Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2022

LA GIUSTIZIA

DECIMA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

 

 

LA GIUSTIZIA

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY. (Ho scritto un saggio dedicato)

Una presa per il culo.

Gli altri Cucchi.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Un processo mediatico.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Senza Giustizia.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Qual è la Verità.

SOLITA ABUSOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Parliamo di Bibbiano.

Vietato scrivere: “Devastato dalla separazione” o “Il dramma dei padri separati”. Il politicamente corretto ed i padri mostri folli assassini.

Scomparsi.

La Sindrome di Stoccolma.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Giustizia Ingiusta.

La durata delle indagini.

I Consulenti.

Incompatibilità ambientale: questa sconosciuta.

Il Diritto di Difesa vale meno…

Gli Incapaci…

Figli di Trojan.

Le Mie Prigioni.

Le fughe all’estero.

Il 41 bis ed il 4 bis.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ingiustizia. Il caso Mani Pulite spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Eni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Consip spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Monte Paschi di Siena spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso David Rossi spiegato bene.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ingiustizia. Il caso Simone Renda spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Regeni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Angelo Vassallo spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Mario Paciolla spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alex Schwazer spiegato bene.

Ingiustizia. L’inchiesta "Why not" spiegata bene.

Ingiustizia. Il caso di Novi Ligure spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Garlasco spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Pietro Maso spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Raciti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alma Shalabayeva spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alberto Genovese spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Marcello Pittella spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Angelo Burzi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Cogne spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Ciatti spiegato bene.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il tribunale dei media.

Soliti casi d’Ingiustizia. 

Angelo Massaro.

Anna Maria Manna.

Cesare Vincenti.

Daniela Poggiali.

Diego Olivieri.

Edoardo Rixi.

Enrico Coscioni.

Enzo Tortora.

Fausta Bonino.

Francesco Addeo.

Giacomo Seydou Sy.

Giancarlo Benedetti.

Giulia Ligresti.

Giuseppe Gulotta.

Greta Gila.

Marco Melgrati.

Mario Tirozzi.

Massimo Garavaglia e Mario Mantovani.

Mauro Vizzino.

Michele Iorio.

Michele Schiano di Visconti.

Monica Busetto.

Nazario Matachione.

Nino Rizzo.

Nunzia De Girolamo.

Piervito Bardi.

Pio Del Gaudio.

Samuele Bertinelli.

Simone Uggetti.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITA MANETTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Giustizialisti.

I Garantisti. 

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Cupola.

Gli Impuniti.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Comandano loro! Fiducia nella Magistratura? La Credibilità va a farsi fottere.

Palamaragate.

Magistratopoli.

Le toghe politiche.

 

INDICE NONA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero di piazza della Loggia.

Il Mistero di piazza Fontana.

Il Mistero della Strage di Ustica.

Il mistero della Moby Prince.

I Cold Case italiani.

Il Caso del delitto del Circeo: Donatella Colasanti e Rosaria Lopez.

La vicenda della Uno Bianca.

Il mistero di Mattia Caruso.

Il caso di Marcello Toscano.

Il caso di Mauro Antonello.

Il caso di Angela Celentano.

Il caso di Tiziana Deserto.

Il mistero di Giorgiana Masi.

Il Giallo di Ponza: Gian Marco Pozzi.

Il caso di Cristina Mazzotti.

Il Caso di Marta Russo.

Il giallo di Polina Kochelenko.

Il Mistero di Martine Beauregard.

Il Caso di Davide Cervia.  

Il Mistero di Sonia Di Pinto.

La vicenda di Maria Teresa Novara.

Il Caso di Daniele Gravili. 

Il mistero di Giorgio Medaglia.

Il mistero di Eleuterio Codecà.

Il mistero Pecorelli.

Il Caso di Ernesto Picchioni: il primo assassino seriale italiano del '900.

Il Caso Andrea Rocchelli e Andrej Mironov.

Il Caso Bruno Caccia.

Il mistero di Acca Larentia.

Il mistero di Luca Attanasio.

Il mistero di Lara Argento.

Il mistero di Evi Rauter.

Il mistero di Marina Di Modica.

Il mistero di Milena Sutter.

Il mistero di Tiziana Cantone.

Il Mistero di Sonia Marra.

Il giallo di Giuseppe Pedrazzini.

Il giallo di Mauro Donato Gadda.

Il giallo di Piazzale Dateo, la strage di Capodanno a Milano.

Il Mistero di Nada Cella.

Il Mistero di Daniela Roveri.

Il caso di Alberto Agazzani.

Il Mistero di Michele Cilli.

Il Caso di Giorgio Medaglia.

Il Caso di Isabella Noventa.

Il caso di Sergio Spada e Salvatore Cairo.

Il caso del serial killer di Mantova.

Il mistero di Andreea Rabciuc.

Il caso di Annamaria Sorrentino.

Il mistero del corpo con i tatuaggi.

Il giallo di Domenico La Duca.

Il mistero di Giacomo Sartori.

Il mistero di Andrea Liponi.

Il mistero di Claudio Mandia.

Il mistero di Svetlana Balica.

Il mistero Mattei.

Il caso di Benno Neumair.

Il mistero del delitto di via Poma.

Il Mistero di Mattia Mingarelli.

Il mistero di Michele Merlo.

Il Giallo di Federica Farinella.

Il mistero di Mauro Guerra.

Il caso di Giuseppe Lo Cicero.

Il Mistero di Marco Pantani.

Il Mistero di Paolo Moroni.

Il Mistero di Cori: Elisa Marafini e Patrizio Bovi.

Il caso di Alessandro Nasta.

Il Caso di Mario Bozzoli.

Il caso di Cranio Randagio.

Il Mistero di Saman Abbas.

Il Caso Gucci.

Il mistero di Dino Reatti.

Il Caso di Serena Mollicone.

Il Caso di Marco Vannini.

Il mistero di Paolo Astesana.

Il mistero di Vittoria Gabri.

Il Delitto di Trieste.

Il Mistero di Agata Scuto.

Il mistero di Arianna Zardi.

Il Mistero di Simona Floridia.

Il giallo di Vanessa Bruno.

Il mistero di Laura Ziliani.

Il Caso Teodosio Losito.

Il Mistero della Strage di Erba.

Il caso di Gianluca Bertoni.

Il caso di Denise Pipitone.

Il Mistero dei coniugi Aversa.

Il mistero di Lidia Macchi.

Il Mistero di Francesco Scieri.

Il Caso Emanuela Orlandi.

Il mistero di Mirella Gregori.

Il giallo del giudice Adinolfi.

Il Mistero del Mostro di Modena.

Il Mistero del Mostro di Roma.

Il Mistero del Mostro di Firenze.

Il Caso del Mostro di Marsala.

La misteriosa morte di Gergely Homonnay.

Il Mistero di Liliana Resinovich.

Il Mistero di Denis Bergamini.

Il Mistero di Lucia Raso.

Il Mistero della morte di Mauro Pamiro.

Il mistero di «Gigi Bici».

Il Mistero di Anthony Bivona.

Il Caso di Diego Gugole.

Il Giallo di Antonella Di Veroli.

Il mostro di Foligno.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero di Ilaria Alpi.

Il mistero di Luigi Tenco.

Il Caso Elisa Claps.

Il mistero di Unabomber.

Il caso degli "uomini d'oro".

Il mostro di Parma.

Il caso delle prostitute di Roma.

Il caso di Desirée Mariottini.

Il caso di Paolo Stasi.

Il mistero di Alice Neri.

Il Mistero di Matilda Borin.

Il mistero di don Guglielmo.

Il giallo del seggio elettorale.

Il Mistero di Alessia Sbal.

Il caso di Kalinka Bamberski.  

Il mistero di Gaia Randazzo.

Il caso di Giovanna Barbero e Maria Teresa Bonaventura.

Il mistero di Giuseppina Arena.

Il Caso di Angelo Bonomelli.

Il caso di Massimiliano Lucietti e Maurizio Gionta.

Il caso di Sabina Badami.

Il caso di Sara Bosco. 

Il mistero di Giorgia Padoan.

Il mistero di Silvia Cipriani.

Il Caso di Francesco Virdis.

La vicenda di Massimo Alessio Melluso.

La vicenda di Anna Maria Burrini. 

La vicenda di Raffaella Maietta.  

Il Caso di Maurizio Minghella.

Il caso di Fatmir Ara.

Il mistero di Katty Skerl.

Il caso Vittone.

Il mistero di Barbara Sellini e Nunzia Munizzi.

Il Caso di Salvatore Bramucci.

Il Mistero di Simone Mattarelli.

Il mistero di Fausto Gozzini.

Il caso di Franca Demichela.

Il Giallo di Maria Teresa “Sissy” Trovato Mazza.

Il caso di Giovanni Sacchi e Chiara Barale.

Il caso di Luigia Borrelli, detta Antonella.

Il mistero di Antonietta Longo.

Il Mistero di Clotilde Fossati. 

Il Mistero di Mario Biondo.

Il mistero di Michele Vinci.

Il Mistero di Adriano Pacifico.

Il giallo di Walter Pappalettera.

Il giallo di Rosario Lamattina e Gianni Valle.

Il mistero di Andrea Mirabile.

Il mistero di Attilio Dutto.

Il mistero del marchese Camillo Casati Stampa di Soncino.

Il mistero di JonBenet Il giallo di Walter Pappalettera.

Ramsey.

Il Caso di Luciana Biggi.

Il mistero di Massimo Melis.

Il mistero di Sara Pegoraro.

Il caso di Marianna Cendron. 

Il mistero di Franco Severi.

Il mistero di Norma Megardi.

Il caso di Aldo Gioia.

Il mistero di Domenico Manzo.

Il mistero di Maria Maddalena Berruti.

Il mistero di Massimo Bochicchio.  

Il mistero della morte di Fausto Iob.

Il Delitto di Ceva: la morte di Ignazio Sedita.

Il caso di Stefano Siringo e di Iendi Iannelli.

Il delitto insoluto di Piera Melania.

Il giallo dell'omicidio di Nevila Pjetri. 

Il mistero di Jessica Lesto.

Il mistero di Stefania Elena Carnemolla.

 L’omicidio nella villa del Rastel Verd.

 Il Delitto Roberto Klinger.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il mistero della strage della Stazione di Bologna: E’ Stato la Mafia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA GIUSTIZIA

DECIMA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Il Mistero di Ilaria Alpi.

I documenti segreti della Cia sul caso Ilaria Alpi. L'Espresso ha ottenuto i rapporti inediti americani sul periodo in cui in Somalia fu uccisa la giornalista. Si parla di un’azienda molto pericolosa e di trafficanti italiani. Andrea Palladino il 18 agosto 2020 su L'Espresso. Trentadue pagine, dodici documenti classificati “Secret” e “Top Secret”. Report in grado, dopo ventisei anni, di riportarci nelle strade di Mogadiscio poco prima del 20 marzo 1994, la data dell’agguato mortale contro Ilaria Alpi e #Miran_Hrovatin. Carte oggi declassificate dalla principale agenzia dell’intelligence statunitense, la Cia, dopo una richiesta dell’Espresso in base al Freedom of Information Act (Foia). Un anno e mezzo di istruttoria, una risposta per ora parziale, ma in grado di aggiungere elementi importanti al contesto somalo oggetto dell’ultimo reportage di Ilaria Alpi. Doveva andare in onda la sera di quel 20 marzo, non arrivò mai in Italia, se non per frammenti, filmati incompleti. I report Usa aprono una porta sul mondo che Ilaria seguiva durante il suo ultimo viaggio. Traffici di armi, società della cooperazione italiana, alleanze segrete. Mogadiscio, 1994. La sconfitta della missione Onu per riappacificare la Somalia era compiuta. È la storia di un fallimento lo scenario che ha visto l’agguato mortale contro Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Roma, 2020. Le indagini per capire chi ha armato il commando di sei uomini sono ancora aperte. Movente, mandanti, esecutori: un foglio bianco.

Mogadiscio era il crocevia di tante storie. Traffico di armi, prima di tutto. Razzi Rpg, Kalashnikov, munizioni di ogni tipo, un flusso inarrestabile che alimentava la guerra tra le due principali fazioni. Ali Mahdi, alleato con le forze Onu. Mohammed Farah Hassan, detto Aidid, il “vittorioso”, a capo delle forze islamiste. Quel mondo Ilaria lo conosceva come pochi suoi colleghi; si era laureata in lingua e cultura araba, con una lunga gavetta, prima di approdare alla Rai, raccontando il nord Africa, spesso in maniera rocambolesca. Delicata e profonda, nelle sue cronache. In grado di capire le sfumature, le alleanze che si nascondevano dietro l’apparenza. La giornalista giusta, per raccontare l’inferno. Un target per chi alimentava il caos.

LA ROTTA DELLE ARMI. #Mohammed_Aidid era il nemico numero uno della coalizione Onu quando la missione #Unosom inizia, con lo spettacolare sbarco dei Marines a Mogadiscio. Almeno in apparenza. Il 3 ottobre del 1993 i Rangers erano sulle sue tracce. Preparano una missione nel cuore di Mogadiscio, un’incursione che doveva durare pochi minuti, giusto il tempo per permettere a reparti speciali di catturare il signore della guerra. Tutto andò storto, i miliziani colpirono uno dei quattro elicotteri Black Hawk, uccidendo 19 soldati americani. Un’azione divenuta famosa con il film di Ridley Scott (“Black Hawk Down”)del 2001, icona cinematografica della sconfitta in Somalia.

Da mesi la Cia era sulle tracce di Aidid, monitorando ogni suo spostamento. L’obiettivo fondamentale, per l’Onu e gli Stati Uniti, era individuarlo, ma anche capire chi finanziasse il capo della fazione islamista e da dove provenissero le armi utilizzate dalle sue milizie. In una nota del 18 settembre 1993, declassificata su richiesta dell’Espresso, gli analisti della Cia scrivono: «L’abilità del signore della guerra nel reperire nuove armi ha senza dubbio contribuito alle recenti indicazioni che Aidid si sente sicuro di vincere contro gli Stati Uniti e le Nazioni Unite». Dal mese di agosto del 1993 gli agenti statunitensi segnalavano un aumento di flussi di armi dirette alla fazione islamista. In realtà la Somalia fin dall’inizio della guerra civile era una vera e propria Santabarbara. Per anni il governo di Siad Barre - stretto alleato dell’Italia - aveva acquistato armi, creando magazzini letali nell’intero paese. L’Italia era stato uno dei principali fornitori, fin dai primi anni ’80. L’ex generale del Sismi Giuseppe Santovito - iscritto alla P2 - in un interrogatorio davanti all’allora giudice istruttore di Trento Carlo Palermo aveva raccontato delle ingenti forniture di armamenti al paese da sempre ritenuto come una e propria estensione geopolitica dell’Italia. Pochi mesi prima della morte di Ilaria Alpi e Miran Horvatin c’è una accelerazione. Aidid ha l’obiettivo - che ritiene raggiungibile - di far fallire la missione Onu, rimandando a casa i paesi della coalizione. Acquisire armi aveva un doppio scopo, spiegano le note Cia: essere pronti al combattimento, ma soprattutto convincere gli altri signori della guerra ad allearsi con gli islamisti.

L’AIUTO SEGRETO ITALIANO. Il primo ottobre 1993, due giorni prima di Black Hawk Down, a Washington arriva una nota dalla capitale somala: «Le rotte per la fornitura di armamenti, nascondigli e legami operativi delle forze di Aidid». Dal mese di settembre gli Usa avevano iniziato a monitorare le carovane che partivano dal lungo confine con l’Etiopia dirette nell’area di Mogadiscio, dove la situazione era divenuta estremamente critica: «Gli armamenti - che includono mortai e Rpg - sono trasportati lungo le strade che collegano Mogadiscio con Belet Weyne, Tigielo e Afgoi». L’obiettivo era chiaro: «Stanno pianificando di usare i mortai e gli Rpg contro Unosom». Nella stessa nota la Cia fornisce, per la prima volta, un’indicazione sulla rete logistica di appoggio alla fazione degli islamisti: «I supporter di Aidid stanno utilizzando la società Sitt, che è situata dall’altra parte della strada rispetto al compound Unosom. La società Sitt appartiene a Ahmed Duale “Hef”. (omissis) Commento: questa presenza è una minaccia per il personale Unosom e per chiunque entri nel compound». Duale e Sitt, due nomi da appuntare. Quando mancano quattro mesi all’ultimo viaggio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin la situazione a Mogadiscio diventa ancora più critica: «I compratori pro-Aidid stanno acquistando una inusuale grande quantità di munizioni», segnala la Cia in una nota del 23 novembre 1993. Un secondo report, con la stessa data, aggiunge un altro dettaglio: «C’è una consegna di armi e munizioni in una casa nel distretto Halilua’a di Mogadiscio, trasportata da un unico camion di produzione italiana, con sei casse di Ak-47, fucili di assalto Fal, quattro lanciatori di granata russi. L’origine del carico è ignota».

IL DOPPIO GIOCO. Per l’intelligence Usa, dunque, era la società Sitt lo snodo logistico utilizzato dai supporter di Aidid. «Una minaccia per l’Onu», scrivevano. Il nome era ben noto negli ambienti del contingente italiano. Appena due mesi prima della nota della Cia, la Sitt aveva inviato una serie di fatture per migliaia di dollari al comando Italfor relative alla fornitura di materiale di ogni tipo. Prima del conflitto la stessa società aveva operato come supporto logistico per la cooperazione italiana. A capo di quell’impresa, oltre all’imprenditore somalo Ahmed Duale, citato nella nota Usa, c’era Giancarlo Marocchino, trasportatore originario del Piemonte che operava in Somalia da anni. Fu lui ad intervenire per primo sul luogo dell’attentato mortale contro Alpi e Hrovatin. «Marocchino è stato un collaboratore che ho ritenuto affidabile fino a quando ho trovato le armi nel suo compound diffidandolo ufficialmente», racconta all’Espresso il generale Bruno Loi, a capo del contingente italiano fino al settembre 1993. «Ma per quanto riguarda la nota della Cia - prosegue Loi - mi stupisce che abbiano trovato questa minaccia senza fare nulla per eliminarla; c’è qualcosa che non quadra».

L’INCHIESTA. Sull’agguato del 20 marzo 1994 la Cia sostiene di non avere nessun record in archivio. Eppure l’ultima inchiesta di Ilaria Alpi si intreccia strettamente con quel traffico di armi diretto alla fazione di Aidid. Il 14 marzo 1994 i due reporter di Rai 3 arrivano a Bosaso, nel nord della Somalia. C’era un nome appuntato sul quaderno di Ilaria, la compagnia di pesca italo-somala Shifco. Una nave della società era ferma al largo della costa migiurtina, sequestrata dalle milizie locali. In un appunto del Sismi declassificato nel 2014 dall’allora presidente della Camera Laura Boldrini l’intelligence italiana racconta come quella compagnia, diretta da Said Omar Mugne - imprenditore somalo che aveva vissuto a lungo in Italia - proprio in quei mesi stava preparando il trasporto di un carico di armi «acquistato in Ucraina da tale Osman Ato, cittadino somalo naturalizzato statunitense, per conto del generale Aidid». Sulla Shifco e su Osman Ato la Cia ha risposto con la consueta formula: «Non possiamo confermare o smentire l’esistenza o la non esistenza di record». La questione, in questo caso, sembra avere ombre di segreto ancora oggi.

“CROGIOLO DI MENZOGNE”. Per il generale Bruno Loi la Somalia è ancora una ferita aperta: «Eravamo pronti a catturare Aidid nel giugno 1993 - racconta - avevamo il consenso del governo italiano, ma Unosom ci bloccò». Il fallimento di quella missione, spiega, va cercata nelle stesse regole di ingaggio delle Nazioni Unite: «L’Onu non ha capito che la democrazia non si esporta, ma si costruisce con anni di supporto», commenta Loi. E forse il caso Alpi rimane una ferita aperta perché è bene non entrare in quel labirinto senza fine della missione nel corno d’Africa: «La Somalia è stata un crogiolo di bugie, menzogne, disinformazione», spiega Loi, ventisei anni dopo. E di segreti che durano ancora oggi.

ILARIA ALPI. SEMPRE SEGRETO IL NOME DELL’AGENTE SISDE CHE SA TUTTO. PERCHE’? Inchieste 18 Agosto 2020 di: Andrea Cinquegrani su La Voce delle Voci. Spuntano documenti inediti della CIA sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Li rivela l’Espresso con un’inchiesta firmata da Andrea Palladino. In un dossier dell’agosto 1993, in particolare, i servizi segreti a stelle e strisce segnalano un aumento dei flussi di armi diretti alle fazioni islamiste. E dettagliano il ruolo svolto dagli italiani in quei traffici illegali. Dalle carte emerge anche il nome dell’imprenditore Giancarlo Marocchino. La Federazione Nazionale della Stampa chiede “alla Procura di Roma di acquisire ed esaminare i documenti della CIA”. Quella Procura di Roma che ha cercato di archiviare l’inchiesta, per volontà del pubblico ministero Elisabetta Ceniccola e del procuratore capo Giuseppe Pignatone. Il gip capitolino Andrea Fanelli, però, si è opposto all’archiviazione e ha chiesto ulteriori indagini per far luce su 12 punti ancora oscuri. Un punto riguarda proprio la figura di Marocchino. La prima richiesta di Fanelli è datata ottobre 2019. Se ne doveva sapere qualcosa dopo sei mesi di proroga delle indagini. Ma ad aprile nessuna novità. Il silenzio più totale, grazie forse anche al Covid. Fanelli ha chiesto altri sei mesi? O cosa?

UN TESTE TROPPO SCOMODO. Intanto, dettagliamo meglio la figura di Marocchino: l’uomo fin da subito al centro del giallo, già nelle carte del primo e unico pm che sul serio abbia indagato sul caso, Giuseppe Pititto, e per questo “fatto fuori” per “incompatibilità ambientale”. Ovvio: chi rischiava di alzare il sipario su quei traffici di “armi e rifiuti” andava eleminato. “Doveva morire” sotto il profilo giudiziario, essere sbattuto in un tribunale di provincia e poi in un cimitero degli elefanti come l’Ater che gestisce immobili della Provincia di Roma. Così come “Dovevano morire” Ilaria e Miran che avevano scoperto traffici, connection e complicità molto più grandi di loro. Scoperte che avrebbero portato ad un vero terremoto nelle nostre stesse istituzioni. Per capire il ruolo di Marocchino in tutta la story, meglio andare subito ad un episodio chiave. Vale a dire la querela presentata dallo stesso Marocchino e dal colonnello del SISMI Luca Rajola Pescarini contro Giampiero Sebri, uno dei testi chiave che nel corso dell’udienza processuale del 5 giugno 2002 lancia bordate pesantissime, e particolarmente dettagliate, contro i due, accusati di aver messo su “un sodalizio criminale per un traffico d’armi” e di essere responsabili della “preparazione dell’agguato di Mogadiscio costato la vita ad Ilaria Alpi e Miran Hrovatin”.

E CHI INSABBIA? PALAMARA. E chi sarà mai il pubblico ministero che a Roma deve valutare quei fatti? Nientemeno che Luca Palamara, il quale prende per oro colato le accuse contro Sebri formulate dai legali di Marocchino e Rajola Pescarini e chiede tre anni di condanna per “calunnia aggravata”, aggravata cioè dal fatto di aver fornito dei precisi dettagli. Se ne frega di effettuare accertamenti, Palamara, di valutare accuse tanto pesanti e se la sbriga chiedendo tre anni di condanna. Coglie la palla al balzo il giudice, Alfredo Landi, che condanna l’imputato a tre anni. Facile come bere un bicchier d’acqua, ottimo e abbondante per insabbiare ancora una volta & depistare. Del ruolo di Marocchino ha scritto montagne di carte l’avvocato Domenico D’Amati, lo storico legale della famiglia Alpi. Alla “Voce” D’Amati raccontò di quella fondamentale pedina, dei traffici di armi & rifiuti, di quegli scenari internazionali da brivido e di troppi depistaggi eccellenti. La figura di Marocchino è al centro del capitolo dedicato al giallo Alpi nel volume “Giornalismi & Mafie” pubblicato nel 2008 e curato da Roberto Morrione. Ed è anche al centro di parecchi report redatti negli anni ’90 dal Sisde, in perfetto contrasto con il Sismi: per la serie, Servizi civili contro Servizi militari. Tutti i “segreti” – è il caso di dirlo – ruotano intorno alla figura di un agente del Sisde che “sapeva tutto” ed il cui nome non è mai stato rivelato. E’ stato lui, infatti, a confezionare un paio di dossier bollenti su quei traffici ed i protagonisti in campo: Marocchino in pole position. Le dettagliate informative sono state inviate dal Servizio civile e quello militare, il quale però ha fatto orecchie da mercante e ha “coperto”. Facendo notare appena che erano “a conoscenza di traffici d’armi nel Corno d’Africa”, ma nulla più.

PERCHE’ QUELL’AGENTE RESTA MISTERIOSO? Ed invece l’agente misterioso va avanti nei suoi approfondimenti e precisa che “Marocchino ha allestito in Somalia un’officina di assemblaggio per armi pesanti” ed è inoltre coinvolto in un progetto di cooperazione tra Italia e “Somalia Somib”, niente altro che una copertura per i traffici d’armi. A quanto si sa, la “fonte” del Sisde ha cominciato ad indagare a partire da febbraio 1993. Sorge spontanea una domanda. Come mai non è stato chiesto con forza da alcuna forza politica – MAI – di conoscere l’identità di quella fonte affinchè sia finalmente interrogata dall’autorità giudiziaria? La Procura di Roma, o meglio quella di Perugia, visto il perenne clima da “porto delle nebbie” che si respira in riva al Tevere? Ostacola forse il timore di scoprire troppi altarini? Di svelare complicità istituzionali che è meglio insabbiare? Il giallo, a quel punto, può trovare la sua svolta. Ben difficile che il rapporto della CIA, una volta reso noto nella sua completezza, possa svelare più di tanto. Per un solo motivo: gli americani erano nostri “complici” in quei traffici di armi. Sapevano benissimo e hanno chiuso gli occhi. Per qual motivo riaprirli adesso?

Uccisa due volte. Dalla Giustizia italiana. Inchieste 30 Ottobre 2016 di: Andrea Cinquegrani su La Voce delle Voci. Giallo Alpi. Giorni fa l’ennesimo schiaffo alla memoria di Ilaria e Miran Hrovatin, l’assoluzione del killer inventato dai “burattinai” per depistare meglio, 26 anni affibbiati Hashi Omar Assan che c’entrava come il cavolo a merenda. “Una conclusione schifosa, una tragica farsa”, ha ancora la forza di commentare Luciana Alpi, la sempre più sola madre di Ilaria. Solo una giustizia inefficiente? Dotata sempre dei soliti scarsi mezzi? Oppure pigra e farraginosa? Altri aggettivi servono meglio a descrivere i fatti: depistante, utilizzata solo per coprire quanto è realmente accaduto. Quindi, in soldoni, complice. Soprattutto se il burattinaio è da novanta: addirittura in casacca a stelle e strisce, la CIA. Ci sono – a questo punto del giallo tragicamente farsesco – molte tessere del mosaico che combaciano, e mandano una luce sinistra. Vediamole, ripercorrendo alcuni passaggi recenti e passati. Ecco un paio di frasi pronunciate da Luciana Alpi: “Oggi abbiamo appreso che Ilaria è morta di caldo. Sì, di caldo, in Somalia”. “Sono furibonda per tutto quello che hanno fatto e disfatto per coprire gli assassini e i moventi di un duplice delitto”. “I giudici non hanno ascoltato i veri protagonisti di questo lungo depistaggio”. “Dai verbali delle udienze emerge che l’ambasciatore Giuseppe Cassini ha portato in Italia il testimone Gelle, il quale accusa Hashi di aver sparato a Ilaria e Miran. Ma non c’è mai stato un giudice o una Corte che lo abbiano interrogato. Per confermare o per smentire. Hanno condannato un giovane sulla base di una sola dichiarazione”. E oggi neanche si scusano. Continua la signora Alpi, una donna ormai distrutta nel morale e provata anche nel fisico: “Una giornalista di ‘Chi l’ha visto’ (Chiara Cazzaniga, ndr) ha rintracciato Ali Rage Ahmed, alias Gelle, lo ha intervistato, si è fatta dire la verità. La Procura di Roma sapeva dov’era. Viveva alla luce del sole. Ha fatto finta di niente. Non lo ha mai interrogato. Ripeto: uno schifo”. “Ormai sono convinta che sulla morte di mia figlia e di Miran non è stato fatto nulla a livello di indagine. Sul caso si sono alternati negli anni ben cinque magistrati e tre procuratori. Eppure nessuno è riuscito a porre fine alle troppe bugie, ai troppi depistaggi che hanno caratterizzato questa vicenda. Ho ormai la netta impressione che gli inquirenti non siano mai stati interessati a scoprire la verità”.

LO SCIPPO DELL’INCHIESTA. Ce n’era uno, entrato subito in scena. Ma proprio perchè aveva forse intenzione di scoprire quella verità è stato immediatamente fatto fuori, estromesso dalle indagini. Si tratta di Giuseppe Pititto, che per quei primi tentativi di far luce sul giallo di Mogadiscio non solo venne scippato del fascicolo istruttorio, ma cacciato da Roma, per preciso volere dell’allora procuratore capo Salvatore Vecchione. Pititto ha quindi lavorato a L’Aquila per alcuni anni, poi, stanco di questa giustizia, ha abbandonato la toga. Ha però avuto la forza, Pititto, di scrive un thriller politico per Fazi Editore, “Il grade corruttore”. Ecco la trama: protagonista una giornalista, Federica Olivieri, inviata nello Yemen. E’ a caccia di una pista per un traffico internazionale di armi, scopre che il burattinaio è nientemeno che il nostro ministro degli Interni, Ugo Miraglia, il quale, ovviamente, sta per diventare Capo dello Stato. Federica viene barbaramente assassinata, partono le indagini e subito il procuratore capo di Roma dà tutto per chiaro, un tragico incidente, i soliti balordi. Per un puro caso il fascicolo finisce nelle mani di un giovane pm, Davide Nucci, il quale man mano si troverà sempre più debole e isolato. Proprio mentre il ministro Miraglia entra al Quirinale. “Magistratura, politica, giornali, tutti si schierano in silenzio, partecipando a una colossale recita in cui ogni ruolo, ogni battuta, risponde ad una regia spietata”. Veniamo al cuore del giallo, che batte amerikano. E riportiamo alcune parole tratte da un altro libro, uscito nel 2008, “Giornalismi & mafie”, curato da un vero maestro dell’informazione, Roberto Morrione. Nel denso capitolo significativamente titolato “L’omicidio di Ilaria Alti – Alta mafia tra coperture, deviazioni, segreti” eccoci di fronte ad un paio di quesiti chiave: “perchè il dottor Pititto è stato estromesso dall’inchiesta proprio in un momento delicato e di possibile svolta nelle indagini? Il dottor Pititto, con la collaborazione della Digos di Udine, aveva fatto giungere in Italia i due testimoni oculari, Ali Abdi e Nur Aden, l’autista e l’uomo di scorta, ma non li ha potuti interrogare”. Come mai? Altro interrogativo da novanta: “Perchè non si è individuato chi, tra le autorità italiane e dell’Unosom, ha consentito o collaborato o addirittura disposto di costruire un capro espiatorio?”. Da tener ben presente che già otto anni fa – ben prima della fresca sentenza – Hashi Omar Assan veniva definito un “capro espiatorio”! Subentrerà nelle indagini a Pititto il pm Andrea De Gasperis, che caratterizzerà la sua azione per “incompetenza e sciatteria”, come denunciarono i coniugi Alpi. Andiamo, a questo punto, alla Digos di Udine, che se le cose fossero andate come giustizia comanda (con un Pititto alla guida delle indagini) avrebbe rischiato – udite udite – di far luce su quella tragica connection, a forti tinte Usa. Un rischio che non si poteva certo correre: per questo estromessa Udine, cacciato Pititto.

NEI MISTERI DI VIA FAURO. Maggio 1994. Subito alla ribalta la prima “fonte confidenziale” (ne seguiranno altre due) che contatta la Digos friulana. Fa il nome di due italiani che vivono e operano a Mogadiscio da anni. Si tratta di Giancarlo Marocchino e Guido Garelli, un imprenditore esperto in logistica da molti etichettato come disinvolto faccendiere, il primo; un colonnello impegnato dei deserti del Sahara occidentale (un po’ come il Drogo nel Deserto dei Tartari di Buzzati) con la passione per la Somalia, il secondo. Fornita l’imbeccata, la fonte sparirà nel nulla. Ma prima accenna ad una “piccola società aerea che fa capo a Marocchino e Garelli ed ha sede in via Fauro a Roma”. Drizzano subito le antenne due ispettori della Digos di Udine, Giovanni Pitussi e Antonietta Motta. Quest’ultima, in particolare, ha ben presente una trasmissione del Costanzo Show in cui, guarda caso, sono ospiti i genitori di Ilaria, e si parla del recente attentato di via Fauro che avrebbe avuto come obiettivo l’abitazione del giornalista. Si mettono subito al lavoro, Motta e Pitussi, e scoprono che proprio a via Fauro hanno sede tre società che si occupano di trasporti, anche aerei: Finarma, Fin Chart e Saniservice. La prima fa capo nientemeno che a un ex magistrato, Pio Domenico Cesare, che stanco di codici e pandette pensò bene di darsi anima e corpo ai traffici di monnezza, meta preferita la Somalia. Dettagliò addirittura nel 1995 un servizio firmato da Luigi Grimaldi per il settimanale “Avvenimenti” che la toga-imprenditrice “coordinava gli incontri tra la Fin Chart e i rappresentanti somali per definire il progetto di smaltimento dei rifiuti tossici nel Corno d’Africa”. E a via Fauro 59 è localizzato il primo quartier generale di Fin Chart. Come mai la procura romana non approfondì quel ramo d’inchiesta il cui imput arrivava dalla Digos di Udine? Come mai delle indagini, pur avviate dal pm Franco Ionta, si sono perse le tracce? E non è stato approfondito un tassello strategico, ossia l’incrocio con un’altra strage, quella del Moby Prince, in cui fanno capolino misteriose sigle guarda coso ubicate sempre nella affollata via Fauro? L’ennesimo buco nero – quello del Moby Prince – sul quale da un anno è impegnata una fresca commissione parlamentare d’inchiesta. Nei rapporti Digos veniva fatto espressamente cenno ai possibili mandanti del duplice omicidio, tra cui il titolare dell’altra compagnia dei misteri, la Shifco (che trasportava rifiuti tossici a bordo delle navi donate del nostro governo), ossia Mugne Said Omar; e un trafficante di armi ed esponente del clan Murosade, Osman Mohamed Sheikh. Ma c’è un terzo personaggio rimasto nell’ombra, “un somalo-americano prima arruolatore di Mujadin per conto della Cia – scrive Grimaldi – e poi portavoce delle Corti islamiche”. Eccoci, allora, dentro le connection a stelle e strisce che portano da Mogadiscio direttamente negli States. Esiste la verbalizzazione di un ufficiale dei carabinieri (il nome non è mai trapelato) secondo cui la trappola mortale per Ilaria e Miran venne organizzata dalla Cia. Vero che riferisce “de relato”, fonti dell’allora Sismi e dell’Ambasciata italiana: ma che fine ha fatto quella pista? Ricorda qualcosa l’ambasciatore Giuseppe Cassini, così solerte da portare per mano in Italia l’accusatore taroccato Gelle? Passiamo a un’altra sigla il cui nome fa solo ora capolino attraverso la desecretazione – decisa un anno fa – delle centinaia e centinaia di pagine. Si tratta di CISP, una delle tante organizzazioni non governative che allora lavoravano nel Corno d’Africa per l’Italia. Ma strategica: perchè si occupò dell’ultimo trasporto di Ilaria e Miran, provenenti da Bosaso e in arrivo all’aeroporto di Mogadiscio. Come mai un cambio in corsa, visto che era stato fino a quel momento curato – e doveva esserlo anche quel giorno – dal servizio ufficiale per i trasporti, Unisom? Come mai la delicatissima notizia degli spostamenti dei due nostri giornalisti viene affidata alla fino a quel momento sconosciuta Cisp? Il quadro forse diventa più chiaro se passiamo Cisp ai raggi x. A guidarla una dottoressa italiana, Stefania Pace, a Modagiscio, con la suo Ong, dal 1988. E’ la compagna di un uomo di peso della Cia nella bollente capitale somala, Ibrahim Hussein, alias Malil. Un altro con il pallino della logistica, Malil, tanto che il suo posto – dopo il misterioso “suicidio” giocando alla roulette russa – viene preso proprio da Marocchino. Un vero hobby l’assistenza alla Ong e a tutta la Cooperazione made in Italy e promosso dal nostro governo, per Malil, visto che la maggior parte del suo tempo lo dedica ai destini della Cia a Mogadiscio, in qualità di “Top Asset”. Appartenente a una ricca famiglia somala, Malil compie i suoi studi nelle università yankee e viene arruolato, per quell’incarico al servizio dell’intelligence Usa, da un pezzo grosso, Mike Shankin, alias Condor, una vita da 007 tra Washington, Londra (in co-servizio con l’M16 di sua maestà britannica) e, appunto, Mogadiscio. E’ proprio Shankin a dirigere la caccia al generale somalo Aidid, in compagnia di due amici: John Garret, alias Crescent, e John Spinelli, alias Leopard. Per inciso, l’affiatatissimo tandem Shankin-Spinelli è coinvolto in un altro giallo, quello del rapimento dell’imam Abu Omar, in combutta con l’allora capo dei nostri Servizi, Nicolò Pollari, e con gli 007 de noantri capeggiati dalla Mancini & Tavaroli band.

TRE CUORI E UNA CAPANNA, LA CIA. Ma torniamo a Shankin. Una vita spericolata (tanto da costargli il licenziamento perfino da quei rotti a tutto della Cia!), però coronata da un grande amore. E con chi mai convolerà a nozze il fortunato Mike? Nientemeno che con una fresca vedova, Stefania Pace, un marito morto per gioco, ma secondo i più “eliminato”. Stefania, poi, si unirà a Mike anche sotto il profilo lavorativo, visto che i due si rimboccheranno le maniche con una attrezzata “consulting” in materia di informazioni, servizi & spiate. La cordata dei compagni di merende non è ancora finita. Perchè nel team figura anche un altro uomo targato Cia, e ben nascosto sia dietro un nome di battaglia, Hamed Washington, che dietro un generico impegno per conto della Comunità europea, a fianco delle nostre Ong (come Cisp) sia sotto il profilo logistico-organizzativo che, ancor più, finanziario. Ed eccoci ad un altro incrocio, una chiave per entrare al cuore del giallo sulla morta di Ilaria e Miran: é l’amico di Shankin e Spinelli, ossia Hamed Washington, a portare su un piatto d’argento all’ambasciatore italiano Cassini il teste taroccato, Gelle. Tutto ancora da scoprire, quindi, il perchè di quel passaggio del testimone, deciso non si sa come e da chi, all’ultimo istante, tra Unisom e Cisp per quanto riguarda le consegne circa il trasporto di Ilaria e Miran dall’aeroporto di Mogadiscio all’albergo. Così ci si chiede con angoscia nel capitolo “L’omicidio di Ilaria Alpi”: bisogna “sviluppare l’inchiesta su che cosa accadde quella domenica 20 marzo dall’arrivo di Ilaria e Miran all’aeroporto fino all’agguato davanti all’hotel Humana: chi e con quale mezzo andò a prendere i due giornalisti all’aeroporto per condurli al loro hotel (il Sahafi); perchè, a conoscenza dell’estrema pericolosità della situazione, decidono di andare all’hotel Hamana (attraversando la linea verde). C’è un appunto di Ilaria significativo sulla consapevolezza della pericolosità circa la situazione, che avvalora l’ipotesi che il trasferimento dal Sahafi all’Hamana sia stata un vera trappola. Ecco il testo: ‘nessuno senza un motivo particolarmente valido passa da una zona all’altro. Qualunque spostamento deve essere accuratamente organizzato”. Come mai, in 22 anni e passa, a nessuno degli inquirenti e procuratori succedutisi al capezzale dell’inchiesta è venuto mai in mente di interrogare, su quei nodi, Stefania Pace che curò, come Cisp, quello spostamento, e il tandem Cia? Perchè nessuno ha levato il cappuccio a mister Washington? Si chiede e chiede Grimaldi: “Perchè dopo il duplice omicidio la sicurezza dell’hotel Hamana si reca proprio al Cisp per sapere come comportarsi e da lì viene contattato via radio Marocchino perchè intervenga? Perchè dopo anni un falso autista di Ilaria, ma in possesso di documenti autografi della giornalista Rai, incontra casualmente in Kenia la giornalista Isabel Pisano (buona e vecchia amica di Francesco Pazienza) durante un viaggio verso Mogadiscio, sulle tracce di Ilaria e Miran, organizzato per lei da Stefania Pace?”.

CASO ALPI. PERCHE' NESSUNO INDAGA SUL SUPERTESTE E SU CHI LO HA TAROCCATO? Paolo Spiga il 24 Novembre 2016 su La Voce delle Voci. “Come mai fino ad oggi nessuno ha mai interrogato quelli che hanno interrogato il teste chiave Gelle?”. Sembra un rebus o una sorta di scioglilingua. Invece è uno degli interrogativi più bollenti che circonda il giallo della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi 22 anni fa a Mogadiscio da killer ancora impuniti. A porsi queste e altre domande, è la madre della giornalista, nel corso di un’intervista rilasciata a Colorsradio, l’emittente romana in prima linea nel denunciare, in modo particolare, i casi di malagiustizia e malasanità. Un caso tornato alla ribalta, a fine ottobre, con l’assoluzione per Hashi Omar Hassan, il somalo che ha scontato da innocente ben 16 anni di galera. Un clamoroso errore giudiziario, causato dalla testimonianza taroccata di Ali Rage Hamed, alias Gelle. E il povero Hashi sarebbe ancora a marcire in galera se una giornalista di Chi l’ha visto, Chiara Cazzaniga, non fosse andata a Londra ad intervistare Gelle: il quale ritratta quella versione farlocca, dice che Hashi non c’entra nulla e di essere stato imbeccato. Non fa il nome di chi, comunque basta perchè – dopo alcuni mesi – l’innocente Hashi venga scagionato da ogni accusa e rimesso in libertà. Qualche toga pagherà mai per un errore del genere? Ma sentiamo le parole di Luciana Alpi ai microfoni di Colorsradio, intervistata dal direttore David Gramiccioli. “Non abbiamo mai creduto, sia mio marito che io, nella colpevolezza di Hashi. Ci siamo sempre battuti perchè venisse acclarata la sua innocenza”. “E adesso, alla mia età, dovrei ricominciare tutto da capo. Sono stanca di essere presa in giro. Sono cose immonde, volgarità senza limiti. E’ un calvario pesantissimo”. “La circostanza che mi lascia sbigottita, tra le tante, è soprattutto una: perchè non è stato mai interrogato chi ha interrogato Gelle? Perchè nessuno ha mai interrogato gli inquirenti che nel 1997 interrogarono Gelle? Perchè alla procura di Roma nessuno mai ci ha pensato?”. Nell’ultima inchiesta la Voce ha ricostruito quell’incredibile episodio: Gelle “consegnato” da un agente coperto della Cia, Hamed Washington, al nostro ambasciatore a Mogadiscio, Giuseppe Cassini, e da questi portato a Roma per la ‘confessione’. Come mai non sono stati interrogati protagonisti e attori di quella sceneggiata? Come mai – si chiede ora Luciana Alpi – nessun magistrato ha pensato bene di chiedere conto a chi all’epoca interrogò in modo quanto meno ‘anomalo’ il super teste? Impossibile? Così come era impossibile farsi raccontare da Gelle – mesi fa, come ha fatto Chiara Cazzaniga – quella nuova verità? Interrogativi che pesano come macigni. La storia fa il paio con l’inchiesta sulla strage di via D’Amelio e il pentito taroccato Vincenzo Scarantino, la cui testimonianza costò 16 anni di galera – guarda caso i numeri ricorrono – per nove innocenti: e i mandanti sempre a volto coperto.

Ma sentiamo ancora le parole della madre di Ilaria.

“Chi poteva aver interesse ad eliminare mia figlia? Trafficanti d’armi e di rifiuti tossici e anche la mala cooperazione. Nel suo notes Ilaria aveva segnato alcune cifre: ricordo i 1.400 miliardi di lire sperperati in quella cooperazione”. “I mandanti? Non posso saperlo. Comunque sia italiani che stranieri”. “L’inchiesta è passata per le mani di cinque magistrati. E ancora oggi niente. Secondo loro, con la condanna di Hashi, era tutto risolto. Non hanno più indagato, per loro la verità era quella, il caso era chiuso. Nonostante fosse chiaro il contrario, e poi si è visto. Sembrava dicessero, "cosa vuole ancora ‘sta famiglia"!” “L’ultima volta che ho sentito Ilaria è stato solo due ore prima della sua uccisione. Era appena arrivata da Bosaso, dove aveva intervistato il sultano locale. Le chiesi se tornava, lei mi rispose che aveva ancora da fare e avrebbe chiesto alla Rai se poteva rimanere altri due giorni. Le dissi, ‘ma dai, sarai stanca…”, e lei ‘mamma, per favore…’”. “Sono passati 22 anni, e non può esistere che la verità non venga alla luce. Ho il diritto di sapere. E mi batterò fino a che ne avrò la forza.

Monica Ricci Sargentini per il “Corriere della Sera” il 7 Luglio 2022.

Una bomba sotto l'automobile. È morto così nella sua amata Mogadiscio, in Somalia, Hashi Omar Hassan, l'uomo che era stato condannato per l'omicidio della giornalista Ilaria Alpi e dell'operatore Miran Hrovatin e che nel 2016, dopo quasi 17 anni di carcere, era stato finalmente riconosciuto innocente. Una vita, la sua, segnata dalla sfortuna perché la morte lo coglie proprio ora che si era ricostruito una vita e stava per lanciare un'attività import-export nel suo Paese grazie ai tre milioni di euro riscossi dall'Italia come risarcimento per l'errore giudiziario. 

«Tre milioni - aveva detto nel 2018 in un'intervista al Corriere della Sera - sono niente rispetto all'inferno che ho vissuto. Diciassette anni della mia vita valgono molto di più e tutto quel tempo non mi verrà mai restituito». Probabilmente sono stati proprio quei soldi la causa della sua morte. È la tesi di Antonio Morriconi, l'avvocato storico di Hassan: «Sono stati i terroristi islamici, nessun dubbio.

Lo hanno ammazzato a scopo di estorsione. Sono persone in cerca di soldi per fare gli attentati e se non sei d'accordo ti uccidono». L'omicidio è avvenuto nel quartiere di Dharkenley, nella zona meridionale della capitale somala. 

Finora non c'è stata alcuna rivendicazione ma il modus operandi sarebbe quello dei militanti al Shabab.

Una tesi che, però, non convince la Federazione nazionale della stampa italiana, l'Ordine dei Giornalisti e l'Usigrai che, tramite l'avvocato Giulio Vasaturo, sono pronti a presentare una richiesta alla Procura di Roma, all'ambasciata italiana a Mogadiscio ed a quella della Somalia in Italia, «per sollecitare indagini mirate sulle dinamiche dell'attentato in cui ha perso la vita Hashi Omar Hassan, anche al fine di verificare l'esistenza di un eventuale collegamento fra questo efferato delitto e l'inchiesta, tuttora in corso, sull'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin». Poco dopo aver testimoniato in Italia, fu rinvenuto in un albergo di Mogadiscio il cadavere di Ali Abdi, l'autista di Ilaria. Mentre nel 2003 Starlin Arush, attivista somala, amica dell'inviata del Tg3 , è stata uccisa da un commando di sicari, nei pressi di Nairobi. 

Hassan era stato arrestato nel 1998 durante un soggiorno in Italia, dove doveva deporre su altre vicende somale.

Ad accusarlo furono due persone: Ahmed Ali Rage, detto Gelle, che si spacciò per testimone oculare del delitto Alpi-Hrovatin e che disse di averlo visto alla guida della Land Rover del commando di assassini; e l'autista occasionale di Ilaria Alpi, Ali Abdi, morto poco dopo il suo rientro in Somalia, nel 2003, dopo aver perso la protezione una volta accertato che la sua testimonianza era falsa. Gelle, invece, in una deposizione resa per rogatoria acquisita dalla Corte d'Appello di Perugia per la revisione del processo, aveva ritrattato le sue accuse affermando di essere stato pagato per affermare il falso. 

L'assoluzione definitiva giunse dopo altri tre processi: quello di primo grado presso la Corte d'Assise di Roma che nel 1999 giudicò Hassan innocente, l'Appello del 2000 che stabilì l'ergastolo per «concorso in omicidio» e la riduzione della condanna a 26 anni in Cassazione nel 2001. 

I genitori di Ilaria Alpi erano convinti dell'innocenza di Hassan: «La famiglia di Ilaria mi ha creduto e ha fatto quello che poteva per cercare la verità, sapevano che ero solo un capro espiatorio» aveva raccontato l'uomo. Ma la coppia non aveva mai smesso di cercare i veri autori della strage e i loro mandanti. Giorgio Alpi è morto nel 2010 dopo una lunga malattia, la moglie Luciana ci ha lasciato nel 2018 ma l'inchiesta della Procura di Roma sull'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin è ancora aperta.

Tra il 2018 e il 2019 il gip Andrea Fanelli ha bocciato ben due richieste di archiviazione, avanzate dalla pm Elisabetta Ceniccola, sollecitando ulteriori accertamenti. Tra questi c'è anche l'acquisizione di atti relativi alle indagini sulla morte del giornalista Mauro Rostagno, ucciso dalla mafia nel 1988. Il gip ha «invitato» i pm romani a verificare l'eventuale esistenza di punti di contatto con il caso Alpi, con un «focus» particolare sul traffico d'armi. La verità, però, appare lontana.

Somalia, una bomba uccide Omar Hassan. Era stato condannato e poi assolto per il delitto Alpi - Hrovatin.  Daniele Mastrogiacomo su La Repubblica il 6 luglio 2022.  

Liberato dopo 16 anni di ingiusta detenzione per l'omicidio della giornalista Rai aveva ottenuto un risarcimento dallo Stato italiano. Ucciso da Al Shabaab per essersi rifiutato di pagare il pizzo 

Al Shabaab gli aveva imposto il pizzo. Era tornato in Somalia, pieno di quattrini, e quindi doveva pagare. Come tutti gli imprenditori. Perché a Mogadiscio questa è la regola. Comandano gli jihadisti che hanno giurato fedeltà ad Al Qaeda. Ma lui, Omar Hashi Hassan, un nome noto in Italia per aver scontato ingiustamente 17 anni dei 24 inflitti dalla giustizia per l'omicidio della giornalista Rai Ilaria Alpi e del suo operatore Miran Hrovatin il 20 marzo del 1994, non aveva ceduto. Così, dopo altre minacce, è arrivata la sentenza di morte. I miliziani hanno piazzato una bomba sotto la sua auto che è esplosa appena Hashi ha messo in moto. La sua macchina è stata ridotta a un cumulo accartocciato di lamiere fumanti. Del corpo sono rimasti solo brandelli. Si chiude così la vita tormentata di un uomo due volte vittima di un destino beffardo.

La prima, il 12 gennaio 1998. Ilaria e Miran sono morti da quattro anni. I familiari si battono come leoni per conoscere la verità che tutti, con ruoli diversi, cercano di nascondere. L'inviata della Rai in Somalia ha scoperto qualcosa che mette in imbarazzo le nostre autorità. Non si sa cosa. I suoi taccuini riportano date, nomi, località che portano nel nord del Paese africano. Si sa che, il giorno prima di essere vittima di un agguato a Mogadiscio, ha incontrato e parlato con Abdullah Moussa Bogor, potente sultano di Bosaso. L'incontro è stato proficuo, Ilaria lo dice al giornale. Ma le cose che si appresta a raccontare nel suo servizio coinvolgono l'Italia e la compagnia della flottiglia di pescherecci Schifto, donata dal nostro Paese, in un traffico di rifiuti e probabilmente di armi. Un dettaglio troppo pericoloso per le nostre autorità impegnate in una missione di pace, non di guerra, nel Corno d'Africa.

Il testimone che accusò Omar Hassan

Ilaria e Alpi sono aggrediti vicino al loro albergo poco dopo il loro rientro da Bosaso. Indaga la magistratura. Il caso è affidato al pm Giuseppe Pititto che incrocia alcune informative della Digos di Udine nel frattempo sulle tracce di un altro omicidio eccellente, il maresciallo Vincenzo Li Causi, uno 007 ucciso anche lui in circostanze misteriose in Somalia nel novembre del 1993. Le indagini portano ancora al traffico di rifiuti pericolosi. Ma non si arriva a conclusioni certe. Il fascicolo sulla morte dei due giornalisti, di colpo, è affidato al pm Franco Ionta che si occupa stabilmente di terrorismo. Lavora con l'allora vicecapo della Digos, oggi capo della Polizia, Lamberto Giannini. I due inquirenti sono convinti di aver trovato il responsabile del duplice omicidio. Hanno una fonte diretta, si chiama Ahmed Ali Raghe, detto Gelle. Il nome è fornito dall'ambasciatore italiano in Somalia Giuseppe Cassini.

Gelle, dice, sa chi ha ucciso i giornalisti Rai. Scatta la trappola: Hashi Omar Hassan viene imbarcato su un aereo e portato a Roma assieme ad altri tre somali con la scusa che testimonierà sulle presunte torture inflitte dai nostri soldati a dei prigionieri somali nel corso della missione Restore Hope. Ma da testimone, nel giro di poche ore, Hashi si trasforma in imputato. È accusato di concorso nell'omicidio Alpi-Hrovatin. Chi lo ha denunciato fa un confronto dietro un vetro, conferma quanto asserisce, e prende il largo. Si traferirà a Birminghan dove otterrà asilo politico, si sposerà, avrà cinque figli, un lavoro. Tutti sanno dove si trova ma nessuno lo cerca per metterlo ancora a confronto con chi ha accusato di omicidio. Hashi si difende, nega, si dichiarerà sempre innocente. I suoi avvocati si scontrano contro un muro di menzogne e di depistaggi. Il presunto killer viene assolto in primo grado ma poi condannato all'ergastolo in appello.

La giornalista che scoprì l'inganno 

La Cassazione confermerà la sentenza riducendo a 24 anni la pena. Sarà grazie a Chiara Cazzaniga, collega della trasmissione di Rai 3 "Chi l'ha visto?", se il grande inganno viene alla luce. La giornalista si reca in Gran Bretagna e convince Gelle a dire la verità. Il supertestimone racconterà di essere stato pagato per dire il falso e spiega che Haschi non ha nulla a che vedere con l'omicidio di Ilaria e Miran. Lo credono anche i genitori della giornalista assassinata. Luciana Alpi lo dirà anche a noi nel corso delle due interviste che concesse a Repubblica. "Per me è come un figlio, so bene che non ha nulla a che vedere come la morte di mia figlia", dichiarò. Aveva ragione. Anche lei ha lottato tutta la sua vita per la verità. Il team legale di Haschi propone la revisione del processo.

La Procura generale di Perugia accoglie la tesi difensiva e proscioglie definitivamente il condannato. Dopo 17 anni di carcere. Omar Hashi Hassan ha avuto un risarcimento di 3 milioni e 181 mila euro. È tornato in Somalia, ha avviato un'attività. Al Shabaab, come a tutti gli imprenditori, gli ha imposto la tassa di protezione. Un pizzo. Davanti al suo ennesimo rifiuto lo ha fatto saltare in aria con una bomba piazzata sotto la sua auto. "Un anno fa era tornato in Italia", ci racconta il suo avvocato Antonio Moriconi, "ci confermava le minacce e i taglieggi degli Al Shabaab. Ma si sentiva sicuro. Diceva di avere dei parenti nel governo, gente del suo clan, che non usciva mai da Mogadiscio. Rideva quando lo invitavamo alla prudenza. Alzava le braccia al cielo, Inshallah!, esclamava. Lui mi ha risparmiato parte della detenzione, aggiungeva, deciderà anche sulla mia vita".

Hassan e il caso Ilaria Alpi: confessioni di un innocente. Gigi Riva su La Repubblica il 23 febbraio  2017. 

L’Italia gli ha “rubato” 19 anni. Ora che ne ha 43 è stato prosciolto dall’accusa di aver ucciso la giornalista del Tg3 e l'operatore Miran Hrovatin. Per la prima volta parla da uomo libero

«Per la mia religione ho diritto a quattro mogli. Ma ne aggiungerò altre due. Totale sei. Allah mi capirà, devo recuperare i 19 anni di vita che l’Italia mi ha rubato e durante i quali non ho potuto fare l’amore».

Non esiste in letteratura, e nemmeno nella realtà, un uomo come Hashi Omar Hassan, somalo, capace di scherzare su un tempo tanto lungo passato in galera da innocente per uno sconcertante errore giudiziario in cui si sono sommati sciatteria, insipienza, pigrizia, depistaggio (lo dice la sentenza della Corte d’Appello di Perugia che l’ha finalmente mandato assolto nella causa di revisione), discriminazione, razzismo. 

Era imputato, Hashi, per l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, giornalista e operatore del Tg3, ammazzati a Mogadiscio il 20 marzo del 1994. Chi lo aveva accusato, il suo connazionale Ahmed Alì Rage detto “Gelle”, non si è mai presentato in tribunale a deporre, eppure è stato creduto, prima di rimangiarsi tutto.  Mai come in questo caso si è incarnato il formidabile incipit del Processo di Kafka: «Qualcuno doveva aver calunniato Josef K. perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato». 

 Seduto a un tavolo del caffè Pedrocchi di Padova, l’uomo che è tornato a rivedere le stelle, 43 anni, è un’esplosione di vitalità, ottimismo, buonumore, distribuiti sul metro e 89 di altezza per 106 chili di peso («ma erano 120 chili in carcere, sto dimagrendo ora che non sto più nei tre metri della cella, e cammino, cammino, cammino»). Sarebbe pure normale tanta allegria, oggi, se non fosse la postura che lo ha accompagnato per tutta la vicenda: «Il mio modo per sopravvivere. E vincere». Nel ripercorrere gli eventi parte da una premessa: «Io non ce l’ho con gli italiani che sono 60 milioni e sono diventati come la mia famiglia. Mentre quelli che mi hanno incastrato sono 4-5 persone. La Digos di Roma, la procura di Roma, quelli che hanno pagato Gelle perché dicesse che facevo parte del commando, l’ambasciatore Giuseppe Cassini che era in buonafede ma l’hanno raggirato». 

Hashi, figlio di un militare istruttore delle forze armate, ha il sogno di diventare ingegnere meccanico, ma quando è in età di studi in Somalia scoppia la guerra. Niente scuola, qualche lavoro saltuario, ripara le auto, fa il volontario della Croce Rossa. Un giorno del 1993 per strada a Mogadiscio interviene, sono sue parole, in difesa di una sorella aggredita da un uomo, scoppia una rissa, intervengono i soldati italiani che sono nel Paese in missione. «Mi hanno picchiato per tutto il giorno, poi la sera mi hanno portato al Porto Vecchio e mi hanno gettato in acqua legato». Per questo, quando le malefatte della Folgore vengono alla luce, viene inserito nell’elenco dei testi da ascoltare dalla commissione Gallo incaricata di indagare sulle violenze commesse dai nostri parà. Nel gennaio del 1998 si imbarca su un aereo per Roma: «Sarei dovuto rimanere cinque giorni per poi tornare a casa». Da allora non rivedrà più l’Africa. Perché succede all’improvviso che, siamo nella sede della Digos, arrivano due poliziotti e chiedono: «Chi è Hashi?». «Hashi sono io, rispondo. Entra un terzo che si muove, lo capisco subito, come un capo. È Lamberto Giannini. Io non parlavo italiano allora e viene un interprete per tradurre. Mi dice che ho ucciso Ilaria Alpi e io non rispondo, non parlo. Giannini si vede che è in difficoltà, suda, anche se è gennaio suda. Ma io zitto, capisco che è una truffa e sto tranquillo, tanto la verità uscirà. Mi addormento persino. Poi mi portano a Regina Coeli». 

Su incarico del console somalo, la sua difesa viene affidata all’avvocato Douglas Duale, un connazionale che sta in Italia dagli anni 70. «Quando lo vedo mi rassicuro. È la prima persona a cui posso appoggiarmi. Diventerà come un secondo padre». Si scopre quali sono le prove contro di lui. Lo indica come membro del commando omicida l’autista di Ilaria, Sid Abdi (ora deceduto), uno che aveva escluso, subito dopo l’agguato e anche in seguito, di poter identificare gli assassini, che si è contraddetto più volte sulla ricostruzione, «e che poi ha rivelto ad altri somali di aver cambiato versione perché lo avevano pagato». Di rinforzo arriva il verbale di Gelle, il quale sostiene di essere stato presente sul luogo dell’agguato e di aver riconosciuto gli otto carnefici, tutti appartenenti allo stesso clan, salvo poi fare solo il nome di Hashi. «Io quel tizio l’ho visto solo una volta, quando mi ha contattato per invitarmi ad andare nell’ufficio dell’ambasciatore Cassini che stava lavorando sui soprusi dei soldati italiani». 

Ma tu dove eri il 20 marzo del 1994, Hashi? «Ad Haji Ali, 100 chilometri a nord di Mogadiscio, al capezzale di mio nonno che stava morendo. Quando me l’hanno chiesto l’ho spiegato subito e due testimoni l’hanno confermato. Come facevo a ricordarmelo con tanta  precisione? Perché l’uccisione di una donna è un fatto epocale in Somalia, ne parlavano tutti». A Gelle viene trovato un lavoro a Roma, una macchina della polizia lo porta il mattino e lo riprende la sera finché scompare senza presentarsi in aula al processo di primo grado per confermare il suo verbale. Il pm chiede l’ergastolo, la Corte d’Assise lo assolve. È il 9 luglio del 1999. Hashi viene scarcerato e va in Olanda dove ha degli amici. Però insiste per essere presente all’appello tanto che i suoi avvocati (oltre a Duale, Natale Caputo e Antonio Moriconi) chiedono alla Farnesina di fargli avere un visto: «Io non scappo perché sono innocente e sono un testardo». Il sostituto procuratore generale Salvatore Cantaro non esita a commentare: «Quest’uomo è venuto qui per sfidarci». La condanna è di 26 anni, gli mettono le manette ai polsi direttamente in aula (2002). 

Succede però che la coscienza di Gelle comincia a rimordere. E due anni dopo il teste chiave “irreperibile” per la Digos viene facilmente rintracciato dalla Bbc. Vive a Londra, ha messo su famiglia, fa l’autista. Ritratta totalmente. Non era sul luogo dell’agguato, in quel momento stava all’ambasciata Usa distante 7 chilometri, gli era stato chiesto di indicare Hashi come autore dell’omicidio perché «l’Italia aveva interesse a chiudere in fretta la vicenda», in cambio gli era stato promesso denaro e protezione. Le stesse cose le ripeterà il 18 febbraio 2015 alla giornalista Chiara Cazzaniga nella trasmissione Chi l’ha visto?, all’origine del processo di revisione e del felice esito della vicenda. Un passo indietro al 2002. Hashi inizia il suo percorso nelle carceri più dure d’Italia. Rebibbia, Sulmona, Biella, Padova. «La speranza non mi ha mai abbandonato, nemmeno per un minuto. C’erano detenuti dentro da 25 anni, anche più. E mi dicevo: se non piangono loro, perché devo piangere io? Mi sosteneva la volontà di tornare a riabbracciare i miei famigliari, mamma, papà, le sei sorelle (due nel frattempo morte), due fratelli. E capivo che potevo farlo se mi comportavo bene, rispettavo tutti, compresi i secondini che fanno il loro lavoro». Riesce persino a dire: «Che risate con gli altri carcerati, quasi tutti del sud, quasi tutti in regime di massima sicurezza, quando raccontavo loro storie della mia Somalia. Mi hanno aiutato. Faceva molto freddo a Sulmona, e loro ordinavano a casa “mandate giacconi e coperte per il somalo”, facevano la spesa per me che non avevo nessuno, non ho mai avuto nemmeno un colloquio. E sapete chi ha fatto la domanda per il primo permesso di uscita dal carcere? Luciana, la mamma di Ilaria. Ha sempre creduto nella mia innocenza. Credo non sia mai successo che un imputato abbia avuto la parte civile a suo favore...». 

Perché proprio tu, Hashi? «Perché ero un soggetto semplice, un capro espiatorio ideale. Non c’era un governo che potesse difendermi. Stavo venendo a Roma per deporre sulle violenze e per loro era meglio fare un processo in Italia dove è più facile nascondere la verità. Certo, c’è stata anche discriminazione razziale. Quale italiano sarebbe mai stato condannato senza una conferma in aula delle accuse da parte del testimone principale?». Non vuole vendette, dice. «Non voglio parlare con Gelle. Non ho nulla da dirgli. Tanto ci stanno pensando gli altri somali a insultarlo. Lui ora è isolato, sconta così la sua bugia. Quanto agli italiani che mi hanno rovinato, posso solo commentare che, dopo 19 anni, io sono fuori e sono più forte di prima, questa esperienza mi ha rafforzato. Prima conoscevo i farabutti somali, ora anche i farabutti italiani». Da uomo libero, dopo il 19 ottobre, data della sentenza d’assoluzione, «ho passato i primi tre giorni al telefono, mi chiamavano somali da tutto il mondo, la mia storia è famosa». 

Qualcosa all’Italia la chiede adesso, certo. Il permesso di soggiorno per stare nella comunità padovana di don Luca che l’ha accolto e poi, sullo sfondo, la causa milionaria di risarcimento danni per errore giudiziario che sarà depositata a breve. Quanto? «Decideranno gli avvocati. Qualunque cifra è comunque troppo poco per 19 anni di vita». Il suo futuro sarà in Somalia: «Mi piacerebbe entrare in politica, ho imparato tante cose del mondo che mi sento in grado di farlo. E poi, ma questo è un sogno,  tornare a Roma come ambasciatore del mio Paese. E, con quella qualifica, entrare  negli uffici della Digos...». Il suo Paese lo descrive così: «È come un’auto, con dentro tutti i somali, nella quale è entrato il fango. Ogni tanto saliva a bordo un meccanico, toglieva un pezzo e poi scappava, ma la macchina si fermava di nuovo. Ora però è arrivato un meccanico molto preparato. È il nuovo presidente, Mohamed Farmajo. Al contrario di chi l’ha preceduto non ha a cuore solo gli interessi della sua tribù ma dell’intero Paese. Dunque, italiani, se davvero volete scoprire gli assassini di Ilaria Alpi, ora ci sono le condizioni. Dubito che succederà. Perché sarebbe una verità scomoda che coinvolge molti di voi. Già una volta avete provato a nasconderla. E avete perso». (24 febbraio 2017)

Somalia, Omar Hassan ucciso in un attentato. Fu incarcerato ingiustamente per l’omicidio di Ilaria Alpi. Il cittadino somalo morto oggi a Mogadiscio, scontò 17 anni di carcere in Italia fino alla revisione del processo nel 2016. Il Dubbio il 7 luglio 2022.

È rimasto ucciso da una bomba piazzata sotto il sedile della sua auto a Mogadiscio il miliziano somalo Omar Hashi Hassan, condannato a 26 anni e poi assolto dalla Corte d’Appello di Perugia per l’omicidio della giornalista della Rai Ilaria Alpi e dell’operatore tv Milan Hrovatin del 20 marzo 1994.

Hassan venne rilasciato nel 2016, dopo aver scontato 17 anni di carcere in Italia: per l’ingiusta detenzione la Corte d’Appello di Perugia dispose un risarcimento di tre milioni e 181 mila euro. «Ho perso 17 anni della mia vita in carcere da innocente», commentò all’epoca, appellandosi ai giudici di Roma perché non archiviassero «l’inchiesta sui depistaggi che ci sono stati dopo l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin», che lo avevano portato in carcere sulla base di false accuse. «Non possono proprio archiviare e non far venir fuori la verità», sottolineò ricordando che di ampi depistaggi si era parlato nella sentenza d’assoluzione emessa dalla Corte d’Appello di Perugia.

Il legale: “Sono stati i terroristi islamici, lo hanno ucciso per soldi”

«Sono stati i terroristi islamici, nessun dubbio. Lo hanno ammazzato a scopo di estorsione. Sono persone in cerca di soldi e se non sei d’accordo con loro ti uccidono», afferma l’avvocato Antonio Moriconi, difensore di Hassan per 20 anni insieme con il collega Douglas Duale. Il processo di revisione ha provato la sua completa estraneità ai fatti, spiega l’avvocato. «Abbiamo ricevuto la notizia della morte di Hashi da alcune nostre fonti locali. Il clan a cui apparteneva Hashi ha legami con il nuovo governo. Lui, da quando era tornato in libertà, dopo il processo che lo aveva scagionato, voleva fare qualcosa per il suo Paese. Sognava di inserirsi nel settore dell’import-export. Faceva a volte tappa in Italia, ma andava anche in Svezia dalla figlia e poi da amici in altre città d’Europa». «È una cifra (oltre 3 milioni di euro, ndr) alta e dovuta a tutto il carcere che è stato fatto patire ad un innocente – prosegue Moriconi – Quei soldi però lo hanno ammazzato. Perché i terroristi lo hanno saputo ed evidentemente, dopo che lui non ha ceduto a qualche estorsione, lo hanno fatto saltare in aria. La tecnica dell’attentato dice tutto». «Ho incontrato Hashi per l’ultima volta due mesi fa, eravamo a mangiare insieme. L’Italia non era casa sua, lui sognava e parlava sempre di Mogadiscio, di quello che avrebbe voluto fare, dell’artigianato, delle imprese. Lui, la sua famiglia, il clan al quale apparteneva, voleva che la Somalia tornasse stabile». Hashi Omar Hassan «in Italia venne assolto in primo grado, poi condannato in appello all’ergastolo ed arrestato in aula. Il dato sicuro è che lui con Ilaria e Miran non c’entrava nulla».

Fnsi: “Ora l’Italia indaghi sull’omicidio di Hassan”

Intanto la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, l’Ordine dei Giornalisti e l’Usigrai, per il tramite dell’avvocato Giulio Vasaturo, depositeranno nelle prossime ore una richiesta al Pubblico Ministero presso la Procura di Roma, all’Ambasciata italiana a Mogadiscio ed all’Ambasciata somala in Italia, per sollecitare indagini mirate sulle dinamiche dell’attentato in cui ha perso la vita Hashi Omar Hassan, anche al fine di verificare l’esistenza di un eventuale collegamento fra questo delitto e l’inchiesta, tuttora in corso, sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. «Siamo molto turbati dalla tragica uccisione di Hashi» ha osservato l’avvocato Giulio Vasaturo. «Non possiamo non riscontrare la sconcertante ricorrenza di morti misteriose che lega tanti protagonisti dell’inchiesta giudiziaria sul caso Alpi-Hrovatin. Poco dopo aver testimoniato in Italia, fu rinvenuto in un albergo di Mogadiscio il cadavere di Ali Abdi, l’autista di Ilaria, deceduto in circostanze mai chiarite. Starlin Arush, attivista somala, amica dell’inviata del Tg3, è stata invece uccisa da un commando di sicari, nei pressi di Nairobi, nel 2003. Faremo di tutto affinché le autorità italiane e somale collaborino fattivamente per far luce sullo scenario che si cela dietro l’uccisione di Hashi Omar Hassan e per fare chiarezza su questa serie di inquietanti delitti che si protrae, ininterrotta, da circa trent’anni».

Caso Alpi, il mistero sulla morte della giornalista e l’errore giudiziario che costò 17 anni di carcere ad Hassan 

Ilaria Alpi, inviata in Somalia per il Tg3, aveva 28 anni quando venne uccisa nel corso di una sparatoria a Mogadiscio assieme all’operatore 45enne Miran Hrovatin. Un commando di sette persone si affiancò alla loro auto, esplose numerosi colpi di kalashnikov, poi si diede alla fuga. Il 12 gennaio del 1998 Omar Hashi Hassan venne arrestato su richiesta della procura di Roma per concorso in duplice omicidio volontario, perché ritenuto un componente del commando. Il 20 luglio del 1999 Hassan fu assolto dalla Corte d’assise di Roma «per non aver commesso il fatto». Il pm Franco Ionta ne aveva chiesto la condanna all’ergastolo. La sorpresa il24 novembre del 2000 quando la corte d’assise d’appello ribaltò la sentenza di primo grado e condannò Hassan al carcere a vita. Per il somalo scattarono in aula le manette. La sentenza non piacque ai genitori di Ilaria: si tratta di «una sentenza nera – dissero, immaginando una decisione di “comodo” che avrebbe dovuto accontentare tutti – non ci accontentiamo di questa verità. Vogliamo i mandanti veri».

Il 10 ottobre del 2001 la Corte di Cassazione confermò la condanna per omicidio volontario ma, annullando la sentenza di secondo grado limitatamente all’aggravante della premeditazione e alla mancata concessione delle attenuanti generiche, rinviò il procedimento per nuovo esame ad altra sezione della corte d’assise d’appello. A conclusione del processo d’appello bis, il 26 giugno del 2002, Hassan venne condannato a 26 anni. Il 23 novembre del 2010 cominciò il processo per calunnia a carico di Ahnmed Ali Rage detto Gelle, il principale accusatore di Hassan anche se le sue dichiarazioni, rese durante le indagini preliminari, non furono mai confermate al processo. Si costituirono parte civile la madre di Ilaria e lo stesso Hassan che nel frattempo stava scontando a Padova la detenzione. Il 18 gennaio del 2013, il tribunale di Roma assolse Gelle, ritenendolo teste attendibile. Lo stesso Gelle, però, il 16 febbraio del 2015, a una giornalista di Chi l’ha visto? che lo intercettò in Inghilterra, ritrattò tutto e fornì una nuova verità sul caso Alpi: «Hassan è innocente, io neanche ero presente al momento dell’agguato. Mi hanno chiesto di indicare un uomo. Gli italiani avevano fretta di chiudere il caso».

E così il 14 gennaio del 2016, su istanza degli avvocati del somalo, la Corte d’appello di Perugia riaprì il processo di revisione. Prima dell’udienza la madre di Ilaria Alpi volle abbracciare Hassan. Il 19 ottobre del 2016 l’imputato fu assolto dall’accusa di duplice omicidio e immediatamente scarcerato. Il 17 febbraio del 2017 la procura di Roma avviò una inchiesta sull’anomala gestione in Italia di Gelle. Ma sei mesi dopo, i pm sollecitarono l’archiviazione, ritenendo impossibile risalire ai mandanti e agli esecutori materiali del duplice delitto e non trovando neppure alcuna prova di presunti depistaggi. Il 30marzo del 2018, la corte d’appello di Perugia dispose il quantum del risarcimento per ingiusta detenzione da attribuire ad Hassan: tre milioni di euro per essere stato in carcere quasi 17 anni da innocente, l’equivalente di 500 euro per ognuno dei 6.363 giorni trascorsi in cella.

L'attentato a Mogadiscio. Ilaria Alpi, ucciso da una bomba Omar Hassan: era stato condannato e poi assolto per la morte della giornalista. Redazione su Il Riformista il 6 Luglio 2022 

Condannato e poi assolto per l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, il somalo Hashi Omar Hassan è stato ucciso oggi con una bomba piazzata sotto il sedile della sua auto a Mogadiscio. A renderlo noto è stato il sito di notizie indipendente somalo Garowe Online.

La giornalista Rai Ilaria Alpi e il suo operatore tv Miran Hrovatin vennero uccisi il 20 marzo 1994 a Mogadiscio, all’epoca avevano rispettivamente 32 e 44 anni, mentre lavoravano ad un’inchiesta su traffici di rifiuti e armi che avrebbero visto, tra l’altro, la complicità dei servizi segreti italiani e di alte istituzioni italiane. Hassan venne condannato a 26 anni in secondo grado e Cassazione per aver fatto parte del commando che uccise i giornalisti italiani, ma un successivo ricorso portò all’assoluzione dopo oltre 17 anni di reclusione nel carcere di Padova. Hassan ottenne anche un risarcimento dallo Stato italiano di oltre 3 milioni, condannato dalla Corte d’Appello di Perugia per ingiusta detenzione.

Per lo storico avvocato difensore di Hashi Omar Hassan, Antonio Moriconi, dietro l’omicidio del cittadino somalo ci sono “i terroristi islamici, nessun dubbio. Lo hanno ammazzato a scopo di estorsione per i soldi che aveva ottenuto per l’ingiusta detenzione in Italia. Sono persone in cerca di soldi e se non sei d’accordo con loro ti uccido”. I soldi ottenuti dallo Stato italiano per ingiusta detenzione “lo hanno ammazzato. Perché i terroristi lo hanno saputo ed evidentemente, dopo che lui non ha ceduto a qualche estorsione, lo hanno fatto saltare in aria. La tecnica del suo attentato dice tutto”.

“Abbiamo ricevuto la notizia della morte di Hashi da alcune nostre fonti locali – aggiunge il penalista -. Il clan a cui apparteneva Hashi ha legami con il nuovo governo. Lui, da quando era tornato in libertà, dopo il processo di revisione che lo aveva completamente scagionato, voleva fare qualcosa per il suo Paese. Sognava di inserirsi nel settore dell’import-export. Faceva a volte tappa in Italia, ma andava anche in Svezia dalla figlia e poi da amici in altre città d’Europa“.

L’eco dell’omicidio di Hashi Omar Hassan ha spinto Federazione Nazionale della Stampa Italiana, l’Ordine dei Giornalisti e l’Usigrai, con l’avvocato Giulio Vasaturo, ad annunciare nelle prossime ore il deposito di una richiesta al pm di Roma, all’ambasciata italiana a Mogadiscio e a quella della somala in Italia, per sollecitare “indagini mirate sulle dinamiche dell’attentato in cui ha perso la vita” Hassan, “anche al fine di verificare l’esistenza di un eventuale collegamento fra questo efferato delitto e l’inchiesta, tuttora in corso, sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin”.

·        Il mistero di Luigi Tenco.

Da mowmag.com il 25 giugno 2022.

Sono trascorsi 55 anni, eppure, come nel caso della morte di Luigi Tenco sembra di essere ancora al punto di partenza, e la verità storica su quanto accaduto è sempre lontana. Circostanza che è tornata sotto i riflettori grazie all'onorevole Manfredi Potenti, che ha avuto la sensibilità di comprendere il valore culturale e umano del cantautore, iniziando un percorso che ha come scopo quello di recuperare la memoria audio e video, non solo quella relativa alla sua partecipazione al Festival di Sanremo, ma di tutte le apparizioni tv e radiofoniche di Tenco. 

La proposta è subito stata accolta con favore da parte della famiglia di Luigi - che aveva presentato anche un esposto alla Procura di Genova - nella persona di sua nipote Patrizia Tenco, ha presenziato alla conferenza stampa insieme a Michele Piacenti, rappresentante della famiglia. I due hanno raccontato della battaglia che da anni stanno portando avanti, e delle porte chiuse in cui si sono imbattuti, per ottenere il materiale in possesso della Rai, e di chissà quali altri enti. Materiale che si vorrebbe rendere fruibile a chiunque volesse poi valorizzarlo.

Hanno descritto un Luigi Tenco che ha vissuto due vite, la propria e quella che i media gli hanno cucito addosso, perché la sua morte, immediatamente etichettata come suicidio, ha reso impossibile far chiarezza e raggiungere la verità su quanto accadde quel 27 gennaio del 1967. Per molti anni non si è fatto altro che rivolgersi a Luigi Tenco come a colui che si è tolto la vita durante il Festival di Sanremo. 

La famiglia del cantautore, il cui dolore è non è mai stato equiparato a quello che provano i familiari le cui vittime non appartengono al mondo dello spettacolo, si è da sempre instancabilmente battuta affinché si uscisse fuori da questo schema di associazioni. Non ha mai smesso di ripetere quanto Luigi fosse allegro e vitale, e non il ragazzo triste e depresso che continuava ad essere descritto.  Tuttavia, ad oggi, un passo molto importante è stato compiuto, ovvero quello di rivolgersi alla sua scomparsa come 'al ragazzo ventottenne trovato privo di vita', circostanza che consente di aprire una moltitudine di scenari diversi, e non solo quello del suicidio.

Oltretutto, la visione dei filmati risalenti alla sera della sua morte, consentirebbe di capire qualcosa in più sul suo stato d'animo. Un Festival, quello del 67', a cui in realtà non voleva neanche partecipare, ma che alla fine per volontà della sua casa discografica l'ha visto tra i concorrenti in gara. 

Al termine della conferenza Patrizia Tenco ci ha concesso un'intervista, in cui racconta come mai siano trascorsi così tanti anni prima di richiedere questi filmati, e del lutto che la sua famiglia non è mai riuscita pienamente ad elaborare. 

Come mai volete ritrovare quei filmati?

Perché vorremmo aumentare le testimonianze su Luigi, e avere un quadro più completo possibile. Sono testimonianze importanti che possono avere un valore sia a livello artistico che biografico. 

Cosa potrebbero dimostrare?

Spero di trovare altri filmati in cui Luigi canta o conversa con qualcuno. Qualsiasi cosa che si possa aggiungere a questo ragazzo che è stato strumentalizzato e trattato malissimo. Sarebbe bello anche ritrovare delle foto o dei filmati in cui era con gli amici. Luigi aveva tanti amici, ma i più cari erano una o due persone in particolare, però è strano non aver trovato immagini in cui erano insieme magari a cena. Molto materiale è caduto nell'oblio, o più semplicemente chi lo ha se lo tiene. Soprattutto vorrei portare ulteriormente avanti la sua memoria. 

Chi potrebbe averli?

Oltre alla Rai sinceramente non saprei. Se non si trovano da cinquant'anni un motivo ci sarà, se avessimo un'idea su qualsiasi altro ente avremmo chiesto. La Rai invece non ci ha mai risposto. La prima richiesta ufficiale l'abbiamo presentata nel 2015 e l'ultima nel 2019. Vedremo cosa riusciremo a fare grazie all'onorevole Potenti. 

Come mai avete aspettato tanti anni prima di decidere di chiederli?

Perché Michele Piacentini ha fatto delle ricerche da cui è emerso che c'era sicuramente in giro qualcos'altro. Noi non lo sospettavamo neanche. 

Cosa rimane di non risolto del "Caso Tenco"?

Rimane una grande mancanza e un dolore perpetuo. Noi ci siamo comunque rassegnati al fatto che non si saprà mai esattamente la verità.  

Quale circostanza legata alla sua morte le fa più male?

Non ho parole per dirlo. Io avevo 7 anni, e l'ho vissuta in maniera tragica avendo perso una persona che amavo moltissimo. E poi tutto lo sconvolgimento che ha subito la nostra famiglia, perché nessuno di noi si aspettava che succedesse una cosa di simile. Addirittura, quando partì per Sanremo con il treno, portò con sé pochissima roba perché pensava che sarebbe stato sbattuto fuori subito. 

Forse sperava di arrivare in finale ma era anche una persona molto consapevole, perché con la sua canzone ("Ciao amore ciao") stava mandando un messaggio importante, d'amore ma anche sociale. Il brano che poi ha vinto era il classico amore, cuore e fiore.  

Luigi Tenco si impara a conoscere attraverso i testi delle sue canzoni. Qual è il brano che lo rappresenta di più?

Tantissime, ma comunque mi viene subito in mente "Io sono uno". È un brano che lo rispecchia tantissimo. 

Secondo lei, artisticamente, chi è che ha saputo prendere il testimone di Luigi Tenco?

Nessuno. Non perché di bravi come lui non ce ne saranno più, ma perché era molto particolare dal punto di vista della vocalità e della scrittura. Mi ha sempre affascinato il suo modo di esprimersi, come attraverso parole normali e di uso quotidiano riuscisse ad esprimere concetti veramente profondi. 

Alcune sue canzoni sembrano scritte oggi. In poche righe riusciva a fotografare perfettamente un'immagine per poi renderla esclusiva, arrivando così al cuore di tutta la gente che lo ascoltava. Penso che ogni artista abbia le proprie caratteristiche che lo rendono unico.

·        Il Caso Elisa Claps.

Elisa Claps, la storia dell’omicidio e quei capelli strappati diventati la firma dell’assassino. Chiara Nava il 13/09/2022 su Notizie.it.

Il 12 settembre 1993 Danilo Restivo ha ucciso Elisa Claps. Un uomo sociopatico, con l'ossessione dei capelli, che strappava alle sue vittime.

Il 12 settembre 1993 Elisa Claps è stata uccisa da Danilo Restivo, che aveva una forte ossessione per i capelli, che strappava alle sue vittime.

Elisa Claps, uccisa da Danilo Restivo nel 1993

Il 12 settembre 1993 Danilo Restivo ha ucciso Elisa Claps e ha lasciato il suo corpo senza sepoltura per 17 anni nella soffitta della chiesa della Santissima Trinità a Potenza, dove è stato trovato il 17 marzo 2010 durante dei lavori di manutenzione.

Elisa Claps venne uccisa quando era al primo anno del liceo classico, a soli 15 anni. Aveva una vita abitudinaria, frequentava la chiesa e le sue amiche. Non usciva con i ragazzi, ma trovava sempre il buono nelle persone che incontrava. Per questo si è fidata di Danilo, compaesano di 21 anni, che la corteggiava da tempo. Il giovane era considerato un ragazzo problematico, ma non pericoloso. 

Dopo diversi appuntamenti declinati, l’11 settembre 1993 Danilo aveva chiesto di incontrare Elisa per darle un regalo.

La giovane è andata con l’amica Eliana verso la chiesa. Il 12 settembre tutta la famiglia Claps doveva pranzare fuori, in campagna. I genitori erano partiti presto, mentre Elisa e il fratello Gildo li avrebbero raggiunti per l’ora di pranzo. Elisa, però, non è mai uscita da quella chiesa. Danilo quel giorno è andato al pronto soccorso con gli abiti sporchi di sangue e una ferita alla mano e aveva detto di essersi ferito sulle scale mobili di un cantiere.

Nonostante fosse evidente che la ferita era dovuta ad un’arma da taglio, i suoi vestiti non sono mai stati sequestrati. Non si è mai realmente indagato a fondo su Danilo Restivo. 

La scena del crimine e l’autopsia 

Il corpo di Elisa è stato trovato il 17 marzo 2010 nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza. Indossava ancora i suoi abiti sgualciti, aveva i sandali ai piedi e l’orologio al polso.

Il suo tessuto epidermico mostrava segni di tumefazione, ma era ancora conservato grazie alla parziale mummificazione. Elisa Claps è stata uccisa con dodici colpi inferti con un’arma da punta e da taglio, come svelato dall’autopsia. Nove coltellate sono state inferte posteriormente e tre anteriormente. Inizialmente la ragazza sarebbe stata colpita alle spalle, con colpi al collo e alla parte alta del torace. Quando si è accasciata a terra, Restivo l’ha colpita ancora. Anche le mani della ragazza presentavano tagli. Probabilmente ha subito un tentativo di violenza sessuale. Ad inchiodare Danilo Restivo sarebbe stata una traccia di sangue sulla maglietta di Elisa.

L’ossessione per i capelli e la personalità del serial killer

Danilo Restivo ha portato via con sé un feticcio. Ha tagliato alcune ciocche dei capelli di Elisa, due ciocche intrise di sangue recise dopo la morte. Quella sua ossessione per i capelli è diventata la firma dell’assassino, un uomo sociopatico, disturbato e con turbe sadiche. Quei capelli per lui avevano un significato preciso, quello di placare il suo bisogno di rivivere l’eccitazione dell’azione omicidiaria. Come ogni serial killer, Restivo ha concentrato l’interesse sessuale solo su una parte della vittima. Terminata l’azione, l’assassino entra in una fase depressiva e deve cercare un’altra vittima. Restivo tagliava anche i capelli delle donne sull’autobus.

Il serial killer ha avuto una relazione virtuale con Fiamma Marsango, donna residente nel Regno Unito e più vecchia di lui di 15 anni. Ha deciso di sposarla e di trasferirsi. Il 12 novembre 2002, nella casa di fronte alla sua, è stata trovata morta Heather Barnett, sarta di 48 anni. Il suo corpo è stato mutilato e nelle sue mani c’erano alcune ciocche di capelli. Danilo Restivo era stato a casa della donna per commissionarle delle tende e dopo quell’incontro Heather non aveva più trovato le chiavi di casa. Restivo è stato fermato a maggio 2010 per omicidio e condannato all’ergastolo. 

I processi in Italia

L’8 novembre 2011 è iniziato anche in Italia il processo a carico di Danilo Restivo, con l’accusa di omicidio volontario aggravato. A causa della scelta del rito abbreviato e della prescrizione di alcuni reati, è stato condannato a 30 anni. Gli è stata imposta l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, tre anni di libertà vigilata al termine della pena e il pagamento di 700 mila euro. Il processo di appello ha confermato la pena, che poi è stata confermata anche in Cassazione. Non è ancora chiaro come sia possibile che per 17 anni nessuno abbia scoperto il corpo i Elisa Claps in quella chiesa.

Caso Claps, la chiesa Trinità in cui fu ritrovato il suo corpo sarà riaperta al culto. La Repubblica il 19 Luglio 2022.  

La chiesa della Santissima Trinità di Potenza - nel cui sottotetto, il 17 marzo 2010, fu scoperto il cadavere di Elisa Claps, la studentessa potentina scomparsa il 12 settembre 1993, quando aveva 16 anni - diventerà un nuovo centro di spiritualità: lo hanno deciso l'arcivescovo di Potenza Muro Lucano e monsignor Salvatore Ligorio, nell'ambito di una "riorganizzazione funzionale per rispondere ad esigenze pastorali che riguardano la comunità diocesana ma anche singole parrocchie".

Un'oasi di speranza dopo la morte di Claps

La chiesa - nella quale da alcuni anni sono in corso lavori di ristrutturazione che hanno riguardato anche l'annessa canonica, che è stata abbattuta e sarà ricostruita - alla fine degli interventi edilizi diventerà un'"oasi di fede e di speranza nel cuore del centro storico, monito muto a favore di una gioventù che merita più cura e più attenzione da parte della Chiesa e della società". A tale proposito, monsignor Ligorio ha affidato all'attuale parroco della cattedrale, don Antonio Savone, anche la responsabilità della parrocchia della Trinità.

La famiglia: "Offesa alla memoria di Elisa"

La famiglia di Elisa si è sempre opposta alla riapertura della chiesa. "La posizione della famiglia Claps rimane la stessa di sempre; non è ammissibile, con un colpo di spugna, cancellare 17 anni di omissioni e di menzogne offendendo la memoria di Elisa e la sensibilità di quanti non vorrebbero mai che in quella Chiesa si tornassero a celebrare funzioni religiose": rispose lo scorso anno Gildo Claps, fratello di Elisa, dopo l'annuncio fatto dall'arcivescovo di Potenza sui lavori nella chiesa della Santissima Trinità e sulla sua futura riapertura al culto.

Don Antonio Savone, attualmente guida della cattedrale di San Gerardo, "fin da oggi - è scritto in una nota della diocesi - avrà anche la responsabilità della parrocchia della Trinità appena la chiesa sarà aperta a conclusione dei lavori in corso".  Al suo fianco opererà come co-parroco don Giovanni Caggianese. "La chiesa della Trinità - prosegue il comunicato -, con la recente storia alle sue spalle legata alla tragedia di Elisa Claps, avrà come specifico indirizzo pastorale quello di proporsi ai credenti, ai cercatori di Dio e ai cittadini tutti, come centro di spiritualità, di preghiera e di riflessione". Il corpo di Elisa fu ritrovato 17 anni dopo la sua scomparsa nel sottotetto della chiesa. Per il suo omicidio è stato condannato all'ergastolo Danilo Restivo.

·        Il mistero di Unabomber.

Caterina Stamin per “la Stampa” il 23 novembre 2022.

Il 13 marzo 2005 Greta Momesso aveva sei anni. Era nel Duomo di Motta di Livenza, in provincia di Treviso, assieme ai genitori, quando prese una candela che all'improvviso esplose danneggiandole per sempre la mano sinistra. Di quel giorno si ricorda «poco, ero troppo piccola», ma i segni sono rimasti. 

«A volte non riesco ad aprire un vasetto, a sollevare un bicchiere pesante, a preparare la moka per il caffè - confessa -: sono piccole cose che però fanno la differenza». Lei, oggi studentessa 24enne di neuroscienze a Trento, è la vittima più giovane di quello che è stato ribattezzato in 28 anni di indagini «Unabomber», il bombarolo - o bombaroli - di cui non si conosce l'identità, che tra il 1994 e il 2006 ha nascosto ordigni esplosivi tra il Friuli e il Veneto nei vasetti della Nutella e negli ovetti Kinder, mutilando bambini e adulti. 

Un incubo a cui forse, a 16 anni dall'ultimo attentato, si potrebbe mettere fine. Grazie alla tenacia del giornalista Marco Maisano - autore del podcast del gruppo Gedi «Fantasma-Il caso Unabomber» - la procura di Trieste ha riaperto le indagini. Maisano ha scavato tra i reperti custoditi nel porto di Trieste e ha trovato capelli e peli che, utilizzando la banca dati del Dna - operativa dal 2016 -, potrebbero ora raccontare una nuova storia. 

Greta, l'indagine è stata riaperta. Come ha appreso la notizia?

«Ero su un volo di ritorno da Amsterdam e ha presente il momento in cui gli steward dicono di mettere il telefono in modalità aereo? Ecco, io stavo mettendo da parte il cellulare e mi sono ritrovata la chiamata di Marco Maisano. Mi ha preso in contropiede ma è stato bellissimo. Poi però avevo fretta di chiudere la telefonata e allacciarmi la cintura». 

Anche Francesca Girardi, altra vittima di Unabomber, era in quella chiamata. Vi siete sentite quando è atterrata?

«Sono stata un'ora e venti con il cuore in gola. Poi, appena possibile, ci siamo sentite e lei è stata felice quanto me. Quando sono stata colpita dall'esplosione ero a conoscenza del fatto che c'era una bambina a cui era successa la stessa cosa tempo prima: lei aveva nove anni quando raccolse da terra un evidenziatore che esplose. Ha subìto perdite più ingenti di me, ha perso un occhio, era più grande quindi ha più ricordi di quel momento e si è fatta sicuramente più domande». 

Cosa ricorda di quegli anni in cui i giornali titolavano «Attacco ai bambini»?

«Del giorno dell'attentato quasi nulla: ero troppo piccola e penso che lo choc abbia reso tutto più confuso. Sono nata quattro anni dopo l'inizio degli attacchi e ricordo la psicosi appositamente generata da Unabomber. Io l'ho vissuto quasi "dolcemente", se così si può dire. Ma i miei genitori, che hanno cercato di tenermi protetta, l'hanno vissuto in maniera più intensa». 

Nel tempo Unabomber ha cambiato target, colpendo bambini e anziani. Voleva fare più scalpore?

«Trovo difficile cercare un movente e non è il mio ruolo, sicuramente voleva colpire la felicità delle persone facendo ancora più scalpore. È diventato sempre più professionale: ha cambiato metodo e tipo esplosivo, in maniera psicopatica. Mi viene in mente il titolo del libro di Hannah Arendt "La banalità del male": nel suo delirio Unabomber è stato superficiale». 

L'attentato come ha influenzato la sua vita?

«Ho perso due falangi del dito medio della mano sinistra, due dell'indice e gran parte del pollice, ma la ricostruzione è stata certosina. Utilizzo la mano in maniera disinvolta, diciamo, ma certi movimenti, come alzare un bicchiere pesante o preparare la moka, mi sono più difficili. Piccole inezie che fanno la differenza». 

Ha vissuto con paura?

«Più che un sentimento irrazionale, a me è rimasto l'amaro in bocca. E questo è stato uno dei motivi per cui ho accettato di rilasciare l'intervista a Marco Maisano e far parte del suo podcast: aveva l'intento di fare un'opera di indagine per riaprire questo cold case». Così è stato. Ora qual è la speranza?

«Ho massima fiducia nella magistratura e credo sia giusto che venga dato un nome a un colpevole, perché non si può fare quello che si vuole nella vita e scamparla così. Io non ce l'ho con questa persona: credo che abbia sincero bisogno di aiuto».

(ANSA il 22 novembre 2022) - Dopo 16 anni dall'ultimo attentato, la magistratura riaprirà le indagini sul caso Unabomber. Sarà la Procura di Trieste a farlo, come ha annunciato ai quotidiani del gruppo Gedi Il Piccolo e Messaggero Veneto il procuratore capo Antonio De Nicolo, accogliendo una istanza presentata dal giornalista Marco Maisano - autore, conduttore televisivo, al lavoro su podcast per OnePodcast - e da due donne vittime di Unabomber, Francesca Girardi e Greta Momesso. Titolari del nuovo fascicolo saranno De Nicolo e il pm Federico Frezza, ultimo pm a essersi occupato di Unabomber, le cui azioni vanno dal 1994 al 2006

Maisano, con Ettore Mengozzi e Francesco Bozzi, ha lavorato per mesi a OnePodcast proprio su Unabomber e, visionati i reperti del caso, custoditi al porto di Trieste, ha trovato un capello bianco su un uovo inesploso che era stato acquistato da un uomo di Azzano Decimo al supermercato Continente di Portogruaro nel 2000 e due capelli e peli repertati recuperando un ordigno inesploso trovato in un vigneto, a San Stino di Livenza.

Secondo il giornalista, i progressi fatti dalla scienza, e con la banca dati del Dna a disposizione, da quel materiale si potrebbero ricavare indizi importanti per individuare Unabomber. "Verificheremo se da tutto il materiale organico allora repertato è stato estratto o meno il Dna - ha anticipato De Nicolo al Piccolo - È possibile che in alcuni casi, con i metodi utilizzati allora, non fosse ritenuto estraibile, mentre con quelle attuali magari sì. 

Quindi dobbiamo constatare se c'è del materiale utilmente sottoponibile a indagini genetiche". Della serie di 28 attentati dinamitardi che causarono danni a persone e cose nel Nord-Est con piccole quantità di esplosivo nascosto negli oggetti più disparati, da un inginocchiatoio a una candela, un uovo o un tubo, fu accusato un ingegnere bellunese, Elvo Zornitta.

La sua posizione fu archiviava nel 2016 dalla Procura di Trieste quando fu scoperto che la prova regina di un lamierino tagliato con una forbice sequestrata nel piccolo laboratorio annesso alla casa dell'ingegnere, era stata manomessa da un poliziotto, Ezio Zernar, poi condannato proprio per questo episodio. Nella motivazione dell'archiviazione il pm Frezza ipotizzava che Unabomber non fosse una ma più persone.

(ANSA il 22 novembre 2022) - Bisogna chiedersi "se le indagini si riaprono in base a nuovi elementi oppure solo per una richiesta. Perché se così fosse, per quale motivo non si è continuato a indagare? Significherebbe che si è perso solo del tempo". A domandarselo è Elvo Zornitta, l'ingegnere di origini bellunesi, che vive ad Azzano Decimo (Pordenone), principale sospettato di essere Unabomber, poi scagionato. Zornitta è stato intervistato al Piccolo subito dopo la notizia della intenzione della procura di Trieste di riaprire il caso Unabomber.

"Ho perso la speranza che lo trovino. Anch'io sono vittima di Unabomber. Non sono rimasto mutilato fisicamente, ma le ferite dell'inchiesta che mi ha travolto sanguinano ancora", ha riferito al Piccolo sottolineando che il coinvolgimento nella vicenda gli ha fatto perdere il lavoro e accumulare debiti per pagare avvocati e periti. "Anche i miei genitori sono stati vittime", "segnati da questa vicenda". E in merito al risarcimento, afferma: "Il tribunale mi ha riconosciuto in maniera estremamente parziale un risarcimento. Ma si è messo di mezzo l'avvocatura dello Stato che ha presentato ricorso per non pagare nemmeno quel poco che mi era stato riconosciuto".

Andrea Pasqualetto e Michela Nicolussi Moro per il “Corriere della Sera” il 22 novembre 2022. 

«Abbiamo deciso di riaprire il caso Unabomber perché pensiamo che qualcosa possa essere ancora fatto». A distanza di tredici anni dall'archiviazione del fascicolo sul misterioso attentatore del Nordest, il procuratore di Trieste Antonio De Nicolo ha scelto di riprovarci.

L'obiettivo è scovare nei vecchi reperti eventuali indizi grazie ai nuovi strumenti scientifici. «Il primo passo sarà un censimento completo dei reperti», precisa De Nicolo che indagherà con il pm Federico Frezza. Reato ipotizzato: attentato con finalità di terrorismo, lo stesso che allora legava 28 ordigni piazzati fra Veneto e Friuli-Venezia Giulia in 12 anni, dal 1994 al 2006. Per procedere la Procura sta solo aspettando che l'archivio restituisca il ponderoso e ingiallito fascicolo. 

L'impulso alle nuove indagini è venuto dalla richiesta formale fatta di recente agli inquirenti da parte di due vittime di Unabomber, Francesca Girardi e Greta Momesso, alla luce dei servizi giornalistici che hanno puntato nuovamente i riflettori sul caso.

In particolare è stato messo in evidenza come un capello e della saliva trovati su un uovo rimasto inesploso il 3 novembre del 2000 in un supermercato di Portogruaro e attribuito al bombarolo potrebbero essere rianalizzati con le nuove tecnologie investigative. Sfruttando anche la banca dati del Dna che è nata proprio quando il procedimento veniva archiviato. 

Era il 2009 e in quel fascicolo c'era il nome di un indagato: l'ingegnere Elvo Zornitta, iscritto nel 2004 e archiviato quando gli inquirenti scoprirono che la prova regina contro di lui, un lamierino rinvenuto in un ordigno, era stato manomesso da un poliziotto scientifico, Ezio Zernar.

Lì tramontò l'indagine su Unabomber e il solo processo che venne celebrato fu quello a Zernar per la manomissione della prova, chiuso con una condanna. «Sono felicissimo che riaprano le indagini perché spero che così possano finalmente svanire anche gli ultimi sospetti sul mio cliente - ha dichiarato l'avvocato Paniz, che difende Zornitta -. Al tempo stesso mi sembra però difficile che possano scoprire cose nuove: i reperti erano stati passati tutti al setaccio dal Ris e da tre Procure». In linea teorica, può essere nuovamente indagato Zornitta? «Sì, ma non per il fatto oggetto del precedente procedimento, cioè per l'ordigno del lamierino, dove c'è un giudicato insuperabile».

L'inattesa svolta. Caso Unabomber, la Procura riapre l’inchiesta grazie a un podcast: nuove indagini col Dna a 16 anni dall’ultimo attentato. Fabio Calcagni su Il Riformista il  22 Novembre 2022

A distanza di 16 anni dall’ultimo attentato e a 13 dall’archiviazione del fascicolo, la magistratura riaprirà le indagini sul caso di Unabomber, l’uomo ancora oggi coperto dal mistero che tra il 1994 e il 2006 si rese responsabile di una lunga serie di 28 attacchi dinamitardi tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, con ordigni improvvisati piazzati in luoghi pubblici o aperti, spesso colpendo bambini, nascondendo l’esplosivo in oggetti come candele, uova o tubi.

Ad occuparsi nuovamente del caso sarà la Procura di Trieste, come scrivono stamani i quotidiani Il Piccolo e Messaggero Veneto. La svolta è arrivata grazie all’inchiesta portata avanti dal giornalista Marco Maisano, autore di un podcast sulla vicenda, e da due donne vittime di Unabomber, Francesca Girardi e Greta Momesso.

A confermare la riapertura del caso è stato il procuratore capo Antonio De Nicolo, che ha accolto la richiesta di Maisano: i titolari del fascicolo saranno lo stesso De Nicolo e il pm Federico Frezza, ultimo pm a essersi occupato di Unabomber. Il reato ipotizzato, scrive il Corriere della Sera, è attentato con finalità di terrorismo, lo stesso che allora legava i 28 ordigni piazzati dal 1994 al 2006.

Il ‘là’ alla riapertura del fascicolo l’ha dato il lavoro di inchiesta fatto da Maisano: visionati i reperti del caso, custoditi al porto di Trieste, ha trovato un capello bianco su un uovo inesploso che era stato acquistato da un uomo di Azzano Decimo al supermercato Continente di Portogruaro nel 2000 e due capelli e peli repertati recuperando un ordigno inesploso trovato in un vigneto, a San Stino di Livenza.

Visti i progressi fatti dalla scienza, è l’ipotesi di Maisano e ora della Procura, da quel materiale grazie a nuovi esami del Dna si potrebbero ricavare nuovi importanti indizi per individuare finalmente Unabomber. “Verificheremo se da tutto il materiale organico allora repertato è stato estratto o meno il Dna – ha anticipato De Nicolo al Piccolo – È possibile che in alcuni casi, con i metodi utilizzati allora, non fosse ritenuto estraibile, mentre con quelle attuali magari sì. Quindi dobbiamo constatare se c’è del materiale utilmente sottoponibile a indagini genetiche”.

Nell’inchiesta Unabomber il principale sospettato fu a lungo Elvo Zornitta, ingegnere bellunese: la sua posizione venne archiviata solamente nel 2016, quando la Procura di Trieste scoprì che la “prova regina” contro di lui, un lamierino trovato in un oggetto inesploso attribuito a Unabomber, era stata manomessa da un ispettore esperto in balistica delegato alle indagini, Ezio Zernar, poi condannato in via definitiva.

Per quelle indagini errate, che gli rovinarono la vita, Zornitta si è visto riconoscere un risarcimento di 300mila euro da parte dello Stato, cifra ritenuta troppo bassa dall’ingegnere che ha presentato per questo ricorso.

“Anch’io sono vittima di Unabomber. Non sono rimasto mutilato fisicamente, ma le ferite dell’inchiesta che mi ha travolto sanguinano ancora”, ha commentato a Il Piccolo Zornitta dopo la riapertura delle indagini.

Quanto alla nuova inchiesta, spiega invece il suo avvocato difensore Maurizio Paniz: “Sono felicissimo che riaprano le indagini perché spero che così possano finalmente svanire anche gli ultimi sospetti sul mio cliente — spiega il legale — Al tempo stesso mi sembra però difficile che possano scoprire nuovi indizi: i reperti erano stati passati tutti al setaccio dal Ris e da tre procure”. Quanto a possibili nuove indagini su Zornitta, l’avvocato sottolinea che in linea teorica potrebbe finire di nuovo sotto inchiesta, “ma non per il fatto oggetto del precedente procedimento, cioè per l’ordigno del lamierino, dove c’è un giudicato insuperabile”.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

Fu sospettato di aver piazzato gli esplosivi. Caso Unabomber, Zornitta risarcito con 300mila euro per le false accuse: ma lo Stato impugna la cifra “troppo alta”. Carmine Di Niro su Il Riformista il 20 Ottobre 2022 

Per anni è stato considerato, ingiustamente, l’Unabomber del Nordest, il misterioso attentatore che tra il 1994 e il 2006 si era reso responsabile del piazzamento di 28 ordigni tra Veneto e Friuli Venezia Giulia. Elvo Zornitta in quegli anni era considerato l’indiziato numero uno, iscritto nel registro degli indagati nel 2004 e archiviato solamente cinque anni dopo, si è visto riconoscere 300mila euro di risarcimento dallo Stato per il danno subito dalla lunga inchiesta.

Ma Zornitta non è soddisfatto. “Diciamo intanto che io non ho visto ancora un euro, per il resto lasciamo perdere, la giustizia italiana è così”, spiega al Corriere della Sera l’ingegnere, visto che ai giudici aveva chiesto una cifra ben diversa, un milione di euro.

Una inchiesta flop che gli ha distrutto la vita, la carriera lavorativa, provocandogli anche problemi di salute all’ingegnere di Azzano. Tutta colpa di Ezio Zernar, lui sì condannato in via definitiva per aver fabbricato una prova falsa contro Zornitta.

L’ex poliziotto della scientifica aveva infatti manomesso un lamierino trovato in un oggetto inesploso attribuito a Unabomber. Stando ai giudici, l’ex agente aveva tagliato quel lamierino nel suo laboratorio utilizzando un paio di forbici sequestrate a Zornitta. Ezio Zernar, l’ispettore esperto in balistica, fu condannato nel novembre 2014 dalla Prima sezione penale della Cassazione a due anni di reclusione.

Eppure, nonostante i danni subiti dall’inchiesta, a Zornitta sono andati soli 300mila euro, tanto da spingere l’ingegnere a impugnare la decisione del tribunale civile di Venezia. “Abbiamo chiesto il risarcimento per inadempienza dello Stato: come dipendente del ministero Zernar ha tradito il suo ruolo truccando la prova che ha fatto indagare per anni il mio cliente mettendolo sulla graticola di un’accusa infamante — spiega al Corriere l’avvocato Maurizio Paniz, ex parlamentare di Forza Italia e suo difensore — C’è stata una deviazione d’immagine molto significativa”.

Così come troppo blanda sarebbe per il legale la condanna di Zernar: “Se non fossimo riusciti a scoprire la manomissione, forse Zornitta sarebbe ancora nelle carceri“.

Ma ad impugnare la valutazione è stato anche lo Stato, per la ragione opposta: la cifra sarebbe troppa alta secondo Ministero dell’Interno della Giustizia. In tutto ciò, aggiunge ancora Paniz, lui e Zornitta non sono riusciti a rivalersi contro Zernar se non per una cifra irrisoria, intorno ai 30 euro. L’agente, infatti, ha venduto i suoi beni e si è separato dalla moglie.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Enrico Ferro per “la Repubblica” il 17 ottobre 2022. 

Un mistero scandito da 34 attentati che dura ormai da 28 anni potrebbe tornare sotto i fari degli investigatori. Unabomber, il bombarolo seriale che tra il 1994 e il 2006 colpì tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, è ancora un fantasma nonostante le indagini di cinque Procure. Ma le tecnologie scientifiche hanno fatto passi da gigante e proprio per questo motivo oggi potrebbero consentire di dare quelle risposte che vent' anni fa nessuno riuscì a trovare. Ci sono un capello bianco e una traccia di saliva, erano stati repertati dopo il sequestro dell'uovo esplosivo al supermercato "Il Continente" di Portogruaro.

Partirà da questo la nuova indagine su Unabomber, una piccola speranza per tutte le vittime rimaste ferite e mutilate. Un giornalista, Marco Maisano, ha ottenuto l'autorizzazione dal procuratore di Trieste, Antonio De Nicolo, a esaminare la montagna di reperti e documenti accumulati durante le indagini coordinate dalle procure di Pordenone, Udine, Treviso, Venezia e Trieste.

Nel setacciare il materiale, Maisano ha trovato le carte che fanno riferimento al capello dell'uovo inesploso il 3 novembre 2000 al supermercato e anche i verbali in cui parla delle tracce di saliva. Ha chiesto quindi ufficialmente un'analisi di questi articoli, con i nuovi strumenti tecnologici della polizia scientifica. A giorni potrebbe arrivare la richiesta di riapertura delle indagini, di quello che stava per essere archiviato come un cold case. Marco Maisano, autore e conduttore televisivo, ha trasferito tutto questo lavoro d'inchiesta su una serie podcast per OnePodcast (l'iniziativa audio del gruppo Gedi) che andrà online a novembre con rivelazioni esclusive.

Dalla sagra degli Osei il 21 agosto 1994 a Sacile, con il tubo di ferro riempito con polvere da sparo e biglie di vetro, fino all'ordigno piazzato in un bagno della Procura di Pordenone, passando per l'evidenziatore che ha mutilato Francesca Girardi all'età di 9 anni, quelli di Unabomber sono stati anni di sangue. E di paura. Anna Pignat, che oggi ha 70 anni, toglie la protesi dalla mano destra e davanti alle telecamere Rai dice: «Ecco il regalo che mi hai lasciato. Lo volete vedere? Eccolo». Nadia Ros che subì l'amputazione delle dita spremendo un tubetto di salsa di pomodoro, Claudio Cicalò ferito da un tubetto di bolle di sapone, il pensionato Giorgio Novelli con il tubo che gli esplose in faccia nella spiaggia di Lignano. I loro racconti sono ancora vividi.

A firmare l'istanza che potrebbe determinare l'apertura del nuovo capitolo istruttorio, insieme a Maisano, sono state proprio due delle vittime: Francesca Girardi e Greta Momesso, la bambina che venne ferita dalla candela esplosiva nel duomo di Motta di Livenza. I misteri da chiarire sono ancora tanti, a cominciare da quella pausa fra gli attentati: una prima ondata tra il 1994 e il 1996, poi quattro anni di silenzio e, successivamente, altri sei attentati compiuti con una nuova e diversa tecnologia.

Dai tubi metallici Unabomber passò a ordigni in miniatura confezionati con la nitroglicerina: sul nastro adesivo recuperato dagli investigatori in una delle trappole esplosive, si scoprì che le misure venivano prese in "inch", pollici anziché centimetri, in stile americano. «Bisognava insistere sulla base di Aviano», ha detto più volte l'avvocato Maurizio Paniz, il legale dell'ingegnere di Azzano Decimo Elvo Zornitta, a lungo accusato di essere il bombarolo seriale, salvo poi essere prosciolto.

La svolta fu nel 2014, con la scoperta della manipolazione di un lamierino trovato in un oggetto inesploso, a opera di un ispettore di polizia. Un elemento decisivo, che in un primo momento sancì la condanna di Zornitta. Ezio Zernar, l'ispettore, esperto in balistica, venne poi ritenuto responsabile della manomissione e condannato a due anni di reclusione.

Alla sua condanna corrisponde la fine dell'incubo per l'ingegnere, filmato e intercettato a lungo dai carabinieri mentre armeggiava in modo sospetto nel suo garage. Prima di questo possibile nuovo scatto nelle indagini l'unico strascico giudiziario era quello legato ai risarcimenti: «Se non fossimo riusciti a scoprire la manomissione del lamierino, forse Zornitta sarebbe ancora in carcere», ha detto l'avvocato Paniz.

·        Il caso degli "uomini d'oro".

La rapina coi soldi di Topolino, poi l'omicidio. Il caso degli "uomini d'oro". Nel 1996 due dipendenti delle Poste di Torino misero a segno una rapina con l'aiuto di due amici. Ma il furto si trasformò in omicidio e innescò una caccia all'uomo, che si concluse solamente due anni dopo, quando Domenico Cante e Ivan Cella furono condannati per l'omicidio dei complici Giuliano Guerzoni ed Enrico Ughini. Francesca Bernasconi il 23 Agosto 2022 su Il Giornale.

Tre insospettabili truffatori, un colpo da miliardi di lire e una fuga in Costa Rica con passaporti falsi. Quello del 1996 alle Poste di Torino sarebbe stato un colpo perfetto, come quelli che si vedono nei film o si leggono nei libri, se gli "uomini d’oro" si fossero limitati alla rapina. Invece il furto si trasformò in omicidio e poi in fuga e latitanza. Un caso che rimane risolto solamente in parte: il bottino infatti non venne mai ritrovato.

Il colpo alle Poste

La storia degli "uomini d’oro" iniziò nella Torino della seconda metà degli anni ’90. Era la mattina del 27 giungo del 1996. Alle Poste centrali di Torino cominciarono ad arrivare i primi impiegati. Erano circa le 8 quando vennero controllati i sacchi del giorno prima, che avrebbero dovuto contenere i soldi provenienti dalle altre sedi. Al loro interno invece la sorpresa: "Contenevano vecchi giornali, libri scolastici e albi di Topolino - scrisse La Stampa del 30 giugno 1996 raccontando il furto - tanta carta, tagliata nella stessa misura delle banconote da 50 e 100 mila lire". Ma le sorprese non erano finite. Quando la polizia si precipitò alle Poste infatti, scoprì in mezzo alle cartacce un altro foglio. Era "un pezzo della busta paga di Giuliano Guerzoni", 36 anni, autista delle Poste torinesi e addetto al trasporto valori.

La sera prima, mercoledì 26 giugno, Guerzoni aveva guidato il furgone passato a ritirare i sacchi con i valori nelle dieci sedi delle poste cittadine aperte al pomeriggio. Insieme a lui, con il ruolo di "scambista", cioè colui che scende dal furgone e va fisicamente a prendere il sacco, c’era Domenico Cante, 39 anni. I due colleghi avevano iniziato il loro giro serale partendo dal deposito di corso Tazzoli intorno alle 18.40. Poi erano arrivati alla cassa di via Nizza e, scortati dalla polizia per tutto il percorso, passarono dalle diverse sedi cittadine, fino a ritornare in via Nizza. Erano le 20.20.

Lì, lo "scambista" aveva consegnato i soldi, sempre affiancato dalla scorta della polizia. Al momento del deposito, erano spuntati dal nulla due sacchi in più: dovevano essere dieci, ma erano dodici. Cante disse di aver smarrito le bolle di accompagnamento. A fine servizio, la scorta aveva lasciato soli Guerzoni e Cante, che avevano riportato il furgone all’autorimessa. La mattina dopo, Cante si presentò al lavoro come ogni giorno. Di Guerzoni, invece, nessuna traccia.

Gli "uomini d'oro"

Un furto miliardario avvenuto sotto gli occhi della polizia. Gli inquirenti capirono subito che i soldi erano spariti durante il giro di raccolta e che Guerzoni era coinvolto nel furto, data la presenza della sua busta paga e la sua scomparsa. Guerzoni, spiegò successivamente il sostituto procuratore Antonio Malagnino a Misteri in Blu, "era un personaggio che amava certamente la vita bella, al quale il lavoro che svolgeva stava stretto, sognava di avere molto denaro e gli piacevano le belle donne, tanto è vero che già in passato aveva pensato di fare un colpo del genere".

Dell’uomo si erano perse le tracce e la perquisizione in casa sua non aveva portato a nulla. Unico particolare una sveglia, trafitta da un coltello e incastrata nel muro: l’addio di Giuliano, un segno di cambiamento e di abbandono di quella vita fatta di orari e scadenze. Secondo quanto riportato all’epoca da La Stampa, la polizia ritenne "che avesse programmato con cura anche le ore della fuga: 12, minuto più minuto meno, da quando i sacchi con i finti soldi erano finiti nella cassaforte delle poste a quando un funzionario li ha aperti trovandoci carta straccia e, quasi una firma, la busta paga dell'autista ridotta in brandelli".

Ma Guerzoni non poteva aver fatto tutto da solo. Un complice doveva essersi nascosto nel furgone portavalori, per scambiare il contenuto dei sacchi. All’interno la vettura era infatti divisa in due parti: il piano di carico e una cassaforte, dove poteva essersi chiuso l’altro uomo, che al momento giusto usciva dal suo nascondiglio e scambiava i sacchi di soldi con quelli di carta straccia. Il complice poteva essere salito sul furgone prima dell’arrivo in via Nizza, quindi prima della presenza della scorta di polizia, per poi scendere solo una volta terminato il furto, quando il furgone era stato riportato al deposito, senza scorta. Questo complice venne identificato in Enrico Ughini, un amico di Guerzoni ex dipendente delle Poste, sparito anche lui dalla sera del furto. Su quel furgone però c’era anche Domenico Cante.

Successivamente, ricostruendo la vicenda, gli inquirenti scoprirono la presenza di un quarto uomo, Ivan Cella, amico di Cante, che avrebbe dovuto procurare i documenti falsi per la fuga, e di altre due persone che orbitavano attorno agli ideatori del furto. Gli "uomini d’oro", come li ribattezzò la stampa dell’epoca erano Giuliano Guerzoni, Domenico Cante, Enrico Ughini e Ivan Cella. Ad aiutarli intervennero anche Pasquale Leccese e Giorgio Arimburgo: il primo avrebbe dovuto consegnare una parte del bottino a due donne legate a Guerzoni, mentre il secondo avrebbe dovuto preparare l’arrivo degli "uomini d’oro" in Costa Rica. Ma lì non ci arrivò mai nessuno.

Gli omicidi

La scomparsa di Guerzoni e Ughini fece subito pensare a una fuga. Ma ben presto, gli inquirenti dovettero ricredersi. Il 13 luglio 1996 infatti un contadino notò che una parte di terra era stata alzata nei campi di Bussoleno, in Val di Susa. Sotto, in una buca, vennero ritrovati i corpi di Giuliano Guerzoni e di Enrico Ughini. L’autista del blindato indossava ancora la divisa delle poste: per questo i carabinieri supposero che fosse stato ucciso la stessa sera del furto miliardario. Il luogo del ritrovamento era a poca distanza dalla villetta di Domenico Cante, che divenne il sospettato numero uno, oltre che del furto anche dell’omicidio. Insieme a lui finì nel mirino degli inquirenti anche Ivan Cella.

Una volta trovati i corpi, i carabinieri si rivolsero allo “scambista”, come spiegato a Mistero in Blu dal maggiore Aldo Iacobelli: "Andiamo subito a chiedere al Cante sia del furto, per il quale era già indagato, sia della presenza dei cadaveri in località molto vicina alla sua abitazione". Non solo: "Contestualmente procediamo alle perquisizioni", spiegò il maggiore, aggiungendo che "nel camper constatiamo l’assenza del plaid e del sacco a pelo". E proprio in un sacco a pelo identico a quello mancante e riconosciuto dalla moglie di Cante era avvolto il cadavere di Guerzoni, mentre quello di Ughini era stato coperto da un plaid.

Così nel luglio 1996 Domenico Cante venne arrestato. Oltre agli oggetti mancanti, a tradire Cante fu, come specificò La Repubblica, "il ritrovamento sul suo camper delle mazzette usate per riempire i sacchi falsi con cui sono stati sostituiti quelli contenenti soldi e assegni". Non solo. Dietro al lavabo del camper dell’uomo, vennero trovate tracce di sangue. L’analisi dei periti non lasciò dubbi: "Il sangue trovato sul camper di Domenico Cante […] appartiene ad Enrico Ughini e Giuliano Guerzoni", scrisse La Stampa dopo la conferma di due consulenti della procura. L’autopsia determinò la causa della morte: a sparare "sono state una 7.65 e una seconda pistola, di cui non si conosce il calibro", riferì La Stampa. Una delle pistole venne individuata come appartenente a Domenico Cante e ai due sospettati vennero sequestrate alcune armi.

La fuga di Ivan Cella

Cante, secondo gli inquirenti, non fu il solo a compiere gli omicidi. Ivan Cella, 42enne amico dello “scambista” e gestore di una birreria, venne sospettato di essere complice nelle uccisioni dei due "uomini d’oro". Per questo venne indagato a piede libero. Successivamente emersero indizi a suo carico ma, prima che i carabinieri potessero arrestarlo, scappò insieme alla fidanzata Anna Cristina Quaglia. Era il 14 luglio 1996.

Da quel giorno, di Cella si persero le tracce per diversi mesi, a eccezione di una telefonata alla madre e del ritrovamento in Francia della sua auto, individuata dagli inquirenti a fine settembre 1996 nel parcheggio dell’aeroporto di Nizza. Poi, nel dicembre dello stesso anno, Cella e Quaglia vennero rintracciati in Albania, grazie alla collaborazione tra Interpol, polizia albanese e carabinieri del comando torinese. Nei mesi di latitanza, la coppia si sarebbe spostata diverse volte: dall’Austria all’Ungheria, fino in Romania, per poi approdare in Albania, dove Cella aveva iniziato a fare l’elettricista.

Così, l'"uomo d’oro" scappato alla cattura finì nelle prigioni albanesi. Ma non vi restò a lungo. Nel marzo del 1997, infatti, scoppiarono le proteste albanesi e il Paese precipitò in uno stato di anarchia, che portò anche all’apertura delle carceri. Da lì Cella e Quaglia riuscirono a scappare, rendendosi nuovamente latitanti: "Mentre si discuteva la richiesta di estradizione in Italia, la coppia è evasa approfittando dei tumulti dello scorso marzo. Per alcuni giorni - è certo - i due italiani sono rimasti attorno al carcere quasi distrutto. Poi hanno fatto perdere ogni traccia", scrisse La Stampa.

Per mesi i due latitanti rimasero dei fantasmi, nascosti da qualche parte nel mondo, muniti di una falsa identità. Poi, a fine agosto, vennero rintracciati e arrestati a Cochabamba, in Bolivia. "Erano arrivati su quel pianoro della cordigliera a fine marzo, dopo una fuga senza fine attraverso l'Albania in fiamme e gli aeroporti di Istanbul, Amsterdam, San Paolo do Brasil e Santa Cruz: fino a Cochabamba", riferì La Repubblica. Terminò così la fuga di Ivan Cella e Cristina Quaglia, che vennero estradati in Italia e sottoposti a processo.

Le condanne

“Omicidio premeditato”. Questa era l’accusa a cui dovettero rispondere Ivan Cella e Domenico Cante. Secondo gli inquirenti, infatti, dopo il furto del 26 giugno, i due uccisero Giuliano Guerzoni ed Enrico Ughini, loro complici nella rapina alle Poste di Torino. Il processo iniziò nel gennaio del 1998 e, oltre a Cante e Cella, riguardò anche Giorgio Arimburgo e Pasquale Leccese, accusati di peculato, ma ritenuti estranei all’omicidio, e Cristina Quaglia, accusata di favoreggiamento.

Nel corso della seconda udienza, che si svolse in Corte d’Assise a Torino, Ivan Cella confessò: "Sono colpevole - disse, come riportato da Repubblica - Ammetto di essere implicato nel furto e di aver ucciso Giuliano Guerzoni". A far crollare l’uomo d’oro fu una perizia del Centro Investigazioni Scientifiche dell’Arma dei Carabinieri (Cis): il medico legale, infatti, aveva rinvenuto nella teca cranica di Guerzioni dei frammenti di plastica appartenenti a una particolare cartuccia, usata negli Stati Uniti per uccidere i serpenti. Quei pezzetti vennero poi confrontati con un altro frammento di plastica "di circa un decimo di millimetro", rinvenuto dal Cis nella canna della pistola sequestrata a Cella: c'era corrispondenza.

Dopo le ammissioni di Ivan Cella, anche Cante confessò l’omicidio. Ma le due versioni non combaciarono. Secondo Cella infatti, era stato Domenico a premere per primo il grilletto: "Mentre sistemo i soldi in una borsa, sento un colpo, e vedo Ughini a terra. Guardo d'istinto Guerzoni che si alza e viene verso di me: gli sparo che ce l'ho in faccia", disse, secondo quanto riportato da Repubblica. Completamente opposta risultò invece la versione di Cante: "Cella mi disse di sparare e io sparai. Ughini cadde a terra".

Alla fine del processo, i giudici condannarono Domenico Cante a 28 anni e 9 mesi di carcere, mentre Ivan Cella a 28 anni e 8 mesi, per l’omicidio dei due complici. A Giorgio Arimburgo e Pasquale Leccese vennero dati, rispettivamente, 2 anni e 4 mesi e 2 anni per ricettazione. Due anni anche a Cristina Quaglia, ritenuta responsabile di favoreggiamento. Cante morì in carcere nel 2004, a 48 anni, colpito da un infarto: "Io non ho ucciso", disse poco prima di morire, dando incarico al suo legale di preparare la richiesta di revisione del processo.

Per mesi gli inquirenti avevano cercato, oltre ai due latitanti e alle prove degli omicidi, anche il bottino miliardario del colpo. Ma i soldi non vennero mai ritrovati. "Il bottino l'ho sempre tenuto io - disse Cella durante il processo - ma non ho speso una lira. L'ho sepolto nella cantina della mia birreria e sono tornato a riprenderlo tre mesi dopo. L'ho affidato a tre finanziarie albanesi". Di quel denaro però non si ebbe più nessuna notizia: sparì nel nulla e rimase il mistero degli "uomini d'oro".

·        Il mostro di Parma.

Parma, 1954. Un nobile decaduto e quattro donne uccise: il mostro della luna piena. Massimiliano Jattoni Dall’Asén su Il Corriere della Sera il 28 Novembre 2022

La prima vittima era la moglie di un ex marchese caduto in disgrazia, che divenne compagno dell’ultima prostituta assassinata. Ennio Camisani Calzolari fu processato e assolto. Morì poco dopo nel misterioso incendio della sua casa. Questa è la storia del serial killer di Parma, una storia dimenticata da più di mezzo secolo

Da sinistra in alto, in senso orario: Domenica Rustici, moglie di Ennio Camisani Calzolari, la prima vittima, Erminia Mori, Bianca Miodini e Elide Belmesseri

All’alba del 6 novembre del 1954 i primi raggi del sole faticano a penetrare la fitta coltre di nebbia che ricopre la campagna attorno a Parma. È il tipico autunno della Bassa, con la bruma che riduce il mondo a uno spazio silenzioso di pochi metri quadrati. Il bracciante Ermenegildo Bottazzi di Mariano, frazione alle porte della città, sta pedalando lungo uno stradello, attraverso i campi che portano al podere dove lavora. Maledicendo l’umidità che gli entra nelle ossa e gli inzuppa i calzoni, l’uomo imbocca un tratto rettilineo quando, con un movimento rapido del piede, attiva il contropedale e blocca la bicicletta. Sul margine destro dello stradello, davanti a lui, tra le sterpaglie, spunta qualcosa di strano, qualcosa che visto sotto i rami spogli dei gelsi fa ancora più paura: la gamba di una donna. Bottazzi si avvicina un poco, quanto basta per scorgere il resto del corpo disteso nel fossato. Pallido in volto, gira la bicicletta e corre a dare l’allarme.

Bambola rotta

Mezzora più tardi, la notizia del ritrovamento di un cadavere ha già fatto il giro di tutti i casolari di Mariano. Quando la volante arriva sul posto, una folla di curiosi è già accalcata attorno al corpo di una donna che, così riversa, sembra una bambola rotta, come gettata via da un’auto in corsa. E di una bambola, quella donna, ha anche la bellezza: lineamenti fini, capelli ben tagliati e gli occhi grigi. L’abito che indossa è nero, quasi estivo, qualcosa di fuori posto in un freddo novembre della Bassa. E al collo ha un foulard di seta, che qualcuno ha stretto con forza fino ad ucciderla. Altri segni di violenza non se ne vedono, ma gli agenti notano che sulle scarpe non vi è traccia di polvere e sull’erba vi sono segni di pneumatici. La donna deve essere arrivata lì a bordo di un’auto, forse già morta. Mentre il procuratore della Repubblica dà il nulla osta perché il cadavere venga trasportato nel reparto di medicina legale dell’ospedale di Parma, la Questura è già risalita all’identità della vittima. Si tratta di Domenica Rustici, nata 39 anni prima a Pagazzano, un borgo non lontano da Berceto. Siamo sulle montagne di Parma, a quasi 900 metri di altezza, lungo la strada che, dal passo della Cisa, scavalla portando a La Spezia.

TRA LE DUE PERSONE INTERROGATE C’ERA ANCHE UN MEDICO, FERMATO PER DUE DEI QUATTRO DELITTI. MA IL SUO NOME NON SI E’ MAI SAPUTO

Il marito nobile decaduto

Qui, anni prima, Domenica aveva conosciuto quello che poi è diventato suo marito, Ennio Camisani Calzolari, nobile decaduto e possidente terriero dalle scarse risorse. A quanto si mormora, il matrimonio era infelice.

Ennio Camisani Calzolari, processato e assolto per l’omicidio della compagna

Per questo Domenica, che era madre di due adolescenti, con la scusa di avvicinare i ragazzi alle scuole, si era trasferita da qualche anno a Parma, nella centralissima via Garibaldi, davanti al celebre Teatro Regio. Il marito, invece, era rimasto a vivere sulle montagne e faceva visita alla famiglia una o due volte alla settimana, raggiungendo la città a bordo della sua motocicletta. Il primo a identificare la vittima è stato il capo della Buoncostume. Domenica è infatti nota alle forze dell’ordine fin da quando aveva iniziato, tempo prima, a bazzicare nelle ore tarde la zona della stazione. Il suo nome d’arte era “la Signora”, perché lei non era una lucciola come le altre. Moglie di un uomo che, anche se male in arnese, vanta nobili natali, Domenica vestiva elegante, da signora, appunto. Abiti costosi, qualche gioiello e al polso sempre un orologio di valore, che al momento del ritrovamento del suo cadavere, però, non c’è. L’autopsia colloca l’ora della morte intorno a mezzanotte e mezza. L’ultima persona che l’ha vista viva indica le 23: dunque, un’ora e mezza di mistero in cui Domenica ha incontrato chi ha posto fine alla sua vita.

Gli agenti della polizia si introducono negli ambienti del malaffare, parlano con le prostitute che a fine giornata affollano la zona di via Toschi. Qualcuno racconta di aver visto la sera dell’omicidio, lungo lo stradello di Mariano, un uomo e una donna passeggiare poco lontano da una Topolino. Vengono allora controllati oltre mille proprietari di Fiat 500: inutilmente. Senza una vera pista da seguire, con descrizioni sommarie e chiacchiere non verificate, gli inquirenti alla fine devono gettare la spugna e concedere il nullaosta ai funerali. La “vicenda Rustici” si avvia a diventare un caso irrisolto.

Seconda vittima

La mattina del Venerdì Santo dell’8 aprile 1955, nell’ufficio di guardia della Questura di Parma squilla il telefono. Una voce in tono concitato spiega che sull’argine destro del Baganza, che scorre poco lontano dalla città, è stato rinvenuto il cadavere di una donna, anch’essa strangolata. Quando gli agenti giungono sul posto è iniziata a cadere una pioggerellina fitta, che bagna il volto pallidissimo della donna sul quale risaltano due grosse ecchimosi al naso e alla guancia, come se qualcuno l’avesse presa a pugni prima di ucciderla. Sono gli unici segni di violenza, oltre alla striscia rossa attorno al collo. In una tasca del suo cappotto nero e sgualcito gli agenti trovano la carta d’identità.

FORSE CAMISANI CALZOLARI CONOSCEVA IL NOME DEL SOSPETTATO E HA CERCATO DI RICATTARLO. E’ LUI LA SESTA VITTIMA DEL MOSTRO?

La donna è Ermina Mori, nata 32 anni prima a Mezzani Inferiore, borgo a una ventina di chilometri da Parma. Anche Ermina faceva la vita, fin da quando, giovanissima, aveva abbandonato la casa di sua madre Ilda, detta Ildon la Stria, per sfuggire a un ambiente povero e degradato. La strega aveva finito i suoi giorni inghiottendo mezzo litro di varechina, mentre del padre di Ermina si erano da tempo perse le tracce. Però a Parma la ragazza non aveva trovato una vita migliore, anzi era scesa ancora più in basso. Tanto che chi la conosceva non la chiamava per nome, ma con pratica crudeltà semplicemente la Cagna. Ermina, come un animale, viveva in un anfratto ricavato all’interno di un muro di cinta del poligono di tiro. Per letto, un sacco di juta. L’acqua per bere andava ad attingerla direttamente al torrente, sulla cui sponda avrebbe trovato la morte. Eppure, anche l’ossuta e guardinga Ermina era capace di suscitare amori appassionati: un carrettiere aveva lasciato moglie e figli per andare a vivere con lei nella sua tana da cane randagio. I parenti di lui però si erano messi di mezzo e con le buone o con le cattive l’uomo era tornato a casa. Ermina ancora una volta era rimasta sola. Chi la vide quel giorno sul tavolo dell’obitorio descrisse la sua espressione come rassegnata. Il mostro aveva posto fine alla sua fatica di vivere.

Terzo plenilunio, terza vittima

Alcune colleghe di Ermina raccontano agli inquirenti di aver visto la donna in centro verso le 23 della sua ultima sera. L’incontro che le è stato fatale deve essere avvenuto subito dopo. Le “lucciole” ora hanno paura. Da tempo segnalano la presenza di un cliente che durante l’amplesso diventa violento e le morti di Ermina e di Domenica sono evidentemente collegate. Ma anche se Parma è piccola e nell’ambiente ci si conosce tutti, gli identikit non portano ad alcun nome. Un particolare però non sfugge agli inquirenti: entrambe le donne sono morte in una notte di luna piena, tra venerdì e sabato. Anche Elide Belmesseri viene strangolata durante un plenilunio, quello tra il 7 e l’8 aprile 1955. Bella e fiera, come tutti la descrivono, Elide era nata sulle montagne di Parma e da lì era scesa, non ancora ventenne, attratta dalle luci della città e portandosi appresso un soprannome legato al lavoro che faceva fin da bambina: la Pastora. I sogni si erano però infranti contro la durezza di una vita trascorsa sulla strada e terminata anche per lei in periferia, ai margini di uno squallido boschetto, dove si appartano in auto le coppie clandestine.

Il sospetto

Nei giorni seguenti, in Questura sfilano 50 persone tra uomini e donne. Gli inquirenti focalizzano l’attenzione su un paio di individui. Tra cui un professionista, un medico trentenne di Parma che esercita a Noceto, a una dozzina di chilometri dalla città, già fermato anche durante le indagini per l’omicidio della Rustici. Quando lo interrogano per la morte di Elide cade in alcune contraddizioni, che non bastano ai carabinieri per formulare un’accusa. Il medico, la cui identità non verrà mai svelata, viene scagionato. Nei 13 anni seguenti l’assassino non colpirà più. Secondo alcuni, il mostro è morto; per gli altri la tragica fine delle prostitute è un ricordo che sbiadisce troppo in fretta. Fino a quando un nuovo cadavere riporta tra le strade di Parma la paura. Lo strangolatore è tornato.

La legge Merlin

All’inizio del 1958, dopo un’accesa discussione parlamentare, viene promulgata la legge Merlin. L’Italia tira giù per sempre le serrande delle case di tolleranza e introduce i reati di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione. Da quel momento, la professione verrà esercitata solo agli angoli delle strade e in squallide stanze in affitto, lasciando le ragazze ancora più indifese. Anche la Bianchina, al secolo Bianca Miodini, di sera è per strada. Il suo sopraggiungere è anticipato dal tintinnio di un campanellino, che dopo la chiusura dei bordelli usa per attirare i clienti. Senza essersi mai sposata, ha avuto due figlie che ha cresciuto con le fatiche del suo lavoro. Ma un destino avverso le ha strappato via la più giovane, morta di leucemia. Nel 1967, a 54 anni, Bianchina esercita ancora con coraggio la professione e i clienti li porta in uno stanzino al n. 9 di borgo Merulo, un tempo noto col nome sinistro di borgo della Morte. Ed è lì che la notte del 10 luglio Bianchina si ritrova bloccata sul letto, con il corpo scosso dalle convulsioni in cerca dell’ultimo respiro, mentre un foulard si stringe sempre più stretto attorno al suo collo. Quando resta immobile, gli occhi vitrei, spalancati verso il soffitto, la vestaglia a fiori tirata su fino ai fianchi, colui che l’ha privata della vita se ne va lasciando la lampada accesa, il rubinetto gocciolante e le imposte dell’unica finestra chiuse sul borgo della Morte.

La chiusura del cerchio

Verso le 11 del giorno dopo, l’amante di Bianchina, trovato il corpo, corre in Questura per dare l’allarme. I poliziotti si trovano davanti un individuo dalla vistosa cravatta colorata e dalle dita piene di anelli. Ma a colpirli è la sua identità. Si tratta di Ennio Camisani Calzolari, il vedovo di Domenica Rustici, la cui morte 13 anni prima ha dato inizio alla serie degli omicidi del mostro. Dunque, il vedovo della prima vittima è anche l’amante dell’ultima prostituta uccisa dalla malabestia. Ma chi è Ennio Camisani Calzolari? I Camisani un tempo vantavano il titolo di marchesi e leggenda vuole che discendessero da uno scudiero dell’imperatore Federico Barbarossa. A Roccaprebalza, sulle montagne di Berceto, hanno le loro proprietà. E lassù è nato Ennio il 24 settembre 1908. Al tempo dell’omicidio della Bianchina ha 59 anni e dal punto di vista finanziario è sul lastrico. Non esercita alcuna professione e, a parte le scarse rendite delle sue terre, vive grazie ai soldi che la Bianchina porta a casa. Del resto, la donna in banca ha messo via tre milioni di lire, che sono tanti per l’epoca. Il rapporto tra i due era cominciato subito dopo la morte di Domenica.

Vita di coppia

Insieme avevano affittato la palazzina al n. 9 di via Merulo: al piano terra la Bianchina incontrava i clienti e, terminato il turno, saliva le scale per raggiungere Camisani nell’appartamentino di tre stanze che divideva con lui. L’ultima sera di vita della Bianchina è uguale a molte altre. Nelle osterie del vicino borgo San Silvestro la gente beve e gioca a carte. Verso le 23, la donna esce per andare in un bar e per strada incontra un’amica. Poche parole ed è già nel suo stanzino, dove indossa la vestaglia a fiori. Ennio Camisani dice di essersi ritirato presto, quella sera. «Mi sono addormentato subito», racconta, «e mi sono risvegliato alle 2.30». È l’ora in cui la Bianchina è solita rincasare dopo l’ultimo cliente. Ma non questa volta. L’uomo allora era sceso al piano terra, ma da sotto la porta dello stanzino filtrava la luce: Bianchina doveva essere ancora in compagnia e Camisani era tornato a letto. Solo al mattino aveva scoperto il corpo. Il funerale viene celebrato il 12 luglio 1967. Sulla bara una corona di fiori con la scritta “Il caro Ennio”. Camisani, che nel 1954 aveva seguito mestamente il carro funebre della moglie Domenica, questa volta non è presente. Lo stanno torchiando in Questura. L’interrogatorio prende le mosse da questi due funerali, da queste due donne a lui legate sentimentalmente ed entrambe morte ammazzate. E dal fatto che Ennio ai famigliari della Bianchina - il corpo ancora caldo - si era affrettato a dire che i tre milioni accumulati dalla donna erano suoi. Per gli inquirenti si tratta di un bel movente e ai giornalisti accorsi da tutta Italia dicono laconici: «Il suo racconto presenta alcune contraddizioni». In realtà, si sono già convinti che sia lui l’assassino di Bianchina e anche delle altre prostitute, compresa Norma Casini, una lucciola di Reggio Emilia strangolata con una calza di nylon proprio in quegli anni.

Il processo

Il nobile decaduto viene allora portato nel carcere giudiziario di San Francesco. L’accusa è omicidio volontario e sfruttamento della prostituzione. L’uomo per tutto il tempo si mantiene calmo, ma davanti al pubblico ministero modifica la sua versione per tre volte. Poi, fa una mezza confessione su Bianchina: forse, dice, l’ha soffocata involontariamente mentre le faceva un massaggio nel tentativo di rianimarla. La perizia necroscopica però lo smentisce e Camisani modifica per la quarta volta la sua versione, tornando alla prima: lui non c’entra nulla e ha trovato morta la Bianchina la mattina dell’11 luglio 1967, mezzora prima di arrivare in Questura a denunciarne l’omicidio. Il processo viene celebrato nell’ottobre del 1968. Dura pochissimo e si chiude con i giudici che lo assolvono per insufficienza di prove dall’accusa di omicidio nei confronti di Bianchina. Camisani viene invece condannato a un anno e sei mesi di reclusione per induzione e sfruttamento della prostituzione. Il collegio della difesa ricorrerà in appello, ma alla fine lo stesso pm rinuncerà al processo di secondo grado. Per gli altri 4 omicidi - quello di Domenica, di Ermina, di Elide e della reggiana Nora Casini - nessuno è mai stato portato davanti a un giudice. Scarcerato il 12 gennaio del 1969, avendo già scontato un anno e tre mesi di detenzione preventiva, Ennio Camisani torna nella vecchia casa di Roccaprebalza, dove vivono il fratello e l’anziana madre, che morirà di crepacuore, così almeno raccontano in paese, al principio del 1970. Qualche anno più tardi, i figli residenti ormai all’estero, e lui povero e quasi cieco, chiede e ottiene di essere alloggiato in una casa di cura per anziani. In cambio, donerà all’istituto tutto quello che possiede. Ennio però non fa in tempo ad entrarci. La mattina del 3 marzo 1973 una lunga colonna di fumo nero si staglia sopra Roccaprebalza: la grande casa dei Camisani è andata a fuoco e i pompieri hanno impiegato tutta la notte a domare le fiamme. Sui gradini dell’ultima rampa di scale giace il cadavere di Ennio. Il referto dell’autopsia è scarno e conciso: morte per avvelenamento da monossido di carbonio. I giornali locali registrano il decesso come misterioso.

Una coincidenza

Ennio Camisani Calzolari era davvero il mostro della luna piena? L’essere marito della prima vittima e amante dell’ultima sembra più che una macabra coincidenza. Eppure, le indagini e le dinamiche dei ritrovamenti dei cadaveri hanno dimostrato che le donne venivano condotte in aperta campagna a bordo di un’auto. Il Camisani, però, possedeva solo motociclette. Un’auto, invece, ce l’aveva il giovane medico rimasto alle cronache senza nome. Un individuo finito nell’elenco dei sospettati in almeno due degli omicidi. Camisani forse sapeva. Sapeva chi era il mostro e, magari, lo aveva anche protetto, pensando di guadagnarci qualcosa. Le sue richieste di denaro però potrebbero essere diventate troppo pressanti nel tempo ed Ennio, considerato strano fin da quando era un ragazzo, invecchiando rischiava di essere per l’assassino una mina vagante. L’incendio è stato dunque appiccato per farlo tacere per sempre? Forse quello di Ennio Camisani Calzolari è un omicidio rimasto irrisolto: la sesta vittima del mostro della luna piena.

·        Il caso delle prostitute di Roma.

Tre prostitute uccise a Roma, reazione a un «no» o vendetta: dentro la mente dell’assassino. Fulvio Fiano su Il Corriere della Sera il 18 Novembre 2022. 

I tre delitti sono avvenuti a distanza di poche ore uno dall’altro e in palazzi distanti meno di un chilometro. Il killer ha colpito con impeto e rabbia, le due cinesi hanno provato a difendersi 

Tra la palazzina a tre piani di via Durazzo e l’edificio di dieci in via Riboty ci sono appena 850 metri, una decina di muniti a volerli percorrere a piedi come potrebbe aver fatto l’assassino. Il suo profilo è quello di un cliente che altre volte era stato in quelle case d’appuntamento (le vittime gli hanno aperto la porta), che conosceva bene quegli indirizzi nel quartiere e che per motivi al momento insondabili, ha maturato del rancore verso le tre donne.

Gli orari

La prima chiamata alla polizia arriva dal portiere dello stabile di via Riboty alle 10.49. Sul pianerottolo al primo piano il sangue della più anziana delle due cinesi è ancora fresco, nessuno tra il via vai di condomini e professionisti dei tanti uffici legali del palazzo che guarda l’ingresso della cittadella giudiziaria di piazzale Clodio aveva notato nulla fino ad allora. Due ore esatte dopo, mentre le volanti presidiano la scena del duplice delitto e i nastri (rimasti fino a sera) impediscono a chiunque di avvicinarsi o uscire da lì, arriva la chiamata della sorella di Marta Castaño Torres. È lei a trovare il corpo della 65enne nel seminterrato a 15 metri di distanza dal centro di produzione de La7 in via Novaro e poco più distante dalla sede Rai di via Teulada. L’ordine degli omicidi, però, quasi sicuramente è inverso.

L’arma e le aggressioni

Le vittime sono state uccise tutte con più colpi alla gola e al torace inferti con un’arma da taglio a lama lunga, ancora presto per dire se sia la stessa. Ma la dinamica dei delitti sembrerebbe molto diversa da caso a caso. I tagli sul corpo della donna colombiana sono più precisi e la sua stanza era tutto sommato composta. Secondo i primi rilievi, potrebbe essere stata colta di sorpresa, forse dopo un rapporto, comunque senza avere modo di difendersi. Tutto l’opposto di quello che si sono trovati davanti gli agenti della scientifica in via Riboty, da dove si sono allontanati solo dopo otto ore di prelievi e analisi (il furgone della polizia mortuaria è andato via alle 17.45). La stanza della più giovane delle due cinesi era a soqquadro, gli schizzi di sangue ovunque, le ferite più numerose e imprecise, sferrate sembra con maggior rabbia, durante una colluttazione. Anche l’altra vittima ha segni simili sul corpo. Potrebbe aver provato a soccorrere l’amica e poi fuggire. Il suo corpo è stato trovato sull’uscio.

Le tracce e il movente

Pur non potendosi escludere la premeditazione, il killer non ha agito con freddezza, ha reagito a un rifiuto o ha «vendicato» un’umiliazione vissuta in un precedente incontro, e questo potrebbe bruciarne la fuga. Tracce di sangue e impronte non mancano, negozi e studi professionali, per non parlare di quelli televisivi, abbondando di telecamere di sicurezza. La scia di sangue metaforica lasciata tra i due luoghi dell’aggressione potrebbe presto diventare una pista concreta da seguire.

(ANSA il 18 novembre 2022) - Si è concluso nella serata di ieri il sopralluogo del pm negli appartamenti del quartiere Prati dove sono state uccise tre donne. L'attività rientra negli accertamenti avviati per cercare di ricostruire la dinamica di quanto avvenuto. In base a quanto si apprende la donna di origini colombiana, uccisa in un seminterrato di via Durazzo, sarebbe stata colpita con una arma da taglio tipo "stiletto" al torace forse nel corso di un rapporto sessuale. Sul corpo delle due cittadine cinesi, via Riboty, sono stati individuate ferite alla gola, al torace e alla schiena.

Rinaldo Frignani per corriere.it il 18 novembre 2022.

Luci soffuse, arredamento rosa. L’appartamento dove Marta Castano Torres riceveva i suoi clienti. Fra gli ultimi, o forse è proprio l’ultimo se come si ritiene è davvero fra di loro, l’uomo che l’ha accoltellata a morte durante un incontro in camera da letto. A 65 anni la colombiana non aveva interrotto la professione e divideva quel piccolo locale sulla rampa del garage del palazzo di via Durazzo, alle pendici di Monte Mario, con la sorella venezuelana che si fa chiamare Francesca Neri.

Una trans che ha scoperto il corpo della parente assassinata e che giovedì sera è rimasta a lungo fuori dal palazzo dove l’appartamento è stato sequestrato. Poi è stata condotta in Questura per essere presa a verbale. A chi indaga avrebbe riferito di essere a conoscenza che la sorella doveva ricevere un cliente. E che aveva cominciato a prostituirsi anche per assicurare un sostegno economico alla figlia. Una vita difficile, in proprio, almeno secondo quanto emerso fino a questo momento. 

Diversa la storia delle due cinesi uccise in via Augusto Riboty: ufficialmente non hanno ancora un nome perché la loro identità deve essere verificata dalla polizia. La presunta maitresse, di 42 anni, era conosciuta sia dai condomini sia da chi lavora nel palazzo di fronte al tribunale, ma anche da alcuni clienti della casa d’appuntamenti, una delle tante in quella zona di Prati.

Lei era sempre lì, al lavoro, a gestire le ragazze che di volta in volta giravano nel locale, proprio come la 25enne assassinata insieme con lei. La prima forse a essere rimasta vittima della furia del killer. Una giovane come le centinaia che vengono sfruttate a Roma in locali come quello e finti centri massaggi. 

Fantasmi in pratica mentre la maitresse, ex prostituta lei stessa, amministrava la casa pubblicizzata su internet, con telefono e caratteristiche delle giovani. Non è chiaro ancora se come spesso accade una parte dell’incasso finisse a lei oppure a qualche organizzazione più vasta, come del resto è emerso in passato in indagini contro lo sfruttamento e il favoreggiamento della prostituzione.

Ma a colpire gli inquilini del palazzo era la riservatezza con la quale la 45enne si faceva vedere nel palazzo. Poche parole con i dirimpettai, nessuna confidenza. Ma anche il timore di rimanere vittima di clienti violenti tanto da premunirsi con telecamere nascoste: i filmati di questi impianti, sempre che ci siano davvero, potrebbero rivelarsi ora fondamentali per inchiodare l’assassino.

Donne uccise a Roma, il killer ripreso dalle telecamere. «Bisogna prenderlo, potrebbe colpire ancora».  Rinaldo Frignani su Il Corriere della Sera il 18 Novembre 2022 

Corsa contro il tempo per identificare l’assassino, forse seriale, delle tre prostitute accoltellate a Prati. Il portiere del palazzo di via Riboty sentito per ore in Questura. Telefonata del sindaco Gualtieri al prefetto Frattasi

Una mattanza a due passi dalla cittadella giudiziaria di piazzale Clodio. L’ombra del serial killer a Prati: tre donne pugnalate a morte in poche ore, in due palazzi distanti poco più di 850 metri fra loro, da qualcuno che forse conoscevano bene. Si ipotizza un cliente di due prostitute cinesi e una escort colombiana, massacrate con più fendenti. Aggressioni spietate sulle quali ora la polizia cerca di fare luce, c’è il timore che la scia di sangue possa non essersi interrotta. Le prime due, una 40enne e una ragazza di circa 25 anni — la loro identità non è stata confermata ufficialmente —, sono state trovate senza vita alle 10.50 di ieri in un appartamento al primo piano di un palazzo di via Augusto Riboty, di fronte al palazzo di giustizia. A dare l’allarme il portiere dello stabile, Davide G., interrogato per ore negli uffici della Squadra mobile insieme con molte altre persone: alla polizia il custode avrebbe riferito di aver scoperto il cadavere della più grande riverso sul pianerottolo del primo piano.

Dietro il corpo, la porta dell’appartamento chiusa e sangue copioso sul pavimento. Una volta nell’abitazione, gli agenti hanno poi rinvenuto senza vita la più giovane, seminuda, a sua volta accoltellata dopo aver opposto una disperata resistenza. La prima, forse la maitresse, potrebbe essersi trascinata fino ad aprire la porta per chiedere aiuto. Secondo più di un inquilino, che in una riunione di condominio avevano protestato per il viavai di clienti, alle 10.30 il corpo della 40enne non c’era per le scale: si ipotizza che il killer abbia colpito in un breve lasso di tempo allontanandosi con i vestiti e le scarpe sporchi di sangue. Ma nessuno lo ha visto, né ha sentito nulla.

Il sospetto è che non abbia lasciato subito l’edificio, dove fino a sera gli investigatori della Mobile hanno sentito anche chi lavora nei numerosi uffici. Proprio mentre la Scientifica era impegnata nei rilievi, anche nell’androne dello stabile e sulla tastiera dei citofoni, forse usata dal killer per farsi aprire dalle cinesi, al 112 è giunta la segnalazione del ritrovamento del corpo di Marta Castaño Torres, 65 anni, escort colombiana, nella camera da letto di un’abitazione in un interrato in via Durazzo, fra la Rai in via Teulada e La7 in via Novaro, alle pendici di Monte Mario.

A chiamare la polizia la sorella trans della vittima, che si presenta come Francesca Neri di Caracas. Anche la 65enne è stata uccisa a coltellate, numerosi fendenti al torace. Saranno ora le autopsie, in programma forse già oggi al Policlinico Gemelli, a stabilire la cronologia dei decessi per capire se il killer abbia agito prima in via Durazzo nel corso della nottata e poi si sia trasferito in via Riboty.

Per identificarlo al più presto, in una frenetica corsa contro il tempo, perché c’è il rischio che colpisca ancora, gli investigatori della Questura avrebbero acquisito i filmati di alcune telecamere di vigilanza della zona e anche i tabulati telefonici delle utenze delle vittime nella convinzione che l’assassino possa averle contattate prima di recarsi da loro. Ci sarebbe un impianto di ripresa video anche nell’alcova delle cinesi e forse in quella della 65enne. Entrambe le case erano pubblicizzate su Internet, come altre in quella parte di Prati.

Una zona tranquilla, come hanno riferito i residenti, che tuttavia già in passato è stata al centro di indagini sul favoreggiamento e lo sfruttamento della prostituzione, con la chiusura di falsi centri massaggi e anche la scoperta di appartamenti trasformati in alcove a pagamento. Uno scenario inquietante che ha spinto il sindaco Roberto Gualtieri a telefonare ieri pomeriggio al prefetto Bruno Frattasi per chiedere di essere aggiornato al più presto sugli sviluppi della vicenda. 

Donne uccise a Prati, un testimone: «Due notti fa ho sentito grida da quell’appartamento». Rinaldo Frignani su Il Corriere della Sera il 18 Novembre 2022 

Il giallo dell’orario dell’omicidio delle tre prostitute vicino piazzale Clodio. «Marta aspettava un cliente», conferma un’amica della colombiana assassinata in via Durazzo. Nessuno nei due palazzi ha udito rumori sospetti

«Due notti fa ho sentito un grido di donna, probabilmente straniera, nel cortile interno del palazzo: proveniva da uno degli appartamenti al primo piano che si affacciano verso la mia abitazione. Mi ha fatto impressione perché sembrava davvero che quella poveretta fosse molto spaventata». Marco Proietti abita nello stesso complesso dello stabile di via Augusto Riboty dove ieri mattina sono state uccise due prostitute cinesi.

È sconvolto per quanto accaduto alle sue vicine di casa, anche se la portiera del palazzo conferma che «qui spesso vengo rimproverata da uomini ai quali chiedo dove siano diretti: ci sono tante case per appuntamenti». «Sono sicura che il corpo di quella povera donna non si trovasse sul pianerottolo fra le 10 e le 10.30. Ogni tanto incontravo la 40enne, mi è sembrata sempre molto riservata. È vero che c’erano persone che andavano a casa sua, ma non ho mai avuto la sensazione di un viavai», racconta la segretaria di uno studio legale nel palazzo di via Riboty. La questione degli orari potrebbe essere decisiva nelle indagini. Il fatto che non ci fosse il corpo sul pianerottolo se non alle 11 circa viene confermato anche da un giornalista che ha fatto le scale fino alla sua abitazione al 9° piano per farsi consegnare una cucina.

Anche il custode Davide G. avrebbe riferito di non aver trovato nulla fino al momento in cui ha dato l’allarme, alle 10.49, anche perché aveva pulito le scale poco prima. Un vero mistero, così come la mancanza di grida e rumori sospetti, frequenti in casi di aggressioni a coltellate, tanto più a metà mattinata in un palazzo affollato, confermata dagli avvocati di uno studio legale che confina con la casa per appuntamenti al primo piano. «A quell’ora stavamo prendendo il caffè, non ci siamo accorti di nulla», raccontano. Così come dicono in via Durazzo. «Marta doveva incontrare un cliente», conferma una sua amica. Nella stessa abitazione anni fa morì un uomo.

Andrea Ossino,Romina Marceca per “la Repubblica” il 18 novembre 2022. 

«È un incubo, non ci posso credere. Sembra un thriller», scuote la testa un'avvocata con la borsa di pelle mentre attraversa piazzale Clodio per entrare in tribunale. Sono le 14 e a Roma ci sono stati già tre femminicidi a Prati, in due palazzi che distano tra loro 850 metri. Sulla capitale irrompe l'ombra del serial killer delle escort. In una mattina sono state sgozzate, tutte e tre trovate nude, due sul letto. Una ha cercato di fuggire ma è morta sul pianerottolo. 

Nel lusso dei condomini con studi di avvocati e notai cala il velo del terrore.

L'assassino ha firmato i delitti. Ha conficcato il coltello nella gola delle vittime per poi portarlo via con sé. Per chi indaga da anni sugli omicidi vuol dire solo una cosa: quelle donne dovevano essere zittite. Tre bocche chiuse da parte di chi? E perché? Cosa c'è dietro i tre omicidi? Si conoscevano le tre donne? 

Il delitto in via Riboty La prima telefonata alla questura arriva alle 11 dal portiere Davide di via Augusto Riboty 28, di fronte al Palazzo di giustizia. «C'è il cadavere di una donna sul pianerottolo, al primo piano. C'è sangue ovunque» sono le sue parole tremanti. A terra una donna cinese, ha 45 anni ma gli investigatori non forniscono il suo nome. Dentro l'appartamento la polizia, dopo avere scardinato l'ingresso, scopre un altro cadavere. Un'altra donna cinese, anche lei nuda e sgozzata, non è stata identificata. 

Le indagini sul duplice omicidio partono con le testimonianze del condominio di nove piani. Il supertestimone è un avvocato: «Le due donne sono state uccise sicuramente tra le 10,30 e le 11. Lo so per certo perché sto traslocando e mi hanno portato la cucina. Ho salito le scale a piedi fino al nono piano, a quell'ora era tutto tranquillo». L'assassino è anche passato dalla portineria, avrà di certo incrociato il portiere Davide, che è stato sentito per tutto il giorno in questura. E a sera ripete sempre la stessa frase: «C'era tanto sangue».

Una ragazza in strada, dietro i nastri rossi e bianchi della polizia racconta: «Si sapeva che c'era una casa di appuntamenti da almeno tre anni, c'era stata anche una riunione di condominio perché il viavai era diventato fastidioso. Qualcuno sbagliava e la notte citofonava agli altri appartamenti». Una donna che lavora nel palazzo confida: «Un giorno arrivai col motorino e una delle due donne, sempre molto discrete, mi disse che avrei potuto lasciarlo davanti all'ingresso, così da poterlo controllare grazie a una telecamera da loro nascosta dietro a un vaso. Credo l'avessero posizionata per controllare gli ingressi».

Se l'informazione si rivelerà fondata, gli investigatori potrebbero risalire all'identità dell'assassino che le vittime hanno fatto entrare in casa. Le immagini delle telecamere e i cellulari delle donne sono sotto esame. «Venivano qui solo clienti con appuntamento», riferisce un anziano. Un altro elemento che potrebbe portare al killer. 

Le coltellate in via Durazzo Cosa avevano in comune Marta Castano, 65 anni, colombiana, e le due cinesi? Di certo, il mestiere. Tutte e tre ricevevano su appuntamento. E, anche lei, ieri, «aspettava un cliente», dice un vicino al bar di via Durazzo 38. La sorella, una trans, è ritornata a casa alle 12,40, in un sottoscala, e ha trovato Marta nuda, accoltellata e un fendente era stato sferrato alla gola.

«Marta si prostituiva per campare sua figlia che ha 18 anni», ha gli occhi lucidi un'altra inquilina. C'erano tanti piccoli segnali che qualcosa non andava, secondo i residenti. «C'era un giro di affitti strani, messaggi vicino al lampione, il citofono danneggiato», spiega un condomino. Anche il telefono della terza vittima è stato sequestrato e chi entra e esce dal palazzo viene identificato. 

C'è un'aria di tensione fino a sera nella Prati che corre veloce attorno al tribunale. I poliziotti della Scientifica eseguono gli stessi rilievi nelle due vie, prendono le impronte digitali sui citofoni. Nel sottoscala dove abitava Marta ci sono anche delle telecamere. Lì potrebbe comparire il volto dell'assassino. È una speranza, di fatto c'è un serial killer libero per le strade di Roma.

Daniele Autieri per “la Repubblica” il 18 novembre 2022.

La voce è dolce, addestrata a conquistare i clienti, ma quando apprende che tre escort sono state uccise a poche centinaia di metri dall'appartamento dove lavora, le parole le restano in gola. Il suo nome è Viviana, ha 35 anni, italiana, e il silenzio quello di una delle decine di prostitute che popolano Prati, il quartiere più amato da una certa borghesia romana, troppo chic per scegliere i Parioli, troppo poco radical per trasferirsi in centro. 

Nel quartiere degli studi legali a due passi dal tribunale, commercialisti e avvocati sono i clienti più numerosi delle escort nascoste dietro le bacheche digitali dei siti per incontri. «Ho paura - ammette Viviana - perché il nostro è un lavoro pericoloso e non sai mai chi fai entrare in casa. È per questo che quando cerco un appartamento chiedo sempre che abbiano una telecamera condominiale almeno all'ingresso. È un modo per sentirsi un po' al sicuro». 

Quel triplice omicidio e l'ombra del serial killer spaventano il mondo della prostituzione romana. «Sono terrorizzata - confessa Sofia - mi chiudo a chiave e non lavoro finché non lo prendono». Sofia è sudamericana e ha pubblicato il suo annuncio su "Escort advisor", uno dei siti che raccolgono l'offerta di centinaia di prostitute. «Questa zona è tranquilla - prosegue - ma è sempre meglio non lavorare la notte, perché di notte girano ubriachi, persone strane. Io ricevo sempre la mattina, la notte mai».

Nessuna lo dice, forse nessuna ci pensa veramente, ma la paura inconscia è che tra i bar di piazza Mazzini e i ristoranti per turisti di Borgo Pio possa aggirarsi un nuovo Maurizio Minghella, il serial killer delle prostitute condannato nel 2003 a 200 anni di carcere.

«Se vuoi una clientela selezionata - spiega Viviana - devi tenere i prezzi alti e imporre delle regole. È brutto dirlo ma certe ragazze cinesi per cento euro sono disposte a tutto, e questo rischia di attirare uomini violenti, magari ragazzini fatti di cocaina che vogliono sballarsi ».

L'impressione è che sotto la superficie patinata del quartiere borghese ci siano tanti mondi. Tra le escort cinesi l'ordine di scuderia è tenere la bocca chiusa. Raggiunte al telefono la risposta è in ciclostile: «Non so, non conosco, non voglio parlare».

È lo stesso silenzio di Viviana ma stavolta, oltre alla paura, si aggiunge l'omertà. Molte di loro sono giovanissime, al limite della maggiore età, e pur non ammettendolo c'è un puparo che tira i fili sulle loro teste e le obbliga a prostituirsi. All'ennesimo tentativo una ragazza cede. Ha la pelle chiara e tirata di una diciottenne e lavora in un centro massaggi. «Qui vengono per fare i massaggi e poi chiedono l'happy ending».

Per finire sorridendo il cliente paga solo 30 euro, 40 se la richiesta è speciale. E alla domanda se qualcuno è stato mai violento con lei, la ragazza solleva le spalle e tace. In questo caso le vittime sono tre donne, e il pensiero va alle tre trans trovate morte tra il 2019 e il 2021, l'ultima in un canale di scolo della Prenestina, un'altra nei pressi di viale Palmiro Togliatti, la prima coperta da un materasso sulle sponde del Tevere.

Il timore è di essere ripiombati nella Roma anni Ottanta, la piazza dove razzolavano i "malamente" della banda della Magliana, e invece a essere risucchiata dal vortice della paura è la capitale riemersa dal digiuno del Covid, la città presa d'assalto dalle orde dei turisti che hanno riscoperto il fascino dell'eternità. Con gli appartamenti prima sfitti e a buon mercato e ora sempre più cari. «In genere - racconta Viviana - affittiamo le case per un paio di mesi, poi ci spostiamo per evitare la curiosità dei condomini».

La vita costa, il piacere anche. Ma non per tutti allo stesso modo. Sul portale "Escort advisor" le case d'appuntamento compaiono sulla mappa di Roma con icone che riportano il simbolo dell'euro. Un solo euro per le più economiche, due euro per chi cerca una via di mezzo, tre euro per le esperienze più esclusive. Le foto sono tantissime e i messaggi si susseguono uno dopo l'altro. L'ultimo recita: «Sono una ragazza di 21 anni, molto dolce, molto deliziosa. Posso realizzare le tue fantasie. No curiosi. No sms». Ma a quei messaggi ora c'è il terrore di rispondere.

Il killer di Roma ripreso in un video, si cerca l’arma del delitto: forse uno stiletto. Rinaldo Frignani su Il Corriere della Sera il 19 Novembre 2022.

Corsa contro il tempo per identificare l’assassino delle tre prostitute attorno a piazzale Clodio. Avrebbe avuto rapporti sessuali con due di loro. L’intervento della maitresse cinese per salvare la sua «protetta». In Questura sotto torchio alcune persone 

«Identificarlo in fretta, prenderlo subito». Prima che, nell’ipotesi che si tratti davvero di un serial killer, possa colpire di nuovo. Negli ambienti romani della prostituzione l’allarme è elevato, come la paura che ci possano essere nuovi omicidi. Sempre che non ci siano già stati e debbano ancora essere scoperti. Gli specialisti dell’Uacv, l’Unità di analisi del crimine violento della polizia, potrebbero prendere presto parte alle indagini sull’uccisione delle tre prostitute accoltellate a morte nella giornata di giovedì scorso a Prati durante rapporti sessuali con un cliente. Con una lama appuntita, forse uno stiletto.

Si cerca fra recenti denunce e segnalazioni di aggressioni in case d’appuntamenti e finti centri massaggi, tra omicidi irrisolti, come anche tra i profili di persone già accusate di questi reati. Fino a ieri notte alcune persone sono state sentite in Questura: non solo italiane, anche cinesi, connazionali delle due prostitute uccise nella casa d’appuntamenti in via Augusto Riboty, insieme con i proprietari dell’appartamento, affittato tramite un’agenzia. Convocati anche quelli della casa di via Durazzo dove è stata uccisa la escort Marta Castaño Torres, pugnalata prima delle altre due: avrebbero affittato in nero gli immobili alle vittime. Compreso quello nel quartiere Centocelle dove la colombiana era stata fino a metà ottobre. Perché il trasferimento? Fuggiva da qualcuno?

Sono centinaia i reperti raccolti dalla Squadra mobile. Oggi al Policlinico Gemelli le autopsie potrebbero indicare l’orario dei tre omicidi. Punto fondamentale per confutare eventuali alibi. Ma i passi avanti non mancano: il killer delle prostitute potrebbe aver lasciato il suo Dna sulle scene dei delitti e sarebbe stato anche ripreso dalle numerose telecamere di sicurezza a piazzale Clodio. Avrebbe un volto, manca ancora il nome, ma quelle immagini potrebbero risultare fondamentali per arrivare alla sua identificazione. Anche genetica. Si sa che alcuni condomini sono usciti dal palazzo alle 10.30 e non hanno notato nulla: venti minuti dopo il cadavere di una delle due cinesi è stato trovato.

L’assassino l’aveva già fatta franca in via Durazzo: in entrambi i casi nessuno si è accorto della sua presenza e dopo l’ultimo duplice omicidio potrebbe essersi allontanato, con gli abiti intrisi di sangue, passando dal cortile interno, scavalcando muri e recinzioni, lasciandosi alle spalle il corpo della maitresse di 45 anni, finita con una coltellata a un fianco sul pianerottolo del primo piano dove era corsa per cercare aiuto dopo aver tentato di salvare la sua «protetta». «Attenti, è sporco», avverte il dirimpettaio delle vittime, chinandosi per pulire la macchia rossa con un fazzoletto prima di chiudere la porta.

Sul triplice omicidio di due giorni fa la procura ha aperto due fascicoli distinti, solo una procedura tecnica in quanto gli eventi sono stati segnalati in momenti separati, ma per chi indaga la mano assassina continua a essere unica. Si analizzano i tabulati delle utenze telefoniche delle vittime, insieme con le prenotazioni e le chat su alcuni siti di incontri hot, come moscarossa.biz e altri, per ricostruire l’agenda di appuntamenti della colombiana e delle due cinesi, anche se è possibile che il killer fosse un cliente abituale delle due case d’appuntamenti e si sia presentato senza aver preso accordi.

Fulvio Fiano per corriere.it il 19 novembre 2022.

Si chiama Giandavide De Pau è romano e ha 51 anni l’uomo in stato di fermo per l’omicidio delle tre prostituite giovedì a Prati. Ha precedenti per droga, armi, violenza sessuale, lesioni, ricettazione, violazione di domicilio e due ricoveri psichiatrici, ma il suo non è un curriculum banale per un altro motivo, tanto che in queste ore viene incrociato con i dati investigativi che sono emersi per trovare una spiegazione al suo gesto. 

De Pau è un nome noto all’interno del clan di Michele «Senese o’pazz» (soprannome che gli deriva dai falsi certificati di infermità mentale con i quali era evaso anni fa) , il boss di camorra arrivato a Roma come emissario della potente famiglia Moccia oltre 20 anni fa e diventato nel tempo una delle figure più ascoltate e decisive nelle dinamiche criminali della capitale.

L’ascesa di Fabrizio Piscitelli «Diabolik», stroncata dall’agguato in cui venne ucciso, è avvenuta cercando di imitarne i passi. Ndrangheta e clan locali, dagli Spada ai Casamonica hanno sempre avuto affari con lui. In questo scenario, De Pau è storicamente stato uno dei più fidati collaboratori di Senese (che sta scontando una condanna all’ergastolo), tanto da arrivare ad essere l’autista personale e factotum del boss e coinvolto in prima persona nel narcotraffico, smistando partite di stupefacenti nell’intero quadrante sud-est di Roma, territorio del clan, dal Tiburtino a San Basilio fino a Tivoli. 

Gli agenti della mobile e dello Sco della polizia lo hanno rintracciato a Primavalle a casa dei familiari dove si era rifugiato. Il triplice omicidio non sarebbe legato a questioni di malavita ma da ricondurre più a una iniziativa personale forse sotto l’effetto di droghe. L’uomo era ancora in stato confusionale.

Nel 2008 e nel 2011 è stato ricoverato presso l’ospedale psichiatrico di Montelupo Fiorentino e anche su questo sono in corso verifiche, dato il precedente di Senese e quanto emerso recentemente sul traffico di falsi certificati tra i capi della mala capitolina. In ogni caso è difficile immaginare che il clan commissioni tre omicidi in centro a Roma per questioni di racket della prostituzione o per accordi non rispettati e da questo punto di vista, anzi, i delitti sarebbero stati «condannati» anche negli ambienti criminali per l’attenzione delle forze dell’ordine che inevitabilmente hanno richiamato. 

A De Pau si è risaliti anche incrociando le immagini delle tante videocamere di sicurezza con la banca dati video in possesso delle forze dell’ordine. Il 50enne compare infatti anche in uno dei video più significativi realizzati dai carabinieri del nucleo investigativo nell’indagine Mondo di Mezzo.

Un documento rilevante in cui si vedono Massimo Carminati e Michele Senese discutere tra loro. È il 30 aprile 2013 al bar tavola calda La piazzetta, dietro Corso Francia a Roma. Senese arriva sul posto accompagnato da Giandavide De Pau, che gli fa da guardaspalle, presumibilmente armato. Ancora De Pau incontra Carminati presso il famigerato distributore di Corso Francia, dove il cecato aveva il suo quartier generale. Arriva in Vespa e per un’ora resta a colloquio con lui e successivamente con il suo guardaspalle Matteo Calvio in attesa del ritorno dell’ex Nar.

Di nuovo viene fotografato con lui al Bar Malù e poi alla tavola calda La Piazzetta nei giorni successivi all’arresto di Senese nel 2013. In una delle ordinanze a carico del clan Senese emerge un altro episodio, il tentato omicidio di due ragazzi di Acilia, responsabili di non aver saldato il pagamento di 11mila euro derivanti dall’acquisto di stupefacente ricevuto da De Pau.

Il 50enne, inoltre, avrebbe commissionato in prima persona la punizione di un soggetto che era debitore nei suoi confronti di 2.700 euro, debito probabilmente contratto a seguito dell’acquisto di narcotico. La notte del 25 novembre 2015, nel quartiere Primavalle, il debitore veniva colpito alla parte inferiore del corpo, da quattro colpi d’arma da fuoco, esplosi da tre malviventi inviati dal De Pau. Le indagini dei carabinieri di via In Selci hanno fatto emergere le attività criminali di un altro soggetto consorziato al Cartello Senese, Maurizio Monterisi. L’uomo dirigeva e organizzava un’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti nel quartiere di Tor Bella Monaca.

Le tre donne assassinate a Roma, fermato l’ex autista del boss Michele Senese: «Ricordo solo il sangue».  Fulvio Fiano e Rinaldo Frignani su Il Corriere della Sera il 19 Novembre 2022.

Era tornato a dormire dalla madre. «Avevo consumato droga»

«Dobbiamo prenderlo nelle prime 48 ore», rimarcava il procuratore Francesco LoVoi all’indomani dei delitti. E, ieri all’alba, il killer delle tre prostitute uccise giovedì a Prati è stato fermato dagli agenti della squadra mobile e dello Sco nel quartiere di Ottavia. Si chiama Giandavide De Pau, ha 51 anni, romano, una lunga serie di precedenti penali, anche per stupro. Ma soprattutto è stato a lungo il factotum del boss Michele Senese, il camorrista di maggior rango nella Capitale.

«Ho visto l’uomo nero»

I poliziotti lo hanno sorpreso mentre dormiva a casa della madre, dove si era rifugiato dopo ore di fuga confusa da lui stesso ripercorsa nell’interrogatorio in questura: «Ricordo di essere stato nella casa di via Riboty con delle ragazze cinesi. Al risveglio ho visto un uomo nero e molto sangue, ho tamponato la ferita alla gola di una di loro, ma poi ho un blackout, non ricordo più nulla. Non ricordo di essere stato in via Durazzo. Ho vagato per due giorni senza mangiare né dormire. Poi sono andato da mia madre, avevo i vestiti ancora sporchi di sangue, ero stravolto e mi sono messo a dormire per due ore sul divano. Alle 6 di mattina sono arrivati i poliziotti che mi hanno bloccato». È l’epilogo di due giorni di ricerche frenetiche nel timore che potesse colpire ancora, fino all’annuncio che ha anticipato la notizia del fermo, fatto dal questore Mario Della Cioppa: «Ben consapevole delle aspettative della cittadinanza, posso affermare che la collettività possa tornare a essere più tranquilla». Il 51enne è accusato di triplice omicidio volontario aggravato, anche se nega di aver incontrato la colombiana Marta Castano Torres, uccisa un paio di ore prima delle due cinesi a meno di 900 metri da lì.

La fuga

I suoi passi sono stati ricostruiti dagli investigatori incrociando alcune testimonianze decisive e le immagini delle tante videocamere di sicurezza che l’hanno inquadrato su entrambe le scene del delitto e lungo il percorso che le separa. Mercoledì sera De Pau dorme a casa di una prostituta cubana in via Milazzo, zona stazione Termini. Quest’ultima è amica di Castano Torres e le organizza un incontro con De Pau che si reca da lei di buon mattino. Sono da poco passate le 8 quando la uccide. Poi contatta le cinesi in via Riboty, che ancora oggi sono senza nome. Ne aggredisce una, colpisce l’altra intervenuta in sua difesa e fugge. Torna in via Milazzo, chiama la sorella e le dice che arriverà la donna cubana a prendere per lui dei soldi e dei vestiti puliti. La sorella respinge la visita della donna, si insospettisce e chiama i carabinieri della caserma Monte Mario, i quali girano la segnalazione alla polizia. Gli agenti portano per primo in questura il fratello della cubana fino all’arrivo di lei che racconta tutto. Nel frattempo ha chiesto al 51enne di andarsene da casa sua. Nelle ore successive De Pau vaga senza meta, allontanato anche da chi gli è stato complice nell’ambiente criminale. Tutti sono ben consapevoli che la sua fuga non può durare e che da un eventuale aiuto a nascondersi avrebbero solo guai. Una conferma, se mai servisse, che i tre delitti non hanno collegamenti con il suo passato malavitoso ma sono il frutto di una azione personale. De Pau si rifugia infine dalla madre, dove viene bloccato nelle stesse ore in cui gli agenti della scientifica fanno irruzione in via Milazzo in cerca di ulteriori prove, dopo le impronte e le tracce di dna isolate nelle case delle tre vittime. Parcheggiata lì davanti c’è anche una Toyota Yaris a noleggio con evidenti macchie di sangue.

La perizia

Nell’interrogatorio davanti al procuratore aggiunto Michele Prestipino e al pm Antonella Pandolfi, l’uomo rimane oltre sette ore, confermando come detto di essere stato a casa delle cinesi ma negando di aver incontrato la colombiana. Una incongruenza che secondo gli inquirenti, forti di solide prove scientifiche, si spiegherebbe col suo stato di alterazione in quelle ore: «Ricordo che una donna cubana è arrivata a casa mia e abbiamo consumato della droga, poi il giorno dopo ho preso un appuntamento a via Riboty. Di quegli istanti ricordo solo tanto sangue», le sue frasi. De Pau avrebbe agito sotto effetto di stupefacenti e mosso forse da turbe personali che saranno oggetto di perizia anche alla luce di quanto affermato nell’interrogatorio. Nel suo passato ci sono anche due ricoveri in cliniche psichiatriche, oggetto di verifiche in queste ore anche alla luce del falso certificato che consentì proprio a Senese di lasciare il carcere per una casa di cura dalla quale evase, guadagnandosi l’appellattivo di ‘O Pazz. Sarà quindi difficile ricostruire il vero movente della mattanza, mentre manca ancora l’arma del delitto della quale il killer si è verosimilmente liberato durante la fuga.

R.Fr. per il “Corriere della Sera” il 20 Novembre 2022.  

«Credo che mio fratello abbia fatto qualcosa di grave. Dovete rintracciarlo subito, potrebbe essere pericoloso». Il presentimento della sorella di Giandavide De Pau si è materializzato solo poche ore dopo la sua telefonata, nella giornata di venerdì scorso, ai carabinieri della stazione Monte Mario. Un racconto che gli investigatori dell'Arma hanno raccolto con attenzione, dopo che la donna si è rivolta a loro nel timore che proprio il fratello potesse essere il killer delle tre prostitute di Prati, ricercato in tutta Roma e non solo.

 «Avevo sentito la notizia degli omicidi al telegiornale. ho avuto paura che fosse proprio lui, quando è arrivato a casa era sporco di sangue e sconvolto», avrebbe ammesso ancora la donna, che vive con la madre alla borgata Ottavia, non lontano da Torrevecchia, dove De Pau risulta tuttora residente. Non si era sbagliata. I carabinieri hanno trasmesso subito tutto quello che avevano acquisito ai colleghi della polizia, che a loro volta hanno subito sviluppato quelle informazioni fondamentali, per bloccare il 51enne. 

A completare il quadro anche un altro personaggio: la prostituta cubana, amica del ricercato, e di Martha Torres, una delle vittime, che avrebbe contattato anche lei la sorella del 51enne, su sua indicazione, per farsi consegnare soldi e vestiti puliti, ma una volta arrivata a Ottavia è stata mandata via dalla donna che si era già rivolta ai militari dell'Arma. Aspetti al vaglio per capire se De Pau possa aver contato su qualche appoggio.

Soprattutto nel labirinto di b&b, affittacamere e appartamenti in via Milazzo 3, dove nella notte di venerdì carabinieri e polizia sono intervenuti per esaminare un'auto sospetta, una Toyota Yaris metallizzata, parcheggiata proprio accanto all'ingresso del palazzo. De Pau avrebbe cercato di rifugiarsi lì, ma ci sarebbe rimasto solo qualche ora. 

«Alle 4 passate sono arrivati i carabinieri per esaminare un'auto in sosta sulle strisce blu, hanno cominciato a guardare dentro l'abitacolo con una torcia», ricorda una barista della zona, Annarita F.: «Questo è un quartiere peggiorato e di molto negli ultimi anni, soprattutto nel periodo di pandemia, dove c'è stato un aumento di spaccio e prostituzione. Siamo molto preoccupati, all'alba ci chiudiamo dentro», dice ancora la barista, che nella notte, poco dopo essere giunta al lavoro, ha assistito «all'intervento delle forze dell'ordine, che hanno chiuso la strada per esaminare la Yaris». 

A conferma di ciò anche la testimonianza di alcuni titolari di pensioni, sempre nello stesso complesso in via Milazzo. «Mi hanno mostrato foto di una giovane che stavano cercando, gli ho detto che non la conoscevo», ricorda uno di loro.

Killer di Roma, il volto sui siti hard e il mistero dell’affitto delle due cinesi. Storia di Fulvio Fiano, Rinaldo Frignani su Il Corriere della Sera il 20 Novembre 2022.

La macabra conta dei fendenti che hanno ucciso le prostitute cinesi, ma anche la rilevazione dettagliata delle loro impronte digitali, oltre al prelievo del dna, per capire una volta per tutte chi siano due delle tre vittime di Giandavide De Pau. Accertamenti che saranno svolti nelle autopsie di domani, anche se la Squadra mobile è comunque già a un passo dall’ identificazione delle due donne pugnalate a morte in via Augusto Riboty. A quattro giorni dalla mattanza di Prati, con chi indaga che è rimasto sempre prudente, considerando un azzardo basarsi solo sulle foto pubblicate su siti e chat a luci rosse, conoscere le generalità e la storia della maîtresse del primo piano e della sua «protetta» più giovane potrebbe essere questione di ore. Una 45enne e una 25enne, che vivevano insieme proprio nell’appartamento con le finestre che si affacciano su un cortile interno, intestato a una romana ma affittato tramite un’agenzia. Non alla più grande delle due donne, ma a un’altra persona, forse anche lei cinese, e non si capisce ancora se con un regolare contratto oppure no.

Delitti di Prati: De Pau, le tre vittime e il mistero dell’arma. Cosa sappiamo

Fino a oggi tuttavia sono rimaste praticamente invisibili, sia per chi viveva accanto a loro, sia perché nessuno si è presentato a riconoscerle. Niente parenti, nessun amico. L’esame delle impronte avrebbe già dato qualche risposta che sarà ora integrata dall’esame autoptico. La maîtresse risiedeva da una decina d’anni in quel palazzo, era stata lei stessa una prostituta già identificata dalle forze dell’ordine nel corso dei loro controlli. Alcuni commercianti la ricordano mentre rientrava a casa con la spesa, qualcuno perché frequentava vicino un centro estetico. Pagava in contanti, a volte con la carta di credito. Gli investigatori hanno acquisito i telefonini trovati in casa, sia il suo sia quello della ragazza: apparecchi usati anche per gestire gli incontri con i clienti.

C’è riserbo su quello che potrebbe accadere nei prossimi giorni anche perché dal triplice omicidio potrebbero ora scattare nuove tranche d’indagine, proprio sullo sfruttamento e il favoreggiamento della prostituzione, come anche sull’immigrazione clandestina e lo spaccio di droga. E per questo nei giorni scorsi sono stati interrogati numerosi cinesi e sudamericani. Diversa, anche se non di molto però, la storia della ragazza che viveva con la maîtresse: avrebbe cominciato a frequentare quel posto da meno tempo, forse qualche mese e non si esclude stesse per lasciare il posto a una coetanea, seguendo la regola — di mercato e di sicurezza, per non finire nei guai con la giustizia — delle organizzazioni che gestiscono questo genere di attività, case di appuntamenti e finti centri massaggi. Solo pochi giorni prima del triplice delitto, ad esempio, è stata pubblicizzata su internet l’apertura di un locale analogo nel palazzo accanto, a conferma che il settore degli incontri hot attorno a piazzale Clodio è piuttosto attivo.

Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera” il 20 Novembre 2022.  

Una sera di quasi dieci anni fa, a giugno 2013, l'allora quarantaduenne Giandavide De Pau detto «Davide il biondo» si presentò - forte della sua lunga fedina penale - in una villa di Montecompatri, alle porte di Roma, dove si festeggiava il primo compleanno del figlio del padrone di casa, inquisito per traffico di droga. Il montenegrino Nikola Todorovic, futuro collaboratore di giustizia, lo vide arrivare insieme «a un signore tutto allegro, e la gente correva a salutarlo, abbracciarlo».

Todorovic chiese chi fosse e il padrone di casa gli rispose: «È zio Michele, amico mio intimo, lui comanda tutta Roma». Allora il futuro pentito si fece vedere da De Pau, che lo chiamò, lo abbracciò e lo presentò a «zio Michele», al secolo Michele Senese, il camorrista trapiantato a Roma negli anni Settanta diventato uno dei boss del crimine capitolino. 

Quando Todorovic chiese altre notizie sullo «zio» , il padrone di casa gli spiegò: «Io sono suo amico intimo,però con lui mi incontro tramite Davide e parlo a voce». Perché «Davide il biondo», di Senese, era «autista e factotum». Lo scrissero i carabinieri dopo averlo visto e filmato due mesi prima, il 30 aprile 2013, durante l'indagine chiamata «Mondo di mezzo» mentre s' incontrava - sempre al fianco di «zio Michele» - con Massimo Carminati, altro protagonista di cronache e romanzi criminali che nel gennaio precedente aveva salutato la scarcerazione di Senese: «So' contento che è uscito Michelino!». 

Anche quell'appuntamento di fine aprile, sfociato in un'animata discussione, era stato organizzato attraverso De Pau che a fine giugno, quando «zio Michele» fu riarrestato, fu visto più volte alla stazione di benzina che Carminati utilizzava come «ufficio». 

Come Senese detto «Michele 'o pazzo» per via delle perizie compiacenti che gli permettevano di andare in manicomio anziché in carcere, De Pau è stato ospite dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo fiorentino. L'elenco dei suoi precedenti penali va dal traffico di stupefacenti, alla detenzione di armi, lesioni personali, violenza sessuale, violazione di domicilio e ricettazione.

Nel 2006 fu arrestato per il tentato stupro di una ventiduenne brasiliana in un appartamento ai Parioli dove era entrato fingendosi l'idraulico che doveva riparare la caldaia. E ieri in questura un poliziotto ricordava di quando sarebbe stato sorpreso a sparare con una carabina caricata a piombini contro alcune prostitute nel quartiere di Primavalle. Episodi che potrebbero aiutare a spiegare l'ultima terribile accusa di cui «il biondo» dovrà rispondere. Insieme alle crepe nella sua mente.

Tuttavia nel fascicolo del processo in cui è imputato per droga, estorsione, lesioni, tentato omicidio e reati connessi c'è molto altro, che non ha a che fare con la follia. Ci sono le intercettazioni che evocano le cene con Senese e alcuni suoi gregari, in costosi ristoranti tra cui uno in pieno centro frequentato indifferentemente da politici, professionisti e malviventi. E che dimostrano come De Pau fosse a conoscenza delle indagini a suo carico, senza che ciò lo frenasse nell'accanimento e nella carriera criminale. 

In una conversazione registrata dalla micropsia che aveva in macchina, il 4 marzo 2014 minacciava ritorsioni verso i debitori: «Poi scateno addosso l'inferno, perché poi vi faccio vedere... i morti li ho fatti solo io...non me frega un c... Me se cambia la testa, capito?... Dopo divento freddo, non mi altero più... Dopo prendo e faccio in modo che la gente muoia, perché muoiono... muoiono di crepacuore, de coso e... devono morì, devono pagare». 

In un'altra intercettazione, un mese prima raccontava: «Una volta stavo intrippato, so' andato co' la pistola sotto da lui, "oh...dammi la robba ...dammi la robba " [ride]... Si stava a mettere a piangere...». Qualche mese più tardi i carabinieri lo sentirono dire, sempre a bordo della sua auto: «Metto una mano in tasca... mi sono trovato un ferro», cioè una pistola nel gergo malavitoso, «con il colpo in canna, non riesco neanche a levagli il colpo».  

Temendo che si stesse preparando per andare a sparare a qualcuno organizzarono in fretta e furia un normale controllo su strada; fermarono De Pau che aveva la mano sinistra sanguinante e, sotto il sedile, una calibro 7,65 con matricola abrasa e quattro cartucce. Lui provò a spiegare la ferita dicendo di aver subito un'improbabile rapina, ma in casa c'erano chiare tracce dell'incidente del quale, evidentemente, parlava nella conversazione registrata: s' era ferito da sé mentre tentava di estrarre i colpi dall'arma.

Quel giorno fu arrestato, poi uscì ed è tornato di nuovo in carcere a dicembre 2020, nell'operazione contro il clan Senese chiamata «Alba Tulipano»: una retata di 60 persone (che sarebbero state 61 se Fabrizio «Diabolik» Piscitelli non fosse stato assassinato l'anno precedente) sfociata nel processo attualmente in corso. 

 Il tentato omicidio di cui De Pau - tornato libero in primavera - è accusato di essere il mandante risale al 2013, ed è stato raccontato dal «pentito» Todorivic al quale era stato ordinato di uccidere due presunti debitori di 11.000 euro con una promessa: «Guadagnerai bene e zio Michele ti sarà grato». Quella spedizione punitiva (a differenza di altre) fallì , ma gli inquirenti considerano le dichiarazioni del montenegrino riscontrate dalle intercettazioni in cui si sente «Davide il biondo» armeggiare con la pistola da utilizzare nell'attentato.  

E inveire contro una delle due vittime designate, da lui stesso foraggiata mentre si trovava in galera: «Sono stato pure a mandargli i soldi... Quando ho saputo l'infame che sei, i soldi tua preferisco darli a una zoccola... Manco 500 euro al mese , mortacci tua!».

Fulvio Fiano,e Rinaldo Frignani per il “Corriere della Sera” il 22 novembre 2022.

Giandavide De Pau ha ucciso la colombiana Martha Castaño Torres quando la polizia era già sul luogo dell'omicidio delle due prostitute cinesi, a poche centinaia di metri da lì, e solo per un soffio è sfuggito alla cattura immediata. I nuovi riscontri sul triplice omicidio nel quartiere Prati della Capitale rovesciano la successione dei delitti e complicano la posizione della donna cubana con cui l'assassino ha passato la notte precedente e le ore successive alla mattanza. J.R. ha 25 anni, e in cambio di 600 euro avrebbe coperto, non è ancora chiaro quanto intenzionalmente, la fuga dell'uomo.

La fuga in taxi Nel decreto di fermo e nella richiesta di convalida inoltrata ieri al gip, la procura riscrive la storia degli eventi come erano emersi finora. Le prime ad essere uccise, un quarto d'ora prima delle 11 di giovedì mattina, sono le due donne in via Riboty.

La loro identificazione è ormai quasi completata, mentre resta ancora da chiarire cosa sia scattato nella testa del 51enne ex autista del boss di camorra, Michele Senese. 

Ancora sporco di sangue, De Pau chiede alla cubana R. di metterlo in contatto con qualcuno che gli offra un riparo in zona. R. gli indica l'appartamento di Torres in via Durazzo 38, ma quando la 65enne si vede davanti quell'uomo si spaventa e prova a respingerlo. Il suo corpo viene ritrovato poco prima delle 13 sulla porta della sua camera da letto, dove forse provava a rifugiarsi dopo l'irruzione di De Pau. 

Fallito questo tentativo, il 51enne si dà allora alla fuga con la sua auto, mentre in lontananza si sente già l'eco delle sirene accorse in via Riboty. Anche questo tentativo ha però breve durata, perché De Pau, (che sulla scena dell'ultimo delitto ha lasciato il cellulare) abbandona l'auto in strada e chiama un taxi che lo riporta in via Milazzo, zona Termini, dalla donna cubana. 

Non è chiaro se abbia avuto un incidente o scelto l'auto pubblica per far perdere le proprie tracce. La vettura è stata trovata ieri in un deposito e perquisita in cerca dell'arma. Alla polizia locale non risulta però la sua rimozione e per questo si sospetta che qualcuno abbia aiutato l'assassino a farla sparire.

I complici Sembra emergere così il quadro di un uomo perfettamente in grado di gestire la sua, seppur breve, latitanza grazie alla freddezza e alla esperienza maturata in una vita da criminale di alto livello. Chi ne ha seguito l'interrogatorio parla di un soggetto sicuramente in stato di alterazione per gli effetti della cocaina, ma tutt' altro che incapace di rendersi conto di quanto commesso. 

Una riprova arriverà dall'interrogatorio di garanzia, mentre l'isituto di medicina legale del Gemelli ha cominciato a svolgere l'autopsia sulle tre donne. Insieme al possibile favoreggiamento da contestare alla 25enne cubana (che si era resa disponibile anche a prendere dei vestiti puliti a casa dell'assassino contattando sua sorella), la polizia indaga ora anche sui proprietari dei due appartamenti diventati case di appuntamento prima che scene dei crimini. Di pari passo, forti anche dei precedenti di De Pau per violenza sessuale e l'aggressione a un'altra prostituta, si scava anche nei vecchi casi di donne uccise o abusate per trovare eventuali punti di contatto con gli omicidi di giovedì.

Giandavide De Pau, il mistero della fuga in taxi. Dopo la strage è andato in un pub a Termini a bere una birra. Fulvio Fiano e Rinaldo Frignani su Il Corriere della Sera il 22 Novembre 2022

Ora dopo ora emerge la ricostruzione di quello che il killer delle prostitute a Prati ha fatto prima dell’arresto a casa della sorella. Indagini per capire chi ha portato la sua auto, coinvolta in un incidente stradale, in un deposito con il carro attrezzi

Poche ore dopo aver ucciso tre donne a Prati, Giandavide De Pau si sarebbe recato in un pub nella zona della stazione Termini per consumare qualcosa da bere. Forse una birra. Un altro aspetto da chiarire nella breve e singolare fuga del killer di piazzale Clodio, che avrebbe avuto gli abiti sporchi di sangue, anche se su questo punto gli investigatori della Squadra mobile rimangono piuttosto cauti. Primo perché non è detto che si sia sporcato dopo aver aggredito a pugnalate prima le due escort cinesi in via Augusto Riboty, con le quali aveva preso appuntamento, e quindi la colombiana Martha Castaño Torres in via Durazzo, secondo perché anche grazie all’aiuto dell’amica cubana, J.R., che sarebbe stata pagata 600 euro per coprirne la fuga fra giovedì e venerdì scorsi, potrebbe essersi cambiato.

Con il passare delle ore comunque emergono nuovi particolari su quello che De Pau ha fatto dopo gli omicidi. E soprattutto una cronologia invertita rispetto a quella fornita fino a oggi da chi indaga. Da via Durazzo sarebbe fuggito su una Toyota IQ a noleggio, ma è stato coinvolto in un incidente stradale mentre si allontanava a tutto gas per non essere individuato dalla polizia che, alle 12, si trovava già in via Riboty affollata di giornalisti sulla scena del duplice delitto delle cinesi. Agenti della Mobile sono stati visti correre verso l’abitazione della colombiana, dove la sorella aveva appena scoperto il cadavere sull’uscio.

Il 51enne ex autista e guardaspalle del boss Michele Senese non è stato preso per un soffio. Ma adesso bisogna capire chi ha chiamato il carro attrezzi per far sparire quell’auto, ritrovata ieri dalla polizia in un deposito. Ai vigili urbani non risultano per ora interventi per incidenti stradali in quella zona o vicino nell’ora degli omicidi, nè rimozioni forzate di veicoli di quel tipo. È possibile che, pur senza telefonino (lasciato a casa delle cinesi, sebbene non si possa escludere che De Pau ne avesse più di uno), il killer in fuga abbia ricevuto l’aiuto di qualcuno per far sparire quell’auto così compromettente?

Da quanto emerge dalla ricostruzione degli investigatori, poi, il 51enne ha proseguito in taxi (chiamato per telefono o al volo?) verso via Milazzo dove ad attenderlo c’era la cubana che ora rischia di essere indagata per favoreggiamento e con la quale avrebbe trascorso la notte successiva. Il conducente dell’auto bianca sarebbe stato rintracciato e sentito, per capire quale destinazione gli abbia richiesto De Pau e se durante il tragitto abbia fatto qualcosa di particolare oppure abbia parlato con lui o altri.

Nelle ore successive, quindi, il presunto killer si sarebbe trattenuto invece in zona Termini. Ma senza preoccuparsi troppo di essere notato, tanto che non sarebbe rimasto chiuso nell’appartamento usato dalla cubana per prostituirsi, ma avrebbe frequentato uno o più locali. Rimane un mistero cosa abbia fatto nella giornata di venerdì, prima di cercare un nascondiglio a casa della madre e della sorella alla borgata Ottavia, dove la polizia lo ha trovato e fermato all’alba di sabato. Con la seconda parente avrebbe parlato più volte al telefono, inviando proprio l’amica per cercare di prendere qualche soldo e un cambio di vestiti, senza ottenerli. Già nel pomeriggio di venerdì chi indaga, secondo le testimonianze raccolte sul posto, si sarebbe presentato in via Milazzo 3 per cercare la 25enne e quindi anche lui, senza trovarli: De Pau si era già spostato altrove perché si sentiva ormai braccato. Ma dove ha passato le ultime ore prima di finire in manette rimane ancora un mistero.

R.Fr. per il “Corriere della Sera” il 21 novembre 2022.

La macabra conta dei fendenti che hanno ucciso le prostitute cinesi, ma anche la rilevazione dettagliata delle loro impronte digitali, oltre al prelievo del dna, per capire una volta per tutte chi siano due delle tre vittime di Giandavide De Pau. 

Accertamenti che saranno svolti nelle autopsie di domani, anche se la Squadra mobile è comunque già a un passo dall'identificazione delle due donne pugnalate a morte in via Augusto Riboty. A quattro giorni dalla mattanza di Prati, con chi indaga che è rimasto sempre prudente, considerando un azzardo basarsi solo sulle foto pubblicate su siti e chat a luci rosse, conoscere le generalità e la storia della maîtresse del primo piano e della sua «protetta» più giovane potrebbe essere questione di ore.

Una 45enne e una 25enne, che vivevano insieme proprio nell'appartamento con le finestre che si affacciano su un cortile interno, intestato a una romana ma affittato tramite un'agenzia. Non alla più grande delle due donne, ma a un'altra persona, forse anche lei cinese, e non si capisce ancora se con un regolare contratto oppure no. Fino a oggi tuttavia sono rimaste praticamente invisibili, sia per chi viveva accanto a loro, sia perché nessuno si è presentato a riconoscerle. Niente parenti, nessun amico.

L'esame delle impronte avrebbe già dato qualche risposta che sarà ora integrata dall'esame autoptico. La maîtresse risiedeva da una decina d'anni in quel palazzo, era stata lei stessa una prostituta già identificata dalle forze dell'ordine nel corso dei loro controlli. Alcuni commercianti la ricordano mentre rientrava a casa con la spesa, qualcuno perché frequentava vicino un centro estetico. Pagava in contanti, a volte con la carta di credito. 

Gli investigatori hanno acquisito i telefonini trovati in casa, sia il suo sia quello della ragazza: apparecchi usati anche per gestire gli incontri con i clienti. C'è riserbo su quello che potrebbe accadere nei prossimi giorni anche perché dal triplice omicidio potrebbero ora scattare nuove tranche d'indagine, proprio sullo sfruttamento e il favoreggiamento della prostituzione, come anche sull'immigrazione clandestina e lo spaccio di droga. E per questo nei giorni scorsi sono stati interrogati numerosi cinesi e sudamericani.

Diversa, anche se non di molto però, la storia della ragazza che viveva con la maîtresse: avrebbe cominciato a frequentare quel posto da meno tempo, forse qualche mese e non si esclude stesse per lasciare il posto a una coetanea, seguendo la regola - di mercato e di sicurezza, per non finire nei guai con la giustizia - delle organizzazioni che gestiscono questo genere di attività, case di appuntamenti e finti centri massaggi. Solo pochi giorni prima del triplice delitto, ad esempio, è stata pubblicizzata su internet l'apertura di un locale analogo nel palazzo accanto, a conferma che il settore degli incontri hot attorno a piazzale Clodio è piuttosto attivo.

Luca Monaco per “la Repubblica - Edizione Roma” il 21 novembre 2022.

Non solo giovanissime, ma anche donne di mezza età, come la prima vittima di Giandavide De Pau, le 1.500 prostitute cinesi che esercitano a Roma. Non a caso. Appena atterrano in città i referenti delle organizzazioni della tratta delle schiave del sesso sottraggono loro i documenti e le affidano alle maîtresse che gestiscono i circa 80 centri massaggi e le 600 case d'appuntamento aperte in città.

A queste due tipologie di struttura che garantiscono l'offerta di sesso a pagamento per gli italiani, si aggiungono i circa 10 club privati, luoghi esclusivi, dedicati prevalentemente alla clientela cinese, di alto livello, e nei quali gli italiani possono entrare solo su invito. 

È un universo chiuso e sconosciuto quello della prostituzione cinese a Roma. Che è stato scandagliato negli ultimi due anni da Francesco Carchedi, sociologo della Sapienza. La ricerca " Recluse in casa" è partita studiando oltre 6mila annunci su 20 portali che pubblicano quotidianamente inserzioni per il sesso a pagamento in città. 

Le due vittime di De Pau come sono finite a vendersi nell'appartamento al primo piano di via Riboty? Perché dopo cinque giorni nessuno è andato a reclamare i loro corpi, all'obitorio del Gemelli? 

« Appena arrivano in Italia - spiega Carchedi - i referenti dei gruppi criminali tolgono loro i documenti proprio per non renderle riconoscibili in caso di eventuali problemi » .

Tutto è molto discreto, ma le case d'appuntamento e i centri massaggi hanno un funzionamento diverso.

« Nel primo caso - aggiunge Carchedi - sono le organizzazioni a gestire gli annunci online, specie per quelli con le foto, che sono spesso patinate e fake » . Per l'offerta di basso livello l'annuncio è solo testuale » . Alle chiamate non rispondono quasi mai le stesse ragazze, ma le maîtresse o le persone legate alle organizzazioni « che ricevono le telefonate, con un'utenza italiana, anche dall'estero». 

Sono schiave, « ma non vengono maltrattate quasi mai - aggiunge il sociologo - stipulano con la maîtresse un contratto scritto, preciso: in genere il 70 per cento del prezzo delle prestazioni resta alla ragazza, che non rimane mai nello stesso appartamento più di tre mesi».

La maîtresse premia chi ha il più alto gradimento da parte dei clienti, chi ne ha meno « non viene abbandonata in strada - dice Carchedi - ma spostata dall'organizzazione in un'altra città italiana, dove magari, con un pubblico diverso, può essere più richiesta » . Perché molte prostitute cinesi non sono più giovanissime? « Possono avere anche 50, 60 anni - aggiunge Carchedi - per la comunità cinese l'età della donna non è dirimente, spesso le donne separate o vedove scelgono di venire in Europa per garantirsi un futuro, visto che in Cina non avrebbero diritto alla pensione ». 

La maîtresse, il gancio tra le ragazze e l'organizzazione, ha sempre ragione: i casi di violenza sono limitati alle vittime che denunciano lo sfruttamento. La donna istruisce il comportamento delle escort che si vendono nei centri massaggi.

«Funzionano come tali, l'approccio con il cliente inizialmente è molto soft - ripete il sociologo - le ragazze per non destare sospetti tendono a offrire rapporti solo quando un cliente torna più volte » . Prima di essere spostate in un'altra struttura, in un altro appartamento fantasma all'altro capo della città.

(ANSA il 21 novembre 2022) E' stata ritrovata l'auto di Giandavide De Pau, l'uomo fermato per i tre omicidi di Prati a Roma. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti l'uomo giovedì mattina sarebbe arrivato con la Toyota IQ in via Riboty e poi dopo il duplice omicidio delle donne cinesi si sarebbe spostato, sempre in auto, in via Durazzo dove ha ucciso a coltellate Martha Castano, prostituta di 65 anni. Sul mezzo sono stati avviate verifiche sia per trovare l'arma utilizzata per i delitti, una lama tipo stiletto, sia eventuali tracce ematiche delle tre vittime. 

Analisi, inoltre, sono in corso sul cellulare dell'uomo che è stato trovato nell'appartamento di via Riboty e sugli indumenti che indossava al momento del fermo a casa della madre e della sorella nel quartiere Ottavia. Nei confronti dell'uomo i pm di Roma contestano l'omicidio plurimo aggravato ma non la premeditazione. Oggi intanto vertici a piazzale Clodio tra i magistrati titolari delle indagini e uomini della Squadra Mobile.

 (ANSA il 23 novembre 2022) - Due video fatti con il cellulare in cui De Pau ha ripreso le fasi dell'omicidio delle due donne cinesi avvenuto in via Riboty a Roma la mattina del 17 novembre scorso. Il raccapricciante dettaglio emerge dall'ordinanza cautelare emessa dal Gip della Capitale con cui dispone il carcere per il 51enne. Si tratta di video trovati nel telefono dell'indagato dagli inquirenti coordinati dalla Procura di Roma. L'uomo aveva lasciato il telefono nell'appartamento prima di recarsi in via Durazzo dove è avvenuto il terzo delitto. 

Nel provvedimento del giudice si fa riferimento ai video: uno dura circa 14 minuti e l'altro ben 42 minuti. I due video sono stati registrati alle ore 10.23 e alle 10.38. "Documentano in maniera incontrovertibile e raccapricciante l'omicidio delle due donne cinesi commesso da Giandavide De Pau -scrive il gip- dopo aver consumato con le stesse rapporti sessuali ed aver preteso di rimanere solo mandando via altri clienti". "Dopo qualche secondo De Pau sposta il telefono e si inquadrano le scarpe che lo stesso indossa, dopodiché il telefono viene appoggiato oscurando la telecamera ma continua ad essere registrato l'audio e si sente entrare nella stanza l'altra donna cinese".

"Al minuto 1.09 si sentono rumori e la donna urlare fortemente, ma il suono giunge come soffocato -scrive ancora il gip- entra l'altra donna che chiede 'cosa fai a lei' subito dopo si sentono le urla strazianti anche della seconda donna che viene aggredita, poi si sente prima il rumore di una porta che sbatte e poi il rumore più forte di un'altra porta, probabilmente quella di ingresso che viene aperta e dal minuto 2.41 si sente il rantolo di Xiuli Guo in fin di vita ritrovata agonizzante sul pianerottolo; dopo qualche minuto si sente la voce del portiere e poco dopo dei soccorritori".

(ANSA il 23 novembre 2022) - "Contrariamente a quanto sostenuto da De Pau circa il suo stato di confusione e di non ricordare nulla" tutti i dati raccolti "fanno presumere che fosse pienamente consapevole dei gravissimi fatti da lui commessi ai danni delle tre donne". Lo afferma il gip di Roma nell'ordinanza emessa e con cui dispone il carcere per Giandavide De Pau per gli omicidi. 

"La estrema gravità dei fatti commessi in un brevissimo arco temporale ai danni di tre donne durante la consumazione di rapporti sessuali, la particolare efferatezza e brutalità dei tre omicidi, due dei quali addirittura ripresi in diretta dall'indagato, unitamente ai precedenti da cui lo stesso è gravato, appaiono sintomatici di una personalità particolarmente violenta, aggressiva e priva di freni inibitori e inducono a ritenere elevatissimo, attuale e concreto il pericolo di reiterazione di reati della medesima specie", aggiunge il gip.

Spiegando che "sussiste altresì il concreto pericolo di fuga tenuto conto della condotta successivamente posta in essere dall'indagato come sopra specificata, nonché il pericolo di inquinamento probatorio potendo l'indagato, contattare persone a conoscenza dei fatti ancora da escutere (tenuto conto che dopo i fatti sono stati coinvolti una serie di soggetti appartenenti al mondo della prostituzione) ovvero sottrarre elementi di prova fondamentali ai fini di una compiuta ricostruzione dei fatti, avendo già occultato l'arma con la quale ha ucciso le vittime". conclude il gip.

(ANSA il 23 novembre 2022) - C'è almeno un altro omicidio di una donna che si prostituiva su cui i magistrati di piazzale Clodio potrebbero nuovamente indagare dopo l'arresto di Giandavide De Pau, l'uomo accusato del triplice femminicidio avvenuto nel quartiere Prati, a Roma, il 17 novembre scorso. 

 Si tratta di un delitto che risale a molti anni fa e avrebbe molte analogie con quanto avvenuto in via Riboty e via Durazzo. L'attività è legata alla volontà di scavare anche nel passato di De Pau per cercare eventuali collegamenti con fatti di sangue avvenuti negli anni scorsi a Roma e che hanno avuto come vittime donne.

 Sono Yang Yun Xia, 45 anni, e Li Yan Rong, 55 anni, le due donne uccise, secondo l'accusa, da Giandavide De Pau, il 17 novembre scorso a Roma in un appartamento di via Riboty nel quartiere Prati. 

All'identificazione delle due donne si è arrivati grazie al lavoro degli agenti della Polizia Scientifica e i colleghi dell'Ufficio Immigrazione. (ANSA).

Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera” il 21 novembre 2022. 

«Io stavo proprio su un altro pianeta rispetto agli altri» raccontava Giandavide De Pau nel marzo 2014 a un ragazzo già ben inserito nella malavita metropolitana. Lui, «Davide il biondo», poteva contare su rapporti diretti con il boss Michele Senese e altri pezzi grossi della criminalità romana, senza farne mistero. 

Anzi se ne vantava: «Non stavo in mezzo a persone normali... parlavo... c'avevo il lavoro mio (e qui abbassò la voce, annotò chi ascoltava l'intercettazione, ndr )... stavo proprio su un altro pianeta, con la gente... cioè facevo tutto, pigliavo di là... facevo favori...».

Poi però qualcosa s' era rotto.

«Zio Michele» era tornato in galera, insieme ad altri alleati, e gli affari non andavano più come prima: «Io sai perché sono cascato in disgrazia? Non è per aiutare la gente... a me mi sono andati carcerati due, tre, quattro persone che per davvero hanno fatto la storia al mondo... Io c'ho quell'amico mio quello che sta latitante... Quelli sono gente con una batteria che c'hanno i coglioni così ...quelli c'avevano vent' anni, contavano due miliardi a settimana aho'... eh calabrotti doc, milioner ». Calabresi di origine controllata e milionari, che nel contesto criminale romano significa trafficanti di droga ad alto livello. 

C'era esaltazione e rammarico nelle parole di Giandavide De Pau, che grazie a quel business s' era fatto un nome nel sottobosco malavitoso della capitale. Scalando posizioni e arrivando a trattare cocaina come si fa con le azioni in Borsa, finché le alterne vicende di complici arrestati e indagini sempre più penetranti l'hanno portato ad avere rapporti complicati nel suo stesso mondo, e poi in carcere.

Tornato libero, sotto processo per una lunga sfilza di reati, è evidentemente rimasto prigioniero di relazioni che non funzionavano più come prima, e di ossessioni che l'hanno precipitato nel baratro dove ha trascinato le sue ultime vittime. Niente a che vedere con gli sfarzi delinquenziali di un tempo, di cui resta traccia nelle intercettazioni realizzate durante le inchieste che l'hanno visto protagonista. 

A maggio 2013, al chiuso della Toyota IQ sulla quale scarrozzava Senese parcheggiata al benzinaio di Corso Francia, utilizzato come «ufficio» da Massimo Carminati, «Davide il biondo» parlava con un certo Bruno che i carabinieri del Ros non riuscirono a identificare; un intermediario di cocaina che gli proponeva una partita a 43.000 euro al chilo: «Ne è arrivata un'altra, ma vogliono di più... 4-3, 4-3... domani vogliono i soldi... è buona questa». L'uomo aveva con sé un «pezzo», e De Pau decretò: «È buono, ammazza... Non sembra rifatta, vedi, un po' già appiccica...ma 4-3... ».

Un prezzo considerato un po' troppo alto, e «il biondo» lasciò intendere che ne avrebbe parlato a cena con Senese, in uno di quei ristoranti dove a «zio Michele» non veniva mai presentato il conto; ai proprietari piaceva farlo mangiare gratis, ma lui lasciava sempre 50 o 60 euro. 

Era un rapporto stretto e complesso quello tra il boss Senese e il gregario De Pau, che suscitava le gelosie di altri «colonnelli» poco disposti a subire o sopportare quel legame. «A me ultimamente mi ha deluso - diceva uno di loro -, ha dato troppa confidenza a troppa accozzaglia, incominciando da quello, Giandavide...». Il quale con lo «zio» aveva un debito che - protestavano gli intercettati - Senese non pretendeva venisse saldato con la solita determinazione.

«Ho detto... ma Michè, ma questo v' ha da dà 'sti soldi o no?», sosteneva uno, e l'altro rispondeva di averne parlato anche con De Pau: «Gli ho detto la verità... "daglieli, ce li hai... daglieli un po' alla volta e ti togli 'sto cazzo di problema"». In altre conversazioni registrate c'è invece la traccia dell'impegno del «biondo» nella raccolta di denaro per finanziare il clan Senese dopo che a fine giugno 2013 il capo era tornato in cella. Un arresto arrivato nonostante De Pau l'avesse avvertito con un paio di settimane di anticipo, attraverso un sms inviato a un complice: «Fa' rintracciare l'avvocato e digli che ha un mandato più 35 persone, me lo hanno mandato a dire tramite quelli del mar». Secondo gli inquirenti «l'avvocato» da mettere sull'avviso era proprio «zio Michele».

Tutte queste intercettazioni, hanno scritto i pubblici ministeri della Procura antimafia di Roma nell'ultima richiesta di arresto, «hanno consentito di dimostrare la continua operatività di De Pau nel settore del narcotraffico, grazie anche alle relazioni con i maggiori referenti delle principali consorterie criminali operanti nella capitale». 

Ne era consapevole pure la sorella Francesca, ascoltata dai carabinieri tramite la microspia nascosta nella Toyota utilizzata dal fratello, mentre parlava con un amico: «Mi spieghi che avrei dovuto fare? Famme mantené da mio fratello che vende cocaina, eh? Ce l'lo la dignità, anche se poi non sembra ce l'ho». È stata proprio lei, venerdì scorso dopo gli omicidi delle tre donne, a mettere gli investigatori sulle tracce di Giandavide, venditore e consumatore di droga: «Credo abbia fatto qualcosa di grave».

(ANSA il 22 novembre 2022) - Dopo i delitti Giandavide De Pau, voleva lasciare l'Italia e per questo aveva cercato di ottenere un passaporto falso in cambio di denaro. E' quanto emerge dalle indagini sul triplice omicidio di Roma. In base quanto accertato dopo i fatti, il 51enne avrebbe contattato la donna cubana con cui aveva trascorso la notte prima degli omicidi per chiederle aiuto nell'ottenere il documento. In base a quanto si apprende, inoltre, gli inquirenti non hanno ancora trovato l'arma utilizzata per uccidere a coltellate le tre donne.

Estratto dell'articolo di Rinaldo Frignani e Fulvio Fiano per il “Corriere della Sera - Edizione Roma” il 22 novembre 2022.

Poche ore dopo aver ucciso tre donne a Prati, Giandavide De Pau si sarebbe recato in un pub nella zona della stazione Termini per consumare qualcosa da bere. Forse una birra. Un altro aspetto da chiarire nella breve e singolare fuga del killer di piazzale Clodio, che avrebbe avuto gli abiti sporchi di sangue, anche se su questo punto gli investigatori della Squadra mobile rimangono piuttosto cauti. Primo perché non è detto che si sia sporcato dopo aver aggredito a pugnalate prima le due escort cinesi in via Augusto Riboty, con le quali aveva preso appuntamento, e quindi la colombiana Martha Castaño Torres in via Durazzo, secondo perché anche grazie all’aiuto dell’amica cubana, J.R., che sarebbe stata pagata 600 euro per coprirne la fuga fra giovedì e venerdì scorsi, potrebbe essersi cambiato.

Con il passare delle ore comunque emergono nuovi particolari su quello che De Pau ha fatto dopo gli omicidi. E soprattutto una cronologia invertita rispetto a quella fornita fino a oggi da chi indaga. Da via Durazzo sarebbe fuggito su una Toyota IQ a noleggio, ma è stato coinvolto in un incidente stradale mentre si allontanava a tutto gas per non essere individuato dalla polizia che, alle 12, si trovava già in via Riboty affollata di giornalisti sulla scena del duplice delitto delle cinesi. […] 

Il 51enne ex autista e guardaspalle del boss Michele Senese non è stato preso per un soffio. Ma adesso bisogna capire chi ha chiamato il carro attrezzi per far sparire quell’auto, ritrovata ieri dalla polizia in un deposito. […] È possibile che, pur senza telefonino (lasciato a casa delle cinesi, sebbene non si possa escludere che De Pau ne avesse più di uno), il killer in fuga abbia ricevuto l’aiuto di qualcuno per far sparire quell’auto così compromettente?

Da quanto emerge dalla ricostruzione degli investigatori, poi, il 51enne ha proseguito in taxi (chiamato per telefono o al volo?) verso via Milazzo dove ad attenderlo c’era la cubana che ora rischia di essere indagata per favoreggiamento e con la quale avrebbe trascorso la notte successiva. Il conducente dell’auto bianca sarebbe stato rintracciato e sentito, per capire quale destinazione gli abbia richiesto De Pau e se durante il tragitto abbia fatto qualcosa di particolare oppure abbia parlato con lui o altri.

Nelle ore successive, quindi, il presunto killer si sarebbe trattenuto invece in zona Termini. Ma senza preoccuparsi troppo di essere notato, tanto che non sarebbe rimasto chiuso nell’appartamento usato dalla cubana per prostituirsi, ma avrebbe frequentato uno o più locali. Rimane un mistero cosa abbia fatto nella giornata di venerdì, prima di cercare un nascondiglio a casa della madre e della sorella alla borgata Ottavia, dove la polizia lo ha trovato e fermato all’alba di sabato. […]

Killer Roma. Giandavide De Pau interrogato confessa: “Ricordo casa delle cinesi, poi il black out”. Tradotto in carcere a Regina Coeli. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 19 Novembre 2022.

In Questura l'uomo durante l'interrogatorio piangeva minacciando di uccidersi, cercando di capire cosa fosse accaduto negli ultimi due giorni. A dargli una mano sono stati i poliziotti: gli hanno spiegato cosa hanno ricostruito. E accusato di aver ucciso tre donne, tre prostitute.

Al nome di Giandavide De Pau il pregiudicato fortemente sospettato di essere l’autore del triplice femminicidio, si è arrivati dopo una segnalazione giunta alle forze dell’ordine dalla sorella. L’uomo, infatti, l’avrebbe chiamata facendo intuire di avere compiuto qualcosa di grave. A seguito di questa comunicazione e conoscendo le “frequentazioni” di De Pau, la sorella, probabilmente spaventata, ha contattato le forze dell’ordine. Dopo averla convocata, gli investigatori si sono messi alla ricerca del pregiudicato 51enne.

È attualmente piantonato dalla Polizia l’appartamento di viale Esperia Sperani, a Ottavia, periferia nord di Roma, dove è stato catturato questa mattina l’uomo sospettato di avere ucciso giovedì scorso tre prostitute a Roma. Nell’appartamento, dove è stata stesa una coperta sul terrazzo a coprire come un sipario l’interno, a quanto riferiscono i pochi vicini che si lasciano avvicinare vivrebbe la sorella dell’uomo. Solo qualcuno ricorda particolari significativi: “Mai visti giri strani non so chi sia” riferisce un ragazzo. Qualcun’ altro, più anziano, ricorda il padre: “Con lui avevo confidenza ma è morto tanti anni fa“.

Un altro anziano del posto racconta che in quella casa c’erano stati problemi con la giustizia, “ma tanti anni fa” . I vicini sembrano meravigliati quando gli si riferisce il sospetto che grava sull’uomo: “Ma possibile che era lui? Una persona così tranquilla“. Quello che sembra emergere dalle testimonianze è che il sospetto non vivesse stabilmente qui ma che ogni tanto si vedesse passare. Una donna anziana sostiene di avere invece parlato, una quindicina di giorni fa, con la sorella, che viveva nell’appartamento dopo la morte del padre: “una persona tranquilla, carina, che parlava un italiano corretto”. Qualcuno racconta i momenti della cattura: “Già da ieri – racconta un condomino dello stabile di viale Esperia Sperani – ho visto movimento… Poi stamattina presto mi ha svegliato la Polizia per entrare dal portone“.

L’ interrogatorio di sette ore in Questura

“Ricordo di essere stato in quella casa di via Riboty con delle ragazze cinesi e di avere tamponato la ferita alla gola di una di loro ma poi ho un black out e non più nulla” ha detto davanti al pubblico ministero Antonella Pandolfi. Poi, un dubbio: “Ho visto che dietro a una delle porte dell’appartamento di via Riboty c’era un altro uomo, forse era anche lui un cliente. Forse sa cosa è successo. Non ricordo di essere stato in via Durazzo, ho solo vagato per due giorni senza mangiare né dormire. Ero in macchina, l’ho ritrovata all’Hilton ma non so perché e come ci sono arrivato“.

E la fuga, senza destinazione: “Sono corso in mezzo alla strada, avevo le mani completamente sporche di sangue. Fermavo le auto, ho vagato per due giorni senza mangiare e senza dormire“. È quanto avrebbe riferito Giandavide De Pau, l’uomo fortemente sospettato di essere l’autore del triplice femminicidio, nel corso dell’interrogatorio durato oltre sette ore in Questura, che continua “Dopo avere vagato per due giorni, sono andato a casa di mia madre e mia sorella con i vestiti ancora sporchi di sangue. Ero stravolto e mi sono messo a dormire per circa due ore e poi sono arrivati i poliziotti a prendermi intorno alle sei di mattina“.

“Di quegli istanti ricordo solo tanto sangue”. L’uomo ha ricostruito con gli inquirenti cosa è avvenuto la sera prima. “Ricordo che una donna cubana è arrivata a casa mia – ha aggiunto – e abbiamo consumato della droga, poi il giorno dopo ho preso un appuntamento a via Riboty“. “Ricordo di essere arrivato in macchina in via Riboty e di essere entrato in un appartamento al piano terra», ha proseguito De Pau, aggiungendo “di avere lasciato lì il mio telefono cellulare. Era la prima volta che andavo in quell’appartamento con le cinesi dopo un appuntamento preso per telefono“, ha aggiunto.

Gli inquirenti, nel corso dell’interrogatorio, avrebbero contestato a De Pau di essere stato ripreso da alcune telecamere in via Durazzo dove è stata uccisa la prostituta colombiana 65enne Martha Castano, ma l’uomo avrebbe replicato: “Non ricordo di essere stato in via Durazzo. Non lo ricordo proprio, mi contestate due omicidi, quindi non avrebbe senso negarne un terzo“.

Giandavide De Pau, il pregiudicato accusato di aver ucciso tre prostitute giovedì scorso a Prati a Roma è stato trasferito in serata nel carcere di Regina Coeli. La Procura di Roma, gli contesta l’accusa di triplice omicidio aggravato, gli ha notificato lo stato fermo. L’uomo, da quanto si è appreso, era in cura psichiatrica e seguiva un percorso farmacologico. In Questura l’uomo durante l’interrogatorio piangeva minacciando di uccidersi, cercando di capire cosa fosse accaduto negli ultimi due giorni. A dargli una mano sono stati i poliziotti: gli hanno spiegato cosa hanno ricostruito. E accusato di aver ucciso tre donne, tre prostitute. Il magistrato ha disposto il fermo a suo carico e nelle prossime ore l’uomo verrà ascoltato dal gip per l’interrogatorio di garanzia. Redazione CdG 1947

Roma, caccia al killer delle prostitute di Prati. "È un cliente abituale". Augusto Parboni su Il Tempo il 18 novembre 2022

In due ore scoperti tre omicidi. Tutti commessi intorno a piazzale Clodio: due in un appartamento davanti all'ingresso del palazzo di giustizia, l'altro invece in una casa a circa 700 metri di distanza. Tutte le vittime sarebbero legate al mondo della prostituzione. E tutte e tre sarebbero state uccise dalla stessa mano: la polizia sarebbe infatti a caccia di un cliente abituale delle prostitute. Due vittime sono cittadine cinesi, che lavoravano in un appartamento in via Augusto Riboty 28, la terza, invece, è una cittadina colombiana di 65 anni: è stata trovata senza vita in via Durazzo. Secondo le indagini della Polizia di Stato, tutte e tre sono state ammazzate con un'arma da taglio: due colpite alla gola, la terza invece al petto e alla gola mentre si trovava nel letto.

In via Riboty le forze dell'ordine sono arrivate dopo che è stato dato l'allarme intorno alle 10,50, quando una donna è stata trovata dal portiere in una pozza di sangue sul pianerottolo al primo piano di un palazzo di nove piani. Una volta aperta la porta dell'appartamento, dove secondo gli inquienti si svolgeva un'attività di prostituzione, è stata scoperta la seconda vittima, sempre cinese, riversa in terra in una pozza di sangue. Entrambe sarebbero state colpite con una lama alla gola. In via Durazzo, invece, a dare l'allarme è stata la sorella transessuale di Marta C. T., che ha scoperto l'omicidio nel seminterrato dove la vittima si prostituiva: la 65enne, che ha una figlia di 18 anni, sarebbe stata uccisa con una coltellata tra la gola e il petto. Ed è sempre la trans a riferire ai poliziotti che sua sorella Marta sarebbe stata in attesa di un cliente.

In entrambe gli appartamenti sono arrivati anche gli agenti della Squadra Mobile e della Scientifica. Mentre quest'ultimi svolgevano i rilievi all'interno degli appartamenti a caccia di impronte ed eventuale materiale biologico, i colleghi interrogavano gli inquilini del palazzo e i commercianti che hanno attività di fronte al palazzo. Non solo. Gli investigatori hanno anche sequestrato le registrazioni delle telecamere presenti nelle vie e piazze limitrofe a via Riboty e via Durazzo: all'esame degli inquirenti anche i cellulari e le celle telefoniche.

Nel palazzo di via Riboty, fino alle 10,30, nessuno aveva notato nulla di strano. Sulle scale e sull'ascensore a quell'ora c'era un via vai di persone, considerando che nell'edificio ci sono anche diversi studi legali. Poco dopo ecco le urla di chi ha trovato il cadavere sul pianerottolo. È stato infatti il portiere, Davide G., a dare l'allarme, poi accompagnato in Questura per essere ascoltato.

Sono stati sentiti anche tutti gli inquilini presenti ieri mattina nel palazzo. Gli agenti hanno inoltre impedito l'ingresso e l'uscita a chiunque si trovasse nell'edificio. Tutti sono stati sentiti come persone informate sui fatti. E nessuno avrebbe sentito nulla, né urla né discussioni provenire da quell'appartamento dove avvenivano incontri a luci rosse. Un inquilino ha raccontato che alcuni giorni fa era stata indetta una riunione di condominio, durante la quale era stato affrontato anche il caso dell'appartamento affittato per la prostituzione: la preoccupazione degli inquilini era il continuo via vai di uomini che entravano e uscivano dal palazzo. «Spesso neanche citofonavano, il portone glielo aprivano dopo una telefonata», afferma l'inquilino che da tempo sta chiedendo più sicurezza nel palazzo. In via Durazzo, invece, in uno dei 10 appartamenti che si trovano nel seminterrato, tre anni fa sarebbe morto il cliente di una prostituta.

Il giornalista vicino di casa della prostituta uccisa: "So per certo quando è successo". Il Tempo il 17 novembre 2022

«Le due donne sono state uccise tra le 10.30 e le 11. Lo so per certo perché mi hanno portato la cucina e ho salito le scale a piedi fino al nono piano, dove si trova l’appartamento in cui mi sto trasferendo». A parlare all’Adnkronos è un giornalista che questa mattina era nel palazzo al 28 di via Riboty, nel rione Prati, dove sono state uccise due donne cinesi.

«Non ho preso l’ascensore perché era occupato, sono quindi anche passato davanti all’abitazione delle due vittime ed era tutto tranquillo alle 10.30 - racconta - alle 11, mentre ero in casa, mi ha chiamato il portiere per dirmi che c’era stato un omicidio e non potevo uscire perché una delle vittime era sul pianerottolo. Ci sono rimasto 3 ore e mezza, quando poi la polizia mi ha fatto andare in questura a testimoniare».

Omicidio prostitute, il testimone: "Una sgozzata sul pianerottolo, l'altra dentro casa". Il Tempo il 17 novembre 2022

«Avevo appena chiuso una telefonata, saranno state le 10,35 forse le 10,40. Ho aperto la porta per andare al bar, il portiere mi ha chiamato dicendomi che al pianerottolo proprio sopra al mio c’era una donna nuda morta, a terra. Sono salito e l’ho vista, completamente nuda piena di sangue intorno». È il racconto che fa all’Adnkronos l’avvocato che lavora allo studio al piano terra di via Augusto Roboty 28, al piano inferiore a quello dov’è questa mattina sono state uccise due donne cinesi.

L'avvocato, insieme al portiere, è l’unico ad aver visto il corpo della vittima sul pianerottolo. «Usciva tantissimo sangue dalla testa, credo sia stata sgozzata. Il sangue era tantissimo - ripete - come se l’omicidio fosse stato ultimato sul pianerottolo. Aveva una posizione del tutto innaturale, come se avesse gli arti rotti ma in realtà si era accasciata, forse dopo essersi trascinata al di fuori dell’appartamento, magari in cerca di aiuto. Il portone era spalancato, all’interno l’altra vittima. Abbiamo pensato di tutto, anche alla mafia cinese, io da penalista conosco bene la materia».

«Le due vittime io non le avevo mai viste prima. Sono da anni lì e ho visto quella donna per la prima volta oggi, morta. Ma entrambe erano state argomento di riunioni condominiali - racconta ancora l’avvocato che preferisce non rendere noto il suo nome - c’era un viavai di gente a tutte le ore e capitava anche di notte che, non sapendo dove citofonare, suonassero agli interni svegliando gli inquilini. Una persona che vive accanto al mio studio, quindi proprio sotto all’appartamento delle due cinesi, ha detto di aver sentito dei colpi, come se spostassero dei mobili». 

Daniele Autieri per “la Repubblica - Edizione Roma” il 18 novembre 2022.

«Prima lavoravo in un centro estetico in Prati. Quando è scoppiato il Covid il centro ha chiuso e ho cominciato a fare la escort». Viviana, 35 anni, gli ultimi due passati a fare il mestiere più antico del mondo, è una delle decine di ragazze che lavorano in Prati, in quel quadrilatero della borghesia romana stretto tra San Pietro e il tribunale, approdo naturale per centinaia di avvocati, commercialisti, notai che finiscono per essere "clienti abituali". 

«Quando il centro estetico ha chiuso - prosegue Viviana - ho capito che una parte di quella clientela mi avrebbe seguito e allora mi sono messa in proprio. Tante altre ragazze hanno cominciato con la pandemia. Il Covid ha moltiplicato l'offerta nel quartiere, in parte per la crisi economica, in parte perché l'assenza di turisti ha reso disponibili molti appartamenti a prezzi più bassi del solito». 

Che tipo di clientela c'è in Prati?

«Molto selezionata. In genere sono avvocati e commercialisti che lavorano nel quartiere. Spesso giovani uomini piacenti tanto che il mio pensiero quando li vedo è: ma perché pagare quando potresti averlo gratis? La realtà è che sono stressati, annoiati dalla monotonia della vita coniugale e vengono da me in pausa pranzo per rilassarsi». 

Se sono così giovani, in carriera e piacenti, perché vengono da lei?

«Molti di loro perché è più facile senza implicazioni sentimentali e tanti perché si convincono che pagando non si tradisce». 

Ha mai avuto paura prima d'ora?

«Mai. I miei clienti sono professionisti, non cercano lo sballo. Sono molto attenta a questo perché il confine è sottile». 

Le tre donne uccise sono state trovate in un appartamento. Come funziona, li prendete in affitto?

«Di solito affittiamo case vacanza per un paio di mesi e poi cambiamo. Spostarsi è essenziale per non destare troppa curiosità nei condomini e anche per evitare problemi con la polizia».

Quanto costa al mese affittare un appartamento in Prati?

«Al massimo mille euro al mese, ma so di altre colleghe che pagano anche duemila euro. Sono stata sempre fortunata almeno da questo punto di vista. Adesso però è più complicato, la città è piena di turisti e i padroni di casa preferiscono affittarla a giorno». 

Quanta concorrenza c'è nel quartiere?

«Moltissima, io lavoro da sola, ma conosco tantissime ragazze che lavorano e lavorano tanto con tariffe più basse. C'è un tema di prezzi. Mi spiace dirlo ma queste ragazze cinesi offrono servizi a basso costo e sono disposte a tutto. Io chiedo duecento euro per un massaggio speciale, loro con 100 euro e anche meno fanno qualunque cosa. Questo sai cosa significa? Che trovi il ragazzetto sballato con due grammi di cocaina che vuole fare serata con te. E lì i rischi aumentano». 

Capita spesso che vengano richieste due ragazze insieme?

«Certo! Tanti clienti chiedono un "quattro mani". Sono gli stessi che spingono per andare oltre quel confine. È un mondo fuori controllo che mi mette paura». 

E lei?

«No. Io lavoro sempre da sola. Anche se conosco altre ragazze. Ma voglio rimanere indipendente e avere la possibilità di scegliere i miei clienti, o di mandare via qualcuno che non mi convince».

Ci sono tante ragazze cinesi nel giro?

«Tantissime e sono aumentate negli ultimi anni. Basta guardare le bacheche dei siti di incontri e di massaggi, ormai sono piene di profili di ragazze cinesi. Da quello che so però non sono autonome come noi italiane o le sudamericane. Hanno qualcuno dietro, proprio come le ragazze dell'Est». 

Da cosa si capisce?

«Ad esempio dall'età, sono tutte giovanissime. Spesso le trovi al limite dei diciotto anni».

Alla fine le donne uccise sono tre. Penserà a loro la prossima volta che si troverà ad aprire la porta ad uno sconosciuto?

«Spero di farlo ancora per poco. In questi due anni ho messo un po' di soldi da parte e a dicembre smetto. O almeno ci provo».

La sorella del killer: "Ho chiamato io i carabinieri, con la cocaina mio fratello fa il pazzo". Luca Monaco su La Repubblica  il 20 Novembre 2022.

La donna sull'uscio della casa dei De Pau: "Ho fatto solo quello che dovevo fare. Sono anni che sto dietro a Giandavide e ora dovro seguire la sua vita in carcere"

Lu.Mo. per “la Repubblica” il 20 Novembre 2022. 

«Siamo distrutti. Mio fratello ha un grave problema con la cocaina. Ci sono persone che la usano e alle quali non succede nulla, lui come fa un tiro va fuori di testa. Non avrebbe dovuto toccarla. Sono anni che sta in cura, ma non c'è niente da fare». Francesca De Pau, la sorella di Giandavide De Pau, il 51enne ex autista e guardaspalle del boss Michele Senese, fermato ieri con l'accusa omicidio plurimo aggravato, parla sull'uscio dell'appartamento al primo piano in via Esperia Sperani, un lotto popolare alla profonda periferia nord-ovest di Roma. 

È stata lei a chiamare i carabinieri e a denunciare suo fratello.

«Ho fatto quello che dovevo fare, non ne voglio parlare, siamo distrutti. Penso a mia madre, a quelle povere ragazze e alle loro famiglie». 

Suo fratello non ricordava neppure di essere stato in via Durazzo.

«Era fuori di sé, sono anni che gli sto dietro ma non c'è soluzione. Sono sola, con il mio lavoro da baby sitter, devo badare anche a mia madre che ha 70 anni e ha appena avuto un infarto: a settembre ha perso l'ultima sorella che aveva. È devastata da questa tragedia inimmaginabile». 

Pensa che se l'avessero curato meglio tutto questo si sarebbe potuta evitare?

«Che le devo dire, dipende anche dalla volontà di ognuno. Sapete cosa si prova a dover seguire una persona cara per anni, in carcere? Io sì. Sarà durissima». 

Cosa le ha detto suo fratello quando è tornato a casa?

«Voi giornalisti, se avete un'anima abbiate rispetto del dolore che stiamo vivendo».

Giandavide De Pau, scagnozzo dei boss con l'ossessione per le escort: "Si finse idraulico per violentarne una". Romina Marceca, Andrea Ossino su La Repubblica  il 20 Novembre 2022.

Da destra, nella foto agli atti dell'inchiesta su Mafia Capitale, Massimo Carminati e Giandavide De Pau durante un incontro con il boss Michele Senese 

Classe 1971, è stato uomo di fiducia di Senese. Poi l'incontro con Carminati, gli anni di Mafia Capitale, l'ospedale psichiatrico e le minacce: "Scateno l'inferno, i morti li ho fatti solo io"

"Quando me se cambia la testa, capito? Dopo divento freddo, non mi altero più, prendo e faccio in modo che la gente muoia, perché muoiono... muoiono di crepacuore, devono morì, devono pagare...". Giandavide De Pau un tempo sentenziava vita e morte. Decretava la fine di un creditore e concordava "nuove modalità di raccordo tra i gruppi" della malavita della Capitale.

Romina Marceca e Andrea Ossino per “la Repubblica” il 19 novembre 2022. 

Il serial killer delle escort di Prati ha un volto. È impresso nei frame delle telecamere installate nelle case di appuntamenti delle tre vittime. Le sue parole, il nome probabilmente falso con cui ha prenotato le ore di sesso a pagamento, sono in una chat d'incontri e sui telefoni. Il Dna l'ha lasciato su un citofono, mobili, letti, sui corpi delle tre donne accoltellate. Tutte tracce che passo dopo passo stanno portando gli investigatori al suo arresto. Tanto che un poliziotto dice: «Abbiamo tanto materiale, speriamo di chiudere presto il caso».

Il primo passaggio dell'assassino dentro la vita delle prostitute è in una chat di un portale d'incontri. È qui che prende l'appuntamento per la mattina di giovedì con Martha Castano Torres. È lei la prima vittima, viene uccisa a 65 anni tra le 8,40 e le 10 di giovedì. A stabilirlo è stato il medico legale che ha incrociato le sue valutazioni con le informazioni della polizia. Martha non era una prostituta anni fa, poi il bisogno di guadagnare di più per crescere la figlia oggi diciottenne, e che abita in Colombia, l'ha spinta a trovare un compromesso con se stessa.

E così ha aperto la porta all'uomo che l'ha sgozzata nella casa d'appuntamenti nel sottoscala di via Durazzo 38. Aveva pattuito un prezzo tra i 50 e i 70 euro. Il rapporto sessuale c'è stato, lui l'ha ammazzata sul letto. Sul letto e sul corpo di Martha sono rimaste le tracce biologiche del killer che l'ha sgozzata. Reperti che sono già nelle mani di chi indaga. Come le impronte che l'uomo ha lasciato su mobili, porte e anche sulla pulsantiera del citofono. Un'altra prova sequestrata dalla Mobile.

Nessuna impronta, invece, sulla griglia dei citofoni di via Augusto Riboty 28. È il palazzo a 850 metri di distanza dal primo. Stesso quartiere ma strada più elegante. Al primo piano del condominio anni Cinquanta c'è l'appartamento dove ricevevano i clienti e dove sono state accoltellate due donne cinesi dell'età apparente di 25 e 45 anni. Anche loro prostitute, anche loro contattate sui telefoni attraverso un portale d'incontri. Nella casa, affittata sette anni fa, c'è una telecamera nascosta dietro un vaso e perfettamente funzionante. È quella che ha ripreso il killer in volto. Immagini che adesso vengono confrontate con quelle riprese anche nella garçonnière di Martha. Perché anche lei aveva installato una telecamera per difendersi dai clienti violenti.

Le due donne cinesi sono vittime senza nome. Non ci sono documenti in quella casa di fronte al palazzo di giustizia. Oggi l'autopsia sulle tre prostitute potrebbe sciogliere ogni dubbio sull'identità e rivelare anche il numero dei fendenti. Il coltello utilizzato, e mai trovato, ha una lama lunga e molto appuntita. 

È il pugnale che ha attraversato, in via Riboty, anche i corpi delle donne cinesi. Prima la gola della 25enne che era nel letto col killer. E subito dopo il corpo dell'amica arrivata per difenderla e salvarla da quell'uomo senza pietà. C'è stata una colluttazione prima degli altri fendenti mortali. La prova è l'appartamento trovato sottosopra intorno alle 11, dopo l'allarme lanciato dal portiere dello stabile.

La più giovane delle due cinesi senza nome non è morta dentro la casa. Si è trascinata dopo la prima pugnalata alla gola fino al pianerottolo, in cerca di salvezza. Ha tentato di raggiungere l'ascensore. L'assassino l'ha sorpresa alle spalle e le ha inferto l'ultima coltellata, al fianco sinistro. È sul muro e sul marmo color ruggine che restano tracce di sangue. Non è escluso che quelle macchie siano anche dell'assassino, forse rimasto ferito quando è stato affrontato dalla vittima più grande. I poliziotti della Scientifica quegli schizzi di sangue li evidenziano con una serie di numeri e lettere.

Nella sua fuga, per paura che quel corpo sul pianerottolo richiamasse l'attenzione dei vicini impegnati in un trasloco, l'assassino ha commesso uno dei suoi tanti errori. Non ha portato con sé i telefoni cellulari delle vittime. Aveva sbagliato anche due ore prima, lasciando in casa anche quello di Martha Torres. 

Lì dentro ci sono le sue parole scritte alle prostitute. E non sono quelle che probabilmente lo incastreranno ma l'indirizzo Ip del cellulare o del tablet dal quale ha dato il via al suo piano di morte. Dentro ai tre cellulari all'esame degli esperti ci sono gli elenchi dei clienti e i nomi di chi conosceva quelle donne martoriate.

Tutti quei nomi sono testimoni chiamati a raccontare cosa conoscono della vita delle vittime. Alla questura di Roma è una sfilata di almeno cinquanta persone, che inizia con la sorella di Martha e continua con il portiere Davide di via di Riboty, i proprietari delle case affittate, cinesi accompagnati dalla polizia, e poi una ragazza cubana che dice davanti alla questura, prima di essere ascoltata: «Sono uscita con un uomo che potrebbe essere l'assassino ».

Andrea Ossino per “la Repubblica – Edizione Roma” il 20 Novembre 2022.  

Un uomo che corre seminudo tra le vie dei Parioli inseguendo una ragazza brasiliana completamente svestita. La singolare scenetta ricordata da chi nel 2006 abitava il rinomato quartiere di Roma Nord rivela in realtà il primo episodio in cui Giandavide De Pau ha mostrato il desiderio di infierire contro le donne costrette a vendere i propri corpi. Una strada che lo ha portato fino all'epilogo di giovedì scorso, quando ha ucciso tre prostitute che lavoravano vicino il tribunale di piazzale Clodio.

Ma torniamo al precedente.

Quel giorno del 2006, il 15 giugno, De Pau si era presentato come un tecnico della caldaia, una scusa per farsi aprire la porta dell'appartamento al civico 10 di via Fratelli Ruspoli. Dentro c'era una ragazza brasiliana di 21 anni. Beretta puntata alla tempia, è stata costretta a farsi strappare i vestiti di dosso. Poi è riuscita a scappare, dando vita al vano inseguimento tentato da De Pau, che seminudo ha provato a rincorrere la vittima.

Lei è finita in ospedale, lui in carcere, arrestato dai carabinieri un paio di giorni dopo.

Due anni più tardi era in comunità, in Toscana.

Quando è uscito, ha deciso di regalare agli investigatori anche il ricordo di un altro episodio: De Pau ha sparato con un fucile a pallettoni all'indirizzo di alcune prostitute che lavoravano in strada. Nessun ferito fortunatamente. Solo il sintomo di un desiderio più grande, quello di fare male alle prostitute, un istinto tenuto maldestramente a bada fino a giovedì scorso, quando la droga ha fatto perdere ogni freno inibitorio e tre donne sono morte.

Il triplice femminicidio di Roma e il mondo degli “impicci” della Capitale. Enrico Bellavia su L’Espresso il 21 Novembre 2022.

La premura di indicare il mestiere esercitato dalle vittime sembra essere prevalente rispetto al fatto che si tratta di un delitto contro le donne. E il movente sessuale per Giandavide De Pau non può prescindere dai suoi legami con l’universo criminale di Massimo Carminati

Cominciamo col chiamarlo per quello che è, e, quindi, dovrebbe esserlo anche nel lessico. Quello di Roma, definito "giallo di Prati", impropriamente per almeno due ragioni, è un femminicidio plurimo. Un triplice femminicidio. Non si capisce perché sulla fine tragica di tre donne, la pur ragionevole premura cronachistica di indicare il mestiere esercitato dalle vittime sia prevalente rispetto al punto di non considerare che le modalità del crimine - l'arma, l'impeto, l'insistita crudeltà dello sfregio, la responsabilità maschile - ricalchino in tutto l'abusato copione dei delitti contro le donne.

Non è un giallo, perché di fronte a un assassino che lascia un telefono sul luogo di uno dei delitti e finisce denunciato dalla sorella, i margini di mistero sono esigui. E il contributo delle telecamere che hanno mostrato Giandavide De Pau nei pressi dei luoghi dello scempio, resta a suggello di un'indagine lampo chiusa ben prima che il rovello si facesse largo nella testa degli investigatori. Una velocità che ha permesso al questore di Roma l'annuncio di una rassicurante tranquillità ritrovata dalla città, rispetto all'incubo di un serial killer, ovvero lo spettro di qualunque Maigret, a qualunque latitudine.

Particolare, forse secondario, ma che per amore di verità conviene sottolineare, infine, è che anche la collocazione geografica in Prati, è leggermente arbitraria per estensione. Pur avendo l'innegabile vantaggio della brevità del bisillabo, il quartiere in questione si colloca un po' più in là rispetto al triangolo in cui si è verificata la vicenda, prossima, anche simbolicamente, alla cittadella giudiziaria di Piazzale Clodio. Che, peraltro, ha una sola vocale in più.

Probabilmente, risolto il caso, restano una serie di interrogativi aperti che le ore e una buona dose di esami scientifici, oltre che testimonianze, si incaricheranno di sciogliere.

Su tutto: il movente. Perché sembra esserci un filo che lega le vittime alla donna che ha ospitato il presunto assassino prima che la sorella ne agevolasse la cattura. Non solo, per paura o connivenza, si è incaricata di procurargli un salvacondotto, ma sembra conoscesse le vittime. Quindi, ai fini della ricostruzione, pare essere persona decisiva per venire a capo di quello che ovviamente De Pau, complici i suoi trascorsi, ha tutto l'interesse a prospettare come l'evento insensato di un folle.

Cresciuto alla scuola di un capo come Michele Senese, accanto ad altri istinti, anche De Pau deve aver coltivato l'arte della dissimulazione come via d'uscita. Quell'arte che al suo mentore ha fatto guadagnare l'epiteto di “O' Pazzo”, dopo anni a giocare tra inesistenti patologie, finte diagnosi e provvidenziali ricoveri in reparti di psichiatria, con contorno di imprescindibili attestazioni di favore.

Le ore, gli esami e, si spera, altre indicazioni decisive racconteranno cosa cercasse esattamente De Pau a casa delle donne che ha ucciso. E anche perché fosse finito proprio da loro. Mandato o in compagnia di chi? La degenerazione aberrante di un criminale in ascesa, precipitato negli inferi degli assassini di donne, non sembra reggere rispetto al profilo di un intraprendente aspirante capo rimasto “orfano”  ma con una quantità di addentellati a cui offrire i propri servigi. Forte di un curriculum spesso quanto il faldone dei propri precedenti. Fatti anche di una violenza tentata su un'altra donna diverso tempo fa. Ma non solo.

Ed è proprio con Carminati che De Pau, accompagnando Senese, si è ritrovato a Roma Nord nelle istantanee a corredo delle indagini sul Mondo di mezzo.

Quella Roma gonfia dei soldi della droga ma che non disdegna ogni impiccio utile, pronta a ritagliarsi una fetta di mediazione ovunque ci sia passaggio di soldi. Che non disdegna le estorsioni e il ricatto, che si muove verso il basso dei traffici di strada o da appartamento, che al pari della mala milanese delle bische e delle signorine, ha da tempo abbattuto ogni steccato di regole, per così dire morali, che un tempo separavano papponi e usurai dal resto del mondo. Magliana docet.

Sarebbe per questo troppo facile liquidare De Pau come il criminale alla deriva che in preda alle proprie ossessioni, accecato da pulsioni e coca, si è accanito sul corpo di tre donne senza un perché. Converrà evitarle le semplificazioni che vorrebbero questo un femminicidio di prostitute, ultimo gradino nella già non abbastanza considerata categoria dei crimini. Liquidati, quotidianamente, con storture tipo “delitto per gelosia” o “omicidio per amore”. Ecco, evitiamo qui di fermarci al luogo comune: il “delitto per sesso”. E scaviamo negli “impicci”. Che fanno del milieu criminale romano un universo fatto di mondi in perenne contatto, dall’alto al basso e lungo il cammino inverso.

Nella città del mondo di mezzo, fatta di più incroci di quanti ne contino le strade della capitale, anche qui i femminicidi hanno il loro contesto. Che non ha il potere di relegare a elemento secondario il fatto che di tre donne uccise stiamo parlando.

Francesco Grignetti per “la Stampa” il 20 Novembre 2022. 

C'è una frase rivelatrice che meglio di tutto racconta chi è Giandavide De Pau. Maggio 2013; i carabinieri lo intercettavano perché era uno dei malavitosi su cui si appoggiava il boss camorrista Michele Senese nella Capitale. Lo sentirono parlare, tronfio: «Mo', sta arrivando il lavoro, me lo danno... E io me vado a mangia' da "Assunta Madre" con Michele». 

De Pau era in auto con un tirapiedi e insieme parlavano di come mettersi in proprio nel traffico di droga. Quello era il «lavoro» a cui accennava. «Oh, - si vantava - quelli mi portano 2mila e cinque a settimana. Per il momento va bene, lo sai perché l'investimento è minimo... Con 80mila, prendi 12mila al mese... senza fare un cazzo».

Ecco, questa era il sogno di Giandavide, il giovanotto che veniva da Primavalle ed aveva scalato la piramide della mala fino a diventare il guardaspalle di Michele 'o Pazzo: fare la bella vita, andare al ristorante di gran lusso nel centro storico, tirare di coca, pagarsi le donne. In una parola: incassare tantissimi soldi senza faticare. Era uno status symbol, per De Pau, potersi sedere ad un tavolo di «Assunta Madre». 

Parliamo di un ristorante di pesce in via Giulia, ospite di un palazzo del 1600, dove può capitare di cenare accanto a Sylvester Stallone o Vera Knightley, ai volti tv Paolo Bonolis e Massimo Boldi, al calciatore Ronaldinho, e poi Flavio Briatore, Diego Della Valle, Giorgio Armani. Naturalmente i prezzi sono adeguati alle attese. E il patron Johnny Micalusi, manco a farlo apposta, qualche anno fa è stato condannato per riciclaggio, e già nell'occasione si erano notati i contatti con la criminalità romana che adora cenare nel suo ristorante.

Partiva dunque dal suo piccolo mondo di periferia, De Pau, per conquistare una fetta di paradiso. Lo avrebbe fatto con un uso smodato ed estremo di violenza. Sempre per quel traffico di cocaina, aveva bisogno di soldi e quindi era pronto a tutto per spremere i debitori. Nei confronti ad esempio di tal Riccardo Cotini, che gli doveva 11mila euro, esplode: «Gli vuoi bene alla tua famiglia? Faccio ammazzare a tutti... Tuo figlio, tanto te lo ammazzo..È morto». 

In un'altra occasione, parlando con uno dei suoi: «Ti giuro, gli faccio fare 26 mesi di ospedale. Ti faccio vedere come gli riduco la faccia, prendo quella 357 (la pistola, ndr) e gliela dò in faccia,lo deturpo per tutta la vita. Io so' matto».

Che non fossero millanterie, e che invece De Pau fosse rispettato nel mondo di sotto, ce lo dice un'altra famosa inchiesta, quella denominata Mafia Capitale. I carabinieri seguivano Massimo Carminati e alla stazione di rifornimento di Corso Francia «giungeva, a bordo di una Vespa bianca, De Pau Giandavide. I due si trattenevano a dialogare quando Carminati si allontanava a bordo del proprio veicolo». Erano i preliminari per un incontro al vertice tra Carminati e Senese.

L'appuntamento si terrà il giorno dopo in Largo Melegari, in una tavola calda. «Giungeva sul posto - scriveranno i carabinieri - la vettura Toyota condotta da De Pau Giandavide recante a bordo Senese Michele. I tre soggetti accedevano all'interno e si sedevano a un tavolo sotto la veranda». 

Ci fu qualche convenevole, poi i due boss si alzarono, e si appartarono in strada a discutere, mentre il De Pau si tratteneva in disparte conversando al cellulare. «La conversazione, inizialmente molto cordiale, dopo qualche minuto si movimentava al punto che Carminati e Senese apparivano palesemente contrariati e iniziavano a inveire l'uno nei confronti dell'altro, lasciandosi in maniera brusca. Frattanto, ai due si era avvicinato anche il De Pau, il quale, terminata la conversazione telefonica, prendeva parte alla discussione», scrissero ancora i carabinieri.

C'è persino la foto dello scontro verbale tra i due boss. Si vede De Pau nel mezzo in camicia bianca, Senese con una coppola, Carminati in giacca blu. Evidentemente Michele Senese doveva fidarsi ciecamente del suo autista e guardaspalle per permettergli di presenziare e addirittura intervenire nella lite. 

Nel frattempo, svanito Senese dalla scena perché condannato a 30 anni come mandante di un omicidio, De Pau è divenuto molto attivo tra le piazze di spaccio al Tiburtino, San Basilio e Tivoli. Era stato nuovamente arrestato il 1 dicembre del 2020 insieme ad altre 27 persone accusate di traffico di sostanze stupefacenti, estorsione, detenzione e porto illegale di armi, lesioni personali gravissime, tentato omicidio, trasferimento fraudolento di valori. Reati aggravati dal metodo mafioso.

Ora, come questo malavitoso in crescita sia finito ad uccidere tre prostitute con uno stiletto, imbottito di stupefacenti fino agli occhi, resta un mistero che solo lui, se vorrà, potrà chiarire un giorno. La violenza è stata sicuramente la sua compagna di vita. Parla il curriculum criminale, dove risultano pure una violenza carnale e due ricoveri in manicomio giudiziario.

Patrizio Bati* per “la Stampa” il 20 Novembre 2022.

 *Pseudonimo dello scrittore romano autore del romanzo «Noi felici pochi» 

Io la conoscevo bene. Conoscevo l'appartamento, in via Riboty 28. Tra il 2010 e il 2018, penso di esserci stato almeno venti volte. Conoscevo la donna assassinata, unica presenza fissa in quella casa. Ruotavano invece le altre, l'avvicendamento era costante. Ad accogliermi spesso trovavo una «stretta» (nel gergo delle escort, prostituta con poca esperienza). 

La seconda vittima, uccisa dalla stessa lama, potrei quindi non averla mai incontrata. L'immagine della prima donna si è conservata nella mia mente quasi intatta: pelle ambrata, capelli lunghi e neri, incisivi leggermente sporgenti, orientale ma forse non cinese. Dell'appartamento ricordo un corridoio con almeno quattro porte, l'ultima delle quali, a destra, era quella della camera dove io ho sempre consumato. In una dimensione atemporale: persiane sempre chiuse, ad annullare notte e giorno.

Ricordo anche che, in casa, le ragazze non portavano mai scarpe con i tacchi. Sempre pantofole. Per non turbare la tranquillità del condominio, i passi andavano assolutamente silenziati. Anche quando l'assassino ha vibrato i primi colpi, perfino in quella circostanza, nel cercare di difendersi, nessuna di loro ha urlato. Forse nella speranza di salvarsi senza che i vicini di casa si accorgessero di niente. 

Erano in due, in via Riboty, giovedì mattina. Chi riceve i clienti a casa, spesso lavora in coppia. Per dividere le spese di affitto (più eventuale canone «tacita-portiere»), ma soprattutto per scoraggiare eventuali rapinatori o squilibrati. Il cliente, anche se di norma è una sola persona a dargli il benvenuto, deve avere da subito la percezione di una seconda presenza in casa. Basta proporgli un rapporto a tre (come in genere accadeva in via Riboty) o lasciare aperta la porta della stanza in cui si trova l'altra.

Visti i rischi del mestiere, le precauzioni non si limitano a questo. Già al momento del contatto telefonico, alcune escort cercano di coinvolgere il cliente in un dialogo che trascenda la fredda comunicazione di tariffario, prestazioni ed indirizzo. Dialogo che, per quanto breve, è spesso determinante per cogliere - dalle parole usate e dal tono di voce dell'interlocutore - un suo eventuale stato di forte alterazione (alcol o droga). 

Murate in sottoveste nel loro appartamento, vita sociale ridotta al tragitto casa-supermercato/supermercato-casa, ombre cinesi proiettate su persiane, alle prostitute orientali - la cui conoscenza della nostra lingua è mediamente scarsa - l'arma della conversazione è, di fatto, preclusa (molte di loro, non riuscendo a pronunciare bene i nomi delle strade, forniscono ai clienti l'indirizzo dell'appartamento tramite sms).

Il telefono, però, un'arma la concede anche a loro: la rubrica. Memorizzare i numeri dei clienti, indicando, in corrispondenza del nome (se te lo chiedono non è perché gli interessi instaurare un contatto più personale con te, infatti poco importa che sia vero o falso è solo per catalogarti nella rubrica) un voto compreso da 0 a 10, principalmente basato sul grado di affidabilità percepita. 

Al primo incontro, se non sei già un numero in rubrica, la escort ti indicherà il civico di fronte a quello in cui realmente riceve, così da poterti - nascosta dietro persiane o tende - osservare per qualche secondo e decidere poi se comunicarti l'indirizzo giusto o se mandarti via con una scusa.

Al momento delle presentazioni c'è un ulteriore aspetto che differenzia le cinesi dalle altre prostitute: domandano il nome al cliente ma, a meno che non sia lui curioso, difficilmente gli dicono il loro. Sono corpi senza identità, coscienti di essere soltanto questo. Schiave di organizzazioni criminali. Bambole riprodotte in serie, tutte con gli occhi a mandorla. Oggetti «Made in China», anche se non sempre si tratta di cinesi. 

Un altro omicidio, il primo in ordine cronologico, si è consumato in via Durazzo, a poche centinaia di metri dall'appartamento delle due cinesi. Vittima, questa volta, una prostituta colombiana di 65 anni. Prati, Piazzale Clodio, San Pietro. Sono quartieri borghesi, epicentro di uffici e studi legali e, proprio per questo, anche di centri massaggi, prostitute ed escort.

Molte dell'Est, giovanissime e bellissime (tariffa minima: 150 euro per mezz'ora). Consistente anche la quota di sudamericane e di cinesi (in assoluto le meno costose: mano 20, bocca 30, primo canale 50, secondo canale 80, rapporto a tre 100 euro).

Scorre senza sosta il flusso dei clienti, ignorato da portieri compiacenti. Scorre, silenzioso e variegato. Giacca e cravatta, camicia e jeans, perfino abiti talari. Si aprono e si chiudono, come ali di farfalla, le porte degli appartamenti-alcova.

Scorrono, come un Tevere nascosto, rigagnoli di sperma. Da cliente, la percezione di quanto il fenomeno sia esteso ce l'hai a fine rapporto, gettando il preservativo in un cestino già traboccante di fazzoletti e condom.

Fidanzati e sposati, la «parentesi prostituta» se la ricavano quasi sempre in un giorno feriale, la mattina prima di andare al lavoro, in pausa pranzo o la sera appena usciti dall'ufficio. Indispensabile per non far insospettire le compagne è l'accortezza di tenere, nella valigetta o nello zaino del computer, una confezione da viaggio del bagnoschiuma attualmente usato a casa. Una veloce doccia rimuove dai loro corpi ogni traccia del peccato. Ora che questo triplice omicidio ha conquistato spazio su tv, radio e giornali, cambierà qualcosa a Roma? Si acquieteranno i formicai? 

Smetteranno le porte degli appartamenti di sventolare come sportelli di saloon strapieni? Scarseggeranno mai, nei cestini a bordo letto, i preservativi usati? All'epoca dei delitti del mostro di Firenze, le consuetudini più radicate erano state stravolte. 

Per paura che anche i propri figli potessero essere uccisi e mutilati, molti genitori avevano preso l'abitudine di uscire la sera lasciando l'appartamento a disposizione dei ragazzi e garantendo loro un'intimità protetta. In mancanza di uno spazio al chiuso, per evitare di appartarsi in zone isolate e quindi rischiose, decine di automobilisti si fermavano nelle strade adiacenti al frequentatissimo piazzale Michelangelo, limitandosi a tappezzare i finestrini con fogli di giornale, contando sul fatto che, in quel periodo, nessuno avrebbe contestato loro il reato di atti osceni in luogo pubblico.

Se in seguito a questi tre omicidi qualcosa a Roma dovesse davvero cambiare sarà, al massimo, per pochi giorni. Brevemente interrotto dal blu dei lampeggianti, il brulichìo di auto e di persone ha ripreso a popolare quelle strade. Gli annunci, pubblicati sui siti di escort dalle tre prostitute massacrate, sono già stati rimpiazzati da altre facce sorridenti. Casa-supermercato/supermercato-casa. Casa-supermercato/supermercato-casa. Vi hanno portato via dal vostro appartamento, avvolte nei sacchi blu della polizia mortuaria. Neanche questa volta avete visto Roma.

Estratto dell’articolo di Camilla Mozzetti per “Il Messaggero” il 22 novembre 2022.

La cosa più inconsueta e forse bizzarra è la televisione incassata nel muro del bagno, proprio di fronte alla vasca con idromassaggio. Ma per chi ha deciso di non privarsi di nulla, ostentare il superfluo appare una condizione necessaria. I rubinetti sono smaltati d'oro e le piastrelle alle pareti sembrano trapuntate ma è solo un effetto ottico. Poi c'è una stanza adibita a palestra, con cyclette, panca piana con il bilanciere attaccato, una struttura che in gergo si chiama parallele e serve per le trazioni e gli addominali a gambe tese e infine il rack, utile per lo squat e diversi manubri da carico medio.

Del resto, anche in famiglia lo ricordano come un tipo «sportivo e atletico» prima che la droga tornasse prepotente nella sua vita.

Specchi appesi qua e là, pavimenti rigorosamente di parquet in teak, un quadro con l'immagine di Marilyn Monroe appeso in una delle due camere da letto dove, anche qui, c'è un'altra cyclette.  […] 

«L'immobile non si può visitare perché al momento è in corso una trattativa». Risponde così l'impiegato dell'agenzia che ha ricevuto mandato, ormai mesi fa, per la vendita dell'appartamento dove viveva Giandavide De Pau, il 51enne in stato di fermo con l'accusa di triplice omicidio volontario aggravato per i delitti delle due prostitute cinesi e di quella colombiana. […]

Chissà se alla fine la trattativa andrà in porto. Ieri mattina anche un'inquilina lo domandava al portiere del signorile stabile alla Balduina, dove risiedono professionisti ed anche un ex ministro dell'Interno: «Riusciranno a venderla?». Per ora l'annuncio su alcuni siti che si occupano di compravendite immobiliari è stato rimosso. Ma la casa per chi l'acquisterà è molto bella. Ben 150 metri quadri, piano terra, nove stanze e una richiesta di 530 mila euro. 

Qui, dietro una porta in legno di mogano, (naturalmente blindata) De Pau ha trascorso almeno gli ultimi cinque anni. […] Già molti mobili sono stati portati via nei giorni precedenti alla mattanza quando ormai Giandavide da questo appartamento faceva avanti e indietro: lo stava lasciando e una settimana fa sembrava ormai questione di giorni.

Tra quelle mura, l'uomo accusato del triplice omicidio, riceveva amici e conoscenti in un «gran via vai - ricordavano i vicini - che dimostrava come sì, De Pau faceva la bella vita». Tipo «losco» ma pure «da night club», puntualizzava un vicino che senza voler cadere in uno scontato cliché aggiungeva pure: «Sembrava vivesse senza troppi scrupoli morali». 

Il salone, la stanza più bella dell'appartamento (dotato di antifurto volumetrico e perimetrale) era impreziosito da numerosi tappeti, con una maestosa lampada in stile liberty non distante da una finestra. Tv al plasma attaccato alla parete principale, una spada sul muro, una libreria su misura ma pochi libri sugli scaffali. Solo un volume sul cinema di Sergio Leone adagiato sul tavolino di fronte a poltrone e divano. […]

Estratto dell'articolo di Alessia Marani per “Il Messaggero” il 22 novembre 2022.

«Ho delle informazioni che potrebbero aiutarti a capire che fine ha fatto tuo fratello Domenico. Se ci vediamo ne parliamo». Così Giandavide De Pau, il presunto killer delle tre prostitute di Prati, due cinesi e una colombiana, nella notte tra il 18 e il 19 maggio di tre anni fa attirò nella sua casa della Balduina persino la figlia del boss Salvatore Nicitra, nonché sorella del piccolo Domenico, sparito nel nulla a soli 11 anni il 21 giugno del 1993 e mai più ritrovato. […]

Ma torniamo a quella notte di maggio del 2019, la stessa in cui a Roma una 21enne veniva violentata all'interno della discoteca Factory di Ponte Milvio. Alla Balduina De Pau, secondo quanto messo agli atti nel commissariato Monte Mario, terrorizzò e aggredì la figlia del boss e poi noncurante corse a consolarsi da una giovane prostituta colombiana, prima di essere arrestato dalla polizia. Insomma, l'approccio a più donne in un lasso di tempo strettissimo non era una dinamica insolita per il 51enne, con alle spalle un'accusa di violenza sessuale datata 2006.

Era sabato e in quell'occasione De Pau portò la donna a cena all'Assunta Madre, il ristorante dei vip. L'aveva agganciata facendo leva sulle sue conoscenze nel mondo della malavita, sul fatto che in virtù della vicinanza con Michele Senese, O' Pazz', di cui lui era stato il fidato autista, potesse davvero convincerla di saperla lunga anche sulla fine del fratello. 

Durante la cena, però, la persuase che per avere davvero idea di chi ci fosse dietro alla sparizione del piccolo Mimmo avrebbe avuto bisogno di mostrarle dei documenti inequivocabili. Che custodiva, appunto, nella sua abitazione di via Venanzio Fortunato. Ma i fatti presero una direzione completamente diversa da quello che lei potesse immaginare e l'epilogo della serata fu drammatico.

Tant' è che la figlia di Totò l'ingegnere, il re delle slot di Roma Nord, indagato in alcune delle più importanti operazioni di riciclaggio e narcotraffico già dai tempi della Banda della Magliana, si ritrovò per strada, nel cuore della notte, costretta a chiedere aiuto ai proprietari di un ristorante vicino dove si rifugiò in preda al terrore dopo essere scappata dall'appartamento di De Pau. Lui l'aveva chiusa dentro, dando le mandate alla porta, ma lei approfittando di un momento di distrazione, riuscì ad afferrare le chiavi, ad aprire il portone e fuggire via. De Pau uscì fuori come una furia ed ebbe una veloce colluttazione con altre persone in strada prima di dileguarsi. 

Era furioso e qualcuno chiamò il 112. Non ne seguì una denuncia per molestie o tentata violenza, ma De Pau fu fermato e arrestato dalla polizia per le lesioni. [...]

Estratto dell’articolo di Emiliano Bernardini per “il Messaggero” il 22 novembre 2022. «Si chiamava Lia, così mi ha detto. Il suo nome cinese non lo so. Era a via Augusto Riboty da almeno 10 anni. Era una veterana in quella casa. Metteva a proprio agio i clienti». Racconta così chi in quell'appartamento ci andava spesso e chi quella donna la conosceva bene. 

«A gennaio sarebbe tornata in Cina. Aveva comprato un biglietto per tornare dal figlio Liman. Aveva dovuto rinviare due volte il viaggio e ora stava per tornare a casa». Avrebbe finalmente un'identità una delle due cinesi uccise barbaramente dalla furia omicida di Giandavide De Pau giovedì mattina. Foto e nome sarebbero già in mano agli investigatori che stanno incrociando i dati per la conferma. 

[…] «Aveva conquistato anche la fiducia di chi gestiva quella casa. Era una tale Maria che concordava gli appuntamenti» raccontano ancora. Chiaro che Lia era il nome italianizzato che dava agli habitué di via Riboty. 

Lia presenza fissa da dieci anni. Lia la più desiderata ma anche quella deputata ad accogliere le altre ragazze che ruotavano in continuazione. Ogni due o tre mesi ce n'era una diversa. Maria, altro nome italianizzato, era la vera mamasan che controllava il traffico e spesso telefonava alle ragazze se il giro d'affari diminuiva. Insomma controllava che lo standard e le entrate fossero sempre alte. E in quella casa di persone ce ne sono passate parecchie. […]

Strage delle prostitute: l'ombra del secondo killer. L'uomo arrestato ha confessato solo due omicidi. Arma del delitto e orari: i punti oscuri dell'inchiesta. Stefano Vladovich il 21 Novembre 2022 su Il Giornale.

Un killer ancora in circolazione. È l'ipotesi più agghiacciante dopo il fermo di Giandavide De Pau, il 51enne autista del boss Senese, alla luce dei buchi nell'inchiesta sull'uccisione delle tre prostitute a Prati. L'uomo, che confessa di aver accoltellato le due donne asiatiche nella casa di appuntamenti in via Augusto Riboty 28, giura e spergiura che la colombiana, Martha Castano Torres, 65 anni, non la conosce. «In via Durazzo 38 non ci sono mai stato», afferma tra una crisi di pianto e i pochi momenti di lucidità. «Perché ammettere due omicidi e negarne un terzo?», ripete durante le 13 ore di interrogatorio. E se la questura assicura che «la situazione è sotto controllo», la paura in città è ancora tanta.

Cos'è che non torna? Innanzitutto, secondo De Pau il suo cellulare sarebbe caduto a terra, nella stanza da letto al primo piano di via Riboty. Allora perché, avendo il suo telefonino, per identificarlo dai frame delle telecamere la polizia chiede aiuto alla banca dati dei carabinieri? Al comando provinciale di Roma, De Pau lo conoscono bene: arrestato più volte in operazione di Ros e Dda, coinvolto in sparatorie, estorsioni e traffico di droga, autore di violenze sessuali. E sono sempre i carabinieri a consegnare alla squadra mobile un'auto sospetta, una Toyota Yaris con il volante sporco di sangue, trovata venerdì sera davanti a un B&B di via Milazzo. Da questa pensione trasformata in casa di appuntamenti a buon mercato spunta il supertestimone, una cubana incontrata dalla sorella di De Pau, Francesca, a Ottavia. La straniera afferma di aver passato con lui la notte di giovedì a «pippare» coca e crack.

Il killer le racconta anche di aver ucciso tre donne. «Sono viva per miracolo», dice. De Pau, però, ricorda di averla vista prima della mattanza. Per gli inquirenti la sua è una testimonianza chiave, tanto da metterla subito a verbale. Bisognerà attendere gli esami di laboratorio, però, per stabilire con certezza se il sangue nell'auto appartiene alle tre vittime o solamente alle due asiatiche. Come le tracce ematiche trovate sui vestiti di De Pau sequestrati in casa della madre al momento dell'arresto. Il 51enne ricorda di aver fermato l'emorragia a una delle cinesi. Perché farlo visto che aggredisce per uccidere? L'arma, poi, scomparsa nel nulla.

Tutto da dimostrare se lo stiletto, o comunque una lama lunga, appuntita e ben affilata, sia lo stesso utilizzato per togliere la vita alle tre prostitute. Altro elemento, questo, ancora da chiarire e che nemmeno l'autopsia potrebbe farlo con certezza. Il movente: stato psicotico causato dall'assunzione di droga o da gravi disturbi psichiatrici? O c'è dell'altro? Ovvero che De Pau gestiva anche il giro delle «squillo» della Roma bene, estorcendo denaro per conto terzi. Mancati pagamenti e conti da chiudere con la morte?

In passato De Pau era stato incaricato di uccidere due spacciatori per un debito di droga. È sempre lui a ordinare la punizione a colpi d'arma da fuoco per una partita di coca non pagata. Infine gli orari che non quadrano. Secondo una prima ricostruzione, il delitto di Martha, «Yessenia», sarebbe avvenuto dopo le 8,30 di giovedì. La donna, secondo la sorella Maria, doveva ricevere un cliente a quell'ora. Il duplice delitto, consumato a 800 metri di distanza, viene scoperto alle 10,40 e deve essere avvenuto dopo le 10, quando sul pianerottolo non c'era ancora nessun cadavere. C'è un buco di un'ora e mezza fra il primo e gli altri omicidi. Dove l'ha trascorso l'assassino? Possibile che nessuno abbia visto un uomo in pieno giorno imbrattato di sangue? Possibile che De Pau abbia programmato due incontri a luci rosse in uno spazio temporale così breve? L'uomo insiste: «Era la prima volta che andavo in via Riboty, avevo solo quell'appuntamento».

Elena Fausta Gadeschi per leggo.it il 24 novembre 2022.  

Nel giorno della convalida del fermo nel carcere di Regina Coeli per Giandavide De Pau, l'uomo accusato del triplice omicidio di tre donne nel quartiere Prati di Roma, spuntano non solo due video della mattanza ripresi con il telefonino, ma anche la chiamata che la sorella del presunto killer avrebbe fatto al 112.

Come raccontato durante la puntata di oggi di Storie Italiane, dopo avere commesso gli omicidi, De Pau telefona alla sorella che, preoccupata da quanto riferito dal fratello, chiama subito i carabinieri. 

Ecco la registrazione del 112, mandata in onda: «Pronto, buongiorno. Senta io sono la sorella di Giandavide De Pau... allora le spiego... mio fratello che è sparito ieri, sotto l'uso di sostanze, completamente fuori di testa, una persona che non sta bene quando fa uso di sostanze e l'ho sentito questa notte, è riuscito a trovare un telefono perché ha il telefono spenta da ormai un giorno e mezzo e farfugliava di donne uccise, di sangue, di coltelli e di cose varie. E io mi sono sentita di chiamarvi».

«E che le ha detto signora?» chiede il carabiniere. «Mi ha detto che c'era sangue 'Perché quella stava sul letto', perché poi c'erano i servizi segreti, perché poi lui diventa matto quando fa uso di sostanze. Dice c'era sangue 'Non so se sono stato io'... 'Non mi ricordo niente'». 

«Non c'è niente da dire è una storia talmente grande – commenta la sorella di De Pau, che in tutti i modi ha denunciato insieme alla madre i comportamenti dell'uomo –. Siamo distrutte io e mamma. Posso dire solo questo, anche perché vedete poi quello che si affronta, no?». E prosegue: «Io mi aspetto che qualcuno li curi. Era una persona normalissima, che nei momenti normali, era normale. E nei momenti di rabbia poteva essere... l'uso di sostanze, qualche problema psichiatrico».

La sorella però è intenzionata a non abbandonare l'uomo, come spiega ai microfoni di Storie Italiane: «È un essere umano, se lui vorrà vedermi, io gli porterò i vestiti, gli porterò le cose. Se lo mandano lontano non lo so, gli manderò i vestiti, perché è un essere umano, malato per giunta, è mio fratello. Io adesso ho questo compito, il dolore che provo io va messo da parte».

«C'è qualcuno che poteva aiutarvi in questa situazione?» chiede l'inviata. «Che puoi fare, le persone grandi fanno quello che vogliono. Che puoi fare? Viveva da solo lui». «Un appartamento così lussuoso... come faceva a pagarlo?» domanda la giornalista. «Quello è un appartamento del quale non voglio parlare, però non era il suo» conclude la sorella dell'uomo, che ha dei precedenti penali ed è affiliato al clan camorristico dei Senese. Un uomo che il gip ha definito «privo di freni inibitori».

Rinaldo Frignani per il "Corriere della Sera – ed. Roma" il 24 novembre 2022. 

Alle 9.58 del 17 novembre scorso Giandavide De Pau viene inquadrato per la prima volta da una telecamera del supermercato Pim e poi nel bar «Carletto», in via Riboty, a Prati. È il primo documento ufficiale che colloca il killer delle tre prostitute nella zona dove di lì a poco sarebbe scattata una gigantesca caccia all'uomo, conclusa ieri con la convalida dell'arresto da parte del gip Mara Mattioli a Regina Coeli del 51enne, ex autista del boss di camorra Michele Senese. La cronologia delle 48 ore di fuga di De Pau è impressionante. Ma ci sono ancora buchi temporali e punti da chiarire. 

Ore 10.01 De Pau entra nel palazzo al civico 28 di via Riboty dopo aver prenotato alle 9.29 per telefono un incontro sessuale con Li Yanrong e Yang Yun Xiu, 55 e 45 anni. Le ha già chiamate il 25 ottobre. 

Ore 10.23 e ore 10.39 Sono gli orari dei due video girati con il telefonino del killer, intestato alla sorella Francesca, nei quali si sentono le grida delle due donne mentre vengono uccise. 

Ore 10.41 De Pau esce dal palazzo e si allontana: non fa freddo, ma è più coperto di quando è entrato nell'edificio: cappuccio nero della felpa, sotto il giubbotto azzurro, scaldaorecchie, mascherina e occhiali da sole. Insomma, a volto coperto.

Ore 11.21 De Pau giunge in via Durazzo, parcheggia l'auto, una Toyota IQ color melanzana intestata alla madre, in via Gomenizza. Un minuto più tardi entra al civico 38 dove abita Martha Castano Torres. L'altra prostituta che ha già frequentato il 22 ottobre. 

Ore 11.39 Dopo aver ucciso la 65enne, il killer torna a prendere l'auto e, in retromarcia, scappa ancora. 18 novembre ore 2.30 Dopo aver trascorso buona parte della giornata e della serata di giovedì in giro per Roma, De Pau si presenta «in evidente stato di alterazione da droghe», nella discoteca «Jackie O'» di via Boncompagni, vicino a via Veneto.

Ore 3.30 Il killer, che indossa gli stessi vestiti della mattinata, con aloni sospetti sul giubbotto blu elettrico, forse macchie di sangue, avvicina la prostituta cubana Jessica R., che si trova con la sua amica Miriam, chiedendole ospitalità in casa sua, in un b&b in via Milazzo, presentandosi con un falso nome: Eudo Giovanoli. 

Ore 4.30 La sorella Francesca riceve la visita a casa sua a Ottavia di una «prostituta sudamericana», forse Miriam, con un biglietto dal fratello: le chiede soldi. Alle 11.48 la sorella avverte i carabinieri. 

Ore 5.50 De Pau prende un taxi e si allontana dal b&b con destinazione sconosciuta. 

Ore 12 De Pau abbandona la Toyota in via dell'Acqua Vergine, al Collatino, dopo aver avuto un incidente. Nell'auto c'è un coltello: non è chiaro se è l'arma dei delitti. Come dove fosse diretto il 51enne.

19 novembre ore 4 De Pau giunte in via Esperia Sperani, a casa della sorella alla borgata Ottavia. È stravolto, si mette a dormire su una poltrona.

Ore 6 La polizia entra nell'appartamento e lo arresta.

R.Fr. per il "Corriere della Sera" il 24 novembre 2022.  

L'episodio non è secondario. Anzi. Dimostra che Giandavide De Pau, nonostante fosse braccato dalle forze dell'ordine, non si è fatto problemi a recarsi, a notte fonda, alla storica discoteca «Jackie O'», in via Boncompagni, per trovare qualcuno che potesse aiutarlo nella latitanza appena cominciata. Chi? Una ragazza cubana di 25 anni, Jessica R., che secondo gli accertamenti della polizia, ripresi dal gip Mara Mattioli, si prostituisce nel locale.

Una escort che De Pau incrocia alle 3.30 della notte del 18 novembre, circa 15 ore dopo aver assassinato le tre donne a Prati e aver girovagato per Roma, forse cercando appoggi per fuggire altrove. 

Alle 2.30 entra in discoteca, vestito com' era al mattino, con il suo giubbotto blu elettrico, con aloni che potrebbero essere macchie di sangue, indicato qualche ora dopo dalla sorella Francesca ai carabinieri come uno dei suoi indumenti preferiti. Il 51enne è, secondo la testimonianza di Jessica, «in evidente stato di alterazione da droghe». Mentre la ragazza esce dal locale con la sua amica Miriam, lui la ferma, le dice di chiamarsi Eudo Giovanoli e le mostra una carta d'identità.

«Sono uno molto cattivo, ho ucciso tante persone...», le confessa. «Ho bisogno di un posto dove andare a dormire, non posso andare in albergo», aggiunge. Jessica accetta di portarlo a casa sua, una camera nel b&b di via Milazzo 3/B, alla stazione Termini, dove - racconta la giovane - rimane fino alle 5.50 quando prende un taxi per andare via. 

In quelle due ore circa di permanenza nel palazzo, De Pau propone alla 25enne un rapporto sessuale a pagamento, che lei rifiuta, quindi alle 4.30 chiede a Miriam, che era rimasta con loro nella stanza, di recarsi dalla sorella - in zona Tiburtina, e non alla borgata Ottavia, dove invece abita con la madre - per farsi dare la carta di credito.

Le due donne respingono Miriam, che arriva con un taxi e che lascia loro il numero di Jessica: Francesca la contatta subito dopo esortandola a mettere a sua volta De Pau su un taxi per farlo andare da lei. Il 51enne rifiuta, e anzi chiede ancora a Jessica di aiutarlo ad andare a prendere il passaporto. 

«Sto vendendo casa, voglio andare via», le avrebbe detto. Un'intenzione rimasta tale, perché alla fine, come sostiene la cubana, che la notte successiva chiamerà il 112 per segnalare un'auto sporca di sangue proprio sotto casa sua collegata agli omicidi, forse per depistare le indagini, De Pau si allontana da solo.

Il caso De Pau prova che il mercato nero delle notizie continua. Triplice omicidio a Roma, sui media telecronaca minuto per minuto dell’interrogatorio del sospettato. La questura smentisce che la fuga di notizie sia attribuibile alla polizia. Ma chi ha violato la direttiva sulla presunzione d’innocenza? Valentina Stella Il Dubbio il 21 novembre 2022.

La ricerca prima e la cattura poi del presunto assassino delle tre prostitute tra via Durazzo e via Augusto Riboty a Roma ha dato vita ad un profluvio di informazioni da parte di tutti i mass media. Il che è comprensibile, considerato che, a ridosso degli omicidi, la capitale si sentiva in pericolo con un serial killer in libertà.

Il problema è sorto quando un sospettato è stato condotto all’alba di sabato nella Questura di Roma e da quel momento sono uscite da quel palazzo continue indiscrezioni sul suo interrogatorio, che si stava svolgendo alla presenza del suo legale di fiducia, Alessandro De Federicis. Praticamente, quasi in diretta, come un telefono senza fili, si è detto sull’indagato Giandavide De Pau di tutto e di più: che aveva tamponato la ferita ad una delle due vittime cinesi, che aveva vagato per Roma, dove era andato nei giorni in cui lo stavano cercando, che avrebbe ammesso i delitti, che avrebbe confessato solo in parte e così via, saltando da una indiscrezione all’altra.

Sabato mattina poi abbiamo letto su tutti i giornali una dichiarazione del questore Mario Della Cioppa, che ha assicurato come «al momento la situazione è sotto stretto controllo e riteniamo di poter affermare che la collettività possa tornare ad essere più tranquilla, perché altri fatti collegati a questi tragici avvenimenti non ci saranno. Al momento opportuno, gli organi investigativi e la procura della Repubblica forniranno le informazioni doverose».

Prima considerazione: il questore sembra stia dando per certo che De Pau sia l’assassino. Ma una confessione, come poi leggerete dalle parole del suo avvocato, non c’è stata. E le indagini sono ancora in corso. Dunque una autorità pubblica ha indicato come colpevole qualcuno quando gli accertamenti sono ancora in corso? Seconda considerazione: avrebbe senso dare oggi “informazioni doverose” considerato che per tutta la mattina di sabato i rubinetti comunicativi non ufficiali della Questura sono rimasti aperti? Ricordiamo che è in vigore da un anno la norma di recepimento della direttiva europea sulla presunzione di innocenza.

Tuttavia questo caso di cronaca nera è l’esempio emblematico di come queste nuove disposizioni siano state disattese. In un caso di rilevanza pubblica come questo, sarebbe forse stata opportuna una conferenza stampa. E invece si è lasciato campo libero al “mercato nero della notizia”, come ribattezzato dalla firma del Corriere della Sera Luigi Ferrarella. A tale proposito, abbiamo chiesto informazioni proprio alla Questura: «Non è nostra la responsabilità», ci hanno detto dall’ufficio stampa. Ma indagherete sulla fuga di notizie? «Se la Procura lo riterrà opportuno, provvederà lei». Noi abbiamo chiesto direttamente al procuratore capo Francesco Lo Voi cosa pensasse di quanto accaduto e se indagherà. Al momento nessuna risposta.

Colui che certamente non ha fomentato l’infodemia su questo caso è proprio l’avvocato di De Pau, Alessandro De Federicis. Chi lo conosce sa bene che non è tra gli alimentatori del processo mediatico parallelo. Infatti quando lo chiamiamo per sottoporgli la questione ci dice sinteticamente: «A chi mi ha chiamato in questi giorni, tra i suoi colleghi, ho detto che non avrei riferito nulla se non che la posizione generica è di totale black out cerebrale di un soggetto fragile. Se ha commesso lui i delitti – questo lo stabiliranno eventualmente le indagini – saremmo in presenza di un gesto folle. E qui mi fermo».

Eppure di indiscrezioni ne sono uscite tantissime: «Durante l’interrogatorio durato sette ore è stato detto tutto e il contrario di tutto, perché l’uomo, che soffre di disturbi psichiatrici da tempo, non riusciva a dare coerenza al racconto. Se si fa uscire una notizia, questa poi rischia di essere smentita cinque minuti dopo». E invece sabato mancava solo che trapelasse la marca di slip del suo assistito dalla Questura: «Senza la dovuta pazienza di verificare le notizie, e invece in preda alla smania di dover scrivere e arrivare prima degli altri, la stampa ha preferito pubblicare qualsiasi cosa a qualunque costo, anche quello di sostenere l’insostenibile, ossia che il mio assistito appartiene alla criminalità organizzata. Non esiste da nessuna parte che lui faccia parte del clan Senese. De Pau stava solo all’ospedale psichiatrico giudiziario con Michele Senese ma non appartiene al clan. Poi, visto che Senese non aveva la patente, qualche volta si è fatto accompagnare da De Pau in giro per Roma. I processi per il clan Senese non hanno mai avuto come imputato il mio assistito».

Per De Federicis si tratta di «informazioni errate che hanno tentato di spostare il baricentro della brutta vicenda delle tre povere donne uccise su un profilo – falso – legato alla criminalità organizzata».

Fulvio Fiano e Rinaldo Frignani per corriere.it il 25 novembre 2022.

Svolti gli esami autoptici su Li Yanrong, Yang Yun Xiu e Martha Castano Torres. Le donne sono state colpite alla schiena, al torace, al collo e alla testa. Le due cinesi si sono difese fino all’ultimo 

Un quadro di «esagerata violenza». Decine di coltellate per uccidere le tre donne a Prati. In due aggredite nel corso di rapporti sessuali, un’altra mentre cercava disperatamente di soccorrere l’amica. È la scena dei delitti del 17 novembre scorso in via Augusto Riboty e via Durazzo, vicino piazzale Clodio, che emerge dalle autopsie che sono state effettuate venerdì mattina all’istituto di medicina legale del Policlinico Gemelli. 

I medici legali hanno evidenziato la violenza cieca che si è abbattuta quella mattina su Li Yanrong e Yang Yun Xiu, 55 e 45 anni, e poi su Martha Castano Torres, di 65, per mano, secondo l’accusa, di Giandavide De Pau, ex autista del boss di camorra Michele Senese, ora in carcere accusato di triplice omicidio volontario aggravato dalla crudeltà. Sulla vicenda tuttavia ci sono ancora molti punti oscuri. 

A cominciare dai complici che il 51enne di Torrevecchia potrebbe aver avuto nel corso della sua breve latitanza durata fino all’alba di sabato scorso, quando è stato catturato a casa della sorella e della madre in via Esperia Sperani, alla borgata Ottavia. 

Dagli accertamenti autoptici sarebbe emerso che le due cinesi si sono difese fino all’ultimo. Il killer ha sferrato contro di loro fendenti alla schiena, all’addome, al torace, alla testa e al collo. Una delle due è riuscita a uscire sul pianerottolo, per chiedere aiuto, ma è morta lì. Non si esclude che altrimenti l’assassino sarebbe fuggito indisturbato e l’allarme sarebbe scattato molte ore più tardi.

Rinaldo Frignani per il “Corriere della Sera – ed. Roma” il 25 novembre 2022.

Un piumino da neve blu elettrico, scarpe da ginnastica, jeans neri stretti e una fascia da neve per ripararsi dal freddo. Eccolo Giandavide De Pau nelle nitide immagini dei filmati di videosorveglianza entrare e uscire dall'appartamento di via Riboty prima e via Durazzo poi. Sarà proprio il suo abbigliamento a incastrarlo assieme ad altre prove. 

Così lo descrive vestito sua sorella Francesca, senza sapere che la polizia ha già in mano i fotogrammi che lo riprendono, così viene inquadrato, anche se per un solo dettaglio, ma decisivo, la suola bianca delle scarpe che indossa, da uno dei due video che lui stesso realizza con lo smartphone mentre sta avendo un rapporto con Yangrong Li e Xiuli Guo, che poi ucciderà. 

De Pau viene ripreso una prima volta alle 9.58 dalle telecamere del supermercato Pim di via Riboty mentre cammina a passo svelto ed entra nel bar da Carletto al civico 20. Poi alle 10.01 entra nel palazzo al 28 e ne esce 41 minuti dopo. Stavolta ha alzato il cappuccio sulla testa, ha indossato la mascherina, ha nascosto le mani presumibilmente sporche di sangue nelle tasche del giubbino e ha gli occhiali da sole e tiene lo sguardo basso. Il passo è ugualmente rapido ma sul giubbotto sono visibili, come annota il gip Mara Mattioli nell'ordinanza, « aloni di macchie».

In via Durazzo, dove il killer arriva dopo 40 minuti, sono invece le telecamere esterne del centro produzione della Rai a inquadrare la Toyota IQ color melanzana (con targa ben visibile) sulla quale viaggia il 51enne ex autista e factotum del boss Michele Senese.

Sono le 11.21, la vettura proviene da circonvallazione Clodia, risale via Durazzo e gira su via Gomenizza, all'angolo del palazzo dove viveva Martha Castano Torres. 

De Pau parcheggia nei posti auto a spina ai piedi di Monte Mario e viene nuovamente inquadrato, stavolta a piedi, attraversare a piedi l'incrocio di via Gomenizza in direzione via Durazzo. Ancora una volta è lo stesso abbigliamento ripreso dalle telecamere del Pim a dare la certezza che si tratti dello stesso soggetto inquadrato su via Riboty. 

Talmente riconoscibile da renderlo identificabile anche quando 15 minuti dopo, ripreso stavolta di spalle, esce dal civico 38 e si dirige verso il punto dove ha parcheggiato. La telecamera della Rai inquadra anche la Toyota color melanzana fare retromarcia per immettersi su via Gomenizza, direzione via Novenio Bucchi.

«Quanto sin qui rappresentato - scrive il gip - non pone dubbi in ordine al fatto che lo stesso soggetto ripreso dalle telecamere del supermercato Pim di via Riboty entrare nello stabile al civico n. 28, poco dopo si è recato in via Durazzo a bordo di una Toyota IQ color melanzana e, dopo aver parcheggiato, è entrato al civico di via Durazzo.

Gli esiti dell'ininterrotta attività investigativa svolta successivamente consentono di ritenere certa anche l'identificazione di De Pau Giandavide come il soggetto ripreso dalle telecamere entrare e uscire dai luoghi in cui sono stati perpetrati i barbari omicidi delle tre donne il 17 novembre 2022 negli orari in cui le stesse venivano uccise». La controprova arriva poi dai tabulati telefonici relativi alle utenze in uso alle vittime, dai quali risulta che alle 9.30, 9,31 e 10,02 il cellulare delle due cinesi viene contattato dal cellulare intestato a Francesca De Pau ma in uso al fratello Giandavide. E che lo stesso numero aveva contattato quello delle cinesi il 25 ottobre e quello della colombina il 22.

Rinaldo Frignani per il “Corriere della Sera” il 25 novembre 2022.

Uccise e dimenticate. Lasciate sole prima di morire, poi rimaste per anni senza giustizia. Spesso senza nessuno che ne abbia reclamato i corpi per piangerle o pregare per loro. Sono quasi un centinaio le prostitute assassinate negli ultimi 40 anni a Roma e dintorni. Forse ancora di più quelle nel decennio precedente. Vittime di protettori e clienti, sfruttatori e maniaci. 

Non pochi i delitti insoluti, ancora oggi cold case. Proprio per questo - nella Giornata nazionale contro la violenza sulle donne - la strage di Prati assume un significato ancora più profondo. E le indagini tuttora in corso riportano indietro nel tempo. Perché fra le analogie ancora da dimostrare con qualche delitto precedente c'è quella di vittime aggredite, uccise e infine spinte sotto il letto.

Un goffo tentativo di nascondere i cadaveri o, secondo alcuni psichiatri, l'intento del killer di allontanare da sé il pensiero di quanto appena fatto. Martha Castaño Torres, accoltellata in via Durazzo, era in parte sotto il letto, così come prima di lei Yang Yun Xiu, alias Xiuli Guo, in via Augusto Riboty. 

Agli atti dell'inchiesta ci sono foto inedite che mostrano Giandavide De Pau mentre lascia l'appartamento della ragazza cinese e della sua coinquilina. Si è coperto il viso, si è ripulito dal sangue. Il sospetto di chi indaga è che abbia seguito un rituale, per questo si valuta se contestargli la premeditazione. 

Era già successo anni fa in casi analoghi di omicidi di prostitute che ricevevano in casa. Nel febbraio 2010 in via Pietro Rovetti, a Torpignattara, fu trovato il cadavere di una cinese di circa 30 anni, strangolata e incastrata nel giaciglio. Scena simile nel novembre 2009 in via Squillace, vicino Capannelle, dove Laura Zambani, 55 anni, fu massacrata con un tubo di ferro.

La Squadra mobile si è concentrata sui due casi insoluti, con una vittima dall'identità non certa, per verificare se ci siano collegamenti con quelli di oggi. E non solo. Al vaglio ci sarebbe anche la tragica fine di una ragazza nigeriana, tuttora senza nome, uccisa con sette coltellate in una notte di ottobre di 10 anni fa su via Aurelia e gettata in una vicina discarica. Quel fascicolo potrebbe essere ora riaperto. 

Il profilo genetico di De Pau è stato già isolato e verrà confrontato con quelli inseriti nella banca dati nazionale. In queste ore vengono riesaminati i video girati dal 51enne in via Riboty. Si cerca di ricostruire ogni dettaglio, focalizzare i particolari, individuare un eventuale rituale. E si lavora alla ricostruzione delle ore successive al triplice omicidio, soprattutto alla partecipazione di possibili complici alla fuga dell'uomo. La storia recente dei delitti di ragazze di strada ed escort nella Capitale è d'altra parte costellata di misteri.

E di serial killer. Come quello finora sfuggito alla cattura dopo aver ucciso almeno quattro giovani della Nigeria e del Ghana, tra l'estate e il Natale del 2001: «È solo l'inizio», annunciò un misterioso interlocutore al centralino della Questura. Poi sparì lasciandosi dietro due vittime all'Ardeatino e al Laurentino, un'altra davanti al cimitero di Anzio e una ancora nelle campagne di Tuscania. L'anno successivo Maringa Popic, bosniaca di 22 anni, fu trovata uccisa dietro un benzinaio ai Colli Albani. 

Nessun colpevole, come per cinque dei sette omicidi contestati a Maurizio Giugliano, killer seriale morto in carcere nel 1994, detto «Il lupo dell'Agro romano». L'anno successivo un'altra vittima sconosciuta, sempre accoltellata, vicino alla discarica di Rocca Cencia, mentre nel 2011 l'Ardeatino è ancora teatro dell'orrore con i resti di una donna senza testa e senza gambe, violentata prima di essere uccisa, trasformata in una macabra valigia con un manico in filo di ferro. Mai identificata, come il «macellaio» - il soprannome dato al killer - che aveva fatto un lavoro meticoloso per renderla irriconoscibile.

F.Fia e R.Fr. per il “Corriere della Sera – ed. Roma” il 25 novembre 2022.

La Toyota IQ melanzana è ancora nel deposito giudiziario «Graziosi» in via Prenestina. Avrebbe qualche ammaccatura, conseguenza dell'incidente che l'ha coinvolta il 18 novembre scorso in via dell'Acqua Vergine, al Collatino, non molto lontano dal campo nomadi in via di Salone. Un sinistro che sarebbe stato rilevato dai vigili urbani dopo che la vettura, intestata alla madre di Giandavide De Pau, era stata abbandonata per strada, con le chiavi nel quadro. 

Ma soprattutto al volante non ci sarebbe stato il 51enne accusato dell'omicidio delle tre prostitute a Prati solo 24 prima. Un altro punto chiave nelle indagini della Squadra mobile che sta ricostruendo quanto De Pau ha fatto nel pomeriggio del 17 novembre e in tutta la giornata successiva, prima di presentarsi quasi all'alba di sabato a casa della madre e della sorella in via Esperia Sperani, alla borgata Ottavia, dove è stato catturato.

Sulla questione c'è il massimo riserbo: da stabilire chi c'era al volante della Toyota, che compare nei video attorno a piazzale Clodio, guidata da De Pau, all'ora dell'omicidio di Martha Castaño Torres in via Durazzo. Il giorno successivo però l'utilitaria è passata di mano ed è stata ritrovata dalla parte opposta della città. 

Non una cosa da poco: nell'abitacolo ci sarebbero state tracce di sangue e oltretutto, come del resto confermato nell'ordinanza cautelare firmata dal gip Mara Mattioli - dove non compare chi era al volante della IQ -, anche un coltello da cucina repertato dalla Scientifica. Forse quello dei delitti.

L'annotazione degli investigatori risale a martedì scorso, quattro giorni dopo l'incidente, ma non è chiaro se l'auto sia stata rintracciata prima nel deposito. Su questo aspetto gli interrogativi sono molti. A cominciare da chi guidasse la Toyota invece di De Pau, per quale motivo e dove la stesse portando, visto che in quei giorni era la vettura più ricercata d'Italia, rischiando quindi l'accusa di concorso in triplice omicidio. 

De Pau ha incaricato qualcuno di farla sparire per cancellare le tracce del suo passaggio a Prati? Lo ha anche pagato? Oppure di tutta la questione si è occupato qualcun'altro di sua conoscenza che ha voluto aiutarlo? Anche perché nella notte di giovedì il 51enne, come raccontato dalla sua amica cubana Jessica R., si sarebbe spostato in taxi. La parola è ora sempre alla Scientifica che ha esaminato la vettura alla ricerca di impronte digitali diverse da quelle di De Pau.

Estratto dell'articolo di Giuseppe Scarpa per “la Repubblica - Edizione Roma” il 25 novembre 2022.

In procura avevano già individuato il profilo criminale di Giandavide De Pau. Il 51enne assassino delle tre escort a Prati. I tratti aggressivi della personalità, il temperamento rabbioso, l'utilizzo spregiudicato della droga. Il 20 maggio 2019 i pm avevano per questo sollecitato e ottenuto l'arresto. Infine incassato anche una condanna. La storia ruota intorno al pestaggio di un barista, il 19 maggio dello stesso anno. 

Il pm di turno chiede la convalida dell'arresto, questa la motivazione del magistrato: «si può evincere dalla condotta di De Pau un'indole violenta, incline al delitto, soprattutto con violenza alla persona. L'uomo è stato trovato in possesso di sostanze stupefacenti e appariva in uno stato tale da desumerne fondatamente il contestuale uso». E ancora: «De Pau risulta gravato da numerosi precedenti. Da questi elementi si evince il concreto pericolo di reiterazioni di fatti analoghi. Perciò il carcere si appalesa come l'unica misura idonea a garantire le esigenze evidenziate» .

Infine: «Da non sottovalutare, in considerazione della personalità descritta, che il De Pau possa portare a termine i propositi manifestati sotto forma di minaccia» . Ovvero ammazzare il barman. De Pau finisce a Regina Coeli. Poi patteggia la pena, un anno di reclusione. Di più non si può fare. Poi è di nuovo libero. Libero di uccidere tre donne. 

Ecco cosa è accaduto il 19 maggio del 2019. […] Quartiere Balduina. Dopo essere stato respinto dalla donna scende le scale del palazzo dove vive e si fionda nel locale. Entra, si avvicina al bancone. Al "no" del barista scatta la reazione. È il secondo rifiuto in pochi minuti. Per lui è troppo. In un attimo De Pau è sopra l'uomo, inizia a sferrare pugni. Chi assiste alla scena è sbalordito. Ma è solo un attimo, perché i presenti intervengono per sottrarre la vittima dalle mani di De Pau. A questo punto, come emerge dalle carte dell'inchiesta, l'uomo grida: «Pago dieci euro a un amico mio per darti fuoco al locale. Mo vado a prendere la pistola torno e t' ammazzo. Io ti ammazzo, io ti ammazzo».

Nel frattempo, a spintonate, viene buttato fuori dal locale da più persone. De Pau, però, continua a ringhiare. Imbestialito urla di tutto. Qualcuno chiama la polizia. Ma De Pau non si placa. Di fronte alla "guardie" diventa ancora più aggressivo. 

Sono loro il suo bersaglio. Li minaccia. «Ho agganci nel mondo della mala (era l'autista di Michele Senese, boss della camorra) e anche all'interno della polizia», dice agli agenti del commissariato di Monte Mario. I poliziotti tentano di arrestarlo. De Pau si ribella. Cerca di colpire con calci e pugni gli uomini in divisa. È troppo. L'uomo è in manette. La serata folle del 19 maggio non è ancora finita. Le forze dell'ordine entrano a casa sua. […]

Fulvio Fiano e Rinaldo Frignani per il “Corriere della Sera” il 26 novembre 2022.

Su Li Yanrong si è accanito di più. Forse perché la 55enne maitresse di via Augusto Riboty gli era saltata addosso, afferrandolo, per salvare la sua amica Yang Yun Xiu, già sul pavimento coperta di sangue. Ed è proprio a Li Yanrong che Giandavide De Pau avrebbe sferrato una trentina di coltellate. 

La vittima si è difesa ma alla fine si è dovuta arrendere: si è trascinata sul pianerottolo del primo piano, dove è stata finita con un'ultima coltellata a un fianco. All'altra donna il killer di Prati ha riservato una dozzina di fendenti, alla schiena, al collo e alla nuca, così come un'altra decina ancora a Martha Castano Torres poco dopo in via Durazzo. Alla 65enne colombiana anche un colpo, forse quello fatale, al torace. 

Un quadro di «esagerata violenza», come hanno sottolineato gli inquirenti commentando i primi risultati delle autopsie al Gemelli. Alcuni fendenti hanno colpito anche il volto delle vittime. Nel corso degli esami sono state prelevate sostanze da comparare con il Dna di De Pau, frammenti di pelle e altri reperti.

Il numero di coltellate è provvisorio: nella foga di colpire le tre donne, l'assassino le avrebbe ferite più volte negli stessi punti tanto da allargare i tagli e rendere complicato capire di che lama si tratti. Peraltro l'arma dei delitti non è stata ancora ritrovata, si teme che De Pau l'abbia buttata chissà dove nelle 43 ore di latitanza prima di essere catturato a casa della sorella alla borgata Ottavia, all'alba di una settimana fa. 

Meno di 12 ore prima, alle 20 passate di venerdì scorso, l'auto che aveva usato per raggiungere Prati la mattina del 17 novembre è stata rinvenuta in via dell'Acqua Vergine, non lontano dal Policlinico di Tor Vergata: l'uomo al volante, non De Pau secondo alcuni riscontri investigativi, aveva perso il controllo della Toyota IQ, intestata alla madre del 51enne, e si era ribaltato. Dove stava correndo? Si sa solo che il conducente ha rifiutato le cure e si è allontanato.

L'auto è stata trasferita nel deposito «Graziosi» in via Prenestina. Nella sua prima deposizione in Questura De Pau ha detto di aver chiesto aiuto a più persone in strada dopo essere sfuggito all'aggressione di un uomo armato che ha ucciso le due donne di via Riboty e di aver infine trovato un passaggio per Tor Vergata. Anche queste parole, per quanto in gran parte già confutate dai dati investigativi, vengono esaminate per cogliervi possibili schegge di verità proprio a partire dalla possibile presenza in auto di un'altra persona. Nel 2006 De Pau era stato prosciolto da una accusa di violenza sessuale, su una ragazza brasiliana ai Parioli per infermità mentale e smistato per due anni alla struttura psichiatrica di Montelupo Fiorentino.

All'epoca fu colpito da ordinanza di custodia cautelare in carcere eseguita dai carabinieri. La giovane fu minacciata con due pistole e un coltello, picchiata a sangue e si salvò solo perché si lanciò dal balcone. De Pau si rese irreperibile con la moglie di allora, che abbandonò il posto di lavoro senza farvi ritorno. La dinamica di quell'aggressione assomiglia per certi versi a quelle alle prostitute uccise a Prati. Il gip Guglielmo Muntoni definì De Pau persona di «particolare violenza e con capacità criminale», con «uso disinvolto di armi per commettere reati». Inoltre «può contare sull'appoggio di familiari».

Luca Monaco e Andrea Ossino per “la Repubblica – ed. Roma” il 26 novembre 2022.

Giandavide De Pau poteva essere fermato. Già da tempo il killer di Prati aveva mostrato la sua indole violenta. Lo sanno bene i carabinieri, che nel 2006 lo hanno arrestato per aver sequestrato e stuprato una prostituta brasiliana.  Una violenza tremendamente simile a quelle accadute la scorsa settimana, quando il 51enne ha ucciso tre donne a pochi metri dal tribunale di Roma. 

Il lavoro dei pm e delle forze dell'ordine però si è scontrato con le norme, i cavilli e le perizie mediche che non hanno arginato la furia omicida. Non è la prima volta. 

Nel 2019 i giudici gli hanno permesso di patteggiare a un anno di reclusione una condanna per aver massacrato un barista dopo aver aggredito la figlia del boss Salvatore Nicitra. Questo nonostante gli incontri del 2013 con Massimo Carminati, la devozione al capomafia Michele Senese, i precedenti per violazione di domicilio, ricettazione, lesioni personali, violenza privata, minacce e resistenza a pubblico ufficiale. Inutili anche le accuse mosse nel 2020, quando è stato arrestato per aver gravitato intorno a una banda di narcos che si dilettava facendo estorsioni a mano armata, gambizzando le vittime e ripulendo il denaro. Il tutto con metodi mafiosi.

Il soggiorno nell'ospedale psichiatrico di Montelupo Fiorentino, dove De Pau è stato ricoverato nel 2008 e nel 2011, è servito solo a permettere all'indagato di evitare il carcere. E anche le visite al dipartimento di salute mentale della Asl Roma 1 non hanno sortito l'effetto sperato. Nonostante la diagnosi di "disturbo di personalità borderline e disturbo di personalità antisociale correlati ad abuso di alcol e cocaina", dallo scorso aprile De Pau era un uomo libero. 

Libero di sfogare quella violenza già emersa in passato e adesso certificata dal resoconto dell'autopsia effettuato sui corpi delle vittime. Un esame che parla di una decina di coltellate inferte alla colombiana Martha Lucia Torres Castano, di una ventina di ferite riscontrate sul corpo di Xiuli Guo, uccisa durante un rapporto sessuale, e di un " numero spropositato" di fendenti inferti contro Li Yanrong, la più grande delle due ragazze orientali, intervenuta per difendere l'amica. Circa cinquanta coltellate raccontano "un'esagerata violenza".

Una storia che riporta alla mente i fatti del 2006, quando venne prosciolto per un vizio di mente e finì in una struttura sanitaria. Le carte dei carabinieri, che lo avevano arrestato, parlano di una prostituta brasiliana che correva nuda e insanguinata per strada, ai Parioli, dopo che De Pau, fingendosi per un idraulico, era entrato in casa sua armato di coltello e due pistole, violentandola e costringendola a improvvisare una fuga lanciandosi dal balcone.

«Sussiste il concreto pericolo di reiterazione del reati», aveva spiegato il giudice Guglielmo Muntoni sottolineando « la particolare violenza e capacità criminale dell'indagato». Il magistrato decise per il carcere. Dopo fu concessa una misura alternativa, come sempre.

Estratto dell'articolo di Camilla Mozzetti per “il Messaggero” il 27 novembre 2022.

All'inizio fu la droga, poi arrivarono le armi e le violenze, su donne che per paura decisero di non sporgere denuncia, come un'italiana sequestrata, picchiata e rapinata. Con l'entrata e l'uscita dai manicomi giudiziari fino all'epilogo del 17 novembre scorso con tre donne massacrate a coltellate nel quartiere Prati. 

È una lunga scia criminale quella di Giandavide De Pau, 51 anni, accusato oggi di triplice omicidio aggravato dalla crudeltà e dai futili motivi. […] A settembre 1996 l'uomo finì di scontare i primi arresti domiciliari, aveva appena 25 anni. Ma lo ricordava anche la madre di De Pau una settimana fa, a poche ore dal fermo in quel di Ottavia: «I guai per lui sono arrivati con la droga a vent' anni per colpa di una donna».

Una vicenda che, invece, sottolinea una sorta di instabilità mentale, risale all'anno seguente. È il novembre 2014 quando durante un controllo De Pau, che era a bordo di una Citroen, viene fermato in via di Torrevecchia. 

Nell'auto viene trovata una pistola, calibro 7.65 di fabbricazione ex jugoslava con matricola abrasa ma oltre a questo è ferito alla mano sinistra. In ospedale dirà di essere stato vittima di una rapina ad opera di ignoti ma si accerterà successivamente, a seguito della perquisizione nell'appartamento della Balduina, che l'uomo si era sparato da solo, probabilmente mentre stava caricando, pulendo o sistemando l'arma, considerate le numerose tracce ematiche trovate in casa.

Nel 2019, prima che De Pau pestasse sull'uscio di un locale un barista che non voleva servirlo dopo l'orario di chiusura e che è stato prima minacciato e poi colpito selvaggiamente fino al distacco della cornea, l'uomo sequestrò una donna italiana che fu picchiata e rapinata. La vittima, italiana, quando si trovò a dover formalizzare la denuncia dopo la richiesta di soccorso al 112 decise di ritrattare. 

E poi appunto ecco il maggio del 2019 e il pestaggio del barista, e le molestie alla figlia del boss Salvatore Nicitra, fino a che nell'operazione Alba Tulipano [...] De Pau verrà annoverato «tra i più fidati collaboratori di Senese e, di riflesso, tra i più influenti sodali del cartello criminale» [...]. 

Flavia Amabile per "La Stampa" il 30 novembre 2022.

Il centro massaggi dà sulla strada. La porta è chiusa, per entrare bisogna suonare un campanello appeso su un lato. Siamo in via Francesco Caracciolo nel quartiere Prati. Via Riboty è a una decina di minuti a piedi. L'eco dei suoi omicidi si è spenta in fretta, l'industria del sesso a pagamento ha ripreso a macinare appuntamenti, i siti di annunci esplodono di inserzioni di nuovi arrivi di donne orientali, cinesi in particolare.

Spingo sul pulsante, un suono lontano si diffonde nel locale. Alle mie spalle la cupola di San Pietro si staglia enorme sul fondo della via. La porta resta chiusa ma qualcuno aprirà di sicuro. Ho chiamato il pomeriggio precedente per chiedere un massaggio. Ha risposto una voce femminile in un italiano misto a cinese. Non ha nascosto lo stupore di ricevere la telefonata di una donna, mi ha dato l'appuntamento più innocuo che aveva, alle 9,30 di mattina, a inizio giornata quando nel centro non ci sono altri clienti.

Dopo alcuni minuti, finalmente la porta si apre. Una signora mi fa entrare. Il suo volto non è quello dell'inserzione pubblicata sui vari siti di annunci di escort e sesso dove ho trovato il numero di telefono a cui mi sono rivolta. Né lo è il suo fisico. Lei avrà almeno una ventina di anni in più delle donne esibite per acchiappare clienti. In genere a questo punto gli uomini iniziano a lamentarsi, per loro la corrispondenza tra foto e persona incontrata è il primo dei requisiti richiesti. Gli altri sono il prezzo, il tipo di prestazioni offerte, il luogo. Ognuno di questi requisiti viene sintetizzato da una sigla e inserito in una scheda di valutazione che viene pubblicata sui siti, come in un Trip Advisor del sesso a pagamento.

Io le sorrido e la seguo in questo scantinato senza finestre. La donna racconta di chiamarsi Nadia, ha appena terminato di passare lo straccio e di pulire il bagno, il pavimento è ancora umido. Passiamo davanti a tre stanze-sgabuzzino. Entriamo nell'ultima, luci rosse, specchio, una doccia, un lavandino, un letto con un lenzuolo di carta, un attaccapanni per i vestiti. Sollevo lo sguardo, la parte superiore della parete che dà sul corridoio è aperta. Se accadesse qualcosa di strano nella nostra stanza, si saprebbe subito.

La prima domanda tradisce il nervosismo di Nadia. «Puoi pagare in anticipo?». «Meglio alla fine», rispondo. Nadia si rassegna ed esce un istante. Dopo qualche secondo le note di una band cinese si diffondono nell'aria, io ne approfitto per scattare delle foto e attendo. Quando Nadia ritorna, mi fa spogliare e stendere. Parte dalla schiena, si mette a cavalcioni, si strofina, prova a capire che cosa voglio da lei. Non sto cercando sesso. Non le dico che farei volentieri a meno anche del massaggio.

Sono qui, in un centro a luci rosse, per ascoltare una delle circa 1500 donne cinesi che si prostituiscono a Roma secondo le cifre riportate in uno studio realizzato da Francesco Carchedi, sociologo della Sapienza. Sono le più lontane, le più irraggiungibili. Non lavorano in strada, soltanto al chiuso. Nessuno le incontra per caso, nemmeno le volontarie che ogni notte perlustrano le consolari per provare a convincere nigeriane e romene a liberarsi dalla tratta. Per capire chi sono e come vivono le donne cinesi che si prostituiscono, c'è un solo modo: bussare alla loro porta e sottoporsi a un massaggio.

Lascio che continui a tormentarmi le spalle e inizio a farla parlare. All'inizio Nadia risponde a monosillabi, non è abituata alle domande, teme problemi. Insisto. Le chiedo dei figli, di Roma, del Colosseo, che ne pensa dell'Italia. Dopo una decina di minuti finalmente lei rallenta il massaggio, si siede sul letto e inizia a raccontare. Le frasi più semplici a voce, le altre digitando in cinese sul telefonino e mostrandomi la risposta di Google Translator.

È arrivata in Italia una decina di anni fa, prima ha vissuto in provincia di Teramo poi si è trasferita a Roma. Non le capita di parlare molto, si scusa, non conosce bene l'italiano. Provo a chiederle che ne pensa di Roma, la grande capitale, il mito di tanti cinesi, i monumenti. Lei fa un gesto con la mano per dire che non le importa nulla, né della capitale, né dei monumenti.

Cambio argomento. Parliamo di uomini, Nadia. Lei si illumina. «Gli italiani? A loro interessa solo il sesso. E poi i soldi. Gli italiani sono deboli. Con loro se sei furba puoi ottenere quello che vuoi», aggiunge facendo l'occhiolino. «E tu ci riesci? Gli italiani sono convinti che le donne orientali siano obbedienti, miti, arrendevoli», chiedo.

«Gli italiani non sanno nulla di noi», risponde lei. Provo a farle dire qualcos'altro, vorrei sapere dei suoi incontri, ma lei elude con sapienza tutte le domande sul sesso. Tace sul racket, le mistress, l'organizzazione che l'ha portata in Italia e le ha permesso di aprire un'attività. Nega di avere clienti anche se gli annunci che portano al suo numero di telefono e al suo centro sono molto espliciti. «Gli uomini italiani sono identici ai cinesi», dice soltanto. Inizia a massaggiarmi un piede e si perde a pensare a quello che un tempo è stato il marito. «Era bello, ero innamorata, ci siamo sposati, abbiamo avuto due figlie. Poi, però, ha smesso di lavorare. All'improvviso non voleva fare più nulla, ero io a mantenere la famiglia. Ma io non ho studiato, mi arrangiavo con lavori da poco, vendevo cibo al mercato. Guadagnavo mille yuan, bastavano solo per mangiare».

Un giorno lui ha anche provato a picchiarla. «Ho risposto lanciandogli addosso il primo oggetto che mi è capitato tra le mani e picchiandolo anche io. Era più basso di me, si è fermato. Da quel momento non ci ha più provato», racconta Nadia. Né lei gli ha dato modo di alzare di nuovo le mani. Le figlie crescevano, c'era sempre più bisogno di soldi. A una donna come lei la Cina della grande avanzata degli Anni Duemila non poteva offrire nulla.

Allora, è partita per l'Italia. «Finalmente ho iniziato a guadagnare abbastanza e a mandare soldi alle mie figlie per farle studiare», spiega. Quando parla delle figlie il suo tono cambia: «Non le vedo da cinque anni. Tornare costerebbe troppo. Ieri era il compleanno di una di loro, abbiamo festeggiato in video». Davanti a uno schermo finiscono tutte le sue giornate.

 Dopo ore con i clienti torna a casa e accende la televisione o si collega con la Cina. Non c'è altro nella sua vita. Non è mai stata al Colosseo e nemmeno a vedere San Pietro che con la sua cupola fa ombra al palazzo. Non ha nessuno accanto né vuole qualcuno. «Un fidanzato? Sarebbe un terzo figlio da mantenere, ne ho abbastanza. Non mi importa l'amore, voglio solo far terminare gli studi alle mie figlie. Quando finalmente ci riuscirò potrò tornare in Cina». Quanto manca Nadia? «Non molto, per fortuna», risponde lei. Con un grande sorriso.

Camilla Palladino per roma.corriere.it il 21 novembre 2022.

«In quel palazzo ha perso la vita anche un avvocato, un cliente stroncato da un malore. È successo tre o quattro anni fa, credo che stesse con la sorella di Martha in quel momento». Il racconto è di Giampiero Iannarelli, 42 anni, che lavora al supermercato Decò all’incrocio tra via Durazzo e viale Angelico. Conosceva Martha Castaño Torres, in arte Yessenia, la escort di 65 anni trovata morta giovedì nel seminterrato di via Durazzo 38 in cui viveva e riceveva i clienti. A fare il macabro ritrovamento intorno all’ora di pranzo era stata proprio sua sorella, una trans che si presenta con il nome di Francesca Neri di Caracas. 

«Erano anni che abitavano qui in zona, quindi conoscevamo bene entrambe», continua Iannarelli, che poi descrive le due sorelle come «persone molto tranquille, alla mano, simpatiche. Avevamo un rapporto anche di confidenza - spiega -, quando venivano a fare la spesa mi raccontavano perché facevano questo lavoro, i pro e i contro della prostituzione».

Normali chiacchiere tra residenti e commercianti, con qualche aneddoto piccante qua e là: «Riceveva clienti di ogni genere, dal giovane all’anziano, senza alcun tipo di limitazione o di standard. Ci hanno raccontato anche di aver accolto diversi personaggi noti, come alcuni politici. Persone importanti di cui non posso fare i nomi». 

Mai un riferimento a paure o aggressioni, verbali o fisiche, da parte dei clienti. «Non mi ha mai raccontato di essere intimorita, anzi: affrontava il discorso con molta serenità. Mi ha spiegato più volte - sottolinea Iannarelli - che la sua era una scelta consapevole, così come lo è quella della sorella». Martha non era malvista neanche dal resto del quartiere. «Non erano due di passaggio, erano persone di zona quindi ormai tutti le conoscevano», ribadisce il commerciante. Ma soprattutto non avevano nemici: «Non ho mai sentito Martha litigare con nessuno, né ho mai assistito a insulti o sbeffeggiamenti da parte dei residenti. Ormai faceva parte della comunità in tutto e per tutto. Era una persona come le altre». 

Anche per questo, e a maggior ragione, il triplice omicidio avvenuto nella stessa giornata, tra due strade di Prati a neanche un chilometro di distanza (via Durazzo e via Augusto Riboty, dove sono state uccise due prostitute di origini cinesi), ha sconvolto l’intero quartiere: «La gente ora ha scoperto che non abita in una zona così tranquilla come pensava, quindi c’è un po’ di fermento».

R. Fr. per il “Corriere della Sera” il 22 novembre 2022.

Con le indagini ancora in corso è già scoppiata la «guerra dei clienti» delle prostitute del quartiere Prati, dopo le rivelazioni sulle frequentazioni trasversali delle case di appuntamento a due passi dalla cittadella giudiziaria di piazzale Clodio.

A rompere il silenzio di facciata, ricco di mormorii e allusioni nei chiacchiericci di questi giorni, è il presidente dell'Ordine degli avvocati di Roma, Antonino Galletti, che rovescia su magistrati, giornalisti, commercianti e operai le accuse mai esplicitate contro la categoria che rappresenta: «In merito ai tragici fatti di Roma, gli omicidi che hanno macchiato di sangue la Capitale, occorre una riflessione - scrive in una nota -. Leggere su importanti quotidiani della presunta "pausa pranzo degli avvocati" fa davvero cadere le braccia».

E aggiunge: «Perché noi, per custodire e garantire al meglio i diritti e le libertà dei nostri assistiti, spesso non abbiamo neppure il tempo per dedicarci al pranzo». 

Poi l'accusa contro le altre categorie: «Immaginiamo ci siano stati probabilmente giornalisti, magistrati, commercianti e operai fra i clienti delle povere vittime e chi più ne ha più ne metta. Individuare una intera categoria di professionisti come la clientela-tipo della prostituzione è una generalizzazione tanto becera da risultare ridicola e rispetto alla quale proporrò al Consiglio, alla prossima adunanza, di interessare l'autorità inquirente».

Il quartiere dei tribunali di Roma (poco distante c'è anche quello civile e quello militare, oltre alla Corte dei conti e alla Cassazione), secondo gli ultimi report di polizia, è tra quelli a maggior densità di luoghi di prostituzione anche per la vicinanza di tanti uffici che nel caos dei giorni feriali mettono al riparo da occhi indiscreti. Davanti al portone di via Riboty un anonimo ha lasciato ieri due rose. Tanti sapevano, nessuno ha denunciato.

Omicidio di Roma, la protesta degli avvocati: «Le nostre “pause pranzo”? Becere generalizzazioni». La nota del presidente del Coa di Roma Antonino Galletti: «Noi legali abbiamo neanche il tempo di mangiare. Individuare una intera categoria di professionisti come la clientela-tipo della prostituzione è una generalizzazione talmente becera da risultare ridicola». Il Dubbio il 22 novembre 2022.

L’Ordine degli avvocati di Roma non ci sta. E dopo il triplice omicidio di Roma, protesta contro quell’accusa circolata sulla stampa per cui sarebbe consuetudine dei legali recarsi nelle case appuntamento di Prati durante la “pausa pranzo”, come clientela-tipo delle escort.

«In merito ai tragici fatti di Roma, gli omicidi che hanno macchiato di sangue la Capitale, occorre una riflessione – scrive il presidente Antonio Galletti in una nota -. Leggere su importanti quotidiani dei quali omettiamo il nome, per carità di patria e per evitare di fare loro pubblicità, reportage in cui si parla di escort e si racconta della presunta ‘pausa pranzo degli avvocati’ fa davvero cadere le braccia». Anche «perché noi – prosegue la nota – per custodire e garantire al meglio i diritti e le libertà dei nostri assistiti, spesso non abbiamo neppure il tempo per dedicarci al pranzo»

«Immaginiamo ci siano stati probabilmente giornalisti, magistrati, commercianti ed operai fra i clienti delle povere vittime e chi più ne ha più ne metta – scrive ancora Galletti -. Individuare una intera categoria di professionisti come la clientela-tipo della prostituzione è una generalizzazione talmente becera da risultare ridicola e rispetto alla quale, comunque, proporrò al Consiglio, alla prossima adunanza, di interessare l’autorità inquirente. Per adesso ci limitiamo a suggerire maggiore attenzione per il futuro».

L’Ordine richiama quindi la stampa a una maggiore attenzione, ma anche a «una maggiore preparazione per quanto riguarda la geografia della città eterna: Via Durazzo e Via Riboty sono nel Quartiere della Vittoria e non in Prati».

·        Il caso di Desirée Mariottini.

Da tg24.sky.it il 21 novembre 2022.

La Corte d'Appello di Roma ha confermato le condanne ai quattro imputati per l'omicidio di Desirée Mariottini, la 16enne uccisa il 19 ottobre del 2018 in uno stabile abbandonato nel quartiere romano di San Lorenzo. 

Si tratta di Mamadou Gara, Yousef Salia, Brian Minthe e Alinno Chima. In primo grado, i giudici avevano condannato i primi due all'ergastolo, Chima a 27 anni e Minthe a 24 e mezzo. Il pg aveva chiesto alla Corte la conferma delle condanne. Le condanne, dopo quattro ore di camera di consiglio, è stata confermata.

(ANSA il 21 novembre 2022) - "Speravo nella conferma delle condanne. Sono quattro mostri e devono stare dietro le sbarre. Questa sentenza mi dà un solo po' di pace dopo tanto dolore, ma il dolore ci sarà sempre e nessuno mi ridarà mai mia figlia". Lo afferma Barbara, la madre di Desiree Mariottini, dopo la sentenza dei giudici di appello che hanno confermato le pene nei confronti dei quattro imputati. 

Omicidio Desirée, due ergastoli al branco che la stuprò a morte. I giudici della Corte d’Assise di Appello di Roma hanno confermato le condanne nei confronti dei 4 imputati per la morte di Desirée Mariottini. Anche due ergastoli. Valentina Dardari su Il Giornale il 21 Novembre 2022.

I giudici della Corte d’Assise di Appello di Roma hanno confermato le condanne nei confronti dei quattro imputati per la morte di Desirée Mariottini, la 16enne originaria di Cisterna di Latina, morta il 19 ottobre del 2018 a causa di un mix di droghe, dopo che era stata violentata in un immobile abbandonato di via dei Lucani nel quartiere San Lorenzo a Roma. I giudici della corte di Assise di Appello di Roma hanno confermato le condanne di primo grado a due ergastoli per Mamadou Gara e Yousef Salia e a 27 e 24 anni e mezzo per Brian Minthe e Alinno Chima.

Le accuse

I quattro imputati sono accusati, a vario titolo, di omicidio, violenza sessuale e spaccio. In aula erano presenti i parenti di Desirée che hanno atteso la sentenza abbracciati fra loro. "Speravo nella conferma delle condanne. Sono quattro mostri e devono stare dietro le sbarre. Questa sentenza mi dà un solo po’ di pace dopo tanto dolore, ma il dolore ci sarà sempre e nessuno mi ridarà mai mia figlia", ha affermato Barbara, la madre di Desirée Mariottini, subito dopo la lettura della sentenza e prima di lasciare piazzale Clodio.

I giudici, al termine di una camera consiglio durata circa quattro ore, hanno ribadito il carcere a vita per Alinno Chima e Mamadou Gara, i 27 anni di reclusione per Yussef Salia e i 24 anni per Brian Minth. Regge dunque anche in secondo grado l'impianto accusatorio della Procura capitolina che ai quattro contesta, a vario titolo, i reati di omicidio, violenza sessuale e spaccio.

Vittima anche di abusi sessuali

Secondo quanto accertato, la 16enne morì a causa di un mix letale di droghe. La ragazzina, vittima anche di abusi sessuali, fu trovata senza vita all’interno di un edificio abbandonato nel quartiere San Lorenzo. In quell'edificio, abitato da pusher e tossicodipendenti, Desirée Mariottini era entrata per comprare droga. Sarebbe stata accompagnata da Antonella Fauntleroy, una ragazza che aveva conosciuto pochi giorni prima e dalla quale avrebbe acquistato più volte la droga. Una fine tragica in cui fu determinante, secondo l'accusa, il ruolo svolto dai quattro imputati. Alinno Chima, il ghanese Yussef Salia e i senegalesi Brian Minthe e Mamadou Gara erano finiti a processo perché in quel luogo abbandonato la ragazzina originaria di Cisterna di Latina era morta a causa di una insufficienza respiratoria.

Frase choc degli africani "È meglio Desirée morta che noi dietro le sbarre"

La ricostruzione di quanto avvenuto

Nella requisitoria, il Procuratore Generale aveva ricostruito quanto avvenuto a pochi passi dall'università romana La Sapienza. In pratica, gli imputati non fecero nulla per cercare di salvare la vita alla ragazza originaria di Cisterna di Latina. Ha detto il rappresentate dell'accusa in aula: "Lo stato di semi incoscienza in cui versava le impedì anche di rivestirsi. Desirée respirava appena e nonostante fosse incosciente, gli imputati rimasero indifferenti. Dicevano che si stava riposando pur sapendo che aveva assunto sostanze e si mostrarono minacciosi verso chi tra i presenti voleva chiamare i soccorsi fino a pronunciare la terribile frase: 'Meglio lei morta che noi in galera’".

Una volontà definita 'cattiva' legata al desiderio di mantenere il loro commercio di droga: nessuno doveva sapere cosa succedeva in quella casa, anche se una telefonata al 112 "sarebbe bastata a salvarla". Come scrive il tribunale: "Non si trattò solo della cinica e malevola volontà di non salvare la giovane dall'intossicazione di cui loro stessi erano stati autori e di impedire le indagini delle violenze da lei subite, ma in forma più estesa, di conservare la propria 'casa’ e le proprie fonti di 'reddito’, oltre ad un tranquillo e sostanzialmente indisturbato luogo di consumo degli stupefacenti, che rendeva eccezionale e noto quel rifugio". Dopo la lettura della sentenza di oggi la madre della ragazza è stata abbracciata dalla nonna di Desirée che ha seguito l'intero processo.

Calderoli: "No sconti di pena"

Roberto Calderoli, senatore della Lega e ministro per gli Affari regionali, ha così commentato la sentenza: "Bene le pesanti condanne inflitte agli assassini della povera 16enne Desirée Mariottini, tra l'altro con due ergastoli, ma ora questa sentenza sia davvero rispettata: non un giorno di sconto di pena per questi assassini, che scontino in carcere fino all'ultimo giorno". Il ministro ha poi sottolineato che "queste condanne non restituiranno la povera Desirée ai suoi cari, ma potrebbero servire da deterrente per chi pensa di poter togliere la vita altrui e poi cavarsela tra sconti e riti premiali con pochi anni di pena".

Adelaide Pierucci per “il Messaggero” il 18 giugno 2020. «Nonna, non torno. Vado a dormire da un'amica». Si scopre ora che l'ultima telefonata di Desirée Mariottini effettuata la sera prima della scomparsa, era partita dall'Infernetto e dal telefono di un ventenne agli arresti domiciliari per droga proprio all'Infernetto. Un testimone che, se ascoltato, nel processo a carico dei quattro giovani africani accusati dell'omicidio di Desirée, potrebbe aggiungere tasselli sulle ultime ore di vita della sedicenne di Cisterna di Latina, ritrovata morta a 36 ore da quell'ultima chiamata in uno stabile abbandonato di San Lorenzo. La II Corte di Assise scioglierà la riserva sull'opportunità o meno di ascoltare il giovane solo all'esito della istruttoria dibattimentale, ossia nelle battute finali del processo. Nell'udienza di ieri, dedicata alle investigazioni della IV sezione della Squadra Mobile, accusa e difese si sono contrapposte sulla necessità di sentire il nuovo testimone, mai interrogato prima. «L'audizione non intaccherebbe il quadro granitico sugli odierni indagati - ha spiegato il procuratore aggiunto Maria Monteleone - È cruciale conoscere invece le ore vissute dalla ragazza prima del suo arrivo a San Lorenzo - ha ribattuto per le difese l'avvocato Giuseppina Tenga - Anzi, ritengo che l'accertamento andasse fatto nell'immediatezza». La telefonata era stata effettuata la sera del 17 ottobre. La mattina del 19, non avendo ricevuto analoga chiamata la sera prima, i familiari di Desirée avevano sporto denuncia per la sua scomparsa. Ma era tardi. La ragazza era stata appena trovata morta nello stabile di San Lorenzo. L'autopsia rivelerà che era morta per un cocktail di stupefacenti e medicinali assunti a partire da ventiquattro ore prima e anche abusata. Il processo, incardinato a gennaio e sempre svolto a porte chiuse, vede imputati per omicidio volontario, violenza sessuale aggravata e cessione di stupefacenti a minori, quattro cittadini ghanesi e nigeriani, Yussef Salia, Alinno Chima, Mamadou Gara e Brian Minteh. Gli imputati si sono finora difesi sostenendo di non aver provocato loro la morte della giovane. «Abbiamo consumato insieme alcuni stupefacenti, senza assolutamente l'intenzione di uccidere». Secondo la madre e la zia di Desirée, ascoltate nelle scorse udienze, la ragazza non avrebbe fatto uso di stupefacenti. Per gli investigatori ascoltati ieri invece la minorenne si sarebbe recata a San Lorenzo alla ricerca di stupefacenti, perché probabilmente in crisi di astinenza.

Rinaldo Frignani per roma.corriere.it il 16 aprile 2020. Spacciava droga insieme con alcuni complici sulla piazza di Cisterna di Latina. Gianluca Zuncheddu, il padre di Desirée Mariottini, la sedicenne violentata e uccisa la notte del 19 novembre 2018 in un palazzo abbandonato a San Lorenzo, è stato arrestato dai carabinieri nel corso di un’operazione antidroga nella quale sono state eseguite otto ordinanze di custodia, tre delle quali a persone già detenute. Secondo i militari dell’Arma della compagnia di Latina e Aprilia proprio due anni fa, da febbraio ad agosto, Zuncheddu ha gestito la consegna di cocaina, hashish e marijuana a casa dei clienti insieme con una coppia di pusher ed era il referente del gruppo nella cittadina dove risiedeva anche la figlia. Fra gli otto arrestati di giovedì mattina ci sono anche i due presunti responsabili dell’agguato a colpi di pistola contro la vettura di un maresciallo dei carabinieri in servizio proprio presso la stazione dell’Arma di Cisterna che stava indagando sul gruppo di spacciatori. All’epoca dei fatti, la notte del 19 maggio di due anni fa, l’auto del sottufficiale venne presa di mira in via Carlo Alberto dalla Chiesa proprio davanti al suo alloggio. Quattro colpi di pistola, poi gli attentatori fuggirono su una vettura che venne ritrovata bruciata fuori da Cisterna. Fin dall’inizio le indagini si concentrarono su quanto i carabinieri stavano facendo per contrastare le bande di spacciatori nella zona. Dall’indagine sul commercio al dettaglio degli stupefacenti sono anche emersi episodi di intimidazioni ed estorsioni.

Alessandra Ziniti per “la Repubblica” il 17 aprile 2020. Che padre è uno che ha vissuto il dramma di una figlia stuprata e uccisa a soli 16 anni con un mix di droghe da un gruppo di pusher africani ma dirige una piazza di spaccio nella sua città? Non sappiamo se Gianluca Zuncheddu, 39 anni, sul braccio per sempre il tatuaggio del volto di sua figlia, abbia continuato nella sua attività dopo quel 19 ottobre 2018 che ha sconvolto anche la sua vita, ma il suo arresto, avvenuto ieri mattina a Cisterna di Latina in un blitz antidroga dei carabinieri (per fatti avvenuti tra febbraio e agosto di quello stesso anno), suona come l' ultimo oltraggio alla memoria di Desirée Mariottini, massacrata nella notte tra il 18 e il 19 ottobre di due anni fa nello squallore di quel palazzone abbandonato di via dei Lucani a San Lorenzo a Roma, allora come ora terra di nessuno se non delle bande di spacciatori che per poche decine di euro vendono sballo, sesso di gruppo e morte. C' era finita per caso quella sera a San Lorenzo Desirée, portata a Roma da un' amica più grande, il suo primo buco, sembra, dopo almeno un anno di canne e sniffate. L' hanno ritrovata all' alba avvolta in un piumone in uno stanzone deserto abbandonata agonizzante da quei quattro pusher africani, poi arrestati, che l' hanno lasciata morire lì da sola nel tentativo di salvarsi. «Io l' ho visto in aula quel padre, un padre distrutto. Non ci può essere punizione peggiore per uno che spaccia droga che vedersi morire la figlia uccisa da pusher - dice il procuratore aggiunto di Roma Maria Monteleone - . E però voglio dire con grande crudezza che di Desirée in giro ce ne sono tantissime e sempre più giovani. Ragazzine anche di 12-13 anni che subiscono il dramma di genitori inadeguati, di mancanza di rapporti affettivi familiari e di una rete di sostegno sociale e finiscono in giri di droga e di prostituzione minorile. Me le vedo passare davanti ogni giorno e non è solo un problema di livello sociale, anzi». Non era l' amore dei genitori che mancava a Desirée. Barbara Mariottini, la giovanissima mamma-sorella che l' aveva avuta a soli 19 anni e le ha dato il suo cognome, ha fatto di tutto per salvarla scontrandosi con il muro di gomma della società che non vede, non sente, non agisce: scuola, servizi sociali, giudici minori. «Eppure siamo state felici», ripete scorrendo quegli infiniti album di foto di lei e della sua Desy. Ma anche per Gianluca Zuncheddu, quella figlia nata da un rapporto tra ragazzi e finito poco dopo, era «tutta la sua vita». Per lei aveva voluto esequie indimenticabili, palloncini bianchi e lilla e fuochi d' artificio davanti ai palazzoni del quartiere di San Valentino, le magliette bianche con su stampate il volto di padre e figlia indossate da decine di giovani del quartiere, teste rasate e braccia e colli tatuati come lui, i cartelli da stadio con su scritto "giustizia per Desirée" e, a tutto volume, la canzone di Jovanotti "E per te". Da quel 19 ottobre del 2018, come per Barbara Mariottini, anche per Gianluca Zuncheddu la morte di Desy è diventata un' ossessione: sul suo profilo facebook, un giorno dietro l' altro, fino a Pasquetta, foto, cuori e dichiarazioni di amore per quella figlia che lui, che spacciava droga ad altri ragazzi come Desy, non è riuscito a salvare. «Ci ho provato, ma non ho potuto fare niente », ha ammesso piangendo al processo in corso a porte chiuse in corte d' assise a Roma. Erano in tanti a Cisterna di Latina, nei giorni immediatamente successivi alla terribile fine di Desirée, a pensare che Zuncheddu, che conosceva bene quei giri di droga, sarebbe andato a prendere con le sue mani gli assassini-stupratori di sua figlia. Era già andato a riprenderla una volta, qualche settimana prima, quando Desirée non era tornata a casa e la madre, disperata, aveva finito per rivolgersi a lui. Gianluca l' aveva trovata, l' aveva riportata a casa ma si era beccato pure una denuncia da parte della figlia per aver violato quel decreto del giudice che gli impediva di avvicinarsi a madre e figlia. Ma forse era già troppo tardi per salvarla. Desy, 16 anni, un viso pulito, un sorriso timido e il suo male dentro come tantissime altre ragazze della sua età, il complesso per quel lieve difetto a un piede che la faceva sentire diversa dalle altre. Una fragilità acuita forse da una famiglia che si è accorta troppo tardi che quel disagio era diventato per lei un macigno. «Mi hanno accusato di non essermi occupata di lei e questo mi ha fatto un gran male - è lo sfogo della mamma - Desy era dolce, timida, sensibile. Per ovviare al malessere dell' adolescenza aggravato da un suo disagio fisico era seguita da una psicologa privata. Poi sono cominciate le canne e ho attivato i servizi sociali, il Sert. Ma la verità è che ti rivolgi a tutti ma ti ritrovi senza strumenti». Un dramma davanti al quale il procuratore aggiunto Monteleone ammette: «Siamo colpevoli tutti, i genitori distratti, la scuola è quella che è, i servizi sociali inadeguati, gli stessi tribunali minorili. La verità è che non abbiamo una rete sociale capace di affrontare questa situazione».

«Io l’avrei salvata». Al processo per l’omicidio Desirée parla il padre. Pubblicato martedì, 28 gennaio 2020 su Corriere.it da Ilaria Sacchettoni. A trentasei anni Gianluca Zuncheddu ha già conosciuto un lutto inesprimibile: la perdita di una figlia. Neppure il vocabolario ti aiuta: manca la parola che descriva la condizione di un genitore privato di un figlio. È il suo giorno nell’aula bunker di Rebibbia dove si celebra il processo per la morte di Desirée Mariottini, la sedicenne stuprata e uccisa da un mix di sostanze stupefacenti in via dei Lucani il 18 ottobre 2018. E lui, ascoltato in coda a una lunga serie di testimoni (fra i quali i medici legali che si occuparono della vicenda), risponde, spiega, racconta. Poi, durante il controesame si fa più riluttante, meno concreto, più esitante: «Io l’avrei salvata se avessi potuto intervenire» dice l’uomo di strada che è in lui, già coinvolto in un’inchiesta per spaccio di stupefacenti. Zuncheddu parla, ad esempio, della volta in cui la riportò a casa, dopo che lei si era resa introvabile, e lei glielo fece pesare, denunciando di aver violato il divieto di avvicinamento disposto dal giudice dopo la separazione dalla moglie, Barbara Mariottini. Un’età complicata quella di Desirée. Resa più aspra da un’handicap al piede che pareva condizionarla rendendola più insicura e ancora più infelice. Un dato, quello dell’introversione della ragazza, che le difese tenteranno di utilizzare a proprio vantaggio. Come se la narrazione di una ragazza complessa potesse distrarre dalla brutalità dei fatti ricostruiti dall’aggiunto Maria Monteleone e dal sostituto Stefano Pizza. Quando la notizia della morte di Desirée è arrivata il padre era agli arresti domiciliari ma oggi in aula allude ad approfondimenti svolti in prima persona: «Sono stato a San Lorenzo — dice — e ho saputo lo squallido retroscena sulla morte di mia figlia». Desirée, dice di aver ricostruito suo padre, sarebbe stata venduta agli spacciatori da una delle ragazze del giro di via dei Lucani. Circostanze che non sarebbero emerse in sede di indagine affiorano ora durante il dibattimento, possibile? Zuncheddu risponde con le lacrime ad alcune domande. È provato ma appare sincero, autentico nel suo dolore. Quanto ad Alinno Chima, detto «Cisco», uno degli imputati al processo, la Cassazione ha confermato le motivazioni per convalidare la custodia in carcere nei suoi confronti. Le ragioni? «L’assenza di qualunque integrazione dell’indagato sul piano socio-economico in particolare per quanto concerne la disponibilità di lecite fonti di guadagno, la spiccata capacità a delinquere tratta dalla diuturna attività di spaccio e dalla estrema gravità del fatto» scrivono i giudici riferendosi, di fatto, al pericolo di fuga che potrebbe verificarsi se «Cisco» fosse scarcerato. Commenta il difensore, l’avvocato Giuseppina Tenga: «Il Riesame ci aveva dato ragione, ora la Cassazione respinge le nostre richieste. Vedremo cosa stabiliranno i giudici al processo dove ci pare si stia facendo chiarezza».

La mamma di Desirée  in aula. «Lei soffriva, io ho chiesto aiuto». Pubblicato mercoledì, 22 gennaio 2020 su Corriere.it da Ilaria Sacchettoni. «Noi due siamo state felici».Nuova udienza sul caso della 16enne morta di overdose dopo essere stata drogata e violentata. Desirée che indossa abiti goffi. Desirée che si sforza di nascondere la propria femminilità. Desirée che, giorno dopo giorno, si chiude nel profondo di sé stessa. Insomma Desirée Mariottini nelle parole di chi l’ha conosciuta e amata, la mamma, le zie, i nonni. Entra nel vivo il processo (celebrato a porte chiuse) per l’omicidio della sedicenne trovata morta in un container del quartiere san Lorenzo il 19 ottobre 2018 con in corpo un mix di sostanze stupefacenti. La prima testimonianza è quasi una prova di sopravvivenza: Barbara Mariottini, la mamma, deve superare le pressioni della difesa che vuole disegnare uno scenario di abbandono attorno alla vittima, drogata, stuprata e lasciata morire. Ma Barbara, devastata eppure composta, risponde, racconta, spiega. La vacanza con la figlia a Terracina («Noi due felici»). Il disagio di Desirée per l’handicap al piede («Si chiudeva in sé stessa») fino al rapporto conflittuale con il proprio corpo. Poi la consapevolezza che la figlia stava sperimentando cocaina e hashish e le denunce, quattro nel giro di un anno alle forze dell’ordine e ai servizi sociali («Ho chiesto aiuto a tutti quelli a cui era possibile farlo»). E ancora: gli episodi controversi. Quella volta che lei, la mamma si risolse a chiedere aiuto al padre(dal quale era separata e che aveva un divieto di avvicinamento del giudice) perché Desirée era introvabile: «Me la riportò ma lei lo denunciò perché aveva violato il divieto di avvicinamento». L’altro caso, poco prima della morte, con l’arresto di Desirée per possesso di sostanze stupefacenti che in realtà, emerge, sarebbero state di due ragazze maggiorenni con le quali la ragazza era uscita quel giorno. Su tutto, lo strazio per la via imboccata dalla figlia. La narrazione di due solitudini, quella di una madre che fatica a comunicare con la figlia e l’altra di una figlia avvitata nella sua stessa introversione. Diverse le interpretazioni offerte in aula. C’è chi come Claudia Sorrenti che assiste le parti civili si dice «convinta che l’udienza ha permesso di approfondire la storia di questa giovane donna ma non ha ancora spiegato i drammatici fatti di quella notte». E si dice fiduciosa che «i consulenti e la polizia scientifica con le loro testimonianze facciano chiarezza». E c’è invece chi, come gli avvocati delle difese sottolinea la difficoltà a gestire la ragazza. Gli imputati Yusif Salia, Mamadou Gara, Brian Minteh e Chima Alinno sono accusati di concorso in omicidio volontario e violenza sessuale di gruppo, e della cessione di sostanze narcotiche e psicotiche, reati aggravati dall’età della ragazza e dalla condizione di impossibilità di difendersi in cui era stata ridotta, dai futili e abietti motivi. Dice Giuseppina Tenga che assiste il nigeriano Alinno: «Più si va avanti nel dibattimento e più emerge il dramma umano della famiglia della vittima». Il 27 gennaio saranno ascoltati il padre e il nonno ma anche gli agenti della squadra mobile che hanno svolto le indagini del pm Stefano Pizza e della coordinatrice del pool dei reati sessuali Maria Monteleone.

"Desirèe fu stuprata da vergine": ora medico smentisce i pusher. Al processo per la morte della 16enne, il medico avrebbe confermato la possibilità che la ragazza fosse ancora vergine al momento dello stupro. Il padre: "Ho cercato di salvarla". Francesca Bernasconi, martedì 28/01/2020, su Il Giornale. "Desirèe Mariottini era vergine quando è stata violentata". Lo aveva ipotizzato il medico legale dopo aver effettuato l'autopsia sul corpo della 16enne trovata morta in uno stabile abbandonato a San Lorenzo, il 18 ottobre del 2018. E ora, secondo quanto riporta il Messaggero, l'ipotesi sarebbe stata riconfermata ieri, a Rebibbia, davanti ai giudici della III Corte d'Assise, nel processo per la morte della ragazza. La 16enne non sarebbe stata pronta a tutto pur di procurarsi la droga e non si sarebbe prostituita e il medico legale che ha svolto l'autopsia, sentito ieri insieme all'anatomopatologo, ha confermato che le lesioni sul corpo di Desirèe sono compatibili con una violenza sessuale e avrebbe anche riferito la possibilità che la ragazza fosse ancora vergine al momento dello stupro, date le "lesioni all'imene". Al processo ha parlato anche il papà di Desirèe, Gianluca Zuncheddu, che tra le lacrime ha detto: "Ho cercato di salvarla ma non ho potuto fare niente". L'uomo ha riferito ai giudici di aver notato un cambiamento in sua figlia e di aver trovato una carta stagnola bruciata, ma non avrebbe potuto fare nulla, dato il divieto di avvicinamento verso la madre della 16enne, sua ex compagna. Sul banco degli imputati ci sono quattro cittadini africani: si tratta di Alinno Chima, Mamadou Gara, Yussef Salia e Brian Minthe, tutti accusati di omicidio volontario, violenza sessuale aggravata e cessione di droga a minori. Intanto. la Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per Alinno Chima, detto Sisco, dichiarando inammissibile il ricorso dell'imputato contro l'ordinanza del Riesame che stabiliva la necessità della custodia cautelare in carcere. I giudici hanno riferito che "il rinvenimento delle tracce biologiche di 'Sisco'" su uno dei flaconi di metadone "costituisca conferma" della disponibilità di tali flaconi. Inoltre, la Corte ha ritenuto valido il rischio "del pericolo di fuga e di reiterazione nella commissione di reati". Al processo sono stati sentiti anche i familiari di Desirèe, tra cui la mamma Barbara, le zie e la nonna, che hanno ricostruito i giorni precedenti alla morte della 16enne. Commosse, le 4 donne hanno ricordato il carattere timido e riservato della ragazzina: "Evitava anche di spogliarsi davanti a noi - avrebbe detto la zia, secondo il racconto del Messaggero - Non era drogata, no. Io ho undici anni più di Desirée. Eravamo come sorelle. Da piccole ci scambiavamo i giocattoli, da grandi i vestiti. La portavo a vedere le mostre di Monet. Non aveva mai avuto un fidanzato, mai intimità. Me lo avrebbe detto, mi confidava tutto". "Non era una tossicodipendente- avrebbe detto ai giudici la madre- esageravo nei racconti perché speravo che così attivassero più ricerche e soprattutto che potesse intervenire un giudice che la costringesse ad andare in una comunità per minori problematici".

Adelaide Pierucci e Raffaella Troili per “il Messaggero” il 28 gennaio 2020. Non conosceva l'amore, impacciata e fragile aveva protetto quella parte di sé. Non aveva mai avuto un fidanzato, come tanti adolescenti inseguiva sogni e fuggiva, risucchiata da debolezze più grandi di lei. Quando è inciampata nell'orrore. E ha perso la verginità e la vita. L'aveva detto la nonna, «era poco più di una bambina», come pure i familiari, convinti. Ora la conferma: «Desirée Mariottini era vergine quando è stata violentata», hanno riferito ieri in aula gli esperti chiamati a eseguire l'autopsia sul corpo della 16enne trovata morta in uno stabile abbandonato e occupato in via dei Lucani a San Lorenzo il 18 ottobre 2018. Desirée non era pronta a tutto, in quel covo dove si spacciava droga non era andata per trovare roba a tutti i costi, anche vendendo il suo corpo. Era piuttosto una sprovveduta, che si è fidata di persone sbagliate e tutto questo rende ancor più doloroso ripercorrere gli ultimi momenti di vita della giovane di Cisterna, un'adolescente problematica, tanto che la madre le aveva provate tutte perché fosse ricoverata in una comunità. Inafferrabile, come sono i ragazzi, che davvero poco a volte conosciamo davvero, per quante maschere indossano, spavaldi quanto imberbi. Quanta più cura possibile non rende immuni da sconfitte crudeli. Le trecce colorate e l'apparecchio ai denti, le stravaganze, vanificate dallo sguardo dolce e inquieto, nonostante quel filo di rossetto. Ugo di Tondo, docente di Anatomia patologica e Dino Tancredi, medico legale, entrambi della Sapienza, hanno riferito davanti alla Corte d'Assise chiamata a giudicare quattro giovani africani, di un «rapporto sessuale violento» e «lesioni all'imene» tali da evidenziare che la giovane abbia perso la verginità contro la sua volontà, stordita, offesa, lasciata morire in un vecchia stamberga covo di sbandati, nel quartiere San Lorenzo. Durante il processo si è via via delineata una verità atroce, che rende un poco giustizia alla giovane, drogata e stuprata, una violenza di gruppo a cui il suo cuore non ha retto e si è arreso come lei, per overdose. «Quando è stata trovata era morta da quattro, cinque ore, aveva escoriazioni alle braccia». Forse ha lottato, fin quando è crollata stordita. Il papà, Gianluca Zuncheddu, ascoltato ieri ha raccontato così la sua Desirée: «Era una ragazza debole, se avessi potuto riprendermela l'avrei tirata fuori, l'avrei salvata». L'uomo una settimana prima era andato a casa dell'ex moglie, «volevo portarla via, poi ho visto che aveva del vino nella borsa e le ho dato due schiaffi e sono stato arrestato, giacché c'era nei miei confronti un divieto di avvicinamento per stalking». Dopo la morte della figlia è andato a San Lorenzo: «A cercare la verità, ho svolto mie personali indagini. E scoperto che Desirée era stata tradita, venduta da due amiche, due ragazze di colore. Mia figlia le aveva cercate perché una di loro si era presa il suo tablet». Desirée era esile e timida e soffriva di una lieve zoppìa, hanno testimoniato in precedenza la mamma, la zia e la nonna materna. «Evitava anche di spogliarsi davanti a noi - ha detto la zia - Non era drogata, no. Io ho undici anni più di Desirée. Eravamo come sorelle. Da piccole ci scambiavamo i giocattoli, da grandi i vestiti. La portavo a vedere le mostre di Monet. Non aveva mai avuto un fidanzato, mai intimità. Me lo avrebbe detto, mi confidava tutto. Era stata bullizzata a scuola. La prendevano in giro per il suo problema al piede, una compagna in particolare». Ma prima della scomparsa aveva salutato la mamma dicendo: «Domani andiamo a fare l'iscrizione a scuola». Voleva lasciare l'Agrario per l'Artistico. Non è più tornata a casa. «Seguivo passo passo Desirée ma a volte lei non era gestibile», ha ricordato in lacrime, la mamma Barbara, nell'aula bunker di Rebibbia di fronte alla Corte di Assise chiamata a giudicare per la morte della figlia, Yussef Salia, Alinno Chima, Mamadou Gara e Brian Minthe, ghanesi e nigeriani, tutti accusati di omicidio volontario, violenza sessuale aggravata e cessione di stupefacenti a minori. «Ho presentato quattro denunce di scomparsa - ha spiegato - ogni volta che tardava avvertivo la polizia, appena tornava le ritiravo. L'ultima volta è stata via due giorni. Non l'abbiamo più riabbracciata». «Ma non era una tossicodipendente esageravo nei racconti perché speravo che così attivassero più ricerche e soprattutto che potesse intervenire un giudice che la costringesse ad andare in una comunità per minori problematici. Una volta le ho trovato nello zainetto un piccolo involucro vuoto. Sono andata al Sert e ai Servizi sociali. Chiedevo sempre aiuto. Mi dissero che c'erano tracce di cocaina». Battaglie perse, fughe, bugie. Desirée era solo un'adolescente drogata di libertà, un angelo fragile. Precipitata in un giro sbagliato, da cui forse era attratta come accade a quell'età e attirata in una trappola. Drogata e stuprata, in una bettola senza traccia d'amore.

·        Il caso di Paolo Stasi.

Da corriere.it il 10 dicembre 2022.

Paolo Stasi, il 19enne ucciso lo scorso 9 novembre sulla soglia della sua abitazione a Francavilla Fontana, potrebbe essere stato attirato con l’inganno sull’uscio di casa. Era sicuro di trovarvi una persona conosciuta e di cui si fidava, invece di fronte a lui c’era il killer che gli ha sparato due colpi di pistola di piccolo calibro, di cui uno mortale. Sull’ipotesi stanno indagando gli inquirenti della Procura di Brindisi, che nei giorni scorsi hanno sottoposto uno dei due indagati sospettati di essere implicati nell’omicidio a test antropometrici.  

Gli esperti hanno comparato, secondo una tecnica molto diffusa di informatica forense, le misure del corpo del sospettato con le figure registrate nelle immagini delle telecamere di videosorveglianza diffuse attorno a via Occhibianchi, la strada dove si trova l’abitazione della famiglia Stasi. 

L’obiettivo è verificare la possibile sovrapposizione tra corpo e immagine a conferma o meno dell’identità dell’indagato. L’esito è nelle mani di Procura e carabinieri. Le telecamere stradali hanno rimandato agli inquirenti molte immagini del 9 novembre scorso riferite al transito di persone e mezzi vari nelle vicinanze di via Occhibianchi, ma nessuna era posizionata in modo tale da riprendere il momento in cui la pistola s’è rivolta contro Paolo Stasi.

La mamma della vittima, in ogni caso, conosceva il maggiore dei due indagati per omicidio volontario aggravato da futili motivi e da premeditazione, perché frequentava la casa della famiglia Stasi. Anzi, dopo la morte avvenuta due anni fa per un incidente stradale del migliore amico di Paolo, era forse l’unico a frequentarlo.  

Nunzia D’Errico, la madre della vittima, l’ha però bollato come «feccia umana» in un post scritto sotto la fotografia sulla pagina Facebook ancor prima che i due venissero iscritti nel registro degli indagati. Ieri ricorreva il trigesimo della morte di Paolo e, alla stessa ora nella quale ha perso la vita, la famiglia ha fatto celebrare una messa di suffragio nella chiesa dell’Immacolata.

 Omicidio Stasi, la mamma all'indagato su Facebook: «Ehi, feccia umana». Eliseo ZANZARELLI su Il Quotidiano di Puglia Giovedì 8 Dicembre 2022

Al vaglio il commento lasciato, una decina di giorni fa, da uno stretto congiunto di Paolo Stasi, il ragazzo di 19 anni ammazzato con due colpi di pistola la sera del 9 novembre a Francavilla Fontana davanti all'ingresso della sua casa di via Occhibianchi. Il commento lasciato

Omicidio Paolo Stasi, ci sono due indagati: uno è minorenne. L'ipotesi di uno sgarbo dietro l'esecuzione del 19enne. Paolo Stasi aveva 19 anni. Lucia Portolano su La Repubblica il 3 Dicembre 2022

La svolta a poco meno di un mese dal delitto avvenuto a Francavilla Fontana (Brindisi). Sembra confermata l'ipotesi che il 19enne conoscesse i suoi assassini. Le indagini dei carabinieri coordinate dalla procura di Brindisi e da quelli dei minorenni di Lecce

Potrebbe essere arrivata la svolta nell'indagine dell'omicidio di Paolo Stasi, il 19enne ammazzato il 9 novembre scorso a Francavilla Fontana. Ci sarebbero due persone indagate: un maggiorenne e un minorenne, entrambi di Francavilla Fontana. Rispondono in concorso di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi.

Paolo sarebbe stato ammazzato per uno sgarbo. E qualcuno avrebbe così pensato di regolare i conti. Una reazione esagerata rispetto a quello che avrebbe fatto il 19enne. Le indagini dei carabinieri vanno avanti da tre settimane, coordinate dal pm della Procura di Brindisi Giuseppe De Nozza, e dal pubblico ministero della Procura dei minori di Lecce Paola Guglielmi. Non si hanno dubbi che si sia trattato di una vera e propria esecuzione. Paolo conosceva chi lo ha ucciso.

L'arma utilizza, una pistola di piccolo calibro, forse a tamburo, fa pensare che non si tratta di criminalità organizzata, ma di gente comunque pericolosa. Il 19enne è stato raggiunto da due colpi: il primo frontale al petto, e un secondo che lo ha ferito di striscio alla spalla. In base agli accertamenti autoptici sembrerebbe che il primo colpo esploso sia stato proprio quello mortale, e successivamente  quello alla spalla, mentre il ragazzo tentava di fuggire salendo qualche scalino della sua abitazione in via Occhibianchi. L'omicidio è avvenuto sull'uscio della sua casa. Paolo era sceso in ciabatte, e sarebbe stato colpito dopo aver aperto la porta.

Ancora non è chiaro se qualcuno abbia citofonato. Sua madre riposava e il padre guardava la tv e non ricorda di aver sentito suonare. Il padre lo ha poi trovato in fin di vita sulle scale di casa. Per il 19enne non c'è stato nulla da fare, è morto pochi minuti dopo. Chi gli ha sparato è riuscito a fuggire lungo via Occhibianchi, una strada stretta e lunga, ma piena di telecamere private. E una di queste avrebbe ripreso un uomo che scappava. Un uomo che indossava delle scarpe di ginnastica, ma nel fermo immagine non c'è traccia della pistola. Le immagini non sono totalmente nitide. Le indagini avrebbero però portato a queste due persone ora indagate, una delle quali non è neanche maggiorenne.

·        Il mistero di Alice Neri.

La morte di Alice Neri, dubbi e misteri: è caccia al sospetto. Valentina Lanzilli su Il Corriere della Sera l’11 dicembre 2022.

Braccato in Francia il 29enne tunisino, principale indagato per il delitto. Il fratello della donna uccisa: «Non ho certezze». I punti oscuri del caso

Un uomo braccato dalle forze dell’ordine. E un giallo, quello della morte di Alice Neri, uccisa e bruciata all’interno della sua auto, che potrebbe essere alla svolta. Il sospettato è Mohamed G., un tunisino di 29 anni, indagato per omicidio e distruzione di cadavere. I carabinieri sanno dove si nasconde in Francia e presto potrebbero fermarlo. La sua deposizione sarà decisiva per chiudere il cerchio sul caso che vede indagati anche il marito della donna e un suo collega. Matteo Marzoli, il fratello di Alice, comunque non trae ancora facili conclusioni. «È cambiato tutto in un minuto — dice —, ma solo quando mi diranno con certezza chi è stato potrò puntare il dito su qualcuno».

L’ipotesi principale è che sia stato il tunisino a uccidere Alice, durante una tentata violenza. Secondo questa ricostruzione giovedì 17 novembre l’uomo sarebbe salito a bordo dell’auto della donna, ferma davanti allo Smart Cafè dopo la serata trascorsa con un collega di origini sarde. E poi si sarebbero spostati verso il luogo dove è stato rinvenuto il cadavere e l’auto carbonizzata. Un luogo poco distante dall’abitazione dove Mohamed risiedeva con la compagna, fino al 18 novembre, quando è scappato. Altro particolare, il tunisino era all’interno del bar durante il pomeriggio trascorso da Alice con il collega. Lo ha raccontato quest’ultimo, parlando di un uomo che la fissava in continuazione.

L’entrata in scena del tunisino alleggerisce la posizione del marito e del collega di Alice. L’auspicio del legale di Nicholas Negrini è che presto possa passare da «indagato a persona offesa». Restano comunque tanti i misteri attorno a questa storia. A cominciare dal lungo pomeriggio trascorso al bar con il collega. Stando alla ricostruzione degli inquirenti la donna esce di casa intorno alle 19. Dice al marito che ha un appuntamento, poi si trattiene a discutere con il collega fino alle due di notte, quando il titolare deve chiudere. Uscita dal locale Alice resta ferma in auto per oltre 10 minuti. Perché? Proprio in quest’arco temporale il tunisino si sarebbe avvicinato ad Alice. Alcune telecamere della zona, poco dopo, riprendono l’auto del collega che si dirige verso casa e quella di Alice verso il luogo in cui è stata uccisa, ma non si capisce chi ci sia alla guida.

C’è poi il mistero del telefonino. Il delitto si consuma poco dopo l’aggressione (anche se non è stata trovata l’arma), ma fino al mattino successivo squilla regolarmente e all’altro capo qualcuno riattacca. Potrebbe essere stato sempre Mohamed, che solo molte ore dopo il delitto decide di disfarsene. Ma perché correre il rischio di portarsi dietro il telefono per tutto quel tempo? Superficialità o voleva che non andasse distrutto? Tutte domande alle quali dovrà dare delle risposte. Al momento la posizione del marito appare inattaccabile. L’altra sera per due ore ha risposto agli inquirenti. «Ha un alibi e su questo non ci sono dubbi — dice il suo legale, Luca Lugari —. Siamo di fronte a un mosaico con centinaia di tasselli che gli inquirenti stanno cercando di comporre. Nicholas quella sera era a casa con la bambina. Il vero problema è che in questi casi sono i cadaveri a parlare, ma purtroppo in questa triste vicenda il corpo di Alice non può dare risposte perché non esiste, è stato completamente bruciato».

Indagato per omicidio. Alice Neri, svolta nelle indagini sulla donna morta carbonizzata: principale sospettato fuggito all’estero. Redazione su Il Riformista il 10 Dicembre 2022

C’è un terzo, principale sospettato, per la morte di Alice Neri, la giovane donna di 32 anni trovata morta carbonizzata nella sua auto a Concordia, in provincia di Modena, il 18 novembre scorso.

Il presunto assassino della giovane sarebbe un tunisino di 29 anni, individuato dagli inquirenti ma rifugiatosi all’estero. Come riferisce l’Ansa, nelle ultime ore la sua abitazione in provincia di Modena è stata perquisita e dell’atto è stato informato un difensore d’ufficio, l’avvocato Roberta Vicini.

L’agenzia spiega che il giovane sarebbe fuggito il giorno dopo il delitto e sulle sue tracce ci sono ora i carabinieri di Modena: risponde di omicidio e distruzione di cadavere. Al 29enne si è arrivati dopo lune indagine, effettuate dai carabinieri coordinati dai pm Claudia Natalini e Giuseppe Amara: decisivi gli interrogatori tenuti in questi giorni e le  telecamere presenti nella zona del ritrovamento del corpo carbonizzato.

Il 29enne indagato, che abita poco distante dal luogo del ritrovamento e che risulta irregolare in Italia, destinatario di un provvedimento di espulsione, era presente nel bar quando Alice, giovedì 17 novembre, si era incontrata con un collega. Gli inquirenti, scrive l’Ansa, ipotizzano che sia salito a bordo dell’auto della vittima e abbia diretto, non è chiaro il motivo, la ragazza verso il luogo della morte.

L’uomo sarebbe così il terzo indagato per la morte di Alice dopo il marito e il collega della 32enne. Nella giornata di venerdì il marito della vittima, Nicholas Negrini, è stato ascoltato per circa un’ora dai pubblici ministeri Claudia Natalini e Giuseppe Amara.

“Ha risposto a tutte le domande, resta a disposizione qualora fosse necessario sentirlo nuovamente. Credo che non ci siano ombre sulla sua posizione, mentre trovo che l’ipotesi di un suicidio sia assolutamente da escludere”, sono state le parole del suo avvocato, Luca Lugari.

“Siamo di fronte – ha aggiunto Lugari – ad un mosaico con centinaia di tasselli che gli inquirenti stanno cercando di comporre e mettere insieme. Stanno lavorando giorno e notte per arrivare ad una verità. Il mio assistito ha confermato quanto già aveva riferito ai Carabinieri, nell’immediatezza dei fatti, ha risposto in merito a tutti i suoi spostamenti. Ha un alibi – ha spiegato il legale – e stamattina (ieri, ndr) abbiamo fornito ulteriori precisazioni sugli orari e loro (gli inquirenti, ndr) cercheranno di colmare i buchi di pochi minuti che ci sono”.

Filippo Fiorini per “la Stampa” il 10 dicembre 2022.

Il principale sospettato per la morte di Alice Neri non è il marito Nicholas Negrini, né l'amico sardo Marco Cuccui, che pure sono ancora iscritti nel registro degli indagati per l'omicidio e la distruzione del cadavere di questa 32enne, madre di una figlia di 4 anni, uscita di casa per un aperitivo lo scorso 18 novembre e trovata il pomeriggio del giorno dopo, morta nella sua auto carbonizzata. 

Non è nemmeno il terzo uomo, non il quarto, entrambi colleghi della fabbrica in cui lavorava, che con lei chattavano su Facebook, che erano stati redarguiti per gli atteggiamenti invadenti, ed erano finiti nella miriade di ipotesi che hanno accompagnato il caso nelle ultime settimane. 

È un tunisino di 29 anni, che viveva a meno di due chilometri dal luogo isolato in cui è stata trovata la Ford Fiesta di Alice, che si trovava nello stesso bar di Concordia sulla Secchia in cui lei ha trascorso molte ore conversando con Cuccui la sera della scomparsa e che dopo la chiusura l'avrebbe approcciata senza conoscerla, uccidendola forse per un rifiuto e fuggendo poi all'estero l'indomani.

Il sentore di una svolta in un caso rimasto a lungo statico è arrivato giovedì notte, quando i Carabinieri si sono presentati in casa dell'uomo per una perquisizione, hanno avvertito un avvocato di turno per l'autorizzazione a procedere e non l'hanno trovato. Non lui, non la compagna, non il loro cane pitbull. 

Destinatario di un decreto di espulsione, era arrivato nella Bassa Modenese da pochi mesi, più o meno nello stesso periodo in cui Alice aveva trovato lavoro. Solo dieci giorni prima, l'uomo era stato visto a Milano, mentre dieci giorni dopo il delitto, invece, era in una città francese prossima al confine con Svizzera e Germania. Sebbene dicesse di essere originario di Stoccolma, è più plausibilmente nato a Mahdia, sulle coste nord orientali della Tunisia.

Mentre si ultimano le pratiche per il mandato di cattura internazionale, si alleggerisce la posizione di Nicholas e Marco, anche se nessuno dei due è ancora completamente libero da sospetti. Ieri infatti, il primo tra loro, che aveva sposato Alice nel 2015, si è presentato spontaneamente in Procura per testimoniare. Dopo un'ora di interrogatorio, il suo avvocato, Luca Lugari, ha detto: «Ha risposto a tutte le domande. Ha confermato quello che aveva già raccontato ai Carabinieri subito. Abbiamo dato ulteriori precisazioni sugli orari e loro colmeranno i buchi di pochi minuti che restano». Vedendo che la moglie non era rientrata, Negrini si era subito messo a cercarla coinvolgendo anche il fratello di lei e, non ottenendo risultati, era andato in caserma fornendo elementi utili. 

Su tutti, l'app di geolocalizzazione del telefono con cui da casa aveva visto il cellulare della moglie fermo a Concordia fino alle 3,40 di notte e le chiamate senza risposta rigettate manualmente da qualcuno, fino all'alba del giorno del ritrovamento. Tuttavia, il suo nome è ancora tra gli indagati e, davanti a un alibi forte, c'è un movente che lo è altrettanto: la gelosia. Gelosia che avrebbe potuto nutrire per esempio nei confronti di Cuccui, per uscire con il quale Alice gli aveva raccontato di voler invece incontrare un'amica e con cui molti hanno ipotizzato potesse esistere una relazione sentimentale.  

A sua volta indagato, le telecamere di sicurezza che mostrano la auto dell'operaio sardo e meccanico di moto prendere la strada di casa, dieci minuti prima che quella di Alice fosse ripresa mentre viaggia verso il luogo in cui poi è stata trovata bruciata, sono il principale elemento a sua discolpa.  

L'auto di Alice e non Alice, poiché chi la guidasse quella notte non è visibile nella videosorveglianza pubblica. I nuovi elementi portano a pensare che a farlo fosse proprio il 29enne ora ricercato e questo spiegherebbe anche uno degli altri capitoli che finora restavano aperti sul caso: come aveva fatto l'assassino a lasciare la scena del delitto, senza che nessun altra automobile fosse ripresa durante il tragitto di andata? 

L'uomo in questione abitava così vicino che potrebbe averlo fatto a piedi. Come e in che contesto sia maturato il crimine, appartiene ancora alla notte di ambiguità e misteri in cui la donna è andata incontro quando ha salutato la sua famiglia per l'ultima volta. Il suo corpo è talmente deteriorato dal rogo che non si può stabilire la causa della morte, non può fornire tracce del killer, né dire se fosse viva mentre l'auto bruciava. Si può solo escludere che sia stata colpita alla testa, perché il cranio non ha fratture e poi confermare col Dna ciò che ovvio: Alice Neri è una delle 110 donne uccise quest' anno da un uomo.

Da repubblica.it il 21 novembre 2022.

Quando la macchina ha preso fuoco, lei era nel portabagagli. È morta carbonizzata Alice Neri, 32 anni, madre di una bambina di 4 anni. Il suo corpo è stato ritrovato nella sua auto completamente bruciata, nelle campagne di Concordia sulla Secchia, Bassa Modenese, dopo che un testimone ha notato il fumo. Proseguono le indagini per quello che appare sempre più un omicidio volontario. La procura si muove insomma per quello che potrebbe essere l’ennesimo femminicidio.

Al momento ci sono due indagati sia pure per "atto dovuto". Uno è il marito, l'altro è un amico. Entrambi sospettati, entrambi a piede libero. Il marito, che aveva denunciato la scomparsa giovedì 17, è stato sentito a lungo dai militari: "Non vedendola rincasare dal lavoro pensavo avesse avuto un incidente", avrebbe detto il giovane. Mentre la novità sta, secondo quanto riportano alcuni giornali locali, in un sopralluogo nell’appartamento di un conoscente a San Possidonio. Un amico sentito a sua volta dagli inquirenti e finito a sua volta nel registro degli indagati. 

Alice Neri vista in un bar a Concordia. Poi più nulla

E’ nel paese vicino a Concordia sulla Secchia infatti che vive l’uomo interrogato domenica pomeriggio dalle forze dell’ordine. Sarebbe stato l’ultimo ad avere visto viva Alice Neri. La donna, che viveva a Rami di Ravarino con il marito e la figlia, è stata vista per l’ultima volta in un bar di Concordia giovedì pomeriggio.

I carabinieri stanno setacciando le immagini registrate dalle telecamere di sorveglianza per ricostruire il tragitto che l'auto della donna ha fatto nel raggiungere la strada sterrata di campagna dove è stata ritrovata.  La stessa auto sarebbe stata vista passare poco tempo prima proprio a Concordia: i varchi ne avrebbero registrato la targa. Chi guidava l'auto?

Gli spritz e la lunga notte al bar. Il giallo delle ultime ore di Alice. La serata ripresa dalle telecamere: la donna ha lasciato il locale alle 2, poi il buio. Indagati il marito e l'amico. Redazione su Il Giornale il 22 Novembre 2022.

Due persone sono indagate nell'ambito delle indagini in corso nel Modenese sulla morte di Alice Neri, la 32enne trovata carbonizzata venerdì sera nella sua auto a Fossa di Concordia, una località della provincia. La Procura ha iscritto nel registro degli indagati il marito della donna e un amico. Secondo quanto trapela, l'iscrizione è un atto necessario per alcuni accertamenti che devono essere eseguiti; entrambi rimangono a piede libero.

Le ipotesi di reato sono omicidio volontario e distruzione di cadavere. Sulla vicenda indagano i Carabinieri coordinati dal pm Claudia Natalini. Si stanno scandagliando le ultime ore di vita della vittima, in particolare quanto accaduto giovedì sera. Testimonianze, filmati delle telecamere di videosorveglianza, celle telefoniche. Nicholas Negrini, marito di Alice e padre della loro bambina di quattro anni, è stato sentito a lungo in caserma. Era stato proprio lui a denunciare la scomparsa della moglie giovedì, non vedendola rientrare a casa dopo il lavoro. «Avevo paura che avesse fatto un incidente», aveva spiegato ai carabinieri. L'altra persona sulla quale è rivolta l'attenzione è un amico della 32enne, convocato in caserma già venerdì sera. Sarebbe lui l'ultimo ad averla vista. La 32enne lavorava per l'impresa di pulizie «Sun Flower» insieme alla madre, mentre il marito Nicholas è un grafico.

Alice, originaria di Ravarino, sempre nel Modenese secondo una testimonianza avvalorata da alcuni filmati delle videocamere di sorveglianza, ha passato la serata in un bar. La donna sarebbe arrivata attorno alle 19.40, poi l'ha raggiunta un uomo con cui si è intrattenuta fin alla chiusura del locale attorno alle 2, dopo aver bevuto diversi spritz. Tra loro non ci sarebbero state effusioni, ma solo chiacchiere e scherzi in forma amichevole. Resta da chiarire dunque cosa sia successo nelle ore successive: il corpo della donna è stato rinvenuto alle 21 del venerdì. Della 32enne si erano perse le tracce da giovedì 17 novembre. A dare l'allarme era stato il marito denunciando la scomparsa.

La macchina è stata ritrovata in una zona di campagna di Concordia sulla Secchia, in provincia di Modena. Un cittadino di passaggio aveva notato il fumo che saliva al cielo in mezzo ad una macchia di vegetazione e ha allertato i soccorsi. L'auto si trovava in sosta su una strada sterrata. Un'area di aperta campagna, fatta di strette stradine non asfaltate, dove vicino ci sono una serie di laghetti per l'itticoltura. Una zona estranea di fatto alla frequentazione, se non da parte di chi lavora nei campi o abita nelle poche case circostanti. Dopo l'intervento dei vigili del fuoco per spegnere le fiamme dell'utilitaria, è stata fatta la tragica scoperta. Quindi l'intervento dei carabinieri per avviare gli accertamenti sul posto e le indagini. Poco dopo il marito era stato informato del ritrovamento del corpo di sua moglie ed era stato accompagnato in caserma per essere ascoltato nel dettaglio. Si attende ora che la Procura incarichi i periti per effettuare l'autopsia sui resti della 32enne. Durante le perquisizioni nelle abitazioni dei due indagati non sono emersi elementi utili alle indagini. Non è quindi ancora del tutto esclusa la pista del gesto volontario.

Il dolore della famiglia: "Stiamo vivendo un incubo pazzesco". Alice Neri, il giallo della morte della mamma trovata carbonizzata nella sua auto: “Punita per un rifiuto”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 22 Novembre 2022

Non si danno pace i familiari di Alice Neri, la 32enne di Ravarino, piccolo paesino nella provincia di Modena, trovata carbonizzata nel bagagliaio della sua auto venerdì 18 novembre in mezzo alle campagne di Concordia, nella Bassa modenese. Una drammatica morte su cui gli investigatori stanno cercando di fare luce. Attualmente due sono le persone indagate: il marito, che ha dato l’allarme dopo la sua scomparsa e un amico di Alice, l’ultimo ad averla vista viva. Ma al momento nessuna pista è esclusa.

“L’unico motivo possibile è che mia figlia abbia rifiutato qualcosa che non voleva fare, abbia detto di ‘no’, e questo ha fatto partire l’embolo a qualcuno. Che l’ha ammazzata e bruciata, per non farmela vedere più l’ultima volta nemmeno da morta”, ha detto a Repubblica la mamma di Alice, Patrizia Montorsi, che non riesce a darsi pace su quanto accaduto. Il dolore per l’assurda morte della figlia è enorme.

Alice viveva con il marito Nicholas e la loro figlioletta di 4 anni in una villetta a Ravarino. È da lì che Alice giovedì sera intorno alle 19 è uscita per raggiungere l’amico (ora indagato) in un bar di Concordia per fare un aperitivo. Si è trattenuta lì in chiacchiere amichevoli fino alle 2 di notte. L’aperitivo è stato ripreso dalle telecamere di videosorveglianza, poi non si sa cosa sia successo. Il mattino seguente, non trovandola nel letto, il marito di Alice l’ha cercata ovunque insieme al fratello della ragazza senza trovarne traccia, poi la denuncia della scomparsa ai carabinieri.

“Mio cognato Nicholas ed io, grazie al localizzatore del telefono di Alice, siamo riusciti a risalire al posto dove era stata l’ultima volta che il cellulare è rimasto acceso – ha raccontato al Resto del Carlino Matteo Marzoli, fratello di Alice – Per tutto il pomeriggio ho setacciato il paese e la campagna con la speranza di vedere la sua macchina. A posteriori, mi pare di poter dire anche di essere passato vicino al luogo del ritrovamento”.

Poi il ritrovamento venerdì sera del corpo carbonizzato di Alice rinchiuso nel bagagliaio della sua auto. Non è esclusa nessuna ipotesi sebbene un fascicolo è stato aperto per omicidio e distruzione di cadavere. “Spero che si trovi chi ha fatto questa crudeltà a una ragazza solare, felice, una mamma di famiglia – ha continuato la mamma di Alice nell’intervista a Repubblica – Non c’era nulla di nascosto, mia figlia non aveva amanti. Mio genero non c’entra. Un folle ha deciso di eliminarla”, conclude la signora Patrizia.

“Se mi spaventano le cose spiacevoli che potrebbero emergere? Certo – continua il fratello a Il Resto del Carlino – per ora sto cercando di mantenere la razionalità, con la speranza che la verità venga a galla presto, prima di perdere questa poca lucidità che mi resta: sono un essere umano e qualcuno ha ucciso mia sorella. Un passo alla volta, stiamo vivendo un incubo pazzesco. Sto vicino a mamma, siamo una grande famiglia molto unita e ci sono tante persone che ci vogliono bene e che si sono mobilitate per stare con noi h24. Senza questo supporto di affetto, il rischio è quello di impazzire”. “Mio cognato – ha concluso Matteo – ora pensa a proteggere la loro meravigliosa bimba, sta cercando di salvaguardarla il più possibile. Non riesce neanche più a tornare a casa sua, sempre assediata da tutti. Sta con la sua bimba”.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

·        Il Mistero di Matilda Borin.

Il ginocchio, l'agonia, nessun colpevole. "Matilda fu uccisa, ma il caso è chiuso". Matilda Borin fu uccisa il 2 luglio del 2005 mentre si trovava in casa con la madre e il compagno dell'epoca. L'omicidio è rimasto impunito. L'esperta: "La verità è agli atti". Rosa Scognamiglio e Angela Leucci su Il Giornale il 22 Novembre 2022.

Resta un vero e proprio giallo la morte di Matilda Borin. La bambina di 22 mesi, stando a quanto riporta l’autopsia, fu uccisa da un colpo alla schiena, un calcio forse, o almeno così ritennero gli inquirenti. Con lei c’erano solo due persone in casa: la madre e il compagno di lei. I due erano andati a convivere da poche settimane a Roasio, nel Vercellese, ed entrambi furono, in tempi differenti, indagati, rinviati a giudizio e infine assolti per l’omicidio della bimba. Che resta senza giustizia.

"Si tratta di un omicidio preterintenzionale", dichiara alla nostra redazione Ursula Franco, medico e criminologo, nonché allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste e interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari.

L’omicidio

La storia della morte di Matilda si basa in gran parte sul racconto della madre Elena Romani, una hostess, e del suo compagno Antonio Cangialosi, ex bodyguard che nel 2005 lavorava per un’azienda di autotrasporti.

Era il 2 luglio 2005. La coppia, con la bambina, aveva pranzato a casa dei vicini di casa, per poi fare rientro alla propria abitazione. Matilda era stata messa a riposare nel lettone, mentre i due si erano successivamente addormentati sul divano. Un pianto però aveva svegliato Romani: Matilda si era svegliata, stava male, aveva vomitato, sporcando il lenzuolo.

Stando alla dinamica raccontata dalla donna, Romani si era allontanata per pulirlo, lasciando la bambina con il compagno e ritrovandola poi agonizzante. L’autopsia stabilì lesioni al fegato, a un rene e a una costola: a provocarle era stato un colpo violento. "È stato un errore credere che il trauma dorsale fosse stato prodotto da un calcio sferratole - spiega l'esperta - Purtroppo questo errore ha viziato il caso". Poi aggiunge: "Attraverso lo studio delle risultanze medico legali si può ancora ricostruire la dinamica omicidiaria".

L'autopsia

La piccola Matilda "è morta in seguito a uno choc emorragico da emoperitoneo secondario a un trauma dorsale che le ha prodotto multiple lacerazioni del fegato, la sezione del rene destro e una lesione del sinistro - chiarisce la dottoressa Franco - Quel trauma da schiacciamento le è stato causato dalla pressione di un ginocchio sul dorso".

Più nello specifico: "All’esame autoptico le furono riscontrate una lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale, due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori, multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro, la frattura della VII costa destra sulla linea ascellare posteriore con consensuale minima lacerazione pleurica e intensa infiltrazione emorragica e un traumatismo delle coste dalla IX alla XII sinistre".

In linea con l'esito degli accertamenti medico legali, gli inquirenti dedussero che la lesione "ecchimotico escoriativa complessa in zona dorsale" potesse essere compatibile con l'impronta di un piede o una scarpa. La dottoressa Franco, che ha studiato bene gli atti, ritiene che la lesione sia "compatibile con l’impronta di un ginocchio e non con quella di una scarpa o di un piede. E le 'due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori' provano che la forza lesiva scaricata su Matilda non la spinse nel vuoto ma la schiacciò contro una superficie semirigida".

La ricostruzione dell'omicidio

Partendo dai dati emersi dall'autopsia, è possibile ricostruire la dinamica dell'omicidio. La criminologa non ha dubbi: "Chi uccise Matilda appoggiò il proprio ginocchio sul dorso della bambina schiacciandola contro una superficie semirigida poi la povera Matilda cadde sul pavimento e si produsse 'multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro".

Ma non finisce qui. Subito dopo: "L’omicida la raccolse da terra prendendola sotto il braccio destro con la sola mano destra e, con la pressione del proprio pollice, le produsse 'la frattura della VII costa posteriore destra sulla linea ascellare posteriore e la consensuale minima lacerazione pleurica'".

Quanto alla frattura costale, l'esperta precisa: "Non fu contestuale alla lesione dorsale che danneggiò gli organi addominali né secondaria alle manovre rianimatorie, fu invece la conseguenza di un secondo fatto traumatico che seguì allo schiacciamento dorsale. Infatti intorno alla frattura costale fu rilevata un'intensa infiltrazione emorragica, prova che il trauma precedette lo choc ipovolemico (perdita ingente di sangue, ndr) e l’arresto cardiaco e che quindi non fu causata dalle manovre rianimatorie che seguirono invece lo choc".

La vicenda giudiziaria

La macchina della giustizia italiana si mise subito in moto, ma, secondo diversi esperti, commise diversi errori che alla fine condussero a non trovare il colpevole per l’omicidio di Matilda.

La prima a essere indagata e alla fine assolta fu Romani, che tra l’altro trascorse 118 giorni in carcere e 153 agli arresti domiciliari, ma nel 2012 la Cassazione si pronunciò: non colpevole. Come riporta Repubblica, la donna commentò: “La mia bambina deve avere giustizia. Io sono innocente, e oggi me lo hanno dimostrato. La mia bambina sa che io non le ho fatto niente”.

La piccola Matilda fu uccisa con un calcio Ma non c'è un colpevole

Nel 2014 fu la volta di Cangialosi si essere rinviato a giudizio, ma anche l’uomo risultò non colpevole e la sua vicenda si risolse in Cassazione nel 2021: fu stabilito che l'uomo non avrebbe avuto il tempo materiale per colpire la bambina, nel breve lasso in cui erano rimasti da soli. Ma la sentenza nel punto in cui si rivolge alla madre di Matilda e al compagno, riporta Panorama, resta sibillina: “Entrambi, con tutta evidenza, hanno una posizione del tutto equivalente quanto a interessi coinvolti, posto che dichiarando di non avere toccato la bambina implicitamente affermano che è stato l’altro a farlo”.

La certezza resta una: Matilda non ha ricevuto giustizia e per il suo omicidio non è stato trovato un colpevole. "La verità è agli atti - conclude la dottoressa Franco - e si inferisce analizzando in parallelo le risultanze dell’esame medico legale, i comportamenti e le dichiarazioni di chi l’omicidio l’ha commesso. Il caso è però ormai irrimediabilmente chiuso".

Matilda ride, con addosso una coppola troppo grande per lei, in quella foto che ha campeggiato su tutti i giornali nel 2005 e poi successivamente, nel susseguirsi della vicenda giudiziaria. Ride per sempre. Avrà sempre 22 mesi. Forse è per questo che la sua morte continua a spaventare e fare male.

·        Il mistero di don Guglielmo.

Cortazzone, il parroco ucciso con sei proiettili mentre coltivava peperoni nell'orto.  Federico Ferrero su Il Corriere della Sera il 22 novembre 2022.

Un carabiniere, dopo il sopralluogo disse: «Questo è un delitto per molti versi immotivato. Chi ha ucciso si è appostato e ha colpito con cura. Come se, a sparare, fosse stato un pazzo»

Cortazzone è un borgo del Monferrato astigiano lambito dalla via Francigena, in cui fa notizia il compleanno della nonnina centenaria. Nel 1990 il parroco del paese era don Guglielmo, all’anagrafe Guglielmo Alessio, 70 anni, nato nel minuscolo Comune di Piea. Pastore di anime di cui si diceva fosse un mite; anche un po’ un pessimista, dal carattere crepuscolare, forse disilluso dai mali del mondo e dalla vacuità dell’essere umano. Il 15 ottobre stava raccogliendo peperoni nel terreno di Varasone, che curava vicino alla canonica; non vedendolo rientrare, i vicini avvertirono i contadini confinanti. Lo trovarono in mezzo all’orto, cadavere. Lì per lì, si pensò a un incidente di caccia: la zona era battuta da parecchi appassionati di arte venatoria. L’autopsia del professor Baima Bollone diede, tuttavia, un altro responso: il don era stato ucciso di proposito, non con un fucile ma con una 357 Magnum, non con un colpo ma con sei proiettili, tutti a segno nel torace. Un omicidio volontario, un’esecuzione. Colpi sparati dal basso verso l’alto, come se li avesse tirati qualcuno appostato e accucciato. Nessun segno di colluttazione, sebbene al parroco mancasse il portafoglio nel quale, secondo le sorelle, probabilmente ancora custodiva le seicentomila lire di pensione ritirate da poco. Nessuno aveva assistito ai fatti né visto persone avvicinarsi o allontanarsi dall’orto, quel pomeriggio. 

L’automobile della vittima, una Fiat 127 rossa di nessun valore, era ancora parcheggiata a lato dell’appezzamento. Tra i primi elementi raccolti nel fascicolo di indagine, le lamentele del sacerdote per la presenza, in quel terreno, di un gruppo di nomadi che erano soliti insistere nel chiedergli denaro e altre utilità. Ma che un diniego potesse condurre a una reazione d’impulso così spietata non era ritenuto plausibile. Parlando con gente del posto, emerse che don Guglielmo era davvero l’ultima persona cui rivolgersi per un reato contro il patrimonio: per festeggiare i cinquant’anni di sacerdozio, l’amministrazione civica si era occupata di pagare un rinfresco frugale; alcuni volontari della chiesa gli avevano donato una veste e un calice per le funzioni, insieme a una targa ricordo. Se la rapina del portafoglio non veniva ritenuta una pista ragionevole, non restava che pensare ad altri moventi. L’accurata scansione della vita del prelato non portò a individuare che un rapporto teso con un abitante del paese, un imbianchino trasferitosi da qualche tempo in Brianza. Costui aveva avuto difficoltà economiche e si ipotizzò una richiesta di aiuto non accolta ma il suo alibi era inattaccabile. 

Ci vollero mesi per smuovere il lavoro degli inquirenti: nella primavera del 1991 venne trovata una pistola della stessa marca e modello di quella usata per l’omicidio, a poca distanza dal paese, sepolta in un canneto. L’esame balistico confermò che era l’arma usata dal killer del sacerdote: il numero di matricola era visibile e venne ricondotto al furto della pistola subìto, qualche mese prima dei fatti di Cortazzone, da parte di una guardia giurata di Milano. In più, si isolò un’impronta incompleta. Cui venne collegato un nome: Zordan Diorgievic. Un giovane delinquente specializzato nel prestarsi ad autista per “colpi” in Lombardia, Piemonte e Toscana. Il resto della sua combriccola era già in prigione da qualche mese. Su tutti, tale Ljubisa Vrbanovic, detto Manolo. Poi suo fratello minore, Miso. Non era stato possibile catturare il socio di Manolo, Ivica Bairic, che si era suicidato pur di non finire nelle mani degli agenti. Solo che i reati per cui erano stati arrestati i quattro non avevano a che fare col povero prete di campagna: dopo un conflitto a fuoco con la polizia di Belgrado, post ennesima rapina, Manolo aveva confessato un fatto di sangue purtroppo dimenticato dai più, la strage di Pontevico. 

La notte di Ferragosto del 1990 i quattro avevano fatto irruzione nella villa della famiglia Viscardi, in provincia di Brescia, uccidendo tutti: il padre Giuliano, la madre Agnese e i figli, Maria Francesca e Luciano. Si era salvato solo il terzo figlio, Guido, perché si era sposato da poco e viveva in un’altra casa. Il processo bresciano stabilì che la banda si era “divertita” a giocare al tiro a segno con la povera famiglia, colpevole di non conservare in casa il denaro e i beni che i rapinatori erano convinti di trovare. E la modalità agghiacciante di quell’azione ricordava le parole di un carabiniere, dopo il sopralluogo sull’omicidio di Cortazzone: «Questo è un delitto per molti versi immotivato. Chi ha ucciso si è appostato e ha colpito con cura. Come se, a sparare, fosse stato un pazzo». O uno che provava piacere a togliere la vita. Per l’uccisione del povero don Alessio venne condannato all’ergastolo in Italia il solo Diorgievic, perché c’era la prova dell’uso della pistola. Mancavano elementi per inchiodare gli altri. Ma, nel frattempo, l’esecutore materiale era già latitante in Jugoslavia. Erano passati solo due mesi dalla strage bresciana e nessuno poteva pensare che quella banda in giro per Cortazzone fosse la stessa che si trascinava dietro una scia di rapine e di delitti, motivati da nient’altro che la bramosia di sangue. Manolo, mai condannato per la morte di don Guglielmo, secondo le autorità serbe è deceduto nel 2014 in carcere. 

Il sopravvissuto di Pontevico, tuttora, ha dubbi sull’effettiva morte del criminale «dagli occhi gialli», come lo raccontavano le cronache. Se davvero la banda ha ammazzato un prete di paese in provincia di Asti, comunque, sfugge la ragione per cui avesse scelto proprio quel borgo e proprio quel don dall’esistenza umile e votata agli ultimi. A questa storia manca un pezzo che, con ogni probabilità, nessuno racconterà. Un libro del 2015, “Vita di un parroco, storia di un’epoca” (edizioni Atene del Canavese) ha provato a restituire giustizia alle opere di un uomo semplice e genuino, buono e «autentico testimone della parola di Cristo», così come a dare un senso alla sua morte, citando un fatto di cronaca nera avvenuto qualche tempo prima in zona come possibile scaturigine della spedizione assassina. Ma è rimasta una congettura.

·        Il giallo del seggio elettorale.

Villasanta, il giallo del seggio elettorale: sulla scheda la firma del killer. Federico Berni su Il Corriere della Sera il 10 Dicembre 2022.  

«Per le forze dell'ordine. Ho ucciso un uomo. È sepolto in un cantiere area nord». È il messaggio trovato dagli scrutatori lo scorso 25 settembre. Da un'impronta digitale le indagini della polizia

Il messaggio appare sulla scheda rosa, quella per l’elezione dei rappresentanti alla Camera dei Deputati: «Per le forze dell’ordine. Ho ammazzato un uomo. È sepolto in cantiere area nord. Date lui sepoltura cristiana, vi prego». La scritta è in stampatello. L’autore ha utilizzato la matita copiativa, fornita dagli addetti prima di entrare in cabina a votare. 

Sono passate da poco le undici di sera del 25 settembre 2022, il giorno delle ultime elezioni politiche. È cominciato lo spoglio e in un seggio elettorale ricavato in una scuola di Villasanta, cittadina alle porte di Monza, tra le scrutatrici presenti cala un misto tra gelo e stupore. La scheda con l’inquietante messaggio viene consegnata al posto di polizia allestito in loco dalla presidente del seggio. In pochi minuti arrivano gli agenti della Squadra Mobile. Da allora, molti cittadini del comune brianzolo sono stati convocati dalla polizia di Monza per essere interrogati. Segno che gli investigatori non hanno dubbi: non è uno scherzo, non si tratta del gesto di un mitomane. 

Si indaga per omicidio e occultamento di cadavere e, secondo quanto emerso, il cerchio attorno all’autore del testo si starebbe stringendo. Per come è stato scritto, le sue parole appaiono credibili, e nascondono una verità raccapricciante, ma ancora tutta da chiarire. Un giallo a tutti gli effetti, con alcuni punti fermi sul piano investigativo. L’elemento di partenza emerge dalle pieghe della scheda stessa: un’impronta digitale. I poliziotti l’hanno rilevata dopo averla fatta sottoporre ad accertamenti tecnici. Una traccia latente, che gli specialisti della Scientifica sono riusciti a far risaltare. 

L’altro elemento imprescindibile: il nome e il cognome di chi ha lasciato il messaggio sono indicati nella lista dei cittadini che, quel giorno di fine settembre, si sono presentati per esprimere il voto, lasciando il loro documento di identità. È un cittadino di Villasanta, ovviamente: un possibile omicida che, dopo aver lasciato le proprie generalità, ha reso una confessione sconvolgente. Senza ricorrere a una più «tradizionale» lettera agli inquirenti, ma scegliendo comunque il momento in cui il diritto all’anonimato viene costituzionalmente garantito. Si parla di un omicidio, dunque, e di un successivo seppellimento in un non meglio definito «cantiere in area nord». E qui si torna alla scelta del seggio elettorale. Circostanza, questa, che farebbe pensare chi indaga a un luogo non troppo distante, ma anzi da cercare nel comune di residenza. 

Anche in una località piccola come Villasanta, che si affaccia sulle mura del Parco di Monza, i cantieri aperti sono numerosissimi, dovuti essenzialmente ai benefici fiscali previsti per il rifacimento delle facciate. Non mancano però anche zone di lavori incompiuti, e aree dismesse abbandonate. Restringendo ulteriormente il campo alla «area nord», indicata sulla scheda elettorale, viene da pensare per esempio all’enorme scheletro di 11 piani, in via Fieramosca, verso il confine con Arcore. Avrebbe dovuto essere un residence hotel, dedicato, nei piani degli ideatori del progetto, al turismo d’affari diretto in Brianza, in una zona ricca di imprese e capannoni. Un «affare» pensato in vista di Expo 2015, ma che, come tanti, si è rivelato una mera speculazione, naufragato tra debiti, inchieste, bancarotte e fallimenti. In eredità ai cittadini, è rimasto quello che tutti chiamano «l’ecomostro», al centro di dispute politiche locali, e soprattutto in stato di completo abbandono dietro a un’alta recinzione metallica. Che sia quello il luogo che potrebbe finire al centro delle indagini? 

Solo l’autore del messaggio potrebbe rivelarlo. Viene da pensare che quest’ultimo voglia implicitamente farsi scoprire. Potrebbe trattarsi di una persona con convinzioni religiose sprofondata in preda a un rimorso, nascosto nelle pieghe di quella richiesta di dare «sepoltura cristiana» alla presunta vittima, sulla cui possibile identità è invece mistero fitto. Non risulterebbero, infatti, casi di scomparsa irrisolti in zona. Magari uno straniero, o comunque di qualcuno che non viene cercato di familiari o amici, morto in circostanze da chiarire: un delitto d’impeto? Un tragico incidente?

·        Il Mistero di Alessia Sbal.

Fulvio Fiano e Rinaldo Frignani per corriere.it il 10 dicembre 2022.

La pioggia, il frastuono del traffico del Raccordo anulare, le voci concitate di Alessia Sbal e Flavio Focassati che si sovrappongono mentre discutono animatamente sulla corsia d’emergenza vicino allo svincolo per Casalotti. Lei indossa il fratino catarifrangente, lui no. Entrambi sono scesi dai loro veicoli, una Panda e un tir, dopo essersi fermati per constatare i danni di un incidente avvenuto solo qualche istante prima. La scena di quanto accaduto la sera del 4 dicembre scorso si può ricostruire per ora solo dagli audio depositati in procura delle due telefonate fatte dalla 42enne estetista di Ciampino al numero unico di emergenza 112 prima di essere travolta e uccisa dal mezzo pesante.

Al momento nessuno si è fatto vivo con la polizia per raccontare questi ultimi drammatici momenti, eppure al centralino del 118 sono state passate almeno una dozzina di chiamate di automobilisti che potrebbero aver assistito in diretta all’investimento. La prima alle 20.43, quattro minuti dopo quella fatta da Alessia — durata circa 60 secondi — in cui l’operatore (un civile) ha sentito la litigata con il camionista che si rifiutava di attendere l’arrivo di una pattuglia della Polstrada.  

«Non ti ho fatto niente, io adesso me ne vado!», le urla dopo che la 42enne — che già nella prima chiamata di 23 secondi aveva riferito di essere stata tamponata, ma poi la linea era caduta — gli ha contestato i danni alla Panda. Effettivamente il conducente risale sul mezzo pesante e parte. «Se ne sta andando! — grida a sua volta Alessia —. Fermati, fermati!». Poi il silenzio: la vittima viene investita dal tir e trascinata per alcuni metri. Muore sul colpo mentre il camionista si allontana. 

Fino alle 20.53 circa al 118 continuano ad arrivare telefonate di persone che vedono il corpo della 42enne disteso a terra. Sono state tutte passate dal 112, che nel frattempo aveva già allertato la Polstrada per quello che, secondo chi indaga, è almeno per ora un incidente, con una dinamica particolare, ma un incidente. 

Focassati, originario di Rieti, non viene contestato al momento l’omicidio stradale. Sia il decreto di fermo emesso dal pm Stefano Luciani che l’ordinanza di convalida dell’arresto (ai domiciliari) emessa dal gip riportano come unica accusa quella di fuga dal luogo dell’incidente. 

Il ragionamento della procura sembra dunque il seguente: non ci sono dubbi sul fatto che il camionista si sia reso conto dell’urto (se anche non lo avesse fatto durante la marcia dei due veicoli, la discussione avuta con la donna è inequivocabile) ma potrebbe non essersi accorto di aver travolto la 42enne o potrebbe averlo fatto non per colpa propria (per l’ipotesi della volontarietà manca l’elemento del dolo). 

Perché gli venga contestato l’omicidio stradale, insomma, bisognerà nel caso accertare che l’autotrasportatore abbia compiuto una manovra pericolosa ripartendo dalla corsia di emergenza. L’altra ipotesi è che Sbal si sia avvicinata troppo al tir ormai in movimento, rimanendo impigliata e poi schiacciata in corrispondenza del cosiddetto «punto cieco» del mezzo, ossia quello non visibile dalla postazione del guidatore.  

Le sue invocazioni a fermarsi rivolte all’autista sarebbero dunque da interpretare come il tentativo di richiamare l’uomo alle sue responsabilità nell’incidente e non come allarmato avvertimento prima di essere travolta.

Per accertare tutto questo il pm attende che venga individuato il punto esatto dell’investimento, partendo da quello di ripartenza del camion, la sua velocità e traiettoria di manovra. All’esame, insieme alla «scatola nera» del mezzo, ci sono i filmati delle videocamere del Gra — ma non è detto che inquadrino il tratto dove era la Panda — oltre ad eventuali segni sull’asfalto e sul tir (sequestrato). Di nessun aiuto può purtroppo essere l’autopsia effettuata sul corpo straziato della donna.

Fulvio Fiano e Rinaldo Frignani per corriere.it l’11 Dicembre 2022.

Sono almeno una dozzina. Ma non si esclude che ce ne possano essere anche altri. Solo che quelli hanno telefonato al 118 la sera del 4 dicembre scorso per segnalare la presenza sull’asfalto del corpo di Alessia Sbal all’altezza dello svincolo per Casalotti sulla carreggiata interna del Raccordo anulare. Il primo di loro, colui che ha chiamato il numero unico di emergenza 112 e poi è stato trasferito al centralino del 118 alle ore 20.43, potrebbe addirittura aver assistito in diretta alle fasi dell’investimento della 42enne da parte di Flavio Focassati, il camionista di Rieti ora ai domiciliari accusato solo di fuga da incidente e omissione di soccorso, e non - proprio perché manca la ricostruzione di quel momento - di omicidio stradale.

Con gli audio delle telefonate della vittima che per chi indaga fanno sufficiente chiarezza sulla vicenda, ed escludono la volontarietà nell’investimento della 42enne. Da chiarire il grado di colpa che ha avuto il conducente del tir, sceso dal mezzo dopo l’impatto con la Panda di Alessia e coinvolto in una lite con lei sulla corsia d’emergenza, prima di risalire a bordo del mezzo e ripartire. In quel momento la vittima è stata travolta e uccisa.  

Al momento in procura non si sono presentati testimoni diretti dell’accaduto, e nemmeno dalla Polstrada. Ma ora almeno quelli che hanno chiamato i soccorsi dovranno raccontare ciò che hanno visto. Telefonate continue, filtrate dal 112, almeno per i successivi dieci minuti. Senza contare coloro che potrebbero aver assistito all’incidente e non hanno chiamato nessuno. Rintracciare questi ultimi appare davvero molto complicato e si fa appello al loro senso civico. 

L’altro aspetto per ricostruire il comportamento tenuto dal camionista è invece collegato all’analisi della sua condotta di guida: la ripartenza dalla corsia d’emergenza, la velocità, l’angolo di manovra per superare la Panda di Alessia ferma davanti al mezzo pesante, visto che era stata lei stessa poco prima a costringerlo ad accostare.  

Decisive saranno le perizie sul veicolo e sulla strada disposte dalla procura, così come l’analisi della scatola nera, obbligatoria per legge, del tir che dovrebbe aver registrato tutti i parametri del camion in quei momenti. Compresi i tempi di fermata e di ripartenza e la progressione della sua velocità. 

Intanto anche la madre di Martina Salvucci, la 21enne morta ieri all’ospedale Santa Maria Goretti di Latina in seguito a un incidente avvenuto poco dopo le 7,30 dell’8 dicembre in via della Riserva Nuova ad Aprilia., ha pubblicato un appello su Fb per chiedere aiuto. La giovane è morta dopo essere andata a sbattere con l’auto su un muretto di cinta di una casa. Una dinamica sulla quale ora la famiglia chiede che si faccia piena luce. 

La madre Arianna Pompili è convinta che non si sia trattato di un incidente “autonomo” ma che la Fiat Seicento guidata dalla figlia abbia sbandato a causa di un ostacolo da evitare o altro: «Cerco testimoni, dai rilevamenti effettuati dalla polizia c’è qualcosa di anomalo, hanno chiesto a chi vive lì ma nessuno ha visto», il suo appello. E ieri altri incidenti: uno grave alla Magliana, con tre feriti in codice rosso, un altro sulla Colombo con uno scooterista ferito.

Alessia Sbal Romina Marceca per repubblica.it l’8 dicembre 2022.

C'è un supertestimone nell'incidente sul Gra di domenica in cui è stata travolta e uccisa Alessia Sbal, l'ornicotecnica di 42 anni all'università "La Sapienza". 

Paolo Piccini, cameraman, ha visto uno scontro tra un tir e la Panda di Alessia Sbal intorno alle 21. Una notizia ancora mai confermata come quella che Alessia ha costretto il conducente del mezzo pesante a fermarsi. Tutte informazioni che il testimone riferisce a Repubblica. 

"Ero sul raccordo, piovigginava. Ero con altre tre persone in auto. La Panda era sulla corsia centrale, il tir su quella interna. Ricordo che erano molto vicini, quasi accostati. A un certo punto il tir ha iniziato a andare verso sinistra finendo sulla corsia centrale e sbattendo contro la parte anteriore destra della Panda", è quanto ricostruisce Piccini. E aggiunge: "Sono volati alcuni pezzi di parafango e fanalino, mi sembra, della Panda". 

Questo significa che, come conferma l'amica di Alessia che era al telefono con lei quando lei si è vista piombare addosso il tir, c'è stato un evento improvviso. La macchina ha riportato danni. Un'informazione, quest'ultima, che la famiglia chiede agli investigatori dal primo giorno. 

Ma c'è di più, e lo racconta Piccini che ha contattato il numero di cellulare di Repubblica (348.3353454) messo a disposizione dopo l'appello lanciato da Ilaria Sbal, la sorella di Alessia. "La strada era bagnata e non andavamo veloce. Ero accanto alla Panda e ho visto che la donna alla guida era molto arrabbiata dopo lo scontro. Non aveva il cellulare all'orecchio. Ha accelerato di botto, è andata davanti al tir e ha frenato per farlo fermare. Mi è sembrata - dice il cameraman - una mossa azzardata. Noi tutti dietro abbiamo rallentato e ho visto che Panda e tir si sono accostati alla corsia di emergenza. Poi siamo andati oltre, non potevo fermarmi".

Cosa è successo dopo? Secondo una prima ricostruzione, Alessia Sbal è stata travolta e uccisa proprio da un Tir. Agli arresti domiciliari (ieri è stato convalidato il fermo dal gip, ndr) c'è Flavio Focassati. È un incensurato che vive a Rieti. Ma è lui lo stesso camionista che ha speronato la macchina di Alessia Sbal? O c'è un altro tir coinvolto? Tutte domande che si chiedono anche i difensori della mamma e della sorella di Alessia che hanno nominato un consulente tecnico per ricostruire la dinamica dell'incidente. "Ancora è troppo presto, è tutto un mistero. Non riusciamo a fare un'ipotesi", dice uno dei due legali.

Resta anche il mistero delle telefonate al 112. Repubblica è venuta in possesso degli screenshot in cui si vede l'orario e la chiamata al 112, le 20,39. Poi ci sono altre tre telefonate in entrata da parte di un numero anonimo: Alessia ha risposto a una delle tre. "Era la polizia che la chiamava - dice Ilaria Sbal che sostiene di averlo accertato - e io voglio sapere cosa le hanno detto". 

Paolo Piccini ha saputo della morte di Alessia due giorni fa. "Non ho visto il momento in cui quella donna è stata travolta però mi sembra impossibile che quel camionista non si sia accorto della signora in strada soprattutto se, come ho detto, indossava il giubbino catarifrangente. Non è stato un incidente stradale, quell'uomo l'ha uccisa". La polizia non ha ancora sentito Paolo Piccini.

Ieri è stata la giornata delle lacrime dopo l'autopsia. Sul tavolo della casa di Ilaria Sbal, a Ciampino, c'è tutto quello che resta della sorella Alessia: due collanine e un anello, tutto piegato, in argento etnico. Ilaria li guarda e non trattiene le lacrime: "È un incubo. Rivoglio la mia sorellina, le hanno tolto il sorriso". Lo dice anche l'autopsia: il volto di Alessia è stato cancellato da quel tir che l'ha travolta sul Gra.

"Impossibile non si sia accorto, quell’uomo l’ha uccisa". Alessia Sbal uccisa sul Gra, il mistero dell’incidente e del camionista: “Il tir l’ha speronata e lei lo ha fermato”. Redazione su Il Riformista l’8 Dicembre 2022

Paolo Piccini, cameraman, ha visto lo scontro tra il camion e la Panda della 42enne, ha contattato Repubblica e ha raccontato: “Impossibile che non si sia accorto della signora in strada soprattutto se indossava il giubbino catarifrangente. Non è stato un incidente stradale, quell’uomo l’ha uccisa”.

Alessia Sbal lavorava come estetista e su Facebook scriveva: “Sono un’anima libera”, ma domenica sera il suo corpo è stato trascinato per decine di metri sul Grande raccordo anulare di Roma, al chilometro 26 del Gra, all’altezza di Casalotti-Boccea, da un tir che è fuggito via. Ieri gli investigatori della polizia Stradale hanno rintracciato e fermato il camionista, Flavio Focassati di 47 anni con le pesantissime accuse di omicidio stradale e omissione di soccorso.

“Mia figlia era pronta a iniziare un nuovo capitolo della sua vita. A giorni avrebbe rinnovato un contratto come tecnico di laboratorio Chimico Biologico a La Sapienza”, racconta mamma Tina tra le lacrime che spiega: “Il centro estetico non era andato bene, lo aveva aperto poco prima che scoppiasse la pandemia. Mia figlia aveva passato un brutto momento ma si era ripresa e stava benissimo. La notizia del nuovo lavoro, le aveva dato spinta ed energie che lei ha sempre avuto. Era una ragazza solare, piena di vita amante degli animali. Un amore che condividevamo. Ora voglio sapere cosa è accaduto ad Alessia ecco perché chiedo a tutti, a chi è passato sul luogo dell’incidente e ha visto qualcosa di chiamarmi”.

Ci sono poi le telefonate, in entrata e in uscita dal cellulare della vittima. La prima, poco prima di accostare la macchina. Alessia da quanto accertato stava parlando con la sua amica Floriana. La ragazza ha poi riferito che era agitata, che qualcuno aveva urtato la sua macchina: “Quel camion mi sta tagliando la strada, ma che fa? Ehi, ma sei matto? Mi è venuto addosso. Devo attaccare, devo attaccare”. Una conversazione interrotta proprio da Alessia che pochi istanti dopo ha chiamato il 112, cioè i soccorsi. La prima telefonata è durata 23 secondi mentre la seconda è andata a vuoto. L’ultima, infine, è durata un minuto.

Gli investigatori della stradale stanno dunque incrociando i tabulati telefonici e richiesto l’accesso alle registrazioni.  Ma le risposte alle molte domande intorno alla morte di Alessia, potrebbero essere nei risultati delle perizie. Gli investigatori hanno disposto il sequestro sia del tir che della Fiat Panda. Solo i tecnici potranno dunque chiarire se la macchina donna è stata speronata prima dell’investimento. Oppure se la vittima, è stata costretta ad accostare per un malfunzionamento dell’auto. Perizie che verranno eseguite anche sul camion per stabilire a che velocità stava procedendo Focassati al momento dell’impatto. Pioveva a dirotto e agli agenti di polizia avrebbe più volte riferito di non aver visto la ragazza lungo la carreggiata e di non essersi accorto di averla investita e per questo il tir è sfilato via nonostante Alessia indossava il giubbotto catarifrangente.

Fulvio Fiano, Rinaldo Frignani per roma.corriere.it il 9 dicembre 2022.

Una lite di un minuto. Poi altri quattro prima della segnalazione di un’automobilista: “C’è una donna a terra investita da un Tir”. La tragica fine di Alessia Sbal sul Raccordo anulare, fra le 20.39 e le 20.43 del 4 dicembre scorso: decisivi i file audio del 112, ora nella relazione inviata al pm Stefano Luciani. «Ma non ti ho fatto niente, ci siamo appena toccati. Io me ne vado». 

È la voce di Flavio Focassati quella sera. Davanti a lui c’è Alessia che lo ha appena costretto ad accostare sulla corsia di emergenza con il suo camion, dopo che ha urtato la sua Panda passando dalla corsia sinistra a quella centrale della carreggiata interna nei pressi dello svincolo per Casalotti. Il 47enne è stato fermato, e l'arresto convalidato, per la sola accusa di fuga, non anche di omicidio stradale, perché vanno prima definite eventuali sue responsabilità nell'investimento.

Poteva essere un incidente come tanti, magari più rischioso visto che il Gra è come un’autostrada, che però si è trasformato in tragedia in circostanze che con il passare dei giorni si stanno chiarendo, dopo le prime notizie inesatte di una donna rimasta in panne e di un camion di passaggio. L’estetista di 42 anni è stata travolta e uccisa dal mezzo pesante che ripartiva proprio dalla corsia di emergenza dopo un litigio fra i due conducenti contenuto nelle registrazioni audio acquisite agli atti. 

La vittima si trovava infatti al telefono con il centralino del 112 - ci era già stata poco prima per 23 secondi segnalando “Mi hanno tamponata” - e ci è rimasta per circa un minuto prima di essere investita. Erano le 20.39. È stata travolta di proposito, come sostiene la famiglia disperata? Oppure anche quello è stato un incidente? Quest’ultima versione è quella del conducente del tir che si trova ai domiciliari: per contestargli l'omicidio dovrebbe emergere una sua manovra avventata o pericolosa al momento di ripartire o durante l'immissione nella corsia di marcia. L'ipotesi alternativa è che la donna si sia messa in una posizione per lei pericola e non visibile da conducente del tir. Gli accertamenti sono in corso.

Per la prima volta la registrazione audio dimostra comunque che il camionista è sceso dal veicolo così come ha fatto Alessia che aveva indossato anche il fratino catarifrangente per farsi vedere al buio dai veicoli che sopraggiungevano. I due si sono fermati per constatare i danni e nel loro breve dialogo, più un battibecco che altro, il 47enne di Rieti appare piuttosto nervoso e ribatte alle contestazioni della donna che nel frattempo si trova al telefono con l’operatore del 112 - un civile non un appartenente alle forze dell’ordine - per chiedere assistenza e l’intervento di una pattuglia della polizia stradale. 

Cosa che comunque è stata intanto fatta in automatico dalla centrale del 112. «Guarda che hai fatto», gli dice trovando dall’altra parte però una persona che vuole soltanto andare via subito da quel posto. Ed effettivamente lo fa perché dopo aver manifestato alla 42enne l’intenzione di ripartire nell’audio si sente sempre Alessia che grida «Se ne sta andando! Fermati, fermati!» Poi più nulla. A questo punto bisogna capire se quelle ultime parole siano legate alla scena di un investimento volontario oppure a un estremo tentativo della vittima di impedire la ripartenza del camion prima di aver constatato i danni.

Secondo chi indaga al momento non ci sarebbero elementi che avvalorino la volontarietà: la vittima è stata colpita dal mezzo pesante proprio nell’angolo cieco del veicolo ovvero quello centrale-posteriore destro: ricostruzione che potrebbe essere attendibile nell’ipotesi plausibile che il tir abbia sorpassato la Panda ferma sulla corsia di emergenza e quindi anche Alessia. 

Le successive telefonate al 118, almeno una decina, a cominciare dalle 20.43, quattro minuti dopo la chiamata di Alessia, tre dopo la fine della lite, da parte di automobilisti che hanno assistito a questa parte della drammatica scena testimonierebbero il fatto che non ci sono altri camion coinvolti nella vicenda. Anzi qualcuno che si trovava al volante in quel momento avrebbe anche inseguito per alcuni chilometri il tir investitore, fino a quando è stato fermato dalla polizia stradale. Il conducente avrebbe fornito in un primo momento la versione di non essersi accorto della donna a causa del maltempo. Quell’audio smentisce però la sua ricostruzione.

"Alessia investita apposta" Spunta il testimone chiave. Verso il cambio di accusa per l'autista del tir: omicidio volontario aggravato. Gli audio al 112. Stefano Vladovich il 10 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Omicidio volontario aggravato. È l'accusa che potrebbe rovesciare il caso di Alessia Sbal, schiacciata da un tir e abbandonata a terra. A sei giorni dal drammatico incidente la Procura starebbe rivedendo la posizione di Claudio Focassati, 47 anni, incensurato, da mercoledì agli arresti domiciliari. Con la stradale gli inquirenti avrebbero valutato un nuovo, inquietante scenario. Roma, chilometro 26,600 del Gra. Una Panda è sulla corsia di destra, carreggiata interna. Un camion dietro. La donna alla guida urla in diretta, al telefono con un'amica che registra la chiamata. «Che fa, è pazzo? Mi viene addosso!». All'improvviso il mezzo pesante la sperona. Poi prova ad allontanarsi. Ma lei, Alessia, 43 anni ancora da compiere, biochimica, è nera. Per niente spaventata del «bestione» che le è venuto addosso all'altezza della via Aurelia, lo insegue anche se, per farlo, supera lo svincolo che l'avrebbe portata a Ladispoli dal suo fidanzato. Pochi metri e lo costringe a fermarsi, di traverso sulla carreggiata, per metterlo di fronte alle sue responsabilità. All'amica aveva detto che un camion la stava tamponando. «Devo attaccare» le dice. Il danno è fatto.

Alessia ferma l'auto incidentata, la Panda grigia, sulla corsia di emergenza e allerta il 112. «Mi hanno tamponato, venite a soccorrermi» spiega, agitata, all'operatore. Poi scende, indossa il fratino giallo, lascia il telefono sul cruscotto. L'autista del tir non sente ragioni, innesta la marcia e la travolge, lasciandola senza vita sull'asfalto bagnato. Focassati davanti al gip che lo interroga ripete all'infinito che lui, quella donna, non l'ha proprio vista. «Mi è comparsa davanti all'improvviso» dice in una mezza ammissione di colpa. Di fatto l'uomo non si ferma a prestare aiuto, non soccorre Alessia. E tira dritto in direzione Casalotti Boccea, poi esce dal Raccordo Anulare e va avanti fino a quando lo ferma la polizia. Al 112 tentano di mettersi di nuovo in contatto con la persona che li ha chiamati, ma il telefono di Alessia, a quel punto, squilla a vuoto.

Alla scena assistono vari automobilisti. Sono le 20,34 di domenica, del resto, e nonostante l'acquazzone l'anello che circonda la capitale è come sempre pieno di auto. Ma nessuno, almeno fino a ieri, risponde all'appello della madre di Alessia, Tina Angiolini. «Cerchiamo testimoni...» scrive sul gruppo Fb «Sei di Ciampino se...». «Mia figlia è stata investita dopo essere stata speronata da un tir, è stata schiacciata senza pietà... il guidatore è scappato... Vi prego di aiutarci». Un testimone, Paolo P., avrebbe raccontato ciò che ha visto superando i mezzi fermi sul ciglio della strada. Ovvero che un tir, forse proprio quello di Focassati, tampona un'auto guidata da una donna e prosegue la corsa. Un teste importante, se le sue dichiarazioni venissero confermate, per accreditare l'ipotesi più agghiacciante: Alessia è stata uccisa volontariamente dopo uno stupido tamponamento.

·        Il caso di Kalinka Bamberski.  

Kalinka Bamberski, morta a 15 anni, e il piano segreto di suo padre, che rapì il colpevole e lo fece condannare. Federico Ferrero il 21 Agosto 2022 su Il Corriere della Sera.

La ragazzina morì a 15 anni e i sospetti caddero sul compagno della madre, un medico tedesco. Le indagini non portarono a nulla, ma André Bamberski non si rassegnò e dal quel momento la sua intera esistenza fu dedicata a incastrare il colpevole. Alla fine lo rapì e lo portò in Francia, dove era stato condannato 

Kalinka Bamberski, la vittima. La ragazzina, che aveva 15 anni, morì 1983

Si ha un fenomeno come il caso Bamberski quando concorrono due eventi: per qualche ragione, legge e morale capita che si perdano di vista. Dopodiché, deve succedere che un uomo disperato riesca nello sforzo di ricucire lo strappo, senza cedere alla scappatoia della legge del taglione. 

Nel 1965 André Bamberski, contabile a Casablanca, conobbe Danièle. Si sposarono e, nel 1967, nacque Kalinka. A turbare l’equilibrio di coppia fu la relazione di lei con il dottor Dieter Krombach, medico di stanza al consolato tedesco in Marocco, vicino di casa dei Bamberski. Scoperta la tresca, André fu disposto a perdonarla e le propose un rientro in Francia. Fu tuttavia una toppa, non una soluzione. Danièle si era innamorata di Krombach, medico fascinoso, dai modi gentili e con un’allure di mistero lontana dalla concretezza squadrata di quel brav’uomo di suo marito.

Kalinka con il suo patrigno Dieter Krombach, medico tedesco specializzato in cardiologia. Fu lui a ucciderla, per poi inscenare una morte naturale

Il ritorno di fiamma con l’amante

Con la scusa di un lavoro fuori sede, lei ottenne di poter soggiornare in settimana a Nizza: in realtà aveva riallacciato col dottore, a sua volta stabilitosi a Tolosa. Bamberski divorziò, lei se ne andò prendendosi la prole per rifarsi una vita nella splendida Lindau, un gioiello di città affacciato sul lago di Costanza. Nove luglio 1982: Kalinka Bamberski, quindici anni, sana e atletica, morì. Secondo Krombach, la ragazza aveva preso molto sole il giorno prima e, il mattino successivo, lui l’aveva trovata morta nel letto. O qualcosa del genere: il decesso, francamente anomalo, convinse la procura a sentire la versione del medico, che fornì spiegazioni nebulose. Disse di averle iniettato un cortisonico per trattare uno stato di shock del quale era vittima la ragazza. All’infermiera accorsa in casa Krombach, tuttavia, aveva raccontato di averle somministrato del calcio la sera precedente e che la piccola era già morta da ore, quando lui se ne era accorto.

Il padre «giustiziere» André Bamberski con la foto della piccola Kalinka

Quel referto che svelava lesioni genitali

Il magistrato ordinò un’autopsia, sciatta al pari dell’investigazione, nei cui referto si leggeva che 400 centilitri del pasto serale erano risaliti dallo stomaco alla trachea ed erano scesi nei polmoni, causando un’asfissia. Venne pure refertata una lesione agli organi genitali esterni, eppure i periti si rifiutarono di stabilire una causa di morte. I sospetti di Bamberski su quella fine inspiegabile vennero smorzati dalla sua ex moglie, convinta che André covasse dubbi perché accecato dalla gelosia.

Durante l’edizione 1983 della Oktoberfest di Lindau, Bamberski si diede al volantinaggio: nel foglio distribuito per strada, accusava il medico di avergli ucciso Kalinka. La figlia di Krombach, Diana, chiamò la polizia e lo fece arrestare. Bamberski propose appello alla procura di Monaco di Baviera per riaprire il caso. I medici legali della capitale riesaminarono il dossier e trovarono singolare, a parte il referto, la circostanza della presenza di Krombach alla prima autopsia. Fecero riesumare il cadavere e riscontrarono l’asportazione del pube, non dichiarata; eppure, non ritennero esistenti indizi per perseguire Krombach.

Un fermo immagine nello studio di Krombach, tratto dalla docuserie di Netflix

Il ricorso alla magistratura francese

Deluso dalla magistratura tedesca, Bamberski ci provò con quella francese che, costretta a lavorare solo sulle carte, nel 1995 rinviò a giudizio il medico con l’accusa di omicidio colposo. Processato in contumacia, Krombach venne condannato a quindici anni per aver causato la morte della povera Kalinka. Il verdetto, tuttavia, non solo non venne applicato - grazie a un accordo politico contro l’estradizione, nel caso specifico - ma il padre di Kalinka se lo vide annullato dalla Corte Europea, perché non rispettava le regole del giusto processo. Nel contempo, però, André Bamberski era diventato un investigatore a tempo pieno sul conto di Dieter Krombach. Fondò una associazione in memoria di Kalinka e dichiarò come unica sua ragione di vita il riuscire a renderle giustizia. Un giorno venne a sapere, da parte di una giornalista di Lindau, ciò che in Germania gli inquirenti si erano lasciati sfuggire e cioè che quell’individuo aveva lasciato, dietro di sé, una lunga scia di vicende a dire poco sospette. A partire dalla morte improvvisa della prima moglie, passando per reiterate accuse di violenza sessuale, fino a una condanna a pochi mesi di carcere (!) con radiazione dall’albo per violenza su una paziente minorenne, stordita con un’iniezione e poi abusata.

André Bamberski, 82 anni, a una manifestazione per chiedere giustizia per Kalinka

La «confessione» alla televisione tedesca Zdf

Krombach, ebbro del senso di impunità, concesse pure un’intervista al canale Zdf: ridacchiava, flirtava con l’intervistatrice e parlava della sua condanna per stupro con disgustoso autocompiacimento, e di Kalinka come di «un incidente». Del resto, ancora negli Anni 90, in Germania (e non solo) lo stupro era ampiamente tollerato e un intero blocco politico resisteva all’ingresso di norme che smettessero di equiparare quei reati ai divieti di sosta. Nel 2007, l’ex medico venne arrestato e condannato per aver esercitato abusivamente la professione; nel corso delle udienze, alcune donne raccontarono delle violenze subìte per mano sua in età adolescenziale ma nessuno ritenne di indagare. Scarcerato nel 2008, si stabilì vicino a Lindau senza sapere di essere, ormai, pedinato da Bamberski giorno e notte. Finché, nel settembre del 2009, due uomini risposero al suo appello pubblico perché qualcuno lo aiutasse a portare Krombach in Francia, dove c’erano giudici pronti a riprocessarlo.

Daniel Auteuil con la piccola Emma Besson nel film «In nome di mia figlia», diretto nel 2016 dal regista francese Vincent Garenq, tratto dalla straordinaria storia vera di André Bamberski

Il presunto assassino in trappola

Anton Krasniqi, un padre indignato dalla storia di quel medico debosciato, lesse la notizia, si accordò con due soci e passò all’azione. La sera del 17 ottobre, il trio prelevò a forza Dieter Krombach sull’uscio di casa. Lo conciò per le feste e, con lui nel bagagliaio, sconfinarono in Francia. Lo lasciarono in piena notte a Mulhouse, pestato e legato mani e piedi, non lontano dal commissariato e dissero a Bamberski di avvertire la polizia. Krombach era in trappola. Tentò di sottrarsi alla giurisdizione, invano. Al processo, sfilarono ex pazienti tedesche che dipinsero l’orrore di un pervertito che, abusando della scienza medica, soddisfaceva i suoi istinti più bestiali. L’accusa ipotizzò che Kalinka potesse essere stata vittima dello stesso modus operandi ma, purtroppo, mancavano i reperti autoptici per dimostrarlo. Prese nuovamente quindici anni, ne scontò una buona parte e morì nel 2020, in un ospizio. Per il rapimento di Krombach, la magistratura tanto placida nel perseguire il suo medico chiese con forza l’estradizione di Bamberski. Si può ipotizzare che la Francia, potendo, avrebbe risposto con una fragorosa risata; si accontentò di un diniego. Diede ai rapitori un anno da scontare interamente, a Bamberski un anno con la condizionale, la polizia gli fece il picchetto d’onore e lui poté tornare al cimitero di Pechbusque, a raccontare alla figlia come era andata a finire la sua guerra solitaria.

·        Il mistero di Giorgia Padoan.

Il caso irrisolto di Giorgia Padoan, aspirante hostess senza nemici. Federico Ferrero su Il Corriere della Sera il 3 ottobre 2022.

Il corpo della studentessa di 21 anni fu ritrovato il 9 febbraio del 1988 in un appartamento in via San Gottardo

Nel posare gli occhi su un vecchio caso irrisolto, una regola aurea suggerisce di attenersi ai fatti spogliandosi di ogni contaminazione, figlia indagini precedenti o del chiacchiericcio talora ripreso dalla stampa. La povera Giorgia Padoan aveva ventuno anni, studiava Lingue all’università e abitava in un appartamento più che decoroso in via San Gottardo insieme con la mamma, Ivana, impiegata alle Poste. Nessuna frequentazione perigliosa, nulla di rilevante da dichiarare per un’indagine di omicidio: allegra, disponibile, ben educata, i compagni di scuola del liceo Einstein li aveva in buona parte conservati e aveva stretto nuove amicizie nell’ateneo. Amava uscire il sabato con gli amici per una pizza, frequentava la discoteca, si era iscritta alla palestra. E studiava, sognando un futuro di viaggi: stava mettendo da parte i soldi per un volo verso le Antille e aveva provato a entrare nell’Alitalia come hostess. In estate, si concedeva una vacanza studio in Inghilterra per affinare la conoscenza della lingua. Era, insomma, tra le più improbabili vittime di un’azione omicida, per giunta in casa propria. 

Quando alla madre, separata dal marito Roberto da una dozzina di anni, toccò scoprire il corpo senza vita della figlia, il 9 febbraio 1988, erano le prime ore del pomeriggio e l’emerito professor Baima Bollone, incaricato dell’autopsia, stabilì che la ragazza era stata uccisa poco prima, tra le dieci e le undici del mattino, da qualcuno che le aveva stretto al collo un oggetto, forse una catena da bicicletta, e se l’era portata via. Il resto della scena indicava un tentativo maldestro di inquinare movente e indizi: le manopole del gas aperte, l’acqua che scorreva nel lavandino, i pantaloni della vittima abbassati e il corpo spostato sul divano ma nessun segno di violenza né ferite da difesa, o tracce di pelle sotto le unghie a testimoniare una ribellione. Soprattutto, l’assassino si era fatto strada senza forzare la porta, anzi, Giorgia gli aveva offerto il caffè: furono trovate due tazzine, sciacquate per cancellare tracce riconducibili all’aggressore. Impossibile del resto, a sentire i genitori, che la figlia potesse aver fatto entrare in tuta e piedi scalzi uno sconosciuto: chiedeva anche al padre di annunciarsi telefonicamente, prima delle sue visite.

La polizia, mentre don Michele Olivero pregava di affidare a Dio «i sentimenti di ribellione che questi fatti sollevano», procedeva quindi per esclusione: non era stato un omicidio a scopo di rapina. Non poteva trattarsi di un autore casuale o estraneo alla cerchia di conoscenze della ragazza: il killer si era soffermato a chiacchierare con la vittima, era in evidente confidenza con lei. Nel corso della discussione, poi, doveva essere successo qualcosa di così grave da scatenare la furia dell’ospite: un tentativo di violenza — estremamente improbabile, stante la messinscena e la mancanza di elementi tipici — o un litigio del quale, però, non era facile individuare prodromi. Giorgia non aveva nemici. Ma non potevano che essere questioni personali, mancando qualunque indicazione di altri moventi.

Gli inquirenti, tuttavia, nel caso Padoan, non furono fortunati. In mano non avevano nulla, sapevano ciò che non era potuto accadere ma non cosa fosse successo e, soprattutto, perché. Un’orma di scarpa taglia 44, considerata a lungo un elemento valido, venne poi attribuita a un poliziotto. L’identificazione di un soggetto alto e robusto che scappava in via San Gottardo in orari compatibili con l’omicidio non resse alle verifiche. Non restava che controllare gli alibi di tutti coloro che facevano parte della vita della ragazza, aiutandosi con una sorta di cronaca-diario che lei conservava e aggiornava. In quel libretto erano custoditi i nomi di alcuni suoi spasimanti, più e meno corrisposti, tra cui spiccava l’ultima frequentazione. Ma ciascuno di loro, che fosse compagno di corso, amico, parente stretto o ragazzo che aveva conosciuto, convinse la polizia di essere stato altrove quel mattino di febbraio o, comunque, di non poter essere indiziato di delitto per mancanza di elementi. E siccome l’assassino faceva parte di quel gruppo, a poco a poco, l’indagine si inceppò.

Quando venne riaperta, più di vent’anni dopo, si ripartì da una telefonata che, pochi giorni dopo i fatti, il padre di Giorgia aveva ricevuto a casa. Un ragazzo con la erre moscia gli aveva chiesto perdono confessando di essere lui il colpevole «ma non volevo ucciderla, è stata una disgrazia». Difficile, se si stringe al collo una catena di metallo. Promise di costituirsi entro qualche giorno «dopo aver sistemato alcune cose» e il signor Padoan fu così lucido da fingere un’interruzione sulla linea e da farsi ripetere la confessione, avendo il tempo di accendere un registratore. I pubblici ministeri Enrica Gabetta e Gabriella Viglione si affidarono al dirigente della Mobile Luigi Silipo e a Luigi Mitola, capo della squadra omicidi, lo stesso che — tra i tanti — risolse il caso dell’attentato ad Alberto Musy. Con una perizia fonica venne stabilita una seria compatibilità tra la voce al telefono e quella di un ex studente del corso di laurea di Giorgia, già sentito ai tempi. L’uomo, incensurato, nel frattempo divenuto un docente, venne indagato per omicidio volontario e interrogato dopo una perquisizione infruttuosa.

Non rispose alle domande dichiarandosi cardiopatico e negò di aver conosciuto Giorgia ma si mostrò collaborativo: produsse una busta paga che lo dava per presente sul luogo di lavoro nelle ore dell’omicidio, si rese disponibile a un prelievo di Dna. In una memoria, raccontò della propria omosessualità e, implicitamente, dell’impossibilità di un movente sessuale. Non sussistevano presupposti per formulare un’accusa che potesse reggere in tribunale e la procura si dovette fermare un’altra volta, proprio quando l’ex capo della Mobile e protagonista ai tempi dell’indagine, Aldo Faraoni, stava per andare in pensione da questore. Era il 2013. Faraoni raccontò il suo grande cruccio, non essere riuscito a incastrare l’assassino di Giorgia Padoan. Morì di malattia qualche mese più tardi.

·        Il mistero di Gaia Randazzo.

I genitori di Gaia Randazzo, la ventenne scomparsa dalla nave: «Aveva troppi sogni per essere uccisa». Storia di Lara Sirignano su Il Corriere della Sera il 25 novembre 2022.

Gaia aveva 20 anni, amava gli animali e la natura. Aveva amici, faceva progetti, adorava la sua famiglia. Il 10 novembre è partita da Genova in nave con il fratello minore per andare a trovare la nonna che vive a Cinisi, in Sicilia, ma non è mai arrivata. Scomparsa nel nulla dal traghetto che avrebbe dovuto portarla a Palermo. Di lei restano una felpa, abbandonata su una panchina della nave, e lo zainetto con il cellulare, lasciato sulla poltrona che occupava prima di sparire. Gli investigatori, dopo aver setacciato il traghetto palmo a palmo e controllato uno a uno i camion imbarcati, hanno pochi dubbi. Gaia si è suicidata, lanciandosi in acqua, per amore. Un messaggio trovato nel cellulare — che sarà analizzato solo mercoledì prossimo dai consulenti tecnici — e destinato, sebbene mai inviato, al suo fidanzato (o ex) proverebbe l’intenzione di farla finita. «Ti amo, addio, perdonami», avrebbe scritto. Parole che però, per i genitori della ragazza, non provano che si sia lasciata cadere in mare.

«Non era depressa»

«Gaia ci aveva detto di aver lasciato il suo ragazzo, ci raccontava tutto. Si vedevano da 4 mesi, era poco più di una amicizia. Non ne soffriva, non era depressa, era stata lei a chiudere», spiega la madre, Angela Randazzo, siciliana d’origine come suo marito Rocco con il quale, 30 anni fa, ha deciso di trasferirsi a Codogno, in Lombardia. Da 15 giorni, Angela vive incollata al telefono in attesa di notizie della figlia. Non ha perso la speranza di trovarla. «Finora ci ha sentiti la polizia marittima di Palermo, ma alle domande che abbiamo fatto nessuno ha dato risposta», racconta. Un silenzio che ha spinto i Randazzo a nominare un legale, l’avvocato Aldo Ruffino, per cercare di avere informazioni sul caso. «Vorremmo visionare le telecamere della nave — spiega la signora —. Ma non c’è stato detto se ce ne fossero e se fossero funzionanti. Né, da quel che sappiamo, qualcuno ha interrogato i passeggeri e il personale».

«Aveva progetti»

L’impressione dei familiari, insomma, è che alla tesi del suicidio si sia arrivati troppo presto. Perché di una cosa Rocco e Angela sono certi: Gaia non si è uccisa. «Progettava di prendere la patente, aveva finito il corso da estetista e cercava lavoro, sognava di andare dalla nonna e di poter mangiare le arancine che adorava. Una persona che ha scelto di morire si comporta così? E poi se avesse avuto problemi gravi ne avrebbe parlato, si confidava con noi e con i fratelli, aveva mille amiche. Anche loro sono incredule, chi la conosceva sa quanta voglia di vivere avesse». E allora cosa è accaduto? «Vorremmo saperlo dagli investigatori — dicono i familiari —. Ci risultano casi di aggressioni sulle navi e strani episodi che hanno avuto come vittime giovani donne. Rivolgiamo un appello a chiunque era a bordo e potrebbe aver visto qualcosa. Ogni particolare è importante».

Il messaggio

Ad avvertire Angela della scomparsa di Gaia è stato un funzionario della biglietteria della Gnv, la compagnia proprietaria del traghetto. Suo fratello, che si era addormentato e al risveglio non ha trovato sua sorella accanto a sé, dopo averla cercata ovunque ha mandato un messaggio alla madre: «Mi avevi chiesto di fare una cosa e non l’ho fatta». I genitori avevano raccomandato ai ragazzi di prendersi cura l’uno dell’altra. «Ama sua sorella e si sente in colpa — spiega la madre —. Non si perdona di averla persa di vista».

La ragazza potrebbe aver avuto una grande delusione d’amore. Gaia Randazzo, il mistero della 20enne scomparsa sulla nave: è giallo sul messaggio al fidanzato. Elena Del Mastro su Il Riformista il 14 Novembre 2022.

Il traghetto è partito da Genova regolarmente alle 23 di giovedì 10 novembre diretto a Palermo. A bordo c’erano anche Gaia Randazzo, 20 anni, originaria di Codogno, nel Lodigiano, e residente ad Acqualunga Badona, frazione di Paderno Ponchielli, nel Cremonese. Era partita insieme a suo fratello 15enne per andare a trovare la nonna in Sicilia. Poco prima dell’arrivo il ragazzo ha fatto scattare l’allarme: sua sorella era come svanita nel nulla. Un vero e proprio mistero: a quattro giorni dalla sua scomparsa di lei non si è trovata nessuna traccia.

Venerdì 11 novembre il 15enne ha fatto scattare l’allarme intorno alle 7.30 del mattino. Gaia non era più in cabina con lui e non riusciva a trovarla da nessuna parte sulla nave. Secondo quanto ricostruito dal Giorno, subito il personale di bordo ha iniziato a diramare annunci via altoparlante invitando la ragazza a presentarsi in un punto della nave. Niente, gli appelli sono tutti caduti nel vuoto. E così per tutto il giorno in cerca della ragazza. Quando la nave è attraccata alle 20 al porto di Palermo ad attenderla c’era uno schieramento di polizia con i cani cinofili. la ragazza è scomparsa nella notte tra il 10 e l’11 novembre.

La polizia ha controllato ogni cabina e ogni singolo angolo della nave, tutte le vetture, tutti i passeggeri e i bagagli, ma della ragazza non c’era traccia. Le ricerche sono durate per una notte intera senza lasciare nulla di intentato ma la ragazza a bordo non c’era. Analizzando la rotta e i tempi in cui si presume la ragazza sia scomparsa, si ritiene che al momento della scomparsa di Gaia il Suprema si trovasse in transito nei pressi di Livorno. Per questo le ricerche sono coordinate dal comando nazionale della Guardia Costiera e sono interessate le capitanerie non solo di Livorno, ma anche della Sardegna e le autorità francesi (per il tratto di mare vicino alla Corsica).

Si teme per il peggio, che la ragazza possa essersi gettata in mare o che sia caduta. Un aereo da ricognizione dotato di sensori termici in grado di individuare un corpo umano anche in presenza di visibilità ridotta sta sorvolando l’intero tratto di mare dove potrebbe essere caduta la ragazza. Inoltre i messaggi di allerta per una persona dispersa in mare sono stati diramati a tutte e unità navali in transito nella zona di mare della rotta del traghetto. Il fratello, in forte angoscia, è stato affidato a uno zio, arrivato al porto di Palermo per accoglierlo.

Per il momento non si esclude nessuna ipotesi, potrebbe essere stato un fatto accidentale o un gesto estremo. Saranno analizzate anche le immagini delle videocamere di sorveglianza posizionate sul ponte cercando di trovare risposte e indicazioni su quanto accaduto. Ma a catturare l’attenzione degli investigatori è un messaggio che sarebbe stato ritrovato sul cellulare della ragazza che preannunciava al fidanzato l’intenzione di togliersi la vita. Un messaggio che non sarebbe mai stato inviato al destinatario. La ragazza potrebbe aver avuto una grande delusione d’amore. Sul caso indaga la squadra mobile di Palermo.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

·        Il caso di Giovanna Barbero e Maria Teresa Bonaventura.

Il delitto di Giovanna Barbero e Maria Teresa Bonaventura: due donne uccise e l'amante assassino. Federico Ferrero su Il Corriere della Sera il 14 Novembre 2022.

Nel gennaio del 1991 Bruno, tornato a casa, trovò la sua cascina a Castelnuovo Calcea devastata da un incendio, la moglie era scomparsa

Per ucciderle fu usata una roncola. Poi qualcuno le gettò a faccia in giù in un fosso, a lato di una strada di campagna innevata a Castelnuovo Calcea, un paesino tra Asti e Nizza Monferrato. 

Chi poteva desiderare una morte così crudele per due amiche di provincia, Giovanna Barbero e Maria Teresa Bonaventura? Chi erano La prima aveva ventisette anni e stava con i genitori in una cascina vicino a Canelli; l’altra, di due anni più giovane, viveva in una frazione di Calosso col marito. Si conoscevano per essere state vicine di casa da ragazzine; Giovanna si sarebbe dovuta sposare quella stessa settimana con Nicola, un ragazzo di Acqui Terme con cui era fidanzata da tempo. Maria Teresa, invece, era sposata con Bruno, operaio in forza allo stabilimento Ferrero di Alba. 

Erano i primi giorni di gennaio del 1991 e Bruno, tornato a casa dal turno di notte, trovò la sua cascina devastata. Un incendio aveva distrutto la camera da letto al piano superiore e, di sotto, pareva fosse passato un tornado. Da un armadio mancavano due pistole e tre fucili da caccia. La moglie non c’era. L’uomo, affranto, chiamò carabinieri e vigili del fuoco, denunciando la scomparsa della donna e il furto delle armi. Poche ore dopo, un agricoltore trovò vicino al suo appezzamento i corpi martoriati delle ragazze. Nessuno aveva visto. 

Per giorni la squadra mobile tentò, invano, di dare un significato a quella mattanza di due donne che, secondo amici e conoscenti, non avrebbero avuto alcunché da temere. Impossibile che nessuno sapesse in un mondo tanto circoscritto, eppure nessuno parlava. 

La cronaca, in mancanza di altri elementi, passava in rassegna ipotesi di messe nere e riti satanici finché, dopo due mesi di indagini, vennero fermati un camionista di Calamandrana e un mezzadro residente a San Marzano Oliveto, con l’accusa di duplice omicidio volontario. Vennero sottoposte al professor Baima Bollone le tracce di pneumatico fotografate sulla scena del crimine e confrontate con il veicolo di uno dei due uomini, si tentò di approfondire qualche flebile indizio sui legami tra le vittime e gli incarcerati. Ma non c’entravano nulla e, a ottobre, vennero prosciolti. 

Il caso di Giovanna e Maria Teresa sarebbe rimasto irrisolto se, a più di un anno dai fatti, non fosse stato trovato, poco lontano da quel campo, il corpo di una donna torinese che esercitava la prostituzione, Marina. Intercettando le utenze fisse di alcune persone che frequentavano la vittima, gli inquirenti ascoltarono una conversazione non pertinente al caso, in cui si faceva riferimento agli effetti personali di una delle due ragazze ammazzate l’anno precedente, conservati a casa di una giovane di Nizza Monferrato. 

Quando costei si ritrovò la polizia in casa, rese piena confessione su ciò che aveva visto. Raffaella, così si chiamava la testimone, era fidanzata con un ragazzo il cui migliore amico era tale Gian Mario M., camionista residente nella loro stessa città. La confessione Mise a verbale che, la sera del duplice omicidio, lei e il suo ragazzo erano andati a Calosso, dove si erano incontrati con due ragazze a lei sconosciute. 

Dopodiché era arrivato il camionista che, stante l’assenza del marito di Maria Teresa, si era chiuso in camera da letto con Giovanna e aveva iniziato a litigare. Dopodiché la donna era stata uccisa con una roncola e avvolta in una coperta da Gian Mario e, sotto choc, lei e l’altra ragazza erano state caricate in automobile fino a quella stradina appartata, dove il camionista aveva ucciso anche Maria Teresa, che si era scagliata contro di lui. Dopodiché l’incendio sarebbe dovuto servire a cancellare le tracce dell’omicidio, la sottrazione di armi e beni a far pensare a una rapina finita male. 

La ragione dell’uccisione di Giovanna era da ricercare nel rapporto che la povera donna aveva stretto clandestinamente con l’assassino, circa un anno prima degli omicidi. Quando lei lo aveva informato della sua decisione di sposarsi e di troncare la relazione lui, uomo violento e dalla fedina penale zeppa di precedenti, non l’aveva accettata. 

Al processo venne chiamato a testimoniare anche l’allora sindaco di Canelli: pochi giorni prima della cerimonia civile aveva ricevuto in ufficio Giovanna Barbero. «Mi chiese cosa doveva fare per annullare la cerimonia di matrimonio. Non mi spiegò il motivo ma non mi pareva spaventata». Durante le udienze, risultò vieppiù palese che un buon numero di persone della zona era al corrente di tutto quanto era accaduto quella notte ma l’omertà aveva creato un diffuso patto del silenzio. 

La testimone, per conto suo, si giustificò dicendo di non aver contribuito alle indagini per il timore di vendette ed emerse che era stata minacciata da una coppia di conoscenti dell’imputato. I due, fingendosi poliziotti, si erano fatti imprestare soldi – mai restituiti - garantendole che l’avrebbero tenuta fuori dalle indagini su quella terribile vicenda. Lo scomparso avvocato Mirate, un fuoriclasse del diritto penale, tentò disperatamente di alleviare il peso della sicura sentenza di condanna del camionista, puntando sulla fragilità del movente e su un alibi: quella sera, il suo assistito era stato visto al bar. 

Nel 1996, a Gian Mario M. fu confermato l’ergastolo dalla Cassazione. Al fidanzato della testimone fu riconosciuta la seminfermità e l’accusa di concorso in omicidio cadde, restarono in piedi reati minori. Altri tre amici del killer vennero processati per favoreggiamento e ricettazione di armi. Al promesso sposo di una e al vedovo dell’altra rimase solo la disperazione.

·        Il mistero di Giuseppina Arena.

Chivasso, Giusi «la cantante» era già morta da ore quando è stato scoperto il corpo. Massimo Massenzio su Il Corriere della Sera il 14 ottobre 2022.

Autopsia della 52enne uccisa con 3 colpi di pistola: potrebbe essere andata a un appuntamento o qualcuno potrebbe averla seguita. 

Potrebbe essere stata uccisa nella mattinata di giovedì 12 ottobre Giuseppina Arena, la 52enne di Chivasso trovata senza vita nelle campagne della piccola frazione di Pratoregio.

In base alle prime indiscrezioni filtrate dopo l’autopsia eseguita dal medico legale Roberto Testi, Giusi «la cantante» era già morta da parecchie ore quando il cadavere è stato scoperto da un passante sotto il cavalcavia dell’Alta velocità.

L’assassino, verosimilmente posizionato di fronte a lei, le ha sparato due colpi in fronte e un terzo allo zigomo destro, in rapida successione e da distanza molto ravvicinata.

Giusi, che viveva nelle case popolari di via Togliatti, è stata vista dai vicini alle 10 di giovedì mentre usciva dai garage dello stabile. Era in sella alla sua inseparabile bicicletta rossa, con la quale macinava chilometri per le strade di Chivasso e Montanaro ( il paese dove è cresciuta e dove vive suo fratello Angelo) intonando filastrocche e stornelli. Potrebbe essere andata a un appuntamento o qualcuno potrebbe averla seguita.

La bicicletta è stata ritrovata accanto al corpo assieme a tre bossoli calibro 7,65, compatibili con i proiettili che l’hanno uccisa. Questa mattina i carabinieri hanno eseguito una nuova ricognizione sul luogo del delitto per cercare la pistola che il killer potrebbe aver gettato. Al momento gli inquirenti, coordinati dalla Procura di Ivrea, non escludono nessuna ipotesi, ma la pista più probabile porta alla ricca eredità (circa 300 mila euro poi divisi con il fratello) ricevuta da Giusi dopo la morte della madre, avvenuta due anni fa.

L'omicidio della donna in bicicletta. Il giallo di Giusy “la cantante”, uccisa con 3 colpi in faccia: il caso dell’eredità e del killer. Vito Califano su Il Riformista il 14 Ottobre 2022 

Giuseppina Arena era conosciuta a Pratoregio, in provincia di Torino, la chiamavano “Giusy la cantante”. È stata trovata senza vita, a pochi chilometri da casa, uccisa da tre colpi di pistola nel giorno del suo compleanno. Colpi esplosi da distanza ravvicinata e al volto: come in un’esecuzione. Aveva 52 anni ed era in giro con la sua bicicletta. L’omicidio è un giallo sul quale si allunga l’ombra di un’eredità.

Arena era stata vista l’ultima volta dai vicini di casa ieri alle quattro del pomeriggio. Viveva in un piccolo alloggio, un monolocale di 40 metri quadri, di edilizia popolare in via Togliatti a Chivasso. È stata uccisa con tre colpi d’arma da fuoco esplosi a distanza ravvicinata, tutti al volto. Il corpo è stato ritrovato in un prato sotto a un cavalcavia. Nessuno al momento sembra aver sentito i colpi esplosi da una calibro 7,65. L’arma non è stata trovata dai militari.

Secondo quanto ricostruisce Il Messaggero la donna parlava molto e spesso della sua eredità: una casa e 60mila euro. I carabinieri hanno sentito ieri il fratello, Angelo, muratore che vive a Montanaro. Non è chiara l’entità delle tensioni, forse liti, tra i due legate a quell’eredità. Sorella e fratello avrebbero fatto anche ricorso a un avvocato. La vittima per il resto sembrava condurre una vita piuttosto serena. Era seguita dai servizi sociali, viveva con due cani e 15 gatti e ogni giorno si esibiva sotto i portici di via Torino tra i passanti e di fronte ai negozi.

Scriveva canzoni in cui raccontava anche storie di abusi, di due gemelli frutto di violenze sessuali, di un matrimonio finito male, della madre “che ha pensato a me e mi lascerà una bella eredità” – la cantava al futuro perché per lei la madre non era mai morta e ai vicini diceva di andate in bicicletta, con la sua Graziella, fino a Montanaro a trovarla.

Chi la conosceva concorda su una cosa: “Non ha mai fatto male a nessuno”. L’altra pista che riporta il quotidiano è più losca: “Potrebbe aver visto ciò che non doveva vedere”. L’autopsia sul corpo sarà eseguita oggi. Non è neanche escluso che la donna, che percorreva quella strada un paio di volte a settimana, sia stata uccisa altrove e il corpo spostato una volta cadavere.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

L’addio a Giusi la «cantante». «Magari l’assassino è qui, nascosto tra la folla». Massimo Massenzio su Il Corriere della Sera il 24 Ottobre 2022.

L’ultimo saluto alla donna delle filastrocche. Sul delitto ancora tanti interrogativi. 

«Giusi non meritava di essere uccisa, è assurdo. Speriamo che chi l’ha ammazzata faccia la stessa fine». Parole ruvide, pesanti, pronunciate di getto da una donna sul sagrato della chiesa di Santa Maria Annunziata, a Montanaro. Dove lunedì 24 ottobre si sono svolti i funerali di Giuseppina Arena, freddata con tre colpi di pistola a Chivasso lo scorso 12 ottobre, il giorno del suo cinquantaduesimo compleanno. A due settimane di distanza l’omicidio resta avvolto nel mistero e le domande degli abitanti di due paesi aspettano risposte. L’ultimo saluto a Giusi la cantante, che alle difficoltà della vita rispondeva con le filastrocche inventate in sella alla sua bicicletta, ha chiuso il capitolo «pubblico» del dolore, ma lascia aperti ancora tanti interrogativi.

«Magari l’assassino è qui, nascosto tra la folla», sussurra un uomo non appena le telecamere delle televisioni si allontanano per seguire l’arrivo del feretro. Il suo stesso pensiero lo hanno avuto in molti, forse anche i carabinieri, presenti in divisa e in borghese, sotto i portici di via Matteotti. Si cercano sguardi, emozioni, indizi. Poi dalla piccola folla spunta la tuta nera di Angelo Arena che taglia il silenzio della piazza e si avvicina alla bara ricoperta di rose. Tutti gli occhi sono su di lui, che con il cappuccio della felpa calato sulla fronte non dice una parola. Poi si avvicinano i figli, gli amici, le zie.

Don Aldo pronuncia la benedizione e il feretro che entra in chiesa, portato sulle possenti spalle dei residenti della Coppina. È il quartiere popolare alla periferia di Chivasso, dove Giusi si era trasferita da molti anni e dove continuava a vivere, nonostante alla morte della madre lei e il fratello Angelo avessero ricevuto una cospicua eredità. Si parla di circa 120 mila euro a testa, fra contanti, immobili e titoli. Il denaro sembra la pista più probabile per arrivare alla soluzione del giallo, ma dal pulpito il parroco di Montanaro, prova a spegnere per qualche momento le «chiacchiere» e invita alla prudenza: «Sono state dette tante parole in questi giorni, siamo fatti così, ma a volte c’è bisogno di silenzio». E aggiunge: «Giusi era una donna semplice, chiamava “mamme” le suore con cui ha passato tanti momenti della sua giovinezza e magari trovava la gioia cantando. La vita è sacra, nessuno può toglierla, ma adesso speriamo che Giuseppina canti anche vicino al Signore».

Angelo, seduto in prima fila, sorretto dalle sue figlie cerca di trattenere le lacrime, che alla fine sgorgano copiose quando sul sagrato risuonano le note di «Giusy», la canzone di Ultimo che gli amici hanno voluto dedicare a sua sorella. «Giusy ha spento ogni passione e la gente ha spento lei», recita il testo. Ma la gente, a Montanaro e Chivasso, vuole sapere chi è stato.

·        Il Caso di Angelo Bonomelli.

Da leggo.it il 10 novembre 2022.

L'imprenditore Angelo Bonomelli è stato trovato morto nella sua auto, un suv parcheggiato nel comune di Entratico (Bergamo). Il corpo giaceva esanime accasciato sul sedile del conducente, una scena che non lasciava presagire a una morte violenta, piuttosto a un improvviso malore che avrebbe potuto cogliere l'80enne. 

Nonostante l'assenza di evidenti segni di lesione sul corpo, i carabinieri della compagnia di Bergamo avevano avviato un'intensa attività investigativa che ha portato oggi all'arresto di quattro persone accusate di omicidio e rapina in concorso.

Le indagini hanno avuto inizio la notte dell'8 novembre scorso quando il figlio di Bonomelli Angelo, imprenditore bergamasco, residente a Trescore Balneario (Bergamo), preoccupato dal mancato rientro del padre, aveva sporto denuncia presso la stazione carabinieri di Bergamo principale. Le ricerche avevano consentito già in tarda mattinata di rintracciare il suv. 

Dopo il ritrovamento del cadavere, i carabinieri si sono concentrati su alcuni aspetti ritenuti anomali: l'assenza di soldi nel portafoglio della vittima, la mancanza del suo telefono cellulare nonché l'assenza dell'orologio in oro, dal quale, secondo quanto riferito dai familiari, non si separava mai.

Al termine dell'attività investigativa, coordinata dalla Procura della Repubblica di Bergamo, i carabinieri hanno ricostruito la dinamica degli eventi verificatisi il 7 novembre ad Entratico. Nel tardo pomeriggio Bonomelli aveva raggiunto un bar dove aveva appuntamento con un giovane trentatreenne per discutere circa il rilancio sui social delle terme di sua proprietà site nel comune di Sant'Omobono Terme (Bergamo).

I due erano stati poi raggiunti da altre 3 persone, un sessantottenne pensionato e 2 giovani disoccupati di ventitré e ventiquattro anni tra cui una donna, tutti italiani, residenti in provincia di Bergamo, noti alle forze dell'ordine per reati contro il patrimonio. L'imprenditore si era soffermato con loro a chiacchierare all'esterno del bar e a consumare una bevanda offerta da uno dei giovani all'interno della quale era stata disciolta una sostanza degli effetti narcotizzanti.

Trascorsi pochi minuti l'anziano aveva accusato un malore, si era accasciato ed era stato sorretto dai quattro i quali, di peso, lo avevano caricato a bordo del suo suv, parcheggiato a poco distanza dal bar. Due giovani, di cui uno postosi alla guida del suv avevano portato la vittima presso un parcheggio pubblico poco distante, seguiti a breve distanza dagli altri complici a bordo di un'utilitaria. Giunti all'interno del parcheggio, si erano sistemati indisturbati, il corpo della vittima sul sedile del conducente asportando l'orologio d'oro, il cellulare e i contanti. 

Alla luce delle evidenze investigative i responsabili sono stati raggiunti presso le loro abitazioni dai militari che hanno recuperato la cassa dell'orologio presso un 'compro oro' di Bergamo, dove era stata ricettata parte della refurtiva, e il cellulare trovato ancora nella disponibilità di uno degli indagati. I responsabili sono stati condotti presso la casa circondariale di Bergamo con l'accusa di omicidio e rapina in concorso. La salma è stata trasportata presso l'obitorio dell'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo a disposizione dell'autorità giudiziaria.

Bergamo, Angelo Bonomelli narcotizzato per una rapina: l’imprenditore era stato trovato morto in auto. Maddalena Berbenni su Il Corriere della Sera l’11 Novembre 2022.

Fermati i presunti responsabili della morte dell’imprenditore, che aveva 80 anni ed era titolare d un centro termale in Valle Imagna. In apparenza era stato colto da un malore, ma le telecamere hanno portato all’arresto di quattro persone

I soldi come movente e l’ingenuità degli arrestati, presi in un giorno e mezzo grazie ai filmati che li immortalano mentre servono ad Angelo Bonomelli la bibita che lo avrebbe ucciso, e poi, quando si accascia, mentre lo caricano di peso sul suo Suv nero. L’imprenditore, 80 anni ad aprile, piuttosto noto perché coi proventi della sua agenzia di onoranze funebri, a Trescore Balneario, si era comprato un centro termale in Valle Imagna, lanciandosi pure nella medicina naturale, sembrava fosse stato stroncato da un infarto. Gli era capitato, in passato, di avere problemi di cuore. Invece, i carabinieri della sezione operativa della compagnia di Bergamo hanno ricostruito quello che, al momento, per il pm Chiara Monzio Compagnoni, è un omicidio volontario con il dolo eventuale per una rapina dal bottino esiguo, forse mille, duemila euro.

In carcere, mercoledì notte, sono stati portati Matteo Gherardi, 33 anni, precedenti, anche penali, specifici (risulta abbia una condanna per rapine commesse narcotizzando le vittime); il padre Luigi, 68 anni, con precedenti di polizia per truffa; la fidanzata 23enne di Matteo, Jasmine Gervasoni, che ha avuto guai per truffa e furto; l’amico Omar Poretti, 24 anni, anche lui già noto ai tribunali per rapina e droga. Cognomi bergamaschi, abitano tutti in provincia. I Gherardi e Gervasoni si erano da poco trasferiti a Gaverina Terme. Poretti, di Scanzorosciate, è figlio di un agricoltore condannato all’ergastolo per avere ucciso a fucilate, nel 2006, due suoi ex operai rumeni che reclamavano denaro.

L’indagine parte dalla denuncia del figlio maggiore di Bonomelli, Emanuele, 46 anni, subentrato da tempo alla guida dell’azienda. Lunedì sera, si preoccupa perché il padre non torna a casa, a Trescore. Il corpo viene scoperto la mattina successiva nel parcheggio della zona industriale del paese confinante, Entratico. Non ci sono segni di una morte violenta, ma insospettisce che manchino il telefonino e l’orologio d’oro dal quale l’imprenditore non si separava mai. I carabinieri, per scrupolo, decidono di analizzare i filmati delle (molte) telecamere della zona. Scoprono così che Bonomelli aveva incontrato Matteo Gherardi in un bar-tabaccheria gestito da cinesi, vicino al luogo del ritrovamento.

«Mi aveva detto che aveva un appuntamento con un ragazzo per pensare al rilancio del centro termale sui social network», ha spiegato, poi, il figlio agli investigatori. Ma da dove nasca la conoscenza non è stato ancora chiarito. Seduti all’esterno del locale, Bonomelli e Gherardi, sono stati raggiunti dal padre, dalla fidanzata e dall’amico di quest’ultimo. Qualcuno ha servito all’imprenditore una bibita allungata probabilmente con il Rivotril, medicinale usato contro gli attacchi epilettici (oggi l’autopsia). Lui si è sentito male, lo hanno caricato sul suo Freemont e, due sul Suv e due su una Volkswagen Polo grigia, si sono tutti diretti al parcheggio di Entratico, dove lo hanno abbandonato. L’orologio è stato rivenduto il giorno stesso da Poretti in un Compro Oro a Bergamo e sempre in casa di Poretti è stato ritrovato il telefono. «Mio padre era un buono e delle persone buone spesso ci si approfitta», le uniche parole, rotte dal pianto, del figlio.

Omicidio di Angelo Bonomelli, Matteo Gherardi aveva narcotizzato anche la zia per derubarla.  Maddalena Berbenni su Il Corriere della Sera il 12 Novembre 2022.

Il 33enne di Gaverina è stato arrestato insieme al padre Luigi, 68 anni, la fidanzata Jasmine Gervasoni, 23 anni e l’amico Omar Poretti di 24 anni con cui ha teso l’agguato all’imprenditore. Una sua parente ha denunciato di aver subito una rapina con la stessa tecnica

È una palazzina di tre piani in una vecchia corte della frazione di Piano, a Gaverina Terme, la casa dove mercoledì notte i carabinieri della sezione operativa della compagnia di Bergamo hanno prelevato Matteo Gherardi, insieme al padre 68enne e alla fidanzata 23enne. Il vetro del portoncino all’ingresso è a pezzi. Le ragnatele e l’odore di chiuso che filtra verso le scale raccontano di un contesto se non degradato, di desolazione. C’è una sfilza di scarpe consumate sui gradini del pianerottolo al primo piano, fuori dall’appartamento che, si dice in paese, acquistarono per due lire, un paio di anni fa, quando si trasferirono da Negrone di Scanzorosciate.

Anche questo rende il colore della vicenda. Sembra sempre più evidente che il 33enne Gherardi e gli altri tre arrestati per la morte, dopo una bibita drogata con un medicinale, dell’imprenditore di Trescore Balneario Angelo Bonomelli, 80 anni, siano balordi alla ricerca disperata di denaro, forse per la droga. Nessuno ha un lavoro, tutti hanno alle spalle problemi con la giustizia. Durante le perquisizioni sono stati trovati qualche grammo di cocaina e dell’hashish nella casa, a Scanzorosciate, dell’amico Omar Poretti, lui 25 anni, figlio di Giuseppe, che nel 2006 sparò a due suoi ex operai romeni, uccidendoli. Fu condannato all’ergastolo, è morto.

La droga, dunque. Di sicuro, anche Gherardi ne fa uso. Fermo restando che i ruoli di ciascuno sono stati solo abbozzati rispetto agli elementi raccolti finora e tenuto conto che questa mattina, se lo vorranno, i sospettati potranno dire di più nell’interrogatorio di convalida davanti al gip Maria Beatrice Parati, sembra certo che sia centrale la figura di Matteo. Pesano, contro di lui e contemporaneamente a suo favore, i precedenti che gli inquirenti stanno studiando con attenzione, fra cui, negli ultimi sei mesi, almeno 3 o 4 denunce per rapine, in cui le vittime sostengono di essere state narcotizzate. Fra loro, c’è anche una zia del ragazzo, che ha descritto la stessa, identica modalità. Ciò lo penalizza, perché sembra chiudere il cerchio già ben delineato, a quanto pare, dai riscontri in mano ai carabinieri. E penalizza gli altri perché ora si potrebbe ipotizzare che non abbia agito da solo nemmeno in passato.

D’altro canto, se quello era il modus operandi, cioè di drogare e rapinare, potrebbe indebolire l’accusa formulata per tutti dal pm Chiara Monzio Compagnoni, di omicidio volontario: se lo hanno fatto anche in altre occasioni, è altamente probabile che non volessero uccidere nemmeno a Entratico. In effetti, l’orientamento è quello del dolo eventuale: i quattro avrebbero messo in conto il rischio di scatenare reazioni gravissime, vista l’età dell’anziano. Oltre alle possibili dichiarazioni dei sospettati, saranno importanti su questo fronte le analisi tossicologiche (l’autopsia, prevista per ieri, è slittata a lunedì pomeriggio). Potranno dare un’idea precisa, ad esempio, delle dosi somministrate e poi confermare se sono state versate nel bicchiere gocce di Rivotril, come avrebbe sostenuto uno degli arrestati. È un medicinale comune e datato che contiene benzodiazepine. Di norma, viene usato contro l’ansia e per le crisi epilettiche.

Bonomelli si è sentito male quasi subito. È Matteo Gherardi che, lunedì pomeriggio, lo incontra per primo al bar tabaccheria Sintony, affacciato sull’ex statale di Entratico. I due si accomodano ai tavolini sotto la tettoia esterna e vengono raggiunti dagli altri tre: Poretti, Jasmine Gervasoni e Luigi Gherardi. Si trattengono a lungo, a Bonomelli la bibita viene servita da uno del gruppo, non si alza a ordinarla o a prenderla al bancone. Quando va verso il suo Suv Freemont nero, ha un cedimento e allora i due ragazzi lo caricano di peso sull’auto e si avviano verso la zona industriale che sta a pochi minuti. Il padre e la fidanzata di Gherardi li seguono su una Polo Volkswagen grigia e li aspettano mentre, arrivati al parcheggio fra i capannoni di via Enrico Mattei dove Bonomelli è stato ritrovato morto martedì mattina, gli sfilano l’inseparabile orologio d’oro, il cellulare e forse qualche banconota dal portafogli, che era vuoto. Il sospetto che non si tratti di infarto ai carabinieri viene davanti al telefono e all’orologio mancanti. Poi, le telecamere fanno il resto.

Dell’orologio, del valore di circa mille euro, è stata ritrovata solo la cassa: il resto era già stato fuso dal compro oro in città, a cui Poretti, anche lui con precedenti per rapina e droga, lo avrebbe venduto. Il cellulare era sempre in casa sua, pure quello già resettato per essere forse ricettato. Non è stato possibile così verificare, nell’immediatezza, se ci siano stati contatti, come chi indaga ritiene, con Matteo Gherardi. Gli amici del centro anziani di Trescore, che lo hanno visto per ultimi, raccontano che Bonomelli aveva ricevuto una chiamata che lo aveva agitato prima di lasciare a metà la partita a carte e di dire che doveva andare a discutere con una persona. Sulla base di quanto dichiarato dal figlio Emanuele, si pensa che Gherardi possa avere agganciato l’imprenditore proponendosi per il rilancio sui social di Villa Ortensie, il centro di Sant’Omobono Terme specializzato nella medicina naturale, il suo pallino da quarant’anni a questa parte.

Omicidio Bonomelli, gli arrestati: «Volevamo solo stordirlo per prendergli l’orologio, non pensavamo potesse morire». Restano in cella. Redazione Bergamo online su Il Corriere della Sera il 12 Novembre 2022.

Davanti al gip, sabato 12 novembre, hanno parlato tutti e quattro gli indiziati di aver provocato la morte dell’imprenditore Angelo Bonomelli, drogandolo e lasciandolo in un parcheggio a Entratico

Il parcheggio di Entratico dove è stato trovato morto Angelo Bonomelli (riquadro a destra). Negli altri riquadri (in alto) Matteo Gherardi e Omar Poretti

Hanno parlato tutti e quattro, in carcere, nella mattinata di sabato 12 novembre. Matteo Gherardi, di 33 anni, il padre Luigi di 68 anni, la fidanzata Jasmine Gervasoni, di 23 anni e l’amico Omar Poretti di 24 anni, arrestati per la morte di Angelo Bonomelli, l’imprenditore ottantenne di Trescore con cui il 7 novembre avevano un appuntamento e che il giorno dopo è stato trovato morto nella sua automobile, per un malore secondo l’accusa provocato dal Rivotril versato in una bibita, al bar dell’incontro, il Sintony di Entratico. Il giudice delle indagini preliminari ha deciso: i quattro rimangono in carcere, per omicidio volontario.

I primi tre, di Gaverina, assistiti (il 33enne) dall’avvocato Gianluca Quadri e (il padre e la fidanzata) dall’avvocato Roberta Zucchinali hanno spiegato al giudice delle indagini preliminari Maria Beatrice Parati che l’appuntamento era per il sito Internet per rilanciare Villa Ortensie, l’hotel a 4 stelle con centro termale di Bonomelli, a Sant’Omobono. Poretti è assistito dall’avvocato Luca Bosisio.

Non avevano intenzione di uccidere, è la loro versione. L’idea di versare il medicinale è stata presa in quel momento — hanno assicurato, escludendo quindi un piano —. «Volevamo stordirlo per prendergli l’orologio, non pensavamo potesse morire», è il senso delle loro parole. Il pubblico ministero Chiara Monzio Compagnoni (che ha partecipato agli interrogatori di convalida degli arresti) ipotizza l’omicidio volontario, l’orientamento è quello del dolo eventuale: per l’età di Bonomelli i quattro dovevano mettere in conto la possibilità che un medicinale così forte potesse provocarne anche la morte. A carico di Matteo Gherardi risultano altre denunce per rapina, le vittime, tra cui una zia, sostengono di essere state narcotizzate.

Maddalena Berbenni per corriere.it il 12 novembre 2022.

È una palazzina di tre piani in una vecchia corte della frazione di Piano, a Gaverina Terme, la casa dove mercoledì notte i carabinieri della sezione operativa della compagnia di Bergamo hanno prelevato Matteo Gherardi, insieme al padre 68enne e alla fidanzata 23enne. Il vetro del portoncino all’ingresso è a pezzi. Le ragnatele e l’odore di chiuso che filtra verso le scale raccontano di un contesto se non degradato, di desolazione. 

C’è una sfilza di scarpe consumate sui gradini del pianerottolo al primo piano, fuori dall’appartamento che, si dice in paese, acquistarono per due lire, un paio di anni fa, quando si trasferirono da Negrone di Scanzorosciate. 

Anche questo rende il colore della vicenda. Sembra sempre più evidente che il 33enne Gherardi e gli altri tre arrestati per la morte, dopo una bibita drogata con un medicinale, dell’imprenditore di Trescore Balneario Angelo Bonomelli, 80 anni, siano balordi alla ricerca disperata di denaro, forse per la droga. 

Nessuno ha un lavoro, tutti hanno alle spalle problemi con la giustizia. Durante le perquisizioni sono stati trovati qualche grammo di cocaina e dell’hashish nella casa, a Scanzorosciate, dell’amico Omar Poretti, lui 25 anni, figlio di Giuseppe, che nel 2006 sparò a due suoi ex operai romeni, uccidendoli. Fu condannato all’ergastolo, è morto. 

La droga, dunque. Di sicuro, anche Gherardi ne fa uso. Fermo restando che i ruoli di ciascuno sono stati solo abbozzati rispetto agli elementi raccolti finora e tenuto conto che questa mattina, se lo vorranno, i sospettati potranno dire di più nell’interrogatorio di convalida davanti al gip Maria Beatrice Parati, sembra certo che sia centrale la figura di Matteo.  

Pesano, contro di lui e contemporaneamente a suo favore, i precedenti che gli inquirenti stanno studiando con attenzione, fra cui, negli ultimi sei mesi, almeno 3 o 4 denunce per rapine, in cui le vittime sostengono di essere state narcotizzate. 

Fra loro, c’è anche una zia del ragazzo, che ha descritto la stessa, identica modalità. Ciò lo penalizza, perché sembra chiudere il cerchio già ben delineato, a quanto pare, dai riscontri in mano ai carabinieri. E penalizza gli altri perché ora si potrebbe ipotizzare che non abbia agito da solo nemmeno in passato.

D’altro canto, se quello era il modus operandi, cioè di drogare e rapinare, potrebbe indebolire l’accusa formulata per tutti dal pm Chiara Monzio Compagnoni, di omicidio volontario: se lo hanno fatto anche in altre occasioni, è altamente probabile che non volessero uccidere nemmeno a Entratico. In effetti, l’orientamento è quello del dolo eventuale: i quattro avrebbero messo in conto il rischio di scatenare reazioni gravissime, vista l’età dell’anziano.  

Oltre alle possibili dichiarazioni dei sospettati, saranno importanti su questo fronte le analisi tossicologiche (l’autopsia, prevista per ieri, è slittata a lunedì pomeriggio). Potranno dare un’idea precisa, ad esempio, delle dosi somministrate e poi confermare se sono state versate nel bicchiere gocce di Rivotril, come avrebbe sostenuto uno degli arrestati. È un medicinale comune e datato che contiene benzodiazepine. Di norma, viene usato contro l’ansia e per le crisi epilettiche.

Bonomelli si è sentito male quasi subito. È Matteo Gherardi che, lunedì pomeriggio, lo incontra per primo al bar tabaccheria Sintony, affacciato sull’ex statale di Entratico. 

I due si accomodano ai tavolini sotto la tettoia esterna e vengono raggiunti dagli altri tre: Poretti, Jasmine Gervasoni e Luigi Gherardi. Si trattengono a lungo, a Bonomelli la bibita viene servita da uno del gruppo, non si alza a ordinarla o a prenderla al bancone. Quando va verso il suo Suv Freemont nero, ha un cedimento e allora i due ragazzi lo caricano di peso sull’auto e si avviano verso la zona industriale che sta a pochi minuti.  

Il padre e la fidanzata di Gherardi li seguono su una Polo Volkswagen grigia e li aspettano mentre, arrivati al parcheggio fra i capannoni di via Enrico Mattei dove Bonomelli è stato ritrovato morto martedì mattina, gli sfilano l’inseparabile orologio d’oro, il cellulare e forse qualche banconota dal portafogli, che era vuoto. Il sospetto che non si tratti di infarto ai carabinieri viene davanti al telefono e all’orologio mancanti. Poi, le telecamere fanno il resto.

Dell’orologio, del valore di circa mille euro, è stata ritrovata solo la cassa: il resto era già stato fuso dal compro oro in città, a cui Poretti, anche lui con precedenti per rapina e droga, lo avrebbe venduto. Il cellulare era sempre in casa sua, pure quello già resettato per essere forse ricettato. Non è stato possibile così verificare, nell’immediatezza, se ci siano stati contatti, come chi indaga ritiene, con Matteo Gherardi. 

Gli amici del centro anziani di Trescore, che lo hanno visto per ultimi, raccontano che Bonomelli aveva ricevuto una chiamata che lo aveva agitato prima di lasciare a metà la partita a carte e di dire che doveva andare a discutere con una persona. Sulla base di quanto dichiarato dal figlio Emanuele, si pensa che Gherardi possa avere agganciato l’imprenditore proponendosi per il rilancio sui social di Villa Ortensie, il centro di Sant’Omobono Terme specializzato nella medicina naturale, il suo pallino da quarant’anni a questa parte.

·        Il caso di Massimiliano Lucietti e Maurizio Gionta.

(ANSA il 2 Novembre 2022 )  Massimiliano Lucietti, il cacciatore di 24 anni trovato morto domenica mattina nei boschi di Celledizzo, in Trentino, è stato ucciso. Gli inquirenti - apprende l'ANSA - escludono il suicidio perché grazie all'esame del corpo del giovane cacciatore è emerso che il foro d'entrata del proiettile che l'ha ferito mortalmente è sulla nuca. Il colpo, sparato da una distanza di almeno mezzo metro - ma potrebbe essere anche maggiore - è poi uscito dal collo. Inizialmente si pensava anche all'ipotesi del gesto estremo, ma gli accertamenti hanno portato ad escludere l'ipotesi.

Da corriere.it l’8 novembre 2022.

Era steso per terra, con il fucile indirizzato verso qualche preda da cacciare, quando è stato ucciso con un colpo  di Winchester alla nuca da una distanza di un metro o poco più. È morto così lunedì scorso Massimiliano Lucietti , 24 anni di Celledizzo di Peio, in Val di Sole, Trentino. È quanto si apprende dagli inquirenti che hanno analizzato i referti autoptici nell’attesa delle risultanze balistiche dei carabinieri del Ris. 

Il corpo è stato ritrovato attorno alle 8 da un forestale in pensione di ritorno dalla postazione di caccia; il giorno dopo l’uomo si è suicidato lasciando un biglietto con scritto «Non attribuitemi colpe che non ho» . Il 59enne, nell’immediatezza della macabra scoperta era stato sentito a lungo dai carabinieri come persona informata sui fatti. Ora i familiari hanno dato mandato all’avvocato Andrea de Bertolini di difenderne l’onorabilità. Il pm Davide Ognibene, titolare del fascicolo per omicidio colposo contro ignoti aperto nell’immediatezza del ritrovamento del corpo di Lucietti, non esclude altre piste compresa quella dell’omicidio volontario. 

In un primo momento sul caso dei due cacciatori morti si era pensato ad un incidente. Poi pian piano è emerso un altro scenario. Massimiliano Lucietti, in realtà, sarebbe stato ucciso. Escluso il suicidio. Decisivo l’esame balistico: il foro d’entrata del proiettile, infatti, è sulla nuca. Mentre il colpo sarebbe stato sparato da una distanza di almeno mezzo metro ed è poi uscito dal collo. 

A rendere ancor più misteriosa la vicenda il fatto che il giorno dopo il ritrovamento del cadavere del ragazzo, a Celledizzo era stato trovato morto anche un altro cacciatore, il 59enne Maurizio Gionta, ex guardia forestale che aveva denunciato il ritrovamento del giovane. L’uomo si sarebbe suicidato lasciando poi il biglietto con la scritta: «Non incolpatemi per quello che non ho fatto». Tra le tante ipotesi anche quella che su posto ci fosse anche un terzo cacciatore.

Trento, il giallo del cacciatore ucciso «Un colpo di fucile alla nuca mentre era a terra per sparare». Alfio Sciacca (ha collaborato Lorenzo Pastuglia) su Il Corriere della Sera l’8 novembre 2022.

«Era steso a terra, a pancia in giù e con il fucile in mano». Posizione tipica di un cacciatore che sta prendendo la mira, puntando la preda. Così, secondo il procuratore di Trento Sandro Raimondi, era Massimiliano Lucietti quando è stato raggiunto dal colpo che l’ha ucciso. Se poi questo colpo sia stato sparato a bruciapelo o da una certa distanza è ancora tutto da accertare. Il «Winchester 270», il modello di fucile dal quale è partito il proiettile, può infatti centrare un obiettivo anche da 100 metri.

Nel giallo della morte del cacciatore di 24 anni ucciso il 31 ottobre scorso nei boschi di Celledizzo, in Trentino, si aggiunge un particolare che fa ipotizzare persino un’esecuzione. Ma su questo gli inquirenti sono molto cauti. Il colpo che ha ucciso Lucietti, precisano, è stato «sparato da una distanza che va da un metro in su, ma ciò non vuol dire che è stato esploso da un metro». E lasciano intendere di credere poco alla pista dell’esecuzione a bruciapelo. Al di là delle ipotesi, a dieci giorni dai fatti la chiave del giallo ruota tutta attorno all’ esito dell’esame sul proiettile che ha ucciso il giovane cacciatore. È sicuramente entrato dalla nuca, ma l’ogiva nell’impatto si è molto deteriorata. Gli esperti del Ris di Parma la stanno comunque esaminando nella speranza di riuscire a trovare una traccia che permetta di capire da quale fucile è stata esplosa.

In condizioni normali questo è possibile, ma quando è rovinata diventa estremamente complicato. I carabinieri del Ris comunque non disperano. In quel caso sarebbe come estrarre un’impronta digitale da attribuire ad una specifica arma. Il modello è sicuramente una carabina Winchester, ma in questo caso vuol dire poco, perché si tratta di un’arma molto utilizzata dai cacciatori della zona. Altro tassello del giallo di Celledizzo è la morte dell’altro cacciatore, Maurizio Gionta, 59 anni, 24 ore dopo l’uccisione di Massimiliano Lucietti. L’uomo si è sicuramente suicidato, ma perché lo abbia fatto è un altro mistero. Prima di spararsi ha lasciato la fede sul comodino di casa e un biglietto sull’auto con la scritta. «Non voglio colpe che non ho». I familiari, e il loro legale Andrea de Bertolini, «in nome della verità» ne vogliono difendere l’onorabilità e invitano tutti ad evitare «frettolose conclusioni».

Dopo la morte di Lucietti, il 59enne era stato a lungo interrogato dai carabinieri di Trento. Non era indagato, ma solo «persona informata sui fatti». In ogni caso è stato sottoposto al cosiddetto Stub, che mira ad accertare se aveva sparato nelle ore precedenti. Ma l’esito dell’esame potrebbe solo scagionarlo. Se infatti sul suo corpo non venissero trovate tracce di polvere da sparo vorrà dire che era totalmente estraneo alla morte di Lucietti. Mentre l’eventuale esito positivo confermerebbe solo che ha sparato. Circostanza che per un cacciatore è normale e dunque non avrebbe alcun valore probatorio.

Nell’interrogatorio Maurizio Gionta aveva raccontato di avere rinvenuto il cadavere del 24enne mentre stava rientrando. Anche per chiarire la sua posizione, ancora una volta, sarà decisivo l’esame del Ris sull’ogiva. Mentre non si può escludere, come lasciano intendere i familiari e il loro legale, che l’uomo si sia tolto la vita perché non ha retto alla pressione e al crescere di pettegolezzi e sospetti nei suoi confronti. Per tentare di risolvere il giallo gli inquirenti stanno anche provando ad allargare l’inquadratura e capire quali altri soggetti erano in quei boschi quando è partito il colpo che ha ucciso Lucietti, intenzionalmente o per un tragico errore di caccia. A quanto pare gli inquirenti avrebbero convocato in caserma ed ascoltato almeno altri due cacciatori che erano in zona quel 31 ottobre. Anche se nulla trapela sulla loro posizione.

Trento, il giallo dei cacciatori uccisi: tutti i punti oscuri (e quello che non torna). Dafne Roat su Il Corriere della Sera il 9 Novembre 2022.

Chi ha ucciso il 24enne Massimiliano Lucietti? È stato un incidente? E qual è la ragione del suicidio di Maurizio Gionta, il 59enne che ha trovato il corpo del giovane e poi si è sparato? C’è qualcuno che si nasconde? Un mistero ancora aperto. Mentre il paese si chiude nel silenzio

Le due morti

Lo scorso 31 ottobre nei boschi sopra Celledizzo, 350 anime nella Trentina Val di Sole un proiettile centra in testa Massimiliano Lucietti, cacciatore 24 anni. Il giovane, volontario del corpo dei Vigili del fuoco di Peio, resta ucciso sul colpo. In mano imbraccia ancora il suo fucile. A ritrovare il corpo, lo stesso giorno, è Maurizio Gionta, 59 anni che fa parte del suo stesso gruppo venatorio. È lui che avvisa le forze dell’ordine. Passano 24 ore e Gionta viene trovato morto a poca distanza dal punto in cui era stato ritrovato Lucietti. Un suicidio. Nell’auto del cacciatore, viene trovato un biglietto in cui l’uomo di non essere incolpato per la morte del 24enne.

La perizia balistica

La chiave del giallo resta la perizia balistica sull’ogiva trovata accanto al corpo di Massimiliano Lucietti, il vigile del fuoco volontario di 24 anni ucciso il 31 ottobre da un colpo alla nuca. A dieci giorni di distanza dalla tragedia nei boschi di Celledizzo in val di Sole (Trentino) cresce l’attesa, ma i carabinieri del Ris di Parma hanno chiesto alla Procura più tempo. L’operazione è complessa, l’ogiva nell’impatto si è molto deteriorata e gli investigatori del Raggruppamento investigazioni scientifiche stanno cercando di identificare la traccia lasciata dalla rigatura del fucile, che è simile a un’impronta digitale ed è determinante per capire da quale arma è partito il colpo mortale.

Quale fucile ha sparato?

L’unico aspetto certo è che si tratta di una carabina Winchester calibro 270, la stessa che aveva Maurizio Gionta, l’ex guardia caccia in pensione, 59 anni, che si è tolto la vita 24 ore dopo aver trovato il corpo di Max. Un’arma molto comune tra i cacciatori, almeno una ventina in valle la possiedono. Ma quale è stato il fucile a sparare? È uno degli interrogativi aperti a cui stanno cercando di rispondere i carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Trento e i colleghi della compagnia di Cles che hanno avviato approfondimenti tecnici e indagano nell’ambiente della caccia. Capire chi possiede quel tipo di fucile non è difficile, le armi vengono denunciate all’autorità di pubblica sicurezza. In un momento di grande incertezza come questo è facile associare il proiettile che ha ucciso Massimiliano all’arma di Gionta perché è stato il primo a trovare il corpo ed era in zona, ma questo non significa nulla.

La distanza

Questo tipo di fucile è molto potente ed è in grado di sparare e colpire anche da una distanza di cento metri. E la distanza è un altro punto da chiarire. Secondo la Procura il colpo fatale è partito da almeno mezzo metro, ma molto probabilmente di più. Nell’esame autoptico sul corpo di Massimiliano non è stato trovato quello che viene definito «tatuaggio», ossia il segno, la bruciatura, che viene lasciata se si spara da una distanza ravvicinata. Non solo: sarà determinante capire anche in che posizione era il giovane vigile del fuoco. Il suo corpo è stato trovato in una posizione prona – come ha spiegato il procuratore Sandro Raimondi - come se nel momento in cui ha ricevuto il colpo alla nuca che ha messo fine alla sua vita, fosse steso a terra in fase di appostamento. Ma anche questa resta un’ipotesi.

Il suicidio

Poi c’è il capanno sul quale era appostato Maurizio Gionta. La posizione non è secondaria, la geografia dei luoghi rende quasi impossibile il fatto che il colpo sia partito dal capanno. Non sarebbe riuscito a raggiungere Massimiliano da quel punto. Il giovane, altro particolare anche se non determinante, non indossava il giubbotto catarifrangente, in Trentino infatti non è obbligatorio. Ma il giallo ruota attorno anche ad un altro aspetto di grande tragicità. Il gesto estremo compiuto da Gionta a sole ventiquattro ore di distanza dal ritrovamento del corpo di Max, il «gigante buono», come lo chiamavano in paese. Perché lo ha fatto? È una delle domande che continua a tormentare i familiari e gli investigatori. L’uomo è stato sentito a lungo come persona informata dei fatti, un lungo colloquio durato quasi quattro ore con i carabinieri dal quale era uscito, ricorda la famiglia, stremato. Ma perché in una sola notte ha maturato la decisione di uccidersi? Non si può escludere, come lasciano intendere i familiari e il loro legale, l’avvocato Andrea de Bertolini, che non abbia retto alla pressione e ai sospetti.

Il biglietto

L’uomo era stato sottoposto anche allo Stub che mira ad accertare se aveva sparato, ma questo accertamento non sarà risolutivo. Anche se l’esame fosse positivo significherebbe solo che ha sparato. E poi c’è il biglietto lasciato sul cruscotto dell’auto: «Non attribuitemi responsabilità che non sono mie». Cosa significa questa frase? Perché prima di togliersi la vita, ha lasciato la fede sul mobile e ha scritto queste parole, parole che sembrano gridare la sua innocenza. Cosa sapeva Gionta che non ha detto ai carabinieri? Forse sapeva che in zona quella mattina c’erano altri cacciatori? L’ex guardia forestale appena ha trovato il corpo di Max ha chiamato il papà del giovane, si conoscevano da tempo, erano ex colleghi, succede così in un paese piccolo come Celledizzo. Maurizio era comprensibilmente provato. Il mistero è fitto e c’è un altro particolare: quel giorno i due cacciatori non erano soli nei boschi di Celledizzo. Max era uscito per una battuta di caccia in solitaria mentre Gionta era partito con un’altra persona, poi arrivati nel bosco si erano divisi come spesso succede.

I testimoni e il silenzio del paese

Secondo quanto ricostruito erano almeno in quattro i cacciatori nel bosco, ma nel parcheggio c’erano più auto, forse erano di più. E allora chi ha esploso il colpo mortale? I carabinieri nei giorni scorsi hanno sentito altri due cacciatori, in particolare l’uomo che era con Gionta. Ha raccontato di essere stato lontano nel momento dello sparo, una versione pare confermata da un testimone. L’aspetto certo è che alle 8.20 l’uomo era nel bar del paese, meno di un’ora dopo della tragedia. Lo sparo era echeggiato anche in paese, si era sentito verso le 7.25, venti minuti dopo, alle 7.44 era arrivata la chiamata d’allarme alla centrale unica di emergenza 112. Subito prima l’ex guardia forestale aveva chiamato il papà di Max. «È morto vieni subito», aveva detto, disperato. In paese nessuno ha voglia di parlare, Massimiliano era un gigante buono, era un ragazzo che tutti amavano e anche Gionta era stimato. Una doppia tragedia che colpisce al cuore una piccola comunità di sole trecento anime e che lascia tanti, troppi interrogativi aperti.

La Repubblica il 2 Novembre 2022.

La piccola comunità di Celledizzo, frazione di circa 350 abitanti del Comune di Peio, in Trentino, è incredula. In 24 ore si ritrova a piangere due concittadini. Lunedì mattina, nei boschi sopra il paese, è stato trovato morto Massimiliano Lucietti, 24 anni, giovane cacciatore ucciso da un colpo di fucile sparato dal basso verso l'alto, che lo ha raggiunto all'altezza della gola. Questa mattina, un'altra tragedia: l'uomo che ha rinvenuto il corpo del 24enne, anche lui cacciatore, è stato trovato senza vita. 

È stata la famiglia a dare l'allarme, preoccupata per la sua assenza. Il 59enne, secondo gli elementi raccolti dai carabinieri, si sarebbe suicidato sparandosi con un fucile da caccia. È stato trovato durante le ricerche dei carabinieri, dei vigili del fuoco volontari e del soccorso alpino nei boschi sopra Celledizzo, in una zona diversa da dove è stato trovato morto Massimiliano Lucietti.

Lunedì mattina, attorno alle 7.45, era stato proprio il 59enne a dare l'allarme e segnalare il cadavere del giovane cacciatore e vigile del fuoco volontario, dipendente della Fucine Film di Ossana, che era uscito presto di casa, da solo, e si era incamminato verso i boschi sopra il paese. Poi il ritrovamento. L'allarme, i colleghi vigili volontari di Massimiliano Lucietti che arrivano sul posto. Lo sgomento. 

Stabilire se via sia un legame tra i due decessi è però ancora prematuro e al momento non ci sono elementi che possano collegare i due fatti. Per chiarire la vicenda sarà fondamentale il risultato dell'autopsia sul corpo del 24enne, che è prevista per mercoledì.

E altrettanto importanti saranno gli accertamenti che condurrà il Ris sugli elementi di prova raccolti dai carabinieri della Compagnia di Cles e del Nucleo investigativo di Trento: l'arma, le munizioni e anche un bossolo, quindi un colpo esploso, trovato accanto al corpo di Massimiliano Lucietti, saranno analizzati dai tecnici del Reparto investigazioni scientifiche, che svolgeranno anche delle prove balistiche.

"Era un ragazzo disponibile, attivo, socievole. Dopo aver fatto parte del gruppo allievi è passato con noi volontari circa quattro anni fa. A Celledizzo era sempre attivo nel Gruppo giovani, mettendosi sempre in gioco per dare una mano nell'organizzare eventi, feste e sagre", ha ricordato il comandante dei vigili del fuoco volontari, Vincenzo Longhi. Il giovane lascia la mamma Mirta, il papà Roberto ed il fratello Mattia.

Cacciatore morto in Trentino: si tratta di omicidio, ucciso con un colpo alla nuca. La Repubblica il 2 Novembre 2022 

Il foro di entrata della pallottola è nella parte posteriore della testa. A sparare un'altra arma. Chi ha premuto il grilletto forse non l'ha fatto intenzionalmente. Resta il giallo sul suicidio dell'ex guardia forestale che si è tolta la vita due giorni dopo

Non si è tratto di un errore né di un suicidio. Massimiliano Lucietti, il cacciatore di 24 anni trovato morto domenica mattina nei boschi di Celledizzo, in Trentino, è stato ucciso. Gli inquirenti escludono il suicidio perché, grazie all'esame del corpo del giovane cacciatore, è emerso che il foro d'entrata del proiettile che l'ha ferito mortalmente è sulla nuca. Il colpo, sparato da una distanza di almeno mezzo metro - ma potrebbe essere anche maggiore - è poi uscito dal collo.

Il giallo del soccorritore suicida

Inizialmente si pensava anche all'ipotesi del gesto estremo, ma gli accertamenti hanno portato ad escludere l'ipotesi. Oltre al fucile della vittima, era stato sequestrato anche quello del 59enne Maurizio Gionta, cacciatore ed ex guardia forestale, che ha ritrovato il corpo del giovane e poi, secondo gli elementi raccolti dai carabinieri, lunedì mattina si è tolto la vita. L'uomo, che era stato sentito come persona informata sui fatti, ma non era indagato, e su cui non c'erano sospetti, ha lasciato anche un biglietto in cui ha chiesto di non essere incolpato per la morte del 24enne.

Le piste investigative

Secondo il pm Davide Ognibene, che nell'immediatezza ha aperto un fascicolo per omicidio colposo contro ignoti, tutte le piste sono aperte compresa quella dell'omicidio volontario. La Procura di Trento, guidata dal procuratore Sandro Raimondi, attende la relazione completa dell'autopsia, svolta oggi sul corpo del 24enne, e anche i risultati delle perizie balistiche e delle analisi del Ris sulle armi sequestrate. Sarà infatti dirimente individuare l'arma che ha sparato il colpo mortale per chiarire la vicenda. L'ipotesi del gesto estremo era supportata dal fatto che, inizialmente, sembrava che il proiettile fosse stato sparato dal basso verso l'alto, raggiungendo il giovane cacciatore all'altezza della gola. Ma gli accertamenti svolti hanno fugato i dubbi.

Chi ha sparato?

Resta ovviamente da capire chi abbia sparato. E se lo abbia fatto intenzionalmente. Oppure se si sia trattato di un tragico incidente, che sembrerebbe essere l'ipotesi più probabile. Che la morte di Massimiliano Lucietti sia collegata al suicidio di Maurizio Gionta, trovato morto il giorno successivo, sembra ormai evidente. Oltre al fucile da caccia trovato a poca distanza dal corpo di Lucietti - vicino al quale è stato rinvenuto anche un bossolo - i carabinieri del Nucleo investigativo di Trento e della Compagnia di Cles hanno infatti sequestrato anche l'arma del 59enne.

Trento, il giallo del giovane cacciatore ucciso: era sdraiato a terra per sparare. Redazione Cronaca su La Repubblica l’8 Novembre 2022.

Massimiliano Lucietti, ucciso il 30 ottobre durante una battuta di caccia 

I rilievi degli investigatori sul corpo del 24enne portano a stabilire la sua posizione nel momento in cui un colpo di fucile l'ha colpito alla nuca: era steso sul terreno per prendere la mira. Chi l'ha ucciso nel bosco non era quindi troppo distante. Il cacciatore che l'ha trovato morto il giorno dopo si è suicidato. Lasciando un biglietto in cui si discolpa

 Steso a terra, con ogni probabilità nella posizione classica del cacciatore che imbraccia il fucile mirando alla preda. Alle sue spalle qualcuno avrebbe esploso un colpo di Winchester, freddandolo con un proiettile alla nuca da pochi metri di distanza. Massimiliano Lucietti, 24 anni, di Celledizzo di Peio, in val di Sole, sarebbe morto così domenica 30 ottobre nei boschi a due passi da casa. È quanto si apprende dagli inquirenti che stanno analizzando ogni dettaglio scientifico emerso dagli esami autoptici.

Il corpo del vigile del fuoco volontario è stato ritrovato quasi subito da un altro cacciatore, Maurizio Gionta, un forestale in pensione che il giorno seguente si è suicidato. "Non attribuitemi colpe che non ho", ha lasciato scritto il 59enne, sentito per ore dai carabinieri come persona informata sui fatti nell'immediatezza del ritrovamento. I familiari hanno dato mandato all'avvocato Andrea de Bertolini di difenderne l'onorabilità "in nome della verità".

Un giallo nel giallo anche per il pm Davide Ognibene: sul suo tavolo c'è un fascicolo per omicidio colposo che non esclude al momento altre ipotesi, compresa quella dell'omicidio volontario. Pista che non può essere tralasciata, almeno fino a quando non saranno disponibili le risultanze balistiche dei carabinieri del Ris di Parma che stanno analizzando l'ogiva, peraltro deteriorata, ritrovata accanto al corpo del giovane cacciatore. Le perizie dovrebbero essere depositate in procura nel giro di un paio di giorni.

I carabinieri hanno ascoltato e messo a verbale le testimonianze di altri cacciatori che lunedì scorso, nelle ore della tragedia, erano appostati nei boschi per le consuete battute. "Dichiarazioni da approfondire", precisano gli inquirenti che hanno raccolto informazioni anche dagli abitanti di Celledizzo e dai componenti delle associazioni venatorie locali per incrociare racconti e testimonianze. "Abbiamo piena e totale fiducia nell'opera investigativa messa in atto da carabinieri e magistratura", fanno sapere i familiari della vittima attraverso l'avvocato Giuliano Valer.

Massimiliano freddato: colpo alla nuca. L'amico suicida: "Non incolpate me". Maurizio dopo l'interrogatorio è andato nei boschi e si è ucciso. Stefano Vladovich il 3 Novembre 2022 su Il Giornale.

Ucciso a fucilate da un misterioso assassino. Dopo 24 ore l'uomo che rinviene il cadavere si suicida. «Non mi attribuite colpe che non ho» scrive su un biglietto Maurizio Gionta, 59 anni, forestale in pensione, prima di esplodersi un colpo calibro 12 alla testa. Due morti in poche ore nei boschi di Celledizzo, a sud di Peio, in Trentino, senza un perché. Il cadavere trovato lunedì mattina da Gionta nei boschi sopra il paesino di 350 anime è di Massimiliano Lucietti, 24 anni, dipendente della Fucine Film di Ossana, anche lui cacciatore e volontario vigile del fuoco. Il corpo riverso a terra vicino alla cartuccia esplosa e all'arma. Un colpo sparato a bruciapelo, a mezzo metro distanza, tirato dall'alto verso il basso. Per il medico legale il foro d'entrata è nella nuca mentre quello di uscita è nel collo. Insomma Lucietti è stato ucciso. E il primo ad essere interrogato dai carabinieri è proprio Gionta.

Un interrogatorio formale, visto che non c'è nessun indagato nel fascicolo aperto dalla Procura per omicidio colposo. Era uscito all'alba del 31 ottobre per una battuta di caccia nei boschi, Massimiliano. Un giovane benvoluto da tutti: «Un ragazzo disponibile - ricorda il comandante dei volontari vigili del fuoco, Vincenzo Longhi - attivo, socievole. Sempre in prima linea nel gruppo giovani per organizzare eventi, feste e sagre». Sconvolti i familiari, la mamma Mirta, il papà Roberto e il fratello Mattia. L'arma del delitto, la doppietta di Massimiliano, è stata sequestrata e sottoposta alle prove balistiche. Da stabilire se è con questa che il 24enne è stato ammazzato attraverso la comparazione della canna con i pallini recuperati. Mentre i carabinieri di Cles, con i colleghi del nucleo investigativo di Trento, congelano la scena dell'omicidio per portare più elementi possibile in laboratorio, martedì i familiari di Gionta, preoccupati perché non è rincasato, lanciano l'allarme per la sua scomparsa. Sono gli stessi volontari a organizzare una battuta di ricerca in zona. Il corpo di Gionta viene trovato ore dopo sempre nei boschi ma in una zona diversa da quella in cui lui stesso aveva segnalato il cadavere dell'amico. Sull'erba, accanto al corpo senza vita, il suo fucile, anche questo sequestrato, e il biglietto, su cui verrà eseguita una perizia calligrafica.

Temeva di essere accusato dell'omicidio di Massimiliano tanto da togliersi la vita? Sarà il Ris, il Reparto investigativo dell'Arma, a cercare una risposta in quello che sembra davvero un omicidio-suicidio di due persone legate dalla stessa passione per i boschi. Gionta si è sparato il colpo mortale tanto da archiviare il caso come un suicidio o anche lui è stato ucciso da qualcuno che ha simulato, poi, il gesto estremo scrivendo su un pezzo di carta quelle poche righe? Ancora. Il suo fucile è lo stesso ad avere ucciso Lucietti? Le due morti, insomma potrebbero essere collegate. Il primo scenario: Gionta uccide Lucietti con il fucile della vittima. Il giorno dopo si spara, ma con la propria arma. L'altro è che Gionta potrebbe aver usato il proprio fucile per uccidere, non quello di Lucietti, e, per paura di essere scoperto, si toglie la vita. Ultima ipotesi: entrambi uccisi da un terzo uomo che ha inscenato il tutto.

Patricia Tagliaferri per “il Giornale” il 9 novembre 2022.

Non è stato un incidente venatorio, né un suicidio. Qualcuno la mattina del 31 ottobre ha sparato a distanza ravvicinata, forse mentre era a terra intento a prendere la mira per centrare qualche animale, a Massimiliano Lucietti, il cacciatore di 24 anni trovato morto in un bosco a Celledizzo, in Val di Sole, in Trentino. 

Il suo corpo era stato scoperto da un altro cacciatore, Maurizio Gionta, 59 anni, forestale in pensione, che il giorno dopo si è tolto la vita, sparandosi alla testa proprio nella stessa zona, lasciando un biglietto con scritto: «Non attribuitemi colpe che non ho». Parole che hanno reso ancora più fitto il mistero su una vicenda ancora poco chiara.

L'uomo era stato sentito a lungo dagli inquirenti come persona informata sui fatti, ma non era indagato, anche se il suo gesto ha finito per alimentare i sospetti che potesse avere a che fare con la morte di Lucietti. Poi la tragedia, che non ha chiarito i dubbi sull'accaduto. 

Analizzando i referti autoptici e i primi risultati della perizia balistica, i magistrati hanno accertato che il giovane è stato ucciso con un colpo di Winchester alla nuca sparato da una distanza di mezzo metro o poco più. È stato identificato anche il proiettile che non gli ha lasciato scampo: si tratta di un calibro 270 compatibile con la carabina utilizzata da Gionta, ma anche molto diffuso nell'ambiente venatorio, tanto da risultare compatibile con una ventina di fucili regolarmente denunciati dai cacciatori della zona. 

Non è detto, dunque, che sia stato l'ex forestale a sparare, è possibile che sia stato un altro cacciatore a premere il grilletto. Una terza persona che quella mattina si trovava nello stesso bosco e che ha poi fatto perdere le sue tracce. 

Di certo il proiettile ha raggiunto Lucietti alle spalle per poi uscire dal collo. Una traiettoria che ha escluso definitivamente l'ipotesi del suicidio, formulata in un primo momento perché sembrava che il proiettile fosse stato sparato dal basso verso l'alto.

Il ragazzo inoltre utilizzava il calibro 300, quindi il colpo è non certamente partito dal suo fucile. I militari del Ris stanno ancora lavorando per accertare se sia stato quello di Gionta a sparare. Le analisi balistiche si stanno concentrando sull'impronta lasciata sull'ogiva, per capire se il colpo sia partito dalla carabina dell'ex forestale. 

Un compito non facile, in quanto la pallottola si è deformata nell'impatto. La famiglia dell'uomo respinge ogni insinuazione e ha dato mandato ad un avvocato per difendere l'onorabilità del cacciatore che si è ucciso dopo avere trovato il corpo chiedendo di non essere incolpato della morte del ragazzo.

Al momento non risulta indagato nessuno: la Procura di Trento ha aperto un fascicolo per omicidio colposo a carico di ignoti, ma le indagini procedono in diverse direzioni e non è escluso che presto possa essere ipotizzato l'omicidio volontario.

Nei giorni scorsi i carabinieri hanno sentito alcuni cacciatori che si trovavano in zona la mattina del 31 ottobre. Tanti i punti ancora da chiarire, non ultimo il perché Gionta abbia deciso di farla finita, per di più nello stesso bosco dove è morto Lucietti. Resta in piedi l'ipotesi del terzo uomo.

Tanto che l'attenzione degli investigatori si sta concentrando sui rapporti tra i cacciatori della zona, che non sarebbero stati per niente distesi. In passato ci sarebbero stati accesi confronti per assicurarsi le postazioni di caccia più favorevoli.

·        Il caso di Sabina Badami.

Sabina Badami, il diario, la telefonata alla sorella, poi il nulla. E il padre fece strage dei vicini. Federico Ferrero su Il Corriere della Sera l'1 novembre 2022.  

Prizzi. Un gruppo di case d’altri tempi, strette l’una all’altra, quasi tutte in pietra, sul cucuzzolo di un monte alto mille metri, tra Palermo e Agrigento. Torino è lontanissima ma non per il signor Giuseppe Badami, un pensionato di 72 anni con un’idea fissa, da mesi. Era convinto, senza alcuna ragione, che qualcuno di molto vicino gli avesse creato un altro dispiacere insopportabile.

Sabina Badami, una delle sue figlie, aveva lasciato la Sicilia quattro anni prima , nel 1982, per un appartamento in via Monte Nero condiviso con un’amica. Col suo diploma da ragioniera aveva trovato un posto in paese nell’ufficio della pretura ma, una volta vinto il concorso alle Poste, l’offerta di uno stipendio sicuro e allettante a Torino l’aveva convinta a trasferirsi. Era impiegata nell’ufficio di corso Tazzoli e tutti i colleghi la stimavano per le capacità e la voglia di darsi da fare.

Eppure Sabina sparì, senza lasciare tracce, nella notte del 10 settembre 1986. Quella sera, dopo il lavoro, la ragazza aveva telefonato alla sorella maggiore Anna Teresa, dicendole di aver ottenuto un permesso per potersi presentare, il giorno successivo, a Falconara Marittima per il matrimonio di un nipote. Sarebbe dovuta partire proprio nel pomeriggio, dopo il turno alle Poste, ma nessuno l’aveva vista presentarsi in ufficio, né alla cerimonia nelle Marche.

L’ispezione dell’appartamento di Sabina mostrò solo l’assenza della sua borsetta con documenti e soldi, tutto il resto era al suo posto. E un’agenda, sulla quale annotava pensieri personali. Gli unici di un qualche interesse per la polizia riguardavano un ragazzo di Prizzi che, evidentemente, non le era indifferente. Probabilmente, però, mentre annotava quelle righe lo aveva già perso, si stava per accasare con un’altra giovane mentre lei, dal Piemonte, sperava di fare un po’ di esperienza e poi di chiedere il riavvicinamento in Sicilia. Nessuno, né gli amici, né la coinquilina, né i vicini di casa, né i colleghi fu in grado di offrire il pur minimo motivo per cui Sabina dovesse temere per la sua vita. Due sere prima di svanire, era stata con i compagni di lavoro alla Festa dell’Unità ed era, a detta di tutti, una persona «serena, allegra, perfettamente normale».

Nessuno fu mai indagato formalmente per la scomparsa, né ci furono novità. Fino al giugno del 1989 quando, leggendo sul giornale — evidentemente per la prima volta — la storia della signorina Badami un dipendente di Aeritalia, la società aerospaziale del gruppo Fiat poi incorporata in Alenia, fornì spontanee dichiarazioni ai carabinieri, spiegando di ricordarsi di una ragazza che faceva l’autostop e cui aveva offerto un passaggio, il mattino dell’11 settembre 1986. A suo dire era un po’ strana, vestita in maniera bizzarra, con un abito indossato sopra i pantaloni del pigiama. Era certamente confusa «ma non terrorizzata. Mi faceva un po’ pena, avrei voluto aiutarla. In corso Marche è scesa, dicendo che sarebbe andata a bere un caffè nel bar all’angolo con corso Francia». La segnalazione non ebbe seguito.

Un secondo ramo di indagini, interrotto quasi subito perché ritenuto non plausibile, partì da una chiamata anonima che accusava del suo omicidio un uomo, effettivamente in relazione con la ragazza negli ultimi mesi di vita in città. Nient’altro. In attesa della dichiarazione di morte presunta, tuttavia, a Prizzi c’era da tempo un padre senza pace. Senza un cadavere e senza notizie della figlia, pensava — in buona compagnia, peraltro — che Sabina fosse stata rapita e, magari, uccisa. Rispetto agli inquirenti aveva compiuto un passo ulteriore, del tutto arbitrario. Aveva iniziato a parlare delle minacce ricevute dalla ragazza, quelle due volte l’anno in cui lei riusciva a tornare in famiglia. Minacce delle quali, però, nessun altro aveva notizia. Col senno di poi, il signor Giuseppe era un ordigno destinato a esplodere: un figlio morto vent’anni prima in un incidente stradale, il tragico mistero di Sabina, l’incipiente arteriosclerosi, il passato da tiratore scelto e la doppietta carica in casa, gli screzi con una famiglia di vicini, i Castelli, contro cui aveva perso una ridicola causa per i confini di un fondo agricolo. Col passare dei mesi, la sua teoria si era affinata: a far sparire la sua figliola erano stati proprio loro, i Castelli. Per vendetta. E così, come avrebbe raccontato Fenoglio in «Un giorno di fuoco», finì che Badami fece parlare la doppietta.

In un mattino di maggio del 1987 fece la salita D’Angelo, a Prizzi, fino a raggiungere casa di Sebastiano Castelli, di cui era stato testimone di seconde nozze appena due anni prima. Sparò a lui, alla moglie Teresa d’Alia e alla suocera Ernesta Drago. Tre esecuzioni con precisione da militare. Sceso alla caserma del carabinieri con l’arma in spalla, si costituì raccontando che, poco tempo prima della scomparsa di Sabina, durante l’ennesimo litigio con l’ex amico Castelli costui gli aveva pronunciato una frase profetica: «Vedrai che ti farò piangere». Erano stati loro, e loro dovevano pagare. Invece non erano stati loro. Nessuna faida aveva a che fare con la fine inspiegata di Sabina Badami e il padre, disperato e con la mente sempre più annebbiata, poté solo aggiungere tre vittime innocenti a una vicenda già sufficientemente dolorosa.

L’ultimo atto ufficiale che riguardò Sabina fu una questione tecnica. Cancellato il fascicolo per assenza ingiustificata e sostituito con un atto di morte, la famiglia Badami venne informata che avrebbe potuto ereditare la liquidazione delle Poste. Sulle pagine del suo diario, tra le ultime righe, c’era una riflessione scritta a biro: «Illusione. Ho creduto fosse la mia libertà, ali per volar lontano... Ma da farfalla dai colori vivaci, son tornata bruco. A intrecciare le fila di quel bozzolo dal quale non voglio più uscire». Chissà cosa la tormentava, chissà perché è morta.

·        Il caso di Sara Bosco. 

Sara Bosco, stuprata e morta di droga a 16 anni: 7 anni al pusher violentatore. Giulio De Santis su Il Corriere della Sera il 4 ottobre 2022.

L’afgano Riza Faizi, 36 anni, lasciò morire la ragazza di overdose abbandonandola nuda fra i rifiuti in un padiglione in disuso del Forlanini dopo aver avuto un rapporto con lei in cambio di una dose 

Per aver lasciato morire di overdose Sara Bosco, 16 anni, abbandonandola nuda in un padiglione in disuso del Forlanini dopo aver consumato con la ragazza un rapporto intimo in cambio di droga, è stato condannato a sette anni di carcere il pusher Riza Faizi, 36 anni, afgano. Il Tribunale ha anche disposto l’invio degli atti in Procura perché indaghi la mamma di Sara, Katia Negri. La sua testimonianza non ha convinto né i giudici, né la pm Claudia Alberti, che ora cercherà di approfondire il ruolo della donna nella vicenda.

Il dubbio è che Negri abbia mentito perché anche lei la notte della tragedia, l’8 giugno 2016, ha avuto della droga dall’imputato. La ricostruzione di quanto accaduto sei anni fa è stata complicata dalla latitanza dell’imputato, fuggito poche ore dopo la scoperta del cadavere di Sara, trovata senza vestiti, stesa su una barella, circondata dai rifiuti. Questi i reati contestati a Faizi: morte come conseguenza di un altro reato (la cessione di un mix letale di stupefacenti) e induzione alla prostituzione minorile.

L’afghano è anche imputato per aver ceduto droga alla mamma – assistita dall’avvocato Giovanni Tripodi - dell’adolescente. Sara, la notte in cui incontra il pusher, è una ragazza che da mesi combatte per liberarsi dall’incubo dell’eroina. Nelle settimane precedenti è stata ospite di una comunità vicino a Frosinone, ma poi la giovane scappa dalla struttura lanciandosi dal terzo piano. Un miracolo la salva. Purtroppo la sopravvivenza è un’occasione che la 16enne non saprà cogliere. Lei, residente a Santa Severa, corre a Roma per drogarsi. Ma la sera della tragedia non è sola per le strade dello spaccio. Ad accompagnarla c’è la mamma.

Madre e figlia sono a piazza Vittorio quando incontrano Faizi, che non si fa scrupolo di vendere loro un mix micidiale: ketamina, morfina, codeina e aminoclonazepam. Il miscuglio manderà in overdose la 16enne, ma prima l’afghano, Sara e Katia fanno in tempo a recarsi nel padiglione del Forlanini: all’epoca una zona franca, dimenticata dalle istituzioni, meta di barboni e spacciatori. Faizi cede altra droga a Sara e ha con lei un rapporto intimo. Poi fugge lasciandola sola con la madre. Che scoprirà la morte della figlia al mattino. Un epilogo tragico che ricorda la storia di un’altra 16enne, Desirée Mariottini, lasciata morire in una struttura fatiscente da quattro uomini dopo un rapporto intimo avuto per una dose di stupefacente.

·        Il mistero di Silvia Cipriani.

Il caso della 77enne svanita nel nulla a luglio. Silvia Cipriani, il mistero dell’ex postina scomparsa a Rieti: indagato il nipote per omicidio. Elena Del Mastro su Il Riformista l'8 Ottobre 2022 

Una 77enne scomparsa nel nulla a luglio, la sua auto ritrovata in un bosco e il macabro ritrovamento di ossa che potrebbero essere le sue. È intorno a questi indizi che gli investigatori stanno cercando di capire cosa sia successo a Silvia Cipriani, l’anziana ex postina di Contigliano, provincia di Rieti, scomparsa tre mesi fa. Ora arriva una svolta. La Procura di Rieti, nell’ambito dell’inchiesta sulla scomparsa della 77enne ex postina Silvia Cipriani, secondo quanto apprende l’Ansa da fonti investigative, ha iscritto nel registro degli indagati, con l’ipotesi di reato di omicidio volontario ma non per occultamento di cadavere, Valerio Cipriani, nipote della donna scomparsa a luglio, i cui resti sono stati ritrovati nei giorni scorsi nei boschi di Montenero in Sabina.

“Quale che sia la causa della scomparsa della signora Cipriani, Valerio Cipriani non c’entra niente”. È quanto ha detto, nel corso della puntata di Quarto Grado, l’avvocato reatino Luca Conti, commentando la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati, per omicidio volontario, di Valerio Cipriani. “Al momento il mio cliente – ha detto ancora il legale – risulta come persona offesa oltre che come persona sottoposta a indagine. Lui è molto tranquillo e spera che innanzitutto si scopra se i resti ritrovati siano o meno quelli di sua zia“.

L’accelerazione sulle indagini è avvenuta il 28 settembre quando dopo 70 giorni di ricerche, un cercatore di funghi ha trovato la Fiat Palio abbandonata nel bosco a Montenero in Sabina dell’anziana. Nelle vicinanze c’erano i resti di ossa che secondo gli investigatori potrebbero appartenere proprio alla donna scomparsa. Secondo quanto riportato da Repubblica, il sostituto procuratore Lorenzo Francia ha disposto una consulenza medico-legale sulle ossa trovate nel bosco, affidando l’incarico al medico legale Luigi Cipolloni e a un anatomopatologo, che entro 90 giorni dovranno stabilire se quei resti sono resti umani e se appartengono a Silvia Cipriani. E così è scattata la notifica per il nipote da cui risulta sia parte lesa che indagato e che ha così scoperto di essere accusato di omicidio volontario.

Negli ultimi giorni sul caso risuonano anche le parole del parroco di Silvia Cipriani, Valerio Shango. Il sacerdote conosceva bene la 77enne e avrebbe notato strani atteggiamenti da parte dei suoi parrocchiani. A “La Vita in Diretta”, il programma di Rai1 condotto da Alberto Matano, ha detto: “Ultimamente alcuni dicono che era spaventata e impaurita. Non so perché”. Il sacerdote, che è anche direttore dell’Ufficio diocesano problemi sociali e lavoro, ha poi lanciato un appello: “Dopo questi 30 anni di permanenza in questo territorio so che la gente ha paura, c’è omertà, e ci sono ricatti. Qualcuno ha visto, ha sentito, questa donna è stata ammazzata, dobbiamo liberare le coscienze, invito i compaesani, gli amici e i parrocchiani a parlare, c’è gente che ha sempre visto Silvia, la gente sa, che la gente parli”.

Per concludere: “All’incidente non ci ho mai creduto, questo è un grande depistaggio. Questa donna è stata ammazzata da qualche parte dentro al nostro territorio, ci deve essere un basista che conosce questa cosa, qualcuno che ha orchestrato tutto, ma non una persona, devono essere almeno due”, specificando che a suo avviso il movente del delitto è economico. Abbastanza per spingere gli inquirenti a convocare don Shango in Procura per fargli una serie di domande.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

·        Il Caso di Francesco Virdis.

Francesco Virdis e l’odio per la famiglia: uccise madre e fratelli con il gas. Federico Ferrero su Il Corriere della Sera il 19 Settembre 2022.

La sera della strage era tornato a casa dopo qualche ora ma aveva sentito dei gemiti ed era uscito di nuovo per andare a giocare a flipper in un locale e crearsi un alibi 

A metà anni Cinquanta Francesco Virdis viveva, per così dire, a Torino, in un piccolo appartamento di via Piossasco. Il padre, Battista, era partito da Nuoro alla volta della costa est degli Stati Uniti e gli era andata bene. In tarda età, dopo i sessanta, tornato in patria aveva pensato di mettere su famiglia per non disperdere il gruzzolo che aveva accumulato e scelto di restare in casa, sposando una figlia di sua sorella, Maria, che aveva quasi quarant’anni meno di lui. Misero al mondo quattro figli.

Quando Battista Virdis morì in carcere, nei mesi dell’armistizio, non aveva lasciato questo mondo un santo. La sua fedina penale parlava di furto di bestiame, usura, altri reati contro il patrimonio. Era riuscito anche, di ritorno in Italia, a disperdere il denaro accumulato all’estero e la sua morte, avvenuta in galera, aveva messo definitivamente in crisi la famiglia. Il figlio Francesco pareva incline al suo stesso rifiuto delle regole: a quattordici anni era stata la stessa madre a denunciarlo e a farlo condannare per il furto di una bicicletta. Francesco già lavorava perché lo studio non era contemplato, in quella famiglia in cui poco o nulla girava per il verso giusto: rimasta vedova, la madre aveva provato a ricostruire un nucleo famigliare con un uomo di Alessandria ma la storia non aveva avuto seguito. Era una donna mite e di buona volontà, curva di fatiche e preoccupazioni. Francesco invece era un giovane ribelle, aggressivo, impulsivo, pieno di rabbia.

La sera del 12 novembre 1957 Francesco Virdis, appena maggiorenne, tornò a casa quando la madre, la sorella maggiore Giuseppina e il fratello maggiore Giovanni dormivano già. In casa mancava solo Angela, la sorella minore, malata di poliomielite e ricoverata al Cottolengo. Francesco aveva covato a lungo rancore nei confronti della mamma, perché non solo non lo aveva protetto nelle sue scorribande ma era stato proprio con il suo contributo decisivo, di genitore che sceglie dolorosamente di far riconoscere al figlio le sue responsabilità, che i carabinieri lo avevano accompagnato al Ferrante Aporti dopo l’ultimo reato, una rapina per cui aveva scontato tre anni. Indossato un paio di guanti, staccò il tubo del gas in cucina. Poi abbandonò l’appartamento e si mise a bighellonare, per tutta la notte, nei bar della città.

All’alba del giorno successivo, Virdis si fece vedere al pronto soccorso dell’ospedale Martini. In preda al panico, o così almeno pareva, chiese di mandare un’ambulanza al civico 24 della sua strada di residenza, senza offrire altre spiegazioni. A casa, però, non servivano medici: erano tutti morti e solo per miracolo la palazzina non era saltata per aria. Le indagini, affidate alla polizia, durarono ben poco: l’unico superstite in grado di commettere una strage, in famiglia, era lui. Confessò. Disse che odiava tutti, soprattutto la madre che considerava ormai una sua nemica, i fratelli «che mi lasciano sempre da solo». Al processo, emersero dettagli desolanti: la madre si arrabattava tra mille mestieri, pulizie e pettinatrice, pur di garantire ai figli un’esistenza decente e, ciononostante, conservava un sorriso per tutti.

Francesco, fin da piccolo, si era palesato come violento e restio a ogni impegno. Più volte aveva picchiato la madre perché non gli poteva dare il denaro che lui pretendeva. La sera della strage era tornato, dopo qualche ora, in casa ma aveva udito dei gemiti. Spalancata la porta della camera da letto perché il gas potesse diffondersi meglio, era poi tornato a giocare a flipper in un locale per crearsi un alibi. Rincasato una seconda volta, aveva appoggiato la mano del fratello, ormai morto, sul tubo del gas nella speranza che le impronte potessero indirizzare le indagini verso la tesi del suicidio di famiglia.

Primo grado e appello decisero per l’ergastolo ma la Cassazione annullò la sentenza perché, a suo giudizio, non si erano valutati a sufficienza gli elementi di una eventuale infermità mentale. Da ricercarsi anche nello sconvolgimento per gli orrori della guerra, si disse. Due periti di fama stabilirono che Francesco fosse sì uno psicopatico ma un cosiddetto «folle morale», un ragazzo antisociale, crudele, distaccato dalla famiglia e dal genere umano con tratti edonistici ed egoistici. Ma che quel disturbo non potesse in alcun modo appannare la sua capacità di discernere il bene dal male. Anche nel processo di appello bis si scontrarono due ricostruzioni inconciliabili dei fatti: per la difesa, Virdis altri non era che una vittima della sua famiglia e di un contesto sociale orribile. Per il presidente che lo interrogò — ai tempi vigeva il vecchio codice penale, nel quale la figura del giudice del dibattimento era schierata e meno terza rispetto a oggi — il ragazzo, cui si rivolse direttamente, era «un pezzo di carne con ossa e senza anima né sentimento. Senza dolore o rimorso. Mai visto un individuo come lei».

Gli venne fatto presente che, pochi giorni prima di realizzare quella carneficina sicuramente premeditata, la madre era riuscita a esaudire il suo desiderio più grande, un motorino nuovo di zecca. Oggi la psicopatia, anche in ambito processuale penale, riceve un trattamento differente e non è sufficiente un comportamento «lucido», come si suol dire, per cancellare la possibilità di ritenere un individuo non del tutto capace. Invece l’imputato riguadagnò l’ergastolo e la pena divenne definitiva nel 1966. Francesco Virdis si rassegnò alla detenzione. Prese il diploma da geometra e si iscrisse all’università, lavorò per mandare alla sorella Angela qualche contributo. A una ventina di anni dalla condanna definitiva, giunse notizia della sua imminente laurea in sociologia. Dal carcere trapelò che la sua intenzione era quella di «comprendere le cause del comportamento umano». Forse, anche del suo.

·        La vicenda di Massimo Alessio Melluso.

La vicenda del 32enne scomparso a Ventimiglia di Sicilia. Morte Massimo Alessio Melluso, giallo autopsia e carte sparite al cimitero di Poggioreale: “Ora abbiamo paura”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 30 Settembre 2022 

Carte sparite e da mesi, dopo il via libera della Procura di Termini Imerese (Palermo), i familiari di Massimo “Alessio” Melluso aspettano che venga riesumato il corpo e venga svolto l’esame autoptico per far luce sulla morte del 32enne napoletano avvenuta il 26 giugno 2021 in un casolare a Ventimiglia di Sicilia di proprietà della famiglia del fidanzato. E’ una vicenda raccapricciante quella che denunciano la madre Maria Vincenzino e la figlia Annamaria, assistiti dal legale Felice Bianco.

Una vicenda che inizia con la morte di Massimo, archiviata inizialmente come suicidio, e prosegue con tentativi di perizie da parte dei familiari andati a vuoto, continue istanze presentate alla procura siciliana e alla pm Concetta Federico, e il via libera ad aprile 2022 all’esame autoptico sul corpo del giovane che si trova nel cimitero di Poggioreale. “Da aprile ad oggi sono passati cinque mesi e non è stato ancora nominato il medico legale e le carte inviate agli uffici del cimitero di Poggioreale per il via libera alla riesumazione sono sparite” commenta l’avvocato Bianco.

Una situazione inquietante che logora giorno dopo giorno mamma Maria e gli altri tre figli (Annamaria, Roberta e Andrea) che da oltre un anno chiedono accertamenti sulla misteriosa morte del loro “Alessio”, così come si faceva chiamare Massimo “perché gli piaceva di più questo secondo nome”.

“Possibile che non abbia riportato alcuna ferita, escoriazione, pur cadendo da un’altezza di sei metri dopo che il compagno ha tagliato la fune con il quale si sarebbe impiccato Massimo?” chiedono i suoi cari. La stessa madre aggiunge che il giorno dopo il decesso “ho trovato mio figlio direttamente in una bara. Era vestito con lo smoking e a stento me lo facevano toccare. Io volevo federe se aveva delle ferite ma sia alle gambe che al volto non c’erano graffi”.

“Mio figlio se ne è andato di casa a 19 anni. Ha sempre vissuto a Roma, anche quando ha conosciuto Roberto, l’amore della sua vita. Sono stati insieme più di sette anni  – racconta Maria – e gli ultimi 13 mesi li hanno trascorsi in Sicilia, dove abitava la sua famiglia. Massimo amava la vita, era felice, aveva un allevamento di conigli ariete nano (“Gli amici di Matilde”) che andava a gonfie vele, e collezionava e restaurava Barbie che vendeva tramite il suo sito online Barbie new life: una persona così può arrivare a uccidersi? Io voglio solo sapere come è morto mio figlio, me lo devono. Abbiamo chiesto per mesi l’autopsia – ricorda – poi quando la pm l’ha disposta, con tanto di nomina di medico legale, ci siamo illusi soltanto. Successivamente abbiamo scoperto che il medico non era stato nominato e addirittura dagli uffici del cimitero di Poggioreale era sparita la notifica dei carabinieri. A questo punto temo che possano prendere anche il corpo di mio figlio” sottolinea la donna disperata.

“In questo continuo scaricabarile ci sta rimettendo mio fratello che è chiuso in una bara da 15 mesi e si sta consumando” racconta la sorella Annamaria. L’avvocato Bianco aggiunge: “Più il tempo passa, più diminuiscono le possibilità di trovare eventuali tracce di reato sul corpo di Melluso”.

Infine l’appello di mamma Maria: “Mi rivolgo alla Procura di Termini Imerese e alla dottoressa Concetta Federico: noi vogliamo la verità, io non credo a tutto quello che è stato raccontato sulla morte di mio figlio. Dateci l’autopsia quanto prima perché più il tempo passa e più penso che ci sia qualcosa o qualcuno dietro a tutta questa brutta storia”.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

·        La vicenda di Anna Maria Burrini. 

Strangolata in casa con un laccio da scarpe, due fermi per l’omicidio di Anna Maria: “Sono zio e nipote”. Vito Califano su Il Riformista il 30 Settembre 2022

Anna Maria Burrini era stata strangolata, con una corda, e ritrovata senza vita nel pomeriggio di martedì scorso, 27 settembre, nella casa dove viveva a Siena. Per l’omicidio della donna, 81 anni, la polizia ha fermato due persone mentre un’altra è denunciata a piede libero. Le generalità degli indagati sono state fornite in una conferenza stampa.

Burrini era titolare di una storica bottega nel centro cittadino poi dismessa. Affittava locali in zona e non viveva da sola in quanto era solita affittare anche una stanza nell’abitazione dove viveva a persone diverse, studenti o lavoratori. Aveva una sorella, che però non vive a Siena. È stata ritrovata senza vita nell’appartamento di via Sasseta martedì scorso. A dare l’allarme erano stati i vicini dopo aver sentito un forte rumore provenire dalla casa dell’anziana.

Quando le forze dell’ordine sono arrivate sul posto il cadavere della donna era riverso sul letto, l’appartamento a soqquadro nonostante non ci fossero segni di effrazione. Secondo le prime analisi la donna è stata strangolata con una corda stretta al collo. Le indagini sono partite immediatamente e hanno stretto il cerchio fino al fermo di un uomo e una donna.

I due fermati dalla squadra mobile di Siena, come reso noto nel punto stampa di oggi, sono un ex inquilino della vittima e la nipote dello stesso uomo, di nazionalità ucraina. Hanno 39 e 25 anni. Stando alla ricostruzione della polizia a consumare materialmente l’omicidio sarebbe stato l’uomo. Non riuscendo ad addormentare la vittima con una sostanza versata in un succo di frutta “avrebbe stretto un laccio da scarpa intorno al collo” di Burrini.

Sembra essere confermato il movente economico dietro il delitto. La donna aveva segnalato negli ultimi tempi diversi furti. Dalla casa della vittima era infatti sparita un’ingente somma di denaro, frutto degli affitti che l’81enne incassava in contanti. E secondo alcuni testimoni il 39enne sarebbe stato ritrovato in possesso di alcuni gioielli che appartenevano alla vittima

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro. 

Anziana uccisa: rapina finita male. Arrestati tre conoscenti della donna. Stefano Vladovich l'1 Ottobre 2022 su Il Giornale.

In manette l'ex inquilino ucraino, sua nipote e un amico

Una rapina finita nel peggiore dei modi. Anna Maria Burrini, 81 anni, è stata prima narcotizzata poi strangolata e uccisa con un laccio di scarpe. Dopo 5 giorni gli assassini, un uomo ucraino di 39 anni e sua nipote di 25 anni, sono stati fermati con l'accusa di omicidio colposo e rapina aggravata mentre un 23enne senese è stato denunciato per concorso in omicidio e rapina. L'uomo, già condannato in Patria per omicidio, da anni in Italia, è stato fermato vicino al luogo del delitto con addosso il denaro, 1500 euro, e alcuni gioielli sottratti alla vittima. Ex inquilino dell'anziana, che affittava camere della sua abitazione di largo Sassetta 2, a Siena, l'ucraino aveva studiato il piano per svaligiare la donna nei minimi particolari. Si era fatto spedire, tanto per cominciare, un narcotico dall'Ucraina. Poi, con la scusa di concludere un affare, l'acquisto di un fondo commerciale della Burrini, si era presentato in casa assieme alla nipote.

La conosceva bene la signora Burrini, era stato suo inquilino fino a fine febbraio ma aveva mantenuto con lei ottimi rapporti procurandole diversi clienti, tanto da ottenere la sua fiducia. Qualcosa, però, non va come previsto. I due stranieri provano ad addormentare l'anziana. Il sonnifero, versato in un succo di frutta, non fa l'effetto sperato. È l'ora di pranzo del 26 settembre, oltre ai tre nell'appartamento non c'è nessuno. La proprietaria non ne vuole sapere di addormentarsi, c'è il rischio che rincasi un altro affittuario, bisogna fare presto. Il 39enne cerca di soffocarla, lei si dimena e allora l'assassino afferra il laccio e glielo stringe attorno al collo fino a ucciderla. Il giorno dopo, quando il coinquilino torna, la porta della sua stanza non si apre. Chiama i parenti dell'ottantenne, che vivono lontano. Temendo un malore, gli ordinano di sfondare la porta. Sono le 19,50 di martedì: a trovare il corpo i vigili del fuoco, stesa sul letto supina e con evidenti segni sotto il mento e sul collo.

La camera messa letteralmente a soqquadro, soldi e preziosi spariti. Per il medico legale, arrivato sul posto con il magistrato e gli esperti della polizia scientifica, non ci sono dubbi: morte violenta per strangolamento avvenuta almeno 24 ore prima. La squadra mobile mette sotto controllo i telefoni di alcune persone, tra queste l'ucraino. Secondo dei testimoni la vittima era convinta che una sua inquilina le avesse fatto sparire del denaro, motivo per cui l'avrebbe mandata via. Le indagini si concentrano, però, sull'ucraino. Le celle telefoniche lo collocano all'ora dell'omicidio proprio a largo Sassetta. Non solo. I giorni successivi al ritrovamento del cadavere l'uomo torna più volte sul luogo del delitto, forse per cancellare tracce lasciate nella fretta. La nipote, dopo ore di interrogatorio, confessa: «Siamo stati noi a rubare, ma a uccidere la vecchia è stato solo mio zio».

·        La vicenda di Raffaella Maietta.  

Investita e uccisa dal treno, indagato il marito della prof ‘suicida’: “Raffaella maltrattata sistematicamente”. Fabio Calcagni su Il Riformista il 30 Settembre 2022 

C’è una svolta inaspettata nelle indagini sulla morte di Raffaella Maietta, insegnante 55enne investita e uccisa il 5 maggio scorso da un treno alla stazione di Marcianise, in provincia di Caserta, quando all’alba stava per prendere il treno che l’avrebbe portata a lavoro.

Il marito della donna, Luigi Di Fuccia, operaio edile di 65 anni, è stato iscritto dalla Procura di Santa Maria Capua Vedere nel registro degli indagati con l’accusa di maltrattamenti commessi proprio ai danni della moglie. A scriverlo è l’Ansa.

Un passo, quello della Procura e dell’inchiesta guidata dal sostituto procuratore Gerardina Cozzolino, che potrebbe anche portare a nuovi sviluppi nell’indagine sulla morte della docente. 

Sin dal primo momento infatti l’inchiesta aveva puntato fortemente sull’ipotesi del suicidio, tanto che lo stesso pm aveva subito liberato la salma per i funerali, ritenendo non necessario disporre l’autopsia. Contro tale ricostruzione dei fatti si erano scagliati i figlia di Raffaella Maietta, Tommaso e Katia di 30 e 28 anni, entrambi insegnanti nel nord Italia, l’uno a Lodi e la seconda a Firenze. Assieme al padre Luigi, ora indagato per maltrattamenti, avevano dunque presentato un esposto alla Procura come parte offese chiedendo di far piena luce sulla morte della Maietta.

Eppure l’ipotesi suicidio era rimasta quella prevalente, anche alla luce delle immagini estrapolate dalle telecamere di videosorveglianza della stazione e dalle testimonianze delle persone presenti al momento del fatto.

Ora, con l’iscrizione nel registro degli indagati del marito per maltrattamenti, non è esclusa una nuova svolta nell’inchiesta: al momento però, va chiarito, l’avviso di garanzia notificato a Di Fuccia non è collegato alla morte della moglie. 

Per la Procura l’operaio di Marcianise avrebbe maltrattato sistematicamente la moglie, aggredendola fisicamente e controllandone i movimenti, mostrando gelosia e possessività.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

Piero Rossano per il "Corriere della Sera" il 2 ottobre 2022.

La vita di Raffaella Maietta era diventata un inferno. Da quando i figli Tommaso e Katia si erano trasferiti altrove, lontano da casa, per lavoro, la convivenza con suo marito era diventata sempre più difficile. Vessazioni e, scrivono oggi i magistrati, «reiterate aggressioni fisiche e psichiche tali da determinare nella persona offesa uno stato di soggezione». 

Raffaella, 55 anni, insegnante, avrebbe quindi deciso di farla finita perché indotta dall'atteggiamento violento dell'uomo. È questo il quadro indiziario che emerge a carico di Luigi Di Fuccia, di dieci anni più grande di lei, iscritto sul registro degli indagati della Procura di Santa Maria Capua Vetere per il reato di maltrattamenti in famiglia. La svolta nell'inchiesta a circa cinque mesi dal suicidio di lei.

Teatro della vicenda è Marcianise, popoloso centro alle porte di Caserta. Raffaella Maietta, la mattina del 5 maggio scorso esce di casa per andare a scuola. Come ogni giorno è diretta alla stazione ferroviaria per salire sul treno delle 7 che la condurrà a Napoli, dove insegna in un istituto a due passi da piazza Garibaldi. Su quel treno la maestra, però, non salirà mai 

Le telecamere di videosorveglianza della stazione, le cui immagini saranno acquisite dalla polizia, filmano invece gli attimi in cui la donna si lancia sotto un altro convoglio in transito. Impietriti, i viaggiatori presenti sulle banchine non riescono a fermarla. Pochi istanti prima, Raffaella aveva chiuso una telefonata con il figlio Tommaso. Proprio il cellulare della donna, con la lettura delle chat conservate, assieme ad una serie di accertamenti condotti nei giorni e nelle settimane a seguire, serviranno a chiarire i contorni di una storia amara finita nel peggiore dei modi.

I figli di Raffaella, ascoltati in Procura, chiedono di accendere ulteriore luce sull'episodio subito dopo i fatti: «Questo non è solo un caso di suicidio», sostengono. Il marito, sentito in disparte, tende ad allontanare ogni sospetto dalle sue condotte e insiste: «Indagate anche in altre direzioni». Il fascicolo è nelle mani della pm Gerardina Cozzolino. 

A Santa Maria Capua Vetere non esiste un vero e proprio pool per i reati contro le donne ma molte inchieste sui reati di genere finiscono sulla sua scrivania. Il sospetto che dietro la scelta di Raffaella possa esserci una storia di sopraffazioni e violenze subite è subito forte se è vero che già a metà maggio comincia ad emergere che tra le mura di quella casa dissapori e liti erano all'ordine del giorno. Il magistrato ascolta anche le sorelle della donna, con le quali si confidava quotidianamente, che confermano lo stato di soggezione in cui era caduta e le aggressioni che subiva. La polizia giudiziaria raccoglie altri elementi e testimonianze. Ora i contorni della vicenda sono più delineati.

Due giorni fa, l'avviso di garanzia nei confronti di Luigi Di Fuccia, un manovale tratteggiato nell'atto notificatogli come una persona violenta: «Percuoteva la moglie mettendole anche le mani al collo». L'uomo era geloso di tutto. «Possessivo», scrive il magistrato, «sentimento che manifestava anche nei confronti del di lei lavoro (frequentemente le diceva: "tu e questo posto schifoso che hai preso se no io ti avrei schiacciata sotto i miei piedi")».

Le impediva addirittura di iscriversi in palestra. L'accusava di spendere troppi soldi per sé e «di levarli ai figli». Forti discussioni erano nate intorno alle parcelle saldate dalla moglie a dentisti per protesi costate 8.000 euro. Quindi, l'uomo - è scritto ancora nell'atto - «si disinteressava della di lei persona e salute», e viene riportato che non si era mai recato a farle visita in una clinica privata convenzionata quand'era ricoverata a seguito di un'ablazione elettrica. Tutti fatti e circostanze ricostruiti nel corso dei mesi

·        Il Caso di Maurizio Minghella.

Il killer rimesso in libertà che tornò a uccidere le donne. Maurizio Minghella confessò 5 omicidi commessi nel 1978: dopo un periodo in carcere andò in semilibertà e uccise altre donne. Angela Leucci il 27 Settembre 2022 su Il Giornale.

Maurizio Minghella colpevole per il tribunale, innocente per altri. La sua è la storia di un serial killer tornato a uccidere: lo dice la giustizia italiana che gli ha comminato l’ergastolo. Nella storia della cronaca nera italiana in fondo ci sono storie insolite. E alcune di esse spingono il cittadino a porsi delle domande relative alle logiche della giustizia. Una è quella fondamentale: tutti possono essere riabilitati, anche i killer?

Si sono verificati casi in cui gli assassini, dopo l’episodio criminoso, non hanno colpito più. Erika De Nardo, Anna Maria Botticelli, Franco Percoco detto il Mostro di Bari sono tre esempi di persone che hanno compiuto un delitto, anche plurimo o particolarmente efferato, ma che da persone libere non hanno più commesso crimini. Lo stesso non si può dire invece di Angelo Izzo, tornato a colpire in stato di semilibertà - era in carcere per il massacro del Circeo - uccidendo una donna e sua figlia.

“La riabilitazione non è sempre possibile - spiega la criminologa Ludovica Mancini che ha profilato Minghella - ma a mio avviso è difficilissimo capire nell’immediato quando lo è. Concedere la semilibertà a Minghella credo sia stato all’epoca una necessità: il Tribunale di Sorveglianza si pronuncia infatti su basi oggettive e Minghella era un detenuto modello, per cui diede una prognosi favorevole sulla di lui risocializzazione. Col senno di poi la situazione fu diversa infatti la desistenza del Minghella in carcere era forzata in quanto si trovava in un istituto carcerario maschile, in cui l’istinto alla libidine non era presente, essendo lui eterosessuale. Era come se in carcere si fosse assopita la sua follia omicidiaria”.

Un serial killer con una storia pregressa

Spesso i primi segnali di pericolo relativi ai serial killer vengono rinvenuti nell’infanzia e nella giovinezza. Nel tempo sono state formulate diverse teorie, più o meno attendibili, ma comunque di sovente gli assassini hanno storie pregresse che giocano un ruolo significativo nella loro formazione.

Minghella rientra in questa casistica. Classe 1958, originario di Genova, a 6 anni la madre divorzia e intreccia una relazione con un compagno violento, che picchia sia lei sia i suoi 5 figli: il giovane Minghella disse di aver sognato spesso di strangolarlo. Perde un fratello in giovane età per un incidente stradale.

Per il resto gli insuccessi scolastici sono notevoli, picchia i compagni di scuola, mentre al servizio di leva viene riformato per un presunto disturbo psichico. “Dopo aver frequentato la prima elementare in una scuola pubblica ed essere stato bocciato, frequentò la prima classe in un istituto speciale per bambini con problemi d’apprendimento - racconta la dottoressa Mancini - Ciononostante non riuscì a superare la prima elementare. Potremmo definirlo un semicolto. Lui scrisse diverse lettere in carcere, sgrammaticate, in stampatello, in cui non utilizzava minimamente le doppie”.

Dopo gli studi fa lavoretti saltuari, frequenta la discoteca - per cui si merita il soprannome di “Travoltino della val Polcevera” - e ruba alcune utilitarie. È questo il suo retroterra prima dell’esplosione della violenza.

I primi omicidi 

L’esplosione arriva nel 1978, quando Minghella viene accusato dell’omicidio di 4 donne e una ragazzina. Si tratta della prostituta Anna Pagano (20 anni), Giuseppina Jerardi (24 anni), Tina Alba (14 anni), la commessa Maria Strambelli (21 anni) e Wanda Scerra (19 anni). Tutti hanno le mestruazioni al momento della morte.

Per alcuni depistaggi sembrerebbe impegnarsi più che per altri, sebbene con esiti grotteschi. Per Alba, per esempio, simula un suicidio, ma le violenze sul suo corpo dicono subito agli inquirenti che si è trattato di omicidio. Sul corpo di Pagano scrive invece “Brigate Rose”, cercando di attribuire una matrice terroristica, come riporta il Corriere della Sera.

"Minghella aveva una parafilia, ovvero la menofilia - dice Mancini - che consiste in una forte eccitazione nei confronti delle donne durante il periodo mestruale e per Minghella era una vera ossessione. La parafilia non necessariamente è legata a un comportamento criminoso, però può assurgere in alcuni soggetti a disturbo parafiliaco, in altre parole diventa una vera e propria dipendenza e questo può determinare tratti patologici e disturbi della personalità”.

Minghella viene arrestato per la prima volta nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 1978. Confessa gli omicidi, la sua ossessione per il sangue mestruale, viene sottoposto a perizia calligrafica e vengono trovati degli oggetti a lui appartenuti sulle scene del crimine: un paio di occhiali per Alba, una penna per sodomizzare la vittima per Pagano.

“Se prendiamo come riferimento le categorie elaborate dall’Fbi - chiarisce la criminologa - Minghella rientra tra i serial killer disorganizzati a sfondo sessuale. Un serial killer disorganizzato commette reati non premeditati, non pianificati e le vittime sono per lo più sconosciute. Non c’è interazione tra carnefice e vittima, e quest’ultima viene completamente depersonalizzata. Il corpo spesso viene lasciato dov’è commesso il delitto, non c’è ordine sulla scena del crimine e spesso vengono lasciate tracce biologiche. I crimini di Minghella furono a sfondo sessuale perché la sua follia omicidiaria avveniva successivamente ad atti sessuali che compiva sulle vittime”.

Nel 1981 Minghella viene condannato all’ergastolo, ma una volta in carcere inizia ad affermare di essere innocente. Nel 1995 gli viene concessa la semilibertà: fa il falegname e fa il suo ingresso in una cooperativa del Gruppo Abele di don Gallo.

Gli omicidi successivi 

Ma anche in semilibertà Minghella non è riabilitato, torna a uccidere. Nel 1997 viene accusato per gli omicidi di alcune prostitute, Loredana Maccario (53 anni) e Fatima H’Didou (27 anni). E poi nel 1998 Floreta Islami (29 anni), nel 1999 Gina Guido (67 anni) e infine nel 2001 Tina Motoc (20 anni).

Ma in alcune delle scene del crimine a lui ascritte avrebbe commesso numerose “sviste”, lasciando impronte, sperma e più in generale tracce di Dna. Per gli inquirenti è facilissimo risalire a lui, che viene arrestato il 7 marzo 2001. A casa sua vengono rinvenute diverse prove ritenute schiaccianti, tra cui il cellulare di Motoc: l’assassino l’aveva regalato alla compagna per San Valentino.

“Uccideva le donne come categoria perché serial killer a sfondo sessuale e la categoria che andava a ricercare era femminile perché Minghella è appunto eterosessuale - precisa Mancini - Ci si può chiedere perché proprio le prostitute ma bisogna precisare che per quanto riguarda gli omicidi commessi nel 1978, tra le donne da lui uccise solo una era una prostituta mentre le altre erano persone che conosceva per il suo tessuto sociale o che incontrava nelle discoteche".

Poi tutto cambia. "Nella seconda fase, invece, uccise solo prostitute ma parliamo degli omicidi commessi in stato di semilibertà. In questi omicidi, a mio avviso, la scelta delle prostitute fu pensata, infatti, non solo avrebbe implicato una maggiore difficoltà per gli inquirenti di individuarlo ma aveva, inoltre, poco tempo a disposizione, per cui riusciva a commettere gli omicidi allontanandosi dalla cooperativa, dicendo di stare poco bene e facendo leva sulla fiducia dei colleghi e cercando donne che erano disponibili nell'immediato ad avere rapporti sessuali con lui tramite pagamento”.

Tuttavia non viene condannato per tutti questi omicidi, ma solo per alcuni. In un caso il procuratore riesce a incriminarlo risalendo ai disegni della carta assorbente intrisa delle sue tracce biologiche. “Non venne condannato per tutti i presunti crimini, ma solo per quelli per cui c’erano delle prove”, conclude la criminologa.

"La sadica violenza del branco": la vera storia della "Scuola Cattolica"

L’ultima condanna

Una volta in carcere alle Vallette prima e a Biella poi, Minghella tenta la fuga: la prima volta dalla lavanderia dell’istituto penitenziario e poi simulando un infarto. In quest’ultimo caso l’evasione riesce, ma l’uomo viene catturato dalle forze dell’ordine la sera stessa, come racconta Repubblica. Viene condannato all’ergastolo, nonostante le numerose testimonianze del mondo del volontariato in sua difesa, e oggi e in carcere a Pavia in regime di 41 bis.

C’è chi ritiene o ha ritenuto sempre che Minghella sia del tutto innocente. Don Andrea Gallo ha affermato, come riportato dal Corriere: “La verità l’ho letta negli occhi di Maurizio: lui non ha ucciso. Lo so, perché abbiamo pregato insieme”.

·        Il caso di Fatmir Ara.

Omicidio di Fatmir Ara, «ucciso con tre fucilate alla testa». Massimo Massenzio su Il Corriere della Sera il 6 Settembre 2022.

I risultati dell’autopsia eseguita sul corpo dell’imprenditore di origine albanese ritrovato in un campo di San Carlo Canavese

Fatmir Ara è stato ucciso con tre fucilate all’altezza della testa; l’arma probabilmente era caricata a pallettoni.

I primi risultati dell’autopsia eseguita oggi pomeriggio dal medico legale Roberto Testi sembrano far risalire la morte dell’impresario edile di Mathi, 43 anni, a venerdì, quando «Miri» è stato visto per l’ultima volta dai suoi familiari mentre usciva di casa per andare al lavoro.

I segni sul corpo, ritrovato in un campo a San Carlo Canavese, farebbero ipotizzare che Ara possa essere stato picchiato, ma gli accertamenti clinici porterebbero invece a escludere che l’imprenditore di origini albanese sia stato anche torturato.

Fatmir Ara aveva avuto diversi problemi con la giustizia ed era considerato il riferente di un ampio traffico di droga che partiva da Torino e aveva le sue ramificazioni in tutto il Canavese. Stava scontando una condanna in regime di arresti domiciliari e fra le principali ipotesi di carabinieri della compagnia di Venaria c’è quella di un regolamento di conti. Gli investigatori, però, non tralasciano nessuna ipotesi alternativa e anche nella giornata di oggi, martedì 6 settembre, sono state ascoltate diverse persone per scandagliare anche la sua vita privata.

Omicidio di Fatmir Ara, un operaio 30enne incensurato confessa: «L’ho ucciso io». Massimo Massenzio su Il Corriere della Sera il 7 Settembre 2022.

Dopo 17 ore di interrogatorio l’uomo ha ammesso di fronte al pm Elena Parato di essere l’autore dell’omicidio dell’impresario edile ritrovato morto in un campo di San Carlo Canavese. 

Ha resistito a un interrogatorio fiume, ha respinto tutte le accuse per un giorno e una notte, ma dopo altre 17 ore di domande e contestazioni è crollato: «Sono stato io». Davide Giuseppe Osella Ghena, trentenne incensurato, operaio specializzato di Nole, ha ammesso il suo coinvolgimento nell’omicidio di Fatmir Ara , l’imprenditore edile di Mathi, ucciso venerdì scorso con tre fucilate al tronco e alla testa. Il corpo senza di vita del 43enne di origini albanesi è stato ritrovato sabato, in un boschetto nelle campagne di San Carlo Canavese. Da quel momento i carabinieri della compagnia di Venaria hanno scandagliato centinaia di ore di filmati ripresi dalle telecamere di videosorveglianza della zona. Impianti pubblici e privati, partendo dalla strada che porta a Ronchi-Ceretti. In questo modo sono riusciti a risalire all’auto di Osella Ghena e lo hanno convocato in caserma lunedì.

Dopo 12 ore il trentenne non aveva ancora fatto ammissioni, ma era caduto più volte in contraddizione. A quel punto è stato portato in Procura, a Ivrea e interrogato dalla pm Elena Parato. Per tutta la notte e il giorno successivo. Alla fine ha confessato ed è stato sottoposto a fermo di indiziato di delitto in attesa della convalida di questa mattina. Resta da accertare il movente dell’omicidio. Il trentenne canavesano ha modificato più volte la sua versione parlando di generiche motivazioni personali, poi di un debito, di droga e infine di un litigio scaturito da una questione di lavoro.

Non è ancora chiaro se abbia agito da solo o se ci siano altre persone coinvolte e in quali ruoli. All’esito dell’udienza di convalida si potrà forse capire qualcosa di più, ma sull’indagine gli inquirenti mantengono il più stretto riserbo. Probabilmente anche per il profilo della vittima, che stava scontando ai domiciliari una condanna per droga e ha numerosi altri precedenti penali: «Il signor Ara aveva riportato una condanna in primo grado, è vero, ma cosa ci sia dietro a questo delitto lo dobbiamo ancora capire – afferma l’avvocato Celere Spaziante, che assiste i familiari di «Miri» -. Aveva due figli molto piccoli e altri due avuti dalla prima moglie. Per la famiglia è una grande tragedia. Abbiamo apprezzato in questi giorni il lavoro dei carabinieri e siamo certi che verrà fatta piena luce su quello che è successo. Conoscendo bene Fatmir Ara, mi riesce molto difficile credere che sia andato volontariamente in quel boschetto e bisogna capire se ci sono altre persone coinvolte. Cosa che cambierebbe molto il quadro della vicenda. Attendiamo fiduciosi».

Per il momento Davide Osella Ghena ha consegnato ai carabinieri il fucile a pallettoni, regolarmente detenuto, con il quale è stato ucciso l’imprenditore di Mathi e i guanti utilizzati per commettere il delitto. Inoltre ha fornito tutte le indicazioni per il recupero del telefono cellulare della vittima, che era stato gettato a molta distanza dal luogo dell’omicidio. Eventuali sviluppi potrebbero esserci nelle prossime ore.

·        Il mistero di Katty Skerl.

Giuseppe Scarpa per “la Repubblica - Edizione Roma” il 4 agosto 2022.

«Uccidetela» . La scritta era stata vergata in terra, nel marciapiede con una freccia che indicava l'ingresso del palazzo in cui viveva Katty Skerl, in via Isidoro del Lungo quartiere Talenti, periferia a nord - est di Roma. È il settembre del 1983, 5 mesi dopo la 17enne verrà ammazzata. Soffocata con il fil di ferro, il cadavere abbandonato in una vigna a Grottaferrata. Nessun abuso, nessun segno di violenza. Ucciderla per ucciderla. Ma per quale motivo? L'assassino o gli assassini non verranno mai consegnati alla giustizia. 

Quella frase, però, aveva spaventato, e non poco, la ragazza. Skerl riteneva che quella minaccia fosse rivolta a lei. Lo aveva confidato a più amici. La stessa vittima era convinta che a scriverla fosse stato un gruppo di neofascisti presente nel quartiere. Il loro nome era "Il Panico". La 17enne era una giovane militante del Pci, spesso la si vedeva nella sezione Fgci di Ponte Milvio. La testimonianza di un'amica era stata presa dagli investigatori all'epoca.

Le forze dell'ordine l'avevano ascoltata, avevano messo a verbale il racconto della compagna di classe. Tuttavia non avevano approfondito più di tanto. Così emerge dagli atti. La polizia, infatti, aveva scelto di seguire la pista del serial killer Maurizio Giugliano, «il lupo dell'agro romano». 

L'uomo si era autoaccusato. Ma si era rivelata una pista sbagliata. Un vicolo cieco in cui si infilò la procura senza più uscirne. L'epilogo fu la richiesta di archiviazione senza che venisse indagata a fondo l'ipotesi neofascista. Anche perché a Ponte Milvio, Skerl, nel giugno del 1983 aveva subito un'aggressione, sempre dai " neri". Le avevano graffiato l'avambraccio con un coltello. Non si sarebbe però trattato di un militante del gruppo " Il Panico". 

Gli anni, comunque, sono quelli degli scontri tra i comunisti e fascisti. Omicidi, gambizzazioni, risse e sparatorie. Nonostante gli anni Settanta siano finiti con il loro carico ideologico e di violenza, i primi Ottanta rappresentano la coda di quel periodo.

Adesso il caso Skerl, dal 13 luglio scorso, dopo la notizia pubblicata da Repubblica, è riemerso con tutti i suoi enigmi. I suoi misteri. La sua bara è stata trafugata dal cimitero del Verano, proprio come aveva indicato il fotografo Marco Accetti.

Un personaggio oscuro che, sempre nei primi anni Ottanta, era stato condannato a Roma per l'omicidio ( colposo) di un 12enne, Josè Garramon figlio di un diplomatico uruguaiano. Inizialmente l'accusa era di sequestro di persona e omicidio volontario. Accetti, il 20 dicembre 1983, lo aveva investito con il suo furgone. Il ragazzino era scomparso di casa ed era stato trovato sul ciglio di una strada, in fin di vita, a venti chilometri da dove abitava. L'inchiesta non chiarì mai come la vittima fosse arrivata da sola nella pineta di Ostia tra Castel Fusano e Castel Porziano. 

Ad ogni modo il fotografo nel marzo del 2013, in un racconto confuso, in cui sostiene di essere il rapitore di Emanuela Orlandi, riferisce agli inquirenti che la cassa della Skerl era stata rubata nel 2005.

Poi associa l'omicidio della 17enne al rapimento dell'Orlandi. Non fornisce prove ma suggestioni. La sola cosa vera che dice Accetti, che negli anni Settanta non disdegnava di partecipare alle manifestazioni del Msi, è relativo al furto della bara. Di fatto non c'è più. Adesso la cugina di Katty, Laura Mattei che caparbiamente, e con l'aiuto dell'avvocato Paola Chiovelli, ha fatto riaprire l'indagine chiede che, 40 anni dopo, venga fatta luce sul caso. Dov' è finita la bara di Katty? Come fa Accetti a sapere del trafugamento? Chi ha ucciso la cugina e per quale motivo? 

·        Il caso Vittone.

Vittone, l’arsenico e i morti nella cascina dei veleni a Bosconero Canavese. Federico Ferrero su Il Corriere della Sera il 23 Agosto 2022

Una famiglia contadina si sente male. Poi i tanti lutti, compresi una bimba e il cane. Nuora incriminata e assolta. 

Giuseppe Vittone e la moglie Domenica vivevano a Bosconero Canavese, sulla strada per Feletto. Sui sessant’anni, contadini lontani dal centro urbano, tre figli, un terreno da coltivare e qualche mucca nella stalla per integrare l’autoproduzione, la loro era un’esistenza ritagliata in orizzonti quotidiani.

Domenico, il loro ultimo erede, nel 1951 aveva sposato una ragazza di Locana, anche lei figlia di una famiglia di agricoltori molto più vicini alla sussistenza che non al boom del dopoguerra — come spesso accadeva nelle campagne della provincia piemontese, almeno fino al vero rinascimento economico dell’industria a partire dagli anni Sessanta e Settanta.

Si chiamava Maria Polla, aveva vent’anni, era premurosa e benvoluta dai suoceri. Che, però, avrebbero voluto dei nipoti ma la famiglia, per ragioni ignote, non si allargava. Un altro figlio dei Vittone, intanto, aveva avuto una bimba, Maria Grazia: Maria Polla, giovane zia, si prestava volentieri a farle da balia, quando necessario.

La terra iniziò a tremare il 26 luglio 1953, dopo pranzo. I signori Vittone erano stati colti da un malore pressoché contemporaneo. Non pareva essere una semplice intossicazione alimentare, perché i dolori erano atroci e i sintomi somigliavano a quelli di un avvelenamento. Erano altri tempi, non c’era il 118.

Il signor Giuseppe e la signora Domenica provarono a curarsi col caffè e con la grappa ma la situazione non migliorava: quella sera, finalmente, chiamarono il medico condotto.

Sul momento, costui pensò potesse essersi trattato di un trancio di tonno in scatola avariato, ritrovato sul tavolo della cucina. Curiosamente, davanti a tutti, la nuora dei due sventurati, Maria Polla, mangiò il tonno avanzato per dimostrare che, a suo parere, la ragione dell’evento andasse ricercata altrove.

Lì per lì, il medico la prese per una giovane donna un po’ impulsiva. Il dottore, peraltro, non ritenne di far ricoverare i signori Vittone. La settimana successiva, però, capitò un episodio analogo: dopo qualche sorso di vino a tavola, i due presero a contorcersi dal dolore. Solo che, mentre il signor Giuseppe riuscì a cavarsela, la donna morì, essendo ancora in convalescenza dopo il primo avvelenamento.

Non ci fu il tempo di riprendersi da quella inspiegabile disgrazia che, il 21 luglio, la piccola Maria Grazia accusò gli stessi sintomi dei nonni: nausea, vomito, convulsioni. La sua giovane età non le permise di lottare e morì, in poche ore. Sul referto, tuttavia, il medico — incredibilmente — annotò: «Congestione viscerale con sopravvenuto fatto di cuore».

Ma non era plausibile che tre persone fossero state così male, e che due addirittura fossero morte, nel volgere di poche settimane e nella stessa abitazione e ciascuna per cause accidentali e indipendenti. A capire che qualcosa non tornava fu proprio il medico, il dottor Moccia. Gli sovvenne un particolare: disperato per la morte della figlioletta il padre della neonata, Matteo Neira, aveva afferrato la bottiglia di latte di capra che le veniva somministrato e l’aveva scagliata nell’aia. Dopodiché, Moccia era stato informato della morte improvvisa del cane di famiglia dei Vittone, Bill. 

Moccia decise di vederci chiaro ma la tecnologia del tempo non permetteva indagini affidabili: il cane fu dichiarato, dopo un esame da parte dell’istituto di veterinaria comunale di Torino, deceduto a causa di una indigestione. Ormai, però, Moccia aveva capito che in quella casa succedeva qualcosa di losco: ma ci volle un altro lutto per far prendere un’altra piega agli eventi. E il morto arrivò, il primo agosto: Moccia fu cercato urgentemente perché anche i genitori della piccola deceduta, Matteo e Maddalena, stavano male.

Senza esitazioni, li fece ricoverare a Cuorgnè per una lavanda gastrica e, poche ore dopo, venne aperto un fascicolo sui fatti della «cascina dei veleni», come venne ribattezzata la casa dei Vittone.

Il magistrato fece riesumare i corpi della nonna e della nipote. L’otto settembre arrivarono i referti del patologo: avvelenamento da arsenico. Quello stesso giorno, Maria Polla venne arrestata.

Tutto tornava: aveva maneggiato il latte della bambina, aveva versato lei il vino agli ultimi avvelenati, era sempre in casa quando gli altri membri della famiglia avevano accusato sintomi. Nel 1958, tuttavia, la Cassazione confermò i verdetti già emessi delle corti di assise e di appello nei confronti dell’imputata: assolta per insufficienza di prove. C’erano, sì, indizi sulla colpevolezza della ragazza ma non bastavano e il movente di due omicidi e tre tentati omicidi era fumoso: gelosia, soldi, problemi psichici.

Il presidente della corte d’assise credette di averlo individuato nella volontà di Maria Polla di sterminare la famiglia acquisita per ereditare la casa e quei pochi averi, e non avere più tra i piedi una suocera ingombrante. Ma il suo avvocato, il celebre Giorgio Delgrosso, riuscì a instillare più di un dubbio nei giudici. Anche con argomenti che, oggi, chiunque respingerebbe: «Se Maria Polla avesse avvelenato il vino dei suoceri, come mai morì la donna che ne aveva bevuto meno del marito?»

Negli anni Cinquanta, molti campi della conoscenza oggi appannaggio della scienza erano affidati all’emotività o al «buon senso comune». E fu anche per i dubbi manifestati dagli stessi familiari, da un buon numero di testimoni che ritrattarono e dalla stampa, curiosamente innocentista, che la donna venne lasciata libera: meglio un colpevole fuori che un innocente dentro, come chiosò l’altro principe del foro che contribuì a scarcerarla, l’avvocato Gillio.

Durante il processo nacque un fratello della povera Maria Grazia, tuttora vivente. Maria Polla, una volta scarcerata, visse nella riservatezza, come civiltà vuole che sia: per la legge era innocente. È morta, quasi novantenne, nel 2019. Nessun altro venne mai indagato per i morti di Bosconero.

·        Il mistero di Barbara Sellini e Nunzia Munizzi.

Nuovi dubbi sui responsabili. Barbara e Nunzia, le bimbe uccise nel massacro di Ponticelli: e se i tre operai fossero innocenti? Viviana Lanza su Il Riformista il 16 Settembre 2022 

Due bambine uccise in maniera brutale; tre imputati condannati che da sempre si professano innocenti e per tre volte hanno chiesto la revisione del processo; il dubbio che quello del cosiddetto “massacro di Ponticelli” sia un caso tutt’altro che risolto. Le conclusioni dei lavori della Commissione antimafia sull’omicidio di Barbara Sellini e Nunzia Munizzi, le bambine di 7 e 11 anni assassinate il 2 luglio 1983, riportano la vicenda sotto i riflettori.

Secondo la Commissione, sarebbe opportuno proseguire con le audizioni «al fine di approfondire il legame che la camorra, e in particolare i pentiti, hanno avuto in questo caso» e verificare «se sono state esercitate pressioni al fine di nascondere qualcosa o coprire il vero colpevole di questo efferato delitto». Un delitto particolarmente feroce. «Una delle storie più cruente che il nostro Paese ricordi», per dirla con le parole della deputata Stefania Ascari, la componente della Commissione che ha coordinato i lavori e secondo la quale c’è il rischio che questa brutta pagina possa coincidere con «uno dei peggiori errori giudiziari della nostra storia recente». In 49 pagine di testo, più 24 allegati, sono racchiuse le conclusioni del lavoro a cui, con la Ascari, hanno partecipato Luisa D’Aniello e Giacomo Morandi.

«Le sentenze si rispettano ma si devono poter commentare – ha detto ieri nel corso della conferenza stampa a Palazzo San Macuto -. Abbiamo sentito i tre ragazzi, oggi adulti, condannati per l’omicidio e marcati per sempre come “mostri”, e abbiamo acquisito un’enorme documentazione mettendo in luce tutta una serie di elementi che, se riletti con diverse tecniche di riscontro delle prove, appaiono decisamente inverosimili. Ci auguriamo una revisione del processo che possa portare ad una verità reale».

Attorno al massacro di Ponticelli risultano addensate versioni spesso modificate, ritrattazioni, testimonianze dubbie, al punto da mettere in seria discussione la condanna inflitta ai tre operai Giuseppe La Rocca, Ciro Imperante e Luigi Schiavo, accusati di aver seviziato e ucciso Barbara e Nunzia, e di vare dato fuoco ai loro corpi. Ai tre operai si arrivò dopo mesi di indagini impantanate. Furono le dichiarazioni di Carmine Mastrillo, fratello di un’amichetta delle due bambine scomparse, a dare la svolta all’inchiesta, ma ciò accadde solo dopo che Mastrillo (che inizialmente aveva ammesso di non sapere nulla), portato nella caserma Pastrengo di Napoli, incontrò il pentito Mario Incarnato, ex reggente della Nuova camorra organizzata su Ponticelli.

Per la Commissione antimafia, dunque, si è ancora in tempo per approfondire un possibile ruolo di “suggeritore” di Incarnato, che «conosceva bene il territorio dove si sono svolti i fatti e da cui provenivano tutti i testimoni». In quel periodo, tra l’altro, la pressione mediatica sulla vicenda era fortissima al punto che intervenne anche l’allora presidente Sandro Pertini e il fenomeno del pentitismo era un fenomeno nuovo, c’erano meno regole e i pentiti venivano talvolta «coinvolti attivamente nella risoluzione dei casi ed utilizzati quale fattore intimidatorio per convincere testimoni a fare dichiarazioni e indiziati a confessare». Di qui i dubbi sulla genuinità del supertestimone del caso di Ponticelli e la proposta di revisionare il processo.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

·        Il Caso di Salvatore Bramucci.

Delitto di Soriano nel Cimino, 58enne ucciso per uno sgarro: in carcere due romani, incastrati da un video. Redazione Roma su Il Corriere della Sera il 14 Settembre 2022.

Il 7 agosto Salvatore Bramucci, 58 anni, uscì di casa sulla sua macchina e fu bloccato da un gruppo di fuoco. Sei colpi di pistola al volto e all’addome. La pista dell’usura

Erano partiti da Roma all’alba, con una missione speciale: uccidere. In tre si erano messi in viaggio - uno alla guida di una Smart bianca, gli altri due su una Giulietta grigia - diretti a un casolare di campagna nei pressi di Soriano del Cimino. Il «ferro», come usa tra malavitosi, era stato nascosto sotto il sedile, a portata di mano. Erano arrivati in località Acquafredda attorno alle 8 dello scorso 7 agosto. Si erano appostati. Sapevano che il loro uomo non avrebbe avuto scampo. E così era stato. Salvatore Bramucci, 58 anni, amante della bella vita, iperpalestrato, culturista, con precedenti penali più o meno recenti, era morto all’istante, ucciso da una gragnuola di revolverate. E adesso - neanche un mese e mezzo dopo - i due presunti assassini sono in carcere: si tratta di due 48enni romani, residente uno all’estrema periferia Est della capitale e l’altro a Guidonia, arrestati con l’accusa di omicidio volontario e rinchiusi nel carcere viterbese di Mammagialla. Una coppia di sicari, assoldata per uccidere, da un mandante rimasto nell’ombra: tra i due finiti in cella e l’ucciso sembra non sia mai esistito alcun tipo di legame.

Un regolamento di conti maturato nel mondo della delinquenza comune - estorsione, usura, rapine - ma attuato con la tecnica di un commando. I sicari avevano messo le loro auto di traverso sulla strada, per impedire a Bramucci di proseguire, erano balzati giù con le pistole in pugno e fatto fuoco attraverso il parabrezza: l’uomo era stato freddato da sei colpi di pistola, esplosi da neanche due metri, che l’avevano raggiunto al volto e all’addome. Adesso, chiuse le indagini, sono scattate le misura di custodia cautelare eseguite dai carabinieri del comando provinciale di Viterbo, in seguito a numerose perquisizioni andate a buon fine. Oltre ai due arrestati per omicidio volontario, ci sono tre complici indagati.

La vittima fu punita per uno «sgarro», da quel poco che è filtrato dagli inquirenti. Decisivo il video che ha dimostrato la presenza vicino alla casa della vittima dei due arrestati, tre giorni prima dell’agguato. Evidentemente stavano svolgendo un sopralluogo. Bramucci nel 2021 aveva patteggiato una condanna a tre anni e quattro mesi di reclusione per estorsione e usura. Nel 2007 era stata arrestato per estorsione, furto, usura e ricettazione. Più di recente era stato coinvolto in indagini contro una banda specializzata in furti di mezzi meccanici nei cantieri edili, da rivendere ad altri imprenditori del settore.

Sono stati i carabinieri di Viterbo, supportati dai colleghi del Comando provinciale di Roma, del Ros, delle unità cinofili e del Nucleo elicotteri di Pratica di Mare a eseguire le misure cautelari emesse dal gip di Viterbo Rita Cialoni nei confronti di due 48enni italiani. Le indagini, coordinate dal procuratore Paolo Auriemma e dal pm Massimiliano Siddi, hanno messo in evidenza come l’agguato sia stato organizzato in ogni minimo dettaglio. Con un errore per loro fatale, però: durante il sopralluogo del 4 agosto i due accusati dell’omicidio non si erano resi conto della presenza di telecamere nella zona.

«L’individuazione - ha spiegato ai giornalisti Paolo Auriemma, procuratore della Repubblica di Viterbo - è avvenuta attraverso una puntuale opera di ricostruzione dei movimenti dei due soggetti attinti dalla misura cautelare, anche attraverso controlli dei percorsi compiuti dai due. Sono venuti appositamente da Roma. Ciò che ci fa pensare che la premeditazione sia evidente in una situazione del genere è anche il fatto che è stato riscontrato come già in precedenza si fossero recati nel luogo dove si trovava il Bramucci per verificare luoghi ed eventuali movimenti».

·        Il Mistero di Simone Mattarelli.

La morte di Simone Mattarelli, trovato impiccato dopo l'inseguimento dei carabinieri. La famiglia: "Riaprite le indagini". Luca De Vito su La Repubblica il 14 Settembre 2022. 

Il corpo del 28enne è stato trovato in una ditta in provincia di Varese. L'avvocata dei parenti, Roberta Minotti: "Non si è suicidato e prima di morire ha subito un'aggressione". Il gip aveva archiviato il caso su richiesta della procura di Busto Arsizio

Una storia che ha ancora troppe domande a cui dare risposta. È quella della morte di Simone Mattarelli, il 28enne trovato impiccato a un macchinario della ditta Eurovetro di Origgio in provincia di Varese nel pomeriggio del 3 gennaio 2021. Un suicidio secondo la procura e il gip di Busto Arsizio, ben altro per i familiari che da tempo chiedono un approfondimento di indagini su quella notte, cominciata con un inseguimento dei carabinieri sulle statali della Brianza per fermare la Bmw guidata da Mattarelli che si era dato alla fuga dopo aver saltato l'alt dei militari.

«Simone Mattarelli non si è impiccato, è stato ucciso»: la criminologa Bruzzone chiede di riaprire le indagini. Federico Berni su Il Corriere della Sera il 14 Settembre 2022.

Il 28enne fu trovato morto in una fabbrica di Origgio il 4 gennaio 2021. La notte prima era scappato in macchina da un posto di blocco dei carabinieri. Le lacune nelle indagini: i piedi toccavano terra, la cintura al collo

Quella cintura trovata stretta al collo del ragazzo, ma senza tracce di sangue, nonostante il giovane avesse una mano ferita. Da questo elemento parte la richiesta al tribunale di Busto Arsizio di riaprire le indagini sul decesso di Simone Mattarelli, il 28enne brianzolo trovato impiccato a un macchinario di una fabbrica di Origgio (Varese) il 4 gennaio 2021, dopo che, la notte precedente, era scappato in macchina da un posto di blocco dei carabinieri. I familiari del giovane, assistiti dall’avvocato Roberta Minotti, si sono rivolti alla nota criminologa Roberta Bruzzone, secondo la quale l’inchiesta, archiviata come suicidio, presenta «lacune molto evidenti».

Un suicidio compiuto in balia di una crisi «depressivo maniacale», dopo aver assunto «un’elevata dose di cocaina», scrivono i magistrati nelle loro conclusioni, già osteggiate un anno fa da un corposo atto di opposizione presentato dall’avvocato Minotti, che chiedeva «indagini più approfondite», a cominciare da quelle sulla posizione in cui è stato trovato il ragazzo, che toccava con entrambi i piedi per terra. Quelle che per la procura sono «lesioni cutanee assai modeste», trovate sul corpo del 28enne, secondo una consulenza di parte sono invece meritevoli di approfondimenti, a partire da una ferita sotto il labbro inferiore, che sarebbe stata provocata da «un’azione compressiva sulla bocca». Ma ora, sulla base di una «rivalutazione complessiva degli elementi», si chiedono nuovi accertamenti.

«Simone si sarebbe impiccato con la cintura annodata sulla gola, già di per sé una dinamica improbabile - ha detto la criminologa - ma sulla stessa cinta non risultano, secondo nostri accertamenti, tracce ematiche, sebbene Simone avesse una lacerazione evidente e sanguinante sul palmo di una delle mani. Non può essere stato lui a stringersela al collo. Quello non è un suicidio». Il 28enne, che all’epoca aveva appena trovato lavoro, aveva violato il coprifuoco allora in vigore, ed era sotto effetto di stupefacenti: cosa che gli avrebbe messo a rischio un’altra volta la patente. Aveva ignorato un posto di blocco nella zona di Desio ed era stato inseguito fino alla provincia di Varese da numerose pattuglie, che avevano sparato almeno 8 colpi di pistola a scopo intimidatorio. 

·        Il mistero di Fausto Gozzini.

Omicidio a Casale Cremasco, Domenico Gottardelli non risponde al pm. Un debito della vittima il possibile movente. Francesca Morandi su Il Corriere della Sera il 15 Settembre 2022.

Il 78enne ha ucciso l’imprenditore 61enne Fausto Gozzini. È stato arrestato e si è avvalso della facoltà di non rispondere. L’ipotesi: portava rancore per un credito di molte centinaia di euro 

Domenico Gottardelli, 78 anni, l’omicida, e Fausto Gozzini,61 anni, la vittima

La mattina è partito da Covo, paese nella Bergamasca dove abita, alla guida della sua Due Cavalli bianca con un fucile da caccia calibro 12 sul sedile posteriore. Domenico Gottardelli, 78 anni, idraulico in pensione, ha guidato per più di dieci chilometri fino a Casale Cremasco (Cremona). Alle 9.30 ha parcheggiato l’auto nel cortile della Classe A Energy, azienda che vende mezzi per l’edilizia e l’ingegneria civile, in via Camisano. È entrato, ha tirato due fucilate: una al pavimento, l’altra a Fausto Gozzini, 61 anni, da tre titolare della ditta, bresciano di Pontoglio, villa di lusso a Romano di Lombardia (Bergamo). L’imprenditore è morto.

Ad armare il braccio del pensionato sarebbe stato il rancore per un credito di molte centinaia di euro. Gottardelli è stato arrestato per omicidio e porto illegale del fucile. La mattina «confuso» nella caserma dei carabinieri di Crema, alle cinque del pomeriggio il pensionato è apparso «sereno» in Procura a Cremona, davanti al pm Francesco Messina per l’interrogatorio. Assistito dall’avvocato Santo Maugeri, il 78enne si è avvalso della facoltà di non rispondere. È stato portato nel carcere di Cà del Ferro.

Alle 9.30, Gottardelli aveva raggiunto Casale Cremasco sulla sua Due Cavalli, auto che non passa inosservata, agghindata con le bandierine italiane della Marina Mercantile e con due foto giganti di lui incollate sulle portiere. Secondo la ricostruzione dei carabinieri, il pensionato dal sedile ha preso un sacco con dentro il fucile da caccia. Si è diretto nell’area uffici dell’azienda. E ha fatto fuoco. Il colpo esploso tra il petto e l’addome non ha dato scampo a Gozzini, crollato in un lago di sangue. Inutili i soccorsi. La moglie e il figlio della vittima, con l’aiuto di altri dipendenti, hanno disarmato e bloccato il 78enne sino all’arrivo degli investigatori. Alla Classe A Energy si è precipitato il secondo figlio di Gozzini. Inferocito, ha dato un pugno al finestrino della Due Cavalli. I militari ci hanno provato a fermarlo. Lui ne ha sferrato un altro in faccia a un carabiniere, causandogli una ferita lacero contusa al labbro: 10 giorni di prognosi.

Celibe, senza figli, un fratello che vive a Covo, Gottardelli non ha mai avuto un problema con la giustizia. «Non ho mai fatto niente, solo stamattina è successa questa cosa qua», ha detto al pm, che gli ha spiegato come contro di lui ci fossero le dichiarazioni della moglie e del figlio della vittima. E le telecamere che lo avevano ripreso mentre usciva dall’azienda con la custodia nera del fucile. Ha risposto alle domande di rito. Ha raccontato di aver subito un trapianto di fegato 22 anni fa, di avere altre patologie, di non possedere beni. Poi, il silenzio.

 Omicidio a Casale Cremasco, la vendetta maturata in 5 anni: «Prestavo la casa a Fausto per vedersi con l’amante e mi hanno rubato i soldi». Francesca Morandi su Il Corriere della Sera il 17 Settembre 2022.

Omicidio Crema, la confessione di Domenico Gottardelli, 78 anni: ha ucciso l’amico Fausto Gozzini perché lo riteneva responsabile della sparizione di 400 mila euro in contanti dal suo garage. «Ora dormo tranquillo, mi sono tolto un peso»

«Mi ha rubato un sacco di soldi. La mia era una fissazione di trovare il modo di poter far del male al Gozzini e ci pensavo giorno e notte». Lo ripete: «… in tutti questi anni non sapevo come fare del male al Gozzini». «Sono tranquillo, ora dormo tranquillo e non ci penso più, mi sono tolto un peso».

Ore 9 e 30, carcere di Cremona. Domenico Gottardelli, idraulico in pensione di 78 anni, casa a Covo (Bergamo), confessa durante l’udienza di convalida del suo arresto disposto mercoledì, qualche ora dopo aver ucciso con una fucilata l’amico Fausto Gozzini, 61 anni, nell’azienda Classe A Energy di Casale Cremasco. Abbronzato, «sereno», accanto al difensore Santo Maugeri, l’anziano spiega al gip Elisa Mombelli il movente. Storia di 400 mila che Gottardelli teneva chiusi in una scatola in garage, spariti un giorno di circa cinque anni fa. «Ho sospettato della mia domestica e del Gozzini. Erano amanti e per i loro rapporti clandestini io prestavo la mia casa. Solo la mia domestica aveva le chiavi, oltre a me. Gozzini sapeva del denaro contante che avevo in garage».

L’insospettabile pensionato finito in cella per omicidio premeditato, al gip parla di Gozzini. Le spiega di averlo conosciuto una trentina di anni fa. Erano diventati molto amici, idraulico e imprenditore. Racconta delle cene e delle vacanze insieme. E di quell’affare sfumato alcuni anni prima, quando lui e l’amico provarono ad acquistare un appartamento a Dubai. Il pensionato ci mise 130 mila euro di caparra. La compravendita non andò in porto, i soldi gli vennero restituiti. Il 78enne li versò su un conto corrente accesso presso un istituto di Montecarlo, dal quale mensilmente prelevava 10 mila euro ogni volta. Il cash lo infilava nella scatola in garage, accumulando sui 400 mila euro. Soldi puliti, una fortuna accumulata grazie a compravendite immobiliari. «Gozzini sapeva dell’esistenza del denaro sia del luogo in cui lo tenevo. Glielo avevo detto, perché mi fidavo di lui, eravamo amici», dice il 78enne al giudice.

Che nelle otto pagine di ordinanza di custodia cautelare in carcere annota: «Accortosi della sparizione del denaro, Gottardelli aveva sin da subito sospettato di Gozzini e della domestica; tuttavia, non aveva mai ritenuto di confrontarsi con loro sul punto, sebbene avesse però di fatto interrotto la frequentazione con Gozzini, con cui aveva mantenuto solo contatti telefonici».

In questi anni al pensionato è montata la rabbia finché «ha maturato il desiderio di vendicarsi». «La mia era una fissazione di trovare il modo di poter fare del male a Gozzini e ci pensavo giorno e notte». Esasperato, mercoledì mattina Gottardelli ha deciso di farla fuori con l’amico. È sceso in garage, ha preso il fucile. Non era suo. Ma «del marito, deceduto, della sua ex compagna, che glielo aveva affidato per evitare che l’arma potesse essere utilizzata dal figlio tossicodipendente», scrive il gip.

Gottardelli lo ha caricato con due cartucce, ha telefonato a Gozzini per accertarsi che fosse in ditta. «Passa pure». È salito sulla Citroen Due Cavalli bianca e da Covo ha tirato dritto per Casale Cremasco: 12 chilometri in tutto. Alle 9,20 ha parcheggiato l’auto nel cortile della Classe A Energy: il fucile nella mano destra, si è incamminato verso gli uffici, è entrato. Quando ha estratto l’arma dal fodero, gli è partito il primo colpo accidentale sul pavimento. Gozzini ha sentito il rumore, gli è andato incontro. Il suo vecchio amico ha preso la mira e ha sparato a bruciapelo senza dire una parola. «Perché, perché, perché?», sono state, invece, le ultime parole dell’imprenditore, prima di crollare a terra davanti alla moglie e al figlio che si erano precipitati nell’ufficio. Gozzini era riverso su un divanetto. Accanto a lui, il pensionato. «Sparato», ha detto lui «sogghignando». «Chiamate i carabinieri e l’ambulanza», le sue ultime parole, prima di chiudersi nel silenzio nella caserma dei carabinieri, a Crema, dove l’hanno arrestato, poi, nel pomeriggio a Cremona, davanti al pm Francesco Messina. «Mi sento tranquillo», ha riferito il 78enne due giorni fa in carcere alla psicologa. Ieri lo ha detto e ridetto al giudice. «Dormo tranquillo e non ci penso più, mi sono tolto un peso».

«Sconcertante», l’aggettivo riversato più volte nell’ordinanza. «Sconcertante — osserva il gip — è il fatto che Gottardelli, ritenendo di essere stato derubato da colui che ha definito un amico di vecchia data, si sia vendicato per un torto che riteneva di aver subito, senza aver mai affrontato civilmente la questione con lo stesso, come era legittimo attendersi in ragione del rapporto di amicizia». Ed ancora, «sconcertante freddezza e lucida determinazione». Il pensionato resta in carcere, perché «il fatto è connotato da un grado di violenza particolarmente elevato, oltre che palesemente sproporzionato rispetto al movente».

Da milano.repubblica.it il 16 settembre 2022.

Vecchi rancori e soprattutto una questione di soldi, un debito consistente che ha portato alla tragedia: è questo il movente dell'omicidio di Fausto Gozzini, 61enne titolare dell'azienda Classe A Energy di Casale Cremasco, ucciso a colpi di fucile tre giorni fa dal suo ex amico Domenico Gottardelli, 78 anni, come la vittima residente nella Bergamasca. 

"Eravamo amici da una vita e lui mi ha rubato 400mila euro in contanti. Mi sono tolto un peso": ha confessato questa mattina alla gip Elisa Mombelli durante l'interrogatorio di garanzia, Domenico Gottardelli, il 78enne bergamasco di Covo accusato di aver ucciso mercoledì scorso con una fucilata al petto Gozzini. "Il mio cliente si rende perfettamente conto di quello che ha fatto - ha spiegato il suo l'avvocato, Santo Maugeri - ma è tranquillo perché mi ha spiegato che è come si fosse finalmente liberato di un macigno".

L'omicidio è avvenuto di prima mattina davanti alla moglie e a uno dei due figli di Gozzini, oltre che davanti ad alcuni dipendenti: Gottardelli è arrivato nel piazzale della ditta a bordo della sua vecchia Due Cavalli, è sceso imbracciando la doppietta da caccia e ha fatto fuoco. Gottardelli, ex idraulico sembra senza problemi economici, trascorreva spesso periodi di vacanze in Tunisia e lì avrebbe conosciuto trent'anni fa Gozzini, con cui aveva iniziato un rapporto di amicizia. 

I carabinieri delle Stazioni di Camisano e di Romanengo, del Nucleo Operativo e Radiomobile di Crema e del Nucleo Investigativo del Reparto Operativo di Cremona hanno ricostruito con precisione la dinamica di quanto accaduto. Gottardelli è arrivato alla Classe A Energy, impresa che si occupa di materiali per l'edilizia e della vendita di mezzi d'opera per l'edilizia e l'ingegneria civile, intorno alle 9.30. 

Ha parcheggiato la sua Citroen 2CV,  è sceso e dal sedile posteriore ha preso un sacco al cui interno aveva un fucile da caccia calibro 12. Si è diretto verso l'area uffici, è andato nel locale dove si trovava la vittima e ha sparato. Senza dire una parola. Prima un colpo verso il pavimento e poi un altro al 61enne, tra il petto e l'addome.

A disarmarlo sono stati la moglie e e il figlio dell'imprenditore e alcuni dipendenti dell'azienda, che lo hanno immobilizzato e trattenuto fino all'arrivo dei militari dell'Arma. Quando sono stati allertati i soccorsi, con gli operatori del 118 e l'equipaggio dell'elisoccorso, Gozzini era ancora vivo ma non c'è stato nulla da fare. E' morto mentre l'assassino veniva accompagnato presso la caserma della Compagnia Carabinieri di Crema da dove, nel tardo pomeriggio, è stato portato in Procura per l'interrogatorio da parte del pubblico ministero che coordina le indagini, Francesco Messina.

Gottardelli non risulta essere titolare di licenza per la detenzione e il porto di armi da sparo. E' stata anche perquisita la sua abitazione, nella bassa bergamasca, ma non sono state trovate armi o munizioni. Durante le prime fasi dell'intervento dei carabinieri è arrivato nell'azienda teatro del delitto il secondo figlio della vittima, che in uno scatto d'ira ha colpito la macchina del killer e, quando i militari hanno tentato di fermarlo, ha preso a pugni un carabiniere, che ha riportato una ferita lacero-contusa al labbro e una prognosi di 10 giorni.

Ucciso davanti ai dipendenti a colpi di fucile. Fermato un 78enne, l'ombra della lite per soldi. La vittima titolare di un'azienda di materiali edili. Si indaga sul movente. Daniela Uva il 15 Settembre 2022 su Il Giornale.

Un momento di follia, intorno al quale sono ancora da chiarire molti aspetti. Così un uomo di 78 anni ha tolto la vita al titolare 61enne di un'azienda di Casale Cremasco, in provincia di Cremona. Ieri mattina, verso le 9, Fausto Gozzini originario della provincia di Bergamo e a capo della Classe A Energy, impresa che commercializza materiali edili rilevata solo tre anni fa, è stato freddato a colpi di fucile calibro 12.

A commettere l'omicidio, secondo i primi accertamenti, sarebbe stato Domenico Gottardelli, anche lui della Bergamasca, già fermato dai carabinieri e portato in caserma dove nelle prossime ore dovrebbe essere interrogato. L'aggressione è avvenuta in via Camisano, la vittima è stata trovata dai soccorritori in arresto cardiocircolatorio con una ferita all'addome ed è deceduta sul posto. Ferito anche un carabiniere 36enne, non coinvolto nella sparatoria, che ha riportato un lieve trauma al volto quando è stato colpito da uno dei figli della vittima, in preda alla disperazione, ed è stato trasportato in codice verde all'ospedale di Crema.

Al momento sono in corso le indagini per chiarire la dinamica e soprattutto quale possa essere il movente di un atto che sembra dettato dalla follia. Secondo le prime indiscrezioni, il 78enne potrebbe aver agito in seguito a un banale diverbio, scaturito da problemi di origine economica, con il titolare della ditta. Una lite che lo avrebbe spinto a imbracciare il fucile da caccia e a sparare. Ma non si esclude neanche che possa trattarsi di un atto premeditato e quindi di una vendetta, visto che l'omicida si sarebbe portato l'arma da casa. Emergono inoltre altri dettagli, come l'auto utilizzata dal presunto killer per raggiungere il luogo del delitto. Si tratterebbe di una vecchia Citroen 2CV, addobbata con bandiere tricolore, un cuore a strisce, lo stemma di una Onlus bergamasca e una foto del presunto omicida sulla portiera.

Proprio un adesivo dell'associazione Amici del trapianto di fegato di Bergamo incollato sulla vettura farebbe pensare che Gottardelli possa essere socio della Onlus lombarda, anche se dalle prime verifiche il 78enne non risulta negli elenchi ufficiali.

«Possiamo risalire all'elenco dei soci degli ultimi dieci anni fanno sapere - e il nome Gottardelli non compare. Escludiamo anche che possa far parte del gruppo dei nostri volontari che operano in ospedale con i pazienti trapiantati, perché li conosciamo tutti di persona».

L'omicidio a Casale Cremasco Vidolasco. Freddato a fucilate in azienda, Fausto Gozzini ucciso nella sua Classe A Energy: fermato un 78enne. Vito Califano su Il Riformista il 14 Settembre 2022 

Fausto Gozzini è stato ucciso a colpi di arma da fuoco nella sua azienda. E l’omicidio che si è consumato presso la ditta Classe A Energy ha sconvolto la provincia di Cremona. Per il delitto del titolare della società è stato fermato dai carabinieri un uomo di 78 anni. L’area dell’impresa è stata blindata dai carabinieri, la strada è stata interrotta. Sul posto è arrivato il magistrato di turno.

La Classe A Energy si occupa di produzione, vendita, fornitura e installazione di sistemi a energia rinnovabile a Casale Cremasco Vidolasco, piccolo comune di circa 1.800 abitanti in provincia di Crema. Gozzini, originario della bergamasca, aveva rilevato l’attività tre anni fa. Il delitto si è consumato questa mattina intorno alle dieci, alla sede dell’azienda in via Camisano. I colpi di arma da fuoco che hanno ucciso l’uomo sarebbero stati esplosi da un fucile da caccia, un calibro 12 secondo l’Ansa.

L’Agi ha appreso da fonti investigative che quello che il presunto omicida, residente in provincia di Bergamo, si sarebbe presentato presso l’azienda questa mattina cercando il titolare. E sarebbe sceso dall’automobile già con il fucile in mano. Avrebbe esploso i colpi che non hanno lasciato scampo all’imprenditore e dopo sarebbe stato disarmato dalle persone che si trovavano sul posto, che hanno assistito alla scena e che hanno avvisato i carabinieri. Oltre al deceduto, risulta ferita in modo lieve anche un’altra persona, un uomo di 37 anni che è stato portato in ambulanza all’ospedale di Crema.

Non è chiaro il movente del delitto: di sicuro poco prima dell’omicidio sarebbe esplosa una lite tra i due uomini, non è esclusa però una premeditazione, una sorta di resa dei conti per questioni pregresse culminata nell’omicidio a sangue freddo. Il 78enne fermato è stato trasportato dalle forze dell’ordine al Comando dell’Arma. Dovrebbe essere interrogato oggi stesso. La strada che conduce all’azienda è stata chiusa ai carabinieri in entrambi i sensi di marcia.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

·        Il caso di Franca Demichela.

Franca Demichela, il delitto mai risolto della Signora in rosso. Federico Ferrero su Il Corriere della Sera il 12 Settembre 2022

Aveva 50 anni, la trovarono morta sotto il ponte della tangenziale a Moncalieri. Era settembre del 1991. 

La trovarono un giorno di settembre del 1991, morta, sotto il ponte della tangenziale di Torino in frazione Barauda di Moncalieri. Quelli della cronaca nera non si produssero in eccessivi sforzi per darle un nome: la morta era la Signora in rosso. Perché di quel colore era vestita, con un abito scelto per una delle tante serate vissute in sala da ballo. «Fosse stata uccisa il giorno prima l’avrebbero chiamata la Signora in giallo», commentò una persona a lei vicina.

Si chiamava Franca Demichela, aveva cinquant’anni e, al di là della questione cromatica, certamente si era spogliata di una vita borghese che non le piaceva più. Col marito contabile nell’industria dell’automobile, un bell’appartamento da custodire e poca adrenalina nelle vene, scontava un’irrequietezza sempre più dura da sopire. Tanto che, sulle prime, i carabinieri avevano sospettato proprio del suo compagno di vita e lo trattennero quasi venti giorni in detenzione preventiva.

Ma lui, con la fine della moglie, non c’entrava nulla: del resto, perché tollerare anni di infedeltà senza fiatare e poi, all’improvviso, addirittura uccidere? A indirizzare le indagini delle prime ore, in effetti, era stata più che altro la naturale disposizione nel considerare papabile un marito quando una moglie dalla vita vivace viene ritrovata strozzata per strada, in mezzo ai rifiuti. E poi sì, la testimonianza di un ennesimo litigio, capitato davanti a casa, a poche ore dalla morte della donna: lui che, secondo il vicino di casa, le dava della pazza e minacciava di farla interdire; lei che rispondeva a tono, offendendolo con appellativi irripetibili.

La signora Franca aveva scelto di cambiare sfondo alla sua esistenza dedicandosi intensamente allo svago: di sistemare i cuscini sul divano e spolverare i mobili si era stancata. Feste, amicizie più e meno raccomandabili, locali notturni, divertimento sfrenato nella Torino by night. Nei codici di chi indaga il crimine esistono livelli di pericolosità e, indubbiamente, la donna era transitata da un rischio quasi nullo a uno medio-alto, giacché si accompagnava a individui dalla dubbia affidabilità che, talora, invitava nell’appartamento di via Boston utilizzato come pied-à-terre dopo la morte del padre, ex dirigente Fiat nello stabilimento argentino di Cordoba.

Una volta appurata la mancanza di indizi e di testimoni diretti del delitto, però, agli inquirenti toccò provare a ricostruire a ritroso la cerchia di amicizie della vittima e la sua vita sociale. Affare tutt’altro che semplice in un’epoca ancora del tutto analogica, senza telecamere, tracciati Gps e cellulari, o social network. Era tutto un sentito dire: il fidanzato tunisino che alzava le mani e non aveva un cognome, l’amico slavo dai traffici illeciti. Per dirla con chi seguiva il lavoro di indagine ai tempi, il cui linguaggio segna la distanza dai fatti col nostro mondo, «una schiera di corteggiatori internazionali magari un po’ straccioni, ma sempre esotici».

Il fatto è che la pista degli “amanti arabi di Porta Nuova” non ebbe mai sostanza, se non sulle cronache locali. Una volta scagionato, con tante scuse, l’incolpevole marito difeso dagli avvocati di grido Zancan e Castrale, e seppellita la donna nel cimitero di Candia, dove poche settimane prima era stato tumulato il padre, le chiacchiere di paese e di quartiere andarono pian piano scemando.

La relazione autoptica del celebre professor Baima Bollone poté solo dire che il corpo era rimasto nella stessa posizione, dopo la morte, per parecchie ore e che Franca era stata uccisa tra le due e le tre del mattino del 14 settembre, giorno del ritrovamento. Opera di un senzatetto che “abitava” sotto il ponte da anni, tale Luigi, confuso sugli orari e sul fatto che la donna potesse essere stata spostata dopo l’uccisione. Fine della storia.

Quasi un anno dopo l’assassinio, venne indagato a piede libero un individuo rimasto ignoto alla stampa. Si approfondì l’indizio di un capello, lungo e scuro, trovato sull’automobile della vittima. Dopo altri due anni di silenzio, i carabinieri riaprirono il fascicolo grazie alle confidenze di un informatore. Costui raccontò che la Demichela avrebbe intessuto affari col capo di un campo rom, trafficando per conto suo orologi e gioielli rubati. Salvo trattenersi, senza autorizzazione, una parte della refurtiva.

A sostegno delle sue parole la testimonianza di un negoziante in centro città che, nel giorno che precedeva l’uccisione, aveva servito la signora Franca. La donna aveva pagato abiti costosi estraendo un rotolo di banconote, frutto della vendita per conto proprio di quei valori da ricettare. Senza alcuna possibilità di procedere a riscontri, però, il giovane pubblico ministero Alberto Giannone — poi apprezzato giudice in vari processi contro la criminalità organizzata — fu costretto alla resa.

La notizia dell’archiviazione del caso colse di sorpresa il marito. A quei tempi, era fresco il caso del serial killer britannico Frederick West, il mostro di Gloucester, capace di ammazzare undici giovani con la complicità della moglie e di seppellirli in giardino. «Là ci hanno messo tre mesi prima di risolvere un caso del genere. Qui, dopo tre anni, c’è ancora qualcuno che sospetta di me e ora hanno archiviato il caso. Così nessuno saprà mai chi è stato».

·        Il Giallo di Maria Teresa “Sissy” Trovato Mazza.

Giallo per la morte di “Sissy” Trovato, terzo no alla richiesta di archiviazione. Il Dubbio il 2 settembre 2022.  

I familiari si sono sempre opposti alla tesi del suicidio avanzata dalla procura di Venezia. Ora il nuovo esito

Per la terza volta il gip di Venezia riapre l’inchiesta sul giallo di Maria Teresa “Sissy” Trovato Mazza, la giovane agente di Polizia penitenziaria uccisa da un colpo di pistola alla testa nell’ascensore dell’ospedale civile di Venezia dove si trovava in servizio esterno per verificare la situazione di una detenuta che aveva partorito.

Dopo l’udienza di inizio luglio, in cui per l’ennesima volta i famigliari si erano opposti alla tesi della procura di Venezia che sia stato un suicidio, il gip ha respinto richiesta di archiviazione e ordinato nuove indagini sia sul telefonino della donna che sulla dinamica balistica, visto che la perizia di parte dell’ex generale dei Ris Luciano Garofano dimostrerebbe la presenza di un’altra persona. Sissy fu trovata agonizzante il primo novembre 2016 in un ascensore dell’ospedale di Venezia (dove aveva visitato una detenuta), con un proiettile che le aveva trapassato il cranio e rimase in coma fino alla morte, nel gennaio 2019. “Esprimiamo soddisfazione per il provvedimento del gip – commentano i legali – confidiamo che si arrivi alla verità”.

Ricordiamo che nell’autunno del 2019 la Procura ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta sostenendo che si è trattato di un suicidio e che non vi è alcun mistero da chiarire (la morte della giovane è avvenuta il 12 gennaio del 2019, dopo due anni di calvario). Ma, a gennaio del 2020, una detenuta del carcere della Giudecca, ha rivelato all’allora comandante della polizia penitenziaria, alcuni episodi a sua conoscenza che indicano una collega di Sissy come possibile responsabile dell’uccisione, su mandato di alti vertici del carcere. l tutto perché la ventottenne sarebbe stata considerata una presenza scomoda, alla luce delle ripetute segnalazioni presentate ai superiori su giri di droga nelle celle, ma anche e soprattutto su rapporti sentimentali (e sessuali) tra detenute e agenti di custodia.

Da allora il pm Elisabetta Spigarelli ha eseguito una serie di accertamenti alla ricerca di eventuali conferme e riscontri, senza trovarli, e la detenuta è finita sotto accusa per il reato di calunnia per aver accusato l’agente di polizia penitenziaria di omicidio pur sapendola innocente. La Procura ha già chiesto il suo rinvio a giudizio: tra le cose da chiarire al processo vi è il perché la detenuta abbia deciso di fare le sue rivelazioni a distanza di oltre due anni dal fatto. Nel frattempo era uscita dal carcere grazie ad alcuni permessi.

Dopo una seconda richiesta di archiviazione respinta, arriva infine una terza: dopo l’udienza di inizio luglio, in cui per l’ennesima volta i famigliari si erano opposti alla tesi della procura di Venezia che sia stato un suicidio, il gip Silvia Varotto ha respinto l’ennesima richiesta di archiviazione e ordinato nuove indagini su due dei punti evidenziati dai legali della famiglia, gli avvocati Eugenio Pini e Girolamo Albanese: il primo è la richiesta di geolocalizzazione del telefono, che venne ritrovato nel suo armadietto ma che secondo i famigliari lei non mollava mai; il secondo è un approfondimento della dinamica balistica dopo che la perizia di parte dell’ex generale dei Ris Luciano Garofano avrebbe dimostrato che non è stato un suicidio, ma che c’era un’altra persona.

Sissy Trovato Mazza, due anni dalla morte: “Nostra figlia non si è uccisa”. Le Iene News il 12 gennaio 2021. Il 12 gennaio 2019 è morta Sissy Trovato Mazza dopo che per due anni ha lottato per la vita, da quando nel 2016 l’agente penitenziario è stata trovata in una pozza di sangue nell’ascensore dell’ospedale di Venezia. Il 25 novembre scorso il gip ha respinto la seconda richiesta di archiviazione come suicidio del caso e ha disposto nuove indagini. I genitori non si danno pace e anche oggi combattono per avere giustizia e verità. Con Nina Palmieri abbiamo ricostruito le ultime ore di Sissy

“Dopo due anni spero si mettano a cercare gli assassini. Questo è omicidio, nostra figlia non si è uccisa”. Salvatore Trovato lo ribadisce a Iene.it anche in questa giornata. Oggi sono due anni esatti da quando, il 12 gennaio 2019, il cuore dell’agente penitenziario Sissy ha smesso di battere dopo due anni di lotta con la vita. Ma per suo papà il tempo si è fermato all’1 novembre 2016, quando è iniziato questo incubo fatto di misteri e una cruda realtà da accettare. Con Nina Palmieri vi abbiamo raccontato questa vicenda che ha ancora tanti punti oscuri come potete vedere nel video qui sopra. Sissy Trovato Mazza lavorava presso il carcere femminile della Giudecca. L’1 novembre 2016 viene trovata in una pozza di sangue in un ascensore dell’ospedale civile di Venezia dove era andata per un servizio. Dopo le indagini preliminari, il caso prende la pista del suicidio: per gli inquirenti si era uccisa con la pistola d’ordinanza. “Non ci hanno mai ascoltato, per noi è altro”, dice Salvatore, il papà di Sissy che per due anni da quel giorno è stato al suo fianco mentre lottava per la vita. “Io ancora aspetto la verità per sapere che cosa è successo a mia figlia”. Il 25 novembre scorso il gip ha respinto per la seconda volta la richiesta di archiviazione della procura sul caso come suicidio e ha disposto nuove indagini. “Abbiamo raccolto nuovi elementi, ma tanto materiale non è più disponibile”, sostiene il papà. Tra questi ci sarebbero potuti essere le immagini registrate dalle telecamere nell’ospedale, agli atti però ci sono solo i nastri dei 30 minuti attorno alle 11:17 di quel maledetto giorno. “Avrebbero dovuto prendere più ore sia prima che dopo perché è lì che si vedrebbero gli assassini”, dice Salvatore. Ma ora quei filmati non sarebbero più disponibili. Poi ci sono i misteri sulle gocciolature del sangue all’interno dell’ascensore o il telefono dell’agente penitenziario ritrovato nel suo armadietto in carcere. Per Salvatore e sua moglie questa giornata è iniziata alle 06:10, prima di andare a trovare sua figlia al cimitero. “Da quattro anni questo periodo dell’anno per noi non è mai bello. Le feste non sono feste senza Sissy”, racconta. Gli occhi di tutta la famiglia sono puntati a fine febbraio, quando il giudice dovrebbe pronunciarsi definitivamente sugli elementi raccolti e nel caso proseguire con le indagini. “Dopo 4 anni non accettiamo più che ci sia ancora questo valzer tra omicidio e suicidio. Che cosa vogliono ancora per cercare chi ha ammazzato mia figlia? Chiedo solo giustizia per una ragazza che la sua vita si è fermata a 27 anni”.

La svolta sul caso Sissy? Una detenuta ora rivela: "Droga e sesso in cella..." L’agente forse ammazzata perché aveva segnalato i suoi sospetti ai superiori. Una detenuta avrebbe svelato tutto. Valentina Dardari, Sabato 27/06/2020 su Il Giornale. Ancora dubbi sulla morte dell’agente Sissy Trovato Mazza. Sarebbe “stata uccisa da una collega per un giro di droga e sesso nel carcere” , queste le parole di una detenuta del carcere penitenziario femminile della Giudecca, dove Sissy Trovato Mazza prestava servizio. Come riportato da Il Gazzettino, questa testimonianza è finita sotto inchiesta dopo che la detenuta è stata denunciata per calunnia. Era il primo novembre del 2016 quando il corpo di Maria Teresa Trovato Mazza, conosciuta da tutti come Sissy, venne trovato nell’ascensore dell’ospedale di Venezia. Due anni di coma a causa di un proiettile che le aveva attraversato la testa. Il 12 gennaio del 2019 l’agente penitenziario è morta. In un primo momento la procura aveva archiviato il caso come suicidio. Alcuni mesi dopo però è stato riaperto in seguito alla testimonianza di una detenuta del carcere, che adesso è stata rinviata a giudizio.

Sesso e droga tra agenti e detenute. Secondo le sue parole, alla base della morte dell’agente vi sarebbe un traffico di sostanze stupefacenti e sesso tra agenti e detenute all’interno del carcere. Secondo la presunta testimone, Sissy “sapeva che c’erano dei rapporti carnali tra agenti e detenute ed uno spaccio di droga in carcere. Sono stati i vertici stessi del carcere ad ordinare ad una loro guardia di eliminare Sissy, che era diventata una figura scomoda”. L’agente si sarebbe confidata con la testimone e avrebbe anche segnalato ai suoi superiori quanto era venuta a sapere. La testimone avrebbe quindi rivolto i suoi sospetti su una guardia, la quale, sempre secondo la donna, avrebbe anche in passato picchiato Sissy. I mandanti sarebbero i vertici del carcere stesso. Il pubblico ministero Elisabetta Spigarelli non sarebbe però ancora riuscita a trovare delle conferme su quanto raccontato dalla detenuta che è uscita dal penitenziario grazie a dei permessi premio. Al processo verrà chiesto alla presunta testimone il motivo del suo silenzio durato oltre due anni. La detenuta avrebbe anche detto che chi sparò alla Trovato l’avrebbe implorata in ginocchio di non aprire bocca. A gennaio 2020 si erano poi parlate e la poliziotta era scoppiata a piangere. Il prossimo 23 luglio si dovrà decidere sulla richiesta di archiviazione per suicidio. Il papà e la mamma di Sissy si augurano che le indagini continuino e di riuscire finalmente a scoprire la verità sulla morte della loro figlia.

Silvia Natello per leggo.it il 27 giugno 2020. «Sissy Trovato Mazza è stata uccisa da una collega per un giro di droga e sesso nel carcere». Queste parole, pronunciate da una detenuta del carcere penitenziario dove lavorava la poliziotta morta a Venezia, sono finite sotto inchiesta dopo che la presunta testimone è stata accusata di calunnia, come riporta il Gazzettino. Il corpo di Maria Teresa Trovato Mazza, detta Sissy, fu trovato in un lago di sangue nell'ascensore dell'ospedale di Venezia il primo novembre del 2016. Un proiettile le aveva oltrepassato il cranio portandola al coma per due anni. L'agente penitenziario, infatti, è morta il 12 gennaio 2019. Nell'autunno scorso, la Procura aveva chiesto l'archiviazione del caso come suicidio, salvo poi accogliere - mesi più tardi - la deposizione della detenuta rinviata ora a giudizio. La donna ha raccontato di aver raccolto le confidenze di Sissy e che all'origine della sua morte ci sia un giro di droga e sesso all'interno del penitenziario. Sissy aveva fatto delle segnalazioni ai suoi superiori nel tentativo di smascherare il traffico di sostanze stupefacenti e le relazioni sessuali tra agenti e detenute. La detenuta ha puntato il dito contro una guardia, che avrebbe anche picchiato la vittima in passato. L'agente avrebbe agito su mandato dei vertici del carcere perché Sissy era diventata una presenza scomoda. Il pm Elisabetta Spigarelli ha cercato riscontri a quanto dichiarato dalla detenuta della Giudecca, nel frattempo uscita grazie a permessi premio, ma non ha trovato nulla. La donna sarà ora sottoposta a processo e le verrà chiesto il perché si sia fatta viva ben due anni dopo l'accaduto. La detenuta ha raccontato di aver visto la guardia indicata particolarmente scioccata il giorno dell'aggressione a Sissy e di averla sentita mentre diceva a una collega che alla 28enne ci avrebbe pensato lei. La presunta colpevole si sarebbe anche inginocchiata davanti a lei per implorarla di non parlare. Lo scorso gennaio tra le due c'è stato un faccia a faccia nella speranza che la donna confessasse. Le due erano spiate, ma la poliziotta non ha né negato né ammesso le sue colpe. È soltanto scoppiata a piangere. Intanto, il prossimo 23 luglio si deciderà sulla richiesta di archiviazione per suicidio. I genitori di Sissy sperano che le indagini continuino. Andrea Tornago per “la Repubblica” il 28 novembre 2019. «Per la Procura il caso è chiuso, l' hanno scritto già due volte. Lo Stato che mia figlia serviva, non vuole dirmi com' è morta Sissi». Non si dà pace Salvatore, il padre di Maria Teresa Trovato Mazza, detta "Sissi". Atleta e poliziotta penitenziaria di origini calabresi, 27 anni, cresciuta nell' esercito, prestava servizio nel carcere femminile della Giudecca quando il 1° novembre 2016 è stata trovata riversa a terra in un ascensore dell' ospedale Civile di Venezia, con la testa devastata da un proiettile calibro 9. Per il pm veneziano Elisabetta Spigarelli non ci sono dubbi: l' agente ha tentato di togliersi la vita «senza il coinvolgimento di terzi », rivolgendo la pistola d' ordinanza contro se stessa. Ma il padre Salvatore Trovato Mazza, la madre Caterina e i famigliari sono convinti che non sia stata Sissi a sparare. Quel giorno l' agente Trovato Mazza doveva controllare una detenuta che aveva partorito ed era ricoverata nel reparto di pediatria dell' ospedale veneziano. Le immagini delle telecamere di sorveglianza la riprendono mentre si trattiene nei pressi delle scale come se stesse aspettando qualcuno. Si dirige verso l' ascensore, un punto non coperto dal raggio della telecamera, dove succede tutto in pochi istanti. Due minuti di buio, poi il corpo viene trovato da una passante. Nell' ottobre del 2018 i rilievi avanzati dai legali della famiglia, supportati da autorevoli periti, hanno convinto il giudice a ordinare nuove indagini, al termine delle quali la Procura ha chiesto nuovamente l' archiviazione. Qualche giorno fa l' avvocato dei Trovato Mazza, Girolamo Albanese, ha depositato una seconda opposizione chiedendo alla magistratura di scavare più a fondo: la speranza è che il giudice ordini una superperizia. Perché se di suicidio si è trattato, quello dell' agente Sissi sembra un suicidio impossibile. Il foro di entrata del proiettile si trova in un punto strano del capo, più vicino alla nuca che alla tempia, non proprio la zona scelta da chi si punta una pistola alla testa. E l' arma che ha sparato, la Beretta d'ordinanza, viene ritrovata completamente priva di impronte digitali e ancora in mano alla poliziotta, nonostante il rinculo e le gravissimi lesioni provocate dal proiettile rendessero quasi impossibile trattenerla. C' è poi il dato più pesante: l' assenza di tracce ematiche sulla punta della pistola, «un evento insolito » anche secondo la Procura, considerato che il sangue viene riscontrato «nel 75% dei casi» di colpi sparati a contatto o a bruciapelo. Secondo i consulenti di parte sarebbero immacolati anche il polsino e la manica destra di Sissi, che rientrano in quella zona che gli esperti chiamano di «backspatter», dove dovrebbero depositarsi le gocce di sangue e i frammenti provocati dall' entrata del proiettile: «Una contraddizione insuperabile rispetto alla tesi del suicidio », si spinge a sostenere il generale dei carabinieri Luciano Garofano, biologo ed ex comandante del Ris di Parma, che ha accettato di dare il suo contributo al pool di esperti ingaggiati dalla famiglia. Cos' è successo dunque all' agente Sissi Trovato Mazza? Resta un giallo. Anche perché le indagini presentano lacune irreparabili, come la decisione dei medici legali di non sbendare la testa per verificare la lesione e di rimandare l' esame a un mese dopo, quando ormai sulla poliziotta era stato eseguito un invasivo intervento neurochirurgico. «Ma le pare normale che un genitore debba cercare di dimostrare scientificamente che sua figlia non si è sparata da sola? Nessuno vuole parlare con noi - denuncia il padre Salvatore - . Per lo Stato il caso è chiuso. Cosa c' è dietro? Che cos' è questo muro?».

Addio Sissy, i funerali dell'agente arrivano prima della verità. Le Iene News il 22 gennaio 2019. Il funerale di Sissy Trovato Mazza è stato celebrato nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Taurianova in Calabria. L’agente della polizia penitenziaria è morta dopo un’agonia di due anni. Per la magistratura si tratta di suicidio, ma come ci ha mostrato Nina Palmieri molte cose non tornano. Sono passate poche ore dall’ultimo saluto a Sissy. Nella chiesa di Santa Maria delle Grazie di Taurianova in Calabria alle 15 è stato celebrato il funerale di Sissy Trovata Mazza, l’agente della polizia penitenziaria del carcere della Giudecca di Venezia che il primo novembre 2016 è stata colpita alla testa da un colpo di pistola, mentre sorvegliava una detenuta all’Ospedale Civile. Sissy è morta sabato 12 gennaio a 28 anni, dopo due di coma. La pistola che ha sparato è quella di Sissy e per la magistratura non c’è dubbio: si tratta di un suicidio. I genitori della ragazza non credono a questa versione perché nella ricostruzione di quel giorno di novembre, fatta anche con le telecamere di video sorveglianza dell’ospedale, molte cose non tornano. Nina Palmieri ha incontrato i genitori di Sissy, ha raccolto le loro testimonianze e, nel servizio di domenica scorsa che vi riproponiamo in fondo a questo articolo, ha cercato di ricostruire cos’è successo in quell’ospedale. Molte domande restano appunto senza risposta. Perché Sissy quella mattina ha chiesto alla fidanzata di ricaricarle il credito del telefono, se voleva suicidarsi? Perché, soprattutto, quel telefono è stato trovato nel suo armadietto in carcere e non accanto al suo corpo all’Ospedale Civico di Venezia? Perché  nel video delle telecamere di sorveglianza sembra che lei invece lo stia usando per telefonare? Perché gli inquirenti non hanno chiesto le celle di posizionamento del cellulare per chiarire questo dubbio? Perché invece di tornare a casa dopo aver finito il suo turno all’ospedale ha cominciato a girare per i corridoi come se cercasse qualcuno? Perché sulla pistola che ha sparato non ci sono impronte, né sue né di altri? “Da qualche tempo Sissy aveva scoperto delle cose strane”. Durante l’estate 2016 Sissy segnala ai suoi superiori fatti gravi: dichiara che all’interno del carcere arriverebbe droga dalla lavanderia. “Aveva anche visto effusioni sessuali fra una sua collega e una detenuta”, racconta il padre. A queste segnalazioni seguono non delle indagini ma dei richiami disciplinari nei suoi confronti. I genitori di Sissy aspettano ancora la verità. I loro dubbi sono stati ascoltati dopo la sua morte. Il gip di Venezia ha ammesso alcune lacune nelle indagini disponendo, tra le altre cose, l’analisi delle celle telefoniche di Sissy e di altre persone a lei legate.

Il giallo dell'agente Sissy, la lettera prima di morire: “Fatti gravi sulle mie colleghe”. Le Iene News il 25 gennaio 2019. A pochi giorni dai funerali spunta una lettera che l’agente Sissy Trovato Mazza avrebbe scritto di suo pugno alla direttrice del carcere della Giudecca di Venezia. Secondo suo padre, c’è l’ombra dello spaccio di droga e delle effusioni tra vigilanza e detenute come ha raccontato alla nostra Nina Palmieri. “Tutte mi hanno raccontato di essere a disagio per quanto hanno visto”, si chiude così la lettera dell’agente Sissy Trovato Mazza, l’agente della polizia penitenziaria del carcere della Giudecca di Venezia che il primo novembre 2016 è stata colpita alla testa da un colpo di pistola, mentre sorvegliava una detenuta all’Ospedale Civile. Che cosa hanno visto le detenute di così sconvolgente? Davvero dietro queste parole c’è l’ombra dello spaccio di droga e delle effusioni sessuali tra agenti e detenute? Questa sarebbe la verità come ha raccontato il padre di Sissy nel servizio della nostra Nina Palmieri. A pochi giorni dal funerale della figlia, proprio il padre ha trovato una lettera scritta da Sissy che potrebbe aiutare a fare chiarezza. “Sono stata avvicinata da molte detenute che hanno raccontato fatti gravi che riguardano le mie colleghe”, sono le parole che l’agente scrive di suo pugno su due fogli indirizzati alla direttrice del carcere. “Essendo la cosa molto delicata, ho cercato di evitare di ascoltarle e ho riferito tutto subito all’ispettore che mi ha consigliato di parlarne al più presto con la S.V. Ieri sono stata ancora fermata e mi hanno raccontato alcuni fatti. Non so se ho fatto bene, ma ho scritto per non dimenticare”, conclude Sissy. La lettera è datata 30 settembre 2016, un mese più tardi viene trovata uccisa da un colpo di pistola. E quella pallottola secondo la magistratura è partita dalla sua pistola. Quindi per gli inquirenti si tratta di suicidio. L’agente è morta sabato 12 gennaio a 28 anni, dopo due di coma. I suoi genitori però non vogliono credere a questa versione. E anche la ricostruzione avvenuta tramite le immagini registrate dalle telecamere lascia molti dubbi. “Da qualche tempo Sissy aveva scoperto delle cose strane”. Durante l’estate 2016 Sissy segnala ai suoi superiori fatti gravi: dichiara che all’interno del carcere arriverebbe droga dalla lavanderia. “Aveva anche visto effusioni sessuali fra una sua collega e una detenuta”, racconta il padre. A queste segnalazioni seguono non delle indagini ma dei richiami disciplinari nei suoi confronti. Molte domande restano senza risposta. Perché Sissy quella mattina ha chiesto alla fidanzata di ricaricarle il credito del telefono, se voleva suicidarsi? Perché, soprattutto, quel telefono è stato trovato nel suo armadietto in carcere e non accanto al suo corpo all’Ospedale Civico di Venezia? Perché nel video delle telecamere di sorveglianza sembra che lei invece lo stia usando per telefonare? Perché gli inquirenti non hanno chiesto le celle di posizionamento del cellulare per chiarire questo dubbio? Perché invece di tornare a casa dopo aver finito il suo turno all’ospedale ha cominciato a girare per i corridoi come se cercasse qualcuno? Perché sulla pistola che ha sparato non ci sono impronte, né sue né di altri?

Come è morta davvero l'agente Sissy? La polizia ora indaga. Le Iene News il 31 gennaio 2019. La polizia penitenziaria apre indagini interne per fare luce sulla morte dell'agente Sissy Trovato Mazza. L'ipotesi del suicidio lascia aperti infatti troppi dubbi, come vi abbiamo raccontato dieci giorni fa con il servizio di Nina Palmieri che aveva ricostruito le sue ultime ore prima che un proiettile la colpisse alla testa. Il caso di riapre, dieci giorni dopo il servizio di Nina Palmieri. L’amministrazione penitenziaria apre, su incarico del pm, le indagini interne sulla morte dell’agente Sissy Trovato Mazza. La magistratura l’aveva già archiviata come suicidio: ora verranno approfondite le segnalazioni che Sissy aveva fatto ai superiori, causa secondo la famiglia della sua uccisione. A pochi giorni dal funerale della figlia, il padre ha trovato infatti una lettera di Sissy che potrebbe aiutare a fare chiarezza. “Sono stata avvicinata da molte detenute che hanno raccontato fatti gravi che riguardano le mie colleghe”, scriveva la ragazza  alla direttrice del carcere di Venezia. Sissy è morta sabato 12 gennaio a 28 anni, dopo due di coma. La pistola che ha sparato il 1° novembre 2016 è la sua. I genitori non credono però al suicidio perché nella ricostruzione di quel giorno fatale, fatta anche grazie le telecamere di video sorveglianza dell’ospedale, molte cose non tornano. Nina Palmieri li ha incontrati. Nel servizio che vi riproponiamo in fondo a questo articolo, abbiamo raccolto i troppi dubbi ancora aperti. Perché Sissy quella mattina ha chiesto alla fidanzata di ricaricarle il credito del telefono, se voleva suicidarsi? Perché, soprattutto, quel telefono è stato trovato nel suo armadietto in carcere e non accanto al suo corpo all’Ospedale Civico di Venezia, dove si trovava per controllare una carcerata? Perché nel video delle telecamere di sorveglianza sembra che lei invece lo stia usando per telefonare? Perché gli inquirenti non hanno chiesto le celle di posizionamento del cellulare per chiarire questo dubbio? Perché invece di tornare a casa dopo aver finito il suo turno all’ospedale ha cominciato a girare per i corridoi come se cercasse qualcuno? Perché sulla pistola che ha sparato non ci sono impronte, né sue né di altri? E poi: c’entrano con la sua morte le sue denunce, di poco precedenti su un presunto traffico di droga nella lavanderia e sulle effusioni tra una collega e una detenuta?

Sissy uccisa perché denunciò droga e sesso in carcere? Le Iene News il 13 marzo 2019. Droga e orge: alcune ex detenute, nel servizio di Nina Palmieri, sembrano confermare le denunce dell’agente Sissy nel carcere della Giudecca di Venezia. L’agente le aveva presentate prima di quel colpo di pistola che l’ha uccisa. Si infittisce il mistero su quello che per ora è stato archiviato come suicidio. “Quel carcere lì è peggio del Grande Fratello, c’era tutta un’ammucchiata, tutto un toccarsi, un ricorrersi tra agenti e detenute”. Sono le parole con cui un’ex detenuta del carcere la Giudecca di Venezia descrive quello che ha visto lì dentro. Si tratta del carcere dove l’agente “Sissy” Teresa Trovato Mazza ha lavorato fino al giorno in cui è stata ritrovata in una pozza di sangue dentro l’ascensore dell’ospedale civile di Venezia, dove si trovava per sorvegliare una detenuta. Dopo più di due anni quello che è accaduto quel giorno è ancora avvolto dal mistero. Per il caso, in un primo momento, è stata avanzata dalla Procura della Repubblica di Venezia richiesta di archiviazione avendo gli inquirenti ipotizzato il suicidio dell'agente, ma molte sembrerebbero confermare l'ipotesi del suicidio. Non c’erano impronte sulla pistola che ha sparato, ma Sissy non indossava i guanti. Non c’erano nemmeno tracce di sangue sulla punta della pistola e questo è molto strano per un colpo esploso vicino alla tempia. Il telefono di Sissy poi è stato ritrovato il giorno dopo la tragedia nell’armadietto del carcere, ma nelle immagini delle videocamere di sorveglianza dell’ospedale si vede l’agente portare la mano alla testa, come se stesse telefonando. Per cercare di fare chiarezza Nina Palmieri ha parlato con alcune ragazze che all’epoca dei fatti erano detenute proprio in quel carcere. Conoscevano Sissy e sapevano cosa succedeva lì dentro. Una di loro ci racconta che nel carcere ha provato per la prima volta l’eroina che era molto facile trovare nel carcere. Bastava, dicono, essere in buoni rapporti con gli agenti. Oltre alla droga raccontano di detenute che fanno sesso con le agenti. Parlano addirittura di orge. Molto prima che ce lo raccontassero, l’agente Sissy aveva denunciato storie di droga e di sesso tra agenti e detenute che, a dire della stessa, avrebbero avuto luogo nel carcere dentro cui lavorava ai suoi superiori ed erano partiti dei provvedimenti verso le agenti coinvolte. Però, è successa anche una cosa che ha spiazzato Sissy, arriva un provvedimento disciplinare pure nei suoi confronti. Forse Sissy ha puntato il dito contro le persone sbagliate, forse questo le è costato la vita. Noi non lo sappiamo, quello che è certo però, è che ora il ministero della Giustizia ha deciso di avviare formalmente delle operazioni di verifica e di approfondimento sulla natura della segnalazione e delle denunce che Sissy aveva ripetutamente presentato.

Morte dell'agente Sissy: sulla pistola solo tracce del suo Dna. Le Iene News il 31 marzo 2019. I periti della famiglia sostengono che sulla pistola da cui è partito il colpo che ha ucciso l’agente penitenziario Sissy Trovato Mazza sono state trovate solo tracce del suo Dna. Con Nina Palmieri abbiamo seguito questo caso, raccontandovi tutti i dubbi che avvolgono la vicenda e parlando con la famiglia di Sissy, convinta che non si sia trattato di suicidio. Sulla pistola da cui è partito il colpo che ha ucciso l’agente penitenziaria Sissy Trovato Mazza sono state trovate solo tracce del suo Dna. Lo dicono i periti nominati dalla famiglia di Sissy che da tempo si batte per smentire la tesi che la morte dell’agente sia un caso di suicidio, come sostiene invece la Procura della Repubblica di Venezia che ha avanzato una richiesta di archiviazione. I consulenti hanno anche specificato che le tracce di Dna di Sissy potrebbero derivare anche da una contaminazione avvenuta dopo lo sparo. L’inchiesta resta aperta, in attesa di una decisione del giudice se procedere con l’archiviazione o meno. Tanti sembrano essere i dubbi che avvolgono la morte della 29enne, avvenuta il 12 gennaio scorso dopo due anni di agonia. Con Nina Palmieri li abbiamo ripercorsi in un servizio dedicato al caso. Sissy Trovato Mazza lavorava presso il carcere femminile della Giudecca, fino a quando, il primo novembre 2016 viene trovata in una pozza di sangue dentro l’ascensore dell’ospedale civile di Venezia, dove si trovava per sorvegliare una detenuta. Nina Palmieri ha incontrato i genitori di Sissy, convinti che la figlia non si sia tolta la vita da sola. Molti sono gli elementi che sembrano smentire l’ipotesi di suicidio, molte domande che restano senza risposta. Perché il suo cellulare è stato trovato nel suo armadietto in carcere e non accanto al suo corpo all’Ospedale Civico di Venezia? Perché però nel video girato dalle telecamere di sorveglianza subito prima dello sparo sembra che lei invece lo stia usando per telefonare? Perché gli inquirenti non hanno chiesto le celle di posizionamento del cellulare per chiarire questo dubbio? “Da qualche tempo Sissy aveva scoperto