Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2022

LA GIUSTIZIA

DECIMA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

 

 

LA GIUSTIZIA

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY. (Ho scritto un saggio dedicato)

Una presa per il culo.

Gli altri Cucchi.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Un processo mediatico.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Senza Giustizia.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Qual è la Verità.

SOLITA ABUSOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Parliamo di Bibbiano.

Vietato scrivere: “Devastato dalla separazione” o “Il dramma dei padri separati”. Il politicamente corretto ed i padri mostri folli assassini.

Scomparsi.

La Sindrome di Stoccolma.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Giustizia Ingiusta.

La durata delle indagini.

I Consulenti.

Incompatibilità ambientale: questa sconosciuta.

Il Diritto di Difesa vale meno…

Gli Incapaci…

Figli di Trojan.

Le Mie Prigioni.

Le fughe all’estero.

Il 41 bis ed il 4 bis.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ingiustizia. Il caso Mani Pulite spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Eni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Consip spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Monte Paschi di Siena spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso David Rossi spiegato bene.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ingiustizia. Il caso Simone Renda spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Regeni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Angelo Vassallo spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Mario Paciolla spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alex Schwazer spiegato bene.

Ingiustizia. L’inchiesta "Why not" spiegata bene.

Ingiustizia. Il caso di Novi Ligure spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Garlasco spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Pietro Maso spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Raciti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alma Shalabayeva spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alberto Genovese spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Marcello Pittella spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Angelo Burzi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Cogne spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Ciatti spiegato bene.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il tribunale dei media.

Soliti casi d’Ingiustizia. 

Angelo Massaro.

Anna Maria Manna.

Cesare Vincenti.

Daniela Poggiali.

Diego Olivieri.

Edoardo Rixi.

Enrico Coscioni.

Enzo Tortora.

Fausta Bonino.

Francesco Addeo.

Giacomo Seydou Sy.

Giancarlo Benedetti.

Giulia Ligresti.

Giuseppe Gulotta.

Greta Gila.

Marco Melgrati.

Mario Tirozzi.

Massimo Garavaglia e Mario Mantovani.

Mauro Vizzino.

Michele Iorio.

Michele Schiano di Visconti.

Monica Busetto.

Nazario Matachione.

Nino Rizzo.

Nunzia De Girolamo.

Piervito Bardi.

Pio Del Gaudio.

Samuele Bertinelli.

Simone Uggetti.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITA MANETTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Giustizialisti.

I Garantisti. 

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Cupola.

Gli Impuniti.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Comandano loro! Fiducia nella Magistratura? La Credibilità va a farsi fottere.

Palamaragate.

Magistratopoli.

Le toghe politiche.

 

INDICE NONA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero di piazza della Loggia.

Il Mistero di piazza Fontana.

Il Mistero della Strage di Ustica.

Il mistero della Moby Prince.

I Cold Case italiani.

Il Caso del delitto del Circeo: Donatella Colasanti e Rosaria Lopez.

La vicenda della Uno Bianca.

Il mistero di Mattia Caruso.

Il caso di Marcello Toscano.

Il caso di Mauro Antonello.

Il caso di Angela Celentano.

Il caso di Tiziana Deserto.

Il mistero di Giorgiana Masi.

Il Giallo di Ponza: Gian Marco Pozzi.

Il caso di Cristina Mazzotti.

Il Caso di Marta Russo.

Il giallo di Polina Kochelenko.

Il Mistero di Martine Beauregard.

Il Caso di Davide Cervia.  

Il Mistero di Sonia Di Pinto.

La vicenda di Maria Teresa Novara.

Il Caso di Daniele Gravili. 

Il mistero di Giorgio Medaglia.

Il mistero di Eleuterio Codecà.

Il mistero Pecorelli.

Il Caso di Ernesto Picchioni: il primo assassino seriale italiano del '900.

Il Caso Andrea Rocchelli e Andrej Mironov.

Il Caso Bruno Caccia.

Il mistero di Acca Larentia.

Il mistero di Luca Attanasio.

Il mistero di Lara Argento.

Il mistero di Evi Rauter.

Il mistero di Marina Di Modica.

Il mistero di Milena Sutter.

Il mistero di Tiziana Cantone.

Il Mistero di Sonia Marra.

Il giallo di Giuseppe Pedrazzini.

Il giallo di Mauro Donato Gadda.

Il giallo di Piazzale Dateo, la strage di Capodanno a Milano.

Il Mistero di Nada Cella.

Il Mistero di Daniela Roveri.

Il caso di Alberto Agazzani.

Il Mistero di Michele Cilli.

Il Caso di Giorgio Medaglia.

Il Caso di Isabella Noventa.

Il caso di Sergio Spada e Salvatore Cairo.

Il caso del serial killer di Mantova.

Il mistero di Andreea Rabciuc.

Il caso di Annamaria Sorrentino.

Il mistero del corpo con i tatuaggi.

Il giallo di Domenico La Duca.

Il mistero di Giacomo Sartori.

Il mistero di Andrea Liponi.

Il mistero di Claudio Mandia.

Il mistero di Svetlana Balica.

Il mistero Mattei.

Il caso di Benno Neumair.

Il mistero del delitto di via Poma.

Il Mistero di Mattia Mingarelli.

Il mistero di Michele Merlo.

Il Giallo di Federica Farinella.

Il mistero di Mauro Guerra.

Il caso di Giuseppe Lo Cicero.

Il Mistero di Marco Pantani.

Il Mistero di Paolo Moroni.

Il Mistero di Cori: Elisa Marafini e Patrizio Bovi.

Il caso di Alessandro Nasta.

Il Caso di Mario Bozzoli.

Il caso di Cranio Randagio.

Il Mistero di Saman Abbas.

Il Caso Gucci.

Il mistero di Dino Reatti.

Il Caso di Serena Mollicone.

Il Caso di Marco Vannini.

Il mistero di Paolo Astesana.

Il mistero di Vittoria Gabri.

Il Delitto di Trieste.

Il Mistero di Agata Scuto.

Il mistero di Arianna Zardi.

Il Mistero di Simona Floridia.

Il giallo di Vanessa Bruno.

Il mistero di Laura Ziliani.

Il Caso Teodosio Losito.

Il Mistero della Strage di Erba.

Il caso di Gianluca Bertoni.

Il caso di Denise Pipitone.

Il Mistero dei coniugi Aversa.

Il mistero di Lidia Macchi.

Il Mistero di Francesco Scieri.

Il Caso Emanuela Orlandi.

Il mistero di Mirella Gregori.

Il giallo del giudice Adinolfi.

Il Mistero del Mostro di Modena.

Il Mistero del Mostro di Roma.

Il Mistero del Mostro di Firenze.

Il Caso del Mostro di Marsala.

La misteriosa morte di Gergely Homonnay.

Il Mistero di Liliana Resinovich.

Il Mistero di Denis Bergamini.

Il Mistero di Lucia Raso.

Il Mistero della morte di Mauro Pamiro.

Il mistero di «Gigi Bici».

Il Mistero di Anthony Bivona.

Il Caso di Diego Gugole.

Il Giallo di Antonella Di Veroli.

Il mostro di Foligno.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero di Ilaria Alpi.

Il mistero di Luigi Tenco.

Il Caso Elisa Claps.

Il mistero di Unabomber.

Il caso degli "uomini d'oro".

Il mostro di Parma.

Il caso delle prostitute di Roma.

Il caso di Desirée Mariottini.

Il caso di Paolo Stasi.

Il mistero di Alice Neri.

Il Mistero di Matilda Borin.

Il mistero di don Guglielmo.

Il giallo del seggio elettorale.

Il Mistero di Alessia Sbal.

Il caso di Kalinka Bamberski.  

Il mistero di Gaia Randazzo.

Il caso di Giovanna Barbero e Maria Teresa Bonaventura.

Il mistero di Giuseppina Arena.

Il Caso di Angelo Bonomelli.

Il caso di Massimiliano Lucietti e Maurizio Gionta.

Il caso di Sabina Badami.

Il caso di Sara Bosco. 

Il mistero di Giorgia Padoan.

Il mistero di Silvia Cipriani.

Il Caso di Francesco Virdis.

La vicenda di Massimo Alessio Melluso.

La vicenda di Anna Maria Burrini. 

La vicenda di Raffaella Maietta.  

Il Caso di Maurizio Minghella.

Il caso di Fatmir Ara.

Il mistero di Katty Skerl.

Il caso Vittone.

Il mistero di Barbara Sellini e Nunzia Munizzi.

Il Caso di Salvatore Bramucci.

Il Mistero di Simone Mattarelli.

Il mistero di Fausto Gozzini.

Il caso di Franca Demichela.

Il Giallo di Maria Teresa “Sissy” Trovato Mazza.

Il caso di Giovanni Sacchi e Chiara Barale.

Il caso di Luigia Borrelli, detta Antonella.

Il mistero di Antonietta Longo.

Il Mistero di Clotilde Fossati. 

Il Mistero di Mario Biondo.

Il mistero di Michele Vinci.

Il Mistero di Adriano Pacifico.

Il giallo di Walter Pappalettera.

Il giallo di Rosario Lamattina e Gianni Valle.

Il mistero di Andrea Mirabile.

Il mistero di Attilio Dutto.

Il mistero del marchese Camillo Casati Stampa di Soncino.

Il mistero di JonBenet Il giallo di Walter Pappalettera.

Ramsey.

Il Caso di Luciana Biggi.

Il mistero di Massimo Melis.

Il mistero di Sara Pegoraro.

Il caso di Marianna Cendron. 

Il mistero di Franco Severi.

Il mistero di Norma Megardi.

Il caso di Aldo Gioia.

Il mistero di Domenico Manzo.

Il mistero di Maria Maddalena Berruti.

Il mistero di Massimo Bochicchio.  

Il mistero della morte di Fausto Iob.

Il Delitto di Ceva: la morte di Ignazio Sedita.

Il caso di Stefano Siringo e di Iendi Iannelli.

Il delitto insoluto di Piera Melania.

Il giallo dell'omicidio di Nevila Pjetri. 

Il mistero di Jessica Lesto.

Il mistero di Stefania Elena Carnemolla.

 L’omicidio nella villa del Rastel Verd.

 Il Delitto Roberto Klinger.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il mistero della strage della Stazione di Bologna: E’ Stato la Mafia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA GIUSTIZIA

DECIMA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Il Mistero di Ilaria Alpi.

I documenti segreti della Cia sul caso Ilaria Alpi. L'Espresso ha ottenuto i rapporti inediti americani sul periodo in cui in Somalia fu uccisa la giornalista. Si parla di un’azienda molto pericolosa e di trafficanti italiani. Andrea Palladino il 18 agosto 2020 su L'Espresso. Trentadue pagine, dodici documenti classificati “Secret” e “Top Secret”. Report in grado, dopo ventisei anni, di riportarci nelle strade di Mogadiscio poco prima del 20 marzo 1994, la data dell’agguato mortale contro Ilaria Alpi e #Miran_Hrovatin. Carte oggi declassificate dalla principale agenzia dell’intelligence statunitense, la Cia, dopo una richiesta dell’Espresso in base al Freedom of Information Act (Foia). Un anno e mezzo di istruttoria, una risposta per ora parziale, ma in grado di aggiungere elementi importanti al contesto somalo oggetto dell’ultimo reportage di Ilaria Alpi. Doveva andare in onda la sera di quel 20 marzo, non arrivò mai in Italia, se non per frammenti, filmati incompleti. I report Usa aprono una porta sul mondo che Ilaria seguiva durante il suo ultimo viaggio. Traffici di armi, società della cooperazione italiana, alleanze segrete. Mogadiscio, 1994. La sconfitta della missione Onu per riappacificare la Somalia era compiuta. È la storia di un fallimento lo scenario che ha visto l’agguato mortale contro Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Roma, 2020. Le indagini per capire chi ha armato il commando di sei uomini sono ancora aperte. Movente, mandanti, esecutori: un foglio bianco.

Mogadiscio era il crocevia di tante storie. Traffico di armi, prima di tutto. Razzi Rpg, Kalashnikov, munizioni di ogni tipo, un flusso inarrestabile che alimentava la guerra tra le due principali fazioni. Ali Mahdi, alleato con le forze Onu. Mohammed Farah Hassan, detto Aidid, il “vittorioso”, a capo delle forze islamiste. Quel mondo Ilaria lo conosceva come pochi suoi colleghi; si era laureata in lingua e cultura araba, con una lunga gavetta, prima di approdare alla Rai, raccontando il nord Africa, spesso in maniera rocambolesca. Delicata e profonda, nelle sue cronache. In grado di capire le sfumature, le alleanze che si nascondevano dietro l’apparenza. La giornalista giusta, per raccontare l’inferno. Un target per chi alimentava il caos.

LA ROTTA DELLE ARMI. #Mohammed_Aidid era il nemico numero uno della coalizione Onu quando la missione #Unosom inizia, con lo spettacolare sbarco dei Marines a Mogadiscio. Almeno in apparenza. Il 3 ottobre del 1993 i Rangers erano sulle sue tracce. Preparano una missione nel cuore di Mogadiscio, un’incursione che doveva durare pochi minuti, giusto il tempo per permettere a reparti speciali di catturare il signore della guerra. Tutto andò storto, i miliziani colpirono uno dei quattro elicotteri Black Hawk, uccidendo 19 soldati americani. Un’azione divenuta famosa con il film di Ridley Scott (“Black Hawk Down”)del 2001, icona cinematografica della sconfitta in Somalia.

Da mesi la Cia era sulle tracce di Aidid, monitorando ogni suo spostamento. L’obiettivo fondamentale, per l’Onu e gli Stati Uniti, era individuarlo, ma anche capire chi finanziasse il capo della fazione islamista e da dove provenissero le armi utilizzate dalle sue milizie. In una nota del 18 settembre 1993, declassificata su richiesta dell’Espresso, gli analisti della Cia scrivono: «L’abilità del signore della guerra nel reperire nuove armi ha senza dubbio contribuito alle recenti indicazioni che Aidid si sente sicuro di vincere contro gli Stati Uniti e le Nazioni Unite». Dal mese di agosto del 1993 gli agenti statunitensi segnalavano un aumento di flussi di armi dirette alla fazione islamista. In realtà la Somalia fin dall’inizio della guerra civile era una vera e propria Santabarbara. Per anni il governo di Siad Barre - stretto alleato dell’Italia - aveva acquistato armi, creando magazzini letali nell’intero paese. L’Italia era stato uno dei principali fornitori, fin dai primi anni ’80. L’ex generale del Sismi Giuseppe Santovito - iscritto alla P2 - in un interrogatorio davanti all’allora giudice istruttore di Trento Carlo Palermo aveva raccontato delle ingenti forniture di armamenti al paese da sempre ritenuto come una e propria estensione geopolitica dell’Italia. Pochi mesi prima della morte di Ilaria Alpi e Miran Horvatin c’è una accelerazione. Aidid ha l’obiettivo - che ritiene raggiungibile - di far fallire la missione Onu, rimandando a casa i paesi della coalizione. Acquisire armi aveva un doppio scopo, spiegano le note Cia: essere pronti al combattimento, ma soprattutto convincere gli altri signori della guerra ad allearsi con gli islamisti.

L’AIUTO SEGRETO ITALIANO. Il primo ottobre 1993, due giorni prima di Black Hawk Down, a Washington arriva una nota dalla capitale somala: «Le rotte per la fornitura di armamenti, nascondigli e legami operativi delle forze di Aidid». Dal mese di settembre gli Usa avevano iniziato a monitorare le carovane che partivano dal lungo confine con l’Etiopia dirette nell’area di Mogadiscio, dove la situazione era divenuta estremamente critica: «Gli armamenti - che includono mortai e Rpg - sono trasportati lungo le strade che collegano Mogadiscio con Belet Weyne, Tigielo e Afgoi». L’obiettivo era chiaro: «Stanno pianificando di usare i mortai e gli Rpg contro Unosom». Nella stessa nota la Cia fornisce, per la prima volta, un’indicazione sulla rete logistica di appoggio alla fazione degli islamisti: «I supporter di Aidid stanno utilizzando la società Sitt, che è situata dall’altra parte della strada rispetto al compound Unosom. La società Sitt appartiene a Ahmed Duale “Hef”. (omissis) Commento: questa presenza è una minaccia per il personale Unosom e per chiunque entri nel compound». Duale e Sitt, due nomi da appuntare. Quando mancano quattro mesi all’ultimo viaggio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin la situazione a Mogadiscio diventa ancora più critica: «I compratori pro-Aidid stanno acquistando una inusuale grande quantità di munizioni», segnala la Cia in una nota del 23 novembre 1993. Un secondo report, con la stessa data, aggiunge un altro dettaglio: «C’è una consegna di armi e munizioni in una casa nel distretto Halilua’a di Mogadiscio, trasportata da un unico camion di produzione italiana, con sei casse di Ak-47, fucili di assalto Fal, quattro lanciatori di granata russi. L’origine del carico è ignota».

IL DOPPIO GIOCO. Per l’intelligence Usa, dunque, era la società Sitt lo snodo logistico utilizzato dai supporter di Aidid. «Una minaccia per l’Onu», scrivevano. Il nome era ben noto negli ambienti del contingente italiano. Appena due mesi prima della nota della Cia, la Sitt aveva inviato una serie di fatture per migliaia di dollari al comando Italfor relative alla fornitura di materiale di ogni tipo. Prima del conflitto la stessa società aveva operato come supporto logistico per la cooperazione italiana. A capo di quell’impresa, oltre all’imprenditore somalo Ahmed Duale, citato nella nota Usa, c’era Giancarlo Marocchino, trasportatore originario del Piemonte che operava in Somalia da anni. Fu lui ad intervenire per primo sul luogo dell’attentato mortale contro Alpi e Hrovatin. «Marocchino è stato un collaboratore che ho ritenuto affidabile fino a quando ho trovato le armi nel suo compound diffidandolo ufficialmente», racconta all’Espresso il generale Bruno Loi, a capo del contingente italiano fino al settembre 1993. «Ma per quanto riguarda la nota della Cia - prosegue Loi - mi stupisce che abbiano trovato questa minaccia senza fare nulla per eliminarla; c’è qualcosa che non quadra».

L’INCHIESTA. Sull’agguato del 20 marzo 1994 la Cia sostiene di non avere nessun record in archivio. Eppure l’ultima inchiesta di Ilaria Alpi si intreccia strettamente con quel traffico di armi diretto alla fazione di Aidid. Il 14 marzo 1994 i due reporter di Rai 3 arrivano a Bosaso, nel nord della Somalia. C’era un nome appuntato sul quaderno di Ilaria, la compagnia di pesca italo-somala Shifco. Una nave della società era ferma al largo della costa migiurtina, sequestrata dalle milizie locali. In un appunto del Sismi declassificato nel 2014 dall’allora presidente della Camera Laura Boldrini l’intelligence italiana racconta come quella compagnia, diretta da Said Omar Mugne - imprenditore somalo che aveva vissuto a lungo in Italia - proprio in quei mesi stava preparando il trasporto di un carico di armi «acquistato in Ucraina da tale Osman Ato, cittadino somalo naturalizzato statunitense, per conto del generale Aidid». Sulla Shifco e su Osman Ato la Cia ha risposto con la consueta formula: «Non possiamo confermare o smentire l’esistenza o la non esistenza di record». La questione, in questo caso, sembra avere ombre di segreto ancora oggi.

“CROGIOLO DI MENZOGNE”. Per il generale Bruno Loi la Somalia è ancora una ferita aperta: «Eravamo pronti a catturare Aidid nel giugno 1993 - racconta - avevamo il consenso del governo italiano, ma Unosom ci bloccò». Il fallimento di quella missione, spiega, va cercata nelle stesse regole di ingaggio delle Nazioni Unite: «L’Onu non ha capito che la democrazia non si esporta, ma si costruisce con anni di supporto», commenta Loi. E forse il caso Alpi rimane una ferita aperta perché è bene non entrare in quel labirinto senza fine della missione nel corno d’Africa: «La Somalia è stata un crogiolo di bugie, menzogne, disinformazione», spiega Loi, ventisei anni dopo. E di segreti che durano ancora oggi.

ILARIA ALPI. SEMPRE SEGRETO IL NOME DELL’AGENTE SISDE CHE SA TUTTO. PERCHE’? Inchieste 18 Agosto 2020 di: Andrea Cinquegrani su La Voce delle Voci. Spuntano documenti inediti della CIA sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Li rivela l’Espresso con un’inchiesta firmata da Andrea Palladino. In un dossier dell’agosto 1993, in particolare, i servizi segreti a stelle e strisce segnalano un aumento dei flussi di armi diretti alle fazioni islamiste. E dettagliano il ruolo svolto dagli italiani in quei traffici illegali. Dalle carte emerge anche il nome dell’imprenditore Giancarlo Marocchino. La Federazione Nazionale della Stampa chiede “alla Procura di Roma di acquisire ed esaminare i documenti della CIA”. Quella Procura di Roma che ha cercato di archiviare l’inchiesta, per volontà del pubblico ministero Elisabetta Ceniccola e del procuratore capo Giuseppe Pignatone. Il gip capitolino Andrea Fanelli, però, si è opposto all’archiviazione e ha chiesto ulteriori indagini per far luce su 12 punti ancora oscuri. Un punto riguarda proprio la figura di Marocchino. La prima richiesta di Fanelli è datata ottobre 2019. Se ne doveva sapere qualcosa dopo sei mesi di proroga delle indagini. Ma ad aprile nessuna novità. Il silenzio più totale, grazie forse anche al Covid. Fanelli ha chiesto altri sei mesi? O cosa?

UN TESTE TROPPO SCOMODO. Intanto, dettagliamo meglio la figura di Marocchino: l’uomo fin da subito al centro del giallo, già nelle carte del primo e unico pm che sul serio abbia indagato sul caso, Giuseppe Pititto, e per questo “fatto fuori” per “incompatibilità ambientale”. Ovvio: chi rischiava di alzare il sipario su quei traffici di “armi e rifiuti” andava eleminato. “Doveva morire” sotto il profilo giudiziario, essere sbattuto in un tribunale di provincia e poi in un cimitero degli elefanti come l’Ater che gestisce immobili della Provincia di Roma. Così come “Dovevano morire” Ilaria e Miran che avevano scoperto traffici, connection e complicità molto più grandi di loro. Scoperte che avrebbero portato ad un vero terremoto nelle nostre stesse istituzioni. Per capire il ruolo di Marocchino in tutta la story, meglio andare subito ad un episodio chiave. Vale a dire la querela presentata dallo stesso Marocchino e dal colonnello del SISMI Luca Rajola Pescarini contro Giampiero Sebri, uno dei testi chiave che nel corso dell’udienza processuale del 5 giugno 2002 lancia bordate pesantissime, e particolarmente dettagliate, contro i due, accusati di aver messo su “un sodalizio criminale per un traffico d’armi” e di essere responsabili della “preparazione dell’agguato di Mogadiscio costato la vita ad Ilaria Alpi e Miran Hrovatin”.

E CHI INSABBIA? PALAMARA. E chi sarà mai il pubblico ministero che a Roma deve valutare quei fatti? Nientemeno che Luca Palamara, il quale prende per oro colato le accuse contro Sebri formulate dai legali di Marocchino e Rajola Pescarini e chiede tre anni di condanna per “calunnia aggravata”, aggravata cioè dal fatto di aver fornito dei precisi dettagli. Se ne frega di effettuare accertamenti, Palamara, di valutare accuse tanto pesanti e se la sbriga chiedendo tre anni di condanna. Coglie la palla al balzo il giudice, Alfredo Landi, che condanna l’imputato a tre anni. Facile come bere un bicchier d’acqua, ottimo e abbondante per insabbiare ancora una volta & depistare. Del ruolo di Marocchino ha scritto montagne di carte l’avvocato Domenico D’Amati, lo storico legale della famiglia Alpi. Alla “Voce” D’Amati raccontò di quella fondamentale pedina, dei traffici di armi & rifiuti, di quegli scenari internazionali da brivido e di troppi depistaggi eccellenti. La figura di Marocchino è al centro del capitolo dedicato al giallo Alpi nel volume “Giornalismi & Mafie” pubblicato nel 2008 e curato da Roberto Morrione. Ed è anche al centro di parecchi report redatti negli anni ’90 dal Sisde, in perfetto contrasto con il Sismi: per la serie, Servizi civili contro Servizi militari. Tutti i “segreti” – è il caso di dirlo – ruotano intorno alla figura di un agente del Sisde che “sapeva tutto” ed il cui nome non è mai stato rivelato. E’ stato lui, infatti, a confezionare un paio di dossier bollenti su quei traffici ed i protagonisti in campo: Marocchino in pole position. Le dettagliate informative sono state inviate dal Servizio civile e quello militare, il quale però ha fatto orecchie da mercante e ha “coperto”. Facendo notare appena che erano “a conoscenza di traffici d’armi nel Corno d’Africa”, ma nulla più.

PERCHE’ QUELL’AGENTE RESTA MISTERIOSO? Ed invece l’agente misterioso va avanti nei suoi approfondimenti e precisa che “Marocchino ha allestito in Somalia un’officina di assemblaggio per armi pesanti” ed è inoltre coinvolto in un progetto di cooperazione tra Italia e “Somalia Somib”, niente altro che una copertura per i traffici d’armi. A quanto si sa, la “fonte” del Sisde ha cominciato ad indagare a partire da febbraio 1993. Sorge spontanea una domanda. Come mai non è stato chiesto con forza da alcuna forza politica – MAI – di conoscere l’identità di quella fonte affinchè sia finalmente interrogata dall’autorità giudiziaria? La Procura di Roma, o meglio quella di Perugia, visto il perenne clima da “porto delle nebbie” che si respira in riva al Tevere? Ostacola forse il timore di scoprire troppi altarini? Di svelare complicità istituzionali che è meglio insabbiare? Il giallo, a quel punto, può trovare la sua svolta. Ben difficile che il rapporto della CIA, una volta reso noto nella sua completezza, possa svelare più di tanto. Per un solo motivo: gli americani erano nostri “complici” in quei traffici di armi. Sapevano benissimo e hanno chiuso gli occhi. Per qual motivo riaprirli adesso?

Uccisa due volte. Dalla Giustizia italiana. Inchieste 30 Ottobre 2016 di: Andrea Cinquegrani su La Voce delle Voci. Giallo Alpi. Giorni fa l’ennesimo schiaffo alla memoria di Ilaria e Miran Hrovatin, l’assoluzione del killer inventato dai “burattinai” per depistare meglio, 26 anni affibbiati Hashi Omar Assan che c’entrava come il cavolo a merenda. “Una conclusione schifosa, una tragica farsa”, ha ancora la forza di commentare Luciana Alpi, la sempre più sola madre di Ilaria. Solo una giustizia inefficiente? Dotata sempre dei soliti scarsi mezzi? Oppure pigra e farraginosa? Altri aggettivi servono meglio a descrivere i fatti: depistante, utilizzata solo per coprire quanto è realmente accaduto. Quindi, in soldoni, complice. Soprattutto se il burattinaio è da novanta: addirittura in casacca a stelle e strisce, la CIA. Ci sono – a questo punto del giallo tragicamente farsesco – molte tessere del mosaico che combaciano, e mandano una luce sinistra. Vediamole, ripercorrendo alcuni passaggi recenti e passati. Ecco un paio di frasi pronunciate da Luciana Alpi: “Oggi abbiamo appreso che Ilaria è morta di caldo. Sì, di caldo, in Somalia”. “Sono furibonda per tutto quello che hanno fatto e disfatto per coprire gli assassini e i moventi di un duplice delitto”. “I giudici non hanno ascoltato i veri protagonisti di questo lungo depistaggio”. “Dai verbali delle udienze emerge che l’ambasciatore Giuseppe Cassini ha portato in Italia il testimone Gelle, il quale accusa Hashi di aver sparato a Ilaria e Miran. Ma non c’è mai stato un giudice o una Corte che lo abbiano interrogato. Per confermare o per smentire. Hanno condannato un giovane sulla base di una sola dichiarazione”. E oggi neanche si scusano. Continua la signora Alpi, una donna ormai distrutta nel morale e provata anche nel fisico: “Una giornalista di ‘Chi l’ha visto’ (Chiara Cazzaniga, ndr) ha rintracciato Ali Rage Ahmed, alias Gelle, lo ha intervistato, si è fatta dire la verità. La Procura di Roma sapeva dov’era. Viveva alla luce del sole. Ha fatto finta di niente. Non lo ha mai interrogato. Ripeto: uno schifo”. “Ormai sono convinta che sulla morte di mia figlia e di Miran non è stato fatto nulla a livello di indagine. Sul caso si sono alternati negli anni ben cinque magistrati e tre procuratori. Eppure nessuno è riuscito a porre fine alle troppe bugie, ai troppi depistaggi che hanno caratterizzato questa vicenda. Ho ormai la netta impressione che gli inquirenti non siano mai stati interessati a scoprire la verità”.

LO SCIPPO DELL’INCHIESTA. Ce n’era uno, entrato subito in scena. Ma proprio perchè aveva forse intenzione di scoprire quella verità è stato immediatamente fatto fuori, estromesso dalle indagini. Si tratta di Giuseppe Pititto, che per quei primi tentativi di far luce sul giallo di Mogadiscio non solo venne scippato del fascicolo istruttorio, ma cacciato da Roma, per preciso volere dell’allora procuratore capo Salvatore Vecchione. Pititto ha quindi lavorato a L’Aquila per alcuni anni, poi, stanco di questa giustizia, ha abbandonato la toga. Ha però avuto la forza, Pititto, di scrive un thriller politico per Fazi Editore, “Il grade corruttore”. Ecco la trama: protagonista una giornalista, Federica Olivieri, inviata nello Yemen. E’ a caccia di una pista per un traffico internazionale di armi, scopre che il burattinaio è nientemeno che il nostro ministro degli Interni, Ugo Miraglia, il quale, ovviamente, sta per diventare Capo dello Stato. Federica viene barbaramente assassinata, partono le indagini e subito il procuratore capo di Roma dà tutto per chiaro, un tragico incidente, i soliti balordi. Per un puro caso il fascicolo finisce nelle mani di un giovane pm, Davide Nucci, il quale man mano si troverà sempre più debole e isolato. Proprio mentre il ministro Miraglia entra al Quirinale. “Magistratura, politica, giornali, tutti si schierano in silenzio, partecipando a una colossale recita in cui ogni ruolo, ogni battuta, risponde ad una regia spietata”. Veniamo al cuore del giallo, che batte amerikano. E riportiamo alcune parole tratte da un altro libro, uscito nel 2008, “Giornalismi & mafie”, curato da un vero maestro dell’informazione, Roberto Morrione. Nel denso capitolo significativamente titolato “L’omicidio di Ilaria Alti – Alta mafia tra coperture, deviazioni, segreti” eccoci di fronte ad un paio di quesiti chiave: “perchè il dottor Pititto è stato estromesso dall’inchiesta proprio in un momento delicato e di possibile svolta nelle indagini? Il dottor Pititto, con la collaborazione della Digos di Udine, aveva fatto giungere in Italia i due testimoni oculari, Ali Abdi e Nur Aden, l’autista e l’uomo di scorta, ma non li ha potuti interrogare”. Come mai? Altro interrogativo da novanta: “Perchè non si è individuato chi, tra le autorità italiane e dell’Unosom, ha consentito o collaborato o addirittura disposto di costruire un capro espiatorio?”. Da tener ben presente che già otto anni fa – ben prima della fresca sentenza – Hashi Omar Assan veniva definito un “capro espiatorio”! Subentrerà nelle indagini a Pititto il pm Andrea De Gasperis, che caratterizzerà la sua azione per “incompetenza e sciatteria”, come denunciarono i coniugi Alpi. Andiamo, a questo punto, alla Digos di Udine, che se le cose fossero andate come giustizia comanda (con un Pititto alla guida delle indagini) avrebbe rischiato – udite udite – di far luce su quella tragica connection, a forti tinte Usa. Un rischio che non si poteva certo correre: per questo estromessa Udine, cacciato Pititto.

NEI MISTERI DI VIA FAURO. Maggio 1994. Subito alla ribalta la prima “fonte confidenziale” (ne seguiranno altre due) che contatta la Digos friulana. Fa il nome di due italiani che vivono e operano a Mogadiscio da anni. Si tratta di Giancarlo Marocchino e Guido Garelli, un imprenditore esperto in logistica da molti etichettato come disinvolto faccendiere, il primo; un colonnello impegnato dei deserti del Sahara occidentale (un po’ come il Drogo nel Deserto dei Tartari di Buzzati) con la passione per la Somalia, il secondo. Fornita l’imbeccata, la fonte sparirà nel nulla. Ma prima accenna ad una “piccola società aerea che fa capo a Marocchino e Garelli ed ha sede in via Fauro a Roma”. Drizzano subito le antenne due ispettori della Digos di Udine, Giovanni Pitussi e Antonietta Motta. Quest’ultima, in particolare, ha ben presente una trasmissione del Costanzo Show in cui, guarda caso, sono ospiti i genitori di Ilaria, e si parla del recente attentato di via Fauro che avrebbe avuto come obiettivo l’abitazione del giornalista. Si mettono subito al lavoro, Motta e Pitussi, e scoprono che proprio a via Fauro hanno sede tre società che si occupano di trasporti, anche aerei: Finarma, Fin Chart e Saniservice. La prima fa capo nientemeno che a un ex magistrato, Pio Domenico Cesare, che stanco di codici e pandette pensò bene di darsi anima e corpo ai traffici di monnezza, meta preferita la Somalia. Dettagliò addirittura nel 1995 un servizio firmato da Luigi Grimaldi per il settimanale “Avvenimenti” che la toga-imprenditrice “coordinava gli incontri tra la Fin Chart e i rappresentanti somali per definire il progetto di smaltimento dei rifiuti tossici nel Corno d’Africa”. E a via Fauro 59 è localizzato il primo quartier generale di Fin Chart. Come mai la procura romana non approfondì quel ramo d’inchiesta il cui imput arrivava dalla Digos di Udine? Come mai delle indagini, pur avviate dal pm Franco Ionta, si sono perse le tracce? E non è stato approfondito un tassello strategico, ossia l’incrocio con un’altra strage, quella del Moby Prince, in cui fanno capolino misteriose sigle guarda coso ubicate sempre nella affollata via Fauro? L’ennesimo buco nero – quello del Moby Prince – sul quale da un anno è impegnata una fresca commissione parlamentare d’inchiesta. Nei rapporti Digos veniva fatto espressamente cenno ai possibili mandanti del duplice omicidio, tra cui il titolare dell’altra compagnia dei misteri, la Shifco (che trasportava rifiuti tossici a bordo delle navi donate del nostro governo), ossia Mugne Said Omar; e un trafficante di armi ed esponente del clan Murosade, Osman Mohamed Sheikh. Ma c’è un terzo personaggio rimasto nell’ombra, “un somalo-americano prima arruolatore di Mujadin per conto della Cia – scrive Grimaldi – e poi portavoce delle Corti islamiche”. Eccoci, allora, dentro le connection a stelle e strisce che portano da Mogadiscio direttamente negli States. Esiste la verbalizzazione di un ufficiale dei carabinieri (il nome non è mai trapelato) secondo cui la trappola mortale per Ilaria e Miran venne organizzata dalla Cia. Vero che riferisce “de relato”, fonti dell’allora Sismi e dell’Ambasciata italiana: ma che fine ha fatto quella pista? Ricorda qualcosa l’ambasciatore Giuseppe Cassini, così solerte da portare per mano in Italia l’accusatore taroccato Gelle? Passiamo a un’altra sigla il cui nome fa solo ora capolino attraverso la desecretazione – decisa un anno fa – delle centinaia e centinaia di pagine. Si tratta di CISP, una delle tante organizzazioni non governative che allora lavoravano nel Corno d’Africa per l’Italia. Ma strategica: perchè si occupò dell’ultimo trasporto di Ilaria e Miran, provenenti da Bosaso e in arrivo all’aeroporto di Mogadiscio. Come mai un cambio in corsa, visto che era stato fino a quel momento curato – e doveva esserlo anche quel giorno – dal servizio ufficiale per i trasporti, Unisom? Come mai la delicatissima notizia degli spostamenti dei due nostri giornalisti viene affidata alla fino a quel momento sconosciuta Cisp? Il quadro forse diventa più chiaro se passiamo Cisp ai raggi x. A guidarla una dottoressa italiana, Stefania Pace, a Modagiscio, con la suo Ong, dal 1988. E’ la compagna di un uomo di peso della Cia nella bollente capitale somala, Ibrahim Hussein, alias Malil. Un altro con il pallino della logistica, Malil, tanto che il suo posto – dopo il misterioso “suicidio” giocando alla roulette russa – viene preso proprio da Marocchino. Un vero hobby l’assistenza alla Ong e a tutta la Cooperazione made in Italy e promosso dal nostro governo, per Malil, visto che la maggior parte del suo tempo lo dedica ai destini della Cia a Mogadiscio, in qualità di “Top Asset”. Appartenente a una ricca famiglia somala, Malil compie i suoi studi nelle università yankee e viene arruolato, per quell’incarico al servizio dell’intelligence Usa, da un pezzo grosso, Mike Shankin, alias Condor, una vita da 007 tra Washington, Londra (in co-servizio con l’M16 di sua maestà britannica) e, appunto, Mogadiscio. E’ proprio Shankin a dirigere la caccia al generale somalo Aidid, in compagnia di due amici: John Garret, alias Crescent, e John Spinelli, alias Leopard. Per inciso, l’affiatatissimo tandem Shankin-Spinelli è coinvolto in un altro giallo, quello del rapimento dell’imam Abu Omar, in combutta con l’allora capo dei nostri Servizi, Nicolò Pollari, e con gli 007 de noantri capeggiati dalla Mancini & Tavaroli band.

TRE CUORI E UNA CAPANNA, LA CIA. Ma torniamo a Shankin. Una vita spericolata (tanto da costargli il licenziamento perfino da quei rotti a tutto della Cia!), però coronata da un grande amore. E con chi mai convolerà a nozze il fortunato Mike? Nientemeno che con una fresca vedova, Stefania Pace, un marito morto per gioco, ma secondo i più “eliminato”. Stefania, poi, si unirà a Mike anche sotto il profilo lavorativo, visto che i due si rimboccheranno le maniche con una attrezzata “consulting” in materia di informazioni, servizi & spiate. La cordata dei compagni di merende non è ancora finita. Perchè nel team figura anche un altro uomo targato Cia, e ben nascosto sia dietro un nome di battaglia, Hamed Washington, che dietro un generico impegno per conto della Comunità europea, a fianco delle nostre Ong (come Cisp) sia sotto il profilo logistico-organizzativo che, ancor più, finanziario. Ed eccoci ad un altro incrocio, una chiave per entrare al cuore del giallo sulla morta di Ilaria e Miran: é l’amico di Shankin e Spinelli, ossia Hamed Washington, a portare su un piatto d’argento all’ambasciatore italiano Cassini il teste taroccato, Gelle. Tutto ancora da scoprire, quindi, il perchè di quel passaggio del testimone, deciso non si sa come e da chi, all’ultimo istante, tra Unisom e Cisp per quanto riguarda le consegne circa il trasporto di Ilaria e Miran dall’aeroporto di Mogadiscio all’albergo. Così ci si chiede con angoscia nel capitolo “L’omicidio di Ilaria Alpi”: bisogna “sviluppare l’inchiesta su che cosa accadde quella domenica 20 marzo dall’arrivo di Ilaria e Miran all’aeroporto fino all’agguato davanti all’hotel Humana: chi e con quale mezzo andò a prendere i due giornalisti all’aeroporto per condurli al loro hotel (il Sahafi); perchè, a conoscenza dell’estrema pericolosità della situazione, decidono di andare all’hotel Hamana (attraversando la linea verde). C’è un appunto di Ilaria significativo sulla consapevolezza della pericolosità circa la situazione, che avvalora l’ipotesi che il trasferimento dal Sahafi all’Hamana sia stata un vera trappola. Ecco il testo: ‘nessuno senza un motivo particolarmente valido passa da una zona all’altro. Qualunque spostamento deve essere accuratamente organizzato”. Come mai, in 22 anni e passa, a nessuno degli inquirenti e procuratori succedutisi al capezzale dell’inchiesta è venuto mai in mente di interrogare, su quei nodi, Stefania Pace che curò, come Cisp, quello spostamento, e il tandem Cia? Perchè nessuno ha levato il cappuccio a mister Washington? Si chiede e chiede Grimaldi: “Perchè dopo il duplice omicidio la sicurezza dell’hotel Hamana si reca proprio al Cisp per sapere come comportarsi e da lì viene contattato via radio Marocchino perchè intervenga? Perchè dopo anni un falso autista di Ilaria, ma in possesso di documenti autografi della giornalista Rai, incontra casualmente in Kenia la giornalista Isabel Pisano (buona e vecchia amica di Francesco Pazienza) durante un viaggio verso Mogadiscio, sulle tracce di Ilaria e Miran, organizzato per lei da Stefania Pace?”.

CASO ALPI. PERCHE' NESSUNO INDAGA SUL SUPERTESTE E SU CHI LO HA TAROCCATO? Paolo Spiga il 24 Novembre 2016 su La Voce delle Voci. “Come mai fino ad oggi nessuno ha mai interrogato quelli che hanno interrogato il teste chiave Gelle?”. Sembra un rebus o una sorta di scioglilingua. Invece è uno degli interrogativi più bollenti che circonda il giallo della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi 22 anni fa a Mogadiscio da killer ancora impuniti. A porsi queste e altre domande, è la madre della giornalista, nel corso di un’intervista rilasciata a Colorsradio, l’emittente romana in prima linea nel denunciare, in modo particolare, i casi di malagiustizia e malasanità. Un caso tornato alla ribalta, a fine ottobre, con l’assoluzione per Hashi Omar Hassan, il somalo che ha scontato da innocente ben 16 anni di galera. Un clamoroso errore giudiziario, causato dalla testimonianza taroccata di Ali Rage Hamed, alias Gelle. E il povero Hashi sarebbe ancora a marcire in galera se una giornalista di Chi l’ha visto, Chiara Cazzaniga, non fosse andata a Londra ad intervistare Gelle: il quale ritratta quella versione farlocca, dice che Hashi non c’entra nulla e di essere stato imbeccato. Non fa il nome di chi, comunque basta perchè – dopo alcuni mesi – l’innocente Hashi venga scagionato da ogni accusa e rimesso in libertà. Qualche toga pagherà mai per un errore del genere? Ma sentiamo le parole di Luciana Alpi ai microfoni di Colorsradio, intervistata dal direttore David Gramiccioli. “Non abbiamo mai creduto, sia mio marito che io, nella colpevolezza di Hashi. Ci siamo sempre battuti perchè venisse acclarata la sua innocenza”. “E adesso, alla mia età, dovrei ricominciare tutto da capo. Sono stanca di essere presa in giro. Sono cose immonde, volgarità senza limiti. E’ un calvario pesantissimo”. “La circostanza che mi lascia sbigottita, tra le tante, è soprattutto una: perchè non è stato mai interrogato chi ha interrogato Gelle? Perchè nessuno ha mai interrogato gli inquirenti che nel 1997 interrogarono Gelle? Perchè alla procura di Roma nessuno mai ci ha pensato?”. Nell’ultima inchiesta la Voce ha ricostruito quell’incredibile episodio: Gelle “consegnato” da un agente coperto della Cia, Hamed Washington, al nostro ambasciatore a Mogadiscio, Giuseppe Cassini, e da questi portato a Roma per la ‘confessione’. Come mai non sono stati interrogati protagonisti e attori di quella sceneggiata? Come mai – si chiede ora Luciana Alpi – nessun magistrato ha pensato bene di chiedere conto a chi all’epoca interrogò in modo quanto meno ‘anomalo’ il super teste? Impossibile? Così come era impossibile farsi raccontare da Gelle – mesi fa, come ha fatto Chiara Cazzaniga – quella nuova verità? Interrogativi che pesano come macigni. La storia fa il paio con l’inchiesta sulla strage di via D’Amelio e il pentito taroccato Vincenzo Scarantino, la cui testimonianza costò 16 anni di galera – guarda caso i numeri ricorrono – per nove innocenti: e i mandanti sempre a volto coperto.

Ma sentiamo ancora le parole della madre di Ilaria.

“Chi poteva aver interesse ad eliminare mia figlia? Trafficanti d’armi e di rifiuti tossici e anche la mala cooperazione. Nel suo notes Ilaria aveva segnato alcune cifre: ricordo i 1.400 miliardi di lire sperperati in quella cooperazione”. “I mandanti? Non posso saperlo. Comunque sia italiani che stranieri”. “L’inchiesta è passata per le mani di cinque magistrati. E ancora oggi niente. Secondo loro, con la condanna di Hashi, era tutto risolto. Non hanno più indagato, per loro la verità era quella, il caso era chiuso. Nonostante fosse chiaro il contrario, e poi si è visto. Sembrava dicessero, "cosa vuole ancora ‘sta famiglia"!” “L’ultima volta che ho sentito Ilaria è stato solo due ore prima della sua uccisione. Era appena arrivata da Bosaso, dove aveva intervistato il sultano locale. Le chiesi se tornava, lei mi rispose che aveva ancora da fare e avrebbe chiesto alla Rai se poteva rimanere altri due giorni. Le dissi, ‘ma dai, sarai stanca…”, e lei ‘mamma, per favore…’”. “Sono passati 22 anni, e non può esistere che la verità non venga alla luce. Ho il diritto di sapere. E mi batterò fino a che ne avrò la forza.

Monica Ricci Sargentini per il “Corriere della Sera” il 7 Luglio 2022.

Una bomba sotto l'automobile. È morto così nella sua amata Mogadiscio, in Somalia, Hashi Omar Hassan, l'uomo che era stato condannato per l'omicidio della giornalista Ilaria Alpi e dell'operatore Miran Hrovatin e che nel 2016, dopo quasi 17 anni di carcere, era stato finalmente riconosciuto innocente. Una vita, la sua, segnata dalla sfortuna perché la morte lo coglie proprio ora che si era ricostruito una vita e stava per lanciare un'attività import-export nel suo Paese grazie ai tre milioni di euro riscossi dall'Italia come risarcimento per l'errore giudiziario. 

«Tre milioni - aveva detto nel 2018 in un'intervista al Corriere della Sera - sono niente rispetto all'inferno che ho vissuto. Diciassette anni della mia vita valgono molto di più e tutto quel tempo non mi verrà mai restituito». Probabilmente sono stati proprio quei soldi la causa della sua morte. È la tesi di Antonio Morriconi, l'avvocato storico di Hassan: «Sono stati i terroristi islamici, nessun dubbio.

Lo hanno ammazzato a scopo di estorsione. Sono persone in cerca di soldi per fare gli attentati e se non sei d'accordo ti uccidono». L'omicidio è avvenuto nel quartiere di Dharkenley, nella zona meridionale della capitale somala. 

Finora non c'è stata alcuna rivendicazione ma il modus operandi sarebbe quello dei militanti al Shabab.

Una tesi che, però, non convince la Federazione nazionale della stampa italiana, l'Ordine dei Giornalisti e l'Usigrai che, tramite l'avvocato Giulio Vasaturo, sono pronti a presentare una richiesta alla Procura di Roma, all'ambasciata italiana a Mogadiscio ed a quella della Somalia in Italia, «per sollecitare indagini mirate sulle dinamiche dell'attentato in cui ha perso la vita Hashi Omar Hassan, anche al fine di verificare l'esistenza di un eventuale collegamento fra questo efferato delitto e l'inchiesta, tuttora in corso, sull'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin». Poco dopo aver testimoniato in Italia, fu rinvenuto in un albergo di Mogadiscio il cadavere di Ali Abdi, l'autista di Ilaria. Mentre nel 2003 Starlin Arush, attivista somala, amica dell'inviata del Tg3 , è stata uccisa da un commando di sicari, nei pressi di Nairobi. 

Hassan era stato arrestato nel 1998 durante un soggiorno in Italia, dove doveva deporre su altre vicende somale.

Ad accusarlo furono due persone: Ahmed Ali Rage, detto Gelle, che si spacciò per testimone oculare del delitto Alpi-Hrovatin e che disse di averlo visto alla guida della Land Rover del commando di assassini; e l'autista occasionale di Ilaria Alpi, Ali Abdi, morto poco dopo il suo rientro in Somalia, nel 2003, dopo aver perso la protezione una volta accertato che la sua testimonianza era falsa. Gelle, invece, in una deposizione resa per rogatoria acquisita dalla Corte d'Appello di Perugia per la revisione del processo, aveva ritrattato le sue accuse affermando di essere stato pagato per affermare il falso. 

L'assoluzione definitiva giunse dopo altri tre processi: quello di primo grado presso la Corte d'Assise di Roma che nel 1999 giudicò Hassan innocente, l'Appello del 2000 che stabilì l'ergastolo per «concorso in omicidio» e la riduzione della condanna a 26 anni in Cassazione nel 2001. 

I genitori di Ilaria Alpi erano convinti dell'innocenza di Hassan: «La famiglia di Ilaria mi ha creduto e ha fatto quello che poteva per cercare la verità, sapevano che ero solo un capro espiatorio» aveva raccontato l'uomo. Ma la coppia non aveva mai smesso di cercare i veri autori della strage e i loro mandanti. Giorgio Alpi è morto nel 2010 dopo una lunga malattia, la moglie Luciana ci ha lasciato nel 2018 ma l'inchiesta della Procura di Roma sull'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin è ancora aperta.

Tra il 2018 e il 2019 il gip Andrea Fanelli ha bocciato ben due richieste di archiviazione, avanzate dalla pm Elisabetta Ceniccola, sollecitando ulteriori accertamenti. Tra questi c'è anche l'acquisizione di atti relativi alle indagini sulla morte del giornalista Mauro Rostagno, ucciso dalla mafia nel 1988. Il gip ha «invitato» i pm romani a verificare l'eventuale esistenza di punti di contatto con il caso Alpi, con un «focus» particolare sul traffico d'armi. La verità, però, appare lontana.

Somalia, una bomba uccide Omar Hassan. Era stato condannato e poi assolto per il delitto Alpi - Hrovatin.  Daniele Mastrogiacomo su La Repubblica il 6 luglio 2022.  

Liberato dopo 16 anni di ingiusta detenzione per l'omicidio della giornalista Rai aveva ottenuto un risarcimento dallo Stato italiano. Ucciso da Al Shabaab per essersi rifiutato di pagare il pizzo 

Al Shabaab gli aveva imposto il pizzo. Era tornato in Somalia, pieno di quattrini, e quindi doveva pagare. Come tutti gli imprenditori. Perché a Mogadiscio questa è la regola. Comandano gli jihadisti che hanno giurato fedeltà ad Al Qaeda. Ma lui, Omar Hashi Hassan, un nome noto in Italia per aver scontato ingiustamente 17 anni dei 24 inflitti dalla giustizia per l'omicidio della giornalista Rai Ilaria Alpi e del suo operatore Miran Hrovatin il 20 marzo del 1994, non aveva ceduto. Così, dopo altre minacce, è arrivata la sentenza di morte. I miliziani hanno piazzato una bomba sotto la sua auto che è esplosa appena Hashi ha messo in moto. La sua macchina è stata ridotta a un cumulo accartocciato di lamiere fumanti. Del corpo sono rimasti solo brandelli. Si chiude così la vita tormentata di un uomo due volte vittima di un destino beffardo.

La prima, il 12 gennaio 1998. Ilaria e Miran sono morti da quattro anni. I familiari si battono come leoni per conoscere la verità che tutti, con ruoli diversi, cercano di nascondere. L'inviata della Rai in Somalia ha scoperto qualcosa che mette in imbarazzo le nostre autorità. Non si sa cosa. I suoi taccuini riportano date, nomi, località che portano nel nord del Paese africano. Si sa che, il giorno prima di essere vittima di un agguato a Mogadiscio, ha incontrato e parlato con Abdullah Moussa Bogor, potente sultano di Bosaso. L'incontro è stato proficuo, Ilaria lo dice al giornale. Ma le cose che si appresta a raccontare nel suo servizio coinvolgono l'Italia e la compagnia della flottiglia di pescherecci Schifto, donata dal nostro Paese, in un traffico di rifiuti e probabilmente di armi. Un dettaglio troppo pericoloso per le nostre autorità impegnate in una missione di pace, non di guerra, nel Corno d'Africa.

Il testimone che accusò Omar Hassan

Ilaria e Alpi sono aggrediti vicino al loro albergo poco dopo il loro rientro da Bosaso. Indaga la magistratura. Il caso è affidato al pm Giuseppe Pititto che incrocia alcune informative della Digos di Udine nel frattempo sulle tracce di un altro omicidio eccellente, il maresciallo Vincenzo Li Causi, uno 007 ucciso anche lui in circostanze misteriose in Somalia nel novembre del 1993. Le indagini portano ancora al traffico di rifiuti pericolosi. Ma non si arriva a conclusioni certe. Il fascicolo sulla morte dei due giornalisti, di colpo, è affidato al pm Franco Ionta che si occupa stabilmente di terrorismo. Lavora con l'allora vicecapo della Digos, oggi capo della Polizia, Lamberto Giannini. I due inquirenti sono convinti di aver trovato il responsabile del duplice omicidio. Hanno una fonte diretta, si chiama Ahmed Ali Raghe, detto Gelle. Il nome è fornito dall'ambasciatore italiano in Somalia Giuseppe Cassini.

Gelle, dice, sa chi ha ucciso i giornalisti Rai. Scatta la trappola: Hashi Omar Hassan viene imbarcato su un aereo e portato a Roma assieme ad altri tre somali con la scusa che testimonierà sulle presunte torture inflitte dai nostri soldati a dei prigionieri somali nel corso della missione Restore Hope. Ma da testimone, nel giro di poche ore, Hashi si trasforma in imputato. È accusato di concorso nell'omicidio Alpi-Hrovatin. Chi lo ha denunciato fa un confronto dietro un vetro, conferma quanto asserisce, e prende il largo. Si traferirà a Birminghan dove otterrà asilo politico, si sposerà, avrà cinque figli, un lavoro. Tutti sanno dove si trova ma nessuno lo cerca per metterlo ancora a confronto con chi ha accusato di omicidio. Hashi si difende, nega, si dichiarerà sempre innocente. I suoi avvocati si scontrano contro un muro di menzogne e di depistaggi. Il presunto killer viene assolto in primo grado ma poi condannato all'ergastolo in appello.

La giornalista che scoprì l'inganno 

La Cassazione confermerà la sentenza riducendo a 24 anni la pena. Sarà grazie a Chiara Cazzaniga, collega della trasmissione di Rai 3 "Chi l'ha visto?", se il grande inganno viene alla luce. La giornalista si reca in Gran Bretagna e convince Gelle a dire la verità. Il supertestimone racconterà di essere stato pagato per dire il falso e spiega che Haschi non ha nulla a che vedere con l'omicidio di Ilaria e Miran. Lo credono anche i genitori della giornalista assassinata. Luciana Alpi lo dirà anche a noi nel corso delle due interviste che concesse a Repubblica. "Per me è come un figlio, so bene che non ha nulla a che vedere come la morte di mia figlia", dichiarò. Aveva ragione. Anche lei ha lottato tutta la sua vita per la verità. Il team legale di Haschi propone la revisione del processo.

La Procura generale di Perugia accoglie la tesi difensiva e proscioglie definitivamente il condannato. Dopo 17 anni di carcere. Omar Hashi Hassan ha avuto un risarcimento di 3 milioni e 181 mila euro. È tornato in Somalia, ha avviato un'attività. Al Shabaab, come a tutti gli imprenditori, gli ha imposto la tassa di protezione. Un pizzo. Davanti al suo ennesimo rifiuto lo ha fatto saltare in aria con una bomba piazzata sotto la sua auto. "Un anno fa era tornato in Italia", ci racconta il suo avvocato Antonio Moriconi, "ci confermava le minacce e i taglieggi degli Al Shabaab. Ma si sentiva sicuro. Diceva di avere dei parenti nel governo, gente del suo clan, che non usciva mai da Mogadiscio. Rideva quando lo invitavamo alla prudenza. Alzava le braccia al cielo, Inshallah!, esclamava. Lui mi ha risparmiato parte della detenzione, aggiungeva, deciderà anche sulla mia vita".

Hassan e il caso Ilaria Alpi: confessioni di un innocente. Gigi Riva su La Repubblica il 23 febbraio  2017. 

L’Italia gli ha “rubato” 19 anni. Ora che ne ha 43 è stato prosciolto dall’accusa di aver ucciso la giornalista del Tg3 e l'operatore Miran Hrovatin. Per la prima volta parla da uomo libero

«Per la mia religione ho diritto a quattro mogli. Ma ne aggiungerò altre due. Totale sei. Allah mi capirà, devo recuperare i 19 anni di vita che l’Italia mi ha rubato e durante i quali non ho potuto fare l’amore».

Non esiste in letteratura, e nemmeno nella realtà, un uomo come Hashi Omar Hassan, somalo, capace di scherzare su un tempo tanto lungo passato in galera da innocente per uno sconcertante errore giudiziario in cui si sono sommati sciatteria, insipienza, pigrizia, depistaggio (lo dice la sentenza della Corte d’Appello di Perugia che l’ha finalmente mandato assolto nella causa di revisione), discriminazione, razzismo. 

Era imputato, Hashi, per l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, giornalista e operatore del Tg3, ammazzati a Mogadiscio il 20 marzo del 1994. Chi lo aveva accusato, il suo connazionale Ahmed Alì Rage detto “Gelle”, non si è mai presentato in tribunale a deporre, eppure è stato creduto, prima di rimangiarsi tutto.  Mai come in questo caso si è incarnato il formidabile incipit del Processo di Kafka: «Qualcuno doveva aver calunniato Josef K. perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato». 

 Seduto a un tavolo del caffè Pedrocchi di Padova, l’uomo che è tornato a rivedere le stelle, 43 anni, è un’esplosione di vitalità, ottimismo, buonumore, distribuiti sul metro e 89 di altezza per 106 chili di peso («ma erano 120 chili in carcere, sto dimagrendo ora che non sto più nei tre metri della cella, e cammino, cammino, cammino»). Sarebbe pure normale tanta allegria, oggi, se non fosse la postura che lo ha accompagnato per tutta la vicenda: «Il mio modo per sopravvivere. E vincere». Nel ripercorrere gli eventi parte da una premessa: «Io non ce l’ho con gli italiani che sono 60 milioni e sono diventati come la mia famiglia. Mentre quelli che mi hanno incastrato sono 4-5 persone. La Digos di Roma, la procura di Roma, quelli che hanno pagato Gelle perché dicesse che facevo parte del commando, l’ambasciatore Giuseppe Cassini che era in buonafede ma l’hanno raggirato». 

Hashi, figlio di un militare istruttore delle forze armate, ha il sogno di diventare ingegnere meccanico, ma quando è in età di studi in Somalia scoppia la guerra. Niente scuola, qualche lavoro saltuario, ripara le auto, fa il volontario della Croce Rossa. Un giorno del 1993 per strada a Mogadiscio interviene, sono sue parole, in difesa di una sorella aggredita da un uomo, scoppia una rissa, intervengono i soldati italiani che sono nel Paese in missione. «Mi hanno picchiato per tutto il giorno, poi la sera mi hanno portato al Porto Vecchio e mi hanno gettato in acqua legato». Per questo, quando le malefatte della Folgore vengono alla luce, viene inserito nell’elenco dei testi da ascoltare dalla commissione Gallo incaricata di indagare sulle violenze commesse dai nostri parà. Nel gennaio del 1998 si imbarca su un aereo per Roma: «Sarei dovuto rimanere cinque giorni per poi tornare a casa». Da allora non rivedrà più l’Africa. Perché succede all’improvviso che, siamo nella sede della Digos, arrivano due poliziotti e chiedono: «Chi è Hashi?». «Hashi sono io, rispondo. Entra un terzo che si muove, lo capisco subito, come un capo. È Lamberto Giannini. Io non parlavo italiano allora e viene un interprete per tradurre. Mi dice che ho ucciso Ilaria Alpi e io non rispondo, non parlo. Giannini si vede che è in difficoltà, suda, anche se è gennaio suda. Ma io zitto, capisco che è una truffa e sto tranquillo, tanto la verità uscirà. Mi addormento persino. Poi mi portano a Regina Coeli». 

Su incarico del console somalo, la sua difesa viene affidata all’avvocato Douglas Duale, un connazionale che sta in Italia dagli anni 70. «Quando lo vedo mi rassicuro. È la prima persona a cui posso appoggiarmi. Diventerà come un secondo padre». Si scopre quali sono le prove contro di lui. Lo indica come membro del commando omicida l’autista di Ilaria, Sid Abdi (ora deceduto), uno che aveva escluso, subito dopo l’agguato e anche in seguito, di poter identificare gli assassini, che si è contraddetto più volte sulla ricostruzione, «e che poi ha rivelto ad altri somali di aver cambiato versione perché lo avevano pagato». Di rinforzo arriva il verbale di Gelle, il quale sostiene di essere stato presente sul luogo dell’agguato e di aver riconosciuto gli otto carnefici, tutti appartenenti allo stesso clan, salvo poi fare solo il nome di Hashi. «Io quel tizio l’ho visto solo una volta, quando mi ha contattato per invitarmi ad andare nell’ufficio dell’ambasciatore Cassini che stava lavorando sui soprusi dei soldati italiani». 

Ma tu dove eri il 20 marzo del 1994, Hashi? «Ad Haji Ali, 100 chilometri a nord di Mogadiscio, al capezzale di mio nonno che stava morendo. Quando me l’hanno chiesto l’ho spiegato subito e due testimoni l’hanno confermato. Come facevo a ricordarmelo con tanta  precisione? Perché l’uccisione di una donna è un fatto epocale in Somalia, ne parlavano tutti». A Gelle viene trovato un lavoro a Roma, una macchina della polizia lo porta il mattino e lo riprende la sera finché scompare senza presentarsi in aula al processo di primo grado per confermare il suo verbale. Il pm chiede l’ergastolo, la Corte d’Assise lo assolve. È il 9 luglio del 1999. Hashi viene scarcerato e va in Olanda dove ha degli amici. Però insiste per essere presente all’appello tanto che i suoi avvocati (oltre a Duale, Natale Caputo e Antonio Moriconi) chiedono alla Farnesina di fargli avere un visto: «Io non scappo perché sono innocente e sono un testardo». Il sostituto procuratore generale Salvatore Cantaro non esita a commentare: «Quest’uomo è venuto qui per sfidarci». La condanna è di 26 anni, gli mettono le manette ai polsi direttamente in aula (2002). 

Succede però che la coscienza di Gelle comincia a rimordere. E due anni dopo il teste chiave “irreperibile” per la Digos viene facilmente rintracciato dalla Bbc. Vive a Londra, ha messo su famiglia, fa l’autista. Ritratta totalmente. Non era sul luogo dell’agguato, in quel momento stava all’ambasciata Usa distante 7 chilometri, gli era stato chiesto di indicare Hashi come autore dell’omicidio perché «l’Italia aveva interesse a chiudere in fretta la vicenda», in cambio gli era stato promesso denaro e protezione. Le stesse cose le ripeterà il 18 febbraio 2015 alla giornalista Chiara Cazzaniga nella trasmissione Chi l’ha visto?, all’origine del processo di revisione e del felice esito della vicenda. Un passo indietro al 2002. Hashi inizia il suo percorso nelle carceri più dure d’Italia. Rebibbia, Sulmona, Biella, Padova. «La speranza non mi ha mai abbandonato, nemmeno per un minuto. C’erano detenuti dentro da 25 anni, anche più. E mi dicevo: se non piangono loro, perché devo piangere io? Mi sosteneva la volontà di tornare a riabbracciare i miei famigliari, mamma, papà, le sei sorelle (due nel frattempo morte), due fratelli. E capivo che potevo farlo se mi comportavo bene, rispettavo tutti, compresi i secondini che fanno il loro lavoro». Riesce persino a dire: «Che risate con gli altri carcerati, quasi tutti del sud, quasi tutti in regime di massima sicurezza, quando raccontavo loro storie della mia Somalia. Mi hanno aiutato. Faceva molto freddo a Sulmona, e loro ordinavano a casa “mandate giacconi e coperte per il somalo”, facevano la spesa per me che non avevo nessuno, non ho mai avuto nemmeno un colloquio. E sapete chi ha fatto la domanda per il primo permesso di uscita dal carcere? Luciana, la mamma di Ilaria. Ha sempre creduto nella mia innocenza. Credo non sia mai successo che un imputato abbia avuto la parte civile a suo favore...». 

Perché proprio tu, Hashi? «Perché ero un soggetto semplice, un capro espiatorio ideale. Non c’era un governo che potesse difendermi. Stavo venendo a Roma per deporre sulle violenze e per loro era meglio fare un processo in Italia dove è più facile nascondere la verità. Certo, c’è stata anche discriminazione razziale. Quale italiano sarebbe mai stato condannato senza una conferma in aula delle accuse da parte del testimone principale?». Non vuole vendette, dice. «Non voglio parlare con Gelle. Non ho nulla da dirgli. Tanto ci stanno pensando gli altri somali a insultarlo. Lui ora è isolato, sconta così la sua bugia. Quanto agli italiani che mi hanno rovinato, posso solo commentare che, dopo 19 anni, io sono fuori e sono più forte di prima, questa esperienza mi ha rafforzato. Prima conoscevo i farabutti somali, ora anche i farabutti italiani». Da uomo libero, dopo il 19 ottobre, data della sentenza d’assoluzione, «ho passato i primi tre giorni al telefono, mi chiamavano somali da tutto il mondo, la mia storia è famosa». 

Qualcosa all’Italia la chiede adesso, certo. Il permesso di soggiorno per stare nella comunità padovana di don Luca che l’ha accolto e poi, sullo sfondo, la causa milionaria di risarcimento danni per errore giudiziario che sarà depositata a breve. Quanto? «Decideranno gli avvocati. Qualunque cifra è comunque troppo poco per 19 anni di vita». Il suo futuro sarà in Somalia: «Mi piacerebbe entrare in politica, ho imparato tante cose del mondo che mi sento in grado di farlo. E poi, ma questo è un sogno,  tornare a Roma come ambasciatore del mio Paese. E, con quella qualifica, entrare  negli uffici della Digos...». Il suo Paese lo descrive così: «È come un’auto, con dentro tutti i somali, nella quale è entrato il fango. Ogni tanto saliva a bordo un meccanico, toglieva un pezzo e poi scappava, ma la macchina si fermava di nuovo. Ora però è arrivato un meccanico molto preparato. È il nuovo presidente, Mohamed Farmajo. Al contrario di chi l’ha preceduto non ha a cuore solo gli interessi della sua tribù ma dell’intero Paese. Dunque, italiani, se davvero volete scoprire gli assassini di Ilaria Alpi, ora ci sono le condizioni. Dubito che succederà. Perché sarebbe una verità scomoda che coinvolge molti di voi. Già una volta avete provato a nasconderla. E avete perso». (24 febbraio 2017)

Somalia, Omar Hassan ucciso in un attentato. Fu incarcerato ingiustamente per l’omicidio di Ilaria Alpi. Il cittadino somalo morto oggi a Mogadiscio, scontò 17 anni di carcere in Italia fino alla revisione del processo nel 2016. Il Dubbio il 7 luglio 2022.

È rimasto ucciso da una bomba piazzata sotto il sedile della sua auto a Mogadiscio il miliziano somalo Omar Hashi Hassan, condannato a 26 anni e poi assolto dalla Corte d’Appello di Perugia per l’omicidio della giornalista della Rai Ilaria Alpi e dell’operatore tv Milan Hrovatin del 20 marzo 1994.

Hassan venne rilasciato nel 2016, dopo aver scontato 17 anni di carcere in Italia: per l’ingiusta detenzione la Corte d’Appello di Perugia dispose un risarcimento di tre milioni e 181 mila euro. «Ho perso 17 anni della mia vita in carcere da innocente», commentò all’epoca, appellandosi ai giudici di Roma perché non archiviassero «l’inchiesta sui depistaggi che ci sono stati dopo l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin», che lo avevano portato in carcere sulla base di false accuse. «Non possono proprio archiviare e non far venir fuori la verità», sottolineò ricordando che di ampi depistaggi si era parlato nella sentenza d’assoluzione emessa dalla Corte d’Appello di Perugia.

Il legale: “Sono stati i terroristi islamici, lo hanno ucciso per soldi”

«Sono stati i terroristi islamici, nessun dubbio. Lo hanno ammazzato a scopo di estorsione. Sono persone in cerca di soldi e se non sei d’accordo con loro ti uccidono», afferma l’avvocato Antonio Moriconi, difensore di Hassan per 20 anni insieme con il collega Douglas Duale. Il processo di revisione ha provato la sua completa estraneità ai fatti, spiega l’avvocato. «Abbiamo ricevuto la notizia della morte di Hashi da alcune nostre fonti locali. Il clan a cui apparteneva Hashi ha legami con il nuovo governo. Lui, da quando era tornato in libertà, dopo il processo che lo aveva scagionato, voleva fare qualcosa per il suo Paese. Sognava di inserirsi nel settore dell’import-export. Faceva a volte tappa in Italia, ma andava anche in Svezia dalla figlia e poi da amici in altre città d’Europa». «È una cifra (oltre 3 milioni di euro, ndr) alta e dovuta a tutto il carcere che è stato fatto patire ad un innocente – prosegue Moriconi – Quei soldi però lo hanno ammazzato. Perché i terroristi lo hanno saputo ed evidentemente, dopo che lui non ha ceduto a qualche estorsione, lo hanno fatto saltare in aria. La tecnica dell’attentato dice tutto». «Ho incontrato Hashi per l’ultima volta due mesi fa, eravamo a mangiare insieme. L’Italia non era casa sua, lui sognava e parlava sempre di Mogadiscio, di quello che avrebbe voluto fare, dell’artigianato, delle imprese. Lui, la sua famiglia, il clan al quale apparteneva, voleva che la Somalia tornasse stabile». Hashi Omar Hassan «in Italia venne assolto in primo grado, poi condannato in appello all’ergastolo ed arrestato in aula. Il dato sicuro è che lui con Ilaria e Miran non c’entrava nulla».

Fnsi: “Ora l’Italia indaghi sull’omicidio di Hassan”

Intanto la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, l’Ordine dei Giornalisti e l’Usigrai, per il tramite dell’avvocato Giulio Vasaturo, depositeranno nelle prossime ore una richiesta al Pubblico Ministero presso la Procura di Roma, all’Ambasciata italiana a Mogadiscio ed all’Ambasciata somala in Italia, per sollecitare indagini mirate sulle dinamiche dell’attentato in cui ha perso la vita Hashi Omar Hassan, anche al fine di verificare l’esistenza di un eventuale collegamento fra questo delitto e l’inchiesta, tuttora in corso, sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. «Siamo molto turbati dalla tragica uccisione di Hashi» ha osservato l’avvocato Giulio Vasaturo. «Non possiamo non riscontrare la sconcertante ricorrenza di morti misteriose che lega tanti protagonisti dell’inchiesta giudiziaria sul caso Alpi-Hrovatin. Poco dopo aver testimoniato in Italia, fu rinvenuto in un albergo di Mogadiscio il cadavere di Ali Abdi, l’autista di Ilaria, deceduto in circostanze mai chiarite. Starlin Arush, attivista somala, amica dell’inviata del Tg3, è stata invece uccisa da un commando di sicari, nei pressi di Nairobi, nel 2003. Faremo di tutto affinché le autorità italiane e somale collaborino fattivamente per far luce sullo scenario che si cela dietro l’uccisione di Hashi Omar Hassan e per fare chiarezza su questa serie di inquietanti delitti che si protrae, ininterrotta, da circa trent’anni».

Caso Alpi, il mistero sulla morte della giornalista e l’errore giudiziario che costò 17 anni di carcere ad Hassan 

Ilaria Alpi, inviata in Somalia per il Tg3, aveva 28 anni quando venne uccisa nel corso di una sparatoria a Mogadiscio assieme all’operatore 45enne Miran Hrovatin. Un commando di sette persone si affiancò alla loro auto, esplose numerosi colpi di kalashnikov, poi si diede alla fuga. Il 12 gennaio del 1998 Omar Hashi Hassan venne arrestato su richiesta della procura di Roma per concorso in duplice omicidio volontario, perché ritenuto un componente del commando. Il 20 luglio del 1999 Hassan fu assolto dalla Corte d’assise di Roma «per non aver commesso il fatto». Il pm Franco Ionta ne aveva chiesto la condanna all’ergastolo. La sorpresa il24 novembre del 2000 quando la corte d’assise d’appello ribaltò la sentenza di primo grado e condannò Hassan al carcere a vita. Per il somalo scattarono in aula le manette. La sentenza non piacque ai genitori di Ilaria: si tratta di «una sentenza nera – dissero, immaginando una decisione di “comodo” che avrebbe dovuto accontentare tutti – non ci accontentiamo di questa verità. Vogliamo i mandanti veri».

Il 10 ottobre del 2001 la Corte di Cassazione confermò la condanna per omicidio volontario ma, annullando la sentenza di secondo grado limitatamente all’aggravante della premeditazione e alla mancata concessione delle attenuanti generiche, rinviò il procedimento per nuovo esame ad altra sezione della corte d’assise d’appello. A conclusione del processo d’appello bis, il 26 giugno del 2002, Hassan venne condannato a 26 anni. Il 23 novembre del 2010 cominciò il processo per calunnia a carico di Ahnmed Ali Rage detto Gelle, il principale accusatore di Hassan anche se le sue dichiarazioni, rese durante le indagini preliminari, non furono mai confermate al processo. Si costituirono parte civile la madre di Ilaria e lo stesso Hassan che nel frattempo stava scontando a Padova la detenzione. Il 18 gennaio del 2013, il tribunale di Roma assolse Gelle, ritenendolo teste attendibile. Lo stesso Gelle, però, il 16 febbraio del 2015, a una giornalista di Chi l’ha visto? che lo intercettò in Inghilterra, ritrattò tutto e fornì una nuova verità sul caso Alpi: «Hassan è innocente, io neanche ero presente al momento dell’agguato. Mi hanno chiesto di indicare un uomo. Gli italiani avevano fretta di chiudere il caso».

E così il 14 gennaio del 2016, su istanza degli avvocati del somalo, la Corte d’appello di Perugia riaprì il processo di revisione. Prima dell’udienza la madre di Ilaria Alpi volle abbracciare Hassan. Il 19 ottobre del 2016 l’imputato fu assolto dall’accusa di duplice omicidio e immediatamente scarcerato. Il 17 febbraio del 2017 la procura di Roma avviò una inchiesta sull’anomala gestione in Italia di Gelle. Ma sei mesi dopo, i pm sollecitarono l’archiviazione, ritenendo impossibile risalire ai mandanti e agli esecutori materiali del duplice delitto e non trovando neppure alcuna prova di presunti depistaggi. Il 30marzo del 2018, la corte d’appello di Perugia dispose il quantum del risarcimento per ingiusta detenzione da attribuire ad Hassan: tre milioni di euro per essere stato in carcere quasi 17 anni da innocente, l’equivalente di 500 euro per ognuno dei 6.363 giorni trascorsi in cella.

L'attentato a Mogadiscio. Ilaria Alpi, ucciso da una bomba Omar Hassan: era stato condannato e poi assolto per la morte della giornalista. Redazione su Il Riformista il 6 Luglio 2022 

Condannato e poi assolto per l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, il somalo Hashi Omar Hassan è stato ucciso oggi con una bomba piazzata sotto il sedile della sua auto a Mogadiscio. A renderlo noto è stato il sito di notizie indipendente somalo Garowe Online.

La giornalista Rai Ilaria Alpi e il suo operatore tv Miran Hrovatin vennero uccisi il 20 marzo 1994 a Mogadiscio, all’epoca avevano rispettivamente 32 e 44 anni, mentre lavoravano ad un’inchiesta su traffici di rifiuti e armi che avrebbero visto, tra l’altro, la complicità dei servizi segreti italiani e di alte istituzioni italiane. Hassan venne condannato a 26 anni in secondo grado e Cassazione per aver fatto parte del commando che uccise i giornalisti italiani, ma un successivo ricorso portò all’assoluzione dopo oltre 17 anni di reclusione nel carcere di Padova. Hassan ottenne anche un risarcimento dallo Stato italiano di oltre 3 milioni, condannato dalla Corte d’Appello di Perugia per ingiusta detenzione.

Per lo storico avvocato difensore di Hashi Omar Hassan, Antonio Moriconi, dietro l’omicidio del cittadino somalo ci sono “i terroristi islamici, nessun dubbio. Lo hanno ammazzato a scopo di estorsione per i soldi che aveva ottenuto per l’ingiusta detenzione in Italia. Sono persone in cerca di soldi e se non sei d’accordo con loro ti uccido”. I soldi ottenuti dallo Stato italiano per ingiusta detenzione “lo hanno ammazzato. Perché i terroristi lo hanno saputo ed evidentemente, dopo che lui non ha ceduto a qualche estorsione, lo hanno fatto saltare in aria. La tecnica del suo attentato dice tutto”.

“Abbiamo ricevuto la notizia della morte di Hashi da alcune nostre fonti locali – aggiunge il penalista -. Il clan a cui apparteneva Hashi ha legami con il nuovo governo. Lui, da quando era tornato in libertà, dopo il processo di revisione che lo aveva completamente scagionato, voleva fare qualcosa per il suo Paese. Sognava di inserirsi nel settore dell’import-export. Faceva a volte tappa in Italia, ma andava anche in Svezia dalla figlia e poi da amici in altre città d’Europa“.

L’eco dell’omicidio di Hashi Omar Hassan ha spinto Federazione Nazionale della Stampa Italiana, l’Ordine dei Giornalisti e l’Usigrai, con l’avvocato Giulio Vasaturo, ad annunciare nelle prossime ore il deposito di una richiesta al pm di Roma, all’ambasciata italiana a Mogadiscio e a quella della somala in Italia, per sollecitare “indagini mirate sulle dinamiche dell’attentato in cui ha perso la vita” Hassan, “anche al fine di verificare l’esistenza di un eventuale collegamento fra questo efferato delitto e l’inchiesta, tuttora in corso, sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin”.

·        Il mistero di Luigi Tenco.

Da mowmag.com il 25 giugno 2022.

Sono trascorsi 55 anni, eppure, come nel caso della morte di Luigi Tenco sembra di essere ancora al punto di partenza, e la verità storica su quanto accaduto è sempre lontana. Circostanza che è tornata sotto i riflettori grazie all'onorevole Manfredi Potenti, che ha avuto la sensibilità di comprendere il valore culturale e umano del cantautore, iniziando un percorso che ha come scopo quello di recuperare la memoria audio e video, non solo quella relativa alla sua partecipazione al Festival di Sanremo, ma di tutte le apparizioni tv e radiofoniche di Tenco. 

La proposta è subito stata accolta con favore da parte della famiglia di Luigi - che aveva presentato anche un esposto alla Procura di Genova - nella persona di sua nipote Patrizia Tenco, ha presenziato alla conferenza stampa insieme a Michele Piacenti, rappresentante della famiglia. I due hanno raccontato della battaglia che da anni stanno portando avanti, e delle porte chiuse in cui si sono imbattuti, per ottenere il materiale in possesso della Rai, e di chissà quali altri enti. Materiale che si vorrebbe rendere fruibile a chiunque volesse poi valorizzarlo.

Hanno descritto un Luigi Tenco che ha vissuto due vite, la propria e quella che i media gli hanno cucito addosso, perché la sua morte, immediatamente etichettata come suicidio, ha reso impossibile far chiarezza e raggiungere la verità su quanto accadde quel 27 gennaio del 1967. Per molti anni non si è fatto altro che rivolgersi a Luigi Tenco come a colui che si è tolto la vita durante il Festival di Sanremo. 

La famiglia del cantautore, il cui dolore è non è mai stato equiparato a quello che provano i familiari le cui vittime non appartengono al mondo dello spettacolo, si è da sempre instancabilmente battuta affinché si uscisse fuori da questo schema di associazioni. Non ha mai smesso di ripetere quanto Luigi fosse allegro e vitale, e non il ragazzo triste e depresso che continuava ad essere descritto.  Tuttavia, ad oggi, un passo molto importante è stato compiuto, ovvero quello di rivolgersi alla sua scomparsa come 'al ragazzo ventottenne trovato privo di vita', circostanza che consente di aprire una moltitudine di scenari diversi, e non solo quello del suicidio.

Oltretutto, la visione dei filmati risalenti alla sera della sua morte, consentirebbe di capire qualcosa in più sul suo stato d'animo. Un Festival, quello del 67', a cui in realtà non voleva neanche partecipare, ma che alla fine per volontà della sua casa discografica l'ha visto tra i concorrenti in gara. 

Al termine della conferenza Patrizia Tenco ci ha concesso un'intervista, in cui racconta come mai siano trascorsi così tanti anni prima di richiedere questi filmati, e del lutto che la sua famiglia non è mai riuscita pienamente ad elaborare. 

Come mai volete ritrovare quei filmati?

Perché vorremmo aumentare le testimonianze su Luigi, e avere un quadro più completo possibile. Sono testimonianze importanti che possono avere un valore sia a livello artistico che biografico. 

Cosa potrebbero dimostrare?

Spero di trovare altri filmati in cui Luigi canta o conversa con qualcuno. Qualsiasi cosa che si possa aggiungere a questo ragazzo che è stato strumentalizzato e trattato malissimo. Sarebbe bello anche ritrovare delle foto o dei filmati in cui era con gli amici. Luigi aveva tanti amici, ma i più cari erano una o due persone in particolare, però è strano non aver trovato immagini in cui erano insieme magari a cena. Molto materiale è caduto nell'oblio, o più semplicemente chi lo ha se lo tiene. Soprattutto vorrei portare ulteriormente avanti la sua memoria. 

Chi potrebbe averli?

Oltre alla Rai sinceramente non saprei. Se non si trovano da cinquant'anni un motivo ci sarà, se avessimo un'idea su qualsiasi altro ente avremmo chiesto. La Rai invece non ci ha mai risposto. La prima richiesta ufficiale l'abbiamo presentata nel 2015 e l'ultima nel 2019. Vedremo cosa riusciremo a fare grazie all'onorevole Potenti. 

Come mai avete aspettato tanti anni prima di decidere di chiederli?

Perché Michele Piacentini ha fatto delle ricerche da cui è emerso che c'era sicuramente in giro qualcos'altro. Noi non lo sospettavamo neanche. 

Cosa rimane di non risolto del "Caso Tenco"?

Rimane una grande mancanza e un dolore perpetuo. Noi ci siamo comunque rassegnati al fatto che non si saprà mai esattamente la verità.  

Quale circostanza legata alla sua morte le fa più male?

Non ho parole per dirlo. Io avevo 7 anni, e l'ho vissuta in maniera tragica avendo perso una persona che amavo moltissimo. E poi tutto lo sconvolgimento che ha subito la nostra famiglia, perché nessuno di noi si aspettava che succedesse una cosa di simile. Addirittura, quando partì per Sanremo con il treno, portò con sé pochissima roba perché pensava che sarebbe stato sbattuto fuori subito. 

Forse sperava di arrivare in finale ma era anche una persona molto consapevole, perché con la sua canzone ("Ciao amore ciao") stava mandando un messaggio importante, d'amore ma anche sociale. Il brano che poi ha vinto era il classico amore, cuore e fiore.  

Luigi Tenco si impara a conoscere attraverso i testi delle sue canzoni. Qual è il brano che lo rappresenta di più?

Tantissime, ma comunque mi viene subito in mente "Io sono uno". È un brano che lo rispecchia tantissimo. 

Secondo lei, artisticamente, chi è che ha saputo prendere il testimone di Luigi Tenco?

Nessuno. Non perché di bravi come lui non ce ne saranno più, ma perché era molto particolare dal punto di vista della vocalità e della scrittura. Mi ha sempre affascinato il suo modo di esprimersi, come attraverso parole normali e di uso quotidiano riuscisse ad esprimere concetti veramente profondi. 

Alcune sue canzoni sembrano scritte oggi. In poche righe riusciva a fotografare perfettamente un'immagine per poi renderla esclusiva, arrivando così al cuore di tutta la gente che lo ascoltava. Penso che ogni artista abbia le proprie caratteristiche che lo rendono unico.

·        Il Caso Elisa Claps.

Elisa Claps, la storia dell’omicidio e quei capelli strappati diventati la firma dell’assassino. Chiara Nava il 13/09/2022 su Notizie.it.

Il 12 settembre 1993 Danilo Restivo ha ucciso Elisa Claps. Un uomo sociopatico, con l'ossessione dei capelli, che strappava alle sue vittime.

Il 12 settembre 1993 Elisa Claps è stata uccisa da Danilo Restivo, che aveva una forte ossessione per i capelli, che strappava alle sue vittime.

Elisa Claps, uccisa da Danilo Restivo nel 1993

Il 12 settembre 1993 Danilo Restivo ha ucciso Elisa Claps e ha lasciato il suo corpo senza sepoltura per 17 anni nella soffitta della chiesa della Santissima Trinità a Potenza, dove è stato trovato il 17 marzo 2010 durante dei lavori di manutenzione.

Elisa Claps venne uccisa quando era al primo anno del liceo classico, a soli 15 anni. Aveva una vita abitudinaria, frequentava la chiesa e le sue amiche. Non usciva con i ragazzi, ma trovava sempre il buono nelle persone che incontrava. Per questo si è fidata di Danilo, compaesano di 21 anni, che la corteggiava da tempo. Il giovane era considerato un ragazzo problematico, ma non pericoloso. 

Dopo diversi appuntamenti declinati, l’11 settembre 1993 Danilo aveva chiesto di incontrare Elisa per darle un regalo.

La giovane è andata con l’amica Eliana verso la chiesa. Il 12 settembre tutta la famiglia Claps doveva pranzare fuori, in campagna. I genitori erano partiti presto, mentre Elisa e il fratello Gildo li avrebbero raggiunti per l’ora di pranzo. Elisa, però, non è mai uscita da quella chiesa. Danilo quel giorno è andato al pronto soccorso con gli abiti sporchi di sangue e una ferita alla mano e aveva detto di essersi ferito sulle scale mobili di un cantiere.

Nonostante fosse evidente che la ferita era dovuta ad un’arma da taglio, i suoi vestiti non sono mai stati sequestrati. Non si è mai realmente indagato a fondo su Danilo Restivo. 

La scena del crimine e l’autopsia 

Il corpo di Elisa è stato trovato il 17 marzo 2010 nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza. Indossava ancora i suoi abiti sgualciti, aveva i sandali ai piedi e l’orologio al polso.

Il suo tessuto epidermico mostrava segni di tumefazione, ma era ancora conservato grazie alla parziale mummificazione. Elisa Claps è stata uccisa con dodici colpi inferti con un’arma da punta e da taglio, come svelato dall’autopsia. Nove coltellate sono state inferte posteriormente e tre anteriormente. Inizialmente la ragazza sarebbe stata colpita alle spalle, con colpi al collo e alla parte alta del torace. Quando si è accasciata a terra, Restivo l’ha colpita ancora. Anche le mani della ragazza presentavano tagli. Probabilmente ha subito un tentativo di violenza sessuale. Ad inchiodare Danilo Restivo sarebbe stata una traccia di sangue sulla maglietta di Elisa.

L’ossessione per i capelli e la personalità del serial killer

Danilo Restivo ha portato via con sé un feticcio. Ha tagliato alcune ciocche dei capelli di Elisa, due ciocche intrise di sangue recise dopo la morte. Quella sua ossessione per i capelli è diventata la firma dell’assassino, un uomo sociopatico, disturbato e con turbe sadiche. Quei capelli per lui avevano un significato preciso, quello di placare il suo bisogno di rivivere l’eccitazione dell’azione omicidiaria. Come ogni serial killer, Restivo ha concentrato l’interesse sessuale solo su una parte della vittima. Terminata l’azione, l’assassino entra in una fase depressiva e deve cercare un’altra vittima. Restivo tagliava anche i capelli delle donne sull’autobus.

Il serial killer ha avuto una relazione virtuale con Fiamma Marsango, donna residente nel Regno Unito e più vecchia di lui di 15 anni. Ha deciso di sposarla e di trasferirsi. Il 12 novembre 2002, nella casa di fronte alla sua, è stata trovata morta Heather Barnett, sarta di 48 anni. Il suo corpo è stato mutilato e nelle sue mani c’erano alcune ciocche di capelli. Danilo Restivo era stato a casa della donna per commissionarle delle tende e dopo quell’incontro Heather non aveva più trovato le chiavi di casa. Restivo è stato fermato a maggio 2010 per omicidio e condannato all’ergastolo. 

I processi in Italia

L’8 novembre 2011 è iniziato anche in Italia il processo a carico di Danilo Restivo, con l’accusa di omicidio volontario aggravato. A causa della scelta del rito abbreviato e della prescrizione di alcuni reati, è stato condannato a 30 anni. Gli è stata imposta l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, tre anni di libertà vigilata al termine della pena e il pagamento di 700 mila euro. Il processo di appello ha confermato la pena, che poi è stata confermata anche in Cassazione. Non è ancora chiaro come sia possibile che per 17 anni nessuno abbia scoperto il corpo i Elisa Claps in quella chiesa.

Caso Claps, la chiesa Trinità in cui fu ritrovato il suo corpo sarà riaperta al culto. La Repubblica il 19 Luglio 2022.  

La chiesa della Santissima Trinità di Potenza - nel cui sottotetto, il 17 marzo 2010, fu scoperto il cadavere di Elisa Claps, la studentessa potentina scomparsa il 12 settembre 1993, quando aveva 16 anni - diventerà un nuovo centro di spiritualità: lo hanno deciso l'arcivescovo di Potenza Muro Lucano e monsignor Salvatore Ligorio, nell'ambito di una "riorganizzazione funzionale per rispondere ad esigenze pastorali che riguardano la comunità diocesana ma anche singole parrocchie".

Un'oasi di speranza dopo la morte di Claps

La chiesa - nella quale da alcuni anni sono in corso lavori di ristrutturazione che hanno riguardato anche l'annessa canonica, che è stata abbattuta e sarà ricostruita - alla fine degli interventi edilizi diventerà un'"oasi di fede e di speranza nel cuore del centro storico, monito muto a favore di una gioventù che merita più cura e più attenzione da parte della Chiesa e della società". A tale proposito, monsignor Ligorio ha affidato all'attuale parroco della cattedrale, don Antonio Savone, anche la responsabilità della parrocchia della Trinità.

La famiglia: "Offesa alla memoria di Elisa"

La famiglia di Elisa si è sempre opposta alla riapertura della chiesa. "La posizione della famiglia Claps rimane la stessa di sempre; non è ammissibile, con un colpo di spugna, cancellare 17 anni di omissioni e di menzogne offendendo la memoria di Elisa e la sensibilità di quanti non vorrebbero mai che in quella Chiesa si tornassero a celebrare funzioni religiose": rispose lo scorso anno Gildo Claps, fratello di Elisa, dopo l'annuncio fatto dall'arcivescovo di Potenza sui lavori nella chiesa della Santissima Trinità e sulla sua futura riapertura al culto.

Don Antonio Savone, attualmente guida della cattedrale di San Gerardo, "fin da oggi - è scritto in una nota della diocesi - avrà anche la responsabilità della parrocchia della Trinità appena la chiesa sarà aperta a conclusione dei lavori in corso".  Al suo fianco opererà come co-parroco don Giovanni Caggianese. "La chiesa della Trinità - prosegue il comunicato -, con la recente storia alle sue spalle legata alla tragedia di Elisa Claps, avrà come specifico indirizzo pastorale quello di proporsi ai credenti, ai cercatori di Dio e ai cittadini tutti, come centro di spiritualità, di preghiera e di riflessione". Il corpo di Elisa fu ritrovato 17 anni dopo la sua scomparsa nel sottotetto della chiesa. Per il suo omicidio è stato condannato all'ergastolo Danilo Restivo.

·        Il mistero di Unabomber.

Caterina Stamin per “la Stampa” il 23 novembre 2022.

Il 13 marzo 2005 Greta Momesso aveva sei anni. Era nel Duomo di Motta di Livenza, in provincia di Treviso, assieme ai genitori, quando prese una candela che all'improvviso esplose danneggiandole per sempre la mano sinistra. Di quel giorno si ricorda «poco, ero troppo piccola», ma i segni sono rimasti. 

«A volte non riesco ad aprire un vasetto, a sollevare un bicchiere pesante, a preparare la moka per il caffè - confessa -: sono piccole cose che però fanno la differenza». Lei, oggi studentessa 24enne di neuroscienze a Trento, è la vittima più giovane di quello che è stato ribattezzato in 28 anni di indagini «Unabomber», il bombarolo - o bombaroli - di cui non si conosce l'identità, che tra il 1994 e il 2006 ha nascosto ordigni esplosivi tra il Friuli e il Veneto nei vasetti della Nutella e negli ovetti Kinder, mutilando bambini e adulti. 

Un incubo a cui forse, a 16 anni dall'ultimo attentato, si potrebbe mettere fine. Grazie alla tenacia del giornalista Marco Maisano - autore del podcast del gruppo Gedi «Fantasma-Il caso Unabomber» - la procura di Trieste ha riaperto le indagini. Maisano ha scavato tra i reperti custoditi nel porto di Trieste e ha trovato capelli e peli che, utilizzando la banca dati del Dna - operativa dal 2016 -, potrebbero ora raccontare una nuova storia. 

Greta, l'indagine è stata riaperta. Come ha appreso la notizia?

«Ero su un volo di ritorno da Amsterdam e ha presente il momento in cui gli steward dicono di mettere il telefono in modalità aereo? Ecco, io stavo mettendo da parte il cellulare e mi sono ritrovata la chiamata di Marco Maisano. Mi ha preso in contropiede ma è stato bellissimo. Poi però avevo fretta di chiudere la telefonata e allacciarmi la cintura». 

Anche Francesca Girardi, altra vittima di Unabomber, era in quella chiamata. Vi siete sentite quando è atterrata?

«Sono stata un'ora e venti con il cuore in gola. Poi, appena possibile, ci siamo sentite e lei è stata felice quanto me. Quando sono stata colpita dall'esplosione ero a conoscenza del fatto che c'era una bambina a cui era successa la stessa cosa tempo prima: lei aveva nove anni quando raccolse da terra un evidenziatore che esplose. Ha subìto perdite più ingenti di me, ha perso un occhio, era più grande quindi ha più ricordi di quel momento e si è fatta sicuramente più domande». 

Cosa ricorda di quegli anni in cui i giornali titolavano «Attacco ai bambini»?

«Del giorno dell'attentato quasi nulla: ero troppo piccola e penso che lo choc abbia reso tutto più confuso. Sono nata quattro anni dopo l'inizio degli attacchi e ricordo la psicosi appositamente generata da Unabomber. Io l'ho vissuto quasi "dolcemente", se così si può dire. Ma i miei genitori, che hanno cercato di tenermi protetta, l'hanno vissuto in maniera più intensa». 

Nel tempo Unabomber ha cambiato target, colpendo bambini e anziani. Voleva fare più scalpore?

«Trovo difficile cercare un movente e non è il mio ruolo, sicuramente voleva colpire la felicità delle persone facendo ancora più scalpore. È diventato sempre più professionale: ha cambiato metodo e tipo esplosivo, in maniera psicopatica. Mi viene in mente il titolo del libro di Hannah Arendt "La banalità del male": nel suo delirio Unabomber è stato superficiale». 

L'attentato come ha influenzato la sua vita?

«Ho perso due falangi del dito medio della mano sinistra, due dell'indice e gran parte del pollice, ma la ricostruzione è stata certosina. Utilizzo la mano in maniera disinvolta, diciamo, ma certi movimenti, come alzare un bicchiere pesante o preparare la moka, mi sono più difficili. Piccole inezie che fanno la differenza». 

Ha vissuto con paura?

«Più che un sentimento irrazionale, a me è rimasto l'amaro in bocca. E questo è stato uno dei motivi per cui ho accettato di rilasciare l'intervista a Marco Maisano e far parte del suo podcast: aveva l'intento di fare un'opera di indagine per riaprire questo cold case». Così è stato. Ora qual è la speranza?

«Ho massima fiducia nella magistratura e credo sia giusto che venga dato un nome a un colpevole, perché non si può fare quello che si vuole nella vita e scamparla così. Io non ce l'ho con questa persona: credo che abbia sincero bisogno di aiuto».

(ANSA il 22 novembre 2022) - Dopo 16 anni dall'ultimo attentato, la magistratura riaprirà le indagini sul caso Unabomber. Sarà la Procura di Trieste a farlo, come ha annunciato ai quotidiani del gruppo Gedi Il Piccolo e Messaggero Veneto il procuratore capo Antonio De Nicolo, accogliendo una istanza presentata dal giornalista Marco Maisano - autore, conduttore televisivo, al lavoro su podcast per OnePodcast - e da due donne vittime di Unabomber, Francesca Girardi e Greta Momesso. Titolari del nuovo fascicolo saranno De Nicolo e il pm Federico Frezza, ultimo pm a essersi occupato di Unabomber, le cui azioni vanno dal 1994 al 2006

Maisano, con Ettore Mengozzi e Francesco Bozzi, ha lavorato per mesi a OnePodcast proprio su Unabomber e, visionati i reperti del caso, custoditi al porto di Trieste, ha trovato un capello bianco su un uovo inesploso che era stato acquistato da un uomo di Azzano Decimo al supermercato Continente di Portogruaro nel 2000 e due capelli e peli repertati recuperando un ordigno inesploso trovato in un vigneto, a San Stino di Livenza.

Secondo il giornalista, i progressi fatti dalla scienza, e con la banca dati del Dna a disposizione, da quel materiale si potrebbero ricavare indizi importanti per individuare Unabomber. "Verificheremo se da tutto il materiale organico allora repertato è stato estratto o meno il Dna - ha anticipato De Nicolo al Piccolo - È possibile che in alcuni casi, con i metodi utilizzati allora, non fosse ritenuto estraibile, mentre con quelle attuali magari sì. 

Quindi dobbiamo constatare se c'è del materiale utilmente sottoponibile a indagini genetiche". Della serie di 28 attentati dinamitardi che causarono danni a persone e cose nel Nord-Est con piccole quantità di esplosivo nascosto negli oggetti più disparati, da un inginocchiatoio a una candela, un uovo o un tubo, fu accusato un ingegnere bellunese, Elvo Zornitta.

La sua posizione fu archiviava nel 2016 dalla Procura di Trieste quando fu scoperto che la prova regina di un lamierino tagliato con una forbice sequestrata nel piccolo laboratorio annesso alla casa dell'ingegnere, era stata manomessa da un poliziotto, Ezio Zernar, poi condannato proprio per questo episodio. Nella motivazione dell'archiviazione il pm Frezza ipotizzava che Unabomber non fosse una ma più persone.

(ANSA il 22 novembre 2022) - Bisogna chiedersi "se le indagini si riaprono in base a nuovi elementi oppure solo per una richiesta. Perché se così fosse, per quale motivo non si è continuato a indagare? Significherebbe che si è perso solo del tempo". A domandarselo è Elvo Zornitta, l'ingegnere di origini bellunesi, che vive ad Azzano Decimo (Pordenone), principale sospettato di essere Unabomber, poi scagionato. Zornitta è stato intervistato al Piccolo subito dopo la notizia della intenzione della procura di Trieste di riaprire il caso Unabomber.

"Ho perso la speranza che lo trovino. Anch'io sono vittima di Unabomber. Non sono rimasto mutilato fisicamente, ma le ferite dell'inchiesta che mi ha travolto sanguinano ancora", ha riferito al Piccolo sottolineando che il coinvolgimento nella vicenda gli ha fatto perdere il lavoro e accumulare debiti per pagare avvocati e periti. "Anche i miei genitori sono stati vittime", "segnati da questa vicenda". E in merito al risarcimento, afferma: "Il tribunale mi ha riconosciuto in maniera estremamente parziale un risarcimento. Ma si è messo di mezzo l'avvocatura dello Stato che ha presentato ricorso per non pagare nemmeno quel poco che mi era stato riconosciuto".

Andrea Pasqualetto e Michela Nicolussi Moro per il “Corriere della Sera” il 22 novembre 2022. 

«Abbiamo deciso di riaprire il caso Unabomber perché pensiamo che qualcosa possa essere ancora fatto». A distanza di tredici anni dall'archiviazione del fascicolo sul misterioso attentatore del Nordest, il procuratore di Trieste Antonio De Nicolo ha scelto di riprovarci.

L'obiettivo è scovare nei vecchi reperti eventuali indizi grazie ai nuovi strumenti scientifici. «Il primo passo sarà un censimento completo dei reperti», precisa De Nicolo che indagherà con il pm Federico Frezza. Reato ipotizzato: attentato con finalità di terrorismo, lo stesso che allora legava 28 ordigni piazzati fra Veneto e Friuli-Venezia Giulia in 12 anni, dal 1994 al 2006. Per procedere la Procura sta solo aspettando che l'archivio restituisca il ponderoso e ingiallito fascicolo. 

L'impulso alle nuove indagini è venuto dalla richiesta formale fatta di recente agli inquirenti da parte di due vittime di Unabomber, Francesca Girardi e Greta Momesso, alla luce dei servizi giornalistici che hanno puntato nuovamente i riflettori sul caso.

In particolare è stato messo in evidenza come un capello e della saliva trovati su un uovo rimasto inesploso il 3 novembre del 2000 in un supermercato di Portogruaro e attribuito al bombarolo potrebbero essere rianalizzati con le nuove tecnologie investigative. Sfruttando anche la banca dati del Dna che è nata proprio quando il procedimento veniva archiviato. 

Era il 2009 e in quel fascicolo c'era il nome di un indagato: l'ingegnere Elvo Zornitta, iscritto nel 2004 e archiviato quando gli inquirenti scoprirono che la prova regina contro di lui, un lamierino rinvenuto in un ordigno, era stato manomesso da un poliziotto scientifico, Ezio Zernar.

Lì tramontò l'indagine su Unabomber e il solo processo che venne celebrato fu quello a Zernar per la manomissione della prova, chiuso con una condanna. «Sono felicissimo che riaprano le indagini perché spero che così possano finalmente svanire anche gli ultimi sospetti sul mio cliente - ha dichiarato l'avvocato Paniz, che difende Zornitta -. Al tempo stesso mi sembra però difficile che possano scoprire cose nuove: i reperti erano stati passati tutti al setaccio dal Ris e da tre Procure». In linea teorica, può essere nuovamente indagato Zornitta? «Sì, ma non per il fatto oggetto del precedente procedimento, cioè per l'ordigno del lamierino, dove c'è un giudicato insuperabile».

L'inattesa svolta. Caso Unabomber, la Procura riapre l’inchiesta grazie a un podcast: nuove indagini col Dna a 16 anni dall’ultimo attentato. Fabio Calcagni su Il Riformista il  22 Novembre 2022

A distanza di 16 anni dall’ultimo attentato e a 13 dall’archiviazione del fascicolo, la magistratura riaprirà le indagini sul caso di Unabomber, l’uomo ancora oggi coperto dal mistero che tra il 1994 e il 2006 si rese responsabile di una lunga serie di 28 attacchi dinamitardi tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, con ordigni improvvisati piazzati in luoghi pubblici o aperti, spesso colpendo bambini, nascondendo l’esplosivo in oggetti come candele, uova o tubi.

Ad occuparsi nuovamente del caso sarà la Procura di Trieste, come scrivono stamani i quotidiani Il Piccolo e Messaggero Veneto. La svolta è arrivata grazie all’inchiesta portata avanti dal giornalista Marco Maisano, autore di un podcast sulla vicenda, e da due donne vittime di Unabomber, Francesca Girardi e Greta Momesso.

A confermare la riapertura del caso è stato il procuratore capo Antonio De Nicolo, che ha accolto la richiesta di Maisano: i titolari del fascicolo saranno lo stesso De Nicolo e il pm Federico Frezza, ultimo pm a essersi occupato di Unabomber. Il reato ipotizzato, scrive il Corriere della Sera, è attentato con finalità di terrorismo, lo stesso che allora legava i 28 ordigni piazzati dal 1994 al 2006.

Il ‘là’ alla riapertura del fascicolo l’ha dato il lavoro di inchiesta fatto da Maisano: visionati i reperti del caso, custoditi al porto di Trieste, ha trovato un capello bianco su un uovo inesploso che era stato acquistato da un uomo di Azzano Decimo al supermercato Continente di Portogruaro nel 2000 e due capelli e peli repertati recuperando un ordigno inesploso trovato in un vigneto, a San Stino di Livenza.

Visti i progressi fatti dalla scienza, è l’ipotesi di Maisano e ora della Procura, da quel materiale grazie a nuovi esami del Dna si potrebbero ricavare nuovi importanti indizi per individuare finalmente Unabomber. “Verificheremo se da tutto il materiale organico allora repertato è stato estratto o meno il Dna – ha anticipato De Nicolo al Piccolo – È possibile che in alcuni casi, con i metodi utilizzati allora, non fosse ritenuto estraibile, mentre con quelle attuali magari sì. Quindi dobbiamo constatare se c’è del materiale utilmente sottoponibile a indagini genetiche”.

Nell’inchiesta Unabomber il principale sospettato fu a lungo Elvo Zornitta, ingegnere bellunese: la sua posizione venne archiviata solamente nel 2016, quando la Procura di Trieste scoprì che la “prova regina” contro di lui, un lamierino trovato in un oggetto inesploso attribuito a Unabomber, era stata manomessa da un ispettore esperto in balistica delegato alle indagini, Ezio Zernar, poi condannato in via definitiva.

Per quelle indagini errate, che gli rovinarono la vita, Zornitta si è visto riconoscere un risarcimento di 300mila euro da parte dello Stato, cifra ritenuta troppo bassa dall’ingegnere che ha presentato per questo ricorso.

“Anch’io sono vittima di Unabomber. Non sono rimasto mutilato fisicamente, ma le ferite dell’inchiesta che mi ha travolto sanguinano ancora”, ha commentato a Il Piccolo Zornitta dopo la riapertura delle indagini.

Quanto alla nuova inchiesta, spiega invece il suo avvocato difensore Maurizio Paniz: “Sono felicissimo che riaprano le indagini perché spero che così possano finalmente svanire anche gli ultimi sospetti sul mio cliente — spiega il legale — Al tempo stesso mi sembra però difficile che possano scoprire nuovi indizi: i reperti erano stati passati tutti al setaccio dal Ris e da tre procure”. Quanto a possibili nuove indagini su Zornitta, l’avvocato sottolinea che in linea teorica potrebbe finire di nuovo sotto inchiesta, “ma non per il fatto oggetto del precedente procedimento, cioè per l’ordigno del lamierino, dove c’è un giudicato insuperabile”.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

Fu sospettato di aver piazzato gli esplosivi. Caso Unabomber, Zornitta risarcito con 300mila euro per le false accuse: ma lo Stato impugna la cifra “troppo alta”. Carmine Di Niro su Il Riformista il 20 Ottobre 2022 

Per anni è stato considerato, ingiustamente, l’Unabomber del Nordest, il misterioso attentatore che tra il 1994 e il 2006 si era reso responsabile del piazzamento di 28 ordigni tra Veneto e Friuli Venezia Giulia. Elvo Zornitta in quegli anni era considerato l’indiziato numero uno, iscritto nel registro degli indagati nel 2004 e archiviato solamente cinque anni dopo, si è visto riconoscere 300mila euro di risarcimento dallo Stato per il danno subito dalla lunga inchiesta.

Ma Zornitta non è soddisfatto. “Diciamo intanto che io non ho visto ancora un euro, per il resto lasciamo perdere, la giustizia italiana è così”, spiega al Corriere della Sera l’ingegnere, visto che ai giudici aveva chiesto una cifra ben diversa, un milione di euro.

Una inchiesta flop che gli ha distrutto la vita, la carriera lavorativa, provocandogli anche problemi di salute all’ingegnere di Azzano. Tutta colpa di Ezio Zernar, lui sì condannato in via definitiva per aver fabbricato una prova falsa contro Zornitta.

L’ex poliziotto della scientifica aveva infatti manomesso un lamierino trovato in un oggetto inesploso attribuito a Unabomber. Stando ai giudici, l’ex agente aveva tagliato quel lamierino nel suo laboratorio utilizzando un paio di forbici sequestrate a Zornitta. Ezio Zernar, l’ispettore esperto in balistica, fu condannato nel novembre 2014 dalla Prima sezione penale della Cassazione a due anni di reclusione.

Eppure, nonostante i danni subiti dall’inchiesta, a Zornitta sono andati soli 300mila euro, tanto da spingere l’ingegnere a impugnare la decisione del tribunale civile di Venezia. “Abbiamo chiesto il risarcimento per inadempienza dello Stato: come dipendente del ministero Zernar ha tradito il suo ruolo truccando la prova che ha fatto indagare per anni il mio cliente mettendolo sulla graticola di un’accusa infamante — spiega al Corriere l’avvocato Maurizio Paniz, ex parlamentare di Forza Italia e suo difensore — C’è stata una deviazione d’immagine molto significativa”.

Così come troppo blanda sarebbe per il legale la condanna di Zernar: “Se non fossimo riusciti a scoprire la manomissione, forse Zornitta sarebbe ancora nelle carceri“.

Ma ad impugnare la valutazione è stato anche lo Stato, per la ragione opposta: la cifra sarebbe troppa alta secondo Ministero dell’Interno della Giustizia. In tutto ciò, aggiunge ancora Paniz, lui e Zornitta non sono riusciti a rivalersi contro Zernar se non per una cifra irrisoria, intorno ai 30 euro. L’agente, infatti, ha venduto i suoi beni e si è separato dalla moglie.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Enrico Ferro per “la Repubblica” il 17 ottobre 2022. 

Un mistero scandito da 34 attentati che dura ormai da 28 anni potrebbe tornare sotto i fari degli investigatori. Unabomber, il bombarolo seriale che tra il 1994 e il 2006 colpì tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, è ancora un fantasma nonostante le indagini di cinque Procure. Ma le tecnologie scientifiche hanno fatto passi da gigante e proprio per questo motivo oggi potrebbero consentire di dare quelle risposte che vent' anni fa nessuno riuscì a trovare. Ci sono un capello bianco e una traccia di saliva, erano stati repertati dopo il sequestro dell'uovo esplosivo al supermercato "Il Continente" di Portogruaro.

Partirà da questo la nuova indagine su Unabomber, una piccola speranza per tutte le vittime rimaste ferite e mutilate. Un giornalista, Marco Maisano, ha ottenuto l'autorizzazione dal procuratore di Trieste, Antonio De Nicolo, a esaminare la montagna di reperti e documenti accumulati durante le indagini coordinate dalle procure di Pordenone, Udine, Treviso, Venezia e Trieste.

Nel setacciare il materiale, Maisano ha trovato le carte che fanno riferimento al capello dell'uovo inesploso il 3 novembre 2000 al supermercato e anche i verbali in cui parla delle tracce di saliva. Ha chiesto quindi ufficialmente un'analisi di questi articoli, con i nuovi strumenti tecnologici della polizia scientifica. A giorni potrebbe arrivare la richiesta di riapertura delle indagini, di quello che stava per essere archiviato come un cold case. Marco Maisano, autore e conduttore televisivo, ha trasferito tutto questo lavoro d'inchiesta su una serie podcast per OnePodcast (l'iniziativa audio del gruppo Gedi) che andrà online a novembre con rivelazioni esclusive.

Dalla sagra degli Osei il 21 agosto 1994 a Sacile, con il tubo di ferro riempito con polvere da sparo e biglie di vetro, fino all'ordigno piazzato in un bagno della Procura di Pordenone, passando per l'evidenziatore che ha mutilato Francesca Girardi all'età di 9 anni, quelli di Unabomber sono stati anni di sangue. E di paura. Anna Pignat, che oggi ha 70 anni, toglie la protesi dalla mano destra e davanti alle telecamere Rai dice: «Ecco il regalo che mi hai lasciato. Lo volete vedere? Eccolo». Nadia Ros che subì l'amputazione delle dita spremendo un tubetto di salsa di pomodoro, Claudio Cicalò ferito da un tubetto di bolle di sapone, il pensionato Giorgio Novelli con il tubo che gli esplose in faccia nella spiaggia di Lignano. I loro racconti sono ancora vividi.

A firmare l'istanza che potrebbe determinare l'apertura del nuovo capitolo istruttorio, insieme a Maisano, sono state proprio due delle vittime: Francesca Girardi e Greta Momesso, la bambina che venne ferita dalla candela esplosiva nel duomo di Motta di Livenza. I misteri da chiarire sono ancora tanti, a cominciare da quella pausa fra gli attentati: una prima ondata tra il 1994 e il 1996, poi quattro anni di silenzio e, successivamente, altri sei attentati compiuti con una nuova e diversa tecnologia.

Dai tubi metallici Unabomber passò a ordigni in miniatura confezionati con la nitroglicerina: sul nastro adesivo recuperato dagli investigatori in una delle trappole esplosive, si scoprì che le misure venivano prese in "inch", pollici anziché centimetri, in stile americano. «Bisognava insistere sulla base di Aviano», ha detto più volte l'avvocato Maurizio Paniz, il legale dell'ingegnere di Azzano Decimo Elvo Zornitta, a lungo accusato di essere il bombarolo seriale, salvo poi essere prosciolto.

La svolta fu nel 2014, con la scoperta della manipolazione di un lamierino trovato in un oggetto inesploso, a opera di un ispettore di polizia. Un elemento decisivo, che in un primo momento sancì la condanna di Zornitta. Ezio Zernar, l'ispettore, esperto in balistica, venne poi ritenuto responsabile della manomissione e condannato a due anni di reclusione.

Alla sua condanna corrisponde la fine dell'incubo per l'ingegnere, filmato e intercettato a lungo dai carabinieri mentre armeggiava in modo sospetto nel suo garage. Prima di questo possibile nuovo scatto nelle indagini l'unico strascico giudiziario era quello legato ai risarcimenti: «Se non fossimo riusciti a scoprire la manomissione del lamierino, forse Zornitta sarebbe ancora in carcere», ha detto l'avvocato Paniz.

·        Il caso degli "uomini d'oro".

La rapina coi soldi di Topolino, poi l'omicidio. Il caso degli "uomini d'oro". Nel 1996 due dipendenti delle Poste di Torino misero a segno una rapina con l'aiuto di due amici. Ma il furto si trasformò in omicidio e innescò una caccia all'uomo, che si concluse solamente due anni dopo, quando Domenico Cante e Ivan Cella furono condannati per l'omicidio dei complici Giuliano Guerzoni ed Enrico Ughini. Francesca Bernasconi il 23 Agosto 2022 su Il Giornale.

Tre insospettabili truffatori, un colpo da miliardi di lire e una fuga in Costa Rica con passaporti falsi. Quello del 1996 alle Poste di Torino sarebbe stato un colpo perfetto, come quelli che si vedono nei film o si leggono nei libri, se gli "uomini d’oro" si fossero limitati alla rapina. Invece il furto si trasformò in omicidio e poi in fuga e latitanza. Un caso che rimane risolto solamente in parte: il bottino infatti non venne mai ritrovato.

Il colpo alle Poste

La storia degli "uomini d’oro" iniziò nella Torino della seconda metà degli anni ’90. Era la mattina del 27 giungo del 1996. Alle Poste centrali di Torino cominciarono ad arrivare i primi impiegati. Erano circa le 8 quando vennero controllati i sacchi del giorno prima, che avrebbero dovuto contenere i soldi provenienti dalle altre sedi. Al loro interno invece la sorpresa: "Contenevano vecchi giornali, libri scolastici e albi di Topolino - scrisse La Stampa del 30 giugno 1996 raccontando il furto - tanta carta, tagliata nella stessa misura delle banconote da 50 e 100 mila lire". Ma le sorprese non erano finite. Quando la polizia si precipitò alle Poste infatti, scoprì in mezzo alle cartacce un altro foglio. Era "un pezzo della busta paga di Giuliano Guerzoni", 36 anni, autista delle Poste torinesi e addetto al trasporto valori.

La sera prima, mercoledì 26 giugno, Guerzoni aveva guidato il furgone passato a ritirare i sacchi con i valori nelle dieci sedi delle poste cittadine aperte al pomeriggio. Insieme a lui, con il ruolo di "scambista", cioè colui che scende dal furgone e va fisicamente a prendere il sacco, c’era Domenico Cante, 39 anni. I due colleghi avevano iniziato il loro giro serale partendo dal deposito di corso Tazzoli intorno alle 18.40. Poi erano arrivati alla cassa di via Nizza e, scortati dalla polizia per tutto il percorso, passarono dalle diverse sedi cittadine, fino a ritornare in via Nizza. Erano le 20.20.

Lì, lo "scambista" aveva consegnato i soldi, sempre affiancato dalla scorta della polizia. Al momento del deposito, erano spuntati dal nulla due sacchi in più: dovevano essere dieci, ma erano dodici. Cante disse di aver smarrito le bolle di accompagnamento. A fine servizio, la scorta aveva lasciato soli Guerzoni e Cante, che avevano riportato il furgone all’autorimessa. La mattina dopo, Cante si presentò al lavoro come ogni giorno. Di Guerzoni, invece, nessuna traccia.

Gli "uomini d'oro"

Un furto miliardario avvenuto sotto gli occhi della polizia. Gli inquirenti capirono subito che i soldi erano spariti durante il giro di raccolta e che Guerzoni era coinvolto nel furto, data la presenza della sua busta paga e la sua scomparsa. Guerzoni, spiegò successivamente il sostituto procuratore Antonio Malagnino a Misteri in Blu, "era un personaggio che amava certamente la vita bella, al quale il lavoro che svolgeva stava stretto, sognava di avere molto denaro e gli piacevano le belle donne, tanto è vero che già in passato aveva pensato di fare un colpo del genere".

Dell’uomo si erano perse le tracce e la perquisizione in casa sua non aveva portato a nulla. Unico particolare una sveglia, trafitta da un coltello e incastrata nel muro: l’addio di Giuliano, un segno di cambiamento e di abbandono di quella vita fatta di orari e scadenze. Secondo quanto riportato all’epoca da La Stampa, la polizia ritenne "che avesse programmato con cura anche le ore della fuga: 12, minuto più minuto meno, da quando i sacchi con i finti soldi erano finiti nella cassaforte delle poste a quando un funzionario li ha aperti trovandoci carta straccia e, quasi una firma, la busta paga dell'autista ridotta in brandelli".

Ma Guerzoni non poteva aver fatto tutto da solo. Un complice doveva essersi nascosto nel furgone portavalori, per scambiare il contenuto dei sacchi. All’interno la vettura era infatti divisa in due parti: il piano di carico e una cassaforte, dove poteva essersi chiuso l’altro uomo, che al momento giusto usciva dal suo nascondiglio e scambiava i sacchi di soldi con quelli di carta straccia. Il complice poteva essere salito sul furgone prima dell’arrivo in via Nizza, quindi prima della presenza della scorta di polizia, per poi scendere solo una volta terminato il furto, quando il furgone era stato riportato al deposito, senza scorta. Questo complice venne identificato in Enrico Ughini, un amico di Guerzoni ex dipendente delle Poste, sparito anche lui dalla sera del furto. Su quel furgone però c’era anche Domenico Cante.

Successivamente, ricostruendo la vicenda, gli inquirenti scoprirono la presenza di un quarto uomo, Ivan Cella, amico di Cante, che avrebbe dovuto procurare i documenti falsi per la fuga, e di altre due persone che orbitavano attorno agli ideatori del furto. Gli "uomini d’oro", come li ribattezzò la stampa dell’epoca erano Giuliano Guerzoni, Domenico Cante, Enrico Ughini e Ivan Cella. Ad aiutarli intervennero anche Pasquale Leccese e Giorgio Arimburgo: il primo avrebbe dovuto consegnare una parte del bottino a due donne legate a Guerzoni, mentre il secondo avrebbe dovuto preparare l’arrivo degli "uomini d’oro" in Costa Rica. Ma lì non ci arrivò mai nessuno.

Gli omicidi

La scomparsa di Guerzoni e Ughini fece subito pensare a una fuga. Ma ben presto, gli inquirenti dovettero ricredersi. Il 13 luglio 1996 infatti un contadino notò che una parte di terra era stata alzata nei campi di Bussoleno, in Val di Susa. Sotto, in una buca, vennero ritrovati i corpi di Giuliano Guerzoni e di Enrico Ughini. L’autista del blindato indossava ancora la divisa delle poste: per questo i carabinieri supposero che fosse stato ucciso la stessa sera del furto miliardario. Il luogo del ritrovamento era a poca distanza dalla villetta di Domenico Cante, che divenne il sospettato numero uno, oltre che del furto anche dell’omicidio. Insieme a lui finì nel mirino degli inquirenti anche Ivan Cella.

Una volta trovati i corpi, i carabinieri si rivolsero allo “scambista”, come spiegato a Mistero in Blu dal maggiore Aldo Iacobelli: "Andiamo subito a chiedere al Cante sia del furto, per il quale era già indagato, sia della presenza dei cadaveri in località molto vicina alla sua abitazione". Non solo: "Contestualmente procediamo alle perquisizioni", spiegò il maggiore, aggiungendo che "nel camper constatiamo l’assenza del plaid e del sacco a pelo". E proprio in un sacco a pelo identico a quello mancante e riconosciuto dalla moglie di Cante era avvolto il cadavere di Guerzoni, mentre quello di Ughini era stato coperto da un plaid.

Così nel luglio 1996 Domenico Cante venne arrestato. Oltre agli oggetti mancanti, a tradire Cante fu, come specificò La Repubblica, "il ritrovamento sul suo camper delle mazzette usate per riempire i sacchi falsi con cui sono stati sostituiti quelli contenenti soldi e assegni". Non solo. Dietro al lavabo del camper dell’uomo, vennero trovate tracce di sangue. L’analisi dei periti non lasciò dubbi: "Il sangue trovato sul camper di Domenico Cante […] appartiene ad Enrico Ughini e Giuliano Guerzoni", scrisse La Stampa dopo la conferma di due consulenti della procura. L’autopsia determinò la causa della morte: a sparare "sono state una 7.65 e una seconda pistola, di cui non si conosce il calibro", riferì La Stampa. Una delle pistole venne individuata come appartenente a Domenico Cante e ai due sospettati vennero sequestrate alcune armi.

La fuga di Ivan Cella

Cante, secondo gli inquirenti, non fu il solo a compiere gli omicidi. Ivan Cella, 42enne amico dello “scambista” e gestore di una birreria, venne sospettato di essere complice nelle uccisioni dei due "uomini d’oro". Per questo venne indagato a piede libero. Successivamente emersero indizi a suo carico ma, prima che i carabinieri potessero arrestarlo, scappò insieme alla fidanzata Anna Cristina Quaglia. Era il 14 luglio 1996.

Da quel giorno, di Cella si persero le tracce per diversi mesi, a eccezione di una telefonata alla madre e del ritrovamento in Francia della sua auto, individuata dagli inquirenti a fine settembre 1996 nel parcheggio dell’aeroporto di Nizza. Poi, nel dicembre dello stesso anno, Cella e Quaglia vennero rintracciati in Albania, grazie alla collaborazione tra Interpol, polizia albanese e carabinieri del comando torinese. Nei mesi di latitanza, la coppia si sarebbe spostata diverse volte: dall’Austria all’Ungheria, fino in Romania, per poi approdare in Albania, dove Cella aveva iniziato a fare l’elettricista.

Così, l'"uomo d’oro" scappato alla cattura finì nelle prigioni albanesi. Ma non vi restò a lungo. Nel marzo del 1997, infatti, scoppiarono le proteste albanesi e il Paese precipitò in uno stato di anarchia, che portò anche all’apertura delle carceri. Da lì Cella e Quaglia riuscirono a scappare, rendendosi nuovamente latitanti: "Mentre si discuteva la richiesta di estradizione in Italia, la coppia è evasa approfittando dei tumulti dello scorso marzo. Per alcuni giorni - è certo - i due italiani sono rimasti attorno al carcere quasi distrutto. Poi hanno fatto perdere ogni traccia", scrisse La Stampa.

Per mesi i due latitanti rimasero dei fantasmi, nascosti da qualche parte nel mondo, muniti di una falsa identità. Poi, a fine agosto, vennero rintracciati e arrestati a Cochabamba, in Bolivia. "Erano arrivati su quel pianoro della cordigliera a fine marzo, dopo una fuga senza fine attraverso l'Albania in fiamme e gli aeroporti di Istanbul, Amsterdam, San Paolo do Brasil e Santa Cruz: fino a Cochabamba", riferì La Repubblica. Terminò così la fuga di Ivan Cella e Cristina Quaglia, che vennero estradati in Italia e sottoposti a processo.

Le condanne

“Omicidio premeditato”. Questa era l’accusa a cui dovettero rispondere Ivan Cella e Domenico Cante. Secondo gli inquirenti, infatti, dopo il furto del 26 giugno, i due uccisero Giuliano Guerzoni ed Enrico Ughini, loro complici nella rapina alle Poste di Torino. Il processo iniziò nel gennaio del 1998 e, oltre a Cante e Cella, riguardò anche Giorgio Arimburgo e Pasquale Leccese, accusati di peculato, ma ritenuti estranei all’omicidio, e Cristina Quaglia, accusata di favoreggiamento.

Nel corso della seconda udienza, che si svolse in Corte d’Assise a Torino, Ivan Cella confessò: "Sono colpevole - disse, come riportato da Repubblica - Ammetto di essere implicato nel furto e di aver ucciso Giuliano Guerzoni". A far crollare l’uomo d’oro fu una perizia del Centro Investigazioni Scientifiche dell’Arma dei Carabinieri (Cis): il medico legale, infatti, aveva rinvenuto nella teca cranica di Guerzioni dei frammenti di plastica appartenenti a una particolare cartuccia, usata negli Stati Uniti per uccidere i serpenti. Quei pezzetti vennero poi confrontati con un altro frammento di plastica "di circa un decimo di millimetro", rinvenuto dal Cis nella canna della pistola sequestrata a Cella: c'era corrispondenza.

Dopo le ammissioni di Ivan Cella, anche Cante confessò l’omicidio. Ma le due versioni non combaciarono. Secondo Cella infatti, era stato Domenico a premere per primo il grilletto: "Mentre sistemo i soldi in una borsa, sento un colpo, e vedo Ughini a terra. Guardo d'istinto Guerzoni che si alza e viene verso di me: gli sparo che ce l'ho in faccia", disse, secondo quanto riportato da Repubblica. Completamente opposta risultò invece la versione di Cante: "Cella mi disse di sparare e io sparai. Ughini cadde a terra".

Alla fine del processo, i giudici condannarono Domenico Cante a 28 anni e 9 mesi di carcere, mentre Ivan Cella a 28 anni e 8 mesi, per l’omicidio dei due complici. A Giorgio Arimburgo e Pasquale Leccese vennero dati, rispettivamente, 2 anni e 4 mesi e 2 anni per ricettazione. Due anni anche a Cristina Quaglia, ritenuta responsabile di favoreggiamento. Cante morì in carcere nel 2004, a 48 anni, colpito da un infarto: "Io non ho ucciso", disse poco prima di morire, dando incarico al suo legale di preparare la richiesta di revisione del processo.

Per mesi gli inquirenti avevano cercato, oltre ai due latitanti e alle prove degli omicidi, anche il bottino miliardario del colpo. Ma i soldi non vennero mai ritrovati. "Il bottino l'ho sempre tenuto io - disse Cella durante il processo - ma non ho speso una lira. L'ho sepolto nella cantina della mia birreria e sono tornato a riprenderlo tre mesi dopo. L'ho affidato a tre finanziarie albanesi". Di quel denaro però non si ebbe più nessuna notizia: sparì nel nulla e rimase il mistero degli "uomini d'oro".

·        Il mostro di Parma.

Parma, 1954. Un nobile decaduto e quattro donne uccise: il mostro della luna piena. Massimiliano Jattoni Dall’Asén su Il Corriere della Sera il 28 Novembre 2022

La prima vittima era la moglie di un ex marchese caduto in disgrazia, che divenne compagno dell’ultima prostituta assassinata. Ennio Camisani Calzolari fu processato e assolto. Morì poco dopo nel misterioso incendio della sua casa. Questa è la storia del serial killer di Parma, una storia dimenticata da più di mezzo secolo

Da sinistra in alto, in senso orario: Domenica Rustici, moglie di Ennio Camisani Calzolari, la prima vittima, Erminia Mori, Bianca Miodini e Elide Belmesseri

All’alba del 6 novembre del 1954 i primi raggi del sole faticano a penetrare la fitta coltre di nebbia che ricopre la campagna attorno a Parma. È il tipico autunno della Bassa, con la bruma che riduce il mondo a uno spazio silenzioso di pochi metri quadrati. Il bracciante Ermenegildo Bottazzi di Mariano, frazione alle porte della città, sta pedalando lungo uno stradello, attraverso i campi che portano al podere dove lavora. Maledicendo l’umidità che gli entra nelle ossa e gli inzuppa i calzoni, l’uomo imbocca un tratto rettilineo quando, con un movimento rapido del piede, attiva il contropedale e blocca la bicicletta. Sul margine destro dello stradello, davanti a lui, tra le sterpaglie, spunta qualcosa di strano, qualcosa che visto sotto i rami spogli dei gelsi fa ancora più paura: la gamba di una donna. Bottazzi si avvicina un poco, quanto basta per scorgere il resto del corpo disteso nel fossato. Pallido in volto, gira la bicicletta e corre a dare l’allarme.

Bambola rotta

Mezzora più tardi, la notizia del ritrovamento di un cadavere ha già fatto il giro di tutti i casolari di Mariano. Quando la volante arriva sul posto, una folla di curiosi è già accalcata attorno al corpo di una donna che, così riversa, sembra una bambola rotta, come gettata via da un’auto in corsa. E di una bambola, quella donna, ha anche la bellezza: lineamenti fini, capelli ben tagliati e gli occhi grigi. L’abito che indossa è nero, quasi estivo, qualcosa di fuori posto in un freddo novembre della Bassa. E al collo ha un foulard di seta, che qualcuno ha stretto con forza fino ad ucciderla. Altri segni di violenza non se ne vedono, ma gli agenti notano che sulle scarpe non vi è traccia di polvere e sull’erba vi sono segni di pneumatici. La donna deve essere arrivata lì a bordo di un’auto, forse già morta. Mentre il procuratore della Repubblica dà il nulla osta perché il cadavere venga trasportato nel reparto di medicina legale dell’ospedale di Parma, la Questura è già risalita all’identità della vittima. Si tratta di Domenica Rustici, nata 39 anni prima a Pagazzano, un borgo non lontano da Berceto. Siamo sulle montagne di Parma, a quasi 900 metri di altezza, lungo la strada che, dal passo della Cisa, scavalla portando a La Spezia.

TRA LE DUE PERSONE INTERROGATE C’ERA ANCHE UN MEDICO, FERMATO PER DUE DEI QUATTRO DELITTI. MA IL SUO NOME NON SI E’ MAI SAPUTO

Il marito nobile decaduto

Qui, anni prima, Domenica aveva conosciuto quello che poi è diventato suo marito, Ennio Camisani Calzolari, nobile decaduto e possidente terriero dalle scarse risorse. A quanto si mormora, il matrimonio era infelice.

Ennio Camisani Calzolari, processato e assolto per l’omicidio della compagna

Per questo Domenica, che era madre di due adolescenti, con la scusa di avvicinare i ragazzi alle scuole, si era trasferita da qualche anno a Parma, nella centralissima via Garibaldi, davanti al celebre Teatro Regio. Il marito, invece, era rimasto a vivere sulle montagne e faceva visita alla famiglia una o due volte alla settimana, raggiungendo la città a bordo della sua motocicletta. Il primo a identificare la vittima è stato il capo della Buoncostume. Domenica è infatti nota alle forze dell’ordine fin da quando aveva iniziato, tempo prima, a bazzicare nelle ore tarde la zona della stazione. Il suo nome d’arte era “la Signora”, perché lei non era una lucciola come le altre. Moglie di un uomo che, anche se male in arnese, vanta nobili natali, Domenica vestiva elegante, da signora, appunto. Abiti costosi, qualche gioiello e al polso sempre un orologio di valore, che al momento del ritrovamento del suo cadavere, però, non c’è. L’autopsia colloca l’ora della morte intorno a mezzanotte e mezza. L’ultima persona che l’ha vista viva indica le 23: dunque, un’ora e mezza di mistero in cui Domenica ha incontrato chi ha posto fine alla sua vita.

Gli agenti della polizia si introducono negli ambienti del malaffare, parlano con le prostitute che a fine giornata affollano la zona di via Toschi. Qualcuno racconta di aver visto la sera dell’omicidio, lungo lo stradello di Mariano, un uomo e una donna passeggiare poco lontano da una Topolino. Vengono allora controllati oltre mille proprietari di Fiat 500: inutilmente. Senza una vera pista da seguire, con descrizioni sommarie e chiacchiere non verificate, gli inquirenti alla fine devono gettare la spugna e concedere il nullaosta ai funerali. La “vicenda Rustici” si avvia a diventare un caso irrisolto.

Seconda vittima

La mattina del Venerdì Santo dell’8 aprile 1955, nell’ufficio di guardia della Questura di Parma squilla il telefono. Una voce in tono concitato spiega che sull’argine destro del Baganza, che scorre poco lontano dalla città, è stato rinvenuto il cadavere di una donna, anch’essa strangolata. Quando gli agenti giungono sul posto è iniziata a cadere una pioggerellina fitta, che bagna il volto pallidissimo della donna sul quale risaltano due grosse ecchimosi al naso e alla guancia, come se qualcuno l’avesse presa a pugni prima di ucciderla. Sono gli unici segni di violenza, oltre alla striscia rossa attorno al collo. In una tasca del suo cappotto nero e sgualcito gli agenti trovano la carta d’identità.

FORSE CAMISANI CALZOLARI CONOSCEVA IL NOME DEL SOSPETTATO E HA CERCATO DI RICATTARLO. E’ LUI LA SESTA VITTIMA DEL MOSTRO?

La donna è Ermina Mori, nata 32 anni prima a Mezzani Inferiore, borgo a una ventina di chilometri da Parma. Anche Ermina faceva la vita, fin da quando, giovanissima, aveva abbandonato la casa di sua madre Ilda, detta Ildon la Stria, per sfuggire a un ambiente povero e degradato. La strega aveva finito i suoi giorni inghiottendo mezzo litro di varechina, mentre del padre di Ermina si erano da tempo perse le tracce. Però a Parma la ragazza non aveva trovato una vita migliore, anzi era scesa ancora più in basso. Tanto che chi la conosceva non la chiamava per nome, ma con pratica crudeltà semplicemente la Cagna. Ermina, come un animale, viveva in un anfratto ricavato all’interno di un muro di cinta del poligono di tiro. Per letto, un sacco di juta. L’acqua per bere andava ad attingerla direttamente al torrente, sulla cui sponda avrebbe trovato la morte. Eppure, anche l’ossuta e guardinga Ermina era capace di suscitare amori appassionati: un carrettiere aveva lasciato moglie e figli per andare a vivere con lei nella sua tana da cane randagio. I parenti di lui però si erano messi di mezzo e con le buone o con le cattive l’uomo era tornato a casa. Ermina ancora una volta era rimasta sola. Chi la vide quel giorno sul tavolo dell’obitorio descrisse la sua espressione come rassegnata. Il mostro aveva posto fine alla sua fatica di vivere.

Terzo plenilunio, terza vittima

Alcune colleghe di Ermina raccontano agli inquirenti di aver visto la donna in centro verso le 23 della sua ultima sera. L’incontro che le è stato fatale deve essere avvenuto subito dopo. Le “lucciole” ora hanno paura. Da tempo segnalano la presenza di un cliente che durante l’amplesso diventa violento e le morti di Ermina e di Domenica sono evidentemente collegate. Ma anche se Parma è piccola e nell’ambiente ci si conosce tutti, gli identikit non portano ad alcun nome. Un particolare però non sfugge agli inquirenti: entrambe le donne sono morte in una notte di luna piena, tra venerdì e sabato. Anche Elide Belmesseri viene strangolata durante un plenilunio, quello tra il 7 e l’8 aprile 1955. Bella e fiera, come tutti la descrivono, Elide era nata sulle montagne di Parma e da lì era scesa, non ancora ventenne, attratta dalle luci della città e portandosi appresso un soprannome legato al lavoro che faceva fin da bambina: la Pastora. I sogni si erano però infranti contro la durezza di una vita trascorsa sulla strada e terminata anche per lei in periferia, ai margini di uno squallido boschetto, dove si appartano in auto le coppie clandestine.

Il sospetto

Nei giorni seguenti, in Questura sfilano 50 persone tra uomini e donne. Gli inquirenti focalizzano l’attenzione su un paio di individui. Tra cui un professionista, un medico trentenne di Parma che esercita a Noceto, a una dozzina di chilometri dalla città, già fermato anche durante le indagini per l’omicidio della Rustici. Quando lo interrogano per la morte di Elide cade in alcune contraddizioni, che non bastano ai carabinieri per formulare un’accusa. Il medico, la cui identità non verrà mai svelata, viene scagionato. Nei 13 anni seguenti l’assassino non colpirà più. Secondo alcuni, il mostro è morto; per gli altri la tragica fine delle prostitute è un ricordo che sbiadisce troppo in fretta. Fino a quando un nuovo cadavere riporta tra le strade di Parma la paura. Lo strangolatore è tornato.

La legge Merlin

All’inizio del 1958, dopo un’accesa discussione parlamentare, viene promulgata la legge Merlin. L’Italia tira giù per sempre le serrande delle case di tolleranza e introduce i reati di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione. Da quel momento, la professione verrà esercitata solo agli angoli delle strade e in squallide stanze in affitto, lasciando le ragazze ancora più indifese. Anche la Bianchina, al secolo Bianca Miodini, di sera è per strada. Il suo sopraggiungere è anticipato dal tintinnio di un campanellino, che dopo la chiusura dei bordelli usa per attirare i clienti. Senza essersi mai sposata, ha avuto due figlie che ha cresciuto con le fatiche del suo lavoro. Ma un destino avverso le ha strappato via la più giovane, morta di leucemia. Nel 1967, a 54 anni, Bianchina esercita ancora con coraggio la professione e i clienti li porta in uno stanzino al n. 9 di borgo Merulo, un tempo noto col nome sinistro di borgo della Morte. Ed è lì che la notte del 10 luglio Bianchina si ritrova bloccata sul letto, con il corpo scosso dalle convulsioni in cerca dell’ultimo respiro, mentre un foulard si stringe sempre più stretto attorno al suo collo. Quando resta immobile, gli occhi vitrei, spalancati verso il soffitto, la vestaglia a fiori tirata su fino ai fianchi, colui che l’ha privata della vita se ne va lasciando la lampada accesa, il rubinetto gocciolante e le imposte dell’unica finestra chiuse sul borgo della Morte.

La chiusura del cerchio

Verso le 11 del giorno dopo, l’amante di Bianchina, trovato il corpo, corre in Questura per dare l’allarme. I poliziotti si trovano davanti un individuo dalla vistosa cravatta colorata e dalle dita piene di anelli. Ma a colpirli è la sua identità. Si tratta di Ennio Camisani Calzolari, il vedovo di Domenica Rustici, la cui morte 13 anni prima ha dato inizio alla serie degli omicidi del mostro. Dunque, il vedovo della prima vittima è anche l’amante dell’ultima prostituta uccisa dalla malabestia. Ma chi è Ennio Camisani Calzolari? I Camisani un tempo vantavano il titolo di marchesi e leggenda vuole che discendessero da uno scudiero dell’imperatore Federico Barbarossa. A Roccaprebalza, sulle montagne di Berceto, hanno le loro proprietà. E lassù è nato Ennio il 24 settembre 1908. Al tempo dell’omicidio della Bianchina ha 59 anni e dal punto di vista finanziario è sul lastrico. Non esercita alcuna professione e, a parte le scarse rendite delle sue terre, vive grazie ai soldi che la Bianchina porta a casa. Del resto, la donna in banca ha messo via tre milioni di lire, che sono tanti per l’epoca. Il rapporto tra i due era cominciato subito dopo la morte di Domenica.

Vita di coppia

Insieme avevano affittato la palazzina al n. 9 di via Merulo: al piano terra la Bianchina incontrava i clienti e, terminato il turno, saliva le scale per raggiungere Camisani nell’appartamentino di tre stanze che divideva con lui. L’ultima sera di vita della Bianchina è uguale a molte altre. Nelle osterie del vicino borgo San Silvestro la gente beve e gioca a carte. Verso le 23, la donna esce per andare in un bar e per strada incontra un’amica. Poche parole ed è già nel suo stanzino, dove indossa la vestaglia a fiori. Ennio Camisani dice di essersi ritirato presto, quella sera. «Mi sono addormentato subito», racconta, «e mi sono risvegliato alle 2.30». È l’ora in cui la Bianchina è solita rincasare dopo l’ultimo cliente. Ma non questa volta. L’uomo allora era sceso al piano terra, ma da sotto la porta dello stanzino filtrava la luce: Bianchina doveva essere ancora in compagnia e Camisani era tornato a letto. Solo al mattino aveva scoperto il corpo. Il funerale viene celebrato il 12 luglio 1967. Sulla bara una corona di fiori con la scritta “Il caro Ennio”. Camisani, che nel 1954 aveva seguito mestamente il carro funebre della moglie Domenica, questa volta non è presente. Lo stanno torchiando in Questura. L’interrogatorio prende le mosse da questi due funerali, da queste due donne a lui legate sentimentalmente ed entrambe morte ammazzate. E dal fatto che Ennio ai famigliari della Bianchina - il corpo ancora caldo - si era affrettato a dire che i tre milioni accumulati dalla donna erano suoi. Per gli inquirenti si tratta di un bel movente e ai giornalisti accorsi da tutta Italia dicono laconici: «Il suo racconto presenta alcune contraddizioni». In realtà, si sono già convinti che sia lui l’assassino di Bianchina e anche delle altre prostitute, compresa Norma Casini, una lucciola di Reggio Emilia strangolata con una calza di nylon proprio in quegli anni.

Il processo

Il nobile decaduto viene allora portato nel carcere giudiziario di San Francesco. L’accusa è omicidio volontario e sfruttamento della prostituzione. L’uomo per tutto il tempo si mantiene calmo, ma davanti al pubblico ministero modifica la sua versione per tre volte. Poi, fa una mezza confessione su Bianchina: forse, dice, l’ha soffocata involontariamente mentre le faceva un massaggio nel tentativo di rianimarla. La perizia necroscopica però lo smentisce e Camisani modifica per la quarta volta la sua versione, tornando alla prima: lui non c’entra nulla e ha trovato morta la Bianchina la mattina dell’11 luglio 1967, mezzora prima di arrivare in Questura a denunciarne l’omicidio. Il processo viene celebrato nell’ottobre del 1968. Dura pochissimo e si chiude con i giudici che lo assolvono per insufficienza di prove dall’accusa di omicidio nei confronti di Bianchina. Camisani viene invece condannato a un anno e sei mesi di reclusione per induzione e sfruttamento della prostituzione. Il collegio della difesa ricorrerà in appello, ma alla fine lo stesso pm rinuncerà al processo di secondo grado. Per gli altri 4 omicidi - quello di Domenica, di Ermina, di Elide e della reggiana Nora Casini - nessuno è mai stato portato davanti a un giudice. Scarcerato il 12 gennaio del 1969, avendo già scontato un anno e tre mesi di detenzione preventiva, Ennio Camisani torna nella vecchia casa di Roccaprebalza, dove vivono il fratello e l’anziana madre, che morirà di crepacuore, così almeno raccontano in paese, al principio del 1970. Qualche anno più tardi, i figli residenti ormai all’estero, e lui povero e quasi cieco, chiede e ottiene di essere alloggiato in una casa di cura per anziani. In cambio, donerà all’istituto tutto quello che possiede. Ennio però non fa in tempo ad entrarci. La mattina del 3 marzo 1973 una lunga colonna di fumo nero si staglia sopra Roccaprebalza: la grande casa dei Camisani è andata a fuoco e i pompieri hanno impiegato tutta la notte a domare le fiamme. Sui gradini dell’ultima rampa di scale giace il cadavere di Ennio. Il referto dell’autopsia è scarno e conciso: morte per avvelenamento da monossido di carbonio. I giornali locali registrano il decesso come misterioso.

Una coincidenza

Ennio Camisani Calzolari era davvero il mostro della luna piena? L’essere marito della prima vittima e amante dell’ultima sembra più che una macabra coincidenza. Eppure, le indagini e le dinamiche dei ritrovamenti dei cadaveri hanno dimostrato che le donne venivano condotte in aperta campagna a bordo di un’auto. Il Camisani, però, possedeva solo motociclette. Un’auto, invece, ce l’aveva il giovane medico rimasto alle cronache senza nome. Un individuo finito nell’elenco dei sospettati in almeno due degli omicidi. Camisani forse sapeva. Sapeva chi era il mostro e, magari, lo aveva anche protetto, pensando di guadagnarci qualcosa. Le sue richieste di denaro però potrebbero essere diventate troppo pressanti nel tempo ed Ennio, considerato strano fin da quando era un ragazzo, invecchiando rischiava di essere per l’assassino una mina vagante. L’incendio è stato dunque appiccato per farlo tacere per sempre? Forse quello di Ennio Camisani Calzolari è un omicidio rimasto irrisolto: la sesta vittima del mostro della luna piena.

·        Il caso delle prostitute di Roma.

Tre prostitute uccise a Roma, reazione a un «no» o vendetta: dentro la mente dell’assassino. Fulvio Fiano su Il Corriere della Sera il 18 Novembre 2022. 

I tre delitti sono avvenuti a distanza di poche ore uno dall’altro e in palazzi distanti meno di un chilometro. Il killer ha colpito con impeto e rabbia, le due cinesi hanno provato a difendersi 

Tra la palazzina a tre piani di via Durazzo e l’edificio di dieci in via Riboty ci sono appena 850 metri, una decina di muniti a volerli percorrere a piedi come potrebbe aver fatto l’assassino. Il suo profilo è quello di un cliente che altre volte era stato in quelle case d’appuntamento (le vittime gli hanno aperto la porta), che conosceva bene quegli indirizzi nel quartiere e che per motivi al momento insondabili, ha maturato del rancore verso le tre donne.

Gli orari

La prima chiamata alla polizia arriva dal portiere dello stabile di via Riboty alle 10.49. Sul pianerottolo al primo piano il sangue della più anziana delle due cinesi è ancora fresco, nessuno tra il via vai di condomini e professionisti dei tanti uffici legali del palazzo che guarda l’ingresso della cittadella giudiziaria di piazzale Clodio aveva notato nulla fino ad allora. Due ore esatte dopo, mentre le volanti presidiano la scena del duplice delitto e i nastri (rimasti fino a sera) impediscono a chiunque di avvicinarsi o uscire da lì, arriva la chiamata della sorella di Marta Castaño Torres. È lei a trovare il corpo della 65enne nel seminterrato a 15 metri di distanza dal centro di produzione de La7 in via Novaro e poco più distante dalla sede Rai di via Teulada. L’ordine degli omicidi, però, quasi sicuramente è inverso.

L’arma e le aggressioni

Le vittime sono state uccise tutte con più colpi alla gola e al torace inferti con un’arma da taglio a lama lunga, ancora presto per dire se sia la stessa. Ma la dinamica dei delitti sembrerebbe molto diversa da caso a caso. I tagli sul corpo della donna colombiana sono più precisi e la sua stanza era tutto sommato composta. Secondo i primi rilievi, potrebbe essere stata colta di sorpresa, forse dopo un rapporto, comunque senza avere modo di difendersi. Tutto l’opposto di quello che si sono trovati davanti gli agenti della scientifica in via Riboty, da dove si sono allontanati solo dopo otto ore di prelievi e analisi (il furgone della polizia mortuaria è andato via alle 17.45). La stanza della più giovane delle due cinesi era a soqquadro, gli schizzi di sangue ovunque, le ferite più numerose e imprecise, sferrate sembra con maggior rabbia, durante una colluttazione. Anche l’altra vittima ha segni simili sul corpo. Potrebbe aver provato a soccorrere l’amica e poi fuggire. Il suo corpo è stato trovato sull’uscio.

Le tracce e il movente

Pur non potendosi escludere la premeditazione, il killer non ha agito con freddezza, ha reagito a un rifiuto o ha «vendicato» un’umiliazione vissuta in un precedente incontro, e questo potrebbe bruciarne la fuga. Tracce di sangue e impronte non mancano, negozi e studi professionali, per non parlare di quelli televisivi, abbondando di telecamere di sicurezza. La scia di sangue metaforica lasciata tra i due luoghi dell’aggressione potrebbe presto diventare una pista concreta da seguire.

(ANSA il 18 novembre 2022) - Si è concluso nella serata di ieri il sopralluogo del pm negli appartamenti del quartiere Prati dove sono state uccise tre donne. L'attività rientra negli accertamenti avviati per cercare di ricostruire la dinamica di quanto avvenuto. In base a quanto si apprende la donna di origini colombiana, uccisa in un seminterrato di via Durazzo, sarebbe stata colpita con una arma da taglio tipo "stiletto" al torace forse nel corso di un rapporto sessuale. Sul corpo delle due cittadine cinesi, via Riboty, sono stati individuate ferite alla gola, al torace e alla schiena.

Rinaldo Frignani per corriere.it il 18 novembre 2022.

Luci soffuse, arredamento rosa. L’appartamento dove Marta Castano Torres riceveva i suoi clienti. Fra gli ultimi, o forse è proprio l’ultimo se come si ritiene è davvero fra di loro, l’uomo che l’ha accoltellata a morte durante un incontro in camera da letto. A 65 anni la colombiana non aveva interrotto la professione e divideva quel piccolo locale sulla rampa del garage del palazzo di via Durazzo, alle pendici di Monte Mario, con la sorella venezuelana che si fa chiamare Francesca Neri.

Una trans che ha scoperto il corpo della parente assassinata e che giovedì sera è rimasta a lungo fuori dal palazzo dove l’appartamento è stato sequestrato. Poi è stata condotta in Questura per essere presa a verbale. A chi indaga avrebbe riferito di essere a conoscenza che la sorella doveva ricevere un cliente. E che aveva cominciato a prostituirsi anche per assicurare un sostegno economico alla figlia. Una vita difficile, in proprio, almeno secondo quanto emerso fino a questo momento. 

Diversa la storia delle due cinesi uccise in via Augusto Riboty: ufficialmente non hanno ancora un nome perché la loro identità deve essere verificata dalla polizia. La presunta maitresse, di 42 anni, era conosciuta sia dai condomini sia da chi lavora nel palazzo di fronte al tribunale, ma anche da alcuni clienti della casa d’appuntamenti, una delle tante in quella zona di Prati.

Lei era sempre lì, al lavoro, a gestire le ragazze che di volta in volta giravano nel locale, proprio come la 25enne assassinata insieme con lei. La prima forse a essere rimasta vittima della furia del killer. Una giovane come le centinaia che vengono sfruttate a Roma in locali come quello e finti centri massaggi. 

Fantasmi in pratica mentre la maitresse, ex prostituta lei stessa, amministrava la casa pubblicizzata su internet, con telefono e caratteristiche delle giovani. Non è chiaro ancora se come spesso accade una parte dell’incasso finisse a lei oppure a qualche organizzazione più vasta, come del resto è emerso in passato in indagini contro lo sfruttamento e il favoreggiamento della prostituzione.

Ma a colpire gli inquilini del palazzo era la riservatezza con la quale la 45enne si faceva vedere nel palazzo. Poche parole con i dirimpettai, nessuna confidenza. Ma anche il timore di rimanere vittima di clienti violenti tanto da premunirsi con telecamere nascoste: i filmati di questi impianti, sempre che ci siano davvero, potrebbero rivelarsi ora fondamentali per inchiodare l’assassino.

Donne uccise a Roma, il killer ripreso dalle telecamere. «Bisogna prenderlo, potrebbe colpire ancora».  Rinaldo Frignani su Il Corriere della Sera il 18 Novembre 2022 

Corsa contro il tempo per identificare l’assassino, forse seriale, delle tre prostitute accoltellate a Prati. Il portiere del palazzo di via Riboty sentito per ore in Questura. Telefonata del sindaco Gualtieri al prefetto Frattasi

Una mattanza a due passi dalla cittadella giudiziaria di piazzale Clodio. L’ombra del serial killer a Prati: tre donne pugnalate a morte in poche ore, in due palazzi distanti poco più di 850 metri fra loro, da qualcuno che forse conoscevano bene. Si ipotizza un cliente di due prostitute cinesi e una escort colombiana, massacrate con più fendenti. Aggressioni spietate sulle quali ora la polizia cerca di fare luce, c’è il timore che la scia di sangue possa non essersi interrotta. Le prime due, una 40enne e una ragazza di circa 25 anni — la loro identità non è stata confermata ufficialmente —, sono state trovate senza vita alle 10.50 di ieri in un appartamento al primo piano di un palazzo di via Augusto Riboty, di fronte al palazzo di giustizia. A dare l’allarme il portiere dello stabile, Davide G., interrogato per ore negli uffici della Squadra mobile insieme con molte altre persone: alla polizia il custode avrebbe riferito di aver scoperto il cadavere della più grande riverso sul pianerottolo del primo piano.

Dietro il corpo, la porta dell’appartamento chiusa e sangue copioso sul pavimento. Una volta nell’abitazione, gli agenti hanno poi rinvenuto senza vita la più giovane, seminuda, a sua volta accoltellata dopo aver opposto una disperata resistenza. La prima, forse la maitresse, potrebbe essersi trascinata fino ad aprire la porta per chiedere aiuto. Secondo più di un inquilino, che in una riunione di condominio avevano protestato per il viavai di clienti, alle 10.30 il corpo della 40enne non c’era per le scale: si ipotizza che il killer abbia colpito in un breve lasso di tempo allontanandosi con i vestiti e le scarpe sporchi di sangue. Ma nessuno lo ha visto, né ha sentito nulla.

Il sospetto è che non abbia lasciato subito l’edificio, dove fino a sera gli investigatori della Mobile hanno sentito anche chi lavora nei numerosi uffici. Proprio mentre la Scientifica era impegnata nei rilievi, anche nell’androne dello stabile e sulla tastiera dei citofoni, forse usata dal killer per farsi aprire dalle cinesi, al 112 è giunta la segnalazione del ritrovamento del corpo di Marta Castaño Torres, 65 anni, escort colombiana, nella camera da letto di un’abitazione in un interrato in via Durazzo, fra la Rai in via Teulada e La7 in via Novaro, alle pendici di Monte Mario.

A chiamare la polizia la sorella trans della vittima, che si presenta come Francesca Neri di Caracas. Anche la 65enne è stata uccisa a coltellate, numerosi fendenti al torace. Saranno ora le autopsie, in programma forse già oggi al Policlinico Gemelli, a stabilire la cronologia dei decessi per capire se il killer abbia agito prima in via Durazzo nel corso della nottata e poi si sia trasferito in via Riboty.

Per identificarlo al più presto, in una frenetica corsa contro il tempo, perché c’è il rischio che colpisca ancora, gli investigatori della Questura avrebbero acquisito i filmati di alcune telecamere di vigilanza della zona e anche i tabulati telefonici delle utenze delle vittime nella convinzione che l’assassino possa averle contattate prima di recarsi da loro. Ci sarebbe un impianto di ripresa video anche nell’alcova delle cinesi e forse in quella della 65enne. Entrambe le case erano pubblicizzate su Internet, come altre in quella parte di Prati.

Una zona tranquilla, come hanno riferito i residenti, che tuttavia già in passato è stata al centro di indagini sul favoreggiamento e lo sfruttamento della prostituzione, con la chiusura di falsi centri massaggi e anche la scoperta di appartamenti trasformati in alcove a pagamento. Uno scenario inquietante che ha spinto il sindaco Roberto Gualtieri a telefonare ieri pomeriggio al prefetto Bruno Frattasi per chiedere di essere aggiornato al più presto sugli sviluppi della vicenda. 

Donne uccise a Prati, un testimone: «Due notti fa ho sentito grida da quell’appartamento». Rinaldo Frignani su Il Corriere della Sera il 18 Novembre 2022 

Il giallo dell’orario dell’omicidio delle tre prostitute vicino piazzale Clodio. «Marta aspettava un cliente», conferma un’amica della colombiana assassinata in via Durazzo. Nessuno nei due palazzi ha udito rumori sospetti

«Due notti fa ho sentito un grido di donna, probabilmente straniera, nel cortile interno del palazzo: proveniva da uno degli appartamenti al primo piano che si affacciano verso la mia abitazione. Mi ha fatto impressione perché sembrava davvero che quella poveretta fosse molto spaventata». Marco Proietti abita nello stesso complesso dello stabile di via Augusto Riboty dove ieri mattina sono state uccise due prostitute cinesi.

È sconvolto per quanto accaduto alle sue vicine di casa, anche se la portiera del palazzo conferma che «qui spesso vengo rimproverata da uomini ai quali chiedo dove siano diretti: ci sono tante case per appuntamenti». «Sono sicura che il corpo di quella povera donna non si trovasse sul pianerottolo fra le 10 e le 10.30. Ogni tanto incontravo la 40enne, mi è sembrata sempre molto riservata. È vero che c’erano persone che andavano a casa sua, ma non ho mai avuto la sensazione di un viavai», racconta la segretaria di uno studio legale nel palazzo di via Riboty. La questione degli orari potrebbe essere decisiva nelle indagini. Il fatto che non ci fosse il corpo sul pianerottolo se non alle 11 circa viene confermato anche da un giornalista che ha fatto le scale fino alla sua abitazione al 9° piano per farsi consegnare una cucina.

Anche il custode Davide G. avrebbe riferito di non aver trovato nulla fino al momento in cui ha dato l’allarme, alle 10.49, anche perché aveva pulito le scale poco prima. Un vero mistero, così come la mancanza di grida e rumori sospetti, frequenti in casi di aggressioni a coltellate, tanto più a metà mattinata in un palazzo affollato, confermata dagli avvocati di uno studio legale che confina con la casa per appuntamenti al primo piano. «A quell’ora stavamo prendendo il caffè, non ci siamo accorti di nulla», raccontano. Così come dicono in via Durazzo. «Marta doveva incontrare un cliente», conferma una sua amica. Nella stessa abitazione anni fa morì un uomo.

Andrea Ossino,Romina Marceca per “la Repubblica” il 18 novembre 2022. 

«È un incubo, non ci posso credere. Sembra un thriller», scuote la testa un'avvocata con la borsa di pelle mentre attraversa piazzale Clodio per entrare in tribunale. Sono le 14 e a Roma ci sono stati già tre femminicidi a Prati, in due palazzi che distano tra loro 850 metri. Sulla capitale irrompe l'ombra del serial killer delle escort. In una mattina sono state sgozzate, tutte e tre trovate nude, due sul letto. Una ha cercato di fuggire ma è morta sul pianerottolo. 

Nel lusso dei condomini con studi di avvocati e notai cala il velo del terrore.

L'assassino ha firmato i delitti. Ha conficcato il coltello nella gola delle vittime per poi portarlo via con sé. Per chi indaga da anni sugli omicidi vuol dire solo una cosa: quelle donne dovevano essere zittite. Tre bocche chiuse da parte di chi? E perché? Cosa c'è dietro i tre omicidi? Si conoscevano le tre donne? 

Il delitto in via Riboty La prima telefonata alla questura arriva alle 11 dal portiere Davide di via Augusto Riboty 28, di fronte al Palazzo di giustizia. «C'è il cadavere di una donna sul pianerottolo, al primo piano. C'è sangue ovunque» sono le sue parole tremanti. A terra una donna cinese, ha 45 anni ma gli investigatori non forniscono il suo nome. Dentro l'appartamento la polizia, dopo avere scardinato l'ingresso, scopre un altro cadavere. Un'altra donna cinese, anche lei nuda e sgozzata, non è stata identificata. 

Le indagini sul duplice omicidio partono con le testimonianze del condominio di nove piani. Il supertestimone è un avvocato: «Le due donne sono state uccise sicuramente tra le 10,30 e le 11. Lo so per certo perché sto traslocando e mi hanno portato la cucina. Ho salito le scale a piedi fino al nono piano, a quell'ora era tutto tranquillo». L'assassino è anche passato dalla portineria, avrà di certo incrociato il portiere Davide, che è stato sentito per tutto il giorno in questura. E a sera ripete sempre la stessa frase: «C'era tanto sangue».

Una ragazza in strada, dietro i nastri rossi e bianchi della polizia racconta: «Si sapeva che c'era una casa di appuntamenti da almeno tre anni, c'era stata anche una riunione di condominio perché il viavai era diventato fastidioso. Qualcuno sbagliava e la notte citofonava agli altri appartamenti». Una donna che lavora nel palazzo confida: «Un giorno arrivai col motorino e una delle due donne, sempre molto discrete, mi disse che avrei potuto lasciarlo davanti all'ingresso, così da poterlo controllare grazie a una telecamera da loro nascosta dietro a un vaso. Credo l'avessero posizionata per controllare gli ingressi».

Se l'informazione si rivelerà fondata, gli investigatori potrebbero risalire all'identità dell'assassino che le vittime hanno fatto entrare in casa. Le immagini delle telecamere e i cellulari delle donne sono sotto esame. «Venivano qui solo clienti con appuntamento», riferisce un anziano. Un altro elemento che potrebbe portare al killer. 

Le coltellate in via Durazzo Cosa avevano in comune Marta Castano, 65 anni, colombiana, e le due cinesi? Di certo, il mestiere. Tutte e tre ricevevano su appuntamento. E, anche lei, ieri, «aspettava un cliente», dice un vicino al bar di via Durazzo 38. La sorella, una trans, è ritornata a casa alle 12,40, in un sottoscala, e ha trovato Marta nuda, accoltellata e un fendente era stato sferrato alla gola.

«Marta si prostituiva per campare sua figlia che ha 18 anni», ha gli occhi lucidi un'altra inquilina. C'erano tanti piccoli segnali che qualcosa non andava, secondo i residenti. «C'era un giro di affitti strani, messaggi vicino al lampione, il citofono danneggiato», spiega un condomino. Anche il telefono della terza vittima è stato sequestrato e chi entra e esce dal palazzo viene identificato. 

C'è un'aria di tensione fino a sera nella Prati che corre veloce attorno al tribunale. I poliziotti della Scientifica eseguono gli stessi rilievi nelle due vie, prendono le impronte digitali sui citofoni. Nel sottoscala dove abitava Marta ci sono anche delle telecamere. Lì potrebbe comparire il volto dell'assassino. È una speranza, di fatto c'è un serial killer libero per le strade di Roma.

Daniele Autieri per “la Repubblica” il 18 novembre 2022.

La voce è dolce, addestrata a conquistare i clienti, ma quando apprende che tre escort sono state uccise a poche centinaia di metri dall'appartamento dove lavora, le parole le restano in gola. Il suo nome è Viviana, ha 35 anni, italiana, e il silenzio quello di una delle decine di prostitute che popolano Prati, il quartiere più amato da una certa borghesia romana, troppo chic per scegliere i Parioli, troppo poco radical per trasferirsi in centro. 

Nel quartiere degli studi legali a due passi dal tribunale, commercialisti e avvocati sono i clienti più numerosi delle escort nascoste dietro le bacheche digitali dei siti per incontri. «Ho paura - ammette Viviana - perché il nostro è un lavoro pericoloso e non sai mai chi fai entrare in casa. È per questo che quando cerco un appartamento chiedo sempre che abbiano una telecamera condominiale almeno all'ingresso. È un modo per sentirsi un po' al sicuro». 

Quel triplice omicidio e l'ombra del serial killer spaventano il mondo della prostituzione romana. «Sono terrorizzata - confessa Sofia - mi chiudo a chiave e non lavoro finché non lo prendono». Sofia è sudamericana e ha pubblicato il suo annuncio su "Escort advisor", uno dei siti che raccolgono l'offerta di centinaia di prostitute. «Questa zona è tranquilla - prosegue - ma è sempre meglio non lavorare la notte, perché di notte girano ubriachi, persone strane. Io ricevo sempre la mattina, la notte mai».

Nessuna lo dice, forse nessuna ci pensa veramente, ma la paura inconscia è che tra i bar di piazza Mazzini e i ristoranti per turisti di Borgo Pio possa aggirarsi un nuovo Maurizio Minghella, il serial killer delle prostitute condannato nel 2003 a 200 anni di carcere.

«Se vuoi una clientela selezionata - spiega Viviana - devi tenere i prezzi alti e imporre delle regole. È brutto dirlo ma certe ragazze cinesi per cento euro sono disposte a tutto, e questo rischia di attirare uomini violenti, magari ragazzini fatti di cocaina che vogliono sballarsi ».

L'impressione è che sotto la superficie patinata del quartiere borghese ci siano tanti mondi. Tra le escort cinesi l'ordine di scuderia è tenere la bocca chiusa. Raggiunte al telefono la risposta è in ciclostile: «Non so, non conosco, non voglio parlare».

È lo stesso silenzio di Viviana ma stavolta, oltre alla paura, si aggiunge l'omertà. Molte di loro sono giovanissime, al limite della maggiore età, e pur non ammettendolo c'è un puparo che tira i fili sulle loro teste e le obbliga a prostituirsi. All'ennesimo tentativo una ragazza cede. Ha la pelle chiara e tirata di una diciottenne e lavora in un centro massaggi. «Qui vengono per fare i massaggi e poi chiedono l'happy ending».

Per finire sorridendo il cliente paga solo 30 euro, 40 se la richiesta è speciale. E alla domanda se qualcuno è stato mai violento con lei, la ragazza solleva le spalle e tace. In questo caso le vittime sono tre donne, e il pensiero va alle tre trans trovate morte tra il 2019 e il 2021, l'ultima in un canale di scolo della Prenestina, un'altra nei pressi di viale Palmiro Togliatti, la prima coperta da un materasso sulle sponde del Tevere.

Il timore è di essere ripiombati nella Roma anni Ottanta, la piazza dove razzolavano i "malamente" della banda della Magliana, e invece a essere risucchiata dal vortice della paura è la capitale riemersa dal digiuno del Covid, la città presa d'assalto dalle orde dei turisti che hanno riscoperto il fascino dell'eternità. Con gli appartamenti prima sfitti e a buon mercato e ora sempre più cari. «In genere - racconta Viviana - affittiamo le case per un paio di mesi, poi ci spostiamo per evitare la curiosità dei condomini».

La vita costa, il piacere anche. Ma non per tutti allo stesso modo. Sul portale "Escort advisor" le case d'appuntamento compaiono sulla mappa di Roma con icone che riportano il simbolo dell'euro. Un solo euro per le più economiche, due euro per chi cerca una via di mezzo, tre euro per le esperienze più esclusive. Le foto sono tantissime e i messaggi si susseguono uno dopo l'altro. L'ultimo recita: «Sono una ragazza di 21 anni, molto dolce, molto deliziosa. Posso realizzare le tue fantasie. No curiosi. No sms». Ma a quei messaggi ora c'è il terrore di rispondere.

Il killer di Roma ripreso in un video, si cerca l’arma del delitto: forse uno stiletto. Rinaldo Frignani su Il Corriere della Sera il 19 Novembre 2022.

Corsa contro il tempo per identificare l’assassino delle tre prostitute attorno a piazzale Clodio. Avrebbe avuto rapporti sessuali con due di loro. L’intervento della maitresse cinese per salvare la sua «protetta». In Questura sotto torchio alcune persone 

«Identificarlo in fretta, prenderlo subito». Prima che, nell’ipotesi che si tratti davvero di un serial killer, possa colpire di nuovo. Negli ambienti romani della prostituzione l’allarme è elevato, come la paura che ci possano essere nuovi omicidi. Sempre che non ci siano già stati e debbano ancora essere scoperti. Gli specialisti dell’Uacv, l’Unità di analisi del crimine violento della polizia, potrebbero prendere presto parte alle indagini sull’uccisione delle tre prostitute accoltellate a morte nella giornata di giovedì scorso a Prati durante rapporti sessuali con un cliente. Con una lama appuntita, forse uno stiletto.

Si cerca fra recenti denunce e segnalazioni di aggressioni in case d’appuntamenti e finti centri massaggi, tra omicidi irrisolti, come anche tra i profili di persone già accusate di questi reati. Fino a ieri notte alcune persone sono state sentite in Questura: non solo italiane, anche cinesi, connazionali delle due prostitute uccise nella casa d’appuntamenti in via Augusto Riboty, insieme con i proprietari dell’appartamento, affittato tramite un’agenzia. Convocati anche quelli della casa di via Durazzo dove è stata uccisa la escort Marta Castaño Torres, pugnalata prima delle altre due: avrebbero affittato in nero gli immobili alle vittime. Compreso quello nel quartiere Centocelle dove la colombiana era stata fino a metà ottobre. Perché il trasferimento? Fuggiva da qualcuno?

Sono centinaia i reperti raccolti dalla Squadra mobile. Oggi al Policlinico Gemelli le autopsie potrebbero indicare l’orario dei tre omicidi. Punto fondamentale per confutare eventuali alibi. Ma i passi avanti non mancano: il killer delle prostitute potrebbe aver lasciato il suo Dna sulle scene dei delitti e sarebbe stato anche ripreso dalle numerose telecamere di sicurezza a piazzale Clodio. Avrebbe un volto, manca ancora il nome, ma quelle immagini potrebbero risultare fondamentali per arrivare alla sua identificazione. Anche genetica. Si sa che alcuni condomini sono usciti dal palazzo alle 10.30 e non hanno notato nulla: venti minuti dopo il cadavere di una delle due cinesi è stato trovato.

L’assassino l’aveva già fatta franca in via Durazzo: in entrambi i casi nessuno si è accorto della sua presenza e dopo l’ultimo duplice omicidio potrebbe essersi allontanato, con gli abiti intrisi di sangue, passando dal cortile interno, scavalcando muri e recinzioni, lasciandosi alle spalle il corpo della maitresse di 45 anni, finita con una coltellata a un fianco sul pianerottolo del primo piano dove era corsa per cercare aiuto dopo aver tentato di salvare la sua «protetta». «Attenti, è sporco», avverte il dirimpettaio delle vittime, chinandosi per pulire la macchia rossa con un fazzoletto prima di chiudere la porta.

Sul triplice omicidio di due giorni fa la procura ha aperto due fascicoli distinti, solo una procedura tecnica in quanto gli eventi sono stati segnalati in momenti separati, ma per chi indaga la mano assassina continua a essere unica. Si analizzano i tabulati delle utenze telefoniche delle vittime, insieme con le prenotazioni e le chat su alcuni siti di incontri hot, come moscarossa.biz e altri, per ricostruire l’agenda di appuntamenti della colombiana e delle due cinesi, anche se è possibile che il killer fosse un cliente abituale delle due case d’appuntamenti e si sia presentato senza aver preso accordi.

Fulvio Fiano per corriere.it il 19 novembre 2022.

Si chiama Giandavide De Pau è romano e ha 51 anni l’uomo in stato di fermo per l’omicidio delle tre prostituite giovedì a Prati. Ha precedenti per droga, armi, violenza sessuale, lesioni, ricettazione, violazione di domicilio e due ricoveri psichiatrici, ma il suo non è un curriculum banale per un altro motivo, tanto che in queste ore viene incrociato con i dati investigativi che sono emersi per trovare una spiegazione al suo gesto. 

De Pau è un nome noto all’interno del clan di Michele «Senese o’pazz» (soprannome che gli deriva dai falsi certificati di infermità mentale con i quali era evaso anni fa) , il boss di camorra arrivato a Roma come emissario della potente famiglia Moccia oltre 20 anni fa e diventato nel tempo una delle figure più ascoltate e decisive nelle dinamiche criminali della capitale.

L’ascesa di Fabrizio Piscitelli «Diabolik», stroncata dall’agguato in cui venne ucciso, è avvenuta cercando di imitarne i passi. Ndrangheta e clan locali, dagli Spada ai Casamonica hanno sempre avuto affari con lui. In questo scenario, De Pau è storicamente stato uno dei più fidati collaboratori di Senese (che sta scontando una condanna all’ergastolo), tanto da arrivare ad essere l’autista personale e factotum del boss e coinvolto in prima persona nel narcotraffico, smistando partite di stupefacenti nell’intero quadrante sud-est di Roma, territorio del clan, dal Tiburtino a San Basilio fino a Tivoli. 

Gli agenti della mobile e dello Sco della polizia lo hanno rintracciato a Primavalle a casa dei familiari dove si era rifugiato. Il triplice omicidio non sarebbe legato a questioni di malavita ma da ricondurre più a una iniziativa personale forse sotto l’effetto di droghe. L’uomo era ancora in stato confusionale.

Nel 2008 e nel 2011 è stato ricoverato presso l’ospedale psichiatrico di Montelupo Fiorentino e anche su questo sono in corso verifiche, dato il precedente di Senese e quanto emerso recentemente sul traffico di falsi certificati tra i capi della mala capitolina. In ogni caso è difficile immaginare che il clan commissioni tre omicidi in centro a Roma per questioni di racket della prostituzione o per accordi non rispettati e da questo punto di vista, anzi, i delitti sarebbero stati «condannati» anche negli ambienti criminali per l’attenzione delle forze dell’ordine che inevitabilmente hanno richiamato. 

A De Pau si è risaliti anche incrociando le immagini delle tante videocamere di sicurezza con la banca dati video in possesso delle forze dell’ordine. Il 50enne compare infatti anche in uno dei video più significativi realizzati dai carabinieri del nucleo investigativo nell’indagine Mondo di Mezzo.

Un documento rilevante in cui si vedono Massimo Carminati e Michele Senese discutere tra loro. È il 30 aprile 2013 al bar tavola calda La piazzetta, dietro Corso Francia a Roma. Senese arriva sul posto accompagnato da Giandavide De Pau, che gli fa da guardaspalle, presumibilmente armato. Ancora De Pau incontra Carminati presso il famigerato distributore di Corso Francia, dove il cecato aveva il suo quartier generale. Arriva in Vespa e per un’ora resta a colloquio con lui e successivamente con il suo guardaspalle Matteo Calvio in attesa del ritorno dell’ex Nar.

Di nuovo viene fotografato con lui al Bar Malù e poi alla tavola calda La Piazzetta nei giorni successivi all’arresto di Senese nel 2013. In una delle ordinanze a carico del clan Senese emerge un altro episodio, il tentato omicidio di due ragazzi di Acilia, responsabili di non aver saldato il pagamento di 11mila euro derivanti dall’acquisto di stupefacente ricevuto da De Pau.

Il 50enne, inoltre, avrebbe commissionato in prima persona la punizione di un soggetto che era debitore nei suoi confronti di 2.700 euro, debito probabilmente contratto a seguito dell’acquisto di narcotico. La notte del 25 novembre 2015, nel quartiere Primavalle, il debitore veniva colpito alla parte inferiore del corpo, da quattro colpi d’arma da fuoco, esplosi da tre malviventi inviati dal De Pau. Le indagini dei carabinieri di via In Selci hanno fatto emergere le attività criminali di un altro soggetto consorziato al Cartello Senese, Maurizio Monterisi. L’uomo dirigeva e organizzava un’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti nel quartiere di Tor Bella Monaca.

Le tre donne assassinate a Roma, fermato l’ex autista del boss Michele Senese: «Ricordo solo il sangue».  Fulvio Fiano e Rinaldo Frignani su Il Corriere della Sera il 19 Novembre 2022.

Era tornato a dormire dalla madre. «Avevo consumato droga»

«Dobbiamo prenderlo nelle prime 48 ore», rimarcava il procuratore Francesco LoVoi all’indomani dei delitti. E, ieri all’alba, il killer delle tre prostitute uccise giovedì a Prati è stato fermato dagli agenti della squadra mobile e dello Sco nel quartiere di Ottavia. Si chiama Giandavide De Pau, ha 51 anni, romano, una lunga serie di precedenti penali, anche per stupro. Ma soprattutto è stato a lungo il factotum del boss Michele Senese, il camorrista di maggior rango nella Capitale.

«Ho visto l’uomo nero»

I poliziotti lo hanno sorpreso mentre dormiva a casa della madre, dove si era rifugiato dopo ore di fuga confusa da lui stesso ripercorsa nell’interrogatorio in questura: «Ricordo di essere stato nella casa di via Riboty con delle ragazze cinesi. Al risveglio ho visto un uomo nero e molto sangue, ho tamponato la ferita alla gola di una di loro, ma poi ho un blackout, non ricordo più nulla. Non ricordo di essere stato in via Durazzo. Ho vagato per due giorni senza mangiare né dormire. Poi sono andato da mia madre, avevo i vestiti ancora sporchi di sangue, ero stravolto e mi sono messo a dormire per due ore sul divano. Alle 6 di mattina sono arrivati i poliziotti che mi hanno bloccato». È l’epilogo di due giorni di ricerche frenetiche nel timore che potesse colpire ancora, fino all’annuncio che ha anticipato la notizia del fermo, fatto dal questore Mario Della Cioppa: «Ben consapevole delle aspettative della cittadinanza, posso affermare che la collettività possa tornare a essere più tranquilla». Il 51enne è accusato di triplice omicidio volontario aggravato, anche se nega di aver incontrato la colombiana Marta Castano Torres, uccisa un paio di ore prima delle due cinesi a meno di 900 metri da lì.

La fuga

I suoi passi sono stati ricostruiti dagli investigatori incrociando alcune testimonianze decisive e le immagini delle tante videocamere di sicurezza che l’hanno inquadrato su entrambe le scene del delitto e lungo il percorso che le separa. Mercoledì sera De Pau dorme a casa di una prostituta cubana in via Milazzo, zona stazione Termini. Quest’ultima è amica di Castano Torres e le organizza un incontro con De Pau che si reca da lei di buon mattino. Sono da poco passate le 8 quando la uccide. Poi contatta le cinesi in via Riboty, che ancora oggi sono senza nome. Ne aggredisce una, colpisce l’altra intervenuta in sua difesa e fugge. Torna in via Milazzo, chiama la sorella e le dice che arriverà la donna cubana a prendere per lui dei soldi e dei vestiti puliti. La sorella respinge la visita della donna, si insospettisce e chiama i carabinieri della caserma Monte Mario, i quali girano la segnalazione alla polizia. Gli agenti portano per primo in questura il fratello della cubana fino all’arrivo di lei che racconta tutto. Nel frattempo ha chiesto al 51enne di andarsene da casa sua. Nelle ore successive De Pau vaga senza meta, allontanato anche da chi gli è stato complice nell’ambiente criminale. Tutti sono ben consapevoli che la sua fuga non può durare e che da un eventuale aiuto a nascondersi avrebbero solo guai. Una conferma, se mai servisse, che i tre delitti non hanno collegamenti con il suo passato malavitoso ma sono il frutto di una azione personale. De Pau si rifugia infine dalla madre, dove viene bloccato nelle stesse ore in cui gli agenti della scientifica fanno irruzione in via Milazzo in cerca di ulteriori prove, dopo le impronte e le tracce di dna isolate nelle case delle tre vittime. Parcheggiata lì davanti c’è anche una Toyota Yaris a noleggio con evidenti macchie di sangue.

La perizia

Nell’interrogatorio davanti al procuratore aggiunto Michele Prestipino e al pm Antonella Pandolfi, l’uomo rimane oltre sette ore, confermando come detto di essere stato a casa delle cinesi ma negando di aver incontrato la colombiana. Una incongruenza che secondo gli inquirenti, forti di solide prove scientifiche, si spiegherebbe col suo stato di alterazione in quelle ore: «Ricordo che una donna cubana è arrivata a casa mia e abbiamo consumato della droga, poi il giorno dopo ho preso un appuntamento a via Riboty. Di quegli istanti ricordo solo tanto sangue», le sue frasi. De Pau avrebbe agito sotto effetto di stupefacenti e mosso forse da turbe personali che saranno oggetto di perizia anche alla luce di quanto affermato nell’interrogatorio. Nel suo passato ci sono anche due ricoveri in cliniche psichiatriche, oggetto di verifiche in queste ore anche alla luce del falso certificato che consentì proprio a Senese di lasciare il carcere per una casa di cura dalla quale evase, guadagnandosi l’appellattivo di ‘O Pazz. Sarà quindi difficile ricostruire il vero movente della mattanza, mentre manca ancora l’arma del delitto della quale il killer si è verosimilmente liberato durante la fuga.

R.Fr. per il “Corriere della Sera” il 20 Novembre 2022.  

«Credo che mio fratello abbia fatto qualcosa di grave. Dovete rintracciarlo subito, potrebbe essere pericoloso». Il presentimento della sorella di Giandavide De Pau si è materializzato solo poche ore dopo la sua telefonata, nella giornata di venerdì scorso, ai carabinieri della stazione Monte Mario. Un racconto che gli investigatori dell'Arma hanno raccolto con attenzione, dopo che la donna si è rivolta a loro nel timore che proprio il fratello potesse essere il killer delle tre prostitute di Prati, ricercato in tutta Roma e non solo.

 «Avevo sentito la notizia degli omicidi al telegiornale. ho avuto paura che fosse proprio lui, quando è arrivato a casa era sporco di sangue e sconvolto», avrebbe ammesso ancora la donna, che vive con la madre alla borgata Ottavia, non lontano da Torrevecchia, dove De Pau risulta tuttora residente. Non si era sbagliata. I carabinieri hanno trasmesso subito tutto quello che avevano acquisito ai colleghi della polizia, che a loro volta hanno subito sviluppato quelle informazioni fondamentali, per bloccare il 51enne. 

A completare il quadro anche un altro personaggio: la prostituta cubana, amica del ricercato, e di Martha Torres, una delle vittime, che avrebbe contattato anche lei la sorella del 51enne, su sua indicazione, per farsi consegnare soldi e vestiti puliti, ma una volta arrivata a Ottavia è stata mandata via dalla donna che si era già rivolta ai militari dell'Arma. Aspetti al vaglio per capire se De Pau possa aver contato su qualche appoggio.

Soprattutto nel labirinto di b&b, affittacamere e appartamenti in via Milazzo 3, dove nella notte di venerdì carabinieri e polizia sono intervenuti per esaminare un'auto sospetta, una Toyota Yaris metallizzata, parcheggiata proprio accanto all'ingresso del palazzo. De Pau avrebbe cercato di rifugiarsi lì, ma ci sarebbe rimasto solo qualche ora. 

«Alle 4 passate sono arrivati i carabinieri per esaminare un'auto in sosta sulle strisce blu, hanno cominciato a guardare dentro l'abitacolo con una torcia», ricorda una barista della zona, Annarita F.: «Questo è un quartiere peggiorato e di molto negli ultimi anni, soprattutto nel periodo di pandemia, dove c'è stato un aumento di spaccio e prostituzione. Siamo molto preoccupati, all'alba ci chiudiamo dentro», dice ancora la barista, che nella notte, poco dopo essere giunta al lavoro, ha assistito «all'intervento delle forze dell'ordine, che hanno chiuso la strada per esaminare la Yaris». 

A conferma di ciò anche la testimonianza di alcuni titolari di pensioni, sempre nello stesso complesso in via Milazzo. «Mi hanno mostrato foto di una giovane che stavano cercando, gli ho detto che non la conoscevo», ricorda uno di loro.

Killer di Roma, il volto sui siti hard e il mistero dell’affitto delle due cinesi. Storia di Fulvio Fiano, Rinaldo Frignani su Il Corriere della Sera il 20 Novembre 2022.

La macabra conta dei fendenti che hanno ucciso le prostitute cinesi, ma anche la rilevazione dettagliata delle loro impronte digitali, oltre al prelievo del dna, per capire una volta per tutte chi siano due delle tre vittime di Giandavide De Pau. Accertamenti che saranno svolti nelle autopsie di domani, anche se la Squadra mobile è comunque già a un passo dall’ identificazione delle due donne pugnalate a morte in via Augusto Riboty. A quattro giorni dalla mattanza di Prati, con chi indaga che è rimasto sempre prudente, considerando un azzardo basarsi solo sulle foto pubblicate su siti e chat a luci rosse, conoscere le generalità e la storia della maîtresse del primo piano e della sua «protetta» più giovane potrebbe essere questione di ore. Una 45enne e una 25enne, che vivevano insieme proprio nell’appartamento con le finestre che si affacciano su un cortile interno, intestato a una romana ma affittato tramite un’agenzia. Non alla più grande delle due donne, ma a un’altra persona, forse anche lei cinese, e non si capisce ancora se con un regolare contratto oppure no.

Delitti di Prati: De Pau, le tre vittime e il mistero dell’arma. Cosa sappiamo

Fino a oggi tuttavia sono rimaste praticamente invisibili, sia per chi viveva accanto a loro, sia perché nessuno si è presentato a riconoscerle. Niente parenti, nessun amico. L’esame delle impronte avrebbe già dato qualche risposta che sarà ora integrata dall’esame autoptico. La maîtresse risiedeva da una decina d’anni in quel palazzo, era stata lei stessa una prostituta già identificata dalle forze dell’ordine nel corso dei loro controlli. Alcuni commercianti la ricordano mentre rientrava a casa con la spesa, qualcuno perché frequentava vicino un centro estetico. Pagava in contanti, a volte con la carta di credito. Gli investigatori hanno acquisito i telefonini trovati in casa, sia il suo sia quello della ragazza: apparecchi usati anche per gestire gli incontri con i clienti.

C’è riserbo su quello che potrebbe accadere nei prossimi giorni anche perché dal triplice omicidio potrebbero ora scattare nuove tranche d’indagine, proprio sullo sfruttamento e il favoreggiamento della prostituzione, come anche sull’immigrazione clandestina e lo spaccio di droga. E per questo nei giorni scorsi sono stati interrogati numerosi cinesi e sudamericani. Diversa, anche se non di molto però, la storia della ragazza che viveva con la maîtresse: avrebbe cominciato a frequentare quel posto da meno tempo, forse qualche mese e non si esclude stesse per lasciare il posto a una coetanea, seguendo la regola — di mercato e di sicurezza, per non finire nei guai con la giustizia — delle organizzazioni che gestiscono questo genere di attività, case di appuntamenti e finti centri massaggi. Solo pochi giorni prima del triplice delitto, ad esempio, è stata pubblicizzata su internet l’apertura di un locale analogo nel palazzo accanto, a conferma che il settore degli incontri hot attorno a piazzale Clodio è piuttosto attivo.

Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera” il 20 Novembre 2022.  

Una sera di quasi dieci anni fa, a giugno 2013, l'allora quarantaduenne Giandavide De Pau detto «Davide il biondo» si presentò - forte della sua lunga fedina penale - in una villa di Montecompatri, alle porte di Roma, dove si festeggiava il primo compleanno del figlio del padrone di casa, inquisito per traffico di droga. Il montenegrino Nikola Todorovic, futuro collaboratore di giustizia, lo vide arrivare insieme «a un signore tutto allegro, e la gente correva a salutarlo, abbracciarlo».

Todorovic chiese chi fosse e il padrone di casa gli rispose: «È zio Michele, amico mio intimo, lui comanda tutta Roma». Allora il futuro pentito si fece vedere da De Pau, che lo chiamò, lo abbracciò e lo presentò a «zio Michele», al secolo Michele Senese, il camorrista trapiantato a Roma negli anni Settanta diventato uno dei boss del crimine capitolino. 

Quando Todorovic chiese altre notizie sullo «zio» , il padrone di casa gli spiegò: «Io sono suo amico intimo,però con lui mi incontro tramite Davide e parlo a voce». Perché «Davide il biondo», di Senese, era «autista e factotum». Lo scrissero i carabinieri dopo averlo visto e filmato due mesi prima, il 30 aprile 2013, durante l'indagine chiamata «Mondo di mezzo» mentre s' incontrava - sempre al fianco di «zio Michele» - con Massimo Carminati, altro protagonista di cronache e romanzi criminali che nel gennaio precedente aveva salutato la scarcerazione di Senese: «So' contento che è uscito Michelino!». 

Anche quell'appuntamento di fine aprile, sfociato in un'animata discussione, era stato organizzato attraverso De Pau che a fine giugno, quando «zio Michele» fu riarrestato, fu visto più volte alla stazione di benzina che Carminati utilizzava come «ufficio». 

Come Senese detto «Michele 'o pazzo» per via delle perizie compiacenti che gli permettevano di andare in manicomio anziché in carcere, De Pau è stato ospite dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo fiorentino. L'elenco dei suoi precedenti penali va dal traffico di stupefacenti, alla detenzione di armi, lesioni personali, violenza sessuale, violazione di domicilio e ricettazione.

Nel 2006 fu arrestato per il tentato stupro di una ventiduenne brasiliana in un appartamento ai Parioli dove era entrato fingendosi l'idraulico che doveva riparare la caldaia. E ieri in questura un poliziotto ricordava di quando sarebbe stato sorpreso a sparare con una carabina caricata a piombini contro alcune prostitute nel quartiere di Primavalle. Episodi che potrebbero aiutare a spiegare l'ultima terribile accusa di cui «il biondo» dovrà rispondere. Insieme alle crepe nella sua mente.

Tuttavia nel fascicolo del processo in cui è imputato per droga, estorsione, lesioni, tentato omicidio e reati connessi c'è molto altro, che non ha a che fare con la follia. Ci sono le intercettazioni che evocano le cene con Senese e alcuni suoi gregari, in costosi ristoranti tra cui uno in pieno centro frequentato indifferentemente da politici, professionisti e malviventi. E che dimostrano come De Pau fosse a conoscenza delle indagini a suo carico, senza che ciò lo frenasse nell'accanimento e nella carriera criminale. 

In una conversazione registrata dalla micropsia che aveva in macchina, il 4 marzo 2014 minacciava ritorsioni verso i debitori: «Poi scateno addosso l'inferno, perché poi vi faccio vedere... i morti li ho fatti solo io...non me frega un c... Me se cambia la testa, capito?... Dopo divento freddo, non mi altero più... Dopo prendo e faccio in modo che la gente muoia, perché muoiono... muoiono di crepacuore, de coso e... devono morì, devono pagare». 

In un'altra intercettazione, un mese prima raccontava: «Una volta stavo intrippato, so' andato co' la pistola sotto da lui, "oh...dammi la robba ...dammi la robba " [ride]... Si stava a mettere a piangere...». Qualche mese più tardi i carabinieri lo sentirono dire, sempre a bordo della sua auto: «Metto una mano in tasca... mi sono trovato un ferro», cioè una pistola nel gergo malavitoso, «con il colpo in canna, non riesco neanche a levagli il colpo».  

Temendo che si stesse preparando per andare a sparare a qualcuno organizzarono in fretta e furia un normale controllo su strada; fermarono De Pau che aveva la mano sinistra sanguinante e, sotto il sedile, una calibro 7,65 con matricola abrasa e quattro cartucce. Lui provò a spiegare la ferita dicendo di aver subito un'improbabile rapina, ma in casa c'erano chiare tracce dell'incidente del quale, evidentemente, parlava nella conversazione registrata: s' era ferito da sé mentre tentava di estrarre i colpi dall'arma.

Quel giorno fu arrestato, poi uscì ed è tornato di nuovo in carcere a dicembre 2020, nell'operazione contro il clan Senese chiamata «Alba Tulipano»: una retata di 60 persone (che sarebbero state 61 se Fabrizio «Diabolik» Piscitelli non fosse stato assassinato l'anno precedente) sfociata nel processo attualmente in corso. 

 Il tentato omicidio di cui De Pau - tornato libero in primavera - è accusato di essere il mandante risale al 2013, ed è stato raccontato dal «pentito» Todorivic al quale era stato ordinato di uccidere due presunti debitori di 11.000 euro con una promessa: «Guadagnerai bene e zio Michele ti sarà grato». Quella spedizione punitiva (a differenza di altre) fallì , ma gli inquirenti considerano le dichiarazioni del montenegrino riscontrate dalle intercettazioni in cui si sente «Davide il biondo» armeggiare con la pistola da utilizzare nell'attentato.  

E inveire contro una delle due vittime designate, da lui stesso foraggiata mentre si trovava in galera: «Sono stato pure a mandargli i soldi... Quando ho saputo l'infame che sei, i soldi tua preferisco darli a una zoccola... Manco 500 euro al mese , mortacci tua!».

Fulvio Fiano,e Rinaldo Frignani per il “Corriere della Sera” il 22 novembre 2022.

Giandavide De Pau ha ucciso la colombiana Martha Castaño Torres quando la polizia era già sul luogo dell'omicidio delle due prostitute cinesi, a poche centinaia di metri da lì, e solo per un soffio è sfuggito alla cattura immediata. I nuovi riscontri sul triplice omicidio nel quartiere Prati della Capitale rovesciano la successione dei delitti e complicano la posizione della donna cubana con cui l'assassino ha passato la notte precedente e le ore successive alla mattanza. J.R. ha 25 anni, e in cambio di 600 euro avrebbe coperto, non è ancora chiaro quanto intenzionalmente, la fuga dell'uomo.

La fuga in taxi Nel decreto di fermo e nella richiesta di convalida inoltrata ieri al gip, la procura riscrive la storia degli eventi come erano emersi finora. Le prime ad essere uccise, un quarto d'ora prima delle 11 di giovedì mattina, sono le due donne in via Riboty.

La loro identificazione è ormai quasi completata, mentre resta ancora da chiarire cosa sia scattato nella testa del 51enne ex autista del boss di camorra, Michele Senese. 

Ancora sporco di sangue, De Pau chiede alla cubana R. di metterlo in contatto con qualcuno che gli offra un riparo in zona. R. gli indica l'appartamento di Torres in via Durazzo 38, ma quando la 65enne si vede davanti quell'uomo si spaventa e prova a respingerlo. Il suo corpo viene ritrovato poco prima delle 13 sulla porta della sua camera da letto, dove forse provava a rifugiarsi dopo l'irruzione di De Pau. 

Fallito questo tentativo, il 51enne si dà allora alla fuga con la sua auto, mentre in lontananza si sente già l'eco delle sirene accorse in via Riboty. Anche questo tentativo ha però breve durata, perché De Pau, (che sulla scena dell'ultimo delitto ha lasciato il cellulare) abbandona l'auto in strada e chiama un taxi che lo riporta in via Milazzo, zona Termini, dalla donna cubana. 

Non è chiaro se abbia avuto un incidente o scelto l'auto pubblica per far perdere le proprie tracce. La vettura è stata trovata ieri in un deposito e perquisita in cerca dell'arma. Alla polizia locale non risulta però la sua rimozione e per questo si sospetta che qualcuno abbia aiutato l'assassino a farla sparire.

I complici Sembra emergere così il quadro di un uomo perfettamente in grado di gestire la sua, seppur breve, latitanza grazie alla freddezza e alla esperienza maturata in una vita da criminale di alto livello. Chi ne ha seguito l'interrogatorio parla di un soggetto sicuramente in stato di alterazione per gli effetti della cocaina, ma tutt' altro che incapace di rendersi conto di quanto commesso. 

Una riprova arriverà dall'interrogatorio di garanzia, mentre l'isituto di medicina legale del Gemelli ha cominciato a svolgere l'autopsia sulle tre donne. Insieme al possibile favoreggiamento da contestare alla 25enne cubana (che si era resa disponibile anche a prendere dei vestiti puliti a casa dell'assassino contattando sua sorella), la polizia indaga ora anche sui proprietari dei due appartamenti diventati case di appuntamento prima che scene dei crimini. Di pari passo, forti anche dei precedenti di De Pau per violenza sessuale e l'aggressione a un'altra prostituta, si scava anche nei vecchi casi di donne uccise o abusate per trovare eventuali punti di contatto con gli omicidi di giovedì.

Giandavide De Pau, il mistero della fuga in taxi. Dopo la strage è andato in un pub a Termini a bere una birra. Fulvio Fiano e Rinaldo Frignani su Il Corriere della Sera il 22 Novembre 2022

Ora dopo ora emerge la ricostruzione di quello che il killer delle prostitute a Prati ha fatto prima dell’arresto a casa della sorella. Indagini per capire chi ha portato la sua auto, coinvolta in un incidente stradale, in un deposito con il carro attrezzi

Poche ore dopo aver ucciso tre donne a Prati, Giandavide De Pau si sarebbe recato in un pub nella zona della stazione Termini per consumare qualcosa da bere. Forse una birra. Un altro aspetto da chiarire nella breve e singolare fuga del killer di piazzale Clodio, che avrebbe avuto gli abiti sporchi di sangue, anche se su questo punto gli investigatori della Squadra mobile rimangono piuttosto cauti. Primo perché non è detto che si sia sporcato dopo aver aggredito a pugnalate prima le due escort cinesi in via Augusto Riboty, con le quali aveva preso appuntamento, e quindi la colombiana Martha Castaño Torres in via Durazzo, secondo perché anche grazie all’aiuto dell’amica cubana, J.R., che sarebbe stata pagata 600 euro per coprirne la fuga fra giovedì e venerdì scorsi, potrebbe essersi cambiato.

Con il passare delle ore comunque emergono nuovi particolari su quello che De Pau ha fatto dopo gli omicidi. E soprattutto una cronologia invertita rispetto a quella fornita fino a oggi da chi indaga. Da via Durazzo sarebbe fuggito su una Toyota IQ a noleggio, ma è stato coinvolto in un incidente stradale mentre si allontanava a tutto gas per non essere individuato dalla polizia che, alle 12, si trovava già in via Riboty affollata di giornalisti sulla scena del duplice delitto delle cinesi. Agenti della Mobile sono stati visti correre verso l’abitazione della colombiana, dove la sorella aveva appena scoperto il cadavere sull’uscio.

Il 51enne ex autista e guardaspalle del boss Michele Senese non è stato preso per un soffio. Ma adesso bisogna capire chi ha chiamato il carro attrezzi per far sparire quell’auto, ritrovata ieri dalla polizia in un deposito. Ai vigili urbani non risultano per ora interventi per incidenti stradali in quella zona o vicino nell’ora degli omicidi, nè rimozioni forzate di veicoli di quel tipo. È possibile che, pur senza telefonino (lasciato a casa delle cinesi, sebbene non si possa escludere che De Pau ne avesse più di uno), il killer in fuga abbia ricevuto l’aiuto di qualcuno per far sparire quell’auto così compromettente?

Da quanto emerge dalla ricostruzione degli investigatori, poi, il 51enne ha proseguito in taxi (chiamato per telefono o al volo?) verso via Milazzo dove ad attenderlo c’era la cubana che ora rischia di essere indagata per favoreggiamento e con la quale avrebbe trascorso la notte successiva. Il conducente dell’auto bianca sarebbe stato rintracciato e sentito, per capire quale destinazione gli abbia richiesto De Pau e se durante il tragitto abbia fatto qualcosa di particolare oppure abbia parlato con lui o altri.

Nelle ore successive, quindi, il presunto killer si sarebbe trattenuto invece in zona Termini. Ma senza preoccuparsi troppo di essere notato, tanto che non sarebbe rimasto chiuso nell’appartamento usato dalla cubana per prostituirsi, ma avrebbe frequentato uno o più locali. Rimane un mistero cosa abbia fatto nella giornata di venerdì, prima di cercare un nascondiglio a casa della madre e della sorella alla borgata Ottavia, dove la polizia lo ha trovato e fermato all’alba di sabato. Con la seconda parente avrebbe parlato più volte al telefono, inviando proprio l’amica per cercare di prendere qualche soldo e un cambio di vestiti, senza ottenerli. Già nel pomeriggio di venerdì chi indaga, secondo le testimonianze raccolte sul posto, si sarebbe presentato in via Milazzo 3 per cercare la 25enne e quindi anche lui, senza trovarli: De Pau si era già spostato altrove perché si sentiva ormai braccato. Ma dove ha passato le ultime ore prima di finire in manette rimane ancora un mistero.

R.Fr. per il “Corriere della Sera” il 21 novembre 2022.

La macabra conta dei fendenti che hanno ucciso le prostitute cinesi, ma anche la rilevazione dettagliata delle loro impronte digitali, oltre al prelievo del dna, per capire una volta per tutte chi siano due delle tre vittime di Giandavide De Pau. 

Accertamenti che saranno svolti nelle autopsie di domani, anche se la Squadra mobile è comunque già a un passo dall'identificazione delle due donne pugnalate a morte in via Augusto Riboty. A quattro giorni dalla mattanza di Prati, con chi indaga che è rimasto sempre prudente, considerando un azzardo basarsi solo sulle foto pubblicate su siti e chat a luci rosse, conoscere le generalità e la storia della maîtresse del primo piano e della sua «protetta» più giovane potrebbe essere questione di ore.

Una 45enne e una 25enne, che vivevano insieme proprio nell'appartamento con le finestre che si affacciano su un cortile interno, intestato a una romana ma affittato tramite un'agenzia. Non alla più grande delle due donne, ma a un'altra persona, forse anche lei cinese, e non si capisce ancora se con un regolare contratto oppure no. Fino a oggi tuttavia sono rimaste praticamente invisibili, sia per chi viveva accanto a loro, sia perché nessuno si è presentato a riconoscerle. Niente parenti, nessun amico.

L'esame delle impronte avrebbe già dato qualche risposta che sarà ora integrata dall'esame autoptico. La maîtresse risiedeva da una decina d'anni in quel palazzo, era stata lei stessa una prostituta già identificata dalle forze dell'ordine nel corso dei loro controlli. Alcuni commercianti la ricordano mentre rientrava a casa con la spesa, qualcuno perché frequentava vicino un centro estetico. Pagava in contanti, a volte con la carta di credito. 

Gli investigatori hanno acquisito i telefonini trovati in casa, sia il suo sia quello della ragazza: apparecchi usati anche per gestire gli incontri con i clienti. C'è riserbo su quello che potrebbe accadere nei prossimi giorni anche perché dal triplice omicidio potrebbero ora scattare nuove tranche d'indagine, proprio sullo sfruttamento e il favoreggiamento della prostituzione, come anche sull'immigrazione clandestina e lo spaccio di droga. E per questo nei giorni scorsi sono stati interrogati numerosi cinesi e sudamericani.

Diversa, anche se non di molto però, la storia della ragazza che viveva con la maîtresse: avrebbe cominciato a frequentare quel posto da meno tempo, forse qualche mese e non si esclude stesse per lasciare il posto a una coetanea, seguendo la regola - di mercato e di sicurezza, per non finire nei guai con la giustizia - delle organizzazioni che gestiscono questo genere di attività, case di appuntamenti e finti centri massaggi. Solo pochi giorni prima del triplice delitto, ad esempio, è stata pubblicizzata su internet l'apertura di un locale analogo nel palazzo accanto, a conferma che il settore degli incontri hot attorno a piazzale Clodio è piuttosto attivo.

Luca Monaco per “la Repubblica - Edizione Roma” il 21 novembre 2022.

Non solo giovanissime, ma anche donne di mezza età, come la prima vittima di Giandavide De Pau, le 1.500 prostitute cinesi che esercitano a Roma. Non a caso. Appena atterrano in città i referenti delle organizzazioni della tratta delle schiave del sesso sottraggono loro i documenti e le affidano alle maîtresse che gestiscono i circa 80 centri massaggi e le 600 case d'appuntamento aperte in città.

A queste due tipologie di struttura che garantiscono l'offerta di sesso a pagamento per gli italiani, si aggiungono i circa 10 club privati, luoghi esclusivi, dedicati prevalentemente alla clientela cinese, di alto livello, e nei quali gli italiani possono entrare solo su invito. 

È un universo chiuso e sconosciuto quello della prostituzione cinese a Roma. Che è stato scandagliato negli ultimi due anni da Francesco Carchedi, sociologo della Sapienza. La ricerca " Recluse in casa" è partita studiando oltre 6mila annunci su 20 portali che pubblicano quotidianamente inserzioni per il sesso a pagamento in città. 

Le due vittime di De Pau come sono finite a vendersi nell'appartamento al primo piano di via Riboty? Perché dopo cinque giorni nessuno è andato a reclamare i loro corpi, all'obitorio del Gemelli? 

« Appena arrivano in Italia - spiega Carchedi - i referenti dei gruppi criminali tolgono loro i documenti proprio per non renderle riconoscibili in caso di eventuali problemi » .

Tutto è molto discreto, ma le case d'appuntamento e i centri massaggi hanno un funzionamento diverso.

« Nel primo caso - aggiunge Carchedi - sono le organizzazioni a gestire gli annunci online, specie per quelli con le foto, che sono spesso patinate e fake » . Per l'offerta di basso livello l'annuncio è solo testuale » . Alle chiamate non rispondono quasi mai le stesse ragazze, ma le maîtresse o le persone legate alle organizzazioni « che ricevono le telefonate, con un'utenza italiana, anche dall'estero». 

Sono schiave, « ma non vengono maltrattate quasi mai - aggiunge il sociologo - stipulano con la maîtresse un contratto scritto, preciso: in genere il 70 per cento del prezzo delle prestazioni resta alla ragazza, che non rimane mai nello stesso appartamento più di tre mesi».

La maîtresse premia chi ha il più alto gradimento da parte dei clienti, chi ne ha meno « non viene abbandonata in strada - dice Carchedi - ma spostata dall'organizzazione in un'altra città italiana, dove magari, con un pubblico diverso, può essere più richiesta » . Perché molte prostitute cinesi non sono più giovanissime? « Possono avere anche 50, 60 anni - aggiunge Carchedi - per la comunità cinese l'età della donna non è dirimente, spesso le donne separate o vedove scelgono di venire in Europa per garantirsi un futuro, visto che in Cina non avrebbero diritto alla pensione ». 

La maîtresse, il gancio tra le ragazze e l'organizzazione, ha sempre ragione: i casi di violenza sono limitati alle vittime che denunciano lo sfruttamento. La donna istruisce il comportamento delle escort che si vendono nei centri massaggi.

«Funzionano come tali, l'approccio con il cliente inizialmente è molto soft - ripete il sociologo - le ragazze per non destare sospetti tendono a offrire rapporti solo quando un cliente torna più volte » . Prima di essere spostate in un'altra struttura, in un altro appartamento fantasma all'altro capo della città.

(ANSA il 21 novembre 2022) E' stata ritrovata l'auto di Giandavide De Pau, l'uomo fermato per i tre omicidi di Prati a Roma. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti l'uomo giovedì mattina sarebbe arrivato con la Toyota IQ in via Riboty e poi dopo il duplice omicidio delle donne cinesi si sarebbe spostato, sempre in auto, in via Durazzo dove ha ucciso a coltellate Martha Castano, prostituta di 65 anni. Sul mezzo sono stati avviate verifiche sia per trovare l'arma utilizzata per i delitti, una lama tipo stiletto, sia eventuali tracce ematiche delle tre vittime. 

Analisi, inoltre, sono in corso sul cellulare dell'uomo che è stato trovato nell'appartamento di via Riboty e sugli indumenti che indossava al momento del fermo a casa della madre e della sorella nel quartiere Ottavia. Nei confronti dell'uomo i pm di Roma contestano l'omicidio plurimo aggravato ma non la premeditazione. Oggi intanto vertici a piazzale Clodio tra i magistrati titolari delle indagini e uomini della Squadra Mobile.

 (ANSA il 23 novembre 2022) - Due video fatti con il cellulare in cui De Pau ha ripreso le fasi dell'omicidio delle due donne cinesi avvenuto in via Riboty a Roma la mattina del 17 novembre scorso. Il raccapricciante dettaglio emerge dall'ordinanza cautelare emessa dal Gip della Capitale con cui dispone il carcere per il 51enne. Si tratta di video trovati nel telefono dell'indagato dagli inquirenti coordinati dalla Procura di Roma. L'uomo aveva lasciato il telefono nell'appartamento prima di recarsi in via Durazzo dove è avvenuto il terzo delitto. 

Nel provvedimento del giudice si fa riferimento ai video: uno dura circa 14 minuti e l'altro ben 42 minuti. I due video sono stati registrati alle ore 10.23 e alle 10.38. "Documentano in maniera incontrovertibile e raccapricciante l'omicidio delle due donne cinesi commesso da Giandavide De Pau -scrive il gip- dopo aver consumato con le stesse rapporti sessuali ed aver preteso di rimanere solo mandando via altri clienti". "Dopo qualche secondo De Pau sposta il telefono e si inquadrano le scarpe che lo stesso indossa, dopodiché il telefono viene appoggiato oscurando la telecamera ma continua ad essere registrato l'audio e si sente entrare nella stanza l'altra donna cinese".

"Al minuto 1.09 si sentono rumori e la donna urlare fortemente, ma il suono giunge come soffocato -scrive ancora il gip- entra l'altra donna che chiede 'cosa fai a lei' subito dopo si sentono le urla strazianti anche della seconda donna che viene aggredita, poi si sente prima il rumore di una porta che sbatte e poi il rumore più forte di un'altra porta, probabilmente quella di ingresso che viene aperta e dal minuto 2.41 si sente il rantolo di Xiuli Guo in fin di vita ritrovata agonizzante sul pianerottolo; dopo qualche minuto si sente la voce del portiere e poco dopo dei soccorritori".

(ANSA il 23 novembre 2022) - "Contrariamente a quanto sostenuto da De Pau circa il suo stato di confusione e di non ricordare nulla" tutti i dati raccolti "fanno presumere che fosse pienamente consapevole dei gravissimi fatti da lui commessi ai danni delle tre donne". Lo afferma il gip di Roma nell'ordinanza emessa e con cui dispone il carcere per Giandavide De Pau per gli omicidi. 

"La estrema gravità dei fatti commessi in un brevissimo arco temporale ai danni di tre donne durante la consumazione di rapporti sessuali, la particolare efferatezza e brutalità dei tre omicidi, due dei quali addirittura ripresi in diretta dall'indagato, unitamente ai precedenti da cui lo stesso è gravato, appaiono sintomatici di una personalità particolarmente violenta, aggressiva e priva di freni inibitori e inducono a ritenere elevatissimo, attuale e concreto il pericolo di reiterazione di reati della medesima specie", aggiunge il gip.

Spiegando che "sussiste altresì il concreto pericolo di fuga tenuto conto della condotta successivamente posta in essere dall'indagato come sopra specificata, nonché il pericolo di inquinamento probatorio potendo l'indagato, contattare persone a conoscenza dei fatti ancora da escutere (tenuto conto che dopo i fatti sono stati coinvolti una serie di soggetti appartenenti al mondo della prostituzione) ovvero sottrarre elementi di prova fondamentali ai fini di una compiuta ricostruzione dei fatti, avendo già occultato l'arma con la quale ha ucciso le vittime". conclude il gip.

(ANSA il 23 novembre 2022) - C'è almeno un altro omicidio di una donna che si prostituiva su cui i magistrati di piazzale Clodio potrebbero nuovamente indagare dopo l'arresto di Giandavide De Pau, l'uomo accusato del triplice femminicidio avvenuto nel quartiere Prati, a Roma, il 17 novembre scorso. 

 Si tratta di un delitto che risale a molti anni fa e avrebbe molte analogie con quanto avvenuto in via Riboty e via Durazzo. L'attività è legata alla volontà di scavare anche nel passato di De Pau per cercare eventuali collegamenti con fatti di sangue avvenuti negli anni scorsi a Roma e che hanno avuto come vittime donne.

 Sono Yang Yun Xia, 45 anni, e Li Yan Rong, 55 anni, le due donne uccise, secondo l'accusa, da Giandavide De Pau, il 17 novembre scorso a Roma in un appartamento di via Riboty nel quartiere Prati. 

All'identificazione delle due donne si è arrivati grazie al lavoro degli agenti della Polizia Scientifica e i colleghi dell'Ufficio Immigrazione. (ANSA).

Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera” il 21 novembre 2022. 

«Io stavo proprio su un altro pianeta rispetto agli altri» raccontava Giandavide De Pau nel marzo 2014 a un ragazzo già ben inserito nella malavita metropolitana. Lui, «Davide il biondo», poteva contare su rapporti diretti con il boss Michele Senese e altri pezzi grossi della criminalità romana, senza farne mistero. 

Anzi se ne vantava: «Non stavo in mezzo a persone normali... parlavo... c'avevo il lavoro mio (e qui abbassò la voce, annotò chi ascoltava l'intercettazione, ndr )... stavo proprio su un altro pianeta, con la gente... cioè facevo tutto, pigliavo di là... facevo favori...».

Poi però qualcosa s' era rotto.

«Zio Michele» era tornato in galera, insieme ad altri alleati, e gli affari non andavano più come prima: «Io sai perché sono cascato in disgrazia? Non è per aiutare la gente... a me mi sono andati carcerati due, tre, quattro persone che per davvero hanno fatto la storia al mondo... Io c'ho quell'amico mio quello che sta latitante... Quelli sono gente con una batteria che c'hanno i coglioni così ...quelli c'avevano vent' anni, contavano due miliardi a settimana aho'... eh calabrotti doc, milioner ». Calabresi di origine controllata e milionari, che nel contesto criminale romano significa trafficanti di droga ad alto livello. 

C'era esaltazione e rammarico nelle parole di Giandavide De Pau, che grazie a quel business s' era fatto un nome nel sottobosco malavitoso della capitale. Scalando posizioni e arrivando a trattare cocaina come si fa con le azioni in Borsa, finché le alterne vicende di complici arrestati e indagini sempre più penetranti l'hanno portato ad avere rapporti complicati nel suo stesso mondo, e poi in carcere.

Tornato libero, sotto processo per una lunga sfilza di reati, è evidentemente rimasto prigioniero di relazioni che non funzionavano più come prima, e di ossessioni che l'hanno precipitato nel baratro dove ha trascinato le sue ultime vittime. Niente a che vedere con gli sfarzi delinquenziali di un tempo, di cui resta traccia nelle intercettazioni realizzate durante le inchieste che l'hanno visto protagonista. 

A maggio 2013, al chiuso della Toyota IQ sulla quale scarrozzava Senese parcheggiata al benzinaio di Corso Francia, utilizzato come «ufficio» da Massimo Carminati, «Davide il biondo» parlava con un certo Bruno che i carabinieri del Ros non riuscirono a identificare; un intermediario di cocaina che gli proponeva una partita a 43.000 euro al chilo: «Ne è arrivata un'altra, ma vogliono di più... 4-3, 4-3... domani vogliono i soldi... è buona questa». L'uomo aveva con sé un «pezzo», e De Pau decretò: «È buono, ammazza... Non sembra rifatta, vedi, un po' già appiccica...ma 4-3... ».

Un prezzo considerato un po' troppo alto, e «il biondo» lasciò intendere che ne avrebbe parlato a cena con Senese, in uno di quei ristoranti dove a «zio Michele» non veniva mai presentato il conto; ai proprietari piaceva farlo mangiare gratis, ma lui lasciava sempre 50 o 60 euro. 

Era un rapporto stretto e complesso quello tra il boss Senese e il gregario De Pau, che suscitava le gelosie di altri «colonnelli» poco disposti a subire o sopportare quel legame. «A me ultimamente mi ha deluso - diceva uno di loro -, ha dato troppa confidenza a troppa accozzaglia, incominciando da quello, Giandavide...». Il quale con lo «zio» aveva un debito che - protestavano gli intercettati - Senese non pretendeva venisse saldato con la solita determinazione.

«Ho detto... ma Michè, ma questo v' ha da dà 'sti soldi o no?», sosteneva uno, e l'altro rispondeva di averne parlato anche con De Pau: «Gli ho detto la verità... "daglieli, ce li hai... daglieli un po' alla volta e ti togli 'sto cazzo di problema"». In altre conversazioni registrate c'è invece la traccia dell'impegno del «biondo» nella raccolta di denaro per finanziare il clan Senese dopo che a fine giugno 2013 il capo era tornato in cella. Un arresto arrivato nonostante De Pau l'avesse avvertito con un paio di settimane di anticipo, attraverso un sms inviato a un complice: «Fa' rintracciare l'avvocato e digli che ha un mandato più 35 persone, me lo hanno mandato a dire tramite quelli del mar». Secondo gli inquirenti «l'avvocato» da mettere sull'avviso era proprio «zio Michele».

Tutte queste intercettazioni, hanno scritto i pubblici ministeri della Procura antimafia di Roma nell'ultima richiesta di arresto, «hanno consentito di dimostrare la continua operatività di De Pau nel settore del narcotraffico, grazie anche alle relazioni con i maggiori referenti delle principali consorterie criminali operanti nella capitale». 

Ne era consapevole pure la sorella Francesca, ascoltata dai carabinieri tramite la microspia nascosta nella Toyota utilizzata dal fratello, mentre parlava con un amico: «Mi spieghi che avrei dovuto fare? Famme mantené da mio fratello che vende cocaina, eh? Ce l'lo la dignità, anche se poi non sembra ce l'ho». È stata proprio lei, venerdì scorso dopo gli omicidi delle tre donne, a mettere gli investigatori sulle tracce di Giandavide, venditore e consumatore di droga: «Credo abbia fatto qualcosa di grave».

(ANSA il 22 novembre 2022) - Dopo i delitti Giandavide De Pau, voleva lasciare l'Italia e per questo aveva cercato di ottenere un passaporto falso in cambio di denaro. E' quanto emerge dalle indagini sul triplice omicidio di Roma. In base quanto accertato dopo i fatti, il 51enne avrebbe contattato la donna cubana con cui aveva trascorso la notte prima degli omicidi per chiederle aiuto nell'ottenere il documento. In base a quanto si apprende, inoltre, gli inquirenti non hanno ancora trovato l'arma utilizzata per uccidere a coltellate le tre donne.

Estratto dell'articolo di Rinaldo Frignani e Fulvio Fiano per il “Corriere della Sera - Edizione Roma” il 22 novembre 2022.

Poche ore dopo aver ucciso tre donne a Prati, Giandavide De Pau si sarebbe recato in un pub nella zona della stazione Termini per consumare qualcosa da bere. Forse una birra. Un altro aspetto da chiarire nella breve e singolare fuga del killer di piazzale Clodio, che avrebbe avuto gli abiti sporchi di sangue, anche se su questo punto gli investigatori della Squadra mobile rimangono piuttosto cauti. Primo perché non è detto che si sia sporcato dopo aver aggredito a pugnalate prima le due escort cinesi in via Augusto Riboty, con le quali aveva preso appuntamento, e quindi la colombiana Martha Castaño Torres in via Durazzo, secondo perché anche grazie all’aiuto dell’amica cubana, J.R., che sarebbe stata pagata 600 euro per coprirne la fuga fra giovedì e venerdì scorsi, potrebbe essersi cambiato.

Con il passare delle ore comunque emergono nuovi particolari su quello che De Pau ha fatto dopo gli omicidi. E soprattutto una cronologia invertita rispetto a quella fornita fino a oggi da chi indaga. Da via Durazzo sarebbe fuggito su una Toyota IQ a noleggio, ma è stato coinvolto in un incidente stradale mentre si allontanava a tutto gas per non essere individuato dalla polizia che, alle 12, si trovava già in via Riboty affollata di giornalisti sulla scena del duplice delitto delle cinesi. […] 

Il 51enne ex autista e guardaspalle del boss Michele Senese non è stato preso per un soffio. Ma adesso bisogna capire chi ha chiamato il carro attrezzi per far sparire quell’auto, ritrovata ieri dalla polizia in un deposito. […] È possibile che, pur senza telefonino (lasciato a casa delle cinesi, sebbene non si possa escludere che De Pau ne avesse più di uno), il killer in fuga abbia ricevuto l’aiuto di qualcuno per far sparire quell’auto così compromettente?

Da quanto emerge dalla ricostruzione degli investigatori, poi, il 51enne ha proseguito in taxi (chiamato per telefono o al volo?) verso via Milazzo dove ad attenderlo c’era la cubana che ora rischia di essere indagata per favoreggiamento e con la quale avrebbe trascorso la notte successiva. Il conducente dell’auto bianca sarebbe stato rintracciato e sentito, per capire quale destinazione gli abbia richiesto De Pau e se durante il tragitto abbia fatto qualcosa di particolare oppure abbia parlato con lui o altri.

Nelle ore successive, quindi, il presunto killer si sarebbe trattenuto invece in zona Termini. Ma senza preoccuparsi troppo di essere notato, tanto che non sarebbe rimasto chiuso nell’appartamento usato dalla cubana per prostituirsi, ma avrebbe frequentato uno o più locali. Rimane un mistero cosa abbia fatto nella giornata di venerdì, prima di cercare un nascondiglio a casa della madre e della sorella alla borgata Ottavia, dove la polizia lo ha trovato e fermato all’alba di sabato. […]

Killer Roma. Giandavide De Pau interrogato confessa: “Ricordo casa delle cinesi, poi il black out”. Tradotto in carcere a Regina Coeli. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 19 Novembre 2022.

In Questura l'uomo durante l'interrogatorio piangeva minacciando di uccidersi, cercando di capire cosa fosse accaduto negli ultimi due giorni. A dargli una mano sono stati i poliziotti: gli hanno spiegato cosa hanno ricostruito. E accusato di aver ucciso tre donne, tre prostitute.

Al nome di Giandavide De Pau il pregiudicato fortemente sospettato di essere l’autore del triplice femminicidio, si è arrivati dopo una segnalazione giunta alle forze dell’ordine dalla sorella. L’uomo, infatti, l’avrebbe chiamata facendo intuire di avere compiuto qualcosa di grave. A seguito di questa comunicazione e conoscendo le “frequentazioni” di De Pau, la sorella, probabilmente spaventata, ha contattato le forze dell’ordine. Dopo averla convocata, gli investigatori si sono messi alla ricerca del pregiudicato 51enne.

È attualmente piantonato dalla Polizia l’appartamento di viale Esperia Sperani, a Ottavia, periferia nord di Roma, dove è stato catturato questa mattina l’uomo sospettato di avere ucciso giovedì scorso tre prostitute a Roma. Nell’appartamento, dove è stata stesa una coperta sul terrazzo a coprire come un sipario l’interno, a quanto riferiscono i pochi vicini che si lasciano avvicinare vivrebbe la sorella dell’uomo. Solo qualcuno ricorda particolari significativi: “Mai visti giri strani non so chi sia” riferisce un ragazzo. Qualcun’ altro, più anziano, ricorda il padre: “Con lui avevo confidenza ma è morto tanti anni fa“.

Un altro anziano del posto racconta che in quella casa c’erano stati problemi con la giustizia, “ma tanti anni fa” . I vicini sembrano meravigliati quando gli si riferisce il sospetto che grava sull’uomo: “Ma possibile che era lui? Una persona così tranquilla“. Quello che sembra emergere dalle testimonianze è che il sospetto non vivesse stabilmente qui ma che ogni tanto si vedesse passare. Una donna anziana sostiene di avere invece parlato, una quindicina di giorni fa, con la sorella, che viveva nell’appartamento dopo la morte del padre: “una persona tranquilla, carina, che parlava un italiano corretto”. Qualcuno racconta i momenti della cattura: “Già da ieri – racconta un condomino dello stabile di viale Esperia Sperani – ho visto movimento… Poi stamattina presto mi ha svegliato la Polizia per entrare dal portone“.

L’ interrogatorio di sette ore in Questura

“Ricordo di essere stato in quella casa di via Riboty con delle ragazze cinesi e di avere tamponato la ferita alla gola di una di loro ma poi ho un black out e non più nulla” ha detto davanti al pubblico ministero Antonella Pandolfi. Poi, un dubbio: “Ho visto che dietro a una delle porte dell’appartamento di via Riboty c’era un altro uomo, forse era anche lui un cliente. Forse sa cosa è successo. Non ricordo di essere stato in via Durazzo, ho solo vagato per due giorni senza mangiare né dormire. Ero in macchina, l’ho ritrovata all’Hilton ma non so perché e come ci sono arrivato“.

E la fuga, senza destinazione: “Sono corso in mezzo alla strada, avevo le mani completamente sporche di sangue. Fermavo le auto, ho vagato per due giorni senza mangiare e senza dormire“. È quanto avrebbe riferito Giandavide De Pau, l’uomo fortemente sospettato di essere l’autore del triplice femminicidio, nel corso dell’interrogatorio durato oltre sette ore in Questura, che continua “Dopo avere vagato per due giorni, sono andato a casa di mia madre e mia sorella con i vestiti ancora sporchi di sangue. Ero stravolto e mi sono messo a dormire per circa due ore e poi sono arrivati i poliziotti a prendermi intorno alle sei di mattina“.

“Di quegli istanti ricordo solo tanto sangue”. L’uomo ha ricostruito con gli inquirenti cosa è avvenuto la sera prima. “Ricordo che una donna cubana è arrivata a casa mia – ha aggiunto – e abbiamo consumato della droga, poi il giorno dopo ho preso un appuntamento a via Riboty“. “Ricordo di essere arrivato in macchina in via Riboty e di essere entrato in un appartamento al piano terra», ha proseguito De Pau, aggiungendo “di avere lasciato lì il mio telefono cellulare. Era la prima volta che andavo in quell’appartamento con le cinesi dopo un appuntamento preso per telefono“, ha aggiunto.

Gli inquirenti, nel corso dell’interrogatorio, avrebbero contestato a De Pau di essere stato ripreso da alcune telecamere in via Durazzo dove è stata uccisa la prostituta colombiana 65enne Martha Castano, ma l’uomo avrebbe replicato: “Non ricordo di essere stato in via Durazzo. Non lo ricordo proprio, mi contestate due omicidi, quindi non avrebbe senso negarne un terzo“.

Giandavide De Pau, il pregiudicato accusato di aver ucciso tre prostitute giovedì scorso a Prati a Roma è stato trasferito in serata nel carcere di Regina Coeli. La Procura di Roma, gli contesta l’accusa di triplice omicidio aggravato, gli ha notificato lo stato fermo. L’uomo, da quanto si è appreso, era in cura psichiatrica e seguiva un percorso farmacologico. In Questura l’uomo durante l’interrogatorio piangeva minacciando di uccidersi, cercando di capire cosa fosse accaduto negli ultimi due giorni. A dargli una mano sono stati i poliziotti: gli hanno spiegato cosa hanno ricostruito. E accusato di aver ucciso tre donne, tre prostitute. Il magistrato ha disposto il fermo a suo carico e nelle prossime ore l’uomo verrà ascoltato dal gip per l’interrogatorio di garanzia. Redazione CdG 1947

Roma, caccia al killer delle prostitute di Prati. "È un cliente abituale". Augusto Parboni su Il Tempo il 18 novembre 2022

In due ore scoperti tre omicidi. Tutti commessi intorno a piazzale Clodio: due in un appartamento davanti all'ingresso del palazzo di giustizia, l'altro invece in una casa a circa 700 metri di distanza. Tutte le vittime sarebbero legate al mondo della prostituzione. E tutte e tre sarebbero state uccise dalla stessa mano: la polizia sarebbe infatti a caccia di un cliente abituale delle prostitute. Due vittime sono cittadine cinesi, che lavoravano in un appartamento in via Augusto Riboty 28, la terza, invece, è una cittadina colombiana di 65 anni: è stata trovata senza vita in via Durazzo. Secondo le indagini della Polizia di Stato, tutte e tre sono state ammazzate con un'arma da taglio: due colpite alla gola, la terza invece al petto e alla gola mentre si trovava nel letto.

In via Riboty le forze dell'ordine sono arrivate dopo che è stato dato l'allarme intorno alle 10,50, quando una donna è stata trovata dal portiere in una pozza di sangue sul pianerottolo al primo piano di un palazzo di nove piani. Una volta aperta la porta dell'appartamento, dove secondo gli inquienti si svolgeva un'attività di prostituzione, è stata scoperta la seconda vittima, sempre cinese, riversa in terra in una pozza di sangue. Entrambe sarebbero state colpite con una lama alla gola. In via Durazzo, invece, a dare l'allarme è stata la sorella transessuale di Marta C. T., che ha scoperto l'omicidio nel seminterrato dove la vittima si prostituiva: la 65enne, che ha una figlia di 18 anni, sarebbe stata uccisa con una coltellata tra la gola e il petto. Ed è sempre la trans a riferire ai poliziotti che sua sorella Marta sarebbe stata in attesa di un cliente.

In entrambe gli appartamenti sono arrivati anche gli agenti della Squadra Mobile e della Scientifica. Mentre quest'ultimi svolgevano i rilievi all'interno degli appartamenti a caccia di impronte ed eventuale materiale biologico, i colleghi interrogavano gli inquilini del palazzo e i commercianti che hanno attività di fronte al palazzo. Non solo. Gli investigatori hanno anche sequestrato le registrazioni delle telecamere presenti nelle vie e piazze limitrofe a via Riboty e via Durazzo: all'esame degli inquirenti anche i cellulari e le celle telefoniche.

Nel palazzo di via Riboty, fino alle 10,30, nessuno aveva notato nulla di strano. Sulle scale e sull'ascensore a quell'ora c'era un via vai di persone, considerando che nell'edificio ci sono anche diversi studi legali. Poco dopo ecco le urla di chi ha trovato il cadavere sul pianerottolo. È stato infatti il portiere, Davide G., a dare l'allarme, poi accompagnato in Questura per essere ascoltato.

Sono stati sentiti anche tutti gli inquilini presenti ieri mattina nel palazzo. Gli agenti hanno inoltre impedito l'ingresso e l'uscita a chiunque si trovasse nell'edificio. Tutti sono stati sentiti come persone informate sui fatti. E nessuno avrebbe sentito nulla, né urla né discussioni provenire da quell'appartamento dove avvenivano incontri a luci rosse. Un inquilino ha raccontato che alcuni giorni fa era stata indetta una riunione di condominio, durante la quale era stato affrontato anche il caso dell'appartamento affittato per la prostituzione: la preoccupazione degli inquilini era il continuo via vai di uomini che entravano e uscivano dal palazzo. «Spesso neanche citofonavano, il portone glielo aprivano dopo una telefonata», afferma l'inquilino che da tempo sta chiedendo più sicurezza nel palazzo. In via Durazzo, invece, in uno dei 10 appartamenti che si trovano nel seminterrato, tre anni fa sarebbe morto il cliente di una prostituta.

Il giornalista vicino di casa della prostituta uccisa: "So per certo quando è successo". Il Tempo il 17 novembre 2022

«Le due donne sono state uccise tra le 10.30 e le 11. Lo so per certo perché mi hanno portato la cucina e ho salito le scale a piedi fino al nono piano, dove si trova l’appartamento in cui mi sto trasferendo». A parlare all’Adnkronos è un giornalista che questa mattina era nel palazzo al 28 di via Riboty, nel rione Prati, dove sono state uccise due donne cinesi.

«Non ho preso l’ascensore perché era occupato, sono quindi anche passato davanti all’abitazione delle due vittime ed era tutto tranquillo alle 10.30 - racconta - alle 11, mentre ero in casa, mi ha chiamato il portiere per dirmi che c’era stato un omicidio e non potevo uscire perché una delle vittime era sul pianerottolo. Ci sono rimasto 3 ore e mezza, quando poi la polizia mi ha fatto andare in questura a testimoniare».

Omicidio prostitute, il testimone: "Una sgozzata sul pianerottolo, l'altra dentro casa". Il Tempo il 17 novembre 2022

«Avevo appena chiuso una telefonata, saranno state le 10,35 forse le 10,40. Ho aperto la porta per andare al bar, il portiere mi ha chiamato dicendomi che al pianerottolo proprio sopra al mio c’era una donna nuda morta, a terra. Sono salito e l’ho vista, completamente nuda piena di sangue intorno». È il racconto che fa all’Adnkronos l’avvocato che lavora allo studio al piano terra di via Augusto Roboty 28, al piano inferiore a quello dov’è questa mattina sono state uccise due donne cinesi.

L'avvocato, insieme al portiere, è l’unico ad aver visto il corpo della vittima sul pianerottolo. «Usciva tantissimo sangue dalla testa, credo sia stata sgozzata. Il sangue era tantissimo - ripete - come se l’omicidio fosse stato ultimato sul pianerottolo. Aveva una posizione del tutto innaturale, come se avesse gli arti rotti ma in realtà si era accasciata, forse dopo essersi trascinata al di fuori dell’appartamento, magari in cerca di aiuto. Il portone era spalancato, all’interno l’altra vittima. Abbiamo pensato di tutto, anche alla mafia cinese, io da penalista conosco bene la materia».

«Le due vittime io non le avevo mai viste prima. Sono da anni lì e ho visto quella donna per la prima volta oggi, morta. Ma entrambe erano state argomento di riunioni condominiali - racconta ancora l’avvocato che preferisce non rendere noto il suo nome - c’era un viavai di gente a tutte le ore e capitava anche di notte che, non sapendo dove citofonare, suonassero agli interni svegliando gli inquilini. Una persona che vive accanto al mio studio, quindi proprio sotto all’appartamento delle due cinesi, ha detto di aver sentito dei colpi, come se spostassero dei mobili». 

Daniele Autieri per “la Repubblica - Edizione Roma” il 18 novembre 2022.

«Prima lavoravo in un centro estetico in Prati. Quando è scoppiato il Covid il centro ha chiuso e ho cominciato a fare la escort». Viviana, 35 anni, gli ultimi due passati a fare il mestiere più antico del mondo, è una delle decine di ragazze che lavorano in Prati, in quel quadrilatero della borghesia romana stretto tra San Pietro e il tribunale, approdo naturale per centinaia di avvocati, commercialisti, notai che finiscono per essere "clienti abituali". 

«Quando il centro estetico ha chiuso - prosegue Viviana - ho capito che una parte di quella clientela mi avrebbe seguito e allora mi sono messa in proprio. Tante altre ragazze hanno cominciato con la pandemia. Il Covid ha moltiplicato l'offerta nel quartiere, in parte per la crisi economica, in parte perché l'assenza di turisti ha reso disponibili molti appartamenti a prezzi più bassi del solito». 

Che tipo di clientela c'è in Prati?

«Molto selezionata. In genere sono avvocati e commercialisti che lavorano nel quartiere. Spesso giovani uomini piacenti tanto che il mio pensiero quando li vedo è: ma perché pagare quando potresti averlo gratis? La realtà è che sono stressati, annoiati dalla monotonia della vita coniugale e vengono da me in pausa pranzo per rilassarsi». 

Se sono così giovani, in carriera e piacenti, perché vengono da lei?

«Molti di loro perché è più facile senza implicazioni sentimentali e tanti perché si convincono che pagando non si tradisce». 

Ha mai avuto paura prima d'ora?

«Mai. I miei clienti sono professionisti, non cercano lo sballo. Sono molto attenta a questo perché il confine è sottile». 

Le tre donne uccise sono state trovate in un appartamento. Come funziona, li prendete in affitto?

«Di solito affittiamo case vacanza per un paio di mesi e poi cambiamo. Spostarsi è essenziale per non destare troppa curiosità nei condomini e anche per evitare problemi con la polizia».

Quanto costa al mese affittare un appartamento in Prati?

«Al massimo mille euro al mese, ma so di altre colleghe che pagano anche duemila euro. Sono stata sempre fortunata almeno da questo punto di vista. Adesso però è più complicato, la città è piena di turisti e i padroni di casa preferiscono affittarla a giorno». 

Quanta concorrenza c'è nel quartiere?

«Moltissima, io lavoro da sola, ma conosco tantissime ragazze che lavorano e lavorano tanto con tariffe più basse. C'è un tema di prezzi. Mi spiace dirlo ma queste ragazze cinesi offrono servizi a basso costo e sono disposte a tutto. Io chiedo duecento euro per un massaggio speciale, loro con 100 euro e anche meno fanno qualunque cosa. Questo sai cosa significa? Che trovi il ragazzetto sballato con due grammi di cocaina che vuole fare serata con te. E lì i rischi aumentano». 

Capita spesso che vengano richieste due ragazze insieme?

«Certo! Tanti clienti chiedono un "quattro mani". Sono gli stessi che spingono per andare oltre quel confine. È un mondo fuori controllo che mi mette paura». 

E lei?

«No. Io lavoro sempre da sola. Anche se conosco altre ragazze. Ma voglio rimanere indipendente e avere la possibilità di scegliere i miei clienti, o di mandare via qualcuno che non mi convince».

Ci sono tante ragazze cinesi nel giro?

«Tantissime e sono aumentate negli ultimi anni. Basta guardare le bacheche dei siti di incontri e di massaggi, ormai sono piene di profili di ragazze cinesi. Da quello che so però non sono autonome come noi italiane o le sudamericane. Hanno qualcuno dietro, proprio come le ragazze dell'Est». 

Da cosa si capisce?

«Ad esempio dall'età, sono tutte giovanissime. Spesso le trovi al limite dei diciotto anni».

Alla fine le donne uccise sono tre. Penserà a loro la prossima volta che si troverà ad aprire la porta ad uno sconosciuto?

«Spero di farlo ancora per poco. In questi due anni ho messo un po' di soldi da parte e a dicembre smetto. O almeno ci provo».

La sorella del killer: "Ho chiamato io i carabinieri, con la cocaina mio fratello fa il pazzo". Luca Monaco su La Repubblica  il 20 Novembre 2022.

La donna sull'uscio della casa dei De Pau: "Ho fatto solo quello che dovevo fare. Sono anni che sto dietro a Giandavide e ora dovro seguire la sua vita in carcere"

Lu.Mo. per “la Repubblica” il 20 Novembre 2022. 

«Siamo distrutti. Mio fratello ha un grave problema con la cocaina. Ci sono persone che la usano e alle quali non succede nulla, lui come fa un tiro va fuori di testa. Non avrebbe dovuto toccarla. Sono anni che sta in cura, ma non c'è niente da fare». Francesca De Pau, la sorella di Giandavide De Pau, il 51enne ex autista e guardaspalle del boss Michele Senese, fermato ieri con l'accusa omicidio plurimo aggravato, parla sull'uscio dell'appartamento al primo piano in via Esperia Sperani, un lotto popolare alla profonda periferia nord-ovest di Roma. 

È stata lei a chiamare i carabinieri e a denunciare suo fratello.

«Ho fatto quello che dovevo fare, non ne voglio parlare, siamo distrutti. Penso a mia madre, a quelle povere ragazze e alle loro famiglie». 

Suo fratello non ricordava neppure di essere stato in via Durazzo.

«Era fuori di sé, sono anni che gli sto dietro ma non c'è soluzione. Sono sola, con il mio lavoro da baby sitter, devo badare anche a mia madre che ha 70 anni e ha appena avuto un infarto: a settembre ha perso l'ultima sorella che aveva. È devastata da questa tragedia inimmaginabile». 

Pensa che se l'avessero curato meglio tutto questo si sarebbe potuta evitare?

«Che le devo dire, dipende anche dalla volontà di ognuno. Sapete cosa si prova a dover seguire una persona cara per anni, in carcere? Io sì. Sarà durissima». 

Cosa le ha detto suo fratello quando è tornato a casa?

«Voi giornalisti, se avete un'anima abbiate rispetto del dolore che stiamo vivendo».

Giandavide De Pau, scagnozzo dei boss con l'ossessione per le escort: "Si finse idraulico per violentarne una". Romina Marceca, Andrea Ossino su La Repubblica  il 20 Novembre 2022.

Da destra, nella foto agli atti dell'inchiesta su Mafia Capitale, Massimo Carminati e Giandavide De Pau durante un incontro con il boss Michele Senese 

Classe 1971, è stato uomo di fiducia di Senese. Poi l'incontro con Carminati, gli anni di Mafia Capitale, l'ospedale psichiatrico e le minacce: "Scateno l'inferno, i morti li ho fatti solo io"

"Quando me se cambia la testa, capito? Dopo divento freddo, non mi altero più, prendo e faccio in modo che la gente muoia, perché muoiono... muoiono di crepacuore, devono morì, devono pagare...". Giandavide De Pau un tempo sentenziava vita e morte. Decretava la fine di un creditore e concordava "nuove modalità di raccordo tra i gruppi" della malavita della Capitale.

Romina Marceca e Andrea Ossino per “la Repubblica” il 19 novembre 2022. 

Il serial killer delle escort di Prati ha un volto. È impresso nei frame delle telecamere installate nelle case di appuntamenti delle tre vittime. Le sue parole, il nome probabilmente falso con cui ha prenotato le ore di sesso a pagamento, sono in una chat d'incontri e sui telefoni. Il Dna l'ha lasciato su un citofono, mobili, letti, sui corpi delle tre donne accoltellate. Tutte tracce che passo dopo passo stanno portando gli investigatori al suo arresto. Tanto che un poliziotto dice: «Abbiamo tanto materiale, speriamo di chiudere presto il caso».

Il primo passaggio dell'assassino dentro la vita delle prostitute è in una chat di un portale d'incontri. È qui che prende l'appuntamento per la mattina di giovedì con Martha Castano Torres. È lei la prima vittima, viene uccisa a 65 anni tra le 8,40 e le 10 di giovedì. A stabilirlo è stato il medico legale che ha incrociato le sue valutazioni con le informazioni della polizia. Martha non era una prostituta anni fa, poi il bisogno di guadagnare di più per crescere la figlia oggi diciottenne, e che abita in Colombia, l'ha spinta a trovare un compromesso con se stessa.

E così ha aperto la porta all'uomo che l'ha sgozzata nella casa d'appuntamenti nel sottoscala di via Durazzo 38. Aveva pattuito un prezzo tra i 50 e i 70 euro. Il rapporto sessuale c'è stato, lui l'ha ammazzata sul letto. Sul letto e sul corpo di Martha sono rimaste le tracce biologiche del killer che l'ha sgozzata. Reperti che sono già nelle mani di chi indaga. Come le impronte che l'uomo ha lasciato su mobili, porte e anche sulla pulsantiera del citofono. Un'altra prova sequestrata dalla Mobile.

Nessuna impronta, invece, sulla griglia dei citofoni di via Augusto Riboty 28. È il palazzo a 850 metri di distanza dal primo. Stesso quartiere ma strada più elegante. Al primo piano del condominio anni Cinquanta c'è l'appartamento dove ricevevano i clienti e dove sono state accoltellate due donne cinesi dell'età apparente di 25 e 45 anni. Anche loro prostitute, anche loro contattate sui telefoni attraverso un portale d'incontri. Nella casa, affittata sette anni fa, c'è una telecamera nascosta dietro un vaso e perfettamente funzionante. È quella che ha ripreso il killer in volto. Immagini che adesso vengono confrontate con quelle riprese anche nella garçonnière di Martha. Perché anche lei aveva installato una telecamera per difendersi dai clienti violenti.

Le due donne cinesi sono vittime senza nome. Non ci sono documenti in quella casa di fronte al palazzo di giustizia. Oggi l'autopsia sulle tre prostitute potrebbe sciogliere ogni dubbio sull'identità e rivelare anche il numero dei fendenti. Il coltello utilizzato, e mai trovato, ha una lama lunga e molto appuntita. 

È il pugnale che ha attraversato, in via Riboty, anche i corpi delle donne cinesi. Prima la gola della 25enne che era nel letto col killer. E subito dopo il corpo dell'amica arrivata per difenderla e salvarla da quell'uomo senza pietà. C'è stata una colluttazione prima degli altri fendenti mortali. La prova è l'appartamento trovato sottosopra intorno alle 11, dopo l'allarme lanciato dal portiere dello stabile.

La più giovane delle due cinesi senza nome non è morta dentro la casa. Si è trascinata dopo la prima pugnalata alla gola fino al pianerottolo, in cerca di salvezza. Ha tentato di raggiungere l'ascensore. L'assassino l'ha sorpresa alle spalle e le ha inferto l'ultima coltellata, al fianco sinistro. È sul muro e sul marmo color ruggine che restano tracce di sangue. Non è escluso che quelle macchie siano anche dell'assassino, forse rimasto ferito quando è stato affrontato dalla vittima più grande. I poliziotti della Scientifica quegli schizzi di sangue li evidenziano con una serie di numeri e lettere.

Nella sua fuga, per paura che quel corpo sul pianerottolo richiamasse l'attenzione dei vicini impegnati in un trasloco, l'assassino ha commesso uno dei suoi tanti errori. Non ha portato con sé i telefoni cellulari delle vittime. Aveva sbagliato anche due ore prima, lasciando in casa anche quello di Martha Torres. 

Lì dentro ci sono le sue parole scritte alle prostitute. E non sono quelle che probabilmente lo incastreranno ma l'indirizzo Ip del cellulare o del tablet dal quale ha dato il via al suo piano di morte. Dentro ai tre cellulari all'esame degli esperti ci sono gli elenchi dei clienti e i nomi di chi conosceva quelle donne martoriate.

Tutti quei nomi sono testimoni chiamati a raccontare cosa conoscono della vita delle vittime. Alla questura di Roma è una sfilata di almeno cinquanta persone, che inizia con la sorella di Martha e continua con il portiere Davide di via di Riboty, i proprietari delle case affittate, cinesi accompagnati dalla polizia, e poi una ragazza cubana che dice davanti alla questura, prima di essere ascoltata: «Sono uscita con un uomo che potrebbe essere l'assassino ».

Andrea Ossino per “la Repubblica – Edizione Roma” il 20 Novembre 2022.  

Un uomo che corre seminudo tra le vie dei Parioli inseguendo una ragazza brasiliana completamente svestita. La singolare scenetta ricordata da chi nel 2006 abitava il rinomato quartiere di Roma Nord rivela in realtà il primo episodio in cui Giandavide De Pau ha mostrato il desiderio di infierire contro le donne costrette a vendere i propri corpi. Una strada che lo ha portato fino all'epilogo di giovedì scorso, quando ha ucciso tre prostitute che lavoravano vicino il tribunale di piazzale Clodio.

Ma torniamo al precedente.

Quel giorno del 2006, il 15 giugno, De Pau si era presentato come un tecnico della caldaia, una scusa per farsi aprire la porta dell'appartamento al civico 10 di via Fratelli Ruspoli. Dentro c'era una ragazza brasiliana di 21 anni. Beretta puntata alla tempia, è stata costretta a farsi strappare i vestiti di dosso. Poi è riuscita a scappare, dando vita al vano inseguimento tentato da De Pau, che seminudo ha provato a rincorrere la vittima.

Lei è finita in ospedale, lui in carcere, arrestato dai carabinieri un paio di giorni dopo.

Due anni più tardi era in comunità, in Toscana.

Quando è uscito, ha deciso di regalare agli investigatori anche il ricordo di un altro episodio: De Pau ha sparato con un fucile a pallettoni all'indirizzo di alcune prostitute che lavoravano in strada. Nessun ferito fortunatamente. Solo il sintomo di un desiderio più grande, quello di fare male alle prostitute, un istinto tenuto maldestramente a bada fino a giovedì scorso, quando la droga ha fatto perdere ogni freno inibitorio e tre donne sono morte.

Il triplice femminicidio di Roma e il mondo degli “impicci” della Capitale. Enrico Bellavia su L’Espresso il 21 Novembre 2022.

La premura di indicare il mestiere esercitato dalle vittime sembra essere prevalente rispetto al fatto che si tratta di un delitto contro le donne. E il movente sessuale per Giandavide De Pau non può prescindere dai suoi legami con l’universo criminale di Massimo Carminati

Cominciamo col chiamarlo per quello che è, e, quindi, dovrebbe esserlo anche nel lessico. Quello di Roma, definito "giallo di Prati", impropriamente per almeno due ragioni, è un femminicidio plurimo. Un triplice femminicidio. Non si capisce perché sulla fine tragica di tre donne, la pur ragionevole premura cronachistica di indicare il mestiere esercitato dalle vittime sia prevalente rispetto al punto di non considerare che le modalità del crimine - l'arma, l'impeto, l'insistita crudeltà dello sfregio, la responsabilità maschile - ricalchino in tutto l'abusato copione dei delitti contro le donne.

Non è un giallo, perché di fronte a un assassino che lascia un telefono sul luogo di uno dei delitti e finisce denunciato dalla sorella, i margini di mistero sono esigui. E il contributo delle telecamere che hanno mostrato Giandavide De Pau nei pressi dei luoghi dello scempio, resta a suggello di un'indagine lampo chiusa ben prima che il rovello si facesse largo nella testa degli investigatori. Una velocità che ha permesso al questore di Roma l'annuncio di una rassicurante tranquillità ritrovata dalla città, rispetto all'incubo di un serial killer, ovvero lo spettro di qualunque Maigret, a qualunque latitudine.

Particolare, forse secondario, ma che per amore di verità conviene sottolineare, infine, è che anche la collocazione geografica in Prati, è leggermente arbitraria per estensione. Pur avendo l'innegabile vantaggio della brevità del bisillabo, il quartiere in questione si colloca un po' più in là rispetto al triangolo in cui si è verificata la vicenda, prossima, anche simbolicamente, alla cittadella giudiziaria di Piazzale Clodio. Che, peraltro, ha una sola vocale in più.

Probabilmente, risolto il caso, restano una serie di interrogativi aperti che le ore e una buona dose di esami scientifici, oltre che testimonianze, si incaricheranno di sciogliere.

Su tutto: il movente. Perché sembra esserci un filo che lega le vittime alla donna che ha ospitato il presunto assassino prima che la sorella ne agevolasse la cattura. Non solo, per paura o connivenza, si è incaricata di procurargli un salvacondotto, ma sembra conoscesse le vittime. Quindi, ai fini della ricostruzione, pare essere persona decisiva per venire a capo di quello che ovviamente De Pau, complici i suoi trascorsi, ha tutto l'interesse a prospettare come l'evento insensato di un folle.

Cresciuto alla scuola di un capo come Michele Senese, accanto ad altri istinti, anche De Pau deve aver coltivato l'arte della dissimulazione come via d'uscita. Quell'arte che al suo mentore ha fatto guadagnare l'epiteto di “O' Pazzo”, dopo anni a giocare tra inesistenti patologie, finte diagnosi e provvidenziali ricoveri in reparti di psichiatria, con contorno di imprescindibili attestazioni di favore.

Le ore, gli esami e, si spera, altre indicazioni decisive racconteranno cosa cercasse esattamente De Pau a casa delle donne che ha ucciso. E anche perché fosse finito proprio da loro. Mandato o in compagnia di chi? La degenerazione aberrante di un criminale in ascesa, precipitato negli inferi degli assassini di donne, non sembra reggere rispetto al profilo di un intraprendente aspirante capo rimasto “orfano”  ma con una quantità di addentellati a cui offrire i propri servigi. Forte di un curriculum spesso quanto il faldone dei propri precedenti. Fatti anche di una violenza tentata su un'altra donna diverso tempo fa. Ma non solo.

Ed è proprio con Carminati che De Pau, accompagnando Senese, si è ritrovato a Roma Nord nelle istantanee a corredo delle indagini sul Mondo di mezzo.

Quella Roma gonfia dei soldi della droga ma che non disdegna ogni impiccio utile, pronta a ritagliarsi una fetta di mediazione ovunque ci sia passaggio di soldi. Che non disdegna le estorsioni e il ricatto, che si muove verso il basso dei traffici di strada o da appartamento, che al pari della mala milanese delle bische e delle signorine, ha da tempo abbattuto ogni steccato di regole, per così dire morali, che un tempo separavano papponi e usurai dal resto del mondo. Magliana docet.

Sarebbe per questo troppo facile liquidare De Pau come il criminale alla deriva che in preda alle proprie ossessioni, accecato da pulsioni e coca, si è accanito sul corpo di tre donne senza un perché. Converrà evitarle le semplificazioni che vorrebbero questo un femminicidio di prostitute, ultimo gradino nella già non abbastanza considerata categoria dei crimini. Liquidati, quotidianamente, con storture tipo “delitto per gelosia” o “omicidio per amore”. Ecco, evitiamo qui di fermarci al luogo comune: il “delitto per sesso”. E scaviamo negli “impicci”. Che fanno del milieu criminale romano un universo fatto di mondi in perenne contatto, dall’alto al basso e lungo il cammino inverso.

Nella città del mondo di mezzo, fatta di più incroci di quanti ne contino le strade della capitale, anche qui i femminicidi hanno il loro contesto. Che non ha il potere di relegare a elemento secondario il fatto che di tre donne uccise stiamo parlando.

Francesco Grignetti per “la Stampa” il 20 Novembre 2022. 

C'è una frase rivelatrice che meglio di tutto racconta chi è Giandavide De Pau. Maggio 2013; i carabinieri lo intercettavano perché era uno dei malavitosi su cui si appoggiava il boss camorrista Michele Senese nella Capitale. Lo sentirono parlare, tronfio: «Mo', sta arrivando il lavoro, me lo danno... E io me vado a mangia' da "Assunta Madre" con Michele». 

De Pau era in auto con un tirapiedi e insieme parlavano di come mettersi in proprio nel traffico di droga. Quello era il «lavoro» a cui accennava. «Oh, - si vantava - quelli mi portano 2mila e cinque a settimana. Per il momento va bene, lo sai perché l'investimento è minimo... Con 80mila, prendi 12mila al mese... senza fare un cazzo».

Ecco, questa era il sogno di Giandavide, il giovanotto che veniva da Primavalle ed aveva scalato la piramide della mala fino a diventare il guardaspalle di Michele 'o Pazzo: fare la bella vita, andare al ristorante di gran lusso nel centro storico, tirare di coca, pagarsi le donne. In una parola: incassare tantissimi soldi senza faticare. Era uno status symbol, per De Pau, potersi sedere ad un tavolo di «Assunta Madre». 

Parliamo di un ristorante di pesce in via Giulia, ospite di un palazzo del 1600, dove può capitare di cenare accanto a Sylvester Stallone o Vera Knightley, ai volti tv Paolo Bonolis e Massimo Boldi, al calciatore Ronaldinho, e poi Flavio Briatore, Diego Della Valle, Giorgio Armani. Naturalmente i prezzi sono adeguati alle attese. E il patron Johnny Micalusi, manco a farlo apposta, qualche anno fa è stato condannato per riciclaggio, e già nell'occasione si erano notati i contatti con la criminalità romana che adora cenare nel suo ristorante.

Partiva dunque dal suo piccolo mondo di periferia, De Pau, per conquistare una fetta di paradiso. Lo avrebbe fatto con un uso smodato ed estremo di violenza. Sempre per quel traffico di cocaina, aveva bisogno di soldi e quindi era pronto a tutto per spremere i debitori. Nei confronti ad esempio di tal Riccardo Cotini, che gli doveva 11mila euro, esplode: «Gli vuoi bene alla tua famiglia? Faccio ammazzare a tutti... Tuo figlio, tanto te lo ammazzo..È morto». 

In un'altra occasione, parlando con uno dei suoi: «Ti giuro, gli faccio fare 26 mesi di ospedale. Ti faccio vedere come gli riduco la faccia, prendo quella 357 (la pistola, ndr) e gliela dò in faccia,lo deturpo per tutta la vita. Io so' matto».

Che non fossero millanterie, e che invece De Pau fosse rispettato nel mondo di sotto, ce lo dice un'altra famosa inchiesta, quella denominata Mafia Capitale. I carabinieri seguivano Massimo Carminati e alla stazione di rifornimento di Corso Francia «giungeva, a bordo di una Vespa bianca, De Pau Giandavide. I due si trattenevano a dialogare quando Carminati si allontanava a bordo del proprio veicolo». Erano i preliminari per un incontro al vertice tra Carminati e Senese.

L'appuntamento si terrà il giorno dopo in Largo Melegari, in una tavola calda. «Giungeva sul posto - scriveranno i carabinieri - la vettura Toyota condotta da De Pau Giandavide recante a bordo Senese Michele. I tre soggetti accedevano all'interno e si sedevano a un tavolo sotto la veranda». 

Ci fu qualche convenevole, poi i due boss si alzarono, e si appartarono in strada a discutere, mentre il De Pau si tratteneva in disparte conversando al cellulare. «La conversazione, inizialmente molto cordiale, dopo qualche minuto si movimentava al punto che Carminati e Senese apparivano palesemente contrariati e iniziavano a inveire l'uno nei confronti dell'altro, lasciandosi in maniera brusca. Frattanto, ai due si era avvicinato anche il De Pau, il quale, terminata la conversazione telefonica, prendeva parte alla discussione», scrissero ancora i carabinieri.

C'è persino la foto dello scontro verbale tra i due boss. Si vede De Pau nel mezzo in camicia bianca, Senese con una coppola, Carminati in giacca blu. Evidentemente Michele Senese doveva fidarsi ciecamente del suo autista e guardaspalle per permettergli di presenziare e addirittura intervenire nella lite. 

Nel frattempo, svanito Senese dalla scena perché condannato a 30 anni come mandante di un omicidio, De Pau è divenuto molto attivo tra le piazze di spaccio al Tiburtino, San Basilio e Tivoli. Era stato nuovamente arrestato il 1 dicembre del 2020 insieme ad altre 27 persone accusate di traffico di sostanze stupefacenti, estorsione, detenzione e porto illegale di armi, lesioni personali gravissime, tentato omicidio, trasferimento fraudolento di valori. Reati aggravati dal metodo mafioso.

Ora, come questo malavitoso in crescita sia finito ad uccidere tre prostitute con uno stiletto, imbottito di stupefacenti fino agli occhi, resta un mistero che solo lui, se vorrà, potrà chiarire un giorno. La violenza è stata sicuramente la sua compagna di vita. Parla il curriculum criminale, dove risultano pure una violenza carnale e due ricoveri in manicomio giudiziario.

Patrizio Bati* per “la Stampa” il 20 Novembre 2022.

 *Pseudonimo dello scrittore romano autore del romanzo «Noi felici pochi» 

Io la conoscevo bene. Conoscevo l'appartamento, in via Riboty 28. Tra il 2010 e il 2018, penso di esserci stato almeno venti volte. Conoscevo la donna assassinata, unica presenza fissa in quella casa. Ruotavano invece le altre, l'avvicendamento era costante. Ad accogliermi spesso trovavo una «stretta» (nel gergo delle escort, prostituta con poca esperienza). 

La seconda vittima, uccisa dalla stessa lama, potrei quindi non averla mai incontrata. L'immagine della prima donna si è conservata nella mia mente quasi intatta: pelle ambrata, capelli lunghi e neri, incisivi leggermente sporgenti, orientale ma forse non cinese. Dell'appartamento ricordo un corridoio con almeno quattro porte, l'ultima delle quali, a destra, era quella della camera dove io ho sempre consumato. In una dimensione atemporale: persiane sempre chiuse, ad annullare notte e giorno.

Ricordo anche che, in casa, le ragazze non portavano mai scarpe con i tacchi. Sempre pantofole. Per non turbare la tranquillità del condominio, i passi andavano assolutamente silenziati. Anche quando l'assassino ha vibrato i primi colpi, perfino in quella circostanza, nel cercare di difendersi, nessuna di loro ha urlato. Forse nella speranza di salvarsi senza che i vicini di casa si accorgessero di niente. 

Erano in due, in via Riboty, giovedì mattina. Chi riceve i clienti a casa, spesso lavora in coppia. Per dividere le spese di affitto (più eventuale canone «tacita-portiere»), ma soprattutto per scoraggiare eventuali rapinatori o squilibrati. Il cliente, anche se di norma è una sola persona a dargli il benvenuto, deve avere da subito la percezione di una seconda presenza in casa. Basta proporgli un rapporto a tre (come in genere accadeva in via Riboty) o lasciare aperta la porta della stanza in cui si trova l'altra.

Visti i rischi del mestiere, le precauzioni non si limitano a questo. Già al momento del contatto telefonico, alcune escort cercano di coinvolgere il cliente in un dialogo che trascenda la fredda comunicazione di tariffario, prestazioni ed indirizzo. Dialogo che, per quanto breve, è spesso determinante per cogliere - dalle parole usate e dal tono di voce dell'interlocutore - un suo eventuale stato di forte alterazione (alcol o droga). 

Murate in sottoveste nel loro appartamento, vita sociale ridotta al tragitto casa-supermercato/supermercato-casa, ombre cinesi proiettate su persiane, alle prostitute orientali - la cui conoscenza della nostra lingua è mediamente scarsa - l'arma della conversazione è, di fatto, preclusa (molte di loro, non riuscendo a pronunciare bene i nomi delle strade, forniscono ai clienti l'indirizzo dell'appartamento tramite sms).

Il telefono, però, un'arma la concede anche a loro: la rubrica. Memorizzare i numeri dei clienti, indicando, in corrispondenza del nome (se te lo chiedono non è perché gli interessi instaurare un contatto più personale con te, infatti poco importa che sia vero o falso è solo per catalogarti nella rubrica) un voto compreso da 0 a 10, principalmente basato sul grado di affidabilità percepita. 

Al primo incontro, se non sei già un numero in rubrica, la escort ti indicherà il civico di fronte a quello in cui realmente riceve, così da poterti - nascosta dietro persiane o tende - osservare per qualche secondo e decidere poi se comunicarti l'indirizzo giusto o se mandarti via con una scusa.

Al momento delle presentazioni c'è un ulteriore aspetto che differenzia le cinesi dalle altre prostitute: domandano il nome al cliente ma, a meno che non sia lui curioso, difficilmente gli dicono il loro. Sono corpi senza identità, coscienti di essere soltanto questo. Schiave di organizzazioni criminali. Bambole riprodotte in serie, tutte con gli occhi a mandorla. Oggetti «Made in China», anche se non sempre si tratta di cinesi. 

Un altro omicidio, il primo in ordine cronologico, si è consumato in via Durazzo, a poche centinaia di metri dall'appartamento delle due cinesi. Vittima, questa volta, una prostituta colombiana di 65 anni. Prati, Piazzale Clodio, San Pietro. Sono quartieri borghesi, epicentro di uffici e studi legali e, proprio per questo, anche di centri massaggi, prostitute ed escort.

Molte dell'Est, giovanissime e bellissime (tariffa minima: 150 euro per mezz'ora). Consistente anche la quota di sudamericane e di cinesi (in assoluto le meno costose: mano 20, bocca 30, primo canale 50, secondo canale 80, rapporto a tre 100 euro).

Scorre senza sosta il flusso dei clienti, ignorato da portieri compiacenti. Scorre, silenzioso e variegato. Giacca e cravatta, camicia e jeans, perfino abiti talari. Si aprono e si chiudono, come ali di farfalla, le porte degli appartamenti-alcova.

Scorrono, come un Tevere nascosto, rigagnoli di sperma. Da cliente, la percezione di quanto il fenomeno sia esteso ce l'hai a fine rapporto, gettando il preservativo in un cestino già traboccante di fazzoletti e condom.

Fidanzati e sposati, la «parentesi prostituta» se la ricavano quasi sempre in un giorno feriale, la mattina prima di andare al lavoro, in pausa pranzo o la sera appena usciti dall'ufficio. Indispensabile per non far insospettire le compagne è l'accortezza di tenere, nella valigetta o nello zaino del computer, una confezione da viaggio del bagnoschiuma attualmente usato a casa. Una veloce doccia rimuove dai loro corpi ogni traccia del peccato. Ora che questo triplice omicidio ha conquistato spazio su tv, radio e giornali, cambierà qualcosa a Roma? Si acquieteranno i formicai? 

Smetteranno le porte degli appartamenti di sventolare come sportelli di saloon strapieni? Scarseggeranno mai, nei cestini a bordo letto, i preservativi usati? All'epoca dei delitti del mostro di Firenze, le consuetudini più radicate erano state stravolte. 

Per paura che anche i propri figli potessero essere uccisi e mutilati, molti genitori avevano preso l'abitudine di uscire la sera lasciando l'appartamento a disposizione dei ragazzi e garantendo loro un'intimità protetta. In mancanza di uno spazio al chiuso, per evitare di appartarsi in zone isolate e quindi rischiose, decine di automobilisti si fermavano nelle strade adiacenti al frequentatissimo piazzale Michelangelo, limitandosi a tappezzare i finestrini con fogli di giornale, contando sul fatto che, in quel periodo, nessuno avrebbe contestato loro il reato di atti osceni in luogo pubblico.

Se in seguito a questi tre omicidi qualcosa a Roma dovesse davvero cambiare sarà, al massimo, per pochi giorni. Brevemente interrotto dal blu dei lampeggianti, il brulichìo di auto e di persone ha ripreso a popolare quelle strade. Gli annunci, pubblicati sui siti di escort dalle tre prostitute massacrate, sono già stati rimpiazzati da altre facce sorridenti. Casa-supermercato/supermercato-casa. Casa-supermercato/supermercato-casa. Vi hanno portato via dal vostro appartamento, avvolte nei sacchi blu della polizia mortuaria. Neanche questa volta avete visto Roma.

Estratto dell’articolo di Camilla Mozzetti per “Il Messaggero” il 22 novembre 2022.

La cosa più inconsueta e forse bizzarra è la televisione incassata nel muro del bagno, proprio di fronte alla vasca con idromassaggio. Ma per chi ha deciso di non privarsi di nulla, ostentare il superfluo appare una condizione necessaria. I rubinetti sono smaltati d'oro e le piastrelle alle pareti sembrano trapuntate ma è solo un effetto ottico. Poi c'è una stanza adibita a palestra, con cyclette, panca piana con il bilanciere attaccato, una struttura che in gergo si chiama parallele e serve per le trazioni e gli addominali a gambe tese e infine il rack, utile per lo squat e diversi manubri da carico medio.

Del resto, anche in famiglia lo ricordano come un tipo «sportivo e atletico» prima che la droga tornasse prepotente nella sua vita.

Specchi appesi qua e là, pavimenti rigorosamente di parquet in teak, un quadro con l'immagine di Marilyn Monroe appeso in una delle due camere da letto dove, anche qui, c'è un'altra cyclette.  […] 

«L'immobile non si può visitare perché al momento è in corso una trattativa». Risponde così l'impiegato dell'agenzia che ha ricevuto mandato, ormai mesi fa, per la vendita dell'appartamento dove viveva Giandavide De Pau, il 51enne in stato di fermo con l'accusa di triplice omicidio volontario aggravato per i delitti delle due prostitute cinesi e di quella colombiana. […]

Chissà se alla fine la trattativa andrà in porto. Ieri mattina anche un'inquilina lo domandava al portiere del signorile stabile alla Balduina, dove risiedono professionisti ed anche un ex ministro dell'Interno: «Riusciranno a venderla?». Per ora l'annuncio su alcuni siti che si occupano di compravendite immobiliari è stato rimosso. Ma la casa per chi l'acquisterà è molto bella. Ben 150 metri quadri, piano terra, nove stanze e una richiesta di 530 mila euro. 

Qui, dietro una porta in legno di mogano, (naturalmente blindata) De Pau ha trascorso almeno gli ultimi cinque anni. […] Già molti mobili sono stati portati via nei giorni precedenti alla mattanza quando ormai Giandavide da questo appartamento faceva avanti e indietro: lo stava lasciando e una settimana fa sembrava ormai questione di giorni.

Tra quelle mura, l'uomo accusato del triplice omicidio, riceveva amici e conoscenti in un «gran via vai - ricordavano i vicini - che dimostrava come sì, De Pau faceva la bella vita». Tipo «losco» ma pure «da night club», puntualizzava un vicino che senza voler cadere in uno scontato cliché aggiungeva pure: «Sembrava vivesse senza troppi scrupoli morali». 

Il salone, la stanza più bella dell'appartamento (dotato di antifurto volumetrico e perimetrale) era impreziosito da numerosi tappeti, con una maestosa lampada in stile liberty non distante da una finestra. Tv al plasma attaccato alla parete principale, una spada sul muro, una libreria su misura ma pochi libri sugli scaffali. Solo un volume sul cinema di Sergio Leone adagiato sul tavolino di fronte a poltrone e divano. […]

Estratto dell'articolo di Alessia Marani per “Il Messaggero” il 22 novembre 2022.

«Ho delle informazioni che potrebbero aiutarti a capire che fine ha fatto tuo fratello Domenico. Se ci vediamo ne parliamo». Così Giandavide De Pau, il presunto killer delle tre prostitute di Prati, due cinesi e una colombiana, nella notte tra il 18 e il 19 maggio di tre anni fa attirò nella sua casa della Balduina persino la figlia del boss Salvatore Nicitra, nonché sorella del piccolo Domenico, sparito nel nulla a soli 11 anni il 21 giugno del 1993 e mai più ritrovato. […]

Ma torniamo a quella notte di maggio del 2019, la stessa in cui a Roma una 21enne veniva violentata all'interno della discoteca Factory di Ponte Milvio. Alla Balduina De Pau, secondo quanto messo agli atti nel commissariato Monte Mario, terrorizzò e aggredì la figlia del boss e poi noncurante corse a consolarsi da una giovane prostituta colombiana, prima di essere arrestato dalla polizia. Insomma, l'approccio a più donne in un lasso di tempo strettissimo non era una dinamica insolita per il 51enne, con alle spalle un'accusa di violenza sessuale datata 2006.

Era sabato e in quell'occasione De Pau portò la donna a cena all'Assunta Madre, il ristorante dei vip. L'aveva agganciata facendo leva sulle sue conoscenze nel mondo della malavita, sul fatto che in virtù della vicinanza con Michele Senese, O' Pazz', di cui lui era stato il fidato autista, potesse davvero convincerla di saperla lunga anche sulla fine del fratello. 

Durante la cena, però, la persuase che per avere davvero idea di chi ci fosse dietro alla sparizione del piccolo Mimmo avrebbe avuto bisogno di mostrarle dei documenti inequivocabili. Che custodiva, appunto, nella sua abitazione di via Venanzio Fortunato. Ma i fatti presero una direzione completamente diversa da quello che lei potesse immaginare e l'epilogo della serata fu drammatico.

Tant' è che la figlia di Totò l'ingegnere, il re delle slot di Roma Nord, indagato in alcune delle più importanti operazioni di riciclaggio e narcotraffico già dai tempi della Banda della Magliana, si ritrovò per strada, nel cuore della notte, costretta a chiedere aiuto ai proprietari di un ristorante vicino dove si rifugiò in preda al terrore dopo essere scappata dall'appartamento di De Pau. Lui l'aveva chiusa dentro, dando le mandate alla porta, ma lei approfittando di un momento di distrazione, riuscì ad afferrare le chiavi, ad aprire il portone e fuggire via. De Pau uscì fuori come una furia ed ebbe una veloce colluttazione con altre persone in strada prima di dileguarsi. 

Era furioso e qualcuno chiamò il 112. Non ne seguì una denuncia per molestie o tentata violenza, ma De Pau fu fermato e arrestato dalla polizia per le lesioni. [...]

Estratto dell’articolo di Emiliano Bernardini per “il Messaggero” il 22 novembre 2022. «Si chiamava Lia, così mi ha detto. Il suo nome cinese non lo so. Era a via Augusto Riboty da almeno 10 anni. Era una veterana in quella casa. Metteva a proprio agio i clienti». Racconta così chi in quell'appartamento ci andava spesso e chi quella donna la conosceva bene. 

«A gennaio sarebbe tornata in Cina. Aveva comprato un biglietto per tornare dal figlio Liman. Aveva dovuto rinviare due volte il viaggio e ora stava per tornare a casa». Avrebbe finalmente un'identità una delle due cinesi uccise barbaramente dalla furia omicida di Giandavide De Pau giovedì mattina. Foto e nome sarebbero già in mano agli investigatori che stanno incrociando i dati per la conferma. 

[…] «Aveva conquistato anche la fiducia di chi gestiva quella casa. Era una tale Maria che concordava gli appuntamenti» raccontano ancora. Chiaro che Lia era il nome italianizzato che dava agli habitué di via Riboty. 

Lia presenza fissa da dieci anni. Lia la più desiderata ma anche quella deputata ad accogliere le altre ragazze che ruotavano in continuazione. Ogni due o tre mesi ce n'era una diversa. Maria, altro nome italianizzato, era la vera mamasan che controllava il traffico e spesso telefonava alle ragazze se il giro d'affari diminuiva. Insomma controllava che lo standard e le entrate fossero sempre alte. E in quella casa di persone ce ne sono passate parecchie. […]

Strage delle prostitute: l'ombra del secondo killer. L'uomo arrestato ha confessato solo due omicidi. Arma del delitto e orari: i punti oscuri dell'inchiesta. Stefano Vladovich il 21 Novembre 2022 su Il Giornale.

Un killer ancora in circolazione. È l'ipotesi più agghiacciante dopo il fermo di Giandavide De Pau, il 51enne autista del boss Senese, alla luce dei buchi nell'inchiesta sull'uccisione delle tre prostitute a Prati. L'uomo, che confessa di aver accoltellato le due donne asiatiche nella casa di appuntamenti in via Augusto Riboty 28, giura e spergiura che la colombiana, Martha Castano Torres, 65 anni, non la conosce. «In via Durazzo 38 non ci sono mai stato», afferma tra una crisi di pianto e i pochi momenti di lucidità. «Perché ammettere due omicidi e negarne un terzo?», ripete durante le 13 ore di interrogatorio. E se la questura assicura che «la situazione è sotto controllo», la paura in città è ancora tanta.

Cos'è che non torna? Innanzitutto, secondo De Pau il suo cellulare sarebbe caduto a terra, nella stanza da letto al primo piano di via Riboty. Allora perché, avendo il suo telefonino, per identificarlo dai frame delle telecamere la polizia chiede aiuto alla banca dati dei carabinieri? Al comando provinciale di Roma, De Pau lo conoscono bene: arrestato più volte in operazione di Ros e Dda, coinvolto in sparatorie, estorsioni e traffico di droga, autore di violenze sessuali. E sono sempre i carabinieri a consegnare alla squadra mobile un'auto sospetta, una Toyota Yaris con il volante sporco di sangue, trovata venerdì sera davanti a un B&B di via Milazzo. Da questa pensione trasformata in casa di appuntamenti a buon mercato spunta il supertestimone, una cubana incontrata dalla sorella di De Pau, Francesca, a Ottavia. La straniera afferma di aver passato con lui la notte di giovedì a «pippare» coca e crack.

Il killer le racconta anche di aver ucciso tre donne. «Sono viva per miracolo», dice. De Pau, però, ricorda di averla vista prima della mattanza. Per gli inquirenti la sua è una testimonianza chiave, tanto da metterla subito a verbale. Bisognerà attendere gli esami di laboratorio, però, per stabilire con certezza se il sangue nell'auto appartiene alle tre vittime o solamente alle due asiatiche. Come le tracce ematiche trovate sui vestiti di De Pau sequestrati in casa della madre al momento dell'arresto. Il 51enne ricorda di aver fermato l'emorragia a una delle cinesi. Perché farlo visto che aggredisce per uccidere? L'arma, poi, scomparsa nel nulla.

Tutto da dimostrare se lo stiletto, o comunque una lama lunga, appuntita e ben affilata, sia lo stesso utilizzato per togliere la vita alle tre prostitute. Altro elemento, questo, ancora da chiarire e che nemmeno l'autopsia potrebbe farlo con certezza. Il movente: stato psicotico causato dall'assunzione di droga o da gravi disturbi psichiatrici? O c'è dell'altro? Ovvero che De Pau gestiva anche il giro delle «squillo» della Roma bene, estorcendo denaro per conto terzi. Mancati pagamenti e conti da chiudere con la morte?

In passato De Pau era stato incaricato di uccidere due spacciatori per un debito di droga. È sempre lui a ordinare la punizione a colpi d'arma da fuoco per una partita di coca non pagata. Infine gli orari che non quadrano. Secondo una prima ricostruzione, il delitto di Martha, «Yessenia», sarebbe avvenuto dopo le 8,30 di giovedì. La donna, secondo la sorella Maria, doveva ricevere un cliente a quell'ora. Il duplice delitto, consumato a 800 metri di distanza, viene scoperto alle 10,40 e deve essere avvenuto dopo le 10, quando sul pianerottolo non c'era ancora nessun cadavere. C'è un buco di un'ora e mezza fra il primo e gli altri omicidi. Dove l'ha trascorso l'assassino? Possibile che nessuno abbia visto un uomo in pieno giorno imbrattato di sangue? Possibile che De Pau abbia programmato due incontri a luci rosse in uno spazio temporale così breve? L'uomo insiste: «Era la prima volta che andavo in via Riboty, avevo solo quell'appuntamento».

Elena Fausta Gadeschi per leggo.it il 24 novembre 2022.  

Nel giorno della convalida del fermo nel carcere di Regina Coeli per Giandavide De Pau, l'uomo accusato del triplice omicidio di tre donne nel quartiere Prati di Roma, spuntano non solo due video della mattanza ripresi con il telefonino, ma anche la chiamata che la sorella del presunto killer avrebbe fatto al 112.

Come raccontato durante la puntata di oggi di Storie Italiane, dopo avere commesso gli omicidi, De Pau telefona alla sorella che, preoccupata da quanto riferito dal fratello, chiama subito i carabinieri. 

Ecco la registrazione del 112, mandata in onda: «Pronto, buongiorno. Senta io sono la sorella di Giandavide De Pau... allora le spiego... mio fratello che è sparito ieri, sotto l'uso di sostanze, completamente fuori di testa, una persona che non sta bene quando fa uso di sostanze e l'ho sentito questa notte, è riuscito a trovare un telefono perché ha il telefono spenta da ormai un giorno e mezzo e farfugliava di donne uccise, di sangue, di coltelli e di cose varie. E io mi sono sentita di chiamarvi».

«E che le ha detto signora?» chiede il carabiniere. «Mi ha detto che c'era sangue 'Perché quella stava sul letto', perché poi c'erano i servizi segreti, perché poi lui diventa matto quando fa uso di sostanze. Dice c'era sangue 'Non so se sono stato io'... 'Non mi ricordo niente'». 

«Non c'è niente da dire è una storia talmente grande – commenta la sorella di De Pau, che in tutti i modi ha denunciato insieme alla madre i comportamenti dell'uomo –. Siamo distrutte io e mamma. Posso dire solo questo, anche perché vedete poi quello che si affronta, no?». E prosegue: «Io mi aspetto che qualcuno li curi. Era una persona normalissima, che nei momenti normali, era normale. E nei momenti di rabbia poteva essere... l'uso di sostanze, qualche problema psichiatrico».

La sorella però è intenzionata a non abbandonare l'uomo, come spiega ai microfoni di Storie Italiane: «È un essere umano, se lui vorrà vedermi, io gli porterò i vestiti, gli porterò le cose. Se lo mandano lontano non lo so, gli manderò i vestiti, perché è un essere umano, malato per giunta, è mio fratello. Io adesso ho questo compito, il dolore che provo io va messo da parte».

«C'è qualcuno che poteva aiutarvi in questa situazione?» chiede l'inviata. «Che puoi fare, le persone grandi fanno quello che vogliono. Che puoi fare? Viveva da solo lui». «Un appartamento così lussuoso... come faceva a pagarlo?» domanda la giornalista. «Quello è un appartamento del quale non voglio parlare, però non era il suo» conclude la sorella dell'uomo, che ha dei precedenti penali ed è affiliato al clan camorristico dei Senese. Un uomo che il gip ha definito «privo di freni inibitori».

Rinaldo Frignani per il "Corriere della Sera – ed. Roma" il 24 novembre 2022. 

Alle 9.58 del 17 novembre scorso Giandavide De Pau viene inquadrato per la prima volta da una telecamera del supermercato Pim e poi nel bar «Carletto», in via Riboty, a Prati. È il primo documento ufficiale che colloca il killer delle tre prostitute nella zona dove di lì a poco sarebbe scattata una gigantesca caccia all'uomo, conclusa ieri con la convalida dell'arresto da parte del gip Mara Mattioli a Regina Coeli del 51enne, ex autista del boss di camorra Michele Senese. La cronologia delle 48 ore di fuga di De Pau è impressionante. Ma ci sono ancora buchi temporali e punti da chiarire. 

Ore 10.01 De Pau entra nel palazzo al civico 28 di via Riboty dopo aver prenotato alle 9.29 per telefono un incontro sessuale con Li Yanrong e Yang Yun Xiu, 55 e 45 anni. Le ha già chiamate il 25 ottobre. 

Ore 10.23 e ore 10.39 Sono gli orari dei due video girati con il telefonino del killer, intestato alla sorella Francesca, nei quali si sentono le grida delle due donne mentre vengono uccise. 

Ore 10.41 De Pau esce dal palazzo e si allontana: non fa freddo, ma è più coperto di quando è entrato nell'edificio: cappuccio nero della felpa, sotto il giubbotto azzurro, scaldaorecchie, mascherina e occhiali da sole. Insomma, a volto coperto.

Ore 11.21 De Pau giunge in via Durazzo, parcheggia l'auto, una Toyota IQ color melanzana intestata alla madre, in via Gomenizza. Un minuto più tardi entra al civico 38 dove abita Martha Castano Torres. L'altra prostituta che ha già frequentato il 22 ottobre. 

Ore 11.39 Dopo aver ucciso la 65enne, il killer torna a prendere l'auto e, in retromarcia, scappa ancora. 18 novembre ore 2.30 Dopo aver trascorso buona parte della giornata e della serata di giovedì in giro per Roma, De Pau si presenta «in evidente stato di alterazione da droghe», nella discoteca «Jackie O'» di via Boncompagni, vicino a via Veneto.

Ore 3.30 Il killer, che indossa gli stessi vestiti della mattinata, con aloni sospetti sul giubbotto blu elettrico, forse macchie di sangue, avvicina la prostituta cubana Jessica R., che si trova con la sua amica Miriam, chiedendole ospitalità in casa sua, in un b&b in via Milazzo, presentandosi con un falso nome: Eudo Giovanoli. 

Ore 4.30 La sorella Francesca riceve la visita a casa sua a Ottavia di una «prostituta sudamericana», forse Miriam, con un biglietto dal fratello: le chiede soldi. Alle 11.48 la sorella avverte i carabinieri. 

Ore 5.50 De Pau prende un taxi e si allontana dal b&b con destinazione sconosciuta. 

Ore 12 De Pau abbandona la Toyota in via dell'Acqua Vergine, al Collatino, dopo aver avuto un incidente. Nell'auto c'è un coltello: non è chiaro se è l'arma dei delitti. Come dove fosse diretto il 51enne.

19 novembre ore 4 De Pau giunte in via Esperia Sperani, a casa della sorella alla borgata Ottavia. È stravolto, si mette a dormire su una poltrona.

Ore 6 La polizia entra nell'appartamento e lo arresta.

R.Fr. per il "Corriere della Sera" il 24 novembre 2022.  

L'episodio non è secondario. Anzi. Dimostra che Giandavide De Pau, nonostante fosse braccato dalle forze dell'ordine, non si è fatto problemi a recarsi, a notte fonda, alla storica discoteca «Jackie O'», in via Boncompagni, per trovare qualcuno che potesse aiutarlo nella latitanza appena cominciata. Chi? Una ragazza cubana di 25 anni, Jessica R., che secondo gli accertamenti della polizia, ripresi dal gip Mara Mattioli, si prostituisce nel locale.

Una escort che De Pau incrocia alle 3.30 della notte del 18 novembre, circa 15 ore dopo aver assassinato le tre donne a Prati e aver girovagato per Roma, forse cercando appoggi per fuggire altrove. 

Alle 2.30 entra in discoteca, vestito com' era al mattino, con il suo giubbotto blu elettrico, con aloni che potrebbero essere macchie di sangue, indicato qualche ora dopo dalla sorella Francesca ai carabinieri come uno dei suoi indumenti preferiti. Il 51enne è, secondo la testimonianza di Jessica, «in evidente stato di alterazione da droghe». Mentre la ragazza esce dal locale con la sua amica Miriam, lui la ferma, le dice di chiamarsi Eudo Giovanoli e le mostra una carta d'identità.

«Sono uno molto cattivo, ho ucciso tante persone...», le confessa. «Ho bisogno di un posto dove andare a dormire, non posso andare in albergo», aggiunge. Jessica accetta di portarlo a casa sua, una camera nel b&b di via Milazzo 3/B, alla stazione Termini, dove - racconta la giovane - rimane fino alle 5.50 quando prende un taxi per andare via. 

In quelle due ore circa di permanenza nel palazzo, De Pau propone alla 25enne un rapporto sessuale a pagamento, che lei rifiuta, quindi alle 4.30 chiede a Miriam, che era rimasta con loro nella stanza, di recarsi dalla sorella - in zona Tiburtina, e non alla borgata Ottavia, dove invece abita con la madre - per farsi dare la carta di credito.

Le due donne respingono Miriam, che arriva con un taxi e che lascia loro il numero di Jessica: Francesca la contatta subito dopo esortandola a mettere a sua volta De Pau su un taxi per farlo andare da lei. Il 51enne rifiuta, e anzi chiede ancora a Jessica di aiutarlo ad andare a prendere il passaporto. 

«Sto vendendo casa, voglio andare via», le avrebbe detto. Un'intenzione rimasta tale, perché alla fine, come sostiene la cubana, che la notte successiva chiamerà il 112 per segnalare un'auto sporca di sangue proprio sotto casa sua collegata agli omicidi, forse per depistare le indagini, De Pau si allontana da solo.

Il caso De Pau prova che il mercato nero delle notizie continua. Triplice omicidio a Roma, sui media telecronaca minuto per minuto dell’interrogatorio del sospettato. La questura smentisce che la fuga di notizie sia attribuibile alla polizia. Ma chi ha violato la direttiva sulla presunzione d’innocenza? Valentina Stella Il Dubbio il 21 novembre 2022.

La ricerca prima e la cattura poi del presunto assassino delle tre prostitute tra via Durazzo e via Augusto Riboty a Roma ha dato vita ad un profluvio di informazioni da parte di tutti i mass media. Il che è comprensibile, considerato che, a ridosso degli omicidi, la capitale si sentiva in pericolo con un serial killer in libertà.

Il problema è sorto quando un sospettato è stato condotto all’alba di sabato nella Questura di Roma e da quel momento sono uscite da quel palazzo continue indiscrezioni sul suo interrogatorio, che si stava svolgendo alla presenza del suo legale di fiducia, Alessandro De Federicis. Praticamente, quasi in diretta, come un telefono senza fili, si è detto sull’indagato Giandavide De Pau di tutto e di più: che aveva tamponato la ferita ad una delle due vittime cinesi, che aveva vagato per Roma, dove era andato nei giorni in cui lo stavano cercando, che avrebbe ammesso i delitti, che avrebbe confessato solo in parte e così via, saltando da una indiscrezione all’altra.

Sabato mattina poi abbiamo letto su tutti i giornali una dichiarazione del questore Mario Della Cioppa, che ha assicurato come «al momento la situazione è sotto stretto controllo e riteniamo di poter affermare che la collettività possa tornare ad essere più tranquilla, perché altri fatti collegati a questi tragici avvenimenti non ci saranno. Al momento opportuno, gli organi investigativi e la procura della Repubblica forniranno le informazioni doverose».

Prima considerazione: il questore sembra stia dando per certo che De Pau sia l’assassino. Ma una confessione, come poi leggerete dalle parole del suo avvocato, non c’è stata. E le indagini sono ancora in corso. Dunque una autorità pubblica ha indicato come colpevole qualcuno quando gli accertamenti sono ancora in corso? Seconda considerazione: avrebbe senso dare oggi “informazioni doverose” considerato che per tutta la mattina di sabato i rubinetti comunicativi non ufficiali della Questura sono rimasti aperti? Ricordiamo che è in vigore da un anno la norma di recepimento della direttiva europea sulla presunzione di innocenza.

Tuttavia questo caso di cronaca nera è l’esempio emblematico di come queste nuove disposizioni siano state disattese. In un caso di rilevanza pubblica come questo, sarebbe forse stata opportuna una conferenza stampa. E invece si è lasciato campo libero al “mercato nero della notizia”, come ribattezzato dalla firma del Corriere della Sera Luigi Ferrarella. A tale proposito, abbiamo chiesto informazioni proprio alla Questura: «Non è nostra la responsabilità», ci hanno detto dall’ufficio stampa. Ma indagherete sulla fuga di notizie? «Se la Procura lo riterrà opportuno, provvederà lei». Noi abbiamo chiesto direttamente al procuratore capo Francesco Lo Voi cosa pensasse di quanto accaduto e se indagherà. Al momento nessuna risposta.

Colui che certamente non ha fomentato l’infodemia su questo caso è proprio l’avvocato di De Pau, Alessandro De Federicis. Chi lo conosce sa bene che non è tra gli alimentatori del processo mediatico parallelo. Infatti quando lo chiamiamo per sottoporgli la questione ci dice sinteticamente: «A chi mi ha chiamato in questi giorni, tra i suoi colleghi, ho detto che non avrei riferito nulla se non che la posizione generica è di totale black out cerebrale di un soggetto fragile. Se ha commesso lui i delitti – questo lo stabiliranno eventualmente le indagini – saremmo in presenza di un gesto folle. E qui mi fermo».

Eppure di indiscrezioni ne sono uscite tantissime: «Durante l’interrogatorio durato sette ore è stato detto tutto e il contrario di tutto, perché l’uomo, che soffre di disturbi psichiatrici da tempo, non riusciva a dare coerenza al racconto. Se si fa uscire una notizia, questa poi rischia di essere smentita cinque minuti dopo». E invece sabato mancava solo che trapelasse la marca di slip del suo assistito dalla Questura: «Senza la dovuta pazienza di verificare le notizie, e invece in preda alla smania di dover scrivere e arrivare prima degli altri, la stampa ha preferito pubblicare qualsiasi cosa a qualunque costo, anche quello di sostenere l’insostenibile, ossia che il mio assistito appartiene alla criminalità organizzata. Non esiste da nessuna parte che lui faccia parte del clan Senese. De Pau stava solo all’ospedale psichiatrico giudiziario con Michele Senese ma non appartiene al clan. Poi, visto che Senese non aveva la patente, qualche volta si è fatto accompagnare da De Pau in giro per Roma. I processi per il clan Senese non hanno mai avuto come imputato il mio assistito».

Per De Federicis si tratta di «informazioni errate che hanno tentato di spostare il baricentro della brutta vicenda delle tre povere donne uccise su un profilo – falso – legato alla criminalità organizzata».

Fulvio Fiano e Rinaldo Frignani per corriere.it il 25 novembre 2022.

Svolti gli esami autoptici su Li Yanrong, Yang Yun Xiu e Martha Castano Torres. Le donne sono state colpite alla schiena, al torace, al collo e alla testa. Le due cinesi si sono difese fino all’ultimo 

Un quadro di «esagerata violenza». Decine di coltellate per uccidere le tre donne a Prati. In due aggredite nel corso di rapporti sessuali, un’altra mentre cercava disperatamente di soccorrere l’amica. È la scena dei delitti del 17 novembre scorso in via Augusto Riboty e via Durazzo, vicino piazzale Clodio, che emerge dalle autopsie che sono state effettuate venerdì mattina all’istituto di medicina legale del Policlinico Gemelli. 

I medici legali hanno evidenziato la violenza cieca che si è abbattuta quella mattina su Li Yanrong e Yang Yun Xiu, 55 e 45 anni, e poi su Martha Castano Torres, di 65, per mano, secondo l’accusa, di Giandavide De Pau, ex autista del boss di camorra Michele Senese, ora in carcere accusato di triplice omicidio volontario aggravato dalla crudeltà. Sulla vicenda tuttavia ci sono ancora molti punti oscuri. 

A cominciare dai complici che il 51enne di Torrevecchia potrebbe aver avuto nel corso della sua breve latitanza durata fino all’alba di sabato scorso, quando è stato catturato a casa della sorella e della madre in via Esperia Sperani, alla borgata Ottavia. 

Dagli accertamenti autoptici sarebbe emerso che le due cinesi si sono difese fino all’ultimo. Il killer ha sferrato contro di loro fendenti alla schiena, all’addome, al torace, alla testa e al collo. Una delle due è riuscita a uscire sul pianerottolo, per chiedere aiuto, ma è morta lì. Non si esclude che altrimenti l’assassino sarebbe fuggito indisturbato e l’allarme sarebbe scattato molte ore più tardi.

Rinaldo Frignani per il “Corriere della Sera – ed. Roma” il 25 novembre 2022.

Un piumino da neve blu elettrico, scarpe da ginnastica, jeans neri stretti e una fascia da neve per ripararsi dal freddo. Eccolo Giandavide De Pau nelle nitide immagini dei filmati di videosorveglianza entrare e uscire dall'appartamento di via Riboty prima e via Durazzo poi. Sarà proprio il suo abbigliamento a incastrarlo assieme ad altre prove. 

Così lo descrive vestito sua sorella Francesca, senza sapere che la polizia ha già in mano i fotogrammi che lo riprendono, così viene inquadrato, anche se per un solo dettaglio, ma decisivo, la suola bianca delle scarpe che indossa, da uno dei due video che lui stesso realizza con lo smartphone mentre sta avendo un rapporto con Yangrong Li e Xiuli Guo, che poi ucciderà. 

De Pau viene ripreso una prima volta alle 9.58 dalle telecamere del supermercato Pim di via Riboty mentre cammina a passo svelto ed entra nel bar da Carletto al civico 20. Poi alle 10.01 entra nel palazzo al 28 e ne esce 41 minuti dopo. Stavolta ha alzato il cappuccio sulla testa, ha indossato la mascherina, ha nascosto le mani presumibilmente sporche di sangue nelle tasche del giubbino e ha gli occhiali da sole e tiene lo sguardo basso. Il passo è ugualmente rapido ma sul giubbotto sono visibili, come annota il gip Mara Mattioli nell'ordinanza, « aloni di macchie».

In via Durazzo, dove il killer arriva dopo 40 minuti, sono invece le telecamere esterne del centro produzione della Rai a inquadrare la Toyota IQ color melanzana (con targa ben visibile) sulla quale viaggia il 51enne ex autista e factotum del boss Michele Senese.

Sono le 11.21, la vettura proviene da circonvallazione Clodia, risale via Durazzo e gira su via Gomenizza, all'angolo del palazzo dove viveva Martha Castano Torres. 

De Pau parcheggia nei posti auto a spina ai piedi di Monte Mario e viene nuovamente inquadrato, stavolta a piedi, attraversare a piedi l'incrocio di via Gomenizza in direzione via Durazzo. Ancora una volta è lo stesso abbigliamento ripreso dalle telecamere del Pim a dare la certezza che si tratti dello stesso soggetto inquadrato su via Riboty. 

Talmente riconoscibile da renderlo identificabile anche quando 15 minuti dopo, ripreso stavolta di spalle, esce dal civico 38 e si dirige verso il punto dove ha parcheggiato. La telecamera della Rai inquadra anche la Toyota color melanzana fare retromarcia per immettersi su via Gomenizza, direzione via Novenio Bucchi.

«Quanto sin qui rappresentato - scrive il gip - non pone dubbi in ordine al fatto che lo stesso soggetto ripreso dalle telecamere del supermercato Pim di via Riboty entrare nello stabile al civico n. 28, poco dopo si è recato in via Durazzo a bordo di una Toyota IQ color melanzana e, dopo aver parcheggiato, è entrato al civico di via Durazzo.

Gli esiti dell'ininterrotta attività investigativa svolta successivamente consentono di ritenere certa anche l'identificazione di De Pau Giandavide come il soggetto ripreso dalle telecamere entrare e uscire dai luoghi in cui sono stati perpetrati i barbari omicidi delle tre donne il 17 novembre 2022 negli orari in cui le stesse venivano uccise». La controprova arriva poi dai tabulati telefonici relativi alle utenze in uso alle vittime, dai quali risulta che alle 9.30, 9,31 e 10,02 il cellulare delle due cinesi viene contattato dal cellulare intestato a Francesca De Pau ma in uso al fratello Giandavide. E che lo stesso numero aveva contattato quello delle cinesi il 25 ottobre e quello della colombina il 22.

Rinaldo Frignani per il “Corriere della Sera” il 25 novembre 2022.

Uccise e dimenticate. Lasciate sole prima di morire, poi rimaste per anni senza giustizia. Spesso senza nessuno che ne abbia reclamato i corpi per piangerle o pregare per loro. Sono quasi un centinaio le prostitute assassinate negli ultimi 40 anni a Roma e dintorni. Forse ancora di più quelle nel decennio precedente. Vittime di protettori e clienti, sfruttatori e maniaci. 

Non pochi i delitti insoluti, ancora oggi cold case. Proprio per questo - nella Giornata nazionale contro la violenza sulle donne - la strage di Prati assume un significato ancora più profondo. E le indagini tuttora in corso riportano indietro nel tempo. Perché fra le analogie ancora da dimostrare con qualche delitto precedente c'è quella di vittime aggredite, uccise e infine spinte sotto il letto.

Un goffo tentativo di nascondere i cadaveri o, secondo alcuni psichiatri, l'intento del killer di allontanare da sé il pensiero di quanto appena fatto. Martha Castaño Torres, accoltellata in via Durazzo, era in parte sotto il letto, così come prima di lei Yang Yun Xiu, alias Xiuli Guo, in via Augusto Riboty. 

Agli atti dell'inchiesta ci sono foto inedite che mostrano Giandavide De Pau mentre lascia l'appartamento della ragazza cinese e della sua coinquilina. Si è coperto il viso, si è ripulito dal sangue. Il sospetto di chi indaga è che abbia seguito un rituale, per questo si valuta se contestargli la premeditazione. 

Era già successo anni fa in casi analoghi di omicidi di prostitute che ricevevano in casa. Nel febbraio 2010 in via Pietro Rovetti, a Torpignattara, fu trovato il cadavere di una cinese di circa 30 anni, strangolata e incastrata nel giaciglio. Scena simile nel novembre 2009 in via Squillace, vicino Capannelle, dove Laura Zambani, 55 anni, fu massacrata con un tubo di ferro.

La Squadra mobile si è concentrata sui due casi insoluti, con una vittima dall'identità non certa, per verificare se ci siano collegamenti con quelli di oggi. E non solo. Al vaglio ci sarebbe anche la tragica fine di una ragazza nigeriana, tuttora senza nome, uccisa con sette coltellate in una notte di ottobre di 10 anni fa su via Aurelia e gettata in una vicina discarica. Quel fascicolo potrebbe essere ora riaperto. 

Il profilo genetico di De Pau è stato già isolato e verrà confrontato con quelli inseriti nella banca dati nazionale. In queste ore vengono riesaminati i video girati dal 51enne in via Riboty. Si cerca di ricostruire ogni dettaglio, focalizzare i particolari, individuare un eventuale rituale. E si lavora alla ricostruzione delle ore successive al triplice omicidio, soprattutto alla partecipazione di possibili complici alla fuga dell'uomo. La storia recente dei delitti di ragazze di strada ed escort nella Capitale è d'altra parte costellata di misteri.

E di serial killer. Come quello finora sfuggito alla cattura dopo aver ucciso almeno quattro giovani della Nigeria e del Ghana, tra l'estate e il Natale del 2001: «È solo l'inizio», annunciò un misterioso interlocutore al centralino della Questura. Poi sparì lasciandosi dietro due vittime all'Ardeatino e al Laurentino, un'altra davanti al cimitero di Anzio e una ancora nelle campagne di Tuscania. L'anno successivo Maringa Popic, bosniaca di 22 anni, fu trovata uccisa dietro un benzinaio ai Colli Albani. 

Nessun colpevole, come per cinque dei sette omicidi contestati a Maurizio Giugliano, killer seriale morto in carcere nel 1994, detto «Il lupo dell'Agro romano». L'anno successivo un'altra vittima sconosciuta, sempre accoltellata, vicino alla discarica di Rocca Cencia, mentre nel 2011 l'Ardeatino è ancora teatro dell'orrore con i resti di una donna senza testa e senza gambe, violentata prima di essere uccisa, trasformata in una macabra valigia con un manico in filo di ferro. Mai identificata, come il «macellaio» - il soprannome dato al killer - che aveva fatto un lavoro meticoloso per renderla irriconoscibile.

F.Fia e R.Fr. per il “Corriere della Sera – ed. Roma” il 25 novembre 2022.

La Toyota IQ melanzana è ancora nel deposito giudiziario «Graziosi» in via Prenestina. Avrebbe qualche ammaccatura, conseguenza dell'incidente che l'ha coinvolta il 18 novembre scorso in via dell'Acqua Vergine, al Collatino, non molto lontano dal campo nomadi in via di Salone. Un sinistro che sarebbe stato rilevato dai vigili urbani dopo che la vettura, intestata alla madre di Giandavide De Pau, era stata abbandonata per strada, con le chiavi nel quadro. 

Ma soprattutto al volante non ci sarebbe stato il 51enne accusato dell'omicidio delle tre prostitute a Prati solo 24 prima. Un altro punto chiave nelle indagini della Squadra mobile che sta ricostruendo quanto De Pau ha fatto nel pomeriggio del 17 novembre e in tutta la giornata successiva, prima di presentarsi quasi all'alba di sabato a casa della madre e della sorella in via Esperia Sperani, alla borgata Ottavia, dove è stato catturato.

Sulla questione c'è il massimo riserbo: da stabilire chi c'era al volante della Toyota, che compare nei video attorno a piazzale Clodio, guidata da De Pau, all'ora dell'omicidio di Martha Castaño Torres in via Durazzo. Il giorno successivo però l'utilitaria è passata di mano ed è stata ritrovata dalla parte opposta della città. 

Non una cosa da poco: nell'abitacolo ci sarebbero state tracce di sangue e oltretutto, come del resto confermato nell'ordinanza cautelare firmata dal gip Mara Mattioli - dove non compare chi era al volante della IQ -, anche un coltello da cucina repertato dalla Scientifica. Forse quello dei delitti.

L'annotazione degli investigatori risale a martedì scorso, quattro giorni dopo l'incidente, ma non è chiaro se l'auto sia stata rintracciata prima nel deposito. Su questo aspetto gli interrogativi sono molti. A cominciare da chi guidasse la Toyota invece di De Pau, per quale motivo e dove la stesse portando, visto che in quei giorni era la vettura più ricercata d'Italia, rischiando quindi l'accusa di concorso in triplice omicidio. 

De Pau ha incaricato qualcuno di farla sparire per cancellare le tracce del suo passaggio a Prati? Lo ha anche pagato? Oppure di tutta la questione si è occupato qualcun'altro di sua conoscenza che ha voluto aiutarlo? Anche perché nella notte di giovedì il 51enne, come raccontato dalla sua amica cubana Jessica R., si sarebbe spostato in taxi. La parola è ora sempre alla Scientifica che ha esaminato la vettura alla ricerca di impronte digitali diverse da quelle di De Pau.

Estratto dell'articolo di Giuseppe Scarpa per “la Repubblica - Edizione Roma” il 25 novembre 2022.

In procura avevano già individuato il profilo criminale di Giandavide De Pau. Il 51enne assassino delle tre escort a Prati. I tratti aggressivi della personalità, il temperamento rabbioso, l'utilizzo spregiudicato della droga. Il 20 maggio 2019 i pm avevano per questo sollecitato e ottenuto l'arresto. Infine incassato anche una condanna. La storia ruota intorno al pestaggio di un barista, il 19 maggio dello stesso anno. 

Il pm di turno chiede la convalida dell'arresto, questa la motivazione del magistrato: «si può evincere dalla condotta di De Pau un'indole violenta, incline al delitto, soprattutto con violenza alla persona. L'uomo è stato trovato in possesso di sostanze stupefacenti e appariva in uno stato tale da desumerne fondatamente il contestuale uso». E ancora: «De Pau risulta gravato da numerosi precedenti. Da questi elementi si evince il concreto pericolo di reiterazioni di fatti analoghi. Perciò il carcere si appalesa come l'unica misura idonea a garantire le esigenze evidenziate» .

Infine: «Da non sottovalutare, in considerazione della personalità descritta, che il De Pau possa portare a termine i propositi manifestati sotto forma di minaccia» . Ovvero ammazzare il barman. De Pau finisce a Regina Coeli. Poi patteggia la pena, un anno di reclusione. Di più non si può fare. Poi è di nuovo libero. Libero di uccidere tre donne. 

Ecco cosa è accaduto il 19 maggio del 2019. […] Quartiere Balduina. Dopo essere stato respinto dalla donna scende le scale del palazzo dove vive e si fionda nel locale. Entra, si avvicina al bancone. Al "no" del barista scatta la reazione. È il secondo rifiuto in pochi minuti. Per lui è troppo. In un attimo De Pau è sopra l'uomo, inizia a sferrare pugni. Chi assiste alla scena è sbalordito. Ma è solo un attimo, perché i presenti intervengono per sottrarre la vittima dalle mani di De Pau. A questo punto, come emerge dalle carte dell'inchiesta, l'uomo grida: «Pago dieci euro a un amico mio per darti fuoco al locale. Mo vado a prendere la pistola torno e t' ammazzo. Io ti ammazzo, io ti ammazzo».

Nel frattempo, a spintonate, viene buttato fuori dal locale da più persone. De Pau, però, continua a ringhiare. Imbestialito urla di tutto. Qualcuno chiama la polizia. Ma De Pau non si placa. Di fronte alla "guardie" diventa ancora più aggressivo. 

Sono loro il suo bersaglio. Li minaccia. «Ho agganci nel mondo della mala (era l'autista di Michele Senese, boss della camorra) e anche all'interno della polizia», dice agli agenti del commissariato di Monte Mario. I poliziotti tentano di arrestarlo. De Pau si ribella. Cerca di colpire con calci e pugni gli uomini in divisa. È troppo. L'uomo è in manette. La serata folle del 19 maggio non è ancora finita. Le forze dell'ordine entrano a casa sua. […]

Fulvio Fiano e Rinaldo Frignani per il “Corriere della Sera” il 26 novembre 2022.

Su Li Yanrong si è accanito di più. Forse perché la 55enne maitresse di via Augusto Riboty gli era saltata addosso, afferrandolo, per salvare la sua amica Yang Yun Xiu, già sul pavimento coperta di sangue. Ed è proprio a Li Yanrong che Giandavide De Pau avrebbe sferrato una trentina di coltellate. 

La vittima si è difesa ma alla fine si è dovuta arrendere: si è trascinata sul pianerottolo del primo piano, dove è stata finita con un'ultima coltellata a un fianco. All'altra donna il killer di Prati ha riservato una dozzina di fendenti, alla schiena, al collo e alla nuca, così come un'altra decina ancora a Martha Castano Torres poco dopo in via Durazzo. Alla 65enne colombiana anche un colpo, forse quello fatale, al torace. 

Un quadro di «esagerata violenza», come hanno sottolineato gli inquirenti commentando i primi risultati delle autopsie al Gemelli. Alcuni fendenti hanno colpito anche il volto delle vittime. Nel corso degli esami sono state prelevate sostanze da comparare con il Dna di De Pau, frammenti di pelle e altri reperti.

Il numero di coltellate è provvisorio: nella foga di colpire le tre donne, l'assassino le avrebbe ferite più volte negli stessi punti tanto da allargare i tagli e rendere complicato capire di che lama si tratti. Peraltro l'arma dei delitti non è stata ancora ritrovata, si teme che De Pau l'abbia buttata chissà dove nelle 43 ore di latitanza prima di essere catturato a casa della sorella alla borgata Ottavia, all'alba di una settimana fa. 

Meno di 12 ore prima, alle 20 passate di venerdì scorso, l'auto che aveva usato per raggiungere Prati la mattina del 17 novembre è stata rinvenuta in via dell'Acqua Vergine, non lontano dal Policlinico di Tor Vergata: l'uomo al volante, non De Pau secondo alcuni riscontri investigativi, aveva perso il controllo della Toyota IQ, intestata alla madre del 51enne, e si era ribaltato. Dove stava correndo? Si sa solo che il conducente ha rifiutato le cure e si è allontanato.

L'auto è stata trasferita nel deposito «Graziosi» in via Prenestina. Nella sua prima deposizione in Questura De Pau ha detto di aver chiesto aiuto a più persone in strada dopo essere sfuggito all'aggressione di un uomo armato che ha ucciso le due donne di via Riboty e di aver infine trovato un passaggio per Tor Vergata. Anche queste parole, per quanto in gran parte già confutate dai dati investigativi, vengono esaminate per cogliervi possibili schegge di verità proprio a partire dalla possibile presenza in auto di un'altra persona. Nel 2006 De Pau era stato prosciolto da una accusa di violenza sessuale, su una ragazza brasiliana ai Parioli per infermità mentale e smistato per due anni alla struttura psichiatrica di Montelupo Fiorentino.

All'epoca fu colpito da ordinanza di custodia cautelare in carcere eseguita dai carabinieri. La giovane fu minacciata con due pistole e un coltello, picchiata a sangue e si salvò solo perché si lanciò dal balcone. De Pau si rese irreperibile con la moglie di allora, che abbandonò il posto di lavoro senza farvi ritorno. La dinamica di quell'aggressione assomiglia per certi versi a quelle alle prostitute uccise a Prati. Il gip Guglielmo Muntoni definì De Pau persona di «particolare violenza e con capacità criminale», con «uso disinvolto di armi per commettere reati». Inoltre «può contare sull'appoggio di familiari».

Luca Monaco e Andrea Ossino per “la Repubblica – ed. Roma” il 26 novembre 2022.

Giandavide De Pau poteva essere fermato. Già da tempo il killer di Prati aveva mostrato la sua indole violenta. Lo sanno bene i carabinieri, che nel 2006 lo hanno arrestato per aver sequestrato e stuprato una prostituta brasiliana.  Una violenza tremendamente simile a quelle accadute la scorsa settimana, quando il 51enne ha ucciso tre donne a pochi metri dal tribunale di Roma. 

Il lavoro dei pm e delle forze dell'ordine però si è scontrato con le norme, i cavilli e le perizie mediche che non hanno arginato la furia omicida. Non è la prima volta. 

Nel 2019 i giudici gli hanno permesso di patteggiare a un anno di reclusione una condanna per aver massacrato un barista dopo aver aggredito la figlia del boss Salvatore Nicitra. Questo nonostante gli incontri del 2013 con Massimo Carminati, la devozione al capomafia Michele Senese, i precedenti per violazione di domicilio, ricettazione, lesioni personali, violenza privata, minacce e resistenza a pubblico ufficiale. Inutili anche le accuse mosse nel 2020, quando è stato arrestato per aver gravitato intorno a una banda di narcos che si dilettava facendo estorsioni a mano armata, gambizzando le vittime e ripulendo il denaro. Il tutto con metodi mafiosi.

Il soggiorno nell'ospedale psichiatrico di Montelupo Fiorentino, dove De Pau è stato ricoverato nel 2008 e nel 2011, è servito solo a permettere all'indagato di evitare il carcere. E anche le visite al dipartimento di salute mentale della Asl Roma 1 non hanno sortito l'effetto sperato. Nonostante la diagnosi di "disturbo di personalità borderline e disturbo di personalità antisociale correlati ad abuso di alcol e cocaina", dallo scorso aprile De Pau era un uomo libero. 

Libero di sfogare quella violenza già emersa in passato e adesso certificata dal resoconto dell'autopsia effettuato sui corpi delle vittime. Un esame che parla di una decina di coltellate inferte alla colombiana Martha Lucia Torres Castano, di una ventina di ferite riscontrate sul corpo di Xiuli Guo, uccisa durante un rapporto sessuale, e di un " numero spropositato" di fendenti inferti contro Li Yanrong, la più grande delle due ragazze orientali, intervenuta per difendere l'amica. Circa cinquanta coltellate raccontano "un'esagerata violenza".

Una storia che riporta alla mente i fatti del 2006, quando venne prosciolto per un vizio di mente e finì in una struttura sanitaria. Le carte dei carabinieri, che lo avevano arrestato, parlano di una prostituta brasiliana che correva nuda e insanguinata per strada, ai Parioli, dopo che De Pau, fingendosi per un idraulico, era entrato in casa sua armato di coltello e due pistole, violentandola e costringendola a improvvisare una fuga lanciandosi dal balcone.

«Sussiste il concreto pericolo di reiterazione del reati», aveva spiegato il giudice Guglielmo Muntoni sottolineando « la particolare violenza e capacità criminale dell'indagato». Il magistrato decise per il carcere. Dopo fu concessa una misura alternativa, come sempre.

Estratto dell'articolo di Camilla Mozzetti per “il Messaggero” il 27 novembre 2022.

All'inizio fu la droga, poi arrivarono le armi e le violenze, su donne che per paura decisero di non sporgere denuncia, come un'italiana sequestrata, picchiata e rapinata. Con l'entrata e l'uscita dai manicomi giudiziari fino all'epilogo del 17 novembre scorso con tre donne massacrate a coltellate nel quartiere Prati. 

È una lunga scia criminale quella di Giandavide De Pau, 51 anni, accusato oggi di triplice omicidio aggravato dalla crudeltà e dai futili motivi. […] A settembre 1996 l'uomo finì di scontare i primi arresti domiciliari, aveva appena 25 anni. Ma lo ricordava anche la madre di De Pau una settimana fa, a poche ore dal fermo in quel di Ottavia: «I guai per lui sono arrivati con la droga a vent' anni per colpa di una donna».

Una vicenda che, invece, sottolinea una sorta di instabilità mentale, risale all'anno seguente. È il novembre 2014 quando durante un controllo De Pau, che era a bordo di una Citroen, viene fermato in via di Torrevecchia. 

Nell'auto viene trovata una pistola, calibro 7.65 di fabbricazione ex jugoslava con matricola abrasa ma oltre a questo è ferito alla mano sinistra. In ospedale dirà di essere stato vittima di una rapina ad opera di ignoti ma si accerterà successivamente, a seguito della perquisizione nell'appartamento della Balduina, che l'uomo si era sparato da solo, probabilmente mentre stava caricando, pulendo o sistemando l'arma, considerate le numerose tracce ematiche trovate in casa.

Nel 2019, prima che De Pau pestasse sull'uscio di un locale un barista che non voleva servirlo dopo l'orario di chiusura e che è stato prima minacciato e poi colpito selvaggiamente fino al distacco della cornea, l'uomo sequestrò una donna italiana che fu picchiata e rapinata. La vittima, italiana, quando si trovò a dover formalizzare la denuncia dopo la richiesta di soccorso al 112 decise di ritrattare. 

E poi appunto ecco il maggio del 2019 e il pestaggio del barista, e le molestie alla figlia del boss Salvatore Nicitra, fino a che nell'operazione Alba Tulipano [...] De Pau verrà annoverato «tra i più fidati collaboratori di Senese e, di riflesso, tra i più influenti sodali del cartello criminale» [...]. 

Flavia Amabile per "La Stampa" il 30 novembre 2022.

Il centro massaggi dà sulla strada. La porta è chiusa, per entrare bisogna suonare un campanello appeso su un lato. Siamo in via Francesco Caracciolo nel quartiere Prati. Via Riboty è a una decina di minuti a piedi. L'eco dei suoi omicidi si è spenta in fretta, l'industria del sesso a pagamento ha ripreso a macinare appuntamenti, i siti di annunci esplodono di inserzioni di nuovi arrivi di donne orientali, cinesi in particolare.

Spingo sul pulsante, un suono lontano si diffonde nel locale. Alle mie spalle la cupola di San Pietro si staglia enorme sul fondo della via. La porta resta chiusa ma qualcuno aprirà di sicuro. Ho chiamato il pomeriggio precedente per chiedere un massaggio. Ha risposto una voce femminile in un italiano misto a cinese. Non ha nascosto lo stupore di ricevere la telefonata di una donna, mi ha dato l'appuntamento più innocuo che aveva, alle 9,30 di mattina, a inizio giornata quando nel centro non ci sono altri clienti.

Dopo alcuni minuti, finalmente la porta si apre. Una signora mi fa entrare. Il suo volto non è quello dell'inserzione pubblicata sui vari siti di annunci di escort e sesso dove ho trovato il numero di telefono a cui mi sono rivolta. Né lo è il suo fisico. Lei avrà almeno una ventina di anni in più delle donne esibite per acchiappare clienti. In genere a questo punto gli uomini iniziano a lamentarsi, per loro la corrispondenza tra foto e persona incontrata è il primo dei requisiti richiesti. Gli altri sono il prezzo, il tipo di prestazioni offerte, il luogo. Ognuno di questi requisiti viene sintetizzato da una sigla e inserito in una scheda di valutazione che viene pubblicata sui siti, come in un Trip Advisor del sesso a pagamento.

Io le sorrido e la seguo in questo scantinato senza finestre. La donna racconta di chiamarsi Nadia, ha appena terminato di passare lo straccio e di pulire il bagno, il pavimento è ancora umido. Passiamo davanti a tre stanze-sgabuzzino. Entriamo nell'ultima, luci rosse, specchio, una doccia, un lavandino, un letto con un lenzuolo di carta, un attaccapanni per i vestiti. Sollevo lo sguardo, la parte superiore della parete che dà sul corridoio è aperta. Se accadesse qualcosa di strano nella nostra stanza, si saprebbe subito.

La prima domanda tradisce il nervosismo di Nadia. «Puoi pagare in anticipo?». «Meglio alla fine», rispondo. Nadia si rassegna ed esce un istante. Dopo qualche secondo le note di una band cinese si diffondono nell'aria, io ne approfitto per scattare delle foto e attendo. Quando Nadia ritorna, mi fa spogliare e stendere. Parte dalla schiena, si mette a cavalcioni, si strofina, prova a capire che cosa voglio da lei. Non sto cercando sesso. Non le dico che farei volentieri a meno anche del massaggio.

Sono qui, in un centro a luci rosse, per ascoltare una delle circa 1500 donne cinesi che si prostituiscono a Roma secondo le cifre riportate in uno studio realizzato da Francesco Carchedi, sociologo della Sapienza. Sono le più lontane, le più irraggiungibili. Non lavorano in strada, soltanto al chiuso. Nessuno le incontra per caso, nemmeno le volontarie che ogni notte perlustrano le consolari per provare a convincere nigeriane e romene a liberarsi dalla tratta. Per capire chi sono e come vivono le donne cinesi che si prostituiscono, c'è un solo modo: bussare alla loro porta e sottoporsi a un massaggio.

Lascio che continui a tormentarmi le spalle e inizio a farla parlare. All'inizio Nadia risponde a monosillabi, non è abituata alle domande, teme problemi. Insisto. Le chiedo dei figli, di Roma, del Colosseo, che ne pensa dell'Italia. Dopo una decina di minuti finalmente lei rallenta il massaggio, si siede sul letto e inizia a raccontare. Le frasi più semplici a voce, le altre digitando in cinese sul telefonino e mostrandomi la risposta di Google Translator.

È arrivata in Italia una decina di anni fa, prima ha vissuto in provincia di Teramo poi si è trasferita a Roma. Non le capita di parlare molto, si scusa, non conosce bene l'italiano. Provo a chiederle che ne pensa di Roma, la grande capitale, il mito di tanti cinesi, i monumenti. Lei fa un gesto con la mano per dire che non le importa nulla, né della capitale, né dei monumenti.

Cambio argomento. Parliamo di uomini, Nadia. Lei si illumina. «Gli italiani? A loro interessa solo il sesso. E poi i soldi. Gli italiani sono deboli. Con loro se sei furba puoi ottenere quello che vuoi», aggiunge facendo l'occhiolino. «E tu ci riesci? Gli italiani sono convinti che le donne orientali siano obbedienti, miti, arrendevoli», chiedo.

«Gli italiani non sanno nulla di noi», risponde lei. Provo a farle dire qualcos'altro, vorrei sapere dei suoi incontri, ma lei elude con sapienza tutte le domande sul sesso. Tace sul racket, le mistress, l'organizzazione che l'ha portata in Italia e le ha permesso di aprire un'attività. Nega di avere clienti anche se gli annunci che portano al suo numero di telefono e al suo centro sono molto espliciti. «Gli uomini italiani sono identici ai cinesi», dice soltanto. Inizia a massaggiarmi un piede e si perde a pensare a quello che un tempo è stato il marito. «Era bello, ero innamorata, ci siamo sposati, abbiamo avuto due figlie. Poi, però, ha smesso di lavorare. All'improvviso non voleva fare più nulla, ero io a mantenere la famiglia. Ma io non ho studiato, mi arrangiavo con lavori da poco, vendevo cibo al mercato. Guadagnavo mille yuan, bastavano solo per mangiare».

Un giorno lui ha anche provato a picchiarla. «Ho risposto lanciandogli addosso il primo oggetto che mi è capitato tra le mani e picchiandolo anche io. Era più basso di me, si è fermato. Da quel momento non ci ha più provato», racconta Nadia. Né lei gli ha dato modo di alzare di nuovo le mani. Le figlie crescevano, c'era sempre più bisogno di soldi. A una donna come lei la Cina della grande avanzata degli Anni Duemila non poteva offrire nulla.

Allora, è partita per l'Italia. «Finalmente ho iniziato a guadagnare abbastanza e a mandare soldi alle mie figlie per farle studiare», spiega. Quando parla delle figlie il suo tono cambia: «Non le vedo da cinque anni. Tornare costerebbe troppo. Ieri era il compleanno di una di loro, abbiamo festeggiato in video». Davanti a uno schermo finiscono tutte le sue giornate.

 Dopo ore con i clienti torna a casa e accende la televisione o si collega con la Cina. Non c'è altro nella sua vita. Non è mai stata al Colosseo e nemmeno a vedere San Pietro che con la sua cupola fa ombra al palazzo. Non ha nessuno accanto né vuole qualcuno. «Un fidanzato? Sarebbe un terzo figlio da mantenere, ne ho abbastanza. Non mi importa l'amore, voglio solo far terminare gli studi alle mie figlie. Quando finalmente ci riuscirò potrò tornare in Cina». Quanto manca Nadia? «Non molto, per fortuna», risponde lei. Con un grande sorriso.

Camilla Palladino per roma.corriere.it il 21 novembre 2022.

«In quel palazzo ha perso la vita anche un avvocato, un cliente stroncato da un malore. È successo tre o quattro anni fa, credo che stesse con la sorella di Martha in quel momento». Il racconto è di Giampiero Iannarelli, 42 anni, che lavora al supermercato Decò all’incrocio tra via Durazzo e viale Angelico. Conosceva Martha Castaño Torres, in arte Yessenia, la escort di 65 anni trovata morta giovedì nel seminterrato di via Durazzo 38 in cui viveva e riceveva i clienti. A fare il macabro ritrovamento intorno all’ora di pranzo era stata proprio sua sorella, una trans che si presenta con il nome di Francesca Neri di Caracas. 

«Erano anni che abitavano qui in zona, quindi conoscevamo bene entrambe», continua Iannarelli, che poi descrive le due sorelle come «persone molto tranquille, alla mano, simpatiche. Avevamo un rapporto anche di confidenza - spiega -, quando venivano a fare la spesa mi raccontavano perché facevano questo lavoro, i pro e i contro della prostituzione».

Normali chiacchiere tra residenti e commercianti, con qualche aneddoto piccante qua e là: «Riceveva clienti di ogni genere, dal giovane all’anziano, senza alcun tipo di limitazione o di standard. Ci hanno raccontato anche di aver accolto diversi personaggi noti, come alcuni politici. Persone importanti di cui non posso fare i nomi». 

Mai un riferimento a paure o aggressioni, verbali o fisiche, da parte dei clienti. «Non mi ha mai raccontato di essere intimorita, anzi: affrontava il discorso con molta serenità. Mi ha spiegato più volte - sottolinea Iannarelli - che la sua era una scelta consapevole, così come lo è quella della sorella». Martha non era malvista neanche dal resto del quartiere. «Non erano due di passaggio, erano persone di zona quindi ormai tutti le conoscevano», ribadisce il commerciante. Ma soprattutto non avevano nemici: «Non ho mai sentito Martha litigare con nessuno, né ho mai assistito a insulti o sbeffeggiamenti da parte dei residenti. Ormai faceva parte della comunità in tutto e per tutto. Era una persona come le altre». 

Anche per questo, e a maggior ragione, il triplice omicidio avvenuto nella stessa giornata, tra due strade di Prati a neanche un chilometro di distanza (via Durazzo e via Augusto Riboty, dove sono state uccise due prostitute di origini cinesi), ha sconvolto l’intero quartiere: «La gente ora ha scoperto che non abita in una zona così tranquilla come pensava, quindi c’è un po’ di fermento».

R. Fr. per il “Corriere della Sera” il 22 novembre 2022.

Con le indagini ancora in corso è già scoppiata la «guerra dei clienti» delle prostitute del quartiere Prati, dopo le rivelazioni sulle frequentazioni trasversali delle case di appuntamento a due passi dalla cittadella giudiziaria di piazzale Clodio.

A rompere il silenzio di facciata, ricco di mormorii e allusioni nei chiacchiericci di questi giorni, è il presidente dell'Ordine degli avvocati di Roma, Antonino Galletti, che rovescia su magistrati, giornalisti, commercianti e operai le accuse mai esplicitate contro la categoria che rappresenta: «In merito ai tragici fatti di Roma, gli omicidi che hanno macchiato di sangue la Capitale, occorre una riflessione - scrive in una nota -. Leggere su importanti quotidiani della presunta "pausa pranzo degli avvocati" fa davvero cadere le braccia».

E aggiunge: «Perché noi, per custodire e garantire al meglio i diritti e le libertà dei nostri assistiti, spesso non abbiamo neppure il tempo per dedicarci al pranzo». 

Poi l'accusa contro le altre categorie: «Immaginiamo ci siano stati probabilmente giornalisti, magistrati, commercianti e operai fra i clienti delle povere vittime e chi più ne ha più ne metta. Individuare una intera categoria di professionisti come la clientela-tipo della prostituzione è una generalizzazione tanto becera da risultare ridicola e rispetto alla quale proporrò al Consiglio, alla prossima adunanza, di interessare l'autorità inquirente».

Il quartiere dei tribunali di Roma (poco distante c'è anche quello civile e quello militare, oltre alla Corte dei conti e alla Cassazione), secondo gli ultimi report di polizia, è tra quelli a maggior densità di luoghi di prostituzione anche per la vicinanza di tanti uffici che nel caos dei giorni feriali mettono al riparo da occhi indiscreti. Davanti al portone di via Riboty un anonimo ha lasciato ieri due rose. Tanti sapevano, nessuno ha denunciato.

Omicidio di Roma, la protesta degli avvocati: «Le nostre “pause pranzo”? Becere generalizzazioni». La nota del presidente del Coa di Roma Antonino Galletti: «Noi legali abbiamo neanche il tempo di mangiare. Individuare una intera categoria di professionisti come la clientela-tipo della prostituzione è una generalizzazione talmente becera da risultare ridicola». Il Dubbio il 22 novembre 2022.

L’Ordine degli avvocati di Roma non ci sta. E dopo il triplice omicidio di Roma, protesta contro quell’accusa circolata sulla stampa per cui sarebbe consuetudine dei legali recarsi nelle case appuntamento di Prati durante la “pausa pranzo”, come clientela-tipo delle escort.

«In merito ai tragici fatti di Roma, gli omicidi che hanno macchiato di sangue la Capitale, occorre una riflessione – scrive il presidente Antonio Galletti in una nota -. Leggere su importanti quotidiani dei quali omettiamo il nome, per carità di patria e per evitare di fare loro pubblicità, reportage in cui si parla di escort e si racconta della presunta ‘pausa pranzo degli avvocati’ fa davvero cadere le braccia». Anche «perché noi – prosegue la nota – per custodire e garantire al meglio i diritti e le libertà dei nostri assistiti, spesso non abbiamo neppure il tempo per dedicarci al pranzo»

«Immaginiamo ci siano stati probabilmente giornalisti, magistrati, commercianti ed operai fra i clienti delle povere vittime e chi più ne ha più ne metta – scrive ancora Galletti -. Individuare una intera categoria di professionisti come la clientela-tipo della prostituzione è una generalizzazione talmente becera da risultare ridicola e rispetto alla quale, comunque, proporrò al Consiglio, alla prossima adunanza, di interessare l’autorità inquirente. Per adesso ci limitiamo a suggerire maggiore attenzione per il futuro».

L’Ordine richiama quindi la stampa a una maggiore attenzione, ma anche a «una maggiore preparazione per quanto riguarda la geografia della città eterna: Via Durazzo e Via Riboty sono nel Quartiere della Vittoria e non in Prati».

·        Il caso di Desirée Mariottini.

Da tg24.sky.it il 21 novembre 2022.

La Corte d'Appello di Roma ha confermato le condanne ai quattro imputati per l'omicidio di Desirée Mariottini, la 16enne uccisa il 19 ottobre del 2018 in uno stabile abbandonato nel quartiere romano di San Lorenzo. 

Si tratta di Mamadou Gara, Yousef Salia, Brian Minthe e Alinno Chima. In primo grado, i giudici avevano condannato i primi due all'ergastolo, Chima a 27 anni e Minthe a 24 e mezzo. Il pg aveva chiesto alla Corte la conferma delle condanne. Le condanne, dopo quattro ore di camera di consiglio, è stata confermata.

(ANSA il 21 novembre 2022) - "Speravo nella conferma delle condanne. Sono quattro mostri e devono stare dietro le sbarre. Questa sentenza mi dà un solo po' di pace dopo tanto dolore, ma il dolore ci sarà sempre e nessuno mi ridarà mai mia figlia". Lo afferma Barbara, la madre di Desiree Mariottini, dopo la sentenza dei giudici di appello che hanno confermato le pene nei confronti dei quattro imputati. 

Omicidio Desirée, due ergastoli al branco che la stuprò a morte. I giudici della Corte d’Assise di Appello di Roma hanno confermato le condanne nei confronti dei 4 imputati per la morte di Desirée Mariottini. Anche due ergastoli. Valentina Dardari su Il Giornale il 21 Novembre 2022.

I giudici della Corte d’Assise di Appello di Roma hanno confermato le condanne nei confronti dei quattro imputati per la morte di Desirée Mariottini, la 16enne originaria di Cisterna di Latina, morta il 19 ottobre del 2018 a causa di un mix di droghe, dopo che era stata violentata in un immobile abbandonato di via dei Lucani nel quartiere San Lorenzo a Roma. I giudici della corte di Assise di Appello di Roma hanno confermato le condanne di primo grado a due ergastoli per Mamadou Gara e Yousef Salia e a 27 e 24 anni e mezzo per Brian Minthe e Alinno Chima.

Le accuse

I quattro imputati sono accusati, a vario titolo, di omicidio, violenza sessuale e spaccio. In aula erano presenti i parenti di Desirée che hanno atteso la sentenza abbracciati fra loro. "Speravo nella conferma delle condanne. Sono quattro mostri e devono stare dietro le sbarre. Questa sentenza mi dà un solo po’ di pace dopo tanto dolore, ma il dolore ci sarà sempre e nessuno mi ridarà mai mia figlia", ha affermato Barbara, la madre di Desirée Mariottini, subito dopo la lettura della sentenza e prima di lasciare piazzale Clodio.

I giudici, al termine di una camera consiglio durata circa quattro ore, hanno ribadito il carcere a vita per Alinno Chima e Mamadou Gara, i 27 anni di reclusione per Yussef Salia e i 24 anni per Brian Minth. Regge dunque anche in secondo grado l'impianto accusatorio della Procura capitolina che ai quattro contesta, a vario titolo, i reati di omicidio, violenza sessuale e spaccio.

Vittima anche di abusi sessuali

Secondo quanto accertato, la 16enne morì a causa di un mix letale di droghe. La ragazzina, vittima anche di abusi sessuali, fu trovata senza vita all’interno di un edificio abbandonato nel quartiere San Lorenzo. In quell'edificio, abitato da pusher e tossicodipendenti, Desirée Mariottini era entrata per comprare droga. Sarebbe stata accompagnata da Antonella Fauntleroy, una ragazza che aveva conosciuto pochi giorni prima e dalla quale avrebbe acquistato più volte la droga. Una fine tragica in cui fu determinante, secondo l'accusa, il ruolo svolto dai quattro imputati. Alinno Chima, il ghanese Yussef Salia e i senegalesi Brian Minthe e Mamadou Gara erano finiti a processo perché in quel luogo abbandonato la ragazzina originaria di Cisterna di Latina era morta a causa di una insufficienza respiratoria.

Frase choc degli africani "È meglio Desirée morta che noi dietro le sbarre"

La ricostruzione di quanto avvenuto

Nella requisitoria, il Procuratore Generale aveva ricostruito quanto avvenuto a pochi passi dall'università romana La Sapienza. In pratica, gli imputati non fecero nulla per cercare di salvare la vita alla ragazza originaria di Cisterna di Latina. Ha detto il rappresentate dell'accusa in aula: "Lo stato di semi incoscienza in cui versava le impedì anche di rivestirsi. Desirée respirava appena e nonostante fosse incosciente, gli imputati rimasero indifferenti. Dicevano che si stava riposando pur sapendo che aveva assunto sostanze e si mostrarono minacciosi verso chi tra i presenti voleva chiamare i soccorsi fino a pronunciare la terribile frase: 'Meglio lei morta che noi in galera’".

Una volontà definita 'cattiva' legata al desiderio di mantenere il loro commercio di droga: nessuno doveva sapere cosa succedeva in quella casa, anche se una telefonata al 112 "sarebbe bastata a salvarla". Come scrive il tribunale: "Non si trattò solo della cinica e malevola volontà di non salvare la giovane dall'intossicazione di cui loro stessi erano stati autori e di impedire le indagini delle violenze da lei subite, ma in forma più estesa, di conservare la propria 'casa’ e le proprie fonti di 'reddito’, oltre ad un tranquillo e sostanzialmente indisturbato luogo di consumo degli stupefacenti, che rendeva eccezionale e noto quel rifugio". Dopo la lettura della sentenza di oggi la madre della ragazza è stata abbracciata dalla nonna di Desirée che ha seguito l'intero processo.

Calderoli: "No sconti di pena"

Roberto Calderoli, senatore della Lega e ministro per gli Affari regionali, ha così commentato la sentenza: "Bene le pesanti condanne inflitte agli assassini della povera 16enne Desirée Mariottini, tra l'altro con due ergastoli, ma ora questa sentenza sia davvero rispettata: non un giorno di sconto di pena per questi assassini, che scontino in carcere fino all'ultimo giorno". Il ministro ha poi sottolineato che "queste condanne non restituiranno la povera Desirée ai suoi cari, ma potrebbero servire da deterrente per chi pensa di poter togliere la vita altrui e poi cavarsela tra sconti e riti premiali con pochi anni di pena".

Adelaide Pierucci per “il Messaggero” il 18 giugno 2020. «Nonna, non torno. Vado a dormire da un'amica». Si scopre ora che l'ultima telefonata di Desirée Mariottini effettuata la sera prima della scomparsa, era partita dall'Infernetto e dal telefono di un ventenne agli arresti domiciliari per droga proprio all'Infernetto. Un testimone che, se ascoltato, nel processo a carico dei quattro giovani africani accusati dell'omicidio di Desirée, potrebbe aggiungere tasselli sulle ultime ore di vita della sedicenne di Cisterna di Latina, ritrovata morta a 36 ore da quell'ultima chiamata in uno stabile abbandonato di San Lorenzo. La II Corte di Assise scioglierà la riserva sull'opportunità o meno di ascoltare il giovane solo all'esito della istruttoria dibattimentale, ossia nelle battute finali del processo. Nell'udienza di ieri, dedicata alle investigazioni della IV sezione della Squadra Mobile, accusa e difese si sono contrapposte sulla necessità di sentire il nuovo testimone, mai interrogato prima. «L'audizione non intaccherebbe il quadro granitico sugli odierni indagati - ha spiegato il procuratore aggiunto Maria Monteleone - È cruciale conoscere invece le ore vissute dalla ragazza prima del suo arrivo a San Lorenzo - ha ribattuto per le difese l'avvocato Giuseppina Tenga - Anzi, ritengo che l'accertamento andasse fatto nell'immediatezza». La telefonata era stata effettuata la sera del 17 ottobre. La mattina del 19, non avendo ricevuto analoga chiamata la sera prima, i familiari di Desirée avevano sporto denuncia per la sua scomparsa. Ma era tardi. La ragazza era stata appena trovata morta nello stabile di San Lorenzo. L'autopsia rivelerà che era morta per un cocktail di stupefacenti e medicinali assunti a partire da ventiquattro ore prima e anche abusata. Il processo, incardinato a gennaio e sempre svolto a porte chiuse, vede imputati per omicidio volontario, violenza sessuale aggravata e cessione di stupefacenti a minori, quattro cittadini ghanesi e nigeriani, Yussef Salia, Alinno Chima, Mamadou Gara e Brian Minteh. Gli imputati si sono finora difesi sostenendo di non aver provocato loro la morte della giovane. «Abbiamo consumato insieme alcuni stupefacenti, senza assolutamente l'intenzione di uccidere». Secondo la madre e la zia di Desirée, ascoltate nelle scorse udienze, la ragazza non avrebbe fatto uso di stupefacenti. Per gli investigatori ascoltati ieri invece la minorenne si sarebbe recata a San Lorenzo alla ricerca di stupefacenti, perché probabilmente in crisi di astinenza.

Rinaldo Frignani per roma.corriere.it il 16 aprile 2020. Spacciava droga insieme con alcuni complici sulla piazza di Cisterna di Latina. Gianluca Zuncheddu, il padre di Desirée Mariottini, la sedicenne violentata e uccisa la notte del 19 novembre 2018 in un palazzo abbandonato a San Lorenzo, è stato arrestato dai carabinieri nel corso di un’operazione antidroga nella quale sono state eseguite otto ordinanze di custodia, tre delle quali a persone già detenute. Secondo i militari dell’Arma della compagnia di Latina e Aprilia proprio due anni fa, da febbraio ad agosto, Zuncheddu ha gestito la consegna di cocaina, hashish e marijuana a casa dei clienti insieme con una coppia di pusher ed era il referente del gruppo nella cittadina dove risiedeva anche la figlia. Fra gli otto arrestati di giovedì mattina ci sono anche i due presunti responsabili dell’agguato a colpi di pistola contro la vettura di un maresciallo dei carabinieri in servizio proprio presso la stazione dell’Arma di Cisterna che stava indagando sul gruppo di spacciatori. All’epoca dei fatti, la notte del 19 maggio di due anni fa, l’auto del sottufficiale venne presa di mira in via Carlo Alberto dalla Chiesa proprio davanti al suo alloggio. Quattro colpi di pistola, poi gli attentatori fuggirono su una vettura che venne ritrovata bruciata fuori da Cisterna. Fin dall’inizio le indagini si concentrarono su quanto i carabinieri stavano facendo per contrastare le bande di spacciatori nella zona. Dall’indagine sul commercio al dettaglio degli stupefacenti sono anche emersi episodi di intimidazioni ed estorsioni.

Alessandra Ziniti per “la Repubblica” il 17 aprile 2020. Che padre è uno che ha vissuto il dramma di una figlia stuprata e uccisa a soli 16 anni con un mix di droghe da un gruppo di pusher africani ma dirige una piazza di spaccio nella sua città? Non sappiamo se Gianluca Zuncheddu, 39 anni, sul braccio per sempre il tatuaggio del volto di sua figlia, abbia continuato nella sua attività dopo quel 19 ottobre 2018 che ha sconvolto anche la sua vita, ma il suo arresto, avvenuto ieri mattina a Cisterna di Latina in un blitz antidroga dei carabinieri (per fatti avvenuti tra febbraio e agosto di quello stesso anno), suona come l' ultimo oltraggio alla memoria di Desirée Mariottini, massacrata nella notte tra il 18 e il 19 ottobre di due anni fa nello squallore di quel palazzone abbandonato di via dei Lucani a San Lorenzo a Roma, allora come ora terra di nessuno se non delle bande di spacciatori che per poche decine di euro vendono sballo, sesso di gruppo e morte. C' era finita per caso quella sera a San Lorenzo Desirée, portata a Roma da un' amica più grande, il suo primo buco, sembra, dopo almeno un anno di canne e sniffate. L' hanno ritrovata all' alba avvolta in un piumone in uno stanzone deserto abbandonata agonizzante da quei quattro pusher africani, poi arrestati, che l' hanno lasciata morire lì da sola nel tentativo di salvarsi. «Io l' ho visto in aula quel padre, un padre distrutto. Non ci può essere punizione peggiore per uno che spaccia droga che vedersi morire la figlia uccisa da pusher - dice il procuratore aggiunto di Roma Maria Monteleone - . E però voglio dire con grande crudezza che di Desirée in giro ce ne sono tantissime e sempre più giovani. Ragazzine anche di 12-13 anni che subiscono il dramma di genitori inadeguati, di mancanza di rapporti affettivi familiari e di una rete di sostegno sociale e finiscono in giri di droga e di prostituzione minorile. Me le vedo passare davanti ogni giorno e non è solo un problema di livello sociale, anzi». Non era l' amore dei genitori che mancava a Desirée. Barbara Mariottini, la giovanissima mamma-sorella che l' aveva avuta a soli 19 anni e le ha dato il suo cognome, ha fatto di tutto per salvarla scontrandosi con il muro di gomma della società che non vede, non sente, non agisce: scuola, servizi sociali, giudici minori. «Eppure siamo state felici», ripete scorrendo quegli infiniti album di foto di lei e della sua Desy. Ma anche per Gianluca Zuncheddu, quella figlia nata da un rapporto tra ragazzi e finito poco dopo, era «tutta la sua vita». Per lei aveva voluto esequie indimenticabili, palloncini bianchi e lilla e fuochi d' artificio davanti ai palazzoni del quartiere di San Valentino, le magliette bianche con su stampate il volto di padre e figlia indossate da decine di giovani del quartiere, teste rasate e braccia e colli tatuati come lui, i cartelli da stadio con su scritto "giustizia per Desirée" e, a tutto volume, la canzone di Jovanotti "E per te". Da quel 19 ottobre del 2018, come per Barbara Mariottini, anche per Gianluca Zuncheddu la morte di Desy è diventata un' ossessione: sul suo profilo facebook, un giorno dietro l' altro, fino a Pasquetta, foto, cuori e dichiarazioni di amore per quella figlia che lui, che spacciava droga ad altri ragazzi come Desy, non è riuscito a salvare. «Ci ho provato, ma non ho potuto fare niente », ha ammesso piangendo al processo in corso a porte chiuse in corte d' assise a Roma. Erano in tanti a Cisterna di Latina, nei giorni immediatamente successivi alla terribile fine di Desirée, a pensare che Zuncheddu, che conosceva bene quei giri di droga, sarebbe andato a prendere con le sue mani gli assassini-stupratori di sua figlia. Era già andato a riprenderla una volta, qualche settimana prima, quando Desirée non era tornata a casa e la madre, disperata, aveva finito per rivolgersi a lui. Gianluca l' aveva trovata, l' aveva riportata a casa ma si era beccato pure una denuncia da parte della figlia per aver violato quel decreto del giudice che gli impediva di avvicinarsi a madre e figlia. Ma forse era già troppo tardi per salvarla. Desy, 16 anni, un viso pulito, un sorriso timido e il suo male dentro come tantissime altre ragazze della sua età, il complesso per quel lieve difetto a un piede che la faceva sentire diversa dalle altre. Una fragilità acuita forse da una famiglia che si è accorta troppo tardi che quel disagio era diventato per lei un macigno. «Mi hanno accusato di non essermi occupata di lei e questo mi ha fatto un gran male - è lo sfogo della mamma - Desy era dolce, timida, sensibile. Per ovviare al malessere dell' adolescenza aggravato da un suo disagio fisico era seguita da una psicologa privata. Poi sono cominciate le canne e ho attivato i servizi sociali, il Sert. Ma la verità è che ti rivolgi a tutti ma ti ritrovi senza strumenti». Un dramma davanti al quale il procuratore aggiunto Monteleone ammette: «Siamo colpevoli tutti, i genitori distratti, la scuola è quella che è, i servizi sociali inadeguati, gli stessi tribunali minorili. La verità è che non abbiamo una rete sociale capace di affrontare questa situazione».

«Io l’avrei salvata». Al processo per l’omicidio Desirée parla il padre. Pubblicato martedì, 28 gennaio 2020 su Corriere.it da Ilaria Sacchettoni. A trentasei anni Gianluca Zuncheddu ha già conosciuto un lutto inesprimibile: la perdita di una figlia. Neppure il vocabolario ti aiuta: manca la parola che descriva la condizione di un genitore privato di un figlio. È il suo giorno nell’aula bunker di Rebibbia dove si celebra il processo per la morte di Desirée Mariottini, la sedicenne stuprata e uccisa da un mix di sostanze stupefacenti in via dei Lucani il 18 ottobre 2018. E lui, ascoltato in coda a una lunga serie di testimoni (fra i quali i medici legali che si occuparono della vicenda), risponde, spiega, racconta. Poi, durante il controesame si fa più riluttante, meno concreto, più esitante: «Io l’avrei salvata se avessi potuto intervenire» dice l’uomo di strada che è in lui, già coinvolto in un’inchiesta per spaccio di stupefacenti. Zuncheddu parla, ad esempio, della volta in cui la riportò a casa, dopo che lei si era resa introvabile, e lei glielo fece pesare, denunciando di aver violato il divieto di avvicinamento disposto dal giudice dopo la separazione dalla moglie, Barbara Mariottini. Un’età complicata quella di Desirée. Resa più aspra da un’handicap al piede che pareva condizionarla rendendola più insicura e ancora più infelice. Un dato, quello dell’introversione della ragazza, che le difese tenteranno di utilizzare a proprio vantaggio. Come se la narrazione di una ragazza complessa potesse distrarre dalla brutalità dei fatti ricostruiti dall’aggiunto Maria Monteleone e dal sostituto Stefano Pizza. Quando la notizia della morte di Desirée è arrivata il padre era agli arresti domiciliari ma oggi in aula allude ad approfondimenti svolti in prima persona: «Sono stato a San Lorenzo — dice — e ho saputo lo squallido retroscena sulla morte di mia figlia». Desirée, dice di aver ricostruito suo padre, sarebbe stata venduta agli spacciatori da una delle ragazze del giro di via dei Lucani. Circostanze che non sarebbero emerse in sede di indagine affiorano ora durante il dibattimento, possibile? Zuncheddu risponde con le lacrime ad alcune domande. È provato ma appare sincero, autentico nel suo dolore. Quanto ad Alinno Chima, detto «Cisco», uno degli imputati al processo, la Cassazione ha confermato le motivazioni per convalidare la custodia in carcere nei suoi confronti. Le ragioni? «L’assenza di qualunque integrazione dell’indagato sul piano socio-economico in particolare per quanto concerne la disponibilità di lecite fonti di guadagno, la spiccata capacità a delinquere tratta dalla diuturna attività di spaccio e dalla estrema gravità del fatto» scrivono i giudici riferendosi, di fatto, al pericolo di fuga che potrebbe verificarsi se «Cisco» fosse scarcerato. Commenta il difensore, l’avvocato Giuseppina Tenga: «Il Riesame ci aveva dato ragione, ora la Cassazione respinge le nostre richieste. Vedremo cosa stabiliranno i giudici al processo dove ci pare si stia facendo chiarezza».

La mamma di Desirée  in aula. «Lei soffriva, io ho chiesto aiuto». Pubblicato mercoledì, 22 gennaio 2020 su Corriere.it da Ilaria Sacchettoni. «Noi due siamo state felici».Nuova udienza sul caso della 16enne morta di overdose dopo essere stata drogata e violentata. Desirée che indossa abiti goffi. Desirée che si sforza di nascondere la propria femminilità. Desirée che, giorno dopo giorno, si chiude nel profondo di sé stessa. Insomma Desirée Mariottini nelle parole di chi l’ha conosciuta e amata, la mamma, le zie, i nonni. Entra nel vivo il processo (celebrato a porte chiuse) per l’omicidio della sedicenne trovata morta in un container del quartiere san Lorenzo il 19 ottobre 2018 con in corpo un mix di sostanze stupefacenti. La prima testimonianza è quasi una prova di sopravvivenza: Barbara Mariottini, la mamma, deve superare le pressioni della difesa che vuole disegnare uno scenario di abbandono attorno alla vittima, drogata, stuprata e lasciata morire. Ma Barbara, devastata eppure composta, risponde, racconta, spiega. La vacanza con la figlia a Terracina («Noi due felici»). Il disagio di Desirée per l’handicap al piede («Si chiudeva in sé stessa») fino al rapporto conflittuale con il proprio corpo. Poi la consapevolezza che la figlia stava sperimentando cocaina e hashish e le denunce, quattro nel giro di un anno alle forze dell’ordine e ai servizi sociali («Ho chiesto aiuto a tutti quelli a cui era possibile farlo»). E ancora: gli episodi controversi. Quella volta che lei, la mamma si risolse a chiedere aiuto al padre(dal quale era separata e che aveva un divieto di avvicinamento del giudice) perché Desirée era introvabile: «Me la riportò ma lei lo denunciò perché aveva violato il divieto di avvicinamento». L’altro caso, poco prima della morte, con l’arresto di Desirée per possesso di sostanze stupefacenti che in realtà, emerge, sarebbero state di due ragazze maggiorenni con le quali la ragazza era uscita quel giorno. Su tutto, lo strazio per la via imboccata dalla figlia. La narrazione di due solitudini, quella di una madre che fatica a comunicare con la figlia e l’altra di una figlia avvitata nella sua stessa introversione. Diverse le interpretazioni offerte in aula. C’è chi come Claudia Sorrenti che assiste le parti civili si dice «convinta che l’udienza ha permesso di approfondire la storia di questa giovane donna ma non ha ancora spiegato i drammatici fatti di quella notte». E si dice fiduciosa che «i consulenti e la polizia scientifica con le loro testimonianze facciano chiarezza». E c’è invece chi, come gli avvocati delle difese sottolinea la difficoltà a gestire la ragazza. Gli imputati Yusif Salia, Mamadou Gara, Brian Minteh e Chima Alinno sono accusati di concorso in omicidio volontario e violenza sessuale di gruppo, e della cessione di sostanze narcotiche e psicotiche, reati aggravati dall’età della ragazza e dalla condizione di impossibilità di difendersi in cui era stata ridotta, dai futili e abietti motivi. Dice Giuseppina Tenga che assiste il nigeriano Alinno: «Più si va avanti nel dibattimento e più emerge il dramma umano della famiglia della vittima». Il 27 gennaio saranno ascoltati il padre e il nonno ma anche gli agenti della squadra mobile che hanno svolto le indagini del pm Stefano Pizza e della coordinatrice del pool dei reati sessuali Maria Monteleone.

"Desirèe fu stuprata da vergine": ora medico smentisce i pusher. Al processo per la morte della 16enne, il medico avrebbe confermato la possibilità che la ragazza fosse ancora vergine al momento dello stupro. Il padre: "Ho cercato di salvarla". Francesca Bernasconi, martedì 28/01/2020, su Il Giornale. "Desirèe Mariottini era vergine quando è stata violentata". Lo aveva ipotizzato il medico legale dopo aver effettuato l'autopsia sul corpo della 16enne trovata morta in uno stabile abbandonato a San Lorenzo, il 18 ottobre del 2018. E ora, secondo quanto riporta il Messaggero, l'ipotesi sarebbe stata riconfermata ieri, a Rebibbia, davanti ai giudici della III Corte d'Assise, nel processo per la morte della ragazza. La 16enne non sarebbe stata pronta a tutto pur di procurarsi la droga e non si sarebbe prostituita e il medico legale che ha svolto l'autopsia, sentito ieri insieme all'anatomopatologo, ha confermato che le lesioni sul corpo di Desirèe sono compatibili con una violenza sessuale e avrebbe anche riferito la possibilità che la ragazza fosse ancora vergine al momento dello stupro, date le "lesioni all'imene". Al processo ha parlato anche il papà di Desirèe, Gianluca Zuncheddu, che tra le lacrime ha detto: "Ho cercato di salvarla ma non ho potuto fare niente". L'uomo ha riferito ai giudici di aver notato un cambiamento in sua figlia e di aver trovato una carta stagnola bruciata, ma non avrebbe potuto fare nulla, dato il divieto di avvicinamento verso la madre della 16enne, sua ex compagna. Sul banco degli imputati ci sono quattro cittadini africani: si tratta di Alinno Chima, Mamadou Gara, Yussef Salia e Brian Minthe, tutti accusati di omicidio volontario, violenza sessuale aggravata e cessione di droga a minori. Intanto. la Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per Alinno Chima, detto Sisco, dichiarando inammissibile il ricorso dell'imputato contro l'ordinanza del Riesame che stabiliva la necessità della custodia cautelare in carcere. I giudici hanno riferito che "il rinvenimento delle tracce biologiche di 'Sisco'" su uno dei flaconi di metadone "costituisca conferma" della disponibilità di tali flaconi. Inoltre, la Corte ha ritenuto valido il rischio "del pericolo di fuga e di reiterazione nella commissione di reati". Al processo sono stati sentiti anche i familiari di Desirèe, tra cui la mamma Barbara, le zie e la nonna, che hanno ricostruito i giorni precedenti alla morte della 16enne. Commosse, le 4 donne hanno ricordato il carattere timido e riservato della ragazzina: "Evitava anche di spogliarsi davanti a noi - avrebbe detto la zia, secondo il racconto del Messaggero - Non era drogata, no. Io ho undici anni più di Desirée. Eravamo come sorelle. Da piccole ci scambiavamo i giocattoli, da grandi i vestiti. La portavo a vedere le mostre di Monet. Non aveva mai avuto un fidanzato, mai intimità. Me lo avrebbe detto, mi confidava tutto". "Non era una tossicodipendente- avrebbe detto ai giudici la madre- esageravo nei racconti perché speravo che così attivassero più ricerche e soprattutto che potesse intervenire un giudice che la costringesse ad andare in una comunità per minori problematici".

Adelaide Pierucci e Raffaella Troili per “il Messaggero” il 28 gennaio 2020. Non conosceva l'amore, impacciata e fragile aveva protetto quella parte di sé. Non aveva mai avuto un fidanzato, come tanti adolescenti inseguiva sogni e fuggiva, risucchiata da debolezze più grandi di lei. Quando è inciampata nell'orrore. E ha perso la verginità e la vita. L'aveva detto la nonna, «era poco più di una bambina», come pure i familiari, convinti. Ora la conferma: «Desirée Mariottini era vergine quando è stata violentata», hanno riferito ieri in aula gli esperti chiamati a eseguire l'autopsia sul corpo della 16enne trovata morta in uno stabile abbandonato e occupato in via dei Lucani a San Lorenzo il 18 ottobre 2018. Desirée non era pronta a tutto, in quel covo dove si spacciava droga non era andata per trovare roba a tutti i costi, anche vendendo il suo corpo. Era piuttosto una sprovveduta, che si è fidata di persone sbagliate e tutto questo rende ancor più doloroso ripercorrere gli ultimi momenti di vita della giovane di Cisterna, un'adolescente problematica, tanto che la madre le aveva provate tutte perché fosse ricoverata in una comunità. Inafferrabile, come sono i ragazzi, che davvero poco a volte conosciamo davvero, per quante maschere indossano, spavaldi quanto imberbi. Quanta più cura possibile non rende immuni da sconfitte crudeli. Le trecce colorate e l'apparecchio ai denti, le stravaganze, vanificate dallo sguardo dolce e inquieto, nonostante quel filo di rossetto. Ugo di Tondo, docente di Anatomia patologica e Dino Tancredi, medico legale, entrambi della Sapienza, hanno riferito davanti alla Corte d'Assise chiamata a giudicare quattro giovani africani, di un «rapporto sessuale violento» e «lesioni all'imene» tali da evidenziare che la giovane abbia perso la verginità contro la sua volontà, stordita, offesa, lasciata morire in un vecchia stamberga covo di sbandati, nel quartiere San Lorenzo. Durante il processo si è via via delineata una verità atroce, che rende un poco giustizia alla giovane, drogata e stuprata, una violenza di gruppo a cui il suo cuore non ha retto e si è arreso come lei, per overdose. «Quando è stata trovata era morta da quattro, cinque ore, aveva escoriazioni alle braccia». Forse ha lottato, fin quando è crollata stordita. Il papà, Gianluca Zuncheddu, ascoltato ieri ha raccontato così la sua Desirée: «Era una ragazza debole, se avessi potuto riprendermela l'avrei tirata fuori, l'avrei salvata». L'uomo una settimana prima era andato a casa dell'ex moglie, «volevo portarla via, poi ho visto che aveva del vino nella borsa e le ho dato due schiaffi e sono stato arrestato, giacché c'era nei miei confronti un divieto di avvicinamento per stalking». Dopo la morte della figlia è andato a San Lorenzo: «A cercare la verità, ho svolto mie personali indagini. E scoperto che Desirée era stata tradita, venduta da due amiche, due ragazze di colore. Mia figlia le aveva cercate perché una di loro si era presa il suo tablet». Desirée era esile e timida e soffriva di una lieve zoppìa, hanno testimoniato in precedenza la mamma, la zia e la nonna materna. «Evitava anche di spogliarsi davanti a noi - ha detto la zia - Non era drogata, no. Io ho undici anni più di Desirée. Eravamo come sorelle. Da piccole ci scambiavamo i giocattoli, da grandi i vestiti. La portavo a vedere le mostre di Monet. Non aveva mai avuto un fidanzato, mai intimità. Me lo avrebbe detto, mi confidava tutto. Era stata bullizzata a scuola. La prendevano in giro per il suo problema al piede, una compagna in particolare». Ma prima della scomparsa aveva salutato la mamma dicendo: «Domani andiamo a fare l'iscrizione a scuola». Voleva lasciare l'Agrario per l'Artistico. Non è più tornata a casa. «Seguivo passo passo Desirée ma a volte lei non era gestibile», ha ricordato in lacrime, la mamma Barbara, nell'aula bunker di Rebibbia di fronte alla Corte di Assise chiamata a giudicare per la morte della figlia, Yussef Salia, Alinno Chima, Mamadou Gara e Brian Minthe, ghanesi e nigeriani, tutti accusati di omicidio volontario, violenza sessuale aggravata e cessione di stupefacenti a minori. «Ho presentato quattro denunce di scomparsa - ha spiegato - ogni volta che tardava avvertivo la polizia, appena tornava le ritiravo. L'ultima volta è stata via due giorni. Non l'abbiamo più riabbracciata». «Ma non era una tossicodipendente esageravo nei racconti perché speravo che così attivassero più ricerche e soprattutto che potesse intervenire un giudice che la costringesse ad andare in una comunità per minori problematici. Una volta le ho trovato nello zainetto un piccolo involucro vuoto. Sono andata al Sert e ai Servizi sociali. Chiedevo sempre aiuto. Mi dissero che c'erano tracce di cocaina». Battaglie perse, fughe, bugie. Desirée era solo un'adolescente drogata di libertà, un angelo fragile. Precipitata in un giro sbagliato, da cui forse era attratta come accade a quell'età e attirata in una trappola. Drogata e stuprata, in una bettola senza traccia d'amore.

·        Il caso di Paolo Stasi.

Da corriere.it il 10 dicembre 2022.

Paolo Stasi, il 19enne ucciso lo scorso 9 novembre sulla soglia della sua abitazione a Francavilla Fontana, potrebbe essere stato attirato con l’inganno sull’uscio di casa. Era sicuro di trovarvi una persona conosciuta e di cui si fidava, invece di fronte a lui c’era il killer che gli ha sparato due colpi di pistola di piccolo calibro, di cui uno mortale. Sull’ipotesi stanno indagando gli inquirenti della Procura di Brindisi, che nei giorni scorsi hanno sottoposto uno dei due indagati sospettati di essere implicati nell’omicidio a test antropometrici.  

Gli esperti hanno comparato, secondo una tecnica molto diffusa di informatica forense, le misure del corpo del sospettato con le figure registrate nelle immagini delle telecamere di videosorveglianza diffuse attorno a via Occhibianchi, la strada dove si trova l’abitazione della famiglia Stasi. 

L’obiettivo è verificare la possibile sovrapposizione tra corpo e immagine a conferma o meno dell’identità dell’indagato. L’esito è nelle mani di Procura e carabinieri. Le telecamere stradali hanno rimandato agli inquirenti molte immagini del 9 novembre scorso riferite al transito di persone e mezzi vari nelle vicinanze di via Occhibianchi, ma nessuna era posizionata in modo tale da riprendere il momento in cui la pistola s’è rivolta contro Paolo Stasi.

La mamma della vittima, in ogni caso, conosceva il maggiore dei due indagati per omicidio volontario aggravato da futili motivi e da premeditazione, perché frequentava la casa della famiglia Stasi. Anzi, dopo la morte avvenuta due anni fa per un incidente stradale del migliore amico di Paolo, era forse l’unico a frequentarlo.  

Nunzia D’Errico, la madre della vittima, l’ha però bollato come «feccia umana» in un post scritto sotto la fotografia sulla pagina Facebook ancor prima che i due venissero iscritti nel registro degli indagati. Ieri ricorreva il trigesimo della morte di Paolo e, alla stessa ora nella quale ha perso la vita, la famiglia ha fatto celebrare una messa di suffragio nella chiesa dell’Immacolata.

 Omicidio Stasi, la mamma all'indagato su Facebook: «Ehi, feccia umana». Eliseo ZANZARELLI su Il Quotidiano di Puglia Giovedì 8 Dicembre 2022

Al vaglio il commento lasciato, una decina di giorni fa, da uno stretto congiunto di Paolo Stasi, il ragazzo di 19 anni ammazzato con due colpi di pistola la sera del 9 novembre a Francavilla Fontana davanti all'ingresso della sua casa di via Occhibianchi. Il commento lasciato

Omicidio Paolo Stasi, ci sono due indagati: uno è minorenne. L'ipotesi di uno sgarbo dietro l'esecuzione del 19enne. Paolo Stasi aveva 19 anni. Lucia Portolano su La Repubblica il 3 Dicembre 2022

La svolta a poco meno di un mese dal delitto avvenuto a Francavilla Fontana (Brindisi). Sembra confermata l'ipotesi che il 19enne conoscesse i suoi assassini. Le indagini dei carabinieri coordinate dalla procura di Brindisi e da quelli dei minorenni di Lecce

Potrebbe essere arrivata la svolta nell'indagine dell'omicidio di Paolo Stasi, il 19enne ammazzato il 9 novembre scorso a Francavilla Fontana. Ci sarebbero due persone indagate: un maggiorenne e un minorenne, entrambi di Francavilla Fontana. Rispondono in concorso di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi.

Paolo sarebbe stato ammazzato per uno sgarbo. E qualcuno avrebbe così pensato di regolare i conti. Una reazione esagerata rispetto a quello che avrebbe fatto il 19enne. Le indagini dei carabinieri vanno avanti da tre settimane, coordinate dal pm della Procura di Brindisi Giuseppe De Nozza, e dal pubblico ministero della Procura dei minori di Lecce Paola Guglielmi. Non si hanno dubbi che si sia trattato di una vera e propria esecuzione. Paolo conosceva chi lo ha ucciso.

L'arma utilizza, una pistola di piccolo calibro, forse a tamburo, fa pensare che non si tratta di criminalità organizzata, ma di gente comunque pericolosa. Il 19enne è stato raggiunto da due colpi: il primo frontale al petto, e un secondo che lo ha ferito di striscio alla spalla. In base agli accertamenti autoptici sembrerebbe che il primo colpo esploso sia stato proprio quello mortale, e successivamente  quello alla spalla, mentre il ragazzo tentava di fuggire salendo qualche scalino della sua abitazione in via Occhibianchi. L'omicidio è avvenuto sull'uscio della sua casa. Paolo era sceso in ciabatte, e sarebbe stato colpito dopo aver aperto la porta.

Ancora non è chiaro se qualcuno abbia citofonato. Sua madre riposava e il padre guardava la tv e non ricorda di aver sentito suonare. Il padre lo ha poi trovato in fin di vita sulle scale di casa. Per il 19enne non c'è stato nulla da fare, è morto pochi minuti dopo. Chi gli ha sparato è riuscito a fuggire lungo via Occhibianchi, una strada stretta e lunga, ma piena di telecamere private. E una di queste avrebbe ripreso un uomo che scappava. Un uomo che indossava delle scarpe di ginnastica, ma nel fermo immagine non c'è traccia della pistola. Le immagini non sono totalmente nitide. Le indagini avrebbero però portato a queste due persone ora indagate, una delle quali non è neanche maggiorenne.

·        Il mistero di Alice Neri.

La morte di Alice Neri, dubbi e misteri: è caccia al sospetto. Valentina Lanzilli su Il Corriere della Sera l’11 dicembre 2022.

Braccato in Francia il 29enne tunisino, principale indagato per il delitto. Il fratello della donna uccisa: «Non ho certezze». I punti oscuri del caso

Un uomo braccato dalle forze dell’ordine. E un giallo, quello della morte di Alice Neri, uccisa e bruciata all’interno della sua auto, che potrebbe essere alla svolta. Il sospettato è Mohamed G., un tunisino di 29 anni, indagato per omicidio e distruzione di cadavere. I carabinieri sanno dove si nasconde in Francia e presto potrebbero fermarlo. La sua deposizione sarà decisiva per chiudere il cerchio sul caso che vede indagati anche il marito della donna e un suo collega. Matteo Marzoli, il fratello di Alice, comunque non trae ancora facili conclusioni. «È cambiato tutto in un minuto — dice —, ma solo quando mi diranno con certezza chi è stato potrò puntare il dito su qualcuno».

L’ipotesi principale è che sia stato il tunisino a uccidere Alice, durante una tentata violenza. Secondo questa ricostruzione giovedì 17 novembre l’uomo sarebbe salito a bordo dell’auto della donna, ferma davanti allo Smart Cafè dopo la serata trascorsa con un collega di origini sarde. E poi si sarebbero spostati verso il luogo dove è stato rinvenuto il cadavere e l’auto carbonizzata. Un luogo poco distante dall’abitazione dove Mohamed risiedeva con la compagna, fino al 18 novembre, quando è scappato. Altro particolare, il tunisino era all’interno del bar durante il pomeriggio trascorso da Alice con il collega. Lo ha raccontato quest’ultimo, parlando di un uomo che la fissava in continuazione.

L’entrata in scena del tunisino alleggerisce la posizione del marito e del collega di Alice. L’auspicio del legale di Nicholas Negrini è che presto possa passare da «indagato a persona offesa». Restano comunque tanti i misteri attorno a questa storia. A cominciare dal lungo pomeriggio trascorso al bar con il collega. Stando alla ricostruzione degli inquirenti la donna esce di casa intorno alle 19. Dice al marito che ha un appuntamento, poi si trattiene a discutere con il collega fino alle due di notte, quando il titolare deve chiudere. Uscita dal locale Alice resta ferma in auto per oltre 10 minuti. Perché? Proprio in quest’arco temporale il tunisino si sarebbe avvicinato ad Alice. Alcune telecamere della zona, poco dopo, riprendono l’auto del collega che si dirige verso casa e quella di Alice verso il luogo in cui è stata uccisa, ma non si capisce chi ci sia alla guida.

C’è poi il mistero del telefonino. Il delitto si consuma poco dopo l’aggressione (anche se non è stata trovata l’arma), ma fino al mattino successivo squilla regolarmente e all’altro capo qualcuno riattacca. Potrebbe essere stato sempre Mohamed, che solo molte ore dopo il delitto decide di disfarsene. Ma perché correre il rischio di portarsi dietro il telefono per tutto quel tempo? Superficialità o voleva che non andasse distrutto? Tutte domande alle quali dovrà dare delle risposte. Al momento la posizione del marito appare inattaccabile. L’altra sera per due ore ha risposto agli inquirenti. «Ha un alibi e su questo non ci sono dubbi — dice il suo legale, Luca Lugari —. Siamo di fronte a un mosaico con centinaia di tasselli che gli inquirenti stanno cercando di comporre. Nicholas quella sera era a casa con la bambina. Il vero problema è che in questi casi sono i cadaveri a parlare, ma purtroppo in questa triste vicenda il corpo di Alice non può dare risposte perché non esiste, è stato completamente bruciato».

Indagato per omicidio. Alice Neri, svolta nelle indagini sulla donna morta carbonizzata: principale sospettato fuggito all’estero. Redazione su Il Riformista il 10 Dicembre 2022

C’è un terzo, principale sospettato, per la morte di Alice Neri, la giovane donna di 32 anni trovata morta carbonizzata nella sua auto a Concordia, in provincia di Modena, il 18 novembre scorso.

Il presunto assassino della giovane sarebbe un tunisino di 29 anni, individuato dagli inquirenti ma rifugiatosi all’estero. Come riferisce l’Ansa, nelle ultime ore la sua abitazione in provincia di Modena è stata perquisita e dell’atto è stato informato un difensore d’ufficio, l’avvocato Roberta Vicini.

L’agenzia spiega che il giovane sarebbe fuggito il giorno dopo il delitto e sulle sue tracce ci sono ora i carabinieri di Modena: risponde di omicidio e distruzione di cadavere. Al 29enne si è arrivati dopo lune indagine, effettuate dai carabinieri coordinati dai pm Claudia Natalini e Giuseppe Amara: decisivi gli interrogatori tenuti in questi giorni e le  telecamere presenti nella zona del ritrovamento del corpo carbonizzato.

Il 29enne indagato, che abita poco distante dal luogo del ritrovamento e che risulta irregolare in Italia, destinatario di un provvedimento di espulsione, era presente nel bar quando Alice, giovedì 17 novembre, si era incontrata con un collega. Gli inquirenti, scrive l’Ansa, ipotizzano che sia salito a bordo dell’auto della vittima e abbia diretto, non è chiaro il motivo, la ragazza verso il luogo della morte.

L’uomo sarebbe così il terzo indagato per la morte di Alice dopo il marito e il collega della 32enne. Nella giornata di venerdì il marito della vittima, Nicholas Negrini, è stato ascoltato per circa un’ora dai pubblici ministeri Claudia Natalini e Giuseppe Amara.

“Ha risposto a tutte le domande, resta a disposizione qualora fosse necessario sentirlo nuovamente. Credo che non ci siano ombre sulla sua posizione, mentre trovo che l’ipotesi di un suicidio sia assolutamente da escludere”, sono state le parole del suo avvocato, Luca Lugari.

“Siamo di fronte – ha aggiunto Lugari – ad un mosaico con centinaia di tasselli che gli inquirenti stanno cercando di comporre e mettere insieme. Stanno lavorando giorno e notte per arrivare ad una verità. Il mio assistito ha confermato quanto già aveva riferito ai Carabinieri, nell’immediatezza dei fatti, ha risposto in merito a tutti i suoi spostamenti. Ha un alibi – ha spiegato il legale – e stamattina (ieri, ndr) abbiamo fornito ulteriori precisazioni sugli orari e loro (gli inquirenti, ndr) cercheranno di colmare i buchi di pochi minuti che ci sono”.

Filippo Fiorini per “la Stampa” il 10 dicembre 2022.

Il principale sospettato per la morte di Alice Neri non è il marito Nicholas Negrini, né l'amico sardo Marco Cuccui, che pure sono ancora iscritti nel registro degli indagati per l'omicidio e la distruzione del cadavere di questa 32enne, madre di una figlia di 4 anni, uscita di casa per un aperitivo lo scorso 18 novembre e trovata il pomeriggio del giorno dopo, morta nella sua auto carbonizzata. 

Non è nemmeno il terzo uomo, non il quarto, entrambi colleghi della fabbrica in cui lavorava, che con lei chattavano su Facebook, che erano stati redarguiti per gli atteggiamenti invadenti, ed erano finiti nella miriade di ipotesi che hanno accompagnato il caso nelle ultime settimane. 

È un tunisino di 29 anni, che viveva a meno di due chilometri dal luogo isolato in cui è stata trovata la Ford Fiesta di Alice, che si trovava nello stesso bar di Concordia sulla Secchia in cui lei ha trascorso molte ore conversando con Cuccui la sera della scomparsa e che dopo la chiusura l'avrebbe approcciata senza conoscerla, uccidendola forse per un rifiuto e fuggendo poi all'estero l'indomani.

Il sentore di una svolta in un caso rimasto a lungo statico è arrivato giovedì notte, quando i Carabinieri si sono presentati in casa dell'uomo per una perquisizione, hanno avvertito un avvocato di turno per l'autorizzazione a procedere e non l'hanno trovato. Non lui, non la compagna, non il loro cane pitbull. 

Destinatario di un decreto di espulsione, era arrivato nella Bassa Modenese da pochi mesi, più o meno nello stesso periodo in cui Alice aveva trovato lavoro. Solo dieci giorni prima, l'uomo era stato visto a Milano, mentre dieci giorni dopo il delitto, invece, era in una città francese prossima al confine con Svizzera e Germania. Sebbene dicesse di essere originario di Stoccolma, è più plausibilmente nato a Mahdia, sulle coste nord orientali della Tunisia.

Mentre si ultimano le pratiche per il mandato di cattura internazionale, si alleggerisce la posizione di Nicholas e Marco, anche se nessuno dei due è ancora completamente libero da sospetti. Ieri infatti, il primo tra loro, che aveva sposato Alice nel 2015, si è presentato spontaneamente in Procura per testimoniare. Dopo un'ora di interrogatorio, il suo avvocato, Luca Lugari, ha detto: «Ha risposto a tutte le domande. Ha confermato quello che aveva già raccontato ai Carabinieri subito. Abbiamo dato ulteriori precisazioni sugli orari e loro colmeranno i buchi di pochi minuti che restano». Vedendo che la moglie non era rientrata, Negrini si era subito messo a cercarla coinvolgendo anche il fratello di lei e, non ottenendo risultati, era andato in caserma fornendo elementi utili. 

Su tutti, l'app di geolocalizzazione del telefono con cui da casa aveva visto il cellulare della moglie fermo a Concordia fino alle 3,40 di notte e le chiamate senza risposta rigettate manualmente da qualcuno, fino all'alba del giorno del ritrovamento. Tuttavia, il suo nome è ancora tra gli indagati e, davanti a un alibi forte, c'è un movente che lo è altrettanto: la gelosia. Gelosia che avrebbe potuto nutrire per esempio nei confronti di Cuccui, per uscire con il quale Alice gli aveva raccontato di voler invece incontrare un'amica e con cui molti hanno ipotizzato potesse esistere una relazione sentimentale.  

A sua volta indagato, le telecamere di sicurezza che mostrano la auto dell'operaio sardo e meccanico di moto prendere la strada di casa, dieci minuti prima che quella di Alice fosse ripresa mentre viaggia verso il luogo in cui poi è stata trovata bruciata, sono il principale elemento a sua discolpa.  

L'auto di Alice e non Alice, poiché chi la guidasse quella notte non è visibile nella videosorveglianza pubblica. I nuovi elementi portano a pensare che a farlo fosse proprio il 29enne ora ricercato e questo spiegherebbe anche uno degli altri capitoli che finora restavano aperti sul caso: come aveva fatto l'assassino a lasciare la scena del delitto, senza che nessun altra automobile fosse ripresa durante il tragitto di andata? 

L'uomo in questione abitava così vicino che potrebbe averlo fatto a piedi. Come e in che contesto sia maturato il crimine, appartiene ancora alla notte di ambiguità e misteri in cui la donna è andata incontro quando ha salutato la sua famiglia per l'ultima volta. Il suo corpo è talmente deteriorato dal rogo che non si può stabilire la causa della morte, non può fornire tracce del killer, né dire se fosse viva mentre l'auto bruciava. Si può solo escludere che sia stata colpita alla testa, perché il cranio non ha fratture e poi confermare col Dna ciò che ovvio: Alice Neri è una delle 110 donne uccise quest' anno da un uomo.

Da repubblica.it il 21 novembre 2022.

Quando la macchina ha preso fuoco, lei era nel portabagagli. È morta carbonizzata Alice Neri, 32 anni, madre di una bambina di 4 anni. Il suo corpo è stato ritrovato nella sua auto completamente bruciata, nelle campagne di Concordia sulla Secchia, Bassa Modenese, dopo che un testimone ha notato il fumo. Proseguono le indagini per quello che appare sempre più un omicidio volontario. La procura si muove insomma per quello che potrebbe essere l’ennesimo femminicidio.

Al momento ci sono due indagati sia pure per "atto dovuto". Uno è il marito, l'altro è un amico. Entrambi sospettati, entrambi a piede libero. Il marito, che aveva denunciato la scomparsa giovedì 17, è stato sentito a lungo dai militari: "Non vedendola rincasare dal lavoro pensavo avesse avuto un incidente", avrebbe detto il giovane. Mentre la novità sta, secondo quanto riportano alcuni giornali locali, in un sopralluogo nell’appartamento di un conoscente a San Possidonio. Un amico sentito a sua volta dagli inquirenti e finito a sua volta nel registro degli indagati. 

Alice Neri vista in un bar a Concordia. Poi più nulla

E’ nel paese vicino a Concordia sulla Secchia infatti che vive l’uomo interrogato domenica pomeriggio dalle forze dell’ordine. Sarebbe stato l’ultimo ad avere visto viva Alice Neri. La donna, che viveva a Rami di Ravarino con il marito e la figlia, è stata vista per l’ultima volta in un bar di Concordia giovedì pomeriggio.

I carabinieri stanno setacciando le immagini registrate dalle telecamere di sorveglianza per ricostruire il tragitto che l'auto della donna ha fatto nel raggiungere la strada sterrata di campagna dove è stata ritrovata.  La stessa auto sarebbe stata vista passare poco tempo prima proprio a Concordia: i varchi ne avrebbero registrato la targa. Chi guidava l'auto?

Gli spritz e la lunga notte al bar. Il giallo delle ultime ore di Alice. La serata ripresa dalle telecamere: la donna ha lasciato il locale alle 2, poi il buio. Indagati il marito e l'amico. Redazione su Il Giornale il 22 Novembre 2022.

Due persone sono indagate nell'ambito delle indagini in corso nel Modenese sulla morte di Alice Neri, la 32enne trovata carbonizzata venerdì sera nella sua auto a Fossa di Concordia, una località della provincia. La Procura ha iscritto nel registro degli indagati il marito della donna e un amico. Secondo quanto trapela, l'iscrizione è un atto necessario per alcuni accertamenti che devono essere eseguiti; entrambi rimangono a piede libero.

Le ipotesi di reato sono omicidio volontario e distruzione di cadavere. Sulla vicenda indagano i Carabinieri coordinati dal pm Claudia Natalini. Si stanno scandagliando le ultime ore di vita della vittima, in particolare quanto accaduto giovedì sera. Testimonianze, filmati delle telecamere di videosorveglianza, celle telefoniche. Nicholas Negrini, marito di Alice e padre della loro bambina di quattro anni, è stato sentito a lungo in caserma. Era stato proprio lui a denunciare la scomparsa della moglie giovedì, non vedendola rientrare a casa dopo il lavoro. «Avevo paura che avesse fatto un incidente», aveva spiegato ai carabinieri. L'altra persona sulla quale è rivolta l'attenzione è un amico della 32enne, convocato in caserma già venerdì sera. Sarebbe lui l'ultimo ad averla vista. La 32enne lavorava per l'impresa di pulizie «Sun Flower» insieme alla madre, mentre il marito Nicholas è un grafico.

Alice, originaria di Ravarino, sempre nel Modenese secondo una testimonianza avvalorata da alcuni filmati delle videocamere di sorveglianza, ha passato la serata in un bar. La donna sarebbe arrivata attorno alle 19.40, poi l'ha raggiunta un uomo con cui si è intrattenuta fin alla chiusura del locale attorno alle 2, dopo aver bevuto diversi spritz. Tra loro non ci sarebbero state effusioni, ma solo chiacchiere e scherzi in forma amichevole. Resta da chiarire dunque cosa sia successo nelle ore successive: il corpo della donna è stato rinvenuto alle 21 del venerdì. Della 32enne si erano perse le tracce da giovedì 17 novembre. A dare l'allarme era stato il marito denunciando la scomparsa.

La macchina è stata ritrovata in una zona di campagna di Concordia sulla Secchia, in provincia di Modena. Un cittadino di passaggio aveva notato il fumo che saliva al cielo in mezzo ad una macchia di vegetazione e ha allertato i soccorsi. L'auto si trovava in sosta su una strada sterrata. Un'area di aperta campagna, fatta di strette stradine non asfaltate, dove vicino ci sono una serie di laghetti per l'itticoltura. Una zona estranea di fatto alla frequentazione, se non da parte di chi lavora nei campi o abita nelle poche case circostanti. Dopo l'intervento dei vigili del fuoco per spegnere le fiamme dell'utilitaria, è stata fatta la tragica scoperta. Quindi l'intervento dei carabinieri per avviare gli accertamenti sul posto e le indagini. Poco dopo il marito era stato informato del ritrovamento del corpo di sua moglie ed era stato accompagnato in caserma per essere ascoltato nel dettaglio. Si attende ora che la Procura incarichi i periti per effettuare l'autopsia sui resti della 32enne. Durante le perquisizioni nelle abitazioni dei due indagati non sono emersi elementi utili alle indagini. Non è quindi ancora del tutto esclusa la pista del gesto volontario.

Il dolore della famiglia: "Stiamo vivendo un incubo pazzesco". Alice Neri, il giallo della morte della mamma trovata carbonizzata nella sua auto: “Punita per un rifiuto”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 22 Novembre 2022

Non si danno pace i familiari di Alice Neri, la 32enne di Ravarino, piccolo paesino nella provincia di Modena, trovata carbonizzata nel bagagliaio della sua auto venerdì 18 novembre in mezzo alle campagne di Concordia, nella Bassa modenese. Una drammatica morte su cui gli investigatori stanno cercando di fare luce. Attualmente due sono le persone indagate: il marito, che ha dato l’allarme dopo la sua scomparsa e un amico di Alice, l’ultimo ad averla vista viva. Ma al momento nessuna pista è esclusa.

“L’unico motivo possibile è che mia figlia abbia rifiutato qualcosa che non voleva fare, abbia detto di ‘no’, e questo ha fatto partire l’embolo a qualcuno. Che l’ha ammazzata e bruciata, per non farmela vedere più l’ultima volta nemmeno da morta”, ha detto a Repubblica la mamma di Alice, Patrizia Montorsi, che non riesce a darsi pace su quanto accaduto. Il dolore per l’assurda morte della figlia è enorme.

Alice viveva con il marito Nicholas e la loro figlioletta di 4 anni in una villetta a Ravarino. È da lì che Alice giovedì sera intorno alle 19 è uscita per raggiungere l’amico (ora indagato) in un bar di Concordia per fare un aperitivo. Si è trattenuta lì in chiacchiere amichevoli fino alle 2 di notte. L’aperitivo è stato ripreso dalle telecamere di videosorveglianza, poi non si sa cosa sia successo. Il mattino seguente, non trovandola nel letto, il marito di Alice l’ha cercata ovunque insieme al fratello della ragazza senza trovarne traccia, poi la denuncia della scomparsa ai carabinieri.

“Mio cognato Nicholas ed io, grazie al localizzatore del telefono di Alice, siamo riusciti a risalire al posto dove era stata l’ultima volta che il cellulare è rimasto acceso – ha raccontato al Resto del Carlino Matteo Marzoli, fratello di Alice – Per tutto il pomeriggio ho setacciato il paese e la campagna con la speranza di vedere la sua macchina. A posteriori, mi pare di poter dire anche di essere passato vicino al luogo del ritrovamento”.

Poi il ritrovamento venerdì sera del corpo carbonizzato di Alice rinchiuso nel bagagliaio della sua auto. Non è esclusa nessuna ipotesi sebbene un fascicolo è stato aperto per omicidio e distruzione di cadavere. “Spero che si trovi chi ha fatto questa crudeltà a una ragazza solare, felice, una mamma di famiglia – ha continuato la mamma di Alice nell’intervista a Repubblica – Non c’era nulla di nascosto, mia figlia non aveva amanti. Mio genero non c’entra. Un folle ha deciso di eliminarla”, conclude la signora Patrizia.

“Se mi spaventano le cose spiacevoli che potrebbero emergere? Certo – continua il fratello a Il Resto del Carlino – per ora sto cercando di mantenere la razionalità, con la speranza che la verità venga a galla presto, prima di perdere questa poca lucidità che mi resta: sono un essere umano e qualcuno ha ucciso mia sorella. Un passo alla volta, stiamo vivendo un incubo pazzesco. Sto vicino a mamma, siamo una grande famiglia molto unita e ci sono tante persone che ci vogliono bene e che si sono mobilitate per stare con noi h24. Senza questo supporto di affetto, il rischio è quello di impazzire”. “Mio cognato – ha concluso Matteo – ora pensa a proteggere la loro meravigliosa bimba, sta cercando di salvaguardarla il più possibile. Non riesce neanche più a tornare a casa sua, sempre assediata da tutti. Sta con la sua bimba”.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

·        Il Mistero di Matilda Borin.

Il ginocchio, l'agonia, nessun colpevole. "Matilda fu uccisa, ma il caso è chiuso". Matilda Borin fu uccisa il 2 luglio del 2005 mentre si trovava in casa con la madre e il compagno dell'epoca. L'omicidio è rimasto impunito. L'esperta: "La verità è agli atti". Rosa Scognamiglio e Angela Leucci su Il Giornale il 22 Novembre 2022.

Resta un vero e proprio giallo la morte di Matilda Borin. La bambina di 22 mesi, stando a quanto riporta l’autopsia, fu uccisa da un colpo alla schiena, un calcio forse, o almeno così ritennero gli inquirenti. Con lei c’erano solo due persone in casa: la madre e il compagno di lei. I due erano andati a convivere da poche settimane a Roasio, nel Vercellese, ed entrambi furono, in tempi differenti, indagati, rinviati a giudizio e infine assolti per l’omicidio della bimba. Che resta senza giustizia.

"Si tratta di un omicidio preterintenzionale", dichiara alla nostra redazione Ursula Franco, medico e criminologo, nonché allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste e interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari.

L’omicidio

La storia della morte di Matilda si basa in gran parte sul racconto della madre Elena Romani, una hostess, e del suo compagno Antonio Cangialosi, ex bodyguard che nel 2005 lavorava per un’azienda di autotrasporti.

Era il 2 luglio 2005. La coppia, con la bambina, aveva pranzato a casa dei vicini di casa, per poi fare rientro alla propria abitazione. Matilda era stata messa a riposare nel lettone, mentre i due si erano successivamente addormentati sul divano. Un pianto però aveva svegliato Romani: Matilda si era svegliata, stava male, aveva vomitato, sporcando il lenzuolo.

Stando alla dinamica raccontata dalla donna, Romani si era allontanata per pulirlo, lasciando la bambina con il compagno e ritrovandola poi agonizzante. L’autopsia stabilì lesioni al fegato, a un rene e a una costola: a provocarle era stato un colpo violento. "È stato un errore credere che il trauma dorsale fosse stato prodotto da un calcio sferratole - spiega l'esperta - Purtroppo questo errore ha viziato il caso". Poi aggiunge: "Attraverso lo studio delle risultanze medico legali si può ancora ricostruire la dinamica omicidiaria".

L'autopsia

La piccola Matilda "è morta in seguito a uno choc emorragico da emoperitoneo secondario a un trauma dorsale che le ha prodotto multiple lacerazioni del fegato, la sezione del rene destro e una lesione del sinistro - chiarisce la dottoressa Franco - Quel trauma da schiacciamento le è stato causato dalla pressione di un ginocchio sul dorso".

Più nello specifico: "All’esame autoptico le furono riscontrate una lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale, due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori, multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro, la frattura della VII costa destra sulla linea ascellare posteriore con consensuale minima lacerazione pleurica e intensa infiltrazione emorragica e un traumatismo delle coste dalla IX alla XII sinistre".

In linea con l'esito degli accertamenti medico legali, gli inquirenti dedussero che la lesione "ecchimotico escoriativa complessa in zona dorsale" potesse essere compatibile con l'impronta di un piede o una scarpa. La dottoressa Franco, che ha studiato bene gli atti, ritiene che la lesione sia "compatibile con l’impronta di un ginocchio e non con quella di una scarpa o di un piede. E le 'due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori' provano che la forza lesiva scaricata su Matilda non la spinse nel vuoto ma la schiacciò contro una superficie semirigida".

La ricostruzione dell'omicidio

Partendo dai dati emersi dall'autopsia, è possibile ricostruire la dinamica dell'omicidio. La criminologa non ha dubbi: "Chi uccise Matilda appoggiò il proprio ginocchio sul dorso della bambina schiacciandola contro una superficie semirigida poi la povera Matilda cadde sul pavimento e si produsse 'multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro".

Ma non finisce qui. Subito dopo: "L’omicida la raccolse da terra prendendola sotto il braccio destro con la sola mano destra e, con la pressione del proprio pollice, le produsse 'la frattura della VII costa posteriore destra sulla linea ascellare posteriore e la consensuale minima lacerazione pleurica'".

Quanto alla frattura costale, l'esperta precisa: "Non fu contestuale alla lesione dorsale che danneggiò gli organi addominali né secondaria alle manovre rianimatorie, fu invece la conseguenza di un secondo fatto traumatico che seguì allo schiacciamento dorsale. Infatti intorno alla frattura costale fu rilevata un'intensa infiltrazione emorragica, prova che il trauma precedette lo choc ipovolemico (perdita ingente di sangue, ndr) e l’arresto cardiaco e che quindi non fu causata dalle manovre rianimatorie che seguirono invece lo choc".

La vicenda giudiziaria

La macchina della giustizia italiana si mise subito in moto, ma, secondo diversi esperti, commise diversi errori che alla fine condussero a non trovare il colpevole per l’omicidio di Matilda.

La prima a essere indagata e alla fine assolta fu Romani, che tra l’altro trascorse 118 giorni in carcere e 153 agli arresti domiciliari, ma nel 2012 la Cassazione si pronunciò: non colpevole. Come riporta Repubblica, la donna commentò: “La mia bambina deve avere giustizia. Io sono innocente, e oggi me lo hanno dimostrato. La mia bambina sa che io non le ho fatto niente”.

La piccola Matilda fu uccisa con un calcio Ma non c'è un colpevole

Nel 2014 fu la volta di Cangialosi si essere rinviato a giudizio, ma anche l’uomo risultò non colpevole e la sua vicenda si risolse in Cassazione nel 2021: fu stabilito che l'uomo non avrebbe avuto il tempo materiale per colpire la bambina, nel breve lasso in cui erano rimasti da soli. Ma la sentenza nel punto in cui si rivolge alla madre di Matilda e al compagno, riporta Panorama, resta sibillina: “Entrambi, con tutta evidenza, hanno una posizione del tutto equivalente quanto a interessi coinvolti, posto che dichiarando di non avere toccato la bambina implicitamente affermano che è stato l’altro a farlo”.

La certezza resta una: Matilda non ha ricevuto giustizia e per il suo omicidio non è stato trovato un colpevole. "La verità è agli atti - conclude la dottoressa Franco - e si inferisce analizzando in parallelo le risultanze dell’esame medico legale, i comportamenti e le dichiarazioni di chi l’omicidio l’ha commesso. Il caso è però ormai irrimediabilmente chiuso".

Matilda ride, con addosso una coppola troppo grande per lei, in quella foto che ha campeggiato su tutti i giornali nel 2005 e poi successivamente, nel susseguirsi della vicenda giudiziaria. Ride per sempre. Avrà sempre 22 mesi. Forse è per questo che la sua morte continua a spaventare e fare male.

·        Il mistero di don Guglielmo.

Cortazzone, il parroco ucciso con sei proiettili mentre coltivava peperoni nell'orto.  Federico Ferrero su Il Corriere della Sera il 22 novembre 2022.

Un carabiniere, dopo il sopralluogo disse: «Questo è un delitto per molti versi immotivato. Chi ha ucciso si è appostato e ha colpito con cura. Come se, a sparare, fosse stato un pazzo»

Cortazzone è un borgo del Monferrato astigiano lambito dalla via Francigena, in cui fa notizia il compleanno della nonnina centenaria. Nel 1990 il parroco del paese era don Guglielmo, all’anagrafe Guglielmo Alessio, 70 anni, nato nel minuscolo Comune di Piea. Pastore di anime di cui si diceva fosse un mite; anche un po’ un pessimista, dal carattere crepuscolare, forse disilluso dai mali del mondo e dalla vacuità dell’essere umano. Il 15 ottobre stava raccogliendo peperoni nel terreno di Varasone, che curava vicino alla canonica; non vedendolo rientrare, i vicini avvertirono i contadini confinanti. Lo trovarono in mezzo all’orto, cadavere. Lì per lì, si pensò a un incidente di caccia: la zona era battuta da parecchi appassionati di arte venatoria. L’autopsia del professor Baima Bollone diede, tuttavia, un altro responso: il don era stato ucciso di proposito, non con un fucile ma con una 357 Magnum, non con un colpo ma con sei proiettili, tutti a segno nel torace. Un omicidio volontario, un’esecuzione. Colpi sparati dal basso verso l’alto, come se li avesse tirati qualcuno appostato e accucciato. Nessun segno di colluttazione, sebbene al parroco mancasse il portafoglio nel quale, secondo le sorelle, probabilmente ancora custodiva le seicentomila lire di pensione ritirate da poco. Nessuno aveva assistito ai fatti né visto persone avvicinarsi o allontanarsi dall’orto, quel pomeriggio. 

L’automobile della vittima, una Fiat 127 rossa di nessun valore, era ancora parcheggiata a lato dell’appezzamento. Tra i primi elementi raccolti nel fascicolo di indagine, le lamentele del sacerdote per la presenza, in quel terreno, di un gruppo di nomadi che erano soliti insistere nel chiedergli denaro e altre utilità. Ma che un diniego potesse condurre a una reazione d’impulso così spietata non era ritenuto plausibile. Parlando con gente del posto, emerse che don Guglielmo era davvero l’ultima persona cui rivolgersi per un reato contro il patrimonio: per festeggiare i cinquant’anni di sacerdozio, l’amministrazione civica si era occupata di pagare un rinfresco frugale; alcuni volontari della chiesa gli avevano donato una veste e un calice per le funzioni, insieme a una targa ricordo. Se la rapina del portafoglio non veniva ritenuta una pista ragionevole, non restava che pensare ad altri moventi. L’accurata scansione della vita del prelato non portò a individuare che un rapporto teso con un abitante del paese, un imbianchino trasferitosi da qualche tempo in Brianza. Costui aveva avuto difficoltà economiche e si ipotizzò una richiesta di aiuto non accolta ma il suo alibi era inattaccabile. 

Ci vollero mesi per smuovere il lavoro degli inquirenti: nella primavera del 1991 venne trovata una pistola della stessa marca e modello di quella usata per l’omicidio, a poca distanza dal paese, sepolta in un canneto. L’esame balistico confermò che era l’arma usata dal killer del sacerdote: il numero di matricola era visibile e venne ricondotto al furto della pistola subìto, qualche mese prima dei fatti di Cortazzone, da parte di una guardia giurata di Milano. In più, si isolò un’impronta incompleta. Cui venne collegato un nome: Zordan Diorgievic. Un giovane delinquente specializzato nel prestarsi ad autista per “colpi” in Lombardia, Piemonte e Toscana. Il resto della sua combriccola era già in prigione da qualche mese. Su tutti, tale Ljubisa Vrbanovic, detto Manolo. Poi suo fratello minore, Miso. Non era stato possibile catturare il socio di Manolo, Ivica Bairic, che si era suicidato pur di non finire nelle mani degli agenti. Solo che i reati per cui erano stati arrestati i quattro non avevano a che fare col povero prete di campagna: dopo un conflitto a fuoco con la polizia di Belgrado, post ennesima rapina, Manolo aveva confessato un fatto di sangue purtroppo dimenticato dai più, la strage di Pontevico. 

La notte di Ferragosto del 1990 i quattro avevano fatto irruzione nella villa della famiglia Viscardi, in provincia di Brescia, uccidendo tutti: il padre Giuliano, la madre Agnese e i figli, Maria Francesca e Luciano. Si era salvato solo il terzo figlio, Guido, perché si era sposato da poco e viveva in un’altra casa. Il processo bresciano stabilì che la banda si era “divertita” a giocare al tiro a segno con la povera famiglia, colpevole di non conservare in casa il denaro e i beni che i rapinatori erano convinti di trovare. E la modalità agghiacciante di quell’azione ricordava le parole di un carabiniere, dopo il sopralluogo sull’omicidio di Cortazzone: «Questo è un delitto per molti versi immotivato. Chi ha ucciso si è appostato e ha colpito con cura. Come se, a sparare, fosse stato un pazzo». O uno che provava piacere a togliere la vita. Per l’uccisione del povero don Alessio venne condannato all’ergastolo in Italia il solo Diorgievic, perché c’era la prova dell’uso della pistola. Mancavano elementi per inchiodare gli altri. Ma, nel frattempo, l’esecutore materiale era già latitante in Jugoslavia. Erano passati solo due mesi dalla strage bresciana e nessuno poteva pensare che quella banda in giro per Cortazzone fosse la stessa che si trascinava dietro una scia di rapine e di delitti, motivati da nient’altro che la bramosia di sangue. Manolo, mai condannato per la morte di don Guglielmo, secondo le autorità serbe è deceduto nel 2014 in carcere. 

Il sopravvissuto di Pontevico, tuttora, ha dubbi sull’effettiva morte del criminale «dagli occhi gialli», come lo raccontavano le cronache. Se davvero la banda ha ammazzato un prete di paese in provincia di Asti, comunque, sfugge la ragione per cui avesse scelto proprio quel borgo e proprio quel don dall’esistenza umile e votata agli ultimi. A questa storia manca un pezzo che, con ogni probabilità, nessuno racconterà. Un libro del 2015, “Vita di un parroco, storia di un’epoca” (edizioni Atene del Canavese) ha provato a restituire giustizia alle opere di un uomo semplice e genuino, buono e «autentico testimone della parola di Cristo», così come a dare un senso alla sua morte, citando un fatto di cronaca nera avvenuto qualche tempo prima in zona come possibile scaturigine della spedizione assassina. Ma è rimasta una congettura.

·        Il giallo del seggio elettorale.

Villasanta, il giallo del seggio elettorale: sulla scheda la firma del killer. Federico Berni su Il Corriere della Sera il 10 Dicembre 2022.  

«Per le forze dell'ordine. Ho ucciso un uomo. È sepolto in un cantiere area nord». È il messaggio trovato dagli scrutatori lo scorso 25 settembre. Da un'impronta digitale le indagini della polizia

Il messaggio appare sulla scheda rosa, quella per l’elezione dei rappresentanti alla Camera dei Deputati: «Per le forze dell’ordine. Ho ammazzato un uomo. È sepolto in cantiere area nord. Date lui sepoltura cristiana, vi prego». La scritta è in stampatello. L’autore ha utilizzato la matita copiativa, fornita dagli addetti prima di entrare in cabina a votare. 

Sono passate da poco le undici di sera del 25 settembre 2022, il giorno delle ultime elezioni politiche. È cominciato lo spoglio e in un seggio elettorale ricavato in una scuola di Villasanta, cittadina alle porte di Monza, tra le scrutatrici presenti cala un misto tra gelo e stupore. La scheda con l’inquietante messaggio viene consegnata al posto di polizia allestito in loco dalla presidente del seggio. In pochi minuti arrivano gli agenti della Squadra Mobile. Da allora, molti cittadini del comune brianzolo sono stati convocati dalla polizia di Monza per essere interrogati. Segno che gli investigatori non hanno dubbi: non è uno scherzo, non si tratta del gesto di un mitomane. 

Si indaga per omicidio e occultamento di cadavere e, secondo quanto emerso, il cerchio attorno all’autore del testo si starebbe stringendo. Per come è stato scritto, le sue parole appaiono credibili, e nascondono una verità raccapricciante, ma ancora tutta da chiarire. Un giallo a tutti gli effetti, con alcuni punti fermi sul piano investigativo. L’elemento di partenza emerge dalle pieghe della scheda stessa: un’impronta digitale. I poliziotti l’hanno rilevata dopo averla fatta sottoporre ad accertamenti tecnici. Una traccia latente, che gli specialisti della Scientifica sono riusciti a far risaltare. 

L’altro elemento imprescindibile: il nome e il cognome di chi ha lasciato il messaggio sono indicati nella lista dei cittadini che, quel giorno di fine settembre, si sono presentati per esprimere il voto, lasciando il loro documento di identità. È un cittadino di Villasanta, ovviamente: un possibile omicida che, dopo aver lasciato le proprie generalità, ha reso una confessione sconvolgente. Senza ricorrere a una più «tradizionale» lettera agli inquirenti, ma scegliendo comunque il momento in cui il diritto all’anonimato viene costituzionalmente garantito. Si parla di un omicidio, dunque, e di un successivo seppellimento in un non meglio definito «cantiere in area nord». E qui si torna alla scelta del seggio elettorale. Circostanza, questa, che farebbe pensare chi indaga a un luogo non troppo distante, ma anzi da cercare nel comune di residenza. 

Anche in una località piccola come Villasanta, che si affaccia sulle mura del Parco di Monza, i cantieri aperti sono numerosissimi, dovuti essenzialmente ai benefici fiscali previsti per il rifacimento delle facciate. Non mancano però anche zone di lavori incompiuti, e aree dismesse abbandonate. Restringendo ulteriormente il campo alla «area nord», indicata sulla scheda elettorale, viene da pensare per esempio all’enorme scheletro di 11 piani, in via Fieramosca, verso il confine con Arcore. Avrebbe dovuto essere un residence hotel, dedicato, nei piani degli ideatori del progetto, al turismo d’affari diretto in Brianza, in una zona ricca di imprese e capannoni. Un «affare» pensato in vista di Expo 2015, ma che, come tanti, si è rivelato una mera speculazione, naufragato tra debiti, inchieste, bancarotte e fallimenti. In eredità ai cittadini, è rimasto quello che tutti chiamano «l’ecomostro», al centro di dispute politiche locali, e soprattutto in stato di completo abbandono dietro a un’alta recinzione metallica. Che sia quello il luogo che potrebbe finire al centro delle indagini? 

Solo l’autore del messaggio potrebbe rivelarlo. Viene da pensare che quest’ultimo voglia implicitamente farsi scoprire. Potrebbe trattarsi di una persona con convinzioni religiose sprofondata in preda a un rimorso, nascosto nelle pieghe di quella richiesta di dare «sepoltura cristiana» alla presunta vittima, sulla cui possibile identità è invece mistero fitto. Non risulterebbero, infatti, casi di scomparsa irrisolti in zona. Magari uno straniero, o comunque di qualcuno che non viene cercato di familiari o amici, morto in circostanze da chiarire: un delitto d’impeto? Un tragico incidente?

·        Il Mistero di Alessia Sbal.

Fulvio Fiano e Rinaldo Frignani per corriere.it il 10 dicembre 2022.

La pioggia, il frastuono del traffico del Raccordo anulare, le voci concitate di Alessia Sbal e Flavio Focassati che si sovrappongono mentre discutono animatamente sulla corsia d’emergenza vicino allo svincolo per Casalotti. Lei indossa il fratino catarifrangente, lui no. Entrambi sono scesi dai loro veicoli, una Panda e un tir, dopo essersi fermati per constatare i danni di un incidente avvenuto solo qualche istante prima. La scena di quanto accaduto la sera del 4 dicembre scorso si può ricostruire per ora solo dagli audio depositati in procura delle due telefonate fatte dalla 42enne estetista di Ciampino al numero unico di emergenza 112 prima di essere travolta e uccisa dal mezzo pesante.

Al momento nessuno si è fatto vivo con la polizia per raccontare questi ultimi drammatici momenti, eppure al centralino del 118 sono state passate almeno una dozzina di chiamate di automobilisti che potrebbero aver assistito in diretta all’investimento. La prima alle 20.43, quattro minuti dopo quella fatta da Alessia — durata circa 60 secondi — in cui l’operatore (un civile) ha sentito la litigata con il camionista che si rifiutava di attendere l’arrivo di una pattuglia della Polstrada.  

«Non ti ho fatto niente, io adesso me ne vado!», le urla dopo che la 42enne — che già nella prima chiamata di 23 secondi aveva riferito di essere stata tamponata, ma poi la linea era caduta — gli ha contestato i danni alla Panda. Effettivamente il conducente risale sul mezzo pesante e parte. «Se ne sta andando! — grida a sua volta Alessia —. Fermati, fermati!». Poi il silenzio: la vittima viene investita dal tir e trascinata per alcuni metri. Muore sul colpo mentre il camionista si allontana. 

Fino alle 20.53 circa al 118 continuano ad arrivare telefonate di persone che vedono il corpo della 42enne disteso a terra. Sono state tutte passate dal 112, che nel frattempo aveva già allertato la Polstrada per quello che, secondo chi indaga, è almeno per ora un incidente, con una dinamica particolare, ma un incidente. 

Focassati, originario di Rieti, non viene contestato al momento l’omicidio stradale. Sia il decreto di fermo emesso dal pm Stefano Luciani che l’ordinanza di convalida dell’arresto (ai domiciliari) emessa dal gip riportano come unica accusa quella di fuga dal luogo dell’incidente. 

Il ragionamento della procura sembra dunque il seguente: non ci sono dubbi sul fatto che il camionista si sia reso conto dell’urto (se anche non lo avesse fatto durante la marcia dei due veicoli, la discussione avuta con la donna è inequivocabile) ma potrebbe non essersi accorto di aver travolto la 42enne o potrebbe averlo fatto non per colpa propria (per l’ipotesi della volontarietà manca l’elemento del dolo). 

Perché gli venga contestato l’omicidio stradale, insomma, bisognerà nel caso accertare che l’autotrasportatore abbia compiuto una manovra pericolosa ripartendo dalla corsia di emergenza. L’altra ipotesi è che Sbal si sia avvicinata troppo al tir ormai in movimento, rimanendo impigliata e poi schiacciata in corrispondenza del cosiddetto «punto cieco» del mezzo, ossia quello non visibile dalla postazione del guidatore.  

Le sue invocazioni a fermarsi rivolte all’autista sarebbero dunque da interpretare come il tentativo di richiamare l’uomo alle sue responsabilità nell’incidente e non come allarmato avvertimento prima di essere travolta.

Per accertare tutto questo il pm attende che venga individuato il punto esatto dell’investimento, partendo da quello di ripartenza del camion, la sua velocità e traiettoria di manovra. All’esame, insieme alla «scatola nera» del mezzo, ci sono i filmati delle videocamere del Gra — ma non è detto che inquadrino il tratto dove era la Panda — oltre ad eventuali segni sull’asfalto e sul tir (sequestrato). Di nessun aiuto può purtroppo essere l’autopsia effettuata sul corpo straziato della donna.

Fulvio Fiano e Rinaldo Frignani per corriere.it l’11 Dicembre 2022.

Sono almeno una dozzina. Ma non si esclude che ce ne possano essere anche altri. Solo che quelli hanno telefonato al 118 la sera del 4 dicembre scorso per segnalare la presenza sull’asfalto del corpo di Alessia Sbal all’altezza dello svincolo per Casalotti sulla carreggiata interna del Raccordo anulare. Il primo di loro, colui che ha chiamato il numero unico di emergenza 112 e poi è stato trasferito al centralino del 118 alle ore 20.43, potrebbe addirittura aver assistito in diretta alle fasi dell’investimento della 42enne da parte di Flavio Focassati, il camionista di Rieti ora ai domiciliari accusato solo di fuga da incidente e omissione di soccorso, e non - proprio perché manca la ricostruzione di quel momento - di omicidio stradale.

Con gli audio delle telefonate della vittima che per chi indaga fanno sufficiente chiarezza sulla vicenda, ed escludono la volontarietà nell’investimento della 42enne. Da chiarire il grado di colpa che ha avuto il conducente del tir, sceso dal mezzo dopo l’impatto con la Panda di Alessia e coinvolto in una lite con lei sulla corsia d’emergenza, prima di risalire a bordo del mezzo e ripartire. In quel momento la vittima è stata travolta e uccisa.  

Al momento in procura non si sono presentati testimoni diretti dell’accaduto, e nemmeno dalla Polstrada. Ma ora almeno quelli che hanno chiamato i soccorsi dovranno raccontare ciò che hanno visto. Telefonate continue, filtrate dal 112, almeno per i successivi dieci minuti. Senza contare coloro che potrebbero aver assistito all’incidente e non hanno chiamato nessuno. Rintracciare questi ultimi appare davvero molto complicato e si fa appello al loro senso civico. 

L’altro aspetto per ricostruire il comportamento tenuto dal camionista è invece collegato all’analisi della sua condotta di guida: la ripartenza dalla corsia d’emergenza, la velocità, l’angolo di manovra per superare la Panda di Alessia ferma davanti al mezzo pesante, visto che era stata lei stessa poco prima a costringerlo ad accostare.  

Decisive saranno le perizie sul veicolo e sulla strada disposte dalla procura, così come l’analisi della scatola nera, obbligatoria per legge, del tir che dovrebbe aver registrato tutti i parametri del camion in quei momenti. Compresi i tempi di fermata e di ripartenza e la progressione della sua velocità. 

Intanto anche la madre di Martina Salvucci, la 21enne morta ieri all’ospedale Santa Maria Goretti di Latina in seguito a un incidente avvenuto poco dopo le 7,30 dell’8 dicembre in via della Riserva Nuova ad Aprilia., ha pubblicato un appello su Fb per chiedere aiuto. La giovane è morta dopo essere andata a sbattere con l’auto su un muretto di cinta di una casa. Una dinamica sulla quale ora la famiglia chiede che si faccia piena luce. 

La madre Arianna Pompili è convinta che non si sia trattato di un incidente “autonomo” ma che la Fiat Seicento guidata dalla figlia abbia sbandato a causa di un ostacolo da evitare o altro: «Cerco testimoni, dai rilevamenti effettuati dalla polizia c’è qualcosa di anomalo, hanno chiesto a chi vive lì ma nessuno ha visto», il suo appello. E ieri altri incidenti: uno grave alla Magliana, con tre feriti in codice rosso, un altro sulla Colombo con uno scooterista ferito.

Alessia Sbal Romina Marceca per repubblica.it l’8 dicembre 2022.

C'è un supertestimone nell'incidente sul Gra di domenica in cui è stata travolta e uccisa Alessia Sbal, l'ornicotecnica di 42 anni all'università "La Sapienza". 

Paolo Piccini, cameraman, ha visto uno scontro tra un tir e la Panda di Alessia Sbal intorno alle 21. Una notizia ancora mai confermata come quella che Alessia ha costretto il conducente del mezzo pesante a fermarsi. Tutte informazioni che il testimone riferisce a Repubblica. 

"Ero sul raccordo, piovigginava. Ero con altre tre persone in auto. La Panda era sulla corsia centrale, il tir su quella interna. Ricordo che erano molto vicini, quasi accostati. A un certo punto il tir ha iniziato a andare verso sinistra finendo sulla corsia centrale e sbattendo contro la parte anteriore destra della Panda", è quanto ricostruisce Piccini. E aggiunge: "Sono volati alcuni pezzi di parafango e fanalino, mi sembra, della Panda". 

Questo significa che, come conferma l'amica di Alessia che era al telefono con lei quando lei si è vista piombare addosso il tir, c'è stato un evento improvviso. La macchina ha riportato danni. Un'informazione, quest'ultima, che la famiglia chiede agli investigatori dal primo giorno. 

Ma c'è di più, e lo racconta Piccini che ha contattato il numero di cellulare di Repubblica (348.3353454) messo a disposizione dopo l'appello lanciato da Ilaria Sbal, la sorella di Alessia. "La strada era bagnata e non andavamo veloce. Ero accanto alla Panda e ho visto che la donna alla guida era molto arrabbiata dopo lo scontro. Non aveva il cellulare all'orecchio. Ha accelerato di botto, è andata davanti al tir e ha frenato per farlo fermare. Mi è sembrata - dice il cameraman - una mossa azzardata. Noi tutti dietro abbiamo rallentato e ho visto che Panda e tir si sono accostati alla corsia di emergenza. Poi siamo andati oltre, non potevo fermarmi".

Cosa è successo dopo? Secondo una prima ricostruzione, Alessia Sbal è stata travolta e uccisa proprio da un Tir. Agli arresti domiciliari (ieri è stato convalidato il fermo dal gip, ndr) c'è Flavio Focassati. È un incensurato che vive a Rieti. Ma è lui lo stesso camionista che ha speronato la macchina di Alessia Sbal? O c'è un altro tir coinvolto? Tutte domande che si chiedono anche i difensori della mamma e della sorella di Alessia che hanno nominato un consulente tecnico per ricostruire la dinamica dell'incidente. "Ancora è troppo presto, è tutto un mistero. Non riusciamo a fare un'ipotesi", dice uno dei due legali.

Resta anche il mistero delle telefonate al 112. Repubblica è venuta in possesso degli screenshot in cui si vede l'orario e la chiamata al 112, le 20,39. Poi ci sono altre tre telefonate in entrata da parte di un numero anonimo: Alessia ha risposto a una delle tre. "Era la polizia che la chiamava - dice Ilaria Sbal che sostiene di averlo accertato - e io voglio sapere cosa le hanno detto". 

Paolo Piccini ha saputo della morte di Alessia due giorni fa. "Non ho visto il momento in cui quella donna è stata travolta però mi sembra impossibile che quel camionista non si sia accorto della signora in strada soprattutto se, come ho detto, indossava il giubbino catarifrangente. Non è stato un incidente stradale, quell'uomo l'ha uccisa". La polizia non ha ancora sentito Paolo Piccini.

Ieri è stata la giornata delle lacrime dopo l'autopsia. Sul tavolo della casa di Ilaria Sbal, a Ciampino, c'è tutto quello che resta della sorella Alessia: due collanine e un anello, tutto piegato, in argento etnico. Ilaria li guarda e non trattiene le lacrime: "È un incubo. Rivoglio la mia sorellina, le hanno tolto il sorriso". Lo dice anche l'autopsia: il volto di Alessia è stato cancellato da quel tir che l'ha travolta sul Gra.

"Impossibile non si sia accorto, quell’uomo l’ha uccisa". Alessia Sbal uccisa sul Gra, il mistero dell’incidente e del camionista: “Il tir l’ha speronata e lei lo ha fermato”. Redazione su Il Riformista l’8 Dicembre 2022

Paolo Piccini, cameraman, ha visto lo scontro tra il camion e la Panda della 42enne, ha contattato Repubblica e ha raccontato: “Impossibile che non si sia accorto della signora in strada soprattutto se indossava il giubbino catarifrangente. Non è stato un incidente stradale, quell’uomo l’ha uccisa”.

Alessia Sbal lavorava come estetista e su Facebook scriveva: “Sono un’anima libera”, ma domenica sera il suo corpo è stato trascinato per decine di metri sul Grande raccordo anulare di Roma, al chilometro 26 del Gra, all’altezza di Casalotti-Boccea, da un tir che è fuggito via. Ieri gli investigatori della polizia Stradale hanno rintracciato e fermato il camionista, Flavio Focassati di 47 anni con le pesantissime accuse di omicidio stradale e omissione di soccorso.

“Mia figlia era pronta a iniziare un nuovo capitolo della sua vita. A giorni avrebbe rinnovato un contratto come tecnico di laboratorio Chimico Biologico a La Sapienza”, racconta mamma Tina tra le lacrime che spiega: “Il centro estetico non era andato bene, lo aveva aperto poco prima che scoppiasse la pandemia. Mia figlia aveva passato un brutto momento ma si era ripresa e stava benissimo. La notizia del nuovo lavoro, le aveva dato spinta ed energie che lei ha sempre avuto. Era una ragazza solare, piena di vita amante degli animali. Un amore che condividevamo. Ora voglio sapere cosa è accaduto ad Alessia ecco perché chiedo a tutti, a chi è passato sul luogo dell’incidente e ha visto qualcosa di chiamarmi”.

Ci sono poi le telefonate, in entrata e in uscita dal cellulare della vittima. La prima, poco prima di accostare la macchina. Alessia da quanto accertato stava parlando con la sua amica Floriana. La ragazza ha poi riferito che era agitata, che qualcuno aveva urtato la sua macchina: “Quel camion mi sta tagliando la strada, ma che fa? Ehi, ma sei matto? Mi è venuto addosso. Devo attaccare, devo attaccare”. Una conversazione interrotta proprio da Alessia che pochi istanti dopo ha chiamato il 112, cioè i soccorsi. La prima telefonata è durata 23 secondi mentre la seconda è andata a vuoto. L’ultima, infine, è durata un minuto.

Gli investigatori della stradale stanno dunque incrociando i tabulati telefonici e richiesto l’accesso alle registrazioni.  Ma le risposte alle molte domande intorno alla morte di Alessia, potrebbero essere nei risultati delle perizie. Gli investigatori hanno disposto il sequestro sia del tir che della Fiat Panda. Solo i tecnici potranno dunque chiarire se la macchina donna è stata speronata prima dell’investimento. Oppure se la vittima, è stata costretta ad accostare per un malfunzionamento dell’auto. Perizie che verranno eseguite anche sul camion per stabilire a che velocità stava procedendo Focassati al momento dell’impatto. Pioveva a dirotto e agli agenti di polizia avrebbe più volte riferito di non aver visto la ragazza lungo la carreggiata e di non essersi accorto di averla investita e per questo il tir è sfilato via nonostante Alessia indossava il giubbotto catarifrangente.

Fulvio Fiano, Rinaldo Frignani per roma.corriere.it il 9 dicembre 2022.

Una lite di un minuto. Poi altri quattro prima della segnalazione di un’automobilista: “C’è una donna a terra investita da un Tir”. La tragica fine di Alessia Sbal sul Raccordo anulare, fra le 20.39 e le 20.43 del 4 dicembre scorso: decisivi i file audio del 112, ora nella relazione inviata al pm Stefano Luciani. «Ma non ti ho fatto niente, ci siamo appena toccati. Io me ne vado». 

È la voce di Flavio Focassati quella sera. Davanti a lui c’è Alessia che lo ha appena costretto ad accostare sulla corsia di emergenza con il suo camion, dopo che ha urtato la sua Panda passando dalla corsia sinistra a quella centrale della carreggiata interna nei pressi dello svincolo per Casalotti. Il 47enne è stato fermato, e l'arresto convalidato, per la sola accusa di fuga, non anche di omicidio stradale, perché vanno prima definite eventuali sue responsabilità nell'investimento.

Poteva essere un incidente come tanti, magari più rischioso visto che il Gra è come un’autostrada, che però si è trasformato in tragedia in circostanze che con il passare dei giorni si stanno chiarendo, dopo le prime notizie inesatte di una donna rimasta in panne e di un camion di passaggio. L’estetista di 42 anni è stata travolta e uccisa dal mezzo pesante che ripartiva proprio dalla corsia di emergenza dopo un litigio fra i due conducenti contenuto nelle registrazioni audio acquisite agli atti. 

La vittima si trovava infatti al telefono con il centralino del 112 - ci era già stata poco prima per 23 secondi segnalando “Mi hanno tamponata” - e ci è rimasta per circa un minuto prima di essere investita. Erano le 20.39. È stata travolta di proposito, come sostiene la famiglia disperata? Oppure anche quello è stato un incidente? Quest’ultima versione è quella del conducente del tir che si trova ai domiciliari: per contestargli l'omicidio dovrebbe emergere una sua manovra avventata o pericolosa al momento di ripartire o durante l'immissione nella corsia di marcia. L'ipotesi alternativa è che la donna si sia messa in una posizione per lei pericola e non visibile da conducente del tir. Gli accertamenti sono in corso.

Per la prima volta la registrazione audio dimostra comunque che il camionista è sceso dal veicolo così come ha fatto Alessia che aveva indossato anche il fratino catarifrangente per farsi vedere al buio dai veicoli che sopraggiungevano. I due si sono fermati per constatare i danni e nel loro breve dialogo, più un battibecco che altro, il 47enne di Rieti appare piuttosto nervoso e ribatte alle contestazioni della donna che nel frattempo si trova al telefono con l’operatore del 112 - un civile non un appartenente alle forze dell’ordine - per chiedere assistenza e l’intervento di una pattuglia della polizia stradale. 

Cosa che comunque è stata intanto fatta in automatico dalla centrale del 112. «Guarda che hai fatto», gli dice trovando dall’altra parte però una persona che vuole soltanto andare via subito da quel posto. Ed effettivamente lo fa perché dopo aver manifestato alla 42enne l’intenzione di ripartire nell’audio si sente sempre Alessia che grida «Se ne sta andando! Fermati, fermati!» Poi più nulla. A questo punto bisogna capire se quelle ultime parole siano legate alla scena di un investimento volontario oppure a un estremo tentativo della vittima di impedire la ripartenza del camion prima di aver constatato i danni.

Secondo chi indaga al momento non ci sarebbero elementi che avvalorino la volontarietà: la vittima è stata colpita dal mezzo pesante proprio nell’angolo cieco del veicolo ovvero quello centrale-posteriore destro: ricostruzione che potrebbe essere attendibile nell’ipotesi plausibile che il tir abbia sorpassato la Panda ferma sulla corsia di emergenza e quindi anche Alessia. 

Le successive telefonate al 118, almeno una decina, a cominciare dalle 20.43, quattro minuti dopo la chiamata di Alessia, tre dopo la fine della lite, da parte di automobilisti che hanno assistito a questa parte della drammatica scena testimonierebbero il fatto che non ci sono altri camion coinvolti nella vicenda. Anzi qualcuno che si trovava al volante in quel momento avrebbe anche inseguito per alcuni chilometri il tir investitore, fino a quando è stato fermato dalla polizia stradale. Il conducente avrebbe fornito in un primo momento la versione di non essersi accorto della donna a causa del maltempo. Quell’audio smentisce però la sua ricostruzione.

"Alessia investita apposta" Spunta il testimone chiave. Verso il cambio di accusa per l'autista del tir: omicidio volontario aggravato. Gli audio al 112. Stefano Vladovich il 10 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Omicidio volontario aggravato. È l'accusa che potrebbe rovesciare il caso di Alessia Sbal, schiacciata da un tir e abbandonata a terra. A sei giorni dal drammatico incidente la Procura starebbe rivedendo la posizione di Claudio Focassati, 47 anni, incensurato, da mercoledì agli arresti domiciliari. Con la stradale gli inquirenti avrebbero valutato un nuovo, inquietante scenario. Roma, chilometro 26,600 del Gra. Una Panda è sulla corsia di destra, carreggiata interna. Un camion dietro. La donna alla guida urla in diretta, al telefono con un'amica che registra la chiamata. «Che fa, è pazzo? Mi viene addosso!». All'improvviso il mezzo pesante la sperona. Poi prova ad allontanarsi. Ma lei, Alessia, 43 anni ancora da compiere, biochimica, è nera. Per niente spaventata del «bestione» che le è venuto addosso all'altezza della via Aurelia, lo insegue anche se, per farlo, supera lo svincolo che l'avrebbe portata a Ladispoli dal suo fidanzato. Pochi metri e lo costringe a fermarsi, di traverso sulla carreggiata, per metterlo di fronte alle sue responsabilità. All'amica aveva detto che un camion la stava tamponando. «Devo attaccare» le dice. Il danno è fatto.

Alessia ferma l'auto incidentata, la Panda grigia, sulla corsia di emergenza e allerta il 112. «Mi hanno tamponato, venite a soccorrermi» spiega, agitata, all'operatore. Poi scende, indossa il fratino giallo, lascia il telefono sul cruscotto. L'autista del tir non sente ragioni, innesta la marcia e la travolge, lasciandola senza vita sull'asfalto bagnato. Focassati davanti al gip che lo interroga ripete all'infinito che lui, quella donna, non l'ha proprio vista. «Mi è comparsa davanti all'improvviso» dice in una mezza ammissione di colpa. Di fatto l'uomo non si ferma a prestare aiuto, non soccorre Alessia. E tira dritto in direzione Casalotti Boccea, poi esce dal Raccordo Anulare e va avanti fino a quando lo ferma la polizia. Al 112 tentano di mettersi di nuovo in contatto con la persona che li ha chiamati, ma il telefono di Alessia, a quel punto, squilla a vuoto.

Alla scena assistono vari automobilisti. Sono le 20,34 di domenica, del resto, e nonostante l'acquazzone l'anello che circonda la capitale è come sempre pieno di auto. Ma nessuno, almeno fino a ieri, risponde all'appello della madre di Alessia, Tina Angiolini. «Cerchiamo testimoni...» scrive sul gruppo Fb «Sei di Ciampino se...». «Mia figlia è stata investita dopo essere stata speronata da un tir, è stata schiacciata senza pietà... il guidatore è scappato... Vi prego di aiutarci». Un testimone, Paolo P., avrebbe raccontato ciò che ha visto superando i mezzi fermi sul ciglio della strada. Ovvero che un tir, forse proprio quello di Focassati, tampona un'auto guidata da una donna e prosegue la corsa. Un teste importante, se le sue dichiarazioni venissero confermate, per accreditare l'ipotesi più agghiacciante: Alessia è stata uccisa volontariamente dopo uno stupido tamponamento.

·        Il caso di Kalinka Bamberski.  

Kalinka Bamberski, morta a 15 anni, e il piano segreto di suo padre, che rapì il colpevole e lo fece condannare. Federico Ferrero il 21 Agosto 2022 su Il Corriere della Sera.

La ragazzina morì a 15 anni e i sospetti caddero sul compagno della madre, un medico tedesco. Le indagini non portarono a nulla, ma André Bamberski non si rassegnò e dal quel momento la sua intera esistenza fu dedicata a incastrare il colpevole. Alla fine lo rapì e lo portò in Francia, dove era stato condannato 

Kalinka Bamberski, la vittima. La ragazzina, che aveva 15 anni, morì 1983

Si ha un fenomeno come il caso Bamberski quando concorrono due eventi: per qualche ragione, legge e morale capita che si perdano di vista. Dopodiché, deve succedere che un uomo disperato riesca nello sforzo di ricucire lo strappo, senza cedere alla scappatoia della legge del taglione. 

Nel 1965 André Bamberski, contabile a Casablanca, conobbe Danièle. Si sposarono e, nel 1967, nacque Kalinka. A turbare l’equilibrio di coppia fu la relazione di lei con il dottor Dieter Krombach, medico di stanza al consolato tedesco in Marocco, vicino di casa dei Bamberski. Scoperta la tresca, André fu disposto a perdonarla e le propose un rientro in Francia. Fu tuttavia una toppa, non una soluzione. Danièle si era innamorata di Krombach, medico fascinoso, dai modi gentili e con un’allure di mistero lontana dalla concretezza squadrata di quel brav’uomo di suo marito.

Kalinka con il suo patrigno Dieter Krombach, medico tedesco specializzato in cardiologia. Fu lui a ucciderla, per poi inscenare una morte naturale

Il ritorno di fiamma con l’amante

Con la scusa di un lavoro fuori sede, lei ottenne di poter soggiornare in settimana a Nizza: in realtà aveva riallacciato col dottore, a sua volta stabilitosi a Tolosa. Bamberski divorziò, lei se ne andò prendendosi la prole per rifarsi una vita nella splendida Lindau, un gioiello di città affacciato sul lago di Costanza. Nove luglio 1982: Kalinka Bamberski, quindici anni, sana e atletica, morì. Secondo Krombach, la ragazza aveva preso molto sole il giorno prima e, il mattino successivo, lui l’aveva trovata morta nel letto. O qualcosa del genere: il decesso, francamente anomalo, convinse la procura a sentire la versione del medico, che fornì spiegazioni nebulose. Disse di averle iniettato un cortisonico per trattare uno stato di shock del quale era vittima la ragazza. All’infermiera accorsa in casa Krombach, tuttavia, aveva raccontato di averle somministrato del calcio la sera precedente e che la piccola era già morta da ore, quando lui se ne era accorto.

Il padre «giustiziere» André Bamberski con la foto della piccola Kalinka

Quel referto che svelava lesioni genitali

Il magistrato ordinò un’autopsia, sciatta al pari dell’investigazione, nei cui referto si leggeva che 400 centilitri del pasto serale erano risaliti dallo stomaco alla trachea ed erano scesi nei polmoni, causando un’asfissia. Venne pure refertata una lesione agli organi genitali esterni, eppure i periti si rifiutarono di stabilire una causa di morte. I sospetti di Bamberski su quella fine inspiegabile vennero smorzati dalla sua ex moglie, convinta che André covasse dubbi perché accecato dalla gelosia.

Durante l’edizione 1983 della Oktoberfest di Lindau, Bamberski si diede al volantinaggio: nel foglio distribuito per strada, accusava il medico di avergli ucciso Kalinka. La figlia di Krombach, Diana, chiamò la polizia e lo fece arrestare. Bamberski propose appello alla procura di Monaco di Baviera per riaprire il caso. I medici legali della capitale riesaminarono il dossier e trovarono singolare, a parte il referto, la circostanza della presenza di Krombach alla prima autopsia. Fecero riesumare il cadavere e riscontrarono l’asportazione del pube, non dichiarata; eppure, non ritennero esistenti indizi per perseguire Krombach.

Un fermo immagine nello studio di Krombach, tratto dalla docuserie di Netflix

Il ricorso alla magistratura francese

Deluso dalla magistratura tedesca, Bamberski ci provò con quella francese che, costretta a lavorare solo sulle carte, nel 1995 rinviò a giudizio il medico con l’accusa di omicidio colposo. Processato in contumacia, Krombach venne condannato a quindici anni per aver causato la morte della povera Kalinka. Il verdetto, tuttavia, non solo non venne applicato - grazie a un accordo politico contro l’estradizione, nel caso specifico - ma il padre di Kalinka se lo vide annullato dalla Corte Europea, perché non rispettava le regole del giusto processo. Nel contempo, però, André Bamberski era diventato un investigatore a tempo pieno sul conto di Dieter Krombach. Fondò una associazione in memoria di Kalinka e dichiarò come unica sua ragione di vita il riuscire a renderle giustizia. Un giorno venne a sapere, da parte di una giornalista di Lindau, ciò che in Germania gli inquirenti si erano lasciati sfuggire e cioè che quell’individuo aveva lasciato, dietro di sé, una lunga scia di vicende a dire poco sospette. A partire dalla morte improvvisa della prima moglie, passando per reiterate accuse di violenza sessuale, fino a una condanna a pochi mesi di carcere (!) con radiazione dall’albo per violenza su una paziente minorenne, stordita con un’iniezione e poi abusata.

André Bamberski, 82 anni, a una manifestazione per chiedere giustizia per Kalinka

La «confessione» alla televisione tedesca Zdf

Krombach, ebbro del senso di impunità, concesse pure un’intervista al canale Zdf: ridacchiava, flirtava con l’intervistatrice e parlava della sua condanna per stupro con disgustoso autocompiacimento, e di Kalinka come di «un incidente». Del resto, ancora negli Anni 90, in Germania (e non solo) lo stupro era ampiamente tollerato e un intero blocco politico resisteva all’ingresso di norme che smettessero di equiparare quei reati ai divieti di sosta. Nel 2007, l’ex medico venne arrestato e condannato per aver esercitato abusivamente la professione; nel corso delle udienze, alcune donne raccontarono delle violenze subìte per mano sua in età adolescenziale ma nessuno ritenne di indagare. Scarcerato nel 2008, si stabilì vicino a Lindau senza sapere di essere, ormai, pedinato da Bamberski giorno e notte. Finché, nel settembre del 2009, due uomini risposero al suo appello pubblico perché qualcuno lo aiutasse a portare Krombach in Francia, dove c’erano giudici pronti a riprocessarlo.

Daniel Auteuil con la piccola Emma Besson nel film «In nome di mia figlia», diretto nel 2016 dal regista francese Vincent Garenq, tratto dalla straordinaria storia vera di André Bamberski

Il presunto assassino in trappola

Anton Krasniqi, un padre indignato dalla storia di quel medico debosciato, lesse la notizia, si accordò con due soci e passò all’azione. La sera del 17 ottobre, il trio prelevò a forza Dieter Krombach sull’uscio di casa. Lo conciò per le feste e, con lui nel bagagliaio, sconfinarono in Francia. Lo lasciarono in piena notte a Mulhouse, pestato e legato mani e piedi, non lontano dal commissariato e dissero a Bamberski di avvertire la polizia. Krombach era in trappola. Tentò di sottrarsi alla giurisdizione, invano. Al processo, sfilarono ex pazienti tedesche che dipinsero l’orrore di un pervertito che, abusando della scienza medica, soddisfaceva i suoi istinti più bestiali. L’accusa ipotizzò che Kalinka potesse essere stata vittima dello stesso modus operandi ma, purtroppo, mancavano i reperti autoptici per dimostrarlo. Prese nuovamente quindici anni, ne scontò una buona parte e morì nel 2020, in un ospizio. Per il rapimento di Krombach, la magistratura tanto placida nel perseguire il suo medico chiese con forza l’estradizione di Bamberski. Si può ipotizzare che la Francia, potendo, avrebbe risposto con una fragorosa risata; si accontentò di un diniego. Diede ai rapitori un anno da scontare interamente, a Bamberski un anno con la condizionale, la polizia gli fece il picchetto d’onore e lui poté tornare al cimitero di Pechbusque, a raccontare alla figlia come era andata a finire la sua guerra solitaria.

·        Il mistero di Giorgia Padoan.

Il caso irrisolto di Giorgia Padoan, aspirante hostess senza nemici. Federico Ferrero su Il Corriere della Sera il 3 ottobre 2022.

Il corpo della studentessa di 21 anni fu ritrovato il 9 febbraio del 1988 in un appartamento in via San Gottardo

Nel posare gli occhi su un vecchio caso irrisolto, una regola aurea suggerisce di attenersi ai fatti spogliandosi di ogni contaminazione, figlia indagini precedenti o del chiacchiericcio talora ripreso dalla stampa. La povera Giorgia Padoan aveva ventuno anni, studiava Lingue all’università e abitava in un appartamento più che decoroso in via San Gottardo insieme con la mamma, Ivana, impiegata alle Poste. Nessuna frequentazione perigliosa, nulla di rilevante da dichiarare per un’indagine di omicidio: allegra, disponibile, ben educata, i compagni di scuola del liceo Einstein li aveva in buona parte conservati e aveva stretto nuove amicizie nell’ateneo. Amava uscire il sabato con gli amici per una pizza, frequentava la discoteca, si era iscritta alla palestra. E studiava, sognando un futuro di viaggi: stava mettendo da parte i soldi per un volo verso le Antille e aveva provato a entrare nell’Alitalia come hostess. In estate, si concedeva una vacanza studio in Inghilterra per affinare la conoscenza della lingua. Era, insomma, tra le più improbabili vittime di un’azione omicida, per giunta in casa propria. 

Quando alla madre, separata dal marito Roberto da una dozzina di anni, toccò scoprire il corpo senza vita della figlia, il 9 febbraio 1988, erano le prime ore del pomeriggio e l’emerito professor Baima Bollone, incaricato dell’autopsia, stabilì che la ragazza era stata uccisa poco prima, tra le dieci e le undici del mattino, da qualcuno che le aveva stretto al collo un oggetto, forse una catena da bicicletta, e se l’era portata via. Il resto della scena indicava un tentativo maldestro di inquinare movente e indizi: le manopole del gas aperte, l’acqua che scorreva nel lavandino, i pantaloni della vittima abbassati e il corpo spostato sul divano ma nessun segno di violenza né ferite da difesa, o tracce di pelle sotto le unghie a testimoniare una ribellione. Soprattutto, l’assassino si era fatto strada senza forzare la porta, anzi, Giorgia gli aveva offerto il caffè: furono trovate due tazzine, sciacquate per cancellare tracce riconducibili all’aggressore. Impossibile del resto, a sentire i genitori, che la figlia potesse aver fatto entrare in tuta e piedi scalzi uno sconosciuto: chiedeva anche al padre di annunciarsi telefonicamente, prima delle sue visite.

La polizia, mentre don Michele Olivero pregava di affidare a Dio «i sentimenti di ribellione che questi fatti sollevano», procedeva quindi per esclusione: non era stato un omicidio a scopo di rapina. Non poteva trattarsi di un autore casuale o estraneo alla cerchia di conoscenze della ragazza: il killer si era soffermato a chiacchierare con la vittima, era in evidente confidenza con lei. Nel corso della discussione, poi, doveva essere successo qualcosa di così grave da scatenare la furia dell’ospite: un tentativo di violenza — estremamente improbabile, stante la messinscena e la mancanza di elementi tipici — o un litigio del quale, però, non era facile individuare prodromi. Giorgia non aveva nemici. Ma non potevano che essere questioni personali, mancando qualunque indicazione di altri moventi.

Gli inquirenti, tuttavia, nel caso Padoan, non furono fortunati. In mano non avevano nulla, sapevano ciò che non era potuto accadere ma non cosa fosse successo e, soprattutto, perché. Un’orma di scarpa taglia 44, considerata a lungo un elemento valido, venne poi attribuita a un poliziotto. L’identificazione di un soggetto alto e robusto che scappava in via San Gottardo in orari compatibili con l’omicidio non resse alle verifiche. Non restava che controllare gli alibi di tutti coloro che facevano parte della vita della ragazza, aiutandosi con una sorta di cronaca-diario che lei conservava e aggiornava. In quel libretto erano custoditi i nomi di alcuni suoi spasimanti, più e meno corrisposti, tra cui spiccava l’ultima frequentazione. Ma ciascuno di loro, che fosse compagno di corso, amico, parente stretto o ragazzo che aveva conosciuto, convinse la polizia di essere stato altrove quel mattino di febbraio o, comunque, di non poter essere indiziato di delitto per mancanza di elementi. E siccome l’assassino faceva parte di quel gruppo, a poco a poco, l’indagine si inceppò.

Quando venne riaperta, più di vent’anni dopo, si ripartì da una telefonata che, pochi giorni dopo i fatti, il padre di Giorgia aveva ricevuto a casa. Un ragazzo con la erre moscia gli aveva chiesto perdono confessando di essere lui il colpevole «ma non volevo ucciderla, è stata una disgrazia». Difficile, se si stringe al collo una catena di metallo. Promise di costituirsi entro qualche giorno «dopo aver sistemato alcune cose» e il signor Padoan fu così lucido da fingere un’interruzione sulla linea e da farsi ripetere la confessione, avendo il tempo di accendere un registratore. I pubblici ministeri Enrica Gabetta e Gabriella Viglione si affidarono al dirigente della Mobile Luigi Silipo e a Luigi Mitola, capo della squadra omicidi, lo stesso che — tra i tanti — risolse il caso dell’attentato ad Alberto Musy. Con una perizia fonica venne stabilita una seria compatibilità tra la voce al telefono e quella di un ex studente del corso di laurea di Giorgia, già sentito ai tempi. L’uomo, incensurato, nel frattempo divenuto un docente, venne indagato per omicidio volontario e interrogato dopo una perquisizione infruttuosa.

Non rispose alle domande dichiarandosi cardiopatico e negò di aver conosciuto Giorgia ma si mostrò collaborativo: produsse una busta paga che lo dava per presente sul luogo di lavoro nelle ore dell’omicidio, si rese disponibile a un prelievo di Dna. In una memoria, raccontò della propria omosessualità e, implicitamente, dell’impossibilità di un movente sessuale. Non sussistevano presupposti per formulare un’accusa che potesse reggere in tribunale e la procura si dovette fermare un’altra volta, proprio quando l’ex capo della Mobile e protagonista ai tempi dell’indagine, Aldo Faraoni, stava per andare in pensione da questore. Era il 2013. Faraoni raccontò il suo grande cruccio, non essere riuscito a incastrare l’assassino di Giorgia Padoan. Morì di malattia qualche mese più tardi.

·        Il mistero di Gaia Randazzo.

I genitori di Gaia Randazzo, la ventenne scomparsa dalla nave: «Aveva troppi sogni per essere uccisa». Storia di Lara Sirignano su Il Corriere della Sera il 25 novembre 2022.

Gaia aveva 20 anni, amava gli animali e la natura. Aveva amici, faceva progetti, adorava la sua famiglia. Il 10 novembre è partita da Genova in nave con il fratello minore per andare a trovare la nonna che vive a Cinisi, in Sicilia, ma non è mai arrivata. Scomparsa nel nulla dal traghetto che avrebbe dovuto portarla a Palermo. Di lei restano una felpa, abbandonata su una panchina della nave, e lo zainetto con il cellulare, lasciato sulla poltrona che occupava prima di sparire. Gli investigatori, dopo aver setacciato il traghetto palmo a palmo e controllato uno a uno i camion imbarcati, hanno pochi dubbi. Gaia si è suicidata, lanciandosi in acqua, per amore. Un messaggio trovato nel cellulare — che sarà analizzato solo mercoledì prossimo dai consulenti tecnici — e destinato, sebbene mai inviato, al suo fidanzato (o ex) proverebbe l’intenzione di farla finita. «Ti amo, addio, perdonami», avrebbe scritto. Parole che però, per i genitori della ragazza, non provano che si sia lasciata cadere in mare.

«Non era depressa»

«Gaia ci aveva detto di aver lasciato il suo ragazzo, ci raccontava tutto. Si vedevano da 4 mesi, era poco più di una amicizia. Non ne soffriva, non era depressa, era stata lei a chiudere», spiega la madre, Angela Randazzo, siciliana d’origine come suo marito Rocco con il quale, 30 anni fa, ha deciso di trasferirsi a Codogno, in Lombardia. Da 15 giorni, Angela vive incollata al telefono in attesa di notizie della figlia. Non ha perso la speranza di trovarla. «Finora ci ha sentiti la polizia marittima di Palermo, ma alle domande che abbiamo fatto nessuno ha dato risposta», racconta. Un silenzio che ha spinto i Randazzo a nominare un legale, l’avvocato Aldo Ruffino, per cercare di avere informazioni sul caso. «Vorremmo visionare le telecamere della nave — spiega la signora —. Ma non c’è stato detto se ce ne fossero e se fossero funzionanti. Né, da quel che sappiamo, qualcuno ha interrogato i passeggeri e il personale».

«Aveva progetti»

L’impressione dei familiari, insomma, è che alla tesi del suicidio si sia arrivati troppo presto. Perché di una cosa Rocco e Angela sono certi: Gaia non si è uccisa. «Progettava di prendere la patente, aveva finito il corso da estetista e cercava lavoro, sognava di andare dalla nonna e di poter mangiare le arancine che adorava. Una persona che ha scelto di morire si comporta così? E poi se avesse avuto problemi gravi ne avrebbe parlato, si confidava con noi e con i fratelli, aveva mille amiche. Anche loro sono incredule, chi la conosceva sa quanta voglia di vivere avesse». E allora cosa è accaduto? «Vorremmo saperlo dagli investigatori — dicono i familiari —. Ci risultano casi di aggressioni sulle navi e strani episodi che hanno avuto come vittime giovani donne. Rivolgiamo un appello a chiunque era a bordo e potrebbe aver visto qualcosa. Ogni particolare è importante».

Il messaggio

Ad avvertire Angela della scomparsa di Gaia è stato un funzionario della biglietteria della Gnv, la compagnia proprietaria del traghetto. Suo fratello, che si era addormentato e al risveglio non ha trovato sua sorella accanto a sé, dopo averla cercata ovunque ha mandato un messaggio alla madre: «Mi avevi chiesto di fare una cosa e non l’ho fatta». I genitori avevano raccomandato ai ragazzi di prendersi cura l’uno dell’altra. «Ama sua sorella e si sente in colpa — spiega la madre —. Non si perdona di averla persa di vista».

La ragazza potrebbe aver avuto una grande delusione d’amore. Gaia Randazzo, il mistero della 20enne scomparsa sulla nave: è giallo sul messaggio al fidanzato. Elena Del Mastro su Il Riformista il 14 Novembre 2022.

Il traghetto è partito da Genova regolarmente alle 23 di giovedì 10 novembre diretto a Palermo. A bordo c’erano anche Gaia Randazzo, 20 anni, originaria di Codogno, nel Lodigiano, e residente ad Acqualunga Badona, frazione di Paderno Ponchielli, nel Cremonese. Era partita insieme a suo fratello 15enne per andare a trovare la nonna in Sicilia. Poco prima dell’arrivo il ragazzo ha fatto scattare l’allarme: sua sorella era come svanita nel nulla. Un vero e proprio mistero: a quattro giorni dalla sua scomparsa di lei non si è trovata nessuna traccia.

Venerdì 11 novembre il 15enne ha fatto scattare l’allarme intorno alle 7.30 del mattino. Gaia non era più in cabina con lui e non riusciva a trovarla da nessuna parte sulla nave. Secondo quanto ricostruito dal Giorno, subito il personale di bordo ha iniziato a diramare annunci via altoparlante invitando la ragazza a presentarsi in un punto della nave. Niente, gli appelli sono tutti caduti nel vuoto. E così per tutto il giorno in cerca della ragazza. Quando la nave è attraccata alle 20 al porto di Palermo ad attenderla c’era uno schieramento di polizia con i cani cinofili. la ragazza è scomparsa nella notte tra il 10 e l’11 novembre.

La polizia ha controllato ogni cabina e ogni singolo angolo della nave, tutte le vetture, tutti i passeggeri e i bagagli, ma della ragazza non c’era traccia. Le ricerche sono durate per una notte intera senza lasciare nulla di intentato ma la ragazza a bordo non c’era. Analizzando la rotta e i tempi in cui si presume la ragazza sia scomparsa, si ritiene che al momento della scomparsa di Gaia il Suprema si trovasse in transito nei pressi di Livorno. Per questo le ricerche sono coordinate dal comando nazionale della Guardia Costiera e sono interessate le capitanerie non solo di Livorno, ma anche della Sardegna e le autorità francesi (per il tratto di mare vicino alla Corsica).

Si teme per il peggio, che la ragazza possa essersi gettata in mare o che sia caduta. Un aereo da ricognizione dotato di sensori termici in grado di individuare un corpo umano anche in presenza di visibilità ridotta sta sorvolando l’intero tratto di mare dove potrebbe essere caduta la ragazza. Inoltre i messaggi di allerta per una persona dispersa in mare sono stati diramati a tutte e unità navali in transito nella zona di mare della rotta del traghetto. Il fratello, in forte angoscia, è stato affidato a uno zio, arrivato al porto di Palermo per accoglierlo.

Per il momento non si esclude nessuna ipotesi, potrebbe essere stato un fatto accidentale o un gesto estremo. Saranno analizzate anche le immagini delle videocamere di sorveglianza posizionate sul ponte cercando di trovare risposte e indicazioni su quanto accaduto. Ma a catturare l’attenzione degli investigatori è un messaggio che sarebbe stato ritrovato sul cellulare della ragazza che preannunciava al fidanzato l’intenzione di togliersi la vita. Un messaggio che non sarebbe mai stato inviato al destinatario. La ragazza potrebbe aver avuto una grande delusione d’amore. Sul caso indaga la squadra mobile di Palermo.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

·        Il caso di Giovanna Barbero e Maria Teresa Bonaventura.

Il delitto di Giovanna Barbero e Maria Teresa Bonaventura: due donne uccise e l'amante assassino. Federico Ferrero su Il Corriere della Sera il 14 Novembre 2022.

Nel gennaio del 1991 Bruno, tornato a casa, trovò la sua cascina a Castelnuovo Calcea devastata da un incendio, la moglie era scomparsa

Per ucciderle fu usata una roncola. Poi qualcuno le gettò a faccia in giù in un fosso, a lato di una strada di campagna innevata a Castelnuovo Calcea, un paesino tra Asti e Nizza Monferrato. 

Chi poteva desiderare una morte così crudele per due amiche di provincia, Giovanna Barbero e Maria Teresa Bonaventura? Chi erano La prima aveva ventisette anni e stava con i genitori in una cascina vicino a Canelli; l’altra, di due anni più giovane, viveva in una frazione di Calosso col marito. Si conoscevano per essere state vicine di casa da ragazzine; Giovanna si sarebbe dovuta sposare quella stessa settimana con Nicola, un ragazzo di Acqui Terme con cui era fidanzata da tempo. Maria Teresa, invece, era sposata con Bruno, operaio in forza allo stabilimento Ferrero di Alba. 

Erano i primi giorni di gennaio del 1991 e Bruno, tornato a casa dal turno di notte, trovò la sua cascina devastata. Un incendio aveva distrutto la camera da letto al piano superiore e, di sotto, pareva fosse passato un tornado. Da un armadio mancavano due pistole e tre fucili da caccia. La moglie non c’era. L’uomo, affranto, chiamò carabinieri e vigili del fuoco, denunciando la scomparsa della donna e il furto delle armi. Poche ore dopo, un agricoltore trovò vicino al suo appezzamento i corpi martoriati delle ragazze. Nessuno aveva visto. 

Per giorni la squadra mobile tentò, invano, di dare un significato a quella mattanza di due donne che, secondo amici e conoscenti, non avrebbero avuto alcunché da temere. Impossibile che nessuno sapesse in un mondo tanto circoscritto, eppure nessuno parlava. 

La cronaca, in mancanza di altri elementi, passava in rassegna ipotesi di messe nere e riti satanici finché, dopo due mesi di indagini, vennero fermati un camionista di Calamandrana e un mezzadro residente a San Marzano Oliveto, con l’accusa di duplice omicidio volontario. Vennero sottoposte al professor Baima Bollone le tracce di pneumatico fotografate sulla scena del crimine e confrontate con il veicolo di uno dei due uomini, si tentò di approfondire qualche flebile indizio sui legami tra le vittime e gli incarcerati. Ma non c’entravano nulla e, a ottobre, vennero prosciolti. 

Il caso di Giovanna e Maria Teresa sarebbe rimasto irrisolto se, a più di un anno dai fatti, non fosse stato trovato, poco lontano da quel campo, il corpo di una donna torinese che esercitava la prostituzione, Marina. Intercettando le utenze fisse di alcune persone che frequentavano la vittima, gli inquirenti ascoltarono una conversazione non pertinente al caso, in cui si faceva riferimento agli effetti personali di una delle due ragazze ammazzate l’anno precedente, conservati a casa di una giovane di Nizza Monferrato. 

Quando costei si ritrovò la polizia in casa, rese piena confessione su ciò che aveva visto. Raffaella, così si chiamava la testimone, era fidanzata con un ragazzo il cui migliore amico era tale Gian Mario M., camionista residente nella loro stessa città. La confessione Mise a verbale che, la sera del duplice omicidio, lei e il suo ragazzo erano andati a Calosso, dove si erano incontrati con due ragazze a lei sconosciute. 

Dopodiché era arrivato il camionista che, stante l’assenza del marito di Maria Teresa, si era chiuso in camera da letto con Giovanna e aveva iniziato a litigare. Dopodiché la donna era stata uccisa con una roncola e avvolta in una coperta da Gian Mario e, sotto choc, lei e l’altra ragazza erano state caricate in automobile fino a quella stradina appartata, dove il camionista aveva ucciso anche Maria Teresa, che si era scagliata contro di lui. Dopodiché l’incendio sarebbe dovuto servire a cancellare le tracce dell’omicidio, la sottrazione di armi e beni a far pensare a una rapina finita male. 

La ragione dell’uccisione di Giovanna era da ricercare nel rapporto che la povera donna aveva stretto clandestinamente con l’assassino, circa un anno prima degli omicidi. Quando lei lo aveva informato della sua decisione di sposarsi e di troncare la relazione lui, uomo violento e dalla fedina penale zeppa di precedenti, non l’aveva accettata. 

Al processo venne chiamato a testimoniare anche l’allora sindaco di Canelli: pochi giorni prima della cerimonia civile aveva ricevuto in ufficio Giovanna Barbero. «Mi chiese cosa doveva fare per annullare la cerimonia di matrimonio. Non mi spiegò il motivo ma non mi pareva spaventata». Durante le udienze, risultò vieppiù palese che un buon numero di persone della zona era al corrente di tutto quanto era accaduto quella notte ma l’omertà aveva creato un diffuso patto del silenzio. 

La testimone, per conto suo, si giustificò dicendo di non aver contribuito alle indagini per il timore di vendette ed emerse che era stata minacciata da una coppia di conoscenti dell’imputato. I due, fingendosi poliziotti, si erano fatti imprestare soldi – mai restituiti - garantendole che l’avrebbero tenuta fuori dalle indagini su quella terribile vicenda. Lo scomparso avvocato Mirate, un fuoriclasse del diritto penale, tentò disperatamente di alleviare il peso della sicura sentenza di condanna del camionista, puntando sulla fragilità del movente e su un alibi: quella sera, il suo assistito era stato visto al bar. 

Nel 1996, a Gian Mario M. fu confermato l’ergastolo dalla Cassazione. Al fidanzato della testimone fu riconosciuta la seminfermità e l’accusa di concorso in omicidio cadde, restarono in piedi reati minori. Altri tre amici del killer vennero processati per favoreggiamento e ricettazione di armi. Al promesso sposo di una e al vedovo dell’altra rimase solo la disperazione.

·        Il mistero di Giuseppina Arena.

Chivasso, Giusi «la cantante» era già morta da ore quando è stato scoperto il corpo. Massimo Massenzio su Il Corriere della Sera il 14 ottobre 2022.

Autopsia della 52enne uccisa con 3 colpi di pistola: potrebbe essere andata a un appuntamento o qualcuno potrebbe averla seguita. 

Potrebbe essere stata uccisa nella mattinata di giovedì 12 ottobre Giuseppina Arena, la 52enne di Chivasso trovata senza vita nelle campagne della piccola frazione di Pratoregio.

In base alle prime indiscrezioni filtrate dopo l’autopsia eseguita dal medico legale Roberto Testi, Giusi «la cantante» era già morta da parecchie ore quando il cadavere è stato scoperto da un passante sotto il cavalcavia dell’Alta velocità.

L’assassino, verosimilmente posizionato di fronte a lei, le ha sparato due colpi in fronte e un terzo allo zigomo destro, in rapida successione e da distanza molto ravvicinata.

Giusi, che viveva nelle case popolari di via Togliatti, è stata vista dai vicini alle 10 di giovedì mentre usciva dai garage dello stabile. Era in sella alla sua inseparabile bicicletta rossa, con la quale macinava chilometri per le strade di Chivasso e Montanaro ( il paese dove è cresciuta e dove vive suo fratello Angelo) intonando filastrocche e stornelli. Potrebbe essere andata a un appuntamento o qualcuno potrebbe averla seguita.

La bicicletta è stata ritrovata accanto al corpo assieme a tre bossoli calibro 7,65, compatibili con i proiettili che l’hanno uccisa. Questa mattina i carabinieri hanno eseguito una nuova ricognizione sul luogo del delitto per cercare la pistola che il killer potrebbe aver gettato. Al momento gli inquirenti, coordinati dalla Procura di Ivrea, non escludono nessuna ipotesi, ma la pista più probabile porta alla ricca eredità (circa 300 mila euro poi divisi con il fratello) ricevuta da Giusi dopo la morte della madre, avvenuta due anni fa.

L'omicidio della donna in bicicletta. Il giallo di Giusy “la cantante”, uccisa con 3 colpi in faccia: il caso dell’eredità e del killer. Vito Califano su Il Riformista il 14 Ottobre 2022 

Giuseppina Arena era conosciuta a Pratoregio, in provincia di Torino, la chiamavano “Giusy la cantante”. È stata trovata senza vita, a pochi chilometri da casa, uccisa da tre colpi di pistola nel giorno del suo compleanno. Colpi esplosi da distanza ravvicinata e al volto: come in un’esecuzione. Aveva 52 anni ed era in giro con la sua bicicletta. L’omicidio è un giallo sul quale si allunga l’ombra di un’eredità.

Arena era stata vista l’ultima volta dai vicini di casa ieri alle quattro del pomeriggio. Viveva in un piccolo alloggio, un monolocale di 40 metri quadri, di edilizia popolare in via Togliatti a Chivasso. È stata uccisa con tre colpi d’arma da fuoco esplosi a distanza ravvicinata, tutti al volto. Il corpo è stato ritrovato in un prato sotto a un cavalcavia. Nessuno al momento sembra aver sentito i colpi esplosi da una calibro 7,65. L’arma non è stata trovata dai militari.

Secondo quanto ricostruisce Il Messaggero la donna parlava molto e spesso della sua eredità: una casa e 60mila euro. I carabinieri hanno sentito ieri il fratello, Angelo, muratore che vive a Montanaro. Non è chiara l’entità delle tensioni, forse liti, tra i due legate a quell’eredità. Sorella e fratello avrebbero fatto anche ricorso a un avvocato. La vittima per il resto sembrava condurre una vita piuttosto serena. Era seguita dai servizi sociali, viveva con due cani e 15 gatti e ogni giorno si esibiva sotto i portici di via Torino tra i passanti e di fronte ai negozi.

Scriveva canzoni in cui raccontava anche storie di abusi, di due gemelli frutto di violenze sessuali, di un matrimonio finito male, della madre “che ha pensato a me e mi lascerà una bella eredità” – la cantava al futuro perché per lei la madre non era mai morta e ai vicini diceva di andate in bicicletta, con la sua Graziella, fino a Montanaro a trovarla.

Chi la conosceva concorda su una cosa: “Non ha mai fatto male a nessuno”. L’altra pista che riporta il quotidiano è più losca: “Potrebbe aver visto ciò che non doveva vedere”. L’autopsia sul corpo sarà eseguita oggi. Non è neanche escluso che la donna, che percorreva quella strada un paio di volte a settimana, sia stata uccisa altrove e il corpo spostato una volta cadavere.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

L’addio a Giusi la «cantante». «Magari l’assassino è qui, nascosto tra la folla». Massimo Massenzio su Il Corriere della Sera il 24 Ottobre 2022.

L’ultimo saluto alla donna delle filastrocche. Sul delitto ancora tanti interrogativi. 

«Giusi non meritava di essere uccisa, è assurdo. Speriamo che chi l’ha ammazzata faccia la stessa fine». Parole ruvide, pesanti, pronunciate di getto da una donna sul sagrato della chiesa di Santa Maria Annunziata, a Montanaro. Dove lunedì 24 ottobre si sono svolti i funerali di Giuseppina Arena, freddata con tre colpi di pistola a Chivasso lo scorso 12 ottobre, il giorno del suo cinquantaduesimo compleanno. A due settimane di distanza l’omicidio resta avvolto nel mistero e le domande degli abitanti di due paesi aspettano risposte. L’ultimo saluto a Giusi la cantante, che alle difficoltà della vita rispondeva con le filastrocche inventate in sella alla sua bicicletta, ha chiuso il capitolo «pubblico» del dolore, ma lascia aperti ancora tanti interrogativi.

«Magari l’assassino è qui, nascosto tra la folla», sussurra un uomo non appena le telecamere delle televisioni si allontanano per seguire l’arrivo del feretro. Il suo stesso pensiero lo hanno avuto in molti, forse anche i carabinieri, presenti in divisa e in borghese, sotto i portici di via Matteotti. Si cercano sguardi, emozioni, indizi. Poi dalla piccola folla spunta la tuta nera di Angelo Arena che taglia il silenzio della piazza e si avvicina alla bara ricoperta di rose. Tutti gli occhi sono su di lui, che con il cappuccio della felpa calato sulla fronte non dice una parola. Poi si avvicinano i figli, gli amici, le zie.

Don Aldo pronuncia la benedizione e il feretro che entra in chiesa, portato sulle possenti spalle dei residenti della Coppina. È il quartiere popolare alla periferia di Chivasso, dove Giusi si era trasferita da molti anni e dove continuava a vivere, nonostante alla morte della madre lei e il fratello Angelo avessero ricevuto una cospicua eredità. Si parla di circa 120 mila euro a testa, fra contanti, immobili e titoli. Il denaro sembra la pista più probabile per arrivare alla soluzione del giallo, ma dal pulpito il parroco di Montanaro, prova a spegnere per qualche momento le «chiacchiere» e invita alla prudenza: «Sono state dette tante parole in questi giorni, siamo fatti così, ma a volte c’è bisogno di silenzio». E aggiunge: «Giusi era una donna semplice, chiamava “mamme” le suore con cui ha passato tanti momenti della sua giovinezza e magari trovava la gioia cantando. La vita è sacra, nessuno può toglierla, ma adesso speriamo che Giuseppina canti anche vicino al Signore».

Angelo, seduto in prima fila, sorretto dalle sue figlie cerca di trattenere le lacrime, che alla fine sgorgano copiose quando sul sagrato risuonano le note di «Giusy», la canzone di Ultimo che gli amici hanno voluto dedicare a sua sorella. «Giusy ha spento ogni passione e la gente ha spento lei», recita il testo. Ma la gente, a Montanaro e Chivasso, vuole sapere chi è stato.

·        Il Caso di Angelo Bonomelli.

Da leggo.it il 10 novembre 2022.

L'imprenditore Angelo Bonomelli è stato trovato morto nella sua auto, un suv parcheggiato nel comune di Entratico (Bergamo). Il corpo giaceva esanime accasciato sul sedile del conducente, una scena che non lasciava presagire a una morte violenta, piuttosto a un improvviso malore che avrebbe potuto cogliere l'80enne. 

Nonostante l'assenza di evidenti segni di lesione sul corpo, i carabinieri della compagnia di Bergamo avevano avviato un'intensa attività investigativa che ha portato oggi all'arresto di quattro persone accusate di omicidio e rapina in concorso.

Le indagini hanno avuto inizio la notte dell'8 novembre scorso quando il figlio di Bonomelli Angelo, imprenditore bergamasco, residente a Trescore Balneario (Bergamo), preoccupato dal mancato rientro del padre, aveva sporto denuncia presso la stazione carabinieri di Bergamo principale. Le ricerche avevano consentito già in tarda mattinata di rintracciare il suv. 

Dopo il ritrovamento del cadavere, i carabinieri si sono concentrati su alcuni aspetti ritenuti anomali: l'assenza di soldi nel portafoglio della vittima, la mancanza del suo telefono cellulare nonché l'assenza dell'orologio in oro, dal quale, secondo quanto riferito dai familiari, non si separava mai.

Al termine dell'attività investigativa, coordinata dalla Procura della Repubblica di Bergamo, i carabinieri hanno ricostruito la dinamica degli eventi verificatisi il 7 novembre ad Entratico. Nel tardo pomeriggio Bonomelli aveva raggiunto un bar dove aveva appuntamento con un giovane trentatreenne per discutere circa il rilancio sui social delle terme di sua proprietà site nel comune di Sant'Omobono Terme (Bergamo).

I due erano stati poi raggiunti da altre 3 persone, un sessantottenne pensionato e 2 giovani disoccupati di ventitré e ventiquattro anni tra cui una donna, tutti italiani, residenti in provincia di Bergamo, noti alle forze dell'ordine per reati contro il patrimonio. L'imprenditore si era soffermato con loro a chiacchierare all'esterno del bar e a consumare una bevanda offerta da uno dei giovani all'interno della quale era stata disciolta una sostanza degli effetti narcotizzanti.

Trascorsi pochi minuti l'anziano aveva accusato un malore, si era accasciato ed era stato sorretto dai quattro i quali, di peso, lo avevano caricato a bordo del suo suv, parcheggiato a poco distanza dal bar. Due giovani, di cui uno postosi alla guida del suv avevano portato la vittima presso un parcheggio pubblico poco distante, seguiti a breve distanza dagli altri complici a bordo di un'utilitaria. Giunti all'interno del parcheggio, si erano sistemati indisturbati, il corpo della vittima sul sedile del conducente asportando l'orologio d'oro, il cellulare e i contanti. 

Alla luce delle evidenze investigative i responsabili sono stati raggiunti presso le loro abitazioni dai militari che hanno recuperato la cassa dell'orologio presso un 'compro oro' di Bergamo, dove era stata ricettata parte della refurtiva, e il cellulare trovato ancora nella disponibilità di uno degli indagati. I responsabili sono stati condotti presso la casa circondariale di Bergamo con l'accusa di omicidio e rapina in concorso. La salma è stata trasportata presso l'obitorio dell'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo a disposizione dell'autorità giudiziaria.

Bergamo, Angelo Bonomelli narcotizzato per una rapina: l’imprenditore era stato trovato morto in auto. Maddalena Berbenni su Il Corriere della Sera l’11 Novembre 2022.

Fermati i presunti responsabili della morte dell’imprenditore, che aveva 80 anni ed era titolare d un centro termale in Valle Imagna. In apparenza era stato colto da un malore, ma le telecamere hanno portato all’arresto di quattro persone

I soldi come movente e l’ingenuità degli arrestati, presi in un giorno e mezzo grazie ai filmati che li immortalano mentre servono ad Angelo Bonomelli la bibita che lo avrebbe ucciso, e poi, quando si accascia, mentre lo caricano di peso sul suo Suv nero. L’imprenditore, 80 anni ad aprile, piuttosto noto perché coi proventi della sua agenzia di onoranze funebri, a Trescore Balneario, si era comprato un centro termale in Valle Imagna, lanciandosi pure nella medicina naturale, sembrava fosse stato stroncato da un infarto. Gli era capitato, in passato, di avere problemi di cuore. Invece, i carabinieri della sezione operativa della compagnia di Bergamo hanno ricostruito quello che, al momento, per il pm Chiara Monzio Compagnoni, è un omicidio volontario con il dolo eventuale per una rapina dal bottino esiguo, forse mille, duemila euro.

In carcere, mercoledì notte, sono stati portati Matteo Gherardi, 33 anni, precedenti, anche penali, specifici (risulta abbia una condanna per rapine commesse narcotizzando le vittime); il padre Luigi, 68 anni, con precedenti di polizia per truffa; la fidanzata 23enne di Matteo, Jasmine Gervasoni, che ha avuto guai per truffa e furto; l’amico Omar Poretti, 24 anni, anche lui già noto ai tribunali per rapina e droga. Cognomi bergamaschi, abitano tutti in provincia. I Gherardi e Gervasoni si erano da poco trasferiti a Gaverina Terme. Poretti, di Scanzorosciate, è figlio di un agricoltore condannato all’ergastolo per avere ucciso a fucilate, nel 2006, due suoi ex operai rumeni che reclamavano denaro.

L’indagine parte dalla denuncia del figlio maggiore di Bonomelli, Emanuele, 46 anni, subentrato da tempo alla guida dell’azienda. Lunedì sera, si preoccupa perché il padre non torna a casa, a Trescore. Il corpo viene scoperto la mattina successiva nel parcheggio della zona industriale del paese confinante, Entratico. Non ci sono segni di una morte violenta, ma insospettisce che manchino il telefonino e l’orologio d’oro dal quale l’imprenditore non si separava mai. I carabinieri, per scrupolo, decidono di analizzare i filmati delle (molte) telecamere della zona. Scoprono così che Bonomelli aveva incontrato Matteo Gherardi in un bar-tabaccheria gestito da cinesi, vicino al luogo del ritrovamento.

«Mi aveva detto che aveva un appuntamento con un ragazzo per pensare al rilancio del centro termale sui social network», ha spiegato, poi, il figlio agli investigatori. Ma da dove nasca la conoscenza non è stato ancora chiarito. Seduti all’esterno del locale, Bonomelli e Gherardi, sono stati raggiunti dal padre, dalla fidanzata e dall’amico di quest’ultimo. Qualcuno ha servito all’imprenditore una bibita allungata probabilmente con il Rivotril, medicinale usato contro gli attacchi epilettici (oggi l’autopsia). Lui si è sentito male, lo hanno caricato sul suo Freemont e, due sul Suv e due su una Volkswagen Polo grigia, si sono tutti diretti al parcheggio di Entratico, dove lo hanno abbandonato. L’orologio è stato rivenduto il giorno stesso da Poretti in un Compro Oro a Bergamo e sempre in casa di Poretti è stato ritrovato il telefono. «Mio padre era un buono e delle persone buone spesso ci si approfitta», le uniche parole, rotte dal pianto, del figlio.

Omicidio di Angelo Bonomelli, Matteo Gherardi aveva narcotizzato anche la zia per derubarla.  Maddalena Berbenni su Il Corriere della Sera il 12 Novembre 2022.

Il 33enne di Gaverina è stato arrestato insieme al padre Luigi, 68 anni, la fidanzata Jasmine Gervasoni, 23 anni e l’amico Omar Poretti di 24 anni con cui ha teso l’agguato all’imprenditore. Una sua parente ha denunciato di aver subito una rapina con la stessa tecnica

È una palazzina di tre piani in una vecchia corte della frazione di Piano, a Gaverina Terme, la casa dove mercoledì notte i carabinieri della sezione operativa della compagnia di Bergamo hanno prelevato Matteo Gherardi, insieme al padre 68enne e alla fidanzata 23enne. Il vetro del portoncino all’ingresso è a pezzi. Le ragnatele e l’odore di chiuso che filtra verso le scale raccontano di un contesto se non degradato, di desolazione. C’è una sfilza di scarpe consumate sui gradini del pianerottolo al primo piano, fuori dall’appartamento che, si dice in paese, acquistarono per due lire, un paio di anni fa, quando si trasferirono da Negrone di Scanzorosciate.

Anche questo rende il colore della vicenda. Sembra sempre più evidente che il 33enne Gherardi e gli altri tre arrestati per la morte, dopo una bibita drogata con un medicinale, dell’imprenditore di Trescore Balneario Angelo Bonomelli, 80 anni, siano balordi alla ricerca disperata di denaro, forse per la droga. Nessuno ha un lavoro, tutti hanno alle spalle problemi con la giustizia. Durante le perquisizioni sono stati trovati qualche grammo di cocaina e dell’hashish nella casa, a Scanzorosciate, dell’amico Omar Poretti, lui 25 anni, figlio di Giuseppe, che nel 2006 sparò a due suoi ex operai romeni, uccidendoli. Fu condannato all’ergastolo, è morto.

La droga, dunque. Di sicuro, anche Gherardi ne fa uso. Fermo restando che i ruoli di ciascuno sono stati solo abbozzati rispetto agli elementi raccolti finora e tenuto conto che questa mattina, se lo vorranno, i sospettati potranno dire di più nell’interrogatorio di convalida davanti al gip Maria Beatrice Parati, sembra certo che sia centrale la figura di Matteo. Pesano, contro di lui e contemporaneamente a suo favore, i precedenti che gli inquirenti stanno studiando con attenzione, fra cui, negli ultimi sei mesi, almeno 3 o 4 denunce per rapine, in cui le vittime sostengono di essere state narcotizzate. Fra loro, c’è anche una zia del ragazzo, che ha descritto la stessa, identica modalità. Ciò lo penalizza, perché sembra chiudere il cerchio già ben delineato, a quanto pare, dai riscontri in mano ai carabinieri. E penalizza gli altri perché ora si potrebbe ipotizzare che non abbia agito da solo nemmeno in passato.

D’altro canto, se quello era il modus operandi, cioè di drogare e rapinare, potrebbe indebolire l’accusa formulata per tutti dal pm Chiara Monzio Compagnoni, di omicidio volontario: se lo hanno fatto anche in altre occasioni, è altamente probabile che non volessero uccidere nemmeno a Entratico. In effetti, l’orientamento è quello del dolo eventuale: i quattro avrebbero messo in conto il rischio di scatenare reazioni gravissime, vista l’età dell’anziano. Oltre alle possibili dichiarazioni dei sospettati, saranno importanti su questo fronte le analisi tossicologiche (l’autopsia, prevista per ieri, è slittata a lunedì pomeriggio). Potranno dare un’idea precisa, ad esempio, delle dosi somministrate e poi confermare se sono state versate nel bicchiere gocce di Rivotril, come avrebbe sostenuto uno degli arrestati. È un medicinale comune e datato che contiene benzodiazepine. Di norma, viene usato contro l’ansia e per le crisi epilettiche.

Bonomelli si è sentito male quasi subito. È Matteo Gherardi che, lunedì pomeriggio, lo incontra per primo al bar tabaccheria Sintony, affacciato sull’ex statale di Entratico. I due si accomodano ai tavolini sotto la tettoia esterna e vengono raggiunti dagli altri tre: Poretti, Jasmine Gervasoni e Luigi Gherardi. Si trattengono a lungo, a Bonomelli la bibita viene servita da uno del gruppo, non si alza a ordinarla o a prenderla al bancone. Quando va verso il suo Suv Freemont nero, ha un cedimento e allora i due ragazzi lo caricano di peso sull’auto e si avviano verso la zona industriale che sta a pochi minuti. Il padre e la fidanzata di Gherardi li seguono su una Polo Volkswagen grigia e li aspettano mentre, arrivati al parcheggio fra i capannoni di via Enrico Mattei dove Bonomelli è stato ritrovato morto martedì mattina, gli sfilano l’inseparabile orologio d’oro, il cellulare e forse qualche banconota dal portafogli, che era vuoto. Il sospetto che non si tratti di infarto ai carabinieri viene davanti al telefono e all’orologio mancanti. Poi, le telecamere fanno il resto.

Dell’orologio, del valore di circa mille euro, è stata ritrovata solo la cassa: il resto era già stato fuso dal compro oro in città, a cui Poretti, anche lui con precedenti per rapina e droga, lo avrebbe venduto. Il cellulare era sempre in casa sua, pure quello già resettato per essere forse ricettato. Non è stato possibile così verificare, nell’immediatezza, se ci siano stati contatti, come chi indaga ritiene, con Matteo Gherardi. Gli amici del centro anziani di Trescore, che lo hanno visto per ultimi, raccontano che Bonomelli aveva ricevuto una chiamata che lo aveva agitato prima di lasciare a metà la partita a carte e di dire che doveva andare a discutere con una persona. Sulla base di quanto dichiarato dal figlio Emanuele, si pensa che Gherardi possa avere agganciato l’imprenditore proponendosi per il rilancio sui social di Villa Ortensie, il centro di Sant’Omobono Terme specializzato nella medicina naturale, il suo pallino da quarant’anni a questa parte.

Omicidio Bonomelli, gli arrestati: «Volevamo solo stordirlo per prendergli l’orologio, non pensavamo potesse morire». Restano in cella. Redazione Bergamo online su Il Corriere della Sera il 12 Novembre 2022.

Davanti al gip, sabato 12 novembre, hanno parlato tutti e quattro gli indiziati di aver provocato la morte dell’imprenditore Angelo Bonomelli, drogandolo e lasciandolo in un parcheggio a Entratico

Il parcheggio di Entratico dove è stato trovato morto Angelo Bonomelli (riquadro a destra). Negli altri riquadri (in alto) Matteo Gherardi e Omar Poretti

Hanno parlato tutti e quattro, in carcere, nella mattinata di sabato 12 novembre. Matteo Gherardi, di 33 anni, il padre Luigi di 68 anni, la fidanzata Jasmine Gervasoni, di 23 anni e l’amico Omar Poretti di 24 anni, arrestati per la morte di Angelo Bonomelli, l’imprenditore ottantenne di Trescore con cui il 7 novembre avevano un appuntamento e che il giorno dopo è stato trovato morto nella sua automobile, per un malore secondo l’accusa provocato dal Rivotril versato in una bibita, al bar dell’incontro, il Sintony di Entratico. Il giudice delle indagini preliminari ha deciso: i quattro rimangono in carcere, per omicidio volontario.

I primi tre, di Gaverina, assistiti (il 33enne) dall’avvocato Gianluca Quadri e (il padre e la fidanzata) dall’avvocato Roberta Zucchinali hanno spiegato al giudice delle indagini preliminari Maria Beatrice Parati che l’appuntamento era per il sito Internet per rilanciare Villa Ortensie, l’hotel a 4 stelle con centro termale di Bonomelli, a Sant’Omobono. Poretti è assistito dall’avvocato Luca Bosisio.

Non avevano intenzione di uccidere, è la loro versione. L’idea di versare il medicinale è stata presa in quel momento — hanno assicurato, escludendo quindi un piano —. «Volevamo stordirlo per prendergli l’orologio, non pensavamo potesse morire», è il senso delle loro parole. Il pubblico ministero Chiara Monzio Compagnoni (che ha partecipato agli interrogatori di convalida degli arresti) ipotizza l’omicidio volontario, l’orientamento è quello del dolo eventuale: per l’età di Bonomelli i quattro dovevano mettere in conto la possibilità che un medicinale così forte potesse provocarne anche la morte. A carico di Matteo Gherardi risultano altre denunce per rapina, le vittime, tra cui una zia, sostengono di essere state narcotizzate.

Maddalena Berbenni per corriere.it il 12 novembre 2022.

È una palazzina di tre piani in una vecchia corte della frazione di Piano, a Gaverina Terme, la casa dove mercoledì notte i carabinieri della sezione operativa della compagnia di Bergamo hanno prelevato Matteo Gherardi, insieme al padre 68enne e alla fidanzata 23enne. Il vetro del portoncino all’ingresso è a pezzi. Le ragnatele e l’odore di chiuso che filtra verso le scale raccontano di un contesto se non degradato, di desolazione. 

C’è una sfilza di scarpe consumate sui gradini del pianerottolo al primo piano, fuori dall’appartamento che, si dice in paese, acquistarono per due lire, un paio di anni fa, quando si trasferirono da Negrone di Scanzorosciate. 

Anche questo rende il colore della vicenda. Sembra sempre più evidente che il 33enne Gherardi e gli altri tre arrestati per la morte, dopo una bibita drogata con un medicinale, dell’imprenditore di Trescore Balneario Angelo Bonomelli, 80 anni, siano balordi alla ricerca disperata di denaro, forse per la droga. 

Nessuno ha un lavoro, tutti hanno alle spalle problemi con la giustizia. Durante le perquisizioni sono stati trovati qualche grammo di cocaina e dell’hashish nella casa, a Scanzorosciate, dell’amico Omar Poretti, lui 25 anni, figlio di Giuseppe, che nel 2006 sparò a due suoi ex operai romeni, uccidendoli. Fu condannato all’ergastolo, è morto. 

La droga, dunque. Di sicuro, anche Gherardi ne fa uso. Fermo restando che i ruoli di ciascuno sono stati solo abbozzati rispetto agli elementi raccolti finora e tenuto conto che questa mattina, se lo vorranno, i sospettati potranno dire di più nell’interrogatorio di convalida davanti al gip Maria Beatrice Parati, sembra certo che sia centrale la figura di Matteo.  

Pesano, contro di lui e contemporaneamente a suo favore, i precedenti che gli inquirenti stanno studiando con attenzione, fra cui, negli ultimi sei mesi, almeno 3 o 4 denunce per rapine, in cui le vittime sostengono di essere state narcotizzate. 

Fra loro, c’è anche una zia del ragazzo, che ha descritto la stessa, identica modalità. Ciò lo penalizza, perché sembra chiudere il cerchio già ben delineato, a quanto pare, dai riscontri in mano ai carabinieri. E penalizza gli altri perché ora si potrebbe ipotizzare che non abbia agito da solo nemmeno in passato.

D’altro canto, se quello era il modus operandi, cioè di drogare e rapinare, potrebbe indebolire l’accusa formulata per tutti dal pm Chiara Monzio Compagnoni, di omicidio volontario: se lo hanno fatto anche in altre occasioni, è altamente probabile che non volessero uccidere nemmeno a Entratico. In effetti, l’orientamento è quello del dolo eventuale: i quattro avrebbero messo in conto il rischio di scatenare reazioni gravissime, vista l’età dell’anziano.  

Oltre alle possibili dichiarazioni dei sospettati, saranno importanti su questo fronte le analisi tossicologiche (l’autopsia, prevista per ieri, è slittata a lunedì pomeriggio). Potranno dare un’idea precisa, ad esempio, delle dosi somministrate e poi confermare se sono state versate nel bicchiere gocce di Rivotril, come avrebbe sostenuto uno degli arrestati. È un medicinale comune e datato che contiene benzodiazepine. Di norma, viene usato contro l’ansia e per le crisi epilettiche.

Bonomelli si è sentito male quasi subito. È Matteo Gherardi che, lunedì pomeriggio, lo incontra per primo al bar tabaccheria Sintony, affacciato sull’ex statale di Entratico. 

I due si accomodano ai tavolini sotto la tettoia esterna e vengono raggiunti dagli altri tre: Poretti, Jasmine Gervasoni e Luigi Gherardi. Si trattengono a lungo, a Bonomelli la bibita viene servita da uno del gruppo, non si alza a ordinarla o a prenderla al bancone. Quando va verso il suo Suv Freemont nero, ha un cedimento e allora i due ragazzi lo caricano di peso sull’auto e si avviano verso la zona industriale che sta a pochi minuti.  

Il padre e la fidanzata di Gherardi li seguono su una Polo Volkswagen grigia e li aspettano mentre, arrivati al parcheggio fra i capannoni di via Enrico Mattei dove Bonomelli è stato ritrovato morto martedì mattina, gli sfilano l’inseparabile orologio d’oro, il cellulare e forse qualche banconota dal portafogli, che era vuoto. Il sospetto che non si tratti di infarto ai carabinieri viene davanti al telefono e all’orologio mancanti. Poi, le telecamere fanno il resto.

Dell’orologio, del valore di circa mille euro, è stata ritrovata solo la cassa: il resto era già stato fuso dal compro oro in città, a cui Poretti, anche lui con precedenti per rapina e droga, lo avrebbe venduto. Il cellulare era sempre in casa sua, pure quello già resettato per essere forse ricettato. Non è stato possibile così verificare, nell’immediatezza, se ci siano stati contatti, come chi indaga ritiene, con Matteo Gherardi. 

Gli amici del centro anziani di Trescore, che lo hanno visto per ultimi, raccontano che Bonomelli aveva ricevuto una chiamata che lo aveva agitato prima di lasciare a metà la partita a carte e di dire che doveva andare a discutere con una persona. Sulla base di quanto dichiarato dal figlio Emanuele, si pensa che Gherardi possa avere agganciato l’imprenditore proponendosi per il rilancio sui social di Villa Ortensie, il centro di Sant’Omobono Terme specializzato nella medicina naturale, il suo pallino da quarant’anni a questa parte.

·        Il caso di Massimiliano Lucietti e Maurizio Gionta.

(ANSA il 2 Novembre 2022 )  Massimiliano Lucietti, il cacciatore di 24 anni trovato morto domenica mattina nei boschi di Celledizzo, in Trentino, è stato ucciso. Gli inquirenti - apprende l'ANSA - escludono il suicidio perché grazie all'esame del corpo del giovane cacciatore è emerso che il foro d'entrata del proiettile che l'ha ferito mortalmente è sulla nuca. Il colpo, sparato da una distanza di almeno mezzo metro - ma potrebbe essere anche maggiore - è poi uscito dal collo. Inizialmente si pensava anche all'ipotesi del gesto estremo, ma gli accertamenti hanno portato ad escludere l'ipotesi.

Da corriere.it l’8 novembre 2022.

Era steso per terra, con il fucile indirizzato verso qualche preda da cacciare, quando è stato ucciso con un colpo  di Winchester alla nuca da una distanza di un metro o poco più. È morto così lunedì scorso Massimiliano Lucietti , 24 anni di Celledizzo di Peio, in Val di Sole, Trentino. È quanto si apprende dagli inquirenti che hanno analizzato i referti autoptici nell’attesa delle risultanze balistiche dei carabinieri del Ris. 

Il corpo è stato ritrovato attorno alle 8 da un forestale in pensione di ritorno dalla postazione di caccia; il giorno dopo l’uomo si è suicidato lasciando un biglietto con scritto «Non attribuitemi colpe che non ho» . Il 59enne, nell’immediatezza della macabra scoperta era stato sentito a lungo dai carabinieri come persona informata sui fatti. Ora i familiari hanno dato mandato all’avvocato Andrea de Bertolini di difenderne l’onorabilità. Il pm Davide Ognibene, titolare del fascicolo per omicidio colposo contro ignoti aperto nell’immediatezza del ritrovamento del corpo di Lucietti, non esclude altre piste compresa quella dell’omicidio volontario. 

In un primo momento sul caso dei due cacciatori morti si era pensato ad un incidente. Poi pian piano è emerso un altro scenario. Massimiliano Lucietti, in realtà, sarebbe stato ucciso. Escluso il suicidio. Decisivo l’esame balistico: il foro d’entrata del proiettile, infatti, è sulla nuca. Mentre il colpo sarebbe stato sparato da una distanza di almeno mezzo metro ed è poi uscito dal collo. 

A rendere ancor più misteriosa la vicenda il fatto che il giorno dopo il ritrovamento del cadavere del ragazzo, a Celledizzo era stato trovato morto anche un altro cacciatore, il 59enne Maurizio Gionta, ex guardia forestale che aveva denunciato il ritrovamento del giovane. L’uomo si sarebbe suicidato lasciando poi il biglietto con la scritta: «Non incolpatemi per quello che non ho fatto». Tra le tante ipotesi anche quella che su posto ci fosse anche un terzo cacciatore.

Trento, il giallo del cacciatore ucciso «Un colpo di fucile alla nuca mentre era a terra per sparare». Alfio Sciacca (ha collaborato Lorenzo Pastuglia) su Il Corriere della Sera l’8 novembre 2022.

«Era steso a terra, a pancia in giù e con il fucile in mano». Posizione tipica di un cacciatore che sta prendendo la mira, puntando la preda. Così, secondo il procuratore di Trento Sandro Raimondi, era Massimiliano Lucietti quando è stato raggiunto dal colpo che l’ha ucciso. Se poi questo colpo sia stato sparato a bruciapelo o da una certa distanza è ancora tutto da accertare. Il «Winchester 270», il modello di fucile dal quale è partito il proiettile, può infatti centrare un obiettivo anche da 100 metri.

Nel giallo della morte del cacciatore di 24 anni ucciso il 31 ottobre scorso nei boschi di Celledizzo, in Trentino, si aggiunge un particolare che fa ipotizzare persino un’esecuzione. Ma su questo gli inquirenti sono molto cauti. Il colpo che ha ucciso Lucietti, precisano, è stato «sparato da una distanza che va da un metro in su, ma ciò non vuol dire che è stato esploso da un metro». E lasciano intendere di credere poco alla pista dell’esecuzione a bruciapelo. Al di là delle ipotesi, a dieci giorni dai fatti la chiave del giallo ruota tutta attorno all’ esito dell’esame sul proiettile che ha ucciso il giovane cacciatore. È sicuramente entrato dalla nuca, ma l’ogiva nell’impatto si è molto deteriorata. Gli esperti del Ris di Parma la stanno comunque esaminando nella speranza di riuscire a trovare una traccia che permetta di capire da quale fucile è stata esplosa.

In condizioni normali questo è possibile, ma quando è rovinata diventa estremamente complicato. I carabinieri del Ris comunque non disperano. In quel caso sarebbe come estrarre un’impronta digitale da attribuire ad una specifica arma. Il modello è sicuramente una carabina Winchester, ma in questo caso vuol dire poco, perché si tratta di un’arma molto utilizzata dai cacciatori della zona. Altro tassello del giallo di Celledizzo è la morte dell’altro cacciatore, Maurizio Gionta, 59 anni, 24 ore dopo l’uccisione di Massimiliano Lucietti. L’uomo si è sicuramente suicidato, ma perché lo abbia fatto è un altro mistero. Prima di spararsi ha lasciato la fede sul comodino di casa e un biglietto sull’auto con la scritta. «Non voglio colpe che non ho». I familiari, e il loro legale Andrea de Bertolini, «in nome della verità» ne vogliono difendere l’onorabilità e invitano tutti ad evitare «frettolose conclusioni».

Dopo la morte di Lucietti, il 59enne era stato a lungo interrogato dai carabinieri di Trento. Non era indagato, ma solo «persona informata sui fatti». In ogni caso è stato sottoposto al cosiddetto Stub, che mira ad accertare se aveva sparato nelle ore precedenti. Ma l’esito dell’esame potrebbe solo scagionarlo. Se infatti sul suo corpo non venissero trovate tracce di polvere da sparo vorrà dire che era totalmente estraneo alla morte di Lucietti. Mentre l’eventuale esito positivo confermerebbe solo che ha sparato. Circostanza che per un cacciatore è normale e dunque non avrebbe alcun valore probatorio.

Nell’interrogatorio Maurizio Gionta aveva raccontato di avere rinvenuto il cadavere del 24enne mentre stava rientrando. Anche per chiarire la sua posizione, ancora una volta, sarà decisivo l’esame del Ris sull’ogiva. Mentre non si può escludere, come lasciano intendere i familiari e il loro legale, che l’uomo si sia tolto la vita perché non ha retto alla pressione e al crescere di pettegolezzi e sospetti nei suoi confronti. Per tentare di risolvere il giallo gli inquirenti stanno anche provando ad allargare l’inquadratura e capire quali altri soggetti erano in quei boschi quando è partito il colpo che ha ucciso Lucietti, intenzionalmente o per un tragico errore di caccia. A quanto pare gli inquirenti avrebbero convocato in caserma ed ascoltato almeno altri due cacciatori che erano in zona quel 31 ottobre. Anche se nulla trapela sulla loro posizione.

Trento, il giallo dei cacciatori uccisi: tutti i punti oscuri (e quello che non torna). Dafne Roat su Il Corriere della Sera il 9 Novembre 2022.

Chi ha ucciso il 24enne Massimiliano Lucietti? È stato un incidente? E qual è la ragione del suicidio di Maurizio Gionta, il 59enne che ha trovato il corpo del giovane e poi si è sparato? C’è qualcuno che si nasconde? Un mistero ancora aperto. Mentre il paese si chiude nel silenzio

Le due morti

Lo scorso 31 ottobre nei boschi sopra Celledizzo, 350 anime nella Trentina Val di Sole un proiettile centra in testa Massimiliano Lucietti, cacciatore 24 anni. Il giovane, volontario del corpo dei Vigili del fuoco di Peio, resta ucciso sul colpo. In mano imbraccia ancora il suo fucile. A ritrovare il corpo, lo stesso giorno, è Maurizio Gionta, 59 anni che fa parte del suo stesso gruppo venatorio. È lui che avvisa le forze dell’ordine. Passano 24 ore e Gionta viene trovato morto a poca distanza dal punto in cui era stato ritrovato Lucietti. Un suicidio. Nell’auto del cacciatore, viene trovato un biglietto in cui l’uomo di non essere incolpato per la morte del 24enne.

La perizia balistica

La chiave del giallo resta la perizia balistica sull’ogiva trovata accanto al corpo di Massimiliano Lucietti, il vigile del fuoco volontario di 24 anni ucciso il 31 ottobre da un colpo alla nuca. A dieci giorni di distanza dalla tragedia nei boschi di Celledizzo in val di Sole (Trentino) cresce l’attesa, ma i carabinieri del Ris di Parma hanno chiesto alla Procura più tempo. L’operazione è complessa, l’ogiva nell’impatto si è molto deteriorata e gli investigatori del Raggruppamento investigazioni scientifiche stanno cercando di identificare la traccia lasciata dalla rigatura del fucile, che è simile a un’impronta digitale ed è determinante per capire da quale arma è partito il colpo mortale.

Quale fucile ha sparato?

L’unico aspetto certo è che si tratta di una carabina Winchester calibro 270, la stessa che aveva Maurizio Gionta, l’ex guardia caccia in pensione, 59 anni, che si è tolto la vita 24 ore dopo aver trovato il corpo di Max. Un’arma molto comune tra i cacciatori, almeno una ventina in valle la possiedono. Ma quale è stato il fucile a sparare? È uno degli interrogativi aperti a cui stanno cercando di rispondere i carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Trento e i colleghi della compagnia di Cles che hanno avviato approfondimenti tecnici e indagano nell’ambiente della caccia. Capire chi possiede quel tipo di fucile non è difficile, le armi vengono denunciate all’autorità di pubblica sicurezza. In un momento di grande incertezza come questo è facile associare il proiettile che ha ucciso Massimiliano all’arma di Gionta perché è stato il primo a trovare il corpo ed era in zona, ma questo non significa nulla.

La distanza

Questo tipo di fucile è molto potente ed è in grado di sparare e colpire anche da una distanza di cento metri. E la distanza è un altro punto da chiarire. Secondo la Procura il colpo fatale è partito da almeno mezzo metro, ma molto probabilmente di più. Nell’esame autoptico sul corpo di Massimiliano non è stato trovato quello che viene definito «tatuaggio», ossia il segno, la bruciatura, che viene lasciata se si spara da una distanza ravvicinata. Non solo: sarà determinante capire anche in che posizione era il giovane vigile del fuoco. Il suo corpo è stato trovato in una posizione prona – come ha spiegato il procuratore Sandro Raimondi - come se nel momento in cui ha ricevuto il colpo alla nuca che ha messo fine alla sua vita, fosse steso a terra in fase di appostamento. Ma anche questa resta un’ipotesi.

Il suicidio

Poi c’è il capanno sul quale era appostato Maurizio Gionta. La posizione non è secondaria, la geografia dei luoghi rende quasi impossibile il fatto che il colpo sia partito dal capanno. Non sarebbe riuscito a raggiungere Massimiliano da quel punto. Il giovane, altro particolare anche se non determinante, non indossava il giubbotto catarifrangente, in Trentino infatti non è obbligatorio. Ma il giallo ruota attorno anche ad un altro aspetto di grande tragicità. Il gesto estremo compiuto da Gionta a sole ventiquattro ore di distanza dal ritrovamento del corpo di Max, il «gigante buono», come lo chiamavano in paese. Perché lo ha fatto? È una delle domande che continua a tormentare i familiari e gli investigatori. L’uomo è stato sentito a lungo come persona informata dei fatti, un lungo colloquio durato quasi quattro ore con i carabinieri dal quale era uscito, ricorda la famiglia, stremato. Ma perché in una sola notte ha maturato la decisione di uccidersi? Non si può escludere, come lasciano intendere i familiari e il loro legale, l’avvocato Andrea de Bertolini, che non abbia retto alla pressione e ai sospetti.

Il biglietto

L’uomo era stato sottoposto anche allo Stub che mira ad accertare se aveva sparato, ma questo accertamento non sarà risolutivo. Anche se l’esame fosse positivo significherebbe solo che ha sparato. E poi c’è il biglietto lasciato sul cruscotto dell’auto: «Non attribuitemi responsabilità che non sono mie». Cosa significa questa frase? Perché prima di togliersi la vita, ha lasciato la fede sul mobile e ha scritto queste parole, parole che sembrano gridare la sua innocenza. Cosa sapeva Gionta che non ha detto ai carabinieri? Forse sapeva che in zona quella mattina c’erano altri cacciatori? L’ex guardia forestale appena ha trovato il corpo di Max ha chiamato il papà del giovane, si conoscevano da tempo, erano ex colleghi, succede così in un paese piccolo come Celledizzo. Maurizio era comprensibilmente provato. Il mistero è fitto e c’è un altro particolare: quel giorno i due cacciatori non erano soli nei boschi di Celledizzo. Max era uscito per una battuta di caccia in solitaria mentre Gionta era partito con un’altra persona, poi arrivati nel bosco si erano divisi come spesso succede.

I testimoni e il silenzio del paese

Secondo quanto ricostruito erano almeno in quattro i cacciatori nel bosco, ma nel parcheggio c’erano più auto, forse erano di più. E allora chi ha esploso il colpo mortale? I carabinieri nei giorni scorsi hanno sentito altri due cacciatori, in particolare l’uomo che era con Gionta. Ha raccontato di essere stato lontano nel momento dello sparo, una versione pare confermata da un testimone. L’aspetto certo è che alle 8.20 l’uomo era nel bar del paese, meno di un’ora dopo della tragedia. Lo sparo era echeggiato anche in paese, si era sentito verso le 7.25, venti minuti dopo, alle 7.44 era arrivata la chiamata d’allarme alla centrale unica di emergenza 112. Subito prima l’ex guardia forestale aveva chiamato il papà di Max. «È morto vieni subito», aveva detto, disperato. In paese nessuno ha voglia di parlare, Massimiliano era un gigante buono, era un ragazzo che tutti amavano e anche Gionta era stimato. Una doppia tragedia che colpisce al cuore una piccola comunità di sole trecento anime e che lascia tanti, troppi interrogativi aperti.

La Repubblica il 2 Novembre 2022.

La piccola comunità di Celledizzo, frazione di circa 350 abitanti del Comune di Peio, in Trentino, è incredula. In 24 ore si ritrova a piangere due concittadini. Lunedì mattina, nei boschi sopra il paese, è stato trovato morto Massimiliano Lucietti, 24 anni, giovane cacciatore ucciso da un colpo di fucile sparato dal basso verso l'alto, che lo ha raggiunto all'altezza della gola. Questa mattina, un'altra tragedia: l'uomo che ha rinvenuto il corpo del 24enne, anche lui cacciatore, è stato trovato senza vita. 

È stata la famiglia a dare l'allarme, preoccupata per la sua assenza. Il 59enne, secondo gli elementi raccolti dai carabinieri, si sarebbe suicidato sparandosi con un fucile da caccia. È stato trovato durante le ricerche dei carabinieri, dei vigili del fuoco volontari e del soccorso alpino nei boschi sopra Celledizzo, in una zona diversa da dove è stato trovato morto Massimiliano Lucietti.

Lunedì mattina, attorno alle 7.45, era stato proprio il 59enne a dare l'allarme e segnalare il cadavere del giovane cacciatore e vigile del fuoco volontario, dipendente della Fucine Film di Ossana, che era uscito presto di casa, da solo, e si era incamminato verso i boschi sopra il paese. Poi il ritrovamento. L'allarme, i colleghi vigili volontari di Massimiliano Lucietti che arrivano sul posto. Lo sgomento. 

Stabilire se via sia un legame tra i due decessi è però ancora prematuro e al momento non ci sono elementi che possano collegare i due fatti. Per chiarire la vicenda sarà fondamentale il risultato dell'autopsia sul corpo del 24enne, che è prevista per mercoledì.

E altrettanto importanti saranno gli accertamenti che condurrà il Ris sugli elementi di prova raccolti dai carabinieri della Compagnia di Cles e del Nucleo investigativo di Trento: l'arma, le munizioni e anche un bossolo, quindi un colpo esploso, trovato accanto al corpo di Massimiliano Lucietti, saranno analizzati dai tecnici del Reparto investigazioni scientifiche, che svolgeranno anche delle prove balistiche.

"Era un ragazzo disponibile, attivo, socievole. Dopo aver fatto parte del gruppo allievi è passato con noi volontari circa quattro anni fa. A Celledizzo era sempre attivo nel Gruppo giovani, mettendosi sempre in gioco per dare una mano nell'organizzare eventi, feste e sagre", ha ricordato il comandante dei vigili del fuoco volontari, Vincenzo Longhi. Il giovane lascia la mamma Mirta, il papà Roberto ed il fratello Mattia.

Cacciatore morto in Trentino: si tratta di omicidio, ucciso con un colpo alla nuca. La Repubblica il 2 Novembre 2022 

Il foro di entrata della pallottola è nella parte posteriore della testa. A sparare un'altra arma. Chi ha premuto il grilletto forse non l'ha fatto intenzionalmente. Resta il giallo sul suicidio dell'ex guardia forestale che si è tolta la vita due giorni dopo

Non si è tratto di un errore né di un suicidio. Massimiliano Lucietti, il cacciatore di 24 anni trovato morto domenica mattina nei boschi di Celledizzo, in Trentino, è stato ucciso. Gli inquirenti escludono il suicidio perché, grazie all'esame del corpo del giovane cacciatore, è emerso che il foro d'entrata del proiettile che l'ha ferito mortalmente è sulla nuca. Il colpo, sparato da una distanza di almeno mezzo metro - ma potrebbe essere anche maggiore - è poi uscito dal collo.

Il giallo del soccorritore suicida

Inizialmente si pensava anche all'ipotesi del gesto estremo, ma gli accertamenti hanno portato ad escludere l'ipotesi. Oltre al fucile della vittima, era stato sequestrato anche quello del 59enne Maurizio Gionta, cacciatore ed ex guardia forestale, che ha ritrovato il corpo del giovane e poi, secondo gli elementi raccolti dai carabinieri, lunedì mattina si è tolto la vita. L'uomo, che era stato sentito come persona informata sui fatti, ma non era indagato, e su cui non c'erano sospetti, ha lasciato anche un biglietto in cui ha chiesto di non essere incolpato per la morte del 24enne.

Le piste investigative

Secondo il pm Davide Ognibene, che nell'immediatezza ha aperto un fascicolo per omicidio colposo contro ignoti, tutte le piste sono aperte compresa quella dell'omicidio volontario. La Procura di Trento, guidata dal procuratore Sandro Raimondi, attende la relazione completa dell'autopsia, svolta oggi sul corpo del 24enne, e anche i risultati delle perizie balistiche e delle analisi del Ris sulle armi sequestrate. Sarà infatti dirimente individuare l'arma che ha sparato il colpo mortale per chiarire la vicenda. L'ipotesi del gesto estremo era supportata dal fatto che, inizialmente, sembrava che il proiettile fosse stato sparato dal basso verso l'alto, raggiungendo il giovane cacciatore all'altezza della gola. Ma gli accertamenti svolti hanno fugato i dubbi.

Chi ha sparato?

Resta ovviamente da capire chi abbia sparato. E se lo abbia fatto intenzionalmente. Oppure se si sia trattato di un tragico incidente, che sembrerebbe essere l'ipotesi più probabile. Che la morte di Massimiliano Lucietti sia collegata al suicidio di Maurizio Gionta, trovato morto il giorno successivo, sembra ormai evidente. Oltre al fucile da caccia trovato a poca distanza dal corpo di Lucietti - vicino al quale è stato rinvenuto anche un bossolo - i carabinieri del Nucleo investigativo di Trento e della Compagnia di Cles hanno infatti sequestrato anche l'arma del 59enne.

Trento, il giallo del giovane cacciatore ucciso: era sdraiato a terra per sparare. Redazione Cronaca su La Repubblica l’8 Novembre 2022.

Massimiliano Lucietti, ucciso il 30 ottobre durante una battuta di caccia 

I rilievi degli investigatori sul corpo del 24enne portano a stabilire la sua posizione nel momento in cui un colpo di fucile l'ha colpito alla nuca: era steso sul terreno per prendere la mira. Chi l'ha ucciso nel bosco non era quindi troppo distante. Il cacciatore che l'ha trovato morto il giorno dopo si è suicidato. Lasciando un biglietto in cui si discolpa

 Steso a terra, con ogni probabilità nella posizione classica del cacciatore che imbraccia il fucile mirando alla preda. Alle sue spalle qualcuno avrebbe esploso un colpo di Winchester, freddandolo con un proiettile alla nuca da pochi metri di distanza. Massimiliano Lucietti, 24 anni, di Celledizzo di Peio, in val di Sole, sarebbe morto così domenica 30 ottobre nei boschi a due passi da casa. È quanto si apprende dagli inquirenti che stanno analizzando ogni dettaglio scientifico emerso dagli esami autoptici.

Il corpo del vigile del fuoco volontario è stato ritrovato quasi subito da un altro cacciatore, Maurizio Gionta, un forestale in pensione che il giorno seguente si è suicidato. "Non attribuitemi colpe che non ho", ha lasciato scritto il 59enne, sentito per ore dai carabinieri come persona informata sui fatti nell'immediatezza del ritrovamento. I familiari hanno dato mandato all'avvocato Andrea de Bertolini di difenderne l'onorabilità "in nome della verità".

Un giallo nel giallo anche per il pm Davide Ognibene: sul suo tavolo c'è un fascicolo per omicidio colposo che non esclude al momento altre ipotesi, compresa quella dell'omicidio volontario. Pista che non può essere tralasciata, almeno fino a quando non saranno disponibili le risultanze balistiche dei carabinieri del Ris di Parma che stanno analizzando l'ogiva, peraltro deteriorata, ritrovata accanto al corpo del giovane cacciatore. Le perizie dovrebbero essere depositate in procura nel giro di un paio di giorni.

I carabinieri hanno ascoltato e messo a verbale le testimonianze di altri cacciatori che lunedì scorso, nelle ore della tragedia, erano appostati nei boschi per le consuete battute. "Dichiarazioni da approfondire", precisano gli inquirenti che hanno raccolto informazioni anche dagli abitanti di Celledizzo e dai componenti delle associazioni venatorie locali per incrociare racconti e testimonianze. "Abbiamo piena e totale fiducia nell'opera investigativa messa in atto da carabinieri e magistratura", fanno sapere i familiari della vittima attraverso l'avvocato Giuliano Valer.

Massimiliano freddato: colpo alla nuca. L'amico suicida: "Non incolpate me". Maurizio dopo l'interrogatorio è andato nei boschi e si è ucciso. Stefano Vladovich il 3 Novembre 2022 su Il Giornale.

Ucciso a fucilate da un misterioso assassino. Dopo 24 ore l'uomo che rinviene il cadavere si suicida. «Non mi attribuite colpe che non ho» scrive su un biglietto Maurizio Gionta, 59 anni, forestale in pensione, prima di esplodersi un colpo calibro 12 alla testa. Due morti in poche ore nei boschi di Celledizzo, a sud di Peio, in Trentino, senza un perché. Il cadavere trovato lunedì mattina da Gionta nei boschi sopra il paesino di 350 anime è di Massimiliano Lucietti, 24 anni, dipendente della Fucine Film di Ossana, anche lui cacciatore e volontario vigile del fuoco. Il corpo riverso a terra vicino alla cartuccia esplosa e all'arma. Un colpo sparato a bruciapelo, a mezzo metro distanza, tirato dall'alto verso il basso. Per il medico legale il foro d'entrata è nella nuca mentre quello di uscita è nel collo. Insomma Lucietti è stato ucciso. E il primo ad essere interrogato dai carabinieri è proprio Gionta.

Un interrogatorio formale, visto che non c'è nessun indagato nel fascicolo aperto dalla Procura per omicidio colposo. Era uscito all'alba del 31 ottobre per una battuta di caccia nei boschi, Massimiliano. Un giovane benvoluto da tutti: «Un ragazzo disponibile - ricorda il comandante dei volontari vigili del fuoco, Vincenzo Longhi - attivo, socievole. Sempre in prima linea nel gruppo giovani per organizzare eventi, feste e sagre». Sconvolti i familiari, la mamma Mirta, il papà Roberto e il fratello Mattia. L'arma del delitto, la doppietta di Massimiliano, è stata sequestrata e sottoposta alle prove balistiche. Da stabilire se è con questa che il 24enne è stato ammazzato attraverso la comparazione della canna con i pallini recuperati. Mentre i carabinieri di Cles, con i colleghi del nucleo investigativo di Trento, congelano la scena dell'omicidio per portare più elementi possibile in laboratorio, martedì i familiari di Gionta, preoccupati perché non è rincasato, lanciano l'allarme per la sua scomparsa. Sono gli stessi volontari a organizzare una battuta di ricerca in zona. Il corpo di Gionta viene trovato ore dopo sempre nei boschi ma in una zona diversa da quella in cui lui stesso aveva segnalato il cadavere dell'amico. Sull'erba, accanto al corpo senza vita, il suo fucile, anche questo sequestrato, e il biglietto, su cui verrà eseguita una perizia calligrafica.

Temeva di essere accusato dell'omicidio di Massimiliano tanto da togliersi la vita? Sarà il Ris, il Reparto investigativo dell'Arma, a cercare una risposta in quello che sembra davvero un omicidio-suicidio di due persone legate dalla stessa passione per i boschi. Gionta si è sparato il colpo mortale tanto da archiviare il caso come un suicidio o anche lui è stato ucciso da qualcuno che ha simulato, poi, il gesto estremo scrivendo su un pezzo di carta quelle poche righe? Ancora. Il suo fucile è lo stesso ad avere ucciso Lucietti? Le due morti, insomma potrebbero essere collegate. Il primo scenario: Gionta uccide Lucietti con il fucile della vittima. Il giorno dopo si spara, ma con la propria arma. L'altro è che Gionta potrebbe aver usato il proprio fucile per uccidere, non quello di Lucietti, e, per paura di essere scoperto, si toglie la vita. Ultima ipotesi: entrambi uccisi da un terzo uomo che ha inscenato il tutto.

Patricia Tagliaferri per “il Giornale” il 9 novembre 2022.

Non è stato un incidente venatorio, né un suicidio. Qualcuno la mattina del 31 ottobre ha sparato a distanza ravvicinata, forse mentre era a terra intento a prendere la mira per centrare qualche animale, a Massimiliano Lucietti, il cacciatore di 24 anni trovato morto in un bosco a Celledizzo, in Val di Sole, in Trentino. 

Il suo corpo era stato scoperto da un altro cacciatore, Maurizio Gionta, 59 anni, forestale in pensione, che il giorno dopo si è tolto la vita, sparandosi alla testa proprio nella stessa zona, lasciando un biglietto con scritto: «Non attribuitemi colpe che non ho». Parole che hanno reso ancora più fitto il mistero su una vicenda ancora poco chiara.

L'uomo era stato sentito a lungo dagli inquirenti come persona informata sui fatti, ma non era indagato, anche se il suo gesto ha finito per alimentare i sospetti che potesse avere a che fare con la morte di Lucietti. Poi la tragedia, che non ha chiarito i dubbi sull'accaduto. 

Analizzando i referti autoptici e i primi risultati della perizia balistica, i magistrati hanno accertato che il giovane è stato ucciso con un colpo di Winchester alla nuca sparato da una distanza di mezzo metro o poco più. È stato identificato anche il proiettile che non gli ha lasciato scampo: si tratta di un calibro 270 compatibile con la carabina utilizzata da Gionta, ma anche molto diffuso nell'ambiente venatorio, tanto da risultare compatibile con una ventina di fucili regolarmente denunciati dai cacciatori della zona. 

Non è detto, dunque, che sia stato l'ex forestale a sparare, è possibile che sia stato un altro cacciatore a premere il grilletto. Una terza persona che quella mattina si trovava nello stesso bosco e che ha poi fatto perdere le sue tracce. 

Di certo il proiettile ha raggiunto Lucietti alle spalle per poi uscire dal collo. Una traiettoria che ha escluso definitivamente l'ipotesi del suicidio, formulata in un primo momento perché sembrava che il proiettile fosse stato sparato dal basso verso l'alto.

Il ragazzo inoltre utilizzava il calibro 300, quindi il colpo è non certamente partito dal suo fucile. I militari del Ris stanno ancora lavorando per accertare se sia stato quello di Gionta a sparare. Le analisi balistiche si stanno concentrando sull'impronta lasciata sull'ogiva, per capire se il colpo sia partito dalla carabina dell'ex forestale. 

Un compito non facile, in quanto la pallottola si è deformata nell'impatto. La famiglia dell'uomo respinge ogni insinuazione e ha dato mandato ad un avvocato per difendere l'onorabilità del cacciatore che si è ucciso dopo avere trovato il corpo chiedendo di non essere incolpato della morte del ragazzo.

Al momento non risulta indagato nessuno: la Procura di Trento ha aperto un fascicolo per omicidio colposo a carico di ignoti, ma le indagini procedono in diverse direzioni e non è escluso che presto possa essere ipotizzato l'omicidio volontario.

Nei giorni scorsi i carabinieri hanno sentito alcuni cacciatori che si trovavano in zona la mattina del 31 ottobre. Tanti i punti ancora da chiarire, non ultimo il perché Gionta abbia deciso di farla finita, per di più nello stesso bosco dove è morto Lucietti. Resta in piedi l'ipotesi del terzo uomo.

Tanto che l'attenzione degli investigatori si sta concentrando sui rapporti tra i cacciatori della zona, che non sarebbero stati per niente distesi. In passato ci sarebbero stati accesi confronti per assicurarsi le postazioni di caccia più favorevoli.

·        Il caso di Sabina Badami.

Sabina Badami, il diario, la telefonata alla sorella, poi il nulla. E il padre fece strage dei vicini. Federico Ferrero su Il Corriere della Sera l'1 novembre 2022.  

Prizzi. Un gruppo di case d’altri tempi, strette l’una all’altra, quasi tutte in pietra, sul cucuzzolo di un monte alto mille metri, tra Palermo e Agrigento. Torino è lontanissima ma non per il signor Giuseppe Badami, un pensionato di 72 anni con un’idea fissa, da mesi. Era convinto, senza alcuna ragione, che qualcuno di molto vicino gli avesse creato un altro dispiacere insopportabile.

Sabina Badami, una delle sue figlie, aveva lasciato la Sicilia quattro anni prima , nel 1982, per un appartamento in via Monte Nero condiviso con un’amica. Col suo diploma da ragioniera aveva trovato un posto in paese nell’ufficio della pretura ma, una volta vinto il concorso alle Poste, l’offerta di uno stipendio sicuro e allettante a Torino l’aveva convinta a trasferirsi. Era impiegata nell’ufficio di corso Tazzoli e tutti i colleghi la stimavano per le capacità e la voglia di darsi da fare.

Eppure Sabina sparì, senza lasciare tracce, nella notte del 10 settembre 1986. Quella sera, dopo il lavoro, la ragazza aveva telefonato alla sorella maggiore Anna Teresa, dicendole di aver ottenuto un permesso per potersi presentare, il giorno successivo, a Falconara Marittima per il matrimonio di un nipote. Sarebbe dovuta partire proprio nel pomeriggio, dopo il turno alle Poste, ma nessuno l’aveva vista presentarsi in ufficio, né alla cerimonia nelle Marche.

L’ispezione dell’appartamento di Sabina mostrò solo l’assenza della sua borsetta con documenti e soldi, tutto il resto era al suo posto. E un’agenda, sulla quale annotava pensieri personali. Gli unici di un qualche interesse per la polizia riguardavano un ragazzo di Prizzi che, evidentemente, non le era indifferente. Probabilmente, però, mentre annotava quelle righe lo aveva già perso, si stava per accasare con un’altra giovane mentre lei, dal Piemonte, sperava di fare un po’ di esperienza e poi di chiedere il riavvicinamento in Sicilia. Nessuno, né gli amici, né la coinquilina, né i vicini di casa, né i colleghi fu in grado di offrire il pur minimo motivo per cui Sabina dovesse temere per la sua vita. Due sere prima di svanire, era stata con i compagni di lavoro alla Festa dell’Unità ed era, a detta di tutti, una persona «serena, allegra, perfettamente normale».

Nessuno fu mai indagato formalmente per la scomparsa, né ci furono novità. Fino al giugno del 1989 quando, leggendo sul giornale — evidentemente per la prima volta — la storia della signorina Badami un dipendente di Aeritalia, la società aerospaziale del gruppo Fiat poi incorporata in Alenia, fornì spontanee dichiarazioni ai carabinieri, spiegando di ricordarsi di una ragazza che faceva l’autostop e cui aveva offerto un passaggio, il mattino dell’11 settembre 1986. A suo dire era un po’ strana, vestita in maniera bizzarra, con un abito indossato sopra i pantaloni del pigiama. Era certamente confusa «ma non terrorizzata. Mi faceva un po’ pena, avrei voluto aiutarla. In corso Marche è scesa, dicendo che sarebbe andata a bere un caffè nel bar all’angolo con corso Francia». La segnalazione non ebbe seguito.

Un secondo ramo di indagini, interrotto quasi subito perché ritenuto non plausibile, partì da una chiamata anonima che accusava del suo omicidio un uomo, effettivamente in relazione con la ragazza negli ultimi mesi di vita in città. Nient’altro. In attesa della dichiarazione di morte presunta, tuttavia, a Prizzi c’era da tempo un padre senza pace. Senza un cadavere e senza notizie della figlia, pensava — in buona compagnia, peraltro — che Sabina fosse stata rapita e, magari, uccisa. Rispetto agli inquirenti aveva compiuto un passo ulteriore, del tutto arbitrario. Aveva iniziato a parlare delle minacce ricevute dalla ragazza, quelle due volte l’anno in cui lei riusciva a tornare in famiglia. Minacce delle quali, però, nessun altro aveva notizia. Col senno di poi, il signor Giuseppe era un ordigno destinato a esplodere: un figlio morto vent’anni prima in un incidente stradale, il tragico mistero di Sabina, l’incipiente arteriosclerosi, il passato da tiratore scelto e la doppietta carica in casa, gli screzi con una famiglia di vicini, i Castelli, contro cui aveva perso una ridicola causa per i confini di un fondo agricolo. Col passare dei mesi, la sua teoria si era affinata: a far sparire la sua figliola erano stati proprio loro, i Castelli. Per vendetta. E così, come avrebbe raccontato Fenoglio in «Un giorno di fuoco», finì che Badami fece parlare la doppietta.

In un mattino di maggio del 1987 fece la salita D’Angelo, a Prizzi, fino a raggiungere casa di Sebastiano Castelli, di cui era stato testimone di seconde nozze appena due anni prima. Sparò a lui, alla moglie Teresa d’Alia e alla suocera Ernesta Drago. Tre esecuzioni con precisione da militare. Sceso alla caserma del carabinieri con l’arma in spalla, si costituì raccontando che, poco tempo prima della scomparsa di Sabina, durante l’ennesimo litigio con l’ex amico Castelli costui gli aveva pronunciato una frase profetica: «Vedrai che ti farò piangere». Erano stati loro, e loro dovevano pagare. Invece non erano stati loro. Nessuna faida aveva a che fare con la fine inspiegata di Sabina Badami e il padre, disperato e con la mente sempre più annebbiata, poté solo aggiungere tre vittime innocenti a una vicenda già sufficientemente dolorosa.

L’ultimo atto ufficiale che riguardò Sabina fu una questione tecnica. Cancellato il fascicolo per assenza ingiustificata e sostituito con un atto di morte, la famiglia Badami venne informata che avrebbe potuto ereditare la liquidazione delle Poste. Sulle pagine del suo diario, tra le ultime righe, c’era una riflessione scritta a biro: «Illusione. Ho creduto fosse la mia libertà, ali per volar lontano... Ma da farfalla dai colori vivaci, son tornata bruco. A intrecciare le fila di quel bozzolo dal quale non voglio più uscire». Chissà cosa la tormentava, chissà perché è morta.

·        Il caso di Sara Bosco. 

Sara Bosco, stuprata e morta di droga a 16 anni: 7 anni al pusher violentatore. Giulio De Santis su Il Corriere della Sera il 4 ottobre 2022.

L’afgano Riza Faizi, 36 anni, lasciò morire la ragazza di overdose abbandonandola nuda fra i rifiuti in un padiglione in disuso del Forlanini dopo aver avuto un rapporto con lei in cambio di una dose 

Per aver lasciato morire di overdose Sara Bosco, 16 anni, abbandonandola nuda in un padiglione in disuso del Forlanini dopo aver consumato con la ragazza un rapporto intimo in cambio di droga, è stato condannato a sette anni di carcere il pusher Riza Faizi, 36 anni, afgano. Il Tribunale ha anche disposto l’invio degli atti in Procura perché indaghi la mamma di Sara, Katia Negri. La sua testimonianza non ha convinto né i giudici, né la pm Claudia Alberti, che ora cercherà di approfondire il ruolo della donna nella vicenda.

Il dubbio è che Negri abbia mentito perché anche lei la notte della tragedia, l’8 giugno 2016, ha avuto della droga dall’imputato. La ricostruzione di quanto accaduto sei anni fa è stata complicata dalla latitanza dell’imputato, fuggito poche ore dopo la scoperta del cadavere di Sara, trovata senza vestiti, stesa su una barella, circondata dai rifiuti. Questi i reati contestati a Faizi: morte come conseguenza di un altro reato (la cessione di un mix letale di stupefacenti) e induzione alla prostituzione minorile.

L’afghano è anche imputato per aver ceduto droga alla mamma – assistita dall’avvocato Giovanni Tripodi - dell’adolescente. Sara, la notte in cui incontra il pusher, è una ragazza che da mesi combatte per liberarsi dall’incubo dell’eroina. Nelle settimane precedenti è stata ospite di una comunità vicino a Frosinone, ma poi la giovane scappa dalla struttura lanciandosi dal terzo piano. Un miracolo la salva. Purtroppo la sopravvivenza è un’occasione che la 16enne non saprà cogliere. Lei, residente a Santa Severa, corre a Roma per drogarsi. Ma la sera della tragedia non è sola per le strade dello spaccio. Ad accompagnarla c’è la mamma.

Madre e figlia sono a piazza Vittorio quando incontrano Faizi, che non si fa scrupolo di vendere loro un mix micidiale: ketamina, morfina, codeina e aminoclonazepam. Il miscuglio manderà in overdose la 16enne, ma prima l’afghano, Sara e Katia fanno in tempo a recarsi nel padiglione del Forlanini: all’epoca una zona franca, dimenticata dalle istituzioni, meta di barboni e spacciatori. Faizi cede altra droga a Sara e ha con lei un rapporto intimo. Poi fugge lasciandola sola con la madre. Che scoprirà la morte della figlia al mattino. Un epilogo tragico che ricorda la storia di un’altra 16enne, Desirée Mariottini, lasciata morire in una struttura fatiscente da quattro uomini dopo un rapporto intimo avuto per una dose di stupefacente.

·        Il mistero di Silvia Cipriani.

Il caso della 77enne svanita nel nulla a luglio. Silvia Cipriani, il mistero dell’ex postina scomparsa a Rieti: indagato il nipote per omicidio. Elena Del Mastro su Il Riformista l'8 Ottobre 2022 

Una 77enne scomparsa nel nulla a luglio, la sua auto ritrovata in un bosco e il macabro ritrovamento di ossa che potrebbero essere le sue. È intorno a questi indizi che gli investigatori stanno cercando di capire cosa sia successo a Silvia Cipriani, l’anziana ex postina di Contigliano, provincia di Rieti, scomparsa tre mesi fa. Ora arriva una svolta. La Procura di Rieti, nell’ambito dell’inchiesta sulla scomparsa della 77enne ex postina Silvia Cipriani, secondo quanto apprende l’Ansa da fonti investigative, ha iscritto nel registro degli indagati, con l’ipotesi di reato di omicidio volontario ma non per occultamento di cadavere, Valerio Cipriani, nipote della donna scomparsa a luglio, i cui resti sono stati ritrovati nei giorni scorsi nei boschi di Montenero in Sabina.

“Quale che sia la causa della scomparsa della signora Cipriani, Valerio Cipriani non c’entra niente”. È quanto ha detto, nel corso della puntata di Quarto Grado, l’avvocato reatino Luca Conti, commentando la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati, per omicidio volontario, di Valerio Cipriani. “Al momento il mio cliente – ha detto ancora il legale – risulta come persona offesa oltre che come persona sottoposta a indagine. Lui è molto tranquillo e spera che innanzitutto si scopra se i resti ritrovati siano o meno quelli di sua zia“.

L’accelerazione sulle indagini è avvenuta il 28 settembre quando dopo 70 giorni di ricerche, un cercatore di funghi ha trovato la Fiat Palio abbandonata nel bosco a Montenero in Sabina dell’anziana. Nelle vicinanze c’erano i resti di ossa che secondo gli investigatori potrebbero appartenere proprio alla donna scomparsa. Secondo quanto riportato da Repubblica, il sostituto procuratore Lorenzo Francia ha disposto una consulenza medico-legale sulle ossa trovate nel bosco, affidando l’incarico al medico legale Luigi Cipolloni e a un anatomopatologo, che entro 90 giorni dovranno stabilire se quei resti sono resti umani e se appartengono a Silvia Cipriani. E così è scattata la notifica per il nipote da cui risulta sia parte lesa che indagato e che ha così scoperto di essere accusato di omicidio volontario.

Negli ultimi giorni sul caso risuonano anche le parole del parroco di Silvia Cipriani, Valerio Shango. Il sacerdote conosceva bene la 77enne e avrebbe notato strani atteggiamenti da parte dei suoi parrocchiani. A “La Vita in Diretta”, il programma di Rai1 condotto da Alberto Matano, ha detto: “Ultimamente alcuni dicono che era spaventata e impaurita. Non so perché”. Il sacerdote, che è anche direttore dell’Ufficio diocesano problemi sociali e lavoro, ha poi lanciato un appello: “Dopo questi 30 anni di permanenza in questo territorio so che la gente ha paura, c’è omertà, e ci sono ricatti. Qualcuno ha visto, ha sentito, questa donna è stata ammazzata, dobbiamo liberare le coscienze, invito i compaesani, gli amici e i parrocchiani a parlare, c’è gente che ha sempre visto Silvia, la gente sa, che la gente parli”.

Per concludere: “All’incidente non ci ho mai creduto, questo è un grande depistaggio. Questa donna è stata ammazzata da qualche parte dentro al nostro territorio, ci deve essere un basista che conosce questa cosa, qualcuno che ha orchestrato tutto, ma non una persona, devono essere almeno due”, specificando che a suo avviso il movente del delitto è economico. Abbastanza per spingere gli inquirenti a convocare don Shango in Procura per fargli una serie di domande.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

·        Il Caso di Francesco Virdis.

Francesco Virdis e l’odio per la famiglia: uccise madre e fratelli con il gas. Federico Ferrero su Il Corriere della Sera il 19 Settembre 2022.

La sera della strage era tornato a casa dopo qualche ora ma aveva sentito dei gemiti ed era uscito di nuovo per andare a giocare a flipper in un locale e crearsi un alibi 

A metà anni Cinquanta Francesco Virdis viveva, per così dire, a Torino, in un piccolo appartamento di via Piossasco. Il padre, Battista, era partito da Nuoro alla volta della costa est degli Stati Uniti e gli era andata bene. In tarda età, dopo i sessanta, tornato in patria aveva pensato di mettere su famiglia per non disperdere il gruzzolo che aveva accumulato e scelto di restare in casa, sposando una figlia di sua sorella, Maria, che aveva quasi quarant’anni meno di lui. Misero al mondo quattro figli.

Quando Battista Virdis morì in carcere, nei mesi dell’armistizio, non aveva lasciato questo mondo un santo. La sua fedina penale parlava di furto di bestiame, usura, altri reati contro il patrimonio. Era riuscito anche, di ritorno in Italia, a disperdere il denaro accumulato all’estero e la sua morte, avvenuta in galera, aveva messo definitivamente in crisi la famiglia. Il figlio Francesco pareva incline al suo stesso rifiuto delle regole: a quattordici anni era stata la stessa madre a denunciarlo e a farlo condannare per il furto di una bicicletta. Francesco già lavorava perché lo studio non era contemplato, in quella famiglia in cui poco o nulla girava per il verso giusto: rimasta vedova, la madre aveva provato a ricostruire un nucleo famigliare con un uomo di Alessandria ma la storia non aveva avuto seguito. Era una donna mite e di buona volontà, curva di fatiche e preoccupazioni. Francesco invece era un giovane ribelle, aggressivo, impulsivo, pieno di rabbia.

La sera del 12 novembre 1957 Francesco Virdis, appena maggiorenne, tornò a casa quando la madre, la sorella maggiore Giuseppina e il fratello maggiore Giovanni dormivano già. In casa mancava solo Angela, la sorella minore, malata di poliomielite e ricoverata al Cottolengo. Francesco aveva covato a lungo rancore nei confronti della mamma, perché non solo non lo aveva protetto nelle sue scorribande ma era stato proprio con il suo contributo decisivo, di genitore che sceglie dolorosamente di far riconoscere al figlio le sue responsabilità, che i carabinieri lo avevano accompagnato al Ferrante Aporti dopo l’ultimo reato, una rapina per cui aveva scontato tre anni. Indossato un paio di guanti, staccò il tubo del gas in cucina. Poi abbandonò l’appartamento e si mise a bighellonare, per tutta la notte, nei bar della città.

All’alba del giorno successivo, Virdis si fece vedere al pronto soccorso dell’ospedale Martini. In preda al panico, o così almeno pareva, chiese di mandare un’ambulanza al civico 24 della sua strada di residenza, senza offrire altre spiegazioni. A casa, però, non servivano medici: erano tutti morti e solo per miracolo la palazzina non era saltata per aria. Le indagini, affidate alla polizia, durarono ben poco: l’unico superstite in grado di commettere una strage, in famiglia, era lui. Confessò. Disse che odiava tutti, soprattutto la madre che considerava ormai una sua nemica, i fratelli «che mi lasciano sempre da solo». Al processo, emersero dettagli desolanti: la madre si arrabattava tra mille mestieri, pulizie e pettinatrice, pur di garantire ai figli un’esistenza decente e, ciononostante, conservava un sorriso per tutti.

Francesco, fin da piccolo, si era palesato come violento e restio a ogni impegno. Più volte aveva picchiato la madre perché non gli poteva dare il denaro che lui pretendeva. La sera della strage era tornato, dopo qualche ora, in casa ma aveva udito dei gemiti. Spalancata la porta della camera da letto perché il gas potesse diffondersi meglio, era poi tornato a giocare a flipper in un locale per crearsi un alibi. Rincasato una seconda volta, aveva appoggiato la mano del fratello, ormai morto, sul tubo del gas nella speranza che le impronte potessero indirizzare le indagini verso la tesi del suicidio di famiglia.

Primo grado e appello decisero per l’ergastolo ma la Cassazione annullò la sentenza perché, a suo giudizio, non si erano valutati a sufficienza gli elementi di una eventuale infermità mentale. Da ricercarsi anche nello sconvolgimento per gli orrori della guerra, si disse. Due periti di fama stabilirono che Francesco fosse sì uno psicopatico ma un cosiddetto «folle morale», un ragazzo antisociale, crudele, distaccato dalla famiglia e dal genere umano con tratti edonistici ed egoistici. Ma che quel disturbo non potesse in alcun modo appannare la sua capacità di discernere il bene dal male. Anche nel processo di appello bis si scontrarono due ricostruzioni inconciliabili dei fatti: per la difesa, Virdis altri non era che una vittima della sua famiglia e di un contesto sociale orribile. Per il presidente che lo interrogò — ai tempi vigeva il vecchio codice penale, nel quale la figura del giudice del dibattimento era schierata e meno terza rispetto a oggi — il ragazzo, cui si rivolse direttamente, era «un pezzo di carne con ossa e senza anima né sentimento. Senza dolore o rimorso. Mai visto un individuo come lei».

Gli venne fatto presente che, pochi giorni prima di realizzare quella carneficina sicuramente premeditata, la madre era riuscita a esaudire il suo desiderio più grande, un motorino nuovo di zecca. Oggi la psicopatia, anche in ambito processuale penale, riceve un trattamento differente e non è sufficiente un comportamento «lucido», come si suol dire, per cancellare la possibilità di ritenere un individuo non del tutto capace. Invece l’imputato riguadagnò l’ergastolo e la pena divenne definitiva nel 1966. Francesco Virdis si rassegnò alla detenzione. Prese il diploma da geometra e si iscrisse all’università, lavorò per mandare alla sorella Angela qualche contributo. A una ventina di anni dalla condanna definitiva, giunse notizia della sua imminente laurea in sociologia. Dal carcere trapelò che la sua intenzione era quella di «comprendere le cause del comportamento umano». Forse, anche del suo.

·        La vicenda di Massimo Alessio Melluso.

La vicenda del 32enne scomparso a Ventimiglia di Sicilia. Morte Massimo Alessio Melluso, giallo autopsia e carte sparite al cimitero di Poggioreale: “Ora abbiamo paura”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 30 Settembre 2022 

Carte sparite e da mesi, dopo il via libera della Procura di Termini Imerese (Palermo), i familiari di Massimo “Alessio” Melluso aspettano che venga riesumato il corpo e venga svolto l’esame autoptico per far luce sulla morte del 32enne napoletano avvenuta il 26 giugno 2021 in un casolare a Ventimiglia di Sicilia di proprietà della famiglia del fidanzato. E’ una vicenda raccapricciante quella che denunciano la madre Maria Vincenzino e la figlia Annamaria, assistiti dal legale Felice Bianco.

Una vicenda che inizia con la morte di Massimo, archiviata inizialmente come suicidio, e prosegue con tentativi di perizie da parte dei familiari andati a vuoto, continue istanze presentate alla procura siciliana e alla pm Concetta Federico, e il via libera ad aprile 2022 all’esame autoptico sul corpo del giovane che si trova nel cimitero di Poggioreale. “Da aprile ad oggi sono passati cinque mesi e non è stato ancora nominato il medico legale e le carte inviate agli uffici del cimitero di Poggioreale per il via libera alla riesumazione sono sparite” commenta l’avvocato Bianco.

Una situazione inquietante che logora giorno dopo giorno mamma Maria e gli altri tre figli (Annamaria, Roberta e Andrea) che da oltre un anno chiedono accertamenti sulla misteriosa morte del loro “Alessio”, così come si faceva chiamare Massimo “perché gli piaceva di più questo secondo nome”.

“Possibile che non abbia riportato alcuna ferita, escoriazione, pur cadendo da un’altezza di sei metri dopo che il compagno ha tagliato la fune con il quale si sarebbe impiccato Massimo?” chiedono i suoi cari. La stessa madre aggiunge che il giorno dopo il decesso “ho trovato mio figlio direttamente in una bara. Era vestito con lo smoking e a stento me lo facevano toccare. Io volevo federe se aveva delle ferite ma sia alle gambe che al volto non c’erano graffi”.

“Mio figlio se ne è andato di casa a 19 anni. Ha sempre vissuto a Roma, anche quando ha conosciuto Roberto, l’amore della sua vita. Sono stati insieme più di sette anni  – racconta Maria – e gli ultimi 13 mesi li hanno trascorsi in Sicilia, dove abitava la sua famiglia. Massimo amava la vita, era felice, aveva un allevamento di conigli ariete nano (“Gli amici di Matilde”) che andava a gonfie vele, e collezionava e restaurava Barbie che vendeva tramite il suo sito online Barbie new life: una persona così può arrivare a uccidersi? Io voglio solo sapere come è morto mio figlio, me lo devono. Abbiamo chiesto per mesi l’autopsia – ricorda – poi quando la pm l’ha disposta, con tanto di nomina di medico legale, ci siamo illusi soltanto. Successivamente abbiamo scoperto che il medico non era stato nominato e addirittura dagli uffici del cimitero di Poggioreale era sparita la notifica dei carabinieri. A questo punto temo che possano prendere anche il corpo di mio figlio” sottolinea la donna disperata.

“In questo continuo scaricabarile ci sta rimettendo mio fratello che è chiuso in una bara da 15 mesi e si sta consumando” racconta la sorella Annamaria. L’avvocato Bianco aggiunge: “Più il tempo passa, più diminuiscono le possibilità di trovare eventuali tracce di reato sul corpo di Melluso”.

Infine l’appello di mamma Maria: “Mi rivolgo alla Procura di Termini Imerese e alla dottoressa Concetta Federico: noi vogliamo la verità, io non credo a tutto quello che è stato raccontato sulla morte di mio figlio. Dateci l’autopsia quanto prima perché più il tempo passa e più penso che ci sia qualcosa o qualcuno dietro a tutta questa brutta storia”.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

·        La vicenda di Anna Maria Burrini. 

Strangolata in casa con un laccio da scarpe, due fermi per l’omicidio di Anna Maria: “Sono zio e nipote”. Vito Califano su Il Riformista il 30 Settembre 2022

Anna Maria Burrini era stata strangolata, con una corda, e ritrovata senza vita nel pomeriggio di martedì scorso, 27 settembre, nella casa dove viveva a Siena. Per l’omicidio della donna, 81 anni, la polizia ha fermato due persone mentre un’altra è denunciata a piede libero. Le generalità degli indagati sono state fornite in una conferenza stampa.

Burrini era titolare di una storica bottega nel centro cittadino poi dismessa. Affittava locali in zona e non viveva da sola in quanto era solita affittare anche una stanza nell’abitazione dove viveva a persone diverse, studenti o lavoratori. Aveva una sorella, che però non vive a Siena. È stata ritrovata senza vita nell’appartamento di via Sasseta martedì scorso. A dare l’allarme erano stati i vicini dopo aver sentito un forte rumore provenire dalla casa dell’anziana.

Quando le forze dell’ordine sono arrivate sul posto il cadavere della donna era riverso sul letto, l’appartamento a soqquadro nonostante non ci fossero segni di effrazione. Secondo le prime analisi la donna è stata strangolata con una corda stretta al collo. Le indagini sono partite immediatamente e hanno stretto il cerchio fino al fermo di un uomo e una donna.

I due fermati dalla squadra mobile di Siena, come reso noto nel punto stampa di oggi, sono un ex inquilino della vittima e la nipote dello stesso uomo, di nazionalità ucraina. Hanno 39 e 25 anni. Stando alla ricostruzione della polizia a consumare materialmente l’omicidio sarebbe stato l’uomo. Non riuscendo ad addormentare la vittima con una sostanza versata in un succo di frutta “avrebbe stretto un laccio da scarpa intorno al collo” di Burrini.

Sembra essere confermato il movente economico dietro il delitto. La donna aveva segnalato negli ultimi tempi diversi furti. Dalla casa della vittima era infatti sparita un’ingente somma di denaro, frutto degli affitti che l’81enne incassava in contanti. E secondo alcuni testimoni il 39enne sarebbe stato ritrovato in possesso di alcuni gioielli che appartenevano alla vittima

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro. 

Anziana uccisa: rapina finita male. Arrestati tre conoscenti della donna. Stefano Vladovich l'1 Ottobre 2022 su Il Giornale.

In manette l'ex inquilino ucraino, sua nipote e un amico

Una rapina finita nel peggiore dei modi. Anna Maria Burrini, 81 anni, è stata prima narcotizzata poi strangolata e uccisa con un laccio di scarpe. Dopo 5 giorni gli assassini, un uomo ucraino di 39 anni e sua nipote di 25 anni, sono stati fermati con l'accusa di omicidio colposo e rapina aggravata mentre un 23enne senese è stato denunciato per concorso in omicidio e rapina. L'uomo, già condannato in Patria per omicidio, da anni in Italia, è stato fermato vicino al luogo del delitto con addosso il denaro, 1500 euro, e alcuni gioielli sottratti alla vittima. Ex inquilino dell'anziana, che affittava camere della sua abitazione di largo Sassetta 2, a Siena, l'ucraino aveva studiato il piano per svaligiare la donna nei minimi particolari. Si era fatto spedire, tanto per cominciare, un narcotico dall'Ucraina. Poi, con la scusa di concludere un affare, l'acquisto di un fondo commerciale della Burrini, si era presentato in casa assieme alla nipote.

La conosceva bene la signora Burrini, era stato suo inquilino fino a fine febbraio ma aveva mantenuto con lei ottimi rapporti procurandole diversi clienti, tanto da ottenere la sua fiducia. Qualcosa, però, non va come previsto. I due stranieri provano ad addormentare l'anziana. Il sonnifero, versato in un succo di frutta, non fa l'effetto sperato. È l'ora di pranzo del 26 settembre, oltre ai tre nell'appartamento non c'è nessuno. La proprietaria non ne vuole sapere di addormentarsi, c'è il rischio che rincasi un altro affittuario, bisogna fare presto. Il 39enne cerca di soffocarla, lei si dimena e allora l'assassino afferra il laccio e glielo stringe attorno al collo fino a ucciderla. Il giorno dopo, quando il coinquilino torna, la porta della sua stanza non si apre. Chiama i parenti dell'ottantenne, che vivono lontano. Temendo un malore, gli ordinano di sfondare la porta. Sono le 19,50 di martedì: a trovare il corpo i vigili del fuoco, stesa sul letto supina e con evidenti segni sotto il mento e sul collo.

La camera messa letteralmente a soqquadro, soldi e preziosi spariti. Per il medico legale, arrivato sul posto con il magistrato e gli esperti della polizia scientifica, non ci sono dubbi: morte violenta per strangolamento avvenuta almeno 24 ore prima. La squadra mobile mette sotto controllo i telefoni di alcune persone, tra queste l'ucraino. Secondo dei testimoni la vittima era convinta che una sua inquilina le avesse fatto sparire del denaro, motivo per cui l'avrebbe mandata via. Le indagini si concentrano, però, sull'ucraino. Le celle telefoniche lo collocano all'ora dell'omicidio proprio a largo Sassetta. Non solo. I giorni successivi al ritrovamento del cadavere l'uomo torna più volte sul luogo del delitto, forse per cancellare tracce lasciate nella fretta. La nipote, dopo ore di interrogatorio, confessa: «Siamo stati noi a rubare, ma a uccidere la vecchia è stato solo mio zio».

·        La vicenda di Raffaella Maietta.  

Investita e uccisa dal treno, indagato il marito della prof ‘suicida’: “Raffaella maltrattata sistematicamente”. Fabio Calcagni su Il Riformista il 30 Settembre 2022 

C’è una svolta inaspettata nelle indagini sulla morte di Raffaella Maietta, insegnante 55enne investita e uccisa il 5 maggio scorso da un treno alla stazione di Marcianise, in provincia di Caserta, quando all’alba stava per prendere il treno che l’avrebbe portata a lavoro.

Il marito della donna, Luigi Di Fuccia, operaio edile di 65 anni, è stato iscritto dalla Procura di Santa Maria Capua Vedere nel registro degli indagati con l’accusa di maltrattamenti commessi proprio ai danni della moglie. A scriverlo è l’Ansa.

Un passo, quello della Procura e dell’inchiesta guidata dal sostituto procuratore Gerardina Cozzolino, che potrebbe anche portare a nuovi sviluppi nell’indagine sulla morte della docente. 

Sin dal primo momento infatti l’inchiesta aveva puntato fortemente sull’ipotesi del suicidio, tanto che lo stesso pm aveva subito liberato la salma per i funerali, ritenendo non necessario disporre l’autopsia. Contro tale ricostruzione dei fatti si erano scagliati i figlia di Raffaella Maietta, Tommaso e Katia di 30 e 28 anni, entrambi insegnanti nel nord Italia, l’uno a Lodi e la seconda a Firenze. Assieme al padre Luigi, ora indagato per maltrattamenti, avevano dunque presentato un esposto alla Procura come parte offese chiedendo di far piena luce sulla morte della Maietta.

Eppure l’ipotesi suicidio era rimasta quella prevalente, anche alla luce delle immagini estrapolate dalle telecamere di videosorveglianza della stazione e dalle testimonianze delle persone presenti al momento del fatto.

Ora, con l’iscrizione nel registro degli indagati del marito per maltrattamenti, non è esclusa una nuova svolta nell’inchiesta: al momento però, va chiarito, l’avviso di garanzia notificato a Di Fuccia non è collegato alla morte della moglie. 

Per la Procura l’operaio di Marcianise avrebbe maltrattato sistematicamente la moglie, aggredendola fisicamente e controllandone i movimenti, mostrando gelosia e possessività.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

Piero Rossano per il "Corriere della Sera" il 2 ottobre 2022.

La vita di Raffaella Maietta era diventata un inferno. Da quando i figli Tommaso e Katia si erano trasferiti altrove, lontano da casa, per lavoro, la convivenza con suo marito era diventata sempre più difficile. Vessazioni e, scrivono oggi i magistrati, «reiterate aggressioni fisiche e psichiche tali da determinare nella persona offesa uno stato di soggezione». 

Raffaella, 55 anni, insegnante, avrebbe quindi deciso di farla finita perché indotta dall'atteggiamento violento dell'uomo. È questo il quadro indiziario che emerge a carico di Luigi Di Fuccia, di dieci anni più grande di lei, iscritto sul registro degli indagati della Procura di Santa Maria Capua Vetere per il reato di maltrattamenti in famiglia. La svolta nell'inchiesta a circa cinque mesi dal suicidio di lei.

Teatro della vicenda è Marcianise, popoloso centro alle porte di Caserta. Raffaella Maietta, la mattina del 5 maggio scorso esce di casa per andare a scuola. Come ogni giorno è diretta alla stazione ferroviaria per salire sul treno delle 7 che la condurrà a Napoli, dove insegna in un istituto a due passi da piazza Garibaldi. Su quel treno la maestra, però, non salirà mai 

Le telecamere di videosorveglianza della stazione, le cui immagini saranno acquisite dalla polizia, filmano invece gli attimi in cui la donna si lancia sotto un altro convoglio in transito. Impietriti, i viaggiatori presenti sulle banchine non riescono a fermarla. Pochi istanti prima, Raffaella aveva chiuso una telefonata con il figlio Tommaso. Proprio il cellulare della donna, con la lettura delle chat conservate, assieme ad una serie di accertamenti condotti nei giorni e nelle settimane a seguire, serviranno a chiarire i contorni di una storia amara finita nel peggiore dei modi.

I figli di Raffaella, ascoltati in Procura, chiedono di accendere ulteriore luce sull'episodio subito dopo i fatti: «Questo non è solo un caso di suicidio», sostengono. Il marito, sentito in disparte, tende ad allontanare ogni sospetto dalle sue condotte e insiste: «Indagate anche in altre direzioni». Il fascicolo è nelle mani della pm Gerardina Cozzolino. 

A Santa Maria Capua Vetere non esiste un vero e proprio pool per i reati contro le donne ma molte inchieste sui reati di genere finiscono sulla sua scrivania. Il sospetto che dietro la scelta di Raffaella possa esserci una storia di sopraffazioni e violenze subite è subito forte se è vero che già a metà maggio comincia ad emergere che tra le mura di quella casa dissapori e liti erano all'ordine del giorno. Il magistrato ascolta anche le sorelle della donna, con le quali si confidava quotidianamente, che confermano lo stato di soggezione in cui era caduta e le aggressioni che subiva. La polizia giudiziaria raccoglie altri elementi e testimonianze. Ora i contorni della vicenda sono più delineati.

Due giorni fa, l'avviso di garanzia nei confronti di Luigi Di Fuccia, un manovale tratteggiato nell'atto notificatogli come una persona violenta: «Percuoteva la moglie mettendole anche le mani al collo». L'uomo era geloso di tutto. «Possessivo», scrive il magistrato, «sentimento che manifestava anche nei confronti del di lei lavoro (frequentemente le diceva: "tu e questo posto schifoso che hai preso se no io ti avrei schiacciata sotto i miei piedi")».

Le impediva addirittura di iscriversi in palestra. L'accusava di spendere troppi soldi per sé e «di levarli ai figli». Forti discussioni erano nate intorno alle parcelle saldate dalla moglie a dentisti per protesi costate 8.000 euro. Quindi, l'uomo - è scritto ancora nell'atto - «si disinteressava della di lei persona e salute», e viene riportato che non si era mai recato a farle visita in una clinica privata convenzionata quand'era ricoverata a seguito di un'ablazione elettrica. Tutti fatti e circostanze ricostruiti nel corso dei mesi

·        Il Caso di Maurizio Minghella.

Il killer rimesso in libertà che tornò a uccidere le donne. Maurizio Minghella confessò 5 omicidi commessi nel 1978: dopo un periodo in carcere andò in semilibertà e uccise altre donne. Angela Leucci il 27 Settembre 2022 su Il Giornale.

Maurizio Minghella colpevole per il tribunale, innocente per altri. La sua è la storia di un serial killer tornato a uccidere: lo dice la giustizia italiana che gli ha comminato l’ergastolo. Nella storia della cronaca nera italiana in fondo ci sono storie insolite. E alcune di esse spingono il cittadino a porsi delle domande relative alle logiche della giustizia. Una è quella fondamentale: tutti possono essere riabilitati, anche i killer?

Si sono verificati casi in cui gli assassini, dopo l’episodio criminoso, non hanno colpito più. Erika De Nardo, Anna Maria Botticelli, Franco Percoco detto il Mostro di Bari sono tre esempi di persone che hanno compiuto un delitto, anche plurimo o particolarmente efferato, ma che da persone libere non hanno più commesso crimini. Lo stesso non si può dire invece di Angelo Izzo, tornato a colpire in stato di semilibertà - era in carcere per il massacro del Circeo - uccidendo una donna e sua figlia.

“La riabilitazione non è sempre possibile - spiega la criminologa Ludovica Mancini che ha profilato Minghella - ma a mio avviso è difficilissimo capire nell’immediato quando lo è. Concedere la semilibertà a Minghella credo sia stato all’epoca una necessità: il Tribunale di Sorveglianza si pronuncia infatti su basi oggettive e Minghella era un detenuto modello, per cui diede una prognosi favorevole sulla di lui risocializzazione. Col senno di poi la situazione fu diversa infatti la desistenza del Minghella in carcere era forzata in quanto si trovava in un istituto carcerario maschile, in cui l’istinto alla libidine non era presente, essendo lui eterosessuale. Era come se in carcere si fosse assopita la sua follia omicidiaria”.

Un serial killer con una storia pregressa

Spesso i primi segnali di pericolo relativi ai serial killer vengono rinvenuti nell’infanzia e nella giovinezza. Nel tempo sono state formulate diverse teorie, più o meno attendibili, ma comunque di sovente gli assassini hanno storie pregresse che giocano un ruolo significativo nella loro formazione.

Minghella rientra in questa casistica. Classe 1958, originario di Genova, a 6 anni la madre divorzia e intreccia una relazione con un compagno violento, che picchia sia lei sia i suoi 5 figli: il giovane Minghella disse di aver sognato spesso di strangolarlo. Perde un fratello in giovane età per un incidente stradale.

Per il resto gli insuccessi scolastici sono notevoli, picchia i compagni di scuola, mentre al servizio di leva viene riformato per un presunto disturbo psichico. “Dopo aver frequentato la prima elementare in una scuola pubblica ed essere stato bocciato, frequentò la prima classe in un istituto speciale per bambini con problemi d’apprendimento - racconta la dottoressa Mancini - Ciononostante non riuscì a superare la prima elementare. Potremmo definirlo un semicolto. Lui scrisse diverse lettere in carcere, sgrammaticate, in stampatello, in cui non utilizzava minimamente le doppie”.

Dopo gli studi fa lavoretti saltuari, frequenta la discoteca - per cui si merita il soprannome di “Travoltino della val Polcevera” - e ruba alcune utilitarie. È questo il suo retroterra prima dell’esplosione della violenza.

I primi omicidi 

L’esplosione arriva nel 1978, quando Minghella viene accusato dell’omicidio di 4 donne e una ragazzina. Si tratta della prostituta Anna Pagano (20 anni), Giuseppina Jerardi (24 anni), Tina Alba (14 anni), la commessa Maria Strambelli (21 anni) e Wanda Scerra (19 anni). Tutti hanno le mestruazioni al momento della morte.

Per alcuni depistaggi sembrerebbe impegnarsi più che per altri, sebbene con esiti grotteschi. Per Alba, per esempio, simula un suicidio, ma le violenze sul suo corpo dicono subito agli inquirenti che si è trattato di omicidio. Sul corpo di Pagano scrive invece “Brigate Rose”, cercando di attribuire una matrice terroristica, come riporta il Corriere della Sera.

"Minghella aveva una parafilia, ovvero la menofilia - dice Mancini - che consiste in una forte eccitazione nei confronti delle donne durante il periodo mestruale e per Minghella era una vera ossessione. La parafilia non necessariamente è legata a un comportamento criminoso, però può assurgere in alcuni soggetti a disturbo parafiliaco, in altre parole diventa una vera e propria dipendenza e questo può determinare tratti patologici e disturbi della personalità”.

Minghella viene arrestato per la prima volta nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 1978. Confessa gli omicidi, la sua ossessione per il sangue mestruale, viene sottoposto a perizia calligrafica e vengono trovati degli oggetti a lui appartenuti sulle scene del crimine: un paio di occhiali per Alba, una penna per sodomizzare la vittima per Pagano.

“Se prendiamo come riferimento le categorie elaborate dall’Fbi - chiarisce la criminologa - Minghella rientra tra i serial killer disorganizzati a sfondo sessuale. Un serial killer disorganizzato commette reati non premeditati, non pianificati e le vittime sono per lo più sconosciute. Non c’è interazione tra carnefice e vittima, e quest’ultima viene completamente depersonalizzata. Il corpo spesso viene lasciato dov’è commesso il delitto, non c’è ordine sulla scena del crimine e spesso vengono lasciate tracce biologiche. I crimini di Minghella furono a sfondo sessuale perché la sua follia omicidiaria avveniva successivamente ad atti sessuali che compiva sulle vittime”.

Nel 1981 Minghella viene condannato all’ergastolo, ma una volta in carcere inizia ad affermare di essere innocente. Nel 1995 gli viene concessa la semilibertà: fa il falegname e fa il suo ingresso in una cooperativa del Gruppo Abele di don Gallo.

Gli omicidi successivi 

Ma anche in semilibertà Minghella non è riabilitato, torna a uccidere. Nel 1997 viene accusato per gli omicidi di alcune prostitute, Loredana Maccario (53 anni) e Fatima H’Didou (27 anni). E poi nel 1998 Floreta Islami (29 anni), nel 1999 Gina Guido (67 anni) e infine nel 2001 Tina Motoc (20 anni).

Ma in alcune delle scene del crimine a lui ascritte avrebbe commesso numerose “sviste”, lasciando impronte, sperma e più in generale tracce di Dna. Per gli inquirenti è facilissimo risalire a lui, che viene arrestato il 7 marzo 2001. A casa sua vengono rinvenute diverse prove ritenute schiaccianti, tra cui il cellulare di Motoc: l’assassino l’aveva regalato alla compagna per San Valentino.

“Uccideva le donne come categoria perché serial killer a sfondo sessuale e la categoria che andava a ricercare era femminile perché Minghella è appunto eterosessuale - precisa Mancini - Ci si può chiedere perché proprio le prostitute ma bisogna precisare che per quanto riguarda gli omicidi commessi nel 1978, tra le donne da lui uccise solo una era una prostituta mentre le altre erano persone che conosceva per il suo tessuto sociale o che incontrava nelle discoteche".

Poi tutto cambia. "Nella seconda fase, invece, uccise solo prostitute ma parliamo degli omicidi commessi in stato di semilibertà. In questi omicidi, a mio avviso, la scelta delle prostitute fu pensata, infatti, non solo avrebbe implicato una maggiore difficoltà per gli inquirenti di individuarlo ma aveva, inoltre, poco tempo a disposizione, per cui riusciva a commettere gli omicidi allontanandosi dalla cooperativa, dicendo di stare poco bene e facendo leva sulla fiducia dei colleghi e cercando donne che erano disponibili nell'immediato ad avere rapporti sessuali con lui tramite pagamento”.

Tuttavia non viene condannato per tutti questi omicidi, ma solo per alcuni. In un caso il procuratore riesce a incriminarlo risalendo ai disegni della carta assorbente intrisa delle sue tracce biologiche. “Non venne condannato per tutti i presunti crimini, ma solo per quelli per cui c’erano delle prove”, conclude la criminologa.

"La sadica violenza del branco": la vera storia della "Scuola Cattolica"

L’ultima condanna

Una volta in carcere alle Vallette prima e a Biella poi, Minghella tenta la fuga: la prima volta dalla lavanderia dell’istituto penitenziario e poi simulando un infarto. In quest’ultimo caso l’evasione riesce, ma l’uomo viene catturato dalle forze dell’ordine la sera stessa, come racconta Repubblica. Viene condannato all’ergastolo, nonostante le numerose testimonianze del mondo del volontariato in sua difesa, e oggi e in carcere a Pavia in regime di 41 bis.

C’è chi ritiene o ha ritenuto sempre che Minghella sia del tutto innocente. Don Andrea Gallo ha affermato, come riportato dal Corriere: “La verità l’ho letta negli occhi di Maurizio: lui non ha ucciso. Lo so, perché abbiamo pregato insieme”.

·        Il caso di Fatmir Ara.

Omicidio di Fatmir Ara, «ucciso con tre fucilate alla testa». Massimo Massenzio su Il Corriere della Sera il 6 Settembre 2022.

I risultati dell’autopsia eseguita sul corpo dell’imprenditore di origine albanese ritrovato in un campo di San Carlo Canavese

Fatmir Ara è stato ucciso con tre fucilate all’altezza della testa; l’arma probabilmente era caricata a pallettoni.

I primi risultati dell’autopsia eseguita oggi pomeriggio dal medico legale Roberto Testi sembrano far risalire la morte dell’impresario edile di Mathi, 43 anni, a venerdì, quando «Miri» è stato visto per l’ultima volta dai suoi familiari mentre usciva di casa per andare al lavoro.

I segni sul corpo, ritrovato in un campo a San Carlo Canavese, farebbero ipotizzare che Ara possa essere stato picchiato, ma gli accertamenti clinici porterebbero invece a escludere che l’imprenditore di origini albanese sia stato anche torturato.

Fatmir Ara aveva avuto diversi problemi con la giustizia ed era considerato il riferente di un ampio traffico di droga che partiva da Torino e aveva le sue ramificazioni in tutto il Canavese. Stava scontando una condanna in regime di arresti domiciliari e fra le principali ipotesi di carabinieri della compagnia di Venaria c’è quella di un regolamento di conti. Gli investigatori, però, non tralasciano nessuna ipotesi alternativa e anche nella giornata di oggi, martedì 6 settembre, sono state ascoltate diverse persone per scandagliare anche la sua vita privata.

Omicidio di Fatmir Ara, un operaio 30enne incensurato confessa: «L’ho ucciso io». Massimo Massenzio su Il Corriere della Sera il 7 Settembre 2022.

Dopo 17 ore di interrogatorio l’uomo ha ammesso di fronte al pm Elena Parato di essere l’autore dell’omicidio dell’impresario edile ritrovato morto in un campo di San Carlo Canavese. 

Ha resistito a un interrogatorio fiume, ha respinto tutte le accuse per un giorno e una notte, ma dopo altre 17 ore di domande e contestazioni è crollato: «Sono stato io». Davide Giuseppe Osella Ghena, trentenne incensurato, operaio specializzato di Nole, ha ammesso il suo coinvolgimento nell’omicidio di Fatmir Ara , l’imprenditore edile di Mathi, ucciso venerdì scorso con tre fucilate al tronco e alla testa. Il corpo senza di vita del 43enne di origini albanesi è stato ritrovato sabato, in un boschetto nelle campagne di San Carlo Canavese. Da quel momento i carabinieri della compagnia di Venaria hanno scandagliato centinaia di ore di filmati ripresi dalle telecamere di videosorveglianza della zona. Impianti pubblici e privati, partendo dalla strada che porta a Ronchi-Ceretti. In questo modo sono riusciti a risalire all’auto di Osella Ghena e lo hanno convocato in caserma lunedì.

Dopo 12 ore il trentenne non aveva ancora fatto ammissioni, ma era caduto più volte in contraddizione. A quel punto è stato portato in Procura, a Ivrea e interrogato dalla pm Elena Parato. Per tutta la notte e il giorno successivo. Alla fine ha confessato ed è stato sottoposto a fermo di indiziato di delitto in attesa della convalida di questa mattina. Resta da accertare il movente dell’omicidio. Il trentenne canavesano ha modificato più volte la sua versione parlando di generiche motivazioni personali, poi di un debito, di droga e infine di un litigio scaturito da una questione di lavoro.

Non è ancora chiaro se abbia agito da solo o se ci siano altre persone coinvolte e in quali ruoli. All’esito dell’udienza di convalida si potrà forse capire qualcosa di più, ma sull’indagine gli inquirenti mantengono il più stretto riserbo. Probabilmente anche per il profilo della vittima, che stava scontando ai domiciliari una condanna per droga e ha numerosi altri precedenti penali: «Il signor Ara aveva riportato una condanna in primo grado, è vero, ma cosa ci sia dietro a questo delitto lo dobbiamo ancora capire – afferma l’avvocato Celere Spaziante, che assiste i familiari di «Miri» -. Aveva due figli molto piccoli e altri due avuti dalla prima moglie. Per la famiglia è una grande tragedia. Abbiamo apprezzato in questi giorni il lavoro dei carabinieri e siamo certi che verrà fatta piena luce su quello che è successo. Conoscendo bene Fatmir Ara, mi riesce molto difficile credere che sia andato volontariamente in quel boschetto e bisogna capire se ci sono altre persone coinvolte. Cosa che cambierebbe molto il quadro della vicenda. Attendiamo fiduciosi».

Per il momento Davide Osella Ghena ha consegnato ai carabinieri il fucile a pallettoni, regolarmente detenuto, con il quale è stato ucciso l’imprenditore di Mathi e i guanti utilizzati per commettere il delitto. Inoltre ha fornito tutte le indicazioni per il recupero del telefono cellulare della vittima, che era stato gettato a molta distanza dal luogo dell’omicidio. Eventuali sviluppi potrebbero esserci nelle prossime ore.

·        Il mistero di Katty Skerl.

Giuseppe Scarpa per “la Repubblica - Edizione Roma” il 4 agosto 2022.

«Uccidetela» . La scritta era stata vergata in terra, nel marciapiede con una freccia che indicava l'ingresso del palazzo in cui viveva Katty Skerl, in via Isidoro del Lungo quartiere Talenti, periferia a nord - est di Roma. È il settembre del 1983, 5 mesi dopo la 17enne verrà ammazzata. Soffocata con il fil di ferro, il cadavere abbandonato in una vigna a Grottaferrata. Nessun abuso, nessun segno di violenza. Ucciderla per ucciderla. Ma per quale motivo? L'assassino o gli assassini non verranno mai consegnati alla giustizia. 

Quella frase, però, aveva spaventato, e non poco, la ragazza. Skerl riteneva che quella minaccia fosse rivolta a lei. Lo aveva confidato a più amici. La stessa vittima era convinta che a scriverla fosse stato un gruppo di neofascisti presente nel quartiere. Il loro nome era "Il Panico". La 17enne era una giovane militante del Pci, spesso la si vedeva nella sezione Fgci di Ponte Milvio. La testimonianza di un'amica era stata presa dagli investigatori all'epoca.

Le forze dell'ordine l'avevano ascoltata, avevano messo a verbale il racconto della compagna di classe. Tuttavia non avevano approfondito più di tanto. Così emerge dagli atti. La polizia, infatti, aveva scelto di seguire la pista del serial killer Maurizio Giugliano, «il lupo dell'agro romano». 

L'uomo si era autoaccusato. Ma si era rivelata una pista sbagliata. Un vicolo cieco in cui si infilò la procura senza più uscirne. L'epilogo fu la richiesta di archiviazione senza che venisse indagata a fondo l'ipotesi neofascista. Anche perché a Ponte Milvio, Skerl, nel giugno del 1983 aveva subito un'aggressione, sempre dai " neri". Le avevano graffiato l'avambraccio con un coltello. Non si sarebbe però trattato di un militante del gruppo " Il Panico". 

Gli anni, comunque, sono quelli degli scontri tra i comunisti e fascisti. Omicidi, gambizzazioni, risse e sparatorie. Nonostante gli anni Settanta siano finiti con il loro carico ideologico e di violenza, i primi Ottanta rappresentano la coda di quel periodo.

Adesso il caso Skerl, dal 13 luglio scorso, dopo la notizia pubblicata da Repubblica, è riemerso con tutti i suoi enigmi. I suoi misteri. La sua bara è stata trafugata dal cimitero del Verano, proprio come aveva indicato il fotografo Marco Accetti.

Un personaggio oscuro che, sempre nei primi anni Ottanta, era stato condannato a Roma per l'omicidio ( colposo) di un 12enne, Josè Garramon figlio di un diplomatico uruguaiano. Inizialmente l'accusa era di sequestro di persona e omicidio volontario. Accetti, il 20 dicembre 1983, lo aveva investito con il suo furgone. Il ragazzino era scomparso di casa ed era stato trovato sul ciglio di una strada, in fin di vita, a venti chilometri da dove abitava. L'inchiesta non chiarì mai come la vittima fosse arrivata da sola nella pineta di Ostia tra Castel Fusano e Castel Porziano. 

Ad ogni modo il fotografo nel marzo del 2013, in un racconto confuso, in cui sostiene di essere il rapitore di Emanuela Orlandi, riferisce agli inquirenti che la cassa della Skerl era stata rubata nel 2005.

Poi associa l'omicidio della 17enne al rapimento dell'Orlandi. Non fornisce prove ma suggestioni. La sola cosa vera che dice Accetti, che negli anni Settanta non disdegnava di partecipare alle manifestazioni del Msi, è relativo al furto della bara. Di fatto non c'è più. Adesso la cugina di Katty, Laura Mattei che caparbiamente, e con l'aiuto dell'avvocato Paola Chiovelli, ha fatto riaprire l'indagine chiede che, 40 anni dopo, venga fatta luce sul caso. Dov' è finita la bara di Katty? Come fa Accetti a sapere del trafugamento? Chi ha ucciso la cugina e per quale motivo? 

·        Il caso Vittone.

Vittone, l’arsenico e i morti nella cascina dei veleni a Bosconero Canavese. Federico Ferrero su Il Corriere della Sera il 23 Agosto 2022

Una famiglia contadina si sente male. Poi i tanti lutti, compresi una bimba e il cane. Nuora incriminata e assolta. 

Giuseppe Vittone e la moglie Domenica vivevano a Bosconero Canavese, sulla strada per Feletto. Sui sessant’anni, contadini lontani dal centro urbano, tre figli, un terreno da coltivare e qualche mucca nella stalla per integrare l’autoproduzione, la loro era un’esistenza ritagliata in orizzonti quotidiani.

Domenico, il loro ultimo erede, nel 1951 aveva sposato una ragazza di Locana, anche lei figlia di una famiglia di agricoltori molto più vicini alla sussistenza che non al boom del dopoguerra — come spesso accadeva nelle campagne della provincia piemontese, almeno fino al vero rinascimento economico dell’industria a partire dagli anni Sessanta e Settanta.

Si chiamava Maria Polla, aveva vent’anni, era premurosa e benvoluta dai suoceri. Che, però, avrebbero voluto dei nipoti ma la famiglia, per ragioni ignote, non si allargava. Un altro figlio dei Vittone, intanto, aveva avuto una bimba, Maria Grazia: Maria Polla, giovane zia, si prestava volentieri a farle da balia, quando necessario.

La terra iniziò a tremare il 26 luglio 1953, dopo pranzo. I signori Vittone erano stati colti da un malore pressoché contemporaneo. Non pareva essere una semplice intossicazione alimentare, perché i dolori erano atroci e i sintomi somigliavano a quelli di un avvelenamento. Erano altri tempi, non c’era il 118.

Il signor Giuseppe e la signora Domenica provarono a curarsi col caffè e con la grappa ma la situazione non migliorava: quella sera, finalmente, chiamarono il medico condotto.

Sul momento, costui pensò potesse essersi trattato di un trancio di tonno in scatola avariato, ritrovato sul tavolo della cucina. Curiosamente, davanti a tutti, la nuora dei due sventurati, Maria Polla, mangiò il tonno avanzato per dimostrare che, a suo parere, la ragione dell’evento andasse ricercata altrove.

Lì per lì, il medico la prese per una giovane donna un po’ impulsiva. Il dottore, peraltro, non ritenne di far ricoverare i signori Vittone. La settimana successiva, però, capitò un episodio analogo: dopo qualche sorso di vino a tavola, i due presero a contorcersi dal dolore. Solo che, mentre il signor Giuseppe riuscì a cavarsela, la donna morì, essendo ancora in convalescenza dopo il primo avvelenamento.

Non ci fu il tempo di riprendersi da quella inspiegabile disgrazia che, il 21 luglio, la piccola Maria Grazia accusò gli stessi sintomi dei nonni: nausea, vomito, convulsioni. La sua giovane età non le permise di lottare e morì, in poche ore. Sul referto, tuttavia, il medico — incredibilmente — annotò: «Congestione viscerale con sopravvenuto fatto di cuore».

Ma non era plausibile che tre persone fossero state così male, e che due addirittura fossero morte, nel volgere di poche settimane e nella stessa abitazione e ciascuna per cause accidentali e indipendenti. A capire che qualcosa non tornava fu proprio il medico, il dottor Moccia. Gli sovvenne un particolare: disperato per la morte della figlioletta il padre della neonata, Matteo Neira, aveva afferrato la bottiglia di latte di capra che le veniva somministrato e l’aveva scagliata nell’aia. Dopodiché, Moccia era stato informato della morte improvvisa del cane di famiglia dei Vittone, Bill. 

Moccia decise di vederci chiaro ma la tecnologia del tempo non permetteva indagini affidabili: il cane fu dichiarato, dopo un esame da parte dell’istituto di veterinaria comunale di Torino, deceduto a causa di una indigestione. Ormai, però, Moccia aveva capito che in quella casa succedeva qualcosa di losco: ma ci volle un altro lutto per far prendere un’altra piega agli eventi. E il morto arrivò, il primo agosto: Moccia fu cercato urgentemente perché anche i genitori della piccola deceduta, Matteo e Maddalena, stavano male.

Senza esitazioni, li fece ricoverare a Cuorgnè per una lavanda gastrica e, poche ore dopo, venne aperto un fascicolo sui fatti della «cascina dei veleni», come venne ribattezzata la casa dei Vittone.

Il magistrato fece riesumare i corpi della nonna e della nipote. L’otto settembre arrivarono i referti del patologo: avvelenamento da arsenico. Quello stesso giorno, Maria Polla venne arrestata.

Tutto tornava: aveva maneggiato il latte della bambina, aveva versato lei il vino agli ultimi avvelenati, era sempre in casa quando gli altri membri della famiglia avevano accusato sintomi. Nel 1958, tuttavia, la Cassazione confermò i verdetti già emessi delle corti di assise e di appello nei confronti dell’imputata: assolta per insufficienza di prove. C’erano, sì, indizi sulla colpevolezza della ragazza ma non bastavano e il movente di due omicidi e tre tentati omicidi era fumoso: gelosia, soldi, problemi psichici.

Il presidente della corte d’assise credette di averlo individuato nella volontà di Maria Polla di sterminare la famiglia acquisita per ereditare la casa e quei pochi averi, e non avere più tra i piedi una suocera ingombrante. Ma il suo avvocato, il celebre Giorgio Delgrosso, riuscì a instillare più di un dubbio nei giudici. Anche con argomenti che, oggi, chiunque respingerebbe: «Se Maria Polla avesse avvelenato il vino dei suoceri, come mai morì la donna che ne aveva bevuto meno del marito?»

Negli anni Cinquanta, molti campi della conoscenza oggi appannaggio della scienza erano affidati all’emotività o al «buon senso comune». E fu anche per i dubbi manifestati dagli stessi familiari, da un buon numero di testimoni che ritrattarono e dalla stampa, curiosamente innocentista, che la donna venne lasciata libera: meglio un colpevole fuori che un innocente dentro, come chiosò l’altro principe del foro che contribuì a scarcerarla, l’avvocato Gillio.

Durante il processo nacque un fratello della povera Maria Grazia, tuttora vivente. Maria Polla, una volta scarcerata, visse nella riservatezza, come civiltà vuole che sia: per la legge era innocente. È morta, quasi novantenne, nel 2019. Nessun altro venne mai indagato per i morti di Bosconero.

·        Il mistero di Barbara Sellini e Nunzia Munizzi.

Nuovi dubbi sui responsabili. Barbara e Nunzia, le bimbe uccise nel massacro di Ponticelli: e se i tre operai fossero innocenti? Viviana Lanza su Il Riformista il 16 Settembre 2022 

Due bambine uccise in maniera brutale; tre imputati condannati che da sempre si professano innocenti e per tre volte hanno chiesto la revisione del processo; il dubbio che quello del cosiddetto “massacro di Ponticelli” sia un caso tutt’altro che risolto. Le conclusioni dei lavori della Commissione antimafia sull’omicidio di Barbara Sellini e Nunzia Munizzi, le bambine di 7 e 11 anni assassinate il 2 luglio 1983, riportano la vicenda sotto i riflettori.

Secondo la Commissione, sarebbe opportuno proseguire con le audizioni «al fine di approfondire il legame che la camorra, e in particolare i pentiti, hanno avuto in questo caso» e verificare «se sono state esercitate pressioni al fine di nascondere qualcosa o coprire il vero colpevole di questo efferato delitto». Un delitto particolarmente feroce. «Una delle storie più cruente che il nostro Paese ricordi», per dirla con le parole della deputata Stefania Ascari, la componente della Commissione che ha coordinato i lavori e secondo la quale c’è il rischio che questa brutta pagina possa coincidere con «uno dei peggiori errori giudiziari della nostra storia recente». In 49 pagine di testo, più 24 allegati, sono racchiuse le conclusioni del lavoro a cui, con la Ascari, hanno partecipato Luisa D’Aniello e Giacomo Morandi.

«Le sentenze si rispettano ma si devono poter commentare – ha detto ieri nel corso della conferenza stampa a Palazzo San Macuto -. Abbiamo sentito i tre ragazzi, oggi adulti, condannati per l’omicidio e marcati per sempre come “mostri”, e abbiamo acquisito un’enorme documentazione mettendo in luce tutta una serie di elementi che, se riletti con diverse tecniche di riscontro delle prove, appaiono decisamente inverosimili. Ci auguriamo una revisione del processo che possa portare ad una verità reale».

Attorno al massacro di Ponticelli risultano addensate versioni spesso modificate, ritrattazioni, testimonianze dubbie, al punto da mettere in seria discussione la condanna inflitta ai tre operai Giuseppe La Rocca, Ciro Imperante e Luigi Schiavo, accusati di aver seviziato e ucciso Barbara e Nunzia, e di vare dato fuoco ai loro corpi. Ai tre operai si arrivò dopo mesi di indagini impantanate. Furono le dichiarazioni di Carmine Mastrillo, fratello di un’amichetta delle due bambine scomparse, a dare la svolta all’inchiesta, ma ciò accadde solo dopo che Mastrillo (che inizialmente aveva ammesso di non sapere nulla), portato nella caserma Pastrengo di Napoli, incontrò il pentito Mario Incarnato, ex reggente della Nuova camorra organizzata su Ponticelli.

Per la Commissione antimafia, dunque, si è ancora in tempo per approfondire un possibile ruolo di “suggeritore” di Incarnato, che «conosceva bene il territorio dove si sono svolti i fatti e da cui provenivano tutti i testimoni». In quel periodo, tra l’altro, la pressione mediatica sulla vicenda era fortissima al punto che intervenne anche l’allora presidente Sandro Pertini e il fenomeno del pentitismo era un fenomeno nuovo, c’erano meno regole e i pentiti venivano talvolta «coinvolti attivamente nella risoluzione dei casi ed utilizzati quale fattore intimidatorio per convincere testimoni a fare dichiarazioni e indiziati a confessare». Di qui i dubbi sulla genuinità del supertestimone del caso di Ponticelli e la proposta di revisionare il processo.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

·        Il Caso di Salvatore Bramucci.

Delitto di Soriano nel Cimino, 58enne ucciso per uno sgarro: in carcere due romani, incastrati da un video. Redazione Roma su Il Corriere della Sera il 14 Settembre 2022.

Il 7 agosto Salvatore Bramucci, 58 anni, uscì di casa sulla sua macchina e fu bloccato da un gruppo di fuoco. Sei colpi di pistola al volto e all’addome. La pista dell’usura

Erano partiti da Roma all’alba, con una missione speciale: uccidere. In tre si erano messi in viaggio - uno alla guida di una Smart bianca, gli altri due su una Giulietta grigia - diretti a un casolare di campagna nei pressi di Soriano del Cimino. Il «ferro», come usa tra malavitosi, era stato nascosto sotto il sedile, a portata di mano. Erano arrivati in località Acquafredda attorno alle 8 dello scorso 7 agosto. Si erano appostati. Sapevano che il loro uomo non avrebbe avuto scampo. E così era stato. Salvatore Bramucci, 58 anni, amante della bella vita, iperpalestrato, culturista, con precedenti penali più o meno recenti, era morto all’istante, ucciso da una gragnuola di revolverate. E adesso - neanche un mese e mezzo dopo - i due presunti assassini sono in carcere: si tratta di due 48enni romani, residente uno all’estrema periferia Est della capitale e l’altro a Guidonia, arrestati con l’accusa di omicidio volontario e rinchiusi nel carcere viterbese di Mammagialla. Una coppia di sicari, assoldata per uccidere, da un mandante rimasto nell’ombra: tra i due finiti in cella e l’ucciso sembra non sia mai esistito alcun tipo di legame.

Un regolamento di conti maturato nel mondo della delinquenza comune - estorsione, usura, rapine - ma attuato con la tecnica di un commando. I sicari avevano messo le loro auto di traverso sulla strada, per impedire a Bramucci di proseguire, erano balzati giù con le pistole in pugno e fatto fuoco attraverso il parabrezza: l’uomo era stato freddato da sei colpi di pistola, esplosi da neanche due metri, che l’avevano raggiunto al volto e all’addome. Adesso, chiuse le indagini, sono scattate le misura di custodia cautelare eseguite dai carabinieri del comando provinciale di Viterbo, in seguito a numerose perquisizioni andate a buon fine. Oltre ai due arrestati per omicidio volontario, ci sono tre complici indagati.

La vittima fu punita per uno «sgarro», da quel poco che è filtrato dagli inquirenti. Decisivo il video che ha dimostrato la presenza vicino alla casa della vittima dei due arrestati, tre giorni prima dell’agguato. Evidentemente stavano svolgendo un sopralluogo. Bramucci nel 2021 aveva patteggiato una condanna a tre anni e quattro mesi di reclusione per estorsione e usura. Nel 2007 era stata arrestato per estorsione, furto, usura e ricettazione. Più di recente era stato coinvolto in indagini contro una banda specializzata in furti di mezzi meccanici nei cantieri edili, da rivendere ad altri imprenditori del settore.

Sono stati i carabinieri di Viterbo, supportati dai colleghi del Comando provinciale di Roma, del Ros, delle unità cinofili e del Nucleo elicotteri di Pratica di Mare a eseguire le misure cautelari emesse dal gip di Viterbo Rita Cialoni nei confronti di due 48enni italiani. Le indagini, coordinate dal procuratore Paolo Auriemma e dal pm Massimiliano Siddi, hanno messo in evidenza come l’agguato sia stato organizzato in ogni minimo dettaglio. Con un errore per loro fatale, però: durante il sopralluogo del 4 agosto i due accusati dell’omicidio non si erano resi conto della presenza di telecamere nella zona.

«L’individuazione - ha spiegato ai giornalisti Paolo Auriemma, procuratore della Repubblica di Viterbo - è avvenuta attraverso una puntuale opera di ricostruzione dei movimenti dei due soggetti attinti dalla misura cautelare, anche attraverso controlli dei percorsi compiuti dai due. Sono venuti appositamente da Roma. Ciò che ci fa pensare che la premeditazione sia evidente in una situazione del genere è anche il fatto che è stato riscontrato come già in precedenza si fossero recati nel luogo dove si trovava il Bramucci per verificare luoghi ed eventuali movimenti».

·        Il Mistero di Simone Mattarelli.

La morte di Simone Mattarelli, trovato impiccato dopo l'inseguimento dei carabinieri. La famiglia: "Riaprite le indagini". Luca De Vito su La Repubblica il 14 Settembre 2022. 

Il corpo del 28enne è stato trovato in una ditta in provincia di Varese. L'avvocata dei parenti, Roberta Minotti: "Non si è suicidato e prima di morire ha subito un'aggressione". Il gip aveva archiviato il caso su richiesta della procura di Busto Arsizio

Una storia che ha ancora troppe domande a cui dare risposta. È quella della morte di Simone Mattarelli, il 28enne trovato impiccato a un macchinario della ditta Eurovetro di Origgio in provincia di Varese nel pomeriggio del 3 gennaio 2021. Un suicidio secondo la procura e il gip di Busto Arsizio, ben altro per i familiari che da tempo chiedono un approfondimento di indagini su quella notte, cominciata con un inseguimento dei carabinieri sulle statali della Brianza per fermare la Bmw guidata da Mattarelli che si era dato alla fuga dopo aver saltato l'alt dei militari.

«Simone Mattarelli non si è impiccato, è stato ucciso»: la criminologa Bruzzone chiede di riaprire le indagini. Federico Berni su Il Corriere della Sera il 14 Settembre 2022.

Il 28enne fu trovato morto in una fabbrica di Origgio il 4 gennaio 2021. La notte prima era scappato in macchina da un posto di blocco dei carabinieri. Le lacune nelle indagini: i piedi toccavano terra, la cintura al collo

Quella cintura trovata stretta al collo del ragazzo, ma senza tracce di sangue, nonostante il giovane avesse una mano ferita. Da questo elemento parte la richiesta al tribunale di Busto Arsizio di riaprire le indagini sul decesso di Simone Mattarelli, il 28enne brianzolo trovato impiccato a un macchinario di una fabbrica di Origgio (Varese) il 4 gennaio 2021, dopo che, la notte precedente, era scappato in macchina da un posto di blocco dei carabinieri. I familiari del giovane, assistiti dall’avvocato Roberta Minotti, si sono rivolti alla nota criminologa Roberta Bruzzone, secondo la quale l’inchiesta, archiviata come suicidio, presenta «lacune molto evidenti».

Un suicidio compiuto in balia di una crisi «depressivo maniacale», dopo aver assunto «un’elevata dose di cocaina», scrivono i magistrati nelle loro conclusioni, già osteggiate un anno fa da un corposo atto di opposizione presentato dall’avvocato Minotti, che chiedeva «indagini più approfondite», a cominciare da quelle sulla posizione in cui è stato trovato il ragazzo, che toccava con entrambi i piedi per terra. Quelle che per la procura sono «lesioni cutanee assai modeste», trovate sul corpo del 28enne, secondo una consulenza di parte sono invece meritevoli di approfondimenti, a partire da una ferita sotto il labbro inferiore, che sarebbe stata provocata da «un’azione compressiva sulla bocca». Ma ora, sulla base di una «rivalutazione complessiva degli elementi», si chiedono nuovi accertamenti.

«Simone si sarebbe impiccato con la cintura annodata sulla gola, già di per sé una dinamica improbabile - ha detto la criminologa - ma sulla stessa cinta non risultano, secondo nostri accertamenti, tracce ematiche, sebbene Simone avesse una lacerazione evidente e sanguinante sul palmo di una delle mani. Non può essere stato lui a stringersela al collo. Quello non è un suicidio». Il 28enne, che all’epoca aveva appena trovato lavoro, aveva violato il coprifuoco allora in vigore, ed era sotto effetto di stupefacenti: cosa che gli avrebbe messo a rischio un’altra volta la patente. Aveva ignorato un posto di blocco nella zona di Desio ed era stato inseguito fino alla provincia di Varese da numerose pattuglie, che avevano sparato almeno 8 colpi di pistola a scopo intimidatorio. 

·        Il mistero di Fausto Gozzini.

Omicidio a Casale Cremasco, Domenico Gottardelli non risponde al pm. Un debito della vittima il possibile movente. Francesca Morandi su Il Corriere della Sera il 15 Settembre 2022.

Il 78enne ha ucciso l’imprenditore 61enne Fausto Gozzini. È stato arrestato e si è avvalso della facoltà di non rispondere. L’ipotesi: portava rancore per un credito di molte centinaia di euro 

Domenico Gottardelli, 78 anni, l’omicida, e Fausto Gozzini,61 anni, la vittima

La mattina è partito da Covo, paese nella Bergamasca dove abita, alla guida della sua Due Cavalli bianca con un fucile da caccia calibro 12 sul sedile posteriore. Domenico Gottardelli, 78 anni, idraulico in pensione, ha guidato per più di dieci chilometri fino a Casale Cremasco (Cremona). Alle 9.30 ha parcheggiato l’auto nel cortile della Classe A Energy, azienda che vende mezzi per l’edilizia e l’ingegneria civile, in via Camisano. È entrato, ha tirato due fucilate: una al pavimento, l’altra a Fausto Gozzini, 61 anni, da tre titolare della ditta, bresciano di Pontoglio, villa di lusso a Romano di Lombardia (Bergamo). L’imprenditore è morto.

Ad armare il braccio del pensionato sarebbe stato il rancore per un credito di molte centinaia di euro. Gottardelli è stato arrestato per omicidio e porto illegale del fucile. La mattina «confuso» nella caserma dei carabinieri di Crema, alle cinque del pomeriggio il pensionato è apparso «sereno» in Procura a Cremona, davanti al pm Francesco Messina per l’interrogatorio. Assistito dall’avvocato Santo Maugeri, il 78enne si è avvalso della facoltà di non rispondere. È stato portato nel carcere di Cà del Ferro.

Alle 9.30, Gottardelli aveva raggiunto Casale Cremasco sulla sua Due Cavalli, auto che non passa inosservata, agghindata con le bandierine italiane della Marina Mercantile e con due foto giganti di lui incollate sulle portiere. Secondo la ricostruzione dei carabinieri, il pensionato dal sedile ha preso un sacco con dentro il fucile da caccia. Si è diretto nell’area uffici dell’azienda. E ha fatto fuoco. Il colpo esploso tra il petto e l’addome non ha dato scampo a Gozzini, crollato in un lago di sangue. Inutili i soccorsi. La moglie e il figlio della vittima, con l’aiuto di altri dipendenti, hanno disarmato e bloccato il 78enne sino all’arrivo degli investigatori. Alla Classe A Energy si è precipitato il secondo figlio di Gozzini. Inferocito, ha dato un pugno al finestrino della Due Cavalli. I militari ci hanno provato a fermarlo. Lui ne ha sferrato un altro in faccia a un carabiniere, causandogli una ferita lacero contusa al labbro: 10 giorni di prognosi.

Celibe, senza figli, un fratello che vive a Covo, Gottardelli non ha mai avuto un problema con la giustizia. «Non ho mai fatto niente, solo stamattina è successa questa cosa qua», ha detto al pm, che gli ha spiegato come contro di lui ci fossero le dichiarazioni della moglie e del figlio della vittima. E le telecamere che lo avevano ripreso mentre usciva dall’azienda con la custodia nera del fucile. Ha risposto alle domande di rito. Ha raccontato di aver subito un trapianto di fegato 22 anni fa, di avere altre patologie, di non possedere beni. Poi, il silenzio.

 Omicidio a Casale Cremasco, la vendetta maturata in 5 anni: «Prestavo la casa a Fausto per vedersi con l’amante e mi hanno rubato i soldi». Francesca Morandi su Il Corriere della Sera il 17 Settembre 2022.

Omicidio Crema, la confessione di Domenico Gottardelli, 78 anni: ha ucciso l’amico Fausto Gozzini perché lo riteneva responsabile della sparizione di 400 mila euro in contanti dal suo garage. «Ora dormo tranquillo, mi sono tolto un peso»

«Mi ha rubato un sacco di soldi. La mia era una fissazione di trovare il modo di poter far del male al Gozzini e ci pensavo giorno e notte». Lo ripete: «… in tutti questi anni non sapevo come fare del male al Gozzini». «Sono tranquillo, ora dormo tranquillo e non ci penso più, mi sono tolto un peso».

Ore 9 e 30, carcere di Cremona. Domenico Gottardelli, idraulico in pensione di 78 anni, casa a Covo (Bergamo), confessa durante l’udienza di convalida del suo arresto disposto mercoledì, qualche ora dopo aver ucciso con una fucilata l’amico Fausto Gozzini, 61 anni, nell’azienda Classe A Energy di Casale Cremasco. Abbronzato, «sereno», accanto al difensore Santo Maugeri, l’anziano spiega al gip Elisa Mombelli il movente. Storia di 400 mila che Gottardelli teneva chiusi in una scatola in garage, spariti un giorno di circa cinque anni fa. «Ho sospettato della mia domestica e del Gozzini. Erano amanti e per i loro rapporti clandestini io prestavo la mia casa. Solo la mia domestica aveva le chiavi, oltre a me. Gozzini sapeva del denaro contante che avevo in garage».

L’insospettabile pensionato finito in cella per omicidio premeditato, al gip parla di Gozzini. Le spiega di averlo conosciuto una trentina di anni fa. Erano diventati molto amici, idraulico e imprenditore. Racconta delle cene e delle vacanze insieme. E di quell’affare sfumato alcuni anni prima, quando lui e l’amico provarono ad acquistare un appartamento a Dubai. Il pensionato ci mise 130 mila euro di caparra. La compravendita non andò in porto, i soldi gli vennero restituiti. Il 78enne li versò su un conto corrente accesso presso un istituto di Montecarlo, dal quale mensilmente prelevava 10 mila euro ogni volta. Il cash lo infilava nella scatola in garage, accumulando sui 400 mila euro. Soldi puliti, una fortuna accumulata grazie a compravendite immobiliari. «Gozzini sapeva dell’esistenza del denaro sia del luogo in cui lo tenevo. Glielo avevo detto, perché mi fidavo di lui, eravamo amici», dice il 78enne al giudice.

Che nelle otto pagine di ordinanza di custodia cautelare in carcere annota: «Accortosi della sparizione del denaro, Gottardelli aveva sin da subito sospettato di Gozzini e della domestica; tuttavia, non aveva mai ritenuto di confrontarsi con loro sul punto, sebbene avesse però di fatto interrotto la frequentazione con Gozzini, con cui aveva mantenuto solo contatti telefonici».

In questi anni al pensionato è montata la rabbia finché «ha maturato il desiderio di vendicarsi». «La mia era una fissazione di trovare il modo di poter fare del male a Gozzini e ci pensavo giorno e notte». Esasperato, mercoledì mattina Gottardelli ha deciso di farla fuori con l’amico. È sceso in garage, ha preso il fucile. Non era suo. Ma «del marito, deceduto, della sua ex compagna, che glielo aveva affidato per evitare che l’arma potesse essere utilizzata dal figlio tossicodipendente», scrive il gip.

Gottardelli lo ha caricato con due cartucce, ha telefonato a Gozzini per accertarsi che fosse in ditta. «Passa pure». È salito sulla Citroen Due Cavalli bianca e da Covo ha tirato dritto per Casale Cremasco: 12 chilometri in tutto. Alle 9,20 ha parcheggiato l’auto nel cortile della Classe A Energy: il fucile nella mano destra, si è incamminato verso gli uffici, è entrato. Quando ha estratto l’arma dal fodero, gli è partito il primo colpo accidentale sul pavimento. Gozzini ha sentito il rumore, gli è andato incontro. Il suo vecchio amico ha preso la mira e ha sparato a bruciapelo senza dire una parola. «Perché, perché, perché?», sono state, invece, le ultime parole dell’imprenditore, prima di crollare a terra davanti alla moglie e al figlio che si erano precipitati nell’ufficio. Gozzini era riverso su un divanetto. Accanto a lui, il pensionato. «Sparato», ha detto lui «sogghignando». «Chiamate i carabinieri e l’ambulanza», le sue ultime parole, prima di chiudersi nel silenzio nella caserma dei carabinieri, a Crema, dove l’hanno arrestato, poi, nel pomeriggio a Cremona, davanti al pm Francesco Messina. «Mi sento tranquillo», ha riferito il 78enne due giorni fa in carcere alla psicologa. Ieri lo ha detto e ridetto al giudice. «Dormo tranquillo e non ci penso più, mi sono tolto un peso».

«Sconcertante», l’aggettivo riversato più volte nell’ordinanza. «Sconcertante — osserva il gip — è il fatto che Gottardelli, ritenendo di essere stato derubato da colui che ha definito un amico di vecchia data, si sia vendicato per un torto che riteneva di aver subito, senza aver mai affrontato civilmente la questione con lo stesso, come era legittimo attendersi in ragione del rapporto di amicizia». Ed ancora, «sconcertante freddezza e lucida determinazione». Il pensionato resta in carcere, perché «il fatto è connotato da un grado di violenza particolarmente elevato, oltre che palesemente sproporzionato rispetto al movente».

Da milano.repubblica.it il 16 settembre 2022.

Vecchi rancori e soprattutto una questione di soldi, un debito consistente che ha portato alla tragedia: è questo il movente dell'omicidio di Fausto Gozzini, 61enne titolare dell'azienda Classe A Energy di Casale Cremasco, ucciso a colpi di fucile tre giorni fa dal suo ex amico Domenico Gottardelli, 78 anni, come la vittima residente nella Bergamasca. 

"Eravamo amici da una vita e lui mi ha rubato 400mila euro in contanti. Mi sono tolto un peso": ha confessato questa mattina alla gip Elisa Mombelli durante l'interrogatorio di garanzia, Domenico Gottardelli, il 78enne bergamasco di Covo accusato di aver ucciso mercoledì scorso con una fucilata al petto Gozzini. "Il mio cliente si rende perfettamente conto di quello che ha fatto - ha spiegato il suo l'avvocato, Santo Maugeri - ma è tranquillo perché mi ha spiegato che è come si fosse finalmente liberato di un macigno".

L'omicidio è avvenuto di prima mattina davanti alla moglie e a uno dei due figli di Gozzini, oltre che davanti ad alcuni dipendenti: Gottardelli è arrivato nel piazzale della ditta a bordo della sua vecchia Due Cavalli, è sceso imbracciando la doppietta da caccia e ha fatto fuoco. Gottardelli, ex idraulico sembra senza problemi economici, trascorreva spesso periodi di vacanze in Tunisia e lì avrebbe conosciuto trent'anni fa Gozzini, con cui aveva iniziato un rapporto di amicizia. 

I carabinieri delle Stazioni di Camisano e di Romanengo, del Nucleo Operativo e Radiomobile di Crema e del Nucleo Investigativo del Reparto Operativo di Cremona hanno ricostruito con precisione la dinamica di quanto accaduto. Gottardelli è arrivato alla Classe A Energy, impresa che si occupa di materiali per l'edilizia e della vendita di mezzi d'opera per l'edilizia e l'ingegneria civile, intorno alle 9.30. 

Ha parcheggiato la sua Citroen 2CV,  è sceso e dal sedile posteriore ha preso un sacco al cui interno aveva un fucile da caccia calibro 12. Si è diretto verso l'area uffici, è andato nel locale dove si trovava la vittima e ha sparato. Senza dire una parola. Prima un colpo verso il pavimento e poi un altro al 61enne, tra il petto e l'addome.

A disarmarlo sono stati la moglie e e il figlio dell'imprenditore e alcuni dipendenti dell'azienda, che lo hanno immobilizzato e trattenuto fino all'arrivo dei militari dell'Arma. Quando sono stati allertati i soccorsi, con gli operatori del 118 e l'equipaggio dell'elisoccorso, Gozzini era ancora vivo ma non c'è stato nulla da fare. E' morto mentre l'assassino veniva accompagnato presso la caserma della Compagnia Carabinieri di Crema da dove, nel tardo pomeriggio, è stato portato in Procura per l'interrogatorio da parte del pubblico ministero che coordina le indagini, Francesco Messina.

Gottardelli non risulta essere titolare di licenza per la detenzione e il porto di armi da sparo. E' stata anche perquisita la sua abitazione, nella bassa bergamasca, ma non sono state trovate armi o munizioni. Durante le prime fasi dell'intervento dei carabinieri è arrivato nell'azienda teatro del delitto il secondo figlio della vittima, che in uno scatto d'ira ha colpito la macchina del killer e, quando i militari hanno tentato di fermarlo, ha preso a pugni un carabiniere, che ha riportato una ferita lacero-contusa al labbro e una prognosi di 10 giorni.

Ucciso davanti ai dipendenti a colpi di fucile. Fermato un 78enne, l'ombra della lite per soldi. La vittima titolare di un'azienda di materiali edili. Si indaga sul movente. Daniela Uva il 15 Settembre 2022 su Il Giornale.

Un momento di follia, intorno al quale sono ancora da chiarire molti aspetti. Così un uomo di 78 anni ha tolto la vita al titolare 61enne di un'azienda di Casale Cremasco, in provincia di Cremona. Ieri mattina, verso le 9, Fausto Gozzini originario della provincia di Bergamo e a capo della Classe A Energy, impresa che commercializza materiali edili rilevata solo tre anni fa, è stato freddato a colpi di fucile calibro 12.

A commettere l'omicidio, secondo i primi accertamenti, sarebbe stato Domenico Gottardelli, anche lui della Bergamasca, già fermato dai carabinieri e portato in caserma dove nelle prossime ore dovrebbe essere interrogato. L'aggressione è avvenuta in via Camisano, la vittima è stata trovata dai soccorritori in arresto cardiocircolatorio con una ferita all'addome ed è deceduta sul posto. Ferito anche un carabiniere 36enne, non coinvolto nella sparatoria, che ha riportato un lieve trauma al volto quando è stato colpito da uno dei figli della vittima, in preda alla disperazione, ed è stato trasportato in codice verde all'ospedale di Crema.

Al momento sono in corso le indagini per chiarire la dinamica e soprattutto quale possa essere il movente di un atto che sembra dettato dalla follia. Secondo le prime indiscrezioni, il 78enne potrebbe aver agito in seguito a un banale diverbio, scaturito da problemi di origine economica, con il titolare della ditta. Una lite che lo avrebbe spinto a imbracciare il fucile da caccia e a sparare. Ma non si esclude neanche che possa trattarsi di un atto premeditato e quindi di una vendetta, visto che l'omicida si sarebbe portato l'arma da casa. Emergono inoltre altri dettagli, come l'auto utilizzata dal presunto killer per raggiungere il luogo del delitto. Si tratterebbe di una vecchia Citroen 2CV, addobbata con bandiere tricolore, un cuore a strisce, lo stemma di una Onlus bergamasca e una foto del presunto omicida sulla portiera.

Proprio un adesivo dell'associazione Amici del trapianto di fegato di Bergamo incollato sulla vettura farebbe pensare che Gottardelli possa essere socio della Onlus lombarda, anche se dalle prime verifiche il 78enne non risulta negli elenchi ufficiali.

«Possiamo risalire all'elenco dei soci degli ultimi dieci anni fanno sapere - e il nome Gottardelli non compare. Escludiamo anche che possa far parte del gruppo dei nostri volontari che operano in ospedale con i pazienti trapiantati, perché li conosciamo tutti di persona».

L'omicidio a Casale Cremasco Vidolasco. Freddato a fucilate in azienda, Fausto Gozzini ucciso nella sua Classe A Energy: fermato un 78enne. Vito Califano su Il Riformista il 14 Settembre 2022 

Fausto Gozzini è stato ucciso a colpi di arma da fuoco nella sua azienda. E l’omicidio che si è consumato presso la ditta Classe A Energy ha sconvolto la provincia di Cremona. Per il delitto del titolare della società è stato fermato dai carabinieri un uomo di 78 anni. L’area dell’impresa è stata blindata dai carabinieri, la strada è stata interrotta. Sul posto è arrivato il magistrato di turno.

La Classe A Energy si occupa di produzione, vendita, fornitura e installazione di sistemi a energia rinnovabile a Casale Cremasco Vidolasco, piccolo comune di circa 1.800 abitanti in provincia di Crema. Gozzini, originario della bergamasca, aveva rilevato l’attività tre anni fa. Il delitto si è consumato questa mattina intorno alle dieci, alla sede dell’azienda in via Camisano. I colpi di arma da fuoco che hanno ucciso l’uomo sarebbero stati esplosi da un fucile da caccia, un calibro 12 secondo l’Ansa.

L’Agi ha appreso da fonti investigative che quello che il presunto omicida, residente in provincia di Bergamo, si sarebbe presentato presso l’azienda questa mattina cercando il titolare. E sarebbe sceso dall’automobile già con il fucile in mano. Avrebbe esploso i colpi che non hanno lasciato scampo all’imprenditore e dopo sarebbe stato disarmato dalle persone che si trovavano sul posto, che hanno assistito alla scena e che hanno avvisato i carabinieri. Oltre al deceduto, risulta ferita in modo lieve anche un’altra persona, un uomo di 37 anni che è stato portato in ambulanza all’ospedale di Crema.

Non è chiaro il movente del delitto: di sicuro poco prima dell’omicidio sarebbe esplosa una lite tra i due uomini, non è esclusa però una premeditazione, una sorta di resa dei conti per questioni pregresse culminata nell’omicidio a sangue freddo. Il 78enne fermato è stato trasportato dalle forze dell’ordine al Comando dell’Arma. Dovrebbe essere interrogato oggi stesso. La strada che conduce all’azienda è stata chiusa ai carabinieri in entrambi i sensi di marcia.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

·        Il caso di Franca Demichela.

Franca Demichela, il delitto mai risolto della Signora in rosso. Federico Ferrero su Il Corriere della Sera il 12 Settembre 2022

Aveva 50 anni, la trovarono morta sotto il ponte della tangenziale a Moncalieri. Era settembre del 1991. 

La trovarono un giorno di settembre del 1991, morta, sotto il ponte della tangenziale di Torino in frazione Barauda di Moncalieri. Quelli della cronaca nera non si produssero in eccessivi sforzi per darle un nome: la morta era la Signora in rosso. Perché di quel colore era vestita, con un abito scelto per una delle tante serate vissute in sala da ballo. «Fosse stata uccisa il giorno prima l’avrebbero chiamata la Signora in giallo», commentò una persona a lei vicina.

Si chiamava Franca Demichela, aveva cinquant’anni e, al di là della questione cromatica, certamente si era spogliata di una vita borghese che non le piaceva più. Col marito contabile nell’industria dell’automobile, un bell’appartamento da custodire e poca adrenalina nelle vene, scontava un’irrequietezza sempre più dura da sopire. Tanto che, sulle prime, i carabinieri avevano sospettato proprio del suo compagno di vita e lo trattennero quasi venti giorni in detenzione preventiva.

Ma lui, con la fine della moglie, non c’entrava nulla: del resto, perché tollerare anni di infedeltà senza fiatare e poi, all’improvviso, addirittura uccidere? A indirizzare le indagini delle prime ore, in effetti, era stata più che altro la naturale disposizione nel considerare papabile un marito quando una moglie dalla vita vivace viene ritrovata strozzata per strada, in mezzo ai rifiuti. E poi sì, la testimonianza di un ennesimo litigio, capitato davanti a casa, a poche ore dalla morte della donna: lui che, secondo il vicino di casa, le dava della pazza e minacciava di farla interdire; lei che rispondeva a tono, offendendolo con appellativi irripetibili.

La signora Franca aveva scelto di cambiare sfondo alla sua esistenza dedicandosi intensamente allo svago: di sistemare i cuscini sul divano e spolverare i mobili si era stancata. Feste, amicizie più e meno raccomandabili, locali notturni, divertimento sfrenato nella Torino by night. Nei codici di chi indaga il crimine esistono livelli di pericolosità e, indubbiamente, la donna era transitata da un rischio quasi nullo a uno medio-alto, giacché si accompagnava a individui dalla dubbia affidabilità che, talora, invitava nell’appartamento di via Boston utilizzato come pied-à-terre dopo la morte del padre, ex dirigente Fiat nello stabilimento argentino di Cordoba.

Una volta appurata la mancanza di indizi e di testimoni diretti del delitto, però, agli inquirenti toccò provare a ricostruire a ritroso la cerchia di amicizie della vittima e la sua vita sociale. Affare tutt’altro che semplice in un’epoca ancora del tutto analogica, senza telecamere, tracciati Gps e cellulari, o social network. Era tutto un sentito dire: il fidanzato tunisino che alzava le mani e non aveva un cognome, l’amico slavo dai traffici illeciti. Per dirla con chi seguiva il lavoro di indagine ai tempi, il cui linguaggio segna la distanza dai fatti col nostro mondo, «una schiera di corteggiatori internazionali magari un po’ straccioni, ma sempre esotici».

Il fatto è che la pista degli “amanti arabi di Porta Nuova” non ebbe mai sostanza, se non sulle cronache locali. Una volta scagionato, con tante scuse, l’incolpevole marito difeso dagli avvocati di grido Zancan e Castrale, e seppellita la donna nel cimitero di Candia, dove poche settimane prima era stato tumulato il padre, le chiacchiere di paese e di quartiere andarono pian piano scemando.

La relazione autoptica del celebre professor Baima Bollone poté solo dire che il corpo era rimasto nella stessa posizione, dopo la morte, per parecchie ore e che Franca era stata uccisa tra le due e le tre del mattino del 14 settembre, giorno del ritrovamento. Opera di un senzatetto che “abitava” sotto il ponte da anni, tale Luigi, confuso sugli orari e sul fatto che la donna potesse essere stata spostata dopo l’uccisione. Fine della storia.

Quasi un anno dopo l’assassinio, venne indagato a piede libero un individuo rimasto ignoto alla stampa. Si approfondì l’indizio di un capello, lungo e scuro, trovato sull’automobile della vittima. Dopo altri due anni di silenzio, i carabinieri riaprirono il fascicolo grazie alle confidenze di un informatore. Costui raccontò che la Demichela avrebbe intessuto affari col capo di un campo rom, trafficando per conto suo orologi e gioielli rubati. Salvo trattenersi, senza autorizzazione, una parte della refurtiva.

A sostegno delle sue parole la testimonianza di un negoziante in centro città che, nel giorno che precedeva l’uccisione, aveva servito la signora Franca. La donna aveva pagato abiti costosi estraendo un rotolo di banconote, frutto della vendita per conto proprio di quei valori da ricettare. Senza alcuna possibilità di procedere a riscontri, però, il giovane pubblico ministero Alberto Giannone — poi apprezzato giudice in vari processi contro la criminalità organizzata — fu costretto alla resa.

La notizia dell’archiviazione del caso colse di sorpresa il marito. A quei tempi, era fresco il caso del serial killer britannico Frederick West, il mostro di Gloucester, capace di ammazzare undici giovani con la complicità della moglie e di seppellirli in giardino. «Là ci hanno messo tre mesi prima di risolvere un caso del genere. Qui, dopo tre anni, c’è ancora qualcuno che sospetta di me e ora hanno archiviato il caso. Così nessuno saprà mai chi è stato».

·        Il Giallo di Maria Teresa “Sissy” Trovato Mazza.

Giallo per la morte di “Sissy” Trovato, terzo no alla richiesta di archiviazione. Il Dubbio il 2 settembre 2022.  

I familiari si sono sempre opposti alla tesi del suicidio avanzata dalla procura di Venezia. Ora il nuovo esito

Per la terza volta il gip di Venezia riapre l’inchiesta sul giallo di Maria Teresa “Sissy” Trovato Mazza, la giovane agente di Polizia penitenziaria uccisa da un colpo di pistola alla testa nell’ascensore dell’ospedale civile di Venezia dove si trovava in servizio esterno per verificare la situazione di una detenuta che aveva partorito.

Dopo l’udienza di inizio luglio, in cui per l’ennesima volta i famigliari si erano opposti alla tesi della procura di Venezia che sia stato un suicidio, il gip ha respinto richiesta di archiviazione e ordinato nuove indagini sia sul telefonino della donna che sulla dinamica balistica, visto che la perizia di parte dell’ex generale dei Ris Luciano Garofano dimostrerebbe la presenza di un’altra persona. Sissy fu trovata agonizzante il primo novembre 2016 in un ascensore dell’ospedale di Venezia (dove aveva visitato una detenuta), con un proiettile che le aveva trapassato il cranio e rimase in coma fino alla morte, nel gennaio 2019. “Esprimiamo soddisfazione per il provvedimento del gip – commentano i legali – confidiamo che si arrivi alla verità”.

Ricordiamo che nell’autunno del 2019 la Procura ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta sostenendo che si è trattato di un suicidio e che non vi è alcun mistero da chiarire (la morte della giovane è avvenuta il 12 gennaio del 2019, dopo due anni di calvario). Ma, a gennaio del 2020, una detenuta del carcere della Giudecca, ha rivelato all’allora comandante della polizia penitenziaria, alcuni episodi a sua conoscenza che indicano una collega di Sissy come possibile responsabile dell’uccisione, su mandato di alti vertici del carcere. l tutto perché la ventottenne sarebbe stata considerata una presenza scomoda, alla luce delle ripetute segnalazioni presentate ai superiori su giri di droga nelle celle, ma anche e soprattutto su rapporti sentimentali (e sessuali) tra detenute e agenti di custodia.

Da allora il pm Elisabetta Spigarelli ha eseguito una serie di accertamenti alla ricerca di eventuali conferme e riscontri, senza trovarli, e la detenuta è finita sotto accusa per il reato di calunnia per aver accusato l’agente di polizia penitenziaria di omicidio pur sapendola innocente. La Procura ha già chiesto il suo rinvio a giudizio: tra le cose da chiarire al processo vi è il perché la detenuta abbia deciso di fare le sue rivelazioni a distanza di oltre due anni dal fatto. Nel frattempo era uscita dal carcere grazie ad alcuni permessi.

Dopo una seconda richiesta di archiviazione respinta, arriva infine una terza: dopo l’udienza di inizio luglio, in cui per l’ennesima volta i famigliari si erano opposti alla tesi della procura di Venezia che sia stato un suicidio, il gip Silvia Varotto ha respinto l’ennesima richiesta di archiviazione e ordinato nuove indagini su due dei punti evidenziati dai legali della famiglia, gli avvocati Eugenio Pini e Girolamo Albanese: il primo è la richiesta di geolocalizzazione del telefono, che venne ritrovato nel suo armadietto ma che secondo i famigliari lei non mollava mai; il secondo è un approfondimento della dinamica balistica dopo che la perizia di parte dell’ex generale dei Ris Luciano Garofano avrebbe dimostrato che non è stato un suicidio, ma che c’era un’altra persona.

Sissy Trovato Mazza, due anni dalla morte: “Nostra figlia non si è uccisa”. Le Iene News il 12 gennaio 2021. Il 12 gennaio 2019 è morta Sissy Trovato Mazza dopo che per due anni ha lottato per la vita, da quando nel 2016 l’agente penitenziario è stata trovata in una pozza di sangue nell’ascensore dell’ospedale di Venezia. Il 25 novembre scorso il gip ha respinto la seconda richiesta di archiviazione come suicidio del caso e ha disposto nuove indagini. I genitori non si danno pace e anche oggi combattono per avere giustizia e verità. Con Nina Palmieri abbiamo ricostruito le ultime ore di Sissy

“Dopo due anni spero si mettano a cercare gli assassini. Questo è omicidio, nostra figlia non si è uccisa”. Salvatore Trovato lo ribadisce a Iene.it anche in questa giornata. Oggi sono due anni esatti da quando, il 12 gennaio 2019, il cuore dell’agente penitenziario Sissy ha smesso di battere dopo due anni di lotta con la vita. Ma per suo papà il tempo si è fermato all’1 novembre 2016, quando è iniziato questo incubo fatto di misteri e una cruda realtà da accettare. Con Nina Palmieri vi abbiamo raccontato questa vicenda che ha ancora tanti punti oscuri come potete vedere nel video qui sopra. Sissy Trovato Mazza lavorava presso il carcere femminile della Giudecca. L’1 novembre 2016 viene trovata in una pozza di sangue in un ascensore dell’ospedale civile di Venezia dove era andata per un servizio. Dopo le indagini preliminari, il caso prende la pista del suicidio: per gli inquirenti si era uccisa con la pistola d’ordinanza. “Non ci hanno mai ascoltato, per noi è altro”, dice Salvatore, il papà di Sissy che per due anni da quel giorno è stato al suo fianco mentre lottava per la vita. “Io ancora aspetto la verità per sapere che cosa è successo a mia figlia”. Il 25 novembre scorso il gip ha respinto per la seconda volta la richiesta di archiviazione della procura sul caso come suicidio e ha disposto nuove indagini. “Abbiamo raccolto nuovi elementi, ma tanto materiale non è più disponibile”, sostiene il papà. Tra questi ci sarebbero potuti essere le immagini registrate dalle telecamere nell’ospedale, agli atti però ci sono solo i nastri dei 30 minuti attorno alle 11:17 di quel maledetto giorno. “Avrebbero dovuto prendere più ore sia prima che dopo perché è lì che si vedrebbero gli assassini”, dice Salvatore. Ma ora quei filmati non sarebbero più disponibili. Poi ci sono i misteri sulle gocciolature del sangue all’interno dell’ascensore o il telefono dell’agente penitenziario ritrovato nel suo armadietto in carcere. Per Salvatore e sua moglie questa giornata è iniziata alle 06:10, prima di andare a trovare sua figlia al cimitero. “Da quattro anni questo periodo dell’anno per noi non è mai bello. Le feste non sono feste senza Sissy”, racconta. Gli occhi di tutta la famiglia sono puntati a fine febbraio, quando il giudice dovrebbe pronunciarsi definitivamente sugli elementi raccolti e nel caso proseguire con le indagini. “Dopo 4 anni non accettiamo più che ci sia ancora questo valzer tra omicidio e suicidio. Che cosa vogliono ancora per cercare chi ha ammazzato mia figlia? Chiedo solo giustizia per una ragazza che la sua vita si è fermata a 27 anni”.

La svolta sul caso Sissy? Una detenuta ora rivela: "Droga e sesso in cella..." L’agente forse ammazzata perché aveva segnalato i suoi sospetti ai superiori. Una detenuta avrebbe svelato tutto. Valentina Dardari, Sabato 27/06/2020 su Il Giornale. Ancora dubbi sulla morte dell’agente Sissy Trovato Mazza. Sarebbe “stata uccisa da una collega per un giro di droga e sesso nel carcere” , queste le parole di una detenuta del carcere penitenziario femminile della Giudecca, dove Sissy Trovato Mazza prestava servizio. Come riportato da Il Gazzettino, questa testimonianza è finita sotto inchiesta dopo che la detenuta è stata denunciata per calunnia. Era il primo novembre del 2016 quando il corpo di Maria Teresa Trovato Mazza, conosciuta da tutti come Sissy, venne trovato nell’ascensore dell’ospedale di Venezia. Due anni di coma a causa di un proiettile che le aveva attraversato la testa. Il 12 gennaio del 2019 l’agente penitenziario è morta. In un primo momento la procura aveva archiviato il caso come suicidio. Alcuni mesi dopo però è stato riaperto in seguito alla testimonianza di una detenuta del carcere, che adesso è stata rinviata a giudizio.

Sesso e droga tra agenti e detenute. Secondo le sue parole, alla base della morte dell’agente vi sarebbe un traffico di sostanze stupefacenti e sesso tra agenti e detenute all’interno del carcere. Secondo la presunta testimone, Sissy “sapeva che c’erano dei rapporti carnali tra agenti e detenute ed uno spaccio di droga in carcere. Sono stati i vertici stessi del carcere ad ordinare ad una loro guardia di eliminare Sissy, che era diventata una figura scomoda”. L’agente si sarebbe confidata con la testimone e avrebbe anche segnalato ai suoi superiori quanto era venuta a sapere. La testimone avrebbe quindi rivolto i suoi sospetti su una guardia, la quale, sempre secondo la donna, avrebbe anche in passato picchiato Sissy. I mandanti sarebbero i vertici del carcere stesso. Il pubblico ministero Elisabetta Spigarelli non sarebbe però ancora riuscita a trovare delle conferme su quanto raccontato dalla detenuta che è uscita dal penitenziario grazie a dei permessi premio. Al processo verrà chiesto alla presunta testimone il motivo del suo silenzio durato oltre due anni. La detenuta avrebbe anche detto che chi sparò alla Trovato l’avrebbe implorata in ginocchio di non aprire bocca. A gennaio 2020 si erano poi parlate e la poliziotta era scoppiata a piangere. Il prossimo 23 luglio si dovrà decidere sulla richiesta di archiviazione per suicidio. Il papà e la mamma di Sissy si augurano che le indagini continuino e di riuscire finalmente a scoprire la verità sulla morte della loro figlia.

Silvia Natello per leggo.it il 27 giugno 2020. «Sissy Trovato Mazza è stata uccisa da una collega per un giro di droga e sesso nel carcere». Queste parole, pronunciate da una detenuta del carcere penitenziario dove lavorava la poliziotta morta a Venezia, sono finite sotto inchiesta dopo che la presunta testimone è stata accusata di calunnia, come riporta il Gazzettino. Il corpo di Maria Teresa Trovato Mazza, detta Sissy, fu trovato in un lago di sangue nell'ascensore dell'ospedale di Venezia il primo novembre del 2016. Un proiettile le aveva oltrepassato il cranio portandola al coma per due anni. L'agente penitenziario, infatti, è morta il 12 gennaio 2019. Nell'autunno scorso, la Procura aveva chiesto l'archiviazione del caso come suicidio, salvo poi accogliere - mesi più tardi - la deposizione della detenuta rinviata ora a giudizio. La donna ha raccontato di aver raccolto le confidenze di Sissy e che all'origine della sua morte ci sia un giro di droga e sesso all'interno del penitenziario. Sissy aveva fatto delle segnalazioni ai suoi superiori nel tentativo di smascherare il traffico di sostanze stupefacenti e le relazioni sessuali tra agenti e detenute. La detenuta ha puntato il dito contro una guardia, che avrebbe anche picchiato la vittima in passato. L'agente avrebbe agito su mandato dei vertici del carcere perché Sissy era diventata una presenza scomoda. Il pm Elisabetta Spigarelli ha cercato riscontri a quanto dichiarato dalla detenuta della Giudecca, nel frattempo uscita grazie a permessi premio, ma non ha trovato nulla. La donna sarà ora sottoposta a processo e le verrà chiesto il perché si sia fatta viva ben due anni dopo l'accaduto. La detenuta ha raccontato di aver visto la guardia indicata particolarmente scioccata il giorno dell'aggressione a Sissy e di averla sentita mentre diceva a una collega che alla 28enne ci avrebbe pensato lei. La presunta colpevole si sarebbe anche inginocchiata davanti a lei per implorarla di non parlare. Lo scorso gennaio tra le due c'è stato un faccia a faccia nella speranza che la donna confessasse. Le due erano spiate, ma la poliziotta non ha né negato né ammesso le sue colpe. È soltanto scoppiata a piangere. Intanto, il prossimo 23 luglio si deciderà sulla richiesta di archiviazione per suicidio. I genitori di Sissy sperano che le indagini continuino. Andrea Tornago per “la Repubblica” il 28 novembre 2019. «Per la Procura il caso è chiuso, l' hanno scritto già due volte. Lo Stato che mia figlia serviva, non vuole dirmi com' è morta Sissi». Non si dà pace Salvatore, il padre di Maria Teresa Trovato Mazza, detta "Sissi". Atleta e poliziotta penitenziaria di origini calabresi, 27 anni, cresciuta nell' esercito, prestava servizio nel carcere femminile della Giudecca quando il 1° novembre 2016 è stata trovata riversa a terra in un ascensore dell' ospedale Civile di Venezia, con la testa devastata da un proiettile calibro 9. Per il pm veneziano Elisabetta Spigarelli non ci sono dubbi: l' agente ha tentato di togliersi la vita «senza il coinvolgimento di terzi », rivolgendo la pistola d' ordinanza contro se stessa. Ma il padre Salvatore Trovato Mazza, la madre Caterina e i famigliari sono convinti che non sia stata Sissi a sparare. Quel giorno l' agente Trovato Mazza doveva controllare una detenuta che aveva partorito ed era ricoverata nel reparto di pediatria dell' ospedale veneziano. Le immagini delle telecamere di sorveglianza la riprendono mentre si trattiene nei pressi delle scale come se stesse aspettando qualcuno. Si dirige verso l' ascensore, un punto non coperto dal raggio della telecamera, dove succede tutto in pochi istanti. Due minuti di buio, poi il corpo viene trovato da una passante. Nell' ottobre del 2018 i rilievi avanzati dai legali della famiglia, supportati da autorevoli periti, hanno convinto il giudice a ordinare nuove indagini, al termine delle quali la Procura ha chiesto nuovamente l' archiviazione. Qualche giorno fa l' avvocato dei Trovato Mazza, Girolamo Albanese, ha depositato una seconda opposizione chiedendo alla magistratura di scavare più a fondo: la speranza è che il giudice ordini una superperizia. Perché se di suicidio si è trattato, quello dell' agente Sissi sembra un suicidio impossibile. Il foro di entrata del proiettile si trova in un punto strano del capo, più vicino alla nuca che alla tempia, non proprio la zona scelta da chi si punta una pistola alla testa. E l' arma che ha sparato, la Beretta d'ordinanza, viene ritrovata completamente priva di impronte digitali e ancora in mano alla poliziotta, nonostante il rinculo e le gravissimi lesioni provocate dal proiettile rendessero quasi impossibile trattenerla. C' è poi il dato più pesante: l' assenza di tracce ematiche sulla punta della pistola, «un evento insolito » anche secondo la Procura, considerato che il sangue viene riscontrato «nel 75% dei casi» di colpi sparati a contatto o a bruciapelo. Secondo i consulenti di parte sarebbero immacolati anche il polsino e la manica destra di Sissi, che rientrano in quella zona che gli esperti chiamano di «backspatter», dove dovrebbero depositarsi le gocce di sangue e i frammenti provocati dall' entrata del proiettile: «Una contraddizione insuperabile rispetto alla tesi del suicidio », si spinge a sostenere il generale dei carabinieri Luciano Garofano, biologo ed ex comandante del Ris di Parma, che ha accettato di dare il suo contributo al pool di esperti ingaggiati dalla famiglia. Cos' è successo dunque all' agente Sissi Trovato Mazza? Resta un giallo. Anche perché le indagini presentano lacune irreparabili, come la decisione dei medici legali di non sbendare la testa per verificare la lesione e di rimandare l' esame a un mese dopo, quando ormai sulla poliziotta era stato eseguito un invasivo intervento neurochirurgico. «Ma le pare normale che un genitore debba cercare di dimostrare scientificamente che sua figlia non si è sparata da sola? Nessuno vuole parlare con noi - denuncia il padre Salvatore - . Per lo Stato il caso è chiuso. Cosa c' è dietro? Che cos' è questo muro?».

Addio Sissy, i funerali dell'agente arrivano prima della verità. Le Iene News il 22 gennaio 2019. Il funerale di Sissy Trovato Mazza è stato celebrato nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Taurianova in Calabria. L’agente della polizia penitenziaria è morta dopo un’agonia di due anni. Per la magistratura si tratta di suicidio, ma come ci ha mostrato Nina Palmieri molte cose non tornano. Sono passate poche ore dall’ultimo saluto a Sissy. Nella chiesa di Santa Maria delle Grazie di Taurianova in Calabria alle 15 è stato celebrato il funerale di Sissy Trovata Mazza, l’agente della polizia penitenziaria del carcere della Giudecca di Venezia che il primo novembre 2016 è stata colpita alla testa da un colpo di pistola, mentre sorvegliava una detenuta all’Ospedale Civile. Sissy è morta sabato 12 gennaio a 28 anni, dopo due di coma. La pistola che ha sparato è quella di Sissy e per la magistratura non c’è dubbio: si tratta di un suicidio. I genitori della ragazza non credono a questa versione perché nella ricostruzione di quel giorno di novembre, fatta anche con le telecamere di video sorveglianza dell’ospedale, molte cose non tornano. Nina Palmieri ha incontrato i genitori di Sissy, ha raccolto le loro testimonianze e, nel servizio di domenica scorsa che vi riproponiamo in fondo a questo articolo, ha cercato di ricostruire cos’è successo in quell’ospedale. Molte domande restano appunto senza risposta. Perché Sissy quella mattina ha chiesto alla fidanzata di ricaricarle il credito del telefono, se voleva suicidarsi? Perché, soprattutto, quel telefono è stato trovato nel suo armadietto in carcere e non accanto al suo corpo all’Ospedale Civico di Venezia? Perché  nel video delle telecamere di sorveglianza sembra che lei invece lo stia usando per telefonare? Perché gli inquirenti non hanno chiesto le celle di posizionamento del cellulare per chiarire questo dubbio? Perché invece di tornare a casa dopo aver finito il suo turno all’ospedale ha cominciato a girare per i corridoi come se cercasse qualcuno? Perché sulla pistola che ha sparato non ci sono impronte, né sue né di altri? “Da qualche tempo Sissy aveva scoperto delle cose strane”. Durante l’estate 2016 Sissy segnala ai suoi superiori fatti gravi: dichiara che all’interno del carcere arriverebbe droga dalla lavanderia. “Aveva anche visto effusioni sessuali fra una sua collega e una detenuta”, racconta il padre. A queste segnalazioni seguono non delle indagini ma dei richiami disciplinari nei suoi confronti. I genitori di Sissy aspettano ancora la verità. I loro dubbi sono stati ascoltati dopo la sua morte. Il gip di Venezia ha ammesso alcune lacune nelle indagini disponendo, tra le altre cose, l’analisi delle celle telefoniche di Sissy e di altre persone a lei legate.

Il giallo dell'agente Sissy, la lettera prima di morire: “Fatti gravi sulle mie colleghe”. Le Iene News il 25 gennaio 2019. A pochi giorni dai funerali spunta una lettera che l’agente Sissy Trovato Mazza avrebbe scritto di suo pugno alla direttrice del carcere della Giudecca di Venezia. Secondo suo padre, c’è l’ombra dello spaccio di droga e delle effusioni tra vigilanza e detenute come ha raccontato alla nostra Nina Palmieri. “Tutte mi hanno raccontato di essere a disagio per quanto hanno visto”, si chiude così la lettera dell’agente Sissy Trovato Mazza, l’agente della polizia penitenziaria del carcere della Giudecca di Venezia che il primo novembre 2016 è stata colpita alla testa da un colpo di pistola, mentre sorvegliava una detenuta all’Ospedale Civile. Che cosa hanno visto le detenute di così sconvolgente? Davvero dietro queste parole c’è l’ombra dello spaccio di droga e delle effusioni sessuali tra agenti e detenute? Questa sarebbe la verità come ha raccontato il padre di Sissy nel servizio della nostra Nina Palmieri. A pochi giorni dal funerale della figlia, proprio il padre ha trovato una lettera scritta da Sissy che potrebbe aiutare a fare chiarezza. “Sono stata avvicinata da molte detenute che hanno raccontato fatti gravi che riguardano le mie colleghe”, sono le parole che l’agente scrive di suo pugno su due fogli indirizzati alla direttrice del carcere. “Essendo la cosa molto delicata, ho cercato di evitare di ascoltarle e ho riferito tutto subito all’ispettore che mi ha consigliato di parlarne al più presto con la S.V. Ieri sono stata ancora fermata e mi hanno raccontato alcuni fatti. Non so se ho fatto bene, ma ho scritto per non dimenticare”, conclude Sissy. La lettera è datata 30 settembre 2016, un mese più tardi viene trovata uccisa da un colpo di pistola. E quella pallottola secondo la magistratura è partita dalla sua pistola. Quindi per gli inquirenti si tratta di suicidio. L’agente è morta sabato 12 gennaio a 28 anni, dopo due di coma. I suoi genitori però non vogliono credere a questa versione. E anche la ricostruzione avvenuta tramite le immagini registrate dalle telecamere lascia molti dubbi. “Da qualche tempo Sissy aveva scoperto delle cose strane”. Durante l’estate 2016 Sissy segnala ai suoi superiori fatti gravi: dichiara che all’interno del carcere arriverebbe droga dalla lavanderia. “Aveva anche visto effusioni sessuali fra una sua collega e una detenuta”, racconta il padre. A queste segnalazioni seguono non delle indagini ma dei richiami disciplinari nei suoi confronti. Molte domande restano senza risposta. Perché Sissy quella mattina ha chiesto alla fidanzata di ricaricarle il credito del telefono, se voleva suicidarsi? Perché, soprattutto, quel telefono è stato trovato nel suo armadietto in carcere e non accanto al suo corpo all’Ospedale Civico di Venezia? Perché nel video delle telecamere di sorveglianza sembra che lei invece lo stia usando per telefonare? Perché gli inquirenti non hanno chiesto le celle di posizionamento del cellulare per chiarire questo dubbio? Perché invece di tornare a casa dopo aver finito il suo turno all’ospedale ha cominciato a girare per i corridoi come se cercasse qualcuno? Perché sulla pistola che ha sparato non ci sono impronte, né sue né di altri?

Come è morta davvero l'agente Sissy? La polizia ora indaga. Le Iene News il 31 gennaio 2019. La polizia penitenziaria apre indagini interne per fare luce sulla morte dell'agente Sissy Trovato Mazza. L'ipotesi del suicidio lascia aperti infatti troppi dubbi, come vi abbiamo raccontato dieci giorni fa con il servizio di Nina Palmieri che aveva ricostruito le sue ultime ore prima che un proiettile la colpisse alla testa. Il caso di riapre, dieci giorni dopo il servizio di Nina Palmieri. L’amministrazione penitenziaria apre, su incarico del pm, le indagini interne sulla morte dell’agente Sissy Trovato Mazza. La magistratura l’aveva già archiviata come suicidio: ora verranno approfondite le segnalazioni che Sissy aveva fatto ai superiori, causa secondo la famiglia della sua uccisione. A pochi giorni dal funerale della figlia, il padre ha trovato infatti una lettera di Sissy che potrebbe aiutare a fare chiarezza. “Sono stata avvicinata da molte detenute che hanno raccontato fatti gravi che riguardano le mie colleghe”, scriveva la ragazza  alla direttrice del carcere di Venezia. Sissy è morta sabato 12 gennaio a 28 anni, dopo due di coma. La pistola che ha sparato il 1° novembre 2016 è la sua. I genitori non credono però al suicidio perché nella ricostruzione di quel giorno fatale, fatta anche grazie le telecamere di video sorveglianza dell’ospedale, molte cose non tornano. Nina Palmieri li ha incontrati. Nel servizio che vi riproponiamo in fondo a questo articolo, abbiamo raccolto i troppi dubbi ancora aperti. Perché Sissy quella mattina ha chiesto alla fidanzata di ricaricarle il credito del telefono, se voleva suicidarsi? Perché, soprattutto, quel telefono è stato trovato nel suo armadietto in carcere e non accanto al suo corpo all’Ospedale Civico di Venezia, dove si trovava per controllare una carcerata? Perché nel video delle telecamere di sorveglianza sembra che lei invece lo stia usando per telefonare? Perché gli inquirenti non hanno chiesto le celle di posizionamento del cellulare per chiarire questo dubbio? Perché invece di tornare a casa dopo aver finito il suo turno all’ospedale ha cominciato a girare per i corridoi come se cercasse qualcuno? Perché sulla pistola che ha sparato non ci sono impronte, né sue né di altri? E poi: c’entrano con la sua morte le sue denunce, di poco precedenti su un presunto traffico di droga nella lavanderia e sulle effusioni tra una collega e una detenuta?

Sissy uccisa perché denunciò droga e sesso in carcere? Le Iene News il 13 marzo 2019. Droga e orge: alcune ex detenute, nel servizio di Nina Palmieri, sembrano confermare le denunce dell’agente Sissy nel carcere della Giudecca di Venezia. L’agente le aveva presentate prima di quel colpo di pistola che l’ha uccisa. Si infittisce il mistero su quello che per ora è stato archiviato come suicidio. “Quel carcere lì è peggio del Grande Fratello, c’era tutta un’ammucchiata, tutto un toccarsi, un ricorrersi tra agenti e detenute”. Sono le parole con cui un’ex detenuta del carcere la Giudecca di Venezia descrive quello che ha visto lì dentro. Si tratta del carcere dove l’agente “Sissy” Teresa Trovato Mazza ha lavorato fino al giorno in cui è stata ritrovata in una pozza di sangue dentro l’ascensore dell’ospedale civile di Venezia, dove si trovava per sorvegliare una detenuta. Dopo più di due anni quello che è accaduto quel giorno è ancora avvolto dal mistero. Per il caso, in un primo momento, è stata avanzata dalla Procura della Repubblica di Venezia richiesta di archiviazione avendo gli inquirenti ipotizzato il suicidio dell'agente, ma molte sembrerebbero confermare l'ipotesi del suicidio. Non c’erano impronte sulla pistola che ha sparato, ma Sissy non indossava i guanti. Non c’erano nemmeno tracce di sangue sulla punta della pistola e questo è molto strano per un colpo esploso vicino alla tempia. Il telefono di Sissy poi è stato ritrovato il giorno dopo la tragedia nell’armadietto del carcere, ma nelle immagini delle videocamere di sorveglianza dell’ospedale si vede l’agente portare la mano alla testa, come se stesse telefonando. Per cercare di fare chiarezza Nina Palmieri ha parlato con alcune ragazze che all’epoca dei fatti erano detenute proprio in quel carcere. Conoscevano Sissy e sapevano cosa succedeva lì dentro. Una di loro ci racconta che nel carcere ha provato per la prima volta l’eroina che era molto facile trovare nel carcere. Bastava, dicono, essere in buoni rapporti con gli agenti. Oltre alla droga raccontano di detenute che fanno sesso con le agenti. Parlano addirittura di orge. Molto prima che ce lo raccontassero, l’agente Sissy aveva denunciato storie di droga e di sesso tra agenti e detenute che, a dire della stessa, avrebbero avuto luogo nel carcere dentro cui lavorava ai suoi superiori ed erano partiti dei provvedimenti verso le agenti coinvolte. Però, è successa anche una cosa che ha spiazzato Sissy, arriva un provvedimento disciplinare pure nei suoi confronti. Forse Sissy ha puntato il dito contro le persone sbagliate, forse questo le è costato la vita. Noi non lo sappiamo, quello che è certo però, è che ora il ministero della Giustizia ha deciso di avviare formalmente delle operazioni di verifica e di approfondimento sulla natura della segnalazione e delle denunce che Sissy aveva ripetutamente presentato.

Morte dell'agente Sissy: sulla pistola solo tracce del suo Dna. Le Iene News il 31 marzo 2019. I periti della famiglia sostengono che sulla pistola da cui è partito il colpo che ha ucciso l’agente penitenziario Sissy Trovato Mazza sono state trovate solo tracce del suo Dna. Con Nina Palmieri abbiamo seguito questo caso, raccontandovi tutti i dubbi che avvolgono la vicenda e parlando con la famiglia di Sissy, convinta che non si sia trattato di suicidio. Sulla pistola da cui è partito il colpo che ha ucciso l’agente penitenziaria Sissy Trovato Mazza sono state trovate solo tracce del suo Dna. Lo dicono i periti nominati dalla famiglia di Sissy che da tempo si batte per smentire la tesi che la morte dell’agente sia un caso di suicidio, come sostiene invece la Procura della Repubblica di Venezia che ha avanzato una richiesta di archiviazione. I consulenti hanno anche specificato che le tracce di Dna di Sissy potrebbero derivare anche da una contaminazione avvenuta dopo lo sparo. L’inchiesta resta aperta, in attesa di una decisione del giudice se procedere con l’archiviazione o meno. Tanti sembrano essere i dubbi che avvolgono la morte della 29enne, avvenuta il 12 gennaio scorso dopo due anni di agonia. Con Nina Palmieri li abbiamo ripercorsi in un servizio dedicato al caso. Sissy Trovato Mazza lavorava presso il carcere femminile della Giudecca, fino a quando, il primo novembre 2016 viene trovata in una pozza di sangue dentro l’ascensore dell’ospedale civile di Venezia, dove si trovava per sorvegliare una detenuta. Nina Palmieri ha incontrato i genitori di Sissy, convinti che la figlia non si sia tolta la vita da sola. Molti sono gli elementi che sembrano smentire l’ipotesi di suicidio, molte domande che restano senza risposta. Perché il suo cellulare è stato trovato nel suo armadietto in carcere e non accanto al suo corpo all’Ospedale Civico di Venezia? Perché però nel video girato dalle telecamere di sorveglianza subito prima dello sparo sembra che lei invece lo stia usando per telefonare? Perché gli inquirenti non hanno chiesto le celle di posizionamento del cellulare per chiarire questo dubbio? “Da qualche tempo Sissy aveva scoperto delle cose strane”, ha raccontato il padre dell’agente alla Iena. Pochi mesi prima dello sparo Sissy aveva segnalato ai suoi superiori che all’interno del carcere arriverebbe droga attraverso la lavanderia. “Aveva anche visto effusioni sessuali fra una sua collega e una detenuta”, racconta il padre. Dopo aver fatto queste segnalazioni, a Sissy arriva un richiamo disciplinare. Per cercare di fare chiarezza, Nina Palmieri ha parlato con alcune ragazze che all’epoca dei fatti erano detenute proprio in quel carcere. Conoscevano Sissy e sapevano cosa succedeva lì dentro. Una di loro ci racconta che nel carcere ha provato per la prima volta l’eroina che era molto facile trovare nel carcere. Bastava, dicono, essere in buoni rapporti con gli agenti. Oltre alla droga, raccontano di detenute che fanno sesso con le agenti e parlano addirittura di orge. Qualche mese fa il ministero della Giustizia ha deciso di avviare formalmente delle operazioni di verifica e di approfondimento sulla natura della segnalazione e delle denunce che Sissy aveva ripetutamente presentato.

Morte dell'agente Sissy, il papà: “Lo Stato è contro la verità”. Le Iene News il 29 novembre 2019. Salvatore Trovato Mazza, padre dell’agente di polizia penitenziaria trovata morta nel carcere della Giudecca, si sfoga commentando le voci di richiesta di archiviazione per la morte della figlia: “Abbandonati dallo Stato”. Nina Palmieri ci ha raccontato tutti i misteri della sua morte

“Lo Stato che mia figlia serviva, non vuole dirmi com'è morta Sissy”. Salvatore Trovato Mazza, papà dell’agente Sissy, di cui vi abbiamo raccontato la misteriosa morte nel servizio di Nina Palmieri, non ci sta: “Mia figlia non si è uccisa”. Lo ribadisce nel corso di un’intervista sul quotidiano La Repubblica, commentando le voci di una richiesta di archiviazione delle indagini per la morte di sua figlia: “Nessuno vuole parlare con noi. Per lo Stato il caso è chiuso. Cosa c' è dietro? Che cos' è questo muro?”. Sissy lavorava presso il carcere femminile veneziano della Giudecca fino a quando il primo novembre 2016 viene trovata in una pozza di sangue dentro l’ascensore dell’ospedale civile di Venezia, dove si trovava per sorvegliare una detenuta che aveva appena partorito. Nina Palmieri nel suo servizio (che potete rivedere sopra) ha incontrato i genitori di Sissy, fermamente convinti che la figlia non si sia tolta la vita da sola. Molti sono gli elementi che sembrano smentire l’ipotesi di suicidio. Le domande sono tante. Perché il suo cellulare è stato trovato nel suo armadietto in carcere e non accanto al suo corpo all’Ospedale Civico di Venezia? Perché però nel video girato dalle telecamere di sorveglianza subito prima dello sparo sembra che lei invece lo stia usando per telefonare? Perché gli inquirenti non hanno chiesto le celle di posizionamento del cellulare per chiarire questo dubbio? Il padre dell’agente Sissy, aveva detto a Nina Palmieri: “Da qualche tempo Sissy aveva scoperto delle cose strane”. Pochi mesi prima dello sparo Sissy aveva segnalato ai suoi superiori che all’interno del carcere arriverebbe droga attraverso la lavanderia. “Aveva anche visto effusioni sessuali fra una sua collega e una detenuta”, racconta ancora il padre Salvatore. Dopo aver fatto queste segnalazioni, a Sissy arriva un richiamo disciplinare. Nina Palmieri ha parlato con alcune ragazze che all’epoca dei fatti erano detenute proprio in quel carcere. Conoscevano Sissy e sapevano cosa succedeva lì dentro. Una di loro ci racconta che nel carcere ha provato per la prima volta l’eroina che era molto facile trovare nel carcere. Bastava, dicono, essere in buoni rapporti con gli agenti. Oltre alla droga, raccontano di detenute che fanno sesso con le agenti e parlano addirittura di orge. Qualche mese fa il ministero della Giustizia ha deciso di avviare formalmente delle operazioni di verifica e di approfondimento sulla natura della segnalazione e delle denunce che Sissy aveva ripetutamente presentato. 

·        Il caso di Giovanni Sacchi e Chiara Barale.

Giovanni e Chiara, appartati in cerca di intimità, poi gli spari del guardone. Federico Ferrero su Il Corriere della Sera il 17 Agosto 2022.

La polizia trovò l’auto impantanata tra due alberi. Dentro, il cadavere del 27enne colpito da un proiettile di 38 Special, la ragazza si salvò fingendosi morta 

La sera di Ognissanti dell’anno Duemila due ragazzi innamorati e timorati di Dio, Giovanni Sacchi e Chiara Barale, erano in giro insieme. Si erano conosciuti poco tempo prima, grazie a un soggiorno di preghiera alla Certosa di Chiusa Pesio. In estate, avevano partecipato al Giubileo dei giovani del 2000 di Tor Vergata voluto da Papa Giovanni Paolo II. Giovanni aveva 27 anni, viveva a Fossano e amava suonare la chitarra: dopo il diploma al Conservatorio di Cuneo, soleva dare lezioni col suo strumento del cuore e faceva parte di una band locale, la Premiata Salumeria Agricola, un complesso chiamato a esibirsi nelle feste di paese. Per fare sì che la sua passione potesse essere utile agli altri, peraltro, studiava musicoterapia e donava ore del suo tempo libero ad alcuni ragazzi disabili. Chiara aveva cinque anni in meno di Giovanni. Studiava da infermiera, aveva un diploma da maestra, viveva a Cuneo con la famiglia.

Due settimane prima dei fatti, una volante li aveva controllati nottetempo, avendo notato una Fiat Tipo bianca parcheggiata in un viale in periferia, quella lunga strada che corre parallela alla confluenza dei fiumi Stura e Gesso e che conduce al santuario della Madonna della Riva. Era una delle mete preferite dalla coppia in cerca di intimità. Bonariamente, giacché non stavano facendo alcunché di male, gli agenti avevano consigliato loro attenzione, perché quella strada defilata era «battuta» da alcuni guardoni. Quella sera, un mercoledì, avevano mangiato una pizza in viale Nizza e poi erano tornati nel viale, ad appartarsi. Il caso volle che Giovanni avesse parcheggiato tra due alberi, proprio dove una fonte sotterranea rendeva il fondo sdrucciolevole. La polizia trovò l’auto là, impantanata. Dentro, il cadavere di Giovanni Sacchi, colpito in faccia da un proiettile di 38 Special.

All’ospedale Santa Croce, grave ma cosciente, Chiara, colpita al femore, al gomito e alla gola. Sollevando il braccio si era salvata la vita e, fingendo di essere morta, aveva evitato che l’assassino continuasse a sparare. Un killer sconosciuto e senza alcun movente aveva ammazzato un ragazzo irreprensibile e tentato di uccidere la sua fidanzata. A Cuneo. Una notizia inaccettabile, per la comunità. Al funerale, gli amici della parrocchia fecero sentire a tutti una versione di «Chiedi chi erano i Beatles» cantata dal ragazzo e gli Stadio gli dedicarono un concerto. Le indagini, esclusi tutti i moventi personali, si diressero verso l’ipotesi di un cosiddetto guardone. O un serial killer. Risultavano essercene almeno una cinquantina, in città, di debosciati specializzati nel frequentare le zone meno illuminate in orari serali.

La ragazza riuscì a fornire una vaga identificazione di un tizio sui quarant’anni, sguardo allucinato, capelli scompigliati. Verso le 22 si era accorta della presenza di qualcuno nei pressi dell’automobile e costui non aveva dato tempo a Giovanni di fare manovra nel pantano: appena compreso il tentativo di fuga, aveva iniziato a fare fuoco. A dare una mano alle indagini il collegamento con un altro evento, avvenuto quindici giorni prima dei tragici fatti della Madonna della Riva: un uomo a bordo di un veicolo, il signor Origlia, aveva discusso per strada a Cuneo con un signore che, a un certo punto, gli aveva sparato contro un colpo di pistola, mancandolo. Anche lui aveva fornito una descrizione sommaria dell’attentatore e, guarda caso, coincideva con il racconto della ragazza. Nei bar, presero a circolare battute indecenti sul mostro di Firenze in trasferta in Piemonte.

Il capo della squadra mobile di allora, Roberto Arneodo, setacciò il mondo dei voyeur e ci volle poco per individuare un sospetto: si chiamava Sebastiano Natale, originario di Chieti. Quarant’anni, senza famiglia, ex guardia giurata, operaio, amante delle case da gioco. Un signore anonimo, dalla vita sottotraccia. La ragazza fu inamovibile, lo riconobbe subito e senza tentennamenti nel corso di un confronto. Venne fermato il 29 novembre con l’accusa di omicidio e di due tentati omicidi: si difese sostenendo che il primo episodio non lo riguardava mentre la sera di Ognissanti, a suo dire, era a casa da solo a guardare la televisione. Ammise di essere un guardone ma invocò lo scambio di persona. Il suo avvocato ottenne il rito abbreviato e, quindi, la possibilità di abbattere di un terzo l’eventuale pena.

Inizialmente si sollevarono dubbi sullo stato psichico del soggetto che, però, fu dichiarato sano di mente. Al processo non aveva nulla da presentare a sua discolpa, se non qualche elemento mancante: non si era ritrovata l’arma del delitto, non era limpido il movente. In aula, l’accusa ipotizzò che Natale fosse stato scoperto e temesse di essere riconosciuto. Particolare che però sembrava stridere con la testimonianza della sopravvissuta, secondo cui il killer si era palesato autonomamente, picchiando il calcio della pistola contro il finestrino. Il giudice, tuttavia, non ebbe dubbi sulla responsabilità: condannò l’imputato a ventitré anni di reclusione, escludendo la premeditazione. In un filone secondario delle indagini venne valutata la posizione di un amico dell’assassino, giacché Natale non aveva mezzi di trasporto e un testimone aveva visto questo suo sodale allontanarsi ad alta velocità dalla zona del santuario, in orario compatibile con l’agguato. Ma non si arrivò ad accertare nulla. Sebastiano Natale ha scontato una ventina di anni, è stato scarcerato per decorrenza dei termini nel 2019. La banda di paese di Giovanni Sacchi esiste ancora e suona nelle sagre. Probabilmente, nonostante la giovinezza del loro sentimento, Giovanni e Chiara avrebbero fatto strada insieme. Qualcuno, però, decise diversamente.

·        Il caso di Luigia Borrelli, detta Antonella.

Genova la doppia vita di Antonella e altri tre morti innocenti. Federico Ferrero su Il Corriere della Sera il 17 Agosto 2022.

Vedova con due figli, si prostituiva nei carruggi: venne torturata e uccisa nel 1995. Cominciò così una catena di suicidi legati al delitto. Un sospettato si gettò da una sopraelevata. La donna che lo aveva accusato si intossicò con i farmaci. Infine la tragedia di uno dei figli, divorato dalla depressione. 

La morte, atroce, di Luigia Borrelli, per i più Antonella, trucidata in un carruggio di Genova il 5 settembre 1995, è un caso raro nella cronaca italiana per l’onda anomala di effetti collaterali talmente impetuosa che, insieme alla vittima, riuscì a portarsi via con la risacca altre tre vite innocenti. Luigia aveva quarantadue anni e due figli, un maschio e una femmina, poco più e poco meno che ventenni. Secondo loro, e a parere dei vicini di appartamento nel quartiere Marassi, lei sopravviveva prestando cure a un’anziana. Vedova da molti anni, Luigia era costretta a pagare le spese per mantenere sé e i ragazzi; come se non bastasse, c’era da far fronte ai debiti lasciati dal congiunto. Solo che, una volta arrivata al 64 di vico degli Indoratori e chiusasi nello stanzino di quattro metri per tre, la donna smetteva i panni dell’infermiera e ne indossava altri, ben nascosti nell’armadio. Faceva la “bella di giorno”, Luigia, dalle dieci alle diciannove, nei vicoli del malamore del centro. Con il nome d’arte di Antonella, grazie alla sua spregiudicatezza si era resa celebre tra la clientela locale e guadagnava piuttosto bene.

Quel mattino

Quel mattino era stata la signora Adriana, proprietaria della stanza ed ex prostituta a sua volta, a trovarla. Luigia, anzi, Antonella, era riversa in una pozza di sangue, con un trapano verde conficcato nella gola. Morta da parecchie ore. A quasi trent’anni dai fatti la pm Patrizia Petruzziello, intervistata per uno speciale andato in onda su Crime+Investigation (e ora on demand su Sky) la rammenta come una scena criminis tra le più truculente cui abbia assistito in carriera. L’assassino aveva infierito con il cosiddetto overkilling: dopo le violentissime botte con lo sgabello, la donna era già praticamente morta. Non c’era alcuna necessità, per finirla, di usare per dodici volte il trapano, perforando zone vitali. L’onda d’urto del delitto travolse anzitutto i figli. In un colpo solo dovettero apprendere che la madre non era rincasata perché stata uccisa e che no, non prestava i suoi servizi in qualità di badante.

Le indagini e le piste sbagliate

I carabinieri ritennero, nei giorni successivi, di sentire il ragazzo perché, da sfaccendato e litigioso quale era, poteva aver scoperto la doppia vita di mamma e deciso di lavare l’onta in quella maniera selvaggia. Ma aveva un alibi e, soprattutto, il profilo genetico maschile del killer lasciato nell’appartamento e sotto le unghie della donna non corrispondeva al suo. A puntare altrove le indagini ci pensò la signora Adriana: fece il nome di un elettricista di Genova che aveva fatto alcuni lavori nella stanza affittata da Antonella e che, a suo dire, si era fatto pagare non solo in denaro perché infatuato di Antonella. Convocato per fornire informazioni, l’uomo si mostrò prostrato sia per l’uccisione, sia per il timore di essere identificato come cliente di una donna di malaffare, quale in effetti era. Ma il trapano sulla scena del delitto era suo, sugli avambracci mostrava ecchimosi compatibili con una lite; in più, le sue spiegazioni traballavano. Sicché finì, il signor Ottavio, con nome cognome e recapito su tutti i giornali del nord, come sospettato e probabile assassino. Chiamato una seconda volta a chiarire la sua posizione, la sera prima dell’interrogatorio uscì di casa con una scusa, raggiunse una sopraelevata e si buttò di sotto. Dopodiché, nel marzo del 1996, toccò alla stessa proprietaria del basso: si intossicò mortalmente con farmaci senza lasciare messaggi ma, ad avviso dei suoi conoscenti, il movente del gesto risiedeva nel senso di colpa per aver additato in buona fede un innocente, il signor Ottavio, quale responsabile del delitto del trapano.

L’ipotesi del narcotraffico

Agli inquirenti, in verità, raffreddata la pista dell’elettricista non restavano molte carte da giocare. C’era la possibilità dell’usura, sebbene evanescente: Luigia poteva aver contratto debiti per tappare i buchi della bancarotta cagionata dal marito, sperando nel suo alter ego Antonella per saldare il dovuto. La figlia, poi, suggerì che la madre potesse essere rimasta invischiata in un giro di stupefacenti, giacché aveva vagamente fatto riferimento a una operazione commerciale rischiosa che, se intrapresa, avrebbe permesso alla famiglia di liberarsi della zavorra di tutti quei denari da restituire. E in effetti l’efferatezza dell’esecuzione ricordava quella delle bande dei narcos, che uccidono nel modo più barbaro possibile per dare un messaggio al resto del loro mondo. Non ci furono mai riscontri né all’una, né all’altra ipotesi. Nel 1998, quando venne arrestato Donato Bilancia, nel fiume della sua confessione gli si chiese conto della morte di Antonella ma no, non era stato lui.

Il caso si riapre: la telefonata in Sardegna

Tre anni dopo, nell’estate del 1999, giunse una strana telefonata alle forze dell’ordine, in Sardegna. Il chiamante era un sassarese. Raccontava che il fratello stava per suicidarsi per impiccagione. I carabinieri lo salvarono e costui spiegò di essere stato residente a Genova per anni e di essere a conoscenza di informazioni sul caso Borrelli. A suo dire, quella notte del 1995 era arrivato un uomo insanguinato nell’albergo della suocera, nel centro genovese, chiedendo discrezione e abiti puliti in cambio di denaro e beni di valore. Richiesta che venne accolta. Davanti al magistrato genovese, però, il testimone ritrattò tutto. Gli venne contestato di aver lasciato un biglietto di addio nel quale accusava la suocera di «coprire l’assassino dell’infermiera di Genova» ma egli controbatté che sì, lo aveva scritto lui, ma che si trattava di una vendetta per la decisione della suocera e della ex compagna di non fargli più vedere la figlia, rimasta a vivere in città dopo la sua partenza per Sassari. La mano della morte tornò a ghermire vite nel 2014 quando il figlio di Luigia Borrelli, avviluppato in una depressione senza scampo, decise di concludere la sua vita nello stesso modo scelto anni prima dal signor Ottavio.

Un addio

Agli atti è tuttora conservato il congedo epistolare dell’elettricista disperato, il documento più struggente di questa storia tanto angosciosa. Il signor Ottavio, che non riuscì ad attendere l’esito negativo del Dna per essere scagionato perché vinto dall’onta, lasciò scritto alla figlia, lui che aveva sì e no terminato le scuole dell’obbligo, di «studiare e prendersi la laurea». Cosa che risulta essere avvenuta. Al figlio, di essere «bravo come sei sempre stato». Alla moglie di perdonarlo, per tutto: si era preso quella libertà perché credeva, errando, che lei non gli fosse sempre stata fedele. Agli amici, soprattutto ai sospettosi «che io, sappiatelo, non ho fatto niente di male». E infine al maresciallo dei carabinieri di trovare, «per cortesia» e in cambio della sua vita, l’assassino. Di cui è nota l’impronta genetica: manca solo un nome per battezzarla e dare, così, un senso a questa inconcepibile scia di dolore.

·        Il mistero di Antonietta Longo.

"Una messinscena". Le rivelazioni sulla "decapitata del lago". Francesca Bernasconi il 2 Agosto 2022 su Il Giornale.

Giuseppe Reina, pronipote di Antonietta Longo trovata morta nel 1955, racconta in un libro il caso della "decapitata del lago". E a ilGiornale.it rivela: "Ho dubbi che si tratti di un delitto"

Il 10 luglio del 1955 sulle sponde del lago Albano, vicino a Castel Gandolfo, venne ritrovato il corpo di una donna. Completamente nudo, a parte un orologino da polso, e mancante della testa. Iniziò così il mistero di quella che venne ribattezzata "la decapitata del lago". Era Antonietta Longo, una ragazza di 30 anni proveniente dal Sud Italia. A quasi settant'anni dalla sua morte il pronipote Giuseppe Reina ha deciso di scrivere un libro sul caso, per mettere un po' di ordine nel mistero che da tempo avvolge lo specchio d'acqua romano.

"Con foto, slide, video che ripercorrono curiosità, aneddoti e contenuti inediti legati alla vicenda, portiamo in tour il libro, che contiene anche alcuni intermezzi narrativi di Francesca Calì, a cui sono molto grato", spiega Reina, autore di Io sono Antonietta (Algra Editore). Le prossime presentazioni del libro saranno a Mascalucia il 3 agosto e il 29 settembre a Catania all’interno.

Iniziamo dal principio. Chi era Antonietta Longo?

"Antonietta Longo (o meglio Antonina, il vezzeggiativo fu coniato dalla stampa dell’epoca) era una bambina del Sud Italia che ebbe la sfortuna di essere nata in una famiglia molto povera e in un difficile contesto storico, agli albori del periodo fascista. Il padre faceva il barbiere, ma morì improvvisamente, lasciando la famiglia nella totale indigenza. Per strapparla ai morsi della fame, Antonietta che era la più piccola di quattro fratelli, a soli 4 anni, venne rinchiusa in un collegio di suore. Al compimento della maggiore età, le fu posto un aut-aut: diventare suora o andare via. Antonietta scelse liberamente di volersi riappropriare della propria vita, fino ad allora rimasta sospesa".

E poi?

"Andò a vivere dapprima con la sorella Grazia a Camerino e successivamente, per una serie di circostanze fortuite, venne assunta dal dottor Cesare Gasparri, facoltoso funzionario statale di Roma, dove svolse le mansioni di domestica e dama di compagnia della moglie, a iniziare dal 1949. Verrà trovata morta decapitata sulle rive del lago Albano appena sei anni dopo. Una vita brevissima, tragica, con un epilogo orrendo".

Lei come è venuto a conoscenza di questa storia?

"Antonietta Longo era la mia prozia, ma venni a conoscenza dell’orrendo delitto solamente intorno ai trent’anni, leggendo un articolo di un quotidiano locale in cui veniva intervistata mia nonna Grazia, sorella di Antonietta. Rimasi sbalordito del fatto e cominciai a pormi e a fare domande. Mio padre Orazio, ultimo testimone vivente della tragedia, non ne aveva mai parlato in famiglia, come se fosse un qualcosa di cui doversi vergognare. E anche la famiglia era molto reticente. Cominciai a documentarmi sulla storia e mi resi conto che la narrazione della vicenda aveva molti punti oscuri e non era sempre intellettualmente onesta".

E cosa fece?

"Misi tutto in un cassetto, con il recondito proposito di fare ordine, una volta per tutte, sulla triste storia. Complice il periodo pandemico e una forzata cassa integrazione, ho deciso di scrivere un libro su Antonietta, desideroso di renderle un po’ di quella giustizia che le fu negata".

Cosa l’ha spinta a scrivere il libro?

"A parte il legame familiare, una delle motivazioni fondamentali che mi hanno spinto a scrivere è che non esiste alcun libro che racconti in maniera circostanziata e minuziosa la vicenda della 'decapitata di Castel Gandolfo'. Esistono sunti, capitoli inseriti in alcune antologie horror molto generaliste, ma niente di probante e personalizzato. Sul Web invece, esiste una massa informe di notizie, talora di dubbia provenienza e prive di qualsivoglia riscontro documentale. Ecco, ho cercato di mettere ordine a tutta questa caotica narrazione, provando a raccontare una storia 'alternativa' a quello che era stato finora il sentire comune sulla 'decapitata'".

Per scrivere il libro ha fatto un lavoro di ricerca. Ha scoperto nuovi dettagli sulla vicenda?

"Il lavoro di ricerca, documentazione e scrittura ha richiesto due anni di lavoro, ovviamente con periodi di remissione assoluta e altri di grande creatività. Quello che mi distingue da tutti coloro che avrebbero voluto cimentarsi con la storia della decapitata non è certamente la competenza sul caso, in quanto le mie fonti di approvvigionamento documentale sono pubbliche e un buon giornalista investigativo avrebbe avuto vita facile. Il mio 'jolly' è stato papà, oggi novantatreenne ma ancora lucidissimo, il quale mi ha instradato e messo al corrente di dettagli personali e ricordi che solo lui conosce. Quindi sì, ci sono nuovi dettagli sulla vicenda. Niente di eclatante e sensazionale, ma tanti arricchimenti".

Ai tempi, Antonietta venne identificata grazie a un orologino che portava al polso.

"L’orologino Zeus è uno dei cardini dell’intera storia ed è certamente l’oggetto più iconico che lega la decapitata a papà. Fu infatti lui a regalarlo alla zia e fu lui che lo riconobbe tra altri trenta esemplari che gli furono mostrati dalla Polizia. Costituisce la prova fondamentale, ma non la sola, di riconoscimento della 'decapitata'”. 

Secondo lei perché l’assassino lo lasciò sulla salma? Potrebbe essere stato un errore?

"Tante leggende metropolitane sono state raccontate sull’orologino, unico oggetto ritrovato addosso alla salma. Ci sono ipotesi che avallano l’errore umano dell’assassino, peraltro con ricostruzioni abbastanza semplicistiche e superficiali, secondo me. Tu assassino, commetti con orribile ferocia, un delitto del genere, squarci il cadavere asportandone l’intero apparato riproduttivo, lo denudi completamente, fai scomparire la testa e, guarda caso, dimentichi di togliere l’orologino dal polso, unico elemento che può portare all’identificazione del cadavere. A volte siamo troppo suggestionati dalle fiction americane, perché la verità, quasi sempre, è molto più 'normale'. Secondo me, non ci fu un errore, ma consapevolezza dell’azione".

Si parlò all’epoca di una lettera che Antonietta avrebbe spedito a casa il 5 luglio 1955. Esisteva davvero? E cosa c’era scritto?

"Qualcuno, non si sa se Antonietta o mani altrui, spedì il 5 luglio del 1955, una lettera dalla stazione Termini con destinazione Mascalucia, residenza della famiglia Longo. Nella lettera, il cui testo è stato pubblicato solo a stralci, Antonietta afferma che sta lasciando la casa del dottor Gasparri per unirsi all’uomo che ama. Aggiunge che 'fra poche ore sarò sua e saprò regalarvi un bel nipotino'. Antonietta, quella stessa sera, avrebbe dovuto prendere il treno delle 0.35 diretto in Sicilia. Che necessità aveva di scrivere una lettera di siffatto tenore, se poche ore dopo, sarebbe stata a casa dalle sue sorelle e dal fratello?".

Che conclusioni ha tratto?

"Una stranezza incomprensibile, a meno che tale lettera non sia stata estorta e faccia parte di un ben preciso progetto criminale, atto a giustificare la successiva assenza di Antonietta. Molti giornalisti avvalorano la tesi dell’inesistenza di questa missiva, in quanto nessuno l’ha mai vista. Non comprendo da dove derivi questa convinzione. Mi permetto di affermare che sono in errore. Papà l’ha letta, l’ha tenuta in mano, ha riconosciuto la calligrafia di Antonietta. Successivamente la lettera fu consegnata agli inquirenti e mai più restituita".

Quali furono le ipotesi prese in considerazione dagli inquirenti durante le indagini?

"Gli inquirenti brancolarono nel buio più totale per tutto l’arco investigativo della vicenda. Le ipotesi che fecero furono tantissime: dal maniaco sessuale al raptus di follia di una coppia di amanti consumatosi tragicamente sulle rive del lago, fino a torbide storie di contrabbandieri o presunti amanti/fidanzati di Antonietta, sui quali s’indagò a lungo, senza arrivare non solo a una benché minima prova, ma neanche a un indizio che giustificasse un supplemento d’indagine. Mi sono chiesto perché tutte le ipotesi degli investigatori, a un certo punto, s’inaridivano completamente e si andava a cercare da tutt’altra parte. Era forse tutto un piano preordinato coordinato da una mente sopraffina desiderosa di nascondere uno scandalo che avrebbe potuto travolgere tutto e tutti e che dettava i tempi dell’inchiesta? Può darsi".

Lei, nel libro, è arrivato a qualche conclusione sull’omicidio?

"Alla fine del libro offro la mia personale ricostruzione dei fatti che, ovviamente, non è un dogma, né una verità assoluta, ma solamente una ricostruzione plausibile, basata sul fatto che ho convissuto con questa storia per ben due anni e che, secondo me, non può esistere una verità alternativa da quella emersa dall’impianto narrativo del libro. Stimolo la sua curiosità: ma fu davvero un delitto? Qualche dubbio io l’ho avuto. Ho provato a decifrare una verità, forse l’ho appena lambita, forse ci sono andato vicino, forse s’annida in qualche dettaglio svelato sul libro. Certezze assolute, mi sembra evidente, nessuno può averle, né tantomeno io".

Perché il dubbio sulla possibilità di un delitto?

"L'impianto narrativo del libro si basa sull'ipotesi che la scena del delitto non fosse altro che una gigantesca messinscena ricostruita ad arte, funzionale a depistare le indagini e giustificare l'assenza di Antonietta. Secondo le ipotesi da me avanzate, Antonietta non fu deliberatamente uccisa, ma morì per altre cause e successivamente il suo cadavere fu trasportato sulle rive del lago Albano per avallare la tesi del delitto passionale. Mi pare però evidente che il vilipendio e l’occultamento di cadavere siano reati molto gravi, unitamente al fatto che si tentò, con successo, di sviare le indagini nel riuscito tentativo di non far emergere la verità e proteggere qualcuno. Penso inoltre che fu imposto dall’alto, un profilo basso agli inquirenti, al fine di arrivare a un’archiviazione rapida e senza ulteriori conseguenze". 

Dopo così tanti anni, il mistero potrebbe essere ancora risolto?

"No, il mistero della decapitata è e resterà tale per sempre. Ma forse consiste proprio in questo il suo fascino macabro, che si è perpetuato fino ai nostri giorni. Ancora oggi, a quasi settant’anni dalla vicenda, qualcuno gni anno ne scrive. La 'decapitata' venne instillata nelle coscienze dell’opinione pubblica, in maniera esagerata e sensazionalistica, con il solo di scopo di renderla funzionale a un grande business editoriale. E tale fu. Gli attori principali della vicenda ormai sono morti, tranne papà ovviamente, e non c’è più spirito di vendetta o rivalsa o nuovi elementi che possano condurre a una riapertura del caso. Esisteva solo il desiderio di ricomporre per bene, un puzzle rimasto, per molto tempo, confuso e privo di senso. Ho cercato di fare questo".

·        Il Mistero di Clotilde Fossati. 

"Mi caccerete solo da morta": chi ha ucciso la pianista? Clotilde Fossati, una donna di 80 anni, fu uccisa il 10 giugno 1988 dopo aver bevuto un ultimo drink col killer. A 34 anni dal delitto, l'assassino è ancora sconosciuto. Chi uccise la pianista? Rosa Scognamiglio il 26 Luglio 2022 su Il Giornale.

Era la primavera di 34 anni fa, a Milano. In una torrida mattinata di giugno gli abitanti di Corso Porta Romana vennero svegliati dallo squillo delle sirene della polizia. Al civico 36 di un'antica palazzina a quattro piani c'era stato un omicidio. La vittima, una pianista di 80 anni, si chiamava Clotilde Fossati.

L'autore del delitto non lasciò tracce sulla scena del crimine. O forse sì: qualche schizzo di sangue nel lavandino in cucina, due cicche di sigarette e una bottiglia di liquore sul tavolo del tinello. Quanto bastò a consegnare alla cronaca del tempo le prime pagine di un giallo rimasto a tutt'oggi ancora irrisolto.

Chi era Clotilde Fossati

Clotilde Fossati era nata nel 1908 a Milano. Nella primavera del 1988, l'anno in cui si consumò il delitto, aveva da poco compiuto 80 anni. Conosciuta e benvoluta da tutti, Tilde (la forma abbreviata del nome, ndr) era una donna molto vivace e attiva per la sua età. Al pomeriggio era solita incontrare le amiche per un caffè o un aperitivo nei bar della città meneghina. Per arrotondare la pensione di reversibilità del marito, che ormai era morto da 24 anni, impartiva lezioni di piano a domicilio.

Fin dalla prima infanzia aveva vissuto nell'appartamento di Corso Porta Romana, vicino alla Questura e al famoso acquedotto romano. Una casa a cui era particolarmente affezionata, tanto da opporsi per ben quattro anni a un avviso di sfratto ricevuto dalla società immobiliare che aveva rilevato l'edificio. Tilde era rimasta l'unica inquilina dello stabile seppur fosse stata costretta, suo malgrado, a trovare una nuova sistemazione altrove. "Uscirò da qui dentro solo da morta", aveva giurato mesi prima di essere accoltellata.

La scoperta del cadavere

La mattina del 10 giugno 1988 giunse una telefonata alla centrale operativa dei vigili del fuoco. Una signora chiese all'operatore di intervenire nell'appartamento al secondo piano del civico 36 di Corso Porta Romana. La donna raccontò di aver chiamato invano l'anziana zia al telefono per due giorni, salvo poi trovare la porta blindata sbarrata quando si era recata a casa della parente.

In men che non si dica una squadra del 115 si precipitò sul luogo della segnalazione. Dopo aver scardinato la porta d'ingresso, a pochi passi da un piccolo disimpegno, gli operatori si imbatterono nel corpo di una donna anziana che giaceva riserva sul tappeto damascato del salotto con la testa e l'addome completamente intrisi di sangue.

La scena del crimine

Allertati dai vigili del fuoco, sul posto giunsero gli agenti della squadra Mobile di Milano guidati, al tempo, dal vicedirigente Gaetano D'Amato. La scena del crimine suggerì subito l'ipotesi di un delitto anomalo. L'appartamento risultò in perfetto ordine: non c'erano segni evidenti di colluttazione né di trascinamento del cadavere da un capo all'altro della casa. La porta e le finestre erano intonse, così come anche le serrature. L'unico oggetto fuori posto fu un quadro che, secondo gli investigatori, era stato staccato dalla parete e appoggiato sul divano, in corrispondenza di alcune tracce di sangue. 

Avvicinandosi alla vittima, gli agenti notarono che aveva il cranio fracassato e il corpo trafitto da alcune coltellate. Accanto al cadavere fu rinvenuto un coltello da cucina, con il manico privo di guancette, sporco di sangue. E non solo. Sul tappeto c'erano anche i cocci di una bottiglia, una di quelle da rosolio. Ma nel corso del sopralluogo successivo, i poliziotti notarono altri dettagli strani.

Sul tavolo del tinello c'era una di bottiglia di liquore, vuota a metà, due bicchieri e un posacenere con due cicche di sigarette. Nel lavandino della cucina inoltre furono individuate alcune tracce di sangue: segno che l'assassino si era lavato le mani prima di dileguarsi. Ma chi poteva aver ucciso Clotilde?

Le indagini

L'autopsia evidenziò che l'anziana era stata dapprima colpita alla testa con una bottiglia di liquore poi, accoltellata al petto e all'addome con una lama sottile - furono dieci i colpi inferti dall'assassino. L'esame tossicologico rilevò che la vittima avesse bevuto una modesta quantità di alcol, verosimilmente liquore.

Le indagini spaziarono a tutto campo. Gli inquirenti stilarono un elenco dettagliato di tutte le persone che conoscevano la donna o che avessero avuto contatti con la vittima prima che morisse. Furono sentiti parenti, amici e anche i suoi allievi ma non emersero dettagli rilevanti.

La collaboratrice domestica raccontò che, pressappoco alle ore 11 di quel venerdì mattina, Tilde aveva chiacchierato al telefono con un'amica. Alle 12.55 aveva risposto a una chiamata del suo avvocato, circostanza confermata dalla nuova proprietaria dell'immobile che provò a contattare invano l'anziana. La stessa fece un altro tentativo nei minuti successivi:: la linea risultò libera ma l'apparecchio squillò a vuoto.

Attorno alle ore 15.30 di quel pomeriggio, un operatore della nettezza urbana trovò la borsa della signora Fossati in un cestino della spazzatura in Corso Porta Romana. Dentro c'erano alcuni effetti personali della vittima, con anche i documenti, e un paio di occhiali. Tale risultanza permise di stabilire l'ora esatta della morte: Tilde era stata uccisa poco dopo le ore 13 e sicuramente prima delle 15.30. Restava, però, da individuare il movente.

Il movente

La prima pista a essere scartata fu quella di un'aggressione a sfondo sessuale. Quando Tilde fu rinvenuta senza vita all'interno del salotto indossava dei pantaloni rossi e una blusa variopinta ancora in perfetto ordine. Dunque gli inquirenti ipotizzarono una "rapina finita male" ma né sulla porta d'ingresso né sulle finestre c'erano segni di effrazione. E poi, pochi mesi prima, la donna aveva fatto sbarrare le ante con delle assi in legno che, dopo l'omicidio, risultavano ancora a posto. Infine, da un'indagine patrimoniale della polizia, risultò che la donna avesse poco più 200mila lire sul libretto di risparmio e 90mila lire in contanti. Abbastanza da spiegare l'efferatezza del delitto?

Per certo la vittima conosceva il suo aggressore. Quando gli investigatori effettuarono un primo sopralluogo nell'appartamento, notarono che la chiave era inserita nella toppa dall'interno: segno che l'anziana aveva accolto inconsapevolmente in casa il suo assassino. Senza contare che nel posacenere c'erano due cicche di sigarette: Tilde non fumava né tantomeno avrebbe bevuto del liquore da sola.

I sospetti sull'operaio

Una svolta (presunta) nell'indagini ci fu quando un "soggetto ritenuto sospetto", scrissero i quotidiani dell'epoca, finì al centro dell'attività investigativa. Si trattava di un operaio che lavorava alla ristrutturazione dell'edificio, l'unica persona a essere presente nella palazzina il giorno dell'omicidio.

A conclusione della pausa pranzo, verso le 12.30, l'uomo aveva preferito restare nell'immobile anziché unirsi ai colleghi per un caffè nel bar lì vicino. Rimase da solo fino alle 13. Interrogato dalla polizia, l'operaio cadde in contraddizione: dapprima raccontò di essere stato al quarto piano della palazzina per recuperare degli attrezzi poi, di essere andato in bagno al primo e al terzo piano.

L'uomo conosceva la signora Clotilde che, in un paio di occasioni, lo aveva ingaggiato per dei piccoli lavoretti di manutenzione. Un paio di volte gli aveva anche offerto un aperitivo. Ma quando gli agenti della Mobile eseguirono un sopralluogo presso la sua abitazione non trovarono nulla che potesse confermare i sospetti. Furono requisiti anche gli abiti e la borsa da lavoro ma non emersero tracce di sangue.

Il giudice per le indagini preliminari ritenne che non ci fossero prove sulla presunta colpevolezza dell'operaio "ma solo sospetti", decidendo così di non convalidare la richiesta di fermo formulata dal pm.

I dubbi sul figlio della domestica

Successivamente ci fu un'altra persona che catalizzò l'attenzione degli inquirenti. Si trattava del figlio della domestica che, fin da piccolo, aveva frequentato la casa di Clotilde Fossati. Nel corso delle indagini emerse che il giovane frequentasse una "brutta compagnia" e che era solito fumare le sigarette della stessa marca di quelle ritrovate nel posacenere.

Il giorno in cui Clotilde venne uccisa fu notata una bicicletta, con una borsa da pony express legata al sellino, appoggiata su una delle pareti esterne dell'edificio: il ragazzo lavorava come fattorino. Quanto basta per farne un assassino? Non per gli inquirenti: nessuno la mattina del delitto avvistò il giovane nei paraggi della palazzina di corso Porta Romana. Ma allora chi uccise Clotilde Fossati? Il caso non approdò mai a una svolta definitiva, tanto da essere archiviato nel giro di pochi mesi dall'apertura del fascicolo.

Chi ha ucciso la pianista?

A oltre trent'anni dal delitto, l'assassino di Clotilde Fossati non è ancora stato assicurato alla giustizia. Restano poche certezze e almeno tre ipotesi sulla dinamica dell'omicidio. La prima è che gli aggressori fossero due, come le cicche di sigarette ritrovate nel posacenere e i bicchieri di liquore sul tavolo del tinello. Un delitto compiuto in correità.

Oppure si è trattato di un killer solitario che ha bevuto e fumato nervosamente prima di inveire con la lama contro la donna. L'ultima ipotesi, forse la meno probabile, è che l'assassino fosse in realtà una donna: ha convinto Clotilde a bere, l'ha stordita e resa vulnerabile colpendola alla testa con una bottiglia, poi le inferto dieci coltellate mortali al petto e all'addome.

Resta però il rebus del movente: quale fu il reale motivo per cui la pianista fu assassinata? Una vendetta? Un delitto d'impeto? Forse la risposta è ancora impressa sulla quella bottiglia di rosolio, in quell'ultimo drink col killer.

·        Il Mistero di Mario Biondo.

Morto in Spagna, la verità dopo 9 anni: «Indagini sbagliate, Biondo fu ucciso». Lara Sirignano su Il Corriere della Sera l'1 agosto 2022.

L’ultimo capitolo di un giallo lungo nove anni lo scrive il gip di Palermo che mette nero su bianco quello che i familiari di Mario Biondo, giovane cameraman palermitano trovato morto impiccato alla libreria della sua casa di Madrid, il 30 maggio del 2013, dicono da sempre: non fu suicidio. Dopo due autopsie, diverse consulenze medico-legali e complicatissime indagini informatiche, per la prima volta un giudice dà ragione alla madre di Mario che ha sempre escluso che il figlio si sia tolto la vita. «Non si è ucciso, non era drogato, non è morto durante un gioco erotico. Non sappiamo chi lo abbia ammazzato, ma almeno gli abbiamo ridato dignità», dice Santina Biondo il giorno in cui, pur archiviando l’inchiesta ancora a carico di ignoti, un magistrato parla espressamente di omicidio. 

«Gli elementi che si traggono dal fascicolo del pubblico ministero lasciano pensare che Mario Biondo fu ucciso da mani rimaste ignote e successivamente collocato in una posizione atta a simulare un suicidio», scrive il giudice palermitano Nicola Aiello. Una conclusione che cozza con quanto stabilito da ben due Procure: quella ordinaria, che nel 2020 chiese la chiusura del caso sostenendo la tesi del suicidio, e quella della Procura generale che, prima ha avocato il fascicolo, poi per due volte ne ha chiesto l’archiviazione sempre con la stessa motivazione. Mario è stato ammazzato, dunque, e il suo assassino, o meglio, dicono i familiari, i suoi assassini hanno depistato le indagini attraverso una messa in scena svelata solo dopo 9 anni. «Gli investigatori spagnoli avevano fretta di chiudere il caso, non fu superficialità, ma dolo, chissà cosa aveva scoperto Mario — dice la madre —. Io so solo che la colf lo ha trovato morto in casa e che la porta era chiusa da dentro. Quindi l’assassino aveva le chiavi».

Che le indagini sulla morte del cameraman, a Madrid per amore dopo aver sposato Raquel Sanchez Silva, nota giornalista spagnola conosciuta durante le riprese dell’edizione spagnola dell’ Isola dei Famosi, fossero state a dir poco frettolose Santina lo ripete da anni. Troppi i pezzi mancanti: le tracce di cocaina nelle urine di Mario, poi sparite dalle analisi successive, un’autopsia eseguita a Madrid che ha lasciato intatti gli organi interni, analizzati poi a Palermo durante la riesumazione, i progetti che Mario stava facendo per il suo futuro, incompatibili con una volontà di morte. E ancora due piume poggiate sulla libreria rimaste al loro posto, nonostante lo strangolamento abbia provocato spasmi che i consulenti hanno paragonato ai movimenti derivati da un sisma, e quegli inspiegabili traumi sulla fronte del ragazzo.

Il gip dà atto ai magistrati di aver fatto il possibile e conclude che il tempo ha di fatto pregiudicato la possibilità di individuare gli assassini. Meno tenero con gli inquirenti spagnoli: «Al momento del ritrovamento del cadavere avrebbero dovuto essere svolte attività investigative che non sono state svolte» dice, sottolineando «le innumerevoli contraddizioni contenute nelle deposizioni rese dalla vedova di Biondo». «Io non mi arrendo», fa sapere la madre di Mario. E, attraverso l’avvocata Carmelita Morreale, si rivolge alla Farnesina: «Ci aiutino a far riaprire il caso in Spagna».

Mario Biondo, la mamma del cameraman ucciso a Madrid: «Aveva saputo qualcosa di troppo». Lara Sirignano su Il Corriere della Sera il 2 Agosto 2022.

La signora Santina e la verità sul figlio emersa dopo 9 anni, dall’autopsia mai fatta al computer ripulito: «Dalla Spagna solo bugie, era andato contro a qualcuno di potente». 

La considera solo una tappa, ma dopo nove anni di battaglie non nasconde che un passo avanti importante verso la verità sia stato fatto. «Finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di dire che mio figlio non si è suicidato, ma è stato ucciso», dice Santina Biondo, madre del cameraman palermitano trovato impiccato alla libreria della sua casa di Madrid il 30 maggio del 2013.

Dopo tanti anni le sue parole sono state ascoltate.

«C’è voluto tempo, ma ho avuto finalmente una prima risposta. C’è voluto un gip per ridare dignità a mio figlio. Un gip che ha dato torto a ben due Procure che, nonostante tutti i dubbi e le anomalie, hanno continuato a ripetere fino alla fine che Mario si era tolto la vita. Sono arrivati a dire che mio figlio era cocainomane, che era morto mentre praticava un gioco erotico, ecco è questo che ho trovato inaccettabile. Ditemi che non siete in grado di trovare gli assassini, ma dovete dire la verità: cioè che è stato ucciso».

Il gip, nell’archiviare il caso pur parlando espressamente di omicidio per la prima volta, scrive che dopo nove anni è difficile ormai individuare i responsabili.

«Certo, il tempo trascorso rende tutto più difficile. Se le indagini fossero state fatte seriamente dall’inizio, cioè se le autorità spagnole avessero fatto quel che dovevano, una risposta la avremmo avuta».

E invece furono trascurati degli aspetti?

«Direi che è un eufemismo. Partiamo da un’autopsia mai fatta, visto che i medici che poi hanno riesumato il corpo di Mario su disposizione della magistratura palermitana hanno trovato il cranio e diversi organi intatti: segno che nessuno aveva fatto accertamenti seri. E questo non lo dico io, lo dicono i consulenti dei pm italiani. Ed è normale che le foto della scena del crimine siamo riusciti ad averle dopo anni? O che si sia scoperto tardi che il computer di Mario era stato ripulito? E cioè che erano stati cancellati ben 966 giga di dati? La moglie di mio figlio (la giornalista spagnola Raquel Sanchez, ndr), sentita dai magistrati, ha prima negato che qualcuno avesse toccato il pc dopo la morte del marito, salvo poi dire che il cugino, ingegnere informatico, ci aveva lavorato…Un lavoro approfondito visto che chi è intervenuto ha scritto sopra i vecchi dati rendendoli irrecuperabili».

Ma insomma perché Mario sarebbe stato ucciso e chi aveva interesse alla sua morte?

«Credo che mio figlio avesse scoperto cose che qualcuno, molto potente, aveva interesse a non far venir fuori. E che per questo le indagini siano state fatte male e chiuse in fretta. C’è stato dolo, non colpa. C’è stato un depistaggio».

Ma chi ha assassinato suo figlio?

«Non lo so, ma so che Mario è stato trovato dalla colf morto a casa e che l’appartamento era chiuso dall’interno con due mandate, quindi l’assassino aveva le chiavi. So delle mille incongruenze presenti sulla scena del crimine della quale, peraltro, abbiamo solo nove foto. Due per tutte: sulla libreria c’erano due piume che sono rimaste al loro posto nonostante i consulenti dicano che gli spasmi dovuti allo strangolamento hanno provocato un sussulto simile a un terremoto. E nessuno è riuscito a spiegare gli ematomi sulla fronte di Mario».

Che farà ora?

«Non mi rassegno. Sono andata avanti da sola, con l’aiuto del mio avvocato, e continuerò a chiedere giustizia per Mario. Intanto rivolgendo un appello al Capo dello Stato e al ministro degli Esteri perché facciano pressioni sulle autorità spagnole affinché riaprano il caso. Mario era un cittadino italiano e l’Italia non può dimenticarsene».

·        Il mistero di Michele Vinci.

Il nastro adesivo e le minacce: "Ecco cosa mi ha detto il Mostro in carcere". Angela Leucci il 19 Luglio 2022 su Il Giornale.

Michele Vinci è stato riconosciuto dalla giustizia come il Mostro di Marsala, l'uomo che nel 1971 sequestrò e uccise tre bambine siciliane

Ci sono delle cronache del passato che evocano fantasmi del presente, per via della somiglianza con alcuni casi giudiziari più recenti. Una di queste cronache è rappresentata dalla storia del Mostro di Marsala, partita con la scomparsa di tre bambine.

“Fu un fatto terribile”, commenta il maresciallo maggiore Raffaele Buonsanti, autore del volumetto La vera storia del Mostro di Marsala (Kimerik). Buonsanti, membro di una famiglia che ha votato la sua vita a servire lo Stato, negli anni del caso del Mostro fu guardia semplice nel penitenziario di Mistretta, che ospitò quello che all’epoca era solo un presunto colpevole.

Le scomparse e gli omicidi

È il 21 ottobre 1971. È una giornata come tante a Marsala. Tre bambine vanno a scuola. Sono Antonella Valenti di 11 anni e le sorelline Ninfa Marchese di 7 e Virginia Marchese di 9. Le due sorelle vivono nella casa dei nonni materni, da quando i genitori sono emigrati in Germania. È il nonno Vito Impiccicchè a presentare denuncia di scomparsa, non appena si accorge del ritardo delle bimbe.

Cinque giorni dopo, il 26 ottobre, un idraulico si ferma per strada per espletare un bisogno fisiologico. Sceglie una scuola abbandonata, mai finita di costruire: davanti a lui, contro un muro, vede una bambina senza vita. Ha la faccia avvolta dal nastro adesivo, il suo corpo è semi-carbonizzato. Si tratta di Antonella. “Se non trovo l’assassino finisco in una clinica, questo delitto non mi dà pace”, ha detto al momento della scoperta il procuratore Cesare Terranova.

Le sorelline Marchese vengono ritrovate solo il 9 novembre successivo, a seguito della confessione di un altro uomo che passerà alla storia come il Mostro di Marsala. Vengono ritrovate in un pozzo all’interno di una cava. Pare siano state buttate giù, ma un grosso strato di foglie ha attutito la caduta: le bimbe sono state soffocate dice però l’autopsia.

Le indagini e il Mostro di Marsala

Ma torniamo al 21 ottobre. Immediatamente dopo la denuncia di scomparsa, gli inquirenti iniziano le indagini a tappeto. Vengono perlustrati molti luoghi, perfino la scuola abbandonata in cui verrà trovata Antonella il giorno dopo. La bimba, lo dice l’autopsia, è morta soffocata dal nastro adesivo. Ma è stata tenuta in vita per diverso tempo, nutrita a pane, salame e cibi in scatola. Il medico che la visita nell’immediatezza dice anche che è stata stuprata violentemente, per via della mancanza dell’imene, mentre l’autopsia sostiene che la bimba sia intatta.

La pista seguita dagli inquirenti è proprio quella: la pedofilia. E c’è perfino una testimonianza, quella del benzinaio Hans Hoffman, che dichiara di aver visto, quel 21 ottobre, una Fiat 500 blu con tre bimbe all’interno che battevano con le mani sui vetri. Dopo la testimonianza però Hoffman torna in Germania. Così si fa avanti Giuseppe Li Mandri che afferma di essere stato lui alla guida della vettura, ma che non c’erano bambine. In auto ci sarebbe stato solo, molto contrariato, suo figlio, con il quale si stava recando in ospedale a trovare un parente. La moglie di Li Mandri smentisce però agli inquirenti la possibilità che in ospedale ci fosse un loro congiunto: tuttavia pochi giorni più tardi l'uomo muore in un incidente sul lavoro. Tutto da rifare per gli inquirenti.

Così le forze dell’ordine si concentrano su quello che hanno: il nastro adesivo. Emerge come lo scotch che avrebbe soffocato Antonella venga utilizzato solo in una cartiera del circondario. Qui lavora lo zio della bimba: Michele Vinci. Anche lui ha una Fiat 500 blu e il giorno della scomparsa delle ragazzine non è tornato a casa per pranzo, dice la moglie. Messo alle strette ma neppure troppo, Vinci confessa e racconta dove ha lasciato le sorelle Marchese, facendone trovare così i corpi. Per lui si aprono le porte del carcere di Mistretta.

A Mistretta sono ospiti solo 14 detenuti. Le guardie carcerarie non capiscono, pensano che la struttura sia in via di dismissione, invece alla fine fa il suo ingresso Michele Vinci. Per lui viene predisposta una cella imbottita da materassi, viene eliminato tutto ciò che può risultare pericoloso, perfino il rubinetto del lavandino.

Al Mostro di Marsala vengono affidate due guardie a ogni turno. Si teme che Vinci si possa uccidere o venga assalito da qualcuno. “Pensava di trascorrere la sua vita in carcere: pensavamo si sarebbe suicidato perché non vedeva altra possibilità”, racconta Buonsanti.

In carcere intanto arrivano telefonate e lettere di minacce: ai poliziotti in servizio nella struttura viene intimato che o uccideranno il Mostro oppure saranno loro a morire. “Ricevevamo telefonate anonime - aggiunge il maresciallo - Ci dicevano: ‘Ammazzatelo, o ammazziamo voi’. Non sappiamo se arrivassero da persone pericolose o da gente normale, non c’erano le tecnologie per intercettare che ci sono oggi”. Il comandante delle guardie Giuseppe Carfì dice a ognuna delle guardie: “Vinci non deve morire, lei ne risponderebbe di persona”.

Paradossalmente però, insieme alle dichiarazioni che Vinci rende agli inquirenti, si ritrova a fare delle dichiarazioni proprio agli agenti carcerari. Alcune trovano riscontro, altre no. E quando inizia il processo queste dichiarazioni si moltiplicano anche in relazione al movente: prima dice di essersi invaghito di Antonella, poi di essere stato costretto da altri, infine di aver rivelato tutto a un sacerdote che però è da poco venuto a mancare per una trombosi cerebrale.

“Il carcere aveva una popolazione molto ridotta a quel tempo - spiega l’ex guardia di Mistretta - Vinci era sorvegliato notte e giorno in una cella imbottita, praticamente un sorvegliato speciale. Una volta mi confessò che avrebbe voluto salvare le bambine nel pozzo, che aveva tirato loro una corda. E in effetti la corda fu ritrovata. Feci verbalizzare e il giudice predispose un sopralluogo”. Vinci viene condannato a 28 anni di carcere. Esce nel 2002 e lascia la Sicilia, andando a vivere in provincia di Viterbo.

Dopo il Mostro di Marsala

Caso chiuso? Non del tutto, almeno per un po’. Nel 1988 Corrado Augias dedica al Mostro di Marsala una puntata di Telefono Giallo. Durante la trasmissione, tra telefonate, accuse e smentite si parla un po’ di tutto, ma viene ventilata anche la possibilità che quello delle tre bambine sia stato un omicidio di mafia. Ma sono solo ipotesi, perché la trasmissione si attiene comunque al rispetto della tendenza per cui Vinci è il solo e unico Mostro di Marsala.

“I moventi sono rimasti un enigma - chiosa Buonsanti - La persona che fu riconosciuta come colpevole ne addusse molti. Non sembrava un assassino sanguinario, eppure la giustizia ha affermato che lui ha commesso quelle cose terribili: pensiamo per esempio ad Antonella, una bambina soffocata dal nastro adesivo a cui è stato dato fuoco”. L’anno dopo l'approfondimento di Augias però, l’allora procuratore di Marsala Paolo Borsellino riapre il caso per poi richiuderlo. Nessun nuovo elemento emerge.

Il rapimento di Antonella, Ninfa e Virginia destò, all’epoca dei fatti un grande sgomento. “Perché zio Michele ha ucciso la piccola Antonella? - scrive Buonsanti nel suo libro - Come ha potuto l’affetto di uno zio trasformarsi nella furia morbosa di un assassino”. Oggi le cronache restituiscono vicende gravi o gravissime, talvolta irreversibili come la morte, che maturano proprio in famiglia.

·        Il Mistero di Adriano Pacifico.

Alessio Ribaudo per il “Corriere della Sera” il 27 luglio 2022.

«Mamma, scusami, ma non sapevo nulla della vostra paura, dei vostri appelli, delle vostre ricerche e di quelle dell'Interpol perché nessuno mi ha avvertito, come sai avevo rotto il cellulare e, purtroppo, sapevo di non avere più un cent sulla carta di credito ricaricabile». 

La telefonata tanto attesa da Grazia Mansueto è arrivata finalmente ieri: suo figlio, Adriano Pacifico, l'ha chiamata da Ventimiglia. «Quando arriverò a casa vi racconterò cosa ho passato in questi giorni, ora è meglio lasciar perdere», ha tagliato corto.

«Ha vissuto momenti terribili, non sa il francese e pensava di non avere soldi sulla carta, neanche per comprarsi il cibo. Si è dovuto arrangiare per strada in tutto e per tutto», continua sua madre. 

La famiglia aveva perso i contatti con il 32enne di Bastiglia, nel Modenese, l'11 luglio quando aveva videochiamato, per l'ultima volta, la mamma dalla Francia. «Ho rotto lo smartphone, me ne ha prestato uno un ragazzo per chiamarti», aveva detto. 

Adriano era partito in bici dall'Emilia lo scorso giugno per intraprendere il Cammino di Santiago. Il pellegrinaggio, in onore dell'apostolo Giacomo, i cui percorsi in bici o a piedi partono da Francia, Spagna o Portogallo. Circa 800 chilometri che tappa dopo tappa, timbro dopo timbro, consentono di ottenere la Compostela : il certificato che attesta il perdono dei peccati.

«Adriano viene da un momento complicato ma è falso che voleva allontanarsi dalla famiglia - dice la mamma - ha due figli che ama. Voleva farsi un regalo, dopo che nella vita si è preso grandi responsabilità. Ne ha parlato con dei preti, ha pianificato tutto: ha comprato una bici a Roma, una tenda, il fornelletto per cucinare ed è partito». Poi qualche telefonata «strana», il cellulare sempre spento, la paura e l'istinto materno che scatta: una denuncia di scomparsa e l'inizio delle ricerche «fai da te» svolte dai Pacifico, in Francia, collegando i puntini dei paesi dove aveva prelevato al bancomat.

 La pista li ha portati a Saint- Gilles, fra Marsiglia e Montpellier, dove Mansueto ha riconosciuto la firma del figlio nel registro di un ostello dove sia l'albergatore sia il prete che la cameriera di un bar l'hanno rassicurata sullo stato di Adriano. Così, ha tirato un sospiro di sollievo, è tornata a Bastiglia e ha ritirato la denuncia. Ieri, l'epilogo. 

«Abbiamo visto in stazione un ragazzo con una bici che somigliava ad Adriano, ci siamo avvicinati e abbiamo iniziato a parlargli per capire se fosse proprio lui - dice Roberto Scionti, a capo della Polfer di Ventimiglia - e quando abbiamo appurato che avevamo visto giusto abbiamo sorriso. Lo abbiamo rifocillato, portato in ufficio per permettergli di cambiarsi ed essere visitato da un medico che lo ha trovato provato ma in salute. Dopo la telefonata alla madre, non essendoci più una denuncia di scomparsa, verificata la voglia di rincasare, lo abbiamo accompagnato al binario dove è salito su un treno. Quello che, dopo varie coincidenze, lo riporterà in Emilia».

Da huffingtonpost.it il 26 luglio 2022.

Adriano Pacifico, il 32enne originario di Bastiglia (Modena), padre di due bambini, che si era allontanato durante il Cammino di Santiago, è stato rintracciato alla stazione di Ventimiglia dalla Polfer. L'uomo era partito in bici lo scorso mese di giugno per intraprendere il percorso di fede. 

I familiari erano consapevoli della sua scelta e inizialmente l'uomo si teneva in contatto con loro, poi però ha smesso di dare sue notizie alla famiglia, dall'11 luglio. Proprio dai familiari era stata quindi formalizzata nei giorni scorsi una denuncia di scomparsa che poi era stata ritirata dalla stessa madre una volta riconosciuta la firma del figlio su un registro di un ostello nel sud della Francia, dove era stato avvistato alcuni giorni fa. Poi, questa mattina, lo hanno individuato gli uomini della Polizia Ferroviaria e Ventimiglia. Il trentaduenne era in buone condizioni fisiche e si è messo in contatto con i suoi familiari.

La storia di Adriano Pacifico è la storia di una persona che è scomparsa volontariamente (leggi qui il pezzo di Nadia Boffa su chi si allontana dalla propria vita volontariamente). I primi segnali facevano pensare al peggio. Il conto svuotato con piccoli prelievi consecutivi, una videochiamata misteriosa dal cellulare di un'altra persona, che poi aveva dato alla madre dell'uomo due versioni differenti sulla fine che avrebbe fatto il pellegrino. Poi però Pacifico ha cominciato ad essere avvistato da diverse persone in Francia. 

La madre, che si è recata di persona a cercarlo, ha saputo dalla responsabile di un ostello a Saint Gilles che il figlio aveva soggiornato proprio lì, ma che voleva stare da solo, viversi un percorso di riflessione personale. La sorella di Pacifico solo ieri ha rilasciato un'intervista a La Stampa in cui ha affermato che ha già perdonato il fratello, che sta bene e che semplicemente "vuole fare il pellegrino".

Adriano rispunta a Ventimiglia: "Ah, mi cercavate?" Il 32enne, che è stato ritrovato dalla Polfer, è molto stanco e affamato, ma fisicamente sta bene. Tiziana Paolocci il 27 Luglio 2022 su Il Giornale.

Fine di un incubo per la famiglia di Adriano Pacifico. Il 32enne di Bastiglia, in provincia di Modena, che si era allontanato durante il Cammino di Santiago, è stato rintracciato ieri alla stazione di Ventimiglia dalla Polfer. L'uomo, cuoco e padre di due figli, era partito nel mese di giugno in bicicletta per fare quel percorso ed era rimasto in contatto con i familiari fino all'11 luglio, quando aveva fatto una videochiamata alla mamma, Grazia Mansueto.

Aveva usato uno smartphone non suo, spiegando che il cellulare gli si era rotto durante una caduta in bici. «Mi fermo qualche giorno a Tolone perché non mi sento bene fisicamente - aveva detto - poi riparto per la Spagna». Era un po' triste e la mamma si era preoccupata. Ma nulla in confronto a quanto si sarebbe preoccupata nei giorni seguenti, quando il figlio è scomparso nel nulla.

Grazia aveva richiamato quel numero e gli era apparso un giovane che «viveva in una specie di baracca». Prima le aveva detto che Adriano era ripartito in bici da solo, poi che era forse insieme ad altre persone. Gli ultimi movimenti bancari del 32enne si fermavano a Tolone, dove aveva usato il bancomat. A quel punto Grazia e la figlia Jessica si sono messe in contatto con la polizia francese e hanno raggiunto la Francia. Ma lì non sono riuscite a sapere nulla di Adriano e hanno deciso di formalizzare una denuncia di scomparsa. Denuncia, che però non era andata avanti, perché le due hanno riconosciuto la firma di Adriano nel registro dell'ostello «Il riposo dei pellegrini» a Saint Gilles, nel sud della Francia. Il caso è chiuso, dopo che ieri gli uomini della Polizia Ferroviaria lo hanno ritrovato a Ventimiglia e in buone condizioni di salute. «Non sapevo mi cercassero», ha detto Adriano, che poi ha contattato la famiglia.

«Era stanco e affamato - hanno raccontato gli agenti della Polfer - gli abbiamo dato da mangiare, ci abbiamo parlato, poi lo abbiamo fatto visitare da un medico. Non essendoci più alcuna denuncia di scomparsa in corso ed essendo Adriano un maggiorenne in salute non abbiamo potuto far altro che farlo metterlo in contatto con la madre, visto che ci ha detto di aver rotto il suo smartphone e, poi, accompagnarlo sul primo treno per rientrare a casa».

Il 32enne ha detto che non voleva più continuare il cammino di Santiago e era arrivato a Ventimiglia dalla Francia per tornare a casa. «Non vedo l'ora di rivederlo e farmi raccontare questi terribili giorni ha commentato la mamma . Il nostro incubo, per fortuna, è finito».

Adriano Pacifico, sparito nel Cammino di Santiago, è ricomparso. La mamma: «Finalmente a casa, ha vissuto momenti terribili». Alessio RIbaudo su Il Corriere della Sera il 26 luglio 2022.

«Mamma, scusami, ma non sapevo nulla della vostra paura, dei vostri appelli, delle vostre ricerche e di quelle dell’Interpol perché nessuno mi ha avvertito, come sai avevo rotto il cellulare e, purtroppo, sapevo di non avere più un cent sulla carta di credito ricaricabile». La telefonata tanto attesa da Grazia Mansueto è arrivata finalmente ieri: suo figlio, Adriano Pacifico, l’ha chiamata da Ventimiglia. «Quando arriverò a casa vi racconterò cosa ho passato in questi giorni, ora è meglio lasciar perdere», ha tagliato corto. «Ha vissuto momenti terribili, non sa il francese e pensava di non avere soldi sulla carta, neanche per comprarsi il cibo. Si è dovuto arrangiare per strada in tutto e per tutto», continua sua madre.

La scomparsa

La famiglia aveva perso i contatti con il 32enne di Bastiglia, nel Modenese, l’11 luglio quando aveva videochiamato, per l’ultima volta, la mamma dalla Francia. «Ho rotto lo smartphone, me ne ha prestato uno un ragazzo per chiamarti», aveva detto. Adriano era partito in bici dall’Emilia lo scorso giugno per intraprendere il Cammino di Santiago. Il pellegrinaggio, in onore dell’apostolo Giacomo il Maggiore, i cui percorsi in bici o a piedi partono da Francia, Spagna o Portogallo. Circa 800 chilometri che tappa dopo tappa, timbro dopo timbro, consentono di ottenere la Compostela: il certificato che attesta il perdono dei peccati. «Adriano viene da un momento complicato ma è falso che voleva allontanarsi dalla famiglia — dice la mamma — ha due figli che ama. Voleva farsi un regalo, dopo che nella vita si è preso grandi responsabilità. Ne ha parlato con dei preti, ha pianificato tutto: ha comprato una bici a Roma, una tenda, il fornelletto per cucinare ed è partito».

Pacifico con la sua bici

La denuncia

Poi qualche telefonata «strana», il cellulare sempre spento, la paura e l’istinto materno che scatta: una denuncia di scomparsa, gli appelli in Rete della sorella e l’inizio delle ricerche «fai da te» svolte dai Pacifico, in Francia, collegando i puntini dei paesi dove aveva prelevato al bancomat da Tolone ad Aubagne. Una pista che li ha portati sino a Saint- Gilles, fra Marsiglia e Montpellier, dove Mansueto ha riconosciuto la firma del figlio nel registro di un ostello dove sia l’albergatore sia il prete che la cameriera di un bar l’hanno rassicurata sullo stato di Adriano.

Il ritrovamento

Così, ha tirato un sospiro di sollievo, è tornata a Bastiglia e ha ritirato la denuncia. Ieri, l’epilogo. «Abbiamo visto in stazione un ragazzo con una bici che somigliava ad Adriano, ci siamo avvicinati e abbiamo iniziato a parlargli per capire se fosse proprio lui — dice Roberto Scionti, a capo della Polfer di Ventimiglia — e quando abbiamo appurato che avevamo visto giusto abbiamo sorriso. Lo abbiamo rifocillato, portato in ufficio per permettergli di cambiarsi ed essere visitato da un medico che lo ha trovato provato ma in salute. Dopo la telefonata alla madre, non essendoci più una denuncia di scomparsa, verificata la voglia di rincasare, lo abbiamo accompagnato al binario dove con la sua bici è salito su un treno per ritornare dai familiari».

Grazia Mansueto sorride dopo aver riabbracciato il figlio Adriano Pacifico

Il rientro

Un lungo viaggio, affrontato ancora in solitudine, senza cellulare, guardando la sua compagna di avventure su due ruote e i cartelli che scorrevano dal finestrino. Un tragitto scandito da coincidenze in stazioni dove dall’altoparlante i nomi delle città erano sempre più familiari. Alla fine, è sceso in Emilia, ha inforcato la sua bici per l’ultimo tratto e, alle prime ore di mercoledì, ha bussato alla porta di sua madre che lo ha accolto e ha sciolto in un lungo abbraccio tutta la paura di queste due settimane. Mamma Grazia è tornata a sorridere: «Finalmente è con me, è un po’ provato ma si riprenderà presto».

Francesco Moscatelli per “la Stampa” il 25 luglio 2022.

«Mia mamma e il resto della famiglia sono arrabbiati con Adriano, forse perché vedono il suo viaggio come una vacanza. Io invece non lo giudico per il suo silenzio e ho capito che la sua è una scelta consapevole per vivere fino in fondo l'esperienza del pellegrinaggio. La porta di casa mia è sempre aperta e se ha bisogno può chiamarmi in qualsiasi momento, ma io mi fido ciecamente di lui e appoggio ogni sua scelta». 

Jessica Fasulo, 28 anni, è la sorella di Adriano Pacifico, il trentaduenne di Bastiglia (Modena) che dall'11 luglio scorso non dà notizie di sé dopo essere partito in bicicletta per Santiago de Compostela.

La madre è stata alcuni giorni in Francia per cercarlo ma sabato è rientrata in Italia e ha ritirato la denuncia di scomparsa dopo aver visto con i suoi occhi la firma del figlio sul registro di un ostello dalle parti di Tolone e il video, registrato dalle telecamere di un'area di sosta, in cui Adriano sembra sereno e sorridente. 

Jessica, è riuscita a mettersi in contatto con Adriano?

«Non abbiamo parlato direttamente con lui, ma sappiamo che sta bene sia perché risultano altri prelievi dal suo bancomat sia perché abbiamo ricevuto rassicurazioni da alcune persone che l'hanno incontrato. Sia la proprietaria dell'ostello che il prete del paese in cui si è fermato hanno parlato con lui e ci hanno detto che l'hanno trovato molto tranquillo e molto determinato nel proseguire il suo percorso». 

Secondo lei perché non vi ha chiamato per tutto questo tempo?

«Mi sono arrovellata per giorni anche perché quando lui ha smesso di comunicare io ero bloccata in casa con il Covid. Ero molto preoccupata ma appena mi sono negativizzata ho pensato che la cosa migliore da fare fosse quella di provare a capirlo, di immedesimarmi un po' in lui.

E così sono andata due giorni a Siena, lungo la Via Francigena, e ho avvicinato alcuni pellegrini. Sono giunta alla conclusione che non ci ha telefonato per così tanti giorni perché ha interiorizzato il vero senso del Cammino. Il Cammino è anche fatica, dolore e solitudine ed è necessario staccare completamente dalla vita quotidiana per viverlo fino in fondo». 

Perché ha scelto di partire proprio per la Spagna?

«Mi aveva detto che voleva raggiungere Santiago per avvicinarsi alla fede. Ma non voglio entrare in dettagli troppo personali. I pellegrini che ho incontrato in Toscana mi hanno spiegato che spesso ci si mette in cammino per liberarsi di alcuni pesi. Si parte da un punto A per arrivare a un punto B, ma soprattutto si parte perché tappa dopo tappa si lasciano per strada problemi, situazioni o pensieri che non ti fanno stare sereno. Credo che Adriano stia facendo questo percorso qui». 

È la prima volta che suo fratello viaggia da solo?

«Prima di partire aveva fatto una settimana lungo la costa romagnola per vedere a livello fisico se era una cosa fattibile pedalare così a lungo. Era stata più che altro una prova pratica: voleva capire come caricare le borse, cosa era necessario portarsi e cosa invece era superfluo».

Secondo lei si immagina che lo state cercando?

«Penso di sì, anche se è partito senza telefonino. Ha con sé solo qualcosa da leggere, alcune cartine e un navigatore elettronico, ma di quelli non collegati a Internet. Di sicuro ha la copia del libro Il Cammino di Santiago di Paulo Coelho che gli ho regalato io al compleanno proprio in previsione del viaggio. Posso aggiungere una cosa personale, per quando leggerà questa intervista?». 

Prego

«Voglio dirgli che sono super orgogliosa di lui. Ci ha fatto stare in pensiero, è vero, ma mi auguro che tutto questo in futuro ci aiuterà a comunicare meglio fra di noi, a dirci quanto ci vogliamo bene e a essere ancora più uniti». 

Benedetta Centin per corrieredibologna.corriere.it il 20 luglio 2022.

Ci sarebbe una segnalazione che, fra le innumerevoli che stanno circolando soprattutto in rete, la polizia francese starebbe in questo momento valutando seriamente e che indicherebbe la presenza venerdì 15 luglio in Francia, nella città di Evenos, di Adriano Pacifico, il 32enne modenese partito da Bastiglia, nel Modenese, per raggiungere Santiago di Compostela in bicicletta. 

Del giovane, cuoco e padre di due figli, si sono perse le tracce l’11 luglio; la madre Grazia Mansueto si è recata oltralpe dove nei giorni scorsi ha presentato una denuncia per la scomparsa del giovane. Il 15 luglio Pacifico è stato ripreso dall’impianto di videosorveglianza di una stazione di servizio a Sainte-Anne-d’Evenos, a una dozzina di chilometri da Tolone, in Francia, Var occidentale. 

Le immagini sono state pubblicate dal giornale Var Matin e se ne occupa la Polizia francese. Si tratterebbe quindi dell’ultimo avvistamento sicuro. L’11 luglio aveva fatto una videochiamata con la madre poi se ne sono perse le tracce. Nelle foto lo si vede in canottiera gialla all’interno di un negozio, con una bottiglia d’acqua sotto braccio e poi all’esterno, vicino al distributore di benzina. Apparentemente non ha bagagli con sé e non si vede la bicicletta. Le ricerche del 32enne sono seguite dall’Italia dall’associazione Penelope che con l’avvocato Barbara Iannuccelli assiste la sorella di Adriano. Pacifico sarebbe privo di cellulare. 

La madre: «Tornerò in Francia a cercarlo»

«Sono rientrata in Italia senza mio figlio Adriano e sono distrutta senza lui: mi sento una fallita a non averlo riportato a casa come avevo promesso ai miei cari. Tornerò quanto prima in Francia per cercarlo. Finché ero lì lo sentivo, lo percepivo, ora a casa mi sento vuota: è come se lo avessi abbandonato». 

Mamma Grazia Mansueto di Bastiglia (Modena) è fisicamente stanca e demoralizzata, a caccia di spiegazioni, di qualche logica ragione al prolungato silenzio del primogenito, ma non intende affatto mollare. Rientrata nel Modenese lunedì 18 luglio con il compagno ha già intenzione di ripartire alla volta di Aubagne dove ha presentato denuncia di scomparsa del primogenito, cuoco 32enne che ha sentito per l’ultima volta, attraverso una videochiamata, l’11 luglio. 

Le segnalazioni in Veneto, la madre: «Ma sento che non è lì»

Era in viaggio per fare il cammino di Santiago in bici ma il padre di famiglia di Bomporto non dà più sue notizie da allora e nessuno sembra averlo visto in zona. Le uniche due segnalazioni - delle ultime ore - arrivano dal Veneto. 

«Una donna dice di averlo riconosciuto ad Ospedaletto Euganeo, nel Padovano, un altro di averlo avvistato in bici lungo un ponte di Legnago, Verona, ma sento che Adriano non è in Veneto – racconta la madre - è in Francia, forse è già arrivato in Spagna seguendo il programma che si era prefissato ma non capisco nemmeno perché non ci siano suoi avvistamenti: nessuna segnalazione su di lui nemmeno sulle pagine Facebook del cammino di Santiago, eppure con quella sua grande bici carica e la bandiera dell’Italia non deve passare inosservato». 

L’ipotesi che stia seguendo una pista meno battuta

Secondo la polizia il 32enne potrebbe essere in viaggio per Santiago seguendo un percorso meno battuto dai pellegrini. «É quello che speriamo, che Adriano si stia muovendo, e dagli ultimi prelievi allo sportello bancomat potrebbe essere così – continua la modenese – o forse si è perso perché senza cellulare, che diceva di aver rotto, e quindi senza gps, senza tracce e mappe da seguire». 

Quello che fa preoccupare è il fatto che non si metta in contatto con i parenti: il 32enne era d’accordo con la madre che avrebbe dato sue notizie di giorno in giorno, man mano che si spostava. 

«Nell’ultima videochiamata gli ho detto che gli avrei ricaricato la postepay per acquistare un nuovo cellulare, perché senza non poteva stare – spiega Grazia Mansueto – ma i prelievi fatti, l’ultimo venerdì scorso, sono stati di banconote di piccolo taglio, a distanza ravvicinata, a cui sono seguiti anche dei tentativi. La polizia francese chiederà le immagini delle telecamere di quegli atm ma gli agenti mi hanno già detto che le riprese non saranno di buona risoluzione».

I sospetti sull’ultimo incontro

La modenese poi è in ansia per quell’incontro che il figlio aveva fatto l’11 luglio: un algerino al quale aveva chiesto in prestito il cellulare per una videochiamata. «Mi ha trasmesso qualcosa di negativo quell’uomo, mio figlio sembrava spaventato da lui, ho anche visto anche che viveva in una sorta di baracca e avevano pregato Adriano di trovare un altro posto». Se il cuoco lo ha fatto, se sta seguendo l’itinerario prefissato al momento non è dato sapere. Ed è un mistero che cresce di giorno in giorno.

La madre di Adriano Pacifico, scomparso sul Cammino di Santiago: «I prelievi sono la pista di seguire, lui sa che io sono capace di smuovere le montagne». Alfio Sciacca su Il Corriere della Sera il 18 luglio 2022.

«Abbiamo dormito due notti in macchina. Sapendo che lui è chissà dove non me la sentivo di andare in albergo». E ieri pomeriggio Grazia Mansueto, la mamma di , il 32enne sparito mentre con la bici era in viaggio per il cammino di Santiago di Compostela, è risalita con il compagno sulla sua Polo per rientrare in Italia. «Finalmente questa mattina (ieri, ndr) a Aubagne, la polizia francese si è decisa ad accettare la nostra denuncia. Ma ce n’è voluta». 

In che senso? «Si sono mossi solo perché è intervenuta la Farnesina. Per due giorni non ci hanno nemmeno fatto entrare nel posto di polizia. Anche oggi (ieri, ndr) ci tenevano fuori dalla porta. Allora ho preso il telefono e ho richiamato la Farnesina. Gli ho passato il funzionario e solo a quel punto si sono decisi a prendere la denuncia».

Grazia Mansueto, 50 anni, operaia elettromeccanica in una ditta di Modena, ora spera che possano essere acquisiti i filmati dei bancomat da dove sono stati fatti i misteriosi prelievi successivi all’ultima videochiamata fatta dal figlio con il telefono di uno sconosciuto. La pista da seguire è stata lei stessa a indicarla: «Dai filmati si saprà finalmente la verità». Ma partiamo dall’inizio, seguendo le tracce indicate dalla donna.

Quando ha parlato l’ultima volta con suo figlio? «Lunedì scorso alle 17.20. È stata una videochiamata su Messenger dal telefonino di uno sconosciuto. Adriano diceva di essere a Tolone. Aveva la faccia completamente bruciata dal sole. Era strano, sembrava sfinito e quasi piangeva. Prima si vedeva solo la sua faccia. Poi ha girato il telefono e ho visto anche l’altro che era con lui. E lì mi sono preoccupata, non mi piaceva per niente. Ho visto che stava in una baracca. Poi Adriano mi ha detto che non stava bene, che aveva mangiato poco, ma che sarebbe presto ripartito perché lì era tutto caro. Gli ho chiesto se aveva bisogno di soldi e mi ha detto che ancora ce ne aveva».

Quando era partito dall’Italia? «Il 2 luglio. Fino all’11 mi chiamava tutti i giorni, ci scambiavamo messaggi, mi mandava foto dai posti dove passata. Tutto sembrava andare a meraviglia. A volte ero io che non lo chiamavo per non disturbare il suo Gps».

A Tolone era ancora lontano da uno dei Cammini. Quale aveva scelto? Era da solo? «Quello francese, era solo. Mi ha detto che al confine aveva incontrato un norvegese con il quale aveva pedalato due giorni assieme».

Dopo l’11 luglio più nulla? «Nulla. La sera sono stata io a mandare un messaggio a quel numero. Ho scritto: “mio figlio è ancora lì?”. In realtà speravo che fosse andato via, perché quella situazione non mi piaceva. Mi ha risposto che era andato via».

Lei quando è partita per la Francia? «Siamo arrivati sabato. Siamo stati a Marsiglia, Tolone e Aubagne. A Tolone ho mandato un messaggio al tipo che aveva fatto fare la videochiamata. Gli ho detto che volevo incontrarlo, ero pronta a pedinarlo per capire chi era. Mi mandava messaggi, ma non si è reso reperibile. In compenso ho fatto vedere in giro la sua foto e mi hanno detto che era uno poco raccomandabile ed era algerino».

Quindi ha indagato sui prelievi? «Chiaro, è quella la pista da seguire. L’ultimo prelievo è stato fatto venerdì alle 21,06, forse ad Aubagne. Prima ne sono stati fatti altri a Tolone, più alcuni tentativi a vuoto. Dai filmati si capirà chi li ha fatti. Ma la polizia in Francia mi ha detto che non è semplice, che ci vorrà del tempo. Assurdo!» .

Lei cosa spera? «Se l’ultimo prelievo, come sembra, è stato fatto ad Aubagne è possibile che sia Adriano. Da Tolone forse si sta muovendo verso il Cammino. Se invece qualcuno gli ha rubato la carta non penso si sposti per prelevare. Va detto che riceviamo anche strane segnalazioni: l’ultima da una donna che dice di averlo visto in provincia di Padova».

Se fosse lui perché non si fa sentire? «È quello che mi tormenta. Cosa c’è che non va? Lui sa che io sono capace di smuovere le montagne pur di trovarlo».

Perché aveva deciso di fare il Cammino? «Era il suo sogno. Voleva fare qualcosa per se stesso. Ne aveva sentito parlare da un prete di Modena e diceva: “Mi farebbe bene”. Ha comprato libri, visto tanti video. Diceva: “Io vado con l’amore del Signore e troverò la strada giusta”»

Lavorava? «Lui è un cuoco raffinato, ma da poco si era fermato. Voleva prendersi una pausa».

Forse era in crisi per la recente separazione? «No, assolutamente. Con la sua ex vanno d’accordo e ogni giorno corre in bici per vedere i suoi bambini. Con l’ex compagna ha un rapporto meraviglioso e anche lei mi sta aiutando tanto nelle ricerche».

 Da bologna.repubblica.it il 18 luglio 2022.

E' partito da Bastiglia, nel Modenese, in bicicletta per coronare un sogno che stava coltivando da tempo, raggiungere Santiago de Compostela in bicicletta. Da lunedì scorso, però, non si hanno più sue notizie e alcuni prelievi dal bancomat destano sospetti. 

Per questo la madre, Grazia, è partita per il sud della Francia, per provare a rintracciare il figlio, Adriano Pacifico, 32 anni. 

Lunedì, dalla zona di Tolone, l'ultimo contatto: aveva rotto il suo cellulare e se n'è fatto prestare uno per una videochiamata alla madre per dire che si era fermato per qualche giorno perché non si sentiva bene fisicamente. Ma che voleva ripartire per raggiungere la Spagna dove il costo della vita è meno caro.

Come riporta la stampa modenese, alcuni particolari hanno aumentato la preoccupazione della madre: nei giorni successivi ha ricevuto alcune telefonate da chi gli aveva prestato il cellulare, per dirle prima che era ripartito da solo, poi che viaggiava con alcuni ragazzi. 

Poi alcuni prelievi bancomat proprio nella zona di Tolone, piccole somme, 20-30 euro, fatti a breve distanza l'uno dall'altro. 

Claudia Guasco per “il Messaggero” il 18 luglio 2022.  

Adriano Pacifico, 32 anni, professione cuoco e papà di due figlie, aveva un sogno: percorrere in bicicletta il Cammino di Santiago. Lo desiderava al punto che sul braccio si è fatto tatuare la conchiglia, simbolo dei pellegrini. Il 3 luglio è partito dalla sua casa di Bastiglia, una decina di chilometri da Modena, direzione Spagna. 

Dove però non è mai arrivato, le sue ultime tracce si fermano a Tolone, in Francia. In mezzo ci sono una videochiamata alla madre dal telefono di uno sconosciuto e tanti piccoli prelievi ravvicinati che hanno prosciugato la sua carta di credito. «Sono disperata, sento che mio figlio ha bisogno del mio aiuto, ho paura che gli abbiano fatto del male», si tormenta la mamma Grazia Mansueto, partita con il compagno per cercare il figlio. 

LA TELEFONATA Il gps registra che suoi movimenti si sarebbero interrotti il 7 luglio, mentre il giorno dell'ultimo contatto, lunedì scorso, secondo la madre Adriano stava viaggiando. Ha parlato con Grazia da un cellulare che si è fatto prestare da una persona incontrata lungo il tragitto, raccontando che il suo si era rotto. Era in ritardo sulla sua tabella di marcia: «Non sto bene, mi fermo qui per qualche giorno», ha spiegato.

Rassicurando che si sarebbe messo presto in marcia. «Era stanco, abbattuto, quasi si è messo a piangere», ricorda la madre, che fruga nella memoria alla ricerca di qualsiasi dettaglio utile. «È vero è che l'ho spronato ad andare avanti, dicendogli che noi siamo con lui. Da allora nemmeno più un contatto ma piccoli prelievi di venti, trenta euro da sportelli bancomat che ora battiamo uno ad uno a caccia di tracce». 

Uno spiraglio forse c'è, confida, ma solo oggi si saprà se è una pista utile: «Domenica è impossibile avere accesso a tutto, video o pratiche. Cosa penso da mamma? Le ipotesi sono due. 

Mio figlio faceva percorsi molto particolari, itinerari tortuosi e forse per questo non riesce a parlarci e magari nemmeno immagina il nostro magone. Oppure gli hanno fatto del male e resta da capire il ruolo di quel ragazzo che gli ha prestato il telefono e che mai più ci ha risposto. Qui è un inferno, non ci hanno fatto entrare nemmeno in Consolato. Tutto questo mi sta distruggendo: stamattina abbiamo girato il paesino dove è stato effettuato l'ultimo prelievo alle 21,06 del 15 luglio. La gente del posto non ha mai visto Adriano, mentre quando abbiamo mostrato la foto del giovane che gli ha prestato il telefono ci hanno messo all'erta».

LA BARACCA Il comportamento dello sconosciuto inquieta Grazia Mansueto: l'ha chiamata ripetutamente chiedendo notizie di Adriano, sostenendo di essere francese e papà, «ma non è vero niente, da quel che ho visto vive in una baracca». Le riferisce che Adriano viaggia da solo e che è ripartito verso la Spagna, quando poi è la madre a contattarlo per avere notizie del figlio cambia versione e racconta che se ne è andato con altre persone. Un altro particolare ha colpito la donna: «In una di queste videochiamate ho notato che questa persona viveva in un luogo particolare, sembrava una baracca. Un posto abbandonato e trasandato. Mi sono spaventata e lo sono parecchio anche adesso». Ma Grazia non si perde d'animo: «Faccio quello che ogni mamma farebbe». La Farnesina segue il caso, fonti del ministero degli Esteri fanno sapere che la famiglia «è in contatto con il nostro consolato generale a Marsiglia che ha competenza anche su Tolone». 

Dall’11 luglio del 32enne non ci sono più tracce. In bici sul cammino di Santiago, Adriano Pacifico scomparso nel nulla: il mistero dei prelievi dal bancomat. Elena Del Mastro su Il Riformista il 18 Luglio 2022.

Aveva deciso di fare un viaggio da solo, un pellegrinaggio in bici, lungo il Cammino di Santiago di Compostela. Adriano Pacifico, cuoco di 32 anni, di Bastiglia, nel modenese, è partito ma di lui si sono perse le tracce l’11 luglio. E l’angoscia cresce giorno dopo giorno, per la mamma e la sorella che sono andate sul posto a cercarlo. Chiedono aiuto sui social e battendo quei percorsi palmo a palmo, inseguendo una pista che è un mistero: i frequenti e piccoli prelievi dal bancomat. La famiglia teme che possa essergli capitato qualcosa di brutto.

Adriano, padre di due bambine, è partito per il viaggio che desiderava fare da tempo da solo. Lui e la madre si sono sentiti diverse volte all’inizio della piccola impresa. L’ultima videochiamata però Adriano l’ha fatta dallo smartphone di qualcun altro. Alla madre ha detto che il suo smartphone si era rotto e che se ne era fatto prestare uno durante il tragitto. Poi aveva aggiunto che forse si sarebbe fermato qualche giorno a Tolone perché non si sentiva bene fisicamente, ma che sarebbe ripartito a breve per la Spagna. “Era triste, quasi piangeva”, dice la donna a Repubblica.

Dopo lunedì 11 luglio poi è iniziato il silenzio assordante che ha messo in angoscia mamma e sorella. Successivamente una telefonata con il ragazzo che aveva prestato il telefono al figlio: “È ripartito in bicicletta da solo, non so altro”. Grazia Mansueto, sempre più preoccupata, chiama ancora quel numero. E la versione cambia: “È andato via con altre persone in bici”. Altri sospetti si fanno largo quando, durante la videochiamata, oltre a inquadrare il giovane che aveva prestato il telefono ad Adriano, si vede il contesto: “Viveva in una specie di baracca “. Un posto con l’aria di essere abbandonato, una stamberga, non uno dei punti di sosta frequentati da pellegrini in cammino per Santiago.

Poi il mistero dei prelievi dal bancomat. Seguendo le sue operazioni bancarie, si è scoperto che il bancomat di Pacifico è stato usato a Tolone: piccoli prelievi, da 20 o 30 euro, fatti a breve distanza l’uno dall’altro. Mamma e sorella sono partite alla volta della Francia cercando disperatamente notizie di Adriano.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi. 

Modenese scomparso in Francia, la polizia valuta segnalazioni. La madre: "Nessuno fa niente". La Repubblica il 20 Luglio 2022.  

Sarebbe stato avvistato vicino ad una stazione di servizio, dove venerdì avrebbe lamentato il fatto di non avere ormai più soldi.

Ci sarebbe una segnalazione che, fra le innumerevoli che stanno circolando  soprattutto in rete, la polizia francese starebbe in questo momento valutando seriamente e che indicherebbe la presenza venerdì scorso in Francia, nella città di Evenos, di Adriano Pacifico, il 32enne modenese partito da Bastiglia, nel Modenese, per raggiungere Santiago di Compostela in bicicletta. Del giovane, cuoco e padre di due figli, si sono perse le tracce l'11 luglio;  la madre Grazia Mansueto si è recata oltralpe dove nei giorni scorsi ha presentato una denuncia per la scomparsa del giovane.

Filippo Fiorini per “la Stampa” il 19 luglio 2022.

Appartengono alla generazione «wanderlust», che in tedesco significa «voglia di viaggiare». Sono giovani, candidi, ecologisti, ripetono parole come «esperienza», «emozioni», e ognuno ha una ragione per partire. Adriano Pacifico diceva di farlo per cercare la pace dei sensi e sulle salite in bicicletta urlava: «Sono libero, libero!». Si considerava un pellegrino, era diretto al santuario di Santiago de Compostela, in Spagna, a 2 mila km dal punto di partenza, casa sua a Bastiglia, Modena. Ha 32 anni, due figlie piccole, era in viaggio da otto giorni, dormiva sempre in tenda: le Apuane, la Riviera di Ponente, la Costa Azzurra. 

Aveva mangiato quello che gli regalavano le parrocchie, i negozianti, i passanti che incontrava; il giorno dopo risaliva sulla bici coi borsoni legati ai parafanghi e il tricolore attaccato dietro. Dopo la tappa di Tolone, è scomparso. L'ultima sua traccia è di lunedì 11 luglio.

Una videochiamata alla madre, Grazia Mansueto. Il morale del ragazzo è basso, ha rotto il cellulare e ne ha chiesto in prestito uno: «Era triste, mi ha detto che stava male per il caldo, che si fermava a riprendersi. Sembrava volesse piangere», racconta adesso la donna, che ha iniziato un'indagine privata insieme al compagno, Antonio, e all'altra figlia, Jessica. Un'indagine che l'ha portata in Francia per smuovere l'inazione della polizia, dove ha seguito la pista di un bancomat utilizzato a 50 km dal punto in cui Adriano ha detto di essere, tre giorni dopo quell'ultima chiamata. 

Un'indagine che oggi la riporta in Italia, per seguire una segnalazione in provincia di Padova. È stremata, ma non smette di cercare. 

Grazia, quando ha sentito per l'ultima volta Adriano?

«Lunedì 11 luglio. Fino ad allora aveva chiamato tutti i giorni, era felice di quel viaggio che aveva preparato a lungo. Mi ha detto che gli era caduto il telefono e l'aveva rotto. Mi ha videochiamato con uno smartphone preso in prestito da un ragazzo. Poi, non abbiamo saputo più nulla. Sono convinta che se non fosse in difficoltà, si farebbe sentire». 

Adriano ha fatto 4 post al giorno sui social durante la prima settimana di viaggio.

L'ultimo è di sabato 9, al confine con la Francia. Crede che le sue difficoltà possano essere incominciate prima di quella vostra telefonata?

«Il telefono lo aveva ancora. Ha scattato altre foto che mi ha mandato il 10 e l'11, ma probabilmente non ha avuto tempo di pubblicarle on line». 

Lei ha detto di aver avuto una brutta impressione del ragazzo che gli ha prestato il cellulare.

«L'ho richiamato per avere notizie e si è contraddetto. Diceva di essere francese, ma in realtà è algerino. Prima mi ha detto che Adriano era ripartito solo e dopo sosteneva fosse andato via con altri cicloturisti. Nella videochiamata ho visto dove si trovava, era una baracca». 

Quando è partita per la Francia?

«Venerdì scorso, il 15, abbiamo visto che la carta di Adriano era stata usata per effettuare piccoli prelevamenti a Tolone e Aubagne, fuori Marsiglia. Ho chiamato la polizia in Francia e mi hanno detto che, per avere informazioni, sarei dovuta andare lì. Sabato sono partita con Antonio. Abbiamo trovato lo sportello dove è stato fatto l'ultimo prelevamento. Abbiamo sporto denuncia anche in Francia, ho dovuto supplicarli perché la accettassero. Adesso speriamo che guardino le telecamere per capire se è veramente lui o chissà chi». 

Ha incontrato qualcuno che abbia visto Adriano?

«No. Marsiglia è una metropoli, noi siamo allo sbaraglio, è veramente dura. Abbiamo girato le strade con la sua foto, siamo entrati in tutti i posti dove credevamo potesse essere andato: un bar, un take-away di kebab, un negozietto come quelli che frequentava per risparmiare qualche soldo, niente». 

Ora sta rientrando in Italia?

«Voglio tenere i piedi per terra, ma mi ha scritto una ragazza. È convinta al 90% di aver visto Adriano a Ospedaletto, in provincia di Padova. Ha descritto la sua bici, la bandiera italiana attaccata dietro, gli occhiali a specchio. Non posso che pregare e continuare a cercarlo».

Adriano Pacifico, la segnalazione dalla Francia: “Lo abbiamo visto, è senza soldi”. Debora Faravelli il 20/07/2022 su Notizie.it.

Un uomo ha affermato di aver visto Adriano Pacifico in Francia: la madre è pronta a partire per la Provenza. 

Potrebbero esserci novità sul caso di Adriano Pacifico, il giovane modenese scomparso lungo il Cammino di Santiago: la polizia francese starebbe valutando seriamente la segnalazione di una persona secondo cui, venerdì scorso, il ragazzo si sarebbe trovato in Francia.

Adriano Pacifico in Francia: la segnalazione

Stando alla segnalazione, Pacifico sarebbe stato visto nei pressi di una stazione di servizio, dove avrebbe lamentato il fatto di non avere ormai più soldi. Gli sarebbe quindi stata data una bottiglia d’acqua e, successivamente, avrebbe anche chiesto l’elemosina in zona domandando soldi e sigarette.

L’avvistamento é avvenuto dalle parti di Evenos quando la sua famiglia ha segnalato la sua scomparsa. Inizialmente scettico, quando gli si è parlato di una bicicletta con dei bagagli e una bandiera italiana, un dipendente del panificio Le Moulin d’Ivaldi è sicuro di averlo visto e lo ha riconosciuto da un’immagine pubblicata sui media.

La madre Grazia Mansueto ha annunciato di essere pronta a tornare in Francia. “Sono distrutta senza lui: mi sento una fallita a non averlo riportato a casa come avevo promesso ai miei cari. Tornerò quanto prima in Francia per cercarlo. Finché ero lì lo sentivo, lo percepivo, ora a casa mi sento vuota: come me se lo avessi abbandonato”, ha dichiarato.

Da bologna.repubblica.it il 21 luglio 2022

Buone notizie per Adriano Pacifico, il 32enne di Bastiglia (Modena) che era partito per il cammino di Santiago e non aveva dato più tracce di sé dall'11 luglio, dopo una videochiamata con la madre che aveva fatto denuncia alla polizia ed era andata in Francia a cercarlo. Il 19 luglio ha firmato un registro di un ostello "il riposo dei pellegrini" a Saint Gilles e poi è ripartito verso Montpellier. 

"E' accaduto tutto quello che i familiari degli scomparsi si augurano", commenta l'avvocato Barbara Iannuccelli, che attraverso l'associazione Penelope assisteva la sorella di Adriano. 

"Avere un segnale, una prova che il proprio figlio stia bene, che non gli sia accaduto niente di male. La grande preoccupazione era dopo la videochiamata dell'11 luglio: da quel momento nessun contatto. Adesso sappiamo che è vivo, sta bene.

E' andato in ostello, anche una donna in una boulangerie ha detto che l'ha visto tranquillo e sorridente. E' accaduto questo miracolo, uno su un milione, di rassicurare i familiari. Ora le ragioni di quest'isolamento dalla famiglia rimangono un fatto privato, ma tecnicamente non è più una scomparsa".

·        Il giallo di Walter Pappalettera.

Da “il Giornale” il 19 luglio 2022.

Picchiato senza pietà, fino ad ucciderlo. È caccia ai killer di Walter Pappalettera, il 41enne massacrato domenica pomeriggio nel suo box in via Garzarolli, nel quartiere di Sant' Anna a Gorizia.

La vittima, che aveva problemi di tossicodipendenza, era imparentato con un noto imprenditore edile, che è scomparso una decina di anni fa ed era molto apprezzato e amato in città. È proprio nel mondo della droga che si starebbero cercando gli assassini, inizialmente si è pensato a una banda che si è vendicata per uno sgarro subito o una dose non pagata. 

Dai primi riscontri Pappalettera sarebbe stato vittima di un pestaggio poco dopo le 17 all'interno del suo garage. Dopo essere stato aggredito a calci e pugni sarebbe stato colpito anche con un corpo contundente, come svelerebbero le aveva ecchimosi sul volto e una profonda ferita lacerocontusa che aveva sulla fronte.

Due pattuglie della polizia domenica sono giunte per prime in via Garzarolli dopo che una passante che aveva notato quell'uomo agonizzante terra, riverso con il volto sul pavimento e aveva lanciato immediatamente l'allarme.

Subito sono arrivati anche i sanitari, a bordo di un'ambulanza, ma nonostante l'uomo fosse ancora in vita, le sue condizioni sono apparse subito gravissime. I medici hanno cercato di rianimarlo per diverso tempo, ma senza nessun risultato e alla fine non hanno potuto far altro che arrendersi. 

Sul corpo di Pappalettera sarà effettuato nei prossimi giorni l'esame autoptico, già disposto dal pm Laura Collini, che servirà a chiarire l'esatta causa del decesso. Sembrerebbe che la vittima sia stata anche torturata prima di ridurla in fin di vita.

La polizia scientifica e gli agenti della questura, coordinati dalla Procura della Repubblica, hanno effettuato i rilievi nel box per cercare riscontri, impronte digitali e tutti quei dettagli che potrebbero essere utili alla indagini. 

Hanno anche sequestrato le immagini di alcune telecamere presenti in zona e verranno condotti accertamenti sul traffico telefonico in entrata e in uscita del 41enne, per capire se domenica pomeriggio avesse appuntamento con qualcuno o se invece non sia stato sorpreso da quelli che poi sono divenuti i suoi assassini. 

In Procura è stato aperto un fascicolo per omicidio. Inizialmente si era parlato di cinque-sei persone quali autori del pestaggio, poi invece le ricerche si starebbero concentrando su due, che hanno fatto perdere le tracce dopo la violenta aggressione. Il 41enne viveva in quell'appartamento con i suoi genitori.

Avrebbe avuto dipendenza dalla droga, ma non ha precedenti e secondo la polizia in passato non risulta abbia avuto rapporti con la criminalità. Nel quartiere sono tutti sconvolti e nessuno si sa dare una spiegazione dell'accaduto. 

Per la delicatezza del caso e per non compromettere le indagini la squadra mobile fa sapere che l'attività investigativa al momento non consente la divulgazione di ulteriori informazioni, neanche sul possibile movente. Si indaga a 360 gradi e, anche se la pista prioritaria sembra quella collegata all'uso di droga che faceva la vittima, anche tutte le altre vengono battute dalla squadra mobile.

È un giallo il massacro di Gorizia. Torturato e massacrato a morte, è caccia alla banda per l’omicidio di Walter Pappalettera. Vito Califano su Il Riformista il 18 Luglio 2022. 

Walter Pappalettera è stato picchiato selvaggiamente, torturato e ucciso. Aveva 41 anni, di Gorizia. Il suo corpo è stato ritrovato all’interno di un garage di via Garzarolli, quartiere Sant’Anna del capoluogo isontino. Sul posto sono intervenuti il 118 che ha tentato di rianimare l’uomo, la Polizia Scientifica e gli agenti della questura coordinati dalla Procura della Repubblica.

Nessuna traccia del colpevole o dei colpevoli. Il cadavere straziato è stato ritrovato nel garage di proprietà della vittima in via Garzarolli 115 a Gorizia il pomeriggio di ieri, domenica 17 luglio. Quando è stato ritrovato l’uomo era ancora in vita, forse nella fase finale di una lunga agonia, ma i numerosi tentativi di rianimazione del personale sanitario non sono riusciti a salvarlo. Sulla vicenda indaga la Squadra Mobile.

Pappalettera era nipote di un noto imprenditore edile. Era nato ed era residente nel capoluogo isontino. “La causa del decesso del 41enne, che presentava delle ecchimosi al volto ed una ferita lacerocontusa sulla fronte, sarà chiarita dall’esame autoptico che verrà disposto dall’Autorità Giudiziaria titolare dell’indagine”. Il comunicato della Procura di Gorizia definisce “prematura ogni altra considerazione sull’accaduto”.

È caccia all’aggressore intanto, o meglio agli aggressori visto che si parla di una banda di cinque, sei persone che ha fatto perdere le sue tracce. Secondo quanto ricostruito finora dal magistrato di turno, e riportato dall’Ansa, l’uomo è stato soccorso “a seguito di una segnalazione di un passante, che l’aveva notato riverso a terra nella propria rimessa per le auto, presumibilmente aggredito da delle persone”.

Pappalettera sarebbe stato massacrato di botte, a calci e pugni, forse colpito anche con un oggetto contundente. Nonostante lo stretto riserbo delle indagini, trapela da Il Corriere della Sera che il 41enne avrebbe sofferto di problemi di dipendenza da sostanze stupefacenti. Non risultano precedenti ne rapporti con la criminalità. Al momento quello di Gorizia è un giallo, un episodio truculento che ha sconvolto la comunità.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

·        Il giallo di Rosario Lamattina e Gianni Valle.

Il giallo dei due ristoratori italiani trovati morti. L'ipotesi: una lite tra soci e un omicidio-suicidio. Daniel Mosseri il 14 Luglio 2022 su Il Giornale.

I corpi trovati dalla polizia nel seminterrato del locale chiuso dall'interno.

Come sono morti i due ristoratori? È questa la domanda che si pone lo Stüttgarter Zeitung, giornale di Stoccarda, la capitale del Baden-Württemberg. Nella città tedesca, in cui hanno sede Mercedes e Porsche, i corpi di due osti italiani sono stati rinvenuti nel seminterrato del Valle, un ristorante italiano nel centro cittadino, a metà strada fra la stazione centrale e la locale università.

È stata la polizia a rinvenire i due corpi a seguito della segnalazione di un famigliare delle due vittime, preoccupato per il prolungato silenzio. Le forze dell'ordine hanno dovuto sfondare la cantina che era stata chiusa dall'interno. Qui, immersi in un lago di sangue, c'erano i corpi senza vita di Gianni Valle, il proprietario del locale, e del suo socio e amministratore dell'azienda, Rosario Lamattina, entrambi 53enni. Valle gestiva anche altri locali in città. Giunta sul posto, la scientifica ha rilevato la presenza su entrambi i corpi di numerosi colpi di arma da taglio: il che fa pensare che uno dei due uomini abbia ucciso l'altro per poi togliersi la vita, oppure che ciascuno sia rimaste vittime delle ferite inferte dall'altro. Secondo lo Stüttgarter Zeitung, oltre che soci in affari, i due uomini erano amici intimi, ciascuno padrino dei figli dell'altro. La circostanza che il locale seminterrato fosse chiuso da dentro ha fatto invece escludere l'intervento di altre persone. Sembra che Valle avesse già venduto una delle sue due pizzerie e volesse cedere anche la seconda e forse i due soci si erano incontrati per un chiarimento sfociato in una feroce lite. La vicenda è di tutt'altra natura rispetto a un'altra tragedia che ha coinvolto dei connazionali morti in un ristorante in Germania: è la strage di Duisburg. Il 15 agosto del 2007, sei italiani persero la vita dopo una sparatoria davanti al ristorante Da Bruno della città renana e la strage fu attribuita a una faida tra due opposte ndrine calabresi.

A Roccagorga, paesino d'origine di Valle, tutti lo ricordano come un gran lavoratore. «Giovanni era praticamente nato nel bar dello sport che si trovava in piazza e che è stato gestito per decenni dai genitori» racconta la gente del posto. La scelta di trasferirsi in Germania è di molti anni fa: dopo decenni di lavoro la storica famiglia di commercianti del piccolo paese, decise di dividersi per cercare fortuna all'estero e così Giovanni scelse Stoccarda insieme ad uno dei due fratelli (l'altro risiede tutt'ora a Latina) e alla sorella che lo seguirono nel tentativo di cambiare vita.

Poi, dopo la morte del papà, anche la mamma dell'uomo decise di trasferirsi in Germania. «A Roccagorga - raccontano in Paese - tornano per qualche occasione speciale ma sono ancora molto conosciuti».

Ferite da arma da taglio e segni di violenza sui due corpi. Ristoratori italiani uccisi in Germania, è giallo sulle morti di Rosario Lamattina e Gianni Valle. Vito Califano su Il Riformista il 13 Luglio 2022. 

I corpi di Rosario Lamattina e di Gianni Valle sono stati trovati nella sala del ristorante “Valle”. È il giallo che arriva da Stoccarda, Germania, e che riguarda un ristoratore italiano e il suo socio anche lui italiano. Su entrambi i cadaveri sarebbero stati ritrovati ferite, segni di violenze e da arma da taglio. Sul caso indagano gli inquirenti tedeschi che starebbero prendendo in considerazione diverse piste.

Rosario Lamattina è originario di Caggiano, piccolo comune in provincia di Salerno, aveva 53 anni. Si era trasferito oltre trent’anni fa in Germania. Aveva aperto diversi locali e assunto tanti giovani emigrati dal Vallo di Diano e del Tanagro, come ricostruisce L’Occhio di Salerno. Valle invece era abruzzese, anche lui 53enne. Il primo aveva gestito per diversi anni il “Perbacco” di Tübinger Strasse, a Stoccarda, l’altro proprio il ristorante omonimo.

Entrambi erano uomini di affari conosciuti e inseriti nell’economia della città tedesca. I corpi sono stati ritrovati nel tardo pomeriggio di lunedì scorso. Ad allertare le forze dell’ordine sarebbe stato testimone, che dopo aver sentito strani rumori provenire dal seminterrato della Geschwister-Scholl-Strasse ha lanciato l’allarme. I corpi sono stati trovati nella cantina del ristorante “Valle”. La porta del seminterrato era chiusa dall’interno. La polizia è al lavoro per ricostruire la vicenda al momento ancora misteriosa.

I familiari di Lamattina sono partiti nelle scorse ore per raggiungere la Germania. Sui corpi sarà eseguita nelle prossime ore l’autopsia. Il quotidiano locale Stuttgarter Zeitung scrive di ferite di arma da taglio e violenze sui corpi dei due uomini. Tantissimi e senza risposta i quesiti sulle cause dei due decessi. Gli inquirenti non escludono alcuna pista, comprese quelle dell’omicidio-suicidio, della lite culminata in tragedia o della spedizione punitiva.

Il precedente che torna subito in mente mette i brividi: quello della strage di Duisburg del Ferragosto del 2007, quando davanti a un ristorante italiano vennero freddate sei persone nell’ambito di una faida di ‘ndrangheta tra la ‘ndrina dei Nirta-Strangio e la ‘ndrina dei Pelle-Vottari. La faida conosciuta come faida di San Luca, dal nome dell’omonimo comune in provincia di Reggio Calabria, era esplosa nel 1991.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

·        Il mistero di Andrea Mirabile.

Lara Sirignano per corriere.it il 26 luglio 2022.

C ‘è una rogatoria internazionale in Egitto nell’agenda dei pm di Palermo che indagano sulla morte di Andrea Mirabile, il bimbo palermitano di 6 anni che ha perso la vita a Sharm El Sheik il 2 luglio, mentre era in vacanza con i genitori in un resort. Un viaggio, quello della Procura, che indaga per omicidio colposo a carico di ignoti, che aiuterebbe gli inquirenti a ricostruire gli ultimi giorni di Andrea: dall’arrivo a Sharm, il 26 giugno, ai primi sintomi di quella che i medici egiziani hanno definito una intossicazione alimentare, fino al decesso. 

La Procura — l’inchiesta è coordinata dall’aggiunto Ennio Petrigni e dal pm Vittorio Coppola — avrebbe intenzione di acquisire tutta la documentazione medica rilasciata dall’ospedale di Sharm in cui Andrea è morto e in cui è stato ricoverato, fino al trasferimento a Palermo con un volo-ambulanza, il padre, Antonio Mirabile, che ha avuto gli stessi sintomi del figlio e ha riportato danni ai reni e al cuore.

Meno gravi le condizione della madre, Rosalia Manosperti, incinta di 5 mesi, guarita dopo due giorni. Ma distrutta dopo la perdita del bimbo. I magistrati italiani hanno, inoltre, intenzione di sentire una serie di testimoni: dai medici dell’ospedale di Sharm che hanno avuto in cura Mirabile e hanno cercato di soccorrere Andrea, arrivato in fin di vita, al personale del Sultan Garden, il resort di lusso in cui la famiglia alloggiava.

La coppia, sentita venerdì scorso dalla polizia delegata dai pm, ha ribadito di aver mangiato solo all’interno della struttura. Una circostanza che gli inquirenti vogliono verificare dal momento che nessun altro ospite dell’albergo ha avuto sintomi da intossicazione. Andrea e i suoi sarebbero stati gli unici a essersi sentiti male: dato che ha fatto sorgere dubbi sulla causa della morte del bambino. E a dipingere altri scenari e ipotizzare altre cause della tragedia sono anche i medici del Policlinico di Palermo che hanno avuto in cura Antonio Mirabile e che, per i sintomi denunciati e i danni riportati dal paziente, hanno parlato di intossicazione da contatto o ambientale. 

Il caso, già molto difficile, potrebbe ulteriormente complicarsi perché sulla vicenda, secondo quanto prevede il codice penale, potrebbe scattare la giurisdizione egiziana, determinata dal fatto che il presunto responsabile della morte di Andrea si trova in uno Stato estero, in Egitto cioè. In questo caso l’autorità giudiziaria italiana può comunque svolgere indagini — è già stata effettuata una autopsia sul corpo del bambino — e compiere la rogatoria, ma se il fascicolo non fosse più a carico di ignoti e si procedesse a una iscrizione nel registro degli indagati, il caso passerebbe all’Egitto.

«Per noi è comunque fondamentale aver ottenuto una nuova autopsia dopo quella eseguita a Sharm, che, quanto a osservanza dei parametri medico-legali, aveva sollevato non pochi dubbi» ha detto l’avvocato Filippo Polizzi, legale dei Mirabile. La coppia, dopo le dimissioni di Antonio, è tornata a casa. Ancora chiusi nel loro dolore i genitori di Andrea cercano di recuperare un po’ di serenità.

Bimbo morto a Sharm, la procura sentirà i genitori: «Dubbi sull'intossicazione alimentare». Lara Sirignano su Il Corriere della Sera il 15 luglio 2022.

I magistrati pensano che le cause della morte del piccolo e del grave malore del padre possano essere altre. Gli elementi che non tornano: i sintomi e il fatto che nessun altro nel resort sia stato male. Domani i funerali del piccolo Andrea. 

Potrebbero essere sentiti dai magistrati palermitani già all’inizio della prossima settimana Rosalia Manosperti e Antonio Mirabile, i genitori del piccolo Andrea, morto a sette anni a Sharm el-Sheikh , il due luglio scorso, mentre era in vacanza in un resort con la famiglia. I pm del capoluogo siciliano che indagano sul decesso — una inchiesta è stata aperta anche dalla Procura egiziana — attendono, prima di sentire la coppia, che siano celebrati i funerali di Andrea, fissati per domani alle 10 nella chiesa di San Basilio.

Una testimonianza essenziale quella dei due genitori che dovranno ricostruire tutto ciò che hanno fatto dall’arrivo a Sharm, il 26 giugno: luoghi ed eventuali locali frequentati e persone incontrate. L’esigenza della Procura, coordinata dall’aggiunto Ennio Petrigni, è avere un quadro chiaro soprattutto alla luce del sospetto che la causa del decesso del bambino possa non essere stata un’intossicazione alimentare.

La tesi, sostenuta anche dai medici egiziani che hanno tentato di curare Andrea, non convince molto gli inquirenti per diversi motivi. Innanzitutto: i sintomi denunciati. Né il piccolo né i suoi familiari, che pure sono stati male, avrebbero avuto dissenteria, tipica manifestazione dell’intossicazione. Al padre, poi, al ricovero a Palermo dopo il trasferimento dall’Egitto con un volo ambulanza, sono state diagnosticate una insufficienza renale e una infezione alle vie urinarie e non problemi intestinali. «Il paziente — dicono dal policlinico di Palermo — ha avuto i sintomi di una intossicazione che potrebbe essere ambientale o da contatto».

Nessuno poi nel resort in cui la famiglia alloggiava, il Sultan Garden, avrebbe avuto disturbi legati al cibo. Solo Andrea e i genitori — in particolare il padre che verrà dimesso oggi — hanno avuto problemi di salute. I Mirabile avrebbero raccontato ai familiari di aver mangiato nel ristorante à la carte dell’albergo e non al buffet. I legali della coppia — gli avvocati dello studio Giambrone & partners — chiederanno al resort le immagini delle telecamere interne, che dovrebbero chiarire cosa hanno cenato e il loro stato di salute, fugando i dubbi sollevati da fonti egiziane che hanno riferito che la coppia avrebbe avuto sintomi ben prima del momento in cui si è recata alla guardia medica. Ma, dicono gli inquirenti, i genitori di Andrea non sono stati certamente i soli a cenare à la carte, ed è comunque strano che nessun altro si sia sentito male. Interrogativi che non sono stati sciolti ancora dalle due autopsie eseguite sul corpo del bambino. Né quella fatta a Sharm, i cui esiti non saranno noti prima di uno-due mesi, anche se le autorità locali hanno fatto sapere che accelereranno i tempi, né quella fatta a Palermo. Per conoscerne i risultati si dovrà aspettare infatti i risultati degli esami sui campioni degli organi prelevati.

Laura Anello per “La Stampa” il 16 luglio 2022.

Per giorni hanno cercato di capire che cosa abbia mai mangiato il piccolo Andrea Mirabile, sei anni, per morire a Sharm el-Sheik nell'arco di trentasei ore, in preda a dolori allo stomaco e sempre più debole. 

Adesso gli inquirenti della procura di Palermo - che indagano parallelamente a quelli egiziani - ipotizzano che non di intossicazione alimentare si sia trattato, ma di una forma di avvelenamento, forse «da contatto». 

Il cuore del giallo non sarebbe più che cosa ha mangiato Andrea (e con lui suo padre Antonio, finito in rianimazione e adesso fuori pericolo, e limitatamente la madre Rosalia Manosperti, che ha avuto lievi sintomi) ma che cosa abbia potuto toccare o inalare. E dove lo abbia potuto fare, in una vacanza organizzata, dove i tempi sono contingentati e le esperienze comunque standardizzate a misura di famiglia.

Ancora solo ipotesi, nell'attesa di ascoltare i genitori lunedì e di passare in rassegna con loro tutti gli spostamenti che hanno fatto durante la vacanza nel resort cinque stelle «Sultan Garden», una vacanza cominciata il 26 giugno in salute e conclusa il 2 luglio con la morte di Andrea e il ricovero del padre. 

Sono ancora solo supposizioni, perché le prime vere risposte arriveranno con l'autopsia, fatta sia in Egitto che a Palermo, i cui risultati arriveranno non prima di un mese, probabilmente due. Supposizioni che si basano su alcuni elementi. Primo: padre e figlio non avrebbero avuto dissenteria (tipica manifestazione di intossicazione alimentare), come si era detto nei primi giorni. Il padre, al momento del ricovero, non aveva danni a carico dell'intestino, ma insufficienza renale e un'infezione alle vie urinarie.

Secondo: nessun altro ospite del resort ha avuto sintomi di alcun tipo, pur avendo mangiato negli stessi ristoranti dove ha mangiato la famigliola palermitana. I Mirabile hanno raccontato di avere mangiato à la carte e non al buffet, ma non sarebbero stati i soli. 

Dall'Egitto trapelano dubbi sul fatto che la famiglia sia stata male ben prima di rivolgersi alla guardia medica, contro cui i legali hanno sporto denuncia. Sono state 36 le ore di malessere o sono stati tre lunghi giorni? E su questo probabilmente sarà battaglia. Per questo gli avvocati dello studio Giambrone & partners, incaricati di seguire il caso in tutti i suoi aspetti penali e civili, chiederanno di acquisire le immagini delle telecamere interne del resort per acquisire - oltre che prova di ogni spostamento - indicazioni sulle condizioni di salute di Andrea e dei genitori.

Ma anche uno stato di apparente benessere potrebbe essere opinabile: ci sono infezioni, intossicazioni, avvelenamenti che scatenano i loro effetti in modo non immediato. Solo gli esami tossicologici sul cadavere potranno parlare. Mentre è da chiarire anche la voce di una gita in barca che la famiglia avrebbe fatto allontanandosi dal resort, ma si tratterebbe sempre di gite organizzate e strettamente controllate. 

Che cosa avrà mai potuto incontrare Andrea sul suo cammino o nelle acque del Mar Rosso? Gli inquirenti si aspettano di dipanare molti dubbi ascoltando i genitori, nonostante i legali abbiano fatto sapere che la madre - incinta al quarto mese di una bambina - non riesce neanche a parlare con i familiari.

La donna è passata in pochi giorni dalla gioia di una vacanza, con il suo bambino che si divertiva tra le piscine dell'albergo e i giochi, al peggiore dei lutti e all'angoscia per il marito, anche lui nei primi giorni in pericolo di vita. 

È stata lei a lanciare un appello alle autorità italiane perché consentissero il rientro in Italia del coniuge con un aereo-ambulanza attrezzata per il trasporto di malati gravi. Il cadavere di Andrea è tornato invece con un aereo di linea da solo, tragico contrappasso a quel gioioso decollo fatto in tre alla volta dell'Egitto.

·        Il mistero di Attilio Dutto.

Cuneo, una bomba sotto l’auto: così morì Attilio Dutto. Federico Ferrero su Il Corriere della Sera l'11 luglio 2022.

Era un ricco imprenditore ed era stato anche presidente del Cuneo calcio. A stroncare la sua vita fu un attentato. Inutilmente fu battuta ogni pista: passionale, criminale, della vendetta.

Attilio Dutto aveva 48 anni

Per i canoni della società cuneese, a prima vista Attilio Dutto rappresentava un esempio di laboriosità e di intraprendenza: presidente del consiglio di amministrazione della società Euroleasing, titolare di una finanziaria dal nome suggestivo (si chiamava «Sfida» e si era specializzata nel ramo dei prestiti vincolati all’acquisto di veicoli e immobili), impresario edile con particolari interessi in Costa Azzurra e a Monte Carlo, viveva nell’agio.

Girava in Rolls Royce

Sposato, una figlia che portava la versione femminile del suo nome, Dutto aveva pure rilevato il pacchetto di maggioranza di un’azienda di vernici conosciuta a livello nazionale (la Paramatti, già posseduta da Michele Sindona) e sembrava non accontentarsi mai. I suoi interessi sconfinavano in tutto ciò che poteva sembrargli vantaggioso e, in contrasto con la mentalità del posto, non nascondeva né i suoi mezzi — sua era l’unica Rolls Royce della città né un carattere incline a non accettare sconfitte, che fossero professionali o anche solo al bar al gioco delle carte. «A lui piaceva solo vincere», raccontavano gli amici. Per non farsi mancare nulla, era anche stato presidente del Cuneo calcio.

L’attentato

A fermare la sua smania di accumulo, un attentato di quelli che, a Cuneo, non si erano mai visti. Il mattino del 21 marzo 1979, poco dopo le dieci del mattino, Attilio Dutto, 48 anni, uscì dalla casa di viale Angeli 23. Aprì la sua Bmw e girò la chiavetta di accensione. Due chili di esplosivo montati sotto l’automobile lo fecero saltare in aria e fu solo per caso che una scolaresca, appena transitata da quelle parti, non venne investita dallo scoppio. Stessa cosa per un gruppo di operai della ditta telefonica incaricata di sistemare dei cavi. Il botto danneggiò solo cose, automobili e vetrine.

La sua morte

L’imprenditore arrivò vivo in ospedale ma, tra traumi e schegge, non ci fu modo di salvargli la vita. Di automobili cariche di gelatina esplosiva alla nitroglicerina, in quegli anni, in Italia se ne trovavano in abbondanza. Non solo: a un’ora appena dall’attentato, una telefonata anonima all’Ansa di Torino rivendicò l’attentato da parte delle Brigate rosse. Ma non aveva alcun senso: perché Dutto sarebbe dovuto essere un obiettivo sensibile per un movimento terrorista di stampo politico?

I dubbi

La sua attività pubblica era inesistente, faceva solo affari a scopo di lucro personale. Il procuratore Sebastiano Campisi, difatti, si concentrò su una pista più sostanziosa: una vendetta privata da parte di ambienti malavitosi. La possibilità che Dutto avesse messo in piedi qualche business spregiudicato, in compagnia di soci poco raccomandabili, era emersa dalle sommarie informazioni raccolte da testimoni e conoscenti della vittima. Quel «pelo sullo stomaco spesso così» di cui si vociferava in città sembrava non essere solo la voce dell’invidia di provincia per quello che ce l’aveva fatta e non si vergognava di ostentarlo.

Il precedente

Si venne a sapere, poi, che già nel 1972 qualcuno aveva provato a ucciderlo, peraltro con modalità simili: una bomba molto meno sofisticata di quella del 1979, malamente agganciata alla sua vettura, era caduta in mezzo a corso Nizza, a Cuneo, ed era rimasta inesplosa. Per essere un attentato mafioso, tuttavia, le modalità suscitavano alcuni interrogativi: perché rischiare di uccidere la compagna Anna, ragazza di vent’anni più giovane di lui, che spesso usava quella vettura, o incolpevoli passanti? Non sarebbe stato più logico usare un’arma da fuoco, giacché di Dutto si conosceva il domicilio e che l’uomo non prendeva alcun tipo di precauzione?

L’ipotesi del folle

Vagliata e abbandonata anche l’ipotesi di un folle, si tentò di costruire un’indagine per delitto passionale ma pure quella non trovò riscontri. Dutto era sì separato e viveva con un’altra donna, ma non risultò alcunché di significativo.

L’ipotesi della vendetta

Un altro filone si dedicò a una possibile vendetta per alcuni affari a Mentone — cantieri edili, ça va sans dire—. Più che su notizie o soffiate, la pista si reggeva sul tipo di ordigno usato per ucciderlo. Era una bomba usata dall’Oas, l’Organisation de l’armée secrète che, nel decennio precedente, aveva compiuto attentati in Algeria per evitare che lo Stato africano si emancipasse dal controllo francese. Nulla da fare, però.

La chiusura delle indagini

Dopo due anni, l’indagine venne chiusa con la solita promessa che non ci si sarebbe dimenticati di quell’orribile esecuzione. Invece andò proprio così: non c’era, né mai c’è stata, maniera di imbastire alcun processo, né anche solo di dipingere uno sfondo credibile per la morte violenta di Attilio Dutto.

Solo silenzio

Nessuno si è mai fatto avanti per fornire informazioni utili. Solo suggestioni: negli anni, amici e conoscenti raccontarono della sua passione per il gioco d’azzardo e di un suo amico cuneese dal carattere similmente intraprendente e viveur, tale Flavio Briatore, che lo accompagnava a puntare al casinò. Forse pagato dalla casa da gioco per attirare clienti danarosi, forse no: l’interessato, peraltro, ha sempre negato di aver avuto a che fare con Dutto. La Euroleasing, poi, era una creatura di Lorenzo Streri, altro imprenditore cuneese molto chiacchierato, che sparì nel 2001 a Santo Domingo con una bella fetta del patrimonio societario. Con i «collegamenti» non si costruisce un’indagine penale. Semmai, si innesca una bomba al plastico.

·        Il mistero del marchese Camillo Casati Stampa di Soncino.

"Si amavano, ma poi lui...". Così il 'candaulesimo' divenne delitto. Francesca Bernasconi il 12 Luglio 2022 su Il Giornale.

Nell'agosto del 1970 l'omicidio-suicidio compiuto dal marchese Casati Stampa provocò uno dei più grandi scandali italiani. Lo scrittore Davide Amante: "Ma tra i due c'era una grande storia d'amore". 

Era una calda domenica di fine agosto del 1970. Quella sera Alda Balestra, allora sedicenne, veniva incoronata Miss Italia, Jimi Hendrix faceva il suo ultimo assolo e I clowns di Federico Fellini veniva presentato alla trentunesima edizione del Festival del Cinema di Venezia. La stessa sera, il 30 agosto 1970, mentre Roma era immersa nel silenzio dell’estate che svuota le grandi città, in un attico all’ultimo piano di un palazzo in via Puccini 9, si consumò il delitto che finì sulle prime pagine di tutti i giornali dell’epoca.

Protagonisti della tragedia furono il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, 45 anni, la moglie Anna Fallarino, 41, e lo studente Massimo Minorenti, uccisi dai colpi di un fucile Browning calibro 12. Risultò chiaro fin da subito che a sparare era stato il marchese Casati Stampa, che dopo aver assassinato la moglie e il ragazzo puntò il fucile verso se stesso e fece fuoco.

Una vicenda che coinvolse alcune delle personalità più conosciute del tempo e che per lungo tempo rimase al centro delle cronache. Anche perché i dettagli che emersero dopo la tragedia trasformarono un lineare omicidio-suicidio nello scandalo del secolo. Ma non tutto è come sembra: "In realtà, a mio avviso, dietro c’era una grande storia d’amore", ha rivelato a ilGiornale.it lo scrittore Davide Amante, autore del libro L’affaire Casati Stampa, che racconta le vicende dei marchesi e il triste epilogo.

Camillo, Anna e Massimo

Il delitto di via Puccini, una strada a due passi da Villa Borghese, in uno dei quartieri più popolari di Roma, maturò nell’ambiente della nobiltà romana e milanese, quella del lusso, delle vacanze su isole private, dei gioielli e delle feste esclusive. Camillo apparteneva alla famiglia degli Stampa di Soncino, una casata patrizia che si era poi unita a quella dei Casati. Figlio di secondo letto di Camillo I, celebre per la ricchezza e la mondanità, e dell’americana Anna Ewing Cockrell, negli anni Cinquanta si era sposato con Letizia Izzo, ex ballerina di avanspettacolo, e aveva avuto una figlia, Annamaria. Il marchese possedeva diverse case, tra cui l’attico in via Puccini a Roma e palazzo Soncino a Milano, un castello, qualche barca, la villa di Arcore e quella sull’isola di Zannone, dove spesso passava l’estate. 

Anna Fallarino, classe 1929, era arrivata a Roma all’età di soli 17 anni, quando aveva lasciato il suo paese in provincia di Benevento per cercare fortuna altrove. Nella Capitale la aspettava uno zio e presto trovò lavoro come commessa. Poco tempo dopo, però, Anna ottenne lavoro come modella e recitò in qualche film come comparsa. La sua apparizione più celebre fu quella nel film Tototarzan: "Come ti chiami?", le chiede Totò. "Ranocchia", risponde lei. "Allora senti Ranocchia - ribatte l’attore - andiamo a fare un girino". Poi la carriera cinematografica di Anna si interruppe. Nel 1950, la Fallarino sposò Peppino Drommi, che possedeva una piccola industria alimentare.

Fu nell’ambiente lussuoso delle feste e dei ricevimenti esclusivi, che i mondi di Camillo e Anna si incontrarono. Era il 1955, quando i due si videro per la prima volta, durante una festa organizzata da Casati Stampa, che era amico di Peppino Drommi. Qualche anno dopo, durante un viaggio in Costa Azzurra, Peppino e Camillo avevano deciso di spostarsi, insieme alle rispettive mogli, al Pirata di Cap Martin, per passare la serata. Lì incontrarono Porfirio Rubirosa, noto playboy del tempo, che iniziò a importunare Anna, scatenando la reazione di Peppino, ma soprattutto quella del marchese Casati Stampa.

Fu l’inizio della storia d’amore tra Anna e Camillo, che nel 1959 ottennero l’annullamento dei rispettivi matrimoni da parte della Sacra Rota. E nel 1961 si sposarono in chiesa, un anno dopo essersi uniti civilmente. I marchesi andarono ad abitare al numero 9 di via Puccini, a Roma, in un attico di due piani affacciato su villa Borghese. Per anni, la vita di Anna e Camillo trascorse tra feste, battute di caccia e soggiorni sull’isola di Zannone. Poi, nel 1970, Anna conobbe Massimo Minorenti, uno studente di Scienze politiche. Di lì a poco il mondo dei marchesi, inaccessibile agli occhi della maggior parte delle persone, imploderà, spazzando via tre vite, stroncate dai colpi di un fucile.

Il delitto di via Puccini 

"Nella notte sono stati scoperti in via Giacomo Puccini 9 a Parioli i corpi senza vita del marchese Camillo Casati Stampa di Soncino [...] della moglie Anna e di un giovane non ancora identificato. Secondo la prima ricostruzione, il marchese avrebbe scoperto la moglie in compagnia dell’uomo nel salotto dove sono poi stati trovati i tre cadaveri". Così l’Unità dava la notizia dell’omicidio-suicidio compiuto dal marchese in via Puccini 9, il giorno precedente.

Camillo Casati Stampa si trovava a Valdagno, in Veneto, ospite di alcuni amici. La sera prima dell’omicidio, il marchese aveva ricevuto alcune telefonate ed era sembrato nervoso e agitato, tanto che la mattina successiva, dopo aver abbattuto diverse anatre, aveva deciso di tornare a casa. Erano circa le 18 quando Casati Stampa arrivò in via Puccini. Lì arrivò anche la figlia Annamaria, ma non venne ricevuta dal padre che, le fece dire, stava aspettando degli ospiti. Questi arrivarono poco dopo: erano Anna e Massimo. I due vennero fatti accomodare nel salotto. A quel punto il personale di servizio sentì alcuni colpi. Ma nessuno si mosse: il marchese aveva dato ordine di non entrare e, quando dava direttive, nessuno osava disobbedirgli.

Così passò diverso tempo prima che venissero scoperti i cadaveri. Alle 22 arrivarono nell'attico di via Puccini 9 le forze dell’ordine. Quello che gli si parò davanti agli occhi era uno spettacolo sconvolgente: tre corpi senza vita giacevano nel salotto. Anna era seduta sul divano, una mano poggiata sui cuscini accanto a lei, l'altra in grembo, il volto disteso. Unica nota stonata, il sangue. Poco lontano, seminascosto dietro un tavolino, c'era il corpo di un giovane, che venne successivamente identificato come Massimo Minorenti. Anche il marchese era disteso a terra, accanto a una poltrona, il volto irriconoscibile.

Il primo a entrare nello studio dove si era consumato il delitto fu l'allora capo della sezione Omicidi della Squadra Mobile, Valerio Gianfrancesco: "Fui il primo a vedere quello spettacolo orrendo - disse il poliziotto in un’intervista al Messaggero, riportata da Misteri d’Italia - lei riversa su una poltrona con lo sguardo incredulo, il marchese sul pavimento accanto al suo fucile e il ragazzo, Minorenti, contorto dietro un tavolino rovesciato. Non c'era tanto sangue, tolto quel particolare macabro dell’orecchio del marchese che penzolava dalla cornice di un quadro, dove l’aveva scagliato e appiccicato un proiettile". 

Ma che cosa era successo nel salotto di quell’attico nel centro di Roma? A spiegarlo, seguendo le prime ricostruzioni del delitto, fu l’Unità, che scrisse: "Armato di fucile caccia, il Casati Stampa ha fatto fuoco più volte contro la coppia per poi rivolgere l’arma contro se stesso". Casati Stampa aveva prima sparato tre colpi alla moglie, colpendola al braccio, alla gola e al seno, poi aveva ucciso il giovane studente e, infine, appoggiando il fucile sulla poltrona, si era sparato in pieno volto. Un omicidio-suicidio, quindi. Nessun dubbio. Un caso apparentemente semplice da risolvere per gli inquirenti: il killer era sotto i loro occhi e, dopo aver sparato alla moglie e al giovane, si era ucciso. E il movente? Fu allora, cercando di capire il motivo di quella tragedia, che vennero a galla dettagli privati dei marchesi, che mostrarono un lato nascosto dietro quella vita di feste, eccessi e lusso.

Dall'omicidio allo scandalo

Quando gli inquirenti arrivarono sul posto trovarono in alcuni cassetti numerose fotografie della marchesa nuda o raffigurata in pose provocanti. Inoltre la polizia notò anche un libro con la copertina verde. Era il diario su cui Camillo Casati Stampa prendeva nota degli incontri sessuali che avvenivano tra la moglie e altri uomini, mentre lui assisteva. Le fotografie e le parole del diario verde uscirono dagli ambienti di polizia e andarono ad alimentare le pagine dei giornali, che riportarono stralci delle descrizioni fatte dal marchese e dettagli piccanti. Anche l’Unità parlò del "famoso diario verde dove Camillo Casati annotava le sue impressioni dopo ogni incontro della moglie con i partner". Così il delitto si trasformò in scandalo.

"Il marchese Casati Stampa aveva la passione a coinvolgere altre persone nel rapporto, anche in quello fisico", spiega a ilGiornale.it lo scrittore Davide Amante. Si tratta della pratica del candaulesimo, che indica il soddisfacimento erotico provocato dal vedere il partner compiere atti sessuali con una terza persona. Sapere che i marchesi erano dediti a questa abitudine generò lo scandalo. Non solo. Furono anche "la notorietà dei personaggi, la loro vita certamente particolare, l'ambiente in cui il delitto avvenne a produrre un'eco così vasta. E poi quelle fotografie, naturalmente, e il contesto in cui erano state fatte, e le loro finalità.", spiegò l'allora capo della sezione Omicidi, Valerio Gianfrancesco.

"L’indagine - spiega Amante - era una semplice indagine per omicidio e suicidio, ma poi sia magistrato che inquirenti si resero conto che c’era dell’altro e andarono a indagare per capire come fosse possibile essere arrivati a un gesto tanto estremo". Venne così alla luce il "gioco" messo a punto da Camillo e Anna, che si concedeva ad altri uomini, spesso pagati, mentre il marito la fotografava e assisteva da lontano ai suoi amplessi.

Una delle prime volte, Anna e Camillo si trovavano in una stanza d’albergo. La donna era sotto la doccia, mentre Casati Stampa aveva aperto la porta al cameriere che portava la cena in camera. Il marchese trattenne il cameriere, che si fermò a osservare il rapporto sessuale tra i due. Successivamente, i ruoli si invertirono. Era quasi sempre Camillo a guardare, mentre Anna faceva l’amore con altri uomini. Tutto veniva documentato con fotografie e racconti.

"Un amore fuori dagli schemi" 

Dietro al delitto e allo scandalo che ne è derivato però c’era anche l’amore tra Camillo e Anna. Quello di via Puccini, spiega Amante, fu un "delitto efferato, ma la cosa più interessante è il rapporto tra i due". Infatti, nonostante alla vicenda sia stata data una rilevanza scandalistica, "in realtà - precisa lo scrittore - a mio avviso dietro c’era una grande storia d’amore, ma era un amore anticonformista". E proprio questo ha portato la vicenda sulle pagine dei tabloid, oltre che su quelle dei giornali di cronaca.

È questo anticonformismo ad aver affascinato e attirato i lettori, assetati di conoscere i dettagli che caratterizzavano il rapporto tra i marchesi, che non vivevano secondo le regole comuni. "Quello tra Camillo e Anna era un amore autentico e intenso - precisa Amante che, per scrivere il libro, ha consultato i documenti ufficiali della vicenda - solo che era una storia passionale fuori dagli schemi”. Le indagini sul delitto di via Puccini, infatti, "portarono alla luce una fortissima intesa tra i due, entrambi d’accordo a fare questo gioco".

I giornali dell’epoca traboccavano di particolari piccanti riguardanti i giochi erotici della coppia e molte fotografie della marchesa nuda e in pose provocanti finirono in prima pagina e alcune riviste dei numeri speciali, contenenti immagini e stralci del diario verde, dove il marchese raccontava dettagliatamente i rapporti sessuali della moglie. Ma dietro le fotografie, i comportamenti provocanti e il coinvolgimento di altri uomini nel rapporto di coppia, c’era "una storia d’amore molto intensa, una grande intesa, che automaticamente rendono lecito questo tipo di rapporto aperto, in cui entrambe le parte si trovavano d’accordo, felici e soddisfatti di mettere in pratica quel gioco".

Ma allora, se Anna e Camillo erano legati da questo amore così forte e travolgente, perché si arrivò al tragico epilogo? "Chi ama fare questo tipo di giochi, inevitabilmente, poi trascende e arriva a dei limiti insostenibili - spiega lo scrittore Davide Amante - Sono arrivati a un punto estremo e non riuscivano più a vivere un rapporto d'amore tra di loro di intesa. E questo porta a sviluppare forme di gelosia".

A farla scattare era stato Massimo Minorenti, una figura "del tutto secondaria" secondo Davide Amante, che ha rappresentato "la persona sbagliata nel momento sbagliato". Lo studente "era una delle persone che i marchesi avevano coinvolto nei loro giochi", ma nulla di più. Massimo, con cui Anna non si era limitata a un singolo rapporto come succedeva solitamente, aveva scatenato la gelosia del marchese, che aveva reagito compiendo il delitto efferato.

Quella tra il marchese Camillo Casati Stampa e Anna Fallarino fu una "storia d’amore intensa", così potente da suscitare il fascino degli italiani dell’epoca, ma anche "da far perdere il controllo" e portare all’omicidio-suicidio, che concluse per sempre il mondo di lusso, feste e trasgressioni dei marchesi più chiacchierati dell’epoca.

·        Il mistero di JonBenet Ramsey.

Il riscatto, l'omicidio, i sospetti: il giallo della baby reginetta uccisa. Angela Leucci il 5 Luglio 2022 su Il Giornale.

L'omicidio di JonBenet Ramsey è ancora insoluto dopo oltre 25 anni: così l'omicidio della baby reginetta di bellezza è stato mascherato da un rapimento

È la notte tra Natale e Santo Stefano. Una famiglia come tante rientra in casa e si prepara a un viaggio previsto per il giorno dopo. Ma durante la notte accade qualcosa di davvero imprevisto: la secondogenita della famiglia, una bimba bionda e dolce di soli 6 anni, viene uccisa e nascosta. Viene simulato un rapimento. È la storia di JonBenet Ramsey, al centro di uno dei più grandi omicidi irrisolti della storia americana recente.

Chi era JonBenet

JonBenet nacque nel 1990 in Georgia. Quando aveva 9 mesi, la famiglia si trasferì a Boulder nel Colorado. La sua vita era apparentemente felice sotto i riflettori: la madre Patsy era un’ex reginetta di bellezza, che aveva avviato la figlia a quel mondo fatto di balletti e patriottismo. Pare però che la piccola fosse soggetta a un forte stress, tanto che la notte spesso bagnava il letto. Quello che le accadde travolse per sempre la sua famiglia: la madre, in particolare, dopo aver combattuto per anni per la verità, morì a causa di un tumore alle ovaie.

Il rapimento e l’omicidio 

Il 25 dicembre 1996 la famiglia Ramsey rientrò a casa alle 22: JonBenet e il fratello maggiore Burke furono subito messi a letto. Alle 5.30 del giorno successivo Patsy si svegliò, trovando il letto di JonBenet bagnato ma vuoto. Sulle scale la donna trovò una lettera in cui si annunciava il rapimento della bimba e si chiedeva un riscatto.

La lettera di riscatto fu molto bizzarra. Esordiva con la frase: “Siamo un gruppo di persone che rappresenta una piccola fazione straniera”. Inoltre alternava minacce di morte, in particolare qualora i Ramsey avessero chiamato la polizia, a espressioni più miti come “la consegna sarà faticosa per cui le consiglio di essere riposato” rivolte al papà di JonBenet. Per ben tre pagine i rapitori avevano imperversato con citazioni da film come “Speed” e “Ransom”, chiedendo un’insolita cifra: 118mila dollari, esattamente quanto papà John aveva ricevuto come bonus aziendale natalizio.

Alle 13 del 26 dicembre le forze di polizia hanno chiesto a John Ramsey di accompagnarle in una perlustrazione della casa. Andarono anche in cantina. E lì, dove poco tempo prima si era rotta una finestra che non era ancora stata riparata, trovarono il corpicino di JonBenet. La bimba aveva un cuoricino disegnato con un pennarello rosso sul palmo di una mano. La bocca era chiusa dal nastro adesivo, ma il bavaglio era stato fatto post mortem. I polsi e il collo erano legati con una corda di nylon allentata e al collo c’era anche il manico rotto di un pennarello, utilizzato per una rudimentale garrota.

Il giorno dopo l’autopsia stabilì che la morte era avvenuta per asfissia da strangolamento e per la frattura del cranio: la ferita, ampia 20 centimetri, era compatibile con un colpo vibrato da una torcia elettrica. Furono trovate anche piccole lesioni pubee, ma potevano essere legate anche a una pulizia intima un po’ sbrigativa e rude, non necessariamente a una violenza sessuale. Le indagini vere e proprie partirono nel gennaio 1997. Ma la svolta più importante avvenne nel dicembre 2003, quando sulla biancheria di JonBenet fu isolato del Dna maschile a partire da alcune tracce di sangue. A chi apparteneva quel Dna?

I sospettati

Rolling Stone ha raccolto un excursus tra quelli che nel tempo sono stati i principali sospettati dell’omicidio di JonBenet. La prima di questi è Patsy Ramsey, la madre della bambina: secondo gli inquirenti, la donna avrebbe potuto causare la morte della piccola accidentalmente, proprio mentre era intenta a pulirla dopo che aveva bagnato il letto. L’opinione pubblica è apparsa spesso contro la donna, accusata a torto di aver spinto la figlia nel mondo dei concorsi di bellezza: a quanto è dato sapere, JonBenet si divertiva invece molto, per lei i concorsi erano un gioco. Patsy fu scagionata nel 2008, insieme agli altri membri della sua famiglia, incluso il figlio Burke, che all’epoca dell’omicidio aveva 9 anni.

"Avevo trovato la bambina per me", così il pedofilo la fece franca

La lente d’ingrandimento degli investigatori finì sulla famiglia di JonBenet per una serie di dettagli: la lettera per la richiesta di riscatto sembrava essere scritta con pennarelli trovati in casa. Inoltre l’autopsia stabilì che la bambina aveva mangiato dell’ananas, mentre i Ramsey hanno sempre negato di aver dato da mangiare alla bimba questo alimento quella sera: tuttavia proprio nella loro cucina furono trovati i resti di una ciotola con dell’ananas.

Anche John Ramsey finì al centro delle indagini, sia per la richiesta di riscatto che ammontava esattamente a un suo introito recente, sia perché aveva inquinato la scena del crimine. John aveva infatti preso subito il corpo della bambina, portandolo al piano di sopra e coprendolo con un lenzuolo. Ma come si comprese l’estraneità di Patsy e Burke, anche nel caso di John fu chiaro che quel gesto rientrava nell’istinto di un padre affettuoso. Tanto più che il Dna trovato non corrispondeva. Per i Ramsey è stato un percorso doppiamente doloroso: non solo hanno subito l’omicidio di un membro della famiglia, ma si sono ritrovati additati con l’accusa più infamante.

L'arresto in Thailandia di John Mark Karr 

Decisamente più plausibile si è rivelata in un certo senso la pista della pedofilia, in fondo quella finestra rotta in cantina avrebbe potuto rendere più facile l’accesso a un estraneo. Tra i vari sospettati, il più credibile è stato a lungo John Mark Karr, ex insegnante arrestato in Thailandia dopo che negli Usa era già stato accusato di pedopornografia. Karr arrivò anche a confessare di aver ucciso JonBenet durante un gioco erotico andato storto: perizia calligrafica e confronto del Dna lo scagionarono però.

Le indagini infine hanno coinvolto anche l’ex governante dei Ramsey e un amico di famiglia che si travestiva da Babbo Natale per conto di esercizi commerciali. In entrambi i casi l’indagine si è rivelata essere un buco nell’acqua.

Il Dna

A maggio 2022, come riporta la Cnn, John Ramsey ha lanciato una petizione affinché il Dna sia analizzato da un’agenzia esterna alla polizia e privata. L’uomo, dopo aver presenziato a una convention sulle risoluzioni dei crimini, ha scoperto che le analisi del Dna attualmente hanno fatto passi da gigante e che quindi la speranza di giungere a una risoluzione del caso.

“Vivo in una piccola comunità - si è giustificato papà John - e non ci sono né molte risorse di polizia né alcuna esperienza in omicidi. Non biasimo i poliziotti per questo. Ma rifiutano l'aiuto di coloro che sapevano davvero cosa stavano facendo”.

·        Il Caso di Luciana Biggi.

La gemella di Luciana Biggi e le minacce di morte. «Delfino fu assolto ma fuori dal carcere colpirà ancora». Alfio Sciacca su Il Corriere della Sera il 30 Giugno 2022.

«Sono seriamente preoccupata che non appena potrà uscire dal carcere lui tornerà ad uccidere qualche altra donna». Bruna Biggi è la sorella gemella di Luciana, morta a 36 anni in un vicolo di Genova, nell’aprile 2006. Per quel delitto fu indagato e processato l’ex fidanzato, Luca Delfino. Ma nonostante i gravi indizi in Corte d’Assise venne assolto. Tranne poi tornare in cella per l’omicidio nel 2007 di un’altra ex fidanzata, la 33enne Antonella Multari, massacrata a Sanremo con 44 coltellate. Delitto per il quale sta finendo di scontare 16 anni e 8 mesi nel carcere di Ivrea.

Bruna ha pensato subito a lui quando ieri mattina, sul Secolo XIX, ha letto la notizia che attorno alla sua abitazione sarebbe stato attivato un servizio di vigilanza da parte delle forze dell’ordine. Tutto sarebbe collegato alle dichiarazioni di un detenuto che sta collaborando con i magistrati e che, tra le altre cose, avrebbe raccontato di un piano per uccidere proprio lei. Un progetto che sarebbe stato messo a punto da un ex compagno di cella del collaboratore con l’obiettivo di eliminare Bruna Biggi, «ma facendolo passare per un incidente».

Al momento non viene fatto alcun collegamento con Luca Delfino, ma il lavoro degli inquirenti è ancora in corso. Forse per questo la fuga di notizie ha creato imbarazzo, sia in Questura che in Prefettura, dove preferiscono non fare alcun commento, senza però smentirla. La stessa Bruna Biggi non sapeva nulla: «Non mi sono accorta della presenza di forze dell’ordine attorno a casa mia e comunque non capisco perché nessuno abbia ritenuto di informarmi». Infatti si tratterebbe di un servizio di vigilanza molto discreto per controllare la presenza di individui sospetti in prossimità della sua abitazione.

Ma tanto è bastato per riaprire una ferita che non si è mai rimarginata. «Io aspetto di capire meglio, ma s e qualcuno ha progettato di farmi del male non può che essere lui — afferma Bruna—. Chi dal carcere potrebbe avercela con me? E comunque io non intendo cambiare il mio stile di vita perché lui non mi fa paura. Sono solo terribilmente infastidita di rivedere sui giornali la foto di me e mia sorella e quello accanto». Brucia ancora la clamorosa assoluzione in Corte d’Assise. Alla vigilia della sentenza Bruna era certa della condanna e chiedeva semmai che «Delfino finisse in carcere e buttassero via le chiavi». Per lui il pm chiese 25 anni. Ma i giudici lo ritennero non colpevole per carenza di prove. «Lo so io e lo sanno tutti gli italiani che è stato lui l’assassino di mia sorella, ma si è presentato con un avvocatone ed è riuscito a farla franca».

Quello che venne definito il «killer delle fidanzate», oltre alla condanna per il delitto Multari, ha cumulato altri due anni e mezzo per ricettazione. Mentre è stato assolto anche da un’altra accusa di violenza sessuale dopo la denuncia di un ex compagno di cella. «In carcere è stato un detenuto modello — dice il suo avvocato, Riccardo Lamonaca — stiamo facendo i calcoli e, con gli sconti di pena per buona condotta, potrebbe uscire entro un anno. Anche se resta un soggetto particolare sul quale occorrerà vigilare». Il legale comunque esclude che possa esserci lui dietro le minacce a Bruna Biggi: «Che interesse avrebbe a mettersi nei guai visto che ha già scontato la sua pena?»

Ma per la sorella della sua ex fidanzata quell’uomo resta ancora estremamente pericoloso. «È folle, ma lucido allo stesso tempo — afferma Bruna Biggi—. Si tratta di un predatore narcisista che una volta fuori tornerà a caccia di altre donne. È un soggetto che non sa accettare la separazione. Vuole il controllo sulle donne e quando loro lo vogliono lasciare mette in atto il piano per farle fuori». Nella sua rete, secondo Bruna, rimase intrappolata anche la sorella gemella. «Con lei — si commuove — è morta una parte di me. La notte la sogno: piena di vita e bella come il sole. Eravamo inseparabili, stavamo sempre insieme. Non meritava tutto questo».

La gemella accoltellata, ora le minacce: "Il killer delle fidanzate ucciderà ancora". Rosa Scognamiglio l'1 Luglio 2022 su Il Giornale.

Luciana Biggi, 36 anni, fu accoltellata nell'aprile dal 2006. Le minacce alla sorella Bruna dal carcere: "Un piano per uccidermi". Il "killer delle fidanzate" potrebbe uscire tra un anno

"Sono seriamente preoccupata che non appena potrà uscire dal carcere lui tornerà ad uccidere qualche altra donna". Bruna Biggi è la sorella di Luciana, la 36enne uccisa a Genova nell'aprile del 2006. Per l'omicidio fu indagato e processato l'allora fidanzato della vittima, Luca Delfino, che poi venne assolto in Corte d'Assise. Nel 2007 Delfino fu condannato a 16 anni e 8 mesi di reclusione per l'omicidio di un'altra ex, Antonella Multari, trafitta al corpo con 44 coltellate. Ieri mattina, Bruna ha appreso dai giornali che la sua abitazione è stata sottoposta a vigilanza per via di alcune, presunte minacce di morte dal carcere. Minacce di cui non ne sa nulla ma che le hanno fatto subito pensate a quello che fu soprannominato dalla stampa dell'epoca "il killer delle fidanzate". "Se qualcuno ha progettato di uccidermi dal carcere, non può essere che lui (Delfino ndr)", ha dichiarato la donna nel corso di un'intervista al Corriere della Sera.

L'omicida confessa altri delitti Ma presto tornerà in libertà

Le minacce

Attorno alla casa di Bruna Biggi sarebbe stato attivato un servizio di vigilanza. Secondo quanto riferisce il Secolo XIX, la circostanza farebbe capo ad alcune dichiarazioni rese da un collaboratore di Giustizia a proposito di un "piano per uccidere" l'ex sorella di Luciana "facendolo però passare per un incidente". L'uomo ha raccontato agli inquirenti che il progetto criminale sarebbe stato ordito da un ex compagno di cella. Al momento non risulta alcun collegamento con Luca Delfino ma Bruna sembra avere ben pochi dubbi al riguardo. "Io aspetto di capire meglio, ma se qualcuno ha progettato di farmi del male non può che essere lui - ha detto -.Chi dal carcere potrebbe avercela con me? E comunque io non intendo cambiare il mio stile di vita perché lui non mi fa paura. Sono solo terribilmente infastidita di rivedere sui giornali la foto di me e mia sorella e quello accanto".

Il "killer delle fidanzate"

Luca Delfino, che sta scontando la sua pena nel carcere di Ivrea, potrebbe tornare in libertà tra un anno. Alla vigilia della sentenza per il delitto di Luciana, Bruna era certa che la Corte d'Assise avrebbe condannato l'ex fidanzato di sua sorella - il pm aveva chiesto per l'imputato a 25 anni - ma poi arrivò l'assoluzione. "Lo so io e lo sanno tutti gli italiani che è stato lui l'assassino di mia sorella, ma si è presentato con un 'avvocatone' ed è riuscito a farla franca", ha spiegato Bruna. Luca Delfino è stato assolto anche da un' accusa di violenza sessuale. "In carcere è stato un detenuto modello - ha assicurato il suo avvocato, Riccardo Lamonaca - stiamo facendo i calcoli e, con gli sconti di pena per buona condotta, potrebbe uscire entro un anno. Anche se resta un soggetto particolare sul quale occorrerà vigilare. Ma che interesse avrebbe a mettersi nei guai visto che ha già scontato la sua pena?". Tuttavia Bruna Baggi peferisce mantenere alta la guardia e a proposito di Delfino dice: "È folle, ma lucido allo stesso tempo. Si tratta di un predatore narcisista che una volta fuori tornerà a caccia di altre donne. È un soggetto che non sa accettare la separazione. Vuole il controllo sulle donne e quando loro lo vogliono lasciare mette in atto il piano per farle fuori".

·        Il mistero di Massimo Melis.

Omicidio Melis, in aula i video che accusano Luigi Oste. Simona Lorenzetti su Il Corriere della Sera il 30 Giugno 2022.

Delitto di Halloween, nella prima udienza ricostruiti i movimenti del barista. 

La sera del 31 ottobre 2021, alle 20.16, le telecamere del condominio in corso Vercelli 161/a riprendono un uomo con i capelli bianchi che indossa un giubbotto scuro e pantaloni grigi. La figura, il cui volto non è perfettamente nitido, tiene le mani in tasca e cammina a passo deciso in direzione di via Gottardo. Alle 20.24 torna indietro, percorrendo lo stesso tragitto e passando sotto l’occhio elettronico. E di nuovo alle 20.27 ecco lo stesso uomo camminare nuovamente in direzione di via Gottardo: la mano destra è ancora in tasca , mentre tra le dita della sinistra stringe una sigaretta . Infine, alle 20.33 e 20.34 riappare in alcuni frame che scandiscono il ritorno. Quell’uomo, per il sostituto procuratore Chiara Canepa, è Luigi Oste. E quelle immagini raccontano i suoi spostamenti prima e dopo il delitto di Massimo Melis, 52enne dipendente della Croce Verde.

Secondo la ricostruzione della Procura , Oste sarebbe uscito una prima volta dal proprio bar, l’Angelo Azzurro di corso Vercelli 165, per controllare la presenza di Massimo a casa di Patrizia, poi sarebbe tornato al locale a prendere la pistola e avrebbe raggiunto Melis mentre saliva a bordo della propria Fiat Punto (alle 20.30). Dopo avergli sparato, avrebbe fatto ritorno al bar.

I video, sequestrati dagli uomini della squadra mobile, sono stati mostrati in aula durante la prima udienza del processo in cui Oste, difeso dall’avvocato Salvo Lo Greco, è accusato di stalking e di omicidio volontario e premeditato.

Per i magistrati, è lui l’uomo che la sera di Halloween ha sparato a Melis: il barista 62enne si sarebbe vendicato di Patrizia, una donna con la quale ha avuto una breve relazione estiva. Quando lei lo ha lasciato , Oste avrebbe cominciato a perseguitarla con messaggi e appostamenti fino a uccidere colui che considerava un rivale in amore.

L’uomo ha assistito all’udienza seduto nella cella dell’aula, lontano dal proprio legale e anche dalla tv sulla quale scorrevano le immagini. In sei ore gli uomini della squadra mobile hanno ricostruito i fili logici dell’inchiesta. I filmati, infatti, non sono l’unica tessera del mosaico disegnato dall’accusa: ci sono i mille messaggi ossessivi e minacciosi inviati a Patrizia (assente in aula), le intercettazioni telefoniche e ambientali, i comportamenti anomali dell’imputato dopo il delitto. E poi ci sono i testimoni. Tra questi, la nipote di Oste. All’epoca lavorava nel bar e quella sera vide lo zio con una pistola in mano. Non solo, notò che era nervoso e teso. Tanto che alle 20.36, quando lui rientrò, scrisse alla madre: «Qualcosa non va». Poco dopo lo zio le affiderà il cellulare e la mamma della giovane lo getterà nel canale Cavour, dove è stato poi recuperato dalla polizia.

·        Il mistero di Sara Pegoraro.

Sara Pegoraro, la modella 26enne trovata morta in casa. La procura: «Caccia a chi le ha dato la droga». Andrea Pasqualetto su Il Corriere della Sera il 29 Giugno 2022.

Il corpo senza vita rinvenuto dalla madre. Gli ultimi drammatici giorni, fra malesseri e cadute con il messaggio all’amica del cuore: «Aiutami per favore». Il procuratore di Treviso: ipotesi overdose da eroina, autopsia in settimana

Chissà che abissi, che tumulti. Da qualche tempo Sara era entrata in un mondo senza pace, dove l’angoscia si alternava a qualche breve risalita. «Aiutami per favore, voglio uscirne», era stato il suo ultimo messaggio all’amica del cuore, alla quale aveva confidato la dipendenza dalla droga che faceva della sua vita un inferno. «Grazie mamma per esserci sempre stata, pronta ad aiutarmi in ogni momento e per non avermi mai lasciata sola», aveva scritto alla madre in un momento di respiro. Un up and down insospettabile a giudicare dalle foto che postava sui social dalle quali emerge solo l’immagine di una ragazza serena. Ma Sara Pegoraro era tanto bella quanto fragile. Aveva 26 anni e il sogno di molte ragazze di oggi, quello di diventare una famosa influencer.

La caduta

Gli ultimi giorni sono stati drammatici. Dopo aver trascorso un lungo periodo fra Milano, Bologna e Modena, era tornata da mamma Marina a Fontane di Villorba, il paesino in provincia di Treviso dove era nata e cresciuta. Un ritorno inquieto. Giovedì scorso i clienti di un supermercato la vedono barcollare per strada fino a cadere in un fossato. L’ambulanza vola all’ospedale, Sara viene rimessa in forze e dimessa. Sembra una momentanea defaillance ma non è così. Il giorno dopo, venerdì notte, la madre rientra a casa e la trova esanime. Nuova corsa al pronto soccorso, rianimazione, medici e infermieri le provano tutte. Niente da fare: il cuore di Sara smette di battere di lì a poco.

L’indagine

Una fine che porta con se la disperazione di una ragazza tormentata. A sentire gli inquirenti e l’amica, stava cercando di risolvere le sue paure affidandole a qualche sostanza stupefacente. «Abbiamo aperto un fascicolo per morte come conseguenza di altro reato — fa sapere il procuratore di Treviso, Marco Martani — L’ipotesi è quella dell’overdose o di un mix di sostanze. Cercheremo di ricostruire la rete dei contatti della giovane per arrivare allo spacciatore o a chi le ha dato le sostanze. Nel frattempo stiamo facendo accertamenti sulle cause della morte, esami del sangue... Pensiamo di disporre l’autopsia in settimana».

L’incidente

Per Sara non era la prima caduta e non c’era solo il problema della dipendenza. Un paio di mesi fa era rimasta coinvolta in un incidente d’auto che l’aveva costretta a un ricovero all’ospedale di Modena, dove abita il fratello. Ne era uscita con un sospiro. «Sei la mia ancora», aveva scritto alla madre nell’occasione. In giugno, altro ricovero e altro ritorno a casa. «Ormai ho 20 vite, non mi distrugge nessuno», era stato lui suo messaggio social che nascondeva però le reali condizioni di salute. La vita di Sara era infatti una continua lotta contro il male oscuro e l’illusorio rifugio dell’eroina. Una lotta nella quale lei, bella e giovane, ha perso la vita.

Andrea Pasqualetto per il “Corriere della Sera” il 30 luglio 2022.

Chissà che abissi, che tumulti. Da qualche tempo Sara era entrata in un mondo senza pace, dove le cadute si alternavano a qualche breve risalita.

«Aiutami per favore, voglio uscirne», era stato il suo ultimo messaggio all'amica del cuore, alla quale aveva confidato la dipendenza dalla droga che faceva della sua vita un inferno. «Grazie mamma per esserci sempre stata, pronta ad aiutarmi in ogni momento e per non avermi mai lasciata sola», aveva scritto alla madre in un momento di respiro. Un up and down insospettabile a giudicare dalle foto che postava sui social dalle quali non emerge il suo dramma. Le immagini raccontano piuttosto di una giovane donna, apparentemente serena e avvenente. Ma Sara Pegoraro era tanto bella quanto fragile. Aveva 26 anni e il sogno di molte ragazze di oggi, quello di diventare una famosa influencer.

Gli ultimi giorni sono stati drammatici. Dopo aver trascorso un lungo periodo fra Milano, Bologna e Modena, era tornata da mamma Marina a Fontane di Villorba, il paesino in provincia di Treviso dove era nata e cresciuta. Un ritorno inquieto. Giovedì scorso i clienti di un supermercato la vedono barcollare per strada fino a cadere in un fossato. L'ambulanza vola all'ospedale, Sara viene rimessa in forze e dimessa. Sembra una momentanea defaillance ma non è così. Il giorno dopo, venerdì notte, la madre rientra a casa e la trova esanime. 

Nuova corsa al pronto soccorso e via in rianimazione, dove i medici tentano l'impossibile. Niente da fare: il suo cuore smette di battere di lì a poco.

Una fine che ha dentro una storia di tormenti e paure. A sentire gli inquirenti e gli amici, stava cercando una via d'uscita diversa, dopo aver provato l'eroina. «Abbiamo aperto un fascicolo per morte come conseguenza di altro reato - fa sapere il procuratore di Treviso, Marco Martani - L'ipotesi è quella dell'overdose o di un mix letale. Cercheremo di ricostruire la rete dei contatti della giovane per arrivare allo spacciatore o a chi le ha fornito le sostanze stupefacenti. Nel frattempo stiamo facendo accertamenti sulle cause della morte, esami del sangue. Pensiamo di disporre l'autopsia in settimana».

Gli investigatori dovranno capire anche se si trattava di un'overdose o se lo stupefacente era stato tagliato male. 

Comunque sia, per Sara non si trattava di una prima volta e non c'era solo il problema della dipendenza. Un paio di mesi fa era rimasta coinvolta in un incidente d'auto che l'aveva costretta a un ricovero all'ospedale di Modena, dove abita il fratello. Ne era uscita con un sospiro: «Sei la mia ancora», aveva scritto alla madre nell'occasione. In giugno, altro ricovero e altro ritorno a casa. «Ormai ho 20 vite, non mi distrugge nessuno», era stato il suo messaggio social che nascondeva però le reali condizioni di salute. La sua vita era infatti una continua lotta contro un male oscuro e ultimamente anche contro l'illusorio rifugio dell'eroina. Lotta nella quale lei, bella e giovane, ha perso la vita.

Pierangelo Sapegno per “la Stampa” il 30 luglio 2022.

Lei è l'immagine dei nostri giorni, così bella forte e fragile, che non è un ossimoro, ma la verità. Sara Pegoraro aveva 26 anni, faceva la modella e l'influencer, «la posatrice per artisti», come aveva scritto nel suo biglietto da visita, era alta e statuaria, di una bellezza quasi possente, e socchiudeva i suoi grandi occhi azzurri nelle foto, prima di scrivere che per andare avanti nella vita «bisogna essere duri senza perdere la tenerezza», perché gli ostacoli si superano solo «con la potenza della volontà». 

Però Sara ha chiamato la sua amica Serena e le ha chiesto di aiutarla perché non ce la faceva più e voleva uscire dalla sua prigione, e l'ha chiamata poche ore prima di morire, per una overdose. Sara così bella e forte alla fine è fragile come Sally, che «cammina per la strada senza nemmeno guardare per terra», Sally che ha patito troppo e ha già visto che cosa ti può crollare addosso. Solo che sono diverse, sono donne che appartengono a tempi distanti, separati da un percorso sperduto nelle nebbie che abbiamo seguito senza capire dove ci portava. 

Un tempo i tossicodipendenti avevano i volti sfatti e i corpi smagriti che vagavano come nella canzone di Sally, «un brivido che vola via, tutto un equilibrio sopra la follia». Sara non è così. Sara è «bella, magnetica e forte», come l'hanno descritta tutti i giornali che hanno parlato di lei. È questa la sua immagine della sconfitta, questa la verità che non riusciamo a vedere.

In paese, Fontane di Villorba, provincia di Treviso, uno direbbe che le vogliono tutti bene. Lei sembra una ragazza piena di sicurezze. Molto moderna. Adora i tatuaggi. 

Frequenta i social con una certa naturalezza, come tutti i giovani della sua età, ama viaggiare e coltiva il fascino della velocità e della sfida, le moto enduro, i gokart. Non parla molto di politica, però di ambiente sì. Per i ragazzi di oggi è questa la Grande Emergenza. Sui social posta un video nella playlist Green, con il mare coperto da rifiuti, una pattumiera a cielo aperto sulle coste dell'Honduras e commenta scandalizzata di restare senza parole davanti a queste riprese oscene.

Sara si descrive così: «Sono una ragazza a volte impulsiva, ma sempre sincera. Sono trasparente, sono vera. Sono una che troppe volte si dimentica di se stessa. Vedo la mia fragilità, le mie debolezze, riconosco i miei limiti e conosco i miei lati da smussare e le mie insicurezze. Chi sono io? Sono un essere umano che ha i diritti di tutti gli essere umani».

Se ha sbagliato qualcosa in passato, sente che quell'ostacolo può essere superato: «Non lasciare che il passato ti dica chi sei. Ma lascia che sia parte di chi diventerai.

Per quel che ne so, il tempo non esiste, è solo una dimensione dell'anima». 

Fa la modella, perché gliel'hanno sempre detto tutti che con quel fisico era perfetta. Si definisce una «ragazza immagine». Dice: «Eseguo servizi fotografici, da abbigliamento al nudo artistico». Per crescere nel suo lavoro e nelle sue passioni, si trasferisce a Modena e Bologna, perché il paese è troppo piccolo. Però ci rimane legata come i grandi che non dimenticano quand'erano bambini.

Le sue amiche del cuore sono di qui, qualcuna ha messo su famiglia, e qualcuna ha fatto un figlio come Serena. E lei ci torna a Fontane di Villorba. Ma ci sono tanti modi di tornare a casa. Sara non lo dice, ma la sua vita sta perdendo i colori. 

Ha un brutto incidente, e lei ringrazia con grande affetto sua madre che le è stata vicina. Forse tornare indietro al paese, è un po' come ricominciare. «Ricomincio da me», scrive in una lunga lettera ai suoi amici. «C'è un momento bellissimo dopo una delusione. Il momento in cui spunta l'arcobaleno dopo la tempesta infinita di emozioni, dopo tutti gli alti e bassi, il momento in cui hai una voglia matta di ricominciare da te stesso. Ricomincio da me. Sono una ragazza troppo sensibile per un mondo così duro che non guarda in faccia quando si tratta di darti lezioni. Ricominciare fa sempre un po' di paura. Ma La forza di volontà ha un potere immenso nella nostra esistenza. Ci rende soprattutto forti coraggiosi e tenaci. Voglio ricominciare da me che sono la persona a cui tengo di più».

Solo che la droga uccide tutto, anche le buone intenzioni. Due mattine fa esce dal supermercato, sviene e cade in un fosso. La ricoverano in ospedale, la dimettono, chiede aiuto a Serena che non riceve la sua telefonata e ci ricade di nuovo. La trova sua madre, quando non c'è più niente da fare. Così è morta Sara, che non aveva più voglia di fare la guerra: «Se guardare avanti ti fa paura e guardare indietro ti fa soffrire, guarda accanto a te, cerca le persone che ti vogliono bene». Come Sally cammina per la strada leggera. La vita è già volata via e l'unica cosa uguale nel tempo è la sconfitta.

Sara Pegoraro, risultati autopsia: uccisa da un mix di droghe. Chiara Nava il 12/07/2022 su Notizie.it.

Sara Pegoraro è morta a 26 anni a causa di un mix di droghe. L'autopsia ha confermato l'ipotesi investigativa degli inquirenti. 

Sara Pegoraro è stata uccisa da un mix di droghe letale. Questo è quanto emerso dall’autopsia effettuata sul suo corpo, che conferma l’ipotesi investigativa degli inquirenti. 

Sara Pegoraro, risultati autopsia: uccisa da un mix di droghe

Sara Pegoraro, modella e influencer trevigiana di 26 anni, è morta per un malore improvviso la sera del 24 giugno, nella sua casa di Villorba.

La giovane è stata uccisa da un mix di sostanze stupefacenti, come confermato dai primi risultati dell’autopsia sul suo corpo, condotta dal medico legale incaricato dalla Procura. Secondo l’esame la causa della morte di Sara sarebbe da ricondurre ad un arresto cardiocircolatorio che è stato provocato dall’assunzione del mix di droghe. Questo significa che la prima ipotesi investigativa avanzata dagli inquirenti è stata confermata. 

Sara Pegoraro, ancora molti punti da chiarire

Sono ancora tanti i punti da chiarire sulla morte della modella. Dalle sostanze che ha assunto, allo spacciatore che le ha venduto la droga fino al ruolo della psicologa che l’ha visitata senza accorgersi del suo stato mentale. Gli inquirenti non hanno ancora trovato il pusher e stanno indagando anche sul ruolo della dottoressa. La psicologa è stata iscritta nel registro degli indagati dal pubblico ministero Anna Andreatta per l’ipotesi di reato di omicidio colposo.

L’ipotesi della magistratura è che la professionista non si sarebbe resa conto del grave stato mentale della paziente, nonostante l’abbia visitata dopo un’altra crisi di overdose avuta il giorno prima del decesso. La 26enne era stata notata mentre camminava barcollando e cadeva in un fossato. La dottoressa non le ha prescritto nessuna cura e non ha segnalato il caso.

Sara, la modella stroncata dall'eroina: è caccia al pusher della dose fatale. Tiziana Paolocci il 30 Giugno 2022 su Il Giornale.

La 26enne portata in ospedale anche il giorno prima del decesso.

«Ormai ho venti vite, non mi distrugge nessuno». Ma Sara Pegoraro, giovane modella di 26 anni, si sbagliava di grosso.

Quel cuore che batteva tanto forte, inseguendo il sogno di una vita sulle passerelle e quello di diventare una famosa influencer, si è arreso dopo l'ennesimo colpo dato al suo esile corpo dall'eroina.

Il cadavere della ragazza ora giace su un letto dell'obitorio, in attesa dell'autopsia che dovrà solo confermare la pista già tracciata dalle indagini portate avanti dai carabinieri della compagnia di Treviso. Sara, occhi intensi come calamite, capelli color oro e un fisico da far restare senza fiato, è stata trovata esanime venerdì nella casa di Villorba, dove viveva con la mamma. Il procuratore di Treviso, Marco Martani, ha aperto un fascicolo per morte come conseguenza di un altro reato ed è scattata caccia al pusher che le avrebbe venduto a dose fatale. Non c'è dubbio, infatti, sul fatto che la ragazza sia morta per overdose o per una partita di eroina tagliata male. A trovarla nel bagno è stata la madre, che ha dato l'allarme al 118, ma per questo angelo sfortunato non c'era già più nulla da fare.

I suoi messaggi sui social, carichi di forza e allegria, le foto dei viaggi, della passione per le moto e i tropici in realtà nascondevano un'anima fragile. «Aiutami per favore, voglio uscirne», era stato l'ultimo messaggio all'amica del cuore, alla quale aveva confessato la dipendenza dagli stupefacenti. Era evidente a tutti da tempo che da quel mondo evanescente dato dall'eroina la teneva in trappola. «Grazie mamma per esserci sempre stata, pronta ad aiutarmi in ogni momento e per non avermi mai lasciata sola», aveva confessato in un post. Ed è proprio tra le braccia di mamma Marina che era tornata per cercare rifugio, dopo un lungo periodo tra Milano, Bologna e Modena. Perché si sa: solo una mamma anche da grandi riesce a proteggere. Poi la calma e la pace di Fontane di Villorba, il paesino in provincia di Treviso dove era nata, le devono aver dato inizialmente l'illusione che ce l'avrebbe fatta.

Ma non è stato così. La gente davanti al supermercato giovedì scorso ha notato la splendida ragazza, che qualcuno conosceva fin bambina, barcollare per strada e finire dentro un fossato. La corsa in ospedale, dove i medici l'hanno curata. Poi è stata dimessa. Il giorno dopo la mamma l'ha trovata in condizioni disperate. Di nuovo la corsa al pronto soccorso, dove i medici della rianimazione hanno cercato di strapparla alla morte. Ma il suo cuore si è arreso. «Abbiamo aperto un fascicolo per morte come conseguenza di altro reato ha detto sapere il procuratore . L'ipotesi è quella dell'overdose o di un mix di sostanze. Cercheremo di ricostruire la rete dei contatti della giovane per arrivare allo spacciatore o a chi le ha dato le sostanze. Nel frattempo stiamo facendo accertamenti, esami del sangue e pensiamo di disporre l'autopsia in settimana».

La vita della modella negli ultimi tempi era stata un tormento. Un paio di mesi fa era rimasta coinvolta in un incidente d'auto ed era stata ricoverata in ospedale a Modena, dove abita il fratello. «Sei la mia ancora», aveva scritto alla mamma quando era stata dimessa ed era tornata a Vollorba. Ma quell'ancora non è bastata a tenerla al mondo. 

La tragedia di Sara Pegoraro, la modella stroncata a 26 anni: “Qualcuno le ha dato delle sostanze”. Vito Califano su Il Riformista il 29 Giugno 2022.

Sara Pegoraro aveva 26 anni, una carriera da modella in ascesa, quasi 16mila follower su Instagram. È morta, dopo un malore improvviso che l’ha colpita nella notte tra venerdì e sabato. A scoprire il corpo è stata la madre, nell’abitazione in cui le due donne vivevano insieme a Fontane di Villorba, in provincia di Treviso, dov’era tornata dopo aver abitato a Milano, Bologna e Modena. Inutili i soccorsi e il trasporto in pronto soccorso. Sulla tragedia è stato aperto un fascicolo per morte come conseguenza di altro reato.

Perché la pista che battono le indagini è quella di una ragazza tormentata, che affogava i suoi problemi in una presunta dipendenza dalla droga. Forse eroina: il sospetto è quello dell’overdose insomma. “L’ipotesi è quella dell’overdose o di un mix di sostanze. Cercheremo di ricostruire la rete dei contatti della giovane per arrivare allo spacciatore o a chi le ha dato le sostanze. Nel frattempo stiamo facendo accertamenti sulle cause della morte, esami del sangue … Pensiamo di disporre l’autopsia in settimana”, ha commentato a Il Corriere della Sera il procuratore di Treviso Marco Martani spiegando le ragioni dietro l’apertura del fascicolo.

Pegoraro era stata colta già venerdì mattina da un malore. Al supermercato, aveva cominciato a barcollare, ed era finita in un fossato. A soccorrerla medico e infermieri del Suem 118 e una pattuglia dei carabinieri di Treviso. La 26enne era stata trasportata al pronto soccorso del Ca’ Foncello per le cure e dimessa qualche ora dopo. Il secondo malore non le ha lasciato scampo.

Un paio di mesi fa la ragazza era rimasta coinvolta anche in un incidente d’auto che l’aveva costretta al ricovero all’ospedale di Modena. Solo lo scorso 17 giugno un altro incidente, questa volta a Bologna. “Aiutami per favore, voglio uscirne”, aveva scritto nell’ultimo messaggio alla migliore amica riportato dal Corriere, cui aveva confidato la sua dipendenza dalla droga. Alla madre aveva ringraziato la sua presenza, costante, “per non avermi mai lasciata sola! Sei la mia ancora”.

Decine i messaggi apparsi sui social a ricordare la 26enne tragicamente scomparsa, amante dei viaggi, dei tatuaggi e delle moto. “Vola in alto libera per sempre”, si legge in uno. “Alla fine la grigliata che volevi tanto che facessi la faremo insieme lassù riposa in pace cugi, mi manchi già”, si legge in un altro. “Eri una persona speciale chi ti conosceva lo sa bene. Non ti dimenticherò mai amica mia!”. Soltanto lo scorso 5 giugno Pegoraro aveva festeggiato il suo 26esimo compleanno, l’ultimo.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

·        Il caso di Marianna Cendron. 

La famiglia chiede la riapertura delle indagini. Il caso di Marianna Cendron, la 18enne scomparsa 9 anni fa. Elena Del Mastro su Il Riformista il 29 Giugno 2022. 

Sono passati 9 anni da quando si sono perse le tracce di Marianna Cendron, la 18enne di Paese (Treviso), che viveva a casa di un uomo molto più grande di lei: i familiari vorrebbero che le indagini fossero riaperte. Marianna, che aveva appena compiuto 18 anni, è sparita con la sua bicicletta dopo essere uscita dal lavoro la sera del 27 febbraio del 2013.

Sul fronte delle indagini ci sarebbero delle novità su alcune intercettazioni telefoniche. Secondo quanto riportato da Treviso Today le conversazioni sarebbero avvenute tra Renzo Curtolo, il vicino di casa più grande di Marianna e da cui la giovane si era trasferita per un periodo ed il fidanzato Michele. Ore di conversazioni mai inseriti nel fascicolo di inchiesta inizialmente aperto con l’ipotesi di reato di sequestro di persona e poi archiviato il 12 settembre del 2018.

Sin da subito gli investigatori hanno seguito la pista dell’allontanamento volontario. L’ipotesi accreditata era che la giovane fosse fuggita in Bulgaria, suo paese di origine, o forse in Francia, come la stessa aveva progettato stando ad alcuni testimoni, mentre la pista spagnola sarebbe stata smentita dai familiari. Oltre alla ragazza era sparita anche la sua bici usata per andare al lavoro, così come i due cellulari.

L’avvocato Stefano Tigani che rappresenta la famiglia di Marianna Cendron, nei mesi scorsi aveva commentato su TrevisoToday: “Siamo stati autorizzati ad andarci ad ascoltare queste intercettazioni. E’ imbarazzante che non siano mai state considerate, semplicemente non esistono neppure nei brogliacci”. La famiglia della ragazza scomparsa ha sempre contestato la tesi dell’allontanamento volontario e si è detta pronta ad approfondire la vicenda, soprattutto alla luce delle intercettazioni. “Spero sia da qualche parte e che stia bene e non in mano a qualche matto”, aveva affermato il padre Pierfrancesco Cendron.

Ad intervenire mamma Emilia, che ha dichiarato: “Io la sento ancora viva, malgrado gli anni e il fatto che non abbia mai cercato di mettersi in contatto con il fratello. Chissà che con il tempo le cose cambino. Chiaramente metto sull’altro piatto della bilancia il fatto che qualcuno possa averle fatto del male e anche se così fosse vogliamo andare avanti e arrivare alla verità”. Ad oggi non ci sono ancora risposte su quanto accadde 9 anni fa ma i familiari chiedono con forza la riapertura del caso anche se il padre ha ammesso, come riferisce oggi La Tribuna di Treviso: “Siamo pronti al peggio”.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

·        Il mistero di Franco Severi.

(ANSA il 23 giugno 2022) Un cadavere senza testa è stato trovato la notte scorsa sull'Appennino forlivese. È il corpo di Franco Severi, agricoltore di 55 anni, che abitava poco lontano dal luogo del ritrovamento, in un dirupo a Ca' Seggio di Civitella di Romagna. Al momento, nonostante si sia battuta tutta l'impervia zona, non sarebbe stata ritrovata la testa della vittima. 

Nessun mezzo agricolo è stato trovato nei pressi del cadavere, per una eventuale ipotesi di un incidente sul lavoro. Ad una prima sommaria ricognizione sul cadavere, la morte risalirebbe a 24-48 ore fa. È stata disposta l'autopsia. A fare la macabra scoperta, intorno alle 21.30 di ieri sera, un conoscente, dopo che l'uomo non si era presentato a un appuntamento e non rispondeva al telefono.

L'amico, dopo avere inutilmente bussato e chiamato a gran voce, notando dell'erba smossa nei pressi di un vicino profondo dirupo, si sarebbe avvicinato per scoprire, a circa metà della ripida discesa, il corpo senza vita bloccato dai rovi. Sul posto, oltre al personale sanitario del 118, anche carabinieri, vigili del fuoco e il magistrato di turno per coordinare le indagini. Il corpo di Severi potrebbe essere stato gettato nel dirupo successivamente alla sua morte, tesi che sarebbe avvalorata dalla mancanza di sangue rappreso accanto al cadavere.

 Da blitzquotidiano.it il 23 giugno 2022.

Un cadavere senza testa è stato trovato mercoledì sera sull’Appennino forlivese. Si chiamava Franco Severi, agricoltore di 55 anni, che abitava poco lontano dal luogo del ritrovamento, in un dirupo a Ca’ Seggio di Civitella di Romagna.

Dopo una prima battuta di perlustrazione per tutta l’impervia zona, non sarebbe stata ancora rinvenuta la testa della vittima. Nessun mezzo agricolo è stato trovato nei pressi del cadavere, per una eventuale ipotesi di un incidente sul lavoro.

Ad una prima sommaria ricognizione sul corpo, la morte risalirebbe a 24-48 ore fa. È stata disposta l’autopsia.  

Cadavere senza testa, la macabra scoperta di un conoscente 

A fare la macabra scoperta, intorno alle 21.30 di mercoledì sera, è stato un conoscente, dopo che l’uomo non si era presentato a un appuntamento e non rispondeva al telefono.

L’amico, dopo avere inutilmente bussato alla sua porta e chiamato a gran voce, ha notato dell’erba smossa nei pressi di un vicino profondo dirupo. Si è quindi avvicinato per scoprire, a circa metà della ripida discesa, il corpo senza vita bloccato dai rovi.

Sul posto, oltre al personale sanitario del 118, sono intervenuti anche carabinieri, vigili del fuoco e il magistrato di turno per coordinare le indagini.

Il corpo di Franco Severi potrebbe essere stato gettato nel dirupo successivamente alla sua morte, tesi che sarebbe avvalorata dalla mancanza di sangue rappreso accanto al cadavere. 

 Da ilrestodelcarlino.it il 24 giugno 2022.

Sono in lite perenne, da anni. Sette fratelli, uno di loro contro tutti. Cause civili e penali, che si assommano nel tempo. Una delle prime fu per un incendio. A denunciare Franco fu ovviamente il fratello ostinato, tenace. Che rivendicava diritti. E incolpava gli altri, di un po’ di tutto. Questa è almeno la versione che emerge dalle prime dichiarazioni, informali, che sono giunte agli investigatori. 

Ieri pomeriggio, a Ca’ Seggio, a pochi metri dal ritrovamento del cadavere senza testa di Franco Severi, è salito l’avvocato Max Starni, che assieme al collega Massimo Mambelli sostiene i fratelli Severi contro l’altro. 

La questione famigliare verrà focalizzata fino al minimo dettaglio dai militari dell’Arma impegnati sul fronte delle indagini. Forse già da questa mattina gli inquirenti cominceranno a sentire i famigliari di Franco Severi. (Uno dei fratelli è un poliziotto in pensione). Gli aspetti da chiarire sono tantissimi. Non si contano. Ciò che vogliono capire i carabinieri è se negli ultimi giorni Franco abbia subito minacce, da chiunque. Magari lui stesso s’è sfogato con qualcuno. 

Non parlava tanto, Franco. Ma "era un uomo buono. Litigioso, qualche volta, ma chi non lo è", ammette un vicino. Oddio, vicino si fa per dire. Si tratta di un uomo in auto, sulla strada che scende quasi in picchiata verso la Bidentina, incavata nel denso e lugubre fianco boschivo di questo ciglio appenninico. L’uomo si ferma quando vede salire i carabinieri. Chiede che è successo. "Oh mamma mia, povero Franco..." sospira.

Poco dopo approda da una curva il furgoncino del canile comunale di Forlì, che viene a prendere il cane di Franco. Adesso per lui si prospetta un’altra vita. Per Franco invece è finita. Nel modo più orribile che ci sia.

La lente dei militari dell’Arma – presenti sia quelli della Compagnia di Meldola, sia i colleghi del Reparto investigativo provinciale – si focalizzerà anche su chi possa aver visto viva per l’ultima volta la vittima. Un particolare non da poco. Ma ancora non si sa chi possa essere stato. Forse potrebbe essere utile, sul punto, l’amico che mercoledì alle 21.45 ha ritrovato il cadavere decapitato di Franco. "Non lo vedevo da un pezzo, volevo fargli un saluto" ha ripetuto ai carabinieri. Che però nelle prossime ore vorranno risentirlo. Così come sentiranno il fratello riottoso di Franco. Colui che – stando a quanto riferito ai militari – avrebbe innescato nel corso degli anni diverse cause contro gli altri fratelli. Tra queste ce ne sarebbe anche una per minacce contro la madre di Franco, morta qualche tempo fa. Molti di questi contenziosi, di piccolo cabotaggio, sono stati archiviati. Qualcuno è ancora in piedi. Ma ora c’è un corpo senza testa. La storia si fa tosta.

L'agricoltore aveva 55 anni. Cadavere senza testa ritrovato nel dirupo: è giallo sulla morte violenta di Franco. Vito Califano su Il Riformista il 23 Giugno 2022.

La notte scorsa a Civitella, nel Forlivese, è stato ritrovato un cadavere senza testa. Il corpo è di Franco Severi, agricoltore di 55 anni. Si trovava in una scarpata nei pressi dell’abitazione in campagna dove viveva da solo. Nessuna traccia di sangue e neanche nessuna traccia della testa dell’uomo. Sul caso indagano i carabinieri di Meldola. Per gli investigatori si tratta senza dubbio di omicidio.

La località è quella di Ca’ Seggio di Civitella di Romagna. Intorno alle 21:30 di ieri sera un amico arriva a bussare a casa di Severi. I due avevano un appuntamento. E l’agricoltore non si era presentato, non rispondeva neanche al telefono. Strano, ha pensato l’amico che dopo essere arrivato sul posto ha bussato e chiamato a gran voce. Niente.

L’amico ha quindi notato dell’erba smossa nei pressi di un vicino profondo dirupo. Si è sporto e ha visto, secondo quanto ricostruisce l’Ansa, a circa metà della ripida discesa, il corpo senza vita bloccato dai rovi. Sul posto è arrivato il personale sanitario del 118, i carabinieri, i vigili del fuoco e il magistrato di turno Federica Messina per coordinare le indagini. Disposta l’autopsia sul corpo.

Il cadavere, secondo le prime ricostruzioni, potrebbe essere stato gettato nel dirupo dopo la morte in quanto sul posto non è stato trovato sangue rappreso. Il decesso risalirebbe a non oltre 48 ore prima del rinvenimento. La testa non è stata ancora ritrovata dai militari nelle ricerche. Il caso del macabro ritrovamento assume i contorni del giallo.

Al momento sembrano essere escluse le due ipotesi dell’incidente sul lavoro e quella dell’aggressione da parte di un animale selvatico. La testa sarebbe stata staccata con un taglio netto e nei pressi del corpo non sono stati trovati attrezzi da lavoro. “Lo conoscevo era una persona tranquilla, che ha sempre lavorato come agricoltore. Aveva 4 fratelli e due sorelle. Non sappiamo cosa sia potuto accadere”, ha detto al Corriere della Sera Claudio Milandri, sindaco di Civitella.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro. 

Alessandro Fulloni per corriere.it il 27 giugno 2022.

Su Facebook, un lungo post. «Non posso ancora credere che non ci sei più. Eri il fratello che tutti vorrebbero avere, quando avevo bisogno eri sempre pronto a correre ed aiutarmi in tutto». Poi Anna Severi, sorella di Franco, l’agricoltore di 53 anni trovato decapitato mercoledì scorso in un bosco a Civitella, nell’Appennino forlivese, prosegue scrivendo di «cronaca di una morte annunciata, nessuno ci ha ascoltato». Solo uno sfogo? Un messaggio agli investigatori? 

Contattata telefonicamente dal Corriere la donna, con la voce ancora scossa, non aggiunge nulla di più sulla dinamica giudiziaria, limitandosi a un paio di frasi: «Quello che avevo da dire l’ho raccontato ai carabinieri. Loro hanno anche vecchie denunce». A cosa si riferisce? Forse a passate liti e screzi con qualcuno dei sei fratelli di cui si racconta anche in paese? 

Anna è netta: «No, non servono altre parole. Piuttosto vorrei chiarire che mio fratello non era affatto quella specie di orso erroneamente descritto in questi giorni, anzi. Era un uomo generoso. Me lo ha ripetuto anche il sindaco di Civitella in un messaggio che mi ha mandato l’altra sera... “Attivo per la comunità”, quando nevicava era il primo a spalare, offrendo i suoi mezzi». 

Intanto le indagini vanno avanti. Si cerca ancora la testa del cadavere trovato in un dirupo, non distante dalla sua abitazione, un casolare nella frazione di Ca’ Seggio. Il capo, secondo i primi esiti autoptici, sarebbe stato tranciato di netto. Il fascicolo aperto dalla Procura di Forlì che coordina le indagini, è per omicidio e, al momento, sempre a carico di ignoti. Gli accertamenti sono volti soprattutto a ricostruire le ultime ore di vita di Severi, contatti e spostamenti.

L’altra sera i sei fratelli di Franco sono stati convocati tutti assieme in caserma e interrogati. Dagli investigatori non filtra nulla, anche se in paese raccontano di piccoli contenziosi, cause civili e penali, continui litigi. Con, in particolare, uno dei fratelli contro gli altri sei (fra i quali Franco), questi ultimi assistiti dai legali Massimiliano Starni e Massimo Mambelli. 

Su Facebook il post di Anna ha avuto molte condivisioni. La donna ricorda «l’aiuto che mio fratello ha dato alla mamma, seguita ogni giorno sino a quando lei si è spenta, anche quando io non riuscivo a venire per problemi di salute. Ci vedevamo ogni lunedì, io andavo a trovarlo. Era un uomo buono e sereno. Spero con tutto il cuore che tu non abbia sofferto...».

Il giallo del cadavere decapitato: la pista della faida in famiglia. Enea Conti su Il Corriere della Sera il 28 giugno 2022.  

A Civitella di Romagna, piccolo Comune immerso nel verde dell’Appennino romagnolo, sopra Forlì, è ancora, l’agricoltore cinquantacinquenne il cui cadavere decapitato è stato rinvenuto mercoledì della scorsa settimana in una scarpata, vicino alla sua abitazione. L’altra sera la casa di uno dei suoi è stata perquisita così come l’automobile a lui intestata. «Non conosciamo però l’esito di queste operazioni», spiega Massimiliano Starni, legale della vittima. Quello di Civitella è un giallo tanto macabro quanto tragico. La testa di Franco Severi ancora non si trova: i vigili del fuoco di Forlì hanno liberato intere aree da sterpaglie ed erbacce pur di facilitare le ricerche ancora in corso in cui sono impegnati con tutte le forze dell’ordine.

L’inchiesta

Le indagini dei carabinieri delle compagnie di Meldola e Forlì, coordinati dalla Procura che ha aperto un fascicolo per omicidio, proseguono nel massimo riserbo. Sarebbero però ore decisive per gli inquirenti, per riuscire a dare un volto e un nome all’assassino dell’agricoltore. Tutta la vicenda è avvolta nel mistero, ma gli unici episodi di contrasto ricostruiti nella vita della vittima conducono a Daniele Severi. Sono stati gli altri fratelli a raccontarli e a farli entrare nei verbali dei carabinieri all’indomani del rinvenimento del cadavere. Da qui probabilmente la perquisizione dell’altra sera. In passato Daniele Severi aveva intentato parecchie cause contro gli altri congiunti. Pare che alla base dei dissidi ci fossero questioni relative all’eredità familiare. «Ma non solo», spiega Starni. Due denunce sono state depositate dopo altrettanti incendi divampati nell’azienda agricola della vittima. Secondo Daniele Severi erano stati appiccati da suo fratello Franco affinché risultassero dolosi. In questo modo, era la sua tesi, avrebbe potuto chiedere il risarcimento dei danni alla sua assicurazione. Tutte le accuse sono però risultate poi infondate per i giudici.

La famiglia

Insomma, per quanto Daniele Severi fosse ostile a tutti i suoi fratelli, sembra che in famiglia i rapporti più tesi fossero proprio quelli tra lui e la vittima. A completare il quadro affidate a un post pubblicato su Facebook, in cui la donna ha espresso quasi rabbia per la cronaca di quella che ha definito «una morte annunciata». «Nessuno — ha attaccato — ci ha ascoltato». A proposito di queste accuse, il legale della vittima non si sbilancia. «Difficile dire — commenta l’avvocato Starni — a che cosa si riferisca con queste frasi». Severi era conosciuto in paese per il suo carattere arcigno e burbero. Il ritratto che emerge dal racconto di alcuni compaesani è quello di un uomo di altri tempi che sapeva fare il suo lavoro. Un uomo burbero ma buono, solitario e legato al suo cane, con cui viveva da qualche tempo. Che sia stato assassinato lo dimostra la recisione netta del collo. La testa è stata tagliata con un colpo secco, come dimostrato anche dall’autopsia che ha confermato l’assenza di sangue rappreso già evidenziata dalle prime ispezioni sul cadavere. È questo un particolare che avvalora un’altra ipotesi, quella secondo la quale il corpo della vittima sarebbe stato gettato tra i rovi solo in un secondo momento. Il delitto non sarebbe stato però neppure commesso nell’abitazione dell’uomo. Gli investigatori infatti non hanno infatti trovato segni di scasso o di colluttazione all’interno della casa.

Enea Conti per il "Corriere della Sera" il 29 giugno 2022.

A Civitella di Romagna, piccolo Comune immerso nel verde dell'Appennino romagnolo, sopra Forlì, è ancora un mistero la morte di Franco Severi, l'agricoltore cinquantacinquenne il cui cadavere decapitato è stato rinvenuto mercoledì della scorsa settimana in una scarpata, vicino alla sua abitazione.

L'altra sera la casa di uno dei suoi sei fratelli, Daniele Severi, è stata perquisita così come l'automobile a lui intestata. «Non conosciamo però l'esito di queste operazioni», spiega Massimiliano Starni, legale della vittima.

Quello di Civitella è un giallo tanto macabro quanto tragico. La testa di Franco Severi ancora non si trova: i vigili del fuoco di Forlì hanno liberato intere aree da sterpaglie ed erbacce pur di facilitare le ricerche ancora in corso in cui sono impegnati con tutte le forze dell'ordine.

Le indagini dei carabinieri delle compagnie di Meldola e Forlì, coordinati dalla Procura che ha aperto un fascicolo per omicidio, proseguono nel massimo riserbo. Sarebbero però ore decisive per gli inquirenti, per riuscire a dare un volto e un nome all'assassino dell'agricoltore.

Tutta la vicenda è avvolta nel mistero, ma gli unici episodi di contrasto ricostruiti nella vita della vittima conducono a Daniele Severi. Sono stati gli altri fratelli a raccontarli e a farli entrare nei verbali dei carabinieri all'indomani del rinvenimento del cadavere. Da qui probabilmente la perquisizione dell'altra sera.

In passato Daniele Severi aveva intentato parecchie cause contro gli altri congiunti. 

Pare che alla base dei dissidi ci fossero questioni relative all'eredità familiare. «Ma non solo», spiega Starni. Due denunce sono state depositate dopo altrettanti incendi divampati nell'azienda agricola della vittima. Secondo Daniele Severi erano stati appiccati da suo fratello Franco affinché risultassero dolosi. In questo modo, era la sua tesi, avrebbe potuto chiedere il risarcimento dei danni alla sua assicurazione. Tutte le accuse sono però risultate poi infondate per i giudici. Insomma, per quanto Daniele Severi fosse ostile a tutti i suoi fratelli, sembra che in famiglia i rapporti più tesi fossero proprio quelli tra lui e la vittima.

A completare il quadro le parole della sorella Anna, affidate a un post pubblicato su Facebook, in cui la donna ha espresso quasi rabbia per la cronaca di quella che ha definito «una morte annunciata». «Nessuno - ha attaccato - ci ha ascoltato». A proposito di queste accuse, il legale della vittima non si sbilancia. «Difficile dire - commenta l'avvocato Starni - a che cosa si riferisca con queste frasi». Severi era conosciuto in paese per il suo carattere arcigno e burbero. Il ritratto che emerge dal racconto di alcuni compaesani è quello di un uomo di altri tempi che sapeva fare il suo lavoro. Un uomo burbero ma buono, solitario e legato al suo cane, con cui viveva da qualche tempo.

Che sia stato assassinato lo dimostra la recisione netta del collo. La testa è stata tagliata con un colpo secco, come dimostrato anche dall'autopsia che ha confermato l'assenza di sangue rappreso già evidenziata dalle prime ispezioni sul cadavere. È questo un particolare che avvalora un'altra ipotesi, quella secondo la quale il corpo della vittima sarebbe stato gettato tra i rovi solo in un secondo momento. Il delitto non sarebbe stato però neppure commesso nell'abitazione dell'uomo. Gli investigatori infatti non hanno infatti trovato segni di scasso o di colluttazione all'interno della casa.

·        Il mistero di Norma Megardi.

Niccolò Zancan per “la Stampa” il 24 giugno 2022.

Stanno cercando qui, davanti a una piccola azienda agricola. Cercano nell'aia dove abbaiano due cani. Nelle stanze di una cascina, dentro alla rimessa degli attrezzi. Fra questi campi di mais nella pianura infinita e bollente, dove il Piemonte quasi diventa Lombardia, i carabinieri del Ris sono venuti a cercare la chiave di un mistero. 

Che fine ha fatto la signora Norma Megardi, 75 anni, insegnante di inglese in pensione? Lunedì pomeriggio non è tornata a casa. L'auto che usava ogni giorno per le commissioni, un'Opel intestata a lei e al marito, è stata ritrovata carbonizzata su una strada vicino all'argine del Po. Uno sterrato impervio, dentro a una radura. Un posto che si chiama Cascina San Pio di Isola Sant' Antonio. Sul sedile posteriore di quell'auto c'era un cadavere, carbonizzato a sua volta: gli investigatori sono convinti che siano i resti della signora Megardi. E cioè sospettano che non solo la signora sia morta, ma che sia stata uccisa. L'azienda agricola dove sono venuti a cercare è a 5 chilometri di distanza dal luogo del ritrovamento. 

«Erano almeno otto auto dei carabinieri, i militari sono stati al lavoro tutta la notte», racconta una vicina di casa. «Un viavai continuo su queste strade dove non passa mai nessuno», conferma un'altra residente della zona. Ma perché i carabinieri sono venuti a cercare proprio qui? Serve un passo indietro. Norma Megardi: l'India, i fiori, l'insegnamento, il volontariato, la chiesa, gli animali. Ama viaggiare e dedicarsi agli altri. Vive con il marito Orio Andrini e stravede per il figlio Victor, un cantante lirico. Nella sua vita non ha mai avuto problemi, neanche una questione legale. «Nulla di nulla», dice un investigatore.

C'è solo una faccenda in sospeso, nella vita della signora Megardi. Una questione quasi da niente: 2.600 euro. Sono i soldi che le spettavano per l'affitto di un terreno «a uso agricolo», che aveva concesso a una famiglia del suo paese. Un terreno che serviva per coltivare grano e patate. 

Un terreno che da due anni lei non affittava più, proprio perché non riceveva più le rate dell'affitto. Ecco perché i carabinieri stanno cercando a casa di quella famiglia. Perché c'è la storia del debito mai onorato, ma ancora di più c'è l'immagine di una telecamera che inquadra - lunedì pomeriggio - l'Opel della signora Megardi all'altezza di un bivio. «Lei passava da questa parte. Andava a dare da mangiare a due grossi cani a cui si era molto affezionata. Veniva ogni giorno, alzava la sbarra e proseguiva in quella direzione». È proprio laggiù che stanno cercando. Dove l'azienda agricola della famiglia che non pagava l'affitto del terreno affaccia su un basso fabbricato di proprietà della signora Megardi. Erano lì quei cani di cui si preoccupava, su Facebook cercava nuovi padroni per loro: «Chi vuole adottare una coppia di meravigliosi collie? Solo per veri amanti degli animali». Oppure: «Non dimenticateci! Siamo Velvet e Bryan i due collie di 9 anni rimasti orfani della loro mamma umana Antonietta». E mentre cercava aiuto, intanto se ne prendeva cura lei.

Ecco: la cascina. Ecco i cani. E campi di cerali, granella.

Mangime per le bestie. Pomodori da salsa. Melanzane. Lì stanno cercando i carabinieri dei Ris. «Il ragazzo a capo dell'azienda agricola è un tipo solitario, che sembra sofferente. Un ragazzo di pochissime parole. È il figlio di un poliziotto. Gira sempre su un vecchio motorino Ciao, ma da alcuni giorni non lo vediamo più». 

I carabinieri hanno sequestrato attrezzi da lavoro e vestiti. Per ora non ci sono indagati, ma le indagini sembrano puntare in una direzione precisa. «Forse hanno discusso ancora di quei 2.600 euro», dicono in paese. Sarebbero soltanto voci o, peggio, sarebbero maldicenze, se non fosse che anche ieri sono stati fatti altri sopralluoghi. A 6 chilometri dall'auto carbonizzata, a 700 metri dalla villetta della famiglia Andrini e Megardi. Il marito della professoressa di inglese esce in giardino e scuote la testa: «Scusate, è un momento troppo difficile. Preferisco stare zitto». 

Non filtra una parola neanche dalla piccola azienda agricola sulla strada di fronte. «Immaginare un litigio per quel debito è arduo. Parliamo di una persona splendida, parliamo di una donna che si impegna nel sociale ed era molto inserita nella vita culturale del nostro paese», dice la sindaca Rina Arzani. Sale: 4 mila abitanti in provincia di Alessandria. Quattromila abitanti meno uno. Che fine ha fatto la signora Norma Megardi? «Purtroppo molte cose combaciano con quel ritrovamento nell'auto carbonizzata, ma aspettiamo l'esame del Dna», dice ancora la sindaca. Scende la notte sulla campagna. I cani non smettono di abbaiare.

Il mistero della prof scomparsa: dopo il ritrovamento del corpo carbonizzato, fermato un sospettato. Floriana Rullo e Redazione Online su Il Corriere della Sera il 25 Giugno 2022

La svolt anella notte fra venerdì e sabato. Norma Megardi, 74 anni, prof in pensione, era scomparsa il 20 giugno. 

L’attesa svolta è arrivata nella notte: i carabinieri del nucleo investigativo del reparto operativo del comando provinciale di Alessandria, hanno eseguito il fermo disposto dalla Procura del presunto responsabile dell’omicidio di Norma Megardi. Si tratta di un uomo della zona, condotto in carcere, nella casa circondariale Cantiello e Gaeta verso le 2.30. La professoressa in pensione, residente a Sale, 74 anni, era scomparsa nel pomeriggio di lunedì e la sua auto, contenente resti umani, era stata rinvenuta bruciata nello stesso giorno, durante le operazioni di spegnimento di un incendio, in zona cascina San Pio, nel paese di Isola Sant’Antonio.

La donna era scomparsa il 20 giugno e gli inquirenti, trovata l’auto, hanno cominciato subito a indagare per omicidio, visionando le immagini delle telecamere di sorveglianza del Comune che controllano la zona che si trova proprio vicino ad un terreno che l’ex insegnante di inglese aveva dato in gestione. Lo aveva affidato a un trentenne, figlio di un poliziotto. Un uomo taciturno, che vive da solo e che, da qualche mese, era in ritardo con i pagamenti dell’affitto. Una questione di poco conto, si mormora in paese, che era qualche volta sfociata in qualche discussione ma nulla di più. Non c’è traccia infatti in Comune di contenziosi o dissidi sulle proprietà elencate nel catasto. Un debito di appena 2.600 euro che in poche ore però si è trasformato in uno dei possibili moventi dell’omicidio, anche se sul caso la Procura mantiene il più stretto riserbo e per ora non sembrano esserci nemmeno indagati.

(ANSA il 25 giugno 2022) - L'uomo fermato nella notte, su disposizione della Procura di Alessandria, per l'omicidio della pensionata Norma Megardi, 74 anni, a Isola S.Antonio (Alessandria), ha confessato il delitto. E' accusato - spiegano, in una nota, i carabinieri del comando provinciale - di omicidio volontario, incendio e distruzione di cadavere. Il corpo era stato trovato lunedì scorso nell'auto della vittima, distrutta da un incendio vicino all'argine del Po. Nel corso dell'interrogatorio l'uomo fermato "ha rilasciato dichiarazioni confessorie e agevolato il sequestro di ulteriori reperti". Già oggi è prevista l'udienza di convalida del fermo dal gip.

(ANSA il 25 giugno 2022) - L'attesa svolta è arrivata nella notte: i carabinieri del nucleo investigativo del reparto operativo del comando provinciale di Alessandria, hanno eseguito il fermo disposto dalla Procura del presunto responsabile dell'omicidio di Norma Megardi. Si tratta di un uomo della zona, condotto in carcere, nella casa circondariale Cantiello e Gaeta verso le 2.30. La pensionata, residente a Sale, 74 anni, era scomparsa nel pomeriggio di lunedì e la sua auto, contenente resti umani, era stata rinvenuta bruciata nello stesso giorno, durante le operazioni di spegnimento di un incendio, in zona cascina San Pio, nel paese di Isola Sant'Antonio. 

Due gli avvocati che assistono l'indagato, arrivati alla caserma Scapaccino, dov'era presente anche il magistrato che ha disposto il fermo. L'auto in questione, un'utilitaria Opel acquistata da poco da Megardi insieme al marito, era andata sostanzialmente distrutta dalle fiamme nella zona boschiva, sugli argini del Po, salvo che per alcuni numeri di targa rimasti leggibili.

I resti erano stati immediatamente posti sotto sequestro in un'autorimessa del Tortonese, mentre le parti umane rinvenute all'interno erano state portate nella camera mortuaria del cimitero di Alessandria, a disposizione dell'autorità giudiziaria. I carabinieri del comando provinciale, con i colleghi della compagnia di Tortona, avevano iniziato subito una serie di accertamenti sul luogo del ritrovamento, molto impervio e isolato, lontano dalle abitazioni. Si erano trovati a dovere accertare innanzitutto se il rogo fosse partito dal veicolo stesso o dal bosco, dov'erano entrati in azione i vigili del fuoco per lo spegnimento, con in prima fila il sindaco di Isola, Cristian Scotti. Megardi, intestataria con il marito della vettura, era uscita dalla sua casa di Sale per delle commissioni quella stessa giornata, nel tardo pomeriggio, ma non aveva più dato sue notizie, sembrava scomparsa.

Tutto il paese si era impegnato per risolvere il giallo, a partire dalla polizia locale, che aveva fornito le immagini dell'impianto di videosorveglianza, sperando di aiutare a ricostruire i movimenti dell'auto e dell'anziana stessa. Le indagini dei carabinieri si erano poi estese all'attività di affitto di terreni che la donna, proprietaria di alcuni appezzamenti, gestiva in prima persona.

Alessandria, donna trovata carbonizzata in auto: l’assassino ha confessato. Alice Giusti il 25/06/2022 su Notizie.it. 

L’assassino della pensionata Norma Mengardi di Isola Sant’Antonio (in provincia di Alessandria) ha confessato questa mattina poco dopo le 7 il terribile delitto.

Come riportato da Ansa, l’uomo inizialmente sospettato della morte della donna, pensionata 74 anni ritrovata senza vita in un’auto carbonizzata, ha raccontato tutta la verità nel corso di un interrogatorio tenutosi poche ore fa.

Il corpo della donna le forze dell’ordine l’avevano trovato lo scorso lunedì all’interno della vettura della vittima. Il veicolo era completamente distrutto e parcheggiato vicino ad un argine del Po. I Carabinieri hanno confermato che nel corso dell’interrogatorio l’uomo arrestato ha “rilasciato dichiarazioni confessorie e agevolato il sequestro di ulteriori reperti”.

Il caso Norma Mengardi: chi era la donna e cosa è accaduto

Norma Mengardi era un’insegnante in pensione come tante altre.

Una donna dai sani principi, che dopo aver insegnato inglese per anni e dopo aver passato anche un lungo periodo in India aveva iniziato ad occuparsi degli altri, impegnandosi in attività di volontariato.

Da giorni della donna si erano perse le tracce, fino alla terribile scoperta del corpo senza vita, trovato lunedì scorso all’interno della sua automobile completamente distrutta dalle fiamme. Inizialmente, le forze dell’ordine avevano trovato sul sedile posteriore dell’auto un corpo completamente carbonizzato, ma non erano certe che si trattasse proprio di quello della donna.

Le successive analisi del DNA hanno successivamente confermato la notizia che i familiari della vittima temevano di ricevere.

Le indagini

In base a quanto riportato da La Stampa, le indagini delle autorità si sono focalizzate su una serie di appezzamenti che la donna aveva messo in affitto. C’è un particolare sul quale, in un primo momento, le forze dell’ordine si sono focalizzate: c’era infatti un debito non saldato di 2.600 euro in ballo per un terreno che la donna aveva affittato ad una famiglia.

L’uomo fermato nelle scorse ore, reo confesso, è attualmente seguito da due avvocati e, per il momento, non se ne conoscono le generalità.

Alessandria, la prof Norma investita a bruciata per un debito di 2.600 euro. Floriana Rullo su Il Corriere della Sera il 25 Giugno 2022.

La donna, in pensione, è stata trovata carbonizzata nella sua auto. Confessa il figlio dei suoi affittuari. Indagati anche i genitori del 24enne fermato: ma loro si dicono innocenti. 

Un debito per l’affitto mai pagato di un campo che era diventato motivo di scontri continui. Per questo Luca Orlandi, 24enne di Tortona, in provincia di Alessandria, ha ucciso Norma Megardi, 75 anni, l’ex insegnante di inglese di Sale, paesino dell’alessandrino, di cui si erano perse le tracce dal 20 giugno. Lo ha confessato ai carabinieri di Alessandria, coordinati dalla Procura diretta da Enrico Cieri, nella notte fra venerdì e sabato. Ed è stato fermato.

Il suo nome è stato iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio volontario, incendio e distruzione di cadavere. Accanto al suo, anche quello dei genitori, Pietro Orlandi, poliziotto che lavora ad Alessandria, e Ivana Ferrari: a lungo interrogati, respingono ogni accusa. Il 24enne, agricoltore che lavora nell’azienda del nonno, si era presentato qualche ora prima in caserma con i suoi legali, Stefano Bagnera e Paolo Amisano. «Ho ucciso io Norma», ha detto agli inquirenti per poi accompagnarli nel luogo del delitto.

Secondo una prima ricostruzione la donna sarebbe stata uccisa nel tardo pomeriggio di lunedì, dopo l’ennesima lite. Lei e Orlandi si sarebbero incontrati poco prima vicino all’azienda agricola, in un edificio vicino di proprietà della donna, dove erano ospitati due cani abbandonati di cui Norma si prendeva cura. Delle immagini mostrerebbero l’auto, lunedì pomeriggio, mentre transita vicino alla cascina e si ferma a un bivio. Proprio lì i due avrebbero discusso. Lei avrebbe chiesto che l’affitto del terreno, circa 2600 euro, che non era ancora stato versato venisse saldato. Lui, dopo l’ennesimo diverbio l’avrebbe prima investita con la macchina per poi, dopo averla caricata nella Opel di lei, portata nelle campagne di Isola Sant’Antonio, in una zona impervia e difficile da raggiungere a pochi passi dal Po e da cascina San Pio. A quel punto, la vettura della professoressa, con il suo corpo all’interno adagiato sul sedile posteriore nel tentativo di inscenare un suicidio, sarebbe stata data alle fiamme.

Quindi, il ritrovamento dei resti carbonizzati; le voci in paese sul debito per l’affitto non versato, sui dispetti e addirittura le minacce e le denunce. Dei vicini hanno riferito di galline morte messe dal 24enne davanti al cancello della cascina con tanto di biglietti minacciosi. Anche per questo sembra che Norma volesse riprendersi quei terreni.

Intanto, mentre si attende l’autopsia sui resti carbonizzati, è stata fissata per domani mattina la convalida del fermo di Orlandi, ora in carcere ad Alessandria. Suo padre, in via cautelativa, è stato sospeso dal servizio. «Nessuno avrebbe pensato ad un epilogo simile — ha commentato il sindaco di Sale, Lazzarina Arzani —. Due famiglie sono comunque rovinate. Quella di Norma e quella degli Orlando. Norma era benvoluta a Sale. Ci era tornata ad abitare una volta in pensione dopo aver vissuto diversi anni in India con il marito, dirigente di un’azienda del settore petrolifero. Era un ex insegnante di inglese, si era sempre dedicata al volontariato. Penseremo a come ricordarla». 

Floriana Rullo per il “Corriere della Sera” il 26 giugno 2022.

Un debito per l'affitto mai pagato di un campo che era diventato motivo di scontri continui. Per questo Luca Orlandi, 24enne di Tortona, in provincia di Alessandria, ha ucciso Norma Megardi, 75 anni, l'ex insegnante di inglese di Sale, paesino dell'alessandrino, di cui si erano perse le tracce dal 20 giugno. Lo ha confessato ai carabinieri di Alessandria, coordinati dalla Procura diretta da Enrico Cieri, nella notte fra venerdì e sabato. Ed è stato fermato. 

Il suo nome è stato iscritto nel registro degli indagati con l'accusa di omicidio volontario, incendio e distruzione di cadavere. Accanto al suo, anche quello dei genitori, Pietro Orlandi, poliziotto che lavora ad Alessandria, e Ivana Ferrari: a lungo interrogati, respingono ogni accusa. Il 24enne, agricoltore che lavora nell'azienda del nonno, si era presentato qualche ora prima in caserma con i suoi legali, Stefano Bagnera e Paolo Amisano. «Ho ucciso io Norma», ha detto agli inquirenti per poi accompagnarli nel luogo del delitto.

Secondo una prima ricostruzione la donna sarebbe stata uccisa nel tardo pomeriggio di lunedì, dopo l'ennesima lite. Lei e Orlandi si sarebbero incontrati poco prima vicino all'azienda agricola, in un edificio vicino di proprietà della donna, dove erano ospitati due cani abbandonati di cui Norma si prendeva cura. Delle immagini mostrerebbero l'auto, lunedì pomeriggio, mentre transita vicino alla cascina e si ferma a un bivio. Proprio lì i due avrebbero discusso. Lei avrebbe chiesto che l'affitto del terreno, circa 2600 euro, che non era ancora stato versato venisse saldato.

Lui, dopo l'ennesimo diverbio l'avrebbe prima investita con la macchina per poi, dopo averla caricata nella Opel di lei, portata nelle campagne di Isola Sant' Antonio, in una zona impervia e difficile da raggiungere a pochi passi dal Po e da cascina San Pio. A quel punto, la vettura della professoressa, con il suo corpo all'interno adagiato sul sedile posteriore nel tentativo di inscenare un suicidio, sarebbe stata data alle fiamme. 

Quindi, il ritrovamento dei resti carbonizzati; le voci in paese sul debito per l'affitto non versato, sui dispetti e addirittura le minacce e le denunce. Dei vicini hanno riferito di galline morte messe dal 24enne davanti al cancello della cascina con tanto di biglietti minacciosi. Anche per questo sembra che Norma volesse riprendersi quei terreni. Intanto, mentre si attende l'autopsia sui resti carbonizzati, è stata fissata per domani mattina la convalida del fermo di Orlandi, ora in carcere ad Alessandria.

Suo padre, in via cautelativa, è stato sospeso dal servizio. «Nessuno avrebbe pensato ad un epilogo simile - ha commentato il sindaco di Sale, Lazzarina Arzani -. Due famiglie sono comunque rovinate. Quella di Norma e quella degli Orlando. Norma era benvoluta a Sale. Ci era tornata ad abitare una volta in pensione dopo aver vissuto diversi anni in India con il marito, dirigente di un'azienda del settore petrolifero. Era un ex insegnante di inglese, si era sempre dedicata al volontariato. Penseremo a come ricordarla».

·        Il caso di Aldo Gioia.

"I fidanzati-killer volevano uccidere tutti. Personalità borderline". Rosa Scognamiglio il 22 Giugno 2022 su Il Giornale.

Al via il processo per l'omicidio di Aldo Gioia, il 53enne ucciso ad Avellino dal fidanzato della figlia. Il perito in aula: "Tra i due 64.550 messaggi, circa uno al minuto".

Un piano diabolico, criminale, e curato nei minimi dettagli. I due fidanzatini-killer di Avellino, Elena Gioia e Giovanni Limata, accusati dell'omicidio di Aldo Gioia, padre 53enne della ragazza, avevano progettato di sposarsi subito dopo la strage. Il neuropsichiatra Stefano Ferracuti, perito incaricato dalla famiglia della 18enne, non ha dubbi: "Si tratta di una coppia con personalità borderline".

La perizia psichiatrica

I fatti risalgono al 23 aprile del 2021 in un appartamento al civico 253 di corso Vittorio Emanuele, ad Avellino. Aldo Gioia fu trafitto con 14 coltellate al corpo, mentre dormiva sul divano in cucina, dal fidanzato della figlia. Per lo psichiatra che ha esaminato il fitto scambio di sms tra i due ragazzi nelle settimane antecedenti al delitto, si trattò di un omicidio architettato a tavolino. "Cooperarono attivamente nella programmazione del delitto", ha spiegato il perito ai giudici della Corte di Assise di Avellino nella prima udienza del processo a carico della giovane coppia. E a proposito di Elena, oggi 19enne, ha precisato: "Le sue capacità di ragionamento sono poco sviluppate. Si tratta di un soggetto debole e facilmente suggestionabile. Ha difficoltà a organizzare le informazioni che le vengono fornite e a utilizzarle in modo critico". La ragazza, come ben ricorda Repubblica.it, è stata poco collaborativa con gli inquirenti scegliendo di avvalersi della facoltà di non rispondere (almeno nella prima fase delle indagini).

Gli sms tra Elena e il fidanzato

Elena e Giovanni, nel corso della loro breve relazione, avrebbero scambiato circa 64.550 messaggi: "circa uno al minuto". "È chiaro che la relazione sia stata costruita assolutamente su un piano virtuale. - ha spiegato il dottor Ferracuti -Nella reciproca richiesta di fedeltà, impegno e costanza Limata ha proposto un'alternativa esistenziale ad Elena, a quella che era la sua famiglia d'origine". Secondo l'esperto, si tratta di "due personalità fortemente disturbate, la relazione in sé è di carattere psicotico. In psicopatologia si chiama follia a due, Giovanni ed Elena si contagiano a vicenda e si potenziano". In alcune chat del 17 aprile, giorno in cui hanno concertato la strage, i due fidanzatini avrebbero fantasticato "in termini inconcepibili. Erano così fuori dalla realtà che iniziano a pensare che qualcuno si sarebbe accorto dell'omicidio perché nessuno avrebbe più pagato le bollette. - ha concluso l'esperto - Loro pensavano davvero di uccidere tutti, di prendere lo zainetto e di andarsi a sposare sulla spiaggia".

·        Il mistero di Domenico Manzo.

Il mistero dell’uomo svanito nel nulla dall’avellinese da oltre 1 anno. Domenico Manzo, la storia della scomparsa dell’ex calciatore: tra gli indagati la figlia Romina e l’amica Loredana. Elena Del Mastro su Il Riformista il 22 Giugno 2022. 

Era l’8 gennaio 2021 quando Domenico Manzo, 69 anni, ex calciatore e ora muratore in pensione, scomparve nel nulla a Prata di Principato Ultra, provincia di Avellino. Separato, con due figli, Romina e Francesco, per diverse stagioni aveva indossato anche la maglia della ternana. Quella sera a casa si festeggiava il compleanno della figlia 21enne. Ad inquadrare l’ultima volta che è stato visto le telecamere di videosorveglianza: erano le 22 circa a Prata e lui si incamminava verso una vecchia stazione ferroviaria poco distante dalla sua abitazione.

La sera della scomparsa, Domenico Manzo era a casa per la festa di compleanno della figlia Romina: ad un certo punto, esce di casa per fumare una sigaretta, poi si allontana dall’abitazione. Viene ripreso da alcune telecamere mentre percorre la strada e arriva ad un incrocio, tra via Annunziata e via Marconi. Qui, l’ultima sua immagine: si ferma sotto il balcone di un palazzo che fa angolo e poi fa per imboccare via Annunziata. A quel punto però si ferma, come se ci avesse ripensato, torna indietro e va nella direzione opposta: via Guglielmo Marconi. Scomparso dall’inquadratura, a quel punto di lui non ci sono più avvistamenti.

Le ricerche, partite immediatamente con la segnalazione della scomparsa, hanno impegnato tutto il territorio di Prata di Principato Ultra e dintorni. Poco distante dal luogo della scomparsa, scorre il fiume Sabato e quindi vi partecipano anche sommozzatori: la possibilità era che potesse essere finito nelle acque del fiume irpino-sannita, ma ogni ricerca è inconcludente. Vengono anche utilizzati dei droni, ma di Manzo nessuna traccia.

Le indagini però si sono rivolte anche ai presenti di quella sera: subito sentiti tutti i presenti alla festa poco prima che Manzo si allontanasse, per capire se dai loro racconti potesse emergere qualche dettaglio utile alle indagini. E proprio su queste dichiarazioni ci sarebbe stata una svolta: lo scorso 5 maggio, la figlia Romina e l’amica Loredana sono infatti iscritte nel registro degli indagati la prima accusata di sequestro di persona e di falsa testimonianza al pubblico ministero, e la seconda accusata di favoreggiamento nel sequestro e a sua volta di falsa testimonianza al pm. L’amica raccontò illo tempore di essere arrivata in ritardo alla festa perché avrebbe investito un cane lungo il tragitto: ma di questo evento le forze dell’ordine non hanno mai trovato un riscontro. A alle due si aggiunge un terzo indagato, l’ex fidanzato di Loredana, con l’accusa di false informazioni rese al pm e favoreggiamento.

Gli investigatori stanno sentendo tutti i presenti alla festa di compleanno di Romina nel quale scomparve anche il padre Domenico e cercando anche altre immagini di videosorveglianza che possano aver ripreso l’uomo mentre si allontanava da casa quella notte. Fino a qualche settimana fa non vi erano indagati né ipotesi concrete sulla sua scomparsa: poi la svolta. Nel mirino alcuni dettagli dichiarati dalla figlia Romina e dai due amici, che gli inquirenti non sono riusciti a riscontrare. Indagini che proseguono in tutte le direzioni.

L’ultima novità sul caso riguarda il sequestro di un Suv noleggiato da figlia e amica in quei giorni. Solo nelle ultime settimane gli inquirenti hanno provveduto a disporre il sequestro dell’auto usata la sera della scomparsa dell’uomo da Loredana. Si tratta di un Suv preso a noleggio il giorno precedente ma guidato dalla neo patentata Loredana, la sola ad avere all’epoca la patente. Proprio l’auto sarebbe al centro del giallo: quella sera Loredana arrivò molto scossa alla festa di compleanno di Romina, figlia di Domenico Manzo, riferendo di aver investito un cane.

La carcassa dell’animale, tuttavia, non è mai stata rinvenuta ed anche di recente, intervistata da Chi l’ha visto, la ragazza ha precisato di non aver mai detto di averlo ucciso, ma solo ferito. Il cane, dunque, sarebbe successivamente scappato. Il sequestro dell’automobile nell’ambito delle indagini sulla scomparsa di Domenico Manzo serviranno a stabilire se l’uomo sia mai entrato nell’abitacolo prima di far misteriosamente perdere le sue tracce. La speranza, dopo oltre un anno dalla vicenda, è che possano esserci ancora tracce utili. L’auto, infatti, al momento della riconsegna sarebbe stata rinvenuta anche sporca, piena di fogliame e terra, ma pare sia stata successivamente ripulita.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

·        Il mistero di Maria Maddalena Berruti.

L’omicidio del cioccolatino e il destino che torna (50 anni dopo). Federico Ferrero su Il Corriere della Sera il 21 Giugno 2022.

Nel 1937 Maria Maddalena Berruti diede il dolcetto a sua figlia di 12 anni: era stato imbottito di stricnina da due balordi che volevano derubarla. La piccola morì. Nel 1987 la donna fu trovata strangolata nella sua casa. Su Sky il racconto del doppio dramma.

Quando venne trovato il corpo senza vita di una anziana vedova, Maria Maddalena Berruti, in un appartamento di via Colombo a Genova, la routine si mosse lenta. La donna, 82 anni e una vita particolarmente ritirata, era sparita dalla circolazione nel febbraio del 1987 e i vicini avevano allertato i vigili del fuoco perché sospettavano le fosse successo qualcosa. Finché, nel voltare il cadavere, non ci si accorse di un filo di nylon trasparente che qualcuno le aveva avvolto intorno al collo. La signora non era morta di malore ma era stata uccisa con un cordino per stendere i panni, lo stesso che venne trovato un po’ dappertutto per casa. La signora Berruti accumulava oggetti più e meno utili e il suo assassino ne aveva usato uno per ucciderla: un omicidio non premeditato, probabilmente. Durante l’autopsia si riuscì a retrodatare la morte a una notte di un fine settimana nel quale, però, nessun condomino aveva udito alcunché. Senza segni di ingresso forzato, ci si domandò come fosse riuscito a entrare in casa di una ottuagenaria, nelle ore serali, un ospite indesiderato.

Lo spray verde

A rendere inusuale la scena del crimine, una strana serie di macchie di vernice spray verdi, disseminate per i muri dell’appartamento. Nessun segno di un’entrata violenta, né di rapina: gioielli e un milione di lire in contanti vennero ritrovati in bella vista. Nient’altro: viveva sola, la signora, e riceveva visite saltuarie da parte dei nipoti con i quali aveva rapporti cordiali. Semmai, una vecchia storia di due piccoli appartamenti venduti e del corrispettivo, forse versato in contanti, mai ritrovato. Ma la successiva indagine patrimoniale non riuscì a fornire altre informazioni utili. Per escludere ogni pista familiare, la polizia decise di studiare il passato della vittima e, con sommo stupore, riemerse un fatto ormai dimenticato della cronaca ligure: quello che era stato il celebre “delitto del cioccolatino”. Cinquant’anni prima, nel 1937, Maria Maddalena Berruti era una donna giovane e bella, alta, bionda, vestita con eleganza, gioielli appariscenti e scarpe di vernice. Moglie di Alessio Celle, marinaio imbarcato sulla Conte Grande – il transatlantico impegnato sulla tratta tra Genova e New York – e mamma di una bambina, Irma, di dodici anni, si diceva integrasse le entrate con la frequentazione della casa di tolleranza più esclusiva della città, il Ceba’, allestita in una villa nella omonima via vicino al porto antico.

La scusa

Là aveva conosciuto due universitari, Guido De Grandis e Carlo Foppiano, figli della borghesia genovese, due scapestrati che amavano la bella vita ma non la fatica necessaria per guadagnarsela. Come in un intreccio di Agatha Christie, Foppiano aveva sfruttato le sue basiche nozioni da assistente di un dentista per suggerire all’amico di commettere un delitto con l’uso di un veleno di sua conoscenza, la stricnina. I ragazzi avevano pensato bene di offrire alla donna, con la scusa di un omaggio galante, un cioccolatino al liquore nel quale era stata iniettata una dose della sostanza. Il piano balordo consisteva nel far svenire, se non peggio, la signora e poi, con la scusa di soccorrerla, svaligiarle la casa, per potersi finalmente permettere il Ceba’ e tutti i piaceri cittadini loro precluse. Ma non andò così. La signora Berruti aveva dimenticato il cioccolatino in borsa e, un paio di giorni dopo, lo aveva offerto alla figlia, come premio per essersi sobbarcata la fatica di riportare della biancheria dalla lavanderia fino a casa. La povera Irma, in preda alle convulsioni, fu ricoverata d’urgenza ma, dopo qualche ora, morì. Inizialmente sospettata del delitto, la madre venne scagionata e passò le sue giornate e nottate alla ricerca di quei due disgraziati, che infine riuscì a scovare e far arrestare.

L’accusa

De Grandis e Foppiano vennero accusati di omicidio con mezzo insidioso, presero vent’anni schivando la pena di morte grazie al riconoscimento del vizio parziale di mente e scontarono in buona parte la pena a Saluzzo che, ai tempi, più che una prigione era un luogo di barbaro imbruttimento. Dopo l’armistizio del 1943, approfittando del caos, il primo evase dalla prigione ma, pentito, tornò sui suoi passi per farsi riportare in cella e, sopraffatto dal rimorso per quella vita spezzata anni prima, impiccarsi alla grata. Foppiano no: scontata la pena tornò dalle sue parti, si rifece una vita come autotrasportatore, mise su famiglia sui colli sopra Chiavari e morì di infarto nel 1986, qualche mese prima che qualcuno ammazzasse anche la madre di Irma, Maria Maddalena. Le due tragedie che si incrociarono nella vita della signora Berruti potevano significare molto, o anche niente. La polizia ipotizzò un regolamento di conti postumo, da parte di qualche parente dei due, consumato nel cinquantesimo anniversario della prima morte violenta. Ma restò una suggestione. Altri puntarono sulla vernice verde, la stessa usata per imbrattare un cinema a luci rosse nei pressi della casa della donna. Ma con quale legame? Forse l’antica frequentazione del Ceba’, peraltro ignota a tutti dopo mezzo secolo?

La confessione

Il caso è stato ricostruito con perizia da una puntata di Mostri senza nome, una produzione Crime+Investigation Originals in collaborazione con Radio24, disponibile su Sky on demand. E racconta anche un epilogo sbalorditivo: poco prima di morire, nel 2013, il conosciutissimo Don Gallo rievocò la sua lunga e avventurosa vita in un libro. Un paragrafetto era dedicato alla confessione di un uomo che, un giorno, gli si era presentato raccontando di essere stato lui a uccidere Maria Maddalena, nel corso una rapina finita male. Senza altri moventi. Ed è sommamente improbabile che mai si saprà altro, sul responsabile della morte della signora Berruti. Una donna che dovette vivere con il rimorso di aver offerto alla sua unica figlia un “bonbon”, come si chiamavano allora, che ne aveva procurato la morte atroce. E che, a sua volta, finì i suoi giorni uccisa in casa. Forse per niente.

·        Il mistero di Massimo Bochicchio. 

Andrea Ossino per repubblica.it il 17 novembre 2022.

Anche l'ufficiale di collegamento gli 007 inglesi al servizio di Sua Maestà, uno 007 in piena regola, il "più grosso esperto che tu possa avere di polizia sul territori britannico per quello che riguarda l'Italia", è a caccia del tesoro di Massimo Bochicchio. 

A Milano l'inchiesta è archiviata. A Roma il processo è "estinto per morte del reo". Ma sportivi, professionisti e vip di ogni sorta non hanno mai smesso di cercare i soldi che hanno affidato a Massimo Bochicchio per poi vederli sparire nel nulla. Ed è per questo che tempo fa si sono rivolti a un uomo dei servizi segreti britannici. Lo dice al telefono Daniele Conte, fratello del mister Antonio, vittima del broker e una volta anche suo compare in affari.

"Devo incontrare questo qui, mi fanno incontrare praticamente uno dei servizi segreti civili e militari a Londra...non ho capito bene comunque sa un po' di cose", dice al telefono il 14 dicembre del 2020. "Ma chi ti ha dato il riferimento?" domanda l'interlocutore. "Tramite quelle persone che sto facendo il discorso del fondo...c'è di mezzo un altro che so il nome, che lavora lì...non sto capendo chi cavolo è...lavora sempre nell'ambito della finance e c'hanno un po' di cose...vado li e vedo un attimino", risponde Conte. 

Dopo neanche 24 ore il fratello dell'allenatore è al telefono con l'uomo che dovrebbe trovare il tesoro di Bochicchio:  "L'interlocutore vanta contatti con i responsabili della sicurezza e specifica poi che, sebbene l'ambasciatore Trombetta (Raffaele, altra vittima di Bochicchio ndr) sia ovviamente coinvolto nella vicenda , non è a questi che fa riferimento quando parla di contatti, quanto piuttosto al servizio segreto civile".

Più precisamente "il più grosso esperto che tu possa avere di polizia sul territorio britannico per quello che riguarda l'Italia, quindi qualsiasi cosa deve passare da lui", è il "collegamento con Scotland Yard". Il contatto fornisce subito informazioni degne di James Bond:  "Il nostro uomo si accompagna con una famiglia libanese - siriana. Potrebbe avere a che fare con la ripulitura di soldi - dice - perché sai i libanesi sono...se c'è da far transitare un sacco di soldi in una banca svizzera o una banca italiana o francese, magari è un problema...magari in una banca libanese o in una banca di Dubai che conosce, o del Qatar, riesce a farlo".

Daniele Conte risponde come può, offrendo le sue informazioni:  "io comunque so che è in contatto con il suo precedente proprietario di casa a Londra". I tentativi di recuperare il denaro sono i più disparati. Conte lo spiega al commercialista Matteo Ripianese:  "asserisce che ha sentito Patrice (verosimilmente Evrà - ex calciatore professionista) con il quale avrebbe intenzione di partire per Dubai, dove si trova attualmente Massimo Bochicchio". "Se è, prendiamo e andiamo", dice. I due non andranno mai. Ma Bochicchio arriverà in Italia. I suoi soldi invece no. 

Il mistero del telefono trovato nel taxi

"Mi sembra pazzesco, io comunico il numero alla Guardia di Finanza e lui perde il telefono, ma che è, pure sta storia". Il dubbio è legittimo, la coincidenza sospetta, la domanda una sola: qualcuno ha detto a Massimo Bochicchio che gli investigatori avevano appena iniziato a intercettare la sua nuova utenza telefonica? Un quesito che i magistrati, al pari dei clienti truffati dal Broker dei vip scomparso la scorsa estate, si sono posti quando un tassista ha chiamato dicendo di aver trovato casualmente il cellulare del Madoff dell'Aniene, un numero di telefono che i finanzieri avevano appena scoperto. 

Del resto tutto ciò che riguarda Massimo Bochicchio diventa un mistero. Lo è diventata la sua morte, visto che il corpo carbonizzato e irriconoscibile ha dato adito alle più disparate teorie, prima che la prova del Dna ne confermasse l'identità.  Ed è ambigua, emerge adesso, anche la chiamata della tassista degli Emirati Arabi ad Antonio Massimino, un investitore che racconta la vicenda al telefono con Daniele Conte, il fratello dell'allenatore del Tottenham, Antonio.

È una circostanza ambigua perché il tassista chiama il 21 ottobre del 2020, lo stesso giorno in cui Antonio Massimino comunica alla Finanza di aver scoperto il nuovo numero di Bochicchio. La storia emerge dagli atti che rimbalzano tra i procuratori di Roma e Milano che si sono occupati dell'inchiesta su Massimo Bochicchio, il broker che ha truffato vip del calibro degli allenatori Antonio Conte e Marcello Lippi, dei giocatori Patrice Evra e Stephan el Shaarawy, dei procuratori sportivi Federico Pastorello e Luca Bascherini. 

Il 21 ottobre del 2020 Bochicchio è ancora vivo, è a Dubai e i creditori gli stanno alle costole scambiandosi informazioni. Lo cercano in tutto il mondo, lui a stento parla con la famiglia, ma all'improvviso arriva una telefonata: "Vuoi farti due risate? Mi ha chiamato un numero da Dubai, ho risposto, ho detto chi è", riassume Massimino a Daniele Conte spiegando che dall'altro lato della cornetta l'interlocutore avrebbe risposto: "Ho trovato un cellulare nel mio taxi, sono un tassista di Dubai, ma ho visto che tu hai chiamato a questo numero e magari conosci chi ha perso il telefono così glielo posso riportare".

 "Da un lato - si legge nelle carte - Massimino ipotizza che la telefonata del tassista potrebbe essere una strategia di Bochicchio per essere ulteriormente contattato sul numero inglese", dall'altro si pone una domanda e riflette: "Mi sembra pazzesco, io comunico il numero alla Guardia di Finanza e lui perde il telefono, ma che è pure sta storia". 

Il sospetto è che una talpa possa aver allertato il broker. Ad ogni modo, riflettono gli interlocutori, occorre mettere le mani sul telefono. Conte vede  un'opportunità: "così pigliamo un po' di mail...A chi lo potremmo far lasciare?". La caccia dei creditori continuerà invano, quella degli investigatori produrrà i suoi frutti: Bochicchio viene arrestato nel luglio 2021. Il processo praticamente non si farà mai: "estinto per morte del reo".

Alessandro Da Rold per “La Verità” il 16 novembre 2022.  

Sono passati ormai quasi 5 mesi da quando una motocicletta Bmw customizzata andava a schiantarsi contro un muretto sulla via Salaria a Roma. Era il 19 giugno. E da quel giorno la storia di Massimo Bochicchio, il trader romano accusato di aver truffato allenatori di calcio come Antonio Conte o semplici imprenditori, ha preso tutta un'altra piega. In questi mesi il test del Dna sui resti di un corpo bruciato insieme con la moto hanno fugato solo in parte i dubbi sulla sua morte. 

C'è stato anche il funerale, ma tutt' ora, nei locali della Capitale, come nei circoli del tennis dove Bochicchio era di casa, continuano a circolare leggende sul fatto che sia ancora vivo. Di certo, ad alimentare racconti e favole ci sono anche i ritardi con cui la Procura sta indagando sulla dinamica dell'incidente. Il fascicolo è fermo e dalla Procura non circolano indiscrezioni.

Ma a generare nuove leggende sul trader di Capua sono soprattutto i tanti creditori che sperano di riavere i soldi che avevano investito negli ultimi dieci anni. Se infatti il processo penale di Roma si è estinto per la morte dell'imputato, all'estero le azioni legali vanno avanti. Lo scorso mese, intorno alla metà di ottobre, c'è stata la prima udienza nel tribunale di Tortola (nelle British Virgin Island) per la liquidazione di Kidman, ovvero la società di cui era titolare Bochicchio, con cui prometteva ai suoi investitori guadagni facili. 

I liquidatori hanno ammesso tutti i creditori per almeno 350 milioni di dollari su 430 totali. Tra i creditori più noti ci sono Rodolfo Errani, ex patron della Cisa, ma anche il procuratore di calcio Federico Pastorello e l'ex ambasciatore Raffaele Trombetta. La Corte di giustizia delle Isole vergini avrà quindi il compito di trovare il tesoro di Bochicchio.

Non sarà semplice, ma l'ammissione dei creditori alla liquidazione rappresenta un grosso passo in avanti per scoprire dove potrebbe essere finita la montagna di soldi che il trader romano raccontava di maneggiare. In una delle intercettazioni agli atti, è lui stesso a raccontare di gestire un investimento di almeno «1 miliardo e 800 milioni di euro». Bochicchio aveva conti e appoggi negli Stati Uniti, a Hong Kong, Panama, alle British Virgin Island, ma anche a Dubai o in Belize, tutti Paesi dove si era rifugiato alla fine del 2020 per sfuggire alla giustizia italiana e soprattutto a chi chiedeva indietro i propri investimenti. Di sicuro di soldi in casa di Bochicchio ne giravano tanti. 

Tra l'impressionante mole di documenti che in questi anni le Procure di Milano e Roma hanno prodotto sulla truffa c'è anche un atto che permette di capire il tenore di vita che aveva «Il Fanfara», soprannome con cui lo avevano chiamato gli amici. È la richiesta di separazione che la moglie Arianna Iacomelli aveva deciso di portare avanti alla fine del 2020. I due si erano conosciuti nel 1999 poi si erano sposati nel 2004. Due figli, una vita all'estero, in lussuose case tra Londra e Miami, facevano da cornice a una vita idilliaca durata fino al febbraio del 2020, quando erano iniziati i problemi.

O meglio, quando alcuni conoscenti della coppia avevano iniziato a chiedere conto dei loro investimenti. È lì che cambia tutto, come si legge nella memoria firmata dall'avvocato Yuri Picciotti. Ed è proprio per questo che alla fine del 2020, mentre il marito si trova all'estero nella speranza di risolvere i problemi finanziari, Arianna Iacomelli mette per iscritto quale è stato durante tutti questi anni di matrimonio il loro tenore di vita. 

Si parla di un totale di 107.000 euro al mese (1 milione e 200.000 euro all'anno), divisi tra le spese per le case di Roma, Londra e Capalbio a cui vanno aggiunti i mutui per le case di Londra e Cortina. Poi si calcolano altri 4.000 euro per le spese di gestione della casa familiare, tra spesa al supermercato ed elettrodomestici.

Lo sport per i figli porta via poco al mese, appena 500 euro. Mentre per le pulizie di casa la colf incassa 4.500 euro mensili. Non solo. A questi vanno aggiunti anche 10.000 euro per le vacanze estive e invernali, senza dimenticare la rata mensile della scuola (5.000) e anche l'abbigliamento suo e dei bambini (altri 5.000 euro). Non bisogna poi dimenticare che la moglie di Bochicchio aveva anche a disposizione due carte di credito senza limite di spesa a cui va aggiunto anche uno stipendio di quasi 10.000 euro al mese, sempre concesso dal marito. 

Tra le pagine della richiesta di separazione si parla anche di quei mesi infernali del 2020, quando il trader decide di trasferirsi all'estero lasciando moglie e figli. In quei giorni, come si legge nelle carte, Bochicchio invierà alcuni bonifici alla moglie. Ma anche l'avvocato della donna appare in difficoltà nel risalire alle proprietà del marito. «Non è facile dare conto della situazione patrimoniale del signor Bochicchio.

A prescindere dal calcolo delle spese mensili», la donna «non conosce pressoché nulla dell'attività svolta dal marito». Barbara Prampolini, giornalista e avvocato, anche lei truffata, definisce la vicenda «sempre più torbida. A parte le ovvie istanze per cercare di recuperare i denari sottratti, mette in luce un mondo fatto di persone senza scrupoli, millantatori e bugiardi. In tutta questa vicenda nessuno dice la verità, nessuno si assume responsabilità» spiega Prampolini. «Tante chiacchiere volte a imbrogliare le carte in un gioco al contrario: le vittime vengono trattate come allocchi o, per dirla alla Bochicchio, come "sciroccati" in telefonate tra amici, solo perché cercano di rientrare dei loro soldi. C'è rabbia. Mi fanno molta pena, dal primo all'ultimo protagonista di questa squallida storia». 

Da Mendella a Bochicchio, le grandi truffe ai risparmiatori della storia della finanza. Gabriele Petrucciani su Il Corriere della Sera il 09 Luglio 2022

I grandi truffatori

Quello di Massimo Bochicchio, il broker scomparso lo scorso 19 giugno in un incidente in moto, non è né il primo e probabilmente non sarà neanche l’ultimo dei raggiri perpetrati a danno dei risparmiatori, piccoli o grandi che siano. La truffa è truffa, e se ben congegnata non è facile sfuggirvi. Soprattutto considerando che la digitalizzazione e l’innovazione tecnologica dilagante se da un lato hanno democratizzato l’accesso ai mercati finanziari e alle piattaforme di investimento, dall’altro lato hanno anche favorito la diffusione delle frodi. Sì, perché fino a ieri per fregare il «pollo» bisognava allestire una farsa in stile Henry Gondorff, il truffatore americano interpretato da Paul Newman nel film «La Stangata» che per la truffa del secolo creò addirittura una finta agenzia di scommesse. Oggi, invece, il pericolo corre direttamente in rete, sul web, dove è possibile incappare anche in siti e piattaforme ben costruite ma che alla fine non sono altro che uno specchietto per le allodole. Ma anche se sfuggire a una truffa ben congegnata è praticamente impossibile, questo non giustifica chi si approccia al mondo degli investimenti con sufficienza. I risparmi vanno tutelati. E per farlo bisogna informarsi in modo adeguato prima di affidarsi nelle mani sbagliate.

C’è truffa e truffa

Le frodi non sono tutte uguali, anche se alcune si sono ripetute nei trascorsi storici, sebbene con stili e modalità differenti. Ci sono tanti modi per raggirare un risparmiatore, in modo diretto o indiretto. In modo diretto, per esempio facendosi affidare con l’inganno i risparmi direttamente dai malcapitati; in modo indiretto, per esempio causando la bancarotta di una società, portando al crollo delle azioni in Borsa e al default delle obbligazioni ancora in circolazione emesse dalla stessa società. E poi ci sono i sistemi di tranding innovativi, quelli che promettono facili e mirabolanti guadagni anche con piccoli capitali e che sono pubblicizzati a raffica sui social network da giovanissimi e improbabili guru della finanza. Oltre ai moderni raggiri legati al mondo delle criptovalute. Ma la storia ci insegna che anche tra le mura delle banche possono nascondersi delle insidie, anche se l’evoluzione normativa, con l’arrivo della Mifid prima e della Mifid di secondo livello poi, ha reso più difficile la vendita di prodotti inadeguati al profilo dei risparmiatori.

La «piramide» di Ponzi

Come riporta il sito della Consob, «le truffe finanziarie più pericolose e ricorrenti utilizzano quasi sempre le medesime modalità. Si tratta di schemi da tempo collaudati» e che oggigiorno hanno trovato nuova linfa con la diffusione di Internet. Tra queste, la tipologia di truffa più frequente è il cosiddetto schema piramidale, anche detto «schema Ponzi» dal nome del suo ideatore, il romagnolo Carlo Ponzi (si è trasferito a Boston nel 1903, diventando uno dei più grandi truffatori della storia americana). In pratica, i primi risparmi vengono raccolti promettendo guadagni molto elevati, che saranno poi pagati con i soldi raccolti da altri investitori. Il passaparola fa il resto, con lo schema piramidale che si autoalimenta e che continuerà a funzionare fino a quando la capacità di attrarre altri risparmiatori resterà elevata. Il sistema crolla nel momento in cui i nuovi capitali non saranno più in grado di coprire gli elevati guadagni promessi.

La replica di Madoff

In tempi più recenti, lo schema Ponzi fu replicato quasi fedelmente dal finanziere Bernard Madoff, che arrivò a truffare oltre 35 mila persone in tutto il mondo, bruciando 65 miliardi di dollari. Arrivato addirittura alla presidenza del Nasdaq nel 1990, Madoff prometteva guadagni del 10% in qualsiasi condizione di mercato, quando andavano bene e anche quando l’Orso prendeva il sopravvento. E nei fatti il finanziere americano riuscì a mantenere le sue promesse, passando indenne alla crisi del 1998 e anche all’attentato alle Torri Gemelle. Ma in realtà Madoff non aveva fatto alcun investimento, se non depositare i soldi raccolti su un conto della Chase Bank, mettendo su un nuovo schema Ponzi. Come il finanziere sia potuto sfuggire ai controlli della Sec, nonostante sei esposti presentati tra il 1992 e il 2008, rimane un mistero. Il castello di carta crollò nel 2008, con la crisi dei mutui subprime e il fallimento di Lehman Brothers, quando Madoff, pressato dai disinvestimenti, non riuscì a onorare richieste di riscatto per circa 7 miliardi di dollari.

Il telefinanziere Mendella

Negli stessi anni in cui Madoff alimentava il suo schema Ponzi, in Italia si consumava un’altra truffa a danno dei risparmiatori, per mano del telefinanziere Giorgio Mendella. Ex venditore di quadri a Bergamo Tv, nel 1987 Mendella fondò il suo network, Retemia, dopo aver acquistato l’ex Elefante Tv dalla famiglia Marcucci. E, attraverso la sua rete, Mendella comincia a spronare i telespettatori a investire i soldi nelle sue società, promettendo guadagni superiori al 20 per cento. Parlava anche di un posto, la Romania, dove si potevano comprare palazzine intere a prezzi molto convenienti, considerando che il regime di Ceaușescu stava per crollare. Ma a marzo del 1991, la Guardia di Finanza mette sotto sequestro la holding Intermercato, che nei mesi successivi fallisce insieme ad altre controllate. Per Mendella parte il procedimento penale per falso in bilancio, bancarotta fraudolenta, associazione a delinquere, truffa e raccolta di risparmi senza autorizzazione. Venne condannato nel 1999 a nove anni di reclusione, ma fu assolto dall’accusa di associazione a delinquere e truffa. Il crack Mendella da 400 miliardi delle vecchie lire coinvolse in tutto oltre 20mila risparmiatori, tra chi aveva sottoscritto dei mutui, chi aveva comprato azioni Intermercato e chi aveva sottoscritto mandati per l’acquisto di appartamenti in Romania.

I prodotti MyWay e 4You

Agli inizi degli anni 2000 un altro scandalo scuote il mondo della finanza. Quello dei prodotti MyWay e 4You di Banca 121, poi acquisita da Monte dei Paschi di Siena. Prodotti che sono stati presentati ai risparmiatori come piani a lungo termine ad accumulo pensionistico, con un orizzonte di 15 anni o 30 anni, e che potevano essere dismessi senza penali in qualsiasi momento. Di fatto, dunque, strumenti a basso rischio. In realtà, però, si trattava di prodotti piuttosto complessi e che incorporavano un livello di rischio ben più alto. In pratica, i contratti MyWay e 4You prevedevano l’apertura di un finanziamento a lungo termine in capo al risparmiatore, da rimborsare in rate mensili con tanto di pagamento di interessi. L’importo finanziato serviva per acquistare obbligazioni o quote di fondi comuni. La Corte Suprema di Cassazione si è pronunciata più volte (nel 2012, nel 2017 e nel 2019) in merito alla nullità di questi contratti «atipici», aprendo quindi per i sottoscrittori la strada del rimborso di quanto versato a titolo di interessi e capitale.

Il «cryptoschema» Ponzi di Quadriga CX

Corsi e ricorsi storici, verrebbe da dire. Lo schema Ponzi sembra non morire mai. Tanto che è stato riutilizzato di recente dall’exchange (cambiavalute) canadese Quadriga CX per truffare alcuni risparmiatori che avevano creduto nel bitcoin. Dopo la morte presunta a dicembre 2018 dell’amministratore e fondatore Gerald Cotten (sarebbe morto in India per complicazioni dovute al morbo di Crohn), la società ha dichiarato bancarotta, e chi aveva investito in bitcoin attraverso la piattaforma canadese si è ritrovato con un pugno di mosche in mano. Cotten era l’unico a conoscere la password per accedere al conto su cui risiedevano le criptovalute. Inizialmente si pensava a uno strano caso di malagestione: come era possibile che una delle realtà più grandi in Canada nel settore delle criptovalute non avesse contemplato un piano di emergenza per una situazione di questo tipo? Dalle indagini, invece, è poi emerso che Cotten aveva messo in piedi un moderno schema Ponzi. Ai clienti mostrava dati falsi sull’andamento dei loro investimenti, mentre lui utilizzava il denaro dei clienti per spese o investimenti personali. E chi voleva incassare i bitcoin veniva pagato con nuovi capitali raccolti. Complessivamente, Cotten ha sottratto circa 200 milioni di dollari ai risparmiatori.

La Vip-truffa di Bochicchio

Un altro schema Ponzi è stato realizzato dal famigerato «truffatore dei vip», Massimo Bochicchio, deceduto a Roma lo scorso 19 giugno a causa di un incidente stradale in moto culminato in un incendio. Bochicchio, con un passato come advisor in Hsbc, era riuscito a entrare nel «palazzo» dell’aristocrazia professionale romana e dopo aver stretto amicizie importanti convinceva i suoi clienti ad affidargli i loro risparmi, forte anche delle sue società finanziarie con sede a Londra (Tiber Capital e Kidman Asset Management). Con la promessa di guadagni superiori al 10%, Bochicchio era riuscito ad accumulare un capitale di oltre 500 milioni di euro, anche se nelle intercettazioni lui affermava di aver movimentato addirittura 1 miliardo e 800 miloni. In tutto sono 38 i clienti che si sono costituti parte civile e tra i truffati spiccano nomi come quello dell’allenatore Antonio Conte (e del fratello Daniele), che avrebbe perso 24 milioni, dell’attaccante della Roma Stephan El Shaarawy (6 milioni) e dell’ex calciatore Patrice Evra, a cui si aggiungono l’ambasciatore italiano a Londra Raffaele Trombeetta, il procuratore sportivo Luca Bascherini, l’osteopata romano Massimiliano Mariani, l’avvocato Alvaro Tagliabue e l’odontoiatra Marco Petrilli (700 milioni). Tra i raggirati figura anche il nome dell’ex Ct della nazionale italiana Marcello Lippi, che però non si è costituito parte civile. Il castello di carta costruito da Bochicchio è crollato in pieno lockdown, nel 2020, quando Conte ed Evra hanno bussato invano alla sua porta per chiedere il rimborso dei capitali sottoscritti.

Valeria Di Corrado e Camilla Mozzetti per “il Messaggero” il 6 settembre 2022.

Una signora si aggira a piazza Vescovio, nell'elegante quartiere Salario, sono le dieci del mattino e chiede al barista e all'edicolante se sanno di chi sono i funerali che stanno per celebrarsi nella vicina chiesa Sacri Cuori di Gesù e Maria. Lei vive da anni nel quartiere e domenica è andata a messa, ma Don Stefano non le ha detto nulla. A colpirla sono state le corone di fiori - poche - adagiate sul sagrato e quelle firme sui nastri: gli amici del liceo Scientifico, i compagni del liceo Linguistico. Crede che sia morto un giovane e solo per questo se ne dispiace. Pensare che un ragazzo non ci sia più, innesca pure fra gli sconosciuti un comune senso di disagio. 

E invece il funerale che si è svolto ieri mattina, con il parroco che fino all'ultimo ha raccomandato «riserbo», così come richiesto dalla signora Arianna, è quello del 56enne Massimo Bochicchio. Il broker dei vip e degli sportivi rinviato a giudizio nel marzo scorso con l'accusa di esercizio abusivo della professione di investitore e riciclaggio.

C'è una bara, probabilmente di rovere a guardarne il colore, che viene portata a spalla dai dipendenti dell'agenzia funebre anche al termine della cerimonia. Ma del corpo di Bochicchio, che sarà cremato per sua stessa volontà con le ceneri disperse molto probabilmente nella cara Capalbio, non è rimasto quasi più nulla. 

L'uomo è morto dopo essersi schiantato sulla via Salaria il 19 giugno scorso quando, beneficiando di un permesso giornaliero di due ore (si trovava ai domiciliari), è salito in sella alla sua Bmw partendo dalla casa di piazza di Novella senza più farvi ritorno. È morto 24 ore prima di una nuova udienza del processo che lo vedeva imputato e con lui sono morte le risposte a tanti perché che pure quei pochi presenti al funerale di ieri segretamente continuano a porsi mascherandoli dietro ad una parvenza di normalità che ha un modo tutto suo di esprimersi.

Dalle borse firmate alla messa in piega appena fatta, dal doppiopetto ben indossato in una giornata di settembre che sembra luglio alle canottiere monocolore impreziosite da collanine di coralli e turchesi, buttate lì a far credere che sia un caso quando nulla in certi contesti è lasciato al caso, ma segue una precisa ritualità. E guai a tradirla. A poco a poco in chiesa entrano gruppetti di ragazzi, hanno tutti una camicia o una maglietta bianca. Sono i compagni di scuola dei due figli gemelli di Bochicchio ancora adolescenti e sì, guardando poi quante persone occuperanno le panche, si può davvero credere che a morire sia stato un ragazzino.

Gli amici del broker, gli adulti, quelli che pure gli avevano affidato i risparmi di una vita o anche quelli dei genitori sono pochi. Forse sono davvero gli unici che a prescindere da tutto gli sono sempre stati a fianco e che in queste settimane sono stati vicini alla moglie Arianna, jeans a palazzo e camicia blu di seta, sneakers ai piedi.

Lei no, la messa in piega non l'aveva fatta, però con gli occhiali scuri a coprire uno sguardo velato dal dolore, è stata al fianco della nipote quando la ragazzina è salita sull'altare per leggere una lettera, unico contributo dopo l'omelia di Don Stefano che ha citato un passo del Vangelo sulla Resurrezione. In molti lo vorrebbero ancora vivo Massimo Bochicchio, ma anche se lui ormai non c'è più e chissà che fine hanno fatto i milioni che ha preso pure da quegli amici presenti, ieri doveva essere solo il giorno del ricordo e non quello della rabbia che si porta dietro una vergogna impresentabile.

Per questa sì, le porte della chiesa erano davvero sprangate. Trenta minuti dopo, intorno alle 11, ci si saluta con la promessa di rivedersi presto, i sorrisi e gli abbracci che la signora Arianna riserva a tutti mentre uno dei due figli le si avvicina con un amico e le chiede: «Mamma dov' è che andiamo a vivere?» e lei che risponde: «Qui vicino», prima di lasciarsi andare ad una carezza. 

Nuovo giallo nel caso Bochicchio: dov’è finito il suo testamento? Il Corriere della Sera il 6 Ottobre 2022.

«Non è dato sapere se l’imputato abbia redatto testamento» scrivono i giudici della settima sezione archiviando le richieste della vedova di dissequestrare i suoi conti correnti

Una situazione di «complessiva incertezza» sui futuri risarcimenti alle vittime del broker Massimo Bochicchio. Tanto più che, mistero nel mistero, manca all’appello il testamento del finanziere: «Allo stato non è dato sapere se l’imputato (Bochicchio, ndr) abbia redatto testamento o se si farà luogo alla successione legittima con conseguente qualità di erede in capo alla stessa Iacomelli (Arianna Iacomelli, vedova Bochicchio, ndr)» sintetizzano i giudici della settima sezione collegiale. A oltre tre mesi dalla morte del broker (le cui cause sono tuttora in fase di accertamento) i magistrati motivano la decisione di negare il dissequestro dei conti correnti e dei beni della vedova spiegando che, diversamente, potrebbero insorgere «controversie» tra le parti civili.

Si tratta cioè di preservare il patrimonio sequestrato che ammonta a circa due milioni di euro e garantire le vittime del broker, fra cui l’ex allenatore Antonio Conte, la scrittrice Barbara Prampolini, il calciatore Stephan El Shaarawy e molti altri. Il processo nei confronti del broker è estinto per la sua morte ma «non sussistono gli estremi per una sentenza assolutoria di merito ancorabile al presupposto della prova evidente dell’innocenza dell’imputato». Questo influisce anche sui destini dei beni che restano sotto sequestro come confermato dai giudici: «Va pertanto mantenuto il sequestro in parola in attesa della definizione della controversia — o delle controversie — avente ad oggetto l’avente diritto alla restituzione». A questo punto si tratterà di capire le decisioni dei giudici del Tribunale civile che erediteranno il fascicolo con le relative richieste risarcitorie.

A processo per esercizio abusivo della professione (ma nel mirino dei pm anche per truffa) Bochicchio doveva milioni ai suoi clienti, soldi svaniti nella contabilità della sua società Kidman che, anziché moltiplicarli, li aveva dissolti.Il pm Alessandro Di Taranto ha effettuato una serie di rogatorie nei paesi asiatici per capire se vi fossero complicità e con quali aiuti Bochicchio avesse dissipato il patrimonio di molti. Nell’affaire, va sottolineato, sono scomparsi circa 600 milioni di euro.

Il dibattimento si è concluso con una decisione che ha rassicurato le vittime e rinviato ai giudici civili ogni soluzione dei contrasti per l’eredità Bochicchio. No, dunque, a Iacomelli che, attraverso i suoi avvocati David Leggi e Gianluca Tognozzi, aveva chiesto di sbloccare il plafond da mezzo milione di euro sul proprio conto («Non ho più una lira» aveva detto). Sì alle parti civili che chiedono con forza la restituzione dei fondi investiti sollevando interrogativi sulla legittimità delle aspirazioni di Iacomelli: a che titolo, avevano chiesto in aula, la moglie del broker rivendica mezzo milione di euro a fronte di chi dichiarava il minimo.

Estratto dell'articolo di Valeria Di Corrado per “il Messaggero” il 21 settembre 2022.  

Il tesoretto di Massimo Bochicchio per il momento resta congelato. Sarà il giudice civile a dover sbrogliare l'intricata matassa sull'eredità del defunto broker, le pretese di risarcimento dei suoi clienti vip truffati e la richiesta di dissequestro di oltre 500 mila euro presentata dalla moglie Arianna Iacomelli, ma respinta dalla settima sezione penale del tribunale di Roma che ieri ha dichiarato estinto il processo «per morte del reo». 

Bochicchio era accusato di riciclaggio ed esercizio abusivo della professione di investimento, ma il 19 giugno scorso è deceduto in un incidente stradale dalla strana dinamica avvenuto alla periferia nord della Capitale: il 56enne è andato a sbattere con la sua moto contro le mura esterne dell'aeroporto dell'Urbe, durante le due ore di libera uscita che gli erano state concesse dal regime degli arresti domiciliari. Il serbatoio della Bmw è andato a fuoco, rendendo irriconoscibile il suo corpo carbonizzato. Solo dopo l'esame del dna disposto dalla Procura capitolina - che indaga per istigazione al suicidio - è stato possibile attribuire un'identità certa al broker originario di Capua.

L'UDIENZA Acquisito il suo certificato di morte, il collegio penale non hanno potuto fare altro che emettere la sentenza di non luogo a procedere. Contestualmente ha deciso di mantenere sotto sequestro i beni congelati a Bochicchio dal gip del Tribunale di Milano a febbraio del 2021, rimettendo la soluzione della controversia al giudice civile competente. 

A questo punto le decine di vip beffati dal broker - tra cui l'attaccante della Roma Stephan El Shaarawy e l'ex mister dell'Inter Antonio Conte, che avrebbe investito, tramite il fratello, circa 24 milioni di euro - avranno la possibilità di riavere una piccola parte dei loro risparmi. Parliamo di briciole, se si considera che il sequestro per equivalente ammontava a 70 milioni, ma ciò che i beni che i finanzieri hanno trovato (tra conti correnti, immobili e opere d'arte) ammontano a circa 2 milioni di euro. 

Colpo di scena durante l'intervento dell'avvocato Roberta Girone, legale di una delle 36 parti civili costituite: «La richiesta di dissequestro avanzata dalla vedova comporta una implicita accettazione dell'eredità. Siamo contenti, almeno sapremo a chi pignorare i beni». (...)

 Bochicchio, processo estinto. Bocciata la richiesta della vedova: i soldi restano confiscati. Ilaria Sacchettoni su Il Corriere della Sera il 21 Settembre 2022.

«Non ho più una lira» aveva detto Arianna Iacomelli. Ma i giudici hanno dato la priorità alle parti civili raggirate. Ora la palla passa al Tribunale civile che dovrà fissare i risarcimenti 

Prima le vittime di Massimo Bochicchio. Poi, in subordine, la vedova. I giudici della settima sezione penale bocciano la richiesta di dissequestro del conto corrente di Arianna Iacomelli, moglie del broker rimasto ucciso in un incidente di moto il 19 giugno scorso e, in contemporanea, dichiarano estinto il processo. Il dibattimento si chiude così con una decisione che rassicura le vittime e rinvia ai giudici civili ogni soluzione dei contrasti per l’eredità Bochicchio. No, dunque, alla Iacomelli che, attraverso i suoi avvocati David Leggi e Gianluca Tognozzi, chiedeva di sbloccare il plafond da mezzo milione di euro sul proprio conto («Soldi indispensabili per vivere: non ho più una lira» aveva detto nei giorni scorsi). Quindici giorni di tempo e la decisione sarà motivata ma, intanto, sembra di capire che i giudici abbiano condiviso l’impostazione dei pm Alessandro Di Taranto e Giovanbattista Bertolini contrari al dissequestro e favorevoli a rinviare gli atti al Tribunale civile che dovrà stabilire i risarcimenti alle vittime.

Prevale, per così dire, la linea El Shaarawy che, tra le vittime illustri del broker, aveva scelto di opporsi alla richiesta di dissequestro attraverso il suo avvocato, Cesare Placanica. D’accordo anche l’avvocato di parte civile Roberta Girone che, in aula, s’era chiesta a che titolo la Iacomelli, titolare di dichiarazioni dei redditi «fra i quaranta e i cinquantamila euro annuali» vantasse il diritto di vedersi riconosciuto quel mezzo milione di euro a fronte dei circa 70milioni sequestrati inizialmente dalle procure milanesi e romane. In realtà, bisogna sottolineare, ci sono solo 2milioni di euro in mano agli investigatori. Somma che include una casa a Cortina d’Ampezzo più una cassetta di sicurezza con due orologi destinati ai figli, un paio di gemelli di pregio e i famosi 500mila euro rivendicati dalla moglie.

Sono 38 le vittime costituite parte civile al processo. Fra queste l’allenatore Antonio Conte, il calciatore Patrice Evra, il procuratore sportivo Luca Bascherini, il luminare osteopata Massimiliano Mariani e altri ancora. Si chiude così il processo per abusivismo finanziario e riciclaggio nei confronti del broker e della sua Kidman Asset Management che aveva raccolto investitori in ogni parte del mondo con promesse di guadagni fuori mercato. Un’inchiesta che ipotizza il riciclaggio resta aperta (si attendono le risposte alle rogatorie nei paesi asiatici) mentre una seconda nella quale s’indaga per istigazione al suicidio si propone di far luce sulla sua morte.

Estratto dell'articolo di Valeria Di Corrado per “Il Messaggero” il 16 settembre 2022.

«Non sono scappata con alcun malloppo. Sono rimasta senza una lira. Vivo grazie all'aiuto degli amici. Per questo motivo rivoglio i miei risparmi: sono il frutto di 30 anni di lavoro». Dopo quasi tre mesi dal tragico incidente stradale in cui è morto carbonizzato Massimo Bochicchio, la moglie Arianna Iacomelli sfata finalmente la leggenda di chi crede detenga un tesoro segreto lasciatole dal broker accusato di aver truffato decine di vip. 

Ieri il suo legale, l'avvocato Gianluca Tognozzi, ha depositato ai giudici del Tribunale di Roma un'istanza per chiedere il dissequestro di 500mila euro depositati sul conto corrente della Iacomelli e la restituzione dei beni presenti in una cassetta di sicurezza. (…)

Al momento si trova in difficoltà economiche?

«Sì, ma non solo da ora. Sono in difficoltà da due anni, da quando Massimo era partito per andare a Dubai e poi in Indonesia». 

Suo marito non le ha lasciato nulla? Nemmeno una polizza assicurativa sulla vita?

«No, nulla. Non sono scappata con alcun malloppo. Mio marito era ottimista e contava di restituire tutto ai suoi creditori, ma non ha fatto in tempo. Non ha pensato a lasciarci nulla, perché non credeva certo di morire».

Lei è convinta si sia trattato di un tragico incidente?

«Sì, ne sono convinta. Stava male da un paio di settimane, aveva giramenti di testa. Pensava fosse la cervicale. Sicuramente ha avuto un malore e ha perso il controllo della moto». 

Non aveva appuntamento con nessuno quella mattina?

«No, era andato a fare un giro nelle due ore di permesso che gli erano concesse mentre era agli arresti domiciliari».

 Da quando è morto si sono fatti avanti i suoi creditori? Ha avuto qualche altra pressione da parte di quella gente brutta, brutta di cui aveva parlato ai suoi amici?

«Ringraziando Dio, no. Anche perché è sulla bocca di tutti che siamo rimasti senza una lira e abbiamo avuto un netto cambiamento dello stile di vita». 

In cosa è cambiata la sua quotidianità e quella dei suoi figli ?

«Abbiamo lasciato la casa in cui vivevamo, per trasferirci in un appartamento più piccolo. E i miei figli non possono più frequentare la scuola inglese. Li ho iscritti a una scuola semi-pubblica che pagano i miei amici». (…)

Estratto dell’articolo di Andrea Ossino per repubblica.it il 3 settembre 2022.

La procura ha certificato ciò che l’esame del Dna aveva già rivelato: il corpo carbonizzato ritrovato lo scorso 19 giugno in via Salaria, dopo un sinistro stradale, è di Massimo Bochicchio. […] Quindi adesso è stato rilasciato il certificato di morte e il pm ha autorizzato il seppellimento o la cremazione della salma che fino ad adesso era “a disposizione dell’autorità giudiziaria”. 

Tuttavia nessuno intende comunicare la data e il luogo delle esequie. Atti che di fatto annunciano la fine del procedimento sulla truffa organizzata dal broker dei vip, che dovrebbe essere dichiarato estinto “per morte del reo” durante la prossima udienza.

Con buona pace dei clienti che, quando era ancora in vita, gli avevano affidato somme importanti poi sparite nel nulla: dagli allenatori Antonio Conte e Marcello Lippi fino ai giocatori Patrice Evra e Stephan el Shaarawy, passando per i procuratori sportivi Federico Pastorello e Luca Bascherini. 

Restano da comprendere le cause dell’impatto avvenuto oltre due mesi fa in via Salaria, quando la Bmw su cui viaggiava il Madoff dell’Aniene si è schiantata all’improvviso contro un muro. Per capire come è morto il broker dei vip, si attendono gli esiti dell’autopsia, e soprattutto dell’esame istologico.

Di sicuro non aveva assunto sostanze particolari, visto che l’esame tossicologico ha certificato la presenza nel sangue di medicinali compatibili con il diabete, patologia da cui era affetto Bochicchio. […]

Valeria Di Corrado per “il Messaggero” il 3 settembre 2022.  

Aleggiano fino all'ultimo i misteri sulla morte di Massimo Bochicchio, il broker accusato di aver truffato decine di vip romani con promettenti investimenti. Nonostante la Procura di Roma abbia dato alcuni giorni fa il nulla osta alla sepoltura del corpo, rimasto carbonizzato in un incidente stradale dalla dinamica strana avvenuto lo scorso 19 giugno alla periferia nord della Capitale, dalla famiglia non si hanno ancora notizie sulla data del funerale.

Eppure adesso, dopo due mesi e mezzo di attesa, le carte ci sono: compreso il certificato di morte rilasciato dal Comune di Roma dopo che la genetista dell'Università La Sapineza ha accertato che il dna di quel cadavere irriconoscibile è di Bochicchio. Questo estremo riserbo lascia intendere che si vogliano celebrare delle esequie in forma strettamente riservata, quasi segreta. 

[…] La volontà di tenere segreta la data del funerale potrebbe essere dettata anche dal timore della moglie, Arianna Iacomelli, di vedersi di nuovo pressata da creditori senza scrupoli. Lei stessa, in un'intercettazione, parlava di «gente brutta brutta» che la chiamava o le bussava alla porta. 

Nell'inchiesta per riciclaggio in cui era indagato Bochicchio si faceva infatti riferimento a «una vicenda dai profili fraudolenti nella quale avrebbe restituito solo il 40% di un investimento posto in essere per conto di un soggetto vicino alla cosca mafiosa Santapaola».

L'esame autoptico ha chiarito che il broker è deceduto per i traumi causati dal violentissimo impatto contro la parete del muro di cinta dell'aeroporto dell'Urbe di Roma, su cui si è schiantato mentre era in sella alla sua moto Bmw. Non è stato quindi arso vivo dalle fiamme. Il giallo sulla morte, però, non è risolto. Resta infatti da capire cosa abbia provocato l'incidente stradale.  […]

Il funerale segreto: l'ultimo mistero del caso Bochicchio. Pare non si siano ancora svolte le esequie di Massimo Bochicchio, il broker dei vip che avrebbe intascato oltre 600 mila euro in 20 anni, nonostante il via libera da parte della perizia genetica. Francesca Galici su Il Giornale il 3 Settembre 2022  

L'esame del DNA ha confermato che l'uomo morto in moto lo scorso 19 giugno, schiantandosi contro il muretto dell'aeroporto Roma Urbe nella periferia nord della Capitale, era proprio Massimo Bochicchio, noto broker accusato di aver truffato numerosi personaggi molto noti. Eppure, nonostante la conferma scientifica che ha dipanato ogni dubbio sull'identità del cadavere, dopo che in città erano girate voci circa una messa in scena da parte di Bochicchio, continuano i misteri attorno alla sua morte. Infatti, come riferisce il Messaggero, non sono ancora state fissate le esequie, nonostante il genetista incaricato abbia già consegnato tutti i documenti e sia pronto, da ormai diverse settimane, anche il certificato di morte rilasciato dal Comune di Roma.

L'ultimo mistero del broker Bochicchio. Scomparso il suo Dna, test al fratello

Non è chiaro perché non siano stati effettuati o, se sono già stati effettuati, siano stati svolti in forma privatissima e anonima. Secondo il primo quotidiano di Roma, il motivo di tanta riservatezza potrebbe essere la voglia di evitare ulteriore clamore, considerando che molte delle persone che hanno accusato Massimo Bochicchio di truffa erano suoi amici. Dai calciatori Stephan El Shaarawy ed Evra, passando per l'allenatore Antonio Conte, solo per citare alcuni dei nomi più noti, che contro il broker hanno già fatto denuncia. Infatti, una delle chiavi di Massimo Bochicchio per avvicinare i suoi clienti era proprio quella di diventarne amico, di stringere con i personaggi noti un legame personale anche molto forte, che l'ha spesso portato a condividere le vacanze con queste persone. Nel momento in cui si veniva a creare un rapporto di fiducia, Bochicchio proponeva l'affare della vita sulla base di un algoritmo infallibile, che permetteva di ottenere rendimenti fino al 10% a rischio praticamente nullo.

Pare siano stati oltre 600 i milioni che il broker si è fatto consegnare in circa 20 anni di attività e che, come hanno poi stabilito i nuclei di polizia valutaria che hanno lavorato a questo caso, solo in minima parte sono stati investiti in strumenti finanziari. Tutto il resto è stato diviso nei conti di alcuni familiari, ora indagati per riciclaggio e del suo socio. L'abilità di Bochicchio nell'ingannare le persone e il mistero dei funerali, nonostante una perizia genetica sia stata già effettuata, continuano ad alimentare le voci circa l'ennesimo imbroglio del broker. C'è chi sospetta che Bochicchio sia ai Caraibi a godersi il frutto del suo lavoro d'inganno e non sia morto su quella moto.

Alessia Rabbai per fanpage.it il 4 agosto 2022.

I primi risultati dell'autopsia svolta sulla salma di Massimo Bochicchio evidenziano come sia morto per le gravi ferite e i traumi riportati a seguito del violento incidente di cui è rimasto vittima lo scorso 19 giugno, quando la sua moto Bmw si è schiantata contro il muro dell'aeroporto dell'Urbe di Roma. 

Come riporta Il Messaggero, dai risultati autoptici finora registrati dunque è emerso che il corpo del cinquantaseienne non è stato bruciato vivo, ma che quando le fiamme lo hanno raggiunto era già deceduto. I risultati dell'autopsia dovranno aiutare gli investigatori che indagano sulla vicenda a far luce su quanto accaduto. 

Si attendono ancora i risultati completi degli esami tossicologici, anche se al momento pare non abbia assunto sostanze stupefacenti o alcol. Terminate le verifiche il corpo riceverà il nulla osta e verrà restituito ai famigliari, per la celebrazione dei funerali. 

Perizia sulla moto e immagini delle telecamere al vaglio

Proseguono le indagini della Procura di Roma per capire cosa abbia provocato l'incidente stradale nel quale Bochicchio è rimasto coinvolto. Broker, era accusato di truffa nei confronti di decine di vip, tra le Conte, Lippi ed El Shaarawy, per una cifra pari a circa 600 milioni di euro. 

Nel sinistro infatti non risultano coinvolti altri veicoli e non è chiaro cosa abbia portato Bochicchio a schiantarsi contro quel muro. Via Salaria in quel tratto è infatti dritta e al momento in cui si è verificato l'incidente, non avrebbe presentato buche, dossi o radici sporgenti. Il passo successivo sarà una perizia condotta sulla moto, che servirà a stabilire se si sia verificato un eventuale malfunzionamento, che gli abbia fatto perdere il controllo alla guida.

Al vaglio degli inquirenti anche le immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza dell’aeroporto i cui filmati potrebbero aver immortalato delle scene utili a ricostruire la dinamica dell'accaduto dell'incidente in cui ha perso la vita Bochicchio. 

Ipotesi istigazione al suicidio e malore

L'ipotesi sulla quale indaga la Procura è che quella d'istigazione al suicidio, al momento non ci sono però nomi iscritti nel registro degli indagati. Bochicchio dunque, se i sospetti degli inquirenti troveranno conferma, potrebbe essersi tolto la vita. Una seconda ipotesi vedrebbe il malore come causa che ha provocato il sinistro, ipotesi che dovrà essere smentita o confermata dal medico legale. 

Ilaria Sacchettoni per il “Corriere della Sera” il 30 luglio 2022.

La conferma arriva in mattinata: il corpo rinvenuto carbonizzato al civico 875 di via Salaria, il 19 giugno scorso, è quello di Massimo Bochicchio. Eppure per un mistero che si scioglie altri resistono.

Con chi si era incontrato il broker quella mattina? Quali erano stati i suoi ultimi contatti?

A processo per esercizio abusivo della professione (ma nel mirino dei pm anche per truffa) Bochicchio doveva milioni ai suoi clienti, soldi svaniti nella contabilità della società Kidman che anziché moltiplicarli li aveva dissolti.

L'allenatore Antonio Conte, il calciatore Stephan El Sharaawy, il suo collega Patrice Ezra ma anche procuratori sportivi (Luca Bascherini), architetti (Achille Salvagni) e luminari della medicina (Massimiliano Mariani) si auguravano di riuscire a rintracciare i propri capitali. Forse avevano creduto (o sperato) nella proposta formulata dal broker all'indomani del suo rientro forzato dall'Indonesia: risarcire al 90% le sue vittime attraverso i fondi della Interactive brokers Uk, risultata invece sconsolatamente vuota. 

A volerli guardare sono molti i misteri ancora da svelare. Capitali scomparsi. Telefonate sgradevoli, per non dire minacciose, che avevano raggiunto la moglie Arianna Iacomelli nei mesi passati. Un business dal perimetro ancora incerto che aveva portato i pm a trasmettere rogatorie in diversi paesi orientali.

Ora che la genetista Paola Grammatico ha assolto il suo compito si potranno celebrare i funerali. Mentre altre novità potrebbero arrivare la prossima settimana dall'equipe di professionisti di medicina legale che hanno in carico gli approfondimenti autoptici. 

Il broker, già sottoposto a misure restrittive, aveva indosso il braccialetto elettronico, ma pare fosse oltre l'itinerario autorizzato dall'autorità giudiziaria. Perché? Il diabete lo costringeva a consulti medici quotidiani ma quel giorno non erano previsti. Dunque? Il giorno successivo, avrebbe dovuto partecipare al processo nei suoi confronti in un'aula di piazzale Clodio. La morte lo ha sorpreso prima. Le sue promesse erano evaporate in una bolla. La sua fine è un mistero dai contorni sfuggenti.

Andrea Ossino per repubblica.it il 29 luglio 2022.

E' di Massimo Bochicchio il corpo carbonizzato ritrovato lo scorso 19 giugno in via Salaria, dopo un incidente. Il risultato delle analisi disposte dalla Procura ha dato esito positivo. La comparazione dei campioni ritrovati sul luogo dell'incidente è risultata compatibile con il materiale genetico prelevato dal fratello della vittima. 

Termina dopo neanche due mesi il giallo che ruota intorno all'identità del corpo ritrovato carbonizzato in seguito al sinistro stradale avvenuto sulla strada statale in una calda domenica dello scorso giugno. 

Sono trascorsi infatti 40 giorni dall'incidente in cui ha perso la vita il broker accusato di aver fatto scomparire il denaro investito da allenatori, procuratori sportivi, calciatori, medici, professionisti ed evasori fiscali. Un incidente in moto avvenuto intorno alle undici del mattino ha provocato l'esplosione del mezzo rendendo il corpo della vittima irriconoscibile. 

I sospetti tuttavia erano caduti ugualmente su Massimo Bochicchio. La moto era la sua, indossava un braccialetto elettronico e la famiglia aveva spiegato che il trader, uscito da casa in virtù di un permesso che gli avrebbe consentito di allontanarsi dagli arresti domiciliari, non aveva fatto più ritorno. Tre elementi fortemente indiziari ma nessuna certezza, visto che il fratello di Bochicchio non era stato in grado di riconoscere quel corpo carbonizzato in seguito all'esplosione della Bmw su cui viaggiava il Madoff dell'Aniene.

Per questo motivo, 24 ore dopo, il tribunale di Roma aveva rinviato il processo a carico del broker, in attesa di acquisire il certificato di morte. Un documento che tuttavia ha tardato ad arrivare dando vita a fake news e rumors circolati tra i circoli sportivi più esclusivi della Capitale. Il giallo è stato soprattutto alimentato dalla messa in scena che il Madoff dell'Aniene ha organizzato quando era ancora in vita, facendo sparire i soldi dei suoi clienti: dagli allenatori Antonio Conte e Marcello Lippi fino ai giocatori Patrice Evra e Stephan el Sharawi, passando per i procuratori sportivi Federico Pastorello e Luca Bascherini.

Poi le strane voci sulla scomparsa del Dna di Bochicchio, che in realtà non era stato acquisito al momento dell'arresto avvenuto l'8 luglio del 2021 a Giacarta. Una circostanza opaca che era sfuggita agli investigatori, costretti dunque a chiedere un campione di materiale genetico al fratello della vittima per effettuare la comparazione. E oggi l'esito del risultato: positivo. Un dato che comunque non placherà le chat di chi conosceva il broker.

Estratto dell'articolo di Valeria Di Corrado per “il Messaggero” il 21 luglio 2022.

Un mistero nel mistero. Dopo un mese dall'incidente sulla Salaria, non si ha ancora certezza sull'identità dell'uomo in sella a una Bmw che il 19 giugno si è schiantato contro il muro di cinta dell'aeroporto dell'Urbe, andando a fuoco. 

Il corpo carbonizzato era infatti irriconoscibile, ma la targa della motocicletta corrispondeva a quella di Massimo Bochicchio, il broker accusato di aver truffato decine di vip raccogliendo investimenti milionari, senza poi restituire loro né gli interessi, né il capitale. 

La Procura di Roma, che indaga per istigazione al suicidio, ha incaricato la genetista dell'Università della Sapienza Paola Grammatico di eseguire una comparazione del dna prelevato dagli organi della vittima al momento dell'autopsia, con il campione che avrebbe dovuto essere conservato nella Banca dati nazionale del dna, presso la direzione centrale della Polizia Criminale del dipartimento della Pubblica Sicurezza, quando Bochicchio venne arrestato l'8 luglio 2021 all'aeroporto di Giacarta con l'accusa di riciclaggio internazionale, sulla base di un'inchiesta della Procura di Milano, ed estradato in Italia. 

Ora, a distanza di un mese, si scopre che quel campione non è stato conservato nella Banca dati nazionale o comunque non è utilizzabile per la comparazione. Tant' è vero che la genetista, solo martedì scorso, ha dovuto prelevare il dna da Tommaso Bochicchio, fratello del broker. 

(...) Tra i truffati, infatti, in molti pensano che Bochicchio non sia realmente morto. La famiglia, dal canto suo, è adirata perché non può ancora celebrare il funerale e dare sepoltura al proprio caro. Il dolore, ogni giorno, si rinnova. 

Il medico legale dovrà stabilire se la causa del decesso è stata un malore, magari dovuto a un calo glicemico (considerato che il 56enne era malato di diabete).

Al momento però sembra esclusa una morte per ictus o infarto.

Così come hanno dato esito negativo i primi esami tossicologici: la vittima dell'incidente non aveva assunto sostanze stupefacenti o alcolici. L'alternativa è che Bochicchio si sia tolto la vita, magari perché era pressato dalle minacce dei suoi creditori e sapeva di non poter restituire loro i soldi. Perché scegliere, però, di schiantarsi con la moto contro un muro? Forse per far incassare alla sua famiglia una polizza assicurativa sulla vita e metterli al riparo dalla «gente brutta brutta» di cui parlava la moglie.(...)

Scomparso il dna di Bochicchio: per identificare il corpo del broker morto prelievi sul fratello. Andrea Ossino su La Repubblica il 21 Luglio 2022.

Nuovo colpo di scena sul Madoff dell'Aniene rimasto ucciso in un incidente stradale

Ritardi, fake news e rumors. Mancava solo la scomparsa del dna custodito dagli investigatori per completare il mistero sulla morte di Massimo Bochicchio. Un giallo che non è alimentato solo dalla messa in scena che il Madoff dell’Aniene ha organizzato quando era ancora in vita, facendo sparire i soldi di vip ed evasori fiscali che avevano deciso di investire il loro denaro.

(ANSA il 21 giugno 2022) Il test del Dna, disposto dalla Procura di Roma, ha confermato che è del broker Massimo Bochicchio, il corpo carbonizzato dopo un incidente avvenuto domenica su via Salaria. Sulla vicenda i pm hanno avviato un procedimento in cui si ipotizza il reato di istigazione al suicidio, una fattispecie scelta per potere svolgere tutti gli accertamenti peritali sui resti, a cominciare dall'autopsia.

Ilaria Sacchettoni per il “Corriere della Sera – ed. Roma” il 27 giugno 2022.

Sono a Londra ai primi del Duemila, mentre impazza l'ubriacatura dei derivati e altri spericolati prodotti finanziari. 

Uno con la sua galassia societaria (Eim, Egp) l'altro con i suoi algoritmi. Arrivano a sfiorarsi tramite la Hsbc che molla uno (Massimo Bochicchio) per interessarsi ai clienti dell'altro (Gianfranco Lande). Amici no. 

Nemici neppure. Bochicchio e Lande sembrano piuttosto due volti della stessa promessa: arricchirsi con facilità. E mentre l'uno seduce giornalisti e attori, l'altro punta alla liquidità del mondo calcistico, conquistando allenatori e procuratori sportivi. È Fabio Caleca, manager finanziario consulente delle vittime di Bochicchio, a parlarne agli investigatori: «Sempre secondo Caleca - si legge nelle carte depositate al processo del broker - Hsbc licenziò Bochicchio per non meglio precisate ragioni e si dedicò a incrementare i propri clienti direttamente tramite la Kidman e il noto Gianfranco Lande, promotore finanziario poi condannato in via definitiva per associazione a delinquere, abusivismo finanziario e ostacolo alla vigilanza».

Bochicchio non amava l'accostamento al Madoff dei Parioli: «Perché l'attività del signor Lande - spiegava - e della società, non so neanche i nomi, era una stabile rappresentanza in Italia con un'attività lavorativa svolta solo in Italia con società estere ma in un ufficio di 600metri quadri e 30 dipendenti...». 

Lui, al contrario, lavora solo. Eppure riesce a impressionare positivamente quanti vanno a trovarlo a Londra come l'osteopata Massimiliano Mariani, suo cliente: «Il dottor Mariani, nel 2014, aveva avuto occasione di visitare in situ gli uffici della società (Tiber, impresa del broker, ndr ) potendone apprezzare il pregevole allestimento nonché gli strumenti di tecnologia di cui i locali disponevano, tra cui molteplici dispositivi di visualizzazione degli andamenti dei principali mercati finanziari globali».

Ma è Daniele Conte, fratello dell'allenatore Antonio (truffato per circa 24 milioni), a restituire la foto più ravvicinata dell'habitat di Bochicchio: «So perché me lo riferiva lui e perché l'ho visto nelle sue case di Londra, Roma e Capalbio, che ha acquistato tantissime opere d'arte alla Galleria Mucciaccia di Roma... ricordo di aver visto due quadri di Castellani (Enrico Castellani, ndr ), uno a Londra e uno a Roma del valore riferitomi da Bochicchio di circa 700mila euro l'uno; due litografie di "Marilyn Monroe" di Andy Warhol di cui non conosco il valore; ricordo che portò a Londra per arredare l'ufficio 7 quadri di Mario Schifano di diverse dimensioni ...». 

Le frequentazioni, raccontano i suoi clienti, sono all'altezza. Bochicchio dice Mariani, si circonda di personalità del jet set «dell'imprenditoria, della finanza e dello sport» come «Giovanni Malagò, Marco Tronchetti Provera e Marcello Lippi». 

Alessandro Da Rold per la Verità il 17 luglio 2022.

A quasi un mese di distanza dall'incidente mortale sulla via Salaria di Roma non c'è ancora un certificato di morte che attesti il decesso di Massimo Bochicchio. È l'ennesimo colpo di scena di una vicenda che continua ad avere diversi lati oscuri, anche perché a quanto risulta alla Verità non sarebbe stato ancora possibile effettuare l'esame del Dna sul corpo del broker di Capua, accusato di aver truffato vip, allenatori e calciatori per centinaia di milioni di euro. 

Secondo quanto ricostruito dal nostro giornale, infatti, in Procura erano convinti di avere già nelle banche dati il profilo di Bochicchio. In realtà non c'era. Così solo in questi giorni, con tutta probabilità la prossima settimana, saranno notificati al fratello Tommaso e alla madre dell'ex manager di banca, le richieste di sottoporli all'esame in modo poi da comparare le analisi con i resti carbonizzati rinvenuti sulla via Salaria. 

Certo, di norma questi approfondimenti richiedono anche fino 90 giorni di tempo, (di mezzo ci sarà anche il mese di agosto), ma appaiono comunque inquietanti i ritardi nel riconoscimento della salma. Come non è ancora fino in fondo chiara la dinamica dell'incidente e il modo in cui la moto Bmw si sarebbe schiantata prendendo fuoco. Nel frattempo, la famiglia attende di poter organizzare il funerale.

E poi ci sono i clienti e i creditori, tra cui l'allenatore Antonio Conte o l'ambasciatore Raffaele Trombetta, che aspettano ancora di capire che ne sarà del processo in cui Bochicchio era accusato di riciclaggio e abuso della professione finanziaria. La prossima udienza è prevista per metà settembre: bisognerà avere certezza della morte del broker. Da qui dipende il futuro del processo, che potrebbe anche continuare in contumacia se non dovesse arrivare in tempo il certificato di morte. 

«Nulla in tutta questa vicenda ha senso, almeno per chi aspetta da anni che succeda qualcosa e che questo incubo finisca» dice alla Verità Barbara Prampolini, avvocato e giornalista che aspettava da Bochicchio la restituzione di almeno 3 milioni di euro. «Prima la fuga, la latitanza e poi l'arresto.

Poi le promesse nero su bianco di restituzione cui a quel punto nemmeno un bambino avrebbe creduto ma che gli hanno permesso di godere degli arresti domiciliari con ampia libertà di spostamento e poi adesso misteri anche intorno alla sua (presunta) morte. Non so, ho la sensazione che ci siano troppe cose strane, incomprensibili e fuori da ogni logica in questa drammatica situazione. Non so più cosa sperare a questo punto e mi sembra di essere sulle montagne russe: vittime che vengono ignorate, ladri che vengono quasi vittimizzati e un velo di sinistro silenzio».

Allo stesso tempo, tra i tanti legali che seguono la vicenda, c'è chi ipotizza che questi ritardi siano anche dovuti alla possibilità di fare nuove indagini su Bochicchio. In Procura a Roma sono almeno due i pm a occuparsi della vicenda, Alessandro Di Taranto - per la parte finanziaria - e Andrea Cusani, che sta invece seguendo il filone sull'incidente mortale per istigazione al suicidio. Negli ultimi tempi la storia di Bochicchio è calata di interesse. Ma dietro le quinte i truffati continuano a lavorare per ritrovare il tesoro del broker. Le rogatorie potrebbero essere già partite. Si cercano almeno 100 milioni di euro che potrebbero essere scomparsi tra gli Stati Uniti e l'Asia, tra Hong Kong e l'Indonesia.

Di sicuro Bochicchio aveva uno schema societario talmente vasto che poteva spostare denaro dalle isole Vergini fino all'India, quindi non sarà facile ritrovare gran parte del maltolto. Lo stesso titolare di società come Kidman e Tiber Capital aveva anche confidato negli ultimi tempi di aver fatto qualche investimento nelle criptovalute, un metodo molto utilizzato per rendere anonime le transazioni. Sulla morte di Bochicchio intanto sono cominciate a circolare dietrologie di tutti i tipi. 

C'è chi paragona la storia dell'incidente a un'altra avvenuta nel 2012, quando a morire fu Giovanni Paganini Marana, un altro broker che si era lanciato dal quinto piano del suo ufficio in via Nicotera. La truffa in questo caso sarebbe stata di 80 milioni di euro, un classico scandalo in stile Madoff, proprio come quello che aveva coinvolto Gianfranco Lande. Archiviato come un suicidio per motivi sentimentali, poi il dossier era stato riaperto per istigazione al suicidio. Di quella vicenda poi si sono perse le tracce. Come un po' sta succedendo adesso. Anche perché, secondo alcuni truffati, Bochicchio sarebbe ancora vivo. Del resto fino a quando non ci sarà il certificato di morte, tutto è ipotizzabile. 

Roma, Massimo Bochicchio morto in un incidente in moto sulla Salaria. Aveva truffato Antonio Conte e altri vip. Ilaria Sacchettoni su Il Corriere della Sera il 19 Giugno 2022.

È successo intorno a mezzogiorno, la due ruote del broker è finita fuori strada e si è incendiata. Il 56enne era ai domiciliari e sotto processo, il viaggio in moto era stato autorizzato dal giudice

Tragico incidente sulla Salaria a Roma. Massimo Bochicchio, broker 56enne che ha truffato imprenditori e personaggi famosi, è morto intorno a mezzogiorno di domenica, dopo aver perso il controllo della moto. Il mezzo a due ruote, una Bmw, è finito fuori strada e si è incendiato con Bochicchio ancora a bordo. Era agli arresti domiciliari e assisteva al suo processo per esercizio abusivo dell’attività finanziaria e riciclaggio. Il procedimento era iniziato nei mesi scorsi nelle aule di piazzale Clodio. Il fatale viaggio di oggi in moto, era stato autorizzato dal giudice.

I soccorsi

Le ambulanze, chiamate sul posto, hanno potuto solo accertarne il decesso. Sono in corso ulteriori indagini per chiarire la dinamica. L’incidente è avvenuto all’altezza del civico 875, in direzione del centro della Capitale. Sul posto sono intervenute pattuglie del III gruppo Nomentano della polizia locale.

Il «broker dei vip»

Massimo Bochicchio, ex banchiere e consulente finanziario di vip e sportivi — tra cui l’ex allenatore dell’Inter Antonio Conte, il calciatore Stephan El Shaarawy, l’ex Ct della Nazionale Marcello Lippi e suo figlio Davide, il designer Achille Salvagni, l’ambasciatore d’Italia a Londra, Raffaele Trombetta e molti altri nomi del jet-set — ha promesso rendimenti a doppia cifra per i loro importanti investimenti, ma poi si era dileguato.

Bochicchio si difendeva in aula

La sua linea difensiva non è mai cambiata: «Sono un broker che lavora per la sua famiglia». Così Massimo Bochicchio si è voluto difendere dalle accuse (gravi) formulate nei suoi confronti dalla procura di Roma. Dietro l’incidente che ha portato alla morte del «broker dei vip» vi sarebbe solo il caso. Questa almeno è l’opinione della famiglia che ha subito avvisato il suo difensore, l’avvocato Gianluca Tognozzi. Il 26 novembre scorso era stato arrestato e aveva subito un sequestro da 70 milioni di euro con l’accusa di esercizio abusivo della professione. Attraverso due società inglesi a lui riconducibili (una dal nome Kidman) e prive dell’autorizzazione a operare, avrebbe prestato abusivamente servizi di investimento e di gestione collettiva del risparmio.

Il giro d’affari dell’ex banchiere

Secondo le stime degli investigatori che, coordinati da due Procure (Milano e Roma), hanno approfondito la vicenda, il giro d’affari di Massimo Bochicchio era plurimilionario. Intercettato il 25 agosto 2020 confidava di essere «arrivato a gestire un investimento di ben 1 miliardo e 800 milioni». Tornano alla memoria i tempi duri, quelli in cui i suoi clienti insoddisfatti arrivavano ad assediare la moglie con telefonate vagamente minatorie: «Se lei gentilmente me lo vuol dare (l’indirizzo, ndr)… se no lo faccio cercare. Ma lei abita sempre in piazza...». Domani, si sarebbe dovuto presentare in aula nel tribunale di Roma per la terza udienza del suo processo. 

Bochicchio, caccia agli ultimi messaggi del broker morto in un incidente in moto: indagini per istigazione al suicidio. Ilaria Sacchettoni su Il Corriere della Sera il 21 Giugno 2022.

La procura indaga per istigazione al suicidio. Chi ha assistito all’incidente parla di una dinamica pulita. Gli agenti della polizia municipale hanno rintracciato il braccialetto elettronico addosso alla vittima perché Bochicchio era stato sottoposto a misure cautelari. 

Una progressiva deviazione dal rettilineo fino all’impatto con il muro perimetrale dell’aeroporto dell’Urbe. Quindi l’esplosione della Bmw e il rogo. Chi ha assistito all’incidente parla di una dinamica pulita. Massimo Bochicchio, il broker cui avevano affidato soldi tra tanti investitori anche Marcello Lippi e il calciatore Stephan El Sharaawy, non avrebbe incontrato ostacoli lungo il suo percorso sulla via Salaria. Nè avallamenti, tantomeno manovre spericolate di altri guidatori. Saranno i medici legali incaricati di effettuare l’autopsia a verificare un eventuale malore, l’altra pista sulla quale è al lavoro la Procura è quella che il broker abbia voluto farla finita.

L’inchiesta ipotizza, infatti, il reato di istigazione al suicidio. Eppure dubbi sulla identificazione della vittima vengono dal mancato riconoscimento del corpo, completamente carbonizzato, da parte del fratello. Gli agenti della polizia municipale hanno rintracciato il braccialetto elettronico addosso alla vittima perché Bochicchio era stato sottoposto a misure cautelari con uno speciale permesso che gli permetteva di raggiungere il proprio medico curante per monitorare il diabete avanzato dal quale era afflitto. A questo punto, tuttavia, per fugare ogni dubbio potrebbe scattare l’esame del Dna. «Leggo che Massimo si è sentito male. Mi aspetto verità», si limita a dire la moglie Arianna Iacomelli.

Domenica, dopo l’incidente, è scattata una prima ispezione dei finanzieri nell’abitazione romana del broker che si trova nel centrale quartiere Trieste. Una misura che rappresenta il primo vero passo degli investigatori coordinati dal pm Andrea Cusani verso la ricostruzione dei fatti. In cerca di messaggi, appunti, biglietti, memorie, disposizioni lasciate alla famiglia, i finanzieri hanno sequestrato l’attrezzatura informatica del broker, fra cui computer, ipad e altri accessori. Il contenuto sarà sottoposto ad analisi da parte degli specialisti.

Resta la straordinaria coincidenza di questa storia, capitata proprio mentre si celebrava il processo al broker e alla vigilia dei risarcimenti promessi. Bochicchio aveva assicurato che le sue vittime — molte costituitesi parte civile al processo — sarebbero state quasi interamente risarcite. «Ridarò loro fino al 90% di quanto versato» aveva detto attraverso il suo difensore, l’avvocato Gianluca Tognozzi. Ieri, tuttavia, un documento depositato in udienza dall’avvocato Cesare Placanica, che assiste molte delle persone offese, ha allontanato questa possibilità in maniera praticamente definitiva. Nella società Interactive Reunion Uk ltd che, teoricamente, avrebbe dovuto veicolare i risarcimenti, non ci sarebbero i fondi necessari. In aula, la novità è stata accolta da un brusio di fondo e da qualche commento sull’ultimo bluff del broker.

A questo punto sarà proprio la moglie Arianna a dover decidere se accettare l’eredità facendosi anche carico dei debiti, oppure no. L’elenco dei clienti vittima del raggiro di Bochicchio è lungo: si va dalle leggende calcistiche Marcello Lippi e Antonio Conte al giocatore della Roma Stephan El Sharaawy. L’architetto Alvaro Tagliabue (con la famiglia) e il consulente internazionale Regis Donati. Come pure il Procuratore sportivo Federico Pastorello e il suo collega Luca Bascherini. Quanto alla scrittrice Barbara Prampolini, truffata, a sua volta, per cifre stellari, si era sfogata in una lunga intervista su un quotidiano locale: «Mi auguro che questo sia un primo passo per fare luce — aveva detto — perché in questa drammatica vicenda ho perso la maggior parte dei miei risparmi e si parla di cifre a sei zeri: attorno ai tre milioni di euro. Fino ad ora gli sono stati sequestrati 80 milioni, ben poca cosa rispetto ad un totale che si stima intorno ai 500-600 milioni». Quindi, per finire, la mamma del fisioterapista Massimiliano Mariani, Laura Banfi.

Bochicchio, chi era il broker dei vip: i soldi del «generone» e i guai giudiziari. Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera il 19 Giugno 2022.  

Timori per il rimborso delle decine di milioni di euro affidati dal’ex allenatore dell’Inter Antonio Conte (24 milioni), Marcello Lippi e suo figlio Davide, i calciatori El Shaarawy e Evra, l’ambasciatore in Gran Bretagna Raffaele Trombetta, o tanti imprenditori del «generone» romano

C’erano quelli che gli avevano fatto causa a Londra o che erano parti lese in Tribunale a Roma nel processo per abusivismo finanziario, perché gli avevano affidato leciti guadagni come l’ex allenatore dell’Inter Antonio Conte (24 milioni), l’ex allenatore della nazionale Marcello Lippi e suo figlio Davide, i calciatori El Shaarawy e Evra, l’ambasciatore in Gran Bretagna, Raffaele Trombetta, o tanti imprenditori del «generone» romano acquartierato al Circolo Aniene del presidente Coni Giovanni Malagò.

Quei clienti col «tallone d’Achille» dei capitali nascosti al Fisco

E c’erano invece altri che non avevano potuto fare causa a Massimo Bochicchio, morto oggi in un tragico incidente stradale alla vigilia del processo, perché, come ironizzava intercettato il 28 luglio 2020, «c’hanno un tallone d’Achille»: gli avevano cioè affidato capitali esteri nascosti al Fisco. Come i sei clienti i cui movimentati capitali erano costati nel febbraio 2021 a Bochicchio il sequestro dal gip milanese Chiara Valori delle case di Cortina e Roma, e di opere d’arte come un vaso di Picasso o quadri di Balla e Schifano. Cosí, mentre a Milano i pm Romanelli-Filippini-Polizzi cercavano di raccapezzarsi nel «centinaio di clienti» dai quali Bochicchio, a fronte della golosa promessa di rendimenti anche del 10 per cento, aveva «ricevuto 300 milioni sul fondo Tiber e almeno altri 200 milioni sulla società Kidman» fatta passare con carte false per una entità mascherata del colosso bancario Hsbc, Bochicchio aveva iniziato una peregrinazione in giro per il mondo, interrotta nel luglio 2021 da una sorta di mezza costituzione-mezzo arresto in un suo scalo aereo a Giacarta, che aveva messo fine a cinque mesi di latitanza di lusso tra Messico, Dubai, Hong Kong e Singapore.

L’archiviazione milanese sulla corruzione dei diritti tv

Tre mesi fa il versante milanese si era risolto per lui positivamente con l’archiviazione dell’ipotesi di corruzione (insieme a Malagó, al banchiere Gaetano Micciché e all’ad Sky Andrea Zappia) per il travagliato iter dei diritti tv del calcio italiano assegnati nel 2018 per 973 milioni dalla Lega Calcio a Sky dopo la rescissione dell’iniziale contratto a MediaPro. Ma ora con la morte di Bochicchio non si saprà mai più se le articolazioni della Hsbc fossero state millantate da Bochicchio ai suoi clienti come sponda in realtà inesistente; oppure se il nocciolo del rebus fosse la reale natura dei suoi rapporti con il franco-libanese n.3 della seconda più grande banca del mondo, Samir Assaf, ex candidato alla Banca centrale del Libano, nel 2020 a fianco del presidente Macron nella delegazione francese a Beirut.

I quesiti sul rimborso dei capitali

E quanti avevano affidato a Bochicchio i propri soldi ora avranno postuma — solo dal tempo nel processo romano che proprio lunedì ha in agenda una udienza — la risposta alla domanda se concreta o velleitaria fosse anche la complicata operazione di rientro dei soldi dall’estero che Bochicchio giurava di stare organizzando d’intesa con i magistrati romani, promettendo di restituire alle parti civili sino al 90 per cento dei loro capitali, e asserendo che al rientro almeno dei primi 150 milioni mancasse soltanto attendere lo smobilizzo allo scadere delle vorticose operazioni finanziarie che aveva montato in mezzo mondo.

Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” il 20 giugno 2022.

Brillante, intelligente, viveur, una marcia in più. Eppure anche tra i tanti che glielo riconoscevano, c'erano quelli che poi avevano finito per fargli causa a Londra, o che erano parti lese in Tribunale a Roma nel processo per abusivismo finanziario, perché gli avevano affidato leciti guadagni, come l'ex allenatore dell'Inter Antonio Conte (24 milioni), l'ex allenatore della nazionale Marcello Lippi e suo figlio Davide, i calciatori El Shaarawy ed Evra, l'ambasciatore in Gran Bretagna, Raffaele Trombetta, o tanti imprenditori del «generone» romano acquartierato al Circolo Aniene del presidente Coni Giovanni Malagò.

E c'erano invece altri che non avevano potuto fare causa a Massimo Bochicchio perché, come ironizzava intercettato il 28 luglio 2020, «c'hanno un tallone d'Achille»: gli avevano cioè affidato capitali esteri nascosti al Fisco. Proprio come i sei clienti i cui movimentati capitali erano costati nel febbraio 2021 a Bochicchio il sequestro dal gip milanese Chiara Valori delle case di Cortina e Roma, e di opere d'arte come un vaso di Picasso o quadri di Balla e Schifano. 

Così, mentre a Milano (prima del passaggio del fascicolo a Roma per competenza territoriale) i pm Romanelli-Filippini-Polizzi cercavano di raccapezzarsi nel «centinaio di clienti» dai quali Bochicchio (a fronte della golosa promessa di rendimenti anche del 10 per cento) aveva «ricevuto 300 milioni sul fondo Tiber e almeno altri 200 milioni sulla società Kidman» fatta passare con carte false per una entità mascherata del colosso bancario Hsbc, Bochicchio aveva iniziato una peregrinazione in giro per il mondo, interrotta nel luglio 2021 da una sorta di mezza costituzione-mezzo arresto in un suo scalo aereo a Giacarta, che aveva messo fine a cinque mesi di latitanza di lusso tra Messico, Dubai, Hong Kong e Singapore.

Tre mesi fa il restante versante milanese si era risolto per lui positivamente con l'archiviazione dell'ipotesi di corruzione (insieme a Malagò, al banchiere Gaetano Micciché e all'ad Sky Andrea Zappia) per il travagliato iter dei diritti tv del calcio italiano assegnati nel 2018 per 973 milioni dalla Lega Calcio a Sky dopo la rescissione dell'iniziale contratto a MediaPro. 

Ma ora con lo schianto in moto del 56enne Bochicchio - che impietrisce la moglie e i due figli adolescenti - non si saprà mai più se articolazioni della Hsbc fossero state millantate da Bochicchio ai suoi clienti come sponda in realtà inesistente; oppure se il nocciolo del rebus fosse la reale natura dei suoi rapporti con il franco-libanese n. 3 della seconda più grande banca del mondo, Samir Assaf, ex candidato alla Banca centrale del Libano, nel 2020 a fianco del presidente Macron nella delegazione francese a Beirut.

E quanti avevano affidato a Bochicchio i propri soldi ora avranno postuma - solo dal tempo nel processo romano che proprio oggi ha in agenda una udienza - la risposta alla domanda se concreta o velleitaria fosse anche la complicata operazione di rientro dei soldi dall'estero che Bochicchio giurava di stare organizzando d'intesa con i magistrati romani, promettendo di restituire alle parti civili sino al 90 per cento dei loro capitali, e asserendo che al rientro almeno dei primi 150 milioni mancasse soltanto attendere lo smobilizzo allo scadere delle vorticose operazioni finanziarie che aveva montato in mezzo mondo.

Andrea Ossino per roma.repubblica.it il 19 giugno 2022.

Massimo Bochicchio è morto in un incidente stradale. La sua moto è esplosa dopo lo schianto contro il muro dell’aeroporto dell’Urbe. La corsa del broker dei vip si è interrotta questa mattina, intorno alle 11,30, in via Salaria, a due giorni dalla terza udienza del processo nato dalle denuncie delle 34 vittime, 34 persone a cui aveva promesso di far lievitare il denaro prima di sparire. 

C’è l’allenatore Marcello Lippi, il calciatore Stephan El Shaarawy e l’ex Patrice Evrà. E ancora i procuratori Federico Pastorello e Luca Bascherini. E poi mister Antonio Conte e il fratello Daniele. È lungo l’elenco delle persone che attendevano di essere risarcite.

Il numero delle vittime non è chiaro, visto che non tutte le persone raggirate da Massimo Bochicchio hanno intenzione di far accendere i fari della finanza sui propri capitali. Neanche la cifra sottratta dal broker dei vip è ben definita, sicuramente superiore ai 70 milioni di euro, il denaro che è stato sequestrato. Di certo c’era solo il processo che Bochicchio avrebbe dovuto affrontare. Adesso non più. 

Arrestato a Giacarta dagli uomini dell’Interpol che avevano seguito le sue tracce tra Hong Kong e Singapore, Bochicchio era agli arresti domiciliari. E si trovava fuori da casa dopo aver ottenuto un permesso. Secondo i primi accertamenti della polizia locale avrebbe perso il controllo del mezzo schiantandosi contro un muro.

“La moto è esplosa”, rivela un testimone. “Dal rumore sembrava un Bmw”, dice un altro. Prima l’impatto, poi le fiamme, hanno reso impossibile per diverse ore identificare la vittima, di cui dovranno essere accertate le cause della morte, per escludere tutte le ipotesi che ronzano inevitabilmente intorno alle vittime del broker e agli investigatori.

Andrea Ossino per la Repubblica il 20 giugno 2022.

Il broker potrebbe essersi tolto la vita, o aver accusato un malore. Sono queste le piste più accreditate sulla morte di Massimo Bochicchio. Per questo motivo ieri sono stati acquisiti cellulari, computer, tablet, agende e documenti di ogni sorta. 

Gli uomini del Nucleo Speciale Polizia Valutaria Roma hanno bussato alla porta di casa Bochicchio non appena hanno saputo della morte del broker, acquisendo ogni traccia utile a capire cosa sia accaduto ieri in via Salaria, quando la moto della vittima si è schiantata su un muro, a 24 ora alla terza udienza del processo in cui è accusato di aver truffato vip del calibro degli allenatori Antonio Conte e Marcello Lippi, dei giocatori Patrice Evra e Stephan el Shaarawy, dei procuratori sportivi Federico Pastorello e Luca Bascherini. 

Ma i magistrati della procura di Roma, che nelle prossime ore apriranno un fascicolo per istigazione al suicidio, si concentrano su due ipotesi.

La prima, più accreditata, è quella di un malore che avrebbe colpito Bochicchio mentre era in sella alla sua Bmw. La seconda è quella del suicidio, anche per escludere l'unico scenario possibile oltre al malore. 

Al momento infatti non trova riscontro l'ipotesi di un guasto della due ruote, vista l'assenza di segni visibili sull'asfalto e la dinamica dell'impatto. E si esclude anche un incidente stradale causato da un altro mezzo. A confermarlo sono state due testimonianze. E un terzo testimone ha bussato oggi alla porta degli agenti della polizia locale. 

Per trovare eventuali lettere o tracce che possano confermare o smentire l'ipotesi di suicidio, i finanzieri, su disposizione del pm Andrea Cusani, hanno acquisito in casa della vittima dispositivi elettronici e informatici e documenti. Del resto conoscevano bene quell'appartamento. Lo avevano visitato lo scorso novembre, in occasione del maxi sequestro ai danni del "Madoff dell'Aniene".

Al momento invece non è stato disposto l'esame del Dna, ma se ne valuta l'opportunità. La scomparsa di Bochicchio, unita al fatto che la moto coinvolta nell'impatto fosse sua e alla presenza di un braccialetto elettronico sul corpo della vittima potrebbero bastare per identificare l'uomo e inviare al tribunale un certificato di morte che possa far estinguere il processo nei confronti del broker. 

Sulla dinamica dell'incidente intanto continuano le indagini della polizia Locale. Gli uomini del III gruppo Nomentano sono convinti che l'esplosione che ha carbonizzato il corpo di Bochicchio rendendolo irriconoscibile sia avvenuta dopo l'impatto. Ad ogni modo, oltre alle testimonianze, un aiuto alle indagini potrebbe arrivare dalle immagini del sistema di sicurezza dell'aeroporto dell'Urbe. La telecamera più vicina tuttavia è piazzata a 400 metri dal luogo dell'incidente, quindi non è certo che abbia inquadrato la scena. La richiesta per l'acquisizione dei filmati comunque è stata inoltrata.

Ilaria Sacchettoni per corriere.it il 29 giugno 2022.

Il 13 marzo 2020, preso atto della latitanza di Massimo Bochicchio, «non senza patemi», l’architetto Achille Salvagni, che aveva investito 1milione e 900mila euro, si decide a inviare una lunga mail per chiedere conto dei propri capitali. 

Non solo l’ex amico, assai persuasivo su investimenti e imprese finanziarie (in questo caso la Kidman Asset Management) non risponde più al cellulare ma, da quel giorno in poi, anche la moglie Arianna Iacomelli «in perfetto gioco di squadra» osserva l’amareggiato Salvagni nel suo esposto, ha fatto perdere ogni traccia di sé. Professionisti, imprenditori e star del calcio sono le vittime del broker romano morto in un incidente in moto il 19 giugno, alla vigilia del processo dove era imputato per esercizio abusivo dell’attività finanziaria e riciclaggio.

Capitali e Covid

Lettere, mail, telefonate, messaggi: i clienti del Madoff dell’Aniene (dal nome dell’esclusivo circolo romano di cui era socio) condividono la stessa delusione per la glaciale indifferenza mostrata di fronte alla perdita dei vari capitali. Ai primi del 2020, durante il lockdown, Bochicchio si è già eclissato per i molti, fiduciosi investitori. É del febbraio 2020 la richiesta a firma Daniele Conte (fratello di Antonio) di rimborso dei capitali sottoscritti alla Kidman.

Nulla verrà restituito malgrado un «mandato di pagamento atto a dimostrare l’avvenuto trasferimento della somma di euro 18.668.000» denuncia un basito Conte che, alla fine dei giochi, lamenterà una perdita di 24milioni del fratello allenatore. Il 2 marzo dello stesso anno tocca all’ex calciatore Patrice Evra, bussare alla porta di Bochicchio per chiedere indietro il denaro investito. Invano. 

Evra è tra i primi a chiedere di indagare il broker per truffa, invitando i pm romani Alessandro Di Taranto e Gianbattista Bertolini ad ascoltare quanto ha da dire un semplice funzionario dell’inglese Hsbc (Raz Hussein) sul rapporto con la Kidman, del tutto estranea alla prestigiosa banca anglosassone, spregiudicatamente utilizzata come esca per i clienti meno propensi ad avventure finanziarie.

Trentotto vittime

Non solo nessuna risposta arriva alla scrittrice Barbara Prampolini, finanziatrice della Kidman per oltre 3 milioni, ma le utenze «storiche» in uso a Bochicchio risultano dal giugno 2020 staccate. Finale mortificante per una cliente arrivata a sottoscrivere migliaia di azioni Facebook teoricamente molto remunerative. 

Fra le trentotto parti civili al processo spicca il procuratore sportivo Luca Bascherini, lungamente corteggiato dal broker e infine convinto a investire grazie a un algoritmo che teoricamente «garantiva protezione dalle fluttuazioni del mercato» e, questa la promessa, poteva rendere fino al 20% sugli investimenti. Dopo molte insistenze il procuratore sportivo riceve l’impegno di un rientro dei capitali a giugno 2020. Eluso anche quello. Bascherini ottiene, allora, un decreto di congelamento dei beni dal tribunale di Londra ma è una vittoria che ha il retrogusto di certe sconfitte.

Aperitivi e algoritmi

I cocktail mescolati agli algoritmi aprono a Bochicchio le porte dell’aristocrazia professionale romana. Così il broker stringe amicizia con il luminare osteopata Massimiliano Mariani. Che vola fino a Londra, assieme alla madre Laura Banfi, per visitare la sede della Tiber altro veicolo finanziario di Bochicchio, apprezzandone «il pregevole allestimento nonché gli strumenti di tecnologia di cui i locali disponevano, tra cui molteplici dispositivi di visualizzazione degli andamenti dei principali mercati finanziari globali». 

L’ambiente gioca a favore dell’intermediario: «Sulla base delle prospettazioni del dottor Bochicchio, la Kyros (società che fa capo alla madre di Mariani, ndr) e Mariani provvedevano a versare gli importi tutti provenienti dalla sua attività professionale» si legge nella denuncia. L’osteopata perderà circa 1milione e 500mila euro nell’avventura finanziaria Tiber. 

Medici e calciatori

Cadono nel tranello dei guadagni facili l’architetto Alvaro Tagliabue (con le figlie) e l’odontoiatra Marco Petrilli che scommette 700 euro sugli algoritmi della Kidman, l’uno e l’altro parti civili al processo. Ma ci cade anche Stephan El Shaarawy l’attaccante della Roma che, tranquillizzato dalle parole di Bochicchio, bonifica alla Kidman 6 milioni di euro del fratello Manuel. 

La difesa del broker, assistito dall’avvocato Gianluca Tognozzi, è semplice: la sua società Kidman era poco più di un club ristretto per pochi investitori. Un’impresa concepita per veicolare pochi buoni affari a un elite di persone.

Nel corso del suo interrogatorio con i magistrati il broker rimarca le differenze con il cosiddetto Madoff dei Parioli, Gianfranco Lande, condannato in via definitiva per associazione a delinquere, abusivismo finanziario e ostacolo alla vigilanza, nei primi anni Duemila. La Kidman non era autorizzata a operare per l’Italia puntualizza Bochicchio per dire che i suoi clienti erano esportatori di capitali oltre confine. Ma i pubblici ministeri non gli hanno creduto.

Estratto dell’articolo di Valeria Di Corrado per “il Messaggero” il 30 luglio 2022.

(…) La moglie di Massimo Bochicchio, Arianna Iacomelli, è esasperata, arrabbiata e allo stesso intimorita: «Ho ricevuto una telefonata che non mi è piaciuta per niente.

Io adesso chiudo tutti i ponti con mio marito, purtroppo. Mi dispiace ma o lui inizia a rispondere alle persone e prendersi le sue responsabilità, perché tutti questi sono incarogniti, perché chiaramente lui non risponde no? Non risponde a nulla, non risponde alla mail, non risponde al telefono. È scomparso così eh... la gente se la piglia con noi e non va bene». (…)

I TRUCCHI DEL BROKER Contraffaceva le sottoscrizioni dei clienti, paventava ricavi del 20% grazie a un «esaltato algoritmo proprietario», rimandava in continuazione la scadenza per restituire i loro capitali, diceva ai magistrati che stava interrogando la piattaforma Interactive Broker per recuperare gli investimenti e invece non lo faceva….

Mattia Feltri per “la Stampa” il 30 luglio 2022.

In questo mondo di vittime, in cui ognuno dei sette miliardi e novecento milioni di abitanti è perseguitato dall'ingiustizia, vorrei oggi offrire la mia particolare solidarietà a Conte, inteso Antonio, allenatore di calcio. In una telefonata di un paio di anni fa, resa pubblica ieri, chiede iracondo a Giovanni Malagò che fine abbia fatto Massimo Bochicchio. 

Serve una spiegazione ma intanto ne approfitto: solidarietà. Bochicchio è un broker morto da pochi giorni, presentato a Conte da Malagò, presidente del Coni. Conte, che all'Inter guadagnava sette milioni e mezzo l'anno, e ora al Tottenham ne guadagna quasi diciotto, e io gli sono solidale, aveva affidato al povero Bochicchio una ventina di milioni dei suoi risparmi, giusto per raggranellare qualcosetta in più, che fa sempre comodo. Gli erano stati infatti promessi rendimenti fino al venti per cento, e zero rischi. Cioè io ti do dieci euro e tu domani me ne ridai dodici, così, perché siamo fighi. Invece - incredibile! - era una truffa. Bochicchio a un certo punto si è dileguato coi soldi dei clienti, Conte compreso, e io colgo l'occasione per ribadire la mia solidarietà, ma piena e incondizionata. Insomma, 

Conte chiama Malagò ed è una furia, perché chi avrebbe mai immaginato il raggiro? Come per gli sventurati adepti di Vanna Marchi, che pagavano in cambio di amuleti magici e pozioni d'amore: tardiva, ma solidarietà anche a loro, in ricordo di quando andavano in tribunale a urlare furibondi contro la perfida turlupinatrice. E mai nessuno che abbia il coraggio e l'onestà di dirglielo: voi siete delle vittime, soprattutto della vostra fesseria. Solidarietà.

Il metodo Bochicchio: carte taroccate e sottoscrizioni fasulle. Malagò: «Se vi ridà il capitale andate a Lourdes». Ilaria Sacchettoni su Il Corriere della Sera il 30 Giugno 2022.

L’espulsione dai registri della Consob nel 1999. E le irregolarità riscontrate sui conti bancari. La profezia del numero 1 dello sport italiano a una vittima del broker. 

Il trucco della carta intestata. E quello dei falsi estratti conto. La contraffazione delle sottoscrizioni e le manovre della Kidman. Dalla sua abitazione al quartiere Trieste, il mago degli algoritmi studiava nuove truffe per scalare la vetta del trading. Morto il 19 giugno in un incidente sulla via Salaria, Massimo Bochicchio ha fatto sparire le fortune dei vip che si fidavano.

Eppure (a chi volesse leggerla davvero) la biografia di Bochicchio ha sempre suggerito prudenza. Il primo «incidente» risale al 1999. La cancellazione dall’albo degli intermediari della Consob. «Dalla lettura del provvedimento — si legge oggi nell’ordinanza di misure cautelari della Procura di Roma — risulta che la cancellazione è stata conseguenza delle plurime irregolarità poste in essere dall’indagato (il broker, ndr) nello svolgimento della sua attività professionale ai danni degli investitori tra cui contraffazioni di sottoscrizioni». Bochicchio non ha tempo da dedicare alle spiegazioni quindi «a fronte delle irregolarità contestate non si presentava né depositava memorie a sua discolpa».

Ottimista riguardo al futuro, volta pagina con al seguito la valigia dell’attore. Anni dopo, a Londra, si serve della carta intestata Hsbc (prestigiosissimo brand della banca anglosassone nella quale aveva lavorato) per proporre contratti a una clientela solvibile ma bisognosa di rassicurazioni. «Irregolarità riscontrate» sui conti della Hsbc attraverso la quale operava portano alla chiusura del conto di broker. «Dopo due anni anche Credit Suisse ha rilevato delle anomalie e Bochicchio è stato costretto a chiudere il conto» fa mettere a verbale Daniele Conte, fratello del truffato Antonio (l’allenatore) e collaboratore del broker per un certo periodo. Ma è Fabio Caleca consulente dei truffati a precisare meglio i contorni dell’espulsione dall’albo Consob: Bochicchio, dice, aveva realizzato condotte truffaldine «come estratti conto falsi e documentazione bancaria artefatta mostrata ai clienti».

Il passato è lì a indurre cautela ma la fama del broker e dei suoi algoritmi è lanciatissima. Bochicchio crea un veicolo finanziario — la Kidman — in grado di operare su territori a regime fiscale privilegiato. Dalla testimonianza di Caleca risulta che il broker trasferisse lentamente clienti e capitali dalla Hsbc di cui era dipendente alla Kidman. «Probabilmente — dice Caleca — i clienti erano inconsapevoli di questi passaggi credendo che il loro denaro fosse ancora investito nell’istituto di credito». Il broker aveva creato un’altra società la Tiber Capital anch’essa veicolo di opacità: «(Caleca,ndr) dichiarava inoltre di aver incontrato nel 2019 Bochicchio in un ristorante a Londra, e di aver, su richiesta di un suo amico interessato a effettuare investimenti, svolto una due diligence sulla Tiber, riscontrando gravi irregolarità». Forse il commento più azzeccato è quello che Giovanni Malagò, amico di Bochicchio, fa a Daniele Conte, vittima della Kidman: «Detto tra me e te Daniele, scusa se te lo dico, se vi ridesse il capitale, io andrei al posto vostro in ginocchio a Lourdes». 

Andrea Ossino per la Repubblica il 20 giugno 2022.

Avevano imparato a volergli bene. Ad affidargli le chiavi dei propri conti come se di fronte avessero l'amico di una vita. Perché Massimo Bochicchio era uno che ci sapeva fare. Eccome. Broker, gran tessitore di relazioni, giramondo tanto per affari che per necessità. A suo modo, muovendo milioni e facendoli spesso sparire, in 56 anni è riuscito a tracciare una parabola esistenziale straordinaria. 

Partenza da Capua, nel casertano, da figlio di carabiniere. Fine a Roma, nell'elegante quartiere Trieste, tra una litografia di Wahrol e un vaso di Picasso. Nel mezzo Londra, le vacanze a Capalbio e a Cortina, il riparo a Dubai e l'arresto a Giacarta. 

Roba da spy story. O più semplicemente da Bochicchio. Mentre scorrono i titoli di coda e l'incidente, tremendo, in via Salaria pare restituirgli finalmente una dimensione più umana, del superbroker resta l'impressione di una vita sfaccettata. Perché, se a casa lo piangono la moglie Ariana e i due figli, il resto del mondo è destinato a restare senza risposte.

Ne cercava la procura, che lo avrebbe riascoltato a breve, lo attendeva oggi a processo e invece dovrà fare i conti con la scomparsa del consulente alla vigilia di un nuovo, importante interrogatorio. Continueranno a cercarle, forse autocondannandosi a un'attesa a tempo indeterminato, le sue vittime. 

Una rete ampia, diventata più fitta di processo in processo. Calciatori, allenatori, scrittori. In una sola parola, inclusi gli ex ct Marcello Lippi e Antonio Conte, vip. Le relazioni, vere o soltanto millantate, su cui Bochicchio aveva costruito la sua fortuna emergono dai processi in cui è incappato il mediatore cresciuto e irrobustitosi sulle scrivanie della banca Hbsc di Londra e di Fideuram. 

Prima l'inchiesta milanese. Archiviata, ma abbastanza approfondita da far emergere le conoscenze del broker. Su tutte quella con il presidente del Coni, Giovanni Malagò.

Conosciuto in Inghilterra e poi frequentato ben volentieri sui campi di beach volley della sua villa a Sabaudia, sul litorale pontino, il numero uno dello sport italiano è stato a lungo uno dei contatti più vicini a Bochicchio. Al punto di vendergli Joker, lo yacht del padre. Salvo poi - nonostante all'amico fosse stata ormai attaccata l'etichetta di Madoff dell'Aniene in onore dell'omonimo circolo - cambiare idea.

Il presidente del Coni parlava così del broker: «È amico mio, lavora a Londra ed è bravissimo». Ma dopo aver saputo del raggiro da 30 milioni di euro ad Antonio Conte nelle intercettazioni aveva preso a rivedere la sua valutazione. Di fatto scaricandolo: «Mai darei i miei soldi a Massimo ». 

Un suggerimento che avrebbero dovuto seguire in molti. Compresi i tanti soci del Circolo Aniene che invece negli anni hanno deciso di investire con Bochicchio. Un giro di affari che avrebbe portato il mediatore morto ieri a muovere fino a 2 miliardi di euro.

Così almeno diceva lui, spostando da una parte all'altra del mondo i fondi di chi voleva mettere al riparo i propri conti dal fisco italiano - anche a costo di prendersi qualche rischio - e intanto entrando e uscendo a intermittenza dall'albo dei consulenti finanziari. Dentro nel febbraio 1992, fuori a giugno 1999. Di nuovo tra gli iscritti nell'ottobre 2006 e quindi ancora una volta senza titolo dal novembre 2019. Date e nomi. Telefonate, tante telefonate. 

E intercettazioni per seguirne gli spostamenti da Madrid a Dubai. Come quando la Guardia di Finanza, erano l'inizio del 2021, lo cercava per notificargli un sequestro da più di 10 milioni di euro per aver occultato attraverso le sue due società made in London, la Tiber Capitale e la Kidman Asset Management, i soldi di imprenditori, petrolieri monegaschi e calciatori, da Evra a El Shaarawy, facendoli sparire in un complesso castello di scatole cinesi tra Singapore e le Isole vergini britanniche. Riciclaggio all'ennesima potenza. Con relativa fuga. Le vittime hanno iniziato a capire tutto quando il telefono di Bochicchio è diventato improvvisamente irraggiungibile.

Giorni di fuoco anche per Malagò, che così parlava del Bochicchio truffatore a Marzio Perrelli, executive vice presidente di Sky dopo le chiamate di Conte: «Lo conosco da 40 anni, mi sta molto simpatico, ma... non ho investito un euro con lui». Le stesse prese di distanza tornano nelle chiamate con Renato De Angelis, chirurgo e marito di Margherita Buy, con Augusto Santacatterina che lavora alla segreteria della Presidenza della Repubblica ed è nipote di Giuseppe Saragat. 

Con Franco Chimenti, presidente del golf italiano. Tra le vittime anche Raffaele Trombetta, ambasciatore italiano a Londra. Che parabola. Da uomo delle grandi occasioni a indesiderato. Facile capire perché. Non bastassero i milioni spariti, ci sono le intercettazioni mosse dalle inchieste su Bochicchio. 

Un fiume di parole sui movimenti che tengono in piedi l'Italia, dalle aste sui diritti tv del pallone alle strategie della politica. Segreti destinati a morire con il superbroker. Tanto pesanti che, favole del Tevere, a Roma c'è chi ipotizza di tutto. Persino un finto incidente, una copertura per una nuova fuga. Da film.

Andrea Ossino per repubblica.it il 20 giugno 2022.

«Abbiamo avuto notizia da fonti aperte che l'imputato Massimo Bochicchio è rimasto vittima di un incidente. Ma ancora non è documentato giuridicamente, non c'è un certificato di morte». I giudici del tribunale di Roma, mentre considerano di fare l'esame del Dna per il riconoscimento, annunciano quello che sarà probabilmente l'epilogo del processo romano a carico di Bochicchio. E lo fanno appena 24 ore dopo la morte del broker accusato di aver truffato vip del calibro degli allenatori Antonio Conte e Marcello Lippi, dei giocatori Patrice Evra e Stephan el Sharawi, dei procuratori sportivi Federico Pastorello e Luca Bascherini.

Dichiarare concluso il processo per "morte del reo" è un problema: "Formalmente non c'è la certezza che quel corpo sia di Massimo Bochicchio, manca il certificato di morte e il fratello dice che è irriconoscibile", dice l'avvocato di Bochicchio, Gianluca Tognozzi. 

"La famiglia mi ha contattato ieri: sono stati informati dalla polizia locale che gli ha comunicato che Massimo Bochicchio è rimasto vittima di un incidente stradale", continua il legale.

Ieri mattina infatti, intorno alle 11,30, Bochicchio si è schiantato contro un muro mentre percorreva via Salaria a bordo della sua moto, una BMW. Era uscito dalla casa dove è ristretto ai domiciliari approfittando di un legittimo permesso. Il braccialetto elettronico era stato infatti disattivato, anche se probabilmente l'imputato non avrebbe potuto percorrere quella strada. 

Diverse le ipotesi su cui indaga la procura di Roma, anche se la più accreditata resta quella di un malore che lo ha colto mentre guidava la due ruote facendolo quindi andare a sbattere contro un muro. La moto è esplosa e il corpo di Bochicchio è andato a fuoco. Per questo motivo sono occorse diverse ore prima di poterlo identificare dalla targa del veicolo.

La moto era la sua, il corpo, carbonizzato, ancora non si sa. 

E mentre le ipotesi più disparate circolano di chat in chat, il tribunale di Roma rinvia formalmente il processo sui 70 milioni investiti dai vip e scomparsi nel nulla. I giudici della settima sezione non hanno ancora formalmente estinto il processo, arrivato alla terza udienza, per "morte del reo". "Avremmo dovuto sentire due testimoni di polizia giudiziaria . È una situazione di forte imbarazzo ma non so se è opportuno. Forse è il caso di fare un rinvio", dice il giudice mentre accusa, difesa e parti civili concordano con la scelta.

"È un po' imbarazzante per il tribunale anche individuare una data di rinvio perché non sono prevedibili i tempi di accertamento della salma. Da fonti aperte apprendo che è rimasto carbonizzato e immagino occorra l'esame del dna. Data l'eccezionalità della situazione possiamo dire che potremmo definirlo alle prime udienze di settembre , almeno che non si voglia definire prima, appena arriva il certificato di morte", continua la Corte. 

Le parti in causa condividono. Quindi il verdetto: "Stando le difficoltá nel riconoscimento della salma il pm suggerisce un rinvio. Le parti concordano. Il tribunale dunque rinvia all'udienza del 15 settembre 2022".

Andrea Ossino per “la Repubblica – Edizione Roma” il 30 luglio 2022.

È rovente il telefono di Giovanni Malagò. Si surriscalda non appena i primi sospetti sugli investimenti fatti da Massimo Bochicchio vengono alla luce. Perché quando la variegata platea di clienti non riesce più a rintracciare il broker, chiede informazioni al numero uno del Coni, al vecchio amico del trader. La scrittrice Barbara Prampolini e il direttore del reparto di chirurgia del San Giovanni Addolorata, Riccardo De Angelis. 

L'allenatore Antonio Conte e suo fratello Daniele. Augusto Santacatterina, capo servizio dell'Ufficio patrimonio della segreteria della Presidenza della Repubblica, e Franco Chimenti, della Federgolf. E poi vecchi amici, ex fiamme di Bochicchio e pezzi grossi di Sky. Tutti parlano a Malagò delle avventure del broker. E la finanza ascolta. 

I fratelli Conte: "Lui vantava la conoscenza con te" Alle vittime Malagò ripete ciò che ha detto anche ad Antonio Conte: «Dove ha messo i soldi non ho proprio la più pallida idea....ma se l'avessi saputo prima vi avrei detto: " ragazzi ... ma per carità di Dio"».

Sentendo quelle parole i clienti del broker restano a bocca aperta. «Lui vantava la conoscenza con te diceva "Giovanni investe con me gli ho fatto guadagnare dei soldi, e per regalo mi ha dato una Maserati», spiega Daniele Conte scoprendo che si trattava di millanterie: «Non ho mai investito un euro, se vuoi ti mando il bonifico della Maserati, quando l'ha comprata regolarmente» , lo informa Malagò .«È una montagna di soldi dove li ha messi?», insiste il fratello dell'allenatore. «Ha fatto un tenore di vita molto importante», riflette Malagò. «Ma comunque non da milionario che prende elicotteri » , ribatte Conte ricordando di una « barca lì a Capalbio che è andata a fuoco l'anno scorso » . «Che era mia, pensa » , aggiunge Malagò. « Era tua? era una Magnum non è che stiamo parlando » rincara Conte prima di venire interrotto: «Di un panfilo».

Le telefonate con la scrittrice Barbara Prampolini Anche la scrittrice Barbara Prampolini chiama Malagò. E il presidente del Coni «suggerisce di darsi una data limite e poi di procedere per via giudiziaria perché ha sentito altre persone che sono nella medesima situazione» . La Prampolini rivela a Malagò anche una telefonata intercorsa con Bochicchio. Gli avrebbe detto che il problema deriva «dal fatto che il suo ex marito voleva far fare delle cose illegali», dice riferendosi ad Alessandro Arienti, imprenditore finito nei Panama Papers. 

«Quanti ne abbiamo visti di scemi sti giorni» Non solo vittime. La vicenda Bochicchio si trasforma in gossip e il telefono di Malagò continua a ricevere le chiamate di chi desidera aggiungere particolari, illazioni, voci carpite durante un aperitivo al circolo. L'11 luglio del 2020 Malagò è al telefono con Marzio Perrelli, executive vice presidente di Sky: « Questo è pazzo non sto scherzando», dice riferendosi a Bochicchio. « È un furfante Giovanni, che pazzo » , ribatte Perrelli.

Ce n'è anche per le vittime: « So Scemi? », chiede Perrelli. «Quanti ne abbiamo visti di scemi sti giorni » , risponde Malagò ridendo per l'affare proposto da Bochicchio: «Io quando ho sentito il 10% netto» . L'interlocutore scherza: «O so le armi, o so le mignotte o la droga, tre cose possono esse al 10% netto». 

«Il mistero si infittisce?»

La sera del 26 agosto 2020 è la volta di Augusto Santacatterina, della segreteria della Presidenza della Repubblica. « Lo sai che il mistero si infittisce? - esordisce Malagò - Oggi pomeriggio ho fatto una passeggiata sulla spiaggia e chi ho incontrato? Dora Anticoli, che è la migliore amica di Barbara Pontecorvo, che è l'ex fidanzata di? » . « Di Bochicchio » , indovina l'interlocutore. Poi il gossip: «Già ti piace questa chicca o no?». E ancora « Sei seduto o in piedi? (…) Dice Dora che Pontecorvo gli ha detto chi sarebbero le altre vittime ». «Sono coinvolti anche soci dell'Aniene »

Dello stesso tenore le telefonate con il chirurgo Riccardo De Angelis, convinto che «dovrebbero essere coinvolti anche soci dell'Aniene». «Malagò risponde che non gli risulta», riassume la guardia di finanza. Dulcis in fundo, il presidente della Federazione Italiana Golf, Franco Chimenti, che racconta a Malagò la disavventura vissuta da alcuni amici: « Li ha ricevuti in Hsbc si è appropriato di un ufficio, li ha ricevuti e poi lo hanno invitato a uscire i padroni della stanza: "ma lei come si permette? Ma chi è lei?". Sembra il copione di una truffa di Totò. Una scena da raccontare al bar. Perché la vicenda Bochicchio è stata anche questo, un argomento di cui parlare con gli amici dei circoli più esclusivi della Capitale.

Fabio Tonacci, Giuliano Foschini per “la Repubblica” il 29 giugno 2022.

«Giova', ma questo i soldi dove cazzo li ha messi?». Cominciamo da qui. Dalla telefonata dell'infuriato Antonio Conte a Giovanni Malagò un pomeriggio dell'estate di due anni fa: da sola, il compendio della parabola di Massimo Bochicchio. Il broker, l'amico dei vip, l'uomo dei miracoli che prometteva di moltiplicare denari lontano dal Fisco e che ha fatto sparire mezzo miliardo di euro prima di morire in un incidente stradale poco chiaro. 

Ora le procure di Roma e Milano sono alla caccia del tesoro nascosto, che incrocia la finanza, il governo del pallone, i diritti tv. E un mister X che, presentandosi nel 2018 ai pm di Milano, ha rilasciato dichiarazioni che potevano far crollare un pezzo del potere sportivo e finanziario d'Italia.

La stangata all'ex ct

L'ex tecnico del Chelsea è il primo nome vip che spunta dal corposo mazzo dei clienti di Bochicchio, per l'entità dell'esposizione (30 milioni e la promessa di un interesse del 10 per cento annuo) e perché è tra i primi a preoccuparsi. 

Il suo investimento, a quanto rivela il broker al procuratore sportivo Luca Bascherini, è tra i pochi che si possano definire puliti. «Il massimo che può avere Antonio è il fisco italiano che gli dice: 'c'hai questi soldi, hai pagato le tasse a Londra, devi pagare anche queste non hai pagato? Paga la multa e hai finito'». E però il 10 luglio 2020 Conte è in preda all'ansia. 

Bochicchio è sparito, il telefono squilla a vuoto da settimane. Non gli rimane che chiamare l'amico che più è in confidenza col funambolico broker.

«Allora, Antonio - premette Malagò, presidente del Coni - questo lo conosco da quarant' anni, è una delle presone più simpatiche e brillanti che abbia conosciuto in vita mia (...) secondo me se non sistema tutto da un momento all'altro l'arrestano ». Conte: «Sì, ma io dico Giovanni, questo qua i soldi dove cazzo li ha messi?». Malagò: «Ah questa è una bella domanda. Posso dirti una cosa? Magari dico una stupidaggine, penso che i soldi lui li abbia, il problema è che si è sparsa la voce tutti stanno a rientro e quindi lui contemporaneamente non può sistema' tutti».

L'ultima chiamata Non con tutti Bochicchio si nega. Prima di fuggire dall'Italia (sarà arrestato l'8 luglio 2021 a Giacarta dopo un anno di latitanza), al vecchio amico Malagò ancora risponde. L'11 luglio 2020 il broker, che tra il 2008 e il 2010 ha lavorato come advisor per l'Italia presso il colosso bancario britannico Hsbc, è a Capalbio. Parlano della barca che gli ha venduto Malagò e dell'ex campione di pallavolo Lorenzo Bernardi. Poi la discussione vira sulle preoccupazioni di Conte. «Le posizioni so' del fratello Daniele », spiega Bochicchio. «Lui lavora a Londra nella nostra società (la Kidman, ndr), comunque non c'è nessun problema neanche là. Ha fatto solo una cosa sbagliata, ma purtroppo quello è tipico della mentalità più di Antonio che di Daniele, che hanno speculato su un'azione che è stata delistata valeva 25 pound, ora vale 0.49 dollari. Il resto è tutto a posto. Tu digli: ho parlato con Massimo, è tutto ok».

La gola profonda Non è tutto ok. Lo sa bene la procura di Milano che da tempo si è messa a indagare su Bochicchio grazie a quanto ha riferito un mister X. Questo si legge nell'informativa finale della Guardia di Finanza: «Siamo entrati in contatto con una fonte confidenziale, non di sperimentata e qualificata attendibilità e da non retribuire, la quale ci ha fornito notizie su fatti...». I presunti fatti sono quattro e, potenzialmente, sono una bomba. Il primo è che la nomina nel 2018 di Gaetano Micciché alla presidenza della Lega Calcio di serie A sarebbe avvenuta «in presenza di evidenti interessi di incompatibilità». 

Il secondo è che la vendita a Sky dei diritti televisivi del calcio per le stagioni 2018-2021 sarebbe stata truccata perché, «per volere dell'allora ad di Sky Italia, Andrea Zappia, sarebbe stata pagata una tangente da 25 milioni di euro a favore di Malagò e Miccichè per il tramite di una società messa a disposizione da Gianpaolo Letta, amministratore di Medusa ». Nel pacchetto, sosteneva poi la fonte confidenziale, era previsto un ruolo all'interno del Gruppo Sky per Marzio Perrelli, ex manager di Banca Hsbc nonché amico intimo di Malagò. Tutta la partita finanziaria, infine, sarebbe stata gestita attraverso un fondo di investimento inglese «di tale Massimo Bochicchio».

Il racconto di mister X è preso sul serio dai pm che decidono di iscrivere nel registro degli indagati Malagò, Zappia, Bochicchio, Letta e Miccichè e di intercettarne le utenze.

La calunnia sulla tangente Le indagini durano qualche mese. 

Viene accertato che il voto in Lega è stato un pasticcio, come mister X ha raccontato, tanto che Miccichè si è dimesso. Ma si appura anche che il resto è una calunnia: il 14 marzo scorso i pm Romanelli, Polizzi e Filippini chiedono l'archiviazione. 

«La Guardia di Finanza - si legge nel provvedimento - evidenzia gli effettivi rapporti di colleganza e talora cointeressenza tra Malagò, Miccichè, Zappia, Perrelli, Letta e Bochicchio. Si riscontrava l'effettività di relazioni di Malagò e Miccichè con coloro che avrebbero garantito loro la remunerazione (Zappia), contribuito a occultarla (Letta) e gestirla in territorio estero (Bochicchio). 

Lo studio delle celle telefoniche evidenzia incontri di persona tra Malagò e Miccichè con Zappia, Letta e Bochicchio in giorni e ore estremamente prossimi ai momenti di snodo che hanno caratterizzato l'intera vicenda ». Insomma, emergono, dice la procura di Milano, «relazioni strettissime tra i decisori dell'assegnazione dei diritti e gli aggiudicatari finali ». Tutto questo, però, non basta. «Allo stato gli elementi non appaiono sufficienti per promuovere l'azione penale in relazione all'ipotesi corruttiva ». Ma perché mister X ha propinato la frottola ai pm, costruendo un quadro falso e tuttavia verosimile? E soprattutto: chi è mister X?

Val. Err. per "Il Messaggero" il 24 febbraio 2022.

Il gip Daniela Caramico D'Auria, nel decreto che dispone il giudizio per Massimo Bochicchio, fa riferimento a «un numero indeterminato di investitori», perché non tutte le vittime del broker, che frequentava circoli esclusivi tra Milano, Roma e Montecarlo, dove agganciava i facoltosi clienti, hanno denunciato.

E così neppure la cifra che l'imputato ha fatto sparire è definita: «superiore a 70 milioni di euro», scrive il giudice, anche se al telefono Bochicchio diceva di avere gestito «un investimento da ben 1 miliardo e 800 milioni».

Il processo con rito immediato, chiesto e ottenuto dalla procura di Roma, per l'uomo che prometteva di moltiplicare le cifre a sei zeri che gli venivano affidate, comincerà il prossimo 29 marzo: una sfilata di vip a piazzale Clodio.

Perché di certo sarà chiamata in aula buona parte delle 44 parti offese, come l'ex allenatore dell'Inter Antonio Conte, che ha visto svanire nel nulla 30,6 milioni di euro, e poi i calciatori Stephan El Shaarawy ed Evra.

Ma nell'elenco testi ci saranno anche diplomatici, manager, professionisti e altri sportivi, investitori, per la maggior parte rappresentati dagli avvocati Paola Severino e Cesare Placanica.

Le accuse per Bochicchio, che è ai domiciliari, sono di esercizio abusivo dell'attività finanziarie e riciclaggio: la sua società con sede a Londra gestiva l'enorme portafoglio clienti ma non aveva autorizzazioni.

Frequentava i luoghi giusti, dove era possibile incontrare persone con sostanziose disponibilità economiche. E per oltre venti anni il mago della finanza è riuscito a incantarli, dal 99 al 2020, secondo l'accusa, con la promessa di alti rendimenti e rischi bassissimi.

Avrebbe agito a Roma, Milano e nel principato di Monaco. I soldi, secondo i pm, finivano direttamente nelle sue società con sede a Londra, in modo che il capitale raccolto tra i clienti italiani non fosse tassato, ed erano investiti in strumenti finanziari esteri, «anche attraverso il transito su rapporti bancaria ridotta tassazione e massima tutela della riservatezza - scrive il gip - tra i quali British Vergin Island, Hong Kong, Emirati Arabi, Singapore», con operazioni che impedivano l'identificazione degli effettivi beneficiari degli investimenti». I soldi insomma sono svaniti.

Da ilnapolista.it il 20 giugno 2022.

Corriere: secondo alcuni testimoni la moto di Bochicchio è esplosa prima di finire fuori strada

Ieri è morto Massimo Bochicchio, noto per essere il truffatore dei vip. Era in moto su via Salaria, ha perso il controllo del mezzo ed è finito fuori strada. La moto si è incendiata e Bochicchio è deceduto sul colpo. Era ai domiciliari, oggi si sarebbe dovuto presentare in aula per la terza udienza del processo a suo carico. 

Era accusato di riciclaggio e abusiva attività finanziaria per aver truffato alcuni vip e personaggi dello sport. Tra cui Marcello Lippi, Antonio Conte, El Shaarawy. La sua morte desta molti interrogativi, com’era prevedibile. Il Corriere della Sera parla di alcuni testimoni che mettono in dubbio la versione ufficiale: la moto potrebbe essere esplosa prima di finire fuori strada.

“Dubbi sulla dinamica: il conducente avrebbe perso il controllo della moto lanciata in velocità finendo contro un muro. L’impatto ha causato un’esplosione e il rogo ha avvolto il guidatore mentre era ancora alla guida del mezzo. O è andata al contrario? La moto, dopo essere esplosa, è finita contro un muro? Le testimonianze, raccolte dagli agenti della polizia municipale, potrebbero rimescolare questa concatenazione di fatti”.

Bochicchio, che come detto era agli arresti domiciliari, aveva il permesso del giudice per uscire due ore al giorno. Dove era andato, di domenica, e così lontano dalla sua abitazione ai Parioli? 

“Oggi la Procura potrebbe aprire un’inchiesta per appurare con certezza i contorni della sua morte e capire se, in seguito alle perdite milionarie di alcuni clienti (in 34 lo hanno denunciato), vi siano state pressioni psicologiche e ritorsioni. Se, insomma, il processo abbia rappresentato la coltura per una possibile istigazione al suicidio di Bochicchio”.

Da ilmessaggero.it il 20 giugno 2022.

La moto sulla quale viaggiava Massimo Bochicchio, il broker morto ieri a Roma in un incidente su via Salaria, si sarebbe spostata improvvisamente verso destra senza che ci fossero ostacoli o altri veicoli nelle vicinanze. È quanto riportano testimoni oculari ascoltati dalla Polizia di Roma Capitale. 

Le forze dell'ordine, dopo i rilievi eseguiti ieri dal III gruppo Nomentano, hanno compiuto un esame dettagliato della zona per ricostruire la dinamica verificando anche l'esistenza di impianti di videosorveglianza che possano aver ripreso l'area dove è avvenuto l'incidente, a circa 400 metri dallo scalo.

Sul manto stradale, secondo quanto emerso, non sono stati rilevati segni di frenata. Una volta concluse queste verifiche, una prima informativa arriverà ai pm di piazzale Clodio che procederanno all'apertura di un fascicolo finalizzato a disporre accertamenti tecnici e medico-legali sul corpo, rimasto carbonizzato dopo l'impatto. 

A breve Bochicchio - accusato di abusiva attività finanziaria e riciclaggio internazionale per aver raccolto senza alcuna autorizzazione circa 500 milioni di euro, dal 2011, ai danni di personaggi del gotha del calcio come Antonio Conte e Marcello Lippi - doveva comparire all'udienza del processo in corso davanti ai giudici romani di Piazzale Clodio. Un procedimento nel quale sono confluiti anche gli atti raccolti dalla magistratura milanese.

Negli anni, Bochicchio - latitante tra Hong Kong e Singapore prima di essere espulso da Giacarta, in Indonesia, e fatto rientrare in Italia il 17 luglio 2021 sotto la stretta dell'Interpol - avrebbe raccolto attraverso le società Kidman Asset Management e Tiber Capital che guidava da Londra «cospicui capitali». Intercettato affermava di aver movimentato addirittura «1 miliardo e 800 milioni» di euro. 

Soldi che avrebbe dirottato in investimenti tra «Singapore, Hong Kong ed Emirati Arabi Uniti, promettendo alti rendimenti». E cercando di «occultare o ostacolare l'identificazione degli effettivi beneficiari delle somme», investite con strumenti ad «alto rischio».

Gli sono stati sequestrati beni per 70 milioni di euro, anche la casa a Cortina, ma nessuna delle 34 persone che lo hanno denunciato - tra i quali l'ex calciatore Patrice Evra e l'attaccante Stephan El Shaarawy - ha ancora rivisto un quattrino. Anche manager, come i procuratori Federico Pastorello e Luca Bascherini, e ambasciatori come Raffaele Trombetta, gli hanno affidato i soldi con il miraggio di buoni guadagni. 

Ma i raggirati potrebbero essere molti di più, gli inquirenti ritengono possibile che ci sia chi ha preferito rimanere nell'ombra piuttosto che rivelare investimenti fatti magari con denaro scudato. Con la morte di Bochicchio - da accertare se la moto abbia preso fuoco e sia esplosa prima o dopo essere andata a sbattere contro un muro - i segreti del broker 'bon vivant' di casa a Capalbio e nella Roma bene saranno ancora più inaccessibili.

«Non si deve strumentalizzare la morte di una persona costruendo un film su qualcosa che non esiste. Siamo in attesa del certificato di morte che arriverà, come da prassi in questi tragici casi, dopo il riconoscimento della salma». Così l'avvocato Gianluca Tognozzi, difensore Bochicchio.

Emiliano Bernardini per “il Messaggero” il 20 giugno 2022.

La notizia è corsa veloce. Di bocca in bocca. Di messaggio in messaggio. «Hai saputo? È morto Massimo Bochicchio. Dicono un incidente...», «È morto bruciato». Passano ore prima del riconoscimento della salma tanto che molti si chiedono: «Siamo sicuri che sia lui?». 

Tanti non vogliono proprio crederci. È pomeriggio quando nei salotti della Roma bene ma soprattutto nei circoli sportivi la triste notizia deflagra come una bomba. A quell'ora c'è chi sta giocando a padel e chi è a pranzo. Per un istante però tutti si fermano e non si parla d'altro. Serpeggia sconcerto e paura tanto che la giornata, nonostante un sole rovente e un cielo terso, diventa grigia per tutti. Qualcuno piange. 

Nessuno vuole parlare apertamente ma è l'unico argomento di conversazione. Diversi amici sono corsi sotto la sua casa che si affaccia su via di Priscilla nel quartiere Trieste. Parlano tra di loro a bassa voce. Non vogliono rilasciare commenti. In casa ci sono la moglie e il fratello e i militari del nucleo della polizia valutaria della Guardia di Finanza (che hanno avuto una delega della Procura di Roma) che dopo aver perquisito l'appartamento, a caccia di documenti, bigliettini o indizi, escono con uno scatolone di documenti. Malore o altro? In pochissimi credono ad un incidente. Una morte che si porta dietro i segreti inconfessabili della Roma bene.

I soldi, forse non proprio sempre puliti, e gli interessi che si incrociano nei salotti chic della capitale. Probabilmente gli stessi che non avevano potuto fargli causa perché, come ironizzava in una intercettazione del 28 luglio 2020, «c'hanno un tallone d'Achille»: il sospetto è che gli avessero affidato capitali esteri nascosti al Fisco. Massimo Bochicchio, il broker che secondo l'accusa, aveva truffato centinaia di persone per milioni di euro era conosciutissimo nei circoli sportivi romani. 

L'Aniene, dove però si vedeva di rado, e soprattutto il tennis club Parioli erano i suoi terreni di caccia preferiti. Qui tra i campi di tennis (ai tempi delle sue truffe il padel non era ancora di moda) e i tavoli del ristorante a bordo piscina stringeva contatti e si procacciava clienti. Nella sua rete sono finiti vip dello sport (tra cui l'allenatore dell'Inter Antonio Conte e l'ex Marcello Lippi), imprenditori e professionisti ma soprattutto personaggi del «generone» romano.

E, secondo l'accusa, grazie alle due società, la Tiber capital e la Kidman Asset Management, registrata alle Isole Vergini Britanniche e con una serie di schermi offshore riusciva a far sparire centinaia e centinaia di milioni di euro raccolti in Italia, ma non solo. Migrazioni di soldi rese possibili anche grazie a una rete di amici molto importanti nella Capitale. 

QUADRI E MACCHINE Bochicchio aveva una passione sfrenata per il lusso e la bella vita. Possedeva un attico a Miami, una casa a Cortina sulle piste più chic d'Italia, una residenza a Londra, dove probabilmente gestiva la maggior parte dei suoi affari e poi ancora Roma e Capalbio. Tutte case impreziosite, come raccontano i bene informati, da due opere di Castellani da 700 mila euro ciascuna, due litografie di Marilyn Monroe di Andy Wahrol, sette quadri di Mario Schifano nell'ufficio londinese, foto di Avedon. Oltre a bonifici a persone a lui vicine, viaggi su aerei privati e una Mercedes da collezione del valore di 200 mila dollari. A marzo scorso sui telefoni delle vittime era circolata una sua foto che lo ritraeva, probabilmente a Dubai, con due persone.   

«Sta lì alla faccia nostra» i messaggi che si scambiano le vittime dei suoi raggiri. «Tanto prima o poi lo pizzicano» scrive profeticamente qualcuno. E infatti pochi mesi dopo, esattamente il 7 luglio viene arrestato in Indonesia su mandato della procura di Milano. La sua difesa aveva chiesto e ottenuto i domiciliari e il gip li ha concessi ritenendo «serie e fondate» le sue proposte di restituzione del denaro. Gli era stata concessa anche un'ora per la libera uscita. Tempo che spesso usava per andare a correre a Villa Ada o per incontrare amici nei bar di Roma nord. Ma soprattutto per andare a mangiare gli amati tagliolini al tartufo. Ieri la sua ultima ora di libertà.

Valeria Di Corrado e Flaminia Savelli per “il Messaggero” il 20 giugno 2022.

Lo schianto in sella alla Bmw e poi le fiamme che non gli hanno lasciato scampo. Dietro la sua morte, Massimo Bochicchio, il broker che ha truffato per milioni di euro vip come l'attaccante della Roma Stephan El Shaarawy e l'ex mister dell'Inter Antonio Conte, lascia una scia di misteri. 

A partire dalla dinamica dell'incidente: ieri mattina poco dopo le 12, il 56enne agli arresti domiciliari per riciclaggio e abusiva attività finanziaria ma con un permesso concordato di due ore (in cui era stato disattivato il braccialetto), stava viaggiando lungo la via Salaria.

Quindi la tragedia, all'altezza del civico 875, quando si è schiantato contro un muro. Il giallo inizia qui: sull'asfalto non sono stati trovati segni di frenata. Non c'erano buche o cunette sull'asfalto. Nessun altro veicolo è rimasto coinvolto nel sinistro. Secondo alcuni testimoni stava percorrendo un rettilineo a velocità sostenuta, quando la traiettoria della moto ha deviato ed è andata a impattare violentemente contro il muretto. 

Resta dunque da chiarire cosa abbia causato l'incidente. L'ipotesi più probabile, secondo la Procura di Roma, è che il broker abbia avuto un malore improvviso e che, per questo motivo, abbia perso il controllo del mezzo. L'altra ipotesi al vaglio degli inquirenti è quella del suicidio: lo stress potrebbe averlo piegato a tal punto da spingerlo all'estremo gesto, considerato che oggi era atteso in aula, davanti al Tribunale di Roma, per la prima udienza del processo a suo carico e tanti dei suoi clienti reclamavano i soldi che gli avevano affidato per gli investimenti. Non si può nemmeno escludere, per il momento, la pista della vendetta: il passato burrascoso tra truffe e raggiri, potrebbe avergli presentato il conto.

I vigili urbani del Gruppo Nomentano incaricati delle indagini, hanno intanto disposto il sequestro di ciò che resta del mezzo. I tecnici dovranno ora stabilire le condizioni del sistema frenante della Bmw. 

Una delle ipotesi è che non siano entrati in funzione i freni. Un guasto? Una manomissione? Solo i periti potranno chiarirlo. Così come è da verificare a che velocità stava viaggiando l'imprenditore al momento dello schianto.

Infine c'è da stabilire l'origine del rogo nel quale è rimasto carbonizzato: secondo i vigili del fuoco, arrivati sul posto poco dopo lo schianto, il serbatoio della moto si era staccato.

A quel punto, la miccia si sarebbe accesa con le fiamme che hanno camminato fino al corpo del broker già privo di sensi. I palmi delle mani erano infatti aperti, segno che dopo l'impatto con il muretto (e prima del rogo) era già morto o comunque svenuto. 

Gli agenti della Municipale, hanno quindi proceduto con i rilievi sull'asfalto e hanno raccolto le testimonianze. Un automobilista, in particolare, avrebbe riferito di aver visto «la moto sfilare lungo la via Salaria e poi cadere e prendere fuoco». Tutto sarebbe avvenuto in una manciata di secondi. 

Con le fiamme che hanno reso irriconoscibile il corpo della vittima, rimasta senza identità per alcune ore. Gli agenti sono risaliti al suo nome dalla targa della moto. Il corpo era infatti irriconoscibile a causa delle ustioni e il rogo ha bruciato i documenti che aveva con sé.

Per stabilire se il broker abbia accusato un malore fatale mentre era alla guida della Bmw saranno determinanti i risultati degli esami autoptici che il pm di turno, Andrea Cusani, affiderà oggi al medico legale. La salma è stata traslata ieri pomeriggio all'Istituto del Verano per effettuare l'esame del dna. 

Allo stesso tempo, gli investigatori dovranno ricostruire le ultime ore di vita della vittima e in che condizioni psico-fisiche era alla guida della moto. Il magistrato ha anche affidato ai finanzieri del nucleo di polizia valutaria una delega specifica per capire se il 56enne abbia ricevuto delle minacce. Per questo ieri sera sono andati nella sua abitazione e sono usciti con uno scatolone pieno di documenti. Si cerca anche un biglietto di addio per capire se l'uomo abbia deciso volontariamente di porre fine alla sua vita.

Valeria Di Corrado per “il Messaggero” il 20 giugno 2022.

Erano tanti i nemici di Massimo Bochicchio, tanti quanto i clienti vip che aveva raggirato, raccogliendo negli ultimi dieci anni investimenti per circa 500 milioni di euro da sportivi, politici e forse anche criminali. 

Il processo a carico di Massimo Bochicchio, accusato di esercizio abusivo di attività di investimento, proprio oggi sarebbe dovuto entrare nel vivo, con l'escussione degli ufficiali del nucleo di polizia valutaria della Guardia di Finanza che avevano coordinato l'inchiesta giudiziaria che aveva portato al suo arresto. Invece, stamattina il presidente del collegio del Tribunale di Roma sarà costretto a dichiarare l'estinzione del reato per morte del reo. Ieri pomeriggio, infatti, il 56enne è deceduto in un terribile incidente stradale sulla via Salaria, a nord della Capitale, sulle cui cause ora dovrà fare luce la Procura capitolina.

Bochicchio aveva promesso ai suoi clienti plusvalenze stellari, salvo poi far svanire nel nulla i milioni da loro investiti. Almeno una trentina i vip truffati, tra cui i calciatori Patrice Evra e Stephan El Shaarawy, l'allenatore del Tottenham Antonio Conte (che ci ha rimesso circa 30 milioni di euro) e il ct degli azzurri campioni del mondo Marcello Lippi, il designer Achille Salvagni e l'ambasciatore d'Italia a Londra, Raffaele Trombetta. 

 Ma la lista dei truffati è molto più lunga, solo che in tanti non hanno sporto denuncia perché gli avevano affidato capitali esteri nascosti al Fisco. Lo conferma lo stesso broker in un'intercettazione del 28 luglio 2020: «C'hanno un tallone d'Achille». 

Il 7 luglio dell'anno scorso Bochicchio era stato arrestato a Giacarta, in Indonesia, su ordine dei pm della Procura di Milano Paolo Filippini e Giovanni Polizzi, con l'accusa di riciclaggio internazionale. Poco dopo era rientrato a Roma, con un foglio di espulsione in tasca. Era fuori dall'Italia dal luglio 2020 e aveva fatto sapere di trovarsi a Dubai, tramite il suo avvocato. 

Con l'ordinanza firmata dal gip milanese Chiara Valori, risalente a febbraio 2021, era scattato anche un sequestro da 10,9 milioni di euro, comprendente un immobile di pregio a Cortina, un vaso di Picasso, alcune opere di Giacomo Balla e Mario Schifano, foto di Richard Avedon, conti correnti e polizze. Il broker avrebbe «raccolto attraverso le società Kidman Asset Management e Tiber Capital» da lui create, controllate e guidate a Londra (città dove viveva con mogli e figli) «cospicui capitali dei propri clienti». Soldi che avrebbe dirottato in investimenti «anche in Paesi a ridotta tassazione, massima tutela della riservatezza e bassa collaborazione giudiziaria, come Singapore, Hong Kong ed Emirati Arabi Uniti, promettendo alti rendimenti e, in caso di necessità, anche l'assoluta riservatezza (...), omettendo i controlli antiriciclaggio prescritti».

Il 26 novembre scorso Bochicchio era finito nuovamente agli arresti domiciliari, questa volta su ordine del Tribunale di Roma e con l'accusa di esercizio abusivo dell'attività di investimento. 

Contestualmente il valutario della Finanza gli aveva sequestrato altri 70 milioni di euro. Cercando di rassicurare gli investitori, il broker diceva di avere commesso un errore, facendo confluire nello stesso fondo i capitali di persone che erano interessate a semplici investimenti e quelli di altri che, invece, avevano come obiettivo quello di evitare l'aggressione da parte dall'Erario: «Tutto nasce dal Fisco che gli sta addosso in due Paesi e vuole spostare i soldi a Dubai dalla mattina alla sera, chiaramente io ne ho pagato, quindi la colpa è la mia.

La colpa è mia purtroppo, ma io non essendo un esperto di questo, so fare altre cose, non ho valutato correttamente quale era il profilo di chi avevo di fronte». In un'altra intercettazione sosteneva di aver movimentato addirittura un miliardo e 800 milioni. I suoi problemi giudiziari non erano solo in Italia. 

Dei clienti raggirati gli avevano fatto causa anche a Londra. I giudici, nel 2020, gli avevano congelato 33 milioni di euro. Secondo le Royal Courts of Justice, «quando gli investitori hanno cercato di ottenere il rimborso degli investimenti nel 2019 e 2020, gli stessi hanno ricevuto risposte evasive e contraddittorie, rassicurazioni su pagamenti imminenti e, in alcuni casi, asserzioni che i pagamenti erano già stati effettuati, ma nessuna corresponsione è stata ottenuta».

Flaminia Savelli per “il Messaggero” il 21 giugno 2022.

Tre testimoni, un secondo sopralluogo e l'acquisizione delle immagini di video sorveglianza intorno all'aeroporto dell'Urbe. In attesa dell'autopsia, procede spedita l'indagine per dipanare la matassa di supposizioni e interrogativi sulla morte di Massimo Bochicchio. 

Il broker dei vip che ieri era atteso in aula per l'apertura del processo a suo carico per riciclaggio ed esercizio abusivo di attività finanziaria. I contorni in cui si è consumato domenica mattina il drammatico incidente non sono ancora stati chiariti: il 56enne, che era agli arresti domiciliari, era uscito grazie a un permesso concordato intorno alle 10 del mattino in sella alla sua moto Bmw. Intorno alle 12 lo schianto contro un muro della via Salaria, all'altezza del civico 875. 

Quindi lo scoppio e le fiamme che hanno parzialmente distrutto la moto e reso irriconoscibile la vittima. I vigili urbani del gruppo Nomentano, incaricati delle indagini, hanno sequestrato il telaio, i pistoni, le forcelle e il blocco motore. 

«Sono le uniche parti del mezzo che non sono andate distrutte nel rogo», spiegano.

Tutto il materiale recuperato verrà poi consegnato ai periti che dovranno accertare le condizioni della Bmw al momento dell'impatto. 

«Siamo ancora in attesa della richiesta della Procura», fanno sapere gli agenti che fin dai primi minuti hanno parlato di «un incidente anomalo». La precisazione sembra la parte più importante dei sospetti che ruotano intorno all'inchiesta: «Non possiamo ancora escludere nulla, ovviamente neanche una manomissione dei freni, ma su questo punto la perizia sarà complessa perché sono finiti nell'incendio».

Nello specifico, il sospetto degli investigatori è che proprio i freni non siano entrati in funzione. Di sicuro non sono stati utilizzati, se è vero, come appurato già poche ore dopo lo schianto, che in prossimità del luogo d'impatto non sono stati rilevati i caratteristici segni sull'asfalto.

La morte di Massimo Bochicchio, il broker di vip, resta un rebus. Ieri al comando della polizia locale sono stati a lungo ascoltati i tre testimoni. Tutti hanno riferito di aver visto sfilare la Bmw lungo il rettilineo della via Salaria. E poi, all'improvviso, di aver notato il mezzo cambiare direzione per schiantarsi subito contro il muretto: «La moto a un tratto ha deviato verso destra proseguendo la sua corsa verso l'edificio».

La speranza ora è che una delle telecamere dell'aeroporto dell'Urbe abbia ripreso almeno in parte l'ultima corsa dell'ex consulente finanziario dei vip. Per questo gli agenti della Municipale hanno eseguito anche un secondo sopralluogo: almeno uno degli occhi elettronici della zona potrebbe aver ripreso la parte finale della corsa mortale. Sul caso, comunque, c'è ancora un altro punto oscuro. 

Dove stava andando Bochicchio? Come concordato per motivi medici (soffriva di diabete), gli era stato concesso un permesso di due ore al giorno. Tuttavia, non gli sarebbe stato mai consentito l'utilizzo della Bmw che invece, domenica mattina, aveva messo in moto ugualmente. Il braccialetto elettronico gli era disattivato e quindi risulta possibile ora sapere dove fosse stato l'imprenditore in quelle due ore prima di morire. Secondo quanto accertato, finora, pare stesse già rientrando a casa.

L'AUTOPSIA Questa mattina alle 10 verrà eseguita l'autopsia. Il medico legale, Edoardo Bottoni, procederà intanto con il riconoscimento. I familiari nella serata di domenica hanno potuto visionare solo alcuni brandelli di indumenti. Molto dipenderà dalle condizioni del corpo, che in parte è stato carbonizzato. Per la conferma dunque, potrà essere nominato anche un genetista per gli esami del Dna. 

Da lì si passerà agli esami autoptici necessari per accertare le cause della morte: una delle ipotesi dei magistrati è che il broker sia stato colto da malore e che per questo, la moto ha sbandato per poi schiantarsi. Ma tra le piste ancora calde, c'è anche quella che il broker si sia lanciato a tutta velocità contro il muretto. Lo stress per il processo imminente e il tracollo finanziario potrebbero averlo spinto all'estremo gesto. 

Ecco perché la procura sta indagando per istigazione al suicidio. Mentre gli uomini della Guardia di Finanza stanno analizzando file e documenti sequestrati nell'appartamento al quarto piano di piazza di Novella 1, nel quartiere Trieste della capitale, dove il 56enne era agli arresti domiciliari.

Valeria Di Corrado per “il Messaggero” il 21 giugno 2022.

Oltre a quello sulla morte di Massimo Bochicchio, c'è un altro giallo che tiene banco: riusciranno i clienti vip che il broker romano avrebbe truffato per milioni di euro a recuperare i loro risparmi? 

La Procura di Roma ha in corso una serie di rogatorie all'estero, per cercare di individuare capitali eventualmente nascosti dal broker in vari paradisi fiscali. Seguire la pista dei soldi potrebbe essere utile anche a chiarire le cause del tragico incidente in cui il 56enne domenica ha perso la vita andando a schiantarsi con la sua moto contro il muro di cinta dell'aeroporto dell'Urbe di via Salaria, nella periferia a nord della Capitale, fino a diventare una torcia umana.

Considerato che non ci sono altri veicoli coinvolti, il pm Andrea Cusani ha aperto un'indagine per istigazione al suicidio. La tesi più accreditata dagli inquirenti è quella di un improvviso malore che potrebbe aver colto Bochicchio mentre era in sella alla sua Bmw. Tuttavia, anche se finora non sono stati trovati biglietti d'addio, si sta cercando anche di capire se la vittima avesse ricevuto delle minacce, tali da indurlo a un gesto estremo per mettere magari al sicuro la moglie e i due figli adolescenti da creditori senza scrupoli.

L'ipotesi di un suicidio mascherato da incidente stradale potrebbe avere un senso anche nell'ottica di un'eventuale polizza sulla vita da lasciare alla famiglia (gli investigatori stanno infatti verificando se la vittima ne avesse stipulata una). Per riscuoterla e per rientrare in possesso dei beni a lui sequestrati (quadri, orologi, conti correnti), gli eredi dovrebbero però accettare l'eredità e farsi carico anche dei suoi debiti. Basti pensare che, solo presso la società Kidman Asset Management di Londra a lui riconducibile, i suoi clienti romani avevano versato 70 milioni di euro. A questi si aggiungono altri 11 milioni di euro a lui affidati da 6 imprenditori milanesi, accusati di evasione fiscale o bancarotta fraudolenta.

Gli uomini del Nucleo speciale della polizia valutaria della Guardia di Finanza - su delega della Procura - hanno per questo acquisito tablet, cellulare, pc e documenti, tra cui una agenda, del broker. Obiettivo di chi indaga è verificare le comunicazioni e i contatti che il broker ha avuto nelle ore e nei giorni precedenti alla sua morte. 

Erano tante, infatti, le persone alle quali doveva restituire dei soldi: alcune di loro sono venute allo scoperto, denunciandolo per truffa e appropriazione indebita; altre sono rimaste nell'ombra, probabilmente per nascondere l'origine illecita dei capitali che volevano investire.

Calciatori, allenatori, ambasciatori e imprenditori avrebbero affidato a Bochicchio almeno 500 milioni con la promessa di rendimenti vantaggiosi, a fronte di un rischio di investimento pari a zero. Peccato che, nel momento in cui i clienti volevano disinvestirli, i soldi non c'erano più.

Ieri, intanto, la VII sezione penale del Tribunale di Roma ha rinviato al 15 settembre l'udienza del processo in cui Bochicchio è imputato per esercizio abusivo di attività di investimento e riciclaggio, in attesa del riconoscimento del cadavere che porterà i giudici a dichiarare l'estinzione del reato «per morte del reo».

«È opportuno fugare ogni dubbio sulla dinamica dell'incidente», ha commentato l'avvocato Cesare Placanica, che difende 14 delle 38 parti civili costituite nel processo, tra cui l'attaccante romanista El Shaarawy, l'agente dei calciatori Federico Pastorello, la compagna Leona Koenig, il tecnico del Tottenham Antonio Conte e l'ambasciatore italiano a Londra Raffaele Trombetta. Il legale ieri ha anche depositato al collegio un'indagine difensiva: Bochicchio avrebbe mentito quando, per rassicurare i clienti, aveva detto di aver contattato la piattaforma Interactive brokers per disinvestire i capitali investiti. 

Oltre al processo in corso, seguito alla misura cautelare degli arresti domiciliari dello scorso novembre, il 56enne era indagato dalla Procura capitolina anche per truffa e appropriazione indebita. «Non si deve strumentalizzare la morte di una persona costruendo un film su qualcosa che non esiste», ha tagliato corto l'avvocato Gianluca Tognozzi, difensore della vittima.

Valeria Di Corrado per Il Messaggero il 22 giugno 2022.

L'INCHIESTA ROMA «Purtroppo le persone quando ci sono i soldi di mezzo, io ho imparato nella mia vita dopo 30 anni di professione, perdono la ragione». Ad alimentare i dubbi sulla morte di Massimo Bochicchio contribuiscono le stesse parole del broker accusato di aver truffato almeno una quarantina di clienti vip negli ultimi 20 anni, investendo milioni di euro che non ha più restituito loro. 

Dopo essersi inspiegabilmente schiantato contro un muro dell'aeroporto romano dell'Urbe domenica mattina, mentre era in sella alla sua moto, la Procura capitolina ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio. L'ipotesi al vaglio degli inquirenti è che il 56enne, pressato e minacciato dai suoi creditori, possa aver deciso di farla finita. Una conferma sul clima intimidatorio in cui viveva, viene da un passaggio del suo interrogatorio del 20 luglio 2021.

«COI SOLDI SI PERDE LA RAGIONE» Il giudice del Tribunale di Roma, Corrado Cappiello, chiede al broker indagato: «Sua moglie, nel periodo in cui lei è stato all'estero, dopo la sentenza inglese, a settembre-ottobre, fa riferimento a gente brutta brutta». Bochicchio prova a ridimensionare quella frase: «Sì, sì, ma non è brutta. Allora mia moglie ha avuto una percezione, e c'è scritto anche nelle intercettazioni. Poi non è che non la ritengo brutta, perché io non la ritengo brutta, perché non è brutta». 

«Franco Saviotti, che è il segretario e braccio destro del mio socio Rodolfo Errani da 30 anni, forse di più, forse 35 anni - ricorda il consulente finanziario - che chiama mia moglie con la velata minaccia mi ha mandato una mail dove mi scrive: pezzo di m... quando arriva il trasferimento?». 

Il giudice però lo punzecchia: «Vabbé, questa però non è gente brutta brutta.

Brutta brutta si definirebbe ambienti criminali». Bochicchio è evasivo: «Non ce l'ho mai avuto io un cliente brutto, signor giudice, mai. Io ho sempre avuto solo persone estremamente perbene, professionisti, non parliamo delle istituzioni, le più alte istituzioni al mondo». 

Il magistrato cerca di capire come mai ci sono clienti che, pur non ottenendo indietro i capitali investiti, hanno aspettato prima di denunciarlo: «Hanno aspettato perché sanno con chi hanno a che fare - spiega Bochicchio - e le assicuro che entro l'anno lo vedrà, perché io firmo gli accordi... io non sono mai scappato». Eppure a marzo 2020 si erano perse le sue tracce: era stato fotografato a Dubai con due uomini: uno con un orologio d'oro, l'altro con una grossa cicatrice su un braccio. Poi a luglio 2021 era stato arrestato in Indonesia per riciclaggio. «Datemi l'indirizzo che lo vado a cercare...», «primo poi lo beccano», scrivevano furibondi i suoi ex clienti nei gruppi Whatsapp.

«NON HO CONTI NASCOSTI» Non ottenendo riscontri sui presunti criminali da cui il broker avrebbe ricevuto capitali illeciti, il giudice gli chiede chi aveva investito somme oggetto di evasione fiscale: «Erano tutti soldi puliti? In un'intercettazione lei dice che gli unici puliti sono Antonio Conte e un'altra persona». 

Bochicchio nega: «Che io sappia di tutti quei clienti non ce n'è uno che abbia un problema con il Fisco». Peccato che, intercettato, aveva dato un'altra spiegazione a un suo cliente: «Io purtroppo ho fatto un grandissimo errore: ho matchato strutture estremamente sofisticate che sicuramente con il casino del Covid ne hanno risentito (...) tutto nasce dal fisco che gli sta addosso». Alla fine dell'interrogatorio, il broker implora il giudice: «Vi chiedo di potermi rendere libero di fare il mio mestiere e di restituire i soldi a tutti, non ho altro obiettivo nella vita. Io non ho conti nascosti (...) ma non mi tenete ai domiciliari». 

L'AUTOPSIA Il sospetto, infatti, è che pur stando ai domiciliari continuasse a intrattenere rapporti con i vip. Ecco perché gli investigatori sospettano che il giorno in cui è morto abbia incontrato qualcuno. Chi? La risposta potrebbe venire dal braccialetto elettronico. Sarebbe stato proprio questo a confermare l'identità del broker: è stato danneggiato dal rogo, ma alcune componenti sarebbero state recuperate.

Tuttavia il medico legale procederà, attraverso un genetista, anche alle analisi del Dna. Ancora da chiarire le cause della morte. Perché se da una parte, il medico legale ha confermato che: «ci sono elementi per dedurre che il decesso sia avvenuto in seguito al trauma», dall'altra non è ancora possibile escludere che l'uomo sia stato colpito da un malore mentre era in sella alla sua Bmw. E che, proprio per questo, abbia perso il controllo del mezzo. Verranno dunque svolte indagini macro e microscopiche sui tessuti. Infine sono stati eseguiti anche gli esami tossicologici per accertare se il 56enne avesse assunto droghe o alcol.

Emiliano Bernardini Camilla Mozzetti per “il Messaggero” il 22 giugno 2022.

Domenica mattina, ore 10 Massimo Bochicchio, sfruttando le due ore di permesso giornaliero che gli erano state concesse per motivi medici (soffriva di diabete), esce dall'appartamento all'ultimo piano in piazza di Novella nel quartiere Trieste. Non ne farà più rientro. 

Alle 11.30 si schianta contro il muro di cinta dell'aeroporto dell'Urbe e muore carbonizzato nel rogo che divora la moto e il suo corpo. Contrariamente a quanto era specificato all'interno del permesso, prende la sua motocicletta, una Bmw customizzata. Non avrebbe potuto farlo. Invece Bochicchio sale in sella e sparisce.

A casa non dice dove è diretto, in famiglia credono che avesse voglia di farsi un giro, era in fondo domenica, sua moglie stava preparando il pranzo quando apre la porta al fratello che le aveva portato le crocchette per i cani. 

Una domenica come le altre, apparentemente, nonostante l'indomani Bochicchio avrebbe dovuto prendere parte ad una delle udienze del processo che lo vedeva imputato per riciclaggio ed esercizio abusivo di attività finanziaria. Dove è andato? E soprattutto chi ha incontrato e perché?

LE ULTIME SETTIMANE Nelle ultime settimane, come ha riferito lo stesso portiere dello stabile, Massimo era sereno e lo vedeva uscire ogni mattina per andare a fare una passeggiata con la moglie o con il cane a villa Ada. Un modo anche per fare esercizio fisico. Ma in altre occasioni si era incontrato anche con alcuni amici nei bar di Roma Nord. Spostamenti che avvenivano tutti in un determinato raggio. 

Stavolta però Massimo Bochicchio è uscito da quel raggio d'azione. Ha preso la moto e ha tirato dritto sulla Salaria. Tante le ipotesi. Su quella direttrice c'è il Salaria Sport Village, circolo molto frequentato e nel quale avrebbe potuto avere un rendez-vous. Ed è proprio questo un interrogativo su cui la procura vuole far chiarezza anche perché, stando al punto in cui è avvenuto l'incidente, il broker dopo essere uscito di casa alle dieci del mattino, si è diretto fuori Roma.

Che fosse il centro sportivo sulla Salaria la sua meta oppure un'altra destinazione che gli ha fatto poi prendere il Grande Raccordo per rientrare in città, dovrà essere ricostruito anche grazie all'analisi delle immagini delle videocamere di zona. 

IL MISTERO Di certo in famiglia non sanno dire cosa abbia fatto e dove fosse diretto. I suoi cari ricordano gli ultimi giorni di apparente normalità e serenità nonostante il processo e quelle frasi messe a verbale durante l'interrogatorio del luglio scorso in cui rispondendo al giudice il broker cercava di giustificare le frasi della moglie che parlando dei creditori li descriveva in parte come «gente brutta, brutta».

Ma c'è un altro elemento che, oltre alle videocamere di una delle consolari d'ingresso e di uscita dalla Capitale potrebbe senz' altro tornar utile a delineare il tragitto e la meta di Bochicchio. Sarà difficile stabilire con chi abbia trascorso il suo tempo, meno complicato risalire al percorso fatto prima dello schianto da piazza di Novella. 

Non avendo un telefono cellulare, essendo il broker agli arresti domiciliari non gli era consentito usarlo, per ripercorrere il tragitto che ha fatto chi indaga sta lavorando sul braccialetto elettronico. Il dispositivo, seppur spento durante le ore di permesso e finito in polvere a seguito del rogo, ha lasciato comunque delle tracce analizzabili grazie al chip e al gps che permetterà l'accertamento dei movimenti fisici dell'interessato.

In famiglia escludono l'ipotesi del suicidio, «Non si sarebbe schiantato contro un muro», ha detto il cognato a Il Messaggero eppure la Procura tra le ipotesi non esclude quella per il cui il broker, stretto dai creditori e minacciato, abbia deciso di farla finita.

Gabriele Romagnoli per “La Stampa” il 22 giugno 2022.

A Roma c'era un «mondo di mezzo» e c'è un «mondo di Massimo» (Bochicchio). Quest' ultimo, a differenza del primo, affiora, è visibile, anzi s' ostenta. Ha una sua geografia, una storia e un'antropologia. Molle si stende sul Lungotevere, ma si sperde per le vie del centro e s' inerpica sulla collina Parioli. 

Si perpetua, come un rito o un film di Neri Parenti, da qualche decennio, cambiano gli attori, ma la trama è la stessa: un profeta venuto dal nulla o quasi promette la moltiplicazione dei pani e dei pesci a una genìa che ha fede nei miracoli del dio denaro. Bochicchio, o chi per lui, non è che un minor deus ex machina. Non avrebbe effetto alcuno se non ci fosse quel mondo, targato Roma. 

A Milano, per dire, l'esistenza, il potere di accesso oltre la velvet rope, il tesseramento sono garantiti dal biglietto da visita. Conta che la carica esista e sia in corso.

Appena scade, tutto si dissolve come per Cenerentola a mezzanotte: l'auto aziendale perde le ruote, la carta si smagnetizza, si ridiventa nessuno. Roma indulge. Un direttore, un onorevole è per sempre. 

La mondanità accoglie vivi e fantasmi. Alle prime cinematografiche si volge lo sguardo al tappeto rosso, si scruta l'obiettivo dei flash e ci si domanda regolarmente: «Quella, chi era?», giacché lucean ancor le morte stelle. Il mondo di Massimo è popolato di ex qualcosa, fratelli di qualcuno, di presunte e sedicenti. Stanno tutti a un dipresso. Sfioranti, un soffio appena. 

Consoli onorari dello Stato delle cose. Ambasciatori senza pena. Noti per essere noti a qualcun altro. Nomi che si fermano sulla punta della lingua. Nomignoli che lascian perplessi: a Milano Pupi è femminile (Pupi Solari) a Roma è maschile (Pupi d'Angieri). Inezie. Conta la riconoscibilità. La si conquista prevalentemente di sponda. La domanda chiave è: «Ma tu, come stai messo con?». Perché se sei «messo bene con» il nuovo consigliere d'amministrazione, il politico emergente, il presidente dai mandati multipli, allora è fatta. Quello è la porta, l'altro la chiave. «Che ce l'hai un progetto? 'Na sceneggiatura, 'na mostra, 'na ristrutturazione?».

Il problema, come spesso nella vita, sono i gradi di separazione. Nel «mondo di Massimo», come spesso a Roma, potevano essere tanti.

Che significa: troppi. Il simbolo della prossimità sono gli armadietti dei circoli. Il detentore garantisce per il proprio vicino, ma innesca una catena in cui ognuno lo fa per chi gli sta accanto e finisce che il primo affida i soldi non all'ultimo della fila, ma a quello che passava nel corridoio e ha fatto buona impressione.

 È lo schema di Para-Ponzi. Quando la nota stecca e la musica cessa, soltanto allora ci si chiede chi fosse il conduttore, quali titoli avesse. «Ma non era amico tuo?», «Mio? Nooo, era amico dell'amico di Coso. Io mai glieli avrei dati i soldi a uno così: bravo nel suo campo per carità, ma non di più». Quale fosse il suo campo, però, esattamente nessun sa dirlo. Le competenze sono esportabili, labili i confini. Già in partenza non si capiscono bene. C'è chi di professione organizza rassegne e c'è chi conferisce premi. Vale il principio della partecipazione di scambio. 

Tu vieni ospite da me quest' anno, il prossimo io ti assegno un ambito riconoscimento. Si splende di luce riflessa, di qui la necessità di attingere ai bacini dove nuotano i soliti noti: sport, cinema, diplomazia, cultura.

Ogni settore fa da specchietto per l'altro. Non essendo vasi comunicanti, la rilevanza dei singoli può essere auto-certificata, perfino prodotta dalla fantasia. La verifica è un esercizio superfluo, la storia una materia mai studiata, altrimenti come sarebbe possibile per i Bochicchio riproporsi a distanza di tempo negli stessi ambienti e con le medesime modalità? 

L'avidità non muore mai, fa da schermo a ogni valutazione. Regna il principio della delega: all'agente, al manager, perché non anche al consulente finanziario? I talenti hanno sempre fruttato, perché sotterrarli? È mossa la fotografia del «mondo di Massimo». Non è il «generone» sorridente in posa, non è il «cafonal» di Dagospia sorpreso a bocca piena. Va oltre e in quell'oltre si muove. Quando fai l'appello dei truffati dai Madoff de Roma rispondono, tra gli altri, Ruggiero Rizzitelli e Patrice Evra, i figli di Gassman e il padre di Calenda, Anne de Bellefroid e Regis Donati. In ordine sparso.

Ma se li metti insieme a tavola, di che cosa parlano? L'anello di congiunzione è d'oro matto, Bochicchio o princisbecco. La pietra angolare non regge e prima o poi cadrà la piramide intera. Il «mondo di Massimo» è inevitabilmente destinato a fermarsi, un attimo sospeso in un cielo di cartapesta e poi giù, nel cestino. Alla fine, proprio alla fine, viene un moto di compassione per chi crea universi fasulli, perché è il solo a sapere che imploderanno e perché, fra tutti, paga il conto più alto

Alessandro Da Rold per “la Verità” il 21 giugno 2022.

Tra via Salaria a Roma e l'elegante Wymering Mansion road a Londra ci sono quasi 2.000 chilometri. Ma queste due strade così lontane nascondono una parte dei segreti che circondano la morte di Massimo Bochicchio, il trader che domenica avrebbe perso la vita in un incidente sulla sua Bmw. 

Il condizionale è d'obbligo perché manca ancora il certificato di morte. Durante l'udienza del processo di ieri il giudice non ha potuto che rinviare tutto al 15 settembre per l'accertamento dell'identità della salma. A meno di colpi di scena il processo penale decadrà, mentre andranno avanti le cause civili: i creditori si rifaranno sui beni sequestrati e sui familiari. Chiedono almeno 250 milioni di euro.

Non è la prima volta che nel giro di Bochicchio, accusato di aver truffato vip e calciatori per quasi 500 milioni di euro, spuntano morti misteriose. Il 29 ottobre del 2019, infatti, proprio a Londra, in un elegante appartamento di Wymering Mansion al numero 107, tra Notting Hill e Abbey Road, veniva trovato il corpo senza vita di Luca De Lucia. Di chi si tratta? Il suo nome è comparso poco sui giornali. 

Ma in queste ore è ritornato sulla bocca di chi ha conosciuto il trader di Capua. Nato a Roma nel 1977, De Lucia è stato per quasi 8 anni uno dei soci di Bochicchio nella Tiber Capital, una delle due società insieme alla Kidman con cui sono state gestite (male) e riciclate centinaia di milioni di euro.

Ieri la Procura di Roma ha aperto un fascicolo sulla morte di Bochicchio. I pm indagano per istigazione al suicidio, fattispecie solo ipotizzata per potere svolgere una serie di accertamenti, tra cui quelli sulla moto. Vengono scandagliati cellulari e tablet per capire i contatti avuti prima di domenica. Le domande sono tante. Nonostante fosse ai domiciliari Bochicchio godeva di 2 ore al giorno di permesso per problemi di salute. In tanti lo avevano visto spesso al bar di San Silvestro o a fare ginnastica a villa Ada. 

Ma dove stava andando domenica, il giorno prima dell'inizio del processo? Come mai si trovava così lontano da casa? Si è suicidato? Come ha perso il controllo? Qualcuno ha sabotato il mezzo? Di nemici ne aveva tanti, anche perché doveva restituire soldi anche a clienti non ufficiali, semplici evasori o forse esponenti della criminalità organizzata. Sono risposte a cui penseranno gli inquirenti. Il corpo era carbonizzato, irriconoscibile, bruciato come i documenti. Solo tramite la moto si è riusciti a risalire al suo nome. Ora servirà l'esame del Dna.

«Non si deve strumentalizzare la morte di una persona costruendo un film su qualcosa che non esiste. Siamo in attesa del certificato di morte che arriverà, come da prassi in questo tragici casi, dopo il riconoscimento della salma», dice il difensore del trader, l'avvocato Gianluca Tognozzi. Ma Cesare Placanica, avvocato dell'ex allenatore Antonio Conte (che ha perso 30 milioni di euro con Bochicchio) ha ribadito che «è opportuno fugare ogni dubbio e credo che la Procura voglia disporre tutti gli accertamenti necessari per arrivare a fare assoluta chiarezza su quanto avvenuto ieri mattina».

Del resto come su Bochicchio, anche su De Lucia si sono sviluppate non poche dietrologie. La Procura di Milano - che tra il 2020 e il 2021 aveva indagato sulla vicenda perché collegata a quella dei diritti televisivi della Lega Serie A -, aveva approfondito la sua figura. Sono i magistrati milanesi a scoprirne il decesso e a riportarlo nelle loro indagini poi inviate ai colleghi di Roma. Anche perché durante il sequestro di computer e documenti a casa di Bochicchio erano state trovate centinaia di mail e documenti proprio firmati da De Lucia. Su questo giovane direttore operativo non si sa molto altro. La Verità ha provato a contattare alcuni suoi ex colleghi ma nessuno ha risposto alle nostre domande.

Su Linkedin è rimasto il suo profilo. Di sicuro nel 2019 era stato De Lucia a gestire i contatti con Gianluigi Torzi e Nicola Squillace, il broker e l'avvocato coinvolti nello scandalo della vendita dell'immobile di Sloane Avenue a Londra al Vaticano. Bochicchio era entrato in contatto con i 2 per alcuni potenziali investimenti, che passavano anche dalla Banca Popolare di Bari ai tempi di Vincenzo De Bustis. 

Era sempre stato De Lucia a interfacciarsi con loro via mail, tanto da essere definito in una mail di Squillace (datata gennaio 2019) come una delle «risorse» incaricate di gestire le operazioni finanziarie anche con Jp Morgan: 8 mesi dopo sarà trovato morto. Secondo quanto scoperto dalla Verità, la polizia municipale di Londra non avrebbe effettuato sul corpo approfondimenti: il decesso è stato classificato come morte naturale. Ma una fonte anonima, che segue il caso, ci dice che De Lucia «ufficialmente sarebbe morto di malore o di malattia. Ma c'è anche chi in questi anni ha parlato di suicidio per la troppa pressione».

Era infatti stato questo giovane laureato con 110 e lode in economia a permettere a Bochicchio (e al suo socio Sebastiano Zampa) di entrare nel giro del trading e della gestione di patrimoni. La Kidman fu fondata alle Bahamas, nel 1996, con un capitale di appena 5.000 dollari. I pm milanesi coordinati dall'aggiunto Maurizio Romanelli, hanno scoperto su alcune mail del 2012 l'evoluzione della società che avrebbe permesso le operazioni spericolate di Bochicchio.

È De Lucia a risolvere i problemi dei conti correnti con le autorità di controllo. È sempre lui nel 2012 ad aprire un account New Edge (piattaforma di intermediazione ). «Tiber Capital inizierà la sua attività con 8,5 milioni di euro di capitale depositato. Questo denaro arriverà alla Kidman, società che ha come beneficiario effettivo Massimo Bochicchio. Crediamo che nel prossimo futuro il nostro partner Rodolfo Errani depositerà nel gruppo altri 30-40 milioni di euro». Era solo l'inizio entusiasmante di una storia finita in tragedia.

Alessandro Da Rold per la Verità il 29 giugno 2022.

Nel girone dei truffati di Massimo Bochicchio c'è ormai solo spazio per lamento e disperazione. Le denunce a carico del broker - vittima di un incidente mortale lo scorso 19 giugno a Roma - hanno tutte lo stesso canovaccio: l'approccio, le promesse di facili guadagni a fronte di un investimento e poi alla fine il dramma di non rivedere più i propri soldi. 

Bochicchio aveva uno stile ormai collaudato, che gli permetteva di raccogliere soldi da personaggi famosi ma anche da famiglie comuni. Li ha continuati a prendere in giro per anni. La stessa Procura di Roma è finita ingannata dalle sue promesse di restituire i soldi per ottenere gli arresti domiciliari. Quando fu arrestato a Giacarta nel luglio del 2021 aveva scritto di suo pugno una mail dove si impegnava al «rimborso totale» entro la fine di settembre dell'anno scorso. Stanno ancora tutti aspettando i loro soldi.

Oltre all'ex allenatore dell'Inter Antonio Conte o all'ex ct dell'Italia Marcello Lippi, Bochicchio era solito truffare anche i suoi amici o comunque persone che avevano un rapporto più che consolidato con lui. C'è per esempio la storia dell'architetto Achille Salvagni, incaricato di ristrutturare un appartamento di lusso a Cortina D'Ampezzo. Lui si fida di Bochicchio, sua moglie lega con Arianna Iacomelli, consorte del broker. Le parcelle per la ristrutturazione non vengono pagate, ma intanto i due entrano in confidenza. Bochicchio millanta di essere un asso della finanza. Dice di vivere tra Londra, Roma e Miami.

Ha conoscenze importanti nel mondo del calcio e dello sport in generale. Sostiene di appoggiarsi a una banca di fama internazionale come Hsbc. Così in pochi mesi Bochicchio non solo riesce a ingannare Salvagni, ma persino il padre novantenne Gaetano, definito «un muro di diffidenza». 

È questo «forse l'ostacolo più difficile che Bochicchio ha dovuto superare» si legge nella denuncia dello stesso Salvagni senior, «e dove ha dimostrato tutta la sua bravura e la sua mente criminale». Bochicchio mette in campo tutto il suo repertorio, anche gli «affetti personali, sostenendo che anche il padre, coetaneo di Salvagni, aveva investito i propri soldi in quell'operazione». 

Ma allo stesso tempo millanta anche conoscenze con Maria Cannata del Mef, che gli avrebbe riferito dell'imminente introduzione di un'imposta patrimoniale del 20% sui capitali detenuti in Italia.

Alla fine la famiglia Salvagni versa quasi 2 milioni di euro a Bochicchio. Non li rivedranno mai più. Tra un fine settimana a Cortina e uno a Capalbio, il titolare di Tiber e Kidman era anche entrato nel giro importante degli italiani a Londra. Lo sa bene l'ambasciatore Raffaele Trombetta, che appena arrivato (nel 2018) nel Regno Unito viene attirato nella rete di Bochicchio. 

Li presentano amici comuni. L'ambasciatore si lamenta di alcuni investimenti fatti, così l'altro di affretta a proporre il progetto Tiber. Bochicchio lo convince: in men che non si dica Trombetta sottoscrive un accordo da 1 milione di euro. Il tempo passa, nei primi mesi arrivano alcuni prospetti dalla Tiber e dalla Kidman, c'è anche qualche versamento. Poi il telefono di Bochicchio inizia a essere sempre spento, lui è sempre occupato. Così sorgono le domande, cui seguono promesse e richieste di tempo. I truffati infine, si rivolgono ai legali. Anche il giocatore di calcio Stephan El Shaarawy finisce impigliato nella ragnatela di Bochicchio con il fratello Manuel.

Era l'agosto del 2019, l'attaccante della Roma al tempo militava nel campionato cinese, con lo Shanghai Shenhua che gli elargiva un ingaggio principesco. Dopo i pranzi, le rassicurazioni e le promesse, sul conto della Tiber pervengono ben 6 milioni di euro. Del resto molti truffati erano tranquilli perché Bochicchio presentava le sue società come delle controllate di Hsbc, dove aveva anche lavorato in passato. Peccato che poi i nodi siano venuti al pettine nell'estate 2020. Sia perché erano incominciate le prime cause alla Corte commerciale di Londra, sia perché il sistema iniziava a sgretolarsi. Anche il calciatore Patrice Evra (ex Juve e Manchester Utd) è rimasto vittima delle promesse di Bochicchio.

Ma qui l'abilità del trader di Capua si è superata. Grazie all'amicizia col procuratore sportivo Luca Bascherini, Bochicchio riesce a diventare consigliere di amministrazione della società Palesa di Evra. Tutti sono convinti sia un professionista serio, un ex Hsbc: riuscirà a spillare dalle casse almeno 6 milioni di euro. Abituato a mentire, quando il 23 agosto 2020 esce sulla Verità il primo articolo sulle sue truffe, si inventa una storia appassionante al telefono. 

A chiamarlo è un amico che ha letto il nostro articolo sulla truffa da 30 milioni di euro ai danni di Antonio Conte. Bochicchio spiega che stanno mettendo pressione sull'allenatore dell'Inter - che se ne stava andando dal club - e che la notizia è superata «perché è già stato siglato un accordo con la Banca». Accusa il nostro giornale di «essere stato pagato» per pubblicare la notizia. Di fronte alle domande dell'interlocutore sul fatto che Conte non abbia smentito, Bochicchio sostiene che lo stesso Conte avrebbe «querelato La Verità». Tutto falso.

Alessandro Da Rold per “La Verità” il 4 luglio 2022.

«Io non gli ho mai dato neanche un euro, manco ci penso ma innanzitutto perché io non ho mai capito che cazzo facesse in questi anni. Devo esserti sincero: non l'ho mai capito». Nell'estate del 2020, quando il nome di Massimo Bochicchio non è ancora finito sui giornali, il presidente del Coni Giovanni Malagò parla al telefono con l'ex allenatore dell'Inter Antonio Conte. 

I due discutono di Bochicchio e degli investimenti fatti. Il mister è preoccupato per i 30 milioni di euro investiti che non sono mai tornati. Malagò, che conosce bene Bochicchio, gli ricorda che di lui non si è mai fidato. Il presidente del Coni lo ripete più volte al telefono con Conte: «Speriamo che non succede qualche casino, speriamo che non succede qualche casino». Cosa che poi, purtroppo, è invece successa. 

Eppure Bochicchio, vittima di un incidente mortale in moto due settimane fa a Roma - a lato delle spericolate operazioni di trading con la Tiber e la Kidman - ha avuto anche una vita imprenditoriale di un certo livello, con soci importanti, ben inseriti nella classe dirigente italiana. Insomma, c'è chi aveva anche deciso di averlo in società, come amministratore o come semplice investitore. 

Bastano un paio di visure camerali in Italia e in Inghilterra per scoprire che il trader di Capua, amante della bella vita e dei circoli di tennis romani, mentre gestiva centinaia di milioni di euro di vip e calciatori aveva anche un ruolo in società come Teleskill, Ambientina o Italiana Gestioni. 

La prima è una delle prime realtà in Italia impegnata nell'e-learning, nata «nel concepire, progettare ed eseguire soluzioni per costruire al meglio le proprie strategie di formazione in modalità e-learning e comunicazione sulla rete Internet». A quanto risulta dalla Camera di Commercio inglese Bochicchio è uscito da Teleskill Limited solo nel marzo del 2021. Insieme con lui in società c'erano il fondatore Emanuele Pucci e anche Luciano Pucci, quest' ultimo scomparso qualche anno fa.

Pucci senior non è un nome qualunque nell'ambiente degli apparati di sicurezza italiani. È stato infatti più di 15 anni fa amministratore delegato di Seicos, azienda ormai scomparsa ma che nei primi anni del nuovo millennio fu pioniera nel mondo delle intercettazioni in Italia. Nata sull'asse Telecom e Finmeccanica, negli anni degli scandali Telecom-Sismi, Seicos aveva l'obiettivo di gestire con un modello centralizzato tutti i servizi di intercettazione di tutte le Procure d'Italia. 

L'obiettivo di Finmeccanica, all'epoca, era quello di creare un fornitore unico per la sicurezza nazionale, «dal contrasto dell'immigrazione clandestina all'antiterrorismo, dalla sorveglianza delle reti informatiche e delle infrastrutture (porti e aeroporti), fino alla gestione delle intercettazioni telefoniche disposte dai magistrati», ricordano le cronache dell'epoca. Luciano Pucci era l'uomo giusto, esperto di informatica, anche lui con un passato alla Telecom e poi consulente del ministero dell'Interno e della polizia.

Come sia finito poi socio di Bochicchio è uno dei tanti misteri che costellano la vita del broker di Capua. Del resto di soci blasonati ce ne sono anche nel fondo Ambientina in via Larga a Milano, dove Bochicchio condivideva l'azionariato insieme con Pietro Boroli del gruppo De Agostini, con l'imprenditore fiorentino Niccolò Cangioli, con il vicepresidente di Sky Italia Marzio Perrelli e persino con la Lumar, la cassaforte Luca e Niccolò Marzotto. Insomma Bochicchio non era solo un truffatore, che si permetteva di investire milioni di euro di malcapitati clienti che si fidavano di lui. 

Era anche un manager, per di più un lungo passato in una banca d'affari come Hsbc. A parlare del suo curriculum ai magistrati, è un ex dipendente della Tiber, tale Massimino Antonio. Anche lui, come Daniele Conte fratello dell'allenatore, lavorava per Bochicchio e aveva convinto i famigliari a fare alcuni investimenti.

Il 14 ottobre spiega i motivi che lo spinsero a investire quasi 3 milioni di euro sin dal 2004: «Ci ha tranquillizzato il fatto che Bochicchio avesse lavorato dal 2006 al 2013, presso Hsbc come capo dei global markets. Originariamente sapevo che nel 2013 si fosse messo in proprio, ma di recente ho appreso che fu cacciato dalla Hsbc, ma non conosco il motivo». 

 Lui stesso aveva incontrato più volte Bochicchio nella sede milanese della banca. E nonostante l'addio nel 2013, «Bochicchio mi aveva riferito di continuare a gestire due conti per 600 milioni in qualità di advisor della Hsbc. Non so se sia vero, ma nel 2008 ci aveva mostrato la descrizione dell'incarico che Hsbc gli aveva affidato []Me ne aveva mostrato un altro nel 2018 per tranquillizzarmi sugli investimenti».

Anche nell'interrogatorio del luglio del 2021, poco dopo l'arresto a Giacarta, Bochicchio cercò di spiegare ai magistrati la sua attività imprenditoriale. «La Tiber nasce nel 2013 e viene registrata nel 2014, con due soggetti. Il primo è un investitore, un grande imprenditore italiano, che da 40 anni vive a Monaco, che si chiama Rodolfo Errani, era il proprietario di un'industria italiana, la Cisa. L'altro è un mio collega che si chiama Sebastiano Zampa». 

Poi spiega: «La Tiber nasce con un unico scopo, che è quello diIo dal 1991 ho sviluppato algoritmi, sono come si chiamano data scientist, ho sviluppato algoritmi per il trading […]. Abbiamo creato un brevetto mondiale, che si chiama Algo-Genetic che è a nome Massimo Bochicchio ed ho 54 algoritmi che negli anni abbiamo utilizzato, dato in comodato d'uso alle banche [...]». Però qualcosa non deve aver funzionato.

Il broker finanziario Massimo Bochicchio muore in motocicletta : aveva truffato i vip di Roma, Lippi e Conte. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 19 Giugno 2022.  

Fra i truffati compaiono nomi illustri. L’elenco delle persone che attendevano di essere risarcite è lungo ma non è chiaro, poichè non tutte le persone raggirate da Bochicchio hanno intenzione di far accendere i fari della Guardia di Finanza sull'origine dei capitali investiti e poi scomparsi. 

La corsa in motocicletta del broker dei vip Massimo Bochicchio si è conclusa questa mattina, in un incidente stradale intorno alle 11,30, in via Salaria dove la sua moto è esplosa dopo lo schianto contro il muro dell’aeroporto dell’Urbe. La morte è avvenuta a due giorni dall’ udienza del processo che ha avuto origine dalle 34 denunce delle 34 vittime, a cui era stato promesso di far lievitare il denaro prima di sparire.

Un incidente abbastanza strano in quanto  sull’asfalto non sono stati trovati segni di frenata, e non c’erano buche o cunette sull’asfalto stradale. Nel sinistro non è rimasto coinvolto nessun altro veicolo . Secondo alcuni testimoni Bochicchio stava percorrendo il rettilineo a velocità sostenuta, quando la traiettoria della moto che conduceva ha sbandato ed è andata a impattare violentemente contro il muro. L’ipotesi più probabile, secondo la Procura di Roma, è che il broker abbia avuto un improvviso malore e che, per questo motivo, avrebbe potuto perdere il controllo della motocicletta. 

I vigili urbani del Gruppo Nomentano incaricati delle indagini, hanno effettuato il sequestro di quello che resta della motocicletta. I periti adesso dovranno accertare e stabilire le condizioni del sistema frenante della Bmw condotta da Bochicchio. Una delle ipotesi su cui si lavora è la verifica che non siano entrati in funzione i freni. Solo i periti potranno chiarire se si è trattato di un guasto o di una manomissione. Così come è da accertare a che velocità stava viaggiando al momento dello schianto. Dopodichè c’è da stabilire l’origine del rogo nel quale è rimasto carbonizzato: secondo i vigili del fuoco, arrivati sul posto poco dopo lo schianto, il serbatoio della moto si era staccato ed a quel punto, la miccia si sarebbe accesa con le fiamme che hanno camminato fino al corpo del broker sull’asfalto privo di sensi.

Ipalmi delle mani del motociclista erano aperti, segno che Bochicchio era già morto o comunque svenuto dopo l’impatto con il muretto e prima del rogo . Gli agenti della Polizia Municipale di Roma Capitale, ha quindi proceduto ad effettuare i rilievi sull’asfalto e raccolto le testimonianze. Un automobilista avrebbe riferito di aver visto in una manciata di secondi “la moto sfilare lungo la via Salaria e poi cadere e prendere fuoco”. Le fiamme che hanno reso irriconoscibile il corpo della vittima, rimasta per alcune ore senza identità. Gli agenti sono risaliti al suo nome dai controlli effettuati dalla targa della moto in quanto il corpo era irriconoscibile a causa delle ustioni e il rogo ha bruciato i documenti che aveva con sé. 

Bisognerà vedere dall’ autopsia se si troveranno riscontri che quel corpo carbonizzato sia veramente quello di Massimo Bochicchio. Saranno determinanti i risultati degli esami autoptici che il pm di turno, Andrea Cusani, ha affidato al medico legale. La salma è stata traslata nel pomeriggio all’Istituto del Verano per effettuare l’esame del Dna. Gli investigatori dovranno ricostruire le ultime ore di vita della vittima e in che condizioni psico-fisiche si trovasse alla guida della moto. Il magistrato ha anche affidato ai finanzieri del nucleo di polizia valutaria una delega specifica per capire se il 56enne abbia ricevuto delle minacce. Per questo ieri sera sono andati nella sua abitazione e sono usciti con uno scatolone pieno di documenti. Si cerca anche un eventuale biglietto di addio per capire se l’uomo abbia deciso volontariamente di mettere fine alla sua vita. 

Un’ altra ipotesi al vaglio degli inquirenti è quella del suicidio: lo stress potrebbe averlo sconvolgerlo a tal punto da arrivare all’estremo gesto, considerato che lunedì era atteso in aula, davanti al Tribunale di Roma, per la prima udienza del processo a suo carico e tanti dei suoi clienti reclamavano i soldi che gli avevano affidato per gli investimenti. Così come non si può nemmeno escludere al momento, la pista della vendetta: nel suo percorso tra truffe e raggiri, qualcuno avrebbe potuto fargliela pagare.

Fra i truffati compaiono nomi illustri come quello dell’allenatore Marcello Lippi, mister Antonio Conte e suo fratello Daniele, il calciatore Stephan El Shaarawy e l’ex Patrice Evrà. Non mancano i procuratori Federico Pastorello e Luca Bascherini. L’elenco delle persone che attendevano di essere risarcite è lungo ma non è chiaro, poichè non tutte le persone raggirate da Bochicchio hanno intenzione di far accendere i fari della Guardia di Finanza sull’origine dei capitali investiti e poi scomparsi. 

Bochicchio, difeso dall’avvocato Gianluca Tognozzi, si trovava già agli arresti domiciliari per alcune truffe. In base a quanto emerso dalle indagini, attraverso due società inglesi a lui stesso riconducibili e prive della necessaria autorizzazione ad operare, Bochicchio avrebbe prestato abusivamente servizi di investimento e di gestione collettiva del risparmio. Il procedimento è scattato in seguito alle denunce presentate da diversi truffati.

Anche la cifra sottratta dal broker Bochicchio non è ben molto chiara, ma sicuramente superiore ai 70 milioni di euro che sono stati sequestrati. L’unica cosa certa era il processo che Bochicchio stava affrontando. Adesso neanche quello.

Bochicchio: indagini per istigazione al suicidio. Caccia agli ultimi messaggi del broker morto in un incidente motociclistico. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 21 Giugno 2022.

Il test del Dna effettuato oggi ha confermato che è di Massimo Bochicchio il corpo carbonizzato in seguito all’incidente avvenuto domenica in via Salaria a Roma. L’accertamento era stato disposto dalla Procura di Roma che ieri ha aperto un fascicolo per l’ipotesi di istigazione al suicidio, necessario per poter disporre gli accertamenti tecnici e medico legali.

Una progressiva deviazione dal rettilineo fino all’impatto con il muro perimetrale dell’aeroporto dell’Urbe. Dopodichè l’esplosione della motocicletta Bmw ed il rogo che ha ucciso Massimo Bochicchio. I testimoni che hanno assistito all’incidente raccontano una dinamica chiara e lineare. Bochicchio non avrebbe quindi incontrato alcun ostacolo lungo il suo tragitto sulla via Salaria di Roma. Non ci sono avvallamenti, e non vi sono state manovre spericolate di altri guidatori. Adesso si aspetta l’autopsia dei medici legali incaricati dal pm Andrea Cusani della Procura di accertare e dal un eventuale malore. Un’ altra ipotesi investigativa della Procura, da analizzare è che il broker abbia deciso di porre fine alla sua vita. 

Il fascicolo d’indagine è stato aperto con l’ipotesi del reato di istigazione al suicidio. Alcuni dubbi sulla identificazione della vittima provengono dal mancato riconoscimento del corpo da parte del fratello, in quanto completamente carbonizzato. Gli agenti della polizia municipale hanno ritrovato il braccialetto elettronico addosso alla vittima in quanto Bochicchio era stato sottoposto a misure cautelari con uno speciale permesso che gli permetteva di raggiungere il proprio medico curante per monitorare il diabete avanzato dal quale era afflitto. La moglie Arianna Iacomelli si limita a dire: “Leggo che Massimo si è sentito male. Mi aspetto verità”. 

Domenica scorso, subito dopo l’incidente, è stata disposta dal pm Cusani una prima ispezione della Guardia di Finanza effettuata presso l’ abitazione romana del broker, ubicata nel centrale quartiere Trieste della capitale. Uni iniziativa questa che rappresenta il primo vero passo degli investigatori coordinati dal magistrato verso la ricostruzione dei fatti alla ricerca di appunti, biglietti, memorie, messaggi, eventuali disposizioni impartite ai familiari. i finanzieri hanno sequestrato anche l’attrezzatura informatica del broker, fra cui computer, ipad e altri accessori, il cui contenuto verrà ad analisi da parte degli specialisti. 

Una vicenda che sa di incredibile se non irreale data la coincidenza di questa storia, avvenuta proprio mentre si celebrava il processo a Bochicchio, ma anche alla vigilia dei risarcimenti promessi. Il broker aveva assicurato che le sue vittime molte delle quali costituitesi parte civile nel processo, sarebbero state risarcite quasi interamente. “Ridarò loro fino al 90% di quanto versato” aveva annunciato attraverso il suo difensore, l’avvocato Gianluca Tognozzi. Ieri però è stato depositato in udienza un documento dall’avvocato Cesare Placanica, che assiste molte delle persone offese, che allontana questa eventualità in maniera praticamente definitiva. Nella società Interactive Reunion Uk Ltd che avrebbe dovuto teoricamente veicolare i risarcimenti, non ci sarebbero i fondi necessari. Notizia che è stata accolta in aula, da un brusio di fondo e da alcuni commenti sull’ultimo “bluff” del broker.

Il test del Dna effettuato oggi ha confermato che è di Massimo Bochicchio il corpo carbonizzato in seguito all’incidente avvenuto domenica in via Salaria a Roma. L’accertamento era stato disposto dalla Procura di Roma che ieri ha aperto un fascicolo per l’ipotesi di istigazione al suicidio, necessario per poter disporre gli accertamenti tecnici e medico legali. Redazione CdG 1947

"La moto è esplosa". Giallo sulla morte del broker che truffò i vip. Francesca Galici il 19 Giugno 2022 su Il Giornale.

L'uomo sarebbe dovuto andare a processo con l'accusa di truffa nei confronti di numerosi volti noti del mondo dello sport, tra i quali Marcello Lippi.

Schianto sulla Salaria per Massimo Bochicchio, noto come broker dei vip e a processo con l'accusa di aver truffato numerosi personaggi noti, tra i quali anche Marcello Lippi e Stephan El Sharaw. Come riferisce la Repubblica, l'incidente è avvenuto nella tarda mattinata di oggi, domenica 19 giugno, quando poco prima di mezzogiorno la sua moto si è schiantata contro un muro dell'aeroporto Roma Urbe. A seguito dell'impatto, il mezzo è esploso e Massimo Bochicchio è morto carbonizzato. Dai primi rilievi svolti dalla polizia di Roma Capitale, l'uomo potrebbe aver perso il controllo del mezzo.

Diversi i testimoni che hanno assistito allo schianto. "La moto è esplosa", ha dichiarato una persona che era presente al momento dell'impatto. "Dal rumore sembrava un Bmw", ha detto un altro. L'incidente è stato terribile stando a quanto viene riferito da chi si trovava sul posto, tanto che per diverse ore non è stato possibile stabilire l'identità della vittima. Solo a seguito di indagini più approfondite gli investigatori hanno capito che si trattava di Massimo Bochicchio, che proprio domani avrebbe dovuto presenziare all'udienza presso il tribunale di Roma per il processo che lo vede imputato. Ora gli inquirenti dovranno indagare sulle cause che hanno portato alla morte di Massimo Bochicchio: sono numerosi gli interrogativi che ruotano attorno al decesso dell'uomo e che ora le forze dell'ordine e la procura dovranno dissipare.

Sono 34 le persone che hanno denunciato Massimo Bochicchio negli anni passati. Oltre ai nomi già citati in precedenza ci sono anche i procuratori Federico Pastorello e Luca Bascherini, Antonio Conte e il fratello Daniele. Tutte persone legate al mondo del calcio, che Bochicchio sarebbe riuscito a truffare e che ora fanno parte del lungo elenco di persone che aspettano un risarcimento che, probabilmente, ora non arriverà mai. Ma l'elenco delle persone finite nelle maglie del broker potrebbe essere molto più lungo, visto che non tutti hanno sporto denuncia. Massimo Bocicchio era stato arrestato a Giacarta dall'Interpol, che lo aveva seguito da Hong a Singapore. Negli ultimi mesi, l'uomo era agli arresti domiciliari e quest'oggi si trovava all’esterno della sua abitazione perché aveva potuto usufruire di un permesso.

Il Dna conferma, il morto è Bochicchio. "Niente malore, sabotaggio alla moto". Stefano Vladovich il 22 Giugno 2022 su Il Giornale.

Trovati resti del braccialetto elettronico. Nessun segno di frenata.

Giallo sulla morte del broker dei vip. Sono di Massimo Bochicchio i resti carbonizzati trovati vicino alla moto Bmw schiantata domenica mattina sulla via Salaria, a Roma. Ma l'uomo non avrebbe deviato per un malore, come indicherebbe l'autopsia. Il test del Dna, fatto a tempo di record, non lascerebbe molti dubbi anche se eseguito sui pochi elementi organici recuperati. In particolare l'estrazione del Dna è stata possibile, viste le condizioni della vittima, solo su frammenti di ossa e denti anziché su sangue e saliva. Dunque con percentuali di certezza e compatibilità ridotte al minimo. Ma c'è un altro elemento che proverebbe l'identità del centauro finito contro il muro di cinta dell'Aeroporto dell'Urbe con l'ex funzionario di banca arrestato per truffa e riciclaggio internazionale: il braccialetto elettronico trovato dagli agenti della polizia municipale tra il muro e il guard rail. Il dispositivo, disattivato perché Bochicchio era autorizzato ad allontanarsi dagli arresti domiciliari per sottoporsi a dei controlli medici, due ore, è quello applicato alla caviglia del 56enne accusato di aver truffato 34 vip del mondo dello sport, della politica e della cultura.

Secondo gli anatomopatologi de La Sapienza che hanno effettuato ieri l'autopsia, la vittima del drammatico incidente non avrebbe avuto un infarto ma sarebbe deceduta per i traumi subìti nell'impatto contro il muro e per le fiamme che l'hanno divorata. Insomma, tre testimoni chiave mettono a verbale che il motociclista, mentre corre sulla consolare in direzione Roma centro, improvvisamente e senza motivo (nessun altro mezzo nelle vicinanze) cambia traiettoria sterzando a destra. Ovvero finendo contro il muro perimetrale dello scalo aereo. La moto esplode, le fiamme si propagano all'istante avvolgendo il corpo di Bochicchio probabilmente ancora vivo. L'ipotesi più inquietante per la Procura, che indaga per istigazione al suicidio, resta quella di un sabotaggio al sistema che regola la stabilità della moto tedesca. Non al sistema frenante (Abs) perché sull'asfalto non c'è traccia di frenata. Un attentato non a caso ideato alla vigilia della terza udienza del processo a carico del broker per la maxitruffa da 500 milioni di euro. Bochicchio, del resto, si è sempre proclamato innocente nonostante avesse movimentato illegalmente somme da capogiro in investimenti ad alto rischio ma con il massimo del guadagno, almeno a parole, per gli investitori. E se la Guardia di Finanza, dopo gli arresti a Dubai e a Giacarta su mandato della Procura di Milano, gli sequestra 70 milioni di euro, gli investigatori si chiedono che fine abbia fatto il vero tesoro di Bochicchio, un miliardo e 800 milioni.

Chi voleva coprire il broker e, soprattutto, dove sono finiti i soldi a lui affidati dall'ex allenatore dell'Inter Antonio Conte, dal calciatore Stephan El Shaarawy, dall'ex ct della nazionale Marcello Lippi? Fra i vip che l'hanno denunciato l'ambasciatore italiano nel Regno Unito Raffaele Trombetta, l'architetto Alvaro Tagliabue, il procuratore sportivo Federico Pastorello, l'avvocato Barbara Prampolini. E dei 70 milioni sequestrati, i truffati non hanno ancora visto un euro.

Drammatico schianto in moto sulla Salaria. Massimo Bochicchio morto in un incidente, è il broker accusato di truffe ai vip: domani era atteso in tribunale. Elena Del Mastro su Il Riformista il 19 Giugno 2022. 

Il broker dei vip Massimo Bochicchio è morto questa mattina in un grave incidente sulla via Salaria a Roma. Intorno alle 12 all’altezza del civico 875 direzione Roma, per cause ancora in fase di accertamento, Bochicchio ha perso il controllo della sua moto Bmw, che è finita fuori strada urtando un muro o un guard rail e si è incendiata. A darne conferma è l’avvocato Gianluca Tognozzi, che difendeva il broker nei processi in cui era imputato. “Purtroppo l’uomo che è morto nell’incidente sulla Salaria è Bochicchio. Ne hanno dato notizia i familiari”, ha detto il legale a LaPresse.

Dalle prime ricostruzioni della polizia locale, il conducente è morto sul colpo. Sono in corso le indagini per ricostruire l’esatta dinamica di quanto accaduto. Bochicchio era finito al centro di un processo con l’accusa di aver truffato alcuni calciatori, allenatori e vip che si erano affidati a lui per investire i loro soldi. Tra i 34 clienti del broker che hanno sporto denuncia contro di lui ci sono anche l’allenatore Marcello Lippi e il figlio, il calciatore Stephan El Shaarawi e l’ex calciatore Patrice Evra, i procuratori Federico Pastorello e Luca Bascherini, oltre ad Antonio Conte e al fratello Daniele. In tutto Bochicchio sarebbe riuscito a sottrarre loro oltre 70 milioni di euro.

Il broker Bochicchio si trovava agli arresti domiciliari dal 26 novembre scorso. I militari della Guardia di Finanza, su disposizione del gip di Roma, lo avevano arrestato per abusivismo finanziario. I finanzieri, lo stesso giorno, hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo di 70 milioni di euro a carico del broker, difeso dall’avvocato Gianluca Tognozzi, che si trovava già agli arresti domiciliari per alcune truffe.

In base a quanto emerso dalle indagini, Bochicchio, attraverso due società inglesi a lui stesso riconducibili e prive della necessaria autorizzazione a operare, avrebbe prestato abusivamente servizi di investimento e di gestione collettiva del risparmio. Il procedimento è scattato in seguito alle denunce presentate da diversi truffati. Domani si sarebbe dovuto presentare nelle aule del tribunale di Roma per la terza udienza del processo a suo carico. Il fatale viaggio in moto era stato autorizzato dal tribunale.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Alessandro Da Rold per “La Verità” il 23 giugno 2022.

«Follow the money» spiegava Giovanni Falcone. È quello che clienti, creditori, avvocati e magistrati, hanno cercato di utilizzare in questi anni per trovare il tesoro di Massimo Bochicchio, il trader che sarebbe morto a Roma dopo un incidente sulla sua moto. 

Mentre continuano gli accertamenti sul cadavere carbonizzato trovato in via Salaria - in queste ore si sta escludendo l'ipotesi del malore mentre si sta consolidando l'ipotesi del sabotaggio della moto -, sui soldi c'è un pista in mano agli inquirenti che porta in Asia, dove è stato per mesi latitante, tra l'Indonesia e Hong Kong. 

Le tracce degli ultimi movimenti di denaro prima dell'arresto portano proprio in quelle zone, grazie alle indagini su Fidinam, la fiduciaria svizzera che gestiva le società offshore alle isole Vergini e a Panama. I soldi nascosti, nonostante Bochicchio abbia sempre smentito l'esistenza di conti all'estero, potrebbero essere molti - c'è chi tra gli inquirenti ipotizza quasi 2 miliardi di euro -, anche se i legali dei truffati temono che la maggior parte sia stata dissipata in spericolate operazioni di trading. 

Lo riportano sempre gli inquirenti nel decreto di sequestro, dove ricordano che Bochicchio, a partire dal 2011, ha raccolto attraverso Kidman e Tiber, «cospicui capitali, veicolandoli in investimenti realizzati in Paesi a ridotta tassazione, come Singapore, Hong Kong e Dubai». 

E in questi luoghi, si legge ancora, «si poteva appoggiare a persone potenti, legate al governo» in modo da consentire ai clienti che avevano a disposizione «fondi neri» di investirli e rientrarne in possesso dopo averne assicurata l'obiettiva intracciabilità». Bochicchio conosceva bene il sistema. Non è detto che non l'abbia usato anche per nascondere il suo di tesoro. 

La lista di chi aspetta i propri soldi, investiti dal Bernie Madoff dei Parioli, è lunga. Ci sono più di 30 persone. Le cifre sono da capogiro, con almeno 250 milioni di euro di richieste di risarcimento. Sarà impossibile soddisfarle, anche perché al momento le Procure sono riuscite a sequestrare al broker di Capua appena 10 milioni di euro di patrimonio, tra case, ville, quadri di Picasso e Andy Warhol, un po' di gioielli e Rolex. 

Le stesse richieste di sequestro si aggirano in totale intorno ai 70 milioni di euro, ma sono virtuali: il controvalore dei crediti per cui il gruppo dell'allenatore del Tottenham Antonio Conte e altri fecero le denunce. 

L'eredità Bochicchio potrebbe diventare terreno di scontro, perché se la moglie deciderà di accettarla si dovrà accollare tutti i debiti. In caso contrario ci sarà una sfilza di procedure per capire se ci sono eredi residui oppure se tutti i beni passeranno allo Stato. La maggior parte dei clienti, poi, si è affidata all'avvocato Corrado Rosano, che sta portando avanti le azioni legali in Inghilterra contro le banche Credit Suisse e Hsbc, che hanno affiancato in questi anni il broker nei suoi investimenti. 

Molti si stanno unendo, essendo rimasta l'unica strada concretamente percorribile per i truffati. Gli inquirenti che si sono imbattuti in questi anni in Bochicchio hanno capito che qualche cosa non tornava nelle differenze tra investimenti e denaro ritrovato. 

Del resto, una persona che il 25 agosto del 2020 diceva al telefono, intercettato dalla Guardia di finanza di Milano, di gestire investimenti per «1 miliardo e 800 milioni di euro», forse custodiva più di un segreto. In quell'agosto del 2020 esplodeva sui giornali la truffa a Conte, che avrebbe perso almeno 30 milioni di euro affidandosi a Bochicchio.

«[]Perché poi non lo dicono ma non sono 30 di Antonio Conte», dice il broker al telefono, «in realtà l'investimento è di 106 milioni, però chiaramente l'unica cosa che risulta è solo la posizione di Antonio []». 

In altre telefonate è Daniele Conte, fratello di Antonio, a raccontare ai magistrati quanti soldi aveva maneggiato Bochicchio negli anni in cui aveva lavorato con lui nella Tiber Capital. «Per quanto a mia conoscenza, Bochicchio ha ricevuto 300 milioni di euro sul fondo Tiber [] e almeno altri 200 milioni sulla società Kidman []». Dove sono finiti tutti questi soldi? Di sicuro, prima dell'arresto a Giacarta nel luglio del 2021, c'era stato un vorticoso giro di denaro sui conti correnti della moglie Arianna Iacomelli. 

Gli inquirenti avevano segnalato consultando le banche dati che sul conto era presenti bonifici in uscita per l'acquisto di gioielli, pari a 160.000 euro, ma anche entrate per quasi 700.000 euro. Secondo le fiamme gialle si trattava di «operatività non adeguatamente giustificata».

La signora Iacomelli, «casalinga, il 18 maggio del 2020 aveva ricevuto 520.000 euro dal marito con un bonifico estero []». Durante il sequestro nel febbraio del 2021 fu anche trovato un trust famigliare, come un casale a Capalbio, una Cortina, e poi la sfilza di orologi Rolex, la maglia di Lionel Messi autografata, quadri di Mario Schifano e Giacomo Balla. Ci sono persino le racchette da tennis di John McEnroe e Steffi Graf, entrambe autografate. Il resto del materiale sono monete d'oro, gioielli, spille e sterline. Ma il resto del malloppo dove si trova? Un mistero che il broker si è portato forse nella tomba.

Emiliano Bernardini e Alessia Marani per il Messaggero il 23 giugno 2022.

L'occhio elettronico di una delle telecamere di videosorveglianza dell'Aeroporto dell'Urbe riprende gli ultimi istanti di vita di Massimo Bochicchio alla guida della sua moto Bmw customizzata lungo la via Salaria. 

L'obiettivo inquadra la fettuccia d'asfalto, direzione Roma centro, in cui sfreccia il bolide del broker 56enne che finisce per schiantarsi contro il muro di cinta per poi prendere fuoco.

Le immagini sono state acquisite dagli agenti del III Gruppo Nomentano e non saranno le uniche. I caschi bianchi, infatti, hanno chiesto all'Urbe un'ulteriore verifica su eventuali altri impianti presenti nel perimetro dell'aeroporto civile e non visibili dall'esterno. L'obiettivo è quello di cristallizzare la testimonianza resa da tre automobilisti che domenica mattina alle undici e trenta percorrevano lo stesso tratto del broker e che hanno visto, almeno due di loro lo mettono a verbale nitidamente, virare improvvisamente la moto di Bochicchio verso destra e impattare con il muro. 

Ma c'è di più: attraverso le telecamere disseminate lungo un perimetro ancora più ampio, fino all'intersezione con il Grande raccordo anulare e oltre, la Procura intende ricavare una mappatura del percorso effettuato dal broker, per capire dove fosse andato e chi avesse visto prima di morire nel misterioso incidente. 

GLI INTERROGATIVI Bochicchio, di fatto, era ai domiciliari, accusato nell'ambito di una maxi- inchiesta per un presunto raggiro da decine di milioni di euro a lui affidati per investimenti sicuri da calciatori, vip, medici e imprenditori e poi spariti nel nulla. Aveva ottenuto dal giudice un permesso per uscire due ore al giorno per potere fare dell'attività motoria o per sottoporsi a dei controlli per via del diabete, ma dove andava di domenica mattina, soprassedendo alla solita passeggiata a Villa Ada, a due passi dalla sua casa di piazza Novella? È l'interrogativo a cui gli inquirenti stanno cercando di dare una risposta. 

Al momento l'indagine sull'incidente stradale ruota attorno a tre ipotesi: quella del malore (ma da un primo riscontro, dall'autopsia non emergerebbe un chiaro segno di infarto o ictus, per esempio), quella del malfunzionamento della motocicletta, un modello personalizzato ad hoc su cui il pm farà effettuare delle perizie, e infine la pista dell'istigazione al suicidio. Quest' ultima, è la più inquietante tenuto conto che all'indomani, lunedì, Bochicchio si sarebbe dovuto presentare in tribunale per presenziare al processo. 

Chi ha incontrato il broker prima di morire e dove? Che cosa si dovevano dire? Quali verità sono andate perdute per sempre insieme con la sua vita? Per ricostruire il percorso effettuato dal broker la Procura ha richiesto alla Questura anche il tracciamento del suo braccialetto elettronico attraverso la localizzazione gps. Una personalità, quella di Bochicchio, tanto carismatica quanto imprevedibile, tanto da improvvisare spostamenti e incontri. Quasi nessuno conosceva il vero Massimo, nemmeno la moglie. Tanto che spesso spariva senza lasciare traccia per poi riapparire. Un po' come faceva con i soldi.

Michela Allegri e Alessia Marani per il Messaggero il 23 giugno 2022.

Lo scorso luglio, quando era stato arrestato in Indonesia, il broker dei vip Massimo Bochicchio era riuscito a evitare il carcere perché aveva deciso di collaborare: aveva assicurato alla Procura e alle decine di persone che gli avevano affidato i loro risparmi - più di 70 milioni di euro - che a breve avrebbe restituito il 90 per cento della somma. Diceva di essere andato a Giacarta proprio per studiare uno schema per recuperare il denaro. 

Invece, lunedì scorso, all'udienza che si è aperta con la notizia della morte del finanziere avvenuta il giorno prima mentre percorreva in moto via Salaria, a Roma, uno degli avvocati di parte civile, Cesare Placanica, ha depositato documentazione che sembra smentire le promesse del broker. Atti che avrebbero potuto portare a un aggravamento della misura a suo carico. 

«Penso che lui avesse capito che correva il rischio di essere arrestato», racconta uno dei legali che seguono il processo. E una delle ipotesi della Procura è che l'uomo possa avere deciso di farla finita: la dinamica dell'incidente - la moto che si è schiantata contro un muro, andando a fuoco, senza avere lasciato sull'asfalto tracce di frenata - ha portato il pm Andrea Cusani a ipotizzare l'istigazione al suicidio.

Ma l'autopsia, sottolinea che da un primo esame macroscopico non sono emerse tracce di malore evidente e fulminante. Non si tratta però di un'ipotesi da escludere: serviranno accertamenti mirati su quello che resta degli organi per stabilire se l'uomo abbia perso il controllo del mezzo per motivi di salute. Il broker, infatti, soffriva di diabete: è da chiarire se la patologia possa avergli provocato un improvviso abbassamento di glicemia. Verranno anche effettuati esami tossicologici e perizie sul veicolo, per stabilire se fosse guasto. 

Ma andiamo con ordine. Durante la penultima udienza del processo a carico di Bochicchio per esercizio abusivo di attività finanziaria e riciclaggio, il suo difensore, Gianluca Tognozzi, deposita una mail ricevuta dall'assistito, che dimostrerebbe l'intento di restituire le somme. 

La data è il 14 aprile 2022 e l'oggetto è «Connessione a Interactive Brokers», cioè la piattaforma di trading dove l'uomo ha detto di avere investito il denaro. Bochicchio scrive di avere avviato «la connessione alla piattaforma» e dice di essere «in attesa della notifica della conferma relativa al secondo trasferimento».

L'importo «pending» sarebbe di oltre 52 milioni. «Ho provveduto anche a inviare immediatamente un ulteriore messaggio di sollecito relativo ai tempi previsti» per il «trasferimento ai conti degli investitori», conclude. Durante la scorsa udienza, però, l'avvocato Placanica ha depositato il risultato di indagini difensive da cui emerge che la Interactive brokers uk non ha avuto nessuna interlocuzione con Bochicchio. La produzione documentale che attestava la presenza dei soldi, quindi, per il legale sarebbe falsa. 

Intanto gli inquirenti continuano a cercare i soldi. Sono state disposte rogatorie nei diversi paesi in cui Bochicchio ha fatto affari, o ha vissuto: dal Regno Unito agli Usa, dall'Indonesia alla Cina. Nei prossimi giorni, inoltre, potrebbero anche scattare verifiche sui clienti raggirati dal broker rimasti ancora sconosciuti, perché hanno deciso di non sporgere denuncia, ma che potevano avere motivi di risentimento.

Ma torniamo all'incidente di domenica. Agli atti dell'indagine ci sono due testimonianze ritenute chiave dagli agenti del III Gruppo della Polizia locale di Roma. Entrambe raccontano che la moto di Bochicchio avrebbe improvvisamente smesso di seguire la traiettoria del rettilineo sulla Salaria, per virare improvvisamente a destra, fino a impattare contro il muro di cinta dell'aeroporto dell'Urbe. I testi sono sicuri che non ci fosse alcun ostacolo sul percorso e che il broker non avesse sterzato, come per evitare un imprevisto, né parlano di altri mezzi coinvolti, anche indirettamente. I caschi bianchi stanno anche acquisendo i filmati delle telecamere presenti lungo il perimetro aeroportuale per ricostruire il tragitto del broker e i suoi ultimi istanti di vita

Alessia Marani,Flaminia Savelli per “il Messaggero” il 25 giugno 2022.

Quadri, opere d'arte, appartamenti: cosa resta dell'immenso tesoro della famiglia Bochicchio? In mezzo alla maxi-inchiesta della Guardia di Finanza e della Procura, restano le tracce della fortuna accumulata sulle spalle dei creditori. Non senza difficoltà: perché nonostante le cifre milionarie che erano passate per i conti del broker 56enne morto in un misterioso incidente di moto domenica scorsa sulla via Salaria, proprio alla vigilia dell'avvio del processo a suo carico per esercizio abusivo della professione e riciclaggio, la famiglia non se la passava bene.

«Le difficoltà erano diventate enormi soprattutto in corrispondenza del periodo di latitanza di Massimo, scappato a Dubai per sfuggire alla legge e ai suoi creditori, e non erano mancati neppure crepe e dissapori con la moglie Arianna, a dispetto dell'immagine sempre perfetta e senza macchia che la coppia manteneva in pubblico», racconta uno degli esperti che lo frequentavano. 

Il broker del jet-set invitava a cena accreditati professionisti, calciatori di calibro e facoltosi manager, rafforzando le proprie credenziali per allargare il suo giro di affari tra la Capitale italiana e la City londinese. Eppure ancora oggi è complesso ricostruire l'intero castello. L'appartamento in cui viveva a Londra? In affitto. La villa a Cortina? L'aveva comprata con l'ennesimo raggiro: «Un milione te lo do subito, la parte che rimane te la investo io».

Ma anche di questo investimento se ne sono perse le tracce. Poi c'è la collezione d'arte: un Castellano, uno Spalletti e altre opere pregiate. «La moglie, Arianna, aveva chiesto a me come ad altri una valutazione, era intenzionata a vendere» racconta uno dei professionisti nel cerchio magico del broker. 

Da quanto raccontano gli esperti d'arte, Arianna, mentre scoppiava la bufera finanziaria e il marito Massimo aveva fatto perdere le tracce ai creditori e a lei stessa, «si stava muovendo nel mercato dell'arte, subito prima del sequestro dei beni da parte della Guardia di Finanza. Aveva bisogno di liquidità».

Non solo: «Ci aveva detto di aver messo in vendita anche una casa di proprietà. Ma stava incontrando delle difficoltà e poi abbiamo saputo che l'operazione era stata intercettata dalla Finanza». La donna era sola a Roma con i figli, la lontananza di Massimo si faceva sentire, mentre molti di quelli che prima si dicevano amici, diffusa la notizia del raggiro dei clienti, preferivano mantenere una certa distanza. 

Tuttavia «credeva al marito, a Massimo» racconta ancora che lo conosceva bene. Tanto che ad un certo punto le tensioni iniziali si sciolgono e lo raggiunge a Dubai per fargli vedere i bambini. Poi lui sente il suo avvocato: «Aveva deciso di tornare a Roma promettendo a tutti, anche ai giudici, di restituire i soldi» precisano infine. Anche Arianna ne era convinta e lo accolse tranquilla in casa. «Entro gennaio 2022 tutti riavranno i loro soldi», assicurava Bochicchio all'udienza davanti al giudice a novembre dello scorso anno.

Ma i mesi passano e i creditori non vedono un euro. «Io spero che questo processo inizi domani mattina perché non è che si può andare per presunzioni», diceva il broker al gup sempre a novembre. Ma quando il processo finalmente deve iniziare, lunedì 20 giugno, lui è morto da appena 24 ore. Un drammatico incidente dai contorni ancora da chiarire e su cui sono tutt' ora in corsa gli accertamenti e gli esami. Una dinamica «anomala» secondo i vigili urbani incaricati dei rilievi.

Ma nella galassia del broker dei vip c'è anche il socio della società londinese, Tiber capital, Sebastiano Zampa. Come Bochicchio, nei mesi subito precedenti allo scoppio dell'inchiesta, gli impegni a Londra si erano fatti via via più frequenti. Lo raccontano i vicini di casa di Zampa, fino al 2017 residente in uno dei prestigiosi condomini tra Monte Mario e la Camilluccia.

«Per alcuni mesi lo abbiamo visto spesso tornare e venire da Londra. Poi da un giorno all'altro, non lo abbiamo più visto e con lui anche la moglie è andata via» raccontano con un certo imbarazzo i vicini. Dopo la partenza - improvvisa? - l'appartamento di extra lusso sarebbe stato prima affittato e poi venduto. Mentre l'imprenditore si sarebbe definitivamente stabilito nella City. 

«Era una coppia molto distinta - raccontano ancora i vicini che a distanza di anni ricorda i coniugi - non sapevamo di preciso di cosa si occupasse. Ma qui tutti avevamo capito che era un imprenditore di un certo calibro per le auto che si vedevano con gli autisti» dicono ancora nell'elegante condominio di Roma nord.   

Flaminia Savelli per “il Messaggero” il 26 giugno 2022.

Locali alla moda, alberghi di lusso e circoli esclusivi. Era questo il terreno di caccia di Massimo Bochicchio, il broker rimasto vittima di un incidente misterioso e mortale lungo la via Salaria domenica scorsa. Il mediatore finanziario al centro dal 2019 di una inchiesta per truffa e riciclaggio, che ha fatto sparire dai conti dei clienti 70 milioni di euro. Una fitta rete di contatti in cui sono finiti imbrigliati vip, professionisti e sportivi. Un lungo l'elenco di vittime cadute nel sistema, ben studiato. Tra queste anche Mario Mattioli, giornalista conduttore televisivo, dirigente e telecronista sportivo: «Ho incontrato per caso Bochicchio in un locale di via Veneto - racconta - e mi ha rovinato la vita». 

Tra il 2019 e il 2021, Mattioli ha investito nella rete del broker 350 mila euro. Con la promessa di una buona uscita da mezzo milione di euro. Soldi che non sono mai arrivati sul suo conto: «Si è avvicinato per salutarmi - ricorda - accade spesso, dopo tanti anni di televisione. Mi ha dato il suo biglietto da visita dicendo di organizzare manifestazioni sportive e voleva coinvolgermi». 

L'ESCA Un'esca per il giornalista. Perché dopo l'incontro fortuito, Bochicchio lo contatta una manciata di giorni dopo. Al nuovo appuntamento è scattata la trappola: «Subito ha iniziato a parlarmi di investimenti. In quel momento stavo attraversando un momento economico difficile, si parlava di piccole somme e ho intravisto la possibilità di rientrare. Invece, è stato l'inizio della fine». Il professionista ha iniziato con una piccola cifra: 250 euro a cui Bochicchio ha aggiunto una quota per poter avviare l'investimento.

Ma nel giro di due mesi, la cifra si era già gonfiata: «Si parlava di guadagni per 30 mila euro. Ero sereno perché dalla società londinese mi arrivano costanti aggiornamenti con tanto di quotazioni in borsa. Sembrava tutto regolare» dice ancora Mattioli. Invece il raggiro era già partito: «Tanto che a un certo punto mi è arrivato un bonifico di 10 mila euro. Gli unici soldi che ho visto tornare indietro. Intanto i suoi collaboratori mi chiedevano altri investimenti nel petrolio. Via via, inoltravo i miei soldi fino a quando la somma ha superato qualsiasi previsione».

Dopo due anni in sospeso, Mattioli ha erogato 350 mila euro. Una voragine economica e decide di rientrare. A quel punto i rapporti si fanno tesi: «Mi hanno accordato la cifra, 527 mila euro. Sulle prime sembrava tutto in ordine, mi hanno addirittura chiesto il codice Iban per erogare la somma. Ma i giorni passavano e non arrivava nulla. Alla fine, mi hanno chiesto altri 50 mila euro per sbloccare, secondo loro, la cifre. Allora ho capito che non avrei visto un soldo e mi sono rivolto all'avvocato. Non capisco come ho potuto finire in una storia come questa. Ma Massimo ci sapeva fare, una volta finito nella sua trappola, non c''era via d'uscita». Il giornalista ha quindi contattato lo studio londinese, Giambrone &Partenrs, depositando la denuncia. 

Valeria Di Corrado per “il Messaggero” il 25 giugno 2022.

Mentre prendeva in giro Antonio Conte, attuale allenatore del Tottenham, inviandogli copia di un bonifico da 18,9 milioni di euro mai effettuato, Massimo Bochicchio trasferiva sui conti correnti di sua moglie e suo fratello Tommaso centinaia di migliaia di euro per comprare «collier, scuola di sci e viaggi vari». 

I clienti vip del broker originario di Capua, morto domenica scorsa in uno strano incidente stradale alla periferia nord di Roma, sono stati beffati fino all'ultimo, anche grazie alla presunta complicità dei suoi familiari. Per questo chi lo conosceva bene - in attesa dell'esito dell'esame sul dna affidato dalla Procura capitolina a un genetista - continua a credere che il cadavere carbonizzato del motociclista (che si è schiantato contro il muro di cinta dell'aeroporto dell'Urbe) non sia quello di Bochicchio. 

L'ALGORITMO A luglio del 2016 il procuratore sportivo Federico Pastorello, che aveva conosciuto Bochicchio tramite il ct Marcello Lippi, organizza una cena a Londra con Daniele Conte, che poi convince il fratello Antonio ad affidargli circa 24 milioni di euro.

D'altronde si era presentato come «un formidabile broker finanziario», assicurando di aver lavorato presso il colosso bancario Hsbc e di conoscere «l'esaltato algoritmo proprietario» capace di compravendere autonomamente, a seconda del rialzo o del ribasso del mercato, con un rischio nullo dovuto al disinvestimento automatico di tutte le posizioni in orario notturno. Ogni investimento ha una durata massima di 42 mesi. 

La prima scadenza è a gennaio 2020, quando l'allora allenatore dell'Inter avrebbe dovuto ricevere indietro 18,9 milioni di euro; ma i soldi non arrivano. A fine marzo del 2020 Daniele Conte incontro Bochicchio e la moglie Arianna Iacomelli nella loro abitazione romana per conoscere le ragioni del ritardo nella restituzione.

«I due lo hanno tranquillizzato - si legge nell'informativa del nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza - in ordine al carattere temporaneo delle difficoltà». Successivamente il broker manda una mail ai fratelli alla quale allega «il file immagine del bonifico di 18,9 milioni di euro a favore di Antonio Conte. «Tale bonifico è da ritenersi falso perché mai accreditato», scrivono i finanzieri.

Il ct, in definitiva, su 24 milioni non ha ricevuto indietro nemmeno un euro. Per prendere tempo, Bochicchio trovava un pretesto con ciascun cliente. Alle 38 parti civili costituite nel processo a suo carico, per riciclaggio ed esercizio abusivo dell'attività di investimento, doveva 70 milioni di euro. In base alle segnalazioni per operazioni sospette e agli accertamenti bancari disposti dalla Finanza, è emerso che «gran parte delle somme investite dai risparmiatori non sono state impiegate nella sottoscrizione di strumenti finanziari, ma dirottate dai conti della Kam (Kidman Asset Management Ltd) a quelli personali di Sebastiano Zampa (suo socio, ndr) e di Bochicchio. 

Poi da quest' ultimo movimentate a favore della moglie e del fratello Tommaso e impiegate per spese personali». Dal 7 gennaio 2014 al 20 ottobre 2020, «l'estratto conto delle carte di credito registra un totale di spese per 1.715.796 euro con causali varie», tra cui la tenuta di Borgo Egnazia a Fasano e il negozio di Chanel a Roma. Proprio per questo ora Arianna Iacomelli e Tommaso Bochicchio sono indagati per riciclaggio, mentre Zampa per truffa in concorso con il socio deceduto.

Nell'informativa della Finanza di dicembre 2020, allegata all'inchiesta della Procura di Roma sul broker, viene specificato che dai conti correnti intestati alla Kam e alla Tiber Capital (di cui il broker 56enne era amministratore insieme a Sebastiano Zampa e all'imprenditore romagnolo Rodolfo Errani), «sono stati disposti a favore di conti correnti personali di Bochicchio, di Zampa e di Luca De Lucia, cugino del broker, bonifici per 25 milioni di euro, nonché ulteriori con causale acquisto collier, scuola sci, viaggi vari».

Per questo ad agosto 2021, la Finanza aveva chiesto al pm il sequestro preventivo per equivalente per 1,4 milioni nei confronti della moglie del broker e di 449mila nei confronti del fratello Tommaso. La Finanza fa riferimento anche all'acquisto di quadri e oggetti d'arte per 10 milioni di euro presso la galleria Mucciaccia di via della Fontanella Borghese, a Roma. 

Circostanza confermata anche da un altro investitore, Antonio Massimino, il quale riferisce che Bochicchio «in diverse occasioni gli ha mostrato i numerosi quadri detenuti presso le sue abitazioni di Londra a Roma (a piazza di Novella). Tali quadri, descritti come di valore, sono stati acquistati presso la galleria d'arte Mucciaccia, suo rivenditore di fiducia». Quest' ultimo però precisa: «Mai venduti quadri per una cifra così alta, parliamo di somme immensamente inferiori». 

Bochicchio, l’ultimo mistero: i soldi investiti per l’uomo del clan dei Santapaola. Ilaria Sacchettoni su Il Corriere della Sera il 24 Giugno 2022.

I capitali non sembrano riemergere. Le rogatorie in corso. Tutti i dubbi di una morte che non interrompe la trama del caso ma alimenta una serie di interrogativi. 

Maledetti dai due schieramenti (quello degli investitori che li hanno perduti e l’altro del broker finito ai domiciliari per essi) i capitali del caso Bochicchio paiono lontani dal riemergere. Rogatorie nei paesi asiatici (da Honk Kong a Giakarta) sono in corso per rintracciare il tesoretto di Massimo Bochicchio, il golden boy del circolo Aniene, padre della Kidman e altri veicoli finanziari in giro per il Regno Unito. Peccato. Perché rintracciare i soldi vorrebbe dire sciogliere i molti dubbi di una vicenda tanto intricata quando dolorosa. Mettere la parola fine all’ultima illusione (economica) del creatore di sogni del quartiere Trieste, dove viveva. Qui invece la morte non taglia di netto una trama ma la complica. Estraendone un veleno alla volta.

Conviene ripartire dall’aula buia al piano terra del Tribunale dove, lunedì mattina, parti offese e avvocati, magistrati e giornalisti hanno accolto la notizia della morte del broker: «Il Tribunale dispone l’acquisizione del certificato di decesso...» ha detto il giudice mentre professionisti riluttanti a indossare la toga alle temperature bollenti della stagione si sono affrettati a depositare il risultato delle ultime indagini difensive. Ma cosa è accaduto davvero al civico 875 di via Salaria, luogo dell’incidente? Davvero Massimo, lo stregone delle percentuali, il mago degli zero virgola, se n’è andato per uno scherzo del cuore?

Il codice genetico

Chi era presente (e dunque testimonierà) dice che nel pieno di una marcia a velocità sostenuta, la Bmw di Bochicchio ha disegnato una sorta di virgola lungo la carreggiata, come una breve parentesi esistenziale, per poi andare a infrangersi lungo il muro perimetrale dell’aeroporto dell’Urbe. Il mezzo è esploso e il broker è morto carbonizzato. Tommaso Bochicchio, suo fratello, ha fatto sapere di non poterlo riconoscere e il magistrato, per dare un nome sicuro alla vittima, ha disposto l’esame del Dna il cui risultato, sommariamente veicolato martedì scorso, arriverà ufficialmente nei prossimi giorni.

Era ai domiciliari

Massimo Bochicchio era ai domiciliari, monitorato (aveva il braccialetto elettronico), ma beneficiava di un permesso speciale per poter curare il diabete. Non era questo il caso, tuttavia. Itinerario e giorno dell’escursione (una qualunque domenica) fanno propendere per altre ipotesi. Il broker, molto probabilmente, avrebbe dovuto incontrare qualcuno. Inquieto per le restrizioni, aveva più volte sollecitato i giudici a disporre una misura più tenue nei suoi confronti, qualcosa che gli permettesse di vedere persone liberamente e, diceva, recuperare il denaro perduto. Con chi si era visto allora?

La Interactive Brokers

Nell’insieme Bochicchio aveva fretta. Ma ancora di più ne avevano i suoi clienti, da Marcello Lippi ad Antonio Conte, Stephan El Sharaawy, Patrice Ezra e altre vittime di un sogno collettivo a molti zeri. «Restituirò fino al 90% dei capitali investiti dai miei clienti» aveva promesso lui, l’intermediario ormai inseguito dai suoi stessi debiti. Non tutti ma qualcuno gli aveva creduto. Salvo scoprire che nella piattaforma che avrebbe dovuto veicolare quei risarcimenti, la Interactive Brokers ltd, non c’era ormai più un centesimo. Vuota. Dove sono finiti i soldi che avrebbero dovuto tacitare i clienti e alleggerire in cambio la sua posizione giudiziaria? Le rogatorie potrebbero risolvere l’interrogativo, ammesso che dai paesi asiatici in cui sono state inoltrate venga una risposta agli investigatori italiani.

Dai vip ai clan

Arianna Iacomelli, la moglie del broker era in allarme negli ultimi tempi. Dall’interrogatorio depositato al processo nei confronti del marito era emerso che individui poco raccomandabili erano sulle tracce del broker. I vip non erano gli unici clienti del Madoff dell’Aniene. In un appunto della Finanza emerge che «Massimo Bochicchio sarebbe stato coinvolto in una vicenda dai profili fraudolenti nella quale avrebbe restituito solo il 40% di un investimento posto in essere per conto di Giovanni Bonanno soggetto — si legge — vicino alla cosca mafiosa Santapaola di Palermo». Probabilmente non tutti erano disposti al garbo nei suoi confronti. E probabilmente alcuni erano sulle sue tracce. «Purtroppo le persone quando ci sono i soldi di mezzo, io ho imparato nella mia vita dopo trent’anni di professione, perdono la ragione» confidava al giudice per le indagini preliminari il broker.

L’eredità

Arrivati a questo punto della storia, quando ormai molte delle speranze che avevano accompagnato l’emergere della vicenda giudiziaria, sono andate deluse, resta il tema dell’eredità del broker. Ancora una volta i mormorii in quell’aula al piano terra della cittadella giudiziaria romana sembrano suggerire prudenza. Non è scontato che la moglie del broker decida di accettare un’eredità che ha in pancia un debito milionario. L’ultima beffa del broker potrebbe nascondersi qui, tra le pieghe di capitali maledetti.

Gli “strani affari” di Massimo Bochicchio con la cosca Santapaola. Un nuovo mistero? Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 24 Giugno 2022 

Il broker romano risulterebbe coinvolto in una vicenda nella quale avrebbe restituito ad un soggetto vicino al clan mafioso solo il 40% di un investimento posto in essere per suo conto

Adesso che il trader Bochicchio è morto, e i medici stanno verificando le cause dell’incidente avvenuto domenica scorsa e l’identità del corpo ritrovato carbonizzato ai margini di via Salaria, spetta agli investigatori il compito di scandagliare la lunga lista di nomi con cui ha avuto a che fare negli anni. Sono in corso rogatorie nei paesi asiatici (da Honk Kong a Giakarta) per cercare di rintracciare il tesoretto di Massimo Bochicchio che era ai domiciliari, tracciato (aveva il braccialetto elettronico), ma beneficiava di un permesso speciale per poter curare il diabete. Non era questo il caso, tuttavia. Itinerario e giorno dell’escursione (una qualunque domenica) fanno propendere per altre ipotesi. Il broker, molto probabilmente, avrebbe dovuto incontrare qualcuno. Bochicchio aveva più volte sollecitato i giudici a disporre una misura più tenue nei suoi confronti, qualcosa che gli consentisse di vedere persone liberamente e, a suo dire, recuperare il denaro perduto. 

Per completare la lunga lista di nomi emersi che affollano le centinaia di migliaia di pagine con cui gli investigatori hanno ricostruito le avventure di Bochicchio , il broker morto domenica scorsa in un incidente stradale, appena 24 ore prima che entrasse nel vivo il processo sulla truffa in cui sono cascati vip di ogni sorta, mancava solo la mafia. “Massimo Bochicchio sarebbe stato coinvolto in una vicenda dai profili fraudolenti nella quale avrebbe restituito solo il 40% di un investimento posto in essere per conto di G. B., soggetto vicino alla cosca mafiosa Santapaola“.

Nella maggior parte delle volte si tratta di vittime che hanno visto sparire i propri soldi, e che quindi nutrivano un’accesa rabbia e nei confronti del broker che aveva promesso investimenti convenienti, prima di far sparire il denaro accumulato . Bochicchio in uno dei suoi ultimi interrogatori aveva detto ” purtroppo le persone quando ci sono i soldi di mezzo… perdono la ragione“. “Io non ho mai avuto un cliente brutto… i brutti sono i criminali, io ho sempre avuto solo persone estremamente per bene, professionisti”, diceva il broker al giudice per le indagini preliminari Corrado Cappiello che lo interrogava. 

Ma le carte dicono altro smentendolo a partire da un’informativa redatta il 1 settembre 2020 dal Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza, che riporta un accertamento che il Comando Generale aveva fatto nel 2016, che riporta: “Massimo Bochicchio emerge quale consulente finanziario operante sui mercati finanziari prevalentemente per conto di clienti italiani attraverso la società svizzera Kidman AssetManagment”. E continuava : “Massimo Bochicchio sarebbe stato coinvolto in una vicenda dai profili fraudolenti nella quale avrebbe restituito solo il 40% di un investimento posto in essere per contro di G. B., soggetto, vicino alla cosca mafiosa Santapaola“.

In parole più semplici, secondo le Fiamme Gialle, Bochicchio non avrebbe restituito nel 2016 quanto con cordato con una persona che in realtà non sembrerebbe essere “estremamente per bene, un professionista”, così come il broker descriveva i propri clienti. Anche se è bene chiarire che Bochicchio con la mafia non c’entra nulla, in quanto non è mai emersa dalle indagini della procura di Roma alcun riscontro o coinvolgimento.

Secondo gli investigatori della Guarda di Finanza Bochicchio riciclava denaro e forse lo avrebbe riciclato anche per una persona vicina al clan dei Santapaola, cioè di gente che non rivolge alle forze dell’ordine per denunciare di aver subito una truffa finanziaria. Le indagini dei pm aprono nuovi scenari: sostenendo che il broker gestiva “patrimoni sottratti a imposizione fiscale ovvero provento di delitti contro il patrimonio”. Denaro non troppo pulito, come quello di chi gravità intorno alle cosche.

Arrivati a questo punto della contorta vicenda,  resta irrisolto per il momento il teme dell’eredità di Massimo Bochicchio in quanto non è certo che Arianna Iacomelli, la moglie del broker decida di accettare un’eredità che contiene un pesante debito milionario. 

Ma chi era Massimo Bocchicchio ?

Nato nel 1966, sposatosi due volte, è entrato e uscito più volte dall’Albo dei consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede. La prima volta fu il 18 febbraio 1992 (delibera 5993) per poi uscire dall’Albo il 30 giugno 1999. Massimo Bochicchio secondo quanto riportato dall’Organismo di vigilanza e tenuta dell’Albo unico dei consulenti finanziari, nel frattempo, aveva lavorato per Fideuram, (società oggi rinominata Fideuram Ispb). Conclusa l’esperienza con la rete di consulenti finanziari del gruppo Intesa, il broker è rientrato nell’Albo il 19 ottobre 2006 (delibera 15560) per poi uscirne di nuovo il 28 novembre 2019.

Durante questi intervalli di tempo non risulterebbe aver lavorato per alcuna mandante. Al contrario, però, avrebbe operato tra il 2006 e il 2012 come managing director per il global banking per il colosso bancario  (risultato estraneo ai giudizi in corso). Leggendo il suo profilo Linkedin, Bochicchio avrebbe lavorato come co-ceo per una società chiamata Richmond Park Partners società che non ha neanche un sito internet !

Bochicchio prima di lavorare per la banca Hsbc ha lavorato anche come area manager di Ing e per una società inglese di cui sarebbe cofondatore e presidente chiamata Montlake Ucits Platform ed in questo caso avrebbe lavorato come gestore di un fondo, l’ML Tiber Diversified Ucits Fund.  

Quello che è passato agli onori… della cronaca è che l’allenatore Antonio Conte ( tra i clienti del broker finanziario compaiono anche l’ex terzino della Juventus Patrice Evra, Luca Bascherini, procuratore di mister Claudio Ranieri, e Leona Konig, la compagna del noto agente Federico Pastorello) avrebbe deciso di investire 30 milioni di euro affidando la somma alla Kidman Asset Management, una società inglese, neocostituita, che non ha alcuna storia, un bilancio e tantomeno capital, in quanto la società è composta da una sola azione, intestata a Massimo Bochicchio, del valore di 1 sterlina.

Prima degli altri Antonio Conte si è reso conto che c’era qualcosa di strano e si è attivato per vie legali. Il giudice inglese ha così dato ragione a Conte ed ha intimato Bochicchio a restituire il maltolto congelando anche suoi beni per 61 milioni di dollari. Ma la circostanza più grande è che la Kidman Asset Management non risulta autorizzata dalla Fca, l’organo di vigilanza finanziaria del Regno Unito, dove per operare serve l’etichetta “FCA Regulated”, ma di questa autorizzazione non c’è traccia nei documenti della società di Bochicchio. e non se n’era accorto neanche Raffaele Trombetta, ambasciatore italiano nel Regno Unito, rimasto truffato anche lui.

Ilaria Sacchettoni per il “Corriere della Sera – Edizione Roma” il 26 giugno 2022.

L'allenatore. La scrittrice. L'architetto. Il medico. Il broker aveva promesse per ciascuno e lusinghe per tutti. Chi era attratto dall'investimento sicuro e chi da percentuali stellari, chi dalla piattaforma globale e chi dalla banca garante. Massimo Bochicchio cuciva le sue proposte finanziarie sul profilo sociale di ciascuno. 

Dalle denunce depositate agli atti dell'inchiesta emergono frammenti di una strategia diversificata, aggressiva. E la prepotenza delle illusioni finanziarie messe in campo.

Denunce sofferte come quella del dentista Marco Petrilli lasciano intravedere un complesso meccanismo di seduzione: «Nell'estate 2014, ospite in casa sua a Capalbio (del broker, ndr ), mi riferiva che la Kidman (società attraverso la quale operava, ndr ) aveva la possibilità di usufruire in precollocamento di azioni Alibaba, il gigante cinese di commercio online...» Prendono il volo, per questa strada, 150mila euro, tutti i risparmi dell'odontoiatra. 

Più basilare l'esca gettata nei confronti del procuratore sportivo Luca Bascherini con il quale Bochicchio accenna a un falso pedigree della sua Kidman: «Massimo Bochicchio rappresentava al signor Luca Bascherini che la società Kidman Asset Management Ltd fosse, seppur indirettamente, controllata da Hsbc, che importanti istituti di credito tra i quali Hsbc e Unicredit avessero effettuato ingenti investimenti tramite Kidman, così confortando lo scrivente circa la solidità del progetto finanziario e l'assenza di rischi di perdita dei capitali».

C'è poi la scrittrice Barbara Prampolini convinta da Bochicchio a investire su azioni Facebook riservate alla Kidman. Ancora una volta si trattava di un investimento all'apparenza garantito: «Era accaduto infatti - si legge nel suo esposto - che in vista della successiva quotazione in borsa Facebook avesse emesso quotazioni di classe B sottoscrivibili da parte di un ristretto gruppo di selezionati investitori internazionali». 

Ma è il giocatore Stephan El Sharaawy a svelare i punti di forza delle promesse del broker. Il vero coniglio nel cilindro sono gli algoritmi: «Il signor Massimo Bochicchio - si legge - rappresentava che Tiber Capital (altra società attraverso la quale operava l'intermediario, ndr ) utilizzava un algoritmo che permetteva di controllare tutti gli aspetti connessi al trading (costruzione del portafoglio, rischio, controllo ed esecuzione). L'utilizzo di tale algoritmo, secondo Bochicchio, permetteva di monetizzare le posizioni quotidianamente...con rischio sostanzialmente nullo».

Saranno i finanzieri del Nucleo di polizia valutaria, coordinati dal pm Alessandro Di Taranto, a svelare i trucchi più consolidati del broker. Il rapporto della Kidman con Hsbc?

Un'invenzione: «Al fine di invogliare i nuovi clienti ad investire, mostrava loro un organigramma fittizio da cui emergeva come la Kidman fosse controllata da Hsbc e spesso per accrescere la credibilità di tale controllo convocava i clienti per le firme dei contratti a favore di Kidman presso gli uffici della Hsbc di cui era dipendente», scrivono gli investigatori. 

Radiato dall'albo degli intermediari dalla Consob nel 1999 (avrebbe prodotto documentazione falsa in favore di alcuni clienti) Bochicchio si mette in proprio e costituisce la Kidman alle Bahamas per poi trasferirla alle Isole Vergini. Da Londra dove è di stanza dai primi del Duemila effettua trasferimenti di denaro tramite semplici money transfer (tanto che i versamenti vengono definiti «rimessa emigrante» nell'analisi dettagliata delle movimentazioni). Poco più che una curiosità nella pirotecnica carriera del Madoff dell'Aniene. 

eristica è l'esistenza di un «Wagner nero»: «All'inizio del XX secolo, il compositore era divenuto ormai un punto di riferimento della cultura afroamericana» al punto che pure Martin Luther King, in un suo sermone del 1957, arrivò a sostenere che «certe forme di ricezione estetica possono avvicinarsi all'esperienza del divino, per esempio ascoltare un'opera di Wagner o una sinfonia di Beethoven».  

Stessa insolita scoperta per le varianti femminista e gay benché Wagner sia considerato campione di misoginia e omofobia: se per Joyce «Wagner puzza di sesso», in un questionario contenuto in un manuale del 1908, per autodiagnosticare la propria omosessualità, si chiedeva se ne avesse una «passione particolare».

 Valeria Di Corrado per “il Messaggero” il 24 giugno 2022.

Il sospetto che Massimo Bochicchio avesse investito - oltre ai lauti profitti di calciatori, allenatori e ambasciatori - anche i soldi di personaggi poco raccomandabili troverebbe riscontro in un appunto informativo del II Reparto del Comando Generale della Guardia di Finanza del 22 settembre 2015. 

Il broker accusato di aver truffato decine di vip per milioni di euro, morto carbonizzato domenica scorsa in uno strano incidente stradale alla periferia nord di Roma, «sarebbe stato coinvolto - si legge nell'annotazione della Finanza - in una vicenda dai profili fraudolenti nella quale avrebbe restituito solo il 40% di un investimento posto in essere per conto di un soggetto vicino alla cosca mafiosa Santapaola». Non è chiaro se Bochicchio conoscesse il passato di questo suo cliente che gli aveva affidato una somma non meglio precisata da investire. 

GENTE BRUTTA Il 20 luglio 2021, subito dopo l'arresto di Bochicchio a Giacarta, in Indonesia - sulla base di un'inchiesta di riciclaggio internazionale della Procura di Milano - il broker era stato interrogato dal giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Roma Corrado Cappiello. 

Il gip aveva cercato di sondare se l'indagato avesse ricevuto minacce dai suoi creditori: «Sua moglie, nel periodo in cui lei è stato all'estero, dopo la sentenza inglese, a settembre-ottobre, fa riferimento a gente brutta brutta». Il broker aveva provato a ridimensionare quella frase: «Sì, sì, ma non è brutta. Allora mia moglie ha avuto una percezione, e c'è scritto anche nelle intercettazioni. Poi non è che non la ritengo brutta, perché io non la ritengo brutta, perché non è brutta».

Bochicchio aveva citato come esempio il segretario del suo socio che «mi ha mandato una mail dove mi scrive: pezzo di m... quando arriva il trasferimento?». Il giudice, però, lo aveva punzecchiato così: «Vabbé, questa però non è gente brutta brutta. Brutta brutta si definirebbe ambienti criminali». Nonostante ciò, il broker era rimasto evasivo: «Non ce l'ho mai avuto io un cliente brutto, signor giudice, mai. Io ho sempre avuto solo persone estremamente perbene, professionisti, non parliamo delle istituzioni, le più alte istituzioni al mondo». 

Alla fine dell'interrogatorio, il broker aveva implorato il giudice: «Vi chiedo di potermi rendere libero di fare il mio mestiere e di restituire i soldi a tutti, non ho altro obiettivo nella vita. Io non ho conti nascosti (...) ma non mi tenete ai domiciliari». 

GLI INCONTRI CON I CREDITORI Quando a novembre scorso viene arrestato di nuovo, il 56enne torna a insistere con il gip sulla necessità di essere libero di continuare a incontrare i suoi clienti: «Non mi muovo da Roma, dò il mio passaporto, non devo andare da nessuna parte, ma posso parlare, tempestare, incontrare quelli che non mi hanno denunciato e fargli firmare gli accordi? Signor giudice, ci sono venti persone che...».

Il sospetto degli inquirenti, che indagano per istigazione al suicidio sulla sua morte, è che Bochicchio domenica scorsa abbia preso la moto per andare a incontrare uno di questi clienti che non lo avevano denunciato, magari proprio perché i capitali che gli aveva affidato da investire erano di origine illecita o comunque non dichiarata al fisco. 

TRA MIAMI, CAPALBIO E CORTINA Sicuramente la clientela del broker era di livello elevato. D'altronde frequentava tutti i circoli sportivi più in di Roma. D'estate lo si ritrovava a Capalbio, d'inverno a Cortina d'Ampezzo: in entrambe le località aveva infatti una casa dove trascorreva le vacanze e ne approfittava per stipulare nuovi contratti di investimento. Il 3 luglio del 2020 Bochicchio era stato sottoposto a un controllo da parte della polizia navale di Porto Santo Stefano, all'Argentario, «in qualità di ospite a bordo dell'imbarcazione a motore denominata F12, battente bandiera maltese».

L'architetto romano Achille Salvagni, che rientra tra le 38 parti civili nel processo in cui il consulente finanziario era imputato per riciclaggio ed esercizio abusivo dell'attività di investimento, dà conto nella denuncia presentata in Procura «dell'elevato tenore di vita» di Bochicchio, tra i «numerosi e prestigiosi immobili a Londra, Roma, Miami, Cortina e Capalbio» e «i contatti con il mondo dell'imprenditoria, dello sport e della finanza di cui si faceva vanto». Era prima che i clienti vip di Bochicchio scoprissero di essere stati truffati e che non sarebbero mai più rientrati in possesso dei soldi investiti.

Valeria Di Corrado per “il Messaggero” il 26 giugno 2022. 

Il segreto era diventare amico dei suoi clienti, condividerne gli interessi e le vacanze, per poi carpirne fiducia e denaro. Grazie alle sue doti di brillante affabulatore e al passaparola nel jet-set, li convinceva ad affidargli i loro risparmi con la prospettiva di realizzare l'affare della vita. Massimo Bochicchio vendeva di fatto illusioni: la possibilità di ottenere ingenti profitti, con un tasso di rendimento fino al 20%, sulla base di un algoritmo infallibile e un rischio pari a zero. 

Per 20 anni il broker 56enne, originario di Capua, ha preso in giro decine di professionisti, facendosi consegnare investimenti per almeno 600 milioni di euro. Come hanno scoperto i finanzieri del nucleo valutario, «gran parte delle somme investite non sono state impiegate nella sottoscrizione di strumenti finanziari».

Mentre una parte è finita sui suoi conti correnti, quelli dei familiari (ora indagati per riciclaggio) e del socio Sebastiano Zampa. Beffarda anche la causale di alcuni bonifici girati alla moglie Arianna Iacomelli (arrivata seconda al concorso di Miss Italia nel 1990): rimessa emigrante per spese famiglia, come fanno le colf straniere ai money transfer. 

Per questo motivo, quando una settimana fa si è saputo che era morto in un incidente stradale dalla dinamica strana alla periferia nord di Roma, e il suo corpo carbonizzato era irriconoscibile, molti hanno pensato che non fosse realmente lui, ma l'ennesima truffa del pirata della finanza.

Per agganciare le sue prede Bochicchio frequentava i circoli sportivi in di Roma (a cominciare dal Tennis Club Parioli), trascorreva l'estate tra Capalbio, l'Argentario e Ponza, e le vacanze sulla neve a Cortina. Aveva anche un esclusivo appartamento nel cuore di Londra (a Holland Park), dove si era trasferito per un periodo con la famiglia. Lì aveva conosciuto il console generale Massimiliano Mazzanti e l'ambasciatore Raffaele Trombetta, che gli avevano affidato i loro capitali, dopo che si era presentato come formidabile broker finanziario, con un passato lavorativo nel colosso bancario Hsbc. 

Nel 2016, in una delle tante cene tra vip italiani residenti nella City, aveva incontrato il fratello di Antonio Conte e poi convinto l'allora ct del Chelsea a investire 24 milioni (di cui non gli è ritornato indietro nemmeno un euro), fidandosi del passaparola del procuratore sportivo Federico Pastorello, che a sua volta l'aveva conosciuto tramite Marcello Lippi. Nella lunga lista di chi lo ha denunciato per truffa e appropriazione indebita ci sono anche i calciatori Stephan El Shaarawy ed Evra, l'architetto Alvaro Tagliabue, la scrittrice Barbara Prampolini, il fisioterapista Massimiliano Mariani.

Quest' ultimo aveva raccontato il 16 giugno 2021 a un ufficiale della Finanza, sua paziente, di essere stato «ridotto sul lastrico» da Bochicchio, che aveva curato anche quando aveva il Covid. Secondo Mariani aveva truffato i suoi clienti per un miliardo e mezzo. «Infrangere il muro di diffidenza di un uomo oggi 90enne - si legge nella denuncia presentata dal legale dell'imprenditore edile Gaetano Salvagni - è stato forse l'ostacolo più difficile che Bochicchio ha dovuto superare e dove ha dimostrato tutta la sua bravura e la sua mente criminale».

Lo schema della truffa di Bochicchio si ispira al modello economico piramidale di vendita, ideato dall'italiano immigrato negli Usa Charles Ponzi, che promette forti guadagni ai primi investitori, a discapito dei nuovi, come avevano fatto dopo Bernard Madoff e Gianfranco Lande. 

Bochicchio proponeva ai suoi clienti azioni Facebook o Alibabà, facendo leva sulla sicurezza di questi colossi del web, sulle sue conoscenze con i vertici della banca Hsbc e sul «sistema di trading chiuso» delle sue società inglesi Kidman e Tiber; peccato che la prima avesse una sola azione di capitale del valore di una sterlina e gestisse il portafoglio titoli senza autorizzazione.

«Tutto quello che abbiamo investito in 30 anni, ed è rimasto residuo, lo otterremo entro gennaio - assicurava il broker nell'interrogatorio di garanzia del 29 novembre scorso - altrimenti sarò il primo a denunciare». L'ennesima bugia, a cui lo stesso gip aveva creduto preferendo i domiciliari alla custodia in carcere. Il castello è iniziato a crollare dopo l'arresto per riciclaggio, su ordine del gip di Milano. In quel momento il broker era a Giacarta, a suo dire per interloquire con i fondi sovrani di Indonesia e Hong Kong.

Solo una parte dei clienti di Bochicchio l'ha denunciato. «C'hanno un tallone d'Achille», ammetteva (non sapendo di essere intercettato) a proposito di chi evadeva il Fisco. E poi c'era la «gente brutta brutta» di cui parlava in un'altra intercettazione sua moglie. Basti pensare che tra i suoi investitori ci sarebbe anche un uomo vicino alla cosca mafiosa Santapaola, a cui avrebbe restituito solo il 40% dell'investimento. Tra i beni sequestrati al 56enne nel febbraio 2021, per 10,9 milioni di euro, ci sono due opere di Castellani e 7 quadri di Mario Schifani, un vaso di Picasso e alcune opere di Giacomo Balla. D'altronde dal suo gallerista romano di fiducia avrebbe speso circa 10 milioni di euro.

La settimana prossima sarà svelato il primo grande mistero sulla morte di Bochicchio, con il risultato del dna che identificherà il corpo carbonizzato. Al momento l'unico indizio sulla paternità del cadavere è il braccialetto elettronico che aveva alla caviglia, ma che non può aiutare a capire dove fosse andato e chi avesse incontrato prima dell'incidente. Nelle due ore di permesso che gli erano state accordate nel regime dei domiciliari, il braccialetto veniva infatti spento.

A questo punto la risposta potrà venire dalle immagini delle telecamere di via Salaria acquisite dai vigili. Il medico legale nominato dalla Procura di Roma, che indaga per istigazione al suicidio, farà sapere anche l'esito degli esami tossicologici e se la causa del decesso è stato un malore, magari dovuto a un calo glicemico (considerato che il 56enne era malato di diabete). Al momento però sembra esclusa una morte per ictus o infarto. L'alternativa è che Bochicchio si sia tolto la vita, magari perché pressato dalle minacce dei suoi creditori e sapendo di non poter restituire loro i soldi. Perché scegliere, però, di schiantarsi con la moto contro il muro? Forse per far incassare alla sua famiglia una polizza assicurativa sulla vita e metterli al riparo dalla «gente brutta brutta». 

Emiliano Bernardini per il Messaggero il 24 giugno 2022.

«Massimo ti conquistava con poche parole». «Massimo era un genio. Mai conosciuto uno come lui». «Massimo sapeva qualsiasi cosa e soprattutto conosceva chiunque. E non solo a Roma». Ma al tempo stesso «Era solo la punta di un grande iceberg». Chi parla sono gli amici di Bochicchio di vecchia data. Amici che gli hanno affidato anche tanti soldi. Soldi che in alcuni casi non sono mai tornati indietro. Eppure non c'è nessuno che d'impulso tratteggi negativamente Bochicchio. Una sorta di sindrome di Stoccolma verrebbe da dire. Ma sarebbe troppo facile visto che a parlare sono gli amici. Eppure lo stesso ritratto arriva anche da persone che hanno perso milioni di euro. 

Ora di pranzo, Roma Nord, la stessa nella quale nel 1990, Bochicchio all'epoca 24enne, si era tuffato. A parlare di Massimo sono tutti stimati professionisti romani. «Aveva delle amicizie intense con tutti ma erano solo di superficie. Poi esisteva anche un Massimo sconosciuto a chiunque. Un personaggio che nemmeno la moglie conosceva. Tu lo vedevi sorridere e scherzare ma non sapevi mai a cosa stesse pensando. Lo chiamavi e ti diceva sono a Londra poi magari lo incontravi a ponte Milvio». 

COME AGIVA Bochicchio approda a Roma da Capua una trentina d'anni fa. «Da subito si è lanciato nello sport. L'Aniene e poi il Parioli. Giocava a pallavolo. Subito dopo sono arrivati il tennis e il basket. Ed è lì che ha costruito il suo personaggio». 

Nei circoli sportivi ha trovato importanti sponsor che gli hanno aperto le porte di Roma. «Per Massimo era facilissimo trovare il grimaldello per scardinarti. Aveva una memoria assurda e soprattutto si documentava su ogni cosa». Di fatto aveva una memoria con tanti piccoli cassetti che apriva al momento giusto. «E questo succedeva a Roma come a Milano e a Londra. Sapeva tutto di tutti. Una volta lesse, sempre per sua curiosità, di una barca su un giornale nautico. Casualmente un imprenditore molto importante tempo dopo comprò quella barca, Massimo lo sorprese elencando le specifiche tecniche dei motori che montava».

Insomma era così che conquistava i suoi clienti. Non solo perché lui voleva essere presente ovunque. «Aveva comprato una moto, anzi a dire la verità ne aveva tre, ma solo per entrare in un gruppo di motociclisti. Lo stesso fece con una bici. Cioè a lui interessava esserci, sempre e comunque. Poi magari in gruppo con la moto ci usciva rarissimamente ma tanto gli bastava per guadagnarsi la fiducia e la stima di tutti». 

«A Massimo tutta Italia gli ha dato i soldi. Nella sua rete ci è cascato chiunque, anche i più insospettabili». «Ti ripeto era un uomo charmant e il suo approccio era sempre più o meno simile: ti faceva subito un complimento. Una volta ad un amico disse: Sei il miglior imprenditore di Roma.

Risposta: Massimo ma sono fallito due mesi fa. Contro risposta: Appunto sei il migliore degli imprenditori falliti». 

Gioco, partita, incontro. «Esistono due Massimo. Il primo che arriva fino al 2005 ed è uno che i soldi li faceva fruttare per davvero. Mandava puntualmente un file Pdf con i guadagni. Per dire lui ti garantiva un 8% all'anno e dunque ogni tre mesi ti mandava il conto con il 2%. A me ha sempre ridato tutto. Poi c'è un altro Massimo, la punta dell'iceberg, appunto». 

Ci spieghi meglio. «Vedi quando ti ritrovi a gestire così tanti soldi e magari sbagli un investimento... poi succede che i nuovi clienti servano per mettere una toppa ai buchi che si aprono continuamente». Ed è qui che entra in scena il Massimo sconosciuto? «Quello un po' c'è sempre stato. Abbiamo sempre avuto la sensazione che Massimo facesse delle cose di cui non era dato sapere. 

E nessuno gli ha mai chiesto nulla. Quando è esploso lo scandalo nemmeno la moglie sapeva i contorni esatti della storia. Tanto che quando lui era fuggito a Dubai la famiglia si è sentita completamente abbandonata. Come se avesse staccato di netto con tutto». Un altro episodio: «Una volta sparì da casa. Irrintracciabile. Nessuno sapeva dove fosse andato. È rientrato diverse ore dopo giustificandosi con la moglie preoccupatissima e in procinto di denunciarne la scomparsa: Sono svenuto, non ricordo più nulla». 

Una morte strana... «Non ci sorprenderebbe se avesse architettato tutto. Certo è uno scenario da film... ma con lui tutto può essere». E nelle chat dei tanti conoscenti la messa in scena da Oscar è una delle teorie più accreditate. Probabilmente una reazione di rabbia per essere stati truffati ancora. Stavolta definitivamente.

“Uno scenario da film…”. I dubbi di chi conosceva il broker dei vip. Francesca Galici il 24 Giugno 2022 su Il Giornale.

La vita del broker Bochicchio è un mistero: anche chi lo conosceva bene ammette di non sapere chi fosse davvero l'uomo che ha truffato i vip.

Il test del dna ha confermato che l'uomo morto sulla via Salaria di Roma a bordo della sua moto la scorsa domenica era veramente Massimo Bochicchio. L'esplosione e il conseguente incendio avevano reso irriconoscibile il corpo del broker dei vip, a processo per aver truffato numerosi personaggi famosi. La circostanza dell'incidente, e il fatto che sia avvenuto il giorno prima dell'udienza del processo che lo vedeva indagato, avevano dato il via a numerose ipotesi, di cui alcune fantasiose.

Tra queste, anche quella che su quella moto non ci fosse davvero Bochicchio, scappato chissà dove per non pagare i suoi debiti. Questa ipotesi è stata sussurrata a mezza voce per giorni a Roma, finché non è stato acclarato che il corpo era davvero il suo. Tuttavia, sono ancora tanti i dubbi che circondano questa morte, anche da parte di chi lo conosceva bene. L'autopsia non ha rivelato cause di malore nel corpo del broker, che sarebbe morto a causa dei traumi dovuti all'incidente. Saranno necessari ulteriori accertamenti che richiedono circa 60 giorno per essere svolti, ma al momento non emergerebbero segni macroscopici di eventi cardiaci o ictus.

Il Dna conferma, il morto è Bochicchio. "Niente malore, sabotaggio alla moto"

"A Massimo tutta Italia gli ha dato i soldi. Nella sua rete ci è cascato chiunque, anche i più insospettabili", dice oggi chi lo conosceva, raggiunto da il Messaggero. La vita di Bochicchio era un mistero per tutti, perfino per la moglie. "Quando è esploso lo scandalo nemmeno la moglie sapeva i contorni esatti della storia. Tanto che quando lui era fuggito a Dubai la famiglia si è sentita completamente abbandonata. Come se avesse staccato di netto con tutto", dice ancora la persona che desidera rimanere anonima.

La stessa persona che sembra conoscerlo molto bene e che pone seri dubbi sul fatto che si sia trattato di un semplice incidente: "Non ci sorprenderebbe se avesse architettato tutto. Certo è uno scenario da film... Ma con lui tutto può essere". Il tema dell'istigazione al suicidio o del suicidio sembra ricorrere frequentemente ora che si è acclarata l'identità della salma, così come quello della possibile manomissione dei freni della moto. Massimo Bochicchio non ha frenato prima di scontrarsi col muro di recinzione: atto voluto oppure qualcosa nella moto non ha funzionato? Erano in tanti a volere la sua morte, qualcuno potrebbe davvero esser passato dalle parole ai fatti? La risposta potrà arrivare solo dalle perizie sul veicolo, che però è andato quasi completamente distrutto.

Bochicchio: «Spariti nel nulla 19 milioni». I patemi del fratello di Conte e dei vip truffati dal broker. Ilaria Sacchettoni su Il Corriere della Sera il 29 Giugno 2022.

Trentotto parti civili al processo nei confronti del broker deceduto nell’incidente del 19 giugno scorso. Alcuni dei clienti truffati: «Non rispondevano più nè lui né la moglie».

Il 13 marzo 2020, preso atto della latitanza di Massimo Bochicchio, «non senza patemi», l’architetto Achille Salvagni, che aveva investito 1milione e 900mila euro, si decide a inviare una lunga mail per chiedere conto dei propri capitali. Non solo l’ex amico, assai persuasivo su investimenti e imprese finanziarie (in questo caso la Kidman Asset Management) non risponde più al cellulare ma, da quel giorno in poi, anche la moglie Arianna Iacomelli «in perfetto gioco di squadra» osserva l’amareggiato Salvagni nel suo esposto, ha fatto perdere ogni traccia di sé. Professionisti, imprenditori e star del calcio sono le vittime del broker romano morto in un incidente in moto il 19 giugno, alla vigilia del processo dove era imputato per esercizio abusivo dell’attività finanziaria e riciclaggio.

Capitali e Covid

Lettere, mail, telefonate, messaggi: i clienti del Madoff dell’Aniene (dal nome dell’esclusivo circolo romano di cui era socio) condividono la stessa delusione per la glaciale indifferenza mostrata di fronte alla perdita dei vari capitali. Ai primi del 2020, durante il lockdown, Bochicchio si è già eclissato per i molti, fiduciosi investitori. É del febbraio 2020 la richiesta a firma Daniele Conte (fratello di Antonio) di rimborso dei capitali sottoscritti alla Kidman. Nulla verrà restituito malgrado un «mandato di pagamento atto a dimostrare l’avvenuto trasferimento della somma di euro 18.668.000» denuncia un basito Conte che, alla fine dei giochi, lamenterà una perdita di 24milioni del fratello allenatore. Il 2 marzo dello stesso anno tocca all’ex calciatore Patrice Evra, bussare alla porta di Bochicchio per chiedere indietro il denaro investito. Invano. Evra è tra i primi a chiedere di indagare il broker per truffa, invitando i pm romani Alessandro Di Taranto e Gianbattista Bertolini ad ascoltare quanto ha da dire un semplice funzionario dell’inglese Hsbc (Raz Hussein) sul rapporto con la Kidman, del tutto estranea alla prestigiosa banca anglosassone, spregiudicatamente utilizzata come esca per i clienti meno propensi ad avventure finanziarie.

Trentotto vittime

Non solo nessuna risposta arriva alla scrittrice Barbara Prampolini, finanziatrice della Kidman per oltre 3 milioni, ma le utenze «storiche» in uso a Bochicchio risultano dal giugno 2020 staccate. Finale mortificante per una cliente arrivata a sottoscrivere migliaia di azioni Facebook teoricamente molto remunerative. Fra le trentotto parti civili al processo spicca il procuratore sportivo Luca Bascherini, lungamente corteggiato dal broker e infine convinto a investire grazie a un algoritmo che teoricamente «garantiva protezione dalle fluttuazioni del mercato» e, questa la promessa, poteva rendere fino al 20% sugli investimenti. Dopo molte insistenze il procuratore sportivo riceve l’impegno di un rientro dei capitali a giugno 2020. Eluso anche quello. Bascherini ottiene, allora, un decreto di congelamento dei beni dal tribunale di Londra ma è una vittoria che ha il retrogusto di certe sconfitte.

Aperitivi e algoritmi

I cocktail mescolati agli algoritmi aprono a Bochicchio le porte dell’aristocrazia professionale romana. Così il broker stringe amicizia con il luminare osteopata Massimiliano Mariani. Che vola fino a Londra, assieme alla madre Laura Banfi, per visitare la sede della Tiber altro veicolo finanziario di Bochicchio, apprezzandone «il pregevole allestimento nonché gli strumenti di tecnologia di cui i locali disponevano, tra cui molteplici dispositivi di visualizzazione degli andamenti dei principali mercati finanziari globali». L’ambiente gioca a favore dell’intermediario: «Sulla base delle prospettazioni del dottor Bochicchio, la Kyros (società che fa capo alla madre di Mariani, ndr) e Mariani provvedevano a versare gli importi tutti provenienti dalla sua attività professionale» si legge nella denuncia. L’osteopata perderà circa 1milione e 500mila euro nell’avventura finanziaria Tiber.

Medici e calciatori

Cadono nel tranello dei guadagni facili l’architetto Alvaro Tagliabue (con le figlie) e l’odontoiatra Marco Petrilli che scommette 700 euro sugli algoritmi della Kidman, l’uno e l’altro parti civili al processo. Ma ci cade anche Stephan El Shaarawy l’attaccante della Roma che, tranquillizzato dalle parole di Bochicchio, bonifica alla Kidman 6 milioni di euro del fratello Manuel. La difesa del broker, assistito dall’avvocato Gianluca Tognozzi, è semplice: la sua società Kidman era poco più di un club ristretto per pochi investitori. Un’impresa concepita per veicolare pochi buoni affari a un elite di persone. Nel corso del suo interrogatorio con i magistrati il broker rimarca le differenze con il cosiddetto Madoff dei Parioli, Gianfranco Lande, condannato in via definitiva per associazione a delinquere, abusivismo finanziario e ostacolo alla vigilanza, nei primi anni Duemila. La Kidman non era autorizzata a operare per l’Italia puntualizza Bochicchio per dire che i suoi clienti erano esportatori di capitali oltre confine. Ma i pubblici ministeri non gli hanno creduto.

Giuliano Foschini e Andrea Ossino per “la Repubblica” il 28 giugno 2022.

Da una parte c'era «chi si doveva comprare la casa e ha visto sfumare tutto», dall'altra «chi aveva il problema del fisco che gli sta addosso e vuole spostare i soldi a Dubai dalla mattina alla sera». E in mezzo Massimo Bochicchio e quel «grandissimo errore» che finisce per ammettere al telefono quando ormai i creditori gli stanno alle costole: «Ho mecciato strutture estremamente sofisticate io ne ho pagato pegno, la colpa è mia purtroppo non ho valutato correttamente quale era il profilo di chi avevo di fronte». 

Parte da un'intercettazione del luglio 2020, dalla prima ammissione di Bochicchio di investire i soldi in nero di clienti che fuggivano dal fisco, la convinzione degli investigatori che la caccia ai soldi del Madoff dell'Aniene coincida con la ricerca della «provenienza illecita dei patrimoni detenuti all'estero, riferiti anche ad alcuni clienti italiani».

Perché il broker, dice la Finanza, ha mescolato soldi puliti con capitali più opachi. Poi li ha fatti sparire tutti, venendo denunciato dai creditori, o almeno da quelle persone che potevano permettersi di rivelare la provenienza dei loro capitali. Sperava di risolvere i suoi problemi con la giustizia promettendo di restituire fino all'ultimo euro, ma la sua corsa è terminata 9 giorni fa ai margini di via Salaria, contro il muro su cui si è schiantata la sua Bmw.

I segreti, Bochicchio, se li è portati nella tomba. Ma gli investigatori continuano a lavorare per capire di chi fossero quei fondi sospetti e che dove sia finito il denaro. Un'idea se la sono fatta partendo proprio dalle rivelazioni di Bochicchio sul miscuglio di capitali più o meno leciti.

Per spiegare il meccanismo la Finanza sottolinea una conversazione telefonica tra il broker e Davide Lippi, il figlio dell'allenatore campione del mondo, la persona che secondo il mister Antonio Conte «aveva fatto conoscere sto c...o di Massimo Bochicchio a delle persone, agli amici, perché dentro ci stanno persone di un certo livello». 

Davide al telefono vuole informazioni su due conti a lui riconducibili. Bochicchio risponde: «Sono tutti e due conti gestione che sono, uno quello della parte di un modo e quella della parte dell'altro, per capirci ». L'intercettazione continua: «Se vuoi l'altro - dice Bochicchio - è quello della parte ufficiale, per capirci ».

Un'altra conversazione che rivela il dualismo tra capitali "ufficiali" o meno riguarda i fratelli Conte. È il luglio 2020. E Bochicchio dice al telefono: «Antonio il massimo che può avere è che il Fisco italiano gli dice "c'hai questi soldi, hai pagato le tasse a Londra, devi pagare anche queste, non hai pagato, paga la multa e hai finito. Daniele - prosegue l'intercettazione - avrebbe molti più problemi per altre cose infatti lui non io, capito?». Se siano millanterie di un uomo disperato o spiragli di verità non è dato sapere. Quel che è certo è che, titolari di fondi "ufficiali" o meno, tutti ripetono la stessa domanda che il mister Antonio Conte ha fatto al numero uno del Coni, Malagò: «Giovanni questo qua i soldi dove ca...o li ha messi?».

Malagò non lo sa. La Finanza sì, almeno per quanto riguarda il denaro "non ufficiale": «La provenienza illecita di parte dei capitali raccolti da Bochicchio da alcuni clienti italiani», scrivono gli investigatori, è stata impiegata «in mercati finanziari dislocati in diversi Paesi - Hong Kong, Emirati Arabi, Singapore, Stati Uniti d'America e Regno Unito - utilizzando tecnicalità idonee ad occultare o comunque ad ostacolare l'identificazione degli effettivi beneficiari delle somme di denaro sottratte a tassazione nel territorio dello Stato, attraverso investimenti in strumenti finanziari ad alto rischio, poi allocati in mercati finanziari sia asiatici che in Inghilterra e Stati Uniti». È qui che i pm stanno dando la caccia al tesoro di Bochicchio.

Fulvio Fiano per il “Corriere della Sera – ed. Roma” l'1 luglio 2022.

Sospesa tra la lealtà al marito e un mondo che le si sgretola attorno, combattuta tra le rassicurazioni dell'uomo e i crescenti segnali di poterci finire assieme nei guai, Arianna Iacomelli, moglie di Massimo Bochicchio, ha vissuto un biennio sulle montagne russe emotive fino alla morte del broker, due settimane fa. 

Nelle fiamme della sua moto sono andati bruciati anche i segreti che custodiva. Quanto della sua vita in picchiata, dopo l'inarrestabile ascesa, Bochicchio aveva condiviso con lei? Un'idea si può ricavare dalle intercettazioni allegate all'inchiesta della procura di Milano, pur avviata alla archiviazione.

Il 10 luglio 2020 parlano di lei Giovanni Malagò e Daniele Conte, il primo, presidente del Coni, grande amico ed estimatore (con molte remore) di Bochicchio («È incredibile, un fenomeno, ma è un pazzo, non mi verrebbe mai nell'anticamera del cervello di investire un euro con lui»); il secondo, fratello di Antonio l'ex Ct della nazionale, suo collaboratore ma lasciato a piedi alla stregua di tanti clienti. La situazione del broker è già complicatissima e Malagò chiede notizie della moglie: «Arianna è preoccupata?».

E Conte: «Le ho ribadito quanto ci tengo alla sua famiglia ma che mi trovo in grossa difficoltà "...questo ha falsificato bonifici, ha fatto delle cose..." e lei dice "ehhh, lo so ma io sono... super... mi fido di mio marito al 100% (...) la nostra vita non è cambiata, anzi mi dice di risparmiare e tutto quanto..."». 

Malagò insiste: «Sì però scusami, qualcosa non torna: è pazzo ma non è un cogl., è un genio del male... se hai una moglie, dei figli piccoli...scappa e va in un paese dove non c'è l'estradizione.. invece stai a Capalbio e domani ti fanno un bucio de c. che la metà basta». 

E Conte: «È quello che ho detto alla moglie...ma non solo legalmente, perché trovi uno squilibrato che magari viene lì e ti dà una botta in testa».

Il timore sembra in parte concretizzarsi quando Arianna Iacomelli riceve telefonate sempre più insistenti di clienti che reclamano i loro soldi. 

Già da settembre 2020 Bochicchio ha cominciato a farsi più accorto. La chiama dall'estero ma la mette in guardia: «Non dire niente, eh». Lei per un po' gli regge il gioco con rispose evasive o false «Dovrebbe tornare nei prossimi giorni, a metà della prossima settimana o al massimo nel prossimo weekend da Hong Kong (il giorno prima ha saputo invece che lui si trova a Madrid, dove lo andrà a trovare, ndr)». Ad ottobre Iacomelli chiama un amico del marito per un aiuto a orientarsi tra le tante spiegazioni che lui le fornisce: «Se io fossi te - le consiglia l'uomo - gli direi "Oh Ma', che c. stai a dì? Riunioni con chi? Con quale banca?».

Poi lei riceve una telefonata inquietante. Un cliente di Bochicchio le rinfaccia che il marito non risponde da settimane, che lui lo ha aspettato sotto casa per 12 ore, la avvisa che «qualcosa succederà» e quando lei si rifiuta di dargli l'indirizzo del cognato, l'uomo ribatte «lo farò cercare». 

Allude a un conto in Svizzera della donna e infine chiede conferma sugli indirizzi di alcuni parenti del marito. Lei resiste ma poi si sfoga con la suocera: «Mi ha fatto una telefonata che non mi è piaciuta per niente... e io non ne posso più.. cioè sinceramente io devo anche rispondere alle persone perché non risponde lui... non è proprio più accettabile. Lui sempre mi dice che torna, certo che torna ora vediamo se arriva in tempo il compleanno dei figli, che ti devo dì... speriamo».

Estratto dell'articolo di Valeria Di Corrado per “il Messaggero” l'1 luglio 2022.

Uno dei dilemmi che attanagliavano i ricchi investitori di Massimo Bochicchio, dopo aver intuito di essere stati da lui truffati, era capire se sua moglie fosse davvero all'oscuro del grande raggiro organizzato dal marito o se fosse in fondo sua complice. 

(...) Ka moglie gli confida di essere preoccupata perché diversi investitori l'hanno contattata non solo telefonicamente, ma anche presentandosi sotto casa. (...) Tu mi hai detto che c'era soltanto Conte e Salvagni (Achille, l'architetto, ndr), e qui non stiamo parlà solo di Conte e Salvagni». 

Il 17 settembre Bochicchio dice alla moglie di trovarsi a Madrid per trovare una soluzione al rientro dei capitali e la invita a raggiungerlo. Difatti, l'indomani la Iacomelli parte per la Spagna e rientra a Roma il giorno dopo. Nei giorni seguenti il marito sparisce di nuovo, non la contatta nemmeno telefonicamente. 

Così, il 7 ottobre, lei chiede un consiglio a un amico comune, Umberto Riccioni Carteni, che lavora nell'ambito dello spettacolo. «Se io fossi nei tuoi panni gli direi: O Ma, che c...o stai a dì? Riunioni con chi? Cioè.. con quale banca?». Poi la avverte: «Il rischio è se parte, capito, un mandato di catt... questo è il problema grave»; salvo poi rassicurarla che, se il marito si trova a Hong Kong, «lì non c'è l'estradizione». 

«Io spero che si sia tenuto un po' di soldi», chiosa l'amico, che le consiglia comunque di «prepararsi al peggio e di vendere quanto possibile per crearsi una provvista». La donna, dal canto suo, gli rivela «di aver già avviato le pratiche per la separazione e che comunque le proprietà del marito sono tutte congelate».

Massimo Bochicchio, la moglie intercettata: svolta sulla morte del broker? Libero Quotidiano l'01 luglio 2022

Massimo Bochicchio è morto lo scorso 19 giugno in un incidente stradale che ha destato non pochi sospetti. Sono noti ai più i passati affari del broker dei vip, tanti dei quali restano ancora avvolti nel mistero, sconosciuti addirittura a sua moglie. Proprio quest'ultima, più volte, ha manifestato la sua rabbia nei confronti del marito. Lo dimostrano alcune intercettazioni da parte della Procura di Milano e pubblicate dal il Messaggero.

"Ho ricevuto una telefonata che non mi è piaciuta – ha confidato la moglie di Bochicchio il 10 ottobre 2020 al socio di suo marito, Rodolfo Errani – Io non ne posso più. Cioè, sinceramente, io che devo rispondere alle persone perché non risponde lui… non è proprio, non è più accettabile. Lui mi dice sempre che torna, quando? Non so." si sente in una di queste intercettazioni. 

La donna aveva inoltre confidato di essere preoccupata perché diversi investitori l'avevano contattata non solo telefonicamente ma anche presentandosi sotto casa. La moglie non reggeva più questa situazione difficile tanto da confessare alla cognata di aver avviato le carte per il divorzio. "Io adesso chiudo tutti i ponti con mio marito, purtroppo. Mi dispiace ma o lui inizia a rispondere alle persone e prendersi le sue responsabilità, perché tutti questi sono incarogniti, perché chiaramente lui non risponde no? Non risponde a nulla, non risponde alla mail, non risponde al telefono. È scomparso così, la gente se la piglia con noi e non va bene. Ti ho aiutato, ti tengo, ti sostengo… adesso non si può più fare. Spende i miei soldi, ha le mie carte di credito, non si deve… cioè è finita. Basta! Imparasse a sopravvivere da solo, come io sto sopravvivendo qua".

·        Il mistero della morte di Fausto Iob.

Il sospetto che non si sia trattato di un incidente. Il mistero della morte di Fausto Iob, aperta inchiesta: il corpo fu trovato dove si cerca Sara Pedri. Elena Del Mastro su Il Riformista il 17 Giugno 2022. 

Tutti a Cunevo lo conoscevano come l’amico dell’orso Baloo per l’incredibile rapporto che era riuscito a istaurare con il mammifero di San Romedio. Fausto Iob è morto, vittima di un tragico incidente una decina di giorni fa. Il suo corpo fu ritrovato il 5 giugno nelle acque del lago di Santa Giustina, vicino alla riva. È quello il lago in cui da settimane sono riprese le ricerche anche del corpo di Sara Pedri, giovane ginecologa forlivense scomparsa il 4 marzo scorso.

Fausto Iob, custode forestale, aveva 59 anni ed era molto conosciuto. Amava il suo lavoro e soprattutto la natura. Il suo corpo senza vita era stato trovato poche ore dopo l’allarme lanciato dai familiari, la sua macchina era stata trovata nella zona di Banco, frazione del comune di Sanzeno, poi sulle sponde del lago di Santa Giustina, era stato ritrovato anche il suo telefono cellulare. Il corpo è stato rinvenuto in una zona molto scoscesa e difficile da raggiungere.

Secondo quanto ricostruito dal Corriere della Sera, Iob il venerdì precedente era uscito nella zona della località Dos de la Val nell’ambito della sua attività di guardia forestale e non era più rientrato. I carabinieri avevano subito avviato le indagini per chiarire la dinamica dell’incidente e hanno effettuato un sopralluogo. Non è infatti ancora chiaro se Iob abbia avuto un malore o sia scivolato. Si sta cercando di ricostruire la dinamica, ma in valle sono stati sollevati dubbi sul fatto che si sia trattato di un incidente. La Procura ha aperto un’inchiesta e la pm di turno ha ordinato l’autopsia. Un atto dovuto per fugare ogni dubbio e cercare di far luce sulla dinamica della terribile tragedia. L’esame autoptico è stato eseguito nei giorni scorsi e ora si attendono i risultati.

L’autopsia aiuterà gli inquirenti a capire le cause della morte, intanto i carabinieri della compagnia di Cles hanno effettuato accertamenti e sopralluoghi per cercare di ricostruire gli ultimi momenti di vita dell’uomo. Iob lascia i figli Valentino e Davide.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Fausto Iob, il custode dell’orso trovato morto nel lago dove è scomparsa Sara Pedri: arrestato il boscaiolo David Dallago. Annalia Dongilli e Dafne Roat su Il Corriere della Sera il 22 Giugno 2022.

Il movente: un carico di legname. Fausto Iob era conosciuto come «l’amico di Baloo» che sapeva parlare con gli orsi. All’inizio si era pensato a una caduta accidentale. 

Diciotto colpi alla nuca, inferti con rabbia e violenza. Aggredito alle spalle e ucciso per un carico di legname, rubato da un boscaiolo. Fausto Iob, «l’amico di Baloo», il custode forestale di Sanzeno che sapeva parlare con gli orsi, diventato famoso per la sua amicizia con il plantigrado di San Romedio, non è morto per una caduta. Dubbi, voci, sussurri. 

In paese da giorni si parlava di quello strano incidente di inizio giugno nel lago di Santa Giustina, lo stesso specchio d’acqua noto alle cronache per la triste scomparsa della ginecologa di Forlì, Sara Pedri, il 4 marzo del 2021. I carabinieri facevano domande, per giorni sono stati sentiti testimoni, residenti, poi i sospetti e, nelle ultime ore, la svolta delle indagini. I militari del nucleo investigativo del comando provinciale di Trento e i colleghi di Cles lunedì sera hanno arrestato un giovane boscaiolo di Mollaro, in valle di Non, David Dallago, 37 anni, padre di una bimba piccola e titolare di un’azienda specializzata nell’abbattimento e nella vendita di legname. Sarebbe stato lui a uccidere il custode forestale di 59 anni, scomparso il 3 giugno scorso. Il corpo di Iob era stato trovato due giorni dopo nelle acque del lago, vicino alla riva, in un’area molto scoscesa. L’auto era parcheggiata nella zona di Banco, frazione del comune di Sanzeno, poi sulle sponde del lago era stato trovato il cellulare. Era lontano dal corpo, per questo si sta cercando di capire se Iob sia stato spostato.

I punti oscuri

Sono tanti i particolari sui quali i carabinieri stanno cercando di far luce e l’arma del delitto non è ancora stata trovata. Alcuni strumenti di lavoro del boscaiolo sono stati sequestrati, ma manca ancora il martelletto utilizzato dalla guardia forestale per segnare le piante da tagliare. Un particolare questo che aveva subito insospettito gli investigatori. Poi c’erano le lesioni alla nuca, incompatibili con una banale caduta nel bosco, e anche gli abiti di Iob erano intonsi. I primi dubbi hanno spinto la pm Licia Scagliarini ad aprire un’inchiesta e a disporre l’autopsia che non ha lasciato dubbi sulla natura dolosa delle lesioni. I carabinieri hanno così ricostruito, ora dopo ora, gli ultimi giorni di vita di Iob. Il custode stava lavorando in un cantiere boschivo, era stato proprio lui a consigliare Dallago al Comune di Sanzeno per le operazioni di esbosco. Il 2 giugno Iob aveva incontrato Dallago, era al volante del suo camion e stava andando nella direzione opposta alla destinazione prevista. Stava portando il carico di legname altrove, Iob aveva capito. «Restituisci la legna», gli ha detto. Non lo ha denunciato, forse neppure rimproverato. La sera il custode aveva raccontato ai figli Davide e Valentino quello che era successo. «Era un uomo buono, non si era neppure arrabbiato, gli aveva semplicemente chiesto di rimetterla a posto», spiega ora Valentino.

L’aggressione

Ma il giorno dopo, quando Iob è tornato al cantiere, è accaduto qualcosa. Forse un litigio, il boscaiolo avrebbe aggredito Iob alle spalle e lo avrebbe ucciso. Il trentasettenne già in passato aveva rubato del legname, pare per rivenderlo. Piccoli furti, non si sarebbe certo arricchito. E quando i carabinieri lo hanno sentito dopo la tragedia si sarebbe contraddetto, nelle chiamate intercettate dai militari era molto preoccupato. Tutti elementi che hanno ricomposto un puzzle e hanno portato all’arresto del boscaiolo, ora in carcere con l’accusa di omicidio pluriaggravato e furto. Ieri mattina è stato interrogato al gip Enrico Borrelli ma ha scelto il silenzio.

·        Il Delitto di Ceva: la morte di Ignazio Sedita.

Delitto di Ceva, la cascina e il corpo a pezzi di Ignazio Sedita nascosto in due valigie. Federico Ferrero su Il Corriere della Sera il 14 Giugno 2022.

Siamo nel settembre 1962. In due borsoni vengono ritrovati i resti dell’uomo uscito da pochi giorni dal carcere Torino. 

Francesca Trapani aveva quarant’anni, otto figli ed era già vedova. Abitava una porzione di cascina malconcia a Chivasso, all’inizio di via Cappuccini: nel 1962 campeggiava verso la strada l’insegna «Pane, vini e commestibili»; nel retro, progenie e parenti in numero indeterminato si arrabattavano provando a mettere insieme il pranzo con la cena. Nella prosa diffidente e stigmatizzante del 1962, la situazione veniva dipinta così: «La casa dove è avvenuto uno dei delitti più feroci e stupidi è quasi il rudere di una vecchia fattoria, al margine di una città che sta per diventare industriale. Tutto attorno vi sono cantieri e fabbriche, la vita va svelta, la gente ha la febbre di fare, si preoccupa di non restare indietro. Soltanto in queste due stanze, dove abitano i Montalbano, il tempo è fermo e stagna. Qui vi è pigrizia e indolenza: se un piatto cade a terra e si rompe, per giorni nessuno raccoglie i cocci. Letti, brandine dappertutto, valigie che sostituiscono gli armadi. Qui covano rancori e vendette, e c’è sempre un motivo per litigare».

Difficile stabilire quanto il pregiudizio sporcasse o aggiungesse folklore crudele al racconto; certo è che i fatti che avvennero dentro quelle mura non necessitavano di essere conditi da fantasie. La figlia maggiore della signora Trapani, Lucia Montalbano, ventidue anni e aspetto piacente, viveva col resto della famiglia. Non con il marito, Ignazio Sedita, di sei anni più grande, perché costui aveva l’abitudine di commettere reati e di farsi scoprire. Del resto, già il padre di lui era morto in prigione, ammazzato da un compagno di cella. I due ragazzi si erano conosciuti quando ancora Lucia viveva a Caltabellotta e lui ad Agrigento; una volta emigrata a Chivasso, lui l’aveva — per quanto possibile — seguita. Durante l’ultima detenzione, maturata nel 1959 per una rapina a Empoli, Sedita era stato informato da alcuni sodali di prigionia che la sua Lucia ingannava l’attesa intrattenendo rapporti non opportuni con altri uomini. Soprattutto con uno, tale Giuseppe La Bella, su cui pendevano due aggravanti: era minorenne e suo cugino primo.

Il 19 settembre 1962, da poco uscito dal carcere di Cattolica Eraclea, Sedita era tornato a Chivasso dalla moglie. Quella stessa sera, secondo il racconto di Lucia, «Ignazio si è presentato a casa per ricongiungersi con noi, abbiamo cenato tutti insieme. Siamo andati a dormire ma, alle due del mattino, si è alzato annunciando di voler raggiungere la sua amante e, da quel momento, è scomparso». A ritrovarne il corpo, il giorno successivo, furono alcuni abitanti di Sale Langhe, che scorsero due valigie gettate in un dirupo in frazione San Lazzaro, vicino alla diga di una segheria. Il corpo era stato decapitato e smembrato, e poi chiuso in quei due contenitori.

Quando i giornali dettero notizia del «delitto di Ceva», un tassista di Chivasso — il signor Felice Avagnina — si presentò trafelato dai carabinieri. Raccontò di aver caricato, all’ora di pranzo del 20 settembre, due giovani dal cortile della cascina di via Cappuccini. «Venivano giù dalla scala esterna faticosamente, con due grosse valigie che sembravano pesare molto, legate con una corda. Le abbiamo messe nel baule dell’auto e siamo partiti. Era mezzogiorno». Il tassista aggiunse che i due ragazzi avevano chiesto di essere accompagnati a Ceva e che erano nervosi e silenziosi. Di tanto in tanto, il ragazzo chiedeva di scendere per controllare le valigie nel bagagliaio finché, vedendolo pulire il fondo con dei fogli di giornale, costui aveva spiegato che stavano trasportando del vino, destinato a un loro parente. Poi, la richiesta di sosta in quella borgata vicino a Sale Langhe, lo scarico delle valigie, l’attesa del giovane che si era allontanato, il ritorno a Chivasso e il pagamento della corsa, diciottomila lire.

Arrestati e processati, Lucia Montalbano e Giuseppe La Bella diedero versioni discordanti. Lui l’aveva coinvolta appieno nella dinamica omicidiaria. La donna no, ammise solo che quella sera c’era stato un litigio perché Ignazio, prendendo in giro i fratelli di lei Francesco e Paolo, manovali in un cantiere, aveva detto: «Fare il muratore è troppo faticoso: in carcere ho imparato molte cose, per esempio che mia moglie lavorerà per me sul marciapiede, e staremo bene in due». L’affronto aveva esacerbato gli animi: la mamma di Lucia era fuggita, con i figli più piccoli, a casa di un’altra figlia che viveva in via Ivrea; Giuseppe aveva replicato a Sedita, che l’aveva respinto con la frase fatale: «Tu stai zitto, che vai pure a letto con mia moglie».

Parole che avevano scatenato la furia omicida e, dopo un conciliabolo di famiglia, la brillante idea di smembrare il corpo e di liberarsene. Ci vollero sette processi, undici anni di procedimenti e quattro di detenzione preventiva per stabilire che Lucia Montalbano era colpevole solo di soppressione di cadavere mentre, per l’omicidio del marito, non c’erano prove a sufficienza, nonostante una condanna a 28 anni poi ribaltata in Cassazione. Tornata libera nel 1973, liquidò la faccenda così: «Se qualche colpa ce l’ho, l’ho pagata». L’autore materiale del delitto, non ancora maggiorenne, confessò e prese diciassette anni. Durante i processi, entrambi avevano suggerito che, in fondo, così come Ignazio aveva rapito Lucia per sposarla «come da costume siciliano», anche la fine di Sedita poteva rientrare nel novero delle questioni private, risolte nel chiuso della famiglia, alla maniera casalinga.

·        Il caso di Stefano Siringo e di Iendi Iannelli.

Due delitti e quindici milioni spariti, i pm a caccia del tesoro dell’Onu. Giulio De Santis su Il Corriere della Sera il 10 Giugno 2022.

Dodici milioni scomparsi dalle casse dell’Idlo (International development law organization), organizzazione dell’Onu operativa in Afghanistan, finanziata anche dal ministero degli Esteri. È il tesoro a cui la Procura dà la caccia da dodici anni. Una montagna di soldi spariti tra il 2005 e il 2006 lasciando una sola traccia visibile della loro scomparsa: l’omicidio avvenuto nel 2006 di Stefano Siringo, 32 anni, impiegato del ministero degli Esteri, e di Iendi Iannelli, 26 anni, funzionario dell’Idlo, figura chiave in questa storia piena di misteri mai risolti. È lui a scoprire l’esistenza di un buco nei bilanci dell’organizzazione. Secondo i suoi calcoli manca un milione e mezzo di euro. A quel punto diventa un personaggio da eliminare. Perché, in realtà, i soldi svaniti sono 12 milioni. Per tappare la bocca a Iendi, viene ucciso anche il suo amico, Stefano. I due, entrambi romani, vengono trovati cadaveri in una guesthouse di Kabul il 16 febbraio del 2006. In un primo momento il pm Luca Palamara chiede di archiviare il caso ritenendo che i due ragazzi siano morti per un’overdose di eroina. Che siano stati uccisi, lo stabilisce invece il gip Rosalba Liso, che nel 2014 mette un punto fermo: l’eroina trovata nei corpi di Stefano e Iendi è stata usata per nascondere dei veleni.

Proprio in quel momento parte la caccia al denaro. Il gip Anna Maria Gavoni, a fronte di una richiesta di archiviazione della Procura, ordina di proseguire le indagini. I soldi vanno trovati. Il ladro va smascherato, perché, probabilmente, è il mandante del duplice omicidio. Ma c’è anche un’altra ragione. Negli anni 2005-2006 l’Idlo è stata finanziata anche dal governo attraverso la Farnesina. Il suo obiettivo: creare le strutture di un moderno sistema giudiziario. Alcune spese effettuate dalla Idlo sono avvenute anche a Roma. Tra quelle somme rientrano anche i 12 milioni spariti? Qualcuno sa che fine abbia fatto il denaro?

Le risposte ancora adesso non sono note, anche se l’inchiesta potrebbe essere a una svolta. In questa vicenda una figura chiave, rimasta sempre nell’ombra, è quella di Ivano Iannelli, fratello di Iendi. Ivano ha lavorato alla Unops, organizzazione che all’epoca dei fatti ha fornito alla Idlo il supporto logistico. Ma di lui si sono perse le tracce. La sua ultima reperibilità: Dubai nel 2016. Il suo capo, Gary Helseth, era stato coinvolto (e licenziato) nel 2008 in un’indagine dell’Onu sull’uso disinvolto dei fondi destinati alla ricostruzione dell’Afghanistan. Il padre di Ivano, Gennaro Iannelli, scomparso nel 2012, aveva fatto parte dei servizi segreti. «La verità sulla morte di mio fratello non mi fa dormire la notte» dice Barbara Siringo che, aiutata all’avvocato Luciano Tonietti, in passato ha consentito di chiarire come Stefano e Iendi siano stati uccisi.

·        Il delitto insoluto di Piera Melania.

Il delitto insoluto di Piera Melania, la donna gentile che si offriva in strada. Federico Ferrero su Il Corriere della Sera il 6 giugno 2022.

Per qualche tempo si parlò di serialità. Due settimane prima del fatto era toccato a Maria Augello, una giovane che si offriva sulla statale 10, in direzione Torino. Un anno prima a una sua amica, Daniela Pellissero. Due anni prima, nella zona astigiana solcata dalla statale, identico destino era capitato in sorte a Marina Zaio. Ma il caso di Piera Melania Vico è rimasto un unicum tra i delitti insoluti in Piemonte, perché unica era la vittima e uniche furono le circostanze che la condussero a una morte terribile, per la quale ancora non esistono responsabili identificati.

Piera era nata a Vezza d’Alba e viveva Roccaforte Mondovì. Aveva quarant’anni e, secondo tutti, faceva l’impiegata. Cresceva da sola due figli e ogni mattina, dal lunedì al venerdì, usciva di casa con la sua utilitaria per andare a lavorare dalle parti di Castello d’Annone. Cento chilometri all’andata, altrettanti al ritorno, senza autostrada — la A33 era già in cantiere ai tempi e, dopo altri trent’anni di promesse, oggi non ne esiste che un toc, un pezzo, e chissà se e quando verrà finita —. Si era scelta un posto scomodo per trovare impiego, ma nessuno in famiglia né tra gli amici aveva la più pallida idea di quale professione avesse intrapreso. Piera si fermava nel piazzale di fronte a una discoteca in voga negli anni Novanta, l’Hollywood, uno spazio occupato da una casa cantoniera che le professioniste della strada consideravano — non a torto — strategico per il passaggio continuo di camionisti. Domenica 12 febbraio 1995 il suo corpo venne ritrovato nel cortile di una villa abbandonata a un paio di chilometri da quel piazzale, una casa usata da un signore di Torino solo per le vacanze estive. A casa, avevano segnalato la sua scomparsa nel fine settimana perché, il venerdì sera, non aveva fatto rientro. Piera era stata aggredita nel corso di un rapporto sessuale e accoltellata undici volte. Con una ferocia inspiegabile anche data la nomea che, tra colleghe e clienti, si era guadagnata: lei era «la prostituta buona» per quelle maniere gentile e quell’essere così discreta e riservata da incarnare l’opposto del cliché della donna di strada.

Nessuno si era mai preso la briga di chiederle perché avesse escluso altre possibilità di guadagno, e la domanda sarebbe stata tutt’altro che peregrina: ma è che nessuno sapeva, di quell’attività sottotraccia, lontano dagli sguardi del paese. Dopo quell’esecuzione così barbara, restavano due soli interrogativi: chi, e perché? Dopo un mese di indagini concentrate su clienti più e meno loquaci, i carabinieri annunciarono uno sviluppo clamoroso: a loro avviso, Piera non era stata vittima del raptus omicida di un uomo che la frequentava abitualmente, come ipotizzato nei primi giorni di lavoro sul caso. Ma la sua esecuzione era stata progettata e messa in atto da una associazione per delinquere costituita da un uomo di origine sarda, tale Felice S., e due colleghe di Piera, Tatiana e Lidia. Tre astigiani che conoscevano la vittima, lui perché proteggeva le altre due prostitute, loro perché la incontravano tutti i giorni sul marciapiede. Il movente del delitto sarebbe stato da ricercare nella concorrenza che Piera faceva alle sue, diciamo così, sottoposte: prestazioni a prezzo ribassato che deviavano altrove la clientela. E forse pure nel fatto che la donna rifiutasse di mettersi al servizio del sospettato. La stampa locale dava per chiuso il caso: soprattutto dopo che uscì una notizia davvero inquietante, e cioè che una delle due donne aveva rottamato in tutta fretta la sua automobile, nonostante avesse appena sostituito gli pneumatici, e che i carabinieri avevano sequestrato il mezzo da uno sfasciacarrozze distante decine di chilometri ed era stato trovato del sangue sui sedili.

In attesa del sicuro rinvio a giudizio, invece, pochi giorni dopo arrivò menzione della scarcerazione dei tre sospettati. La magistratura non trovò conferme in quegli elementi dati per certi e riportati dalle cronache, né la procura fu in grado di presentare altri indizi o frammenti di prova che conducessero a una imputazione. Gli avvocati dei sottoposti a custodia cautelare parlarono di un abbaglio collettivo. E così, da un caso pressoché risolto, si tornò al buio più pieno. L’imbarazzo che la scoperta del mestiere di Piera aveva suscitato nella piccola comunità in cui viveva non contribuì certo a mantenere desta l’attenzione sul fascicolo aperto a suo nome. Eppure, ai cronisti arrivati per primi sul luogo del delitto fu detto che, in sede di sopralluogo, era stato trovato un preservativo usato. E che, dalle sommarie informazioni raccolte, pareva che Piera non si allontanasse mai dal piazzale per consumare i suoi rapporti. Insomma: poteva esserci un Dna dell’assassino, capace di condurla in quella casa disabitata per poterla uccidere indisturbato. Se poi il killer aveva certamente agito durante un rapporto — così risultava dai vestiti arrotolati sul corpo e dalle ferite — era poco plausibile si potesse trattare di un protettore di sua conoscenza. Tanto basterebbe per ricominciare a indagare. Già: ma a chi interessa la fine di una prostituta, per quanto buona?

·        Il giallo dell'omicidio di Nevila Pjetri. 

Il giallo dell'omicidio sulle rive del fiume. “Mia moglie si prostituiva? Non ne sapevo niente”: donna ritrovata in lago di sangue, è caccia all’uomo. Vito Califano su Il Riformista il 6 Giugno 2022. 

È caccia all’uomo per individuare il colpevole dell’omicidio di Nevila Pjetri, trovata morta ieri sul greto del torrente Parmigliola a Sarzana, in provincia di La Spezia. Il suo corpo è stato trovato seminudo in un lago di sangue. Ancora nessun indagato per l’assassinio. Sul caso indagano i carabinieri del nucleo investigativo della Spezia e l’Arma territoriale.

La donna aveva 35 anni. Sarebbe stata prima picchiata e poi uccisa con un colpo di pistola di piccolo calibro o con un oggetto contundente piantato dietro all’orecchio sinistro. Avrebbe opposto resistenza all’aggressione e sarebbe stata uccisa in un luogo diverso dal ritrovamento.

Sul corpo sarà eseguito domani l’esame autoptico, dall’anatomopatologa Susanna Gamba, che potrà chiarire le circostanze della morte. La donna era sposata da un anno, risiedeva con il marito in una frazione. Le attenzioni delle indagini sarebbero concentrate verso il mondo della prostituzione. Sull’ipotesi avanzata dagli inquirenti il marito ha detto di non essere al corrente. “A volte tornava tardi, non ero preoccupato”, le parole dell’uomo riportate da Il Corriere della Sera.

L’ultima volta la donna era stata vista mentre saliva su un’automobile la notte prima del ritrovamento. Lo hanno riferito delle amiche: un’automobile bianca. E qualcun altro avrebbe visto un uomo trascinare il corpo verso il torrente. Il testimone però non ha visto ne cosa ne chi, anche perché il posto è molto buio. Sul posto non è stato ritrovato alcun bossolo, di pistola o di fucile, o altre armi.

A scoprire il corpo un gruppo di ragazzi che hanno lanciato subito l’allarme al 112. Acquisite anche le telecamere di sorveglianza della zona per cercare altri elementi utili alle indagini. L’auto della vittima è stata ritrovata, parcheggiata, poco lontano dal luogo del rinvenimento.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.  

Sarzana, la prostituta uccisa e trovata sul greto del torrente: il giallo del foro dietro la testa. Caccia all’auto bianca del killer. Ferruccio Pinotti su Il Corriere della Sera il 6 giugno 2022.

Nevila Pjetri, 35 anni, di origine albanese, è stata trovata sul greto del torrente Parmigliola. Ascoltati i primi testimoni. Ancora mistero sull’arma usata, i carabinieri vagliano le immagini di una telecamera di sorveglianza.

L’hanno trovata poco dopo le 2 del mattino di sabato notte, seminuda, riversa sul greto di un torrente nella periferia di Sarzana (La Spezia), uccisa dopo esser stata picchiata. Nevila Pjetri, di origine albanese, aveva 35 anni ed era residente a Carrara. Era una prostituta e la sera con la sua macchina raggiungeva la zona vicina al torrente Parmigliola dove trovava alcune sue amiche. Lì, sabato sera è salita su una macchina che l’ha portata via. E non è più tornata viva. Il corpo è stato trovato all’altezza del Ponte sul Parmignola, tra Marinella di Sarzana e Marina di Carrara. La compagnia dei carabinieri di Sarzana riferisce al Corriere che il capitano Luca Panfilo, che guida la stazione, lavora a stretto contatto com la Procura di la Spezia sul caso.

Quel piccolo foro dietro l’orecchio

Tutto è cominciato poco dopo le 2 di notte, quando alcuni ragazzi extracomunitari hanno visto un corpo sul greto del torrente. E hanno chiamato i carabinieri. Sul posto, oltre all’Arma di Sarzana anche i militari del nucleo investigativo della Spezia, con il medico legale Susanna Gamba. L’esame esterno del cadavere non ha lasciato dubbi: i lividi sul volto, i graffi sulle braccia e il sangue, tanto sangue, uscito anche da un piccolo foro trovato dietro l’orecchio sinistro. Resta da stabilire se quel foro è stato provocato da una pistola di piccolo calibro oppure da uno strumento a punta come un punteruolo o un cacciavite. Comunque, si tratta di omicidio. E mentre il medico legale dà il nulla osta per il trasferimento del corpo all’obitorio della Spezia, dove domani (martedì) verrà eseguita l’autopsia necessaria per capire come è stata uccisa, i carabinieri sentono i primi testimoni: prima i ragazzi che hanno trovato il corpo poi le amiche di Nevila. Il magistrato di turno apre un fascicolo per omicidio, dà l’incarico all’anatomopatologo e dispone l’autopsia.

Il racconto delle amiche

Le testimonianze delle donne amiche della ragazza albanese sono univoche: Nevila è arrivata con la sua macchina — ritrovata poi non lontano dal luogo dove era il cadavere — e dopo un po’ è salita su un’auto, una utilitaria bianca, guidata da un individuo. Parte subito la caccia all’uomo. I militari, dopo aver posto sotto sequestro la macchina della vittima, acquisiscono i filmati delle telecamere di videosorveglianza di un distributore di benzina che si trova a circa un chilometro dal luogo del ritrovamento del cadavere nella speranza che ci sia incisa l’immagine dell’auto bianca mentre prosegue l’audizione delle testimoni.

Il marito: «Non sapevo si prostituisse»

Uno di questi rivela di aver visto un uomo trascinare qualcosa verso il torrente. Ma non ha visto cosa né chi: quello è un posto particolarmente buio. Senza dubbio, l’omicidio non si è consumato sul greto del Parmigliola. Gli inquirenti ne sono sicuri: accanto al corpo della donna non c’erano bossoli, non c’erano armi bianche, non c’era nemmeno la borsetta o gli abiti di Nevila. La donna ha cercato di difendersi quando è stata picchiata. Quindi probabilmente l’assassino l’ha uccisa in un altro posto, forse direttamente dentro l’auto e poi ne ha trascinato il corpo sul greto del torrente dove Nevila è morta. Il magistrato di turno della Procura di La Spezia ha aperto un fascicolo per omicidio. Nelle scorse ore è stato ascoltato il marito della donna che avrebbe detto di non sapere che la moglie si prostituiva: «A volte tornava tardi, non ero preoccupato», questa la sua laconica dichiarazione agli inquirenti.

Omicidi di Sarzana, indagato un artigiano per la morte di Nevila: possibile legame anche col delitto della parrucchiera trans. Redazione su Il Riformista il 7 Giugno 2022. 

C’è una svolta nelle indagini sull’omicidio di Nevila Pjetri, la prostituta trovata senza vita tra sabato e domenica, alle 2 del mattino, nei pressi del torrente Parmignola, a Sarzana, in provincia di La Spezia.

Un uomo è stato fermato questa mattina nell’ambito delle indagini sulla morte della 35enne albanese. Si tratta di un 32enne residente ad Aulla, di professione artigiano: a lui i carabinieri sono arrivati grazie a un’intensa attività investigativa favorita dalle testimonianze raccolte la notte del ritrovamento del cadavere. Alcune ragazze, amiche di Nevila, hanno detto ai militari di aver visto l’ultima volta la 35enne viva mentre saliva su una macchina bianca alla cui guida c’era un uomo.

Investigatori che non escludono il coinvolgimento dell’uomo anche nel secondo omicidio di Sarzana. Questa mattina gli agenti della Questura di La Spezia hanno rinvenuto nella stessa zona, sul greto del torrente Parmigliola, un secondo corpo senza vita.

La vittima all’anagrafe si chiama Carlo Bertolotti, parrucchiera 43enne e transessuale, sul cui corpo erano presenti evidenti segni di aggressione. La zona in cui le due vittime sono state rinvenute è nota per essere frequentata da prostitute. La scomparsa di Bertolotti era stata segnalata ieri sera ai carabinieri da alcuni conoscenti, che non la vedevano più da diverse ore. A poche centinaia di metri dal cadavere i militari hanno trovato una Ford Fiesta abbandonata, risultata poi intestata alla vittima: al suo interno le forze dell’ordine hanno trovato almeno due bossoli di pistola e alcune tracce di sangue su un tappetino.

Da capire ora il ruolo del 32enne fermato, se abbia compiuto i due delitti perché un killer seriale o magari per far tacere la seconda vittima: Bertolotti potrebbe infatti averlo visto caricare in auto Nevila nei pressi di un rifornimento di carburanti nella zona di Marinella di Sarzana. Entrambe le vittime potrebbero essere state picchiate prima di venire uccise, probabilmente con un colpo di pistola calibro 22.

Per ora comunque, riferisce l’Ansa, l’artigiano è sospettato di aver ucciso ‘solo’ Nevila Pjetri: se però l’autopsia dovesse confermare che Bertolotti è stato ucciso con una pistola calibro 22, potrebbe essergli contestato anche questo secondo omicidio.

Il 32enne al termine dell’interrogatorio è stato formalmente indagato per l’omicidio volontario di Nevile Pjetri. “Il provvedimento – si legge nella nota ufficiale dei carabinieri di La Spezia – è arrivato a conclusione dei riscontri raccolti nel corso delle prime indagini. La vicenda si trova tuttora nella fase delle indagini preliminari“. Nel frattempo proseguono gli accertamenti da parte di carabinieri e polizia sul secondo omicidio “vicenda – conclude la nota – sulla quale sono in corso verifiche su eventuali punti di contatto con il primo omicidio”

Intanto a La Spezia si è svolta l’autopsia sul cadavere di Nevila Pjetri. Il medico legale Susanna Gamba dovrà accertare tempi e luogo della morte ma soprattutto appurare se la ferita dietro all’orecchio sia stata mortale e se provocata da un’arma di piccolo calibro o da uno strumento appuntito.

Proprio in relazione ai “gravi fatti accaduti a Sarzana”, il prefetto della Spezia ha convocato per domani, a Sarzana alle ore 11:30, una seduta straordinaria del Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica alla quale sono stati invitati tutti i sindaci della Val di Magra “al fine di rafforzare l’azione di prevenzione sul territorio”.

Due cadaveri in due giorni a Sarzana, c'è un sospettato. Laura Cataldo il 7 Giugno 2022 su Il Giornale.

Ieri il corpo senza vita di una donna albanese, oggi è stato trovato quello di un uomo transessuale. Gli inquirenti hanno già il profilo dell'ipotetico aggressore.

Il mistero di Sarzana si infittisce sempre di più. Ieri è stato trovato il corpo senza vita di una donna albanese, oggi quello di un transessuale di giovane età. Entrambi presentano alcuni segni di violenza. Potrebbero essere legati.

Il giallo

Il corpo della seconda vittima è stato scoperto mentre gli agenti stavano effettuando dei rilievi sul posto. Nella zona, infatti, era stata trovata senza vita Nevila Pjetri, una donna albanese di 35 anni. Uccisa tra sabato 4 e domenica 5 giugno, il suo corpo era stato lasciato sul greto del torrente Parmigliola. Alcuni militari si erano allontanati qualche metro per cercare altri indizi utili al caso quando, tra Marinella di Sarzana e Marina di Carrara, si sono accorti della presenza di un altro cadavere tra i rovi.

Il corpo di Carlo Bertolotti, martoriato e con evidenti segni di violenza, si trovava dentro una fossa. I carabinieri hanno annunciato che il trans era scomparso da 24 ore ed era già stata presentata la denuncia. Anche in questo caso la pista seguita è il mondo della prostituzione. Gli inquirenti non escludono un collegamento tra i due casi: presumibile che i due omicidi siano stati compiuti dalla stessa persona e con la stessa arma, una calibro 22. Sarà l'autopsia a dare le risposte.

Il sospettato

Nelle ultime ore il cerchio delle indagini si sta stringendo sempre più e secondo alcune indiscrezioni gli agenti starebbero interrogando un uomo. Si tratta di artigiano di circa 44 anni, fermato con l'accusa di aver ucciso sia Nevila, sia Carlo. Sembrerebbe infatti che l'auto trovata vicino alla seconda vittima sia la sua. Il veicolo è una Ford Fiesta grigia, priva di targa. Gli agenti hanno trovato e sequestrato al suo interno due bossoli e hanno analizzato delle tracce di sangue sul tappetino.

Andrea Galli, inviato a Sarzana (La Spezia), per il corriere.it l'8 giugno 2022.

Notorio schiavo della droga, delle risse per motivi banali, delle slot-machine nei bar; e presunto killer delle prostitute. Dopo otto anni di dipendenza e reati per procurarsi i soldi delle dosi (dal 2015 il casellario giudiziario è un elenco di furti, rapine, ricettazioni, agguati perfino nei luoghi frequentati da cliente, come una sala scommesse), Daniele Bedini è stato fermato con l’accusa di aver ucciso Nevila Pjetri, ma l’ipotesi è che abbia assassinato anche Carlo Bertolotti, una trans ufficialmente parrucchiera. 

Gli omicidi sono avvenuti a distanza di un giorno e ottocento metri: sia Nevila che Carlo, 35 e 43 anni, si vendevano alla periferia di Sarzana, in località dei «due laghi», fra piazzole, rifiuti, piantagioni di basilico, topi, rovi e macchine incolonnate per comprare il sesso.

Il pick-up e la Fiesta

Il marito di Nevila, albanese come lei, ha giurato d’ignorare per quale motivo la donna sparisse la sera e tornasse l’indomani, al contrario delle colleghe di Carlo, che ne conoscevano la disperata necessità di soldi per le cure ormonali. Nell’inchiesta della Procura di La Spezia diretta dal magistrato vecchio stampo Antonio Patrono (molteplici le incursioni ai processi per visionare la robustezza del lavoro dei sottoposti), l’impianto accusatorio pare solido.

Le indagini dei carabinieri hanno certificato la presenza del 31enne Bedini nelle ore, tra sabato e domenica, dell’uccisione di Nevila, picchiata e raggiunta da almeno un proiettile dietro l’orecchio. Sarebbe stato proprio lui, Bedini, in condizioni di totale alterazione per la cocaina, il guidatore di un pick-up visto da altre prostitute che lo conoscono essendo un ossessivo frequentatore del luogo.

La pistola del papà

Ma se anche Bedini fosse stato un estraneo, per contrastare le insidie di una vita in strada è acclarata l’abitudine delle medesime prostitute di memorizzare sul cellulare le targhe degli automobilisti che contrattano il prezzo, fanno salire e bordo le amiche e si allontanano. 

Una seconda macchina centrale nelle indagini è la Ford Fiesta grigia di Carlo. I carabinieri, che già sospettavano di Bedini, hanno trovato l’auto prima dell’alba di ieri, a cinque minuti a piedi dal corpo, che potrebbe esser stato trascinato per nasconderlo in  un dirupo e che ugualmente presentava, sia pur meno marcate, tracce di aggressioni e spari.

A bordo della vettura sono stati isolati bossoli e macchie di sangue. I bossoli hanno rimandato a una pistola calibro 22. Il papà di Bedini ne aveva una, sparita da tempo. Si crede l’abbia rubata e imboscata il figlio. 

L’autopsia sul cadavere di Nevila Pjetri ha evidenziato più di una lesione, provocata da pugni e forse oggetti contundenti. Quanto a Carlo Bertolotti, appunto lo scenario non è lineare: poiché il corpo è rimasto a lungo nella sterpaglia, al caldo e in balìa degli animali rispetto al decesso tra domenica e lunedì, i resti non hanno offerto elementi «nitidi». 

La Procura non esclude che Daniele Bedini abbia considerato la transessuale una pericolosa testimone. Forse Carlo aveva visto il pick-up transitare con due occupanti e ripassare con una sola persona; magari Bedini ha pensato che fosse ineluttabile il secondo assassinio.

I carabinieri del comandante provinciale Matteo Gabelloni hanno accelerato al massimo i rilievi - nell’assai delicato equilibrio tra la stessa urgenza ed esami scientifici irripetibili - per il pericolo che cadessero ulteriori morti ammazzati, in una spirale di resa dei conti, una caccia all’eliminazione di veri o presunti testimoni.

Sarzana, l’indiziato dell'assassinio delle due prostitute doveva essere in carcere da mesi. Marco Lignana su La Repubblica l'8 giugno 2022.  

Carrara - Daniele Bedini, l'artigiano 32enne fermato per l'omicidio di Nevila Pjetri e sospettato di aver ammazzato anche Camilla Bertolotti a Marinella di Sarzana, dovrebbe essere in carcere a Massa quantomeno da metà febbraio. Quando la Corte di Cassazione, dopo l'udienza celebrata a dicembre, ha depositato le motivazioni dell'ordinanza che conferma i tre anni di reclusione per una rapina a una sala slot nel 2019. Ma l'ordine di esecuzione della pena è arrivato soltanto ieri: ventiquattro ore dopo l'irruzione dei carabinieri che hanno portato l'artigiano prima in caserma a Sarzana, poi in carcere a La Spezia in attesa della convalida del fermo per omicidio.

Il cortocircuito giudiziario

Se le indagini sugli assassinii delle due prostitute sono ancora in pieno corso - e lo stesso Bedini sostiene che sabato sera è stato "fino alle 3 di notte nel locale "Aisha" sul lungomare di Carrara insieme al mio cane e a due amici, poi sono tornato a casa" - per quanto riguarda il cortocircuito giudiziario e il curioso tempismo della giustizia parlano le carte. L'ordine di esecuzione pena è firmato dalla Procura di Massa. Ma il procuratore capo Piero Capizzoto spedisce la palla su un altro campo: "L'ordine è stato emesso non appena abbiamo ricevuto il relativo fascicolo dall'organo giudicante", che Capizzoto però non vuole citare. L'ultimo "organo giudicante" è la Corte di Appello di Genova, che prima del verdetto della Cassazione aveva confermato la pena di tre anni inflitta in primo grado a Massa. Però a Genova la presidente della Corte, Elisabetta Vidali, che comunque promette "approfondimenti sul caso", sottolinea la "necessaria trasmissione degli atti da parte della Cassazione al tribunale di primo grado", quindi quello Massa. 

"Raccolti gravi indizi sull'artigiano"

Resta il fatto che l'artigiano ora è in carcere a La Spezia, e non a Massa. Il suo legale, Rinaldo Reboa, sta aspettando il decreto di fermo per l'omicidio di Navila, mentre la Procura guidata da Antonio Patrono e i carabinieri diretti dal colonnello Andrea Fabi sono convinti di aver raccolto "gravi indizi sul conto del 32enne". C'è il pick-up bianco intestato alla falegnameria del padre - lavato proprio prima dell'arrivo dei militari - immortalato da una telecamera della zona. Ci sono le ferite sulla nuca e dietro l'orecchio della vittima compatibili con la pistola calibro 22 sparita dalla casa del padre qualche giorno prima, e non ancora ritrovata. Lo stesso tipo di ferite, tra l'altro, presenti anche sul cadavere della transessuale Camilla Bertolotti, scoperto 48 ore dopo, nella cui macchina sono stati trovati due bossoli compatibili, ora analizzati dal Ris di Parma. In entrambi i luoghi del delitto sono spariti portafogli, cellulari, beni di valore e Bedini è stato proprio condannato per rapina: l'ipotesi degli inquirenti è che abbia colpito per soldi.

Il padre: "Aveva smesso con la droga, non è stato lui"

Anche se il padre Stefano, dalla falegnameria, attacca: "Lavorava con me, non aveva bisogno di denaro. E non dipendeva più dalla droga, si era ripulito da oltre un anno. Io lo ho visto negli occhi da "fatto" e da pulito, sono la migliore Scientifica che possa esserci. Non è un assassino, solo un ragazzo che ha avuto dei problemi".

Da rainews.it il 10 agosto 2022.

Evasione lampo dal carcere di Cuneo per Daniele Bedini, il trentaduenne di Carrara accusato di aver commesso due omicidi poco più di un mese fa a Sarzana, in Liguria. L'uomo è fuggito dal Cerialdo ma è stato catturato dopo appena mezz'ora. Bedini, che aveva già tentato di evadere dal carcere di La Spezia e per questo era stato trasferito a Cuneo, è stato bloccato alla stazione, a bordo di un treno in partenza per Fossano. Ricondotto in cella, si trova ora in regime di massima sorveglianza, guardato a vista.

L'uomo, arrestato a giugno per l'omicidio della prostituta albanese Nevila Pjetri e indagato per quello della trans Camilla, entrambi avvenuti a Marinella di Sarzana, avrebbe scavalcato il cortile del passeggio e raggiunto il muro di cinta arrampicandosi sul tetto della palestra. Bedini si sarebbe poi lanciato all'esterno della casa circondariale appoggiandosi su un lampione. L'allarme della polizia penitenziaria è stato immediato e ha fatto scattare subito controlli e posti di blocco in tutta la zona. Dopo mezz'ora l'evaso è stato rintracciato alla stazione dai carabinieri del Nucleo Operativo della Compagnia di Cuneo.

Omicidi Sarzana, Bedini tenta una nuova evasione. Arrestato dopo mezz'ora. L'uomo, che era stato trasferito a Cuneo dopo aver tentato la fuga dal carcere di La Spezia, ora è in regime di massima sorveglianza. su La Repubblica il 9 Agosto 2022

Dopo averci provato a La Spezia, ha tentato di nuovo a Cuneo, ma gli è andata male ancora una volta. È stata un'evasione lampo quella dal carcere per Daniele Bedini, il falegname 32enne di Carrara accusato di aver commesso due omicidi poco più di un mese fa a Sarzana, in Liguria.

L'uomo è fuggito dal Cerialdo, ma è stato catturato in appena mezz'ora grazie alla polizia penitenziaria e ai carabinieri. Come detto, Bedini aveva già tentato di evadere dal carcere di La Spezia e per questo motivo era stato trasferito a Cuneo. 

Oggi, dopo la breve fuga l'uomo è stato bloccato alla stazione, a bordo di un treno in partenza per Fossano. Ricondotto in cella, si trova ora in regime di massima sorveglianza, guardato a vista.

La fuga è avvenuta oggi all'ora di pranzo. L'uomo, arrestato all'inizio di giugno per l'omicidio della prostituta albanese Nevila Pjetri e indagato per quello della trans Camilla, entrambi avvenuti a Marinella di Sarzana (La Spezia), è riuscito a raggiungere la strada con agilità e forza fisica. Come in un film si è arrampicato sul muro di cinta, aggrappandosi ai condizionatori e, dopo essersi appeso a un lampione, si è lanciato all'esterno della casa circondariale.

L'allarme è stato immediato e ha fatto scattare subito controlli e posti di blocco in tutta la zona. Dopo appena mezz'ora, l'evaso è stato rintracciato alla stazione, a bordo di un treno in partenza per Fossano. A riconoscerlo sono stati tre carabinieri del Nucleo Operativo della Compagnia di Cuneo, nonostante il tentativo dell'uomo di fornire false generalità.

Meno scenografico il tentativo di fuga messo in atto a La Spezia: Bedini il 16 luglio legò due lenzuola al muro perimetrale della casa circondariale, che però non ne sostennero il peso. Nove giorni dopo, il 25 luglio, l'uomo fu spostato a Cuneo.

Il tentativo di evasione odierno riaccende le polemiche sulla sicurezza della casa circondariale di Cuneo, dove sono reclusi anche detenuto in regime di 41 bis. Lo scorso 28 luglio le organizzazioni sindacali della polizia penitenziaria hanno incontrato il prefetto, Fabrizia Triolo, per denunciare le gravi criticità in tema di sicurezza e gestione interna del carcere.

Marco Gasperetti per il “Corriere della Sera” l'11 agosto 2022.

Ha provato una seconda volta ad evadere Daniele Bedini, il falegname di 32 anni di Carrara accusato di aver assassinato due prostitute due mesi fa a Sarzana. Un mese dopo aver tentato la fuga dal carcere di La Spezia con il più classico dei sistemi, e cioè due lenzuola legate e attorcigliate, martedì nel penitenziario di Cuneo dove era stato trasferito, ha scelto la via più spettacolare: durante l'ora del pranzo ha attraversato il cortile del carcere, si è arrampicato a mani nude sul muro della palestra, si è aggrappato ai condizionatori, è salito sul tetto, si è lanciato su un lampione e poi si è catapultato fuori dal carcere. Infine, ha raggiunto di corsa la stazione e si è infilato sul primo treno.

Lo hanno arrestato pochi minuti dopo gli agenti della polizia penitenziaria e i carabinieri. E ora Bedini è in una cella di isolamento guardato a vista e probabilmente sarà trasferito in un'altra prigione: oltre ai procedimenti penali per i due omicidi di cui è sospettato (lui tramite il suo avvocato si è sempre dichiarato innocente), dovrà affrontare per due volte un processo per evasione. 

Il numero due. Quasi un 'ossessione nella vita di questo giovane accusato d'essere un assassino freddo e spietato, capace di rubare la pistola custodita dal padre Stefano, piccolo imprenditore che ha messo su un'azienda di falegnameria a Carrara, per sparare senza pietà a Nevila Pjetri, una prostituta di origine albanese, e a Camilla Bertolotti, 43enne transessuale ed ex parrucchiera. Un sospetto doppio omicidio che in qualche modo collimerebbe con la doppia personalità del presunto responsabile. 

Che tutti a Carrara, sino a poco tempo fa, conoscevano come un bravo ragazzo, innamorato dello sport, delle arti marziali (anche per la loro disciplina), della motocicletta, dei tatuaggi maori che aveva sulle braccia come simbolo della forza fisica e mentale. E che sognava una vita da imprenditore del legno sulle orme del padre. 

Il genitore crede all'innocenza del figlio, nonostante le prove schiaccianti, il baratro della droga, della ludopatia, della violenza e una condanna passata in giudicato per una rapina. «Lavorava con me dalla mattina alla sera, non aveva bisogno di soldi, dalla droga era uscito dopo un percorso di disintossicazione a Padova e i clienti hanno sempre detto che era bravissimo», aveva raccontato il padre Stefano poco dopo l'arresto di Daniele convinto, che non fosse lui il killer di Nevila e Camilla. Le indagini però raccontano un'altra verità.

Certo ancora non definitiva, ma gli indizi sembrano esserci. Nella casa di Bedini, a Carrara, sono stati ritrovati i documenti ed alcuni effetti personali di una delle vittime e i proiettili che hanno ucciso Camilla e Nevila sono compatibile con la pistola rubata al padre e mai più trovata. 

Il babbo di Daniele, che il furto aveva denunciato, è ancora oggi convinto che i responsabili siano ladri professionisti, perché l'arma era custodita in un luogo molto sicuro, quasi inviolabile. Gli investigatori, invece, hanno pochi dubbi: è stato Daniele a rubare la calibro 22 e ha ucciso per soldi.

Nel 2019 Daniele Bedini aveva rapinato a mano armata una sala giochi e per quel reato, dopo il verdetto della Cassazione, avrebbe dovuto trovarsi in carcere al momento dei due omicidi dei quali è sospettato, ma per un ritardo delle procedure giudiziarie era ancora a piede libero. Si parla anche di un presunto tentativo del giovane falegname di accaparrarsi l'incasso di un bar sfondando con un pugno una parete di cartongesso. Cosa non impossibile per un «palestrato» come Daniele, conoscitore delle arti marziali. 

Ma ancora una volta ecco apparire i due Daniele. Il primo descritto dai vecchi amici come un ragazzo per bene, che frequentava con successo l'Istituto tecnico commerciale di Carrara. L'altro oscuro, caduto nel baratro della droga dopo una delusione d'amore. Quale abbia avuto il sopravvento sarà la giustizia a stabilirlo. Una volta per tutte.

 I femminicidi di Sarzana e Vicenza potevano essere fermati: la bancarotta della giustizia che non difende le vittime. Carlo Bonini su La Repubblica il 10 Giugno 2022.

Daniele Bedini avrebbe dovuto cominciare a scontare tre anni per rapina aggravata, Zlatan Vasilijevic avrebbe potuto e dovuto essere allontanato dal suo nucleo familiare originario.

In un desolante incrocio di destini, si scopre ora che Daniele Bedini, indagato a Sarzana per duplice omicidio, e Zlatan Vasilijevic, autore del duplice femminicidio di Vicenza, avrebbero potuto e dovuto essere nelle condizioni di non nuocere.

Il primo, dal febbraio scorso, avrebbe dovuto cominciare a scontare una pena detentiva di tre anni in forza di una condanna definitiva per rapina aggravata.

"Un'esecuzione". Spunta il video di Sarzana: l'orrore del killer. Laura Cataldo il 10 Giugno 2022 su Il Giornale.

Colpo di scena nel duplice omicidio di una prostituta albanese e una ragazza trans. Pare che gli ultimi istanti di vita dell'ultima vittima siano stati filmati da una telecamera di videosorveglianza.

Una telecamera nascosta all'interno di un gazebo avrebbe registrato le immagini che incastrano Daniele Bedini uccidere Nevila Pjetri a colpi di pistola. Il massacro è avvenuto a mezzanotte e quaranta, tra sabato 4 e domenica 5 giugno tra Carrara e Sarzana.

I video che incastrano il killer

Poco prima di quell'ora le immagini riprendono due persone all'interno di un Fiorino bianco: un uomo e una donna vestita di chiaro. Secondo gli inquirenti si tratta proprio della prostituta albanese trovata poi cadavere nel greto di Parmignola. Il giorno dopo, sempre nella stessa zona, tra le campagne, era stato scoperto un altro corpo senza vita, quello della trans Camilla Bertolotti. Da subito gli agenti avevano collegato i due casi che sembravano essere collegati dalla stessa mano omicida.

In queste ore la scientifica sta esaminando l'area dopo aver trovato una microcamera funzionante di uno stabilimento balneare di Marinella di Sarzana. Secondo le prime indiscrezioni pare che le immagini catturate siano molto forti e riprendono gli ultimi istanti di vita di Nevila assieme al suo assassino. Qualcuno parla di "esecuzione" perché pare che la donna sia stata fatta inginocchiare e poi sia stata uccisa a colpi di pistola: due all'altezza della fronte e dell'orecchio sinistro e uno vicino al naso.

Per gli inquirenti non ci sono dubbi che lo stesso killer abbia ucciso anche Camilla 24 ore dopo.

Il veicolo e la scarcerazione

Il pick-up ripreso più volte dal circuito di telecamere è molto simile a quello di Daniele Bedini. Per questo motivo sono stati già effettuati delle analisi dettagliate sul mezzo, anche se era già stato sottoposto a lavaggio interno e esterno. Durante un primo esame il Luminol aveva svelato tracce di sangue nel cofano e nell’abitacolo, ma la difesa aveva commentato: "Sono quelle relative ad una ferita alla caviglia che il mio assistito si è autoprocurato, e che si è fatto medicare al pronto soccorso, il giorno prima del delitto".

Un'altra domanda alla quale si dovrà rispondere è per quale motivo Daniele Bedini fosse a casa nonostante dovesse trovarsi in carcere da febbraio. A seguito di accertamenti interni attivati al tribunale di Massa si è scoperto che la Cassazione aveva convalidato, rendendola definitiva, una condanna a tre anni di reclusione per rapina aggravata. Per questo motivo la procura ha chiesto di poter visionare il fascicolo delle misure cautelari sia alla corte d'appello sia al tribunale di Massa. 

Valentina Carosini per “il Giornale” il 10 Giugno 2022.

Avrebbe dovuto essere già in arresto da 4 mesi Daniele Bedini, il 32enne fermato per l'omicidio di Nevila Pjetri, la donna di origini albanesi uccisa alla Marinella di Sarzana, nello spezzino, e trovata cadavere sul greto del torrente Parmignola domenica scorsa. 

È quanto emerge dalle verifiche in corso in queste ore sul mancato arresto del falegname sospettato per l'omicidio della donna e da ieri indagato anche per la morte, scoperta successivamente, della trans «Camilla», 43enne trovata senza vita a poca distanza dal luogo del primo omicidio.

Bedini avrebbe dovuto scontare una pena di tre anni per una rapina a mano armata in una sala giochi di Massa Carrara, e proprio a Massa sono in corso accertamenti per capire quale disguido abbia impedito l'esecuzione della pena detentiva inflitta. 

Stando a quanto emerso dopo che la Cassazione aveva confermato la condanna nei confronti del 32enne e rinviato gli atti alla Corte d'appello di Genova per l'esecuzione della pena gli atti sarebbero stati trasmessi al tribunale di Massa, ma forse per un ritardo, la successiva trasmissione alla procura non sarebbe arrivata in tempo.

Intanto però è arrivato un secondo avviso di garanzia nei confronti di Bedini, formalmente motivato dagli inquirenti per poter svolgere gli accertamenti del caso sul secondo omicidio scoperto in pochi giorni al confine tra Liguria e Toscana e permettere alla parte e ai suoi legali di partecipare alle perizie. 

Due delitti che hanno scosso il territorio, la campagna appena alle spalle del mare di una delle località più frequentate dai turisti e dalle famiglie nello spezzino. Il dubbio da chiarire è che cosa leghi i due omicidi, quello della 35enne prostituta conosciuta da altre ragazze nella zona, le stesse che avrebbero testimoniato alle forze dell'ordine di aver visto Nevila l'ultima volta mentre saliva su un'auto bianca, per sparire nella notte e non fare più ritorno viva.

A portare a Bedini sarebbero stati i contenuti delle immagini immortalate dalle telecamere di sicurezza della zona: l'uomo è proprietario di un pick up bianco, sotto sequestro e sotto la lente ora degli inquirenti.

Ma i nodi ancora da sciogliere non sono finiti: il primo è quello della pistola. L'arma del delitto non si trova. Sarebbe presumibilmente calibro 22 come quella che ha colpito a morte Nevila, alla fronte e alla nuca.

Oggi il medico legale ha ricevuto l'incarico di effettuare l'autopsia sul corpo di «Camilla», alias di Carlo Bertolotti, uccisa tre notti fa a Sarzana. Solo l'esame autoptico potrà chiarire se a sparare sia stata la stessa pistola in entrambi i casi. 

Non si fermano neanche gli accertamenti affidati agli uomini del Ris sui veicoli, in particolare sulla Ford di Camilla, a bordo della quale sono stati rinvenuti 2 bossoli e una macchia di sangue.

Ieri in giornata gli uomini del nucleo subacquei dei carabinieri di Genova hanno perlustrato ogni tratto del torrente Parmignola. Mancano all'appello ancora gli effetti personali e il cellulare della prima vittima, trovata seminuda e scalza in un canneto a fianco al corso d'acqua. 

Proseguono anche le indagini sulle celle telefoniche della zona e sul telefono del 32enne indagato per entrambi gli omicidi. Dall'esame delle celle gli inquirenti non escludono possano emergere dettagli sulla localizzazione dell'uomo ma anche delle vittime nelle ore dei delitti. Oggi in giornata intanto è atteso l'interrogatorio di garanzia per la convalida dell'arresto.

Scarcerazioni facili: gli ispettori del ministro a Vicenza e Sarzana. Nino Materi l'11 Giugno 2022 su Il Giornale.

Lo sconto di pena a Vasiljevic: "Non commetterà reati". Spuntano un video e una lettera anonima.

Anche questo refrain degli «ispettori inviati dal ministro per fare chiarezza» assomiglia ormai a un protocollo burocratico fine a sé stesso: rituale d'immagine più che di giustizia. È indubbio infatti che, sia nel caso del killer serbo Zlatan Vasiljevic, 42 anni (che a Vicenza ha ucciso la compagna Gabriela Serrano, 32 anni; l'ex moglie Lidia Miljkovic, 42 anni; e poi si è suicidarsi), sia nella vicenda del presunto killer italiano Daniele Bedini, 32 anni (che ha Sarzana è accusato dell'omicidio di due donne e ieri non ha risposto al gip), i giudici abbiano «sbagliato». Pur facendolo nel pieno «rispetto della legge», esattamente come avviene nella stragrande maggioranza dei cosiddetti «errori giudiziari», veri o presunti che siano. E quindi - in mancanza di malafede o dolo da parte del magistrato - l'invio degli ispettori ministeriali disposto dal guardiasigilli finisce quasi sempre in un nulla di fatto. Probabilmente sarà così anche per la visita che gli «007» della ministra Cartabia si accingono a fare nei tribunali di Vicenza e Genova, dove si sono sviluppati i controversi fascicoli penali dei pregiudicati Vasiljevic e Bedini. Nel caso di Vasiljevic, l'«accusa» mossa ai giudici di Vicenza è di averlo arrestato e, troppo presto, rimesso in libertà: una libertà che gli ha permesso di compiere una strage. Inappuntabile, sul piano formale, la replica del procuratore capo: «Non potevamo tenerlo in carcere più di quanto previsto dalla legge. Inoltre, nel disporre la scarcerazione, ci siamo basati sulle relazioni favorevoli dei medici e degli assistenti sociali». Questi ultimi, a loro volta, sostengono che il parere favorevole alla libertà dell'imputato era maturato sulla scorta di un «percorso riabilitativo rivelatosi ampiamente positivo». Peccato che lo Zatlan «riabilitato» dalle istituzioni abbia poi commesso una carneficina, tra l'altro annunciata da una lettera con minacce di morte inviata tre giorni prima della mattanza all'ex moglie. Un cupio dissolvi che ha finito per coinvolgere anche l'ultima compagna del serbo, uccisa prima che lo stesso Vasiljevic si togliesse la vita. Più complesso, sul piano degli «incartamenti», il capitolo-Bedini: l'artigiano carrarese, indagato per i delitti di una prostituta e di una transessuale, sarebbe infatti dovuto finire dietro le sbarre già 4 mesi prima del duplice omicidio. Ma ciò solo se la Corte d'appello di Genova avesse subito dato corso alla condanna a tre anni per una rapina a Massa Carrara. Arresto che invece è stato «procrastinato». I giudici genovesi si dichiarano «innocenti»; che i «colpevoli» siano i loro colleghi di Massa? Risultato: tra un «ritardo» e una «dimenticanza», Daniele Bedini è rimasto a piede libero. Trasformandosi, secondo l'accusa, in un serial killer che ha sparato in fronte alle sue vittime (questo l'esito, ieri, delle autopsie). Testimoni e video lo incastrerebbero. Se e quando gli ispettori del ministero di Grazia e Giustizia finiranno gli accertamenti tra i fascicoli del triangolo giudiziario Vicenza-Genova-Massa, nessuno si ricorderà più delle vittime. E dei loro carnefici. Intanto quattro donne sono state ammazzate. I femminicidi restano un'emergenza nazionale: ieri in Veneto un'altra donna è stata strangolata dal marito, poi suicida. Ma buttare la croce addosso a magistrati, medici e assistenti sociali chiamati ogni giorno a decisioni delicatisssme, non sarebbe corretto. Ma pretendere più efficienza e rapidità in decisioni da cui dipende la sicurezza di tutti noi, questo sì, è un diritto della società.

Come il killer di Sarzana: chi sono i 40 mila condannati ma liberi. Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera il 10 Giugno 2022. 

Sono i cosiddetti «liberi sospesi», condannati definitivi a pene sotto i 4 anni. In attesa della risposta restano sospesi nel limbo di chi né va in carcere né inizia a scontare la pena alternativa.

Magari Sarzana fosse un caso isolato. Magari i contingenti meandri burocratici — che ora il Tribunale di Massa e l’Ispettorato del Ministero cercano di ricostruire per capire come mai non si fosse nemmeno iniziato a mettere in esecuzione la condanna definitiva, tre mesi fa, a 3 anni per rapina di Daniele Bedini (rimasto perciò libero e tre giorni fa assassino poi di Nevila Pjetri e forse anche di Carlo Bertolotti) — fossero un meteorite piovuto sul pianeta giustizia. Invece è solo la scia di una stella cometa (di colpo visibile) di un ordinario firmamento di luci fioche in un limbo che nessuno sa nemmeno quantificare con esattezza tra le 40.000 e le 60.000 persone se si ragiona sulle iscrizioni a ruolo, ma probabilmente quasi il doppio se si considerano quelle ancora persino da registrare.

Sono i cosiddetti «liberi sospesi», cioè quei condannati definitivi a pene sotto i 4 anni, che entro 30 giorni dall’emissione dell’ordine di carcerazione con contemporanea sospensione (primo passaggio ancora nemmeno espletato nel caso di Sarzana), possono chiedere di scontare la condanna non in carcere ma in una misura alternativa alla detenzione come la semilibertà, i domiciliari, o l’affidamento in prova ai servizi sociali; e che però — per lo spaventoso imbuto creato sia dalla farraginosità logistica dei passaggi di fascicoli, sia dal ridotto organico degli appena 230 nevralgici ma sempre snobbati magistrati di Sorveglianza, nonché dai vuoti negli Uffici dell’esecuzione penale esterna (Uepe) — in attesa della risposta restano sospesi nel limbo di chi nè va in carcere nè inizia a scontare la pena alternativa.

Con due micidiali effetti opposti. Se infatti la persona condannata è anche pericolosa, può accadere appunto che il «libero sospeso» ricompia reati, magari ancor più gravi. Ma a fronte di questi condannati miracolati dall’inefficienza statale, sfugge l’opposta sorte di coloro per i quali lo Stato mette in esecuzione la pena a distanza anche di molti anni dalla condanna e di ancora più anni dal reato commesso: cioè quando magari quella ha trovato un lavoro, si è fatta una famiglia, ha insomma ritrovato un equilibrio che paradossalmente viene sbriciolato proprio dalla tardiva espiazione della pena, in una lotteria (nella casualità che spinge o frena un fascicolo piuttosto di un altro) che fa strane dei principi costituzionali dell’uguaglianza (articolo 3) e della finalità rieducativa della pena (articolo 27). Senza nascondersi che ormai, se pure per miracolo in uno schioccare di dita tutte le decine di migliaia di «fantasmi» in attesa venissero valutate a monte, a valle ciò manderebbe in tilt sia le già stracolme carceri (dove finirebbero molte migliaia di loro) sia i già sguarniti uffici dell’esecuzione esterna (alla quale sarebbero ammessi molte altre migliaia di loro).

Su questo tema, ben presente solo a pochi giuristi (ancora un mese fa se ne era profeticamente parlato al Festival della Giustizia di Modena) e a ancor meno politici (come la radicale Rita Bernardini), il cantiere normativo porta una cattiva e una buona notizia. La cattiva è che, per precisi vincoli europei, i 16.500 rinforzi dell’«Ufficio del processo» finanziati dai soldi del Pnrr possono andare a beneficio solo degli uffici di cognizione (cioè Tribunali e Corti di Appello), e non anche dei giudici di Sorveglianza. La buona è invece che, oltre ad agire sulla informatizzazione per evitare tempistiche di trasmissione ancora da piccione viaggiatore, una parte della legge delega Cartabia trasformerà alcune «misure alternative», oggi di competenza del Tribunale di Sorveglianza dopo i tre gradi di giudizio, in «sanzioni sostitutive delle pene detentive brevi» direttamente irrogabili dal giudice della cognizione già al momento della sentenza di merito. La pena detentiva inflitta entro i 4 anni potrà cioè essere sostituita subito dal giudice con la semilibertà o con la detenzione domiciliare; quella sotto i 3 anni anche con il lavoro di pubblica utilità; quella sotto 1 anno anche con la pena pecuniaria. Queste pene sostitutive non potranno però essere congelate (come oggi le normali pene entro i 2 anni) dalla sospensione condizionale, e potranno essere applicate solo a condizione che favoriscano la rieducazione del condannato e non vi sia pericolo di recidiva.

·        Il mistero di Jessica Lesto.

Giacomo Nicola per “Il Messaggero” il 3 giugno 2022.

Era sepolta in una fossa, sul corpo fango e foglie. Dopo la scoperta del cadavere di Jessica Lesto nei boschi di Aosta la procura ha aperto un fascicolo per omicidio e gli investigatori stanno cercando il marito per ricostruire gli ultimi giorni di vita della 32enne. L'uomo sembra però svanito nel nulla alimentando ulteriormente questo giallo di inizio estate. 

Per risolvere il caso, gli inquirenti vogliono arrivare agli ultimi giorni di vita di Jessica Lesto. La 32enne è stata ritrovata seppellita sull'argine della Dora Baltea ad Aosta. Il fatto che qualcuno l'abbia sotterrata ha fatto aprire un fascicolo per omicidio. È sicuro che quando è morta qualcuno era con lei e ha voluto nasconderne il corpo. E per chiarire cosa sia successo prima, gli inquirenti cercano il marito: l'uomo però potrebbe trovarsi all'estero. Un caso o una coincidenza?

Fonti legate alla Procura, raccontano di un legame fra Lesto e il marito a dir poco turbolento, sfociato anche in una lite davanti alla stazione di Aosta, circa un anno fa. Gli agenti della Squadra Mobile della Questura, cui sono affidate le indagini per omicidio coordinate dalla Procura, si stanno soffermando in particolare su un pezzo della vita di Jessica. 

È relativo alle prime ore del 19 agosto 2021, quando alcuni residenti in corso Battaglione, nel capoluogo, vennero svegliati ed allarmati da urla in strada. Un violento litigio, finito con una ragazza portata in ospedale con ferite al volto, cagionate con un collo di bottiglia rotto da un uomo indicato come nordafricano dalla vittima e da un testimone.

Quella giovane era Jessica e colui che l'aveva ferita, con tutta probabilità il suo compagno di allora (che la giovane, nell'imminenza dell'episodio, non aveva denunciato), era riuscito a fuggire. Sulle indicazioni giunte da quell'episodio, la polizia sta setacciando la vita recente di Jessica, per capire se un altro litigio sia alla base del decesso. Se insomma Jessica questa volta non sia riuscita a difendersi come allora.

La Procura, intanto, ha aperto un fascicolo per omicidio: sul corpo della donna, che risulta morta da tempo, non ci sarebbero segni evidenti di violenza, ma si attende l'esito l'autopsia e degli esami tossicologici per stabilire le cause del decesso. Il fatto che fosse sepolta indica comunque che non era sola. 

Ma chi c'era con lei al momento della sua morte? Il cadavere di Lesto è stato trovato grazie a una segnalazione su cui gli inquirenti mantengono il massimo riserbo. Il corpo della donna si trovava, con ogni probabilità da più di due settimane, in una fossa larga due metri accanto a un accampamento all'addiaccio. L'area non è facilmente accessibile, malgrado si trovi a pochi passi dall'imbocco della ciclabile che da Aosta arriva a Sarre. Insomma non si tratterebbe di una zona di passaggio.

Resta appunto da chiarire il perché la donna sia stata seppellita. Anche per questo motivo la procura indaga per omicidio e occultamento di cadavere, e sta cercando il compagno. Il marito di Jessica Lesto mancherebbe dalla Valle d'Aosta dai primi di maggio. 

Nell'ottobre del 2017, allora 27enne, Jessica Lesto si era allontanata per diversi giorni dalla famiglia che aveva presentato denuncia di scomparsa e rivolto vari appelli in tv per il suo ritrovamento, che avvenne a Torino. «Jessichina». Così la chiamavano gli amici del viale di Aosta in cui è cresciuta Jessica Lesto. Un'infanzia segnata dal non aver mai conosciuto il padre, una ragazza minuta «che probabilmente non aveva pace», una volta diventata più grande.

Proprio i suoi turbamenti interiori l'avevano portata in una delle sue ultime fughe a Torino. Allora erano stati gli appelli della madre a riportarla a casa sana e salva. Questa volta no. La famiglia ha lanciato un appello per rintracciare chi era con lei quell'ultimo giorno. E se qualcuno riconosce gli oggetti lasciati accanto a quel bivacco nei boschi.

·        Il mistero di Stefania Elena Carnemolla.

Fabrizio Caccia e Angela Geraci per corriere.it l'1 giugno 2022.

«Spero che adesso finalmente avrà trovato la pace che cercava», piange al telefono da Marina di Ragusa Giusy Carnemolla, alla notizia della morte di quella che era molto più che una parente per lei, «era un’amica, sensibile e raffinata, che amava fino all’estremo la Sicilia, ma che con la Sicilia si era scontrata molte volte». Sta parlando di Stefania Elena Carnemolla , 53 anni, scrittrice e giornalista, trovata morta una settimana fa, il 24 maggio, nella sua casa di Podgorica, in Montenegro, dove si era trasferita da tempo. Sulle cause si sta ancora indagando, la Farnesina è in contatto con le autorità locali: omicidio, suicidio, morte naturale?

«Non accettavano la sua omosessualità»

A Marina di Ragusa la notizia arriva in serata con i carabinieri che bussano alla porta di salvatore, commerciante in pensione: «Ora è distrutto povero Salvatore, a dolore si aggiunge altro dolore - racconta la cugina Giusy - Stefania se ne andò più di 20 anni fa, dopo la morte della mamma Lina e la rottura completa dei rapporti con la sua famiglia che non ne accettava l’omosessualità. Cominciò così i suoi vagabondaggi. Ma quella era un’altra Sicilia, per fortuna. Di strada ne abbiamo fatta. Tra pochi giorni qui a Ragusa ci sarà il Gay Pride. Ma per Stefania ormai la Sicilia non esisteva più». 

La scoperta del poema millenario in un armadio

Amava così tanto la Sicilia, Stefania Elena Carnemolla, che quasi 30 anni fa fece una scoperta sensazionale. Il suo autore preferito era Ibn Hamdis, poeta arabo nato a Siracusa nel 1056 e vissuto a Noto, sintesi esemplare dell’incontro tra Oriente e Occidente, fusione naturale di due culture. 

Così scriveva lui della sua terra: «Un paese cui la colomba prestò il suo collare, e che il pavone vestì del manto screziato delle sue piume». Nel 1993, allora, lei che era una semplice studentessa di linguistica e filologia dell’università di Pisa, si mise eroicamente in cerca del manoscritto mai pubblicato del «Divano» di Hamdis, l’unica traduzione completa in italiano del Diwan perduto del grande poeta: una raccolta di 6.089 preziosissimi versi. 

Un’opera importantissima scritta dall’orientalista Celestino Schiaparelli circa cento anni prima, agli albori del ‘900. Giorni e giorni di ricerche in biblioteche e archivi finchè Stefania notò «un plico enorme avvolto in un foglio di carta spessa abbandonato sull’ultimo ripiano in fondo a un vecchio armadio dimenticato, lungo un corridoio dell’università la Sapienza di Roma». Quel malloppo pesante era il manoscritto che cercava. 

Il libro su sua nonna che peggiorò le cose

Fu il primo di tanti successi personali e professionali. Laureata in Lingue e Letterature straniere a Pisa, borsista in Portogallo, in Svizzera, sempre in viaggio per scrivere articoli, libri, reportage. Un saggio su Conrad e il naufragi del Titanic. Nel 2010 il premio giornalistico Raccontare la Biodiversità. Nel 2014 con la tv bielorussa Ont un film-documentario. 

E infine il libro collettivo del 2020 (edizioni All Around) Ai tempi del virus: 100 firme tra sentimenti e realtà per raccontare i mesi della pandemia e le sofferenze del lockdown. Scriveva su Tiscali, era molto presente sui social. Curiosa, vivace, da ogni cosa trovava lo spunto per una storia. Scrisse anche un libro sulla storia della sua famiglia e della nonna materna e questo peggiorò di molto le cose: «Perchè in Sicilia - conclude la cugina Giusy - certe verità non devono diventare di dominio pubblico anche se parlano di donne e di scelte coraggiose. Com’era lei».

·        L’omicidio nella villa del Rastel Verd.

Torino, l’omicidio nella villa del Rastel Verd e il killer fantasma. Federico Ferrero su Il Corriere della Sera il 30 maggio 2022.

Il primo agosto 1968 Odilia Cavallo, figlia di Catterina, tornò a casa, aprì la porta della villa e trovò sua madre morta, con il viso insanguinato.

Stava guardando un film in televisione, «Cronache di poveri amanti», tratto dal romanzo di Vasco Pratolini. Catterina Sibille Cavallo, vedova, 82 anni, era nel salotto della sua casa, conosciuta a Torino come la villa del Rastel Verd, il cancello verde. Una casa all’angolo tra via Pietro Cossa e strada della Pellerina.

Il compagno non ufficiale

Il primo agosto 1968 Odilia Cavallo, figlia di Catterina e di un ginecologo di Rivoli deceduto da tempo, tornò a casa da un fine settimana trascorso con il compagno non ufficiale, perché ai tempi si diceva così, Giacomo Vottero. Aprì la porta della villa e trovò sua madre morta, con il viso insanguinato, ai piedi della scala. Poteva essere una morte accidentale, una caduta fatale a una donna anziana. Invece no: il medico legale, il professor Tovo, stabilì che a uccidere la donna, nonostante l’impossibilità di offrire una certezza assoluta, non fosse stato il fato ma, forse, un oggetto contundente non tagliente che l’aveva attinta al capo, alle braccia e alle gambe. Quelle ferite suggerivano un’altra strada rispetto alla disgrazia: l’omicidio.

Nessun segno di rapina

In assenza di segni di rapina, nella totale latitanza di piste che riguardassero inimicizie o altre potenziali ragioni per ammazzare una signora inerme, i carabinieri puntarono lo sguardo sulla figlia. Le chiesero dettagli sul ritrovamento: lei sostenne che, se davvero non era ruzzolata dalle scale nottetempo perché inciampata o vittima di un malore, sua madre non poteva che essere stata vittima di un ladro scoperto sul fatto.

Accuse e sospetti

L’amico della donna, però, mise il suo carico sulle indagini. Raccontò che i rapporti tra mamma e figlia erano tesi e litigiosi. E che sì, era vero che i due erano insieme al casinò di Saint Vincent, la sera del 31 luglio, ma che per parecchie ore si erano persi di vista prima di ritrovarsi, pernottare, tornare a Torino e scoprire il cadavere della povera signora. Vistasi attaccata, la figlia reagì dicendo che, a parte lei, l’unico ad avere le chiavi della casa in cui viveva con la madre era proprio lui.

Ma che famiglia era?

Le indagini approfondirono lo stato di famiglia di Odilia: sua sorella, Adriana, medico, era morta di leucemia due anni prima. Suo fratello, Roberto, viveva a Roma e faceva il pilota per l’Alitalia. Lei era nubile, frequentava uomini e, su tutti, si era invaghita di quel Giacomo, ex rappresentante di commercio e poi operaio, separato con figli, amante della bella vita.

I conti di famiglia

Scartabellando nella situazione patrimoniale, emerse pure che la figlia aveva dato mandato al suo uomo di occuparsi di un po’ di cose, compresa la ristrutturazione di quella abitazione un tempo bella ma oramai cadente e sinistra, tanto da essere conosciuta in zona come la casa dei fantasmi per l’intonaco ammalorato, le persiane che cigolavano al primo colpo di vento e il vialetto bisognoso di manutenzione.

La causa civile

Spuntò pure una carta che testimoniava la causa civile che la vittima stava intentando al Vottero perché costui, incaricato di vendere un terreno di proprietà Cavallo, si era tenuto una provvigione troppo generosa. Per ripagare antichi debiti, si era giustificato lui. Durante il sopralluogo, vennero sequestrati biglietti scritti a mano dalla vittima con frasi inquietanti, quali «Odilia mi fa paura, Odilia mi ha tirato i capelli».

Una nuova ricostruzione

A fine novembre, venne riesumata la salma e condotta una seconda autopsia. Per il perito settore non sussistevano dubbi: Catterina, un tempo amante dei gialli tanto da diventarne autrice, era stata uccisa ed era vittima di un caso che, probabilmente, avrebbe scritto. Non solo: si accertò che la donna era stata aggredita in pigiama, a letto, e poi trascinata in fondo alle scale per simulare un incidente.

Le accuse reciproche

Altro che disgrazia, altro che ladro: dalla casa, peraltro, non mancava nulla. Il magistrato consigliò a figlia e fidanzato di nominare un legale e di tenersi a disposizione. I due, negli interrogatori, iniziarono a lanciarsi accuse reciproche. Anche sulla gita valdostana nacquero dubbi: uno dei due poteva essere tornato a Torino per commettere il delitto, contando sulla copertura dell’alibi della vacanza. L’albergatrice conservava ricordi confusi dei due, non confermò né smentì i loro movimenti.

Il processo mai fatto

Al processo, però, non si arrivò mai. Mancavano elementi sufficienti a sostenere l’accusa e, nel 1970, la procura chiuse il caso perché «opera di ignoti». La condotta di Odilia venne stigmatizzata in più modi: i vestiti sgargianti, un atteggiamento eccessivamente baldanzoso anche nelle ore successive alla scoperta del delitto, una richiesta stramba (domandò a un amico pittore, Martin Marten, un gigantesco ritratto di mamma da piazzare all’ingresso della casa per spaventare il ladro assassino, fosse mai tornato a rubare). Ai giornali, Odilia prese a raccontare che anche sua sorella era stata uccisa, perché «qualcuno ne ha affrettato la fine».

L’arma del delitto

Dagli atti emerse che l’arma del delitto era stata un kurbasch, uno scudiscio in dotazione ai cammellieri. Che la gente del posto — ai tempi era zona eminentemente rurale — chiacchierava di presenze ultraterrene nella villa ma anche, molto più prosaicamente, di un viavai di tassisti che scaricavano uomini. Voci mai accertate. Gli unici a tornare nella villa, prima che venisse tirata giù, i ladri. Portarono via qualche coperta e posate d’argento. Non vennero mai identificati: come succede ai fantasmi.

·        Il Delitto Roberto Klinger.

La pistola, il "paziente sospetto" e il delitto: "Nessuna resistenza". Rosa Scognamiglio il 31 Maggio 2022 su Il Giornale.

Il professor Roberto Klinger, noto diabetologo e medico sociale della "Grande Inter", fu ucciso con tre colpi di pistola nel febbraio del 1992. A trent'anni del delitto, non è ancora nota l'identità del killer.

Tre colpi di pistola. Tanto bastò al killer del professor Roberto Klinger, stimato diabetologo ed endocrinologo di Milano, nonché medico sociale della “Grande Inter” di Helenio Herrera, a siglare uno degli omicidi più enigmatici degli anni '90.

A trent'anni dal delitto, l'assassino non ha ancora un'identità. Anche il movente resta un mistero: dapprima la vendetta di un paziente, poi l'ipotesi di uno scambio di persona. Fatto sta che nessuna delle piste battute dagli inquirenti dell'epoca trovò mai riscontro.

"Furono sparati tre colpi in rapida successione dalla distanza di poche decine di centimetri. Uno di questi in particolare fu sparato da distanza non superiore a 10/12 centimetri. Tutti i proiettili hanno colpito la guancia sinistra della vittima a distanza compresa fra 168 e 171 centimetri dal piano plantare. Pertanto non è riuscita a opporre resistenza all’omicida", spiega alla nostra redazione Pietro Benedetti, perito e consulente balistico di comprovata fama che si occupò del caso.

Chi era Roberto Klinger

Quando il professor Roberto Klinger fu ucciso aveva 67 anni. Di origini austriache, nacque e visse a Milano, città a cui era profondamente legato. Diabetologo ed endocrinologo di fama consolidata, internista alla clinica San Pio X, era noto per essere il medico sociale dell'Inter e del Basket Cantù. Stimatissimo nell'ambiente dell'alta borghesia milanese, Klinger si definiva “un artista prestato alla medicina” dal momento che, nelle ore libere dagli impegni professionali, amava dipingere. Padre di tre figli e marito amorevole, dedicò la sua vita anche alla ricerca in campo medico. Il giorno in cui fu ucciso, all'interno della vettura, fu ritrovata la bozza di un manuale di diabetologia: la sua ultima opera.

L'omicidio

Era il 18 febbraio del 1992. Come ogni mattina prima di andare al lavoro, Roberto Klinger aveva portato a spasso il suo cane. Rientrò in casa poco dopo le 7, un'abitazione al civico 29 di via Muratori, salvo poi riuscire una manciata di minuti più tardi. Non fece in tempo ad accomodarsi nell'auto, una Fiat Panda di colore celeste, che fu freddato con tre colpi di pistola: due al petto e uno al torace. Sul posto accorsero una volante della polizia, gli agenti della squadra mobile guidata dal comandante Filippo Ninni, e la gli esperti della scientifica. Il professore fu rinvenuto riverso su un fianco, con la testa reclinata sul sedile del passeggero e una gamba fuori dall'auto. Segno che il killer non gli aveva lasciato scampo né tempo di reagire. Ma chi poteva averlo voluto morto?

L'arma del delitto

I periti balistici, Pietro Benedetti e Domenico Sarza, stabilirono che l'assassino esplose tre proiettili calibro 7.65 con una pistola Molgora, un'arma modificata per uccidere. Si trattava di un'arma insolita, utilizzata perlopiù negli ambienti della malavita.

"La pistola semiautomatica Molgora è copia della pistola semiautomatica Beretta modello 81 calibro 7,65 Browning, ma è dimensionata per sparare cartucce calibro 8 millimetri a salve che sono prive di proiettile - spiega il dottor Benedetti - La canna della Molgora, realizzata in lega Zama a bassa resistenza, era ostruita e i gas prodotti dalla combustione della polvere fuoriuscivano dai fori praticati nella parte superiore della canna. La ditta Molgora aveva sede a Milano in via Valtorta 38 e ha cessato l’attività. Per sparare le cartucce calibro 7,65 Browning si doveva sostituire la canna e modificare la testa dell’otturatore".

"Ipoteticamente non si può escludere l’impiego di una Beretta modello 81 sulla quale era stata montata, in sostituzione della canna originale, una canna la cui rigatura era stata realizzata con metodi tecnologici diversi da quelli impiegati dalla Beretta. Inoltre il percussore originale dovrebbe essere stato manomesso o sostituito - continua l'esperto - Naturalmente si ritenne fortemente probabile che l’omicidio fosse stato compiuto con una pistola Molgora alla quale erano state apportate le modifiche precedentemente citate. In particolare la rigatura della canna. Numerose pistole Molgora calibro 8 millimetri a salve, che erano di libera vendita, furono dolosamente trasformate in pistole idonee allo sparo di normali cartucce calibro 7,65 Browning. Infatti alcuni omicidi commessi in Lombardia e anche in sud Italia furono commessi con armi a salve modificate per sparare cartucce calibro 7,65 Browning".

Le indagini

Le indagini furono tutt'altro che semplici. Via Muratori era una vecchia via di Milano che, un tempo, conduceva da Porta Romana alle campagne di Boffalora, Castagnedo e Monserchio. Una strada tranquilla, abitata da gente per bene. Quel giorno in cui il professore fu ucciso, un freddo lunedì, c'erano in giro pochissime persone. Gli inquirenti faticarono non poco a trovare qualcuno che potesse aver visto o sentito qualcosa.

Soltanto una studentessa universitaria, che all'ora del delitto era a spasso con il suo cane, riferì di aver udito tre “detonazioni” e di aver visto “un uomo voltato di spalle, alto 1.75, con i capelli ricci e con un giubbotto di colore verde o marrone scuro”, allontanarsi dalla punto esatto in cui si trovava la vettura del professor Klinger - sul marciapiede antistante il civico 49 di via Muratori – verso Viale Friuli. Nei giorni successivi altri due studenti confermarono la versione della ragazza. Purtroppo, però, nessuna delle testimonianze si rivelò utile alle indagini.

Le ipotesi

Tre bossoli di una calibro 7.65 e l'identikit del presunto assassino. Gli inquirenti non avevano a disposizione altri elementi per risolvere l'omicidio. La prima pista battuta fu quella di una rapina sfociata nel sangue. Nelle settimane precedenti al delitto, alcuni residenti di via Muratori avevano segnalato diversi furti messi a segno perlopiù da tossicodipendenti e balordi. Ma non era quello il caso del professor Klinger: il killer aveva agito con la precisione di un cecchino.

La seconda ipotesi fu quella di un “delitto passionale”: venne subito scartata. Il dottore non aveva scheletri nell'armadio ed era ben voluto da tutti. Allora di cosa si trattava? Due giorni dopo l'omicidio alla redazione dell'Ansa e a quella del Corriere della Sera di Milano giunse una lettera firmata dalla Falange Armata, un'organizzazione terroristica attiva in Italia negli anni '90, che rivendicava il delitto sostenendo di averlo fatto per “colpire le attività politiche” della vittima. Ma si trattò di una rivendicazione fasulla dal momento che il professore era estraneo agli ambienti della politica. Dunque non restò che un'ultima possibilità: la vendetta di un paziente.

Il paziente sospetto

La svolta nel caso ci fu due mesi dopo l'assassinio. Un collega del professor Klinger rivelò agli investigatori di avere “forti sospetti” su un paziente, tal Alessandro Luca Pieretti. Costui aveva denunciato la clinica San Pio X sostenendo di essere stato curato male durante il periodo di degenza e chiedendo 3 miliardi di risarcimento per danni. Tra i testimoni a suo favore aveva indicato anche il professor Klinger e, nelle settimane antecedenti al delitto, lo aveva cercato con insistenza al telefono.

Alessandro Luca Pieretti era un medico molto noto: sette specializzazioni, attestati internazionali e prossimo alla laurea in legge. Viveva con la madre in un appartamento alla periferia di Milano in cui stipava decine di armi anche se tutte regolarmente denunciate e, molto tempo prima del delitto, vendute per ordine della Magistratura. Chi lo conosceva bene diceva di lui che fosse un tipo dai “modi bruschi” e che spesso girava con due pistole sotto il camice da lavoro. Un tempo era stato primario del Centro Ortopedico e Traumatologico ma poi, per via di un referto redatto dai medici della stessa struttura che gli avevano diagnosticato un disturbo multiplo della personalità, fu declassato a responsabile dell'archivio medico. Aveva ucciso lui il noto diabetologo?

L'archiviazione del caso

Secondo il sostituto procuratore Claudio Gittardi, coordinatore delle indagini, Pieretti avrebbe avuto motivo di nutrire un forte risentimento nei confronti del professor Klinger, conscio del fatto che costui non avrebbe mai deposto a suo favore nel processo contro la clinica San Pio X. Inoltre la mattina del delitto il medico aveva timbrato il cartellino alle 6.57, un'ora prima del suo solito orario di ufficio. E poi l'alibi era poco convincente. Ci fu poi un testimone, un ragazzo che lavorava nel reparto macelleria di un supermecato in viale Friuli, che rivelò agli inquirenti di aver visto un uomo “grande e grosso” fermo davanti alla casa della vittima sia nei giorni antecedenti al delitto che proprio quella mattina.

Dopo due anni di indagini il pubblico ministero chiese al gip Fabio Paparella l'arresto del dottor Pieretti, che intanto aveva scritto lettere al Papa e al Presidente della Repubblica professandosi innocente.

Finito nel mirino degli inquirenti come unico indagato del caso, Pieretti si rivolse a un noto avvocato del foro di Milano, il dottor Armando Cillario: fu la sua salvezza. Il legale riuscì a dimostrare l'estraneità alla vicenda del suo assistito puntando tutto sullo scambio di persona. Nello stesso condominio in cui viveva il professore infatti, c'era un uomo fortemente somigliante alla vittima – al tempo si parlò addirittura di un “sosia” - il cui figlio si era schierato contro la mafia. Presumibilmente il misterioso killer aveva “sbagliato bersaglio”.

Inoltre Cillario dimostrò che per Pieretti sarebbe stato materialmente impossibile commettere l'omicidio: in primis perché risultò che pressappoco alle 8 di quella mattina il medico fosse in compagnia della fidanzata e della suocera (l'alibi fu confermato) e poi perché ci avrebbe impiegato 52 minuti per percorrere il tragitto da Via Muratori alla casa delle due donne. Infine anche la testimonianza del macellaio e quella della studentessa furono rivalutate. Il suo assisto era di corporatura robusta e zoppicante da una gamba: non avrebbe mai potuto allontanarsi rapidamente dalla scena del crimine.

La tesi del legale fu ritenuta credibile da i giudici della Cassazione che, accogliendo il ricorso in appello dell'avvocato, decisero di non dare seguito alla misura cautelare nei confronti di Pieretti. Nell'agosto del 1995 il caso fu definitivamente archiviato.

Chi ha ucciso il professor Klinger?

A tre anni dall'omicidio giunse alla questura di Milano una lettera anonima in cui il firmatario, allegando al dattiloscritto una fotocopia del ricettario medico del professor Klinger, sosteneva di essere il “vero assassino” e di aver voluto uccidere “quell'anima prava”. L'autore dello scritto non è mai stato identificato.

A trent'anni dall'omicidio restano solo dubbi e sospetti. Chi ha ucciso il noto professore? Marco Klinger, stimato chirurgo plastico e figlio del famoso medico sociale della “Grande Inter”, non ha dubbi: “Una vicenda sicuramente legata a un paziente”, ha dichiarato in una intervista rilasciata a Il Giorno a febbraio 2022. Per certo resta il mistero di un cold case italiano e il ricordo di un uomo perbene che, ancora oggi, è rimasto nel cuore di tutti coloro che lo hanno conosciuto.

Delitto Klinger, trent’anni di mistero. Il figlio: "Il killer? Gli direi di pentirsi". Milano, il grande medico fu ucciso il 18 febbraio 1992. "Una vicenda sicuramente legata a un paziente".  Gabriele Moroni su Il Giorno il 13 febbraio 2022.

Milano, 18 febbraio 1992. La sera prima è stato arrestato l’ingegner Mario Chiesa. Ma il professor Roberto Klinger non vedrà il ciclone di Mani Pulite. La famiglia proviene da Magonza. Klinger, diabetologo e internista di fama, è direttore del servizio di check-up alla prestigiosa clinica San Pio X. Medico sociale dell’Inter (la Grande Inter del presidente Angelo Moratti) fino agli anni Settanta, dal ‘66 capo dello staff medico della Pallacanestro Cantù, si è occupato anche di ciclismo, pugilato, atletica, sci di fondo. Il professore esce alle 7.25 dal condominio al 29 di via Muratori, zona Porta Romana. Percorre a piedi un’ottantina di metri. Sale sulla Panda celeste parcheggiata fra via Muratori e via Friuli. Il killer a volto scoperto non gli lascia il tempo di richiudere la portiera. Tre colpi di 7.65 a bruciapelo, uno alla testa e due al torace, da una pistola Molgora, una scacciacani modificata per uccidere. Il professore muore all’istante. 

Marco, affermato chirurgo plastico, è uno dei tre figli di Klinger.

Roberto Klinger medico.

"Se oggi fosse vivo, la sua figura sarebbe da una parte totalmente estranea al mondo folle di violenza, potere, denaro in cui viviamo; dall’altra sarebbe totalmente attuale. Mio padre aveva fatto di dignità, orgoglio, generosità, fedeltà alla parola data il suo credo. Ecco perché sarebbe attualissimo: perché la nostra società ha bisogno di valori seri, solidi".

Roberto Klinger padre.

"Un punto di riferimento per la famiglia, compresi i miei zii e i miei cugini. Era il capo di una famiglia allargata. Esercitava le sue doti di carisma, intelligenza profonda, cultura senza sopraffare nessuno. Non ti sentivi mai scavalcato".

Chi poteva odiarlo al punto da volerlo sopprimere?

"È avvenuto qualcosa di disarticolato dalla vita di mio padre".

Ucciso per errore?

"Non ho mai creduto all’errore. È stato qualcosa che si è accavallato con la vicenda di un paziente. Qualcosa collegato a un paziente, alla sua storia di vita. Mio padre non c’entrava niente con la politica. La sua vita privata era con noi, in famiglia. Non era un arrivista. Non aveva mai speculato su niente. Il denaro per lui era un mezzo per esercitare la sua generosità e per stare bene, in allegria noi in famiglia. Sono convinto che non sia stato colpito per errore. Mio padre aveva un brutto vizio, se vogliamo dire così: quello di essere un po’ anche il confessore dei pazienti. Era molto tranquillizzante. Forse qualcuno temeva che papà avesse appreso qualcosa di scomodo".

La “vendetta“ di un paziente?

"Più che all’azione diretta penso a qualcosa e a qualcuno legato alla storia di un paziente che aveva avuto a che fare con lui. Mio padre ne aveva visitati migliaia".

Ha conosciuto Alessandro Luca Pieretti, il medico che fu indagato per l’omicidio?

"L’ho evitato a lungo. Anni fa mi ha atteso fuori da una clinica. ‘Marco, mi ha detto, te lo giuro: io non ho ammazzato tuo padre’. Ho avuto come una visione: cosa avrebbe fatto mio padre nella stessa circostanza? La risposta è stata: gli avrebbe stretto la mano. Ho steso la mia. Non siamo diventati amici, ma credo che quella stretta sia stata per lui un sollievo".

All’epoca si parlò di un sosia che abitava nello stesso condominio.

"Una somiglianza molto vaga".

In una lettera al procuratore un anonimo si presentava come l’assassino. Allegava una fotocopia del ricettario del professore.

"Migliaia di visite, migliaia di ricette. Torniamo a quel ‘qualcosa’ collegato alla storia di un cliente. Una ricetta può essere anche riprodotta, contraffatta".

Sono trascorsi trent’anni.

"Sono tanti ma sono anche pochi. Papà è una di quelle persone che anche dopo la morte non se ne vanno o se ne vanno molto lentamente. Ci sono altri che spariscono subito dopo la morte e non perché abbiano vissuto una vita modesta. Papà, in vita, ha piantato tante bandierine verdi che sono rimaste. Tante persone che aveva curato sono scomparse, ma ci sono i figli, i nipoti a conservare il suo ricordo".

Sono mancati la verità giudiziaria e uno sbocco processuale.

"Ho seguito le indagini. Ho apprezzato il lavoro della squadra mobile dell’epoca. Hanno lavorato con intensità. Sono entrati nella vita di mio padre e sono rimasti avvinghiati, come se avessero avvertito il carisma della sua figura. Hanno profuso un impegno non comune. Alcuni mi sono rimasti come amici. In famiglia spesso ne parliamo. Certo non è bene non avere avuto giustizia. Sarebbe stato e sarebbe importante sapere, arrivare alla verità. Questo vale però per il 10 per cento, l’altro 90 è quello che è stato, quello che ha rappresentato mio padre. La figura di Roberto Klinger ha sormontato anche la sua morte, l’ha superata".

Professor Klinger, domanda finale: se potesse comunicare con lui, cosa direbbe all’assassino?

"Sono convinto che non ci sia più. Se fosse ancora vivo, forse gli direi: ‘Hai ancora tempo per pentirti’".

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Il mistero della strage della Stazione di Bologna: E’ Stato la Mafia.

Due Agosto, il 42° anniversario: "Bologna pretende la verità". Mattarella: "Atti vili contro la democrazia".  Eleonora Capelli e Ilaria Venturi su La Repubblica il 2 Agosto 2022.

La commemorazione: la giornata inizia con l'incontro fra istituzioni e famigliari delle 85 vittime. Bolognesi: "E' un momento di memoria ma anche di conoscenza: ricordiamo la sentenza del processo ai mandanti, che ha confermato le nostre intuizioni". Bianchi: "La lunga scia di sangue era diretta a colpire la Bologna antifascista e democratica, ma la città ha tenuto dimostrando di essere partigiana e repubblicana"

Nel cortile di palazzo d'Accursio ha il via la commemorazione del 42esimo anniversario della strage alla stazione, quando una bomba alla stazione di Bologna si portò via 85 vite e ferì 200 persone. Il ministro Patrizio Bianchi incontra i familiari delle vittime. Il presidente della Regione Stefano Bonaccini: "Bologna e l'Emilia Romagna pretendono verità". Il capo dello Stato Sergio Mattarella, nel suo messaggio alla città, definisce la strage "un atto di uomini vili, di una disumanità senza uguali, tra i più terribili della storia repubblicana. Un attacco terroristico che pretendeva di destabilizzare le istituzioni democratiche e seminare paura, colpendo comuni cittadini impegnati nella vita di tutti i giorni".

Tra i familiari delle vittime, con la gerbera bianca al petto, la commozione che si rinnova ogni anno. Racconta Ivan Bonora: "Il 2 agosto 1980 mi trovavo alla colonia estiva, aspettavo mio papà ma purtroppo non arrivò mai, avevo 7 anni. Ogni anno si riapre la ferita, ma sento il bisogno di ricordarlo. La giustizia è lenta ma il suo cammino è inesorabile, siamo in dirittura d'arrivo, i nodi verranno al pettine e presto avremo piena verità".

Il fotoracconto di Michele Lapini (Eikon studio) restituisce le emozioni che la città ha vissuto oggi, 42esimo anniversario della strage alla stazione di Bologna: a partire da quello striscione, "Bologna non dimentica", che è il manifesto della città, al dolore che si rinnova per i parenti delle vittime, alla vicinanza di migliaia di cittadini, all'omaggio ai morti e ai feriti. Momenti intoccabili (il triplice fischio del treno e il minuto di silenzio) e nuove pagine di memoria (le 85 valigie pronte per arrivare "a destino") si intrecciano durante le commemorazioni

La diretta della giornata: il racconto, i video, le immagini

Lepore: "Teniamo i parenti delle vittime vicini al cuore"

"Da settembre Palazzo D'Accursio sarà la sede dell'associazione vittime del 2 agosto - ricorda il sindaco Matteo Lepore, al suo primo anniversario della strage con la fascia tricolore - sarà uno spazio per incontrare l'associazione e le scuole. Tenere vicino al cuore l'associazione e i familiari delle vittime per proteggere chi in questi decenni si è battuto per la verità e la giustizia, troppo recenti i fatti di depistaggio, che hanno visto ancora soffrire chi ha cercato la verità per 42 anni".

Lepore: non girarsi dall'altra parte quando il fascismo si ripresenta"

E ancora il sindaco, dal parco davanti alla stazione: "Ogni grande cambiamento inizia con la scelta di fare la propria parte, è sempre il momento giusto per fare qualcosa di giusto. Saluto i cittadini bolognesi che anche quest'anno sono così presenti e numerosi. Bologna è stata ferita a morte, colpita più volte. Qualcuno mi ha detto: 'Non dobbiamo spaventare le persone, questi argomenti non interessano': ma io dico no, non voglio girarmi dall'altra parte quando il fascismo si ripresenta nelle sue forme, siano essere terrorismo o razzismo, odio, intolleranza".

"Noi abbiamo i nostri morti, ce lo ricorda il sacrario in piazza Nettuno e accanto a loro ci sono i morti della stazione. Ogni anno facciamo di questo dolore un momento di raccoglimento e militanza, scendiamo in piazza da 42 anni e lo faremo finché la storia del nostro Paese, tradita e vilipesa, non sarà riscattata". Lepore ricorda di essere il primo sindaco nato dopo la strage (è nato il 10 ottobre 1980); "Voglio ringraziare i familiari delle vittime, senza le battaglie in solitudine, le staffette, senza i magistrati e gli avvocati, senza la Regione, senza i componenti delle forze dell’ordine, io, noi non saremmo qui. Care cittadine e cittadini, senza i familiari noi non saremmo quello che siamo. Ci batteremo perché la prospettiva non sia negata, abbiamo forze e convinzioni che non si esauriscono, sono passati 42 anni ma non è ancora finita e non ci fermeremo".

Bolognesi: "Serve memoria, ma anche conoscenza"

Paolo Bolognesi, presidente dei familiari delle vittime: "Ogni anno questa è una giornata che coinvolge i parenti, è un momento di partecipazione notevole, in cui vengono ricordate le persone perse, è chiaro che il 2 agosto è un momento di ricordo e memoria però è anche un momento di conoscenza. E' bene che si faccia anche conoscenza, è un anno particolare, c'è stato il processo ai mandanti, che con una sentenza ha confermato le nostre intuizioni. La corte d'Assise - ricorda infatti Bolognesi - ha confermato che la strage è stata organizzata dai vertici della P2, protetta dai vertici dei servizi segreti italiani e messa in atto da terroristi fascisti. Diventa sempre più assurdo voler confondere le acque. Qui dobbiamo ricordare che da 18 anni c'è una legge che è stata licenziata in Parlamento, nell'agosto 2004, che tutela le vittime. Diciotto anni per far funzionare questa legge, ne avevamo una che stava concludendo l'iter, c'era un accordo generale, poi con la crisi di governo si è fermato tutto. In tutto questo iter la solita operazione dei vari ministeri, che sembrano fare i furbetti", accusa il presidente dei famigliari delle vittime.

Bolognesi: "Scavando nelle macerie, ci avete dato forza per cambiare il mondo"

Bolognesi dal palco di piazzale Medaglie d'Oro, davanti alla stazione, cita Pier Paolo Pasolini: "'Lo stragismo è logica bellica al servizio di finalità politiche: il mantenimento del poter nelle mani degli apparati più reazionari'". Il Due Agosto "è stata un'ecatombe, la più efferata strage in tempo di pace dell'Italia repubblicana, su questo selciato avrebbe dovuto giacere per sempre la consapevolezza democratica, la giustizia e la verità". La sentenza di primo grado al processo dei mandanti conferma che "la strage è stata organizzata dalla loggia P2, protetta dai servizi, eseguita dai fascisti". E così "si vanno componendo i pezzi di un enorme puzzle, intrecci che hanno segnato l'intera storia della nostra Repubblica, una nuova verità si è aperta, un fenomeno criminale e sistemico, volto a condizionare la democrazia. Quarantadue anni di processi ci fanno capire che si tratta non solo di storia passata ma di attualità, i reati di depistaggio li hanno commessi nel 2019". E ancora: "Continuare a perseguire giustizia e verità; come fare la propria parte ce lo avete insegnato voi, scavando con le mani nelle macerie ci avete salvato la vita, date forza e aggiungete valore al nostro impegno, un'azione alla volta, una scelta alla volta si può cambiare il mondo. Facendo la propria parte, anche se tutto sembrerà difficile, nulla sarà impossibile".

Bonaccini: "Non c'è democrazia senza verità"

Ma il presidente della Regione Stefano Bonaccini ricorda che l'Emilia-Romagna "è l'unica regione italiana che ha una legge sulla memoria del '900, sappiamo che conoscere il proprio passato è fondamentale per evitare di rivivere le pagine peggiori. Siamo di fianco a voi - si rivolge ai parenti delle 85 vittime - e crediamo nella democrazia e non c'è democrazia fino a quando non si sa la verità sui fatti tragici di questo Paese".

Bianchi: "La città partigiana e repubblicana ha retto"

Il ministro Bianchi partecipa in rappresentanza del governo, "per ricordare a tutti noi come la troppo lunga scia di sangue che attraversato Bologna e ha lasciato tante vittime, tante famiglie, tante piaghe nel nostro cuore, era diretta a colpire la Bologna antifascista e democratica, diga contro il dilagare dei tentativi eversivi. Sono stati tentativi tutti, da Italicus, alla Uno Bianca fino al corpo di Marco Biagi, messi insieme da quell'infame impasto di fascismo, terrorismo, criminalità comune, e istituzioni deviate. Ma la nostra amata Bologna - insiste il ministro dell'Istruzione - ha tenuto e ha dimostrato di essere la città partigiana e repubblicana che è sempre stata, ha insegnato al Paese che la Costituzione, che garantisce i diritti della persona, chiede il dovere della solidarietà. Deve essere la celebrazione della democrazia, come abbiamo resistito e resisteremo a ogni tentativo di eversione. Qui si ricordano le tante vittime delle persone che hanno fatto come scelta di tutelare lo Stato. Ricordiamo insieme, chiedendo verità e giustizia. La scuola è fondamentale, in questa scuola che sta così cambiando, con tanti bambini che hanno storie e colori diverse, noi costruiamo la nuova democrazia. Non c'è democrazia senza verità e giustizia, questa è costruzione di un Paese, dando a tutti i diritti della persona e chiedendo il dovere della solidarietà".

Mattarella: "I famigliari hanno trasformato il dolore in impegno civile"

Nel giorno dell'anniversario della strage il capo dello Stato Sergio Mattarella rivolge il pensiero "anzitutto ai familiari, costretti a patire il dolore più grande, che hanno saputo trasformare in impegno civile, per testimoniare all'intera società che le strategie del terrore mai prevarranno sui valori costituzionali della convivenza civile. L'azione solidale dei familiari merita la gratitudine della Repubblica. La loro tenacia ha sostenuto l'opera di magistrati e di servitori dello Stato che sono riusciti a fare luce su autori, disegni criminali, ignobili complicità. La matrice neofascista della strage è stata accertata in sede giudiziaria e passi ulteriori sono stati compiuti per svelare coperture e mandanti per ottemperare alla inderogabile ricerca di quella verità completa che la Repubblica riconosce come proprio dovere". 

Zuppi: "Chiediamo perdono per ogni complicità con il male"

Dopo il corteo e i discorsi ufficiali in piazzale Medaglie d'Oro, la mesa celebrata dal cardinale Matteo Zuppi nella chiesa di San Benedetto in via Indipendenza. "La strage alla stazione è l'epifania di una logica del male terribile e vigliacca che porta tanti frutti di dolore, chiediamo il perdono per ogni complicità con il male che divide e lasciamoci insegnare da Lui che è venuto tra gli uomini per insegnare la via del bene". 

Nell'omelia anche un pensiero ai parenti delle 85 vittime. La sofferenza dei famigliari "ha significato impegno, è un esempio per tutti perché le tante sofferenze non vengano accettate e diventino definitive. La memoria di quel tragico 2 agosto ha accompagnato anche la solidarietà" di fronte alla mancanza di verità e giustizia, ai "rifiuti di tanti anni - sono quasi 2 generazioni - ma non è possibile arrendersi di fronte al male dell'ingiustizia. Questo ci rende tutti attenti alle tante stragi piccole e grandi, nei conflitti dichiarati e nelle violenze anonime di qualche villaggio sperduto in Africa, le tante infinite stragi che bagnano con sangue innocente la Terra".

I segreti della strage alla stazione di Bologna. Francesco Giambertone su Il Corriere della Sera il 6 marzo 2022.  

Stazione ferroviaria di Bologna, 2 agosto 1980. Il grande orologio in cima al binario si ferma al momento dello scoppio, le lancette bloccate sulle 10,25. Un incidente, dicono i notiziari. Forse una caldaia, o una fuga di gas. Ma si fa strada un terribile sospetto, presto confermato: quello di un attentato terroristico. Sarà il più grave commesso in Occidente nel dopoguerra. Un’altra bomba neofascista: così hanno stabilito le sentenze, e altre ne devono ancora arrivare dopo oltre quarant’anni. La strategia della tensione sembrava essersi fermata nel 1974 con le stragi di Brescia e dell’Italicus, per lasciare il passo al terrorismo rosso e a un nuovo terrorismo nero, diverso da quello precedente. Invece la verità ufficiale sul 2 agosto 1980 è che furono proprio quei giovanissimi eversori ribelli di estrema destra a organizzare l’esplosione. Anche se loro continuano a negarlo. Nel nuovo episodio del podcast «Nebbia» ripercorriamo i misteri e segreti di quella strage.

Sentenze oltre ogni logica. Strage di Bologna, la giustizia come arbitrio. David Romoli su Il Riformista il 10 Aprile 2022. 

Se un redivivo George Orwell si trovasse oggi a passeggiare per Bologna sfogliando qualche giornale sarebbe forse tentato di aggiungere un quarto principio ai tre già illustrati in 1984, “La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza”. Suonerebbe più o meno così: “L’arbitrio è giustizia”. Lo scrittore scoprirebbe per esempio che la Corte d’Assise di Bologna, dopo aver condannato all’ergastolo Paolo Bellini come esecutore materiale della strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, ha inviato al pm i fascicoli di tre testimoni e di tre tecnici della Scientifica per valutare la possibile sussistenza di reati come la falsa testimonianza, la frode in processo penale e il depistaggio. L’uso di provare a far incriminare i testimoni della difesa non è nuovo. Era già stato adottato nel precedente procedimento contro Gilberto Cavallini: chi testimonia per la difesa nei processi per la strage deve stare in campana.

Più innovativo l’invio dei fascicoli dei tre tecnici. Sul banco degli imputati Bellini ci era finito grazie a una intercettazione nella quale il neofascista veneto Carlo Maria Maggi parlava di un “aviere” che portava la bomba. Il nastro era sporco, anche perché la conversazione si svolgeva di fronte alla tv accesa, e i mezzi a disposizione allora non permettevano di ripulirlo. Oggi lo si può fare e i tre tecnici della Scientifica si sono permessi di procedere scoprendo che la parola pronunciata da Maggi era “corriere”. Il problema, disserta la Corte, è che quei tecnici leggono i giornali, lo hanno anche ammesso! Dunque erano al corrente della “pista palestinese”, quella indicata tra gli altri dal presidente del consiglio all’epoca dei fatti Francesco Cossiga, che ipotizzava l’esplosione accidentale durante un trasporto. Per questo nella loro relazione, già severamente censurata dalla Corte per il solo fatto di aver provveduto senza richiesta a ripulire il nastro, affermano che la paroletta incriminata è “corriere”. Inutile dire che della relazione non si è di conseguenza tenuto alcun conto. Capita però che il nastro sia stato trasmesso anche dal Tg3 e chiunque, pur non sapendo niente di bombe, aviatori e trasporti d’esplosivo, può facilmente verificare che Maggi dice senza la minima ombra di dubbio “corriere”.

Se quella relazione non fosse stata cestinata, a carico di Bellini resterebbe una prova sola: il video girato da un turista tedesco il mattino della strage, Harold Polzer, nel quale si vede un uomo senza dubbio somigliante al Bellini di allora. La ex moglie dell’imputato, dopo aver a suo tempo escluso che si trattasse del coniuge, ha poi cambiato idea e assicurato che proprio di Bellini si tratta. Il ripensamento a distanza di decenni potrebbe destare qualche dubbio e così il rifiuto della donna di accettare il confronto in aula col marito, ma si sa, son cose che capitano. Quello che invece capita di rado è che spunti un altro video, più lungo e girato dalla troupe di Punto Radio Tv, nel quale si vede un uomo identico a quello immortalato poco prima dal filmino in super 8 del turista tedesco e vestito allo stesso modo, che si dà da fare, con tanto di paletta in mano per aiutare la polizia, come fosse un poliziotto o un vigile lui stesso, nel caos di fronte alla stazione. Del fotogramma tratto dal video del tedesco la Corte ha tenuto il debito conto. Del video della tv locale invece no.

Di elementi come questo, nel processo contro Bellini come in quelli contro Cavallini e prima ancora contro Mambro, Fioravanti, Ciavardini ce ne sono tanti da riempire un’enciclopedia. Le affermazioni del massimo esperto italiano di esplosivi, Danilo Coppe, perito del Tribunale e non della difesa, secondo cui la perizia sull’esplosivo è completamente sbagliata, il rifiuto di eseguire nuovi test del dna per accertare l’identità della donna senza nome letteralmente polverizzata dall’esplosione, dunque vicinissima all’ordigno, il disinteresse per la scoperta che nell’hotel di fronte alla stazione avevano pernottato due donne con documenti falsi provenienti da un partita adoperata in passato dal gruppo del terrorista Carlos sono solo alcuni degli ultimi elementi in ordine di tempo in questa rassegna ciclopica di come non si dovrebbe amministrare la giustizia.

Nel complesso, peraltro, le diverse sentenze sulla strage sfidano ogni logica e per accreditarle occorre portare la sospensione dell’incredulità a livelli record. Il gruppo condannato per aver organizzato la strage, gli ex Nar, non conosceva Bellini, non è neppure chiaro se fosse al corrente della sua esistenza e supposta presenza a Bologna. Tutto era stato organizzato con gelida e millimetrica precisione dai burattinai, che probabilmente le motivazioni della sentenza indicheranno in Licio Gelli, Umberto Ortolani e Federico Umberto D’Amato, i vertici della P2 e dei servizi segreti in ferale abbraccio. Sono stati indicati dalla procura sulla base di indizi che definire fatiscenti è pochissimo e che comunque non hanno potuto difendersi perché trapassati ma anche perché non è stato ritenuto opportuna dalla Corte la presenza di difensori in grado di confutare, anche solo a futura memoria, la pesantissima accusa. Però cosa ci stessero a fare i militanti dei Nar, che non avrebbero né depositato né consegnato a Bellini la bomba, quella mattina a Bologna non si capisce. Sembra che fossero accorsi sul luogo della mattanza per godersi lo spettacolo.

Chiedersi come sia possibile che una procura e una corte d’assise si comportino in questo modo è inevitabile e forse può correre in aiuto proprio Orwell. Gli slogan del socing, il socialismo inglese, in 1984 non erano solo sinistri giochi di parole. Nell’efferata logica di quel regime quegli slogan avevano un senso preciso e la guerra tra le tre superpotenze che si spartivano il mondo garantiva in effetti una sorta di pace. Non è escluso che i magistrati di Bologna siano sinceramente convinti che responsabili della strage siano i fascisti, forse non i Nar ma comunque qualche area neofascista, ma che purtroppo manchino le prove e sia necessario supplire come si può, trascurando gli elementi scomodi, accreditando quelli a favore della propria ipotesi pur se inconsistenti. L’arbitrio diventerebbe, secondo questa logica perversa, giustizia. Però no, chiamarla giustizia proprio non si può.

David Romoli

Strage di Bologna, condannato il terrorista ex Avanguardia nazionale Bellini. Il Domani il 06 aprile 2022.

Per il sessantottenne la Corte ha stabilito anche il regime di isolamento diurno per un anno. Condanne a sei e quattro anni per gli altri due imputati per depistaggio

Paolo Bellini, ex membro del gruppo neofascista Avanguardia Nazionale, è stato condannato all’ergastolo con un anno di isolamento per la strage di Bologna del 2 agosto 1980. La Corte di assise ha stabilito la pena per il terrorista oggi 68enne.

Per l’accusa è lui il quinto attentatore coinvolto nell’attacco alla stazione di Bologna che causò la morte di 85 persone e oltre 200 feriti. Bellini è in concorso con i quattro Nar già condannati in via definitiva, Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, e in primo grado Gilberto Cavallini. L’uomo è stato imputato dopo che la Procura generale ha avocato l’inchiesta sui mandanti, accusando da morti, quindi non processabili, il capo della P2 Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi.

Al momento della lettura della sentenza di primo grado, Bellini non era presente in aula. Ma la Corte, nel nuovo processo sulla strage di Bologna, ha giudicato colpevoli anche altri due imputati. Sono stati infatti condannati a sei anni per depistaggio l’ex capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel, e a quattro anni Domenico Catracchia, ex amministratore di condomini in via Gradoli a Roma, accusato di aver sviato le indagini con false informazioni al pm. 

L’aula della Corte era gremita di familiari delle vittime che si sono abbracciati quando è stata letta la sentenza. Presenti anche il sindaco della città Matteo Lepore e la vicepresidente della Regione Emilia Romagna Elly Schlein. L’avvocato del collegio di parte civile Andrea Speranzoni ha affermato: «Il primo pensiero alle vittime», sottolineando poi come oggi la Repubblica italiana abbia «una pagina di verità in più».

Ergastolo per Paolo Bellini per la strage di Bologna. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 6 Aprile 2022.  

La sentenza è stata accolta in silenzio, condannati anche ex carabiniere Segatel e ex amministratore via Gradoli Catracchia. Settantasette udienze, oltre cento testimoni ascoltati in aula, un confronto all'americana e diverse decine di verbali, di informative degli investigatori. Una mole di lavoro imponente della magistratura bolognese che parte dalla strage di piazza Fontana per concludersi alle testimonianze raccolte anche di recente tra gli ufficiali di Sismi e Sisde ancora in vita

Nell’aula affollata della Corte di Assise di Bologna è stata letta in un silenzio surreale la sentenza letta dal presidente Francesco Maria Arcangelo Caruso che ha condannato all’ergastolo Paolo Bellini ex esponente di Avanguardia Nazionale per la strage alla stazione del 2 agosto 1980 che fece 85 morti e 200 feriti. In silenzio, con gli occhi carichi di lacrime i parenti delle vittime e i superstiti della strage di Bologna hanno accolto la sentenza. Unica concessione all’emozione un abbraccio e poche parole: “Giustizia è fatta dobbiamo dire grazie alla Procura generale e ai nostri avvocati”. 

Settantasette udienze, oltre cento testimoni ascoltati in aula, un confronto all’americana e diverse decine di verbali, di informative degli investigatori. Una mole di lavoro imponente della magistratura bolognese che parte dalla strage di piazza Fontana per concludersi alle testimonianze raccolte anche di recente tra gli ufficiali di Sismi e Sisde ancora in vita. E’ stata ricostruita minuziosamente la rete dei gruppi eversivi di estrema destra, i rapporti con i servizi segreti, omicidi, attentati e rapine. Protezioni inconfessabili di Bellini, come quella dell’ex procuratore di Bologna, Ugo Sisti.

l’ex procuratore di Bologna, Ugo Sisti

Era stato proprio Aldo Bellini ad accompagnare alla stazione di Reggio Emilia l’allora procuratore capo di Bologna Ugo Sisti, dopo essere stato sorpreso e identificato dalla polizia, la mattina di lunedì 4 agosto 1980 fra gli ospiti dell’albergo Mucciatella della famiglia Bellini. Leggiamo cosa scrisse, nero su bianco il maresciallo della Polizia di Stato in forza alla Uigos di Reggio Emilia, Salvatore Bocchino, nella sua relazione di servizio: «In relazione alla richiesta di questa Procura della Repubblica del 26 febbraio 1982 inerente al verbale relativo alla perquisizione domiciliare effettuata ai sensi dell’art. 41 il 4.8.1980 presso l’albergo dei Bellini nel quadro delle indagini sulla strage della stazione ferroviaria di Bologna del 2.8.1980, si allegano i verbali della Mucciatella e della abitazione di Bellini Guido».

E qui di seguito il poliziotto riferisce l’incredibile circostanza dell’identificazione del dottor Ugo Sisti nell’albergo dei Bellini: “Per quanto riguarda la presenza sul posto dell’allora Procuratore della Repubblica di Bologna dott. Ugo Sisti, si fa presente che mentre il sottoscritto stava perquisendo i piani superiori dell’albergo (il personale era stato diviso in due squadre, una a pianterreno e una ai piani superiori) fu fatto chiamare dalla guardia di PS Campanale Antonio, di questa Squadra Mobile, che aveva bisogno della scrivente in quanto, avendo dato io l’ordine che nessuno poteva lasciare l’albergo senza prima essere identificato, aveva fermato chiedendogli i documenti un distinto signore che disse di essere il dott. Ugo Sisti, Procuratore della Repubblica di Bologna e che il dottor Sisti voleva parlare con un funzionario o chi per esso. Mi presentai al citato signore che mostrandomi un tesserino mi disse chi era e poi mi chiese del perché della perquisizione e se avevamo trovato qualcosa. Gli feci presente che l’operazione di Polizia era ancora in corso e che era da mettere in relazione alla strage di Bologna, avvenuta due giorni prima e che i Bellini avevano un figlio latitante simpatizzante di destra». 

Torniamo al 4 agosto 1980 e alla relazione di servizio del funzionario dell’Uigos di Reggio Emilia relativa alla perquisizione alla Mucciatella: «Il dottor Sisti si congratulò per il modo in cui veniva effettuata la perquisizione, elogiando nel contempo le forze di Polizia e poiché dall’atrio dell’albergo ci eravamo portati fuori, senza che io chiedessi nulla, mi disse che la sera prima stava rientrando a Bologna e che essendo tardi era stato invitato da un avvocato di Reggio Emilia, di cui adesso non ricordo il nome, a fermarsi a Reggio Emilia a prendere un po’ di fresco e si erano portati quindi alla Mucciatella. Poi ci salutammo e poiché era uscito dall’albergo anche Bellini Aldo, finimmo di parlare. Poco dopo l’Aldo Bellini disse alla moglie e alla figlia di continuare ad assistere alla perquisizione in quanto lui doveva accompagnare quella persona alla stazione ferroviaria. Vidi poi il dottor Sisti salire sull’autovettura di Bellini ed insieme si allontanarono».

Il procuratore Ugo Sisti si trovò, comunque, intrappolato in una tenaglia, poiché le indagini su Paolo Bellini non venivano condotte dalla sua Procura, ma da quella di Reggio Emilia dove lavorava un sostituto procuratore con un fiuto straordinario, Giancarlo Tarquini. E Tarquini, utilizzando il metodo poi diventato famoso con Giovanni Falcone nelle sue inchieste di mafia, e cioè quello di seguire i flussi di denaro («follow the money»), delegò – anche in questo delicatissimo caso – una serie di accertamenti patrimoniali, bancari e societari per scoprire cosa poteva legare la famiglia Bellini a quella del potente dottor Ugo Sisti. Le indagini vennero svolte in parallelo sia dalla Polizia Tributaria sia dalla Polizia Politica e dalla Squadra Mobile. Venne ricostruita un po’ tutta la rete di rapporti d’affari tra Guido Bellini, Luciano Ugoletti, don Ercole Artoni e altri personaggi minori.

L’inchiesta condotta dal pm Tarquini e che portò all’incriminazione di Ugo Sisti per i reati di “favoreggiamento” ed “omessa denuncia” in relazione alla sua conoscenza del latitante Paolo Bellini fece emergere degli strani rapporti di natura economica tra Aldo e Guido Bellini e l’ex capo della Procura di Bologna. Sembra, infatti, che i Bellini aiutarono economicamente la sorella di Ugo Sisti, Fernanda, abitante a Falconara Marittima, in provincia di Ancona.

«Il ruolo di Sisti è centrale per inquadrare quello di Bellini e comprendere meglio i livelli più elevati delle responsabilità». Lo sostiene a ragione quindi il magistrato Vito Zincani, uno dei massimi esperti di terrorismo nero in Italia, chiamato in carriera successivamente a occuparsi anche della banda della Uno Bianca e, in Corte d’Assise d’appello, delle nuove Br, condannate per l’omicidio del giuslavorista Marco Biagi. Ex procuratore di Modena fino al 2014, negli anni Ottanta Zincani è stato, insieme a Sergio Guastaldo, giudice istruttore della prima inchiesta sulla strage della stazione di Bologna, firmando la sentenza-ordinanza alla base del primo processo per l’attentato del 2 agosto in 1980, costato la vita a 85 persone e che ha causato oltre 200 feriti.

Zincani rincara le accuse nei confronti dell’ ex-procuratore di Bologna : “Se è vero che i servizi segreti hanno pesantemente depistato le indagini sulla strage, se è vero che tutte le persone coinvolte nell’attentato sono a vario titolo sospettate di avere avuto rapporti con i servizi segreti, come ho tentato di dimostrare nel saggio scritto con altri colleghi che si sono occupati di stragi, pubblicato nel settembre 2019 “L’Italia delle stragi” a cura di Angelo Ventrone, allora va detto che fu il procuratore Sisti ad intervenire in prima persona, sovrapponendosi ai propri sostituti, per sollecitare i servizi segreti ad intervenire nelle indagini sulla strage di Bologna, in seguito mantenendo direttamente con essi, attivamente impegnati a sviare le indagini, i rapporti. Il ruolo di Sisti è dunque centrale per inquadrare quello di Bellini e comprendere meglio i livelli più elevati delle responsabilità. Basti dire che una volta venuta alla luce la sorprendente e in qualche modo inquietante relazione tra il procuratore della repubblica di Bologna Sisti e il latitante Bellini-da Silva, lo stesso ha potuto assurgere ad altri ancor più importanti incarichi“

Paolo Bellini è stato condannato ritenuto quale quinto presunto esecutore dell’eccidio e per lui è stato disposto un anno di isolamento. Condannati anche l’ex amministratore dei condomini di via Gradoli Domenico Catracchia (4 anni) e l’ex capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel, accusati rispettivamente di false informazioni al pm e depistaggio. Bellini è stato dichiarato responsabile dei delitti a lui ascritti, uniti dal vincolo della continuazione e condannato alla pena dell’ergastolo con isolamento diurno per la durata di un anno. L’ ex-capitano Piergiorgio Segatel è stato condannato a sei anni di reclusione oltre al pagamento delle spese processuali e Domenico Catracchia, ritenuta la sussistenza dell’aggravante contestata, è stato condannato a quattro anni di reclusione. 

Gli imputati oggi ritenuti colpevoli sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali ed al risarcimento dei danni conseguenti ai reati a favore delle parti civili sostenute dalle parti civili non beneficiarie di patrocinio a spese dello Stato: Paolo Bellini nella misura del 90%, Piergiorgio Segatel e Domenico Catracchia nella misura del 5%. Bellini e Segatel sono stati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici e in stato di interdizione legale durante l’esecuzione della pena. Catracchia è stato interdetto dai pubblici uffici per la durata di cinque anni.

Paolo Bellini è stato condannato in particolare al pagamento di una provvisionale esecutiva di 100.000 euro in favore delle parti civili che hanno perso un parente di primo grado o il coniuge, di 50.000 euro in favore delle parti civili che hanno perso un parente di secondo grado o un affine di primo o secondo grado, di 30.000 euro in favore delle parti civili che hanno perso un parente o un affine di grado ulteriore, di 15.000 euro in favore di ogni parte civile che abbia riportato lesioni e di 10.000 euro in favore di ogni parte civile che abbia un parente che abbia riportato lesioni.

È questa di fatto la madre di tutte le inchieste sul più grave atto terroristico che l’Italia abbia mai conosciuto nel corso della storia repubblicana, su cui sono tornati ad accendersi i riflettori dopo il fine indagini emesso dalla Procura Generale di Bologna della nuova inchiesta sui mandanti, a carico alla della Primula Nera reggiana, Paolo Bellini, ritenuto esecutore dell’attentato insieme ai Nar, Nuclei armati rivoluzionari: un quadro accusatorio nel quale tornano prepotentemente d’attualità non solo i numerosi tentativi di depistaggio messi in atto subito dopo lo scoppio della bomba, ma anche il ruolo dei vertici della loggia massonica P2, a partire dal Gran Maestro Licio Gelli.

“Mi aspetto la verità, non ero a Bologna il 2 agosto 1980, la signora Bonini può dire quello che vuole. Quel signore non sono io, ha una deformazione fisica che non ho”, aveva dichiarato Bellini all’Adnkronos prima della sentenza. “Sono 40 anni che i giornalisti mi massacrano, ho subito attacchi incredibili contro la mia persona – aveva aggiunto – Capo dei servizi segreti di chi? Cosa? Quando tornavo dal Sud America qui, quelli che dicevano che conoscevo andavano lì. Quando li avrei incontrati? Le prove ci vogliono, non chiacchiere, non illusioni. Credo nei magistrati, ma non in quelli inquirenti, non hanno sentito l’esigenza di farmi una domanda, una sola. E lo so perché, lo sanno anche loro; perché gli avrei smontato tutto in cinque minuti, con dati di fatto“.

Redazione CdG 1947

Strage di Bologna, condannato Paolo Bellini, killer di destra e della ‘ndrangheta. Ergastolo al quinto neofascista processato per le 85 vittime dell’attentato del 2 agosto 1980. La corte d’assise conferma anche i depistaggi di un ufficiale legato ai servizi e dell’immobiliarista di via Gradoli. Paolo Biondani su L'Espresso il 6 Aprile 2022.

Una strage neofascista e piduista. La corte d’assise di Bologna ha condannato all’ergastolo Paolo Bellini, ex terrorista di Avanguardia nazionale poi diventato killer della ‘ndrangheta emiliana, per il terrificante eccidio del 2 agosto 1980, che provocò 85 morti e oltre 200 feriti. I giudici togati e i giurati popolari hanno confermato in toto la ricostruzione della procura generale e degli avvocati dei familiari delle vittime, con la nuova istruttoria che ha identificato Bellini come uno degli autori materiali della strage: l’uomo che ha collocato la bomba nella stazione, che fu devastata dalla spaventosa esplosione.

Per la strage di Bologna sono già stati condannati con diverse sentenze definitive tre terroristi di estrema destra, Valerio detto Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini. In primo grado, nel 2020, è stato giudicato colpevole anche Gilberto Cavallini, l’armiere e tesoriere dei Nar, la più sanguinaria banda neofascista romana.

La corte d’assise ha condannato anche i due imputati per i depistaggi, infliggendo 6 anni di reclusione a Piergiorgio Segatel, ex capitano dei carabinieri legato ai servizi segreti militari, e 4 anni a Domenico Catracchia, l’immobiliarista romano al centro della vicenda dei covi di via Gradoli, accusato di falsa testimonianza.

Tra le prove a carico di Bellini spicca un video che ha fatto crollare il suo alibi. L’ex neofascista era stato inquisito già nelle prime indagini dopo la strage, ma si era difeso sostenendo che quel mattino era a Rimini con l’ex moglie. Che invece nel nuovo processo, in una deposizione drammatica, ha testimoniato che quell’alibi era falso. Decisivo un filmato amatoriale di un turista straniero che ha ripreso l’attentato in diretta, recuperato dagli avvocati di parte civile e analizzato dalla polizia scientifica, che ha confermato la presenza di Bellini in stazione, tra la folla, vicino alla sala d’aspetto dove è esplosa la bomba.

Per i depistaggi successivi alla strage, realizzati per proteggere i terroristi di destra inventando false piste estere (libiche, palestinesi, tedesche), sono già stati condannati in via definitiva il capo della P2, Licio Gelli, morto nel 2015, e due alti ufficiali del Sismi, entrambi affiliati alla sua loggia massonica segreta. La nuova indagine della procura generale ha accusato Gelli di essere stato il mandante dell’eccidio e di averla finanziata personalmente, con soldi rubati al Banco Ambrosiano, versando almeno cinque milioni di dollari ai terroristi neri, attraverso altri piduisti eccellenti come Federico Umberto D’Amato, l’ex capo dell’Ufficio affari riservati, anche lui defunto.

Alla lettura del verdetto erano presenti numerosi familiari delle vittime, al loro fianco il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, e la vicepresidente della Regione, Elly Schlein.

Strage alla stazione di Bologna: ergastolo per l'ex Nar Paolo Bellini

Assente invece Paolo Bellini, che ora rischia quantomeno di vedersi revocare lo status di collaboratore di giustizia, che aveva ottenuto confessando di aver eseguito negli anni Novanta una serie di omicidi per la ‘ndrangheta emiliana.

Esclusivo - Strage di Bologna, ecco le carte segrete di Licio Gelli. Paolo Biondani su L'Espresso il 22 luglio 2020.

I documenti sequestrati al capo della P2 che sono al centro delle nuove indagini sui mandanti dell'attentato.

I soldi sporchi di Licio Gelli: cinque milioni di dollari rubati al Banco Ambrosiano e distribuiti nei giorni cruciali della strage. I conti esteri segreti della super-spia Federico Umberto D'Amato. Le manovre per far sparire i documenti che collegano il capo della P2 all'eccidio di Bologna. I legami inconfessabili tra i terroristi dei Nar e il killer fascio-mafioso Paolo Bellini. E i ricatti allo Stato. Documentati da appunti «riservatissimi» dell'allora capo della polizia Vincenzo Parisi, trafugati dal Viminale e nascosti in un deposito clandestino, insieme a pezzi di ordigni esplosivi sottratti alle indagini sulle prime bombe nere. 

Sono gli ultimi tasselli del mosaico criminale della strage di Bologna, il più grave attentato nella storia dell'Italia repubblicana. Quarant'anni dopo la bomba nera che il 2 agosto 1980 ha ucciso 85 innocenti nella stazione dei treni, le nuove indagini della procura generale hanno identificato, per la prima volta, i presunti mandanti, finanziatori e organizzatori. L'Espresso  pubblica un'inchiesta con i nuovi documenti, intercettazioni e testimonianze che chiamano in causa personalmente il capo della loggia P2, Licio Gelli, morto nel 2015, già condannato per tutti i depistaggi successivi alla strage, il suo tesoriere e braccio destro Umberto Ortolani e il capo dell'Ufficio affari riservati del Viminale, Federico Umberto D'Amato.Al centro delle nuove accuse ci sono carte segrete di Licio Gelli, scritte di suo pugno, che erano state fatte sparire dagli atti del processo per la bancarotta dell'Ambrosiano e ora si possono finalmente rendere pubbliche.  

Questo primo documento è stato sequestrato al capo della P2 nel giorno del suo arresto in Svizzera, il 13 settembre 1982: c'è il numero di un conto di Ginevra, dove Gelli custodiva milioni di dollari sottratti al Banco Ambrosiano, preceduto da un'indicazione: Bologna. Questo «documento Bologna» era stato fatto sparire dagli atti giudiziari. 

Nel prospetto allegato, Gelli ha annotato di suo pugno le cifre e i nomi in codice dei beneficiari dell'operazione Bologna e di altri bonifici collegati: almeno cinque milioni di dollari usciti dal suo conto svizzero in date che coincidono con i giorni cruciali della pianificazione, esecuzione e successivi depistaggi della strage del 2 agosto 1980. La sigla «Zafferano» nasconde lo storico capo dell'Ufficio affari riservati, Federico Umberto D'Amato, iscritto alla P2, che ha incassato 850 mila dollari, secondo l'accusa, come presunto «organizzatore» della strage. 

Questo terzo documento è un «appunto manoscritto» sequestrato a Castiglion Fibocchi il 17 marzo 1981, con la stessa perquisizione che portò a scoprire la lista segreta degli oltre 900 affiliati alla loggia massonica P2: Gelli riassume di aver distribuito, attraverso un fiduciario (M.C.), un milione di dollari in contanti tra il 20 e 30 luglio 1980, alla vigilia della strage, e altri quattro milioni il primo settembre 1980, quando iniziano i depistaggi. Altri documenti e testimonianze collegano questi soldi ai terroristi dei Nar, già condannati come esecutori della strage, e alle false «piste estere» create dagli ufficiali piduisti dei servizi per ostacolare le indagini sui neofascisti. 

Come esecutori della strage di Bologna sono stati condannati, con diverse sentenze definitive, i terroristi dei Nar Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini e, in primo grado, il killer nero Gilberto Cavallini. Le nuove indagini ora identificano il quinto presunto complice, anche lui neofascista, sospettato di aver portato a Bologna l'esplosivo: Paolo Bellini, ex pilota d'aereo e killer della 'ndrangheta, misterioso personaggio collegato a militari dei servizi segreti, magistrati massoni, boss di Cosa Nostra e terroristi neri, compresi gli stragisti dei Nar.

Strage di Bologna: ergastolo per Paolo Bellini, ex Avanguardia nazionale. A stabilirlo la Corte di Assise di Bologna. I parenti delle vittime in aula: «Giustizia è fatta». Il Dubbio il 6 aprile 2022.

La Corte di Assise di Bologna ha condannato all’ergastolo con un anno di isolamento l’ex esponente di Avanguardia nazionale Paolo Bellini per la strage alla stazione del 2 agosto 1980 che fece 85 morti e 200 feriti. L’uomo è stato dunque ritenuto il quinto attentatore della strage, che provocò 85 morti e 200 feriti, in concorso con i Nar condannati in via definitiva Fioravanti, Mambro e Ciavardini e, in primo grado, Cavallini.

Bellini è stato imputato dopo che la procura generale ha avocato l’inchiesta sui mandanti. Accusando, da morti, il capo della P2 Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato Mario Tedesco. Condannati anche l’ex amministratore dei condomini di via Gradoli Domenico Catracchia (4 anni) e l’ex capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel, accusati rispettivamente di false informazioni al pm e depistaggio. «Giustizia è fatta, dobbiamo dire grazie alla Procura generale e ai nostri avvocati», è il commento all’Adnkronos dei parenti delle vittime e dei superstiti.

La testimonianza di un superstite

Mentre mancano pochi minuti alla lettura della sentenza, in Corte d’Assise, seduto insieme ai familiari delle vittime, c’è anche Paolo Sacrati, sopravvissuto al 2 agosto 1980. «Avevo 13 anni – racconta all’Adnkronos – dovevo partire con mia nonna paterna per andare nelle Marche, mamma ci aveva accompagnato per fare i biglietti. Quando c’è stata l’esplosione lei era vicina alla sala d’attesa, io e nonna eravamo sul primo binario. Sono rimasto due ore sotto alle macerie, mia nonna e mia mamma ne uscirono senza vita. Oggi non si poteva non venire – continua – La giornata è tesa, mettiamo un altro tassello alla verità, alla giustizia. Siamo fiduciosi».

Cristiana Mangani per “il Messaggero” il 7 aprile 2022.

A 42 anni dall'attentato più sanguinoso del Dopoguerra italiano - la strage di Bologna del 2 agosto 1980 - c'è un altro responsabile per quegli 85 morti e oltre 200 feriti: l'ex terrorista di Avanguardia Nazionale, Paolo Bellini. La Corte di assise di Bologna lo ha condannato in primo grado all'ergastolo (con isolamento diurno di un anno). 

Ladro, truffatore, «assassino» come lui stesso si è definito, Bellini è un uomo dai mille volti. Killer di ndrangheta e, per un periodo, collaboratore di giustizia, si è dichiarato sempre innocente per la strage. 

Secondo i giudici è il quinto uomo del commando, ha contribuito a commettere quegli omicidi insieme ai tre ex Nar già condannati in via definitiva, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini, condannato all'ergastolo solo in primo grado, nel gennaio 2020. Ieri, al momento della lettura della sentenza, Bellini non era in aula ma appena la Corte si è ritirata, ha ribadito: «Non ero a Bologna il 2 agosto».

In attesa degli altri gradi di giudizio, quello che è certo è che il tredicesimo processo sulla strage passerà alla storia perché puntato sui mandanti. Oltre a Bellini e agli altri due imputati, l'ex capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel, condannato a 6 anni e l'ex amministratore di condomini in via Gradoli a Roma, Domenico Catracchia, condannato a 4 anni, sono stati messi per la prima volta sotto accusa non solo gli esecutori materiali, ma anche i finanziatori. 

La Procura generale, che ha avocato l'inchiesta nel 2017, è arrivata alla conclusione che, dietro alla morte di 85 innocenti, c'erano i soldi forniti dai vertici della loggia massonica P2, provenienti dai conti del Banco Ambrosiano. C'erano, dunque, Licio Gelli e il suo braccio destro Umberto Ortolani, considerati i mandanti, Federico Umberto D'Amato, il potente capo dell'Ufficio Affari riservati del Viminale che, grazie ai suoi contatti con i servizi segreti deviati e la destra eversiva, ha contribuito a organizzare l'attentato e a mettere in piedi i depistaggi, aiutato nella gestione mediatica dell'evento da Mario Tedeschi, direttore de Il Borghese.

I finanziatori occulti sono tutti morti e non più imputabili, ma i loro nomi restano al centro delle ricostruzioni dei magistrati bolognesi. A commettere la strage, poi, non furono solo i Nar, ma per i Pg sono coinvolte varie formazione della destra eversiva dell'epoca, come Terza Posizione e Avanguardia Nazionale, «cementate» da un fiume di denaro che è arrivato dai conti svizzeri del Venerabile e dei suoi prestanome, con l'obiettivo di perseguire la strategia della tensione. 

La principale prova che la procura ha messo in campo per accreditare la tesi di una complicità di Bellini è un video amatoriale girato in stazione quella mattina, nel quale appare un uomo con i baffi che per i magistrati è sicuramente l'imputato e lo è anche per la sua ex moglie, che riconoscendolo ha fatto cadere il vecchio alibi che alle 10.25, l'ora dello scoppio, lo collocava lontano.

Ma c'è anche un secondo elemento che lo collega in maniera più stretta a Mambro, Fioravanti, Ciavardini, Cavallini, ed è rappresentato da un'intercettazione ambientale del 1996: Carlo Maria Maggi, ex capo di Ordine Nuovo, condannato per la strage di Brescia e ora deceduto, parlando con il figlio ha detto di essere a conoscenza della riconducibilità dell'attentato alla banda Fioravanti e che all'evento aveva partecipato un aviere, che aveva portato la bomba.

Bellini era conosciuto nell'ambiente dell'estrema destra per la passione per il volo, tanto che ha conseguito il brevetto da pilota. Alla lettura della sentenza, Antonio Capitella, uno dei legali dell'imputato, ha commentato: «Ingiustizia è fatta». Per Paolo Bolognesi, presidente dell'Associazione dei familiari delle vittime, invece, «è un giorno importante perché si conclude un lavoro di 40 anni, anche se mancano ancora le responsabilità politiche».

Giuseppe Baldessarro per “la Repubblica” il 7 aprile 2022.

Uno uomo abituato a camminare sul filo del rasoio, un frequentatore delle zone d'ombra. Così viene descritto dagli inquirenti Paolo Bellini, 68 anni, condannato all'ergastolo per la strage di Bologna del 2 agosto 1980. 

Braccio armato della destra eversiva negli anni 70, latitante tra Brasile ed Europa con il falso nome di Roberto Da Silva nell'80, negoziatore per conto dello Stato con Cosa nostra tra il '91 e il '92 e killer di 'ndrangheta. La sua storia attraversa 50 anni di segreti italiani. A metà anni 80 Bellini è già stato indagato per la strage. L'accusa viene però archiviata il 28 aprile 1992. Il suo ritorno tra i sospettati è del 2018 con la nuova indagine sui mandanti della bomba.

Nei primi anni 70 è un giovane reggiano vicino alle posizioni dell'estrema destra. Il padre orbita nelle fila di Avanguardia e lui, poco più che 18enne, milita tra i giovani con l'incarico di «reclutare» e «spiare ». Nel 1975 tenta di uccidere uno spasimante della sorella. La polizia lo cerca ma con l'aiuto di alcuni esponenti della destra scappa in Brasile. Qui nel giro di pochi mesi si costruisce una nuova identità con tanto di passaporto: diventa il brasiliano Roberto Da Silva. Torna in Italia e prende casa a Foligno grazie all'aiuto del deputato del Msi e avvocato di Stefano delle Chiaie, Stefano Menicacci. Nel 1976 ha già in tasca porto d'armi e brevetto di pilota. 

Sono anni di viaggi in Germania, Svizzera, Francia, Paraguay e brevi ritorni Brasile. Scarrozza in giro per i cieli personaggi importanti come Ugo Sisti, procuratore di Bologna e molto amico del padre. La notte dopo la bomba in stazione, la polizia trova Sisti, il capo dei magistrati impegnati nell'indagine sulla strage, nell'hotel di proprietà dei Bellini, "la Mucciatella". Anni dopo gli verrà contestato il favoreggiamento della latitanza del sicario, alias Roberto Da Silva. 

Sisti si difenderà affermando di non avere mai conosciuto la sua vera identità. Una tesi piuttosto singolare, che tuttavia gli varrà l'assoluzione. Il procuratore, inoltre, non è solo il capo degli inquirenti bolognesi, è il magistrato che coinvolge il Sismi nell'inchiesta sulla strage e che, dopo essere stato rimosso, viene nominato a guidare il Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. È lui ad autorizzare i servizi segreti del generale piduista Pietro Musumeci (poi condannato a 8 anni e 5 mesi per i depistaggi sulla bomba) a entrare nelle carceri per trattare con il camorrista Raffaele Cutolo la liberazione di Ciro Cirillo, l'assessore Dc rapito in Campania dalle Br.

Il giovane Bellini continua a vivere da latitante come Roberto Da Silva, quando nel 1981 lo arrestano in Toscana perché trovato alla guida di un camion carico di mobili antichi rubati. Finisce in carcere sempre con le generalità brasiliane fino al 1982, finché le impronte digitali non svelano il suo vero nome. 

Fa il giro dei penitenziari emiliani e poi finisce a Sciacca in Sicilia. Da detenuto stringe amicizia con Antonino Gioè, braccio destro di Giovanni Brusca e uno dei killer di Giovanni Falcone. La storia della Primula nera s' intreccia anche con la stagione stragista di Cosa nostra che porterà agli attentati di Firenze, Roma e Milano del 1993. A tirarlo in ballo è proprio Gioè. Il luogotenente di Brusca, dopo le bombe, viene trovato impiccato nella sua cella. Accanto al corpo un biglietto con un riferimento a Bellini che, due anni prima, era andato in Sicilia per conto dei carabinieri del Nucleo patrimonio artistico per imbastire una trattativa coi mafiosi.

Chiedeva il recupero di opere d'arte rubate a Modena, promettendo in cambio favori ai detenuti delle famiglie. Non se ne fece nulla. Ma secondo Brusca fu proprio Bellini a far balenare l'idea degli attentati al patrimonio artistico: «Se ammazzi un magistrato ne arriva un altro», disse a Gioè. «Se butti giù la torre di Pisa lo Stato deve intervenire ». Bellini torna in carcere nel '93 per scontare un residuo di pena per furto di mobili. Ricompare una sera del maggio 1999 quando viene nuovamente arrestato. 

A Reggio Emilia impazza una guerra di 'ndrangheta e Bellini diventa il sicario di Nicola Vasapollo, uomo del clan dei Dragone-Grande Aracri. Arrestato, si pente e ammette 13 omicidi, non tutti sono di matrice mafiosa. Nella lista c'è anche Alceste Campanile, un militante di Lotta Continua ucciso nel reggiano nel 1975. Bellini viene giudicato colpevole, ma non paga perché il reato è prescritto. Cinquant' anni di misteri. E ancora oggi la vera domanda è senza risposta: chi è davvero Paolo Bellini?

Giuseppe Salvaggiulo per “la Stampa” il 7 aprile 2022.

Da ieri è un po' meno fermo l'orologio della stazione di Bologna che segna ancora le 10,25 del 2 agosto 1980. 

La sentenza del tredicesimo processo soffia tre sbuffi di verità sulla strage più sanguinosa e spregevole della storia repubblicana: la mano non è di imberbi neofascisti ebbri di spontaneismo, ma di un sodalizio di tre sigle della galassia nera: nuclei armati rivoluzionari, terza posizione e avanguardia nazionale; a muoverla, armarla e finanziarla in chiave antidemocratica un network eversivo composto da P2, servizi segreti, politici di estrema destra, alti funzionari pubblici; a ostacolare le indagini un'incessante opera di depistaggio anche istituzionale, proseguita persino durante questo processo, a quasi 42 anni di distanza.

«Strage di Stato», hanno detto nella requisitoria i magistrati, come colpo di coda 2.0.

della strategia della tensione cominciata nel 1969 in piazza Fontana. Sulla pelle di oltre 200 feriti e 85 morti, il più giovane dei quali aveva solo 3 anni. A ordirla, secondo la sentenza e, fermo restando, la presunzione di non colpevolezza fino a quella definitiva, un'entità che non è più suggestione sfuggente da vulgata pistarola. Ora ci sono date, testimonianze, conti correnti, prove. Nomi e cognomi. 

Il principale di questo processo è stato l'ambiguo Paolo Bellini, condannato all'ergastolo come quarto esecutore materiale dopo Ciavardini, Mambro, Fioravanti e (in primo grado) Cavallini. Ladro, truffatore, assassino, sicario di 'ndrangheta, collaboratore di giustizia, Bellini era stato già indagato, ma ai tempi se l'era cavata grazie al viaggio in auto per una vacanza in montagna. Alibi familiare ora smentito dall'ex moglie, addetti dell'hotel e video girato da un turista alla stazione in cui compare proprio lui, giovane e baffuto. «Sono solo chiacchiere!», proclamava ancora ieri prima della camera di consiglio.

Gli altri due imputati condannati (Segatel, ex carabiniere, e Catracchia, immobiliarista legato ai servizi segreti), sono solo satelliti del secondo livello del network stragista. Gli altri ancora sono imputati fantasma: non processabili perché morti, ma moralmente condannati. I capi della loggia segreta P2 Licio Gelli e Umberto Ortolani, il senatore missino Mario Tedeschi, il capo dell'ufficio affari riservati del ministero dell'Interno, Federico Umberto D'Amato.

Mai come in questo caso, la motivazione spiegherà i come e i perché.

Il processo ha una storia quantomeno singolare. Nasce dal cocciuto lavoro dell'associazione familiari delle vittime e vive grazie a un'indagine da cold case, dopo la provvidenziale avocazione della Procura generale di un fascicolo frettolosamente archiviato. Lo spunto è un documento di Gelli riemerso dagli atti di altri processi (P2, Banco Ambrosiano, neofascismo Anni 70). 

Si chiama «documento Bologna» e contiene cifre, date e riferimenti bancari. Quanto basta per risalire ai 5 milioni per finanziare la strage. Il resto è nei 120 faldoni disseminati in quattro stanze della Procura generale e digitalizzati in un paio di terabyte, circa 3000 cd-rom. Il processo si è snodato in 67 udienze durate oltre 400 ore.

La camera di consiglio è stata più breve del previsto. La convocazione improvvisa non ha impedito a centinaia di persone, per lo più parenti delle vittime e sopravvissuti, di gremire l'aula del tribunale. La sentenza è stata accolta in silenzio. Niente applausi, urla, invettive. Solo lacrime e abbracci. «Giustizia resa a vittime, familiari, collettività», il commento della procuratrice generale Lucia Musti. «Si va avanti», dice Paolo Portoghesi, presidente dell'associazione vittime. Non solo per l'inevitabile appello degli imputati, ma anche per la rimessione alla Procura, decisa dalla Corte, della posizione di sei testimoni. 

Tra loro tre poliziotti della Scientifica, per depistaggi attuati anche in questo processo periziando una vecchia intercettazione e storpiando la parola «aviere» (riferibile a Bellini) in «corriere», che allude all'alternativa pista palestinese. 

La sentenza di I grado. Dopo 40 anni Bellini condannato per la strage di Bologna, ma non parlate di giustizia…David Romoli su Il Riformista il 7 Aprile 2022. 

Paolo Bellini è stato condannato all’ergastolo, con un anno di isolamento diurno. Che sia lui il terrorista che ha materialmente deposto la bomba alla stazione di Bologna, il 2 agosto 1980, non è ancora verità processuale: lo sarà se la sentenza di ieri sarà confermata in appello e in Cassazione e non è affatto detto che sarà così. I familiari delle vittime si sono abbracciati in aula esclamando: “Giustizia è fatta”. Non è vero. Non c’è giustizia quando un imputato finisce alla sbarra per una intercettazione che parla dell’“aviere”, e chi se non lui che ha la patente di volo?, poi l’intercettazione viene ripulita con le tecnologie oggi disponibili, si scopre che non di “aviere” bensì di “corriere” si parla e la corte se la prende con la scientifica di Roma, rea di aver ripulito quella registrazione. Chi ve l’ha chiesto? Come vi siete permessi?

Non si può parlare di giustizia quando non viene trovato e neppure cercato un sol contatto tra l’imputato che avrebbe deposto la bomba e quelli che secondo le sentenze avrebbero materialmente organizzato la mattanza, lo avrebbero guidato e diretto. Si erano mai viti? Si conoscevano? Erano a conoscenza della reciproca esistenza? Non si direbbe. Non c’è un solo testimone, un solo indizio che lo attesti. Sono quisquilie, particolari ininfluenti. Che ci vuole a organizzare una strage, la peggiore nella storia della Repubblica, senza neppure incontrarsi. Non si può parlare di giustizia quando l’unica prova è il riconoscimento di un volto tra la folla da parte di una ex moglie che in precedenza aveva assicurato che non si trattasse del soggetto in questione poi, a distanza di decenni, ci ha ripensato. Sarebbe arduo già definire un simile riconoscimento un indizio. Qui è stato considerato più che una prova: la pistola fumante.

Non si può parlare di giustizia quando c’è un corpo letteralmente polverizzato, dunque presumibilmente quello di chi si trovava più vicino all’ordigno, e non si sa di chi sia ma la Corte rifiuta ogni accertamento. Anche quando il principale esperto di dna in Italia dichiara di avere ragionevoli probabilità di identificare l’identità ignota se solo gli fosse permesso di procedere. Invece gli è vietato. A Bologna sono stati condannati anche due imputati minori, l’ex amministratore dei condomini di via Gradoli Domenico Catracchia per false informazioni al pm e l’ex capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel, per depistaggio. Non potevano essere invece condannati i presunti mandanti, nomi eccellenti, il vertice della P2, Gelli e Ortolani, il capo degli Ufficio Affari Riservati del Viminale D’Amato, l’allora direttore del Borghese, Tedeschi. Sono tutti morti.

Per sapere se la Corte li considera colpevoli, sulla base di uno scarabocchio che il defunto Gelli non ha purtroppo avuto modo di spiegare altrimenti, bisognerà probabilmente attendere le proverbiali motivazioni della sentenza, che in questo caso sarebbero però la sentenza, sia pure postuma e a futura memoria. Non c’è giustizia e non c’è verità. Cosa sia successo a Bologna in quel tragico giorno di inizio agosto, chi abbia voluto la mattanza e perché resta un mistero avvolto nella carta opaca di sentenze ingiuste. David Romoli

Strage di Bologna, condannato all’ergastolo l’ex Avanguardia Nazionale Paolo Bellini: “Non ero io alla stazione”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 6 Aprile 2022. 

Condannato all’ergastolo con un anno di isolamento diurno. Paolo Bellini, ex esponente di Avanguardia Nazionale, è stato giudicato per concorso nella strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna. La strage più sanguinosa del Secondo Dopoguerra in Italia e di quegli anni violenti che furono definiti “Anni di Piombo”. Questa la sentenza della Corte di Assise di Bologna che ha giudicato oltre a Bellini anche altri due imputati nel nuovo processo sulla strage.

La sentenza è stata letta in aula poco dopo le 13:30 dal presidente della Corte Francesco Caruso. La Procura generale di Bologna aveva chiesto ergastolo e tre anni di isolamento diurno. Bellini è stato imputato dopo che la Procura generale ha avocato l’inchiesta sui mandanti. Accusati anche il capo della P2 Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico D’Amato e Mario Tedeschi. Tutti morti, e quindi non processabili.

Condannati invece a sei anni Piergiorgio Segatel, ex capitano dei carabinieri, per depistaggio e a quattro anni Domenico Catracchia, ex amministratore di condomini in via Gradoli a Roma, per false informazioni al pm al fine di sviare le indagini. La prima sentenza aveva condannato i membri dei NAR (Nucleai Armati Rivoluzionari, di ispirazione neofascista e neonazista) Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini. L’ordigno esplose alle 10:25 del 2 agosto 1980. 85 le vittime, oltre 200 i feriti. “Non ho parole, siamo di fronte all’impresa più criminale che sia avvenuta in Italia”, disse il Presidente della Repubblica Sandro Pertini ai funerali in una Piazza Maggiore gremita.

“Io non ero a Bologna il 2 agosto, ero a Rimini alle 9, la mia ex moglie può dire quello che vuole, sono problemi suoi. Quel signore in video non sono io”, aveva detto Bellino ai giornalisti, secondo quanto riportato dall’Ansa, pochi minuti dopo dal ritiro della Corte d’Assise in camera di consiglio per decidere il suo destino e quello degli altri due imputati, Piergiorgio Segatel e Domenico Catracchia. Bellini teneva in mano una foto dell’individuo che appare nel video amatoriale girato in stazione la mattina del 2 agosto 1980 e che secondo la Procura generale è lo stesso imputato. “Dovete dirmi se sono io questo signore, è da 40 anni che ci sono attacchi viscerali contro la mia persona. E poi chi sono questi dei servizi segreti che mi conoscono? Ci vogliono prove, non chiacchiere. Credo sempre nei magistrati, ma non in quelli inquirenti – aveva continuato Bellini – Non hanno avuto l’esigenza di farmi una domanda, non mi hanno mai convocato, e io lo so il perché, altrimenti gli avrei smontato tutto in cinque minuti, con dati di fatto”.

Bellini non era presente in aula. Parenti e superstiti della strage hanno accolto la sentenza in lacrime. “Giustizia è fatta, dobbiamo dire grazie alla Procura generale e ai nostri avvocati – ha osservato Paolo Bolognesi, presidente del comitato familiari delle vittime – Confido nel fatto che la mole di documenti uscita da questo processo potrà essere utile anche per altri processi riguardanti le stragi e non solo. È l’inizio del percorso verso la verità, mancano le responsabilità politiche”. Presente in aula anche la vicepresidente della Regione Emilia Romagna Elly Schlein che con il presidente Stefano Bonaccini ha accolto come “un momento di giustizia per la città di Bologna, l’Emilia-Romagna e il Paese” la sentenza.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Il nastro che lo accusa, riascoltato, non lo accusa più. Strage di Bologna, la Procura contro la scientifica: la prova infondata che scagiona Bellini non va smentita. David Romoli su Il Riformista l'1 Marzo 2022. 

Capita anche questo: la Scientifica, ripulendo un nastro registrato decenni fa con i mezzi moderni e usato come prova d’accusa in un importante processo scopre e dimostra che era stato male interpretato, causa fruscio e registrazione “sporca” e che le parole pronunciate sono tutt’altre da quelle esibite come indizio a carico dell’imputato. La procura non solo ignora il particolare e insiste nel considerare valida la prima versione ma rampogna in aula e molto severamente la Scientifica di Roma: come si sono permessi di ripulire quel nastro senza che la Procura stessa lo avesse chiesto? Il tutto nel silenzio e nella complicità, come se in un comportamento simile non ci fosse nulla di strano o nulla da ridire.

Capita, naturalmente, in uno dei tanti processi per la strage di Bologna del 2 agosto 1980 che, nel complesso, compongono un dizionario enciclopedico esaustivo di come non si dovrebbe amministrare la giustizia e spiegano nel dettaglio cosa significhi allestire processi per non cercare la verità. La procura di Bologna ha chiesto la condanna all’ergastolo per Paolo Bellini come autore materiale della strage di Bologna, nel processo che vede “imputati”, sul tribunale della storia però non su quello degli uomini essendo tutti passati nel frattempo a miglior vita, Licio Gelli, Umberto Ortolani e Federico Umberto D’Amato come organizzatori materiali della strage e l’allora direttore del Borghese Mario Tedeschi come complice, una specie di addetto stampa degli stragisti. La “prova schiacciante” contro Bellini è il suo riconoscimento da parte della ex moglie, Maurizia Bonini, in un video girato il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna. La testimone aveva già negato più volte in passato quel riconoscimento ma ciò, per l’accusa, la rende non meno ma ancor più credibile: “Deve esserle costato molto”.

Il secondo elemento accusatorio in ordine di importanza, e quello che ha portato Bellini sul banco degli imputati, è una registrazione in cui Carlo Maria Maggi, neofascista veneto condannato per la strage di Brescia e scomparso nel 2018 sembrava dire: “Nei nostri ambienti erano in contatto con il padre di sto aviere… dicono che portava una bomba”. Bellini aveva appunto il brevetto di pilota: “l’Aviere”. Il nastro ripulito rivela però che la frase di Maggi era diversa. Nessun “aviere” ma “lo sbaglio di un corriere”. La procura non solo se ne frega ma si scaglia contro la Scientifica: “La Polizia Scientifica, inopinatamente e senza alcun incarico, estendeva la propria attività ad accertamenti non richiesti, forieri di un’unica informazione in contrasto con il dato pacificamente riscontrato in tutte le precedenti trascrizioni […] Se fortemente criticabile appare il motivo dell’autonomo accertamento ancor più censurabile è il metodo seguito dai tecnici della Scientifica per l’approdo alle conclusioni esposte”. Sic.

Non è la prima volta che la magistratura di Bologna, Procura e Tribunale, resiste a qualsiasi tentativo di chiarire elementi che possano mettere in dubbio una verità che è data per certa senza bisogno di essere accertata. Il caso del “lembo facciale” attribuito erroneamente a Maria Fresu è noto. Fare ulteriori accertamenti per capire se quel “lembo” possa essere attribuito a un’altra vittima o se si debba accettare la presenza di una vittima ignota che però era tanto vicina all’esplosivo da essere stata polverizzata, dunque forse il “corriere” che stava trasportando la bomba, e di andare anche oltre sarebbe possibile. Emiliano Giardina, che è tra i massimi esperti italiani in materia e tra i principali tecnici a essersi occupato delle oltre 10mila analisi del dna disposte nel caso dell’omicidio di Yara Gambirasio, ritiene che ci sia il 50% di probabilità di riuscire a identificare quei resti. La spesa sarebbe oltretutto modica: 800 euro. Il Tribunale preferisce non sapere e nell’ottobre scorso ha deciso di respingere la richiesta della difesa di nuove analisi del dna.

La riesumazione dei lembi ritenuti a torto appartamenti a Maria Fresu ha evidenziato però nuove aree che meriterebbero un chiarimento. Lo aveva chiesto Danilo Coppe, docente all’università di Bologna e il più importante “esplosivista” in Italia, e nominato perito sull’esplosivo usato nella strage di Bologna. Coppe, che ha raccontato la vicenda insieme a molte altre nel suo libro edito da Mursia Crimini esplosivi, aveva chiesto la riesumazione di quella salma proprio perché, dato lo stato dei resti, si tratta probabilmente della persona che più di tutte si trovava vicina all’esplosivo. Essendo stati tutti i reperti distrutti si trattava di una delle poche possibilità di risalire all’esplosivo. Il risultato della perizia è, secondo lo stesso Coppe, “rivoluzionario”. Proprio lavorando sui capelli attribuiti alla Fresu l’esplosivista ha concluso che le perizie precedenti erano sbagliate e che l’esplosivo adoperato non è quello che si pensava. Si tratta di una scoperta significativa perché mentre con l’esplosivo precedente la valigia con la bomba sarebbe stata molto pesante, tanto da poter essere trasportata solo da un uomo molto robusto, l’esplosivo effettivamente adoperato è molto più leggero, tale da poter essere trasportato da chiunque.

Il fatto che l’esplosivo non sia quello sin qui indicato smentisce anche la ricostruzione per cui a Brescia, sull’Italicus e a Bologna sarebbe stato adoperato lo stesso materiale, proveniente dunque, presumibilmente, dalla stessa partita. In realtà, spiega Coppe intervistato da Umberto Baccolo per il quotidiano on line SprayNews.it «anche a piazza della Loggia e all’Italicus avevano attribuito la stessa natura di esplosivo che in realtà poi non era, e quindi in tre su tre della stragi di Stato le analisi sono sicuramente sbagliate». Coppe arriva quindi alle stesse conclusioni di Giardina: «Ho stabilito che l’esplosivo potesse essere in una quantità tra i 10 e i 15 kg e il fatto che ci fosse una giovane donna completamente distrutta dall’esplosione, una donna mai cercata da nessun parente o amico, lascia aperte ipotesi clamorose. Le analisi da fare erano e sarebbero tutt’ora semplici». Se qualcuno fosse interessato alla verità, in effetti, lo sarebbero ma non è il caso della procura di Bologna. David Romoli.  

Strage alla stazione di Bologna. La procura: ergastolo per Bellini. Andreina Baccaro su Il Corriere della Sera il 25 febbraio 2022.

Il processo ai mandanti. In passato l’ex estremista di destra fu indagato e prosciolto.

«Ergastolo con isolamento diurno per tre anni». La Procura generale di Bologna chiede la pena massima per Paolo Bellini, ex militante di Avanguardia nazionale, considerato uno degli esecutori della strage del 2 Agosto ’80, insieme ai Nar Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini. La richiesta è arrivata ieri in Corte d’Assise a Bologna, dove è in corso il nuovo processo ribattezzato «ai mandanti della strage». Perché tra gli imputati, anche se deceduti, compaiono il capo della P2 Licio Gelli, il suo braccio destro Umberto Ortolani, il potente ex capo dell’Ufficio Affari riservati Federico Umberto D’Amato e il senatore dell’Msi e direttore de Il Borghese Mario Tedeschi. Per i sostituti procuratori generali Nicola Proto e Umberto Palma rappresentano «il livello superiore decisionale», che ordì e finanziò la strage con 5 milioni di dollari sottratti al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.

L’imputazione per Bellini

L’imputazione per Bellini, in passato indagato e prosciolto, è arrivata nel 2019, dopo che gli avvocati dell’associazione dei familiari delle vittime hanno scovato un filmino amatoriale, rimasto sepolto per 40 anni, in cui si vede un uomo sul primo binario, subito dopo l’esplosione, che le comparazioni fisiognomiche della Scientifica hanno identificato «con elevato grado di probabilità» proprio nell’imputato. Contro di lui, ha detto l’accusa, ci sono «macigni probatori». Come l’alibi che si sarebbe precostituito, organizzando una vacanza al Passo del Tonale con la famiglia con partenza proprio il 2 Agosto. L’ex moglie lo ha riconosciuto nel filmino girato dal turista tedesco e ha fatto crollare il suo alibi rivelando che l’imputato arrivò a prenderla a Rimini, dove lei lo aspettava con i figli, all’ora di pranzo e non alle 9 del mattino come disse all’epoca. La donna ha confessato di aver mentito su pressione del suocero, fascista di ferro in rapporti con i Servizi e con la destra eversiva. C’è poi un’intercettazione del ’96 in cui Carlo Maria Maggi, fondatore di Ordine nuovo condannato per la strage di Brescia, riferendosi a Bologna parla di «sto aviere... che portava la bomba» e Bellini aveva il brevetto da pilota.

La fasta pista e le nuove indagini

Ma gli indizi a suo carico sono sorretti anche dalle coperture dei servizi segreti sin dal ‘75, quando uccise a Reggio Emilia il militante di Lotta continua Alceste Campanile. Le indagini per quell’omicidio per anni si arenarono su una falsa pista rossa «grazie» a un telex del Sid. E che dire dell’ambiguo rapporto del padre Aldo con l’allora procuratore di Bologna Ugo Sisti, che costò a quest’ultimo un processo per favoreggiamento. Nuovi elementi sono emersi anche sulla figura di Sisti, che passò la notte dopo la strage a Reggio Emilia nell’albergo di Bellini padre, e nel settembre ’80 fece inserire nelle indagini i vertici piduisti del Sismi. Per gli altri due imputati, l’ex carabiniere Piergiorgio Segatel, accusato di depistaggio, e l’immobiliarista romano Domenico Catracchia (false informazioni ai pm), la Procura generale ha chiesto rispettivamente sei anni e tre anni e sei mesi di condanna. Con l’aggravante «di aver mentito per ostacolare le indagini sul più grave attentato terroristico dal secondo dopoguerra. Un attentato contro lo Stato democratico» hanno concluso nella requisitoria.

I retroscena delle stragi. Strage di Ustica e di Bologna, quei legami che lo Stato non volle vedere. Vincenzo Ruggero Manca su Il Riformista il 30 Gennaio 2022. 

I rapporti tra il nostro Paese e la Libia, pur non essendo vecchissimi (sono nati nel 1911), sono molto ricchi di vicende “multicolore”, tra cui anche e soprattutto il “rosso”. Merita attenzione l’ “era gheddafiana” (1969-2011) e in particolare le vicende che nascono nel 1980 e che si trascinano addirittura fino ai nostri giorni. Al processo in Corte d’Assise a Roma ai quattro generali dell’Aeronautica militare sul “Caso Ustica”, il ministro della Difesa dell’epoca, Lelio Lagorio, il 6 dicembre 2001 (vds Italia-Libia stranamore di V. R. Manca, ed. Koiné 1911) dichiarò: «… Il colonnello Gheddafi in quel tempo attraversava un periodo particolarmente effervescente, faceva discorsi minacciosi in tutte le direzioni… L’Italia non aveva interesse a un aumento di questa tensione, anche perché migliaia di lavoratori italiani e notevoli imprese italiane lavoravano in Libia… Non volevano stuzzicare troppo la suscettibilità del leader libico».

Ad un’altra domanda della Corte rispose: «… La gestione di tutte le vicende fu del Ministero affari esteri, trattandosi di relazioni con la Libia. Gli Esteri, forse più della Difesa, erano sensibili al fatto di non inasprire i rapporti…». Per poi affermare il 6 luglio 1989 (audizione in Commissione parlamentare sulle “Stragi”): «Per Ustica non ho allertato i servizi d’informazione ed ora vi spiegherò il perché». Lagorio, che non aveva avuto alcuna riserva verso i vertici militari dell’epoca, precisò: «Diverso era il mio stato d’animo nei confronti dei servizi di sicurezza perché la loro storia nel regime repubblicano non era stata edificante… erano deboli, male organizzati… ripetutamente devastati dagli scandali …». Nelle motivazioni della sentenza si leggerà: «D’altra parte il commento storico, caratterizzato dalle tensioni ma anche da legami economici tra Italia e Libia, favoriva coperture e omertà (vds le dichiarazioni al dibattito dell’ambasciatore Quaroni)». Inoltre: «In questa situazione non è pertanto possibile valutare le interferenze, il quadro di inquinamenti, i probabili depistaggi operati da alcuni degli appartenenti ai Servizi Segreti dell’epoca…».

Riprendiamo allora dalla crisi politico-militare che all’epoca coinvolse l’Italia, la Libia e Malta. Quest’ultima, nel dicembre 1979, decise di notificare a Tripoli l’intenzione di compiere ricerche petrolifere all’interno delle proprie acque territoriali sui “Banchi di Medina”: zona di mare rivendicata però anche dalla Libia. Per tale motivo tra i due Paesi nacque una controversia finita davanti alla Corte di Giustizia dell’Aia. Nel frattempo gli stessi assunsero l’impegno che non avrebbero eseguito le ricerche oggetto della disputa. La Libia non lo rispettò e Malta fu costretta a cercare l’aiuto dell’Italia, anche se quest’ultima non aveva alcun interesse a creare attriti con Gheddafi. Ciò nonostante, Roma decise di venire incontro a La Valletta, acconsentendo alla nascita di un trattato di assistenza politico-militare con l’entrata in scena dell’onorevole Giuseppe Zamberletti (indimenticato Padre della Protezione civile). All’epoca era sottosegretario al Ministero affari esteri, con funzioni di ministro causa la malattia del titolare Franco Maria Malfatti. La firma per l’accordo italo-maltese era prevista per il 2 agosto 1980. La delegazione italiana venne accolta a La Valletta da funzionari maltesi e poco dopo dal primo ministro Don Mintoff.

Trascorsi pochi minuti, il colloquio si interruppe per l’annuncio telefonico dello scoppio di un’esplosione di una bomba avvenuta alla stazione ferroviaria di Bologna con decine di morti e centinaia di feriti. Zamberletti uscì dallo studio di Don Mintoff sorpreso e affranto dalla notizia. Ma, proprio mentre il rappresentante del governo italiano si china sulle carte per siglarle, si sente alle sue spalle una parola che, fino ad allora, nessuno aveva pronunciato: “Che coincidenza!”. «Mi congedo da Mintoff – annotò Zamberletti -. Dovrei essere soddisfatto. Si è ormai conclusa un’operazione in cui ho creduto e per la quale mi sono battuto con energia. Ma non ci riesco. Non solo perché la notizia della strage in Italia mi ha sconvolto, ma anche perché, in quella sala illuminata da ampie vetrate, è passata un’ombra sottile, colta al volo, da quella parola pronunciata non ricordo da chi: «coincidenza». È passata, credo, davanti gli occhi di tutti, l’ombra del “sospetto”». Al rientro in Italia, i suoi pensieri si soffermarono sui suggerimenti ricevuti nei mesi precedenti dal generale Santovito, ritenuto da Zamberletti e da altri filoarabo. «Quelli – pensò il sottosegretario – avevano forse un altro sapore, un senso che non avevo saputo cogliere».

Il generale, Capo dei Servizi Segreti militari, riferendosi alla storia di Malta, gli aveva detto: «Ma lei ha proprio deciso di grattare la schiena della tigre? Abbiamo irritato Gheddafi pochi mesi fa con la nostra decisione di piazzare i missili di Comiso in Sicilia». Aggiunse poi: «La risoluzione del Governo italiano di schierare i missili nucleari di teatro proprio di fronte al Nord-Africa non è stata letta da Tripoli solo come una decisione della Nato per riequilibrare il rapporto Est-Ovest nel campo della difesa nucleare, ma anche come minaccia in direzione della Libia. Ora con l’accordo che si profila con La Valletta, ci proponiamo di buttare fuori i libici da Malta. Non le pare un po’ troppo?». Ed ancora: «Questa partita sta accrescendo i sospetti del Colonnello Gheddafi nei nostri confronti. Ci creerà problemi… Come vedrà che si faranno vivi anche con lei». «E si erano fatti vivi», scrisse Zamberletti, ricordando che, ai primi di giugno del 1980 (il 27 giugno si verificò l’esplosione in volo del DC9 Itavia), l’Ambasciata libica di Roma gli aveva chiesto di ricevere, con la massima urgenza, una delegazione della Giamahiria (appellativo con cui Gheddafi ribattezzò lo Stato libico dopo il suo insediamento) per importanti comunicazioni.

La delegazione era numerosa. Sembrava più un comitato sindacale che una delegazione diplomatica. La richiesta era semplice e chiara. Chiedevano “formalmente” al governo italiano di non concludere il bilaterale accordo con la Repubblica di Malta. «Dopo il congedo – ricordò Zamberletti -, mentre si allontanavano per i marmorei corridoi della Farnesina, vestiti come erano con blusotti e magliette colorate, mi veniva da pensare a moderni bravi manzoniani, “Questo matrimonio non s’ha da fare!”». E se il sottosegretario fu assalito da un manzoniano pensiero, come dimenticare la frase, altrettanto preoccupante, pronunciata dal capo dell’Intelligence militare: «… Le dico che quasi certamente succederanno guai!». Nasce e si consolida il sospetto della “minaccia” (Ustica) e della “vendetta” (Strage di Bologna). La sera del 22 giugno del 1993, Vincenzo Parisi, già Capo della Polizia e già direttore del Sisde (Servizio Informazione Sicurezza Democratica), venne audito dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle “Stragi”. Zamberletti, ora senatore, è uno dei commissari. Gli rivolge due domande. «Cosa pensa di un possibile collegamento con l’attentato del 27 giugno del 1980 al DC9 Itavia proveniente da Bologna e la strage del 2 agosto dello stesso anno, poco più di un mese dopo?».

Parisi risponde: «Riguardo all’ultima domanda di Zamberletti «se esiste un collegamento», in audizione in questa stessa sede e in un’altra audizione da parte del giudice Priore, assistito dal pubblico ministero Salvi, da un punto di vista qualitativo non avevo escluso la possibilità che l’episodio dell’abbattimento dell’aereo di Ustica potesse rappresentare un segnale non percepito. Quando i messaggi non sono percepiti vengono replicati e reiterati finché non si capisce. Quindi potrebbe essersi trattato, il 2 agosto, purtroppo, di una tragica replica stragistica». A tal proposito, Zamberletti osservò: «… Ma se Ustica era stato un tragico “segnale”, ciò poteva significare che il DC9 dell’Italia era stato abbattuto da una bomba». «La lettura degli eventi illustrata da Parisi si concilia solo con l’ipotesi di due attentati realizzati forse dalla stessa mano e comunque provocati dallo stesso mandante. La stessa mano spiegherebbe la stessa città: Bologna, dove probabilmente il mandante aveva la disponibilità di una unità operativa», concluse.

L’ipotesi del collegamento tra le due stragi rimarrà per sempre il “credo” di Zamberletti, accompagnato da una forte amarezza per comportamenti inspiegabili nell’ambito politico. A pag. 177 del libro La luna sulle ali (di G. Spartà e L. Alessandrini, Ed. Macchione, 2021) il delegato alla firma del trattato con Malta espone la sintesi del suo pensiero: «Questa è la storia di un sospetto che mi perseguita da un tragico mattino d’agosto. Ce n’era abbastanza per individuare la pista di un collegamento tra l’aereo caduto a Ustica e la bomba alla stazione di Bologna. E non vedo perché un’ipotesi del genere sia stata accantonata a priori. Non vedo altro motivo che il “pretesto” della “Ragion di Stato …». Zamberletti, morto il 26 gennaio del 2019, ha lasciato una grande eredità. Sempre nel libro La luna sulle ali si legge: “Sul letto di morte dell’ospedale di Varese, Zamberletti ebbe modo di rivedere, per l’ultima volta, collaboratori di ieri e di oggi.

È, tra le autorità, il Capo della Polizia Franco Gabrielli, già prefetto de L’Aquila e Capo Dipartimento della Protezione Civile. A tutti ricordava Ustica con un filo di voce «Tenete viva la fiammella. È andata come dicevo io e la verità salterà fuori. In privato il giudice Priore non mi dava torto». Noi la terremo viva, confortati anche dal fatto che la Cassazione ha dichiarato, al di là di ogni più ragionevole dubbio, che la battaglia aerea e la “presenza” di un missile sul cielo di Ustica sono solo frutto di fantascienza…! Vincenzo Ruggero Manca

Il venerabile ricatto. Report Rai PUNTATA DEL 24/01/2022 di Paolo Mondani. Collaborazione di Roberto Persia.

Bologna, 2 agosto 1980: la più grande strage della storia repubblicana. Report ha intervistato testimoni storici, esponenti dell’eversione nera, collaboratori di giustizia, dirigenti dei servizi segreti dell’epoca, magistrati.

Il 24 gennaio iniziano le votazioni per il nuovo Presidente della Repubblica: il supremo garante della Costituzione. Quel giorno andrà in onda una puntata di Report sul nostro passato più oscuro per ricordare chi siamo stati. E quanta verità manca per realizzare un articolo della Costituzione, dove la verità è definita il diritto fondamentale di una società democratica. A Bologna si sta concludendo il processo sui mandanti della strage. Quarant’anni fa. 2 agosto 1980. 85 morti e 200 feriti. Il processo ancora in corso ricerca l'identità del criminale che ha realizzato la più grande strage della storia repubblicana. Già condannati con sentenza definitiva come esecutori i terroristi neri Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, e Gilberto Cavallini in primo grado. Oggi alla sbarra, imputato per concorso nella strage con l’accusa di aver procurato l’esplosivo, è l’estremista di destra e killer di ‘ndrangheta Paolo Bellini. Ma la Procura Generale ha individuato quattro nomi, quattro presunti mandanti e finanziatori della strage: al vertice sarebbe stato il capo della loggia P2 Licio Gelli, che attraverso il suo banchiere di fiducia Umberto Ortolani avrebbe veicolato finanziamenti agli esecutori materiali e a una rete incaricata del depistaggio delle indagini, che faceva capo all’ex direttore del «Borghese» Mario Tedeschi, e a Federico Umberto D’Amato, capo dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale. Report ha intervistato testimoni storici, esponenti dell’eversione nera, collaboratori di giustizia, dirigenti dei servizi segreti dell’epoca, magistrati. Il punto di partenza è la morte di Piersanti Mattarella, l’esponente democristiano siciliano legatissimo ad Aldo Moro che verrà ucciso il 6 gennaio del 1980. Giovanni Falcone indagò sulla morte di Mattarella, e oggi Report è in grado di rivelare particolari importanti su quelle indagini e sull’esistenza di un verbale fino a oggi sconosciuto che riguarda Paolo Borsellino. Il generale Pasquale Notarnicola, capo dell’antiterrorismo del Sismi nel 1980, ha voluto rilasciare all’inviato Paolo Mondani una importante intervista pochi giorni prima di morire. Ha raccontato dall’interno i depistaggi effettuati da uomini del Sismi per allontanare la verità sui responsabili della strage di Bologna, descrivendo i mandanti e da chi ricevevano gli ordini da fuori Italia.

IL VENERABILE RICATTO Di Paolo Mondani Collaborazione Roberto Persia Ricerca Immagini Alessia Pelagaggi Immagini Dario D’India, Andrea Lilli e Alessandro Spinnato Montaggio e grafica Giorgio Vallati

PAOLO BELLINI C'è chi per un bacio ha preso 500 milioni. Se io avessi fatto o avessi parte e arte nella strage di Bologna come collaboratore avrei chiesto miliardi

GUIDO BELLINI - FIGLIO DI PAOLO BELLINI Mio padre? In una parola? Il diavolo

ROBERTO SCARPINATO - PROCURA GENERALE PALERMO Le indagini di Falcone su Mattarella segnano una svolta nella sua vita e lo perdono.

IRMA CHIAZZESE - MOGLIE DI PIERSANTI MATTARELLA Il killer di Piersanti Mattarella è Giusva Fioravanti.

FILIPPO BARRECA - COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Sono omicidi politici voluti dalla Dc.

MOMMO GIULIANA - EX DIRIGENTE DC PALERMO La mafia a mio giudizio ha dato il consenso.

VINCENZO VINCIGUERRA - EX ORDINE NUOVO E AVANGUARDIA NAZIONALE Il Movimento Sociale Italiano, Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, Europa e Civiltà hanno marciato divisi e hanno colpito uniti. Non sono stati loro a decidere la strage di Bologna, questi l’hanno eseguita la strage.

CLAUDIO GALLO - SEGRETARIO FEDERICO UMBERTO D'AMATO D’Amato non era un personaggio da farsi usare, semmai usava.

PASQUALE NOTARNICOLA - GENERALE ESERCITO - EX DIRIGENTE DEL SISMI Gelli che viene tanto magnificato io lo ritengo un prestanome.

PAOLO BOLOGNESI - PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE DEI FAMILIARI DELLE VITTIME DELLA STRAGE ALLA STAZIONE DI BOLOGNA Ringraziamo anche tutti quei giornalisti coraggiosi e impegnati, che come i redattori della trasmissione televisiva Report, oppongono le risultanze delle indagini giudiziarie e della ricerca storica al potente fronte di innocentisti.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Un applauso che condividiamo con tutti coloro che hanno contribuito e contribuiranno alla verità. Era il 2 agosto del 2021, 41° anniversario della strage di Bologna. Quella che il Presidente Pertini ha definito “l’impresa più criminale della storia della repubblica”. Ora, alla verità si può arrivare anche 41 anni dopo e dopo cinque processi, due sono ancora in piedi. Questo grazie alla digitalizzazione di milioni di atti giudiziari, sono quelli che sono stati raccolti dai processi per terrorismo e quelli sulle stragi che si sono consumate in Italia dal 1974 ad oggi. Li hanno raccolti, riletti e confrontati i legali dell’associazione dei parenti delle vittime della strage e i magistrati della Procura Genrale di Bologna. E dalla rilettura è emerso, sono emersi quattro nuovi presunti mandanti, organizzatori delle stragi. La P2 con Licio Gelli avrebbe pagato, attraverso il banchiere Ortolani, il senatore dell’Msi Mario Tedeschi, direttore anche del “Borghese” e il capo dell’ufficio degli affari riservati del Viminale, Federico Umberto d’Amato, la più nota spia dal dopoguerra ad oggi. E tutto questo l’avrebbe fatto Gelli per organizzare e depistare sulla strage di Bologna. Ora, quei quattro sono morti e non saranno mai processati mentre gli esecutori materiale della strage sono stati condannati con sentenza definitiva e sono Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, entrambi dei NAR (Nuclei armati rivoluzionari). E anche ai NAR, apparteneva, appartiene Gilberto Cavallini che è il quarto esecutore della strage condannato però in I° grado. Ora però da un filmato girato da un turista svizzero emerge dal passato un volto che si aggira su un binario, proprio quello coinvolto dalla bomba, dieci minuti prima che esplodesse, quel volto apparterrebbe a Paolo Bellini che secondo gli inquirenti è il quinto esecutore della strage. Paolo Bellini è un ladro di opere d’arte, è stato killer per Avanguardia Nazionale, ha ucciso anche per conto della ‘ndrangheta. Il padre Aldo, convinto fascista, appartenente alla folgore lo aveva indirizzato a collaborare con i servizi di sicurezza. Lui si è sempre detto estraneo alla strage di Bologna, tuttavia era stato coinvolto inizialmente e poi prosciolto nel 1992. Ha goduto di coperture istituzionali e familiari incredibili e ora c’è il colpo di scena e il velo, l’alibi che l’ha coperto per oltre quaranta anni è caduto. E se ti sei perso qualcosa, cerchi qualcosa di importante, il luogo migliore per cercarlo è il labirinto. Il nostro Paolo Mondani.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO La strage di Bologna sembra un film di fantascienza perché parla di un tempo pietrificato. I muri di un labirinto. Tutto accadde 41 anni fa. La memoria è smembrata in un intrico di vie. Smarrita dentro un enigma apparentemente insolubile. Eppure oggi la foschia si dirada e siamo vicini alla verità sui mandanti della strage. Giunti al centro del mistero, nel punto più oscuro e profondo del nostro passato inizia la via del ritorno. E un passo alla volta risaliamo il grande labirinto. Bologna Corte di Assise, sta andando a testimoniare Maurizia Bonini la moglie di Paolo Bellini sotto processo per strage. Le viene mostrato un filmato realizzato alla stazione di Bologna nei minuti a cavallo dell’esplosione.

UDIENZA CORTE D’ASSISE BOLOGNA 21/07/2021 UMBERTO PALMA - SOSTITUTO PROCURATORE GENERALE BOLOGNA Fermi! Questo è un primo fotogramma. Senta signora Bonini vede quel signore con i baffi e con la catena a destra nell’immagine?

MAURIZIA BONINI - EX MOGLIE PAOLO BELLINI Sì. UMBERTO PALMA - SOSTITUTO PROCURATORE GENERALE BOLOGNA Si può esprimere su questa persona?

MAURIZIA BONINI - EX MOGLIE PAOLO BELLINI Mi sembra mio marito. È Paolo. È Paolo perché ha qua, la, qua questa fossetta qua, comunque si vede, avrà i capelli più indietro ma comunque è lui. Anche nella foto immagine che è stata passata nel telegiornale lo riconosco ancora meglio che nel movimento.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Questa l'immagine del filmato confrontata con la foto di Bellini dell'epoca.

PAOLO MONDANI La sua mamma si viene a scoprire che aveva permesso a Paolo Bellini di avere un alibi, diciamo così, per Bologna quel mattino e l’ha tenuto fermo diciamo, ha tenuto botta per quest’alibi più di trentacinque anni. Voglio dire…..

GUIDO BELLINI - FIGLIO DI PAOLO BELLINI Io le posso garantire una cosa, che mia madre aveva un grande timore. Questo è poco ma sicuro

PAOLO MONDANI Un grande?

GUIDO BELLINI - FIGLIO DI PAOLO BELLINI …timore e paura di lui e della sua persona. Gli chiese se aveva avuto a che fare qualcosa con Bologna, se lui c’entrava, e credo proprio che lui le abbia detto “assolutamente io con Bologna non c’entro niente”. E poi se lo rivede nella foto e lo riconosce e dice: "Cavolo questo è lui"."…..

PAOLO MONDANI Nel video addirittura.

GUIDO BELLINI - FIGLIO DI PAOLO BELLINI Nel video anche e dice cavolo questo è lui, evidentemente.

PAOLO MONDANI Le è cascato il mondo addosso.

GUIDO BELLINI - FIGLIO DI PAOLO BELLINI Beh probabilmente sì.

PAOLO MONDANI È proprio lei che all'Archivio di Stato di Bologna trova il filmato girato in Super8 dal turista svizzero Harold Polzer il 2 agosto '80 proprio alla stazione.

ANDREA SPERANZONI - AVVOCATO PARTE CIVILE PARENTI VITTIME DELLA STRAGE La cosa che mi aveva colpito era nell'indice degli atti l'orario di quel Super8 girato al primo binario della stazione cioè quello investito dallo scoppio, ore 10 e 13. Quindi qualcuno aveva filmato dodici minuti prima della strage il binario. E lì ci siamo imbattuti in un volto, nel volto che poi è stato, comparativamente con la foto segnaletica di Paolo Bellini indicato come compatibile con quello del principale imputato della strage.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Secondo la Procura Generale di Bologna Paolo Bellini è il quinto uomo della strage del 2 agosto 1980 dopo le condanne definitive di Francesca Mambro, Giusva Fioravanti, Luigi Ciavardini e il primo grado di Gilberto Cavallini. Tutti della formazione terroristica dei Nar. Bellini, militante di Avanguardia Nazionale, fu ladro d'arte e killer per una cosca della 'Ndrangheta. Per alcuni anni sfruttando protezioni istituzionali mantenne la finta identità di Roberto Da Silva. In carcere nell'81 conobbe il boss di Cosa Nostra Nino Gioè. E dopo la strage di Capaci del 1992, con la copertura dei carabinieri, imbastì con Cosa Nostra una strana trattativa.

UDIENZA CORTE D’ASSISE BOLOGNA 01/10/2021 PAOLO BELLINI - UDIENZA CORTE DI ASSISE BOLOGNA 1 OTTOBRE 2021 Pensi un po', c'è chi per un bacio ha preso 500 milioni. Il famoso bacio di Totò Riina, il famoso bacio di Andreotti. Se io avessi fatto o avessi parte e arte nella strage di Bologna come collaboratore avrei chiesto miliardi, non 500 milioni. Avrei chiesto di andare sulla luna e mi ci avrebbero portato sulla luna. Però non ho niente a che spartire con questa situazione.

GUIDO BELLINI - FIGLIO DI PAOLO BELLINI Se mio padre ha fatto una determinata carriera è chiaro che aveva delle spiccate doti naturali. Non gliene è mai fregato niente di nessuno perché è una persona incapace di amare.

PAOLO MONDANI Me lo dica in una parola, che figura era suo padre?

GUIDO BELLINI - FIGLIO DI PAOLO BELLINI Mio padre? In una parola? Così mi svela il libro, mi svela il titolo del libro: il diavolo. Se vuole che le dica che cosa era mio padre: era il diavolo. Io l’ho conosciuto, ma davvero!

PAOLO MONDANI Quando esce il suo libro?

GUIDO BELLINI - FIGLIO DI PAOLO BELLINI Non esce perché nessuno lo vuole fare.

SIGRIDO RANUCCI IN STUDIO È il diavolo dice il figlio, mentre l’ex moglie dopo 40 anni toglie il velo sull’alibi. Ecco, lo aveva coperto fino ad oggi per paura, perché non c’è da scherzare con Paolo Bellini. Era stato infiltrato dall’allora colonnello del Ros, Mario Mori, all’interno di Cosa Nostra. Lui aveva riallacciato i rapporti con Antonino Gioè, uomo di cosa nostra lo aveva conosciuto in carcere. Quel Gioè che aveva rapporti diretti con Totò Riina e che aveva partecipato alla strage di Capaci nel 1992, solo che Bellini lo incontra nel ’91 ad Enna. Proprio nel luogo, nel periodo in cui Cosa Nostra sta pianificando la stagione stragista. Bellini con Gioè inizia anche una timida trattativa: un occhio di riguardo per quei boss vecchi e malati che sono in carcere in cambio si recuperavano le opere d’arte rubate. Solo che alla fine dell’infiltrazione Bellini non ha recuperato alcuna opera d’arte ne ha fermato le stragi, ne ha contribuito ad arrestare dei mafiosi. Quindi è diventata una sorta di figura misteriosa, forse la più misteriosa del periodo stragista. Ha fatto realmente l’infiltrato o ha inoculato magistralmente l’idea in Cosa Nostra che fare gli attentati al patrimonio artistico del paese avrebbe pagato? Perché da lì a poco ci sarebbe l’attentato a Georgofili, San Giovanni e a San Giorgio al Velabro. Mentre invece Gioè che aveva dialogato con lui si uccide misteriosamente in carcere. Secondo il pentito Di Carlo l’uccisione di Gioè invece sarebbe stata opera dei servizi segreti avrebbero impedico così che parlasse e raccontasse la sua verità. Ogni tanto emerge quel filo nero perché Bellini riemerge dal passato in un filmato girato da un turista svizzero che lo immortala mentre passeggia sui binari 10 minuti prima dell’esplosione della bomba. Quel volto apparterrebbe secondo gli inquirenti a Paolo Bellini. Ogni tanto rispunta questo filo nero che congiunge uomini dell’estrema destra, servizi segreti, P2 e anche uomini di Cosa Nostra. Era stato proprio Licio Gelli negli anni ’70 a volere l’infiltrazione degli uomini più rappresentativi di Cosa Nostra all’interno delle logge diramazioni della P2. Questo per controllare il territorio. Nel luglio del 1980 proprio due degli autori materiale della strage, Francesca Mambro e Valerio Fioravanti si recano in Sicilia presso un loro amico Francesco Mangiameli. Quel Mangiameli neofascista palermitano che poi dichiarerà, racconterà ad un altro neofascista Alberto Volo che l’autore della strage di Bologna era stato proprio Valerio Fioravanti. E gli racconterà anche altro, che Valerio Fioravanti era stato il killer di Piersanti Mattarella, il fratello di Sergio, ucciso sette mesi prima della strage di Bologna.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Facciamo un salto nel passato. Località Tre Fontane, provincia di Trapani, siamo a fine luglio del 1980, pochi giorni prima della bomba di Bologna. Francesca Mambro e Valerio Fioravanti esecutori della strage, sono qui in vacanza, a casa di Ciccio Mangiameli, noto estremista di destra siciliano. Lo uccideranno nel settembre successivo perché secondo i giudici bolognesi Mangiameli si era dissociato dal progetto della strage. E volevano ammazzargli anche moglie e figlia.

PAOLO MONDANI Perché pensavano che Mangiameli ed altri avessero i rapporti coi servizi segreti, la polizia…

ROSARIA AMICO - MOGLIE DI CICCIO MANGIAMELI Ma che c'entra uccidere mia figlia, che c'entra?

PAOLO MONDANI Perché poteva sua figlia o lei aver partecipato a delle riunioni.

ROSARIA AMICO - MOGLIE DI CICCIO MANGIAMELI Ma quali riunioni?

ROSARIA AMICO - MOGLIE DI CICCIO MANGIAMELI Io, diciamo, lo contrastavo, dicevo ma tu perché fai questa politica? che cosa vuoi…

PAOLO MONDANI Ah, lei contrastava Fioravanti?

ROSARIA AMICO - MOGLIE DI CICCIO MANGIAMELI Sì. Una volta gli ho detto: ma tu da bambino eri maltrattato? Perché visto che maltratti…"Io sono stato trattato benissimo". Ma, ci dissi, non mi sembra. PAOLO MONDANI Lei non ha mai dubitato che quel signore che si chiamava Fioravanti, che aveva ucciso persino suo marito si fosse occupato anche dell'omicidio di Piersanti Mattarella?

ROSARIA AMICO - MOGLIE DI CICCIO MANGIAMELI No.

PAOLO MONDANI E allora perché lo hanno ucciso suo marito?

ROSARIA AMICO - MOGLIE DI CICCIO MANGIAMELI Fiore dice che ce l'aveva con loro, che voleva eliminarli tutti.

PAOLO MONDANI Che Fioravanti voleva eliminarli tutti?

ROSARIA AMICO - MOGLIE DI CICCIO MANGIAMELI Sì. PAOLO MONDANI E perché secondo lei signora?

ROSARIA AMICO - MOGLIE DI CICCIO MANGIAMELI Ma Fiore dice che non approvavano quello che facevano, che fomentavano i ragazzini…

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO La signora Rosaria Amico cita Roberto Fiore che scappò a Londra poco dopo la strage di Bologna e fu condannato per l'appartenenza ai NAR nel 1985. Sospettato di essere agente del servizio segreto britannico, Fiore tornò in Italia a fine anni '90 perché i suoi reati erano caduti in prescrizione. Fondatore di Forza Nuova, è stato arrestato in seguito all'assalto della sede della CGIL del 9 ottobre scorso durante la manifestazione dei No Green Pass. Ma torniamo a Piersanti Mattarella, presidente democristiano della Regione Sicilia ucciso il 6 gennaio 1980, omicidio del quale inizialmente verranno accusati Fioravanti e Cavallini. Del caso si occupò intensamente Giovanni Falcone che nel 1989 interrogò l'estremista di destra Alberto Volo.

ROBERTO TARTAGLIA - VICE CAPO DAP - EX PM INDAGINI OMICIDIO MATTARELLA Stefano Alberto Volo è il miglior amico di Francesco Mangiameli. Quello che Volo alla fine verbalizza con Giovanni Falcone in estrema sintesi è questo: che lui ha saputo da Mangiameli che l’omicidio di Piersanti Mattarella è stato realizzato da Fioravanti e da Cavallini. Che questa decisione nasce da una volontà politica e massonica, che lui ascrive direttamente in quei verbali alla volontà di Licio Gelli, di arginare definitivamente l’apertura a sinistra della democrazia cristiana e di interrompere con il nuovo tentativo di riprendere il vecchio discorso lasciato tragicamente in sospeso con il sequestro Moro. Dice anche Alberto Volo a Giovanni Falcone, e siamo nell’89, quando viene sentito da Giovanni Falcone che tutte queste cose lui le sa non solo perché è amico di Mangiameli, ma perché appartiene a una organizzazione paramilitare di servizi italiani e americani che lui definisce Universal Legion, non parla di Gladio…

PAOLO MONDANI Però ci assomiglia molto.

ROBERTO TARTAGLIA - VICE CAPO DAP - EX PM INDAGINI OMICIDIO MATTARELLA Però ci assomiglia molto e c’è un dato, lo stesso Volo la definisce in un verbale, era una specie di Rosa dei Venti, ma più articolata e complessa.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Gladio e l'omicidio Mattarella furono l'assillo di Giovanni Falcone prima di essere ucciso il 23 maggio del '92. Nell' '88 e nel '90 Falcone ribadirà alla Commissione Parlamentare Antimafia che credeva nella pista nera. E non solo. Scopriamo un verbale straordinario. Alberto Volo poco prima di morire, il 14 luglio 2016, viene interrogato da Roberto Tartaglia e Nino di Matteo. E rivela un fatto assolutamente inedito. Afferma di essere stato sentito da Paolo Borsellino dopo la morte di Falcone. A giugno del '92. I due parlarono della fase esecutiva della bomba di Capaci. "Scoprii che Borsellino non credeva alla teoria del bottoncino" dice Volo. E cioè alla tesi del telecomando della strage premuto dai mafiosi. Borsellino insomma era certo che la mafia non aveva fatto la strage da sola. E forse per questo era così importante far sparire la sua agenda rossa.

ROBERTO SCARPINATO – PROCURATORE GENERALE DI PALERMO FINO AL 14 GENNAIO 2022 Le indagini di Falcone su Mattarella segnano una svolta nella sua vita e lo perdono. Sino ad allora lui si era guadagnato l’inimicizia della mafia, dei riciclatori della mafia, ma con le indagini sull’omicidio Mattarella aggiunge anche un altro nemico, e cioè quel sistema criminale che era stato protagonista della strategia della tensione.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Perché Falcone rimane folgorato dall’inchiesta sulla morte di Piersanti Mattarella? Perché nell’89 aveva incontrato il neofascista Alberto Volo il quale gli aveva aperto un mondo. Volo rivela quello che aveva raccolto a sua volta da Mangiameli e cioè il fatto che il mandante dell’omicidio di Piersanti Mattarella era stato Licio Gelli e gli esecutori Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini. Poi Volo racconta anche a Falcone chi sono i killer di Mangiameli, i fratelli Fioravanti e Francesco Mambro perché temevano che rivelasse la verità sul loro ruolo nell’omicidio di Mattarella ma anche sulla strage di Bologna, perché dice Volo a Falcone è opera sua, è opera di Valerio Fioravanti. Falcone intuisce di essere davanti agli stessi mandanti ed esecutori della strage di Bologna. Comincia a incontrare Volo in modalità segreta fuori dalla Procura. A luglio dell’anno scorso la Commissione Antimafia ha desegretato un documento rimasto a lungo coperto risalente a una audizione di Falcone risalente al giugno del 1990 nella quale il magistrato ha risposto alle domande a raffica dei parlamentari che chiedevano spiegazioni sugli omicidi dei politici in particolare quello di Piersanti Mattarella. Falcone mostrò di credere già da allora nella pista dell’eversione di destra. Disse di credere alla versione di Irma Chiazzese, moglie di Piersanti Mattarella che aveva identificato in Valerio Fioravanti il killer del marito. Crede soprattutto alla versione di Cristiano Fioravanti fratello minore di Giusva, Valerio, e dice: guardate che l’omicida di Piersanti Mattarella è lui perché me lo ha confidato mio fratello stesso. Ora Falcone in quella sede non poteva certo dire che aveva incontrato qualche mese prima Alberto Volo. Poi c’è il verbale rimasto inedito del luglio del 2016 quando Volo incontra i magistrati Tartaglia e Di Matteo e dice le stesse cose che aveva detto a Falcone: il ruolo di Fioravanti nell’omicidio di Piersanti Mattarella, il ruolo di Licio Gelli e anche raccontò dell’omicidio di Mangiameli. Poi Volo disse anche altro a quei magistrati. Disse che apparteneva alla struttura Gladio, disse di esser pagato dai servizi segreti, disse di aver incontrato i boss di Cosa Nostra e anche Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore. Poi colpo di scena disse anche di aver incontrato il giudice Paolo Borsellino dopo la strage di Capaci e prima della strage di via D’Amelio mentre stava indagando sulla morte dell’amico Giovanni. Borsellino, disse Volo ai magistrati, dimostrava di conoscere le mie dichiarazioni a Falcone e soprattutto capì in quel momento che Borsellino non credeva che a premere il telecomando della strage di Capaci fosse stata solo la mafia. Ecco noi ci chiediamo, ma Borsellino quell’incontro con Volo lo ha segnato, lo ha appuntato sulla agenda rossa? Quello che si evince da questi verbali inediti è intanto che Falcone e Borsellino avevano preso sul serio la pista dell’eversione di destra, quella dei servizi segreti, quella della P2 dietro quegli attentati e gli omicidi ai politici che venivano invece solitamente attribuiti solo a Cosa Nostra. Nel 1991 Falcone firma la requisitoria sugli omicidi politici nella quale c’è scritto, vengono identificati come gli autori dell’omicidio di Piersanti Mattarella, Fioravanti e Cavallini i due che avevano anche chiesto una mano a Cosa Nostra per liberare dal carcere dell’Ucciardone Pierluigi Concutelli il leader di Ordine Nuove che aveva ucciso il giudice romano Occorsio, il primo che aveva intuito che dietro le stragi c’era l’eversione di destra, i servizi segreti la P2. Lo aveva anche scritto al giudice Imposimato, pochi mesi dopo venne ucciso da Pierluigi Concutelli.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini nel 1999 verranno definitivamente assolti dall'accusa di aver ucciso Piersanti Mattarella nonostante la signora Irma Chiazzese, moglie di Piersanti, presente nel momento cruciale dell'omicidio avesse riconosciuto proprio Fioravanti.

CORTE DI ASSISE PALERMO (23 GIUGNO 1992) IRMA CHIAZZESE - MOGLIE DI PIERSANTI MATTARELLA Io ho presente molto spesso il volto dell'uomo che sparò a mio marito la mattina del 6 gennaio. Ho presente gli elementi che caratterizzavano quel volto: la carnagione chiara, i capelli castani e soprattutto gli occhi, quegli occhi che mi hanno subito colpita e che ricordo ancora. Posso dire con quasi certezza che il killer di Piersanti Mattarella è Giusva Fioravanti.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Ma c'è di più. Cristiano Fioravanti, fratello minore di Giusva, anch'egli militante dei NAR, aveva iniziato a collaborare già nel 1981, immediatamente dopo il suo arresto.

ROBERTO SCARPINATO – PROCURATORE GENERALE DI PALERMO FINO AL 14 GENNAIO 2022 Cristiano Fioravanti vuole chiarire a sé stesso chi veramente era il fratello, e lui dice io so perché me lo ha confidato lui stesso, che Valerio Fioravanti ha ucciso un politico siciliano, che quindi identifica in Piersanti Mattarella, insieme a Gilberto Cavallini e racconta alcuni particolari di questo omicidio.

PAOLO MONDANI Perché neppure Cristiano viene creduto ad un certo punto?

ROBERTO SCARPINATO – PROCURATORE GENERALE DI PALERMO FINO AL 14 GENNAIO 2022 Come lui stesso dichiara su di lui si sviluppa una pressione fortissima da parte del padre, degli altri famigliari perché non accusi il fratello. E allora ad un certo punto ammette: io mi avvalgo della facoltà che il codice di procedura penale dà ai famigliari di non testimoniare e non rendere dichiarazioni nei confronti dei propri parenti.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Nel gennaio del 2021, la sentenza di primo grado che ha condannato Gilberto Cavallini come il quarto uomo della strage riscrive la storia dell'omicidio Mattarella. Ritiene credibili le dichiarazioni di Cristiano Fioravanti e dice che "non è stato solo un omicidio di mafia, ma anche un omicidio politico che comprendeva convergenze operative fra mafia e "antistato". Resta da capire: perché la mafia avrebbe dovuto incaricare due estremisti di destra di commettere l'omicidio dell'esponente democristiano?

ROBERTO SCARPINATO – PROCURATORE GENERALE DI PALERMO FINO AL 14 GENNAIO 2022 Guardi che i rapporti fra la mafia e la destra eversiva sono risalenti nel tempo. È stato accertato processualmente il coinvolgimento della mafia nel golpe Borghese. E parliamo di un progetto di golpe del 1974, e poi ancora nel progetto di golpe del 1979 quando Sindona viene in Sicilia e con l’appoggio di alcune componenti dell’amministrazione statunitense pensa di fare un golpe separatista in Sicilia, anticomunista, da poi estendere in Italia.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Fu proprio Cristiano Fioravanti a rivelare lo scambio fra i NAR e la mafia: dopo l'omicidio Mattarella Cosa Nostra avrebbe dovuto collaborare all'evasione del leader ordinovista Pierluigi Concutelli, all'epoca detenuto nel carcere dell'Ucciardone per aver ucciso il giudice romano Vittorio Occorsio che aveva scoperto i legami fra la P2 e la destra eversiva.

ROBERTO SCARPINATO – PROCURATORE GENERALE DI PALERMO FINO AL 14 GENNAIO 2022 Non soltanto, ma Pierluigi Concutelli risultò iscritto alla loggia Camea di Palermo dove era iscritto il cognato di Stefano Bontate, importante capomafia, e dove era iscritto anche un funzionario della regione siciliana, che secondo le dichiarazioni di Alberto Volo fu uno dei basisti dell’omicidio Mattarella.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO E chi meglio di Totò Riina poteva sapere dei rapporti tra massoneria piduista, mafia e terrorismo di destra.

INTERCETTAZIONE TRA ALBERTO LORUSSO E TOTO' RIINA 25 OTTOBRE 2013. CARCERE DI OPERA MILANO TOTO' RIINA E mai mi sarei immaginato che sarebbe diventato il capo della massoneria…quello con altri due, altri due… ALBERTO LORUSSO L'ho conosciuto quello, Pierluigi Concutelli. TOTO' RIINA Tre sono: quello ricco, il barone paesano mio… Concutelli, Stefano Bontate e questo ricco siciliano.

ROBERTO SCARPINATO – PROCURATORE GENERALE DI PALERMO FINO AL 14 GENNAIO 2022 Stefano Bontate, secondo le dichiarazioni di vari collaboratori faceva parte di una loggia segretissima che si chiamava Loggia dei 300 di Palermo, che era un’articolazione regionale della loggia P2 di Gelli. Non soltanto, ma Stefano Bontate, che era un mafioso colto estremamente ricco e potente stava costituendo una super loggia di respiro nazionale e internazionale, ma i Corleonesi, Riina e Provenzano, non furono d’accordo perché temevano che se Stefano Bontate fosse diventato il capo di questa super loggia il suo potere si sarebbe troppo accresciuto e li avrebbe emarginati. Ma dopo l’omicidio di Stefano Bontate, Provenzano riprende il progetto di Stefano Bontate, entra a far parte di una super loggia che si chiama Terzo Oriente, di cui entrano a far parte lui, alcuni capi mafia e Giuseppe Graviano.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Alla fine degli anni '70 si formano nuovi poteri criminali. Proprio mentre Piersanti Mattarella decide di continuare sulla strada aperta da Aldo Moro tanto che da Presidente della Regione Sicilia apre ai comunisti già nel 1978 iniziando una vasta opera di risanamento del bilancio regionale. Ma viene ucciso il 6 gennaio del 1980, un mese prima del congresso Dc che l'avrebbe nominato al vertice del partito.

MOMMO GIULIANA - EX DIRIGENTE DC PALERMO Piersanti quando viene ucciso ha 44 anni. La convinzione era che avrebbe dovuto fare il vicesegretario nazionale, nel senso che allora il vicesegretario di allora non sono i vicesegretari di oggi. Il vicesegretario era qualcuno che diventava, cominciava a crescere per poi diventare segretario nazionale.

ROBERTO SCARPINATO – PROCURATORE GENERALE DI PALERMO FINO AL 14 GENNAIO 2022 Era un Congresso decisivo perché come hanno dichiarato vari testimoni, tra cui il fratello di Piersanti Mattarella, Sergio Mattarella, si confrontavano due diverse linee politiche una linea politica che faceva capo al segretario del partito Zaccagnini e anche a Piersanti Mattarella, ed era uno schieramento che i pronostici davano per vincente perché comprendeva non soltanto la sinistra Dc, ma anche la corrente andreottiana e altri spezzoni della Dc. E un altro schieramento, diciamo della destra Dc, che invece voleva assolutamente chiudere la possibilità di qualsiasi apertura al partito Comunista e quindi chiudere definitivamente la linea Moro.

PAOLO MONDANI Ma voi morotei, voi mattarelliani avevate pensato che ci fosse qualcosa oltre la mafia tra coloro che avevano organizzato un omicidio così importante? A un mese dal congresso dove Piersanti Mattarella sarebbe presumibilmente diventato il vicesegretario nazionale della Dc?

MOMMO GIULIANA - EX DIRIGENTE DC PALERMO A mio giudizio non poteva essere soltanto la mafia. La mafia a mio giudizio ha dato il consenso.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Piersanti Mattarella è stato il 6 gennaio del 1980, a circa un mese dal XIV congresso della DC. In quel momento è in carica il governo, primo governo Cossiga che è infarcito di uomini della P2. Il segretario della DC di allora Zaccagnini aveva in mente di portare al congresso, di riproporre l’idea di un governo di solidarietà nazionale. Di far partecipare anche il Partito Comunista in maniera attiva. Per questo aveva in mente di portare alla vicesegreteria del partito l’uomo più rappresentativo di Aldo Moro, di colui che incarnava il compromesso storico, l’uomo più giovane era Piersanti Mattarella. In questo zaccagnini aveva come alleati, almeno sulla carta, Andreotti ei dorotei Piccoli e Bisaglia. Era opinione diffusa che Zaccagnini avrebbe vinto a mani basse e invece accade l’incredibile. Zaccagnini esce sconfitto vince la linea di Donati e Donat Cattin. Ora nel giro di due anni la Dc aveva ripudiato la linea politica del suo presidente ucciso dalle BR. Anche perché parte della dirigenza democristiana era stata falcidiata a colpi di mitra. A febbraio del 1980 era stato anche ucciso il professore Vittorio Bachelet vicepresidente del CSM, al suo posto era stato insediato, si è insediato Ugo Zilletti, toscano, piduista. Il governo di Forlani, messo in piedi, andato in carica nel 1980 nell’ottobre dura poco meno di un anno, perché nel maggio del 1981 viene spazzato via dallo scandalo della P2. È convinzione che se non si capisce, se non si trova la verità sull’omicidio di Piersanti Mattarella non si arriva alle verità neppure sulla strage di Bologna. I magistrati della corte d’Assise di Bologna nella sentenza che ha portato alla condanna in primo grado di Gilberto Cavallini, un altro degli esecutori della strage hanno scritto ben 100 pagine sulla sentenza, sui vari gradi di giudizio dell’omicidio Mattarella. I magistrati bolognesi scrivono che le motivazioni che hanno portato al proscioglimento di Fioravanti e di Cavallini ormai non reggono più, vedremo se c’è qualcuno che avrà ancora desiderio di aprire questa pagina dolorosa. Mentre sull’altro filone del processo quello sui mandanti si sta facendo sempre più strada una convinzione che i fuoriusciti dai movimenti di Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo a partire dalla metà degli anni ’70 dopo che sono stati sciolti i loro rispettivi movimenti si sono uniti con i NAR per effettuare rapine e attentati. E qui la domanda è la solita, quella storica, per ordine di chi? Forse la verità è scritta in un bigliettino che viene ritrovato 40 anni dopo nel portafoglio di Licio Gelli, un bigliettino che ci consente di fare qualche ulteriore passo all’interno del labirinto.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Quarant'anni dopo la strage la procura generale di Bologna fa il passo decisivo. E quell'orologio fermo alle 10,25 del 2 agosto riprende a marciare. Licio Gelli, già condannato per aver depistato le indagini, insieme ad Umberto Ortolani, suo braccio destro, viene accusato di aver finanziato i terroristi neri che piazzarono la bomba e aver pagato Federico Umberto D'Amato, potentissimo capo dell'Ufficio Affari Riservati del ministero dell'Interno, indicato come l'organizzatore della strage insieme all'ex senatore del Msi Mario Tedeschi. Il 13 settembre 1982, Licio Gelli venne arrestato in Svizzera con in tasca un appunto di movimenti bancari. Ai giudici milanesi che lo interrogarono sul crack del Banco Ambrosiano fu trasmesso solo il prospetto con le cifre, senza il frontespizio dove era scritto “Bologna” e il numero di conto aperto da Gelli presso la UBS di Ginevra. Quella intestazione è sparita per 40 anni.

ANDREA SPERANZONI – AVVOCATO PARTE CIVILE PARENTI VITTIME DELLA STRAGE Verrà trovato due anni fa all’archivio di stato di Milano dentro il portafoglio di Licio Gelli, ancora li inserito l’originale del documento Bologna.

PAOLO MONDANI Mi spieghi il giro dei soldi che da Gelli arriva ai mandanti della strage

ANDREA SPERANZONI - PARTE CIVILE PARENTI VITTIME DELLA STRAGE In questo appunto “per MC” si fa riferimento a un milione di dollari consegnato brevi manu da Gelli a Marco Ceruti, che era un suo uomo di fiducia. Con questo milione di dollari che esce dal 20 al 30 luglio 1980 quindi nei dieci giorni che precedono l’attentato. Marco Ceruti ha un conto corrente in Svizzera che gestisce per conto di Licio Gelli e questo milione di dollari è indicato come il 20% di una cifra. La cifra complessiva quindi è di 5 milioni di dollari, che sono effettivamente la contabile del documento Bologna. Di queste somme quindi 850.000 dollari va verso Federico Umberto D’Amato e 20.000 dollari va verso il Tedeschi. La movimentazione di questi denari avveniva tramite un cambia valute romano che è stato dimostrato essere in contatto proprio con l’ambiente, cioè o meglio con Federico Umberto D’Amato e con gli uomini protagonisti di questa vicenda.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Il cambia valute romano era Giorgio Di Nunzio, cointestatario assieme al nipote Giancarlo di un conto a Ginevra sul quale sarebbero confluiti i soldi del capo della P2 Licio Gelli. Denari che, secondo l’accusa, sarebbero serviti a finanziare gli esecutori della strage alla stazione di Bologna. Giorgio Di Nunzio era un faccendiere romano collegato a Federico Umberto D'Amato, Mario Tedeschi e Francesco Pazienza.

PAOLO MONDANI C'è questo conto alla Trade Development Bank di Ginevra

GIANCARLO DI NUNZIO - NIPOTE DI GIORGIO DI NUNZIO Si.

PAOLO MONDANI cointestatari lei

GIANCARLO DI NUNZIO - NIPOTE DI GIORGIO DI NUNZIO …e mio zio

PAOLO MONDANI eE suo zio Giorgio Di Nunzio. Su quel conto un mese dopo la strage di Bologna, intorno al 3 settembre, vengono depositati da Ceruti, Marco Ceruti, uomo di Gelli, 240 mila240mila dollari, che fanno parte di una partita di soldi che arrivano dall’Ambrosiano a Gelli, da Gelli a Ceruti e poi arrivano a voi.

GIANCARLO DI NUNZIO - NIPOTE DI GIORGIO DI NUNZIO Si.

PAOLO MONDANI I pubblici ministeri ritengono che quella sia una, come posso dire, una parte dei soldi serviti ai mandanti della strage per fare la strage. Mi interessava di sapere da lei questo rapporto fra….

GIANCARLO DI NUNZIO - NIPOTE DI GIORGIO DI NUNZIO L’ho spiegato.

PAOLO MONDANI fra Di Nunzio Giorgio con Ceruti

GIANCARLO DI NUNZIO - NIPOTE DI GIORGIO DI NUNZIO L’ho spiegato.

 PAOLO MONDANI Se lei ha conosciuto Ceruti, che soldi erano quelli insomma

GIANCARLO DI NUNZIO - NIPOTE DI GIORGIO DI NUNZIO Ho conosciuto Ceruti in occasione di un interrogatorio fatto a Roma dai magistrati di Bologna.

PAOLO MONDANI Non l’aveva conosciuto prima

GIANCARLO DI NUNZIO - NIPOTE DI GIORGIO DI NUNZIO No, non lo avevo conosciuto prima. Lui ha spiegato ai magistrati di Bologna la ragione di questo versamento di soldi a mio zio e la cosa finisce lì

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Secondo Giancarlo Di Nunzio i soldi arrivati da Gelli a Ceruti e poi a suo zio erano banalmente il pagamento di una consulenza. Anche la Odal Prima, una vecchia società romana vicina ad Avanguardia Nazionale, secondo l’accusa è sospettata di aver fatto parte del finanziamento della strage.

ANDREA SPERANZONI – AVVOCATO PARTE CIVILE PARENTI VITTIME DELLA STRAGE La Odal Prima nasce pochi giorni dopo, esattamente 12 giorni dopo il primo pagamento verso Zafferano, Federico Umberto D’Amato, che è del 16 febbraio 1979, data che viene indicata dalla Procura Generale come inizio del finanziamento della strage. Vennero visti entrare e uscire da quella sede sia uomini di Avanguardia Nazionale, sia uomini dei Nar, in particolare Giorgio Vale, Francesca Mambro e Gilberto Cavallini. Che ci fanno parlare oggi, io ritengo, di una saldatura tra gruppi cioè fra Avanguardia Nazionale, Nar e anche uomini di Terza Posizione.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Osserviamo questa sequenza di avvenimenti. Il 27 novembre 1979 Massimo Carminati e Valerio Fioravanti dei NAR, Peppe Dimitri e Mimmo Magnetta di Avanguardia Nazionale, rapinano centinaia di milioni di lire alla Chase Manhattan Bank di Roma. Il 14 dicembre il giudice Mario Amato fa sequestrare a via Alessandria 129 a Roma un deposito di armi e di esplosivi gestito da Fioravanti e da Dimitri. In quello stesso edificio viene trovata la sede del giornale Confidentiel diretto dal Presidente di Avanguardia Nazionale Adriano Tilgher. Il giudice Mario Amato che fa fare quel sequestro viene ucciso il 23 giugno del 1980 dai Nar e il 2 agosto Mambro e Fioravanti, cioè i detentori insieme a Dimitri di quel deposito di armi, fanno la strage di Bologna.

PAOLO MONDANI Questa sequenza di avvenimenti è abbastanza impressionante e spinge a pensare che alcuni uomini di Avanguardia Nazionale, la sua organizzazione, l’organizzazione della quale lei è stato presidente e della quale va fiero sia stata coinvolta in quella strategia.

ADRIANO TILGHER - EX PRESIDENTE AVANGUARDIA NA ZIONALE Si rende conto di quanto è faziosa questa interpretazione? Uno: Avanguardia Nazionale non esiste più viene sciolta da me il 7 giugno del 1976 e tutti gli uomini che lei definisce di Avanguardia Nazionale fanno ognuno cose per conto suo. Ci può essere il legame umano, il legame personale come ancora c’è e per sempre ci sarà finché non moriremo, perché questo era. Ma non il legame politico.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Vincenzo Vinciguerra è stato prima in Ordine Nuovo e poi in Avanguardia Nazionale. Responsabile della strage di Peteano dove morirono tre carabinieri, da 42 anni è in carcere e rifiuta ogni beneficio di legge. Vinciguerra risponde a distanza a Tilgher: nonostante lo scioglimento decretato dalla legge Scelba negli anni '70, Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale insieme alla destra istituzionale hanno continuato a cavalcare la strategia della tensione.

VINCENZO VINCIGUERRA - EX ORDINE NUOVO E AVANGUARDIA NAZIONALE Il Movimento Sociale Italiano, Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, Europa e Civiltà hanno marciato divisi e hanno colpito uniti.

PAOLO MONDANI A parte Mambro, Fioravanti e Ciavardini la cui presenza è stata dimostrata, ma lei crede che a Bologna ci fossero altri presenti per realizzare operativamente una strage come quella?

VINCENZO VINCIGUERRA - EX ORDINE NUOVO E AVANGUARDIA NAZIONALE Ma se c’era diciamo: chi poteva portare ordini a Fioravanti e compagni quello era proprio Massimiliano Fachini. Questi non sono stati loro a decidere la strage di Bologna, questi l’hanno eseguita la strage.

PAOLO MONDANI Fachini anche lui legato…

VINCENZO VINCIGUERRA - EX ORDINE NUOVO E AVANGUARDIA NAZIONALE Fachini era un uomo dei servizi. È sempre stato un uomo dei servizi.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Massimiliano Fachini è stato un esponente di Ordine Nuovo. Inizialmente accusato di aver fornito l'esplosivo per la strage di Bologna è stato poi prosciolto. Anche Paolo Signorelli, leader di Ordine Nuovo insieme a Pino Rauti fu accusato della strage di Bologna e successivamente assolto.

PAOLO MONDANI Valerio Fioravanti secondo lei ha avuto rapporti con i servizi segreti per quello che si è saputo?

VINCENZO VINCIGUERRA - EX ORDINE NUOVO E AVANGUARDIA NAZIONALE Valerio Fioravanti può averli avuti in maniera indiretta. Quando si frequenta Paolo Signorelli i rapporti con i servizi segreti si possono avere, indirettamente. Quando si frequenta Massimiliano Fachini altrettanto.

PAOLO MONDANI Frequentavano sia Fachini che Signorelli Mambro e Fioravanti…

VINCENZO VINCIGUERRA - EX ORDINE NUOVO E AVANGUARDIA NAZIONALE Erano quelli che li guidavano.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Li guidavano, ma per conto di chi? Proveremo a ricostruire la stori attraverso un documento straordinario in base al quale si evincerebbe che Licio Gelli avrebbe pagato 5 milioni di dollari gli organizzatori e i depistatori della strage di Bologna, avrebbe pagato il capo dei servizi segreti di allora Federico Umberto d’Amato, avrebbe pagato il senatore Tedeschi e avrebbe anche pagato gli autori della strage i terroristi neri. Un po’ di soldi sarebbero anche transitati attraverso lo zio e il nipote Di Nunzio, uomini legati al faccendiere Pazienza, piduista anche lui, uomo legato alla Cia e consulente esterno del SiSMI. La storia di questo documento ha dell’incredibile, viene sequestrato in Svizzera a Licio Gelli il 13 settembre del 1982, viene trasmesso all’autorità giudiziaria che sta indagando sul crack del Banco Ambrosiano, la guardia di finanza scriverà in una relazione che non vi è da attribuire nessun significato particolare alla scritta e al nome della città Bologna. Però neppure lo chiederanno a Licio Gelli quando sarà interrogato nel 1988. Anzi emergono due anomalie, intanto al verbale non viene allegato il frontespizio con la scritta Bologna, l’altra è che non viene neppure trasmessa all’autorità giudiziaria bolognese che sta indagando sulle stragi. Su quel documento cade l’oblio per 40 anni fino a quando un legale dell’associazione dei parenti delle vittime lo ritrova nell’archivio di stato all’interno del portafoglio di Gelli. Perché tutto questo silenzio? Secondo i magistrati della procura bolognese sarebbe scattato un ricatto pesantissimo da parte di Gelli e questo ricatto, la prova di questo presunto ricatto, viene trovata all’interno di un documento nel tribunale di Roma. Si tratta del documento “artigli”, è il verbale di un funzionario del ministero dell’Interno sull’incontro che aveva avuto con il legale di Licio Gelli, Fabio Dean, dove sostanzialmente c’è scritto, l’avvocato dice “se continuate ad accusare Licio Gelli della strage di Bologna lui tirerà fuori tutti gli artigli che ha”. Il solerte funzionario porterà il documento a Vincenzo Parisi capo della polizia di allora, che risulterà anche lui iscritto alla massoneria e su quel documento cala il silenzio per 40 anni. Secondo i magistrati bolognesi è la prova invece del ricatto di Licio Gelli allo Stato. Dice sostanzialmente se continuate ad attribuirmi le stragi io farò vedere, mostrerò le prove di quanto lo Stato abbia le mani in pasta nella strategia della tensione. Ora per capire quale è questa strategia della tensione bisognerebbe mettere insieme alcuni fatti importanti che accadono in quei mesi a partire dal novembre del 1979 quando Carminati e Valerio Fioravanti dei NAR, insieme a Peppe Dimitri e Mimmo Magnetta di Avanguardia Nazionale rapinano centinaio di milioni di lire presso la Chase Manhattan Bank di Roma. Avanguardia Nazionale considerava in danno l’azione armata dei Nar, perché compiono delle rapine armate insieme? Altra data impostante 14 dicembre del 79 il giudice Mario Amato sequestra in una palazzina in via Alessandria un deposito di esplosivi e di armi che fa riferimento a Valerio Fioravanti dei Nar e Dimitri, Avanguardia Nazionale. Nella stessa palazzina poi c’è la sede di Confidentiel la rivista che fa capo al presidente di Avanguardia Nazionale Adriano Tilgher. Il giudice Mario Amato che invece aveva ordinato il sequestro del deposito di armi in via Alessandri verrà ucciso mesi dopo, il 23 giugno del 1980 da Gilberto Cavallini e Luigi Ciavardini dei Nar e il 2 agosto Valerio Fioravanti, cioè i detentori di quel deposito di armi fanno la strage di bologna, ma per ordine di chi? E chi è che li guidava? Secondo l’ex Vincenzo Vinciguerra in una intervista esclusiva al nostro Paolo Mondani dice che i vertici di Ordine Nuovo e Vanguardia Nazionale erano legati ai servizi segreti quelli che ispiravano la strategia della tensione. E sempre legato ai servizi segreti sarebbe l’uomo che appare nel filmato di un turista svizzero, che secondo la procura sarebbe Paolo Bellini un altro esecutore della strage di bologna immortalato dieci minuti prima che esplodesse la bomba sul binario 1 della stazione di Bologna. Paolo Bellini killer di Avanguardia Nazionale, killer per la ‘ndrangheta si muoveva con la sua agilità anche da latitante godendo di coperture incredibili, istituzionali sotto il nome di Roberto Da Silva

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Un giorno del 1977, Paolo Bellini arriva a Foligno dal cielo. Con il passaporto brasiliano, il nome falso di Roberto Da Silva e un brevetto di pilota preso negli Stati Uniti atterra su questo aeroporto, a qualche chilometro da Foligno. Al suo fianco, a bordo di veicoli leggeri, c'era spesso Ugo Sisti, il procuratore capo di Bologna, il primo a indagare sulla strage. Bellini-Da Silva rimarrà a Foligno sotto falso nome per 4 anni. Alloggiava in albergo, aveva un conto al Banco di Roma e disponeva di importanti risorse finanziarie. Poi si scopre che aveva parecchi protettori.

STEFANO MENICACCI AVVOCATO - EX DEPUTATO MSI Ho motivo di ritenere che il Da Silva si era rivolto al senatore Cremisini quando aveva degli interessi in Brasile; il senatore Cremisini, già parlamentare del Movimento Sociale Italiano si è rivolto a Franco…

 PAOLO MONDANI Mariani.

STEFANO MENICACCI AVVOCATO - EX DEPUTATO MSI Mariani il quale era l’avvocato di Giorgio Almirante e Franco Mariani…

PAOLO MONDANI A lei STEFANO MENICACCI AVVOCATO - EX DEPUTATO MSI Si è rivolto a me. Questa è la trafila. PAOLO MONDANI Ma scusi avvocato, me lo spiega com’è possibile per un giovane che viene dal Brasile che si chiama Roberto Da Silva che tre parlamentari dell’MSI si muovano per in qualche modo aiutarlo?

STEFANO MENICACCI AVVOCATO - EX DEPUTATO MSI Ma in effetti si è giovato di molte compiacenze ed ebbe persino il permesso di porto di fucile, porto d’arma previo consenso elogiativo del commissario di pubblica sicurezza di Foligno.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Paolo Bellini dichiara di essere stato infiltrato in Avanguardia Nazionale dal senatore Mariani e da Giorgio Almirante. Lo stesso senatore lo voleva nei servizi segreti ma Bellini nega di averne fatto parte. Mentre Vinciguerra dice che tutta l'estrema destra era legata ai servizi.

PAOLO MONDANI Lei racconta che Stefano Menicacci l’avvocato e Pierluigi Concutelli, Pino Rauti, Carlo Maria Maggi che è mandante della strage di Brescia, Delfo Zorzi, capisce che sono legatissimi ai servizi segreti.

VINCENZO VINCIGUERRA - EX ORDINE NUOVO E AVANGUARDIA NAZIONALE Guardi, mentre da un lato facevano gli oppositori politici dall’altro lavoravano per i nostri servizi e anche per quelli esteri. Senza gli apparati dello stato queste strutture, queste organizzazioni non sarebbero sopravvissute.

PAOLO MONDANI Come la mafia.

VINCENZO VINCIGUERRA - EX ORDINE NUOVO E AVANGUARDIA NAZIONALE Esatto.

PAOLO MONDANI Lei entra in Avanguardia Nazionale perché le appariva meno immischiata con i servizi segreti rispetto alla sua precedente, al suo precedente gruppo di appartenenza che era Ordine Nuovo. Quando è che finisce la sua fiducia su Stefano delle Chiaie di cui era amico e che era il capo di Avanguardia Nazionale?

VINCENZO VINCIGUERRA - EX ORDINE NUOVO E AVANGUARDIA NAZIONALE L’amicizia con Stefano finisce quando io mi rendo conto che fa il doppio gioco con me.

PAOLO MONDANI Ad un certo punto Stefano Delle Chiaie capisce l’esistenza della P2, la vede ne viene a conoscenza?

VINCENZO VINCIGUERRA - EX ORDINE NUOVO E AVANGUARDIA NAZIONALE Ma io purtroppo credo che la conoscesse bene l’esistenza della P2. E me l’hanno sempre taciuta.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO La P2, la camera blindata del potere atlantico, osservava e manovrava. Walter Sordi ha militato e ucciso con i Nuclei Armati Rivoluzionari di Mambro, Fioravanti, Cavallini e Pasquale Belsito. Da pentito, Sordi ha raccontato dei rapporti fra Licio Gelli e Valerio Fioravanti.

CORTE DI ASSISE BOLOGNA - UDIENZA DEL 18 GIUGNO 2021 ALESSIA MERLUZZI - PARTE CIVILE ASSOCIAZIONE PARENTI VITTIME DELLA STRAGE Nell'interrogatorio del 15 ottobre del 1’82 a pagina 5 lei dichiarò: “erano invece noti almeno a un certo livello i rapporti tra Gelli e Fioravanti Valerio. Il Belsito mi disse in particolare che Valerio Fioravanti non era quel personaggio pulito che tutti credevamo. Il Fioravanti aveva contatti con Gelli con il quale si era visto in Francia”. Lei conferma questa dichiarazione?

WALTER SORDI - EX NAR E TERZA POSIZIONE - COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Sì sì confermo tutto.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Quarant'anni fa, il generale Mario Grillandini del Sismi fu uno dei pochissimi a occuparsi di Licio Gelli.

PAOLO MONDANI Siamo nel 1981, a marzo i giudici di Milano sequestrano la lista della P2 a casa di Licio Gelli. Un paio di mesi dopo, a maggio, emerge la notizia che a Montevideo, la capitale dell’Uruguay, Licio Gelli teneva in una sua villa lussuosissima un secondo archivio importantissimo e il servizio decide di mandare lei a capire che cosa ci fosse in quell’archivio.

MARIO GRILLANDINI - GENERALE ESERCITO - EX DIRIGENTE SISMI Partii per Montevideo e mi collocai in un albergo del centro di Montevideo. Il giorno successivo mi sono incontrato con Castiglione nell’albergo.

PAOLO MONDANI Castiglione era il capo dei Servizi in Uruguay, dell’Uruguay.

MARIO GRILLANDINI - GENERALE ESERCITO - EX DIRIGENTE SISMI Così si è presentato. E lui mi informò che una buona parte se li era presi il servizio americano. La CIA. Quelli che interessavano la sicurezza interna dell’Uruguay se li era presi l’Uruguay, i rimanenti erano a disposizione del ministro degli Interni uruguagio, generale Trinidad.

PAOLO MONDANI In tutto i fascicoli che erano stati trovati nella villa di Gelli ha saputo quanti erano?

MARIO GRILLANDINI - GENERALE ESERCITO - EX DIRIGENTE SISMI In tutto credo sui 300. Qui sono arrivati un centinaio.

PAOLO MONDANI Secondo lei perché la CIA era così interessata ai fascicoli di Gelli?

MARIO GRILLANDINI - GENERALE ESERCITO - EX DIRIGENTE SISMI Quelli che interessavano il servizio americano probabilmente c’era qualcosa che coinvolgeva loro. Vede, io ho ricevuto in regalo una targa dal capo del servizio inglese. In questa targa in inglese, glielo traduco in italiano: questo è uno sporco mestiere che solo i gentiluomini possono fare.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO A proposito dello sporco mestiere. Nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1974 una bomba esplode sul treno Italicus, all'altezza di San Benedetto Val di Sambro in provincia di Bologna. 12 vittime. Ad oggi nessun colpevole. Dieci anni dopo, il 23 dicembre 1984, un'altra bomba su un treno all'altezza di San Benedetto Val di Sambro uccide 16 persone. Mandanti ed esecutori: P2, terroristi di destra e mafia corleonese. Solo i mafiosi verranno condannati. In dieci anni, compresa la strage alla stazione del 1980, sono 113 i morti solo nell'area di Bologna. Il processo sui mandanti della strage del 2 agosto ipotizza che alla fine degli anni ’70 si sia aggregata una formazione terroristica formata da uomini provenienti dai disciolti Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale insieme ai NAR per compiere la strage. E pone una antica domanda: chi dava loro ordini?

 CORTE DI ASSISE BOLOGNA UDIENZA DEL 9 GIUGNO 2021 MASSIMO GIRAUDO - COLONNELLO DEI CARABINIERI C'è una testimonianza eccezionale e che dice tutto e chiude la partita. È la testimonianza del Capo di Stato Maggiore, defunto da tempo, della Terza Armata. Il Dottor Mastelloni o nel ’95 o nel ’96 interroga il Generale Emanuele Borsi di Parma, e... Borsi di Parma fa un’affermazione straordinaria, e cioè spiega: “Noi sapevamo che c’era una struttura di estrema destra supportata dalla NATO, e questa struttura probabilmente si chiamava Ordine Nuovo e Ordine Nuovo rispondeva alla base FTASE a Verona”.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Il Comando FTASE delle forze terrestri alleate per il Sud Europa è stato un Comando della Nato con sede a Verona, attivo dal 1951 al 2004 con il compito di difendere il confine Est dell'Italia da un'ipotetica invasione sovietica. Giampaolo Stimamiglio è un ex esponente di Ordine Nuovo risultato determinante nella ricostruzione della strage di Piazza Fontana a Milano e di Piazza della Loggia a Brescia dove Ordine Nuovo ebbe un ruolo decisivo. Lui può dire chi erano i loro burattinai.

PAOLO MONDANI Ad un certo punto all’interno di Ordine Nuovo si forma una struttura a parte, lei può dire che questa doppia struttura interna a Ordine Nuovo si fosse occupata, diciamo così, della strategia della tensione?

GIAMPAOLO STIMAMIGLIO - EX ORDINE NUOVO Sicuramente.

PAOLO MONDANI Insomma quelli che han messo le bombe per essere chiari…

GIAMPAOLO STIMAMIGLIO - EX ORDINE NUOVO Si, era una struttura, praticamente l’ho definita una scuola di terrorismo vera e propria.

PAOLO MONDANI Chi la finanziava?

GIAMPAOLO STIMAMIGLIO - EX ORDINE NUOVO Secondo me P2 e Umberto Federico d’Amato e operativamente Rauti con i vari Besutti, Massagrande, Maggi anche. La mente era Besutti sicuramente.

PAOLO MONDANI E Besutti prendeva ordini da qualcuno?

GIAMPAOLO STIMAMIGLIO - EX ORDINE NUOVO Da Rauti.

PAOLO MONDANI E Rauti da chi prendeva ordini?

GIAMPAOLO STIMAMIGLIO - EX ORDINE NUOVO Da Umberto Federico D’Amato.

PAOLO MONDANI E Umberto Federico D’Amato da chi prendeva ordini?

GIAMPAOLO STIMAMIGLIO - EX ORDINE NUOVO Da Guerin Serac che era il responsabile europeo della strategia, sotto copertura di tipo, chiamiamola atlantista

PAOLO MONDANI Guerin Serac il capo della cosiddetta

AGINTER PRESS, GIAMPAOLO STIMAMIGLIO - EX ORDINE NUOVO Esatto

PAOLO MONDANI agenzia di stampa dietro la quale in realtà…

GIAMPAOLO STIMAMIGLIO - EX ORDINE NUOVO …c’era la NATO.

PAOLO MONDANI Chi erano i più importanti esponenti di Ordine Nuovo?

GIAMPAOLO STIMAMIGLIO - EX ORDINE NUOVO Besutti e Massagrande.

 PAOLO MONDANI C’era Marcello Soffiati no?

GIAMPAOLO STIMAMIGLIO - EX ORDINE NUOVO Il Soffiati è l’unica persona che conosco io, che ne ho conosciuti tanti, che poteva accedere a Camp Darby.

PAOLO MONDANI ...è la base americana di Livorno.

GIAMPAOLO STIMAMIGLIO - EX ORDINE NUOVO E li accedono soltanto pochissimi.

PAOLO MONDANI Lei ha detto che Marcello Soffiati era l’anima nera di Carlo Maria Maggi…

VINCENZO VINCIGUERRA - EX ORDINE NUOVO E AVANGUARDIA NAZIONALE Esatto.

PAOLO MONDANI …il mandante della strage di Brescia. “Attenzione - lei dice - che noi stiamo parlando di un gruppo quello del veneto che è stato sempre al servizio delle basi americane. Degli Stati Uniti e della Nato lì

VINCENZO VINCIGUERRA - EX ORDINE NUOVO E AVANGUARDIA NAZIONALE Carlo Maria Maggi era un Rauti dipendente. Carlo Maria Maggi non avrebbe mai fatto nulla senza gli ordini di Pino Rauti, o almeno con il consenso di Pino Rauti. Hanno stabilito rapporti che soltanto Rauti poteva favorire come referente della CIA in Italia, non Maggi. Con i servizi segreti americani, militari e civili, con i servizi segreti israeliani, con il Mossad avevano pure rapporti.

PAOLO MONDANI Lei ha scritto di Maggi e Soffiati che erano della Cia. Ma ha aggiunto Stefano Delle Chiaie.

VINCENZO VINCIGUERRA - EX ORDINE NUOVO E AVANGUARDIA NAZIONALE Stefano necessariamente non poteva non essere a contatto con le persone della Cia dirette da, diciamo così, da James Angleton qui in Italia. Angleton è il personaggio che ha portato l’estrema destra alla CIA.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Già nel dopoguerra James Jesus Angleton divenne capo del controspionaggio americano a Roma e fu amico di Junio Valerio Borghese, ispiratore e maestro di Stefano Delle Chiaie. Angleton era legato a Federico Umberto D'Amato, il gran gourmet dello spionaggio italiano dal dopoguerra fino agli anni '90. Piduista e fondatore del Club di Berna che raccoglieva i capi dei servizi segreti occidentali, per 13 anni D'Amato ebbe accanto Antonella Gallo, che ereditò tutto il suo patrimonio, e il fratello Claudio. Suoi segretari particolari.

 PAOLO MONDANI Federico Umberto D’Amato aveva rapporti con importantissimi generali americani: il generale Donovan, con Allen Dulles della CIA e soprattutto aveva stretto una amicizia particolare con James Angleton, che era il plenipotenziario della CIA in Italia per tutto il dopoguerra. Ha mai parlato di questi nomi?

CLAUDIO GALLO - SEGRETARIO FEDERICO UMBERTO D'AMATO No. Lui aveva però, era rimasto in contatto con un esponente appunto della CIA e addirittura una volta lo ospitò nella casa di Parigi insieme alla sua famiglia.

PAOLO MONDANI Il signor Claude.

CLAUDIO GALLO - SEGRETARIO FEDERICO UMBERTO D'AMATO Sì.

PAOLO MONDANI D’Amato fu insignito di una medaglia della CIA, la Bronze Star, una del Congresso degli Stati Uniti, la Medal of Freedom, e della Legion D’Onore francese. C

LAUDIO GALLO - SEGRETARIO FEDERICO UMBERTO D'AMATO Sì e lui ne andava, di quello ne andava fiero. E da come le aveva esposte aveva piacere che fossero notate quando aveva ospiti nel suo ufficio

PAOLO MONDANI D’Amato aveva ovviamente rapporti anche con il Mossad, ma aveva un amico del Mossad che lo frequentava a casa…

CLAUDIO GALLO - SEGRETARIO FEDERICO UMBERTO D'AMATO Si, mister Zimmerman perché gli faceva…

PAOLO MONDANI La manutenzione.

CLAUDIO GALLO - SEGRETARIO FEDERICO UMBERTO D'AMATO La manutenzione degli Otomat, sono queste bambole a ricarica e veniva addirittura da Israele per fare solo questo.

TIMEWATCH BBC- 24 giugno 1992 - GLADIO THE FOOT SOLDIERS FEDERICO UMBERTO D’AMATO EX CAPO UFFICIO AFFARI RISERVATI MINISTERO DELL'INTERNO Direi che questo è l’automa della politica. Questo è il giocoliere, le jongleur.

PAOLO MONDANI Siamo all’inizio di agosto del 1996, improvvisamente muore Federico Umberto D’Amato e c’è il funerale. Chi viene al funerale?

CLAUDIO GALLO - SEGRETARIO FEDERICO UMBERTO D'AMATO Allora, venne sicuramente il presidente Cossiga, il senatore Taviani.

PAOLO MONDANI L’amicizia con Mario Tedeschi il direttore de “Il Borghese”?

CLAUDIO GALLO - SEGRETARIO FEDERICO UMBERTO D'AMATO Mario Tedeschi, sì, telefonava spesso.

PAOLO MONDANI Perché Mario Tedeschi che è stato direttore de “il Borghese” per trentasei anni preparava tutti i giorni una rassegna stampa che inviava a D’Amato il quale poi la inviava a Parisi, tutti i giorni?

CLAUDIO GALLO - SEGRETARIO FEDERICO UMBERTO D'AMATO Questo giro di fax avveniva molto presto la mattina per avere la situazione istantanea di quello che veniva scritto nei vari giornali.

PAOLO MONDANI Lei sapeva dell’appartenenza di D’Amato alla P2?

CLAUDIO GALLO - SEGRETARIO FEDERICO UMBERTO D'AMATO Sì

PAOLO MONDANI Gli ha mai chiesto di Licio Gelli? Chi fosse?

CLAUDIO GALLO - SEGRETARIO FEDERICO UMBERTO D'AMATO Una volta io feci una domanda riferita a lui, che ne pensava, e lui mi disse che era un cretino.

PAOLO MONDANI Lei dice che nel suo ambiente in quegli anni, l'Ufficio Affari riservati di Federico Umberto D'Amato veniva definito l'Ufficio bombe. Mi spiega perché?

VINCENZO VINCIGUERRA - EX ORDINE NUOVO E AVANGUARDIA NAZIONALE Eh sì. l'Ufficio bombe perché ormai si sapeva che questo ufficio aveva diciamo il compito anche tramite elementi di estrema destra, va bene, non rifuggiva dal far compiere attentati, noi pensavamo dimostrativi, ma sempre bombe erano.

PAOLO MONDANI In una vecchia intervista D’Amato disse che: “Uno spione degno di questo nome deve tenere sempre un piede nella legalità e tre fuori, ma non deve mai farsi beccare” come invece era accaduto praticamente a tutti i vertici dei servizi segreti italiani.

CLAUDIO GALLO - SEGRETARIO FEDERICO UMBERTO D'AMATO E beh è la sua sintesi. D’Amato non era un personaggio da farsi usare, semmai usava. SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Il capo dei servizi segreti Federico Umberto D’amato non si faceva certo usare semmai usava. È una persona che coincide con quanto ci ha detto Stimamiglio e Vinciguerra. La catena di comando da cui dipendevano le azioni dei terroristi neri era la seguente. A capi c’era Pino Rauti, ex Movimento Sociale italiano, sopra ancora c’era appunto Federico Umberto d’Amato, sopra ancora Gaurin Serac, che era il responsabile dell’agenzia che sfornava fake news, Aginter Presse, era soprattutto il responsabile sotto copertura della strategia atlantista. Guarin Serac che era sparito del 1975, si sono perse le tracce non si sa che fine abbia fatto. A trascinare invece la destra eversiva verso la CIA ci ha pensato James Angleton responsabile dei servizi di sicurezza americani nel nostro paese nel dopoguerra. Forse era questo il contesto che minacciava di sventolare il ricatto di Licio Gelli che minacciava di sventolare ogni volta che finisce nei guai con qualche processo. Nel 1981 nell’aeroporto di fiumicino viene sequestrato un plico nel doppiofondo di una valigia che veniva trasportata da Maria Grazia Gelli, figlia del venerabile. Dentro c’era il piano di rinascita democratica della P2. C’era tutta la politica dal golpe anticomunista a quella filo atlantista e pii anche quella più fine dell’occupazione silenziosa dello stato. Nella lista della P2 erano finito politici magistrati, uomini delle forze dell’ordine, uomini dei servizi segreti. Dentro quel plico c’era anche la direttiva westmorland, un generale dell’esercito statunitense una direttiva nella quale si legittimava l’uso della forza per contrastare lo sviluppo l’avanzata del comunismo nei paesi del patto atlantico. Si legittimavano anche se necessario gli attentati e le stragi. Secondo i magistrati quelle carte furono fatte ritrovare apposta da Licio Gelli era il ricatto che sventolava sotto gli occhi dello Stato certo che l’alleato americano non sarebbe mai stato coinvolto nei fatti giudiziari. Forse per questo che solo a distanza di 40 anni dai fatti il nome di Angleton e Federico Umberto d’Amato, legati alla strategia della tensione sono potuti emergere così chiaramente. Come è potuto emergere anche il fatto che nella palazzina di via Gradoli dove c’era la base dei terroristi rossi che hanno concepito il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro fosse anche un appartamento dei terroristi neri e anche più in la quello dei servizi di sicurezza che li osservavano. Insomma una palazzina del terrore che aveva anche un suo amministratore Domenico Catracchia che è entrato come imputato nel processo sulla strage di Bologna.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Roma, Via Gradoli. Nel 1978, al numero civico 96 si trovava la base romana delle Brigate Rosse. Qui progettarono il rapimento di Aldo Moro. Tre anni dopo, nel 1981, in questa stessa palazzina, i terroristi di destra dei Nar stabilirono il loro covo. Qualche tempo dopo si scoprì che Domenico Catracchia si era occupato della locazione di questi immobili gestiti anche da una società di fiducia del Sisde. Il servizio segreto civile. Catracchia era poi diventato il fiduciario personale di Vincenzo Parisi, allora vice direttore del Sisde, che a via Gradoli aveva acquistato alcuni appartamenti. Via Gradoli ha una sola via di fuga, eppure Br e Nar decisero di nascondersi qui, sotto gli occhi dello Stato. Domenico Catracchia è sotto processo per aver detto il falso sull'appartamento affittato ai Nar.

CORTE DI ASSISE DI BOLOGNA 19 NOVEMBRE 2021 ALBERTO CANDI - AVVOCATO GENERALE TRIBUNALE BOLOGNA Veniamo all’altro aspetto che non abbiamo ancora trattato e che invece riguarda la sua conoscenza con il Prefetto Parisi e i rapporti che lei ebbe con Parisi. Ce li può descrivere?

DOMENICO CATRACCHIA - IMMOBILIARISTA Sì. Io per vendere e affittare mettevo delle inserzioni, e il Dottor Parisi si vede che l’ha letta, voleva fare degli investimenti, perché non l’ha fatti solo con me, se n’è comprati parecchi per Roma.

ALBERTO CANDI - AVVOCATO GENERALE TRIBUNALE BOLOGNA Le ricordo che lei disse: “Posso affermare che con il Dottor Parisi si stabilì un rapporto molto fiduciario, e che diventammo amici. Un paio di volte andammo a cena insieme”.

DOMENICO CATRACCHIA - IMMOBILIARISTA Sì, sì, le confermo, però non mi ricordo adesso il ristorante.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Erano gli anni in cui si parlava di servizi deviati ma che in realtà rispondevano a precise direttive interne e internazionali. Il generale Pasquale Notarnicola (morto poco dopo la nostra intervista) è stato al Sismi tra il '78 e l'83, comandante della prima divisione, quella che si occupava di controspionaggio e antiterrorismo. Testimone dei 4 depistaggi effettuati dai capi del servizio diretto da Giuseppe Santovito, dal generale Pietro Musumeci e da Francesco Pazienza, agente Sismi a contratto. Tutti affiliati alla P2 di Licio Gelli.

PASQUALE NOTARNICOLA – CAPO ANTITERRORISMO – CONTROSPIONAGGIO SISMI 1978 - 1983 La mattina del 2 agosto alle ore 10 e 31, cioè sei minuti dopo che era avvenuta la strage io ricevetti una telefonata dal mio capocentro che mi informava che a Bologna era avvenuto un attentato, che c'erano crolli e probabilmente molti morti. Per me il primo segno di depistaggio è questo. Gli do la notizia e il direttore con … PAOLO MONDANI Santovito…

PASQUALE NOTARNICOLA – CAPO ANTITERRORISMO – CONTROSPIONAGGIO SISMI 1978 - 1983 Santovito con molta serenità mi rispose: "Ma che dici, lì è una caldaia a gas che è scoppiata".

PAOLO MONDANI Tanto che la sera del 2 agosto si parlava di una caldaia a gas...come dire…

PASQUALE NOTARNICOLA – CAPO ANTITERRORISMO – CONTROSPIONAGGIO SISMI 1978 - 1983 Lui me l'ha detto mezz'ora…

PAOLO MONDANI Non è difficile pensare che sia stata in qualche modo…

PASQUALE NOTARNICOLA – CAPO ANTITERRORISMO – CONTROSPIONAGGIO SISMI 1978 - 1983 Precostituita.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Il secondo depistaggio…

PASQUALE NOTARNICOLA – CAPO ANTITERRORISMO – CONTROSPIONAGGIO SISMI 1978 - 1983 Il mio capocentro la prima cosa che fa mette sotto controllo gli estremisti bolognesi. Tra i quali gli estremisti di destra. E notano i miei uomini che uno di questi estremisti molto importanti è assente da Bologna. E gli danno un appuntamento in Sardegna.

PAOLO MONDANI Chi era questo…?

PASQUALE NOTARNICOLA – CAPO ANTITERRORISMO – CONTROSPIONAGGIO SISMI 1978 - 1983 Si chiamava Naldi. E fa questa dichiarazione: "No, noi estremisti fascisti bolognesi non ne sappiamo assolutamente nulla della strage, pensiamo che la strage sia stata fatta da fascisti romani". La mattina dopo il Naldi si presentò alla stazione di Bologna ma alla stazione di Bologna gli andarono incontro due avvocati che lo sconsigliarono di presentarsi spontaneamente dal Procuratore della Repubblica ma di aspettare una convocazione. E chi poteva averli chiamati? Solo il mio capo.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Terzo depistaggio. A questo punto il generale Santovito ordina al generale Notarnicola e altri due ufficiali di scrivere un libro sul terrorismo internazionale. I contenuti del libro non ancora pubblico finiscono però sul settimanale Panorama e Santovito mostra grande irritazione per questa fuga di notizie.

PASQUALE NOTARNICOLA – CAPO ANTITERRORISMO – CONTROSPIONAGGIO SISMI 1978 - 1983 Ma il segretario di Santovito che era un ufficiale di cavalleria, chissà per quale gesto benefico, mi disse: "Ma non ti preoccupare, non è vero che è arrabbiato perché il giornalista che ha scritto l'articolo è venuto qui a leggere il libro nella stanza a fianco di quella del direttore", e mi disse anche mi fece il nome del giornalista, dice: "E gli ha dato un compenso di tre milioni".

PAOLO MONDANI Però questa idea del terrorismo internazionale poco dopo la strage di Bologna e poco dopo il suo libro lei capisce che aveva…

 PASQUALE NOTARNICOLA – CAPO ANTITERRORISMO – CONTROSPIONAGGIO SISMI 1978 - 1983 Aveva un altro scopo. Aveva lo scopo di depistaggio.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Infine, il quarto depistaggio. Il 13 gennaio 1981 sul treno Taranto Milano viene trovata una valigia piena di esplosivo simile a quello della bomba di Bologna con alcuni biglietti aerei riconducibili a persone straniere.

PASQUALE NOTARNICOLA – CAPO ANTITERRORISMO – CONTROSPIONAGGIO SISMI 1978 - 1983 Io la notizia l'ho avuta almeno due giorni prima, due pomeriggi prima. Dunque, ero come al solito nel mio ufficio e ricevo una telefonata dal capo dell'ufficio del direttore il quale mi dice vai all'aeroporto di Ciampino dove arriverà il direttore dall'America. E dall'aereo scesero, dal nostro aereo scesero il generale Santovito, Francesco Pazienza e Michael Ledeen…

PAOLO MONDANI Michael Ledeen della Cia.

PASQUALE NOTARNICOLA – CAPO ANTITERRORISMO – CONTROSPIONAGGIO SISMI 1978 - 1983 Però era un agente della Cia che non agiva insieme agli altri. Entrò il generale Santovito, venne subito verso di me mi dette una busta e mi disse: "Provvedi perché è urgente". Aprii la busta, quando guardo una informativa assurda, era una informativa che prevedeva un trasporto di esplosivi su treni italiani ma era così completa che non poteva averla scritta un informatore qualsiasi, soltanto lo stragista poteva dare tutti quei dettagli.

PAOLO MONDANI …avere quei particolari. Come lei sa il colonnello Belmonte, il generale Musumeci, Licio Gelli e Francesco Pazienza verranno condannati per il depistaggio….

PASQUALE NOTARNICOLA – CAPO ANTITERRORISMO – CONTROSPIONAGGIO SISMI 1978 - 1983 E per calunnia…

 PAOLO MONDANI Ma perché fu messa in atto l'operazione Terrore sui treni ai fini del depistaggio?

 PASQUALE NOTARNICOLA – CAPO ANTITERRORISMO – CONTROSPIONAGGIO SISMI 1978 - 1983 Sempre per dare l'impressione al governo e all'opinione pubblica che la strage di Bologna fosse stata compiuta da stranieri.

PAOLO MONDANI Lei può dire che chi ha pianificato i depistaggi era anche tra coloro che ha pianificato la strage?

PASQUALE NOTARNICOLA – CAPO ANTITERRORISMO – CONTROSPIONAGGIO SISMI 1978 - 1983 Penso di sì, penso di sì, perché non c'è altra spiegazione.

PAOLO MONDANI Il generale Santovito?

PASQUALE NOTARNICOLA – CAPO ANTITERRORISMO – CONTROSPIONAGGIO SISMI 1978 - 1983 Beh certamente il generale Santovito ma io non so se sia stato il solo. Per me le menti raffinatissime stavano fuori dalla nazione.

PAOLO MONDANI Lei generale, in una commissione parlamentare di inchiesta afferma: "Nessuno mi aveva detto, durante la mia permanenza al servizio, dell'esistenza della Stay Behind, di Gladio".

PASQUALE NOTARNICOLA – CAPO ANTITERRORISMO – CONTROSPIONAGGIO SISMI 1978 - 1983 Ho sempre l'impressione che la Gladio legittima servisse anche a nascondere una Gladio illegittima, che era la Gladio delle stragi. Gelli che viene tanto magnificato io lo ritengo un prestanome. Io penso che fin da allora Gelli avesse a che fare con gli Stati Uniti.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Il Kintsugi è il nome di un’antica arte giapponese usata per riparare gli oggetti in ceramica. E consiste nel saldare insieme i frammenti usando l'oro. Alla fine, l'oggetto riparato è più prezioso. Questa tecnica rimanda a una scelta di vita: le nostre cicatrici interiori, soprattutto le più dolorose, possono diventare trame preziose. Iwao Sekiguchi era uno studente giapponese di vent’anni quando fu ucciso dalla bomba alla stazione. Il papà di Iwao, che venne da Tokyo per seguire le udienze del processo per la strage disse che i familiari delle vittime potevano superare il trauma della perdita: lo spirito combattivo della città di Bologna è l'oro che avrebbe riparato le ferite. Resta una domanda: l'attuale processo di Bologna sui mandanti della strage a 40 anni dai fatti ci restituisce giustizia?

LEONARDO GRASSI - EX PUBBLICO MINISTERO STRAGE ITALICUS E BOLOGNA Secondo me tutte le forze che avevano partecipato alla lotta contro il comunismo con modalità non ortodosse: la mafia, i fascisti, i piduisti e questo e quello, una volta caduto il Muro di Berlino dovevano essere fatte salve. Queste persone che avevano goduto di potere, impunità e denaro non potevano essere abbandonate così e messe ai giardinetti. Un mio amico ha fatto l'accostamento fra questo processo di Bologna e il processo di Norimberga, però il processo di Norimberga è venuto nell'immediatezza dei fatti, questo processo qui viene quaranta anni dopo, e il processo di Norimberga è quello che i vincitori fanno sui vinti cambiando addirittura le regole del diritto internazionale. Ma qui chi sono i vincitori e chi sono i vinti.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Il generale Notarnicola sapeva di avere i giorni contati e ci ha telefonato e ha detto: “prima di morire sento la necessità di rilasciare una intervista a Report per raccontare i fatti”. Il generale Notarnicola è stato responsabile della prima divisione del SISMI, quella del controspionaggio e dell’antiterrorismo. Dagli anni che vanno dal 1978 all’ 83. È stato testimone dei tentativi di depistaggio dei suoi responsabili: il generale Santovito, Musumeci, Francesco Pazienza legato alla CIA e consulente esterno del SISMI, tutti e tre legati alla P2 di Licio Gelli. Notarnicola ha anche detto che secondo lui il mandante, chi ha fatto il depistaggio è anche il mandante di queste stragi, e Licio Gelli non è null’altro che il prestanome di menti raffinatissime che sono dall’altra parte dell’oceano. Diciamo che forse questa è una verità percepita da decenni solo, dai tempi dell’“Io so” di Pier Paolo Pasolini solo che sentirsela però dire da un responsabile del SISMI, dell’antiterrorismo fa un certo effetto. Ora la domanda è perché è stata realizzata la strage di Bologna? Qual è il movente? Secondo l’ex ordinovista Vinciguerra è stata fatta per distrarre l’opinione pubblica dalla strage di Ustica commessa un mese prima. Poi dal processo di Bologna sta emergendo anche la causale eversiva. Licio Gelli era braccato dalle indagini sul Banco Ambrosiano, quelle anche sull’omicidio del giudice Occorsio, che aveva indagato per primo sulla P2, poi anche sulle indagini dell’omicidio del giudice Amato avvenuto un mese prima della strage di Bologna. Poi c’era anche la necessità di riaccreditarsi verso i suoi referenti oltreoceano e anche di tutelare la sua posizione di capo della P2 e ogni tanto bisognava anche fronteggiare l’idea che spuntava qua e là del compromesso storico di un governo con i comunisti. Ecco perché la strage di Bologna sembra avere una sua continuità in quelle che saranno le stragi di mafia del 92-93 quando gli orfani della guerra fredda hanno reagito perché i poteri occulti, i poteri criminali, vedevano messo a rischio quello status quo dove avevano piantato le loro radici, i loro affari la loro impunità e hanno reagito nella maniera che abbiamo visto per evitare anche di essere spazzati via. A questo punto è legittima la domanda del magistrato Leonardo Grassi: “a che serve la verità dopo 40 anni? Chi sono i vincitori e chi sono i vinti? La ricetta è forse nella risposta che da Iwao Sekiguchi, il ragazzo giapponese che da Tokyo era venuto a Bologna per studiare, morto nella strage di Bologna. Il papà veniva alle prime udienze del processo è ha detto ai familiari che il dolore della morte si può superare solo applicando la metafora del Kintsughi, cioè di quell’arte giapponese di riparare gli oggetti di ceramica frantumati con l’oro, L’oro rimane dentro le crepe, dentro le ferite e le impreziosisce. In questo caso l’oro della strage di Bologna viene rappresentato da chi non ha mai smesso di cercare la verità.