Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2022

IL GOVERNO

TERZA PARTE

 

LA CAMPAGNA ELETTORALE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

IL GOVERNO

INDICE PRIMA PARTE

 

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE. (Ho scritto un saggio dedicato)

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Storia d’Italia.

LA SOLITA ITALIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Per Nome e Cognome.

L’Unione Europea.

Il Piano Marshall.

Bella Ciao al 25 aprile.

Fondi Europei: il tafazzismo italiano.

Gli Arraffoni.

Educazione civica e disservizi.

Quello che siamo per gli stranieri.

SOLITA LADRONIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Italioti antifascisti.

Italioti vacanzieri.

Italioti esploratori.

Italioti misteriosi.

Italioti Ignoranti.

Italioti giocatori d’azzardo.

Italioti truffatori.

Italiani Cafoni.

Italioti corrotti e corruttori.

Italioti ladrosi.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Potere dà alla testa.

Democrazia: La Dittatura delle minoranze.

Un popolo di Spie.

Nazi-fascismo e Comunismo: Economia pianificata.

Il Capitalismo.

I Liberali.

Il Realismo.

Il Sovranismo - Nazionalismo.

I Conservatori. Cos’è la Destra?  Cos’è la Sinistra?  

Il Riformismo progressista.

Il Populismo.

Il solito assistenzialismo.

La Globalizzazione.

L’Italia è una Repubblica fondata sul debito pubblico.

Le Politiche Economiche.

Il Finanziamento ai partiti.

Ignoranti.

I voltagabbana.

La chimera della semplificazione nel paese statalista.

Il Voto.

Mafiosi: il voto di scambio.

Il Voto dei Giovani.

Il Voto Ignorante.

Il Tecnicismo.

L’Astensionismo: e la chiamano democrazia…

La Rabbia.

I Brogli.

I Referendum.

Il Draghicidio.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Elezioni politiche 2022. Ennesima presa per il culo.

La Campagna Elettorale.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Elezioni politiche 2022. Ennesima presa per il culo.

Le Votazioni ed il Governo.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Una Costituzione fascio-catto-comunista.

Quelli che…La Prima Repubblica.

Le Presidenziali.

Storia delle presidenziali.

La Legge.

Il Potere Assoluto della Casta dei Magistrati. 

I Top Manager.

I Politologi.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA APPALTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Traffico d’influenze.

La malapianta della Spazzacorrotti.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Impuniti.

Concorsopoli Vigili del Fuoco e Polizia.

Concorso truccato nella sanità.

Concorso scuola truccato.

Concorsi ed esami truccati all’università.

Ignoranti e Magistrati.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ignoranti ed avvocati.

SOLITO SPRECOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Amministratori pubblici: Troppi sprechi e malagestio.

I Commissari…

Il Cnel ed Aran: Come sprecare un milione all’anno.

Spreco a 5 Stelle.

Le ali italiane.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

Bancopoli.

La Nascita dell’Euro.

Il Costo del Denaro.

Il Debito. Pagherò.

ConTanti Saluti.

Il Leasing.

I Bitcoin.

I Bonus.

Evasori fiscali!

L'Ingiunzione di Pagamento.

Bollette luce e gas, mercato libero o tutelato.

La Telefonia.

Le furbate delle Assicurazioni.

I Ricconi alle nostre spalle.

 

 

 

 

IL GOVERNO

TERZA PARTE

LA CAMPAGNA ELETTORALE

 

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Elezioni politiche 2022. Ennesima presa per il culo.

La democrazia bloccata fra soliti noti della tv e firme raccolte senza Spid. I problemi posti dall’iniziativa Cappato non hanno avuto grandi risposte. Nessuna eco in tv e sui giornali. Nemmeno dai suoi ex compagni di partito. Valentina Petrini su La Gazzetta del Mezzogiorno il 26 Luglio 2022.

Ora che alle urne dovremmo andarci per forza, sarà forse il caso di mettere l’accento su un paio di distorsioni che non fanno bene a un sistema democratico.

La prima: ancora una volta non eleggeremo noi i membri del Parlamento (per l’ennesima volta, aggiungerei), ma i segretari dei partiti. Non li eleggeremo noi perché per la quota proporzionale le liste saranno bloccate senza possibilità di esprimere preferenza mentre per i seggi con collegio uninominale non è garantito agli elettori il voto disgiunto. Secondo: le elezioni sono per chi è già in Parlamento visto che per chiunque altro voglia provare a farsi eleggere democraticamente è praticamente impossibile in poco tempo raccogliere le firme, certificarle senza poter far ricorso per esempio a raccolte firme con lo «spid».

Sul primo punto non mi dilungo, è una triste storia nota. I partiti hanno dato il peggio di sé nella formulazione delle leggi elettorali. Nessuno si vergogna di questo, ma impedire ai cittadini di scegliere i parlamentari da eleggere è un grande vulnus democratico che credo abbia certamente contribuito ad allontanare molti dalla politica e anche dalla convinzione che votare sia necessario, fondamentale. Un dovere oltre che un diritto.

Sul secondo punto, invece, spero si apra un dibattito in tempi brevissimi, perché questa è forse una piccola rivoluzione che si potrebbe fare. Qualche giorno fa Marco Cappato, già europarlamentare, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni e co-presidente del movimento Eumans, ha annunciato di volere presentare una lista per le prossime elezioni del 25 settembre.

«Dopo l’affossamento dei referendum, anche le elezioni sono riservate a chi è già in Parlamento perché è vietato firmare con “spid” le liste. Da oggi, con chi vuole, si lavora alla presentazione di una lista con una sola priorità: la democrazia». Così Cappato sui suoi canali social.

Non mi è chiaro se la sua sia una reale volontà di correre per entrare in Parlamento o solo una provocazione per porre un problema serio e concreto, e cioè la distruzione in atto del sistema della rappresentanza democratica. In entrambi i casi, plaudo a questa iniziativa.

Diciamo la verità, se Cappato volesse entrare in Parlamento non dovrebbe fare fatica a trovare chi lo candida. Il fatto che scelga la strada più complessa deve far riflettere. L’antidoto migliore all’antipolitica è la buona politica. «Con la fine della legislatura cadono le due proposte di legge di iniziativa popolare, quella sull’eutanasia e quella sulla cannabis, senza che siano mai state discusse dal Parlamento in quasi dieci anni. - è sempre Cappato che spiega la sua decisione. - La Corte Costituzionale ha impedito di tenere i referendum e ora in aggiunta la presentazione alle elezioni è di fatto riservata a chi ha già un partito rappresentato in Parlamento». E aggiunge in un’intervista rilasciata a Fanpage: «Chiediamo al presidente della Repubblica Mattarella e al presidente del Consiglio ancora in carica di consentire almeno che la raccolta delle firme per presentare una lista sia possibile anche attraverso “spid”, come riforma permanente. Il gioco truccato della democrazia elettorale sia almeno aperto ad altri giocatori».

Diciamo così: in un momento di forte populismo in cui a vincere ancora una volta non sarà la Meloni ma l’astensionismo, interrogarsi su di chi è la colpa, vorrei fosse la nostra priorità. E cioè di coloro che si sono adoperati per rendere la democrazia zoppicante, interesse funzionale solo all’esercizio del potere, non dei cittadini. Se c’è chi vuole cancellare la memoria per raggirare i cittadini, c’è chi invece deve tenerla viva per difenderlo.

Dunque, visto che sono diversi i personaggi politici che devono la loro esistenza solo ad ospitate tv martellanti e anche eccessive, tanto da aver creato così personaggi riconoscibili agli elettori, mi piacerebbe che anche in questo caso l’informazione si mettesse al servizio della pluralità dando risalto a questa battaglia, dando spazio nei talk e nelle tribune tv ai temi che pone l’iniziativa Cappato. Invece per ora è accaduto il contrario. I problemi posti dall’iniziativa Cappato non hanno avuto grandi risposte. Nessuna eco in tv e sui giornali. Nemmeno dai suoi ex compagni di partito. Si possono condividere o no le sue battaglie, non si può però continuare ad ignorare che leggi di iniziativa popolare e referendum sono osteggiati dal sistema di potere, quando invece sarebbero la vera strada per riaccendere l’amore per la partecipazione.

Jena per “La Stampa” il 21 luglio 2022.

Andiamo alle elezioni, e poi diremo che si stava meglio quando si stava peggio.

Michele Serra per “la Repubblica” il 21 luglio 2022. 

L'«alto profilo repubblicano» (copyright Mattarella), evocato da Draghi come condizione della sua permanenza a Palazzo Chigi, è la più spietata delle condizioni. Altro che i tira e molla con bagnini e tassisti, altro che l'inceneritore di Roma, altro che i punticini di Conte, altro che il bullismo ritrovato del Salvini, con il patetico patrocinio di ciò che resta di Berlusconi

Non siamo un Paese di alto profilo e dunque non abbiamo un Parlamento di alto profilo: chiederlo equivale a pretendere dai parlamentari un salto di qualità che non è alla loro e alla nostra portata. Dico anche "nostra" perché la diffusa ciancia sul Palazzo indegno è consolatoria. 

Il Palazzo è espressione del Paese, così che potremmo rovesciare il celebre slogan dell'Espresso scalfariano: "Nazione infetta, capitale corrotta". Il basso profilo della nostra rappresentanza politica, con poche e consolanti eccezioni, è conclamato. E se c'è una cosa da rimproverare a Draghi, e anche a Mattarella, è avere "fatto finta" che esistesse, in Italia, una classe dirigente in grado di fiancheggiare il loro disegno «repubblicano».

Metà del Parlamento (metà degli italiani) la Repubblica non sa nemmeno che cosa sia, e se lo sa la odia e ne desidera la fine. Il Salvini è il primo portavoce di questa eversione torva e menefreghista, ma certo non l'unico. 

Draghi è planato sulle nostre miserie prescindendo dalla loro esistenza: ma esistono, e la politica, povera lei, è anche un attento rendiconto delle miserie che la innervano. Se Draghi cade si torna alla mediocrità e al caos, ovvero alla realtà.

(ANSA il 21 luglio 2022) - "Complimenti ai fenomeni che mandano a casa l'italiano più rispettato a livello internazionale che ha tentato con ogni sforzo di dare una mano ad un Paese disastrato da una manica di buffoni e scappati di casa. Sono dispiaciuto, ma attendo con ansia l'arrivo dei fenomeni". Così Lapo Elkann commenta su Twitter la crisi di governo. 

"Sarà gustoso - aggiunge - vederli trattare per il gas, fare accordi internazionali, farsi rispettare in Europa, trattare con i grandi leader. Vi illudono che quando arriveranno loro si faranno rispettare che loro sono machi, che urlano, sbandierano il tricolore, cantano l'inno, ma in realtà sono dei Fantozzi di provincia che come escono dal Raccordo contano meno di zero. Povera Italia e tante grazie #SuperMario".

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, giudicato ed informato, educato ed istruito da coglioni. 

E se un Parlamento è composto da coglioni, si sforneranno Leggi del cazzo.

Sondaggio affossa Draghi (e la sua lista). Lo chiedevano gli italiani? Tutta la verità. Il Tempo il 23 luglio 2022

Dall'inizio della guerra in Ucraina analisti geopolitici ed esperti di affari internazionali sono diventati ben presto volti popolari. Come Dario Fabbri, direttore della rivista geopolitica Domino, a lungo ospite fisso di Enrico Mentana nei suoi speciali su la7 dedicati al conflitto aperto dall'invasione russa.  Le apparizioni dell'esperto sono andate via via diminuendo con l'agenda dei media che ha cambiato priorità, a causa della crisi di governo che ha fatto deflagrare l'esecutivo di Mario Draghi. E proprio un intervento di Fabbri sul premier dimissionario sta facendo discutere sui social. 

Che Draghi fosse "bravo" è chiaro, dice Fabbri nella puntata di sabato 23 luglio di Omnibus su La7. Ma il discorso è un altro, spiega l'analista, ossia che "quando uno statista di un Paese è molto apprezzato all'estero non vuol dire che è bravo, ma vuol dire che lo considerano funzionale ai loro interessi. È tutto un altro discorso".

Insomma, i peana dell'Europa e gli scenari catastrofici dei giornali anglosassoni sulla caduta del governo Draghi dovevano farci scattare un campanello d'allarme? Il sospetto sembra questo. "Invece in Italia siamo convinti del contrario... C'è da insospettirsi molto quando un leader di una nazione è molto apprezzato da altri popoli che hanno altri interessi - conclude Fabbri - Questo ci sfugge totalmente. Se ce lo dicono gli altri vuol dire che per loro funziona... Ma per noi non funziona?", è la domanda che cade nel vuoto. 

NON È UN PAESE PER SOVRANISTI E POPULISTI. Molti italiani sentiranno queste elezioni come quelle del '48 e aleggerà l'ombra di Draghi, il nuovo De Gasperi. ROBERTO NAPOLETANO su Il Quotidiano del Sud il 21 Luglio 2022

Il Paese reale questa volta si farà sentire. Il racconto della catastrofe dei capi partiti del populismo italiano che ha spappolato il movimentismo della sinistra e dei Cinque stelle e ha riunito le anime del centrodestra di governo e dell’opposizione in una destra più marcatamente populista si è trasformato da grancassa mediatica che inquina il dibattito della pubblica opinione italiana in un danno grave e certo per le famiglie e le imprese italiane interrompendo la stagione d’oro della nostra economia. Quello che deve essere davvero chiaro a tutti è che il percorso di rinascita del Paese coincide con la sua Ricostruzione Nazionale e si muove dentro un solco ben preciso a livello europeo e nazionale. È il solco tracciato da Mattarella e Draghi

Il Paese reale questa volta si farà sentire. Il racconto della catastrofe dei capi partiti del populismo italiano che ha spappolato il movimentismo della sinistra e dei Cinque stelle e ha riunito le anime del centrodestra di governo e dell’opposizione in una destra più marcatamente populista si è trasformato da grancassa mediatica che inquina il dibattito della pubblica opinione italiana in un danno grave e certo per le famiglie e le imprese italiane interrompendo la stagione d’oro della nostra economia.

Questo è quello che è accaduto privando l’Italia della pienezza di una guida autorevole, Mario Draghi, che ha restituito fiducia e credibilità al Paese nel giudizio degli investitori del mondo, ma ancora prima ha regalato all’Italia un anno e mezzo di crescita di quasi dieci punti di prodotto interno lordo (Pil) che coincide nel primo semestre di quest’anno, nettamente sopra il 3% dopo il 6,6 del 2021, con la prima posizione europea. I capi partito della destra di governo, Lega e Forza Italia, non se ne sono accorti, ma i loro elettori che sono gli imprenditori che fanno faville con le esportazioni, albergatori e ristoratori alle prese con un boom senza precedenti, venditori al dettaglio che non ricordano consumi di questo livello, e molti altri ancora sanno bene che cosa è successo e provano sconcerto per chi non ha votato la fiducia al timoniere della barca dei miracoli.

Provano sconcerto perché prima Conte poi Salvini e, purtroppo, anche Berlusconi non hanno pensato a loro che sono alle prese con il caro energia e combattono economicamente dentro una guerra dove il posizionamento e la credibilità di un Paese, impersonificati dal suo leader, fanno la differenza in termini generali e di portafoglio personale. Per questo siamo convinti che questa volta almeno un 10/15% di quel 40% che resta a casa di fronte a ciò che è successo tornerà ad andare a votare. Perché molti di loro sentiranno queste elezioni come quelle drammatiche del ’48 e su di esse, indipendentemente dalla sua volontà, aleggerà sempre l’ombra del nuovo De Gasperi che è Mario Draghi. Perché nella sua esperienza di governo ha imposto un modello che è quello di una guida e di un esecutivo che sanno fare le cose o che almeno fanno tutto il possibile perché nella situazione data il massimo delle cose possibili venga fatto. Questo i capi dei partiti o non lo hanno capito o non lo hanno voluto capire benché l’obiettivo del governo di unità nazionale fosse chiaro e determinato anche nella sua ristrettezza temporale.

Qualche politologo francese ha fatto riferimento a De Gaulle che subì un trattamento analogo, ma dieci anni dopo gli stessi partiti che lo piantarono in asso andarono in ginocchio da lui.

Oggi, essendo cambiato tutto, dieci anni possono valere anche dieci mesi. Chiariamoci bene. Quello che è accaduto in Parlamento è apparentemente incomprensibile, al netto di ragioni di interesse elettorale sulle quali si pronunceranno i cittadini, ma deve essere evidente a tutti che il primo vero discorso da politico di Draghi non era né duro né divisivo come si vuole fare apparire, ma semplicemente programmatico perché le materie più controverse sul piano politico – come quelle della concorrenza – non facevano altro che riproporre la parte incompiuta di programma che tutti i partiti della coalizione avevano sottoscritto quando si erano impegnati a dare attuazione al Piano nazionale di ripresa e di resilienza (Pnrr).

Quello che deve essere davvero chiaro a tutti è che il percorso di rinascita del Paese coincide con la sua Ricostruzione Nazionale e si muove dentro un solco già tracciato a livello europeo e nazionale. Questa è la verità nuda e cruda. Il richiamo del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, alle forze politiche a non fare venire meno il sostegno a tutto ciò che va nella direzione di attuare il Pnrr e di fare fronte alle emergenze determinate dai molteplici effetti prodotti dalla più ingiusta delle tasse che è l’inflazione si muove dentro quel solco che ha salvato il Paese e che si deve a due persone prima di tutte che sono proprio Mattarella e Draghi. Perché insieme, all’apice della crisi partitica, hanno preso in mano un’Italia al minimo storico di reputazione e non più governabile e la hanno portata a diventare la locomotiva dell’economia europea e una guida rispettata nella costruzione della Nuova Europa.

È evidente che Draghi, solo chi non lo conosce può dubitarne, in casa e fuori farà il suo come sempre e nei limiti della nuova situazione tirati al massimo farà tutto quello che è possibile fare per sostenere il potere di acquisto delle famiglie e la crescita delle imprese, così come non mancherà di dare il suo contributo in tutti i consessi internazionali dove la sua voce vale in sé e la nostra speranza è che pesi il meno possibile negli interlocutori la nuova incomprensibile situazione che si è determinata sul piano interno. Perché nel posizionamento strategico tra la Ucraina di Zelensky e la Russia di Putin la voce di Draghi è stata la voce politica che ha contato di più in Europa. Così come lo è stato a tutto campo per la politica monetaria e lo è stato e lo è oggi nella costruzione della Nuova Europa a partire dalle questioni energetiche fino a quelle delle politiche di bilancio.

Per capire che cosa perdiamo basti pensare a quello che è avvenuto ieri nella riunione storica della Banca centrale europea dove c’è stato un do ut des tra super falchi del Nord Europa che hanno avuto un rialzo dei tassi non di 25 ma di 50 punti base e i Paesi del Sud Europa che hanno avuto il meccanismo battezzato Transmission Protection Instrument (TPI) con cui si dice ai mercati che quando la trasmissione della politica monetaria produce costi ingiustificati su questo o quel titolo sovrano o comunque non avviene correttamente, la Bce interviene. Ecco lo scudo, che in sé è una buona notizia per i mercati così come lo è stata la ripresa delle forniture di gas dalla Russia all’Europa.

Il punto è che questo nuovo strumento è legato come ovvio ad alcune condizionalità, a partire dall’esecuzione degli impegni assunti in sede europea (Pnrr prima di tutto) e dalla sostenibilità del debito pubblico, che oggi il Paese sta pienamente soddisfacendo e da un ulteriore potere di discrezionalità assoluta che il board della Banca si è riservato e dove la voce dei super falchi non potrà non pesare. Morale: non c’è stato lo scatafascio ipotizzato perché lo scudo ha contenuto la spinta speculativa, anche se siamo comunque affiancati allo spread greco, ma con Draghi pienamente in sella oggi saremmo scesi al di sotto dei 200 punti mentre ieri prima siamo saliti sull’otto volante e poi abbiamo chiuso a 237 punti. Questi giochetti non sono finanza che riguarda poche persone, ma tassi che paga in più o in meno il bilancio pubblico italiano. Sono soldi pubblici che servono, tra l’altro, per pagare stipendi, pensioni, scuola, sanità e così via. Queste riflessioni sono la pura verità ed è bene che tutte le forze politiche, di qualunque idea e schieramento, si misurino con queste verità in campagna elettorale.

LA CAMPAGNA ELETTORALE DELL'IRREALTÀ. L'ESTATE DEI SOGNI DELLA POLITICA CONTRO L'AUTUNNO DEI NUMERI DELL'ECONOMIA. ROBERTO NAPOLETANO su Il Quotidiano del Sud il 22 Luglio 2022

Sappiano i capi dei partiti del populismo e del sovranismo che se non adottano metodo, contenuti e linguaggio della stagione felice del governo Draghi e continuano a marciare tutti allegramente con il trofeo della vittoria in mano contro il muro della realtà, che sono i numeri dell’economia di autunno, si faranno molto male. Più alzeranno la voce, più diranno “ce ne freghiamo, facciamo lo scostamento e facciamo tutto quello che vogliamo”, più le pietre di quel muro cadranno sulle loro teste, e purtroppo, anche sulle nostre imprese e sulle nostre famiglie. Non vogliamo nemmeno pensarci

La politica è scelta, toglie i soldi a qualcuno per darli a qualcun altro. Questo avviene nel mondo, ma non in Italia. Qui si procede solo per aggiunte. Nell’anno in cui si supera per la prima volta il tetto dei mille miliardi di euro di spesa pubblica, fanno tutti una campagna elettorale per promettere soldi a tutti, con regali di ogni tipo e pagherò che corrono più veloci delle temperature africane di questi giorni, mentre si è buttato disinvoltamente a mare il governo della crescita da primato europeo e della garanzia internazionale senza scostamenti di bilancio.

Soldi a tutti, pace fiscale e addio tasse, pensioni a tutti, non meno di mille euro al mese a partire dalle nostre mamme, senza mai dire chi pagherà il conto, mentre l’economia non potrà che ripiegare perché si è bruciata la fiducia che faceva correre l’Italia molto più di Germania, Francia e Stati Uniti, l’inflazione è il mostro globale fabbricato da Putin che cambia tutti i piani, i tassi salgono, i nostri titoli pubblici hanno meno reputazione di quelli greci e la Banca centrale europea ha fatto lo scudo anti spread ma con l’occasione ci ha messo sotto vigilanza stretta.

L’accordo Kiev-Mosca sul grano ha un grande valore politico e riduce il rischio di carestia nel mondo. La ripresa delle forniture di gas di Putin all’Europa è un fatto e, con le solite manovrine tra amici e non, si può ipotizzare che Gazprom non lascerà al freddo il Vecchio Continente. Dico questo, perché il contesto internazionale complicatissimo nel pieno di un conflitto mondiale di civiltà tra autocrazie e democrazie, lascia intravedere spiragli che avrebbero consentito alla nuova locomotiva europea, che è l’Italia dell’anno e mezzo di Draghi che chiude con quasi 10 punti di Pil di crescita dopo un ventennio di zero virgola, di consolidare il capitale di fiducia ritrovato con ulteriore sollievo sui costi del finanziamento del debito e piena partecipazione ai programmi europei di sviluppo determinati da nuovo debito comune e politiche di bilancio espansive. Rimaniamo con i piedi per terra e diciamoci invece le cose come stanno nel nuovo scenario.

Ogni punto di spread sopra i 200 è rischio politico e l’andamento dei credit default swap (i cosiddetti cds) che sono una polizza che copre dal rischio di ridenominazione del debito dall’euro in lira, segnalano quanto l’intero Paese paga per il giudizio che i mercati danno delle pulsioni populiste e sovraniste italiane. Da questo rischio politico, non da altro, deriva il differenziale ingiustificato di oltre 100 punti di spread con la Spagna e il fatto che, dopo la crisi del governo Draghi, abbiamo stabilmente affiancato e spesso superato lo spread greco.

Sempre da questo tipo di rischio, non da altro, nasce la condizionalità del nuovo meccanismo (TPI) ideato dalla Bce che vuole garantire la trasmissione della politica monetaria senza costi supplementari per i titoli sovrani italiani, spagnoli, greci, financo francesi, ma non quando quei costi sono determinati da crisi partitiche e da politiche pubbliche dell’irrealtà sganciate dalle regole comuni di disciplina e di sviluppo che si è deciso tutti insieme di adottare.

Ciò nonostante, però, grazie proprio all’inflazione, il nostro rapporto debito/Pil che avrebbe dovuto scendere al 147% si fermerà ancora meglio al 145% così come tutta la grancassa del default da spread italiano a livelli greci è fuori luogo. Questi tassi e questi rendimenti indicano un problema, ma non una tragedia. Perché il Tesoro italiano ha saggiamente allungato le scadenze e collocato a tassi favorevoli importi rilevanti, per cui l’aggravio oscilla da un minimo di 11 a un massimo di 15 miliardi da qui al 2024 con un costo per il primo anno da effetto spread e effetto titoli indicizzati all’inflazione di 4/4,5 miliardi. Basti pensare che dalla Nadef di aprile già ballano 150 punti in più perché il rendimento del decennale era al 2,1% (ora siamo al 3,5/3,6%) e la crescita prevista dei rendimenti veniva legata alle pressioni speculative determinate dalla lotta all’inflazione non certo dalla inimmaginabile fuga dei partiti dalla maggioranza del governo Draghi. Non è poco, ma si è visto di molto peggio.

Il problema vero al momento non è questo, lo potrà diventare e vi spiego dopo perché, ma chi vi dice “arriva la destra e salta tutto” e insiste sullo spread a tassi greci sta facendo un gioco politico. Il problema vero che abbiamo davanti è la nuova legge di bilancio. Perché l’idea del governo Draghi di fare un robusto taglio ulteriore del cuneo fiscale, richiesto da tutto il mondo produttivo e sindacale e in arrivo grazie al circolo virtuoso delittuosamente bloccato, andrà a scontrarsi con un taglio delle previsioni di crescita di un punto di Pil buono -dall’ipotizzato 2,4% allo 0,9% della Commissione europea e all’1% dell’Oxford Economics – che vuol dire 20 miliardi di spazi fiscali disponibili in meno per fare fronte alle promesse della campagna elettorale dove nulla verrà risparmiato. Taglio al cuneo fiscale di 10 miliardi? No 15, anzi 20, perché no 30. Pace fiscale, certo, ma dico di più pace fiscale senza nulla a Lo spread italiano a tassi greci è un problema, non una tragedia.

La fredda realtà invece ci dice che, da un lato, la nuova manovra dovrà fare fronte a una crescita molto più bassa del previsto che genera meno entrate e, dall’altro, nulla di quello che viene promesso potrà essere onorato. A meno che, e qui casca l’asino perché è ciò che preoccupa di più i mercati, prima in campagna elettorale e poi, peggio, al governo effettivo del Paese i nostri partiti ricomincino a giocare con lo scostamento di bilancio, che significa non rispettare gli impegni presi in sede europea, e fare volare alle stelle sui mercati quel rischio politico che nega il futuro ai nostri giovani.

PER LE ELEZIONI DEL 25 SETTEMBRE

Il presidente Mattarella e il presidente Draghi pretendere e, magari, togliamo anche l’Imu. Tutto è possibile sotto l’ombrellone per mezzo voto in più. La fredda realtà invece ci dice che, da un lato, la nuova manovra dovrà fare fronte a una crescita molto più bassa del previsto che genera meno entrate e, dall’altro, nulla di quello che viene promesso potrà essere onorato. A meno che, e qui casca l’asino perché è ciò che preoccupa di più i mercati, prima in campagna elettorale e poi, peggio, al governo effettivo del Paese i nostri partiti ricomincino a giocare con lo scostamento di bilancio, che significa non rispettare gli impegni presi in sede europea, e fare volare alle stelle sui mercati quel rischio politico che nega il futuro ai nostri giovani. I nostri polli, a Bruxelles come a Francoforte, li conoscono molto bene e, per questo, hanno messo nero su bianco che lo scudo scatta solo se il Paese non ha procedure di infrazione, rispetta le direttive di bilancio europeo, attua gli impegni assunti, garantisce la sostenibilità del debito.

Tutto quello che stava facendo benissimo il governo Draghi aggiungendo ogni volta che di scostamento si poteva parlare solo se, come con il Covid, ne parlavano e lo facevano gli altri Paesi europei. Tutto questo, però, abbiamo voluto buttarlo giù perché sentiamo il trofeo elettorale nelle nostre mani. Sappiano i capi dei partiti del populismo e del sovranismo che se non adottano metodo, contenuti e linguaggio della stagione felice del governo Draghi stanno marciando tutti allegramente con il trofeo della vittoria in mano contro il muro della realtà che sono i numeri dell’economia di autunno. Si faranno molto male. Più alzeranno la voce, più diranno “ce ne freghiamo, facciamo lo scostamento e facciamo tutto quello che vogliamo”, più le pietre di quel muro cadranno sulle loro teste, e purtroppo, anche sulle nostre imprese e sulle nostre famiglie. Non vogliamo nemmeno pensarci.

Paolo Baroni per “La Stampa” il 22 luglio 2022.

Alla fine l'hanno spuntata loro, i tassisti. Per mandare avanti la nuova legge sulla concorrenza, con le nuove norme sulle concessioni demaniali, il trasporto pubblico, le tlc e le assicurazioni, da mesi all'esame del Parlamento, ieri il governo ha informato i capigruppo della Camera di voler stralciare dell'articolo 10 relativo ad auto bianche ed Ncc. 

Di fatto è un compromesso quello raggiunto dall'ormai ex maggioranza su uno dei temi in assoluto più divisivi: su proposta dalla capogruppo pd Debora Serracchiani tutti i partiti si sono impegnati a non presentare in aula nuovi emendamenti quando lunedì il ddl andrà in votazione a Montecitorio per poi venire subito rispedito in Senato per l'ok definitivo.

Festeggiano ovviamente i tassisti, che a colpi di scioperi improvvisi e proteste violente hanno continuato per settimane ad insistere sullo stralcio, criticando innanzitutto l'uso della legge delega, l'idea di promuovere la concorrenza «anche in sede di conferimento delle licenze» come recitava l'art. 10, e l'indicazione di dover adeguare l'offerta dei loro servizi «mediante l'uso di applicazioni web che utilizzano piattaforme tecnologiche per l'interconnessione dei passeggeri e dei conducenti», ovvero app come Uber e Lyft. 

Ovviamente festeggia tutto il centrodestra (di governo e non) che sui taxi, come in precedenza sui balneari, ha condotto una vera e propria battaglia che alla fine ha fatto indispettire pure Draghi. 

«È una vittoria del buonsenso» affermano i deputati leghisti della Commissione Trasporti Elena Maccanti ed Edoardo Rixi. «Se il governo ci avesse seguito subito avremmo evitato le sabbie mobili in cui si era impantanato il ddl concorrenza». «È grazie a Fratelli d'Italia e a tutto il centrodestra che l'articolo 10 sarà stralciato - rivendica il capogruppo Fdi Francesco Lollobrigida -. Questo è l'unico modo per difendere il comparto dalla sleale competizione delle multinazionali».

Non la pensa allo stesso modo Davide Gariglio del Pd secondo il quale, invece, è «solo grazie al senso di responsabilità» dei dem che il ddl Concorrenza verrà votato dall'aula della Camera nei prossimi giorni. «In questo modo mettiamo in sicurezza la seconda rata dei fondi europei per il Pnrr e portiamo a casa un risultato utile per le imprese e per le città, perché i comuni hanno tante difficoltà e non potrebbero fare a meno dei fondi europei» spiega la presidente della Commissione attività produttive della Camera Monica Nardi (Pd), secondo la quale il governo (per quanto dimissionario) potrà comunque far marciare la riforma visto che non tutte le norme attuative prevedono un parere delle commissioni parlamentari.

I sindacati, revocato in extremis l'ennesimo sciopero previsto in questi giorni, incassano un risultato che inseguivano da mesi. «Bene lo stralcio - commenta Riccardo Cacchione di Usbtaxi -. Tiriamo un sospiro di sollievo per noi e per tutti gli utenti che si rivolgono a quello che dovrebbe essere un servizio pubblico essenziale».

«Ha vinto il servizio pubblico bene comune» commenta il coordinatore nazionale di Unica Cgil Taxi, Nicola Di Giacobbe che però ora si aspetta che venga regolamentato l'uso delle app per frenare lo strapotere delle multinazionali. Nettamente contrari alla svolta, invece, i consumatori. Secondo il presidente di Assoutenti Furio Truzzi «ancora una volta lo Stato italiano cede alle violenze e alle pressioni della lobby corporativa dei tassisti, dimostrando una debolezza che non ha eguali nel mondo».

Paolo Russo per “La Stampa” il 27 luglio 2022.

Stop alla liberalizzazione delle licenze dei taxi. A parte questo, il ddl concorrenza è stato approvato a larga maggioranza dalla Camera con 345 si e i soli 41 no di Fdi e Alternativa. 

Un passaggio chiave per ottenere i 19 miliardi di euro della terza tranche del Pnrr, condizionata all'approvazione della riforma che dovrà ora fare un passaggio solo formale al Senato prima di approdare in Gazzetta Ufficiale.

Anche se quella approvata ieri è solo l'impalcatura di quel che resta del pacchetto liberalizzazioni dopo stralci vari, che per essere attuato deve vedere emanati i decreti applicativi entro l'anno dal governo che verrà. Intanto, la legge quadro è prossima a tagliare il traguardo dopo aver perso la contestata norma sui taxi, contro la quale si erano scagliati non sempre pacificamente i tassisti, spalleggiati non solo da Lega e Fdi, ma anche da Leu e spezzoni del Pd. Un atteggiamento che aveva spinto un indispettito Draghi a reclamare nel suo intervento sulla fiducia al Senato «un sostegno convinto all'Esecutivo anziché a proteste non autorizzate, a volte violente».

Alla fine i partiti si sono accordati per lo stralcio dell'articolo 10 che delegava il governo all'«adeguamento dell'offerta di servizi alle forme di mobilità che si svolgono mediante l'uso di applicazioni web», leggi Uber e Lyft, facendo riferimento anche alla «promozione della concorrenza in sede di conferimento delle licenze». 

Che avrebbero subito un nuovo deprezzamento dopo essere già crollate da un valore di 200mila euro in era pre-Covid a non più di 150mila. Resta però il fatto che per gli utenti resterà un'impresa trovare un taxi nelle ore di punta o nelle giornate di pioggia. Nonostante il pressing del centrodestra per lo stralcio resta invece la liberalizzazione delle concessioni balneari, ma se ne parlerà nel 2024. 

Quelle attuali scadranno il 31 dicembre di quest' anno, ma è prevista la proroga di altri 12 mesi «in caso di ragioni oggettive» che impediscano lo svolgimento delle gare.

L'accordo ha eliminato dal provvedimento l'indennizzo al gestore uscente in base al fatturato. Punto contestato dagli attuali gestori, che nel caso avessero perso la gara non avrebbero a loro dire ottenuto rimborsi degli investimenti fatti per migliorare gli stabilimenti. Tutto è rinviato a un decreto delegato, da emanare entro sei mesi.

E sempre a un decreto attuativo sarà delegata la garanzia del libero accesso alla costa, con varchi garantiti a chi non intenda sobbarcarsi la spesa di ombrellone e lettini. Buone nuove per i possessori di auto elettriche. L'articolo 13 prevede infatti che le colonnine di ricarica in autostrada debbano essere «competitive, trasparenti e non discriminatorie». Incentivi sono previsti per chi proporrà «tecnologie altamente innovative», che dovrebbero consentire di ricaricare l'auto senza attese snervanti.

Altra misura chiave è la delega al governo sulle energie rinnovabili per la semplificazione e l'accelerazione dell'iter autorizzativo ai concessionari, mentre spetterà alle Regioni fissare i criteri per le gare. Indennizzi sono previsti per i concessionari uscenti. Più poteri invece all'Antitrust, che dovrà valutare se le concentrazioni di attività ostacolino la concorrenza.

Se ad esempio per l'abbonamento a una Tv on demand, Amazon piuttosto che Netflix o Dazn, dovessero imporre condizioni peggiorative all'utente, questi avrebbe diritto a rivolgersi all'Authority, che avrà anche più poteri ispettivi e in materia di abuso di dipendenza economica dalle piattaforme digitali. 

Del capitolo salute restano le norme che limitano la discrezionalità nella nomina dei Primari nell'accreditamento dei privati. La possibilità di vendere i farmaci senza ricetta e di effettuare i tamponi anche nelle parafarmacie era stata cassata da tempo. All'insegna in un ddl che va verso una maggiore concorrenza, ma con il freno tirato.

Agenda Guia. Pnrr, che mi hai portato a fare sopra a un tassì se non mi accendi l’aria? Guia Soncini su L'Inkiesta il 23 luglio 2022.

L’autista che sbaglia indirizzo perché impegnato a prendersela col collega, il separé di plexiglas, il pos rotto. Fa troppo caldo per chiedere ai tassinari di comportarsi come lavoratori normali? Per fortuna che non ho parlato con loro di Draghi

Alla stazione di Milano ci sono molti taxi, pochi passeggeri, e alcuni striscioni di protesta affissi dai liberi professionisti meno professionisti ma più liberi che ci siano. Uno dice: chi foraggia la multinazionale Uber è un infame.

All’alba bolognese, visto che ormai non si capisce più quando i taxi scioperino e quando no, mi hanno prenotato un ncc, non sono abituata a chiamarle così perché negli anni Ottanta le usavamo ma nessuno usava la dicitura «noleggio con conducente», si diceva «prendo una macchina blu», erano due società, sono rimaste le stesse, Bologna è rimasta per quello come per tutto al 1982. L’ncc mi aspetta al civico sbagliato, quando lo trovo e glielo faccio notare il guidatore s’innervosisce e se ne va. Quanto devi guadagnare per fottertene di fare la corsa per cui ti sei svegliato alle cinque?

Alla stazione di Milano il primo tassista mi dice: ho il bancomat rotto, è un problema? Beh, sì, è un problema legale. Mi guarda come se gli avessi parlato in una lingua a lui ignota. La legge dice che lei deve avere il pos. Eh, ma è rotto. Sì, e io sono miss in gambissima. Non lo dico. Ne vado a prendere un altro.

L’amica su taxi romano mi scrive: ti chiamo dopo, perché ora non posso dirti che questi stronzi di tassisti hanno fatto cadere il governo.

Il taxi che mi viene a prendere a Bologna ha l’aria condizionata spenta. Prima alla centralinista chiedevi: mi manda un taxi da pagare con la carta? Adesso, che il pos sono obbligati ad avercelo e puoi tirare fuori a sorpresa la carta a fine corsa, dovresti chiedere: mi manda un tassista che capisca che non solo deve avere l’aria condizionata ma deve pure averla accesa da prima, ché se arriva qui che è un forno se anche la accende quando salgo comunque mi si disfa la messinpiega prima che la macchina torni a temperatura potabile?

Il tassista bolognese, alla mia richiesta di accendere l’aria condizionata, risponde: io ho fatto il macellaio quindici anni, e le assicuro che non serve a niente. Oddio, sarà uno di quelli che vogliono spiegarmi che il caldo è una percezione e se non ci pensi non hai caldo? (È sicuramente una coincidenza che siano sempre uomini che non hanno mai avuto la sesta di tette e la menopausa). O intende cose più sofisticate, tipo che la carne morta marcisce comunque, con o senza condizionatore? Fa troppo caldo per chiedergli di spiegare, mi sudano i capelli, per non dir delle tette.

Mentre salgo sul secondo taxi alla stazione di Milano, sono al telefono con un’amica alla quale dico: scusa un attimo, devo dire l’indirizzo al secondo tassista perché il primo mi ha respinta. Il secondo tassista sente, tira giù il finestrino del passeggero e si mette a urlare al primo: collega, devi prendere i passeggeri in ordine. Poi fa una pausa negli strilli, durante la quale sente il signor «è un problema?» che prende ben volentieri un passeggero che paga anche lui con la carta ma va a Malpensa. Se non era per il dover portare lo scarto (che sono io), Malpensa toccava a lui. Il pelide Achille in confronto l’aveva presa bene.

L’amica sempre sul taxi romano mi scrive: mi hanno telefonato, ho detto al telefono «il governo», e questo mi sta attaccando una pezza da dieci minuti su come è stato ingiusto Draghi con loro.

A Bologna, dico al parrucchiere cinese che sto già ripartendo, speriamo non ci sia di nuovo lo sciopero dei taxi. Lui mi chiede perché i tassisti scioperino, «non lavorano da soli?», conveniamo che non vogliano pagare le tasse, poi lui mi chiede di pagare la messinpiega in contanti.

A Milano, il secondo tassista mi porta in un posto che non so dove sia. Mentre gli davo l’indirizzo era impegnato con l’ira funesta verso quello che gli aveva fregato la corsa per Malpensa, e non ha capito dove dovessi andare.

A Roma, prenoto un ncc perché devo prendere un’amica e andare in un posto prima che chiuda, mica posso rischiare di non trovare il taxi. La tizia al centralino mi dice che con una fermata intermedia sono quaranta euro. Anche l’ncc romano ha l’aria condizionata spenta quando ci salgo, la macchina inizia a essere fresca quando arriviamo a destinazione, dopo aver preso la mia amica: otto minuti in tutto. «Fanno quaranta». «Ho una carta». «No». L’amica paga lei in contanti, guardandomi come a dire: ma ci sei, che pensi veramente di poter pagare un autista romano con la carta, o ci fai?

All’aeroporto di Bologna, il taxi ha già undici euro sul tassametro. Trasecolo. Mi dice che è la tariffa minima dall’aeroporto, se non ci credo mi fa vedere il tariffario. Dico: sì, grazie. Va a prenderlo nel bagagliaio (ma perché tiene il listino prezzi nel bagagliaio?) borbottando: soccia che due maroni. Diceva il vero: c’è un minimo garantito casomai tu abitassi troppo vicino all’aeroporto e il tassista rischiasse d’incassare meno di undici euro. Rimette il listino nel bagagliaio: certi segreti bisogna sudarseli.

A Milano, il taxi che deve portarmi in aeroporto ha l’aria condizionata accesa, ma è come se non l’avesse: il separé di plexiglas fa sì che si raffreddi solo lui. «Ci hanno obbligati a metterlo col Covid». E tutti gli altri che non ce l’hanno più da due anni, il separé? E la mia messinpiega che si disfa? La prossima volta devo dire «un taxi con l’aria condizionata accesa e senza plexiglas che ne ostruisca il flusso d’aria fredda»? Mi dice che se voglio posso andare a sedermi davanti. Scendo in mezzo a via Vittor Pisani rischiando la vita pur di sedermi davanti a un bocchettone gelido e non far marcire la mia carne morta.

Alla stazione di Bologna, il tassista mi dice: la mascherina è obbligatoria. La metto pensando che nessun tassista negli ultimi mesi l’aveva o m’ha chiesto di metterla. Sarà un obbligo all’italiana, come il plexiglas, come l’aria condizionata nelle macellerie, come il pos rotto. D’altra parte, se nessuno scrive da nessuna parte «è severamente obbligatorio», lo sappiamo che finisce come pronosticato da Corrado Guzzanti, costituzionalista e antropologo: facciamo un po’ come cazzo ci pare.

Voti in cambio di illusioni. La politica del raggiro è l’emblema di un Paese che preferisce l’allucinazione alla verità. Carmelo Palma su L'Inkiesta il 25 Luglio 2022.

Il programma economico della destra è psichedelico e pirotecnico, ma rischia di essere vincente. Un’ulteriore prova che, come fatto storico, non è la realtà a guidare le preferenze degli elettori, ma l’impostura e il miraggio di un mondo inesistente. A un passo dall’abisso vero 

Pronti, via! e la destra unita già promette di rottamare centinaia di miliardi di cartelle fiscali, dare mille euro di pensione minima a sessant’anni anni, mettere la flat tax al 20% a parità di spesa e fare dello sforamento di bilancio il pozzo di San Patrizio di ogni necessità e desiderio.

Questo programma pirotecnico e psichedelico e il suo potenziale (probabile?) successo nelle urne di settembre è una sorta di prova Invalsi della nostra democrazia che, anziché valutare la qualità del sistema formativo, misura quella del sistema politico e ne registra il miglioramento o il degrado.

Se si teme, come parrebbe dai sondaggi, che quasi un italiano su due sia disposto a concedere credito a questo sovranismo da Gratta e Vinci o da Superenalotto, occorre prendere drammaticamente atto dell’incompatibilità di un demos così conciato con il funzionamento del circuito democratico. Il che non significa – tranquillizziamo i “democratici per Giorgia” – sospendere la democrazia, ma riconoscere la sospensione della sua efficienza politica e della sua funzione di governo.

Se non si può esportare la democrazia semplicemente trapiantandone gli apparati e le procedure in contesti totalmente alieni ai suoi presupposti civili e culturali, non si può importare nella democrazia il ripudio della razionalità logica e morale come movente fondamentale dell’azione collettiva.

Proprio come il metodo scientifico, anche il metodo democratico è aperto, pluralistico e sottratto al principio di autorità, perché tutte le ipotesi possano essere sperimentate e tutte le tesi confutate e perché siano selezionate quelle migliori e più resistenti alla prova dei fatti, non perché le dispute si spostino dal piano della realtà all’universo parallelo delle verità prêt-à-porter e del terrapiattismo politico-scientifico.

Lo sgretolamento di un principio di razionalità pubblica, che non ha tanto a che fare con il sapere, ma con la responsabilità del pensiero e dell’azione, non a caso oggi presenta, in tutto l’Occidente, il carattere della rivolta contro le istituzioni politiche e scientifiche, accomunate dal sospetto di essere dispositivi di potere occulto e di nascondere nelle regole formali un dominio sostanziale incontrastato, perché non riconosciuto.

In Italia questo fenomeno ha caratteri ancora più intensi e diffusi. L’epopea del Movimento 5 Stelle nasce, non per pura coincidenza, all’indomani di quella della “cura Stamina”, un’allucinazione collettiva teleguidata da un delinquente, che ha soggiogato stampa, politica e opinione pubblica.

Grillo e Vannoni sono stati, in larga misura, la stessa cosa: hanno entrambi venduto ai malati il conforto di una cura immaginaria e l’hanno fatto persuadendoli che la gravità e l’inguaribilità della malattia fosse essa stessa ragione e obiettivo della terapia ufficiale.

Il programma economico-sociale (con rispetto parlando) della destra si innesta perfettamente in questo processo che porta dalla corruzione al raggiro e dal cinismo all’allucinazione. Se nell’Italia partitocratica il voto di scambio era prendere voti in cambio di cose, che è come da sempre i sovrani remunerano la fedeltà dei sudditi, nell’Italia antipolitica è prendere voti in cambio di illusioni, che è come i guaritori coltivano la devozione religiosa dei disperati. Non la compravendita del voto in cambio di pani e di pesci, ma dell’attesa del miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Però un popolo disposto a votarsi all’illusionismo e a sacrificarsi in una frustrazione perennemente rigenerata da nuove illusioni non è una somma di persone, come un’epidemia non è purtroppo solo una somma di infetti. È un fatto storico, un fenomeno oggettivo, il segno di un’era.

Non è un fenomeno puramente “naturale”, né il prodotto di responsabilità personalmente imputabili, come la piazza Venezia gremita in attesa della dichiarazione di guerra di Mussolini non era semplicemente una responsabilità dei presenti, disposti ad applaudire l’ora delle decisioni irrevocabili.

La politica italiana a due mesi dal voto riparte da qui, da questo scenario chiaro e terribile, da questo circolo vizioso tra chimere e imposture. In fondo anche la vincente Meloni e la destra treccartara sono una tappa di questo processo e una stazione di questa via crucis nel fondo dell’abisso.

Repubblica Barnum. La campagna elettorale è appena cominciata ed è già una pena. Mario Lavia su L'Inkiesta il 23 Luglio 2022.

Draghi è uscito di scena da poche ore e già si vede il peggio di ogni partito: la destra arcigna e mercantile, la sinistra attorcigliata e pasticciona. Il riflesso di una classe politica che è riuscita a mandare a casa senza motivo un grande presidente del Consiglio 

La campagna elettorale nemmeno è cominciata e già fa schifo. L’ottundimento mentale di una classe politica che ha mandato a casa senza alcun motivo esplicito un grande presidente del Consiglio (ed è tutto un rinfacciarsi: «Sei stato tu», «no, sei stato tu», che pena) è evidentemente destinato a protrarsi di qui al fatidico 25 settembre, compleanno di Sandro Pertini, che per sua fortuna non può vedere lo spettacolo di una Repubblica Barnum, come il circo.

In queste prime ore post-Draghi la scena è tra il deprimente e il disgustoso e se il livello non salirà presto nessuno poi dovrà meravigliarsi del calo dell’affluenza, se lo spettacolo è da teatrino di provincia la gente non paga il biglietto.

Senz’altro nella seconda categoria – il disgustoso – rientra l’incredibile performance concessa dal “draghiano” Tg1 a Matteo Salvini, intervistato (si fa per dire) l’altra sera dal giovane conduttore, Alessio Zucchini (forse sarebbe meglio se a intervistare i leader fossero giornalisti più esperti e magari con licenza di interloquire), un numero da Woody Allen quando fa l’illusionista (Scoop, Magic in the moonlight), cioè penoso.

Salvini pareva una fattucchiera – «dimmi, tesoro, vuoi sapere come andrà l’amore?» – seduta a un tavolino con dietro una serie di immagini sacre, icone ortodosse, crocifissi, illustrazioni votive, gli mancava il mazzo di carte ma era proprio lui che, spostando indietro le lancette, ha di nuovo agitato lo spettro dei barconi e di Elsa Fornero, poco è mancato che improvvisasse un sabba per ritrovare la fortuna di un tempo, o rinfrescasse il mojto di tre anni fa, è tornato come il conte di Montecristo, ricco e spietato, sente l’odore del sangue come i tori raccontati da Ernest Hemingway (“Morte nel pomeriggio”), è il ragazzo troppo cresciuto che già come minimo si rivede al Viminale.

Inutile dire che l’esibizione di madonne e immagini religiose, in sé raccapricciante, ha ripreso il “numero” dei comizi con il rosario in mano, una via di mezzo tra Peron, Padre Pio e la “maga” del Pasticciaccio di Gadda: politicamente ed esteticamente, un salutone alla Lega “giorgettiana” e “fedrighista” della modernizzazione del Nord: è tempo di barbari, questo, di citofoni e di famiglie fondate «sulla mamma e sul papà».

E per non essere da meno, contemporaneamente è tornato lui, Silvio, ma su questo ha già scritto parole definitive chi ha colto anche qui l’eterno ritorno del sempreguale: mentre guardavamo l’avvocato senza qualità «tomo tomo e cacchio cacchio Berlusconi si riprendeva il ruolo di sfasciacarrozze» – ha scritto Francesco Merlo – stupendo chi dopo trent’anni si illudeva su una sua crepuscolare resipiscenza morale e nazionale.

Il vecchio, di cui si dice abbia un’autonomia intellettuale per così dire a intermittenza, invece ha colpito ancora come Totò che si diverte a spaccare i vetri di Mezzacapa, stavolta regalando Forza Italia alla Lega – vai a capire se per bilanciare la Meloni o perché proprio non s’è reso conto – e irridendo chi ha detto «non sono d’accordo», i ministri forzisti che a differenza del Cavaliere avevano preferito Mario Draghi a Licia Ronzulli.

Il brutto è che immediatamente Berlusconi ha rimesso i panni del venditore di tappeti – «pensioni a mille euro!», costo stimato 60 miliardi (ndr) – ficcando la manona nel sacco del mercante di sabbia, quello stesso sacco dell’«avete capito bene, aboliremo l’Ici» e delle dentiere gratis.

Dall’altra parte c’è infinitamente più decoro (ma è sul decoro che si voterà, caro Enrio Letta?) e si è finalmente aperta qualche finestra per far uscire il lezzo populista del contismo, ma come dicono a Napoli guardi i dirigenti del Partito democratico e sembra che «hanno appena passato ‘nu guaio», c’è sempre qualcosa che non torna, la solita confusione, hanno appena coperto di terra il campo largo e già è diventato strettissimo («Renzi no, ci fa perdere voti», ha detto qualche stratega a Stefano Cappellini di Repubblica), ma poi forse si allarga ai cocomerari di Fratoianni, uno per il quale Draghi era peggio di Scelba.

Poi vogliono acchiappare Carlo Calenda ma fino all’altra sera non si erano fatti sentire, dicono sì al mite Roberto Speranza ma non al suo mentore Pier Luigi Bersani, poi rompono con il Movimento 5 stelle ma ci fanno insieme le primarie in Sicilia, quindi Franceschini chiede molti posti, e così Orlando, c’è pure una truppa di Orfini, e poi bisogna candidare Zingaretti a Roma (si voterà anticipatamente nel Lazio, un’altra batosta?), fan sfegatato di “Conte the killer”, come cantava in un gran pezzo Neil Young, “Cortez the killer”, Nicola il mai-sindaco-di-Roma, se la sbrigasse il povero Gualtieri inondato di mondezza come e peggio della Raggi.

Parte dunque nel casino strategico la campagna del Partito democratico, che si apre a Luigi Di Maio, indimenticabile accusatore del “partito di Bibbiano”, e si chiude a Teresa Bellanova, così Matteo Renzi già si è offeso per il veto nazarenico su di lui ed è sempre vittima, lui e Italia viva, del solipsismo di Calenda che non vuole nessuno dattorno, salvo aspettare a braccia aperte Gelmini e Brunetta, per non dire Carfagna. Intanto è già arrivato il senatore Andrea Cangini.

A poche ore dall’uscita di scena dell’italiano più autorevole nel mondo insomma torna il peggio di entrambi gli schieramenti come fossimo in un gigantesco blob degli anni Novanta, con la destra arcigna e mercantile e la sinistra attorcigliata e pasticciona ed ecco spiegato perché tanta gente di sinistra e di destra (e di niente) sospira: «Ma perché hanno mandato via Draghi?». Già, signora mia, benvenuta alla campagna elettorale dell’anno di grazia 2022. Grazie presidente Mattarella a mettere fretta, già non se ne può più.

IL CENTRO DESTRA

Fratelli d’Italia.

Autopsia del fu governo tecnico. Così si è fatto fregare Mario Draghi, alle elezioni vincerà la Meloni rimasta fuori dalla mischia. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 23 Luglio 2022 

C’ è un elemento umorale e umoristico che rende questa crisi italiana del tutto italiana. Dice Pierferdinando Casini che è stato l’uomo più “inside”: «Salvini ha ripetuto quello che aveva già fatto al Quirinale e si è dimostrato inaffidabile. Stamattina ho parlato con amici che hanno sempre votato per il centrodestra e che hanno detto tanto vale allora votare la Meloni che almeno ha le mani pulite. Tutti hanno fatto scelte spiegabili soltanto con analisi junghiane. Quanto allo zampino, anzi zampone, russo, io non so niente ma ho già sentito dieci persone importanti che mi dicono tutti la stessa cosa: se lavori in quella direzione non sbagli». Per par condicio trovi subito quelli che ti spiegano che è colpa della Cia e degli americani così come trovi per il Covid e la carestia, teorie complottiste di origine aliena.

L’Italia dal 2011 non ha più avuto un capo di governo arrivato a Palazzo Chigi vincendo le elezioni. Ma abbiamo avuto presidenti della Repubblica, prima Napolitano e poi Mattarella, ma anche abbastanza Pertini e poi Cossiga, che ormai hanno concesso a sé stessi la loro forma personale di Repubblica presidenziale che meglio si attaglia alle loro forme mentali. La Costituzione italiana è vaghissima sui poteri reali del presidente e ognuno di loro ne ha scritto un pezzo improvvisato: da Pertini a Cossiga, da Ciampi (che fece sul serio il gran rifiuto) per cui è stata realizzata una nuova Costituzione che porta volentieri a Palazzo Chigi un tecnico gradito al presidente. Che si chiami Dini, Ciampi, Monti o Draghi poco importa perché ciascuno di loro è espressione di una visione personale del mondo. E quella di Mattarella è probabilmente quella più vicina all’Unione europea, e di sicuro Draghi era il suo candidato preferito, ma anche quello dell’Europa che conta e che eroga fondi.

Per questo la situazione italiana è anche comica: perché somiglia all’antica festa di paese che si chiamava Albero della Cuccagna sulla cui punta stava in un sacchetto una piccola fortuna per l’arrampicatore che riusciva a salire e portarsi a casa il gruzzolo. Non sempre il gruzzolo è vile moneta ma anche venale soddisfazione come quella proposta a Draghi: lottare con aplomb britannico per convincere un Parlamento arlecchinato che non corrisponde al popolo che lo ha eletto, ad eseguire fedelmente lo scadenzario per vincere il tesoretto con il quale l’Italia dovrebbe passare dal giurassico al post-moderno. Il povero Draghi pensava di giocare a bridge quando invece era rubamazzo: organizzava strategie che richiedono almeno un partner, contentandosi di giocare col morto. Il morto era la politica, morta da quando non esistono più le cosiddette ideologie ma neanche uno straccio di idea di una società capace di affrontare i problemi, cercare le soluzioni. Ieri si sentivano le urla di gioia dei tassisti che consideravano il governo Draghi un nemico della categoria. Non per caso il Parlamento fascista era la Camera dei fasci e delle corporazioni. E non per caso le corporazioni sono state sempre la banda chiodata del suo passato.

Questa è la ragione per cui la Meloni incassa lauti premi occupando da sola il trono della regina di picche e che detta la linea malgrado le sue carenze in storia: altrimenti perché manterrebbe nel suo simbolo la fiamma tricolore e del fu movimento sociale italiano e che rappresentava il gas della decomposizione del cadavere del Duce acceso in un fuoco fatuo con i colori della bandiera. Chi glielo fa fare? E perché nessuno trova questo dettaglio deprimente? Ma è così: gli italiani possono indifferentemente votare in massa per i democristiani, per i comunisti, meno per i socialisti e moltissimo per il vecchio Pci di Berlinguer e poi per Matteo Renzi. E subito rottamato. Senza dimenticare il fascismo di massa come il cattolicesimo di massa, l’antiamericanismo di massa, il giustizialismo di massa, il vizio di distribuire patenti di eroismo a chiunque purché rappresenti un bene elettorale. È sempre la stessa pappa: il popolo dei fax, la società civile, l’ambientalismo radicale il negazionismo sulla natura e la temperatura dell’adorato pianeta di cui tutto sommato siamo finora il prodotto più riuscito e poi gli apritori di scatolette di tonno che negli Stati Uniti sono tutti sotto processo per alto tradimento. C’entra tutto ciò con quanto è caduto nelle ultime settantadue ore?

La risposta è ovviamente no, eppure è proprio lì che sta l’inconsistenza politica del nostro paese che ha applaudito quando ha visto decapitare la classe dirigente che aveva rimesso in piedi la baracca dopo la catastrofe della guerra. C’entra qualcosa Draghi in tutto questo? Sì e no: non si è reso conto che invitare Letta e solo Letta a discutere formalmente della crisi politica non poteva che far incazzare il centrodestra che per quanto abbia mugugnato, specialmente Salvini, non ha compiuto mai atti di opposizione o di rottura. Certo, la memoria recente di come Salvini sia stato sputtanato da un sindaco di destra di un paese polacco che gli ha sbattuto in faccia le magliette putiniane, è anche comico e fa arrossire, ma l’Italia è fatta così e se vuoi governarla devi conoscerne umori e sapori. Il presidente Charles de Gaulle si chiedeva (con molta civetteria) come si possa governare un paese che ha cinquecento qualità di formaggio. Noi sul formaggio siamo più unificati, ma questo non rende le cose più semplici. Draghi seguitava a giocare a scacchi quando l’universo della politica aveva deciso di giocare a scopetta e lui si è confuso, non ricordava più chi avesse il settebello, e così ha perso non soltanto con dignità, ma senza averci capito un cavolo.

Intanto la guerra in Ucraina andava avanti e si è visto che sopra la panca la capra campa, ma senza armi la capra crepa. I Pentastellati, ma diciamo meglio l’avvocato Conte di motu proprio, aveva deciso di non voler dare più armi agli aggrediti, per sparigliare. Draghi non ha sparigliato ma ha tenuto duro su una linea del tutto ignota ai suoi compaesani come i valori occidentali e la difesa ridicola e perdente della difesa della libertà altrui, i diritti dell’uomo e del cittadino e altre banalità da caffè-concerto. Insomma, da furbissimissimo che sembrava, era diventato il pollo della giocata. Anche Mattarella era sorpreso, poi perplesso, poi entusiasta vedendo Draghi che faceva su e giù le scale del Quirinale, un corazziere a destra e uni a sinistra, pensando che fosse una partita di polo. Insomma, la crisi, così come la guerra di Troia: era cominciata con la ragazza Elena che faceva la capricciosa ed è finita a cavalli di legno. Così, per quanto con effetto minore, questa crisi è cominciata con il Conte che faceva il pazzariello ed è finita con il pazzariello che pur di ottenere il suicidio assistito, ha costretto l’uomo del Colle a convocare le elezioni che, a conti fatti, vincerebbe la Meloni, prudentemente rimasta fuori dalla tombola di quartiere, tenendo sempre le manine sulla malsana fiamma che resiste alla crisi energetica. E che non si è capito chi glielo fa fare. E così che in Italia i conti tornano ma i draghi si estinguono.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

Brandelli d’Italia. Anche per gli americani Giorgia Meloni è un pericolo serio per la democrazia. L'Inkiesta il 22 Luglio 2022.

Un commento pubblicato dal New York Times smonta la narrazione di una leader sovranista seria, atlantista e responsabile: «La presa del potere a destra da parte di figure che si considerano esplicitamente eredi della tradizione fascista è uno sviluppo allarmante»

L’Italia torna al voto e il mondo ci guarda in attesa di capire se il nostro Paese sarà l’anticamera di un nuovo fenomeno politico: il neofascismo al potere. L’allarme viene dal New York Times che con un articolo di David Broder smonta con durezza il tentativo di Giorgia Meloni di accreditarsi come una politica seria, atlantista e responsabile. «La presa del potere a destra da parte di figure che si considerano esplicitamente eredi della tradizione fascista è uno sviluppo allarmante» si legge nell’articolo. 

Meloni «si presenta come una politica coi piedi per terra», ma allo stesso tempo «mescola in modo micidiale le paure del declino della civiltà con aneddoti popolari sui suoi rapporti con la sua famiglia, Dio e l’Italia». L’esempio di questa tecnica retorica è il comizio della leader di Fratelli d’Italia in Andalusia, a sostegno della campagna elettorale di Vox, partito di estrema destra che guarda con nostalgia al regime di Franco. Il libro si apre con una chiamata alle armi eccessiva perfino per un memoir politico: “If this is to end in fire, then we should all burn together” (Se tutto questo finirà in fiamme, allora bruceremo insieme).

Ma a colpire l’opinionista non sono solo le parole d’ordine di Meloni, quanto è la discrepanza tra la presunta linea pro Ue-pro Nato professata nei circoli internazionali dalla leader di Fratelli d’Italia, e i fatti: «Il partito persegue un’agenda apertamente reazionaria in patria».

Per esempio quando Forza Nuova ha attaccato con violenza la sede della Cgil lo scorso ottobre, Meloni ha preso formalmente le distanze ma si è astenuta sulla mozione parlamentare per sciogliere il grippo neofascista, limitandosi a condannare genericamente tutti i totalitarismi. 

Sul giornale più autorevole del mondo desta preoccupazione l’ambiguità politica di Meloni che ogni volta ha grande difficoltà nello scrollarsi di dosso simboli, parole d’ordine e relazioni che collegano il suo partito alla galassia neofascista. Broder mette tutto in fila: dalla fiamma del Movimento Sociale Italiano contenuto nel simbolo del partito, ai legami ambigui di alcuni europarlamentari con figure legate alla tradizione del neo fascismo militante milanese, come mostrato nella recente inchiesta di Fanpage su Roberto Jonghi Lavarini. 

Per il New York Times, il successo di Fratelli d’Italia è dovuto a una coincidenza politica straordinaria: da una parte la rottura delle barriere tra il centrodestra tradizionale e l’estrema destra, che si sta diffondendo in tutta l’Europa occidentale e negli Stati Uniti. Dall’altra parte la situazione economica e sociale dell’Italia: crescita piatta, alta disoccupazione, profonda disuaguaglianza tra Nord e Sud. «In questa atmosfera di declino, dove la prosperità sembra poco plausibile, il messaggio dei Fratelli d’Italia – che la salvezza nazionale si trova solo nell’abiura dei migranti e nella difesa della famiglia tradizionale – ha trovato un pubblico ricettivo».  

Dal 1994 il solito ritornello dei media stranieri "Berlusconi e i moderati inadatti a governare..." Pier Francesco Borgia il 24 Luglio 2022 su Il Giornale.

Dall'Economist alla Faz: a gamba tesa contro il Cav. La volta che Ciampi li zittì 

Sembra un luogo comune per quanto è trito e ritrito: a ogni nuova campagna elettorale dove il leader di Forza Italia è protagonista i giornali stranieri si impegnano a fondo per delegittimare il centrodestra accusandolo di non avere numeri e competenze per guidare il Paese. E questa habitus mentale ha origini lontane. Ha infatti preso piede proprio con la discesa in campo del '94. All'inizio Silvio Berlusconi rappresentava per gli osservatori stranieri semplicemente un'incognita. Un self made man che scendeva in politica soltanto per compiere al meglio il suo lavoro di lobbista. E lo spettro di azione del suo impegno politico andava dall'endorsement in favore dell'allora leader del Movimento sociale, Gianfranco Fini, a candidato sindaco di Roma, fino all'amicizia con Bettino Craxi. Quando la campagna elettorale entrò nel vivo anche i giornali stranieri scesero in campo. Con una scelta netta: ammonire gli italiani al rischio del salto nel buio. Nel corso della campagna elettorale molte testate straniere attaccarono Berlusconi: dal Times a Le Soir, da Le Monde al New York Times (solo per citarne alcuni). Tanto che lo stesso Berlusconi ironizzò: «A sfogliarli sembra di leggere L'Espresso o la Repubblica, se non fosse per la lingua. Stessi pregiudizi».

Nel 2001 a lanciare la campagna contro il Cavaliere fu il giornalista britannico Bill Emmott. Da direttore dell'Economist licenziò una copertina che rappresentava una condanna senza appello: Why Silvio Berlusconi is unfit to lead Italy (Perché Silvio Berlusconi non è adatto a guidare l'Italia). Insomma, lo scenario si è ripetuto senza grandi variazioni sul tema dell'impresentabilità del Cavaliere. Questa volta, però, che la misura fosse colma lo stabilì lo stesso presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che replicò seccato agli attacchi della stampa straniera dicendo che l'europeismo di Forza Italia e del suo leader non poteva essere messo in discussione. I giornalisti stranieri cambiano musica. Ma il ritornello è sempre l'impresentabilità del leader azzurro. Per la Frankfurter Allgemeine Zeitung «Berlusconi promette tutto a tutti» mentre il quotidiano berlinese Tagesspiel boccia la campagna del Cavaliere con un impietoso: «Solo parole vuote, solo slogan». Anche a Parigi i giudizi non sono teneri per il presidente azzurro. Le Monde e Liberation si trovano per una volta uniti nell'ostracismo nei confronti del leader politico italiano: «Incoraggia l'illegalità».

Nel 2008 il copione si ripropone praticamente senza variazioni di rilievo. Anzi, i giornali stranieri si sono fatti più audaci anche nelle previsioni. Ora preconizzano un fallimento della campagna elettorale del Cavaliere, vista la defezione di Pier Ferdinando Casini e - a loro giudizio, non provato da riscontri oggettivi - dalla freddezza di Bankitalia (all'epoca diretta proprio da Mario Draghi).

Le parole più pesanti arrivano dal Newsweek che definisce Berlusconi «magnate-showman» anche se ha alle spalle già una lunga esperienza di uomo politico, di rappresentante delle istituzioni e di capo del governo. «I sondaggi - scrive la rivista americana - danno Berlusconi in testa. Ma questo è difficilmente motivo di ottimismo».

Arriva dall'America la prima cannonata contro il centrodestra "Tempi cupi per l'Italia se vincerà la Meloni".

Paolo Bracalini il 24 Luglio 2022 su Il Giornale.

La stampa internazionale inizia la campagna contro la leader Fdi. L’editoriale del "New York Times" di un opinionista di estrema sinistra. Attacchi anche dalla Germania: "Rischio di una nuova marcia su Roma". Offensiva di "Repubblica".

Giorgia Meloni si trova a fare i conti, in una campagna elettorale di soli due mesi, con molte diffidenze internazionali. Diffidenze è poco. Il lavoro portato avanti dalla leader Fdi per togliersi di dosso l'etichetta di post-fascista non è bastato. Si è accreditata a Bruxelles, diventando presidente del gruppo parlamentare dei Conservatori e riformisti Europei. È su posizioni chiaramente atlantiste, e pure dall'opposizione si è schierata con gli aiuti militari all'Ucraina, in modo ancora più netto rispetto alla Lega di Salvini. Lo scorso febbraio è stata ospite della convention dei Repubblicani a Orlando, in Florida. Ma evidentemente non è bastato. Da qualche giorno, dopo la caduta del governo Draghi e la notizia delle elezioni con la possibile (probabile, secondo i sondaggi) vittoria del centrodestra e successo personale della Meloni, si è scatenato un fuoco multipolo sulla stampa internazionale, anche quella in cui si è soliti intravedere il punto di vista dei «poteri forti» (quelli che si auguravano la prosecuzione del governo Draghi, per intendersi). Il Financial Times parla della Meloni come di una leader di «estrema destra» (hard right) con «radici neo-fasciste». Il New York Times la demolisce con un articolo che definisce «cupo» il futuro dell'Italia con al governo la Meloni e i suoi «Brothers of Italy». L'autore, David Broder, non è un giornalista del quotidiano newyorkese ma uno storico e traduttore che vive a Roma, scrive su riviste online di estrema sinistra come Jacobin (cioè giacobino, tutto un programma). Ha già scritto un libro sulla destra populista italiana e, informa il Nyt, sta lavorando ad un libro sul «fascismo nell'Italia contemporanea». Un autore quindi totalmente di parte, ma l'articolo compare nella sezione opinioni del Nyt che ha un peso (infatti viene citato in un altro articolo da Paul Krugman, economista premio Nobel e guru della sinistra libera americana: «Sono d'accordo, l'Italia potrebbe rappresentare il futuro dell'Occidente. Ed è tetro»). «Forse non bruceremo tutti insieme nel fuoco. Ma se l'estrema destra salirà al governo, in Italia o altrove, sicuramente qualcuno di noi lo farà» scrive Broder.

Ma anche altrove la leader di Fdi viene presa di mira. Il quotidiano berlinese Tagesspiegel la definisce «la speranza dei fascisti», «i suoi simpatizzanti includono nostalgici di Mussolini ed ex teppisti neofascisti. Durante le loro apparizioni si può vedere regolarmente il saluto romano, che corrisponde al saluto di Hitler nella Germania nazista» scrive il corrispondente da Roma, Dominik Straub. Il quale ricorda le date: «A cento anni esatti dalla marcia su Roma di Benito Mussolini e dalla presa del potere il 30 ottobre 1922, è probabile che il governo venga assunto da una personalità che ha costruito tutta la sua carriera politica nelle nebbie dei vari partiti e gruppi postfascisti». Una coincidenza temporale evidenziata anche dal Süddeutsche Zeitung, in un articolo titolato «Gli eredi di Mussolini marciano su Roma».

Una campagna che in Italia ha potato avanti soprattutto Repubblica, che infatti ieri apriva la sua versione web con l'ennesima inchiesta sul «passato di Fdi che non passa: l'ombra nera mai fugata», la fiamma nel simbolo, la tomba di Mussolini, il caso Fidanza... Secondo la leader di Fdi «si stanno muovendo una serie di think tank della sinistra italiana che vanno in giro a dire che se vine la Meloni l'Italia viene risucchiata da un buco nero», però corregge il tiro sul comizio in Spagna da Vox, quello sulla lobby gay, «cambierei il tono» dice alla Stampa.

La questione entra anche nei ragionamenti della coalizione. Tra gli alleati, Forza Italia e Lega, c'è il timore che la Meloni sia molto attaccabile su questo fronte del pericolo fascista, alimentato dalla stampa internazionale, quella che leggono a Bruxelles. E che quindi una candidatura della Meloni a premier del centrodestra possa indebolire la coalizione in campagna elettorale. Anche per questo (ma non solo), su chi farà il premier in caso di vittoria non ci saranno indicazioni troppo precise in campagna elettorale.

La Russa: “Ambienti italiani dietro gli attacchi dei quotidiani stranieri. Ma noi non perderemo un voto”. Augusta Cesari domenica 24 Luglio 2022 su Il Secolo d'Italia.

“Dietro gli attacchi dei giornali stranieri a Giorgia Meloni, ci sono ambienti italianissimi“. E’ la convinzione del senatore di Fratelli d’Italia Ignazio La Russa a In mezz’ora in +, su Rai3. Non sono certo sfuggiti al cofondatore di FdI i “fuochi incrociati” contro Giorgia Meloni giunti dagli Stati Uniti- dal New York Times in particolare- seguiti dagli articoli di alcuni quotidiani -Repubblica in primis-  che veicolano il “pericolo” fascista; il pericolo che l’Italia cada in mano agli “estremisti” di FdI. Una narrazione falsa, fatta per schemi preconfezionati e buoni ad ogni elezione in cui si fa strada il successo di un partito di destra. E dell’intero centrodestra.

La Russa: “Ambienti italianissimi dietro agli attacchi stranieri alla Meloni”

La domanda dell’Annunziata verte proprio sugli attacchi giunti da alcune testate statunitensi. Ma La Russa vede oltre. “Gli americani – ha spiegato l’ex ministro della Difesa – hanno registrato la nostra posizione da sempre filo occidentale, filo atlantista, di sostegno all’Ucraina; al contrario della sinistra che è da poco atlantista. Come mai c’è questo tema adesso? Ambienti italianissimi lavorano affinché giornali stranieri li aiutino a non perdere; e dire cioè che c’è un pericolo di destra, un pericolo Meloni”. Ribadisce il concetto il cofondatore di FdI: “Politicamente abbiamo precisi elementi per dire che abbiamo ambienti italiani della cultura del giornalismo, della politica, che stanno lavorando in combutta con ambienti della sinistra internazionale. Noi non perderemo un voto, ma è un modo per danneggiare l’italia”, aggiunge La Russa.

L’Annunziata lo punzecchia sull’elemento chiave sul quale si intende incrinare la coalizione: il tema della leadership in caso di vittoria del centrodestra alle elezioni del 25 settembre. “Chiediamo il rispetto delle regole dell’altra volta e pari dignità” -risponde  il senatore di Fratelli d’Italia. La domanda era in realtà messa in maniera molto ruvida: sul fatto che i veri nemici di Giorgia Meloni siano Salvini e Berlusconi. “Che ci sia una dialettica all’interno di ogni coalizione è evidente. La dialettica nei confronti di Giorgia è salita di tono – risponde La Russa – perché il resto del centrodestra ha ritenuto di stare al governo, con Pd e 5s: e quindi c’è stata tensione. Ma non è Matteo Salvini il nostro nemico, ma anzi è un amico. Perché il popolo di centrodestra è molto coeso. I nostri programmi sono compatibili, la gente che vota per Berlusconi e Salvini si trova d’accordo con Meloni. Così come quelli che votano per il centro di Toti, mi auguro della Carfagna”.

Spiega ancora La Russa: “I nostri alleati hanno ecceduto – ammette – nel dare l’impressione che fosse più importante frenare la Meloni che battere la sinistra. Chiediamo rispetto delle regole dell’altra volta e pari dignità. Vogliamo semplicemente che si parta con una garanzia: che si vince insieme e si perde insieme. E che non deve mai più succedere che qualcuno accetti di stare con Pd e 5s”. Sottolinea in un passaggio che “è una sorpresa enorme per l’Italia che una giovane donna di destra abbia tanti consensi; e che possa traghettare da un governo con dentro tutti a un governo coeso”. “Di sicuro – ha aggiunge La Russa – questa giovane mamma ha dovuto superare più ostacoli di quanti ne debba superare un uomo”. E poi chiarisce una volta per tutto l’accusa che viene mossa sempre e in ogni occasione dalla sinistra e dagli ambienti radical chic: “Noi senza classe dirigente? Fdi – scandisce – ha la migliore giovane classe dirigente del Paese, ed è pronta ad aprirsi ad apporti della società”.

Paolo Mastrolilli per “la Repubblica” domenica 24 Luglio 2022. 

«Il futuro è l'Italia, ed è desolante». È duro il titolo dell'editoriale che David Broder ha scritto ieri per il New York Times, analizzando la possibilità che Giorgia Meloni diventi il prossimo inquilino di Palazzo Chigi. Ma proprio nelle stesse ore la newsletter GZero di Ian Bremmer ha pubblicato un commento di Willis Sparks, che si chiede se l'erede della tradizione post-fascista e la campionessa del nazionalismo euroscettico, sia la persona più adatta a fare gli interessi di Roma in questa fase storica così delicata. Infine Foreign Policy si domanda se diventeremo morbidi sulla Russia, con lei premier.

Se tre indizi bastano a fare una prova, Washington qualche dubbio sul collocamento di Meloni ce l'ha, nonostante il suo sforzo di prendere posizioni atlantiste più decise dei filo putiniani Salvini e Berlusconi. Dall'inizio della crisi Casa Bianca e dipartimento di Stato hanno scelto una linea pragmatica e rispettosa dei processi costituzionali italiani.  

Perché in genere questo è l'atteggiamento degli Usa verso le vicende di politica interna degli alleati, nonostante i nostri complessi di persecuzione e l'abitudine a vedere complotti planetari dietro ogni angolo, ma anche perché vogliono tenersi aperta la possibilità di collaborare con chiunque vinca le elezioni. I diplomatici che seguono l'Italia, però, hanno l'obbligo di capire cosa sta accadendo, e cosa possano aspettarsi da un'eventuale premier di Fratelli d'Italia.

Broder scrive da Roma, dove si era già occupato dell'ascesa dei populisti con il libro "They First Took Rome". Racconta le radici politiche di Meloni, dal Msi a Fratelli d'Italia, passando per An, sottolineando che il suo partito «porta il simbolo adottato dai luogotenenti sconfitti del regime di Mussolini». Spiega la sua ascesa dal 4% dei voti presi nel 2018 alla leadership attuale nei sondaggi, con la decisione di restare unico partito all'opposizione di Draghi.  

Assimila il suo nazionalismo, gli allarmi sul declino della civiltà occidentale, e l'opposizione all'immigrazione, alle posizioni di altre formazioni dell'estrema destra europea, come Vox in Spagna e Le Pen in Francia. Riconosce la scelta atlantista, ma sottolinea «l'agenda reazionaria» in politica interna. Quindi, riferendosi alle parole del libro di Meloni, conclude così: «Forse non bruceremo tutti insieme nel fuoco. Ma se l'estrema destra dovesse prendere il governo, in Italia o altrove, alcuni di noi sicuramente bruceranno». 

Sparks sottolinea l'adesione di Giorgia allo slogan della «vecchia scuola fascista "Dio, patria e famiglia" », e la volontà di rimediare alla crisi demografica favorendo le nascite, pur di non aprire all'immigrazione per conservare i livelli attuali della forza lavoro. Poi punta la contraddizione tra il suo atlantismo e l'euroscetticismo, perché non si conciliano bene con gli interessi economici dell'Italia, e quelli strategici degli Usa nella sfida contro le autocrazie.

Quando nel febbraio del 2020 Meloni era venuta a Washington per la riunione dei conservatori al "National Prayer Breakfast", ci spiegò così il senso della missione: «Sono una patriota, e sono venuta qui come italiana. Questo modo di concepire le relazioni internazionali con l'idea di diventare il burattino di qualcuno non l'ho mai condivisa ». Aveva sottolineato che «io non ho rapporti con oligarchi russi», a differenza di Salvini, e aveva aggiunto: «È possibile anche per l'Italia avere un governo che difenda l'interesse nazionale italiano, ma non rinunci ad avere relazioni con il resto del mondo. È esattamente quello su cui lavora Fratelli d'Italia ».

Al dipartimento di Stato ora si chiedono cosa possa significare questo, nel concreto dei rapporti bilaterali, al di là dell'anti americanismo post fascista forse superato. Hanno notato l'atlantismo di Meloni, mentre aspettano ancora di capire dalla magistratura italiana cosa fosse successo all'Hotel Metropol con Salvini e i suoi collaboratori. L'alleanza in Europa con la Polonia dovrebbe garantire la tenuta sull'Ucraina di un governo guidato da Fratelli d'Italia, anche in coabitazione con Lega e Forza Italia, e il suo nazionalismo difficilmente andrebbe d'accordo con cedimenti di sovranità alla Cina.  

L'euroscetticismo però è un problema, tanto per gli aiuti economici che potrebbero mancare all'Italia, quanto perché l'amministrazione Biden ha fatto del consolidamento dei rapporti con Nato e Ue il primo pilastro di partenza della strategia per contrastare la sfida delle autocrazie. Contraddizioni profonde, su cui si aspetta con curiosità la soluzione scelta da Meloni.

Si vota, riparte il fango. Marco Zucchetti il 24 Luglio 2022 su Il Giornale.

Stampa internazionale (e italiana) in soccorso della sinistra: contro il "rischio Meloni" arrivano gli editoriali militanti di "allarme". Come con Berlusconi e Salvini

Siamo due avversari convinti e, spero, leali». Era questo il sogno di una notte di mezza legislatura di Giorgia Meloni, convinta di aver trovato in Enrico Letta un carissimo nemico che invertisse il trend di delegittimazione sistematica riservata a lei, a Fdi e al centrodestra. Purtroppo, è bastato un giorno di campagna elettorale per dimostrare che una competizione civile con i dem è solo pia illusione. Non importano le smancerie alle presentazioni dei libri, né la concordia quando si tratta sul Quirinale, né l'atteggiamento da agnellini in cravatta: quando si vota, a sinistra non si fanno prigionieri. E il richiamo della foresta dell'ex Pci, quell'istinto feroce di demonizzare ogni avversario, è più forte di tutto.

Le danze le ha aperte come spesso succede Repubblica, che ha fatto della demolizione preventiva di qualsiasi sfidante del Pd una missione. Così ieri, insieme ai consueti richiami alle «ombre nere», per dimostrare che «negli Usa cresce l'allarme per una post-fascista a Palazzo Chigi», si citavano «editorialisti e diplomatici» terrorizzati. Già, ma chi? Il primo è David Broder, commentatore del New York Times e collaboratore di Jacobin, rivista socialista e anticapitalista su cui scrivono sinceri liberali come Corbyn e Varoufakis. Broder è uno storico britannico del comunismo convinto che il Pci filo sovietico in Italia sognasse «una democrazia progressista», che Forza Italia sia «di estrema destra» e il governo Draghi sia «il primo esecutivo post-democratico in Occidente».

Insomma, una voce schierata che rappresenta il sentiment americano quanto Damiano dei Måneskin quello del Vaticano.

La seconda fonte di «allarme» è la newsletter GZero, su cui Willis Sparks si chiede - parole di Rep - «se l'erede della tradizione post-fascista e la campionessa del nazionalismo euroscettico sia la persona più adatta a guidare l'Italia». Peccato che l'articolo, piuttosto equilibrato, in realtà sottolinei come «il pragmatismo della Meloni sa battere il suo nazionalismo».

Insomma, pronti, via e parte il solito giochino, con la stampa estera che lancia il puntuale allarme democratico seguendo una formula scientifica: se sale al potere X (dove X è il leader di centrodestra di turno, «inadatto» a prescindere, da Berlusconi a Salvini a Meloni), torna il fascismo, le cancellerie inorridiscono, i mercati crollano e arrivano le cavallette, tanto ormai con queste temperature è plausibile.

«Democratica» nella ragione sociale, post-ideologica in teoria e dogmatica in pratica, la sinistra italiana da trent' anni apre strategicamente agli altri quando servono ai suoi scopi (vedi Bossi, Fini, Alfano...), salvo poi stracciare ogni patente di legittimità politica sotto elezioni. Ed è così che il «proficuo confronto» con chi la pensa diversamente si tramuta in pura caccia al reietto. Sia sui giornali, sia nei tribunali.

Fin qui, tutto da copione come un «no» grillino a una grande opera. Sta al centrodestra usare la presunta «superiorità morale» della sinistra come molla per ritrovare un orgoglio di coalizione oltre errori e conflitti. Perché la sfida non è strappare la premiership, ma dimostrare che un'Italia moderata e conservatrice è una risorsa di serietà, non un pericolo. E che il centrodestra unito può battere le corazzate progressiste, siano esse gioiose macchine da guerra come nel 1994 o stanche macchine del fango (internazionale) come nel 2022.

Può bastare come motivazione per ricominciare a remare tutti nella stessa direzione?

Arrivano le elezioni e torna la macchina del fango. Francesco Borgonovo su Culturaidentita.it il 27 Luglio 2022

Ve l’avevamo annunciato nella copertina di CulturaIdentità di novembre 2021: c’è un momento in cui una manina, o manona, aziona il ventilatore per mascariare con schizzi di fango l’avversario politico, mai di sinistra. Il meccanismo si è rimesso in moto oggi, con la manfrina del fascismo immaginario e del presidio democratico in assenza di fascismo e del pericolo per l’Italia fuori dai salotti buoni atlantisti e UE (ma non era la sinistra a civettare con la Cina e l’Iran e i paesi sudamericani?). Ma ora si sta passando il segno: iniziano a circolare sui social fotomontaggi che vanno ben oltre i confini della satira verso Giorgia Meloni. E ci si mettono pure i giornali, pubblicando a bella posta una foto sessista in prima pagina: è la scelta editoriale di ieri di un noto quotidiano progressista, fatta con una forte dose di malizia ma soprattutto di cattiveria. E le femministe dell’altra parte mute. Non gli bastavano infatti gli insulti quotidiani, bisognava superare i confini della decenza. Perché il pericolo è sempre quello. (Redazione)

Penso che bisognerebbe scrivere un piccolo saggio intitolato “L’antifascismo eterno”, al fine di indagare una patologia che da troppo tempo affligge la nostra nazione. No, lo spauracchio fascista è sempre lì, a portata di mano, buono per essere ripescato alla bisogna. Funziona così da anni: ogni volta che bisogna svilire e demonizzare qualcuno, lo si accusa di rimpiangere il Duce o di volerlo imitare. È accaduto a Bettino Craxi, quindi a Silvio Berlusconi, poi a Matteo Salvini, ora a Giorgia Meloni. La psicosi fascismo è come il covid: dobbiamo imparare a conviverci. C’è un solo modo per uscirne: rendersi conto che non la smetteranno mai, e non cedere di un millimetro. Non bisogna prendere le distanze, scusarsi, giustificarsi. Non bisogna nemmeno perdere tempo a spiegare. L’inquisizione ha già emesso il verdetto, provare a discolparsi non serve. Bisogna, invece, mettere in discussione il tribunale dei sedicenti migliori, degli arroganti che non la finiscono mai di spargere infamia. Si scusino loro, i geni di sinistra, della loro ideologia mortifera. La stessa che ha prodotto casi come Bibbiano, che impone il gender nelle scuole, che alimenta il sistema micidiale dell’immigrazione di massa. Si scusino per le balle raccontate sull’emergenza covid, e per i morti che i loro errori hanno procurato. Si scusino per i ravioli cinesi consumati in tv e per gli aperitivi. Si scusino per come hanno criminalizzato l’amor patrio, il rispetto della tradizione e l’orgoglio identitario. Si scusino per il continuo svilimento della democrazia che operano da decenni. L’attuale antifascismo è una patologia psichiatrica. Chi ne soffre non va assecondato: va, semmai, aiutato a guarire. Qualcuno dice che l’allarme fascismo finirà quando la tornata elettorale sarà dietro le spalle. Non ne sono del tutto convinto.

"Una balla il pericolo fascista. Ma la stampa è conformista". Paolo Bracalini il 25 Luglio 2022 su Il Giornale.

L'intellettuale: "Appena si vota vengono fuori le stesse inchieste. L'antifascismo così è ridotto a macchietta".

Pierluigi Battista, è tornato il rischio dei fascisti al governo, la nuova marcia su Roma, tra l'altro è anche il centenario.

«Come sempre, ad ogni campagna elettorale si agita questa storia in modo pretestuoso. L'hanno fatta l'inchiesta sui saluti romani? Bene. Per mesi nulla, sono ridiventati tutti fascisti improvvisamente in Italia o forse era un'esagerazione? Adesso aspetto le coraggiose inchieste di Fanpage sul consigliere comunale del paesello che ha il busto di Mussolini sulla scrivania, chissà quante ne faranno nei prossimi due mesi. Ma davvero pensano che la Meloni abbia pronte le squadracce con l'olio di ricino e il manganello? Che abbia quello in testa? Io sono orgogliosamente antifascista, ma non si può usare l'antifascismo in modo strumentale, solo quando serve, sennò lo si riduce ad una parodia. Come l'Anpi che fa la pastasciutta antifascista. Sono cose che a me danno molto fastidio perché finiscono per ridicolizzare una cosa estremamente seria come l'antifascismo».

Anche la stampa estera però scrive le stesse cose. La Russa dice di avere le prove che dietro gli attacchi dei giornali stranieri ci sono ambienti italiani.

«Non facciamo i complottisti per cortesia. Non è che al New York Times fanno la riunione di redazione e decidono: adesso facciamo il mazzo alla Meloni. Ma dai, siamo seri. C'è invece un problema drammatico di conformismo culturale e giornalistico».

Anche nei prestigiosi giornali stranieri?

«Ma li conosci i colleghi della stampa estera? Sono dei cazzoni che vanno a prendersi il mojito con i colleghi italiani, si fanno imbeccare e poi scrivono le stesse cose. Non è un complotto, c'è proprio un idem sentire, un linguaggio unico del giornalismo, è il linguaggio delle elite che non parlano più a nessuno. Si utilizzano suggestioni facili, lo facciamo anche noi. Tutta la stampa, anche italiana, era contro Trump e poi ha vinto le elezioni, ora sembra che tutta l'Italia stia con Draghi ma forse non è proprio così».

Stessa cosa con il pericolo del nuovo regime fascista alle porte se vince il centrodestra.

«Non c'è un italiano che sia minimamente condizionato da questa cosa. Ci sono solo quattro svalvolati di Casa Pound e dei centri sociali che pensano ai fascisti e ai comunisti. Il Novecento è finito e non importa a nessuno. Ma davvero credono che a Pietra Lata o Quarto Oggiaro pensino che siamo alla vigilia della marcia su Roma? La stragrande maggioranza del popolo italiano sa benissimo che oggi non c'è il pericolo del fascismo se vince la Meloni o del comunismo se vince il Pd. É una storia che appartiene al passato. E come se ci dividessimo in cavouriani e garibaldini. A me la Meloni non piace per la politica che fa, non per la storia da cui viene. Ma oltre a lamentarsi per gli attacchi pretestuosi sul fascismo dovrebbe fare qualcosa in più lei per prevenirli».

Tipo?

«Basta poco, dovrebbe fare un discorso molto semplice prima della campagna elettorale. Dire: noi non siamo fascisti, siamo per la democrazia, per il pluralismo, quindi il primo imbecille dentro il partito che fa il saluto romano, o mette la croce celtica o peggio ancora fa battute sugli ebrei lo caccio immediatamente a calci nel sedere. Questo dovrebbe dire, dato che qualche nostalgico ci sarà pure nel suo partito. Tra l'altro poi elettoralmente non contano niente, quanti voti perderebbe?

Pochi, se si guarda ai voti che prendono Forza Nuova e le liste di estrema destra.

«Appunto, allora cosa aspetta? In compenso parlerebbe a tutto l'elettorato che ora invece non la considera. Questo è l'errore della Meloni, che poi è anche quello della Le Pen che infatti al primo turno vince e poi regolarmente al secondo perde. Deve fare uno sforzo, deve avere coraggio, in politica serve. Il tanto bistrattato Fini andò ad Auschwitz, alle Fosse Ardeatine, allo Yad Vashem, è stato un percorso doloroso e a volte anche ingiusto ma lo ha fatto, pagando anche un prezzo».

Fu l'inizio della sua fine.

«Alla Meloni basta molto meno, se vuole vincere eviti di fare quei comizi sguaiati alle convention di Vox, che sono veramente dei franchisti, prenda le distanze dall'autoritarismo di Orbàn. La forza di Berlusconi era che parlava ad un mondo che non era tutto di destra. La Meloni dovrebbe parlare con Confcommercio, con i piccoli imprenditori. Prendendo in modo chiaro le distanze dal fascismo. Se invece vuole coltivare i voti della sezione Msi della Garbatella faccia pure...»

Attacchi ignobili di “Repubblica” alla Meloni. La leader: “Parte il fango contro di noi, aspettatevi di tutto”. Gabriele Alberti domenica 24 Luglio 2022 su Il Secolo d'Italia.

Ci siamo, inizia col botto la campagna di fango per demolire Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia. Oggi è la Repubblica a lanciare accuse ignobili e ridicole al primo partito nel gradimento degli italiani, dunque da combattere con armi “non convenzionali”. C’è tutto in questo nell’edizione domenicale del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. Si va oltre ogni immaginazione. Il quotidiano schiera truppe antifà sparse in tutto il giornale. Nelle ultime ore la paura del voto e del pericolo rappresentato dal successo della leader di FdI proveniva da oltre oceano. Oggi è il quotidiano diretto da Molinari a iniziare la “guerra”.  “Con la campagna elettorale è ripartita, puntuale come sempre, la macchina del fango contro me e Fratelli d’Italia. Aspettatevi di tutto in queste settimane, perché sono consapevoli dell’imminente sconfitta e useranno ogni mezzo per tentare di fermarci. Se ci riusciranno o no, quello dipenderà da voi“. Lo scrive Giorgia Meloni sulla sua pagina Facebook puntando il dito su stampa internazionale e italiana che parla del ‘rischio Meloni’.

L’attacco ignobile di Repubblica a “Giorgia la nera”

Si inizia da pagina 10: “Il passato che non passa: Quell’ombra nera mai fugata da Meloni” è un articolo di Paolo Berizzi, scrittore e sentinella antifà in servizio permanente effettivo. La prende da lontano per veicolare l’immagine di una pericolosa fascista che potrebbe impadronirsi delle istituzioni repubblicane. Parte dal 7 gennaio 2008 quando Giorgia era ministra della Gioventù e FdI era di là da venire. Ebbene da quella data ad oggi, l’autore scrive un “romanzo” sull’anima nera della Meloni: “FdI e la sua leader terrebbero “Vivo il legame con la galassia nera (non solo) del nostro Paese”. Repubblica parla di “una cornice di esibizioni e rimandi fascisti o fascistoidi, proclami razzisti e sessisti. Come quelli che la presidente dei Conservatori e Riformisti europei ha sguainato, il 12 giugno, dal palco di Marbella per sostenere il partito di estrema destra Vox. Giorgia la “nera””. Sinceramente non credevamo ai nostri occhi. Quanto segue è ancora peggio:

Si arriva al 29 aprile 2022. “Alla convention di FdI Meloni – si legge – improvvisa una gag per deridere le accuse di fascismo”. E certo, come si poteva replicare, se non con l’ironia, a chi le rinfacciava il completo giacca- pantalone neri? con la serietà? Il bello viene con la crociata di Berizzi contro la lettera M. La Meloni a Milano aveva parlato delle quattro M care alla sua agenda:  «Mamma, merito, mare e marchio». Eh no, signori, per Berizzi, tra queste M c’è viva  e vegeta quella di Mussolini. E c’è la M di Milano, quella Milano, appunto, che è lo sfondo dell’inchiesta di Fanpage sulla “lobby nera”.  L’articolo è tutto un’elububrazione di questo tenore. Indigesto, irricevibile, indegno di una civile contrapposizione. Anche il web se la ride. Su twitter l’articolo rilanciato da Crosetto è sbertucciato non poco. “La crociata contro la M. Se questi sono i contenuti della campagna elettorale della sinistra…”. Hanno paura di perdere, ha ragione la Meloni, aspettiamoci di tutto.

E infatti arriviamo a pagina 28 con  una vignetta che mostra Benito Mussolini disegnato da Biani che esclama: “Ma sì, chiamatemi pure centrodestra”. Non è tutto: Michele Serra sabato demoliva il centrodestra con altrettanti epiteti ridicoli in un ragionamento politico.  “È uno spettacolo al quale siamo abituati, ma non per questo è meno incredibile: una fascista civilizzata e un incivile fascistizzato, con la benedizione di un miliardario in pensione che trent’ anni fa fece finta, votatissimo, credutissimo, di essere un leader politico”. Fino al 25 settembre ci sorbiremo questa roba qui….

Giorgia Meloni, allusione sessuale in prima pagina su Repubblica: "Stomachevole". Libero Quotidiano il 27 luglio 2022

La prima pagina di Repubblica su (o forse sarebbe meglio dire "contro") Giorgia Meloni fa esplodere Fratelli d'Italia. La foto della leader accompagnata dal titolo "Il diktat", relativo alle parole pronunciate all'indirizzo degli alleati Silvio Berlusconi e Matteo Salvini ("Senza un accordo sul premier, niente governo insieme"), avrebbe un retrogusto molto malizioso e decisamente volgare. Con cui la politica c'entra veramente poco o nulla.

"Stomachevole - denuncia la deputata meloniana Carolina Varchi in una nota -. Una chiara e volgare allusione sessista contro Giorgia Meloni. Questo non è giornalismo libero ma solo machismo da taverna". E così si riaccende l'attenzione su alcuni dettagli per così dire sottovalutati, a una prima occhiata. "Chiediamo a tutte le donne, incluse quelle di sinistra, di ribellarsi a questa volgarità e mancanza di rispetto", rincara la deputata di FdI Augusta Montaruli. 

Leggermente più velate, ma non meno dure, le parole di condanna di Guido Crosetto, tra i fondatori di Fratelli d'Italia: "A Repubblica non bastava infarcire quotidianamente il giornale di articoli che insultano, attaccano e diffamano Meloni e FdI. Era troppo poco, hanno raggiunto un nuovo livello, superato altri confini: quelli della decenza, del buon gusto e del rispetto". Roba da rimpiangere pure la "normale" strumentalizzazione.

“Repubblica” contro Giorgia Meloni. Ma perché? Lettera aperta a Maurizio Molinari. Carmelo Briguglio il 22 Agosto 2022 su Il Secolo d'Italia.  

Gentile direttore, per anni, ho evitato, pur sollecitato, ribalte mediatiche. Ho ritenuto che un periodo di riserbo e riflessione sarebbe servito a fare giudicare, con maggiore obiettività e distacco, persino a me stesso, una stagione politica lontana, della quale sono stato secondario “protagonista”; ormai é esperienza consegnata, con parecchi errori e qualche merito, alla storia politica del Paese. Lontano, per un po’ di anni, da attive militanze e ricerca di ritorni, desidero però chiedere qualche minuto di attenzione a lei che oggi dirige il giornale che al tempo nutrì – diciamo così ? – l’iniziativa politica di Gianfranco Fini. La prima considerazione riguarda la linea adottata da Repubblica riguardo a Giorgia Meloni. A mio modo di vedere, un grande giornale ha il diritto di schierarsi soprattutto in vista di un appuntamento elettorale importante: é una scelta che personalmente preferisco, al confronto di talune neutralità di facciata; tuttavia, mi sarei aspettato una dichiarazione esplicita in favore del fronte progressista e basta. Invece, man mano che il personaggio Meloni é salito nel gradimento popolare e nei sondaggi d’opinione, Repubblica – fuoriuscendo dall’aplomb di ragionata mitezza della sua direzione che oggi, mi perdonerà, appare commissariata – sembra essersi data come prioritaria missione prendere di mira la leader di Fdi; fino a mobilitare a ciò significative risorse redazionali.

Tanti eccessi e critiche smodate 

Detto, con franchezza: il tutto appare ai più, non a me solo, davvero eccessivo. Le chiedo: può essere il principale scopo di un autorevole quotidiano come il suo, provare a fermare ad ogni costo, l’ascesa di una leader dando voce  a critiche di qualsivoglia tipo ? Lei lo sa: molte, troppe sono smodate, per nulla conducenti al profilo politico; si insinuano fin dentro inclinazioni individuali e relazioni familiari. La cosa non é disdicevole in sé: il politico deve rispondere del suo “privato” se ha refluenze sul “pubblico”; ma é difficile dimostrare che la forma fisica di un tempo o il supposto cambio della squadra del cuore, oppure una marcata “sorellanza” possano avere a che fare con tali influenze. Che dice ? Non spetta a me giudicare se una linea editoriale sia corretta o meno; ma, umile collega di quanti sono impegnati nel “corpo” che lei dirige – dal quale, nei miei trascorsi di attore politico, vennero concessi generosi spazi e temo affettate udienze – sento il dovere di fargliele queste osservazioni.

Alcuni suggerimenti

Alle quali, mi permetterà aggiungere un non richiesto consiglio: non sarebbe più corretto un forum in redazione con la candidata premier, in clima di equilibrio e pacatezza – ma, per cortesia, addomestichi il “dàimon” dell’agguato che agita gli intimi eskimi di alcuni dei suoi – per chiedere conto e ragione di ogni singola parte del suo programma politico e della sua idea di Paese ? Scusi il suggerimento. Secondo. Glielo dico subito, subito: lei sa bene non avere fondamento le riserve nei confronti della Meloni su due temi sensibili, quali sono l’antifascismo e la collocazione internazionale. Per dimostrarlo, non mi soffermerò su fatti noti e solenni dichiarazioni a partire dalla esplicita condanna del fascismo, fatta dalla Meloni con un surplus di candore (“Se fossi fascista, lo direi”); nemmeno tornerò sulla posizione di Fdi – non facile, converrà, dai banchi di unica opposizione – a gratuito appoggio del governo Draghi, in favore delle ragioni di Kiev contro la guerra di aggressione mossa da Putin. Insomma, su fatti che parlano da sé. E neppure più di tanto sulla Pravda, che quasi quanto Repubblica, ha messo nel mirino la candidata con concrete possibilità di diventare capo del governo di un grande Paese occidentale. Solo un appunto: la notizia dell’attacco russo alla Meloni, ripresa con evidenza da tutti i media italiani, per Repubblica non é esistito: nessuna traccia né in prima, né altrove. (Solo il giorno dopo, a tarda ora, l’edizione digitale ci ha messo una pezza, dopo che tutti gli altri…)

Il monogramma “M” greve e grossier

Perché ? Perché il suo quotidiano era distratto dal confezionare il “longform” su una  “Internazionale nera”, di cui la Meloni sarebbe la immaginaria capa: più puntate, tutte puntatissime contro di lei, incarcerata dentro il monogramma “M”; lo confesso: io l’ho trovata disambiguazione alquanto greve. Ci comprendiamo. Dentro il “polpettone” balza agli occhi, anche a quelli miopi come i miei, una serie di copia-incolla (é estate, bisogna riempire) come quello sul legame Meloni-Le Pen; una illeggibile sbobba riscaldata persino con la fiamma tricolorata in blu, al tempo copiata ad Almirante da “pére Le Pen”. Lontanissimo tempo. Nel quale la piccola Giorgia sarà stata impegnatissima a scatenare tutta la sua “fascisteria” sui banchi della scuola materna. Maschia; di sicuro, alla radice della vostra recente scoperta: “la candidata al premier ragiona al maschile”. Posso dire che pure questa fa “grossier” ?

“Eravate proprio voi a lodare la destra in cui si è formata la Meloni”

Vabbè, almeno potevate ricordarvi della divorziata coppia, quell’ “io guido la famiglia dei conservatori europei. In Francia non ci sono al ballottaggio candidati che rappresentano il partito guidato da me”: il muro alto alto che Giorgia ha tirato tra lei e Marine. Purtroppo, il vostro “techetè” lo cancella: troppo vicino, troppo recente; inadeguato allo scopo. Comprendo. Ora, il mio ragionamento, che farà storcere il muso a qualcuno dei miei radi lettori, é un altro. Ma Giorgia Meloni non si si é formata nella classe dirigente guidata dal “vostro” stimatissimo Fini ? Non é cresciuta nella serra calda di quella destra che tanto amavate ? Aperta, dialogante, così benvoluta da cancellerie e ambasciate di mezzo mondo. Non é emersa lì, la signora che adesso, scrivete voi, spaventa l’Europa ? Non é quella la sua matrix ? Non é in quel brodo di cultura politica che la leader di Fdi ha fatto emergere le sue qualità ? Non é Fini in persona che ci ha visto ?

Vocazione “occidentale” solida e non improvvisata

Beh, perché la Meloni non dovrebbe avere raccolto il meglio di quell’heritage, da voi lodato in centinaia di incorniciabili pezzi ? Perché la destra della Meloni non avrebbe ricevuto quel “depositum fidei” di garanzia delle alleanze internazionali dell’Italia, assicurata da An dalle postazioni della Farnesina e della Convenzione per la nuova Costituzione europea presieduta da Giscard ? Mentre, lo dicevate voi, B. – ora dal B. siete passati alla più cattiva M. – coltivava relazioni pericolose con Putin e Gheddafi.  Guardate che Giorgia era lì, eh. Nella classe dirigente che da quella ispirazione politica é segnata: l’ha praticata. Era esponente di spicco della stessa “forma” politica An – poi traslocata nel Pdl – di Ignazio La Russa che dalla Difesa dialogava con gli americani e con la Nato. Che credete? Quella che con Urso faceva squadra con l’Europa e con l’Occidente al Commercio estero. Altro che “via della Seta”. Suvvia. In quel vivaio é sbocciato il fiore Meloni: da dove credete, spunti ?

Perché ora tutti questi pregiudizi?

Lei era lì in mezzo, ragazza-ministro del suo dicasterino della Gioventù, ma ben presente in quel gruppo di mischia, in quel governo. In quel giro. E allora ? Perché questo pregiudizio ? Perché questo dispiegamento di forze “contras” ? Che vi ha fatto ? Che ha fatto di male per farvi liberare tanto feroci istinti ? Fatevene una ragione: questa donna rischia di sfondare il tetto di cristallo della subalternità politica femminile in Italia; può essere la prima presidente del Consiglio nella storia della Nazione. É questo il vero problema ? É questa la fastidiosa nemesi del mondo progressista, che in realtà Repubblica combatte ? Ma le armi scelte, mi creda, sono sbagliate. Perché la vocazione atlantista e occidentale, la Meloni l’ha maturata negli anni. Non é callido espediente dell’ultima ora. É il punto di arrivo di un itinerario lungo della destra italiana che viene da lontano: fin dall’adesione missina alla Nato, alle Comunità europee, agli euromissili. Quando sulla “rive gauche”, invece…Voglio dire: la presidente di Fratelli d’Italia é espressione della sensibilità collettiva di una classe dirigente cresciuta dentro l’Occidente, con la visione di una destra parlamentare, che oggi e sempre ha avuto e ha furenti competitori alla sua destra: Italexit per tutti.

Le forzature anti-Meloni contro l’interesse nazionale

Nessuno, in politica, é figlio o figlia di se stessa. Contano molto le ascendenze politiche e intellettuali; ma, caro Molinari, se volete capire la quarantenne Meloni e la sua capacità di rendersi credibile, non andatevene a ritroso nei luoghi tragici della storia italiana ed europea, fino all’alba del secolo scorso. Lasciate perdere Predappio, il folclore “fascio”,  i sepolcri, gli spettri della guerra civile spagnola. Prendete in rigoroso esame il cammino della (forse) prossima premier nel passato recente: presidente d’aula a Montecitorio, ministro, leader di una storica famiglia politica europea, donna delle istituzioni e di relazioni anche internazionali. Nel qual percorso vede ombre e pagliuzzine, solo chi vuole vederle; chi non vede o sottovaluta le travi nel campo guidato da Letta: a partire da brutti antisemitismi e sovietiche nostalgie, queste sì, preoccupanti.

“Meloni è figlia legittima della nostra Repubblica”

Prenda atto il suo giornale, che l’attuale leader del centrodestra ha compiuto il suo cammino dentro la democrazia italiana: é figlia legittima della nostra Repubblica; non ha avuto e non ha motivi di deviare dalla continuità degli impegni che l’Italia tradizionalmente mantiene con gli altri partner europei ed occidentali. Volerlo mettere in dubbio, con evidenti forzature, a mio modo di vedere, non serve al discorso pubblico, a una competizione elettorale liberata da timori che non hanno ragion d’essere. Non serve soprattutto all’Italia, alla sua reputazione in Europa e nel mondo, al nostro permanente – titolo del suo bel libro di qualche anno fa – “interesse nazionale”. Ecco, se può, caro Molinari, tenga conto, di queste mie “marginalia”. Non ci credo, ma ci spero. Grazie, comunque. Auguri

"Quella foto è la vera Meloni". Mancava Toscani all'appello (sessista). Il fotografo plaude la scelta della foto di Giorgia Meloni da parte de la Repubblica e la considera una "foto giusta" per la leader di FdI. Francesca Galici su Il Giornale il 27 Luglio 2022.

Nella solita politica dei due pesi e delle due misure, la foto di Giorgia Meloni pubblicata in prima pagina su la Repubblica non ha indignato nessuno che non sia del suo partito. Il direttore Maurizio Molinari, anzi, ha rimandato al mittente ogni accusa, perché dal suo punto di vista la malizia sarebbe negli occhi di chi ha visto il sessismo in quello scatto. A sminuire il senso di quello scatto, ma non ci si sarebbe potuto aspettare diversamente, è arrivato anche Oliviero Toscani che, anzi, ha elogiato la scelta del quotidiano: "La fotografia è il documento delle cose e questo scatto è esattamente espressione di quello che è la leader di Fratelli d'Italia. Un applauso a chi ha scelto questa foto pubblicata in prima pagina su Repubblica: è molto espressiva, una foto giusta. E ritengo che non sia affatto una immagine sessista, non si offenda quindi la Meloni".

Bufera sulla prima pagina di Repubblica. E le femministe tacciono

Di diverso avviso molti esponenti di Fratelli d'Italia che, invece, hanno visto una subdola allusione in quello scatto della leader del partito con la bocca aperta e il microfono vicino. Tra tante, secondo i fedelissimi di Giorgia Meloni, il quotidiano ha scelto quella e non per caso. "La foto scelta da Repubblica con ampio spazio non è né la prima né l'unica cosa che il quotidiano sceglie di fare, portando avanti una campagna tutta tesa a denigrare la figura di Giorgia Meloni e di Fratelli d'Italia. Va contestualizzata la foto, la scelta della foto, l'evidenza data a questa foto nell'ambito di una campagna sistematica di denigrazione della figura del presidente e del partito, tra l'altro credo con un effetto boomerang, ma questo lo vedremo", ha detto Isabella Rauti, senatrice di Fratelli d'Italia e responsabile del dipartimento Pari opportunità, famiglia e valori non negoziabili.

La senatrice, infatti, sottolinea che "delle migliaia di foto che potevano utilizzare su Giorgia Meloni, ne hanno scelta una che intanto è volgare e ha un evidente messaggio allusivo e doppio senso a sfondo sessista". Una difesa del quotidiano che non ci sarebbe stata se la protagonista non fosse stata Giorgia Meloni, secondo il parere di Isabella Rauti: "Quando le vittime sono donne di sinistra si leva una generale ondata di solidarietà, al contrario se di destra si solleva soltanto la solidarietà delle donne di destra. Siamo in un contesto in cui addirittura si studiano i linguaggi istituzionali, tutto viene declinato. Se poi Repubblica si permette di usare una foto che quantomeno allude, e siamo solo all'inizio campagna elettorale, non va bene".

"Non ho colto...". La giustificazione "no sense" della Boldrini sulla foto sessista della Meloni. La deputata Pd, solitamente agguerrita nel rintracciare le discriminazioni, stavolta non ha battuto ciglio: "Foto sessista? È un'interpretazione alla quale io veramente non ero arrivata". Marco Leardi su Il Giornale il 27 Luglio 2022.

Tutto normale, nessuna stranezza. I radar anti-sessismo di Laura Boldrini, solitamente pronti a cogliere il benché minimo fremito discriminatorio, stavolta non hanno rilevato nulla. Zero. Secondo l'ex presidente della Camera, la discussa foto di Giorgia Meloni comparsa ieri in prima pagina su Repubblica non aveva niente di anomalo. Un punto di vista non condiviso però da altre donne. Le deputate di Fratelli d'Italia, infatti, dopo la pubblicazione di quello scatto avevano diversamente parlato di "volgare allusione sessista" e di "machismo da taverna". A differenza di quanto accaduto in altre circostanze, tuttavia, dal mondo femminista nessuno aveva battuto ciglio.

Interpellata sul tema, la stessa Boldrini ha assicurato di non aver ravvisato alcun intento discriminatorio. All'Adnkronos, l'ex presidente della Camera ha spiegato di aver scansionato come d'abitudine i quotidiani senza però notare nulla di particolare. "Ho visto i giornali la mattina, e come faccio normalmente ho guardato quante firme di donne ci sono in prima pagina, se ci sono titoli che non sono rispettosi o ambigui, e anche le foto. Ho visto anche la prima pagina di Repubblica ma non ho colto questo aspetto 'sessista' nella foto che raffigurava Giorgia Meloni in prima pagina", ha affermato l'esponente Pd.

"Ho saputo di questa lettura da un deputato di Fratelli d'Italia, che ieri si è avvicinato al mio banco a chiedermi se avevo visto la foto, sollecitando una mia reazione e chiedendomi: 'Non dici niente? È una foto sessista'", ha raccontato la Boldrini, spiegando però di non aver condiviso quello sdegno. "È un'interpretazione alla quale io veramente non ero arrivata. Per questo non sono intervenuta, perché in altre occasioni quando è accaduto che donne anche di partiti per me agli antipodi sono state oggetto di sessismo io ho sempre preso le loro parti. L'ho già fatto, sia a sostegno di Giorgia Meloni che di altre colleghe o donne di schieramenti politici lontani da me", ha aggiunto l'ex presidente della Camera.

"Questa volta ho fatto fatica a vedere questo contenuto. Lei sta parlando e c'è un titolo che dice 'diktat'. Bisogna veramente sforzarsi per trovare un contenuto sessista in questa foto", ha concluso l'esponente Pd. E pensare che, su altre questioni legate alle donne, la stessa Boldrini aveva invece esibito una ben diversa solerzia. Di recente, ad esempio, aveva esortato a non dare "pentoline e Barbie" alle bambine per non alimentare stereotipi di genere, oppure si era battuta affinché non si dicesse "buongiorno a tutti", ma "buongiorno a tutte e a tutti". Quelle sì che erano priorità evidenti.

"Anche io sono Giorgia, ma....". La volgarità della cantante fa esaltare gli anti-Meloni. La cantante Giorgia posta sui social un velenoso meme che allude alla Meloni, cedendo all'ormai frequente vezzo di buttarla in politica. Marco Leardi su Il Giornale il 27 Luglio 2022.

Musicalmente parlando, in questo caso, si dovrebbe parlare di remake. O di variazione sul tema con accezione polemica. Al vezzo sempre più diffuso di buttarla in politica, sotto sotto, ha ceduto anche la cantante Giorgia. Sì, quella dalla voce strepitosa e dal macroscopico talento. Quella di "Come saprei", "Gocce di memoria", "È l'amore che conta" e tante altre. Ebbene, nel frizzante clima mediatico da campagna elettorale, la popolare artista romana ha fatto esaltare di colpo gli utenti di sinistra che bazzicano sui social, postando un meme allusivo nei confronti della leader di Fratelli d'Italia.

Sul proprio profilo Instagram, solitamente utilizzato per condividere momenti di vita privata o professionale, la cantante ha lanciato una storia diversa da quelle a cui i suoi follower sono abituati. A sopresa, infatti, l'artista ha dato spazio a quella che in moltissimi hanno interpretato come un'allusione politica velenosa, postando una "vignetta" che già circolava in rete. Il meme in questione faceva il verso a un'ormai nota espressione di Giorgia Meloni ("Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana"). Nell'immagine pubblicata dalla cantante Giorgia, appariva il suo volto e sotto la seguente scritta: "Anche io sono Giorgia, ma non rompo i coglioni a nessuno".

Figurarsi: il solo fatto di aver rilanciato quel contenuto ha trasformato la cantante in una paladina anti-Meloni. Perché ormai, nella diffusa retorica della contrapposizione, basta poco per essere incasellati e polarizzati politicamente. Quando questo accade a un'artista, un po' spiace. Vero è che, in alcuni casi, la volontà di schierarsi è tutt'altro che timida o involontaria. Si pensi alle dichiarazioni della cantante Elodie, la quale di recente aveva espresso aperte critiche a Giorgia Meloni, incappando anche in qualche svista. Nei giorni scorsi, ad esempio, l'artista romana aveva preso le distanze dal programma elettorale di Fratelli d'Italia senza accorgersi che quello da lei commentato era un prospetto del 2018.

Negli ultimi anni la cantante Giorgia si era sempre tenuta lontana dall'esprimere valutazioni politiche, preferendo invece deliziare il pubblico con la sua apprezzabile musica. Che abbia purtroppo cambiato idea?

Ossessione da “star”: non sei nessuno se non odi Meloni. Da Elodie a Giorgia, le cantanti in prima linea contro la leader di Fdi. Max Del Papa il 29 Luglio 2022 su Nicolaporro.it.

Se ti senti triste e sola, c’è qualcosa che puoi fare, dare addosso alla Meloni, in campagna oppure al mare. C’è la campagna elettorale estiva, fatto unico, e il Pd ha già assoldato scartine, meteore, piccoli artisti da tormentone estivo o da Sanremo. Questa Elodie, per esempio. Da – ugh! – cantante non se la filava nessuno, ma come analista non dà i resti, i giornali di regime, che vogliono la presistenza del regime, la interpellano due volte al giorno prima e dopo i pasti e l’oracolo è sempre lo stesso e sempre in punta di scienza politica: ahò. Cioè a me ‘a Meloni me fa paura. Checcazzo, tutto quell’odio, quel livore, a stronza. Un trionfo! Anche se Elodie non sa di che parla e non specifica: lei sostiene di aver letto “il programma” della leader di Fratelli d’Italia, ma dove non si sa visto che non è mai uscito, come quello degli altri partiti del resto. Però col tormentone “ahò io c’hoppaura” Elodie sfonda.

Ecco che, invidiosissima, irrompe così Giorgia, una che da 30 anni vive di repertorio, con un post di adeguata classe, perché con Elodie bisogna resettarsi di livello: “Pure io mi chiamo Giorgia ma non rompo i coglioni”. Di fatto, l’hai appena fatto. L’allusione è al tormentone, ricordate? “Io sono Giorgia, sono una donna, sono cristiana” eccetera. Roba chiaramente pretestuosa, senza un motivo logico, perché la faccenda di “Io sono Giorgia” ha un paio d’anni e ritirarla fuori così è con tutta evidenza raschiare il fondo del barile della provocazione. Ma non si poteva correre il rischio di clonare la concorrente Elodie. E allora, boom, ecco il petardo che gli elettori, gli ascoltatori, i piddini, vogliono sentire. In mancanza di tormentoni freschi, va bene anche un tweet. Sembra una faccenda andante, l’ego mortificato di chi ha conosciuto stagioni migliori, ma no, è invece una mossa attentamente studiata. Sui social, tutto un fiorire di anime belle, o semplici, o naif, che dicono: però, questa Giorgia: la credevo una da Festival, da Pippo Baudo, invece mi tocca rivalutarla. La rivalutano, capito, in quanto antimeloni.

Da parte sua, la Giorgia politica ha replicato in difesa, sa che non le conviene alzare i toni, che i provocatori non aspettano altro. È una strategia rischiosa però: i sondaggi, quelli veri, riservati, premiano la moderazione, ma a forza di incassare, c’è rischio di ritrovarsi suonati a fine corsa. Più che il rope-a-dope di Muhammad Ali, Fantozzi. O Tafazzi. C’è il mischione, il carrozzone degli esagitati, un giorno Repubblica fa la foto allusiva, la Meloni “pompinara” (questo è, dai, su, Molinari, non peggiorare la situazione: siete roba da bettola), il giorno dopo Elodie e l’altra Giorgia, a seguire, vedrete, tutte le altre: figurati se la stagionata Mannoia, se la vetusta Bertè, se quella e quell’altra restano indietro. Tutte a difendere la democrazia, che sarebbe: la Meloni non deve parlare, non deve vincere, non deve esistere. Perché? Perché, aho, io choppaura, che cazzo, a stronza. Di che c’hanno paura? Non lo sanno, vanno di repertorio, da bravi zdanoviani (poi ve lo spieghiamo con calma cosa significa, care Elodie, Giorgia, Fiorella eccetera, non è una parolaccia), si abbeverano ai pozzi del Piddì: il razzismo, il sessismo, l’antiabortismo, l’inquinatismo, il familismo, bla bla bla. Siamo alla stupidità da teatro dei burattini e non certo perché venga criticata una leader di destra.

Ma per i toni, gli argomenti, si fa per dire, il livello elementare dell’approccio. Diceva Giovanni Sartori che nelle questioni di scienza politica, sotto un dato limite, discutere diventa più inutile ancora che con quelli che credono agli Ufo nel salotto di casa. Ma questi “artisti”, questi “cantanti” sono i ribelli con la tessera annonaria, gli intruppati che in 30 mesi di regime mai hanno alzato la voce se non per preoccuparsi dei loro ingaggi. Sempre zitti e buoni, sempre con le diciotto mascherine e il braccio teso, pronto alla nuova inoculazione. Uno spettacolo mortificante, tutto italiano, che ha convolto tutti, dai vecchi grotteschi, Pelù, Vasco Rossi, agli affaristi alla Fedez e J-Ax, alle cicale estive che sculettano su TikTok e la chiamano arte. Tutti governativi, tutti spediti ai concertoni sindacali o ai Sanremo o gli Eurofestival gender. In cambio, la complicità assoluta: delle nefandezze in altera pars, dei lockdown programmati, degli arresti per mancanza di maschera, dei vax che, ormai non lo nasconde più nessuno, ne accoppano più di quanti non ne salvino, della totale scomparsa dei diritti fondamentali, non channopaura. Perché è roba der piddì e, non prendiamoci in giro: guitti e saltimbanchi qui sono tutti, tutti, tutti a libro paga.

In forme svariate, ma questi cantano tutti per il regime. E si dicono autonomi, cani sciolti: sì, come quello del grammofono: la Voce del Padrone. E insomma la campagna elettorale è partita, De Benedetti ha suonato la carica, Letta occhi di tigre ha dato fiato alle trombette, nel senso dantesco, aspettiamoci tutto. Basta non salti fuori Orietta Berti a dire che “Fin che la barca va” era un inno rivoluzionario, puro situazionismo marxista leninista che non fu capito ma i brigatisti lo ascoltavano sempre prima delle azioni di guerriglia, per caricarsi. Perché nel tempo di Jovanattila ecologista, davvero vale tutto. Max Del Papa, 29 luglio 2022

Aldo Cazzullo per il “Corriere della Sera” il 27 luglio 2022.

«Corriamo il pericolo più grave nella storia della Repubblica». Addirittura, ingegner De Benedetti? «Mai finora avevamo vissuto il rischio di uscire dalla nostra collocazione internazionale, di rompere le nostre alleanze storiche. Neppure nel 1948». Allora c'erano i comunisti. «Ma dopo l'attentato a Togliatti furono proprio i sovietici, nel loro cinismo, ad avvertire i comunisti di casa nostra di non provare a fare la rivoluzione. La linea era tracciata: c'era stata Yalta; poi ci sono stati i trattati di Roma che hanno creato l'Europa. L'Italia è stata messa sui binari. Ora, per la prima volta, rischia di deragliare». 

Perché dice questo?

«Perché la vittoria della destra alle prossime elezioni sarebbe una catastrofe». 

Centrodestra. C'è pure Berlusconi.

«Destra. Berlusconi non c'è più. Ci sono le sue badanti, che rispondono a Salvini. E c'è la Meloni. Ha visto il suo discorso in Spagna, dai franchisti di Vox?». 

Ha riconosciuto di aver sbagliato i toni.

«I toni erano inequivocabilmente e tecnicamente fascisti. Del resto la sua storia, la sua cultura è quella. Ma i contenuti sono anche peggio». 

Perché? Giorgia Meloni ha espresso posizioni di destra.

«No. Non è una questione ideologica. Qui non abbiamo di fronte i conservatori britannici. La nostra destra è biecamente fascista e nazionalista. La Meloni ha detto in sostanza: abbasso Bruxelles, viva le nazioni. Il suo modello è Orbán. Con lei alla guida, l'Italia diventerebbe come l'Ungheria». 

Ma l'Europa ormai c'è. E ci sono i fondi del Pnrr.

«Con questa destra tutto è a rischio, anche il Pnrr. Bruxelles, Parigi, Berlino ci frapporrebbero ogni sorta di ostacolo, per evitare il contagio. Si ricordi che in Germania hanno Alternative für Deutschland. In Francia Marine Le Pen è al 42% e ha portato novanta deputati all'Assemblea Nazionale. Poi c'è l'America». 

Che c'entra l'America?

«So per certo, dalle mie fonti nel Dipartimento di Stato, che l'amministrazione americana considera orripilante la prospettiva che questa destra vada al governo in Italia». 

Le sue parole accenderanno polemiche. L'Italia è un Paese sovrano. La gente vota.

«Certo. Ma la gente deve essere informata. Deve sapere a cosa va incontro. Questa destra va fermata. E per fermarla si deve costruire un fronte repubblicano, con un programma marcatamente riformista». 

È la formula che ha usato Calenda.

«Lodevole. Ma non sufficiente. Perché va allargata il più possibile». 

Calenda in effetti dice che da trent' anni si chiede di votare contro qualcuno, e poi non si riesce a governare.

«Non è così. È vero, si chiedeva di votare contro Berlusconi. Ma Berlusconi non metteva a rischio la democrazia e la collocazione internazionale dell'Italia». 

Proprio lei lo dice, che di Berlusconi è stato l'avversario storico?

«Berlusconi significava il degrado del civismo, l'evasione fiscale eretta a sistema, le leggi ad personam sulla giustizia. Ma non gli è mai passato per l'anticamera del cervello di rompere con l'Europa e con gli Stati Uniti d'America». 

Proprio lei, in un'intervista al «Corriere», due mesi fa ha criticato la linea atlantista sull'Ucraina.

«Che c'entra? Ho detto che secondo me l'Italia sbaglia a mandare armi che alimentano la guerra. Ma considero Putin il peggior criminale su piazza. Non la penso certo come Salvini». 

Salvini le sembra meno peggio della Meloni?

«Salvini è un personaggio da bar. Ha aperto la campagna elettorale proclamando che con lui non entrerà un solo immigrato. Che fa, gli spara a vista? Siamo seri. Salvini mi ha pure querelato, quando gli diedi dell'antisemita. E ho vinto la causa». 

Perché antisemita?

«Perché ha corteggiato Casapound e Forza Nuova. Se non sono fascisti quelli... Lui si è proclamato amico di Israele; ma una cosa è Israele, un'altra sono gli ebrei». 

Chi dovrebbe entrare nel fronte repubblicano?

«Tutti. Letta, Renzi, Calenda, Speranza, Brunetta, Gelmini...». 

Anche i 5 Stelle?

«I 5 Stelle sono finiti; non possono provocare altri danni. Hanno fatto una sola cosa giusta: il reddito di cittadinanza, perché non possiamo lasciar morire la gente di fame. Solo che non l'hanno capita, e si sono inventati i navigator...». 

Perché quindi imbarcare pure i 5 Stelle?

«Perché dobbiamo entrare in una logica di Cln. Nel Comitato di liberazione nazionale c'erano tutti, comunisti e monarchici, azionisti e cattolici: perché bisognava combattere un nemico comune, Mussolini». 

Ingegnere, oggi in Italia non c'è Mussolini.

«Certo che no. La storia non si ripete mai due volte. La Meloni e Salvini non ci metterebbero in camicia nera. Ma metterebbero a rischio la democrazia, l'Europa, i nostri valori. E isolerebbero l'Italia. Proprio come fece Mussolini». 

Chi dovrebbe essere il candidato premier del Fronte repubblicano? Draghi?

«Se lui se la sentisse, certo. Ma credo che Draghi voglia fare il presidente del Consiglio europeo al posto di Michel, nel 2024. Il candidato premier non è così importante. È importante lo spirito con cui bisogna unirsi. Anche rinunciando ai simboli di partito». 

Perché il Pd dovrebbe rinunciare al suo simbolo?

«Perché da solo non ce la farà mai. Il Pd è un partito borghese, votato da persone di buon senso. Ma ha perso i rapporti con le classi popolari. Le disuguaglianze sono ormai insostenibili, e non mi pare che Letta se ne occupi».

Draghi come ha governato?

«Draghi è il meglio che possiamo mettere in campo. Ha riportato in alto il prestigio del nostro Paese, ha affrontato bene la pandemia, sostituendo Arcuri con Figliuolo. Il bilancio dei suoi 17 mesi è positivo. Resta il fatto che l'Italia oggi è più povera, più indebitata, più ingiusta rispetto all'inizio della legislatura. E una vittoria di questa destra sarebbe il colpo finale, con una recessione severa in arrivo».

Giorgia Meloni, il passato che non passa: l'ombra nera mai fugata. Paolo Berizzi su La Repubblica il 23 luglio 2022.  

I rapporti con Castellino e Fiore, che guidarono l'assalto alla sede della Cgil il 9 ottobre scorso, il simbolo del suo partito con la fiamma che arde sulla tomba di Mussolini, l'inchiesta di Fanpage con Fidanza coinvolto: le cronache raccontano che la leader di FdI non ha mai preso le distanze dalle derive più estreme.

Non ci sarebbe nemmeno bisogno di andare indietro nel tempo. A quando Giorgia Meloni - era il 7 gennaio 2008 - da ministra della Gioventù, quarto governo Berlusconi, si faceva scortare ad Acca Larenzia dal ras neofascista criminale Giuliano Castellino: il leader di Forza Nuova accusato di avere guidato l'assalto squadrista alla sede della Cgil, il 9 ottobre 2021, a Roma. Le faceva l'anticipo, Castellino. Tecnicamente, nel lessico della sicurezza, si dice così. Si può persino trascurare il fatto che fosse lui a portarle l'ombrello perché tanto, volendo indugiare sui dettagli - nitidissimi nei video circolati negli ambienti identitari e cristallizzati dalla rete - Castellino è sempre lì, a un passo. Petto in fuori, la cuffia in testa. Vigila sull'incedere marziale di "Giorgia" che, in veste ufficiale, giunge nella ex sezione del Msi e depone la sua corona di fiori ("il ministro della gioventù"). Dove? Sotto una croce celtica, il marchio di fabbrica.

Il passato che non passa

Cartoline di un passato che non passa. E che porta direttamente a oggi, alla preoccupazione degli Usa e dell'Europa per la corsa di una "postfascista" verso palazzo Chigi. Per raccontare come e quanto Fratelli d'Italia e la sua leader tengano vivo, vivissimo, il legame con la galassia nera (non solo) del nostro Paese, basta stare sul presente. Qui inteso in senso temporale, e dunque non il rito "liturgico" mussoliniano - "presente!"-, con cui i neofascisti, e insieme a loro anche esponenti di FdI, celebrano e onorano i loro morti. "Ho un rapporto sereno con il fascismo", disse Meloni. Già. Una serenità, pare di capire, direttamente proporzionale ai rapporti, alle relazioni pericolose, alle zone di contiguità tra i sedicenti "patrioti" che si dicono pronti a governare l'Italia, e personaggi e sigle dell'ultradestra violenta e anti-statuale. In una cornice fatta di esibizioni e rimandi fascisti o fascistoidi, esternazioni, proclami razzisti e sessisti. Come quelli che la presidente dei Conservatori e Riformisti europei ha sguainato, il 12 giugno, dal palco di Marbella per sostenere il partito di estrema destra Vox caro ai nostalgici di Francisco Franco ("ho sbagliato i toni", ha chiosato lei ieri, fingendo di ignorare che il problema erano i contenuti). Giorgia la "nera"? Sì, se si prendono per buone le parole di Steve Bannon. Una "fascista, neofascista", la benedì l'agit prop dell'assalto al Campidoglio americano condannato per oltraggio al Congresso. Lei accanto, velata di imbarazzo. E FdI? "Uno dei più vecchi partiti fascisti". Guidato dal "prossimo presidente del Consiglio italiano", come l'ha introdotta Macarena Olona - candidata, lei, alla presidenza dell'Andalusia.

Ex terroristi e naziskin

Bannon o non Bannon, una cosa è certa: fin dall'inizio, e cioè da quando è nato, anno 2012 - fondatori Meloni, Ignazio La Russa e Guido Crosetto - il partito che ha ancora nel suo simbolo la fiamma che arde sulla tomba di Mussolini, ha coltivato e intrattenuto relazioni non casuali, alcune assai manifeste, con formazioni e ambienti neofascisti. Se le prime interlocuzioni sono passate sotto silenzio anche per via dei risultati elettorali irrilevanti, mano a mano che il nuovo contenitore iniziava a lasciare più traccia di sé alle urne, ecco spuntare gli altarini. È un cerchio che si apre a Milano e a Milano, in un certo modo, si chiude. Alla festa del partito nel 2018 (FdI alle politiche incassa un 4,3% alla Camera e un 4,26% al Senato, oggi è dato a cinque volte tanto e anche più) interviene come relatore il segretario nazionale di Forza Nuova, Roberto Fiore (ex terrorista nero con Terza Posizione, anche lui arrestato per l'assalto alla Cgil). In scaletta c'è pure un esponente di Memento, costola dei neonazisti milanesi di Lealtà Azione nata dai violenti Hammerskin, che si ispirano all'ex generale delle Waffen-SS Léon Degrelle e a Corneliu Codreanu, fondatore della Guardia di Ferro rumena che collaborò coi nazisti e guidò gli spietati pogrom antiebraici. Da Milano a Milano. 29 aprile 2022. Alla convention di FdI Meloni, in una relazione fiume, improvvisa una gag attoriale per smontare e deridere le accuse di fascismo. Poi snocciola le sue priorità: "Mamma, merito, mare e marchio". Tutto inizia con la "m". È il fattore  "M". "M" come Meloni. Ma anche "M" come Mussolini. La declinazione dell'identità "patriottica" 3.0. Ma mentre "Giorgia" parla, parlano anche i fatti. Milano è stata lo sfondo dell'inchiesta di Fanpage sulla "lobby nera" di Carlo Fidanza e Jonghi Lavarini: saluti romani, razzismo su "negri", ebrei e migranti; un presunto giro di soldi in nero al partito.

La lobby nera, sono ancora lì

7 ottobre 2021. La Procura milanese indaga per finanziamento illecito e riciclaggio. "Voglio vedere tutte le 100 ore di girato", tuonò la Meloni, furibonda (coi giornalisti, ovviamente, mica coi suoi). Al centro della vicenda, un suo fidatissimo, Fidanza. Eurodeputato e rappresentante del partito in Europa. Nelle immagini riprese dalla telecamera nascosta di Fanpage Fidanza fa il saluto nazista e scandisce "Heil Hitler". Goliardia, minimizzerà lui. Certo, come no. La cena elettorale di FdI è per la candidata Chiara Valcepina. Che al netto dei saluti romani della "lobby nera" e dei presunti accordi per lavare denaro, viene eletta in consiglio comunale a Palazzo Marino. Fermiamo un attimo il tempo. Di fronte al clamore mediatico e alla bufera politica che investe il partito Giorgia Meloni interviene promettendo che sarebbe andata a fondo, prendendo eventuali provvedimenti ma solo "dopo avere visto tutto il girato". Per tutelare l'onorabilità e l'integrità dei "patrioti", sulle prime pensa addirittura di chiedere a Valcepina di fare un passo indietro e di rinunciare allo scranno di consigliera comunale. Ma quella di Meloni è solo ammuina. Sono passati quasi dieci mesi e non ha fatto nulla. Nessun provvedimento preso. Dopo un'autosospensione farsa, Fidanza (indagato anche per corruzione in un altro procedimento) è ancora saldamente al suo posto a Bruxelles e Strasburgo. Valcepina non ha rinunciato a nulla.

"Combattere e vincere"

Nella storia recente di FdI le cene identitarie sono scivolose e in teoria non portano benissimo: o forse sì, a seconda dei punti di vista (e dei sondaggi). Il 28 ottobre 2019 il partito ne organizza una in grande stile all'hotel-ristorante "Terme" di Acquasanta Terme, provincia di Ascoli Piceno. Tavola apparecchiata per settanta: si celebra la marcia su Roma, l'inizio del fascismo. "28 ottobre 1922... giorno memorabile e indelebile, la storia si rispetta e si commemora", è scritto sul menù. E ancora: "Camminare e costruire e se necessario combattere e vincere" (firmato Benito Mussolini). E poi: il simbolo del partito; un'aquila; il fascio littorio e la scritta "Dio, patria, famiglia". Alla cena - rivelata da "Repubblica" - ci sono il futuro presidente delle Marche, Francesco Acquaroli, uomo vicinissimo a Meloni, il sindaco di Ascoli Piceno, Marco Fioravanti, e quello che diventerà presidente della Provincia di Ascoli, il coordinatore provinciale Luigi Capriotti. In quell'occasione "Giorgia" perde la verve: silenzio. E silenzio anche quando, a marzo 2021 - è sempre questo giornale a raccontarlo - Gioventù Nazionale, ovvero i giovani di FdI, omaggiano pubblicamente sulla pagina Fb Léon Degrelle, "il figlioccio di Hitler". Nove mesi dopo la sezione locale di Civitavecchia presenta un libro che esalta la figura del generale Rodolfo Graziani, già comandante dell'esercito di Salò e autore di massacri in Etiopia nel 1937. Dalla Liguria al Lazio alla Campania consiglieri comunali e candidati di FdI si esibiscono in saluti romani: Valeria Amadei tende il braccio in aula a Cogoleto, Ino Isnardi a Ventimiglia. A Napoli dirigenti e militanti mostrano un saluto romano collettivo dietro il tricolore. Lo stesso fa Sergio Restrelli, coordinatore cittadino del partito. Veri patrioti? Meloni non pervenuta, chi tace acconsente. Per lei il saluto romano è (solo) "antistorico". Non vietato, non inopportuno: semplicemente antistorico.

Da terza posizione al Senato

Eppure le cronache raccontano che, negli ultimi tre anni, FdI e la sua leader non solo non prendono le distanze dalle derive più nere. Ma in alcuni casi, come minimo, non le ostacolano. È un crescendo. Alle elezioni amministrative del 2021 vari candidati si dichiarano fascisti e si presentano col saluto romano. Dov'è il problema?, devono avere pensato. Lo ha fatto anche La Russa: e dove? In parlamento, nel 2017. Si stava discutendo il ddl Fiano. Le vecchie radici. Piantate nella terra di una storia e di una tradizione che è rappresentata plasticamente dalla fiamma tricolore. Proprietaria del logo della fiamma, un tempo simbolo del Msi, è la Fondazione Alleanza Nazionale (nei vertici, La Russa e Gianni Alemanno). Che ogni anno assegna l'onorificenza "Caravella tricolore". Chi è stato il premiato dell'edizione 2020 (lo ha raccontato "Left")? Gabriele Adinolfi, militante di Terza Posizione (fondata da Fiore), otto anni di carcere per associazione sovversiva e banda armata. Non proprio un bel biglietto da visita. Ma le sponde, quelle sono. Fondazione Alleanza Nazionale è proprietaria di una serie di immobili. In uno di questi aveva sede, a Roma, Forza Nuova. Il partito neofascista è stato sfrattato. Per parlare di quell'immobile il 28 marzo 2021 Ignazio La Russa riceve in Senato - di cui è vicepresidente -, i pluripregiudicati Roberto Fiore e Giuliano Castellino. La Russa aveva appena finito di incalzare Mario Draghi in aula. Sette mesi dopo quell'incontro a Palazzo Madama Fiore e Castellino guideranno l'assalto alla sede del primo sindacato italiano. Riportando le lancette indietro di cento anni. Al debutto del fascismo.

I commenti dei lettori:

13 ORE FA. Che sia fascista o meno (facendo un grosso sforzo...) potremmo dire che sia un aspetto secondario. Il problema enorme é che lei, come i 5 Stalle, non ha alcuna delle COMPETENZE necessarie (viaggia solo per slogans e frasi fatte). Inoltre é circondata da gente impresentabile ed ancora meno competente di lei. Chi vuole sconfiggerla alle elezione deve puntare sui contenuti ed i programmi (comunicando in maniera semplice perché tutti capiscano). Facendo cosi il bluff della (non ancora) premiata ditta Meloni-Salvini-Berlusconi sarà scoperto...

15 ORE FA. "C'e solo una cosa peggiore dell'essere sparlati ed e' che non si parli affatto di noi", (Oscar Wilde). Repubblica continua tirare la volata a Meloni e camerati! 

15 ORE FA. Il problema è che a tutti quelli che la votano, piacciono le citazioni e le radici fasciste. Quindi urge batterla sui contenuti e sulle proposte, smascherandone la pochezza politica. 

15 ORE FA. Il problema è sempre quello…almeno un italiano su 5 è fascista fino al midollo. almeno altri 2 su 5, quando il fascista fa le sue sparate razziste xenofobe, invece di indignarsi ridacchiano e poi magari in questi forum scrivono "eh ma i comunisti!?" Devo dire che tra i due tipi (che ovviamente detesto entrambi), rispetto più i primi… almeno hanno il coraggio delle loro idee (seppure spregevoli)

 15 ORE FA. Più questi articoli continuano più fate un assist al centrodestra…perché nessuno dice cosa vuole fare la sinistra per vincere…boh…ci si preoccupa solo di ciò che pensa o fa L avversario.va così da 40 anni eppure non L avete ancora capito.

15 ORE FA. Secondo me le sfugge il punto di questo articolo…qui non si tratta di chi vince le elezioni.si tratta di mandate a palazzo Chigi una neofascista (in un paese dove il fascismo, qualche piccolo danno lo ha fatto… (tipo le leggi razziali e le persecuzioni, la soppressione della democrazia, gli alpini in Russia con le scarpe di cartone…)

15 ORE FA. Aggiungo anche gli oltre 650.000 I.M.I. (Internati Militari Italiani) rinchiusi nei lager nazisti e non riconosciuti come prigionieri di guerra , per cui non godevano del relativo trattamento secondo la Convenzione di Ginevra. Questo significava il non rispetto alla persona, essere schiavi , umiliati, offesi e tormentati dalla fame e dai pidocchi. Mio padre, grazie al tizio che strabuzzava gli occhi come la sig.ra al comizio di Vox, si è fatto due anni di campo di concentramento.

17 ORE FA. Ma se la UE e gli USA sono preoccupati per l'esito del voto, perché spendere i soldi per le elezioni. Facciamoci indicare qualcuno di loro gradimento subito e diamogli il potere a vita o finché non ce ne viene imposto un altro!

15 ORE FA. Curiosa la sua meraviglia: gli USA (come del resto il Vaticano) sono preoccupati (spesso attivamente) dell'esito del voto in Italia da sempre.

L'EU ci sta dando un bel "prestito" ed è giustamente preoccupata che il denaro venga ben utilizzato.

Più che il suggerimento di un nome mi augurerei che la Chiesa prendesse apertamente le distanze da chi rilascia dichiarazioni "politiche" con lo sfondo di una parete tappezzata da Icone varie e Madonne.

18 ORE FA. Perché mai nessun rilievo quando a sinistra compaiono simboli con falce e martello? Lugubre simbolo di dittatura, oppressione e milioni di morti nel '900. Che ancora oggi viene esibito sui alcuni mezzi di invasione in Ucraina.. Quanta ipocrisia!

18 ORE FA. Allo stato attuale in Italia non è previsto il reato di apologia del comunismo come invece "sarebbe" previsto per il fascismo,e parlando di simboli si dovrebbe obbiettare anche dei vari simboli religiosi che nel corso della storia sono stati utilizzati per guerre "civilizzazioni"ecc.

19 ORE FA. Non c'è nulla da fare se uno non vuole farsi beccare dalla moglie come frequentatore di motel in buona compagnia usare sistemi intelligenti e sofisticati, esser un pò psicologo, avere almeno due telefoni, e qualcuno che tiene bordone ecc.

La Signora Meloni, che comunque non sto accusando di alcun tradimento se non alla Camera ed al Senato oltre che di avere complottato col peggio dello schieramento politico nazionale, NON CI VUOLE STARE: sembra che tra la sorellanza con la simpatica Macarena Qualcosa, con i contatti mai rinnegati col peggio del fascismo residuale italiano, con progetti e programmi stile 1948 tutto incluso, ossia ritorno ad una Italia Miserabile sembra non aver capito nulla, se un gaglioffo come Bannon, con una certa simpatia, l'ha definita fascista un motivo c'è.

Questo volersi scrollare di dosso un cappio via via più stretto è inutile e ridicolo, e per di più orami che ha perso il controllo associato ad una spocchia e sicumera tali che nella mente neppure ormai tanto efficiente del Berlusconi '22, le fa preferire un Mister nobody stile Tajani!

20 ORE FA. Il fascismo è un'infezione virale cronica che dall'amnistia di Togliatti in poi si è diffusa in misura preoccupante in settori importanti della società e dello Stato, manifestandosi spesso in modo criminale, ma comunque sempre arginata dai forti anticorpi presenti nella società. Anticorpi che negli ultimi 20 anni hanno perso vigore e che devono essere rigenerati attraverso cultura e informazione, oltre che giustizia sociale. Sono convinto che un'alta percentuale dei nuovi votanti di questo partito, come di quelli suoi alleati, non abbia neppure una pallida idea di che cosa sia stato il fascismo.Alla fine voteranno Fd'I una parte dei soliti voti fluttuanti da Renzi a Salvini ai 5*,senza radici,alla ricerca di una qualunque novità. 

20 ORE FA. Il problema non é che sia fascista. Quello che preoccupa sono: provincialismo, incompetenza, scarsità di cultura, carattere, e sempre e sopra tutto mancanza di qualsiasi esperienza. 

17 ORE FA. A me invece preoccupa proprio che sia fascista. Di governi incapaci ne abbiamo avuti tanti, e sono passati. Di fascisti uno solo, finora, ed è durato vent'anni.

Francesco Bechis per formiche.net il 25 luglio 2022.  

Un mese fa, nella ressa di Villa Taverna, un brusio ha iniziato a farsi sentire, “è arrivata”. Chi ha messo via i flute, chi ha staccato gli occhi da un hamburger e le orecchie dal jazz set sul palco. Alla tradizionale festa del 4 luglio all’ambasciata americana Giorgia Meloni è stata un’osservata speciale. 

Un mese dopo – crollato il governo Draghi sotto i colpi di Forza Italia, Lega e Cinque Stelle – la leader della destra italiana non solo sogna, ma vede più vicino il portone di Palazzo Chigi. E mentre la campagna elettorale d’agosto entra nel vivo, i riflettori della comunità internazionale tornano ad accendersi su Fratelli d’Italia e i piani della sua condottiera. 

Non arriva impreparata, la Meloni. Perché non da mesi, ma da anni ha iniziato a tessere una tela di relazioni che disinneschi la più tipica delle mine sul cammino della destra verso il governo. E cioè i dubbi e le preoccupazioni di quell’establishment internazionale dal cui expedit, piaccia o meno, bisogna passare per governare il Paese: finanza, cancellerie europee, Washington DC. Su quest’ultimo fronte l’ex ministra della Gioventù ha fatto i compiti a casa. Lavorando per sfatare il cliché di una destra italiana intrisa di antiamericanismo.

Missione compiuta? Si scoprirà nelle prossime settimane. Certo la valanga di inchiostro sul “ritorno del fascismo” in Italia che ha di nuovo riempito patinati quotidiani americani – su tutti il New York Times – non è il migliore degli auspici. Ma la Meloni ha qualche asso nella manica. Stampa a parte, la parabola atlantista di FdI è ben presente a chi segue la politica italiana a Washington. 

Un lavoro personale: Meloni vanta ottime entrature a Via Veneto, era in cordiali rapporti con l’ex ambasciatore Lewis Eisenberg e ha avuto una buona intesa con l’incaricato d’affari uscente, Thomas Smitham, pronto a lasciare il posto al successore Shawn Crowley. Un anno fa poi la scelta – svelata da Formiche.net – di iscriversi all’Aspen Institute, tra i più prestigiosi think tank d’oltreoceano.

Un lavoro di squadra. Perché a costruire il “recinto” di sicurezza americano in questi anni non c’è stata solo la presidente del partito. C’è Adolfo Urso, senatore e presidente del Copasir, un veterano. Che nel tempo ha lavorato per accreditare FdI oltreoceano, forte della guida del comitato di Palazzo San Macuto ma soprattutto della presidenza di Farefuturo, la fondazione di finiana memoria che nel direttivo conta atlantisti navigati, come l’ambasciatore Gabriele Checchia. 

Ad Urso, già ministro del Commercio estero nel governo Berlusconi due, si deve fra l’altro la recente connection con il più grande think tank americano di ispirazione repubblicana, l’International Republican Institute. Fondato negli anni ’80 sotto l’egida di Ronald Reagan, è un punto di riferimento per l’“old party” moderato, si ispira alla figura dello scomparso John McCain e nel team conta pezzi da 90 dell’Elefantino, da Mitt Romney a Tom Cotton fino a Marco Rubio. Da più di un anno il pensatoio americano ha iniziato a muoversi a Roma, con la regia del direttore del Programma Europa Thibault Muzuergues, e ha trovato in FdI una sponda solida. 

C’è poi Giulio Terzi di Sant’Agata, ambasciatore, già ministro degli Esteri nel governo Monti. Voce ascoltata nel partito, suona uno spartito che piace nel mondo a stelle e strisce: durissimo con Russia e Cina, inflessibile sui diritti umani. Andrea Delmastro, deputato e responsabile Esteri, è un altro tessitore di peso della rete meloniana fra Washington e Bruxelles. C’è anche la sua firma sulla netta presa di posizione della Meloni sulla guerra in Ucraina, con una condanna senza appello di Vladimir Putin, una carta che si può giocare nelle relazioni transatlantiche una volta al governo. 

Conta ancora Carlo Fidanza: europarlamentare di punta, è sparito dai radar negli ultimi mesi dopo la polemica sulla presunta “rete nera” in FdI nata da un’inchiesta di Fanpage, ma dietro le quinte è attivo e segue da vicino la diplomazia meloniana. Sempre a Bruxelles, è attivissimo Raffaele Fitto, ex governatore della Puglia, prima linea di quel Partito conservatore europeo che la Meloni guida da più di due anni e che ripara FdI dallo “stigma” sovranista all’Europarlamento. Negli ultimi mesi la rete si è allargata, anche ad esterni. Lo scorso aprile non è passato inosservato, ad esempio, l’intervento alla convention di Milano di Stefano Pontecorvo, ex inviato della Nato in Afghanistan, corteggiato dal partito e chiamato in causa come consigliere, anche se un ruolo attivo al momento è escluso.

Fratelli d’Italia, dunque, ma anche un po’ d’America. Il cammino americano della Meloni ha imboccato due strade diverse, ma tangenti. La prima con un progressivo avvicinamento al Partito repubblicano. Con Donald Trump la leader di FdI ha condiviso per ben tre volte il palco della Conservative Political Action Conference (Cpac), la più importante kermesse conservatrice negli States, riunita ogni anno ad Orlando, in Florida. Risale a due anni fa, poi, il primo invito alla National Prayer Breakfast, appuntamento imperdibile per i repubblicani che vede Trump ospite fisso. 

Una simpatia, quella verso l’ex presidente, che in Italia in un primo momento ha preso il volto di Steve Bannon, l’ex consigliere del Tycoon finito ora sotto processo al Congresso americano per l’assalto a Capitol Hill del 6 luglio. L’ombra di Trump genera ancora sospetti fra le cancellerie europee, e non a caso negli ultimi tempi la Meloni ha riorientato la bussola americana del partito. Bannon non è stato più invitato ad Atreju, l’annuale convention romana, e nell’Elefantino sono altri i riferimenti cui guarda FdI, forte dell’appartenenza alla famiglia conservatrice europea che a Trump ha sempre guardato storto.

La seconda strada è fatta di rapporti istituzionali, e deve ancora essere battuta. Perché, se sul piano politico gli agganci americani sono ormai solidi, lo stesso non si può dire dell’establishment di Washington DC. “Con l’amministrazione Biden ci sono stati tre, quattro tentativi di avvicinamento, ma non hanno avuto grandi riscontri”, racconta una fonte interna. Un gap da colmare, se l’aspirazione è davvero trasferirsi a Palazzo Chigi. Comunque vadano le elezioni di metà mandato in autunno – una probabile debacle per i democratici Usa – il prossimo premier italiano dovrà fare i conti con Joe Biden per altri due anni. E due anni per la politica italiana sono un’era geologica. 

Antonio Bravetti per “la Stampa” il 25 luglio 2022.

Con i «neofascisti» Fratelli d'Italia al governo l'Italia rischia un futuro «tetro». Il New York Times e il londinese Guardian mettono sotto la propria lente l'ascesa di Giorgia Meloni e parlano di «sviluppo allarmante» per il nostro Paese, ora che il governo è caduto e le elezioni si avvicinano. Il commento del New York Times, a firma di David Broder, definisce un «evento sismico» l'eventualità che per la prima volta «un partito di estrema destra arrivi alla guida di una grande economia dell'Eurozona». A scatenare il terremoto, per ora, è FdI, che non accetta le accuse.

«Con la campagna elettorale è ripartita, puntuale come sempre, la macchina del fango contro me e Fratelli d'Italia. Aspettatevi di tutto in queste settimane - ribatte Meloni su Facebook - perché sono consapevoli dell'imminente sconfitta e useranno ogni mezzo per tentare di fermarci. Se ci riusciranno o no, quello dipenderà da voi». Enrico Letta la pensa diversamente: «Contro Meloni non c'è nulla né di scorretto né di personale. Non condivido questo vittimismo. Ogni volta c'è qualcuno, c'è sempre un capro espiatorio». 

Il Guardian ricorre alla letteratura per raccontare che Mario Draghi, come «il Giulio Cesare di Shakespeare, è stato pugnalato alla schiena la scorsa settimana, vittima di un complotto della destra». Cui bono? Il latino lo usa il quotidiano britannico, che si domanda: «Chi ci guadagna da tutto questo? E' ovvio, i tre partiti di destra: i ribelli neofascisti Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni, la Lega di Matteo Salvini e Forza Italia di Silvio Berlusconi».

Secondo il Guardian, tuttavia, «una vittoria populista dell'estrema destra questo autunno non è inevitabile. Se non altro, gli elettori potrebbero e dovrebbero punire Meloni ed i suoi alleati per aver causato questa crisi inutile e dannosa». E pure The Economist tre giorni fa titolava "Game over" la fine dell'esperimento Draghi per sbirciare oltre l'orizzonte gravato da nubi nere: Ready for the right? Pronti per la destra, che "solleverebbe gravi dubbi sulla capacità dell'Italia di affrontare le riforme chieste dalla Commissione europea" in cambio del recovery fund? 

Ignazio La Russa non ci sta e, intervistato a Mezz' ora in più su Rai3, ribatte: «Politicamente abbiamo precisi elementi per dire che ci sono ambienti italianissimi della cultura, del giornalismo, della politica, che stanno lavorando in combutta con ambienti della sinistra internazionale affinché li aiutino a non perdere, dicendo che c'è un pericolo di destra, un pericolo Meloni. Noi non perderemo un voto, ma è un modo per danneggiare l'Italia».

Un complotto ordito dalla sinistra, un fuoco ordinato da Roma. E' la tesi Meloni, illustrata in un'intervista alla Stampa sabato: «Si stanno muovendo una serie di think tank che vanno in giro per dire che se vince la Meloni l'Italia viene risucchiata da un buco nero, io trovo questa strategia molto irresponsabile. Queste persone sanno benissimo che qui, se vince il centrodestra non c'è nessun terremoto, anzi. Come si è dimostrato con l'Ucraina non c'è nulla da temere».

Meloni rivendica le sue credenziali e la sua "presentabilità" all'estero ribadendo l'atlantismo di FdI e le scelte fatte a favore di Kiev in questi mesi di guerra. Per il New York Times, però, è solo una «strategia di marketing: una ferma politica estera atlantista e un'agenda apertamente reazionaria in patria». 

Il quotidiano americano la accosta a Marine Le Pen e agli spagnoli di Vox, ricordando i toni del suo comizio in Andalusia. Che non sono piaciuti nemmeno al Guardian: «La posizione del suo partito "L'Italia prima di tutto", la retorica anti-migranti "tolleranza zero" e le opinioni arcaiche sulle questioni di genere otterranno voti facili, ma sono l'antitesi di una leadership responsabile e sensata». 

Terreno su cui l'attacca anche Matteo Orfini (Pd): «Meloni e Salvini hanno cominciato la campagna elettorale coi soliti post su sicurezza e immigrazione, aggressivi e violenti nella loro migliore tradizione». Contemporaneamente, a ricordare la cerchia di alleanze internazionali di FdI, sui social riappaiono le foto che ritraggono Meloni con Steve Bannon, l'ex consigliere di Donald Trump, o le sue dichiarazioni a favore di Viktor Orban.

«Abbiamo ottimi rapporti», assicurava poco tempo fa. Qualche giorno fa, mentre cadeva il governo, Meloni spiegava ai militanti riuniti in piazza la sua visione dell'Europa, il suo programma una volta a palazzo Chigi: «Vi dicono che se il centrodestra, Fratelli d'Italia e Meloni arrivano al governo l'Europa è preoccupata. Certo che è preoccupata: se FdI, che è un partito di patrioti, arriva al governo, i pezzi d'Italia che ha svenduto il Pd ai francesi e ai tedeschi mica glieli svende». 

Un tipo di europeismo che non piace a Stefano Ceccanti, deputato del Pd, che ha ripescato un'iniziativa di FdI del 2018: «Fratelli d'Italia contiene nel suo simbolo quello del Msi che non votò per la Nato nel 1949, Meloni ha presentato un progetto costituzionale per affermare il primato del diritto interno su quello europeo. Problemi del passato e anche del presente».

Dagonews il 25 luglio 2022.

Dite ai redattori del "New York Times" che possono anche magnà tranquilli. Gli Stati Uniti non hanno alcun timore di Giorgia Meloni. La notizia filtra da fonti vicine al dipartimento della difesa Usa. 

Non c’è solo l’atlantismo di Fratelli d’Italia e le scelte fatte a favore di Kiev a tranquillizzare Washington che apprezza i progressi della "Ducetta" e dello stato maggiore del suo partito nel dotarsi di una caratura internazionale a cominciare da una migliore conoscenza della lingua.

Da circa un anno e mezzo la Meloni e il suo inner circle vanno a “scuola” di inglese da una professoressa, molto vicina ad ambienti conservatori della difesa americana, che ha accompagnato la "Ducetta" anche nel suo recente viaggio negli Usa...

Rula Jebreal insulta Giorgia Meloni: "Fomenta odio e violenza. I veri fascisti..." Libero Quotidiano il 26 luglio 2022.

L'odio contro Giorgia Meloni sgorga ovunque. La sinistra apre il fuoco contro l'avversario più temibile, i più feroci sono i quotidiani, a partire da Repubblica e fino ad arrivare al Domani di Carlo De Benedetti. "Pericolo nero", accostamenti a Benito Mussolini, presunti allarmi nelle cancellerie internazionali, prime pagine che lasciano interdetti.

E al coro non poteva che unirsi una specialista in materia, ovvero Rula Jebreal, che attacca la leader dei Fratelli d'Italia proprio in merito al fascismo. Il tutto su Twitter, laddove la Jebreal si scaglia nel dettaglio contro chi sostiene che la Meloni non sia fascista. Clamoroso, ma vero: in barba al fatto che la leader FdI sia nata nel 1977, ossia decenni dopo il tramonto del fascismo stesso.

Ma tant'è, scrive la Jebreal: "I negazionisti che difendono la Meloni sostenendo che 'non è fascista', ignorano il suo programma politico persecutorio & oscurantista, che fomenta odio e violenza". Testuali, e brutali, parole. Dunque, Rula Jebreal ha allegato una serie di cinguettii in cui vengono esposte alcune idee del programma di FdI. Cosa ci sarebbe che fomenta odio e violenza? Ve lo elenchiamo: "Difesa dell'identità nazionale, contrarietà alla teoria gender, controllo delle frontiere, no al reddito di cittadinanza". 

Al di là del fatto che non si capisce come si possa vedere in simili istanze odio, violenza e peggio ancora fascismo, Rula Jebreal è anche incappata in uno sfondone: quell'elenco, infatti, risaliva al 2018. Altri tempi, rispetto alla campagna elettorale appena iniziata. Ma alla Jebreal non interessa, tanto che aggiunge: "I veri fascisti la considerano una di loro, l'erede di Almirante, il leader che poterà al governo i loro ideali". Un attacco scomposto, l'ultimo che ha colpito la Meloni in questa prima ondata di violenza verbale e fango.

L'aria che tira, Peter Gomez: "Fascisti in FdI? Obiettivamente...", lezione alla sinistra. Libero Quotidiano il 26 luglio 2022

Sulla questione del "pericolo fascista" paventato dalla solita sinistra per la possibilità che Giorgia Meloni possa andare al governo, Peter Gomez, ospite di Francesco Magnani a L'aria che tira - Estate, su La7, nella puntata del 26 luglio, dà ragione a Daniela Santanchè: "Questa storia della polemica sul fascismo la vediamo prima di ogni campagna elettorale e finirà il giorno dopo". Ma, sottolinea il direttore de ilfattoquotidiano.it, "con altrettanta obiettività bisogna dire che personaggi neofascisti fanno parte dell'album di famiglia di Fratelli d'Italia. Perché FdI non arriva dal niente". Però, precisa Gomez, "ci sono, ma non sono preponderanti e non credo che siano in grado di influenzare la politica di Fratelli d'Italia".

E ancora, sottolinea Gomez rispetto alla questione posta dalla stampa internazionale sulla posizione dell'Italia sulla guerra in Ucraina, "Fratelli d'Italia dopo un innamoramento passeggero per Putin ha preso una posizione filo-atlantica ma i suoi due alleati sono sospettati senza prove di aver preso dei soldi o tentato di prendere dei soldi e di fare affari con Putin". Infine, conclude il giornalista, "il programma di FdI è dichiaratamente di destra e mi chiedo come si concilierà rispetto a una serie di diritti civili che anche chi vota centrodestra vuole ma magari cambierà anche l'idea di Fratelli d'Italia". 

Da ilfattoquotidiano.it il 26 luglio 2022.

“Fratelli di Italia non è un movimento fascista, come la carismatica leader dell’estrema destra italiana Giorgia Meloni insiste a ripetere. Ma non sono neanche non fascisti“. Così esordisce il giornalista esperto di politica estera Ishaan Tharoor in un editoriale pubblicato oggi sul Washington Post. 

Il titolo del pezzo è tutto un programma: ”L’Italia è sulla via di essere governata da post fascisti“. A pochi giorni di distanza da un articolo pubblicato dal New York Times che parlava dell’ipotesi che l’Italia diventasse il primo Paese dell’Eurozona con un governo di estrema destra, anche il prestigioso Washington Post analizza la crisi politica italiana, concentrandosi sulla figura della leader di Fratelli d’Italia.

 “Come altri neofascisti europei – si legge nell’editoriale- i Fratelli d’Italia attaccano immigrazione e perorano una chiusa, stretta visione dell’identità nazionale e, come altri neofascisti, il partito attinge le sue origini da un preciso passato fascista“. Il giornale americano, -famoso per aver messo in luce lo scandalo “Watergate” che ha portato alle dimissioni del presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon- ricorda l’evoluzione storica dell’ Msi ed il fatto che “Meloni conta su alcuni discendenti di Mussolini come suoi diretti alleati“. 

Nell’editoriale Tharoor spiega ai lettori americani come “alcuni anni fa, queste connessioni sarebbero state semplicemente parte dell’atmosfera degli estremi politici, dove si trovava Fratelli d’Italia”. Ora le cose sono cambiate: secondo i sondaggi, Meloni ed il suo partito sono in testa in vista delle elezioni del 25 settembre, “conseguenza della drammatica caduta della coalizione guidata dal tecnocrate Mario Draghi– prosegue Tharoor- , che potrebbe confermare Meloni come prima premier donna d’Italia“. 

In una prospettiva del genere, si chiede l’editorialista del Post, ci sono “interrogativi su che tipo di presenza dirompente avrebbe un governo di estrema destra per l’establishment liberal dell’Europa”. “La destra nazionalista, illiberale ed euroscettica, finora al potere solo nell’area orientale, avrebbe un nuovo leader regionale – prosegue – un governo Meloni sarebbe molto meno entusiasta nel sostenere lo sforzo della guerra in Ucraina contro la Russia di quanto lo sia stato Draghi, anche se nelle ultime settimane lei abbia cercato di ribadire le sue credenziali atlantiste“. 

Infine, un governo di estrema destra in Italia sarebbe “retrogrado per quanto riguarda le questioni di genere ed i diritti delle minoranze“, e su questo punto il giornalista americano conclude l’editoriale ricordando che “Meloni è un’accesa critica delle ‘lobby Lgbt’ in Occidente”.

Michele Serra per “la Repubblica” il 26 luglio 2022.  

Meloni non si deve offendere, l'antifascismo - almeno fuori dall'Italia - è tutt' altro che un dettaglio, e la sua formazione politica è stata tutta interna al neofascismo, così come la fiamma inclusa nel simbolo di Fratelli d'Italia testimonia e rivendica. Ovvio, dunque, che in Europa e in America ci si facciano delle domande che non basta liquidare come tendenziose. La diffidenza contro il nazionalismo di destra è un prezzo da pagare alla domanda di ammissione al famoso Occidente e ai suoi valori.

A meno di prendere esempio dal Salvini, che di queste cose se ne frega, Meloni capisca il problema e tenti magari di risolverlo, perché risolto non è. Per contro, è verissimo che non conviene, a sinistra, insistere sull'antimelonismo (che suona anche ridicolo) come perno della campagna elettorale. Dire che cosa non si vuole (lo spiegava bene Giacomo Papi su questo giornale) non è uguale a dire che cosa si vuole, e anzi, lascia sospettare che si parli tanto del nemico pur di non dire che cosa si vuole combinare tra amici, ammesso che nel centrosinistra, su dieci leader, almeno due possano dirsi amici.

Da molti anni la sinistra è, per dirla banalmente, la non-destra, e questa vaghezza non le giova. Individuare quattro o cinque punti programmatici forti non basterebbe a mettere d'accordo tutti i galli nel pollaio; ma almeno i galli litigherebbero su cose che si capiscono e non sulle beghe personali, o su vaghi presupposti ideologici. Ci vorrebbero quattro o cinque cose facili da capire. La prima, a me pare, è far pagare le tasse a tutti, i classici due piccioni con una fava: niente è più democratico, e niente aiuta a capire la differenza con la destra, specie quella del Salvini e del Berlusca, idoli degli evasori.

Mattia Feltri per “la Stampa” il 26 luglio 2022.

Giorgia Meloni, ha detto ieri Emma Bonino, porta avanti una politica con cui non ho niente a che vedere, ma non la chiamerei fascista, non mi piacciono gli insulti, non mi piacciono le campagne contro. Sarebbe stato difficile esprimere meglio un concetto così saggio. Se per l'ottantaseiesima volta a sinistra si conta di fermare la destra gridando alla restaurazione delle camicie nere, per scampare all'incomodo di formulare una proposta più articolata e più interessante, non ne scaturirà una gran campagna elettorale né una gran legislatura.

Meloni è molto di destra, ha nel suo partito ancora qualche nostalgico, ma non è fascista, non più di tanti altri: di fascismo, inteso come rigetto delle regole della liberaldemocrazia, se ne trova in tutti i partiti e, per esempio, col suo dittatore-comico (ormai malridotto), i suoi piccoli gerarchi, la legittimazione via plebiscito, e mille altre idee svalvolate, di fascismo se ne trova parecchio nei Cinque stelle. 

 Mi sembra notevole, per dire, che mentre sprezzano New York Times e Guardian, allarmati da «questa destra», i vertici di F.lli d'Italia - Meloni ma anche Ignazio La Russa e Fabio Rampelli - concedano interviste che sembrano ispirate dal generale Custer: sempre con la Nato, mai e poi mai con Putin. E non una sillaba contro Ue, Bce, mercati, qualche convinto elogio a Mario Draghi, come per gettare l'oblio su un decennio di opposizione da taverna. Di colpo, si cerca di piacere ai poteri forti. Se sia una conversione sincera o opportunistica, si vedrà. Per ora, che F.lli d'Italia si ponga il problema di non somigliare a F.lli d'Italia, mi sembra già una buona notizia.

Bufera sulla prima pagina di Repubblica. E le femministe tacciono. Attacco contro Giorgia Meloni dalle pagine de la Repubblica, che in prima pagina ha pubblicato una foto equivoca: sollevazione di FdI. Francesca Galici il 26 Luglio 2022 su Il Giornale.

Che quella appena cominciata fosse una campagna elettorale aggressiva era facile immaginarlo. Il poco tempo a disposizione e le polemiche montate negli ultimi anni non lasciavano molto spazio all'immaginazione. In più, come elemento fondamentale, c'è il fatto che il centrodestra sia in vantaggio in tutti i sondaggi e che il partito che sta macinando maggiori preferenze tra gli italiani è quello di Giorgia Meloni. Un affronto troppo grande da sopportare per la sinistra, democratica solo quando vince. 

Tuttavia, anche in queste condizioni, era difficile pensare che si riuscisse ad arrivare a tanto ad appena pochi giorni dall'apertura ufficiale della campagna elettorale. A dare man forte dalla sinistra, in affanno nei sondaggi e preoccupata dall'assenza di una coalizione forte dopo la rottura con i 5s, ci pensano alcuni quotidiani, che fungono da stampella per tentare di delegittimare la leader di Fratelli d'Italia. Proprio loro che fanno delle battaglie contro il sessismo una bandiera, si sono lasciati prendere la mano dall'evocazione di un'immagine che, in realtà, di sottinteso ha ben poco. Per altro pubblicata in dimensioni macro sulla prima pagina del quotidiano, nonostante il direttore respinga al mittente ogni addebito.

La strategia del partito di Repubblica dietro l'attacco alla Meloni

"Volgarità ne abbiamo lette tante ma la foto di Giorgia Meloni pubblicata oggi in prima pagina da Repubblica è una caduta di stile e un attacco oltre ogni decenza. Una foto che è una chiara e grave allusione che se riservata a chiunque altra desterebbe il giusto scandalo", tuona Augusta Montaruli.La deputata di Fratelli d'Italia, poi, aggiunge: "Nel tentativo di demonizzare Fratelli d'Italia viene estrapolato e mostrato uno scatto inaccettabile. Chiediamo a tutte le donne, incluse quelle di sinistra, di ribellarsi a questa volgarità e mancanza di rispetto. Giorgia Meloni è la nostra apripista per un'Italia in cui essere donna non significhi accettare questi trattamenti disgustosi".

Il cambio di regime dei media sulla Meloni: ecco cosa è successo

Anche l'ex parlamentare, nonché fondatore di Fratelli d'Italia, Guido Crosetto, da Twitter si è scagliato contro la Repubblica: "Non bastava infarcire quotidianamente il giornale di articoli che insultano, attaccano e diffamano, Giorgia Meloni e FdI. Era troppo poco. Quindi oggi hanno raggiunto un nuovo livello, superato altri confini: quelli della decenza, del buon gusto e del rispetto". Tiziana Drago, senatrice FdI, rimarca che "campagna elettorale può anche essere dura e accesa ma non può e non deve scendere a simili, bassi livelli. Mi appello a quanti siano ugualmente indignati per i toni che Repubblica ha usato affinché facciano sentire la propria voce in merito: mi chiedo dove siano le femministe, le associazioni contro la violenza sulle donne e movimenti".

Anche la senatrice Daniela Santanché ha puntato il dito contro la Repubblica, che "supera ogni limite della decenza. Non ci aspettavamo di certo una campagna elettorale facile ma da qui ad abbassarsi a simili livelli ce ne corre. Pretendere una netta solidarietà a sinistra forse è chiedere troppo ma almeno una presa di posizione che tenda a smorzare l'aggressività di Repubblica pare essere il minimo".

Dello stesso avviso anche Carolina Varchi, deputata di Fratelli d'Italia: "Ho trovato stomachevole la prima pagina di Repubblica di oggi. La foto scelta, infatti, contiene una chiara e volgare allusione sessista contro Giorgia Meloni, nel vano tentativo di minarne autorevolezza e credibilità". La Varchi sottolinea che "non è giornalismo libero ma solo machismo da taverna nei confronti dell'unica donna leader in Italia e in Europa, alla quale va tutta la mia vicinanza per l'hai attacchi indegni che sta subendo. Mi aspetto di sentire forti le voci di dissenso di tutte le donne impegnate in politica e nell'associazionismo femminista, diversamente dovremo prendere atto che il rispetto per le donne è - a loro modo di vedere - sempre dovuto a meno che le donne offese non siano di Fratelli d'Italia". A colpire, ogni volta, è il silenzio assordante da parte della sinistra, pronta a montare polemiche sulle vocali femminili e a cavalcare la schwa, ma mai capace di difendere una donna destra o, per lo meno, di esprimerle solidarietà.

Alle accuse di Fratelli d'Italia ha replicato il direttore del quotidiano, Maurizio Molinari: "La sgangherata accusa di 'sessismo' e 'machismo' mossa a Repubblica da esponenti di FdI per la foto pubblicata oggi in prima pagina di Giorgia Meloni, scattata dall'agenzia di stampa Reuters e pubblicata in originale, senza alcun taglio tipografico, non meriterebbe di essere raccolta, perché qualifica chi la muove e i suoi percorsi cognitivi". Il direttore ha poi aggiunto: "Tuttavia, l'accusa è indicativa della cultura politica di un partito che si candida a governare il Paese e che anziché rispondere all'opinione pubblica su temi dirimenti come quello dei diritti, delle libertà costituzionali, del genere, preferisce eccitarla e confonderla con la manipolazione grossolana del lavoro di chi facendo giornalismo di questi tempi non smetterà di chiedere conto".

Il patto scellerato nella destra sovran-populista e il fuoco amico su Meloni. Carmelo Lopapa su La Repubblica il 26 Luglio 2022. 

Il retroscena. Alla fine l'ha scoperto anche la leader di FdI: a non volerla premier non sono solo la detestata stampa statunitense filodemocratica e almeno una buona metà degli italiani, ma anche i suoi alleati.

Alla fine l'ha scoperto anche Giorgia Meloni. Ed è stato un risveglio amarissimo. A non volerla premier non sono solo la detestata stampa statunitense filodemocratica e almeno una buona metà degli italiani, ma anche i suoi alleati. Soprattutto i suoi alleati, verrebbe da dire. E senza di loro - per usare la metafora del forzista Antonio Tajani - potranno pure vincere la partita (elettorale), ma alla fine potrebbe non essere lei ad alzare la coppa.

Da ilfattoquotidiano.it il 25 luglio 2022.

La campagna elettorale, in vista delle elezioni politiche del 25 settembre, è entrata nel vivo. Nel mondo dello spettacolo, della musica in particolare, gli argomenti politici e la crisi di Governo non sembrano aver appassionato più di tanto gli artisti. Eccezion fatta per alcune personalità come, ad esempio, Ornella Vanoni e Marco Mengoni che hanno commentato a caldo l’uscita di scena dell’ex premier Draghi. Se la cantante de “L’appuntamento” ha scritto su Twitter: “Che peccato, che solitudine”, Mengoni ha citato una scena cult dal film “Bianco Rosso e Verdone”, quando Pasquale Ametrano esce dal seggio arrabbiato.

Poi c’è Elodie, da sempre schierata a favore dei diritti non solo della comunità LGBTQ+, ma anche dei migranti e della giusta politica. Diverse volte la cantante di “Bagno a mezzanotte” si è espressa contro le proposte delle Destre, in particolare sulla visione di Matteo Salvini e Giorgia Meloni. A proposito del nuovo programma di Governo di Fratelli d’Italia, Elodie ha commentato su Twitter: “A me sinceramente fa paura”. 

Tra i punti cardine del programma elettorale ci sono “l’abolizione dell’anomalia solo italiana della concessione indiscriminata della sedicente protezione umanitaria e asilo solo per donne, bambini e nuclei familiari che fuggono veramente dalla guerra”, la “difesa della nostra sovranità nazionale” e “la difesa della famiglia naturale, lotta all’ideologia gender e sostegno alla vita”.

Già altre volte Elodie aveva espresso il suo dissenso su queste politiche e nell’ultima intervista a La Confessione di Peter Gomez, sul Nove, aveva dichiarato: “Sono felice di essere nata in Italia, poteva andarmi peggio. Buona parte del Paese ha la visione giusta delle cose, ma onestamente fatico a comprendere Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Si possono avere idee diverse, non c’è bisogno di livore, incazzatura… Stia calma la Meloni. Posso capire che lei pensi di essere lontana da chi vive in maniera diversa, ma non capisco, non gliene deve fregare un ca**o. Ognuno ha la sua vita, ma ci sono modi e modi di parlare e fare politica. Non credo sia questo il modo giusto, bisogna capire come vivere la nostra diversità. La gente ha tanta pura perché non ha il coraggio di fare un passo verso gli altri. È molto più semplice additare e incavolarsi col prossimo. Mi dispiace perché è una perdita di tempo enorme”.

C’è da scommettere che da qui al 25 settembre la voce di Elodie si farà sentire di nuovo. C’è da auspicare che anche altri colleghi possano intervenire nel dibattito per sensibilizzare fan ed elettorato sui temi cardine per il futuro del nostro Paese.

È partito il carrozzone dei soliti vip "antifa": a sinistra si azzuffano per prendere un posto. Francesco Maria Del Vigo il 26 Luglio 2022 su Il Giornale.

Da Elodie ad Asia Argento, passando per Toscani e la stampa internazionale: non passa la moda di evocare regimi e di insultare il popolo moderato.

Nell'era dell'ossessione del gender, del rispetto delle differenze e delle specificità, dell'utilizzo levigato e ultra prudenziale delle parole, che vengono piegate e violentate affinché siano assolutamente inclusive, c'è solo un genere che può essere insultato e disprezzato liberamente: quello di centro destra. Chi gravita nell'area che va da Berlusconi fino a Giorgia Meloni non solo può essere denigrato, ma deve esserlo. Intellettualucoli, cantanti poco ispirate, stelle in lenta evaporazione trovano legittimità civica e sociale nel vilipendio del popolo di centrodestra che, per inciso, non è composto esattamente da quattro gatti ma, stando agli ultimi sondaggi, da più del 45 per cento degli italiani. Non avendo idee in testa, si mettono a sbertucciare quelle altrui, dall'alto di una presunta superiorità morale che malcela una palese inferiorità dialettica: perché, quelli di destra, si possono anche insultare ovviamente.

La gara di sciatteria intellettuale la vince a mani basse l'accusa di fascismo. D'altronde gli antifascisti in servizio permanente, tecnicamente, vivono a scrocco da 77 anni, in assenza di fascismo dunque se lo devono inventare.

Un lavoraccio per gli Indiana Jones di labari e fez. Hanno iniziato letteralmente a dare i numeri, questo è uno degli argomenti più razionali letto più volte in rete: «Dunque se si vota il 25 settembre e vince la Meloni formerà un governo un mese dopo, probabilmente il 28 ottobre, che è la data della marcia su Roma e quest'anno è pure il centenario. Tornano i fascisti!». Paolo Flores d'Arcais ha fatto addirittura un editoriale su questa bizzarra tesi, per poi chiosare: «Un cittadino democratico, se capisce la posta in gioco, che è di civiltà, come un secolo fa voterà anche chi gli fa disgusto, nausea, ribrezzo, pur di mantenere aperte le possibilità di continuare a lottare nel quadro della nostra Costituzione».

L'idea è semplice: tutto quello che non è di sinistra non può andare al governo. La ha teorizzata un paio di mesi Giuseppe Provenzano, vice segretario del Pd: «La Meloni rappresenta una destra estrema, inadatta a governare, attraversata da sentimenti xenofobi e reazionari». Punto. Stop. Bollata a vita.

Anche i giornali fanno la loro parte. Repubblica e La Stampa sono in prima linea per fronteggiare l'onda nera e ogni giorno ricordano «la civiltà indecente» evocata dalle destre (Michele Marzano), l'ombra nera mai fugata da Meloni (Paolo Berizzi) e poi è tutto un accostamento, anche iconografico, a Orban, alla Le Pen (che però è più moderata di lei, sic) e a tutti gli estremisti sparpagliati per l'orbe terracqueo. Ovviamente moltissimo spazio è dedicato alla rassegna stampa internazionale, con tutti i giornaloni anglosassoni, quelli specializzati nel capire un tubo a casa loro figuriamo nella nostra, che pontificano sulla deriva autoritaria dell'Italia. Ma il tiro al centro destra riguarda un po' tutti. Persino Elodie, cantante, attrice ed evidentemente anche politologa, si è espressa con un giudizio lapidario: il programma politico della Meloni mi fa paura. Ma le intemerate di cantanti e scrittori, con insulti anche fisici, nei confronti di Berlusconi e Salvini negli anni sono state tantissime e di una ferocia inaudita. Basti pensare alla valanga di improperi irripetibile ricevuti dal leader della Lega per aver mostrato, in un collegamento qualche giorno fa, una parete con crocifissi e icone di santi. Beh, d'altronde, con la scusa di attaccare la Meloni la sinistra ha anche perso il suo proverbiale rispetto per le donne. Due esempi su tutti: «La schiena lardosa di una fascista», commentò anni or sono una delicatissima Asia Argento; «Una ritardata, brutta e volgare» così la definì il sempre pacato Oliviero Toscani. Questi sono insulti d'archivio, siamo certi che da quelli alle elezioni ne conteremo a bizzeffe. Perché i difensori della tolleranza a tutti i costi, finiscono sempre per essere i più intolleranti. Specialmente con il «genere» di centro destra.

L’“altra” Fondazione Einaudi a difesa di Meloni: “Non è fascista, chi lo afferma è uno stolto”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 25 Luglio 2022. 

Da quando è caduto il governo Draghi, da quando il Presidente del Consiglio ha rassegnato le sue dimissioni e il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha indetto le prossime elezioin politiche per domenica 25 settembre, è scattato l’inseguimento a Giorgia Meloni. La leader di Fratelli d’Italia è la candidata da battere: prima nei sondaggi, si dice pronta a governare, “chi prenderà un voto in più avrà l’onore e l’onere di indicare il nome” ha ribadito agli alleati del centrodestra. Meloni in questa campagna elettorale balneare dovrà tornare ad affrontare sempre la stessa accusa: fascismo, neofascismo.

Perché da quando sono state indette le elezioni sono partiti almeno una manciata di hashtag sul tema, dall’estero sono stati scritti articoli sul punto, il New York Times ha pubblicato un editoriale che ha definito un “evento sismico” l’eventualità se per la prima volta “un partito di estrema destra arrivi alla guida di una grande economia dell’Eurozona”, El Mundo ha titolato con “admiradora de Mussolini”. Niente di nuovo: soltanto che adesso da destra, media e politica, si parla di assedio, della proverbiale campagna elettorale senza esclusione di colpi. A chiarire definitivamente che il punto sarà uno dei leitmotiv della corsa alle urne è stata una polemica nata da un equivoco.

“L’on. Giorgia Meloni non è fascista. Chi lo afferma è uno stolto. Si può dissentire in tutto o in parte dalle sue idee, ma non si possono dire gratuitamente fesserie. Meglio chiarirlo all’inizio di una campagna elettorale, che rischia di essere eccessivamente avvelenata”, il tweet a firma Fondazione Luigi Einaudi che è diventato quasi virale e che ha scatenato un dibattito con utenti sorpresi, follower polemici, alcuni indignati. Il punto è che l’account non è quello del noto centro torinese che dalla metà degli anni Sessanta raccoglie documenti e riflessioni intorno alle scienze sociali e all’eredità di Luigi Einaudi, ma della meno nota fondazione omonima ma con sede a Roma.

Il Presidente della fondazione più nota, l’ex ministro Domenico Siniscalco, ha preso le distanze e chiarito che la Fondazione romana è altra cosa da quella torinese. Quella della bufera, “centro di ricerca che promuove la conoscenza e la diffusione del pensiero politico Liberale”, costituita nel 1962, è presieduta da Giuseppe Benedetto, tra i consiglieri annovera Sabino Cassese e Carlo Nordio (candidato di Fdi alla Presidenza della Repubblica). La polemica è comunque partita: alcuni hanno definito il post un’uscita “improbabile che mina la vostra credibilità”, altri si chiedono se “alla Fondazione Einaudi votano Fdi?”. Un equivoco comunque piuttosto indicativo così come quello sul programma elettorale di Fdi, criticato e stroncato in queste ore, anche se a circolare finora è solo il programma delle elezioni del 2018.

A La Stampa Meloni aveva così commentato l’articolo del Nyt: “Non ha alcun senso. È la classica cosa imbeccata. Si stanno muovendo una serie di think tank della sinistra italiana che vanno in giro per dire che se vince la Meloni l’Italia viene risucchiata da un buco nero. Una strategia irresponsabile. Come si è dimostrato con la posizione di FdI sull’Ucraina non c’è nulla da temere”. Lo scorso autunno, dopo alcune inchieste giornalistiche su legami con gruppi di estrema destra, Meloni aveva dichiarato al Corriere della Sera che “nel dna di Fratelli d’Italia non ci sono nostalgie fasciste, razziste, antisemite. Non c’è posto per nulla di tutto questo. Nel nostro dna c’è il rifiuto per ogni regime, passato, presente e futuro”.

L’impressione è dovrà ripeterlo ancora altre volte questo punto, trovare qualche idea, una nuova maniera per convincere tutti ma proprio tutti. E comunque sarà improbabile riuscirci. “Insomma fate e dite quello che vi pare. Continuate ad insultarvi reciprocamente, se vi fa star bene. FASCISTIIIIIIIIIIII !!! COMUNISTIIIIIII !!! Buona campagna elettorale a voi tutti. Così l’Italia sarà salva”, il tweet con il quale la Fondazione romana ha provato a chiudere la questione. 

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Estratto dell'articolo di Giacomo Salvini per “il Fatto quotidiano”

[...] adesso devono decidere le regole. [...] chi farà il presidente del Consiglio in caso di vittoria elettorale. Fino al 2018 la regola è stata semplice: chi prende un voto in più esprime il premier. 

[...] Adesso però in vantaggio nei sondaggi c'è Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni e gli alleati fanno resistenza. 

Matteo Salvini punta ancora a superare Meloni nei voti di lista [...]

[...] Per questo, per il momento, fa buon viso a cattivo gioco: "Chi prende un voto in più indica il nome per fare il premier" ha assicurato ieri ad Affaritaliani.it.

Le maggiori resistenze arrivano, però, da Forza Italia. [...]

Dubbi dietro cui si nasconde un'idea, che in queste ore circola tra i vertici di Lega e FI. Chiedere che a esprimere il premier non sia il partito che avrà preso più voti a livello di lista, ma che avrà più parlamentari tra Camera e Senato. Se FI e Lega dovessero formare un unico gruppo parlamentare dopo le elezioni, potrebbero avere (ma non è detto) più eletti di FdI e a quel punto rivendicare la premiership. 

Berlusconi vorrebbe che a deciderlo sia l'assemblea dei parlamentari. Uno stratagemma che servirebbe per sbarrare la strada di Meloni a Palazzo Chigi. [...]

Però Ignazio La Russa, senatore meloniano, mette le cose in chiaro: "Chiediamo che non cambino le regole né sui collegi né su come si sceglie un candidato - ha detto a Mezz' Ora in Più - sarebbe un aiuto alla sinistra". [...] 

La questione sarà affrontata mercoledì, ma intanto i leader hanno iniziato la campagna elettorale. [...] 

Estratto dell’articolo di Mario Ajello per “il Messaggero” il 25 luglio 2022.

[…] Berlusconi e Salvini temono, pur nella semi-pace ritrovata ma tutta da ricostruire, che a vincere sia Giorgia Meloni […] il piano è questo. Si va al voto con tre punte d'attacco e senza stabilire chi dei tre governerà. […] L'idea è quella di unire le forze tra Forza Italia e Lega subito dopo le elezioni e la somma dei due partiti supererebbe in Parlamento in numero di seggi quelli ottenuti da FdI. Si sta pensando a un'assemblea degli eletti, appena insediate le nuove Camere, nella quale nominare il premier di centrodestra.

[…] Quindi in Parlamento saranno più i forzaleghisti uniti che i meloniani. Ed ecco fatta la sorpresina all'amica Giorgia. Perciò comincia a circolare, sia in Italia sia in Europa presso il Ppe, l'ipotesi Tajani premier […] C'è chi dice, tra chi è vicino al Cavaliere, che al posto di Giorgia - se riesce il piano - Silvio vede se stesso come premier. Considerando che, parole sue, «serve gente d'esperienza e di larghe conoscenze alla guida di questo Paese, e io modestamente queste caratteristiche le ho...». Ma più che king, Berlusconi si vede kingmaker. O queenmaker nel senso che magari andrebbe bene investire pure la Meloni, ma l'importante è avere la forza numerica per dire: ti ho fatto presidentessa del consiglio io.

O magari, se il piano funziona ma la Meloni farà di tutto per cautelarsi in questi due mesi di campagna elettorale, Silvio e Matteo tireranno fuori altri nomi a sorpresa per succedere a Draghi? Frattini forse? O un super-tecnico d'area, se esiste? […] 

Quei giornali rimasti fermi al Ventennio. Test: provate ad aprire le finestre di casa, nella strada sottostante non vedete squadracce di aitanti camerati in camicia nera? Francesco Maria Del Vigo il 29 Luglio 2022 su Il Giornale.

Test: provate ad aprire le finestre di casa, nella strada sottostante non vedete squadracce di aitanti camerati in camicia nera, vessilli con fasci littori e giovani che saltano infoiati in cerchi infuocati? Bene, anzi benissimo. Non avete ancora le allucinazioni, il sole rovente della campagna elettorale estiva non vi ha ancora rimbambito. Perché, ormai è abbastanza ovvio, per la sinistra quello del fascismo incombente è un miraggio, come l'oasi nel deserto per il viandante. L'unico salvagente che può salvarla dal naufragio nelle urne. Un pericolo - quello del ritorno dei mussoliniani - assolutamente inesistente. Tuttavia, leggendo i giornali, si rimane vagamente storditi e si mette subito mano al calendario: che anno è? Che giorno è? E non c'entra Lucio Battisti, che tra l'altro pensano che sia fascista pure lui, quindi per sicurezza è meglio lasciarlo stare e non intorbidire ulteriormente le acque, che poi ci vuole un attimo a passare dal mare nero all'onda nera di Casapound.

Il problema è che oggi - luglio 2022 - i quotidiani parlano di fascisti e camicie nere, con una frequenza superiore a quella del Popolo d'Italia durante la direzione dei due fratelli Mussolini, Benito e Arnaldo, che però avevano qualche ragione per discettarne.

Ma erano gli anni Venti, del Novecento.

Bene, vediamo qualche numero, giusto per capire la portata di questa opera di disinformazione: dall'inizio di questa settimana a ieri sui giornali nazionali la parola fascismo è stata pubblicata ben 91 volte, i termini fascista o fascisti 99. Per un totale di 190 volte. Per fare un esempio: il termine siccità - problema decisamente più attuale - è stato citato solo 106 volte, immigrazione 125. Per tornare alle categorie del Novecento, la parola «comunismo», pur esistendo in Italia ancora qualche microscopico partito che aderisce all'ideologia, nello stesso arco di tempo compare 21 volte. Come è giusto che sia. Invece, a giudicare da questo piccolo sondaggio, sui giornali e tra i politici sembra che l'inverosimile ritorno dei nipotini del Duce sia la priorità assoluta della agenda del Paese: una fotografia perfetta della divaricazione tra campagna elettorale e realtà.

Ps. In questo articolo - comprese quelle che state per leggere - le parole fascismo, fascista e fascisti sono state usate dieci volte. Ma, d'altronde, se ne parlano ossessivamente i politici di sinistra, possiamo tacerne noi? No, ci accuserebbero di censura fascista e saremmo in un cul de sac. (E con questa siamo a quota 200).

La caccia ai fantasmi sulla "donna nera". Fausto Biloslavo il 29 Luglio 2022 su Il Giornale.

«Sono stufa delle analisi del sangue» è la (neanche tanto) battuta di Giorgia Meloni per i continui esami, talvolta anche al contrario dentro il mondo della destra, ma ancor più per stabilire il suo pedigree democratico da parte dei soloni del politicamente corretto. L'unica certezza, oltre al sangue rosso, è la campagna di demonizzazione ben orchestrata che la bolla come inadatta a guidare il paese per le inoppugnabili ombre fasciste sul suo passato, presente e futuro. Campagna scattata su alcuni giornaloni e non solo, fin dal primo giorno della caduta del governo Draghi. Oltre alla puntuale scoperta di fantasmi, ovviamente neri, negli armadi di Fdi, siamo addirittura alla cabala che furoreggia sui social. Il governo è caduto per andare a votare il 25 settembre e nel giro di un mese verrà formato quello nuovo dall'anima nera del centro destra il 28 ottobre, anniversario della marcia su Roma, nel centenario del fascismo. Se non fosse da piangere verrebbe da ridere.

In realtà la campagna di demonizzazione è seria e non rappresenta una novità. Quando Berlusconi conquistò con i voti la presidenza del Consiglio iniziò la lunga «guerra» contro il Cavaliere nero. La caccia ai fantasmi del fascismo sono il sistema prediletto di che pensa che la democrazia è cosa loro e non scelta, giusta o sbagliata, degli elettori. Giorgia Meloni ieri è tornata a ribadire che «se qualcuno pensa di poter, sotto le nostre insegne, avere comportamenti che consentono alla sinistra di dipingerci come nostalgici da operetta sappia che ha sbagliato casa». Dentro alcune sacche di destra, ma soprattutto fuori, si stenta a capire che la possibile, ma non certa, prima donna a palazzo Chigi piuttosto che al passato sia rivolta al futuro con ideali conservatori ancora in parte da costruire e adattare ai tempi che cambiano fra guerre, pandemie e disastri climatici. Più facile, ma anacronistico, sventolare lo spauracchio del Duce in gonnella.

Per non parlare delle contorsioni giornalistiche sugli amici esteri impresentabili di Meloni, come i capi di governo polacco e ceco, che poi sullo stesso giornale vengono portati in palmo di mano per essersi schierati senza se e senza ma al fianco della lotta per la libertà degli ucraini. Oppure stigmatizzare l'ombra «nera» di Steve Bannon, che è un angioletto rispetto ai combattenti del reggimento Azov esaltati lo stesso giorno sulla stessa testata. Gente tosta che combatte strenuamente contro l'invasore, ma non rendersi conto delle nostalgie naziste di Azov e al contempo puntare il dito contro Meloni per memorabilia nostalgici è come cercare la pagliuzza e non vedere la trave.

Non c'è alcuna emergenza democratica che aleggia sul voto e sinceramente pure la sfida all'Ok Corral, Letta e Meloni, lei o lui, da tutte le due parti della barricata, suona un po' stucchevole. Mia figlia come in tante altre famiglie italiane ha appena compiuto 18 anni e andrà a votare per la prima volta. Da genitore e cittadino preferirei che la sua e mia scelta nelle urne dipendesse dal confronto dei programmi, dalla visione per l'Italia oggi e nel futuro dei diversi schieramenti. E non dalla solita caccia ai fantasmi neri o rossi.

Ossessione "Giorgia la nera". I vipponi, i giornaloni e gli antifascisti di professione: ecco la (solita) campagna sull'allarme fascismo. E, a questo giro, i fucili sono spianati contro la Meloni. Andrea Indini il 28 Luglio 2022 su Il Giornale.

Ci sono i vipponi. Elodie in testa. Ma anche Oliviero Toscani e Giorgia (la cantante). E poi c'è l'Ingegnere con il sogno di un nuovo Comitato di liberazione nazionale contro le destre. E poi i giornaloni della stampa internazionale, manganello dei poteri forti, che fanno da megafono oltre Manica e oltre Oceano al livore dei media nostrani. E c'è ovviamente Enrico Letta che nei talk show e nelle piazze è tutto un "O noi o la Meloni". Tutti ossessionati dall'ombra nera, tutti ossessionati da "Giorgia la nera".

L'allarme fascismo, di nuovo. Ci risiamo. Stessa spiaggia, stesso mare (nero). Dall'estate del lido fascista (era il 2017) alle "pastasciutte antifasciste" di Nicola Fratoianni (pochi giorni fa). Nel mezzo le sirene del coprifuoco sono risuonate innumerevoli volte. E i fucili sono stati spianati, in più di un'occasione, su formazioni, sconosciute ai più, che alla prova delle urne sono finite per capitalizzare lo zero virgola. L'indomani del voto, poi, le spillette dell'Anpi, le musicassette con incisa una vecchia versione di Bella ciao e i libretti della Costituzione sono stati puntualmente riposti in soffitta e la vita ha ripreso a scorrere come sempre. E gli antifascisti di professione hanno dovuto fare i conti con la realtà: non c'è stata una nuova marcia su Roma, in Italia non è stata instaurata la dittatura, la democrazia si trova sempre al solito posto. Persino a Verona, a lungo raccontata come covo di skinhead e neonazisti della peggior specie, è finita per andare in mano a un democratico, l'ex calciatore Damiano Tommasi, sconfessando così ogni inutile allarmismo. Eppure...

Eppure, passate poche settimane dalle elezioni amministative, sono stati presi in contropiede da una crisi di governo del tutto inaspettata e, trovandosi a corto di argomenti, hanno puntato sull'usato sicuro: l'allarme fascismo. Il 24 luglio il primo articolo (a pagina 10) su Repubblica contro il pericolo "ombra nera", contro "il partito che ha ancora nel suo simbolo la fiamma che arde sulla tomba di Mussolini": Fratelli d'Italia. L'accusa: da sempre intrattiene "relazioni non casuali con formazioni e ambienti neofascisti". Vengono tirati in ballo i saluti romani, una croce celtica in una ex sezione del MSI, "razzismi su negri e ebrei". "È il fattore 'M' - spiegano - 'M' come Meloni. 'M' come Mussolini". Due giorni dopo, il salto di qualità: la foto di prima pagina della Meloni fa infuriare tutti quanti. "Non bastava infarcire quotidianamente il giornale di articoli che insultano, attaccano e diffamano", il commento di Guido Crosetto. "Era troppo poco. Così hanno superato altri confini: quelli della decenza, del buon gusto e del rispetto". All'interno del quotidiano, poi, un ampio approfondimento sule "ambiguità del partito della fiamma" segnate dalle "interlocuzioni con partiti e movimenti di estrema destra. Una storia che, al netto delle smentite della leader, continua". La narrazione di Repubblica è che FdI e CasaPound siano la stessa cosa. Ieri stessa operazione con formazioni neonaziste formate da ultras e pregiudicati.

Oggi Repubblica è in edicola con un'altra prima pagina sulla Meloni. La falange è il titolo. Molto probabilmente andranno avanti per questa strada ancora per due mesi. Almeno fino al 25 settembre, quando cioè si voterà. Fino ad allora saranno in preda all'ossessione nera, all'ossessione per "Giorgia la nera". Poi, a spoglio ultimato, si ritireranno. Pronti comunque a rialzare la testa con l'avvicinarsi delle prossime elezioni.

L'arrivo annunciato della magistratura. La campagna elettorale al fulmicotone non è un guaio solo per i candidati. Lo è anche per i media, soprattutto per il blocco mobilitatosi immantinente per la sinistra. Marco Gervasoni il 29 Luglio 2022 su Il Giornale.

La campagna elettorale al fulmicotone non è un guaio solo per i candidati. Lo è anche per i media, soprattutto per il blocco mobilitatosi immantinente per la sinistra, o meglio contro il destra-centro. In passato centellinavano gli argomenti, ora sono costretti a mitragliarli. Soprattutto per il panico: dalle elezioni del 2008 non è mai stata così concreta la vittoria dello schieramento avverso alla sinistra. Il fascismo, come sempre, è alle porte. E gli argomenti sono gli stessi, dal 1994: appunto il pericolo fascista (allora c'era Fini, ma anche il Cav. era in odore, era infatti chiamato Nero) e poi la questione morale che, nel linguaggio tardo-berlingueriano, vuol dire: le inchieste della magistratura contro gli avversari politici. Di nuovo c'è la Russia: tema su cui, come abbiamo scritto qui, sarebbe bene Salvini facesse chiarezza. Ma come si fa a dimenticare che sono stati gli (ex?) amici di Letta, i grillini, amici a loro volta di Putin, ad aprire la crisi che ha portato alla caduta di Draghi? E' legittimo non piacciano le politiche del destra-centro, è altrettanto legittimo non votarle, e contrapporvisi: meno trasformare giornali e reti televisive in organi di propaganda da cui martellare ossessivamente. Come se poi questa strategia, dal 1994 a oggi, sia servita a qualcosa; più i media demonizzavano il centro-destra, più vinceva. Più si usavano le due punte, antifascismo e questione morale, più una maggioranza relativa di italiani, faceva spallucce. La questione morale, cioè le inchieste, sarà il vero piatto forte delle prossime settimane. E non solo a nostro avviso: lo scriveva giorni fa il Times di Londra, che riportava anche il giudizio di Guido Crosetto, secondo il quale cercheranno di fermare in ogni modo Giorgia Meloni, anche con le inchieste. E infatti è da giorni che il blocco mediatico di sinistra batte sul Circeo nero, sulla indagine che ha decapitato la giunta di Terracina. Dove non si capisce se il peccato degli amministratori fosse quello di essere neri o di essere indagati dalla magistratura. Il piatto forte è ovviamente l'ex sindaco, Nicola Procaccini, ora europarlamentare. Per quel poco che può valere, l'ho incontrato in diverse occasioni pubbliche in cui abbiamo discusso di libri: tutto mi è sembrato fuorché il classico tangentaro. E ancor meno nero, cioè fascista. Non è di sinistra, ed è molto vicino a Meloni: la sua colpa sarà quella. Non vogliamo entrare nel merito dell'indagine, le tesi difensive di Procaccini mi paiono plausibili, la magistratura farà il suo corso. E' tuttavia inaccettabile l'esposizione mediatica dell'indagato, come un trofeo di caccia. Una vecchia storia. Agitare la presupposta questione morale non fa vincere le elezioni: non lo fece nel 1994, a ridosso della epidemia di Mani pulite, figuriamoci ora. Ma sfruttarla è fondamentale alla sinistra per lanciare un segnale, e dire: anche se vincerete, non sarete legittimati a governare, perché siete fascisti, e siete anche ladri.

L'allarme di Berlusconi: “Meloni spaventa con lei leader, potremmo perdere”. Tommaso Ciriaco su La Repubblica il 27 luglio 2022.

Il Cavaliere insieme a Salvini proporrà che la scelta del candidato a Palazzo Chigi la faccia l’assemblea degli eletti. Intanto la leader di FdI si prepara a chiedere il 55 per cento dei collegi

Tirerà fuori un sondaggio riservato. E lo farà al momento giusto, con un po' di perfidia. Recita: Giorgia Meloni candidata premier in pectore potrebbe farci perdere le elezioni. O meglio: ci impedirebbe di vincerle. Troppo di destra, tanto da spaventare gli elettori moderati. 

Meloni: «Noi generosi, avremmo potuto chiedere di più», così il centrodestra ha trovato l’accordo. Paola Di Caro su Il Corriere della Sera il 28 Luglio 2022.

La leader di Fratelli d’Italia ai suoi spiega: «Va bene farci carico dei candidati centristi». 

Non è stato facile ottenere quella che appare come una piena vittoria , e non era nemmeno scontato. Perché da mesi Giorgia Meloni temeva che avrebbero «fatto qualsiasi cosa per fermarmi» e sapeva di avere solo due armi per difendersi da una possibile ghettizzazione. Una erano i voti veri, non solo i sondaggi (altissimi e sempre in crescita) che possono però oscillare. E le elezioni amministrative di maggio, che hanno fatto del suo partito il più votato fra quelli della coalizione anche in luoghi un tempo tabù, come il Nord a trazione leghista, sono state un’enorme spinta per creare un prima e un dopo.

L’altra arma era chiedere una cosa facile facile: «Il rispetto delle regole. Che non si cambiano se chi può vincere, stavolta, siamo noi. Perché noi le abbiamo sempre rispettate». Regole su premiership e divisione collegi. Tutte alla fine accolte secondo le sue richieste.

Così ieri, dopo una settimana in cui ha martellato la sua richiesta — «Come sempre è stato, chi prende un voto in più deve esprimere il premier, altrimenti è inutile stare assieme al governo» —, quando è arrivata al vertice aveva solo ancora una preoccupazione, quasi più scaramantica che reale: che FI insistesse su soluzioni alternative (appena abbozzate al vertice da Berlusconi, che è tornato a parlare timidamente di «eletti» che decidano la leadership, ma subito da lei stoppato: «Bene, allora cominciamo a parlare di collegi, ecco qui i nostri numeri...»), che le si preparasse una trappola appunto sui collegi (e infatti quando le hanno proposto soluzioni non gradite, ha subito interrotto il summit), che si uscisse insomma ancora una volta con un nulla di fatto che significasse un no alla sua legittimazione che «non chiediamo, abbiamo, perché ce la danno gli elettori». In quel caso, sarebbe stata rottura: «Leggo di ipotesi di governo, di ministri, di pesi... Qui non si sa nemmeno se c’è una coalizione...», erano le sue parole due ore prima del vertice. E in fondo quello di correre da sola era il suo piano B, che fino all’ultimo la leader di Fratelli d’Italia non ha abbandonato.

Ma non è stata rottura. Che avrebbe devastato più gli alleati che il suo partito, avviato comunque probabilmente a diventare il primo in Italia, quindi essenziale o per fare un governo o per costringere gli altri a «un’altra ammucchiata». Lo sapevano sia Berlusconi che Salvini, non c’è stato nemmeno bisogno che lei lo ricordasse. Sul punto è stata intesa, come era logico accadesse. E anche sui collegi, almeno sulla carta, visto che il difficile sarà ora quali dare a chi. Perché «noi — ha detto Meloni ai suoi — ci siamo dimostrati generosi: potevamo chiedere di più, ma abbiamo accettato di venir loro incontro, ovviamente dopo aver scartato proposte o algoritmi inaccettabili. Tenere conto dei sondaggi di prima della caduta del governo Draghi ci sta, anche se allora avevamo numeri più bassi. E anche farci carico noi della maggior parte dei candidati centristi va bene, sia perché siamo il partito maggiore oggi, sia perché a differenza di quanto dicono siamo inclusivi e vogliamo accogliere anche i moderati nelle nostre liste. Esattamente come fa un partito conservatore, quale siamo».

Adesso si parte. Con una strategia, che va avanti da mesi e si accelera sempre più: il rapporto di reciproca legittimazione per la corsa alla premiership fra lei ed Enrico Letta. L’uno considera e definisce l’altro l’avversario da battere, in un bipolarismo nuovo che si sta costruendo anche senza formule scritte. Un modo quasi per escludere gli altri, e ci si aspetta che saranno loro due a ritrovarsi nelle prossime settimane in duelli e faccia a faccia. Non con altri leader, ma una partita a due. Non è un caso che ieri sera Letta abbia subito commentato: «Oggi è un giorno importante per la storia e la politica italiana perché Berlusconi e Salvini hanno deciso di consegnarsi definitivamente nelle mani della Meloni. È una scelta che conferma quello che abbiamo detto dall’inizio di questa campagna elettorale e cioè che sarà un confronto e una scelta che gli italiani dovranno fare tra noi e la Meloni».

Ma Giorgia Meloni dovrà lavorare anche sulle candidature interne per la competizione elettorale, ed esterne. Perché la leader di FdI sa che il punto su cui verrà attaccata, come già sta accadendo, è non solo quello tradizionale di una provenienza di destra post-fascista, che lei rifiuta e respinge con tutte le forze, ma anche di una classe dirigente non all’altezza.

Lei contesta una ricostruzione che trova «falsa e bugiarda», darà spazio ai fedelissimi, ai big, ad amministratori, giovani ma anche a nomi fuori dal recinto del partito. Già alla Convention di Milano dell’aprile scorso sono stati ospitati esponenti dell’industria, delle professioni, della diplomazia, dell’università, dei sindacati d’area. Guardando anche al governo e sapendo che non c’è una mossa che possa permettersi di sbagliare, per non sprecare un vantaggio che ad oggi sembra incolmabile.

Antonio Bravetti per “la Stampa” il 29 luglio 2022.  

«Sì, la sfida è tra noi e il Pd. Quindi in campagna elettorale invito tutti a evitare polemiche con i nostri alleati di centrodestra. Le polemiche aiutano gli avversari, e noi non vogliamo concedere neanche un millimetro». 

Giorgia Meloni spiega alla direzione di FdI qual è la strada che vuole percorrere da qui al 25 settembre e i dirigenti del partito, che insieme a lei sono cresciuti dal 3% di nove anni fa al quasi 23% di oggi, applaudono e si alzano in piedi per ringraziarla. Incoronata mercoledì da Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, ai quali ha strappato una promessa sulla leadership e un accordo sui collegi uninominali, Meloni ieri ha acceso i motori di FdI in vista di una campagna elettorale estiva, inedita.

A parlamentari e coordinatori regionali del partito ha dettato la linea da qui alle urne. Partendo dalla politica estera. Mentre infuriavano le polemiche sui contatti tra leghisti e diplomatici russi, lei ha ribadito: «Saremo garanti, senza ambiguità, della collocazione italiana e dell'assoluto sostegno all'eroica battaglia del popolo ucraino. L'Italia guidata da FdI e dal centrodestra sarà un'Italia affidabile sui tavoli internazionali».

L'accordo raggiunto con Forza Italia e Lega permette a Meloni di parlare da leader in pectore: «Agli alleati abbiamo ribadito che, per avere un governo forte e duraturo, è necessaria un'alleanza solida. Si vince e si perde insieme». Qualche crepa, però, c'è. La quota di collegi uninominali assegnati ai "centristi" ha provocato malumori in casa Udc. In sostanza se il partito di Lorenzo Cesa deciderà di correre col proprio simbolo sarà conteggiato tra gli 11 posti da dividere con Coraggio Italia, Noi con l'Italia e Vittorio Sgarbi.

Se invece rinuncerà allo scudo crociato i candidati saranno assorbiti dentro Forza Italia o suddivisi tra gli azzurri e la Lega. In entrambi i casi l'Udc lamenta di essere stato sottostimato. Cesa chiede quindi di ricalibrare i collegi per «rispecchiare i reali pesi politici». Se ne riparlerà la prossima settimana, probabilmente martedì, quando i leader torneranno a incontrarsi. Se il vertice di mercoledì ha segnato un successo per Meloni, in FdI resta qualche perplessità, nel comunicato finale si dice che il premier verrà indicato «da chi avrà preso più voti» e non dal «partito» che ha preso più voti come chiesto da Meloni, una formula che lascia margine a interpretazioni arbitrarie. 

La composizione delle liste è un classico della letteratura politica. Liti, offerte, promesse, anticamere. Sondaggi alla mano, Fratelli d'Italia è l'unico partito che nonostante il taglio dei parlamentari aumenterà il numero dei propri eletti. Quindi, oltre alla conferma degli uscenti, in via della Scrofa si ragiona su nomi e cognomi da coinvolgere. E la corte di Meloni si affolla ogni giorno di più. Si parla di Marcello Pera e Giulio Tremonti, già scongelati da FdI per la corsa al Quirinale.

Dell'imprenditore veneto Matteo Zoppas, che per ora smentisce. E poi la giovane direttrice d'orchestra Beatrice Venezi, che però vuol essere chiamata «direttore d'orchestra»: lei potrebbe finire candidata in Toscana. Per la Campania, invece, è dato praticamente per certo Gennaro Sangiuliano, direttore del Tg2, già ospite della kermesse milanese di FdI. Ieri è di nuovo finito al centro delle polemiche, dopo che La Russa (che poi si è smentito) aveva rivelato una sua partecipazione alla stesura del programma elettorale del partito.

Un posto al sole, in quota centrista, potrebbe spuntarlo Gianfranco Rotondi, oggi leader di Verde è popolare.

Candidato in Abruzzo, dove da cinquant' anni ha una casa al mare, a Pineto. Qualche sera fa ha festeggiato i 62 anni e alla sua festa c'era anche Meloni. Sono stati ministri insieme per tre anni e mezzo nel Berlusconi IV. «I miei maestri Dc mi hanno insegnato che prima si fanno le scelte politiche e poi si discute di seggi - risponde mentre guida verso l'Adriatico - Meloni ha il diritto e il dovere di guidare il centrodestra da palazzo Chigi.

Mi sono messo a disposizione, spetta al centrodestra decidere il mio ruolo». 

Ieri la supermedia dei sondaggi di YouTrend registrava quasi un testa a testa tra FdI (al 22,8%) e Pd (22,1%), entrambi in aumento dello 0,3%. Dietro la Lega al 14,4%, M5S al 10,8% e Fi all'8,4%. «Letta ha detto che l'Italia dovrà scegliere tra lui e noi. È vero - dice la leader di FdI ai suoi - noi vogliamo un ritorno del bipolarismo e questo confronto non ci spaventa».

Meloni sa che saranno due mesi di battaglie. Le accuse di neofascismo, le foto della sezione di partito a Civitavecchia con croci celtiche e manifesti della X Mas. Lei allora alza la voce: «Se qualcuno pensa, sotto le nostre insegne, di poter avere comportamenti che consentono alla sinistra di dipingerci come nostalgici da operetta quando stiamo costruendo un grande partito conservatore, sappia che ha sbagliato casa e che lo tratteremo come merita: uno che fa gli interessi della sinistra, e dunque un traditore della nostra causa». Neofascista avvisato, mezzo salvato?

Da “Posta e Risposta” – “la Repubblica” il 29 luglio 2022.

Francesco, ti prego: dimmi che cosa c'è di sbagliato in questo ragionamento. 

1) Voterò per la cosiddetta Area Draghi se sarà formata da una coalizione abbastanza ampia per vincere e se si proporrà di riportare Draghi a Palazzo Chigi e di realizzare il programma del suo discorso al Senato. 

2) Ma se il centrosinistra (da Calenda fino a chi vuoi tu e comprendendo per favore Renzi) si presenterà in ordine sparso, allora meglio votare Meloni, tolto Draghi la migliore intelligenza in circolazione, donna, giovane e - se guardo alla storia del dopoguerra e degli ultimi anni - davvero "nuova". 

Certo, non voglio che, in caso di vittoria del centrodestra, la leadership sfiori gli orrendi Berlusconi e Salvini.

Ti prego, Francesco: demolisci.

Giorgio Dell'Arti

Risposta di Francesco Merlo

Caro Giorgio, mi preoccupa questo innamoramento contagioso, estrema degenerazione del cinismo italiano. Come puoi equiparare l'Europa di Draghi all'Europa di Orbán? È vero che, di fronte ai mostri guatemaltechi Berlusconi e Salvini, Meloni è sireniforme, ma solo perché fisicamente non somiglia alle cattiverie che dice: contro i gay, gli immigrati, i Rom Non c'è peggio di una donna contro le donne.

A partire dall'aborto confinerà in Svizzera tutti i nostri ammaccati diritti. E si capisce che, dopo il razzismo scomposto dell'incredibile Hulk, si faccia strada nell'Italia di destra il "razzismo gentile". Ma tu che c'entri? Come sai, Meloni stupisce - ricordi la Spagna? - quando comizia. Già nelle periferie romane, dove la destra ha le sue fortezze, il suo linguaggio d'odio sparava violenze che il suo corpo pareva non sopportare, robe amazzoniche e militari in bocca a una signorinetta piccola, bionda, pallida, dagli occhi ceruli.

E svegliati, carissimo Giorgio: non è per niente "nuova". Non è fascista, ma con la fascisteria ha il doppio problema che aveva il Msi: se li condanna li perde, se non li condanna si perde. Ecco il punto: Meloni è missina e ha come mito gli anni settanta, quelli del terrorismo e dei picchiatori. Ne custodisce la fiamma e "il patrimonio valoriale che è stata la nostra giovinezza". 

Ha riaperto la sede di via della Scrofa e occupa la stanza di Almirante, "il grande uomo" che celebra ogni 22 maggio. Lo spaccia per campione della democrazia con incendi emotivi che presto vorrebbe trasformare in cerimonie di riabilitazione nazionale e europea, eleggendolo a Padre della destra sovranista e razzista, dall'Ungheria alla Polonia all'Italia. Sei un grande giornalista e di Almirante maturo sai tutto e conosci il programma: presidenzialismo e pena di morte. Anche la sua formula tattica, "manganello e doppiopetto", vale, aggiornata, per Meloni. Sei un segnale di pericolo, caro Giorgio, ma sono certo che non la voterai.

Nicola Mirenzi per huffingtonpost.it il 30 luglio 2022.

“Io sono in crisi. E non credo di essere il solo. Non c’entro niente con Giorgia Meloni e la sua storia, ma in termini di qualità personale – coerenza, intelligenza, abilità politica – è innegabile che, Draghi escluso, li batta tutti. Contro di lei vedo il rischio che preparino la pastetta democratica che ci propinano da trent’anni: il cacciavite, l’eroica difesa dello status quo, il fronte della demonizzazione personale. Vorrei tanto che non mi costringessero a votarla. Ma, se sarà inevitabile, forse, lo farò”.

Venerdì, nella rubrica delle lettere di Repubblica, sono apparse poche righe scritte da Giorgio Dell’Arti, giornalista e scrittore, fondatore del Venerdì, curatore della deliziosa rassegna stampa Anteprima, uomo insospettabile di nostalgie nere: “Ho fatto il 68”, dice. “Contro i fascisti mi sono battuto. Quando occupammo lettere alla Sapienza di Roma e Almirante venne lì con i suoi picchiatori a cacciarci. Ma sono passati più di cinquant’anni da allora. È tutta un’altra Italia, questa”. 

Nella lettera, rivolta a Francesco Merlo, Dell’Arti scrive: “1) Voterò per la cosiddetta Area Draghi se sarà formata da una coalizione abbastanza ampia per vincere e se si proporrà di riportare Draghi a Palazzo Chigi e di realizzare il programma del suo discorso al Senato. 2) Ma se il centrosinistra (da Calenda fino a chi vuoi tu) si presenterà in ordine sparso, allora meglio votare Meloni, tolto Draghi la migliore intelligenza in circolazione”.

Merlo le ha risposto che lo preoccupa questo “innamoramento contagioso”. Io, invece, sono più interessato a comprendere perché l’Italia abbia ciclicamente questi innamoramenti improvvisi. Prima Renzi, poi i 5 stelle, poi Salvini, ora Meloni.

Come li spiega?

Sono onde che assumono ogni volta forme diverse, ma che nascono tutte – mi sembra – da uno stesso moto: il desiderio di demolire le incrostazioni del Paese, i blocchi che lo tengono fermo, e lo soffocano.

La proposta di Meloni è quella giusta?

Giudico le qualità personali, prima che i programmi. Mi dica un programma che oltre a essere enunciato è stato anche realizzato. La realtà cambia continuamente. Qualcuno, per caso, aveva pensato all’invasione dell'Ucraina? Le cose accadono. E sono le persone quelle che affrontano i problemi, non i programmi. 

E Meloni le sembra la più adeguata?

Dopo Draghi, mi sembra la persona dotata di maggiori qualità personali, oltretutto è donna, giovane e – se guardo alla storia del dopoguerra e degli ultimi anni – davvero ‘nuova’.

Carlo De Benedetti, invece, pensa sia fascista.

Non mi convince la chiamata alle armi antifascista, il Comitato di liberazione nazionale preventivo. Non vedo il rischio del razzismo, nemmeno nella sua forma gentile, come lo chiama Francesco Merlo. De Benedetti, però, ha ragione su un altro punto. 

Quale?

Sul fatto che queste saranno elezioni in cui bisognerà scegliere, non rifugiarsi nella testimonianza, nascondersi dietro la scelta del partito del 5 per cento. 

Cosa prova quando sente dire a Meloni “sì, alla famiglia naturale, no alla lobby LGBT”?

Non mi vengono i brividi, se è questo quello che vuole sapere. 

No, volevo sapere cosa le fa pensare.

Che esistono i diritti delle minoranze, e sono sacrosanti. Ma esistono anche i diritti della maggioranze, e sono altrettanto sacrosanti. 

Per esempio?

Credo che la maggioranza abbia tutto il diritto di voler chiamare “madre” la madre e “padre” il padre. Genitore 1, genitore 2: sono, oltretutto, parole orrende. Io mi sento il padre dei miei figli, non il genitore numerato. Impormi di esprimermi in maniera diversa sarebbe un sopruso. 

Nell’Ungheria di Orbàn, però, alcune minoranze, tra cui quelle sessuali, non si sentono garantite.

E questo è un problema. 

Meloni però è sua alleata.

E questo è un altro problema. 

Altri problemi?

La classe dirigente di Fratelli d’Italia, un partito che a Roma ha candidato Michetti… 

Non sono questioni insormontabili per il suo voto?

Non ho ancora dichiarato il mio voto per Meloni: ho posto un problema, anzi sarei grato a

chiunque demolisca con i fatti le mie obiezioni. Ma se, anziché la prospettiva di Draghi di nuovo a Palazzo Chigi, il centrosinistra offre la sua ordinaria amministrazione, allora no, preferisco il rovesciamento.

La rivoluzione è Meloni?

È vero che il suo partito appartiene al gruppo dei conservatori europei, ma, in Italia, il vero partito conservatore è il Pd. 

Dell’influenza di Putin ha paura?

Meloni sarebbe una garanzia contro le influenze russe anche per i suoi orrendi alleati, Salvini e Berlusconi. Non credo si convertirà al putinismo appena vinte le elezioni. 

Un’alternativa però c’è, nel suo ragionamento.

L’alternativa è Draghi. 

Anche se lui non vuole?

Credo si possa convincere. 

Perché lui?

Perché è l’uomo che può modernizzare questo Paese. Non coalizzando un fronte “anti”, ma un fronte “per”. 

Ma i 5 stelle dovrebbero esserci nell’Area Draghi?

Penso che Letta dovrebbe fare un discorso sincero: noi vogliamo riportare a Palazzo Chigi Mario Draghi. Non per fermare la destra, ma per realizzare il programma enunciato nel suo discorso d’addio. Chi ci sta? Se i 5 stelle rispondono sì, bene. Altrimenti, vadano per la propria strada.

E se non fanno questo discorso?

Significa che la Meloni se la saranno meritata. Non ho ancora deciso se con, o senza il mio voto.

Lettera di CORRADO FORMIGLI a Giorgia Meloni pubblicata da La Stampa l'1 agosto 2022.

Cara Giorgia Meloni, le scrivo questa lettera per provare a fissare alcuni paletti che permettano a lei, leader di un importante partito e aspirante presidente del consiglio, e a noi giornalisti, di convivere fino al 25 settembre e anche dopo. Nel rispetto reciproco dei diversi ruoli. 

Due giorni fa, mentre guardavo al telegiornale le immagini atroci dell'assassinio di Alika a Civitanova Marche, sono stato preso da un gesto istintivo. Ho afferrato il cellulare e ho fatto un tweet, rivolto a lei e a Matteo Salvini. 

Chiedevo se sarebbe arrivato su questa vicenda orribile un vostro messaggio di indignazione attraverso i canali social. Una domanda a mio parere del tutto legittima, visto che da anni assistiamo da parte sua e della destra sovranista a un autentico bombardamento contro gli immigrati, indicati esclusivamente come un problema di sicurezza pubblica e un ostacolo alla crescita e al benessere degli italiani. "Invasione". "Sostituzione etnica". Concetti ripetuti da lei, martellanti.

L'omicidio di Alika, compiuto nella più completa indifferenza dei cittadini presenti, ci ha mostrato a che livello di ignavia, per non dire risentimento sordo e rabbioso, sono arrivati tanti italiani che da anni assistono al più completo degrado del linguaggio e della cosa pubblica. Un uomo inerme massacrato mentre c'era chi faceva i filmini. Nella stessa regione dove Luca Traini aveva tentato una strage, anche questa volta contro quegli africani che in tanti, troppi disinvolti post lei ha ritratto con toni allarmistici e degradanti.

Nel suo racconto, sono sempre i poveri italiani le vittime.

D'altronde, è dei loro voti che ha bisogno. Ma mi ha sempre colpito l'assenza di pietà umana che le macchine social di Lega e Fratelli d'Italia hanno mostrato verso volti e persone di cui sappiamo poco o niente. E che spesso sono storie di violenza, miseria estrema, guerra. Ma non voglio dilungarmi su argomenti che lei definirebbe "buonisti". Andiamo al sodo della questione. Dopo una lunga storia politica mirata ad allontanare dai nostri confini i migranti, a demonizzarli, a condannarli senza attendere tre gradi di giudizio, a immaginare bellicosi blocchi navali (senza peraltro spiegare nel dettaglio come farli) era legittimo oppure no domandarle se e cosa avrebbe scritto sull'assassinio a mani nude di un ambulante nigeriano da parte di un italiano criminale e razzista? 

Anche perché, nei telegiornali della sera, non vi era traccia di un suo commento. In compenso, un suo collega deputato della Lega, Riccardo Augusto Marchetti, invocava a proposito di quell'omicidio l'azzeramento degli sbarchi. Come dire che Alika, arrivando in Italia, quella morte se l'era un po' andata a cercare. Dunque, il tweet. Alle 20.22, mentre Fratelli d'Italia tace. Un'ora e dieci dopo, la sua risposta, nella quale mi dà del propagandista e dello sciacallo. Ecco, questo è un altro punto nevralgico della questione. La propaganda la fanno i politici, legittimamente, per farsi votare. Nei comizi e sui balconcini digitali, evitando accuratamente intermediazioni giornalistiche. Noi facciamo domande, esprimiamo opinioni, critichiamo. 

Col solo limite della legge. Nel fare quel tweet a lei rivolto sono stato di parte? Certo, e lo rivendico. Rivendico il giornalismo che prende parte, se prender parte significa fare battaglie sulle idee e sui valori. Esprimo un forte dissenso sulla sua visione della società e intendo farlo senza essere insultato per questo da chi rappresenta le istituzioni democratiche. Politica e informazione devono restare ben separate, oserei dire in uno stato di diffidenza permanente. 

Poteri autonomi e, ovviamente, reciprocamente rispettosi. Fra poco, forse, governerà l'Italia. Ecco, nel caso, si occupi di amministrare e lasci stare chi la critica, anche aspramente. Non cada nella tentazione di misurare il nuovo potere. E, se può, metta in agenda una riforma della Rai anziché ridursi anche lei a piazzare qualche direttore e conduttore adorante qua e là. Di più, si batta per lo scioglimento della commissione di vigilanza Rai, un unicum europeo, un Minculpop minore. Per quanto mi riguarda, sul fronte della destra, mi impegno a fare accuratamente il mio lavoro. 

Continuando a occuparmi delle lobby nere che avvelenano il sovranismo italiano - a proposito, i suoi colleghi di partito che facevano i saluti romani e le battute naziste sono ancora al loro posto, lo sa? - e indagando sulle future alleanze europee, a cominciare dal suo amico Viktor Orban che inneggia alla "razza" vagheggiando un'Ungheria bionda e pura. Lei che ne pensa? E se sarà premier, andrà ancora ad abbracciarlo? Cordialmente.

Giorgia Meloni furiosa contro Corrado Formigli sul nigeriano ucciso a Civitanova Marche. Il Tempo il 30 luglio 2022.

"Sciacallo, la tua propaganda è penosa". Meloni furiosa contro Formigli. L'ambulante nigeriano ucciso in strada a Civitanova Marche fa esplodere la polemica social tra Giorgia Meloni e il conduttore di "Piazza Pulita". Subito dopo la notizia dell'omicidio in strada, infatti, la leader di Fratelli d'Italia ha pubblicato un tweet in cui condannava l'aggressione e l'omicidio dell'ambulante. "Non ci sono giustificazioni per tale brutalità - aveva scritto la Meloni - Mi auguro che l’assassino la paghi cara per questo orrendo omicidio. Una preghiera per la vittima". Formigli, però non ha perso l'occasione di attaccare in modo pretestuoso il centrodestra. E in un tweet ha chiesto la condanna dell'omicidio proprio da parte di Meloni e Salvini. "Nigeriano invalido massacrato a bastonate da un italiano a Civitanova Marche.  

Ma lo scontro era appena iniziato. Meloni non gliel'ha fatta passare liscia e ha pubblicato un tweet infuocato in cui disintegra senza mezze misure la "penosa" propaganda del conduttore di La7. "Prima di usare la morte del povero Alika per la tua penosa propaganda, non potevi almeno esprimere solidarietà alla famiglia? - ribatte la leader dei Fratelli d'Italia a Formigli - Come puoi verificare, io la mia condanna verso questo brutale omicidio l’ho espressa e subito. Sciacallo". Formigli colpito e affondato.

Formigli guida gli sciacalli rossi. Sfrutta la tragedia contro i sovranisti. Salvini e Meloni condannano l'episodio, ma l'assassinio di Ogorchukwu viene strumentalizzato lo stesso, senza neanche una parola di cordoglio. Solo Renzi ragiona: "Questo clima mi fa orrore". Fausto Biloslavo il 31 Luglio 2022 su Il Giornale.

Per sgombrare subito il campo da qualsiasi dubbio l'assassino dell'ambulante nigeriano, Alika Ogorchukwu, deve venire condannato non solo in maniera esemplare, ma poi sarebbe meglio buttare via la chiave. I precedenti di rabbia brutale che stanno emergendo sull'omicida, Filippo Claudio Giuseppe Ferlazzo, fanno sospettare che se il povero mendicante fosse stato bianco, giallo o verde la violenza sarebbe risultata la stessa.

Non solo per questo è indecente cavalcare una storia così triste e tragica a fini elettorali utilizzandola come l'ennesimo «proiettile» politico in chiave razzista, mangia migranti e così via. Ovviamente i bersagli sono sempre gli stessi: Salvini, Meloni ed il centro destra in genere accusati di fomentare azioni del genere. Si spera che uguale sdegno e attenzione da parte della sinistra venga riservato a un altro episodio folle. Ieri in provincia di Avellino un migrante nigeriano, Robert Omo, ha ammazzato a martellate un negoziante cinese, mandato in coma un cliente e tentato di aggredire una donna e una bimba.

Forse ci spiegherà questo assurdo episodio l'assessore della regione Toscana, Stefano Ciuoffo, che sul delitto di Civitanova Marche ha sentenziato: «Il tragico e tremendo fatto è figlio di una cultura intollerante e xenofoba nei confronti del diverso, sia esso per motivi di etnia, di credo religioso o di orientamento sessuale, che in questi anni ha agito in modo latente e costante». Oppure monsignor Vinicio Albanesi convinto che Alika sia stato ucciso «perché era disabile, nero, mendicante». Sarà così, ma inzupparci il pane come ha fatto Corrado Formigli, conduttore de LA 7, è almeno discutibile. «Attendiamo post indignati di @matteosalvinimi e @GiorgiaMeloni» ha scritto su twitter. La leader di Fratelli d'Italia ha risposto dandogli dello «sciacallo» perché aveva già parlato chiaro sui social: «Non ci sono giustificazioni per tale brutalità. Mi auguro che l'assassino la paghi cara per questo orrendo omicidio. Una preghiera per la vittima». L'altro bersaglio classico è Matteo Salvini, che ha espresso lo stesso sdegno, ma viene considerato per la sua politica sui migranti il responsabile di tutti i mali e sotto sotto, almeno indirettamente, della tragica fine del nigeriano. Nicola Fratoianni di Sinistra italiana tuona che «inondare la nostra società di propaganda tossica fatta di istigazione a farsi giustizia da soli, di pregiudizi sul colore della pelle e su ogni differenza, di indifferenza ed egoismo e portata alle estreme conseguenze prima o poi scatena la violenza fino all'omicidio su un marciapiede». Matteo Renzi è in controtendenza: «Anziché riflettere tutti insieme su cosa stiamo diventando la politica litiga e strumentalizza. Mi fa orrore questo clima da campagna elettorale. Un pensiero ad Alika e alla sua famiglia». Una volta tanto le prime parole dell'immancabile comunicato dell'Associazione nazionale partigiani centrano l'obiettivo: «Una violenza che non ha fermato nessuno». Invece che intervenire per salvare un essere umano i passanti hanno filmato tutto con i telefonini e qualcuno è riuscito a dire «se fai così l'ammazzi» senza muovere un dito, ma continuando a girare il video. Non servirà ad arginare l'ondata propagandistica neppure la dichiarazione della Polizia che smentisce la matrice razziale e parla di «una lite per futili motivi, con una reazione abnorme da parte dell'aggressore».

Razzismo o meno il tragico episodio di Civitanova, come il nigeriano impazzito che uccide gente a martellate, devono farci capire che l'immigrazione non può essere incontrollata con sbarchi continui. Alika non doveva mendicare per vivere e arrivare in Italia per problemi economici. E ancora meno il suo connazionale assassino di Avellino doveva essere ospitato da noi dove ha aggredito pure gli operatori di un dormitorio della Caritas. L'Italia, non senza difficoltà, deve ospitare i veri profughi, quelli di guerra, che dimentichiamo facilmente come gli afghani, garantendo a tutti una vita dignitosa.

Corrado Formigli, Alessandro Sallusti: vilipendio di cadavere, uno squallido tentativo. Alessandro Sallusti su Libero Quotidiano il 31 luglio 2022

Povero Alika, prima è stato ucciso a botte da un italiano poi il suo cadavere ancora caldo è stato oltraggiato dalla sinistra, che lo ha sequestrato ed esibito come un trofeo di guerra al mondo intero. Ecco, vedete cosa succede - è il senso del coro progressista diretto per l’occasione da un maestro di eccezione, Corrado Formigli - se Giorgia Meloni andrà al potere. E già, ovvio, se il Centrodestra vincerà le elezioni per i nigeriani non ci sarà scampo, sarà caccia all’uomo ovunque e le città intitoleranno una piazza a Filippo Ferlazzo, gigante buono ingiustamente arrestato dagli sbirri di Mario Draghi per aver fatto il suo dovere di buon cittadino: ammazzare a pugni e calci il primo nero che ti viene a tiro.

Corrado Formigli si chiede: cosa hanno da dire adesso la Meloni e Salvini? Raramente ho ascoltato domanda più stupida e traboccante di odio. Cosa vuoi che pensino Salvini e Meloni quando un uomo, bianco o nero che sia, viene ucciso da un altro uomo, bianco o nero che sia? Perché accade spesso anche l’inverso, cioè che immigrati di colore si uccidano tra di loro o uccidano e stuprino bianchi e bianche indigeni con la stessa feroce violenza messa in campo da quel delinquente del Ferlazzo. Pensano, conoscendoli mi arrogo il diritto di svelarvelo, che un uomo non deve uccidere e che se lo fa deve passare il resto dei suoi giorni in galera, indipendentemente da quale sia il suo orientamento politico, il colore della sua pelle e il suo status civile.

E pensano anche, offro gratis a Formigli un altro scoop, che non è bello che dei cittadini, come è successo in questo caso, assistano immobili a un omicidio come se fossero al cinema, ma che nessuno, neppure il Pd, può dare il coraggio a chi non c’è l’ha, ammesso e non concesso che mettersi in mezzo a mani nude tra due bestioni, di cui uno impazzito, che si menano a bastonate fosse la cosa più intelligente da fare in quel momento.

Questo vilipendio di cadavere è un sacrificio pagano della sinistra sull’altare della campagna elettorale, uno squallido tentativo di ingraziarsi gli dèi in vista del 25 settembre, giorno del giudizio, se non universale certamente, almeno per Enrico Letta, tombale.

Giampiero Mughini per Dagospia il 30 luglio 2022.

Caro Dago, la campagna elettorale è cominciata da poco - e anche se qualcuno potrebbe obiettare che non si è mai interrotta un istante - e già mi vengono i brividi. Corrado Formigli è un ragazzo intelligente e perbene, ma il modo in cui è andato addosso alla “ducetta” era dei più maldestri. Sbagliano alla grande quelli che vorrebbero dipingerla a tutti i costi come un Roberto Farinacci in gonnella e come se nell’Italia del terzo millennio sia pensabile un qualche Farinacci uomo o donna che sia. Giorgia Meloni l’ho avuta di fronte non so quante volte da vent’anni a questa parte, mai le ho sentito sbagliare una sillaba.

Mai. Certo, i suoi larghi consensi provengono dal fatto che standosene all’opposizione del governo Draghi lei sì che agli occhi dei babbei appariva come quella che avrebbe potuto moltiplicare i pani e i pesci, ossia l’aspettativa della grandissima parte dell’elettorato in una democrazia di massa. Purtroppo, e come se fosse un particolare da niente il fatto che il nostro debito pubblico rasenta i tremila miliardi di euro.

Detto questo approvo totalmente lo spirito della lettera che il mio vecchio compare Giorgio Dell’Arti ha mandato a Francesco Merlo. E cioè che lui non esclude affatto di votare la Meloni, ovvero metterla alla prova, ovvero costringerla a mostrare se sì o no esiste una “destra” moderna in grado di governare una democrazia complessa, Mi pare di capire, e sarei totalmente d’accordo con lui, che Giorgio vuole intendere che le giaculatorie preconcette a favore della “sinistra” sempre e comunque valgono un fico secco. Dipingere la Meloni come il diavolo su questa terra non serve a niente e non racconta nessuna verità. E d’altra parte dove sta la verità, in quale accozzaglia possibile di una “sinistra” nel cui “campo largo” fanno a cazzotti quelli che vogliono a Roma un termovalorizzatore il più presto possibile e quelli che non lo vogliono affatto?

Quanto siamo sprovveduti nell’affrontare un comparto della storia repubblicana che non somiglia a nessun altro. E’ verissimo quello che sostengono i paladini dell’alleanza elettorale tra il PD/e affini e i 5Stelle, e cioè che il crudo linguaggio dei numeri dice che altrimenti non ci sarebbe alternativa possibile al trionfo maggioritario del centro-destra, e per quanto scombiccherate siano due gambe del loro tavolo elettorale, i salviniani e i residuati di quel che fu il berlusconismo degli anni migliori. Solo che quell’alleanza è assolutamente impossibile, assolutamente improponibile, sa di calcoli cialtroneschi a chilometri di distanza.

Ovvio che per me personalmente non esiste alternativa possibile al votare per Calenda/Renzi, ovvero per quella che si presenta _ a dirla con Giuliano Ferrara _ come la seleçao della sconfittao. E allora? Accade che in politica si subiscano delle sconfitte, che quelle sconfitte siano necessarie. In attesa che ci salvi il partito imminente venturo fondato dal prode Michele Santoro, il partito che più di sinistra di così proprio non si può, il partito che illumina i sogni dei tanti babbei che alloggiano sulla sponda del fiume opposta a quella della Meloni.

La misoginia "corretta". La cosa stupefacente, ma poi non troppo essendo donna e di destra, è che a Giorgia Meloni non venga concesso il principio della responsabilità personale di opere e parole. Giannino della Frattina il 31 Luglio 2022 su Il Giornale.

La cosa stupefacente, ma poi non troppo essendo donna e di destra, è che a Giorgia Meloni non venga concesso il principio della responsabilità personale di opere e parole. E così le tocchi rispondere di qualunque affermazione, opera od omissione attribuibile a chiunque graviti nell'orbita di Fratelli d'Italia. Ma ancor più stupefacente è che con un doppio salto mortale, venga oggi messa in croce dai soliti giornali di sinistra e politici sedicenti progressisti per le affermazioni del governatore d'Abruzzo Marco Marsilio che si è limitato a un'affermazione di una banalità sconcertante. E cioè che fino a ieri le ministre Mara Carfagna e Mariastella Gelmini venivano schernite con il marchio dell'infamia berlusconiana, considerandole nel migliore dei casi delle appestate, nel peggiore e purtroppo più diffuso «delle poco di buono, frequentatrici dei salotti e dei festini di Arcore». Roba talmente nota da essere perfino venuta a noia, mentre oggi, dopo il gran rifiuto opposto al Cavaliere e la discesa nel campo calendiano (quello con vista sul Pd) sono diventate «delle nobildonne e due grandi statiste». Nulla di eccezionale, perché denunciare l'ipocrisia e soprattutto le mistificazioni della sinistra, è meno rivoluzionario che scoprire l'acqua calda. Soprattutto in tempo di elezioni, quando ogni pretesto diventa buono per dire o meglio sottintendere che in fondo la democrazia è il miglior sistema per governare un Paese, ma a patto che i cittadini facciano i bravi e non si sognino di votare a destra. Perché allora non vale, quei voti sono dato da gente che non si rende conto e non è in grado di comprendere. E allora all'armi compagni, parte la guerra alla deriva populista, sovranista e ovviamente fascista che tutti coinvolge e tutti vorrebbe travolgere. In quell'ubris ricorrente della sinistra che si specchia nella sua solo pretesa superiorità intellettuale che diventa immediatamente anche morale. E fa niente che dopo lustri di una politica che nutrendosi solo di antifascismo militante ha reso talmente anoressici i partiti di sinistra, da renderli irriconoscibili ai loro stessi dirigenti. Figuriamoci non diciamo a un Togliatti o a un Gramsci, ma anche solo a un redivivo Berlinguer o a un Pertini che sarebbe bello vedere al cospetto di quello sbiadito di un Enrico Letta. E così ora, dopo la caccia agli stregoni Berlusconi e Salvini, è partita quella alla strega Meloni, la cui unica colpa è di rischiare di guidare il partito che pur essendo di destra prenderà più voti e probabilmente porterà la coalizione al governo. Un reato di lesa maestà progressista che a sinistra non sono disposti a perdonare. E che nel panico mette la sinistra nella grottesca situazione di accusare di maschilismo l'unico partito guidato da una donna. Che rischia di diventare la prima premier del nostro Paese. Talmente inconcepibile da farli andare fuori di testa e invocare contro di lei un nuovo 25 aprile. Se un po' di testa avessero.

Estratto dell’articolo di Antonello Caporale per il “Fatto quotidiano” l'1 agosto 2022.

Franco Cardini: "Spero che a Giorgia non venga in mente di andare a palazzo Chigi. Se devo dirla tutta, confiderei che Fratelli d'Italia non si aggiudichi il primato di partito più votato. Sarebbe una sciagura, vedo ombre all'orizzonte". […] 

Se la stima perchè si augura che perda?

Perchè le voglio bene. […] Ma ha un partito pessimo, con una classe dirigente di infimo livello, inguardabile. […]

Pensa che l'Italia non accetterebbe la fiamma tricolore nella stanza dei bottoni? Avrebbe una crisi di rigetto?

Basta una svastica sul portone di una sinagoga, una cappellata qualunque e le fiamme alte dell'antifascismo di maniera si dispiegherebbero al punto da costringerla a cento altre abiure affidando il governo ai soliti noti. 

[…] Sono certo che finirà in un tritacarne. E sono certo che la sua classe dirigente e quella del centrodestra siano notevolmente al di sotto delle aspettative. Quindi al governo sarebbe un bagno di sangue.

Cosa le augura allora?

Di fare la leader dell'opposizione conservatrice. […] Tra vent' anni sarà una donna matura, quasi anziana e verrà il suo turno. […] 

Odia gli americani.

La Meloni si è detta, a proposito dell'Ucraina, apertamente, indiscutibilmente, totalmente atlantista. Mi vengono i brividi. È così contenta di affidare la propria sicurezza agli americani? Per fare un esempio, solo uno: gli ordigni nucleari sono ospitati in Italia ma tolti al controllo dell'Italia. È giusto così? […]

Intervista a Ernesto Galli della Loggia. Pietro Senaldi per “Libero quotidiano” l'1 agosto 2022.

«Questa campagna elettorale è un temporale estivo, si è abbattuta come un fulmine su una situazione politica confusa tra i partiti, sia al loro interno sia nei rispettivi schieramenti, e si consumerà tutto in pochissimo tempo. Quindi la regola è pensare poco, o nulla, e menare fendenti come se non ci fosse un domani. Il che poi non è molto diverso da quanto accaduto anche le volte scorse». Forse questa volta c'è un pizzico di violenza propagandistica in più e anche i colpi che si sferrano sono sotto la cintola...

«Sì, i toni sono accesi. E la spiegazione è una sola: è la prima volta che in Italia può vincere una forza di destra come quella guidata dalla Meloni. C'è quindi una mobilitazione per evitare che questo accada da parte della sinistra». 

Il tema dell'antifascismo può essere ancora vincente oggi nelle urne?

«Difficile dire quanto. Potrebbe anche produrre una reazione inversa, aumentando i voti di Fratelli d'Italia come risposta dei moderati all'allarmismo antifascista militante ostentato dalla sinistra». 

Ma secondo lei la Meloni è fascista?

«No, questo non si può dire. Però certamente ha la colpa di non essere stata abbastanza dura verso alcuni ambienti di destra che in qualche modo possono ricordare il suo passato e di non aver eliminato personaggi che io ritengo impresentabili presenti tra i quadri del suo partito.

Avrebbe inoltre potuto tutelare interessi diversi da quelli ultra-corporativi che ha difeso, tipo i concessionari delle spiagge, che sono tra i massimi evasori fiscali del Paese. Immagino che comunque da qui alle elezioni cercherà di farlo. Anzi, forse ha già iniziato, definendo "traditori della causa" coloro che hanno comportamenti che "consentono alla sinistra di descriverci come nostalgici da operetta". Ma non credo che questo basti». 

Sull'antifascismo la sinistra ci sta marciando?

«Il richiamo antifascista in Italia ha sempre una certa forza, perché il nostro elettorato è caratterizzato da una grande vischiosità ideologica. Non cambia abitudini e opinioni, basti pensare all'anti-americanismo rivitalizzato dal conflitto ucraino, figlio di decenni di propaganda, che in un modo o nell'altro è rimasto nell'inconscio collettivo dei cittadini, anche di quelli non di estrema sinistra odi estrema destra». 

Quindi alla fine l'ossessione antifascista, per quanto d'antan, porta più di quanto toglie?

«È una carta della sinistra che conserva un certo valore di interdizione. Forse non procura nuovi voti, ma impedisce che una parte dei tuoi vadano all'avversario. E poi ha un grande vantaggio: focalizza un nemico e cancella i conflitti interni al centrosinistra, che è un'eterna polveriera».

L'anti-melonismo è più forte dell'anti-berlusconismo o dell'anti-salvinismo che lo hanno preceduto?

«Sì lo è, per la storia di Giorgia Meloni, che è più marcata politicamente». 

E se dovesse vincere proprio lei, la faranno governare?

«Bisognerà vedere come vince. Certo, se il centrodestra otterrà il 47% dei consensi, che gli garantirebbe il 55% degli eletti... a quel punto toccherebbe a Mattarella. Il presidente avrà un ruolo decisivo, vedremo se si schiererà contro i vincitori delle elezioni, come in sostanza fece Scalfaro nel 1994 con Berlusconi, o se rispetterà la volontà degli italiani e farà scudo al risultato delle urne».

Con i grillini, cinque anni fa, difese il voto...

«Sì, i grillini furono accettati. Accettare Fratelli d'Italia comporterebbe un forte contraccolpo a sinistra, ma sono convinto che non accadrà nulla che uscirà da una normale dialettica politica». 

Pensa che se vince la Meloni sia a rischio la tenuta del Paese e che il consesso internazionale si scatenerà contro di noi?

«No. La scomunica internazionale se in Italia governasse la destra mi sembra solo uno spauracchio elettorale, che rischia peraltro di giovare alla Meloni e agli altri, stimolando un legittimo senso di sovranità nazionale». 

Non è in vena di sconti, il professor Ernesto Galli della Loggia, con il centrodestra.

Ma per la verità lo storico non risparmia critiche a nessuno. Ne ha per i grillini, «privi di capacità e qualità di governo», per Letta, che «ha una leadership di debole consistenza», per il Centro, «tranne Calenda incapace di darsi un'identità politica e quindi inutile», e naturalmente per Berlusconi e Salvini, il primo «per il vizio di promettere un Bengodi che non potrà mai esserci», il secondo «perché certi comportamenti da goliarda, che gira con le magliette di Putin che poi gli rimbalzano in faccia, danno un'immagine inaccettabile della Lega, la quale invece è un partito che, almeno a quanto si vede sul territorio dove vanta ottimi amministratori, non manca certo di capacità di governo».

Il professore tradisce un entusiasmo di recarsi al seggio pari a quello che avrebbe se gli offrissero da bere un bicchiere di cicuta ed è persuaso che «la grande crisi economica non giochi a favore né della destra né della sinistra, bensì dell'astensionismo, perché la situazione è grave e seria, ma se qui nessuno propone nulla di serio, come sembra accadrà, la gente se ne starà a casa». Come il Paese, Galli della Loggia è "in ascolto", ma non sente nulla di quello che vorrebbe. Anche perché non esclude che poi finisca come al solito, «con i giochi che si fanno dopo il voto, scomponendo le alleanze».

Professore, qual è la differenza principale oggi tra centrodestra e centrosinistra?

«È una differenza di storie, di passati, di punti di riferimento, di idoli e quindi di obiettivi.

Prenda la Costituzione...».

Bellissima, però qualche ritocchino a 75 anni non le guasterebbe...

«Per la sinistra la Costituzione è un feticcio intoccabile, per il centrodestra no. La Meloni parla di riforma presidenzialista, ma se si ricorda è un vecchio tema di Berlusconi che la leader di Fdi ha ripreso». 

Il centrodestra se vince proverà a cambiare la Costituzione?

«Lo ha sempre paventato, ma poi non ha mai osato farlo. Adesso mi pare che non lo dica neppure più. I politici fanno un decimo delle cose che promettono in campagna elettorale, e non è detto che sia un male».

Servirebbe una bicamerale ricostituente?

«E forse tutti sarebbero anche d'accordo su cosa fare, ma per il momento mi pare impensabile». 

Allora siamo destinati ad avere molti altri governi tecnici...

«Il governo tecnico è sempre un tappare un buco, non è mai la soluzione». 

Draghi ha voluto o ha dovuto andarsene?

«Non aveva più la fiducia della maggioranza, non in termini aritmetici, ma politici».

L'Agenda Draghi è un buon tema da cavalcare in campagna elettorale?

«Lo sarebbe, ma se lo cavalcano in dieci, come è ora, vale poco». 

Chi pagherà il prezzo più alto per la caduta di Draghi?

«Lo sta già pagando Conte, che è uscito completamente stritolato dal braccio di ferro con il premier». 

La cosa gli è sfuggita di mano, forse non voleva arrivare fino alla crisi?

«E le pare una piccola cosa per un leader di partito? In ogni caso, Conte ha ereditato un movimento già defunto, sfibrato dall'incapacità di dare concretezza politica alla piattaforma protestataria sulla quale aveva edificato le proprie fortune».

A me pare che anche Letta sia in grandi difficoltà: non ha ancora deciso neppure con chi presentarsi alle elezioni...

«Non è facile per lui. Deve rendere compatibili i suoi presunti alleati con tre-quattro correnti del Pd che hanno idee opposte in proposito. E quand'anche ci riuscisse, poi dovrebbe rendere compatibili tra loro tutti gli alleati. Una fatica da Sisifo». 

Ha voluto lui la bicicletta e ha sbagliato lui a puntare su M5S. Alla fine cosa farà?

«Andrà con il Centro, ma ancora non saprei dire quale. Anzi, non saprei dire neppure cosa è il Centro, schieramento senza proposte precise di alcun genere, e senza ideologia che non sia quella di uno scialbo moderatismo, e pertanto privo di identità. L'unico che mi pare faccia eccezione è Calenda».

Calenda ha un'identità...

«Sì, infatti è quello con cui sarà più difficile scendere a patti». 

Anche Renzi ha un'identità...

«Nì. Il guaio è che l'identità personale e caratteriale di Renzi è talmente forte da mettere assolutamente nell'ombra l'identità politica di Italia Viva». 

Almeno metà degli elettori dem vorrebbe che il Pd si presentasse da solo...

«Ma Letta non può farlo. Non ha la qualità di leadership della Meloni, personalmente non attrae consensi oltre il raggio di identità del proprio partito». 

Mi sta dicendo che la Meloni secondo lei avrebbe dovuto scegliere di correre da sola?

«Dal punto di vista del consenso credo che le sarebbe convenuto. Ha le potenzialità per arrivare in alto. Oggi il voto è molto volatile. Nessuno aveva previsto cinque anni fa che M5S avrebbe superato il 32%». 

 Non si sarebbe lepenizzata andando da sola?

«Ha uno standing superiore alla Le Pen, anche a livello internazionale. Certo, avrebbe corso un rischio maggiore di sconfitta». 

Consigli al centrodestra per vincere le elezioni?

«Non sono il leader del centrodestra, né potrei esserlo».

Impressioni?

«La sinistra farà una campagna elettorale impostata sul pericolo del nemico alle porte, tutta giocata in difesa, della Costituzione, dei principi democratici, dei diritti. Il centrodestra dunque dovrà avere un ruolo proattivo, si dovrà inventare qualcosa di più del milione di alberi, della promessa di ridurre le tasse e di alzare le pensioni. Queste cose irrealizzabili in realtà servono solo a sputtanare l'offerta elettorale della coalizione. Al centrodestra serve un restyling vero, deve costruire una proposta politica che abbia un forte ancoraggio alla realtà. Alla Meloni però un consiglio vorrei darlo...». 

Visto che ormai è troppo tardi per andare da sola...

«Deve cercare di agganciare personalità diverse dalla sua storia e deve mollare categorie che sono un peso per il Paese e costituiscono un bacino di voti marginale. Via la robaccia. Un leader conservatore deve conservare i valori, non le abitudini, che in Italia sono quasi sempre cattive abitudini».

Vatti a fidare dei professori...

Meloni si rivolge alla stampa estera in tre lingue: «No a svolta autoritaria, noi siamo democratici...Il Corriere della Sera il 10 Agosto 2022.

Il videomessaggio rivolto ai giornalisti internazionali in cui ha parlato in inglese, francese e spagnolo. CorriereTv

Un videomessaggio in tre lingue, inglese, francese e spagnolo, per smentire che con la vittoria di Fratelli d’Italia ci sarebbe il rischio di una svolta autoritaria: lo ha realizzato la presidente del partito, Giorgia Meloni, inviandolo ai giornalisti internazionali nel nostro Paese: «Salve a tutti, sono Giorgia Meloni, ho 45 anni e sono la Presidente di Fratelli d’Italia, il partito politico dei conservatori italiani. Da giorni leggo articoli della stampa internazionale sulle prossime elezioni che daranno un nuovo governo all’Italia, nei quali vengo descritta come un pericolo per la democrazia, per la stabilità italiana, europea e internazionale. Ho letto che la vittoria di Fratelli d’Italia alle elezioni di settembre comporterebbe un disastro, che porterebbe a una svolta autoritaria, all’uscita dell’Italia dall’Euro e altre sciocchezze di questo genere. Niente di tutto ciò è vero ma so benissimo che questi articoli vengono ispirati dal potente circuito mediatico della sinistra, che qui in Italia è molto forte nelle redazioni dei giornali e in quelle dei programmi televisivi, ma è in netta minoranza tra il popolo italiano. È stato detto anche che un governo di centro-destra metterebbe a rischio i fondi del Next Generation EU e l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, ma smentisco categoricamente questa assurda narrazione. Su questo terreno il governo Draghi avrebbe potuto fare di più ma non gli è stato possibile non a causa di Fratelli d’Italia - unico partito all’opposizione - ma per via di una maggioranza troppo eterogenea e litigiosa. La stessa che di quel governo ha determinato la fine. Ecco perché all’Italia serve un governo coeso e con le idee chiare, che non solo non farà perdere un euro di quelle risorse ma favorirà gli investimenti e la crescita del nostro Paese. Dovete inoltre sapere che in Italia da più di dieci anni i governi non sono il risultato di ciò che i cittadini scelgono con il voto, ma il risultato di accordi, spesso sottobanco o eterodiretti, tra quei partiti che in campagna elettorale si combattevano. In questi 10 anni, la sinistra che in Italia non vince più le elezioni dal lontano 2006, è riuscita a stare quasi sempre al governo. Questa è una grandissima anomalia nel panorama politico occidentale, perché in una democrazia di norma chi perde le elezioni va all’opposizione. Da troppi anni invece in Italia chi perde le elezioni si ritrova al governo e consegue risultati pessimi. In questo decennio la nostra nazione ha conosciuto un declino sociale ed economico senza precedenti, con un progressivo peggioramento dei conti pubblici, della qualità della vita dei cittadini, della capacità competitiva delle nostre imprese. Con la sinistra al potere, lo Stato si è trasformato in un nemico del cittadino e dell’impresa, violando sempre più le libertà individuali. Si, la libertà. La libertà è per noi il bene più prezioso. A questa bussola orientiamo il nostro giudizio storico. La Destra italiana ha consegnato il fascismo alla storia ormai da decenni, condannando senza ambiguità la privazione della democrazia e le infami leggi anti-ebraiche. E senza ambiguità è ovviamente anche la nostra condanna del nazismo e del comunismo, l’unica delle ideologie totalitarie del XX secolo che è ancora al potere in alcune nazioni, sopravvivendo ai suoi tragici fallimenti, che la sinistra fatica a condannare, forse anche perché dall’Unione Sovietica ha ricevuto per decenni generosi finanziamenti. Alla stessa bussola di libertà orientiamo il nostro posizionamento sui fatti del mondo di oggi, nel quale contrastiamo con forza ogni deriva antidemocratica con parole di fermezza che non sempre ritroviamo nella sinistra italiana ed europea. Oggi questa sinistra è terrorizzata perché alle prossime elezioni gli italiani potrebbero scegliere il cambiamento rappresentato da Fratelli d’Italia. Ma non possiamo più permettere che l’immagine dei Conservatori italiani, baluardo di libertà e di difesa dei valori occidentali, possa continuare ad essere infangata da mistificatori che cercano ogni espediente per mantenere il potere. Da anni ho l’onore di presiedere anche il partito dei conservatori europei, che condivide valori ed esperienze con i Tories britannici, con i Repubblicani statunitensi e il Likud israeliano. La nostra collocazione nel campo occidentale è chiara e cristallina, come abbiamo dimostrato ancora una volta condannando senza se e senza ma la brutale aggressione russa all’Ucraina e contribuendo, dall’opposizione, a rafforzare la posizione italiana in sede europea e internazionale. La nostra idea di Europa è quella di un soggetto politico capace di rappresentare un vero valore aggiunto per i suoi cittadini, con meno burocrazia e più capacità di incidere sulle grandi materie. Cosa vogliamo per il futuro dell’Italia? Vogliamo che torni ad essere quella grande nazione, dinamica e innovativa, apprezzata in tutto il mondo, che ha contribuito a fare grande l’Europa. Siamo persone leali, oneste e determinate. E siamo pronti ad inaugurare una nuova stagione di stabilità, libertà e prosperità per l’Italia. Piaccia o meno alla sinistra».

Servizi segreti del mondo in missione in Italia. Vogliono capire il fenomeno Giorgia Meloni. Luigi Bisignani su Il Tempo il 14 agosto 2022Caro direttore, missione «ritorno al futuro». All’estero, Giorgia premier non lascia indifferenti: entusiasma, inquieta, incuriosisce. Per questo le più influenti intelligence - dalla Cia americana all’inglese MI6 fino alla SIAZ, la struttura dei servizi russi che risponde direttamente al presidente Putin e perfino i cinesi del Guojia - sono in Italia in «visita turistica», in attesa delle elezioni politiche che in prospettiva potrebbero anche terremotare il placido Quirinale di Sergio Mattarella. L’obiettivo è monitorare innanzitutto Fratelli d’Italia e quei partiti e quei candidati che gravitano nelle zone sensibili dove sono presenti le basi Nato, da Aviano a Sigonella, o nelle piattaforme di trasmissione dati di Tim Sparkle di Catania e di Crotone.

Ma ad analizzare gli orientamenti per capire lo scenario in Italia dopo il 25 settembre ci sono anche i cosiddetti «Centri per le strategie preliminari», la cui esistenza è nota solo a pochi, e che Cossiga non esisterebbe a definirli la versione «millennial» della nostra Gladio, l’organizzazione paramilitare clandestina aderente a «Stay behind», messa su negli anni ’50 per prevenire eventuali attacchi sovietici. Si tratta di strutture ascose, sovranazionali e presenti in città strategiche del mondo, tra cui Washington, Mosca, Pechino, Gerusalemme, Teheran, Edimburgo, Berlino. I nostri Servizi, dal Dis all’Aise, da anni cercano di saperne di più.

All’interno di queste unità, personale altamente qualificato (militari, scienziati, economisti, politologi, religiosi, imprenditori, informatici, ecc.) raccoglie informazioni, le analizza e stila strategie per i governi, in stretto coordinamento con vari deep state, grazie anche all’utilizzo di tecnologia avanzata, con potenti server forse già in parte beneficiati dai traguardi della ricerca quantistica. Le loro analisi certificano un sistema di gestione globale (finanziario, politico, sociale, tecnologico) al collasso, non più capace di produrre risultati, quindi da sostituire con un vero e proprio cambio totale di paradigma. Ma come e a quale prezzo? Gli ingredienti sembrano quelli delle teorie definite complottiste: nelle visioni finora trapelate, ancora molto teoriche, si dice infatti che bisogna rompere le regole del «contratto», creando degli «stati di emergenza». Ed ecco che, in uno scenario distopico, pandemie, carestie e guerre possono diventare le cause migliori per orchestrare manovre «speciali». Già Karl Schwab, patron del forum economico di Davos, come anche il principe Carlo d’Inghilterra, tra gli altri, hanno parlato del «Great reset» e di come realizzarlo attraverso una nuova infrastruttura globale politica, economica, sociale, tecnologica, persino religiosa. Le analisi descrivono la creazione di una piattaforma unica di Stati democratici occidentali (Usa, Europa, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Giappone e di tutti quelli che vi vorranno aderire) con una sola governance compatta a dettare la linea.

Senza farneticare, già Papa Bergoglio, nell’enciclica «Laudato sí», evidenzia che «è arrivato il momento di costituire un organismo globale che abbia potere economico e politico sui singoli Stati». Sempre Francesco ha parlato della proprietà privata come di un bene non più indispensabile e ha auspicato un reddito universale per tutti gli abitanti della terra. E ancora: togliere il cash per combattere l’evasione fiscale, il terrorismo e la criminalità e rendere tutto digitale; sì a una valuta digitale unica con cui controllare tutto e tutti e contribuire al progetto di globalizzazione e interconnessione. Le criptovalute private saranno bandite come già stanno facendo alcuni Stati, Cina in testa, dove si ritiene più funzionale controllare e contribuire al processo di globalizzazione, rendendo tutto e tutti interconnessi, manipolabili e orientati dagli algoritmi.

Del resto, come si è visto su Raiuno, nel servizio dalla Cina di Marco Clementi per l’innovativa trasmissione «Codice», le prove generali sono già in corso nella città di Chongqing. D’altro canto, Microsoft ha già preparato la sua valuta digitale così come Amazon, che tra l’altro, con il recente acquisto del robot per le pulizie domestiche Rumba, acquisirà anche le mappe delle nostre case e accelererà i pagamenti biometrici con la semplice scansione del palmo della mano. Con buona pace della nostra privacy. 

Mario Draghi è ancora considerato il diligente esecutore di questa agenda e il Pd il partito prescelto per eseguire il programma in Italia ma, a parte il Governatore Bonaccini in Emilia-Romagna con il suo Tecnopolo che ospita il Supercomputer europeo, il Nazareno di Enrico Letta naviga nell’inconsapevolezza più totale. Ormai i singoli Paesi contano sempre di meno, non hanno futuro, così come la politica parlamentare: si segue solo un’agenda sovranazionale, cioè globale, come quella Onu 2030.

Ma se in Italia dovesse vincere la destra, come riuscirà questo nuovo sistema orwelliano a rimanere a galla? Una cosa è certa: questa volta, per dirla con Sorrentino, ci vorrà davvero la «mano di Dio» per sistemare le cose. E il piccolo mondo antico italiano, con le sue camarille, appare sempre più anacronistico e, nonostante Super Mario Draghi, ancora non si riesce neppure a fare una rete unica. Se il possibile non lo stiamo facendo, almeno per i miracoli di solito sappiamo attrezzarci

Forza Italia.

Berlusconi, dai servizi sociali al Senato, l'eterno ritorno di Re Silvione. Filippo Ceccarelli su La Repubblica l'11 Agosto 2022. 

Il leader di Forza Italia si ricandida a Palazzo Madama 9 anni dopo la decadenza decisa per le condanne subite. Allora disse: "Non metterò mai più piede in Parlamento"

“Un'immensa vergogna e io non metterò mai più piede in Parlamento. Mai!”. Niente più del passato illumina l'annuncio che Berlusconi si presenta alle elezioni e quasi certamente sarà eletto al Senato, al posto d'onore, nelle liste della coalizione data vincente.

Ieri, per la verità, lui l'ha messa a suo modo, per cui si sarebbe limitato ad “accettare” la candidatura, “così faremo tutti contenti” ha aggiunto, là dove sia la formula del benestare che la pubblica felicità confermano, al plurale majestatis, che non si tratta tanto di una riabilitazione, dopo la...

Silvio Berlusconi, il padre del populismo. Claudio Tito su La Repubblica il 10 Agosto 2022. 

Come si potrà giustificare a Bruxelles o a Washington l'ennesimo ritorno di un esponente politico che ha ricoperto la massima carica governativa, che poi è stato condannato e quindi espulso da quello stesso Senato?

Il Cancelliere tedesco Helmut Kohl negli anni '90 salutava spesso i presidenti del Consiglio italiani con una battuta: "Chi incontrerò tra sei mesi al posto tuo?". Dietro questa frase spuntava un po' di pregiudizio nordico verso l'Italia. Ma anche il sospetto su un Paese considerato irredimibile in alcune sue caratteristiche fondamentali. Il triste spettacolo di questi giorni, in effetti, lo conferma.

Pensioni, le false promesse di Silvio Berlusconi. Tito Boeri, Roberto Perotti su La Repubblica l'11 Agosto 2022.  

Le proposte del leader di Forza Italia sono irrealizzabili, semplicemente perché costano troppo. Molto più delle coperture trovate

Giorgia Meloni ha chiesto ai suo alleati di "non fare una campagna elettorale facendo promesse che non si possono mantenere, serve serietà". Eppure le promesse fatte sin qui da Silvio Berlusconi e Matteo Salvini sono del tutto irrealizzabili. E non perché incostituzionali come qualcuno ha detto: non c'è niente di incostituzionale nelle loro proposte. Semplicemente costano troppo, molto di più delle "coperture" trovate dai due leader.

Fabio Martini per “la Stampa” il 18 agosto 2022.

La sua vita è questa: un'eterna replica. Oramai Silvio Berlusconi è un replay tenace - quasi compulsivo - delle stesse immagini e degli stessi refrain, da decenni sempre uguali a se stessi. E infatti rieccolo apparire in video il 17 agosto 2022: alle sue spalle riappaiono la stessa libreria, gli stessi libri, le stesse foto-ricordo che facevano da fondale alla video-cassetta di ventotto anni fa, quando il Cavaliere annunciò la sua discesa in campo. Stavolta Berlusconi parla di giustizia, un tema col quale ha una grande confidenza. 

Da quando lui è entrato in politica nel 1994, i magistrati hanno setacciato incessantemente ogni sua attività. Non che mancasse mai la "materia", ma a nessun altro imprenditore o politico italiano sono state dedicate le stesse cure. E le contromisure di Berlusconi hanno segnato la sua carriera politica: da capo del governo ha prodotto una serie di legge "ad personam" che lo hanno protetto dai processi, ma ne hanno affievolito il prestigio. 

Con un paradosso: Berlusconi denuncia da sempre la magistratura politicizzata ma nel suo quasi decennio a palazzo Chigi non è riuscito a produrre neppure mezza riforma del sistema-Giustizia. Certo, per il suo avvocato Niccolò Ghedini (scomparso ieri sera) le leggine personalizzate servirono «a dare maggiori garanzie ai cittadini, perché a nessun altro succedesse quello che è accaduto a Silvio Berlusconi».

Ma il paradosso resta ed è grande: Berlusconi è stato garantista con sé stesso, ma non con gli italiani.

Nel suo video agostano di queste ore c'è una piccola novità: Berlusconi non parla di sé ma di quelle «migliaia di italiani ogni anno processati e arrestati pur essendo innocenti», vessati davanti alle loro «famiglie, agli amici, sul lavoro». È a quegli elettori che si rivolge: ai milioni di persone lambite o colpite da un processo civile, amministrativo, penale.

Ma non è la prima volta. La sua "carriera" di sedicente vittima, di pluri-processato è una storia infinita e originalissima, anzi si può dire che tutta la carriera politica di Berlusconi sia iniziata e sembrava finita con la questione giustizia.

Quando la Prima Repubblica sprofonda, tra l'estate 1992 e la primavera del 1993, Silvio Berlusconi intuisce che la magistratura potrebbe presto occuparsi di lui. Prima di buttarsi in politica, appoggia con le sue tv le indagini di Mani pulite: in tal senso le telecronache "tifose" di Paolo Brosio per Rete 4 restano memorabili. Nella primavera del 1994, alla guida di Forza Italia, vince le elezioni e appena sei mesi più tardi viene raggiunto da un invito a comparire presso la Procura di Milano: Umberto Bossi ritira la fiducia della Lega e il governo entra in crisi. Passano sette anni prima che Berlusconi rivinca le elezioni.

Riecco le inchieste: tra il 2001 e il 2006 il governo di centrodestra approva una sfilza di norme che aiutano il presidente del Consiglio a proteggersi dai processi. Una striscia mozzafiato. La legge sulle rogatorie internazionali, sul diritto societario, sul legittimo sospetto, sulla protezione dai processi delle alte cariche dello Stato in carica, sulla riduzione della prescrizione, sul legittimo impedimento. Silvio si salva ma perde prestigio e l'eterogenea Unione di Prodi riesce a vincere le elezioni del 2006. 

Ma la giustizia non "lascia" Berlusconi. Nel 2013 il Cavaliere viene condannato in via definitiva a quattro anni di reclusione e all'interdizione ai pubblici uffici per due anni per frode fiscale decadendo quindi da senatore. Dopo ben 20 procedimenti - schivati nei modi più diversi o anche archiviati - quella per frode fiscale è stata la prima condanna in via definitiva. All'origine di tanta, decennale attenzione da parte dei Pm c'è forse il suo ingresso in politica? Mamma Rossella, che conosceva bene il suo Silvio, nel 1997 disse: «La politica? Che cosa terribile. Io non volevo. Ma lui mi rispose che sentiva una forte spinta dentro di sé. Comunque, se non fosse andato in politica sarebbe stato meglio».  

Fabrizio Roncone per il Corriere della Sera il 7 agosto 2022.

I  capelli. Bisogna cominciare dai capelli. Il Cavaliere è ancora pieno di capelli. Neri, fitti, perfettamente incollati. Tutti noi, invece, ormai ingrigiti, canuti, spesso costretti a bocce lucide.

Dettagli. Ma poi forse mica tanto. 

Perché ventotto anni dopo la sua prima campagna elettorale, Silvio Berlusconi ne comincia un'altra cercando di fare sempre Silvio Berlusconi. 

Slogan appena riverniciati, la voce appena meno vellutata, un filo meno magnetica la luce nello sguardo. Il confronto tra le immagini d'epoca e quelle attuali è però piuttosto clamoroso. Uno del suo staff: dottore, non che sia una gran botta di novità, si potrebbe almeno eliminare la cara vecchia cravatta di Marinella a pois? Lui accetta poco convinto. Ma poi pretende che tutto il resto della scenografia resti intatto. Il colpo d'occhio non deve cambiare (spiega Giorgio Mulè, potente esponente di Forza Italia: «Davanti alla campagna demonizzatrice scatenata da Enrico Letta, non vedo quale migliore campagna mediatica di risposta possa esserci, se non quella già risultata vincente nel 1994»). 

Eccolo, allora, il Cavaliere, nel primo video di una lunga serie, pillole di programma che fa rimbalzare sul suo canale Instagram, sperando che diventino virali: con una camicia blu sotto la solita giacca blu rinforzata dalle solite spalline anni Novanta, seduto alla solita scrivania, le solite foto rassicuranti dentro le solite cornici d'argento (in una s' intravede il figlio Pier Silvio con un bambino), la solita enciclopedia nella solita libreria bianca, la solita bandiera italiana accanto a quella europea, il solito sorriso rassicurante sotto un velo di cerone. 

E che dice, il Cavaliere? 

Inizia con un pezzo del suo repertorio più classico: l'attacco alla sinistra (anche se poi, certo: è insieme al Pd che Berlusconi ha sostenuto il governo guidato da Mario Draghi e memorabile resta la sua visita al Nazareno del 18 gennaio 2014, invitato dal segretario dem dell'epoca, Matteo Renzi; simpatia reciproca, e stima, e tanti grandiosi propositi condivisi; scrissero: sta nascendo il Renzusconi. Parlarono a lungo: il Cavaliere seduto sotto una foto di Bob Kennedy, Renzi sotto uno scatto di Alberto Korda, con dentro Fidel Castro ed Ernesto Che Guevara - quando ci ripetiamo che in questi anni di politica italiana abbiamo visto tutto e il contrario di tutto, purtroppo, è vero). 

Comunque Berlusconi torna all'antico. E dice: «Una pillola al giorno del nostro governo... Dovrebbe togliere di torno i signori della sinistra».

La prima pillola: «Quando saremo al governo applicheremo una flat tax al 23% per tutti» - incurante del monito di Giorgia Meloni, che l'altro giorno aveva pregato i suoi alleati: «Per favore: adesso non cominciate a promettere cose che sappiamo di non poter poi mantenere». 

Ma Berlusconi è Berlusconi. Anche a 85 anni e dopo le stagioni rocambolesche, pazzesche che sappiamo, tra divorzi e fidanzamenti, processi e condanne, ricoveri e rivincite e infatti è ancora lì nel ruolo del grande capo assoluto del centrodestra, incurante dei sondaggi e abilissimo nel convocare a casa sua i summit con i suoi due alleati (la Meloni, un po' scocciata, alla fine è sbottata: «Forse sarebbe il caso di cominciare a riunirci da un'altra parte, eh?»). 

Curiosità per le prossime pillole social. Sebbene poi molti temi il Cavaliere li abbia già annunciati nei giorni scorsi, e spesso - così torniamo alle parole dell'onorevole Mulè - sembrano ricalcare slogan del passato. Tipo: «Nessuna patrimoniale, nessuna imposta di successione, nessuna tassa sulle donazioni». Oppure, più esplicito: «Torneremo ad istituire, come già esisteva nei governi che ho guidato io, il ministero degli Italiani nel mondo» (lo affidò all'ex repubblichino Mirko Tremaglia). Poi, l'argomento soldi: «Penso a una pensione minima di mille euro» (che un po' ricorda l'assegno da un milione di lire promesso alla vigilia delle Politiche 2001). Le dentiere: «Gratis per gli anziani bisognosi» (frase identica a quella del 2014). La svolta green: «Prometto di far piantare un milione di alberi all'anno» (che comunque sembra più fattibile di un altro storico annuncio: «Prometto un milione di posti di lavoro»).

Frase cult, di adesso e di 28 anni fa: «L'Italia è il Paese che amo». Stavolta, però, il piano è diverso: non vuole diventare presidente del Consiglio (la pazienza di Meloni ha un limite). Vuole invece tornare a Palazzo Madama: in quell'emiciclo da dove fu mandato via il 27 novembre del 2013, dopo la condanna per frode fiscale. Sensazione precisa: siamo appena all'inizio. Se Berlusconi ha deciso di fare davvero ancora Berlusconi, e di ispirarsi alle campagne elettorali del passato, possiamo aspettarci pillole quotidiane notevoli. Per capirci: nel 2006, annunciò che chiunque lo avesse votato, «sarebbe campato cent' anni». Lo guardammo increduli. E lui: «Avete capito bene. Ho infatti l'orgoglio di dire che il mio governo ha incrementato l'aspettativa di vita degli italiani da 78 a 80 anni, e per le donne da 81 a 83». Cronaca: alle 20:42, la prima pillola su Instagram ha ottenuto 2.678 cuori (pochini) e 235 commenti (la maggior parte di puro entusiasmo, alcuni graffianti, e irriferibili).

Michele Serra per la Repubblica il 7 agosto 2022.

Che un multimiliardario proponga, sorridendo, un'aliquota fiscale uguale per tutti, dal piccolo commerciante al grande manager, dalla ragazza con la partita Iva al professionista strapagato, è una oscenità non solamente politica, anche morale, che rischia di sfuggirci, e sicuramente sfuggirà - come da anni accade - ai suoi elettori. Perché la progressività delle tasse è un elementare principio di equità, e il ricco che propone al povero di pagare la sua stessa aliquota è, politicamente parlando, un ladro che elogia il suo furto.

Siamo così compresi a parlare della Giorgia e del Salvini che rischiamo di dimenticare chi è, a destra, largamente il peggiore, primo artefice del deterioramento della politica italiana. Colui senza il quale nulla è spiegabile, non la deriva populista della destra italiana (fu il primo dei populisti), non la sua solida componente neofascista (fu il primo degli sdoganatori), non il complessivo deterioramento culturale dell'intero quadro politico, sinistra compresa (fu il primo dei semplificatori, dei demagoghi, dei soppressori del linguaggio critico a vantaggio della ciancia pubblicitaria). La sua immagine recente, vuoi del vecchietto accattivante, vuoi dell'anziano e saggio moderato, è tipicamente consolatoria. Serve a dimenticare che Berlusconi è stato il nostro Trump, ha svuotato la destra conservatrice e borghese per farne una fabbrica di demagogia (fa testo il disgusto di Montanelli) e soprattutto ha tenuto bene da conto - come Trump, come tutti gli straricchi - i suoi interessi personali. Il più di destra, a destra, è sempre lui: da trent' anni.

Trent'anni di populismo. Il paradosso di Berlusconi: sdoganò il Msi ma ora è in campo per fermare l’onda nera della Meloni. Michele Prospero su Il Riformista il 27 Luglio 2022.  

Trent’anni dopo, il cavaliere scende di nuovo in campo e, in risposta, il foglio di De Benedetti recupera le polveri bagnate del giustizialismo: Berlusconi “vuole usare le elezioni per cancellare la sua frode fiscale”. L’infinito duello tra i resti dei due imperi editoriali impedisce ancora di cogliere la portata politica del fenomeno Berlusconi.

Nel 1994 il cavaliere vinse sdoganando i missini, alleati subalterni. Oggi si ripresenta agli elettori più per contenere la sfumatura di nero che domina nella destra che per acciuffare la vittoria. I vertici a villa Grande gli hanno restituito l’immagine di una nuova rilevanza coalizionale, che però non è paragonabile alla leadership piena che da Arcore esercitava negli anni di dominio. Ora si accoda agli eventi, non li determina con un vero effetto di padronanza. Lo accusano di essere il killer di Draghi per prendere il posto della Casellati. Ma al cavaliere non restava che seguire l’onda dinanzi a Salvini che dichiarava la crisi. Stanco degli attestati di agente ormai responsabile, il capitano leghista rinunciava alla parziale condizione di vantaggio rispetto ad una Meloni che continua a seguire istinti antichi. La postazione di governo, in condizioni di guerra e di lavoro povero con inflazione record, logora e, respingere l’egemonia della signora in nero, diventa ancora più proibitivo.

Giorgia Meloni, per ideologia, storia, linguaggio e immagine di leader, è troppo distante dalle preferenze simboliche di Berlusconi. Il cavaliere ha imposto il comico come forma della politica, cioè ha inventato uno stile di comunicazione del potere che poi si affermerà ovunque, prima con Sarkozy e poi con Trump, Johnson. Narrazioni, induzione al divertimento, giochi verbali ed elevata informalità lo caratterizzano. Poco a che vedere, però, con le esagerazioni demagogiche e le esuberanze teatrali al ribasso di una statista che recita come la “pesciarola”. Il comico in politica nella versione berlusconiana non sopporta la discesa nel popolaresco più greve, rinvia a costruzioni ardite nel campo delle fiabe a lieto fine, stuzzica il desiderio galoppante nel tempo del narcisismo consumista. Meloni non evoca immaginari, sogni, leggerezza, ma cadenze che paiono sin troppo terrestri per piacere al cavaliere dell’immaginario. Troppo ancorata al canovaccio di “madre e cristiana” con gli anfibi pesanti per affascinare il campione della seduzione e del consumo come ideologia.

Il comico di Berlusconi non è quello inventato dalle reti di Guglielmi, che ha espresso un comico di opposizione. Questo tipo di satira partigiana ha contribuito, nel gioco tra finzione e smascheramento, alla ascesa di Grillo che, dalla recitazione con il cosiddetto linguaggio maleducato, passava alle funzioni di capo politico interprete della rabbia con parole per altri indicibili. E’ il comico come struttura semantica della personalizzazione del potere e non quello del “linguaggio della realtà” quello che invece il cavaliere incarna. Berlusconi è l’espressione della decostruzione dello Stato weberiano impersonale ed astratto. Il capo che recita, intrattiene, diverte è un passaggio della personalizzazione del potere che perde forma. Anche la centralità della metafora e del comportamento sessuale rientra in questa rappresentazione del potere come prerogativa della persona e non solo dell’ufficio. Già Marx, nello studio sulla teatralizzazione carismatica del bonapartismo, ricordava “le orge che Bonaparte celebrava ogni notte con la canaglia elegante di sesso maschile e femminile, quando si avvicinava la mezzanotte e le abbondanti libagioni snodavano le lingue ed eccitavano la fantasia”.

Il discorso sulle orge del potere non era però la chiave dell’interpretazione del bonapartismo, ma una divagazione sul terreno delle pratiche ludiche dei capi carismatici. Non le preferenze sessuali, ma la costruzione di una post-moderna oligarchia elettiva, con una privatizzazione del politico che spezza il quadro weberiano del superamento del patrimonialismo politico come conquista definitiva della razionalità occidentale, è la chiave esplicativa dell’epoca di Berlusconi. Egli anticipa la post-democrazia e non è una mera anomalia mediterranea. Le cene eleganti di Arcore sono state invece assunte come la sostanza del berlusconismo, con le 10 domande di “Repubblica” e gli infiniti riti processuali. Il fatto è che chi lo chiamava “il ragazzo Coccodé” ha contribuito all’ascesa del cavaliere. Ad innescare la miccia che indusse Mediaset ad organizzare in fretta il partito personale-aziendale, come autotutela degli interessi minacciati, fu senza dubbio una copertina estiva dell’Espresso (“simul stabunt vel simul cadent”). Il settimanale connetteva la disgrazia di Craxi con l’inevitabile decadenza del Biscione ed esaltava il proposito del governo tecnico a guida Ciampi di entrare nello spinoso mondo della regolamentazione della televisione privata.

A favorire l’ascesa del “cavaliere nero” fu, senza dubbio, la cultura antipolitica alimentata dal gruppo editoriale l’Espresso. L’auspicio di Eugenio Scalfari nei primi anni Novanta era che avvenisse la “distruzione della nomenclatura o classe politica inamovibile e priva di effettiva rappresentanza”. Una delle grandi penne del secondo dopoguerra sognava la grande discontinuità e raffigurava “la nomenclatura come regime, la partitocrazia come regime” e come liberazione dal male invocava fortemente “la liquidazione dei capi della nomenclatura”.

L’eterogenesi dei fini colpisce spesso in politica. Il fondatore di “Repubblica” pensava che il suo inno alla “protesta confusa, qualunquistica”, la sua comprensione per “le schiere che cingono d’assedio il palazzo”, portassero ad una democrazia post-partito guidata dalle élite più illuminate (“È venuto il tempo che la società civile rivendichi il suo ruolo di protagonista e prenda in mano direttamente la gestione della nazione”).

Scettico sul Pds, descritto come “un passerotto”, le sue carte le affidava ai signori della tecnica, che sulla scia di Carli recidevano l’economia mista, e al movimento referendario, celebrato come “la chiave per aprire il portone ferrato del Palazzo, scacciarne gli inquilini, aprire le finestre e farvi entrare aria fresca e limpida”. Non fu però Segni, come auspicato, ad “abbattere le porte del kafkiano castello e farvi entrare il popolo sovrano”, ma Berlusconi, che raccolse i frutti, per la sua “società civile” assai meno riflessiva, dell’onda distruttiva dell’antipolitica amplificata dai grandi giornali. L’altra suggestione del partito mancato di Repubblica, l’alleanza tra la gente e Samarcanda per infliggere un bel “colpo d’ascia ai poteri corporati”, “dare alla società civile i mezzi per ripulire le stalle” e definire “il partito che non c’è”, favorì invece la Lega. Alla “Lega nazionale degli onesti” sognata da Scalfari, per “riformare nel senso auspicato dalla gente” le decrepite istituzioni, il popolo reale preferì la Lega secessionista del Nord che invase Montecitorio con un personale politico del tutto improvvisato.

In coerenza con le asserzioni di Scalfari, favorevole a “maggioranze trasversali” che si estendono oltre i contrasti ideologici e ostile verso “la statuaria indifferenza della classe governante”, Giorgio Bocca, il dissacratore del “piccolo Cesare”, decise (come poi fece, del resto, anche Travaglio) di schierarsi nella “gabina” elettorale con Bossi, stigmatizzando ogni “fobia della Lega”. Su “Repubblica” Bocca, nemico della partitocrazia, confessò di aver “votato Lega senza turarmi il naso perché sono convinto che il nostro Paese abbia ancora bisogno della forza d’urto che la Lega è”. Il suo “grazie barbari” comportava un vero inchino referente alla Lega che “nuotava nelle acque vorticose del mutamento” e con la sua carica di “ostilità-estraneità al regime” prometteva non una semplice “sovversione vociferante”, ma una nuova Costituzione da imporre contro il sistema dei partiti.

Il partito imperfetto di Repubblica è stato, per certi versi, un berlusconismo incompleto. Al culmine della parabola del cavaliere, Scalfari, pur denunciando i guasti del “governo del pifferaio magico”, auspicava che una variante di populismo attecchisse a sinistra grazie a porzioni magiche di “incultura e semplicismo”. Egli sollecitava la sinistra a coniugare sogni (affabulazione, narrazione) e realismo (dimestichezza con il governo) attraverso il “semplicissimo criterio del nuovismo” come ingrediente per la fabbricazione artificiale di “leader carismatici”, capaci di andare oltre “le nomenclature spremute e non più utilizzabili di partiti”. Essenziale per il virtuale partito di Repubblica, che non riesce a diventare mai partito effettuale, è sempre stata la necessità di estirpare un partito con una ideologia e una autonoma capacità di pensare le politica.

Nelle parole di Scalfari “l’aggettivo ‘socialista’ evoca in realtà la decrepitezza culturale e i compromessi trasformistici della Seconda lnternazionale”. Incapace di fare un proprio partito, il gruppo editoriale contribuisce alla decostruzione identitaria del partito “amico”. Solo l’autodissoluzione dei post-comunisti per archiviazione di identità e pensiero critico avrebbe conservato un potere di influenza al partito che non c’è. Si è così spalancato un deserto, un vuoto culturale che è stato riempito a sinistra con candidature pseudocarismatiche, presto decadute e oggi occupate ad emulare sui giornali le virtù di Demostene nella stesura delle funebri orazioni. Nel deserto delle idee sono infine penetrate la voce, il gesto, la provocazione, la ritualità blasfema del comico: lo “tsunami tour” è stata la messa in scena del corpo di un divo che, con l’impegno di mandare a casa tutto il ceto politico, cercava nello spazio reale un contatto sensibile con i corpi presenti nel luogo fisico e politico per antonomasia, la piazza stracolma.

Il nuovismo e il giustizialismo hanno stracciato le culture politiche e l’antiberlusconismo è apparso come un effimero surrogato identitario. Oggi, comunque, il cavaliere non vuole lo scettro per sé, si accontenta di disturbare la marcia d’ottobre dell’alleata “donna, madre, cristiana” che in cuor suo forse disprezza. Egli cerca di ostacolarla come può, sottraendole qualche voto per favorire Salvini nella disputa per la conquista di una leadership che non sarà più sua. Riuscisse, grazie ai suoi voti, a far sì che il capitano e la signora in nero insieme non raggiungano la maggioranza assoluta, fornirebbe un servizio in fondo utile anche alla repubblica raggelata dinanzi alla crescita di una fiamma tricolore che ovunque turba. Michele Prospero

Estratto dell’articolo di Emilio Pucci per “il Messaggero” domenica 24 Luglio 2022. 

Si va verso un attacco a tre punte. Ovvero i tre grandi partiti del centrodestra indicheranno un candidato premier ciascuno per poi, dopo il risultato delle urne, emettere un verdetto riguardo a chi andrà a sostituire Mario Draghi a palazzo Chigi. La proposta è stata esplicitata dal coordinatore azzurro Antonio Tajani, «non ci sarà un candidato comune» ha affermato.

E, salvo sorprese, la soluzione dovrebbe essere ratificata mercoledì al vertice della coalizione che si terrà alla Camera proprio mentre i primi sondaggi dopo la caduta del governo delineano la forza dei tre partiti e sanciscono un (ulteriore) calo per Lega ed FI, ritenuti responsabili dell'addio a Draghi. Secondo le rilevazioni realizzate da Termometro Politico tra il 19 e il 21 luglio infatti, solo FdI e Pd ingrossano i propri consensi salendo rispettivamente al 23,7% e al 22,7%. La Lega invece cala al 15,4% e Forza Italia al 7,6% (idem per il M5S, sceso all'11,9%).

[…] Il ragionamento sottinteso è che difficilmente il Capo dello Stato potrà appoggiare un candidato sovranista. In realtà lo stesso Salvini ha argomentato che la forza politica che prenderà più voti, sempre se il centrodestra dovesse vincere le elezioni, indicherà il premier. 

E poi ci sono le perplessità dell'Europa, le pressioni a livello internazionale, i dubbi che arrivano sponda Washington, i timori della finanza e dei giornali stranieri. […] Non ci sono veti su Giorgia Meloni a palazzo Chigi, ma non si esclude che qualora Fdi dovesse ottenere più consensi la presidente di Fratelli d'Italia venga invitata a fare un nome terzo. Anche sulle liste ci sarà una battaglia campale. La valutazione secondo cui Fdi vale il 50% della coalizione non è affatto condivisa. […]

Estratto dall'articolo di Simone Canettieri per “Il Foglio” il 23 luglio 2022.

“Ragazzi, Conte si è suicidato, politicamente parlando. E poi quando ha detto ‘la mia gente mi chiede di non votare la fiducia’ mi è sembrato di ascoltare di nuovo le parole che usò Fausto Bertinotti con me”. Segue la grassa e pacificata risata di Romano Prodi. […]  

D’altronde, sono passati più di venti anni. “Ma motivare una scelta politica con la scusa della tua gente che lo chiede è populismo. Ragazzi, non scherziamo”. 

[…] 

[…] “Prima ci trovavamo in una situazione complicata, se non drammatica, ma avevamo dalla nostra l’autorevolezza di Mario Draghi. Un argine. Un nome da mettere sul tavolo, riconosciuto in tutto il mondo, quando c’erano da prendere o da orientare delle decisioni. Adesso, invece, abbiamo una situazione complicata, se non drammatica, ma non c’è più Draghi. Ecco la differenza è tutta qui”.  

[…] caro Professore, è giusto mollare per sempre l’alleanza con il M5s oppure l’arte della politica riuscirà a riparare tutto con una grande piroetta? 

[…] “Non c’è il tempo di una ricucitura fra Pd e M5s. Ormai l’Italia è in campagna elettorale, manca dunque una valvola di decompressione. […] La politica si dividerà sull’agenda Draghi, credo. E non ci sarà lo spazio di particolari ripensamenti. Poi certo tutto può accadere, ma insomma”. […]

A chi gli nomina il capo del M5s risponde con un lapidario “mi spiace per lui perché si è suicidato”. La scelta di mercoledì scorsa in Senato, la scusa della gente che me lo chiede, è una pulsione “populista”. E cioè di pancia, incontrollabile, non calcolata. Senza pensare cioè alla minima conseguenza di questo gesto così dirompente. Ecco, ma nella testa di Prodi cos’è il populismo? “Semplice: è come il sesso fra adolescenti. Irrefrenabile”. 

Estratto dell’articolo di Giuliano Ferrara per “il Foglio” il 23 luglio 2022.

Dichiarazione di voto, visto che si vota. No Meloni. No Salvini. No Berlusconi. Voto Pd, perché il grigiore dell'ultimo partito costituzionale, in attesa di una leadership e di un vero programma politico e di interessi sociali, è civilmente da preferire a ogni altra scelta. Lo voto anche se mi trovo l'ex gilet giallo Giggino Di Maio nel collegio uninominale, non sono schifiltoso, non me lo posso permettere. 

L'agenda Draghi, in bocca al medesimo e nelle sue mani di governo, […] è una figata pazzesca […]; l'agenda Draghi, esibita come un blasone di liberalismo in mano a professori di politica minoritaria, a puristi della concorrenza, centristi e riformisti immoderati e megalomani, è una boiata pazzesca.

L'insediamento di Meloni […] diverrebbe una incoronazione per la fine di tutte le Repubbliche sin qui conosciute […] Non è che perché uno è draghista efferato e vota Letta con gli "occhi di tigre" che si deve bere come una limonata le scemenze da ztl e da Sciences Po. Italia tradita, Vergogna, grazie Mario, scusa Mario, sordomuti per Mario, cataclisma dopo Mario, Pnrr ripetuto a tiritera come una pernacchia, e i mercati che non perdonano, e la Nato vaffanculata dall'Italia, perché un governo è stato sfiduciato dal Parlamento.

Un governo di unità nazionale che dall'elezione mancata di Draghi al Quirinale non aveva ragione politica di esistere […] La mobilitazione della società civile ben pettinata […] mi ha sempre fatto sorridere. […] 

L'agenda Draghi dovrebbe essere una coalizione di forze reali o di partiti che punta a governare e spiega per fare cosa con attenzione agli interessi sociali rappresentati, […] Il Metropolitan Gala della sinistra fighetta ha cercato in Draghi una bandierina mondana, sbagliando indirizzo, e ora è il momento del ballo delle debuttanti con Gelmini Brunetta Carfagna. […]

Conchita Sannino per repubblica.it domenica 24 Luglio 2022.

Sabbia, libertà, un pickup molto Old States sul litorale di Santa Monica. E il pacchetto mini di sigarette di cannabis in primo piano. Col messaggio secco: "Via dall'Italia se dovessero vincere". Per pochi secondi, pubblicamente, Francesca Pascale torna alle sue battaglie e all'impegno politico che già da molti anni la oppone alla Lega e a Fdi.  

Così, si presume dalla sua luna di miele americana con Paola Turci, lancia quella battuta che sintetizza anni di lotta (anche interna, quand'era la lady ufficiale di Berlusconi, e il 'dettaglio' creava non pochi problemi ) contro i sovranisti e la destra radicale. "Se dovessero vincere: sogni, speranze e bagagli pronti", scrive Pascale sul suo profilo Instagram. Seguono gli hashtag : #maiconisovranisti, #viadallitaliasubito, #elezioni2022.

Lo scontro Pascale-Salvini

Risalgono ormai quasi dieci anni fa gli scontri tra lei e Salvini. Lui la chiamava  con sprezzo "la ragazza". E lei, come d'abitudine verace, lo apostrofava: "Troglodita". La allora fidanzata dell'ex premier diceva che "da semplice cittadina" non poteva tacere: "L'irritazione di Salvini per qualche commento? Io non accetto maschilismi e volgarità". 

 Era il 2016 quando Francesca postó su Instagram un collage di vecchi slogan e post del segretario della Lega che irridevano o insultano ai giovani "sfaticati" del Sud, corredandolo della significativa esortazione: "Inginocchiati ai meridionali, troglodita". Lui, per tutta risposta, intervistato da Libero, reagì allargando le braccia: "Caliamo un velo umanamente pietoso. Alla ragazza non starò simpatico. Ma se questa roba ha un'influenza sulle scelte politiche, beh allora siamo messi male...". 

Mai con i sovranisti

Sono trascorsi sei anni: siamo in altra era politica e sociale, il Paese, dopo lo choc dell'attacco al governo Draghi, è in una condizione di allarme, ed è già cominciata la prima campagna d'agosto per le Politiche, della storia repubblicana. Pascale è in America, sposa di una signora: l'unico punto fermo resta quello. Mai con i sovranisti. Al punto da abbandonare il suo (amato) Paese "se dovessero vincere loro".

Alessandro Sallusti: chi è davvero Giuliano Ferrara e perché sputa su Berlusconi. Alessandro Sallusti su Libero Quotidiano il 24 luglio 2022

È presto per parlare di intenzioni di voto, e ogni voto è ovviamente legittimo. Ma se il buongiorno si vede dal mattino da qui al giorno delle elezioni ne assisteremo a delle belle. Ieri, con il cadavere del governo uscente ancora caldo, due fenomeni dello star system hanno aperto le danze dichiarando pubblicamente le loro preferenze. Giuliano Ferrara ha fatto outing: «No Meloni, no Salvini, no Berlusconi, io voterò Pd». Contemporaneamente Francesca Pascale, ex compagna di Silvio Berlusconi e neo sposa della cantante Paola Turci, ha dichiarato: «Se vincono le destre subito via dall'Italia».

Mi ha colpito che i due, Ferrara e Pascale, hanno per certi versi una storia simile: pur non avendo mai lavorato un giorno in vita loro sono diventati milionari grazie alla generosità di Silvio Berlusconi e ora, dopo essere stati foraggiati e mantenuti tanto da essere a posto per qualche generazione, sputano con gusto nel piatto dove hanno banchettato. Può essere gente così un modello per gli italiani che sgobbano per tirare sera? Possibile, come si dice a Milano, che ancora oggi si possa pensare di fare sempre e impunemente i froci con il culo degli altri? Dicono: ma dai, Giuliano Ferrara è un maestro.

Maestro sì, di trasformismo, uno che ha attraversato la vita giocando: ha giocato con la sinistra extraparlamentare, poi con Berlusconi, poi con Gianfranco Fini, quindi Mario Monti e ultimo Mario Draghi. Un abbraccio, occhio Enrico Letta visto che oggi tocca a lei, che peraltro non ha mai portato buono. Destra, sinistra, centro, tutto va bene purché se magni, dicono a Roma. È un classico dei cortigiani, veline o veloni ingrati che siano, sempre in cerca di un re vincente da servire. Si giochi pure con le parole e con i voti, seduti su una montagna di fama e di soldi made in Berlusconi deve essere anche divertente. Io non penso che uno debba votare per forza uno dei partiti del Centrodestra, ma credo che tra un'Italia senza Centrodestra e un'Italia senza Francesca Pascale, beh la scelta diventa obbligata anche per uno di sinistra. Ci rifletta Giuliano Ferrara su che razza di compagnia ha deciso di sostenere, anche perché da quelle parti non sono così generosi come ad Arcore e dintorni. 

Carfagna lascia Forza Italia: "No a salti nel buio, il Paese prima di tutto". Francesco Bei su La Repubblica il 26 Luglio 2022. 

Intervista alla ministra del Sud: "Neppure consultati sulla crisi del governo di salvezza nazionale. Scelta irresponsabile di cui bisogna prendere atto".

Mara Carfagna lascia Forza Italia. Dopo quasi 20 anni di militanza politica accanto al Cavaliere, la decisione è presa. Nonostante l'amarezza che traspare dal tono della sua voce, non si torna indietro. Ministra, siamo rimasti a giovedì scorso, quando disse di non condividere la decisione di FI di strappare con Draghi perché andava "contro l'interesse del Paese".

Francesco Bei per “la Repubblica” il 26 luglio 2022.

Mara Carfagna lascia Forza Italia. Dopo quasi 20 anni di militanza politica accanto al Cavaliere, la decisione è presa. Nonostante l'amarezza che traspare dal tono della sua voce, non si torna indietro. 

Ministra, siamo rimasti a giovedì scorso, quando disse di non condividere la decisione di FI di strappare con Draghi perché andava «contro l'interesse del Paese». E annunciava una «seria riflessione politica» su questa frattura. Ha maturato una decisione?

«Tirerò le somme a breve. La riflessione che sto facendo parte da due dati di fatto: gli applausi di Putin alla crisi e le centinaia di messaggi di sindaci e imprenditori che da giorni mi dicono "ma siete impazziti?". Per quattro anni, mi sono battuta all'interno del partito per difendere la sua collocazione europeista, occidentale e liberale, dall'abbraccio del sovranismo. 

Una parte considerevole di Forza Italia la pensava allo stesso modo. Siamo stati sconfitti, più volte, l'ultima in modo bruciante: neppure consultati sulla crisi del governo di salvezza nazionale che noi stessi avevamo voluto. Ora mi chiedo: ha un senso proseguire una battaglia interna? O bisogna prendere atto di una scelta di irresponsabilità e instabilità, fatta isolando chi era contrario, e decidere cosa fare di conseguenza?».

Mi sembra che si sia già risposta. Berlusconi ha avuto parole sprezzanti nei confronti dei suoi colleghi ministri che hanno deciso di mollare ("riposino in pace"), mentre su "Repubblica" Licia Ronzulli si dice sicura che lei resterà in Forza Italia. Andando via teme un pestaggio mediatico?

«Non ho timori di questo tipo, perché dovrei averne? Oltretutto, in passato ho subito molti pestaggi mediatici e ho sempre risposto con la forza del mio lavoro. Qualsiasi saranno le scelte, poi, la mia lealtà personale a Berlusconi resta, e tutti lo sanno».

Qualcuno ha letto la sua nota come un'accusa a FI ma un estremo tentativo di scindere le responsabilità di Berlusconi da quelle dei primo cerchio di dirigenti che lo circonda. Ma l'esperienza e le stesse parole di Berlusconi, nel suo colloquio con il direttore di "Repubblica", smentiscono questa diversità di vedute. Dovete prendere atto che è stato Berlusconi a scegliere Salvini e Meloni contro Draghi. Perché lo ha fatto?

«Gli interrogativi sul passato li lascio agli analisti. Mi interessa il futuro: i soldi del Pnrr e le opere pubbliche collegate, le intese per gli approvvigionamenti invernali di gas, una manovra economica espansiva e protettiva al tempo stesso. Cose pratiche, concrete, che bisognava mettere in sicurezza prima del voto del marzo prossimo e rivendicare come successi un minuto dopo.

Era questo l'esame di maturità che FI avrebbe dovuto chiedere a Lega e FdI: dimostriamo agli italiani, all'Europa e all'Occidente che siamo un fronte responsabile, serio, capace di rispettare i patti fino in fondo. Si è fatto il contrario. Ciò che conta ora è ripristinare l'affidabilità italiana, messa gravemente a repentaglio dalla crisi e da chi l'ha provocata». 

Tutti danno per scontata una vittoria del destra-centro. È inevitabile oppure cosa si può fare per scongiurarla?

«Io penso a cosa si può fare perché la voce delle imprese, di chi produce occupazione, reddito, lavoro, la voce dell'Italia che si sveglia ogni mattina per andare al cantiere o per aprire un negozio, la voce dei sindaci e dei cittadini del Sud che hanno diritto a una speranza, non resti stritolata. Questa voce la sento ogni giorno: è preoccupata, sconcertata, chiede serietà e non ulteriori avventure. Deve avere rappresentanza in Parlamento e la possibilità di farsi ascoltare da chi governerà in futuro». 

Lei scrisse un libro di ritratti su donne di destra che ce l'avevano fatta. E se ce la facesse Meloni? Per l'Italia sarebbe un rischio?

«Meloni ha tutto il diritto di proporre la sua premiership: se l'è guadagnata, guida un partito che ha ampiamente sorpassato la Lega e ha il triplo di voti di FI. A Draghi si è sempre opposta, per molti versi è la più coerente. Ma la sua idea dell'Italia non è la mia. Io penso che l'Italia non debba somigliare all'Ungheria di Orbán, ma alla Germania di Merkel. Penso che Steve Bannon sia un cattivo maestro. Penso che l'integrazione politica ed economica europea siano un'ancora di salvezza, non un pericolo per il nostro Paese».

A noi di "Repubblica" è sempre stata chiara la natura politica del berlusconismo, non è stato un abbaglio considerare Berlusconi in questi anni come un faro di liberalismo? Non le viene il sospetto di esservi sempre raccontati una storia non vera?

«No, la storia era vera, e proprio per questo lo strappo del 20 luglio scorso è così determinante, segna con forza un "prima" e un "dopo", uno spartiacque. La mancata fiducia a Draghi indica la rinuncia a ogni autonomia della componente liberale dalla destra sovranista. 

Fino al 19 luglio FI non avrebbe avuto alcun dubbio sulla linea in caso di problemi del governo: favorire la conclusione ordinata della legislatura, mettere in sicurezza famiglie e imprese, sostenere il premier più rispettato d'Europa per poi poterne rivendicare i successi in campagna elettorale. Dal 20 luglio il Rubicone è stato varcato. È stata fatta una scelta di totale discontinuità con la nostra storia e con le nostre relazioni europee e occidentali».

Anche lei quindi ha varcato il suo Rubicone. Sull'altra sponda cosa c'è?

«Sono rimasta sulla sponda dove sono sempre stata. Di fronte a un bivio tra sottomettermi a una visione che non è la mia e rispettare quella in cui ho sempre creduto, non ho avuto alcun dubbio. In questo momento la priorità è mettere in sicurezza il Paese, non esporlo a salti nel buio». 

Calenda si è augurato che lei, con Gelmini e Brunetta, possiate partecipare al progetto di creazione di un fronte repubblicano che si richiama a Draghi. Come risponde all'invito?

«Credo che l'esperienza del governo di salvezza nazionale, una esperienza davvero patriottica fondata su una visione concreta dei problemi e degli impegni internazionali dell'Italia, meriti un secondo tempo. Ci serve più europeismo e più credibilità verso ogni nostro alleato. È necessario affrontare le grandi questioni dello sviluppo, delle tasse, del lavoro, per risolverle e non per fare propaganda.

E penso anche all'azione per il Sud: per la prima volta dopo vent' anni il governo Draghi non lo ha trattato come zavorra ma come area su cui investire per creare più lavoro e più servizi. Il mio "fronte" è questo, questa sarà la mia battaglia del futuro».

Mara Carfagna: «Lascio Forza Italia e scelgo Calenda per salvare il Paese dagli estremismi. E spero in Draghi». Paola Di Caro su Il Corriere della Sera il 29 luglio 2022.

La ministra dopo l’addio a Forza Italia: non potevo restare. Avrei barattato la mia coscienza e le mie idee con una poltrona

È stata una lunga e sofferta riflessione. Ma Mara Carfagna ha deciso: «La scelta più difficile, anche umanamente per la riconoscenza che devo a Silvio Berlusconi, è stata quella di lasciare FI. Il passo successivo è stato più semplice. Oggi formalizzerò la mia candidatura con Azione di Carlo Calenda, che rappresenta a mio giudizio l’unica proposta politica capace di salvare il Paese da una nuova stagione di estremismi».

Perché Azione?

«Perché ha una proposta europeista, liberale, garantista, fedele al patto europeo e occidentale, capace di dire la verità agli elettori, di prendere impegni seri e poi di rispettarli fino in fondo, e quindi in sintonia con tutto ciò in cui credo da sempre».

Nel centrosinistra si discute ancora su come presentarsi: crede in un’alleanza di Azione con i progressisti di Letta o sarebbe più utile una corsa solitaria?

«Sono una persona pragmatica, e per me la domanda è un’altra: qual è la soluzione più utile per costruire, nel prossimo Parlamento, un’area moderata capace di incidere sulle scelte di governo e di far pesare le ragioni dell’impresa, delle famiglie, dell’Italia stanca di salti nel buio? La risposta arriverà presto. La corsa “in purezza” sarebbe bellissima e anche più facile, ma so bene che le regole del sistema elettorale non la aiutano».

Le ultime notizie sulle elezioni 2022, in diretta

Ma quali sarebbero in caso i rischi di corsa solitaria del centro e quali quelli di una sorta di «fronte anti-Meloni» che potrebbe far perdere consensi sia a destra che a sinistra?

«Non vedo rischi nella corsa solitaria, se non quello di un meccanismo elettorale che penalizza moltissimo chi non si associa ad altri. Non ho scelto Azione per partecipare a un fronte “contro” ma per dare una speranza a chi crede in questo Paese, nella sua possibilità di crescita, ed è stufo di irresponsabilità politica».

Quale è il suo giudizio sul Pd, per come si è mosso nel governo e per come si sta ponendo?

«Non mi piace fare l’opinionista sulle scelte degli altri, ma è ovvio che il Pd è stato preso in contropiede dalle scelte di Giuseppe Conte e capisco il momento di confusione. Pensavano di “normalizzare” il M5S, i fatti dimostrano che era una missione impossibile».

Si parla di «agenda Draghi», e anche di Draghi come premier nel caso in cui nessuno schieramento dovesse prevalere: se accadesse, lei ci spera?

«Da cittadina vorrei avere Mario Draghi premier anche nella prossima legislatura, e i sondaggi ci dicono che oltre metà degli italiani, compresi tanti elettori del centrodestra, la pensa allo stesso modo. Mi candido con Azione anche perché è il solo partito a dire apertamente che Draghi sarebbe ancora il premier ideale. Se questo non dovesse accadere, il nostro compito è continuare ad applicare il metodo di lavoro sperimentato fino al 20 luglio: pragmatismo, serietà, capacità di decidere».

Berlusconi si dice «amareggiato»: ha provato a trattenerla? E come?

«Ho avuto una lunga conversazione con Berlusconi, che ha speso bellissime parole di apprezzamento per il mio lavoro. La stima reciproca rimane intatta. Ma non potevo restare in un partito che, davanti a una scelta di crisi, tra salvare il Paese ed esporlo a un’ennesima avventura, prende la seconda strada senza neanche chiedere: quali sono i rischi per le categorie, per le imprese? Che succede al Piano di Ripresa se revochiamo la fiducia?».

Perché una persona come lei, che è apprezzata nel centrodestra come nel centrosinistra, non poteva rimanere nel suo schieramento, con un ruolo magari di front runner di FI, per bilanciare la forza dei due partiti di destra che hanno grandi chances di governare?

«È quello che ho fatto negli ultimi quattro anni ma le mie parole, le parole di chi ha militato nella prima Forza Italia moderata, europeista, liberale, volavano nel vento e spesso mi sono sentita isolata. Se fossi rimasta dopo la messa alla porta di Draghi avrei barattato la mia coscienza, le mie idee, con una poltrona. Non potevo».

Cosa pensa di Meloni? C’è davvero un pericolo fascismo in Italia?

«Come ho spesso ripetuto, prendere voti e governare sono due mestieri diversi. Gli estremismi fanno bene il primo lavoro e fanno malissimo il secondo. Le storie parallele del M5S e della Lega, votatissimi nel 2018 e poi naufragati dal Papeete in poi, ce lo confermano. L’Italia alle prese con la crisi del gas, l’Italia dove cala il potere di acquisto, della disoccupazione record, degli investitori che fuggono, ha bisogno di gente che sappia governare. Meloni sotto questo profilo è quantomeno un’incognita».

E sulle ipotesi di influenze russe nella crisi italiana di cui si sta molto parlando in queste ore: lei ha percepito qualcosa, o teme ambiguità future?

«Nel 2018, il Contratto di governo stipulato dalla Lega con i Cinque Stelle definiva la Russia “interlocutore strategico”. Le relazioni di Salvini e Meloni con Viktor Orbán, che in questo momento è una sorta di quinta colonna russa in Europa, non sono mai state interrotte. L’ambiguità è nei fatti, non è un’opinione, e ogni timore è fondato».

Chi l’ha delusa nel suo partito, Berlusconi o i suoi consiglieri, ai quali viene spesso data la massima responsabilità per la svolta che ha fatto cadere il governo Draghi?

«Non voglio entrare nel merito delle vicende del partito, anche per una questione di stile».

In Azione ritroverà alcuni colleghi e colleghe che hanno la sua stessa militanza, come Gelmini: si aspetta altri arrivi dal fronte di cui faceva parte, come Toti?

«Lo spero. Potremmo fare una bellissima battaglia di coerenza e responsabilità insieme ai tanti amministratori sul territorio che hanno fatto questa scelta».

C’è un «caso» Renzi? Pensa sia giusto coinvolgere Iv in un polo di centro?

«Tutte le persone che hanno la stessa idea dell’Italia e della politica, in questo momento, dovrebbero stare dalla stessa parte».

Cosa le mancherà di più di Forza Italia, e anche della sua esperienza di governo?

«Per carattere tendo a guardare avanti, non vivo di rimpianti ma di entusiasmo: comincia una nuova impresa che posso affrontare a testa alta, fedele alle mie idee e ai miei valori, tutto il mio impegno è verso il futuro».

Contro la destra sovranista. La lettera di addio di Mara Carfagna a Forza Italia. Linkiesta il 27 Luglio 2022.

«Le prime proposte elettorali su pensioni ed extra-deficit, nonché la grancassa dell’immigrazione che ricomincia a suonare, confermano una cifra demagogica che contraddice qualunque seria responsabilità di governo», dice la ministra. «Bisognerà cominciare a cucire un nuovo abito per l’Italia moderata, europeista, liberale, garantista, fedele al patto occidentale e alla parola data agli elettori» 

«Oggi lascerò il gruppo parlamentare di Forza Italia e mi iscriverò al Gruppo Misto». Dopo giorni di riflessioni e attesa su un addio ormai certo, la ministra per il Sud Mara Carfagna annuncia sulla Stampa l’addio al suo partito. «Lo lascerò con riconoscenza verso Silvio Berlusconi, che mi ha dato l’opportunità di entrare in politica e mi ha a lungo sostenuto nel mio impegno. Lo lascerò con stima per tanti colleghi che condividono il disagio di questo momento. Lo lascerò per senso di responsabilità verso i cittadini e le imprese che dal 20 luglio si fanno, ci fanno, una domanda semplice: perché, insieme con M5S e Lega, Forza Italia ha staccato la spina al governo Draghi, chiudendo prematuramente l’esperienza di un esecutivo non solo utile ma necessario, mentre emergenze nazionali e internazionali mettono a dura prova le sicurezze dei cittadini e la resistenza delle democrazie occidentali?».

In questa legislatura, spiega la ministra, «Forza Italia era stata ben attenta a distinguersi da Matteo Salvini e Giorgia Meloni. La revoca della fiducia al governo Draghi ha segnato una radicale inversione di marcia e una evidente sottomissione all’agenda della destra sovranista, che chiedeva di anticipare il voto per incassare subito una probabile vittoria. Le prime proposte elettorali su pensioni ed extra-deficit, nonché la grancassa dell’immigrazione che ricomincia a suonare, confermano una cifra demagogica che contraddice qualunque seria responsabilità di governo».

Insomma, il voto del 20 luglio fa ha cancellato, «l’imprinting moderato che il centrodestra aveva conservato per quasi un trentennio, malgrado il progressivo ridimensionamento di Forza Italia. Le conseguenze sono oggi chiare a tutti: la destituzione del premier più ascoltato e prestigioso d’Europa, l’interruzione della “messa in sicurezza” del Paese, la fuga degli investitori (ne abbiamo ogni giorno notizia), l’immagine dell’Italia che torna instabile e inaffidabile».

Tutto questo «non risponde alle aspettative di un elettorato moderato stanco di avventure, di fuochi d’artificio dialettici e di una visione delle grandi emergenze italiane – l’invecchiamento della popolazione, l’immigrazione clandestina, il debito pubblico, le mancate riforme, il lavoro povero e il calo del potere d’acquisto delle famiglie – fondata sulla propaganda anziché sul coraggio di affrontare i problemi e risolverli. Sono convinta che le imprese e le famiglie, dopo i 17 mesi di Mario Draghi e del governo della responsabilità e della serietà, chiedano protezione e tranquillità, non nuove e false rivoluzioni: il Paese ha già dato più di quello che poteva permettersi con i due governi a guida grillina, e sappiamo tutti come è finita».

Mara Carfagna cita le cifre illustrate ieri in consiglio dei ministri dal ministro dell’Economia Daniele Franco nella relazione sull’assestamento, il documento che certifica lo stato del bilancio pubblico: nei primi sei mesi dell’anno, l’indebitamento per il 2022 al momento risulta inferiore di 0,8 punti di Pil rispetto alle stime.

«Sono 14,3 miliardi di maggiori entrate “guadagnati” dal Paese, che consentiranno di estendere a un numero maggiore di cittadini e aziende il nuovo decreto aiuti», spiega. «Questa è la politica efficiente e pragmatica che personalmente voglio continuare a difendere: una politica che produce risultati e non illusioni, vantaggi per le persone e non polemiche quotidiane. Non sono la sola, siamo in tanti a vederla nello stesso modo. Sappiamo tutti che c’è una larga parte dell’elettorato che non si rassegna alla prevalenza degli estremismi, ma non mi nascondo la difficoltà di trasformare questa visione in scelta politica, in un sistema che praticamente obbliga alle coalizioni e condanna all’irrilevanza chi non si associa. E tuttavia questo sforzo andrà fatto. Questo percorso dovrà essere avviato. Bisogna cominciare a guardare le cose con gli occhi di oggi e di domani, non con quelli di ieri. Tutto è cambiato, le “casacche” che indossavamo – per usare una orribile espressione – non raccontano più la verità, non definiscono più i campi, anzi confondono le idee. Bisognerà cominciare a cucire un nuovo abito per l’Italia moderata, europeista, liberale, garantista, fedele al patto occidentale e alla parola data agli elettori».

Ciao populisti. Anche Mara Carfagna lascia Forza Italia. Linkiesta il 22 Luglio 2022.

Le dimissioni della ministra per il Sud seguono quelle di Mariastella Gelmini, Renato Brunetta e Andrea Cangini, certificando la fine del moderatismo del partito fondato da Silvio Berlusconi e amplificando la necessità di nuove iniziative politiche

Anche Mara Carfagna, ministro per il Sud e per la Coesione territoriale, lascia Forza Italia. Lo comunica con una nota, all’indomani del voto che ha sancito la fine del governo guidato da Mario Draghi. «Per questioni di stile non esprimo giudizi su come Forza Italia ha gestito questa crisi», prendendo una decisione finale «che non ho condiviso e che va contro l’interesse del Paese e di cui non ho avuto l’opportunità di discutere in una sede di partito».

Resta però viva la gratitudine nei confronti del leader e fondatore Silvio Berlusconi, «per le opportunità che mi ha offerto e la fiducia che mi ha testimoniato in questi anni». Tuttavia, quanto accaduto è «una frattura con il mondo di valori nei quali ho sempre creduto» e impone di «prendere le distanze», avviando una seria riflessione politica.

Con l’addio di Mara Carfagna, che segue quelli di Renato Brunetta e Maria Stella Gelmini, tutti i ministri scelti da Forza Italia per il governo di Mario Draghi hanno lasciato il partito.

(ANSA il 21 luglio 2022) -  Anche Andrea Cangini lascia Forza Italia. Lo conferma il senatore azzurro, che ieri ha votato la fiducia al governo Draghi in dissenso dal partito restando in aula a differenza dagli altri forzisti. "Sono consapevole del fatto che, rinnovando la fiducia al presidente del Consiglio in coerenza con quanto detto e fatto da Forza Italia fino a due giorni fa, mi sarei messo automaticamente fuori dal partito", ha aggiunto.

"Non sono io che lascio Forza Italia, è Forza Italia che ha lasciato me" ha detto il sen. Andrea Cangini all'ANSA. "Questa crisi - ha aggiunto - ci ha fatto ripiombare nell'immagine dell'Italietta ingovernabile e inaffidabile, ed è una crisi dai costi altissimi che ricadranno sui ceti più deboli. Anche per questo i sindaci volevano che Draghi rimanesse, perché temono il blocco dei fondi per il Pnrr". "Nessuno dubitava che il centrodestra avrebbe vinto le prossime elezioni, ma un conto è vincere le elezioni in primavera con un Paese risanato, un altro è vincere in un contesto di macerie". ha rilevato.

E poi "non puoi fino alla sera prima dire una cosa e poi fare il contrario solo per una logica di parte in un momento di emergenza come questo". Il senatore non intende creare situazioni o cordate, "non ho problemi di collocamento o di carriera. Ho sempre cercato di fare la cosa giusta". Nella scena politica attuale "c'è molta demagogia, anche a sinistra".

Quanto a Forza Italia, "da anni sembra sempre più assecondare le idee di Matteo Salvini che per me non è un uomo credibile e non è mai stato e temo mai sarà un leader politico serio". No comment su altri possìbili transfughi azzurri, dopo le uscite di Maria Stella Gelmini e Renato Brunetta: "che il malessere ci sia non c'è dubbio, ma che poi esca allo scoperto è un'altra cosa".

Estratto dell’articolo di Renato Brunetta per “la Stampa” il 22 luglio 2022.

Non sono io che lascio, ma è Forza Italia, o meglio quel che ne è rimasto, che ha lasciato se stessa e ha rinnegato la sua storia. Non votando la fiducia a Mario Draghi, il mio partito ha deviato dai valori fondanti della sua cultura. […] Io continuo ad essere coerente con tutti questi principi e valori, integralmente recepiti nell'agenda Draghi, cardini della storia gloriosa del Partito popolare europeo, a cui mi onoro di essere iscritto. Sono rammaricato per l'equivoco in cui è incorso l'amico Manfred Weber.

Caro Manfred, ti hanno riferito i fatti italiani in maniera distorta e strumentale: non è stato solo il M5S, ma anche Forza Italia, assieme alla Lega di Salvini, a sabotare un liberale come Draghi, attraverso giochi di potere egoistici e pericolosi sulla pelle della gente, degli italiani, degli europei. Inspiegabile, davvero inspiegabile, aver contribuito a fermare nel nostro Paese il progetto europeista ispirato al binomio inscindibile libertà-responsabilità, il collante della grande famiglia del Ppe.

[…] I vertici sempre più ristretti di Forza Italia si sono appiattiti sul peggior populismo sovranista, sacrificando un campione come Draghi, orgoglio italiano nel mondo, sull'altare del più miope opportunismo elettorale. Miope perché ignora o finge di ignorare che, per il centrodestra e per l'Italia, non c'è alcun futuro nelle tentazioni tardoprovinciali del sovranismo, che vagheggia un'infantile egemonia nazionale, del conservatorismo corporativo, che consegna la democrazia al ricatto dei microinteressi, del tatticismo populista, che piega al consenso le decisioni e gonfia la spesa pubblica, del settarismo culturale, che esibisce un'implausibile e inattuale identità politica.

La decisione di ieri, assunta, come da troppo tempo a questa parte, senza alcuna dialettica interna, in spregio alle regole statutarie, consegna a questa deriva quel che rimane del partito. […] Io non cambio, è Forza Italia che è cambiata. […] 

P.S. Ore 19.45 Ho appena finito il Consiglio dei ministri, e vengo a conoscenza di un'intervista al presidente Berlusconi rilasciata a La Stampa. Nella conversazione telefonica con il direttore Giannini, mi accusa di irriconoscenza, assieme alla collega Gelmini, e profetizza per noi la mancanza di futuro politico. 

Mi viene facile rispondere che a Berlusconi voglio bene, e sempre gliene ho voluto anche nei momenti più bui (e non sono stati pochi), che per Forza Italia nei miei quasi trent' anni di militanza ho dato tutto: tutto me stesso, tutta la mia intelligenza, tutto il mio impegno, politico e personale.

Mi addolora solo una cosa del commento di Berlusconi: che attacca esclusivamente in maniera scomposta sul piano personale e non tiene in alcun conto le serissime ragioni politiche del nostro addio. Ecco, questo mi fa dire, purtroppo, che Berlusconi ha perso lucidità e umanità, insieme alla qualità straordinaria che gli abbiamo sempre riconosciuto: quella di saper leggere nell'animo delle persone. Caro presidente Berlusconi, lo ripeto: io continuo a volerti bene, ma tu hai sprecato una grande occasione, quella di lasciare una nobile eredità all'Italia. Per tutte le cose buone che hai fatto, peccato che concludi col rancore e con battute che fanno male soprattutto a te. Ciao presidente, lunga vita.

In Forza Italia vince sempre Berlusconi: chi volta le spalle a Silvio poi finisce nell'ombra. Domenico Alcamo su Il Tempo il 27 luglio 2022

C'è quell'espressione lì, «comiche finali», entrata nell'immaginario collettivo in uno dei tanti, tormentatissimi, passaggi della vita del centrodestra. Eravamo nel 2007. A pronunciarla fu Gianfranco Fini, allora leader di An. Destinatario era Silvio Berlusconi. A quel tempo erano entrambi all'opposizione, e il Presidente di Forza Italia, dopo una riuscita campagna di gazebo in tutte le piazze del Paese lanciò l'idea di un partito unico che riunisse tutte le sigle dell'area. Fini rispose con quell'espressione sferzante, a sottolineare, e forse invocare, un epilogo un po' miserevole della parabola politica del suo alleato mai stato troppo amico. Si sa com' è andata a finire. Si sa quel che accadde dopo (un'altra, trionfante, cavalcata di Berlusconi verso Palazzo Chigi) e chi tra i due terminò la propria carriera politica. Perché vige una legge non scritta dal '94. Berlusconi essendo un'anomalia vivente, per la capacità di attrarre quote di consenso, di intercettare anche solo un angolo di aspettative scritte nell'anima profonda di questo Paese, è un fenomeno non interpretabile secondo i crismi della politica. E per questo ad essa sopravvive, spesso anche plasmandola alla bisogna. Dovrebbero saperlo bene gli ultimi fuoriusciti che hanno deciso di dire addio a Berlusconi.

L'ultima, ieri, è stata Mara Carfagna, perché «la mancata fiducia a Draghi indica la rinuncia a ogni autonomia della componente liberale dalla destra sovranista». Ha seguito l'esempio di altri due ministri, Mariastella Gelmini e Renato Brunetta, che hanno lasciato il partito per lo stesso motivo. Se si corre indietro di trent' anni, con le parole di quanti, lasciando Forza Italia, ne decretavano lo snaturamento e la fine prossima, si potrebbe comporre una ricca antologia. Eppure, quel calabrone con una struttura alare insufficiente per poter volare, volteggia ancora, influisce, condiziona, facendo pesare, oggi, quell'8% di consensi fino all'ultimo voto. E risuonano così nella storia le parole, per dire dell'allora deputato di Forza Italia Michele Caccavale, siamo nel marzo 1996, uno dei primi ad andarsene. «Povero Berlusconi -si rammaricava-costretto a predicare bene e a praticare male. Speriamo che gli italiani non ci caschino più». A guardarla ventisei anni dopo, tante e tante altre volte ancora ci sarebbero cascati. Al contrario, nel vuoto cadde la previsione di Vittorio Dotti, primissimo capogruppo degli azzurri alla Camera. Avvocato del gruppo Fininvest, signore autentico, faceva parte di quella squadra pionieristica che seguì Berlusconi nella discesa in campo. Poi il rapporto tra i due si ruppe pervia delle rivelazioni della di lui (Dotti) allora fidanzata, Stefania Ariosto, che inguaiarono sia Berlusconi che Previti. E non fu più ricandidato. Forza Italia, vaticinava Dotti, è destinata «a essere fagocitata da An». Non è accaduto. Balzo di qualche anno, siamo al 1998. Cominciano ad avere i mal di pancia interni tra i professori, quel gruppo di intellettuali di primissimo piano candidati da Forza Italia per conferire ad un partito neonato un inquadramento culturale. Uno di essi, Saverio Vertone, oggi non più tra noi, lamentava l'abbandono progressivo dello spirito liberale di Forza Italia, che, a suo dire, aveva abbracciato una politica "suicida", perché troppo conservatrice. Ventisei anni dopo, parliamo ancora di Forza Italia. Non si è suicidata né si è estinta. E andando su su negli anni troviamo ancora l'intervista di addio di Beppe Pisanu, dicembre 2012. Fu parlamentare, ministro dell'Interno, affiancò Berlusconi in tante e tante battaglie. «Berlusconi è in concorrenza diretta con Grillo», sosteneva. E ancora vedeva in Mario Monti «una specie di opportunità storica per i moderati». Tempo qualche mese e Scelta Civica ottenne un risultato assai parco alle elezioni.

E che dire quell'essere «diversamente berlusconiani» invocato da Angelino Alfano come anticamera del suo addio al Pdl? Anche lui criticava «posizioni estremistiche estranee alla nostra storia» che parevano avere la meglio nel partito. Alfano, che era stato indicato da Berlusconi, ma senza eccessiva enfasi, come suo delfino, si staccò da FI, sostenne i governi di centrosinistra della scorsa legislatura alla guida del Nuovo Centrodestra. E oggi è fuori dalla politica. Come dimenticare, poi, il fedelissimo Sandro Bondi che lasciò amaramente nel 2014, o l'addio di Gaetano Quagliariello, che seguì Alfano in Ncd, e Giovanni Toti che abbandonò il Cav per fondare Cambiamo. Ma in questa carrellata di dichiarazioni, che si riallaccia a quelle degli ultimi addii, c'è un comun denominatore: la denuncia di uno smarrimento dell'identità liberale e una mutazione della leadership di Berlusconi. Una Spoon River della malinconia, a fronte di uno solo che, in quel terreno impervio del post Seconda Repubblica, riesce ancora ad essere decisivo.

Da “Libero quotidiano” il 23 Luglio 2022

Tanti addii, pochi successi politici e una moltitudine di "dispersi". Forse il più famoso è l'ex leader di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini (resterà negli annali la frase: «Che fai mi cacci?»). Ecco qui accando alcuni dei divorzi più celebri da Forza Italia e dal Pdl.

Vi ricordate Angelino Alfano? 

Era il segretario politico del Popolo della Libertà, ma nel novembre 2013 decise di rompere con il Cavaliere e di fondare gruppi parlamentari autonomi creando il «Nuovo Centrodestra» e alleandosi con il Pd a sostegno del governo Letta, dove aveva la carica di ministro dell'Interno. Carica che mantenne anche nel successivo governo di Matteo Renzi. Poi, nel 2017, l'addio alla politica e la carriera professionale nel privato.

«Riposino in pace». Così Silvio Berlusconi aveva liquidato due giorni fa l'addio a Forza Italia di Renato Brunetta e Mariastella Gelmini. «Non hanno né seguito né futuro», il commento gelido del presidente. E ieri sul tema è intervenuta anche la compagna di Berlusconi Marta Fascina, donna e deputata silenziosissima di cui non si ricordano recenti interviste e interventi pubblici. 

Ieri la Fascina ha pubblicato una storia su Instagram con la scritta: «Roma non premiai traditori». Il tutto accompagnato dalla colonna sonora di una celebre canzone di Fabrizio De André, Un giudice: il brano narra la vicenda di un nano che scala i gradini di una funzione pubblica, la magistratura.

Già nel luglio 2021, dopo un voto contrario di Coraggio Italia in Commissione rispetto alla linea di Forza Italia, la fascina si era scagliata contro i traditori: «I partiti non sono taxi per raggiungere lauti stipendi e posizioni di potere, salvo poi (una volta raggiunto l'obbiettivo) cambiare idea, ideali, valori, partito» aveva detto la compagna di Berlusconi. Secondo la Fascina, occorreva ridare subito «dignità alla politica», modificando la Costituzione sul vincolo di mandato, impedendo ai parlamentari di lasciare il partito con cui sono stati eletti, pena la decadenza dell'incarico parlamentare: «Chi, tradendo il mandato elettorale dei cittadini ha contestato i nostri emendamenti deve riflettere».

Forza Italia, Ronzulli: "Gelmini trattava da tre mesi con Calenda. Carfagna resterà". Emanuele Lauria su La Repubblica il 25 Luglio 2022.

La delegata di FI ai rapporti con gli alleati: "L'attacco di Fascina a Brunetta? Conosco Marta, è una persona buona e non credo che avesse l'intento di offenderlo"

Subito in campagna elettorale sulle macerie del governo Draghi. Forza Italia ha ceduto alle pressioni populiste?

"Questa è la narrazione di chi deve trovare capri espiatori - dice la senatrice Licia Ronzulli, delegata di FI ai rapporti con gli alleati - invece di assumersi responsabilità di un fallimento che ha i contorni di un tradimento nei confronti del Parlamento e degli italiani.

Emanuele Lauria per “la Repubblica” il 25 luglio 2022. 

Subito in campagna elettorale sulle macerie del governo Draghi. Forza Italia ha ceduto alle pressioni populiste?

«Questa è la narrazione di chi deve trovare capri espiatori - dice la senatrice Licia Ronzulli, delegata di FI ai rapporti con gli alleati - invece di assumersi responsabilità di un fallimento che ha i contorni di un tradimento nei confronti del Parlamento e degli italiani. Siamo l'unico partito ad aver votato la fiducia a un solo premier, Mario Draghi, abbiamo scritto il piano vaccinale, il Recovery Fund, sostenuto una politica estera atlantista ed europeista. Le bugie le rispediamo al mittente».

Triste vicenda, ammetterà.

«E' l'immagine di una sinistra disposta a tutto - anche a sacrificare la natura virtuosa di un esecutivo nato grazie a Fi e alla generosità del presidente Berlusconi - pur di dividere il centrodestra e salvare quel che resta del "campo largo". A chi era in Senato non sono sfuggiti i movimenti sottobanco di Franceschini, Speranza, Letta e Conte per far cadere il governo e dare vita a un nuovo esecutivo giallo-rosso. Renzi, di certo non un nostro estimatore, ha smascherato il tentato complotto ai danni del Paese».

Pensate di aver fatto tutto il possibile per salvare il governo?

«Abbiamo posto una sola condizione al prosieguo del governo Draghi: andiamo avanti ma senza i 5S, stanchi di ricatti e veti. Forza Italia ha lavorato con responsabilità, nel centrodestra di governo, per non far cadere l'esecutivo. Ma il Pd ha deciso diversamente, accecato dal potere che continua a gestire senza mai aver vinto un'elezione».

Berlusconi si è prestato a dire sì alle elezioni anticipare in cambio della promessa della presidenza del Senato?

«Ridicolo e offensivo. Nessuno ha mai offerto nulla al presidente. E la sua scelta non è stata orientata dalla disponibilità o meno di un qualunque posto. L'elezione al Senato sanerà il voto della scandalosa decadenza del 2014, per effetto di una legge applicata in modo retroattivo».

Uno scenario elettorale possibile è quello del centrodestra contro la cosiddetta "area Draghi".

«Stanno provando, senza rispetto, a tirare per la giacchetta al premier. Ma l'area Draghi ha ragion d'essere se c'è Draghi in persona. Diversamente non esiste, sono "sei personaggi in cerca d'autore" (Conte, Letta, Di Maio, Renzi, Calenda, Toti) disposti ad un'ammucchiata che si tiene in piedi con il vinavil». 

Il candidato premier sarà annunciato già prima della campagna elettorale? O sarà deciso dopo? E in questo caso si applicherà, come chiede Meloni, la regola che il partito con più voti esprime il presidente?

«Non è il momento di parlare di nomi e leadership. È il momento di presentare agli italiani la nostra idea di Paese, quale domani immaginiamo per i nostri figli».

Quanto crede che peserà l'addio di Gelmini, Brunetta e, forse, Carfagna?

«Quando i cittadini sanno che sei pronto a cambiar casacca, a rinnegare la tua storia per interessi personali o per paura di non essere rieletti, non si fidano più. La storia insegna l'infausto esito di ogni abbandono. Gelmini ha usato strumentalmente la decisione di FI per dare un senso alla sua uscita. Sapevamo che stava lavorando già da 3 mesi ad un progetto alternativo al nostro con Calenda e Bonino e i toni e la velocità della sua uscita lo confermano. Ora vuol descrivere FI sottomessa al sovranismo. Ma nel novembre 2019, con la Lega in vetta, mi chiese di organizzare un incontro con Salvini per staccare dal gruppo di FI, che guidava, 30 o 40 deputati. Cosa che mi rifiutai di fare».

Calenda vi toglierà voti?

«Chi voterà Calenda darà il voto ai radicali e sarà a favore dell'utero in affitto, dirà di sì alla legalizzazione delle droghe. Posizioni inconciliabili per noi che ci ispiriamo ai valori cattolici e cristiani». 

Brunetta si è mostrato pubblicamente molto colpito dagli attacchi ricevuto da Marta Fascina, che ha messo nel mirino la sua altezza. Lei che ne pensa?

«Renato sa che Berlusconi e FI sono sempre stati dalla sua parte quando i suoi nuovi alleati lo etichettavano come un energumeno tascabile o più di recente dopo un "vaffa" lanciato dal ministro a un lavoratore che l'aveva definito una "macchietta scurrile della politica italiana". Conosco Marta ed è una persona buona e non credo avesse l'intento di offenderlo».

Carfagna lo seguirà a breve?

«Sono sicura che Mara, un ministro molto apprezzato, prenderà la decisione giusta, quella di continuare a contribuire al nostro grande progetto». 

Lei è sempre nel mirino di chi lamenta qualcosa che non va nel partito.

«Non accuse, ma calunnie, frutto del pregiudizio come quello secondo cui sarei la quinta colonna del leghismo. Se la prende con me chi non ha il coraggio di attaccare il presidente. Le battaglie che ho condotto su vaccini e Green Pass, chiaramente in antitesi alla Lega, parlano da sole».

Giovanni Orsina per “la Stampa” il 25 luglio 2022.

Siamo arrivati al voto come peggio non avremmo potuto. Innanzitutto sarebbe stato meglio affrontare un autunno che si prevede assai difficile e la sessione di bilancio con un gabinetto guidato da Mario Draghi, e chiudere la legislatura in maniera ordinata. La crisi di governo, poi, ha avuto dei passaggi grotteschi che certo non hanno contribuito ad accrescere la credibilità già bassissima del ceto politico. Infine, l'uscita di scena di Draghi e la prospettiva delle urne hanno ulteriormente innalzato i già elevati livelli di isteria e catastrofismo della sfera pubblica italiana. 

Come se si trattasse della fine del mondo. Ma isteria e catastrofismo fanno male all'Italia, non soltanto perché radicalizzano l'opinione pubblica, ma soprattutto perché trasmettono al di fuori dei nostri confini il messaggio che il Paese è ormai sull'orlo dell'abisso. La nostra immagine internazionale così s' indebolisce, e la debolezza a sua volta fa sì che l'orlo dell'abisso si avvicini, come nelle più classiche profezie che si auto-avverano. 

Tenere sotto controllo l'isteria e il catastrofismo, tuttavia, non vuol dire rifiutarsi di vedere quanto complesso e pericoloso sia diventato da ultimo il mondo nel quale viviamo. E non può impedirci di sperare allora, con un ottimismo alquanto irragionevole, che questa campagna elettorale si dimostri infine più seria del modo in cui è cominciata.

La destra italiana è poco seria dal 1994, e si dura gran fatica a sperare che rinsavisca dopo quasi trent' anni.

La poca serietà di Silvio Berlusconi, in realtà, rappresenta da sempre una parte integrante del suo messaggio, un modo per negare alla politica importanza e solennità, per segnalare agli elettori che la vita è altrove, nella famiglia, nella società civile, nel mercato. Matteo Salvini sembra aver ereditato il dadaismo del Cavaliere, ma con un'aggiunta di radicalismo che lo ha reso meno lieve e, in fin dei conti, meno simpatico. Giorgia Meloni - che l'altroieri, intervistata dalla Stampa, ha invocato più volte la serietà - non condivide invece la leggerezza dei suoi compagni d'avventura. Le sue radici affondano nel cuore del ventesimo secolo, del resto, il secolo dell'iper-politica, mentre gli altri due sono figli della fase terminale del Novecento, segnata dall'antipolitica e dal populismo.

Il problema della serietà nel caso di Meloni si pone allora in una forma diversa, ma che vale del resto pure per Salvini e Berlusconi. A farla molto breve: la politica italiana ha qualche (modesto) spazio di movimento, ma non può avventurarsi al di fuori di un perimetro ben preciso. Non solo: non può nemmeno permettersi che sorgano dubbi rispetto alla sua volontà di restare all'interno di quei confini, non può dire che vorrebbe uscirne o far finta di uscirne, nemmeno per scherzo. 

Il perimetro ha una forma triangolare, ed è fatto di lealtà atlantica, volontà di partecipare costruttivamente alla vita dell'Unione europea, determinazione a non destabilizzare l'euro - con tutte le conseguenze di finanza pubblica che ne derivano. Potremmo chiamarlo, appunto, «perimetro della serietà», perché non è serio raccontare agli elettori che se ne possa prescindere sapendo che non si può, o senza dire loro quale prezzo si pagherebbe se non se ne tenesse conto.

L'Italia del dopo 25 settembre non può permettersi - non lo può: è un dato di fatto semplice e duro come la pietra - di avere un governo che non dia la massima garanzia di voler restare nel perimetro della serietà. Berlusconi, Salvini e Meloni, in forme, su fronti e a livelli d'intensità differenti, hanno tutti e tre gettato un occhio, e talvolta ben più di un occhio, al di fuori di quel perimetro. La prova di serietà che si chiede loro è che da qui al 25 settembre dissolvano ogni dubbio, facciano piazza pulita di qualsiasi ambiguità su tutti e tre i lati del triangolo. Il Partito democratico e le forze politiche centriste sono certamente, interamente all'interno del perimetro della serietà.

Il loro problema, del Pd in particolare, è che danno l'impressione di voler fare ben poco oltre a stare immobili al centro del poligono, e paiono pensare che garantire di restarci sia condizione non soltanto necessaria ma anche sufficiente del loro fare politica. La serietà, così, è diventata fine a se stessa, si è trasformata in un vessillo, un alibi, un mezzo di conservazione del potere.

E, infine, in uno strumento di delegittimazione della destra. Perché la serietà potesse svolgere quest' ultima funzione, però, le forze politiche e culturali «serie» hanno dovuto dilatarne il perimetro, tirarlo dalla propria parte, esasperare i toni e denunciare sconfinamenti e violazioni anche là dove non ce n'erano. E tutto questo, in definitiva, è stato terribilmente poco serio. Perfino meno serio, per certi versi, che promettere un milione di alberi.

Soprattutto, tutto questo ha contribuito all'isterismo e al catastrofismo dei quali si diceva sopra, e al rischio che l'Italia si trovi intrappolata in una profezia di sventura che si auto-avvera. Che il destra-centro si collochi all'interno del perimetro della serietà, e che questa sua collocazione sia chiaramente percepita anche all'estero, è interesse di tutti. Se così non fosse e il destra-centro dovesse vincere le elezioni e arrivare al governo, l'Italia ne sarebbe enormemente indebolita in un momento storico molto difficile e le istituzioni democratiche ne sarebbero messe ulteriormente sotto pressione. Qualcuno sulla sinistra e al centro potrebbe approfittarne, nel breve periodo. Ma avrebbe ben poco di cui gloriarsi.

Vent'anni di critiche, offese e prese in giro. Ma ora gli ex ministri azzurri diventano eroi. Francesco Boezi il 25 Luglio 2022 su Il Giornale.

Gelmini e Brunetta hanno già dimenticato gli insulti degli ex avversari

I ministri Maria Stella Gelmini e Renato Brunetta, per usare un eufemismo, non sono mai stati troppo simpatici al centrosinistra. L'adesione dei due ex forzisti al «Rassemblement repubblicano» non cancella un ventennio di critiche feroci: i progressisti hanno sempre attaccato le politiche liberali di entrambi e non solo quelle. Qualcuno si ricorderà delle rumorose manifestazioni di piazza attraverso cui la sinistra tentò di bloccare la riforma della scuola targata Gelmini. Facciamo un piccolo salto all'indietro. Erano i tempi del quarto governo presieduto da Silvio Berlusconi e nel maggio 2010, in un clima di contestazione, Pier Luigi Bersani, che oggi dovrebbe gravitare attorno allo stesso «Rassemblement» dell'ex ministro dell'Istruzione, se ne usciva così: «Una figura eroica, quella degli insegnanti che sono a inseguire i disagi sociali mentre la Gelmini gli rompe i c...». L'ex esponente di Fi era diventata il simbolo di un modo di concepire una scuola diversa da quella tutelata dal monopolio ideologico della sinistra gramsciana. Il centrodestra portava avanti battaglie per il voto in condotta, per il maestro unico, per evitare che gli insegnanti di Storia saltassero a piè pari la tragedia delle foibe e così via: la Gelmini potrebbe aver archiviato tutto in nome di una non precisata «agenda repubblicana». Poi c'è stato il caso della gaffe sul tunnel tra il Cern di Ginevra ed il Gran Sasso. «Siccome non c'è naturalmente nessun tunnel fra l'Infn ad Assergi, sotto quattro chilometri di dura roccia del Gran Sasso e l'Lhc di Ginevra, che fine avrebbero fatto quei soldi? O forse questa è una delle grandi opere che questo governo di pressappochisti e venditori di illusioni vuole lanciare?», disse ai tempi Manuela Ghizzoni, dem che sedeva nella commissione Cultura, reagendo appunto a quella che, per molti, è stato un imperdonabile scivolone della politica lombarda. L'elenco sarebbe lungo ma questi pochi episodi bastano a rammentare qual è stato il rapporto tra l'emisfero «democratico» e «progressista», per usare gli aggettivi scelti da Enrico Letta per definire la compagine che guiderà alle prossime elezioni politiche, e l'attuale ministro per gli Affari regionali e per le Autonomie.

E poi c'è Renato Brunetta, per cui può valere il medesimo discorso. Anzi, fino a qualche giorno fa il centrosinistra criticava in maniera aperta il capo di dicastero per la Pubblica amministrazione: «Brunetta imbarazzo per sé e per il governo. Forse dovrebbe mettersi in proprio», ha fatto sapere di recente Tommaso Nannicini, senatore Pd, in relazione allo scambio di vedute tra il ministro ed un lavoratore che lo stava contestando. Brunetta è spesso stato bersagliato per non essere uno statalista ma nel cartellone elettorale che il Nazareno sta stilando per le Politiche del 25 settembre sembra non esserci spazio per i risentimenti (e neppure per le identità chiare). Come dimenticarsi, infine, dell'«energumeno tascabile», ossia dell'appellativo che Massimo D'Alema utilizzò per apostrofare l'ex ministro della Funzione pubblica? Anche in quel caso si trattò di critiche mosse da uno statalista. Il centrosinistra del resto statalista lo è sempre stato. Qualcuno farebbe meglio a tenerlo a mente.

(ANSA domenica 24 Luglio 2022) - "Mi dicono tappo o nano e ho sofferto e continuo a soffrire per questo". "Ma per fortuna ho le spalle larghe perché ho fatto molte cose, il prof universitario il parlamentare anche europeo, sono stato ministro due volte", ho fatto molte esperienze. "Di questo sono responsabile, ma non della mia statura". 

Così il ministro della P.a. Renato Brunetta, intervenendo a Mezz'Ora in Più di Lucia Annunziata e rivolgendosi direttamente a Marta Fascina. La deputata azzurra era intervenuta nei giorni scorsi dopo l'addio di Brunetta a Forza Italia postando, tra l'altro la canzone di De Andrè, " Il giudice" che fa riferimenti espliciti "ai nani". 

"Marta - dice Brunetta, visibilmente emozionato - ma essere violentato su questo... non per me ma per tutti quei bambine e bambini che non hanno avuto la fortuna di essere alti e belli e che possono avere in me un esempio e dire, ma vedete Brunetta, però tappo come è... sdogano su di me questo termine che mi ha sempre fatto male". "Però lei ha gli occhi azzurri - dice Annunziata"; "Grazie", risponde Brunetta. "Io sono responsabile delle mie idee di quello che faccio ma non di essere tappo o nano". 

Governo: Brunetta, da FI decisione presa alle nostre spalle

(ANSA domenica 24 Luglio 2022) - "Nulla abbiamo saputo, una decisione presa alle nostre spalle". Così il ministro della P.a Renato Brunetta a Mezz'Ora in più di Lucia Annunziata su Rai 3 a proposito della scelta di Forza Italia sul governo. "E' stato un atto di irresponsabilità motivato da un opportunismo temporalistico", ha detto, "Una valutazione di tipo opportunistico. Salvini vedeva deteriorare il suo consenso mese dopo mese, Forza Italia non si espandeva, Meloni cresceva. Hanno preferito non pagare il costo del governo ma farlo pagare agli italiani".

Brunetta, Unione Repubblicana per salvare il Paese

(ANSA domenica 24 Luglio 2022) - "Un'Unione e un rassemblement repubblicano per tutti quelli che hanno sostenuto l'agenda Draghi", con un programma comune che guardi all'Europa e al Pnrr, "un'Unione Repubblicana che salvi il Paese". Così il ministro della P.a Renato Brunetta a Mezz'Ora in Più di Lucia Annunziata su Rai tre. "C'e' un progetto? Chiede Annunziata, "Ovviamente e ci stiamo lavorando". Tra i nomi di questo rassemblement Annunziata cita Toti, Renzi, Calenda e Brunetta assente. "Tremonti?" chiede Annunziata: "sta dall'altra parte" dice Brunetta, ribadendo di sognare un'unione di Liberi e Forti che salvi il Paese.

Brunetta: «Io, “nano” contro la violenza di Fascina. “Riposi in pace” da Berlusconi? Si è rotto qualcosa». Paolo Conti su Il Corriere della Sera domenica 24 Luglio 2022. 

Il primissimo piano della telecamera di «Mezz’ora in più» di Lucia Annunziata su Rai 3 non lascia spazio all’immaginazione. Renato Brunetta non è solo emozionato, è chiaramente scosso: «Da una vita vengo violentato per la mia altezza, anzi per la mia bassezza. Mi dicono tappo, nano... ho sofferto e continuo a soffrire per questo». Quelle parole lancinanti e così esplicite (violentato, tappo, nano) aiutano Lucia Annunziata nelle domande successive, lui non si sottrae. La puntata parte dall’attualità politica, dal suo addio a Forza Italia, dalla clamorosa frattura anche personale con Berlusconi. Annunziata prova a chiedergli se potrebbe prendere in considerazione, per sanare la rottura, una candidatura forte in un collegio sicuro da Berlusconi: «No. Ventotto anni sono tanti ma con lui si è rotto qualcosa. Come gli amori: quando si rompe qualcosa, è finita. Voglio bene a Berlusconi, continuerò a volergliene. Però quando c’è una rottura si parla delle ragioni della rottura. Ma subire invettive personali, anche feroci, da lui e dal suo ambiente... Una quando ha detto di noi che siamo andati via “che riposino in pace” . Io gli ho augurato lunga vita, perché sinceramente gli voglio bene». E qui la politica, il confronto interno a FI, l’addio di Brunetta dopo lunghi anni alla squadra politica berlusconiana, lascia spazio televisivo alla improvvisa e imprevedibile, esplicita, incondizionata ammissione di una ferita esistenziale mai veramente guarita che segue un’altra ammissione umana, quel voler bene a Berlusconi: «Mi dicono tappo, nano, ho sofferto e continuo a soffrire. Ma per fortuna ho le spalle larghe. Per fortuna ho fatto mille cose nella vita». Qui Brunetta guarda negli occhi Lucia Annunziata (che prova a fargli un complimento, «però lei ha gli occhi azzurri», lui ringrazia con un sorriso ma va avanti) e la regia di David Marcotulli segue i suoi gesti: «Sono stato ministro, professore universitario, presidente di commissione parlamentare, ho scritto molto. Di questo sono responsabile, ma non della mia statura». Subito dopo, con un autentico colpo di teatro, si rivolge direttamente a Marta Fascina, la deputata azzurra compagna di Berlusconi che, dopo l’addio di Brunetta, ha postato su Instagram la scritta «Roma non premia i traditori» con la canzone «Il giudice» di Fabrizio de André che contiene un feroce, notissimo passaggio su un giudice molto basso di statura («È una carogna di sicuro/ Perché ha il cuore troppo/Troppo vicino al buco del …»). Brunetta continua a guardare Lucia Annunziata però in realtà parla a Marta Fascina: «Marta... Marta... Ma essere violentato su questo. Non per me, ma per tutte quelle bambine e quei bambini che non hanno la fortuna di essere alti e belli e che possono avere in me un esempio e dire... vedete, Brunetta, però tappo com’è... nano com’è, fa il ministro. Sto usando qui questo termine che mi ha sempre fatto male, lo sdogano qui». Una breve pausa e una conclusione che resterà nelle cronache televisive italiane perché si trasforma in una sorta di seduta psicoanalitica sotto le telecamere: «Marta, Marta Fascina grazie, vai avanti così, perché consentirai di sdoganare anche queste violenze. Perché parlarne vuol dire elaborare... Non mi era mai riuscito di parlare in pubblico così. Mai, mai. Adesso, oggi, ne parlo». Una confessione clamorosa, fortemente emotiva, e insieme (parole di Brunetta) l’elaborazione in diretta televisiva di una pesante sofferenza esistenziale. Il ministro della Pubblica amministrazione sembra essersi tolto un intollerabile peso dalle spalle. E sono in tanti a manifestargli piena solidarietà politicamente trasversale (Giovanni Toti, presidente della Liguria e di Italia Centro, lo definisce «un gigante», e poi Michele Anzaldi di Italia Viva, Osvaldo Napoli di Azione). Ma di questa puntata di «Mezz’ora in più» resterà proprio l’ammissione di una condizione, il suo sdoganamento, la sua rielaborazione. E non è poco. Anzi, è oggettivamente moltissimo.

Filippo Sensi, deputato Pd, per leggo.it il 25 luglio 2022.

Lo so che significa. Ognuno di noi lo sa. Quello che ha fatto Renato Brunetta ieri, intervistato da Lucia Annunziata, che ha fatto i conti per la prima volta con quella cosa dell'altezza. Con la fatica di affrontarla ogni giorno che Dio manda in terra. Con l'ironia di saperci sorridere, di passarci sopra, ma sapendo che sempre su quello verrai misurato, sempre su quello ti guarderanno, e giudicheranno. 

Non tutti, certo. Ma lo faranno. Questo non ha impedito a Brunetta di essere un professore universitario, di scrivere libri, di essere stato ministro, parlamentare e tanto altro ancora. Ma sotto quella carriera, sotto ai traguardi raggiunti, quello sguardo, magari quella risata restava sempre, resta. Uno sguardo che non gli ha impedito di fare la sua vita, ho le spalle larghe ha detto il ministro.

E anzi, chissà, ha magari giocato un ruolo in una affermazione, in un percorso, in una esistenza coronata di successi. Brunetta è un combattente, lo è sempre stato. Così come lo siamo noi, ognuno di noi. Corpi sbagliati, troppo grassi, troppo corti, troppo calvi, troppo secchi, troppo naso, troppo quello, poco quello. Da qualche tempo si parla di body shaming, della derisione dei corpi degli altri, delle caratteristiche fisiche elevate a pregiudizio, giù risate a crepapelle, di una puzza che sembra non abbandonarti mai.

IL POST DI MARTA FASCINA CONTRO BRUNETTA

Perché il primo sguardo implacabile - e non dimentichiamo mai che lo sguardo è un gesto che afferra e fissa - è proprio il nostro. Come si esce da questo incantesimo, da questa letterale maledizione? Intanto dicendolo. Non occultandolo. Facendoci i conti, pubblicamente. Perché la paura di dirci diversi o non conformi, come oggi usa dire, è il tabù più forte. Ieri Brunetta ha fatto esattamente questo: lo ha detto. Lo ha evocato. Io, il tappo, il nano. Io, il ciccione. Mi capitò di parlarne in aula qualche tempo fa, di questa cosa. E di dirla. E di catturare l'attenzione di quella aula, a Montecitorio. E quando mi sono seduto, dopo avere parlato, quando mi sono lasciato andare sullo scranno, come dopo una liberazione, Brunetta arrivò dall'altra parte dell'emiciclo e si venne a congratulare con me. Perché lo avevo detto. Perché lo aveva provato. Ogni giorno, ogni singolo giorno. E se oggi, dopo l'intervista con Annunziata, qualcuno - un ragazzo, una ragazza - troverà in quelle parole, in quella confessione un po' amara, vissuta, ma a ciglio asciutto, la forza per fare la sua strada, per farcela e non chiudersi, non restare infilzato a quello sguardo o a quel nomignolo o a quel giudizio vorrà dire che le parole di Brunetta - quella fragilità presa di petto, ammessa, evocata, gridata - saranno arrivate dove i nostri corpi sbagliati pensavamo non ci avrebbero mai portato. Con gli altri, con noi. Finalmente.

Gianluca Nicoletti per “la Stampa” il 25 luglio 2022.

«Cosa vuol dire avere un metro e mezzo di statura, ve lo rivelan gli occhi e le battute della gente...». Renato Brunetta evidentemente lo sa da quando è nato, infatti lo ha ammesso senza reticenza nel talk di Lucia Annunziata. Ha raccontato la sua amarezza per il post pubblicato su Instagram da Marta Fascina che, oltre a dargli del traditore che può starci, sonorizzava l'invettiva con la nota ballata di Fabrizio de André sul nano, che è invece una vera vigliaccata, perché il testo parla di un giudice di bassa statura, la cui carriera di spietato esecutore di condanne a morte è la risposta al dileggio subito negli anni per il suo deficit di altezza. 

Il mio condannare un gesto così poco da signora non è un endorsement al Brunetta politico, è piuttosto una riflessione doverosa che ognuno, di ogni orientamento ideologico, dovrebbe fare sull'infelice esordio di una campagna elettorale, in cui sembra che le divergenze in famiglia (in questo caso Forza Italia) si regolano con l'antico e odioso costume di mortificare il reprobo, discriminandolo su una sua presunta inadeguatezza fisica. Il controllo sulla nostra parte civilizzata si allenta quando si ci si gioca la serenità di giudizio imbevuti di astio, succede sempre nel territorio velenoso di un patto di fedeltà non rispettato.

È corretto che capiti in politica, il luogo eccelso di ogni compromesso? No di certo ma c'è caduto anche Giorgio Mulè, che all'apice di una diatriba con Giovanni Toti scrive: «Il guaio è che sembra un Di Battista un po' sovrappeso. Si prova solo molta pena e nulla più». Toti replica che si aspetta «il Ciccio bomba cannoniere», è evidente però che pure lui è stato attaccato su un problema di tipo fisico.

È pure possibile che questo avrà riaperto il ricordo di quando nel gennaio 2014 fu infagottato in una tuta bianca e messo a dieta forzata da Berlusconi, quando lo prelevò dai tg Mediaset per farne il suo delfino, portandolo prima di tutto in una clinica a perdere peso. Epico scatto di un tentativo di palingenesi (fisica e politica) quello che immortala i due che salutano dal balcone della spa «La maison de relax» di Gardone Riviera, dove il miracolo del dimagrimento di Toti era stato affidato al medico di fiducia del leader di Forza Italia, Alberto Zangrillo. 

Toti avrebbe allora dovuto prendere il posto del precedente aspirante delfino Angelino Alfano, su cui pure avrà pesato lo stigma dell'inadeguatezza fisica. Al giovane coordinatore di Forza Italia a Palermo, scelto dal Cavaliere come possibile suo successore, però mancava già in partenza qualcosa per ambire a quell'importante posizione: «Angelino, senza capelli non ha futuro - gli fu detto senza remora da Berlusconi -. Lei ha una pelata che la fa apparire più in là con l'età. Sua moglie se ne lamenta?».

Lo confessa lo stesso Alfano ad Antonello Caporale nel luglio 2005, aggiungendo che seguì un quasi diktat a sottoporsi (anche lui) all'impianto tricologico da un chirurgo di cui gli venne fornito il nome. 

L'impianto era molto costoso, Alfano se ne astenne e forse partì già con il piede sbagliato.

È evidente che Marta Fascina abbia soltanto esternato in una burinata da stadio un retro pensiero sostanziosamente metabolizzato nell'ambiente in cui vive, dove il miraggio della perfezione fisica sia perseguito, senza alcuna discriminazione di genere, attraverso un costante ristrutturare con bisturi, innesti, polimero e tinture, laddove il naturale scorrere del tempo lascia inesorabile le sue tracce.

Lei stessa dovrebbe sapere però quanto possa essere mortificante subire il vigliacco attacco sulle proprie inadeguatezza fisiche o sulla conseguente, quanto sicuramente lecita, volontà di attenuarle quanto possibile con espedienti di ogni tipo. 

Il suo «non marito» è stato bersaglio per anni di tutto quel sarcasmo più bieco che oggi chiamiamo «body shaming» e se è una regola deve valere per tutti, quindi sarebbe ora di smettere anche di ricorrere alle consunte battute di Beppe Grillo come «psiconano» o «testa di catrame», come pure le allusioni, che a qualcuno faranno tanto ridere, tipo «Cavalier pompetta» che infieriscono egualmente su un problema fisico. Basta anche con le foto cerchiate delle scarpe col rialzo di Berlusconi, degli sgabelli dietro al podio. 

Nascondono la stessa matrice codarda di chi, senza dirlo apertamente ma alludendo, dà del nano a Brunetta. Lui almeno, a differenza di Berlusconi porta con orgoglio la sua bassa statura, non nascondendola nelle foto ufficiali e non facendone un tema indicibile. Eppure sullo svantaggio fisico di Brunetta ha ironizzato buona parte della comicità «progressista» da Fiorello a Crozza; quest' ultimo spesso lo raffigura con un paracadute per scendere dalla sedia. Brunetta può essere antipatico, può non piacere quello che dice e fa...

Perché però deve essere considerato lecito dargli con disprezzo del nano? È evidente che una persona molto bassa è presa in giro sin da bambino e da adulto non trova difensori. Non c'è remissione alla sua «colpa» tanto tra i buonisti di sinistra che vestono equo e solidale, quanto tra i cultori del salvifico posticcio che pensano a destra.

Ogni volta che si ironizza sul basso Brunetta si provoca sofferenza in chiunque sia molto al di sotto della statura minima della media; nel caso che qualcuno, pur ritenendo sé stesso civilizzato, obiettasse che tutto questo gli sembra esagerato, annoverandolo nella legittima goliardia, nella lecita invettiva, nel sacrosanto diritto d'opinione, è mio personale e confutabile convincimento che abbia sicuramente molto cammino da fare, per potersi considerare una persona evoluta.

Brunetta: «Non mi candido. Meloni coerente, pronto a consigliarla». Monica Guerzoni per corriere.it il 13 agosto 2022.

Il ministro per la Pubblica amministrazione: nessun rammarico, semmai un po’ di dolore. Mi occuperò di più di Venezia e della mia famiglia, i miei amori 

Renato Brunetta, davvero lascia la politica?

«Semplicemente non mi candido. Ho dato tanto alla politica e tanto ho ricevuto — è il commiato del ministro per la Pubblica amministrazione —. Nessun rammarico e nessun rimpianto. Semmai un po’ di dolore».

Dolore perché non tornerà in Parlamento?

«È stato un mese di emozioni forti e decisioni difficili. Ho visto Forza Italia, che è stata la mia casa per quasi trent’anni, contribuire alla caduta di Draghi. Il governo più credibile, autorevole e serio, che poteva farci uscire da una situazione tragica che ha visto sommarsi pandemia, guerra, inflazione e uno spread minaccioso. Un atto incredibile e incomprensibile».

Come lo spiega?

«Aprire una crisi che fa rischiare l’osso del collo all’Italia, come ha deciso Conte seguito da Salvini e Berlusconi, è un masochismo che mi angoscia. Il mio sogno era votare a fine legislatura, dopo una legge di Bilancio draghiana forte e strutturata. Ora abbiamo uno scenario distopico, il peggiore possibile».

Crede alla versione di un Berlusconi sedotto dalla promessa di essere eletto presidente del Senato?

«Non lo so. Mi chiedo come abbiano potuto togliere al nostro Paese la guida più autorevole che abbia mai avuto, in un momento drammatico e senza consultare nessuno di noi tre ministri. Una scelta che ha reso Forza Italia irriconoscibile ai miei occhi, e impossibile la mia permanenza. Con qualche altro mese di lavoro avremmo avuto risultati eccezionali, acquisito i 23 miliardi del Pnrr di dicembre e messo in sicurezza la tranche di giugno 2023».

I fondi Ue sono a rischio?

«Spero di no, ma è chiaro che tutto è rallentato. E di mezzo c’è la legge di Bilancio, che ovviamente partirà in gravissimo ritardo. Poi bisogna vedere che atteggiamento avrà l’Ue in ragione della credibilità del prossimo governo, qualunque esso sia».

Se Draghi fosse stato eletto al Quirinale, lei avrebbe potuto sostituirlo pro-tempore a Palazzo Chigi come ministro più anziano. Sicuro di non avere rimpianti?

« Sliding doors , è il destino. Mi dispiace che Draghi non abbia fatto il presidente della Repubblica, non certo per me, ma averlo avuto ancora premier in un momento tragico, allo scoppio della guerra, è stata una garanzia per tutti. È riuscito a contenere la paura collettiva gestendo al meglio le sanzioni alla Russia, il caro energia e i provvedimenti a favore di famiglie e imprese».

Ritiene possibile che Draghi resti, se non ci sarà una maggioranza certa?

«Se fosse così generoso io sarei felice. Quando ha accettato lo è stato e dopo i primi, fondamentali mesi di lavoro, è partito un camel trophy per difficoltà artificiali poste dai partiti».

Cosa pensa del video di Meloni per tranquillizzare l’Europa e la Casa Bianca?

«È l’unica che ha una posizione coerente. Ha fatto un’opposizione dura, ma anche seria e si candida a governare. Non ho pregiudizi verso di lei, ma passare dalla credibilità di Draghi a un altro governo, che dovrà dimostrare di essere affidabile, è in sé un problema per il Paese».

E se Meloni vincesse e la chiamasse al governo?

«Mica siamo in un film! Ma quando eravamo vicini di banco, durante il governo Berlusconi del 2008, parlavamo spesso. Ho un bel ricordo dei nostri colloqui, mi chiedeva consigli che io da professore davo ben volentieri. Glieli darei anche oggi, nello spirito repubblicano».

La convince il programma del centrodestra?

«È la prima volta che non scrivo il programma “azzurro”, logico che si sommino sofferenza e ricordi. Anche perché i 15 punti sono in continuità con il passato. Ma io ho creduto nel progetto di unità nazionale rappresentato da questo esecutivo. Fino alla fine continuerò a impegnarmi per attuare il Pnrr e mettere il Paese in sicurezza dal punto di vista sanitario, sociale ed economico».

E se all’Economia andasse Tremonti?

«Temo che passare dal pragmatismo di Draghi a un altro governo sia uno choc, un costo per il Paese. Soprattutto se la nuova maggioranza si allontanerà dai valori dell’europeismo e dell’atlantismo».

Berlusconi vuole «sfrattare» Mattarella?

«Come non ho mai amato le strumentalizzazioni contro di me, non le amo sugli altri. Forse Berlusconi è stato male interpretato, anche se ha usato un’espressione troppo forte e io non sono cambiato, la riforma costituzionale per l’elezione diretta del capo dello Stato la voterei».

Perché non è entrato nel partito di Calenda?

«Vale per tutti. Per fare un percorso insieme doveva scattare una convergenza di interesse e stili. Con un sorriso mi dico che forse sono ingombrante. Sono un vecchio socialista liberale di 72 anni con molta storia alle spalle. Io non mi muovo, resto dove sono. È il partito che si è spostato».

La compagna di Berlusconi l’ha molto offesa con una allusione alla sua statura. In questi anni si è sentito più odiato che amato?

«Sono stato odiato dai no vax, ma sono orgoglioso per tutte le decisioni prese per la salute degli italiani in pandemia. Per il resto, solo oggi ho ricevuto centinaia di messaggi veri, non semplici like, tutti straordinariamente positivi».

Gli impiegati non le perdonano di averli bollati come fannulloni.

«Accadeva 15 anni fa. Interpretando il pensiero degli italiani mi riferivo a quella esigua minoranza che penalizza il lavoro della stragrande maggioranza di dipendenti pubblici che fanno il loro dovere. Oggi io sono quello che ha rinnovato tutti i contratti senza un’ora di sciopero e che, appena tornato a Palazzo Vidoni, ha voluto siglare un patto con i sindacati per le riforme e la coesione sociale».

Che farà, adesso?

«Rimango a disposizione per servire ancora il mio Paese, con le idee e le energie di sempre. Mi occuperò di più di Venezia e della mia famiglia, i grandi amori della mia vita».

Luigi Mascheroni per “il Giornale” il 5 settembre 2022.

Renato Brunetta quando lo guardi sembra sempre ce l'abbia con te, anche quando sorride. E di fatto Brunetta non sorride mai. Gli altezzosi, ghignano. 

Un ghigno capace di aprire conflitti, iroso, del tutto privo di autoironia, permaloso come un Recalcati, pignolo come una Gruber, sempre disponibilissimo a farsi un selfie coi «Brunetta lovers» ma incapace di innamorarsi di qualcuno che non sia se stesso e campione assoluto di rissa verbale (c'è soltanto una cosa che gli piace più di litigare: avere ragione), Brunetta bagolo, pagiòla e papusse - ama tre cose. 

La prima è Venezia. Ricambiato: due volte candidato sindaco, due volte bocciato. È nei Registri della Serenissima, anno 2010, seconda corsa alla poltrona di sindaco mentre è già ministro per la Pubblica amministrazione, quella volta che percorrendo la roadshow dalla Stazione di Santa Lucia a piazza San Marco distribuendo strette di mano e santini, viene fermato da un vecchio veneziano che lo saluta: «Onorevole, mi ghe dago il voto, e con mi ghe se tuta la me famegia: semo in sie. Ma me scusa tanto: come xe che pol far insieme el sindaco e ministro?».

Risposta di Brunetta: «Ma non rompermi i coglioni!». Come perdere sei voti in un colpo. Diceva di lui Gianni De Michelis, del quale Renatino era ai tempi il portaborse: «Brunetta è intelligente, ma deve stare in seconda fila. Se lo mandi avanti, antipatico com' è, fa danni». 

La seconda cosa che ama di più - la vera passione - è la politica, cui è fedelissimo da quarant' anni, quando era consigliere economico nei governi Craxi I, Craxi II, Amato I, Adorato II, Idolatrato III, Venerato IV: il socialismo non si professa, si divinizza. Come il potere. 

E la terza sono i dipendenti pubblici, che ama così tanto, ma così tanto, che vorrebbe passare tutto il giorno con loro. Per sorvegliarli meglio. «Fannulloni! » «Tornate a lavorare!». «Imboscati di m*rda!». «Vi riformo dalla testa ai piedi!».

Testa brillante e piedi per terra, Renato Brunetta è sì intelligentissimo. Ma non gli basta.

Lui vuole essere un genio. È noto a tutti, tranne agli accademici di Stoccolma, la volta in cui, ospite da Enrico Mentana, con un coraggio che in una scala da uno a La7 vale dieci, e con il suo proverbiale senso della misura, confessò che da giovane puntava al Nobel per l'Economia. «Ma Lei sta scherzando, vero?». 

 «No, affatto: perché?». Ma poi, si sa, Brunetta optò per una più rassicurante carriera precaria. Quale è, appunto, la politica. 

Precario come deputato per tre legislature, due da europarlamentare, tre anni da Ministro per l'Innovazione, per due volte Ministro per la Pubblica amministrazione, Renato Brunetta è un fautore assoluto dell'efficienza. Il suo sogno è aumentare la produttività del 50 per cento. «Bisogna raddoppiare tutto!».

 Tipo: fare il ministro in due governi diversi. Brunetta è talmente produttivo che nessuno come lui ha fatto fruttare così tanto la propria carriera politica. Svariate poltrone, innumerevoli incarichi, infinite deleghe e 72 anni d'età, è il ministro in carica più anziano, tanto che se Mario Draghi fosse diventato Presidente della Repubblica è andata male, peccato... - Brunetta in quanto decano del Governo sarebbe diventato premier ad interim.

Che non è veneziano, e in italiano significa: «Il più a lungo possibile». Abondansa e arogansa xè tuta na pietansa. 

Ora Brunetta, finita l'abbuffata politica, dopo l'addio a Forza Italia ha deciso di non candidarsi più (ma poi: con chi?). E ieri, a Cernobbio, la sua ultima volta sul palco del Forum Ambrosetti, si è anche commosso. Tornerà a insegnare. Da precario della politica al posto fisso di Professore. Una rivoluzione dalla sera alla mattina.

Serioso più che serale, mattinale più che mattiniero, Brunetta, da figlio di un venditore ambulante di gondoete e suvenir, bancarella in lista di Spagna sognando l'America, ultimo di tre fratelli, fiòlo della Venezia popolare, dai marciapiedi di Cannaregio a Piazza di Montecitorio, fin da piccolo ha imparato il valore del sacrificio, l'ansia di riscatto, la sacralità del lavoro e soprattutto l'ingiustizia di un mondo diviso fra i ricchi e la brunetta dei Ricchi e poveri. A pensarci bene, il ministro perfetto per la Pubblica amministrazione. I lavoratori in smart working? «Imboscati!». 

I precari? «L'Italia peggiore!». Le élite? «Di merda». I poliziotti?

«Panzoni!». I registi? «Parassiti!».

I sindacalisti? «&*?#ù!».

«Ma a questo che dorme sul posto di lavoro gliela mandiamo o no una bella lettera di licenziamento?».

Parole che Renato Brunetta detesta: «Smart working». «Concertazione». «Giulio Tremonti».

«Salario minimo». «Spread».

«Reddito di cittadinanza». «Aumenti di stipendio». Ma soprattutto «Matteo Renzi», body shaming e granseola. 

Goloso di granchietti e anguelle, judoca (gli piace molto giocare) - primo dan, secondo vengono gli sgei - un amore per i classici e la storia romana sognandosi novello Cincinnato, tanto che per prepararsi all'abbandono dell'agone politico si è comprato una tenuta nell'Agro romano, borgo Capizucchi, Renato Brunetta (Lib-lab, tip tap e keynesiano dalla testa alla punta della cravatta) ha sempre creduto nell'economia, ambito purtroppo meno affidabile dell'aruspicina. Brunetta e quelli che la moneta unica ci renderà tutti più ricchi, la Brexit distruggerà la Gran Bretagna, il green pass preserverà l'economia, le sanzioni piegheranno la Russia... L'economia non è solo la scienza triste, è anche la più inesatta... E non si capisce, viste le troppe previsioni sbagliate degli economisti, se la cosa è più drammatica o più comica.

Comico nei momenti più drammatici e drammatico nei momenti quasi comici, di lui narra la leggenda che temporibus illis, era il 2008, dovendo Silvio Berlusconi nominare i ministri del suo nuovo governo, e avendo scelto per l'Economia l'acerrimo collega Giulio Tremonti - si era a Palazzo Grazioli - il delusissimo Renato si gettò istericamente a terra, scalciando e gridando: «Silvioooooo, se non mi fai ministro, non mi alzo da qui!». E non si alzò. 

Se non una volta avuta la nomina al dicastero dell'Innovazione. Un'appendice recita che, il giorno dopo, gli stessi che presenziarono all'atto di superbia assistettero a quello di umiltà, quando Brunetta si gettò ai piedi del Capo, piangendo: «Silvio perdonami! Ti pregoooo!!». 

Ateo, dichiarazioni spesso sopra le righe e un attivismo plateale, Renato Brunetta resta con tutti i tanti pregi e qualche difetto un italiano archetipico. Furbo, astuto, ossessionato dal potere - ora fedele al Cavaliere ora mansueto coi Draghi - e con un debole atavico e italico per il mattone. Villone con 14 vani catastali, giardino e piscina sulla via Ardeatina a Roma. Casale a Todi.

Villetta a picco sul mare di Ravello. Una casina nel parco delle Cinque Terre, residenza a Venezia a Dorsoduro. Da cui la celebre orazione: «L'Imu non si paga perché lo dico io che sono la maggioranza».

Ubi Di Maio minor cessat, l'aspetto più umano di Brunetta un cursus honorum accademico e politico da annichilire metà Parlamento, l'altra metà invece non sa il latino è l'invidiabile capacità di mantenere la testa fredda quando la situazione si fa calda e scegliere la frase esatta nel momento migliore. Solo uno statista come lui poteva dichiarare: «A Salvini e Meloni dico: smettetela con i giochetti da Prima Repubblica, il Paese ha bisogno di serietà». Che poi è il motivo per cui la politica fa così ridere.

Da “Il Giornale” il 6 settembre 2022.  

In riferimento all'articolo pubblicato ieri sul Giornale dal titolo «Renato Brunetta. Spread, gondoete e poltrone» a firma di Luigi Mascheroni, riceviamo e pubblichiamo da Renato Brunetta: Mio caro bravissimo, si fa per dire, professore a contratto di giornalismo & cultura alla facoltà di Lettere dell'Università Cattolica di Milano, anticipo che, da collega anziano a giovin docente, ti darò del tu. L'articolo che hai scritto su di me, deformando la mia persona, non sta né in cielo né in terra. È una carrellata di falsi, di banalità, di luoghi comuni. Di offese alla mia persona: il tutto degno di querela. 

Leggo dal tuo curriculum che sei caposervizio al Giornale e che insegni Teoria e tecniche dell'informazione culturale. Caspita! Ma la teoria e le tecniche di cui addottori i tuoi studenti nei vasti campi del tuo sapere prevedono l'uso del falso sistematico appiccicato alla reputazione altrui, credendo che il tono dell'ironia da oratorio autorizzi l'uso della menzogna e del chiacchiericcio calunnioso?

Dal servizietto che mi hai dedicato, in qualità di scotennatore dilettante del sottoscritto e delle basi linguistiche, direi proprio di sì. Comincio dall'offesa alla sintassi italica. Scrivi: «Gli altezzosi, ghignano». Virgola tra soggetto e verbo? Matita blu, mi avrebbe detto la maestra di terza elementare. Ma il capolavoro è il fuoco di artificio finale: mi attribuisci «un cursus honorem accademico e politici da annichilire metà del Parlamento». 

In prima media mi avevano insegnato che il genitivo plurale della terza declinazione prevederebbe di scrivere honorum, ma dev' esserci stata un'evoluzione tecnica del cursus honorem accademico. La questione grammaticale - come sosteneva Leonardo Sciascia - non è solo grammaticale: dice chi siamo, documenta di che etica siamo praticanti. La tua zoppica alquanto, lo dico da ateo (l'unica, o quasi, cosa vera che scrivi di me), non credente sì, sì rispettoso degli insegnamenti morali che l'Università Cattolica credo promuova anche nei corsi di giornalismo.

Hai peccato, figliolo. Mi sembra fosse San Filippo Neri che spiegava come fosse grave e irreparabile spargere notizie false sul prossimo. A una donna che si confessò da lui accusandosi di maldicenza, diede per penitenza di spiumare una gallina per strada. Quella tornò per ricevere l'assoluzione, e il Santo - così ha raccontato papa Bergoglio - le disse qualcosa tipo: prima raccogli tutte le penne e le piume. 

È cambiato qualcosa nella dottrina? Non credo, visto che l'aneddoto l'ho appreso da Papa Francesco. Più laicamente mi appoggio al principio popperiano di falsificabilità. Come sai si allarga dalla scienza alla vita comune degli uomini. Consiste nel dovere di fornire elementi che consentano di verificare se il pozzo da cui hai attinto l'informazione sia avvelenato oppure una raccolta di ciarpame. Il fatto è che hai rovesciato sulla mia testa notizie-immondizia. 

Esempio? Scrivi di quando fui candidato a sindaco di Venezia essendo già ministro: «... viene fermato da un vecchio veneziano che lo saluta: Onorevole, mi ghe dago il voto... Ma me scusa tanto: come xe che pol far insieme el sindaco e ministro?. Risposta di Brunetta: Ma non rompermi i coglioni!». Falso! Magari c'è una registrazione, un nome e cognome, una telecamera di sicurezza... Ancora: «Diceva di lui Gianni De Michelis...: Brunetta è intelligente, ma deve stare in seconda fila. Se lo mandi avanti, antipatico com' è, fa danni». Falso! Testimoni per favore...

Di nuovo e peggio. «A Palazzo Grazioli ... Renato si gettò istericamente a terra, scalciando e gridando: Silvioooooo, se non mi fai ministro, non mi alzo da qui!. E non si alzò. Se non una volta avuta la nomina al dicastero dell'Innovazione... il giorno dopo, gli stessi che presenziarono all'atto, si gettò ai piedi del Capo, piangendo: Silvio perdonami! Ti pregoooo!!». Falso! Chi erano i presenti all'atto? È vero che tu ti pari le terga, dicendo che è una «leggenda». 

Trucco puerile e piuttosto vile per dirottare la propria responsabilità sui soliti ignoti. Ma è utilissima per colorire con il ridicolo la mia damnatio. Perché? Altre bugie sono sparse qua e là. Mi dilungherei troppo a ramazzarle tutte per farne un falò della tua vanità. Una cosa però devo dirla, mi disturba più di tutto, e dimostra che «guarda che non sono io» (Francesco De Gregori) quello di cui tu parli. Scrivi a mio riguardo: «Incapace di innamorarsi di qualcuno che non sia se stesso». Ma come ti permetti di entrare nei miei sentimenti?

Offendi la verità, e trascuri un fatto: ho una moglie meravigliosa, innamorato sempre. Ma «tu che ne sai» (Gigi D'Alessio)? 

PS. Caro direttore, caro Minzo, perché? Perché tanta ferocia, tanto livore, tanta stupidità contro di me, già editorialista del tuo/nostro Giornale? A chi giova tutto questo, proprio nel momento in cui lascio, con onore e dignità, la politica? 

Risposta di Luigi Mascheroni: Gentile Renato Brunetta, al netto del refuso honorem corretto in honorum già alle 10 del mattino nella versione online dell'articolo, il mio intento non era scrivere una voce biografica di Wikipedia, ma un ritratto inedito e ironico che alla fine - come dimostra la Sua risposta - risulta molto somigliante, a partire dalla permalosità. Tutto qui. E le regole grammaticali sono fatte per essere infrante, quando il risultato finale è più efficace del rispetto della norma.

Risposta di Augusto Minzolini: Caro Renato, non c'è nessun livore, né tanto meno ferocia. Si è trattato solo di un esercizio di ironia verso una persona come te che fa di tutto per apparire antipatica ma che suscita anche tanta simpatia. Specie in un momento in cui hai avuto il coraggio - ti va riconosciuto - di prendere una decisione importante come quella di lasciare, dopo tanti anni, la politica. Ci mancheranno anche queste tue lettere puntute, certi che non riporrai nel cassetto la tua matita blu.

Dal “Corriere della Sera” il 7 Settembre 2022.

Il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, risponde all'ex ministro dell'Economia Giulio Tremonti sulla lettera inviata al governo italiano nel 2011 dal presidente della Bce Jean-Claude Trichet e dal presidente designato Mario Draghi affermando di non essere l'estensore della missiva ma di avere responsabilmente informato l'allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

«Oggi, in un'intervista al Corriere della Sera , il professor Giulio Tremonti si ostina a riproporre una ricostruzione falsa e arbitraria dell'origine della lettera che il 5 agosto 2011 l'allora presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, e l'allora presidente designato, Mario Draghi, governatore della Banca d'Italia, inviarono al governo italiano guidato da Silvio Berlusconi». Così il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta in una nota diffusa per correggere la versione del suo ex collega. 

«Un puntuale, mai smentito, resoconto della vicenda è contenuto nel mio libro "Berlusconi deve cadere" (maggio 2014). Non sono stato l'estensore della lettera, come sostiene Tremonti, allora ministro dell'Economia e delle Finanze. Sono stato, invece, a differenza sua, il ministro che il 4 agosto 2011 venne a conoscenza dell'esistenza della missiva, nata a Francoforte, e che informò prontamente e responsabilmente il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, alla presenza del sottosegretario Gianni Letta. Ogni altra versione dei fatti è priva di fondamento», conclude il ministro da poco uscito da Forza Italia.

Lagnosi di tutto il mondo, sdoganatevi! La suscettibilità di Brunetta, il corpo di Calenda e il vittimismo social militante. Guia Soncini su L'Inkiesta il 26 Luglio 2022.

Va ancora di moda sentirsi discriminati per qualsiasi cosa, ma arriverà il momento in cui cresceremo e smetteremo di pensare che i peli delle nostre ascelle, la nostra altezza o la forma fisica siano il centro del mondo

«Calenda assomiglia troppo ai pinguini del Madagascar. Sarà bodyshaming? Io non voglio fare bodyshaming a Calenda, però cazzo, è veramente uguale». Federica Cacciola è un’autrice comica, ieri su Instagram ha pubblicato un video sui dilemmi dell’elettrice di sinistra che non sa chi votare. Chissà se l’ha registrato prima o dopo la visione di Mezz’ora in più.

Domenica, al programma di Lucia Annunziata su Rai3 (le crisi di governo sono ottime per aggiungere puntate ai contratti dei talk-show), era ospite Renato Brunetta. Che, come tutti gli ambiziosi di questo tempo sbandato, mica vuol essere Giulio Andreotti: vuol essere Giorgia Soleri.

Giorgia Soleri è una ragazza senza particolari qualità che si è ritrovata protagonista delle homepage dei giornali italiani grazie a un combinato disposto che andrebbe studiato nelle facoltà di comunicazione.

Approfittando della visibilità che aveva come apparente fidanzata d’un cantante per adolescenti (Damiano dei Måneskin), Soleri: ha pubblicato un libro di poesie (vuoi negare il ruolo di nuova Patrizia Cavalli a una che non sa come sia strutturato un sonetto ma ha 660mila follower? Gli editori devono pur campare, e Soleri le poesie te le fa andare in classifica); è diventata testimonial su Instagram di capi d’acrilico di varie marche; si è posizionata come vittima multidisciplinare, che viene discriminata (non si sa da chi) perché non si depila le ascelle, e con cui un reparto ospedaliero fu cafone quando abortì (per le altre patologie si sa che negli ospedali son tutti amabilissimi), e che infine ha inventato l’endometriosi.

Prima di lei non era mai stata diagnosticata a nessuno, prima di lei il mondo ignorava che fosse una patologia da bestemmie plurime, prima di lei il Parlamento non se ne occupava. È tutto un complesso di occhi di bue, intesi come riflettori da cui ognuna vuol essere illuminata. La starlette che si posiziona come testimonial dell’endometriosi, la deputata che la riceve in Parlamento come se davvero fino a quel momento lo Stato avesse ignorato quella patologia (che era persino nella lista di fragilità con le quali vaccinarsi in anticipo), i giornali che sanno che i titoli che sanno di lagna saranno i più cliccati e che quel che le ventenni d’oggi vogliono sentirsi dire non è «siete fortunate, ai miei tempi se avevi l’endometriosi la diagnosi era “quante storie”», bensì «siete le più sfortunate le più vittime le più vessate della storia dell’umanità».

Ho un’amica che ogni mattina mi manda una foto di qualche sito di giornale italiano per il quale ancora una volta Soleri è una notizia. L’altroieri era «ho tentato il suicidio», e abbiamo convenuto fosse insuperabile: d’ora in poi come avrebbe fatto a diventare titolo? Siamo state ottimiste, ieri era già di nuovo titolo con un più innocuo «perché non mi depilo». Un’ascella, un suicidio: tutto fa brodo di clic.

E quindi, in un mondo in cui solo il vittimismo genera facile consenso, Brunetta domenica va dalla Annunziata – la quale, come tutti quelli che non vogliono essere Giorgia Soleri, vuol essere Barbara D’Urso – e spiega a lei e a noi tutti quanto lo faccia soffrire che Marta Fascina gli abbia dato del tappo. Non: ammazza che ficcante dialettica ha la Fascina, si vede che Hegel l’ha studiato al Bagaglino. Non: rompete tanto i coglioni con la Zan e poi quando uno è avversario politico vale tutto. No.

Renato Brunetta, 72 anni, decide di metter su l’occhio lucido e, mentre Lucia D’Urso Annunziata lo esorta a togliersi questo peso dal cuore, confessa quanto lo feriscano i commenti sulla sua altezza, ma ora ha deciso di appropriarsene (lui dice «sdoganare», perché ormai non ce n’è uno che non parli in frasifattese) e di darsi del tappo da solo, e quindi grazie Marta, che mi hai fatto venir voglia di darmi del tappo prima che me lo diano gli altri, che magnifica storia di empowerment (Brunetta non dice «empowerment», perché c’è un limite anche al frasifattese).

L’altro giorno il portiere isterico d’un condominio nel cui cortile m’ero fermata a rispondere al telefono, mentre gli dicevo che me ne stavo già andando senza che me lo dicesse e di non farsi venire crisi isteriche che fanno male alla salute, ha fatto un gesto che percorreva le mie frolle carni e ha detto una cosa tipo: muore prima lei, visto com’è ridotta. Se avessi avuto ventisei anni, l’età della Soleri, questo commento mi avrebbe ferita, invece di farmi pensare «eh, lo dice sempre anche il cardiologo»?

Forse sì, ma ci dev’essere pure un’età in cui diventi adulto e pensi che se qualcuno è dialetticamente così scarso da doverti dire «brutta cicciona» il problema è suo e non tuo, e invece di offenderti ti vien voglia di dargli un buffetto. Ci dev’essere un’età in cui ti fa ridere l’idea di somigliare più a un pinguino del Madagascar che ad Alain Delon periodo Gattopardo. Ci dev’essere un momento in cui cresciamo e smettiamo di pensare che i peli delle nostre ascelle siano il centro del mondo.

Se il video la Cacciola l’avesse fatto l’altroieri, avrei pensato: ah, vedi, venire presi per il culo per il proprio aspetto è diventato privilegio dei maschi, di una donna non direbbe mai che ha il culone, altrimenti la seppellirebbero di «solo alle donne, puntesclamativo». Poi è arrivato Brunetta, e ora è solo questione di tempo. Entro la fine della campagna elettorale, Renzi frignerà perché qualche vignettista l’ha ritratto coi nei, Calenda farà un comizio al bioparco e con l’occhio lucido confermerà la sua stima ai pinguini usati per irriderlo, e Gasparri chiederà una bandierina del pride che rappresenti l’identitarismo strabico. Invece di far passare la suscettibilità alle femmine, l’abbiamo contagiata ai maschi. Brunetta direbbe: l’abbiamo sdoganata.

Da lastampa.it del 28 maggio 2009 il 26 luglio 2022.

La sicurezza non si garantisce mandando in strada quei poliziotti che sono negli uffici, perchè tra loro si annidano decine di «panzoni e burocrati», dice il ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta. Una frase che provoca reazioni indignate degli agenti, con i quali poi il ministro si scusa. 

Ma quello di Brunetta è un affondo a tutto campo: attacca gli impiegati pubblici, che dovrebbero «lavorare tutta la giornata» e «presentarsi in ufficio rigorosamente in giacca e cravatta, anche il venerdì», perchè «quando si ha a che fare con il pubblico si hanno doveri maggiori rispetto al privato»; annuncia che secondo lui il ministero delle Finanze andrebbe spostato a Milano; propone di sciogliere l’Antimafia: «La mafia è una forma di criminalità che deve essere perseguita come tutte le altre» altrimenti si rischia di farne «un’ideologia che, come tale, produce professionisti dell’antimafia». 

È però l’affondo sui poliziotti-panzoni quello che scatena le polemiche più dure. «Come non posso concordare sul fatto che bisogna mandare i poliziotti per le strade a garantire la sicurezza?» premette il ministro, che poi aggiunge: «Certamente non è così facile dire ’dalla scrivania alla strada; non si può mandare in strada il poliziotto panzone che non ha fatto altro che il passacarte, perchè lì se li mangiano».

Qualche ora dopo arrivano le scuse. «Non volevo offendere nessuno, la mia era solo una constatazione scherzosa» dice. E però poi ribadisce il concetto: «Chi per tanti anni ha fatto il burocrate dietro una scrivania, è difficile faccia il poliziotto alla Starsky e Hutch per la strada». Insomma, «non dovevo dire panzoni, ma dicendo panzoni tutti mi hanno capito, tranne gli ipocriti». 

Immediata la reazione dei sindacati di polizia. «La misura è colma - afferma il Siulp - qualcuno arresti Brunetta prima che sia troppo tardi». Per il Silp-Cgil quelle del ministro «o sono parole in libertà, oppure si vuole aprire una questione istituzionale con la polizia». Di parole «infondate e gravi» parlano i funzionari di polizia dell’Anfp e il Siap che sottolineano come gli «editti populistici mal si adattano ad un ministro della Repubblica».

Critiche anche dai sindacati vicini al centrodestra: il Sap accetta le scuse del ministro, ma aggiunge: «poliziotti e carabinieri italiani non sono nè panzoni nè passacarte ma svolgono indagini», mentre l’Ugl sottolinea che «va evitata ogni forma di denigrazione delle forze di polizia». Contro il titolare della Funzione Pubblica si schiera anche l’opposizione, con il Pd che parla di battute «offensive». 

«I poliziotti, dopo aver sopportato i tagli che il governo ha operato nei confronti delle forze di polizia - dice Marco Minniti - devono sopportare anche il ministro Brunetta, che invece di ringraziarli li sbeffeggia». «Brunetta ha perso l’occasione per tacere», sottolinea il presidente dei deputati dell’Udc Gianpiero D’Alia riferendosi anche alla proposta di scioglimento dell’Antimafia. A sdrammatizzare ci pensa Fiorello: «Messi? - ironizza lo showman parlando del fuoriclasse del Barcellona campione d’Europa - Messi è Brunetta, è come se ieri avesse segnato Brunetta», anche se in questo caso i «fannulloni sono quelli della difesa del Manchester».

Insulti a Brunetta: la sinistra si indigna ma il copyright è suo. Sono quasi vent’anni che Renato Brunetta è il bersaglio di ironia puerile, e in pochissimi tra i suoi vecchi “nemici” che ora si indignano hanno alzato il dito per difenderlo. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 26 luglio 2022.

Ma davvero a sinistra sono indignati per gli insulti rivolti a Renato Brunetta dalla sconosciuta deputata forzista Marta Fascina, attuale compagna di Silvio Berlusconi che lo ha paragonato a un nano? Con quale coraggio scendono in campo a difendere il ministro dal bodyshaming, arricciando il naso da marchesine e con sdegno neofita? Viene da chiedersi dov’erano quando lo stesso Brunetta veniva offeso quotidianamente dagli avversari politici, dai media progressisti, dai soliti satiri frustrati. Semplice: molti di loro stavano dall’altra parte della barricata, a coniare epiteti e lepidezze, a battersi il cinque a ogni battuta sulla statura del politico ormai ex Forza Italia.

«Energumeno tascabile» (copyright Massimo D’alema), «mini-ministro» (Furio Colombo), «una seggiola» (Dario Fo), «sua altezza» (Marco Travaglio) e via discorrendo. Sono quasi vent’anni che Renato Brunetta è il bersaglio di una ironia puerile e vigliacca e in pochissimi tra i suoi vecchi “nemici” hanno alzato il dito per difenderlo. Il leale sostegno a Mario Draghi e la sua uscita da Fi per entrare nell’orbita del centrosinistra ha però cambiato tutto. L’oggetto degli antichi sberleffi diventa magicamente una povera vittima, un alleato a cui offrire solidarietà, addirittura un «gigante» (sic). Quasi una rimozione freudiana se non fosse che l’improvvisa redenzione brunettiana è solo il frutto di un opportunismo fazioso. Sullo sfondo rimane il gusto staliniano della denigrazione (durante le grandi purghe degli anni 30 Kamenev e Zinov’ev erano raffigurati come maiali dalla stampa di regime). Che per decenni e sempre a causa della sua piccola statura, ha colpito proprio Silvio Berlusconi, con tutti i nomignoli del caso, lo «psiconano» (Beppe Grillo), «Al Tappone» (sempre Marco Travaglio, campione del mondo di insulto libero), e poi le freddure sulle scarpe rialzate, sule pedane, insomma tutto il campionario da Bagaglino della politica.

Sembra superfluo aggiungerlo ma anche Giorgia Meloni è stata ed è oggetto costante di bodyshaming, specie sui social dove imperversano meme che la paragonano a balene, squali, gorilla. Più fortunata Mara Carfagna che dopo alcune stagioni di terrificanti attacchi sessisti è stata riabilitata (come Brunetta) e oggi gode di grande stima tra gli avversari. L’elenco in realtà sarebbe lunghissimo, da Amintore Fanfani “nano maledetto”, al “gobbo” Giulio Andreotti, al «ciccione», al Giuliano Ferrara (la corpulenza come bassezza espansa e viziosamente rovesciata), agli “occhi storti” di Maurizio Gasparri. Stranamente, a destra non avviene lo stesso fenomeno. A parte qualche cafonata berlusconiana nei confronti di Rosi Bindi e qualche battuta di dubbio gusto buttata a caso non c’è traccia del sistematico bodyshaming con cui la sinistra alimenta la sua propaganda. Dalla superiorità antropologica a quella della razza il passo è breve. 

Marta Fascina? Ecco tutti gli insulti della sinistra a Renato Brunetta: ma solo ora...Francesco Specchia su Libero Quotidiano il 27 luglio 2022

Ci sono persone che quando parlano pestano i piedi alla nostra anima, diceva Jules Renard. E, probabilmente, proprio alle anime illividite e acciaccate di Renard pensava l'altro giorno Renato Brunetta. Mentre - visibilmente commosso, davanti alle telecamere a Mezz' ora in più dell'Annunziata - raccontava delle ataviche accuse subite di "nanismo" culminate negli attacchi terribili alla sua statura da parte dell'assai inelegante fidanzatina di Silvio Berlusconi. La quale fidanzatina ha, tra l'altro, scomodato, distorcendola, una frase de Il giudice di De André (e questo è imperdonabile). «Da una vita violentato per la mia bassezza», il ministro ha subìto, indubitabilmente, la più volgare delle vigliaccate. Dal sorriso spezzato dell'uomo che ride di Victor Hugo alla gobba di Andreotti, dalla calvizie di Alfano alla vitiligine di Cossiga: il difetto fisico, il body shaming, è la forma più ignobile d'aggressione. E Brunetta - com' è giusto- è stato sommerso dagli attestati di solidarietà che sono fioccati nelle ultime 48 ore soprattutto da sinistra. L'offesa sul presunto difetto fisico, dal lato della tempistica, è scattata - guarda caso- nel momento in cui Brunetta, fedele alla linea Draghi, ha abbandonato la famiglia storica di Forza Italia.

PASSATO SPIAZZANTE

Tutto ok, tutto sacrosanto. Se non fosse che la memoria dei cronisti a volte incoccia in un passato spiazzante. Per ben ventotto anni Brunetta è stato offeso, vilipeso, verbalmente violentato appunto. A causa della statura, e proprio da quella sinistra che ora vibra di sdegno. Lo avevano chiamato "nano", "spanna montata", "energumeno tascabile" (copyright D'Alema). Fiorello lo sfotteva amabilmente, Crozza lo raffigurava piccino piccino dotato di paracadute per scendere dalla sedia. Ma Brunetta, che allora era antipatico (un po' lo era davvero) ed era di destra, be', poteva tranquillamente subire gli strali di una legittima goliardia. Beninteso. Gli insulti che all'improvviso escono dal radar dello sdegno, sono il frutto di un moralismo a gettone che non riguarda solo Brunetta. È accaduto a Giuliano Ferrara, e a Giovanni Toti, offesi per la loro corpulenza. Lo stesso Berlusconi, che ora tace sullo scivolone della sua Marta Fascina, subì attacchi sul proprio fisico da rabbrividire.

Grillo lo chiamava "psiconano" o "testa di catrame", Marco Travaglio "Al Tappone" (fantasiosa, quantomeno), i colleghi del Fatto Quotidiano "Cavalier Pompetta", in onore della protesi alla prostata manovrata, nei rapporti sessuali (dicevano) con maestria meccanica. E non c'era, ai tempi, quotidiano progressista che, almeno una volta, non avesse messo in rilievo le scarpe di Silvio rinforzate sul tacco. Anche allora l'indignazione progressista per il body shaming rimase nell'aere. In quel caso l'offesa al fisico si ridimensionò, al massimo, in battutella sgraziata. So' ragazzi. Eppure anche molte donne politiche di destra si sono risentite del linciaggio dal doppio binario. 

Prendete l'altra splendida dissidente berlusconiana, Mara Carfagna. La ministra, anche in virtù di un riconosciuto attivismo politico, oggi per il Pd possiede quasi l'allure di una Nilde Iotti dall'altra parte della barricata. Eppure. Eppure proprio di lei Sabina Guzzanti disse, in pubblica piazza: «Tu non puoi mettere alle Pari Opportunità una che sta là perché ti ha succhiato l'uccelllo!». La comica fu condannata a un risarcimento di 40mila euro, ma sul piano dell'immagine la cosa a sinistra finì nell'oblio. Sempre la Carfagna si beccò un «la signora ha usato il suo corpo per arrivare dove è arrivata» da Carla Corso, rappresentante delle lucciole, quando firmò un ddl che inaspriva le pene contro la prostituzione; e lì il Napolitano presidente si girò, ovviamente, dall'altra parte. Addirittura Luisella Costamagna in una memorabile puntata del suo talk show Robinson, insinuò che la carriera dell'attuale ministra potesse essere frutto di una liaison col Cavaliere; e lì la pronta Mara rigirò l'accusa evocando il gossip feroce che s' era avvitato su Luisella stessa e Michele Santoro. 

NESSUNO SDEGNO

Però, allora, nessuno parlamentare o intellettuale, a sinistra s' indignò pubblicamente. Nessuna femminista evocò la condanna al sessismo più sfrenato. Per non dire di Giorgia Meloni. Maria Luisa Angese scrisse su Sette della presidente di Fratelli d'Italia che «con quella faccia da ET sarebbe indicata per scrivere una fenomenologia dei buchi neri». E quando Lidia Ravera nel 2004 sull'Unità fece le seguenti notazioni fisiognomiche su Condoleeza Rice, segretaria di Stato Usa: «Con quelle sue guancette da impunita è la lìder maxima delle donne-scimmia». Asia Argento offese altrettanto. Idem Michela Murgia. Alla faccia della solidarietà femminile. Resta uno strano fenomeno quest' indignazione ad intermittenza... 

Brunetta a Raitre rivela le violenze verbali subite a causa dell'altezza. Ma, represso il suo fastidioso caratteraccio, sotto Draghi, il prof s'è dimostrato un ministro sorprendente...Francesco Specchia su Libero Quotidiano il 26 luglio 2022

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d'adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all'Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

Quando il solitamente irrequieto Renato Brunetta venne rinominato, con un sussurro, del suo amico e autorevole collega Mario Draghi, ministro della Pubblica Amministrazione, qualcuno parlò di “provocazione”.  Nel ritorno fiero e vendicativo dell'economista –nato a Venezia, classe ’50, già capogruppo alla Camera-  nei gangli stessi dello Stato ci credevano solo pochi fedelissimi. Sembra passata una vita, da allora. Oggi Brunetta ha lasciato con grande coerenza Forza Italia; e pure si è beccato la fidanzatina del Berlusca, la Fascina, che con inelegante ferocia lo ha chiamato traditore citando Il giudice di DeAndrè ("Un nano è una carogna di sicuro /perché ha il cuore troppo vicio al buco a del culo") ; e davanti a Lucia annunziata a Mezz'ora in più su Raitre Brunetta ha rivelato il suo tormento da perenne body shaming. Renato, con lo sguardo affogato nelle lacrime ha ricordato tutte le volte che veniva bistrattato, offeso, violentato verbalmente per la sua statura. E, lì, mentre la telecamera indugiava sul suo volto carico di tristezza, be', ho capito lo scatto evolutivo dell'uomo e del politico.

I giudizi di merito su di Brunetta,prima, erano equamente distribuiti. C’è chi lo individuava come uno degli artefici di una rivoluzione liberale di stampo berlusconiano mai davvero accesasi; e chi, ritenendone la protervia una caratteristica invincibile, pensava che l’uomo dovesse ritirarsi a scrivere libri e a vendere modellini di gondola a piazza San Marco come da tradizione di famiglia. D’altronde, allora, osservando Brunetta che roteava l’indice al cielo, strizzava gli occhi, parlava, inveiva, polemizzava in col tono nevrotico delle commedie di Louis De Funes anni 60; be’, uno realizzava che indubbiamente  i politici simpatici fossero diversi. Brunetta si era autocandidato al Nobel per l’economia; faceva a pezzi i precari; ringhiava come un orsetto ghiottone verso chi non la pensava come lui; dava dei killer e mitragliava querele verso i giornalisti che ne rimarcavano le contraddizioni politiche e io ne so qualcosa. A Venezia, dopo si era candidato, con scarso successo, a sindaco lo chiamavano “Spanna Montata”. E ho detto tutto. Poi, però, è accaduto un evento innaturale, quasi magico. Brunetta, richiamato dal premier in quota Forza Italia (era, al di là del caratteraccio, uno dei migliori in circolazione), appena insediatosi nel ministero più vischioso d’Italia ha smesso di usare toni da Braveheart; ha cercato il dialogo articolato con i dipendenti; ha fiaccato i sindacati con la gentilezza; ha esaltato i sindaci (per esempio il Pd Nardella) “sul ridimensionamento della riforma della mobilità tra enti pubblici”.

E sul lavoro ha prodotto le dichiarazioni più di buonsenso che io abbia ascoltato negli ultimi anni: “Occorre intelligenza. Il blocco dei licenziamenti è stata cosa buona e giusta durante la pandemia ma non in un’economia di mercato. Ora siamo nella fase della transizione dobbiamo tutelare i lavoratori ma anche dare spazio alla crescita. Questo si fa con un grande patto come quello che fece Ciampi nel ’93 che possa mettere insieme prospettive, garanzie e crescita. Le risorse ci sono, sarebbe una follia in una prospettiva di questo genere avere conflitto. Per quel che riguarda il lavoro pubblico questo accordo per l’innovazione e la coesione l’ho già fatto. Questo è il momento di un grande accordo, il ministro Orlando e Draghi lo sanno benissimo. Siamo al boom economico e occupazionale, al netto di alcuni settori che erano in crisi già prima della pandemia”. E i dati gli hanno dato ragione.

In più, tomo tomo cacchio cacchio –nell’ambito di una strategia che trova terminale la sua nuova portavoce Manuela Perrone- il ministro ha bloccato i concorsoni campani in cui i partecipanti avrebbe voluto essere bizzarramente assunti senza prove e solo per titoli con palese violazione della Costituzione; e ha confezionato una riforma della PA basata sui titoli e sulla competenza, cosa rarissima per un comparto che vantava un personale in genere sottostaffato, anzianotto e poco competente. Tra l’altro, nell’assumere 24mila nuovi dipendenti pubblici per ottenere i fondi del Recovery europeo (“Avviso ai naviganti: no reform, no money”, afferma il ministro) Brunetta ha applicato criteri da azienda privata, com’è giusto: assunzioni a termine per ipertecnici anche attraverso Linkedin e colloqui; e stabilizzazione soltanto per i più meritevoli ossia coloro i quali riescano ad ottenere gli obbiettivi di risultato prestabiliti. Una modalità assai americana che ha lasciato di stucco i fancazzisti e i raccomandati. Certo, il metodo si deve ancora rodare.

Ma che la rivoluzione la stesse facendo Brunetta, trovando la forza, in un inedito silenzio zen; be’, spiazza e spazza via molti pregiudizi. La caduta di Draghi ha fatto franare tutto. Ma, insomma (lo dico da querelato dal Brunetta) , signor ministro. Chapeau per la coerenza e -come si dice- per il lavoro svolto...

Maurizio Giannattasio e Stefania Chiale Per Il Corriere della Sera il 27 luglio 2022.

«Sono concentrata sulla mia Regione. Aspetto un chiarimento dopodiché mi riterrò libera e indipendente di fare le mie scelte, come sempre». È un vero aut aut quello che Letizia Moratti lancia al centrodestra. Se non riceverà in tempi brevi una risposta chiara alla sua disponibilità a candidarsi come presidente della Lombardia, è pronta a salpare per altri lidi. 

Quale sia il porto dove attraccare, Moratti non lo dice e lascia aperte tutte le strade, sia quelle che portano a confermare la sua candidatura al di fuori del perimetro del centrodestra, sia quelle che portano in direzione della Capitale. A conferma della sua determinazione sottolinea che non crede agli «steccati ideologici» e a chi, su La7, le chiede se sente il centrodestra come la sua casa, risponde: «Mi sono sempre considerata al servizio dei cittadini, l'ho fatto sempre in maniera civica. Quindi il mio è un impegno civico». 

Impegno che da mesi è diventato un vero tour de force. Moratti sta lavorando alla sua lista civica senza pause. Incontri, cene, sondaggi. Quello commissionato a fine marzo e tenuto sottotraccia mette a confronto la sua candidatura con quella del suo «capo», il governatore leghista Attilio Fontana che a oggi ha ricevuto la benedizione di Salvini ma è in attesa di essere confermato da tutto il centrodestra come successore di se stesso. 

 Il risultato, ma va considerato che Fontana non era ancora stato prosciolto dall'inchiesta sui camici «perché il fatto non sussiste» e che ancora non c'è il candidato del centrosinistra, vedeva Moratti con la sua lista civica e il centrodestra al 59,2 per cento, mentre Fontana si sarebbe dovuto «accontentare» del 51,2. 

Tutti indicatori che hanno portato Moratti a spingere sull'acceleratore e a intensificare la sua marcia di avvicinamento. Lunedì sera ha incontrato a cena l'ex sindaco di Milano, Gabriele Albertini, e gli ha chiesto di far parte della sua lista civica. «Mi sono riservato del tempo per riflettere - ha detto Albertini - sono convinto che la Moratti in prima istanza punta a essere il candidato del centrodestra, non l'antagonista. Serve che chi deve decidere lo faccia in fretta». 

Il clima da elezioni anticipate contagia anche la Lombardia. Pochi minuti prima, al Pirellone, era toccato al governatore Attilio Fontana dare fuoco alle polveri. «Sulla candidatura di Moratti bisogna cercare di capire un po' di cose. Intanto dove eventualmente intende candidarsi: ho letto nel centrodestra, nel centrosinistra, è intervenuto anche Letta per smentire una candidatura nel centro». In coda il veleno: «Se si sente a disagio, ci sono tante opportunità». Ogni riferimento all'endorsement di Carlo Calenda è puramente voluto. «Letizia Moratti sarebbe un'ottima candidata a fare il presidente della Regione», aveva detto il leader di Azione poche settimane fa.

Fatto sta che le parole dell'ex sindaco di Milano hanno creato non poche fibrillazioni all'interno del mondo leghista che ieri, in una riunione fiume in presenza del governatore e del coordinatore regionale del partito Fabrizio Cecchetti, ha riconfermato con forza che il loro candidato è Fontana e, qualora arrivasse il via libera di tutto il centrodestra e Moratti dovesse confermare la sua candidatura, «qualche riflessione andrà fatta». 

Traduzione: dimissioni da vicepresidente della Regione. Sempre ieri ha ripreso a circolare la voce delle dimissioni anticipate di Fontana per accorpare le elezioni regionali con le politiche. Un'ipotesi già smentita giorni fa sia da Fontana sia dai vertici del Carroccio perché, se è vero che metterebbe in difficoltà il centrosinistra ancora alla ricerca del candidato, dall'altra risulterebbe un'operazione quanto mai complessa e pericolosa, in primis perché tra le dimissioni e la ricandidatura di Fontana si aprirebbe un varco dove potrebbero infilarsi altre candidature, a partire da quella di Letizia Moratti. 

Alberto Giannoni per “il Giornale” il 27 luglio 2022.  

Un'imbarazzante contesa sulla candidatura. E strane fibrillazioni fra i partiti. Il bollettino politico regionale segnala acque molto agitate a Palazzo Lombardia. E qualcuno già immagina l'arrivo di un «paciere» di rango. 

Intanto, fra i postumi della crisi e le scaramucce della vigilia elettorale, sulla Regione più grande d'Italia continuano a scaricarsi forti tensioni. E se ogni giorno ha la sua pena, lunedì il governatore Attilio Fontana ha dovuto mettere mano alla giunta per sostituire il dimissionario assessore alla Casa Alessandro Mattinzoli - gelminiano fino in fondo - e ieri è stato costretto a far fronte all'offensiva della sua vice, Letizia Moratti, sempre più convinta di candidarsi a presidente, nelle Regionali che saranno celebrate fra 8 mesi circa.

Pare ormai tramontata l'ipotesi di un «election day», idea di un accorpamento fra voto regionale e politico che qualcuno accarezzava anche per evitare l'ingombrante ritorno in Regione di deputati e senatori che a settembre rischiano di essere bocciati. 

Ma durante l'incontro fra il gruppo leghista e il presidente, si è parlato anche del caso Moratti. La ex sindaco di Milano (ed ex ministro) è stata chiamata un anno e mezzo fa in Regione per raddrizzare una campagna vaccinale che sembrava partita male, ed è proseguita molto bene. Assessore alla Sanità, vicepresidente e - secondo i suoi - candidata alla presidenza nel 2023. Promessa o meno che fosse, questa candidatura per la Moratti esiste già. E ieri lo ha ribadito. 

«Ho dato la mia disponibilità al centrodestra e la riconfermo». Il problema è che lo stesso Fontana è candidato, per ora della Lega, ma se dovesse ricevere l'imprimatur dell'intera coalizione - hanno fatto sapere dal partito - «qualche riflessione andrà fatta». Moratti chiede «un chiarimento».

«Credo sia doveroso e urgente» ha avvertito ieri, e Fontana ha sbottato: «Se si sente a disagio - ha commentato alludendo alle dimissioni - ci sono tante opportunità...». Ma per qualcuno, fra le opzioni contemplate dalla vicepresidente, ci sarebbe anche una candidatura «con chi la sostiene». A meno che, per sbloccare lo stallo, non arrivi a sorpresa la discesa in campo di un «big» in grado di mettere d'accordo tutti. E qualcuno pensa al ministro leghista Giancarlo Giorgetti.

Alessandro Sallusti per “Libero quotidiano” il 27 luglio 2022.

In Regione Lombardia sta succedendo una cosa assai bizzarra, mai accaduta prima da quelle parti. C'è la vicepresidente Letizia Moratti, già presidente della Rai, ministro berlusconiano e sindaco di Milano, che ha dichiarato pubblicamente di voler fare le scarpe al suo attuale presidente Attilio Fontana, curriculum e blasone meno solenni ma strutturato e ben voluto dai lombardi.

A marzo si andrà a votare e donna Letizia - così viene chiamata a Milano - non ne vuole sapere di non partecipare alla competizione da candidata governatrice a costo di mettere su un suo partito - oggi fa molto chic - se il centrodestra non la sosterrà (cosa che spezzando il fronte consegnerebbe la Lombardia alla sinistra). 

Tra il serio e il faceto la questione è al centro dei pettegolezzi estivi milanesi e già qualcuno si immagina la sua campagna elettorale nelle valli bergamasche o nei paesini della bassa bresciana. Dove non arriva l'immaginazione arriva l'ironia e si scomoda persino Jules Verne: «Quanto a visitare la città, non ci pensava nemmeno, appartenendo a quella razza di persone che fanno visitare dal loro domestico i paesi che attraversano».

Attenzione, io detesto la teoria grillina "uno vale uno" - è fuori dubbio che Letizia Moratti valga più di uno - e sostengo che non chiunque ma l'élite debba governare i cittadini, non per censo bensì per capacità e preparazione. Ma questo non vuol dire che chiunque al mattino può svegliarsi e annunciare ai partiti che li hanno beneficiati: «Occhio raga, o me o fondo un partito e vi rovino». 

Abbiamo il partito di Renzi che ha rovinato il Pd, quello di Calenda che ha rovinato quello di Renzi, poi quello di Di Maio che ha ucciso i grillini, forse quello di Beppe Sala e un altro di Letizia Moratti che vuole uccidere Forza Italia magari alleato con quello della Gelmini a sua volta socia di quello di Toti e forse di quelli di Brunetta e della Carfagna.

Messi tutti insieme questi personal party ztl non ne fanno uno serio ma hanno spazi sui giornali e in tv manco fossero i vecchi Dc e Pci. Esistere sui giornali, soprattutto se porti certi nomi, è tutto sommato facile, nelle urne è altra cosa: nessuno di questi signori e signore, pur bravi che siano, sarebbero mai diventati quello che sono senza il sostegno dei grandi partiti. Oggi si sentono tutti dei novelli Draghi: «Me lo chiedono gli italiani». Saranno italiani molto riservati, dai sondaggi proprio non risulta.

Silvio Berlusconi addio, chi lascia Forza Italia alla Camera: altro colpo al cuore. Libero Quotidiano il 27 luglio 2022

Un altro addio doloroso per Silvio Berlusconi. A lasciare Forza Italia è la deputata Rossella Sessa, poche ore dopo il suo punto di riferimento politico Mara Carfagna. "Lascio con rammarico politico e sofferenza personale il Gruppo di Forza Italia: da oggi sarò nel Gruppo Misto - recita una nota ufficiale dell'onorevole -. E' una decisione meditata, che ritengo necessaria dopo la decisione di interrompere il sostegno al governo di salvezza nazionale guidato da Mario Draghi. Sarò sempre riconoscente a Silvio Berlusconi per le opportunità che mi ha dato, ma resto convinta che la crisi determinata dalle scelte del partito, e soprattutto dei suoi alleati, vada contro gli interessi del mondo moderato, delle imprese, dei cittadini del Mezzogiorno dove rischiano di interrompersi investimenti mai visti negli ultimi vent'anni, che avevano restituito una speranza a milioni di famiglie". 

Contemporaneamente, anche la Carfagna ha annunciato l'addio al gruppo parlamentare di Fi e il suo ingresso nel Misto "per senso di responsabilità verso i cittadini e le imprese che dal 20 luglio si fanno, ci fanno, una domanda semplice: perché, insieme con M5S e Lega, Fi ha staccato la spina al governo Draghi, mentre emergenze nazionali e internazionali mettono a dura prova le sicurezze dei cittadini e la resistenza delle democrazie occidentali". La ministra per il Sud, intervistata dalla Stampa (mentre per l'annuncio dell'addio al partito aveva scelto le pagine di Repubblica) sottolinea come "la revoca della fiducia al governo Draghi ha segnato una radicale inversione di marcia e una evidente sottomissione all'agenda della destra sovranista".

Lasciano il partito ma non le poltrone. Tajani: "I transfughi? Che si dimettano". Dopo Brunetta e Gelmini ecco Carfagna: e i tre restano ministri. Addio anche della campana Rossella Sessa che si trasferisce al Misto. Pier Francesco Borgia su Il Giornale il 27 Luglio 2022.

È un fenomeno ricorrente. A ogni fine legislatura c'è sempre un improvviso aumento dei parlamentari al gruppo Misto. Tra questi anche un nutrito drappello di azzurri. Dopo l'annuncio dello scioglimento della Camera per l'indisponibilità di Mario Draghi a guidare una maggioranza diversa da quella che aveva iniziato a sostenerlo nel marzo del 2021, questi parlamentari dichiarano di non aver gradito quella che a loro dire è una «deriva sovranista» di Forza Italia e un «appiattimento sulla politica del Carroccio».

Nel giorno in cui anche la ministra Mara Carfagna ufficializza il suo divorzio da Forza Italia, il coordinatore nazionale, Antonio Tajani, punta l'indice contro i transfughi. «Chi ha lasciato Forza Italia deve dimettersi dal Parlamento». Così Antonio Tajani intervenuto a The Breakfast club su Radio Capital. «E per prima cosa dovrebbero dimettersi dagli incarichi governativi - aggiunge il coordinatore azzurro -, perché non si è ministri in quota personale, lo si è perché si è stati eletti all'interno di un partito».

Il riferimento è per il gruppo di ministri che rappresentavano, nell'esecutivo, proprio il partito fondato da Silvio Berlusconi. Prima Renato Brunetta e Mariastella Gelmini. E per ultima la Carfagna. Tutti e tre hanno annunciato il loro dissenso con la linea del partito senza peraltro fare alcun gesto di discontinuità nella loro attività governativa.

Se quello della Gelmini è stato un addio covato e meditato a lungo, altri colleghi di partito hanno deciso di cambiare casacca negli ultimi giorni. L'ultima in ordine di tempo è stata la deputata Rossella Sessa. «Lascio con rammarico politico e sofferenza personale il gruppo di Forza Italia - spiega la parlamentare -. Decisione necessaria dopo il mancato sostegno al governo di salvezza nazionale. Sarò sempre riconoscente a Silvio Berlusconi per le opportunità che mi ha dato, ma resto convinta che la crisi determinata dalle scelte del partito, e soprattutto dei suoi alleati, vada contro gli interessi del mondo moderato».

Prima di lei avevano sbattuto la porta l'ex direttore del Resto del Carlino. Il senatore azzurro non aveva gradito la mancata fiducia sulla mozione presentata da Pierferdinando Casini (eletto nelle file del Pd) per chiedere all'aula di Palazzo Madama la fiducia per il governo guidato dall'ex presidente della Bce. A seguire anche Annalisa Baroni e l'ex campionessa paralimpica Giusy Versace.

I giornali, poi, hanno dato ampio rilievo al fatto che molti di loro fanno parte della cosiddetta «corrente» che fa capo alla ministra per gli Affari regionali, come appunto la Baroni e il consigliere regionale Alessandro Mattinzoli, che ricopre anche l'incarico di assessore alla Casa nella giunta lombarda guidata da Attilio Fontana. Anche lui entrerà nel gruppo Misto del Pirellone. Per le dimissioni dall'incarico in giunta, invece, ancora non si sa nulla.

L'unico a essersi dimessi è stato Elio Vito. Il parlamentare azzurro si è dimesso lo scorso 19 giugno alla vigilia del secondo turno delle amministrative in polemica con la scelta del partito di accettare alcuni apparentamenti per il ballottaggi. «Ho voluto dimostrare che si può continuare a fare politica essendo coerenti con le proprie idee e i propri valori - disse all'indomani della decisione -, evitando di cambiare casacca. Ho deciso di optare per le dimissioni e per l'accettazione immediata per dimostrare che non ci fosse alcun dietrismo. Naturalmente non perdo i miei diritti civili e politici, si può fare politica anche fuori dal Parlamento». Lo stesso Vito ieri ha avuto però parole di stima nei confronti dei colleghi. «Ministri e parlamentari che lasciano Forza Italia meritano rispetto non insulti - dice -, escono da una coalizione data vincente mentre sul carro del vincitore in genere si sale».

Carlotta De Leo su Il Corriere della Sera il 27 luglio 2022.

Non solo in pedana, «anche in politica contano momento e modo in cui decidi di fare l’azione». Parola di Valentina Vezzali (l’atleta italiana più medagliata, con 6 ori olimpici e 16 ori mondiali) che tira un’altra stoccata e approda in Forza Italia. 

Dopo le voci di questi ultimi giorni su un suo imminente passaggio a FI, la sottosegretaria allo Sport (ex montiana) ha rotto gli indugi e ha annunciato la sua adesione partito di Silvio Berlusconi che «meglio interpreta i valori propri dello sport: lealtà, linearità, determinazione e passione» .

«Lo sport unisce e non divide. Forza Italia - afferma la Vezzali - si è sempre impegnata, con generosità, per affrontare questo difficile momento, segnato prima dalla pandemia e dopo dalla guerra in Ucraina. Infatti, con responsabilità, ha partecipato alla costruzione di un esecutivo di emergenza nazionale e adesso lavora per essere il pilastro moderato di un governo politico forte, in grado di rispondere ai bisogni di famiglie e imprese, messe a dura prova».

«Sono a disposizione - continua la Vezzali - di un partito che sa dare spazio alle donne e ai giovani, investendo risorse ed energie nelle pari opportunità, nella istruzione e nella formazione. Forza Italia sa declinare i principi del liberismo, dell’europeismo e dell’atlantismo e sono orgogliosa e pronta a contribuire con la mia esperienza sportiva, di esponente politico, di rappresentante delle istituzioni, ma soprattutto di madre e di donna».

Carlotta De Leo per il “Corriere della Sera” il 28 luglio 2022. 

«Dalla scherma ho imparato che devi agire nel momento giusto. E questo lo era». La sottosegretaria allo Sport, Valentina Vezzali, tira un'altra stoccata e approda in Forza Italia. L'atleta italiana più medagliata - 6 ori olimpici e ben 16 ori mondiali - si dice «contenta di entrare a far parte della famiglia moderata ed europeista di Forza Italia che interpreta al meglio i valori dello sport e offre spazio alle donne e ai giovani». 

L'ha convinta Berlusconi?

«Non ho ancora parlato con il presidente, ci vedremo a breve. Forza Italia non ha mai fatto mancare impegno e responsabilità. Ha partecipato alla costruzione di un esecutivo di emergenza nazionale che ha guidato il Paese nei momenti più delicati, prima il Covid e poi la guerra in Ucraina».

Però poi ha contribuito al terremoto politico che ha fatto cadere il governo Draghi...

«Non è stata Forza Italia a mettere fine all'esecutivo. Per gestire un governo di larghe intese è necessario che tutti restino uniti. Se qualcuno si sfila, in questo caso il Movimento 5 Stelle, vengono meno le condizioni per proseguire». 

Ha parlato con il premier?

«Non c'è stata l'occasione. Devo ringraziare Draghi per avermi dato l'opportunità di lavorare a sostegno del mondo dello sport. E per la battaglia sulla scuola che abbiamo condiviso: a settembre entreranno in servizio alle elementari i primi insegnanti di Scienze motorie. Per me questo vale come un oro».

La sua adesione arriva in un momento di addii pesanti a Forza Italia: Gelmini, Brunetta, Carfagna...

«Io faccio quello che penso sia giusto. E lo faccio pensando di poter mettere a disposizione la mia esperienza di sportiva, donna e mamma». 

Dove sarà candidata?

«Lo decideremo insieme, non è il momento di parlare di collegi o di ruoli. Quello che è importante è essere entrata nella squadra giusta. Giocando insieme possiamo migliorare l'Italia». Ormai sono dieci anni che ha lasciato la scherma per la politica. «Combatto sempre con la stessa determinazione. Mi sto impegnando per l'introduzione dello sport in Costituzione: a settembre dovrebbe arrivare l'ok definitivo della Camera. Niente male come traguardo».

Estratto dell’articolo di Charlotte Matteini per ilfattoquotidiano.it il 28 luglio 2022. 

La One Group Srl si sta occupando di questa ricerca di personale in seguito alla partecipazione a una manifestazione di interesse relativa alla sola fornitura di servizi per la controlleria: "Il Contratto applicato è Ugl Servizi, il servizio è in fase di ratifica da parte del Comitato Organizzatore". La Federnuoto invece va a caccia di volontari: "Esperienza appagante e opportunità di crescita, gli orari sono a norma di legge"

Da qualche giorno sui social e via WhatsApp sta girando incessantemente un’offerta di lavoro per la ricerca “urgente” di personale per la controlleria degli Europei di Nuoto 2022, che si svolgeranno a Roma dall’11 al 21 agosto, e i successivi Master dal 24 agosto al 4 settembre.

“Europei di nuoto urgente staff da agosto al 4 settembre”, si legge nel titolo dell’offerta per la ricerca di addetti al controllo delle entrate e che snocciola le disponibilità richieste e la paga oraria. 

La location di lavoro è il Foro Italico, le date da coprire vanno dall’8 di agosto fino al 4 di settembre e la paga ammonta a 5,70 euro netti all’ora. “Si richiede ampia disponibilità”, recita l’annuncio che mette in evidenza anche le possibilità di fasce orarie tra cui scegliere: “Dalle 6.00 alle 14.00, dalle 6:00 alle 16:00, dalle 14.00 alle 22.00, dalle 6.00 alle 22.00 e dalle 6.00 alle 19.00”.

“Chi è interessato mandarmi disponibilità con scritto nome e cognome, disponibilità per i giorni o totale e quale turno. Per la conferma del servizio vi contatteremo nei prossimi giorni fino al 31 luglio”, si legge nel testo dell’offerta pubblicata da un’utente a nome dell’azienda One Group.

[…] Per lo svolgimento degli Europei di Roma, la Federazione Italiana Nuoto ha ricevuto 5 milioni di euro di fondi stanziati con l’ultima legge di bilancio. Oltre a questi fondi, si aggiungono i soldi dei grandi sponsor, come Frecciarossa ed Enel, e il ricavato dei biglietti che verranno venduti.

“Pensiamo di raggiungere 100mila presenze di pubblico tra i vari impianti”, ha dichiarato Paolo Barelli, presidente di Federnuoto e capogruppo di Forza Italia alla Camera. Un giro d’affari non esattamente residuale che apre a una domanda: davvero non è possibile retribuire i volontari che sono così importanti per la buona riuscita dell’evento, considerando le cifre in ballo? Nulla di illegale, per carità, in tutti i grandi eventi vengono impiegati volontari, ma in un periodo storico in cui si parla così tanto di salario minimo l’interrogativo rimane aperto.

Carfagna e Brunetta, Mulè picchia durissimo: "La verità? Perché se ne sono andati". Antonio Rapisarda su Libero Quotidiano il 28 luglio 2022

«È il momento dell'orgoglio dei moderati: noi sappiamo chi siamo e dove vogliamo andare mentre chi lascia cerca, meno prosaicamente, un seggio... Però, chi va via non può pensare di fare un furto di identità». Giorgio Mulè, deputato di Forza Italia e sottosegretario alla Difesa, nel giorno del vertice del centrodestra affronta tutte le questioni sul tappeto a cominciare dalle fughe dal partito di Silvio Berlusconi.

Onorevole Mulè, non vorrà relegare a normale dialettica la decisione di sbattere la porta a Forza Italia dei tre ministri e di altri parlamentari...

«Non ci penso affatto. Ma in questi addii vedo spesso molta miseria e pochissima nobiltà. I giornali, soprattutto se con una linea ben marcata, fanno il loro: enfatizzano, esaltano. Poi però arriva la telefonata di un suo collega non di primo pelo e mi chiede "ma questo che se n'è andato si chiama Barone o Baroni?" e tocca dirgli che prima di tutto è una donna... oppure "ma 'sto Caon mica l'ho mai visto al Senato" e devi spiegargli che sta alla Camera. Cose così...».

Sa bene che il peso di Brunetta, Gelmini non è quello dei peones.

«Durante l'esperienza del governo Draghi, i ministri io li ho sempre visti in video collegamento per discutere dei vari provvedimenti: non hanno mai sollevato un problema di linea politica o denunciato uno sbandamento. Mai e in nessuna occasione. Ora salgono su una scialuppa guidata da Caronte/Calenda che li traghetta verso la ex tanto odiata sinistra. Complimenti alla coerenza».

Mara Carfagna si è unita ufficialmente ai fuoriusciti. Vi ha accusato di sottomissione ai sovranisti. E ha detto: «Conosco l'Italia moderata, merita rispetto e non nuovi inganni». Ce l'ha con voi...

«Io che conosco le battaglie di Mara Carfagna sono curioso di vedere come concilierà, fra le altre cose, la sua guerra sull'utero in affitto con le proposte totalmente opposte della sinistra...».

Ammetterà che sul governatore Toti ha esagerato dandogli del "Di Battista un po' sovrappeso".

«Guardi, ho trovato veramente ridicola l'accusa di boby shaming, lanciata da chi si faceva orgogliosamente fotografare in accappatoio accanto a Silvio Berlusconi sul balcone della celebre struttura per dimagrire dove non era andato mica a fare esercizi spirituali... Detto ciò, restiamo in attesa ora, politicamente parlando, di sapere se intende buttarsi fra le braccia di chi lo ha sempre contestato».

Come se ne esce con la questione della leadership nel centrodestra?

«Con maturità, smettendo di prestare il fianco a chi prova a dividerci. Sono certo che dal vertice degli alleati arriverà una linea chiara e condivisa».

Da FdI ribadiscono: la regola del chi primo arriva indica il premier l'abbiamo accettata quando eravamo i più piccoli. Deve valere lo stesso anche adesso...

«Capisco l'argomentazione, ma sono certo che già domani non se ne parlerà più».

Ma lei accetterebbe Giorgia Meloni come premier?

«Sta scherzando? Ovviamente sì. Chi non dovesse accettarla, a fronte di un'indicazione chiara degli elettori, assumerebbe un atteggiamento fascista contro di lei».

Crede a questo proposito che la candidatura del Cavaliere possa aiutarvi a risalire nei consensi?

«Il Presidente Berlusconi ha già iniziato la campagna elettorale. Nessuno meglio di lui sa parlare ai cittadini, ne conosce i bisogni e sa indicare le soluzioni. La pensione per le mamme a 1.000 euro è un esempio».

Facile a dirsi, mai soldi dove li trovate?

«I soldi ci sono: va riformato il reddito di cittadinanza in profondità facendolo diventare uno strumento solo per lenire la povertà. E poi va avviata una seria politica di risparmi sulla spesa pubblica che nessun governo è stato in grado di fare. Solo da questi interventi si recuperano almeno 30 miliardi di euro senza intaccare minimamente i servizi essenziali».

Il Pd intanto si è appropriato dell'agenda Draghi.

«Non stiamo giocando a rubamazzetto: Forza Italia ha le sue impronte digitali dal piano vaccinale fino alla ridefinizione del Pnrr. La differenza è che noi guardiamo avanti, a un'agenda di centrodestra ambiziosa, concreta e reale per rilanciare l'Italia dei prossimi vent' anni».

Da Letta a Calenda passando per gli ex azzurri. Dovrete vedervela con un centrosinistra extralarge...

«Già...in questo minestrone si mettono insieme - tra gli altri - il partito delle tasse per eccellenza, il Pd, con quello del falso liberalismo, Azione di Calenda e dintorni, che si batte per liberalizzare la droga. A questo proposito vedremo come Mariastella Gelmini, che sentenziò «nessuno sogni di liberalizzare gli spinelli», chiederà i voti accanto alla Bonino che ha appena battezzato la cannabis come una "battaglia degli eletti" del loro schieramento. Loro sono la coalizione delle tasse. Vogliono la patrimoniale. Quando respingemmo al mittente l'idea di Letta di introdurre una tassa sulla successione lui replicò che sarebbe diventato uno dei temi "principali" del Pd. Ecco, la differenza tra e noi e loro, è tutta qui».

Concetto Vecchio per repubblica.it il 29 luglio 2022.  

"Mi vuol fare parlare del centrodestra? E io le dico che provo rancore, perché non mi convince", risponde Giuliano Urbani, 85 anni, politologo liberale, ex ministro nei governi

Berlusconi, "un'esperienza a cui ormai guardo con malinconia".

"Mi asterrò. E non è bello, perché in questa fase del Paese bisognerebbe costruire, e ogni contributo, anche il voto di ognuno di noi, è utile". 

Cosa pensa di Meloni premier?

"Sarebbe debole, debolissima. Ma tra tutti gli attori in campo mi sembra quella con il programma più chiaro: ne apprezzo la franchezza". 

Non è sorprendente questo suo giudizio?

"Sì, è ai miei antipodi, ma è riconoscibile, si sa cos'è".

Su cosa?

"Sui migranti. È vero che l'Italia ha bisogno di immigrati, ma non di tutti. Servono figure qualificate. Siamo in condizione di operare questa selezione?" 

Però ha appena detto che sarebbe un premier debole.

"Sì, perché alla fine nemmeno lei sa spiegare in cosa consisterebbe la sua rivoluzione conservatrice".

Giuliano Ferrara dice che Meloni e Letta dovrebbero correre da soli.

"È una battuta. La campagna elettorale s'incattiverebbe ancora di più". 

Rino Formica vede rischi per la democrazia parlamentare.

"Io no. Per cambiare la Costituzione servono alleanze ampie, non le avranno, grazie al cielo".

Non teme che trasformeranno l'Italia nell'Ungheria?

"Nemmeno questo. Penso che Salvini e Berlusconi non glielo consentiranno".

Veramente Salvini è il più orbaniano di tutti.

"Sì, ma staranno dentro una coalizione con dei partiti di centro che non lo permetteranno". 

Lei si sarebbe tenuto Draghi?

"Assolutamente! Farlo cadere è stato un errore storico. Ora lo stesso Pnrr è a rischio".

Perché?

"Per portarlo avanti servono chiare competenze. Draghi le aveva, chi andrà al governo non credo". 

Il centrosinistra non la convince?

"Sta insieme solo in funzione anti-Meloni. È un poco per pensare di vincere le elezioni".

I moderati per chi voteranno?

"Si sparpaglieranno. Staranno un po' di qua un po' di là". 

Berlusconi spera di fare il presidente del Senato?

"Berlusconi è ancora convinto di essere forte, di arrivare prima della Meloni".

Dice sul serio?

"Lui ci proverà, è nella sua natura. Ma è una speranza fondata sul nulla. Forza Italia rappresenta il passato".

Brunetta, Gelmini e Carfagna, se ne sono andati.

"Hanno fatto bene. Hanno difeso fino all'ultimo con coraggio le ragioni originarie di Forza Italia". 

Come giudica Salvini?

"È un altro che coltiva velleità invece che disegni strategici. Andremo incontro ad altre delusioni".

Paolo Colonnello per “la Stampa” il 3 agosto 2022.

Milanese al punto di rimanere in città proprio nei giorni in cui tutti se ne vanno («è il momento migliore per godere Milano») l'ex sindaco Gabriele Albertini è forse l'interprete migliore degli umori del centrodestra milanese, di cui a buon diritto può considerarsi il Padre Nobile, anche se lui declina: «Mi considero al massimo una buona esperienza di governo che ancora dà i suoi frutti». 

E quindi dottore, come voteranno i milanesi di centrodestra?

«Non so se voteranno: come me si sentono in grave crisi, un po' traditi».

Capire Milano.

«Milano, facendo le debite proporzioni, è un po' come New York: molto curiosa, aperta, internazionale, europea, quindi tutti gli aspetti demagogici della propaganda, il populismo, il sensazionalismo, qui non sempre funzionano. Per dire: i 5Stelle avevano fatto il 10 per cento alle ultime elezioni e la Lega il 16 nel suo massimo splendore.

Adesso credo molto meno». 

Quindi?

«Si poteva votare Calenda ma dopo l'accordo col Pd…»

Cosa c'è che non va?

«Ma perché l'ha fatto? Secondo me è stata una stupidaggine, poteva far nascere un serio terzo polo aggregando anche Renzi e Toti, avrebbe avuto più appeal sottraendo davvero tanti voti al centrodestra. Invece così non si può più fare. Alleandosi col Pd non ha più un vero e proprio programma ma solo richieste che si sommano». 

Quindi, niente voti a Calenda?

«Non so. Ognuno agirà secondo coscienza ma io credo che a Milano ci sarà una grande astensione». 

Lei cosa voterà?

«Mi recherò alle urne ma poi nella cabina elettorale non so dove metterò la croce. Prima avevo Calenda come riferimento ma se si mette con un Fratoianni nella coalizione come faccio a votarlo?». 

Ma non basta che ci sia un buon programma?

«Con certe coalizioni finisce che i programmi diventano incoerenti. Vale per la destra come per la sinistra, intendiamoci. Io stesso avevo avuto indicazioni da persone autorevoli, di cui non posso fare nomi, di fare il capolista nel proporzionale in questo terzo polo nascente e non ero contrario a questo progetto politico. È accaduto subito dopo la caduta di Draghi. Avevo messo le mani avanti dicendo: prima mettetevi d'accordo e poi tornate a farmi l'offerta, solo che adesso quel riferimento politico, che doveva comprendere Renzi e Toti per la nascita di un vero centro, non c'è più». 

Cosa aveva votato l'ultima volta?

«Forza Italia, ma ora è così appiattita su posizioni in cui non mi riconosco, in questa vicinanza a Putin, in questo accordo con una coalizione che ha connotati demagogici e populisti tali da essere invotabile». 

Ma zio Silvio non piace più?

«Berlusconi era il collante moderato centrista del centrodestra, ma con la caduta di Draghi molti si sono sentiti traditi. È il terzo governo che Berlusconi fa cadere. Questa volta gli hanno fatto balenare la possibilità di diventare presidente di quel Senato da cui era stato fatto decadere. Certo, per lui una bella soddisfazione». 

Senta Albertini, alla borghesia piace anche Sala però.

«A me Beppe Sala piaceva molto durante il primo mandato, quando faceva il sindaco manager, invece in questo secondo mandato si è molto allontanato dalla sua linea civica». 

Sala-Di Maio le piace meno?

«Mah Sala si è trovato un'aggregazione cui riferirsi. Vede, non è che un primo cittadino non debba avere un'aggregazione di riferimento, ma quando sei un sindaco devi esserlo di tutti, devi governare la città. Certe venature verde talebano, certi ammiccamenti...Insomma, sembra quasi che Sala si stia cercando un posto per il "dopo", gliel'ho anche detto». 

E lui?

«Non gli è piaciuto, ha un ego piuttosto spiccato ed è un po' permaloso». 

Allora non rimane che la Moratti. Sebbene pure lei abbia le sue grane...

«Lei è stata chiamata in un momento in cui la Giunta regionale era scesa al 30 per centro del consenso. L'hanno chiamata dicendole, e nessuno lo ha masi smentito, che avrebbe fatto la presidente della Regione. Anche Fontana era d'accordo. Poi le cose si sono raddrizzate, Fontana è stato prosciolto, lei ha presentato la cambiale e gli altri le hanno risposto che non c'erano più le stesse condizioni. Si capisce che lei non sia contenta».

Ma la Meloni e Salvini non le piacciono?

«Il populismo è stato superato e archiviato. Perché abbiamo avuto due cosette mica da ridere: il Covid e la guerra in Ucraina. Le cose serie allontanano quelle irrazionali, quando ci sono di mezzo i morti, le chiacchiere da bar rimangono tali. Grillo, Salvini sono stati l'ammiccamento all'onnipotenza dei desideri, piuttosto che alla razionalità. Hanno connotati da demagoghi». 

E la Meloni?

«Ha lucrato tutto il dissenso possibile essendo l'unica all'opposizione. Ma certe prese di posizione su vaccini e mascherine non mi sono piaciute. È stata demagogica anche lei, triplicando i voti. Ma non basta avere tanto consenso: bisogna poi sapere cosa farsene».

In definitiva, che consiglio darebbe ai milanesi?

«Di andare comunque alle urne, di riflettere come faccio io e poi di scegliere secondo coscienza. La democrazia è troppo importante e non ci si può astenere, sennò poi si subiscono le scelte degli altri».

Quando Elio Vito era il bersaglio dei cronisti. Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 20 luglio 2022.

Caro Aldo, ho appreso che di recente Elio Vito si è dimesso da deputato. Non conosco bene il suddetto deputato e non mi interessa a che schieramento politico appartenga. Si è dimesso non per motivi di salute o famigliari ma ideologici. Pietro Comastri

Caro Pietro, Quando nel 2001 Silvio Berlusconi vinse le elezioni, proposi all’allora direttore della Stampa, Marcello Sorgi, di fare una sorta di viaggio tra i nuovi potenti, i capi di Forza Italia, che si preparavano a governare per cinque anni. Un po’ tutti facevano a gara a spararle grosse, per compiacere il capo. Enrico La Loggia disse che si sarebbero contati gli anni a partire dall’avvento di Berlusconi, tipo Gesù. Pietro Lunardi, che aveva un’azienda di infrastrutture e fu messo alle Infrastrutture, sostenne che bisognava ritrovare «lo spirito degli antichi costruttori, tipo Cheope». Umberto Scapagnini sentenziò che Berlusconi era «tecnicamente quasi immortale». Il più scettico sul futuro mi parve Antonio Martino, liberale pessimista. Elio Vito era già allora una delle vittime preferite di noi giovani cronisti. Qualcuno lo chiamava «Elio Vitreo», per via dello sguardo. L’avevo seguito in campagna elettorale: l’avevano candidato nel Prenestino 23, il collegio di Francesco Rutelli, che era il candidato premier di centrosinistra e il sindaco di Roma uscente. «Li deve cacciare tutti!» gli gridava la gente, e lui: «Certo, cacceremo Rutelli e i comunisti». «Ma quale Rutelli, dovete cacciare gli zingari, i centri sociali, i negri!» gli urlavano. Lui, Vito, era radicale proprio come Rutelli, e a certi discorsi proprio non stava dietro. Tanto sapeva che sarebbe stato recuperato nella quota proporzionale. Fu un capogruppo di Forza Italia molto attento ai regolamenti, ai cavilli, alle presenze, ai meccanismi parlamentari, che sono molto complessi e molto importanti. Adesso, tanto tempo dopo, si è ripreso la sua libertà, che esercita volentieri sui social. È rimasto il radicale che era, affezionato ai diritti. Forse siamo stati troppo severi con lui, e l’abbiamo sottovalutato. Dopo Elio Vito, in Parlamento, è arrivato di molto peggio.

L'ex colonnello di Arcore che ora guida gli arcobaleno. Luigi Mascheroni il 25 Luglio 2022 su Il Giornale.

Già fedelissimo di Silvio, su Twitter attacca le mosse di Fi, partito con cui è stato in Parlamento per 8 legislature

Veni, vidi, Vito... Vito Elio Vito... Quis est iste? Gli amici di Forza Italia, che ha tradito per secondi, si erano persino dimenticati della sua esistenza, o al limite se lo ricordavano come uno fastidioso che continuava a parlare. Per niente. I vecchi amici radicali, che ha tradito per primi, invece se lo ricordano, eccome. Purtroppo.

Elio Vito è un lopez della politica, se non fosse per un momento di celebrità che gli regalò Silvio Berlusconi, il quale ha sempre manifestato una enorme generosità, spesso non ricambiata, verso i propri pasdaran. Fu quando, nel 2001, campagna elettorale contro il candidato premier dell'Ulivo Francesco Rutelli, Elio Vito veniva usato come sabotatore televisivo, da cui il soprannome «la Murena» per la ringhiosa combattività e la capacità di avvinghiarsi verbalmente agli avversari di Silvio senza lasciarli parlare. La sua tecnica propagandistica di rara antipatia mandava in bestia Michele Santoro, ma entusiasmava il Cavaliere. Il quale per un momento lo elesse a propria controfigura nei dibattiti in tv che preferiva evitare. «Vito, vai tu!». In napoletano si risponde: «'Un c'è prubblema».

Napoletano (sinonimo: «levantino», ossia «persona scaltra, astuta e spregiudicata»), famiglia di Fuorigrotta e dentro un'incontenibile brama di potere - 61 anni, di cui metà esatti passati a Montecitorio, una laurea in Sociologia con una tesi che poi gli è stata molto utile su «Come i media posso trattare in modo diverso lo stesso risultato elettorale», Elio Vito debutta in politica negli anni '80, quando è corrispondete da Napoli di Radio radicale e i compagni di partito devono dargli lezione di dizione per dirozzarlo da un dialetto eccessivamente stretto. È lo stesso Marco Pannella, eletto in consiglio comunale a Napoli nel 1987, che lo spinge a specializzarsi in codici, codicilli, procedure e ostruzionismi (da cui il suo motto: «Se non vuoi avere regole, le devi conoscere tutte»). Cosa che, quando sarà caposquadra del «genio guastatori» del Polo delle Libertà, gli guadagna l'affetto di Pinuccio Tatarella il quale, se voleva trarsi d'impaccio in una questione, chiudeva la questione con un: «Chiediamo a Elio!». La vita a volte sta in un cavillo... Poi, alle elezioni politiche del 1992 viene candidato alla Camera dei deputati con i Radicali ed eletto, circoscrizione Napoli-Caserta, con 576 preferenze. Un vero record. Le persone simpatiche si vedono dai piccoli numeri.

E anche quelle fedeli. Un anno, e Elio Vito è già in Forza Italia. Ce ne ha messi trenta per andarsene. E soltanto a quel punto - miracoli della politica italiana, che notoriamente è sangue e merda, ma per alcuni onorevoli di lungo corso vale solo la seconda - è diventato famoso. E come poteva essere altrimenti?

Dopo ben otto legislature, barricato dentro la Camera ininterrottamente per 340 mesi, ossia dal 26 gennaio 1994, c'era ancora la lira, al 19 giugno 2022, e immaginatevi la pensione in euro, facendo a tempo a ricoprire il ruolo di Capogruppo di Forza Italia dal 2001 al 2008 e quello di Ministro per i rapporti col Parlamento dal 2008 al 2011, Elio Vito, d'emblée, con quella prontezza di riflessi tipica dei bradipi e dei partenopei, decide di lasciare il partito perché ormai è diventato detto da lui «illiberale». Per la sua acutezza politica e lo sguardo sfuocato che gli viene dalle lenti a contatto, le carogne lo chiamano «Elio Vitreo». I suoi conoscenti napoletani, più elegantemente, «cap 'e cazz*» (Elio oggi peraltro si batte per i diritti del mondo LGBTQ+ e per l'asterisco contro l'uso del maschile sovraesteso...).

Comunque, una cosa bisogna concederla a Elio Vito. Sa fare ridere. È talmente simpatico, soprattutto ai suoi colleghi parlamentari, che non solo la Camera dei deputati ha approvato le sue dimissioni, cosa assai rara visto che nella storia della Repubblica, in nome del principio «cane non magia cane», e spesso neanche «'e zòccule», grazie all'opposizione della camera di appartenenza, alcuni parlamentari non sono riusciti a dimettersi. Ma le ha accolte al primo scrutinio. Alla fine a Elio Vito bisogna dire un grazie per le sue dimissioni da parlamentare. E due a tutti quelli che le hanno accettate.

Opportunista, senza remore, per trent'anni pretoriano di Arcore, uno al cui confronto Emilio Fede era inaffidabile, ultras azzurro, innamorato anche fisicamente di Berlusconi da cui la celebre canzone partenopea «Oje Vito, oje Vito mio/ Oje core 'e chistu core/ Silvio si stato 'o primmo ammore» oggi Elio Vito, cambiato cavallo e Cavaliere, è diventato la bandiera della Sinistra più bella e arcobaleno. È già capitato a tanti altri, che poi hanno fatto una brutta Fini. Da macchietta a eroe in men che non si Vito. Ghostwriter dell'immortale verso «Presidente siamo con te/ Menomale che Silvio c'è», oggi Elio - detto Volta&Gabbana Vito per i suoi gessati e la sua coerenza - si batte per il ddl Zan, il fine vita, lo Ius Scholae e la coltivazione domestica della cannabis, come una sardina qualsiasi. Del resto, «'O pesce fèta da 'a capa». A settembre scorso, per solidarietà col rettore Tomaso Montanari, si è persino iscritto al corso di Letteratura italiana all'Università per Stranieri di Siena. Essendo napoletano, in Toscana in effetti è un migrante.

Ormai Vito sta andando talmente a sinistra che fra poco, dopo il coming out e un giro di sirtaki con «Liberi e Uguali», farà la giravolta e si ritroverà con Giorgia Meloni, in fondo a destra. Sua moglie si è già portata avanti da tempo: lo ha lasciato e si è messa con Gianni Alemanno.

Molesto, puntuto e contestatario, famiglia di sinceri cattolici ma pronto a rifarsi una verginità politica, avvinghiato alla poltrona come una cozza agli scogli del litorale Flegreo, Elio Vito per trent'anni ci ha fracassato i rosari con la storia delle radici giudaico-cristiane dell'Europa. E l'altro giorno ha proposto di abolire il Concordato: «Occorre una discussione sui temi etici e di libertà degna di uno Stato laico, senza interferenze». Come disse Nell Kimball, autrice dell'immortale Memorie di una maîtresse: «Non c'è peggiore puttana di un ex catechista».

E poi c'è la storia di Twitter. Elio Vito, che ha scoperto i social da over 60, che è un po' come perdere la testa per una ventenne a cinquanta, è diventato una star dei social (con conseguente effetto-priapismo) grazie alle surreali posizioni contrarie al suo ex partito. Il suo ultimo tweet, ieri - «L'Italia democratica della Costituzione antifascista non può essere governata da Meloni, Berlusconi e Salvini» è puro dadaismo, se si pensa al curriculum di chi l'ha scritto. Da berlusconiano più berlusconiano di Berlusconi a clown dell'ultrasinistra antiberlusconiana in meno di 280 caratteri. La risposta migliore è nel nome scelto dal suo account-parodia. «Elio Vito ha smesso di rompere i coglioni?». Hashtag: #ElioInCercaDiPoltrona.

Intanto, per preparare il ritorno in Aula sarebbe la nona legislatura, meglio di lui solo Casini e Andreotti si è avvicinato alla corrente forzista del Pd, i cui esponenti più illustri sono Carfagna, Brunetta e Gelmini; con lui sono già in quattro. Possono giocare a scopa. Che non è molto, ma è qualcosa. «Ntiempo'e tempesta, ogne pertuso è puorte», come dicono a Napoli. «In tempi difficili anche il più piccolo appiglio è una salvezza».

Ti aspettiamo al Gay Pride, Elio.

(ANSA il 23 Luglio 2022) - E' polemica in Liguria tra il governatore Giovanni Toti e il sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè di Forza Italia per il posizionamento in vista delle elezioni. Per Mulè, si legge in una intervista al Secolo XIX, c'è la possibilità che Toti possa fare un accordo con il centrosinistra: "Abbiamo perso il conto dei partiti che fonda Toti. Se fa un accordo con la sinistra viene meno l'appoggio del centrodestra". 

Il governatore ha replicato con un post: "4-4-2-1… non è la formazione di Oronzo Canà, sono gli ultimi risultati di Forza Italia alle elezioni regionali in Liguria, alle comunali di Genova, La Spezia e Savona. Con questi numeri capisco che l'onorevole Mulè abbia fretta di andare a votare! Giorgio, cercati un collegio vah… che per il contributo che hai dato ti abbiamo mantenuto abbastanza. E lascia tranquilli i liguri, che di guai gliene avete già combinati a sufficienza!".

(ANSA il 23 Luglio 2022) - "Per Giovanni Toti solo molta pena e nulla più". Lo scrive in una nota il senatore di Forza Italia Giorgio Mulè replicando alle critiche del governatore. "Il guaio di Giovanni Toti è che, poverino, vive da tempo di livore. Non avendo argomenti dispensa rancore a piene mani nei confronti di chiunque… sembra un Di Battista un po' sovrappeso. Si prova solo molta pena e nulla più".

(ANSA il 23 Luglio 2022) - "Ormai siamo arrivati al body shaming… Aspetto con ansia le prossime opinioni politiche dell'onorevole Mulè. Visto il livello, sono indeciso tra "Ciccio bomba cannoniere" e "Non mi hai fatto niente faccia di serpente". Ecco il suo programma segreto per vincere le elezioni…". Lo scrive su Twitter il presidente della Liguria e di Italia al Centro, Giovanni Toti in risposta a un tweet del sottosegretario alla Difesa, Giorgio Mulè, in cui definisce Toti un "Di Battista un po' sovrappeso..".

(ANSA il 23 Luglio 2022) - "Non essendo in grado di elevarci alle altezze dialettiche dell'onorevole Mulè, ci limitiamo a osservare che anche le sciagure hanno il loro risvolto positivo: la caduta del governo, alla quale il partito di Mulè ha contribuito, farà in modo che in piena guerra il nostro ministero della Difesa non sia più presidiato da un sottosegretario che in politica 'combatte' utilizzando come arma l'amore altrui per la buona tavola. Che pena, che inconsistenza politica, che vita triste!".

E' quanto si legge in una nota di 'Italia al Centro' in cui si commenta la nota di Giorgio Mulè (Fi). "Avesse impiegato più tempo a dedicarsi al suo territorio piuttosto che a mantenersi in forma - si legge ancora -, forse l'onorevole Mulè non avrebbe bisogno di trasformare in insulto nei confronti del presidente Toti la sua comprensibile sindrome da panico elettorale. Ma ci sentiamo di rassicurarlo: con la bilancia non avrà problemi per parecchi anni a venire - conclude la nota di 'Italia al Centro' -, visto che se il metro di giudizio dei cittadini saranno il suo operato e i risultati del suo partito, dal 26 settembre avrà parecchio tempo per il jogging…".

(ANSA il 23 Luglio 2022) - "Giova'… il body shaming è cosa seria: non ti allargare (non è body shaming!). E vista la linea di Dibba, la tua (non fisica!) e quella di alcuni tuoi compagni confermo: parlate la stessa lingua. Biforcuta. Ooops: sarà body shaming anche questo? W la Liguria!". Con questo tweet il sottosegretario alla Difesa e deputato di Forza Italia risponde al governatore della Liguria Toti.

(ANSA il 23 Luglio 2022) "Questi soggetti litigano sempre per ragioni legate alla politica politicante. Si scaldano per questioni di potere, candidature, collegi. Sarebbe bello vederli arrabbiati per ingiustizie, disuguaglianze, problemi dei cittadini. Ma sono fatti così i professionisti della politica. Il bello è che per insultarsi usano il mio nome. Quanto mi piace stare sui coglioni a certa gente!". Così in un post Alessandro Di Battista interviene sulla polemica tra Mulè e Toti che lo chiama in causa.

Claudio Tito per repubblica.it il 23 luglio 2022

"Il nostro uomo in Italia è Antonio Tajani". È questa la scommessa dei Popolari europei. È sul coordinatore di Forza Italia che il Ppe, al momento il primo partito dell'Europarlamento, vuole puntare per le prossime elezioni italiane. E non solo come punto di riferimento. Ma come presidente del Consiglio. 

Il suo nome è iniziato a circolare dallo scorso primo giugno. Ossia dal Congresso del Partito Popolare europeo che si è svolto a Rotterdam. In quell'occasione è stato eletto alla presidenza il tedesco Manfred Weber. E Tajani è stato confermato vicepresidente. L'intesa tra i due è forte. Weber è ancora capogruppo nell'aula di Strasburgo. I due si fidano vicendevolmente. E soprattutto hanno interessi comuni.

Nel caso specifico, il Ppe sa che la coalizione di centrodestra può diventare un problema se guidata, anche da Palazzo Chigi, dalla leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, o dal leghista, Matteo Salvini. I popolari considerano il "lumbard" una sorta di "nemico". In particolare per i suoi rapporti con Mosca e con il partito di Putin. La linea antieuropeista del Carroccio è fumo negli occhi. Non è un caso che intorno ai leghisti persiste una sorta di cordone sanitario che a Bruxelles li esclude da qualsiasi circuito decisionale. 

Dell'esponente della destra, invece, non si fidano. Le sue radici post-fasciste non tranquillizzano i popolari che hanno già espulso di fatto l'ungherese Orban proprio per le sue visioni reazionarie. Hanno apprezzato la conversione atlantista e europeista. Ma guardano con diffidenza al gruppo dirigente di Fdi, ai legami con l'ultradestra in Italia e in Europa.

Manca poi ancora quel fattore fondamentale nei rapporti politici e diplomatici: la fiducia e la confidenza. Il ragionamento che viene fatto dai vertici popolari è allora questo: "Dopo aver perso la Germania, dobbiamo riconquistare il governo in almeno uno dei grandi paesi europei. Al voto andranno presto Italia e Spagna. Va bene l'alleanza con la destra e anche con i sovranisti. Purché poi la guida del governo sia moderata". E in Italia vuol dire che la soluzione migliore sarebbe appunto Tajani.

Tra il rappresentante italiano e Weber esiste un rapporto di reale confidenza. Il 3 maggio scorso, ad esempio, durante il dibattitto a Strasburgo con il presidente del consiglio italiano, Mario Draghi, il capogruppo tedesco ha citato sostanzialmente una sola persona: proprio Tajani. Sottolineando il lavoro svolto dall'"Amico italiano" come presidente del Parlamento europeo dal 2017 al 2019.

Ma c'è di più. L'intesa riguarda anche gli assetti di potere a Bruxelles. Sono stati loro due a condurre le trattative per eleggere Roberta Metsola nella battaglia per la successione a David Sassoli. "E' una nostra amica e un'amica dell'Italia", ripeteva Tajani in quei giorni. E anche in queste settimane sta emergendo un accordo tra loro due per nominare in autunno l'italiano Chiocchetti alla segreteria generale sempre del Parlamento europeo. Non si tratta di una casella secondaria. Il tedesco Klaus Welle, il segretario generale uscente, è stato potentissimo nell'ultimo decennio determinando vittorie e sconfitte nell'assemblea europea. Non si pensi che nell'Unione non si faccia attenzione a poltrone e incarichi. Anzi, sono l'indicatore più sincero dei rapporti di forza.

E l'intesa tra Tajani e Weber ha anche questo motivo. Al di là delle dichiarazioni formali, c'è un altro aspetto da considerare: il primo nemico di Weber a Bruxelles è un'alta esponente del Ppe, la presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen. E' in corso da mesi un regolamento di conti tra i due "tedeschi". E per Weber avere eventualmente Tajani premier sarebbe l'arma migliore per candidarsi - se i popolari avranno un buon risultato alle elezioni europee del 2024 - al posto di Von Der Leyen o comunque rimuovere la sua "nemica" per promuovere Roberta Metsola.

In ogni caso il rappresentante italiano ha anche delle carte personali da giocare. E' stato presidente del Parlamento europeo, e per sei anni Commissario. Insomma a Bruxelles è accolto e soprattutto è considerato un europeista. E non un pericolo come lo sarebbe Salvini o Meloni. Come ripete Weber (che in Germania chiamano  "born Mep", ossia nato membro del Parlamento europeo), "Antonio è uno dei nostri".

Certo, la scelta ha già fatto scattare la discussione dentro il Ppe. Non sulla persona che, appunto, nei Palazzi di Bruxelles è comunque rassicurante. Quanto sull'alleanza con la destra sovranista. Alcuni, ad esempio i membri della componente austriaca, non sono per niente convinti che sia giusto "autorizzare" un patto con Lega e Fratelli d'Italia. 

Nemmeno con l'obiettivo di riconquistare spazi nell'Unione. Ma per il Ppe, ormai, è quasi una questione di vita o di morte. Nei prossimi due anni, prima delle urne, deve riguadagnare posizioni tra gli Stati membri. Per non correre il rischio di perdere la primazia dentro il Parlamento europeo e nelle principali istituzioni dell'Unione. Nella corsa alla premiership del centrodestra italiano, dunque, le puntate europee avranno un peso. E non da poco. 

E.LA. per “la Repubblica” il 23 luglio 2022 

«Non avremo subito un candidato premier comune», dice Antonio Tajani, coordinatore di Forza Italia. Che mette le mani avanti: «Sulle regole d'ingaggio nel centrodestra decideremo la prossima settimana. Ma a parer mio meglio prima vincere la partita e poi decidere chi deve alzare la coppa».

Hanno fatto molto discutere, suscitando anche la perplessità di Draghi e del Quirinale, le dichiarazioni di Berlusconi secondo cui è stato il premier alla fine a scegliere la crisi, forse perché stanco. Avete fatto tutto per salvare il governo?

«Il killer del governo non è il centrodestra ma il Pd, che ha inseguito fino all'ultimo il campo largo e l'ossessione di continuare la spartizione del potere con il M5S.

Noi avevamo chiesto che, essendo venuto meno il patto di governo, si andasse avanti con una nuova maggioranza senza i 5S e con un esecutivo rinnovato. Draghi, purtroppo, non ha voluto far votare la nostra risoluzione».

Non teme che l'esito della vicenda Draghi possa consegnare l'immagine di una Fi schiacciata su posizioni sovraniste o populiste?

«Forza Italia, che si colloca dentro il partito popolare europeo, ha una forte tradizione europeista e atlantista che nessuno può mettere in discussione» Oggi l'incontro fra Berlusconi e Meloni. Diamo per scontato l'accordo per un centrodestra unito?

«Credo proprio di sì». 

Come si risolve la questione della leadership? Il candidato premier sarà annunciato già prima della campagna elettorale? O sarà deciso dopo? E in questo caso si applicherà la regola che il partito con più voti esprime il presidente?

«Ogni partito, dentro la coalizione, correrà per sé, non avremo bisogno di annunciare subito un candidato premier comune. Esattamente come accadde nel 2018. Per quanto riguarda la scelta finale sul nome per Palazzo Chigi, se ne parlerà in un momento futuro. A cominciare dal vertice della prossima settimana. Io, personalmente, credo che prima occorra rafforzare la coalizione, dobbiamo giocare ancora la partita e vincerla. Poi si vedrà chi alzerà la coppa».

Meloni ritiene che in base ai sondaggi la scelta spetti a lei.

«Ripeto, ne parleremo. Certo, uno scenario è quello che vede un partito nettamente davanti agli alleati, come accaduto in passato. Un altro quello che presenta tre partiti non distanti. Bisognerà ragionare». 

Quanto crede che peserà, in termini di immagine e di voti, l'addio di figure storiche di Fi come Gelmini, Brunetta e, forse, Carfagna? Vede la possibilità che la ministra del Sud, ad esempio, possa essere la leader di un polo centrista?

«Il Centro è Forza Italia, non ne vedo altri possibili, non ne esistono al momento. E mi pare che i sondaggi ci stiano premiando. Mi faccia dire una cosa su chi va via: dovrebbe rinunciare alle cariche avute grazie a Fi».

Intanto Berlusconi è alla nona discesa in campo, stavolta con una svolta green. Dal milione di posti di lavoro al milione di alberi da piantare.

«Ma noi siamo sempre stati ambientalisti: non dimenticate che Berlusconi ha realizzato città a misura d'uomo. Ma essere ambientalisti non significa essere seguaci di Greta Thunberg. Forza Italia è fortemente impegnata su questo fronte, con la convinzione che bisogna conciliare la crescita, e quindi una politica industriale e agricola e il sostegno alle piccole e medie imprese, con la lotta al cambiamento climatico e la tutela dell'ambiente». 

Francesco Olivo per “la Stampa” il 23 luglio 2022

La vittoria, lo dicono i sondaggi, potrebbe essere vicina, e allora Giorgia Meloni diventa prudente: niente polemiche con gli alleati, messaggi rassicuranti all'estero e una condizione chiara: «Chi prende più voti andrà a Palazzo Chigi». 

Presidente Meloni, siete pronti?

«Io sono pronta, Fdi lo è. Non immaginavamo una campagna elettorale in agosto. Ma da tempo lavoriamo alla costruzione di un programma. A differenza della sinistra non ci dobbiamo inventare un'identità. Le nostre proposte si conoscono, si tratta di ribadirle».

Lei chiedeva da tempo di andare a votare. È soddisfatta?

«In una fase così delicata sarebbe stata meglio un'uscita ordinata dalla legislatura. La fine rocambolesca dà una brutta immagine. Le cose sono andate così e sono comunque contenta che gli italinani possano andare a votare». 

Lei, dall'opposizione, ha sempre avuto un buon rapporto con Draghi. Vi siete parlati?

«Non ancora. Ma ci sentiremo presto, il rapporto è sempre stato leale».

Come pensa sia uscito da questa vicenda?

«Non ho capito tutte le sue mosse. Era evidente che fosse stufo delle liti Prima si è dimesso, poi ha deciso di tornare indietro. Fin qui c'è una logica. Da quel punto in poi non mi è chiara la strategia: lui ha preso in considerazione l'ipotesi di andare avanti senza il M5S, ma allora perché nel discorso se l'è presa con un'altra parte della sua maggioranza? Non puoi pensare che arrivi in Aula, meni tutti e gli altri ti dicano "bravo"».

Come se lo spiega?

«Una parte di me è convinta che Draghi volesse andarsene». 

Perché andarsene?

«Forse perché, sapendo che l'autunno sarà duro, non voleva vedere l'arrivo della tempesta da Palazzo Chigi».

Quell'autunno caldo, in caso di vostra vittoria, toccherà gestirlo a voi. Ieri Berlusconi ha aperto la campagna elettorale dicendo di alzare le pensioni minime a mille euro. Salvini parla di condono fiscale. Sono promesse opportune?

«Il centrodestra può vincere le elezioni, ma governerà in una fase complessa. Ogni partito ha un programma di partenza, ma essendo la condizione difficile, e avendo buone chance di vittoria, nel programma comune dovremmo concentrarci sulle cose che si possono fare. Meglio mettere una cosa in meno, che una in più che non si può realizzare». 

Lei ieri ha visto Berlusconi, avete parlato di nomi? È vero che volete coinvolgere il presidente della Confindustria Carlo Bonomi?

«È presto per parlarne. Ho dei nomi in testa. Ma sono cose che si discutono con gli alleati, non mi piace fare totonomi, perché è un lavoro molto serio». 

Al di là dei nomi, che profili state seguendo?

«Non sono disponibile a fare una brutta figura. Se andassimo al governo dovremmo prendere tutto il meglio che c'è. Senza pregiudizi».

Andare al voto comporta dei rischi?

«No. Abbiamo una verifica a metà settembre per la rata del Pnrr, se non otteniamo dei soldi è perché il governo non ha lavorato bene». 

Per prendere i soldi ci sono delle riforme da fare.

«E noi garantiremo la nostra disponibilità affinché si arrivi alle scadenze in tempo utile. Il fatto che non avremo i soldi per colpa delle elezioni è una bugia». 

Un articolo del New York Times la dipinge come un pericolo per l'Italia.

«Non ha nessun senso. È la classica cosa imbeccata».

Da chi?

«Si stanno muovendo una serie di think tank della sinistra italiana che vanno in giro per dire che se vince la Meloni l'Italia viene risucchiata da un buco nero. Una strategia irresponsabile. . Come si è dimostrato con la posizione di FdI sull'Ucraina non c'è nulla da temere. Questo gioco di terrorizzare i mercati ha uno scopo». 

Quale?

«Che il centrodestra perda e la sinistra possa governare sulle macerie». 

Lei dice sempre di non dover esibire patenti, ma non trova normale che all'estero si cerchino rassicurazioni su un partito che si propone di governare?

«Chi ha la pazienza di approfondire chi siamo non ha bisogno di essere rassicurato. Certo, quando ti candidi a governare la nazione devi far sapere cosa vuoi fare. Anche per fare controinformazione contro un racconto interessato. Non ho problemi a confrontarmi nel merito con nessuno». 

Crede di essere riuscita a rassicurare gli ambienti di cui parla?

«Ultimamente mi è capitato di incontrare manager e industriali, sono consessi dove si presume che la gente sia terrorizzata da me. Io ho parlato loro di cose concrete, per esempio delle catene di approvvigionamento dell'Italia, ovvero le grandi questioni dei nostri tempi. Alla fine mi guardavano come per dire, "non sei quella che ci aspettavamo"». 

Perché avete votato contro il Pnrr?

«Non abbiamo votato contro, ci siamo astenuti perché siamo persone serie. Un documento che impegna 250 miliardi non lo voti a scatola chiusa. E il governo lo ha presentato in aula un'ora prima dell'inizio della discussione. Oggi che l'ho letto, aggiungo che l'Italia non sta usando quelle risorse per i campi dove siamo più competitivi degli altri». 

Come si fa a garantire che quella coalizione litigiosa che abbiamo visto fino a pochi giorni fa ora possa governare cinque anni il Paese?

«Come abbiamo garantito che governasse bene nelle amministrazioni locali. Il cortocircuito era generato dal fatto di essere in parte all'opposizione e in parte in maggioranza». 

Su cosa vi dovete chiarire?

«Con i problemi che incontreremo, non potremmo preoccuparci l'uno dell'altro. O si vince o si perde insieme. Non avrebbe senso fare una campagna elettorale pensando più a fare la polemicuccia tra di noi». 

Se Fratelli d'Italia sarà il primo partito toccherà a lei andare a Palazzo Chigi?

«Questa regola ha sempre funzionato: chi vince governa. Non abbiamo nemmeno il tempo di cambiarla». 

I suoi alleati non sono così chiari su questo punto.

«Spero che non sia così. Confido che si mettano da parte i tatticismi. Noi dobbiamo fare quello che la sinistra sa fare: compattarsi per battere l'avversario. L'avversario è il Pd e spero che gli altri mi diano una mano a batterlo».

Rifarebbe il discorso al comizio di Vox?

«Cambierei il tono, non il contenuto, perché quelle sono cose che ho detto molte volte. Quando dici cose decise vanno dette con un altro tono». 

Se n'è accorta subito?

«Quando mi sono rivista non mi sono piaciuta. Quando io sono molto stanca, mi capita di non riuscire a modulare un tono appassionato che non sia aggressivo». 

E le accuse alla lobby Lgbt?

«La lobby, non è la comunità omosessuale, sono cose diverse».

È stato difficile prendere una posizione così netta a sostegno dell'Ucraina?

«È stata una delle decisioni più facile della mia vita». 

Il suo elettorato ha dei dubbi a leggere i sondaggi.

«Vale per tutti i partiti. La gente può vedere l'Ucraina come una lontana e dice "perché dobbiamo caricarci altri problemi?". Ma la politica deve essere seria. Quello che oggi ti sembra di poter utilizzare come cassa elettorale, domani lo paghi dieci volte. Agli elettori va spiegato». 

Come si concilierà questa posizione con quella della Lega, assai critica con la politica estera del governo Draghi? Dovrete governare insieme.

«La politica estera di un governo a guida Fratelli d'Italia resterà quella di oggi. Per me è una condizione. E non credo che gli altri vogliano metterla in discussione». 

La Lega non vuole mandare le armi. Berlusconi ammicca alla Russia..

«Noi non decidiamo il destino dell'Ucraina. Se noi non mandiamo le armi, l'Occidente le continuerà a mandare, e ci considereranno un Paese poco serio. Il problema sarà nostro. Bisogna essere lucidi: non possiamo pensare di essere neutrali senza conseguenze».

La questione fascismo tornerà nella campagna elettorale?

«Facciano pure. Io sono stata sempre chiara. Gli italiani che pensano che Giorgia Meloni porterebbe un regime al governo possono votare il Pd. Quelli che pensano che FdI possa difendere la nazione e i suoi cittadini, votino Fratelli d'Italia». 

All'estero però il tema esiste, lei pensa di affrontarlo con nettezza?

«Perché noi dobbiamo passare sempre dal via? Per la sinistra non basta mai. Quando Fini fece tutti i passaggi che fece, io stavo in Alleanza Nazionale e non me ne sono andata. Io sono una persona che dice quello che pensa. Nella vita ho sempre detto quello che pensavo, e l'ho pagato spesso. Se pensassi che in Italia dovesse tornare un regime lo direi. Invece ho fatto solo battaglie per la democrazia e la libertà».

Marcello Sorgi per “la Stampa” il 26 luglio 2022.

L'uscita di altre due deputate - l'ex-atleta paralimpica Giusy Versace e Annalisa Baroni - oltre all'assessore regionale alla Casa della giunta lombarda Alessandro Mattinzoli, dopo l'addio dei tre ministri di Forza Italia, aggrava la crisi di identità del partito, un problema che, come s' è visto, né Berlusconi né le persone a lui vicine intendono riconoscere e affrontare. 

Le due deputate e l'assessore pongono infatti la questione della svolta che ha portato il Cavaliere, nel giro di mezza giornata, a schierarsi con Salvini nel dare il benservito a Draghi, rinunciando al tradizionale ruolo di moderazione avuto da Forza Italia nel centrodestra.

Dei tre, soprattutto Versace ha reagito anche al modo in cui sono stati trattati i ministri, dal «riposino in pace» di Berlusconi all'accenno alla statura di Brunetta della sua compagna, Marta Fascina. In un partito normale e non "personale", come ormai sono quasi tutte le forze politiche, tolto forse il Pd, i punti sollevati da Versace, Baroni e Mattinzoli sarebbero degni di discussione. 

Tra l'altro i tre sono esponenti, non certo di secondo piano (un assessore regionale oggi vale anche più di due deputate) del partito lombardo pazientemente costruito da Gelmini, quando ne era coordinatrice, prima di essere sostituita da Ronzulli, nella convinzione, appunto che i consensi, specialmente al Nord, dove Forza Italia da tempo ha seri problemi, vadano cercati con un'organizzazione ramificata nel territorio, e non solo con il carisma del leader.

Peraltro, nel caso del Cavaliere, piuttosto ammaccato di salute. Ma questo genere di ragionamenti, si sa, non sono mai piaciuti a Berlusconi. Contrario da sempre alla «democrazia interna», refrattario a qualsiasi contestazione che venga dal basso e sicuro che solo un'emanazione diretta dall'alto della sua volontà possa mantenere l'indispensabile rapporto diretto tra il leader e la sua gente.

Berlusconi in altre parole pensa che anche il calo di consensi subito da Forza Italia, ridotta anche nei sondaggi abbondantemente al di sotto del dieci per cento, sia dipeso dal suo forzato allontanamento dalla scena politica quotidiana. Che un suo ritorno possa cambiare le cose. E che in sostanza la gente non aspetti altro che rivedere «Berlusconi presidente». Convinto lui.  

Il centrodestra scompare, ora è un miscuglio di populismo e sovranismo. PASQUALE CASCELLA su Il Quotidiano del Sud il 22 Luglio 2022

SCOMPARE il centrodestra di governo per far spazio a un ridondante miscuglio di populismo e sovranismo. Il centrosinistra cerca di ridefinirsi attorno al buco nero delle stelle cadenti. Sembra esserci, ora, solo il campo di battaglia elettorale tra schieramenti spuri.

Ma davvero, senza Draghi, l’area della responsabilità è diventata impraticabile? La motivazione data dal presidente della Repubblica alla scelta di dar seguito dalle dimissioni di Mario Draghi anticipando il ritorno alle urne, mette al riparo la vita democratica dall’esito più nefasto della negazione della fiducia al governo. Che non è mai stata a un governo qualsiasi, ma al governo immaginato non a caso 18 mesi fa da Sergio Mattarella al di fuori delle formule politiche consunte dalla transizione senza riforme tra la Prima e la Seconda Repubblica.

Se pure ce ne fosse stato bisogno, il voto parlamentare – non a caso pervicacemente voluto nella “bomboniera” di palazzo Madama piuttosto che nell’aula più politica di Montecitorio – che ha visto da una parte il Movimento 5 Stelle, con l’astensione, e dall’altra la Lega e  Forza Italia, con l’abbandono degli scranni, rifuggire – l’uno e gli altri – dalla responsabilità di votare l’unica risoluzione che di fatto avrebbe consentito di portare a compimento i residui compiti programmatici del governo, riconsegna la crisi politica alla ragione di fondo dell’originario appello all’unità nazionale.

Draghi avrà anche sbagliato a dire ai senatori di dover rispondere “agli italiani” (per primo rispondeva alla richiesta istituzionale della figura costituzionalmente rappresentativa dell’unità del paese), ma seppure sbagliando potrebbe aver  reso un ultimo servigio al Paese, costringendo le forze politiche a rendere esplicita la rincorsa di particolarismi e le convenienze elettorali che avevano cominciato a logorare l’unità nazionale e funestare gli ultimi mesi di questa legislatura.

Come spiegare altrimenti le speculari stoccate di Draghi alla Lega che insegue i taxisti e ai cinquestelle arroccati sui superbonus? L’autentico paradosso è sembrato emergere successivamente, nella convergenza nel non voto di destini che a parole avrebbero dovuto separarsi (la risoluzione della Lega, poi sottoscritta anche da Forza Italia, chiedeva un nuovo governo senza più i Cinque stelle, i quali si cincillavano ancora con il ritiro della propria delegazione ministeriale), quasi a segnalare il reciproco interesse a liberarsi, se non dell’intruso, dei vincoli politici del richiesto rinnovo dell’originario patto politico.

L’applauso che a Montecitorio ha salutato il dimissionario Draghi è sembrato suonare la cattiva coscienza dell’azzardo. Per dire, cosa sarà dei decreti, comunque espressione della maggioranza, che ancora attendono la conversione in legge? E dei provvedimenti che – come ha avvertito il Capo dello Stato – le vecchie e nuove emergenze dovessero imporre? Vero è che formalmente il governo non è stato sfiduciato ma in parlamento non potrà più richiedere la fiducia di una maggioranza che deliberatamente ha scelto di scomporsi per inseguire qualche taxista o certi costruttori.

Qualche meccanismo di scomposizione delle vecchie convenienze si è comunque messo in moto, più marcatamente nel M5S, con la scissione di Luigi Di Maio, che nello schieramento opposto con le iniziali defezioni ministeriali di Mariastella Gelmini e Renato Brunetta (in attesa di Mara Carfagna?) da Forza Italia, per non dire del disagio dei governatori leghisti.

Ma quel che stenta a farsi strada è la ricomposizione degli equilibri politici che era nel potere solo di un Parlamento nella pienezza delle proprie funzioni e con la legittimazione offerta dall’interesse generale. Invece, ci si affida a quel Rosatellum (a onta della riforma elettorale promessa a seguito del taglio secco di un terzo del Parlamento) che ha già costretto a inseguire le più disparate formule di governo. E, poiché prevede il voto su un’unica scheda, non consente nemmeno quella desistenza che in altre fasi politiche era servita per distinguere identità e responsabilità.

C’è un ultimo appello di Mattarella, questa volta a sostegno dell’interesse nazionale, perché il passaggio elettorale avvenga senza forzature e ambiguità. Nell’esporlo il presidente non ha nascosto l’amarezza, se non la delusione, per aver dovuto, dopo la costrizione al secondo mandato, nuovamente arrendersi alla impotenza della politica. La riacquisita prerogativa dello scioglimento delle Camere gli consente, però, di rimettere quel dovere,  che tanto è sembrato spaventare la politica, alla responsabilità di una battaglia su una risolutiva espressione della sovranità popolare. 

Salvini ha promesso a Berlusconi la presidenza del Senato: ecco la moneta di scambio usata per mollare Draghi. Tommaso Ciriaco su La Repubblica il 24 Luglio 2022.  

Silvio "isolato" durante il blitz, lo cercano Chigi e Colle ma il cellulare forse era in mano a Fascina

Glielo hanno promesso, forse anche per giustificare il fatto di averlo lasciato ai margini durante le ore cruciali che hanno portato alla cacciata di Draghi. Ma adesso Silvio Berlusconi ci crede. "A ottobre sarai Presidente del Senato", gli ha assicurato Matteo Salvini subito dopo il blitz. È la moneta di scambio per l'estromissione dell'ex banchiere.

L’ETERNO RITORNO. Berlusconi è tornato e si candida al Senato dopo l’espulsione per la frode fiscale. NELLO TROCCHIA su Il Domani il 22 luglio 2022

Lo avevano definito ‘moderato’, ‘garante’, ‘padre nobile’, attribuendogli una generosa resipiscenza, ma Silvio Berlusconi è tornato quello che è sempre stato: un caimano. E in una notte ha ribaltato il governo di Mario Draghi, approvando la spallata del fido Matteo Salvini e salutando con una battuta funerea i fuoriusciti da Forza Italia, «riposino in pace».

Il primo effetto della fine anticipata dell’esecutivo delle larghe intese è servito: il ritorno del leader di Forza Italia. 

Gli ultimi giorni prima delle dimissioni di Mario Draghi sono intensi e Berlusconi si prende la scena. Torna e oscura l’alleata Giorgia Meloni, in crescita nei sondaggi e oppositrice del governo Draghi, ma mal digerita dall’ex primo ministro. Se c’è lui, gli altri sono un corredo. NELLO TROCCHIA

La rivincita sull'ingiustizia. Paolo Guzzanti il 23 Luglio 2022 su Il Giornale.

Lo cacciarono usando una legge con valore retroattivo non riuscendo ad estrometterlo dalla politica con le armi della democrazia e il risultato fu che Silvio Berlusconi fu messo in un angolo.

Lo cacciarono usando una legge con valore retroattivo non riuscendo ad estrometterlo dalla politica con le armi della democrazia e il risultato fu che Silvio Berlusconi fu messo in un angolo. Trattato come il capitano Dreyfus il quale, benché fosse innocente, fu portato nel mezzo del quadrato militare e spogliato delle mostrine, le decorazioni e gli spezzarono anche la sciabola. Dovettero passare anni prima che la scatenata campagna di Emile Zola con il suo famoso libro J'accuse (io accuso) facesse ripetere il processo che riconosceva il capitano, la cui unica colpa era di essere ebreo, totalmente innocente dall'accusa di essere una spia tedesca.

Ma il capitano, nel frattempo, si era stancato di combattere e aveva perso ogni fiducia nella giustizia francese. Non così ha reagito Silvio Berlusconi che ha seguitato, restando fuori dalle Camere italiane, a farsi eleggere al Parlamento Europeo dove ha raccolto una serie importantissima di riconoscimenti da tutte le parti politiche europee. E adesso - questa è la notizia - intende tornare in Parlamento scegliendo il Senato: lo stesso da cui fu estromesso nel 2013 in barba ad ogni cultura sia giuridica che parlamentare, cacciato affinché non raccogliesse più l'antico consenso e dunque abbattuto come un animale da sacrificare. Ai bei tempi in cui Berlusconi raccontava molte barzellette divertenti, rielaborò quella del tizio che era sopravvissuto a una quantità eccezionale di incidenti, E quando qualcuno chiede, nella storiella, che cosa ne fosse poi stato di un tipo del genere, il narratore risponde allargando le braccia: «Alla fine, l'abbiamo dovuto abbattere».

E fu proprio ciò che accadde al fondatore di Forza Italia: sottoposto a una mitragliata di oltre sessanta processi, fu condannato per evasione fiscale per fatti accaduti mentre era Primo ministro e per una somma assolutamente ridicola rispetto alla misura della sua contribuzione fiscale. Sulla base di quella sentenza gli fu applicata la legge Severino che stabiliva, per la prima volta nella storia del Parlamento e di tutti i Parlamenti liberali, che si poteva applicare questa legge anche con valore retroattivo, e il Senato, approvò e l'ex leader di un grande partito che aveva bloccato la corsa al governo degli ex comunisti del PDS dopo l'operazione giudiziaria detta «Mani Pulite» che aveva falciato tutti i partititi democratici tranne i comunisti, pagò il fio della sua colpa originaria. Buttato fuori dal Parlamento dove era stato mandato da milioni di italiani. E già allora si cominciò a parlare ossessivamente del «dopo Berlusconi» come di una nuova.

Come giornalista credo di aver dovuto scrivere una ventina di volta, spiegando la povertà dell'idea, un articolo sul «dopo Berlusconi». Non c'è mai stato un dopo-Berlusconi e la prova è sotto gli occhi di tutti: l'uomo che era stato - unico caso - estromesso dalla Camera alta del nostro Parlamento, torna per prendersi anche la soddisfazione di parlare di nuovo in quella stessa aula da cui fu espulso con un atto antipolitico e anticostituzionale.

Viene in mente il grande oratore romano Cicerone che, costretto all'esilio per una sentenza ingiusta, quando fu finalmente assolto tornò al Senato e con aria distratta cominciò il suo discorso con un sarcastico «Heri dicebamus», come dire: dove eravamo rimasti ieri? Facendo finta che nulla fosse accaduto. Vedremo quali saranno le parole con cui il rientrato senatore Berlusconi parlerà a Palazzo Madama per riprendere il discorso brutalmente interrotto.

(ANSA il 22 luglio 2022) "Nel nostro programma c'è l'aumento delle pensioni, tutte le nostre pensioni, ad almeno 1000 euro al mese per 13 mensilità, c'è la pensione alle nostre mamme che sono le persone che hanno lavorato di più alla sera, al sabato, alla domenica, nei periodi delle ferie e che hanno diritto di avere una vecchiaia serena e dignitosa e poi c'è l'impegno a mettere a dimora, a piantare ogni anno almeno un milione di alberi su tutto il territorio Nazionale". Così il leader di Fi, Silvio Berlusconi, al Tg5.

Berlusconi riparte con le solite millanterie da campagna elettorale. Piccolo campionario degli impegni strombazzati dal Cav, ricordando lo strabiliante "più dentiere per tutti" del 2014. Da huffingtonpost.it il 22 Luglio 2022

I nostri parlamentari andranno a casa dopo due legislature. Dimezzeranno i loro emolumenti. Sarà ridotto della metà anche il loro numero. Non cambieranno partito. Totale trasparenza sui loro redditi e attività. Abolizione finanziamento pubblico ai partiti". Chi lo promise, alle elezioni 2013? Grillo? Anche. Ma in realtà questo era il Patto del parlamentare che Berlusconi fece firmare a ogni suo candidato.

Berlusconi rilancia, la lunga storia delle pensioni a mille euro. Da adnkronos.com il 22 luglio 2022

Nel 2001 alzate a un milione di lire per una platea limitata, la promessa è tornata più volte

Portare le pensioni minime a mille euro. Un'idea che ricorre nella proposta di Forza Italia e del leader Silvio Berlusconi, a ogni elezione utile . E che affonda le sue radici nell'ormai lontano 2001, quando la promessa, parzialmente mantenuta per una platea limitata da alcuni criteri, fu quella di portare l'assegno a un milione di lire. Le parole con cui l'annuncio è stato reiterato nel tempo sono molto simili tra loro.

E' il 22 luglio 2022, è iniziata la campagna elettorale. "Nel nostro programma c'è l'aumento delle pensioni, tutte le nostre pensioni, ad almeno 1.000 euro al mese per 13 mensilità, c'è la pensione alle nostre mamme che sono le persone che hanno lavorato di più la sera, il sabato, la domenica, nei periodi delle ferie e che hanno diritto di avere una vecchiaia serena e dignitosa", dice il presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi, in una intervista al Tg5.

E' il 26 maggio 2019. "Una delle cose che faremo noi col prossimo governo è aumentare a 1000 euro, per tredici mensilità, le pensioni minime", annuncia Silvio Berlusconi ospite in diretta a Corriere tv.

E' il 19 novembre 2017, a Palazzo Chigi c'è Paolo Gentiloni. Ma a parlare è sempre Silvio Berlusconi. "Oggi nessuno anziano può vivere con una pensione minima di 500 euro: oggi è doveroso e indispensabile aumentare almeno a mille euro i minimi pensionistici. Nessun anziano deve essere escluso da questa misura, comprese le nostre mamme che hanno lavorato tutti i giorni a casa e che devono poter avere vecchiaia dignitoso".

E' il 13 maggio 2017. "Tutti hanno diritto di vivere la propria vecchiaia in maniera decorosa, senza preoccupazioni e senza privazioni materiali o morali. Per questo garantiremo a tutti una pensione minima di 1000 euro non tassabili per 13 mensilità, restituendo a tutti gli anziani la dignità del loro passato di protagonisti nella società, per il valore umano e l'esperienza di cui sono portatori": è la promessa elettorale per le amministrative 2017 lanciato dal leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi.

Michele Serra per “la Repubblica” domenica 24 Luglio 2022. 

Berlusconi, esaurito il tour delle sue ville, forse indirà il prossimo vertice della destra italiana (chiamarlo centrodestra è un oltraggio all'aritmetica) su un dirigibile o su un piroscafo, tanto per sentirsi sempre e comunque il magnanimo anfitrione. 

Ma il suo viale del tramonto - uno dei più lunghi mai visti nella storia, nemmeno Wanda Osiris e Joséphine Baker riuscirono a esibirsi così oltre la scadenza naturale - lo ha già ridotto, anche ben prima di questa tornata elettorale, al ruolo di amico ricco che pensa all'ospitalità e al ristoro, con zero voce in capitolo su tutto il resto.

Non si sa se per educazione o per maleducazione, il Salvini e la Meloni continuano ad approfittare di questo imbarazzante protettorato, che di per sé fa slittare di un paio di epoche all'indietro la loro avventura politica: e però fornisce a quei due un'imprevista foglia di fico "moderata" con la quale agghindare la coazione più a destra mai vista al mondo. 

È uno spettacolo al quale siamo abituati, ma non per questo è meno incredibile: una fascista civilizzata e un incivile fascistizzato, con la benedizione di un miliardario in pensione che trent' anni fa fece finta, votatissimo, credutissimo, di essere un leader politico, si candidano al governo della Repubblica, nella quale, accidentalmente, abitiamo anche noi altri.

Dentro la coalizione la postura è totalmente trumpista, tacitamente putinista, ma c'è l'amico Silvio e tanto basta per figurare abusivamente, in tutti i telegiornali, come "centrodestra" o addirittura come "moderati". Qualche liberale tardivamente in fuga (Gelmini, Brunetta, forse Carfagna) non basta a salvare l'onore. Mi chiedevo da tempo che vantaggio porta essere di sinistra. Beh, almeno uno: non votare per la destra.

Silvio Berlusconi e la vecchia storia delle pensioni a 1.000 euro. Il Cav entra in campagna elettorale promettendo un milione di nuovi alberi l’anno (meno impegnativi del milione di posti di lavoro promesso nel 1994) e pensioni a 1.000 euro. Una costante di ogni elezione. Da Redazione tag43.it il 22 Luglio 2022

La campagna elettorale è cominciata. E Silvio Berlusconi non sta nella pelle, dicono i suoi. Intervistato dal Tg5 il Cav non ha perso tempo e ha snocciolato i punti chiave del suo programma: «Meno tasse, meno burocrazia, meno processi, più sicurezza, per i giovani, per gli anziani, per l’ambiente e poi la nostra politica estera». Un programma che si basa sulla  «tradizionale lotta alle tre oppressioni: l’oppressione fiscale, l’oppressione burocratica l’oppressione giudiziaria».

Pensioni a 1.000 euro, non proprio una idea nuova

Il Cav è partito in quarta con le prime promesse: portare le pensioni minime a 1.000 euro. Non esattamente una idea nuova che viene riproposta a ogni occasione utile, a partire dal lontano 2001 quando promise di portare l’assegno a un milione di vecchie lire. Questo giro ha aggiunto sul piatto pure un milione di alberi l’anno, sicuramente meno impegnativi del famoso milione di posti di lavoro promesso quando discese in campo nel 1994. Che diventarono un milione e mezzo sette anni dopo nel Contratto con gli italiani siglato da Bruno Vespa.

Pensioni dignitose a tutti, anche alle mamme

Che il Cav abbia da sempre un occhio di riguardo per pensionati e anziani è risaputo. Anche perché ormai tra aumento dell’età media, calo delle nascite e fughe di cervelli e braccia, l’Italia è diventata, parafrasando il film di Ethan Coen, un Paese di e per vecchi. Riavvolgendo il nastro, nel maggio 2019 a Corriere.tv Berlusconi annunciava fiero: «Una delle cose che faremo noi col prossimo governo è aumentare a 1.000 euro, per 13 mensilità, le pensioni minime». Una riedizione della promessa elettorale fatta nella campagna dell’anno precedente: «Porteremo a 1.000 euro le pensioni di tutti i dipendenti e anche di coloro che sono afflitti da disabilità e daremo la pensione a 67 anni a coloro che lavorano di notte, d’estate…». Un anno prima, nel novembre 2017 – a Palazzo Chigi c’era Paolo Gentiloni – il Cav dichiarava: «Oggi nessuno anziano può vivere con una pensione minima di 500 euro: oggi è doveroso e indispensabile aumentare almeno a 1.000 euro i minimi pensionistici. Nessun anziano deve essere escluso da questa misura, comprese le nostre mamme che hanno lavorato tutti i giorni a casa e che devono poter avere vecchiaia dignitoso». Mentre a maggio, in vista delle Amministrative di quell’anno, dichiarava: «Tutti hanno diritto di vivere la propria vecchiaia in maniera decorosa, senza preoccupazioni e senza privazioni materiali o morali. Per questo garantiremo a tutti una pensione minima di 1.000 euro non tassabili per 13 mensilità, restituendo a tutti gli anziani la dignità del loro passato di protagonisti nella società, per il valore umano e l’esperienza di cui sono portatori».

La parentesi delle dentiere e delle cure veterinarie gratis

Ancora indietro nel tempo, nel 2014, per le Europee del 25 maggio Silvio strizzava gli occhi agli over 70 promettendo dentiere gratis per tutti. In quell’occasione, per onore di cronaca, promise anche cure veterinarie gratis per chi non poteva permettersi le spese. L’effetto Dudù. Tornando ai pensionati, nel 2013 aveva ricavalcato il tema: «Bisognerà pensare ai pensionati facendo come abbiamo fatto e cioè quando portammo più di un milione pensionati a un aumento delle pensioni che consente di sopravvivere». E nel 2008? «La nostra proposta è condivisa dal Partito dei pensionati che ora sta con noi e prevede l’innalzamento delle pensioni minime, l’adeguamento al costo della vita di tutte le pensioni fino al livello di mille euro al mese».

Dal “Corriere della Sera” domenica 24 Luglio 2022.

Caro Aldo, il voltafaccia e l'attacco di Berlusconi a quel grande servitore dello Stato che è Mario Draghi, è stato un atto veramente proditorio. Che cosa ne pensa? Luigi Solari 

Perché dobbiamo rassegnarci a perdere uno dei migliori rappresentanti dell'Italia nel mondo? Chiedo di trovare una formula, qualsiasi formula consentita, per offrire a molti italiani, penso tanti, la possibilità di poter continuare l'esperienza con Draghi premier. Vinicio Pozza 

Ringrazio Draghi per il suo lavoro. Dignità, amor proprio, onestà morale non potevano più convivere con gli indicibili giochi di potere di un Parlamento in cui non mi riconosco. Anna Sturlese 

La risposta di Aldo Cazzullo

Cari lettori, in questi giorni abbiamo ricevuto migliaia di messaggi sulla caduta di Draghi.

Comincerei dal suo, gentile signor Solari. In realtà, tutte le volte che Berlusconi ha stretto un patto l'ha fatto saltare quando ha pensato che gli convenisse. È accaduto con la Bicamerale, con il governo Monti, con il governo Letta, ora con Draghi. Semmai, il Cavaliere dovrebbe chiedersi perché ogni volta perde un pezzo di partito, e i suoi ministri se ne vanno.

È vero che Giorgetti, Zaia, Fedriga non hanno mosso un dito per Draghi; ma all'evidenza aspettano che Salvini vada a sbattere nelle urne, per liberarsene, se ne avranno la forza. La Meloni cercherà di destare meno allarmi possibili. I 5 Stelle spariranno al Nord e prenderanno qualche voto assistenzialista al Sud. Al centro l'unico messo bene è Calenda; per il resto, troppi leader per pochi voti. Il Pd dovrebbe decidere se è il partito di Draghi senza Draghi, o se l'alleato resta Conte. 

Più in generale, il Pd è oggi un partito di centro con una certa sensibilità sociale, votato da pensionati e ceto medio dipendente; ma una parte dei suoi dirigenti lo pensano ancora come un partito postcomunista e proletario, e propugnano una curiosa politica fiscale punitiva verso i propri stessi elettori. Un'ultima considerazione, proprio su Draghi. Da trent' anni parliamo di Seconda Repubblica, ma la Costituzione non è cambiata: è sempre la stessa in cui il segretario della Dc contava molto più del presidente del Consiglio. 

La nostra resta la Repubblica dei partiti. Prodi e Monti avranno commesso molti errori; ma se entrambi hanno sentito l'esigenza di farsi un partito, è perché si sono resi conto che in Italia - a prescindere dalle tue capacità e dai tuoi successi; e quelli di Draghi non sono in dubbio - senza un partito alle spalle alla lunga non puoi fare politica. A meno di farsi eleggere presidente della Repubblica, come dopo Bankitalia e Palazzo Chigi (e dopo il ministero dell'Economia) accadde a Ciampi.

Il nuovo gioco di società dei radical chic: allarme Costituzione se vince la destra. Appello di "Libertà e giustizia" sul "Domani": cambieranno la Carta. Effetto panico, nessun sondaggio dà al centrodestra i due terzi dei seggi. Marco Gervasoni il 27 Luglio 2022 su Il Giornale.

Ci eravamo dimenticati di «Libertà e giustizia», nata nel 2002 nei salotti progressisti, per combattere l'autoritarismo di... Berlusconi, accusato di voler cambiare la Costituzione e, sotto sotto (ma neanche tanto) di voler introdurre un regime para fascista. Poi, finiti i governi del Cavaliere, i Liberi e Giusti, di nuovo, contro Matteo Renzi, pericoloso sovversivo per il suo referendum sul Senato. Una breve fugace apparizione ai tempi del governo Conte I, ovviamente contro il para fascismo di Salvini, eccoli alla grande, con un altro manifesto. Il tema? Di nuovo il pericolo che la nuova maggioranza, di «destra», cambi la Costituzione. Amabilmente chiamata «club dei milionari», forse soprattutto per la presenza di Carlo De Benedetti, «Libertà e giustizia» e i suoi appelli venivano regolarmente rilanciati da Repubblica, mentre ora li troviamo su Domani, il quotidiano fondato e finanziato appunto dall'Ingegnere. Non abbiamo nulla contro i salotti, non essendo populisti. Ancor meno contro i milionari, non essendo comunisti. Ma gli appelli di «Libertà e giustizia» ci appaiono un gioco stanco e prevedibile, con le stesse persone, tutte rispettabili per carità, ma soprattutto con gli argomenti, sempre i medesimi. La destra, accusata di voler aggredire i «poveri» e aumentare le diseguaglianze, come in un qualsiasi volantino del Pci degli anni Cinquanta, e come se il programma del centro destra fosse stato scritto da Maggie Thatcher (magari!, in realtà è fin troppo «solidarista», altro che attaccare i poveri). Il «club dei milionari», poi, non si capacita come mai le classi popolari, di cui essi si ergono a difensori, si ostinino sempre più a votare una destra che li vuole impoverire. Ma la chiave di tutto sta nel conservatorismo costituzionale. Chiunque voglia modificare la Costituzione, si trasforma, agli occhi dei Liberi e giusti, in qualcuno di «destra», anche se era un presidente del Consiglio capo del principale partito della sinistra italiana, Renzi appunto. La rivendicazione dell'intangibilità della Costituzione è un vecchio dogma del vero partito della conservazione italiana, figlio del partito comunista e della sinistra cattolica. Chiunque provi a modificare la Carta, tocca dei fili che fanno morire, politicamente e non solo, pensiamo a Bettino Craxi, il primo a proporre negli anni Ottanta una riforma presidenziale. Allora Libertà e Giustizia non c'era ancora, ma i suoi esponenti sì, e disegnavano già gli stessi scenari foschi, che poi avrebbero dipinto contro Berlusconi, contro Renzi e ora contro il progetto presidenzialistico del centro destra. Ora come allora, poi, chiunque voglia introdurre il presidenzialismo è considerato autoritario, se non fascista. Ma questa argomentazione è sbagliata su un piano storico e su quello fattuale. Sul piano storico, i fascismi hanno sempre agguantato il potere grazie alle disfunzioni del parlamentarismo: e quando sono saliti al governo non hanno mai modificato le Costituzioni vigenti, lo Statuto Albertino restò fino al 1948. Al contrario, sono stati gli antifascisti democratici, come De Gaulle in Francia, ad introdurre il sistema presidenziale. E infine: anche i sondaggi più lusinghieri non accreditano al centro-destra i due terzi dei seggi: quindi l'ipotesi paventata dai Liberi e Giusti, che la Costituzione possa essere modificata senza referendum, è decisamente lunare. In realtà il tema è solo un pretesto: il vero scopo di questi appelli è spargere panico tra gli elettori. Un comportamento non certo improntato a libertà e a giustizia.

Il manganello dei poteri forti. Rodolfo Parietti il 27 Luglio 2022 su Il Giornale.

Fin dai tempi dell'Economist con la copertina dedicata al Berlusconi "unfit", cioè inadatto a governare, siamo abituati al manganello mediatico che arriva da fuori porta.

Fin dai tempi dell'Economist con la copertina dedicata al Berlusconi «unfit», cioè inadatto a governare, siamo abituati al manganello mediatico che arriva da fuori porta. Col passare degli anni, e ne sono trascorsi più di venti da allora, la tecnica è stata affinata: ora la stampa estera usa il randello preventivo con finalità di avvertimento. C'è un'Italia che piace oltralpe, e non è necessariamente quella pizza, «o sole mio, mandolino e spaghetti», alla bisogna conditi con una bella P38 (Der Spiegel, nel giurassico '77): meglio il Belpaese infilato nell'austero loden della sobrietà montiana, con lo sdoganamento del «ce lo chiede l'Europa». Imperativo, seppur declinato diversamente dal sorriso algido di Mario Draghi, da cui non siamo più usciti: trattasi sempre di «fare i compiti a casa», come da prescrizione dei maestrini con la penna rossa di Bruxelles.

Così, ora che dalla finestra di Palazzo Chigi rischia di stagliarsi la sagoma della Donna Nera in compagnia del populista Matteo e dell'inappropriato Silvio, ecco il Financial Times prefigurare disgrazie e sciagure, quasi non bastassero quelle che viviamo da oltre un biennio. A dieci anni esatti di distanza dal «Whatever it takes», Supermario ha infilato la porta d'uscita e perciò il foglio salmonato, megafono della City e dei poteri forti, è in gramaglie. «Après lui, le déluge», traducibile nel più prosaico «piove, governo ladro». Perché il timore del FT è che senza più l'ex Bce venga messo «a repentaglio lo slancio delle riforme e la disciplina fiscale», cioè gli impegni presi dall'Italia in cambio dei fondi del Next Generation Ue. Ovvero, «la riduzione della burocrazia, il rafforzamento della concorrenza in settori che vanno dall'energia ai trasporti e il rafforzamento della pubblica amministrazione». Un pacchetto necessario, ricorda il quotidiano inglese in sintonia con l'Fmi («Speriamo che le riforme siano fatte»), «per aumentare le prospettive di crescita a lungo termine e garantire la sostenibilità del debito pubblico italiano, ora circa il 150% del Pil». Insomma, anche se risulta difficile capire quali incagli potrebbero incontrare queste riforme con un governo di centro-destra (tenuto conto dei nodi legati a tassisti e balneari), il Financial Times la mette giù dura: se l'Italia sgarra, addio fondi. Con un effetto valanga: «La fragile economia italiana non sarebbe l'unica vittima», poiché a venire travolti sarebbero anche i sostenitori del progetto europeo del debito comune. «Se il piano fallisse in Italia, aumenterebbe lo scetticismo nelle capitali del Nord Europa che sono profondamente sospettose dell'emissione di debito congiunto». Talmente scettiche da aver affossato sul nascere l'ipotesi di un Recovery Fund di guerra.

Non ci resta, dunque, che l'obbedienza fiscale. Del resto è ciò che ci chiede la Bce col suo scudo anti-spread. Anche se è inutile: quando hai i conti a posto non ti serve, perché lo spread non ha motivo di surriscaldarsi; se li hai in disordine, sei sotto tiro e non puoi beneficiare dello scudo, la cui attivazione richiede una fedina contabile quasi immacolata.

La Lega Nord.

Gabriele Guccione per il “Corriere della Sera” domenica 24 Luglio 2022.

Il Capitano è tornato. E questa volta senza barba: «Non la tagliavo da dieci anni, domani parleranno solo di questo». Bermuda blu, camiciotto di lino beige, scarpe di tela bianca. E poi gli immancabili selfie con i simpatizzanti. Matteo Salvini inaugura così la sua campagna elettorale. Lo fa alla festa della Lega di Domodossola, in questa propaggine estrema di Piemonte che da sempre guarda più alla Svizzera che all'Italia, dove quaranta anni fa nacque uno dei primi movimenti autonomisti poi confluito nel partito di Umberto Bossi: «Se siamo qui è grazie a lui». 

Era accaduto anche nel settembre del 2019, dopo lo strappo del Papetee e la fine del governo gialloverde: Salvini inaugurò qui, alla «Prateria», il ritorno all'opposizione. «Sembri un ragazzino», scherza una militante, quando vede il leader sbarbato che stringe le mani agli addetti alla griglia, a quelli che stanno alla cassa e al bar. «È una scommessa che avevo fatto con il mio amico Silvio - chiarisce -, e ora ne faccio un'altra: tra due mesi andrà al governo uno senza barba e con i pantaloni corti».

È il primo comizio di Salvini dopo la caduta dell'esecutivo Draghi che lui stesso aveva contribuito a far nascere e al quale alla fine ha voluto staccare la spina. «Stare 18 mesi al governo con Lamorgese e Speranza è stata - dice - una fatica inenarrabile». Il bagno tra il popolo delle feste estive, come ai vecchi tempi, non era previsto fino all'altroieri, quando dallo staff di via Bellerio è arrivata la notizia: ci sarà Matteo. L'attesa per il comizio è tanta, anche se questa volta arriva in una fase di arretramento nei consensi. 

«Vai Teo! Forza Capitano!», è il coro che lo accoglie sotto il tendone bianco della kermesse. «Siamo un partito del popolo, in mezzo al popolo e con il popolo sempre e comunque», assicura il capogruppo leghista alla Camera, Riccardo Molinari.

Dal palco - su cui sale dopo aver cenato a base di alette di pollo, salamelle e costine con i parlamentari e i consiglieri regionali piemontesi - Salvini scalda gli animi in vista dei prossimi 60 giorni di campagna elettorale: «Il sondaggio vero per il 25 settembre è questo, e ci scommetto un caffè: vince il centrodestra con la Lega primo partito».

Una sfida lanciata prima di tutto alla alleata-rivale Giorgia Meloni. Il Capitano vuole tornare quello di un tempo e si aggrappa, ricordando Bossi e dando appuntamento a Pontida, ai temi che da sempre stanno a cuore ai leghisti: il no alla cannabis libera («La droga è morte e la combatterò sempre»), il no alla «cittadinanza facile» («Va meritata»), il no all'utero in affitto («Vergogna»), il no all'immigrazione clandestina. 

«La prima proposta che la Lega porterà in Consiglio dei ministri sarà un nuovo decreto sicurezza con l'impegno - assicura - a zero clandestini in giro per il nostro Paese. Stop barconi e subito tornare a casa». 

Poi però Salvini traccia le linee dei primi cento giorni di un eventuale suo governo: promette «una grande pace fiscale tra gli italiani e Equitalia», rilancia i temi delle pensioni e della Flat tax, avverte che il reddito di cittadinanza «va dato solo a chi non può lavorare», si dice a favore del «nucleare pulito e sicuro». Il leader della Lega dà anche la sua versione sulla caduta dell'esecutivo di unità nazionale: «Abbiamo detto a Draghi: rimani senza i 5 Stelle. Ha risposto no. E la regia è stata del Pd, specialista nel perdere le elezioni e andare lo stesso al governo».

In due giorni Salvini è tornato a vestire i panni di leader popolare e popolano. «Tra poco finisco - scherza dopo aver parlato per quasi un'ora e mezza - perché ho già perso due chili, io sudo... sì, io sudo, non sono mica come quelli del Pd che non sudano mai. Pensandoci, non ho mai visto Letta sudato...». La macchina della campagna elettorale si è messa in moto. Anche i meme sui social si sono moltiplicati nelle ultime ore. La voglia di acchiappare click (e voti) è tanta. E gli avversari hanno nomi e cognomi. Ora però Salvini dovrà anche recuperare il consenso di un tempo. Facendosi bastare due mesi. «Vi aspetto a Pontida il 18 settembre» chiude.

Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” il 26 luglio 2022.

L'Agenda Salvini è già uno spasso. Al primo comizio elettorale, tenuto nell'incolpevole Domodossola, l'animatore della Lega ha preso di petto i veri problemi del Paese, denunciando l'infame abitudine di alcune scuole italiane di chiamare gli studenti per cognome. «Non ci sono Elena, Giorgio, Riccardo, Antonella, Matteo, Maria Grazia... (La lista completa dei nomi è disponibile solo per gli abbonati al servizio «I grandi elenchi di Salvini», ndr ). Eh no!

Si fa l'appello per cognome, per non discriminare, perché magari a sette anni c'è qualche bambino che si sente fluido. Questo non è futuro, è follia assoluta!». In effetti questo non è futuro, ma il passato di tutti noi, che degli anni della scuola ricordiamo almeno quello: gli appelli venivano fatti per cognome, sui quaderni il cognome andava scritto davanti al nome e alle elementari ci si chiamava per cognome anche tra compagni.

Io ero «Grame» e ricordo con affetto Annese, sempre il primo a essere interpellato dalla maestra, così come l'invidia che per il motivo opposto ci provocava un certo Voglino. Eravamo dei fluidi inconsapevoli, e prima di noi lo era stata l'intera classe del libro «Cuore», tranne l'io narrante Enrico. Qualcuno si ricorda il nome di Franti? E quelli di Garrone e Coretti? (per l'elenco completo, vedi nota precedente). 

La verità è che «Cuore» era un manifesto transgender e De Amicis un dannato radical chic, ma nessuno prima di Salvini aveva ancora avuto il coraggio di dirlo.

Nic. Car. per “la Stampa” il 26 luglio 2022.

Altro che dibattito sulla premiership del centrodestra. Questioni più urgenti assorbono i pensieri di Matteo Salvini. Come il colore dei grembiulini dei bambini delle scuole elementari e l'appello che fanno ogni mattina i loro insegnanti, segretamente ispirati dalla "teoria gender". 

Una preoccupazione espressa alla festa della Lega di Domodossola, un ragionamento diventato virale dopo che il video ha iniziato a circolare online. Il leader della Lega ha preso spunto dal caso del preside di una scuola materna di Pistoia, che ha proposto di eliminare il rosa e l'azzurro dai grembiulini contro gli stereotipi.

Poi ha raccontato di un'altra scuola elementare in cui «non si parla agli alunni con i nomi di battesimo, quindi quando fanno l'appello non ci sono Giorgia, Antonello, Elena - ha spiegato - Si fa l'appello per cognome, per non discriminare, perché a 7 anni c'è qualche bambino che si sente fluido. Una follia assoluta». 

In molti, sui vari social, hanno sottolineato come l'appello per cognome sia una prassi diffusa da molto tempo, anche per evitare confusione a causa di eventuali omonimie presenti in classe.

Anche il deputato del Pd Alessandro Zan, autore del disegno di legge contro l'omotransfobia, ha commentato su Twitter: «Siamo oltre il ridicolo: il modo in cui i sovranisti speculano sui bambini e la loro educazione per il consenso è semplicemente pericoloso. Fermiamoli». 

Ma non è questo il tema su cui Salvini è più scatenato. Più dei grembiuli e dei cognomi dei bambini, lo scaldano i barconi carichi di migranti e i centri di accoglienza al collasso. In una parola, Lampedusa. Il leader della Lega arriverà sull'isola la prossima settimana, il 4 e 5 agosto, un viaggio organizzato in tutta fretta, per esserci nel pieno dell'emergenza sbarchi.

«Cambio l'agenda e arrivo da voi, per portare soluzioni e idee che avevo già messo in pratica con successo», ha detto l'ex ministro dell'Interno al vicesindaco leghista di Lampedusa, Attilio Lucia, che si è rivolto a lui invece che all'attuale ministra Luciana Lamorgese. Il cui sottosegretario (anche lui leghista), Nicola Molteni, ricorda che «la priorità per la Lega è ripristinare i decreti sicurezza, contrastare gli scafisti e i trafficanti, difendere i confini, proteggere la sicurezza degli italiani». 

Del resto, non passa giorno senza che Salvini rilanci questo obiettivo. Ieri ha preso spunto da una tentata rapina avvenuta a Bologna per ribadire che «non vediamo l'ora di tornare al governo con il centrodestra per riportare buonsenso e regole con i nuovi decreti sicurezza.

Le nostre città, a partire dalla splendida Bologna, non possono essere ostaggio di clandestini e delinquenti». Un programma quasi monotematico, anche se dallo staff di Salvini si sono premurati di far sapere che sul tavolo ci sono molte altre questioni, dalla flat tax alla pace fiscale, e che ieri il segretario si è messo a lavoro addirittura «dalle 9», per definire le proposte da portare al vertice di centrodestra.

Ombre russe sulla crisi. Augusto Minzolini il 16 Luglio 2022 su Il Giornale.

Dopo la mossa dei 5 Stelle Mosca esulta: il nuovo premier non sia filo Usa. Pressing di Washington per Draghi. Ue: Putin cerca di destabilizzare i governi.

Magari saranno solo congetture ma è più facile spiegare la folle crisi di governo italiana inquadrandola con il grandangolo della politica internazionale che non attraverso le lenti del cortile di casa nostra. Alla notizia delle dimissioni del nostro Premier al Cremlino hanno brindato, il «falco» Medvedev ha sfoderato il solito sarcasmo («dopo Johnson e Draghi chi sarà il prossimo?»), mentre l'ineffabile Zakharova, portavoce del ministro degli Esteri Lavrov, ha auspicato «un nuovo governo non asservito agli interessi americani». Inutile dire che, invece, la Casa Bianca ha indossato il lutto. In fondo in Europa tra la debolezza di Macron e i calcoli di Scholz, Draghi è diventato un interlocutore privilegiato di Washington specie per la guerra in Ucraina. Per non parlare della Ue. Il portavoce di Ursula von der Leyen ha addirittura ammesso che «la Russia tenta di destabilizzare l'Unione e gli Stati membri».

Per cui la follia di Giuseppe Conte se per la politica interna può essere paragonata ad un mezzo suicidio, a livello internazionale ha una chiave di lettura. Nessuno può dimenticare i rapporti con Mosca dell'ex premier nel suo primo governo. Le ombre. E, alla prova dei fatti, il capo grillino ha commesso quel «draghicidio» tanto auspicato da Mosca che Matteo Salvini (da anni sospettato di aver ricevuto finanziamenti da Putin) non ha commesso. Per dire che «i fatti» alla fine rendono giustizia rispetto alle inchieste di qualche settimanale.

Vista in quest'ottica la pazza crisi è foriera di una serie di conseguenze di non poco conto. Può un partito, in questo caso i grillini, mettere in crisi un governo impegnato in prima fila, insieme agli alleati, in un drammatico confronto con la Russia senza pagarne dazio? Può essere considerato ancora affidabile? A queste domande dovrebbe rispondere innanzitutto Enrico Letta che lo ha scelto come alleato. È come se il Psi avesse messo in crisi all'epoca il governo guidato da Francesco Cossiga sugli euromissili. Per cui dopo una crisi provocata con tanta leggerezza (e incoscienza) si pone per Conte e i suoi una sorta di fattore «P» (Putin) che li rende poco raccomandabili per una maggioranza di governo. Una riedizione, riveduta e corretta, del fattore «K» (cioè il rapporto con il comunismo internazionale): la motivazione che tenne il Pci per decenni fuori dall'area di governo.

La verità è che Conte e i suoi non si sono resi conto del cambio di fase a livello internazionale, del ritorno di una nuova Cortina di ferro. E hanno giocato con il fuoco.

Di contro c'è un problema anche per un Mario Draghi che è molto restio a tornare sui suoi passi (a Palazzo Chigi l'ipotesi che va per la maggiore è una conferma delle dimissioni nel dibattito di mercoledì): se la crisi ha una sua valenza sullo scacchiere geopolitico, può il premier che ha caratterizzato la sua azione a Palazzo Chigi nel rapporto stretto con gli Stati Uniti abbandonare il campo, se da Washington gli fosse chiesto di restare? Sarebbe davvero complicato per un personaggio con la storia di Draghi, che è sempre stato attento ai segnali che arrivavano dal mondo anglosassone, dire di «no». Ecco perché più delle promesse dei partiti di governo, delle giravolte grilline, degli appelli alla responsabilità del Quirinale, nella mente di un Premier stufo non poco delle miserie della politica italiana, possono aprire un varco le valutazioni di carattere internazionale e i richiami dello zio Sam.

Feluche, toghe e barbe finte. Augusto Minzolini il 29 Luglio 2022 su Il Giornale.

Siamo tra i Paesi occidentali che si sono mostrati più solidali con l'Ucraina e ci vuole poco per rendersi conto che la nuova cortina di ferro non passa poi così distante da noi.

Premessa: il 16 luglio, per primi, aprimmo Il Giornale con il titolo fortunato «Ombre russe sulla crisi». Non bisogna essere dei Pico della Mirandola per intuire che con una crisi internazionale di queste proporzioni gli occhi del mondo sono puntati da mesi anche su di noi: siamo tra i Paesi occidentali che si sono mostrati più solidali con l'Ucraina e, visto che siamo tornati indietro di sessant'anni, ci vuole poco per rendersi conto che la nuova cortina di ferro non passa poi così distante da noi. Quindi ci attenzionano da Mosca, ma non solo. Motivo per cui bisogna muoversi con i piedi di piombo nelle congetture e nelle suggestioni. Altrimenti si rischia che questa campagna elettorale, già avvelenata di suo, sia condizionata da feluche straniere, barbe finte e immancabili toghe italiane.

Ora, tirare in ballo Matteo Salvini su Putin e sulla Russia purtroppo è diventato uno sport nazionale. La Stampa ieri ha scritto di un documento di intelligence che racconta l'aneddoto di un funzionario dell'ambasciata russa che durante i giorni della crisi avrebbe chiesto ad un personaggio che passa per essere un collaboratore del leader del Carroccio se la Lega fosse intenzionata a ritirare i suoi ministri dal governo. Il capo dei nostri servizi ha smentito l'esistenza di questa documentazione nei file degli 007 italiani. La Stampa ha confermato. Ora bisogna capire se quel dossier esiste, è attendibile e, nel caso, di quale intelligence si tratta. Se straniera o nostrana.

Il punto, però, non riguarda tanto la veridicità dei documenti, visto che in un momento del genere di «spy story» pullula il globo. Semmai, l'importante è non scambiare lucciole per lanterne per non rischiare di creare delle interferenze sul voto che in un secondo momento, conclusa la campagna elettorale, risultino del tutto false. In questo la sinistra è maestra, tant'è che ieri Enrico Letta si è presentato davanti alle telecamere per pronunciare il suo j'accuse contro Salvini, indossando i pantaloni di Le Carrè e la giacca di Ian Fleming.

La verità è che in questo caso c'è un dato che smentisce la ricostruzione degli anonimi 007: la miccia sotto il governo Draghi è stata accesa da Giuseppe Conte, cioè il personaggio che fino a tre settimane fa Letta aveva scelto come interlocutore privilegiato. Se lui non avesse messo in moto il meccanismo della crisi, avremmo ancora Draghi a Palazzo Chigi e le urne chiuse. Salvini, anche volendo, non avrebbe potuto far nulla. È un dato incontestabile per chiunque sia onesto sul piano intellettuale. Come pure non si può dimenticare che le riserve sulle armi a Kiev di Salvini si sono fermate alle parole, mentre è stato Conte a fare passi in Parlamento per chiedere al governo un cambio di rotta. E ancora: mentre la tournée a Mosca del leader della Lega si è fermata ai depliant dell'agenzia di viaggio, il Dibba che divide con Giuseppi la leadership dei pasdaran grillini ha trascorso settimane a zonzo fra Siberia e Cremlino. Quindi, se si vuol parlare di «fattore P», cioè di Putin, quello investe soprattutto Conte e non Salvini. Il primo a saperlo dovrebbe essere Luigi Di Maio se non è stato alla Farnesina solo di passaggio.

P.S. Questo non toglie che Salvini per evitare una campagna elettorale in cui si parli solo di «fascismo» o di «fattore P», non debba dire parole chiare sull'atlantismo e sull'Ucraina. Siamo di nuovo alla guerra fredda ed è complicato, se non impossibile, andare al governo senza aver dato garanzie ai nostri alleati internazionali.

Jacopo Iacoboni per “la Stampa” il 28 luglio 2022.

In una campagna elettorale già tesa emergono elementi nuovi sul rapporto tra Matteo Salvini e la Russia, che illuminano di una luce inquietante anche la caduta di Mario Draghi, e gli eventi accaduti negli ultimi due mesi di vita del governo. 

Secondo documenti d'intelligence che La Stampa ha potuto visionare, alla fine di maggio Oleg Kostyukov, importante funzionario dell'ambasciata russa, domanda a un emissario del leader leghista se i loro ministri sono «intenzionati a rassegnare le dimissioni dal governo Draghi». Lasciando quindi agli atti un interesse fattuale di Mosca alla «destabilizzazione» dell'Italia.

In quei giorni Salvini e il M5S stanno scatenando l'offensiva contro l'allora premier, rispettivamente, con la campagna d'opinione e la risoluzione parlamentare che punta a chiedere il no all'invio delle armi in Ucraina, e i russi ritengono giunto il momento di poter esplicitare il passo più grave: Kostuykov domanda al consigliere per i rapporti internazionali del leader della Lega Salvini, Antonio Capuano - un ex deputato napoletano di Forza Italia, oggi non più parlamentare, che in passato sostenne di aver aiutato l'allora ministro Frattini in alcuni dossier internazionali - se i leghisti si vogliono ritirare dal governo, in sostanza facendolo cadere. 

«Il diplomatico, facendo trasparire il possibile interesse russo a destabilizzare gli equilibri del Governo italiano con questa operazione, avrebbe chiesto se i ministri della Lega fossero intenzionati a rassegnare le dimissioni dal Governo

Kostuykov, «vicario dell'ufficio politico dell'ambasciata russa a Roma», è l'uomo che, come forse ricorderete, compra materialmente in quei giorni i biglietti aerei per la tentata, e poi abortita, "missione di pace" di Salvini a Mosca. Biglietti che il capo leghista ha spiegato poi di aver rimborsato. 

Ma ovviamente il problema non è solo quello: mentre aiutavano ad acquistare i biglietti, i russi si interessavano alle sorti del governo italiano. 

Tutto questo avviene in una serie di conversazioni tra il 27 e il 28 maggio 2022. Il 26, il giorno prima, Draghi ha parlato al telefono con Putin per provare a sbloccare la crisi del grano, uscirà dalla telefonata con un amaro «non ho visto spiragli di pace». Con una mano Putin parla con Draghi. Con l'altra mano, i funzionari russi si adoperano con la Lega, contro Draghi.

In tutta la primavera del 2022 l'attivismo russo in Italia è stato attentamente monitorato. A inizio di maggio del 2022 Capuano sarebbe contattato «da una esponente (non si fa il nome di questa donna, ndr) del partito di Vladimir Putin, Russia Unita, che, informata della missione programmata per il leader del Carroccio, si sarebbe offerta di supportare il Consulente di Salvini nell'organizzazione della trasferta, suggerendogli in prima battuta di prelevare il denaro necessario per effettuare tutti i pagamenti previsti nel corso della trasferta, da convertire in rubli in loco, essendo inutilizzabili carte di credito e bonifici bancari. In tale contesto, il Consulente avrebbe riferito di incontri già fissati con il Ministro Sergej Lavrov - con il quale sarebbe stato programmato un pranzo per il 6 maggio 2022 - e con il Presidente della Camera Alta dell'Assemblea Federale russa, Valentina Matvienko».

Matvienko, piccola parentesi, è una oligarca non da poco: possiede una straordinaria proprietà in Italia, sulla costa di Pesaro, 26 ettari di territorio, 650 metri di costa disponibile e totalmente privatizzata, casa di 774 metri quadrati. È una delle funzionarie più potenti del regime del Cremlino, quella che il 23 febbraio 2022 ha firmato la richiesta di truppe russe all'estero, ossia l'entrata in guerra della Russia con l'invasione dell'Ucraina.

Una donna che è naturalmente sotto sanzioni dell'Ue - addirittura fin dalla prima ondata, il 21 marzo 2014, assieme a uomini come Vladislav Surkov, allora consigliere di Putin, il "mago del Cremlino", e Sergey Narishkin, oggi capo del Svr, i servizi esteri russi. Non è chiaro perché questa magione non sia stata sequestrata, nel momento in cui scriviamo.

Matvienko viene da una lunga storia sovietica, prima nel Komsomol, il Comitato della Gioventù Sovietica, poi nel Partito e nel Servizio diplomatico. Sostiene Kamil Galeev, fellow del Wilson Center e esperto di storia sovietica, che, parlando in linea generale, le giovani donne del Komsomol svolgevano per lo più compiti di accompagnatrici in quella Unione sovietica brutalmente sessista: «Le ragazze stereotipate del Komsomol che aspiravano alla carriera partecipavano spesso a saune con i capi, in Urss era chiamato "l'escort service"».

Lavrov, Matvienko, forse anche Putin: questa è la triade che i russi promettono di far incontrare al capo della Lega a Mosca. Il 19 maggio 2022 Salvini aveva già incontrato «riservatamente l'Ambasciatore russo, con il quale avrebbe discusso anche dell'eventuale viaggio di Papa Francesco in Russia, ravvisando uno spiraglio circa la possibilità che esso si concretizzi alla luce della disponibilità del diplomatico, che avrebbe unicamente posto una non meglio identificata condizione, ritenuta tuttavia superabile». 

Il 27 maggio, in Vaticano, il cardinale di Stato Pietro Parolin vede Salvini e, appunto, il consulente Capuano, che evidentemente non è un mitomane. E qui entra in gioco la disponibilità di un terzo Paese, non del tutto amichevole con Mario Draghi: la Turchia di Recep Tayyip Erdogan - che Draghi definì senza tanti giri di parole «un dittatore». Apprendiamo che «la logistica del viaggio dovrebbe prevedere uno scalo intermedio in Turchia, prima di arrivare a Mosca».

In questo contesto si inserisce la vicenda specifica - già diventata pubblica, e confermata anche dall'ambasciata russa - dei voli che il capo leghista non riesce ad acquistare. Gli viene in aiuto Oleg Kostyukov. 

Finora però non si era mai saputo il tenore dei colloqui tra il russo e il consulente del leader leghista. Kostyukov, dettaglio notevole, sarebbe il figlio di Igor Kostyukov, il capo del Gru, i servizi militari di Mosca, pezzo grossissimo dell'apparato putiniano. Abbiamo chiesto all'ambasciata russa a Roma una conferma o smentita sui legami tra i due, non abbiamo ricevuto alcuna risposta.

La sera del 27 maggio l'ambasciata russa manda per sms a Capuano i biglietti aerei di Salvini. Il quale riceve conferma che oltre al pranzo con Lavrov, ci sarà un incontro «fissato per martedì 31 maggio 2022», con Dmitry Medvedev, l'uomo che in questi mesi si è dimostrato il più falco dei falchi del Cremlino, e che 50 giorni dopo, alla caduta di Draghi, esulterà postando su Telegram una foto del premier italiano e di Boris Johnson, e la didascalia «chi sarà il prossimo?». 

«Salvini - veniamo a sapere - avrebbe precisato che il suo obiettivo sarebbe di riuscire ad ottenere qualcosa a livello mediatico, fosse anche soltanto "una pacca sulla spalla"». Già era campagna elettorale?

Nella scena di questa spericolata operazione - che i russi dunque legano non solo a questioni internazionali, ma anche ad affari interni italiani che non dovrebbero riguardarli - gli americani si accorgono dei movimenti e cercano di marcarli, e depotenziarli. 

«Capuano sarebbe stato contattato da un soggetto dell'ambasciata americana a Roma, che si sarebbe detto molto interessato al viaggio del senatore Salvini a Mosca, pur non avendone ancora compreso la reale finalità.

Capuano avrebbe risposto di non poter fornire dettagli (agli americani)», e avrebbe rilanciato la palla chiedendo di vedere eventualmente dopo il viaggio in Russia l'allora incaricato d'affari dell'ambasciata Usa, sollecitandolo a organizzare un incontro del leader leghista «con esponenti di altissimo livello a Washington». 

Gli americani, sappiamo da fonti qualificate, ovviamente non daranno mai seguito a questa cosa. Ma continueranno a tenere discretamente d'occhio questa vicenda.

Dopo l'ultimo contatto coi russi, che annuncia la decisione di Salvini di rinunciare all'impresa, Kostyukov compie l'opera. 

Di fronte a un Capuano in agitazione per la possibile irritazione del Cremlino, lo rassicura «di non preoccuparsi per gli impatti su Mosca»: «Parallele evidenze attesterebbero che il diplomatico russo, dopo il colloquio con Capuano, avrebbe lasciato la propria residenza per recarsi all'Ambasciata russa a Roma dove si sarebbe trattenuto per circa un'ora, verosimilmente allo scopo di tenere comunicazioni riservate con Mosca».

Il viaggio leghista a Mosca è fallito, ma c'è ampio e soddisfacente materiale per l'operazione-caduta di Draghi. Tutto questo avviene due mesi prima dell'impallinamento di Draghi, quando tutti gli attori si muovono ancora nel regno delle possibilità, e commettono dunque qualche spericolatezza. Non sappiamo cosa succede nell'ultimo mese e mezzo, se gli interessi russi per le scelte dei ministri italiani si siano riappalesati. 

Certo fanno impressione, a rileggerle in questa luce, le parole pronunciate dal premier italiano in quello che resta il suo ultimo discorso in Senato: «In politica estera, abbiamo assistito a tentativi di indebolire il sostegno del governo verso l'Ucraina, di fiaccare la nostra opposizione al disegno del presidente Putin».

(ANSA il 29 luglio 2022) - Il Copasir due settimane fa aveva già lanciato l'allarme sulle possibili ingerenze esterne sulle elezioni, oggi al centro del dibattito politico dopo le rivelazioni fatte da 'La Stampa' sulle interlocuzioni tra la Lega e Mosca. 

Lo rivela oggi “Il Foglio”, pubblicando lo stralcio di una lettera inviata 14 giorni fa da Adolfo Urso, presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, ai presidenti di Senato e Camera, Elisabetta Casellati e Roberto Fico.

"Vi chiedo di sensibilizzare il Parlamento a occuparsi delle possibili ingerenze esterne sugli eletti in vista dei prossimi mesi", scriveva Urso, quando ancora il governo Draghi non era caduto e non era iniziata la campagna elettorale. 

Nella lettera del presidente del Copasir, secondo quanto riportato da “Il Foglio”, si faceva riferimento anche a una risoluzione del 9 marzo votata dal Parlamento europeo "sulle ingerenze straniere nella politica dei paesi Ue e sulla disinformazione frutto del lavoro svolto dalla speciale commissione istituita dal Pe".

 'Il Foglio' ricorda che nella relazione approvata da Strasburgo sul giro di vite alle ingerenze straniere nella vita politica degli altri Paesi "si menzionava anche il rapporto tra alcuni partiti europei e la Russia. In particolare Russia unita, partito di Vladimir Putin. 

E cioè i famosi "accordi di cooperazione" tra il partito di Mosca e la Lega nord. Senza dimenticare l'austriaco Freiheitliche Partei Österreichs, il francese Rassemblement National, il tedesco Afd, gli ungheresi Fidesz e Jobbik e il Brexit Party nel Regno Unito".

Marco Galluzzo per il “Corriere della Sera” il 29 luglio 2022. 

La verifica è partita. E Adolfo Urso, esponente dei Fratelli d'Italia, presidente del Copasir dal 9 giugno dello scorso anno, ne discute con gli altri componenti del Comitato quando sottolinea che è già stato chiesto ai vertici della nostra intelligence se ci sono evidenze di ingerenze straniere sugli interessi strategici nazionali. Ma non solo.

Perché la stessa domanda in forma scritta è stata posta al sottosegretario Gabrielli che ha risposto con un documento che è secretato ma che è sostanzialmente negativo. E almeno altre 3 volte nel corso delle audizioni con i vertici dei nostri servizi di sicurezza, la risposta è stata sempre la stessa: secondo le attività svolte da parte dei nostri apparati non ci sono evidenze di un ruolo invasivo della Russia nelle dinamiche politiche interne al nostro Paese. 

Sull'autenticità o la provenienza delle rivelazioni emerse sui contatti fra esponenti dell'ambasciata russa in Italia e persone vicine alla Lega, Urso non vuole esprimersi, ma si sente di mettere la mano sul fuoco sull'attività dei nostri 007: sono mesi che il Comitato ha un'interlocuzione con i servizi sulle possibili ingerenze di Mosca nelle dinamiche politiche interne, le risposte ricevute sono state sempre le stesse e rassicuranti.

Perché - questa è la linea - non esistono elementi che dicano che i nostri interessi nazionali sono stati intaccati, compromessi, eterodiretti. 

Urso lo ha detto anche a chiare lettere prima di partecipare ad una riunione del suo partito: «Ha già chiarito il sottosegretario Gabrielli con una dichiarazione che non lascia adito a dubbi. Il Comitato si è occupato di questa vicenda in tempi non sospetti ottenendo informazioni e rassicurazioni dall'autorità di governo e dall'intelligence. Credo che la dichiarazione di Gabrielli sia sufficiente a evitare che il Copasir sia usato per campagne elettorali. Noi siamo un'istituzione e dobbiamo garantire anche questo».

L'atteggiamento e la postura di Urso sono dunque allineati ad un profilo istituzionale che cerca di sottrarsi a qualsiasi tipo di strumentalizzazione di eventuali notizie di stampa. 

Viene da chiedersi, di fronte a quanto scritto dal quotidiano La Stampa, di quali fonti di intelligence si tratti se non sono italiane: nelle conversazioni ufficiose delle ultime ore, in cui fanno capolino anche esponenti del Copasir, non si tralascia alcuna ipotesi, compresa quella che alcune intercettazioni siano di marca straniera. 

Ovviamente tutto è fonte di valutazione, anche eventuali millanterie, o dinamiche che tanto assomigliano ad un'ingerenza sui nostri interessi ma che evidentemente i nostri servizi "pesano" in modo diverso. 

Sembra di capire che eventuali contatti, relazioni, tentativi di accreditare un'influenza sulla nostra politica, vengano seguiti e osservati sino al punto del riscontro di efficacia, che al momento, almeno nella versione ufficiale, non è mai arrivato.

Altra cosa è dire che i russi non ci provino, ma questo non riguarda il perimetro di controllo del Copasir, che per mandato segue l'attività dei nostri Servizi e cerca di capire se sono mai emerse prove di un'ingerenza straniera che abbia colpito gli interessi nazionali in modo efficace. 

C'è poi il dato di una campagna elettorale che è già entrata nel vivo e da questo punto di vista Urso non ha alcuna intenzione di cedere alle richieste del Pd, o di Italia Viva, o di altri partiti, di aprire un programma nuovo di audizioni con al centro Salvini e le relazioni di esponenti vicini alla Lega con la Russia: la prossima settimana il capo del Dis, Elisabetta Belloni, verrà ascoltata dal Comitato sulla guerra in Ucraina, la situazione in Libia, ma ufficialmente l'agenda non cambia.

Ciò non toglie che «tutti possono chiedere quello che vogliono», continua Urso, ma guai a strumentalizzare l'attività del Comitato per finalità di campagna elettorale. Sarebbe inammissibile. Certo, ricorda Urso, la Russia negli ultimi sette anni nei confronti dei Paesi europei ha prodotto 14 mila fake news che sono state documentate, poco meno di 200 al mese, e tante riguardano anche l'Italia: notizie false, filmati costruiti artificialmente, una macchina di disinformazione monitorata in modo chirurgico sia Washington che a Bruxelles. Ma questa è un'altra storia. 

IL MANAGER VICINO A URSO CHE LAVORA PER PUTIN IN UE

Giuliano Foschini per “la Repubblica” il 5 agosto 2022.

Lungo il percorso di "atlantizzazione" di Giorgia Meloni e del suo partito, Fratelli d'Italia - «siamo quelli che più di tutti garantiscono la collocazione atlantica dell'Italia" ha detto la segretaria appena qualche giorno fa - c'è un signore che rischia di creare a tutti qualche imbarazzo. 

È un importante manager francese che ha passato metà della sua vita in Italia, dove ancora ha amici e affari, e che da qualche anno si è trasferito a Mosca. Dove lavora come consigliore degli uomini di Putin con un compito preciso: creare relazioni in Europa.

In Italia questo signore, Emmanuel Gout, è un grande amico di Fratelli d'Italia. Sostenitore di uno dei suoi uomini più importanti e credibili, soprattutto sui temi della difesa e della sicurezza nazionale: Adolfo Urso, il presidente del Copasir, uno dei curriculum più spendibili per il partito della Meloni. Gout è infatti nel comitato scientifico della fondazione di Urso, Farefuturo, oltre a essere stato uno dei suoi finanziatori nel corso della scorsa campagna elettorale.

Il punto, si diceva, è che Gout non è un pensatore qualsiasi. Ma è considerato, dalle intelligence europee, uno dei principali agenti di influenza russa in Europa. Una convinzione che deriva non soltanto dalle posizioni pubbliche che il manager ha ripetutamente preso, ancora di più negli ultimi mesi con l'inizio del conflitto ucraino, ma da una serie di elementi fattuali. 

Gout nasce come manager dell'informazione, nella sua Francia con France +. Quando in Italia parte l'avventura di Tele + viene chiamato per la sua esperienza specifica a guidare l'esperienza della pay tv in Italia. Diventa poi presidente del parco giochi di Cinecittà a Roma per poi tornare nel 2017 in Francia. Non in un momento qualsiasi ma nel corso della campagna elettorale per le presidenziali: Macron da un lato, Marine Le Pen dall'altro. Gout si schiera a favore di Le Pen in maniera decisa.

E soprattutto lo fa accanto a un canale di informazione, Rt France, interamente pagato dalla Russia. Un canale che diventò il principale antagonista di Macron nel corso della campagna elettorale. Il sostegno a Le Pen di RT non bastò: En Marche vinse, ma Rt rilanciò con l'apertura di un canale tv di informazione dal budget di 100 milioni (chiaramente russi), scegliendo proprio Gout come responsabile dei rapporti politici. 

Da Rt sono nati Sputnik e tutti gli altri sistemi di disinformazione che la Russia ha utilizzato per inquinare le democrazie europee, messe al bando ora dall'Ue. L'amico di FdI ha continuato a lavorare in questi anni: ha un sito, un canale Telegram e YouTube (Terrabellum.fr) dove campeggia a tutta pagina una foto di Vladimir Putin.

Ha fortemente contestato le politiche europee sul Covid («anche una malattia psichiatrica che colpisce principalmente le vittime del lockdown»), e dall'inizio del conflitto ha sempre fatto sentire la vicinanza alla Russia. Secondo informazioni di intelligence, in Francia è stato l'uomo di collegamento tra Eric Zemmour, il candidato di estrema destra alle ultime presidenziali, e Putin. Ed è stato inoltre uno dei grandi mediatori, negli ultimi mesi, tra la Russia e il Vaticano.

Bene: che ci fa uno così con FdI? Come può essere nella Fondazione del presidente del Copasir? «Le posizioni della nostra Fondazione - dice Urso - sono sempre state a tutela dell'Occidente e contro i sistemi autoritari, Cina e Russia. Conosco le posizioni di Gout, che ovviamente non condivido, e lui conosce benissimo le mie che mi sembra siano chiarissime. Siamo però in una democrazia e ciascuno può esprimere le sue opinioni».

LA REPLICA DI EMMANUEL GOUT A “REPUBBLICA”

Buongiorno,

Vi prego di pubblicare il diritto di risposta a seguito della vostra pubblicazione del venerdì 5 agosto 2022 «il manager vicino a Urso… » 

Egregio Dott. Foschini, senza entrare in tutti particolari, a contraddire tutto ciò che scrive a mio proposito sono le mie stesse pubblicazioni e prese di posizione che si possono facilmente ritrovare - ma che evidentemente Lei non ha preso il tempo di consultare - in farefuturofondazione.it (Link per quanta riguarda Terrabellum dove potrà  notare le mie dichiarazioni sull’Italia) o in fine sul mio blog personale emmanuelgout.com

Senza contare l’attribuzione di dichiarazioni false sul Covid o la responsabilità presso TV che non esistono: France +.

Triste giornalismo.

Distinti saluti, Emmanuel Gout”

Da Ansa il 30 luglio 2022.  

"Posso dire, per quello che è a conoscenza dei Servizi segreti italiani, che attività volte a favorire la caduta del governo Draghi da parte di questa interlocuzione non ci sono state. E' questa forse la cosa che può interessare di più". Lo ha detto Franco Gabrielli, Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, dal palco de 'Il libro possibile' a Vieste. Gabrielli ha risposto alle domande su presunti contatti tra il consigliere di Salvini, Antonio Capuano, e il funzionario dell'ambasciata russa a Roma, Oleg Kostyukov. Una notizia, secondo Gabrielli, arrivata "in un momento nel quale il Paese ha bisogno di grande serenità".

"La mia presa di posizione di ieri, che non ha voluto minimamente entrare nel merito della cosa - ha sottolineato il sottosegretario -, è un intervento volto soprattutto a tutelare il sistema dell'intelligence del nostro paese". Secondo Gabrielli, "se il tema è far chiarire al senatore Salvini quali sono le sue posizioni nei confronti della Federazione Russa, non serve evocare cose di questo genere. E' una complicazione e rischia anche di spostare il problema".

"Stiamo entrando in campagna elettorale - ha aggiunto il sottosegretario - quella è la sede nella quale, in qualche modo, qualcuno esporrà le sue posizioni". "Ma - ha rilevato - tirare per la giacca una serie di situazioni, attribuirle in maniera apodittica, tra l'altro anche lì decontestualizzando, credo non si renda un servizio soprattutto all'opinione pubblica che si deve fare una idea. Posso dire, per quello che è a conoscenza dei servizi segreti italiani, attività volte a favorire la caduta del governo Draghi da parte di questa interlocuzione non ci sono state. E' questa forse la cosa che può interessare di più".

Rita Cavallaro per “L’Identità” il 4 agosto 2022.

Ci sono i servizi segreti deviati dietro le intercettazioni sulle ombre russe. L’intelligence italiana è scossa dalla caccia agli agenti infedeli. Sì è scatenato l’inferno nell’intelligence italiana, scossa dalla caccia agli infedeli e minata nell’affidabilità degli 007. Il timore che dietro un qualsiasi agente si nasconda una spia che si muove per soldi, interesse politico o amicizia ha generato un cortocircuito nei rapporti con le altre agenzie di sicurezza dei paesi “alleati”.

Il risultato è che l’immagine dei servizi segreti nostrani è stata così tanto macchiata dalla macchina del fango da essere arrivati alle porte sbattute in faccia, alla frattura diplomatica con le agenzie straniere e all’immediata interruzione dello scambio di informazioni tra le spie internazionali e i nostri agenti. Una situazione di isolamento resa critica dal momento storico italiano, con una guerra alle porte e lo spettro di un autunno caldo sul fronte sociale ma freddo per la crisi del gas.

Una mancanza di controllo che le alte sfere cercano di tenere celata, ma che è venuta fuori in tutta la sua drammaticità, svelata, senza volerlo, dallo stesso sottosegretario con delega ai Servizi Franco Gabrielli, così concentrato sulla propaganda del suo libro da non essersi reso conto di quanto le sue parole per smentire le ombre russe siano diventate una conferma di aspetti più gravi. 

Per minimizzare un problema inesistente, ovvero la mano di Putin sulla caduta dell’Esecutivo Draghi, Gabrielli ha sganciato una bomba: l’esistenza di servizi deviati che si muovono al soldo di 007 stranieri. A confermare la circostanza le dichiarazioni del direttore de La Stampa, Massimo Giannini, il quale, a seguito della smentita, si è visto costretto a pubblicare le intercettazioni, che seguono la divulgazione delle liste dei putiniani. 

Già con la pubblicazione di quei nomi sul Corriere, lo stesso capo degli 007 aveva annunciato la missione di scovare la manina che aveva consegnato quella lista e, dietro questo pretesto, ha dato vita a epurazioni “scientifiche” che hanno portato alla cacciata da Aisi, Aise e Dis di agenti sgraditi.

Poco importa se Gabrielli, l’uomo che nella realtà non controlla i Servizi, in questi mesi non sia riuscito a portare a termine la sua mission. In mancanza del responsabile le epurazioni erano partite all’insegna di una guerra senza quartiere, come vi avevamo annunciato un mese fa proprio su L’Identità, e oggi la ricerca degli infedeli si è acutizzata all’insegna dell’individuazione di quei pezzi deviati a cui Gabrielli, in modo criptico, fa riferimento durante la presentazione del suo libro a Vieste. 

 “Per quello che è a conoscenza dei servizi italiani, attività volte a favorire la caduta del governo Draghi da parte di queste interlocuzioni non ci sono state”, ha sottolineato. “La mia presa di posizione è un intervento volto soprattutto a tutelare il sistema dell’intelligence del nostro Paese. Se il tema è far chiarire al senatore Salvini quali sono le sue posizioni nei confronti della Federazione Russa, non serve evocare cose di questo genere. È una complicazione e rischia anche di spostare il problema”, ha detto. “Tutelare il sistema dell’intelligence”, “evocare cose di questo genere” e “complicazione” sono le parole chiave che, abbinate ai concetti successivi, rendono evidente la faccenda.

Gabrielli ha aggiunto che nella vicenda c’è una certezza: la presenza di “infedeli” nei servizi segreti, qualcuno che ha in mente obiettivi che con la sicurezza nazionale hanno poco a che fare e che si è divertito a far circolare carte false “per i motivi più disparati: amicizia, simpatia, soldi, convincimento politico, o perché magari vuol fare dispetto a qualcun altro”. 

Ma l’azione “punitiva” non è servita a dissuadere gli agenti deviati dall’azione di dossieraggio, alimentando la fuoriuscita di documenti e rendendo palese l’esistenza di infedeli. Anche perché le intercettazioni preventive passano al vaglio autorizzativo del procuratore generale della Repubblica, per cui è difficile che un giornalista come Giannini non sia in grado di verificare la veridicità dei documenti.

Il sottosegretario, riferendosi alle epurazioni, ha specificato: “Qualcuno è già andato, e non ci fermiamo lì”. E ha motivato la rimozione con lo spettro degli agenti infedeli. Le fattispecie indicate, se corrispondenti al vero, costituiscono reato. Se il sottosegretario ha mandato via spie deviate dovrà quantomeno avere le prove dell’infedeltà. E queste prove, che ipotizzano reati penali, devono essere trasmesse all’autorità giudiziaria, che ha l’obbligo dell’azione penale. 

Esiste un fascicolo sulla scrivania di qualche magistrato? Improbabile, perché è palese quanto queste condotte non portino a nulla, visto che continuano a uscire le intercettazioni e le persone mandate via sono state rimosse prima delle “ombre russe”. Quindi Gabrielli ha cacciato gli agenti sbagliati. Se la fuga di veline non si ferma vuol dire che c’è un gruppo, non identificato, che sta lavorando contro lo Stato: servizi deviati, alti dirigenti infedeli che stanno facendo di tutto prima del voto, per facilitare la cacciata di innocenti.

E Draghi cosa fa per fermare una situazione così allarmante? Da Palazzo Chigi non si muove foglia che Draghi non voglia e allora c’è solo una spiegazione: queste spie italiane non stanno agendo agli ordini della nostra intelligence, ma al soldo di qualche servizio segreto straniero. Ormai lo hanno capito anche le spie degli altri Paesi “alleati”, tanto che siamo arrivati al punto che gli altri 007 non si fidano più degli italiani. Potranno mai condividere operazioni in Libia, Medio Oriente, Ucraina, quando due quotidiani così importanti confermano in tv la provenienza dall’intelligence delle notizie pubblicate?

È opportuno che il sottosegretario con delega ai Servizi giri per l’Italia propagandando il suo libro e annunci la cacciata di agenti infedeli? Omettendo invece di avere inserito, qualche giorno fa, il suo segretario personale quando era in polizia, Luca Scognamillo, come capo di gabinetto del Dis, uno che non ha mai fatto l’agente segreto al vertice del coordinamento dell’intelligence. Vuol dire che nei servizi vanno solo i fidelizzati all’orientamento politico di Gabrielli, in uno spoils system così abbondantemente consolidato. Resta un mistero l’obiettivo alla base di questa occupazione. Tanto che, chi viene mandato via ripete: allora la fedeltà è a Gabrielli e non allo Stato? Ai posteri l’ardua sentenza.

Jacopo Iacoboni per “la Stampa” il 29 luglio 2022.

Le rivelazioni, pubblicate da La Stampa ieri, sulla sequenza e alcuni dei contenuti riservati dei contatti avvenuti a maggio scorso tra un emissario di Matteo Salvini e i russi dell'ambasciata a Roma, hanno innescato una polemica politica assai aspra, specialmente su uno degli elementi di fatto che abbiamo raccontato, e non sono stati smentiti nel merito da nessuno dei diretti interessati: la domanda, rivolta dai russi al consulente di Salvini, se i ministri leghisti fossero orientati a dimettersi. Siamo a fine maggio, la caduta di Draghi non è minimamente all'ordine del giorno di nessuna agenda e nessun osservatore, eppure i russi s' informano e domandano sul punto. Oggi La Stampa è in grado di rivelare diversi altri dettagli interessanti.

Antonio Capuano, colui che viene indicato come «consulente per i rapporti internazionali del leader della Lega», nei contatti avuti la sera del 27 maggio con l'ambasciata russa non viene solo informato del piano d'incontri fissato dai russi per Salvini a Mosca (un pranzo con Serghey Lavrov e un incontro con Dmitry Medvedev), entrambi per il 31 maggio, ma chiede qualcosa di più. Stando a quanto risulta a La Stampa, il consulente tenta il colpo grosso, e ci va vicino, o almeno gli viene fatto balenare: «In aggiunta, Capuano auspicherebbe anche un possibile incontro di Salvini con il presidente Putin, sempre nella giornata del 31 maggio».

Il leader della Lega ha minimizzato l'entità del suo rapporto con l'ex deputato campano di Forza Italia, oggi cittadino comune sprovvisto delle tutele parlamentari, sostenendo che non si tratta neanche di un leghista. Ma che non agisse di testa sua è testimoniato da diverse circostanze convergenti, compresa la sua presenza all'incontro in Vaticano con Pietro Parolin, il 27 maggio. E fu anche abbastanza candidamente dichiarato da Capuano stesso quando - emersa la vicenda dei biglietti aerei (nello scorso giugno) - spiegò alcune cose in alcune interviste.

Uno, disse che «i russi hanno capito che Salvini voleva spendersi davvero. E lo hanno invitato a fare altri passi». Due, che l'interlocutore era «l'ambasciatore. Il segretario ha spiegato il suo progetto in quattro punti. Dall'altra parte è arrivata un'apertura di credito» (il piano comprendeva quattro tappe: trovare un luogo per intavolare le trattative di pace; dare compiti di garanzia a tre Paesi, Italia, Francia e Germania; il cessate il fuoco; il viaggio di una altissima personalità nelle zone interessate). Non è chiaro se l'altissima personalità nella quale speravano potesse essere addirittura il Papa, come sembra dal contenuto dei colloqui nell'incontro con Parolin.

Di fronte a chi lo ha sospettato di possibili millanterie, Capuano rispose «la verità è che io sono apprezzato dalle ambasciate di mezzo mondo e questo a qualcuno dà fastidio». Un'affermazione che, per quanto spettacolare, sembra trovare qualche indizio fattuale. Perché usava il plurale? A La Stampa risulta per esempio che l'emissario di Salvini non si sarebbe limitato ai contatti con i russi, avrebbe cercato di fare da sponda in qualche modo, almeno in una occasione, anche con i cinesi.

Un mese prima degli eventi di maggio raccontati ieri, cioè nell'aprile 2022, Capuano si sarebbe confrontato con il capo della sezione politica dell'ambasciata cinese in Italia, Zhang Yanyu, proprio «per riferirgli di una missione programmata dal leader della Lega a Mosca dal 3 al 7 maggio, finalizzata a incontrare Istituzioni, Ministro degli esteri e Presidente russi». I cinesi insomma vengono a sapere della possibile missione russa (inizialmente prevista a inizio, non a fine maggio) di un membro decisivo della maggioranza Draghi, quando ancora lo stesso premier italiano non ne è informato.

Russia e Cina, separatamente, sanno, Italia no. Capuano si muove «chiedendo al diplomatico cinese la possibilità di organizzare, prima di rientrare dalla Russia, un incontro a Pechino con il Ministro degli esteri cinese, Wang Yi». Il consulente spiega ai cinesi che l'intento di Salvini è promuovere la pace, e si mostra anche a conoscenza di presunte dinamiche interne del governo italiano, quando dice che «anche il governo italiano avrebbe poi sostenuto» questa «posizione».

Una serie singolare di movimenti, insomma, spendono anche il nome del governo italiano con Stati che non appartengono al nostro sistema tradizionale di alleanze europee e atlantiche. E che probabilmente sono lieti di aprire porte e orecchie a questi abboccamenti. Capuano è così interessato anche a una sorta di coinvolgimento dei cinesi, da proporre di superare eventuali restrizioni dovute alla pandemia organizzando l'incontro da remoto, nella sede dell'ambasciata cinese.

Non siamo a conoscenza se la cosa abbia avuto un seguito, non è citata alcuna reazione cinese, ma un movimentismo del consulente a tutto campo è attestato. Quando il viaggio a Mosca infine tramonta, il leader leghista avrebbe riferito a Capuano stesso delle critiche ricevute da molti dei leghisti, e degli «attacchi ricevuti da parte dei leader politici bipartisan, compresa Giorgia Meloni». Negli angoli della vicenda ricompare una spaccatura Salvini-Meloni, e coincide con una campagna elettorale in cui non sarà facile far combaciare tutti i tasselli del puzzle.

Jacopo Iacoboni per "La Stampa" il 30 luglio 2022.

Proprio nei giorni in cui l'emissario di Matteo Salvini entra nel vivo dei contatti con i russi per organizzare la missione del leader leghista a Mosca - con una serie di colloqui il cui contenuto è stato in parte rivelato da La Stampa - caso vuole che anche Silvio Berlusconi torni su posizioni pubbliche assai più gradite all'amico Putin, dopo che per un periodo era sembrato sia pure vagamente distanziarsene. 

Il 20 maggio - il giorno dopo uno degli incontri tra Matteo Salvini e l'ambasciatore Razov - il Cavaliere, tenuto per mano a Napoli dalla fidanzata Marta Fascina, dichiara: «Credo che l'Europa debba fare una proposta comune di pace cercando di far accogliere agli ucraini le domande di Putin». Pochi giorni prima, da Treviglio, ha criticato Joe Biden, e l'invio di armi all'Ucraina nella forma decisa dal governo Draghi: «Putin non tratta con chi gli dà del "criminale". Mandiamo armi, anche noi siamo in guerra». Carlo Calenda chiosa: «Qui siamo oltre Salvini». Il consulente di Salvini, Antonio Capuano, usa proprio in quei giorni parole molto simili con i russi, e prima ancora con il capo della sezione politica dell'ambasciata cinese: l'intento del viaggio di Salvini sarebbe «preparare la pace», dice.

Berlusconi comincia anche a tenere la posizione sulle sanzioni che più piace a Mosca: «Hanno fatto molto male all'economia sovietica», ma: «hanno fatto male anche a noi».

Sembra rifiorire un amore mai spento. Nel mercoledì della crisi, proprio Marta Fascina, e Licia Ronzulli, lo isoleranno dalle telefonate che cercano di convincerlo a non sfiduciare Draghi.

La storia del rapporto tra Berlusconi e Putin risale ovviamente molto indietro, in parte nota in parte tuttora in progress, e fece preoccupare tantissimo gli americani. «Quali investimenti personali hanno (Berlusconi e Putin), che possono guidare le loro scelte in politica estera?». La domanda fu girata nel novembre del 2010 dal Dipartimento di Stato, allora guidato da Hillary Clinton, all'ambasciata americana a Roma. 

Nel 2008 l'ambasciatore americano in Italia, Ronald Spogli, in un cablo spedito al Dipartimento di Stato e alla Cia, e pubblicato dalla Wikileaks di allora, riferiva a Washington che la natura del rapporto tra Berlusconi e Putin era «difficile da determinare»: «Berlusconi ammira lo stile di governo macho, deciso e autoritario di Putin, che il premier italiano crede corrisponda al suo. () L'ambasciatore georgiano a Roma ci ha detto che il governo della Georgia ritiene che Putin abbia promesso a Berlusconi una percentuale dei profitti da eventuali condotte sviluppate da Gazprom in coordinamento con Eni». Il Cavaliere, l'unica volta che rispose, per iscritto, negò tutto.

L'ambasciatore georgiano non smentì mai.

Di sicuro nell'era Berlusconi l'Eni nel maggio del 2005 firma un accordo che avrebbe consentito a Gazprom Export di rivendere gas russo direttamente ai consumatori italiani. La storia finisce nel 2008 anche all'attenzione della Commissione europea, gravi opacità ricostruite così nel 2008 in un saggio di Roman Kupchinsky per Eurasia Daily Monitor: una società viennese, Central Energy Italian Gas Holding (Ceigh) - parte di un gruppo più grande, Centrex Group - avrebbe dovuto avere un ruolo importante in quel lucrativo accordo Russia-Italia. 

Questa Central Energy Italian Gas Holding era controllata al 41,6 per cento da Centrex e da Gas AG, al 25 per cento da Zmb (la sussidiaria tedesca di Gazprom Export, ossia in pratica da Mosca), e al 33 per cento da due società milanesi, Hexagon Prima e Hexagon Seconda, registrate allo stesso indirizzo di Milano, e intestate a Bruno Mentasti Granelli, l'ex patron di San Pellegrino. Il saggio di Kupchinsky trasformò la cosa in uno scandalo internazionale. L'accordo con Centrex fu cancellato. Ve ne furono altri? Ci furono rumors di un giacimento di gas kazako direttamente controllato dal Cavaliere. «Assolute sciocchezze», replicò Berlusconi. 

Forse il vero uomo del Cavaliere in Russia non è stato tanto Valentino Valentini, che certo andava e veniva da Mosca, quanto Angelo Codignoni, uomo di Silvio nei media russi, quello che istruisce Yuri Kovalchuk, oligarca putiniano e azionista principale di Bank Rossiya, su come creare l'impero tv del Cremlino. Il nome di Codignoni, scomparso nell'estate del 2021, è da pochi mesi riemerso anche nei Pandora papers, come beneficiario di una serie di trasferimenti milionari di soldi dalla Russia a tre società offshore di Codignoni a Montecarlo, Panama, British Virgin Islands. Le transazioni russe verso Codignoni sono tuttora al vaglio di diversi giornalisti investigativi internazionali. 

Documenti che naturalmente i russi per primi potrebbero avere. Quanto resta delle tracce del passato del Cavaliere e la Russia? Fu il Cavaliere a sostituire alla guida dell'Eni Vittorio Mincato, che obiettava sulla vicenda Centrex, con Paolo Scaroni. I contratti tra Gazprom e Italia diventano trentennali. L'energia era tutto, per la relazione Berlusconi-Putin. Ma anche il divertimento, il real estate, le vacanze. Le figlie di Putin, Katya e Masha, furono in vacanza a Porto Rotondo assieme a Barbara, la figlia più giovane di Berlusconi, nel 2002: lo stesso anno in cui Berlusconi vanta gli accordi, cui voleva legare la sua eredità geopolitica, di Pratica di mare. L'anno dopo, nel 2003, arrivò a Villa Certosa Putin stesso, con foto ormai celebri (indimenticabili anche quelle di Berlusconi col colbacco a Sochi).

Sono gli anni in cui la Costa Smeralda diventa un paradiso per oligarchi russi: Alisher Usmanov, che a un certo punto voleva anche comprare il Milan, di certo compra sette ville fantastiche (poi sequestrate dal premier Draghi); Roman Abramovich, che ancora nell'agosto 2021 vara il suo nuovo megayacht Solaris a Olbia, e andava alle feste da Berlusconi in cui Mariano Apicella stornellava Oci Ciornie; Oleg Deripaska. Quella Sardegna degli oligarchi che, per tanti anni, hanno visto in Berlusconi l'amico numero uno, e certi amori non possono finire mai. 

Estratto dell’articolo di Marco Galluzzo per il “Corriere della Sera” il 29 luglio 2022. 

[…] Viene da chiedersi, di fronte a quanto scritto dal quotidiano La Stampa , di quali fonti di intelligence si tratti se non sono italiane: nelle conversazioni ufficiose delle ultime ore, in cui fanno capolino anche esponenti del Copasir, non si tralascia alcuna ipotesi, compresa quella che alcune intercettazioni siano di marca straniera.

Ovviamente tutto è fonte di valutazione, anche eventuali millanterie, o dinamiche che tanto assomigliano ad un'ingerenza sui nostri interessi ma che evidentemente i nostri servizi "pesano" in modo diverso. […]

Jacopo Iacoboni per "La Stampa" il 31 luglio 2022.

Oleg Kostyukov - il funzionario dell'ambasciata russa al centro di un caso per il contenuto di alcuni suoi colloqui di fine maggio con l'emissario di Salvini, in uno dei quali si mostra troppo interessato alle sorti del governo di Mario Draghi - non è, nonostante la giovane età, un novizio del nostro Paese. Né lui né la sua famiglia. Sui social in russo le sue pagine sono state cancellate, ma internet non cancella mai tutto del tutto. Scopriamo per esempio che è un giovane che ama tantissimo, da anni, Milano, che ha fotografie in Brera, che nel concerto di Marylin Manson a Milano era nel backstage abbracciato al cantante. Che adora le sorelle. 

Curiosità e vita di un ragazzo normale, ma forse con un qualche accesso speciale alle cose.

Poi, all'improvviso, dal 2014 spariscono le sue tracce. Puf, come se fossero tutte buttate giù all'improvviso. Come se fosse entrato in una seconda vita. La sua, vita. Secondo una delle fonti de La Stampa, Kostyukov è «senza alcun dubbio il figlio del capo del Gru», i servizi segreti militari di Mosca. Il giornalista russo che lo scrisse per primo, Serghey Ezhov, ci ha confermato di essersi occupato tanto di lui e della sorella. Arrivando a queste conclusioni, sulla base di una serie di documenti catastali. 

«Il capo dell'intelligence militare (ammiraglio Igor Kostyukov) è stato nominato capo della direzione principale di Stato maggiore generale alla fine del 2018, e l'anno successivo i suoi figli adulti sono diventati proprietari di immobili costosi». Un terreno a Lipka e un altro di 12 ettari nella comunità residenziale esclusiva di Beliye Rosy 1. Un appartamento di Oleg in 2a Chernogryazskaya Street, Mosca, la sua Mercedes-Benz Gle 350 d 4Matic e la Mercedes-Benz C200 della sorella Alena. Una delle proprietà è stimata 200 milioni di rubli: del tutto incompatibili con lo stipendio ministeriale di un milione e mezzo di rubli annui (circa 24mila euro).

In definitiva: siamo del tutto sicuri che il giovane Oleg sia solo il vicario dell'ufficio politico dell'ambasciata russa?

La Stampa ha chiesto ripetutamente per iscritto all'ambasciata russa a Roma una conferma o smentita della notizia che Oleg sia il figlio del capo del Gru. Non abbiamo mai ricevuto nessuna risposta. Neanche in questi giorni. 

Igor Kostyukov è sotto sanzioni occidentali, e per accuse gravissime, non solo per l'interferenza elettorale russa nelle elezioni Usa del 2016 (quando era vice di Igor Korobov), ma per aver coordinato l'operazione di avvelenamento in Gran Bretagna di Sergey Skripal. Korobov muore all'improvviso nel 2018, dopo una serie di "epic fail" dello spionaggio russo che potrebbero aver irritato non poco Putin. Il quale a quel punto, per la prima volta, mette un ammiraglio a capo del Gru.

Un fedelissimo è dire poco. Igor Kostyukov è un ufficiale dello spionaggio russo notissimo. In ambienti di intelligence occidentali vi sono pochi dubbi sul fatto che sia stato in per alcuni anni il capo del Gru in Italia. Il figlio è un figlio d'arte? Di sicuro Oleg, in documenti visionati da La Stampa, sembra commettere qualche spericolatezza. Parla troppo. E probabilmente si fa pedinare senza pratiche sufficienti di contropedinamento. Se così fosse, l'intelligence italiana avrebbe - al di là delle smentite che non smentiscono - fatto molto bene il suo lavoro: marcando strettamente affinché i tentativi russi di "destabilizzazione" non andassero a buon fine. 

Certo è che Oleg non sembra limitarsi a un protocollare lavoro diplomatico. Il quotidiano Il Domani ha rivelato che il 1 ottobre 2014 - due settimane prima di una stretta di mano a Milano che Matteo Salvini riesce a ottenere con Vladimir Putin - una transazione del russo fu segnalata come sospetta dall'antiriciclaggio: «Oleg Kostyukov, addetto consolare del consolato generale della Federazione Russa, ha convertito in contanti in data 1 ottobre 2014, 25 mila dollari, e il 14 ottobre, 100 mila dollari, senza farli transitare dal proprio conto corrente e senza esibire alcuna dichiarazione doganale.

Il sospetto è nato dal fatto che il cliente ha motivato l'operazione come cambio per utilizzo delegazione russa presente in Italia per vertice Eurasia, ma senza operare sul conto corrente consolare». Tutto quel cash pare strano per pagare le cene della delegazione. Le carte di credito dei russi in Italia sono un filone aureo, dentro questa guerra ibrida.

Massimo Giannini per “La Stampa” il 29 luglio 2022. 

Siamo consapevoli di quanto siano delicati i nuovi dettagli sul Russia-gate della Lega, emersi dal retroscena di Jacopo Iacoboni pubblicato ieri sul nostro giornale. 

I colloqui riservati tra Antonio Capuano, emissario di Via Bellerio, e Oleg Kostyukov, numero due dell'Ambasciata russa a Roma, deflagrano in piena campagna elettorale.

Confermano l'esistenza di un legame particolare tra il Cremlino e il Carroccio. Gettano una luce nuova e diversa anche sulla caduta di Draghi. 

Evidenziano per la prima volta un possibile nesso causale tra il supporto dei diplomatici di Putin al "viaggio di pace" di Salvini a Mosca e il ritiro dei ministri leghisti dal governo. 

Ci rendiamo conto dell'enorme rilevanza politica di questi fatti. Per questo, di fronte alle reazioni sdegnate e alle smentite scontate, ci teniamo a confermare tutto quello che abbiamo scritto.

A ribadire che i dettagli sugli incontri e sulle conversazioni tra Kostyukov e Capuano sono contenuti in documenti informali di sintesi del lavoro di intelligence comunicato a suo tempo ai competenti livelli istituzionali. 

Dunque, è la Lega che deve spiegare una volta per tutte al Parlamento e al Paese le sue "relazioni pericolose" in politica estera. 

Noi non dobbiamo chiarire alcunché: il nostro lavoro, come sempre, è ispirato solo alla ricerca della verità e al senso di responsabilità. 

Abbiamo una certezza e coltiviamo una speranza. La certezza è che alla Stampa non ci sono "servi sciocchi" della sinistra. La speranza è che nella Lega non ci siano "utili idioti" della Russia.

Le cattive influenze. La nuova ossessione della sinistra è quella delle "ingerenze straniere". Francesco Maria Del Vigo il 20 Agosto 2022 su Il Giornale.

La nuova ossessione della sinistra è quella delle «ingerenze straniere». Non è neppure una strategia politica ma, piuttosto, una condizione psicologica: la rimozione della realtà. Quindi la stampa engagé e gli intellettuali in trincea - terminate le munizioni - s'inventano manine, piani nascosti, messaggi occulti. L'ultimo trend è la Russia, che starebbe brigando per far vincere il centrodestra. Ma, a prescindere dal fatto che fa sorridere che a muovere questa critica siano i discendenti diretti di quel Partito comunista che per decenni è stato ampiamente foraggiato dall'Unione Sovietica, in questa accusa qualcosa non torna. La scommessa di Mosca, infatti, sarebbe piuttosto autolesionista, visto che Silvio Berlusconi è sempre stato - da tempi non sospetti - un campione di filo atlantismo e ha preso nettamente le distanze dal Putin invasore; Giorgia Meloni ha dimostrato con chiarezza di essere posizionata fermamente nella parte occidentale dello scacchiere mondiale e Matteo Salvini li segue a ruota. Certo, il leader della Lega in passato ha prestato il fianco a qualche strumentalizzazione, ma la strada imboccata negli ultimi mesi - e che deve seguire con maggiore tenacia - non lascia margine a dubbi.

Altro che russi, americani, agenti segreti e ambasciatori trafficoni. I segugi della sinistra più avvelenata possono smettere di frugare, siamo in grado di anticipare loro in esclusiva chi si nasconde dietro le pesantissime ingerenze sulle prossime elezioni: gli italiani. Quel popolo che la gauche elitaria guarda dall'alto verso il basso. È loro l'unica vera influenza che pesa veramente sulle urne e sono loro, fino a prova contraria, gli unici detentori della volontà popolare. Anche se dovesse vincere il centrodestra perché - pensate un po' -, la democrazia prevede anche l'alternanza. Comprendiamo quanto sia difficile da accettare, ma è così. Piuttosto, una certa sinistra, invece di giocare a Risiko con gli avversari politici, dovrebbe fare i conti in casa propria e sdraiarsi sul lettino per fare un po' di autoanalisi su quelle pulsioni filo-palestinesi che la attraversano da anni, senza aver mai trovato una soluzione. Come abbiamo dimostrato dalle colonne di questo quotidiano, pubblicando i post e i tweet contro lo Stato d'Israele del candidato del Pd Raffaele La Regina. Perché il tarlo dell'antisemitismo non ha mai smesso di abitare quella parte, in tutte le sue forme. E flirtare con la sinistra radicale, vezzeggiare i centri sociali e coccolare tutti gli estremisti in grado di portare anche solo una manciata di voti è il modo migliore per dare ossigeno a questo sottobosco. Il Pd e Letta, nel corso degli anni, avrebbero dovuto impararlo, invece di accusare sempre la destra di un razzismo che nel frattempo stava germogliando nel loro orticello.

La Regina è l'ultimo, ma non l'unico, esponente di quel virus anti occidentale e anti americano che ammorba la sinistra italiana, da Nicola Fratoianni a Laura Boldrini, passando per gli ex (e forse anche futuri) alleati del Pd, quei Cinque stelle che non hanno mai perso l'occasione per inginocchiarsi e baciare la pantofola dell'autocrate di turno, possibilmente di fede marxista. Ecco, queste sono cattive influenze. Ma noi confidiamo nell'antivirus delle urne e, specialmente, nelle benedette e democraticissime ingerenze degli elettori italiani.

Jacopo Iacoboni per “la Stampa” il 19 agosto 2022.

In uno scenario elettorale già scosso dalle rivelazioni su azioni russe in Italia contro il governo di Mario Draghi, avvenute usando l'ambasciata russa come centro di interferenza in Italia, e politici amici di Mosca come possibili destinatari di pressioni e "suggerimenti" , ieri un nuovo caso ha riacutizzato i timori che il lavoro di Mosca sull'Italia sia in pieno corso. È indicativo - nell'economia delle operazioni russe in Italia - che sia toccato a Dmitry Medvedev innescarlo, un uomo che in questi anni è passato dal farsi le foto portato in braccio da Berlusconi o nella Sylicon Valley con Steve Jobs, alle invettive più radicali contro l'Occidente corrotto.

Mostrando una Russia ormai senza più infingimenti nelle operazioni di interferenza estera in Italia, Medvedev ha esortato in sostanza a punire i politici che hanno colpito Mosca con le sanzioni (Draghi in primis, ma tutti quelli che ne hanno sostenuto attivamente le politiche), e a premiare gli amici di Putin, a meno di voler passare un inverno al freddo.

«Vorremmo vedere i cittadini europei non solo esprimere il malcontento per le azioni dei loro governi», ha scritto su Telegram, «ma anche dire qualcosa di più coerente.

Ad esempio, che li chiamino a rendere conto, punendoli per la loro evidente stupidità. I voti degli elettori sono una potente leva di influenza. Chiamate i vostri idioti a rendere conto. E vi ascolteremo. Il vantaggio è evidente: l'inverno è molto più caldo e confortevole in compagnia della Russia che in uno splendido isolamento con la stufa a gas spenta». 

Chi è Medvedev lo spiega meglio di tantii altri Maria Pevchik - capo del team investigativo della Fondazione Navalny - che ha indagato sulle sue presunte proprietà in Italia: «Quando ti senti una persona inutile e patetica, come Dmitry Medvedev, provi a reinventarti», dice Pevchik. «Avrebbe potuto radersi la testa o cominciare ad andare in palestra. Invece si è reinventato come un falco». 

Medvedev negò di essere il beneficiario reale di una grande tenuta in Chianti, che la Fondazione Navalny ritiene invece sua, dietro un prestanome. Senza altri dubbi.

Secondo Ekaterina Schulmann, Medvedev «sta cercando di salvarsi dall'oblio politico sconfiggendo Erode e di conseguenza presentandosi come candidato nell'Apprentice show per il Cremlino». 

Anche per questo si è posto come referente per le ops russe in Italia. E in questo sta usando il suo ruolo di vicepresidente del Consiglio di sicurezza nazionale russo, in grado dunque di parlare con i capi dei servizi - uno dei quali, Igor Kostyukov, capo del Gru, è a lungo stato di stanza a Roma, dove oggi c'è il figlio Oleg, il funzionario dei contatti con l'emissario di Salvini, e dell'operazione per indebolire Draghi.

Quando è caduto Draghi, è Medvedev che ha postato esultante la foto di Draghi e Boris Johnson caduti. È lui che viene mandato avanti per rivendicare le operazioni, senza neanche più nasconderle, uno degli yesmen più infaticabili della cerchia di Vladimir Putin fin dai tempi della cooperativa Ozero, gli amici di giovinezza di Putin con i quali lanciò l'assalto al potere e alle risorse della Russia post sovietica.

Naturalmente la cosa non può più passare inosservata. I servizi sono molto allertati. Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, lavora da tempo per istituire una commissione d'inchiesta «su rapporti tra leader e partiti italiani e il mondo economico-finanziario russo».

La cosa è assai interessante perché Di Maio non solo conosce i dossier della Farnesina, ma conosce anche il M5S, una delle forze politiche che in questi anni sono state più vicine alla Russia, oltre ovviamente alla Lega e a Silvio Berlusconi, amico personale di Putin. 

Non è sfuggito a chi monitora queste operazioni l'attivismo in questi mesi di Maria Zakharova, e anche dell'ambasciata russa, per proporre ospiti russi alle tv italiane. All'epoca dell'operazione "Dalla Russia con amore" , gli "aiuti" russi sul Covid, gestita direttamente dall'allora premier Conte con Putin, e collegati a una operazione di propaganda con presenza anche di intelligence militare russa su suolo di un Paese Nato, tutto fu gestito a Palazzo Chigi, bypassando la Farnesina e la Difesa.

E ieri il ministro Lorenzo Guerini ha risposto a Medvedev che «i' consigli' di chi tenta di interferire con i processi democratici saranno rispediti al mittente». Una Commissione potrebbe far emergere cose improprie avvenute? In un'intervista registrata a Mosca non molti giorni fa con Giorgio Bianchi, free lance italiano simpatetico con Mosca, Zakharova esordì ridendo compiaciuta per negare che Mosca avesse contribuito alla caduta di Draghi: «Che cosa abbiamo combinato adesso?».

Sandro De Riccardis per “la Repubblica” il 22 agosto 2022.

Tra i silenzi degli indagati e il muro di gomma di Mosca di fronte alle rogatorie dei pm di Milano, l'inchiesta sulla trattativa al Metropol rischia di concludersi, a dicembre, senza fare luce sulla compravendita di gas che avrebbe dovuto portare circa 65 milioni di dollari nelle casse della Lega. 

Il 18 ottobre 2018 nella hall dell'hotel moscovita Gianluca Savoini, l'ex portavoce di Matteo Salvini e presidente dell'associazione Lombardia-Russia, l'avvocato Gianluca Meranda e il broker finanziario Francesco Vannucci incontrano tre emissari del Cremlino: Ilya Yakunin, vicino al parlamentare Vladimir Pligin e all'allora ministro dell'Energia Dmitry Kozak; Yury Burundukov, legato all'oligarca nazionalista russo Konstantin Malofeev; Andrey Kharchenko, ex agente dei servizi segreti.

Tutti e sei sono indagati ora a Milano per corruzione internazionale. Almeno due di loro, Yakunin e Kharchenko, sono considerati vicinissimi proprio ad Aleksandr Dugin, di cui parla Savoini nell'audio di Buzzfeed. «Abbiamo creato questo triumvirato, io, te e lui, che deve lavorare in questo modo - dice in maniera criptica a Miranda - . Solo noi tre. Un compartimento stagno. Anche ieri Aleksander ha detto che la cosa importante è che siamo solo noi. Tu, io, rappresentiamo il collegamento con entrambi, l'italiano e il loro "lato politico". Solo noi. Nessun altro».

In effetti, il 17 ottobre Savoini incontra Dugin davanti al Metropol. E lo stesso giorno l'allora vicepremier Matteo Salvini, a Mosca per un evento di Confindustria Russia, avrebbe incontrato il suo omologo russo Dmitry Kozak. Coi pm i tre italiani si avvalgono della facoltà di non rispondere. E anche le rogatorie in Russia restano lettera morta. Dopo mesi di silenzio, Mosca risponde chiedendo quesiti più dettagliati. Poi la guerra in Ucraina chiude ogni comunicazione. E ora, dopo l'ultima proroga di due mesi fa, l'inchiesta rischia di essere archiviata a dicembre.  

Jacopo Iacoboni per “la Stampa” il 22 agosto 2022.

Nell'affaire Metropol, la trattativa in un hotel di Mosca per un presunto finanziamento russo di 65 milioni alla Lega - su cui è ancora in corso un'indagine a Milano per corruzione internazionale - assieme a un emissario della Lega, Gianluca Savoini, due dei russi identificati come parte della conversazione erano Andrey Kharchenko e Ilya Yakunin.

Kharchenko è uno dei collaboratori stretti di Alexandr Dugin, il filosofo del rossobrunismo eurasiano che probabilmente era il vero bersaglio dell'autobomba esplosa nella notte di sabato a Mosca. Dugin è stato in realtà dietro tutta quella partita, e dietro molte altre, in Europa e in Italia.

Non è solo un intellettuale, quell'uomo che vediamo nei fermo immagine davanti alla macchina esplosa della figlia, con le mani nei capelli, e Kharchenko non è solo il suo migliore allievo laureato. Il filosofo è figlio di un dirigente del Kgb, e Karchenko - rivelò Bellingcat - viaggiava con un passaporto speciale che di solito viene rilasciato solo dagli Esteri russi, per lo più agli uomini dei servizi. Insomma, filosofo molto particolare, Dugin.

Non perché sia particolarmente vicino a Putin - non lo è affatto - ma perché è stato coscientemente usato dal Cremlino per una serie di operazioni di propaganda e penetrazione nei partiti e nei media occidentali, proprio quell'Occidente che la sua "Quarta teoria politica" disprezza, cercando di congiungere separatismo etnico di estrema destra e anticapitalismo e anti Nato di estrema sinistra. 

Fu così che Dugin è entrato in Italia. A metà tra agitatore culturale e servizi segreti. Savoini lo porta a Milano già nel 2015, plenipotenziario di Tsaargrad, il network dall'oligarca Malofeev. I libri come ottimo pretesto geopolitico.

Quel giorno Dugin ha accanto Maurizio Murelli, militante neofascista già condannato negli Anni 70. Anni dopo, nell'estate 2018 della nascita del governo Lega-M5S, un tour duginiano lanciato da Savoini vedrà Dugin approdare sulla terrazza di Casa Pound, con il segretaro Simone Di Stefano, ancora Murelli e, moderatore, Giulietto Chiesa. Estrema destra e estrema sinistra.

Nel marzo scorso fu fatta trapelare dal Dossier Center di Mikhail Khodorkovsky una mail che riferiva di un altro incontro, che i russi stavano organizzando nel novembre 2017, tra Salvini e il team di Malofeev e Dugin: «Per novembre, durante la visita di lavoro di Matteo a Mosca, il mio capo ha organizzato con lui un incontro privato, affittando una stanza allo stesso piano dell'Hotel Lotte per evitare che la stampa occidentale si accorgesse dell'incontro», scriveva Mikhail Yakushev, numero due di Malofeev, oligarca plurisanzionato fin dall'annessione illegale della Crimea nel 2014, che finanziò ampiamente.

In un'altra mail il team russo di Tsaargrad scrive che bisogna creare in Europa una rete di partiti, di estrema destra (Lega, Le Pen, Wilders) «ma anche euroscettici», chiamata "Altintern" (citazione del vecchio Comintern): «Senza il nostro impegno attivo e il sostegno tangibile ai partiti conservatori europei, la loro popolarità e influenza in Europa continueranno a diminuire». 

Dugin pensava anche al M5S. E lo disse a chiare lettere al sito web di Defend Democracy Press. Se a italiani, tedeschi e francesi fosse stata data la possibilità di ritirarsi, affermò, «sarebbe successo il giorno dopo»: «Se lo chiedessimo oggi agli italiani, ovviamente se ne andrebbero anche loro.

E sappiamo che lo chiedono Lega Nord e Cinque Stelle. Dobbiamo affrontare la verità: l'Unione europea sta cadendo a pezzi; è la fine della Torre di Babele, basata sulla geopolitica atlantica e sul sistema di valori liberale». «L'Italia è oggi l'avanguardia geopolitica della Quarta Teoria Politica» spiegò Dugin lodando Giuseppe Conte e il suo primo governo: «L'unione tra Lega e Cinque Stelle è il primo passo storico verso l'affermazione irreversibile del populismo e il passaggio a un mondo multipolare».

Per questo, disse, quel governo italiano era un partner naturale del Cremlino. Di certo foto e amici imbarazzanti tornano a galla: ieri per esempio l'estremista di ultradestra americano James Porrazzo ha twittato una foto di Darya Dugina, chiamandola «una guerriera che sapeva che sarebbe potuto succedere», e in questa foto "Dari" è proprio accanto a Salvini.

Filo Putin e pro Orsini, la capolista di Azione che imbarazza Calenda. Stefano Baldolini su La Repubblica il 23 Agosto 2022 

Stefania Modestino D'Angelo, docente di italiano, contro Biden e Zelensky. Plausi per Lukashenko. Von der Leyen "una cameriera", Macron "fattorino". La replica: "Sono atlantista, post strumentalizzati". Il leader di Azione: "Nostro errore non avere verificato i post"

Una filoputiniana e 'orsiniana' nelle liste di Carlo Calenda. La guerra in Ucraina? "Provocata dall'avidità degli Usa, dagli oltranzisti anti Putin". Zelensky? "Nemico del suo popolo". E ancora: "Da nazista a eroe del Pd". Ursula von Der Leyen e Macron? "Una cameriera" e "un fattorino". Parole e pensieri postati in gran quantità su facebook da Stefania Modestino D'Angelo, capolista al Senato nel listino plurinominale di Caserta per il Terzo polo.

Problemi di 'classe dirigente'? La candidata ‘filo-Putin’ capolista a Caserta con Calenda: per Modestino “Macron fattorino” e von der Leyen “sguattera”. Carmine Di Niro su Il Riformista il 23 Agosto 2022 

Il problema del ‘passato social’ dei cosiddetti “giovani candidati” del Partito Democratico, dal caso La Regina a Sarracino, si sta allargando anche agli altri partiti. Non solo a destra, dove Giorgia Meloni è finita nella bufera nei giorni scorsi per un video del 1996 in cui una poco più che maggiorenne militante di destra ad una tv francese descriveva Mussolini “un buon politico, il migliore degli ultimi 50 anni”, ma anche nel ‘Terzo Polo’ riformista.

‘Colpa’ di Stefania Modestino, candidata come capolista del tandem Azione-Italia Viva nel collegio proporzionale al Senato della Campania 2, quello che comprende le province di Caserta, Salerno, Avellino e Benevento.

Docente e giornalista, un passato nel Partito Democratico, la Modestino è stata scelta dal partito di Carlo Calenda come capolista al Senato, avendo dall’altra parte alla Camera un compagno di avventura dal curriculum pesante come il generale Vincenzo Camporini, ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica Militare e della difesa.

Ma basta dare una rapida occhiata al profilo della professoressa, docente di latino e italiano, per scoprire che le sue idee politiche contrastano in maniera piuttosto netta con quelle del ‘Terzo Polo’ in cui è candidata, in particolare nella politica estera che per il duo Calenda-Renzi da programma deve seguire la scia di quanto tracciato dal premier Mario Draghi.

Così sull’Ucraina si trovano sul profilo social della Modestino condivisioni a raffica degli interventi di Alessandro Orsini e Donatella Di Cesare, il primo sociologo della Luiss, la seconda filosofa, entrambi tacciato di ‘filo-putinismo’ per le loro opinioni sul conflitto scatenato dalla Russia. Italia che, per la Modestino, per la decisione di inviare aiuti a Kiev “adesso è la femme de chambre di Biden”, la donna delle pulizie del presidente Usa. 

Non va meglio nel giudizio su Ursula von der Leyen, la presidente tedesca della Commissione europea, modello di Calenda nella sua elezione all’importante carica (grazie all’accordo tra popolari e socialisti a Bruxelles) per un governo in Italia sul ‘modello Ursula’ per tenere fuori sovranisti e populisti. Per la Modestino la von der Leyen è una “femme de chambre”, giudizio costante per la docente, rispetto ai padri fondatori dell’Europa, mentre Emmanuel Macron “un fattorino”. 

Nel mare magnum di post al veleno della candidata del ‘Terzo Polo’, c’è spazio anche per il complottismo. Protagonista ancora una volta Ursula von der Leyen: nel pubblicare un articolo online (del 28 gennaio scorso) sulle critiche alla presidente della Commissione Ue per degli sms scambiati col Ceo di Pfizer, Modestino scrive infatti che “questi rapporti tra la lady Europa e il ceo di Pfizer potrebbero cambiare molte valutazioni sui vaccini e sui loro costi” e che “con sti vaccini avete giocato sporco”. 

E di complottismo è ‘vittima’ anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che per la candidata di Azione in un post del 26 febbraio, a due giorni dallo scoppiare del conflitto, “si è messo in salvo a Leolopoli(o forse all’estero) diffondendo filmati registrati giorni fa…ma come si fa a non considerarlo un nemico del suo popolo”, chiede ai suo followers.

Il 22 febbraio, alla vigilia della guerra, Modestino si lanciava invece in una previsione sulle tensioni tra Russia e Ucraina in cui evidenziava come “la storia darà ragione a Putin mentre per Francia e Germania possiamo già parlare di pasticcio diplomatico su ogni fronte”. 

La pubblicazione dei primi articoli online (tra cui quello del Riformista) sulle sue posizioni hanno spinto già questa mattina la Modestino a cancellare i post ‘incriminati’. Quindi il tentativo di ‘mettere una pezza’ alla questione, col tentativo della docente candidata con Azione di giustificare le sue posizioni: Modestino si dice “convintamente atlantista e europeista”, condannando “l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin non solo come pacifista, ma perché sono convinta che sia essenziale il valore della indipendenza dei popoli e degli Stati”.

Modestino scrivere quindi di ritenere “utile alla democrazia la pluralità di pensiero ed è questo che mi consente di rispettare anche posizioni non condivise. Il pensiero unico è la morte del pensiero e di una intera società, e questo è innegabile: nella storia il pensiero unico fu di coloro che condannarono Galileo ed è la condizione per abolire non solo ogni forma di conoscenza, ma è la condizione più pericolosa per la democrazia. Questo è quello che da sempre provo ad insegnare ai mei alunni”.

Un putiferio che ha costretto lo stesso Calenda ad intervenire pubblicamente sulla candidatura scomoda della Modestino, precisando via social che “la signora in questione è stata segnalata dal territorio, è un’insegnante e giornalista impegnata nel sociale a Caserta. Errore nostro non aver verificato i post su politica estera. Me ne assumo la responsabilità. Stiamo gestendo la cosa”.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Da repubblica.it il 28 agosto 2022.

Un necrologio con la foto di Darya Dugina e la scritta "assassinata dall'odio anti russo". E' apparso in giro a Rimini nelle ultime ore. 

La figlia del filosofo e politologo russo Aleksandr Dugin, ideologo di Vladimir Putin, Dugina, morta lo scorso 21 agosto, è stata vittima di un attentato, per mano dell'intelligence ucraina secondo la versione delle autorità russe: la donna è saltata in aria mentre era alla guida dell'auto del padre.

In ricordo della defunta una ventina di persone hanno partecipato a Rimini a una Santa Messa di suffragio oggi, domenica 28 agosto, celebrata nel Santuario della Madonna della Misericordia. 

Il necrologio è firmato: "Le amiche e amici della Russia". Il parroco, don Sebastiano Benedettini, ha affermato di non essere a conoscenza e ha chiesto ai promotori dell'iniziativa di togliere dai manifesti quella frase sull'odio anti russo, ma è rimasto inascoltato. 

Davide Gasparini, uno degli autori, ha rassicurato che non c'è "alcuna intenzione di schierarsi sul piano politico", ma si tratterebbe solo di "un'esposizione pacifica del proprio pensiero".

Da iltempo.it il 28 agosto 2022.

Il botta e risposta sui social tra Matteo Salvini e Roberto Saviano rischia di finire in tribunale. Il leader della Lega, rispondendo al solito attacco pretestuoso di Roberto Saviano, annuncia la querela. A innescare la miccia è proprio lo scrittore di Gomorra che su Facebook accusa Salvini e Berlusconi di essere "i più fedeli sostenitori di Putin" e definendo i rapporti tra i leader "indecorosi e ambigui". 

E nella foto allegata al post, l'accusa più pesante che scatena la reazione di Salvini. "La notizia della spia russa infiltrata per 10 anni in Italia non deve stupire. I reali agenti che hanno agito per Putin senza nascondersi e senza documenti dell'Fsb sono Matteo Salvini e Silvio Berlusconi" scrive Saviano.

Sono accuse molto forti e inaccettabili quelle nei confronti dei due leader politici del centrodestra. Forse lo scrittore napoletano ha travisato la storia della spia russa infiltrata nella base Nato di Napoli, rilanciata qualche giorno fa dalle colonne del quotidiano La Repubblica. La donna, si legge sul quotidiano, sarebbe riuscita ad avvicinare personalità in vista del potere militare, ma non è chiaro quali informazioni sia riuscita a ottenere. 

In ogni caso Salvini risponde a tono alla provocazione dello scrittore: "Io ho sempre difeso l'interesse nazionale italiano, nel mio Paese e nel mondo, a testa alta" scrive Salvini spiegando come "a prendere i soldi dei russi per anni sono stati i comunisti tanto cari a Saviano, non certo i leghisti". 

Poi il leader della Lega rivendica i risultati del suo operato: "Da ministro ho combattuto le mafie coi fatti, con leggi e sequestri, abbattendone ville e confiscandone patrimoni. C'è chi chiacchiera e copia, c'è chi fa e ottiene risultati" prosegue Salvini. Ma è nel post scriptum che è riservata la mossa di Salvini: "Caro Roberto, hai vinto una querela che spero servirà a portare soldi a qualche associazione di volontariato che combatte la mafia coi fatti, non con le parole".

Loro di Mosca. Le relazioni ambigue tra Putin e i partiti bipopulisti italiani. Maurizio Stefanini su L'Inkiesta il 20 Agosto 2022

La galleria degli orrori e connivenze dei nostri politici con il Cremlino è lunga: da Manlio Di Stefano che da grillino accusò l’Occidente di aver fatto in Ucraina un golpe ai danni di Mosca al patto di cooperazione tra Lega e Russia Unita rinnovato automaticamente fino al 2027. Ma anche la delegazione di Forza Italia che definì regolari le elezioni della farlocca repubblica separatista di Donetsk

LaPresse

Quando ci fu il caso Savoini, molti analisti si dissero certi che ci fossero dietro i Servizi russi, per il fatto che l’Hotel Metropol è notoriamente sotto stretto controllo del Fsb. Il dubbio era semmai un altro. Un regolamento di conti nei Servizi russi stessi? O non un piuttosto «avvertimento» a Salvini, che in quel momento si stava avvicinando a Donald Trump, e aveva anche proposto al Cremlino di fare una «prima mossa» in Ucraina? 

Quando Luigi Di Maio, da ministro degli Esteri ancora nei Cinquestelle, si schierò con l’Ucraina dopo l’aggressione russa, su chat e Telegram apparvero minacce del tipo «Putin manda qualcuno ad ammazzarlo»: «Di Maio con una spranga nel cervello»; «ti faranno fuori». E si sa che a San Pietroburgo il Cremlino mantiene una fabbrica dei troll che spesso monta campagne anche in Italia. Ad esempio, quando chiese l’impeachment di Sergio Mattarella.

Precedenti da tener presente, quando su Telegram l’ex presidente della Federazione russa e attuale vicepresidente del consiglio di sicurezza nazionale Dmitrij Medvedev scrive che alle urne «vorremmo vedere i cittadini europei non solo esprimere il malcontento per le azioni dei loro governi, ma anche dire qualcosa di più coerente. Ad esempio, che li chiamino a rendere conto, punendoli per la loro evidente stupidità». 

Una battuta di un personaggio che conta sempre di meno, e che per di più da un po’ di tempo quando esterna sembra farlo in condizioni di ebrezza etilica? Oppure, un altro avvertimento? Di Maio, che ormai dai Cinquestelle è uscito proprio per la rottura di Conte sulla questione ucraina, è stato netto sulla «ingerenza preoccupante del governo russo nelle elezioni italiane». Il Partito Democratico, pur lontano erede di un partito che in ere politiche remote era finanziato dall’Urss, ha chiesto ai partiti del centrodestra di prendere le distanze da Medvedev. Salvini, in effetti, non lo ha fatto: «Non mi interessano gli insulti del Pd. Voteranno gli italiani e non russi, cinesi ed eschimesi. All’estero possono dire quello che vogliono ma non mi interessa fare polemica col resto del mondo».

Va detto che in questo momento l’approccio di Salvini è isolato. Per Forza Italia la presidente della Commissione Esteri del Senato Stefania Craxi, dopo aver ricordato che Medvedev è «un signore che ci sta poco con la testa» il cui problema è piuttosto «di ordine politico o sanitario», ha riconosciuto che «sicuramente da anni la Russia ha messo in pratica in Italia e in tutta Europa un forte sistema di disinformazione e di ingerenze». Pur aggiungendo che «in questi 30 anni tutti hanno provato a instaurare un dialogo euro-russo con Vladimir Putin. Ricordo Romano Prodi quando era presidente della Commissione. Silvio Berlusconi a Pratica di Mare. Ci ha provato anche Angela Merkel. Abbiamo tutti sbagliato. Vuole che glielo dica? È stata un’illusione, ci siamo cascati». 

Per Fratelli d’Italia, è il presidente del Copasir Adolfo Urso a parlare di «punta dell’iceberg» di un sistema «di ingerenze straniere nelle democrazie occidentali». Mentre Conte parla di intromissione «inopportuna e pericolosa». Lo stesso Conte, però, ha provocato una crisi di governo che ha oggettivamente fatto comodo al Cremlino. Fratelli d’Italia ha in questo momento una linea atlantica senza tentennamenti, ma secondo un suo stile tipico Giorgia Meloni ha cancellato i post su Facebook in cui ancora il 18 marzo 2018 faceva i «complimenti a Vladimir Putin per la sua quarta elezione a presidente della Federazione russa. La volontà del popolo in queste elezioni russe appare inequivocabile». 

Quanto a Forza Italia, è stata l’invasione dell’Ucraina a far saltare una lectio magistralis di Putin che era stata organizzata dall’Universitas Libertatis di Berlusconi. «Putin non l’ho sentito di recente. Eravamo molto amici, ho fatto due telefonate all’inizio di questa operazione e non ho avuto risposte» ha spiegato lo stesso Berlusconi. «Dopo questo mi sono astenuto da ulteriori tentativi». Ha però aspettato aprile per condannare espressamente la guerra. Ha pure spiegato che se lo avessero eletto presidente sarebbe potuto «andare a ripetere con Putin» quanto fatto nel 2008. «Lo tenni al telefono cinque ore e gli dissi “sappi che se domani mattina invadi la Georgia divorzi dall’Unione Europea, dalla Nato e dagli Usa”». 

C’è in teoria una differenza tra l’approccio di Berlusconi e quello di Salvini. La Lega ha infatti con Putin un rapporto tra partito e partito, da quando il 6 marzo del 2017 Salvini ha firmato a Mosca un patto di cooperazione con Russia Unita, il partito del dittatore. Quell’accordo scadeva il 6 marzo 2022, ma in mancanza di comunicazione è stato rinnovato automaticamente fino al 6 marzo 2027. Forza Italia sta invece nel Ppe e i pur chiassosi rapporti di amicizia intrattenuti tra Berlusconi e Putin sono nati in incontri tra di loro come uomini di Stato, e non come rapporti tra forze politica. Un atlantista indubbio come Antonio Martino spiegava nelle interviste che il loro obiettivo era stato quello di tirare la Russia dalla parte dell’Occidente, piuttosto che fare la fronda alla Nato.

Però Forza Italia assieme alla Lega ha promosso il voto con cui Veneto, Lombardia e Liguria riconobbero l’annessione della Crimea alla Russia, anche se poi dopo lo scoppio di questa guerra la decisione è stata annullata. E nel 2014 quattro esponenti di Forza Italia si recarono nel Donbass come osservatori alle elezioni della repubblica separatista di Donetsk, attestando che era stato «tutto regolare». Tra di loro anche Lucio Malan, ora passato con Fratelli d’Italia. 

La cosa singolare è che, in modo assolutamente speculare al Pd oggi ultra-atlantista pur essendo erede del filo-sovietico Pci, in realtà forze politiche più di recente filo-Putin in passato avevano un atteggiamento opposto. I due ex Nicola Biondo e Marco Canestrari nel loro libro “Supernova I segreti, le bugie e i tradimenti del MoVimento 5 Stelle: storia vera di una nuova casta che si pretendeva anticasta”, testimoniano ad esempio che «fino al 2014, in coincidenza con la guerra in Ucraina, la Russia e Putin erano fuori dagli interessi del Movimento grillino. «Noi chiediamo che il governo venga a riferire in aula al più presto sugli oscuri affari con lo zar russo», chiede il gruppo Cinquestelle alla Camera quando Putin arriva in Italia. «Cosa significa Unione Europea se Putin annuncia l’intervento armato in Ucraina e noi non facciamo niente?», chiede angosciato nel marzo 2014 Roberto Fico. 

Eppure, come spiegano sempre Biondo e Canestrari, «nel giro di un anno dalle parole di Fico, Putin passerà da essere l’uomo nero della politica mondiale allo statista di riferimento per il Movimento 5 stelle». Secondo loro, per un colpo di fulmine tra Alessandro Di Battista e Sergei Zheleznyak: un imprenditore proveniente dal mondo della comunicazione e della pubblicità già deputato putiniano del 2007, che nel 2012 diventa vice-presidente della Duma. Secondo un’analisi dell’Atlantic Council, sarebbe stato invece Davide Casaleggio in persona a decidere la svolta filo-russa nella primavera del 2015. Però anche secondo Biondo e Canestrari, «Putin è uno che tira, il suo nome produce traffico sulla rete». 

Già nel giugno del 2014 la deputata Marta Grande fa alla Camera una denuncia demenziale, denunciando gli ucraini per cannibalismo ai danni dei russi sulle immagini di un film di fantascienza. Un anno dopo i Cinquestelle lanciano una campagna contro le sanzioni alla Russia, mentre sul blog di Grillo Di Stefano accusa l’Occidente di aver fatto in Ucraina un golpe. Una delegazione dei Cinquestelle va poi in Crimea, mentre i siti di area Cinquestelle si riempiono di contenuti RT e Sputnik. Di Battista come vice-presidente della Commissione Esteri della Camera è uno dei tre personaggi chiave di questa linea, assieme al capogruppo Cinquestelle alla Commissione Esteri della Camera Manlio Di Stefano e al capogruppo al Senato Petrocelli. Ma sarebbe stato Casaleggio a monitorare da vicino il processo. 

Anche la Lega delle origini era anti-russa. Simpatizzando infatti per principio con ogni separatismo, tendeva a identificare la lotta per l’indipendenza della Padania dall’Italia con la rivolta delle nazioni oppresse contro l’Unione Sovietica. È con la Guerra del Kosovo che la Lega diventata filo-serba, per evidente antipatia verso un’Albania bollata come esportatrice di clandestini. Il 24 marzo 1999, quando la Nato inizia a bombardare la Serbia, i tre deputati della Lega nord, Enrico Cavalliere, Oreste Rossi e Luca Bagliani salgono su un’automobile e partono alla volta di Belgrado, per cercare di «evitare la guerra», mentre Bossi tuona contro gli americani «dominati dai framassoni e dai banchieri», «bambinoni a stelle e strisce». Il 23 aprile, al culmine della campagna di bombardamenti, Bossi stesso va a Belgrado bombardata per incontrare Milosevic per un’ora e mezzo. 

La Lega ridiventa filo-Usa dopo l’11 settembre 2001, per riflesso anti-islamico che però considera il Putin della guerra ai ceceni un alleato strategico. Nel frattempo, l’ideologo del neo-nazionalismo russo Aleksandr Dugin inizia a essere popolare in certi ambienti di estrema destra, ancora molto minoritari, ma già in contatto con la Lega. Tra 2013 e 2014 la Lega inizia dunque a stabilire stretti legami con personaggi dell’entourage di Konstantin Malofeev: oligarca ultranazionalista e ultraortodosso. Nel febbraio 2014 è creata la Associazione Culturale Lombardia Russia, per facilitare lo sviluppo di rapporti non solo di affari ma anche politici.

Presidente della Acrl è Gianluca Savoini: giornalista e russologo storico della Lega. Iscritto al partito dal 1991 dopo essere passato per il gruppo di estrema destra Orion, che secondo il suo fondatore Maurizio Murelli aveva deciso apposta di infiltrare la Lega «perché debole culturalmente». Nominato portavoce da Salvini dopo il suo arrivo alla segreteria, il 18 dicembre 2013 Savoini è già riuscito a far intervenire Komov al congresso della Lega. Nel marzo del 2014 la Lega manda osservatori al referendum organizzato da Mosca in Crimea per legittimare l’annessione. E dal 2014 Salvini inizia a viaggiare a Mosca, esaltando Putin. Rapporti appunto sfociati nell’accordo tra partiti del 2017. 

Ma bisogna ricordare che un fondo russofobo da residuo anticomunista c’è ancora nel centro-destra che vince le elezioni del 2001, e che istituisce Commissioni d’Inchiesta sul Dossier Mitrokhin e sui Telekom Serbia: appunto per cercare complicità della sinistra vecchia e nuova con despoti comunisti vecchi e nuovi. Presidente della Commissione Mitrokhin era il senatore Paolo Guzzanti, che nell’ottobre del 2008 ruppe clamorosamente con Berlusconi accusandolo di «far vomitare» per la sua posizione sulla guerra della Georgia. «Berlusconi ha superato se stesso paragonando il presidente georgiano Saakashvili a Saddam», disse. Può essere considerata la data che certifica la sterzata filo-Putin anche di Forza Italia. 

Estratto dell’articolo di Paola Di Caro per il “Corriere della Sera” il 20 agosto 2022.  

Nel giorno in cui il Copasir, di cui è il presidente, approva all'unanimità la relazione sui dossier trattati nella legislatura dando indicazioni al Parlamento su come agire per rafforzare la tutela della sicurezza nazionale, Adolfo Urso lancia un appello a tutti i partiti. […] 

Ma il problema dell'ingerenza di potenze straniere ostili sul voto è reale o no?

«Al di là della carnevalata di Medvedev, certo che è reale. E non solo ora che si vota, ma da almeno 10 anni. La Russia e la Cina sono regimi autoritari che in maniera pervasiva agiscono da tempo attraverso propaganda, fake news, sistemi di spionaggio: Mosca si muove soprattutto attraverso le ambasciate e la guerra ibrida cibernetica, Pechino più con la potenza imprenditoriale, con gli istituti di cultura. Entrambe poi ricorrono al cosiddetto elite capture, ovvero il reclutamento in grandi imprese di ex premier spesso o leader di Paesi occidentali, con incarichi di prestigio molto remunerati». 

Anche italiani?

«No, nei dossier europei dove si fanno anche nomi non c'è nessun italiano. […]».

[…] «Regimi come Russia e Cina non aspettano altro che poter dire che le democrazie non funzionano più, che i voti non servono a niente […] Per loro è un regalo poter dire che i loro sistemi illiberali sono funzionali alla modernità e le nostre democrazie no. Non offriamo loro il fianco delegittimandoci a vicenda, demonizzandoci: non aspettano altro».

A questo proposito: il caso della premier finlandese Marin la insospettisce?

«Non ho elementi per dirlo, ma non mi stupirebbe se dietro quei video ci fosse un'operazione di disinformazione. Spesso la Russia mira a colpire la credibilità degli avversari, mentre la Cina agisce più esaltando la propria capacità economica. Ma sono comunque entrambi regimi che mirano all'accerchiamento dell'Europa[…]».

Estratto dell’articolo di Francesco Bechis per “il Messaggero” il 20 agosto 2022.

Ombre russe sulla campagna elettorale italiana. A lanciare l'allarme è la relazione annuale del Copasir. «Preoccupati dalla pervasività della ingerenza russa, le nostre agenzie di informazione e sicurezza e il comitato da diversi mesi stanno monitorando la situazione», si legge nel rapporto licenziato ieri dal comitato di controllo dell'intelligence. «Risulta indispensabile valutare i rischi per la sicurezza nazionale, legati alla possibile percezione che l'Italia sia maggiormente vulnerabile e permeabile all'influenza russa».

La politica italiana è entrata nel mirino della macchina di propaganda del Cremlino. E l'ingerenza va aumentando man mano che le elezioni si avvicinano. […]  «L'opera di diffusione di false notizie riconducibili alla Federazione Russa risponde a una strategia già operativa da tempo e che in questi mesi ha trovato ulteriore consolidamento si legge nel documento. 

Una campagna di disinformazione, riprende, che trova spazio «nell'ambito dei canali di informazione pubblica e privata attraverso soggetti che vengono ospitati e partecipano ad alcune trasmissioni con l'intento di veicolare la disinformazione e il tentativo di condizionare o comunque inquinare il processo di formazione delle libere opinioni che è un caposaldo delle società democratiche».

La frecciatina è rivolta agli ospiti filorussi nei talk show italiani […] Ma la tv non è l'unico canale per traghettare le fake russe nel dibattito politico italiano. «È stato altresì osservato che la propaganda azionata dal Cremlino si avvale di agenzie di stampa online controllate che pubblicano i propri contenuti in diverse lingue - compreso l'italiano - con decine di milioni di visualizzazioni, nella maggior parte dei casi del pubblico più giovane». 

[…] «siti di propaganda e disinformazione di cui sono ignoti i sostenitori, le fonti di finanziamento e che non forniscono evidenze sui fatti narrati», avvisano i parlamentari del comitato bipartisan. Web, tv, social network. In campo ci sono attori diversi […] nel mirino degli 007, riferisce il Copasir, ci sono anche facilitatori italiani che «si adoperano come agenti di influenza e di disinformazione e che vantano rapporti con canali anche culturali della Federazione russa». […]

Fausto Carioti per “Libero quotidiano” il 20 agosto 2022.

Luigi Di Maio ha avuto un'ottima idea. Ha detto alla Stampa che nella prossima legislatura occorrerà creare una commissione d'inchiesta per «indagare i rapporti tra i leader dei partiti italiani e alcuni mondi politici e finanziari russi. Perché sono successe delle cose assurde». Ad esempio che l'ambasciatore a Roma, Sergey Razov, abbia «fatto un endorsement alla risoluzione di Conte sull'Ucraina». 

Anche se lanciata come strumento di polemica elettorale contro Giuseppe Conte e Matteo Salvini, la proposta del ministro degli Esteri è da apprezzare. E' necessario fare luce sui rapporti che altri Stati possono aver avuto con i leader e gli uomini di governo italiani, e sulle manovre per dirottare la nostra politica estera. Una simile inchiesta, però, non può limitarsi alla Russia.

C'è un'altra grande potenza che ha provato a ledere il nostro rapporto storico con gli Stati Uniti, e Di Maio lo sa bene, perché è la Cina. 

Ecco, la commissione da lui proposta, che a norma di Costituzione procederà «alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell'autorità giudiziaria», oltre a lavorare sulle intromissioni di Mosca dovrebbe investigare su quelle di Pechino, e senza ignorare le ingerenze di Razov dovrebbe preoccuparsi di ciò che ha fatto Li Junhua, che dal luglio del 2019 è ambasciatore del regime cinese a Roma. 

Per cominciare, la commissione potrebbe usare quei poteri per scoprire cosa ha fatto il fondatore, capo politico e infine garante dei Cinque Stelle nei suoi tanti colloqui con Li, svoltisi sia nella sede diplomatica cinese, sia nella residenza privata dell'ambasciatore. Un rapporto che pare iniziato nel 2013 col predecessore di Li, quando Beppe Grillo sarebbe entrato per la prima volta nell'ambasciata assieme a Gianroberto Casaleggio. 

«Se qualcuno volesse sponsorizzare, in maniera pubblica ma riservata, un partito come il M5S, potrebbe usare una società privata come la Casaleggio associati», è l'ipotesi sulle intenzioni cinesi fatta da Marco Canestrari, ex dipendente della Casaleggio Associati, in un'intervista a Il Dubbio.

Di sicuro il rapporto ha dato buoni frutti. Il più evidente è stato la conversione di Grillo, sul cui blog, ancora nel 2017, si denunciavano «le conseguenze catastrofiche dell'apertura commerciale alla Cina». Due anni dopo il comico pubblicava sul web la foto che lo ritraeva assieme a Li, a testimonianza di «un piacevole incontro». E ora quello stesso blog è tutto zucchero e miele per il leader cinese Xi Jinping, il quale ci indica persino «un approccio unico ed efficace per costruire la pace» in Ucraina. 

La commissione d'inchiesta non potrebbe chiamare a testimoniare l'ambasciatore né indagare sudi lui, ma nulla impedirebbe di farlo con Grillo. Anche per capire quali interessi avesse il rappresentante di Pechino, e quali argomenti abbia usato per far cambiare idea al comico, e con lui a tutti i Cinque Stelle.

Perché l'altro al quale quella commissione avrebbe tante domande da fare è proprio Di Maio. Nel marzo del 2019 l'allora vicepremier, ministro dello Sviluppo e capo del M5S, firmò, alla presenza di Xi e Conte, il memorandum che segnava l'ingresso dell'Italia nella «Belt and Road Initiative», la nuova «Via della Seta», lo strumento di collaborazione economica che la Cina usa per legare a sé, anche politicamente, i Paesi asiatici, africani ed europei, con una predilezione per quelli gravati da un alto debito pubblico.

Un evento destabilizzante per la politica estera italiana.

Come nota la relazione del Copasir approvata ieri, «l'ingerenza e le ambizioni globali di Pechino sono apparse evidenti in occasione del memorandum sulla Nuova Via della Seta e di 29 accordi commerciali e istituzionali tra Roma e Pechino». Senza fare «alcun passaggio parlamentare, l'Italia è diventata il primo Paese del G7 a sottoscrivere un accordo sul discusso maxipiano infrastrutturale della Repubblica Popolare». 

Da Washington chiesero in tutti i modi a Di Maio e Conte di non farlo. Il portavoce del consiglio nazionale per la sicurezza Usa disse che l'Italia era «una preoccupazione speciale. Premendo perché firmi, la Cina pare credere che l'Italia sia economicamente vulnerabile o politicamente manipolabile». E l'ambasciatore a Roma, Lewis M. Eisenberg, avvisò che «gli Usa non possono condividere informazioni con Paesi che adottano tecnologie cinesi, siamo seriamente preoccupati sull'interoperabilità Nato».

E' dovuto arrivare Mario Draghi per raddrizzare le cose, e Di Maio è stato lestissimo a sposare l'atlantismo del premier. Gli interrogativi però restano e sono tanti. Si sommano a quelli sollevati a suo tempo da Matteo Renzi, che ha chiesto una commissione d'inchiesta «sulle mascherine, sui ventilatori e sugli acquisti dalla Cina» decisi dal governo Conte durante la pandemia. Perché Di Maio ha ragione, «cose assurde» in questi anni ne sono successe, ma non riguardano solo i suoi avversari, né solo la Russia.

La Pravda smentisce le accuse della sinistra: "Meloni troppo filo Nato". Mosca critica l'atlantismo della leader di Fdi Ma l'ingerenza non fa gioco al Pd. Che tace. Fausto Biloslavo il 21 Agosto 2022 su Il Giornale.

Tutti zitti se da Mosca attaccano Giorgia Meloni per le posizioni atlantiste e pro Ucraina. Silenzio assordante rispetto ad un paio di giorni fa quando le provocazioni russe sulle elezioni in Italia, interpretate in maniera strumentale come filo centro destra, hanno scatenato un assalto verbale da guerra alle porte.

Adesso la Pravda scrive che «la potenziale nuova premier italiana, Giorgia Meloni, ha scelto la strada del caos» colpevole di avere affermato «che sarà una ferma atlantista e sostenitrice dell'Ucraina» e per questo motivo «porterà l'Italia in una crisi ancora più profonda».

Titolo ad effetto sul sito del quotidiano erede dell'organo ufficiale del regime comunista sovietico ai tempi della guerra fredda. L'articolo è un affondo a Meloni e alla sue aspirazioni a guidare l'Italia, ma nessuno si scandalizza. Se Meloni viene attaccata dalla Pravda per la scelta di schierarsi con il mondo libero la sinistra fa finta di niente.

La testata accusa in rete la leader di Fratelli d'Italia, sostenendo che «Meloni pone un chiaro accento sull'immagine, più che sull'interesse nazionale». Tutto l'articolo, fedele alla linea del Cremlino, punta a dimostrare che la posizione atlantista è sbagliata e controproducente per gli interessi nazionali e le aziende italiane nel pieno della crisi del gas. E bolla Meloni come «ex euroscettica» che «ora non osa esserlo e si comprende perché: nella situazione attuale dell'Unione europea, non sarebbe in grado di definire un programma di coalizione né di qualificarsi per le elezioni». Poi si scaglia contro il supposto «silenzio sulla sua opposizione all'immigrazione e su quella che ha definito la lobby Lgbt». In realtà proprio in questi giorni si è consumato un duro botta e risposta sul contrasto agli sbarchi con il segretario del Pd, Enrico Letta.

Il presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza, Adolfo Urso, senatore di Fratelli d'Italia, ha subito evidenziato: «Non mi sembra di aver notato dichiarazioni di esponenti del governo o di leader politici a difesa di Giorgia Meloni così duramente attaccata dalla Pravda per le sue posizioni europee e atlantiche. È proprio in questi momenti che occorre dimostrare il massimo di unità nel difendere la sovranità nazionale da ogni tentativo di ingerenza straniera».

La Pravda, evocando il caos, dipinge un inesistente pericolo per il paese se Giorgia Meloni diventasse premier, che parte dal filo atlantismo fumo negli occhi per Mosca. Per assurdo le conclusioni sono simili ai rivali politici italiani che denunciano, al contrario, una linea morbida con Mosca e lo spettro infondato del fascismo.

Andrea Delmastro, deputato e capogruppo di Fratelli d'Italia in commissione Esteri, sottolinea che «il violento attacco della Pravda avvicina incredibilmente la grammatica del Cremlino a quella del centrosinistra».

Primo Di Nicola, capogruppo al Senato di Impegno Civico, prova a ribaltare la frittata tirando fuori la solita storia «dell'alleanza» di Meloni «con autocrati alla Orban o alla polacca». Forse il suo capo partito e ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, dovrebbe spiegargli che il premier ungherese fa ancora parte dall'Unione europea e il governo polacco è il più fermo sostenitore di Kiev contro i russi.

Timidamente, Lia Quartapelle, responsabile esteri nella segreteria Pd, prendendola molto alla lontana, ricorda che «il Copasir denuncia le ingerenze russe e cinesi. Non possono esserci posizioni elettoralistiche o silenzi e ambiguità di comodo». Sulla Pravda neanche una parola.

Giampaolo Rossi e Gennaro Sangiuliano: due filoputiniani alla corte di Giorgia Meloni. Susanna Turco su L'Espresso il 19 Agosto 2022.  

Tweet, blog e dichiarazioni che un po’ imbarazzano un po’ fanno comodo al mondo di Fratelli d’Italia. Tracce lasciate da due fra gli intellettuali più ascoltati dalla leader di Fdi (l’ex del Cda Rai è l’uomo che sta scrivendo il programma). Da Putin salvatore della Russia a Putin vittima del complotto delle lite. Ma ce ne è anche per Mattarella. Gran finale: la «pelata del Duce»

Ma chi l’ha detto che in Fratelli d’Italia non c’è classe dirigente. Ispirata forse dalla stessa ambivalenza da vedo/non vedo che evidentemente scoraggia in Fratelli d’Italia pubblicazione social di messaggi su Ucraina e la Russia, Giorgia Meloni ha stretti a corte- ne valuta anche la candidatura in Parlamento, in questi caotici giorni di trattative sulle liste – due sopraffini intellettuali, fra gli altri.

Gennaro Sangiuliano, attuale direttore del Tg2, nel cuore sempre il sogno di salire di testata oltre ogni ridotta di destra, ma anche perennemente in predicato di una candidatura, sì come instancabilmente egli si offre (in questi mesi soprattutto) di presentare eventi con tutti i protagonisti della destra, a una settimana di distanza (l’ha fatto con la Versiliana, l’aveva fatto in primavera con le varie convention). 

Giampaolo Rossi, archeologo di formazione, assai ascoltato dalla leader di Fdi, ex consigliere di una Rai dove non disdegnerebbe di tornare ma puntando ancora più in alto, ora impegnato nella stesura del programma di Fratelli d’Italia come fece un anno fa per l’indimenticabile aspirante sindaco di Roma Enrico Michetti. «Penso che Putin sia il punto più avanzato che un Paese come la Russia, con il suo bagaglio storico, possa consentirsi in questo momento», ha detto l’uno alla presentazione del suo libro al festival Come il vento nel mare, nell’estate 2019. «Ecco perché bisogna punire la Russia di Putin: per educare il resto del mondo. Guai a chi si oppone ai disegni del nuovo ordine mondiale imposti dall’elite e dai fedeli scudieri che governano le democrazie occidentali», ha scritto l’altro nella primavera 2018.

Due soffici filoputiniani che oggi benissimo s’adatterebbero interpretare gli umori di quella fetta di elettorato che la destra meloniana porta in pancia senza troppi strepiti (tutto fa brodo, del resto).

Sarà per questo che tutt’ora la rete pullula dei loro pensieri. Svolti anni fa. Attualissimi, per certi versi. «Putin ha dato identità, orgoglio, visione e progetto ad un paese che era umiliato e disastrato», spiegava Sangiuliano nel 2018, ai tempi dell’uscita della sua biografia su Putin, “vita di uno zar”. «Ha dato stabilità politica, condizioni di vita migliori, per la prima volta si è creata una classe media e le condizioni di vita sono oggettivamente migliorate», diceva al Tempo il 17 marzo di quell’anno, mentre sui media dominava il caso dell’avvelenamento da Novichok della ex spia russa, naturalizzata britannica, Sergej Skripal. «Putin avrebbe potuto ordinarlo? Ma che interesse poteva avere a far uccidere un signore in pensione (…) il sospetto è che forse Theresa May abbia un interesse politico a cavalcare questa vicenda», diceva Sangiuliano nell’intervista.

Stessa linea esternava, sul suo blog, Giampaolo Rossi, aggiungendo sempre il 17 marzo 2018 che «l’immagine dei soldati di sua maestà che si aggirano con le tute anti-batteriologiche (…) è la perfetta icona di cui il mainstream ha bisogno per spaventare l’opinione pubblica e additare Mosca come un pericolo per l’occidente». Perché, continuava, «Putin paga l’aver combattuto e sconfitto Daesh, l’aver impedito l’abbattimento del regime di Assad (…) Ecco perché bisogna punire la Russia di Putin: per educare il resto del mondo».

Un po’ tranchant? Rossi, «marinettiano» per autodefinizione, non si nasconde dietro le parole. Con Putin e non solo.

Sempre in quella feconda primavera del 2018, non si risparmiò col capo dello Stato Sergio Mattarella, all’epoca impegnato nell’operazione ostetrica di far nascere un governo dalle elezioni del 4 marzo. 

Dandogli su twitter del Dracula, come abbiamo raccontato, e praticamente del golpista («con Mattarella siamo ad uno stadio successivo della fine della nostra sovranità: #Napolitano aveva abbattuto un governo legittimo; #Mattarella ha impedito che nascesse. Lo step successivo sarà cancellare definitivamente il parlamento. #euro #golpe). 

Bisogna invec