuo momento, finalmente qualcuno parla di te! Tanto è questo il tuo pane, tu vivi di questo, altrimenti il tuo “personaggio squallido” non avrebbe nessun senso. 

Ma veramente, chi sei, tu? Buah. Matteo Viviani è uno che si batte per la giustizia, alza il culo e va a fare gli indagini, si impegna salvare le persone, vite in difficoltà (vi ricordate tutti Alice, Marica, Camilla, Natan), fa beneficenza, spende il suo tempo personale per dargli il supporto. Lui è l’uomo più corretto e affidabile di questa terra . Poi nessuno loda il “bene” e tanti tremano dalla voglia di puntare il dito quando qualcosa va storto. Blue whale? Ci sei andata in fondo oltre a stare a casa affondata nelle tue cattiveria e veleno, digitando i tasti? Tu, che sei la “regina della Tv- spazzatura”, cosa hai fatto veramente di buono per questo mondo oltre a sparare la m.... Perché se non lo facessi saresti inutile oltre che disoccupata».

La replica dell’opinionista

Breve e concisa la risposta di Selvaggia Lucarelli, che con l’hashtag «#Alla prossima puntata#tvspazzatura», risponde così alla moglie dell’inviato delle Iene: «Ciao Ludmilla, ma se sono (vere, ndr) tutte queste cose brutte (magari lo deciderà un giudice, eh), perché mi inviti alle tue mostre dicendomi che avresti piacere al di là degli scontri con tuo marito?». 

Un chiaro invito a moderare i toni, o voleranno le querele civili. Immediata la replica: «Infatti ora ti cancello dal mio elenco! Il veleno non sta bene nel mio mondo a colori!» Dopo questo scambio si sono scatenati sul social centinaia di commenti, che parteggiano per l’una e per l’altra parte e che entrano — a volte con pareri anche qualificati, come quello di una avvocatessa — nel merito della trasmissione in questione e dello stile giornalistico delle Iene, con commenti spesso pregnanti.

Il suicidio dell'uomo braccato dal programma. Roberto Zaccaria, la morte dopo lo sputtanamento delle Iene che fanno solo inchieste-spettacolo. Gian Domenico Caiazza su Il Riformista il 12 Novembre 2022

Il suicidio dell’uomo braccato e linciato in favore di telecamera dai giornalisti della trasmissione “Le Iene” dovrebbe, più che porre interrogativi, segnare semplicemente un punto di non ritorno. Dovrebbe, perché questo non accadrà. Già non sta accadendo. Si apre qui e là qualche riflessione, mentre l’editore alza il sopracciglio e – dopo aver difeso il modo di fare giornalismo della sua trasmissione – si limita a farci sapere che quel suicidio disperato della preda dei suoi amati giornalisti di inchiesta “non deve più succedere”. E che questo è successo perché “capita di andare oltre ciò che è editorialmente giusto”. Ma sia ben chiaro, ammonisce, “dire basta ad un certo tipo di giornalismo sarebbe come tornare indietro invece che andare avanti. Ma il punto è come viene fatto, servono attenzione e sensibilità, non è facile… dico che quella cosa lì non mi è piaciuta”.

“Quella cosa lì”, come la chiama Piersilvio Berlusconi, è invece la regola, la cifra e la ragione stessa di quel giornalismo. Se poi il soggetto esposto voluttuosamente al pubblico ludibrio si suicida e un altro no, dott. Berlusconi, è questione del tutto indipendente ed eventuale. C’è chi riesce a sopravvivere al proprio linciaggio, e chi no. Vediamolo allora, questo “certo tipo di giornalismo”, così orgogliosamente rivendicato dal suo editore, tornando indietro dal quale cadremmo, se ho ben capito, nelle tenebre più profonde della inciviltà. Nulla da dire sulla prima parte del metodo: accade un fatto di cronaca, o si viene raggiunti dalla notizia di un fatto grave che starebbe accadendo (una truffa, un sopruso, una violenza) e si indaga giornalisticamente su di esso. Raccogliere notizie, riscontrarle, rendere pubbliche le testimonianze raccolte, sollecitare o determinare l’attenzione dell’autorità giudiziaria, è la ragione stessa del giornalismo di inchiesta. Il marcio (perché di questo si tratta) arriva dopo, ed è appunto la “presa al laccio”, come nelle migliori tecniche di linciaggio, del presunto colpevole.

È infatti un giornalismo, questo, che ha bisogno vitale del momento “spettacolare”, senza il quale l’inchiesta perderebbe larga parte del suo interesse: e quel momento è, puntualmente, lo sputtanamento del “colpevole”. Già la premessa contiene in sé i batteri micidiali del marciume. Chi sia il colpevole, quanto sia colpevole, come e perché sia colpevole, lo decide la redazione. Perché queste inchieste si nutrono della colpevolezza di qualcuno, sia essa decisa dalla redazione, sia essa ipotizzata da una Procura della Repubblica. Ai fini dello spettacolo da imbastire, i nostri eroi se lo fanno ampiamente bastare. E d’altro canto funziona così: la riprovazione, la indignazione popolare, quella tossica, l’unica che funziona e crea ascolti, è quella alimentata dal sospetto. Che inchiesta sarebbe, che gioco sarebbe, se si dovesse prendere al laccio un colpevole vero, cioè accertato come tale da un giudizio penale? Che noia, parliamoci chiaro. È il sospetto che ci inferocisce, è l’idea di averti scoperto e sputtanato in diretta televisiva, brutto bastardo che pensavi di farla franca, a dare l’adrenalina al giornalista-segugio, ed a noi guardoni. Fatecelo vedere, il bastardo. Vediamo come si giustifica, come balbetta, come suda, come si spaventa. Fammi vedere come si dimena, una volta caduto in trappola.

La cosa spaventosa è che la convenzione sociale prevalente è in linea con questa idea malata, sovvertitrice di ogni parametro costituzionale e di ogni elementare sentimento di umanità. Il capo di imputazione lo scrive la redazione de Le Iene, la sentenza la pronunciamo tutti noi, sbavando, non in nome del popolo italiano ma a furor di popolo, vuoi mettere. Noi ancora non abbiamo capito né perché si sia suicidato il ragazzo ingannato on line ed innamoratosi perdutamente (a quanto si dice) del falso profilo messo su dal “carnefice”, né perché costui lo abbia fatto (un gioco erotico assai cervellotico? Un tentativo di truffa finito male? Un passatempo idiota? Boh). Sta di fatto che, a tutto concedere, quell’uomo avrebbe dovuto rispondere di sostituzione di persona, reato minore, davanti alla giustizia ordinaria. Ma potrebbe mai la giustizia mediatica accontentarsi di un esito così modesto e burocratico, quando abbiamo per le mani un suicidio come conseguenza di quella “sostituzione di persona”? Non scherziamo.

Il Tribunale mediatico esercita la sua giustizia ed infligge le sue sanzioni senza tanti inutili orpelli. Quell’altra, celebrata da giudici e avvocati, è una legalità soporifera, formalistica, costituzionale e bla bla bla, noi altri si va per le spicce. Prendi il bastardo al laccio, e trascinalo sugli schermi, questa è l’unica giustizia che funziona, la giustizia a furor di popolo. Ci scappa il suicidio? Pazienza. Lacrimuccia, facce compunte, “quella cosa lì non ci è piaciuta”, e ripartiamo con la prossima inchiesta. Il laccio è pronto per il collo del prossimo bastardo.

Gian Domenico Caiazza Presidente Unione CamerePenali Italiane

La procura di Forlì apre un’inchiesta per istigazione al suicidio dopo il servizio televisivo delle Iene. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno l’8 Novembre 2022.

L’inchiesta è al momento a carico di ignoti come ha confermato al Corriere è il capo della Procura di Forlì, Maria Teresa Cameli

La procura di Forlì ha aperto un’inchiesta per il reato di istigazione al suicidio, in relazione alla morte di Roberto Zaccaria, il 64enne suicidatosi dopo il clamore mediatico esploso in seguito al servizio de Le Iene dove veniva additato come responsabile della morte di Daniele, il 24enne che il 23 settembre 2021 si era a sua volta tolto la vita. A confermarlo al Corriere della Sera è il capo della Procura di Forlì, Maria Teresa Cameli. L’inchiesa è al momento a carico di ignoti.

Sulla triste e squallida vicenda puntualmente è intervenuta l'”alzapalette di Stato”, cioè Selvaggia Lucarelli la giurata (pagata con soldi dei contribuenti-abbonati RAI) del programma “Ballando con le Stelle” che ha scritto su Il Domani : “Le Iene sono un programma socialmente pericoloso. Lo sostengo da anni, ho scritto numerosi articoli (l’ultimo due settimane fa) denunciando la disinformazione che la squadra di Davide Parenti continua a diffondere da Stamina in poi, ma il problema non è mai stato solo questo. Come più volte ho ricordato, il problema a monte è il metodo. Sono due decenni che si assiste allo scempio che le Iene fanno del giornalismo, che accettiamo le immagini di macchiette in giacca e cravatta all’inseguimento di persone per strada, sul proprio posto di lavoro, nelle proprie abitazioni private. A microfoni sbattuti sui denti per strappare manate e parolacce che serviranno a dimostrare chi è il cattivo, a errori grossolani, a giustizialismo spacciato per giustizia, a ghigliottina spacciata per giornalismo“.

Secondo noi chi dovrebbe vergognarsi di quello che scrive in realtà è proprio la Lucarelli, e non un programma come Le Iene che hanno consentito alla Magistratura ed alle Forze dell’ ordine di assicurare alla giustizia pedofili, truffatori, e delinquenti di ogni genere, mentre la Lucarelli passa le sue settimane ad alzare palette o a vivere sul suo telefonino ad imperversare sui social a giudicare e sparlare di tutto e di tutti. e sul cui giornalismo…non ci risultano benefici per la società civile e la giustizia.

sarà stato questo servizio trasmesso a suo tempo dalle Iene ad “inacidire” la Lucarelli con Le Iene e Davide Parenti ?

Selvaggia Lucarelli deve aver dimenticato nel suo (poco) illuminante giornalismo, quando è finita sotto processo a Milano insieme ai blogger Gianluca Neri e Guia Soncini, accusati per aver rubato segreti e immagini a personaggi dello spettacolo attraverso presunti accessi abusivi nei loro account di posta elettronica. La sua salvezza processuale è stata la decisione del giudice dell’XI sezione penale del Tribunale di Milano, Stefano Corbetta, nel trasformare le imputazioni di “accesso abusivo a sistema informatico“, l’”intercettazione illecita di comunicazioni” e la violazione di corrispondenza oggetto delle querele e riportate nel capo d’imputazione avanzato dalla Procura di Milano, riqualificando la contestazione del pm Colacicco in un altro reato la “rivelazione del contenuto di corrispondenza” per il quale il Tribunale ha dichiarato il proscioglimento “per mancanza di querela” da parte delle presunte parti offese, ovvero la Canalis e la Fontana , così assolvendo così tutti gli imputati . E così la “tuttologa” di Civitavecchia si è salvata da una condanna pressochè certa.

Agli imputati, con vari ruoli, nell’inchiesta del pm Grazia Colacicco, veniva contestato di aver violato l’account di posta elettronica della show girl Federica Fontana, ospite al compleanno di Elisabetta Canalis nella villa di George Clonney sul lago di Como. Durante il compleanno della Canalis ,  Felice Rusconi marito  Federica Fontana, aveva scattato 191 fotografie che poi aveva inviato via email agli invitati a Villa Oleandra. “L’interno della villa fino a quel momento non era mai stata fotografato – ha spiegato il pm Colacicco nel corso dell’udienza,  in cui aveva chiesto pene fino a 1 anno e 2 mesi, – e quegli scatti avevano anche un notevole valore commerciale”.

Gli imputati, secondo l’accusa sostenuta dalla Procura di Milano, una volta entrati in possesso delle immagini – che avrebbero ottenuto “hackerando” l’accesso all’account di posta di Felice Rusconi – avrebbero tentato di venderle tramite il fotografo Giuseppe Carriere al settimanale Chi. La vendita di quelle fotografie però non è andata in porto perché il direttore della rivista, Alfonso Signorini, ha correttamente avvertito la Canalis. Eh si, è questo il giornalismo “sano”… idealizzato dalla Lucarelli ! Redazione CdG 1947

Le Iene, il legale del 64enne suicida: “Ci sono gli estremi per un esposto”. Il Dubbio l’8 novembre 2022.

Le accuse sarebbero di violenza privata o istigazione al suicidio: l'uomo si sarebbe tolto la vita per la gogna subita in paese dopo il servizio televisivo

Potrebbe finire in tribunale la vicenda del 64enne di Forlimpopoli (FC) che si è tolto la vita dopo la puntata delle Iene sul caso del 24enne forlinese, a sua volta suicida dopo aver scoperto che era lui la “donna” con cui aveva a lungo chattato. La famiglia del 64enne – madre e sorella – sta valutando con il proprio legale, Pier Paolo Benini, un esposto alla Procura di Forlì per istigazione al suicidio o violenza privata.

«Le Iene l’hanno fatta grossa» tanto che «ci sono gli estremi per fondare un esposto senza incorrere nella calunnia», dichiara a LaPresse l’avvocato. «Personalmente la vedo come una possibilità di ricostruire l’intera vicenda senza le “infarciture” fatte dalla trasmissione». Secondo Benini «gli estremi» sarebbero per «violenza privata a cominciare da come è stato bloccato impedendogli i movimenti per realizzare il servizio» e perché la trasmissione «è andata in onda nonostante una diffida per iscritto». Una vicenda che «ha lasciato profonda tristezza e amarezza – commenta la sindaca del piccolo centro romagnolo, Milena Garavini – ma è anche un invito a fare una riflessione, ovvero quanto possa essere dannosa la spettacolarizzazione delle disgrazie altrui, soprattutto quando causa un’ondata emotiva che spinge le persone a emettere giudizi senza conoscere i fatti».

Il 64enne, infatti, sarebbe stato riconosciuto da alcuni suoi compaesani nel servizio televisivo a causa per esempio di alcune connotazioni fisiche (era senza capelli) e degli ambienti ripresi dalle telecamere. Per questo si ipotizza che non avrebbe retto alla vergogna. Il giorno dopo la messa in onda del servizio, a Forminpopoli erano anche comparsi sui muri manifesti con scritte del tenore “Maledetto devi morire e bruciare all’inferno”. Nelle ore successive l’uomo si era rivolto ai carabinieri della stazione locale sporgendo denuncia contro ignoti. A quanto si apprende, sarebbero proprio questi anonimi a rischiare, una volta individuati, l’iscrizione sul registro degli indagati per minaccia e istigazione al suicidio, reati che la Procura di Forlì, guidata dalla dottoressa Maria Teresa Cameli potrebbe decidere di perseguire d’ufficio senza necessità di una querela di parte. Responsabilità quindi che si abbatterebbero più sugli hater che sulla trasmissione, coperta dal diritto di cronaca e dall’aver comunque condotto interviste lungo strade pubbliche.

La retorica dopo la "tragedia nella tragedia". Si toglie la vita dopo servizio delle Iene, niente scuse dopo la gogna: “Altre vittime di catfishing”. Ciro Cuozzo su Il Riformista l’8 Novembre 2022

Nessun passo indietro. Niente scuse per la gogna mediatica contro Roberto Zaccaria, il 64enne che si è tolto la vita pochi giorni dopo il servizio andato in onda sulla tragedia di Daniele, il 24enne di Forlì che ha deciso di farla finita dopo una decisione amorosa vissuta online con la fidanzata-fake “Irene Martini”, profilo controllato dallo stesso Zaccaria.

Le Iene tirano dritto. Anzi rilanciano e provano a concentrare la raccapricciante vicenda solo sul fenomeno del catfishing. Come se inseguire in strada una persona che spingeva la carrozzina dell’anziana madre disabile, preoccupandosi solo di oscurarne in modo assai amatoriale il volto, rendendo di fatto riconoscibile Zaccaria sia per l’aspetto fisico, sia per i numerosi tatuaggi, sia per aver inquadrato il luogo dove viveva, fosse cosa normale.

Poco importa se il 64enne di Forlimpopoli (piccolo comune di 13mila abitanti) dopo il servizio andato in onda martedì primo novembre è stato oggetto di minacce, offese e manifesti – così come rimarcato dai legali della famiglia – che lo invitavano a “bruciare all’inferno”. Circostanze denunciate anche ai carabinieri. Poco importa che domenica 6 novembre l’anziana madre lo ha trovato senza vita in casa, stroncato da un mix di farmaci.

Per il programma televisivo di Mediaset e per la Iena Matteo Viviani nessun passo indietro neanche davanti alla “tragedia nella tragedia che non solo non ci lascia indifferenti, ma ha colpito tutti noi”. Viva lo pseudo giornalismo d’inchiesta, quello che mira alla gogna mediatica, sbattendo il “mostro” davanti alle telecamere senza preoccuparsi della tutela della privacy e delle norme deontologiche da rispettare.

Poco importa anche che le indagini, guidate dalla Procura di Forlì (che ora ha aperto un fascicolo a carico di ignoti per istigazione al suicidio) e dai carabinieri, hanno portato alla richiesta di archiviazione di Zaccaria dall’accusa di morte come conseguenza di altro reato perché, secondo i pm forlivesi, non è stato ravvisato un nesso causale fra la morte del giovane e il comportamento dell’uomo (condannato per sostituzione di persone a una ammenda di 825 euro).

Nel servizio andato in onda martedì 8 novembre la Iena Viviani, e la redazione, si preoccupano solo di non mostrare nel filmato il 64enne che si è ammazzato dopo il video della scorsa settimana. Poi tanta retorica da chi spesso riesce a ricoprire più ruoli (giudice, magistrato e “giornalista”) nello stesso servizio.

“Con un servizio di Matteo Viviani ‘Le Iene’ stasera tornano a parlare della tragedia che ha colpito Daniele, un ragazzo di 24 anni che circa un anno fa si è tolto la vita, e del suicidio dell’uomo che aveva una relazione virtuale con il ragazzo. Il giovane di Forlì si era innamorato di una bellissima ragazza, ”Irene Martini”, conosciuta sui social. Dopo un anno in chat e migliaia di messaggi si era reso conto che la sua ”Irene” in realtà non è mai esistita, che dietro a quel profilo c’era un’altra persona. Da qui, il crollo” aveva fatto sapere la trasmissione in onda su Italia 1.

Viviani spiega poi che “prima di raccontare questa drammatica vicenda, ne abbiamo raccontate altre, molto simili, ma che fortunatamente non hanno avuto lo stesso epilogo. Oltre a Daniele, altri ragazzi avrebbero iniziato un rapporto via social con ”Irene Martini”. Se per alcuni non è stato nulla di significativo per altri, invece, la storia ha rappresentato qualcosa in più come per Daniele”.

“Il ‘catfishing’ è un fenomeno molto più ampio e pericoloso di quello che si può immaginare e le vittime sono sempre i soggetti più deboli, quelli che dovrebbero essere maggiormente tutelati” aggiunge.

Poi l’illuminazione: “La domanda è: attorno a questo problema stiamo vivendo un vuoto normativo? Abbiamo gli strumenti per proteggere le persone più a rischio? Nel nostro ordinamento è previsto il reato di sostituzione di persona, ma siamo sicuri che sia sufficiente?”. Nel frattempo però Le Iene non si sono preoccupate di proteggere la privacy delle persone coinvolte nel loro tritacarne mediatico. La presunzione d’innocenza c’è, esiste, ma loro la ignorano. Zaccaria dopo il servizio della scorsa settimana è stato riconosciuto facilmente per le strade del piccolo paesino in provincia di Forlì. In quella circostanza lo stesso Viviani non si creava problemi a inseguire il 64enne nonostante la presenza dell’anziana madre in carrozzella. Così come la redazione non si è preoccupata, in fase di montaggio, di oscurare tutti gli elementi utili al riconoscimento di un uomo innocente fino a prova contraria.

“Sicuramente continueremo ad occuparci di ‘catfishing’, perché imparare a conoscere il problema è il primo passo per evitarlo” questo il commento di Viviani in chiusura del servizio.

Intanto la Procura di Forlì ha aperto una inchiesta per istigazione al suicidio dopo il clamore mediatico generato dal servizio de Le Iene e le successive minacce ricevute nei giorni scorsi da Zaccaria, con – stando a quanto riferiscono i legali che assistono la famiglia – manifesti che invitavano l’uomo protagonista del ‘catfishing‘ (l’utilizzo di un account con falsa identità da parte di una persona, allo scopo di raggirare altri utenti con il nome usato falsamente) a ‘bruciare all’inferno’. L’inchiesta, così come confermato al quotidiano da Maria Teresa Cameli, capo della procura di Forlì, è al momento a carico di ignoti.

Gli avvocati Pierpaolo Benini e Antonino Lanza hanno annunciato che la madre e la sorella del 64enne, da loro assistiti, sono pronti a costituirsi parte civile in caso di apertura di un procedimento per reati come violenza privata e, appunto, istigazione al suicidio.

LA VICENDA – Il servizio de Le Iene era relativo al suicidio di Daniele, un ragazzo di 24 anni di Forlì che nel settembre 2021 decise di farla finita dopo una delusione amorosa: per circa un anno, durante l’emergenza Covid, aveva ‘conosciuto’ online una ragazza, Irene. In realtà dietro al profilo della giovane ci sarebbe stato Roberto Zaccaria che con delle foto prese dal profilo di una modella aveva iniziato a chattare con il 24enne, scambiando migliaia di messaggi via WhatsApp. Nessuna nota vocale, nessuna telefonata, nessuna videochiamata. Solo tanti messaggi che avevano portato Daniele a credere di aver istaurato una relazione sentimentale con ‘Irene’. Dopo aver scoperto che era tutta una finzione, la delusione avrebbe portato il 24enne al suicidio lasciando una lettera ai genitori e al fratello nella quale invitava quest’ultimo a non isolarsi, a “non fare i stessi miei errori, io ho sbagliato tutto, non ho mai avuto un amico, mai una ragazza. Sono stato solo tutta la vita”.

“Le Iene l’hanno fatta grossa” tanto che “ci sono gli estremi per fondare un esposto senza incorrere nella calunnia”, dichiara a LaPresse l’avvocato Benini. “Personalmente la vedo come una possibilità di ricostruire l’intera vicenda senza le ‘infarciture’ fatte dalla trasmissione”. Secondo Benini “gli estremi” sarebbero per “violenza privata a cominciare da come è stato bloccato impedendogli i movimenti per realizzare il servizio” e perché la trasmissione “è andata in onda nonostante una diffida per iscritto”.

LA PRIMA INCHIESTA – Dopo il suicidio del 24enne Daniele e la denuncia dei familiari ai carabinieri, l’inchiesta aperta dalla procura di Forlì si era conclusa con un decreto di condanna penale nei confronti di Zaccaria, con un’ammenda di 825 euro, per sostituzione di persona, mentre era stata chiesta l’archiviazione per l’accusa di morte come conseguenza di altro reato perché, secondo i pm forlivesi, non è stato ravvisato un nesso causale fra la morte del giovane e il comportamento dell’uomo.

 Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Due suicidi per una chat, tra debolezze, fragilità e una lunga serie di errori. La vicenda dovrebbe insegnare molte cose. La prima è che non si possono costruire relazioni, tantomeno d’amore, attraverso le chat. Michele Partipilo su La Gazzetta del Mezzogiorno l’08 Novembre 2022.

Due suicidi per una chat. Potrebbe riassumersi così la storiaccia avvenuta nel Forlivese, ma sarebbe irrispettoso verso quei morti e superficiale. I fatti. Il 23 settembre del 2021 un giovane di 24 anni si uccide dopo aver scoperto che per un anno era stato ingannato in chat: Irene, la ragazza bellissima di cui si era innamorato e con cui aveva scambiato più di ottomila messaggi d’amore, era in realtà un adulto.

Un falso profilo costruito rubando la foto di una modella e inventandosi un nome. Il giovane aveva anche lasciato un commovente messaggio alla famiglia. È evidente che siamo di fronte a una fragilità psicologica e a una debole, se non inesistente, rete di relazioni. Ma quanti giovani oggi vivono una situazione simile? Se già uccidersi per una fallita relazione reale è segno di una delicata condizione mentale, quali vuoti si nascondono dietro il suicidio per una fasulla relazione virtuale? L’altra mattina l’epilogo, ancora più triste. Un uomo di 64 anni si uccide perché non regge al rimorso e alla vergogna. In paese (13mila abitanti) lo hanno riconosciuto: è lui che ha creato e gestito il profilo della falsa Irene. La famiglia della vittima lo aveva denunciato, era stato accusato di truffa e morte come conseguenza di altro reato.

Ma non essendoci stata richiesta di denaro, il reato di truffa è caduto e con esso anche l’altra grave accusa. Alla fine è stata riconosciuta solo la sostituzione di persona: un decreto penale di condanna e 825 euro di sanzione e la cosa è finita lì.

Ma non per i genitori della vittima, che non si arrendono, scrivono anche alla premier e, alla fine, raccontano la vicenda alle Iene, la popolare trasmissione di Italia1.

L’inviato del programma si mette sulle tracce della finta Irene: è un uomo di 64 anni, lo intervista oscurando il volto; però nel filmato si intravedono alcuni tatuaggi che lo rendono subito riconoscibile nel piccolo paese dove vive. Comincia il suo calvario. Intervistato dal Resto del Carlino dice fra le altre cose: «Sono stanco, mi stanno rovinando la vita». Passa qualche giorno e anche lui si uccide.

La vicenda dovrebbe insegnare molte cose. La prima è che non si possono costruire relazioni, tantomeno d’amore, attraverso le chat. La confusione tra vita reale e vita virtuale rischia di far pagare prezzi altissimi, soprattutto quando i protagonisti sono persone psicologicamente fragili, timide, introverse. Il compito di vigilanza da parte delle famiglie, degli amici – se ci sono – e degli insegnanti è importantissimo.

Soprattutto i genitori hanno gli strumenti psicologici per scoprire il disagio, di intuire la nascita di un innaturale rapporto virtuale che altera la percezione del reale.

Poi c’è il ruolo della giustizia, ancora impreparata ad affrontare temi così complessi e legati a comportamenti e dinamiche che i Codici ancora non contemplano o che valutano alla luce di una norma e di una giurisprudenza obsolete. Forse una sanzione diversa avrebbe reso più giustizia a quel giovane morto nel fiore degli anni e la famiglia non avrebbe provato il bisogno di rivolgersi ai media. Una soluzione il cui obiettivo era in definitiva una giustizia fai da te attraverso la gogna mediatica.

L’avvocato che ha seguito i genitori forse avrebbe dovuto farsi qualche domanda in più su quella scelta e chiedersi quali conseguenze avrebbe potuto avere dare in pasto al pubblico l’autore del falso profilo. Se la rabbia giustizialista dei genitori è comprensibile, desta molti dubbi la leggerezza con cui il loro legale li avrebbe assecondati.

Da ultimo il ruolo di programmi come «Le Iene» che, sotto la nobile veste del giornalismo d’inchiesta o di approfondimento, troppo spesso rimestano nel torbido.

I pomeriggi televisivi sono ormai colonizzati dall’infotainment pseudo giornalistico, con tutto il corollario di esperti, criminologi e tuttologi. Il giornalismo e l’inchiesta non c’entrano nulla con tali surrogati, senza regole né etica. Tanto che nella maggior parte dei casi i giornalisti, quelli iscritti a un Ordine e vincolati al rispetto di una deontologia, sono ai margini o non ci sono affatto. Interviste, programmi e presunti approfondimenti vengono realizzati da altri, che si credono al di sopra di ogni minimo rispetto per la dignità e l’intimità delle persone.

Il confine fra diritto di cronaca e diritto alla privacy è labile, faticoso da individuare e rispettare, ma questo non significa che si possa allegramente ignorarlo. Molto spesso, come in questo caso, la soluzione è un ipocrita oscuramento del volto dei soggetti al centro della cronaca. Un’idiozia, purtroppo comune anche a molti giornalisti. Perché mostrare un volto oscurato o pixellato è un’offesa agli utenti, un controsenso comunicativo e poi perché il riconoscimento attraverso un particolare sfuggito (il tatuaggio, nel caso forlivese) è sempre possibile. Le immagini o si possono pubblicare o non si possono pubblicare. I volti oscurati o le voci artefatte sono una presa per i fondelli per chi guarda e ascolta e una pezza sulla coscienza di chi li diffonde. Ora ci sono due famiglie distrutte, ma non solo per colpa delle chat.

Una piaga dilagante. Suicidio dopo servizio delle Iene: aprire una riflessione sulla solitudine e l’autostima social. Hoara Borselli su Il Riformista il 7 Novembre 2022

Voglio parlarvi, oggi, di una terribile vicenda dove si intrecciano due tipi di realtà, quella virtuale e quella reale. Una vicenda terribile, conclusasi con un duplice suicidio. La storia è quella di Daniele, un giovane di 24 anni, che intesse una relazione virtuale, via chat, con una persona. Daniele è convinto di avere per molto tempo una storia con una ragazza, Irene, e su questa relazione riversa tutte le aspettative e i suoi sogni. Un legame vero, sincero, sul quale investe molto.

Cosa succede, però? Che Daniele scopre che la donna che riteneva essere la sua fidanzata, era in realtà un uomo, un uomo di 64 anni che si è spacciato per Irene e ha mantenuto con Daniele una relazione finché poi, molti mesi dopo, l’inganno è stato scoperto. Daniele non ha sopportato la delusione, la frustrazione, l’oppressione di non essermene accorto, un mix di dolore che l’ha portato ad impiccarsi nella sua stanza a soli 24 anni.

A questo punto, l’uomo che l’ha ingannato ha subito un processo, è stato denunciato e ha ricevuto una condanna per sostituzione di persona: è stato costretto a pagare una multa di 852 euro. Però, l’accusa della morte per conseguenza di reato, è stata archiviata. Poi l’uomo è stato rintracciato dal programma televisivo, Le Iene, il programma va in onda e questa mattina alle 7 il 64enne è tato ritrovato a terra, morto, da sua madre: si è suicidato con un mix di farmaci.

Quindi assistiamo ad una doppia tragedia, da una parte un ragazzo che non ha sopportato il dolore, la frustrazione di aver subito un tale affronto e dall’altra parte un uomo che non ha saputo superare il senso di colpa. Troppo spesso, purtroppo, si parla di queste ‘truffe amorose’ che rappresentano una piaga, quella della solitudine, si ricercano sul web quegli amori dove – forse per incapacità di potersi confrontare con persone reali – si affidano alla rete tutte le nostre aspettative. Purtroppo molto spesso ciò che è virtuale diventa un inganno, una trappola. E di queste storie bisogna parlare, perché sono molto più frequenti di quanto si possa pensare. E noi che ci occupiamo di comunicazione, che abbiamo la possibilità di veicolare massaggi importanti come questi, dobbiamo accendere un faro, far capire a i nostri ragazzi la distinzione che si deve fare tra reale e virtuale.

Ormai lo sappiamo, la maggior parte del nostro tempo la passiamo sul web, l’autostima dei nostri giovani, purtroppo, si basa sui like che ricevono. E’ importante accendere un faro perché questa può diventare una piaga dilagante. Prendiamo questo caso come avvertimento, affinché tragedie del genere non debbano avvenire più.

Hoara Borselli

Le Iene, il suicidio dopo il servizio di Viviani? "Cosa c'è dietro davvero". Hoara Borselli su Libero Quotidiano il 09 novembre 2022

Fino a dove si può spingere il diritto di cronaca? Chi traccia quel limite che stabilisce il confine fra l'inchiesta e lo sciacallaggio mediatico?

È una domanda che dobbiamo porci, visto che oggi a margine di una duplice tragedia si trova coinvolto un notissimo programma televisivo, Le Iene, di fatto indagato dalla procura per istigazione al suicidio.

Tutto inizia con la morte di un ragazzo 24enne, Daniele, trovato impiccato dai suoi genitori nella soffitta della sua abitazione. Il motivo? La ragazza, Irene, con la quale si scambiava messaggi d'amore da circa un anno, era in realtà un uomo 64enne che si fingeva tale.

Semplicistico pensare che il folle gesto di Daniele sia riconducibile unicamente alla terribile delusione subìta. Può un ragazzo così giovane pensare che la vita non possa offrire nessun'altra possibilità di riscatto? Sicuramente c'era tanta fragilità, nel suo mondo interiore.

A questo punto entrano in gioco Le Iene. Matteo Viviani e Marco Fubini, specializzati nelle inchieste d'assalto. Il 64enne viene sorpreso per strada mentre spinge la carrozzella della madre disabile. Volti pixellati ma riconoscibili. Domande incalzanti. Nulla viene tralasciato, in gergo giornalistico possiamo dire che hanno portato a casa un gran lavoro. Il giorno dopo nel paesino di 13 mila abitanti vengono affissi i poster dell'uomo: nonostante fosse celato, tutti lo avevano riconosciuto. Il mostro sbattuto in prima pagina, come si dice.

Accade poi l'imponderabile: la preda delle Iene si ammazza. Lo troverà la ma dre il giorno dopo la messa in onda del servizio, riverso a terra dopo aver ingerito un quantitativo letale di farmaci. Responsabile della sua morte è proprio il programma Le Iene, scrivono. Lo dice la stampa, sta indagando la procura.

Ora, per noi è semplice stampare manifesti di condanna e di messa all'indice. Le Iene hanno colpito, hanno messo alla gogna, Le Iene hanno spinto al suicidio. Andiamoci piano. Per due ragioni. 

La prima riguarda l'essenza stessa del suicidio, le sue cause, i suoi misteri. Soprattutto i suoi misteri. Chiediamoci: come succede che a un certo punto, a un essere umano, a qualunque età e di qualunque condizione sociale, sparisce l'istinto di conservazione, cioè il principio fondamentale della vita, soppiantato dalla disperazione e dal desiderio di morte? Nessuno sa rispondere a questa domanda. Ma allora, scusate, perché parliamo con tanta facilità di istigazione al suicidio? Che reato è? In che cosa consiste? Come si riconosce questo reato?

Chi è in grado di capirlo e definirlo?

La seconda ragione di prudenza riguarda il giornalismo. Certo, il giornalismo è un attrezzo pericoloso. Spesso può fare molto male alle persone. Non è un caso raro. Pensate a quante persone famose sono state demolite nella loro reputazione dalle inchieste giornalistiche, o più spesso ancora dalla superficialità di chi si limitava a pubblicare sui giornali e dare clamore e risalto al lavoro di accusa, o solo di sospetto, di qualche pm. Allora tutto questo che cosa vuol dire, che va sospeso il giornalismo? Soprattutto in questo caso, finisce sotto accusa il giornalismo di inchiesta. Il lavoro di scavo, di ricerca, di cronaca appunto, che hanno fatto alcuni nostri colleghi. Certo, potevano fermarsi un metro prima, perché sapevano che stavano trattando un argomento delicatissimo, intimo, pericoloso. Ma chi decide qual è questo metro prima?

Adesso che quest' uomo si è suicidato è facile per noi ragionare. Ma quando sei nel fuoco del lavoro, dell'inchiesta, e le tessere tornano e si incastrano, chi te lo dice: amico, adesso basta. Mi piacerebbe se contro Le Iene, quantomeno, non si accanisse la stessa mania di ricerca del colpevole seguendo la quale le stesse Iene hanno portato quest' uomo alla disperazione. Dico solo questo: spezziamo il cerchio. Interrompiamo la furia moralizzatrice. Non moralizziamo i moralizzatori. E salviamo il giornalismo perché un giornalismo cattivo è meglio di nessun giornalismo.

Da primaonline.it il 14 novembre 2022.

 Non si placa il dibattito suscitato dal suicidio – domenica 6 novembre – di Roberto Zaccaria. Il 64enne per un anno si era finto in chat una ragazza. La vittima, il 24enne Daniele, si è poi suicidato (la ricostruzione più sotto).

Su questa vicenda il 1° novembre era tornate le ‘Iene’, inseguendo Zaccaria. Dopo diverse polemiche sul fatto, e sul modo in cui il programma conduce le sue inchieste, adesso interviene Davide Parenti. L’autore delle ‘Iene’ ci ha inviato una lettera esclusiva. 

Di seguito, la lettera in esclusiva di Davide Parenti.

“In questi giorni tutto il gruppo che lavora a ‘Le Iene’ è stato scosso da un fatto tragico, che ci addolora in modo profondo. 

Due settimane fa abbiamo raccontato una storia di catfishing: Daniele, un ragazzo di ventiquattro anni si è suicidato dopo aver scoperto che quella che pensava fosse la sua fidanzata era invece Roberto Zaccaria, un uomo di 64 anni. Dopo il suicidio di Daniele, Roberto ha continuato a fare la stessa cosa con altri quattro ragazzi.

È stato allora che siamo andati a chiedergli conto delle sue azioni, incalzandolo. Dal giorno seguente alla messa in onda, il servizio è stato ripreso da trentuno giornali cartacei e online, due telegiornali, e ha spopolato sui social. 

“La storia era chiaramente di pubblico interesse, perché svelava la perversione di un meccanismo molto diffuso, che fa leva sulla fragilità affettiva e psichica di chi ne cade vittima. L’abbiamo raccontata perché potesse richiamare ogni potenziale ‘emulo’ alla gravità del gesto e alla sua responsabilità. Nel farlo, l’onda alimentata anche da chi ha ripreso il nostro lavoro è montata oltre ogni misura immaginabile, tanto che nel piccolo paese dove Roberto abitava sembra che qualcuno gli abbia fatto trovare dei cartelli nei pressi di casa.

“Il sabato successivo al servizio, a quattro giorni dalla messa in onda, Roberto si è tolto la vita. Da allora non smettiamo di domandarci qual è il limite, come bilanciare il diritto a fare informazione su fatti importanti e il diritto alla privacy, anche quella di chi è responsabile di questi fatti. Molti, dopo la morte di Roberto, hanno sollevato critiche sul nostro modo di raccontare, hanno sostenuto che è stato sbagliato, eccessivo. Accogliamo tutte queste critiche. 

Guido il gruppo de ‘Le iene’ da ventisei anni e da ventisei anni sono responsabile di ogni singolo minuto che va in onda; e se su altri casi – anche molto controversi – dormo sonni tranquilli, sul servizio di Roberto continuo a interrogarmi, così come le oltre cento persone che lavorano al programma. Con la nostra esperienza avremmo potuto essere più capaci di ‘sentire’ chi avevamo di fronte. 

“Chi fa il nostro lavoro si muove sul filo sottile della libertà di cronaca, una funzione delicatissima, per questo tutelata dalla Costituzione e disciplinata dalla legge. C’è poi un terzo elemento di cui chi fa comunicazione non può non tenere conto, la sensibilità collettiva, che negli ultimi anni ha fluttuato in modo continuo.

Molti oggi vorrebbero collegare il gesto di Roberto Zaccaria al fatto di essere stato incalzato da un nostro inviato, perché ha trovato il suo modo irruente, violento. Eppure esiste una differenza tra sensibilità e nesso di causalità. 

Al nostro editore, come ad altri, il servizio non è piaciuto, ed è legittimo.

Quello che facciamo può non piacere, è migliorabile – siamo esseri umani. La nostra libertà di farlo non è negoziabile col gusto di una platea, per quanto ampia.

Alla domanda se il “giornalismo estremo che praticano ‘Le Iene’ fatto di inseguimenti per strada possa andare avanti in questo modo”, il nostro editore ha risposto che “dire basta a un certo tipo di giornalismo sarebbe come tornare indietro invece che andare avanti, qualsiasi altro programma di informazione di Mediaset e non (lo pratica)”, un’affermazione che condividiamo. 

Il servizio sulla morte di Daniele andava fatto meglio, ma andava fatto. Così come andava fatto il servizio sul pallavolista Roberto Cazzaniga, su David Rossi, Chico Forti, DJ Fabo, il sangue iperimmune, i chierichetti del Papa, Marco Vannini, il ginecologo di Bari, le firme false del Movimento Cinque Stelle, il secondary ticketing, il disastro della Terra dei Fuochi, le truffe al 110, i rimedi al cancro della Brigliadori e della Mereu, i portaborse in nero, i furbetti del cartellino, la droga in parlamento, le molestie nel cinema, le aggressioni, i raggiri, gli inganni, le frodi, le estorsioni, le violenze e gli abusi subiti dai più deboli di cui il nostro programma è zeppo.

A sessantacinque anni ogni giorno ancora imparo che posso fare meglio. Alzeremo il livello di guardia, cambieremo alcune modalità di approccio ai fatti e alle persone. Non cambierà la nostra attenzione alla società, alla politica e la necessità di raccontarne storture e iniquità. Non abbiamo nessuna intenzione di ignorare ogni suggerimento utile e dato in buona fede su come migliorare il nostro lavoro. E soprattutto, non abbiamo nessuna intenzione di smettere di darci da fare.”  

Non avrebbe retto alla gogna mediatica innescata da un servizio della trasmissione ‘Le Iene‘ e si è tolto la vita pochi giorni dopo che il servizio, curato dall’aretino Matteo Viviani, è andato in onda. Due suicidi in tredici mesi, nel mezzo il servizio della trasmissione di Italia 1.

È stato trovato morto in casa l’uomo di 64 anni di Forlimpopoli, Roberto Zaccaria, finito al centro della vicenda legata al suicidio di Daniele, un giovane di 24 anni che un anno fa si era a sua volta tolto la vita dopo aver appreso di essere stato vittima di uno scherzo durato un anno: quella che credeva essere la sua fidanzata, Irene Martini, conosciuta online, era in realtà l’uomo di 64 anni che aveva usato foto di una modella romana. Zaccaria, dopo il suicidio del giovane, era stato indagato dalla Procura, aveva ricevuto una multa di circa 800 euro per sostituzione di persona ma l’accusa di morte come conseguenza di altro reato era stata archiviata. 

Nel servizio curato da Matteo Viviani, l’uomo era stato raggiunto vicino a casa. È andato in onda con il volto oscurato, ma in molti lo avrebbero riconosciuto. Ora la famiglia di Zaccaria ha preannunciato querela nei confronti della trasmissione e di Viviani.

Selvaggia Lucarelli si è subito schierata contro il giornalismo della Iene: “Sono due decenni che si assiste allo scempio che le Iene fanno del giornalismo, che accettiamo le immagini di macchiette in giacca e cravatta all’inseguimento di persone per strada, sul proprio posto di lavoro, nelle proprie abitazioni private”. 

Sulla morte di Zaccaria è intervenuto anche Pier Silvio Berlusconi: “Non voglio entrare nello specifico e penso che dire basta a un certo tipo di giornalismo sarebbe come tornare indietro invece che andare avanti. Ma il punto è come viene fatto: servono attenzione e sensibilità, non è facile. Le Iene è un programma fatto da signori professionisti, Davide Parenti è bravo. Ripeto, è una questione di sensibilità personale e da editore dico che quella cosa lì non mi è piaciuta. Capita, ma bisogna tenere alto il livello di guardia”.

La spettacolarizzazione delle disgrazie altrui. Roberto Zaccaria si toglie la vita dopo servizio delle Iene: la caccia all’uomo e la gogna nello show in tv. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 7 Novembre 2022

La tutela della privacy secondo Le Iene

Non avrebbe retto alla ‘gogna mediatica‘ innescata da un servizio della trasmissione “Le Iene” e si è tolto la vita pochi giorni dopo il filmato che, in barba a qualsiasi norma deontologica e di tutela della privacy, lo ha dato letteralmente in pasto al grande pubblico. Due suicidi in tredici mesi, nel mezzo il servizio della trasmissione di Italia 1 che sta scatenando polemiche e richieste di chiusura del programma, non nuovo a scivoloni e a pseudo inchieste che con il giornalismo spesso non hanno nulla a che vedere.

Questa volta però il servizio di Marco Fubini e Matteo Viviani, sotto il coordinamento del delegato della trasmissione che non è considerata una testata giornalistica perché non ha un direttore responsabile (così come stabilito dalla Cassazione il 24 maggio 2021), è andato oltre, mostrando in diretta tv Roberto Zaccaria, 64 anni, oscurato parzialmente in volto, con tutti i tatuaggi riconoscibili, e ripreso e inseguito mentre portava in giro per Forlimpopoli (Forlì-Cesena), piccolo comune di appena 13mila anime, l’anziana madre costretta su una sedia a rotelle. Una vera e propria caccia all’uomo, facile da indentificare ‘grazie’ all’oscuramento decisamente ‘amatoriale‘ e dalla riconoscibilità dei luoghi per i suoi concittadini. E, stando alla denuncia del legale che assiste la famiglia dell’uomo, nei giorni scorsi a Forlimpopoli sarebbero apparsi persino dei manifesti contro di lui che l’avrebbero portato all’estremo gesto di domenica 6 novembre, quando è stata l’anziana madre a trovarlo senza vita in casa.

Una vicenda raccapricciante perché trattata, dal programma di Italia 1, senza alcuna sensibilità ma solo per ottenere sensazionalismo e massacrare un uomo certamente debole e solo, nonostante la stessa Procura di Forlì avesse chiesto l’archiviazione per l’accusa di istigazione al suicidio. Zaccaria aveva ricevuto una multa di 825 euro per sostituzione di persona.

L’inchiesta è quella relativa al suicidio di Daniele, un ragazzo di 24 anni di Forlì che nel settembre 2021 decise di farla finita dopo una delusione amorosa: per circa un anno, durante l’emergenza Covid, aveva “conosciuto” online una ragazza, Irene. In realtà dietro al profilo della giovane c’era Roberto Zaccaria che con delle foto prese dal profilo di una modella aveva iniziato a chattare con il 24enne, scambiando migliaia di messaggi scritti via WhatsApp. Nessuna nota vocale, nessuna telefonata, nessuna videochiamata. Solo tanti messaggi che avevano portato Daniele a credere di aver istaurato una relazione sentimentale con “Irene”. Dopo aver scoperto che era tutta una finzione, la delusione ha portato il 24enne al suicidio lasciando una lettera ai genitori e al fratello nella quale invitava quest’ultimo a non isolarsi, a “non fare i stessi miei errori, io ho sbagliato tutto, non ho mai avuto un amico, mai una ragazza. Sono stato solo tutta la vita”.

Zaccaria aveva dichiarato alle Iene che “era uno scherzo, non volevo finisse così”, per poi aggiungere che “se aveva dei problemi di testa non è colpa mia”. Un servizio finito in tragedia, con la stessa famiglia del 64enne che in queste ore sta valutando di fare un esposto contro la trasmissione Mediaset per come è stata trattata la vicenda che lo ha visto protagonista. “Valuteremo la questione”, dice l’avvocato Pierpaolo Benini, spiegando che proprio oggi avrebbe dovuto incontrare l’assistito per “valutare una forma di tutela che lo mettesse al riparo dalla gogna mediatica”, dopo che in paese erano apparsi dei manifesti contro di lui, in seguito al programma televisivo. Nei prossimi giorni l’avvocato parlerà coi familiari del 64enne, attualmente sconvolti per quanto successo, per decidere che iniziative intraprendere.

Le Iene, come riferito dal Corriere della Sera, preferiscono non commentare la vicenda. Sui social c’è chi fa notare che “volendo ragionare con gli stessi criteri populisti della redazione de #leiene, a questo punto dovremmo considerare il loro servizio istigazione al suicidio?”. Un altro utente aggiunge: “Trasmissioni come #leiene basano il loro successo sul piacere provato dall’essere umano nel vedere qualcuno che viene bullizzato dalla gogna mediatica. Populismo e giustizialismo mediatico usato come valvola di sfogo di un pubblico di mezza età frustrato”.

Dure anche le parole della sindaca di Forlimpopoli Milena Garavini che a LaPresse commenta la tragedia: “Lo vedevo spesso, ma difficilmente insieme ad altre persone: al massimo andava in giro con la madre. Posso ipotizzare vivesse una condizione di solitudine. Questa vicenda ha lasciato profonda tristezza e amarezza, ma è anche un invito a fare una riflessione, ovvero quanto possa essere dannosa la spettacolarizzazione delle disgrazie altrui, soprattutto quando causa un’ondata emotiva che spinge le persone a emettere giudizi senza conoscere i fatti”.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Le Iene sono pericolose, chi sarà la prossima vittima del loro manganello televisivo? SELVAGGIA LUCARELLI su Il Domani il 07 novembre 2022

Sono due decenni che si assiste allo scempio che le Iene fanno del giornalismo, che accettiamo le immagini di macchiette in giacca e cravatta all’inseguimento di persone per strada, sul proprio posto di lavoro, nelle proprie abitazioni private.

A microfoni sbattuti sui denti per strappare manate e parolacce che serviranno a dimostrare chi è il cattivo, a errori grossolani, a giustizialismo spacciato per giustizia, a ghigliottina spacciata per giornalismo.

La tv usata come manganello sui detrattori, da sempre.

Le Iene sono un programma socialmente pericoloso. Lo sostengo da anni, ho scritto numerosi articoli (l’ultimo due settimane fa) denunciando la disinformazione che la squadra di Davide Parenti continua a diffondere da Stamina in poi, ma il problema non è mai stato solo questo.

Come più volte ho ricordato, il problema a monte è il metodo. Sono due decenni che si assiste allo scempio che le Iene fanno del giornalismo, che accettiamo le immagini di macchiette in giacca e cravatta all’inseguimento di persone per strada, sul proprio posto di lavoro, nelle proprie abitazioni private. A microfoni sbattuti sui denti per strappare manate e parolacce che serviranno a dimostrare chi è il cattivo, a errori grossolani, a giustizialismo spacciato per giustizia, a ghigliottina spacciata per giornalismo.

La tv usata come manganello sui detrattori, da sempre.

E’ per questo che quello che è accaduto in questi giorni – il suicidio di un uomo a seguito di un servizio di Matteo Viviani e Marco Fubini de Le Iene- non mi stupisce affatto.

 I PRECEDENTI

Il metodo di lavoro di Matteo Viviani è noto e ne avevo parlato su Domani di recente. L’inviato, ex modello e ballerino in discoteca, è anche quello che fece disinformazione sul fenomeno Blue Whale (che non è mai stato un fenomeno, per giunta) montando immagini di finti suicidi di adolescenti con conseguenze molto gravi.

Ma è anche colui che si occupa spesso di pedofilia utilizzando il mezzo tv con estrema superficialità quando va bene e con drammatiche conseguenze quando va meno bene.

Un prete, nel 2010, si è gettato sotto un treno a seguito di un servizio di Viviani in cui un attore lo aveva trascinato in una trappola per dimostrare che adescasse ragazzini. Ovviamente quel prete era stato riconosciuto, licenziato, si sentiva addosso lo stigma.

«II suicidio del  prete mi ha scosso, sì. Quando, dall’altra parte, c’è una persona palesemente colpevole di qualcosa di orribile come può essere la pedofilia, tutti noi ci siamo autorizzati a scrivere ‘Ti sparerei’, ‘Ammazzati’. Ma quando vieni a sapere che una persona si è tolta la vita a causa dell’interazione che ci è stata fra te e lui… beh, pensi tanto. Pensi ai suoi genitori. Pensi alle persone, ignare della sua ‘deviazione’, che gli volevano bene. Non soffrire di una simile notizia denoterebbe ottusità mentale. Ho tanti difetti, ma non quello di essere ottuso», aveva dichiarato proprio Matteo Viviani in un’intervista sull’accaduto.

Dopo dieci anni, un altro uomo si è suicidato a seguito di un servizio da lui confezionato: ben 22 minuti, roba che neppure su Totò Riina. Ma andiamo ai fatti.

CATFISHING

Matteo Viviani ha raccontato la brutta storia di catfishing con epilogo drammatico che ha coinvolto Roberto, 64 anni, e il ventiquattrenne Daniele. Il catfishing è una sorta di inganno via web che consiste nel crearsi un’identità falsa per raggirare gli altri, spesso intrattenendo rapporti sentimentali che durano mesi o anni e non necessariamente a scopo di lucro.

Talvolta, dietro a questi inganni, ci sono persone con disturbi della personalità o che fanno fatica ad ammettere il proprio orientamento sessuale e che dietro una falsa identità sui social possono essere quello che non riescono ad essere nella vita reale: uomini che si fingono donne e viceversa.

In questo caso, il sessantaquattrenne Roberto fingeva di essere un’avvenente ragazza di nome Irene. Con questa falsa identità aveva adescato Daniele, con cui aveva avuto una relazione virtuale per circa un anno, finché l’altro non aveva scoperto l’inganno e si era suicidato.

Era seguito un processo, il sessantaquattrenne  era stato condannato a una multa per sostituzione di persona ma non era stato ritenuto colpevole del suicidio del ragazzo (le altre ipotesi di reato erano state archiviate). Insomma, tra processo e multa, Roberto aveva pagato il suo debito con la giustizia. I genitori del ragazzo suicida però ritenevano comprensibilmente che la giustizia fosse stata troppo clemente con lui e se ne erano lamentati pubblicamente, chiedendo maggiore severità per queste condotte. 

DOPPIA PUNIZIONE

E qui arrivano le Iene. Iene che non si accontentano di raccontare la storia e accendere una luce su quanto si possa arrecare dolore con le truffe sentimentali, no, dovevano andare a caccia del colpevole. Le legge non lo ha punito a sufficienza, serve la gogna in prima serata. Serve che il giudice- poliziotto Matteo Viviani vada a stanarlo.

Un po’ come il Dexter della serie americana che fa a pezzi con la motosega i criminali che se la sono scampata con la giustizia. Il servizio è agghiacciante.

Viviani compie l’agguato: insegue questo signore per le stradine di Forlimpopoli, 13.000 abitanti, senza uno traccio di pietà per il contesto. Roberto infatti, quando viene assalito dalle telecamere, sta spingendo la sua anziana madre in carrozzina. E’ dunque presumibilmente il suo caregiver. «Perchè lo hai fatto?», «Quale era il tuo scopo?», gli urla per strada.

Roberto, che non sembra una persona in uno stato mentale normalissimo, gli urla di lasciarlo, accelera il passo, la carrozzina con la madre sopra sbatte su una colonna, la signora anziana spaventata grida, volano dei fogli, un signore in monopattino si ferma per aiutare l’anziana che ne frattempo era stata scagliata con la sua sedia a rotelle contro Viviani.

Viviani continua, legge ad alta voce  i messaggi che l’uomo inviava via chat al ragazzo suicida. Legge anche messaggi sessualmente espliciti, tipo «Voglio vedere il tuo ca..o duro», messaggi che non hanno alcuna utilità ai fini della ricostruzione giornalistica, ma che servono solo ad alimentare il senso di vergogna.

Intanto viene inquadrata l’abitazione dell’uomo. Vengono rubate delle frasi registrate di nascosto. Tutti in paese lo riconoscono. A questa gogna si aggiungono interviste a una psicanalista che mai aveva incontrato l’uomo e che rincara la dose sottolineando il suo piacere sadico nel fare ciò. E stabilendo che c’è una causa-effetto chiarissima tra la condotta di Roberto e il suicidio di Daniele.

Evidentemente la psicanalista Giuliana Barberi conosce molto poco le dinamiche del catfishing perché non si tratta necessariamente di sadismo ma anche, per esempio, di un problema di identità sessuale. E il fatto che questi individui (per esempio Roberto) costruiscano una rete di fake compresi finti amici e parenti del loro fake principale, cosa che Viviani trova essere un’aggravante sorprendente, è un elemento tipico in questi fenomeni. Alcun costruiscono interi finti alberi genealogici.

La psicanalista non si è preoccupata neppure di capire che vita potesse fare un anziano che si prende cura di una madre disabile, non si è domandata se la costruzione di identità meravigliose nel virtuale non possa rendere meno brutte vite faticose. 

LA DEPRESSIONE

Nel servizio, poi, viene fuori che il povero Daniele aveva confessato al fake di soffrire di depressione, e in effetti nella lettera di addio confessa di non aver avuto mai amici o fidanzate. Alla finta Irene diceva: «Sei la cosa più bella che mi sia capitata nella vita». A 24 anni non aveva mai avuto rapporti sessuali.

Pur col massimo rispetto per il suo dolore e con profondo disgusto per l’inganno che aveva subito, non si può dire che il suicidio sia avvenuto in un contesto privo di concause.

 Esisteva una sofferenza pregressa, probabilmente non compresa nel profondo da chi lo amava o forse dissimulata bene.

Questo servizio de Le Iene, così feroce nei confronti di un uomo che per quanto colpevole non si poteva rieducare con un agguato mortificante e la vergogna mediatica, ha provocato un’ondata di violenza nei confronti di Roberto: messaggi di odio sui social, minacce, insulti.

E poi dei manifesti apparsi nel suo paese dove ormai tutti sapevano chi fosse con la scritta “devi morire”. Anche Roberto, travolto da vergogna e sensi di colpa, si è tolto la vita mandando giù un mix di farmaci. Matteo Viviani può essere soddisfatto, giustizia è fatta.

Del resto gliel’aveva gridato per strada: «Fino all’ultimo continueremo a chiedere perché lo hai fatto!». Ecco, quell’uomo ha capito che la sua vergogna avrebbe avuto un vestito preciso: il completino giacca e cravatta nero del grande giustiziere de Le iene. Chi sarà la prossima vittima? 

SELVAGGIA LUCARELLI. Selvaggia Lucarelli è una giornalista, speaker radiofonica e scrittrice. Ha pubblicato cinque libri con Rizzoli, tra cui l’ultimo intitolato “Crepacuore”. Nel 2021 è uscito “Proprio a me", il suo podcast sulle dipendenze affettive, scaricato da un milione di persone. Ogni tanto va anche in tv.

Lettera aperta a “Quarto Grado”.

Egregio Direttore di “Quarto Grado”, dr Gianluigi Nuzzi, ed illustre Comitato di Redazione e stimati autori.

Sono il Dr Antonio Giangrande, scrittore e cultore di sociologia storica. In tema di Giustizia per conoscere gli effetti della sua disfunzione ho scritto dei saggi pubblicati su Amazon.it: “Giustiziopoli. Ingiustizia contro i singoli”; “Malagiustiziopoli”. Malagiustizia contro la Comunità”. Per conoscere bene coloro che la disfunzione la provocano ho scritto “Impunitopoli. Magistrati ed Avvocati, quello che non si osa dire”. Per giunta per conoscere come questi rivestono la loro funzione ho scritto “Concorsopoli. Magistrati ed avvocati col trucco”. Naturalmente per ogni città ho rendicontato le conseguenze di tutti gli errori giudiziari. Errore giudiziario non è quello conclamato, ritenuto che si considera scleroticamente solo quello provocato da dolo o colpa grave. E questo con l’addebito di infrazione da parte dell’Europa. Né può essere considerato errore quello scaturito solo da ingiusta detenzione. E’ errore giudiziario ogni qualvolta vi è una novazione di giudizio in sede di reclamo, a prescindere se vi è stata detenzione o meno, o conclamato l’errore da parte dei colleghi magistrati. Quindi vi è errore quasi sempre.

Inoltre, cari emeriti signori, sono di Avetrana. In tal senso ho scritto un libro: “Tutto su Taranto, quello che non si osa dire” giusto per far sapere come si lavora presso gli uffici giudiziari locali. Taranto definito il Foro dell’Ingiustizia. Cosa più importante, però, è che ho scritto: “Sarah Scazzi. Il delitto di Avetrana. Il resoconto di un avetranese. Quello che non si osa dire”. Tutti hanno scribacchiato qualcosa su Sarah, magari in palese conflitto d’interesse, o come megafono dei magistrati tarantini, ma solo io conosco i protagonisti, il territorio e tutto quello che è successo sin dal primo giorno. Molto prima di coloro che come orde di barbari sono scesi in paese pensando di trovare in loco gente con l’anello al naso e così li hanno da sempre dipinti. Certo che magistrati e giornalisti cercano di tacitarmi in tutti i modi, specialmente a Taranto, dove certa stampa e certa tv è lo zerbino della magistratura. Come in tutta Italia, d’altronde. E per questo non sono conosciuto alla grande massa, ma sul web sono io a spopolare.

Detto questo, dal mio punto di vista di luminare dell’argomento Giustizia, generale e particolare, degli appunti ve li voglio sollevare sia dal punto giuridico (della legge) sia da punto della Prassi. Questo vale per voi, ma vale anche per tutti quei programmi salottieri che di giustizia ne sparlano e non ne parlano, influenzando i telespettatori o da questi sono condizionati per colpa degli ascolti. La domanda quindi è: manettari e forcaioli si è o si diventa guardando certi programmi approssimativi? Perché nessuno sdegno noto nella gente quando si parla di gente rinchiusa per anni in canili umani da innocente. E se capitasse agli ignavi?

Certo direttore Nuzzi, lei si vanta degli ascolti alti. Non è la quantità che fa un buon programma, ma la qualità degli utenti. Fare un programma di buon livello professionale, si pagherà sullo share, ma si guadagna in spessore culturale e di levatura giuridica. Al contrario è come se si parlasse di calcio con i tifosi al bar: tutti allenatori.

Il suo programma, come tutti del resto, lo trovo: sbilanciatissimo sull’accusa, approssimativo, superficiale, giustizialista ed ora anche confessionale. Idolatria di Geova da parte di Concetta e pubblicità gratuita per i suoi avvocati. Visibilità garantita anche come avvocati di Parolisi. Nulla di nuovo, insomma, rispetto alla conduzione di Salvo Sottile.

Nella puntata del 27 settembre 2013, in studio non è stato detto nulla di nuovo, né di utile, se non quello di rimarcare la colpevolezza delle donne di Michele Misseri. La confessione di Michele: sottigliezze. Fino al punto che Carmelo Abbate si è spinto a dire: «chi delle due donne mente?». Dando per scontato la loro colpevolezza. Dal punto di vista scandalistico e gossipparo, va bene, ma solo dalla bocca di un autentico esperto è uscita una cosa sensata, senza essere per forza un garantista.

Alessandro Meluzzi: «non si conosce ora, luogo, movente ed autori dell’omicidio!!!».

Ergo: da dove nasce la certezza di colpevolezza, anche se avallata da una sentenza, il cui giudizio era già stato prematuramente espresso dai giudici nel corso del dibattimento, sicuri di una mancata applicazione della loro ricusazione e della rimessione del processo?

E quello del dubbio scriminate, ma sottaciuto, vale per tutti i casi trattati in tv, appiattiti invece sull’idolatria dei magistrati. Anzi di più, anche di Geova.

Indagini, procure, comunicati e punti di vista. Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera il 28 Luglio 2022.

I Procuratori della Repubblica, rimasti gli unici legittimati a dare rare notizie ma solo a mezzo di comunicati stampa e solo quando ravvisino un rilevante interesse pubblico, cioè fanno un lavoro che non è e non dovrebbe essere il loro.

All’entrata in vigore del giro di vite sulle notizie giudiziarie date dalle autorità, mascherato dal pretesto di attuare la direttiva europea sulla presunzione di innocenza degli indagati, era stata facile profezia prevedere — tra i tanti guasti collaterali al paradossale rinfocolare il «mercato nero» delle notizie nell’opacità del finto proibizionismo — anche un effetto sui Procuratori della Repubblica, rimasti gli unici legittimati a dare rare notizie ma solo a mezzo di comunicati stampa e solo quando ravvisino un rilevante interesse pubblico: l’effetto di non accorgersi di essere gradualmente trascinati (spesso anche dalle comprensibili aspettative di forze dell’ordine e pm) a fare un lavoro che non è e non dovrebbe essere il loro, quello di selezionare quali notizie dare e come darle.

Si può ad esempio dire – come ieri un comunicato della Procura di Milano – che «oggi è stato notificato un avviso di conclusione delle indagini nei confronti di 27 indagati ritenuti responsabili a vario titolo di associazione di tipo mafioso, traffico di droga ed estorsioni aggravate dal metodo mafioso», e che «contestualmente è stata eseguita anche un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 4 soggetti ritenuti autori di estorsione». Oppure si può dire – come ricava chi non si fermi al comunicato ma si procuri le 850 pagine di ordinanza nella solita semiclandestinità – che il pm nell’aprile 2021 aveva chiesto al gip 27 arresti, ma che il gip li ha respinti tutti, escludendo l’associazione mafiosa per i 10 a cui era contestata, e le esigenze cautelari per tutti i 27 negli altri reati pur ritenuti esistenti ora dopo 15 mesi; e che nel contempo il gip ha invece accolto il supplemento di richiesta del pm l’8 luglio di mettere agli arresti 3 persone (e 1 all’obbligo di firma) per una pesante estorsione. Nessuna delle due versioni è falsa, dipende dai punti di vista. E dal sottile confine tra informazione e marketing.

Procura e organi di stampa, come cambia la disciplina dei rapporti: tutte le regole nel dettaglio. Libero Quotidiano il 31 maggio 2022

Aggiornata la disciplina dei rapporti degli Uffici di Procura con gli organi di stampa. La normativa in esame, nel recepire le disposizioni della direttiva 2016/343 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 19 marzo 2016 in materia di presunzione di innocenza, regolamenta nel dettaglio le modalità con cui possono essere riferite agli organi di stampa le informazioni relative ai procedimenti penali e agli atti di indagine compiuti.

Nel dettaglio:

-la diffusione di informazioni sui procedimenti penali può avvenire esclusivamente tramite comunicati ufficiali, oppure nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti, tramite conferenza stampa

-la diffusione delle medesime informazioni è consentita solo quando è strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini o ricorrono altre specifiche ragioni di interesse pubblico

-la comunicazione può avvenire a mezzo comunicato stampa o conferenza stampa ad opera del Procuratore della Repubblica, in tale ipotesi, solo la conferenza stampa deve essere preceduta da un provvedimento motivato in cui viene dato atto delle specifiche ragioni di interesse pubblico che giustificano la divulgazione delle informazioni

-la Polizia Giudiziaria può fornire informazioni sugli atti di indagine compiuti o ai quali ha partecipato, compresi gli arresti in flagranza, con entrambi i mezzi, ma sempre previa autorizzazione motivata del Procuratore della Repubblica

-le comunicazioni in qualunque forma vengano effettuate, devono sempre essere corrette, imparziali, rispettose della dignità della persona e devono chiarire la fase in cui il procedimento pende e assicurare, in ogni caso, il diritto della persona sottoposta alle indagini e dell’imputato a non essere indicati colpevoli fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza o decreto penale passati in giudicato

-resta fermo il divieto di diffondere immagini o fotografie di persone in manette, di pubblicare l’immagine e le generalità dei minori e vanno adottate tutte le misure utili ad evitare l’ingiustificata diffusione di notizie ed immagini potenzialmente lesive della dignità e della riservatezza delle persone offese.

Il nuovo saggio del professore di diritto penale. Intervista a Vittorio Manes: “Il tribunale dei media sfregia la giustizia”. Angela Stella su Il Riformista il 6 Maggio 2022. 

È in libreria da ieri il nuovo saggio di Vittorio Manes, professore ordinario di Diritto penale all’Università di Bologna e avvocato, dal titolo Giustizia mediatica – Gli effetti perversi sui diritti fondamentali e sul giusto processo (Il Mulino, pagine 168, euro 15). Lo scenario dal quale parte l’autore è quello di una “giustizia penale diventata spettacolo”, dove la cronaca dei processi ha lasciato sempre più spazio al “voyeurismo giudiziario”. Ormai, descrive Manes, la rappresentazione fattuale delle indagini e dei processi soccombe allo show e all’intrattenimento, in nome dello share, sull’altare del quale viene sacrificata la “nuda verità” del “processo reale”.

Le distorsioni sono evidenti tanto nella narrazione dei processi quanto – a monte – nella rappresentazione del crimine. Molto ficcante il parallelismo che l’autore fa, prendendo in prestito un’espressione di Eugenio Raul Zaffaroni: “La criminologia mediatica sta a quella accademica più o meno come le cure degli sciamani stanno alla medicina”. Il problema di questo quadro, a cui Manes dedica il cuore del suo libro, sono le ricadute sui diritti degli indagati e degli imputati, sull’esito del processo, sul diritto dell’opinione pubblica ad essere informata correttamente, sull’intero sistema giustizia. Il testo, ricco di riferimenti a fatti realmente accaduti e corredato da un’ampia bibliografia, offre uno spaccato preoccupante del lavoro di noi giornalisti e della nostra complicità con una parte di magistratura requirente sedotta spesso “dall’ammaliante convinzione che vincere nei cuori della gente può essere più importante che vincere in aula”. Ma non tutto è perduto. Ne parliamo in questa intervista direttamente con l’autore.

Professore, Lei scrive che i processi mediatici nel nostro Paese sono una anomalia sistemica. Quali sono le origini di questa degenerazione del racconto giudiziario?

Premesso che la spettacolarizzazione dei processi non è un fenomeno solo italiano, alle sue origini vi è senza dubbio il fatto che, di fronte ad accadimenti che scuotono la coscienza collettiva – come i fatti di reato, specie quando sono particolarmente efferati – la ricerca delle cause, la richiesta di giustizia delle vittime, e la individuazione dei colpevoli suscitano notevole interesse, e sollecitano un istintivo e primordiale “bisogno di punire”. Come si sa, delitti e castighi attraggono e affascinano la collettività. Tutto questo è ben noto, ed ha a che fare con la psicologia del profondo, con l’esigenza di rassicurazione collettiva e di trovare – attraverso la rappresentazione – spiegazioni e risposte tranquillizzanti da parte della comunità. Ciò che è meno risaputo è che i media non rispecchiano neutralmente i fatti da rappresentare, ma li selezionano secondo le proprie finalità, ossia secondo criteri e logiche guidati dalla tirannia dello share: così, l’interesse cresce spasmodicamente non solo di fronte a determinati reati di “cronaca nera”, ma anche quando i presunti autori sono personaggi pubblici, specie se politicamente impegnati, o le condotte sono oggetto di precise “campagne di moralizzazione” o persino di strumentalizzazione (basti pensare all’affarismo politico-amministrativo o agli scandali finanziari). In ogni caso, denunciare determinati fatti ed al contempo identificare sommariamente i presunti colpevoli garantisce di somministrare al pubblico dramma e catarsi, alimentando – assieme allo sdegno pubblico – l’attenzione e l’audience. Sennonché, tutta l’attenzione si concentra nella fase iniziale del procedimento penale, la fase delle indagini preliminari, dominata dalla ricostruzione accusatoria; e ci si disinteressa di quale sarà poi l’esito finale del processo.

I paragrafi 2 e 3 racchiudono le pagine più importanti: elencano le distorsioni sul piano processuale del processo mediatico parallelo. Dall’eclissi della presunzione di innocenza al diritto di potersi difendere nel contraddittorio delle parti.

Quando un processo entra nell’arena mediatica, ogni suo aspetto ne esce deformato e sfigurato. Anzitutto, l’indagato – che dovrebbe essere costituzionalmente garantito dalla presunzione di innocenza – viene di regola presentato come il presunto reo, quasi come un “colpevole in attesa di giudizio”. Gli effetti sono devastanti: l’indagato subisce una immediata scomunica pubblica, una sorta di degradazione morale e sociale, ed una immediata capitis deminutio che non sarà mai ripristinata o risarcita, neppure se verrà pienamente assolto all’esito del giudizio. Difficile, peraltro, che ciò accada, perché – una volta entrato nell’arena mediatica- ogni aspetto del processo reale subisce delle gravi distorsioni, tutte a scapito della corretta ricostruzione dei fatti e degli indagati. Anzitutto, sugli spalti dei media il procedimento si tinge di connotazioni moraleggianti, e si smarrisce il confine tra condotte eticamente censurabili, o magari politicamente inopportune, e condotte penalmente rilevanti; nel giudizio mediatico, poi, si perde il confine tra protagonisti e comprimari, o magari semplici spettatori del reato, perché tutti vengono attratti in una sorta di “responsabilità collettiva”; ancora, si offusca la necessità di attribuire la responsabilità penale in base ad un giudizio di effettiva rimproverabilità soggettiva, e non sulla base del canone medievale della responsabilità oggettiva; e sul processo si spandono tanti altri “effetti perversi” – anche sul diritto di difesa – che ho cercato di descrivere nel libro.

Lei dedica una parte alla sacralizzazione della vittima nel processo mediatico. La descrive come il nuovo eroe contemporaneo, costruita come tale prima del giudizio a scapito del presunto reo. Tale rappresentazione come deforma il diritto sostanziale?

Così come l’indagato viene presentato con toni colpevolisti, e come presunto reo, la presunta vittima viene presentata e “istituita” come tale, con l’effetto che tale apparirà nell’immaginario collettivo. Così rappresentata e “sacralizzata”, la sua posizione nel processo diventerà quasi intangibile, la sua versione dei fatti sarà considerata la più autorevole ed attendibile, e dalla sua posizione processuale la stessa vittima difficilmente potrà retrocedere, a pena di non doversi smentire pubblicamente. Il tutto, ovviamente, a scapito dell’imputato, che uscirà ancor più sopraffatto dal protagonismo acromegalico della vittima.

Poi passa alla figura del pubblico ministero come ‘tribuno dei diritti della vittima’. Cosa non funziona nell’operato dell’organo inquirente in relazione alla mediaticità del processo?

La ricerca di attenzione mediatica è una tentazione molto forte, e spesso il pubblico ministero vi cede per ricerca di visibilità personale o perché – a torto o a ragione – ritiene necessario avere l’appoggio dell’opinione pubblica. Si cerca così di accreditare nell’immaginario collettivo la propria ricostruzione dei fatti, che però è frutto solo dell’impostazione accusatoria, e che non ha ancora minimamente considerato le ragioni della difesa. Oltre a corroborare l’immagine colpevolista a scapito dell’indagato, il procedimento si incanala così in una visione a senso unico, monologica, che sarà difficile da correggere. Peraltro, le stesse attività inquirenti possono essere influenzate negativamente perché l’attenzione mediatica può accreditare una pista sbagliata, o alimentare una confusione nociva alla ricerca corretta dei responsabili.

La suggestione mediatica può mettere a repentaglio la serenità del giudice?

A me pare davvero difficile negare che il giudice possa essere fortemente influenzato dalla narrazione mediatica. Nonostante il corredo professionale che dovrebbe immunizzarlo, ben difficilmente la sua imparzialità rimarrà intatta, perché di fronte ad una massiva campagna mediatica chi giudica si sentirà fatalmente chiamato a dire da che parte sta, se dalla parte della pubblica opinione o dalla parte degli indagati che la vox populi considera già presunti colpevoli. Giudicare in un simile “contesto ambientale” diventa estremamente difficile, e per assolvere ci vuole davvero molto coraggio. I più nocivi effetti perversi della “giustizia mediatica” si registrano, a mio avviso, proprio sul piano della giurisdizione e della sua indipendenza ed autonomia.

Da poco è entrata in vigore la norma di recepimento della direttiva europea sulla presunzione di innocenza. Come è possibile bilanciare il diritto di cronaca con i diritti delle persone coinvolte da un procedimento penale?

L’attenzione europea su questi temi è il segno di quanto questi problemi siano ormai gravi, e percepiti un po’ ovunque con urgenza. La direttiva europea sul rafforzamento della presunzione di innocenza e il suo recente recepimento nel nostro ordinamento – al di là di talune criticità – mi sembrano comunque un passo avanti, specie sul piano culturale: il messaggio è che nella fase delle indagini preliminari e sino ad una condanna definitiva le persone non devono essere gravate da un pregiudizio colpevolista, e che i primi garanti e custodi del rispetto della presunzione di innocenza debbano essere i magistrati, inquirenti e giudicanti. Anche chi si occupa di cronaca giudiziaria dovrebbe prestare attenzione a questi equilibri, bilanciando l’interesse pubblico con il rispetto dei diritti fondamentali delle persone coinvolte. Per promuovere questo atteggiamento “sensibile ai diritti”, si potrebbe pensare ad un sistema di incentivi statali per le testate giornalistiche che dimostrino di rispettare i canoni di una narrazione attenta alla presunzione di innocenza e al rispetto della vita privata e familiare dei soggetti coinvolti, e introdurre una sorta di “rating di legalità” che premi chi si dimostra rights-sensitive. Ma il “buco nero” resta il mondo dell’infosfera, l’informazione non istituzionale sul web e sui social network: in quest’ambito, solo una lenta operazione di palingenesi culturale può provare a correggere il lessico colpevolista e giustizialista, ormai imperante. Ed è la sfida più difficile. Angela Stella

·        Soliti casi d’Ingiustizia. 

Chiusi senza condanne tutti i filoni dell'inchiesta Tav Firenze. Maria Rita Lorenzetti prosciolta dopo 10 anni di calvario giudiziario, l’ex governatrice umbra mai arrivata a processo. Fabio Calcagni su Il Riformista il 6 Dicembre 2022

Dieci anni di calvario giudiziario terminati giovedì scorso, quando il gup di Roma ha accolto la richiesta di proscioglimento avanzata dagli stessi pubblici ministeri ha messo fine alla infinta vicenda di Maria Rita Lorenzetti, parlamentare di lungo corso prima nel Pci e poi nel Pds, quindi presidente della regione Umbria per due mandati (dal 2000 al 2010) e presidente di Italferr, società di ingegneria controllata da Ferrovie dello stato.

Lorenzetti è stata prosciolta con la formula “il fatto non sussiste” dall’accusa di corruzione nell’ambito dell’inchiesta sul cosiddetto passante ferroviario di Firenze dell’alta velocità. Era stata, come detto, la stessa Procura a chiedere l’archiviazione: così sono caduti tutti i reati contestati all’ex governatrice dell’Umbria dal 2012 ad oggi.

L’ultimo processo-fascicolo era stato trasferito da Firenze a Roma per competenza: per l’ex deputata è arrivato l’ennesimo riconoscimento della correttezza del suo comportamento. Nell’ambito dell’inchiesta sui lavori per la Tav di Firenze, l’ex parlamentare era già stata prosciolta dall’autorità giudiziaria del capoluogo toscano per quanto riguarda i presunti reati ambientali.

A Roma invece è arrivato il proscioglimento dal reato associativo e da un’accusa di corruzione mentre per l’ultimo addebito relativo ad altra ipotesi di corruzione, nonostante la richiesta di archiviazione da parte del pubblico ministero, il giudice aveva ordinato lo svolgersi dell’udienza preliminare che giovedì scorso ha visto il non luogo a procedere nei confronti della Lorenzetti perché “il fatto non sussiste”.

Eppure alla Lorenzetti nessuno ripagherà gli anni spesa a battagliare per veder riconosciuta la “giustizia giusta”: negli anni l’immagine pubblica e politica dell’ex governatrice è stata demolita dalle inchieste rivelatesi poi un buco nell’acqua.

Non solo. L’ex presidente di Italferr ha dovuto subire anche otto giorni di arresti domiciliari cautelari assieme ad altri cinque indagati, tornando in libertà per decisione del Tribunale del Riesame. Il tutto, come non manca di sottolineare l’attuale consigliere regionale del Partito democratico umbro Tommaso Bori, senza neanche mai arrivare a processo.

“I gip e gup che si sono già espressi, nell’arco dei dieci anni, per archiviazioni e proscioglimenti, non hanno mai mandato a giudizio la Lorenzetti, valutando sempre insufficienti gli elementi raccolti dai pm fiorentini”, scrive Bori in una nota dove non manca di sottolineare che “dopo dieci anni viene ristabilita la verità in un contesto che ha segnato dolorosamente la politica e la sua vita familiare”.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

Ma i legali credono nella giustizia? L’incredibile vicenda di una dirigente di Roma Capitale, citata dalla procura della Corte dei Conti per un danno erariale “inesistente” e per fortuna assolta. DOMENICO TOMASSETTI su Il Dubbio il 14 novembre 2022.

ˇCaro Direttore, Qualche tempo fa, appena tornato a studio dopo l’incidente, mi è venuta a trovare una dirigente del Comune di Roma, pardon di Roma Capitale, come si chiama oggi. È lo stesso Ente, che (mal)funziona come prima, ma ha cambiato nome nell’ambito dell’ennesima riforma istituzionale incompiuta di cui nessuno sentiva la necessità. Troppi anni di esperienza professionale (almeno quelli che mi ricordo) mi “hanno fatto persuaso” che i dirigenti degli enti locali italiani si dividono in due macrocategorie.

Quelli che volutamente non toccano palla, per tenersi lontani da ogni problema, e quelli che cercano di risolverli i problemi perché la prossimità con i cittadini genera in loro un insopprimibile, masochistico bisogno “di fare qualcosa per questa città”, in risposta a un senso del dovere che inevitabilmente finisce per metterli nei guai. Infatti è solo questa seconda categoria che suscita l’attenzione delle Procure. I primi, quelli che alzano le mani, nemmeno fossero i concorrenti di Masterchef quando è finito il tempo della prova, passeggiano attraverso tutta la loro carriera senza problemi particolari, salvo lamentarsi del troppo lavoro che non assolvono mai in pieno.

La dottoressa De Renzis, così si chiama la mia cliente, faceva parte della seconda categoria e, per questo motivo, era stata costretta a contattarmi dopo aver ricevuto un atto di citazione dalla Procura della Corte dei conti per danno erariale. Spiego per chi, fortuna sua, non è del mestiere: quando si sospetta che l’azione di un dipendente pubblico abbia causato un danno all’erario (una spesa ingiustificata), la procura della Corte dei conti cita il dipendente in giudizio (dinanzi alla Corte stessa) per vederlo condannare a risarcire di tasca sua i soldi che l’Amministrazione avrebbe perso.

La De Renzis, che all’epoca dei fatti era la Direttrice del Dipartimento Politiche Sociali di Roma Capitale, aveva liquidato, ratione officii, a vari enti di beneficenza (tipo Caritas, Comunità di Sant’Egidio, etc.) il contributo, dovuto ex lege, per i pasti che le mense sociali distribuivano quotidianamente ai poveri. Infatti, ai sensi di una legge regionale, il Comune pagava, per ogni pasto, un contributo di circa 4,5 euro.

Secondo la Procura della Corte dei conti, Roma Capitale avrebbe dovuto indire una gara pubblica (un appalto) per gestire il servizio mense sociali in modo più economico ed efficiente. Se avesse fatto una gara, sempre nella tesi della Procura, il costo per ogni singolo pasto sarebbe certamente diminuito sulla base del generalissimo e indimostrato principio che la concorrenza abbatte i prezzi (sì, ma in un sistema concorrenziale aperto, obietterebbe uno studente di Economia del primo anno).

Non avendo fatto la gara, il Comune avrebbe, invece, speso più del giusto e la colpevole di questo presunto danno era stata individuata nella De Renzis. “Ma io che dovevo fare? C’era una legge, l’ho applicata. E poi lei, avvocato, sa di quante cose si occupano la Caritas e Sant’Egidio? Danno i pasti, il cambio abiti, le docce, l’assistenza medica e psicologica…. 4,5 euro sono solo un contributo, pure misero: il resto ce lo mettono le Associazioni e i volontari”. Aveva ragione, ma la Procura non la pensava nello stesso modo e le aveva chiesto oltre 2 milioni di euro per non aver indetto una gara che nessuna legge imponeva e che era (ed è) del tutto fuori mercato: quale operatore economico può essere interessato alle mense dei poveri?. “Che poi chi ce l’ha due milioni di euro? Io ho solo una casa di proprietà, quella dove vivo” la De Renzis mi guardava sconsolata. “Beh, almeno questa è una buona notizia. Al massimo le pignorano casa, ma non la possono cacciare fino a quando ci abita” rispondevo con cinismo avvocatesco.

Nelle settimane seguenti, insieme a un collega di studio, abbiamo studiato gli otto faldoni di documenti depositati dalla Procura e le tante altre carte che ci ha portato la De Renzis; poi siamo andati a parlare con i responsabili della Caritas e di Sant’Egidio, scoprendo l’incredibile lavoro che svolgono quotidianamente. Nelle mense sociali non vanno solamente i senza tetto. Ogni giorno c’è una fila infinita di insospettabili: genitori separati, lavoratori licenziati, pensionati che ricevono un assegno inferiore a mille euro al mese. Una folla di persone delle quali nessuno parla mai. Paradossalmente solo la Procura regionale della Corte dei conti si è (indirettamente) interessata a loro, ritenendo che il contributo di 4,5 euro a pasto, elargito dal Comune di Roma, fosse eccessivo.

Dopo quasi due mesi di lavoro abbiamo depositato la memoria difensiva, chiedendo l’assoluzione della nostra cliente, e abbiamo atteso la celebrazione dell’udienza. L’attesa, però, non è stata vana. Preoccupata dall’azione della Procura, l’Amministrazione ha svolto la gara per l’assegnazione delle mense sociali. Vuole sapere l’esito, Direttore? L’appalto è stato vinto dalle medesime associazioni di beneficenza che già si occupavano della distribuzione dei pasti ai poveri.

D’altronde chi altro poteva essere interessato a svolgere un servizio sociale in perdita come quello delle mense sociali? Ma su una cosa aveva ragione la Procura: il prezzo per ogni singolo pasto è cambiato. Roma Capitale erogava ora un contributo di 5,5 euro a pasto!! Miracoli della libera concorrenza!!!Convinti che a fronte di questa novità la Procura avrebbe rinunciato alla domanda risarcitoria (dove sta il danno se, a seguito della gara, il Comune pagava un euro più di prima ogni pasto), siamo andati in udienza.

La Procura, invece, ha insistito per la condanna e ha… perso. Fortunatamente la Corte ha rigettato la richiesta di condanna per un danno erariale che non esiste e, nella sentenza che conservo a studio, ha anche sostenuto che la gara non fosse necessaria, vista la legge regionale di cui sopra. Roma Capitale è stata condannata a rifondere le spese legali alla De Renzis perché, si sa, la Procura agisce in surroga dell’Amministrazione.

Conclusioni di questa mirabile azione giudiziaria: Roma Capitale ora paga un euro in più di prima per ogni pasto distribuito nelle mense sociali (ed è giusto), la De Renzis è stata assolta (ed è altrettanto giusto), e ogni Natale mi regala una cassetta di vino per ringraziarmi di “averle salvato la casa”. Insomma tutto è bene quel che finisce bene, ma rimangono delle domande. Perché è stata iniziata un’azione risarcitoria così “singolare” e, invece, non sono perseguiti altri casi, più eclatanti, di sperpero (vero) di denaro pubblico?

L’assoluzione della dottoressa De Renzis è stata dovuta alla bravura degli avvocati, all’intelligenza della Corte o alla Fortuna? Avrei potuto raccontarLe, Direttore, (e forse in futuro lo farò) altri processi che non hanno portato allo stesso risultato felice per i miei assistiti. Quindi escluderei la bravura degli avvocati. Se non si fosse stata svolta, medio tempore, la gara, con gli esiti descritti, la dottoressa De Renzis sarebbe stata comunque assolta? Mi viene in mente Calamandrei: “non credete agli avvocati quando, nei momenti di sconforto, vi dicono che al mondo non c’è giustizia … essi sono convinti che è vero il contrario”.

Io non so se al mondo ci sia Giustizia. So, però, che in Italia la giustizia è un incidente in cui si può incappare se si è fortunati e/o ostinati. Ma so, perché l’ho visto, che la Giustizia (rectius la reazione all’ingiustizia) è un bisogno insopprimibile. Allora, forse, non ha senso chiedersi se gli avvocati credono nella Giustizia. Se viene a studio una persona alla quale chiedono un risarcimento milionario perché, applicando una legge, ha dato un contributo per dare da mangiare a persone in stato di necessità, ti chiedi se credi nella Giustizia o semplicemente provi con le tue (magari scarse) capacità a difenderla? E non lo fai solo per la parcella, altrimenti lavoreresti male; neppure perché aspiri alla santità, i soldi contano: è solo quella incoercibile reazione all’ingiustizia che, a volte, riesce a dare un senso al caos nel quale viviamo. Ancora oggi, come quando avevo vent’anni. Con i più cordiali saluti, Andrea Armati

Una carriera rovinata e un suicidio. Ma l’indagine sulla sanità è un flop. Processo “Pasimafi”, il professore Fanelli verso l’assoluzione. Ma intanto il rettore dell’Università di Parma Borghi si è ucciso per colpa della gogna. Giovanni M. Jacobazzi su Il Dubbio l’11 novembre 2022

Il professore Guido Fanelli, luminare delle cure palliative, è il padre della legge 38 del 2010 sulla terapia del dolore. Milanese, classe 1955, per la sua attività di ricerca venne insignito della medaglia d’argento al merito della sanità pubblica e per anni ha rappresentato l’Italia in tutte le sedi internazionali dove si affrontava il tema della cure palliative. Agli inizi del 2000, Fanelli diventa primario di anestesia all’ospedale di Parma nonché ordinario di rianimazione. Molto intraprendente, riesce ad avere 8 milioni di euro di fondi per la ricerca sul dolore, portando l’università ducale ai vertici europei. Si avvale di un staff di giovani ricercatori, molti dei quali lasciano incarichi all’estero per trasferirsi nella città emiliana. In poco tempo il suo ambulatorio aumenta del 100 per cento le prestazioni, circa 20mila l’anno, divenendo uno dei cinque hub in Italia, l’unico in Emilia Romagna, per la terapia del dolore.

All’alba dell’8 maggio del 2017 Fanelli viene arrestato insieme ad una ventina di di persone, fra medici e dirigenti di case farmaceutiche, in una maxi retata dei carabinieri del Nas. Altri 50, fra cui il rettore dell’Università Loris Borghi che dopo qualche mese si suiciderà tagliandosi le vene sotto un ponte della ferrovia, vengono invece indagati a piede libero. Per la Procura di Parma, pm Giuseppe Amara, che lo ha intercettato per due anni, Fanelli sarebbe la mente di un «vasto sistema di corruzione e riciclaggio». Anzi, per utilizzare le parole della conferenza stampa dell’allora procuratore Salvatore Rustico, di «corruzione quasi permanente, con mercimonio delle funzioni pubbliche per interessi privati», con l’obiettivo di pilotare il “business” delle cure palliative e delle terapie del dolore.I reati contestati a vario titolo alle persone coinvolte sono associazione a delinquere aggravata, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, riciclaggio, truffa aggravata, abuso d’ufficio, peculato, comparaggio farmaceutico, trasferimento fraudolento di valori. Fanelli, in pratica, avrebbe messo in piedi una fitta rete di interessi creando società di comodo per il riciclaggio del denaro illecito e che gli permettevano di acquistare immobili, auto di lusso ed anche uno yacht, il Pasimafi, che poi darà il nome all’indagine del Nas di Parma.

L’allora ministro della Salute Beatrice Lorenzin, alla notizia dell’arresto del professore, esprimerà «profondo sgomento perché si tratta di uno dei settori più delicati che riguardano il fine vita». Senza attendere il processo, comunque, Fanelli viene subito licenziato dall’ospedale di Parma. Nel 2018 le indagini vengono chiuse e spacchettate in due filoni: il primo per la corruzione, il secondo per i concorsi universitari che sarebbero stati pilotati da Fanelli. Il procedimento, si scopre, si fonda quasi esclusivamente sulle intercettazioni. Molte delle quali tradotte in maniera erronea. “Peer review”, la procedura di revisione degli articoli scientifici ad opera di studiosi competenti nell’argomento specifico, diventa per i carabinieri del Nas “Pay review”, ovvero “revisione dei pagamenti”, intendendosi ricerca di maggiori compensi di natura illecita. “Macrogold”, che viene tradotto come un compenso in oro, si riferisce invece a un farmaco, il Naloxegol. “Bias”, termine inglese che significa errore nella redazione di un protocollo di ricerca, viene trascritto dal Nas “buyers”, con il significato quindi di compratori.

Comunque, a parte ciò, l’anno successivo il gip di Parma si dichiara incompetente e trasferisce circa il 70 percento dei capi d’imputazione a Lecco e La Spezia. Nella cittadina lombarda, scrive il gip, «le ipotesi accusatorie apparivano claudicanti» e nelle «informative riepilogative dei Nas non si rinvengono elementi tali a dimostrare la consapevolezza degli indagati nelle (ipotetiche) condotte illecite». «Nel caso di Fanelli – scrive nel provvedimento di archiviazione il gip – tale aspetto presenta indubbie difficoltà e incertezze, in quanto trattasi di un soggetto che, da un lato ricopre diversi incarichi pubblici … dall’altro lato, lo stesso soggetto, … riveste un ruolo di c.d. opinion leader nella materia della terapia del dolore e in tale veste, del tutto informale, svolge tutta una serie di attività, … del tutto separate da quelle attinenti e collegate alla sua qualifica pubblica, …strettamente privatistiche che nulla hanno a che fare con l’attività della pubblica funzione ricoperta dal Fanelli». «In altri termini, quando Fanelli presenta un lavoro scientifico … o quando fornisce … consulenze indebite su strategie di marketing farmaceutico … non esercita alcuna funzione pubblica e sicuramente non svolge alcun atto pubblico».

Il giudice lecchese, per rendere più esplicito il provvedimento di archiviazione, fa un esempio: «È come se un magistrato facesse, a pagamento, delle consulenze commerciali e giuridiche per uno studio legale del circondario dove presta servizio, ma senza occuparsi di aspetti relativi ai procedimenti allo stesso assegnati. Si tratterebbe di un grave illecito disciplinare, ma certamente non si potrebbe parlare di corruzione». Circostanza che era comunque già nota al Nas di Parma, ricorda il gip, in quanto «nell’informativa conclusiva, elenca gli incarichi debitamente autorizzati svolti da Fanelli per le aziende private, definendoli appunto “incarichi extraistituzionali”, cioè che non hanno alcuna attinenza con le attività della Pubblica Funzione».

Preso atto di ciò, il tribunale di Parma ha dovuto restituire circa 1,7 milioni di euro, tra denaro e beni, che erano stati sequestrati a Fanelli, tra essi il famoso yacht. Finito, allora, in un sostanziale nulla di fatto il filone sulla corruzione, è adesso rimasto in piedi quello sugli eventuali abusi concernenti i concorsi condotti dall’Azienda ospedaliera universitaria per l’assunzione di dirigenti medici. Il pm di Parma Paola Dal Monte che ha ereditato il fascicolo dal collega Amara, trasferito nel frattempo a Modena, aveva chiesto la trascrizione di alcune intercettazioni che inchioderebbero Fanelli. Il collegio, però, ha negato la loro trascrizione sulla scorta dei principi espressi dalla sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione Cavallo.

All’udienza della scorsa settimana, visto il diniego, la pm era pronta a chiedere l’assoluzione per tutti, suscitando la sorpresa dei presenti, giudici per primi che hanno deciso per un rinvio a luglio. Per la parola fine su un procedimento costato fino ad ora qualche milione di euro, bisognerà attendere ancora qualche mese. Ad assistere Fanelli, l’avvocato Ennio Amodio.

L’ex sindaco Nespoli a giudizio da 15 anni: «Una vicenda paradossale». Il processo contro Vincenzo Nespoli torna ancora una volta davanti alla Corte d'Appello partenopea. Il Dubbio il 7 ottobre 2022.

«Se la Cassazione ha annullato per la seconda volta una sentenza della Corte d’Appello di Napoli per una questione che risale a 15 anni fa, la prima considerazione da fare è che non si può essere imputati per 15 anni». A dirlo all’Adnkronos è Vincenzo Nespoli, ex sindaco di Afragola (Napoli) e senatore del Pdl dal 2008 al 2013, a processo ormai da tre lustri, al punto da essere arrivato ormai al quinto grado di giudizio. Mercoledì la Cassazione ha infatti annullato con rinvio per la seconda volta la sentenza di condanna della Corte d’Appello di Napoli nei confronti dell’ex sindaco, accusato di bancarotta in relazione al fallimento di una società di vigilanza di Afragola. Processo da rifare, dunque.

L’ex senatore difeso dai professori Vincenzo Maiello e Vittorio Manes – è stato condannato a sei anni di reclusione (otto in primo grado) dalla Corte di Appello di Napoli (terza sezione) ma la quinta sezione penale della Suprema Corte, nel maggio 2019, adottò la stessa decisione presa mercoledì scorso dai giudici della prima sezione. L’arresto dell’ex senatore risale al 2013. Con il rinvio è scattata anche la revoca della confisca da 1,7 milioni di euro notificata all’ex parlamentare.

Si tratta dunque di una vicenda giudiziaria che Nespoli non esita a definire «paradossale». Già nella prima sentenza, sottolinea l’ex parlamentare, «la Cassazione evidenziava l’illogicità di ragionamento da parte delle corti che si sono pronunciate a livello locale. C’è stato un travisamento dei fatti, non c’è stata oggettività nella valutazione delle vicende illustrate e la Cassazione nella prima sentenza è stata perentoria ad evidenziare queste cose. Il paradosso è che nel secondo caso la sentenza non si riferisce all’imputato Nespoli ma ci siamo costituiti per difendere la Cassazione, alla quale la Corte d’Appello non ha risposto sui rilievi evidenziati sulla prima sentenza». Un botta e risposta giudiziario che ha tenuto la vicenda a mollo per ben 15 anni.

Per Nespoli si tratta di «una vicenda che mi è costata politicamente e personalmente. Politicamente perché mi ha costretto allo stop, non sono stato messo in condizione di essere ricandidato al Parlamento nel 2013 e ho abbandonato la carica di sindaco di Afragola, per una vicenda che come sentenzia la Cassazione non esisteva, dovendo scontare inoltre 9 mesi di arresti domiciliari. Dal punto di vista personale – aggiunge – è stato un disastro, ho trascorso 15 anni a lottare, ho subito provvedimenti restrittivi e collaterali con sequestri e confische, cose che distruggerebbero qualsiasi famiglia, tutto ciò al di là delle spese legali».

Pur sottolineando di non voler legare la sua vicenda personale al tema generale della giustizia in Italia, Nespoli riconosce che «la giustizia è un terreno sul quale il prossimo Governo dovrà aprire un confronto molto ampio in Parlamento per coinvolgere il maggior numero di settori, perché non è possibile fare una riforma di parte su questa materia». La priorità, sottolinea, «è la ragionevole durata dei processi. La gente non può essere imputata a vita, deve avere un tempo decente per sapere se è colpevole o innocente».

"La mia vicenda è paradossale". Flop Woodcock, il calvario dell’ex senatore Vincenzo Nespoli: “Imputato da 15 anni, sono ostaggio della giustizia”. Viviana Lanza su Il Riformista il 7 Ottobre 2022 

Un processo lungo quindici anni, approdato per ben due volte al terzo grado di giudizio (Corte di Cassazione) e prossimo a tornare per la terza volta alla fase del secondo grado (Corte di Appello). È il processo a carico di Vincenzo Nespoli, ex senatore del Pdl dal 2008 al 2013 ed ex sindaco di Afragola. «Non si può essere imputati per quindici anni», dice Nespoli all’indomani della pronuncia della Suprema Corte che ha annullato con rinvio, e per la seconda volta, una sentenza della Corte d’Appello di Napoli.

«Una vicenda paradossale», afferma. «La giustizia è un terreno sul quale il prossimo governo dovrà aprire un confronto molto ampio in Parlamento per coinvolgere il maggior numero di settori, perché non è possibile fare una riforma di parte su questa materia», aggiunge. «La priorità deve essere la ragionevole durata dei processi. La gente non può essere imputata a vita, deve avere un tempo decente per sapere se è colpevole o innocente». Per Nespoli questo tempo è ancora sospeso. Di cosa lo accusa la Procura? «Mi accusano di essere stato l’amministratore occulto di una società di vigilanza e di averne causato il dissesto, influenzando scelte gestionali che avrebbero favorito i miei interessi politico/elettorali», spiega.

Bancarotta fraudolenta, il reato che racchiude questa accusa. In primo grado l’ex senatore fu condannato a otto anni, ridotti a sei anni nel processo d’appello e azzerati dalla Cassazione che nel maggio 2019 annullò con rinvio la sentenza di condanna bocciando la tesi d’accusa sostenuta nell’inchiesta dei pm Vincenzo Piscitelli e Henry John Woodcock. Due giorni fa la Corte di Cassazione ha adottato la stessa decisione: annullamento con rinvio, disponendo anche la revoca della confisca da 1,7 milioni di euro notificata all’ex parlamentare. Su quali elementi ha puntato la difesa?

«Alla Cassazione i miei difensori hanno posto la questione già al centro della prima sentenza di annullamento della mia condanna, e cioè la mancata valorizzazione degli argomenti dai quali si sarebbero potuto ricavare l’infondatezza dell’accusa e la mia innocenza – spiega Nespoli al Riformista -. Si è, purtroppo, trattato di un dato che ha accomunato tutte le sentenze che hanno dichiarato la mia colpevolezza: nessuna di esse si è confrontata, come avrebbero dovuto, con la critica che i miei difensori muovevano agli elementi di accusa e con le molte prove a discarico. Oggi, prendo atto con soddisfazione che la Corte di Cassazione ha bocciato, per la seconda volta, questo modo di procedere che ha distrutto la mia carriera politica e ha mandato nel panico la mia famiglia e che ognuno può avvertire essere pericolosissimo per i tanti innocenti che continuano ad essere imputati nei processi penali».

Si sente un perseguitato? «Non mi sento un perseguitato politico, ma non posso non pensare che la nascita del procedimento e il suo lungo e tortuoso cammino abbiano risentito del ruolo politico da me ricoperto all’epoca dei fatti», afferma. Quindi anni sotto accusa sono tanti. «Da tutti questi anni la mia esistenza è sospesa nell’incertezza di un futuro che non posso programmare e che alimenta l’angoscia dei miei familiari. Mi consenta però di dire che questo calvario giudiziario mi ha fatto conoscere avvocati di grande valore e umanità. Tra essi mi sento di rivolgere, commosso, un pensiero all’avvocato Rosario Pagliuca, scomparso prematuramente a causa del Covid, verso il quale continuo a provare grande riconoscenza per l’impegno profuso in mia difesa. Grazie a lui, all’avvocato Salvatore Pane e ai professori Maiello e Manes, ho goduto di un’assistenza processuale che mi ha protetto da accuse ingiuste perché contrarie alla verità dei fatti».

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Il dramma di Evelyn, condannata a 5 mesi per un reato prescritto. Fabio Falbo su Il Riformista il 23 Settembre 2022 

La sentenza è stata emessa “in nome del popolo italiano”, ma il popolo italiano non è a conoscenza di quello che succede nella vicenda personale e penale di Witanacy De Oliveira, alias Evelyn. Ve la racconto io. Evelyn viene tratta in arresto a fine agosto in seguito a una condanna a mesi cinque di reclusione risalente al 2007 per una patente falsa. La prescrizione massima per questo reato è di anni sette e mesi sei e la sentenza definitiva è del 10 marzo del 2018. Come si può conciliare il diritto con il vissuto penale e carcerario di Evelyn, se la stessa è detenuta per un reato prescritto a una pena di mesi cinque? Il “popolo italiano” è a conoscenza della ratio e dello strazio della norma?

Perché, a distanza di molto tempo dal fatto, viene meno sia l’interesse dello Stato a punire il fatto-reato, sia la necessità di un processo di riabilitazione e reinserimento sociale del reo. Il carcere, dovrebbe costituire l’extrema ratio, invece oggi è la soluzione anche alle malefatte della giustizia che arriva dopo tanti anni e dopo che una persona ha cambiato vita, Stato, si è rifatta una famiglia e vive nella legalità. Cesare Beccaria nel Dei delitti e delle pene, parlando della ‘‘prontezza della pena” affermava: «Quanto la pena sarà più pronta e più vicina al delitto commesso, ella sarà tanto più giusta e tanto più utile». Sono passati due secoli e francamente di prontezza, giustizia e utilità della pena non se ne vede traccia sulla terra di Beccaria, la Patria del Diritto.

L’avvocatessa Arianna Liguori ha preso questo caso a cuore rivolgendosi sia al Giudice del fatto che a quello della persona, facendo capire che vi è una esecuzione illegittima della pena per un reato estinto da prescrizione. Che è estremamente urgente intervenire per il rispetto, anche in questo caso, dei principi di extrema ratio, adeguatezza e proporzionalità. Sarebbe umiliante per il nostro Paese portare anche questa assurda storia davanti alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, se si pensa alla gravità dell’attuale sistema carcerario italiano, al numero dei suicidi che quest’anno ha raggiunto livelli mai visti prima, al sovraffollamento carcerario, al costo giornaliero anche economico della detenzione. Ripeto: sarebbe mortificante rivolgersi al vicino di casa per tentare di avere giustizia quando i danni sono già stati irrimediabilmente prodotti e non più risarcibili.

È giusto ricordare chi era Evelyn e chi è ora. La vita non è stata semplice per lei. Prima dell’anno 2007 viveva in Italia e svolgeva la professione di escort. Dopo l’illecito risalente a quindici anni fa, Evelyn ha voluto cambiare vita e Paese, si è rifatta una nuova vita, nel 2014 si è sposata, ha regolarmente pagato un canone d’affitto con la clausola dell’acquisto di un immobile in Spagna. Da allora, ha lavorato nella legalità. Prima della privazione improvvisa della sua libertà, frequentava un corso di formazione nell’arte gastronomica. La cultura è stata una manna dal cielo che ha dato valore alla sua nuova vita. Questo corso culinario è stato interrotto dall’assurdità dell’esecuzione di una pena fuori oltre ogni termine di prescrizione e senso di riabilitazione.

Evelyn ora abita a Rebibbia, sezione Venere del braccio G8, e rimpiange il corso che volgeva al termine, in lacrime lo definisce affascinante, istruttivo e impegnativo. Non le lasciava spazio ad altre distrazioni. Ogni suo minuto libero era volto ad allenarsi tra i fornelli. Purtroppo oggi il suo sogno di cucinare è infranto, come sono infranti tutti i progetti di avere un lavoro e una casa. Evelyn rischia di non fare in tempo a uscire dal carcere per continuare a pagare le rate del mutuo, con il rischio di perdere tutto. In Spagna se non vengono pagate tre rate di fila si perde casa e tutto ciò che è stato pagato.

Evelyn non vuole più ripercorrere la sua prima vita. La vittoria più grande per lei è stata quella di riabbracciare la legalità, il rispetto per il prossimo e il conforto di tutti quelli che hanno creduto nel suo cambiamento. Evelyn è una cittadina residente in Europa da prima della sentenza definitiva, non si è mai sottratta a una qualsiasi responsabilità. Ha continuato a viaggiare dopo la sentenza definitiva. È stata a Milano nel giugno del 2018, a Torino a fine 2019, con i relativi pernottamenti in hotel. A giugno del 2021 ha viaggiato in Turchia con partenza dal Portogallo. Un bel giorno, tornata in Italia, l’hanno fermata e portata a Rebibbia. Evelyn è stata giudicata, condannata a cinque mesi e sbattuta in carcere “in nome del popolo italiano” che non era a conoscenza della caduta in prescrizione del suo reato e della sua rinascita a nuova vita.

Fabio Falbo. Detenuto a Rebibbia, Consiglio direttivo di Nessuno tocchi Caino

La Corte d'appello lo ha assolto. Innocente per 7 mesi in cella, lo Stato gli deve 60mila euro. Angela Stella su Il Riformista il 15 Settembre 2022 

Da innocente è rimasto 210 giorni in carcere e 91 agli arresti domiciliari: lo Stato ora dovrà risarcire con 60 mila euro Kelly Iyekekpolor, nigeriano di 40 anni, finito in manette nel 2011 con l’accusa di avere ridotto in schiavitù una connazionale dopo averne favorito l’ingresso in Italia. La decisione è della Corte d’Appello dell’Aquila che già lo scorso ottobre aveva annullato, perché il fatto non sussiste, la condanna a 14 anni di reclusione inflitta al 40enne dal tribunale di Chieti nell’aprile del 2018.

Dopo l’assoluzione il legale del nigeriano, Pasquale D’Incecco, ha presentato il ricorso di riparazione per ingiusta detenzione con la richiesta di un indennizzo, accordato dalla stessa Corte d’Appello. «Emerge la palese frammentarietà dell’accusa – si legge sul provvedimento della Corte – fondata in sostanza su dichiarazioni non adeguatamente verificate e riscontrate». Abbiamo contattato il legale del giovane, l’avvocato Pasquale D’Incecco: «Tutto nasce da una operazione del 2011 condotta dalla Questura di Pescara. Ci furono diversi arresti nella comunità nigeriana per induzione in schiavitù e favoreggiamento all’immigrazione clandestina. Io avevo diversi assistiti tra cui Kelly Iyekekpolor, accusato, insieme ad un altro, di tenere segregata una ragazza in un appartamento di Montesilvano e farla uscire solo per prostituirsi. Tutto si basava sulla testimonianza di questa ragazza». L’avvocato riesce però a procurarsi un dvd di una festa «dove si vede la stessa ragazza divertirsi con i due imputati; festa organizzata in favore del fidanzato della donna da poco diventato dj».

Cosa era successo? «Nel corso della festa dei nigeriani si ubriacano e si mettono a litigare. Kelly interviene per dividerli, intervengono le forze dell’ordine e viene portato in Questura, dove la ragazza dirà di essere sfruttata da lui e da un altro. Si scoprirà che aveva mentito: la legge permette di veder concesso il permesso di soggiorno se si denunciano gli autori di reato. Lo ha fatto per questo». Peccato però che questa prova non servirà a scagionare il ragazzo: «appena sono venuto in possesso del video l’ho mostrato agli inquirenti. C’è stato anche un incidente probatorio durante il quale sono emerse numerose contraddizioni della ragazza. Così è passato ai domiciliari e poi rimesso in libertà ma tutto questo non è servito a richiedere l’archiviazione. Poi in primo grado il dvd non è stato correttamente valutato e il mio assistito è stato condannato. Per fortuna la Corte di Appello ha guardato alle prove in maniera diversa, più garantista e lo ha assolto». Da qui è partita la richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione: «Esatto. Peccato che l’Avvocatura generale abbia richiesto il rigetto della nostra domanda in quanto il mio assistito avrebbe indotto in errore gli inquirenti rifiutandosi di rispondere al primo interrogatorio. Per fortuna la Corte di Appello dell’Aquila mi ha dato ragione. Quando fu arrestato era a Bari, non capiva cosa stava succedendo, non parlava l’italiano, era in pratica sotto shock e per questo non ha risposto alle domande. La sua vita è stata rovinata da questa vicenda: ha perso il lavoro e anche il permesso di soggiorno che stiamo cercando di riottenere a fatica. Il risarcimento è doveroso per questo ragazzo che era completamente estraneo ai fatti ed è stato tirato in ballo a causa di una falsa testimonianza e di un clima ostile ai quei tempi. Vorrei anche ricordare che di tutta quella operazione che coinvolse molti soggetti, solo due sono stati condannati».

Secondo gli ultimi dati della Relazione annuale sulle “Misure cautelari personali e riparazione per ingiusta detenzione – 2021” presentata dal ministero della Giustizia al Parlamento sono ventiquattro milioni e mezzo gli euro che lo Stato ha pagato l’anno scorso per risarcire chi ha subito ingiustamente la carcerazione preventiva. La somma si riferisce a 565 ordinanze (750 nell’anno 2020), con un importo medio di € 43.374 per provvedimento (nel 2020 l’importo medio è stato di € 49.278). Inoltre dal 2019 al 2021 sono 50 i magistrati finiti sotto procedimento disciplinare per scarcerazioni intervenute oltre i termini di legge, tuttavia nessun procedimento si è finora concluso con una condanna. Angela Stella

Oltre al danno le spese. La strage di via Caravaggio, il giallo dei reperti distrutti e l’unica condanna… per i familiari delle vittime. Gennaro De Falco su Il Riformista l'11 Settembre 2022 

Con la sentenza del 30 maggio 2022 la decima sezione civile del Tribunale di Napoli ha rigettato la richiesta di risarcimento danni per la perdita di chances avanzata da Lucia e Germana Santangelo nei confronti del Ministero della Giustizia. La richiesta si fondava sulla distruzione dei reperti della cosiddetta strage di via Caravaggio che, secondo la prospettazione delle attrici (già persone offese dalla strage in quanto nipoti di una delle vittime), aveva definitivamente compromesso la possibilità di essere risarcite dai danni generati dall’uccisione dei loro congiunti poiché aveva reso definitivamente impossibile l’identificazione degli autori della strage, rendendo quindi impossibile il risarcimento del danno subìto nei confronti degli autori del delitto.

Il Tribunale ha anche condannato le due sorelle, nipoti di una delle vittime, al pagamento di ben 20mila euro di onorari in favore dell’avvocatura di Stato che aveva difeso il Ministero nel corso del giudizio, e in questo modo è stato scritto un ennesimo capitolo di quella storia infinita che è stata la cosiddetta “strage di via Caravaggio” in cui, nel 1975, trovarono la morte Domenico Santangelo, fratello del padre delle sorelle Santangelo, la sua giovanissima figlia Angela, la sua nuova moglie Gemma Cennamo ed anche il loro cagnolino. Unico imputato della strage fu un nipote della Cennamo, proveniente da una famiglia di notissimi professionisti napoletani, condannato in primo grado e, dopo una serie di ripetute pronunce anche della Cassazione, assolto con sentenza passata in giudicato. Questo atroce delitto, del tutto irrisolto, ha da sempre profondamente segnato la vita della città dando luogo, per la sua efferatezza e per la notorietà dei personaggi coinvolti, alla pubblicazione di vari libri e diverse trasmissioni televisive nazionali.

Quando ormai la vicenda giudiziaria sembrava definitivamente conclusa con un nulla di fatto, giunsero alla Procura di Napoli alcuni esposti con i quali si chiedeva di riaprire il caso utilizzando le nuove tecniche investigative legate alla ricerca del DNA, tecniche che sono state usate anche nelle indagini per l’uccisione della piccola Yara Gambirasio e che hanno portato, con sentenza passata in giudicato, alla condanna all’ergastolo di Massimo Bossetti quale autore dell’omicidio e devo dire che, per una singolare coincidenza, le due indagini sono state anche temporalmente vicinissime. Per raccontare questo ennesimo mistero dei misteri e commentare con il rispetto che comunque merita ogni sentenza, e quindi anche quella di cui ho parlato in premessa, occorre riassumere, per quanto possibile brevemente, i fatti. I reperti della strage di via Caravaggio, come tutti i corpi di reato, erano conservati nei sotterranei di Castel Capuano, il vecchio Tribunale di Napoli, ed erano custoditi in alcuni scatoloni di cartone con i numeri di registro generale del processo e in tutti questi decenni non sono o meglio non erano mai stati persi di vista, tanto da essere stati anche fotografati da alcuni giornalisti che avevano visitato i locali intervistando a lungo i responsabili della loro custodia. Ricevuta la delega di indagini dai pm partenopei, l’attenzione della polizia scientifica si soffermò su alcuni mozziconi di sigaretta rinvenuti sul pavimento dell’abitazione, uno strofinaccio a fiori sporco di sangue e una busta sigillata, contenente una ciocca di capelli biondi che all’esterno indicava il nome dell’allora unico imputato nipote di una delle vittime.

La polizia scientifica, su delega del pm, effettuò i dovuti accertamenti e concluse che il DNA presente sulle cicche di sigarette coincideva con quello rinvenuto sulle ciocche di capelli biondi conservati in una busta con il nome dell’unico imputato mandato assolto dalla Corte di Assise di appello di Potenza con sentenza passato in giudicato, imputato che aveva però sempre sostenuto di non essere stato in quel tempo nella casa dove avvenne la strage. La notizia degli esiti delle indagini uscì sui giornali con ampia risonanza; in quel periodo nel Tribunale di Napoli ci fu anche un’ispezione ministeriale e si seppe che il processo era stato iscritto a carico non più di un solo indagato ma a carico di più persone rimaste ignote. In altri termini, a circa quarant’anni dai fatti, ci si rese finalmente conto che l’autore della strage non poteva essere una sola persona. La notizia apparve sui giornali, come pure che gli eredi della famiglia Santangelo erano difesi da me ed io mi convinsi del fatto che gli autori del delitto, nonostante il tempo trascorso, fossero certamente ancora in vita, tanto che ad uno dei quotidiani che scrisse del caso arrivò una lettera dal contenuto assai inquietante firmata con lo pseudonimo “Blu Angel”. Occorre sottolineare che il cuore di questa vicenda è ed era solo e soltanto uno, i reperti.

Rilessi parte degli atti del processo originale custodito nell’archivio di Perugia, dove conservano gli atti dei processi, e dico parte perché mi sembrò che i faldoni avessero contenuto molti più atti ma quello che riuscii ancora a trovare, secondo me, bastava e avanzava. Ora è evidente che in un processo a carico di ignoti i famosi “ignoti” avevano tutto l’interesse a che i reperti sparissero o fossero resi inutilizzabili. Ma facciamo un passo indietro: il gip rigettò la mia opposizione alla richiesta di archiviazione del procedimento avanzata dal pm salvo poi, quando la mia cliente decise di nominare un consulente per esaminare i reperti e fare a nostre spese taluni esami che al pm avevamo chiesto di effettuare di ufficio, autorizzare con parere favorevole del pm (se si trattava di esami utili perché non farli e delegarli a una parte?…questo è ancora uno dei tanti aspetti del tutto incomprensibili di questa storia!). Quando, tuttavia, insieme al consulente ci recammo a fare gli esami muniti di ogni possibile autorizzazione ci dissero che i reperti non c’erano. Chiesi una certificazione all’ufficio reperti e candidamente certificarono con atto pubblico, che fa fede sino a querela di falso, che i reperti erano stati distrutti e, se ricordo bene, che la loro distruzione era anche avvenuta prima che il gip avesse depositato la sua ordinanza con la quale doveva decidere sulla nostra richiesta di prosecuzione delle indagini.

La cosa mi parve talmente assurda e incomprensibile, tanto che reiterai la richiesta più volte e mi fu data anche la copia della pagina del registro con l’elencazione dei reperti distrutti tramite “martellamento”. Ora, come si possa distruggere a martellate uno strofinaccio e delle cicche di sigarette io non lo so, ma così ci dissero e dovemmo solo prenderne atto. Era evidente che il confronto tra il DNA dei reperti e dei sospettabili sarebbe stato impossibile. A questo punto le mie clienti, che pure avrebbero accettato anche una sentenza di improcedibilità per ne bis in idem, decisero di adire il giudice civile perché la sparizione-distruzione dei reperti di un processo in corso, che lo Stato aveva assoluto dovere di custodire con ogni diligenza, le aveva private della possibilità, anche solo teorica, di individuare i responsabili e di ricevere il risarcimento dei danni patiti per l’uccisione dei loro congiunti. Il Ministero della Giustizia, dopo alcune oscillazioni, si costituì nel giudizio civile affermando alla fine che i reperti, di cui si era più volte minuziosamente certificata la distruzione, erano invece stati rinvenuti.

Da quel che so, depositarono anche due dischetti con le riprese del “ritrovamento”, apparivano persone che indossavano gli stessi scafandri di guerre stellari ma, da quel che ricordo, le riprese ad un certo punto erano disturbatissime. Le sorelle Santangelo, preso atto dell’inaspettato mutamento del quadro probatorio e del passare degli anni che avrebbe reso comunque del tutto impossibile la celebrazione del processo in sede penale, non hanno ritenuto di approfondire i fatti ed hanno limitato la loro domanda risarcitoria rinunciandovi in ampia parte. Nonostante ciò, si sono viste condannare a ben 20mila euro di spese legali. In pratica, lo Stato italiano, benché non sia mai stato capace di individuare e condannare gli autori della strage né con i nuovi né con i tradizionali metodi investigativi, e benché abbia creato una sconcertante confusione nella conservazione dei reperti di un processo di eccezionale complessità e delicatezza, ora vuole anche 20 mila euro dalle famiglie delle vittime. Oltre al danno….le spese. Gennaro De Falco

Sconta la pena in Albania, in Italia gli rifanno il processo per lo stesso reato. Ha scontato 8 anni in patria. Per il suo avvocato, Paolo Di Fresco, c’è il problema dell’inapplicabilità del “ne bis in idem” per la mancanza di un trattato bilaterale tra i due paesi, anche se a San Marino per un caso simile si è trovata la soluzione. Damiano Aliprandi  su Il Dubbio il 25 agosto 2022.

Un cittadino albanese, nel 2007, è stato condannato a 8 anni di carcere in patria per traffico di stupefacenti tra Italia e Albania. Ha finito di espiare la pena, tanto da riabilitarsi, si è rifatto una vita e non ha commesso più reati. A distanza di 10 anni, dal fine pena, a Milano si rifà il processo per il medesimo reato e viene ricondannato. Ora è in attesa del processo d’appello: se verrà condannato definitivamente, dovrà scontare la pena per la seconda volta. Ad assisterlo è l’avvocato Paolo Di Fresco del foro di Milano, il quale a Il Dubbio solleva il problema dell’inapplicabilità del principio ne bis in idem a causa della mancanza di un apposito trattato bilaterale tra l’Italia e l’Albania. Ma nello stesso tempo, attraverso il ricorso in appello, l’avvocato Di Fresco evidenza come in realtà alcuni Paesi – come lo stato di San Marino -, i giudici hanno superato questa grave forma di palese ingiustizia.

Ha commesso il reato quasi venti anni fa ed è uscito dal carcere nel 2011

Sono trascorsi più di vent’anni da quando Fredi Plaku, così si chiama il cittadino albanese, ha commesso il reato, e dieci da quando Plaku ha finito di scontare in Albania la pena (è uscito dal carcere nel 2011). Da allora, si è rifatto una vita recidendo i pur labili legami con il mondo criminale a cui, vent’anni prima, si era avvicinato per fronteggiare un momento di bisogno. Ha vissuto diversi anni in Germania e, infine, è tornato in Italia dove ha trovato una compagna di vita e lavoro. Scontare per la seconda volta la pena, diventa chiaramente un abominio. Ricordiamo che il principio del ne bis in idem costituisce un fondamentale principio di civiltà giuridica che integra l’effetto tipico della res iudicata penale consistente, per l’appunto, nel precludere la possibilità che nei confronti del soggetto già sottoposto a giudizio si instauri nuovamente un procedimento penale per il medesimo fatto. Si tratta di un principio che, in tale sua dimensione interna, risulta essere riconosciuto nella quasi totalità degli ordinamenti giuridici contemporanei, in alcuni dei quali addirittura a livello costituzionale. Il problema è che riguarda, appunto, il singolo Stato. Nel caso dell’Unione Europea, è circoscritto solo ai Paesi membri il valore dell’articolo 4, protocollo VII della Cedu, ovvero che «nessuno può essere perseguito o condannato penalmente dalla giurisdizione dello stesso Stato per un reato per il quale è già stato assolto o condannato a seguito di una sentenza definitiva conformemente alla legge ed alla procedura penale di tale Stato».

In Albania non avrebbe valore l’art. 50 della Carta dei diritti fondamentali Ue

Il problema è che l’Albania ancora non ne fa parte. Così come, non essendo ancora Stato membro, non rientrerebbe (secondo il giudice di primo grado che ha condannato Plaku), l’art. 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, dove si afferma il principio: «Nessuno può essere perseguito o condannato per un reato per il quale è già stato assolto o condannato nell’Unione a seguito di una sentenza penale definitiva conformemente alla legge». In sostanza, sempre secondo il giudice, i valori che accomunano lo spazio giuridico europeo non si estenderebbero ai cittadini di quegli Stati che, come l’Albania, non hanno ancora concluso il percorso d’adesione all’Unione Europea.

L’avvocato Di Fresco ha preso in esame un caso analogo a San Marino

Quindi il principio ne bis in idem, nonostante sia riconosciuto nel diritto internazionale, è necessariamente per forza limitato a seconda della cittadinanza dell’imputato? L’avvocato Di Fresco, nel suo ricorso in appello, ha preso in esame il caso di San Marino. Chiamato a decidere su una richiesta di revisione sollevata da un imputato condannato in via definitiva in appello, che per gli stessi fatti aveva patteggiato in Italia, il giudice ha affermato che l’estraneità di San Marino all’Unione Europa «non esclude, in verità, che nell’ordinamento sammarinese si possa ritenere operante, a determinate condizioni, il principio consacrato a livello eurounitario nell’art. 50 della Carta di Nizza, secondo cui, come è noto, nessuno può essere perseguito o condannato per un reato per il quale è già stato assolto o condannato nell’Unione a seguito di una sentenza penale definitiva conformemente alla legge».

Tanto nella sua dimensione nazionale quanto in quella transazionale, il diritto sancito dall’art. 50 ha lo stesso valore assoluto e inderogabile che l’articolo 4 del Protocollo n. 7 assume nella sua dimensione nazionale, «nel senso che, come chiarito nelle Spiegazioni ufficiali della Carta, questo diritto ha lo stesso significato e la stessa portata del corrispondente diritto sancito dalla Cedu e, va aggiunto, deve essere letto in conformità della relativa giurisprudenza di Strasburgo».

Per un giudice di San Marino il ne bis in idem prescinde da accordi tra Stati

In sostanza, il giudice sanmarinese, fa valere il fatto che il divieto di ne bis in idem prescinderebbe da convenzioni o accordi bilaterali ma corrisponderebbe a un principio tipico dell’ordinamento di ogni Stato che abbia aderito allo Statuto del Consiglio d’Europa e alla Convenzione di salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali: un principio esteso a tutti quegli Stati che presentino «la comune caratteristica della democraticità del loro ordinamento, improntato 7 al rispetto dei diritti umani ed animato dal principio della preminenza del diritto (prééminence du droit/Rule of Law) contro l’arbitrio». Cosa significa tutto ciò se consideriamo il caso di Plaku? L’Albania ha aderito esattamente a quei nuclei di valori enunciati perché fa parte del Consiglio d’Europa e, più di recente, alla Cepei (European Commission for the Efficiency of Justice), organismo chiamato ad armonizzare gli ordinamenti nazionali degli Stati membri. Come sottolinea l’avvocato Di Fresco, «Il giudice di San Marino, insomma, ha spezzato “le catene” della giurisdizione territoriale, affermando che l’esistenza di un denominatore comune tra gli ordinamenti democratici in materia di ne bis in idem consente di dare applicazione al principio anche in assenza di un’apposita convenzione nella cui cornice collocare il caso specifico».

Quello di Fredi Plaku non è l’unico caso in Italia

Se il giudice nostrano vuole, ha tutti gli strumenti per evitare al cittadino albanese una doppia pena. Ad oggi, la corte suprema della Cassazione, pur riconoscendo l’importanza del principio del ne bis in idem, non ha mai sentenziato a favore dei tanti cittadini albanesi. Sì, perché Plaku non è l’unico caso. Ci si rifugia sempre all’assenza di una norma di diritto internazionale pattizio che prevede l’operatività del divieto del doppio giudizio nei rapporti tra Italia ed Albania. Ma senza un atto illuminante come la svolta del giudice di San Marino, si rischia di rovinare la vita di tanti uomini che hanno già pagato il conto per i propri errori e si sono, appunto, rifatti una vita con tanto di sacrificio e onestà.

Bari, «condannata a sua insaputa»: Cassazione annulla sentenza dopo che ha quasi scontato la pena. Il caso di una ex prostituta rumena. L’avvocato: situazione kafkiana. Massimiliano Scagliarini su La Gazzetta del Mezzogiorno il 26 Luglio 2022.

Un controllo stradale di routine, con verifica al terminale. Salta fuori una condanna per lesioni e tentata estorsione a 4 anni e un mese di carcere, emessa nove mesi prima e di cui Elisa V. (nome di fantasia), 27 anni, rumena residente da un decennio in Italia, sposata con un barese e madre di tre figli, giura di non sapere niente. Ma la sentenza è irrevocabile e deve essere eseguita: a novembre 2019 la donna è stata portata in carcere a Trani.

È una di quelle scene che si vedono nei film. Un lungo film che si è concluso in Cassazione, tre anni e due ricorsi dopo, con l’annullamento della sentenza. Tecnicamente si parla di rescissione: significa che il processo a Elisa, ex prostituta di strada, si è svolto a sua insaputa. Dieci giorni fa, quando il suo avvocato, Cristian Di Giusto di Bari, ha ricevuto il dispositivo, la donna (che nel frattempo aveva ottenuto i domiciliari) è stata rimessa in libertà. Ma ormai aveva già scontato tre quarti della pena: a tutti gli effetti un errore giudiziario.

Secondo il Tribunale di Bari, nel 2011 la rumena avrebbe aggredito una «collega» durante una lite di strada. Le notifiche degli atti relativi all’accusa sono state effettuate allo studio del difensore d’ufficio e il processo si è svolto senza la presenza dell’imputata. Solo che - questo ha sostenuto il suo nuovo difensore nei vari ricorsi - già dal 2013 Elisa aveva spostato la residenza nel Barese, dove si era sposata con un italiano: sarebbe dunque bastata una ricerca all’ufficio anagrafe. Invece le ricerche, demandate alla polizia municipale di Bari, sono state svolte «presso i vari campi Rom della zona di Bari» e nelle zone dove «di solito (si) svolgono attività di meretricio». Ricerche vane, e processo sospeso per irreperibilità fino a quando la Municipale non trasmette una nota del ministero dell’Interno con allegata la ricevuta di una raccomandata «per l’atto di notifica» a Craiova, città natale di Elisa. Recapitata in giorni in cui la donna, secondo la difesa, si sarebbe trovata in Italia.

Per prevenire situazioni come queste, dal 2017 la legge italiana prevede la possibilità di ottenere la rescissione del giudicato: se il condannato prova di non essere stato messo a conoscenza del processo a proprio carico, la sentenza viene annullata e si riparte da zero. Ma a gennaio 2020, la Corte d’appello di Bari ha dichiarato inammissibile per un motivo procedurale la richiesta di rescissione: ordinanza annullata a ottobre 2020 dalla Cassazione, con invio degli atti a una sezione differente. Anche il secondo esame, esattamente un anno dopo e nonostante il parere favorevole della Procura generale, si è concluso con un rigetto. La Corte d’appello ha detto che non c’erano i presupposti per annullare la condanna: secondo la Prima sezione la raccomandata «rumena» è valida, e sarebbe invece «inverosimile» e «privo di riscontro» che in quei giorni la donna si trovasse invece in Italia. «D’altronde - hanno scritto i giudici in risposta alle obiezioni circa il fatto che Elisa V. fosse residente nel Barese - non vi erano ragioni per estendere le ricerche anche a Bari, atteso che il reato era stato commesso in Bari né ovviamente le stesse (ricerche, ndr) potevano estendersi sull’intero territorio nazionale».

E così la difesa ha presentato un secondo ricorso per Cassazione, contestando l’illogicità del ragionamento in base a cui il Tribunale ha ritenuto valida la notifica di una raccomandata all’estero, senza firma leggibile, a un indirizzo diverso da quello di residenza. Nonostante il parere negativo della Procura generale, la Seconda sezione ha accolto il ricorso e revocato la sentenza di condanna: Elisa V. è tornata libera quando le restava da scontare (al netto delle franchigie) un anno e un mese. Non ci sarà nessun nuovo processo, perché l’accusa (nata da una querela della presunta vittima) ormai è prescritta.

«Tutta questa vicenda - dice l’avvocato Di Giusto - è assolutamente kafkiana. Se davvero fosse stata messa a conoscenza delle accuse a suo carico, anch’esse del tutto sfornite di prova, una madre di 3 bambine, coniugata e da tempo regolarmente inserita nella società si sarebbe attivata per difendersi, non avendo nulla da guadagnare, come si è visto, da un processo celebrato in contumacia»

Il processo senza avvocato all'insaputa dell'imputato. Torna in Italia per un funerale e viene sbattuto in carcere: la storia tragicomica di una giustizia malata. Francesca Sabella su Il Riformista il 20 Luglio 2022 

Che strano universo quello della giustizia. Cioè quella che noi comunemente chiamiamo giustizia, ma che di giusto a volte non ha davvero nulla. Quella che leggerete ora sembra una favola tragicomica, uno spettacolo teatrale volto a suscitare il riso e l’amarezza. No. È successo davvero. Siamo nel lontano 2014 e Alexander Gotter è un cittadino tedesco di 24 anni in vacanza a Milano. Viene sorpreso a scarabocchiare un vagone della metropolitana. Fermato e identificato dalle forze dell’ordine, viene portato in questura, gli viene nominato un difensore d’ufficio e dopo nemmeno ventiquattro ore viene espulso dall’Italia.

Fin qui, pare non ci sia nulla di strano, se non fosse che si apre un processo di cui lui non sa nulla. Il suo avvocato non lo contatta mai; tutte le notifiche a lui vengono fatte al suo difensore; nel processo non viene minimamente difeso; il giudice lo condanna a otto mesi senza sospensione condizionale; il difensore non impugna e la sentenza di condanna diventa definitiva. «Ma a questo punto accade qualcosa di ancora più kafkiano – commenta l’avvocato napoletano Andrea Castaldo che solo in un secondo momento ha assunto la difesa di Gotter – Per condanne di questo tipo, il Pubblico Ministero è obbligato a sospendere l’esecuzione della pena e il condannato può chiedere l’applicazione di una misura alternativa alla detenzione; la notifica dell’ordine di esecuzione sospeso viene nuovamente fatta al difensore d’ufficio. Quindi, nessuna istanza di conversione viene depositata e il Pubblico Ministero emette l’ordine di carcerazione».

Ora si tocca l’apice del surreale: Gotter finisce in carcere. Nel 2020 Gotter, per ragioni lavorative, chiede un certificato del casellario giudiziale e l’Italia risponde attestando l’assenza di precedenti. Siamo nel 2022, Alexander, ormai sposato e con una figlia di soli quattro anni, viaggia in Italia per partecipare al funerale di un parente. Viene fermato a Livorno e condotto in carcere. Capite? Fermato, ammanettato e sbattuto in cella mentre stava per imbarcarsi con la famiglia su un traghetto. Non ne sapeva nulla. Per otto anni la sua vita è andata avanti nella ferma convinzione che l’episodio di Milano fosse stata una bravata iniziata e finita quella notte. E invece per otto anni la giustizia italiana, il Tribunale di Milano per la precisione, ha fatto un processo a sua insaputa. Processo che l’ha trascinato in galera. Gotter si è trovato improvvisamente in carcere a Livorno, in cella con altri detenuti, senza conoscere né l’italiano né l’inglese, ma solo la sua lingua madre, il tedesco.

Ma soprattutto senza conoscere il perché dovesse andare in prigione, non avendo mai avuto alcuna notizia del processo e della condanna. Una vicenda surreale. «Gotter si è rivolto a me e con estrema difficoltà sono riuscito preliminarmente a ottenere una detenzione domiciliare presso la casa di uno zio, residente in Sardegna – racconta l’avvocato Castaldo – e con il provvedimento della Corte d’Appello di Milano giustizia è stata fatta, poiché il provvedimento ha annullato l’intero processo (che quindi ricomincerà daccapo), affermando che il condannato non aveva mai avuto conoscenza della contestazione».

Il giovane tedesco è stato arrestato il 25 marzo e solo dopo un mese è riuscito a ottenere gli arresti domiciliari. Un mese dietro le sbarre, senza parlare una parola di italiano, ma forse non avrebbe avuto parole per quanto stava accadendo. Questa è una follia tutta italiana sulla quale ha alzato la voce anche l’ambasciata tedesca. Gotter ha rischiato di perdere il lavoro, la Bmw ha minacciato di licenziarlo più volte. Ora Alexander ha ottenuto la scarcerazione immediata. È un uomo libero. Ma noi siamo ancora liberi di chiamare questa strana creatura giustizia?

Francesca Sabella. Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.

Giorgio Magliocca, l’ennesimo caso di errore giudiziario dei magistrati. Hoara Borselli, Giornalista, su Il Riformista il 20 Luglio 2022 

Ieri sera, immersa nella splendida cornice pugliese del castello di Massafra, insieme al Senatore Dem Tommaso Cerno e Luca Palamara, abbiamo parlato di giustizia. Di mala giustizia.

Al centro del dibattito i libri “verità “ dove Alessandro Sallusti riporta in calce le confessioni di Palamara: “Il Sistema” e “Lobby&Logge”. Il primo uscì nel Gennaio del 2021 e divenne subito il caso editoriale e politico dell’anno. Avviò una reazione a catena di dimissioni, ricorsi e sentenze che non fecero altro che confermare i racconti riportati in quelle scottanti pagine. La magistratura non era più intoccabile.

Quello che ha in seno Palamara non può essere riassunto in un solo libro e allora ecco che nel Gennaio del 2022 esce “Lobby&Logge”. Duecento cinquanta pagine dove l’ex magistrato e il Direttore di Libero affrontano i misteri oscuri del “dark web”del Sistema, la ragnatela oscura che da sempre avviluppa imprenditori, faccendieri, politici, alti funzionari statali, uomini delle forze dell’ordine e dei servizi segreti, giornalisti e magistrati.  Esaurito il dibattito è salita sul palco una persona la cui storia mi ha toccato l’anima.

Si sente spesso parlare di errori giudiziari, ma difficilmente ci si trova a guardare negli occhi chi ha subito un’ingiustizia di quelle che squartano l’anima. Lui è Giorgio Magliocca. Di quegli uomini dotati di una tale purezza negli occhi da ritenere impensabile che qualcuno possa avere anche solo per un attimo dubitato della sua persona. Con una dignità tipica delle persone veramente per bene, ci ha fatto vivere il suo incubo durato più di undici mesi.

Il  sindaco di Pignataro Maggiore nonché Presidente della provincia di Caserta, alle quattro di mattino del 4 Ottobre 2011 venne arrestato con una accusa gravissima: concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo un collaboratore di giustizia, alla vigilia delle comunali del 2006, Magliocca aveva incontrato un boss. Già consigliere provinciale di Caserta e consulente del Ministro delle comunicazioni Mario Landolfi, nel 2011 Magliocca faceva parte anche dello staff di Gianni Alemanno, sindaco di Roma, di cui era considerato il delfino.

Secondo l’inchiesta che lo portò in carcere nel 2011, Magliocca aveva siglato un patto politico-mafioso per gestire i beni confiscati in cambio di voti dai clan. Le accuse al politico erano tutte basate sulle dichiarazioni di un pentito del clan Ligato, una cosca vicina ai Casalesi. Dinanzi ai pm della Direzione distrettuale antimafia, il pentito sostenne di aver saputo di un presunto colloquio riservato, a cena, tra il politico e il boss della zona, appena pochi giorni prima delle comunali del maggio 2006. 

Queste accuse (del tutto infondate) segnarono per Magliocca l’inizio di un incubo. Complessivamente ha subito 315 giorni di detenzione, tra il carcere e i domiciliari. È nel 2013 che arriva la sentenza di primo grado per Magliocca: assoluzione “perché il fatto non sussiste”. Non sussiste perché il pentito con cui Magliocca si sarebbe “incontrato” nel periodo riferito dal pentito millantatore si trovava nel 41 bis. Ci volle quasi un anno, ed è questo forse l’aspetto ancora più grave della vicenda, per accertare che quel malavitoso, all’epoca del presunto incontro a cena, era detenuto. Un risarcimento di 90 mila euro che non sono riuscite a coprire neppure le spese legali sostenute da Magliocca.

Questo il valore di una vita segnata per sempre? Voglio chiudere questo racconto con le parole che mi ha scritto lo stesso Magliocca quando gli ho detto che a lui avrei dedicato questo pezzo:

“È stata una fase drammatica della mia vita che mi ha cambiato per sempre. Non sono arrabbiato, nè deluso perché, in fondo, grazie alla mia caparbietà e alla fiducia della mia famiglia, sono riuscito a riportarla dove meritava che fosse. Oggi però sento un’ulteriore tensione. Vorrei fare qualcosa per sensibilizzare le istituzioni e l’opinione pubblica sulla necessità di migliorare le regole del nostro sistema giuridico per evitare nuovi casi di ingiustizia o mala giustizia.”

Innocente per l'accusa, la corte lo condanna. Perfino il procuratore generale sostiene la non colpevolezza, ma la Corte non cede. Luca Fazzo il 20 luglio 2022 su Il Giornale.

Tutto inutile. Persino il fatto che il procuratore generale, cosa mai vista, invece di accontentarsi delle carte andasse di persona, sul luogo del presunto delitto, per rendersi conto dei luoghi, della dinamica. E che lo stesso procuratore avesse spiegato alla Corte d'appello che il suo mestiere non è accusare, ma cercare la verità. La verità, aveva detto ieri mattina il procuratore generale Cuno Tarfusser ai giudici e ai giurati, è che non c'è uno straccio di prova che ad uccidere il milanese Bruno Lazzerotti, affogato in mezzo metro d'acqua due anni fa in una roggia alla Certosa di Pavia, fosse stato il suo amico di una vita, Nicola Alfano. La sentenza che in primo grado aveva condannato Alfano a quindici anni per omicidio volontario, aveva detto Tarfusser, è solo una lunga serie di sillogismi, di ipotesi spacciate per certezze: «Ciò che emerge con chiarezza è che gli investigatori sin dall'inizio si sono innamorati della dinamica omicidiaria e per oltre un anno non hanno fatto altro che cercare conferma alla loro ipotesi di lavoro. Senza però trovarla». Il procuratore aveva concluso chiedendo l'annullamento della condanna. Non fu un assassinio, ma un semplice incidente stradale, per il quale aveva chiesto un anno di carcere.

Invece dopo una manciata di ore di camera di consiglio, la condanna viene confermata. E il «giallo» della Certosa diventa un caso di scuola su come la giustizia abbia metri elastici, soggettivi. Per cui le stesse prove che per un magistrato non esistono, per un altro dimostrano «aldilà di ogni ragionevole dubbio» che un uomo ne ha ammazzato un altro.

Erano amici da una vita, Alfano e Lazzerotti. Un rapporto su cui l'inchiesta ha scavato in modo un po' morboso: al punto che quando, dopo un anno dal fatto, Alfano venne chiuso in carcere, il pm tra gli elementi a suo carico scrisse anche che andava troppo spesso, e troppo addolorato, a trovare al cimitero la moglie dell'amico, morta qualche tempo prima. Ma poi, scrisse la Procura di Pavia, alla fine il movente è vile, economico: perché Lazzerotti nomina Alfano erede universale, ma poi conosce una ragazza, le propone (invano) di sposarla; l'amico si sente scaricato, a rischio di perdere l'eredità.

Tutto accade nei campi che portano a una fattoria, a ridosso del Naviglio Pavese. I due sono in auto, un passante li vede. Mezz'ora dopo, Alfano ferma un ciclista, chiede aiuto. L'auto è nella roggia, Lazzerotti è steso sulla sponda, morto. «È entrato un calabrone, ho perso il controllo, siamo finiti nella roggia - dirà sempre Alfano - Bruno è scivolato in acqua, io ho cercato di tirarlo fuori, ma gli sono caduto addosso. Poi l'ho tirato a riva e sono corso a chiedere aiuto». Per la procura di Pavia, la scena è diversa: i due fermano l'auto, scendono, litigano, Alfano butta l'amico in acqua e lo affoga. Poi butta anche l'auto per simulare un incidente.

L'autopsia dirà che per affogare a forza un uomo bisogna combattere, fargli male, lasciare segni che sul corpo di Lazzerotti non ci sono. Ma per la Corte d'assise di Pavia e ieri anche per la Corte d'appello di Milano, il dettaglio non sembra contare. Tra gli elementi a carico di Alfano, nell'ordinanza che lo spedì in carcere, c'era anche il fatto che non si fosse mai contraddetto: che anche a parenti e amici, nelle telefonate intercettate, desse la stessa versione data agli inquirenti. Quando arriveranno le motivazioni, si saprà se anche i giudici d'appello l'hanno considerata una prova.

Se la Cassazione non sarà di diverso avviso, Alfano finirà in carcere per un delitto che secondo lo stesso magistrato che doveva accusarlo non ha mai commesso. Anche questa è la giustizia italiana.

Le tre vite di Roberto: prima, durante e dopo il carcere. Elisabetta Zamparutti su Il Riformista il 24 Giugno 2022

Frammenti di memoria sparsi sui marciapiedi è il libro di Sabrina Renna e Roberto Cannavò, appena pubblicato da Rubbettino. Lo scrittore Gioacchino Criaco ha scritto la prefazione. Io l’introduzione. L’ho fatto perché considero questo un libro che ha a che fare con l’arte. L’arte più importante: quella di vivere. Sabrina Renna e Roberto Cannavò si sono conosciuti e ri-conosciuti al Congresso di Nessuno tocchi Caino nel carcere di Opera a Milano. Siciliani entrambi. Ergastolano ostativo lui, militante politica lei. Roberto è uno dei protagonisti del docu-film di Ambrogio Crespi, “Spes contra spem-Liberi dentro”, manifesto della campagna di Nessuno tocchi Caino per il superamento dell’ergastolo ostativo.

Sabrina, è una studentessa di sociologia e diritto. Si incontrano al Congresso che festeggia il coronamento della battaglia per il superamento dell’ergastolo ostativo grazie ai due pronunciamenti delle Alte Giurisdizioni succedutisi nel giro di pochi mesi. Quella della Corte europea per i diritti dell’uomo che, nel caso Viola vs Italia, ha condannato il nostro Paese per violazione dell’art 3, quello che vieta tortura e trattamenti inumani e degradanti. Poi la sentenza della Corte Costituzionale nei casi Cannizzaro e Pavone. Condanne che hanno un comune fondamento: per affermare il diritto alla speranza bisogna abolire l’ergastolo ostativo, quella forma di esecuzione dell’ergastolo, basata su una presunzione assoluta di pericolosità, per cui nessun beneficio può essere concesso fintanto che il condannato per mafia non collabora. Intendiamoci, non collabora, non alle attività trattamentali, ma all’attività investigativa fornendo informazioni, nomi utili alle indagini. In altre parole, mettendo qualcun altro in carcere al posto suo. Una logica mortifera che fossilizza l’autore di un reato di stampo mafioso al momento del fatto e gli nega ogni possibilità di autentica revisione critica, ogni forma di cambiamento. Gli nega, in altre parole, la forza dell’arte della vita. Arte.

La radice ariana di questa parola è ar- che in sanscrito significa principalmente andare verso, mettere in moto, muoversi verso qualche cosa, da cui poi anche quello di aderire, adattare. L’esistenza che nel libro si racconta fa riflettere su questo. Perché nella vita, quella del protagonista, come la nostra, ci sono fasi in cui si innesca una messa in moto. Corriamo. Andiamo veloci come lungo una discesa di fluenti curve. L’accelerazione impressa dal superamento di una curva ci fa infilare quella successiva con un andamento che conferma ogni volta la correttezza delle proprie scelte e, dunque, il proprio valore. E questo porta con sé riconoscimenti, affermazione, prestigio e soldi. Ma non c’è vita che non si imbatta in certi segnali che dicono che bisogna rallentare, perfino fermarsi. Sono segnali che possono assumere le forme più diverse a seconda della esistenza a cui si riferiscono.

Nel libro sono i fatti cruenti di una terra, la Sicilia, e di un tempo, quello della mafia catanese degli anni ’90, che esasperano e drammatizzano la comprensione della necessità di cambiare e di adattare il proprio andamento secondo un’altra cadenza, un altro ritmo. Ecco allora che nell’arco di una esistenza si possono vivere più vite. E Roberto, il protagonista, di vite ne ha vissute almeno tre: quella prima del carcere, quella del carcere e quella dopo il carcere. Vite che solo la sincera curiosità di chi le racconta, Sabrina, riesce a rendere più interessanti di quanto potrebbe fare il più affermato degli scrittori. Sabrina e Roberto. Una scintilla li ha messi in moto e li ha portati ad affrontare un viaggio durante il quale c’è lo sguardo e l’ascolto di Sabrina che, come quelli dei bambini, sono innocenti e senza giudizio, quasi purificatori.

Poi c’è il vissuto di Roberto che si apre al nuovo e rinasce quasi in una iniziazione. Ci sono voluti anni perché questo libro vedesse la luce. Anni durante i quali un processo di estensione della consapevolezza ha gettato le basi per un’elevazione della coscienza nella frequentazione di entrambi dei laboratori che, con cadenza mensile, Nessuno tocchi Caino anima nel carcere di Opera come in altri tre istituti di alta sicurezza. Questo “viaggio della speranza” continua. È un viaggio senza fine, perché il fine, la fine del viaggio è il viaggio stesso, che è un continuo “invenire”, scoprire nella ricerca… cose e persone preziose, storie e vite diverse. La lettura di questo libro diventa anche un viaggio, convinta come sono, e la storia raccontata ne è testimonianza, che in fondo ogni vita è una forma d’arte, movimento e adattamento lungo la strada al di là delle singole tappe, oltre la meta prefissata. Elisabetta Zamparutti 

"Per non aver commesso il fatto" cari pm. La lezione di Domenico Ovaiolo, l’ex direttore rinuncia alla prescrizione e viene assolto dopo 10 anni gogna. Viviana Lanza su Il Riformista il 24 Giugno 2022 

Tanto rumore per nulla. E anche tanta sofferenza personale e professionale, e tanta attesa perché dieci anni per arrivare a una sentenza non sono pochi. Ogni volta che la cronaca giudiziaria fornisce notizie di assoluzioni che arrivano a tanti anni dai fatti spazzando via le accuse, i sospetti e la gogna di un’inchiesta della Procura viene da pensare a questo: alle attese, ai cambi di rotta violenti e improvvisi di vite e carriere, al rumore per nulla. Certo, si dirà, l’assoluzione è uno degli esiti fisiologici di un processo, si dirà che fa parte del normale corso di un iter processuale.

Ma attendere dieci anni per avere una risposta di giustizia è troppo, perchè dai fatti tanti sono gli anni trascorsi. Come appare troppo tenere per tutti questi anni la vita di un professionista legata al filo del sospetto (l’inchiesta arrivò a una svolta nel 2018). Nel caso che stiamo per raccontare c’è stata anche la scure della prescrizione, quel gong, il tempo è scaduto, che per chi è innocente rischia di essere un’ulteriore bolla fatta di sospetti in sospeso. In questo caso la prescrizione è stata scongiurata, anzi meglio dire allontanata. L’imputato ha espressamente rinunciato alla prescrizione ed è così che i giudici sono entrati nel merito delle vicende al centro delle accuse e le hanno giudicate, al termine del processo di primo grado, insussistenti. Assoluzione con formula piena, si sarebbe detto un tempo.

«Per non aver commesso il fatto» recita il dispositivo firmato dai giudici del tribunale di Napoli nei confronti di Domenico Ovaiolo, l’ex direttore amministrativo dell’ospedale di Caserta. Era finito a giudizio con l’accusa di turbativa d’asta in relazione all’affidamento di un appalto da parte del presidio ospedaliero casertano. I fatti risalgono a quasi dieci anni fa. La Procura aveva indagato e poi portato a processo Ovaiolo per aver firmato la delibera di affidamento, datata 12 dicembre 2012, insieme all’allora direttore generale dell’ospedale di Caserta, Francesco Bottino (la cui posizione è stata archiviata) e al direttore sanitario dell’epoca, Diego Paternosto (che non è stato mai coinvolto nel procedimento giudiziario). L’accusa ruotava attorno alla procedura di affidamento per la fornitura di quattro colonne laparoscopiche per l’ospedale Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta e al sospetto che fosse stata favorita una ditta in particolare.

Nei confronti di Ovaiolo l’accusa reggeva su una base fragile, fragilissima. La difesa dell’ex direttore amministrativo dell’ospedale casertano (nel collegio gli avvocati Elena Lepre, Stefano Montone e Paolo Di Furia) lo ha dimostrato nel corso del dibattimento, evidenziando che l’imputato non aveva avuto alcun ruolo nella procedura di affidamento avendo preso servizio come direttore amministrativo il primo dicembre 2012, quindi pochissimi giorni prima che fosse emanata la delibera in questione, e che dunque la sua firma aveva come presupposto un mero controllo formale dell’atto. Inoltre, la difesa ha puntato anche su un altro aspetto: il reato di turbativa viene integrato nel caso di accordo illecito finalizzato ad alterare la gara, circostanza, quest’ultima, che dall’istruttoria dibattimentale non è emersa a carico di Ovaiolo. Di qui la decisione del collegio giudicante e la pronuncia di assoluzione nel merito, con la formula più ampia. Assolti anche gli altri imputati, ovvero gli imprenditori Vincenzo e Rosario Dell’Accio e l’ex direttore dell’unità tecnologica ospedaliera del San’Anna Nicola Tufarelli, per i quali è scattata la prescrizione.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

A processo per aver corretto un errore materiale: assolti dopo sette anni. su Il Dubbio il 02 giugno 2022. Nel 2019 il tribunale cittadino inflisse al sindaco Andrea Bovero otto mesi e quindici giorni di reclusione, alla vicesindaco Monica Omedé un anno e quindici giorni, al tecnico Paolo Gardino dieci mesi e quindici giorni.

Sette anni di processo e poi tutti assolti «perché il fatto non costituisce reato». Si è conclusa così la vicenda della «correzione di errore materiale» al piano regolatore ( Prg) di Celle Enomondo, in provincia di Asti, paesino di 470 abitanti che nel 2015 ha visto sindaco, vicesindaco e tecnico comunale finire sotto accusa per una piccola modifica al piano regolatore. Su proposta del tecnico comunale (un geometra), si procedette infatti a una modifica dello strumento urbanistico nella parte che riguardava dei fabbricati di pertinenza di sei cittadini.

Secondo la procura di Asti si trattava di un caso di abuso d’ufficio, in quanto, alla luce di una legge regionale risalente al 1977, la «correzione dell’errore» andava considerata come una vera e propria «variante», che invece avrebbe richiesto una procedura diversa. Nel 2019 il tribunale cittadino inflisse al sindaco Andrea Bovero otto mesi e quindici giorni di reclusione, alla vicesindaco Monica Omedé un anno e quindici giorni, al tecnico Paolo Gardino dieci mesi e quindici giorni. Il 23 aprile 2021 la Corte d’appello cancellò però le condanne «perché il fatto non costituisce reato», sia per difetto dell’elemento oggettivo che dell’elemento soggettivo dello stesso. Una decisione confermata dalla Cassazione, che ha ora dichiarato inammissibile il ricorso della procura generale del Piemonte. La Corte di appello, hanno evidenziato i giudici del Palazzaccio, «non solo ha ritenuto legittimo nella specie il ricorso alla procedura di correzione dell’errore materiale, ma ha anche escluso la sussistenza del dolo intenzionale con riferimento a ciascuno degli imputati.

Felice Manti per “il Giornale” il 10 maggio 2022.

Ha denunciato una compensazione illegittima del suo consulente fiscale. E la giustizia, dopo aver riconosciuto come anche lui fosse una vittima, gli ha portato via tutto. È l'incredibile disavventura di Ivan Sorrenti, 44 anni, titolare di un'impresa nel settore energetico del milanese, che si è visto riempito di debiti, con la casa sequestrata e messa all'asta. E meno male che un giudice ne ha sentenziato l'innocenza. 

Per capire questa storia bisogna andare indietro di una decina d'anni, quando Ivan si rivolge ad un commercialista di Novate Milanese, G.B., per le cartelle di Equitalia. Ha un debito di circa 75 mila euro che con il passaggio a ruolo è diventato superiore ai 150 mila. E vuole risolvere il problema: sono gli anni dei suicidi degli imprenditori e delle cartelle che lievitano a dismisura, con il fisco che non lascia tregua.

E, sulla scia delle proteste, è appena nata la legge 3, ribattezzata appunto «salva suicidi», con cui si possono estinguere i debiti. «Ma il mio consulente fiscale - racconta Ivan - non se n'era mai occupato. Mi consigliarono così di rivolgermi a questo professionista di Novate Milanese». 

G.B. gli consiglia intanto di chiedere la rateizzazione massima e gli parla di possibili compensazioni fiscali grazie alla legge 3: «Pagai inizialmente 4mila euro. L'accordo prevedeva poi un 10% da versare sul risparmio effettivamente ottenuto con l'erario». Ivan va allo sportello, ottiene intanto la dilazione e la consegna al professionista. Passano tre anni.

«Da Novate mi chiamano e mi dicono di saldare perché l'operazione era andata a buon fine. A quel punto il mio commercialista mi dice di farmi dare le carte sul lavoro svolto prima di pagare». Anche perché la sua posizione debitoria con l'erario risulta di appena 3 mila euro. Troppo poco, anche con la legge 3. Ivan decide di approfondire.

Scopre così che G.B. gli aveva fatto compensazioni per investimenti in aree svantaggiate, a Gela, dove non ha mai messo piede. «Una cosa surreale - spiega l'avvocato Claudio Defilippi, che difende l'imprenditore - tanto che Ivan, siamo nel 2017, denuncia tutto alla Procura di Milano. D'altra parte lui non aveva mai incaricato nessuno di fare un'operazione del genere, che è una palese compensazione illegittima». 

Ivan si aspetta naturalmente che Equitalia torni a presentargli il conto di prima: «Invece è più o meno raddoppiato dalle sanzioni. E quasi raddoppiato ulteriormente - prosegue il legale - dagli interessi. Siamo a circa 600 mila euro».

Ma è il meno. Due anni più tardi, infatti G.B. viene arrestato per aver fatto compensazioni fasulle in mezza Italia per oltre 20 milioni di euro. E lo stesso Ivan, che lo aveva denunciato, viene indagato in due procedimenti connessi. A Milano e a Gela. «A Milano - dice Defilippi - il processo si conclude con l'assoluzione nella formula più ampia, ovvero per non aver commesso il fatto, dietro richiesta della Procura stessa. Dunque, un'assoluzione definitiva». 

Caso dunque chiuso? Nemmeno a parlarne. Perché invece a Gela il procedimento connesso va avanti. E per via della bizzarra normativa che equipara evasori e mafiosi la casa di Ivan viene sequestrata preventivamente. Non solo. Per far fronte ai debiti moltiplicati di Equitalia, Ivan non è riuscito a pagare il mutuo e la banca ha pignorato la sua casa e ne ha chiesto la vendita. Un effetto domino infinito.

Dice Defilippi: «Il mio cliente ha ricusato il giudice perché sulla casa insiste anche un fondo patrimoniale. Ma ad oggi non è cambiato nulla. Sicché c'è un uomo che ha fatto scoprire una compensazione illegittima, che è già stato sicuramente riconosciuto innocente in un processo dalla giustizia, cui la stessa giustizia porta via tutto prima ancora dell'esito del secondo troncone del procedimento, caricandolo quattro volte dei debiti che aveva prima e impedendogli, di fatto, di pagare un mutuo. 

E ora, proprio lui che aveva denunciato, si deve difendere da tutti. Una cosa così, giuro, non l'avevo mai vista prima. Verrebbe da chiedersi, a questo punto, se alle persone convenga denunciare data la risposta dello Stato. Ma, nonostante tutto, noi abbiamo fiducia nella giustizia e cerchiamo un giudice a Berlino».

Bergamo, condannato senza saperlo, finisce in carcere: «Sentenza da annullare e processo da rifare». Giuliana Ubbiali su Il Corriere della Sera l'11 Aprile 2022.

La condanna a un anno e 8 mesi per tentato furto di un’auto fa saltare l’affidamento in prova ai servizi sociali, ma la Cassazione ha dato ragione alla difesa: «Le raccomandate non danno la certezza che sapesse del procedimento». 

Alfredo Acerbis è in carcere da novembre 2020

Sono le 16.20 del 30 aprile 2014, un uomo infrange il finestrino di una Fiat Panda in Borgo Palazzo, una donna lo vede e chiama la polizia, lui scappa ma viene preso con le mani ferite. Non ci sono dubbi, scrive il giudice che nell’ottobre 2019 condanna Alfredo Acerbis a 1 anno e 8 mesi. Lui, 61 anni, non è nuovo ai problemi con la giustizia. Nel novembre 2020 finisce in carcere per un cumulo di due pene che, proprio perché viene aggiunta questa diventata definitiva, arriva a 4 anni, 6 mesi e 15 giorni, facendogli saltare l’affidamento in prova possibile fino ai 4 anni. E fin qui è tutto nella norma.

Se non fosse che il processo per il tentato furto dell’auto rischia di dover essere ripetuto. Acerbis — è il ricorso del suo avvocato di fiducia Andrea Alberti — fu giudicato senza saperlo, l’ha saputo al momento dell’arresto, il processo va annullato e rifatto, e nel frattempo lui scarcerato. Il primo punto lo dice anche la Cassazione che, annullando il no dell’Appello alla revisione della sentenza, ha tracciato la via per un nuovo passaggio in Appello. Secondo la Corte di Brescia, Acerbis era nelle condizioni di sapere del processo perché l’avvocato d’ufficio gli aveva mandato delle raccomandate agli indirizzi di residenza e di domicilio, Alzano e Nembro. Quindi, è la conclusione, si è sottratto volontariamente. Sentito dal tribunale, il legale d’ufficio aveva però riferito di non aver avuto conferma dell’avvenuta consegna delle missive e di non aver mai avuto contatti con l’imputato.

E questo ha un peso. La recente giurisprudenza delle Sezioni Unite della Cassazione – il vangelo del diritto – sulla scorta delle garanzie volute dall’Europa chiede di più, a favore dell’imputato. Per dichiararne l’assenza non basta che abbia eletto domicilio dal difensore d’ufficio; «il giudice deve, in ogni caso, verificare, anche in presenza di altri elementi, che vi sia stata l’effettiva instaurazione di un rapporto professionale con il legale domiciliatario, tale da far ritenere con certezza che l’imputato abbia avuto conoscenza del procedimento ovvero si sia sottratto volontariamente allo stesso».

Si potrebbe obiettare che Acerbis, avendo i recapiti dell’avvocato, si sarebbe dovuto informare. Ma l’inerzia, per la Cassazione, non equivale a sottrarsi. E ora? Difficile che l’Appello si discosti dalla Cassazione. È probabile che si vada verso un nuovo processo daccapo per altro con il fatto sulla via della prescrizione, almeno in secondo grado.

Giacomo Nicola per “il Messaggero” il 3 aprile 2022.  

«Devo confessare un omicidio». Ma la sua storia non regge, non corrisponde alla realtà. E alla fine è stato assolto. Gianni Ghiotti non ha ucciso la madre. Lo ha stabilito il giudice Federico Belli del tribunale di Asti che a fine gennaio ha assolto l'ex operaio di 57 anni dall'accusa di omicidio volontario. «Il fatto non sussiste», aveva scritto il giudice nel dispositivo della sentenza di cui ora ha depositato le motivazioni. Difeso dall'avvocato Marco Dapino, Ghiotti - che aveva confessato nell'agosto 2020 l'omicidio dell'anziana madre a tre anni dal fatto - aveva spiegato di aver ucciso Laura Tortella, 92 anni, per sua stessa richiesta.

La donna soffriva molto per l'osteoporosi che l'aveva colpita e le aveva causato per quattro volte in un solo anno la frattura del femore. I medici l'avevano operata, ma le avevano anche detto che non avrebbero potuto intervenire su altre fratture perché le ossa non sarebbero state abbastanza resistenti per reggere protesi e perni. A 92 anni, dopo una vita passata a lavorare in campagna, si era trovata costretta in casa, invalida, assistita dal figlio che aveva dedicato alla famiglia tutta la sua vita, prima prendendosi cura del padre colpito da un ictus e poi della madre.

Alla morte della donna nessuno aveva sospettato che l'anziana potesse non essere deceduta per cause naturali, c'era stato il funerale e il corpo della pensionata era stato sepolto nel cimitero cittadino. Tre anni dopo la morte della madre si era seduto in caserma dai carabinieri e aveva raccontato di averla soffocata con un cuscino. Per il giudice Belli però quella confessione «non è attendibile» anche se l'imputato non ha mentito. «Ha raccontato - scrive il giudice nella decisione -qualcosa di cui è intimamente convinto ma che non corrisponde alla realtà dei fatti».

Laura Tortella è morta per cause naturali, come aveva stabilito anche l'esame del medico legale che aveva constatato il decesso il 4 novembre 2017 nella casa di Piovà Massaia dove la donna viveva con il figlio. 

Ghiotti, dopo la sua confessione, era stato sottoposto a una perizia psichiatrica. E alla fine era stato dichiarato capace di intendere e di volere. «Anche se vittima di sensi di colpa e ansia è molto preoccupato degli effetti del suo comportamento». Si rimproverava di non aver accudito la donna di cui, invece, si è sempre occupato quasi da solo come avevano confermato conoscenti e parenti dell'uomo durante il processo.

«Si è convinto di averla uccisa lui», scrive il giudice. «Comunque siano andate le cose, gli elementi di fatto non mi consentono di sostenere che l'anziana signora sia stata uccisa. La confessione del figlio è priva di riscontri». Dopo la confessione dell'operaio, il corpo dell'anziana era stato riesumato. Erano anche stati eseguiti esami che avevano fatto emergere la presenza di sonniferi somministrati alla donna. 

Ma anche quelle tracce non sono state però ritenute rilevanti: l'anziana era sofferente e da tempo faceva uso di calmanti e sonniferi per tenere a bada il dolore. Arrivati al processo, dopo l'auto-confessione del figlio della donna, il pm Gabriele Fiz aveva chiesto una condanna a 7 anni e due mesi per omicidio volontario. La difesa aveva invece chiesto l'assoluzione o in subordine che il fatto fosse riconosciuto come omicidio del consenziente. Dopo l'assoluzione in primo grado la procura potrebbe però decidere di ricorrere in appello.

Misure cautelari, ogni anno un terzo bocciate in modificate dal Riesame. Viviana Lanza su Il Riformista il 6 Febbraio 2022.  

Il Riesame è il primo banco di prova di un’inchiesta in campo penale. Misure cautelari personali e reali, decise dai gip su richiesta dei pubblici ministeri, vengono poi valutate in sede di Riesame. Analizzando gli esiti delle decisioni di questo Tribunale, in composizione collegiale, con un presidente e due giudici a latere, si può fare una sorta di screening della tenuta delle indagini.

Considerando che in ogni bilancio giudiziario, da alcuni anni a questa parte, si evidenzia la sproporzione tra numero di indagini che vengono avviate e numero di procedimenti che giungono a definizione, con un netto sbilanciamento a favore dei primi decisamente più numerosi, e considerato che da tempo è sotto i riflettori il tema dello bilanciamento del sistema giudiziario e mediatico tradizionalmente a favore dell’accusa, osservare il trend delle inchieste che arrivano al vaglio del Riesame o Tribunale delle Libertà come dir si voglia, analizzare gli esiti delle pronunce, può essere utile a inquadrare meglio lo stato generale di salute della nostra giudiziaria. Ebbene, nel 2021 sono state vagliate dal Tribunale del Riesame di Napoli 5.945 misure cautelari.

Di queste 3.589 hanno avuto conferma, le altre hanno ottenuto sorti varie. Dal bilancio relativo all’ultimo anno di attività giudiziaria emerge infatti che 470 sono state completamente annullate, 615 sono state parzialmente riformate, 25 sono state dichiarate inefficaci, 1.007 sono state dichiarate inammissibili. Tra riunioni con altre misure e altre modalità si classificano le restanti decisioni adottate dal Riesame nell’ultimo anno. Sono state, inoltre, 2.397 le istanze di appello di parte su misure cautelari personali, nessuna da parte del pm..

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Tre innocenti al giorno finiscono in carcere. I pm si autoassolvono ma i loro errori costano 40 milioni ogni anno. Massimo Malpica il 5 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Nel suo discorso di insediamento Mattarella ha puntato il dito anche "sulle decisioni arbitrarie o imprevedibili in contrasto con la certezza del diritto". Da Zamparini a Melis: ecco i casi più eclatanti di malagiustizia.

«I cittadini devono poter nutrire convintamente fiducia e non diffidenza verso la giustizia e l'Ordine giudiziario. Neppure devono avvertire timore per il rischio di decisioni arbitrarie o imprevedibili che, in contrasto con la certezza del diritto, incidono sulla vita delle persone. Va sempre avvertita la grande delicatezza della necessaria responsabilità che la Repubblica affida ai magistrati».

Parole del vecchio/nuovo presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che nel suo discorso di insediamento non ha risparmiato critiche alla giustizia, dedicando un passaggio importante agli errori giudiziari, a quelle «decisioni arbitrarie o imprevedibili» che, purtroppo, sono ancora numerose ogni anno. Così l'appello di Mattarella è un registro dei desiderata, non la proiezione della realtà, se solo nel biennio 2019/2020 le ordinanze di riparazione per ingiusta detenzione sono state 1.750, con un esborso per lo Stato di oltre 80 milioni di euro. E a fronte di questa messe di provvedimenti ingiusti che lo Stato ha riconosciuto come tali, sono state promosse solo 45 azioni disciplinari contro i magistrati: di queste 7 si sono concluse con l'assoluzione, 13 con il non doversi procedere (per esempio perché il magistrato incolpato ha lasciato la toga) e 25 erano ancora in corso al momento dell'ultima relazione al Parlamento del ministero della Giustizia. Finora, insomma, per 1.750 errori conclamati, 283 dei quali non più impugnabili, non c'è stata una sola censura, un solo ammonimento: per trovarne tocca risalire al 2018, anno in cui a fronte di 509 indennizzi per ingiusta detenzione riconosciuti sono stati sottoposti ad azione disciplinare 16 magistrati, quattro dei quali censurati.

Malagiustizia e scarsa incisività dell'azione disciplinare, insomma, che giustificano, quando meno, l'opportunità del richiamo del capo dello Stato. E in fondo per capire come gli errori giudiziari non siano microscopiche macchioline in un sistema altrimenti perfetto basta scorrere le cronache. Anche quelle recenti, se appena a inizio settimana Pietro Grasso, ex presidente del Senato e già procuratore nazionale Antimafia, ha ricordato su Repubblica lo scomparso Maurizio Zamparini, ex presidente del Palermo, sostenendo che l'imprenditore era diventato «un obiettivo di chi aveva deciso che dovesse lasciare» il capoluogo siciliano, e che quell'obiettivo era stato «raggiunto anche attraverso l'azione della magistratura» che «credo ha proseguito Grasso abbia risentito dell'atmosfera che si respirava in città e che era portatrice della volontà di fargli lasciare il club». Obiettivo riuscito alla fine del 2018, con conseguenze disastrose anche per la squadra, fallita poco dopo e costretta a ripartire dalla serie D. Ma di storie ce ne sono tante, così tante che ad alcune tra le più eclatanti Stefano Zurlo ha dedicato «Il libro nero delle ingiuste detenzioni», uscito lo scorso autunno per Baldini e Castoldi, raccontando nove odissee giudiziarie di vittime della malagiustizia, scelte tra quelle delle 30mila persone che, come ricorda il deputato di Azione Enrico Costa, tra 1991 e 2020 sono finite in cella per poi vedersi assolvere o prosciogliere. Ecco dunque il caso di Pietro Paolo Melis, allevatore del Nuorese, arrestato nel 1997 da incensurato per un sequestro che non aveva commesso, condannato a 30 anni a causa di una intercettazione coperta da «un rilevante e continuo rumore di fondo» sciattamente ed erroneamente attribuita a lui dai giudici, e tornato libero solo 18 anni, sei mesi e cinque giorni più tardi, il 15 luglio 2016, quando di anni ne aveva 56. O quello di Angelo Massaro, finito dietro le sbarre dal 15 maggio 1996 al 23 febbraio 2017 perché sette giorni dopo la sparizione di un suo amico e sodale viene intercettato mentre dice alla moglie una frase in dialetto: lui dice di aver detto «muerse» (pesante), riferendosi a una pala meccanica, per gli inquirenti ha detto invece «muerte», riferendosi appunto alla morte dello scomparso. Quanto basta, insieme alle dichiarazioni de relato di un pentito, per condannarlo e buttare via la chiave fino a quando a salvarlo arriva la revisione del processo, e una nuova sentenza che, nel 2017, gli restituisce la libertà. Non quei 21 anni rubati. Massimo Malpica

Mille innocenti in cella ogni anno: «Ora le toghe paghino i loro errori». Dopo il monito di Mattarella sulla giustizia, i fondatori dell’Associazione Errori giudiziari rispolverano il tema della responsabilità civile dei magistrati: «Dignità è anche riuscire a ridurre i mille innocenti arrestati ingiustamente e risarciti ogni anno, sono 3 al giorno, uno ogni otto ore». Il Dubbio il 5 Febbraio 2022.

Se il monito di Mattarella sulle riforme ha sollevato un gran rumore attorno alla Giustizia, di certo più tiepido è stato il favore con cui si è accolto il richiamo, nel suo discorso di insediamento, al sovraffollamento nelle carceri e alla tutela della dignità. «Mattarella ha pronunciato 18 volte la parola dignità: ci sarebbe piaciuto che ci fosse una diciannovesima volta riferita agli innocenti. Dignità è anche riuscire a ridurre i mille innocenti arrestati ingiustamente e risarciti ogni anno, sono 3 al giorno, uno ogni otto ore. Dignità per un cittadino innocente è anche che quel numero venga ridotto», sottolineano Valentino Maimone e Benedetto Lattanzi, giornalisti e fondatori dell’Associazione Errori giudiziari, che pure si uniscono agli applausi con cui sono state accolte le parole del Presidente.

«È stato un intervento più vigoroso del solito – concordano i due giornalisti – che ci convince e ci trova assolutamente d’accordo, in particolare il passaggio sulla riforma del Csm che, al di là del discorso delle correnti, speriamo sia effettivamente fatta: ora la palla passa al legislatore, si può applaudire Mattarella cento volte ma se poi non lavori come devi tutto resta sulla carta». «Ci aspettiamo che all’interno della riforma del Csm sia introdotta la responsabilità dei magistrati. Oggi la valutazione dei magistrati supera il 99% dei giudizi positivi, e così perde ogni efficacia e ogni validità. Inserendo nella riforma del Csm una concreta responsabilità professionale dei magistrati per quanto riguarda il tema degli errori giudiziari e delle vittime di ingiusta detenzione sarebbe un aspetto importante», ribadiscono i fondatori dell’Associazione, estensori di quel “rapporto degli orrori” sui numeri della malagiustizia pubblicato nell’aprile scorso insieme ad Enrico Costa, deputato e responsabile Giustizia di Azione. Parliamo di quasi trentamila persone ingiustamente dietro le sbarre dal 1992 al 31 dicembre 2020. Quasi mille ogni anno, uno sproposito, così come i soldi che lo Stato ha dovuto sborsare per riparare i propri errori: 870milioni. Con indennizzi per 46 milioni solo nel 2020.

Il rapporto: 30mila innocenti in carcere in 30 anni

Dal 1991 al 31 dicembre 2020 i casi di errore giudiziario sono stati 29.659, errori che sono costati agli italiani, tra indennizzi e risarcimenti, 869.754.850 euro, ovvero più di 28 milioni e 990 mila euro l’anno. Partendo da una doverosa distinzione tra vittime di ingiusta detenzione e vittime di errore giudiziario, Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone hanno snocciolato i casi città per città. La parte più corposa delle ingiustizie riguarda proprio coloro che finiti in carcere o ai domiciliari si sono visti poi riconoscere innocenti all’esito dei processi.

In 28 anni è toccato a 29.452 persone, 1015 se si considera la media del singolo anno. A loro lo Stato ha versato un totale di 794 milioni e 771 mila euro in indennizzi, poco più di 27.405.915 euro l’anno. Solo nel 2020 sono state 750 le persone che hanno subito una custodia cautelare poi rivelatasi ingiusta, per una spesa di 36.958.648,64 euro. Numeri più bassi rispetto al 2019 ( 250 casi in meno), ciò anche a causa del Covid, con il conseguente rallentamento dell’attività giudiziaria, comprese le istanze di riparazione per ingiusta detenzione.

Gli errori giudiziari veri e propri sono invece 207 in tutto, per un totale di 74.983.300,01 euro di risarcimenti, 2 milioni e mezzo circa l’anno. Una cifra altissima, che comprende i casi più eclatanti, ovvero quelli che hanno visto innocenti scontare pene per reati mai compiuti prima di riuscire a far valere la verità. Ci sono, ovvero, casi come quello di Giuseppe Gullotta, condannato per la strage di Alcamo e che ha passato ingiustamente 22 anni in carcere, o Angelo Massaro, anche lui rimasto in cella per un ventennio per un omicidiomai commesso. Nel solo 2020 sono stati 16 i casi di errore giudiziario. Numeri che portano la spesa complessiva del 2020 a 46 milioni.

Le città che hanno speso di più in risarcimenti sono Reggio Calabria ( 7.907.008 euro), Catanzaro ( 5.584.529 euro) e Palermo ( 4.399.761 euro), mentre le città con più casi di indennizzo sono Napoli ( 101 casi, per i quali ha speso 3.105.219 euro), Reggio Calabria ( 90 casi) e Roma ( 77 casi). Nella Capitale i risarcimenti ammontano a 3.566.075 euro, mentre Milano, con 39 casi di indennizzo, ha speso 1.327.207 euro. Il distretto di Napoli è rimasto tra le prime tre posizioni per 9 anni consecutivi. E per ben sei volte su nove è stato al primo posto, detenendo il record di casi raggiunti in un anno: 211 nel 2013.

Giu.Sca. per "il Messaggero" il 28 gennaio 2022.

«Un giorno in carcere da innocente vale per lo Stato 235 euro di risarcimento». Valentino Maimone, 55 anni, giornalista e fondatore dell'associazione Errorigiudiziari.com (assieme al collega Benedetto Lattanzi) è tra i massimi esperti in Italia di ingiuste detenzioni. Tradotto, si tratta di persone finite in carcere da innocenti. 

Uomini e donne che si sono ritrovati rinchiusi in una cella o ai domiciliari salvo poi essere assolti da ogni imputazione.

«Abbiamo un database che aggiorniamo costantemente, adesso abbiamo in tutto 840 casi»

Quanti casi di ingiuste detenzioni si registrano ogni anno in Italia?

«Negli ultimi 30 anni la media è di mille all'anno. Abbiamo superato quota 30mila». 

Quali sono le principali città?

«La prima è Napoli, poi Reggio Calabria, terza è Roma. Napoli è nei primi tre posti da nove anni consecutivi. La Calabria, da sola, assorbe un terzo di tutti gli indennizzi che ogni anno vengono versati a chi è stato vittima di ingiusta detenzione»

La cifra media che paga lo Stato qual è?

«Per un giorno in custodia cautelare in carcere solo 235 euro al giorno. Per i domiciliari la metà. Ad ogni modo c'è un limite nel risarcimento, non si possono superare i 516mila euro, il vecchio miliardo in lire» 

Come fare per ottenere il risarcimento?

«Entro due anni dall'assoluzione è necessario presentare la domanda per istanza di riparazione per ingiusta detenzione. Quasi l'80% delle richieste di risarcimento vengono respinte, ne passano in media un 20-25%». 

Quanto spende lo Stato ogni anno per risarcire?

«Ventinove milioni di euro in media. Il totale è 890 milioni di euro negli ultimi 30 anni» 

Cosa accade agli inquirenti che sbagliano le inchieste mandando in carcere persone che si rivelano essere innocenti. Pagano per i loro errori?

«In Italia esiste una legge sulla responsabilità civile dei magistrati, è la legge Vassalli. Questa legge prevede che non ci si possa rivalere direttamente sui magistrati. In pratica si fa una causa allo Stato e in seconda battuta, in caso di risarcimento, lo Stato si rifà sul magistrato. Devo dire che, negli ultimi 15 anni, le toghe che alla fine hanno pagato per i loro errori si contano sulle dita di una mano» 

 «Tra assoluzioni e prescrizioni numeri sconvolgenti: siamo oltre il 60%». Cristiana Valentini, avvocato e professore, commenta i numeri della giustizia emersi dalla Relazione del Primo Presidente di Cassazione Pietro Curzio all'inaugurazione dell'anno giudiziario. Valentina Stella Il Dubbio il 28 gennaio 2022.

L’avvocato Cristiana Valentini, ordinario di procedura penale presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche e Sociali dell’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti-Pescara, ha scritto per “Archivio penale” un articolo intitolato “Riforme, statistiche e altri demoni”, frutto di una ricerca dell’Università, condotta insieme al professore di statistica, Simone Di Zio. Sono stati mossi dalla convinzione che senza conoscenza dei dati offerti dal mondo reale non è possibile alcun reale cambiamento. A maggior ragione quando si parla di giustizia, tanto è vero che la ministra Cartabia, durante la sua relazione al Parlamento, ha annunciato l’istituzione del Dipartimento del ministero che si occuperà della transizione digitale e della statistica.

Stiamo vivendo un periodo di riforme nel campo della giustizia. Eppure molti dati riguardanti la sua amministrazione sono sconosciuti.

Credo che la giustizia penale sia stata per troppo tempo un campo oscuro, in cui molte cose, troppe, navigano al riparo della formula del segreto, declinato in varie misture. Lo Stato ha il dovere di agire in modo trasparente: nel campo del diritto amministrativo, le discipline dell’accesso agli atti hanno portato doverosa luce negli incunaboli dell’apparato; nel settore specifico del processo penale, poi, la Corte europea ripete che (perfino) le indagini devono essere trasparenti. Epperò in questo Paese la trasparenza sembra per molti versi ancora un sogno ingenuo e non è cosa che dovrebbe accadere in uno Stato di diritto. Ecco, la prima forma di trasparenza dovrebbe iniziare dalle statistiche sul processo penale. Una vera democrazia non dovrebbe tollerare che l’attività dei suoi organi sia scarsamente decifrabile e ben poco pubblica.

Quindi ben venga il nuovo dipartimento annunciato dalla Guardasigilli?

Certo. Ma è fondamentale che ci sia piena e totale trasparenza sul metodo usato e sulla totalità dei dati raccolti.

Nel suo articolo lei analizza anche le relazioni dell’anno giudiziario in Cassazione. Rispetto alle ultime: per il Primo Presidente Curzio circa il 50% dei processi di primo si conclude con l’assoluzione, mentre per il Procuratore Generale Salvi solo il 21%.

Ho letto i dati a cui lei fa riferimento. Per quanto questo tipo di analisi sia cosa delicata, posso dire, in via di prima approssimazione, che, anche sulla scorta degli studi da noi condotti sulla base dei dati ufficiali della Direzione Generale di statistica e analisi organizzativa del Ministero, sono corretti i numeri sui proscioglimenti indicati dal Primo Presidente. E sono numeri sconvolgenti. Se lei aggiunge a quel 50,50% di esiti assolutori da parte del giudice monocratico adito a citazione diretta, i numeri delle prescrizioni, si arriva sicuramente – lo dico a spanne – attorno al 60%, forse di più. Ripeto, mi sembrano numeri sconvolgenti, che sarebbero degni della più grande attenzione, e invece non è stato così da parte di nessuna delle recenti riforme. Si è preferito “manganellare” il giudizio d’appello, che – purtroppo per l’efficienza delle riforme in questione – si colloca a valle della maggior parte delle declaratorie di prescrizione.

Questi dati ci dicono forse, come lei ha scritto, che “l’azione penale viene troppo spesso esercitata in assenza dei corretti requisiti”. Anche Curzio ha bacchettato pm e gup in tal senso.

Qui devo scomodare una molteplicità di concetti noti: il processo penale è una pena in sé, un tormento autentico per l’imputato; sottoporre un innocente ad un processo che potrebbe essere evitato semplicemente con indagini più accurate o anche semplicemente condotte nel rispetto dell’art. 358 c.p.p.(cioè anche a favore dell’indagato) è un’abitudine radicalmente contrastante con la presunzione d’innocenza, oltre ad essere uno scempio etico. È la famosa “azione penale apparente” da cui ci mise inutilmente in guardia anni fa la Corte costituzionale: fenomeno gravissimo, che conosce molte sfaccettature, che giungono fino ai casi – frequentissimi nella prassi, come ben sanno i difensori – di azione penale esercitata sulla scorta della mera querela e poco altro. D’altra parte, quando osserviamo il fenomeno nella prospettiva della vittima del reato, il risultato è simile: la Cedu insegna da tempo che la vittima ha diritto ad indagini complete e di qualità, perché si arrivi non ad un responsabile purchessia, ma all’effettivo responsabile. Infine, un pensiero che potrebbe apparire brutale, ma è solo schietto: la giustizia è un bene prezioso e non va sprecato; sprecarlo significa assumerci le conseguenze che oggi sono sotto gli occhi di tutti, ovvero una giustizia sommersa dai numeri e troppo spesso priva di qualità.

Una commissione ministeriale sta lavorando ai decreti attuativi della riforma del processo penale. Il suo articolo “ha eletto ad oggetto d’analisi la gestione delle indagini preliminari e dell’alternativa tra agire e archiviare”. Che consigli ha da dare a chi dovrà riformare questa parte?

Un suggerimento che mi sento di fare a cuor leggero, e che dovrebbero senz’altro seguire, è l’abbandono della circolare Pignatone come modello per la disciplina dell’iscrizione della notizia di reato e del modello 45.

Intende gli atti non costituenti notizia di reato, che riposano nel “limbo” della non sicura definibilità?

Esatto. È un terreno delicatissimo e il modello Pignatone riporta il nostro codice a forme di autogestione della notizia di reato da parte delle Procure che ricordano molto la struttura del codice Rocco, prima della riforma urgente realizzata dopo la caduta del regime fascista. Quel modello trasforma la notizia di reato in una creatura gestibile ad libitum dalle Procure e nella più totale mancanza di trasparenza: Tizio viene perseguito e va a giudizio, Caio, invece, viene “salvato” grazie al modello 45. Immagini di trovarsi a difendere una persona cui vengono addossate responsabilità spettanti in realtà ad altro soggetto, la cui posizione è stata semplicemente cestinata con un tratto di penna e senza controllo giudiziale. Un incubo che esiste già oggi e che s’intende allargare a dismisura. Stento davvero a comprendere come sia possibile, in questo momento storico, fornire alle Procure poteri del genere, che riescono ad eclissare senza rumore persino notizie di reato provenienti dagli organi di polizia giudiziaria. Forse, poi, esistono margini anche per eliminare un altro buco nero del nostro codice, ovvero la stentata disciplina delle investigazioni difensive, che allo stato consente al pubblico ministero di ignorare bellamente le indagini della difesa, anzi persino di ostacolarle.

A proposito di Pignatone, qualche giorno fa ha scritto un articolo in cui ha detto che la giustizia è lenta a causa dei troppi gradi di giudizio, dei troppi avvocati e del divieto della riforma in peggio.

Sono discorsi già fatti, mi stupisce che si continui a proporre riforme simili ad onta della loro inconsistenza pratica e dell’insostenibilità scientifica. La storia dei troppi avvocati mi fa sinceramente sorridere: mica parliamo di processo civile dove l’azione è esercitata dagli avvocati? Il lavoro agli avvocati, qui, sono le Procure a fornirlo. Forse sotto simili assunti si sottende che gli avvocati “inducono” i loro assistiti ad impugnare; insomma, non sono discorsi da farsi. Piuttosto direi che sono i magistrati ad essere in numero nettamente inferiore rispetto al necessario. Quanto al tema del divieto di riforma in peius, mi sembra costituzionalmente disdicevole ed evoca nuovamente un istituto caro al legislatore fascista; senza dire che avrebbe la stessa inesistente efficacia deflattiva dell’art. 96 c.p.c., privo di effetti apprezzabili, come ben sanno i civilisti. Quanto all’argomento dei troppi gradi di giudizio, mi limiterò a dire che prima di sfiorare – anche solo sfiorare, ripeto – un tema del genere, andrebbe assicurata una reale qualità nell’amministrazione della giustizia; vogliamo parlare dei numeri degli errori giudiziari? Aggiungo invece questo: sono anni che si scarica la responsabilità dei ritardi del processo penale sulle povere Corti d’appello. Anche qui, però, i dati statistici dimostrano che i veri problemi stanno altrove. Ma su questo tornerò nella prossima tranche della nostra ricerca.

La serie sui clamorosi errori giudiziari. For Life e la storia di Isaac Wright Jr, il detenuto che diventò avvocato per dimostrare la sua innocenza dopo l’ergastolo. Giovanni Pisano su Il Riformista il 27 Gennaio 2022.

“Tutti meritano un giusto processo“. E’ una delle frasi che più ripetute da Aaron Wallace, il protagonista della serie “For Life“, scritta da Hank Steinberg e prodotta dal rapper 50 Cents che ha anche un ruolo, e non di poco conto, nei 13 episodi della prima stagione che da gennaio 2022 è possibile vedere su Rai 4 e Netflix. Una produzione che rimarca, se ancora ve ne fosse bisogno, tutte le storture del sistema giudiziario (non solo americano).

Dal razzismo alle violenze che avvengono all’interno delle prigioni con il benestare degli agenti, che nella serie scendono a patti prima con la colonia “nazista” del carcere, poi con quella “afro” per consentire l’ingresso della droga. Sempre nella serie la direttrice, riformista, del carcere viene continuamente ostacolata per l’idea di carcere aperto che ha: dai colloqui senza il vetro divisorio alle attività lavorative svolte all’interno del penitenziario alla palestra.

La serie, uscita negli Usa su Abc nel febbraio 2020 (c’è anche una seconda stagione con 10 episodi), riprende la storia di Isaac Wright Jr, che in carcere prende la licenza di penalista dopo la condanna all’ergastolo per un crimine che non aveva commesso (narcotrafficante). Con gli anni divenne un riferimento per tutti i detenuti, una ventina dei quali difesi con successo, ribaltando le ingiuste condanne che avevano ricevuto, prima di dimostrare la propria innocenza.

Wright Jr., nato nel 1962, era stato arrestato nel 1989 con l’accusa di essere il capo di una rete di pusher di cocaina nelle aree metropolitane di New York e New Jersey. Condannato all’ergastolo nel 1991, la sua condanna è stata annullata nel 1997 dopo che Wright, che nel frattempo studia legge e ottiene la licenza di penalista diventando avvocato-detenuto, ha dimostrato la corruzione all’interno della polizia (che aveva nascosto le prove che lo discolpavano) e la persecuzione del procuratore Nicholas Bissell (con la presentazione consapevole da parte del pubblico ministero di una testimonianza falsa al suo processo e le minacce rivolte agli altri testimoni), morto poi suicida quando la polizia ha cercato di catturarlo in una stanza d’albergo, dove si era rifugiato nel novembre del 1996 dopo aver violato la libertà provvisoria (e il braccialetto elettronico) in attesa del processo (rischiava una condanna a 8 anni).

Le restanti condanne di Wright (per un totale di 70 anni di carcere) furono invece annullate e, dopo aver trascorso più di sette anni in prigione, fu rilasciato e poi prosciolto da tutte le accuse, con La Corte Suprema del New Jersey ha confermato tale decisione. Nicholas Pinnock, l’attore che nella serie interpreta Aaron Wallace, ha raccontato che Isaac Wright Jr “era così concentrato sul suo unico obiettivo, ovvero uscire di prigione, che non aveva tempo per il dolore, non aveva tempo per la gioia, non aveva nemmeno tempo per la rabbia”. 

Giovanni Pisano. Napoletano doc (ma con origini australiane e sannnite), sono un aspirante giornalista: mi occupo principalmente di cronaca, sport e salute.

Giuseppe Scarpa per "il Messaggero" il 28 gennaio 2022.

Era un imprenditore affermato. Adesso per vivere fa il muratore. Il carcere e l'accusa di essere il mandante di un omicidio hanno disintegrato la sua vita. Per tre anni ha portato sulle spalle l'infamante imputazione. L'assoluzione, del 19 giugno 2018, non è bastata a lavare via ogni sospetto. 

E nemmeno lo Stato, che lo ha ingiustamente arrestato, adesso vuole fare i conti con un errore giudiziario che ha fatto precipitare una famiglia nel dissesto. I giudici hanno condannato il ministero dell'Economia a versare sul conto corrente di Massimiliano Prosperi, 53 anni, poco meno di 40mila euro. Un risarcimento per quei giorni trascorsi in cella. Ma il ministero, nonostante una sentenza definitiva datata 9 marzo 2021, tarda a pagare, accusano Prosperi e il suo avvocato, Alì Abukar Hayo: «Questa è l'ennesima ingiustizia».

L'inizio dell'incubo ha una data: 5 marzo del 2015. Alla porta di Prosperi, in un appartamento di Roma, bussano le forze dell'ordine. In casa ci sono la moglie e i due figli. Prosperi viene immobilizzato e portato in carcere. L'accusa è di essere il mandante dell'omicidio di Sesto Corvini. Un 74enne ucciso a colpi di pistola il 9 ottobre 2013, nel quartiere residenziale di Casalpalocco. 

L'uomo si dichiara innocente. Ma da quel momento inizia un calvario. Prosperi segna nel calendario i giorni che trascorre in cella. In totale sono 132. Da Regina Coeli, il 14 luglio del 2015, esce un uomo distrutto. Ma il peggio deve ancora venire. Il 27 aprile del 2016, con rito abbreviato, il giudice di primo grado lo condanna a 30 anni di carcere. 

La decisione del magistrato si fonda sulla testimonianza di un pentito, Giancarlo Orsini, che punta il dito contro Prosperi. Il castello di accuse crolla, però, nei due gradi di giudizio successivi. La prima corte d'Assise d'Appello lo assolve «per non aver commesso il fatto» il 13 giugno 2017. Per il 53enne è una boccata d'ossigeno. Ma il suo percorso, nel labirinto della giustizia italiana, non è ancora finito. L'ultima parola spetta alla Cassazione. Per Prosperi il 19 giugno del 2018 è una rinascita. L'accusa di essere l'istigatore di un assassinio tramonta definitivamente. Non è lui il mandante.

La vita dell'uomo e della sua famiglia, però, è in mille pezzi. Il clima, attorno a lui, è irrespirabile. Il 53enne, a capo di una piccola azienda che si occupa di garantire la sicurezza delle più esclusive boutique della Capitale, è marchiato. Anche se innocente viene guardato con sospetto. Nessuno vuole avere a che fare con lui. Prosperi riprova a mettere su l'impresa, ma non ci riesce. Troppi i pregiudizi. 

Alla fine, deve rinunciare al suo sogno. Per poter sopravvivere deve fare il muratore. Nel frattempo, chiede un risarcimento per tutti i giorni trascorsi in carcere. Il tre marzo del 2021 la quarta sezione penale della corte d'Appello di Roma stabilisce la somma: poco meno di 40mila euro. Il suo avvocato chiede che il pagamento venga liquidato, ma da via XX Settembre, sostiene il legale, non arriva nessuna risposta. 

«Il mio assistito - spiega l'avvocato Alì Abukar Hayo - chiede aiuto per porre fine alla sua disperazione dovuta al fatto che lo Stato l'ha punito ingiustamente due volte. Prima arrestandolo preventivamente per 6 mesi, poi condannandolo ingiustamente a 30 anni di reclusione. E, per giunta, oggi, il ministero dell'Economia e delle Finanze non esegue la decisione della Corte di Appello di Roma, che ha liquidato, in favore di Prosperi, la somma di 40.000 euro a titolo di equo indennizzo per ingiusta detenzione in data 9 marzo 2021. Purtroppo siamo stati ignorati, nonostante i numerosi solleciti, ma non ci arrenderemo e, se costretti, pignoreremo la scrivania del ministro».

Teodora Poeta per “il Messaggero” il 5 Febbraio 2022.  

Simona Viceconte si uccise come aveva fatto un anno prima la sorella Maura, campionessa di atletica. Ma il marito non ha responsabilità e, dopo due anni di dolore e aule di Tribunale, ha deciso di rompere il silenzio e raccontare il suo calvario.  

«La nostra vita è cambiata per sempre» dice il bancario torinese 54enne Luca Amprino, assolto dall'accusa di aver maltrattato psicologicamente la moglie Simona Viceconte, 45 anni, originaria della Val di Susa, che il 13 febbraio del 2020 si è tolta la vita impiccandosi con un foulard alla ringhiera della tromba delle scale della palazzina dove viveva con la famiglia a Teramo. 

Amprino parla per la prima volta e racconta i due anni trascorsi a dover fare da padre e da madre alle due figlie. E a difendersi da un'accusa pesante, orribile e oggi, alla luce della sentenza, anche ingiusta.  

Come ha reagito quando il suo difensore l'ha chiamata al telefono subito dopo la lettura della sentenza? 

«Ho avuto un pianto liberatorio. La verità è che per due anni non ho potuto elaborare il lutto per la morte di mia moglie e stare come avrei voluto con le mie figlie».  

Due ragazze che, nel frattempo, sono cresciute. Una è anche diventata maggiorenne. A loro cosa ha detto? 

«Semplicemente è finito tutto, dopodiché non c'è stato bisogno di aggiungere altro anche perché loro hanno glissato». 

Da oggi per voi tre inizia un nuovo capitolo dopo tutta questa sofferenza? 

«Assolutamente no. Non c'è un altro capitolo per noi. La vita va avanti così e noi restiamo uniti».  

L'assoluzione è arrivata dopo tre udienze con la scelta del rito abbreviato condizionato alla sua escussione. Se l'aspettava o piuttosto lo sperava? 

«In realtà questa situazione non sarebbe mai dovuta iniziare. Simona aveva chiesto proprio questo nella lettera che aveva lasciato. Ha fatto la sua scelta, non condivisa, ma accettata. Non ci saremmo mai aspettati un'azione del genere». 

Dopo il suicidio, nella sua borsa, in casa, gli investigatori ritrovarono subito una lettera che Simona aveva scritto e nella quale spiegava le motivazioni di quell'estremo gesto senza addossare responsabilità al marito, chiedendo anche scusa alle figlie. Come mai, allora, ci sono state persone che dopo il suicidio di Simona si sono presentate anche spontaneamente in procura per raccontare situazioni verosimilmente false? 

«Questo bisognerebbe chiederlo a loro. Io so che quelle persone non le conoscevo, ma ce ne sono state altre, a noi molto vicine, che si sono schierate contro. Addirittura quando tempo fa siamo tornati a Teramo, siamo ripartiti con un giorno di anticipo perché la sera precedente le mamme dei vecchi compagni di classe di mia figlia più piccola non hanno portato i bambini con noi a mangiare la pizza».  

Cosa, oggi, le fa più male di tutta questa vicenda? 

«Ho capito che nessuno si è mai posto il problema di due bambine che sono rimaste senza una madre, da crescere, di un padre che deve fare loro anche da madre. Ci sono persone a noi sconosciute che si sono permesse di infangare me, ma soprattutto le mie figlie che erano entrambe minori».  

Cosa aveva scritto Simona nella sua lettera? 

«Ha parlato di me. Ma ormai oggi è tutto chiaro. Io però non perdonerò a nessuno di aver messo in mezzo le bambine. Loro dovevano continuare ad andare avanti con il ricordo che avevano della mamma e non con quello che è uscito di Simona. Le bambine, loro malgrado, hanno dovuto anche sostenere un incidente probatorio in fase di indagini preliminari». 

Lei, Amprino, è stato difeso con forza dalle sue figlie. 

«Sì, siamo una famiglia».  

Accanto ad Amprino sono sempre rimasti i suoi legali, gli avvocati Antonietta Ciarrocchi e Cataldo Mariano. 

«Mi hanno guidato bene e hanno fatto un lavoro eccezionale».  

Le motivazioni della sentenza si conosceranno tra novanta giorni, ma non è detto che la procura di Teramo, che nei suoi confronti aveva chiesto una condanna a 10 anni (pm Enrica Medori), non faccia appello. Intanto resta l'assoluzione del gip Lorenzo Prudenzano perché «il fatto non sussiste». 

E in casa Amprino si può iniziare a respirare un barlume di serenità e molto, lo dice lo stesso Amprino, lo si deve alla scelta di una strategia difensiva che «ha messo al riparo il più possibile le mie figlie, allora entrambe minori». «Considerata la gravità della pena e la risonanza mediatica del caso che ha avuto in questi anni, la scelta del rito abbreviato condizionato all'escussione dell'imputato è stata ritenuta la scelta migliore, anche per fare terminare tutto prima», spiega l'avvocatessa Ciarrocchi. 

L'uomo ha trascorso 132 giorni in carcere. Accusato di omicidio ma non era vero, il dramma di un imprenditore: “Mi hanno distrutto e mi negano persino il risarcimento”. Redazione su Il Riformista il 28 Gennaio 2022.

La Giustizia ha segnato ancora una volta la vita di una persona. E lo ha fatto in modo negativo. Massimiliano Prosperi, 53 anni, è l’ennesima vittima di una condanna ingiusta e adesso si trova privato dei suoi beni e della sua dignità.

Il 53enne, accusato di essere il mandante di un omicidio di Sesto Corvini, un 74enne ucciso a colpi di pistola il 9 ottobre 2013, è finito in carcere per tre anni nel 2015.

Poi è arrivata l’assoluzione il 19 giugno del 2018: esce dall’istituto penitenziario di Regina Coeli, dove era entrato il 14 luglio del 2015. Ma ne esce un uomo distrutto. L’uomo è segnato dal percorso accidentato e tortuoso della giustizia italiana.

Il terribile momento arriva il 27 aprile del 2016, quando il giudice di primo grado lo condanna a 30 anni di carcere. Il magistrato fonda la sua decisione sulla testimonianza di un pentito, Giancarlo Orsini, che accusa Prosperi di essere il mandante dell’anziano signore.

Nei due gradi di giudizio successivi, qualcosa cambia. La prima corte d’Assise d’Appello assolve Prosperi “per non aver commesso il fatto” il 13 giugno 2017. Per il 53enne è una boccata d’ossigeno. Ma l’ultima parola spetta alla Cassazione. La Suprema Corte si pronuncia il 19 giugno del 2018: Prosperi è libero. Non è lui il mandante.

Lo Stato, che lo ha ingiustamente arrestato, però non vuole assumersi le responsabilità di aver rovinato economicamente e psicologicamente la famiglia della vittima della mala giustizia.

Oltre al danno, c’è la beffa. Infatti, non sono ancora arrivati i 40mila euro che il ministero dell’Economia dovrebbe versare come risarcimento per i 132 giorni trascorsi in cella. Il dicastero non ha ancora liquidato la somma stabilita dopo una sentenza definitiva del 9 marzo 2021. Prosperi, rappresentato dal suo avvocato, Alì Abukar Hayo, condanna: “Questa è l’ennesima ingiustizia”.

Prosperi, in difficoltà economica, ha dovuto reinventarsi all’età di 50 anni: dopo essere uscito dal carcere, nonostante fosse innocente, l’ambiente in cui lavorava gli ha voltato le spalle. L’uomo era a capo di una piccola azienda che si occupava di garantire la sicurezza delle più esclusive boutique della Capitale. Ma il nome della sua azienda è stato marchiato: Prosperi ha riprovato a mettere su l’impresa, ma i pregiudizi erano troppi. L’uomo ha così gettato la spugna e ha chiuso l’azienda, sogno di una vita. Per poter sopravvivere e mantenere la sua famiglia, il 53enne si è reinventato e ha iniziato a fare il muratore.

L’avvocato dell’uomo Alì Abukar Hayo promette battaglia: “Il mio assistito chiede aiuto per porre fine alla sua disperazione dovuta al fatto che lo Stato l’ha punito ingiustamente due volte. Prima arrestandolo preventivamente per 6 mesi, poi condannandolo ingiustamente a 30 anni di reclusione. E, per giunta, oggi, il ministero dell’Economia e delle Finanze non esegue la decisione della Corte di Appello di Roma, che ha liquidato, in favore di Prosperi, la somma di 40.000 euro a titolo di equo indennizzo per ingiusta detenzione in data 9 marzo 2021. Purtroppo siamo stati ignorati, nonostante i numerosi solleciti, ma non ci arrenderemo e, se costretti, pignoreremo la scrivania del ministro».

Su giustizia e sanità informazione manipolata. Dalla persecuzione di Pittelli ai dati Covid. Fabrizio Cicchitto su Il Tempo il 15 gennaio 2022.

Sulla completezza e sulla libertà dell’informazione sono in atto operazioni assai pericolose che riguardano sia la giustizia che la sanità. Sulla manipolazione dell’informazione per ciò che riguarda la giustizia ci sarebbe da scrivere non un libro, ma una biblioteca. Allora concentriamo la nostra attenzione su un singolo caso, quello dell’avvocato Pittelli, vittima di un’autentica persecuzione resa ancor più efficace dall’assoluto silenzio che circonda il caso tranne la meritoria campagna svolta dal Riformista.

Pittelli è stato arrestato nella notte del 19 dicembre 2019 alle 3:30 del mattino. Fra i vari addebiti c’era quello di partecipazione ad associazione mafiosa. La documentazione era costituita da ben 29 faldoni. Nel primo interrogatorio svoltosi un giorno dopo Pittelli fu costretto ad avvalersi della facoltà di non rispondere perché né lui, né i suoi avvocati avevano potuto leggere una carta, però successivamente Pittelli non è stato più interrogato tranne che per un interrogatorio del tutto formale svoltosi a Nuoro da parte di pm che a loro volta non conoscevano le carte perché egli nel frattempo era stato trasferito nel carcere di massima sicurezza di Badcarros in Sardegna, operazione che rendeva assai difficili le visite di parlamentari e di familiari.

Ovviamente subito dopo l’arresto fu scatenata una campagna mediatica contro Pittelli anche con la pubblicazione di intercettazioni riguardanti la sua vita privata. Successivamente il tribunale della libertà ha ridimensionato le accuse (da associazione a concorso esterno), per cui egli ha ottenuto dopo molto tempo gli arresti domiciliari.

Pittelli però è stato nuovamente arrestato nel dicembre 2021 per aver mandato una lettera, con raccomandata a/r, al ministro Carfagna nella quale parlava del suo caso. A parte alcuni aspetti assai inquietanti di quest’ultima vicenda è evidente la linea persecutoria portata avanti dalla procura contro Pittelli. Adesso Pittelli ha inviato un telegramma al direttore del Riformista Piero Sansonetti nel quale dichiara: «Porterò lo sciopero della fame fino alle estreme conseguenze contro una giustizia mostruosa».

Ebbene, così come di fronte all’articolo sul Dubbio del magistrato Guido Salvini a proposito dei trucchi procedurali del pool di Mani Pulite, così sul caso Pittelli c’è un silenzio assoluto da parte delle televisioni e dei grandi giornali.

Passiamo al tentativo in corso di manipolare l’informazione anche sulla sanità. A nostro avviso se c’è una critica da rivolgere al governo e alle regioni sulla sanità è di avere attenuato il necessario rigore specie da ottobre fino alle feste di Natale per ragioni politiche e per ragioni economiche. Siccome adesso a causa della maggiore contagiosità della variante Omicron e dei precedenti errori stanno aumentando il numero dei contagi e, cosa gravissima, anche quello dei morti, alcuni presidenti di regione chiedono di cambiare le cifre escludendo dal computo gli asintomatici.

C’è da essere esterrefatti: forse gli asintomatici non sono in grado di contagiare gli altri? Ricordiamo a questo proposito che quando esplose il contagio a gennaio-febbraio 2020 la Regione Veneto, diversamente dalla Lombardia, evitò il peggio proprio perché fece tamponi a spron battuto identificando gli asintomatici. Ciò fu il frutto della collaborazione fra il presidente Zaia e il professor Crisanti (che successivamente purtroppo hanno litigato per ragioni mediatiche) e la Regione Veneto fece un’ottima figura di fronte al disastro verificatosi invece in Lombardia (poi in Lombardia le cose sono migliorate quando al posto dell’ineffabile Gallera sono arrivati all’assessorato alla Sanità Letizia Moratti e Guido Bertolaso). Adesso Zaia e Crisanti sul tema sostengono tesi opposte, ma quest’ultimo ha buon gioco nel ricordare che la proposta di non contagiare gli asintomatici, fatta per la chiara ragione economica per non far cambiare di colore la regione, punta ad imitare l’aperturismo di Johnson rimuovendo però il fatto che in Inghilterra in questi mesi ci sono stati ben 15.000 morti in più.

Non nascondiamo che dietro questa discussione c’è una questione di principio che riguarda l’interrogativo se la scelta fondamentale è quella di tutelare in primo luogo la salute o quella di assicurare comunque le attività economiche, indipendentemente dai contagiati e dai morti. Francamente a nostro avviso l’espressione «convivere con il contagio» ha un’ambiguità assai inquietante.

Il caso dell'avvocato Pittelli e cosa ci insegna sull'importanza delle regole. Luigi Manconi su La Repubblica il 18 Gennaio 2022.

Quello che segue è un piccolo test, che non ha l’ambizione di una indagine sociologica sugli orientamenti collettivi di una popolazione e nemmeno quella di definire la fisionomia culturale di un gruppo sociale o di un ceto professionale. Lo scopo è, più semplicemente, la rilevazione del tasso di garantismo di ognuno: una sorta di “garantismometro”. Ovvero la misurazione del rispetto che ciascuno esprime nei confronti dei principi, anzitutto costituzionali, e delle garanzie che governano l’amministrazione della giustizia e, in particolare, il processo penale. E che fanno sì che il codice penale sia la “Magna Charta” del reo.

Pigliamo un caso tra i molti possibili. L’avvocato Giancarlo Pittelli, nato a Catanzaro nel 1953, parlamentare di Forza Italia dal 2001 al 2013, è attualmente recluso nel carcere di Melfi, con l’accusa di partecipazione ad associazione mafiosa, poi derubricata a concorso esterno in associazione mafiosa, e di rivelazione di segreti d’ufficio. Non so alcunché di lui sotto il profilo del carattere e della vita privata, della personalità e dei suoi costumi. Non ho alcun motivo particolare di simpatia o di avversione. E, della sua vicenda giudiziaria, conosco solo il poco che pubblicano i giornali.

Di conseguenza, non sono in grado di affrontare la sua vicenda processuale da un punto di vista complessivo. E, tuttavia, ritengo che alcuni piccoli dettagli - episodi in apparenza secondari - di quella stessa vicenda risultino talmente dirompenti da indurre a una riflessione sul funzionamento generale della giustizia. E su una crisi che appare ormai irreversibile.

Primo trascurabile dettaglio. Come già evidenziato su Il Riformista, nell’ordinanza di custodia cautelare viene riportata l’intercettazione relativa a un dialogo tra Giovanni Giamborino, accusato di essere affiliato alla ‘ndrangheta, e la propria moglie. Quest’ultima dice: “Qui abita Pittelli?”. Risposta di Giamborino: “Sì”. E la donna: “Ma è mafioso…”. Così la conversazione viene riportata nell’ordinanza, ma omettendo l’intonazione interrogativa e le frasi successive. Infatti, la trascrizione integrale dello scambio tra marito e moglie prosegue e Giamborino replica: “No, avvocato”. Quest’ultima frase che, se omessa o ignorata, rovescia totalmente il significato delle parole della donna (“È mafioso…”) da dubitativo in assertivo, è ovviamente cruciale. Di più: è determinante per la comprensione del senso della conversazione intercettata.

Secondo trascurabile episodio. Nell’ottobre scorso, mentre si trova agli arresti domiciliari, Pittelli scrive a Mara Carfagna, ministra per il Sud e la coesione territoriale, sua antica conoscente e collega di partito. Le invia una lettera in cui contesta la ricostruzione proposta negli atti. Parla di “manipolazione” di alcune trascrizioni di intercettazioni, come quella di una conversazione telefonica avvenuta nel 2016 con un suo cliente, che rivela notizie già divulgate precedentemente dai quotidiani locali.

Nella stessa lettera, Pittelli parla di un’altra captazione ambientale, nella quale gli inquirenti avrebbero inserito un avverbio (“ancora”) destinato a cambiare il senso della frase. Si aggiungono, poi, altre valutazioni relative a comportamenti che la Procura avrebbe considerato come prova di una sua complicità con l’associazione criminale. Il senso complessivo delle parole di Pittelli è inequivocabile: è lo sfogo di un uomo disperato, che tale si definisce e che, proprio in ragione di quella “disperazione”, decide di violare il divieto di «avere rapporti di corrispondenza» mentre si trova agli arresti domiciliari. Ma la lettera, che certifica uno stato di acutissima depressione e di smarrimento, viene utilizzata come prova a carico; e la sanzione che ne consegue è inesorabile: l’avvocato Pittelli deve tornare in carcere. In quello di Melfi, dove ha appena iniziato uno sciopero della fame.

La domanda che traggo, da una vicenda indubbiamente complessa, è la seguente: possono questi DUE trascurabili dettagli porre in discussione la situazione processuale di Pittelli? So bene che né l’uno né l’altro di questi episodi hanno l’effetto di inficiare l’apparato accusatorio e il quadro probatorio a carico dell’avvocato di Catanzaro. Ma la questione resta aperta in tutta la sua scandalosa enormità. Che così riassumo: può considerarsi coerente e ragionevole, argomentato e razionale, un impianto accusatorio che si giova di quella (e chissà di quante altre) manipolazione delle prove? Può considerarsi legittima ed equa un’azione penale che trasferisce un indagato dalla condizione degli arresti domiciliari a quella della reclusione in carcere per una violazione dovuta a una particolare crisi emotiva? Mi si dirà: ma stiamo parlando di una indagine che ha per oggetto l’attività di grandi organizzazioni criminali, che ricorrono all’omicidio come strumento di esercizio del potere. E stiamo parlando di uomini che, secondo l’accusa, “concorrerebbero” a quella stessa attività criminale.

D’accordo, e non discuto minimamente tutto ciò. Tuttavia mi chiedo se, al fine di prevenire delitti, anche i più efferati, si possa accettare di trascurare le regole, stravolgere le forme, sospendere le garanzia. E se ciò non produca danni altrettanto profondi e duraturi nel tempo quanto quelli determinati dalle azioni criminali delle ‘ndrine. Pensiamoci, almeno.

Sto con Pittelli anche se ha rappresentato il potere che oggi lo divora.  

Con Pittelli saranno particolarmente duri perché si è permesso di reagire alla lunga prigionia, scrivendo qualche lettera ai giornali e mandando una “supplica” alla ministra Carfagna. Ilario Ammendolia su il Dubbio il 19 gennaio 2022.  

L’avvocato Giancarlo Pittelli da oltre due anni si trova rinchiuso nelle patrie galere e da qualche settimana rifiuta il cibo per protesta contro una detenzione da Lui ritenuta ingiusta e lesiva delle garanzie costituzionali. Ovviamente non so se Pittelli sia colpevole o innocente. Nessuno lo può sapere se non dopo un giusto processo ed una sentenza definitiva. Quello in corso non sembra un processo giusto.

Nasce da un discutibile blitz con un mezzo migliaio di arrestati, che hanno impegnato tremila carabinieri ed ingenti risorse e procede dando la netta sensazione di essere egemonizzato dal ruolo soverchiante della Procura di Catanzaro che gode di un particolare sostegno da parte della grande stampa.

Nella strategia della Procura, Pittelli è un tassello fondamentale. Senza l’avvocato di Catanzaro il processo sarebbe privo dell’ingrediente “piccante” che tanto piace a gran parte della stampa ed ai tanti cittadini alla spasmodica e costante ricerca di un colpevole che faccia “giustizia” in loro nome. A nessuno interesserebbe più di tanto un processo all’oscura cosca Mancuso. Pittelli è la dimensione “politico- massonica” del processo presentata in maniera tale da calamitare l’odio popolare verso la “casta” che, in Calabria, è particolarmente odiata. E non senza una qualche ragione.

Umiliare Pittelli, tenerlo prigioniero a proprio piacimento e senza un giustificato motivo, significa non solo umiliare una classe politica che in gran parte è particolarmente scadente e priva di dignità e coraggio ma vincere la partita fondamentale su chi comanda veramente in Calabria. Quindi, è più che lecito pensare che con Pittelli saranno particolarmente duri e non perché abbia mai fatto uso di violenza o rappresenti un pericolo per la società ma perché si è permesso di reagire alla lunga prigionia, scrivendo qualche lettera ai giornali e mandando una “supplica” piena di disperazione alla ministra Mara Carfagna ed ha iniziato uno sciopero della fame “sino all’estreme conseguenze”. Comportamento inaccettabile da parte di chi comanda e pretende dai “vinti” una resa senza condizioni.

Una resa incondizionata che, salvo qualche sacca di residua “resistenza”, hanno già ottenuto. C’è da dire che i tanti “Pittelli” che hanno rappresentato la Calabria in Parlamento hanno fatto poco o nulla in difesa dello Stato di diritto ed ancor meno per mettersi in ascolto del grido di dolore che si alza dalle galere calabresi. Si sono illusi di essere intoccabili in quanto sacerdoti del potere. Ed oggi, proprio come il cancro, quel potere di cui sono stati custodi, mangia Pittelli (che è stato uno di loro) per potersi legittimarsi ed espandersi. Molti di coloro che in questi giorni stanno firmando con convinzione un documento di solidarietà a Pittelli hanno avversato il potere che è stato anche “suo” e la politica che ha rappresentato. Oggi però hanno dinanzi agli occhi il corpo di un uomo straziato dal carcere e che, proprio per questo, diventa un simbolo per una disperata resistenza.

La sentenza emessa dai giudici della Corte d’appello. Protesta Pianura, assolto Nonno: dopo 14 anni non c’è alcuna regia politica. Viviana Lanza su Il Riformista il 12 Gennaio 2022.  

«Il mio primo pensiero va a Giorgio Nugnes, unica vera vittima di questa vicenda». La voce è rotta dall’emozione, gli occhi ancora lucidi per le lacrime che non è riuscito a trattenere e gli hanno rigato il volto mentre il presidente Toscano della quarta sezione della Corte d’Appello di Napoli leggeva in aula il dispositivo della sentenza.

Aula 317, ore 16. Dopo oltre due ore di camera di consiglio i giudici della Corte d’appello escono con un verdetto che manda assolto Marco Nonno, consigliere regionale di Fratelli d’Italia, dall’accusa più grave per la quale è stato per ben quattrodici anni sotto processo: devastazione, in relazione alla protesta del gennaio 2008 contro la discarica a Pianura. Nonno, che all’epoca dei fatti era vicepresidente del consiglio comunale, esce dall’aula con i suoi avvocati, i penalisti Giovanni Bellerè e Massimo Fumo. Ha aspettato questa sentenza per quattrodici lunghi anni, una lungaggine simbolo di una giustizia esageratamente lenta. Tra cambi di collegio e mancanza di risorse negli uffici giudiziari, il processo si è trascinato per anni cedendo la precedenza ad altri procedimenti con imputati detenuti. Una prassi piuttosto diffusa negli uffici giudiziari napoletani, dove per il personale insufficiente si è costretti a scegliere quali processi celebrare e quali tenere in sospeso per anni.

Tuttavia, nonostante tutto il tempo trascorso la parola fine a questa vicenda giudiziaria ancora non può dirsi detta. Marco Nonno è stato assolto dal reato di devastazione, per il quale in primo grado era stato condannato a otto anni e mezzo di reclusione e ha ottenuto la revoca dell’interdizione dai pubblici uffici ma è stato condannato a due anni con pena sospesa per resistenza a pubblico ufficiale. Condanna, questa, per la quale gli avvocati della difesa potranno presentare ricorso in Cassazione subito dopo il deposito delle motivazioni del verdetto pronunciato dai giudici d’Appello ieri, deposito previsto fra sessanta giorni. Anche la Procura potrebbe fare ricorso. Insomma, ci vorrà ancora qualche anno prima che si arrivi a far calare il sipario su questo processo. Un processo nato dall’indagine avviata dalla Procura all’indomani degli scontri di gennaio 2008. Pianura, quartiere alla periferia occidentale di Napoli, fu in quei giorni teatro di violente proteste contro la riapertura della discarica di contrada Pisani che doveva servire a fronteggiare l’emergenza rifiuti che aveva messo in ginocchio la città.

Ci furono blocchi stradali, autobus incendiati, scene da guerriglia urbana. Nei disordini si inserirono alcuni appartenenti a frange di ultrà che sono stati invece condannati per gli atti più violenti. La Procura ipotizzò che la protesta fosse finalizzata a tutelare il mercato delle case abusive, ci fu anche un momento in cui si immaginò una presunta regìa camorristica, smentita in ogni grado di giudizio. «Quella – commenta Nonno uscendo dall’aula dopo la sentenza – fu una protesta sacrosanta per evitare di riaprire una discarica che Pianura aveva sopportato per 42 anni. Una protesta pacifica e legittima, portata avanti assieme a Giorgio Nugnes a cui va il mio pensiero in questo momento».

Nugnes era un assessore comunale che, coinvolto nella prima fase delle indagini, nel 2008 morì suicida. «Per la grave emergenza rifiuti, per le 12 milioni di balle che eco non erano, nessuno ha pagato. Io invece ho dovuto affrontare 14 anni di processi – aggiunge Nonno – I miei avvocati avevano sempre sostenuto che la mia resistenza fu pacifica e non aveva nulla a che fare con la devastazione. Lo hanno riconosciuto ora anche dei giudici coraggiosi che hanno studiato tutte le carte del processo».

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Carlo Vulpio per il "Corriere della Sera" il 5 gennaio 2022. È un classico della giustizia italiana: paga chi non c'entra nulla, e pazienza se i reati per i quali paga chi è innocente continuano a essere commessi tutti i giorni sotto gli occhi di tutti. Meno di un mese fa, il gip di Foggia, Margherita Grippo, con una ordinanza di 117 pagine aveva accolto le conclusioni dell'inchiesta «Terra Rossa» condotta dalla Procura dauna in materia di caporalato, l'odioso sfruttamento del lavoro attraverso la intermediazione illegale di manodopera. Aveva sostenuto, il gip, che tra le sedici persone indagate (cinque agli arresti) e le dieci aziende agricole sottoposte a controllo giudiziario, meritasse la misura cautelare dell'obbligo di dimora anche l'imprenditrice agricola Rosalba Livrerio Bisceglia. Dello schiavismo nei campi tutti sanno tutto da sempre, quindi nessuno può più simulare «orrore» e «stupore», ma è stato subito chiaro che in questo caso l'inchiesta ha fatto notizia proprio per il coinvolgimento di Rosalba Livrerio Bisceglia. Non soltanto perché la signora appartiene a una storica famiglia di imprenditori agricoli, ma anche e soprattutto perché è la moglie di Michele Di Bari, capo dipartimento Immigrazione e libertà civili del ministero dell'Interno. Il prefetto Di Bari, appena ha appreso che la moglie era indagata con l'accusa di aver trattato direttamente con i caporali si è dimesso. Di Bari è stato prefetto vicario a Foggia per otto anni e da poco era diventato dirigente del dipartimento Immigrazione. Il fatto che sua moglie fosse accusata di aver sfruttato i braccianti neri in combutta con i caporali - come racconta l'ordinanza del gip - lo ha fatto apparire come Dracula alla guida della Croce rossa. Ieri sera però, dopo l'interrogatorio della «moglie del prefetto» davanti allo stesso gip Grippo, il «contrordine compagni»: poiché Rosalba Livrerio Bisceglia, come riferisce in una nota il suo avvocato Gianluca Ursitti, «ha chiarito la propria posizione anche attraverso la produzione di documenti», le misure cautelari nei suoi confronti sono state revocate. In altri termini, tra intercettazioni «inequivocabili» e ricostruzioni «inoppugnabili» contenute in 117 pagine di ordinanza è stato procurato un danno enorme a due persone, l'una accusata di reati infamanti e l'altra praticamente costretta a dimettersi per la carica pubblica ricoperta. Quando invece, dice sempre il difensore dell'imprenditrice, tutti i pagamenti ai braccianti sono avvenuti con bonifico e nel rispetto dei contratti di lavoro provinciale e nazionale. Domanda: ma verificare tutto questo «prima»? No?

Accusata di caporalato tra i titoloni: era innocente. “La moglie sfruttava i braccianti, anzi no”. Giravolta del gip ma intanto il prefetto Michele Di Bari si è dimesso…Paolo Comi su Il Riformista il 6 Gennaio 2022.  

Tutto finto. Non era vero nulla. L’indagine nei confronti di Rosalba Livrerio Bisceglia, moglie dell’ex capo del dipartimento Immigrazione e le Libertà civili del Ministero dell’interno, il prefetto Michele Di Bari, è il classico buco nell’acqua. L’accusa di essere stata al vertice di una associazione finalizzata allo sfruttamento della manodopera clandestina si è sciolta come neve al sole. L’incredibile giravolta questa settimana con il gip Margherita Grippo che ha revocato il suo precedente provvedimento con cui disponeva l’obbligo di dimora per l’imprenditrice.

L’inchiesta “Terra rossa” era stata presentata il mese scorso in pompa magna dai carabinieri e dai pm di Foggia che avevano indagato 16 persone, di cui due in carcere e tre ai domiciliari. Coinvolte una decina di aziende agricole, fra cui proprio la Agricola Bisceglia Ss di cui la moglie del prefetto era amministratrice. Se una azienda agricola aveva bisogno di manodopera a basso costo, era la tesi degli inquirenti, si rivolgeva a due extracomunitari, un gambiano e un senegalese, che vivevano in una baraccopoli alle porte della cittadina pugliese. I due “intermediari” si sarebbero quindi occupati di reclutare i braccianti e di trasportarli sui campi di raccolta. Per queste attività avrebbero percepito una provvigione.

Nell’ordinanza di oltre cento pagine, la gip Grippo aveva ricostruito con parole durissime gli accordi della moglie del prefetto con gli intermediari africani. Rosalba Livrerio Bisceglia sarebbe stata “consapevole delle modalità delle condotte di reclutamento e sfruttamento”. I dialoghi fra i due, oggetto di intercettazione, «costituiscono dati univoci del ruolo attivo di Bisceglia nella condotta illecita di impiego e utilizzazione della manodopera reclutata, in quanto rivelano una preoccupazione e una attenzione per la regolarità dell’impiego della manodopera solo successiva ai controlli». La donna, poi, «si occupava dell’assunzione della manodopera, attività che peraltro svolgeva senza conoscere direttamente i braccianti e sulla sola base dei documenti» che le forniva il caporale.

Le buste paga rinvenute, sempre per gli inquirenti, non erano veritiere poiché vi venivano indicate un numero di giornate lavorative inferiori a quelle realmente prestate dai lavoratori, senza tener conto dei riposi e delle giornate di ferie. Il quadro che emergeva era, dunque, di un sfruttamento consapevole modello Alabama nel 1800.

Per non farsi mancare nulla, l’imprenditrice avrebbe anche violato “reiteratamente” la normativa di settore “relativa all’orario di lavoro ed ai periodi di riposo”, in quanto i lavoratori erano impiegati «nelle attività di coltivazione dei campi senza riconoscere loro la retribuzione per l’orario di lavoro straordinario, senza pause e senza consentire l’utilizzo di servizi igienici idonei». Uno scenario di “assoluto disinteresse” per il rispetto delle norme poste a tutela del lavoro, “come se i braccianti fossero di “proprietà”. «Caporali, titolari e soci delle aziende avevano messo in piedi un apparato quasi perfetto», avevano precisato i carabinieri. «Nulla veniva trascurato», dissero i militari ai giornalisti, ricordando i vari step: individuazione della forza lavoro necessaria per la raccolta nei campi, reclutamento, pagamento in modo palesemente difforme rispetto alla retribuzione stabilita dal Ccnl, nonché dalla tabelle per gli operai agricoli a tempo determinato della provincia di Foggia.

Purtroppo non era vero nulla. La donna, interrogata dal gip, ha prodotto copiosa documentazione da cui emerge che i braccianti, pagati tramite bonifici, percepivano compensi rispettosi del contratto nazionale di lavoro e in linea con tutti gli standard di settore. «Desidero precisare che sono dispiaciuto moltissimo per mia moglie che ha sempre assunto comportamenti improntati al rispetto della legalità. Mia moglie, insieme a me, nutre completa fiducia nella magistratura ed è certa della sua totale estraneità ai fatti contestati», aveva affermato Di Bari appresa la notizia dell’indagine a carico della consorte, presentando le dimissioni dall’incarico con effetto immediato. Di Bari era stato prefetto di Vibo Valentia, dal 2012 al 2013, e di Modena, dal 2013 al 2016, e di Reggio Calabria fino al 2019. Dal 14 maggio 2019, su indicazione di Matteo Salvini, allora ministro dell’Interno nel governo Conte Uno, era stato nominato capo del dipartimento al Viminale. Paolo Comi

Il libro di Stefano Zurlo. Il girone degli innocenti nell’inferno del carcere. Frank Cimini  su Il Riformista il 31 Dicembre 2021. «La lettura di questo libro di Stefano Zurlo dovrebbe essere resa obbligatoria per l’accesso agli esami di magistratura perché nulla quanto una sequenza di errori funesti avverte i giudici sui pericoli del potere», scrive l’ex pm Carlo Nordio nella prefazione di Il libro nero delle ingiuste detenzioni, edizioni Baldini+Castoldi, 191 pagine, 18 euro. Nordio aggiunge che il lavoro di Zurlo, cronista del Giornale, «dovrebbe sempre stare accanto ai codici sullo scranno del giudice naturalmente a maggior ragione sul tavolo dei pubblici ministeri».

Dal 1991 al 2020 i casi di innocenti in galera sono stati 29659 in media poco più di 998 l’anno. Il tutto per una spesa gigantesca da parte dello Stato per risarcimenti, oltre 869 milioni di euro. E per spiegare “la fragilità del nostro apparato” Zurlo racconta storie di prigioni di pochi giorni o di molti anni, ambientate al Nord come al Sud con protagonisti famosi o illustri, sconosciuti, trasversali alle classi sociali: Jonella Ligresti, Edgardo Mauricio Affe’, Antonio P., Diego Olivieri, Pietro Paolo Melis, Paolo Baraldo, Ciccio Addeo, Angelo Massaro, Giuseppe Gulotta. Circa trentamila persone sono finite in cella e poi sono state assolte. Sono i numeri di una fisiologia in un sistema malato. Inutile parlare di patologia per mettersi a posto con la coscienza.

Le ingiuste detenzioni macchiano come una brutta malattia la quotidianità della giustizia. Giuseppe Gullotta ha passato in galera 21 anni prima che saltasse fuori la verità: non c’entrava niente con l’assassinio di due carabinieri. La confessione gli era stata estorta con una sequenza agghiacciante di vessazioni, umiliazioni e torture. In Italia sì, è vero, si tortura e va ricordato che non esiste una legge adeguata per sanzionare la tortura come reato tipico del pubblico ufficiale. Pietro Paolo Melis è stato in galera 18 anni e mezzo per sequestro di persona sulla base di una intercettazione coperta dal rumore di fondo, la voce che si sentiva non era la sua. Angelo Massaro è stato scambiato per un criminale e confinato in prigione per 21 anni a causa di una frase captata dalle cimici in cui accennava alla moglie che non avrebbe accompagnato il figlioletto all’asilo perché impegnato nel trasporto di qualcosa di pesante. Una pala meccanica. Per gli inquirenti invece il carico sarebbe stato costituito da un morto ammazzato.

Jonella Ligresti: «Sono stati mesi anni di sofferenze terribili. Una condanna in primo grado per falso in bilancio e aggiotaggio informativo. Poi gli atti passarono da Torino a Milano. Assolta dopo otto anni. Sbattuta in carcere per una ragione che non sono mai riuscita a capire. In carcere il mio frigo personale era il bidet l’ambiente più fresco per conservare gli alimenti perché scende l’acqua fredda». La figlia di Ligresti chiederà l’indennizzo per ingiusta detenzione, ma saranno briciole spiega rispetto a quello che ha sofferto. «Nella mia Venezia prima di irrogare una grave condanna – ricorda Nordio – i giudici venivano ammoniti con una frase rimasta celebre, ‘Ricordatevi del povero fornaretto’ – conclude Nordio – Si trattava di un salutare avvertimento a rievocare in scienza e coscienza il caso di un garzone giustiziato e poi trovato innocente». Frank Cimini

Andrea Bucci per "la Stampa" il 30 dicembre 2021. Questa è la storia di un uomo che si sente due volte in credito con la Giustizia. Che è stato accusato di uno dei reati più terribili, aver abusato di una bambina di cinque anni, figlia della sua ex compagna. Che ha perso tutto: la divisa da poliziotto, da cui è stato sospeso durante le indagini, i figli che non ha più potuto vedere per quella macchina enorme che gravava su di lui. 

Un uomo che ha lottato per risalire dal baratro, quasi cinque anni di disperate battaglie legali. E che ora, dopo essere stato dichiarato innocente, si trova nuovamente a combattere contro una Giustizia che gli impedisce di vedere i suoi bambini. Potrebbe, dopo tutto questo tempo, alterare il loro equilibrio: così sostengono gli assistenti sociali che hanno in mano il suo destino. Massimo oggi ha 46 anni.

A lungo è stato in servizio alla Questura di Torino. Ora vive in centro Italia, lontano da tutto, soprattutto dai suoi figli, 10 e 9 anni. «Tante volte avrei voluto tornare a Torino anche solo per vederli da lontano, ma ho sempre rispettato i provvedimenti del Tribunale. Sono un servitore dello Stato e ho sempre avuto fiducia nella Giustizia. Ma ora mi sento tradito e defraudato». Quasi cinque anni fa Massimo è stato accusato dalla sua ex compagna. 

La procura di Ivrea l'ha messo sotto indagine per abusi sessuali nei confronti della figlia, che oggi ha 17 anni, ma all'epoca dei fatti ne aveva poco più di 5. Tre mesi fa la giudice del Tribunale di Ivrea, Marianna Tiseo, lo ha scagionato da ogni accusa. L'indagine ha ricostruito che i presunti abusi, scritti su un foglio di carta e raccontati dalla ragazza a un'amica due anni dopo che Massimo e l'ex compagna si erano lasciati, non c'erano mai stati. Non era vero. «Non sussistono le prove, tenuto conto dell'inattendibilità della ragazza», la conclusione del Tribunale dopo tre anni d'indagine e dopo che la stessa procura aveva chiesto l'archiviazione. 

«Ho perso troppi anni, vorrei solo riabbracciarli», racconta Massimo con la voce spezzata dalle lacrime. «Non voglio che un giorno possano pensare anche solo per un attimo che io li abbia abbandonati. Che sia sparito lasciandoli a loro destino. Vorrei raccontare loro la verità, ma adesso ho paura: temo che quando me li faranno rivedere sarà passato così tanto tempo che per loro sarò un estraneo, uno che non riconoscono e non ricordano». 

Dimostrata la sua innocenza, Massimo, assistito dall'avvocata Sara Rore Lazzaro, ha fatto istanza per ottenere la revoca del provvedimento con cui, nel 2017, il Tribunale dei minori - in via cautelativa e in attesa dell'esito delle indagini - l'aveva allontanato dai figli. Finora ha trovato un muro a sbarrargli la strada: gli operatori dell'Asl sostengono che i bambini abbiano ormai raggiunto un equilibrio all'interno del nuovo contesto famigliare, e che vedere il padre provocherebbe disagi importanti. Nella relazione depositata si legge che fino a un anno fa raccontavano ancora del genitore, ma ora pare non abbiano più ricordi «perché è tanto tempo che non lo vedono». E che per loro sarebbe importante non introdurre «elementi di cambiamento».

«Ma io non sono un elemento di cambiamento, sono il loro papà», piange Massimo. «E sono innocente, ci ho messo anni per uscirne. Così invece pago due volte: un'accusa che mi ha distrutto la vita e da cui non riesco a liberarmi». Quella Giustizia che ha impiegato oltre quattro anni per scagionarlo ora dice che è trascorso troppo tempo dall'ultima volta che i suoi figli l'hanno visto, e che per il loro bene è meglio così. «Ho trascorso un altro Natale lontano da loro», racconta Massimo, «ma non mi arrendo. Credo nello Stato, non posso fare diversamente». 

·        Angelo Massaro.

Ventuno anni di carcere per colpa di una consonante. Il caso della condanna ad Angelo Massaro, inchiodato da una telefonata e poi riabilitato. Stefano Zurlo il 7 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Muerte o muerse. Morto oppure oggetto ingombrante, nel caso una pala meccanica per lavori edili. Una consonante, scivolata via come una scheggia in dialetto pugliese, fa la differenza. E provoca un disastro: Angelo Massaro, lavoratore nel mondo della segnaletica stradale, si fa ventun anni di carcere sulla base di quella parola incerta, o meglio di due brevi intercettazioni telefoniche sull'utenza di casa. Siamo nel 1995 e c'è stato un delitto cui Massaro secondo gli investigatori potrebbe non essere estraneo. Lo ascoltano e captano quelle poche parole: la moglie vuol sapere se il marito porterà il piccolo Antonio, il loro figlio, a scuola. Si fa tardi, ma lui replica: «Io sto ancora a San Marzano che devo andare a portare il morto e che sto sopra la strada... che devo portare a Fragagnano». Poco dopo, alle 9.13 del mattino, l'uomo richiama: «Eh sì, prendi e accompagnalo, perché prima di mezz'ora non ci arriviamo, che finché lo agganciamo di dietro qua».

Può essere che Massaro parli, fra ciucci e pannolini, di un morto da agganciare e trasportare in una sorta di macabro corteo funebre sulla strada? Può essere che abbia la freddezza agghiacciante di dialogare così con la consorte, accennando tranquillamente alla vittima di un delitto? Nell'Italia delle intercettazioni sconsiderate, questa è forse la più incredibile. Ma vale una condanna pesantissima, firmata dalla corte d'assise di Taranto e confermata dalla corte d'appello e dalla Cassazione. Non ci sono altri elementi, solo sospetti, nemmeno il corpo dello sventurato Lorenzo Fersurella, mai ritrovato, ma solo quelle due chiamate insignificanti dove i diabolici coniugi mischierebbero vita privata e delitti agghiaccianti, con tanto di incomprensibile spostamento della salma a una settimana dal molto presunto omicidio. È tutto cervellotico e senza alcun riscontro, ma non importa: Massaro resta in prigione dal 15 maggio 1996 al 23 febbraio 2017, quasi ventun anni. Poi a Catanzaro arriva la revisione che fa a pezzi quelle pronunce appoggiate solo a una traballante consonante: muerte che forse era muerse. Ma ormai il danno è fatto. E non si tratta di un caso isolato. Macché. Il 10 dicembre 1997 in Sardegna viene ammanettato Pietro Paolo Melis, un imprenditore agricolo. L'accusa è devastante: aver partecipato al rapimento di Vanna Licheri, una delle tante vittime dell'industria dei sequestri, concluso con la morte dell'ostaggio. «È un errore, state sbagliando, sono innocente». Melis, incensurato e senza alcun collegamento con la criminalità sarda, resta in galera più di 18 anni e mezzo. Le prove? Due fulminee intercettazioni ambientali, captate nell'auto di uno dei presunti componenti della banda, Giovanni Gaddone. Chi è il suo interlocutore? Tempo dopo, all'interno del Consorzio agrario di Nuoro, Melis beve un caffè con Gaddone. Per chi indaga, è la quadratura del cerchio. Ma quella voce ignota è davvero quella di Melis, per il resto estraneo a tutta quella storia? C'è un rumore di fondo, fortissimo, fino a 140 decibel, che confonde i con ma soprattutto il giallo di quelle frasi, coperte da un suono infernale, e attribuite a forza a Melis. Dopo 18 anni, Perugia cancella tutto. E chiarisce l'equivoco, uno dei tanti, troppi errori di una lunga e controversa stagione di cronaca giudiziaria.

“Peso morto”, il docufilm su uno dei più gravi errori giudiziari. La storia di Angelo Massaro nel documentario dell'associazione errorigiudizari.com, diretto dal registra Francesco Del Grosso. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 21 ottobre 2022.

lunghissimi anni in carcere. Tanti ne sono trascorsi prima che Angelo Massaro venisse riconosciuto innocente per un delitto mai commesso. Quello che lo ha visto protagonista è uno degli errori giudiziari più clamorosi nella storia dell’Italia repubblicana. Un’odissea umana che rivive attraverso un viaggio fisico ed emozionale nei luoghi che hanno fatto da cornice alla sua ingiusta detenzione, al fianco di figure chiave della sua incredibile vicenda. Parliamo del docufilm “Peso morto”, scritto e prodotto i giornalisti Valentino Maimone e Benedetto Lattanzi con la loro associazione Errorigiudiziari.com. Dopo la fortunata esperienza con “Non voltarti indietro” (il primo docufilm sul fenomeno delle ingiuste detenzioni in Italia, menzione speciale ai Nastri d’Argento 2017), l’associazione Errorigiudiziari.com torna sul tema degli innocenti in manette.

L’opera è stata presentata in anteprima mondiale il 18 settembre a Milano, nell’ambito del Festival internazionale del documentario “Visioni dal mondo”, ed è stato un successo: quattro minuti di applausi al termine della proiezione, seguita dal pubblico che ha riempito la sala in un silenzio partecipe, commosso, addolorato, indignato. Da poco proiettata anche al Matera Film Festival, ha appena intrapreso un percorso che la porterà nelle prossime settimane a toccare diverse località italiane (tra cui Roma, Lecce, Parma, Modena) tra festival cinematografici, proiezioni in università e altri eventi.

Come detto, è la storia giudiziaria e umana di Angelo Massaro (21 anni in carcere da innocente per un omicidio mai commesso, per colpa di un’intercettazione trascritta male e interpretata peggio), vittima di uno degli errori giudiziari più gravi della storia italiana. Come già raccontato sulle pagine de Il Dubbio, lo hanno arrestato, processato e condannato per tre gradi di giudizio per un reato che non ha mai commesso: l’omicidio di un suo amico. A febbraio del 2017, dopo aver ottenuto la revisione del processo, i giudici di Catanzaro lo hanno riconosciuto innocente. Ma prima ha trascorso la metà degli anni che ha dietro le sbarre.

La sua giovinezza l’ha passata a scontare una condanna per aver ammazzato Lorenzo Fersurella, ucciso il 22 ottobre 1995 in Puglia. Ne avrebbe dovuti scontare 24 di anni in cella, tre anni in più rispetto a quelli messi per riconoscere la propria innocenza. E tutti quegli anni in carcere li ha passati per una telefonata male interpretata dagli inquirenti. Per una consonante: gli investigatori che lo hanno intercettato hanno appuntato “muert“, che in pugliese vuol dire morto, al posto di “muers“, che significa, invece, oggetto ingombrante.

Il caso si è riaperto solo nel 2012, dopo una lunga battaglia da parte del suo legale, Salvatore Maggio. La Corte d’appello di Potenza aveva infatti negato la revisione del processo, poi concessa dalla Cassazione nel 2015. Il processo è quindi finito in Calabria, a Catanzaro, che ha ordinato l’apertura della cella dopo 21 anni trascorsi lì da innocente. «Lo stesso procuratore generale di Catanzaro ha criticato la sentenza, definendola piena zeppa di errori», ha raccontato Massaro a Simona Musco su Il Dubbio.

Il docufilm scritto dai giornalisti di Errorigiudiziari. com è diretto dal regista Francesco Del Grosso, il quale è riuscito a raccontare con eleganza, realismo e grande sensibilità, il prisma di sentimenti vissuti da Angelo Massaro: la rabbia, la frustrazione, la determinazione, il coraggio con cui ha resistito al dolore e alla sofferenza per una condanna assurda e ingiusta, che gli ha tolto ventuno anni di vita che nessuno potrà mai ridargli; la gioia e la rinascita dopo l’assoluzione che gli ha permesso di tornare dalla sua famiglia iniziando a costruire insieme una nuova quotidianità; l’orgoglio e la lotta contro i pregiudizi di coloro che continuano a fargli scontare il fatto di essere stato in carcere.

Innocente in cella per 21 anni. Tutta colpa di una consonante. Stefano Zurlo il 4 Giugno 2022 su Il Giornale.

La storia di un operaio pugliese, accusato dell'omicidio di un amico per una parola dialettale interpretata male.  

Una S che per gli investigatori è una T. Una consonante che ha un peso spropositato e vale una condanna per omicidio a 24 anni. E una detenzione record nell'Italia degli errori giudiziari. Sono le 8.33 del mattino del 17 ottobre 1995 quando Angelo Massaro chiama la moglie Patrizia Macripò e dice quella frase sventurata che lo scaraventa in un mare di guai. Patrizia, la consorte, è preoccupata come solo le mamme possono esserlo, perché il piccolo Antonio deve andare all'asilo e si sta facendo tardi. Ma Angelo si smarca: «Soltanto che io sto ancora a San Marzano e devo andare a portare il morto e che sto sopra la strada che devo portare a Fragagnano». Morto, anzi muert, nel dialetto di quel pezzo di Puglia. O forse no: muers, anzi muers de coso, un oggetto pesante.

Gli investigatori, che hanno messo il telefono di casa Massaro sotto controllo, fanno un balzo sulla sedia. Nessun dubbio. Per loro, quell'operaio sta trasportando il corpo di Lorenzo Fersurella, un giovane scomparso nel nulla proprio a Fragagnano, in provincia di Taranto, sette giorni prima, il 10 ottobre 1995. Fersurella era un amico di Massaro, ma a quanto pare anche un complice in poco edificanti traffici di stupefacenti e il dubbio è che sia stato fatto fuori per questioni legate a quello sporco business. Forse, le cose non stanno nemmeno così: forse Massaro, come ripeterà all'infinito, sta spingendo un muers o muerse, insomma un oggetto pesante, anzi una pala meccanica. Anche se, nota qualcuno, muers è un aggettivo e avrebbe bisogno di un sostantivo. Una T o una S, comunque, ma è inverosimile che un pregiudicato, una persona scafata, possa lasciarsi sfuggire nel dialogo con la moglie un'affermazione così cinica e gratuita, spropositata e fuori luogo mentre si sta parlando di asilo, fra un pannolino e un biberon.

«Ma poi - spiega nel volume Il libro nero delle ingiuste detenzioni - qualcuno dovrebbe spiegarmi non solo la sciagurata disinvoltura con cui avrei parlato, senza motivo o necessità, del morto ma anche perché avrei dovuto trasportare un corpo in decomposizione da una settimana, non si capisce bene da dove a dove. La verità è che io stavo spostando una pala meccanica e all'inizio, quando mi hanno contestato le accuse, non riuscivo nemmeno a capire di cosa stessero discutendo. Ero sicuro, ma così sicuro di cavarmela senza problemi che nemmeno davo importanza a questi dettagli. E ci sono voluti anni perché potessi finalmente leggere le trascrizioni di queste intercettazioni».

Questa e la successiva delle 9.13: «Eh sì, prendi e accompagnalo, perché prima di mezz'ora non ci arriviamo, che finché lo agganciamo di dietro qua». Insomma, le operazioni di spostamento del fantomatico cadavere, seguite in diretta dalle forze di polizia con le braccia conserte, sarebbero andate avanti a lungo, amplificate da queste due singolari telefonate alla moglie. Il 15 maggio 1996 Angelo Massaro viene arrestato, incastrato da quella consonante. Per il resto c'è poco o niente, anzi più niente che poco, ma non importa: quei due brani sgangherati servono per puntellare una condanna che fa di Massaro un recordman nell'Italia disgraziata degli errori giudiziari. Ventuno anni di carcere prima di comprendere, come era evidente, che quel verdetto non stava in piedi. Non aveva le basi. Poggiava sul vuoto.

«Io - s'infervora oggi lui - ho il primato italiano di carcere sbagliato. Ventun anni di branda. Altri hanno avuto detenzioni più lunghe prima che venisse riconosciuta la loro innocenza, ma sulla carta perché usufruivano di permessi o comunque erano già fuori dalla cella. Io no e mi ricordo la prima volta che ho lasciato il carcere, nel 2015: il giudice mi aveva concesso finalmente l'ok per trascorrere qualche ora fuori. Dopo pochi minuti ho chiesto a mia moglie di riaccompagnarmi dentro: stavo male, sudavo freddo, avevo le vertigini. Proprio non ce la facevo e allora sono rientrato in cella».

Ventun anni di galera, dal 15 maggio 1996 al 23 febbraio 2017. Angelo, al momento della cattura, ha 29 anni, una moglie e due bambini piccoli che diventano due fantasmi: Antonio, che quella mattina doveva raggiungere la scuola materna, ha due anni e mezzo, Raffaele solo 45 giorni. «Appena ha potuto, mia moglie li ha portati da me ma non era cosa. La situazione era troppo umiliante e poi tutti quei controlli, quelle perquisizioni. Hanno spogliato pure Raffaele e hanno aperto il pannolino».

Meglio lasciar perdere e concentrarsi sulla battaglia giudiziaria. Ma anche su quel versante non c'è niente da fare: la procura, il gip, la corte d'assise di Taranto, la corte d'appello e la Cassazione non si sposteranno mai da quell'interpretazione. Quella parola sospetta e scivolosa è la prova di un delitto che nessuno ha visto, senza movente e colpevoli. Peggio: il corpo di Fersurella non verrà mai ritrovato e tuttora l'omicidio è un mistero senza soluzione.

La pala meccanica invece viene descritta nei dettagli e salta fuori, almeno in foto, con corredo di informazioni sui lavori in corso. Ma le argomentazioni non fanno breccia nei magistrati che grado dopo grado confermano le accuse. Ci vorranno vent'anni per aprire un varco nel muro del pregiudizio. I giudici della revisione, arrivata dopo infinite sollecitazioni degli avvocati, mettono in fila le assurdità di quella storia.

La prima: «Il giorno 17 Massaro chiamava la moglie, di mattina, dicendo che stava portando un attrezzo in campagna, il bobcat, pronunciando in dialetto le parole sto portando sto muers de coso qua, a significare di stare trasportando qualcosa di grosso». Nessun equivoco, dunque. E molti dettagli sulla pala meccanica, chiamata bobcat: «Il bobcat era stato chiesto in prestito a Domenico Margherita, imprenditore con sede in San Marzano e la Macripò aveva immediatamente collegato il riferimento a questo muers de coso al bobcat che doveva servire per i lavori in campagna». Muers insomma e non muert. Una consonante pesantissima sulla bilancia della giustizia.

·        Anna Maria Manna.

«È una pedofila», in cella per una foto sbagliata. Prosciolta dopo 14 mesi. L’incubo vissuto a inizio anni Duemila da Anna Maria Manna, coinvolta in un’indagine a Taranto, diventa un libro, “L’Offesa”, scritto dal’avvocato della donna e patrocinato da Errorigiudiziari.com.  Giovanni M. Jacobazzi su Il Dubbio il 3 giugno 2022.

Palangiano, un comune in provincia di Taranto, verso la fine del 1999 finisce sulle prime pagine dei giornali per una brutta storia di pedofilia: alcuni alunni della scuola elementare, tra i 10 e i 12 anni, hanno raccontato alle loro maestre di essere stati adescati per partecipare a festini porno e incontri a sfondo sessuale.

I carabinieri, incaricati di far luce sull’accaduto, sospettano il coinvolgimento di una trentina di persone: tra queste, Anastasia Montanariello e Anna Maria Manna, entrambe incensurate.

Manna, all’epoca trentenne, è originaria di Verbania e vive a Palagiano, dove il papà è il comandante dei vigili urbani. In quell’anno ha appena vinto un concorso come impiegata comunale a Torino.

Le indagini sono condotte in maniera alquanto “empirica”: i carabinieri, dopo aver ascoltato le testimonianze dei bambini, creano una sorta di album in cui vengono messe insieme diverse foto prelevate dall’ufficio anagrafe del Comune, da sottoporre alle piccole vittime per il riconoscimento. Anche la foto di Anna Maria Manna finisce nel fascicolo degli inquirenti: si tratta di uno scatto in cui la donna ha 17 anni ed è molto diversa da come appare all’epoca delle indagini, soprattutto per l’acconciatura.

I bambini, con una procedura confusa, la riconoscono come una delle donne coinvolte in quegli incontri. Ciò basta a farla ritenere colpevole.

Alle 5 del mattino del 25 maggio 2000 i carabinieri si presentano a casa di Anna Maria Manna a Torino. Cercano Anastasia Montanariello, un’amica di sua sorella, che lei conosce poco e che alloggia da quest’ultima. I militari le chiedono di salire in macchina per accompagnarli dalla Montanariello.

Arrivati sul posto, la donna comincia a intuire che qualcosa di molto grave stava accadendo: ad Anastasia Montanariello è stata appena consegnata un’ordinanza di custodia cautelare. E a quel punto, lo stesso documento viene dato anche a lei.

Una volta in caserma, la donna cerca di spiegare che si tratta di un errore, ma è inutile. Dopo qualche ora finisce nel carcere “Le Vallette” in isolamento.

Il primo interrogatorio davanti al gip, durante il quale spera di poter chiarire tutto, non sortisce effetto. Passa una settimana e viene trasferita nel carcere di Taranto, dove la detenzione si trasforma in un inferno: essendo considerata colpevole di un reato così infamante, viene emarginata e minacciata dalle altre detenute. Visto il clamore mediatico, il sindaco di Palagiano annuncia di volersi costituire parte civile.

La difesa si basa su due elementi fondamentali: Anna Maria Manna non conosce i bambini vittime, né i loro genitori né tantomeno gli altri indagati. E soprattutto, nel periodo in cui si sarebbero svolti i fatti non si trovava a Palagiano, ma a Torino per sostenere il concorso, poi vinto, da impiegata comunale.

Il legale della donna, l’avvocato Rosario Orlando, presenta una prima istanza di scarcerazione che il Tribunale di Taranto respinge, disponendo gli arresti domiciliari. Passeranno altri due mesi prima che della scarcerazione per motivi di salute: Anna è deperita, ha perso moltissimo peso e le sue condizioni continuano a peggiorare.

Dopo quattro mesi dall’arresto, si svolge l’incidente probatorio. La donna viene posta dietro un vetro insieme con altre, tra cui Anastasia Montanariello. Ai bambini viene chiesto di segnalare chi partecipava agli incontri sessuali, ma nessuno di loro la riconosce.

Il 13 luglio 2001, quattordici mesi dopo l’arresto, Anna Maria viene definitivamente riconosciuta innocente: è lo stesso pm a richiedere l’archiviazione al gip.

Durante il procedimento, per la cronaca, sono acquisite registrazioni da cui emerge che alcune risposte dei testimoni vennero travisate o addirittura trascritte male al solo scopo di aggravare la posizione delle indagate.

Per l’ingiusta detenzione Anna Maria ha ricevuto un risarcimento di circa 35 mila euro.

L’avvocato Orlando ha voluto raccontare questa terribile storia in un libro dal titolo “L’Offesa”, in vendita da questa settimana.

«Leggendolo, si ha modo di capire che cosa voglia dire finire vittima di un errore giudiziario nel nostro Paese. La vicenda mette insieme, in un colpo solo, tutte le cause più frequenti di ingiusta detenzione: dalla sciatteria investigativa alle false accuse di soggetti facilmente influenzabili, come i bambini al centro di questa storia; dai riconoscimenti fotografici ad alto rischio di errore da parte dei testimoni a quella visione col paraocchi che ancora oggi contraddistingue l’operato di certi pubblici ministeri», afferma l’avvocato tarantino.

Il libro ha avuto il patrocinio di Errorigiudiziari.com, l’associazione fondata dai giornalisti Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone che da anni si occupa di raccogliere storie di malagiustizia.

·        Cesare Vincenti.

L’ex gip di Palermo archiviato a due anni dal suicidio. Storia del giudice Cesare Vincenti, vittima dei colleghi dopo la pensione: “Si è ucciso da innocente”. Giorgio Mannino su Il Riformista il 31 Marzo 2022.

«Una famiglia distrutta da una perversa macchinazione giudiziaria, fatta di calunnie e veleni contro mio padre e contro di me. Lentamente si compongono i pezzi di un puzzle inquietante del quale ancora sfugge il movente». A parlare è l’avvocato Andrea Vincenti, figlio di Cesare Vincenti, ex capo dell’ufficio gip di Palermo. Il magistrato, affetto da una grave depressione, si è tolto la vita due anni fa gettandosi dal quinto piano del palazzo dove abitava. Stimato professionista, cultore del diritto, Vincenti era andato in pensione da poche settimane al termine di una carriera durata 43 anni. E macchiata, nel giugno 2018, da un’inchiesta partita dagli uffici della procura di Caltanissetta.

Il magistrato era finito sotto indagine, insieme al figlio Andrea, per corruzione e abuso d’ufficio nell’ambito del caos giudiziario che ha travolto la società Palermo Calcio. Secondo l’ipotesi dei pm nisseni, il magistrato avrebbe rivelato la notizia della richiesta di custodia cautelare avanzata dalla Procura di Palermo nei confronti dell’ex patron del Palermo Maurizio Zamparini. Che, grazie alla presunta soffiata del giudice, avrebbe lasciato ogni incarico nel c.d.a. della società rosanero per evitare l’arresto, essendo venute meno le esigenze cautelari. Prezzo della corruzione sarebbe stato un ruolo per il figlio Andrea nell’organismo di vigilanza del Palermo, guidato dall’allora presidente Giovanni Giammarva. Un incarico da 6mila euro lordi all’anno per tre anni, conferito a distanza di mesi dal rigetto della misura cautelare. Ipotesi accusatorie che si fondavano sulle intercettazioni di conversazioni di Fabrizio Anfuso, magistrato dell’ufficio Gip di Palermo, il quale, parlando con altri magistrati, si diceva convinto che “la talpa” fosse il presidente Vincenti o il figlio avvocato. Seguono quattro anni d’indagine, in mezzo il drammatico suicidio di Vincenti. Pochi giorni fa arriva l’archiviazione. Tutte le accuse nei confronti del magistrato e del figlio crollano come un castello di sabbia.

Avvocato Vincenti, che valore ha per lei e per la sua famiglia questa archiviazione?

Io e mio padre siamo sempre stati tranquilli della definizione dell’indagine, non abbiamo mai temuto risvolti di altro tipo. Avere oggi la conferma di quello in cui noi abbiamo sempre creduto, insieme ai tantissimi palermitani che ci hanno sostenuto, è importante. Questo provvedimento, però, ci lascia l’amaro in bocca.

Perché?

Perché arriva a distanza di quattro anni e dopo che mio padre ha compiuto l’estremo gesto. Che non voglio collegare direttamente all’indagine ma sicuramente questa ha influito sul decorso della sua patologia. Mio padre si è ammalato nel 2019 di una gravissima sindrome depressiva. La malattia lo ha tramutato. Ripeto: il suicidio non è direttamente connesso alle indagini, ma queste sicuramente hanno causato un peggioramento delle sue condizioni fi siche e psichiche. I medici che seguivano mio padre ripetevano sempre che con questo pensiero era “impossibile venire fuori dalla depressione’.

E suo padre cosa diceva?

Era fermamente convinto della sua innocenza. Ma lo struggeva la consapevolezza di non essere in grado di difendersi. Mi diceva sempre che se fosse stato bene, difendersi sarebbe stato semplice perché le accuse erano del tutto campate in aria. Ma la sua patologia gli impediva di difendersi. La depressione incide sulla capacità di concentrazione, sulla memoria: prima della malattia mio padre era un vero computer: snocciolava massime in latino come se fosse stata la sua prima lingua, difficilissimo trovarlo impreparato su qualcosa. È stato terribile vederlo tramutato dalla malattia, incapace di fare fronte anche alle più semplici problematiche quotidiane. Per questo chiese la pensione anticipata, consapevole di non essere più in grado di svolgere il suo lavoro come l’aveva svolto fino a quel momento. Lo tormentava sapere di essere vittima di una macchinazione giudiziaria perversa.

Le accuse di Anfuso, però, nelle intercettazioni sono gravissime.

Gravissime e tutte prive di fondamento. L’indagine parte da un’intercettazione che riguarda Anfuso, indagato per la fuga di notizie per la vicenda del Palermo Calcio. La procura di Caltanissetta capta lui e altri magistrati. Parlando coi colleghi, ritengo nella consapevolezza di essere intercettato, Anfuso dice: “la talpa è sicuramente il presidente (Vincenti, ndr) o quel delinquente del figlio (Andrea, ndr) che ha interessi ovunque”. Anfuso, che non ho mai incontrato e ho già nel 2019 denunciato per calunnia, si lascia andare a numerose vergognose illazioni contro mio padre e contro di me, inventa una serie di teoremi privi di fondamento, getta fango su mio padre e su noi familiari, destando anche sorpresa nei suoi interlocutori, anch’essi intercettati. Ne emerge un quadro abominevole che determina la perquisizione domiciliare a casa di mio padre e nel mio studio. Dalla gravità delle calunnie non poteva che scaturire una doverosa indagine che, probabilmente, poteva essere gestita con maggiore cautela, anche mediatica, visto lo stato di salute di mio padre. Era il caso di disporre una perquisizione domiciliare per fatti commessi un anno prima a casa di una persona gravemente malata? Lo strumento investigativo è stato proporzionato all’ipotesi di reato e al compendio probatorio alla base dell’indagine?

Che risposte si è dato?

Ritengo di no. Riporto un esempio. La perquisizione nel mio studio mi ha dato la evidente sensazione che l’indagine fosse esplorativa. Come se gli investigatori e i pm cercassero un reato e non la prova del reato.

Sta dicendo che c’era dell’altro in quell’indagine?

L’indagine parte dal disegno calunnioso lentamente perpetrato da uno o più colleghi di mio padre. In questo quadro deve leggersi quell’altra vicenda vergognosa che ci vide nostro malgrado protagonisti: ovvero quando, nell’ambito dello scandalo Saguto, trapelò ai giornali la notizia che avevo acquistato da una concessionaria all’epoca in amministrazione giudiziaria, un’auto “a prezzo di favore”, in quanto figlio di Cesare Vincenti, ex presidente della Sezione Misure di Prevenzione di Palermo. In quel caso non partì alcuna indagine, ma i nostri nomi vennero accostati a quelli degli indagati per una settimana, nonostante avessi inviato ai giornali identico preventivo chiesto ad una concessionaria di Roma, più basso di alcuni euro. Quella vicenda dispiacque molto a mio padre e non posso escludere che abbia gettato le basi della sua depressione, esplosa pochi anni dopo.

Perché questo accanimento contro suo padre? Che idea si è fatto?

Credo che il fatto che mio padre abbia svolto il suo ruolo di magistrato in modo autonomo, riservato, schivo, gli abbia procurato molte inimicizie tra alcuni dei suoi colleghi. In un sistema in cui il potere giudiziario non prevede meccanismi di controllo, l’unico argine è costituito da chi sa dire di no, opponendosi a condotte che, anche se non penalmente rilevanti, lo sono sicuramente moralmente. E qualcuno ha deciso di fargliela pagare nel peggiore dei modi, ovvero calunniandolo, delegittimando il suo operato.

E perché mettere in mezzo anche lei?

Io svolgo a Palermo da quasi 18 anni la professione di avvocato di diritto societario, oltre che quella di docente universitario. Fin troppo facile per un calunniatore collegare i miei successi professionali al lavoro svolto da mio padre. Ecco perché il mio nome figura così spesso nelle intercettazioni. Sono comunque sicuro, così come la Palermo che ha conosciuto e stimato mio padre, che molto presto verrà chiesto il conto a chi ha infangato mio padre e me.

Cosa resta di questa vicenda?

Purtroppo ne emerge un quadro di certa magistratura palermitana sconfortante. Papà mi disse, in una delle nostre ultime conversazioni, che la legittimazione è figlia della professionalità. Credo che questa affermazione, che condivido, oggi debba scuotere molte coscienze. Giorgio Mannino 

«Il gip Vincenti è innocente». Ma nel frattempo il giudice si è tolto la vita…Archiviata l’indagine che vedeva coinvolti il magistrato e il figlio avvocato. «Indagato uguale colpevole è un’equazione barbara». Simona Musco su Il Dubbio il 26 febbraio 2022.

Il gip Cesare Vincenti e suo figlio Andrea, avvocato, erano innocenti. Lo ha stabilito oggi il gip di Caltanissetta, che ha archiviato dopo quattro anni l’indagine sulla fuga di notizie legata al Palermo Calcio e in particolare all’ex patron Maurizio Zamparini. Nel frattempo, però, uno dei protagonisti di quella vicenda, il giudice palermitano accusato di aver spifferato notizie segrete al manager e raggiunto dall’avviso di garanzia subito dopo il pensionamento, si è tolto la vita.

Era il 20 novembre 2019 quando l’ex presidente dell’ufficio del gip di Palermo si lanciò dal pianerottolo del quinto piano del palazzo in cui abitava, da una finestra del vano scale che dava sul parcheggio interno. Il suo gesto, spiegò all’epoca il difensore del giudice, non aveva a che fare con l’indagine, ma con una crisi depressiva che lo aveva colpito a gennaio 2019. Ma la vicenda, spiega oggi al Dubbio il figlio Andrea, ha comunque influito sul suo stato psicologico. «Non si è suicidato per quella indagine – racconta -, ma sicuramente la stessa ha avuto un’efficienza causale nell’aggravamento della patologia. Purtroppo con la sindrome depressiva ogni problema diventa una montagna invalicabile e mio padre viveva nel terrore di non poter essere in grado di difendersi, pur nell’assoluta consapevolezza della sua innocenza. Ho cercato di rassicurarlo, perché sapevo bene che non c’era alcun fondamento per quelle accuse. Ma per lui il mio era solo un tentativo di tranquillizzarlo. Questa cosa lo ha profondamente turbato».

L’indagine sui Vincenti nacque nell’ambito dell’inchiesta sul Palermo calcio e la fuga di notizie che nel 2018 avrebbe evitato a Zamparini, all’epoca componente del consiglio di amministrazione della società calcistica, la misura cautelare che la procura di Palermo era pronta a chiedere per le accuse di falso in bilancio e autoriciclaggio. Al giudice e a suo figlio si arrivò tramite un’intercettazione, che coinvolgeva un collega del gip, il quale aveva rivelato ad altri colleghi la convinzione che la “talpa” fosse il presidente Vincenti o il figlio avvocato, che di lì a poco fu nominato componente del comitato etico. Da lì le perquisizioni nelle abitazioni dei due indagati e nello studio del professionista, dopo le quali lo stesso non ha più avuto notizia del prosieguo delle indagini. «Questa persona ha detto che la talpa era Vincenti perché già sapeva di essere sotto indagine per la fuga di notizie. Da questa vera e propria calunnia ne è scaturito un procedimento penale», ha sottolineato. Nonostante quella intercettazione fosse l’unico elemento a carico dei due, l’indagine è durata quattro anni. Un’enormità, soprattutto se si considera che la notizia di reato si è rivelata semplicemente infondata.

«Rimanere sotto indagine tanto tempo è una cosa che può avere delle conseguenze devastanti sulla vita professionale, familiare, sociale – ha proseguito -. Nel mio caso l’onestà, la correttezza e l’integrità di mio padre erano talmente note a Palermo che non ho avuto nessun tipo di ripercussione. Ma in altre circostanze sappiamo bene quanto possa essere devastante». Da qui la condanna della cultura del sospetto: «L’equazione indagato uguale colpevole, un concetto barbaro, veicolato anche da alcuni magistrati, è una cosa che non è degna di un Paese civile e lo dico da avvocato prima ancora che da persona che è finita sotto inchiesta. Il principio per cui la colpevolezza si ha solo quando c’è una sentenza passata in giudicato è una cosa che dobbiamo riacquistare se vogliamo essere qualificati come Paese civile. E purtroppo l’Italia ha dei vulnus molto molto gravi su questi fronti». Per non parlare, poi, dei temi legati al segreto investigativo: «Non è possibile che a volte si apprenda di essere indagati dai giornali. Se la procura di Caltanissetta avesse indagato senza clamori ci saremmo trovati davanti ad un decreto di archiviazione che oggi non sarebbe stato necessario nemmeno pubblicizzare. Se poi ci fosse stato un rinvio a giudizio allora sarebbe stato sensato rendere quella notizia pubblica, perché fondata. Il pm ha il dovere di indagare, ma deve farlo nel rispetto delle garanzie costituzionali di non colpevolezza dei soggetti sottoposti ad indagine».

Dopo il suicidio, la Camera penale di Palermo aveva stigmatizzato il clamore mediatico della vicenda, parlando di «cortocircuito» e collegando la tragedia di Vincenti all’indagine. «Non c’è dubbio che ci fu un aggravamento dettato da questa situazione – ha aggiunto il figlio Andrea -, ma la stima che il foro palermitano ha sempre avuto nei confronti di mio padre è la migliore dimostrazione di quanto fosse una persona seria. Il primo contraddittorio del magistrato è l’avvocato e se l’avvocato ha stima, rispetto e considerazione del magistrato significa che fa bene il proprio lavoro». Vincenti, ora, valuterà tutte le azioni possibili da attuare nei confronti di coloro «che hanno calunniato me e mio padre. Saranno chiamati a rispondere delle dichiarazioni rese».

·        Daniela Poggiali.

Morta in corsia: Corte, Poggiali non ha ucciso nessuno. ANSA il 7 maggio 2022.

Nessuna manipolazione dei reperti da parte dell'imputata, mancanza di un movente plausibile, indici statistici sulla mortalità in corsia non riconducibili a specifiche condotte, ma soprattutto il metodo con cui era stata attribuita l'iniezione letale di potassio, non è accettato in maniera unanime dalla comunità scientifica. In sintesi sono queste le motivazioni con le quali la Corte d'Assise d'Appello di Bologna ha spiegato l'assoluzione pronunciata il 25 ottobre scorso nei confronti di Daniela Poggiali, la 49enne ex infermiera accusata di avere ucciso l'8 aprile del 2014 all'ospedale 'Umberto I' di Lugo (Ravenna) la paziente 78enne Rosa Calderoni a poche ore dal ricovero. "Ora, dopo sette anni, si può dire con assoluta certezza che non esistono uccisioni avvenute in passato o morti causate dalla Poggiali", scrive la Corte in un passaggio delle 253 pagine di sentenza.

"Una vicenda processuale molto complessa - ha chiarito il presidente della Corte nonché estensore delle motivazioni Stefano Valenti, in pensione da fine 2021 - che come tale "espone a un serio rischio di disorientamento". Del resto si trattava del sesto grado di giudizio, un appello-ter insomma: in primo grado la Corte d'Assise di Ravenna aveva condannato all'ergastolo l'imputata poi assolta in altrettanti appelli a Bologna sconfessati da altrettante Cassazioni a Roma. "Se nel testo della relazione" il consulente tecnico della Procura - si legge nelle motivazioni - "avesse avuto cura di chiarire meglio i confini, invero minimali, del consenso del suo metodo, si sarebbero probabilmente evitati i cinque gradi di giudizio e forse anche lo stesso rinvio a giudizio". Inoltre "gli stessi autori dello studio "hanno fatto ricognizione dei loro errori ammettendoli ed emendandoli con uno studio del 2020". Tanto che se la consulenza fosse stata affidata ai medesimi esperti nel 2021, "il risultato sarebbe stato neutro". (ANSA).

«Una foto non fa di lei un’assassina»: ecco perché è stata assolta Daniela Poggiali. Le motivazioni della sentenza con cui lo scorso ottobre la Corte di Assise d'Appello di Bologna ha assolto l'ex infermiera di Lugo di Romagna. su Il Dubbio il 28 gennaio 2022.

«Non emerge oltre ogni ragionevole dubbio la responsabilità penale dell’imputata per il delitto di omicidio volontario pluriaggravato alla stessa contestato, mancando la prova che M. M. sia deceduto per morte violenta, e non per causa naturale, e dunque della sussistenza stessa del fatto». È quanto scrive la Corte d’Assise d’appello di Bologna nelle motivazioni della sentenza pronunciata il 25 ottobre scorso, con cui l’infermiera di Lugo Daniela Poggiali è stata assolta dall’accusa di omicidio volontario di un paziente di 95 anni, Massimo Montanari, morto in ospedale il 12 marzo 2014. E nello stesso giorno per l’omicidio di un’altra paziente, Rosa Calderoni.

La sentenza ha riformato la condanna in primo grado a 30 anni di reclusione emessa il 15 dicembre 2020. Solo ad abundantiam, osserva la Corte, «appare opportuno ricordare anche che il giudice di primo grado, nell’assoluta assenza di prova circa la causa di morte di M. M., si spinge ad ipotizzare che la sostanza in ipotesi di accusa iniettata a scopo omicidiario dalla Poggiali non sia cloruro di potassio (come ventilato in capo di imputazione, seppure in termini di verosimiglianza), ma insulina in dose non terapeutica, o ancora morfina o altra sostanza non identificata. In proposito si osserva che anche le modalità della morte di M. M., così come ricostruita, non appaiono compatibili né con una somministrazione in bolo di potassio, che notoriamente provoca forti dolori (mentre M. si è spento senza un lamento), né con una overdose di insulina, che al contrario provoca uno stato di coma ipoglicemico, non riscontrato nel caso in esame, successivamente seguito da morte. In assenza, dunque, di prove dirimenti nel senso di una morte per intervento esogeno, la causa di morte naturale resta nel caso di M. M. l’alternativa più plausibile e verosimile».

«Si può essere pessime colleghe, avere il gusto del macabro e pochi freni morali ed essere autrici di ripetuti furti senza per questo essere un’assassina», scrivono i giudici, con riferimento allo scatto accanto a un paziente deceduto per per anni è bastato a condannare Poggiali a mezzo stampa. Una debolezza che le era già valsa la radiazione, aveva raccontato l’ex infermiera in un’intervista al Dubbio dopo l’assoluzione. 

«Io non dimentico le parole, non dimentico quello che è successo nei confronti di questa donna e saluto questa sentenza come una sentenza normale dal punto di vista della cultura delle prove, di un normale stato di diritto. Bisognerebbe interrogarsi su come sia stato possibile che una persona definita “bomba ad orologeria” sia poi invece stata assolta con la formula più piena che esista perché il fatto non sussiste. Da operatore del diritto registro questa gravissima anomalia della sentenza di condanna di primo grado che è costata la libertà personale ad una donna», ha commentato all’Adnkronos l’avvocato Lorenzo Valgimigli, legale di Poggiali.

«Così Daniela Poggiali è condannata a un ergastolo processuale». Il Dubbio il 23 maggio 2022.  

La procura di Bologna annuncia ricorso contro la sentenza che ha assolto per la terza volta "l'infermiera killer". I legali: «Caso senza precedenti, violata la ragionevole durata del processo».

Non c’è fine all’incubo di Daniela Poggiali, “l’infermiera killer” di Lugo di Romagna assolta per la terza volta in appello dopo sette anni di battaglie giudiziarie e quasi quattro di carcere. La procura di Bologna ha infatti annunciato di voler ricorrere in Cassazione contro la sentenza dello scorso ottobre che assolve Poggiali con la formula più ampia – perché “il fatto non sussiste”.

Una decisione – scrivono i suoi difensori Alessandro Gamberini, Gaetano Insolera, Lorenzo Valgimigli – che «non tiene conto del principio costituzionale che impone una ragionevole durata del processo, posto anche a tutela del cittadino che non può essere esposto a un giudizio penale interminabile: un ergastolo processuale». L’ultimo atto di questa «via crucis giudiziaria» risale allo scorso ottobre, quando i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Bologna si sono pronunciati con una doppia sentenza di assoluzione per l’ex infermiera, accusata della morte di Rosa Calderoni, 78 anni, e di Massimo Montanari, 94 anni, deceduti entrambi all’ospedale di Lugo, nel Ravennate, nella primavera del 2014.

Nel caso Calderoni, ricordano i legali, «si tratta della terza sentenza assolutoria in grado di appello, come le due precedenti con la formula più ampia, perché il fatto non sussiste nei confronti dell’imputata condannata all’ergastolo in primo grado». E «il preannuncio di un nuovo ricorso dopo che ben diciotto giudici di merito in grado di appello hanno deciso per l’innocenza», prosegue la nota, appena ancora  più irragionevole in quanto «l’accusa reca con sé un carico di infamia e la pena dell’ergastolo».

«Una vicenda processuale di questo tipo è, a nostra conoscenza, senza precedenti – scrivono i legali -. L’iniziativa appare volta a ridare voce a una inchiesta ravvenate che è stata fortemente censurata da tutte le sentenze assolutorie d’appello, in particolare da quest’ultima, ampiamente motivata in 270 pagine all’esito di una rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, conforme a quanto la Corte di Cassazione aveva indicato». Secondo i difensori di Poggiali, ad orientare il processo, fin dall’inizio, «fu una grande forzatura mediatica, soprattutto a livello locale». Una campagna mediatica orientata dagli organi inquirenti «sull’onda della fisionomia personologica dell’imputata» che poté condizionare il giudizio. Soprattutto per via di uno scatto, una foto che ritraeva l’ex infermiera vicino a un paziente deceduto mentre mostrava le dita in segno di vittoria, che ha contribuito più di ogni perizia scientifica all’immagine del “mostro”, della colpevolezza incontrovertibile.

·        Diego Olivieri.

«Il mio arresto meritava gli articoloni, l’assoluzione dopo 5 anni di calvario no». Diego Olivieri, arrestato con l’accusa di narcotraffico, ha trascorso dodici mesi al 41 bis in attesa di giudizio. Irene Testa su Il Dubbio il 10 luglio 2022.

Diego Olivieri, imprenditore con settant’anni di storia, viene improvvisamente arrestato con l’accusa di far parte di un’associazione dedita al traffico internazionale di droga. Trascorre dodici mesi in cella al regime del 41 bis in attesa di giudizio e resta nella sezione di massima sicurezza con gli ergastolani. Dopo 5 anni è assolto con formula piena in tre diversi processi “perché il fatto non sussiste”.

Diego raccontami come ti sei ritrovato al centro di questo clamoroso errore giudiziario.

Vivo ad Arzignano, in provincia di Vicenza, terra di concerie in cui produciamo pelli. La nostra ditta è stata fondata da mio nonno nel 1946, in 70 anni di attività non ho mai mancato il pagamento di una ricevuta bancaria. Il nostro lavoro è quello di procurare pelli dall’estero per le concerie e per questo ci muoviamo spesso in Sud Africa, in Paraguay, in India. Questa storia è nata in Canada, dove io avevo un cliente di Monza che si riforniva settimanalmente di contenitori di pelli. Una notte hanno suonato al campanello e la mia vita è cambiata. Erano i Servizi Segreti che mi dicevano di andare con loro per una questione che mi riguardava. Mai avrei pensato che sarei finito in carcere. Mi viene detto che c’era una ordinanza che mi riguarda e mi viene messo sotto il naso un faldone di 160 pagine dove non si capiva nulla. Mi dicono di chiamare il mio avvocato, ma io avevo solo un avvocato per il recupero crediti, non avevo mai avuto avvocati penalisti.

Dico di voler parlare immediatamente con questo Gip o Pm che ha firmato l’arresto perché voglio chiarire questa situazione. Insomma mi portano in carcere di massima sicurezza. E lì vedo in televisione l’arresto di 19 imprenditori tra cui il sottoscritto.

Le accuse dei miei inquirenti erano: associazione mafiosa, concorso esterno, riciclaggio di 600 milioni di dollari al tempo 700 miliardi di lire, traffico internazionale di droga in grandi quantità, e non poteva mancare insider trading. Un ergastolano che era in cella con me dice: “guarda che sei tu quello lì”. Dopo 5 giorni mi portano a Rebibbia perché volevo parlare con il Pm. Non l’avessi mai fatto. Me lo avevano sconsigliato tutti per non peggiorare la situazione. Io ero molto convinto della mia innocenza, della mia estraneità ai fatti. Vi racconto come mi hanno preparato all’interrogatorio.

Mi hanno portato in città, mi hanno fatto scendere ammanettato come il peggiore dei criminali e mi sono ritrovato nel centro di Roma di sabato mattina alle 10. Erano in 6 gli agenti armati di mitra che mi hanno fatto salire sul marciapiedi dicendo “Olivieri non faccia scherzi”, e il drappello in fila indiana si è diretto verso l’ufficio del Pm che distava circa 10 minuti. Questo perché? Per distruggere la psiche, vi posso assicurare che una situazione del genere non pensavo potesse esistere. La gente fuggiva alla mia vista.

Com’è stato l’impatto con il carcere?

È una cosa difficile da spiegare. La perquisizione che fanno all’entrata non ha nulla di umano. Ti spogliano nudo, ti fanno salire su una pila di bancali, ti fanno fare le flessioni per vedere se hai qualcosa nel corpo, ti mettono le dita dappertutto.

Molti non ne parlano, hai fatto bene a parlare di questo ingresso al carcere che è traumatico per molti.

Mi hanno spogliato di tutto. Mi hanno dato uno spazzolino, due forchette di legno, un sacco con dentro un cuscino, una coperta e due lenzuola. Mi hanno tolto la cintura, i lacci delle scarpe, non mi stavano su i pantaloni.

La cella era occupata da un ergastolano che mi ha insegnato subito come funziona un carcere di massima sicurezza. Mi spiega che se voglio essere rispettato devo dire che ho riciclato i 600 milioni di dollari. Infatti, nel carcere ero diventato l’uomo dei 600 milioni di dollari. Il giorno dopo il mio arresto, cosa molto importante di cui parlano in pochi, era già in edicola sul Corriere della Sera un articolo su di me. Questo significa che la Procura aveva comunicato al giornalista quello che avrebbe dovuto scrivere. Io non avevo ancora l’avvocato. Quello che avevo era un avvocato d’ufficio che non avevo mai visto.

Sono stato un anno in custodia cautelare. Poi è iniziato il processo e mi hanno dato 436 giorni di libertà vigilata. Di processi ce ne sono stati 3, assieme al processo mediatico dei giornali. È stata emessa una rogatoria internazionale su questo intrigo, perché coinvolgeva la Svizzera, il Canada, la Francia: “intrigo internazionale sventato dalla Dia” dicevano le testate.

Ho subito delle vere e proprie torture psicologiche, dicevano che ero omertoso, perché nell’incontro con il Pm io non confermavo le loro accuse. Al termine dei 12 mesi di indagini preliminari mi hanno tolto il concorso esterno mettendomi direttamente come esponente mafioso poiché non avevo collaborato.

Il processo di primo grado come è andato?

Le accuse erano infondate. I miei avvocati hanno distrutto gli inquirenti. Infatti, il processo si è fermato al primo grado. Siamo stati assolti tutti e 19. Però è successo che nove di loro hanno subito un grosso fallimento, perché quando si viene sputtanati nei giornali, questo è il termine, la banca si mette in moto e se hai un contenzioso aperto, anche piccolo, loro ti dicono di sanarlo dopo uno o due mesi e se non lo fai chiudono il conto, sei con le spalle al muro.

A me hanno messo il commissario in azienda che dava gli stipendi ai dipendenti e ai miei figli che lavorano nell’azienda. Per fortuna mio figlio è stato bravissimo, ha tenuto in piedi l’attività, ha dato prova di grande valore, altrimenti avrei perso tutto anche io, come tutti. Poi, come se non bastasse, mi hanno controllato 13 anni, non 10 come prescrive la legge, ma ben 13, dai mille euro in su. Hanno controllato tutto, sequestrato anche i beni dei miei figli, le auto. Mi hanno sequestrato tutto.

Ho vissuto per sei anni senza poter accedere ai miei conti poiché erano stati sequestrati. Ci sono voluti altri cinque anni, non è finita da molto la storia, ma nessuno di noi è stato risarcito.

Hai fatto ricorso alla Corte europea per il risarcimento?

Sì, e si parla di otto anni di attesa, tempi lunghi. Bisogna cambiare questo sistema, penso che il referendum sia d’obbligo, bisogna iniziare con la separazione delle carriere, non si può arrestare una persona se non c’è un reato.

Tu ti sei impegnato per avere una riabilitazione, hai raccontato spesso la tua storia.

Certo, ci tenevo più del risarcimento e più di ogni altra cosa: la dignità e l’onore sono al primo posto per un imprenditore e per la mia persona. I giornali, che sono i primi accusatori, avrebbero potuto fare un articolo sulla nostra assoluzione, ma ricordo che quando siamo usciti dal Tribunale di Roma il mio avvocato ha chiamato il redattore del Corriere della Sera, spiegando che ero stato assolto, ma la risposta fu che la questione avrebbe interessato poco.

Tu hai avuto anche la fortuna in qualche modo di poter mandare avanti il tuo processo.

Certo, chi non ha i soldi resta dentro perché le spese da sostenere sono tante. I miei figli avevano trovato degli avvocati di un certo spessore. Se non avessi avuto la mia famiglia sicuramente non ce l’avrei fatta. Ho vissuto per sei anni senza soldi, ho vissuto con i prestiti dei miei amici, mia moglie mi tagliava i capelli e facevo girare i colli delle camicie dai cinesi, cosa che per me non è mai esistita. È necessario dare un sussidio, altrimenti non si può sopravvivere.

Diego Olivieri. In carcere, isolato, in condizioni precarie: 5 anni per essere scagionato! (Sono Innocente). Diego Olivieri, cinque anni da attendere per la giustizia. L'accusa ingiusta di narcotraffico e un incubo iniziato nell'ottobre del 2007 alle 4 di mattino. (Sono Innocente), scrive il 13 maggio 2018 Morgan K. Barraco su "Il Sussidiario". Diego Olivieri ha dovuto attendere cinque anni prima di essere riconosciuto come innocente dall'accusa di narcotraffico. Un incubo iniziato nell'ottobre del 2007, attorno alle 4 del mattino: è questo l'orario che i Carabinieri di Arzignano, in provincia di Vicenza, scelgono per arrestare il mediatore di pellame. Una famiglia quasi perfetta, una casa creata con la fatica di una vita, una barca per coltivare la sua passione per il mare e figli a dargli tante soddisfazioni. Tutto svanito nel giro di pochi minuti, quando il commerciante diventa da rispettabile ad ex cittadino modello. Il caso di Diego Olivieri verrà raccontato a Sono Innocente nella puntata di oggi, domenica 13 maggio 2018, a partire da quei tragici momenti. Attimi in cui viene accusato di riciclaggio, narcotraffico, associazione mafiosa e insider trading, come ricorda Il Corriere del Veneto. Minuti che diventano ore e un fiume di domande a cui non sa rispondere, come riferirà in seguito alla stampa. A peggiorare la situazione la sua impossibilità a trovare risposte alle domande sempre più incalzanti e che lo spingono a rimanere in silenzio, figurando così persino omertoso. Il tutto si conclude con il trasporto a Rebibbia, dove trascorrerà quattro mesi, e poi al San Pio X per via di quell'accusa fatta da un pentito, che lo indica come il principale attivista in fatto di droga. Un'attività che tra l'altro riuscirebbe a gestire grazie alla facciata di vendita di pellame, in cui nasconderebbe della droga. Per Olivieri, che su consiglio di un amico deciderà infine di fingere con gli altri detenuti che le accuse siano fondate, solo per riuscire ad evitare altri guai.

DIEGO OLIVERI, IL CARCERE NEL CARCERE. Il carcere nel carcere è la sezione a cui viene destinato Diego Olivieri in seguito al suo arresto, un settore angusto, fatto di sporcizia e poca illuminazione. Una situazione indescrivibile in cui al neo detenuto è possibile solo usufruire di quelle due ore d'aria concesse al giorno, nell'impossibilità di usare la palestra o gli altri luoghi comuni. Solo 4 ore al mese per le visite dei familiari e urla continue, che a volte indicano solo la protesta dei carcerati, altri invece precedono quei tentativi di suicidio che 'sono all'ordine del giorno', come sottolinea a Il Corriere della Sera. Diego Olivieri verrà considerato parte integrante del narcotraffico, l'ultimo anello che lo collegherebbe a Nick Rizzuto e Vito Don, per cinque anni in tutto e tre processi durissimi da sostenere. Solo allora i giudici si pronunceranno con un verdetto favorevole, sicuri che sia innocente perché il fatto non sussiste, ma nel frattempo il commerciante ha già vissuto un anno dietro le sbarre. Obbligato a rimettersi in piedi a 65 anni, età che aveva al momento del rilascio, e con l'obbiettivo di usare i soldi di risarcimento per ingiusta detenzione per realizzare un ospedale in Tanzania. Ed oggi che il suo incubo è finalmente finito, può affermare con certezza che l'indulto possa essere utile solo se associato ad una totale rivoluzione del sistema carcerario. Fatto di rieducazione e lavoro perché "anche il criminale più incallito può essere recuperato".

OGGI A ME, DOMANI A CHI? Lo scorso aprile Diego Olivieri ha presentato nella provincia di Cosenza il suo Oggi a me domani a chi?, il libro in cui racconta nei dettagli l'esperienza vissuta in carcere fra il 2007 ed il 2008. Un appuntamento previsto nel programma di Aprile d'autore, una rassegna organizzata con il patrocinio del Comune di Diamante. Un'avventura inverosimile quella del commerciante di pellame, accusato ingiustamente di essere colluso con la mafia e di sfruttare l'azienda per promuovere attività di narcotraffico e riciclaggio, come ricorda Cosenza Post. Un'accusa gravissima, che ha spinto Olivieri a vivere un'esperienza ancora più traumatica, dato il sospetto di affiliazione con i vertici della mafia. Per questo, per le misure di sicurezza, verrà rinchiuso in isolamento per diversi mesi. La libertà gli verrà restituita solo un anno dopo il giorno del suo arresto, con una sentenza che la Cassazione dichiarerà irrevocabile. Ed ora che quella pagina di vita è stata girata per fare spazio ad una nuova esistenza, Diego Olivieri non dimentica il passato e si è attivato per mantenere la promessa di aiutare la popolazione grazie ad un'associazione di solidarietà. Futuro per tutti è infatti la Onlus che lo vede come presidente e che ha finanziato lo scorso aprile la spedizione di letti, materassi, mobilio, ventilatori, divise sanitarie, macchine per la fisioterapia e molti altri strumenti utili per migliorare l'esistenza dei ragazzi del Ghana, per una catena di solidarietà a cui si sono uniti anche diversi istituti pubblici e privati del Trevigiano, come ricorda Treviso Today.

In libreria: INNOCENTI. Il nuovo libro di Alberto Matano, scrive l'1 aprile 2018 "Da Sapere". “L’errore umano esiste in ogni campo, ma dobbiamo ricordarcelo, prima di puntare il dito su chiunque venga anche solo indagato, figuriamoci se viene arrestato. Potrebbe capitare anche a noi. La realtà è complessa, il sistema giudiziario affaticato, la giustizia, parola meravigliosa, a volte sembra un’utopia. Non per questo dobbiamo smettere di crederci e di pretenderla”.

Dalla Prefazione di Daria Bignardi. Gridare la propria innocenza e restare inascoltati. Trovarsi all’improvviso a fare i conti con un marchio indelebile. È l’incubo che ciascuno di noi potrebbe trovarsi a vivere, con le foto segnaletiche, le impronte digitali, i processi, gli sguardi della gente e i titoli sui giornali, l’esperienza atroce del carcere tra pericoli e privazioni. Un inferno, e in mezzo a tutto questo sei innocente. È una ferita che rimane aperta, anche a distanza di anni, nonostante le assoluzioni e – non sempre – le compensazioni economiche. Lo sanno e lo raccontano i protagonisti di questo libro, presunti colpevoli, riconosciuti innocenti. Maria Andò, accusata di una rapina e di un tentato omicidio avvenuti in una città in cui non è mai stata. Giuseppe Gulotta, la cui odissea di processi e detenzioni in seguito a un clamoroso errore giudiziario dura quarant’anni, di cui ventidue in carcere. Diego Olivieri, onesto commerciante che finisce in carcere per una storia di droga, per colpa di un’intercettazione male interpretata. E gli altri protagonisti di queste pagine, che raccontano le loro esperienze e i loro incontri, i loro traumi e la loro ostinata volontà di rinascita. Alberto Matano costruisce in questo libro una narrazione intensa e cruda, in cui ogni singola vicenda è un capitolo avvincente di una storia più grande, quella dell’ordinaria ingiustizia che accade accanto a ognuno di noi, senza che la vediamo. Un invito a esercitare la nostra attenzione e la nostra umanità, ogni giorno. “Quando finisci in carcere e dici di essere innocente non ti crede nessuno, lì sono tutti innocenti”. Immaginatevi, soltanto per qualche secondo, di trovarvi in questa situazione, di finire dietro le sbarre, senza neanche capire perché, e con la consapevolezza di non aver fatto nulla. Gridare la propria innocenza, e restare inascoltati. Trovarsi all’improvviso a fare i conti con quel marchio indelebile, anche a distanza di anni quando tutto è finito, quando la giustizia, che ha sbagliato, alla fine è giusta. È l’incubo che ciascuno di noi può trovarsi a vivere e di cui sappiamo spesso troppo poco.

Alberto Matano, giornalista, conduttore del Tg1 delle 20, dal 2017 è autore e conduttore della trasmissione di Rai3 “Sono Innocente”, giunta alla sua seconda edizione.

Rai3 diventa garantista e manda in soffitta la gogna mediatica. Dopo anni di processi in tv, la malagiustizia sbarca in prima serata. "Basta colpevolismo", scrive Lodovica Bulian, Lunedì 9/01/2017 su "Il Giornale". «Ho baciato la terra e ho ringraziato Dio. Dicevo a mio figlio, in macchina, ma quanto corri?. Papà sono a 50 km all'ora. Un anno di carcere ti fa perdere le misure, il profumo dell'autunno. Là questo non c'è». «Là» è la cella dove Diego Olivieri, imprenditore vicentino, ha vissuto 365 giorni da innocente. E le parole con cui ricorda la fine di quell'incubo hanno aperto la prima puntata della nuova trasmissione su Rai Tre, che manda in soffitta un ventennio di giustizialismo in prima serata. Il format condotto dal giornalista e volto del Tg1, Alberto Matano, per la prima volta accende le telecamere sul rovescio della medaglia. Quello che dà voce, con ricostruzioni, immagini e documenti, all'inferno di chi finisce nel vortice della malagiustizia, un girone da 24mila dannati in 24 anni. E che sul terzo canale - dopo la parentesi di «Presunto colpevole», seconda serata su Rai due nel 2012 - porta le «storie di uomini, donne, che sin da primo momento hanno gridato una cosa sola: sono innocente», proprio come il titolo del programma. Sotto i riflettori dell'inedita prima serata non ci sono più i processi giudiziari e mediatici che per 35 anni hanno fatto il successo di programmi come Un giorno in pretura, che hanno gonfiato lo share viaggiando sul confine sottile tra informazione e morbosità, offrendo in pasto al pubblico atti, testimonianze, alimentando spesso dibattiti autoreferenziali. E che hanno trascinato le aule di giustizia nei tribunali televisivi. Nel richiamo dell'Agcom a Michele Santoro per una puntata di Annozero nel 2008, l'Authority spiegava che «il processo, lo pseudo processo o la mimesi del processo non si possono fare. L'informazione non può diventare gogna mediatica né spettacolarizzazione ispirata più all'amore per l'audience che all'amore per la verità». Ora tocca alle storture del sistema, agli ingranaggi che si inceppano e inghiottono esistenze che passavano di là per caso. In studio con Matano ci sono non solo i protagonisti, ma anche i loro familiari, gli avvocati che hanno lavorato per smontare accuse piovute come massi da faldoni di ordinanze di custodia cautelare. In una corsa contro il tempo per dimostrare la verità. La stessa che può venire oscurata, travisata da un'intercettazione, da una parola che genera equivoci, da una dichiarazione di un pentito. Come quella per cui Olivieri è stato accusato per 5 anni ingiustamente di riciclaggio, associazione a delinquere di stampo mafioso e traffico internazionale di stupefacenti, prima di essere assolto perché «il fatto non sussiste». O da un maledetto scambio di persona, all'origine dell'altro caso raccontato nella puntata di sabato sera, per cui una studentessa, Maria Andò, nel 2008 finì in carcere per 9 giorni, indagata per rapina e tentato omicidio, salvo poi, dopo un anno, essere assolta con tante scuse: «Il maresciallo era convinto che fossi io il colpevole, che il caso fosse chiuso». La madre Giusi si sentì dire che «sua figlia stasera dormirà in carcere», al Pagliarelli di Palermo. «Vivere l'esperienza del carcere può cambiare la vita - ha esordito Matano presentando la prima serata - Soprattutto se non si è colpevoli. Non vogliamo fare il processo al processo, né cercare una nuova e diversa verità giudiziaria, semplicemente vogliamo raccontare delle storie». Anche perché «davanti a certi casi serve più prudenza e meno fretta di sbattere il mostro in prima pagina: soprattutto negli ultimi anni in Italia si abusa di colpevolismo». Forse è la fine di un'era. Almeno di un'era televisiva.

«Sono innocente»: la tv civile è una garanzia per gli ascolti. Il nuovo programma di Rai3 è dedicato alle storie di persone comuni che per errori giudiziari o indagini mal direzionate sono finite in carcere pur essendo innocenti, scrive Aldo Grasso l'8 gennaio 2017 su "Il Corriere della Sera". «Qualcuno doveva aver diffamato Josef K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato». Non ci sono parole più pertinenti o più angoscianti per raccontare «Sono innocente», il nuovo programma di Rai3 dedicato alle storie di persone comuni che per errori giudiziari o indagini mal direzionate sono finite in carcere pur essendo completamente innocenti (sabato, 21.10). È una sensazione kafkiana d’impotenza mista a paura: è noto che in Italia finire in carcere può essere un’esperienza terrorizzante, che lascia dei segni indelebili su chi l’ha provata. Il tema della responsabilità civile dei magistrati (sempre impuniti) e quello della situazione delle carceri meritano un ragionamento serio ed è giusto che i riflettori rimangano accesi anche con programmi intensi come questo. Per le false rivelazioni di un collaboratore di giustizia, l’imprenditore Diego Olivieri viene sospettato di avere delle connessioni con un boss mafioso e da lì inizia la sua odissea giudiziaria: un anno in carcere per reati gravi, mai commessi. Maria Andò viene collegata a una rapina con tentato omicidio per una fotografia in cui somigliava alla vera colpevole. Le tracce sono labili, ma a 21 anni finisce in prigione, per poi venire liberata con tante scuse. Da un punto di vista tecnico, «Sono innocente» (firmato da Rai3 e Nonpanic) segue un filone internazionale consolidato, quello del true crime: casi giudiziari reali che vengono raccontati dai veri protagonisti, con il supporto di ricostruzioni interpretate da attori e interviste in studio condotte dal giornalista del Tg1 Alberto Matano. I linguaggi sono moderni ma il mito è classico, quello della tv civile di Angelo Guglielmi che rivive, con nuove premesse, nella nuova Rai3, in cui i programmi di questo tipo (vedi soprattutto «Chi l’ha visto») sono anche garanzia per gli ascolti.

Sono Innocente, un cazzotto allo stomaco attutito dall'emotaiment all'italiana: scelta o necessità? Scrive Giorgia Iovane sabato 7 gennaio 2017 su Tv Blog. Sono Innocente, Alberto Matano racconta le storie di vittime della malagiustizia. La prima puntata live su Blogo. Vedi Sono Innocente e ti ritrovi di fronte a Detenuto in attesa di giudizio (Nanni Loy, 1971) distillato in un classico docureality all'americana, ma con inserti da info-emo-tainment del daytime. Un cazzotto allo stomaco del telespettatore ma attutito da un cuscino che cerca di smussare la crudezza dell'errore giudiziario per non affrontarlo direttamente. Il titolo, infatti, sembra voler mascherare il vero succo del racconto, la malagiustizia. Il nome "Sono Innocente", invece, aiuta a puntare il riflettore sulle vittime - e magari a distogliere da pressioni extratelevisive e interrogazioni parlamentari - ma il nodo narrativo è tutto nei paradossi investigativi e giudiziari che hanno reso degli innocenti i protagonisti di un'esperienza umana (e disumana) che segna per sempre anche chi li circonda. Le storie di Diego Olivieri, costretto a un anno di carcere per una malevola interpretazione del gergo dei pellai, e di Maria Andò, incarcerata per rapina e tentato omicidio in una città che non aveva mai visitato, sono esempi di una dinamica inquirente perversa, più diffusa di quanto si pensi. E il pensiero corre subito a quel numero di telefono appuntato su un'agendina, usato per corroborare le parole di un pentito contro Enzo Tortora, e mai composto per appurare a chi appartenesse.

·        Edoardo Rixi.

Marco Cremonesi per il “Corriere della Sera” il 17 marzo 2022.

«Mi piacerebbe che ci fosse una grande spinta riformista dentro la magistratura. Per cambiare un sistema che non aiuta i tantissimi giudici che fanno il loro lavoro nel migliore dei modi». 

Edoardo Rixi, deputato della Lega e già viceministro, esce definitivamente dall'inchiesta sulle «spese pazze» dei consiglieri regionali liguri. E con lui, escono dalla stessa inchiesta altri 18 suoi colleghi: la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso contro l'assoluzione in secondo grado che era stato proposto dalla Procura generale di Genova.

L'indagine, più o meno analoga a quella svolte da numerose altre Procure in tutta Italia, riguardava fatti compresi tra il 2010 e il 2012. Rixi non è sorpreso: «Diciamo che, dopo la sentenza di assoluzione di secondo grado, mi ero un po' rasserenato. Però, in un procedimento non sai mai che cosa può accadere». 

La cosa che ha semmai sorpreso il deputato è stato proprio «il ricorso in Cassazione fatto dalla Procura contro la nostra assoluzione. Perché una cosa sono le indagini, che sono giuste e doverose se ne esistono i presupposti. Cosa diversa è l'accanimento».

Quando fu condannato in primo grado, nel maggio 2019, Rixi diede immediatamente le dimissioni da vice ministro alle infrastrutture: «Ma certo. Ma mi diede fastidio che la sentenza di condanna era stata annunciata con una conferenza stampa dalla Procura di Genova. Fui dipinto come chissà quale furbo e fu richiesta una condanna che sarebbe stata pesante e sproporzionata anche se avessi commesso il reato da poche migliaia di euro per il quale ero stato imputato: tre anni e mezzo e interdizione perpetua dai pubblici uffici».

Insomma: «Una richiesta del genere mi era sembrata un modo per impedirmi di compiere la mia attività politica. E in parte lo è stato. Oltre alle dimissioni da vice ministro, la condanna mi impedì di assumere incarichi nella giunta regionale ligure. Per non parlare della mia vita personale. Per dire: ho fatto fatica ad accendere un mutuo per la prima casa. Se non mi avessero dato una mano i miei genitori, avrei anche perso i soldi della caparra che avevo dato in vista dell'acquisto».

Le inchieste per le spese dei consiglieri regionali riguardarono praticamente tutta Italia. Il problema, prosegue Rixi, è che in Liguria «tutti sono stati dichiarati innocenti, a tutti è costato qualcosa come 100mila euro in spese, a tutti è cambiata la vita per dieci anni, a qualcuno per sempre. Mi pare che qualcosa non funzioni. Ma, devo dire, non tanto tra i singoli giudici, tutti all'altezza. Semmai è la Procura: io credo che per un magistrato la riservatezza dovrebbe essere il primo requisito».

Più in generale, l'ordinamento ora va a scapito anche dei «tantissimi giudici in gamba che rischiano di rimanere schiacciati da un sistema che premia le tesi pre confezionate». Il rammarico di Rixi riguarda i referendum promossi dalla Lega e dai Radicali: «La responsabilità civile dei magistrati sarebbe stata cosa buona e giusta, spiace che la Consulta non abbia avuto il coraggio di sottoporla a referendum». 

Quanto alla legge Severino, che impedisce l'attività politica anche con una condanna soltanto in primo grado, è «ingiusta. Peccato che Giorgia Meloni e Fratelli d'Italia non lo abbiano capito».

·        Enrico Coscioni.

Assolto Enrico Coscioni, la Cassazione mette fine alla gogna del consulente di De Luca. Francesca Sabella su Il Riformista il 10 Marzo 2022. 

Assolto in Cassazione Enrico Coscioni, presidente Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) e consigliere del governatore Vincenzo De Luca per la Sanità. “Il fatto non sussiste“: con questa formula la sesta sezione penale (presidente Grassi) ha annullato – senza rinvio, la condanna a due anni di reclusione comminata dalla Corte d’Appello di Napoli per violenza privata tentata e continuata, aggravata dall’abuso di potere.

Nel 2015 Coscioni, in qualità di consulente per la sanità del governatore De Luca, aveva invitato i commissari straordinari delle Asl Napoli 3 Sud e Asl Napoli 2 Nord, nonché dell’Azienda ospedaliera Cardarelli di Napoli, a rassegnare le dimissioni. Richieste avanzate in presenza di nomine fiduciarie essendo cambiate, nel frattempo, l’amministrazione e le linee gestionali in tema di sanità. Ne è poi nato un processo penale, dove i magistrati della procura partenopea ipotizzavano il reato di concussione ai danni dei tre commissari straordinari.

Il Tribunale di Napoli aveva assolto in primo grado Coscioni dall’accusa di concussione, ritenendo che non rivestisse la qualifica di pubblico ufficiale. Dopo il ricorso presentato dalla Procura, la Corte d’Appello di Napoli, il 22 settembre 2021, aveva egualmente riconosciuto la inesistenza del reato di concussione ma aveva condannato il consulente di De Luca.

“Con la decisione di oggi la Corte di Cassazione ha chiuso definitivamente una vicenda lunga e complessa, ma soprattutto amara per il prof. Coscioni, che ha ingiustamente subìto attacchi strumentali alla sua persona” commenta il legale e professore Andrea Castaldo. “La correttezza e la professionalità del suo comportamento sono state finalmente riconosciute, così – aggiunge – come quelle più in generale della trasparente amministrazione e gestione della sanità campana, sotto la direzione del presidente De Luca, nel quadro di una politica dello spoils system perfettamente legittima e anzi coerente con l’espressione del corpo elettorale”. 

Francesca Sabella. Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.

·        Enzo Tortora.

Il caso Tortora, storia di un'ingiustizia italiana. Silvia Fumarola su La Repubblica il 10 dicembre 2022.

Il conduttore fu arrestato il 17 giugno 1983 e, nel 1985, condannato a dieci anni di carcere per traffico di stupefacenti e associazione a delinquere. Solo nel 1986 la sentenza viene ribaltata

Del caso di Enzo Tortora, vergogna della giustizia italiana, si era occupato di recente anche Ossi di seppia, la serie proposta su RaiPlay. C'è un prima e un dopo: le parole di Raffaele Della Valle, avvocato difensore e amico del presentatore, in quella puntata che ricostruiva la vicenda, lasciano il segno. "Non era un errore giudiziario, era un orrore giudiziario". Sono passati quarant'anni e adesso anche il regista Marco Bellocchio, che ha debuttato con una serie tv sul caso Moro, annuncia agli Efa, gli Oscar euroepi, che sta preparando un progetto su Tortora.

Il nuovo 'Ossi di seppia': "Quasi una serie tv per capire il presente"

di Silvia Fumarola12 Settembre 2022

Il caso è clamoroso: il 17 giugno 1983 Tortora viene arrestato e il 17 settembre 1985 condannato a dieci anni di carcere per traffico di stupefacenti e associazione a delinquere di stampo camorristico. Niente di quello che dichiarano i suoi accusatori è vero, Tortora vive un calvario giudiziario. Fino al processo d'appello del 1986 che ribalta la sentenza di primo grado, con l'assoluzione piena confermata in Cassazione l'anno successivo.

Le figlie del giornalista, Gaia e Silvia (scomparsa il 10 gennaio 2022), combattono a fianco del padre, segnato dal carcere, dal dolore, dall'incomprensione, da un linciaggio mediatico senza precedenti. Tortora si lega al Partito radicale, la sua battaglia per la giustizia è totale, ascolta i carcerati. Tornò in televisione il 20 febbraio del 1987, ricominciando il suo Portobello. Il ritorno in video fu toccante, accolto da una lunga standing ovation.

"Dunque, dove eravamo rimasti? Potrei dire moltissime cose e ne dirò poche", esordì. "Una me la consentirete: molta gente ha vissuto con me, ha sofferto con me questi terribili anni. Molta gente mi ha offerto quello che poteva, per esempio ha pregato per me, e io questo non lo dimenticherò mai. E questo 'graziè a questa cara, buona gente, dovete consentirmi di dirlo. L'ho detto, e un'altra cosa aggiungo: io sono qui, e lo so, anche per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti, e sono troppi. Sarò qui, resterò qui, anche per loro. E ora cominciamo, come facevamo esattamente una volta". 

Tortora morì a 59 anni la mattina del 18 maggio 1988 nella sua casa di Milano, stroncato da un tumore; i funerali - cui parteciparono tra gli altri Marco Pannella, Enzo Biagi, Piero Angela - si tennero nella basilica di Sant'Ambrogio a Milano.

“Questione giustizia” rivendica quella stagione. Magistratura Democratica rivendica il caso Tortora e ne va fiera…Gian Domenico Caiazza su Il Riformista il 3 Luglio 2022. 

Questione Giustizia, la rivista di Magistratura Democratica diretta da Nello Rossi, ha appena scelto di pubblicare alcuni interessanti documenti relativi al caso Tortora. Essi ricostruiscono con chiarezza la dura presa di posizione che assunse all’epoca MD nei confronti sia dei magistrati responsabili di quella sciagurata indagine, sia della decisione del CSM di archiviare ogni procedimento disciplinare sui medesimi. Presa di posizione pubblica di una tale durezza che portò addirittura alla crisi della Giunta di A.N.M., che dovette dimettersi.

La ragione di questa scelta editoriale, per molti versi sorprendente, è chiarissima, ed è d’altronde rivendicata nell’editoriale di questo importante numero della rivista. Si intende orgogliosamente rivendicare una precisa identità culturale e politica di quella parte della magistratura italiana, proprio in relazione al caso simbolo della malagiustizia italiana. La magistratura italiana, si vuole dire insomma, non è (o non è stata?) una indistinta espressione di desolanti riflessi corporativi. E le correnti, intese come espressione di pensiero e culture differenti all’interno della giurisdizione, sono (o sono state?) occasione di confronto, di crescita civile, di ricchezza culturale.

La provocazione è coraggiosa e feconda, e merita attenzione e rispetto. Intanto, vediamo i fatti che essa documenta. Siamo nel marzo del 1989. All’indomani della definitiva assoluzione di Enzo Tortora, Giovanni Palombarini e Franco Ippolito, rispettivamente Presidente e Segretario di MD, nonché Sandro Pennasilico, segretario della sezione napoletana di MD, convocano una clamorosa conferenza stampa a Napoli, per denunciare le inammissibili “storture” di quel processo, l’inconcepibile gestione dei pentiti, il rapporto ancillare dell’ufficio istruzione rispetto alla Procura, la gestione della informazione giudiziaria.

Tra l’altro, la denuncia contro gli uffici giudiziari napoletani viene estesa anche alla oscura gestione dell’inchiesta sull’omicidio del giovane giornalista Siani, in ordine alla quale ben 400 avvocati del Foro hanno chiesto la rimozione del Procuratore capo Vessia. MD chiede con forza che il CSM dia seguito a severi provvedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati resisi responsabili “del più dirompente caso della vita politico-istituzionale italiana” (così testualmente Palombarini). Denunciano l’assurdità che uno di essi, il dott. Felice di Persia, sia stato nel frattempo eletto proprio al CSM (in quota magistratura Indipendente). Sarà tutto inutile, il CSM archivierà ogni accusa (anzi, premierà quei magistrati, aggiungo io). MD, che guidava l’ANM insieme ad Unicost, si dimette e determina la crisi della Giunta. Lo scontro è durissimo, MD denuncia che “la logica corporativa non tollera che dall’interno della magistratura vengano critiche alla gestione degli uffici giudiziari o allo stesso CSM”. E molto altro, che suggerisco davvero di andare a leggere con attenzione.

Se questa iniziativa di “Questione Giustizia” e del suo direttore vuole rivendicare una nobiltà della storia del correntismo all’interno della magistratura, con noi penalisti sfonda una porta aperta. Da sempre diciamo: stiamo attenti a non replicare il tragico errore qualunquista e populista fatto con la politica (per enorme responsabilità proprio della magistratura, però, caro Direttore Rossi!), con la distruzione dei partiti ridotti ad icona di ogni nequizia. Il problema non sono “le correnti”, ma la loro degenerazione in meri luoghi di amministrazione del potere (giudiziario). Comprendo l’orgoglio per quella rivendicazione, ma ciò che dobbiamo domandarci oggi è cosa sia rimasto di quelle spinte ideali, di quella indipendenza di pensiero, e soprattutto di quella attenzione alle garanzie ed ai diritti nei processi; e semmai, come poterli recuperare. Il Paese ha attraversato anni di drammatica alterazione degli equilibri costituzionali, con una esondazione catastrofica del potere giudiziario in danno del potere politico.

Il potere ipertrofico ed incontrollato delle Procure ed il suo micidiale connubio con i media ha la responsabilità storica di avere spostato l’oggetto del giudizio sociale sui fatti penali dalla sentenza alla incriminazione. Possiamo davvero dire che almeno una parte della magistratura italiana sia stata attraversata da una riflessione critica ed autocritica su questi temi cruciali? O quella bella pagina “napoletana” è solo un lontano e sbiadito ricordo, da guardare con malinconica trepidazione, come si fa con gli album di famiglia? Parliamone, con lealtà e chiarezza: noi siamo pronti a farlo.

Gian Domenico Caiazza. Presidente Unione CamerePenali Italiane

Le ingiuste detenzioni nodo irrisolto della giustizia. “Ancora troppi casi come quello di Enzo Tortora”, parla l’avvocato Giovanni Palumbo. Viviana Lanza su Il Riformista l'11 Gennaio 2022.  

«Mi domando cara Silvia che cosa posso insegnarti dalle mura di Regina Coeli. Fra le mura della 16 bis dove fa un caldo atroce. Siamo in sei disperati e fuori si vede il cielo. Che posso insegnarti, mi chiedo, perché a te, devi saperlo, è a te che il mio cuore più spesso vola…». Era l’estate del 1983, Enzo Tortora aveva da poco iniziato il terribile calvario giudiziario che lo portò in cella da innocente. Silvia, sua figlia, è morta ieri a Roma. Aveva 59 anni, come suo padre quando morì. E come suo padre, era una giornalista che aveva scelto di raccontare la verità dei fatti e si è spesa in nome del garantismo.

La notizia della sua morte ha aggiunto dolore e amarezza al ricordo di una delle pagine più dolorose della storia giudiziaria napoletana, oltre che nazionale. Enzo Tortora fu ingiustamente detenuto e processato. «Mai più» si disse dopo lo scandalo giudiziario che lo travolse. E invece cosa è cambiato in questi quasi quarant’anni? Napoli continua ad essere la capitale delle ingiuste detenzioni, e sebbene sia un distretto giudiziario molto ampio con numeri ben superiori a quelli di altri distretti è pur vero che detiene questo triste primato da quasi dieci anni.

Le ingiuste detenzioni sono state 101 nel 2020, a febbraio si conosceranno i casi del 2021 e ai dati ufficiali bisognerà aggiungere un centinaio o più di innocenti invisibili che non hanno avuto accesso al risarcimento per l’ingiusta detenzione per un “cavillo” (è accaduto che il risarcimento, per esempio, sia stato negato a chi da indagato si è avvalso della facoltà di non rispondere, perché pur avvalendosi di un proprio diritto avrebbe contribuito all’errore degli inquirenti che lo avevano messo in carcere per accuse poi rivelatesi infondate) oppure per una scelta personale (sono molti quelli che dopo anni di processo vissuti da innocenti ingiustamente detenuti non hanno più né la forza economica né quella mentale di intraprendere un nuovo percorso giudiziario seppure per vedersi riconosciuto un proprio diritto, cioè quello al risarcimento per il danno subìto dalla detenzione ingiusta).

L’ingiusta detenzione è una delle più dolorose piaghe del nostro sistema giustizia. «Il mio compito- scriveva Tortora dopo il suo arresto del 17 giugno 1983, in una delle tante lettere inviate alla compagna Francesca Scapelliti – è uno: far sapere. E non gridare solo la mia innocenza, ma battermi perché queste inciviltà procedurali, questi processi che onorano, per paradosso, il fascismo vengano a cessare. Perché un uomo sia rispettato, sentito, prima di essere ammanettato come un animale e gettato in carcere. Su delazioni di pazzi criminali». Il processo a Enzo Tortora si svolse a Napoli negli anni del post-terremoto, dei magistrati che si giocavano la carriera anche sulle indagini sulla camorra e dei primi collaboratori di giustizia. Il processo seguiva il vecchio codice penale e ai pentiti Gianni Melluso, Giovanni Pandico e Pasquale Barra i pubblici ministeri dell’epoca diedero credito al punto da mandare in galera un innocente. Tortora fu ritenuto coinvolto in un giro di droga che riguardava uomini della Nco di Raffaele Cutolo. Tutto falso. L’avvocato Giovanni Palumbo era all’epoca un giovane penalista e affiancava suo padre, l’avvocato Tommaso Palumbo, nella difesa di due imputati che secondo la fantasiosa ricostruzione dei pentiti avrebbero fornito droga al famoso giornalista. «Ricordo ogni udienza, era chiaro sin dal primo momento che ai pentiti si era dato troppo spazio creando confusione tra falsità e verità ma ci vollero anni per dimostrarlo».

Le parole di Tortora rivolte ai giudici prima che andassero in camera di consiglio («Devo concludere dicendo: ho fiducia. Io sono innocente, lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi in questo dibattimento. Io spero, dal profondo del cuore che lo siate anche voi») sono il momento che l’avvocato Palumbo ricorda con maggiore commozione. E di fronte ai dati, ancora oggi impietosi, sugli innocenti in cella commenta: «Non ci sarà nessuna riforma veramente efficace finché nel nostro sistema non sarà attuata una vera svolta culturale e abbandonata del tutto quella mentalità di tipo inquisitorio che ancora resiste».

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

L'inutile martirio. Arresto Enzo Tortora, 39 anni dopo l’Italia è ancora in mano ai signori della gogna. Francesca Scopelliti su Il Riformista il 17 Giugno 2022. 

Nel mezzo del cammin di sua vita si ritrovò per una selva oscura chè la diritta via (altri) avean smarrito ahi quanto a dir qual era è cosa dura

Versi memorabili che ben si arrangiano con quel brutto fattaccio della procura napoletana, dove a entrare nell’Inferno è stato Tortora ma a perdere la diritta via o meglio la via del diritto, sono i magistrati napoletani e dove quelle tre belve incontrate da Dante non sono sufficienti – per numero e per ferocia – a rappresentare la barbarie di tutti gli attori in scena, dai magistrati (Lucio Di Pietro, Felice Di Persia, Luigi Sansone, Diego Marmo, Armando Olivares) che con protervia e fraudolenza perseguono un innocente sapendo quel che fanno, a quei famelici giornalisti che, per benevolenza nei confronti della procura, “divagano” sulla pelle di un uomo perbene, a quei farabutti collaboratori di giustizia che per un patto scellerato con la procura napoletana recitano una sceneggiatura scritta da altri.

Enzo Tortora, come Dante, è entrato nell’Inferno del carcere, non come visitatore, non come scrittore bensì come dannato: ma lui non è violento, non è fraudolento, non è iracondo, non è lussurioso, non è avaro o goloso. Lui non è colpevole, come invece sono quei due magistrati che dopo essere stati collocati sul piedistallo della popolarità, dopo essere stati definiti i Maradona del diritto nell’anno in cui il “Pibe d’oro” aveva portato lo scudetto al Napoli, dopo aver goduto dei riflettori più insaziabili, non possono perdere la faccia. Meglio fottere Tortora. E così è stato. Come Dante anche Tortora ha il suo Virgilio, la sua guida, la sua forza: non è un maestro o un autore di classici ma semplicemente se stesso, la sua innocenza, la sua moralità, la sua dignità, la sua inconfutabile onestà intellettuale, culturale e sociale. Ma è stata dura. E nelle sue lettere Enzo ripete spesso la parola “inferno” proprio per esprimere la grande sofferenza: “…travasato dall’inferno di Roma a questo più vivibile (ma non meno duro, intollerabile) carcere, perfino il mio fisico ha dovuto riadattarsi. … credimi, qui nessuno può star bene. Soprattutto un innocente…”, “ho parlato con i legali. Occorre accettare il gioco. E sarà lungo. All’inferno ci sono: non vedo ancora il biglietto di ritorno”.

Come nel viaggio dantesco, Enzo racconta di dannati che incontra in questa sua infernale vita carceraria e lo fa con la stessa compassione del sommo poeta: “Oggi all’aria (un gelo polare) parlavo con un ragazzo che aspetta la sentenza: il pm ha chiesto l’ergastolo. È un “politico”. Abbiamo parlato un poco: in questo viaggio all’inferno ho conosciuto, e, se non capito, visto, da vicino, creature di ogni sorta. Quello che mi spezza il cuore sono i ragazzi. “Politici”, figli di una sanguinaria illusione”. “L’altro giorno è arrivato un vecchio di 84 anni. S’erano dimenticati che doveva, vent’anni fa (!), scontare ancora un anno di colonia penale! No, Francesca. Non comprerai mai più un libro. Sentirai solo quello che ti racconterò io. I libri non esistono, sono carta e sogni. Cioè niente, davanti alla verità, alla realtà”. E ancora: “Mi hanno messo come vicino di cella un imbecille presuntuoso, che vive in calzoni corti, ha gli occhiali, ha strangolato una vecchia professoressa dalla quale si faceva mantenere, e ha vissuto trenta giorni col cadavere in una cassa, in casa. Ti stupisci? Te l’ho detto: non comprerai mai più un libro in vita tua”. “A Regina Coeli prendevo l’aria con un ragazzo calabrese (venticinque anni per omicidio), malato, e gli scrivevo io le domande di grazia. Si chiamava A. (non farò mai nomi) e non sapeva il significato del suo nome. Allora gliel’ho spiegato, e così mi è divenuto caro passeggiare in quel torrido pozzo solo perché lui era nato dove tu sei nata. Ne ho conosciuto un altro, un boss, ma di quelli tremendi, e con me era un agnellino, e mi diceva (mi ha anche mandato un telegramma, qui) che non capiva il mio tifo per la Calabria. Posso garantirti che ho incontrato, all’inferno, un rispetto e un amore sconosciuti fuori.”

Perché, citando ancora Dante, la galera è “amara che poco più è morte”, ancor più se vissuta da innocente. Tutto ha inizio il 17 giugno 1983: Enzo Tortora viene arrestato con accuse gravi, appartenenza alla Nco e spaccio di stupefacenti, ma senza uno straccio di prova. Non una intercettazione, una indagine patrimoniale fiscale o quantaltro. Nulla, solo la parola di due pentiti: Pasquale Barra e Giovanni Pandico. Il primo, definito O’ Animale, e il secondo “paranoico, schizofrenico, con smanie di protagonismo”. Su queste due “colonne” i magistrati napoletani costruiscono il maxiblitz contro la Camorra di Raffaele Cutolo con 800 arresti di cui 200 omonimi: un castello di carte, come disse Leonardo Sciascia, dal quale non si poteva togliere la carta Tortora per non far cadere tutto il resto. “E così una vita come la mia, tutta piena di una tensione morale addirittura puritana, stoica, di ferro, viene prostituita a parabola di malfattore”, disse Enzo.

Dopo sette giorni dall’arresto, il primo confronto con i due procuratori Felice Di Persia e Lucio Di Pietro: “è mai stato a Ottaviano?”, “ha mai conosciuto questa donna?”, e infine, con visibile soddisfacimento, una lettera che parla di “roba”, mai restituita né saldata… viene dal carcere di Pianosa ed è firmata da tale Domenico Barbaro, camorrista, ma scritta dal suo compagno di cella Giovanni Pandico. È la storia dei famosi centrini inviati a Portobello e smarriti. Raffaele della Valle, con grande sollievo produce a sua volta una lettera di risposta nella quale Enzo si rammaricava della perdita dei centrini e comunicava al detenuto Barbaro un risarcimento di 800mila lire. A quel punto il cancelliere attonito smette di scrivere e i due magistrati di parlare, Enzo e Raffaele, con uno sguardo, pensano di aver risolto l’equivoco. E in effetti, se quei due magistrati fossero stati onesti avrebbero chiesto scusa… e invece no. Attaccato al nome di Tortora c’è la credibilità dell’intera inchiesta. La credibilità del loro operato. Se cadesse Tortora si spegnerebbero gli applausi ai Maradona del diritto, le copertine dei settimanali, le interviste a quei tutori della legge che non “guardano in faccia nessuno”. E quindi Tortora deve essere colpevole a qualunque costo: inizia così, il 23 giugno 1983, la brutta storia di un crimine giudiziario.

Per renderlo colpevole “a qualunque costo” le prove vengono sostituite dalle dichiarazioni dei cosiddetti collaboratori di giustizia che al processo diventano 18, diciotto falsità rivestite di verità “storica” in quanto “concordanti”, scriverà il presidente della Corte Luigi Sansone nelle motivazioni della sentenza. In verità sono concordanti perché quei pentiti vivono tutti insieme, a celle aperte, nella caserma dei carabinieri di Napoli. In appello sarà il giudice Michele Morello a smontare il valore probatorio di tutti quei pentiti. Anche il contributo di una compiacente stampa tesa a creare nell’opinione pubblica il “colpevole” da condannare diventa fondamentale. Gli atti, diceva l’avvocato Della Valle, “vengono depositati in edicola e non in procura”: notizie false e calunniose che puntualmente dopo qualche mese vengono smontate. Per renderlo colpevole “a qualunque costo” necessita un giudice compiacente in grado di sostenere in processo la tesi accusatoria (alla faccia della terzietà del giudice). E questo è Luigi Sansone.

Enzo viene condannato a dieci anni di galera in primo grado con una sentenza letta il 17 settembre del 1985 ma scritta già nel giugno 1983 e assolto l’anno dopo in appello con formula piena. Assoluzione confermata poi nell‘86 in Cassazione. La verità ha trionfato ma non per questo “giustizia è stata fatta” perché l’errore giudiziario non è rimediabile, è una cicatrice che non si cancella. Ad Enzo era scoppiata dentro una “bomba al cobalto”, un brutto tumore che lui domina per cinque anni per assolvere a degli impegni irrinunciabili: il riconoscimento della sua estraneità alle accuse, la battaglia insieme a Marco Pannella per la giustizia giusta e per la civiltà delle carceri, il ritorno in TV, al suo pubblico, il referendum sulla responsabilità dei magistrati, un risultato emozionante ma tradito da una timorosa legge inadeguata quanto inapplicata. Un tradimento che Enzo non vive: morirà prima, il 18 maggio 1988. Quel giorno, il suo amico Leonardo Sciascia scrive un emozionante editoriale che si conclude così: “… Per come potevo, ho poi seguito e incoraggiato la sua battaglia. Una battaglia che ha saputo combattere impeccabilmente, con rigore e con dignità. L’ho rivisto dopo molti mesi, sabato scorso. Era irriconoscibile, parlava stentatamente, atrocemente soffriva; ma parlava con precisione e passione nella grande illusione che il suo sacrificio potesse servire a qualcosa. Con questa illusione è dunque morto. Speriamo che non sia davvero un’illusione”.

Parole profetiche: il sacrifico di Enzo è una illusione. E se proviamo a rispondere a Tortora “dove eravamo rimasti” beh, possiamo rispondere che siamo caduti nell’ultima bolgia infernale dove il giustizialismo la fa da padrone, con una stampa forcaiola e squadrista che ha in Marco Travaglio la sua migliore espressione, con giudici che affermano che “non ci sono innocenti che vanno in galera ma solo colpevoli che la fanno franca”, e politici che “si adeguano”. Questo è l’inferno che ha vissuto Enzo Tortora, questo è l’inferno che vive il nostro Paese. Il 22 giugno scorso abbiamo avuto una grande occasione: votare 5 quesiti referendari, cinque SÌ che non avrebbero certo risolto tutti i problemi della giustizia ma sarebbero stati un buon inizio. E invece si sono persi, sono stati abbattuti come le case di Kiev. Ha vinto il potere. Quel potere che ha imposto ai media, tutti, Rai in testa, il silenzio stampa. Quel potere che ha ordinato alla politica di boicottare i referendum creando confusione e disinformazione. Quel potere che, come le bombe russe, ha soppresso un fondamentale strumento di democrazia diretta. Quel potere che si era già manifestato con la pronuncia della Corte Costituzionale. Mala tempora currunt! Per il presente e per il futuro. I garantisti sono stati sconfitti, ma come diceva John Belushi “quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare”.

Una nuova partita, quindi, politico-istituzionale per affermare lo stato di diritto partendo da due correttivi fondamentali: anticipare la pronuncia della Corte Costituzionale sull’ammissibilità dei quesiti referendari prima della raccolta firme (non si può tirare lo sciacquone su un milione di firme, come è avvenuto per il quesito sull’eutanasia) e abolire il “quorum” perché in nessun’altra consultazione popolare è previsto quel “tetto” che privilegia una parte a discapito di un’altra. La partita sarà lunga e faticosa, con avversari “potenti” che non rispettano le regole, sarà difficile ma non impossibile. Una partita da giocare, da vincere per poter dire, come Dante, “e quindi uscimmo a riveder le stelle”. Francesca Scopelliti

·        Fausta Bonino.

Altro che infermiera killer: Fausta Bonino travolta da un teorema «destituito di fondamento». Ecco perché l'ex dipendente dell'ospedale di Piombino è stata assolta. Dai giudici d'appello una vera e propria lezione di diritto. Simona Musco su Il Dubbio il 7 maggio 2022.

Una vera e propria lezione di diritto. Si possono riassumere così le 172 pagine che motivano l’assoluzione in appello di Fausta Bonino, per sei anni conosciuta da tutti come “l’infermiera killer”. Un’etichetta atroce che le è rimasta addosso fino al 24 gennaio scorso, quando i giudici della Corte d’Appello di Firenze l’hanno assolta dall’accusa di omicidio volontario plurimo aggravato per le dieci morti avvenute nel reparto di rianimazione dell’ospedale Villamarina di Piombino (Livorno) tra il settembre del 2014 e il settembre del 2015. Un’assoluzione che è arrivata dopo una condanna all’ergastolo pronunciata, secondo i giudici d’appello, sulla base di un assunto «destituito di fondamento», che costituisce piuttosto «una ipotesi formulata in astratto, ma non corrispondente alla effettiva realtà dei fatti»: il reparto in cui sono avvenute le morti era infatti agevolmente accessibile a tutto il personale sanitario e parasanitario dell’ospedale di Piombino. E la sentenza di primo grado era basata, di fatto, sull’assunto che non esistessero spiegazioni alternative, ribaltando l’onere della prova sulla difesa.

Nel ricostruire il ragionamento del giudice di primo grado, la Corte d’Appello si trova costretta a ricordare che non è consentito «fondare la prova critica su una circostanza soltanto possibile, quand’anche probabile o verosimile o, peggio, su una circostanza di cui sia meramente supposta l’esistenza, risolvendosi una tale operazione nel minare la base stessa del “ragionamento” inferenziale, in contrasto con la regola codificata per cui la responsabilità dell’imputato deve “essere provata al di là di ogni ragionevole dubbio”». Una regola fondamentale, «perché, in presenza di un dubbio, non è possibile condannare in base al criterio di “quello che avviene nella maggior parte dei casi”, neppure se le probabilità della ipotesi accusatoria siano maggiori di quelle della tesi difensiva, neanche quando le probabilità siano notevolmente più numerose, essendo necessario che ogni spiegazione, diversa dall’ipotesi accusatoria, sia, secondo un criterio di ragionevolezza, non plausibile».

È bastato sentire i nuovi testimoni chiesti dalla difesa, rappresentata dall’avvocato Vinicio Nardo, per ribaltare la situazione. Il giudice di primo grado aveva infatti ritenuto che alcuni elementi fossero assolutamente certi, ovvero la somministrazione del farmaco con un’iniezione diretta in vena, che si trattasse di un certo tipo di eparina e che questo determinasse la possibilità di calcolare il momento di somministrazione con una relativa approssimazione, arrivando a parlare della “costante Bonino”, perché l’infermiera, secondo quei calcoli, era sempre presente. L’ultimo presupposto dato per certo è che il reparto fosse perfettamente controllato con due porte munite di badge e che quindi non vi fossero dubbi su chi fosse presente. Ma i giudici smontano uno per uno i capi d’accusa, sottolineando come «sia il presupposto dell’uso di quella specifica sostanza (eparina sodica non frazionata) che quello del metodo di somministrazione (mediante iniezione endovenosa in bolo) sono elementi che avrebbero dovuto essere certi, in quanto costituenti la premessa maggiore del ragionamento accusatorio e, invece, non, lo sono – si legge -. Si tratta, inoltre, di presupposti che non possono essere modificati senza porre in crisi la validità del criterio attraverso il quale, mediante l’incrocio dei range con i turni del personale sanitario in servizio nel reparto di anestesia e rianimazione, si è pervenuti all’individuazione dell’attuale imputata quale unica persona “sempre presente” nei quattro casi e, quindi, ritenuta responsabile».

È pure stato chiarito che l’effetto emorragico può prodursi in tempi notevolmente diversi (e variabili), dipendendo dalle condizioni personali, cliniche e terapeutiche del soggetto, nonché dalla sostanza utilizzata, dalla quantità e dal metodo di somministrazione. Inoltre, nell’ospedale di Piombino e nel reparto accorpato di anestesia-rianimazione e cardiologia «non è risultato esservi un registro di controllo sul carico e lo scarico dei farmaci, che erano quindi accessibili agevolmente e lasciati incustoditi sui carrelli». Ma non solo: «Il giudice di primo grado non si è neppure attenuto ai range ipotizzati dai periti, ma li ha rimodulati con criteri personali, senza considerare i dati probatori contrastanti, che ha ritenuto di superare con un ragionamento “circolare” che non poteva essere valido a prescindere dalle peculiarità dei singoli casi, sulle quali ha finito sostanzialmente per “glissare” ritenendo sufficiente il confronto con l’astratto e più volte richiamato “modello di azione dolosa del soggetto agente”». Gli ambiti temporali nei quali si ipotizza siano avvenute le somministrazioni della sostanza anticoagulante, «se anche fossero un dato certo – e non lo sono – non riportano a una persona ma, in relazione a ogni singolo periodo di tempo, a più sanitari».

L’individuazione di Bonino si basa su due ipotesi: che l’omicida appartenesse al personale sanitario del reparto di anestesia e rianimazione e che a tale reparto non potesse accedere personale diverso. «Ma anche tali ipotesi non sono suffragate da elementi di prova risultando, anzi – si legge – che in due casi su quattro i pazienti erano stati appena trasferiti nel reparto di terapia intensiva dalla camera operatoria e, in un terzo, dalla medicina generale. Il reparto in questione non era un luogo “blindato”, ma era agevolmente accessibile e non era controllato da telecamere, neppure dopo l’inizio delle indagini. Il “criterio del cartellino” è solo probabilistico circa le effettive presenze nel reparto in una certa fascia oraria. Come si è già rilevato, il primario, i medici, la caposala, potevano presenziare anche oltre l’orario di lavoro o senza essere formalmente in servizio». Addirittura al reparto si accedeva attraverso una porta, diversa da quella munita di chiave e di citofono esterno utilizzata per il passaggio dei visitatori nell’orario consentito, che si apriva dall’esterno con una semplice “spinta”, che metteva in collegamento con la sala operatoria e con altri reparti e vi era una (terza) porta di servizio utilizzata per uscire dal reparto, spesso lasciata aperta o semplicemente “accostata”. «È quindi ipotetico l’assunto che l’omicida sia stato necessariamente un appartenente al reparto di anestesia e rianimazione, peraltro senza che sia emerso un movente o, comunque, un movente in grado di diversificare, sotto il profilo delle motivazioni, un infermiere dall’altro e, più in generale, un operatore sanitario dall’altro. L’infondatezza delle contestazioni relative agli altri episodi di omicidio – concludono i giudici – ulteriormente affievolisce il già labile quadro indiziario dal quale è stata desunta la riferibilità delle condotte alla Bonino».

Da tgcom24.mediaset.it il 24 gennaio 2022.

La Corte di Appello di Firenze ha assolto dall'accusa di omicidio plurimo volontario Fausta Bonino, l'infermiera finita a processo per i decessi anomali di 10 pazienti avvenuti nell'ospedale di Piombino (Livorno) tra il 2014 e il 2015. La donna è stata condannata a un anno e mezzo per ricettazione. In primo grado era stata condannata all'ergastolo per quattro dei dieci decessi contestati. 

Bonino è stata assolta con la formula 'per non aver commesso il fatto'. Per lei in Appello il pg Fabio Origlio aveva chiesto l'ergastolo per nove dei dieci casi di decessi anomali di pazienti dell'ospedale di Piombino che erano contestati all'imputata. La condanna a un anno e mezzo per ricettazione, relativa ad alcuni medicinali trovati nella sua abitazione durante la perquisizione effettuata al momento del suo arresto, è stata dichiarata sospesa. 

"Ancora non ci credo", ha commentato. La donna, accompagnata dai familiari nel palazzo di giustizia fiorentino, è scoppiata in lacrime alla lettura del dispositivo. "Non potevano accusarmi - ha detto - per delle menzogne dette da qualcuno, non c'era altro". 

Fausta Bonino e la sentenza di assoluzione: «Mio figlio medico ha sempre creduto in me. Io, infermiera, le vite le ho salvate». Marco Gasperetti su Il Corriere della Sera il 25 gennaio 2022.

L’infermiera Fausta Bonino e la sentenza: «Ho sopportato il male assoluto». «Il processo? Non ho rancori. È stato un errore giudiziario clamoroso». «La Cassazione? Sono tranquilla» 

Racconta l’imputata che la cosa più bella non è stata la lettura della sentenza di assoluzione, ma l’abbraccio del figlio Andrea, un medico dell’ospedale di Firenze. «Mentre piangevo, ancora frastornata — ricorda — mi ha baciata e mi ha detto che era convinto che sarei stata assolta. Mi è stato sempre vicino questo figlio dottore, mi ha dato la forza, ha creduto in me e io non l’ho tradito, non solo come mamma ma anche come infermiera». Accanto all’avvocato Vinicio Nardo, poche ore dopo la sentenza della Corte d’assise d’Appello di Firenze, Fausta Bonino l’ex «infermiera killer di Piombino», si commuove ancora. «Per sei anni lunghissimi mi hanno accusato di aver assassinato con iniezioni di eparina dai 4 a 14 pazienti dell’ospedale di Piombino dove lavoravo. Sa che cosa ha significato per me?»

Che cosa, signora Bonino?

«Il male assoluto. Non solo come donna e come mamma di due figli, uno dei quali medico, ma come infermiera. Io le vite le ho salvate non soppresse. E solo il sospetto sarebbe stato insopportabile. Chi mi conosce sa come ho lavorato in reparto. Non mi sono mai risparmiata, ho lavorato da sola anche con turni pesantissimi e l’ho fatto con amore e dedizione».

Quali sono stati i momenti più difficili?

«L’arresto nel marzo del 2016. Mi chiusero in una cella del carcere Don Bosco di Pisa senza che io riuscissi a capire quale fosse l’accusa. Non potevo parlare con nessuno, neppure con mio marito e i miei figli. Tutte le carcerate giuravano di essere innocenti, ma io lo ero davvero e non parlavo. Ci sono stata 21 giorni in galera ed è stato terribile. Quando sono uscita, grazie al tribunale di sorveglianza, ho pensato che ormai le cose peggiori fossero passate, che la verità sarebbe venuta alla luce. E invece poi è arrivata la sentenza di primo grado».

Con la quale il giudice monocratico del tribunale di Livorno l’ha condannata all’ergastolo per 4 dei 13 omicidi di cui inizialmente era accusata. C’erano le prove?

«No, si era indagato a senso unico. Ma non do giudizi, non ho rancori. È stato un errore giudiziario clamoroso ma per fortuna oggi (ieri, ndr) a Firenze si è dimostrato che la giustizia esiste. Lo choc però di quella sentenza me lo porto ancora dentro. Ero libera, in attesa degli altri gradi di giudizio, ma non riuscivo ad uscire da casa. Mi sono auto condannata ai domiciliari».

Aveva timore del giudizio della gente?

«Assolutamente no. Anzi sono rimasta stupita dalla solidarietà che mi ha circondato. Tutti credevano alla mia innocenza. Non ho mai ricevuto minacce, critiche, sguardi di odio».

Ha mai incontrato i familiari delle vittime?

«Li ho visti solo durante le udienze. Avrei voluto parlare con loro, ma ero imbarazzata. Che cosa avrei potuto raccontargli se non che ero innocente? Mi dispiace che dopo anni ancora non sia stato trovato il colpevole».

Lei ha un’idea di chi sia il killer?

«No, le cose che sapevo le ho dette agli investigatori. Spero che prima o poi la verità venga fuori».

Che cosa farà adesso?

«Non ho dormito tutta la notte e non ho mangiato. Ora l’unico mio pensiero è quello di riposarmi e di stare in famiglia. Poi arriveranno i miei figli e cercheremo di ritrovare un po’ di serenità. Poi andrò al santuario di Montenero, sulle colline di Livorno, a ringraziare la Madonna».

Ci potrebbe essere anche un ricorso in Cassazione. Si sente tranquilla?

«Sì. È tornata la mia fiducia nella giustizia. Non ho più paura».

DA TUTTO A NIENTE. Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” il 25 gennaio 2022.  

Come si fa a credere nella giustizia, quando l'infermiera Fausta Bonino viene condannata in primo grado all'ergastolo e poi assolta in appello «perché il fatto non sussiste»? Dopo essere stata indagata per dieci omicidi, condannata per quattro e nuovamente accusata per nove. Dieci, quattro, nove, zero: in due soli gradi di giudizio.

Questo si chiama «dare i numeri». Fausta Bonino lavorava presso il reparto di rianimazione di Piombino ed era stata ritenuta colpevole di una vera e propria strage, realizzata iniettando ai pazienti delle dosi massicce di eparina. Il (folle) movente: una vendetta verso l'ospedale per qualche torto che sosteneva di avere ricevuto. Ora si scopre che non è vero nulla, e noi naturalmente ci crediamo.

Ma allora chi è stato a iniettare l'eparina, visto che nessuno ha mai fatto cenno ad altri sospettati? Ed è previsto che chi ha sbagliato, trasformando l'infermiera in un mostro, paghi? Tra un ergastolo e il non avere commesso il fatto, il divario è troppo eccessivo per poter essere accettato. Sarebbe come se un medico mi dicesse che ho un'infezione all'orecchio e quello successivo che ce l'ho al malleolo.

Almeno uno dei due verdetti non è solo sbagliato, ma sciatto e dilettantesco. Il pensiero va ai familiari dei pazienti uccisi. Dopo avere sperimentato in sequenza l'efficienza del sistema ospedaliero e di quello giudiziario, non so quanto riusciranno a credere ancora in uno Stato che in questi giorni si sta dando un nuovo Capo, ma aspetta di ritrovare la testa.

Grazia Longo per “La Stampa” il 26 gennaio 2022.

Lei, Fausta Bonino, 58 anni, tristemente nota come «l'infermiera killer di Piombino» ancora esulta per la completa assoluzione, l'altro ieri al processo d'appello, dopo la condanna all'ergastolo in primo grado per la morte di quattro pazienti (l'accusa era di dieci omicidi) uccisi con massicce iniezioni di eparina. 

«Finalmente i giudici mi hanno creduto - afferma -. Non ho mai ucciso nessuno. Al primo processo sono stata vittima di un clamoroso errore giudiziario». I parenti delle vittime gridano invece allo «scandalo», parlano di una sentenza «vergognosa» e chiedono che «vengano al più presto riaperte le indagini». Dieci morti sospette sono avvenute nel reparto di rianimazione dell'ospedale Villamarina di Piombino, in provincia di Livorno, dove l'infermiera lavorava, tra il settembre del 2014 e il settembre del 2015. Bonino è stata prosciolta «per non aver commesso il fatto».

È stata invece dichiarata sospesa la condanna a un anno e mezzo per la ricettazione di alcuni medicinali trovati nella sua abitazione durante la perquisizione effettuata al momento dell'arresto. Monica Peccianti, 55 anni, contabile, ricorda ancora con amarezza quando suo padre Francesco morì a 77 anni, nel 2014, dopo essere stato trasferito in Terapia intensiva per una polmonite: «Quando scoprimmo che gli avevano iniettato l'eparina fu uno choc. Le indagini dei carabinieri del Nas e della procura portarono a incolpare Fausta Bonino. Questa sentenza di assoluzione è vergognosa. Sono attonita, esterrefatta, arrabbiata. Non riesco a capire come sia stato possibile passare dall'ergastolo a scagionarla definitivamente».

Per Monica Peccianti, inoltre, ora si pone un'altra questione: «Se non è stata lei, che comunque secondo i Nas era presente in reparto nei turni in cui venne somministrata l'eparina in eccesso, allora chi è stato? A questo punto dovrebbero riaprire le indagini perché vuol dire che c'è un assassino in giro. In ogni caso, meno male che c'è ancora la Cassazione, anche se avere fiducia nella giustizia adesso è più difficile». Decisamente sfiduciato è Francesco Valli, 69 anni, figlio di Marcella Ferri che perse la vita a 84 anni nel 2015: «Come si fa a credere nella giustizia? Il verdetto di assoluzione è uno scandalo che mi fa ribrezzo. Mi scusi la parola forte, ma per me è proprio uno schifo. Non mi stancherò di ripeterlo. I giudici non hanno tenuto conto di testimonianze importanti come la mia».

Francesco Valli sostiene (e lo ha ribadito anche in aula durante il processo) di aver visto Fausta Bonino mentre praticava una puntura alla madre senza però annotarla nella sua cartella clinica. «Lei nega di aver fatto quella iniezione, ma io l'ho vista con i miei occhi e secondo me in quel momento le stava dando l'eparina. Ma non mi hanno creduto». Più moderata, invece, è la reazione di Luigi Coppola, attuale vicesindaco di Piombino, il cui zio paterno Luigi morì a 82 anni nel 2015: «Resta il dolore e lo sconforto per la sua scomparsa improvvisa, tre ore prima di spirare era vigile e poi all'improvviso se n'è andato.

Ma questo processo, come molti altri, è alquanto complesso. Ci sono precedenti di sentenze discordanti tra un grado di giudizio e l'altro, del resto ne abbiamo tre proprio per valutare bene i casi. Un problema tuttavia si pone: chi è il colpevole? Di sicuro il nostro territorio ha bisogno di maggiore sicurezza sul fronte della sanità».

Le morti di Piombino e l'infermiera assolta dopo sei anni (e un ergastolo). Cristiana Mangani per "il Messaggero" il 26 gennaio 2022.  

Dall'ergastolo all'assoluzione: la Corte d'appello di Firenze ha ribaltato la sentenza con cui il tribunale di Livorno aveva condannato Fausta Bonino, l'infermiera dell'ospedale di Piombino accusata dalla procura di aver causato la morte di almeno quattro degenti tramite somministrazioni di eparina. Il giorno dopo la lettura del verdetto nella casa di famiglia si respira aria di festa. Sul pianerottolo, appeso a un muro, c'è un quadretto ricamato con il punto a croce sul quale si legge: «Nella mia casa sono benvenuti il sole, gli animali e gli amici».

E di amici, Fausta Bonino e il marito Renato Di Biagio, sembra che ne abbiano avuti sempre tanti, anche nei momenti più bui, anche quando una condanna in primo grado all'ergastolo aveva fatto precipitare tutti nella disperazione.

Signor Di Biagio, vi aspettavate una sentenza di assoluzione?

«Dopo 20 giorni di carcere, come quelli passati da mia moglie, gli interrogatori, le indagini, una condanna all'ergastolo, non sapevamo più cosa pensare». 

E quando il presidente ha letto la sentenza come avete reagito?

«Mia moglie mi ha guardato, non ha capito subito cosa volessero dire quelle parole. Poi è scattato l'entusiasmo, gli abbracci, l'emozione. Nonostante tutto ci abbiamo sempre sperato, perché quando sai di essere completamente estraneo a quello che ti contestano, sei certo che la verità, alla fine, verrà fuori».

Cosa sono stati per voi questi anni?

«Ci siamo ritrovati improvvisamente messi alla gogna, Fausta veniva trattata come un mostro. Immagini cosa può voler dire finire in un gorgo come questo per una persona che è innocente. È un incubo che sembrava non finire più».

Quando sua moglie è stata arrestata cosa è successo nella vostra vita?

«Chi ci conosceva sapeva benissimo che persone fossimo. In questi anni abbiamo avuto solo manifestazioni di affetto, tanta solidarietà da parte di tutti. Certo, poi c'erano gli haters, i leoni da tastiera, quelli che hanno continuato a dire cose velenose sul web. Ma Fausta non ha mai voluto frequentare i social, e io, sapendo quale fosse la verità, non ho badato alle cattiverie. Non mi importava proprio».

Ha mai, anche per un attimo, dubitato di sua moglie?

«Assolutamente mai. Stiamo insieme da quasi quarant' anni, nessuno la conosce meglio di me. Non avrebbe mai potuto fare una cosa del genere, lei le persone le ha salvate, le ha curate, non so veramente come si sia potuto pensare che fosse un'assassina. Certo, fino a l'altro giorno, non ci sentivamo comunque tranquilli: c'era una sentenza che doveva essere emessa». 

Cosa vi preoccupava?

«Non potevamo sapere cosa sarebbe successo nel processo. Mia moglie è sempre stata innocente, eppure si è ritrovata in carcere e poi condannata in primo grado all'ergastolo. Hanno detto inizialmente che aveva agito senza rendersene conto, subito dopo che era una criminale fredda e spietata. Con queste premesse si poteva arrivare ovunque. Sono stati anni molto pesanti. Abbiamo speso tutto, sia economicamente che emotivamente, ci hanno distrutto la vita e adesso dovremo ricominciare leccandoci le ferite dopo quello che abbiamo sofferto».

Vi rivarrete sullo Stato per il periodo di detenzione?

«Innanzitutto dobbiamo aspettare le motivazioni, e poi un eventuale processo in Cassazione. In ogni caso non esiste un risarcimento civile per quello che ci è stato fatto, e cosa potremmo avere mai dallo Stato in termini economici, cento euro al giorno? A noi, ora, importa solo che l'incubo sia finito». 

Chi ha sbagliato in questa storia?

«Non è il primo caso di errore giudiziario. Non sta a me definire le colpe. Spesso ci si innamora delle tesi e le si persegue a tutti i costi».

Restano quelle morti senza un colpevole.

«Noi non sappiamo cosa sia successo in ospedale in quegli anni, io so soltanto che Fausta è innocente. E ora sta alla magistratura scoprire le cause».

Adesso cosa farete?

«Ci godremo questo momento e, finalmente, ci rilasseremo». 

Mentre Renato parla si sente in lontananza un chiacchiericcio, voci finalmente allegre di familiari e amici. Signor Renato che ha detto vostro figlio medico alla mamma dopo la sentenza?

«Le ha detto: Ero certo, mamma, che sarebbe andata così. E l'ha abbracciata».

Assolta l'infermiera accusata di 10 decessi: "Mai ucciso nessuno". Tiziana Paolocci il 25 Gennaio 2022 su Il Giornale.

La donna era stata condannata all'ergastolo. Decisivi i racconti dei medici di Piombino.

«Non potevano accusarmi per delle menzogne dette da qualcuno. Non c'era altro». Piange Fausta Bonino, l'infermiera dell'ospedale Villamarina di Piombino (Livorno), finita sotto processo per i decessi di dieci pazienti avvenuti nell'unità operativa di anestesia e rianimazione della struttura sanitaria tra il settembre del 2014 e il settembre del 2015. Le lacrime le rigano le guance mentre la corte d'appello di Firenze legge la sentenza, alla presenza dei suoi familiari, che l'assolve dal reato di omicidio plurimo volontario.

Fausta è stata condannata invece a un anno e mezzo per ricettazione, perché nel corso di una perquisizione a casa sua gli investigatori avevano trovato farmaci che lei aveva sottratto all'ospedale. Ma è ben poca cosa rispetto all'altro reato che le era stato addebitato: aver ucciso somministrando arbitrariamente un farmaco anticoagulante (l'eparina), senza che vi fosse alcuna prescrizione nelle cartelle dei malati, in dosi tali da cagionare la morte.

Così l'avevano definita per anni infermiera killer, proprio come la collega Daniela Poggiali indicata come responsabile nel 2014 del decesso all'ospedale Umberto I di Lugo (Ravenna) di un uomo e una donna, ai quali si sospettava avesse praticato iniezioni di potassio. Ma la Poggiali è stata assolta a ottobre dalla Corte di assise di appello di Bologna perché «il fatto non sussiste» nel corso dell'appello ter.

In primo grado, invece, la Bonino era stata condannata all'ergastolo per quattro dei dieci decessi contestati. Nella sua requisitoria nel processo d'appello il pg Fabio Origlio aveva chiesto addirittura la stessa condanna per nove dei dieci casi contestati. Invece le testimonianze di quattro persone, tra medici e infermieri dell'ospedale di Piombino, sono state determinanti per ridarle la libertà. E hanno ribaltato la questione. I camici bianchi hanno spiegato infatti ai giudici che l'accesso al reparto dove era in servizio l'infermiera era possibile anche senza badge di riconoscimento del personale autorizzato.

«Io credo - ha sottolineato l'avvocato Vinicio Nardo, che il difende la donna - che la chiave siano state queste testimonianze e sia stata anche l'evidenza di altri elementi che in primo grado erano stati ritenuti certi ma che certi non erano, quindi la catena del ragionamento accusatorio si è spezzata in più punti».

«Ci voleva grande professionalità per assolvere Fausta Bonino - ha aggiunto il legale - e la corte di appello di Firenze ce l'ha avuta. Credo che si sia fatta giustizia dopo anni passati nel frullatore della mia assistita. La sentenza di primo grado oggettivamente non reggeva. Dava per certa una serie di fatti, come il tipo di sostanza usata (eparina), il metodo di somministrazione e la presenza in reparto che invece erano tutt'altro che certi. Bisogna invece sempre avere dei dubbi e fare delle indagini su tutti gli aspetti che emergono. Gli inquirenti hanno dato per scontato che l'ingresso al reparto fosse controllato e invece non lo era. E chiaramente questo è un sassolino che diventato una slavina». Tiziana Paolocci

Non era l’infermiera killer: assolta dopo 6 anni di gogna. Dopo una condanna in primo grado all’ergastolo, Fausta Bonino è stata assolta dai giudici della Corte di appello Firenze dall’accusa di omicidio volontario plurimo aggravato per le dieci morti avvenute nel reparto di rianimazione dell’ospedale Villamarina di Piombino. Simona Musco su Il Dubbio il 24 gennaio 2022.

Il marchio era già stato apposto il 30 marzo 2016, il giorno dell’arresto: Fausta Bonino, per l’intero Paese, era “l’infermiera killer”. Un’etichetta atroce che nessuno le ha scucito di dosso per sei lunghi anni, nonostante gli scricchiolii dell’inchiesta e le parole pronunciate dal Riesame già 21 giorni dopo l’arresto, quando la rimise in libertà definendo l’indagine che l’aveva travolta «lacunosa».

Ma oggi, dopo una condanna in primo grado all’ergastolo per quattro decessi considerati sospetti, la 58enne è stata assolta dai giudici della Corte di appello Firenze dall’accusa di omicidio volontario plurimo aggravato per le dieci morti avvenute nel reparto di rianimazione dell’ospedale Villamarina di Piombino (Livorno) tra il settembre del 2014 e il settembre del 2015. Il sostituto procuratore Fabio Origlio aveva chiesto la condanna all’ergastolo per nove dei dieci casi contestati, andando, dunque, ad appesantire la prima sentenza, che le attribuiva la responsabilità di quattro di quei decessi. Ma alla fine la Corte ha accolto la richiesta della difesa, condannandola ad un anno e mezzo per il solo reato di ricettazione, relativa ad alcuni medicinali trovati nella sua abitazione durante la perquisizione effettuata al momento del suo arresto, condanna dichiarata sospesa. «Ancora non ci credo – ha commentato la donna in lacrime dopo la lettura della sentenza -. Non potevano accusarmi per delle menzogne dette da qualcuno, non c’era altro».

È bastato sentire i nuovi testimoni chiesti dalla difesa, rappresentata dall’avvocato Vinicio Nardo, per ribaltare la situazione e mettere in dubbio quella che per tutti era diventata la “costante Bonino”, ovvero la convinzione che in reparto, nel momento in cui venivano effettuate le iniezioni letali, ci fosse solo lei. «Potrebbe dirsi, banalmente, che è una sentenza che viene riformata sulla base di dati tecnici, che ci sono tutti – ha spiegato il legale al Dubbio -. Ma essendo stata, questa donna, etichettata come un killer, come un mostro, diventa un fatto sensazionale, perché il processo mediatico aveva già emesso la sua sentenza nel momento in cui la etichettava. Il frullatore ha già lavorato per sei anni: Bonino ha perso il lavoro ed è andata in carcere». Insomma, la sentenza era arrivata anni fa, quando per tutti quella donna ha smesso di essere una presunta innocente diventando il prototipo del mostro. La questione è complessa da un punto di vista scientifico, ma ridotta all’osso, ha aggiunto Nardo, è anche semplice: «Il giudice, sulla base di indicazioni date dagli inquirenti e anche dai periti, ha ritenuto che alcuni elementi fossero assolutamente certi, ovvero che la somministrazione del farmaco sia avvenuta con un’iniezione diretta in vena, che si trattasse di un certo tipo di eparina e che questo determinasse la possibilità di calcolare il momento di somministrazione con una relativa approssimazione, arrivando a parlare della “costante Bonino”, perché la mia assistita, secondo quei calcoli, era sempre presente.

L’ultimo presupposto dato per certo è che il reparto fosse perfettamente controllato con due porte munite di badge e che quindi non vi fossero dubbi su chi fosse presente – ha sottolineato -. Con più atti di rinnovazione probatoria in appello, fatto straordinario, perché venivamo da un abbreviato secco, abbiamo spiegato che il metodo di somministrazione non è assolutamente certo, che non è sicuro che si trattasse di quel tipo di eparina anziché di un altro e che la porta controllata era solo una e non due e vi era anche una terza porta che portava fuori. Non c’era certezza sulle persone presenti in reparto in quei momenti».

Bonino era finita in carcere con l’accusa di aver ucciso 14 pazienti ricoverati a Villamarina iniettando dosi letali di eparina. Secondo l’accusa, avrebbe pianificato e causato la morte di quelle persone mediante l’uso «deliberato e fuori dalle terapie prescritte» di eparina in dosi massicce, tali da «determinare il decesso» provocato da improvvise emorragie. Ad aprile di sei anni fa, però, a farsi venire il primo dubbio fu il tribunale del Riesame, secondo cui l’inchiesta si fondava su indizi né gravi né precisi né concordanti. «Sono vittima di un complotto», disse all’epoca la donna, secondo cui qualcuno aveva costruito «addosso» a lei le prove da consegnare ai Nas. «Mi hanno messo le manette, rinchiusa in una cella, sbattuta in prima pagina come se fossi un mostro – raccontò all’epoca -. E soprattutto ho subito interrogatori durante i quali si è tentato di farmi dire ciò che non era vero e non pensavo affatto». Ma non solo: si tentò di far coincidere il suo profilo con quello di una serial killer e di lei si disse di tutto, perfino che andasse ubriaca al lavoro. Ora di tutto quel fango non è rimasto nulla. Solo le lacrime, questa volta di gioia.

«Non ero l’infermiera killer: ho pensato di farla finita, ma dovevo provare la mia innocenza». Parla Fausta Bonino, assolta dopo una condanna all'ergastolo: «Mi avevano definita pazza. Dopo l’arresto volevo farla finita: era un incubo». Simona Musco su Il Dubbio il 26 gennaio 2022.

Accanto al suo nome, persino dopo l’assoluzione, si legge ancora, da qualche parte, la definizione “infermiera killer”. Un’etichetta capace di sopravvivere perfino alla sentenza secondo cui Fausta Bonino, la 60enne ex infermiera del reparto di rianimazione dell’ospedale Villamarina di Piombino (Livorno), «non ha commesso il fatto». La donna, nel 2016, è finita in un vero e proprio incubo: dopo 35 anni di onorata carriera è stata arrestata con l’accusa di aver ucciso 10 pazienti del suo reparto. L’ipotesi della procura era pesantissima: omicidio volontario continuato, con l’aggravante della crudeltà e della violazione dei doveri inerenti ad un servizio pubblico. Dietro le spalle degli inquirenti, nel corso della conferenza stampa, campeggiava la scritta “killer in corsia”. Il tutto da ricollegare «verosimilmente allo stato psichico dell’infermiera, in particolare a depressione, uso di alcol e di psicofarmaci». Insomma, racconta oggi al Dubbio, «mi avevano definita pazza». Tutto ciò, dopo poco tempo, si dissolse nel nulla. Ma Bonino, per sei lunghi anni, è rimasta chiusa in casa, marchiata a fuoco da un’accusa che, in primo grado, le è costata un ergastolo per quattro decessi sospetti. Oggi tutto è stato ribaltato: Fausta Bonino, dicono i giudici, è innocente. «Dopo l’arresto volevo farla finita: era un incubo – ci ha raccontato -. Ora, invece, credo di nuovo nella giustizia».

Come ha vissuto la lettura della sentenza?

Il giudice ha letto tutto talmente velocemente che non ero riuscita a sentire la parola “assolve” ed ero convinta che mi avessero di nuovo condannata. Ero nervosissima. Alla lettura della sentenza del processo di primo grado, invece, ci ero andata tranquilla: sapevo di essere innocente e quindi ero convinta che non ci fosse assolutamente nulla e che non potessero in alcun modo condannarmi sulla base di quel nulla. Ma non andò come mi aspettavo. Così, questa volta, ero spaventatissima, anche se poi è andato tutto bene. Solo che non riesco ancora a realizzare: dopo sei anni così faccio ancora fatica a capire se sia vero o meno.

Come sono stati questi sei anni?

Non uscivo più di casa. Ho lavorato vent’anni e ho sempre seguito i miei pazienti per tutto il percorso con amore. Loro mi riconoscevano per strada, mi consideravano un’amica… Non avrei mai potuto fare una cosa del genere. Poi ho una passione enorme per il mio lavoro: mio figlio ha fatto l’anestesista proprio per l’amore che gli ho trasmesso io. Lavora a Firenze e lunedì ha preso un giorno dal lavoro per stare vicino a me durante la lettura della sentenza. Era sicuro che sarebbe andata bene.

Com’è stato il momento dell’arresto?

Un trauma enorme. Sono stata arrestata in aeroporto e solo dopo ore, quando mi trovavo al comando, mi è stato detto quale fosse il motivo. Eravamo increduli. Ho chiamato il primo avvocato disponibile e ho cercato di capire cosa stesse accadendo. Hanno perquisito casa mia e mi hanno allontanata da mio marito, senza farmelo più vedere per giorni. Non so come io abbia fatto a superare questa cosa. Il giorno dopo, quando vidi l’avvocata, le dissi che volevo farla finita. Mi sembrava un incubo quanto stava accadendo: ero su tutti i giornali. Ma lei mi disse che se mi fossi ammazzata sarei rimasta colpevole. Mi ha detto che avrei dovuto dimostrare la mia innocenza, perché se fossi morta tutto sarebbe rimasto così come cristallizzato dalle indagini. E per tutti sarei stata per sempre l’infermiera killer. Ho rivisto mio marito e i miei figli dopo due o tre giorni e quando ho visto in che condizioni erano forse ho trovato la forza di andare avanti, per non dar loro un dispiacere. Mi hanno incoraggiata. I miei figli mi hanno detto: “Mamma, sappiamo che non hai fatto nulla”. Sapevo anche io di non aver fatto nulla e speravo che la verità, prima o poi, venisse fuori. Invece ci sono voluti sei anni.

Non le è stato risparmiato nulla.

Non ho capito come sia stato possibile, il giorno dopo, trovare tutte quelle cose sui giornali. Non avevo mai avuto nessun problema al lavoro, nessuno scatto d’ira con i colleghi o cose simili. Invece dappertutto si parlava di me come di una folle: è stato scritto di tutto e di più.

Erano informazioni contenute nell’ordinanza di custodia cautelare?

Durante la conferenza stampa dei Nas, di cui ho la registrazione, si disse che avevano catturato un’omicida, molto probabilmente matta, che ce l’aveva con l’ospedale… Insomma, su molti giornali mi si descriveva come una pazza.

Una diagnosi, non un’indagine.

Hanno fatto quello che volevano.

Come sono stati quei 21 giorni in carcere?

Sono passati, per fortuna, ma li ho vissuti malissimo. Non saprei come altro definire quei momenti. Tagliata fuori dalla famiglia, dal mondo.

Perché si è ritrovata in una situazione del genere, secondo lei?

Il problema è che hanno indagato solo su di me, a senso unico, scartando tutte le altre possibilità. Non so dire perché, ma è andata così. In conferenza stampa hanno parlato di una serial killer, ma c’erano un sacco di errori medici e di problemi da prendere in considerazione: tutto, invece, è stato scartato, tutto è stato messo da parte. Ed io non potevo dire nulla, perché mi trovavo in quelle condizioni. Non conosco i motivi, ma spero, una volta che tutto sarà finito, di capire come sia stato possibile.

Quella definizione cos’ha significato per lei?

L’ho vissuta male. Mi sono chiusa in casa, cercavo di non uscire: avevo paura della gente. Andavo solo a trovare i miei figli, uno dei quali vive a Parigi, l’altro a Firenze. Ma devo dire che tutte le persone che mi conoscevano non hanno mai creduto a queste accuse. Ho ricevuto telefonate anche da persone con le quali ho frequentato il corso da infermiera e che non sentivo da anni. I commenti cattivi sono arrivati invece da chi non conoscevo, specie sui social: non si risparmiavano. Il mio avvocato mi riferiva tutto. Mi ha fatto dispiacere ed anche per questo ho evitato di seguire tutto quello che si diceva.

Teme che la sentenza possa essere annullata?

No, ora ho molta fiducia.

Lei ha perso il lavoro a questa vicenda: cosa farà ora?

Ne parlerò con il mio avvocato nei prossimi giorni. Non ci ho ancora pensato: devo ancora realizzare.

Il caso di Fausta Bonino. Infermiera ‘killer’ di Piombino, cancellato l’ergastolo per le morti in reparto: “Mai ucciso nessuno, contro di me menzogne”. Fabio Calcagni su Il Riformista il 24 Gennaio 2022. 

Assoluzione. È questa la sentenza pronunciata dai giudici della corte di Appello di Firenze a conclusione del processo di secondo grado nei confronti di Fausta Bonino, l’infermiera accusata di omicidio volontario plurimo aggravato per dieci morti sospette avvenute nel reparto di rianimazione dell’ospedale Villamarina di Piombino, in provincia di Livorno.

In primo grado il Gup del tribunale di Livorno, il 19 aprile del 2019, aveva condannato Bonino all’ergastolo: la donna, riconosciuta colpevole per la morte di quattro dei dieci pazienti (assolta per gli altri sei casi perché il fatto non sussiste) aveva lavorato nel reparto dell’ospedale Villamarina tra il settembre del 2014 e il settembre del 2015.

In secondo grado il pg Fabio Origlio aveva chiesto la condanna all’ergastolo per nove dei dieci casi contestati, mentre la difesa aveva chiesto l’assoluzione, dato che l’infermiera si è sempre proclamata innocente.

L’INDAGINE – Bonino era stata iscritta nel registro degli indagati nel dicembre del 2015 e arresta il 30 marzo del 2016 perché sospettata di aver ucciso una serie di pazienti durante la loro degenza nel reparto di anestesia e rianimazione dell’ospedale.

Secondo l’accusa l’infermiera tramite l’uso “deliberato e fuori dalle terapie prescritte” di eparina in dosi tali da “determinare il decesso“, avrebbe pianificato e causato la morte di dieci persone, addirittura 13 all’inizio dell’inchiesta.

L’arresto della donna venne annullato il 20 aprile 2016 dal Tribunale del Riesame, rimettendo l’infermiera in libertà. Al termine del primo grado di giudizio, con rito abbreviato, Bonino venne condannato il 19 aprile 2019 all’ergastolo per omicidio volontario plurimo e aggravato per quattro morti sospette, venendo assolto dagli altri sei.

LA REAZIONE ALLA SENTENZA – Alla lettura del dispositivo l’ex infermiera è scoppiata in lacrime: “Non potevano condannarmi per delle menzogne dette da qualcuno“, ha commentato. “I giudici mi hanno assolta perché mi hanno creduta: io non ho mai ucciso nessuno”, ha aggiunto ancora l’ex infermiera.

Per l’avvocato di Bonino, Vinicio Nardo, con la sentenza di Appello “si è fatta giustizia dopo anni passati nel frullatore da parte della mia assistita. La sentenza di primo grado oggettivamente non reggeva”.

“La sentenza di primo grado – ha aggiunto Nardo – dava per certa una serie di fatti, come il tipo di sostanza usata, il metodo di somministrazione e la presenza in reparto che invece erano tutt’altro che certi“.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

·        Francesco Addeo.

La storia. Il caso di Francesco Addeo, arrestato e processato per errore assolto dopo 20 anni. Viviana Lanza su Il Riformista il 23 Dicembre 2021. La ministra della Giustizia Marta Cartabia ha detto che «sta diventando quasi un luogo comune». Parlava del problema della «lentezza e farraginosità dei processi». «Un problema risalente nel tempo e stratificato». Su quest’ultima definizione non si può che concordare, sulla prima, quella del luogo comune, ci sono delle riserve. Perché la realtà è sotto gli occhi di tutti.

«Stiamo gettando le basi perché un’inversione di rotta possa avvenire presto – ha aggiunto la ministra -. Passi importanti sono stati compiuti e sono le fondamenta di un edificio che è tutto da costruire». La speranza, si sa, è l’ultima a morire. Intanto nelle aule di giustizia continuano a trascinarsi processi che durano anni e fuori da quelle aule continuano a esserci vite costrette a rimettere insieme alla buona i cocci di inchieste nate da errori o sviste dei magistrati. E la ministra Cartabia, nel discorso ai dipendenti del ministero della Giustizia che ha voluto incontrare per portare i suoi auguri di buon Natale, ha citato anche la storia di un professore di Napoli che chiedeva di tornare a vedere i suoi alunni dopo un processo durato 20 anni e terminato con una sentenza di assoluzione. «Dietro ogni lettera che arriva al ministero ci sono sempre singole persone, vite in carne e ossa, persone che ci affidano le loro storie e difficoltà» ha sottolineato la ministra parlando raccontando di essere stata «enormemente colpita» da alcuni incontri. Tra questi, quello con il professore napoletano sotto processo per vent’anni prima dell’assoluzione.

Quell’uomo si chiama Francesco Addeo. Oggi ha ottant’anni, e dopo aver combattuto a lungo con una cattiva giustizia adesso combatte con i problemi di salute, ha subìto un trapianto di fegato e forse dovrà fare un altro intervento. Per superare il trauma della gogna mediatica e giudiziaria scrive le sue memorie e coltiva nel cuore il sogno di rincontrare i suoi studenti, quelli che il 23 marzo 2001 fu costretto ad abbandonare perché i magistrati, credendo alle dichiarazioni di due imprenditori detenuti da tempo e che a seguito delle loro dichiarazioni sul docente ottennero gli arresti domiciliari, lo fecero arrestare. Addeo era allora capo del Cnr di Avellino, ordinario alla facoltà di Agraria della Federico II, direttore di centri di ricerca a Lodi e In Corsica, considerato non solo in Italia uno dei maggiori esperti nelle produzioni lattiero casearie.

Lo accusavano di essersi prestato a certificare la bontà di un burro non genuino da vendere sul mercato francese. Un’accusa che lo costrinse a vivere da recluso in una cella per quattro mesi, ai domiciliari per altri due e poi attendere anni il processo. In primo grado fu assolto da tutti i reati fine e condannato per il solo concorso in associazione semplice. Una sentenza che in Appello lasciò i giudici «sconcertati»: «Il Tribunale si lascia trascinare da considerazioni e descrizioni non di fatti concreti ma di contorni, immagini, impostazioni di rapporti e così via». Di qui l’assoluzione, che ha riportato giustizia ma non ha cancellato il dolore.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

·        Giacomo Seydou Sy.

Da unionesarda.it il 25 gennaio 2022.  

La Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) ha condannato l’Italia per la detenzione di Giacomo Sy, 28 anni, figlio dell'attrice e scrittrice Loretta Rossi Stuart e nipote dell’attore Kim. 

Il giovane, affetto da turbe della personalità e bipolarismo, doveva essere detenuto in una residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), e invece ha trascorso due anni nel carcere romano di Rebibbia perché nei Rems non c'era posto e le autorità non sono state in grado di trovare una soluzione alternativa.

La Cedu ha condannato dunque l'Italia per averlo trattato in modo inumano e ha stabilito che lo Stato dovrà versargli 36.400 euro per danni morali. 

La vicenda inizia nel luglio del 2018, quando Giacomo Seydou Sy, nato nel 1994 e residente a Mazzano Romano (Roma), è arrestato per furto e resistenza alle forze dell'ordine. Sy sarà infine condannato, ma il giudice deciderà che data la sua situazione deve essere messo agli arresti domiciliari. Giacomo non rispetta però le restrizioni e ritorna quindi in carcere.

Vi resterà fino al 27 luglio del 2020, nonostante i tribunali italiani abbiano stabilito che deve essere spostato in un Rems, e il 7 aprile del 2020 la Corte di Strasburgo abbia intimato all'Italia di spostarlo in una struttura adatta, non necessariamente un Rems.  

Nel condannare l'Italia, la Corte di Strasburgo nota che "nonostante la salute mentale di Sy fosse incompatibile con la prigione, l'uomo è restato due anni a Rebibbia, in un contesto caratterizzato da cattive condizioni carcerarie e senza una terapia per rimediare ai suoi problemi e evitare che si aggravassero". 

I giudici di Strasburgo evidenziano anche che "i governi hanno l'obbligo di organizzare il sistema penitenziario in modo da garantire il rispetto della dignità dei detenuti, indipendentemente da qualsiasi difficoltà finanziaria o logistica". "Il caso di Giacomo Seydou Sy dimostra un cortocircuito istituzionale nel nostro Paese inaccettabile", dichiara il presidente dell'Associazione Antigone, Patrizio Gonnella. 

"Nella sua decisione la Cedu - spiega Gonnella - non risolve solo un singolo caso, ma dà indicazioni su un ‘percorso’ che Governo e Parlamento devono seguire per evitare altre condanne e nuove violazioni dei diritti fondamentali".

La condanna Cedu: quel ragazzo con gravi problemi psichici non può stare in cella. Nonostante due decisioni dei tribunali, si trova ancora recluso a Rebibbia. Si tratta di uno dei tanti casi di persone trattenute illegalmente in carcere. Ecco perché la Cedu ha condannato l'Italia. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 25 gennaio 2022.

La Corte europea condanna l’Italia perché ha trattenuto in carcere un ragazzo con gravi problemi psichici nonostante i tribunali e la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo avessero ordinato il trasferimento in un centro dove potesse essere curato. Il nostro Paese ha violato l’art. 3 della Convenzione Europea, ovvero per trattamenti inumani e degradanti. Ma l’Italia è condannata anche per la violazione dell’articolo 5 comma 1, riguardante il periodo di detenzione illegittima; la violazione dell’articolo 5 comma 5, relativamente al mancato riconoscimento del diritto al risarcimento); dell’articolo 6 comma 1 (diritto a un processo equo) e l’articolo 34 (diritto di ricorso individuale). Parliamo di uno dei tanti casi di persone trattenute illegalmente in carcere, nonostante i giudici avessero disposto trasferimento verso luoghi di cura idonei. Al centro di questa vicenda c’è Giacomo Seydou Sy, nato nel 1994, residente a Mazzano Romano, che soffre di turbe della personalità e bipolarismo.

Il ragazzo, figlio di Loretta Rossi Stuart, sorella dell’attore Kim che si è battuta molto contro questo abuso, è stato accusato in vari momenti di molestie alla sua ex compagna, resistenza a pubblico ufficiale e furto. I giudici hanno ritenuto che il suo stato di salute non è compatibile con la detenzione in una prigione ordinaria. Ma nonostante questo, e due decisioni dei tribunali nazionali, Giacomo si trova ancora recluso nel carcere romano di Rebibbia da due anni. Per giustificare il mancato rispetto delle decisioni dei giudici, le autorità hanno fatto sapere di non essere in grado di trovare un’alternativa alla sua detenzione in carcere.

L’Italia dovrà versargli 36.400 euro per danni morali «la decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è solo uno dei tanti casi simili pendenti che riguardano la questione delle persone con patologie psichiatriche nel circuito penale. E a giorni si aspetta anche la sentenza della Corte Costituzionale (ordinanza 131/ 2021)», ricorda Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, il cui lavoro, insieme a quello della società civile in generale, è stato molto intenso sul tema e viene esplicitamente citato dalla Corte nella sua decisione. «È un provvedimento importante, che non contiene solo la risoluzione di un singolo caso, ma dà indicazioni su un percorso che governo e Parlamento devono seguire per evitare altre condanne e nuove violazioni dei diritti fondamentali», sottolinea ancora Gonnella.

«La Cedu afferma due principi importanti: il primo, le carceri non sono luoghi di cura per la presa in carico di patologie psichiatriche gravi, vanno dunque immaginati nuovi modelli per la salute mentale, in stretto contatto con i servizi territoriali. È quello che vediamo tutti i giorni durante le visite dell’Osservatorio sulle condizioni detentive ed è ciò che la Cedu ribadisce. Il secondo principio è che le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems) sono uno dei luoghi dove il paziente psichiatrico autore di reato può essere destinato, ma non sono l’unico», afferma ancora il presidente di Antigone.

Secondo Gonnella, esistono altre soluzioni, di tipo comunitario o residenziale, che vanno prese in considerazione, perché è ciò che ribadisce la legge. Per questo, secondo il presidente dell’associazione, è necessario che giudici e servizi di salute mentale si confrontino da subito e trovino soluzioni condivise. «Antigone è pronta a fare la propria parte, mettendo a disposizione le proprie osservazioni e le proprie competenze. È importante che si legga attentamente la sentenza (e le altre che arriveranno), evitando le semplificazioni ossia limitarsi a dire che servono più Rems. Sarebbe un errore interpretativo grave che non salverebbe il Paese da ulteriori condanne», conclude Patrizio Gonnella.

Trasferito in una struttura ad hoc. Il dramma di Giacomo, malato psichiatrico sbattuto in cella: Italia condannata a risarcimento. Giulio Cavalli su Il Riformista il 25 Gennaio 2022. 

Sono i tribunali a ricordarci ogni giorno come il sistema carcerario italiano navighi nell’illegalità ma a differenza delle sentenze che tornano utili da sventolare in politica quelle che riguardano il sistema penitenziario italiano non sembrano abbastanza degne da rientrare nel dibattito pubblico. Così è accaduto che ieri la Corte Europea abbia condannato l’Italia per la violazione dell’art. 3 della Convenzione Europea, ovvero per trattamenti inumani e degradanti: nonostante i tribunali nazionali e la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) avessero ordinato il trasferimento in un centro dove potesse essere curato, un uomo con gravi problemi psichiatrici è stato trattenuto in carcere.

Oltre all’articolo 3 il nostro Paese è stato condannato anche per la violazione dell’articolo 5 comma 1, riguardante il periodo di detenzione illegittima; la violazione dell’articolo 5 comma 5, relativamente al mancato riconoscimento del diritto al risarcimento); dell’articolo 6 comma 1 (diritto a un processo equo) e l’articolo 34 (diritto di ricorso individuale).  Giacomo Seydou Sy è stato più volte accusato di molestie alla sua ex compagna, resistenza a pubblico ufficiale e furto. Ma di questi reati l’uomo, considerato “socialmente pericoloso”, è stato ritenuto consapevole solo parzialmente. Sia i tribunali nazionali che quello europeo ne avevano ordinato il trasferimento in una struttura ad hoc per curare il suo disagio psichico (soffre di turbe della personalità e bipolarismo) ma le autorità non lo hanno mai fatto. Così lo Stato è stato condannato e ora dovrà pagare un risarcimento di 36.400 euro.

È toccato al presidente di Antigone ribadire l’ovvio: «non si può tenere una persona in carcere senza titolo, se il suo stato di salute è incompatibile con la detenzione e se ha bisogno di cure. La decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è solo uno dei tanti casi simili pendenti che riguardano la questione delle persone con patologie psichiatriche nel circuito penale. E a giorni si aspetta anche la sentenza della Corte Costituzionale (ordinanza 131/2021)», ricorda Patrizio Gonnella, il cui lavoro, insieme a quello della società civile in generale, è stato molto intenso sul tema e viene esplicitamente citato dalla Corte nella sua decisione.

«È un provvedimento importante, che non contiene solo la risoluzione di un singolo caso, ma dà indicazioni su un percorso che Governo e Parlamento devono seguire per evitare altre condanne e nuove violazioni dei diritti fondamentali» ha sottolineato Gonnella. «La Cedu afferma due principi importanti: il primo, le carceri non sono luoghi di cura per la presa in carico di patologie psichiatriche gravi, vanno dunque immaginati nuovi modelli per la salute mentale, in stretto contatto con i servizi territoriali. E’ quello che vediamo tutti i giorni durante le visite dell’Osservatorio sulle condizioni detentive ed è ciò che la Cedu ribadisce. Il secondo principio è che le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems) sono uno dei luoghi dove il paziente psichiatrico autore di reato può essere destinato, ma non sono l’unico» afferma il presidente di Antigone. «Esistono altre soluzioni, di tipo comunitario o residenziale, che vanno prese in considerazione, perché questo è ciò che ribadisce la legge. È necessario che giudici e servizi di salute mentale si confrontino da subito e trovino soluzioni condivise, dal caso Sy viene fuori un cortocircuito istituzionale inaccettabile».

Sempre a proposito di diritti dei detenuti ieri anche la Corte Costituzionale con la sentenza n. 18 (redattore Francesco Viganò), ha accolto la questione di legittimità sollevata dalla stessa Cassazione chiarendo che la norma, contenuta nell‘articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario, che impone il visto di censura sulla corrispondenza tra il detenuto sottoposto al “carcere duro” e il proprio difensore viola il diritto di difesa sancito dalla Costituzione. La sentenza osserva che il diritto di difesa comprende – secondo quanto emerge dalla costante giurisprudenza della Corte costituzionale e della Corte europea dei diritti dell’uomo – il diritto di comunicare in modo riservato con il proprio difensore e sottolinea che di questo diritto è titolare anche chi stia scontando una pena detentiva, anche per consentire al detenuto un’efficace tutela contro eventuali abusi delle autorità penitenziarie. È vero che questo diritto non è assoluto e può essere circoscritto entro i limiti della ragionevolezza e della necessità – purché non sia compromessa l’effettività della difesa – qualora si debbano tutelare altri interessi costituzionalmente rilevanti. Ed è anche vero che i detenuti in regime di 41 bis sono ordinariamente sottoposti a incisive restrizioni dei propri diritti fondamentali, allo scopo di impedire ogni contatto con le organizzazioni criminali di appartenenza.

Tuttavia, la Corte ha ritenuto che il visto di censura sulla corrispondenza del detenuto con il proprio difensore non sia idoneo a raggiungere questo obiettivo e si risolva, pertanto, in una irragionevole compressione del suo diritto di difesa. Da un lato, infatti, il detenuto può sempre avere – per effetto della sentenza della Corte del 2013, n. 143 – colloqui personali con il proprio difensore, senza alcun limite quantitativo e al riparo da ogni controllo sui contenuti dei colloqui stessi da parte delle autorità penitenziarie. Dall’altro, il visto di censura previsto dalla norma ora esaminata dalla Corte opera automaticamente, anche in assenza di qualsiasi elemento concreto che consenta di ipotizzare condotte illecite da parte dell’avvocato.

Ciò riflette, ha osservato la Corte, una “generale e insostenibile presunzione di collusione del difensore dell’imputato, finendo così per gettare una luce di sospetto sul ruolo insostituibile che la professione forense svolge per la tutela non solo dei diritti fondamentali del detenuto, ma anche dello stato di diritto nel suo complesso”. Nel Paese ideale la politica anticipa i tribunali migliorando le proprie leggi per tutelare i diritti senza bisogno di una condanna. Qui c’è da sperare che almeno prenda atto delle sentenze.

Giulio Cavalli. Milano, 26 giugno 1977 è un attore, drammaturgo, scrittore, regista teatrale e politico italiano.

·        Giancarlo Benedetti.

In carcere per 500 giorni da innocente. Ma ora lo Stato gli nega il risarcimento. Giancarlo Benedetti era finito in cella per alcune intercettazioni “depurate” dagli elementi che avrebbero potuto scagionarlo. Ma per i giudici la colpa è comunque sua. Valentina Stella su Il Dubbio l'11 marzo 2022.

Ha trascorso circa 500 giorni in carcere da innocente, tutti in Alta Sicurezza; ha perso il lavoro di responsabile di una concessionaria di auto perché il proprietario, per il danno all’immagine causato dall’arresto di un suo dipendente, non gli ha rinnovato l’incarico; in carcere è stato colpito da depressione di forma bipolare, caratterizzata da dimagrimento, cefalee, insonnia (per questo l’ex deputata radicale Rita Bernardini presentò interrogazione parlamentare); è stato lasciato dalla sua compagna per colpa di tutta la situazione, la sua reputazione personale e professionale è stata lesa anche a causa di una feroce campagna mediatica. Nonostante questo, a Giancarlo Benedetti è stata rigettata dalla Corte di Appello di Roma l’istanza per riparare l’ingiusta detenzione.

Facciamo un passo indietro per ricostruire la vicenda. Tutto parte da una indagine della Procura di Roma, Dda, su un gruppo di persone, ritenute vicine al clan dei Casalesi, accusate di una tentata operazione di riciclaggio per acquisire, mediante condotte estorsive, alcune quote societarie del presidente della Lazio Claudio Lotito. Secondo gli inquirenti Benedetti, in concorso con altri, avrebbe tentato prima di ostacolare l’identificazione di denaro riferibile ai casalesi e poi di usare tale denaro per scalare la squadra di calcio biancoceleste. Nell’interrogatorio di garanzia Benedetti non si è avvalso della facoltà di non rispondere e ha chiarito la sua posizione. Tale specificazione è doverosa, perché diverse istanze di ingiusta detenzione vengono rigettate perché l’indagato, tra l’altro, non ha voluto rispondere al gip. Il Riesame annulla la custodia cautelare poiché – hanno scritto i suoi legali Renato Borzone e Alessandro Artuso – «la contestazione mossa nei confronti del ricorrente era affetta da nullità per violazione del diritto di difesa», in quanto «le attività criminali da cui sarebbe derivato il provento illecito non vennero in alcun modo specificate, così impedendo agli indagati di esercitare compiutamente il proprio diritto di difesa».

Tuttavia la Procura fa appello e un nuovo Riesame rimanda Benedetti in carcere. All’esito di un giudizio abbreviato l’uomo viene assolto per contraddittorietà delle prove a carico, sentenza poi passata in giudicato. Assolti come lui altri quattro imputati. Nel ricorso presentato dai legali si spiega che sono state le intercettazioni telefoniche a portare l’uomo in carcere per quasi un anno e mezzo. Tuttavia, «la fase cautelare – scrivono i difensori – fu caratterizzata dalla carenza in atti persino dei brogliacci informali della polizia giudiziaria. Tutti gli atti investigativi vennero strutturati sulla base di mere sintesi delle conversazioni che all’esito della vicenda si sono rivelate del tutto inattendibili. La polizia giudiziaria si è spericolatamente dedicata alla personale interpretazione di singoli spezzoni di telefonate». Solo grazie alla difesa, il Gup dispose la perizia trascrittiva delle conversazioni captate che alla fine dimostrarono l’innocenza di Benedetti.

Il giudicante è severo sul punto perché parla in sentenza di «non condivisibile chiave di lettura delle conversazioni telefoniche intercettate seguita dalla Pg nelle proprie informative, e fatta propria dal pm. Attraverso l’ascolto diretto delle telefonate emerge come siano stati trascurati alcuni fondamentali aspetti considerati forse come poco significativi nella logica di una successiva elaborazione volta a suffragare una certa linea interpretativa». In pratica, sta dicendo il gup, sarebbero state omesse perché a favore dell’indagato. E non sarebbe la prima volta, come abbiamo visto anche nel caso Cerciello Rega. Tuttavia, secondo la Corte di Appello che ha rigettato l’istanza per ingiusta detenzione, alcuni comportamenti del Benedetti, desunti da quelle stesse intercettazioni, poi rivelatesi fallaci, hanno influenzato il giudice cautelare. «È allucinante – ci dice Benedetti – che si possa essere arrestato e detenuto per 17 mesi in carcere in attesa di giudizio per una farneticante ipotesi accusatoria basata su indizi basati su stralci di intercettazioni telefoniche. Poi, dopo dieci anni, arriva l’assoluzione, ma vengo nuovamente incolpato per aver indotto i pm nella loro farneticante ipotesi accusatoria. Eppure la mia vita è stata completamente stravolta immotivatamente».

Gli avvocati Artuso e Borzone concludono: «Suscita grave amarezza il fatto che i provvedimenti in materia di ingiusta detenzione siano guidati da una giurisprudenza che si aggrappa ad ogni pretesto per negare, a chi è stato detenuto illegittimamente ed investigato con modalità inquietanti, il pur giusto ristoro economico, anche se mai minimamente proporzionato ai danni e alle sofferenze prodotte dall’ingiusta detenzione e da vicende giudiziarie prive di fondamento probatorio». Come ha ricordato il deputato di Azione Enrico Costa, «il 77 per cento di chi – arrestato ingiustamente – chiede l’indennizzo e non lo ottiene, secondo le Corti d’Appello, avrebbe “concorso con dolo o colpa grave all’errore del magistrato”. Questa è una distorsione giurisprudenziale a cui porre rimedio». 

·        Giulia Ligresti.

Da “la Repubblica” il 15 maggio 2022.

Caro Merlo, grazie per avere ricordato il linciaggio politico al quale fu sottoposta Anna Maria Cancellieri. Ma le chiedo: l'ingiusta detenzione per la quale è stata risarcita Giulia Ligresti cancella la storia della famiglia Ligresti? Gianna Villa - Milano

No. La regola vale per tutti: i reati dei padri non condannano i figli e le assoluzioni dei figli non assolvono i padri. 

Caro Merlo, l'intervista di Luigi Manconi al procuratore Nino Di Matteo è uno dei più bei pezzi giornalistici che mi sia mai capitato di leggere. Anche se, per stessa ammissione dell'intervistatore, finisce per essere un saggio sull’incomunicabilità. Resta un edificante esempio di come il rispetto reciproco possa permanere anche in presenza di posizioni inconciliabili. Tiziano Peres (Verona) 

L'incomunicabilità non è rispetto né inconciliabilità. È la mancanza di comunicazione. Forse l'articolo è bello proprio per questo, come un vecchio film di Antonioni.

Paolo Ferrari per “Libero Quotidiano” il 20 maggio 2022.

Si è chiuso ieri con l'assoluzione perché il "fatto non sussiste" di tutti i 12 imputati uno degli ultimi processi ancora in piedi sull'ex impero dell'immobiliarista siciliano Salvatore Ligresti, scomparso esattamente quattro anni fa a Milano. 

Il filone riguardava Sinergia, una delle società immobiliari di Ligresti, che a partire dai primi anni 2000 aveva iniziato ad accumulare debiti, fino a raggiungere nel 2010 una esposizione con le banche di circa 110 milioni di euro (88,5 milioni con Bipop Carire - alla quale era subentrata Unicredit - e 20 milioni con Ge Capital).

Nel tentativo di salvataggio, finito con un fallimento, avrebbe giocato un ruolo fondamentale, assumendosi il debito, la controllata Imco. Da quella vicenda era nato allora un procedimento penale per bancarotta. 

Fra gli imputati, ex consiglieri e sindaci delle due società, anche Piergiogio Peluso, figlio dell'ex ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri, all'epoca ex amministratore delegato di Unicredit Corporate Banking. 

Per lui la Procura aveva chiesto 5 annidi carcere. Per la seconda sezione del tribunale di Milano, invece, l'operato degli imputati era stato corretto senza che venisse dissipato il patrimonio delle società. 

Il procedimento era stato fermo per anni ed aveva visto cambiare più volte il pm d'udienza. La pm milanese Grazia Colacicco aveva infatti ereditato il fascicolo istruito dal collega Luigi Orsi (ora sostituto pg in Cassazione) e trasferito alla pm Donata Costa (oggi alla Procura europea).

«Dopo 12 annidi graticola, è stata ristabilita la verità», hanno detto alcuni difensori dopo la lettura del dispositivo. «Il processo è stato celebrato in un clima di rara correttezza tra tutte le parti (difese, giudici e pm) aldilà dell'esito peraltro prevedibile» è stato il commento dell'avvocato Davide Steccanella che difendeva uno degli imputati. 

Con questa assoluzione si conferma il periodo negativo della Procura di Milano che non riesce più a portare a casa una condanna.

Giulia Ligresti risarcita per i 16 giorni in carcere: «Ingiusta detenzione». Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera il 10 Maggio 2022.  

La figlia di Salvatore Ligresti ha ottenuto mille euro al giorno anziché 256, «in considerazione del clamore mediatico dell’arresto» e della «particolare afflittività» della detenzione. Lei aveva chiesto 1,3 milioni.

Precedenti non c’erano: ha diritto o no a essere indennizzata per «errore giudiziario» e «ingiusta detenzione» (due istituti diversi) una persona che — come nel 2013 Giulia Maria Ligresti, figlia del costruttore e assicuratore Salvatore — chiese e ottenne di patteggiare proprio quegli stessi reati giudicati poi però insussistenti dalle contrastanti sentenze che nel 2015 assolsero invece il fratello Paolo, innescando la revisione della pur definitiva condanna della sorella e infine la sua assoluzione nel 2019?

Ora i giudici milanesi rispondono con un «no» (a indennizzare Ligresti per errore giudiziario), e con un «sì» a indennizzarla invece per ingiusta detenzione: ma solo per i 16 giorni di custodia cautelare in carcere nel 2013, e non anche per i 50 giorni di domiciliari successivi alla richiesta di patteggiare, e tantomeno per i 20 giorni di pena espiata in carcere nel 2018. E però quadruplicano la somma rispetto al parametro di legge (non 256 ma 1.000 euro al giorno) «in considerazione del clamore mediatico dell’arresto» e della «particolare afflittività» della detenzione.

Nell’inchiesta sui supposti falsi da 600 milioni nelle riserve sinistri di Fondiaria-Sai, Giulia Ligresti fu arrestata dal gip di Torino il 17 luglio 2013 quale vicepresidente di Fondiaria (pur senza deleghe esecutive) e asserita beneficiaria con i familiari «del sistema fraudolento». Replicò di nulla sapere di criteri contabili, dismise ogni carica, e il 2 agosto chiese di patteggiare. Il 28 agosto passò dal carcere ai domiciliari su richiesta del pm dopo una perizia sulle sue condizioni di salute, alle quali (si scoprì poi da alcune intercettazioni) si era interessata anche il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri. Il 3 settembre 2013 Ligresti ottenne dal gip di patteggiare 2 anni e 8 mesi, il 19 settembre tornò libera. Fino a quando il 19 ottobre 2018 fu arrestata per scontare appunto la pena patteggiata nel 2013. Solo che nel frattempo a Milano il fratello Paolo e due manager (dopo gli atti trasmessi per competenza da Torino) erano stati assolti il 16 dicembre 2015 per insussistenza di quei medesimi reati costatile invece la condanna nel 2013. Un contrasto di giudicati che determinò lo stop all’espiazione della pena il 7 novembre 2018, la revisione della condanna, e l’assoluzione l’1 aprile 2019 «perché il fatto non sussiste».

Ora Ligresti chiedeva di essere indennizzata con 1,3 milioni sia per errore giudiziario sia per ingiusta detenzione, e il tema era se aver patteggiato fosse o no uno di quei «comportamenti dolosi o gravemente colposi» che per legge escludono l’indennizzo. E in effetti la Corte d’Appello nega ristoro all’errore giudiziario perché il patteggiamento «è inequivocabile manifestazione di volontà dell’imputato» e «presuppone il suo implicito riconoscimento di responsabilità». Per lo stesso motivo non ripara anche l’ingiusta detenzione nei giorni successivi alla richiesta di patteggiamento. Invece riconosce l’equa riparazione (che non è risarcimento di un inesistente comportamento illecito della pubblica amministrazione, ma un equo ristoro) dei 16 giorni dal 17 luglio all’1 agosto 2013 nei quali ritiene Ligresti ingiustamente detenuta in custodia cautelare.

L’Avvocatura dello Stato controbatteva che un po’ di colpa l’avesse avuta Ligresti con gli interrogatori del 2013 «ritenuti reticenti: tuttavia — rilevano il presidente Antonio Nova, la relatrice Michela Curami e la giudice Ilaria De Magistris nella causa patrocinata dai legali Massimo Rossi e Pamela Picasso — non è emerso alcun elemento a supporto di tale considerazione, né l’assoluzione ha accertato comportamenti ambigui o reticenti dell’imputata nelle indagini».

Giulia Ligresti: «Ho patteggiato da innocente perché in carcere temevo di morire». Fabio Savelli su Il Corriere della Sera il 23 maggio 2022.

Giulia Ligresti e l’assoluzione: un’ingiustizia che non mi risarciscano quei 21 giorni in cella.  

Giulia Ligresti, figlia del defunto Salvatore

È stata assolta dalle accuse di aggiotaggio e falso in bilancio perché il fatto non sussiste. Ingiustamente detenuta, ma solo per i primi 16 giorni dei 43 passati nel carcere di Vercelli tra luglio ed agosto di nove anni fa, per i quali Giulia Ligresti ha diritto ad un risarcimento di 16mila euro. La sentenza della Corte d’Appello le ha riconosciuto la particolare «afflittività» della condizione carceraria, ma non le ha concesso lo stesso metro di giudizio per la detenzione successiva, per quei 21 giorni San Vittore nel 2018 come espiazione della pena per reati da cui pochi mesi dopo fu invece scagionata. La richiesta di indennizzo era molto più alta, 1,3 milioni. Ma ha pesato la scelta di patteggiare: non le è stato riconosciuto l’errore giudiziario.

Contenta a metà?

«Ho preso atto che i giudici abbiano almeno riconosciuto che io sia stata messa in carcere ingiustamente e utilizzerò il risarcimento per sostenere i progetti umanitari a favore di donne e bambini in difficolta di cui da sempre mi occupo. Ma sono molto delusa del fatto che il mio patteggiamento sia stato considerato un’ammissione di colpa. Mi trovavo in un luogo infernale dove non sarei sopravvissuta un solo giorno in più. Leonardo, il più piccolo dei miei figli, aveva solo 11 anni, ero angosciata e disperata e mi era stato fatto chiaramente capire che quella era l’unica strada, l’unico strumento per uscire da lì. La mia volontà non era patteggiare, la mia volontà era far finire quell’incubo».

All’epoca ricopriva la carica di vicepresidente, pur senza deleghe esecutive, di Fondiaria Sai, la compagnia assicurativa di famiglia finita sotto la lente degli investigatori per un presunto buco di 600 milioni nella riserva sinistri

«Accuse totalmente infondate che si sono sciolte come neve al sole, nessuna falsificazione del bilancio né informazioni false al mercato. Tutto completamente folle. Ancor piu folle la mia carcerazione preventiva. Io sono comunque una persona che guarda al futuro piu che al passato e ho accettato di considerare quei momenti terribili come un’esperienza che ha contribuito a farmi diventare la persona che sono. Ma non accetto che la verità venga distorta in questo modo assurdo: arrestata, assolta con formula piena, risarcita ma solo in parte perché ho patteggiato. Quindi secondo la Corte mi sono implicitamente dichiarata colpevole di un fatto che non sussiste. La mia vita va avanti ma mi sento di voler stimolare il dibattito pubblico perché l’Italia su temi così importanti, che riguardano la liberta delle persone e i diritti fondamentali di ciascuno di noi rischia di rimanere indietro». 

Perché saremmo indietro? In fondo se ha ottenuto il riconoscimento di un indennizzo, seppur contenuto rispetto alle sue richieste, la giustizia italiana si è ravveduta. Tardivamente?

«Il passaggio della sentenza che più mi ha amareggiato è quello in cui si definisce il patteggiamento “una scelta personalissima dell’imputato che costituisce una precisa ed inequivocabile manifestazione di volontà”. Non era consenziente? «Non c’era alcun consenso, sono finita in una situazione kafkiana in cui, pur non avendo commesso nulla sono stata costretta a cedere per tornare a casa dai miei figli. Ricordo ancora oggi il primo interrogatorio da detenuta: sono stata prelevata dal carcere all’alba, costretta dentro il recinto del furgone blindato fino al tribunale di Torino: un caldo atroce e il mio panico perché soffro di claustrofobia. Lì mi hanno fatto attendere per un tempo interminabile nelle celle dei sotterranei. Sono arrivata all’interrogatorio priva di qualsiasi forza di combattere e totalmente disperata. È stato in quel momento che mi è stato chiaramente detto che la mia detenzione sarebbe potuta durare mesi e mesi e che l’unica strada per uscire era patteggiare. Ho provato durante l’interrogatorio a difendermi e a sostenere la mia posizione, ma la violenza verbale è stata tale che non ho avuto altra scelta che accettare passivamente la strada di un accordo con la procura. Avrei sottoscritto qualunque dichiarazione pur di far finire quel martirio».

Accuse pesanti, però la sua è stata strategia difensiva che le ha accorciato il calvario

«Gli avvocati Massimo Rossi e Pamela Picasso, nuovi difensori che mi stanno seguendo in questa fase, giustamente sostengono che il patteggiamento rappresenta anche e comunque una strategia difensiva che non può essere assolutamente ricondotta ai concetti di colpa grave o dolo quali ostacoli all’indennizzo per la detenzione subita. Io sapevo di essere innocente, senza se e senza ma, ed ero annientata dalla condizione della privazione della libertà, e in quella situazione ho deciso di scegliere la “vita“, scriva proprio così, facendo prevalere l’istinto materno di stare accanto ai miei figli Ginevra, Federico e Leonardo, che hanno dimostrato una forza straordinaria in quei giorni che non dimenticheremo mai».

Alla sua situazione s’interessò l’allora ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri che sollecitò degli approfondimenti sulla sua condizione di salute

«Sono in molti a doverle chiedere scusa e mi auguro che l’attuale ministro della giustizia Cartabia, che stimo molto, abbia la consapevolezza e la volontà di approfondire questi temi»

Una vicenda giudiziaria che si protrae fino ad adesso dopo diversi gradi di giudizio

«Il mio infatti è solo uno dei moltissimi casi in cui si annienta la vita di persone innocenti. Però molti, a differenza mia, non hanno la possibilità di difendersi che ho avuto io. Dunque anche e soprattutto per loro sento di dover combattere. L’Italia resta un Paese bellissimo ma ognuno di noi deve sentirsi protetto. Credo che la mia storia debba convertirsi in un punto di partenza per una discussione seria e pacata sullo strumento della carcerazione preventiva»

Pensa che a qualcuno convenisse mettere sotto attacco la famiglia Ligresti?

«Credo che questo abbia fatto parte di una operazione chirurgica che ha cambiato gli assetti nella finanza milanese e italiana».

Ligresti risarcita per l'ingiusta detenzione ma non per l'errore giudiziario. Francesco Boezi il 10 Maggio 2022 su Il Giornale.

L'imprenditrice Giulia Ligresti verrà risarcita per l'"ingiusta detenzione" ma non per "l'errore giudiziario". Come termina il calvario giudiziario della figlia di Salvatore Ligresti.

L'imprenditrice Giulia Ligresti, figlia di Salvatore, stando a quanto espresso in merito dai magistrati del Tribunale di Milano, non potrà contare su un risarcimento consequenziale all'"errore giudiziario" che è stato compiuto nei suoi confronti.

La Ligresti verrà risarcita per i sedici giorni che ha dovuto trascorrere in carcere. Quelli che hanno rappresentato una "ingiusta detenzione". Ma basta?

La vicenda può essere declinata pure sul piano dell'attualità politica, con il referendum sulla Giustizia che si avvicina, con la ventilata speranza da parte di alcuni che l'intero "Sistema" possa subire uno scossone, ed il tema della responsabilità dei magistrati che continua ad accompagnare il dibattito pubblico. Per quel che riguarda l'"ingiusta detenzione" della Ligresti, la cifra che è stata prevista è quella di 16mila euro. Come ripercorso dal Corriere della Sera, però, il risarcimento terrà in considerazione soltanto i sedici giorni che la Ligresti ha dovuto passare all'interno del carcere ai tempi della custodia cautelare.

Ci sarebbero pure i quasi due mesi ai domiciliari e le venti giornate del 2018 - quelle che la Ligresti ha passato sempre in carcere - ma per quelli è stato deciso di non disporre nulla in termini economici. L'imprenditrice - vale la pena rimarcarlo - risulta essere stata scagionata. Dopo un patteggiamento, la Corte d'Appello milanese ha rivisto quanto deciso da un magistrato incaricato a Torino, in relazione all'assoluzione che aveva riguardato il fratello e due manager della compagnia assicurativa, la Fonsai, che era stata al centro del caso

"La sentenza di Milano – avevano osservato nel 2019 i suoi legali, così come si legge ancora sull'Agi – restituisce piena dignità a Giulia Ligresti, bersaglio di un’ingiusta carcerazione e ristabilisce la verità su un’operazione finanziaria la cui reale storia inizia finalmente a essere scritta. Non ci fu nessun crac e nessuna responsabilità da parte della famiglia".

Il risarcimento è stato calibrato sulla cifra di mille euro al giorno. E questo nonostante l'imprenditrice avesse chiesto meno. La motivazione - come può essere approfondito sempre sul Corriere della Sera - è dipesa pure dalla mediaticità del caso. In generale, però, Ligresti aveva domandato molto di più: 1,3 milioni, che avrebbero dovuto comprendere "l'errore giudiziario". Del resto la sentenza sul caso è cristallina: "Il fatto non sussiste". Ma la Corte d'Appello ha deciso in maniera differente.

Filippo Facci per “Libero quotidiano” l'11 maggio 2022.

È il caso perfetto. Dimostra che lo schifo della giustizia italiana non è uno schifo solo quando funziona male: lo è quando funziona e basta, per come funziona, per come è, per chi lo mantiene così. 

Cominciamo con Jonella Ligresti, anche lei figlia del costruttore e assicuratore Salvatore: nel 2006 è la manager più pagata d'Italia, la prima a sedere nel cda di Mediobanca. Sua sorella minore, Giulia Maria, più belloccia e defilata, è un'artistoide alla milanese con ruoli dirigenziali di facciata nell'azienda paterna, una vicepresidente senza deleghe. Per non sbagliare, la magistratura arresta entrambe le sorelle il 17 luglio 2013 su mandato della procura di Torino per l'inchiesta sulla compagnia Fonsai.

Il fratello più piccolo, Paolo, scampa all'arresto immediato solo perché da una settimana è diventato cittadino svizzero. Accuse per tutti e tre: falso in bilancio e aggiotaggio informativo, roba pesante come la galera. 

Giulia Maria non ce la fa, non resiste al tritacarne e alla «fiducia nella giustizia», e patteggia. Qui va spiegato un punto chiave di tutto lo schifo. Come più volte spiegato, il patteggiamento è una resa all'accusa: si patteggia una pena e si «esce» dal processo senza neanche presentarsi in aula, cioè senza un vero confronto con accuse e accusatori. 

E non tutti resistono durante carcerazioni preventive interminabili, non tutti gli indagati ce la fanno ad attendere processi da celebrarsi chissà quando: perché a molti interessa uscire dal carcere il prima possibile e veder dissequestrati i conti bancari resi inaccessibili alla famiglia, ai figli, all'azienda, e questo, assai spesso, anche se chi patteggia si ritiene innocente o lo è. 

Parentesi: Mani pulite funzionò in buona parte così, con patteggiamenti legati alla discrezionalità dei magistrati nel concedere scorciatoie pagate a caro prezzo per chi voleva uscire dal tritacarne. Chi non accettava resta ostaggio della macchina giudiziaria.

Giulia Maria però decide di cedere, o cede e basta: dopo 16 giorni di carcere, il 2 agosto, chiede il patteggiamento dopodiché le danno altri 50 giorni di arresti domiciliari solo per via di acclarati motivi di salute, e il 3 settembre, a Torino, ecco la pena patteggiata: 2 anni e otto mesi. Giulia però è fuori.

Sua sorella Jonella invece non patteggia, anche se è dura: sua figlia Ludovica, come racconta Jonella a Stefano Zurlo del Giornale, va a trovare la madre a San Vittore e le urla addosso: «Basta, devi patteggiare come ha fatto la zia, Paolino piange tutte le sere, patteggia e facciamola finita».

A Jonella Ligresti il patteggiamento non viene concesso, perché il giudice valuta troppo mite la pena concordata con il pubblico ministero. 

A Giulia sì, a lei no. Così resta dentro per quattro mesi più otto ai domiciliari, che sommati fanno un anno. Qui non stiamo a inseguire tutte le date, perché sarebbe un suicidio: il reato è lo stesso per tutti e i familiari, ma nei fatti i processi sono tre e le sedi di giudizio due.

A tre anni dall'arresto, comunque, Jonella viene condannata in primo grado a 5 anni e 8 mesi. Poi ricorre in Appello, e sorpresa: la Corte annulla tutto e stabilisce che la competenza non è di Torino ma è di Milano. Tutto daccapo, ma dopo qualche mese i pm meneghini chiedono direttamente l'archiviazione senza neppure un rinvio a giudizio, cioè un processo. 

In momenti diversi, Jonella e Paolo saranno prosciolti per gli stessi reati che il 3 settembre 2013 avevano vista condannata (con patteggiamento) la sorella Giulia: e si fa ingarbugliata, perché Giulia ha accettato di ammettere la propria colpevolezza per reati che sono gli stessi (non) commessi dai familiari.

La macchina, pur con passo plantigrado, si rimette in moto. Il 19 ottobre 2018 Giulia Ligresti fa in tempo ad essere arrestata per scontare un residuo della pena patteggiata nel 2013: passa un paio di settimane dentro e aspettare che il contrasto tra giudizi (giudicati, ossia teoricamente definitivi) sfoci in una cosiddetta «revisione» per errore giudiziario, che finalmente ferma la detenzione il 7 novembre 2018. 

Per l'assoluzione piena serviranno altri sette mesi: la richiesta giungerà il 1° aprile 2019 «perché il fatto non sussiste». Per farla breve - breve per noi, non per loro - affinché tutto vada a posto occorre aspettare sino al 2021, quando anche Jonella Ligresti viene prosciolta a Milano e quando Giulia chiede un equo risarcimento per ingiusta detenzione e anche per errore giudiziario, che sono due istituti diversi.

Alla fine della fiera, come speriamo, l'ha capito chiunque che lei chiese e ottenne un patteggiamento (dando ragione alla procura, che pure aveva torto) pur sapendosi innocente, e non avendo mai avuto cariche operative. Ma ecco che la Corte d'Appello decide di negarle ogni forma di «ristoro», e questo proprio perché lei aveva deciso di patteggiare. Per la stessa ragione.

La corte non riconoscerà come «ristorabili» neanche i residuali giorni di galera successivi al patteggiamento. E che cosa si riconosce, allora? Attenzione: si riconosce una «equa riparazione» solo per le circa due settimane di galera patite prima di chiedere il patteggiamento.

Non è propriamente un risarcimento, perché nessun giudice ha ufficialmente sbagliato: è colpa sua, di lei, che ha ceduto al patteggiamento (ben accolto dal pm e dal giudice, e che tutto il sistema giudiziario cerca di fisiologicamente di importi) perché il suo comportamento «presuppone il suo implicito riconoscimento di responsabilità». 

Non solo. Forse consapevoli che il quadro generale fa comunque schifo, si decide arbitrariamente di violare i parametri di legge (che prevedono un massimo di 256 euro al giorno di riparazione) e lo si quadruplicano: 1000 euro al giorno, totale 16mila euro per sedici giorni. E perché? Tenetevi forte: «In considerazione del clamore mediatico dell'arresto». Cioè: in tutta questa storia hanno sbagliato i giornalisti. 

·        Giuseppe Gulotta.

«Io, in cella da innocente per 22 anni, vi dico: votiamo sì per cambiare questa giustizia feroce»

Parla Giuseppe Gulotta, vittima di uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia italiana: «La mia storia è emblematica di come si possa finire in carcere senza aver commesso alcun reato. Io ho trascorso oltre due anni in misura cautelare e poi mi hanno dato l'ergastolo da innocente». Valentina Stella su Il Dubbio il 9 giugno 2022.

Giuseppe Gulotta ha trascorso 22 anni, ossia 8030 giorni, in carcere da innocente. Il suo è forse il più grande errore giudiziario della storia italiana. Ora ci dice: «Bisogna andare a votare domenica per i referendum e votare sì anche con la speranza che casi come il mio non accadano più».

Tutto ha inizio il 27 gennaio 1976 quando due carabinieri – Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta – vengono trucidati mentre dormono nella caserma di Alcamo Marina, in provincia di Trapani. Giuseppe aveva poco più di diciotto anni, lavorava come muratore e non immaginava la tragedia che di lì a poco lo avrebbe travolto. Uno dei principali indiziati per l’omicidio fa il suo nome. L’uomo fu posto in stato di fermo e, in assenza di un avvocato, venne sottoposto a torture e sevizie al punto da confessare un reato che non aveva commesso. Quando giunse finalmente davanti al magistrato, ritrattò la confessione ma ormai era troppo tardi. Nessuno gli credette. Dopo ben 8 processi, che ora lo assolsero ora lo condannarono, gli fu comminato l’ergastolo nel 1990. Ventidue anni dopo, il 13 febbraio 2012, Giuseppe, assistito dai legali Pardo Cellini e Baldassare Lauria, è stato assolto con formula piena, dopo la revisione del processo. I giudici hanno stabilito che la confessione venne estorta e gli venne riconosciuto un risarcimento di sei milioni e mezzo di euro. Fu possibile riaprire caso grazie ad un ex brigadiere che raccontò come effettivamente erano andati i fatti: l’uomo che aveva accusato ingiustamente Gulotta subito dopo l’arresto venne portato presso una casermetta di campagna e sottoposto a torture terribili. Bendato, fu costretto a ingerire enormi quantitativi di acqua e sale, con l’ausilio di un imbuto mentre lo stesso veniva schiacciato fra due piani di legno. Subì anche scariche elettriche. Dopo arrivò la chiamata in correità per Gulotta e altri, poi rivelatasi falsa. La strage di Alcamo è tuttora un mistero irrisolto: anni di indagini e processi hanno fallito l’obiettivo di assicurare alla giustizia i colpevoli.

Giuseppe Gulotta lei domenica andrà a votare? E se sì cosa?

Bisogna andare a votare e votare sì anche con la speranza che casi come il mio non accadano più. Credo che quello di domenica sia un appuntamento importante per cominciare a riformare la giustizia, dando un forte segnale. Ho già partecipato a un incontro con il Partito radicale a Roma perché condivido la loro battaglia a cui si è aggiunta anche la Lega. Mi auguro che tutti vadano a votare, anche se, purtroppo, nelle tv c’è un silenzio totale sui referendum, a parte qualche piccola informazione che danno fra uno spazio e l’altro. I talk show non se ne occupano, forse qualcosa in più la sta facendo Mediaset.

Lei ha trascorso 22 anni in carcere da innocente.

È stata un vera tragedia per me e per la mia famiglia. E ogni volta che un innocente finisce in carcere si ripete lo stesso dramma.

Quando si scopre un errore giudiziario, anche la famiglia della vittima rivive il dramma perché vuol dire che non è stata fatta giustizia.

Sì, senza dubbio. È quello che è successo nel mio caso. Io sono stato condannato ingiustamente ma allo stesso tempo non sappiamo ancora, dopo oltre quarant’anni, chi abbia ucciso quei due carabinieri.

Cos’è che non ha funzionato nel suo caso?

Oltre alla confessione estorta sotto tortura, poi i magistrati non hanno valutato bene le prove. A loro bastava avere un colpevole, non il colpevole. Avevano trovato quattro ragazzini e si sono accontentati senza vagliare altre piste. E non scordiamo che il mio avvocato di allora si era recato in caserma ma gli venne detto che non era nulla di importante e che dopo poco mi avrebbero riportato a casa. E intanto ci picchiavano e ci facevano fare false confessioni. Dunque il sistema è marcio e va rifondato.

Qualcuno le ha mai chiesto scusa?

No, nessuno, tranne in privato qualche carabiniere. Nessuno si è assunto le responsabilità per quanto accaduto.

Ma i carabinieri che l’hanno torturata non si sono mai fatti avanti?

Mai, non so se qualcuno di loro è ancora in vita. Io sarei disposto anche ad incontrarli. Non ho alcun problema, a differenza delle loro coscienze.

Molti dicono che non bisogna andare a votare perché basta la riforma in discussione ora al Senato.

Io non sono un esperto, non sono un tecnico in grado di analizzare compiutamente la riforma del Csm e dell’ordinamento giudiziario. La riforma del ministro Cartabia è sicuramente importante sotto alcuni aspetti ma penso che l’occasione offerta dai referendum rappresenti una maggiore spinta per riformare la giustizia.

Quali sono i quesiti che sente più vicini?

La mia storia è emblematica di come si possa finire in carcere senza aver commesso alcun reato. Io ho trascorso oltre due anni in misura cautelare e poi mi hanno dato l’ergastolo da innocente. Quindi sicuramente quello sull’abuso della custodia cautelare. Ma anche quello sulla separazione delle funzioni lo ritengo molto importante. Un pm che va a braccetto con il giudice è una cosa abnorme. Quando ero sotto processo, il pm, a fine udienza, quasi quasi andava in camera di consiglio con la Corte e la giuria popolare. Ecco, io spero che con il sì si arrivi alla parità fra accusa e difesa, e spero che il pm cominci a valutare anche le prove a favore del reo. Il giudice deve giudicare in piena libertà, deve essere terzo, super partes.

La vittoria dei Sì sarebbe risolutiva oppure rappresenterebbe solo un primo passo?

Non so se la vittoria dei sì, con il superamento del quorum, renderà più difficile che si verifichino casi come quelli di cui sono stato vittima io, so però che di ingiuste detenzioni e errori giudiziari ce ne sono tanti. Ogni giorno 3 innocenti finiscono in carcere, mille all’anno. Quando mi invitano per raccontare la mia storia lo faccio per fare in modo che casi come il mio non succedano più. Purtroppo, però, la realtà è molto diversa da ciò che speravo. Dunque invito a votare sì anche con la speranza che casi come il mio non accadano più. Così come invito i mass media a dare un’informazione maggiore sui referendum, anche perché il periodo è un po’ particolare, la gente magari pensa ad andare al mare, ma speriamo che il 12 giugno si rechi a votare per i referendum.

·        Greta Gila.

In carcere da innocente, Greta Gila, modella e miss ungherese, risarcita con 22mila euro. Fulvio Fiano su Il Corriere della Sera il 7 Maggio 2022.

Greta GIla, ex reginetta di bellezza in Ungheria, è rimasta due mesi e mezzo in carcere con l’accusa di narcotraffico. Fu un errore. Il giudice le riconosce più di quanto fissato per legge. 

«Collaborativa e senza alcuna negligenza» che potesse giustificare il sospetto su di lei. La Corte d’Appello ha accolto con queste motivazioni il ricorso di Greta Gila, la modella ungherese di 25 anni arrestata per errore a Fiumicino nel 2019, e le ha riconosciuto 22.200 euro come «equo indennizzo».Gila è stata «ingiustamente detenuta» in carcere due mesi e mezzo perché ritenuta un corriere di droga ma è poi stata scagionata da ogni accusa prima ancora di arrivare a processo. Respinte dalla corte le richieste della Procura Generale che sosteneva la tesi per la quale l’arresto sia avvenuto a causa della leggerezza della ragazza all’interno della vicenda nella quale è stata erroneamente coinvolta.

Greta Gila, ex Miss Ungheria, viene fermata in un albergo a Fiumicino mentre fa scalo verso Tokyo per un servizio fotografico. Dopo aver cenato con un emissario della agenzia che l’ha scritturata, viene raggiunta in camera da una collaboratrice dell’uomo che ha con sé 11 chili di cocaina e è per questo è pedinata dalla Guardia di finanza. Pur dichiarandosi estranea e ignara di tutto (è al telefono con i genitori al momento dell’irruzione nella stanza di hotel) alla miss viene contestato, tra le altre cose, di aver consegnato alla donna (una costumista) un biglietto aereo che in realtà non figura tra gli oggetti sequestrati. Gila rimane in carcere da marzo a giugno 2019: 74 giorni seguiti da altri sei mesi con obbligo di firma prima di ottenere l’archiviazione. Nel periodo in cui è in Italia contro la sua volontà, si reinventa la vita, lavorando prima in un pub e poi in un negozio di moda: «Parlo diverse lingue — racconta poi — e di certo il mio aspetto mi ha aiutato». Dopo i giorni in cella («un’esperienza dura ma dove ho ricevuto anche tanta solidarietà, ne sono uscita per la capacità di perdermi d’animo») è tornata in Patria abbandonando la carriera che aveva intrapreso e si è dedicata alla pittura e agli studi d’arte per superare un trauma che si prolunga ben oltre il periodo della ingiusta detenzione.

La stima del danno subito che le viene riconosciuto è inferiore ai centomila euro chiesti. L’ordinamento italiano non riconosce infatti questa forma di risarcimento, rinviando invece a un indennizzo giornaliero. Che nel suo caso è stato comunque calcolato su una cifra più alta di quella fissata per legge. «Sono molto soddisfatto del provvedimento perché è stato riconosciuto che Greta abbia agito in modo estremamente prudente e che non gli si può imputare alcunché a livello di leggerezza. Questo da un punto di vista morale è importante anche per la famiglia», dice l’avvocato Massimiliano Scaringella, che l’ha assistita nella vicenda.

Venne scambiata per narcos, modella ungherese chiede risarcimento di 100mila euro allo Stato italiano.  Clemente Pistilli su La Repubblica il 7 Febbraio 2022.  

Dieci mesi di ingiusta detenzione nel carcere di Civitavecchia che hanno distrutto la vita e la carriera di Greta Gila, 24 anni. L'indossatrice venne incastrata da una sua collega che, fermata a Fiumicino con un carico di coca, aveva dichiarato che la droga era destinata a lei. Un'accusa rivelatasi poi totalmente infondata.

Un errore giudiziario ha distrutto la carriera di una giovane modella e rischia ora di costare caro allo Stato. La vicenda, raccontata da Il Messaggero, è quella di Greta Gila, 24 anni, miss turismo nel 2018 e tra le partecipanti a miss universo in Cina. Tre anni fa la modella ungherese era in Italia, pronta a partire per un servizio fotografico a Tokyo.

Giuseppe Scarpa per "Il Messaggero" il 7 febbraio 2022.

Da reginetta di bellezza a corriere della droga il passo è stato breve. Peccato, però, che l'accusa fosse priva di fondamento. Lei, con quella partita di cocaina, non aveva nulla a che fare. 

Il carcere però se lo ha fatto. Poco meno di tre mesi in cella a Civitavecchia. Adesso le cicatrici che si porta addosso sono gli incubi la notte: trovarsi rinchiusa in un penitenziario e le crisi di panico che esplodono incontrollate. 

A 24 anni la sua vita è già irrimediabilmente segnata come il suo sogno, distrutto, di proseguire a calcare le passerelle di mezzo mondo. Obiettivo archiviato nonostante fosse in rampa di lancio.

Candidata a miss Ungheria 2018, diventa miss turismo lo stesso anno e tra le partecipanti a miss Universo in Cina. Ma se il 2018 è stato un anno di trionfi il 2019 è stato un anno orribile per Greta Gila, modella ungherese. 

Per lei, il 22 marzo di tre anni fa, si sono spalancate, improvvise, le porte del carcere. La ragazza è stata risucchiata dal sistema penitenziario senza capire cosa le stesse accadendo.

Salvo poi, a distanza di dieci mesi, ricevere un pezzo di carta dove i giudici le comunicavano che inquirenti e investigatori si erano sbagliati. Insomma lei non era una pusher e quella droga non era la sua, come aveva sostenuto fin dal primo momento.

Greta, In Italia, è di passaggio. La sua meta è il Giappone. Tokyo dove è attesa per un servizio fotografico. All'aeroporto di Fiumicino, però, fermano una persona, una sua conoscente. 

La donna ha con sé della cocaina, afferma che la destinataria sia proprio Greta in quel momento in un hotel. L'accusa è sufficiente per far arrestare la ragazza. Alla porta dell'albergo bussano le forze dell'ordine in borghese. 

Greta, spiegherà dopo, «pensavo fossero una banda di sequestratori». Insomma mai avrebbe immaginato un arresto. Eppure, nel giro di un paio d'ore, si ritrova dentro una cella, in un paese straniero, senza conoscere la lingua e senza aver capito bene cosa sia successo

Un dramma. In tutto, dietro le sbarre, la 24enne, trascorre 74 giorni. Poi viene liberata. Dal labirinto della giustizia italiana, in cui è stata scaraventata, non è ancora uscita. Infatti su di lei pende l'indagine per spaccio internazionale. 

Per questo la misura cautelare viene solo attenuata, c'è l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Nel frattempo il suo servizio fotografico in Giappone viene annullato, il contratto stracciato. 

Lei è bloccata in Italia. Poi arriva il 16 dicembre. La data che segna la fine di un periodo folle. Il giudice archivia l'indagine su richiesta della procura.

L'ARCHIVIAZIONE

L'inchiesta si era rivelata talmente infondata che i pm non hanno chiesto nemmeno il processo per la modella. Così scrive il gip che, di fatto, cestina le accuse degli investigatori: «infondatezza della notizia di reato» nonostante «le lunghe indagini espletate». 

VITA DISTRUTTA

L'incubo per Greta Gila è finito, ma la sua vita adesso è in mille pezzi. La prima cosa che fa è fuggire dall'Italia. Prima, però, si rivolge all'avvocato che è riuscito a dimostrare la sua innocenza. 

A lui, il penalista Massimiliano Scaringella, affida il compito di essere risarcita per ingiusta detenzione. La modella chiede allo Stato italiano 100mila euro. Il 22 febbraio, i giudici quarta sezione penale della corte d'Appello di Roma, decideranno se accogliere la richiesta della modella ungherese.

«In questa vicenda ha mostrato grande intelligenza la procura di Civitavecchia che, dopo una diffidenza iniziale, ha verificato la tesi difensiva dell'indagata libera da preconcetti. Adesso - prosegue l'avvocato Scaringella - la fase risarcitoria è di fondamentale importanza. Oltre che per un equo ristoro come ovvio delle vittime di errori, anche per invitare a una maggiore prudenza nella formulazione di ipotesi accusatorie non adeguatamente verificate e supportate».

Greta Gila: «Io, Miss Ungheria scambiata per una pusher: due mesi in carcere e la carriera rovinata». Fulvio Fiano su Il Corriere della Sera il 7 Febbraio 2022.

La storia della modella ungherese Greta Gila, arrestata nel 2019 a Fiumicino e prosciolta su richiesta del pm: «Pensavo a un sequestro, ma in cella ho avuto solidarietà». Ora chiede 100mila euro di risarcimento.  

Un arresto per droga senza fondamento le ha stroncato la carriera da modella. Greta Gila, ungherese, oggi ha 24 anni e chiede allo Stato italiano 100 mila euro di risarcimento.

Quanto tempo ha passato in carcere?

«Settantaquattro giorni. Dal marzo al giugno 2019, più sei mesi con obbligo di firma prima dell’archiviazione».

Da Miss a presunta narcotrafficante fino al pieno proscioglimento, come si può riassumere?

«Nel 2018, a 20 anni, ho vinto la corona di Miss Turismo in Ungheria. Poi, per la rinuncia di una concorrente, ho partecipato a un concorso in Cina, arrivando in finale. Mi hanno chiamato per dei servizi fotografici e mi sono trasferita a Londra. Qui un’agenzia mi ha scritturato per un servizio da fare a Tokyo: 1.500 euro più volo e alloggio. Ero a inizio carriera e ho accettato».

Perché specifica il cachet?

«Perché quando mi hanno arrestata l’hanno giudicato inverosimile, come se fosse una prova contro di me».

Una prova per cosa?

«Delle mie bugie che però non lo erano. Per andare in Giappone ho fatto scalo a Roma dove ho incontrato un manager di questa agenzia, a cena in un albergo a Fiumicino. Mi aveva detto che ci avrebbe raggiunti una costumista per provare alcuni abiti ma a un certo punto l’ho visto nervoso, ha detto di avviarmi in camera e se n’è andato. Erano ancora le 8 di sera».

E la costumista?

«Ha bussato questa donna mai vista prima assieme ad alcuni uomini. Mi hanno preso il telefono, hanno cominciato a fare domande. Pensavo a un sequestro ma erano i finanzieri».

La donna aveva quasi 11 chili di cocaina, l’avevano seguita fin dalla dogana...

«Sì, ma non ne sapevo niente, ero al telefono con mia mamma...».

La prima cosa che ha fatto in carcere?

«Ho chiesto di poter chiamare i miei per cercare da lì un avvocato che parlasse ungherese. L’hanno trovato in Massimiliano Scaringella, mi ha salvato».

In che modo?

«Mi ha ascoltato e creduto. Si è accorto di alcuni errori nelle indagini e le ha fatte notare agli investigatori. Intanto mi ha fatto scarcerare».

Con obbligo di firma settimanale.

«La difficoltà è stata trovare una casa in affitto a Roma per avere un domicilio. Ho anche cominciato a lavorare. Parlo diverse lingue: prima in un pub, poi in un negozio di moda. Il mio aspetto mi ha di certo aiutato. Anche in carcere».

Che esperienza è stata?

«Dura ma piena di solidarietà. Sono stati tutti gentili, mi chiamavano “signorina”».

Fino alla richiesta di archiviazione del pm di Civitavecchia, Roberto Sabelli.

«Ha avuto l’onestà di leggere i fatti senza preconcetti. Non so a quanti altri è capitato in situazioni analoghe».

Cosa l’ha tenuta a galla?

«Forse il non essermi persa d’animo, aver mantenuto il sangue freddo e aver sempre creduto di venirne fuori».

Che cosa le è rimasto?

«Ho smesso di fare la modella per il trauma. Associo l’aereo alla paura di essere arrestata e fatico a fidarmi. Sono tornata in Ungheria e seguo la mia passione per la pittura. Magari è questa la mia strada».

È stata 74 giorni in cella. In galera da innocente, la modella Greta Gila chiede 100mila euro allo Stato: scambiata per un narcos. Redazione su Il Riformista il 7 Febbraio 2022. 

Una carriera distrutta da un improbabile errore giudiziario. Protagonista di questa vicenda, che potrebbe costare caro per le casse dello Stato italiano, è la modella ungherese Greta Gila, 24enne già candidata miss Ungheria 2018, diventa miss Turismo lo stesso anno e tra le partecipanti a miss Universo in Cina.

Greta il 22 marzo del 2019 è finita inaspettatamente in carcere in Italia con una accusa pesante: spaccio internazionale di droga. La modella tre anni fa è rimasta per 74 giorni dietro le sbarre, racconta oggi Il Messaggero, ottenendo poi la scarcerazione col solo obbligo di firma in caserma. Dieci mesi dopo la fine dell’incubo, con l’archiviazione del caso il 16 dicembre.

La vicenda che la vede protagonista fa rabbrividire: la modella 24enne era in Italia solo di passaggio, con la meta finale in Estremo oriente, il Giappone dove è attesa da un servizio fotografico. All’aeroporto di Fiumicino viene fermata una sua conoscente che ha con sé della cocaina. Alle forze dell’ordine per discolparsi spiega che lo stupefacente è in realtà destinato proprio a Greta, in quel momento in hotel.

Accusa che basta a far arresta la modella, col blitz nell’albergo da parte di forze dell’ordine in borghese. Il dramma si materializza in poche ore: senza conoscere la lingua e capire cosa stesse accadendo, la modella ungherese viene prelevata dalla stanza e in poche ore finisce in cella.

In carcere resta 74 giorni, poi ne esce ma resta indagata per spaccio internazionale e con obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. La carriera intanto precipita: salta il servizio fotografico, i contratti vengono stracciati dopo l’arresto.

La fine dell’incubo arriva soltanto dieci mesi dopo, quando l’indagine nei suoi confronti viene archiviata su richiesta della stessa procura di Civitavecchia. Il gip scrive infatti che nonostante “lunghe indagini espletate” vi è “infondatezza della notizia di reato”.

Oggi Greta, che sconta una carriera distrutta dal caso e con profonde ferite psicologiche, vuole giustizia per quanto subito. Per questo si è rivolta al penalista Massimiliano Scaringella, che aveva già dimostrato la sua innocenza, per ottenere dallo Stato un risarcimento da 100mila euro.

Una decisione sul caso arriverà il prossimo 22 febbraio dalla Corte d’Appello di Roma.

·        Marco Melgrati.

Il sindaco di Alassio: «Ho subito 34 processi, mi hanno assolto 34 volte. Si chiama persecuzione». Irene Testa su Il Dubbio il 9 luglio 2022.  

La vicenda giudiziaria kafkiana del sindaco di Alassio (Savona) indagato anche per la carta usata dalla sua assistente

Oggi parliamo di Alassio, paese in cui il sindaco, Marco Melgrati, ha vissuto una vicenda giudiziaria importante.

Più che una ne ho vissute tante, sono entrato in amministrazione nel ‘ 93, ho ricoperto due mandati come assessore all’urbanistica, ai lavori pubblici e edilizia privata. Sono un architetto. Poi è uscita una legge che mi impediva di svolgere la professione sul territorio. Ho quindi preso la delega al turismo. Successivamente sono stato eletto sindaco per due mandati consecutivi, e la seconda volta con il 70 percento dei consensi degli elettori. Ho poi fatto il consigliere regionale e adesso sono di nuovo sindaco.

Come è possibile che un cittadino venga perseguitato dalla giustizia, nel merito della sua vicenda?

La procura di Savona all’epoca era fortemente politicizzata, e noi siamo una giunta civica senza colori politici. Il problema vero è che in questi anni io ho subito 34 processi, di cui almeno 24 per la mia attività amministrativa e 10 per la mia attività professionale. Al contrario, nessun altro mio collega ha avuto avviso di garanzia e rinvio a giudizio per le stesse problematiche. Comunque sono stato sempre assolto. La cosa che mi ha creato più difficoltà è stato il coinvolgimento nelle spese cosiddette “pazze” della regione Liguria dove sono stato indagato e processato. Sono stato condannato in primo grado per 2800 euro, di cui 1500 legati alla carta che usava la mia assistente, dopo aver chiesto l’autorizzazione al dirigente della regione.

Io ho subito 7 anni di logoramento psicologico che per me è stato un dramma, perché non ho mai rubato neanche una merendina alla Standa. Faccio beneficenze a molti dei miei cittadini. Tanto per dirne una, pago da dieci anni la casa popolare a una signora disabile, sono 100 euro al mese. Diciamo che i 2000 euro che prendo da sindaco li devolvo tutti i mesi in beneficenza perché c’è sempre quel cittadino che non ha i soldi per pagare il gas, la luce, l’acqua, piuttosto che una scadenza diversa.

E quindi il fatto di essere indagato e condannato per 2800 euro per me è stato veramente uno shock. Ho sempre avuto fiducia nella giustizia, perché su 34 processi sono stato assolto 34 volte, e la giuria della corte d’appello ha avuto davvero un coraggio incredibile ad assolvermi per non aver commesso il fatto.

Riguardo gli altri 1300 euro erano stati spesi in rappresentanza, così come previsto dalla legge regionale. Quindi credo che questa vicenda sia veramente scandalosa. Io ricordo che, prima di andare all’udienza per il verdetto della corte d’appello, sono salito sulla macchina, ho fatto 100 metri e mi sono fermato a vomitare, perché lo stress che ho accumulato in questi anni è stato veramente terribile.

Per non parlare della legge Severino, una legge incostituzionale, perché un cittadino è innocente fino al terzo grado di giudizio e questa legge di fatto impone una limitazione che è una condanna. Impedire ad un sindaco di svolgere la sua attività per un anno e mezzo, senza sapere se in terzo o in secondo grado di giudizio potrà essere assolto, è una cosa vergognosa. Il dramma è che la procura, nonostante la sentenza di corte d’appello, puntualmente smonta completamente gli assunti e le teorie dei giudici di primo grado e ricorso in Cassazione. Per tutte queste vicende la Cassazione assolve anche chi è stato condannato in secondo grado, per fortuna. Infine è il turno del giudice a Berlino.

Come può accadere che un giudice decida di perseguire una persona 34 volte?

Forse sono un sindaco scomodo, perché dico le cose che devono essere dette e le dico in maniera forte. Ricordo che abbiamo fatto un bando per ristrutturare il Grand Hotel di Alassio che è in centro, era chiuso da 40 anni e rappresentava una struttura fatiscente.

La società che aveva vinto il bando ha fatto delle varianti nel parcheggio sotterraneo alla piazza, e io sono stato indagato per concorso morale in abuso d’ufficio. Appena mi è arrivato questo avviso di garanzia, ho fatto un comunicato stampa con il titolo “la procura di Savona ha più fantasia di Walt Disney”, non mi faccio certo prendere in giro.

Ho sofferto psicologicamente 7 anni questo dramma, nonostante avessi seguito una legge regionale molto chiara che consentiva sia le spese di rappresentanza, sia i rimborsi delle spese alle assistenti in varie forme. C’è chi le prendeva come rimborsi chilometrici, chi le prendeva come biglietto del treno. La mia segretaria era andata a chiedere al Dirigente se poteva usare la mia Viacard, mentre io usavo il telepass, per venire nel mio ufficio di Alassio a preparare le interrogazioni, gli ordini del giorno e le proposte di legge che io avevo abbozzato la sera prima.

Immagino anche la sua famiglia sia stata toccata emotivamente e psicologicamente dalla vicenda.

Sì, i miei figli, mia madre, mio padre. A me hanno insegnato i quattro valori nella vita: la fede in Dio, l’onestà, il lavoro e l’amore per la patria. Finché non si arriverà a una divisione delle carriere non ci sarà molto da fare. Perché è impossibile che un PM da un giorno all’altro possa diventare giudice e perseguire la persona che aveva in qualche modo indagato quando era PM. È un problema grave che il presidente Berlusconi aveva cercato di risolvere. Sappiamo tutti com’è finita.

Mi viene spontaneo chiederle se a questo punto non c’è che da sperare nei Referendum sulla giustizia indetti dal Partito Radicale e dalla Lega, sostenuti anche da Forza Italia.

Io ho firmato questo Referendum. La verità è che in Italia ci sono due caste intoccabili: i Pubblici Ministeri che cercano la notorietà e fanno i PM d’assalto, per poi trovarsi con un pugno di mosche. L’altra è la sovrintendenza, che ha un potere spaventoso anche su cose che non sono proprio di loro competenza e che dovrebbero essere di competenza dei comuni. Il problema vero è che nel momento in cui qualcuno propone un referendum, o una legge sulla giustizia, viene perseguitato immediatamente proprio da quella giustizia che dovrebbe essere migliorata.

I prefetti sono succubi della giustizia. Se il procuratore generale di una provincia o di una regione decide che un comune è da sciogliere, il prefetto aderisce, senza approfondire, alla delibera del giudice.

Io sto aspettando il giudizio finale della corte di Cassazione, nel momento in cui avrò l’assoluzione piena anche della corte di Cassazione sarà mia premura denunciare la procura di Genova. Anche perché per un anno e mezzo sono stato sospeso dall’incarico di sindaco. Sarà mia premura fare causa per danni morali e materiali.

·        Mario Tirozzi.

653 giorni in cella e 137 ai domiciliari. Dal carcere da innocente alla pizzeria: la storia di Mario Tirozzi, il fioraio scambiato per narcos dal pm promosso. Viviana Lanza su Il Riformista il 22 Luglio 2022. 

Ventidue mesi in carcere da innocente. Due anni di processo, fra primo e secondo grado. L’assoluzione. E poi ancora cinque anni per ottenere quello che la legge prevede, e cioè il diritto a un risarcimento per chi patisce un’ingiusta detenzione. In prima battuta quel diritto i giudici glielo negano addirittura, con una motivazione che si fa fatica a credere: «Non ha collaborato». Cioè, ti arrestano perché hanno intercettato qualche conversazione e ne hanno interpretato a proprio modo il senso, ti tengono in cella per due anni, nel processo viene fuori che la prova del reato che ti contestano non c’è e loro, gli inquirenti, i magistrati, la giustizia insomma, che fanno? Sostengono che la responsabilità è tua perché non hai collaborato.  Eppure, tu all’interrogatorio di garanzia hai risposto alle domande del gip provando a spiegare ogni cosa, andando anche contro il consiglio dell’avvocato che ti invitava ad avvalerti della facoltà di non rispondere (che pure è un diritto legittimo) in attesa di leggere gli atti.

Ci sono voluti cinque anni di istanze e battaglie giudiziarie per arrivare al provvedimento di due giorni fa con cui i giudici della Corte di Appello capitolina, dopo un rinvio dalla Cassazione, hanno ammesso l’errore della giustizia e riconosciuto l’ingiusta detenzione. Ora, se tutto andrà bene, visti i tempi biblici dei processi, il risarcimento del danno arriverà tra un anno o due. Ma non sarà mai sufficiente a ripagare il povero protagonista di questa storia di tutti i danni subìti dal 2015, da quando tutto è iniziato. La storia è quella di Mario Tirozzi, imprenditore di Capua, oggi trentottenne. Due giorni fa, proprio mentre gli veniva comunicato che la sua richiesta di essere ammesso al risarcimento come vittima di ingiusta detenzione era stata finalmente accolta, ha inaugurato la pizzeria “Apprendista Pizzaiolo” a San Nicola la Strada, in provincia di Caserta. «Questo progetto, realizzato con alcuni amici, è la mia rivalsa. Lo devo alla mia capacità di resilienza e a chi mi è sempre stato accanto in questi anni difficili, alla mia famiglia da cui ho ereditato lo spirito di sacrificio e la passione per il lavoro», racconta Tirozzi provando a lasciarsi alle spalle il calvario a cui lo ha costretto quella che spesso impropriamente viene chiamata giustizia.

Un calvario cominciato il 28 settembre 2015. Alle tre di notte i carabinieri bussano alla casa dove Mario Tirozzi vive con gli anziani genitori. Gli notificano un’ordinanza di custodia cautelare per traffico internazionale di stupefacenti. Per lui, che con la famiglia ha sempre lavorato nel settore del commercio dei fiori, è uno choc. Ma prova a resistere. Viene portato a Santa Maria Capua Vetere, il carcere che sorge a pochi metri da una discarica e per questo è invaso da un odore nauseabondo. Il carcere costruito senza una rete idrica per cui la doccia si fa una volta a settimana e con un filo di acqua color ruggine. «Le condizioni igieniche della cella erano raccapriccianti – ricorda Mario – Ero con due extracomunitari e una persona con problemi di salute mentale che urlava giorno e notte». Come si sopravvive? «Ci vuole tanta forza per non cedere a gesti estremi. Continuamente mi chiedevo cosa ci facessi lì. E per non crollare pensavo alla mia famiglia, alle persone che amo. La carta costituzionale dice che i detenuti andrebbero riabilitati ma da quel che ho visto tutto si fa fuorché riabilitarli». Sei mesi dopo l’arresto, Mario viene portato nel reparto di massima sicurezza. «Dicevano che ero socialmente pericoloso, leggevo sugli atti cose che mai mi sarei immaginato».

I pm di Napoli e poi quelli di Latina (l’inchiesta ha avuto un passaggio di competenze) lo indicavano tra presunti narcos in contatto con l’Olanda. Accuse costruite sull’interpretazione di conversazioni intercettate tra Tirozzi e le segretarie di un’azienda olandese che commerciava fiori. «Nelle telefonate si parlava di spedizioni e soldi e secondo l’accusa io non potevo non sapere la vera destinazione di quei soldi. Da sottolineare che nel processo sono stati poi assolti anche i titolari di questa azienda». In primo grado Tirozzi viene condannato a sette anni di reclusione, in Appello arriva l’assoluzione. Nel frattempo trascorre 653 giorni in carcere e 137 ai domiciliari che i giudici gli concedono, ma in Abruzzo, per accudire il padre malato. «Prima dell’arresto avevo un lavoro bene avviato e stavo per sposarmi. Il matrimonio l’ho dovuto rimandare, il lavoro ho dovuto ricostruirlo da zero». L’azienda nel commercio dei fiori, infatti, negli anni dell’arresto e dei processi ha risentito degli effetti della gogna mediatica. «Dopo essere stato sbattuto in prima pagina come un mostro, i clienti sparirono».

Ora da quel calvario Mario è fuori. «Devo molto all’avvocato Antonio Maio del foro di Roma che mi ha assistito nel processo d’appello dimostrando la mia innocenza. E poi l’altro giorno, finalmente, è stato riconosciuto che la mia detenzione è stata ingiusta». Si fa fatica, però, a dire che Mario ha avuto giustizia. «Credo in alcune persone della giustizia, non nella giustizia. Non è giustizia quella che fa un uso distorto delle intercettazioni, che prima ti arresta e poi cerca le prove. Non riesco nemmeno ad accettare che il pm che mi ha rovinato la vita venga promosso. Se un chirurgo, un avvocato, il dipendente di un’azienda sbaglia, paga. Il magistrato invece no, e non dovrebbe essere così».

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

·        Massimo Garavaglia e Mario Mantovani.

Mantovani assolto, scagionato l’ex vicepresidente della Lombardia. Redazione su Il Riformista il 21 Luglio 2022. 

Nuova assoluzione per Mario Mantovani, ex vice presidente della Regione Lombardia finito sotto processo per reati fiscali per aver drenato, secondo l’accusa, risorse per circa 1,3 milioni di euro dalle casse delle onlus da lui fondate, quelle del gruppo Sodalitas, attraverso “fittizi contratti di locazione”. A scagionare Mantovani e i suoi sette coimputati “perché il fatto non sussiste” è stato ieri il giudice della seconda sezione penale del Tribunale Sandro Saba, che depositerà le motivazioni entro 90 giorni. “Spero che sia definitivamente chiusa una vicenda dolorosissima che non avrebbe dovuto nemmeno cominciare”, ha affermato l’avvocato Domenico Aiello, suo difensore assieme a Roberto Lassin. Il pm Giovanni Polizzi aveva chiesto per Mantovani la condanna a 2 anni e mezzo di carcere.

L’ex vicepresidente della Regione Lombardia, già assolto in appello come anche il ministro Massimo Garavaglia in un altro filone di indagine per corruzione, concussione e altri reati (era stato anche arrestato), per la vicenda per cui ha incassato una nuova assoluzione era stato prosciolto con i suoi coimputati dall’accusa di autoriciclaggio mentre era stato mandato a giudizio per reati fiscali. L’imputazione era stata modificata tre volte. Inizialmente era peculato, poi l’accusa è cambiata in truffa ai danni dello Stato e infine in appropriazione indebita. Quest’ultima contestazione è stata ritenuta dal gup non procedibile per assenza di querela. Ieri l’assoluzione.

Il caso dell’ex vicepresidente della Regione Lombardia. Ennesima assoluzione per Mantovani, dopo 7 anni di gogna: “Contro di me accanimento”. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 22 Luglio 2022. 

“Il fatto non sussiste”. Mai, per Mario Mantovani, l’ex vicepresidente della Regione Lombardia che due giorni fa ha portato a casa l’ennesima assoluzione con la formula più ampia. Dovrebbe essere l’ultimo filone del suo processo, quello nato nel 2015 con il clamoroso arresto dell’ex senatore, viceministro e parlamentare europeo, oltre che numero due del governatore Maroni in Regione Lombardia. Dovrebbe –il condizionale è d’obbligo, dicono i bravi giornalisti, fingendo di crederci- perché non è detto che il pm milanese Giovanni Polizzi, che da almeno sette anni indaga ad ampio raggio su un personaggio politico da sempre abituato ad arrivare primo in ogni competizione elettorale, non si voglia sbilanciare in un altro ricorso in appello.

Finora gli è andata sempre male, fin dal primo processo, nato quel 13 ottobre 2015, quando Mantovani fu arrestato. Il senatore lo ricorda bene, quel giorno, perché gli agenti della Guardia di finanza non erano soli, sull’uscio della sua casa di Arconate. “C’era anche il giornalista di riferimento del pm, secondo lo stile descritto da Luca Palamara, un cronista locale che naturalmente scriveva sul Fatto quotidiano”. È andata male per l’accusa, perché dopo carcere e sputtanamento mediatico particolarmente rumoroso, si era arrivati, in appello, al fatidico “il fatto non sussiste” e all’assoluzione con la formula più ampia. Ma è interessante, a partire dall’ultimo filone il cui punto fermo è stato messo due giorni fa, capire la mentalità e la cultura da cui partono, spesso in modo reiterato, le iniziative di alcuni pubblici ministeri. Mario Mantovani, benché da qualche tempo sia iscritto a un partito come quello di Giorgia Meloni che non brilla certo per cultura da Stato di diritto, è sempre stato un garantista, ben prima di essere punto sulla propria pelle. A Milano sono in tanti a ricordarlo mentre, in piedi su un palchetto improvvisato davanti al più affollato ingresso del Palazzo di giustizia, arringava avvocati e magistrati sull’ingiustizia dell’inchiesta Ruby di cui era vittima Silvio Berlusconi. Aveva ragione, naturalmente, anche dal punto di vista processuale.

E oggi non ha nessuno scrupolo nel dare ragione a Luca Palamara, soprattutto per certe Procure come quella di Milano, dove ci sono “pm ideologicizzati pronti ad aggressioni in mala fede, anche falsando notizie che poi vengono smentite in tutti i gradi del processo, fino alla cassazione”. Certo, a lui l’hanno fatta grossa. Prendiamo quest’ultimo filone d’inchiesta. Mario Mantovani ha sempre avuto una grande attenzione per il sociale, con una particolare sensibilità che gli viene riconosciuta da tutti, e a cui deve in gran parte anche i successi elettorali. È un credente sincero e un politico appassionato. Ma sono caratteristiche umane difficilmente rilevabili da una certa mentalità di stampo travagliesco e grillino sempre sospettosa e pronta a vedere nel mondo politico peccati e reati. Purtroppo questa mentalità appartiene anche a certi magistrati. Così spesso si finisce con il sovrapporre il reato al reo, andando a caccia di quel “tipo d’autore” che ha le caratteristiche per commettere una determinata tipologia di reati. Il classico è il politico relativamente ai reati contro la Pubblica Amministrazione.

Così, mentre Mantovani era in carcere per i reati di peculato, corruzione e turbativa d’asta su specifici episodi (da cui verrà assolto solo sette anni dopo), la Guardia di finanza guidata dal pm Giovanni Polizzi, indagava su tutta la sua vita, per vedere se per caso non ci fosse qualcosa d’altro su cui pizzicarlo. Che cosa poteva esserci di più succulento se non le Onlus fondate dall’ex senatore (ma di cui non era più amministratore dal 1999 quando era stato per la prima volta eletto), che rendevano un pubblico servizio e che ricevevano, come tutti, contributi dalla Regione Lombardia? La Gdf ha cominciato dunque prima di tutto a perquisire ogni cooperativa, a spulciare ogni carta, a cercare, cercare. Subito si spara alto, con l’imputazione di peculato: hai preso i soldi pubblici e li hai usati per fini personali, è l’accusa, con conseguente sequestro della sua villa di Cuggiono. Ma la Cassazione dispone il dissequestro e la cancellazione del reato di peculato.

Che cosa fa allora la Procura? Imputa il reato di appropriazione indebita o truffa. Mantovani va davanti al primo Gup, il dottor Arnaldi, il quale rimanda le carte al Pm, bollando le accuse come “cose generiche”. Il Pm allora si sposta sulla contestazione di “autoriciclaggio” e “frode fiscale”. Si va dal secondo gup, il dottor Castaldi, il quale cassa l’ipotesi del primo reato e manda a giudizio Mantovani per frode fiscale. Si arriva così davanti al terzo giudice, il dottor Sandro Saba, il quale assolve l’imputato “perché il fatto non sussiste”. Il pm Polizzi mercoledì pomeriggio non era in aula, Mantovani sì e ha parlato per mezz’ora. Non gli è stato difficile demolire il castello di accuse a grappolo. “Un accanimento senza limiti” contro di me, accusa. E ricorda che il famoso giornalista di riferimento già sei mesi prima del suo arresto scriveva come fosse opportuno che qualche pm indagasse sulle sue onlus.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Mantovani assolto: la prova era falsa. Cristina Bassi l'11 Giugno 2022 su Il Giornale.

Smontato il primo grado: l’intercettazione era stata trascritta male.

Doveva essere la «prova regina», quella che incastra l'imputato. E invece era inspiegabilmente una intercettazione trascritta male. Così, e anche sulla base di altri elementi, l'ex vicepresidente della Lombardia, Mario Mantovani, è passato da una condanna in primo grado a cinque anni e mezzo di carcere a una assoluzione con formula piena in Appello.

Lo si legge nelle motivazioni della sentenza con cui la Corte d'appello di Milano ha smontato la condanna del Tribunale. La frase pronunciata nell'intercettazione era, secondo i giudici di primo grado, la prova di un presunto accordo corruttivo. Ma una volta riascoltata la registrazione nel processo d'Appello, è suonata praticamente all'opposto. Mantovani nel 2015 finì anche in carcere per corruzione, concussione e turbativa d'asta. La rilettura di una delle prove principali dell'accusa ha fatto cadere la tesi secondo cui il politico «avrebbe raccomandato» l'architetto Gianluca Parotti ai «direttori generali di aziende sanitarie lombarde» per non versargli compensi su lavori di restauro «presso Villa Clerici», tra l'altro a quel tempo «non ancora eseguiti».

Il 14 marzo scorso la Corte d'appello ha assolto altre otto persone che erano prima state condannate insieme all'ex assessore regionale alla Sanità. Corte che ha confermato inoltre due assoluzioni decise già dal Tribunale, tra cui quella del ministro del Turismo ed esponente della Lega Massimo Garavaglia per una presunta turbativa d'asta. Nelle 277 pagine nelle quali i giudici presieduti da Maurizio Boselli demoliscono l'impianto accusatorio spicca quell'intercettazione del 2014 che il legale di Mantovani, l'avvocato Roberto Lassini, ha chiesto e ottenuto di risentire in aula a gennaio, ripulita da «rumori di fondo». E così le parole di Parotti che parlava con un amico, che prima erano state trascritte come «mi sta girando due lavori il capo, per i miei lavori della sua villa» sono ritornate a essere, con la certificazione della Corte, «mi sta girando due lavori il capo... primi lavori della sua vita». Con in più un «fuori cornetta» pessimista in cui diceva: «Secondo me, non prendo un ...». Se Parotti (assolto) «non avesse pronunciato» le parole della prima trascrizione ma quelle della seconda, «come il Collegio reputa certo», risulterebbe, spiega la Corte, «ulteriormente depotenziata la valenza probatoria della frase con riferimento all'ipotizzato scambio corruttivo, disarticolando l'iter logico-motivazionale» del verdetto di primo grado. Sentenza che la Seconda sezione d'Appello ribalta anche nelle altre imputazioni, ad esempio quando scrive che non è supportata la tesi della «occultata concentrazione di interessi nella figura» di Mantovani.

Giuseppe Guastella per il “Corriere della Sera” il 15 marzo 2022.

È un'assoluzione piena quella che Mario Mantovani ottiene in appello con una sentenza che cancella la condanna a 5 anni e mezzo del luglio 2019 per concussione, corruzione e turbativa d'asta e cozza violentemente contro i 40 giorni di carcere e gli oltre quattro mesi di arresti domiciliari che ha subito a fine 2015 nell'inchiesta su una serie di gare d'appalto che, secondo l'accusa, sarebbero state pilotate quando, tra il 2010 e il 2015, è stato sindaco di Arconate, senatore Pdl-FI, sottosegretario al ministero delle Infrastrutture nel governo Berlusconi, assessore alla Sanità e vicepresidente della Regione Lombardia. 

Assolto, ma per lui è una conferma della sentenza di primo grado, anche il ministro leghista del Turismo Massimo Garavaglia, coinvolto come ex assessore al Bilancio lombardo. Il collegio della seconda sezione penale della Corte d'appello di Milano, presieduto da Maurizio Boselli, ha assolto con la stessa formula del «non aver commesso il fatto» anche gli altri otto imputati dai tredici capi di imputazione dell'inchiesta, chiusa nel 2015 dal sostituto procuratore milanese Giovanni Polizzi. Tra loro, c'erano l'ex braccio destro di Mantovani, Giacomo Di Capua, e Francesco Errichiello, ex provveditore alle Opere pubbliche della Lombardia.

Alla richiesta del sostituto procuratore generale Massimo Gaballo di confermare la condanna al carcere per Mantovani, difeso dall'avvocato Roberto Lassini, e di infliggere un anno e mezzo di reclusione a Garavaglia, imputato per una gara d'appalto da 11 milioni del 2014 sul servizio di trasporto di dializzati e difeso dagli avvocati Jacopo e Gaia Pensa, i giudici hanno risposto con l'assoluzione che, per Mantovani, è stata anche nel merito anche per un reato che nel frattempo è andato in prescrizione. «La Corte d'appello ha ridicolizzato l'indagine per come è stata fatta e per il taglio che era stato dato. Sette anni e mezzo di sofferenze e processi per una vicenda che per il mio assistito non doveva neppure cominciare», afferma l'avvocato Jacopo Pensa mentre il ministro Garavaglia esce emozionato dall'aula.

Mario Mantovani è impassibile, apparentemente. «Finalmente ho incontrato la buona giustizia dopo anni di sofferenze e dolori. Ricomincio a vivere», dichiara. Da tempo è approdato in FdI dopo aver lasciato Forza Italia dove «non ho sentito - afferma - il calore che meritavo dopo tanti anni di battaglie per la giustizia e di sofferenza, che non escludo sia stata in parte dovuta al fatto di aver difeso il presidente Silvio Berlusconi di fronte ai tribunali». Mantovani organizzava le manifestazioni in occasione dei processi al leader.

Le indagini, la gogna e poi l'assoluzione per Garavaglia e Mantovani. Federico Garau il 14 Marzo 2022 su Il Giornale.

I giudici della Corte d'appello di Milano hanno confermato l'assoluzione per il ministro del Turismo. Assolti anche Mario Mantovani e tutti gli altri imputati.

Confermata l'assoluzione per Massimo Garavaglia, rappresentante del Carroccio ed attuale ministro del Turismo del governo Draghi. Assolti anche l'ex vicepresidente della Regione Lombardia Mario Mantovani e tutti gli altri imputati.

Questa la decisione della Corte d'appello di Milano, che ha dato ragione alla sentenza di assoluzione in primo grado dall'accusa di turbativa d'asta "per non aver commesso il fatto" risalente allo scorso luglio 2019. Garavaglia, lo ricordiamo, era stato imputato, in concorso, per turbativa d'asta su una gara per il servizio di trasporto di persone dializzate del 2014, quando era assessore lombardo all'Economia.

Garavaglia viene assolto Il governo adesso respira

La conferma di assoluzione arriva anche per Mario Mantovani, arrestato nel 2015 per corruzione, concussione e turbativa d'asta, e condannato in primo grado a 5 anni e mezzo. Assolto anche Antonio Pisano, che ricopriva il ruolo di contabile.

Si chiude, dunque, la battaglia legale del ministro Massimo Garavaglia, per il quale la procura aveva chiesto in primo grado una condanna a due anni. Secondo il tribunale, tuttavia, risultavano mancanti gli "elementi adeguatamente dimostrativi per affermare" che Garavaglia avesse fornito un suo contributo "anche solo nella forma della agevolazione alla turbativa". Non vi erano, pertanto, "elementi per affermare una sua consapevolezza". Per l'accusa, nel 2014 l'ex assessore lombardo all'Economia aveva dato disposizioni ed imput iniziale, insieme a Mario Mantovani, per "vanificare gli esiti del bando" di una gara da 11 milioni di euro indetta da tre Asl per il servizio trasporto dializzati.

Alla fine, la seconda sezione penale della corte di appello ha confermato l'assoluzione, sia per Garavaglia, che per tutti gli altri imputati. "Sette anni sono molto lunghi, però sono convinto che alla fine alla cattiva giustizia si è contrapposta la buona di oggi", è il commento rilasciato ad Ansa da Mario Mantovani. "Onore alla Corte d'appello di Milano che ha cercato la verità. Sono stato assolto con formula piena e sono soddisfatto che sia stata accertata la verità", ha aggiunto.

Raggiunto dai microfoni di Agi, Jacopo Pensa, legale di Massimo Garavaglia, ha affermato di non aver mai avuto dubbi sull'assoluzione. "Era un processo che non si doveva neanche celebrare", ha dichiarato. "Con l'assoluzione di tutti gli imputati, tra cui quelli che avevano subito una condanna pesante, la corte ha ridicolizzato l'indagine per come è stata fatta", ha aggiunto. "Questa è la prova di una giustizia che deve andare a guardare, a leggere, a studiare e ad ascoltare, fino adesso era stata una giustizia inascoltata", ha affermato l'altro avvocato che ha rappresentato Garavaglia, la dottoressa Gaia Pensa.

Felice della notizia anche il leader della Lega Matteo Salvini, che ha affermato di essere tuttavia "un po' meno contento degli anni che anche questi assolti hanno passato da presunti colpevoli". "A maggior ragione i referendum sulla giustizia che il governo dovrà fissare nei prossimi mesi saranno una boccata di ossigeno", ha aggiunto il segretario del Carroccio. 

"Da innocente, vi racconto il mio calvario con la Giustizia". Francesco Boezi il 14 Marzo 2022 su Il Giornale.

Tra gli assolti della Corte d'Appello di Milano, oltre a Garavaglia e Mantovani, ci sono altre persone. Tra queste, Giacomo Di Capua che venne arrestato alle sei di mattina in un bilocale di trentadue metri quadri, con un figlio appena nato.

L'assoluzione del ministro Massimo Garavaglia e dell'ex senatore Mario Mantovani non interesserà a molte prime pagine (certa stampa è abituata a rimarcare le indagini e le condanne non definitive ma non i proscioglimenti), figurarsi quella di una persona assolta nel medesimo processo che non ha ricoperto o che non ricopre una carica politica spendibile per il sensazionalismo. Con le cronache sulla Giustizia, spesso, funziona così.

Giacomo Di Capua ha meno di venticinque anni quando, poco dopo aver terminato l'Università a Pisa, inizia a lavorare con Mario Mantovani. Da giovane forzista, Di Capua viene poi eletto al consiglio comunale di La Spezia e, in sincrono o quasi, inizia a lavorare per l'ex parlamentare forzista. Mantovani, da eurodeputato, ricoprire poi l'incarico di sottosegretario alle Infrastrutture. E il suo collaboratore lo segue a Roma per diventare il vertice della segreteria. La carriera prosegue.

"Avevo appena ventotto anni ed ero già dirigente al ministero. Poi, quando il senatore viene scelto come Assessore alla Sanità in Regione Lombardia, divento il suo capo segreteria. Svolgo attività istituzionale sino al 13 ottobre del 2015 quando sei finanzieri entrano alle sei del mattino nel mio bilocale, ben trentadue metri quadri dove eravamo accampati la mia compagna, mio figlio di venti giorni ed io. Stavamo cercando casa: quella che non sono riuscito a comprare. E sa perché? I soldi sono serviti per la difesa processuale".

Di Capua viene portato a San Vittore, dove trascorre una ventina di giorni. Ci racconta oggi di aver puntato tutto sulla verità: "Ho detto al Pm - quello che insisteva ad attribuire responsabilità a Tizio e a Caio - che sarei voluto andare a casa al più presto, che mio padre mi aveva insegnato a dire la verità e che non sarei stato disposto ad infamare nessuno". Giacomo Di Capua esce da San Vittore dopo ventuno giorni e trascorre sei mesi ai domiciliari. Sin dal principio, avendo letto tutte le carte mentre si trova in carcere, è certo di poter dimostrare la sua totale innocenza. E così, in fin dei conti, sarà.

Rimane senza lavoro per parecchio tempo e riesce ad affrontare alcune conseguenze psicologiche grazie "alla forza della famiglia ed agli amici, cui volevo dimostrare la mia innocenza. Ma il processo più duro - dice - è stato quello di mio padre. I miei, in carcere, mi hanno abbracciato subito ma si sono anche detti vogliosi di capire come stessero le cose". A questo punto, parte quella che Di Capua chiama "riscossa". Il ragionamento è più o meno questo: essendo riuscito a convincere il padre della sua innocenza, è possibile farlo anche con i giudici nel processo. E dunque ottenere Giustizia.

"Abbiamo cercato di essere lucidi, affrontando un processo di primo grado durissimo, al termine del quale sono stato assolto per due capi d'imputazione su quattro". Poi arriva l' altra assoluzione: quella di queste ore, che per Di Capua corrisponde "al primo giorno di primavera" dopo sei anni e più di calvario. Il primo pensiero? "Ho ritrovato fiducia nella Carta Costituzionale. Ho pensato che i padri costituenti hanno fatto bene a prevedere più gradi di giudizio. E poi ho visto la bandiera italiana: ho sempre sperato di fare il dirigente pubblico nella mia vita. E quell'arresto mi aveva fatto perdere molta fiducia nel mio Paese".

Di Capua chiosa dicendo che adesso spenderà del tempo a spiegare ai suoi figli cosa gli è successo e il perché del nervosismo e del dover andare via presto di mattina. Oggi ha quarant'anni e ha speso "tutti" i suoi risparmi per difendersi.

«Vittima di quella procura perché sono un politico e sto nel centrodestra…». Il Dubbio il 16 marzo 2022. Intervista al senatore di Forza Italia Mario Mantovani assolto dalla Corte d'Appello di Milano dopo una condanna in primo grado a oltre 5 anni di carcere. «Se sono contento? No, affatto...»

«Fare il politico è pericoloso. Molto pericoloso. Bisogna stare particolarmente attenti, soprattutto se uno è di centrodestra e si trova sotto il tiro di certe procure. Purtroppo la realtà è questa ed è inutile nascondersi dietro un dito».

Mario Mantovani, ex vicepresidente della Regione Lombardia ed ex assessore alla Sanità per Forza Italia, è stato assolto lunedì scorso dalla Corte d’appello di Milano “per non aver commesso il fatto” dall’accusa di concussione e corruzione. Arrestato ad ottobre del 2015, trascorse un mese e mezzo a San Vittore. In primo grado nel 2019 era stato condannato a cinque anni e mezzo di carcere.

Secondo il pm milanese Giovanni Polizzi che aveva condotto le indagini insieme al luogotenente della Guardia di finanza Raffaele Stabilito, Mantovani era “a capo” di un “sistema di favori” e gestiva un “groviglio di interessi pubblici e privati che si concentrava nella sua figura, un sistema gestito anche dal suo entourage e dalle sue persone di fiducia”. Un “faraone” secondo i detrattori. Nonostante l’assoluzione con formula piena, Mantovani, che in passato è stato anche senatore ed europarlamentare, oltreché coordinatore regionale degli azzurri, non riesce però ad essere felice.

Senatore, non è contento che si è chiuso tutto nel migliore dei modi?

Sinceramente no. È stato un calvario durato sette anni. Le prove della mia innocenza c’erano già allora. L’indagine iniziò quando lei era senatore.

Sì. Sono stato intercettato per quattro anni di fila. Mai una proroga.

Il gip firmò la richiesta di custodia cautelare dopo 14 mesi, con continue pressioni da parte della Guardia di finanza che voleva fossi assolutamente arrestato. Se le pare normale.

No. Però quando c’è di mezzo un politico capita spesso. Certo. Come il mio arresto, avvenuto in diretta televisiva. Quando vennero a prendermi i finanzieri con loro c’erano anche i giornalisti. E non li avevo certo avvisati io o mia moglie.

Anche questo è normale.

Se lo dice lei.

Le indagini puntavano a dimostrare che avesse beneficiato di lavori di ristrutturazione realizzati a titolo gratuito da un architetto su immobili di sua proprietà. E poi di aver acquistato un terreno ad una cifra esigua nel comune di Arconate, dove era stato sindaco, pilotando appalti nel settore edilizia scolastica e sanitaria.

Un teorema senza alcun riscontro.

I finanzieri hanno condotto le indagini con un impiego di mezzi e risorse senza pari.

Guardi, non oso nemmeno immaginare quanto possano essere costate. Dico solo che oltre al classico ricorso alle intercettazioni telefoniche, i finanzieri dotarono le loro auto sotto copertura con cui mi pedinavano tutti i giorni di microfoni spia e telecamere ad infrarossi, inserite nei fari, per non perdere nemmeno un mio labiale. Queste dotazioni tecnologiche degne dei migliori film di James Bond e pagate, sottolineo, con i soldi dei contribuenti, registrano anche un incontro ad Arcore dell’allora comandante generale dei carabinieri del Nord Italia Vincenzo Giuliani che avevo accompagnato in visita da Berlusconi per un saluto. Sulla bobina del filmato, prodotta nel corso del processo, vi era invece scritto di “interesse investigativo”.

Con il suo difensore, l’avvocato Roberto Lassini, fin da subito avete evidenziato le anomalie del procedimento.

Anomalie? Falsi. Tutti dimostrabili e messi nero su bianco.

Non pensa che abbia pagato proprio la sua vicinanza a Silvio Berlusconi? Lei non si era fatto molto amare in quel periodo dai pm milanesi, organizzando la manifestazione di protesta con i parlamentari azzurri sulle scale dei tribunale quando Berlusconi era finito sotto il tiro di Ilda Boccassini.

Per quello che accade nella Procura di Milano è sufficiente leggere le cronache dei giornali.

Lei scrisse anche al presidente Mattarella.

Sì, due volte. Mai risposto. Adesso che è stato rieletto e che sembra avere a cuore la giustizia mi aspetto più attenzione.

Tornando al suo processo, solo di intercettazioni erano circa 200mila pagine.

Non è stato facile. Mi metto nei panni di chi, anche se innocente, decide di patteggiare. Per affrontare un simile processo, oltre alla forza di resistere, servono ingenti risorse economiche che non tutti hanno e che nessuno, una volta assolto, ti ridarà indietro.

Urge la riforma della giustizia?

È fondamentale! Non si possono mettere in cella gli innocenti. E chi ha fatto un simile errore non può continuare a fare carriera come se nulla fosse.

In Appello ribaltato il verdetto di primo grado: crolla tutto. Assolti Garavaglia e Mantovani, “ridicolizzata” la procura di Milano: l’arresto, la gogna e la figuraccia finale…Redazione su Il Riformista il 14 Marzo 2022. 

Una inchiesta flop quella della procura di Milano, letteralmente “ridicolizzata” dal giudizio di secondo grado perché “il fatto non sussiste”. A distanza di quasi otto anni la Corte d’Appello meneghina ha confermato l’assoluzione per il ministro del Turismo in quota Lega Massimo Garavaglia, già assolto nel corso del processo di primo grado (luglio 2019), “per non aver commesso il fatto”, dall’accusa di turbativa d’asta relativa a una gara per il servizio di trasporto di persone dializzate del 2014, quando Garavaglia ricopriva il ruolo di assessore all’Economia della regione Lombardia. Oltre al ministro del governo Draghi, assolti anche tutti gli altri imputati, nove in totale, tra cui l’ex vicepresidente del Pirellone Mario Mantovani, condannato in primo grado a 5 anni dopo l’arresto, nel 2015, con le accuse di corruzione, concussione e turbativa d’asta.

I giudici della seconda sezione penale d’Appello di Milano hanno ribaltato il verdetto comminato in primo grado per nove imputati, tutti assolti nel merito. Tra loro anche il contabile Antonio Pisano. Per Garavaglia la richiesta del procuratore generale Massimo Gaballo era di una condanna a un anno e sei mesi, per Manotvani era invece di 6 anni e mezzo, un anno in più rispetto al primo grado. Secondo l’accusa, l’allora assessore lombardo all’Economia nel giugno 2014 avrebbe dato, assieme a Mantovani, “disposizioni” e “l’input iniziale” per “vanificare gli esiti del bando” di una gara da 11 milioni di euro indetta “in forma aggregata” da tre Asl per il servizio trasporto dializzati. Tesi che sono crollate definitivamente nel processo d’Appello.

Soddisfazione tra i legali di Garavaglia e Mantovani. Secondo Jacopo Pensa, difensore dell’attuale ministro del Turismo, i giudici della Corte d’Appello di Milano hanno “ridicolizzato l’indagine per come è stata fatta e per il taglio che era stato dato. “L’unica parte della sentenza di primo grado confermata” ha precisato Jacopo Pensa, “è stata quella delle due assoluzioni che erano state già decise”.

Roberto Lassini, legale di Mantovani, incalza: “Un’assoluzione nel merito da tutte le accuse. Sono orgoglioso di essere di Milano, abbiamo evitato un grave errore giudiziario”. Poi, in merito all’assoluzione nel merito,  aggiunge: “Voglio evidenziare con orgoglio poi che sul capo di imputazione relativo alla casa di riposo di Arconate, che era prescritto, la Corte non si è accontentata di dichiararla e ha pronunciato sentenza nel merito, pienamente assolutoria anche per quella imputazione”.

Una sentenza che ha disintegrato il giudizio di primo grado dove il collegio della quarta sezione del Tribunale di Milano, presieduto da Giulia Turri, aveva condannato nove dei 12 imputati: Mantovani (5 anni e mezzo), Giacomo Di Capua (4 anni e 4 mesi), Giorgio Scivoletto (2 anni e 2 mesi), Gianluca Parotti (2 anni e 10 mesi), Gianluca Peluffo (2 anni e 10 mesi), Giovanni Tomassini (8 mesi), Antonio Pisano (1 anno e 6 mesi), Michele Franceschina (1 anno e sei mesi), Francesco Errichiello (2 anni e 2 mesi). I giudici avevano invece assolto Garavaglia e altri due co-imputati.

“Sono contento della assoluzione, “sono un po’ meno contento degli anni che anche questi assolti hanno passato da presunti colpevoli. A maggior ragione i referendum sulla giustizia che il governo dovrà fissare nei prossimi mesi saranno una boccata di ossigeno”. Così il leder della Lega Matteo Salvini commenta la sentenza.

La sentenza d'appello. Procura di Milano a pezzi, assolti Mantovani e Garavaglia: non era la nuova Tangentopoli…Tiziana Maiolo su Il Riformista il 15 Marzo 2022. 

Non era la “Nuova Tangentopoli” e non c’era l’”Entourage” del malaffare. Sono passati sette anni da quel 13 ottobre del 2015 in cui Mario Mantovani era stato arrestato con grande clamore perché era il vicepresidente della Regione Lombardia di Roberto Maroni. Corruzione e concussione, abuso d’ufficio e una turbativa d’asta in cui insieme a lui risultava indagato anche l’assessore al bilancio, il leghista Massimo Garavaglia. E una telefonata, ritenuta centrale per l’inchiesta, in cui la parola “vita” era stata interpretata come “villa”. Succede, succede, succede.

Assoluzioni perché “il fatto non sussiste”, “il fatto non sussiste”, “il fatto non sussiste”. Non esisteva nessun reato, neppure quello che imputava a Mario Mantovani il reato di abuso d’ufficio quando, nella veste di sindaco della sua città, Arconate, aveva bandito una gara per la costruzione di una casa di riposo. Il reato nel frattempo si è prescritto, ma la corte d’appello ha voluto pronunciare sentenza di assoluzione ugualmente. Cosa che non succede di frequente, se non quando un magistrato vuol bacchettare quello che ha commesso stupidaggini giudicando prima di lui. E pensare che in quel 2015 giornali e televisioni strillavano sullo scandalo che aveva investito la Lombardia, la più grande Regione italiana, sempre oggetto di appetiti di chi non riusciva a vincere le elezioni e di attenzioni da alcuni ambienti giudiziari. Mario Mantovani era noto come persona perbene e anche come politico molto apprezzato dai suoi elettori. Alle regionali era stato il primo di tutti i partiti con 13.000 preferenze. Era stato senatore e sottosegretario e anche al Parlamento europeo era stato eletto con particolare successo. Un uomo di potere, certo. Ma è anche sempre stato uno che la politica l’ha vissuta come passione, e in quegli anni a Milano c’era una questione giustizia molto spinosa che si chiamava “caso Berlusconi” e “processo Ruby”.

Così il vicepresidente della Regione, con lo spirito del militante politico, aveva preso un palchetto e ogni mattina si metteva in piedi davanti al Palazzo di giustizia, proprio dal lato in cui entrano gli avvocati e i magistrati, e teneva discorsi. Un tribuno. Insieme a lui arrivavano parlamentari, assessori e consiglieri e tanti altri militanti di Forza Italia. C’era sempre tantissima gente, e tutti parlavano, si fermavano avvocati e qualche magistrato. Mentre Berlusconi veniva assolto nel processo d’appello, la procura continuava a indagare e indagare, e ancora non è finita con i processi 2 e 3 fino all’infinito. E Mario Mantovani continuava i suoi comizi sul palchetto al Palazzo di giustizia. Un mese dopo era in manette a San Vittore. Quella mattina del 13 ottobre sull’uscio della sua casa di Arconate c’erano già i giornalisti, oltre alle manette pronte.

Quaranta dì, quaranta notti, come nella famosa canzone della mala milanese “Ma mi”. L’arresto di Mario Mantovani era stato un fatto così clamoroso da trasformare i corridoi di San Vittore in succursali del Parlamento e della Regione.

Gli esponenti di tutti i partiti (con la sola eccezione dei Cinque stelle, ma eravamo nel 2015, magari oggi qualcuno di loro andrebbe anche a trovare un detenuto) facevano a gara per affacciarsi alla sua cella. Persino due volte Salvini, tutt’altro che garantista e non ancora illuminato sulla via referendaria. Tanto che –ecco perché “solo” quaranta giorni- a un certo punto il pm ha detto di mandarlo ai domiciliari “così a casa non avrebbe più visto nessuno”. Scritto nero su bianco. Altri centoquaranta giorni ai domiciliari, fino a che il suo avvocato Roberto Lassini, che lo assiste insieme al professor Guido Calvi, non ha scoperto un errore dei magistrati che ha reso la libertà e la prima boccata d’aria all’imputato. I magistrati sbagliano, certo, che novità. Anche sulla libertà, quella degli altri, ovvio. Ma i casi della vita sono tanti, e a volte strani. Così, una volta rinviato a giudizio, insieme a Massimo Garavaglia, al suo assistente Giacomo Di Capua, trascinato in una vicenda non sua, e ad altri dodici imputati, ecco Mantovani davanti al tribunale che deve giudicarlo in modo imparziale. E chi si ritrova, seduta sullo scranno più alto, se non la stessa presidente Giulia Turri, quella che aveva condannato Berlusconi insieme alle due giudici laterali per il primo processo Ruby? Quelle tre che il leader di Forza Italia aveva definito “femministe e comuniste?”.

Chissà se quel giorno della prima udienza Mario Mantovani ha rimpianto quei comizi sul palchetto, chissà se la presidente gli ha lanciato qualche occhiatina ironica, mentre valutava le accuse gravissime di cui doveva rispondere colui che fino a poco tempo prima si era esibito come tribuno a criticare la sua sentenza su Berlusconi. Fatto sta che quel tribunale aveva poi fatto salti logici per separare la posizione di Massimo Garavaglia, assolto per non aver commesso il fatto, da quella di Mantovani, condannato per averlo commesso. Ma il problema è che il fatto non c’era proprio. I due erano sospettati di aver tentato di far annullare una gara per il trasporto dei disabili, in quanto le Croci locali dell’area territoriale dell’attuale ministro, che avevano fino a quel giorno svolto il servizio, non avevano la possibilità economica di concedere un’adeguata cifra a titolo di fideiussione. Poi non era successo niente, perché la gara era già stata annullata. Ma c’era stata una triangolazione di telefonate, Garavaglia a Mantovani e lui al dottor Scivoletto, presidente della Asl Uno di Milano, quella che doveva indire la gara. Proprio perché nulla era accaduto, è stato facile per la corte d’appello – che ha riaperto le indagini, mostrando da subito la propria autonomia dal Pensiero Unico che ha dominato per anni a Milano – demolire l’accusa che era stata fatta propria dal tribunale del processo di primo grado. Quello che a Mantovani non aveva concesso neanche le attenuanti a causa del suo “comportamento spregiudicato” e della sua “mancanza di resipiscenza” , come era stato scritto nella motivazione di ben 350 pagine.

Era stato “spregiudicato” nel rapporto con un architetto, in una vicenda simile a quella che aveva rischiato di travolgere il sindaco Beppe Sala e che era finita in niente. Ma qui c’era stata una sorta di intercettazione in cui nella frase “per la prima volta nella vita” era diventata “nella villa” e aveva aperto il filone della corruzione: non pago l’architetto e gli faccio in cambio qualche favore. Il presidente della corte d’appello ha voluto far sentire in aula l’intercettazione, e il sospetto si è volatilizzato. C’era poi un’altra accusa, la più grave, per concussione, quella da cui tutto era partito e che aveva determinato l’arresto del 2015, già caduta nel processo di primo grado, ma su cui il pm aveva fatto ricorso. Anche nell’appello la pubblica accusa non si era risparmiata, chiedendo ancora carcere, anche per quello: un anno e mezzo per Garavaglia e sei anni e mezzo complessivi per Mantovani, un anno in più della condanna di primo grado. Ma il presidente ha voluto celebrare un vero processo, come a Milano in passato pareva non fosse più possibile fare. L’imputato Mantovani ha potuto parlare per 47 minuti. Ha sollevato dieci questioni e le ha illustrate punto per punto.

Le diverse violazioni dell’articolo 111 della Costituzione, quella sul giusto processo, prima di tutto. Perché lo avevano indagato per quattro anni senza mai notificarglielo e perché poi, il giorno dell’arresto, i giornalisti erano già sull’uscio insieme agli uomini della guardia di finanza. E perché era stato intercettato mentre era senatore. E poi perché il gip, che aveva firmato l’ordinanza di custodia cautelare dopo ben un anno dalla richiesta del pm, veniva continuamente pressato dalla Gdf perché si decidesse a mandarlo in galera, anche con notizie false. “Ho avuto una grande fortuna, dice oggi l’ex vicepresidente della Regione Lombardia, perché ho incontrato giudici veri e coraggiosi. Quelli che valutano le prove e cercano quella verità che in primo grado sembrava un optional. Ma la mia fortuna è dovuta anche al fatto che in questi sette anni ho sempre avuto vicino la mia famiglia e anche perché ho una certa disponibilità economica. Penso a quei tanti cittadini che sono costretti a soccombere nel processo perché non hanno possibilità economiche o hanno difficoltà di ordine sociale”. Poi la stilettata politica finale: “È come se avessero avuto l’ordine di uccidere”. Chissà se qualcuno in quei giorni dei processi Ruby ha preso la mira e tirato a quel palchetto.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

·        Mauro Vizzino.

Peculato per poco più di mille euro: assolto dopo sei anni Vizzino. La decisione del Tribunale chiude il calvario giudiziario del consigliere della Regione Puglia. «Questa vicenda è stata lunga e dolorosa - dice Vizzino - ma io non ho mai perso la fiducia nella giustizia». su Il Dubbio il 10 marzo 2022.

Il Tribunale di Brindisi ha assolto dall’accusa di peculato – per non aver commesso il fatto – il consigliere della Regione Puglia Mauro Vizzino (Popolari con Emiliano), presidente della commissione regionale Sanità, e Alessandro Coccioli, entrambi di Mesagne (Brindisi), imputati in qualità di dipendenti del Centro unico di prenotazione (Cup) della Asl di Brindisi.

Secondo l’accusa, i due si sarebbero appropriati dei soldi dei ticket per le visite attraverso procedure di falsa restituzione degli importi per prestazioni non erogate, nel periodo compreso tra il 2009 e il 2012, per una somma pari a 1.192 euro per Vizzino e 863 euro per Coccioli. Secondo le indagini coordinate allora dal pm Milto Stefano De Nozza, i due, dipendenti della ditta Svimservice, gestore all’epoca del servizio di prenotazioni, facendo risultare non eseguite alcune prestazioni che lo erano invece state, tramite uno storno inserito nel sistema informatico, avrebbe attivato procedure di “falsa” restituzione ai pazienti di diversi importi, dai 4 ai 70 euro. Secondo l’accusa, dunque, i pazienti che avrebbero dovuto ottenere la restituzione delle somme, in realtà non le avevano mai ricevute. Parte civile nel processo, iniziato nel 2016, la Asl di Brindisi.

L’assoluzione era stata invocata anche dal pm Francesco Carluccio a conclusione del dibattimento. «Questa vicenda è stata lunga e dolorosa, ma io non ho mai perso la fiducia nella giustizia e l’esito odierno mi ripaga di tante sofferenze», ha dichiarato Vizzino in una nota. «Ringrazio i miei avvocati per l’impegno finalizzato a far emergere la verità e anche tutti coloro che hanno sempre creduto nella mia innocenza». Nel collegio difensivo gli avvocati Alessandro Dell’Aquila, Angelo Loizzi, Alessandra Tamburrano, Roberto Sisto, Cosimo Lodeserto e Dino Crusi. «Per me – ha poi scritto sul proprio profilo Facebook dopo l’assoluzione – si tratta di una liberazione dopo anni ed anni di sofferenza per una vicenda davvero incredibile». 

·        Michele Iorio.

Paolo Ferrari per “Libero Quotidiano” il 21 aprile 2022.

«In questi anni mi sono dovuto difendere in 23 differenti processi, tutti conclusi con delle assoluzioni. Posso dire che nei miei confronti c'è stata una tortura giudiziaria. La giustizia, però, alla fine ha trionfato e sono molto soddisfatto». Sono state queste ieri le prime parole dell'ex presidente della regione Molise, Michele Iorio, dopo la sentenza di assoluzione con formula piena da parte del tribunale di Campobasso, presidente Giampiero Scarlato, nei suoi confronti.

«Si chiude un incubo durato dieci anni», ha aggiunto l'esponente di centrodestra, «ho subito un'attività investigativa che ha mirato essenzialmente alla distruzione della mia persona, soprattutto sotto l'aspetto politico. Per me è una nuova nascita è spero di poter dare e fare ancora qualcosa di utile per questa regione».

Il procedimento penale aveva riguardato il cosiddetto "Sistema Iorio", dal nome, appunto dell'ex presidente molisano il quale, secondo l'accusa dell'allora procuratore Armando D'Alterio, insieme a politici, imprenditori, editori, dirigenti della regione e degli enti sub-regionali, avrebbe messo in piedi un sodalizio finalizzato alla commissione di svariati reati, fra cui corruzione, concussione, abuso d'ufficio, peculato, falsità materiale e ideologica, estorsione, violenza privata, bancarotta e ricettazione.

Fra gli indagati di spicco, oltre a Iorio, Ignazio Annunziata, all'epoca dei fatti figura di riferimento del giornale Gazzetta del Molise, l'ex assessore regionale Gianfranco Vitagliano, l'ex capo della Protezione Civile Giuseppe Giarrusso, l'ex direttore dell'Asrem Angelo Percopo.

L'inchiesta, in particolare, era partita da un contratto stipulato dalla società pubblica "Molise Acque" con l'editore della Gazzetta del Molise, Ignazio Annunziata il quale, in cambio, avrebbe dovuto promuovere l'azienda. Dal filone principale ne erano poi scaturiti altri. Le indagini furono chiuse nel 2014. 

Per la Procura, Annunziata e Iorio, avevano portato avanti lo stesso disegno criminoso con il governatore che «compiva atti contrari ai doveri del suo ufficio, effettuando erogazioni economiche regionali al giornale con decine di migliaia di euro per pubblicità e redazionali». 

Annunziata, sempre secondo la procura, avrebbe quindi chiesto denaro a diversi personaggi locali per evitare articoli denigratori sul suo giornale.

La lente dei pm si era anche concentrata sulle procedure concorsuali per l'assunzione di duecento operatori presso la Protezione Civile molisana, guidata all'epoca da Giuseppe Giarrusso. «Ci sono stati predesignati vincitori, peraltro accomunati a Iorio dalla stessa militanza politica», aveva affermato il pubblico ministero, «i quali garantirono propaganda politica per le elezioni del 2013 in cambio del compimento da parte del capo della Protezione Civile, Giarrusso, e in adempimento dei desiderata di Iorio, di atti contrari ai doveri d'ufficio».

Accuse pesantissime per i magistrati che ipotizzarono «plurime violazioni di legge» nel concorso sia rispetto «all'ammissibilità dei partecipanti», sia «nell'attribuzione dei punteggi».

«Addirittura», aggiunse la Procura di Campobasso, «ad un candidato fu anticipato il tenore delle domande della prova orale». La stessa Protezione Civile era successivamente finita in un'altra inchiesta per la locazione dei ponti radio su cui viaggiavano le comunicazioni d'emergenza. Per Iorio erano stati chiesti 6 anni.

Cinque, invece, per Percopo, e tre per Giarrusso, dirigente dell'Area Sviluppo del Territorio del Comune di Campobasso. In caso di condanna, Iorio rischiava una seconda sospensione dal Consiglio regionale per effetto della legge Severino che, negli enti locali, ha effetti già dopo la sentenza di primo grado. Con l'assoluzione di ieri, invece, Iorio, transitato da Forza Italia a Fratelli d'Italia, è pronto a candidarsi nuovamente per la guida della regione Molise. 

Iorio, assolto dopo 10 anni e 23 processi: «Colpito perché ero imbattibile. Nel 2023 mi ricandido». Giovanna Cavalli su Fornito da Corriere della Sera il 23 aprile 2022.

«Sono stati dieci anni di tormento e tutto per niente. Io corrotto? Ma chi? Ma quando? Non ho mai preso un euro, lo sapevo io e lo sapevano tutti, è stato solo tempo perso, una mortificazione che non meritavo, fortuna che sono un tipo tranquillo, per natura non mi agito, altrimenti non so come avrei resistito». Dopo essere stato assolto dalle accuse di corruzione (e non solo) , l’ex presidente del Molise, Michele Iorio, in carica fino al 2012, ex onorevole ed ex senatore, oggi semplice consigliere regionale, nato dc poi ex forzista migrato in FdI, 74 anni, medico chirurgo, è ovviamente ancora più sereno, visto che una sentenza del Tribunale di Campobasso ha stabilito la sua innocenza: assoluzione con formula piena. 

Meglio di così. Eppure i capi d’accusa erano tanti: corruzione, concussione, abuso d’ufficio, peculato, bancarotta e ricettazione, solo per riassumere. «Uno sproposito. “Il sistema Iorio”, lo avevano ribattezzato. Mai esistito. Due anni di indagini più otto di processi - 23, mica uno - un accanimento assurdo. Ne rischiavo sei di carcere. La verità è che è stato l’unico modo per farmi fuori, perché politicamente, elettoralmente, ero imbattibile e oggi il governatore sarei ancora io».

Una congiura? «Eh, veda un po’ lei. Hanno scritto 44 mila pagine di nulla, un anno di intercettazioni e quattro mesi di riprese di nascosto nel mio studio, con la cimice e la telecamera. E sa chi era allora il capo di gabinetto del questore? La sorella del mio diretto avversario politico di centrosinistra, le pare un caso?»

Un tour de force giudiziario. «Poco ma sicuro. Però in questi anni non mi sono mai abbattuto, non ho avuto nessuna paura, sapevo di essere onesto, ho sempre camminato a testa alta e ho vissuto come se non fosse successo nulla, a parte che ogni due mesi dovevo andare in udienza ad ascoltare quegli improperi, quelle cattiverie, e non era bello, però in cuor mio ero certo che sarei stato assolto».

La voglia di politica le è passata? «Per niente, ho cominciato nel 1980 e sono pronto a tornare più deciso di prima: il prossimo anno, se posso, mi ricandido».

Lei vive a Isernia, è stato anche sindaco. I suoi concittadini come l’hanno trattata in questi dieci anni? «Benissimo, i molisani non mi hanno mai rimproverato niente, si sono comportati come se la questione non esistesse, la regione è piccola e ci si conosce tutti, che io fossi un corrotto non lo ha mai creduto nessuno, nemmeno i miei avversari politici, era solo una fastidiosa cantilena che mi sentivo ripetere alle udienze».

Preoccupato lo sarà stato. «Certo, a volte la notte ho faticato a dormire. Pianto no, questo mai, non è da me. Ho provato rabbia. Mia moglie e i miei tre figli mi sono stati vicini e non si sono mai vergognati di me, lo sapevano bene che non mi avrebbero potuto condannare. Faccio una vita semplice, stessa villetta a schiera da quaranta anni, una Mercedes non vistosa, ma solida, vacanze in camper, lussi zero, il divertimento è portare a spasso il mio volpino nero Matilde. Niente eccessi, niente strapazzi. Ho fatto mia una massima di Giulio Andreotti, quella volta che venne a visitare il santuario di Castelpetroso, dov’era apparsa la Madonna, e c’era da fare qualche centinaia di ripidi metri a piedi. “Quando si va in salita, conviene andarci seduti”, mi spiegò».

«Processato 24 volte e sempre assolto. Vi racconto il mio inferno». L’ex governatore del Molise, Michele Iorio, venne accusato di aver creato un sistema. Insieme a lui sono state assolte altre 11 persone. Valentina Stella su Il Dubbio il 23 aprile 2022.

«Quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra»: è citando Piero Calamandrei che al Dubbio l’ex Presidente della Regione Molise Michele Iorio commenta l’assoluzione ottenuta in prima grado in quello che definisce il primo maxi processo imbastito in questa regione dal nome altisonante “Il Sistema Iorio”.

Insieme a lui sono state assolte altre 11 persone. I giudici hanno inflitto invece due condanne nei confronti dell’ex editore Ignazio Annunziata, 12 anni di reclusione, e dell’ex direttore dell’Azienda sanitaria regione Angelo Percopo, 4 anni. Erano una quindicina i reati contestati a vario titolo agli imputati: corruzione, concussione, abuso d’ufficio, peculato, falsità materiale e ideologica, estorsione, violenza privata bancarotta e ricettazione. Per Iorio la Procura aveva chiesto 6 anni: gli contestavano, tra l’altro, di aver elargito contributi pubblici a varie testate in cambio di una linea editoriale favorevole.

La vicenda balzò altresì agli onori della cronaca nazionale. Nel 2014 il solito Fatto Quotidiano non ci andò affatto leggero contro Iorio: «Se volete fare un tuffo nel disgusto e vedere da vicino di quali aberrazioni sia capace la politica quando viene piegata gli interessi di pochi ras di provincia, dovete fare una vacanza in Molise. Ne vale la pena, perché oltre all’aria buona e all’ottimo cibo, qui è possibile ammirare le gesta di Iorio, Angelo Michele, padrone della vita e della morte dei molisani. E allora scoprirete come la libertà di stampa non vale un tubo, saprete di editori pluripregiudicati e falliti che obbediscono alle direttive del ras, di concorsi truccati per far vincere i soliti amici». E invece a dieci anni esatti dall’apertura dell’inchiesta e a 6 anni dall’inizio del processo, tre giorni fa è arrivata l’assoluzione che certifica anche un quasi totale flop del lavoro della Procura di Campobasso.

«Quello contro di me è stato un processo politico – aggiunge Iorio, ex FI ora consigliere regionale con Fratelli d’Italia – , con tante interferenze extragiudiziarie che hanno spinto affinché l’indagine andasse in un certo verso. Per qualcuno, a cui davo fastidio, andavo eliminato politicamente per via giudiziaria. Dopo così tanti anni e 44 mila pagine di incartamenti giudiziari e teorie mai divenute prove, vedersi assolto è una grande soddisfazione. Ma c’è l’evidente rammarico che la politica è entrata nelle aule di giustizia».

Iorio in tutto ha subìto 24 processi, tutti terminati con assoluzione e uno con la prescrizione: «nei miei riguardi c’è stata una vera e propria tortura giudiziaria. Mi auguro che questo accanimento finisca qui». Accanto a lui in questi 15 anni di processi c’è stato sempre l’avvocato Arturo Messere, decano del foro di Campobasso (in questo ultimo processo è stato affiancato dall’avvocato Alessandro Sammarco del Foro di Roma), a cui chiediamo che idea si sia fatta di questa grande attenzione nei confronti del suo assistito da parte della magistratura: «me lo spiego con un uso politico della giustizia da parte della magistratura, anzi della Questura di Campobasso che ha indagato sul mio assistito e dove, però, il capo di gabinetto era Giuliana Frattura, sorella del presidente della Regione» Paolo Di Laura Frattura, sfidante del Pd di Iorio alle regionali del 2012. Sono pesanti le accuse mosse dall’avvocato Messere: «me ne assumo le responsabilità», ci dice.

Messere pur dichiarandosi «vecchio socialista senza partito e cristiano senza chiesa» ammette che Iorio «è stato uno dei migliori amministratori della regione Molise e qualcuno ha usato la giustizia per annientarlo». Ora bisognerà capire se la Procura farà appello contro le assoluzioni: «sono avvocato da 50 anni e da sempre lotto per la giustizia giusta che significa abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, responsabilità civile diretta dei magistrati, inappellabilità da parte dell’accusa delle sentenze di assoluzione».

Il caso di Michele Iorio ci riporta alla memoria quelli di altri amministratori finiti nel mirino delle Procure e poi prosciolti. Pensiamo solo ad Antonio Bassolino che l’anno scorso è stato assolto per la 19esima volta. Vasco Errani si dimise nel 2014 dalla guida della regione Emilia Romagna dopo essere stato condannato in appello per falso ideologico. Ottenne poi, dopo quella di primo grado, una nuova assoluzione nell’appello bis. L’ex Governatore della Calabria Mario Oliverio era stato indagato dalla Dda di Catanzaro e poi mandato a processo con accuse di corruzione e abuso d’ufficio. Anche lui assolto in primo grado: la sentenza di assoluzione è diventata definitiva, in virtù della mancata impugnazione entro i termini da parte della procura. Sarà così anche per Michele Iorio?

·        Michele Schiano di Visconti.

La sentenza. Schiano di Visconti assolto, l’inchiesta di Woodcock demolita: “Non c’è nessuna prova”. Viviana Lanza su Il Riformista l'11 Marzo 2022. 

Michele Schiano di Visconti è il capogruppo di Fratelli d’Italia al Consiglio regionale della Campania, oltre ad essere commissario provinciale di Napoli del partito di Giorgia Meloni. Il 18 febbraio scorso il giudice Giovanni Vinciguerra del Tribunale di Napoli, a conclusione del processo celebrato con rito abbreviato e quindi sulla base dei soli atti della Procura, ha assolto Schiano di Visconti dal reato di corruzione elettorale. E ieri ha depositato i motivi di questa decisione. Il tutto è sintetizzato in poche righe, che demoliscono in modo lapidario il teorema accusatorio che il pubblico ministero Henry John Woodcock aveva sostenuto, quasi incaponendosi nonostante i vari no incassati già nella fase delle indagini preliminari. «Affatto inconsistente risultava il quadro indiziario – scrive il giudice nella sentenza di assoluzione – Quadro peraltro riferibile ad un’unica conversazione telefonica».

Una telefonata in cui non parla Schiano di Visconti e nella quale si farebbe riferimento non già al sostegno da offrire a un candidato del centrodestra alle elezioni comunali del 2015 quanto al voto di una giovane donna che aderendo a una sorta di accordo avrebbe garantito il proprio voto in cambio di un posto di lavoro. «Ma di ciò e dell’adesione della donna a tale accordo – conclude il giudice nei motivi della sentenza – non vi era prova alcuna. Né detta prova può rinvenirsi nelle successive sopravvenienze e negli ulteriori atti di indagine». Di qui, l’assoluzione «perché il fatto non sussiste». Una sentenza in linea con quanto chiesto dai difensori di Michele Schiano di Visconti, gli avvocati Giuseppe Pellegrino e Michele Riggi, che avevano percorso la strada del rito abbreviato optando per un processo basato esclusivamente sugli atti del pubblico ministero, senza richiedere l’esame di testimoni, senza contrapporre alle tesi del pm varie argomentazioni difensive. Come a sottolineare l’evidenza in sé dell’inconsistenza del castello accusatorio. Del resto, anche nella fase delle indagini preliminari quel castello era scricchiolato parecchio. Bisogna tornare alla primavera del 2018: il pm Woodcock indagava sulle elezioni comunali del 2015 ed era convinto che a Secondigliano alcuni politici avessero fatto accordi con gente del quartiere assicurandosi voti in cambio di favori o posti di lavoro.

L’iniziale ipotesi accusatoria prevedeva addirittura che tra quella gente vi fossero camorristi, poi l’aggravante mafiosa è caduta. Il pm Woodcock aveva esteso le sue indagini a 82 persone, tutte iscritte nel registro degli indagati, e per molti di loro era arrivato persino a chiedere l’arresto. Manette in via preventiva, insomma. A Michele Schiano di Visconti avrebbe voluto vederlo agli arresti domiciliari. Ma il giudice delle indagini preliminari frenò l’entusiasmo investigativo del pm Woodcock e negò la misura cautelare nei confronti di Schiano di Visconti perché ritenne il quadro indiziario «inconsistente». E un altro no all’arresto arrivò dal Riesame a cui il pm aveva presentato ricorso impugnando la decisione del gip. Insomma bocciature su bocciature. Ma il pm ha proseguito per la sua strada, nonostante il registro degli indagati si fosse sfoltito da 82 a 27 indagati, arrivando a chiedere il giudizio per una ventina fra politici e loro amici accusati di voto di scambio. Il processo si farà per una dozzina di loro, e sarà un dibattimento lungo fra i vari testimoni e atti da esaminare. Michele Schiano di Visconti è stato l’unico a scegliere di definire la propria posizione con il rito abbreviato, convinto che dalle carte dello stesso pm sarebbe emersa la prova dell’inesistenza del reato. E così è accaduto. «Il fatto non sussiste», ha concluso il giudice Vinciguerra al termine del processo, demolendo in poche righe, appena due pagine, l’indagine del pm.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

·        Monica Busetto.

«Analisi del Dna ambigue e ricostruzioni sbagliate. Che caos il caso Busetto». Monica Busetto è stata condannata a 25 anni di carcere per un omicidio che forse non ha commesso. In un libro tutte le contraddizioni di un’indagine piena di cose che non tornano. Valentina Stella su Il Dubbio il 19 aprile 2022.

Monica Busetto è stata condannata a 25 anni di carcere per un omicidio che forse non ha commesso. Analisi del Dna contraddittorie, ricostruzioni sbagliate, reperti che passano da un laboratorio all’altro senza precauzioni, un’altra colpevole rea confessa e l’incapacità del sistema giudiziario di correggere se stesso. Questo è quello che emerge dal libro, scritto a quattro mani dal giornalista Massimiliano Cortivo e dal docente di statistica per l’investigazione criminologica Lorenzo Brusattin, “Lo Stato italiano contro Monica Busetto” (pagine 682, Editore Cronos, dicembre 2021, acquistabile su Amazon).

Attraverso una attenta e scrupolosa lettura dei verbali e degli atti, gli autori ripercorrono questa paradossale vicenda giudiziaria. Tutto ha origine dall’assassinio di Lida Taffi Pamio il 20 dicembre del 2012 nella sua abitazione di Mestre. La scena del delitto si presenta povera di indizi e prove dirimenti agli occhi degli inquirenti fino a quando iniziano a puntare l’attenzione contro la vicina dell’anziana assassinata, Monica Busetto. L’operatrice sanitaria viene interrogata e intercettata più volte fino ad essere arrestata con l’accusa di omicidio, causato da dissapori di pianerottolo. Lei si dichiara innocente. A casa della donna viene sequestrata una catenina spezzata che, secondo gli investigatori, potrebbe essere stata strappata alla vittima. Andrà a rappresentare la smoking gun  sulla quale si poggerà tutto l’impianto accusatorio in quanto su di essa sarebbe stata trovata un’infinitesima quantità di Dna della vittima, appena tre picogrammi.

Ma la prova regina, evidenzieranno gli autori, si dimostrerà molto dubbia: il primo esame condotto dall’Università di Padova non trova alcuna traccia di Dna; il secondo esame, condotto dalla polizia stessa, rileva flebilissime tracce. Secondo gli autori e numerosi esperti del settore, queste tracce sarebbero frutto di un inquinamento tra reperti. Ma l’aspetto ancor più sconcertante di questa storia è che ad un certo punto, dopo la condanna in primo grado della Busetto, viene arrestata un’altra donna, Susanna Lazzarini, che confessa sia l’omicidio di un’altra anziana, Francesca Vianello, che quello di Lida Taffi Pamio.

Ha commesso entrambi i delitti per soldi. Dopo un lungo interrogatorio fornirà particolari dettagliati di entrambi i delitti, sostenendo più volte di aver agito da sola. Circostanza confermata anche quando parla con i familiari e viene intercettata. Una traccia di sangue, inizialmente ignorata dagli investigatori, la inchioda al delitto Taffi Pamio. Monica Busetto lascerà dunque il carcere per poi dovervi ritornare dopo che la Lazzarini incredibilmente e con argomentazioni illogiche e irrazionali la chiamerà di nuovo in causa per l’omicidio Taffi Pamio. Ne parliamo con gli autori del libro.   

Perché scrivere un libro sulla vicenda di Monica Busetto? 

M.C. «Siamo venuti a conoscenza del suo caso giudiziario per motivi diversi. Io all’epoca lavoravo in redazione al Corriere del Veneto, il dorso regionale del Corriere della Sera, e ho iniziato a seguire la vicenda per il sito web del giornale. Lorenzo invece, che da anni vive a Barcellona e all’università insegna Statistica per l’investigazione criminologica, in un primo momento è stato attirato dalla vicenda per caso, essendo la storia ambientata a Mestre, la nostra città. Entrambi poi, incuriositi dalle numerose anomalie e stranezze che venivano alla luce tra articoli di giornale e aule di tribunale, abbiamo deciso di approfondire il caso studiandolo in ogni suo dettaglio. La pubblicazione del libro ci è costata molto lavoro, ma siamo sempre stati motivati dalla sensazione di dover dare notorietà al caso di Monica Busetto per una sorta di dovere civile, per darle una mano. Una storia, la sua, per certi aspetti “minore” secondo i criteri della cronaca giudiziaria mediatica, ma allo stesso tempo sbalorditiva, che altrimenti sarebbe rimasta nelle pagine locali di cronaca giudiziaria e nei servizi dei tigì cittadini. Una piccola, grande ed emblematica storia che potrebbe essere la storia di ognuno di noi, purtroppo».

Nelle circa 700 pagine portate alla luce alcuni aspetti incredibili di questa storia. Partiamo dalla cosiddetta smoking gun, la prova del Dna. Pur non essendo così granitica ha portato una donna ad essere condannata a 25 anni di carcere. Cosa c’è di sorprendente nell’analisi del Dna? 

L.B. «L’interpretazione delle risultanze di un’analisi di genetica forense, a fini probatori, non è semplice come può sembrare. Tutti siamo abituati a sentir parlare di numeri prossimi a zero quando si fa riferimento alla possibilità che l’attribuzione di un dna non sia corretta. Ma nel caso in questione ci si trova di fronte a (1) delle analisi ripetute, (2) da laboratori diversi, (3) con esiti contrastanti, (4) a partire da una quantità di materiale biologico così bassa da stabilire un record, (5) trovata su un reperto non proveniente dalla scena del delitto e (6) di origine mai chiarita. Vieppiù, la gestione fatta durante le indagini dei reperti, provenienti da luoghi diversi e le modalità di trasferimento da un laboratorio all’altro, non permettono di escludere una contaminazione. Tutt’altro. Sottolineiamo che la domanda cui si deve rispondere in questi casi non è soltanto “a chi appartiene questo DNA?”, ma anche “come c’è finito qui?”. Le domande sono due e il calcolo probabilistico da effettuarsi è ben più sofisticato. Deve necessariamente includere entrambe. Così non è stato».

Un altro elemento sconcertante è che c’è un’altra donna, Susanna Lazzarini, che confessa il delitto per cui è stata condannata la Busetto. Dice di aver agito da sola, sia parlando con i familiari che dinanzi agli inquirenti. Poi improvvisamente cambia versione. Come è potuto succedere?

M.C. «Susanna, “Milly” Lazzarini decide di cambiare “improvvisamente” la sua versione mesi dopo aver confessato ad un familiare di aver fatto tutto da sola (conversazione, tra l’altro, intercettata dagli inquirenti) e dopo ben tre lunghi interrogatori avvenuti a distanza di molte settimane l’uno dall’altro. Davanti ai magistrati sino a quel momento aveva sempre sostenuto di aver compiuto il delitto da sola. Solo nel quarto e poi quinto interrogatorio spunta la figura di Monica Busetto nella versione della Lazzarini. Una Busetto vestita da sala operatoria, con camice, cuffia e tutto il resto. Giova ricordare ciò che scrive il giudice nelle motivazioni con cui condanna Susanna Lazzarini a 30 anni di carcere (con rito abbreviato) nel giudizio parallelo per l’omicidio di Lida taffi Pamio: “…le dichiarazioni rese, in proposito, dalla odierna imputata, appaiono prive di ogni affidabilità, oltre che intrinsecamente inverosimili […] l’improvvisa comparsa della Busetto sulla scena del crimine lungi dallo scaturire improvvisamente, nel corso di una spontanea rievocazione degli eventi proposta dall’imputata, risulta, piuttosto, essere stata oggetto di una ipotesi di spiegazione avanzata, nel formulare una domanda obiettivamente connotata da forte carica suggestiva, dallo stesso pubblico ministero in occasione del primo interrogatorio e, quindi, dall’inquirente riproposta nel corso dell’ultima escussione della Lazzarini”. Oggettivamente, quindi, un racconto inverosimile “aggiustato” più volte in successivi incontri con gli inquirenti. Sul perché abbia deciso di cambiare versione possiamo soltanto avanzare delle ipotesi. Nessuna ci fa ben pensare».

E appunto  c’è la figura del pubblico ministero. L’articolo 358 ccp prevede che “Il pubblico ministero compie ogni attività necessaria ai fini indicati nell’articolo 326 e svolge altresì accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini”. Fatta questa premessa al lettore, come descrivere il suo operato in questa storia?

L.B. «Non sta a noi giudicare l’operato del pubblico ministero nello specifico. Abbiamo pubblicato ampi stralci dei verbali degli interrogatori a questo proposito. Leggendo la storia di Monica Busetto, il lettore può farsi un’idea di come possano essere andate le cose».

Quello che sconvolge è che leggendo i verbali si vede chiaramente tutto lo sforzo degli inquirenti per far combaciare l’ipotesi iniziale – il coinvolgimento di Monica Busetto – con tutte le risultanze successive, emerse dalle testimonianze più volte modificate di Lazzarini.

M.C. «Quando abbiamo deciso di scrivere questo libro avevamo due strade per raccontare la complessa vicenda giudiziaria di Monica Busetto. Stare dalla parte del lettore, prendendolo per mano nella comprensione attraverso una scrittura sintetica, chiara e perciò per forza di cose mediata, oppure affidarci quasi meccanicamente allo svolgimento preciso dei fatti nella sua modalità integrale, forse a discapito della vivacità del racconto. Abbiamo scelto di riprodurre quasi per intero i verbali degli interrogatori perché riteniamo che solo così il lettore possa realmente toccare con mano l’intero percorso giudiziario. La cui conduzione esce in maniera vigorosa pagina dopo pagina, interrogatorio dopo interrogatorio».

Qualche considerazione la chiedo anche sul ruolo dell’avvocato di Susanna Lazzarini. È vero che l’avvocato deve fare gli interessi del proprio assistito ma per chi ha letto il libro si è avuta l’impressione che il legale abbia applicato il principio mors tua vita mea.

L.B. «Anche in questo caso, non ci sentiamo di valutare, né in termini tecnici né morali, l’operato della difesa di Susanna Lazzarini. Il ruolo di un penalista è spesso delicato e non esente da dilemmi etici e trade-off d’ogni tipo».

Voi scrivete che il sistema giudiziario è incapace di correggere se stesso. Lo Stato per questo sborsa milioni e milioni di euro all’anno per ingiuste detenzioni e errori giudiziari.  Quali le ragioni dietro l’inadeguatezza di correggere i propri errori?

L.B. «Ingiuste detenzioni ed errori giudiziari viaggiano su binari diversi. È probabilmente più difficile evitare le prime che i secondi. Il caso di Monica Busetto è sui generis. Elementi nuovi e travolgenti sono emersi quando il giudizio di primo grado si era già concluso. Alla prova genetica è stato dato un peso straordinario che, a nostro giudizio, non avrebbe mai dovuto avere. Pur dinanzi a nuove evidenze, si è insistito, coralmente, con tutta la procura e gli inquirenti in conferenza stampa, sulla cosiddetta “prova regina”. Era un po’ come dire: “Non possiamo esserci sbagliati. Impossibile!” Un po’ più di umiltà e qualche approfondimento aggiuntivo sulla logica interpretativa utilizzata nel valutare la prova genetica e la sua acquisizione avrebbero potuto evitare quello che noi riteniamo essere un errore macroscopico».

Questa storia è sconosciuta purtroppo all’opinione pubblica. Abbiamo visto delle trasmissioni dedicate alla vicenda ma nulla è comparso di quanto voi raccontate in questo libro.

M.C.  «Purtroppo per ora la vicenda giudiziaria di Monica Busetto è rimasta confinata nelle pagine locali di cronaca e ad una trasmissione televisiva nazionale di seconda serata, per altro realizzata in collaborazione con le forze dell’ordine e, a nostro parere, molto parziale, quando non fuorviante, nella presentazione dei fatti. La complessità della storia certamente confligge con il linguaggio e le necessità di semplificazione e spettacolarizzazione della tv. La prima vittima era una persona anziana e la cosa non destava molto interesse mediatico. I giornali locali non hanno mai evidenziato le numerose anomalie che hanno portato alla condanna di Monica Busetto. Quando c’è stata una seconda vittima e Susanna Lazzarini è comparsa sulla scena come una potenziale assassina seriale, la stampa locale ha dato per buone le mosse della procura ed ha mantenuto un’equidistanza piuttosto distratta sulla vicenda, ritenendo il coinvolgimento di Monica Busetto come verosimile. Dopo questo libro le cose sono un po’ cambiate, ma per Monica era già tardi. Recentemente, la sua vicenda è tornata ad attirare l’attenzione di molti giornalisti che in un primo momento non avevano prestato molta attenzione al caso, nonché di opinionisti specializzati nelle reti sociali. Noi continuiamo a parlare della sua vicenda. La difficoltà principale rimane quella di spiegarla con chiarezza».

Che possibilità ci sono per la Busetto che il suo caso venga riaperto?

L.B. «Per come è scritto il codice di procedura penale, i margini per una revisione della condanna di Monica Busetto sono molto stretti. Ma ricordiamo che c’è pur sempre una sentenza, quella del giudizio parallelo a Susanna Lazzarini, che dichiara non provata la colpevolezza di Monica Busetto. Citiamo testualmente: “Per contro, il ruolo di materiale compartecipe nel delitto in imputazione attribuito alla coimputata, giudicata separatamente, Busetto Monica, non ha trovato, alla stregua del compendio probatorio disponibile, adeguato riscontro”. La sua difesa, su questo e su altri aspetti, sta lavorando. Chiudiamo facendo notare che alcuni aspetti di questa vicenda sono stati oggetto di indagine accademica (e relative pubblicazioni, che ne hanno evidenziato le criticità). Per Monica resta ancora aperto uno spiraglio. Arrivati a questo punto, quello di cui c’è bisogno è uno slancio di coraggio da parte di chi ha nelle proprie mani quello che resta delle sue sorti giudiziarie».

·        Nazario Matachione.

Tutto archiviato dopo la gogna. Il calvario di Matachione, le accuse dell’ex moglie, il carcere e la distruzione delle sue farmacie: “Quanto ho penato” Viviana Lanza su Il Riformista il 12 Ottobre 2022. 

Settanta giorni in una cella del carcere di Poggioreale e venti agli arresti domiciliari. Le farmacie di famiglia svendute, un impero disintegrato da picconate di accuse tutte infondate. E poi la gogna mediatica e una serie di assurdi e pericolosi intrecci che hanno rappresentato per nove anni la trama di inchieste inconsistenti, basate non su prove ma sul fango. «Ho vissuto nove anni di inferno. Nessuno mi ha chiesto scusa», afferma Nazario Matachione che oggi si è ricostruito una carriera alla guida della Polaris Farmaceutici di recente premiata per il progetto Flogap.

La storia di Matachione, l’ex re delle farmacie prosciolto da tutte le accuse che in questi nove lunghi anni hanno stravolto la sua vita personale e professione e distrutto un impero che fatturava milioni di euro, è la storia di un errore giudiziario intricato, di indagini sbagliate che si sono sommate le une alle altre intrecciandosi sia il piano penale che fiscale. Tutto era partito dalle accuse dell’ex moglie dell’imprenditore con la quale i rapporti erano «non certo sereni». Lo sottolinea il giudice Antonello Anzalone del tribunale di Torre Annunziata che due giorni fa ha firmato il decreto di archiviazione, smontando definitivamente l’inchiesta per corruzione a carico di Nazario Matachione.

L’archiviazione era stata chiesta dal pm della Procura di Torre Annunziata Bianca Maria Colangelo, che aveva ereditato l’indagine nata da una costola dell’inchiesta avviata nel 2013 dai pm Henry John Woodcock, Vincenzo Piscitelli e Celeste Carrano della Procura di Napoli, i quali inizialmente avevano creduto all’ex moglie di Matachione così come avevano creduto a una fonte confidenziale rimasta sempre sconosciuta che aveva fatto trovare dei documenti nella camera da letto degli ex coniugi oltre un anno dopo la mega perquisizione ordinata dai pm stessi (e all’esito della quale non era stato trovato nulla) e senza tener conto che in quella camera, al quarto piano della grande villa rimasta all’ex moglie, Matachione non ci metteva piede da anni. Si arrivò a ipotizzare una corruzione che coinvolgeva addirittura due alti ufficiali della guardia di finanza: alla fine, tutto si risolse in una bolla di sapone e il pm Piscitelli firmò la richiesta di archiviazione per l’imprenditore e per i finanzieri.

Intanto Nazario Matachione aveva già subìto una terribile gogna e due mesi di reclusione a Poggioreale, arresto che il gip Gallo annullò perché non c’erano i presupposti per eseguirlo in quanto non c’era alcun atto contrario ai doveri di ufficio tra le contestazioni alla base dell’ipotesi corruttiva. Ingiusta detenzione, e non è tutto. La vicenda giudiziaria di Matachione è talmente complessa che ci vorrebbero pagine e pagine per raccontarla tutta. Un anno prima dell’arresto cento finanzieri misero a soqquadro i conti delle sue farmacie senza trovare nulla di irregolare: si affrettarono a chiudere le verifiche fiscali e notificargli un provvedimento solo quando era ormai in cella e da contribuente non poteva intervenire per fare chiarezza.

Lo fece una volta scarcerato, abbattendo l’80% delle contestazioni fiscali che la guardia di finanza ipotizzava, ed è sicuro, Matachione, che se non fosse intervenuta una repentina chiusura della pratica avrebbe dimostrato la regolarità anche del restante 20%. Sta di fatto che gli contestarono un’evasione plurimilionaria come se le sue farmacie avessero fatturato 500mila euro al giorno, peccato però che i curatori fallimentari le abbiano poi vendute a un milione e mezzo di euro, svendute praticamente. Un controsenso, no? E non è l’unico di questa storia. Un paio di farmacie di Matachione furono acquistate all’asta dall’ex moglie, altre da colossi farmaceutici e ci sarebbe da aprire un capitolo anche su questo e su alcune manovre di alcuni di questi acquirenti.

«Ho trovato più umanità in carcere che fuori», racconta Matachione ripercorrendo la sua storia. L’archiviazione decisa dal gip di Torre Annunziata chiude l’ultimo capitolo sul piano penale, quello relativo a infondate corruzioni in combutta con medici di base. Ora resta da definire la vicenda fiscale e tributaria che, tra paradossi di legge e pratiche assurde, è andata avanti nonostante le assoluzioni sul fronte penale. Matachione è intenzionato a fare causa allo Stato per come guardia di finanza e funzionari dell’Agenzia delle entrate hanno gestito la vicenda. «Non so chi mi dà tutta questa forza», sospira.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

·        Nino Rizzo.

La vicenda di Nino Rizzo, sbattuto in carcere dai ‘buoni’ e salvato dai ‘cattivi’. Antonio Coniglio su Il Riformista il 3 Giugno 2022. 

Sul caffè, Eduardo De Filippo, scrisse un monologo. Capace di resuscitare finanche Lazzaro, di salvare una vita. Nino Rizzo da Catania, medico con la passione della scrittura, il caffè lo prendeva amaro. Non sappiamo se per un omaggio al gusto o per un ossequio deontologico alla glicemia. Lo assaporava amaro, il suo caffè, fino alla mattina in cui una gazzella dei carabinieri lo ha accompagnato in carcere, da presunto innocente, in custodia cautelare, ristretto con la matricola 60731. “Lo gradisce un caffè?”, chiosò un agente. Nino lo assaporò, anche se quel caffè, per la prima volta nella sua vita, era zuccherato. Lo gustò, in un momento di sopraffazione, quando l’esistenza ti sembra franare addosso, e basta poco per sentirti, foss’anche per un attimo, nuovamente uomo.

La giustizia, nel nostro Paese, soffoca, strozza, annichilisce il senso di umanità, a guisa di una rete fitta, all’interno della quale qualsiasi movimento aggrava il dolore e toglie la speranza. Nino Rizzo, in carcere, è rimasto 25 giorni. Ha conosciuto il “Niceto”, il “Simeto piano terra” e il “Simeto primo piano”. Non sono corsi d’acqua ma le sezioni della casa circondariale di Piazza Lanza a Catania. Un fiume di dolore e buoni sentimenti che racconta nel suo “25 giorni”: uno scritto che è omaggio ai suoi fratelli detenuti. Gli stessi – nella vulgata i cattivi – che gli hanno invece salvato la vita. Con quegli uomini, privati della libertà, ha condiviso ansie, speranze, delusioni, aneliti di futuro. Uno di loro gli ha cucinato un piatto da chef stellato Michelin; un altro, in una barberia organizzata alla buona, gli ha tagliato i capelli, riconsegnandogli perfino uno scampolo di giovinezza. C’è stato pure chi ha aperto il suo cuore, irretendolo nella sua struggente storia d’amore.

Con loro, ha guardato anche Le avventure di Pinocchio di Comencini e ha festeggiato un compleanno in cella: un abbraccio, uno scambio di auguri autentico e anticonvenzionale che ti fa comprendere le vertigini interiori della vita. In uno di quei tanti giorni, nei quali la televisione è sempre accesa. Per non pensare, non misurare il tempo.  Il caffè, Nino, ha continuato a prenderlo zuccherato. Da quell’attimo in cui i compagni di cella “te lo offrono e non puoi non accettare”. Perché, in quella pozione magica, che inonda del suo aroma quattro mura, in quel fondo di un bicchiere di plastica, c’è tutta la solidarietà, la benignità, di un mondo che un sistema giustizia infermo e una opinione pubblica fuorviata concepisce come il terreno del male. Di “male” in quei venticinque giorni Rizzo ne ha conosciuto, ma è la “banalità del male” di uno Stato che, nel nome delle ragioni di Abele, diviene esso stesso Caino. È una questione che va oltre l’essere ristretti da colpevoli o da innocenti.

Che senso ha consegnarti, appena entrato, un cuscino di gomma piuma giallastro, ridurre la vita di un uomo a un “modulo 392”, una domandina per chiedere ciò che è scontato, frustrando la tua anima quotidianamente in una condizione di inferiorità? Che senso ha una illuminazione opprimente e inquietante, costringere l’essere umano nell’angustia di qualche metro quadrato, cucinare laddove vai in bagno, limitare i contatti con i tuoi familiari? Che senso ha in fondo il carcere stesso, una struttura anacronistica, fuori dalla storia, che ti spezza il fiato? Nel quale ci si ammala e, per prendere sonno, non bastano calmanti e ansiolitici?

“25 giorni”, il libro di Rizzo, diventa allora una denuncia sociale. Quello che è “un colletto bianco”, un medico affermato della società catanese, comprende ciò che un tempo non poteva immaginare. Lui è un “detenuto per caso” e scrive un diario, a futura memoria, per quei ragazzi ristretti che “gli hanno voluto bene più di quello che lui ha potuto dimostrare loro”. Quelli che dispongono di una “buca” che non può superare i 20 chili al mese e la cui esistenza è soffocata dal “sopravvitto” e dagli “spesini”. Quelli che fanno “una partitella” per far passare un tempo che ti schiaccia come un macigno. Che attendono con ansia una lettera scritta a mano, a lume di candela, e tengono ancora una foto in bianco e nero per ricordarsi chi sono, per non consegnare la loro vita alla terribilità di un numero di matricola.

Nino Rizzo scrive per loro, per coloro che, quando è andato via, lo hanno applaudito. Per quel “caffè galeotto” che è il più buono di sempre. L’unico caffè amaro è quello dello Stato. Abbiamo creato un sistema – quello carcerario – che è un luogo concepito per infliggere strutturalmente dolore e sofferenza. Un grande lazzaretto, nel quale – privati di significativi contatti umani – si perdono i sensi umani fondamentali, si diventa muti, sordi, ciechi, si consumano le proprie esistenze, da sepolti vivi. L’unico caffè amaro è quello dello Stato. Che, nel nome della giustizia del taglione, dimentica le ragioni dell’uomo. Antonio Coniglio

·        Nunzia De Girolamo.

Il Pm aveva chiesto sei anni di reclusione. Assoluzione De Girolamo, fine di un incubo durato 9 anni: “Linciaggio mediatico senza precedenti”. Francesca Sabella su Il Riformista il 12 Ottobre 2022 

Il fatto non sussiste. Finisce così, dopo nove anni di processi il calvario giudiziario dell’ex ministro dell’agricoltura Nunzia De Girolamo. L’ex ministro era coinvolto nel processo insieme con altre otto persone nato da una inchiesta su una presunta gestione opaca dell’Asl di Benevento.

Per la De Girolamo quella arrivata ieri in aula è la seconda assoluzione, era stata già assolta nel dicembre 2020 assieme a Giacomo Papa e Luigi Barone, stretti collaboratori dell’ex ministro, all’ex direttore generale dell’Asl Michele Rossi, a Felice Pisapia, ex direttore amministrativo, e Arnaldo Falato, ex responsabile budgeting. Anche i giudici d’Appello hanno emesso la sentenza con la formula “il fatto non sussiste”. Due le vicende al centro del processo: una per concussione e turbativa d’asta, riguardo la gestione di quattro gare d’appalto e la seconda per una tentata concussione riferita alla gestione del bar interno all’ospedale Fatebenefratelli di Benevento passata una società riconducibile a una cugina di Nunzia De Girolamo.

Per entrambe le vicende, il Pm della procura generale aveva chiesto la condanna a 6 anni di reclusione per Nunzia De Girolamo e Rossi, e 5 per gli altri imputati. La sentenza ha però ricalcato le conclusioni del tribunale di Benevento. «Oggi finisce un incubo durato nove anni, sono felice che anche la corte d’appello abbia confermato la mia assoluzione piena – ha commentato Nunzia De Girolamo ai microfoni dell’Ansa – Voglio ringraziare chi, in questi anni terribili mi è stato sempre vicino con affetto, a iniziare dalla mia famiglia. Resta senza dubbio l’amarezza per un linciaggio mediatico senza precedenti. Nessuno – conclude l’ex ministro – mi restituirà i nove anni di serenità, ma per fortuna esiste ancora una giustizia giusta ed oggi mi godo questo momento». L’avvocato dell’ex ministro Domenico Di Terlizzi parla invece di un eccesso di zelo: «Solo quello che definiscono un eccesso di zelo della procura beneventana ha portato a celebrare un processo di appello del tutto inutile».

Francesca Sabella. Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.

De Girolamo assolta, Caiazza: «L’appello del pm va abolito».  Il presidente dell’Unione Camere penali è, con Domenico Di Terlizzi, difensore dell’ex ministra che ha visto confermata in secondo grado la propria innocenza. «Restare sospesi all’ipotesi accusatoria dopo una pronuncia favorevole è assurdo: il Parlamento si è impegnato a eliminare questo vulnus, come chiesto da noi penalisti», dice il leader dell’Ucpi.  Errico Novi su Il Dubbio il 13 ottobre 2022.

È un caso lampante. Emblematico. Già quando il 10 dicembre del 2020 Nunzia De Girolamo e altri 7 imputati nell’indagine sulla presunta corruzione all’Asl di Benevento vennero assolti in primo grado dal Tribunale sannita, apparve chiaro il vulnus profondo del sistema penale, che impiega anche 7 anni (l’inchiesta nasce nel 2013) per accertare l’innocenza di una persona, nel frattempo costretta a perdere tutto.

Ma quando ieri la Corte d’appello beneventana ha confermato la pronuncia di primo grado, è emersa un’altra cosa con estrema chiarezza: l’assurdità di un meccanismo che consente alla pubblica accusa il ricorso contro le assoluzioni.

È una riforma, quella che vieterebbe l’appello del pm contro chi è stato riconosciuto innocente, «invocata come assoluta priorità da noi dell’Unione Camere penali», spiega, al Dubbio, Gian Domenico Caiazza, che dei penalisti italiani è presidente. «Ci siamo rivolti al Parlamento, e dalle risposte ottenute sembra manifestarsi una maggioranza amplissima, nelle nuove Camere, a favore di questa modifica, per noi essenziale».

Caiazza è anche il difensore di De Girolamo, insieme con l’avvocato Domenico Di Terlizzi, nella lunga e dolorosa vicenda di Benevento. Lei, la protagonista più visibile, ha commentato stamattina su twitter: «Per il linciaggio mediatico, nel 2014, mi sono dimessa da Ministro. Non ero nemmeno indagata. Prime pagine, titoli roboanti. Per l’assoluzione, invece, tre righe per le quali serve il binocolo. Io mi dimisi, oggi nessuno ha coraggio di chiedere SCUSA. Questione di stile, credo».

Difficile darle torto. Difficile non comprendere la sua rabbia. Ma non si tratta di un paradosso che riguarda solo le persone particolarmente esposte come i politici. Come l’ex ministra delle Politiche agricole, adesso apprezzata conduttrice tv, costretta a lasciare non solo il governo, nel 2014, ma la politica tout court.

«Perché nel momento in cui ti viene scaricata addosso un’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, be’, hai poco scampo», osserva Caiazza.

Che si sofferma su quell’aspetto, lampante: «Il caso De Girolamo rimanda alla riforma da noi reclamata. In modo chiarissimo. Fa emergere tutti i danni che possono derivare dal ricorso su un’assoluzione. Iniziativa che tiene in piedi il procedimento, l’ipotesi accusatoria. E che dunque vanifica il proscioglimento. Con conseguenze di reputazione ed economiche tangibili, per l’imputato».

Ecco. Si deve mettere a fuoco la condizione dell’assolto che non vede finito «l’incubo», come lo ha definito l’ex ministra. «C’è un vizio di sistema», dice ancora Caiazza al Dubbio. «È chiaro che l’impugnazione in molti casi è pretestuosa. Come nel processo in cui ho difeso De Girolamo, il magistrato che ricorre sembra non tener conto di risultanze evidenti. Ci si può innamorare della propria indagine. Ma non è solo questo. È che sul piano professionale, si è quasi costretti a non rassegnarsi al verdetto assolutorio. Il magistrato dell’accusa che accetta la sentenza di proscioglimento dichiara implicitamente che le sue ipotesi erano sbagliate, che tutta la sua indagine è stata sbagliata. E qual è il pm disposto a esporsi in questi termini? D’altronde, se insiste, come nel caso del processo sull’Asl di Benevento, e viene di nuovo smentito, non paga. A pagare è solo l’imputato».

Dovrebbe restare solo la possibilità di ricorrere per Cassazione. Opzione presidiata da una norma costituzionale. «Certo», osserva il presidente dell’Unione Camere penali, «ma se invece il ricorso per Cassazione si somma all’impugnazione di merito, i tempi diventano insostenibili, al punto da stritolare una persona». E infatti, dopo due giudizi di merito, anche in un caso come quello di De Girolamo e degli altri 5 imputati trascinati in secondo grado e, come lei, di nuovo assolti (Giacomo Papa, Luigi Barone, Michele Rossi, Felice Pisapia e Arnaldo Falato), il ricorso del pm al giudice di legittimità è tuttora una minaccia. Dopo 9 anni di procedimento, se ne potrebbero aggiungere un altro, o altri due.

«E già trascorsero quattro anni tra l’avvio dell’indagine e l’inizio del primo grado. De Girolamo si è dimessa da ministra. Ha dovuto cambiare mestiere. Pensiamo anche al libero professionista, all’imprenditore, al pubblico dipendente che resta prigioniero del processo seppur assolto. E quando pure in appello arriva una condanna, dove va a finire il principio del ragionevole dubbio? Come posso essere tranquillizzato da una pronuncia di colpevolezza emessa da tre giudici in secondo grado dopo che altri tre giudici avevano prosciolto l’imputato? Siamo di fronte a un paradosso non sopportabile», ribadisce Caiazza, «il Parlamento, ora che le condizioni ci sono, non può fare a meno di intervenire».

·        Piervito Bardi.

Bardi, l’avvocato gentiluomo a cui i pm non resero giustizia. Il legale scomparso qualche giorno fa fu arrestato nel 2004 nell'ambito dell'inchiesta di Woodcock “Iena Due”. I penalisti lucani protestarono animatamente per la gogna mediatica alla quale fu sottoposto: «La cassazione demolì l’inchiesta, definendola “eccentrica”». Gennaro Grimolizzi su Il Dubbio il 24 settembre 2022.

Il 22 novembre 2004 Potenza venne svegliata da un’operazione anticrimine che fece scalpore, prima di tutto, per i nomi delle persone coinvolte e, poi, per certi metodi adottati. Erano i tempi delle inchieste sotto i riflettori del pubblico ministero Henry John Woodcock, destinate a ripetersi durante la sua permanenza in Basilicata. Tira dentro qualche politico, inserisci alcuni personaggi famosi e rilancia sulle televisioni e i giornaloni nazionali le notizie gli ingredienti di successo per avere massima visibilità. Giustizia spettacolo o giustizialismo? A Potenza sono ancora in tanti a chiederselo.

Sembra passato un secolo da quando sfilarono nel massiccio palazzo di giustizia di via Nazario Sauro vip e aspiranti teste coronate. La procura di Potenza mise sotto inchiesta pure Vittorio Emanuele di Savoia e il paparazzo Fabrizio Corona. Entrambi vennero ospitati per alcune settimane nel carcere di “Betlemme”, non la città palestinese, ma il quartiere in cui è ubicata la casa circondariale del capoluogo lucano. L ’inchiesta del pm anglo-napoletano Woodcock del 2004, denominata “Iena Due”, si soffermò sui legami tra criminalità, politica, imprenditori e professionisti della cosiddetta “zona grigia”, impegnati, secondo il più classico schema investigativo, a spartirsi ghiotti appalti. Cinquantadue le persone arrestate. Nella pesca a strascico della procura finì l’allora presidente della Camera penale di Basilicata, Piervito Bardi, accusato di aver intrattenuto rapporti con un boss della malavita locale.

L’avvocato Bardi è morto qualche giorno fa a causa di un male incurabile. Aveva 67 anni. Ma facciamo di nuovo un salto nel passato, ai fatti del 2004. Il Tribunale del Riesame di Potenza a un mese di distanza dall’operazione di carabinieri del Ros, coordinati dalla procura, non ravvisò il reato di concorso esterno in associazione mafiosa in capo al presidente della Camera Penale di Basilicata, rimesso in libertà una decina di giorni dopo l’arresto. Nel 2004 i penalisti lucani protestarono animatamente per la gogna mediatica alla quale venne sottoposto il loro più importante esponente. Le foto di Bardi con le manette ai polsi, mentre usciva dalla caserma dei carabinieri, vennero pubblicate dai giornali nazionali e Potenza ancora una volta – il copione si sarebbe ripetuto negli anni successivi – divenne il centro di inchieste clamorose. La fotografia con le manette è definita dall’avvocato Leonardo Pace, a distanza di quasi vent’anni, «un’immagine deteriore».

Pace ha conosciuto molto bene l’ex presidente della Camera penale lucana scomparso qualche giorno fa. «In quella occasione – riflette – assistemmo ad una forma di giustizia mediatica come amplificazione del caso. L’immagine di Bardi, sbattuta in prima pagina, doveva rendere la notizia dell’arresto ancora più impattante». I funerali di Bardi, celebrati a Potenza due giorni fa, hanno riacceso tra gli avvocati i ricordi. «Rimarrà nella memoria di molti – ricorda Pace -, come traccia indelebile, l’esperienza più triste vissuta dall’avvocato Piervito Bardi nel corso della sua vita troppo breve. In una mattina del novembre 2004, allora Presidente della Camera Penale di Basilicata, l’avvocato Bardi venne tratto in arresto nel corso di un’operazione antimafia sulla città di Potenza, che teorizzava l’esistenza di una cupola mafiosa costituita da un’alleanza tra politici, professionisti, imprenditori e criminalità organizzata. Il nome dell’inchiesta era di per sé sinistro: “Iena Due”. In quella mattina Piervito venne arrestato e condotto in caserma, nella centrale via Pretoria. All’uscita, mentre un elicottero volteggiava sull’operazione di polizia in corso, era atteso da un nugolo di fotoreporter, preavvertiti ed appostati lungo la balaustra dell’edificio di Poste italiane, situato difronte. Allora non ce ne rendemmo conto, ma quella livida mattina del 22 novembre 2004 segnava la data di nascita della “giustizia mediatica” in Basilicata».

Pagine di inchieste e cronaca giudiziaria scritte a Potenza che pretendevano a tutti i costi il colpevole da sbattere in prima pagina. «Prese corpo – aggiunge l’avvocato Pace – un’idea di giustizia che ricerca, attraverso la spettacolarizzazione dell’evento investigativo e cautelare, un più ampio consenso di opinione pubblica così chiamata a condividere e ratificare il successo dell’indagine in corso. L’accusa a carico di Piervito Bardi aveva ad oggetto il contenuto di una intercettazione telefonica con un ritenuto esponente della locale criminalità organizzata. “Mafioso per una telefonata”, quindi, come titolò icasticamente il quotidiano Il Riformista all’epoca dei fatti. Si disse che la mafiosità del colloquio si desumeva dal tono della voce, diciamo allo stesso modo in cui dal timbro vocale si può capire se si è tristi oppure allegri». L’accusa a carico di Bardi, come evidenzia Leonardo Pace, «venne modificata tre volte: prima associazione mafiosa, poi concorso esterno, infine favoreggiamento aggravato». «Un’accusa multiforme – conclude il penalista del Foro di Potenza -, come l’ingegno di Ulisse. La Corte di Cassazione, che demolì quell’inchiesta, si espresse sulla complessiva tesi di accusa a carico dell’avvocato Bardi, definendola “eccentrica” ed annullandola. Quella vicenda segnò profondamente Piervito, anche se cercava di non darlo a vedere, e ne fiaccò lo spirito e forse anche il corpo. Piervito era un interlocutore intelligente ed un conversatore arguto ed amabile. Ed era anzitutto un ottimo avvocato. Oggi che non è più tra di noi rimane almeno l’auspicio che vicende giudiziarie come quella vissuta da lui non abbiano a ripetersi mai più».

·        Pio Del Gaudio.

La storia dell'ex sindaco di Caserta. Il dramma di Pio Del Gaudio: “La mia vita a pezzi per un errore del Pm”. Viviana Lanza su Il Riformista il 10 Maggio 2022. 

«La mia vicenda è eclatante, tra le più disgraziate dopo il caso Tortora. Mi svegliarono alle quattro del mattino, era il 14 luglio 2015. Vennero ad arrestarmi armati e incappucciati, con tanto di elicottero a sorvolare la casa, come se fossi stato un camorrista. Quando mi portarono in caserma per le foto segnaletiche ancora non sapevo bene perché mi trovassi in manette; sapevano invece già tutto i giornali e le tv. Dopo dodici giorni in cella fui scarcerato e al termine di un anno e mezzo di indagini l’inchiesta venne archiviata. Il disastro, però, che questa vicenda ha causato non si può descrivere: ho perso incarichi di lavoro e dignità, sono stato costretto a prendere medicinali e andare dallo psicologo, mio figlio che aveva appena superato il test per frequentare la facoltà di Medicina all’università di Milano non trovava nessuno che volesse affittargli un appartamento. Abbiamo vissuto cose che a narrarle sono incredibili. Pensi che mi hanno tolto le cimici dall’auto “solo” dopo cinque anni. Ebbene sì, un giorno i carabinieri vennero a prendere la mia auto, siccome la usava mio figlio in quel periodo pensai che avesse combinato chissà cosa e invece me la riconsegnarono dicendomi che avevano tolto le microspie dimenticate da cinque anni nella mia auto. Vi rendete conto?… E nessuno che mi abbia mai dato una spiegazione, che mi abbia chiesto scusa. Del resto, per l’arresto ingiusto che ho subìto mi hanno riconosciuto 2.498 euro di risarcimento. Una beffa, nessuna considerazione per i danni alla mia professione e alla mia salute. I giudici si sono riuniti in camera di consiglio senza nemmeno ascoltarmi, hanno fatto un semplice calcolo matematico: duecento euro per ogni giorno di reclusione, senza tener conto dell’impatto devastante che quell’errore giudiziario ha avuto sulla mia vita personale, familiare, politica e professionale. Perché a pesare non è solo l’errore giudiziario in sé ma tutto quello che comporta».

Pio Del Gaudio, commercialista, politico del centrodestra e sindaco di Caserta dal 2011 al 2015, racconta la sua storia, un inferno giudiziario per il quale ha ottenuto un briciole dallo Stato e nessun risarcimento morale, niente scuse. Fu arrestato con un blitz in grande stile e rinchiuso in una cella di Santa Maria Capua Vetere, il carcere senza acqua. Questo rese ancora più difficili i dodici afosi e lunghi giorni trascorsi lì dentro, mentre fuori il tritacarne mediatico-giudiziario già aveva cominciato a divorare la sua vita, i suoi rapporti professionali, la sua immagine pubblica di uomo politico. L’ex sindaco era accusato di corruzione con l’aggravante camorristica per aver agevolato il clan Zagaria. La sua storia è indicativa delle “sviste” nelle quali incorre la magistratura e di quanto devastanti possano essere le conseguenze. «Vennero ad arrestarmi con mitra ed elicottero e poi una delle prime cose che avrebbero dovuto sequestrarmi, l’estratto conto di tutti i pagamenti elettorali, non lo presero. Lo consegnai io scegliendo di non rispondere all’interrogatorio di garanzia» ricorda Del Gaudio tornando indietro con la memoria a quei giorni bu. Ieri ha partecipato alla grande convention sugli errori giudiziari che si è tenuta ieri a Roma nella sede del partito radicale.

«L’inchiesta nella quale fui coinvolto, coordinata da tre pm, D’Alessio, Giordano e Maresca celebrati in tv, si conclude con un’archiviazione, i pm si resero conto di aver sbagliato. Perché purtroppo anche i pm possono sbagliare o essere indotti all’errore dalle forze dell’ordine che svolgono le indagini – aggiunge Del Gaudio – Il punto è il contesto, la magistratura non può essere autoreferenziale di se stessa e non fare mai un esame di coscienza, e la politica non può correre dietro alla magistratura». «Anche la politica – ragione l’ex sindaco – ha colpe enormi, perché del resto le leggi le fa il Parlamento». Il silenzio non serve, anzi. «Delle vittime di errori giudiziari bisognerebbe parlarne di più, io ho avuto il coraggio di parlarne scrivendo un libro (dal titolo “Guai a chi capita”) e andando in tv ma ci sono molte persone che sono talmente provate che restano in silenzio. Bisogna quindi trovare il modo di dare coraggio anche a queste persone», dice ricordando il peso del sospetto che ha dovuto sopportare. «Se si va su internet di me ancora si parla, quello all’oblio è un diritto di cui non importa a nessuno. Le vicende penali ti distruggono e i segni restano per tutta la vita. Serve una riforma della giustizia seria». A breve ci sarà il referendum sulla giustizia. «Se ne parla poco perché c’è poco coraggio di parlarne».

Il silenzio spesso è un velo che soffoca. «L’onestà va gridata, va difesa, non nascosta – dice Del Gaudio – La mia vicenda – aggiunge – è emblematica anche perché è su Caserta. In quegli anni arrestare qualcuno a Caserta faceva anche comodo. Il centrodestra fu decapitato». Con l’ex sindaco arrestato ingiustamente la giustizia ha sbagliato più di una volta. È stato accusato e poi assolto anche per un’ipotesi di peculato in relazione all’utilizzo di un’auto del Comune. «Mi contestavano un peculato da 1.200 euro per l’utilizzo improprio di un’auto che ci aveva dato un’azienda di rifiuti e che non era stata intestata al Comune per colpa di qualche dirigente, per cui risultava che per un anno avevo girato con quest’auto – spiega Del Gaudio -. Il pm chiese per me la condanna a un anno e sei mesi, il giudice dopo sei udienze mi mandò assolto». E c’è ancora un’altra vicenda che pende in secondo grado: Del Gaudio, tramite i suoi legali, ha presentato appello impugnando la sentenza che in primo grado.

«Un’altra vicenda che ha del paradossale – racconta – Tutto nasce quando il Comune di Caserta riceve un avviso dell’Arpac, l’ente di protezione ambientale della regione Campania, in relazione a uno scolo delle acque reflue. Io passo questo avviso ai dirigenti dell’ufficio, loro non so cosa fanno. Dopo l’avviso arriva il verbale e poi l’ingiunzione di pagamento indirizzata a me come se si fosse trattato del lavandino di casa mia. Nel frattempo, poi, io non ero più sindaco, e a novembre un giudice di primo grado mi ha condannato al pagamento di 30mila euro. Assurdo. Questo dimostra che il problema non è soltanto il megagalattico errore giudiziario ma anche piccole situazioni come questa che alla fine ti fanno fare il pari e il dispari».

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

·        Samuele Bertinelli.

Dalla lista nera del Fatto all’assoluzione: il calvario dell’ex sindaco Bertinelli. Si chiude il calvario giudiziario di Samuele Bertinelli, ex sindaco di Pistoia, assolto martedì dall’accusa di induzione indebita e abuso d’ufficio «perché il fatto non sussiste». Simona Musco su Il Dubbio il 3 marzo 2022.

Il primo dicembre 2019 un articolo su “Millennium”, rivista del Fatto Quotidiano, inseriva Samuele Bertinelli tra “Le Pagine gialle dei 219 inquisiti”. Una lista di proscrizione lunga 12 pagine, nella quale ogni politico, ogni amministratore, veniva automaticamente identificato – spesso ancor prima di un processo – con l’accusa a suo carico, a prescindere da tutto. Un «censimento» dei componenti del «partito erede di Berlinguer» per dichiarare la morte della «questione morale». Due anni e due mesi dopo quell’elenco, e otto anni dopo una lunga trafila giudiziaria, l’ex sindaco di Pistoia Bertinelli si è però sentito dire da un Tribunale che non ha commesso alcun reato. E non solo: a dirlo, poche settimane prima, era stato anche il pubblico ministero.

Alla fine, dunque, Bertinelli da quell’elenco è stato – almeno idealmente – depennato. Così come l’ex assessore alle politiche economiche Tina Nuti (attualmente consigliera comunale) e l’ex dirigente del comune di Pistoia, Maria Teresa Carosella. Bertinelli, all’epoca giovane sindaco in ascesa e tra i nomi nuovi del Pd, è stato infatti assolto martedì dall’accusa di induzione indebita e abuso d’ufficio «perché il fatto non sussiste». Insomma, non aveva fatto nulla e nulla di penalmente rilevante, in effetti, era proprio avvenuto. Il processo ruotava intorno alle modalità di selezione di alcuni dirigenti comunali e alle presunte pressioni esercitate affinché fossero concessi contributi e utilizzo di spazi pubblici ad alcune associazioni del territorio. Accuse ritenute infondate, ma che avevano stroncato la carriera di Bertinelli proprio ad un mese dalla presentazione delle liste per le amministrative del 2016 a Pistoia, alle quali l’allora sindaco in carica aveva intenzione di partecipare. Trenta giorni prima della scadenza per la presentazione delle candidature, infatti, una clamorosa fuga di notizie aveva fatto venir fuori la notizia di un avviso di garanzia a suo carico.

Bertinelli, il 4 agosto, convocò una conferenza stampa per smentire tutto. Ma poco dopo si vide notificare l’atto che sanciva l’inizio del suo calvario e la fine delle sue aspirazioni politiche. Un copione ormai sempre più comune, messo in atto anche grazie alla decisione di parte del suo stesso partito di abbandonarlo al suo destino, scaricandolo in fretta e furia e lasciandolo ad affrontare da solo la campagna elettorale. Cinque anni e otto mesi dopo, dunque, la macchina della giustizia ha emesso il suo verdetto. Ma quella della gogna ci ha messo molto meno, congelando la sua carriera in un batter d’occhio. «Siamo soddisfatti – ha commentato al Dubbio il professore Vittorio Manes, difensore di Bertinelli insieme all’avvocato Giovanni Sarteschi -, perché, pur dovendo ovviamente attendere le motivazioni, ogni contestazione è stata evidentemente ritenuta infondata. Cosa che, peraltro, avevamo ritenuto sin dall’inizio e comprova l’assoluta correttezza e trasparenza nell’azione amministrativa da parte dell’ex sindaco, persona di raro rigore nella gestione della cosa pubblica e nel rispetto della legge. Ovviamente resta l’amarezza di constatare una anomalia tutta italiana, che consente ad accuse, pur evidentemente così fragili, di condurre a cinque anni di processo e di dover attendere una decisione, in questo caso di un collegio di giudici molto equilibrato e sereno come quello che abbiamo avuto la fortuna di avere, per arrivare ad un chiarimento. Purtroppo, però, le conseguenze professionali, politiche e personali si sono già prodotte. Il diritto penale è uno strumento anzitutto a difesa dell’innocente e questa consapevolezza dovrebbe arrivare molto prima».

Manes ha anche evidenziato un’altra anomalia, ovvero quella che consente con facilità di far finire nel radar del procedimento penale chi gestisce funzioni amministrative, meccanismo che finisce per selezionare l’impegno politico in negativo. «Il rischio penale è talmente alto e le conseguenze così gravose che in pochi si prestano a fare attività politica – ha sottolineato -. Lui ha patito moltissimo questa vicenda, come tutti coloro che devono attraversare un calvario di cinque anni per accuse che si rivelano del tutto infondate. Un’interruzione di questa sofferenza sarebbe dovuta arrivare prima. Di fatto, la politica fa scattare il suo ostracismo con la semplice sottoposizione al processo e questo determina l’interruzione di carriere politiche di fronte al minimo barlume di notitia criminis». Una vera e propria «patologia», determinata da una sinergia di fattori: «Un malinteso rigore dell’obbligatorietà dell’azione penale, perché ad ogni piccolo esposto si apre un procedimento, la scarsezza dei filtri da parte del pm, la scarsezza di istituti di deflazione processuale in sede preprocessuale e l’assoluta inutilità dell’udienza preliminare, che non fa alcun filtro». A ciò si aggiunge l’altissimo numero di reati, spesso connotati da contorni poco chiari. «Ci vorrebbe un surplus di cautela – ha concluso Manes -, perché per chi esercita la funzione amministrativa qualsiasi atto ha delle conseguenze positive o negative in capo agli amministrati, ma non ogni conseguenza merita per ciò solo di innescare un procedimento penale».

·        Simone Uggetti.

Uggetti: «Io che ho conosciuto la galera dico: troppi innocenti lì dentro…».  

INTERVISTA. Simone Uggetti tra i promotori dei Referendum sulla giustizia. L'ex sindaco di Lodi “perse” la fascia per colpa della Severino, ma dopo una condanna in primo grado e 10 giorni in carcere è stato assolto. Simona Musco su Il Dubbio l'1 giugno 2022.

«Tutti quelli che fanno politica conoscono la mia storia e la cosa che mi ha colpito di più è che c’è una distanza piuttosto profonda tra giudizio privato ed esposizione pubblica. Quasi come se fosse necessario apparire diversi da come si è per rispondere ad una qualche regola». Simone Uggetti, ex sindaco di Lodi, ha scelto di accettare l’invito dei Radicali per farsi promotore dei Referendum e tirare fuori dalla semi-invisibilità la campagna. E lo ha fatto dando voce e volto al quesito sulla legge Severino, portando in dote la sua esperienza di amministratore finito in carcere per 10 giorni e ingiustamente azzoppato da quella norma, nonostante la condanna a 10 mesi incassata in primo grado per turbativa d’asta sia stata poi ribaltata in appello. Ora lo attende un nuovo processo, dopo l’annullamento con rinvio della sentenza in Cassazione. Ma intanto un primo risultato lo ha ottenuto: le scuse del ministro Luigi Di Maio, dichiaratosi colpevole di gogna. Scuse, le sue, che ci riportano proprio al punto di partenza: in tanti, sulla giustizia, si lasciano condizionare da ordini di scuderia e dal timore di finire nella lista dei cattivi.

Quanto ha a che fare con la sua vicenda giudiziaria la decisione di fare da testimonial alla campagna referendaria?

Il primo diritto civile è un diritto politico ed io l’ho sempre esercitato. Credo che sia dovere di ogni cittadino cercare di informarsi e manifestare la propria opinione. Sicuramente la mia storia ha inciso, perché esperienze come questa, che ti cambiano così radicalmente la vita, ti spingono ad interrogarti sull’equilibrio di un sistema, sui suoi metodi, gli strumenti e la sua efficacia. E si è portati ad approfondire. Sono stati anni di lunghe riflessioni, di scambi con i miei avvocati e con le persone con le quali ho avuto occasione – e sono tante – di parlare del sistema. La mia storia è conosciuta da tutti quelli che fanno politica e uno degli elementi che di più mi ha colpito, parlando con esponenti di ogni tipo di schieramento, è che c’è una distanza piuttosto profonda tra giudizio privato ed esposizione pubblica. Quasi ci fosse una sorta di timore ad apparire diversi dalla regola sociale alla quale si ritiene di dover rispondere.

Questi cinque quesiti possono incidere sul problema?

Vedo questo referendum come la possibilità, da parte dell’opinione pubblica, di dare un’indicazione forte al Parlamento. Di sicuro non risolvono i problemi della giustizia, ma indicano al legislatore la strada sulla quale incamminarsi per dare attenzione a temi come equilibrio, certezza, suddivisione dei poteri. Il tema della promiscuità dei poteri, ad esempio, è evidente se consideriamo la presenza di magistrati in così copioso numero nei ministeri e in Parlamento: il problema va affrontato, anche per garantire ai magistrati la possibilità di esercitare meglio il proprio ruolo, senza interferenze, con più autonomia, libertà e responsabilità.

Fra questi cinque quesiti quali sono quelli che le premono di più?

Il primo è ovviamente l’abrogazione della legge Severino, per la parte che riguarda la sospensione degli amministratori che hanno una condanna in primo grado. Anche se la Corte costituzionale si è già pronunciata, è innegabile l’evidente disparità di trattamento tra un amministratore pubblico e il comune cittadino, mentre l’uguaglianza di tutti è un principio cardine del nostro diritto. Il secondo è quello relativo alla custodia cautelare, perché ogni anno finiscono in carcere da innocenti – o ingiustamente – circa mille persone. Si tratta di tre persone al giorno: a me non sembra un dato né piccolo né banale. Serve un sistema più equo, più giusto e più veloce, perché quando ci sono tempi troppo dilatati, anche se il giudizio di colpevolezza risulta essere corretto, non si sta comunque erogando un buon servizio. Voglio dirlo con una metafora che, secondo me, è calzante: è come il medico che interviene troppo tardi. Per iniziare un percorso che porti a questi cambiamenti serve anche la possibilità di un pronunciamento popolare in un momento in cui, per diversi motivi, non si sta dando molto spazio alla campagna referendaria, tranne che in poche nobili eccezioni.

Quali sono i motivi di questo silenzio?

È duplice: da una parte l’intervento della Corte costituzionale ha escluso i tre temi più “facili” – responsabilità civile, eutanasia e cannabis – che consentivano anche ai non addetti ai lavori di pronunciarsi. Dall’altra, sicuramente, i temi della giustizia creano un livello di attenzione all’interno della politica molto marcato. E una parte dei giornalisti è molto sensibile a queste “timidezze”.

Perché votare sì anche agli altri tre quesiti?

Per quanto riguarda la raccolta firme per le candidature al Csm, l’obiettivo sotteso è quello di diminuire il potere delle correnti. Gli altri due quesiti rientrano nell’intenzione più generale di responsabilizzare la magistratura. Il tema è diminuire la promiscuità tra un esorbitante ruolo delle procure e una più tenue, anche da un punto di vista mediatico, presenza della parte giudicante. Ma anche arrivare a stabilire un piccolo principio di rendicontazione della propria attività: pur non andando a ledere l’autonomia, essendo funzione pubblica e pagata con denaro pubblico, è giusto che ci sia una verifica del lavoro svolto. Non si tratta di una battaglia della politica contro la magistratura, ma del coraggio della politica di fare una riforma nell’interesse di tutti e quindi anche nell’interesse della magistratura. Solo che al momento la classe politica non sta dando grandi prove di autonomia.

L’opinione pubblica però in questi anni è cambiata.

Il 2022 non è il 1992, non c’è dubbio. Ma nemmeno la diffidenza è una cosa positiva, perché quando c’è un servizio dello Stato che non funziona è un problema per tutti.

Se il sì raggiungesse il quorum crede che non ci sarebbero più casi di malagiustizia?

Gli errori purtroppo possono capitare, in ogni professione. Il punto è farli diminuire fino a raggiungere un numero sempre più “fisiologico”, che ci siano gli elementi correttivi e non ci sia la paura di parlarne. Perché io non conosco nessun professionista che non sbagli. Esiste anche questo tema, la capacità di ammettere, se ci sono, le proprie colpe. Non tanto per prendersela con chi ne ha, ma per trovare gli strumenti per migliorare il sistema.

Annullata l’assoluzione all’ex sindaco di Lodi Simone Uggetti. Il Dubbio l'1 aprile 2022. Uggetti era stato assolto dalla Corte d’Appello di Milano «per non aver commesso il fatto» lo scorso 25 maggio. Parla il suo difensore: «Sicuramente siamo delusi, anche per una tempistica sicuramente anomala, perché è stata gestita con tempi particolari».

La Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza di assoluzione dell’ex sindaco di Lodi, Simone Uggetti, imputato per turbativa d’asta per aver favorito nel bando per la gestione delle piscine estive Belgiardino e di via Ferrabini la società privata Sporting Lodi. Uggetti, arrestato nel 2016 quando era sindaco in carica e condannato in primo grado dal Tribunale di Lodi, il 29 novembre 2018, a 10 mesi di reclusione e 300 euro di multa, era stato assolto dalla Corte d’Appello di Milano «per non aver commesso il fatto» lo scorso 25 maggio.

Parla l’avvocato dell’ex sindaco di Lodi Simone Uggetti

«Prendiamo atto e adesso attendiamo le motivazioni. Poi proseguiremo questa battaglia e riporteremo le nostre istanze alla nuova Sezione della Corte d’Appello, vedendo su quali principi di diritto la Corte di Cassazione ha ritenuto di riformare la sentenza». Così all’Adnkronos l’avvocato Pietro Gabriele Roveda, difensore di Simone Uggetti, commenta l’annullamento con rinvio della sentenza di assoluzione dell’ex sindaco di Lodi stabilito dalla Cassazione.

«Sicuramente siamo delusi, anche per una tempistica sicuramente anomala, perché è stata gestita con tempi particolari. Poi ognuno dà le interpretazioni che vuole, però è così», aggiunge il legale, che fa sapere che Uggetti «è chiaramente deluso e anche un pò stanco, perché sono passati sei anni, non è ancora finita e ci vorrà ancora del tempo».  «Purtroppo – osserva l’avvocato Roveda – la giustizia italiana passa anche dai tempi lunghi, anche se devo dire che quelli di questa Cassazione sono stati straordinariamente brevi, dovrebbe essere sempre così, perché altrimenti uno pensa male».

Laura Cesaretti per ilgiornale.it l'1 aprile 2022.

La Cassazione annulla a sorpresa la sentenza di assoluzione, e i forcaioli esultano. Dopo sei anni di odissea giudiziaria, e a quasi un anno dalla clamorosa assoluzione che spinse Luigi Di Maio, a nome dei grillini, a chiedere scusa e promettere «mai più gogna», la Suprema Corte dice che il processo all'ex sindaco Pd di Lodi Simone Uggetti deve ricominciare da capo.

Cancellando l'assoluzione «per non aver commesso il fatto» della Corte d'appello. «Prendiamo atto e adesso attendiamo le motivazioni», dice l'avvocato difensore dell'esponente politico, Pietro Gabriele Roveda. «Poi proseguiremo la battaglia, cercando di capire su quali principi di diritto la Cassazione ha ritenuto di riformare la sentenza». 

Ammette: «Siamo delusi, anche per una tempistica sicuramente anomala, perchè è stata gestita con tempi particolari». Quanto a Uggetti, «è chiaramente deluso, e anche un po' stanco dopo tutti questi anni: non è finita, ci vorrà ancora tempo».

Il caso Uggetti era diventato un simbolo delle storture del rapporto tra politica e giustizia, e della strumentalizzazione becera delle vicende giudiziarie da parte di alcune forze politiche, Cinque Stelle in testa. L'allora sindaco era stato addirittura arrestato, e successivamente condannato a 10 mesi di carcere in primo grado, con l'accusa di turbativa d'asta per presunte irregolarità di un bando per la costruzione di una piscina comunale. 

I giudici dell'Appello erano stati chiari: non c'è stato alcun reato, nè «nessuno sviamento di potere», neppure «nell'esercitare quel margine discrezionale di intervento riconosciuto dalla legge per l'esercizio dei poteri di indirizzo» da parte del primo cittadino, e men che meno «una incidenza indebita o collusiva sul bando di gara». Uggetti, insomma, non aveva fatto nulla di irregolare.

L'assoluzione, nel maggio scorso, fece gran rumore, e provocò il clamoroso «mea culpa» di Di Maio che gli chiese pubblicamente scusa per la forsennata campagna di accuse orchestrata dal suo partito. 

«Anche io contribuii ad alzare i toni e ad esacerbare il clima. Col senno di poi, credo che sia stato profondamente sbagliato» scrisse in una lettera aperta al Foglio, definendo «grottesche e disdicevoli» le manifestazioni di piazza e le proteste social organizzate dal suo partito (ma anche dalla Lega di Salvini). E persino Giuseppe Conte ammise che «alimentare la gogna mediatica per contrastare gli avversari a fini elettorali contribuisce all'imbarbarimento dello scontro». Ora farà dietrofront?

Per l'ex sindaco di Lodi ricomincia il processo. Simone Uggetti, assoluzione annullata in Cassazione: “Accanimento senza senso, io ingranaggio nella lotta tra politica e giustizia”. Carmine Di Niro su Il Riformista l'1 Aprile 2022. 

Ha il volto stanco e provato di chi pensava e sperava di aver chiuso i ‘conti’ con la giustizia Simone Uggetti. L’ex sindaco Pd di Lodi, 48 anni, è tornato oggi con un video pubblicato su Facebook a parlare in prima persona della sua situazione giudiziaria.

Il suo caso aveva infatti generato un polverone politico: il 25 maggio scorso Uggetti era stato assolto dalla Corte d’Appello di Milano con formula piena dall’accusa di turbativa d’asta. L’ex primo cittadino era stato arrestato il 3 maggio 2016 e posto in carcere per 10 giorni per una inchiesta della Guardia di Finanza sul bando di gara per l’affidamento delle piscine coperte del Comune di via Ferrabini e Belgiardino, secondo la Procura “manipolato” e assegnato “illecitamente”.

Assoluzione in Appello che era seguita alla condanna a 10 mesi in primo grado, ma in entrambi i casi i giudici avevano rilevato che il sindaco aveva agito nell’interesse comune, tanto da spingere ad un clamoroso “mea culpa” da parte di Luigi Di Maio, che chiese scusa in una lettera a Il Foglio per la campagna di accuse orchestrata ai suoi danni dal Movimento 5 Stelle, definendo “grottesche e disdicevoli” le manifestazioni di piazza organizzate dal suo partito (ma anche dalla Lega di Salvini).

Ieri quindi la clamorosa svolta al processo, con la Cassazione che ha annullato con rinvio la sentenza della Corte d’Appello di Milano del 25 maggio scorso, con un processo d’Appello bis che tornerà dunque al punto di partenza per l’ex sindaco e gli atri imputati. Al momento non sono note le motivazioni, che la Suprema corte dovrà depositare nelle prossime settimane. 

Per l’ex sindaco aveva già parlato il suo avvocato, Pietro Gabriele Roveda: “Siamo delusi ma proseguiremo la battaglia. Sono passati 6 anni dall’arresto, l’ex sindaco è stanco”. Oggi però è il turno di Uggetti, che in un video di poco più di quattro minuti si sfoga e parla di “accanimento senza senso”.

Per l’ex primo cittadino di Lodi la “spiacevole sensazione” è quella di “essere utilizzato come ingranaggio impotente in un meccanismo che vede partecipi una lotta di potere all’interno della magistratura, e un conflitto irrisolto tra giustizia e politica”.

Per questo Uggetti chiede “a chi ha responsabilità politiche, non solo di darmi una pacca sulle spalle ma di passare all’azione. Lo chiedo – continua l’ex sindaco – non tanto per me ma lo chiedo per quei tanti amministratori e tanti cittadini onesti che fanno il loro lavoro e che vorrebbero una giustizia al servizio delle comunità e non al servizio delle proprie carriere personali”.

A breve dunque inizierà una nuova battaglia giudiziaria per l’ex sindaco, con la sentenza della Cassazione che impone la revisione del processo a Milano. “Io continuerò a difendermi nel processo portando le mie e le nostre ragioni, quelle di persone che hanno lavorato con spirito di grande servizio a favore della propria comunità. Dovrò aspettare ancora del tempo per avere la verità giudiziaria, ma la verità storica si è affermata nella mia città, nella mia comunità. A molti è sembrato un calvario assurdo“, è il commento laconico di Uggetti.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Un'assoluzione non basta. Uggetti di nuovo alla gogna, l’ex sindaco di Lodi a processo: “Pago pegno a Conte e Travaglio”. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 2 Aprile 2022. 

Vogliono fare dell’ex sindaco di Lodi, Simone Uggetti, un martire. Il martire di cui non c’era bisogno, perché i colpi di coda di una giustizia tritacarne erano già molti. Chi ha impugnato la sentenza di assoluzione in Appello, e adesso lo vuole tornare a giudicare in Cassazione, ce la mette tutta per riaccendere la fiamma sotto al rogo dell’inquisizione. Il video con cui Uggetti si è sfogato ieri è diventato subito virale, in Rete. Riaccende la riflessione sull’urgenza di correre a votare per i Referendum, ma anche di mettere mano a un provvedimento normativo che metta dei paletti, come nel sistema americano.

Nelle motivazioni dell’appello i giudici avevano scritto che non c’era stato “nessuno sviamento di potere”, né “una incidenza indebita e collusiva sul bando di gara”. Ce l’hanno con lei?

Più che la ricerca di un giudizio sereno, sembra che questa sia una campagna di accanimento nei miei confronti. Sono entrato, mio malgrado, in un meccanismo molto più grande di me, che non faccio più il sindaco da sei anni e che ero sindaco di un capoluogo non tra i più grandi…

Che spiegazione si è dato?

Sono stato e sono utile ad una rappresentazione di una duplice lotta di potere. Una in parte interna alla magistratura e una tra la magistratura e la politica, dove le due fazioni dei Cinque Stelle hanno sviluppato opinioni diverse e il Fatto Quotidiano, che è il vero conduttore della linea politica di Conte, sta influenzando su questa e altre vicende quel leader politico in contrapposizione a Di Maio per le famose scuse. Mi sembra tutto molto assurdo e molto ingiusto.

Quando dice che ci sono anche dinamiche di lotta tra le correnti, da sistema Palamara, per intenderci, a cosa si riferisce?

Io non le so individuare e non le conosco, però percepisco che c’è dell’altro. Perché l’attenzione così spasmodica ad un processo come il mio rivela altre cose, altri intenti. Io avevo avuto una condanna in primo grado a dieci mesi, dove sia il Tribunale di primo grado che mi ha condannato, sia la Corte d’Appello che mi ha assolto, con giudice monocratico e con corte collegiale, dicono che ho agito per interesse pubblico, su un bando di gara del valore di 5mila euro perché avrei favorito una società partecipata al 50% da un’azienda pubblica. E sono andato in carcere.

Appunto, e già quella è un’anomalia giudiziaria. Che qualcuno oggi sembra rivendicare.

Sì, tutto questo clamore intorno alla mia vicenda nasce da un altro errore giudiziario, evidente e appunto clamoroso, che è stato l’arresto. Perché se avessi avuto solo un avviso di garanzia, come purtroppo altri sindaci hanno avuto la sventura di ricevere, questa vicenda sarebbe stata tutta diversa. Non ci sarebbe stata alterazione democratica: avrei dovuto dimettermi, mi sarei difeso in maniera più serena. Sarebbe stato un processo normale. E invece è stato viziato ab origine da un errore della magistratura. Che per non smentirsi perpetua quel tipo di atteggiamento.

L’accanimento giudiziario d’altronde è previsto. È normato. Provò ad arginarlo la legge Cirielli, che nel 2006 fu parzialmente bocciata dalla Corte Costituzionale. Oggi ci riprova il senatore Dal Mas, che propone di vietare i ricorsi contro gli imputati assolti.

Sarebbe un principio di civiltà giuridica, anche perché c’è una asimmetria di poteri e di forze che non può non essere costituzionalmente tutelata. Il tema è: l’amministrazione della giustizia dello Stato è un servizio che deve servire i cittadini o deve servire i giudici? Se facciamo una riforma sanitaria, la facciamo per i medici o la facciamo per i pazienti? La riforma scolastica si deve fare per i dirigenti scolastici o per gli studenti? Le scelte politiche in democrazia non servono le élite, al contrario: devono andare incontro ai cittadini, ai meno potenti, ai meno garantiti.

Su questo c’è un ritardo della sinistra riformista.

Un ritardo storico che nasce nel 1992. C’è da allora un deficit di subalternità culturale rispetto al potere giudiziario, a volte un eccesso di timidezza per non andare a comprimere interessi elettorali. Adesso si è aggiunto il tema dell’alleanza con il Movimento Cinque Stelle.

Cosa vorrebbe dire al Pd?

Ringrazio i tantissimi che mi hanno espresso solidarietà. Sto ricevendo privatamente molti messaggi. Ma bisogna avere, se si fa politica, la forza e la determinazione di tradurli in fatti, in un equilibrio diverso.

Sono passati quattro anni da quando Burzi si suicidò perché dopo essere stato assolto la magistratura lo provò a riportare in giudizio per gli stessi fatti. La politica promise di dare risposta e invece niente è stato fatto.

Non è banale, la questione che pone. C’è chi gioca a dadi con la vita delle persone. Ci sono tanti modi di reagire, gli elementi di sofferenza sono enormi. Burzi non ha retto e per quella morte non pagherà nessuno. Perché ad essere rimessi sulla graticola due volte, ignorando l’assoluzione, si vive una pena afflittiva profondissima.

Mai arrendersi.

Mai. Si sceglie di far politica per cambiare lo stato delle cose. L’abuso d’ufficio, la paura della firma sono elementi su cui chi si definisce riformista non può più chiudere gli occhi. Spero che questa mia vicenda porti a una riflessione vera.

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

L'annullamento dell'assoluzione del sindaco di Lodi e la gogna mediatica e politica. Nuovo processo a Uggetti, il Fatto esulta prima della condanna e fai il verso a Di Maio: la sua lettera è un tesoro garantista. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 5 Aprile 2022. 

E così Simone Uggetti sarà processato per la quarta volta, dopo che la Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza di assoluzione del processo d’appello. Non è un fatto inconsueto, in un sistema giudiziario con tre gradi di giudizio. Ma il problema per l’ex sindaco Pd di Lodi è che da quel 3 maggio del 2016, giorno in cui gli misero le manette, non è mai cessata la lunga vera inquisizione del circo mediatico-politico che sempre accompagna le “disgrazie” giudiziarie di politici e pubblici amministratori. Per cui finisce che la gogna, accompagnata al sadismo inutile della custodia cautelare in carcere, prende il sopravvento sullo stesso processo, che dovrebbe essere, oltre che giusto e rapido, anche freddo. Distaccato. Ma c’erano le elezioni comunali a Lodi in quel 2016, e ci sono anche quest’anno, il prossimo 12 giugno.

Ora a Lodi governa il centrodestra e c’è un sindaco della Lega, con una sequenza naturale per cui quando una bufera giudiziaria si abbatte su una parte politica, nelle urne poi gli elettori votano la parte opposta. E nessuno capisce mai quanto poco sia conveniente puntare la campagna elettorale sulla speranza che qualche piccola tangentopoli locale vada a colpire gli avversari, di cui poi spartirsi le spoglie. Per questo l’iniziativa di Luigi Di Maio, che un anno fa, con una lettera al Foglio, dopo l’assoluzione di Uggetti in appello, manifestò un processo di revisione su certi comportamenti di cui si era reso protagonista insieme a suoi compagni di partito e alla Lega, in quella campagna elettorale del 2016 a Lodi, potrebbe segnare un importante segnale di svolta. Certo, non per gente come quella del Fatto quotidiano, che irride oggi, dopo che la Cassazione ha imposto il quarto grado di giudizio, il ministro degli Esteri e gli fa il verso, istigandolo a chiedere scusa a pm e giudici. Come se fosse arrivata una condanna. Ma come se, soprattutto, il vero processo dovesse continuare a essere celebrato nelle piazze con i roghi e la caccia all’uomo.

Il segnale di svolta sarebbe importante non solo per un cambiamento culturale che riguarda tutti, necessario oggi più che mai, con la fiducia nella giustizia ai minimi storici, un po’ come era accaduto dopo il caso Tortora cui era seguito un referendum con la vittoria schiacciante dei Sì sulla responsabilità civile delle toghe. Sarebbe un’occasione anche per gli stessi magistrati, sia per i pubblici ministeri che per i giudici. E la stessa vicenda dell’ex sindaco di Lodi è veramente esemplare. Siamo sicuri che l’arresto di Simone Uggetti non sia stato il frutto di una contaminazione politica, di un clima, che ha coinvolto un po’ tutti? L’accusa, che coinvolgeva altre tre persone oltre al sindaco, riguardava la sospetta violazione dell’articolo 353 del codice penale sulla turbativa d’asta. È uno di quei reati “scivolosi”, che paiono inseguire gli amministratori locali lungo tutto il corso del loro mandato. Intanto perché lo stesso legislatore ha peccato di genericità, quando, nell’elencare, in modo ampio e preciso, tutti gli elementi idonei a turbare una gara (“violenza o minaccia”, “doni, promesse, collusioni”), ha voluto aggiungere l’espressione “altri mezzi fraudolenti”, aprendo una vera prateria di possibilità. Amplissima discrezionalità per gli inquirenti dunque, e mille lacci e lacciuoli in più per l’amministratore.

Giurisprudenza spesso contraddittoria, dunque. Meno di un mese fa a Milano sono stati assolti in appello dal reato di turbativa d’asta il ministro Massimo Garavaglia e il senatore Mario Mantovani. Il primo era stato assolto in primo grado, ma il pm aveva fatto ricorso. Brutta abitudine, questa dei pubblici accusatori, di affezionarsi in modo così appassionato alla propria ipotesi, da non accettare il verdetto dei giudici, quando assolvono. Quanto a Mantovani poi, era stato addirittura condannato in primo grado. La “turbativa” era consistita, per ambedue, in qualche telefonata, in una gara per il trasporto di dializzati, perché i titolari di una Croce operativa nel settore, rivendicava la difesa del proprio territorio. Che era quello dell’assessore regionale lombardo Garavaglia. Non solo per motivi elettorali, ma anche per la difesa dei propri concittadini, sindaci e assessori hanno molto a cuore la “territorialità” nelle scelte operative, anche nelle gare.

È un po’ quel che è successo a Simone Uggetti nella vicenda di quelle due piscine che, al contrario di quel che dicevano i giornali dell’epoca in cui fu arrestato, riguardava qualche spicciolo, poche migliaia di euro, e non milioni e milioni. Ora, quale sindaco o assessore non ha esplicitato ai propri funzionari addetti alla preparazione dei bandi di gara le proprie preferenze per esempio per la qualità del progetto rispetto a proposte di minimo ribasso, piuttosto che il legame al territorio di una società o i suoi rapporti pregressi con l’amministrazione comunale? Quest’anno ci sono le elezioni, a Lodi. Freddezza, per favore. E politica. E buona amministrazione. Niente vendette. E niente intervento di pubblici ministeri. Per favore, il centrodestra non parli più del caso Uggetti, a meno che non sia per farsi perdonare i fattacci di sei anni fa. E il centrosinistra non cerchi capri espiatori. Fate tutti tesoro di quella lettera di Luigi Di Maio.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.