Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2022

IL GOVERNO

SECONDA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

  

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

IL GOVERNO

INDICE PRIMA PARTE

 

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE. (Ho scritto un saggio dedicato)

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Storia d’Italia.

LA SOLITA ITALIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Per Nome e Cognome.

L’Unione Europea.

Il Piano Marshall.

Bella Ciao al 25 aprile.

Fondi Europei: il tafazzismo italiano.

Gli Arraffoni.

Educazione civica e disservizi.

Quello che siamo per gli stranieri.

SOLITA LADRONIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Italioti antifascisti.

Italioti vacanzieri.

Italioti esploratori.

Italioti misteriosi.

Italioti Ignoranti.

Italioti giocatori d’azzardo.

Italioti truffatori.

Italiani Cafoni.

Italioti corrotti e corruttori.

Italioti ladrosi.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Potere dà alla testa.

Democrazia: La Dittatura delle minoranze.

Un popolo di Spie.

Nazi-fascismo e Comunismo: Economia pianificata.

Il Capitalismo.

I Liberali.

Il Realismo.

Il Sovranismo - Nazionalismo.

I Conservatori. Cos’è la Destra?  Cos’è la Sinistra?  

Il Riformismo progressista.

Il Populismo.

Il solito assistenzialismo.

La Globalizzazione.

L’Italia è una Repubblica fondata sul debito pubblico.

Le Politiche Economiche.

Il Finanziamento ai partiti.

Ignoranti.

I voltagabbana.

La chimera della semplificazione nel paese statalista.

Il Voto.

Mafiosi: il voto di scambio.

Il Voto dei Giovani.

Il Voto Ignorante.

Il Tecnicismo.

L’Astensionismo: e la chiamano democrazia…

La Rabbia.

I Brogli.

I Referendum.

Il Draghicidio.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Elezioni politiche 2022. Ennesima presa per il culo.

La Campagna Elettorale.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Elezioni politiche 2022. Ennesima presa per il culo.

Le Votazioni ed il Governo.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Una Costituzione fascio-catto-comunista.

Quelli che…La Prima Repubblica.

Le Presidenziali.

Storia delle presidenziali.

La Legge.

Il Potere Assoluto della Casta dei Magistrati. 

I Top Manager.

I Politologi.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA APPALTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Traffico d’influenze.

La malapianta della Spazzacorrotti.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Impuniti.

Concorsopoli Vigili del Fuoco e Polizia.

Concorso truccato nella sanità.

Concorso scuola truccato.

Concorsi ed esami truccati all’università.

Ignoranti e Magistrati.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ignoranti ed avvocati.

SOLITO SPRECOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Amministratori pubblici: Troppi sprechi e malagestio.

I Commissari…

Il Cnel ed Aran: Come sprecare un milione all’anno.

Spreco a 5 Stelle.

Le ali italiane.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

Bancopoli.

La Nascita dell’Euro.

Il Costo del Denaro.

Il Debito. Pagherò.

ConTanti Saluti.

Il Leasing.

I Bitcoin.

I Bonus.

Evasori fiscali!

L'Ingiunzione di Pagamento.

Bollette luce e gas, mercato libero o tutelato.

La Telefonia.

Le furbate delle Assicurazioni.

I Ricconi alle nostre spalle.

 

 

 

 

 

 

IL GOVERNO

SECONDA PARTE

 

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Il Potere dà alla testa.

Matteo Sacchi per “il Giornale” il 5 dicembre 2022.

Cos' è un leader? Dove si pone il discrimine tra la «recita» nel grande teatro della politica e la capacità di architettare una regia della politica medesima? Quali sono le linee guida che consentono a chi ha il potere di non esercitarlo per se stesso ma di dargli, al contrario, una direzione precisa, un senso storico? Sono domande di difficile risposta, soprattutto in un'epoca in cui l'immagine che si vende all'elettore, in fretta e via social, sembra essere diventata preponderante rispetto alla realtà del fare, necessariamente costruita sul lungo periodo. 

A fornire delle linee guida, più fattuali che puramente teoriche, prova un politico, di lunghissimo corso e altissimo spessore, come Henry Kissinger con il suo Leadership. Sei lezioni di strategia globale (Mondadori, pagg. 590, euro 28). Kissinger- classe 1923, dottorato di ricerca ad Harvard dopo essere fuggito con la famiglia dalla Germania nazista e aver affrontato qualunque genere di fatica per integrarsi negli Usa - analizza nel libro il percorso di una manciata di grandi politici del Novecento evidenziando di ognuno una particolare virtù: Konrad Adenauer, Charles de Gaulle, Richard Nixon, Anwar Sadat, il meno noto (in Occidente) Lee Kuan Yew e Margaret Thatcher.

Kissinger prima di delineare queste vite, quasi plutarchescamente parallele, traccia con precisione quasi chirurgica un distillato di cosa sia la vera leadership. «Ogni società, qualunque sistema politico abbia, si trova eternamente in bilico tra un passato che rappresenta la sua memoria e una visione del futuro che ispira la sua evoluzione. Lungo questa strada è indispensabile avere una leadership... è necessaria una guida che aiuti il popolo a passare dal punto in cui si trova a un punto in cui non è mai stato e, a volte, non sa neanche immaginare di andare». 

Insomma il leader incrocia nella maniera giusta l'asse tra passato e futuro, tra valori profondi e aspirazioni dei popoli. E spesso deve riuscirci in brevissimo tempo, studiando la Storia ma sovrapponendole sopra un azzardo a cui nessun docente o studioso è mai lontanamente chiamato. Ecco allora la grandezza nella differenza.

Prendiamo Konrad Adenauer (1876 1967) a cui Kissinger dedica il primo capitolo. L'arma fondamentale dell'ex borgomastro di Colonia che visse gli anni del nazismo in un silenzioso dissenso fu l'umiltà. In una Germania smembrata, che avrebbe potuto non recuperare mai la sua indipendenza politica, il fondatore dell'Unione Cristiano-democratica seppe convincere i tedeschi ad assumersi ogni responsabilità per l'aggressività nazista e rinunciare a ogni ricerca di dominio sull'Europa. 

Un percorso difficile che riuscì a realizzare ancorando l'Ovest del Paese alla Nato e attraverso una scelta profondamente «morale». Una identità nazionale quasi «kantiana» ricostruita in mezzo a enormi difficoltà grazie a una tenacia sommessa. L'ora più bassa per il popolo tedesco superata conquistandosi la fiducia dei vincitori, edificando una società democratica e puntando su un'Europa federale con i nemici del giorno prima.

Un miracolo in un certo senso. Ma un miracolo molto diverso da quello compiuto da De Gaulle, altro politico che finisce sotto la lente di ingrandimento di Kissinger. In questo caso il pregio del generale francese è tutt' altro che l'umiltà. Semmai una volontà di ferro e la capacità di presentare sé stesso come un'incarnazione della Francia. 

Una capacità quasi da illusionista soprattutto quando De Gaulle esule a Londra riuscì ad accreditarsi come rappresentante di una «Francia libera» che nella pratica non esisteva. Ecco, De Gaulle è un buon esempio di quanto l'immagine conti secondo Kissinger, ma solo se sotto la «maschera» c'è una virtù vera che, nel caso del futuro presidente, era la determinazione unita a una visione del futuro quasi messianica.

Anche gli altri leader incarnano differenti modelli di potere: Nixon, la capacità di tenersi in equilibrio; Sadat, la capacità di combattere ma anche di superare i contrasti; Lee Kuan Yew, la capacità di creare una città stato multietnica - Singapore - basata sull'idea di eccellenza; e, infine, la Thatcher che ha fatto della determinazione la sua arma fondamentale per rifondare l'Inghilterra. 

Quindi per Kissinger non esiste un leader per tutte le stagioni e gli individui contano nella grande storia, oh se contano. E gli individui che contano, non possono essere solo un megafono del senso comune. Quello basta solo ad essere eletti (forse).

Il tempo dei tiranni.  Populismo, polarizzazione e post-verità sono le tre armi degli autocrati moderni. Moisés Naím su L'Inkiesta il 6 ottobre 2022.

Il potere non passa mai di moda, ma gli strumenti con cui viene esercitato sì. Il nuovo libro di Moisés Naìm spiega come gli autocrati del nostro secolo hanno smantellato lo stato di diritto e i sistemi di controllo democratico, dopo essere stati eletti

Le società libere di tutto il mondo hanno di fronte un nuovo e implacabile nemico. È un nemico che non ha eserciti, né flotte; non viene da nessun paese che si possa localizzare su una mappa. È ovunque e da nessuna parte, perché non è là fuori ma qui dentro. Invece di minacciare le società di distruzione dall’esterno, come fecero un tempo nazisti e sovietici, questo nemico le insidia dall’interno.

Un pericolo che è ovunque e da nessuna parte è sfuggente, difficile da riconoscere, da definire. Lo percepiamo tutti, ma fatichiamo a dargli un nome. Per descriverne elementi e caratteristiche si versano fiumi d’inchiostro, ma rimane inafferrabile.

La prima cosa da fare, quindi, è dargli un nome. Solo allora potremo coglierlo, combatterlo e sconfiggerlo.

Che cos’è questo nuovo nemico che minaccia la nostra libertà, il nostro benessere, addirittura la nostra sopravvivenza di società democratiche? La risposta è il potere, in una forma nuova e malefica.

Ogni epoca è stata testimone di una o più forme di politica maligna. Quella a cui stiamo assistendo oggi ne è una variante revanscista, che scimmiotta la democrazia e al contempo la pregiudica, facendosi beffa di ogni limite. È come se il potere politico avesse preso atto di ogni metodo mai concepito dalle società libere nel corso dei secoli per domarlo e avesse iniziato a tramare per controbattergli.

Ecco perché la interpreto come una rivincita del potere.

In questo libro, ripercorrerò l’ascesa di questa nuova e malefica forma di potere politico, specificando come si sia sviluppata in tutto il mondo. Documenterò il modo furtivo in cui essa erode le fondamenta di una società libera. Mostrerò come sia sorta dalle ceneri di una forma di potere più antica, annichilita dalle forze che ne hanno decretato la fine. E dimostrerò come, ovunque prenda piede, che sia in Bolivia o nel North Carolina, in Gran Bretagna o nelle Filippine, essa poggi su un nucleo compatto di strategie tese a indebolire le fondamenta della democrazia e a consolidare il suo perfido predominio. Abbozzerò anche una serie di modi per combatterla, per proteggere la democrazia e, in parecchi casi, salvarla.

Lo scontro tra chi ha il potere e chi non ce l’ha è, ovviamente, una dinamica costante nell’esperienza umana.

Per la stragrande maggioranza della storia dell’umanità, chi deteneva il potere ne ha sempre fatto tesoro a proprio esclusivo vantaggio, tramandandolo ai propri figli in modo da dar vita a dinastie di sangue e privilegio, con ben poco riguardo nei confronti di chi non ne aveva. Gli strumenti del potere – la violenza, i soldi, la tecnologia, l’ideologia, la persuasione morale, lo spionaggio e la propaganda, per citarne giusto alcuni – erano appannaggio di caste ereditarie, ben al di fuori della portata della maggior parte della gente.

Eppure, a partire dalle rivoluzioni americana e francese alla fine del diciottesimo secolo, si è innescata una trasformazione tellurica nei rapporti di potere, per cui il potere è divenuto oppugnabile e nuovi vincoli sono stati imposti a coloro che lo esercitavano. Tale forma di potere – di portata limitata, che doveva render conto alla gente, e basata su uno spirito di legittima concorrenza – è stata il fulcro dell’enorme espansione in termini di prosperità e sicurezza cui il mondo ha assistito dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

Ma all’inizio del ventunesimo secolo, alcune trasformazioni destabilizzanti hanno cominciato a scuotere quell’organizzazione postbellica. In un mio precedente libro, La fine del potere, ho analizzato il declino del potere in tutta un’ampia gamma di istituzioni umane. Tecnologia, demografia, urbanizzazione, informazione, cambiamenti economici e politici, globalizzazione e mutamento degli stili di pensiero hanno cospirato in vista della frammentazione e diluizione del potere, rendendolo più semplice da conquistare ma più difficile da usare e più facile da perdere.

Un contraccolpo era inevitabile. Chi è deciso a ottenere ed esercitare un potere illimitato attua vecchie e nuove tattiche per proteggerlo dalle forze che lo indeboliscono e lo limitano. Questi nuovi comportamenti sono concepiti per arginare il declino del potere, perché si possa ricostituirlo, concentrarlo e tornare a esercitarlo senza limiti, ma con

le tecnologie, le strategie, le organizzazioni e le mentalità proprie del ventunesimo secolo.

In altre parole, le forze centrifughe che indebolivano il potere hanno evocato una nuova serie di forze centripete tese ad accentrarlo. Lo scontro tra queste due gamme di forze è uno dei tratti distintivi della nostra epoca. E l’esito di quello scontro è tutt’altro che già deciso.

La posta in gioco non potrebbe essere più alta, e non ci sono garanzie. È in ballo non solo la possibilità che la democrazia prosperi o meno nel ventunesimo secolo, ma la sua stessa sopravvivenza come sistema di governo dominante, organizzazione di default del villaggio globale.

Che la libertà sopravviva non è affatto garantito.

Le democrazie riusciranno a resistere agli attacchi degli aspiranti autocrati volti ad annientare il sistema di controlli e contrappesi che limita il loro potere? In che modo?

Perché il potere si va concentrando in alcune sedi mentre in altre si frammenta e si deteriora? E la grande domanda: che futuro avrà la libertà?

Il potere di rado si cede volontariamente. Quelli che ce l’hanno tentano, è naturale, di arginare e contrastare i tentativi dei rivali di indebolirli o rimpiazzarli. I nuovi venuti che attaccano chi è in carica sono spesso innovatori, che non solo sfruttano nuovi strumenti ma seguono proprio un copione completamente diverso. Le loro innovazioni politiche hanno profondamente alterato le modalità di conquista e mantenimento del potere nel ventunesimo secolo.

Questo libro individua ed esamina tali innovazioni, mostrandone le possibilità, la logica interna e le contraddizioni, per poi stabilire le battaglie chiave che i democratici dovranno vincere per evitare che distruggano la libertà dei nostri tempi.

Una forma limitata e contingente di potere non basterà ad appagare aspiranti autocrati, che hanno imparato a far leva su tendenze come la migrazione, l’insicurezza economica del ceto medio, le politiche identitarie, le paure suscitate dalla globalizzazione, il potere dei social media e l’avvento dell’intelligenza artificiale. In ogni sorta di contesto geografico e in ogni circostanza, costoro hanno dimostrato di volere un potere senza briglie, e di volerlo per sempre.

Questi aspiranti autocrati si trovano di fronte a un nuovo ventaglio di opzioni, e hanno a disposizione nuove gamme di strumenti da utilizzare per rivendicare un potere illimitato. Molti di questi strumenti anche solo qualche anno fa non esistevano. Altri sono vecchi quanto il mondo ma coniugati in modi nuovi con le tecnologie emergenti e i nuovi trend sociali per renderli più incisivi di quanto non siano mai stati finora.

Ecco perché, negli ultimi anni, abbiamo assistito all’affermazione di una nuova specie di aspiranti potenti: leader non convenzionali, testimoni del declino del potere tradizionale, che si sono resi conto che un approccio radicalmente nuovo poteva aprire a opportunità prima d’allora non sfruttate. Sono emersi in tutto il mondo, dai paesi più ricchi a quelli più poveri, dai più istituzionalmente progrediti ai più arretrati. Pensiamo a Donald Trump, ovviamente, ma anche a Hugo Chávez in Venezuela, Viktor Orbán in Ungheria, Rodrigo Duterte nelle Filippine, Narendra Modi in India, Jair Bolsonaro in Brasile, Recep Tayyip Erdoğan in Turchia, Nayib Bukele a El Salvador, e tanti altri.

Questo libro si propone di dissezionarne l’approccio, perché non si può sconfiggere ciò che non si riesce a comprendere.

Questi nuovi autocrati sono stati dei pionieri nelle nuove tecniche tese a ottenere un potere illimitato e poi a conservarlo il più a lungo possibile. Il fine ultimo – non sempre raggiungibile ma per cui si è sempre tenacemente combattuto – è il potere a vita. Qualunque tendenza verso l’indebolimento del loro potere è interpretata come una minaccia vitale, un qualcosa da arginare. I loro successi stanno incoraggiando altri in tutto il mondo a cercare di emularli.

Costoro hanno registrato parecchie vittorie, e anche alcuni fiaschi significativi. E ne spuntano di nuovi, a quel che sembra, ogni paio di settimane. Questi leader – e questo stile di leadership – occupano la ribalta ne Il tempo dei tiranni.

Sono leader che si stanno adattando al nuovo scenario, che stanno improvvisando nuove tattiche e ne riformulano di vecchie per aumentare la loro capacità di imporre il proprio volere al prossimo. Malgrado le enormi differenze in termini nazionali, culturali, istituzionali e ideologici tra i paesi in cui si affermano, il copione che seguono è incredibilmente simile. Jair Bolsonaro, il presidente del Brasile, e Andrés Manuel López Obrador del Messico, per esempio, sotto il profilo ideologico non potrebbero essere

più diversi, ma al contempo non potrebbero assomigliarsi di più nello stile di leadership. Il minuscolo, arretrato e povero El Salvador, in America centrale, e la mastodontica e sofisticata superpotenza che sono gli Stati Uniti non potrebbero essere più diversi come paesi, eppure Nayib Bukele e Donald Trump li hanno governati secondo strategie estremamente simili.

Qual è la ricetta? Che ingredienti prevede? E come funziona nel mondo reale? Sono questi gli interrogativi alla base di questo libro. A mio avviso, è una formula che si può riassumere in tre parole: populismo, polarizzazione e post-verità.

Le chiameremo le 3P. E quelli che le usano saranno gli autocrati 3P.

Cos’è un autocrate 3P?

Gli autocrati 3P sono leader politici che ottengono il potere tramite elezioni legittimamente democratiche per poi prefiggersi di smantellare i sistemi di controllo imposti all’esecutivo per mezzo di populismo, polarizzazione e post-verità. Via via che consolidano il loro potere, celano le proprie mire autocratiche dietro muri di riservatezza, nebbie burocratiche, sotterfugi pseudolegali, manipolazione dell’opinione pubblica e repressione di critici e oppositori.

Una volta che li si smaschera, è troppo tardi.

L’autoritarismo è un continuum. Un estremo si ritrova nei regimi totalitari come quello della Corea del Nord, in cui il potere si concentra interamente nelle mani di un dittatore dinastico che lo esercita in modo aperto e brutale.

All’estremo opposto si collocano leader democraticamente eletti con tendenze autoritarie. Gli autocrati del ventunesimo secolo partono da quest’estremo più blando e operano in modo da conservare una parvenza democratica mentre celatamente minano la democrazia.

Come fanno? Per mezzo di populismo, polarizzazione e post-verità.

Di ciascuna di queste tre P s’è scritto molto. In questa sede le integreremo tra loro, inserendole in una cornice che è il perno delle modalità con cui gli autocrati del ventunesimo secolo ottengono, esercitano e mantengono il potere.

Le peculiarità variano da un posto all’altro e da un leader all’altro – il potere è immancabilmente legato al contesto – ma le basi di tale approccio sono riconoscibili ovunque lo si adotti. Esso trascende geografie e circostanze, destabilizza le vecchie istituzioni e spalanca opportunità ai nuovi arrivati. Presa singolarmente, nessuna delle tre P basta a spiegare le mutazioni subite dal potere al giorno d’oggi. Ma se impiegate in tandem, esse riescono a contrastare le forze che tendono a frammentarlo e diluirlo.

Il populismo, fra le tre P, è probabilmente quella di cui si discute con più insistenza e quella più spesso fraintesa.

Per via del fatto che finisce in “-ismo”, spesso lo si scambia per un’ideologia, un corrispettivo di socialismo e liberalismo che concorre ad affermarsi come filosofia coerente di governo. Non lo è per niente. Al contrario, il populismo va piuttosto inteso come una strategia volta a ottenere ed esercitare il potere.

Daniela Mastromattei per “Libero quotidiano” il 22 agosto 2022.

Il potere dà alla testa. Lo storico Baron John Acton dichiarava che “il potere tende a corrompere, e il potere assoluto corrompe in modo assoluto». A più di un secolo dall'accusa di Lord Acton, gli scienziati lo confermano: anche il più nobile di spirito può perdere di vista i propri valori quando gli si permette di governare. Come se entrasse in una palla di vetro, e addio al contatto con la realtà e a quella caratteristica tipica della specie sociale che è la capacità di immedesimarsi negli altri e sentirne i disagi e le aspettative.

È il paradosso del potere, una volta raggiunto, si dimentica tutto ciò che è stato messo in campo per ottenerlo. Per lasciare il posto a un irresistibile delirio di onnipotenza. I casi di Matteo Renzi (ha proposto un referendum, e lo ha perso), David Cameron (ha "sfidato" gli inglesi, e questi hanno votato per la Brexit) e Theresa May (ha indetto elezioni anticipate per avere una maggioranza più forte, e le è andata male) sono la dimostrazione di come in politica chi arriva in alto, si mostri altezzoso, arrogante, spocchioso, sprezzante del pericolo e incurante delle esigenze dei comuni mortali. L'apoteosi l'abbiamo raggiunta con sua maestà Mario Draghi.

Certo, Giulio Andreotti, citando il diplomatico francese del XVIII secolo Charles Maurice Talleyrand, sosteneva che il potere logora chi non ce l'ha. Ma almeno si resta coscienti.

In realtà, montarsi la testa è il difetto umano per eccellenza, gli antichi Greci usavano il termine hybris per mettere in guardia da questo pericolo. 

Un termine che indica la tracotanza presuntuosa di chi sale al comando, raggiunge una posizione di prestigio e comincia a sentirsi superiore agli altri, convinto che per sé stesso non valgano le normali regole del vivere comune. Già nel mito era presente l'hybris dei leader. L'Iliade, per esempio, parte con uno scontro acceso tra Achille e Agamennone, il capo dell'esercito acheo. Che approfitta della sua posizione di vertice per imporre la propria volontà, pensando di non pagarne le conseguenze. Salire in alto è un atto di superbia, avvertivano i popoli del passato.

Ma cosa c'è nel potere che rende chi lo detiene così fuori di testa? Secondo Dacher Keltner, professore di psicologia all'Università di Berkeley in California, che da 20 anni fa ricerche su questo tema, non è solo questione di superbia: «Il potere può avere sul cervello le stesse conseguenze di una lesione traumatica. Con manifestazioni che vanno dalla maggiore impulsività allo sprezzo del pericolo fino all'incapacità di mettersi nei panni dell'altro».

Anche le neuroscienze sono arrivate alle stesse conclusioni. Sukhvinder Obhi, docente all'università di McMaster in Ontario, che studia i cervelli, a differenza di Keltner che studia i comportamenti, ha messo a confronto le teste dei potenti con quelle dei non potenti, attraverso un esame a base di stimolazioni transcranico-magnetiche, e scoperto alterati i processi neurali specifici dei neuroni specchio, che sono la pietra angolare dell'empatia di chi ricopre ruoli da leader. 

E quindi da una parte c'è la perdita delle capacità empatiche e dall'altra è stato riscontrato un incremento dei disturbi narcisistici e della personalità con pulsioni manipolatorie in chi è arrivato nella stanza dei bottoni. Insomma il loro cervello diventa meno percettivo, meno interessato a capire gli altri. Direbbe il Marchese del Grillo: io sono io e voi non siete un c...

Ecco perché i potenti si circondano spesso e volentieri di persone accondiscendenti, menti con scarso senso critico oppure dei furboni che fanno finta di essere del tutto rincretiniti; una corte di subordinati che tende a compiacere il capo di turno. Il risultato è che se il leader potente perde (quasi automaticamente, sembrerebbe) il senso della realtà, prevaricando e mettendo le proprie esigenze al di sopra di quelle degli altri, i "fedeli" sottoposti non faranno nulla per farglielo notare. Inevitabile dunque l'operato di governatori dallo sguardo corto, che sembrano non vedere al di là del proprio naso. E che prendono decisioni senza pensare alle conseguenze proprio come Agamennone.

Keltner si spinge oltre: «Come polli senza testa i top manager delle multinazionali girano freneticamente per il mondo come polli decapitati: decidono guidati dall'ansia, senza pensare, senza capire, senza vedere e senza confrontarsi. Spesso ho sentito dire da relatori più anziani e autorevoli di società internazionali di consulenza cose senza senso nel corso di riunioni riservate ai partner, mi sarei aspettato qualche brusio di sconcerto tra gli astanti, e invece: clamorosi segnali di assenso ...». 

Non c'è da stupirsi, fa notare Adrian Furnham, professore di Psicologia all'University College di Londra, se il 47% dei manager fallisce. «Uno dei principali motivi di fallimento è il narcisismo: un cocktail deteriore di arroganza, freddezza emozionale e ipocrisia», spiega. Keltner però ha il sospetto che «la sindrome del pollo possa appartenere non solo a chi guida le imprese, ma anche a chi governa le istituzioni e le nazioni». Oddio, tra poco si vota. Potrebbe aver ragione chi dice che tanto chiunque vincerà le prossime elezioni (la sinistra di Letta o il centrodestra della Meloni con Berlusconi e Salvini) non cambierà nulla. Speriamo non sia così...

·        Democrazia: La Dittatura delle minoranze.

La Democrazia non è la Libertà.

La libertà è vivere con libero arbitrio nel rispetto della libertà altrui.

La democrazia è la dittatura di idioti che manipolano orde di imbecilli ignoranti e voltagabbana.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, giudicato ed informato, educato ed istruito da coglioni.

Gabriele Ferrari per focus.it il 2 dicembre 2022.

Le pecore non sono solo un animale ma anche un simbolo, non necessariamente positivo, di chi obbedisce agli ordini altrui e segue il capo senza farsi troppe domande: pensate per esempio al dispregiativo "pecorone". Ora un nuovo studio della Université Côte d'Azur sembra volerle vendicare, o quantomeno riconoscere loro una complessità sociale che va al di là della struttura "uno guida, gli altri seguono". Pubblicato su Nature, lo studio dimostra che, almeno in certe condizioni, le greggi di pecore non hanno un solo capo, ma si alternano democraticamente (e casualmente) alla guida del gruppo.

Lo studio ha per ora un solo limite: è stato condotto su gruppi di piccole dimensioni, composti da 2 a 4 esemplari di femmine della stessa età. Queste mini-greggi sono stati osservati durante la giornata e da debita distanza (il luogo di osservazione era la cima di una torre vicino ai loro campi), per scoprire come si comportano quando non vengono guidate da un'"entità" esterna (per esempio, un pastore).

Il team ha scoperto che le pecore alternano momenti in cui brucano l'erba ad altri in cui si muovono in gruppo in cerca di altri pascoli; e che ogni volta che si spostano, il gruppo cambia leader: una pecora si mette alla guida e le altre la seguono ordinatamente. Il nuovo capo è scelto ogni volta in maniera casuale, o almeno così sembra.

In realtà, dietro questa forma di alternanza democratica ci potrebbero essere dei motivi pratici. Ogni esemplare, infatti, ha una diversa conoscenza dell'ambiente circostante: potrebbe, per esempio, conoscere la location di un prato particolarmente verdeggiante che le altre pecore non hanno mai visitato, e aspettare il suo momento di condurre per mostrarglielo.

Inoltre, sapere che prima o poi toccherà a te "fare il capo" aiuta anche ad accettare con più serenità le decisioni degli altri leader, e a evitare possibili conflitti. Il limite dello studio è tutto nelle dimensioni delle greggi considerate: non sappiamo (ancora) se la "rotazione dei leader" avviene anche in gruppi più numerosi, e se la presenza di maschi cambia qualcosa in termini di leadership. Per il team che ha condotto la ricerca si preannunciano dunque altri viaggi in cima alla torre di osservazione.

"Così Atene diventò la culla del primo potere popolare". L’antichista racconta la genesi delle istituzioni che hanno fatto da modello a quelle del presente. Tra realtà storica e mitizzazioni. Matteo Sacchi il 27 novembre 2022 su Il Giornale.

Se ci si aggira per Washington, per la sua zona monumentale, si potrebbe avere l'impressione di aggirarsi per una città dell'Impero romano, o per una città della Grecia classica. Le moderne democrazie hanno preso a modello ideale (con tutta l'infedeltà storica necessaria all'operazione) le polis, anche nell'iconografia e nell'architettura. E in special modo hanno guardato all'Atene di Pericle (495-429 a.C.). Del resto la stessa parola «democrazia» tradisce chiaramente le sue origini e persino gli illuministi, così propensi a guardare al futuro, hanno, a più riprese, guardato alla culla della classicità per giustificare ed esaltare un potere che nasce dal basso. A questa culla ha appena dedicato un libro il grecista Giorgio Ieranò che sarà nei prossimi giorni al Festival del classico di Torino. Si intitola Atene. Il racconto di una città (Einaudi, pagg. 228, euro 21) e rende conto di tutta la stratificata storia della città dall'antichità ai giorni nostri. Noi gli abbiamo chiesto di raccontarci mito, realtà e memoria moderna della democrazia ateniese.

Professor Ieranò quando nasce la democrazia ateniese?

«La nascita di quella che noi chiamiamo Democrazia è un processo molto lungo e conflittuale. Se dovessimo fissare una data chiave io sceglierei il momento in cui due politici ateniesi, Pericle ed Efialte, ridussero il potere dell'Aeropago, un antico tribunale che era essenzialmente un'istituzione nobiliare, aumentando così il potere dell'assemblea che invece era un'istituzione prettamente legata al demos, e dove per dirla in termini moderni uno vale uno. Accadde tra il 462 e il 461 avanti Cristo. Diciamo che la democrazia nacque dalle scelte anticonformiste di alcuni nobili ateniesi, tra cui un certo numero di membri della famiglia degli Alcmeonidi, che decisero di puntare sull'appoggio dei ceti popolari».

Non è un fenomeno che parte dal basso?

«A partire da Clistene un pezzo della nobiltà ha fatto delle scelte che hanno cambiato gli equilibri politici della città. Con Pericle si radicalizza questa volontà, aumentando i poteri dell'assemblea. Bisogna dire con grande onestà che il miracolo della democrazia è largamente un’invenzione di alcuni aristocratici».

E il modello politico ateniese è davvero la culla delle nostre istituzioni moderne? O ci sono differenze radicali?

«Il dibattito sulle differenze tra Atene e le istituzioni nate a partire dalla Rivoluzione americana è secolare. E ci sono sostanzialmente due scuole di pensiero. Da un lato c'è chi ha sottolineato la continuità con l'Atene del V secolo. Spesso tra costoro, gli stessi politici che delle democrazie erano promotori. Da questo punto di vista l'architettura di molti edifici pubblici degli Stati uniti, nel suo richiamo alla classicità, è già una presa di posizione ad esempio, una volontà di collegarsi a quell'idea. Poi ci sono state molte interpretazioni storiografiche attente a marcare le differenze. Il corpo civico ateniese era molto ridotto, le donne, e gli stranieri, erano completamente esclusi ed emarginati dall'attività politica. C'era un'esclusività dei diritti molto lontana dalla nostra idea attuale dei diritti dell'uomo. Ed era una democrazia carica di ambiguità. Lo storico Tucidide elogia Pericle sottintendendo che la Democrazia di Atene è per certi versi una democrazia a parole perché, alla fine, è la forza oratoria del leader a governare l'assemblea. Tucidide apprezza questa capacità di Pericle, sia chiaro, ma evidenzia tutti i limiti di una democrazia diretta dove alla fine a comandare davvero erano i grandi retori nonostante sulla carta il demos, il popolo con diritto di voto, potesse tutto».

Ad Atene c'era l'assemblea ma c'era anche un altro spazio molto popolare, l'Agorà, la piazza del mercato. Possiamo considerarla una società civile, quella sempre invocata come contraltare della politica, almeno in nuce?

«L'agorà è uno spazio assolutamente nuovo e tipicamente greco per certi versi. Erodoto racconta che Ciro il Grande si fece raccontare come vivevano i greci. E sentendo del loro bighellonare in piazza li etichetto rapidamente come gentaglia di cui non preoccuparsi troppo. Quello spazio da altri è stato idealizzato ad esempio ai giorni nostri il sociologo Zygmunt Bauman ha parlato della necessità di costruire una nuova agorà, uno spazio pubblico condiviso. Ma in realtà, al di là delle idealizzazioni, era uno spazio molto caotico dove si poteva incontrare di tutto, c'erano i perdigiorno che oziavano nelle botteghe, c'erano i mercanti. Ad Atene la collina della Pnice era uno spazio prettamente politico, l'Agorà era anche lo spazio di chi, magari a fare politica, sulla Pnice non aveva voglia di andarci. Quindi non bisogna nemmeno credere troppo al mito identitario della cittadinanza, quello che esce, ad esempio, dai discorsi di Pericle riportati da Tucidide».

In che senso?

«Esisteva un'identità ateniese ma esistevano, anche, fortissime divisioni interne di vario tipo. Una serie di assi di separazione molto forti e non mi riferisco solo a quelli già citati tra chi aveva il diritto di voto e chi no. La politica, alla fine, era considerata soprattutto una cosa inerente a chi aveva la capacità di portare le armi e difendere la città in guerra. Quindi, ad esempio, gli anziani erano cittadini, ma sino ad un certo punto. Poi tra il marinaio che serviva sulle triremi e il cavaliere, cioè il nobile che combatteva a cavallo, restavano un sacco di differenze. Uno passava sul destriero in mezzo all'agorà, l'altro ci andava per comprare cose al mercato. Se sotto la minaccia dei persiani i loro interessi potevano avvicinarsi moltissimo, in altri casi restavano largamente divergenti. Nella conflittualità con Sparta già la questione era molto diversa e potevano crearsi consistenti incrinature. Nobili come Alcibiade o Senofonte sono stati ampiamente filospartani, trovavano il sistema spartano di potere più confacente al loro modo di vedere il mondo. La critica alla democrazia è già degli antichi».

C'erano anche sistemi, che a noi possono apparire bizzarri, per contenere le tensioni politiche come l'ostracismo.

«Poter allontanare dalla città gli elementi considerati pericolosi per l'equilibrio interno, in base al voto popolare, era un modo per compensare alcune di quelle tensioni di cui parlavamo prima, una forma di autoconservazione. Il sistema politico oscillava tra polarità autoritarie e l'idea che uno vale uno».

Anche per questo Pericle ha creato un potente apparato simbolico, a partire dalla ricostruzione dell'Acropoli?

«È un passaggio fondamentale. Dai Propilei al Partenone passando dall'Eretteo la ricostruzione fu una gigantesca celebrazione della potenza di Atene, una monumentalizzazione della vocazione imperiale ateniese. Ma già all'epoca ci furono dure contestazioni del radicalismo democratico di Pericle e anche dei suoi simboli. Tucidide, pur lodando le enormi realizzazioni di Pericle, e la rapidità dei lavori ci segnala anche gli argomenti degli oppositori. Lo accusarono di agghindare Atene come una prostituta e di farlo utilizzando i soldi rubati alle altre città. Fidia finì in carcere e anche Pericle venne attaccato a livello giudiziario...».

Ma tutto questo splendore si chiuse molto presto con un gigantesco crollo politico.

«Di fatto già le Storie di Tucidide sono un apologo di come Atene ha costruito la sua sconfitta. Per lo storico era tutta legata agli eccessi iper popolari della politica post periclea e l'eccessiva violenza e coercizione verso le altre città. Come ha notato un antichista di vaglia, Luciano Canfora, sono spesso le stesse democrazie che votano il loro scioglimento scegliendo l'autocrazia. Esiste sempre il rischio della tirannia della maggioranza».

Oggi siamo abituati a pensare alla democrazia quasi come ad un esito politico inevitabile. La storia sembra dirci il contrario...

«La democrazia nella storia greca rappresenta un breve periodo, è stata preceduta, ha coesistito ed è stata seguita da regimi diversi. Pericle era conscio della specificità ateniese e pensava che Atene dovesse essere un modello per il resto delle città greche. In sostanza Atene doveva far scuola al resto dell'Ellade. Ma possiamo dire, col senno del poi, che gli scolari sono stati riluttanti, non hanno seguito la lezione proposta. Pensare la democrazia come l'entelchia del sistema politico era un azzardo allora come lo è adesso. Possiamo considerare la democrazia come il migliore dei regimi politici ma non si può dare per scontato il suo avvento come se fosse il più naturale».

La superbia del secolarismo farà cadere l'Occidente. Francesco Perfetti il 9 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Marcello Pera recupera il pensiero di sant'Agostino per leggere la crisi, non solo spirituale, dei nostri tempi

Ci sono inquietanti somiglianze fra l`epoca nella quale visse e operò Sant`Agostino e quella nella quale siamo oggi immersi: da una parte, la crisi di Roma e del suo grande impero, dall`altra la crisi della civiltà occidentale col ripudio delle sue radici cristiane e la tendenza a far prevalere i cosiddetti diritti umani sui doveri. L`elemento che avvicina queste due crisi, che le accomuna pur nella distanza dei tempi storici, è la «superbia», tanto degli antichi quanto dei moderni e ancor più dei contemporanei, che si risolve nella convinzione, pur declinata in diversi modi, che l`uomo possa costruire da solo il proprio Paradiso in terra.

Parte proprio da tale constatazione l`ultima suggestiva (e importante) opera di Marcello Pera dal titolo "Lo sguardo della caduta. Agostino e la superbia del secolarismo" (Morcelliana, pagg. 196, euro 18): un bel testo di filosofia che guarda all`oggi, alla crisi spirituale dell`Occidente e alla perdita della sua identità, proseguendo un discorso già avviato con finezza argomentativa in due precedenti volumi: "Cristianesimo e diritti umani" (Marsilio, 2015) e "Critica della ragion secolare. La modernità e il cristianesimo di Kant" (Le Lettere, 2019). Vi si ritrova un ritratto impietoso delle inquietudini del nostro tempo tratteggiato con intensa e incisiva pennellata: «secolarismo, scientismo, liberalismo, ecologismo, neo-umanesimo e trans-umanesimo, diritti individuali senza doveri, costumi senza confini, linguaggi purificati, opere dell`ingegno mortificate, storia censurata o cancellata: questo e altro sono i nuovi dei pagani a cui tributiamo i nostri sacrifici, culti, riti individuali e di massa. Salvo poi a ritrovarci sempre più avvolti nell`incertezza e nel disagio».

Anche un altro filosofo cattolico contemporaneo - peraltro rispetto a Marcello Pera di ben diversa formazione -, Augusto Del Noce, aveva pur egli denunciato tale situazione in un libro su "L`epoca della secolarizzazione" (Giuffrè, 1970, poi Aragno, 2015) mostrando come questo periodo, punto d`arrivo del «neo-illuminismo», si fosse caratterizzato per una crescente irreligiosità e per una significativa espansione dell`ateismo. Lo ricordo, naturalmente per incidens, a riprova del fatto che alla diagnosi dei guasti collegati al rifiuto o all`abbandono della tradizione è possibile pervenire seguendo argomentazioni e percorsi intellettuali diversi.

Pera, prima filosofo della scienza e poi esegeta di Karl Popper, angosciato dalla odierna deriva filosofico-esistenziale, ha trascorso molti anni a confrontarsi e a interloquire idealmente con due giganti del pensiero occidentale, Kant e sant`Agostino, più contigui di quanto generalmente non si pensi. Agostino, infatti, a sua detta, è il filosofo che ha fornito al cristianesimo la massima dignità speculativa, mentre Kant, schivando le trappole dell`illuminismo antireligioso, aveva pensato di elevare quel cristianesimo, appunto, a verità universale della «ragion pura». In altre parole, e semplificando, Agostino si era proposto di «cristianizzare la ragione» mentre il filosofo di Königsberg aveva pensato di «razionalizzare il cristianesimo».

Dopo aver sottolineato come questi due propositi abbiano finito per incontrarsi, Pera fa notare come diverso sia stato il loro destino storico: il progetto kantiano di unità fra ragione e cristianesimo, infatti, durò, e per di più contrastato, solo una stagione, mentre le idee di Agostino, pur caratterizzate da un pessimismo di fondo, hanno mostrato e mostrano tuttora una eccezionale capacità di far comprendere la modernità anche nei suoi aspetti più problematici. Un solo esempio: un passaggio dell`opera più celebre di Agostino, La città di Dio, riportato da Pera - quello laddove si parla delle discussioni fra intellettuali e delle molte e contrastanti versioni su eventi e idee - contiene in germe il principio della «equivalenza» di ogni verità, cioè, in altre parole, anticipa quel «relativismo etico» denunciato da Benedetto XVI, profondo cultore, non a caso, proprio del pensiero agostiniano.

Quando Agostino, allora vescovo di Ippona, cominciò a scrivere nel 412-413 la sua opera più celebre, appunto "La Città di Dio", che avrebbe concluso nel 426-427, qualche anno prima della morte, il cristianesimo si era ormai affermato nella società romana e l`Impero, per conversioni spontanee o indotte, era diventato cristiano. Eppure quel mondo, apparentemente al massimo della sua potenza, stava finendo: le orde barbariche guidate da Alarico avevano saccheggiato Roma e questo fatto aveva segnato l`inizio di quella crisi storica che era anche, prima e soprattutto, crisi morale. Non a caso, si diffuse la convinzione - semplicistica, ma, secoli dopo, fatta propria da storici formatisi nell`illuminismo, a partire dall`inglese Edward Gibbon - che il cristianesimo fosse all`origine del decadimento della potenza dell`impero romano.

Una crisi morale, comunque, quella alle origini della riflessione di Agostino, che coincideva con la decadenza della civiltà cristiana dell`Occidente simboleggiata dalla caduta di Roma e del suo impero. E che, paradossalmente, sembra trovare, ancorché in un contesto storico del tutto diverso, una replica estesa a tutto l`Occidente, il quale - a cominciare dalla Chiesa - attraverso un processo di generalizzata secolarizzazione ha ripudiato, in nome di una «superbia» intellettuale, quelle radici cristiane sulle quali erano state costruite la sua storia e la sua stessa civiltà.

Basandosi proprio sul parallelismo fra queste due grandi «crisi» morali ed epocali e, al tempo stesso, sostanziandosi di una lettura critica degli innumerevoli testi del filosofo cristiano, Marcello Pera intrattiene con Agostino una ideale conversazione su elementi della riflessione agostiniana, in particolare sui temi della politica e della libertà, suscettibili di essere utilizzati ancora oggi sia per capire quanto sta accadendo sia per poter incidere, in qualche misura, sulla realtà.

Alla base del pensiero agostiniano c`è l`idea della «caduta»: l`uomo, responsabile del peccato originario per la sua ribellione a Dio, non può liberarsi da solo, senza cioè l`aiuto divino della grazia, delle conseguenze di questo peccato. Comprensibilmente, uno dei possibili esiti di tale tesi è, in politica, la giustificazione della teocrazia. Ma non è l`unico esito possibile, perché, come ha sostenuto qualche studioso, è possibile cogliere una «inferenza liberale» nella teologia politica di Agostino.

Pensatore autenticamente liberale o se si preferisce conservatore liberale, Marcello Pera dedica alcuni capitoli del suo saggio a individuare i possibili punti di contatto fra la concezione agostiniana della società, dello Stato, della politica e taluni capisaldi propri del liberalismo contemporaneo. Così ci rendiamo conto che le due visioni, quella agostiniana e quella liberale, hanno elementi di analogia, per esempio, per quanto riguarda la preminenza dei doveri sui diritti, il primato dell`individuo sullo Stato, l`idea che lo Stato sia un male necessario, il rifiuto di ogni illusione salvifica ed escatologica...

Alcuni anni or sono, nel 2008, echeggiando il celebre saggio di Benedetto Croce Perché non possiamo non dirci cristiani, Pera pubblicò un volume intitolato Perché dobbiamo dirci cristiani di condanna del relativismo culturale contemporaneo. In certo senso, il suo nuovo libro, al di là dello spessore teoretico che lo caratterizza, precisa, sul terreno della politica, molte intuizioni lì accennate facendo intendere come il ritorno alle riflessioni di Agostino rappresenti un antidoto alla crisi esistenziale del nostro tempo. Il libro potrebbe ben avere, come sottotitolo, «Perché non possiamo non dirci agostiniani».

Non è la fine della Storia. Semmai la fine dell'Occidente. Il grande abbaglio è sempre più evidente. E la presunta superiorità sul resto del mondo si rivela autolesionista...Stenio Solinas l’8 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Nella «fine della storia», che contempla «il fine della storia», ma si conclude con «la storia della fine» c'è molto di più di un gioco di parole più o meno elegante o più o meno noioso. C'è il prendere atto di un abbaglio di fine secolo, il XX, e del brusco risveglio che il nuovo secolo, quello ancora relativamente giovane, ma già sottoposto a usura, ha comportato, e con esso la constatazione non solo che la storia non è finita e tanto meno che procede in progressione verso uno scopo ultimo quanto universale di pace democratica realizzata, ma anche che è proprio il canone occidentale interpretativo a non reggere più.

Come spiega bene Lucio Caracciolo nel suo La pace è finita (Feltrinelli, pagg. 140, euro 16), «l'ideologia che fissa un termine alla progressione della storia umana è smaccatamente occidentale. Proprio perché occidental-illuminista tale filosofia non può che pretendersi universale. Contraddizione che la rende inapplicabile, a meno di non postulare la progressiva identificazione del Resto del Mondo con l'Occidente. Operazione anche demograficamente improbabile oggi, quando noi occidentali (europei e nordamericani) siamo circa un miliardo contro i sette di non occidentali, mediamente più giovani e in aumento vertiginoso, specie in Africa. Sicché ogni buon missionario della fine della storia dovrebbe convertire sette non occidentali alla sua fede. E al suo impero».

Già, perché la fine della storia implicava di per sé il trionfo dell'impero americano che in essa si incarnava, sublimato in ordine ecumenico. La sua rimessa in discussione a livello egemonico non comporta, naturalmente, il suo venir meno quanto a rango di superpotenza o, se si vuole, di prima potenza mondiale, ma, e non è un paradosso, contribuisce, come scrive Caracciolo, a svelare «il bluff europeista, che ci aveva traslato nell'ipnotico universo della pace assicurata, non è chiaro da chi e cosa». Crolla insomma l'illusorio castello di carte in cui l'Europa si voleva vedere come potenza civile, con tanto di tonalità universalistica, che però si offriva al mondo «via Nato, come secondo braccio dell'Occidente a guida americana, equilibrato dalla saggezza dell'antica civiltà vetero-continentale. Oggi il principio europeistico di irrealtà stenta a mascherare la tragica condizione geopolitica in cui noi europei ci troviamo. Siamo fuori gioco. Oggetto di giochi altrui».

Se dunque la pace è finita, come recita il titolo del saggio di Caracciolo, autore tanto più significativo se si pensa che si deve a lui, grazie alla sua rivista Limes, l'aver riportato al centro del dibattito scientifico-culturale quel concetto di «geopolitica» disinvoltamente silenziato nel nome e al tempo dell'astrattismo universale, ne consegue, come osserva un altro analista di vaglia, Alessandro Colombo, che quello che viene a configurarsi è proprio l'opposto di ciò che la fine della storia pretendeva di realizzare, ovvero una fine della storia di senso contrario, dove a essere universale non è la pace, ma l'emergenza. Il governo mondiale dell'emergenza (Raffaello Cortina, pagg. 221, euro 19) si intitola infatti il suo libro e «Dall'apoteosi della sicurezza all'epidemia dell'insicurezza» è il sottotitolo che l'accompagna, una frustrazione securitaria subentrata alla promessa liberale di pace, benessere e tranquillità a livello globale. La prima domanda che ragionevolmente viene da porsi è perché quell'ordine liberale che portava con sé la fine della storia sia entrato in crisi. Le risposte che ne rintracciano i motivi in qualche «tradimento» interno e/o esterno del progetto risultano parziali, allo stesso modo di come si imputata la crisi delle democrazie rappresentative ai «populismi» che le minacciano, come se questi fossero la causa e non l'effetto della crisi stessa. Come scrive Colombo, «ciò che non viene mai preso in considerazione è la possibilità che l'ordine liberale sia entrato in crisi per le sue stesse contraddizioni interne: di più, che la crisi del progetto liberale possa non essere altro che un prodotto del suo stesso successo». Colombo suggerisce al riguardo più di un indizio: per esempio, il ricorso «sempre più irresponsabile all'uso della forza», culminato nelle disastrose imprese militari in Iraq, Afghanistan e Libia; per esempio, «il rapporto storicamente ripetitivo tra finanziarizzazione dell'economia e aumento delle diseguaglianze»; per esempio, «le sospettose coincidenze tra il ritiro dei diritti sociali distribuiti nel corso del Novecento e il rifluire dello spettro della rivoluzione». Soprattutto però, e questo lega strettamente l'analisi di Colombo a quella di Caracciolo, tanto che i due libri possono essere letti come un unicum, quella crisi è insita proprio nell'idea di modernità occidentale che ne è il supporto, per certi versi «l'ultima (e, forse, la decisiva) manifestazione del ruolo occidentale di centro di irradiazione di istituzioni, linguaggi e relazioni di potere».

Detto in altri termini, la lettura di un possibile Nuovo ordine mondiale come la più completa manifestazione di un grande progetto di riordino della vita internazionale risalente alla metà del Novecento, se non addirittura al suo inizio, fa acqua proprio nei suoi presupposti. Il Novecento infatti è stato ben altro. Innanzitutto, è stato «il secolo della fine della centralità dell'Europa e più in generale del riflusso dell'impeto occidentale sul mondo», una «rivolta contro l'Occidente» approdata agli sconvolgimenti della decolonizzazione e di fatto non ancora esauriti nel loro intrecciarsi con le contraddizioni del potere su scala internazionale. Sicché viene da chiedersi se il XX secolo non segni proprio «la fine della fase occidentale della storia del mondo» e quindi in prospettiva dello scontro, di segno quasi perfettamente opposto, tra la marea montante dei grandi Paesi non occidentali in ascesa e «un Occidente sempre più rinchiuso nella postura strategica e persino nell'attitudine psicologica dell'assedio».

Che in questo Occidente in vena di esaurimento quanto a supremazia, l'Europa sia una semplice appendice, è la chiave di volta, ne abbiamo già accennato, dell'analisi di Caracciolo, che ne dà però una lettura controcorrente rispetto al mainstream dello stesso pensiero occidentale. «Non solo il soggetto Europa non esiste né appare alla vista, ma l'organizzazione dello spazio europeo è ispirato al principio di impedire che si formi. Perché è questo l'interesse degli Stati Uniti d'America: un continente stabile, ma non troppo, da loro strategicamente dipendente». L'Europa per come è venuta a identificarsi, è in fondo un prodotto dell'europeismo americano. In senso geopolitico, perché la incardina oltreoceano impedendole di essere un contropotere. In senso ideologico, in quanto sostiene un europeismo europeo «incapace di unire gli europei», ma «utile per pacificarli, adagiarli nel declassamento inevitabile dopo aver perso due guerre mondiali. Parcheggiandoli nella post-storia».

Tre generazioni dopo l'invenzione del «progetto europeo», è l'amara conclusione di Caracciolo, «quello che avrebbe dovuto evolvere la nostra potenza decaduta in un soggetto geopolitico unitario, constatiamo di essere oggetti di attori e di dinamiche che ci trascendono. E oppongono gli uni agli altri. Niente di straordinario. Storie ordinarie, anzi, che riempiono il vuoto dell'europeistica fine della storia, talmente eccezionale da non appartenere a questo mondo».

Ciò che resta sullo sfondo è la mobilitazione delle frasi fatte, ovvero la chiamata alle armi, settant'anni dopo, come scrive Colombo, «non soltanto ovunque contro lo stesso nemico, ma addirittura contro lo stesso di sempre - il fanatismo, il fascismo (islamico o di Vladimir Putin), le autocrazie, espressione di una indifferenza senza limiti alle specificità storiche e culturali, oltre che di una vocazione narcisistica a interpretare qualunque vicenda storica e politica come proiezione della propria». Da una promessa irrealistica di sicurezza, la parabola dell'ascesa e declino dell'ordine liberale si è concretizzata in una percezione esagerata dell'insicurezza. Ma era proprio «la vacanza liberale dal pericolo», e dalla storia stessa sentita come pericolo, a essere un'anomalia. Ed è a questa anomalia che dobbiamo l'estremo paradosso del nuovo secolo, ovvero la trasformazione di una propensione dichiaratamente pacifica alla sicurezza in una bellicosa disponibilità alla mobilitazione permanente. Come aveva detto, prefigurando il futuro, Carl Schmitt, la guerra dietro l'apparenza della pace si trasforma in «un provvedimento pacifico accompagnato da battaglie di più o meno grande portata»...

Democrazia vs autarchia, l’altra Coppa del mondo di calcio. Infodata Il sole 24 ore il 17 Novembre 2022 

Statista si è divertita  a giocare il Campionato del mondo di calcio delle forme di governo. Che è un campionato a due perché vuole dire nella sostanza schierare la democrazia contro autarchia (o viceversa).  Proviamo a fare due conti: in totale se prendiamo i mondiali maschili dal 1930 a oggi 18 paesi  hanno ospitato 23 volte la coppa del mondo. Brasile, Germania, Francia, Italia e Messico hanno ospitato due volte il torneo più famoso di sempre. Nella maggior parte dei casi, la competizione si è svolta in paesi con un sistema di governo democratico. Qui sotto una mappa dimostra che non è sempre stato così.

Partiamo da noi, nel 1934 in Italia c’era il fascismo. Nel 1978 al potere in Argentina c’era una giunta militare guidata dal generale Jorge Rafael Videla. Anche recentemente l’organo di governo mondiale FIFA ha assegnato la Coppa del Mondo due volte di fila a paesi governati in modo autocratico. Parliamo della Russia di Putin che ha ospitato il torneo nl  2018, e lo stesso vale adesso per  il Qatar . L’emiro Tamim bin Hamad Al Thani governa il paese come sovrano assoluto; non esistono elezioni democratiche o partiti politici. Freedom House scrive “Mentre i cittadini del Qatar sono tra i più ricchi del mondo, la maggior parte della popolazione è composta da non cittadini senza diritti politici, poche libertà civili e accesso limitato alle opportunità economiche“.

Modello Kyjiv. La fragilità dei regimi autoritari e l’occasione delle democrazie liberali. Alessandro Cappelli su L’Inkiesta il 7 Dicembre 2022

Il 2022 ha messo a nudo le debolezze di Russia, Iran e Cina che per un decennio hanno minato la stabilità e le certezze del mondo occidentale. I prossimi mesi offrono lo spazio politico per creare un mondo più sicuro e più giusto

L’invasione dell’Ucraina non va come Vladimir Putin aveva programmato e sperato, la politica zero-Covid di Xi Jinping mostra crepe che forse non si potranno riparare, la brutalità della repressione nell’Iran dell’Ayatollah Ali Khamenei ha attirato gli occhi di tutto il mondo. È stato un anno difficile per le autocrazie di Russia, Cina e Iran, che si affacciano al 2023 vacillando, perlopiù per ferite autoinflitte, di fronte a scenari ostili come mai si erano mai trovati prima.

Questi momenti di flessione non saranno necessariamente prodromici a una rivoluzione, a una svolta democratica o a trasformazioni radicali e definitive in quei Paesi – al momento non sembrano le opzioni più probabili, forse nemmeno possibili nel breve termine. Di fronte alle rispettive difficoltà, ognuno con le sue specifiche e i suoi problemi, Mosca, Pechino e Teheran reagiranno alle proteste e alle débâcle con nuove repressioni, con nuove strette che al massimo potranno bilanciare delle concessioni, più o meno concrete, più o meno di facciata.

Nell’ultimo decennio i regimi autoritari hanno potuto e saputo minare la stabilità delle democrazie liberali – e in generale in tutti i continenti –, penetrando nelle istituzioni, trovando sostegno nell’opinione pubblica, formando aspiranti epigoni. Se l’Iran ha avuto un protagonismo soprattutto regionale in Medio Oriente, Russia e Cina sono state l’avanguardia che ha ispirato un’ondata illiberale e antidemocratica capace di cancellare le conquiste civili e sociali in Myanmar, in Ungheria, a El Salvador, in Tunisia.

La pandemia, almeno in un primo momento, sembrava corroborare la tesi della superiorità del modello autoritario, apparentemente impermeabile alle difficoltà della crisi sanitaria, poi sfociata in crisi economica, energetica, degli approvvigionamenti di materie prime.

A febbraio 2021, a circa un anno dai primi lockdown generalizzati visti quasi in tutto il mondo, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden aveva parlato alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza descrivendo un punto di flessione per le democrazie liberali, in un mondo minacciato «dagli abusi economici della Cina», dal pericolo militare della Russia (mancava ancora un anno all’invasione dell’Ucraina, ndr), delle «attività destabilizzanti dell’Iran in Medio Oriente».

Sono passati meno di due anni da quel discorso, ma sembra già cambiato tutto: il 2022 ha dato al mondo una prospettiva diversa. All’epoca Biden si era appena insediato alla Casa Bianca, e aveva preso il posto che per quattro anni era stato di Donald Trump; oggi si avvia verso il suo terzo anno da presidente, e ha l’opportunità politica di dimostrare che il fronte democratico internazionale ha saputo risollevarsi e ha retto meglio del modello autoritario di Cina e Russia (che invece mostra evidenti segni di debolezza).

Lo si legge nei numeri della guerra sconsiderata di Putin: un’invasione criminale che in Ucraina ha provocato la morte di 6.700 civili – secondo l’Onu –, ha spinto più di un milione di russi a fuggire dal loro Paese, ha frenato l’economia russa, ha mostrato le debolezze di un esercito che si è rivelato poco addestrato, poco disciplinato e privo di organizzazione.

Lo si legge anche negli errori di Pechino, che ha sovrastimato l’efficacia a lungo termine della politica zero-Covid e ora si trova a dover fronteggiare proteste su larga scala, un movimento spontaneo e decentralizzato difficile da frenare: è la sfida più ardua dell’era di Xi Jinping e mostra come qualcosa si sia rotto nel patto sociale tra la Cina e i suoi abitanti («meno diritti politici, più benessere economico»). Le proteste in Iran nascono da presupposti e condizioni profondamente diverse da quelle cinesi, ma anche in questo caso i cittadini contestano i modi di un regime che fa della repressione e della corruzione la sua cifra, ed è visto dalla popolazione come un nemico, un muro da abbattere.

A ottobre, Francis Fukuyama aveva ripreso sull’Atlantic la sua teoria della “fine della storia”, scrivendo che gli Stati autoritari hanno mostrato soprattutto due tipi di punti deboli: in primo luogo, la concentrazione del potere nelle mani di un unico leader al vertice garantisce un processo decisionale di bassa qualità e nel tempo produrrà conseguenze davvero catastrofiche. In secondo luogo, l’assenza di discussioni e dibattiti pubblici negli Stati autoritari significa che il sostegno del leader è superficiale e può erodersi in un attimo.

Ma la democrazia liberale non può limitarsi ad aspettare che questi regimi rivelino ulteriori aspetti delle loro fragilità. «Gli Stati Uniti e i loro partner globali», ha scritto Frederick Kempe in un articolo pubblicato sull’Atlantic Council, «dovrebbero sfruttare il momento per indirizzare la competizione tra democratici e despoti che definirà l’ordine post Guerra Fredda: il 2023 è un’opportunità per segnare guadagni duraturi».

L’invasione dell’Ucraina può essere d’insegnamento: c’è una dittatura che cerca di schiacciare uno Stato vicino, libero e indipendente, e la resistenza di Kyjiv al revisionismo russo – che è prima di tutto una lotta per la sopravvivenza – espone tutte le debolezze di uno Stato apparentemente troppo più grande, più forte, più armato e dimostra che il futuro può essere diverso, migliore, libero. Così, con il 2022 che volge al termine, le democrazie liberali possono fare fronte comune e lavorare insieme per modellare il loro futuro, per creare un mondo più sicuro, prospero e giusto.

La sfiducia nelle democrazie: “noi” contro “loro”. Chiara Salvi il 21 Novembre 2022 su Inside Over.  

Il 70% della popolazione mondiale vive in un regime autocratico. In media, il livello di democrazia di cui gode un cittadino è ai livelli del 1989. Gli Stati che stanno vivendo un deterioramento della democrazia sono 35, dieci anni fa erano solamente cinque. Lo stesso numero vale per gli Stati in cui la libertà di stampa viene limitata. E la fiducia nelle democrazie che ancora (r)esistono sta diminuendo.

È questa l’immagine che risulta dal Democracy Report 2022 dell’Istituto V-Dem e dal Democracy Index 2021 dell’Economist Intelligence Unit (Eiu): una democrazia agli stremi, regimi democratici deboli che vengono infiltrati da tendenze autocratiche e democrazie storicamente forti che vedono la fiducia da parte delle loro popolazioni in calo.

La pandemia di Covid-19 è servita da catalizzatore a delle tendenze già presenti nell’ecosistema, che sono perlopiù il risultato di un susseguirsi di eventi importanti e destabilizzanti, quali per esempio crisi economiche, politiche e sociali e la pandemia Covid-19, che si sono unite a una predisposizione critica di alcuni cittadini.

Come spiegare queste tendenze

Bisogna partire da alcuni presupposti: le persone si fidano di meno di un governo formato da un partito che non hanno votato o che non rappresenta la loro posizione politica. Altrettanto è da osservare che laddove siano in atto delle crisi, di qualunque genere, le persone tendono ad attribuirne la responsabilità al governo. L’effetto di “rally ‘round the flag”, dove in caso di crisi improvvise le persone si riuniscono intorno alla propria “bandiera”, perde di impulso dopo un po’ e se la crisi proseguirà, il risultato sarà molto probabilmente un rinnovato calo della fiducia. Inoltre, la fiducia è maggiore nelle istituzioni e minore in quelle che sono figure politiche e partiti, specialmente laddove la popolazione ha l’impressione che questi attori cerchino solo di perseguire i propri interessi.

In un sistema internazionale liberale, in cui il flusso dei mercati e dell’informazione è ininterrotto, può succedere che le persone abbiano l’impressione di perdere il senso di controllo di ciò che li succede attorno e che si sentano attori passivi di un sistema. Il bisogno innato di ordine rischia così di portare a una nuova identificazione di quello che è il “noi” e il “loro“, ovvero di quello che è il confine tra una comunità con un’identità condivisa e di quello che è estraneo. La polarizzazione, in questo senso, viene accelerata, almeno in parte, dall’uso di internet: durante la pandemia il web è diventato punto di approdo, ancora di più di quanto non lo fosse già, per informarsi e mantenere un minimo di contatti sociali. È qui che si fanno largo due fenomeni associati all’attività sul web: le filter bubbles e gli echo chambers. Il primo fenomeno delinea come ogni individuo di internet si trovi all’interno di una bolla che filtra il contenuto al quale viene esposto un utente, in base ad algoritmi che analizzano i suoi interessi e le sue preferenze. Le camere d’eco sono invece tipiche dei siti di social media, dove persone con interessi simili si ritrovano inserite in “stanze” virtuali a discutere delle loro idee e opinioni.

Viene naturale la ricerca di contatti con persone che abbiano opinioni simili alle proprie, comportamento noto come bias di conferma, un bias cognitivo per il quale le persone tendono naturalmente a rimanere dentro ambiti e discussioni che confermano le loro convinzioni pre-acquisite. I fenomeni appena descritti risultano però “pericolosi” in quanto tendono ad isolare la persona da opinioni e informazioni diverse dalle proprie, “chiudendo” per così dire la stanza da quello che può essere uno scambio di informazioni costruttivo.

La rivolta americana

Prendiamo l’esempio dell’insurrezione della destra americana del 6 gennaio 2021 in cui un gruppo di manifestanti ha invaso le strade di Washington D.C. e preso d’assalto il Campidoglio, sede del Congresso americano che in quel momento stava procedendo alla formalizzazione della nomina a presidente degli Stati Uniti di Joe Biden. Gli insorgenti hanno richiesto l’annullamento delle elezioni “fraudolente” che avevano eletto Biden come successore di Donald J. Trump, inneggiando a Trump e utilizzando slogan come “Stop the steal – Fermate il furto.”

Questo atto di terrorismo interno, come è stato definito successivamente dall’Fbi, è stato l’apice di un processo iniziato anni dapprima e consolidatosi durante, e in parte anche grazie a, la presidenza Trump. Il presidente ha fatto infatti poco per mitigare la divisione sociale che si è stagliata in modo sempre più netto durante il suo mandato e anzi, ha appoggiato posizioni pericolose e radicali quali ad esempio quelle del gruppo QAnon, movimento di estrema destra americano.

L’orientamento apparentemente estremista di alcuni sostenitori di Trump non è però un fenomeno tanto circoscritto quanto si sperava inizialmente. In una delle ultime pubblicazioni documentarie rilasciate in adempimento al Foia (Freedom of Information Act), l’Fbi ha pubblicato una mail, rivolta a Paul Abbate, attuale vicedirettore dell’Fbi, datata 13 gennaio 2021, nella quale viene fatta presente l’esistenza di un numero non specificato di simpatizzanti delle insurrezioni del 6 gennaio facenti parte dell’Fbi e delle forze dell’ordine. Si legge ad esempio: “ho parlato con molti agenti afroamericani che hanno declinato offerte di entrare a fare parte dello Swat, perché non convinti del fatto che ogni singolo membro del loro team li proteggerebbe durante un attacco armato.”

Il risultato delle elezioni di metà mandato non ha però portato la “Red Wave”, l’ondata dei repubblicani, tanto prevista. Anzi, secondo il New York Times, si tratta di uno dei risultati migliori degli ultimi due decenni. Ma la candidatura per le elezioni presidenziali del 2024 da parte di Trump incontra una posizione dura di Biden, che lo identifica sempre ancora come la minaccia più grave per la democrazia statunitense.

Il caso italiano

Uno degli strumenti utilizzati per misurare il grado della fiducia nella democrazia è l’affluenza al voto. L’Italia quest’anno ha toccato il minimo storico, con un’affluenza del 63,9%. Dato poco sorprendente, se vediamo che secondo l’Istat solo il 37% degli italiani attribuisce un alto grado di fiducia al governo nazionale e solo un quinto dei cittadini ne attribuisce ai partiti.

Sarebbe riduttivo attribuire la diminuzione della fiducia a fenomeni di clusterizzazione online, lo sgretolamento della fiducia nella democrazia e nelle sue istituzioni è anche una risposta alla mancanza di valori: la globalizzazione e la susseguente interconnessione delle democrazie (principalmente occidentali) sta avendo un effetto lesivo sull’identificazione di valori politici nazionali dei loro cittadini. Il disorientamento causato dalla contaminazione di più obiettivi, bisogni e interessi, può spingere le persone verso un sentimento di maggiore confusione e quindi minore fiducia, o anche verso ideologie più estreme perché detentrici di valori più forti e chiari. Per analizzare un fenomeno che non richiami l’adesione a gruppi estremisti quali ad esempio The Base o QAnon, che comunque rappresentano un fenomeno circoscritto, basta osservare l’orientamento di destra che stanno prendendo molti governi dell’Europa occidentale. Uno spostamento da parte dell’elettorato verso posizioni che mettono in risalto valori nazionalisti è, in fondo, una delle prime reazioni a periodi di crisi.

Le implicazioni di un mondo aperto e vulnerabile

Alle persone si sta stagliando davanti un mondo in cui le decisioni politiche vengono prese all’interno di flussi globalizzati, percepite come scelte fatte per arricchire pochi invece che molti, ma i cui risultati, negativi e positivi, ricadono su tutti. Questo sentimento è fortemente presente nei paesi in cui l’infiltrazione di pratiche di corruzione è alta e fa sì che si rinforzi l’idea di un “noi”, individuato in questo caso nella popolazione, contrapposto a un “loro”, identificato con chi governa, come è successo ad esempio in Libano.

Delocalizzazione della produzione, disastri ambientali, pandemie avvertite in ritardo, crisi economiche come quella causata dal governo di Liz Truss, fanno sì che lo scontento all’interno della popolazione cresca e lasci spazio a dubbi e rancori, rivolti soprattutto verso il governo in carica. In paesi di antica democratizzazione questi malumori si risolvono solitamente entro i dibattiti pubblici, ma nei paesi più deboli, economicamente e politicamente, si infiltrano facilmente pratiche che aprono a prese di potere autoritario. La pandemia ha funto da benzina sul fuoco per alcuni di questi Stati, un esempio eclatante è il Myanmar.

Ciononostante, i paesi con le democrazie apparentemente più forti non possono cullarsi in sicurezza. “Se determinati comportamenti, attuati da uno Stato, non vengono sanzionati, verranno normalizzati e da lì si diffonderanno ad altri,” ha avvertito Edward Snowden, parlando della Cina durante un’intervista a Vice nel 2020. Analizzando l’introduzione di misure volte a controllare la diffusione della pandemia Covid-19 in Cina, adottate però anche ad esempio in Corea del Sud e in Giappone, è arrivato alla conclusione che potrebbero trasformarsi facilmente in strumenti di oppressione. Snowden ha sfiorato il tema della fragilità delle democrazie, che proprio per la loro natura di luogo aperto a molteplici opinioni, sono più facilmente infiltrate dall’esterno, anche da influssi autoritari.

Paola Del Vecchio per “Avvenire” l'1 novembre 2022.

«La politica continua a operare in base agli stessi concetti di potere, sovranità, democrazia, rappresentatività, nati 300 anni fa. Ma quella che aveva davanti Rousseau era una società omogenea, autarchica, con una forma rappresentativa che escludeva le donne, un'unità culturale e religiosa e scarse tecnologie. Dobbiamo chiederci quanto siano ancora appropriati per organizzare la convivenza nelle società del XXI secolo...». 

Daniel Innerarity (Bilbao, 1959) ha appena pubblicato Una teoria della democrazia complessa (Castelvecchi, pagine 384, euro 29,00), dove propone "un esercizio di rianimazione della democrazia in tempi incerti"; in parallelo è uscito in Spagna La sociedad del desconocimiento (Galaxia Gutenberg) in cui il filosofo offre chiavi per comprendere il ruolo della conoscenza nella società digitale globalizzata. 

Lei evidenzia che viviamo nell'era dell'incertezza e dell'insicurezza. In cosa si distingue dalle precedenti?

Come nella società della conoscenza, continua a essere necessario il sapere per risolvere i problemi. Ma, davanti alla dimensione gigantesca di quelli attuali, ai rischi e alle incertezze, dobbiamo gestire in qualche modo anche l'ignoranza, la conoscenza che non conosciamo, utilizzarla come una risorsa. 

Riflette sulla fine della mediazione sociale da parte di partiti, chiese, sindacati ecc. E sulla conseguente "deregulation del mercato cognitivo" che ha portato a democratizzare l'informazione ma, al contempo, a un ambiente informativo caotico,. Il progresso ha comportato una serie di effetti boomerang?

Ogni processo di emancipazione è accompagnato da un aumento della possibilità di scelta. Se c'è più sapere a disposizione, la conseguenza immediata è un ampliamento dello spazio del possibile e una minore sicurezza nel conosciuto, nella tradizione, nell'autorità riconosciuta. Questo processo, che è enormemente positivo, perché nessuno vorrebbe tornare a un sapere che limiti le opportunità di elezione, provoca molte patologie, disorientamento, angoscia. Oggi non abbiamo un problema di informazione, ma di orientamento.

Lei scrive che in questo smarrimento "ci affidiamo a mediazioni più invisibili, come l'algoritmo di Google o le reti sociali, più sottili forme di dominio". In mancanza di filtri, come si distingue il sapere dall'informazione spazzatura?

Ci sono due procedimenti. Uno in cui ognuno comprovi l'affidabilità di tutte le informazioni che riceve, completamente irrealista, perché supera le capacità individuali. L'altro è costruire meccanismi di fiducia ragionevoli, com' è nella natura umana: razionali, suscettibili di modifica, revisionabili. Solo così avanzeremo cognitivamente. 

Oggi sono più che mai necessarie persone, istituzioni che stabiliscano filtri e criteri, ma non alla maniera delle società tradizionali, riponendo fiducia cieca in un leader, bensì pluralizzando le fonti di informazione.

Di fronte alle crisi fare i conti con la funzione svolta dall'ignoranza significa dare ragione a chi nega l'evidenza?

Assolutamente no. Comprendere i motivi per cui le persone rifiutano la razionalità non equivale a dare loro ragione. A volte presentiamo la politica basata sull'evidenza scientifica con un certo orgoglio e disprezzo non tanto verso i negazionisti radicali, quanto verso la pluralità di valori che devono continuare a essere vigenti, anche se parliamo di evidenze. 

Una cosa è che dal punto di vista scientifico sappiamo molto sul cambio climatico, che è un fatto. Altra è che le misure, i modelli e la proporzione di sacrifici da fare per contrastarlo siano presentati come indiscutibili. D'altra parte, non c'è unanimità fra gli scienziati.

In Una teoria della democrazia complessa rileva che mentre la scienza ha cambiato buona parte dei suoi paradigmi, la politica non ha saputo altrettanto: quali sono i vecchi strumenti da rottamare?

Sarebbe più rapido rispondere con la domanda contraria: quali concetti della politica sono ancora utili? Va riscattato il nucleo normativo della democrazia e l'autogoverno dei cittadini liberi, perché sopravviva in contesti per i quali questi concetti non erano stati pensati. Poiché saremo in buona misura governati da algoritmi, perché l'attuale distinzione fra nazionale e transnazionale è molto confusa, le società sono enormemente plurali, le tecnologie molto difficili da regolare. A volte la destra parla di "adattamento" al mondo che viene, e la sinistra di "resistenza". Sono due strategie inadeguate. C`è bisogno di uno sforzo per ripensare gli ideali irrinunciabili.

Nella crescente interdipendenza, lei si appella a un'etica dei sistemi e delle organizzazioni, più che individuale. A quali valori non possiamo rinunciare?

Non sottovaluto affatto le virtù personali. Intendo dire che quando si tratta di disegnare la governance, è molto più utile immaginare sistemi nei quali le proprietà individuali siano meno rilevanti di quelle sistemiche, la cui efficacia dipende da che siano governati dalle persone più adeguate. Viviamo in società che hanno generato una complessità di attori, meccanismi, procedimenti in virtù dei quali è poco verosimile che un leader malvagio o provvidenziale realizzi grandi imprese.

La democrazia in buona misura è delimitare il potere di chi è al governo. Il che circoscrive molto la capacità di governanti nefasti di fare grandi danni, sebbene si paghi col fatto che non possiamo aspettarci grandi cose dalla politica concorrenziale. Le ultime elezioni in Italia, ad esempio, non sono così trascendentali come sembrerebbe. In un Paese che è in Europa, nella Nato, nell'euro, le cui università sono parte della comunità scientifica internazionale, le cui imprese operano nel commercio mondiale, la capacità di azione di chi arriva al potere è limitata. Se dovessi salvare un valore su tutti, sarebbe senza dubbio il pluralismo.

È il rispetto dell'altro, il dibattito aperto, la libertà di espressione, l'inclusione di voci diverse ciò che assicura la razionalità. Le nostre società, molto pluraliste, hanno il grande vantaggio di rendere più difficile la persistenza nell'errore. Se non possiamo arrivare all'intera verità - che come diceva Rawls è un'aberrazione, perché incompatibile con la cittadinanza democratica - possiamo almeno evitare di insistere nell'errore. L'intelligenza dei sistemi, che oggi ci sembra naturale, è una grande conquista evolutiva nell'Europa del XXI secolo. Il pluralismo non è la soluzione, ma senza pluralismo non c'è soluzione. 

Cari italiani, ve la do io la democrazia! Saverio Raimondo su La Repubblica l'1 Ottobre 2022. 

Saverio Raimondo riassume la parabola del “migliore dei sistemi possibili” da Solone ai giorni nostri. Mentre è in libreria il suo libro da “elettore riluttante”

La democrazia nasce ad Atene, nell'Antica Grecia, fra il VI e il V secolo a.C. Leggenda vuole che gli antichi greci, già inventori della Tragedia e della Commedia, mischiandole ottennero la Democrazia. In realtà l'inventore fu Solone, un politico e giurista ateniese, il quale fu il primo a pensare che tutti dovessero partecipare alle attività politiche e legislative - anche se il mattino dopo averlo pensato si svegliò con un gran mal di testa e la bocca tutta impastata.

Nota bene. Non illudetevi dai voti alti. I voti ottenuti dai candidati alle amministrative non sono voti esclusivamente personali, ma conseguiti attraverso alleanze e tradimenti. Con il voto con doppia preferenza di genere ognuno ha potuto fare l’alleanza con il candidato dell’altro sesso della medesima lista. I più furbi hanno stabilito alleanza con più partner disattendendo il principio della reciprocità.

Come diceva Giorgio Gaber l’ideologia, malgrado tutto, credo ancora che ci sia. Giorgio Gaber e la parabola sociale del pensiero. Tra «Ius Scolae», «fine vita», ambiente e politica, in fondo si può credere nella democrazia del pensiero. Lino Patruno su La Gazzetta del Mezzogiorno il 20 Agosto 2022

Tutti a dire che non ci sono più destra e sinistra: me ne siamo davvero convinti? Sono passati quasi trent’anni da quando se lo chiedeva Giorgio Gaber. Magari non ci sono più le ideologie del secolo scorso. Magari ora chiamiamole Barbie e Lol. Magari consideriamole più concezioni di vita che programmi politici. E però ora che andremo a votare non è che un centro-destra e un centro-sinistra non ci saranno, comprese una destra-destra e una sinistra-sinistra. E se riteniamo che stando in Europa non potremo che seguire le regole dell’Europa, c’è modo e modo di essere Europa.

E allora. Europei convinti o europei un po’ scettici? Un’unione sempre più stretta o Stati che conservino ampi pezzi della propria sovranità per motivi più o meno fondati? E così la cosiddetta scelta atlantica, cioè scelta dell’Occidente, Nato compresa. O assumere una posizione più indipendente con lo sguardo a regimi più illiberali nella crisi delle democrazie rappresentative? E a una nuova distribuzione di poteri nel mondo? E le diseguaglianze. Diseguaglianza non è solo povertà. Diseguaglianza è anche lavoro povero. Diseguaglianza è anche poco lavoro femminile. Diseguaglianza è anche poco lavoro giovanile. Diseguaglianza è anche divario fra Nord e Sud. Cercare di risolvere uno per uno questi disagi o puntare su un benessere più generale che premi chi è in vantaggio ma faccia salire il livello di tutti? È vero che con l’alta marea salgono anzitutto i panfili dei ricchi, ma salgono anche le barche dei pescatori. E continuare a puntare sulla locomotiva del Nord perché il Sud ne raccolga una parte?

Vedi di recente spiagge e tassisti. Se aprire alla concorrenza (che conviene ai consumatori) o difendere imprese e lavoratori che temono danni. Così le tasse e l’evasione fiscale.

Chi è convinto che non si paghino quanto si dovrebbe perché sono troppo alte. E chi ritiene che siano troppo alte perché in troppi non le pagano. Destra e sinistra qui dovrebbero avere un senso. E la proposta (Lega) sulla flat tax, tassa piatta, percentuale bassa e per tutti, ricchi e meno ricchi. Gli uni: crescerà l’economia con un vantaggio generale. Gli altri: sarà un regalo ai ricchi e ridurrà le entrate dello Stato per i servizi sociali.

E i diritti civili. Lo Ius Scolae: cittadinanza italiana ai figli di immigrati che hanno frequentato le scuole in Italia. Lo ius Soli: cittadinanza italiana ai figli di immigrati nati in Italia. Con chi si oppone perché bisogna pensare prima agli italiani. E chi lo considera l’unico mezzo per rimediare all’inverno demografico: non facciamo più figli e ne avremo bisogno. E cosa serve perché questi bambini tornino a nascere. Politiche per la famiglia, si dice. Finora l’unico campo in cui sono (siamo) stati tutti d’accordo: non si è fatto nulla. Mentre 100 mila giovani all’anno se ne vanno all’estero perché in un’Italia più giusta e con un futuro si crede sempre meno. Destra o sinistra che siano.

E il «fine vita»: la vita è mia e posso rinunciarvi se e quando voglio, o la vita non è un fatto privato e si deve dar conto alla comunità? E così l’aborto. E così il divorzio. E la difesa delle differenze sessuali, perversioni sociali o diritti individuali? Con la scuola alla base di ogni progresso ma sulla quale si sono finora sviluppati giochi senza frontiere con un risultato unico: sempre il peggior trattamento d’Europa. Da destra e da sinistra. Fino alla forma dello Stato, recentissima nuova entrata della campagna elettorale. Italia repubblica parlamentare o Italia repubblica presidenziale. Conferma della Costituzione uscita dalla sconfitta del fascismo. O modifica della Costituzione sull’altare di una migliore governabilità. E poi l’energia (nucleare o no).

E l’ambiente (rigassificatori in mare o no). E così le libertà, a cominciare da quella di stampa. E le minoranze. E la guerra in Ucraina. E l’inflazione. E il Covid. L’ideologia, l’ideologia, malgrado tutto credo ancora che ci sia, diceva Gaber. Ora si potrebbe tradurre: il mondo che vorrei per me e per chi verrà. Quanto a destra e sinistra, per il geniale cantautore milanese era di destra fare il bagno nella vasca, la doccia invece di sinistra. Finché non ha dato una versione più territoriale Luciano De Crescenzo: la doccia è milanese perché ci si lava meglio, consuma meno acqua e fa perdere meno tempo. Il bagno è invece napoletano. Un incontro con i pensieri, i sentimenti.

Sette sindache su 108. Ecco perché le donne non vengono elette. Cesare Zapperi su Il Corriere della Sera il 18 Luglio 2022.

Dopo le ultime amministrative sono il 15% del totale (compresi i mini Comuni) e per lo più guidano centri con meno di 5000 abitanti. La legge sulla parità di genere esiste, il punto è che nei partiti prevale la cooptazione: «Gli uomini scelgono gli uomini». 

Alle elezioni del 12-26 giugno scorsi le uscenti erano due, quelle elette sono state tre. Chi vuol esser lieto sia, ma c’è davvero poco da rallegrarsi di fronte al numero di donne elette alla carica di sindaco in una tornata che ha visto chiamati al voto 26 capoluoghi di provincia. I numeri nella loro aridità sono sconsolanti. Katia Tarasconi a Piacenza, Chiara Frontini a Viterbo e Patrizia Manassero a Cuneo vanno ad “ingrossare” lo sparuto drappello di prime cittadine elette nelle città più importanti. Che ora sono “ben» 7 nei complessivi 108 capoluoghi di provincia italiani. 

Con l’uscita di scena, lo scorso anno, di Virginia Raggi a Roma e di Chiara Appendino a Torino, non c’è grande città che veda un volto femminile alla sua guida. La realtà più rilevante amministrata da una sindaca è Ancona, capoluogo anche di Regione, dove dal 2013 guida la giunta con piglio battagliero Valeria Mancinelli. Quando va bene, i sindaci chiamano una donna a ricoprire il ruolo di vice. A Milano c’è Anna Scavuzzo, a Roma Silvia Scozzese, a Torino Michela Favaro, a Napoli Maria Filippone. Di norma, si preferisce affidare altri incarichi. Fra i sindaci le donne rappresentano solo il 15 per cento, più alta la percentuale tra i vicesindaci (30 per cento), mentre i presidenti del Consiglio sono di sesso femminile nel 32 per cento dei casi e le assessore superano il 40 per cento. Come si vede, in qualunque caso si è molto lontani (a volte la distanza è siderale) da quella parità chedovrebbe essere semplicemente normale.

Le prime dieci

Ma non lo è, non lo è mai stata. Che ci fosse disparità fra uomini e donne, visti i retaggi storici, era un dato di fatto scontato nel lontano 1946, quando e donne furono ammesse per la prima volta al voto. Il debutto avvenne proprio in occasione di una tornata amministrativa: 5722 i Comuni interessati, dieci le donne elette sindaco (duemila circa le consigliere comunali). I loro nomi sono scolpiti nella storia: Ninetta Bartoli, Elsa Damiani, Margherita Sanna, Ottavia Fontana, Elena Tosetti, Ada Natali, Caterina Tufarelli Palumbo Pisani, Anna Montiroli, Alda Arisi e Lydia Toraldo Serra. Da allora sono stati sicuramente fatti passi in avanti, ma rispetto alle aspettative le distanze rimangono ancora molto marcate. Anche in questo caso, vengono in soccorso i numeri. In quarant’anni le sindache sono passate da 10 a 145. Poi c’è stato un salto in avanti, visto che nei successivi trent’anni sono salite a 1066 (il dato è del 2015), quasi dieci volte tanto, pur se va sottolineato che in 790 casi si trattava di Comuni con meno di 5 mila abitanti. Forse perché nelle realtà più piccole, meno assorbenti, era più facile conciliare impegno pubblico e incombenze private.

Il rallentamento

Quella crescita, già di per sé non al passo con gli spazi e i ruoli sempre maggiori conquistati dalle donne nella società e nel mondo del lavoro, ha fatto registrare negli anni successivi un incremento non trascurabile ma comunque non adeguato. Nel 2022, infatti, le sindache sono passate da 1066 a 1146. «È un tasto dolente» conferma Lorenza Bonaccorsi, responsabile del Dipartimento Pari opportunità di Ali (Autonomie locali italiane), già sottosegretaria ai Beni culturali, ora presidente del primo Municipio di Roma. «Si continua a fare una fatica terribile a guadagnare spazio. Soprattutto sul piano amministrativo, il sistema politico maschile tende all’autoconservazione e a procedere per cooptazione nello stesso ambito sessuale. Eppure, in sede locale il ruolo delle donne è sempre più apprezzato e si fatica a capire perché i partiti, a partire dal mio (il Pd, ndr ), non se ne rendano conto». 

Un obbligo

Il miglioramento c’è stato nel numero di consigliere comunali perché è stato introdotto l’obbligo di rispettare la parità di genere. Nel marzo scorso la Corte costituzionale con propria sentenza ha stabilito che debba essere obbligatoria anche nelle liste elettorali dei Comuni sotto i 5mila abitanti: la mancanza di un numero sufficiente di candidature di entrambi i sessi determina l’esclusione della lista. In Parlamento questo obbligo ha dato risultati concreti: nel 2018 sono state elette 334 donne, pari a poco più del 35 per cento, oltre la media europea che si attesta al 32,8 per cento. Nella storia amministrativa italiana si trovano sindache che hanno lasciato un segno profondo. Le più famose, in tempi recenti, sono state Raggi e Appendino, figure dirompenti anche dal punto di vista politico, elette nel momento d’oro dei Cinque stelle. Ma andando a ritroso ci si imbatte nei nomi di Letizia Moratti a Milano, Rosa Russo Jervolino a Napoli, Maria Magnani Noja a Torino, Elda Pucci a Palermo, Adriana Poli Bortone a Lecce. Tutte hanno dimostrato che l’essere donna non è un ostacolo al rivestire un ruolo pubblico. Appendino lo ha confermato combattendo nel 2016 la sua campagna per l’elezione a sindaca di Torino con il pancione: aspettava la primogenita Sara. «Io sono fortunata» ha spiegato in un’intervista «ho potuto scegliere di fare politica perché ho un marito che mi sostiene, l’aiuto dei genitori con la bambina. È una serie di condizioni su cui non tutte le donne possono contare. La domanda è: con l’attuale sistema di welfare quante donne sarebbero concretamente in grado di scegliere la politica come ho fatto io? Secondo me ancora poche».

Il vero nodo

Le normative possono aiutare, anche se alla base resta un grande nodo culturale irrisolto. La legge Delrio del 2014 prevede che nelle giunte dei Comuni con più di 3 mila abitanti nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura inferiore al 40 per cento. Una prescrizione che poi ognuno ha interpretato a suo modo. Qualche esempio? A Torino c’è la parità perfetta: 6 assessori donne e 5 uomini più il sindaco (Stefano Lo Russo). A Milano, Roma e Bologna gli assessori sono in numero uguale per ambo i sessi e lo squilibrio è dato solo dal primo cittadino uomo. L’unica stecca nel panorama nazionale viene da Trieste dove il sindaco Di Piazza ha nominato solo 4 donne su 11 componenti la Giunta (lui compreso), non rispettando il tetto del 40 per cento.

Insetti, gender e migranti: ecco l'Europa del futuro. Francesco Giubilei il 6 Maggio 2022 su Il Giornale.

Le 49 proposte approvate da una Conferenza poco partecipata (meno di 680mila persone coinvolte su 446 milioni di abitanti), sono un’occasione persa. Religione, tutela dei figli e natalità mai citate In compenso, attenzione a migranti e accoglienza.

L'esercizio di democrazia che avrebbe dovuto sancire il destino dell'Unione europea per i prossimi decenni coinvolgendo milioni di cittadini, si è rivelato, come spesso accade quando si ha a che fare con le istituzioni europee, più una trovata pubblicitaria che un'iniziativa con proposte davvero utili.

Così, la Conferenza sul futuro dell'Europa ha rappresentato l'ennesima occasione mancata e, nonostante il periodo sfortunato tra la pandemia e la guerra in Ucraina, la partecipazione di solo 674.357 cittadini a fronte dei 446 milioni di abitanti dei paesi Ue è un dato che non lascia spazio a interpretazioni. Ancor più perplessità suscitano le quarantanove proposte approvate dalla sessione plenaria della Conferenza in cui non trovano spazio le idee di chi immagina un'Unione europea differente da quella attuale. Alcuni punti sintetizzano una visione del futuro dell'Europa non solo discutibile ma che difficilmente rappresenta il sentimento della maggioranza dei cittadini europei.

Religione e radici cristiane Nelle cinquantasei pagine del documento non c'è nessun riferimento alle radici cristiane. Non solo le parole «cristianesimo», «cristiano», «cristiani» non sono presenti nell'intero documento né tanto temo il tema della cristianofobia ma nemmeno la parola «religione» è mai utilizzata. Segno di una visione del futuro dell'Europa totalmente secolarizzata.

Natalità Il tema della natalità, una delle principali emergenze dell'Europa, viene affrontato di sfuggita nella proposta numero 15 «transizione demografica» ma non si usano mai i termini «bambino» o «bambini» così come «figlio» o «figli».

Insetti In compenso, già dal punto due, si pone attenzione alla necessità di «proteggere gli insetti, in particolare quelli autoctoni e gli impollinatori».

Alimentazione Oltre a proporre «un regime alimentare basato sui vegetali per ragioni di protezione del clima e tutela dell'ambiente», si suggerisce di tassare «gli alimenti trasformati non sani» e «istituire un sistema di valutazione a livello europeo per gli alimenti trasformati», ovvero il Nutriscore.

Ambiente Il tema dell'ambiente viene utilizzato per accentrare il potere di Bruxelles a discapito degli Stati nazionali, non a caso si propone di «rafforzare il ruolo e l'azione dell'Ue nel settore dell'ambiente e dell'istruzione, ampliando la competenza dell'Ue nel settore dell'istruzione, dei cambiamenti climatici e dell'ambiente ed estendendo il ricorso al processo decisionale a maggioranza qualificata su temi ritenuti di interesse europeo, come l'ambiente».

Resilienza La parola ricorre con grande frequenza. Si parla di «resilienza dell'economia», «resilienza all'interno delle regioni», «resilienza globale dell'Europa», «resilienza demografica», «rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento», «incoraggiare la resilienza» in ambito scolastico.

Famiglia Non si parla mai di famiglia ma di famiglie al plurale, termine che ricorre sette volte, al contrario di «genere» utilizzato ben quattordici volte. Mai usate le parole «mamma» o «madre» e «papà» o «padre», mentre si propone di «intervenire per garantire che tutte le famiglie godano di pari diritti familiari in tutti gli Stati membri. Tali diritti dovrebbero comprendere il diritto al matrimonio e all'adozione».

Diritti e doveri Addirittura trentanove volte è usata la parola «diritti», trentatré quella «diritto» e zero il termine «dovere», a testimonianza di un'Unione europea sbilanciata a favore dei diritti che non ricorda i doveri sia dei propri cittadini sia di chi arriva da fuori i confini europei.

Immigrazione Il tema dei migranti e dell'immigrazione è toccato a più riprese con un'attenzione enorme ai diritti dei migranti e al tema dell'integrazione e, mentre si usa l'espressione «immigrazione irregolare», non si menziona la difesa dei confini.

Libertà di espressione Al punto ventisette si parla di «media, notizie false, disinformazione, verifica dei fatti», un tema particolarmente delicato che si lega alla libertà di parola ed espressione che rischia di essere messa in discussione se si approvasse la proposta di istituire «un organismo dell'Ue incaricato di affrontare e combattere la disinformazione mirata e le ingerenze, migliorando la conoscenza situazionale e rafforzando le organizzazioni di verifica dei fatti e i media indipendenti».

Cosa c’è dietro una legge. Mariella Palazzolo, Lobbista, su Il Riformista il 27 Aprile 2022.

Se vai sui social o vai al bar, scopri che dietro una legge ci sono i poteri forti. Un’affermazione generica, ma non per questo falsa. Sì, dietro molte leggi ci sono i poteri forti e questo è quasi sempre un bene. Ci dovremmo preoccupare del contrario. Mi spiego meglio. Sarebbe un tradimento della democrazia se le norme fossero pensate e scritte in una stanza chiusa, senza rapporti con il mondo esterno o ammettendo in quella stanza solamente organizzazioni o enti minoritari. Verrebbero fuori leggi bislacche, inutili e inapplicabili. È bene invece che le norme siano scritte dopo aver ascoltato le esigenze delle categorie di cittadini o di imprese per le quali sono state elaborate. Questo non significa che siano buttate giù sotto dettatura della categoria più forte, ma che la norma non è campata per aria, buona in teoria, ma distante dal contesto nel quale si applica.

Per la rubrica di Telos A&S Lobby Non Olet, abbiamo parlato di questo argomento con Simona Finazzo, direttore dei rapporti istituzionali di Confindustria: “Confindustria viene sempre ascoltata e coinvolta nei processi legislativi o comunque nelle fasi preliminari del processo legislativo. Ovviamente ciò non toglie che ci sia, in parallelo o in contemporanea, un coinvolgimento delle singole imprese, ma il punto di vista sul sistema produttivo e sull’interesse di carattere generale è un contributo che Confindustria dà al decisore pubblico e, successivamente, al processo legislativo”.

Simona Finazzo nell’intervista ricorda che nel periodo della pandemia, Confindustria si è fatta portavoce delle imprese per i temi dell’accesso al credito e della liquidità. Allo stesso modo, recentemente il suo centro studi ha elaborato un’analisi sul rincaro dell’energia e delle materie prime, fornendo al legislatore un quadro della situazione delle imprese italiane. Poi ribadisce che questi approfondimenti servono a fare del lobbying un’attività di interesse generale, cioè non per questa o quella impresa, ma per le imprese di un intero settore.

Interesse generale non significa però interesse di tutti. Nello stesso settore ci sono certamente esigenze divergenti. E gli interessi di un intero settore possono scontrarsi con quelli di un altro. Sarà poi compito del legislatore ascoltare tutte le voci, almeno dovrebbe… Ricordiamo che rappresentanza significa democrazia. E più ce n’è, meglio è.

(ANSA il 30 aprile 2022) - "Il paradosso oggi è che è la mafia dei gay il problema. Non l'essere omosessuale, ma la mafia degli omosessuali, delle lesbiche". A pronunciare le frasi shock è Luca Barbareschi durante la presentazione di un evento culturale a Sutri, il paese in provincia di Viterbo guidato dal sindaco Vittorio Sgarbi, anche lui presente durante l'invettiva dell'attore con tanto di fascia tricolore. Le parole dell'ex deputato stanno facendo il giro del web, sollevando critiche e polemiche. 

"Quelle di Barbareschi sono parole inaccettabili", tuona il Lazio Pride ricordando che "nel 2018 il Pride di Ostia, organizzato da Lazio Pride, fu dedicato proprio alle vittime delle mafie, in gemellaggio con il Pride di Napoli". "La comunità Lgbt è vittima della criminalità organizzata - si legge in una nota -, che sfrutta e opprime le condizioni di disagio di chi è vittima di omofobia. Barbareschi chieda scusa. 

Lazio Pride è schierato nel contrasto alle mafie e continueremo a farlo il 25 giugno e il 9 luglio ai Lazio Pride di Albano Laziale e Viterbo". "Siamo fortemente delusi per le parole di Barbareschi pronunciate a Sutri - ha detto Virginia Migliore, presidente di Peter Boom Arcigay Viterbo e originaria di Palermo -. Mafie e comunità Lgbt sono in antitesi. Il 9 luglio saremo in piazza al Viterbo Lazio Pride anche contro le mafie, come già Lazio Pride fa da anni.

La sinistra fuori dal mondo ci riprova con la legge Zan. Francesco Maria Del Vigo il 5 Maggio 2022 su Il Giornale.

Provate a fare un esercizio: chiudete gli occhi e pensate a quali sono le cose importanti per il Paese, per le nostre vite. Per la politica. Be’, sicuramente la guerra in Ucraina, il pericolo che il conflitto cresca esponenzialmente fino a diventare mondiale, il terrore che la follia arrivi a lambire l’impensabile, cioè l’arsenale atomico. E poi le ricadute economiche per l’Italia, il prezzo dell’energia elettrica così alto che ormai la bolletta sembra il conto di un ristorante stellato, la carenza di materie prime, la pressione fiscale, lo spread che sale, la Borsa che scende e ora Draghi che si è pure messo a smantellare il superbonus. E, volendo continuare, la riforma della giustizia, la legge elettorale e tutte le beghe interne alla maggioranza. Stop. Basta. Terminiamo l’esercizio per non ingenerare accessi di ansia in chi legge e, a dire il vero, anche in chi scrive.

Ma la lista sarebbe più lunga, anzi potrebbe essere infinita, tanti sono i nodi da sciogliere che l’attualità ci offre. Però, tra sessanta milioni abbondanti di italiani, ci sono due persone che non hanno tutti questi grattacapi, non si arrovellano su sciocchezze pedestri come le guerre o l’economia che va a rotoli. E noi, lo diciamo senza alcuna traccia di ironia, li invidiamo: vorremmo essere esattamente come loro. Con quel «giusto» distacco dalla realtà che ti permette di vivere un’esistenza vagamente marziana. E di quei due (magari sono molti di più, ma non possiamo saperlo) sappiamo anche nome e cognome: Enrico Letta e Monica Cirinnà, rispettivamente leader del Partito democratico e senatrice del medesimo partito. Letta e Cirinnà, serafici, come se nulla fosse, come se non esistesse tutto il casino sopraccitato, hanno rilanciato per la milionesima volta il Ddl Zan. Fondamentale, no? Tipico della sinistra che passa ore a scrutarsi l’ombelico, senza cogliere nulla di quello che le orbita attorno.

«È doveroso che diventi legge entro la fine di questa legislatura, credo sarebbe una sconfitta se chiudessimo senza aver portato a termine l’approvazione di questo provvedimento», ha detto Letta, col cipiglio delle occasioni più solenni, presentando in Senato il nuovo (in realtà vecchio) disegno di legge contro la omotransfobia. Disegno di legge, per altro, divisivissimo, accusato da più parti di limitare la libertà di espressione con la scusa di perseguire reati (quelli discriminatori) che nella nostra Costituzione e nelle nostre leggi sono già ampiamente (e giustamente) perseguiti. Così il ddl Zan a più di sei mesi dal suo affossamento in Senato, ora torna in pista. Non sappiamo che fine farà la legge questa volta, sappiamo solo che i democratici sono più fuori dal mondo degli astronauti della stazione spaziale che ha appena accolto AstroSamantha. E i sondaggi, infatti, non perdonano.

La casta delle toghe. La casta delle toghe dai ricchi stipendi: tenetevi il denaro ma mollate un po’ di potere…Iuri Maria Prado su Il Riformista il 5 Maggio 2022. 

Non c’è niente di male nel puro fatto che i magistrati ricevano un ricco stipendio. Certo, chi reclamasse che nel nostro Paese ci vorrebbe un po’ di giustizia sociale, un po’ di redistribuzione, inevitabilmente darebbe un’occhiata alla busta paga del funzionario in toga, che è la più sontuosa d’Europa e supera di due, di tre, di quattro, di cinque volte quella di qualsiasi pubblico dipendente. Ma lasciamo pur perdere i paragoni, e accantoniamo pure la sperequazione che favorisce in quella misura i nostri magistrati rispetto a tutti i loro colleghi stranieri e ai lavoratori della pubblica amministrazione estranei alla cerchia giudiziaria.

E invece domandiamo: ma un simile privilegio, che qualcuno potrebbe ritenere già in linea di principio ingiustificabile, non dovrebbe almeno essere impetrato e concesso sulla scorta di qualche controllo di professionalità? Non dovrebbe, cioè, almeno escludersi che tanto salario sia riconosciuto solo per appartenenza castale, e cioè solo perché uno è impancato ad arrestare la gente e a giudicarla, senza nessuno scrutinio su come quel lavoro è condotto? Né ancora basta. Perché questa ricchezza è intestata a una categoria che vede associato al proprio privilegio economico un potere incomparabile: due cose che in democrazia, al contrario, non dovrebbero andare di conserva.

E non perché chi ha tanto potere dovrebbe esercitarlo gratis, ma perché prevalere sugli altri in potere e in danaro, per l’esercizio di un ruolo che simultaneamente assicura l’uno e l’altro, produce un rapporto di doppia subordinazione: pressappoco quello che c’è tra il nobilastro che impone al villano non solo la tassa ma anche il rispetto di rango, due cose funzionalmente collegate in reciproca giustificazione. Ci opporremmo con forza, se qualcuno proponesse di ricondurre a giustizia lo stipendio dei magistrati. Piacerebbe tuttavia che essi mostrassero meno resistenza all’idea che la società, lasciandoli ricchi, pretenda però di limitare almeno un pizzico del loro potere. Un po’ come in democrazia si fa appunto coi nobili, cui si lasciano i possedimenti ma non il potere di fare il bello e il cattivo tempo sulla vita degli altri. Iuri Maria Prado

 Il dibattito sulla riforma. I magistrati vogliono il potere politico: Mattarella perché resti in silenzio? Riccardo Polidoro su Il Riformista il 5 Maggio 2022. 

La struttura democratica del nostro Paese si basa su tre poteri: il legislativo, che compete al Parlamento; l’esecutivo che compete al Governo; quello giudiziario, che spetta alla Magistratura. La loro separazione è elemento essenziale. Ciò garantisce che essi non si concentrino in unica categoria o persona, al fine di scongiurare il pericolo di una dittatura. Tale premessa è di fondamentale importanza nel momento in cui si voglia esaminare quanto sta accadendo in questi giorni in merito alla riforma dell’ordinamento giudiziario, cioè all’introduzione di nuove norme in materia ordinamentale, organizzativa e disciplinare, di eleggibilità e ricollocamento in ruolo dei magistrati e di costituzione e funzionamento del Consiglio superiore della magistratura.

I partiti politici hanno assunto varie posizioni e il dibattito ha ridotto di gran lunga le aspettative di un concreto cambiamento e di un’effettiva svolta che potessero effettivamente apportare quelle modifiche di sistema per far riemergere il mondo giudiziario da un abisso mai prima d’ora toccato. Nonostante si prospettino, quindi, piccoli e poco significativi passi in avanti di quel necessario percorso di civiltà giuridica, l’Associazione nazionale magistrati ha ritenuto di annunciare una giornata di sciopero per denunciare all’opinione pubblica che la prospettata riforma non è altro che una legge per intimidire la magistratura. L’Associazione, a cui aderisce circa il 96% dei magistrati e che ha il fine di tutelare i valori costituzionali, l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, ha, nei giorni scorsi, acquistato un’intera pagina dei più importanti quotidiani nazionali per illustrare le ragioni della protesta.

“Una riforma sbagliata” è il titolo che campeggia in alto e subito dopo una serie di affermazioni dell’Anm, che si concludono con il riferimento al rispetto del principio della separazione dei poteri e ricordando che i magistrati sono soggetti soltanto alla legge. Appunto! verrebbe da dire. C’è il potere legislativo che, unitamente a quello esecutivo, sta elaborando una riforma e, proprio nel rispetto della separazione dei poteri, quello giudiziario – che ha tutt’altre prerogative non meno importanti – non dovrebbe entrare a gamba tesa, addirittura minacciando di fermare la propria attività, incrociando le braccia per un giorno. La Costituzione prevede che i magistrati siano soggetti soltanto alla legge, non che debbano scriverle.  Tale principio di palmare evidenza, e che non può trovare diversa interpretazione, nel corso degli anni si è del tutto affievolito fino a far dimenticare i limiti delle competenze della magistratura che, pur avendo il delicato ruolo di indagare e giudicare, decidendo quindi delle sorti della vita altrui, non è chiamata a legiferare. Ma la storia, soprattutto recente, ci dice purtroppo che non è così. Con buona pace della separazione dei poteri.

L’attuale presidente dell’Associazione nazionale magistrati è stato capo dell’Ufficio legislativo del ministero della Giustizia dall’ottobre 2015 al febbraio 2018 ed in precedenza, dall’agosto 2013, ha svolto le funzioni di vice capo con compiti di coordinamento del settore penale. Cinque anni presso l’Ufficio legislativo. Del resto è prassi che il capo di Gabinetto del ministro della Giustizia sia un magistrato, mentre possono essere fino a duecento quelli fuori ruolo, la maggior parte dei quali distaccati proprio al ministero della Giustizia che, dunque, è gestito in gran parte dal potere giudiziario. Tale inconcepibile ed innaturale innesto – di cui si auspica la fine al più presto – ha avuto l’effetto di trasformare la cultura dei magistrati, i quali, invece di gestire il loro immenso potere giudiziario, cercando di esercitarlo nel migliore dei modi, vogliono un potere politico non di loro competenza. Nella predetta pagina a pagamento si legge, tra l’altro, che «avremmo voluto una riforma del Csm che riducesse il peso delle correnti..».

Ma le correnti non nascono in seno all’Anm? E non sarebbe opportuno che proprio l’Anm si ponesse finalmente il problema di ridimensionarne il potere, soprattutto alla luce di quanto accaduto negli ultimi anni? Ed ancora si legge: «Quella che si sta materializzando è una riforma che non ha come scopo quello di preservare la qualità delle decisioni dei magistrati…». Affermazione che mette in luce, ancora una volta, che chi giudica gli altri non vuole essere giudicato nemmeno dai propri colleghi – come del resto prevede la riforma – e la volontà di lasciare immutata la situazione attuale, nella quale non esiste alcuna concreta penalità per il magistrato incapace. Al più – e raramente – un trasferimento per fare danni in altri luoghi. Un incomprensibile e deleterio sciopero, dunque, di uno dei tre poteri dello Stato contro gli altri due poteri, nel silenzio – almeno fino ad ora – del Capo dello Stato che è anche capo del Consiglio superiore della magistratura. Riccardo Polidoro

Dalla casa di Guerini agli Angelucci: ecco la rete del lobbista dei misteri. EMILIANO FITTIPALDI su Il Domani il 29 aprile 2022

Il nome di Sergio Pasquantonio, lobbista e professionista del campo sanitario, è spuntato fuori in alcuni verbali di Piero Amara e Fabrizio Centofanti. Secondo Amara, PAsquantonio era uno dei «vecchi» della presunta Loggia Ungheria.

Pasquantonio ha smentito, annunciando denuncia per calunnia. Ma chi è il misterioso lobbista che frequenta i potenti della politica e dell’imprenditoria?

Pasquantonio conosce bene Zingaretti, gli Angelucci. «Tinebra? Era un amico». Rapporti anche con il ministro della Difesa Guerini, che ha affittato casa della figlia a Monti

EMILIANO FITTIPALDI. Nato nel 1974, è vicedirettore di Domani. Giornalista investigativo, ha lavorato all'Espresso firmando inchieste su politica, economia e criminalità. Per Feltrinelli ha scritto "Avarizia" e "Lussuria" sulla corruzione in Vaticano e altri saggi sul potere.

Antonio Giangrande: DEMOCRAZIA: LA DITTATURA DELLE MINORANZE.

La coperta corta e l’illusione della rappresentanza politica, tutelitaria degli interessi diffusi.

Di Antonio Giangrande Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie. Antonio Giangrande ha scritto i libri che parlano delle caste e delle lobbies; della politica, in generale, e dei rispettivi partiti politici, in particolare.

La dittatura è una forma autoritaria di governo in cui il potere è accentrato in un solo organo, se non addirittura nelle mani del solo dittatore, non limitato da leggi, costituzioni, o altri fattori politici e sociali interni allo Stato. Il ricambio al vertice decisionale si ha con l’eliminazione fisica del dittatore per mano dei consanguinei in linea di successione o per complotti cruenti degli avversari politici. In senso lato, dittatura ha quindi il significato di predominio assoluto e perlopiù incontrastabile di un individuo (o di un ristretto gruppo di persone) che detiene un potere imposto con la forza. In questo senso la dittatura coincide spesso con l'autoritarismo e con il totalitarismo. Sua caratteristica è anche la negazione della libertà di espressione e di stampa.

La democrazia non è altro che la dittatura delle minoranze reazionarie, che, con fare ricattatorio, impongono le loro pretese ad una maggioranza moderata, assoggetta da calcoli politici.

Si definisce minoranza un gruppo sociale che, in una data società, non costituisce una realtà maggioritaria. La minoranza può essere in riferimento a: etnia (minoranza etnica), lingua (minoranza linguistica), religione (minoranza religiosa), genere (minoranza di genere), età, condizione psicofisica.

Minoranza con potere assoluto è chi eserciti una funzione pubblica legislativa, giudiziaria o amministrativa. Con grande influenza alla formazione delle leggi emanate nel loro interesse. Queste minoranze sono chiamate "Caste".

Minoranza con potere relativo è colui che sia incaricato di pubblico servizio, ai sensi della legge italiana, ed identifica chi, pur non essendo propriamente un pubblico ufficiale con le funzioni proprie di tale status (certificative, autorizzative, deliberative), svolge comunque un servizio di pubblica utilità presso organismi pubblici in genere. Queste minoranze sono chiamate "Lobbies professionali abilitate" (Avvocati, Notai, ecc.). A queste si aggiungono tutte quelle lobbies economiche o sociali rappresentative di un interesse corporativo non abilitato. Queste si distinguono per le battagliere e visibili pretese (Tassisti, sindacati, ecc.).

Le minoranze, in democrazia, hanno il potere di influenzare le scelte politiche a loro vantaggio ed esercitano, altresì, la negazione della libertà di espressione e di stampa, quando queste si manifestano a loro avverse.

Questo impedimento è l'imposizione del "Politicamente Corretto” nello scritto e nel parlato. Recentemente vi è un tentativo per limitare ancor più la libertà di parola: la cosiddetta lotta alle “Fake news”, ossia alle bufale on line. La guerra, però è rivolta solo contro i blog e contro i forum, non contro le testate giornalistiche registrate. Questo perché, si sa, gli abilitati sono omologati al sistema.

Nel romanzo 1984 George Orwell immaginò un mondo in cui il linguaggio e il pensiero della gente erano stati soffocati da un tentacolare sistema persuasivo tecnologico allestito dallo stato totalitario. La tirannia del “politicamente corretto” che negli ultimi anni si è impossessata della cultura occidentale ricorda molto il pensiero orwelliano: qualcuno dall'alto stabilisce cosa in un determinato frangente storico sia da ritenersi giusto e cosa sbagliato, e sfruttando la cassa di risonanza della cultura di massa induce le persone ad aderire ad una serie di dogmi laici spacciati per imperativi etici, quando in realtà sono solo strumenti al soldo di una strategia socio-politica.

Di esempi della tirannia delle minoranze la cronaca è piena. Un esempio per tutti.

Assemblea Pd, basta con questi sciacalli della minoranza, scrive Andrea Viola, Avvocato e consigliere comunale Pd, il 15 febbraio 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Mentre il Paese ha bisogno di risposte, la vecchia sinistra pensa sempre e solo alle proprie poltrone: è un vecchio vizio dalemiano. Per questi democratici non importa governare l’Italia, è più importante controllare un piccolo ma proprio piccolo partito. Di queste persone e di questi politicanti siamo esausti: hanno logorato sempre il Pd e il centro-sinistra; hanno sempre e solo pensato ai loro poltronifici; si sono sempre professati più a sinistra di ogni segretario che non fosse un loro uomo. Ma ora basta. Ricapitoliamo. Renzi perde le primarie con Bersani prima delle elezioni politiche del 2013. Bersani fa le liste mettendo dentro i suoi uomini con il sistema del Porcellum (altro che capilista bloccati). Elezioni politiche che dovevano essere vinte con facilità ed invece la campagna elettorale di Bersani fu la peggiore possibile. Renzi da parte sua diede il più ampio sostegno, in maniera leale e trasparente. Il Pd di Bersani non vinse e fu costretto ad un governo Letta con Alfano e Scelta Civica. Dopo mesi di pantano, al congresso del Pd, Renzi vince e diventa il segretario a stragrande maggioranza. E poi, con l’appoggio del Giorgio Napolitano, nuovo presidente del Consiglio. Lo scopo del suo governo è fare le riforme da troppo tempo dimenticate: legge elettorale e riforma costituzionale. Tutti d’accordo. E invece ecco che Bersani, D’Alema e compagnia iniziano il lento logoramento, non per il bene comune ma per le poltrone da occupare. Si vota l’Italicum e la riforma costituzionale. Renzi fa l’errore di personalizzare il referendum ed ecco gli sciacalli della minoranza Pd che subito si fiondano. Da quel momento inizia la strategia: andare contro il segretario che cercare di riprendere in mano il partito. La prova è semplice da dimostrare: Bersani e i suoi uomini in Parlamento avevano votato a favore della riforma costituzionale. Non c’è bisogno di aggiungere altro. Invece il referendum finisce 59 a 41 per il No. Matteo Renzi, in coerenza con quello detto in precedenza, si dimette da presidente del Consiglio. E francamente vedere brindare D’Alema, Speranza e compagnia all’annuncio delle dimissioni di Renzi è stato veramente vomitevole. Questa è stata la prima e vera plateale scissione: compagni di partito che brindano contro il proprio segretario, vergognoso! Bene, da quel momento, è un susseguirsi di insulti continui a Renzi, insulti che neanche il proprio nemico si era mai sognato. Renzi, a quel punto, è pronto a dimettersi subito e aprire ad un nuovo congresso. Nulla, la minoranza non vuole e minaccia la scissione perché prima ci deve essere altro tempo. Non per lavorare nell’interesse della comunità ma per le mirabolanti strategie personali di Bersani e D’Alema. Avevano detto che dopo il referendum sarebbe bastato poco per fare altra legge elettorale e altra riforma costituzionale. Niente di più falso. Unico loro tormentone, fare fuori Matteo. Renzi, allora, chiede di fare presto per andare al voto. Apriti cielo: il baffetto minaccia la scissione, non vuole il voto subito, si perde il vitalizio. Dice che ci vuole il congresso prima del voto. Bene, Renzi si dice pronto. Lunedì scorso si tiene la direzione. Tanti interventi. Si vota. La minoranza, però, vota contro la mozione dei renziani. Il risultato: 107 con Renzi, 12 contro. “Non vogliamo un partito di Renzi”, dicono. Insomma il vaso è proprio colmo. Scuse su scuse, una sola verità: siete in stragrande minoranza e volete solo demolire il Pd e Renzi. Agli italiani però non interessa e non vogliono essere vostri ostaggi. E’ chiaro a tutti che non vi interessa governare ma avere qualche poltrona assicurata. Sarà bello vedervi un giorno cercare alleanze. I ricatti sono finiti: ora inizi finalmente la vera rottamazione.

No, no e 354 volte no. La sindrome Nimby (Not in my back yard, "non nel mio cortile") va ben oltre il significato originario. Non solo contestazioni di comitati che non vogliono nei dintorni di casa infrastrutture o insediamenti industriali: 354, appunto, bloccati solo nel 2012 (fonte Nimby Forum). Ormai siamo in piena emergenza Nimto – Not in my term of office, "non nel mio mandato" – e cioè quel fenomeno che svela l’inazione dei decisori pubblici. Nel Paese dei mille feudi è facile rinviare decisioni e scansare responsabilità. La protesta è un’arte, e gli italiani ne sono indiscussi maestri. Ecco quindi pareri "non vincolanti" di regioni, province e comuni diventare veri e propri niet, scrive Alessandro Beulcke su “Panorama”. Ministeri e governo, in un devastante regime di subalternità perenne, piegano il capo ai masanielli locali. Tempi decisionali lunghi, scelte rimandate e burocrazie infinite. Risultato: le multinazionali si tengono alla larga, le grandi imprese italiane ci pensano due volte prima di aprire uno stabilimento. Ammonterebbe così a 40 miliardi di euro il "costo del non fare" secondo le stime di Agici-Bocconi. E di questi tempi, non permettere l’iniezione di capitali e lavoro nel Paese è una vera follia.

NO TAV, NO dal Molin, NO al nucleare, NO all’ingresso dei privati nella gestione dell’acqua: negli ultimi tempi l’Italia è diventata una Repubblica fondata sul NO? A quanto pare la paura del cambiamento attanaglia una certa parte dell’opinione pubblica, che costituisce al contempo bacino elettorale nonché cassa di risonanza mediatica per politici o aspiranti tali (ogni riferimento è puramente casuale). Ciò che colpisce è la pervicacia con la quale, di volta in volta, una parte o l’altra del nostro Paese si barrica dietro steccati culturali, rifiutando tutto ciò che al di fuori dei nostri confini è prassi comune. Le battaglie tra forze dell’ordine e manifestanti NO TAV non si sono verificate né in Francia né nel resto d’Europa, nonostante il progetto preveda l’attraversamento del continente da Lisbona fino a Kiev: è possibile che solo in Val di Susa si pensi che i benefici dell’alta velocità non siano tali da compensare l’inevitabile impatto ambientale ed i costi da sostenere? E’ plausibile che sia una convinzione tutta italica quella che vede i treni ad alta velocità dedicati al traffico commerciale non rappresentare il futuro ma, anzi, che questi siano andando incontro a un rapido processo di obsolescenza? Certo, dire sempre NO e lasciare tutto immutato rappresenta una garanzia di sicurezza, soprattutto per chi continua a beneficiare di rendite di posizione politica, ma l’Italia ha bisogno di cambiamenti decisi per diventare finalmente protagonista dell’Europa del futuro. NO?

Il Paese dei "No" a prescindere. Quando rispettare le regole è (quasi) inutile. In Italia non basta rispettare le regole per riuscire ad investire nelle grandi infrastrutture. Perché le regole non sono una garanzia in un Paese dove ogni decisione è messa in discussione dai mal di pancia fragili e umorali della piazza. E di chi la strumentalizza, scrive l’imprenditore Massimiliano Boi. Il fenomeno, ben noto, si chiama “Nimby”, iniziali dell’inglese Not In My Backyard (non nel mio cortile), ossia la protesta contro opere di interesse pubblico che si teme possano avere effetti negativi sul territorio in cui vengono costruite. I veti locali e l’immobilismo decisionale ostacolano progetti strategici e sono il primo nemico per lo sviluppo dell’Italia. Le contestazioni promosse dai cittadini sono “cavalcate” (con perfetta par condicio) dalle opposizioni e dagli stessi amministratori locali, impegnati a contenere ogni eventuale perdita di consenso e ad allontanare nel tempo qualsiasi decisione degna di tale nome. Dimenticandosi che prendere le decisioni è il motivo per il quale, in definitiva, sono stati eletti. L’Osservatorio del Nimby Forum (nimbyforum.it) ha verificato che dopo i movimenti dei cittadini (40,7%) i maggiori contestatori sono gli amministratori pubblici in carica (31,4%) che sopravanzano di oltre 15 punti i rappresentanti delle opposizioni. Il sito nimbyforum.it, progetto di ricerca sul fenomeno delle contestazioni territoriali ambientali gestito dall'associazione no profit Aris, rileva alla settima edizione del progetto che in Italia ci sono 331 le infrastrutture e impianti oggetto di contestazioni (e quindi bloccati). La fotografia che emerge è quella di un paese vecchio, conservatore, refrattario ad ogni cambiamento. Che non attrae investimenti perché è ideologicamente contrario al rischio d’impresa. Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è la tendenza allo stallo. Quella che i sociologi definiscono “la tirannia dello status quo”, cioè dello stato di fatto, quasi sempre insoddisfacente e non preferito da nessuno. A forza di "no" a prescindere, veti politici e pesanti overdosi di burocrazia siamo riusciti (senza grandi sforzi) a far scappare anche le imprese straniere. La statistica è piuttosto deprimente: gli investimenti internazionali nella penisola valgono 337 miliardi, la metà di quelli fatti in Spagna e solo l’1,4% del pil, un terzo in meno di Francia e Germania. Un caso per tutti, raccontato da Ernesto Galli Della Loggia. L’ex magistrato Luigi de Magistris, sindaco di Napoli, città assurta come zimbello mondiale della mala gestione dei rifiuti, si è insediato come politico “nuovo”, “diverso”, “portatore della rivoluzione”. Poi, dicendo “no” ai termovalorizzatori per puntare solo sulla raccolta differenziata, al molo 44 Area Est del porto partenopeo, ha benedetto l’imbarco di 3 mila tonn di immondizia cittadina sulla nave olandese “Nordstern” che, al prezzo di 112 euro per tonn, porterà i rifiuti napoletani nel termovalorizzatore di Rotterdam. Dove saranno bruciati e trasformati in energia termica ed elettrica, a vantaggio delle sagge collettività locali che il termovalorizzatore hanno voluto. Ma senza andare lontano De Magistris avrebbe potuto pensare al termovalorizzatore di Brescia, dove pare che gli abitanti non abbiano l’anello al naso. Scrive Galli Della Loggia: “Troppo spesso questo è anche il modo in cui, da tempo, una certa ideologia verde cavalca demagogicamente paure e utopie, senza offrire alcuna alternativa reale, ma facendosi bella nel proporre soluzioni che non sono tali”.

In Italia stiamo per inventare la "tirannia della minoranza". Tocqueville aveva messo in guardia contro gli eccessivi poteri del Parlamento. Con la legge elettorale sbagliata si può andare oltre...scrive Dario Antiseri, Domenica 04/09/2016, su "Il Giornale". Nulla di più falso, afferma Ludwig von Mises, che liberalismo significhi distruzione dello Stato o che il liberale sia animato da un dissennato odio contro lo Stato. Precisa subito Mises in Liberalismo: «Se uno ritiene che non sia opportuno affidare allo Stato il compito di gestire ferrovie, trattorie, miniere, non per questo è un nemico dello Stato. Lo è tanto poco quanto lo si può chiamare nemico dell'acido solforico, perché ritiene che, per quanto esso possa essere utile per svariati scopi, non è certamente adatto ad essere bevuto o usato per lavarsi le mani». Il liberalismo prosegue Mises non è anarchismo: «Bisogna essere in grado di costringere con la violenza ad adeguarsi alle regole della convivenza sociale chi non vuole rispettare la vita, la salute, o la libertà personale o la proprietà privata di altri uomini. Sono questi i compiti che la dottrina liberale assegna allo Stato: la protezione della proprietà, della libertà e della pace». E per essere ancora più chiari: «Secondo la concezione liberale, la funzione dell'apparato statale consiste unicamente nel garantire la sicurezza della vita, della salute, della libertà e della proprietà privata contro chiunque attenti ad essa con la violenza». Conseguentemente, il liberale considera lo Stato «una necessità imprescindibile». E questo per la precisa ragione che «sullo Stato ricadono le funzioni più importanti: protezione della proprietà privata e soprattutto della pace, giacché solo nella pace la proprietà privata può dispiegare tutti i suoi effetti». È «la pace la teoria sociale del liberalismo». Da qui la forma di Stato che la società deve abbracciare per adeguarsi all'idea liberale, forma di Stato che è quella democratica, «basata sul consenso espresso dai governati al modo in cui viene esercitata l'azione di governo». In tal modo, «se in uno Stato democratico la linea di condotta del governo non corrisponde più al volere della maggioranza della popolazione, non è affatto necessaria una guerra civile per mandare al governo quanti intendano operare secondo la volontà della maggioranza. Il meccanismo delle elezioni e il parlamentarismo sono appunto gli strumenti che permettono di cambiare pacificamente governo, senza scontri, senza violenza e spargimenti di sangue». E se è vero che, senza questi meccanismi, «dovremmo solo aspettarci una serie ininterrotta di guerre civili», e se è altrettanto vero che il primo obiettivo di ogni totalitario è l'eliminazione di quella sorgente di libertà che è la proprietà privata, a Mises sta a cuore far notare che «i governi tollerano la proprietà privata solo se vi sono costretti, ma non la riconoscono spontaneamente per il fatto che ne conoscono la necessità. È accaduto spessissimo che persino uomini politici liberali, una volta giunti al potere, abbiano più o meno abbandonato i principi liberali. La tendenza a sopprimere la proprietà privata, ad abusare del potere politico, e a disprezzare tutte le sfere libere dall'ingerenza statale, è troppo profondamente radicata nella psicologia del potere politico perché se ne possa svincolare. Un governo spontaneamente liberale è una contradictio in adjecto. I governi devono essere costretti ad essere liberali dal potere unanime dell'opinione pubblica». Insomma, aveva proprio ragione Lord Acton a dire che «il potere tende a corrompere e che il potere assoluto corrompe assolutamente». Un ammonimento, questo, che dovrebbe rendere i cittadini e soprattutto gli intellettuali ed i giornalisti più consapevoli e responsabili. Da Mises ad Hayek. In uno dei suoi lavori più noti e più importanti, e cioè Legge, legislazione e libertà, Hayek afferma: «Lungi dal propugnare uno Stato minimo, riteniamo indispensabile che in una società avanzata il governo dovrebbe usare il proprio potere di raccogliere fondi per le imposte per offrire una serie di servizi che per varie ragioni non possono essere forniti o non possono esserlo in modo adeguato dal mercato». A tale categoria di servizi «appartengono non soltanto i casi ovvi come la protezione dalla violenza, dalle epidemie o dai disastri naturali quali allagamenti e valanghe, ma anche molte delle comodità che rendono tollerabile la vita nelle grandi città, come la maggior parte delle strade, la fissazione di indici di misura, e molti altri tipi di informazione che vanno dai registri catastali, mappe e statistiche, ai controlli di qualità di alcuni beni e servizi». È chiaro che l'esigere il rispetto della legge, la difesa dai nemici esterni, il campo delle relazioni internazionali, sono attività dello Stato. Ma vi è anche, fa presente Hayek, tutta un'altra classe di rischi per i quali solo recentemente è stata riconosciuta la necessità di azioni governative: «Si tratta del problema di chi, per varie ragioni, non può guadagnarsi da vivere in un'economia di mercato, quali malati, vecchi, handicappati fisici e mentali, vedove e orfani, cioè coloro che soffrono condizioni avverse, le quali possono colpire chiunque e contro cui molti non sono in grado di premunirsi da soli ma che una società la quale abbia raggiunto un certo livello di benessere può permettersi di aiutare». La «Grande Società» può permettersi fini umanitari perché è ricca; lo può fare «con operazioni fuori mercato e non con manovre che siano correzioni del mercato medesimo». Ma ecco la ragione per cui esso deve farlo: «Assicurare un reddito minimo a tutti, o un livello cui nessuno scenda quando non può provvedere a se stesso, non soltanto è una protezione assolutamente legittima contro rischi comuni a tutti, ma è un compito necessario della Grande Società in cui l'individuo non può rivalersi sui membri del piccolo gruppo specifico in cui era nato». E, in realtà, ribadisce Hayek, «un sistema che invoglia a lasciare la sicurezza goduta appartenendo ad un gruppo ristretto, probabilmente produrrà forti scontenti e reazioni violente quando coloro che ne hanno goduto prima i benefici si trovino, senza propria colpa, privi di aiuti, perché non hanno più la capacità di guadagnarsi da vivere». Tutto ciò premesso, Hayek torna ad insistere sul pericolo insito anche nelle moderne democrazie dove si è persa la distinzione tra legge e legislazione, vale a dire tra un ordine che «si è formato per evoluzione», un ordine «endogeno» e che si «autogenera» (cosmos) da una parte e dall'altra «un ordine costruito». Un popolo sarà libero se il governo sarà un governo sotto l'imperio della legge, cioè di norme di condotta astratte frutto di un processo spontaneo, le quali non mirano ad un qualche scopo particolare, si applicano ad un numero sconosciuto di casi possibili, e formano un ordine in cui gli individui possano realizzare i loro scopi. E, senza andare troppo per le lunghe, l'istituto della proprietà intendendo con Locke per «proprietà» non solo gli oggetti materiali, ma anche «la vita, la libertà ed i possessi» di ogni individuo costituisce, secondo Hayek, «la sola soluzione finora scoperta dagli uomini per risolvere il problema di conciliare la libertà individuale con l'assenza di conflitti». La Grande società o Società aperta in altri termini «è resa possibile da quelle leggi fondamentali di cui parlava Hume, e cioè la stabilità del possesso, il trasferimento per consenso e l'adempimento delle promesse». Senza una chiara distinzione tra la legge posta a garanzia della libertà e la legislazione di maggioranze che si reputano onnipotenti, la democrazia è perduta. La verità, dice Hayek, è che «la sovranità della legge e la sovranità di un Parlamento illimitato sono inconciliabili». Un Parlamento onnipotente, senza limiti alla legiferazione, «significa la morte della libertà individuale». In breve: «Noi possiamo avere o un Parlamento libero o un popolo libero». Tocqueville, ai suoi tempi, aveva messo in guardia contro la tirannia della maggioranza; oggi, ai nostri giorni, in Italia, si va ben oltre, sempre più nel baratro, con la proposta di una legge elettorale dove si prefigura chiaramente una «tirannia» della minoranza. Dario Antiseri

Quelli che... è sempre colpa del liberalismo. Anche se in Italia neppure esiste. A sinistra (ma pure a destra) è diffusa l'idea che ogni male della società sia frutto dell'avidità e del cinismo capitalistico. Peccato sia l'esatto contrario: l'assenza di mercato e di concorrenza produce ingiustizie e distrugge l'eco..., scrive Dario Antiseri, Domenica 04/09/2016, su "Il Giornale". Una opinione sempre più diffusa e ribadita senza sosta è quella in cui da più parti si sostiene che i tanti mali di cui soffre la nostra società scaturiscano da un'unica e facilmente identificabile causa: la concezione liberale della società. Senza mezzi termini si continua di fatto a ripetere che il liberalismo significhi «assenza di Stato», uno sregolato laissez fairelaissez passer, una giungla anarchica dove scorrazzano impuniti pezzenti ben vestiti ingrassati dal sangue di schiere di sfruttati. Di fronte ad un sistema finanziario slegato dall'economia reale, a banchieri corrotti e irresponsabili che mandano sul lastrico folle di risparmiatori, quando non generano addirittura crisi per interi Stati; davanti ad una disoccupazione che avvelena la vita di larghi strati della popolazione, soprattutto giovanile; di fronte ad ingiustizie semplicemente spaventose generate da privilegi goduti da bande di cortigiani genuflessi davanti al padrone di turno; di fronte ad imprenditori che impastano affari con la malavita e ad una criminalità organizzata che manovra fiumi di (...) (...) denaro; di fronte a queste e ad altre «ferite» della società, sul banco degli imputati l'aggressore ha sempre e comunque un unico volto: quello della concezione liberale della società. E qui è più che urgente chiedersi: ma è proprio vero che le cose stanno così, oppure vale esattamente il contrario, cioè a dire che le «ferite» di una società ingiusta, crudele e corrotta zampillano da un sistematico calpestamento dei principi liberali, da un tenace rifiuto della concezione liberale dello Stato? Wilhelm Röpke, uno dei principali esponenti contemporanei del pensiero liberale, muore a Ginevra il 12 febbraio del 1966. Nel ricordo di Ludwig Erhard, allora Cancelliere della Germania Occidentale: «Wilhelm Röpke è un grande testimone della verità. I miei sforzi verso il conseguimento di una società libera sono appena sufficienti per esprimergli la mia gratitudine, per avere egli influenzato la mia concezione e la mia condotta». E furono esattamente le idee della Scuola di Friburgo alla base della strabiliante rinascita della Germania Occidentale dopo la fine della seconda guerra mondiale. Ancora Erhard, qualche anno prima, nel 1961: «Se esiste una teoria in grado di interpretare in modo corretto i segni del tempo e di offrire un nuovo slancio simultaneamente ad un'economia di concorrenza e a un'economia sociale, questa è la teoria proposta da coloro che vengono chiamati neoliberali o ordoliberali. Essi hanno posto con sempre maggiore intensità l'accento sugli aspetti politici e sociali della politica economica affrancandola da un approccio troppo meccanicistico e pianificatore». E tutt'altro che una assenza dello Stato caratterizza la proposta dei sostenitori dell'Economia sociale di mercato. La loro è una concezione di uno Stato forte, fortissimo, istituito a presidio di regole per la libertà: «Quel che noi cerchiamo di creare - affermano Walter Eucken e Franz Böhm nel primo numero di Ordo (1948) è un ordine economico e sociale che garantisca al medesimo tempo il buon funzionamento dell'attività economica e condizioni di vita decenti e umane. Noi siamo a favore dell'economia di concorrenza perché è essa che permette il conseguimento di questo scopo. E si può anche dire che tale scopo non può essere ottenuto che con questo mezzo». Non affatto ciechi di fronte alle minacce del potere economico privato sul funzionamento del mercato concorrenziale né sul fatto che le tendenze anticoncorrenziali sono più forti nella sfera pubblica che in quella privata, né sui torbidi maneggi tra pubblico e privato, gli «Ordoliberali» della scuola di Friburgo, distanti dalla credenza in un'armonia spontanea prodotta dalla «mano invisibile», hanno sostenuto l'idea che il sistema economico deve funzionare in conformità con una «costituzione economica» posta in essere dallo Stato. Scrive Walter Eucken nei suoi Fondamenti di economia politica (1940): «Il sistema economico deve essere pensato e deliberatamente costruito. Le questioni riguardanti la politica economica, la politica commerciale, il credito, la protezione contro i monopoli, la politica fiscale, il diritto societario o il diritto fallimentare, costituiscono i differenti aspetti di un solo grande problema, che è quello di sapere come bisogna stabilire le regole dell'economia, presa come un tutto a livello nazionale ed internazionale». Dunque, per gli Ordoliberali il ruolo dello Stato nell'economia sociale di mercato non è affatto quello di uno sregolato laissez-faire, è bensì quello di uno «Stato forte» adeguatamente attrezzato contro l'assalto dei monopolisti e dei cacciatori di rendite. Eucken: «Lo Stato deve agire sulle forme dell'economia, ma non deve essere esso stesso a dirigere i processi economici. Pertanto, sì alla pianificazione delle forme, no alla pianificazione del controllo del processo economico». «Non fa d'uopo confutare ancora una volta la grossolana fola che il liberalismo sia sinonimo di assenza dello Stato o di assoluto lasciar fare o lasciar passare». Questo scrive Luigi Einaudi in una delle sue Prediche inutili (dal titolo: Discorso elementare sulle somiglianze e sulle dissomiglianze tra liberalismo e socialismo). E prosegue: «Che i liberali siano fautori dello Stato assente, che Adamo Smith sia il campione dell'assoluto lasciar fare e lasciar passare sono bugie che nessuno studioso ricorda; ma, per essere grosse, sono ripetute dalla più parte dei politici, abituati a dire: superata l'idea liberale; non hanno letto mai nessuno dei libri sacri del liberalismo e non sanno in che cosa esso consista». Contro Croce, per il quale il liberalismo «non ha un legame di piena solidarietà col capitalismo o col liberismo economico della libera concorrenza», Einaudi giudica del tutto inconsistente simile posizione in quanto una società senza economia di mercato sarebbe oppressa da «una forza unica dicasi burocrazia comunista od oligarchia capitalistica capace di sovrapporsi alle altre forze sociali», con la conseguenza «di uniformizzare e conformizzare le azioni, le deliberazioni, il pensiero degli uomini». Così Einaudi nel suo contrasto con Croce (in B. Croce-L. Einaudi, Liberismo e Liberalismo, 1957). È un fatto sotto gli occhi di tutti che ipertrofia dello Stato ed i monopoli sono storicamente nemici della libertà. Monopolismo e collettivismo ambedue sono fatali alla libertà. Per questo, tra i principali compiti dello Stato liberale vi è una lotta ai monopoli, a cominciare dal monopolio dell'istruzione. Solo all'interno di precisi limiti, cioè delle regole dello Stato di diritto, economia di mercato e libera concorrenza possono funzionare da fattori di progresso. Lo Stato di diritto equivale all'«impero della legge», e l'impero della legge è condizione per l'anarchia degli spiriti. Il cittadino deve obbedienza alla legge. Legge che deve essere «una norma nota e chiara, che non può essere mutata per arbitrio da nessun uomo, sia esso il primo dello Stato». Uguaglianza giuridica di tutti i cittadini davanti alla legge; e, dalla prospettiva sociale, uguaglianza delle opportunità sulla base del principio che «in una società sana l'uomo dovrebbe poter contare sul minimo necessario per la vita» un minimo che sia «non un punto di arrivo, ma di partenza; una assicurazione data a tutti gli uomini perché tutti possano sviluppare le loro attitudini» (Lezioni di politica sociale, 1944). Netta appare, quindi, la differenza tra la concezione liberale dello Stato e la concezione socialista dello Stato, nonostante che l'una e l'altra siano animate dallo stesso ideale di elevamento materiale e morale dei cittadini. «L'uomo liberale vuole porre norme osservando le quali risparmiatori, proprietari, imprenditori, lavoratori possano liberamente operare, laddove l'uomo socialista vuole soprattutto dare un indirizzo, una direttiva all'opera dei risparmiatori, proprietari, imprenditori suddetti. Il liberale pone la cornice, traccia i limiti dell'operare economico, il socialista indica o ordina le maniere dell'operare» (Liberalismo e socialismo in Prediche inutili). E ancora: «Liberale è colui che crede nel perfezionamento materiale o morale conquistato con lo sforzo volontario, col sacrificio, colla attitudine a lavorare d'accordo cogli altri; socialista è colui che vuole imporre il perfezionamento colla forza, che lo esclude, se ottenuto con metodi diversi da quelli da lui preferito, che non sa vincere senza privilegi a favor proprio e senza esclusive pronunciate contro i reprobi». Il liberale discute per deliberare, prende le sue decisioni dopo la più ampia discussione; ma questo non fa colui che presume di essere in possesso della verità assoluta: «Il tiranno non ha dubbi e procede diritto per la sua via; ma la via conduce il paese al disastro». Dario Antiseri

"Liberali di tutta Italia, svegliatevi". Pubblichiamo, per gentile concessione dell'editore "La Nave di Teseo", un brano dal nuovo libro di Nicola Porro, "La disuguaglianza fa bene", scrive Nicola Porro, Lunedì 12/09/2016, su "Il Giornale". Nel tempo in cui viviamo, bisogna diffidare di quanti si definiscono liberali senza esserlo. I principi del liberalismo classico, nonostante sembrino accettati da tutti, non lo sono fino in fondo. Da quanto abbiamo appena detto, il liberale tende a essere conservatore quando c’è una libertà da proteggere (il diritto di proprietà, ad esempio, di chi non riesce a sfrattare un inquilino moroso), progressista quando se ne devono tutelare di nuove (si pensi alle recenti minacce alla nostra privacy da parte di banche, stati o anche motori di ricerca) e talvolta anche reazionario quando occorre recuperare diritti sepolti nel passato (ad esempio una tassazione ridotta). Il filo rosso che lega queste diverse attitudini è ciò che Dario Antiseri definisce l’«individualismo metodologico»: la storia è guidata dalle azioni degli individui e sono questi ultimi che determinano le scelte fondamentali dell’economia. La collettività non esiste in sé, è la somma di una molteplicità di individui. Come diceva Pareto, un altro grande liberale di cui parleremo: «I tempi eroici del socialismo sono passati, i ribelli di ieri sono i soddisfatti di oggi». Il rischio è che questi soddisfatti si spaccino per liberali e anzi finiscano per spiegare ai liberali come devono comportarsi, anche in virtù degli errori che essi stessi hanno commesso. Quanti intellettuali ex maoisti, ex comunisti, ex gruppettari, ex fiancheggiatori delle Brigate rosse e delle rivolte di piazza, oggi in posizioni di comando, decantano le virtù del mercato? Se la loro fosse una conversione ragionata, alla Mamet come leggeremo, la cosa non dovrebbe scandalizzarci. Il problema è che i soddisfatti di oggi hanno un’idea farsesca del liberalismo e lo associano al loro personale successo. Che nella gran parte dei casi è arrivato solo grazie alle loro spiccate capacità di relazione. Fermatevi un attimo, pensate agli intellettuali che contano e vedrete due caratteristiche ricorrenti: hanno praticamente tutti combattuto contro i liberali tra gli anni sessanta e settanta eppure oggi spiegano al mondo i pregi del liberalismo, che a seconda dei casi si porta dietro l’aggettivo sociale o democratico. I veri liberali, non solo di casa nostra, si devono dare una mossa. Svegliarsi da un letargo ideale, che dura da qualche lustro. Il progresso tecnologico e quello degli ordini più o meno spontanei in cui si sono trasformate le nostre istituzioni obbliga anche i liberali di ieri ad affrontare, sul piano teorico, nuove sfide. Se i principi restano i medesimi, il contesto e le minacce sono cambiate. Alcuni dei veleni tipici del mercato hanno preso forme diverse, soprattutto quando sono coinvolte istituzioni finanziarie e grandi corporation digitali. Il monopolio e la sua rendita, il ruolo del free rider (cioè di chi ottiene benefici senza pagarne il prezzo) e il peso del moral hazard (ovvero prendere rischi enormi contando sul fatto di essere poi salvati, come nel caso di alcune note banche) hanno assunto forme diverse. Non è questo certo il luogo per affrontare in modo dettagliato il problema. Qualcosa si può dire, però. Un liberale classico pretende che l’impresa con perduranti conti in rosso fallisca. Altrimenti si stravolgerebbe la regola principale del mercato e della concorrenza. Il discorso vale anche per le banche. E se vale per le banche di una nazione, dovrebbe valere per tutti, vista la globalizzazione dei mercati? La risposta, sia chiaro, non è univoca. Anche dal punto di vista strettamente liberale. Taluni ad esempio potrebbero, per la tutela suprema del mercato, continuare a pensare che in ultima analisi salvare il fallito danneggerà anche il salvatore: e dunque chiederanno il fallimento delle banche nonostante i paesi vicini le sostengano con denaro pubblico. D’altra parte è anche vero che la discussione sembra essersi spostata dai conti dell’impresa ai bilanci della politica, dagli scambi sul mercato alle trattative nei palazzi del potere. Come rispondere alle imprese che sono tutelate e protette dalle proprie leggi nazionali, nonostante abbiano i conti in disordine? Insomma è una sfida nuova al pensiero liberale tradizionale. Così come si è rinnovata la battaglia contro i monopoli. Una fissazione di Luigi Einaudi, ma non solo. Pensiamo a quando Facebook – tra poco con i suoi 1,7 miliardi di abitanti la nazione più popolata della Terra – o Google – praticamente l’unico motore di ricerca sopravvissuto – diventeranno dei rentiers, dei profittatori della posizione privilegiata che hanno conquistato, e non più degli innovatori. E qui dimentichiamo per un attimo la gigantesca questione della privacy (altro terreno inesplorato) e andiamo al centro degli affari. Grazie al loro successo questi colossi spazzeranno via dal mercato (comprandolo) ogni concorrente. È sbagliato pensare che lo stato si debba occupare di loro, ma altrettanto illogico ritenere che il set di regole pensate per l’atomo si possa adattare al mondo dei byte: siamo di fronte a un processo simile a quello che ha visto cambiare le nostre civiltà da agricole a industriali. E che oggi le vede diventare digitali. Nuove entusiasmanti sfide per i liberali, che ieri contestavano Pigou e le sue esternalità basate sull’inquinamento dell’industria nei fiumi, e oggi dovranno capire come, e se, contenere gli effetti collaterali del digitale. Facebook ha impiegato quattro anni a toccare la favolosa capitalizzazione di borsa di 350 miliardi di dollari (praticamente quanto vale l’intera borsa italiana), Google nove, Microsoft tredici, Amazon diciotto e Apple trentuno anni. La velocità con cui queste grandi multinazionali assumono dimensioni finanziarie gigantesche è aumentata vertiginosamente. Ciò può spaventare, ma d’altro canto può anche rappresentare la fragilità di questi colossi: come velocemente sono nati e cresciuti, così rapidamente si possono sgonfiare. Chi mai pensava che Yahoo sarebbe stata acquistata per pochi (si fa per dire, meno di 5) miliardi di euro da un operatore telefonico? Il dilemma di un liberale oggi resta: si deve intervenire o no nella regolazione economica? E come? Problemi di sempre, ma che oggi hanno cambiato forma.

La minoranza che vuole imporre lo schwa: "Distrugge l'italiano". Roberto Vivaldelli il 17 Febbraio 2022 su Il Giornale.

"Chi difende lo schwa sa benissimo che è impossibile applicarlo sistematicamente. Se lo si facesse, staremmo parlando di una lingua che non è più quella italiana". Parola di Massimo Arcangeli, linguista e promotore della petizione contro l'uso dello "schwa".

Da una parte linguisti, intellettuali, filosofi che vogliono difendere la lingua italiana, dall'altra una minoranza ideologizzata e "woke" che vorrebbe applicare in maniera indiscriminata e generalizzata lo "schwa" con l'alibi dell'inclusività, imponendo la propria visione del mondo a un'intera comunità. Si può riassumere così il dibattito che si sta consumando in questi giorni sull'uso dello schwa, - rappresentato da "ə", che gli attivisti identitari vorrebbero introdurre al posto delle desinenze maschili e femminili per definire le identità non binarie - oggetto di una petizione diffusa su change.org che ha già superato le 21 mila firme, intitolata "Lo schwa (ə)? No, grazie. Pro lingua nostra".

Sottoscritta da fior fiore di intellettuali e filosofi non certo di destra o conservatori come Massimo Cacciari, Alessandro Barbero, e Paolo Flores d'Arcais, da Claudio Marazzini, presidente dell'Accademia della Crusca, ma anche da attrici note come Barbara De Rossi e da registe come Cristina Comencini, è stata promossa dal professor Massimo Arcangeli, linguista e scrittore, ordinario di Linguistica italiana presso l'Università di Cagliari. Una reazione del mondo accademico e dell'intellighenzia contro quella che appare una vera e propria imposizione, anche se i fautori dello schwa, dalla scrittrice gauche caviar Michela Murgia alla linguista Vera Gheno, negano quest'accusa e spiegano che si tratta solo di una proposta, di un "esperimento". Per Murgia, infatti, come ha scritto in un tweet chiaramente allusivo, quella degli intellettuali anti-schwa è in poche parole "una petizione insensata, disperata, reazionaria e senza destinatario pretendendo che il mio gusto sia norma per tuttə".

Il simbolo "inclusivo" finisce sui documenti istituzionali: "Inaccettabile"

Abbiamo raggiunto il docente e sociologo della comunicazione Massimo Arcangeli per approfondire il tema e capire perché sarebbe un grave errore sottovalutare l'introduzione dello schwa nella nostra lingua, come se nulla fosse. "Il problema principale dello schwa, ed è l’unico davvero rilevante, è che stiamo parlando di simboli che incidono in modo profondo nella struttura morfo-sintattica dell’italiano" spiega Arcangeli al Giornale.it. La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso che ha convinto il professore a reagire e a promuovere la petizione è stata l'introduzione del simbolo "inclusivo" in alcuni documenti ufficiali. Nello specifico, lo "schwa" è stato impiegato di recente da una commissione di docenti in una procedura per il conseguimento dell'abilitazione scientifica nazionale alle funzioni di professore universitario di prima e seconda fascia. Un'offensiva intollerabile alla lingua italiana in un documento pubblico e ufficiale.

La cosa più grave, osserva, è che lo schwa è finito "in ben sei verbali prodotti da una commissione per l’abilitazione nazionale alla professione universitaria. E questo è inaccettabile". Come sottolinea il noto linguista, parliamo di documenti pubblici, non di circolari interne, a disposizione di tutti. "Usi di questo tipo - sottolinea - ledono il principio di trasparenza e della sana comunicazione. Chi difende lo schwa sa benissimo che è impossibile applicarlo sistematicamente. Se lo si facesse, staremmo parlando di una lingua che non è più quella italiana. Perché non parliamo solo di desinenze legate ai nomi; i nomi si portano dietro i participi passati, gli aggettivi, gli articoli, le preposizioni articolate. È un terremo vero e proprio". Secondo Arcangeli, "ognuno può sperimentare la lingua che crede. Ma nel momento in cui questi simboli finiscono in atti pubblici che rendono, se si applicano in modo profondo, illeggibile il testo, allora questo non è tollerabile".

"Prevale una visione ideologica"

Non era la prima volta, in realtà, che il simbolo dell'inclusione woke finiva in un documento ufficiale. Lo scorso aprile, ad esempio, il comune di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena, ha cominciato a impiegare in alcune comunicazioni il simbolo fonetico oggetto della polemica di queste settimane. Anche se la prima a "sdoganare" l'uso dello schwa nella lingua italiana è stata forse la già citata Michela Murgia. In un articolo pubblicato lo scorso anno sull'Espresso intitolato Perché non basta essere Giorgia Meloni, ha fatto largo uso della e rovesciata per rendere neutre le desinenze, scatenando le polemiche sul web e sui social network. Tornando alla commissione universitaria, la cosa più grave, spiega sempre Arcangeli, "è che i commissari di cui parliamo hanno imposto la 'regola' sia a se stessi, sia ai candidati. Bisognerebbe dunque presupporre che siano tutti di identità non binaria. Non può essere ovviamente così. Quindi la generalizzazione coatta, gratuita e immotivata, rende ancora più surreale la questione. Se fosse dinanzi a una persona che si dichiara non binaria, troverei le forme per rivolgermi a lui o a lei, con il massimo rispetto. In ogni contesto, soprattutto di civiltà, è ciò si deve fare".

Le argomentazioni del professor Arcangeli prendono in esame il lato "tecnico" e linguistico della questione. Non è un'opposizione a prescindere. Peccato che dall'altra parte della barricata gli argomenti siano davvero poveri e prevalga una visione politico/ideologica e si ignorino completamente le criticità. Esempio concreto? Avete mai provato a pronunciare ad alta voce un testo condito di schwa? Flavia Fratello su Radio radicale ci ha già provato e l'esperimento non è andato a buon fine, per usare un eufemismo. Questioni che ai promotori sembrano non interessare, motivati da una spinta fortemente ideologica e identitaria. "Per me non è una questione ideologica - afferma - io parlo da tecnico, da linguista. Purtroppo, invece, sull’altro fronte non ci si rende del problema tecnico, o meglio, non lo si vuole far emergere, e quindi la questione diventa puramente ideologica, politica. È questa la cosa più paradossale". Basterebbe un po' di buon senso. Come spiega il professore, dopotutto, se ci si mettesse attorno a un tavolo e si valutassero gli effetti dell'uso sistematico dello schwa sulla lingua italiana tutti riconoscerebbero immediatamente che è impossibile da applicare. "Questo purtroppo non lo si vuole fare, proprio perché per questa minoranza la questione non è linguista, non è tecnica, ma è per l’appunto ideologica, e questi sono gli effetti. E infatti la qualità del dibattito di questi ultimi giorni sul tema non lo conferma. Un conto è argomentare, un altro è prendere tutto come se fosse una burla, o peggio" osserva.

Anche in Francia è battaglia sul "linguaggio inclusivo"

Un altro serio problema dello schwa e del suo uso sistematico, largamente sottovalutato dai suoi promotori, è che rischia di arrecare seri danni anche a carico di chi soffre di dislessia e di altre patologie neuroatipiche. Altro che simbolo inclusivo, dunque. "Su questo in Francia sono stati fatti degli studi molto puntuali" conferma il docente e scrittore. Sempre in Francia, "l'Académie françaisesi si è pronunciata contro i simboli inclusivi, tant'è che lo scorso anno il ministero della pubblica istruzione in una circolare ha vietato, tassativamente, questi simboli nei documenti prodotti dalla pubblica amministrazione. Per loro si parla perlopiù del punto mediano, più che dello schwa. Lo stesso è accaduto in Spagna". A proposito della Francia, infatti, lo scorso 19 novembre, sulle colonne di questa testata vi abbiamo raccontato di come il pronome neutro "iel" - contrazione di "il" ( lui) e "elle" ( lei"), utilizzato dalle persone che si definiscono "non binarie" e che dunque non si riconoscono né nel genere maschile né in quello femminile - abbia fatto il suo ingresso nel Petit Robert, equivalente del nostro dizionario Garzanti. Il pronome neutro è stato introdotto perché, secondo Le Petit Robert, viene sempre più usato dai francesi e sta diventando una parola comune, scatenando le proteste deputato di En Marche François Jolivet e del ministro dell'Istruzione nazionale, Jean-Michel Blanquer, secondo il quale "la scrittura inclusiva non è il futuro della lingua francese". A schierarsi contro l'introduzione del pronome neutro nel dizionario francese è stato anche lo scrittore e membro dell'académie française, Jean-Marie Rouart. Segno che il dibattito sulla scrittura inclusiva non coinvolge solo il nostro Paese ma tutto l'occidente, sempre più alle prese con le istanze identitarie.

"Una minoranza che pretende di imporre la sua visione"

I sostenitori dello schwa obiettano che la lingua è in continua evoluzione e l’inclusività passa necessariamente anche attraverso le regole della linguistica. Dunque da necessarie "forzature". Dicono inoltre che la loro non è un'imposizione, ma una proposta. Per il professor Maurizio Decastri, in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera e condiviso, fra gli altri, da Luca Sofri e da Michela Murgia, "non saranno alcuni intellettuali a fermare la vitalità della lingua". Ma la domanda di fondo rimane la medesima: chi stabilisce che una lingua debba cambiare in un senso o in un altro? Una minoranza ideologica che pretende di avere ragione e di sovrastare una maggioranza che di schwa non ne vuole nemmeno sentir parlare? Come spiega Arcangeli, infatti, "un conto è accompagnare il processo di cambiamento anche con la crescita sociale, un altro è pretendere di applicare da un giorno all'altro simboli e segni che distruggono dall’interno la lingua". Le lingue, osserva, "non cambiano per volontà di una minoranza, cambiano quando i parlanti e gli scriventi accettano e assimilano il cambiamento. Qui, tuttavia, stiamo parlando di una minoranza che pretende di imporre la sua visione su intera comunità nazionale con l’alibi dell’inclusività. Io non recederò di un millimetro".

Altro aspetto paradossale di questa battaglia culturale è che i fautori dell'inclusività esortano a sostituire i pronomi personali "lui" e "lei" con "ləi", e sostengono che le forme inclusive di "direttore" o "pittore, "autore" o "lettore" debbano essere "direttorə" e "pittorə", autorə" e "lettorə", sancendo di fatto la morte di "direttrice" e "pittrice", "autrice" e "lettrice". "Sono favorevole a sindaca e assessora - spiega - e questo è un altro motivo che mi ha spinto a lanciare la petizione. Lo schwa distrugge almeno un centinaio di femminili consolidati. Io faccio una battaglia da almeno un ventennio sulla femminilizzazione. Si dice sindaca e ministra e questo rischia di andare in malora solo perché qualcuno pensa che si debba applicare in maniera indiscriminata una forma inclusiva che cancella anche i femminili". Follie del politicamente corretto.

Roberto Vivaldelli (1989) è giornalista dal 2014 e collabora con IlGiornale.it, Gli Occhi della Guerra e il quotidiano L'Adige. Esperto di comunicazione e relazioni internazionali,  è autore del saggio Fake News. Manipolazione e propaganda mediatica dalla guerra in Siria al Russiagate pubblicato per La Vela. I suoi articoli sono tradotti in varie lingue e pubblicati su siti internazionali

·        Un popolo di Spie.

Il «caso Sisde» scuote la politica. Scalfaro: non ci sto a questo massacro. Annabella De Robertis su La Gazzetta del Mezzogiorno il 04 Novembre 2022

«Non ci sto a questo massacro»: sono le dure parole di Oscar Luigi Scalfaro, riportate in prima pagina su «La Gazzetta del Mezzogiorno» del 4 novembre 1993. La sera prima, il Capo dello Stato ha interrotto le dirette televisive per diffondere, a reti unificate, un messaggio alla Nazione. Scalfaro è al Quirinale da circa un anno e mezzo: è stato eletto nel maggio 1992, due giorni dopo la strage di Capaci. L’Italia è scossa dagli attentati mafiosi e dagli scandali di Tangentopoli: il vecchio sistema dei partiti sta per crollare definitivamente, ma un nuovo terremoto si è scatenato ai piani più alti delle istituzioni. «Il caso Sisde scatena una bufera sul Viminale e arriva a sfiorare perfino il Quirinale» si legge sulla Gazzetta.

Maurizio Broccoletti, ex direttore amministrativo del Sisde, il Servizio segreto civile, e il suo ex tesoriere, Galati, hanno lanciato gravissime accuse. «Tutti i ministri dell’Interno che si sono succeduti dal 1982 ad oggi, tranne Amintore Fanfani, avrebbero ricevuto dal Sisde la somma di cento milioni di lire al mese. Il danaro non veniva consegnato personalmente, ma tramite persone facenti parte del loro staff». Anche Scalfaro, che è stato Ministro dell’Interno dal 1983 al 198 , è tra i nomi coinvolti: persino sua figlia Marianna finisce nel polverone.

Pertanto, dopo alcune ore di silenzio, per il Presidente della Repubblica è arrivato il momento di parlare: fa interrompere la trasmissione televisiva della partita di Coppa Uefa tra il Cagliari e la squadra turca del Trabzonspor e afferma: «Prima si è tentato con le bombe. Ora con il più vergognoso e ignobile degli scandali. A questo gioco al massacro io non ci sto. Io sento il dovere di non starci e di dare l’allarme. Non ci sto, non per difendere la mia persona, che può uscire di scena in ogni momento, ma per tutelare con tutti gli organi dello Stato l’istituto costituzionale della Presidenza della Repubblica. […] Dunque il mio no all’insinuante e insistente tentativo di una premeditata distruzione dello Stato è un no fermo e motivato. Per questo, nel momento in cui potrò essere legittimamente a conoscenza delle accuse rivolte alla mia persona, nella serena coscienza di avere sempre e solo servito lo Stato nell’assoluto rispetto della legge, reagirò con ogni mezzo legale contro chiunque abbia creduto di poter attentare alla mia onorabilità». Gli ex funzionari del Sisde saranno accusati di «attentato agli organi costituzionali». Solo dopo la fine del suo mandato, nel 1999, Scalfaro sarà iscritto dalla Procura di Roma nel registro degli indagati per abuso di ufficio: l’archiviazione, da parte del Tribunale dei ministri, arriverà nel 2001.

Da Berlinguer ad Agnelli: i dossier segreti dell'ambasciata Usa. Nei dossier segreti di Washington carriera e fatti privati dei leader italiani. Marcello Altamura il 22 Ottobre 2022 su Il Giornale.

Era conosciuto con una sigla in codice, PLBRL, acronimo di Potential Leader Biographic Reporting List, una vera e propria schedatura, spesso illegale, di politici e potenziali politici italiani che l’ambasciata degli Stati Uniti, con l’appoggio dei Consolati Usa di varie città italiane (Milano, Genova, Firenze, Trieste, Torino, Napoli e Palermo) e di altri enti statunitensi come ad esempio l’Usis, lo United States Information Service, raccolsero dal Dopoguerra e sino almeno agli anni ’80. Una storia che emerge dai documenti inediti dell’archivio del Dipartimento di Stato americano sintetizzati in una relazione inedita dei primi anni 2000 per la Commissione Stragi, che IlGiornale.it presenta qui in anteprima.

La raccolta, basata su dati biografici ma anche sulle attività personali e private, riguardava non solo le personalità politiche italiane ma anche appunto i potenziali leader, operanti nell’ambito della pubblica amministrazione, delle forze armate e delle forze di polizia nonché nell’ambito di quello sociale ed economico. Una prassi, quella della raccolta di informazioni, che era normale in quegli anni ma che, raccontano le carte del Dipartimento di Stato, spesso e volentieri è ‘debordata’ in dossier dal sapore quasi scandalistico, seguendo una vera e propria modalità da intelligence. E in effetti il destinatario ultimo delle schede era la Washington Intelligence Community, cioè i servizi segreti americani nella loro totalità.

Difficile fare un censimento di quanti siano stati schedati da PLBRL ma un aerogramma del 21 luglio 1969 proveniente dal consolato Usa di Milano fa riferimento a una lista di circa 500 che deve essere integrata solo dai nomi dei potenziali leader: una prova, dunque, che i dossier erano numerosi e soprattutto che gli Usa li accumulavano da anni. Le schede erano corredate di fotografie e soprattutto formate anche da informazioni provenienti dai nostri Servizi segreti e dagli organi di Polizia.

Dossier scrupolosi che spesso accumulavano notizie talmente personali da consigliare “una prudente discrezione nel loro uso e nella loro distribuzione” come si legge in un aerogramma inviato dalla missione Usa presso la Nato a Bruxelles a proposito delle schede relative a due ufficiali italiani inviati proprio nella Capitale belga con l’incarico, rispettivamente, di rappresentante e vice-rappresentante dell’Italia in ambito Nato.

Ma quali erano i nomi di spicco nelle liste del PLBRL? Tra quelli emersi troviamo politici di spicco degli anni Settanta e Ottanta come i democristiani Ciriaco De Mita, Antonio Gava, Arnaldo Forlani, Vincenzo Scotti, i socialisti Francesco Di Martino, Bettino Craxi, Giorgio Benvenuto e Claudio Signorile, i comunisti Enrico Berlinguer, Massimo Caprara, Ugo Pecchioli e Achille Occhetto, il socialdemocratico Antonio Cariglia, il liberale Renato Altissimo, il repubblicano Giovanni Spadolini. Un occhio di riguardo era riservato ovviamente ai comunisti. Su Occhetto, l’uomo della transizione dal Pci al Pds, Washington richiede, in un aerogramma del 28 giugno 1968, “informazioni concernenti la sua educazione e le sue abitudini personali” mentre di Pecchioli viene richiesto di sapere “il suo specifico orientamento nel Pci” e persino una “valutazione della personalità”.

Dal corpus complessivo dei documenti emerge soprattutto un aspetto: i Servizi segreti italiani sapevano di questa schedatura Usa e addirittura collaboravano, fornendo informazioni e, presumibilmente, ricevendone in cambio delle altre. La prova è in un rapporto inviato dall’ambasciata americana di Roma al Dipartimento di Stato del 3 marzo 1967, che commenta l’apertura di un’inchiesta giudiziaria sul Sid, l’allora servizio segreto militare, per la scomparsa di alcuni dossier. Nel rapporto si fa riferimento ad un articolo a firma di Renzo Trionfera apparso sul settimanale L’Europeo del 16 febbraio precedente e che conteneva copia di alcuni documenti classificati proprio del Sid riguardanti l’allora Capo dello Stato Giuseppe Saragat. Nella nota, si legge infatti che i documenti pubblicati dal settimanale “sembrano proprio essere stati tratti dalle pubblicazioni classificate del Sid, che l’ambasciata riceve periodicamente e che contengono brevi articoli analitici sulla situazione politica interna”.

Un esempio di come le schedature del PLBRL debordassero in vere e proprie indagini personali è la nota biografica che l’1 luglio 1968 il Consolato Usa di Torino trasmessa al Dipartimento di Stato. Oggetto, Gianni Agnelli, l’Avvocato, presidente della Fiat. Ci sono apprezzamenti sulla sua reputazione di playboy, aggiungendo con una punta di ironia piuttosto greve, che Agnelli “ha lavorato duro per mantenere tale reputazione”. Ci sono inoltre riferimenti, prima del suo matrimonio, alla sua “relazione con una delle figlie di Churchill” e all’incidente stradale che lo coinvolse in Svizzera e in cui “il suo piede destro e l’anca furono fatte a pezzi”, costringendolo ad usare “scarpe fatte a mano costruite in modo tale da adattarsi alle forme differenti dei due piedi” e che gli lasciò come conseguenza “un’andatura zoppicante molto evidente”.

La nota fa riferimento a informazioni riservate acquisite dal Consolato Usa di Torino, notizie che evidentemente provenivano anche da ambienti Fiat e forse anche dalla stessa cerchia di Agnelli. Notizie molto spesso personali, al limite del pettegolezzo diffamatorio. Come il passaggio pesantemente allusivo contenuto sempre nella nota del 1968: “Una sua conoscenza ci ha detto recentemente che ha sentito Agnelli dire che gli ama la presenza di belle donne e di uomini interessanti”. Proprio le informazioni provenienti dalla cerchia più stretta dei vari personaggi e relative alle relazioni personali sembrano costituire il nerbo centrale dei dossier. È questo il caso di un passaggio della nota su Agnelli in cui si sottolinea “la stretta amicizia” con John Kennedy e sua moglie Jacqueline, al punto che nella primavera del 1963, l’Avvocato intercede presso Jfk, allora già presidente degli Stati Uniti, per scongiurare la chiusura del Consolato di Torino.

Agnelli aveva evidentemente "stuzzicato" più di altri la curiosità degli americani, tanto da raccogliere informazioni dettagliate anche sulle sue misure antropometriche oltre che sul suo aereo personale e sulla sua barca. Insomma una vera e propria schedatura condotta con la complice collaborazione degli apparati italiani e non solo.

I poliziotti agitatori infestano i gruppi su internet: un’inchiesta tedesca. Enrica Perucchietti su L'Indipendente il 28/09/22.

I servizi segreti sono una presenza invisibile, tanto proteiforme quanto inquietante, di cui tutti sono a conoscenza ma che nessuno nomina per paura. Possiamo considerarli come il grande “convitato di pietra”, con un ruolo sempre più ingombrante, eppure, ancora sottovalutato nelle analisi politiche, storiche e giornalistiche. Anche se formalmente subordinati al potere politico ed esecutivo, gli apparati di intelligence hanno risorse enormi in grado di sfuggire ai deboli criteri di trasparenza e di controllo. Sono pertanto capaci di costruire delle reti di interessi in grado di condizionare sia l’agenda politica, sia l’agenda dei media e di infiltrarsi sotto copertura un po’ ovunque. 

Ogni tanto la stampa si ricorda di loro e vi dedica qualche inchiesta, come quella apparsa recentemente su Süddeutsche Zeitung, nell’articolo Allein unter falschen Freunden (“Soli tra falsi amici”) a cura di Ronen Steinke. Da questo articolo emerge che centinaia di nazisti radicali ed estremisti di destra on line sono in realtà agenti dell’intelligence tedesca e molti di loro potrebbero essere responsabili di “incitamento all’odio” e alla violenza sul web. Questi agenti sotto copertura, che una volta – per esempio durante il nazismo – avevano bisogno di socializzare direttamente con i loro obiettivi, ora gestiscono account virtuali on line, senza bisogno di dover più nemmeno incontrare i soggetti che monitorano. L’azione di controllo e infiltrazione si è così spostata dalle taverne al web, rimanendo altrettanto efficace e capillare.

Scopriamo così che l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione (in tedesco: Bundesamt für Verfassungsschutz, BfV) gestisce centinaia di account di estremisti di destra, ufficialmente per carpirne la fiducia. Secondo una ricerca del quotidiano, l’autorità ha investito molto in questi “agenti virtuali” dal 2019 a oggi, grazie ovviamente ai finanziamenti dei contribuenti. Queste spie non si occupano solo di controllare gli estremisti e gli islamisti, ma anche di insinuarsi tra i “teorici della cospirazione”, per poterli sorvegliare da vicino.

Non è chiaro fino a che punto si spingano le loro attività perché non c’è un controllo pubblico in grado di fare chiarezza. Il BfV sostiene che l’infiltrazione degli agenti virtuali sarebbe necessaria per monitorare efficacemente l’estrema destra, ma gli oppositori criticano questa modalità, affermando che potrebbe promuovere e incoraggiare attivamente il radicalismo. 

Un altro punto su cui bisognerebbe soffermarsi in un periodo in cui l’allarme sull’estremismo di destra ha monopolizzato per anni l’opinione pubblica e l’agenda politica, è quello di riuscire a identificare la portata e il numero di questi agenti infiltrati per distinguere tra il pericolo reale e quello virtuale indotto dall’intelligence stessa.

Le fonti interpellate da Steinke sembrano confermare che per farsi prendere sul serio dagli estremisti, gli agenti del BfV arrivino a istigarli a commettere reati. Fino a che punto, si spinge questa operazione di promozione e incitamento all’odio? La domanda non è secondaria, dal momento che si susseguono proposte di leggi speciali da adottare per arginare la disinformazione, l’estremismo e la violenza sul web, arrivando a legittimare la censura: quanto di questi fenomeni è esacerbato dalle psy-ops delle intelligence? Si sta volontariamente avvelenando il web per portare all’introduzione di leggi per comprimere la libertà di pensiero, sfruttando la tecnica di ingegneria sociale nota come “azione-reazione-soluzione”?

Non possiamo infatti dimenticare che operazioni coperte e guerra psicologica sono modalità da sempre adottate dall’intelligence. Rimanendo nei confini tedeschi, pensiamo per esempio alle rivelazioni del giornalista tedesco Udo Ulfkotte che, dopo oltre 17 anni di carriera, ha descritto nel dettaglio, per diretta testimonianza, come i governi e le Agenzie di intelligence usano e sfruttano i media per scopi di propaganda. Ulfkotte, prima di morire, si era pubblicamente vergognato del proprio coinvolgimento nella divulgazione e nella diffusione di informazioni e storie false e aveva deciso di dare alle stampe il libro Giornalisti comprati. Come i politici, i servizi segreti e l’alta finanza dirigono i mass media tedeschi. Ulfkotte ha precisato che quanto descritto nel suo libro «non riguarda solo la Germania, è un sistema mondiale ed è pericoloso renderlo pubblico, ma ne vale la pena, per dare un’idea di quello che avviene a porte chiuse».

Gli esempi simili sono innumerevoli. Ben oltre i confini tedeschi, il 18 giugno 1948, con la direttiva 10/2, il National Security Council (NSC) aveva autorizzato la CIA a organizzare «operazioni clandestine» in tutto il mondo. La direttiva era chiara, ricorda Pino Cabras in Strategia per una guerra mondiale, nel definire la genesi e gli obiettivi di tali missioni segrete che vennero «condotte o promosse» dal governo americano «contro Stati o gruppi di Stati stranieri o ostili o a sostegno di Stati o di gruppi di Stati amici, ma pianificate ed eseguite in modo tale che ogni responsabilità a loro riguardo da parte del governo americano non sia evidente alle persone non autorizzate o, se scoperta, possa essere plausibilmente smentita».

Per questo scopo venne istituita un’apposita divisione, l’Office of Special Projects (OSP), in seguito denominato Office of Policy Coordination, volta a «pianificare e portare a termine operazioni clandestine». Queste operazioni clandestine, scrive Daniele Ganser in Gli eserciti segreti della NATO, si occupavano di «ogni attività riferibile a propaganda, guerra economica, azioni dirette preventive compreso il sabotaggio, l’antisabotaggio, la distribuzione e misure di evacuazione; sovversione contro Stati ostili, compreso il sostegno a gruppi di resistenza occulti, guerriglia, raggruppamenti di rifugiati e aiuto a elementi anticomunisti autoctoni nei paesi minacciati del mondo libero».

Tali attività sono organizzate mascherando ogni responsabilità riconducibile ai governi, tanto che immense risorse vengono spese per depistare e neutralizzare le eventuali scoperte con il noto principio della “smentita plausibile”. 

Negli ultimi anni il problema delle “fake news” e della violenza sul web ha acquisito sempre più spazio e importanza anche nel dibattito pubblico, portando alla presentazione di disegni di leggi, alla creazione di task force e Commissioni parlamentari e dall’altro a stringere le maglie della censura dell’informazione indipendente. Da un lato stiamo assistendo al tentativo di creare una informazione certificata, dall’altra alla frammentazione della verità come se tutto fosse relativo, virtuale e prospettico, inconoscibile, legittimando pertanto il controllo e la revisione dei contenuti che non collimano con la narrativa del pensiero unico. Il rischio di promuovere “leggi speciali” è quello di legittimare moderne forme di Inquisizione digitale.

Fino a che punto, dovremmo però chiederci, il fenomeno della violenza e della disinformazione rappresenta realmente una minaccia per la collettività e quanto invece questo è stato alimentato, strumentalizzato ed eterodiretto ad hoc da interessi occulti che usano, tra le loro tecniche di ingegneria sociale, anche le leve dell’intelligence?

[di Enrica Perucchietti]

Minaccia per l’Occidente. Lo spionaggio cinese è diventato sofisticato come quello russo. L'Inkiesta il 3 Settembre 2022

I capi delle intelligence occidentali sostengono che le operazioni di Pechino hanno raggiunto un livello di complessità sempre più paragonabili a quelle del Cremlino. Ma mentre gli 007 tendono a essere estremamente focalizzati, la Cina utilizza un approccio universale che interessa l’intera società

Un alto ufficiale dell’intelligence francese noto come Henri M. viene inviato a Pechino, si innamora dell’interprete dell’ambasciatore, inizia a passare informazioni segrete al nemico. Per questo viene richiamato in Francia e viene condannato a otto anni di carcere per aver trasmesso «informazioni pregiudizievoli» a una potenza straniera, anche se il reato era stato commesso due decenni prima. Nello stesso processo, con motivazioni molto simili, anche un altro agente francese noto come Pierre-Marie H. è stato arrestato e condannato a 12 anni.

Non è un episodio di una nuova serie tv crime parigina, ma una storia vera che riguarda una sentenza del 2020 e intreccia le vicende di agenti francesi, Stati europei e nomenklatura cinese.

La decisione della Francia di dare visibilità pubblica alle decisioni giudiziarie tenendo un processo, riflettono la crescente preoccupazione – che abbraccia tutta l’Europa – sulle operazioni di spionaggio della Cina, ormai più frequenti e minacciose di quelle della Russia (la cui intelligence è solitamente riconosciuta come avversaria delle intelligence occidentali).

L’argomento è stato affrontato dal Financial Times in un articolo pubblicato a fine agosto, a firma di John Paul Rathbone e Demetri Sevastopulo. «Gli agenti dell’intelligence cinese – ha detto al quotidiano economico britannico un ex capo della stazione europea della Cia – sono alla pari con i russi. Le migliori operazioni della Cina ora sono pericolose quanto le migliori della Russia».

La Cina è attiva in tutto il mondo con attacchi informatici, anche molto sofisticati. Lo ricordano bene i vertici di Microsoft, che nel 2021 hanno subito un attacco hacker che ha compromesso 30mila sistemi in tutto il mondo e che secondo gli Stati Uniti, l’Unione europea e il Regno Unito sono stati perpetrati da gruppi criminali che lavorano per volere di Pechino. Ovviamente la Cina ha negato tutto.

«Con le tecniche di spionaggio sviluppate dalla Cina, le agenzie occidentali devono riconfigurare il loro approccio in materia di controspionaggio», scrive il Financial Times.

La Human Intelligence cinese – le attività di intelligence di raccolta di informazioni attraverso contatti interpersonali – ha acquisito un livello di complessità solitamente associato allo spionaggio russo.

La grossa differenza tra i due apparati di intelligence, da quel che hanno spiegato le fonti ascoltate dal Financial Times, è che le operazioni estere della Russia si basano ancora su una più tradizionale rete di agenti d’élite, addestrati in tecniche di spionaggio come le comunicazioni codificate, che hanno il compito di raggiungere uno specifico obiettivo. Quelle della Cina, invece, hanno obiettivi più ampi e generici, che vanno dall’influenza politica all’ottenimento di segreti commerciali o tecnologici.

«Quindi mentre lo spionaggio russo tende a essere estremamente focalizzato, la Cina utilizza un approccio universale che interessa l’intera società cinese», ha detto un funzionario dell’intelligence americana, citando ad esempio una legge sull’intelligence di Pechino del 2017 che richiedeva a «tutte le organizzazioni e i cittadini» di «sostenere, assistere e cooperare con gli sforzi di intelligence nazionali».

La differenza negli stili dei due Paesi viene spesso descritta, tra i funzionari delle intelligence europee e statunitensi, con una metafora sui granelli di sabbia: gli agenti russi sono quelli che sbucano da un sottomarino in piena notte e inviano un piccolo gruppo di spie sulla spiaggia per prendere un secchio di sabbia, che fuor di metafora è il bersaglio scelto dai servizi segreti russi; i cinesi sono quelli che inviano migliaia di bagnanti in pieno giorno per portare a destinazione anche pochi granelli ciascuno, creando comunque un bottino molto grande.

Come spiega Nicholas Eftimiades, esperto di Cina ed ex ufficiale della Cia, si tratta di «un nuovo paradigma su come vengono condotte le attività di intelligence»: tattiche nuove e in parte sconosciute, che in qualche modo potrebbero apparire anche inefficienti e poco coordinate, dal momento che diversi ufficiali cinesi a volte lavorano allo stesso obiettivo. Ma le operazioni sono talmente diffuse che il più delle volte raggiungono comunque l’obiettivo, risultando ugualmente efficaci.

«Una stima dell’intelligence degli Stati Uniti suggerisce che le operazioni di spionaggio commerciali cinesi hanno rubato fino a 600 miliardi di dollari di proprietà intellettuale degli Stati Uniti ogni anno, anche se la Cina ha negato tali affermazioni», scrive il Financial Times. «L’Unione europea inveec ha stimato che il totale del furto di proprietà intellettuale ha un valore di circa 50 miliardi di euro ogni anno, e causa la perdita di 671mila posti di lavoro».

Così i servizi segreti deviati volevano ribaltare l'Italia. In occasione della pubblicazione del suo libro, Armando Palmeri rilascia un'intervista in cui parla di come i servizi segreti abbiano tentato di sovvertire l'ordine democratico. Gianluca Zanella il 5 Settembre 2022 su Il Giornale.

Solo un uomo... solo, questo il titolo di un libro recentemente pubblicato, un’intervista effettuata dal reporter Stefano Santoro al collaboratore di giustizia Armando Palmeri. Ma non solo. Oltre l’intervista, nel libro c’è un memoriale di Palmeri riportato – stando a quanto confermato da Santoro – integralmente. Ma chi è Armando Palmeri?

Uomo di fiducia del boss mafioso di Alcamo Vincenzo Milazzo, Palmeri è stato un mafioso sui generis. Cresciuto in una famiglia benestante, diventa criminale più per spirito d’avventura che per necessità. A capo di una batteria di rapinatori, gira l’Italia pistola alla mano fin quando non viene catturato. In carcere a Spoleto – da lui definito “Università del crimine” - viene a contatto con il gotha della criminalità nazionale, conosce estremisti di destra, camorristi, mafiosi, in un certo senso si fa un nome. Una volta fuori, tornato ad Alcamo nella seconda metà degli anni Ottanta, comincia ad essere corteggiato da Cosa nostra.

Spiccando per un grado d’istruzione non comune al profilo del mafioso medio e da una notevole dote per le pubbliche relazioni, il suo è un curriculum che fa gola a diversi clan, ma Palmeri – che non sarà mai affiliato ufficialmente – ci tiene alla sua indipendenza e, senza mai opporre un diniego secco alla avances che pure gli vengono fatte con insistenza, preferisce fare il “libero professionista”. In che ambito? Difficile dirlo con certezza. Leggendo il suo memoriale, sembra di capire che Palmeri abbia capitalizzato la sua abilità nel tessere reti di conoscenze trasversali, una sorta di faccendiere, per utilizzare un termine riconoscibile. Di certo c’è una cosa: non ha mai ammazzato nessuno e anzi, ci tiene a precisare di aver salvato molte vite sottratte ai plotoni d’esecuzione mafiosi con escamotage di volta in volta differenti.

In buoni rapporti con un pezzo da 90 come Antonino Gioè [mafioso affiliato ai corleonesi e coinvolto nella strage di Capaci, ndr], cugino di Franco Di Carlo [collaboratore di giustizia recentemente scomparso, accusato di essere esecutore materiale dell'omicidio di Roberto Calvi, ndr], dopo aver tergiversato per qualche anno, Palmeri finisce col diventare l’uomo di fiducia di Vincenzo Milazzo, l’unico con cui il giovane boss alcamese si confidasse. È a lui, infatti, che esprime tutta la sua apprensione per un incontro decisamente particolare. Il primo di altri due che avverranno nel giro di poco tempo, nella primavera del 1992.

E se il nome di Armando Palmeri spicca tra quello dei tanti collaboratori di giustizia, è proprio perché è stato lui a riferire di fronte al magistrato referente di questi incontri, quando due uomini dei servizi segreti – introdotti prima da uno stimato medico e poi da un imprenditore misteriosamente suicidato – proposero a Vincenzo Milazzo di prendere parte a un progetto di destabilizzazione della democrazia con una campagna di stragi e addirittura una guerra batteriologica.

Milazzo, consigliato anche da Palmeri, rifiuterà di prestarsi a questo gioco perverso, pur consapevole di esporsi così a un pericolo mortale. E infatti viene ammazzato dall’amico Nino Gioè, che sparandogli alla nuca confiderà a Palmeri di avergli evitato una morte ben peggiore. Sorte ancor peggiore per la sua fidanzata: Antonella Bonomo, 23 anni, incinta di tre mesi, viene presa a calci e strangolata da un commando di uomini d’onore di cui, tra gli altri, fanno parte lo stesso Gioè, Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella. La colpa della ragazza? Non solo quella di essere la compagna di Milazzo ma, forse, anche quella di avere uno zio al Sisde, il servizio segreto civile.

Grazie all’intercessione di Stefano Santoro, IlGiornale.it è riuscito a ottenere un’intervista da Palmeri che, notoriamente, è restio a concederne e che da anni porta avanti una solitaria crociata per stabilire delle verità difficili da digerire: a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta pezzi deviati dello Stato non si limitarono a fare affari con Cosa nostra, ma tentarono di sovvertire l’ordine democratico con un progetto stragista poi sposato in pieno dai corleonesi di Totò Riina. Ecco quello che ci ha detto: “Ad alcune domande, su argomenti delicati, sarò costretto a non rispondere. Ho conservato un 1% di fiducia nella magistratura, alcune cose devo dirle a loro. Credo che abbiano il dovere d’ufficio, con questo libro, di aprire un fascicolo. Mi auguro che lo facciano”.

C’è una domanda che ti poni nel memoriale recentemente pubblicato, te la facciamo anche noi, cercando di incoraggiare un’ulteriore riflessione: Per quale motivo degli uomini legati ai servizi segreti si sarebbero avvicinati in prima battuta a un boss certamente capace, ma di secondo piano come Vincenzo Milazzo? Perché non rivolgersi direttamente alla fazione dominante dei corleonesi, come comunque sembrerebbero aver fatto subito dopo?

Perché Milazzo era di un’altra caratura intellettuale. E poi non dimentichiamoci di un piccolo particolare: vicino a Milazzo c’ero io e i Servizi lo sapevano.

Cosa intendi?

Il modus operandi di Riina l’abbiamo visto qual è stato. È stato il suicidio di Cosa nostra.

Vuoi dire che rivolgendosi a Milazzo – che al suo fianco aveva non un killer, ma qualcosa di vicino a un consigliere – i servizi puntavano a fare un lavoro “pulito”? Cioè a compiere attentati e stragi ma preservando l’integrità di Cosa nostra?

Per rispondere ti voglio fare un piccolo esempio: andiamo a vedere la Strage dei Georgofili [Firenze, 27 maggio 1993, un ordigno sventra parte della Galleria degli Uffizi e uccide 5 persone, ndr]. Lì è stato assurdo, per l’organizzazione dell’attentato sono state coinvolte persone che con Cosa nostra non c’entravano nulla [come Antonino Messana, di Trapani ma residente a Prato, cognato di Giuseppe Ferro, il boss successore di Milazzo a capo di Alcamo. L’uomo fu sostanzialmente obbligato a fornire supporto logistico per l’attentato, ndr]. È stata una cosa da dilettanti, per organizzare una cosa del genere bastava una persona che sapesse cosa fare. È stato un modo per suicidarsi, il suicidio di Cosa nostra al comando di Totò Riina. Queste non sono operazioni serie.

Cioè i mafiosi sarebbero stati degli “utili idioti”?

Bravissimo, i capri espiatori... Totò Riina e chi gli stava vicino sono stati dei capri espiatori.

E non credi che se Milazzo avesse invece accettato di prestarsi al gioco di frange deviate dei servizi, l’esito sarebbe stato identico? Cosa nostra si sarebbe avviata ugualmente al suicidio?

Questo in effetti non saprei dirlo. Probabilmente se Milazzo avesse accettato di compiere le stragi, la storia della mafia sarebbe stata diversa. Al posto di Riina al vertice ci sarebbe stato lui, magari Bagarella, Brusca, ecc. sarebbero stati eliminati. Ma sono tutte supposizioni.

O magari il clan Milazzo avrebbe compiuto le stragi e poi sarebbe stato decimato dai suoi stessi committenti...

È un’ipotesi valida. Ma anche qui siamo sulle supposizioni.

Tornando agli “utili idioti”, dev’esserci stato necessariamente qualcuno a tirare i fili delle marionette. Tu parli nel tuo libro di “mafia impropria”, cosa intendi?

Io parlo di mafia impropria e quando dico questo mi riferisco a un potere molto, molto arzigogolato e articolato, che si approfitta dei poteri conferitigli dallo Stato, ma in grande scala. Ritengo che quello di infangare la mafia sia stato un progetto attentamente pensato. Fino a quell’epoca [1992/93, ndr] nei principi del mafioso non c’era quello di ammazzare i bambini.

Ti riferisci all’omicidio di Giuseppe Di Matteo? Il bambino di 12 anni rapito, tenuto in ostaggio dal 23 novembre 1993 fino all’11 gennaio 1996, quando venne strangolato e sciolto nell’acido? Il bambino che tu – come racconti nel libro – avevi individuato segnalandone invano la prigione alle forze dell’ordine?

Si, Giuseppe Di Matteo, che è stato ammazzato platealmente. Ma scherziamo? Cosa avrebbe potuto portare di bene a Cosa nostra? Riflettiamo un attimo. Cosa nostra non è un potere dove ci sono solo Brusca, l’ “ammazza-cristiani”, o Giuseppe Ferro, un analfabeta. Attenzione, chi comanda davvero, chi riesce a gestire Cosa nostra non è cretino. Siamo abituati a vedere solo i mafiosi analfabeti, i dementi, ma io ho conosciuto persone come Nino Gioè, che era un grandissimo stratega, una personalità incredibile. Un signore nei modi, lasciamo stare che era un criminale e un killer, ma tu non l’avresti mai detto. Gioè si avvicina a me perché capisce che non sono un sanguinario, che salvo vite umane.

Stai dicendo che, in qualche modo, c’è stata una strategia volta a favorire l’ascesa dell’ala sanguinaria di Cosa nostra, quella che tu definisci dei “dementi”, a discapito invece di uomini più “politici” o comunque inclini alla trattativa, come potevano essere un Gioè o un Milazzo?

In parte sì, anche se Gioè in fin dei conti si è prestato a quel gioco e poi ne ha pagato le conseguenze. Comunque è un dato di fatto: da un certo momento in poi Cosa nostra è stata governata da perfetti idioti. Sempre riguardo la strage di via dei Georgofili e in generale le bombe del 1993... ti sembra possibile che a scegliere quegli obiettivi siano stati Riina e i suoi? È fin troppo evidente che ci sia stata una regìa occulta di quelle che vengono definite “menti raffinatissime”. È un dato di fatto. Per non parlare della strage di Capaci. Un’operazione militare di altissimo livello, che non sarebbe stata possibile senza dei manovratori esterni.

Di quali manovratori stiamo parlando?

Non è da me fare supposizioni...

Passiamo oltre. Nel libro - ma anche nelle sedi competenti - hai parlato di questi incontri tra due uomini dei servizi segreti e Vincenzo MIlazzo. Ti sono mai stati sottoposti degli identikit, delle fotografie? Hai mai potuto ricondurre dei nomi a quei volti?

Io li so i nomi. Li ho dati in procura e sto vedendo cosa fanno.

Sono entrambi in vita?

Uno di loro si. Me lo ricordo, ho avuto la sfortuna di incontrarlo successivamente.

In un libro-intervista uscito qualche tempo fa, Franco Di Carlo, cugino di Nino Gioè che – lo ricordiamo – è morto impiccato in carcere, sostiene di essere stato più volte avvicinato nel corso degli anni, proprio come suo cugino, da uomini dei servizi segreti. In particolare, con uno di loro si è ritrovato in diverse situazioni: si tratta di Mario Ferraro, colonnello del Sismi, anche lui trovato impiccato in casa sua nel luglio del 1995. Impiccato a un termosifone con i piedi che toccavano terra. Ricordi di averlo mai incontrato?

Uscendo spesso con Gioè ne vedevo tanti di questi personaggi. Non mi pare di averlo mai sentito nominare.

Sempre nel libro parli di una donna della Dia con cui avresti effettuato un appostamento per liberare il piccolo Di Matteo e che, successivamente, hai visto in compagnia di quello che poi avresti scoperto essere Giovanni Aiello, più conosciuto come “Faccia da mostro”. Di lei conosci il nome?

No, né l’ho mai vista esposta sui media, come invece è successo con Aiello.

Territorio di Trapani, Alcamo. Si è tornati recentemente a parlare di questa zona della Sicilia in relazione alla presenza occulta e pervasiva della struttura semi-clandestina Gladio. Hai mai sentito nominare il Centro Skorpione?

No, so solo che hanno tentato di buttarla in quel posto a Gladio. In tutto e per tutto. Hanno cercato di mettere Gladio in mezzo a tante cose, ma secondo me è solo un grande depistaggio. Tutto ciò che è accaduto ad Alcamo in quel periodo è stato uno scontro tra polizia e carabinieri. E hanno cercato di fottere Gladio, usandola come capro espiatorio. Ma così non si arriva alla verità.

Tu hai conosciuto il gotha mafioso, hai vissuto e lavorato ad Alcamo, che si trova nel trapanese. Mi sarei aspettato almeno di sentirti nominare nel libro Matteo Messina Denaro. Non l’hai conosciuto?

Assolutamente no.

Che interpretazione dai alla sua lunga latitanza?

Non si vuole prendere. Non si deve prendere. Io sarei il primo a non collaborare per prenderlo. Perché rompere gli equilibri, chi ci dice che non possa nascere un nuovo Totò Riina?

Che intendi dire?

Nel trapanese non si ammazza più, c’è ordine, la gente sta bene. Perché devi rompere questo equilibrio? Per farla pagare a un uomo solo? Ubi maior minor cessat.

Eppure nel 2018 un ex poliziotto, Antonio Federico, in un’intervista rilasciata proprio a Stefano Santoro sostiene che tu gli avessi promesso di fargli catturare un latitante di grosso calibro, che lui intese essere Messina Denaro...

Era una sua supposizione, se ne occuperà l’autorità giudiziaria.

Torniamo un attimo su Antonio Federico, di cui ci siamo largamente occupati nei mesi passati. Federico in un suo libro racconta di essere stato avvicinato nel 1993 da una misteriosa fonte, tale Mark, un uomo che – secondo la sua ricostruzione – apparteneva proprio a Gladio. Questo Mark gli fa compiere alcune operazioni, tra cui la perquisizione in casa di un carabiniere, dove viene trovato un arsenale di armi e dove, in una libreria, viene trovata la foto in cui, quasi trent’anni dopo, si è riconosciuta Rosa Belotti, imprenditrice di Bergamo sospettata dalla procura di Firenze di essere la “biondina” delle stragi del 1993. Nel tuo libro sostieni che Mark fosse un tuo uomo, sulla base di cosa puoi affermare ciò?

Preferisco non rispondere.

Su quella foto ritrovata in casa del carabiniere? Puoi dirci qualcosa?

È un depistaggio. Antonio Federico è acerrimo nemico di La Colla e Bertotto [i due carabinieri coinvolti nel ritrovamento dell’arsenale, ndr], ha cercato, come si dice in Sicilia, di fare tragedia, però... spero di poterti dare risposte più certe tra qualche mese... mi sono interessato a questa situazione. Intanto ti posso dire una cosa: fin quando non sarà riconosciuta l’esistenza della “mafia impropria” non cambierà nulla, i segreti rimarranno sempre tali. Voi che siete giovani vi dovete battere su questo politicamente, sui giornali, io ormai sono al capolinea. E vedrai che ci saranno i primi collaboratori di giustizia di Stato. Ci saranno i primi magistrati che collaboreranno finalmente con la giustizia. Io non ci sarò più, ma tu forse ricorderai queste parole.

(ANSA il 22 novembre 2022) - "Per me un direttore dei servizi segreti non diventa presidente della Repubblica in una notte. Se poi vuole andare a pranzo con il ministro degli Esteri faccia pure, ma non sta a lei dire 'Di Maio è stato leale'. Io poi ho trovato fuori luogo che la presidente del Dis sia andata dalla presidente del Consiglio alla Camera. Questa è forma, la sostanza è che la dottoressa Belloni non è andata al Quirinale perché noi abbiamo detto di no". Così il leader di Iv Matteo Renzi in una conferenza stampa in Senato.

(askanews il 22 novembre 2022) - "Capisco che abbia un bellissimo ufficio alla Camera, sicuramente più bello di quello a palazzo Chigi ma la riunione coi servizi, la prossima volta falla nella sede di palazzo Chigi e non alla Camera". Lo ha detto Matteo Renzi, leader di Italia viva, in una conferenza stampa al Senato convocata per parlare dell'uscita della ristampa del suo libro "Il mostro".

(ANSA il 22 novembre 2022) - "Le dichiarazioni dell'Anm contro di me ormai sono metodiche e bisogna rispettare il senso del ritmo che hanno i sindacalisti delle toghe. Renzi delegittima magistratura? Chi lo fa? Chi va in udienza o chi non rispetta le decisioni della Cassazione? Ma vi sembra normale? Il pm si chiama Luca Turco. Chi delegittima la magistratura? Chi fa ricorsi o chi molesta sessualmente una collega, mi riferisco a Giuseppe Creazzo". Così il leader di Iv Matteo Renzi in una conferenza stampa in Senato.

"Se qualcuno pensasse che di fronte a tutto quello che è successo uno come me si impaurisce o si ferma, ha sbagliato persona. Continuerò ad andare ai processi, continuerò a scrivere con tutti i documenti che provano quello che scrivo. Se pensate di impaurirmi o minacciarmi avete sbagliato obiettivo. Io finisco il tour su 'Il Mostro' e riprendo a fare politica in prima persona". Così il leader di Iv Matteo Renzi in una conferenza stampa in Senato.

"Il fatto che il libro "IL mostro" sia in testa alla classifica dei best seller la dice molto lunga sull'editoria italiana, scherzi a parte sono molto contento. Che il processo di mostrificazione ci sia è evidente, Il libro è giudicato in modo diverso, ma nessuno ha smentito i fatti che contiene, questo è significativo". Così il leader di Iv Matteo Renzi in una conferenza stampa in Senato. (ANSA)

(askanews il 22 novembre 2022) - "State sottovalutando il contenuto del libro: questa cosa della Corte di Cassazione è incredibile. Ho presentato una interrogazione al ministro Nordio per chiedere se è legittimo che un pm riceva una sentenza e non la applichi". Lo ha detto Matteo Renzi, leader di Italia viva, in una conferenza stampa al Senato convocata per parlare dell'uscita della ristampa del suo libro "Il mostro".

Parlando delle vicende giudiziarie riassunte nel volume, l'ex premier ha spiegato: "C'è un pm al quale la Corte di Cassazione gli dice per cinque volte che sta sbagliando, la quinta gliel'annulla senza rinvio e gli dice: 'restituisci il telefonino senza trattenere copia'. Vuol dire che quella roba lì non la puoi utilizzare. Cosa fa questo pm? Qualche giorno dopo invia una lettera al presidente del Copasir e ci infila quella roba che doveva distruggere, ma vi sembra normale?".

Iv: Renzi, “Come faceva Conte a sapere di autogrill prima che fosse pubblico?” Redazione L'Identità il 6 Dicembre 2022

Roma, 6 dic. (Adnkronos) – “Il segreto di rustichella. Oggi Giuseppe Conte è intervenuto sulla vicenda autogrill in una intervista al quotidiano l’Identità. E Conte dice che viene a conoscenza del fatto quando sta finendo l’esperienza del governo. La cosa è interessante”. Così Matteo Renzi nella enews.

“Ma come faceva Conte a sapere dell’incontro all’autogrill con Mancini ‘verso la fine del suo governo’, quando la notizia diventa pubblica a maggio del 2021? A maggio 2021 il premier era già Draghi da tre mesi… strano, no? Conte si confonde oppure mente oppure nasconde qualcosa? La vicenda de Il Mostro continua a essere più attuale che mai…”.

Rita Cavallaro su L'Identità il 6 Dicembre 2022

Dopo la bufera scatenata dalle dichiarazioni riportate da L’Identità di oggi sul video Renzi-Mancini all’autogrill, Giuseppe Conte ritratta. E ci manda una nuova dichiarazione, in cui sostiene di aver confuso le date. “Le mie dichiarazioni si spiegano con il fatto che ieri, nel corso della telefonata con L’Identità, non ricordavo con esattezza il periodo in cui andò in onda la puntata di Report sull’incontro tra Renzi e Mancini in autogrill”, spiega l’ex premier. “Ricordavo che l’incontro in questione si era svolto nel periodo natalizio e dunque – nello smentire che io mi sia mai occupato di questa questione con l’intelligence quando ero Presidente del Consiglio – ho semplicemente ipotizzato che la puntata di Report potesse essere andata in onda nel mese di gennaio, quando ero ancora in carica come Presidente del Consiglio”. Una linea difensiva per difendere la difesa del giorno precedente, quando aveva detto: “I servizi non mi hanno fatto vedere nulla, non mi sono impicciato con loro di questa questione, anche perché non ricordo bene quando esplose il caso tramite Report, ma stavo andando via”. Eppure il filmato dell’incontro del 23 dicembre 2020 tra il senatore di Italia Viva e Mancini fu trasmesso da Report solo il 3 maggio 2021. Dunque a gennaio-febbraio nessuno sapeva dell’esistenza di quel video. E ancora: “”Ripeto il clima era già di fine della prospettiva di governo. E nessuno dell’intelligence mi ha portato il report né il video e io francamente non l’ho ritenuta neppure una notizia di rilievo per un presidente del Consiglio. Più che altro l’ho seguita negli sviluppi mediatici. Per il profilo istituzionale ho interpretato il ruolo”, ha spiegato, “quindi non sono intervenuto neppure sulla questione del video. Non ho chiesto né report né mi sono stati portati. La notizia è destituita di fondamento. Le dico anche che peraltro sono tutte attività fatte nel mio ruolo istituzionale, sarebbero coperte anche da riservatezza, per cui non potrei neanche dirlo se fosse stato vero il fatto di un report dell’intelligence, ma visto che non è accaduto non ho difficoltà a escludere che sia successo. Però tenga conto che se fosse accaduto sarebbe stato per me motivo di imbarazzo parlarne”. Conte ha infine aggiunto: “Anzi, proprio perché c’era di mezzo Renzi mi sono assolutamente astenuto, eravamo in dirittura finale, proprio per evitare che qualcuno potesse farci una speculazione politica. Quindi la questione è stata completamente gestita dai nuovi responsabili”.

Il caso del video a Palazzo Chigi CONTE: “L’HO VISTO A REPORT” MA SCOPPIA IL GIALLO SULLE DATE. COSA NON TORNA. Rita Cavallaro su L'Identità il 6 Dicembre 2022

Il video dell’autogrill fu consegnato ai vertici dello Stato e sarebbe arrivato anche a Palazzo Chigi tre mesi prima che Report lo mandasse in onda. Più di una fonte conferma che l’allora premier Giuseppe Conte lo avrebbe visto, ma il capo dei pentastellati, interpellato da L’identità, smentisce di aver visionato il filmato che mostra l’incontro a Fiano Romano, il 23 dicembre 2020, tra Matteo Renzi e il capo reparto del Dis Marco Mancini. “I servizi non mi hanno fatto vedere nulla, non mi sono impicciato con loro di questa questione, anche perché non ricordo bene quando esplose il caso tramite Report, ma stavo andando via”, dice Giuseppe Conte. E spunta così il giallo nel giallo. Perché quel filmato venne trasmesso dalla trasmissione di RaiTre diretta da Sigfrido Ranucci solo il 3 maggio successivo, quando ormai al governo c’era Mario Draghi e a capo dell’intelligence Franco Gabrielli.

Così si consuma il nuovo capitolo della spy story, sulla quale l’attuale capo del Dis, Elisabetta Belloni, ha posto il segreto di Stato, alimentando su quell’incontro misteri così profondi da essere comparati alla strage di Ustica o al sequestro di Aldo Moro. Macchinazioni machiavelliche che, giorno dopo giorno, delineano una guerra tra spie così forte il cui obiettivo non era quello di colpire il leader di Italia Viva e neppure di creare un problema politico a Giuseppe Conte. L’obiettivo di questa spy story era esclusivamente Mancini, per far saltare la sua imminente nomina a direttore generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. Dopo l’incontro con Renzi, Mancini fu invitato da Gabrielli ad andare in pensione e gli venne addirittura revocata la scorta che lo proteggeva dalla serie di minacce di morte che, negli anni a capo del controspionaggio, aveva avuto. La sua promozione, attesa nel Conte 2, sfumò e bene informati sostengono che la causa fu proprio quel filmato.

Un video girato da una professoressa, una privata cittadina attirata da quell’interlocutore che parlava con Renzi e che, secondo lei, era un individuo losco. Motivo per il quale l’insegnante scattò 13 foto e girò due video, mentre attendeva il padre che era andato in bagno in un autogrill chiuso causa Covid. Per 45 minuti. E poi, nonostante fosse del tutto ignara di chi parlasse con Renzi, pensò bene che la questione potesse essere così rilevante da inviare il materiale prima al Fatto Quotidiano, che non usò il filmato, e poi alla redazione di Report, che il 3 maggio lo trasmise, fornendo alcune anticipazioni nei giorni precedenti. E lo fece inserendo nel servizio tv un ex agente del Sismi in pensione che, oscurato e con la voce contraffatta, identificò Mancini con Renzi, rivelando a tutti il volto dello 007 e mettendo in pericolo l’incolumità dell’agente. E come faceva l’ex Sismi a sapere che Report aveva il video? Perché quel filmato era diventato oggetto di un passaparola tra personaggi dell’intelligence, che avveniva proprio nei giorni in cui il governo era in subbuglio per l’ennesima mossa strategica di Renzi, il quale aveva intenzione di far cadere il secondo esecutivo di Giuseppe Conte per sostituirlo con un governo di larghe intese guidato da Mario Draghi, il quale poi giurò al Quirinale il 13 febbraio 2021.

E proprio in quei giorni il filmato era arrivato a Palazzo Chigi e qualcuno lo avrebbe portato a farlo vedere a Conte. “Se le stanno rappresentando che mi hanno portato questo video per farmelo vedere e dissuadermi dal nominare Mancini non è assolutamente vero”, precisa Conte. “Le cose non stanno proprio così. Adesso non entrerei nel merito su chi volevo o non volevo nominare, perché mi sembra una cosa delicata. Davano per scontato che volessi nominare lui. Non è proprio così”. Eppure fonti interne a Palazzo Chigi registrano almeno quattro incontri di Mancini con il premier e dalla Farnesina ne confermano altri due con Luigi Di Maio. Ci sono più elementi che rafforzerebbero la scelta di quel nome per i vertici dell’intelligence. In quel frangente di fine legislatura erano abbastanza frequenti i movimenti per le nomine ai servizi. E chi avrebbe “armato” la mano della professoressa, avrebbe raggiunto così l’obiettivo di far slittare il cambio ai vertici degli 007. Tanto più se quel filmato fosse stato mostrato a chi doveva fare quella scelta. “Ripeto”, aggiunge Conte, “il clima era già di fine della prospettiva di governo. E nessuno dell’ntelligence mi ha portato il report né il video e io francamente non l’ho ritenuta neppure una notizia di rilievo per un presidente del Consiglio. Più che altro l’ho seguita negli sviluppi mediatici. Per il profilo istituzionale ho interpretato il ruolo”, ha spiegato, “quindi non sono intervenuto neppure sulla questione del video. Non ho chiesto né report né mi sono stati portati. La notizia è destituita di fondamento. Le dico inoltre che peraltro sono tutte attività fatte nel mio ruolo istituzionale, sarebbero coperte anche da riservatezza, per cui non potrei neanche dirlo se fosse stato vero il fatto di un report dell’intelligence, ma visto che non è accaduto non ho difficoltà a escludere che sia successo. Però tenga conto che se fosse accaduto sarebbe stato per me motivo di imbarazzo parlarne”.

Conte ha infine aggiunto: “Anzi, proprio perché c’era di mezzo Renzi mi sono assolutamente astenuto per evitare che qualcuno potesse farci una speculazione politica. Eravamo in dirittura finale, Quindi la questione è stata completamente gestita dai nuovi responsabili”. Insomma, l’intrigo è più complicato di quanto appare.

“Sul caso Autogrill troppe bugie Anche da Conte. Ma quale prof? Farò di tutto per sapere la verità”. Rita Cavallaro su L’Identità l’Dicembre 2022

Io posso accettare tutto per il bene di patria, ma non che mi facciano passare da scemo. E non credo alle ricostruzioni di Giuseppe Conte, perché sono contraddittorie e inverosimili”. È lapidario e sul piede di guerra Matteo Renzi, leader di Italia Viva e al centro dello scontro con il capo dei 5S per il video dell’incontro all’autogrill con lo 007 Marco Mancini, dopo l’intervista a L’Identità.

Senator, allora non crede a Conte?

A Conte non credo per ovvi motivi. Ma alla versione di Conte non ci crede nemmeno lui, tanto’è che ha cercato di fare una smentita abbastanza imbarazzata. Si sentiva lo stridio delle unghie sui vetri, nel senso che si stava realmente aggrappando agli specchi. Il punto è molto semplice: io voglio la verità. Basta. Siccome non ho niente da temere dalla verità e hanno fatto una serie di show su quello che è accaduto, sostenendo che vi fossero loschi personaggi e losche trame, io adesso mi fermo soltanto davanti alla verità.

Per questo ha presentato l’esposto per la violazione del segreto di Stato?

Io ho chiesto all’avvocato Luigi Panella di seguire questa vicenda perché lo ritengo uno dei massimi esperti su questi temi. Ci stanno molti elementi che non tornano. Naturalmente abbiamo la massima fiducia nell’autorità giudiziaria e vedremo come andrà. Nelle prossime ore presenteremo una memoria, chiederemo l’accesso agli atti per capire questa professoressa che cosa dice, come, quali atti sono stati fatti. Consideri che abbiamo chiesto che venissero prese le telecamere dell’autogrill e con quelle immagini, se è come dice Sigfrido Ranucci, si vedrà chiaramente. Perché perfino volendo credere alla presunta testimone che ascoltò gli ultimi istanti del mio colloquio con Marco Mancini, e quindi dando un credito all’ultima versione delle quattro che Ranucci ha cambiato, tecnicamente non torna nulla.

Ad esempio cosa?

Che la professoressa sia partita prima di me ma contemporaneamente non torna con l’indicazione della macchina per fare le foto e non torna con il fatto che tutte le persone che erano lì sostengono che non ci fosse un’altra macchina.

Le telecamere le hanno sequestrate?

Non spetta a me saperlo, ma in ogni caso siamo sempre in tempo per fare tutti gli accertamenti. La professoressa, se esiste, come mai si muove in zona rossa?. Il padre, che sta un’ora e mezzo in macchina, che problemi ha? Perché nessuno lo vede uscire per andare in bagno?

Pensa che ci fosse qualcun altro quel giorno all’autogrill?

Io ho una mia idea di quello che è successo. Ma le mie idee contano zero. Qui c’è un magistrato, che noi stimiamo e rispettiamo, che ha tutti gli elementi per fare le proprie valutazioni. Nel frattempo, per aiutare nella valutazione, presenteremo ulteriori materiali, perché se lei guarda le varie versioni di Ranucci cambiano con le stagioni.

L’ultima in cui disconosce l’ex Sismi e dice che avrebbe riconosciuto da solo Mancini.

Anche su questo. Come può essere credibile uno che dice tutto e il contrario di tutto. Perché lo fa? Perché la divulgazione del segreto di Stato è un reato che viene pesantemente punito, quindi perché lui a un certo punto sente il bisogno di difendere quello che dice?

La versione sulla fonte comincia a scricchiolare?

Non sta in piedi neanche con le stecchette. Lo sanno tutti, lo sanno quelli della Rai ma fanno finta di niente, lo sanno quelli di Palazzo Chigi ma fanno finta di niente.

Pensa che per fare chiarezza bisognerebbe togliere il segreto di Stato?

Io credo che il problema non sia neanche quello. Non posso sapere su cosa sono state poste le domande. Però sono convinto che nonostante il segreto di Stato, messo da Elisabetta Belloni, arriveremo alla verità. Perché se davvero c’è questa professoressa sarà interrogata e ci saranno verifiche. Sono convinto che è solo una questione di tempo ma prima del 2037, quando scadrà il segreto dia Stato, noi avremo la verità su questa vicenda.

Dai anche prima del 2037…

Beh, questa è una battuta.

Magari già nella prima metà del 2023, no?

Io credo che il vero elemento di fondo sia quello di avere una verità nell’arco di qualche mese. Spero prima possibile. Però rispettiamo i tempi della Magistratura e da fin d’ora ci dichiariamo disponibili a lavorare e a collaborare in un corretto rapporto tra Istituzioni.

Ma l’obiettivo del personaggio che ha girato il video era lei o Mancini?

Mi tengo le mie opinioni. E qui le opinioni stanno a zero. Quello che è certo è che Conte non è credibile, perché va bene sbagliare il mese. Quello che non ci sta è la sensazione, cioè Conte risponde dicendo che da presidente del Consiglio non si intromette. Ammesso che sia vero o no quello che dice, lui racconta una sensazione che lo colloca chiaramente a Palazzo Chigi. Io sono molto convinto, avendo sentito l’audio, che Conte davvero abbia saputo e visto questo materiale quando era ancora premier.

Beh, quella è la sensazione che abbiamo avuto anche noi in quella telefonata.

Si sta arrampicando sugli specchi e soprattutto sta rischiando di farsi del male da solo.

Cosa cambia se Conte ha visto il video?

A me non interessa, ma è chiaro che se Conte ha visto il video nel gennaio del 2021 l’idea che la professoressa lo mandi a Report è un po’ strana. La professoressa che casualmente, vedendo una trasmissione, collega Mancini è una follia. Però in questa vicenda le sembra normale che Ranucci prima dica che è l’agente del Sismi, poi è lui, le macchine che vanno a sinistra, poi non è vero. E ci sono dei particolari insidiosi. Io non li vedo, credo che siamo di fronte a una vicenda particolarmente contraddittoria. Questione di poco. Quello che è certo è che le dichiarazioni di Conte mi hanno portato a fare un esposto.

Crede che Guerini al Copasir possa dare un contributo alla trasparenza di questa vicenda o può essere un elemento per mettere la verità sotto il tappeto?

Né l’una né l’altra. Guerini non accelera alcun tipo di soluzione e non blocca niente. La vicenda è nelle mani di chi deve fare le indagini. Gli errori della professoressa sono talmente tanti che è macroscopico il fatto che la storia è un’altra. Bisogna non avere fretta, porteremo a casa il risultato.

Lei è stato un po’ il bersaglio di certa Magistratura. Cosa pensa di Carlo Nordio?

Credo che le idee di Nordio siano molto interessanti. Adesso si tratta di passare dalle parole ai fatti. Spero si possa fare.

Cosa le piace di più tra le proposte di riforma?

Qualsiasi cosa possa dire sarà usata contro di lui.

Allora lasciamolo lavorare in pace. E diciamo qualcosa del Pd, no?

Il Pd ormai si commenta da solo. È allergico alle vittorie. Se torna a vincere è un bene, ma mi sembra che sia molto concentrato in discussioni stravaganti. Quando leggo che per il dibattito congressuale si tiene viva la scintilla della rivoluzione d’ottobre dico che siamo in un’altra era.

Invece il governo Meloni?

Sono colpito dalla pochezza di questa legge di bilancio. Mi aspettavo una ripartenza. Stiamo cercando di dare una mano con Carlo Calenda per fare un lavoro serio ma al momento sono solo chiacchiere.

Non farà le manovre strategiche per rovesciare gli esecutivi, per ora.

No, ma l’esecutivo si romperà da solo in vista delle Europee del 2024.

C’è un anno per lavorare.

Vediamo. Non allarghiamoci.

I soldi dei servizi e le ombre sugli 007. Rita Cavallaro su L’Identità l’8 Dicembre 2022

Così come aulicamente è l’amor che move il sole e l’altre stelle, allo stesso modo sono denaro e potere a determinare i peggiori dei complotti. E ci sono proprio i soldi alla base della guerra delle spie che ha portato alla trappola del video dell’autogrill, quell’incontro tra Matteo Renzi e lo 007 Marco Mancini finito nella bufera politica. Un’operazione che non vede come obiettivo il leader di Italia Viva, ma il capo reparto del Dis. Il motivo? Mandare all’aria la nomina di Mancini al vertice dei servizi, perché la spia negli ultimi otto anni aveva gestito i fondi dell’intero comparto della sicurezza nazionale in modo così ineccepibile da ricevere encomi formali dai diversi organi di controllo dello Stato. Insomma, il profilo giusto per arginare qualsiasi irregolarità nell’amministrazione dei fondi del Pnrr. Mancini, nei mesi precedenti all’incontro dell’autogrill, era stato ricevuto dall’allora premier Giuseppe Conte almeno quattro volte a Palazzo Chigi e altre due alla Farnesina dal ministro Luigi Di Maio. La sua nomina a capo del Dis sembrava ormai decisa, ma poi qualcuno, che già da tempo orchestrava il modo per far saltare la promozione dell’agente segreto, intercettò l’appuntamento del 23 dicembre 2020 con Matteo Renzi, l’unico personaggio che avrebbe potuto insinuare il germe del dubbio sulle nomine di Conte, perché in quel momento il governo era in bilico e proprio Renzi stava tessendo la tela che avrebbe portato alla caduta dell’esecutivo giallorosso. Quando Renzi dimenticò l’incontro con lo 007, che avrebbe dovuto avvenire nell’ufficio del senatore nel cuore della Capitale, e diede a Mancini appuntamento all’area di servizio di Fiano Romano in autostrada, l’occasione per ordire il piano arrivò. E in quell’autogrill si piazzò, ben nascosto, il “paparazzo”, che riprese la conversazione con un campo largo non molto coerente con l’obiettivo di un semplice telefonino. Un paparazzo che si dice sia una professoressa, la quale nel racconto cambia versione ben quattro volte e spiega di essersi fermata lì per caso, in un autogrill chiuso per Covid, di aver girato il filmato perché incuriosita dal losco individuo, così definisce Mancini, che parlava con Renzi. Ignara di chi fosse l’interlocutore, l’insegnante ebbe così tanta perspicacia in stile 007 che girò due video e scattò 13 foto, mentre, per 45 minuti, aspettava il padre che era andato in bagno. E che, non paga, inviò il materiale prima al Fatto Quotidiano, che non lo usò, e poi a Report, che lo trasmise il 3 maggio 2021, mandando in onda un’altra fonte, un ex agente del Sismi in pensione che, camuffato e con la voce contraffatta, disse in tv che quell’uomo era Marco Mancini, ex capo del controspionaggio e di cui, fino ad allora, esistevano solo le immagini di quando, nel 2005, riportò dall’Iraq la giornalista Giuliana Sgrena, rapita il 4 febbraio 2005 e liberata 28 giorni dopo nell’operazione che finì con l’uccisione del numero due dei servizi, Nicola Calipari. Ed ecco un nuovo elemento: l’uomo che sarebbe la fonte di Sigfrido Ranucci non era una semplice spia in pensione dal Sismi, ma si scopre ora che, come lo stesso Mancini, era passato all’Aise, dove aveva lavorato gli ultimi anni. Un dettaglio che spiega perché quella fonte fosse così informata su particolari riguardanti l’attività del capo reparto del Dis. E che, in spregio dell’incolumità di Mancini, sotto scorta per le minacce terroristiche, lo identifica in diretta, determinando la bufera sull’agente, invitato ad andare in pensione e al quale venne revocata la scorta. Senza contare che era già sfumata la sua nomina al vertice del Dis che, stando alle nostre fonti autorevoli, era lo scopo di quel filmato. Per raggiungere il quale sarebbe stato necessario che il video arrivasse nel momento giusto a Conte. L’ex premier grillino, nell’intervista uscita su L’Identità martedì scorso, ha negato che l’intelligence gli abbia portato quel file dell’incontro, sul quale è stato apposto il segreto di Stato. Eppure confonde le date, collocando la visione del video, che sostiene di aver visto da Report, tra gennaio e febbraio, negli ultimi giorni del governo, quando nessuno era a conoscenza dell’esistenza della ripresa, visto che la messa in onda avvenne tre mesi dopo. “I servizi non mi hanno fatto vedere nulla, non mi sono impicciato con loro di questa questione, anche perché non ricordo bene quando esplose il caso tramite Report, ma stavo andando via. Il clima era già di fine della prospettiva di governo. E nessuno dell’intelligence mi ha portato il report né il video e io francamente non l’ho ritenuta neppure una notizia di rilievo per un presidente del Consiglio”, sottolinea, mostrando uno stato d’animo sul quale difficilmente ci si piò confondere. Inoltre aveva aggiunto: “Proprio perché c’era di mezzo Renzi mi sono assolutamente astenuto, eravamo in dirittura finale, per evitare che qualcuno potesse farci una speculazione politica”. Dichiarazioni che hanno scatenato la reazione di Renzi: “O Conte si confonde, o mente, e non voglio crederlo, o nasconde qualcosa”. Perché quel filmato girava a Palazzo Chigi già nei momenti caldi della crisi di governo e solo se Conte lo ha davvero visto si spiega la mancata promozione di Mancini, visto che il premier ha nominato alcuni vertici dei servizi prima di lasciare la campanella a Draghi. A infittire il mistero, poi, le ultime rivelazioni di Ranucci, che ora disconosce l’ex Sismi mandato in onda e dice di essere lui la fonte, che lui stesso avrebbe riconosciuto Mancini nel video della professoressa. E Renzi, dopo le parole di Conte e Ranucci, ha presentato un esposto relativo alla violazione del segreto di Stato.

“Quando ero in carica”. Conte smentisce Ranucci e Report, l’ex premier apre una falla sul video di Renzi e Mancini in Autogrill. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 7 Dicembre 2022

L’unica certezza, sull’Autogrill di Report, è che è un mistero. Oggi ancora più fitto. Sull’incontro Mancini-Renzi di Fiano Romano è Giuseppe Conte, intervistato da un quotidiano, a tradire la versione ufficiale così come la conoscevamo. L’ex premier grillino ricorda di essere stato informato di quel video tra fine dicembre 2020 e gennaio ’21. “Quando ero in carica”. Aprendo una falla nella ricostruzione condivisa da Ranucci. Vediamo perché.

La famosa puntata di Report del 3 maggio 2021 proponeva un servizio che annunciava con grande sorpresa di aver ricevuto da una fonte anonima un video girato per caso in Autogrill. «Una insegnante ha filmato l’incontro tra un personaggio conosciuto, Renzi, e uno sconosciuto, che poi si rivelerà essere Mancini». È Giorgio Mottola a dare la versione di Report: «L’incontro è avvenuto il 23 dicembre all’Autogrill. Dopo la puntata di Report del 12 aprile l’insegnante che aveva il video ha inviato una mail alla nostra redazione», aveva ricostruito Mottola. Si scoprirà poi che l’insegnante misteriosa – oggi indagata, tra le proteste di Sigfrido Ranucci e le polemiche dell’Fnsi – aveva offerto sin da subito il video al Fatto Quotidiano.

«Lo avevamo ricevuto noi per primi ma è rimasto perso tra le centinaia di mail che non si riescono a leggere. E a ripensarci mi piange il cuore», ricostruisce con un po’ di patos Peter Gomez. «Non ci rendemmo conto, in quel momento eravamo sotto organico. Lo scoprimmo poi. Quando uscì su Report lo stesso Ranucci, se non sbaglio, disse che lo stesso materiale era stato prima inviato al Fatto. Abbiamo riaperto la casella e trovato quella mail con cui c’erano, mi pare, delle foto». Tornano nella vicenda anche le foto. Quali? Si trattava di fermo immagini, di screenshot mandati per testare l’interesse del destinatario e ingolosirlo? Si vedevano dettagli rimasti fuori dal video di Report?

Rimane che dal 23 al 30 dicembre, per una settimana, il video sarebbe rimasto fermo, sigillato, protetto nelle mani della Professoressa. E proprio l’ultimo dell’anno, come un insperato fuoco d’artificio, eccolo spuntare tra i regali di una lettrice – o almeno, evidentemente estimatrice – del Fatto. Che forse non lo ha fatto avere solo al Fatto. Qualcuno il video potrebbe averlo visto, dato che girava tra una mail e l’altra, tipo messaggio in bottiglia, dal 30 o dal 31 dicembre. Di certo qualcuno potrebbe averlo fatto arrivare a Palazzo Chigi. Dove c’era, fino al 26 gennaio, Giuseppe Conte. Il leader 5 Stelle ieri ha riunito i puntini: «Ero alla fine della mia esperienza di governo, la vicenda riguardava Renzi, io avevo una polemica con lui, scelsi di rimanerne fuori e decisi di non commentare».

Matteo Renzi vuole vederci chiaro. Il video dell’Autogrill era già in mano alle autorità – a Palazzo Chigi, ai servizi segreti – cinque mesi prima della messa in onda di Ranucci? «Conte data questo momento tra dicembre e gennaio. Qualcuno aveva detto a Conte dell’incontro Renzi-Mancini all’Autogrill? L’ex premier si è sbagliato, ha confuso gennaio con maggio? La scansione temporale la puoi sbagliare, ma quando Conte argomenta, ricorda nei dettagli di aver deciso di non intervenire in virtù della sua posizione istituzionale, come può essersi confuso?», lo incalza Renzi. Tutti i deputati e i senatori di Italia Viva ieri hanno preteso una parola inequivoca da Conte, lanciando anche sui social l’hashtag #contechiarisca. In serata il leader grillino ritratta la sua ricostruzione. E sostiene di aver confuso le date. Certo, se si togliesse il segreto di Stato sulla vicenda, tutto sarebbe più chiaro.

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

Marco Lillo e Valeria Pacelli per il “Fatto quotidiano” il 7 Dicembre 2022.

Fuori dall'aula VIII del Tribunale di Roma, in attesa di essere sentito come testimone al processo Consip, Matteo Renzi risponde alle domande del Fatto. Sulla professoressa che lo ha ripreso all'autogrill di Fiano Romano mentre incontrava l'ex 007 Marco Mancini, Renzi ci affida una mezza promessa: qualora si dovesse confermare che si tratta davvero solo di una professoressa, come accertato dalle indagini dei pm di Roma, "mi riservo successivamente di fare valutazioni" sul rimettere la querela. Vedremo. 

Il senatore però va all'attacco quando gli chiediamo della lettera al Copasir del pm Luca Turco, rimasta a protocollo riservato e mai depositata nell'inchiesta Open, ma pubblicata nel suo libro Il Mostro: "Vi ho già querelato. Non ho rivelato alcun segreto".

Partiamo dalla vicenda Report. L'insegnante che ha ripreso l'incontro all'autogrill è stata inquisita per il 617 septies, reato che punisce chi fa riprese fraudolente. Lei non ha denunciato per questo reato. Se questa signora andasse a giudizio perché le ha fatto un video in un autogrill, sarebbe contento?

Io non ho denunciato per quel tipo di reato e se alla fine del dibattito sull'udienza preliminare restasse davvero solo quella contestazione io mi riservo di fare valutazioni perchè quel tipo di reato lì credo sia procedibile solo a querela di parte. Vi stupirò: se davvero fosse soltanto quello l'argomento io per primo rifletterei. (...) 

Io non credo a questa storia, perchè ci sono quattro versioni diverse ma soprattutto perchè io ero lì quel giorno e quindi so da dove la foto poteva essere fatta. (...) Aggiungo che stamattina una mia collaboratrice è andata in procura a Roma e non le è stato consegnato il fascicolo 415 bis, pur essendo io parte offesa. Vorrei capire perché secondo me il fascicolo come parte offesa si può avere.

In realtà il codice non prevede obblighi per i magistrati di consegnare copia dei fascicoli alle parti offese. Ma torniamo all'insegnante: le ha chiesto di incontrarla...

Ci sarà un incontro immagino in sede di udienza. Ci sono delle cose che non mi tornano e le voglio esporre al gup. Come mai ci sono quattro versioni diverse? Come mai Conte oggi dice che ha gestito il dossier con lo stile istituzionale da Presidente del Consiglio quando non lo era più?

Oppure Conte lo ha ricevuto (il video dell'incontro all'autogrill, ndr) prima alla luce delle dichiarazioni di Conte che magari tra un'ora smentisce? (Renzi fa riferimento all'articolo pubblicato ieri da L'Identità in cui si parla del video finito a Palazzo Chigi prima della puntato di Report. 

Ieri poi dallo staff di Conte hanno precisato che Conte ha avuto contezza del video solo da Report e che "nel rilasciare le dichiarazioni al quotidiano ha erroneamente collocato la trasmissione Report nel periodo in cui era premier, non ricordando il periodo esatto in cui venne trasmessa", ndr).

Se si dimostrasse che la persona che l'ha ripresa fosse davvero solo una professoressa, le chiederebbe scusa per averla portata a giudizio?

Io non ho fatto una denuncia nei confronti di una persona, ho chiesto all'autorità giudiziaria di verificare se vi erano dei reati. Chi chiede alla giustizia di verificare i fatti non ha nulla di cui scusarsi. Se fosse una cittadina che ha ripreso, verificheremo i fatti () Se ci sarà da valutare, intanto chiedo che mi diano gli atti. Poi sono molto tranquillo perchè so come sono andate le cose... 

Il Fatto oggi (ieri Ndr) parla della pubblicazione di una nota del pm di Firenze Luca Turco inviata al Copasir che gli chiedeva gli atti e pubblicata nella versione aggiornata del suo libro. Nota segreta per la Procura di Firenze. Da chi l'ha avuta?

Ho già risposto dicendo che procederò con un'azione civile nei confronti del Fatto. (...) Il titolo "Renzi spiattella un segreto del Copasir" a mio giudizio è foriero di una possibile azione di risarcimento danni. Non ho spiattellato alcun segreto. () Io ho riportato una notizia che era stata lanciata da voi (in realtà Il Fatto non ha mai posseduto nè pubblicato la lettera del pm Turco, ndr) a da altri, vale a dire la possibilità che il pm di Firenze avesse mandato al parlamento le carte come richiesto dal Copasir () 

MATTEO RENZI A REPORT DICE CHE MANCINI DOVEVA PORTARGLI I BABBI - 3 MAGGIO 2021

Queste carte arrivano al Copasir a marzo mentre la sentenza della Cassazione è a febbraio. Il Fatto ad aprile scrive che c'è questo fatto e viene fatto notare da una fonte, che non ha a che fare col Copasir, che c'è una notizia particolare in quell'atto, ossia la firma. 

La carta, che viene fatta in modo a mio giudizio contrario alla legge perchè viene fatta dopo la sentenza della Cassazione e comprende il materiale che la Cassazione ha detto di distruggere, è firmata da uno solo dei pm (...). Il pm Turco ha firmato questa carta senza la firma di Creazzo nè di Nastasi. (...) Quindi io non ho violato alcun segreto del Copasir, non ho violato alcun segreto istruttorio. (...) Un tema di segreto istruttorio, nel caso di specie non si pone, ma ove mai si ponesse sarei entusiasta, perchè in questi ultimi 5/6 anni (...) mi è capitato di vedere carte che riguardavano procedimenti inspiegabilmente pubblicate talvolta anche per esteso sui giornali. 

Se le dovessero chiedere chi le ha dato quella lettera di Turco lei risponderà?

Certo, però me lo deve chiedere un pm.

Estratto dell’articolo di A. Man. per “il Fatto quotidiano” il 7 Dicembre 2022. 

Matteo Renzi per il momento non intende incontrare l'insegnante che vide il suo incontro con l'ex dirigente dei Servizi Matteo Mancini all'autogrill di Fiano Romano e mandò a Report qualche immagine ripresa a distanza, né i suoi legali. 

Nei giorni scorsi, Giulio Vasaturo, avvocato della donna, ha messo a disposizione dei legali dell'ex presidente del Consiglio le generalità della sua assistita, peraltro agli atti delle indagini della Procura di Roma a cui prima o poi potrebbero avere accesso anche i difensori di Renzi. 

Per chiarire ulteriormente la vicenda è disposta a incontrarli e a farsi interrogare da loro, come del resto ha sempre detto di essere pronta a confrontarsi con il senatore che la chiama "sedicente professoressa". 

Vasaturo ha anche convocato Renzi per le sue indagini difensive. Ma per ora non c'è stata risposta, né Renzi era obbligato a rispondere. Come dimostra nel libro Il Mostro (edizioni Piemme) e nelle varie presentazioni preferisce intrattenere misteri e sospetti di chissà quale complotto benché sia accertato dai pm che la donna non ha legami con i Servizi. […]

Renzi, lo 007 e il legale: l'incontro all'autogrill e i nuovi misteri di una «spy story». Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera l8 Dicembre 2022 

 Il caso dell’incontro all’autogrill. L’ex premier sceglie l’avvocato di Mancini

A due anni di distanza, Matteo Renzi rilancia i presunti misteri sulle foto rubate del suo incontro all’autogrill del 23 dicembre 2020 con l’allora dirigente dei Servizi segreti Marco Mancini, e per farlo sceglie l’avvocato Luigi Panella, lo stesso di Mancini. Al quale ha affidato il compito di presentare alla Procura di Roma «una memoria e un ulteriore esposto relativo alla violazione del segreto di Stato e al reale svolgimento dei fatti, in qualità di persona offesa», recita il suo comunicato.

Renzi-Mancini, il video dell'incontro in Autogrill trasmesso da Report

 La Procura ha già chiuso l’indagine ed è pronta a chiedere il processo per la professoressa quarantaquattrenne che fotografò e riprese l’incontro, accusata di «diffusione di riprese fraudolente», facendo capire che per i pm misteri non ce ne sono. A parte il contenuto di quel colloquio. Ma evidentemente l’ex premier, prima ancora di esaminare gli atti dei pm, non si ritiene soddisfatto. Continua a dire che «ci sono troppe cose che non tornano», e il suo nuovo legale chiederà agli inquirenti di esaminare ulteriori «elementi meritevoli di approfondimento».

Interrogatorio negato

Lui alla storia della professoressa che si trova lì per caso (ci resterà circa 40 minuti perché suo padre stava male ed ebbe ripetutamente bisogno del bagno e del bar), vede arrivare prima un signore scortato che aspetta qualcuno e poi Renzi che si mette a chiacchierare con lui, continua a non credere. Ma all’avvocato della donna, Giulio Vasaturo, che gli ha chiesto un interrogatorio nell’ambito di indagini difensive a tutela della sua assistita, Renzi non ha risposto. 

Ora il difensore potrebbe sollecitare la Procura a convocare l’ex premier, come del resto ha fatto in passato Marco Mancini con la direttrice del Dis (l’organismo di coordinamento dei Servizi) Elisabetta Belloni, in un’indagine separata nata dalla sua denuncia contro Report, la trasmissione di Raitre che ha mostrato le immagini dell’incontro. In quel caso a chiamare Belloni è stata la Procura di Ravenna (provincia dove Mancini risiede e Procura guidata fino a due anni fa, dunque prima della puntata di Report, da suo fratello Alessandro), e ad alcune domande la responsabile del Dis ha opposto il segreto di Stato. 

Sul quale Renzi continua a fare ironie e insinuazioni lasciando credere che quel rifiuto possa coprire fatti relativi al suo incontro con l’ex agente segreto, anziché le regole di funzionamento dei Servizi. Nella sua ricostruzione un po’ spionistica e un po’ da commedia della vicenda, l’ex premier irride anche il racconto della professoressa che avrebbe detto di aver visto Renzi e Mancini, al termine del loro incontro, andare uno a destra verso Firenze e l’altro a sinistra verso Roma: «Se uno va a sinistra in autostrada fa un frontale!». In realtà in un’intervista a Report la donna disse: «L’auto di Renzi ha proseguito prendendo l’autostrada in direzione Firenze mentre l’altra ha ripreso in direzione Roma» .

La direzione delle auto

Poi nell’interrogatorio dell’8 novembre alla Procura di Roma ha chiarito: «Ho lasciato l’area di servizio prima che le due vetture “istituzionali” (di Renzi e Mancini, ndr) abbandonassero il parcheggio. Procedevo a bassa velocità e passata la barriera di Roma nord, dopo la diramazione per Firenze, sono stata superata dall’Audi di Renzi che ho riconosciuto perché aveva il lampeggiante e viaggiava a velocità sostenuta. L’altra macchina invece non l’ho più notata, quindi ho dedotto che avesse preso una diversa direzione». L’avvocato della professoressa, oltre a convocare inutilmente Renzi per interrogarlo, ha comunicato all’ex premier e al suo avvocato di essere disposto a far sentire la signora anche da loro, ma pure in questo caso non ha ricevuto risposta. 

Nel frattempo Renzi ha aperto il «mistero Conte», dopo che il leader del Movimento Cinque Stelle ha dichiarato di aver appreso dell’incontro all’autogrill mentre era presidente del Consiglio. Ma Report è andato in onda il 3 maggio 2021, quando a palazzo Chigi c’era già Draghi, quindi chi ha avvertito Conte con quattro mesi di anticipo?

La versione di Conte

 L’interessato s’è corretto sostenendo di aver fatto confusione tra due periodi diversi, e che nessuno gli ha detto niente prima. Ma a Renzi, ovviamente, non basta. Tuttavia l’indagine della Procura di Roma ha escluso qualunque legame, anche di lontane parentele, tra la professoressa e i servizi segreti. 

La donna ha spiegato di aver contattato nell’immediatezza un suo amico giornalista, che nelle foto non riconobbe Mancini, e poi Il Fatto quotidiano, che non le rispose. Ad aprile 2021 vide una puntata di Report che parlava di possibili «complotti» renziani per far cadere il governo Conte 2, e inviò le immagini a loro. «Ci tengo a precisare — ha specificato ai pm — di non aver mai chiesto né percepito alcun compenso economico o di altro genere per il contributo che da semplice cittadina ho volontariamente dato a questa inchiesta giornalistica». 

I pm sono arrivati a identificare la donna con un atto abbastanza invasivo come l’esame dei tabulati dei giornalisti di Report, limitatamente al periodo che ha interessato la realizzazione del servizio. E per ora non ritengono che alla professoressa si possa applicare la non punibilità delle «riprese fraudolente» prevista per «l’esercizio del diritto di cronaca». 

La signora ha specificato di aver scattato 13 foto e due video, per un totale di 52 secondi, «dal posto di guida della mia autovettura, dove peraltro ero ben visibile dall’esterno e non nascosta. Dalla mia postazione vedevo il personale di scorta di entrambi gli uomini (Renzi e Mancini, ndr) che dialogavano tra loro e anche loro erano certamente in grado di vedere me, senza alcuna difficoltà». 

Parole che danno adito a un altro mistero: quattro persone adibite alla sicurezza che non si accorgono di una signora che riprende i personaggi che dovrebbero proteggere. Come resta l’interrogativo sul contenuto del colloquio tra l’ex premier e l’allora funzionario del Dis. All’epoca Renzi disse che fu uno scambio d’auguri con consegna da parte di Mancini di dolci natalizi; di recente ha aggiunto che gli riferì di voler far cadere il governo Conte 2. C’era altro?

Non è l'Arena, Giletti: "Ecco la donna dell'Autogrill". E Renzi chiama in diretta. Il Tempo il 12 dicembre 2022

Il video è del 23 dicembre 2020, quando Matteo Renzi viene filmato durante un incontro in Autogrill con l'allora dirigente dei Servizi segreti Marco Mancini. A girarlo è una professoressa che scatta 13 fotografie e gira due video mentre è ferma nella sua auto. Il caso esplode qualche mese dopo, quando Report manda in onda il video e una intervista alla donna, mantenendone l'anonimato. La protagonista del caso è stata intercettata nella puntata di domenica 11 dicembre di Non è l'Arena, su La7, dove ci si interroga dei vari aspetti della vicenda Autogrill: è lei la donna che ha girato il video? E Perché lo ha fatto? 

Massimo Giletti ha rivelato di essere riuscito a rintracciare la donna che due anni fa ha ripreso il leader di Italia Viva. Durante la trasmissione, il conduttore ha mostrato le immagini da lui girate lasciando però coperti il volto della donna e i dettagli che avrebbero potuto svelarne l'identità. "È laureata in Storia dell'arte, è effettivamente una professoressa, ha una sua famiglia" dice Giletti. "So dove abita, ma non ho voluto fare nulla di più. Voglio solo dire che è una professoressa come tante e, in base alle mie indagini, non ha rapporti con i Servizi segreti" afferma il giornalista che mostra un numerosi cellulare per permettere alla donna di mettersi in contatto con il programma. 

Lo stesso Renzi chiama poco dopo ribadendo che la storia non torna e che ha "elementi per dire che non sta in piedi: il nome di questa donna lo conosciamo da 15 giorni e non abbiamo nessuna intenzione di attaccarla, ma ha dato quattro versioni diverse della vicenda"", ha detto, insistendo di non avere nulla da nascondere e di voler solo "che venga fuori la verità".

Il leader di Italia viva aveva presentato un esposto nei confronti di Report. La professoressa venne indagata per "diffusione di riprese e registrazioni fraudolente". La donna ha detto di essersi trovata per caso all'Autogrill e avendo visto Renzi parlare con un uomo scortato seppur sconosciuto lo aveva filmato. Nel frattempo, la numero uno dei Servizi segreti Elisabetta Belloni ha apposto sulla questione il segreto di Stato.

Matteo Renzi telefona in diretta a Giletti: "Ma uno come lei...", sbrana Telese. Libero Quotidiano il 12 dicembre 2022

Colpo di scena a Non è l'arena, su La7. Massimo Giletti ha scoperto l'identità della donna che ha scattato le foto dell'incontro tra Matteo Renzi e lo 007 Marco Mancini all'autogrill di Fiano Romano diventate oggetto di una puntata di Report e ora di una inchiesta giudiziaria. Giletti è riuscita a incontrarla in strada tramite una soffiata e conferma: "E' una professoressa, laureata in storia dell'arte, e a quanto ci risulta non ha contatti con i servizi segreti". 

L'avvocato della donna telefona in diretta e accusa Renzi di non volere un confronto con la sua assistita. A quel punto a chiamare in trasmissione è lo stesso leader di Italia Viva: "L'avvocato dice una balla spaziale. Io con lui non ci vado a giocare a burraco, è l'avvocato difensore di una signora che deve rispondere in un Tribunale. Siccome tengo alle istituzioni, ho dato incarico a un legale e a un consulente tecnico. Settimana prossima presenteremo un esposto di 9 pagine con cui chiederemo al pm di fare indagine su alcuni punti, perché noi siamo parte civile".

"Quindi questa signora l'ha trascinata in un tribunale - interviene Luca Telese -. Meno male che lei l'ha tutelata, Renzi: è parte civile e questa signora si deve giustificare". "La discussione è molto semplice: quella storia è vera o non è vera? - domanda Renzi - Qualcuno deve spiegare perché hanno cambiato versione e ci hanno messo il segreto di Stato". "Quella storia è vera perché lei era là, la prossima volta cambi autogrill", ironizza Telese. Ma Renzi va avanti a spron battuto: "Ma uno come lei che deve seguire i fatti, ma le sembra normale che si metta il segreto di Stato? Su cosa lo mettono, sulla ricetta della Rustichella e del Camogli? Siccome non ho paura di niente, su questa vicenda si va fino in fondo. Il consulente tecnico verificherà se i telefonini della signora e del padre erano agganciati alle celle". "Pure sul padre vuole indagare?", lo contesta Telese. Appuntamento alla prossima puntata.

Barbara Visentin per il “Corriere della Sera” il 12 dicembre 2022.

Chi ha filmato e perché? Spinto da questi interrogativi, Massimo Giletti è tornato sulla spy story dell'incontro in Autogrill fra Matteo Renzi e lo 007 Marco Mancini nella puntata di Non è l'Arena andata in onda ieri su La7. 

Dopo aver ripercorso il caso, il giornalista ha rivelato di essere riuscito a rintracciare la donna che due anni fa ha ripreso il leader di Italia Viva, arrivando anche a filmarla. Durante la trasmissione, Giletti ha mostrato le immagini da lui girate lasciando però coperti il volto della donna e i dettagli sensibili per preservarne l'identità.

E ha poi confermato: «È laureata in Storia dell'arte, è effettivamente una professoressa, ha una sua famiglia». Sarà lei, ha aggiunto, mostrando un numero di cellulare, a mettersi in contatto con il programma se avrà voglia di parlare. «So dove abita, ma non ho voluto fare nulla di più. Voglio solo dire che è una professoressa come tante e, in base alle mie indagini, non ha rapporti con i Servizi segreti».

A chiamare in diretta a Non è l'Arena è stato poco dopo lo stesso Renzi, ribadendo che, dal suo punto di vista, la storia non torna e che ha «elementi per dire che non sta in piedi: il nome di questa donna lo conosciamo da 15 giorni e non abbiamo nessuna intenzione di attaccarla, ma ha dato quattro versioni diverse della vicenda», ha detto, insistendo di non avere nulla da nascondere e di voler solo «che venga fuori la verità».

È il 23 dicembre 2020 quando viene filmato durante un incontro in Autogrill con l'allora dirigente dei Servizi segreti Marco Mancini. I due vengono ripresi mentre parlano in un'area di servizio a nord di Roma da una professoressa che scatta 13 fotografie e gira due video mentre è ferma nella sua auto. 

La notizia diventa pubblica a maggio 2021, quando Report trasmette il video e in seguito intervista la donna (mantenendone l'anonimato). 

Dopo l'esposto presentato da Renzi nei confronti della trasmissione e della testimone, la professoressa viene indagata per «diffusione di riprese e registrazioni fraudolente», viene identificata e fornisce la sua versione dei fatti: racconta di essersi trovata lì per caso, di essere rimasta in Autogrill per circa 40 minuti perché suo padre non si sentiva bene, e, avendo visto il leader di Italia Viva parlare con un signore scortato e da lei al momento non riconosciuto, dice di aver ritenuto utile documentare l'incontro. 

La Procura di Roma aveva già escluso legami fra la professoressa e i Servizi segreti, ma l'ex premier Matteo Renzi vuole andare avanti con un nuovo esposto. I suoi dubbi sono alimentati soprattutto dalla scelta della numero uno dei Servizi segreti Elisabetta Belloni di apporre il segreto di Stato su una parte del caso.

Andrea Ossino per roma.repubblica.it il 12 dicembre 2022.

Il legale della professoressa che ha filmato "l'incontro dell'autogrill" porta Matteo Renzi in procura, o almeno ci prova. Nelle prossime ore infatti l'avvocato Giulio Vasaturo depositerà la richiesta di audizione congiunta per chiedere alla procura di Roma di poter interloquire con il leader di Italia Viva insieme al pubblico ministero. In due diverse occasioni infatti l'avvocato avrebbe chiesto al collega che assiste Renzi un incontro con il senatore, anche se sulla circostanza ieri l'ex premier, telefonando a Non è l'Arena, ha detto che si tratta di "una balla spaziale".

L'obiettivo del faccia a faccia tra l'avvocato Vasaturo e Renzi sarebbe interno alla strategia difensiva della professoressa che quel giorno di dicembre ha filmato l'incontro tra il senatore e l'ex 007 Marco Mancini. Chiarito che si tratta realmente di un'insegnante e visto che la procura di Roma non ha messo in dubbio la veridicità del suo racconto escludendo anche una strategia oscura dietro le quinte, magari volta a screditare Mancini e Renzi, resta da appurare se la donna abbia o meno commesso i reati di cui è accusata nel decreto di chiusura delle indagini: ovvero aver carpito le immagini fraudolentemente e averle diffuse. 

L'avvocato vuole dunque capire se quello dell'Autogrill fosse un incontro pubblico o privato. Il tema infatti è giuridico e riguarda la modalità di acquisizione del filmato e le norme che coinvolgono le fonti giornalistiche e i loro diritti, che secondo il legale sono gli stessi di cui godono i cronisti e che sono inerenti la rilevanza dell'informazione pubblica. 

Renzi ieri, in tv, ha posto anche altre questioni. La prima riguarda le "quattro versioni fornite dalla donna". In realtà la signora prima ha detto a Report (a cui ha inviato le immagini dell'incontro) che al termine del colloquio del 23 dicembre Renzi e Mancini hanno preso strade diverse. Poi alla polizia ha precisato di avere dedotto questa circostanza, visto che dopo essersi allontanata ha notato di essere stata superata in autostrada solo dalla macchina di Renzi. 

Il senatore ha posto anche domande sul segreto di stato che tuttavia riguarda solo una parte dell'indagine di Ravenna, quella nata dopo la denuncia di Mancini e non l'inchiesta romana.

Inoltre sarebbe inutile, come suggerito da Renzi, acquisire le immagini delle telecamere di sicurezza dell'Autogrill, visto che il caso è scoppiato ad aprile e i fatti sono di dicembre. 

Le celle telefoniche servirebbero solo ad appurare se realmente la donna era lì, circostanza al momento testimoniata solo dalle foto presenti nel suo cellulare. Immagini che non sarebbero state scattate da diverse posizioni, ma da diverse angolature perché gli interlocutori filmati si sarebbero mossi. 

Sulle condizioni cliniche del padre della donna, la persona che la professoressa accompagnava in macchina, sarebbe stata depositata documentazione medica che la procura ha ritenuto attendibile.

Renzi, esposto sulla donna che lo filmò: "Sì al confronto". Confronto sì, ma dai pm e non in tv. La spy story sul video girato il 23 dicembre di due anni fa e mandato in onda da Report a maggio 2021 si arricchisce di nuovi colpi di scena. Felice Manti il 13 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Confronto sì, ma dai pm e non in tv. La spy story sul video girato il 23 dicembre di due anni fa e mandato in onda da Report a maggio 2021 si arricchisce di nuovi colpi di scena. Lo scontro sulle immagini di Matteo Renzi e dell'ex 007 Marco Mancini all'Autogrill di Fiano Romano, alla vigilia della caduta di Giuseppe Conte (che sul video si è contraddetto più volte) è andato in scena l'altra sera durante la trasmissione Non è l'Arena. Il conduttore Massimo Giletti ha rintracciato la donna a Viterbo, ne ha mostrato le immagini pixelate che la ritraevano in via San Pietro, vicino a una scuola, confermando quanto da sempre sostenuto dalla Procura, da Sigfrido Ranucci e dal legale Giulio Vasaturo, che difende la donna dall'accusa di diffusione di riprese e registrazioni fraudolente: «È una laureata in Storia dell'Arte, è un'insegnante e non ha nulla a che fare con i servizi segreti italiani». Sarà, ma Renzi non ci crede. E alla proposta del legale della donna di un incontro-confronto dopo l'accesso agli atti contenuti nel fascicolo, il senatore di Azione-Italia Viva risponde con un altro esposto «con la richiesta di verificare le celle telefoniche della professoressa e del padre, le telecamere e le immagini in autogrill e ai caselli per certificare la reale presenza della professoressa e del padre oltre che la richiesta di testimonianza degli agenti presenti all'incontro. La difesa di Renzi chiederà di sentire la donna», dicono dal suo entourage. Insomma, per l'ex segretario del Pd la verità non è ancora uscita fuori del tutto. «Se vorrà incontrarmi, gli parlerò dei problemi della scuola...», aveva detto l'insegnante di sostegno all'Adnkronos, rivelando un coraggio da leoni nel mettersi in gioco in una storia che mescola intelligence, politica e diplomazie che rischia di travolgerla. Ma molte cose ancora non tornano, a partire dalle quattro, cinque versioni diverse fornite di volta in volta dalla donna: qualcuno ha violato un segreto di Stato? E perché il capo del Dis Elisabetta Belloni lo ha apposto? Quali altri protagonisti della vicenda potrebbero avere legami con i servizi? È vero che Conte vide il filmato mentre era ancora a Palazzo Chigi, come gli è sfuggito incautamente? Mancini sarebbe stato destituito per colpa di quell'incontro, anche se una fonte suggerisce al Giornale che da certi incarichi non ci si dimette mai. È forse questo il problema?

Luca Telese per tpi.it il 13 dicembre 2022.

E Renzi chiamò in diretta per protestare, per la prima immagine della ormai celebre “donna dell’Autogrill” in tv: “Guardi Giletti, sono ad una cena, ma non ho potuto non chiamare!”. È accaduto ieri, su La7. Massimo Giletti pubblica per la prima volta la foto (oscurata) della famosa professoressa del video (spiegando chi è) girato in autostrada sull’incontro tra l’ex premier e l’ufficiale dei Servizi, e Matteo Renzi chiama in diretta durante la puntata di “Non è l’Arena” per mettere in dubbio, ancora una volta, la versione della donna: “È mai possibile che ci sia una professoressa che racconta quattro diverse versioni sulla sua storia?”.

Non ci sta il senatore di Italia Viva, non crede a ciò che l’autrice del video ha raccontato ai magistrati sulla sua identità e su quel documento che lo fa soffrire tanto: “Se quella professoressa era davvero li, Giletti, se aveva davvero il padre che stava male, e se è vero che anche lui era lì… se tutto questo è vero si dovrebbe vedere dalle registrazioni telecamere!”. 

E così, di fronte ad un nuovo capitolo di una lunga e tormentata vicenda ancora una volta bisogna chiedersi: cosa c’è davvero dietro questa storia di un incontro in autogrill tra un politico e un dirigente di primo piano dei servizi segreti, che avrebbe dovuto restare sconosciuto all’opinione pubblica?

Malgrado una scaltra operazione propagandistica di Renzi (che è tornato a scrivere del video e di quella che chiama la “sedicente professoressa” nell’ultima edizione del suo libro, “Il Mostro”) occorre ripartire dai fatti. La notizia di ieri, a “Non è l’Arena” era ciò che Giletti ha rivelato (pur proteggendola con l’anonimato) sull’identità della donna: “Mi sono appostato per due giorni – ha raccontato il conduttore – l’ho attesa, l’ho filmata, non mostro il suo volto per non renderla riconoscibile, ma posso confermare che questa donna esiste, è una persona vera, e che fa davvero la professoressa come ha detto lei stessa a Report”.

Ed ecco il riassunto delle puntate precedenti: il programma di Sigfrido Ranucci – come è noto – aveva ricevuto una mail della signora, che annunciava di aver fatto un video in cui era immortalato l’incontro tra Matteo Renzi (che aveva riconosciuto) e un altro signore, anche lui “con la scorta” (che però lei non aveva riconosciuto). 

E come mai la donna era riuscita ad immortalare questo incontro? Spiegava a Report di essersi trovata in quella piazzola dell’autogrill per una indisposizione del padre, di essere rimasta incuriosita per l’incontro tra Renzi e uno sconosciuto che però aveva la scorta, per quel colloquio circospetto, e di averlo filmato per questo motivo.

È Report che identifica Marco Mancini, ricostruisce la dinamica, acquisisce anche la versione di Renzi. Uno scoop, senza dubbio, al punto che Mancini si deve dimettere (sono i giorni della crisi di governo) e Renzi è in imbarazzo: spiega che quel colloquio è avvenuto in un autogrill, che lui aveva fretta, che dice a Mancini di raggiungerlo, e che il cuore del faccia a faccia sono saluti, auguri (era il 23 dicembre) e il dono di un vassoietto di “Babbi”. Una versione a dir poco inverosimile.

Che però il leader di Italia viva supera a mondo suo, sostenendo in interviste, interventi televisivi e libri che la spiegazione della signora non lo convince: lui la chiama “la sedicente professoressa”, si domanda addirittura se esista davvero, aggiunge che a suo avviso la donna non aveva la possibilità di girare con il proprio telefonino quel documento: “Giletti – ha sostenuto anche ieri – ma a lei pare possibile che una donna abbia potuto fare tutto questo di fronte agli uomini di due scorte? Io voglio acquisite le registrazioni delle telecamere di sicurezza dell’autogrill, ho nominato un perito, le immagini sono prese da due posizioni diverse, la professoressa ha detto che Mancini è andato verso Roma e io verso Firenze. E poi si è contraddetta”. 

Nell’ultima edizione del suo libro Renzi la direttrice del servizio di aver apposto un segreto di stato (“Sulle stragi lo capisco, sull’autogrill no!”) e di voler capire “con l’aiuto di un perito, se il babbo della signora era davvero malato, e se era presente con il suo telefonino nella zona coperta dalle celle della rete”. Una straordinaria cortina fumogena in stile Renzi, che ipotizza dunque un complotto gravissimo per colpirlo, in cui i servizi segreti avrebbero usato la professoressa per coprire una loro attività investigativa, pur di colpirlo.

Il primo risultato è straordinario: non è più Mancini che deve spiegare perché è stato costretto alle dimissioni per una pratica come minimo irrituale, non è più Renzi che deve chiarire il contenuto di quel colloquio. È lei che deve discolparsi. Ieri l’ex presidente del Consiglio contestava anche l’affermazione fatta poco prima dall’avvocato della professoressa: “L’avvocato dice una balla, non è vero che io abbia rifiutato il confronto con la professoressa”. 

Peccato, tuttavia che le indagini siano state compiute e che tutti i punti di questa costruzione renziana siano già stati smentiti dalla procura della Repubblica:

1) La signora esiste davvero, questo ormai è fuor di dubbio ed è già stato stabilito senza ombra di dubbio dagli investigatori. 

2) La signora è – è stato verificato anche questo – una professoressa vera, e non ‘sedicente’, come dice Renzi. È laureata in Storia dell’arte, fa l’insegnante di sostegno nella scuola media superiore lavorando con dei ragazzi fragili. 

3) È stato provato che la professoressa non ha e (non ha mai avuto) nessun rapporto, di nessun tipo, con i servizi segreti. 

4) La professoressa ha potuto provare la sua presenza con le ricevute di transito dell’autostrada (grazie al tracciamento del Telepass, stampando l’estratto di pagamento) e

5) Le condizioni di salute del padre (addirittura presentando la documentazione sanitaria). 

6) La professoressa non ha fornito “quattro versioni”, come dice Renzi. 

Ne ha fornita una sola (Renzi è andato verso Firenze, Mancini verso Roma). E quando le hanno chiesto come lo sapesse, o come lo avesse stabilito, lei – che si era già mossa dalla piazzola – ha precisato di essere stata sorpassata dalla macchina su cui aveva visto Renzi (“con i lampeggianti accesi”) mentre andava verso nord, ma non da quella di Mancini.

7) Questa affermazione si fonda sul fatto che la professoressa ha dimostrato di conoscere benissimo quella strada (e quindi lo svincolo per l’inversione) perché da residente extra romana fa quel percorso molto spesso. E infine 

8) la Belloni non ha opposto nessun segreto di Stato sull’attività e sull’identità della professoressa (come ha spiegato bene Roberto D’Agostino in un suo editoriale). Fra l’altro, non è il servizio ma il governo a decidere in ultima istanza. E varie volte il segreto viene rifiutato. 

Anche perché

9) il segreto di Stato non è stato posto come dice Renzi “sull’autogrill” (altra balla) ma sulla vicenda professionale di Mancini. Questa spiegazione è stata fornita in una risposta ufficiale dal sottosegretario Alfredo Mantovano. Quindi si potrebbe concludere che tutti gli attacchi di Renzi alla professoressa e alla Belloni (di cui lui dice con orgoglio: “Sono io che le ho impedito di diventare presidente della Repubblica”, come se fosse un merito) sono stati una abile manovra diversiva all’insegna dell’antico adagio per cui “la miglior difesa è l’attacco”.

E ieri Renzi, in difficoltà sul tema del suo continuo tiro bersaglio sulla professoressa provava a giustificarsi a L’Arena dicendo: “Io non l’ho denunciata, Giletti. Io non ho denunciato la professoressa!”. Un’altra meravigliosa capriola dialettica del leader di Italia viva, che tuttavia poco dopo era costretto ad ammettere: “Mi sono costituito parte civile in questo processo”. Quindi, a rigor di diritto, il suo è un impegno ancora più grave. 

Alla luce della telefonata di ieri, la morale di questa storia è purtroppo amarissima: un politico, un potente, un ex uomo di Stato, combatte contro un normale cittadina, una professoressa di scuola media superiore, la costringe a pagarsi un avvocato e a sostenere un procedimento, a presentare documentazioni mediche, a dover spiegare che non ha nessun rapporto con i poteri occulti dello Stato, a dover tutelare il proprio anonimato e la propria reputazione, in una sfida impari in cui il suo accusatore la attacca ogni giorno in tv e sui giornali, mettendo in dubbio addirittura la sua esistenza.

Mentre lei – se vuole tutelare la sua famiglia – non ha nessuna possibilità di difendersi pubblicamente. Nel corso dell’indagine non si è sottratta a nessuna richiesta dei magistrati. Ieri Renzi diceva: “Io so da dieci giorni il suo nome”. E poteva farlo perché a comunicarglielo è stato lo stesso avvocato della professoressa. 

Non solo la difesa della signora aveva chiesto un interrogatorio difensivo con Renzi, anche per chiarire di persona tutti gli eventuali dubbi dell’ex premier. Ma in questo caso avrebbe dovuto riferite i contenuti del colloquio intrattenuto con Mancini essendo sottoposto all’obbligo di dire la verità. Evidentemente – fino ad ora – ha preferito non farlo: tuttavia ora Renzi potrebbe essere obbligato in ogni caso a rendere dichiarazioni davanti al pubblico ministero.

Fra l’altro: l’unico che ha cambiato versione, per ora, è Renzi, che tra una intervista e l’altra, ha fatto sparire l’immaginifica trovata “sullo scambio dei babbi”, che avrebbe fatto precipitare un aspirante capo dei servizi segreti in autostrada, con la scorta (per consegnare un cabaret di paste!). L’ultimo paradosso – infine – è questo: avendo già riscontrato in maniera inequivocabile che la signora non ha nessun rapporto con poteri occulti (ovvero ciò che prendendo una cantonata, in buona o in cattiva fede, Renzi sosteneva nella sua denuncia contro ignoti) il pm avrebbe dovuto archiviare l’inchiesta. Ha potuto procedere, invece, solo perché ha cambiato l’ipotesi di reato, immaginando – e ci vuole un bello sforzo intellettuale – che la professoressa abbia violato, da privata cittadina, quindi da sola, l’articolo 617 septies del codice penale.

Quello, in sostanza, che impedisce una registrazione fraudolenta di privati (il reato che commetterebbe un vicino di casa, per esempio, che per diffamare un suo condomino si nascondesse per filmarlo, e pubblicasse delle foto imbarazzanti sulla bacheca del palazzo). Peccato che sia difficile sostenere che la registrazione fosse “fraudolenta” (abbastanza improbabile, visto che il video è stato realizzato in uno spazio pubblico, addirittura nel parcheggio di un autogrill!). 

Peccato che non ci fosse fraudolenza perché era ben visibile. E peccato che non si tratti di un colloquio tra privati, visto che almeno uno dei due interlocutori era una figura nota, un ex presidente del Consiglio (quindi un personaggio pubblico!). La professoressa, per giunta, non ha “diffuso” quelle immagini, ma le ha consegnate a dei giornalisti per una legittima verifica (esistono ancora il diritto di cronaca e di inchiesta, in questo paese) su quel pubblico colloquio.

Se Renzi voleva discutere con Mancini e voleva farlo senza essere sottoposto a sguardi indiscreti, dunque, avrebbe dovuto farlo in una più consona sede istituzionale, e non intraprendere una guerra contro una normale cittadina perché è stato pizzicato mente discute con uno 007. Tuttavia questa non è solo la storia antichissima del lupo che rimprovera all’agnello di inquinare l’acqua che lui beve alla fonte. È un grave precedente che, se venisse giudicato un reato, porterebbe in carcere il 90% degli italiani e dei giovani che fanno filmati e li diffondono in rete, ad esempio sui social. 

Anche se l’ultimo e più clamoroso paradosso è questo: siccome è stato cambiato il capo di imputazione, se la professoressa (speriamo che il Pm rinsavisca) venisse giudicata colpevole, l’unico elemento certo sarebbe che ha agito da sola, che è provata l’assenza di qualsiasi legame, che è stata lei e non altri, e che la fantasmatica teoria di Renzi verrebbe smontata, rivelandosi una ennesima balla. Viceversa: anche se venisse prosciolta, a maggior ragione sarebbe provato che è innocente.

E infine, retroscena dopo retroscena, nessuno sta ragionando sul fatto, che se come sosteneva Renzi la professoressa ha agito di concerto con i servizi, non c’era nessun interesse a fare da paravento ad una operazione coperta. 

E adesso, dato che il Pm ha accertato che ha agito da sola (le indagini sono già concluse) la teoria di Renzi ha ancora meno senso: perché avrebbe dovuto rischiare un processo, addirittura auto accusandosi, una professoressa di scuola media superiore che non è mai stata in quell’autogrill, non ha il padre malato (come insinua Renzi) e non ha fatto quel video? Ecco perché se si va all’osso, alla fine della storia, quando il fumo della propaganda, scompare, la vicenda dei babbi e dell’autogrill resta una accusa priva di qualsiasi senso.

DAGONOTA il 22 novembre 2022.

Apporre il segreto di Stato su un’indagine vuol dire semplicemente che tale inchiesta potrebbe mettere in pericolo lo Stato. Un fatto gravissimo. E Renzi non si capacita: per me, riguardo all’intercettazione video all’Autogrill dove ha conversato per oltre mezz’ora con l’agente dei Servizi Marco Mancini, poi trasmessa da “Report”, per me non c’è nulla di così grave da opporre il segreto di Stato, sottolinea Renzi. 

E da abilissimo giocoliere della politica qual è, all’indomani dall’assoluzione dei genitori, il Bullo di Rignano tira l’acqua al suo mulino affermando che si tratta di una “vendetta” contro di lui, perché nel gennaio scorso si oppose alla candidatura di Elisabetta Belloni, la direttrice dei servizi segreti.

Ecco: alla conferenza stampa di oggi al Senato qualcuno gli dica che il Segreto di Stato applicato all’epoca del governo Draghi dal sottosegretario alla sicurezza Franco Gabrielli non riguarda la sua persona bensì lo 007 Mancini, l’unico che ha subito le conseguenze dell’incontro all’Autogrill con la cacciata su due piedi dai Servizi. E se si dovesse fare un processo, come vuole Renzi, si dovrebbe interrogare anche la persona che ha pazientemente girato per 45 minuti il video dell’incontro fuori dall’Autogrill. E potrebbero esserci delle brutte sorprese…

Francesco Grignetti per “La Stampa” il 22 novembre 2022.

Matteo Renzi dice che è una «vendetta» contro di lui, perché nel gennaio scorso si oppose alla candidatura di Elisabetta Belloni, la direttrice dei servizi segreti. È seccatissimo, l'ex premier, perché Belloni nel maggio 2021 ha rifiutato di dire alcunché sul famoso incontro dell'autogrill tra lo 007 Marco Mancini e Renzi stesso. Belloni ha opposto il segreto di Stato alle domande dei magistrati che cercavano di capirne di più. E Mario Draghi ha confermato il segreto.

«Ma che c'entra un segreto di Stato?», s' interroga Renzi, che collega le azioni di Belloni allo stop alle sue ambizioni quirinalizie. «La cosa mi colpisce. Così non si saprà niente per i prossimi 15 anni. ..». Epperò, a difesa di Belloni ora si schiera palazzo Chigi. 

A parte che è notoria la vicinanza con Giorgia Meloni, che spinse per lei alla presidenza della Repubblica, il sottosegretario Alfredo Mantovano «conferma piena fiducia al direttore del Dis, ambasciatrice Elisabetta Belloni, a fronte delle dichiarazioni rese dal senatore Matteo Renzi». 

Mantovano rimarca che il segreto di Stato è stato ufficializzato da Draghi e che il tutto è avvenuto «nel corso di indagini dell'autorità giudiziaria, in relazione alla sola esigenza di tutelare la funzionalità dei Servizi, e per scongiurare il rischio di violarne la necessaria riservatezza».

Il segreto di Stato era stato peraltro comunicato al Copasir. Certo è che il colloquio incriminato avvenne nel dicembre 2020, quando si era all'apice dello scontro tra Renzi e Giuseppe Conte; e l'agente Mancini era in procinto di diventare il vice di Gennaro Vecchione, fedelissimo di Conte. Fu rivelato dalla trasmissione Report il 3 maggio 2021. Tutto avveniva quando Belloni ancora non era entrata in scena, e tantomeno era prevedibile la candidatura per il Quirinale.

(askanews il 23 novembre 2022) - "Sarei ben felice di incontrare il senatore Renzi". La testimone dell'Autogrill, che lo scorso 23 dicembre 2020 aveva scattato alcune foto e fatto riprese col proprio telefonino del senatore Matteo Renzi mentre colloquiava, nel parcheggio dell'Autogrill di Fiano Romano, con altro soggetto, poi individuato nella persona del dirigente - all'epoca - dell'Aisi Marco Mancini - , attraverso il suo legale, l'avvocato Giulio Vasaturo, replica alle dichiarazioni dell'ex premier Matteo Renzi. 

"Nel suo ultimo libro, in alcune interviste e nel corso di una conferenza stampa tenutasi ieri, 22 novembre 2022, - fa sapere il legale - il senatore Matteo Renzi ha reiterato una serie di dubbi ed oggettive insinuazioni, affermando fra l'altro che il Direttore Generale del DIS Elisabetta Belloni avrebbe addirittura opposto il segreto di Stato 'sul rapporto tra la presunta professoressa dell'autogrill e le strutture di Intelligence' (così ne Il Mostro, ed. Piemme, 2022)". 

"La mia ASSISTITA - prosegue Vasaturo - ha già ampiamente chiarito la propria posizione innanzi l'Autorità Giudiziaria, dimostrando in maniera anche documentale e, quindi, incontrovertibile la casualità della sua presenza presso l'autogrill di Fiano Romano e, ovviamente, la sua assoluta estraneità ad apparati di Intelligence; da semplice ed irreprensibile cittadina, nell'assistere a quell'incontro fra l'ex presidente del Consiglio e, con tutta evidenza, un altro esponente della Pubblica Amministrazione, in quanto anch'egli dotato di scorta istituzionale, la stessa ha avuto la curiosità di documentare l'episodio avvenuto in un luogo e con modalità che sono oggettivamente inusuali.

Proprio perché, come mirabilmente ribadito dallo stesso senatore Renzi, ogni persona perbene - continua il legale - 'non deve aver paura di chi esercita funzioni di potere nel nostro Paese' ma deve anzi adoperarsi attivamente per contribuire al controllo democratico dell'operato di chi detiene ruoli pubblici di altissimo rilievo, la mia ASSISTITA ha (ineccepibilmente) ritenuto che la documentazione di quell'incontro in uno spazio pubblico, fra l'ex premier ed altro funzionario pubblico, fosse potenzialmente di interesse pubblico e, quindi, giornalistico".

"La mia ASSISTITA non ha avuto modo di ascoltare nulla del colloquio fra i due, se non i saluti finali scambiati dagli interlocutori mentre si avvicinavano alla sua auto, posizionata praticamente a ridosso delle loro vetture istituzionali; - venendo poco dopo superata a gran velocità solo dall'autovettura del senatore Renzi e non dal mezzo del suo interlocutore, mentre percorreva la corsia autostradale che dal varco di Fiano Romano muove in direzione Firenze, la mia ASSISTITA ha semplicemente dedotto, con ovvia inferenza di buon senso, che l'altro interlocutore dovesse aver intrapreso il percorso opposto verso Roma".

L'avvocato della donna poi tiene a precisare: "in effetti la mia ASSISTITA ha avuto modo di vedere solo l'auto del senatore Renzi mentre percorreva l'autostrada in direzione nord ed ha solo dedotto, con logica stringente, quale fosse la diversa direzione intrapresa dal dottor Mancini". 

"La mia ASSISTITA - ha continuato Vasaturo - non ha alcun motivo di particolare ostilità nei riguardi del senatore Renzi e non ha tratto alcun beneficio, di alcun tipo, da questa vicenda che anzi ha causato e comporta una certa apprensione in questa cittadina, mamma ed insegnante esemplare che ispirato tutta la sua vita al valore della legalità".

 E dopo aver appreso che il senatore Renzi ha manifestato il comprensibile desiderio di conoscere personalmente la "professoressa" a cui più volte ha fatto riferimento in questi mesi, il legale fa sapere di essere da subito disponibile per favorire un colloquio tra la sua assistita e l'ex premier. "La mia assistita sarebbe davvero ben lieta di incontrare il senatore Renzi" conclude l'avvocato Vasaturo.

La strana vicenda Report. Ranucci conosceva notizie secretate, Renzi contro i video dell’autogrill: “Chiederò ai magistrati di aprire un fascicolo”. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 23 Novembre 2022

Magistrati e servizi segreti hanno messo Matteo Renzi nel mirino? “Se non si è intuito, non mi fanno paura”, dice l’ex premier. Nella conferenza stampa indetta dal leader di Italia Viva, di paura non ce n’è, ma la rabbia è palpabile. Troppi segreti, troppi misteri ruotano intorno allo strano caso di quel Report (Rai 3) con cui, era il 23 dicembre 2020, con una dinamica ancora avvolta in un giallo, venivano impallinati lui e l’ex alto dirigente del Dis, Marco Mancini. I misteri in questi giorni, se possibile, si infittiscono. Ci riferiamo alla doppia smentita a Matteo Renzi per quel che aveva rivelato domenica alle 21 e 30 a “Non è l’Arena”, su La7. Le smentite, la loro successione involontaria, paradossalmente confermano la verità di quel che ha riferito Renzi: si chiama eterogenesi dei fini. Facciamo un passo indietro.

L’ex premier aveva anticipato già domenica scorsa da Giletti quanto contenuto nella seconda edizione de “Il Mostro”. La direttrice del Dis, Elisabetta Belloni – ha raccontato il leader di Italia Viva – ha posto il segreto di Stato sull’Autogrill di Fiano Romano, nel cui parcheggio, il 23 dicembre del 2020, il senatore già presidente del Consiglio si incontrò con Marco Mancini, poi pensionato dalla medesima Belloni. Renzi ha paragonato il segreto di Stato su Ustica e quello su Fiano Romano. Per capirci: uno che è stato presidente del Consiglio e senatore della Repubblica non può essere filmato segretamente e poi ritrovarsi su Rai Tre a Report e messo in croce per aver incontrato un dirigente dello Stato.

Nel libro, uscito ieri, Renzi scrive: “La direttrice dei Servizi segreti, Elisabetta Belloni – che non ho voluto alla presidenza della Repubblica – ha deciso nella primavera del 2022, quattro mesi dopo le vicende del Quirinale, di opporre il segreto di Stato durante l’interrogatorio come testimone all’interno di indagini difensive, cui è stata sottoposta a seguito della strana vicenda Report-Autogrill. Vengo a conoscenza dell’opposizione del segreto di Stato in modo rocambolesco e casuale il giorno 25 giugno 2022. Rimango senza parole. Alla luce di questa decisione – a mio avviso enorme – la verità sulle vicende connesse agli eventi dell’Autogrill sarà pubblica solo nel 2037. Ma cosa diamine ci sarà di così importante nei rapporti legati alla vicenda Autogrill da mettere il segreto di Stato fino al 2037?”.

E siamo a lunedì. Ranucci, il conduttore di Report, alle 11,01 del mattino sul suo profilo Facebook: “Non è stato posto alcun segreto di Stato sulla vicenda Autogrill… Semmai è stato Mancini a chiedere di indagare per presunta violazione del segreto di Stato”. Aggiunge: “Quello posto dalla dottoressa Belloni è il segreto sulle risposte alle domande poste da Mancini in merito alle dinamiche interne ai servizi di sicurezza”. Passano tre ore. Alle 14,25 esce la prima agenzia che riferisce la dichiarazione di Mantovano, Autorità delegata sui Servizi di informazione e sicurezza, apparsa sul sito di Palazzo Chigi. “Piena fiducia” alla Belloni la cui “opposizione del segreto di Stato è stata confermata dal Presidente del Consiglio nel giugno 2022”. Essa è avvenuta “nel corso di indagini dell’autorità giudiziaria in relazione alla sola esigenza di tutelare la funzionalità dei Servizi, e per scongiurare il rischio di violarne la necessaria riservatezza”. Insomma: hanno deciso insieme Belloni e Draghi. In coppia. Curiosamente il sottosegretario coinvolge Draghi ma sta attento a non sfiorare il suo predecessore Franco Gabrielli, il quale secondo prassi aveva presentato al presidente del Copasir, come prescrive la legge, adeguata comunicazione del segreto opposto dal Dis. Quel presidente era Adolfo Urso oggi ministro, al quale Gabrielli il 5 settembre, in piena campagna elettorale, si era così riferito: “Con il presidente Urso ormai siamo sullo stato di famiglia l’uno dell’altro” (Fanpage, 6 settembre).

Si noti: il segreto di Stato – dicono entrambi, Ranucci e Mantovano, uno dei quali non risulta ancora ufficialmente portavoce dei servizi – si riferisce al fatto che le domande vertevano “solo” sugli “interna corporis” dei servizi, per ovvie ragioni non divulgabili. Da noi interpellato l’avvocato Luigi Panella, che con Paolo De Miranda difende Marco Mancini, commenta: “Chi ha detto a Ranucci che le nostre domande, peraltro tutte vagliate dall’autorità giudiziaria, vertevano sul funzionamento (la dinamica interna) dei servizi? Io non posso confermare se Ranucci dica o no il vero, in quanto questi atti sono stati segretati dal procuratore. Ma sollevo due questioni. La prima: da chi, quando e a che titolo Ranucci ha ricevuto queste notizie profetiche di quanto avrebbe dichiarato l’Autorità delegata? La seconda: davvero il giurista e giudice Mantovano può credere che io sia così sprovveduto da porre domande irricevibili? Di sicuro posso dire che il segreto di Stato ha bloccato le indagini”. La tempistica dei messaggi di Ranucci e Mantovano ha insospettito anche Renzi. “Siamo davanti a una palese violazione del segreto istruttorio, quando il conduttore Rai prova a dettagliare lo stato dell’arte delle indagini, le richieste di Marco Mancini e dei suo difensori commette il reato di violazione del segreto istruttorio”.

Quante cose sa, Sigfrido Ranucci. Le sa persino prima che siano agli atti. “Siamo in diretta dal Senato, c’è qualche Procuratore della Repubblica in ascolto?”, chiede ironicamente Renzi. “Per violazione del segreto istruttorio si deve procedere d’ufficio, ma se nessuno in Procura ci segue, vuol dire che andrò io a depositare un esposto. Chiederò ai magistrati di aprire un fascicolo su Ranucci”, conclude Renzi. I misteri, in questa storia, sono tanti. E’ stato un continuo guadagnare giorni. Dapprima la direttrice Belloni fu convocata presso l’ufficio romano degli avvocati. Non si presentò. E non presentò alcuna giustificazione. Quindi, richiesta dai magistrati di presentarsi nella loro sede, chiese il rinvio. La terza volta domandò di essere escussa presso la sede del Dis (di solito simile privilegio è riservato al premier in carica). Rifiuto del Procuratore. Infine la massima autorità dei servizi dovette recarsi, senza se e senza ma, in una caserma. Per due volte. “Esce il mio libro e arrivano puntuali gli attacchi dell’Anm. Dicono che io sono responsabile di ‘una pericolosa delegittimazione dell’operato della magistratura’. La magistratura viene delegittimata quando i magistrati che sbagliano non pagano mai. Se cercate chi delegittima la magistratura, signori dell’Anm, guardate in casa vostra. E magari per una volta evitate di attaccarmi. Perché, come forse si è vagamente intuito, non mi fate paura”, ha concluso Matteo Renzi.

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

Estratto dell’articolo di Daniele Luttazzi per "il Fatto Quotidiano" l’1 Dicembre 2022.

1) I servizi segreti sono un asset strategico del Paese, non uno scudo politico che qualcuno possa usare per rafforzare la propria posizione nella contesa interna (Marco Minniti, ex-ministro dell'Interno ed ex-autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, il Foglio, 30 dicembre 2020).

2) Renzi fa riferimento al video girato a Fiano Romano. Ma fino a quel momento durante l'intervista non avevamo menzionato né la foto né il video che ci sono stati mandati. Come faceva Matteo Renzi prima dell'intervista a sapere dell'esistenza della documentazione inviataci riservatamente?

Renzi: "Ah, quindi lei l'ha visto? Eeh, quindi qualcuno le ha dato un video. Interessantissimo. Magari diranno che è un incontro, così, un cittadino, un passante. Sa che alle barzellette non ci crede nessuno, ma sono bellissime. Domandatevi perché avete quel video. Domandatevi soprattutto perché la trasparenza che chiedete agli altri non sempre viene messa in atto".

Però non mi ha detto cosa vi siete detti con Mancini.

"Come le ho detto, dovevo vederlo qui. Mi doveva portare, si figuri, i Babbi, che sono un bellissimo wafer romagnolo che il dottor Mancini mi manda tutti gli anni e che io mangio in modo molto vorace. Oppure lei vuol dire che il dottor Mancini è il grande ispiratore della mia battaglia per cambiare l'autorità delegata?"

(Report, 3 maggio 2021).

3) Dell'appuntamento all'autogrill, Renzi ha parlato anche a Torino il 24 novembre durante la presentazione del suo libro. Il senatore ha spiegato che Mancini "fa degli incontri perché è un dirigente di Palazzo Chigi, come tutti i dirigenti dei Servizi. Si può discutere, ma è una cosa legittima, consuetudinaria".

I due dovevano vedersi in Palazzo Giustiniani, al Senato, ma Renzi se ne dimentica e così con le scorte fissano l'incontro all'autogrill. "Sono momenti delicati, c'è la crisi del governo Conte, io sto dicendo in tv, come dico all'agente dei Servizi, che per quello che mi riguarda o Giuseppe Conte cambia o va a casa". Ma perché parla con un dirigente dei Servizi della caduta del governo? Renzi non fornisce maggiori dettagli (Fq, 29 novembre 2022). […]

Quel retroscena di Renzi sulla 007 Belloni. "Oppose il segreto sul caso Report-autogrill". Il leader di Iv: "Resto senza parole. Dunque la verità si saprà solo nel 2037". Pasquale Napolitano il 21 Novembre 2022 su Il Giornale.

«La direttrice dei servizi segreti Elisabetta Belloni ha deciso nella primavera del 2022 di opporre il segreto di Stato fino al 2037 durante l'interrogatorio come testimone all'interno di indagini difensive a cui è stata sottoposta a seguito della strana vicenda Report-Autogrill. Vengo a conoscenza dell'opposizione del segreto di Stato in modo rocambolesco e casuale il 25 giugno scorso. Rimango senza parole. Alla luce di questa decisIone enorme la verità sulle vicende connesse all'autogrill sarà pubblicata solo nel 2037. Ma cosa di diamine di così grosso ci sarà nei rapporti legati alla vicenda dell'autogrill da apporre il segreto di Stato fino al 2037?».

Il racconto di Matteo Renzi è contenuto nella versione aggiornata del libro «Il Mostro» in uscita. Un retroscena anticipato ieri sera durante la trasmissione «Non è l'Arena» di Massimo Giletti.

Un fatto che per essere inquadrato va collegato ad altri due episodi. Il primo avvienbe nel mese di gennaio del 2022: la mancata elezione al Quirinale del capo dei servizi segreti Elisabetta Belloni. Sono i giorni caldi della trattativa per scegliere il successore di Sergio Mattarella. Il centrodestra prova in prima battuta la carta del presidente del Senato Elisabetta Casellati. L'operazione fallisce. A quel punto riprendono le trattative tra Matteo Salvini e Giuseppe Conte. Lega e M5s virano sul nome di Elisabetta Belloni, ex segretario generale della Farnesina, promossa da Mario Draghi a capo dell'intelligence italiana. Sul nome della Belloni convergono anche Enrico Letta e Giorgia Meloni. I numeri ci sono: è quasi fatta. Spunta la «variabile Renzi» che fa saltare i piani di Salvini e Conte.

Il leader di Italia Viva si schiera pubblicamente contro l'ipotesi che il capo dei servizi possa passare direttamente al Quirinale. La posizione è netta: «In una democrazia che funziona il capo dei servizi segreti non diventa capo dello Stato. Questo succede in Paesi anti-democratici. La rispetto ed è una mia amica ma bisogna avere il coraggio di dire che la sua elezione sarebbe sbagliata».

La seconda crea si apre nei Cinque stelle con la posizione dell'allora ministro degli Esteri Luigi di Maio. Morale della favola? Belloni salta. All'indomani tutti i partiti, tranne Fratelli d'Italia, chiedono a Sergio Mattarella il bis. Sintesi: l'uscita di Renzi ha sbarrato la strada verso il Colle al capo del Dis. Il secondo episodio risale al maggio del 2021. La trasmissione di Rai3 Report nella puntata del 17 maggio mostra le immagini di un incontro avvenuto il 23 dicembre 2020 tra il leader di Italia Viva Matteo Renzi e il funzionario dei Servizi segreti Marco Mancini in un autogrill di Fiano Romano. A riprendere con il telefonino un'insegnante ferma in auto. L'incontro avviene nei giorni caldi della crisi del governo Conte 2: Renzi ha deciso di aprire la crisi per mandare a casa il premier grillino. Crisi che poi culminerà con l'arrivo di Mario Draghi alla guida dell'esecutivo. A Report il video sarebbe stato spedito dalla docente. Versione alla quale Renzi non ha mai dato credito, sollevando il sospetto che lui e Mancini fossero pedinati in quei giorni. Perché Renzi e Mancini si videro in quell'autogrill? La versione di Renzi è che fosse un normale scambio di auguri con tanto di dolci natalizi. Il leader di Italia viva presenterà poi una querela contro la trasmissione di Rai. Per il senatore è stata violata la sua libertà e segretezza di corrispondenza e incontri con riprese illegittime. Renzi chiede l'acquisizione delle telecamere dell'autogrill per verificare la presenza o meno dell'insegnante. La querela è stata depositata alla Procura di Firenze. Tre episodi che hanno lo stesso protagonista: Renzi. Verità che forse non si conoscerà fino al 2037.

DAGOREPORT il 24 novembre 2022.

E Matteo Renzi è finito a mangiare la polvere mentre il suo libro "Il Mostro" si sta sgonfiando come un palloncino. Accecato dalla sua vanità e arroganza, ha frignato come un pupo senza latte di "macchinazione ai suoi danni", ipotizzando che la professoressa che riprese l’incontro tra Renzi e lo 007 Marco Mancini all'Autogrill di Fiano Romano avesse avuto in precedenza contatti con le strutture dell'intelligence. 

Per far crollare il castello di carte del "perseguitato" di Rignano sull’Arno ("vicende inquietanti e di una gravità inaudita’’) è bastato che venisse allo scoperto la misteriosa donna che ha girato i video, poi messi in onda da "Report" a maggio 2021.

Indagata dalla Procura di Roma per "diffusione di riprese e registrazioni fraudolente", un atto dovuto dopo l’esposto del leader di Italia viva, lo scorso 8 novembre la testimone dell’Autogrill si è presentata all’autorità giudiziaria e ha raccontato nei dettagli e per due volte, la propria versione dei fatti su quanto avvenuto quel 23 dicembre 2020, dando prova dell'assoluta casualità della sua presenza in autogrill e la sua totale estraneità ad apparati di intelligence. 

Certo, sia a Renzi che allo spione Mancini faceva comodo gridare al complotto dei servizi segreti (il primo), di essere stato cacciato dal DIS (il secondo). Invece i due "perseguitati" sono stati semplicemente inchiodati da un’insegnante, bloccata in un autogrill per le esigenze del suo genitore di andare in bagno.

Renzi ronzava di collusione tra servizi e ‘’Report’’ ("Io da cittadino sarei curioso di sapere come una trasmissione televisiva ha potuto avere i famosi filmati ed audio. Anche perché non è la prima volta che accade") ed è stato subito spiaggiato dalla dichiarazione di Giulio Vasaturo, legale della testimone dell’Autogrill, rilasciata ad Askanews: 

"Nel suo ultimo libro, in alcune interviste e nel corso di una conferenza stampa tenutasi ieri, 22 novembre 2022, - fa sapere il legale - il senatore Matteo Renzi ha reiterato una serie di dubbi ed oggettive insinuazioni, affermando fra l'altro che il Direttore Generale del DIS Elisabetta Belloni avrebbe addirittura opposto il segreto di Stato 'sul rapporto tra la presunta professoressa dell'autogrill e le strutture di Intelligence' (così ne Il Mostro, ed. Piemme, 2022)". 

"La mia ASSISTITA - prosegue Vasaturo - ha già ampiamente chiarito la propria posizione innanzi l'Autorità Giudiziaria, dimostrando in maniera anche documentale e, quindi, incontrovertibile la casualità della sua presenza presso l'autogrill di Fiano Romano e, ovviamente, la sua assoluta estraneità ad apparati di Intelligence; da semplice ed irreprensibile cittadina, nell'assistere a quell'incontro fra l'ex presidente del Consiglio e, con tutta evidenza, un altro esponente della Pubblica Amministrazione, in quanto anch'egli dotato di scorta istituzionale, la stessa ha avuto la curiosità di documentare l'episodio avvenuto in un luogo e con modalità che sono oggettivamente inusuali.

Proprio perché, come mirabilmente ribadito dallo stesso senatore Renzi, ogni persona perbene - continua il legale - 'non deve aver paura di chi esercita funzioni di potere nel nostro Paese' ma deve anzi adoperarsi attivamente per contribuire al controllo democratico dell'operato di chi detiene ruoli pubblici di altissimo rilievo, la mia ASSISTITA ha (ineccepibilmente) ritenuto che la documentazione di quell'incontro in uno spazio pubblico, fra l'ex premier ed altro funzionario pubblico, fosse potenzialmente di interesse pubblico e, quindi, giornalistico". 

"La mia ASSISTITA non ha avuto modo di ascoltare nulla del colloquio fra i due, se non i saluti finali scambiati dagli interlocutori mentre si avvicinavano alla sua auto, posizionata praticamente a ridosso delle loro vetture istituzionali; - venendo poco dopo superata a gran velocità solo dall'autovettura del senatore Renzi e non dal mezzo del suo interlocutore, mentre percorreva la corsia autostradale che dal varco di Fiano Romano muove in direzione Firenze, la mia ASSISTITA ha semplicemente dedotto, con ovvia inferenza di buon senso, che l'altro interlocutore dovesse aver intrapreso il percorso opposto verso Roma".

L'avvocato della donna poi tiene a precisare: "in effetti la mia ASSISTITA ha avuto modo di vedere solo l'auto del senatore Renzi mentre percorreva l'autostrada in direzione nord ed ha solo dedotto, con logica stringente, quale fosse la diversa direzione intrapresa dal dottor Mancini". 

"La mia ASSISTITA - ha continuato Vasaturo - non ha alcun motivo di particolare ostilità nei riguardi del senatore Renzi e non ha tratto alcun beneficio, di alcun tipo, da questa vicenda che anzi ha causato e comporta una certa apprensione in questa cittadina, mamma ed insegnante esemplare che ispirato tutta la sua vita al valore della legalità". 

E dopo aver appreso che il senatore Renzi ha manifestato il comprensibile desiderio di conoscere personalmente la "professoressa" a cui più volte ha fatto riferimento in questi mesi, il legale fa sapere di essere da subito disponibile per favorire un colloquio tra la sua assistita e l'ex premier. "La mia assistita sarebbe davvero ben lieta di incontrare il senatore Renzi" conclude l'avvocato Vasaturo. 

A questo punto, in attesa dell’incontro tra il Ribollito toscano e la professoressa (avverrà mai?), possiamo commemorare il fallimento di Renzi (e di Mancini): il loro attacco ad Elisabetta Belloni, capo del Dis, ha fatto cilecca.

Ma l’asineria di Renzi brilla quando parla di una "vendetta" contro di lui, perché nel gennaio scorso si oppose alla candidatura di Elisabetta Belloni, la direttrice dei servizi segreti. Ma il fattaccio dell’Autogrill fu rivelato dalla trasmissione Report il 3 maggio 2021, quando Belloni ancora non era entrata in scena, e tantomeno era prevedibile la candidatura per il Quirinale! 

Il senatore di Rignano deve anche sapere che il capo del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, ascoltata come testimone in indagini difensive sollecitate dai legali di Mancini, non ha opposto il segreto di Stato su questioni inerenti il funzionamento dei Servizi per il semplice motivo che il capo del DIS non può farlo: è il governo che può opporre il segreto di Stato, che infatti fu applicato all’epoca da Draghi e dal sottosegretario alla sicurezza Franco Gabrielli.

Lo ha rimarcato il sottosegretario con delega ai servizi Alfredo Mantovano: il segreto di Stato è stato ufficializzato da Draghi e che il tutto è avvenuto "nel corso di indagini dell'autorità giudiziaria, in relazione alla sola esigenza di tutelare la funzionalità dei Servizi, e per scongiurare il rischio di violarne la necessaria riservatezza". 

Amorale della fava: l’Italia ha avuto un presidente del consiglio talmente fanfarone che non conosce le regole dello Stato.

Giovanni Bianconi per il "Corriere della Sera" il 24 novembre 2022. 

Ha scattato 13 fotografie e girato 2 video con il telefonino, la professoressa che incontrò Matteo Renzi all'autogrill di Fiano Romano il 23 dicembre 2020. Non perché lo stesse pedinando o spiando, ma solo perché avendolo visto parlare con un signore scortato e da lei non riconosciuto, lontano da autisti e addetti alla sicurezza, pensò che fosse utile documentare l'incontro. Tanto più in un periodo in cui si paventava la crisi del governo Conte 2, e il senatore stava giocando un ruolo di primo piano nella partita politica. 

La misteriosa signora è stata identificata, ha fornito per due volte la propria versione dei fatti e per le foto e i video trasmessi a maggio 2021 da Report su Raitre è ora indagata dalla Procura di Roma per «diffusione di riprese e registrazioni fraudolente». Un atto dovuto dopo l'esposto del leader di Italia viva e una prima testimonianza nel marzo scorso. Martedì 8 novembre invece è stata riconvocata con la garanzia di un legale al fianco, l'avvocato Giulio Vasaturo, che spiega: «Con massima serenità e disponibilità, la mia assistita ha ampiamente chiarito la propria posizione, dimostrando in maniera anche documentale, quindi incontrovertibile, la casualità della sua presenza all'autogrill, e ovviamente la sua assoluta estraneità ad apparati di intelligence».

Si tratta dunque di un'indagine dove non ci sono ipotesi di spionaggio, diversa da quella nata con la denuncia dell'ex dirigente dei servizi segreti Marco Mancini (l'interlocutore di Renzi in quella piazzola) contro gli autori di Report . È in quel procedimento che il capo del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza Elisabetta Belloni, ascoltata come testimone in indagini difensive sollecitate dai legali di Mancini, avrebbe opposto il segreto di Stato su questioni inerenti il funzionamento dei Servizi. La «regista» dell'autogrill, invece, ha risposto a tutte le domande illustrando i dettagli di quanto avvenuto la mattina di quel 23 dicembre e successivamente.

Il viaggio da Roma (dove vivono i genitori) verso Nord (dove abita lei) insieme alla madre e al padre malato per trascorrere il Natale con loro, cominciò con una sosta dovuta a un malessere del padre e un'altra subito dopo all'area di servizio di Fiano Romano, dove bagni e bar erano arrangiati in alcuni container per i lavori in corso. Quando la donna s' è fermata non c'erano altre auto, ma subito dopo ne è arrivata una con tre uomini in giacca e cravatta; la donna ebbe l'impressione che il signore più anziano fosse una personalità scortata, ma non lo riconobbe.

Mentre aspettava il padre fuori dal bagno vide arrivare una' Audi rosso bordeaux dalla quale scese Matteo Renzi, al quale si avvicinò l'altro signore. I due si salutarono e cominciarono a parlare allontanandosi dalle due macchine, arrivando a una decina di metri da quella della signora. Nel frattempo la donna aveva riaccompagnato il padre in macchina a bere una camomilla presa al bar, perché nel container non c'erano sedie. La sosta durò oltre mezz' ora, aspettando che l'uomo si rimettesse del tutto prima di ripartire.

Nell'attesa la docente - esperta di arte e quindi attenta ai dettagli quasi per deformazione professionale, ha spiegato nell'interrogatorio - ha ripreso Renzi e il suo interlocutore, senza sentire quello che si dicevano; da informata lettrice di giornali aveva però intuito che l'incontro tra un leader politico e un signore scortato nel pieno di una quasi-crisi di governo potesse avere un rilievo di cronaca. 

Lasciando l'autogrill la donna passò vicino alla macchina di Renzi, e dal finestrino abbassato sentì il senatore salutare Mancini: «Tanto per qualsiasi cosa sai dove trovarmi». Imboccata l'autostrada verso Firenze, dopo un po' notò l'Audi del senatore con il lampeggiante blu acceso che sorpassava la sua; non vide più, invece, quella di Mancini, e ipotizzò che avesse preso l'altra direzione, verso Roma.

L'indomani la professoressa inviò a un suo amico giornalista due messaggi vocali e sei delle tredici foto, ma nemmeno lui riconobbe l'uomo che parlava con Renzi. E nei giorni successivi inviò le stesse foto all'indirizzo mail della redazione internet del Fatto quotidiano, da cui non ricevette alcuna risposta. Quattro mesi dopo, ad aprile 2021, le capitò di vedere in tv un servizio di Report su un presunto «complotto» per favorire la caduta del governo Conte 2 e contattò la redazione attraverso la mail indicata sulla pagina facebook del programma.

Da lì la contattarono subito, e così è nata l'intervista a volto coperto alla signora e la trasmissione in tv delle immagini dell'incontro Renzi con Mancini, la cui identità la professoressa dice di avere scoperto solo guardando il servizio di Report. 

Nell'interrogatorio la donna ha consegnato agli inquirenti le mail e i messaggi sulle foto inviate (già acquisite nel precedente interrogatorio), la documentazione medica sulla salute del padre e le fatture del Telepass; ha specificato di non aver chiesto né ricevuto alcun compenso per le foto e i video, e ha ribadito più volte di aver voluto solo dare un contributo «da cittadina» al diritto di cronaca. 

Proprio l'esercizio del diritto di cronaca è una delle circostanze per le quali l'articolo del codice penale per il quale la signora è stata indagata prevede la non punibilità. Ieri l'avvocato Vasaturo ha detto di essere «a disposizione» di Renzi e dei suoi legali per organizzare un incontro tra l'ex premier e la propria assistita, «appreso del comprensibile desiderio del senatore di conoscere personalmente la professoressa».

"Certe vicende inquietanti. Mi fido dei nostri servizi". Intervista al ministro Guido Crosetto. Sul caso Belloni. "Se ha opposto il segreto, è lo Stato ad averle detto di farlo. Perché?". Su Confindustria: "Bonomi fa opposizione un po' a tutti i governi. Gli chiedo: che farebbe?" Francesco Maria Del Vigo il 24 Novembre 2022 su Il Giornale.

Guido Crosetto, cuneese doc, 59 anni, gigante (198 cm) della politica, appena atterrato dalla sua ultima missione risponde al telefono con voce pacata e misurata, ma non risparmia stilettate. Parla di tutto: dal Kosovo all'Ucraina, da Confindustria fino ad arrivare al giallo della foto di Renzi con uno 007 e sulla quale Elisabetta Belloni avrebbe posto il segreto di Stato: «Sarebbe gravissimo se qualche articolazione dello Stato, non necessariamente i servizi, avessero dato alla tv un documento solo per mettere in difficoltà un ex premier. E conoscendo la serietà della dottoressa Belloni, so che se ha opposto il segreto di Stato è perché lo Stato le ha chiesto di farlo».

E poi confessa che lui, anni fa, aveva già previsto tutto: il trionfo di Fratelli d'Italia e la Meloni prima donna premier. Sapeva già tutto, dice lui, ma con qualche piccola imprecisione. 

Ministro, come è andata la missione in Serbia e Kosovo?

«Molto bene, era da tempo che l'Italia non assumeva una iniziativa politica e diplomatica di così grande rilievo in quei Paesi: una visita congiunta di ministro degli Esteri e della Difesa è una cosa che prima non era mai accaduta ed è stata apprezzata moltissimo». 

Crede che il conflitto tra Russia e Ucraina sarà ancora lungo?

«Spero di no, ma nel contempo vedo che le cose non stanno migliorando in modo significativo. È cambiato il modo di combattere la guerra nelle ultime settimane, nel senso che le condizioni del terreno e la stanchezza rendono più difficile lo scontro frontale e quindi è partita questa tattica russa di bombardare le strutture civili, soprattutto quelle energetiche, per rendere impossibile a una parte significativa della popolazione civile di superare l'inverno».

Passiamo alle questioni interne. Ieri Carlo Bonomi ha attaccato pesantemente la manovra definendola «a tempo e priva di visione». Gli industriali si sono messi a fare l'opposizione a un governo di centrodestra?

«Bonomi fa opposizione un po' a tutti i governi».

Quindi, secondo lei, Confindustria è sempre insoddisfatta?

«Ma è normale, nessuno è mai soddisfatto pienamente. È una manovra fatta nel momento peggiore, dal punto di vista dei conti pubblici, economico e sociale, che ci sia mai stato negli ultimi 80 anni e dunque c'è molto meno margine. Ma nonostante questo abbiamo cercato di intervenire nelle aree più colpite, tra le altre cose è stato anche aumentato il contributo alle aziende per affrontare la crisi energetica. Però mi faccia dire una cosa».

Prego...

«Mi interesserebbe sapere da Carlo (Bonomi) quale sarebbe stata la sua manovra, come avrebbe utilizzato le risorse e dove sarebbe intervenuto, visto che ci sono molti dei temi che Confindustria ha posto in questi mesi, compreso un intervento su cuneo fiscale, energia, reddito di cittadinanza. Criticare è abbastanza facile, offrire un'alternativa è molto più complesso, anche perché il Governo deve pensare alla complessità della società e non a una sola categoria».

Cambiamo tema. Matteo Renzi, nel suo ultimo libro e in alcune interviste, ha detto che Elisabetta Belloni, numero uno dei servizi, avrebbe posto il segreto di Stato sulla famosa foto che lo ritraeva in un autogrill con Marco Mancini, allora dirigente dell'Aisi. Le sembra normale?

«Io da cittadino sarei curioso di sapere come una trasmissione televisiva (Report, ndr) ha potuto avere i famosi filmati ed audio. Anche perché non è la prima volta che accade».

E il segreto di Stato?

«Non mi vengono in mente i motivi per cui possa essere stato posto e per cui il filmato di "una professoressa" che passava per caso in un autogrill, mentre tutta Italia era chiusa in casa per il Covid, debba interessare lo Stato. Ma se l'ambasciatrice Belloni lo ha fatto è certamente perché lo Stato le ha detto di farlo: non è una scelta personale. Potrebbe far pensare che siano stati altri a dare alla tv pubblica italiana una notizia per mettere in difficoltà un ex premier. Io non penso sia possibile che venga dai servizi italiani perché conosco la serietà dei vertici e della Belloni in primis. Nutro verso di loro totale fiducia. Ciò detto, ci sono vicende raccontate da Renzi nei suoi libri che sono inquietanti e di una gravità inaudita. Parlo della persecuzione giudiziaria. Invece non hanno avuto alcun effetto. È grave anche il fatto che lui abbia denunciato - senza che nessuno abbia smentito -, che siano state fatte delle costruzioni giudiziarie poi rivelatesi false, contro di lui e la sua famiglia, e non ci sia stata alcuna reazione né politica né della società civile».

Ecco, parliamo di giustizia: questo governo ce la farà a scardinare il «sistema»? Tra l'altro a breve si rinnova il Csm...

«Per cambiare le cose non vedo miglior persona dell'attuale ministro della Giustizia. Ciò detto auspico che i magistrati approfittino del nuovo Csm per far recuperare alla categoria il proprio ruolo originario. La maggioranza di loro sono persone serie che hanno dedicato la vita alla giustizia e spero che riescano a farsi valere contro quella piccola minoranza che ha fatto della toga uno strumento politico».

Le prime cose che ha fatto al Ministero?

«Innanzitutto studiare la situazione e informarmi. Per poter dare prossimamente delle linee di indirizzo chiare. Io ero stato alla Difesa molto tempo fa e l'ho trovata cambiata...».

In meglio o in peggio?

«Mi lasci dire cambiata, come forse è cambiata molta parte della Pa... Un po' come se ci fosse una triste accettazione dell'impossibilità di cambiare, di continuare a competere con un mondo sempre più veloce è difficile. Mentre abbiamo persone straordinarie. Che vanno motivate».

È stato chiarissimo. Cambiamo argomento. Lei è uno dei fondatori di Fdi, il partito come ha vissuto questo grande successo?

«Con il senso del peso della fiducia ricevuta e che ti obbliga a dare il meglio dite stesso. Il nostro scopo è liberare il Paese dalla catene che lo hanno bloccato, ed è un lavoro enorme».

Con gli alleati come va?

«Direi molto bene, c'è una sinergia molto favorevole rispetto ad altri governi di cui ho fatto parte».

Come ci si sente ad essere ministro del primo governo presieduto da una donna?

«A me cambia poco. Ormai ci convivo da anni (ride, ndr). Questo è un punto di arrivo che abbiamo costruito insieme, una cosa che io ho in testa dall'inizio. Sono la persona per cui quello che è accaduto è la cosa più normale del mondo».

Mi spieghi, lei aveva già previsto tutto dieci anni fa?

«Non da 10 anni ma da anni si, ho sbagliato solo la tempistica».

Di quanto?

«Pensavo che quello che ora è accaduto sarebbe avvenuto 5 mesi dopo, a febbraio del 2023».

Ci è andato vicino, ha sbagliato di pochi mesi...

«Pochi mesi, ma molto significativi. Erano i mesi nei quali ci si sarebbe potuti preparare in modo più completo, anche per la formazione degli staff con cui lavorare. Ma siamo partiti lo stesso».

Estratto dell’articolo di Marco Travaglio per “il Fatto quotidiano” il 25 novembre 2022. 

[…] Il ministro della Guerra Crosetto vuole "sapere come Report ha potuto avere i famosi filmati e audio" dell'incontro in autogrill fra Renzi e la spia Mancini. Giusta curiosità, se non si sapesse già tutto, tranne il vero motivo per cui i due si parlarono aumma aumma: una insegnante passava di lì e, vedendolo confabulare con un tizio scortato, lo riprese col cellulare e inviò il video (gli audio se li è inventati Crosetto) al sito del Fatto e a Report.

Da allora Renzi tira in ballo i Servizi, che c'entrano solo perché lui incontrò uno di loro. Ciascuno è libero di riprendere chi gli pare sul suolo pubblico, specie se è per dare una notizia vera. O almeno così si pensava fino a ieri, quando la Procura di Roma ha indagato la prof per "diffusione di riprese fraudolente". È la stessa Procura che riuscì a non indagare Renzi e De Benedetti quando quest' ultimo svelò al suo broker che l'allora premier gli aveva anticipato il decreto Banche, consentendogli di guadagnarci in Borsa 600 mila euro sull'unghia. Quindi sì, gli italiani devono preoccuparsi di essere indagati. Ma non i politici: le persone perbene.

Estratto dell’articolo di Valeria Pacelli per “il Fatto quotidiano” il 25 novembre 2022.

[…] Diffusione di riprese e registrazioni fraudolente è […] il reato che la Procura di Roma contesta all'insegnante, che ora rischia il processo solo per aver visto in un autogrill di Fiano Romano Matteo Renzi con l'ex 007 Marco Mancini, aver fatto un video e averlo inviato a Report. 

L'articolo del codice penale contestato alla donna è il 617 septies, che cita: "Chiunque, al fine di recare danno all'altrui reputazione o immagine, diffonde con qualsiasi mezzo riprese audio o video, compiute fraudolentemente, di incontri privati o registrazioni, pur esse fraudolente, di conversazioni, anche telefoniche o telematiche, svolte in sua presenza o con la sua partecipazione, è punito con la reclusione fino a quattro anni".

Si tratta di una norma entrata in vigore nel 2018 […] Negli anni passati la norma è stata fortemente criticata: colpiva il diritto di cronaca proprio perché rendeva punibile con il carcere (fino a quattro anni) chiunque registrava incontri e conversazioni di nascosto. Polemiche che portarono all'inserimento di un comma che prevedeva casi di non punibilità, ossia quando le registrazioni servivano al diritto di difesa o di cronaca.

Ma non è diritto di cronaca quello di un cittadino che vede e riprende un incontro tra un soggetto pubblico, come di certo lo era Renzi quando nel 2020, da senatore, incontrava Mancini all'autogrill? Per la Procura di Roma evidentemente no, tanto che ieri ha notificato all'insegnante l'atto di chiusura indagini. Vedremo se nei prossimi giorni ci sarà una richiesta di archiviazione o di rinvio a giudizio. Poi la parola passerà al gip […] Il giudice dovrà pronunciarsi […] su un altro aspetto, quello dell'elemento soggettivo, ossia se […] la fonte di Report volesse arrecare un danno alla reputazione di Renzi o di Mancini.

Il procedimento è stato avviato dai magistrati romani dopo una denuncia presentata dallo stesso Renzi […] che metteva in dubbio la veridicità del racconto dell'insegnante […] Su questo la chiusura indagine della Procura di Roma lo smentisce: l'insegnante esiste ed è una cittadina qualunque […]a scapito della tesi del complotto c'è anche un altro elemento: quei video e foto furono inviati anche alla redazione del Fatto che colpevolmente non se ne accorse. […]

Estratto dell’articolo di Ilaria Proietti per “il Fatto quotidiano” il 26 novembre 2022.

“Ma quale complotto. La verità dopo questo gran polverone è che c'è una semplice cittadina, un'insegnante, che ha osato filmare un politico in un luogo pubblico ed è stata per questo indagata per non si sa bene quale reato. 

L'altra certezza è che quel personaggio politico, ossia Matteo Renzi, alla fine non ha mai rivelato cosa si siano detti con l'ex 007 Marco Mancini in quell'incontro in autogrill filmato da quella signora".

Sigfrido Ranucci di Report non si capacita dopo che Matteo Renzi nella nuova versione data alle stampe del suo libro (Il Mostro) è tornato a evocare il complotto ai suoi danni. Mettendo da ultimo sulla graticola l'attuale capo del Dis, Elisabetta Belloni, e tornando ad alludere al ruolo dei Servizi rispetto al materiale che era servito a Report per rivelare quell'incontro in autostrada. 

Intanto quell'insegnante, fonte per un giorno, rischia il processo. "Siamo di fronte a un continuo assedio alle fonti. Così è a rischio la libertà di informazione". 

Renzi evoca complotti. È una narrazione in effetti suggestiva

Sì, certo è più affascinante sostenere di essere braccato dai servizi che ammettere di essere stato pizzicato da un'insegnante mentre si incontrava con Mancini. Ma non mi stupisco. 

Perché?

Perché ha pure lasciato intendere che la Belloni (sempre a sentire Renzi ce l'avrebbe con lui, ndr) si sia trincerata dietro il segreto di Stato per non rivelare la presenza in quell'area di sosta di agenti dei servizi. 

Quando invece semplicemente lo ha opposto alle domande dei legali di Mancini sulle dinamiche interne al Dis, che peraltro non dirigeva lei all'epoca dei fatti dell'autogrill, e che tra l'altro avevano portato al prepensionamento del loro assistito.

A quel tempo, infatti, era segretaria generale alla Farnesina. Poi era spuntata l'ipotesi di eleggerla al Colle, tramontata per mano renziana.

Infatti sono cose totalmente scollegate da un punto di vista anche temporale con la faccenda dell'autogrill. Per questo è strumentale evocare ombre, 007, complotti e segreti. 

Alla fine, l'unico segreto rimane quello che Renzi non ha mi rivelato, a parte il regalo dei babbi di cioccolata: cosa si sono detti con Mancini?

[…] Ma torniamo ai guai della professoressa: ora rischia 4 anni di galera.

Io ho fiducia nella giustizia e non posso nemmeno pensare che per essere stata nostra fonte le sia stato contestato un reato. Anche chi non è iscritto all'albo dei giornalisti può partecipare al diritto di cronaca. 

Però mi vorrei soffermate sugli effetti nocivi di tutto questo: intanto questa signora è costretta a pagarsi le spese legali e per questo io spero che Renzi rifletta su questo.

Però c'è qualcosa addirittura di più nocivo in tutta questa storia.

Sì, certo ed è un effetto micidiale perché è come se si dicesse ai cittadini 'fatevi i fatti vostri'. Come era successo anche altre volte. Cito quanto successo dopo la messa in onda di un servizio sulla Lega e qualcuno che si era sentito danneggiato aveva preteso di acquisire il materiale che era servito per la puntata. 

Cosa che ovviamente avrebbe significato identificare le nostre fonti. Ma che tipo di informazione vogliono quelli che braccano le fonti dei giornalisti? Preferiscono un giornalismo che non fa domande?

Allora diciamola una volta per tutte: c'è chi preferirebbe un'informazione fatta solo dei loro monologhi.

È a rischio il diritto di cronaca?

Direi se si pensa a quello che sta passando la signora del filmato dell'autogrill che è una fonte perfetta: ha dato una informazione a giornalisti accreditati in modo che potessero verificare i contenuti e la portata del materiale che aveva raccolto come abbiamo fatto con un lavoro scrupolosissimo. Ma cosa si può chiedere di più?

Estratto dell’articolo di Alessandro Mantovani per “il Fatto quotidiano” il 27 novembre 2022.

Per dare un nome alla donna che aveva inviato a Report le immagini dell'incontro tra Matteo Renzi e l'allora dirigente dei Servizi, Marco Mancini, la Procura di Roma ha acquisito i tabulati telefonici del conduttore Sigfrido Ranucci e dell'inviato Giorgio Mottola, che aveva lavorato sulla vicenda. […] Ottenuti circa due mesi di tabulati, a cavallo della trasmissione che andò in onda ai primi di maggio 2020, la polizia ha identificato la donna. 

Che peraltro, quando è stata contattata dalla Digos delegata dai pm, non ha affatto negato di aver ripreso a distanza con il telefonino l'incontro […]

Renzi sporse denuncia, ipotizzando che dietro l'insegnante - chiamata a volte "sedicente" - ci fosse qualche apparato dello Stato, magari un pedinamento, tanto da suggerire i reati di cui agli articoli 617 bis e 323 del codice penale, cioè l'installazione abusiva di apparecchi per intercettazioni e l'abuso d'ufficio. 

Non era così e il reato contestato all'insegnante è un altro, il 617 septies, diffusione di riprese e registrazioni fraudolente. Se i pm non cambieranno idea la citeranno a giudizio: rischia, in teoria, fino a 4 anni; abbastanza per spaventare chiunque voglia dare una notizia a un giornalista. 

[…] L'acquisizione dei tabulati telefonici […] non è vietata dalla legge - come del resto le intercettazioni - anche se viola il principio della segretezza delle fonti senza il quale non esiste informazione libera ma in alcuni casi è stata censurata dalla Cassazione quando ormai però il danno era fatto. Ora infatti i contatti di Mottola e Ranucci, non solo quelli con la fonte in questione, sono noti ai pm e alla polizia e saranno anche a disposizione della persona offesa, ossia Renzi. […]

Giovanni Tizian per editorialedomani.it il 26 novembre 2022.

Per identificare la fonte della notizia dell’incontro tra Matteo Renzi e l’allora dirigente dei servizi segreti, Marco Mancini, la procura di Roma ha acquisito i tabulati telefonici di due giornalisti di Report. In particolare di Sigfrido Ranucci, che conduce il programma e dirige la squadra di cronisti, e dell’autore del servizio, Giorgio Mottola. 

Lo confermano a Domani autorevoli fonti giudiziarie vicine all’inchiesta sull’insegnante, colpevole secondo l’accusa di aver inviato le foto e i video dell’incontro in autogrill tra Renzi e Mancini. La donna è indagata per diffusione e registrazione fraudolente. 

Questo perché da cittadina ha filmato l’incontro tra i due personaggi pubblici nell’area di sosta di Fiano Romano (provincia di Roma) il 23 dicembre 2020. Fonti giudiziarie confermano inoltre che la signora non ha alcun legame con gli apparati di sicurezza, a differenza di quanto ipotizzato dai renziani e dall’ex presidente del consiglio.

 I magistrati, pur riconoscendo che Report ha lavorato con la fonte nella massima trasparenza, sono convinti che un comune cittadino non possa riprendere due persone per strada e poi veicolare le immagini alla stampa. 

Di certo, però, la questione è delicata. Setacciare i tabulati telefonici dei giornalisti vuol dire monitorare i contatti degli ultimi mesi avuti dai cronisti. Vuol dire entrare nella rete di relazioni di un’intera redazione. Ed entrare in possesso di un numero notevole di possibili fonti in rapporto con i cronisti durante quelle settimane. Il che viola la segretezza delle fonti, che sono sacre per ogni giornalista e tutelate peraltro dalla giurisprudenza europea.

E allora perché farlo? «I giornalisti hanno giustamente opposto il segreto professionale e non hanno voluto rivelare le fonti», spiegano dalla procura di Roma, «così i tabulati erano l’unico modo per individuare la persona che aveva recapitato le immagini dell’incontro tra Renzi e Mancini».

Nessun ripensamento, quindi, da parte di chi indaga sull’insegnante dei video. Una vicenda che ricorda in qualche modo quanto accaduto a Trapani nell’indagine sulle Ong: i magistrati avevano ascoltato le telefonate di diversi cronisti impegnati sul fronte migranti e in Libia. In un caso era stata messa sotto intercettazione anche una giornalista seppure mai indagata. A Roma nel caso Renzi-Mancini non ci sono intercettazioni, ma solo l’acquisizione dei tabulati, cioè l’analisi delle telefonate in entrata e in uscita dei giornalisti in un determinato arco temporale. L’effetto, tuttavia, è identico: mettere a rischio l’identità e la sicurezza delle fonti, non solo della donna che ha filmato Renzi, ma di molte altre che in quel periodo erano in contatto con la redazione del programma di Rai 3. Anche perché questi atti ufficiali confluiranno nel fascicolo a disposizione delle parti, anche quindi di chi ha denunciato Report.

Nei giorni scorsi Renzi aveva protestato perché Elisabetta Belloni aveva posto il segreto di Stato sulla vicenda. In realtà il vincolo non è stato messo sull’incontro in autogrill, ma sul funzionamento degli apparati di sicurezza di cui lei era a capo.

«Va decisamente escluso, senza timore di smentita, che qualcuno possa aver opposto il segreto di Stato sul rapporto fra la mia assistita ed i servizi di informazione e sicurezza giacché tale asserito collegamento, ipotizzato esclusivamente dal senatore Matteo Renzi, era ed è del tutto inesistente», è stata la risposta di Giulio Vasaturo, l’avvocato che difende l’insegnante del video inviato a Report.  Il legale dell’insegnante presenterà entro venti giorni una memoria articolata, contestando le ipotesi della procura. Come prima cosa cercherà di spiegare che l’incontro Renzi-Mancini non è un meeting privato, ma pubblico tra due personaggi pubblici in un luogo pubblico.

L’indagine della procura di Roma è nata da una denuncia di Renzi, in cui peraltro il politico ipotizzava tutt’altra fattispecie di reato e non quello contestato ora all’insegnante dalla procura. C’è da dire che non c’è una norma che impedisce alla procura di acquisire i tabulati e indentificare la fonte. I magistrati hanno rispettato la legge, ovviamente. Ma su questo la difesa della donna darà battaglia. Da quanto risulta a Domani chi difende la donna sta pensando a un passo ulteriore: l’ipotesi di porre una questione di legittimità costituzionale dell’atto di visione dei tabulati, ritenuto enorme e sproporzionato.

Il metodo utilizzato dai pm romani solleva parecchie perplessità tra i rappresentanti della stampa. Beppe Giulietti, presidente della Federazione nazionale della stampa italiana, ha scritto su Twitter: «Chi e perché Chi è perché avrebbe acquisito i tabulati telefonici per controllare fonti di Report? Si tratta di una questione di assoluta rilevanza per il diritto di cronaca». Ora sappiamo come sono andate le cose. E la domanda è sempre la stessa: è lecito scavare tra i contatti dei giornalisti per scovare una fonte? Nessuna legge lo vieta espressamente, ma questo demolisce ogni tutela sulla protezione delle fonti. L’atto dei pm farà discutere e non solo in Italia.

Estratto dell’articolo di Valeria Pacelli per “il Fatto quotidiano” il 29 novembre 2022.

Il legale della professoressa indagata per aver ripreso l'incontro tra Matteo Renzi e l'ex 007 Marco Mancini all'autogrill di Fiano Romano e per aver mandato il materiale a Report, potrebbe convocare al più presto il senatore di Italia Viva in indagini difensive. 

Qui potrebbe avvenire anche il confronto con la docente. Il suo avvocato, Giulio Vasaturo, potrebbe chiedere all'ex premier di rivelare nel dettaglio il contenuto della conversazione con Mancini. L'obiettivo è dimostrare che l'incontro del dicembre 2020 aveva rilievo pubblico, e dunque la signora non ha commesso alcun reato nel riprenderlo e nello spedire il video alla trasmissione di Rai3.

Per averlo fatto, a oggi, la professoressa è indagata per diffusione di riprese e registrazioni fraudolente. Le viene contestato il 617 septies del codice penale, articolo che quando fu introdotto venne etichettato come norma anti-Report o anti-Iene. E a quanto pare ha funzionato. 

L'articolo prevede casi di non punibilità anche a tutela del diritto di cronaca. E per la difesa dell'insegnante sarà importante dimostrare come questo diritto sia esteso ai cittadini tutti e non solo ai giornalisti. Nel frattempo nei giorni scorsi in una nota Italia Viva aveva fatto sapere: "L'incontro avverrà quando la difesa di Renzi chiederà l'interrogatorio e il contro esame della sedicente professoressa". […]

Dell'appuntamento all'autogrill, Renzi ne ha parlato anche a Torino il 24 novembre durante la presentazione del suo libro Il mostro, in libreria in edizione aggiornata. Il senatore ha spiegato come Mancini "(...) fa degli incontri perché è un dirigente di Palazzo Chigi, come tutti i dirigenti dei Servizi. Si può discutere, ma è una cosa legittima, consuetudinaria". I due dovevano vedersi in Palazzo Giustiniani, al Senato, ma Renzi se ne dimentica e così con le scorte fissano l'incontro all'autogrill. 

"Sono momenti delicati - ha detto l'ex premier a Torino - c'è la crisi del governo Conte, io sto dicendo in tv, come dico all'agente dei Servizi, che per quello che mi riguarda o Giuseppe Conte cambia o va a casa". Ma perché parla con un dirigente dei Servizi della caduta del governo? Renzi non fornisce maggiori dettagli. Per il senatore il problema sembra essere un altro, ossia la fonte di Report che ancora a Torino apostrofava come professoressa "o sedicente tale". La donna è stata identificata, indagata e nel corso dell'inchiesta sono stati esclusi collegamenti con apparati di intelligence. [...] 

RENZI A "REPORT" IL 3 MAGGIO 2021 Dal profilo Facebook di "Report - Rai3" 

Cosa si sono detti Renzi e Mancini? Renzi ci risponde così: “. Mi doveva portare si figuri, i Babbi che sono un bellissimo wafer romagnolo che il dottor Mancini mi manda tutti gli anni e che io mangio in modo vorace. Oppure lei vuol dire che il dottor Mancini è il grande ispiratore della mia battaglia per cambiare l’autorità delegata?"

Estratto dell’articolo di Alessandro Mantovani per “il Fatto quotidiano” il 29 novembre 2022.

Scriveva la Cassazione sette anni fa: "L'articolo 200 del codice di procedura penale riconosce al giornalista professionista il segreto professionale limitatamente al nominativo delle persone dalle quali ha ricevuto notizie fiduciarie (). Il giudice può ordinare al medesimo giornalista di indicare comunque la fonte laddove tali notizie siano indispensabili per le indagini e sia necessario accertare l'identità della fonte. Tale diritto al segreto, e il limitato ambito in cui lo stesso può venir escluso, non possono che essere anche un limite alla ricerca dei dati identificativi dalla fonte attraverso il mezzo della perquisizione e del sequestro".

Era la sentenza 25617/15 sul caso del giornalista Sergio Rizzo, allora al Corriere della Sera, al quale la Procura di Bari aveva fatto perquisire il pc e sequestrare alcune email per cercare la fonte di un documento. Non si poteva fare, stabilì la Cassazione. Il principio dovrebbe applicarsi anche all'acquisizione dei tabulati telefonici, finalizzata a risalire alla fonte del giornalista, come è accaduto a Sigfrido Ranucci e Giorgio Mottola di Report, i cui tabulati sono stati acquisiti dalla Procura di Roma. […] Con i tabulati è stata identificata l'insegnante che aveva ripreso all'autogrill di Fiano Romano l'incontro tra Matteo Renzi e l'allora dirigente dei Servizi, Marco Mancini.

I legali di Ranucci, non indagato, hanno preso contatto con la Procura, per leggere l'ordinanza con cui il Gip ha consentito l'acquisizione dei suoi tabulati, che in astratto potrebbero impugnare: il conduttore e il collega sono stati sentiti solo come persone informate sui fatti dalla polizia delegata dai pm e alla domanda sull'identità della fonte hanno opposto il segreto, dal quale, secondo l'articolo 200, solo il giudice avrebbe potuto sollevarli, ordinando di rivelare la fonte se indispensabile per le indagini. 

Acquisendo i tabulati, il segreto è stato vanificato, come la Cassazione esclude si possa fare, peraltro all'insaputa degli interessati […] Non si può fare, ma quando arriva la Cassazione a dirlo, il danno (alle fonti e ai giornalisti) è già fatto. Ora l'insegnante rischia un processo per "diffusione e riprese di registrazioni fraudolente", mentre la diffusione in tv da parte di Ranucci e Mottola è ritenuta legittima. Un ginepraio.

Il legale di Renzi nella querela ipotizzava che uomini degli apparati dello Stato avessero ripreso e magari intercettato l'incontro. Non è successo. Però la Cassazione è netta anche se si tratta di individuare una fonte tenuta al segreto, un pubblico ufficiale: lo ha scritto nella sentenza sul caso del nostro Marco Lillo (09989/18) a cui avevano sequestrato telefono e pc alla ricerca delle fonti dell'inchiesta Consip. 

La Corte richiede sempre un bilanciamento tra il diritto al segreto e le esigenze delle indagini. […] Per la Corte europea dei diritti umani, spesso ignorata dai giudici, le attività invasive alla ricerca della fonte dei giornalisti violano l'art. 10 della Convenzione che riconosce "la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee" e ne stabilisce i limiti. […]

Ranucci contro i pm. "Sui miei tabulati violata la legge". Felice Manti su Il Giornale l’1 Dicembre 2022

"Spiati a nostra insaputa dalla Procura, che ha violato la legge".

«Spiati a nostra insaputa dalla Procura, che ha violato la legge». Sigfrido Ranucci l'altra sera a Di Martedì su La7 ha criticato i magistrati che hanno osato indagare sulla trasmissione. Dopo anni a tirare la volata ad alcuni pm, rilanciandone acriticamente persino le ipotesi più strampalate che poi si sono schiantate in Cassazione, si è rotto il giocattolo Report? Pare di sì.

Di cosa si lamenta sulla tv di Urbano Cairo il conduttore della trasmissione d'inchiesta Rai, con Bianca Berlinguer (pare) imbufalita per l'ennesimo favore alla concorrenza? Che i pm abbiano violato la sua privacy e quella del suo collaboratore Giorgio Mottola. Benvenuti nel club dei giornalisti intercettati. Certo, forse Ranucci pensava di avere le guarentigie previste per i parlamentari o semplicemente di essere legibus solutus, sciolto dalle leggi. E invece i pm del filone romano vogliono capire bene l'origine del video da 28 secondi che il 23 dicembre 2020 riprendeva Matteo Renzi e l'ex 007 Marco Mancini all'Autogrill di Fiano Romano, realizzato da un'insegnante che ora rischia quattro anni per quelle immagini rubate e spedite (invano) al Fatto quotidiano - non al Giornale o al Corriere della Sera - e due mesi dopo a Report. «Ha visto un'inchiesta su Renzi e ha pensato di mandare le immagini anche a noi. Il caso vuole che io mi renda conto che il personaggio è Mancini. Poteva essere una polpetta avvelenata ma - insiste - abbiamo appurato che il padre era malato, che medicinali prendesse, abbiamo visto il telepass e verificato che fosse un'insegnante. Ti rivelo un segreto: nella puntata del 14 giugno avevamo chiesto a Renzi di venire in trasmissione con lei, stravolgendo il format per la prima volta in 25 anni». Ma niente. E che cosa fanno invece i pm romani? «Hanno tirato giù legittimamente i tabulati e hanno rintracciato la professoressa, violando il segreto sulla fonte e senza passare da un giudice». Tutto vero. «Noi non siamo indagati - sottolinea il vicedirettore Rai - ma vogliamo tutelare la nostra fonte perché è un cittadino che partecipa a pieno titolo all'esercizio del diritto di cronaca». E qui Ranucci non cita l'indagine della Procura di Ravenna per diffamazione e rivelazione di segreto di Stato, anticipata dal Giornale, dove è stato interrogato assieme a Mottola e alla papessa di Vatileaks 2 Francesca Chaouqui, rea di qualche rivelazione di troppo (poi mandate in onda) proprio a Mottola, né il conduttore Giovanni Floris glielo ricorda. Dovere d'ospitalità, forse. «Così tutte le vostre fonti sono bruciate», dice invece il conduttore di Di Martedì. E Ranucci annuisce, non prima di strizzare l'occhio a Giorgia Meloni («È della Garbatella come me»), per poi tirare per la giacchetta i magistrati: «Documento vero, gestione della fonte trasparente. È cambiato l'atteggiamento delle Procure? Due ex parlamentari hanno veicolato due dossier falsi su di me ma la magistratura non è andata a fondo». Povero Ranucci, scaricato dai pm. Mala tempora currunt.

I misteri della nostra intelligence. Servizi e ‘disservizi’ segreti, il caso Renzi-Autogrill e le carte secretate a Travaglio: ma gli 007 non indagano. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 28 Agosto 2022.  

L’estate volge al termine, le distrazioni finiscono e le ombre lunghe si mostrano lì dove le avevamo lasciate. Il giallo delle liste di proscrizione pubblicato dal Corriere è rimasto lettera morta. Abbiamo aspettato quasi due mesi per vedere se qualcuno tipo il capo della polizia Lamberto Giannini o il sottosegretario per i servizi segreti Franco Gabrielli, che a giugno aveva denunciato con studiata ira «qualche solerte mano» che passava carte segrete a giornali amici, convocasse una conferenza stampa come quella del giugno scorso.

Niente. Eppure, un caso eclatante di commistione quasi familiare tra grande stampa e servizi segreti si è consumato con allegria plateale. E non è il primo, in questo periodo di troppi disservizi e pochi segreti. Pag. 15 de Il Fatto Quotidiano, 25 giugno. Due mesi fa. Sotto la foto a colori del celebre incontro filmato all’Autogrill, il titolo: «Renzi-Mancini, Digos smentisce il senatore: “Chi ha filmato non aveva mandanti politici”». Scrive Vincenzo Bisbiglia, (nome quanto mai appropriato): «Non è emerso alcun collegamento degno di nota tra la donna che registrò il video dell’incontro tra Matteo Renzi e l’ex 007 Marco Mancini, avvenuto il 23 dicembre 2020 all’autogrill di Fiano Romano, e formazioni politiche o personaggi legati ai servizi segreti».

Bisbiglia riferisce che, a proposito del filmato poi andato in onda il 3 maggio successivo su Report «la Digos ha inviato un’informativa in cui smentisce» Matteo Renzi che aveva presentato a Firenze un esposto in cui denunciava «la grottesca e falsa» ricostruzione dell’insegnante chiedendo ai pm di indagare ipotizzando «una vicenda accuratamente orchestrata». La Procura di Roma ha proceduto contro ignoti, nessun indagato, e Sigfrido Ranucci, autore di Report, e la Innominata Insegnante, sono stati perciò interrogati «come persone informate sui fatti». Nel frattempo la Digos indagava, e ha scoperto che nessun agente dei servizi segreti ha mai frequentato la donna. Dunque, indagine chiusa, «nessun pedinamento», come asserito da Renzi nel suo libro Il Mostro.

Che c’è che non va? Nulla, secondo Procura e Digos, nessun reato in quella intercettazione video del 23 dicembre e nella sua diffusione dopo 130 giorni di beato sonno. Sicuri che non sia finita, magari in stato di sonnambulismo, sulla scrivania degli alti papaveri che l’hanno usata come arma di guerra politica e spionistica; e al diavolo la Sicurezza della Repubblica? Il Fatto non è stato smentito da nessuno e nessuno ha eccepito sull’effrazione dei segreti d’ufficio. In conclusione: è stata, secondo le autorità inquirenti e i suoi formidabili segugi, una stupenda casualità a consentire di abbattere due grossi piccioni con una fava. Si comincia dal colombaccio più grosso, segue l’altro.

Matteo Renzi. Un ex presidente del Consiglio, trattato come un oscuro cospiratore su Rai Tre (notoriamente in appalto a Pd e M5s), con danno reputazionale (mostrificazione) programmato come irreparabile. La sua colpa è di essere riuscito a portare Mario Draghi a Palazzo Chigi a discapito di Giuseppe Conte, al quale, altra stupenda casualità, dovevano la nomina i capi di Aisi e Aise, nonché i rispettivi vicedirettori, che nulla asseritamente sapevano di quei filmati. A sceglierli tutti era stato Conte, e ora Marco Travaglio che ne è l’indomito alfiere li definisce «i capi dell’intelligence più stupida del mondo». (Che fa, insubordinazione?) A proposito, Il Fatto sa che è Conte ad aver rinnovato, alla scadenza dei 15 anni, il segreto di Stato su Abu Omar, e che Draghi, tramite Gabrielli e Belloni, lo ha confermato? Facciamo una campagna insieme per farglielo togliere?

Marco Mancini. Defenestrato. Prima di quel 23 dicembre era stato convocato da Di Maio e Conte per comunicargli che sarebbe presto stato direttore o vicedirettore di Aise o Dis. Che cosa è successo dopo il fatal Autogrill, che cosa hanno riferito e mostrato a Conte? E soprattutto chi? Fatto sta che lo 007 è stato escluso dalle promozioni di Conte, e per giunta si è trovato a dover fare i conti con un Gabrielli deciso ad essere circondato solo da fedelissimi. Quelle immagini sgranate e l’interpretazione datane da Report sono così diventate la mannaia per tagliare la testa all’agente considerato la punta di diamante del controspionaggio occidentale, specie in direzione della Russia. Avrebbe fatto molto comodo a tener viva una rete di fonti ucraine costruite nei decenni. Ma avrebbe fatto ombra a Gabrielli, che ha preferito non credere ai dossier di americani e inglesi sull’immanente invasione, con il risultato di lasciare l’Italia in mutande davanti alle restrizioni energetiche. Secondo quanto rivelato, senza smentita, da Dagospia, ad agire e avviare al prepensionamento “spintaneo” è stato il vice direttore del Dis Bruno Valenzise (nomina, ovviamente, di Conte), che non ha mai nascosto la legittima amicizia personale e politica con il presidente del Copasir Adolfo Urso. Un allontanamento coattivo che è stato giustificato formalmente sulla base di una circolare applicata retroattivamente, come vedremo tra poco.

Un momento: qualcosa non ci convince. Proviamo a focalizzare qualche punto.

1) Grande come una casa è la violazione del segreto di ufficio da parte di un pubblico ufficiale, essendo difficile che le informative depositate in un’inchiesta della Procura di Roma camminino da sole come nei cartoni animati. Qualcuno ha preso quei fogli e li ha trasmessi al Fatto. E non possono essere stati gli avvocati di Renzi o di Mancini e neppure quelli di Ranucci e della celeberrima e Anonima Insegnante, essendo questi ultimi «non indagati». O è la Digos oppure qualcuno in Procura o forse la ormai leggendaria «solerte mano» dei servizi segreti coinvolti, come abbiamo visto, nell’indagine. Art. 326 cp, pena da 6 mesi a 3 anni. E chi ne usufruisce? Forse forse è ricettazione.

2) Apprendiamo che senza alcun contraddittorio della parte offesa Ranucci e XY hanno ovviamente ripetuto la versione della curiosità e della casualità, pur avendo la signora fornito pubblicamente tre versioni contraddittorie. Partita chiusa, secondo il Fatto. Ma che razza di procedura ci viene propinata?

3) A questo punto ci domandiamo come la Digos, e la procura con essa, ha potuto stabilire che la signora non è mai stata frequentata da «personaggi legati ai servizi segreti». Due sono gli atti possibili: il primo è chiederlo alla film-maker, la quale ha risposto ovviamente negando. Del resto, non è che l’idraulico o l’assicuratore o il collega quando le parlino tirino fuori il tesserino dell’Aisi, se mai lo fossero: non crediamo si usi così. Evidentemente la notizia del non coinvolgimento dei servizi arriva dai servizi. Cos’hanno fatto gli agenti della Digos? Hanno perquisito gli uffici dei direttori e dei vice di Aise, Aisi e Dis? Hanno chiesto a Gabrielli se ne sapeva qualcosa? Hanno comunicato il nome dell’Anonima Fiorentina e i dirigenti hanno messo alle strette capireparto, giù giù fino all’ultima fonte, per sapere se avevano avuto collegamenti con lei? Magari una domandina da parte del Copasir sarebbe opportuna o no?

Domande un po’ ingenue. Quante manine ci sono nei servizi segreti e in generale nei comparti della sicurezza che passano roba «classificata», la quale cioè dovrebbe rimanere segreta? Essendo questa pratica un reato, come da articolo 262 del codice penale («Chiunque rivela notizie delle quali l’Autorità competente ha vietato la divulgazione è punito con la reclusione non inferiore a tre anni»), è stata trasmessa denuncia da parte del sottosegretario prefetto Franco Gabrielli o dell’ambasciatrice Elisabetta Belloni alla polizia giudiziaria e/o alla Procura di Roma, o magari addirittura, per la conclamata evidenza dei fatti, si sono già mosse da sole? A che punto è l’indagine della polizia giudiziaria, o degli organi interni ai servizi, che si sta conducendo (ma davvero?) per individuare gli spioni che spiano le spie dall’interno e poi ne trasferiscono i segreti alla consueta tribù di giornalisti amici?

Ci sarebbe un’altra domanda: perché coloro che si definiscono volentieri «cani da guardia», pronti ad azzannare per lettori e spettatori il Potere (e non c’è Potere più grande del distillare e distribuire selettivamente segreti), si sono accucciolati rinunciando a mordere i polpacci dell’ «Autorità competente» con i quesiti di cui sopra? Abbiamo il sospetto che nessuno che sia ospite fisso di questa favolosa giostra dei segreti abbia interesse nel tagliare la «benedetta mano» che porge il pane e forse anche il salame di notizie ghiotte ed «esclusive». Altro che le schiacciatine dell’Autogrill.

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

I misteri della nostra intelligence. Servizi segreti e manine, i proclami di Gabrielli e i misteri irrisolti sulla “più stupida intelligence del mondo”. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 30 Agosto 2022 

Macchina indietro. Il 10 giugno scorso, ottanta giorni fa, Franco Gabrielli, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e Autorità delegata per la Sicurezza della Repubblica, si presentò in video-conferenza stampa dopo la pubblicazione sul Corriere della Sera di un presunto documento «classificato», che poi si rivelò la sintesi di più “bollettini sulla guerra ibrida” tutti quanti timbrati da Elisabetta Belloni, direttrice del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza della Repubblica (Dis), come «riservati». A norma dell’art. 42 della legge 124/2007 significa che possono essere letti soltanto da chi ha il Nulla osta di sicurezza.

Il Corriere della Sera è certo importante e intoccabile ma quel Nulla osta ce l’ha? Era furibondo, il sottosegretario, ma – nonostante il Covid di cui in quei giorni era affetto – fu attentissimo all’effetto che avrebbero fatto le sue parole. Attaccare il fellone, garantirne personalmente la punizione, rassicurare gli italiani sulla determinazione di chi guida i servizi, cioè lui stesso. Disse: «Il documento (è) arrivato nelle mani dei giornalisti non perché è sceso dal cielo… Le stesse tempistiche insomma fanno ritenere che ci sia stata qualche mano solerte: è una cosa gravissima… chi mi conosce sa bene che nulla rimarrà impunito». Ha però subito tolto d’imperio la classificazione di «riservato» a tutti quei bollettini, dicendo che erano innocui, e li metteva a disposizione del popolo. Ma a quel punto era una generosità a poco prezzo, dato che i buoi avevano già completato la loro transumanza nelle accoglienti stalle del Corriere della Sera. Che pasticcio. L’accaduto non era fino a due parole prima «una cosa gravissima»? Ma com’è che un secondo dopo la medesima bocca annuncia che non è successo niente? Il brigante ha sparato con la pistola ad acqua. Resta un’unica certezza: c’è lo sceriffo che sistemerà tutto in men che non si dica.

Dal tono e dagli stilemi da questura usati, infatti, a parte la carineria di trattare la Belloni come una dilettante che ha secretato quel che non andava secretato, era chiaro che avrebbe assunto lui la parte del castigamatti. Il «chi mi conosce sa bene» è stato percepito da tutti noi che lo ascoltavamo come un «mo’ arrivo io»: sbroglierò personalmente il casino, e guai al fellone. Capiamo l’emotività del momento, e la volontà di rasserenare gli italiani garantendo personalmente il proprio impegno di ammazzasette. Non funziona così però. Lì non c’è stato solo un atto moralmente riprovevole, risanabile con atti disciplinari, bensì si è consumato un fior di reato, che Gabrielli non può sanare desecretando e sbianchettando a posteriori il bollettino consegnato a chi non aveva titolo né per leggerlo né per usarlo. Né può essere lui il soggetto che indaga e punisce i reati, lui è parte del potere esecutivo, non del giudiziario. Scriviamo di reati al plurale, perché secondo la lettera dell’art. 262 cp ultimo comma: «Le pene stabilite… si applicano anche a chi ottiene la notizia» senza averne titolo.

Non è grave anche pubblicare notizie riservate? O la legge si applica per i nemici e si interpreta per gli amici? Di certo la 124 del 2007 toglie ai direttori delle agenzie d’intelligence e all’Autorità delegata questo diritto-dovere. Loro dovrebbero vigilare per impedire sbreghi nella rete della sicurezza, non intervenire post factum sceleris. Tocca alla polizia giudiziaria e alla procura questa incombenza. Ri-domandiamo: questo è stato fatto? A proposito di legge 124/2007, essa riformò, con il voto quasi unanime del 3 agosto di quell’anno, «il sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica» e codificò «la nuova disciplina del segreto». Ecco la grida che ci serve, direbbe a Renzo l’Azzeccagarbugli. Con essa non ci si limitò a regolare «il segreto di Stato», ma anche a sigillare la riservatezza di altri documenti e notizie di minor gravità, ma comunque delicati, e di cui vietare la divulgazione. L’articolo 42 al secondo comma fissa quattro livelli di classificazione, dall’alto in basso: «Segretissimo, segreto, riservatissimo, riservato». Ma non è che se un documento è «solo» riservato allora si può rivelare un pochino e l’art.262 cp si applica poco…

Ci domandiamo un’altra volta: quante sono le «mani solerti» che passano carte, filmini, circolari a Rai-Report, Corriere della Sera, La Repubblica, Il Fatto, La Verità, Domani? Oppure è una manina sola e instancabile? O addirittura una manona? E perché, invece, neanche un cencio di documento «classificato» – e che perciò non dovrebbe muoversi dal cassetto dell’autorità competente – arriva al Riformista? Una spiegazione ce la siamo data. La manina semina su terreno fertile. Il magico fornitore di segreti ha due punti fermi prevalenti, almeno in questi ultimi anni, e individua i fruitori sulla base di una accertata propensione a: 1) contribuire alla «mostrificazione» di Matteo Renzi; 2) sfregiare la reputazione dell’ex capo del controspionaggio Marco Mancini, così da impedire che possa nuocere al pigro e autoreferenziale tran tran della «più stupida intelligence del mondo» (copyright Marco Travaglio).

Facciamo ancora macchina indietro e ci domandiamo se qualcuno non chiuda un occhio o forse due sia ai vertici delle agenzie degli 007 sia alla Procura di Roma quando si tratta per il bene della causa di Lorsignori di dribblare la legge. Su Renzi vi abbiamo già raccontato nei giorni scorsi come il procuratore di Firenze abbia consegnato al Copasir, violando una ordinanza della Corte di Cassazione che ne ordinava la distruzione, gli atti giudicati illeciti relativi all’inchiesta sulla Fondazione Open. Resta da rinfrescare la memoria a Franco Gabrielli, Elisabetta Belloni, Mario Parente e Giovanni Caravello su un fatto che a suo tempo denunciammo su Il Riformista. Nel mese di maggio del 2021 Franco Gabrielli comunicò al Copasir che il governo intendeva emanare una circolare che inibiva i rapporti tra agenti, politici e giornalisti, salvo autorizzazione dall’alto e congrua successiva relazione ai direttori delle agenzie. Il tutto a seguito del servizio di Report del 3 maggio che disegnava ombre sinistre su Renzi e un tipo “losco”, che Rai3 fece identificare a colpo sicuro come Marco Mancini da un anonimo, e mascherato sin nella voce, ex dirigente del Sismi e poi dell’Aise (sarebbe utile alle indagini della Digos individuare chi sia e che tipo di rapporti intrattenesse e abbia intrattenuto nel tempo con Sigfrido Ranucci e la sua redazione).

Fatto sta che quella circolare, come qualsiasi atto che riguardi gli interna corporis dei servizi, è obbligatoriamente classificata in una delle quattro categorie sopracitate. Ranucci gongolante annuncia di poterla mostrare in esclusiva. In realtà appare per un solo istante, dietro la gigantografia di Gabrielli, così che non si faccia in tempo a leggerla. Basta però bloccare l’immagine e siamo riusciti faticosamente a trascrivere buona parte del testo volutamente spampanato. Report infatti, dopo essersi attribuito il merito della direttiva purificatrice, si vanta pure di poter mostrare, forse il premio per il bounty killer, la bolla pontificia che ha fatto scattare la ghigliottina e cadere nel cesto la testa di Mancini. In realtà appare per un solo istante, dietro la gigantografia di Gabrielli, così che non si legga, si sa che è una noia. Siamo riusciti faticosamente a trascrivere buona parte del testo volutamente spampanato.

Eccolo: «L’Autorità Delegata a seguito dell’ampia eco riservata dagli organi di stampa all’incontro tra un alto dirigente del Comparto con un noto esponente politico, ha richiamato all’attenzione il rispetto delle norme comportamentali, sottolineando come condotte ordinariamente prive di disvalore e di interesse mediatico quando attuate dagli appartenenti agli OO.II. (organismi informativi, ndr), possono essere caricate di significati e piegate alle più disparate chiavi di lettura ed interpretazioni. Pertanto ha dato indicazioni affinché ogni tipologia di incontro con esponenti del mondo politico, giudiziario e, più in generale, suscettibile di esporre il Comparto alle citate criticità (sarebbero i giornalisti, ma meglio non inimicarseli citandoli espressamente, ndr), sia preventivamente autorizzata e gli esiti documentati per gli eventuali e successivi riscontri. Quanto sopra premesso, dispongo che gli incontri in argomento, da tenere sempre in coerenza con le previsioni degli artt. 44 e 45 del DPCM 1/2011, siano sottoposti alla mia preventiva autorizzazione e che gli esiti degli stessi siano documentati secondo le modalità e le procedure in vigore. La mancata ottemperanza delle presenti disposizioni configura motivo di grave profilo disciplinare».

Due note.

1) Questa circolare è stata retroattivamente applicata a Mancini per prepensionarlo. Più che il “grave profilo disciplinare” quel giorno, lunedì 17 maggio, si è consumato davanti a milioni di persone un reato talmente grave da essere punito con una pena da 3 a 10 anni. Gabrielli ha denunciato il fatto-reato? Almeno ha cercato di identificare lo spicciafaccende sporche che ha passato non i contenuti ma l’immagine originale della direttiva classificata? Se vuole fa ancora in tempo a denunciare. Ma ci risponda: l’ha fatto o no? E se no: lo farà? E perché? Vale anche in questo caso il «nulla rimarrà impunito» del 10 giugno scorso, o ci sono intoccabili?

2) Il testo dice che solo l’Autorità delegata, Gabrielli e basta, può autorizzare incontri con politici e giornalisti. Dal che si deduce che ha autorizzato il solenne e pubblico pranzo, per il comodo di fotografi e cineoperatori, tra Luigi Di Maio ed Elisabetta Belloni. Ma non era stata lei stessa ad affidare alla solita Fiorenza Sarzanini ricevuta nella sede del Dis, il dogma dell’«invisibilità» per uomini e donne dei servizi segreti? Mi sa che invisibili qui ci sono solo le solerti manine.

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

Silvano Russomanno, il personaggio simbolo del lato oscuro della Repubblica. Marcello Altamura e Gianluca Zanella il 21 Giugno 2022 su Il Giornale.

Classe 1924, Silvano Russomanno è un agente segreto, grande studioso ed esperto di dialettologia e glottologia e appassionato di pesca, nonché uno dei più importanti protagonisti dei fatti oscuri della storia repubblicana.

Storie incredibili, dalla seconda guerra mondiale alla Prima Repubblica, tra depistaggi, doppiogiochismo, fiumi di denaro e morti sospette. Professione 007 è la serie podcast nata dalla collaborazione tra Dark Side – storia segreta d’Italia e ilGiornale.it. Tutte le puntate della Stagione 1 sono pubblicate qui.

C’è fermento, nella questura di Milano. L’eco della bomba nella banca dell’Agricoltura di piazza Fontana assorda le orecchie di tutto il paese. Nessuno ancora lo sa, ma è soltanto il primo capitolo di quelli che passeranno alla storia come gli anni di Piombo. Un uomo fruga tra scatoloni e buste al chiuso di una stanza, cerca qualcosa, la trova. Alla luce gialla di una lampadina che penzola dal soffitto come un impiccato, si rigira tra le mani il frammento di un ordigno esploso. È quello che cercava. In quel momento, la porta alle sue spalle si apre. L’uomo sulla soglia resta immobile, tra le labbra un lungo bocchino d’avorio con una sigaretta accesa e il fumo che gli copre il volto. L’uomo nella stanza si volta e gli fa cenno di richiudere la porta.

Il depistaggio sulle indagini per la strage di piazza Fontana oggi è un dato acclarato, ma nel dicembre 1969 nessuno poteva immaginare che uomini dello Stato potessero brigare per deviare le indagini e facendo sparire preziosi reperti che avrebbero potuto già al tempo indirizzare gli inquirenti verso la pista giusta. Fu opera dell’Ufficio Affari riservati del Viminale guidato da Federico Umberto D’Amato. A guidare le operazioni sul campo a Milano è il suo braccio destro, Silvano Russomanno.

Classe 1924, soldato durante la Seconda guerra mondiale, dopo l’8 settembre si arruola nella Flak, la contraerea tedesca. Arrestato nel 1945 dagli Alleati, passa pochi mesi nel carcere di Coltano. È un personaggio interessante, Russomanno, un vero e proprio personaggio simbolo del lato oscuro della Repubblica. Ed è direttamente lui che, in un verbale reso ai magistrati della procura di Brescia nel 1997 e che ilGiornale.it può qui mostrare per la prima volta, racconta del suo primo contatto (casuale ovviamente…) col questore Gesualdo Barletta, primo capo dell’Ufficio Affari Riservati, che lo recluta e lo porta a Roma.

Terminato il conflitto, nel 1950 entra in polizia e subito viene spedito in uno dei fronti più caldi del dopoguerra, dove rimarrà fino al 1959: il Sud Tirolo. Nel racconto di Russomanno al Ros dei Carabinieri nel 1998 e qui presentato per la prima volta, questi si trova ad affrontare una situazione di emergenza anche dal punto di vista dell’organico e delle risorse dello Stato.

È qui che si trova il laboratorio della strategia della tensione che insanguinerà l’Italia negli anni a venire e Russomanno è un ottimo scienziato. In quella che è una zona di cerniera dove si muovono terroristi, contrabbandieri e spie, all’inizio degli anni Sessanta si verifica la prima serie di attentati sistematici a infrastrutture chiave del territorio. Il sospetto (forse qualcosa di più) è che ad armare la mano degli irredentisti sud tirolesi, che si battono per rivendicare l’identità tedesca della regione, sia stato proprio l’Ufficio Affari Riservati, nelle cui fila Russomanno entra ufficialmente solo alla fine del 1960.

Russomanno entra in contatto proprio in quegli anni con gli ambienti del neofascismo del Nord Est e in particolare quello Veneto. Le attività di questi gruppi vengono seguite in maniera discreta ma continua dagli Affari Riservati. Lo dimostra un fascicolo, trovato poi negli anni ’90 nel famoso deposito di via Appia, e che ricostruisce l’attentato avvenuto alla stazione di Verona il 30 agosto 1970. Nel verbale del 1997 reso ai magistrati della procura di Milano, qui presentato per la prima volta, Russomanno difende la riservatezza della sua rete di informatori sul territorio e poi, proprio sul finale, nega di conoscere il nome Zorzi.

Trasferito a Roma, il nostro uomo diventa ben presto il principale collaboratore di D’Amato, che ne apprezza il talento di fascicolatore metodico, ma soprattutto la sua capacità operativa. È proprio per questo che affida a lui il delicatissimo compito di recarsi a Milano nell’immediatezza della strage. È qui che Russomanno prende le redini delle indagini, mettendosi a capo della famigerata “Squadra 54”, ed è in questo contesto che si verificano fatti oscuri come la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli e la sparizione dei frammenti della bomba ritrovata inesplosa alla Banca commerciale di Milano lo stesso giorno della strage alla Banca dell’Agricoltura, una bomba inspiegabilmente fatta brillare, sottraendo così la possibilità di comparare i due ordigni.

Il clima di quei giorni concitati, con le tante ombre, le tante complicità, le troppe reticenze, viene descritto direttamente da Russomanno sempre ai magistrati milanesi, in un verbale del 1997, mostrato in anteprima da ilGiornale.it, soprattutto per quanto attiene ai rapporti con la “Squadra 54” e con gli informatori, ma anche col capo dell’allora squadra politica Antonino Allegra e il commissario Luigi Calabresi.

Negli anni a seguire Russomanno farà carriera. Già direttore della Divisione sicurezza interna dell’Ufficio Affari Riservati, diventa vice direttore del Sisde e direttore dell’Ufficio Sicurezza Patto Atlantico, in perfetta continuità con il suo mentore D’Amato. Il suo nome viene tirato in ballo praticamente in tutti i fatti oscuri della storia repubblicana. Perché Russomanno è uno che sa. Anche se decide solo di dire quel che può dire, magari quello che gli fa comodo. Come quando il giudice di Venezia Carlo Mastelloni lo interroga su Argo 16, l’aereo del 31º Stormo dell’Aeronautica Militare Italiana, precipitato nella zona industriale di Porto Marghera il 23 novembre 1973 poco dopo il decollo dall’aeroporto di Venezia-Tessera, causando la morte dei quattro membri dell’equipaggio. Nel verbale, qui presentato per la prima volta, Russomanno allude a un ruolo degli israeliani “anche se certo non me lo sarebbero venuti a dire…”.

In un successivo verbale, sempre reso al giudice Mastelloni, che ilGiornale.it è in grado qui di mostrare per la prima volta, Russomanno però ammette di aver attivato fonti internazionali, in particolare una attiva presso l’Ambasciata americana a Roma, a dimostrazione di quanto ramificati e forti fosse i rapporti internazionali dell’Ufficio Affari Riservati.

La sua scalata s’interrompe bruscamente nel 1980, quando sarà condannato a nove mesi di carcere per violazione del segreto d’ufficio: Russomanno è infatti accusato di aver passato i verbali segreti dell’interrogatorio di Patrizio Peci, il più famoso pentito delle Br, al giornalista del Messaggero Fabio Isman, a sua volta condannato.

Nel 1996 il suo nome torna alla ribalta con la scoperta dello storico Aldo Giannuli del suo archivio personale a Roma, in via Appia. Un deposito di fascicoli e dossier non protocollati raccolti negli anni della sua attività in seno all’Ufficio Affari riservati, documenti, lettere e rapporti che parlano di una frenetica attività spionistica, articolata nell’arco di quarant’anni. Interrogato dai magistrati che negli anni Novanta indagano su piazza Fontana e nell’ambito dell’inchiesta Argo16 (l’aereo dei servizi segreti precipitato nei pressi di Marghera nel 1973), il suo ruolo comincia a delinearsi, ma senza conseguenze sul piano penale.

Grande studioso ed esperto di dialettologia e glottologia e con l’hobby della pesca, Silvano Russomanno passa i suoi ultimi anni in disparte e morirà ultraottantenne nel suo letto, portando con sé molte verità che forse un giorno qualcuno scoverà in un altro archivio segreto.

Suor Teresilla, l'angelo delle carceri. Marcello Altamura e Gianluca Zanella il 14 Giugno 2022 su Il Giornale.

Chiara Barillà, nota a tutti come suor Teresilla, creò solidi rapporti con interlocutori di ogni risma tra i quali i più grandi protagonisti degli "Anni di piombo".

Storie incredibili, dalla seconda guerra mondiale alla Prima Repubblica, tra depistaggi, doppiogiochismo, fiumi di denaro e morti sospette. Professione 007 è la serie podcast nata dalla collaborazione tra Dark Side – storia segreta d’Italia e ilGiornale.it. Una nuova puntata qui ogni martedì alle 14.

Le tre e mezza di notte. Una fila di persone cammina sulla via Ardeatina illuminata dalla luce delle fiaccole. Sono in pellegrinaggio verso il santuario del Divino Amore. A capofila, come negli ultimi 24 anni, una suora minuta sta recitando il rosario quando - all’improvviso – due fari squarciano il buio. Una Renault Twingo sbucata dal nulla la centra in pieno, scagliandola in aria. Quando tocca l’asfalto, Chiara Barillà, da tutti conosciuta come suor Teresilla – l’angelo delle carceri, è già morta.

Nata nel 1943 in provincia di Reggio Calabria, Teresilla diventa suora nella Congregazione delle Serve di Maria Riparatrice. Diplomatasi come infermiera, viene assunta nell’ospedale San Giovanni di Roma, dove presterà servizio fino alla morte. Alla sua attività in ospedale, Teresilla affianca quella di volontaria nelle carceri. Sono anni difficili, anni che passeranno alla storia come “Anni di piombo”, e la giovane suora entra in contatto con molti detenuti politici e con alcuni tra i protagonisti dei maggiori fatti di sangue dell’epoca: terroristi di destra e di sinistra, appartenenti alle Brigate rosse come Morucci, Curcio, Franceschini e Faranda; membri Autonomia operaia come Franco Piperno e di Potere Operaio come Toni Negri, ma anche militanti dei NAR come Mambro e Fioravanti.

In questa sua attività, svolta spesso accanto a padre Adolfo Bachelet, fratello di Vittorio, il Vice Presidente del Csm assassinato dalle Brigate rosse il 12 febbraio 1980, suor Teresilla intreccia solidi rapporti con interlocutori di ogni risma. Non solo terroristi e delinquenti comuni, ma anche uomini dello Stato come Pertini, Cossiga, Andreotti, Piccoli, De Mita e molti altri. Nel 1985, Teresilla arriva nel carcere di Paliano, piccola comunità del frusinate. Tra i detenuti politici c’è Valerio Morucci, il compagno Matteo, tra i protagonisti del rapimento e della detenzione di Aldo Moro.

La Commissione Moro II avrebbe in seguito accertato che, in quell’occasione, suor Teresilla avrebbe svolto il ruolo di intermediaria tra il terrorista e l’allora neo-presidente della Repubblica Francesco Cossiga. A testimoniarlo, un appunto che Cossiga trasmette all’allora ministro dell’Interno, Oscar Luigi Scalfaro, in cui sostiene che i brigatisti Morucci e Faranda “attraverso una fonte riservata, una certa suor Teresilla”, stessero cercando un contatto con lui per raccontare - in via riservata - la verità sulla vicenda Moro.

Che il rapporto tra suor Teresilla e Francesco Cossiga fosse molto stretto lo certifica un fatto: è proprio lei – attraverso il vicedirettore del quotidiano Il Popolo, Remigio Cavedon, a fargli avere, il 13 marzo 1990, il famoso Memoriale Morucci, il documento scritto dal compagno Matteo nel carcere di Paliano che, ancora oggi, viene considerato la verità “ufficiale” sul sequestro e sull’uccisione di Aldo Moro. Insieme al memoriale, un biglietto di accompagnamento che recita “Solo per Lei Signor Presidente, è tutto negli atti processuali, solo che qui ci sono i nomi. Riservato (1986)”.

Quando però la Digos entra in casa di suor Teresilla, sul tavolo della cucina trova una delle tre copie che le erano state consegnate da Morucci e che lei aveva conservato. A verbale, la religiosa fa mettere che si tratta di «un volume redatto a principiare dal 1984 dal noto Br Valerio Morucci e concernente la storia del sequestro Moro». Uno scarto di due anni inspiegabile. Come inspiegabile è il fatto accertato dalla Commissione Moro II: e cioè che nel luglio 1988 «una copia del “memoriale” identica a quella che sarà resa nota nel 1990 era già stata acquisita dal SISDE».

Ma le stranezze non finiscono qui. In un’udienza del Moro Quater, nell’ottobre del 1991, Teresilla minimizza, dicendo che l’idea di stilare il memoriale sia nata quasi per caso: «Parlando, tra le altre cose abbiamo detto…se ne mandiamo una copia a Cossiga, tu (Morucci, ndg) che pensi? Insomma, è stata una cosa così». Peccato che a smentirla ci pensa l’autore stesso del Memoriale. Interrogato dal pubblico ministero, che gli chiede come sia maturata la decisione di mandare lo scritto al presidente Cossiga, Morucci risponde: «Non è stata una mia decisione».

A nutrire perplessità sul ruolo svolto realmente da suor Teresilla sono anche alcuni famigliari delle vittime. In un’intervista del 2007 a Il Giornale, Maurizio Puddu, fondatore dell’Associazione delle Vittime del Terrorismo, esprime la sua opinione senza mezzi termini: «Secondo me aveva tutte le stimmate tranne quelle della religiosa. Volle incontrarmi in un caffè di Roma, zona piazza Venezia. Mi faceva strane domande sull’associazione, insisteva perché intervenissi in favore dei terroristi detenuti. Ebbi l’impressione lavorasse per i servizi segreti».

Probabilmente solo un’impressione. Probabilmente... non lo sapremo mai. 

Giorgio Conforto, la spia più sfuggente dell'intelligence italiana. Marcello Altamura e Gianluca Zanella il 7 Giugno 2022

Più conosciuto con il nome in codice Dario, Giorgio Conforto, presunta spia del Kgb è stato probabilmente un formidabile agente doppio, se non triplo. La sua vita rimane avvolta da un alone di mistero.

Storie incredibili, dalla seconda guerra mondiale alla Prima Repubblica, tra depistaggi, doppiogiochismo, fiumi di denaro e morti sospette. Professione 007 è la serie podcast nata dalla collaborazione tra Dark Side – storia segreta d’Italia e ilGiornale.it. Una nuova puntata qui ogni martedì alle 14.

La serata è trascorsa tranquilla, l’aria di Roma già è impregnata del sapore di un’estate ormai prossima. Due ragazze e un ragazzo sono ancora seduti attorno al tavolo. Fumano, parlano. Il ragazzo controlla l’ora, si è fatto tardi. In quel momento, la porta dell’appartamento al quarto piano di via Giulio Cesare 47, viene abbattuta con un boato. Urla, terrore, una spinta e i tre giovani finiscono a terra. I brigatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda, latitanti, vengono portati via. La padrona di casa è l’ultima a essere trascinata fuori. Si chiama Giuliana Conforto. Processata per direttissima, viene assolta per insufficienza di prove.

Molti anni più tardi, nel 2017, viene ascoltata dalla seconda Commissione parlamentare che indaga sul caso Moro. Nel verbale, che ilGiornale.it presenta qui in anteprima, la Conforto conferma che a chiedere di dare ospitalità a Morucci e Faranda furono Franco Piperno e Lanfranco Pace, due dei leader dell’Autonomia. Quando scatta il blitz ai danni dei due brigatisti, racconta ancora la Conforto, avvisa il padre, all’epoca 71enne, che, dice, “era molto preoccupato e mi chiese cosa fosse successo”.

È il 29 maggio 1979 e su quel blitz ancora oggi non si è fatta piena luce. A quell’operazione partecipò anche il prefetto Ansoino Andreassi. Morto il 18 gennaio 2021, l’ex vice capo della Polizia all’epoca del G8 di Genova, rievocò quell’evento per la seconda Commissione Moro.

Nel verbale, qui presentato integralmente per la prima volta, Andreassi viene interrogato sui due appunti generati dal Sismi e trasmessi alla Questura di Roma riconducibili a un profilo informativo relativo a Giorgio Conforto e alla figlia Giuliana, rispondendo che “non facemmo una trasmissione ufficiale all’Autorità Giudiziaria di tali appunti, che mi dissero essere provenienti dal Sismi, in quanto io non avevo elementi per stabilirne la provenienza”.

Ammise poi che “Giuliana Conforto fosse già nota agli atti della Digos come estremista di sinistra: era una di quei fisici, tra cui Piperno e la Bozzi, che in passato si erano già evidenziati” ma aggiungendo che “il padre fosse del Kgb fu una sorpresa assoluta e sconvolgente, tanto che si temeva che potesse costituire un elemento distonico rispetto allo svolgimento del processo sul sequestro e l’omicidio Moro”.

Eppure, secondo alcune versioni, è questo l’episodio che determina il “congelamento” di Dario, nome in codice di Giorgio Conforto, padre di Giuliana, uno dei più importanti agenti del Kgb in Italia.

Il suo nome esce fuori nel 1999 dal controverso Dossier Mitrokhin. Un dossier arrivato in Italia attraverso il controspionaggio inglese, che l’avrebbe redatto sulla base di presunti documenti originali ricevuti da Vassili Mitrokhin, archivista del Kgb che avrebbe trafugato informazioni sensibili trascrivendole nell’arco della sua decennale attività ma di cui non esistono riferimenti certi, al punto che si è ipotizzato non sia neanche mai esistito. Come del resto i documenti da cui sarebbe scaturito il dossier. Nessuno li ha mai visti. A parte il controspionaggio inglese.

Sorvolando sull’autenticità e sulle finalità di questo dossier, dal rapporto contenuto al suo interno e chiamato Impendian n° 142 si apprende che l’agente Dario, classe 1908, sarebbe stato tra i più prolifici agenti segreti del Kgb in Italia dal 1932 al 1978. Nello specifico, ecco cosa si legge sul documento: “Era un avvocato che lavorava come giornalista e come funzionario agrario in Italia. Fu reclutato nel 1932 su base ideologica.

Il principale nome in codice di Conforto era Dario, ma era noto anche come Bask, Spartak, Gau, Chestnyy e Gaudemus. Nel 1937 fu infiltrato nel Partito fascista e successivamente nel Centro Anti-comunista annesso al Ministero degli Esteri italiano. Sotto la bandiera di questa organizzazione, Conforto reclutò tre dattilografe del Mae (Ministero Affari Esteri), Darya, Anna, e Marta, dalle quali ottenne regolarmente notevoli informazioni documentarie”.

Nella parte finale, il rapporto fa menzione anche della figlia di Giorgio, Giuliana, arrestata nella sua casa di viale Giulio Cesare, a Roma, dove offriva ospitalità a Valerio Morucci e Adriana Faranda in rotta con le Brigate rosse di Moretti. Nello stesso rapporto, si esclude che Dario abbia avuto un qualsivoglia ruolo nel caso Moro.

Ma facciamo un passo indietro: maggiori dettagli su Giorgio Conforto si apprendono grazie a una nota proveniente dalla Questura di Roma, datata 10 febbraio 1954, e presente negli archivi del Ministero dell’Interno. In questa nota, si legge che Conforto venne arrestato nel 1932 per attività eversiva, lo stesso anno in cui, stando al Dossier Mitrokhin, entrò neri servizi segreti russi.

Dopo questo arresto, fatto decisamente curioso, lo troviamo assunto presso il Ministero dell’Agricoltura, salvo poi essere nuovamente arrestato nel 1933, in quanto sospettato di tenere collegamenti con un’organizzazione comunista. Scarcerato dopo sei mesi e licenziato dal Ministero, venne riassunto nel 1934 – caso ancora più curioso - per ordine diretto di Mussolini. Trasferito all’Ufficio informazioni segrete del Ministero degli Affari Esteri, nel 1940 lavora per il Centro studi anticomunisti a Roma.

In stretti rapporti con Guido Leto, il capo dell’Ovra, il servizio segreto fascista, Conforto si occupa di tenere i contatti con elementi fuoriusciti dall’Unione Sovietica. Attenzionato sin dal 1946 da Federico Umberto d’Amato su suggerimento della super spia americana James Jesus Angleton, Conforto avrebbe lavorato anche per il Vaticano, anche se non restano documenti a certificare questa collaborazione, ma solo le parole rilasciate nel 1987 da D’Amato in un’intervista a Il Borghese di Mario Tedeschi.

Un agente doppio come conferma un appunto del 2000, stilato dal consulente della Commissioni Stragi Gerardo Padulo. Nella relazione, che ilGiornale.it è in grado di mostrare in anteprima, si fa cenno alla sorella di Giorgio, Silvia Conforto, il cui fascicolo contrassegnato PA, che il consulente ipotizza possa significare Patto Atlantico, è irreperibile.

Membro dal 1972 dell’Associazione nazionale del libero pensiero “Giordano Bruno”, collegata alla massoneria del Grande Oriente d’Italia, quando sua figlia verrà arrestata nel 1979, le procurerà un avvocato molto particolare: Alfonso Cascone, fonte confidenziale dell’Ufficio Affari Riservati tra gli anni ’60 e ’70.

Morto sul finire degli anni ’80, Giorgio Conforto resta una delle figure più sfuggenti dell’intelligence italiana. Presunto agente del Kgb, Dario è stato probabilmente un formidabile agente doppio, se non triplo. Peccato che probabilmente non lo sapremo mai.

Il cimitero delle spie. Report Rai PUNTATA DEL 09/05/2022 di Daniele Autieri

Collaborazione di Federico Marconi

Il 5 aprile scorso, 30 diplomatici russi vengono espulsi dal Ministero degli Esteri perché accusati di condurre operazioni di spionaggio sul suolo italiano.

Il 30 marzo del 2021 il capitano di fregata Walter Biot, in servizio presso il III Reparto dello Stato Maggiore della Difesa, viene arrestato con l’accusa di aver venduto segreti militari della Nato alla Russia. Tra i documenti sequestrati anche il Reperto S, un’analisi della Nato sulle attività destabilizzanti della Russia in Ucraina. Gli uomini del Ros dei Carabinieri lo trovano in macchina con un addetto militare russo di nome Dmitri Ostroukhov, un uomo proveniente dal Gru, il servizio segreto militare di Mosca. Il giorno dopo l’arresto Ostroukhov viene espulso e insieme a lui viene espulso anche l’addetto navale dell’Ambasciata russa in Italia, Aleksej Nemudrov, il numero due dei diplomatici russi nel nostro Paese, l’uomo che aveva gestito la logistica della missione sanitaria russa in Italia del marzo 2020. A un anno di distanza, il 5 aprile scorso, 30 diplomatici russi vengono espulsi dal Ministero degli Esteri perché accusati di condurre operazioni di spionaggio sul suolo italiano. Nel complesso, l’Europa espelle 149 diplomatici della Federazione Russa. Che relazioni ci sono tra le attività dei due uomini espulsi nel caso Biot e i 30 addetti russi definiti dal Presidente del Consiglio Mario Draghi “pseudo-diplomatici”? E che tipo di documenti segreti nell’ambito delle attività dell’Alleanza Atlantica cercavano le spie russe in Italia?

IL CIMITERO DELLE SPIE di Daniele Autieri collaborazione Federico Marconi immagini Chiara D’Ambros, Dario D’India, Tommaso Javidi, Andrea Lilli montaggio Andrea Masella grafiche Michele Ventrone ricerca immagini Paola Gottardi

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Una vicenda che ci riporta indietro nel tempo, ai tempi della guerra fredda quando le ideologie non solo dividevano i vivi ma anche i morti

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO La terra di confine porta ferite visibili anche tra le lapidi. Nel piccolo cimitero di Miren, in Slovenia, una linea rossa segna il punto dove correva il confine imposto dalla cortina di ferro. Da un lato il blocco sovietico, dall’altro quello occidentale. In mezzo un muro che divide i vivi, ma anche i morti.

BARBARA FERLETIC – ABITANTE DI MIREN Qui ci sono mio suocero e mia suocera… e mio suocero è stato tra i primi che è stato seppellito nella parte italiana, e poi ci sono anche i nonni del mio marito lì, lì sono gli altri nonni e qui è lo zio di mio marito.

DANIELE AUTIERI Cioè qui i vostri cari erano divisi in due praticamente…

BARBARA FERLETIC – ABITANTE DI MIREN In due sì.

DANIELE AUTIERI E come faceva, si poteva venire a visitarli?

BARBARA FERLETIC – ABITANTE DI MIREN No … cioè si poteva però era tutto con soldati. C’era il filo spinato. Non so cosa pensare… non è stato bello

DANIELE AUTIERI Un’assurdità

BARBARA FERLETIC Un’assurdità sì.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO L’Italia è il terreno dove più forte si è consumato lo scontro tra Nato e Federazione Russa. Il 31 marzo del 2021, un anno prima della guerra, e un anno dopo dalla missione dalla “Russia con amore”, è stato arrestato l’ufficiale di Marina Walter Biot. È stato accusato di aver venduto dei segreti della Nato a delle presunte spie russe e rischia l’ergastolo. Biot è accusato in particolare di aver consegnato una scheda sd contenenti 181 foto di documenti secretati. Alcuni in particolare, come il reperto S, erano documenti della Nato, ed erano le note che la Nato aveva inviato sui movimenti destabilizzanti della Russia nei confronti dell’Ucraina. Questa sd è stata consegnata nelle mani di Dmitri Ostroukhov e con lui Aleksej Nemudrov, che è l’uomo che è stato appunto responsabile, l’addetto militare che è stato responsabile della logistica per la missione “Dalla Russia con amore”. Aveva contatti con l’entourage di Savoini come abbiamo detto e adesso viene coinvolto in questa situazione di spionaggio, e per questo lui e Ostroukhov sono stati espulsi dalla Repubblica italiana, un fatto che non ha precedenti nella nostra storia. Il nostro Daniele Autieri

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il 4 marzo del 2021 il Segretario Generale della Nato Jens Stoltenberg parla agli studenti del College of Europe di Bruxelles. E li mette in guardia sulle mire della Russia, intenzionata ad allargare la sua sfera di influenza nel Vecchio Continente.

JENS STOLTENBERG – SEGRETARIO GENERALE DELLA NATO Questo tentativo di occupare i confini con forze militari come è stato visto in Ucraina e in Crimea è accaduto solo pochi anni fa quindi il bisogno di prevenire i conflitti nel nostro continente e di difendere l’Europa rimane molto stringente.

DANIELE AUTIERI Tredici giorni dopo, il 17 marzo, il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden rilascia alla ABC un’intervista che diventa subito uno spartiacque nelle relazioni con la Russia.

GIORNALISTA Lei crede che Vladimir Putin sia un killer?

JOE BIDEN Sì, lo penso.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Passano altri tredici giorni e il 30 marzo: Spinaceto, un quartiere alla periferia di Roma, finisce sulle mappe della geopolitica mondiale. L’Italia diventa il terreno dove si consuma lo scontro tra la Nato e la Federazione Russa. Un ufficiale della Marina viene arrestato per spionaggio. Avrebbe passato documenti segreti ai russi in cambio di soldi. Al momento del suo arresto il capitano di fregata della Marina Militare Walter Biot è un ufficiale in servizio presso lo Stato Maggiore della Difesa, III Reparto Direzione Strategica e Politica delle Operazioni, incaricato di gestire flussi di informazioni altamente sensibili e coperte da segreto. Una grana diplomatica internazionale per il nostro Paese che obbliga il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, a riferire alle Commissioni Difesa di Camera e Senato

LORENZO GUERINI – MINISTRO DELLA DIFESA INTERVENTO ALLE COMMISSIONI DIFESA DI CAMERA E SENATO – 8 APRILE 2021 Chi è accusato di tali comportamenti ne risponderà di fronte alla legge, vorrei però dire che ancora una volta che i valori e le esperienze delle nostre forze armate sono altro rispetto a quanto si è evidenziato in questa bruttissima vicenda.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO All’arresto del capitano di fregata si accompagna l’espulsione di due alti funzionari dell’Ambasciata Russa. L’addetto militare Aleksej Nemudrov e il colonnello Dmitri Ostroukhov un altro diplomatico proveniente dal GRU, il servizio segreto militare russo, entrambi impegnati – secondo i nostri servizi di intelligence – a cercare prove di un’intesa tra la Nato e il presidente ucraino Zelensky.

TIBERIO GRAZIANI - PRESIDENTE VISION & GLOBAL TRENDS A quanto risulta erano due diplomatici che si occupavano della questione della difesa, della sicurezza, quindi due addetti alla difesa dell’ambasciata russa in Italia.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Graziani non è solo un esperto di geopolitica, ma è anche uno degli italiani indicati come filo-russi dalla discussa pubblicazione curata dai docenti Olga Bertelsen e Jan Goldman e distribuita dalla Columbia University.

TIBERIO GRAZIANI - PRESIDENTE VISION & GLOBAL TRENDS L’Italia è stata per motivi storici sicuramente un paese schierato nell’ambito occidentale che ha avuto la funzione anche di essere mediatore tra il blocco occidentale e la Russia, però questa funzione l’ha mantenuta anche dopo il collasso dell’Unione Sovietica.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO IL 25 marzo scorso, nella conferenza stampa rilasciata di fronte al tribunale di Roma, l’ambasciatore russo Sergey Razov torna sulla questione dei rapporti diplomatici con l’Italia.

SERGEY RAZOV – AMBASCIATORE DELLA FEDERAZIONE RUSSA IN ITALIA Io ho lavorato con i governi di Letta, Renzi, Gentiloni, adesso con il governo di Draghi. In tutti questi anni io e miei colleghi abbiamo fatto di tutto per costruire i ponti. Adesso con rammarico devo constatare che quello che è stato fatto viene smontato. La prima legge della diplomazia classica è non interferire negli affari interni di un paese e io la seguo precisamente.

DANIELE AUTIERI Due addetti militari sono stati espulsi un anno fa. In quel caso c’era stata un’ingerenza nelle questioni italiane? In quel caso di spionaggio si ricorda…

SERGEY RAZOV – AMBASCIATORE DELLA FEDERAZIONE RUSSA IN ITALIA Non ho capito… Volete analizzare e discutere su tutti gli episodi che si sono verificati in passato? Anche quelli forse un po’ spiacevoli? Le spiegazioni sono state date tramite il canale ufficiale che esiste tra l’Italia e la Russia …

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Aleksej Nemudrov è ben inserito nella rete italiana. Il 22 marzo del 2020 è lui a guidare la task-force russa anti Covid inviata dal Cremlino.

ENRICO BORGHI – DEPUTATO PD - COPASIR Se è per questo ha avuto anche relazioni di altro tipo nel nostro paese…

DANIELE AUTIERI Di che tipo?

ENRICO BORGHI – DEPUTATO PD - COPASIR Rapporti con esponenti politici, ma questo mi sembra abbastanza alla luce del sole.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Nemudrov è lo stesso agente che entra in contatto con l’entourage di Gianluca Savoini, l’ex-portavoce di Matteo Salvini fondatore dell’Associazione Lombardia-Russia, coinvolto nell’indagine sui presunti finanziamenti alla Lega discussi ai tavoli dell’hotel Metropol di Mosca.

DANIELE AUTIERI Il Copasir ha definito questa attività dei diplomatici russi nel caso Biot come una sorta di prassi rispetto alle attività spionistiche russe. È così?

ENRICO BORGHI – DEPUTATO PD - COPASIR Sì, è evidente che rientra nell’ambito di una tradizione di quel paese poter utilizzare un servizio di spionaggio appoggiato sulla rete delle ambasciate all’estero quindi la circostanza che in sé comunque è una circostanza grave perché l’espulsione di due diplomatici è una cosa che non è mai capitata nella storia del nostro paese.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Spie nei panni di diplomatici. È questa la motivazione che il 5 aprile scorso porta il ministero degli Esteri ad annunciare l’espulsione di 30 addetti dell’ambasciata in quanto persone non grate. Una misura che porta a 149 il numero dei diplomatici russi espulsi dai paesi dell’Unione europea.

MARIO DRAGHI – PRESIDENTE DEL CONSIGLIO CONFERENZA STAMPA 6 APRILE 2022 L’espulsione dei 30 diplomatici o pseudo-diplomatici russi non ha a che vedere con la poca trasparenza o meno ha a che vedere con analoghe azioni prese da altri paesi europei, quella è stata una risposta coordinata a livello europeo

ENRICO BORGHI – DEPUTATO PD - COPASIR La Russia ha un apparato militare che non risponde al nostro sistema di alleanza, né militare né diplomatico e quindi per definizione bisogna svolgere un’attività di messa in protezione e di sicurezza.

SERGEJ RAZOV – AMBASCIATORE DELLA FEDERAZIONE RUSSA IN ITALIA Rispetto alle circostanze relative alle espulsioni, infondate e ingiustificate, di 30 funzionari dell'Ambasciata russa in Italia. Ad oggi non è stato avanzato nessun fatto, nessuna prova che loro veramente costituivano una minaccia alla sicurezza nazionale italiana.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO I 30 espulsi sono 30 titolari di passaporto diplomatico, che secondo i servizi di intelligence europei avrebbero ripreso le attività di spionaggio dopo l’invasione russa dell’Ucraina e proprio alla ricerca di informazioni segrete sulle attività della Nato. È l’esplosione di un conflitto tra diplomazia e servizi che cova da almeno un anno.

DANIELE AUTIERI Quella vicenda Biot possiamo dire che era un segnale di una rottura delle relazioni diplomatiche che poi si è consumata in queste settimane?

ENRICO BORGHI – DEPUTATO PD - COPASIR Diciamo che è stata l’epifania di una stagione che oggi è sotto gli occhi di tutti.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Nel pomeriggio del 30 marzo del 2021 Walter Biot sta facendo la spesa in un anonimo supermercato di Spinaceto, a 20 chilometri dal centro di Roma. Gli uomini del reparto Antiterrorismo del ROS dei carabinieri lo seguono e ne registrano i movimenti. Alle 17:48 il capitano di fregata sale sulla sua macchina e raggiunge un parcheggio poco distante dal grande magazzino. È un luogo silenzioso e deserto. Soprattutto di domenica pomeriggio. Qualche minuto dopo una spia russa apre la portiera e si siede al suo fianco. Sapere cosa la spia russa e l’ufficiale di marina si dicono è impossibile, perché le microspie del ROS sono state messe sull’altra auto della famiglia Biot. Intanto la macchina corre sulla via Pontina fino a raggiungere il quartiere Eur dove si ferma in un secondo parcheggio, tra via delle Ande e viale Africa. Quando gli uomini del ROS intervengono l’ospite è già sceso dalla macchina e si sta allontanando. Dentro la borsa di cuoio che porta con sé, i carabinieri trovano una Micro SD avvolta in un foglietto illustrativo del Crestor, un medicinale utilizzato contro il colesterolo. Dentro la macchina di Biot vengono invece trovate 100 banconote da 50 euro, in tutto 5mila euro, anch’esse avvolte nel foglietto illustrativo dello stesso medicinale.

DANIELE AUTIERI Ci aiuta a ricostruire quella notte del 30 marzo 2021.

CLAUDIA CARBONARA - MOGLIE DI WALTER BIOT Mi ricordo che erano le 19,30 e stavo preparando la cena. A un certo punto mi trovo mio figlio che corre verso di me con dietro i carabinieri. Non capivo cosa fosse successo in quel momento, mi ritrovo tre carabinieri in borghese e due in divisa e mi chiedono che devono fare una perquisizione. Ma per che cosa? Abbiamo fermato suo marito, mi dicono, e dobbiamo perquisire.

DANIELE AUTIERI Le accuse formulate nei confronti di Walter Biot si basano su un presupposto. C’è stato uno scambio: soldi per documenti riservati

AVVOCATO ROBERTO DE VITA – LEGALE DI WALTER BIOT I documenti, i presunti documenti segreti sono stati rinvenuti sulla persona di Dmitri Ostroukhov, l’agente diplomatico russo che è stato fermato nelle vicinanze del luogo dove si trovava Walter Biot. È vero, è stata rinvenuta una somma di denaro nell’autovettura, ma che ci sia stato uno scambio dal punto di vista della cognizione diretta, materiale, questo non è dato sapere.

DANIELE AUTIERI Quel pomeriggio suo marito è stato seguito da spinaceto all’Eur e fermato all’Eur. A lei le aveva detto che cosa andava a fare?

CLAUDIA CARBONARA - MOGLIE DI WALTER BIOT Io sapevo soltanto che mi doveva andare a prendere il tagliandino dell’handicap della macchina che era scaduto e doveva andare al comune di Pomezia a fare il rinnovo.

DANIELE AUTIERI Ma lei questi russi, questo russo che era con lui l’ha mai sentito?

CLAUDIA CARBONARA - MOGLIE DI WALTER BIOT No, assolutamente no.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO L’uomo salito sulla macchina è Dmitri Ostroukhov, un agente dell’Ambasciata registrato presso il ministero degli Affari Esteri. Per via dello status diplomatico non potrebbe essere né fermato né perquisito, ma i carabinieri provvedono al fermo. In questo modo viene acquisita una scheda SD all’interno della quale sono presenti 181 foto, tra queste, diversi documenti classificati come NATO SECRET. Uno su tutti, il cosiddetto Reperto S, conterrebbe messaggi della Nato sulle azioni destabilizzanti di Mosca nei confronti dell’Ucraina. Il problema della segretezza dei documenti viene preso in carico dagli inquirenti che inviano una richiesta di chiarimento allo stato maggiore della Difesa. Ma secondo il capo reparto, Generale Stefano Mannino, il contenuto non può essere divulgato. DANIELE AUTIERI Voi non avete potuto avere accesso alle carte? Cioè alla prova del reato?

AVVOCATO ROBERTO DE VITA – LEGALE DI WALTER BIOT Noi non abbiamo avuto accesso nemmeno a quegli elementi che metterebbero in relazione questi documenti con una condotta di Walter Biot.

DANIELE AUTIERI Perché questi documenti non solo non li avete visti voi ma non li ha visti nemmeno il giudice?

AVVOCATO ROBERTO DE VITA – LEGALE DI WALTER BIOT Certamente.

DANIELE AUTIERI Quindi neanche il pubblico ministero li ha visti?

AVVOCATO ROBERTO DE VITA – LEGALE DI WALTER BIOT Assolutamente no.

ROBERTO DE VITA – LEGALE DI WALTER BIOT Se anche questi elementi sono indisponibili per l’autorità giudiziaria vuol dire che di fatto si sta opponendo il segreto di Stato, ma se si sta opponendo il segreto di Stato, questa è una valutazione della presidenza del consiglio.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il 14 marzo del 2022 la questione esplode nel corso della prima udienza del tribunale militare, dove Biot deve rispondere di “procacciamento di notizie segrete a scopo di spionaggio”, “rivelazione di notizie riservate”, “rivelazioni di segreti militari a scopo di spionaggio” e rischia una condanna fino all’ergastolo.

ROBERTO DE VITA – LEGALE DI WALTER BIOT La difesa, l’avvocato Roberto De Vita, l’avvocato Antonio Laudisa, per il comandante Walter Biot chiedono che cotesto eccellentissimo tribunale voglia domandare alla presidenza del Consiglio dei ministri la disponibilità degli atti, valutare se debba essere apposto o meno il segreto di Stato, oppure di rendere disponibili questi documenti a salvaguardia dell’articolo 111 e 24 della costituzione.

ANTONIO SABINO – PROCURATORE MILITARE L’autorità nazionale preposta per la segretezza della presidenza del consiglio dei ministri è stata interessata e ha dichiarato che quei documenti con quelle particolari classifiche, al di là dell’apposizione del segreto di stato, sono assolutamente inviolabili.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Ad oggi nessuno ha potuto visionare quei documenti, né tanto meno il contenuto della scheda SD, ma secondo gli inquirenti, a pesare sulla colpevolezza di Biot, ci sarebbe un video registrato all’interno del III Reparto dello Stato Maggiore della Difesa che riprende il capitano di fregata mentre scatta delle foto con il suo smartphone.

DANIELE AUTIERI Chi è che mette le telecamere negli uffici di Biot?

AVVOCATO ROBERTO DE VITA – LEGALE DI WALTER BIOT Quel che le posso dire è che non c’è mai stato un provvedimento dell’autorità giudiziaria per l’esecuzione di video e audio riprese sulla postazione di Walter Biot. DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Interrogato dagli uomini del Ros il colonnello Marco Zearo, capo dell’ufficio minaccia asimmetrica dello Stato Maggiore della Difesa, dichiara che era stato proprio l’Aisi, il servizio segreto interno, che aveva segnalato un rischio di “dispersione informativa nell’ufficio di Biot”.

DANIELE AUTIERI Cioè lei dice per capire, che i nostri apparati stavano facendo indagini su Biot prima che i giudici lo sapessero…

AVVOCATO ROBERTO DE VITA – LEGALE DI WALTER BIOT Io non so se stessero facendo indagini su Biot, su Ostroukhov, su altri militari, su altri soggetti stranieri, quel che è certo è che risulta che vi sia stata un’attività, ripeto i video, almeno quelli disponibili… nel fascicolo si parla di registrazioni che avrebbero avuto inizio il 16 marzo, l’autorità giudiziaria viene informata a distanza di giorni, mi pare il 26 marzo.

DANIELE AUTIERI Rispetto alle informazioni in vostro possesso i nostri servizi di intelligence erano dietro alle attività di quegli addetti militari già prima di Biot?

ENRICO BORGHI - DEPUTATO PD - MEMBRO COPASIR Quello che le posso dire è che sicuramente i nostri servizi di informazione sono all’altezza del momento che stiamo vivendo e stanno esplicando in maniera attenta e proficua le loro attività a supporto e tutela della sicurezza della Repubblica

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Senza conoscere il contenuto della scheda SD la procura militare e quella ordinaria costruiscono la loro accusa dicendo che l’orario indicato sui file delle foto contenute nella scheda corrisponde al momento in cui le telecamere interne riprendono Biot che scatta con il suo cellulare.

DANIELE AUTIERI Il video che vi è stato messo a disposizione, quello a disposizione della Difesa e che c’è agli atti del processo è un video integrale?

FRANCESCO ZORZI – CONSULENTE TECNICO DELLA DIFESA Attualmente no, nel senso che noi sappiamo che è un’esportazione però analizzando il contenuto di questa esportazione abbiamo ritrovato e rilevato una quantità molto importante di buchi. Di fatto ci sono proprio delle interruzioni di registrazione… ad esempio in questo caso qua è abbastanza evidente, io vedo che ad esempio ho delle interruzioni, ad esempio qui abbiamo circa verso le 11, le 12, altro… le 15 però contestualizzandole nelle varie giornate ho praticamente, un sabato una domenica, ho praticamente la presenza costante di queste interruzioni.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Le interruzioni sulle tracce video esportate dalle telecamere nascoste indicherebbero la presenza di alcune parti mancanti nelle registrazioni che non sono finite nel fascicolo del processo.

DANIELE AUTIERI Su di voi è stata fatta un’indagine approfondita della guardia di finanza per capire se quel presunto scambio di 5mila euro fosse l’unico o ci fosse dell’altro. Per vedere se c’erano dei soldi sui vostri conti correnti, che cosa hanno trovato?

CLAUDIA CARBONARA - MOGLIE DI WALTER BIOT Noi abbiamo solo un conto corrente, abbiamo, basta, in comune… e secondo me hanno trovato i debiti… sicuro.

DANIELE AUTIERI Suo marito è accusato di reati molto gravi, è considerato un traditore della patria…

CLAUDIA CARBONARA - MOGLIE DI WALTER BIOT Impossibile, mio marito ha sempre vissuto per la marina, la regia marina, lui la chiama pure Mamma Marina.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Nessuno ha visto i documenti ritrovati nella scheda che aveva nelle mani la presunta spia Ostrokhov, insomma non l’hanno visti i giudici, nè i pm, né i legali di Biot. Li hanno visti però gli uomini del Ros, che li hanno ritrovati. Li hanno inviati subito allo Stato Maggiore di Difesa che li ha ritenuti “inviolabili”. Però i legali di Biot dicono, “guardate che l’unica opposizione, l’unico segreto che può essere opposto all’autorità giudiziaria è il segreto di Stato e deve pronunciarsi la Presidenza del Consiglio”. Che non è stata consultata su questa vicenda. Ora Biot rischia di essere giudicato e di essere condannato a due ergastoli, perché ci sono ben due tribunali che lo stanno giudicando: quello militare e quello ordinario, della giustizia ordinaria, perché i documenti sono stati suddivisi in quelli politici e in quelli militari. Sulla competenza dovrà esprimersi il Tribunale di Cassazione il prossimo 31 maggio. Poi c’è anche qualche altro mistero. Non si conosce bene il movente, non si conoscono i contenuti dei documenti, non si conosce la data dell’inizio dell’indagine. Abbiamo sentito il legale di Biot dire “guardate che quando è stato immortalato Biot mentre si presume che stava fotografando i documenti segreti della Nato non era stato depositato nessun dispositivo presso la magistratura”; questo autorizzerebbe a pensare che il nostro controspionaggio stesse seguendo le due presunte spie russe già da tempo proprio per limitare la loro azione di approvvigionamento di informazioni sensibili. Questa vicenda ci porta a un piccolo cimitero che è al confine con la Slovenia che diventa all’improvviso il centro di un pellegrinaggio di spie anche perché l’unico caso in Europa di cimitero che conserva le salme dei russi.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Nel cimitero militare di Brazzano al confine tra l’Italia e la Slovenia i morti sono tutti uguali. Austriaci, italiani, serbi, russi. Qui sono sepolti i corpi di 111 soldati russi caduti nella Prima Guerra Mondiale. Caso unico in Europa i loro nomi sono ancora lì, incisi sulle lapidi battute dai venti freddi che soffiano da Est.

GIOVANNI BATTISTA PANZERA – PRESIDENTE SOCIETA’ CORMONESE AUSTRIA La scritta sopra è … amico e nemico nella morte assieme, uniti, insomma

DANIELE AUTIERI I morti tutti uguali

GIOVANNI BATTISTA PANZERA – PRESIDENTE SOCIETA’ CORMONESE AUSTRIA Esatto… e sotto c’è KuK, Austria Ungheria, quando invece sarebbe solo Austria sarebbe K-K, Austria Ungheria, KGB vuol dire prigionieri di guerra stazione A. Abbiamo anche degli ignoti, tantissimi ignoti austro-ungarici, mentre i russi son solo due ignoti. Questo Wolovski, Ivan, questo qui è un russo…

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Giovanni Battista Panzera è uno storico di Cormons. Presiede la Società Cormonese Austria impegnata a proteggere la memoria dei caduti in queste terre di confine e da qualche anno è interlocutore dei diplomatici russi che vengono qui per celebrare i loro morti.

DANIELE AUTIERI Voi a un certo punto segnalate questo luogo speciale all’ambasciata russa

GIOVANNI BATTISTA PANZERA – PRESIDENTE SOCIETA’ CORMONESE AUSTRIA Dopo 15, 20 giorni ci ha chiamato l’addetto culturale dell’ambasciata: siamo interessati così, prenderà contatto con lei una persona che verrà a fare un sopralluogo, infatti sono venuti a fare un sopralluogo due militari in borghese.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Uno dei due uomini inviati dall’ambasciata è Dmitri Ostroukhov, l’uomo che è salito sull’auto di Biot per il presunto scambio di documenti segreti della Nato. Eccolo mentre posa con Panzera di fronte al monumento ai caduti. Panzera stringe rapporti diretti anche con Aleksej Nemudrov, il secondo agente espulso dopo l’arresto di Walter Biot. Ed è lo stesso Nemudrov a ricambiare l’ospitalità dell’associazione invitando lo storico a Villa Abamelek in occasione della giornata dedicata ai soldati russi.

GIOVANNI BATTISTA PANZERA – PRESIDENTE SOCIETA’ CORMONESE AUSTRIA Il 23 febbraio del 2020, una bellissima cerimonia in cui in fin dei conti c’è stato cinque minuti di discorso dell’addetto militare, l’addetto navale.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Nel bel mezzo dell’intervista veniamo raggiunti da due militari dell’Arma dei carabinieri che controllano i nostri documenti e chiedono dettagli sul servizio che stiamo preparando.

CARABINIERE Una cortesia, ci chiedono dal nucleo comando se ci potete dare qualche delucidazione in più, in merito al servizio che state facendo, che canale siete

GIOVANNI BATTISTA PANZERA – PRESIDENTE SOCIETA’ CORMONESE AUSTRIA Comunque, è informato il sindaco

CARABINIERE … Purtroppo adesso c’è questo periodo di ultra agitazione, qualunque cosa va segnalata, giorno e notte DANIELE AUTIERI Ma per il discorso del cimitero?

CARABINIERE Sì, sì perché c’è il rischio che qualche testa di cocco venga a fare danni.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il 22 marzo del 2021, otto giorni prima l’operazione Biot, sono proprio i carabinieri di Gorizia a firmare un’informativa riservata nella quale viene segnalato il rapporto tra Panzera e i russi. Nel documento i militari scrivono: “Da informazioni assunte, parrebbe che i due addetti militari siano in realtà agenti dei servizi di intelligence russi e che il loro intento sia quello di attirare nella loro sfera di azione Panzera per motivi in corso di accertamento”.

DANIELE AUTIERI Quando è venuta fuori quella storia dello spionaggio e dell’espulsione non si è preoccupato come a dire… non è che questi volevano carpire qualcosa anche da me…

GIOVANNI BATTISTA PANZERA – PRESIDENTE SOCIETA’ CORMONESE AUSTRIA Guardi, noi siamo soltanto, e con testimoni, andati a pranzo, siamo andati in qualche cantina, e basta. Io non so dove dormivano non so cosa facevano, sono venuti tre volte per un giorno alla fine dei conti.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO In una nota inviata alla procura militare il 2 luglio del 2021 i carabinieri del Ros che hanno in carico l’indagine Biot segnalano un altro particolare di assoluta rilevanza: «Quanto riferito dall’arma territoriale di Gorizia fa ritenere verosimile che l’AISI abbia cominciato a reperire informazioni sui rapporti tra Panzera e i rappresentanti russi già prima dell’arresto di Walter Biot».

GIOVANNI BATTISTA PANZERA – PRESIDENTE SOCIETA’ CORMONESE AUSTRIA Quando sono venuti qua a fare la cerimonia c’era il vice prefetto, c’era il comandante dei carabinieri, c’era il comandante dell’esercito per il Friuli Venezia Giulia, c’era il sindaco, c’erano le autorità. Non so io a un certo punto abbiamo sempre avvisato tutti, ma io di questo non ne voglio sentir parlare perché qua non è terra per queste cose. Che vadano pure da altre parti sappiamo quali sono gli obiettivi non certamente noi, la povera terra del Friuli.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO La tensione diplomatica anticipa sempre lo scontro bellico. Nelle settimane che precedono l’operazione Biot, in Europa esplodono altri casi di spionaggio con l’espulsione di alcuni diplomatici russi. Succede in Austria, Repubblica Ceca, Paesi Bassi e Bulgaria. E prima di abbandonare l’Italia i diplomatici russi lasciano agli amici di Cormons pacchi di mascherine anti-covid. Sono le mascherine portate in Italia dalla missione russa del marzo 2020 la stessa missione che secondo alcuni avrebbe dovuto celare un’operazione di spionaggio ai danni del nostro paese

MOGLIE GIOVANNI BATTISTA PANZERA Queste sono…

DANIELE AUTIERI Ah le mascherine… russe

MOGLIE GIOVANNI BATTISTA PANZERA Le ffp2

GIOVANNI BATTISTA PANZERA – PRESIDENTE SOCIETA’ CORMONESE AUSTRIA Te la regalo…

MOGLIE GIOVANNI BATTISTA PANZERA Eh, ma era lì fuori aperta.

GIOVANNI BATTISTA PANZERA – PRESIDENTE SOCIETA’ CORMONESE AUSTRIA Te ne do una chiusa…

MOGLIE GIOVANNI BATTISTA PANZERA Io non so dove le hai messe tu… queste qua proteggono, adoperale che proteggono

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Per Cormons transitano agenti e diplomatici russi coinvolti tanto nella vicenda degli aiuti russi sul Covid quanto nel caso Biot. E dopo l’arresto di Walter Biot, i servizi di intelligence italiani convocano Giovanni Battista Panzera per capirne di più sui russi di Cormons.

GIOVANNI BATTISTA PANZERA – PRESIDENTE SOCIETA’ CORMONESE AUSTRIA Mi hanno chiesto innanzitutto guardi sappiamo che lei non c’entra… ha conosciuto questo, ha conosciuto quello, ha conosciuto quell’altro …

DANIELE AUTIERI Quindi loro li stavano seguendo…

GIOVANNI BATTISTA PANZERA – PRESIDENTE SOCIETA’ CORMONESE AUSTRIA Certo, certo… soprattutto l’addetto militare, soprattutto, l’addetto militare qua è venuto a Pordenone, ma sapevano tutto… Ho detto, ma scusi una cosa ho detto io: ma per cinquemila euro? Queste cose le risolvevamo tra noi… servizi segreti mi ha detto… si cambiava qualcuno senza dire e via, questa volta c’è stato l’input politico… di far scoppiare il caso!

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Si evince che l’AISI, il nostro servizio di sicurezza interna già da tempo, prima che esplodesse il caso Biot stava seguendo i rapporti tra Panzera e le due presunte spie russe. E Panzera rivela anche che ha raccolto come confidenza dall’uomo dei servizi che lo interrogava sui suoi rapporti con i russi, gli dice sostanzialmente che i casi come quelli di Biot in passato si sarebbero risolti internamente, senza un gran clamore, insomma i panni sporchi si lavano in famiglia. Qui invece si è voluto che esplodesse un caso di spionaggio internazionale proprio perché c’è stato un input politico. Bisognava rassicurare gli alleati che la fedeltà italiana alla Nato non era in discussione.

Filippo Ceccarelli per “il Venerdì – la Repubblica” il 27 agosto 2022.

Più si va avanti e più viene da pensare: ma sarà vero? Condizione naturale per un libro che fin dal titolo mette le mani avanti: La versione di Pazienza (Chiarelettere). 

Francesco Pazienza, chi se lo ricorda?  Medico palombaro, oceanografo, affarista e poliglotta approssimativo, ma soprattutto agente segreto e faccendiere, tutto questo poco più che trentenne, e però ancora oggi compiaciuto della sua faccia tosta, nonostante i dodici anni di galera, di cui sei in isolamento, per il crack Ambrosiano e il depistaggio per la strage di Bologna. 

Si sarebbe detto un tempo: un avventuriero, ma forse prima ancora un formidabile affabulatore, memorialista recidivo dato che già più di vent' anni orsono uno dei più celebrati rabdomanti dell'editoria, Mario Spagnol, fece in tempo a commissionargli un'autobiografia, Il disubbidente (Longanesi, 1999).

Pure stavolta impossibile seguirlo nelle sue peripezie, specie se alla ricerca di una verità etica, storica, politica e giudiziaria. 

Ma la versione, vera o fasulla che sia, offre il più ricco campionario sul lato oscuro e buffonesco degli anni 80, strenuamente vissuti all'italiana, eppure anche molto "internazional", intrighi e commedia, cinismo e follia.

Vi si affacciano, in stupefacente mischione, Onassis e Madre Teresa di Calcutta (Pazienza l'avrebbe salvata da un avviso di garanzia), generali del controspionaggio etilisti e dittatori liberiani, spioni ribattezzati "Mozzarella" e "Capemuorto" e imprenditori di lozioni per capelli, e poi Madonna adolescente, Marcinkus, il clan dei cardinaloni di Faenza, la Gambino family usata in funzione anti-ustascia, Angelone Rizzoli pazzo di gelosia per Eleonora Giorgi, teste calde dell'ultrasinistra spedite in Nicaragua con l'aiuto della P2, prelibati lombrichi congolesi per il poliziotto gastronomo Federico Umberto D'Amato e addirittura il barboncino iper-tosato che Zsa Zsa Gàbor irrora di acqua di colonia.

Come in una fiaba, ecco che il giovanotto, fin troppo dotato di empatica parlantina e smania di sorprendere il prossimo, insegue la bella vita e la bella figura; frequenta aristocratiche romane e ristoranti di Parigi; in California si traveste da cameriere per provocare l'allora premier Spadolini (che se la lega al dito), offre e taglia sigari cubani con cesoie d'oro appese al taschino del gilet. Presunto sensale d'alto bordo, porta o racconta di aver portato capi dorotei dal generale Haig, Arafat dal Papa, Badalamenti dal Commissario antimafia. 

Si agita, si destreggia, rilancia, capitombola, paga i suoi conti, ma non resiste dal moltiplicarne la più rocambolesca risonanza. Alla fine si chiede se non sia stato «un povero coglione senza arte né parte» per rispondersi «può darsi». Ma anche su questo: sarà vero?

Francesco Pazienza, la spia con la vita da film. Gianluca Zanella Marcello Altamura il 3 Maggio 2022 su Il Giornale.

Francesco Pazienza ha conosciuto personaggi incredibili: dai peggiori criminali alle star di Hollywood, da membri di governo a spie di mezzo mondo.

Storie incredibili, dalla seconda guerra mondiale alla Prima Repubblica, tra depistaggi, doppiogiochismo, fiumi di denaro e morti sospette. Professione 007 è la serie podcast nata dalla collaborazione tra Dark Side – storia segreta d’Italia e ilGiornale.it. Una nuova puntata qui ogni martedì alle 14.

Settembre 1982: un uomo prende possesso di una suite all’hotel Hilton di Panama. Dopo essersi fatto una doccia afferra il telefono. Dall’altra parte il generale Manuel Noriega, capo dei servizi segreti e futuro dittatore. Sono amici. Noriega lo invita a cena e dopo un’ora, una macchina attende il nostro uomo fuori dall’hotel.

La villa del generale è bellissima; a cena c’è mezzo governo di Panama. Il padrone di casa fa sedere il nostro uomo accanto a un ragazzone che gli viene presentato come un importante finanziere industriale colombiano. Il suo nome è Pablo Escobar. Tra una portata e l’altra, il colombiano va dritto al sodo: “So che sei bravo con le finanze, perché non collabori con noi? Certo, all’inizio non possiamo pagarti molto, saresti in prova”. L’uomo è curioso: “Quanto mi paghereste?”. Escobar si stringe nelle spalle: “Per iniziare dieci... quindici milioni di dollari”. Nonostante la proposta allettante, il nostro uomo declina gentilmente l’offerta, ricordandosi che in Colombia le controversie non si risolvono attraverso gli avvocati.

Francesco Pazienza ha vissuto una vita degna di un film. Ha conosciuto personaggi incredibili, dai peggiori criminali alle star di Hollywood, da membri di governo a spie di mezzo mondo. Sempre elegantissimo e con la faccia tosta, dopo una laurea in medicina, giovanissimo si getta a capofitto nel mondo della finanza stabilendosi a Parigi. Viaggia per affari in tutto il mondo e nel 1980, affascinato dal mondo delle spie, diventa consulente del generale Giuseppe Santovito, l’allora capo del Sismi, il servizio segreto militare italiano. In questa veste, arruola lo spione per eccellenza – Federico Umberto D’Amato – ed entra e esce dal Vaticano. Qui, viene incaricato di incastrare Paul Casimir Marcinkus, direttore dello IOR, ma Pazienza non ci sta: lascia il suo incarico al Sismi, aiuta Marcinkus a tenere saldo il potere e diventa consulente personale di Roberto Calvi, patron del Banco Ambrosiano.

In un documento eccezionale sinora inedito, che ilGiornale.it pubblica per la prima volta, Pazienza redige un memorandum in qualità di consulente personale di Roberto Calvi, patron del Banco Ambrosiano.

Scritto nell’81, la data precisa non è chiara, ma sicuramente si tratta di un memorandum scritto a ridosso dell’esplosione dello scandalo P2, nelle cui liste figurava il nome di Calvi. In questo documento, con particolare riferimento al punto d) appare evidente come il rapporto tra Pazienza e la P2 di Licio Gelli fosse quanto meno di competizione e non certo di affinità o collaborazione come più volte è stato sostenuto in diverse sedi giudiziarie. 

Dal 1984 comincia il suo calvario: accusato di aver avuto un ruolo centrale nel crack dell’Ambrosiano e di aver contribuito al depistaggio sulle indagini per la Strage di Bologna, viene arrestato a New York. Estradato con modalità ben poco ortodosse, passerà nelle patrie galere circa tredici anni, assaggiando anche il 41bis.

Nel documento inedito, che ilGiornale.it presenta qui in anteprima, si può leggere la richiesta di estradizione redatta dai magistrati Vito Zincani e Libero Mancuso il 15/11/1986 per estradare Francesco Pazienza da New York, dove si trovava al momento recluso presso il carcere federale della Grande Mela.

Il documento, scritto in una camera di albergo, punta sul coinvolgimento diretto di Pazienza nel depistaggio per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Nello specifico, come si legge, Pazienza viene accusato di aver ideato la cosiddetta “pista internazionale”. Francesco Pazienza ha sempre sostenuto con forza – anche nel suo ultimo libro La versione di Pazienza (Chiarelettere, 2022) – la falsità del documento in questione. Condannato e assolto per calunnia nei confronti dei due pm firmatari, il presente può essere oggi considerato un documento di grande interesse.

Ad avvalorare la tesi di Pazienza sulla falsità, in effetti, diverse cose risultano non vere. Al punto n°2 - a) del documento si legge, per esempio, che Pazienza avrebbe conseguito la sua laurea in medicina in soli 3 mesi grazie all’intercessione del professor Aldo Semerari (arrestato a seguito dell’attentato a Bologna). Documenti alla mano, Francesco Pazienza ha dimostrato altresì l’assoluta regolarità del suo percorso di studi, verificabile presso gli archivi de La Sapienza di Roma. Altro punto dolente, secondo quanto riportato da Pazienza nel suo ultimo libro (particolare mai smentito dai diretti interessati), le informazioni contenute in questo documento – redatto con una macchina da scrivere americana (si noti la mancanza di accenti e apostrofi) – proverrebbero dall’attività informativa svolta da un operatore della Digos di Bologna, tale Francesco Modica. Ebbene, sentito in aula a Bologna il 10 giugno 1987, il questore Modica disse che tali informazioni mai erano state da lui conosciute prima e, conseguentemente, non era stato lui a trasmetterle ai magistrati.

Certo è che Pazienza è entrato in relazione con alcune figure chiave della storia “oscura” del nostro Paese, prima fra tutte Federico Umberto D’Amato, il potentissimo capo dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale.

In un altro documento inedito che ilGiornale.it presenta in anteprima, si può leggere una trascrizione di un’intercettazione operata clandestinamente da Pazienza nel corso di un colloquio tenutosi il 2 marzo 1982 proprio d’Amato presso l’Hotel Bernini Bristol, a Roma.

Nello specifico, i due stanno parlando di una comune conoscenza: il magistrato Domenico Sica. D’Amato (V1) racconta a Pazienza (V2) di come il magistrato abbia cercato di incastrarlo, ma di come sia poi a sua volta finito in trappola, venendo ricattato per alcune sue discutibili abitudini. 

Tra le sue operazioni, forse la più celebre è quella denominata BillyGate.

È il 1980: su richiesta di Michael Ledeen, analista americano e allora consulente del Consiglio di sicurezza nazionale del suo Paese, Pazienza viene incaricato di trovare le prove a supporto di un presunto rapporto – in quegli anni decisamente poco ortodosso, per non dire imbarazzante – tra il fratello dell’allora presidente democratico in carica Jimmy Carter, Billy, e la Libia di Gheddafi, acerrima nemica degli USA.

Neanche a dirlo, Pazienza – nel giro di poco tempo – trova prove schiaccianti, che svelate per mezzo stampa in America provocano un vero e proprio terremoto in corrispondenza delle elezioni presidenziali. Elezioni in cui trionfa il repubblicano Ronald Reagan. Per Francesco Pazienza è la consacrazione come agente segreto, ma questa operazione gli porterà non pochi problemi.

Nel corso delle indagini sulla Strage di Bologna, il pm Domenico Sica lo accuserà – insieme a molte altre persone, compreso l’ex vice capo del Sismi Pietro Musumeci – di aver agito per interesse personale servendosi di uomini e mezzi del servizio segreto militare, nonché di aver dato vita a una struttura parallela che prenderà il nome di “Super Sismi”, che avrebbe avuto un ruolo di collegamento tra il servizio segreto ufficiale ed elementi mafiosi, con specifico riferimento all’operazione – condotta sempre da Pazienza – per liberare il consigliere della DC Ciro Cirillo sequestrato dalle Br nel 1981, operazione che si avvalse del supporto della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo.

Pazienza ha sempre negato l’esistenza di questa struttura, definendosi un “libero professionista” dello spionaggio. Saldato il suo debito con la giustizia, oggi Francesco Pazienza vive nella sua Lerici in compagnia della sua Evita, una cagnolina cui dedica tutte le sue attenzioni. Ancora oggi, giornalisti e semplici curiosi intasano il suo telefono e suonano al suo citofono, nella speranza – forse – di vedersi rivelato uno dei tanti misteri di cui è ancora depositario, o magari di avere accesso al suo sterminato archivio dove sono sepolte le memorie inconfessabili del nostro Paese. A tutti – o quasi – Pazienza offre un sorriso, il suo celebre umorismo e nient’altro. Spia una volta, spia per sempre.

Lorenzo De Cicco per la Repubblica il 15 aprile 2022.  

Tutti al Senato per celebrare il «bel memoriale» (copyright del meloniano Federico Mollicone) di Gianadelio Maletti, generale e agente segreto scomparso un anno fa latitante in Sudafrica alle soglie dei 100 anni, capo del reparto di controspionaggio del SID negli anni '70 e coinvolto in una delle pagine più sanguinose della storia italiana. 

Con una condanna definitiva a 18 mesi per favoreggiamento nel processo sulla strage di piazza Fontana, «abbonati con la condizionale», precisa a margine del simposio la curatrice del memoir, Concetta Argiolas, «più altri 6 anni, sempre in via definitiva, il vero motivo della latitanza, per la mancata conservazione di documentazione segreta del dossier M.Fo.Biali all'interno del processo Mino Pecorelli».

In due ore filate di convegno - ospitato ieri pomeriggio nella Sala Capitolare del Senato - delle vicende processuali si parla pochissimo. Come si sorvola sul ritrovamento del nome di Maletti negli elenchi della P2, affiliazione che l'ex generale rinnegò sempre. Premette proprio Mollicone, deputato di FdI in Commissione Cultura: «Serve una sospensione del giudizio, quando parlano i protagonisti». 

E quindi sì, ci saranno state «luci e ombre» su Maletti, che nel 1980 ripiegò a Johannesburg per sfuggire alle condanne italiane, «ma è stato prima di tutto un militare», un «uomo dello Stato che ha attraversato tempeste giudiziarie, ma ha sempre osservato l'appartenenza alla divisa».

Ci pensa poi la curatrice Argiolas a ricordare il «passato luminoso» del Maletti soldato, «le esercitazioni da manuale», la «decorazione del maresciallo Tito», insomma, riassume, si tratta di «300 pagine impregnate di senso del dovere e attitudine al comando», fino al «congedo finale, sobrio ma toccante » del Maletti uomo, certo di avere detto «tutta la verità». 

Anche se proprio i suoi silenzi, le sue non-risposte - «Ricordo solo quando mi fa comodo», confessò nel libro intervista "Piazza Fontana, Noi sapevamo" del 2010) hanno impedito di gettare almeno un po' di luce in fondo al pozzo nero dell'Italia degli anni '70. Flavia Piccoli Nardelli, deputata Pd, si sofferma «sul rapporto con il padre e la moglie» di Maletti, richiama «l'orgoglio di un bravo militare».

L'unico a esaminare a lungo il suo passato nel Sid è il giornalista Francesco Grignetti. Il seminario si conclude con l'intervento dello storico Giuseppe Parlato, che rimarca «l'obbedienza allo Stato» di Maletti. Anche se, concede, se si fosse prestato fino in fondo a quest' obbedienza, alla fine «sarebbe andato in galera».

La giornata della memoria dell’ Intelligence italiana. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 28 Marzo 2022.

Alla cerimonia, svoltasi alla presenza dei familiari dei Caduti e dei Direttori di AISE, Giovanni Caravelli, e AISI Mario Parente, hanno preso parte il Ministro degli Esteri e della Cooperazione internazionale Luigi Di Maio, il Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, il Ministro dell’Economia e delle Finanze Daniele Franco, il Presidente Adolfo Urso

La cerimonia di commemorazione a Forte Braschi. Preceduto da un intervento introduttivo del Direttore Generale del DIS Elisabetta Belloni, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Franco Gabrielli ha ricordato, le figure di Vincenzo Li Causi, morto in Somalia nel 1993, di Nicola Calipari, che ha perso la vita in Iraq nel 2005, di Lorenzo D’Auria, ferito a morte in Afghanistan nel 2007, e di Pietro Antonio Colazzo, caduto a Kabul nel 2010, dei quali sono state evocate in particolare le qualità umane e morali, e si è al tempo stesso sottolineato come l’intera comunità nazionale sia profondamente unita dal sentimento di commossa gratitudine per il loro esempio di abnegazione al dovere e di fedeltà alle istituzioni democratiche.

Alla cerimonia, svoltasi alla presenza dei familiari dei Caduti e dei Direttori di AISE, Giovanni Caravelli, e AISI Mario Parente, hanno preso parte il Ministro degli Esteri e della Cooperazione internazionale Luigi Di Maio, il Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, il Ministro dell’Economia e delle Finanze Daniele Franco, il Presidente Adolfo Urso e i membri del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (COPASIR).  

Il Sottosegretario Gabrielli ha deposto una Corona d’alloro con nastro tricolore ai piedi della Stele commemorativa dedicata ai Caduti a Forte Braschi. Alle ore 09:00, nelle sedi del DIS, dell’AISE e dell’AISI, tutti gli appartenenti agli Organismi informativi hanno osservato un minuto di raccoglimento in onore dei loro colleghi tragicamente scomparsi.  Redazione CdG 1947

Segreti rivelati dal capo degli 007 del Triveneto: il caso Stellato arriva al Copasir. MARCO MILIONI su Il Domani l'08 marzo 2022

Due anni fa il capocentro per il Triveneto del servizio segreto interno, l’Aisi, avrebbe svelato a Domenico Mantoan, all’epoca dei fatti direttore generale della sanità veneta ed oggi presidente dell’Agenas, l’agenzia che coordina le politiche sanitarie delle regioni, di essere sotto intercettazione da parte della procura di Padova.

Per questo ora è indagato. Il fatto che lo facesse da capo dei servizi segreti del Triveneto, però, ha messo in agitazione i palazzi della regione veneto e quelli romani.

Alcuni documenti dell’indagine sono anche coperti dal segreto di stato. Ora il comitato parlamentare di controllo sui servizi vuole chiarezza. 

MARCO MILIONI. Giornalista freelance. Collabora con diverse testate nazionali e venete tra cui Radio Rtl, Canale 68 Veneto, Il Gazzettino, VicenzaPiù, Globalist.it, Radio Vicenza e Vvox.it. Principali ambiti professionali: giornalismo d'inchiesta (ambiente, infrastrutture, crimine organizzato ed economia), politica, cronaca amministrativa, reportage.

Lo Spionaggio. Che fine ha fatto Simona Mangiante, la “Mata Hari” del Russiagate. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 7 febbraio 2022.

Da presunta spia russa ad attrice di serie tv americane e designer di moda. È l’incredibile storia di Simona Mangiante, che a un certo punto della sua vita si era ritrovata al centro dell’attenzione mediatica internazionale e di un intrigo degno di un’appassionante spy story. Sposata con George Papadopoulos, ex consulente della Campagna di Donald Trump nel 2016, l’avvocato di Caserta, già collaboratrice di Gianni Pittella al Parlamento europeo, era finita, con suo marito, al centro dell’inchiesta riguardante la presunta intromissione di Mosca nelle elezioni che portarono all’elezione del candidato repubblicano. Con l’avvio dell’indagine di Robert Mueller, i media di tutto il mondo si scatenarono, arrivando a definirla una “spia russa” o un agente provocatore al servizio del Cremlino, anche se lei si è sempre definita innocente. I fatti le hanno dato ragione – anche perché non è mai stata accusata di nulla, formalmente – e, da allora, lo scenario è completamente cambiato: quell’indagine sulle interferenze russe si è definitivamente sgonfiata e ora il Procuratore speciale John Durham indaga – da ormai più di due anni – sulle origini del Russiagate e sul presunto complotto ordito ai danni di The Donald, in attesa che Joseph Mifsud, l’uomo chiave di tutta questa vicenda, si faccia vivo e racconti la sua verità. Per quanto riguarda Simona Mangiante e suo marito, George Papadopoulos, la loro vita ora prosegue tra gli Stati uniti e l’Italia, lontana da spie e 007, e più vicina ai set cinematografici. L’abbiamo raggiunta per capire cosa fa ora la “Mata Hari” del Russiagate, anche se lei dice di assomigliare più a Forrest Gump che a Geertruida Zelle.

Simona, è passato un po’ di tempo ormai da quando tu e tuo marito George Papadopoulos siete finiti al centro di una spy story internazionale che ha riempito le pagine dei giornali di tutto il mondo. Che ricordi hai di quei momenti travagliati?

Guardo a quei momenti con un sorriso ma anche con un certo sconcerto. Sorriso perché rivedo l’ingenuità con la quale mi sono sentita catapultata in una situazione molto più grande di me. Amo sempre rievocare la figura di Forrest Gump nella quale in una certa misura mi identifico, con il senno poi. Spesso scherzo con i miei amici più stretti e la mia famiglia su questo. Frequentavo George e il professor Mifsud, il famoso professore che all’epoca non era conosciuto praticamente da nessuno negli Stati Uniti. Quindi sono diventata una figura centrale che è stata ricoperta negli Stati Uniti di un’aura di mistero al punto tale da essere dipinta come una spia russa, seppur made in Italy. Sono entrata in contatto con gli ambienti politici di alto livello in una investigazione gigantesca che si riferiva al presidente degli Stati Uniti d’America, finendo ovunque, dal Washington Post a Tucker Carlson. Non solo come testimone dell’indagine di Robert Mueller, con la quale io non avevo nulla a che fare, ma caratterizzata anche da quest’aura di mistero in cui il popolo americano vedeva in me una spia russa, tanto da ignorare il mio accento e la mia fisicità tutta italiana.

Per favore, spiegati meglio…

Mi sono ritrovata magicamente al centro di tutto senza c’entrare nulla, a parte frequentare mio marito George, che era consigliere della campagna di Trump, e perché incidentalmente avevo conosciuto Mifsud al Parlamento europeo. Ricordiamo che oltre a essere apparsa su tutti i giornali americani, sono stata anche testimone del Congresso e dell’Fbi. Ricordo quando sono stata intervistata e c’erano Nancy Pelosi, Adam Schiff, e tutti i dem più “agguerriti” nel condurre la bufala del Russiagate, una grossa macchinazione che non è mai esistita. Guardo con un certo sconcerto a quel periodo anche perché ho provato sulla mia pelle la portata delle falsità con la queste informazioni vengono veicolate al pubblico fino a farle sembrare vere. È difficile, a distanza di anni, persuadere certe persone sul fatto che io sia italiana e non russa.

Pensi che la vicenda Russiagate si sia conclusa o il Procuratore John Durham, che indaga sul presunto complotto ai danni di Trump, scoprirà qualcosa di nuovo dopo aver incriminato l’ex avvocato di Hillary Clinton?

Non penso che l’investigazione di Durham si sia conclusa, anzi. Ad oggi non solo non è terminata ma ha prodotto risultati significativi un po’ sottovaluti dalla stampa internazionale perché non si riferiscono a nomi altisonanti come quelli che ci saremmo aspettati, come James Comey (Fbi) e la stessa Hillary Clinton. Si fa però riferimento a una serie di persone affiliate alla campagna elettorale di Clinton. Ricordiamo infatti che tra gli imputati di Durham c’è l’avvocato Michael Sussman, il quale avrebbe mentito ai federali circa il fatto di non rappresentare alcun cliente quando ha fornito la sua testimonianza all’Fbi stessa (l’avvocato avrebbe mentito circa i rapporti con la sua illustre cliente Hillary Clinton all’agente federale James Baker mentre raccontava all’Fbi di presunte prove digitali che avrebbero collegato i computer della Trump Tower alla banca russa Alfa, ndr).

Cioè?

Ci sono affiliati alla Campagna di Clinton come Sussman ma anche Igor Danchenko, che hanno fornito false informazioni all’Fbi sui rapporti fra Trump e la Russia per costruire quest’ipotesi di collusione e indurre i federali a seguire quella pista investigativa. Ora l’investigazione di Durham si sta articolando in due direzioni: la prima è, appunto, quella che individua soggetti affiliati alla campagna di Clinton che si sono attivati per fornire false informazioni all’Fbi in modo tale da creare uno schema di collusione che non è esistito fra Trump e la Russia. La seconda, si dirige direttamente sugli agenti federali e analizza quei documenti che sono stati manipolati per aprire delle investigazioni che altrimenti sarebbero state illegittime. Ricordiamo la lunga serie di Fisa. Sono molto fiduciosa del fatto che Durham porti a termine il suo lavoro, che è meno seguito dall’investigazione di Mueller, che contava su un apparato mediatico incredibile, tanto da indurre il pubblico americano a pensare che l’allora presidente americano fosse stato eletto grazie a una collusione con la Russia. Durham non ha ancora quell’impatto mediatico ma avrà un impatto giuridico molto più rilevante di Mueller. I fatti che già stanno emergendo sono di una portata molto significativa. Molto preoccupante che figure legate alla campagna elettorale della Clinton si fossero attivate già all’epoca per macchinare e falsificare questa bufala.

Sei sempre convinta che il nostro Paese sia stato in qualche modo coinvolto in un possibile complotto contro Donald Trump?

Le mie convinzioni al riguardo sono basate sui fatti e non sulle ipotesi. Il fatto che il personaggio chiave del Russiagate, il professor Joseph Mifsud, sia sparito nel nulla e non se ne trovi traccia se non la sua ultima residenziale italiana, mi fa pensare che ci sia sicuramente un coinvolgimento dell’Italia, quantomeno nella copertura di questo personaggio che aveva legami forti e tangibili con l’apparato d’intelligente italiano e con i politici italiani. Non so quanto l’Italia volesse opporsi a una presidenza Trump o a partecipare a questo movimento globalista che voleva contrastare l’affermazione di movimenti nazionalisti e conservatori in tutto l’Occidente. C’è un dato di fatto che fa pensare però a questo, come dicevo: ad oggi Mifsud non appare in nessun registro, né come persona viva, né come persona deceduta, il che è impossibile alla luce delle nostre leggi.

In questi ultimi anni ti sei dedicata alle tue passioni, al cinema e alla moda. Sei stata anche protagonista di un documentario dedicato all’Ucraina decisamente attuale. Ce lo puoi raccontare?

Come si dice, da ogni crisi nascono delle nuove opportunità. Sono stata fortunatissima perché Igor Lopatonok mi ha offerto di debuttare come intervistatrice in questo documentario intitolato Ukraine: The Everlasting Present e che fa parte della trilogia di documentari sulla storia politica dell’Ucraina preceduta da Revealing Ukraine e Ukraine on fire, in cui l’intervistatore principale è Oliver Stone. Igor Lopatonok è peraltro il produttore del documentario su Snowden, è una mente acuta, con una sensibilità particolare. È stato un grandissimo onore per me partecipare a questo progetto. Ukraine: The Everlasting Present è stato trasmesso da Russia Today e tradotto in sette lingue. Documentario particolarmente attuale perché ripercorriamo la storia degli ultimi 30 anni dell’Ucraina, partendo dalla firma di indipendenza dello stato dall’Unione Sovietica. Lo facciamo intervistando i leader politici dell’Ucraina indipendente. Ho avuto così l’onore di intervistare l’ex presidente Viktor Juščenko, l’economista Suslov ma anche il deputato Andriy Derkach, sanzionato recentemente dagli Usa per aver esposto gli affari di Biden e di suo figlio Hunter nel Paese. Nel documentario ho intervistato anche Rudy Giuliani, che ha collaborato proprio con Derkach. Un documentario molto interessante di come l’Ucraina sia diventato uno stato cliente degli Stati Uniti, conteso per motivi di equilibrio geopolitico.

Hai avuto altre esperienze cinematografiche?

Sì. Non avrei immaginato ai tempi del mio lavoro all’Unione europea di avere un ruolo nella serie televisiva americana Paper Empire, nell’episodio numero sette, in cui interpreto un agente dell’Fbi con un cast eccezionale. Mi sono ritrovata a recitare con Denise Richards a Miami, che per me era un’assoluta icona negli anni ’90, molto popolare nei film americani, una donna inarrivabile e bellissima. Interpreto poi il ruolo della Dea Afrodite in un film di fantasia americano intitolato Karma 2 che sarà nelle sale cinematografiche a novembre; il ruolo di una executive director in una serie Netflix parodia di Tiger King, interpretata fra gli altri da Andy Dick, e sarò anche in una serie tv ispirata al Russiagate chiamata Papa, che uscirà dopo le elezioni di midterm. Ho avuto anche l’opportunità di recitare in Italia in un piccolo progetto ma che per me ha un significato importante, intitolato T’ho aspettato da una vita diretto da James La Motta in cui affrontiamo la piaga sociale della malattia mentale che colpisce moltissime giovani donne frustrate dall’incapacità di diventare madri. Un messaggio bellissimo quello che il cortometraggio trasmette, cioè che sono amate a prescindere e che quest’amore si può veicolare in vari modi.

Da presunta spia russa a designer di moda…

Sì, ho lanciato una mia linea di moda, una collezione di vestiti che si chiama Agape By Simona. Agape dal greco antico significa forma di amore universale. Ho sempre avuto una passione per la moda e per il design, sin da bambina disegnavo modelli e vestiti, mi è sempre piaciuto interpretare la moda in modo molto personale. Durante il covid ero annoiata dal far nulla, perché tutto era bloccato negli Stati Uniti per via del lockdown, cosìmi è venuta in mente quest’idea imprenditoriale e ho creato una collezione. Così ho inviato i miei disegni alla settimana della moda di New York, a questa società che selezione talenti emergenti che mi ha dato l’opportunità di far sfilare i miei modelli in passerella. Da lì è nata Agape By Simona, la mia interpretazione creativa della femminilità che ha avuto un riscontro positivo, tant’è che sono tornata in passerella a luglio, a Miami, dove ho presentato una collezione di copricostumi. Ora sto lavorando a una nuova collezione per il 2022. Produco negli Stati Uniti, a Los Angeles.

È vero però che negli ultimi tempi ti sei avvicinata alla politica? Negli Stati Uniti o in Italia?

Sì, è vero. Sono un’attivista politica nell’ambito del Partito repubblicano in America, relatrice a diverse conferenze, come l’American Priority Conference a Miami. Ho partecipato a diversi rally a Washington, l’ultimo in occasione dell’elezione di Amy Barrett alla Corte Suprema. Non sono ancora cittadina degli Stati Uniti, sono permanent resident, per cui non posso essere parte attiva come candidata alle elezioni; ipotesi che però non escludo in futuro, nel momento in cui avrò maturato la cittadinanza. Sono sicuramente interessata anche alla vita politica italiana, il mio Paese, e avrei l’ambizione di dare un contributo, ma il fatto che ora risieda negli Stati Uniti non ha aiutato una mia presenza attiva sul territorio italiano. Ideologicamente sono vicina alla Lega e a Fratelli d’Italia.

C’è un leader politico italiano che ti ispira fiducia e a cui ti senti più vicina?

Sì, il leader politico che m’ispira più fiducia è Giorgia Meloni, credo sia una grandissima leader. Prima ancora che apprezzarla come donna, stimo la sua grinta e la sua naturale inclinazione a essere leader. Ha tutte le carte in regola per diventare Primo ministro nel nostro Paese, a mio modo di vedere. Sta facendo rinascere il patriottismo italiano, e penso che l’Italia sia un Paese di cui dovremmo essere maggiormente fieri.

Che cosa fa ora tuo marito, George?

Ora fa il commentatore politico per Newsmax, una rete televisiva nazionale seconda solo a Fox News. È relatore a diverse conferenze del partito repubblicano ed è sempre impegnato in politica e in un’imminente candidatura. Attendiamo le elezioni di medio termine per maggiori dettagli.

Un tuo giudizio sull’amministrazione Biden? Chi vincerà le elezioni di midterm?

Biden è stato un flop completo per l’America. Non solo ha portato avanti delle politiche identitarie che hanno esasperato le divisioni all’interno del Paese, ma ha addirittura nominato persone in posti amministrativi importanti sulla base del genere e della razza, senza tener conto dei meriti. Sappiamo inoltre che ha adottato una politica di apertura delle frontiere che sta portando a un aumento dei crimini e del traffico di droga negli Stati Uniti, per non parlare del suo catastrofico ritiro delle truppe dall’Afghanistan, che non ha bisogno di commenti. Sta creando un’America a immagine socialista però importando gli aspetti più deteriori del socialismo nella società. Sta creando un mostro. La maggior parte degli americani infatti non si riconosce nella sua America, e sta creando i presupposti per una rimonta repubblicana alle elezioni di medio termine.

Agenti, bugie e algoritmi. I film di spionaggio sono un problema per le vere agenzie di intelligence. Linkiesta il 19 Gennaio 2022.

La cultura pop può plasmare l’opinione pubblica, anche fornendo un’immagine diversa dalla realtà. Un lungo articolo dell’Atlantic spiega perché cinema e serie tv che parlano di 007, Fbi, Cia possono influenzare le idee dei cittadini, ma anche di politici, giudici e altre istituzioni.

Hollywood ha sempre avuto una fascinazione per le storie di spionaggio. Servizi di intelligence, agenti segreti, trame intricate che possono diventare tanto un rompicapo quanto una sparatoria da Far West: la resa di questi film è spesso di grande impatto e può creare saghe destinate a plasmare l’immaginario collettivo.

Il James Bond raccontato da Ian Fleming nei suoi romanzi ha regalato al cinema alcune delle interpretazioni più iconiche, da Roger Moore e Sean Connery fino a Daniel Craig. Ma poi sono arrivati i vari Jason Bourne, Jack Ryan e tanti altri nomi. Anzi, si può anche uscire dal perimetro cinematografico e trovare successi come la serie tv “24”, le opere di Tom Clancy e i casi da risolvere in “X-Files”.

La cultura pop sta definendo ciò che le persone sanno dei servizi di intelligence e delle principali agenzie, soprattutto quelle americane che si vedono più spesso al cinema e in tv. E ovviamente cambia la considerazione che le persone hanno di queste istituzioni.

Nel suo libro “Spies, Lies, and Algorithms: The History and Future of American Intelligence” (Spie, bugie e algoritmi: la storia e il futuro dell’intelligence americana), Amy Zegart sottolinea che la presenza – spesso anche abusata – di Cia, Fbi e altre istituzioni nella cultura pop sta creando più di un equivoco.

«Qualunque cosa si pensi delle attività di queste agenzie, siano esse efficaci o inefficaci, moralmente giuste o moralmente sbagliate, il fatto che la narrazione che si crea possa influenzare in modo significativo gli atteggiamenti pubblici nei loro confronti è sconvolgente», si legge nel libro, di cui l’Atlantic ha pubblicato un lungo estratto.

L’autrice ha condotto diversi studi sul rapporto tra cittadini e agenzie di spionaggio, e spiega che la conoscenza dell’intelligence da parte degli americani è piuttosto scarsa, almeno rispetto a come funzionano realmente questi servizi.

La maggior parte degli americani, scrive Zegart partendo dai risultati di indagini demoscopiche, non sapeva chi fosse il direttore dell’intelligence nazionale, e spesso gli spettatori che guardano programmi tv e film a tema di spionaggio sono favorevoli a tattiche aggressive di antiterrorismo, come il waterboarding. Inoltre, più le persone guardano programmi televisivi e film di spionaggio, più apprezzano la National Security Agency – l’agenzia di sicurezza nazionale.

«Sappiamo che l’intrattenimento ha influenzato la cultura e gli atteggiamenti popolari su tanti argomenti», si legge nell’estratto. Ad esempio “Top Gun”, il film del 1986, fu una manna per il reclutamento della Marina, convincendo molte persone ad arruolarsi. Al punto che spesso c’erano funzionari della marina appostati fuori ai cinema di tutti gli Stati Uniti. Ed è capitato, magari in proporzioni diverse, anche con i film che avevano per protagonisti artisti, avvocati o altri personaggi particolarmente amati dal pubblico che spingevano all’emulazione. Ma con i servizi d’intelligence è un po’ diverso, considerata la complessità di queste agenzie.

«Le vere spie hanno sempre avuto una relazione complicata con quelle di fantasia. Da un lato, le agenzie di intelligence corteggiano Hollywood da decenni nella speranza di ottenere ritratti favorevoli. D’altra parte, ne denunciano le rappresentazioni negative e irrealistiche che spesso vengono fatte», scrive Amy Zegart.

Al cinema è stato spesso rappresentato J. Edgar Hoover, figura sui generis che ha presieduto l’Fbi dal 1924 al 1972. Un’istituzione nell’istituzione. Ecco, Hoover è stato uno di quelli che ha promosso più di tutti la sua agenzia nell’industria dell’intrattenimento: era una macchina per le pubbliche relazioni, che collaborava solo con produttori e giornalisti che ritraevano il Bureau in una luce positiva.

Negli anni ’30 c’erano programmi radiofonici esclusivamente a tema Fbi, e poi fumetti, gomme da masticare e soprattutto film con la sigla del Bureau. Questi film hanno glorificato gli agenti dell’Fbi come eroi intrepidi, gente che, armi in mano, poteva risolvere qualunque crimine.

Oggi Fbi, Cia e Dipartimento della Difesa hanno tutti uffici strutturati di pubbliche relazioni, o contatti nell’industria dell’intrattenimento che lavorano dietro le quinte con scrittori, registi e produttori di Hollywood per cercare di convincerli a ritrarre favorevolmente le loro organizzazioni.

Ma non va sempre bene. A volte la rappresentazione suscita un sentimento negativo nel pubblico, come nel caso di “Zero Dark Thirty” – film candidato all’Oscar che racconta i 10 anni di caccia a Osama bin Laden da parte della Cia –, allora la reazione è ben diversa.

Quando il film è uscito nelle sale ha generato così tante polemiche su cosa fosse reale e cosa no, che l’allora direttore della Cia, Michael Morell, ha dovuto diffondere un comunicato per chiarire i fatti. «Il film crea la forte impressione che le nostre vecchie tecniche di interrogatorio, non più in uso, fossero l’unica chiave per trovare Bin Laden. Questa impressione è falsa», ha detto Morell.

La proliferazione dello spionaggio nella cultura pop genera problemi di natura politica, secondo Amy Zegart. Il primo di questi è che ora le agenzie di intelligence appaiono, agli occhi dei comuni cittadini, molto più potenti, capaci e irresponsabili di quanto non siano in realtà. Una degenerazione di questo punto porta a credere che le agenzie di intelligence siano onnipotenti, cosa che ha alimentato le teorie del complotto sul Deep State e su un governo nascosto che muove i fili.

«Le teorie del complotto possono essere un grande divertimento, ma sono anche sostenute da un numero sempre maggiore di americani», si legge sull’Atlantic.

Dopotutto, dietro molte teorie del complotto si nasconde, in un modo o nell’altro, la convinzione che le agenzie di intelligence siano troppo sviluppate, troppo potenti, troppo segrete e si spingano troppo lontano, per poter davvero commettere errori. Sarebbero praticamente infallibili e avrebbero sempre tutto sotto controllo. Di conseguenza ogni grande avvenimento spiacevole, su scala nazionale, sarebbe per forza di cose frutto di una macchinazione.

«Non intendo suggerire che le agenzie di intelligence e i funzionari non oltrepassino mai il confine della legalità, che non ottengano informazioni riservate dal Congresso o che non si impegnino in attività discutibili. Lo fanno. E a volte anche i programmi considerati legali, come gli attacchi dei droni della Cia, sollevano questioni inquietanti relative alla dimensione etica. Ma il fascino delle teorie del complotto e del pensiero del Deep State solleva soprattutto seri interrogativi su come le agenzie di intelligence saranno in grado di svolgere la loro missione in futuro se ampie fasce del pubblico le guarderanno con tale sospetto», scrive Zegart.

Finché i cittadini credono che le agenzie di intelligence possano rintracciare chiunque, andare ovunque e fare qualsiasi cosa, nel bene e nel male, sarà sempre meno probabile che le vere criticità dell’intelligence vengano risolte, ed è invece più probabile che gli eccessi e i limiti proliferino.

«La maggior parte degli americani, inclusi membri del Congresso, funzionari di gabinetto e giudici che fanno politiche che influiscono sulla sicurezza nazionale – è la conclusione dell’articolo – non sanno molto del mondo segreto dell’intelligence. Il prezzo da pagare può essere molto alto. Le agenzie segrete nelle società democratiche non possono avere successo senza fiducia dei cittadini. E la fiducia richiede conoscenza. Come disse una volta l’ex direttore della Cia e della Nsa Michael Hayden, “il popolo americano deve fidarsi di noi e per fidarsi di noi deve sapere di noi”».

Dagonews il 27 aprile 2022.

Quella oscura e intricata vicenda nota come “Russiagate” (il tentativo, da parte dell'amministrazione Trump, di abbattere con una contro-indagine l'inchiesta originaria del Fbi e del procuratore Robert Mueller sull'interferenza della Russia nelle elezioni americane 2016) ha lasciato in Italia gli stessi veleni depositati negli Stati uniti.

Al centro dei tanti interrogativi sul caso ci sono Giuseppe Conte e l’ex capo del Dis, Gennaro Vecchione. 

Quest’ultimo, il 15 agosto del 2019, incontrò riservatamente in un ristorante a piazza delle Coppelle a Roma l’allora segretario alla Giustizia

William Barr, arrivato in Italia in missione per cercare informazioni sulla presunta cospirazione dei democratici a danno di Trump.

Conte sostiene di non aver saputo nulla della “semplice cena conviviale”, come l’ha liquidata Vecchione: “Non sono stato informato perché non era necessario”. 

Un presidente del Consiglio può essere tenuto all’oscuro dell’incontro del capo dei Servizi segreti con un pezzo da novanta come Barr, arrivato appositamente in Italia per parlare con i vertici dell’Intelligence?

Di certo quella cena fu tenuta nascosta sia all’ambasciata americana a Roma che all’Fbi, considerata allora “nemica” da Trump. 

I nostri 007 non condivisero l’informazione con gli omologhi statunitensi in Italia. Come mai? Chi ordinò il silenzio su quell’incontro?

E soprattutto: di cosa si parlò durante la cena, a cui partecipò addirittura il procuratore John Durham, che stava indagando sul caso? Uno dei temi affrontati fu la sorte del professore maltese Joseph Mifsud.

Docente della Link University, era stato il primo a rivelare a un giovane consigliere di Trump, George Papadopoulos, dell'esistenza di mail hackerate a Hillary Clinton, materiale che Mifsud definì “compromettente”. 

Come spiega Iacoboni: “Papadopoulos aveva riferito la cosa a un diplomatico australiano, che avvisò l'Fbi e diede quindi l'innesco all'indagine del procuratore speciale Robert Mueller sul Russiagate.

Per Mueller, Mifsud era uomo in mano ai russi (per l'ex capo Fbi James Comey era proprio “un agente russo”) e alle operazioni di interferenza di Putin nelle elezioni Usa del 2016. 

Trump e Barr volevano invece (e, risulterà, senza fondamento) sostenere che Mifsud fosse una spia britannica, tassello di un complotto mondiale ai danni di Trump organizzato dai democratici di Obama, complice l'Italia del governo Renzi. Da allora Mifsud è sparito. Forse in Russia, forse non più vivo”. 

Barr voleva dall’intelligence italiana informazioni su Mifsud. Trovarlo e farlo “cantare” era l’obiettivo numero uno per Trump. Ma del fantomatico professore si sono perse le tracce da tempo. 

E’ molto probabile che, quando gli americani hanno iniziato a dargli la caccia, uno dei suoi amici oligarchi (a cui vendeva passaporti maltesi a 1 milione di dollari ciascuno) l’abbia invitato a nascondersi in Russia.

A quel punto, nelle mani dell’Fsb, il servizio segreto russo, Mifsud potrebbe essere stato “silenziato” per evitare che cadesse in mani americane. Un silenzio ovviamente tombale.

Estratto dell’articolo di Giuliano Foschini per “la Repubblica” il 22 aprile 2022.

Una mail dal contenuto molto chiaro: «Cerchiamo informazioni per il Russiagate». L'incontro improvviso di Ferragosto a Roma, nello stupore generale, con la giustificazione un po' surreale: «Barr è in vacanza da quelle parti». 

Lo strappo degli allora direttori delle due agenzie di intelligence, Luciano Carta (Aise) e Mario Parente (Aisi) che prima dicono di non voler incontrare l'Attorney general americano, William Barr, per la sgrammaticatura istituzionale di tutta l'operazione. E 24 ore dopo, quando invece lo devono fare perché arriva una comunicazione scritta dell'ex capo del Dis, Gennaro Vecchione, quell'incontro lo fanno durare pochi minuti: mettono a verbale che non hanno alcun elemento da condividere, e via.

Se il Copasir mercoledì ha deciso di non riaprire il fascicolo Russiagate, nonostante le rivelazioni di Repubblica sulla cena di Ferragosto 2019 tra il capo italiano dei servizi e i vertici americani, è perché agli atti del comitato esisteva già una ricostruzione precisa di quanto accaduto in quelle ore. Una ricostruzione che mette in fila protagonisti, ruoli e responsabilità.

(…) Innanzitutto la partenza: tutto comincia con una lettera dell'ambasciata americana con la quale viene chiesta collaborazione all'Italia sul caso Russiagate. L'allora premier Giuseppe Conte affida il fascicolo al capo del Dis, Vecchione. 

A lui, e non al ministro della Giustizia, cioè l'omologo di Barr, perché - spiega Conte - Barr svolgeva in quel momento il ruolo di capo dell'Fbi. «Ma se anche fosse letta così - fa notare una fonte - l'Fbi si occupa di affari interni. Perché doveva indagare sul Russiagate?».

In ogni caso Conte sceglie Vecchione. Ed è il capo del Dis che viene chiamato quando, a sorpresa, a Ferragosto Barr è in Italia. «È in vacanza» diranno, anche se si presenta con John Durham, il procuratore che stava conducendo l'inchiesta sul Russiagate. Quindi, o i due sono in vacanza insieme. O c'è qualche problema. 

Fatto sta che Vecchione quel 15 agosto è a Castelvolturno, in Campania, al fianco dell'allora ministro degli Interni, Matteo Salvini. Ci sono anche Carta e Parente. A cui però non dice niente degli americani a Roma: finito il comitato, Vecchione corre nella Capitale per incontrare Barr. Cosa si siano detti è ignoto. 

Vecchione ieri ha spiegato via agenzie (mentre il Copasir era riunito per decidere se riascoltarlo): «La conversazione si è orientata su convenevoli di carattere generale ». Bizzarro, non fosse altro che l'oggetto dell'incontro, il Russiagate appunto, era noto a tutti. In ogni caso, esisterebbe una memo di quell'incontro.

Fatto sta che quando un mese dopo, siamo al 26 settembre, Vecchione convoca i direttori di Aise e Aisi per spiegare loro che 24 ore dopo avrebbero dovuto vedere Barr, che stava tornando in Italia per discutere del Russiagate, i due dirigenti italiani non nascondono il loro disappunto.

Nulla sapevano e soprattutto nulla avevano da condividere. Vista la forma dell'incontro e la sostanza della vicenda. Vecchione forza e li convoca per iscritto. Ventiquattro ore dopo, seduti allo stesso tavolo, fanno mettere a verbale: «Nulla da dire sull'argomento».

Jacopo Iacoboni per “la Stampa” il 22 aprile 2022.

Il 23 ottobre 2019 l'allora premier Giuseppe Conte, dopo esser stato audito al Copasir sullo scandalo del cosiddetto "Russiagate", si presentò in conferenza stampa e, riassumendo ciò che aveva detto al Comitato, disse tre cose. 

Uno: che il 15 agosto 2019 il ministro della giustizia di Trump, Wiliam Barr si era visto con il capo del Dis, Gennaro Vecchione, solo nella sede istituzionale di piazza Dante.

Due: «Mi risulta che William Barr fosse qui in Italia per motivi personali». Tre: «Il presidente Trump non mi ha mai parlato di questa inchiesta». A quale inchiesta si riferiva Conte?

L'inchiesta, che spesso viene giornalisticamente chiamata "Russiagate", era il tentativo, da parte dell'amministrazione Trump, di abbattere (con una contro-indagine) l'inchiesta originaria del Fbi e del procuratore Robert Mueller sull'interferenza della Russia nelle elezioni americane 2016. Per questo motivo vennero mandati in Italia, a più riprese nell'estate 2019, Barr, il procuratore speciale John Duhram e (attenzione) ispettori del Dipartimento di giustizia (non del Fbi).

Il loro compito era trovare sostegno a questa teoria: che l'Fbi di James Comey aveva iniziato a indagare su Trump sulla base di un complotto internazionale dei democratici (di Obama), partito dall'Italia (di Renzi). Al centro c'era un professore maltese della Link University, Joseph Misfud, che proprio a Roma diede per primo a un giovane consigliere di Trump, George Papadopoulos, l'informazione che esistevano mail hackerate di Hilllary Clinton, materiale «compromettente», quindi utile alla campagna Trump. Papadopoulos lo riferì a un diplomatico australiano. Il quale lo riferì al Fbi.

E nacque l'inchiesta (che, per inciso, non approdò assolutamente a nulla). Per l'Fbi, Mifsud era «un agente russo» (per Mueller, un asset dei russi): tesi provata da tante evidenze, anche forensi (tra cui i contatti di Mifsud con computer di russi della Difesa e del GRU). Si trattava di scoprire quanto fosse anche in contatto con la campagna Trump. Trump e Barr, invece, volevano sostenere che Mifsud era un agente al servizio dei democratici occidentali, in particolare una spia britannica. Per questo Barr fu inviato in Gran Bretagna, in Italia, e in Australia. Estate impegnata.

La prima delle tre affermazioni di Conte in quella conferenza stampa è stata smentita dalla rivelazione di una cena (quindi non solo l'incontro in piazza Dante) avvenuta in un ristorante romano tra Barr e Vecchione. La seconda e la terza vengono adesso messe in crisi dall'uscita del libro di memorie di William Barr, "One Damn Thing After Another: Memoirs of an Attorney General", un piccolo tesoro di informazioni. Su tante altre si dovrà tornare in seguito, ma qui fermiamoci su due: intanto, Barr dice esplicitamente che non era affatto in Italia per motivi personali, ma in missione.

E, soprattutto, l'Attorney general racconta di aver esplicitamente chiesto a Trump, e di averlo stressato su questo, di parlare dell'inchiesta con i premier di Italia, Regno Unito, Australia. Barr conferma (come detto da Conte) che la pratica fu aperta parlando con l'ambasciatore italiano e con "senior officials" italiani, ma aggiunge che anche Trump fu coinvolto eccome: «Ho viaggiato sia in Italia che nel Regno Unito per spiegare l'indagine di Durham e chiedere assistenza o informazioni che potessero fornire. Ho avvisato il Presidente che avremmo preso questi contatti e gli ho chiesto di menzionare l'indagine di Durham ai primi ministri dei tre paesi, sottolineando l'importanza del loro aiuto».

Barr chiede esplicitamente a Trump di sponsorizzare l'indagine di Durham con Conte. Barr racconta tutto questo per difendersi dalle accuse in America più scottanti, quella di aver partecipato alla parte ucraina del complotto di Trump: «Al contrario - dice Barr - non ho mai parlato con gli ucraini o chiesto al presidente Trump di parlare con gli ucraini. Il presidente non mi ha mai chiesto di parlare con gli ucraini.

Né avevo parlato con Rudy Giuliani sull'Ucraina. Inoltre non ero a conoscenza di nessuno che al Dipartimento chiedesse agli ucraini di aprire un'indagine. Per quanto mi riguardava, se mai Durham avesse trovato un motivo per esaminare le attività ucraine, avrebbe svolto le indagini, non le avrebbe lasciate agli ucraini». Insomma: Barr sta dicendo che non c'erano prove contro i Biden. La storia della telefonata tra Zelensky e Trump, che uscì e portò alla richiesta di impeachment del Congresso per Trump, è nota: Zelensky resistette alle pressioni e richieste improprie trumpiane (di danneggiare la famiglia Biden). Possiamo dire che Conte abbia fatto lo stesso? 

E Gabrielli non fa nulla...Mancini minacciato di morte, intelligence muta: lo 007 silurato e privato della scorta paga il sequestro Abu Omar. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 16 Giugno 2022. 

“Una manina” dentro le agenzie sotto il suo controllo ha dato al Corriere della Sera “Bollettini” riservati. Così parlò Franco Gabrielli, sottosegretario ai servizi segreti denunciando di fatto i suoi stessi uffici come posti non del tutto sicuri per la sicurezza dello Stato sul quale dovrebbero vigilare. “Una manina” ancora attiva e che agisce coperta da altri agenti. Dice infatti Gabrielli, aggravando la faccenda: nel medesimo contesto dove opera l’agente fellone “ci sono persone delle quali faremmo volentieri a meno”.

In effetti, ci sono dei precedenti. Ad esempio, a Report mostrarono la circolare interna, e in quanto tale presumibilmente classificata, che “in esclusiva” Sigfrido Ranucci mostrò in gigantografia per pochi istanti, preceduta dall’immagine di Gabrielli. Stessa manina? O c’è proprio un gruppo dentro i servizi che agisce obbedendo ad altri input, a cordate che corrono per una scalata tutta loro oppure ancora che rispondono ad intelligence forestiere? Proviamo ad andare alle radici mai divelte di quella pattuglia felloniana – passateci il neologismo – che rende il comparto più delicato dello Stato così vulnerabile. Di certo, viene da chiedersi, davanti ai panni sporchi lavati e strizzati in diretta streaming da Gabrielli, se voi foste della Cia o dell’MI6 passereste un documento segreto ai servizi italiani? Probabilmente no. Cosa sta realmente accadendo a Piazza Dante? Gabrielli è stato l’angelo custode su cui Mario Draghi ha puntato all’esordio del suo governo. E qual è stato il primo atto sulla scena del nuovo protagonista? La rimozione di Marco Mancini, in fretta e furia. Una decisione rimasta appesa a un mistero e a troppi segreti.

Ci sentiamo autorizzati a condividere qualche interrogativo, dopo un mese dalle minacce di morte ricevute da Mancini, messo nel mirino sin da troppi cecchini. E se mettessimo insieme gli elementi? Quelle minacce, sigillate dall’omertà delle istituzioni (scoperchiate dal Riformista, in solitaria, il 20 maggio scorso); la cacciata dai servizi segreti; la campagna martellata a testate unificate da Rai3, Repubblica, Il Fatto, Corriere della Sera, la Stampa e la Verità, sull’essersela cavata perché “salvato” dal segreto di Stato; gli spifferi gelati e forse al gas nervino provenienti da luoghi altissimi… Se insomma tutte le tessere del caso Mancini trovassero il loro incastro, come in un puzzle che si ricompone, in una verità semplice ed evidente, ma proprio per questo indicibile?

La nostra ipotesi, suffragata da una combinazione di combinazioni stupefacente, è che il centro dell’affaire che coinvolge lo 007 più famoso d’Italia, sia il segreto di Stato su Abu Omar. E fin qui, ci si dirà, ci arrivano tutti. Ma la nostra ipotesi, suffragata dalla logica e dai fatti che esponiamo, capovolge la vulgata che incolla Mancini nell’album dei sequestratori impuniti, salvati dal privilegio vigliacco del segreto di Stato. Se la nostra tesi, come crediamo fortemente, ha fondamento, cambia proprio tutto. E nel momento in cui è in gioco non solo la vita di una persona ma la fiducia che i cittadini devono poter riporre negli apparati di intelligence e di sicurezza, chiediamo di conoscere la verità su quella storia. E di sapere chi ha deciso di usare la sagoma di Mancini come bersaglio sacrificabile. Peccato non sia una sagoma da tiro al bersaglio ma una persona in carne ed ossa. Una persona che nel silenzio operoso, a quanto dicono le carte, ha incarnato la fiducia dei cittadini in uno Stato che deve tutelare la vita di tutti, e forse in primis dei suoi servitori.

Anche se nessuno si è scandalizzato, allo scadere dei quindici anni dal fatto, Giuseppe Conte ha prorogato il segreto. E lo stesso ha fatto Mario Draghi (ma lo sa?). Così pare. Risulta da una lettera del capo del Dis Elisabetta Belloni. C’è il segreto di Stato che avvolge tutta la vicenda fino ai minimi particolari. Perché? Chi continua ad essere avvolto dal mantello dell’invisibilità di Harry Potter? Intanto constatiamo che è come se si stesse facendo di tutto per esporre Mancini a qualche “incidente”. Il silenzio che ha circondato la prima pagina del Riformista del 20 maggio è davvero singolare. Il nostro titolo cubitale era un grido di allarme: “VOGLIONO UCCIDERE MANCINI, IL SUPER-007 SENZA SCORTA”. Non c’è spazio per una terza via: o smentisci o confermi e rimedi. Invece regna il silenzio. Un silenzio di tomba. Magari hanno ridato la scorta a Mancini. Non lo sappiamo. È ancora un cadavere che cammina solitario y final? Stanno al Copasir, quelle carte. Perché quel silenzio perdura? Di solito, se qualcosa di riservato finisce dalle parti di San Macuto, sede del Copasir – tipo la schedatura di filorussi finita sul Corriere della Sera – si trasforma in segreto di Pulcinella. Il dossier delle minacce a Mancini invece sonnecchia, ignorato persino da chi avrebbe dovuto allertarsi.

Domanda: il Comitato ristretto, presieduto da Gabrielli, che gli ha tolto la scorta, informandone Repubblica (13 maggio) e altri privilegiati, prima ancora dell’interessato, l’ha ripristinata o ha fatto spallucce? Forse, il ministero dell’Interno Luciana Lamorgese, tramite il prefetto locale, ha almeno ridato alla famiglia dello 007 la “vigilanza dinamica” intorno alla dimora? Al loro posto avremmo smosso mari e monti, tanto documentate e spaventose sono le minacce che abbiamo reso note. Lettere giunte al domicilio privato naturalmente segreto, messaggi che viaggiano impunemente fino al numero riservatissimo di chi sedeva ai vertici dell’intelligence. Tutto normale? No. C’è un bug. Una falla nel sistema di sicurezza. Interrogato dal procuratore di Ravenna – secondo le carte depositate al Copasir – per l’allora direttore dell’Aise (i servizi esterni) Paolo Scarpis le minacce “provengono dall’interno della nostra agenzia”.

Testuale. E molto, molto inquietante. Come hanno provveduto a ripulirlo, il servizio, Scarpis e successori? Individuando con un’inchiesta interna i colpevoli? Si è preferito delegare la polizia giudiziaria, che non ha risolto però il caso. Che sfortuna. E quindi si è preferito punire la vittima del fuoco amico, metterla a riposo a 60 anni, all’apice della sua esperienza e competenza, dopo che la vita delle persone a lui più care è stata destabilizzata. I criminali che dettagliavano alla figlia e alla moglie di Mancini che si sarebbero presto trovate davanti al cadavere del loro padre e marito “con una fucilata in testa”, dove si annidano? Come possono avere tutti i suoi dati personali? Mancini è irrintracciabile, per noi, al telefono. Ammettiamolo, non siamo bravi come quelli di Report: Sigfrido Ranucci e Giorgio Mottola hanno il suo numero privato su cui l’hanno invano messaggiato (Report del 25 ottobre 2021).

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

Nessun governo si decide: c’è qualcosa da coprire? Sequestro Abu Omar, il caso Mancini e il segreto di Stato che copre la verità. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 19 Giugno 2022. 

Più procediamo e più constatiamo. La chiave di tutto sta in ciò che circonda e nasconde il caso Abu Omar, anzi: il segreto di Stato che lo riguarda. Tutto concorre a evidenziare che apparati regolari o paralleli si sono stufati di veder circolare “una bomba a orologeria” (copyright di Carlo Bonini). Niente di meglio che sotterrarla, per disinnescarla. E ogni volta si proietta l’ombra di Abu Omar, l’imam prelevato dalla Cia a Milano il 17 febbraio del 2003. Dalla Cia e non solo. Qualcun altro ha collaborato. Chi? Le certezze propalate dalla sentenza di condanna dalla Corte d’Appello di Milano del 12 febbraio 2013 puntarono il dito contro il capo del controspionaggio del Sismi, Marco Mancini (9 anni di carcere) e il suo direttore Nicolò Pollari (10 anni).

Non importa che quella sentenza sia stata annullata, privata della stessa qualità di essere esistita, dalla Corte costituzionale il 14 gennaio 2014. Conta di più la forza mediatica della Procura di Milano contornata di informatori che spiano le mosse dei colleghi? Nei fatti, la colpevolezza di Mancini e Pollari viene lasciata circolare senza intervenire e si trasforma in luogo comune. Rubando un titolo a Gesualdo Bufalino potremmo chiamarla “La diceria sull’Untore”. Del resto, Fabio Amendolara, su La Verità, lo definisce proprio così il 15 maggio 2021, anticipando il defenestramento. Scrive Amendolara: “Il caporeparto del Dis è l’untore che infetta tutti quelli che lo incrociano. A renderlo tale è il suo coinvolgimento nel rapimento dell’imam Abu Omar”. Ancora e sempre, Abu Omar. Occorre liquidare l’Untore.

L’esecuzione della sentenza ad annunciarla con dovizia di particolari è il ben informato Carlo Bonini su Repubblica del 3 giugno: “Con una decisione comunicata all’interessato alla vigilia del 2 giugno, al sottosegretario con delega alla sicurezza nazionale Franco Gabrielli e alla nuova direttrice del Dis Elisabetta Belloni, sono stati infatti sufficienti appena venti giorni per liberarsi della spia che aveva tenuto in costante fibrillazione e apprensione, per 15 anni (è del luglio del 2006 il suo arresto nella vicenda Abu Omar), il nostro sistema di Intelligence e otto diversi governi”. Assai rivelatrice, questa motivazione. Notato il nome posto come capo d’accusa? Abu Omar, ovvio. Dagospia sorpassa in curva Bonini e il 4 giugno fa il nome del “boia”, il tagliatore di teste. Si tratta di Bruno Valensise. A lui, secondo Dago “un Mancini impazzito ne ha urlate di tutti i colori”. Il famoso filmato all’Autogrill di Report è solo un pretesto, è il casus belli. C’è ben altro: a confermarlo è lo stesso Gabrielli con le dichiarazioni consegnate lo scorso 21 marzo alla storia tramite Giovanni Minoli a Il Mix delle 5, Radio Rai. Autogrill? Vale per gli ingenui. Dice Gabrielli testualmente: “(Mancini) non è stato invitato (ad andarsene) con riferimento a quella vicenda. Ma per tutta una serie di altre questioni che non è il caso di approfondire”.

A cosa allude? Al fatto che lassù sono stufi di avere tra i piedi la “bomba a orologeria”, uno che sporca di unto chi lo incrocia, essendo uno che bisogna far saper che “l’ha fatta franca”, secondo il lessico della procura di Milano? Conviene che si continui a pensar così. Ci sono carte e dichiarazioni che spingono a pensare che sono altri ad averla fatta franca. Ma per questo dovrete aspettare un po’. Peccato che non si stia parlando del giallo dell’estate, da leggere sotto l’ombrellone. Il pericolo per la vita di un servitore dello Stato non solo è perdurante ma è più che mai diretto e attuale: 1) la trasmissione sulla tv del servizio pubblico coram populo et repetita juvant del volto dello 007 pensionato nel luglio scorso, ma la cui testa resta un archivio vivente del nostro controspionaggio di cui è stato la punta di lancia per tutto l’Occidente, in riferimento soprattutto a Russia e Cina; 2) Il riconoscimento facciale (Report del 3 maggio 2021) dell’uomo “losco” che in Autogrill a Fiano Romano incontra Matteo Renzi il 23 dicembre 2020 è operato da un uomo mascherato e con voce contraffatta qualificato come ex agente del Sismi.

Frequentazione troppo antica per essere autentica. Ci siamo chiesti perché Report non scrive ex agente dell’Aise. Dice “Ex Sismi”. Lo dice la logica: il volto di Mancini nel filmato trasmesso è assolutamente diverso da quello che appariva nell’unica foto diffusa nel 2005 al tempo del Sismi. Deve seguire uno storytelling, chi lo indica. Ma deve anche averlo frequentato fino a poco fa, ed è perfettamente consapevole di consegnare il corpo dell’agente segreto più esposto dell’intero Occidente. E che nome pronuncia, che fatto evoca, nella circostanza il nostro Anonimo 007 esperto in riconoscimenti facciali? Abu Omar. Abu Omar. Abu Omar.

Così funziona la character assassination. Si deve ripetere un mantra finché quello non entra nella testa di tutti. A forza di ripetere una stessa bugia, quella diventa vera, predicava Goebbels. Un motivo in più per decidersi a togliere, adesso e per sempre, il segreto di Stato da quel caso. Saltato quel sigillo, salterebbe il marchio di infamia che qualcuno vuole incollare a Mancini. E si chiarirebbero molte cose. Quel segreto di Stato è un tappo che sigilla veleni e che qualcuno vuole, e forse deve, tenere invece ben chiuso. Fino a quando?

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste. 

Felice Manti per “il Giornale” il 21 giugno 2022.

C'è un'indagine della Procura di Ravenna per diffamazione e rivelazione di segreto di Stato sul filmato di 28 secondi che riprende l'ex premier Matteo Renzi e l'ex 007 Marco Mancini all'Autogrill di Fiano Romano il 23 dicembre 2020. Filmato che un'insegnante rimasta anonima avrebbe recapitato a Report, che l'ha pubblicato quattro mesi dopo: «Mi sembrava strano che un senatore - disse la donna in tv - si vedesse per 40 minuti con una persona, che alla fine gli disse sono a disposizione». 

Anche per quel video la carriera di Mancini, che puntava alla poltrona di numero due del Dis, finì in malo modo. Secondo un retroscena pubblicato da Dagospia a rimuovere lo scomodo funzionario sarebbe stato il sottosegretario Franco Gabrielli.

«Il nuovo capo del Dis Elisabetta Belloni temporeggiava sullo 007, disposto a tutto pur di diventare vicedirettore, al punto che dopo le promesse mancate di Giuseppe Conte e Angelo Vecchione (ex capo dei Servizi di osservanza grillina, ndr), aveva bussato alla porta di Matteo Renzi». Inutilmente. Alla fine a porgere il calice amaro a Mancini fu il vice della Belloni, Bruno Valensie, «in un incontro iniziato alle 11 e finito alle 17, con un Mancini impazzito che ne ha urlate di tutti i colori».

A quanto ha appreso il Giornale, la Procura di Ravenna ha aperto un'inchiesta e ha indagato Ranucci assieme all'autore del servizio Giorgio Mottola, per capire se davvero è stata una fonte anonima a recapitare la cassetta o se dietro c'è un regolamento di conti tra 007. I due cadono dalle nubi: «L'indagine? La annunciammo in una puntata dell'ottobre scorso, quando Mottola andò a trovate Mancini a Pavia», dicono da Report.

Ma nel servizio si dice solo che Mancini ha presentato querela, mentre al Giornale risulta che sia Ranucci sia Mottola siano stati indagati e interrogati, assieme anche a Francesca Chaoqui: «È vero - dice la Papessa, che dopo il suo coinvolgimento nello scandalo Vatileaks 2 ha una società di consulenza a Roma e collabora, tra gli altri, con Matteo Salvini - Report ha mandato in onda una registrazione di una conversazione tra me e Giorgio Mottola in cui, spiegando al giornalista il coinvolgimento di Cecilia Marogna come rappresentante presso i servizi segreti italiani, essa non avesse credito presso le istituzioni, ma veniva ascoltata per cortesia nei confronti di uno stato estero.

Da questa conversazione poi mandata in onda da Report l'ipotesi che io fossi a conoscenza di vicende che riguardassero il dottor Mancini e da qui la volontà dei pm di Ravenna di capire meglio il mio ruolo». Ma chi è la Marogna? E che c'entra con Report? 

La donna, coinvolta nel processo in Vaticano sul palazzo di Sloane Avenue per i suoi rapporti con monsignor Angelo Becciu di cui si è occupato proprio Mottola, dice di aver lavorato per la Santa sede con l'ok del Pontefice per la liberazione di una suora in Colombia e di avere agganci nei servizi segreti, tanto da aver accreditato qualche anno fa, presso la Segreteria di Stato, i vertici dei servizi di allora, i generali Luciano Carta e Giovanni Caravelli. 

«Chiarito che il mio coinvolgimento fosse esclusivamente relativo alle vicende vaticane e non a quelle italiane, di cui niente conosco, la mia posizione è stata chiarita», dice la Chaouqui. Chissà se i pm sono dello stesso avviso.

Ranucci attacca. "Quel video al'Autogrill non è rubato". Felice Manti il 22 Giugno 2022 su Il Giornale.

Sigfrido Ranucci se la prende col Giornale perché ha rivelato che il conduttore di Report è indagato per il video che ritrae l'ex 007 Marco Mancini e il senatore Matteo Renzi nell'autogrill di Fiano Romano.

Sigfrido Ranucci se la prende col Giornale perché ha rivelato che il conduttore di Report è indagato per il video che ritrae l'ex 007 Marco Mancini e il senatore Matteo Renzi nell'autogrill di Fiano Romano, mandato in onda sulla Rai. Ma sbaglia mira. Dice di aver detto dell'inchiesta di Ravenna 8 mesi fa «per un dovere di trasparenza nei confronti del pubblico che ci segue» ma nessuno fino a ieri sapeva che lui, Giorgio Mottola e Francesca Chaouqui erano stati indagati e interrogati. Fa niente. A rivelare al nostro quotidiano i capi d'accusa contestati dalla Procura di Ravenna è lo stesso Mottola: «Diffamazione e rivelazione di segreto di Stato». Diffamazione perché secondo la sedicente autrice del video «rubato», Mancini avrebbe detto a Renzi «sono a tua disposizione». «È falso che io sia indagato per aver rubato il video di Renzi come titola il Giornale», sottolinea Ranucci. Ma se l'avesse «rubato» i reati sarebbero ben altri, è «rubato» tra virgolette perché è stato fatto senza il consenso degli interessati. Ranucci ce l'ha pure con Matteo Renzi, che non crede alla storia dell'insegnante stile Jessica Fletcher che gioca a fare lo 007. «Bisogna che qualcuno si metta l'anima in pace: in quell'autogrill non c'erano agenti del Gru, del Kgb, o cinesi», insiste il conduttore di Report, sicuro che la vicenda finirà in nulla perché «neppure i fatti raccolti dai magistrati e dalla Digos hanno messo in dubbio la bontà del racconto di Report». Renzi non ci sta: «Sono garantista, sempre, e mi auguro che tutto si chiuda velocemente. Ma credere alla versione delle due auto, che escono una a destra e una a sinistra dall'Autogrill, è più difficile che credere negli Ufo. Purtroppo questo è il servizio pubblico con cui dobbiamo fare i conti».

Resta da capire che cosa si sarebbero detti i due. E qui la vicenda si complica. Prima Ranucci si dice sorpreso dell'ipotesi di aver violato il segreto di Stato, poi ammette «il paradosso che mentre lo 007 si appellava al segreto di Stato, chiedeva però alla Procura di Ravenna di rivelare il nostro». Al Giornale risulta che la cacciata di Mancini dai servizi dopo il video sarebbe il culmine di una faida interna ai nostri 007, legata anche alla fine del governo di Giuseppe Conte, su cui più di qualcuno saprebbe molte cose. Per risolvere questo mistero, oltre a Ravenna, si starebbero muovendo anche le procure di Roma e Firenze. C'è una manina dietro il video consegnato a Report o è solo una caccia ai fantasmi?

Vincenzo Bisbiglia per il “Fatto quotidiano” il 25 giugno 2022.

Non è emerso alcun collegamento degno di nota tra la donna che registrò il video dell'incontro fra Matteo Renzi e l'ex 007 Marco Mancini, avvenuto il 23 dicembre 2020 all'autogrill di Fiano Romano, e formazioni politiche o personaggi legati ai servizi segreti. Il filmato dell'incontro fu poi utilizzato da Report per un servizio andato in onda il 3 maggio 2021. 

La Digos di Roma nei mesi scorsi ha inviato alla Procura di Roma un'informativa in cui smentisce i timori di Matteo Renzi circa la possibilità che l'insegnante, che non è indagata, abbia avuto una motivazione diversa dalla semplice curiosità a spingerla a riprendere con lo smartphone la chiacchierata tra il leader di Italia Viva e l'ex dirigente del Dis.

La donna è stata sentita ad aprile dai magistrati capitolini come persona informata sui fatti e agli inquirenti ha confermato la versione già resa pubblica durante l'intervista a Report. Pochi giorni prima i pm avevano sentito, sempre come persona informata sui fatti, anche il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci. 

La donna altro non ha fatto che riprendere la scena che peraltro si svolgeva in un luogo pubblico. Eppure Renzi ha deciso di denunciare, presentando l'8 maggio 2021, un esposto alla Questura di Firenze.

Nella querela, gli avvocati del senatore scrivevano della possibilità che "Renzi sia stato seguito e/o che qualcuno abbia violato la Costituzione e la legge intercettando e riprendendo in modo illegittimo un parlamentare della Repubblica" e definivano "contraddittorio" il racconto della donna e "grottesca e falsa" la sua ricostruzione", motivando la necessità dei pm di indagare in quanto "l'episodio potrebbe non essere una fortuita ripresa da parte di una cittadina qualunque, quanto piuttosto una vicenda accuratamente orchestrata".

Nel suo libro Il Mostro, Renzi va oltre e si riferisce all'episodio parlando di "pedinamento fisico che mi porta a essere controllato persino agli autogrill", per poi chiedere ai lettori se sia "plausibile che la Rai faccia credere che una signora all'improvviso ferma in autogrill (...) riconosca in un 'tizio losco' un agente dei Servizi segreti, capti il dialogo pur essendo a distanza (...) e quattro mesi dopo i fatti, all'improvviso, decida di parlarne con Report?". L'indagine aperta dalla Procura di Roma è contro ignoti (non ci sono indagati). I reati iscritti nel fascicolo risultano essere quelli di interferenze illecite nella vita privata e accesso abusivo a un sistema informatico o telematico. 

Marco Mancini, lo 007 fatto fuori da Report: "Immagino con grande soddisfazione dei russi". Libero Quotidiano il 23 aprile 2022.

Sigfrido Ranucci e la redazione di Report hanno sulla coscienza la fine della carriera di Marco Mancini. L’ex capo reparto del Dis è stato pre-pensionato lo scorso luglio, dopo essere stato esposto dal programma di Rai3 per l’incontro avvenuto in autogrill con Matteo Renzi a dicembre 2020. Dopo 30 anni passati nel controspionaggio italiano, Mancini è quindi stato costretto a rinunciare al suo lavoro a causa di un servizio di Report.

“Penso che nelle sedi istituzionali deputate al controllo dei servizi si possa giungere a definire i reali contorni, le dinamiche e i contenuti della vicenda trattata dai media - ha dichiarato l’ex capo reparto del Dis all’Ansa - essere individuato, riconosciuto e mostrato in televisione senza che vi fosse una mia immagine pubblica dal 2005 è inquietante e sconcertante. Peraltro, in quell’occasione, stavo facendo un semplice saluto pre-natalizio a un senatore della Repubblica italiana. Immagino con grande soddisfazione dei servizi segreti russi”.

Quest’ultimo punto è poi stato approfondito da Mancini: “Se fosse accertato con sentenza definitiva che Walter Biot ha trafugato segreti dal patrimonio informativo italiano a favore dell’intelligence russa, ciò sarebbe la conferma della continua attività clandestina che gli agenti di Mosca svolgono attivamente tutt’ora, e sottolineo tutt’ora, sul nostro territorio nazionale”. Lo scorso luglio Mancini è stato messo in pre-pensionamento a causa delle polemiche scatenate dal servizio di Report sull’incontro con Renzi.

Minacce di morte al pilastro dei servizi segreti italiani. Vogliono uccidere Marco Mancini, e i servizi lo scaricano: tolta la scorta al super-007. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 20 Maggio 2022. 

Prima che sia troppo tardi va raccontata la storia di un morto che cammina. Sperando che grazie alle notizie – verificate una per una – che qui daremo, possa ancora camminare a lungo. A esporlo a una fine violenta è proprio lo Stato che ha servito e gli organi di sicurezza di cui è stato l’asso, come tutti – amici e nemici – oggi gli riconoscono. Stiamo parlando di Marco Mancini, pilastro dei servizi segreti italiani da sempre attivo per prevenire e sminare con il massimo anticipo le minacce alla sicurezza. È il metodo Mancini. O meglio era: perché Franco Gabrielli ha pensato bene, nel pieno vigore dei 60 anni, di avviarlo alla pensione.

Ufficialmente per la sovraesposizione dovuta al famoso caso dell’Autogrill. O almeno, così diceva la lettera firmata da Elisabetta Belloni, direttrice del Dis. O forse, per tornare a Gabrielli, “per tutta una serie di altre questioni” (dichiarazione al Mix delle 5, Rai Radio 1, da Giovanni Minoli, 21 marzo 2022). Quali? Di certo la mossa forse astuta e tranquillizzante per certi settori decrepiti e parassitari dell’intelligence, in realtà è pericolosa per Mancini e famiglia, ma anche per l’Italia. Tutto lascia credere che giovi piuttosto agli interessi russi. Mancini viene dalla scuola del generale Dalla Chiesa, da cui impara a catturare terroristi. Tra le tante operazioni di quegli anni Ottanta, fu lui a bloccare Sergio Segio detto Sirio in viale Monza a Milano, riconoscendolo per caso, e senza sparare un colpo, nonostante Segio girasse con la scorta. Passa da carabiniere ad agente Sismi (il servizio segreto militare, quello con l’occhio sul mondo intero: oggi Aise) e dà il meglio come capo del controspionaggio.

È coinvolto nel caso Abu Omar e nell’affaire Telecom: subisce quasi un anno di carcerazione preventiva. Entrambi buchi nell’acqua della Procura di Milano: si concludono con il proscioglimento per caso del sequestro dell’Imam e con l’assoluzione da parte del Gup di Milano sul caso Telecom. Poi va all’Aise, per quattro anni capo centro a Vienna, punto strategico verso l’Est. Nell’agosto del 2014 torna nella Capitale. La faccenda è segreta, ma una fuga di notizie interna ai servizi la dà al Fatto Quotidiano. Passa al Dis, con mansioni di scrivania, seppur importantissime: tenere la cassa, controllare le spese, e magari prevenire l’utilizzo improprio dei fondi riservati. Risparmia milioni, la Corte dei Conti gli rivolge un elogio. Ma un ex operativo, dietro alla scrivania, soffre sempre un po’. E soprattutto, non riesce a portare a termine il lavoro intrapreso sulla rete di spie, in particolare russe, che infestano l’Italia. Il metodo della crisis prevention avrebbe suggerito, ripetono nell’ambiente, che ad esempio Walter Biot andava pedinato più a lungo ai fini di ricostruirne la rete, anziché arrestarlo alla prima occasione e liquidare tutta la pratica in fretta e furia.

Secondo testimonianze mai smentite, prima alla fine del 2020 (10 novembre, titolo del Fatto: “Servizi segreti, il ritorno di Mancini: in ballo la nomina a vice degli 007”) poi sul finire dello scorso anno (su Repubblica, da Claudio Tito) è accreditato per la direzione dell’Aise o la vicedirezione del Dis. Di certo lo convocano per annunciarglielo Luigi Di Maio alla Farnesina e Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. Finché il 23 dicembre, quando viene filmato durante un incontro con Matteo Renzi fuori dall’Autogrill di Fiano Romano, cambia tutto. Prima si fa montare il mistero. “Un video anonimo..”, dirà sulle prime Sigfrido Ranucci. Poi Report il 12 aprile trasmette il filmato. Non solo. Ranucci riesce anche a dare un nome a quel volto: è di Marco Mancini. Altro che promozione per lui: è la fine. Per dare un nome al suo volto, Report va a colpo sicuro da un uomo dei servizi segreti, presunto ex-Sismi, opportunamente mascherato, per effettuare il riconoscimento.

Anche se, a ben riflettere, il Sismi non c’è più dal 2007. In pensione da 14 anni? E da 14 anni non ha visto in viso Mancini, a meno che fosse dell’Aise. Perché vanno da lui a colpo sicuro? Magari invece era un magistrato, un architetto, un farmacista. Invece guarda un po’ chiedono a un ex 007. Che essendo tale, sa che Mancini ha la scorta da anni e non a caso. E qui siamo al risvolto indecente della storia. Il volto odierno di Marco Mancini ormai è a disposizione di qualunque Paese che abbia visto il lavoro di Mancini portare risultati utili all’Italia e negativi, con il dissolvimento di un nido di spie, a Paesi a noi ostili. Questo, usando un linguaggio antico, è comportarsi da felloni. Invece cosa fanno le agenzie con la supervisione di Gabrielli? Mettono sotto accusa Mancini e non indagano sulla spia mascherata. Non è che ha qualche interesse diverso nel “bruciare” lo 007? Talvolta si è spinti a pensare male, quando in ballo ci sono i russi, poi…

Ricordiamolo: Gabrielli fa nominare l’ambasciatrice Elisabetta Belloni a capo del Dis. E decide la defenestrazione di Vecchione e la cacciata di Marco Mancini. Non solo. Gli toglie la scorta, di più: priva la sua abitazione (e questa non è una decisione di Gabrielli ma del Ministero dell’Interno) della “vigilanza dinamica” intorno alla abitazione della famiglia Mancini, peraltro già traslocata in altro luogo per mettersi in salvo. Leggiamo Repubblica del 13 maggio. “Il redde rationem nei Servizi è solo all’inizio. E del prefetto Gennaro Vecchione, direttore del Dipartimento per le informazioni e la sicurezza fino alle 19 di mercoledì, e del suo dirigente ancora in servizio, Marco Mancini – per il quale il sottosegretario alla Presidenza del consiglio Franco Gabrielli ha disposto l’interruzione del servizio di scorta di cui godeva e di cui nessuno è stato in grado di giustificare le ragioni – sentiremo probabilmente parlare ancora per un po’. La faccenda (dell’Autogrill, ndr) li ha travolti”. Gabrielli davvero non sapeva le ragioni della scorta? Se sì, lo lascia in balia di qualche commando. Se non lo sapeva, peggio ancora.

Ci mettono in mano due fogli. La fonte è un parlamentare del Copasir, che viola il segreto di Pulcinella che lì dovrebbe vigere, e in realtà serve solo a nascondere quello che si dovrebbe fare e non si fa, per pigrizia, quieto vivere, commercio di dare-avere con questa o quella cordata dei servizi segreti. Tutto è depositato presso il Copasir, e tutto è ed era a disposizione di Gabrielli e della Belloni. Prima però una busta. C’è il francobollo con Papa Luciani. Il nome e l’indirizzo privato, in Emilia-Romagna, del destinatario. Contenuto: una lettera che riproduciamo in questa pagina. Il sistema per non farsi identificare è quello antico dei rapitori sardi: il normografo. Dice il foglio, che segue a messaggi sul telefonino irrintracciabili, tutto in minuscolo: “Continui a non capire un cazzo, sei un cadavere che cammina!!! Tu e Pollari siete dei bastardi sequestratori… come siete ridicoli insieme. Per te abbiamo già una bara vuota e pronta che ti aspetta qui a Roma. Tua moglie e tua figlia troveranno un cadavere con una fucilata in testa….. sei un porco sequestratore morto. Non sei degno di stare a questo mondo. Rimani a Vienna…….. ti conviene!!!”. Siamo a inizio del 2014.

La Corte Costituzionale sta per pronunciarsi e decidere che il sistema giudiziario non ha titolo per sottoporre a processo Marco Mancini, Nicolò Pollari e altri agenti del Sismi: proscioglimento per decisione della Corte sovrana, che sta sopra la Cassazione e vigila sulle fondamenta della Repubblica. Nessuno, salvo gli ambienti più interni all’Aise, sa di quel che sta maturando riguardo al trasferimento. Mancini non retrocede, non si fa intimidire, denuncia il tutto al suo superiore, il direttore Paolo Scarpis, che riferisce di queste minacce alla polizia giudiziaria. Ecco allora una nuova lettera. Evoluzione. Stesso normografo ma tutto in maiuscolo e nessuna punteggiatura: “BASTARDO E SPORCO SEQUESTRATORE TI AVEVAMO DETTO DI RIMANERE A VIENNA, QUANDO TORNI IN ITALIA TI FACCIAMO SECCO!!!!”.

Interrogato a novembre dai magistrati della Procura di Ravenna, interessati al caso per competenza territoriale, secondo le carte in possesso del Copasir, l’alto funzionario dell’Aise, ammette di “non aver fatto svolgere accertamenti”. E riconosce nel contempo “che vi erano ostilità nei confronti del dottor Mancini da parte di altri soggetti appartenenti all’Aise”. Domanda del magistrato: “Quindi è a conoscenza di situazioni di astio nei confronti del Dott. Mancini?”. Risposta: “ Ne sono a conoscenza. Metà Aise lo adorava e metà lo odiava”. Ormai Mancini è a Roma. Non lo uccidono, e meno male. Sarà per la scorta. O forse l’odio è sparito? Ma no. Basta accontentarsi. Quelli – dice la logica – in realtà non volevano che Mancini tornasse operativo all’Aise. Assecondando il filo sottile della minaccia, l’autorità per la sicurezza, cioè Marco Minniti, lo manda sì a Roma, ma promuovendolo al Dis. Ruolo importante, ma fuori dai piedi. Le due lettere, riconosce alla fine con onestà Paolo Scarpis, direttore dell’Aise, arrivano da lì “Queste due lettere (quelle trascritte sopra, ndr) mi confermano l’opinione che provengano dall’interno dell’Agenzia, in quanto minacciano in base al ritorno a Roma, cosa che non avrebbe senso facesse un terrorista”.

Ed ecco, come riferito più sopra, torna d’attualità la promozione di Mancini ai vertici dell’Aise. Si rimette in moto la macchina dell’odio? Plausibile. E qualcuno, con quel video dell’Autogrill, si presta a quel gioco. Va fatto fuori. Magari prima mostrando il filmato del “tradimento” di Mancini che corrompe Renzi con una confezione di Babbi (c’è la ricevuta al Copasir) a Conte e Di Maio. Magari tramite il loro fedelissimo Vecchione. Il quale mostra di saper tutto. Pochi giorni prima della messa in onda – è sempre il parlamentare del Copasir a riferire – Mancini riceve sul suo telefonino assolutamente privato un messaggio di Giorgio Mottola di Report che gli chiede un colloquio in vista del programma che uscirà il lunedì successivo e che lo riguarderà. Mancini ne informa Vecchione. Il quale incredibilmente dice di stare tranquillo, di pensare alla famiglia. Poi manda un messaggio scritto: “Ecco passerà anche questo, ma bisogna riflettere sulla situazione”. Scivolata.

Qualcuno dubita a questo punto che quel servizio lo avesse già visionato? Il parlamentare del Copasir non ha dubbi. E vorrebbe riaprire le porte del Copasir a Mancini, Renzi e alle loro scorte, stranamente non interrogate da nessuno. Sentire le scorte di Mancini e di Renzi in audizione al Copasir. L’ipotesi del nostro interlocutore: gli stessi che hanno minacciato Mancini di sparargli in testa, e che poi si sono chetati, vedendolo risorgere lo hanno fatto fuori. Gabrielli ha abboccato. Lo pensiona di forza, e qualcuno aggiunge uno svolazzo sotto alla firma: via la scorta. Mancini era un pericolo per la Russia e per qualcuno all’Aise, magari al servizio di qualche potenza non propriamente amica. Perché lo Stato lo ha abbandonato? Forse sentirlo al Copasir, come modestamente avevamo suggerito, oggi sarebbe opportuno.

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

La rivelazione sul ruolo di Report. “Indagava sulle spie russe”, ecco perché Mancini fu fatto fuori dai servizi. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 22 Aprile 2022. 

I misteri del caso Barr-Vecchione e delle omissioni di Giuseppe Conte non cessano di far parlare. Nell’inner circle dell’intelligence italiana c’è chi sente scricchiolare un’asse. I più sensibili percepiscono che si starebbe aprendo uno squarcio. La rivelazione delle dinamiche tra Vecchione e Conte, tra il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti trumpiani e i vertici dei servizi italiani, finora rimaste al buio, potrebbero fornire una chiave insperata. Si stanno creando le condizioni per chiarire, uno a uno, diversi aspetti ancora oscuri. Con Il Riformista parla una fonte che deve rimanere coperta.

Nel maggio scorso Marco Mancini è ancora un brillante agente del Dis, l’agenzia che coordina Aisi e Aise, cioè i servizi segreti che si occupano rispettivamente dell’interno e degli esteri. Ha una lunga storia. Ha alle spalle una carriera nel Sismi (il servizio segreto militare predecessore dell’Aise) di cui diventa capo della Divisione controspionaggio, braccio destro del direttore Nicolò Pollari. E se entra nelle cronache per la vicenda Abu Omar, è per altro ad essere rispettato e temuto. È ostile ai russi. È convinto che quelli stiano tessendo la loro trama dentro l’ordito delle istituzioni. Che qua e là stiano persuadendo gli interlocutori politici e i decisori pubblici, con argomenti sonanti, delle loro ragioni. Va dunque fermato. E va fermato per tempo, quasi indovinando che di lì a nove mesi i russi provocheranno, con l’ingresso in Ucraina il 24 febbraio, una crisi di sistema senza precedenti.

Dalle verifiche che facciamo con ambienti del Copasir emerge che Marco Mancini mostrò dei messaggi ai membri del Comitato parlamentare sui servizi segreti, mettendo il suo cellulare a disposizione del sindacato ispettivo dei presenti. Dalla schermata si poteva evincere che Gennaro Vecchione conoscesse già il video che sarebbe poi apparso su Report in data successiva, ovvero nella puntata del 3 maggio scorso. Testimoniando così come lo stesso Vecchione fosse perfettamente a conoscenza del fatto che quel video “rubato” all’Autogrill stava per irrompere nelle case degli italiani. Provocando la caduta in disgrazia di Mancini, la fine della sua ascesa e della sua carriera. Torniamo a quella vicenda, alla trappola tesa a Mancini nel momento in cui il n.2 del Dis stava per esserne nominato a capo. Perché in quei giorni avviene qualcosa di particolare. Nella famigerata puntata di Report – ormai noto il meccanismo del “video recapitato da un anonimo, arrivato nella nostra redazione da chissà dove” – si fa intervenire una figura in controluce. E chi ci parla solleva una serie di interrogativi.

Si inquadra infatti uno che si qualifica come ex agente del Sismi che identifica Marco Mancini. «Questa estromissione di Mancini non è che sia stato un favore fatto ai russi, in cui Franco Gabrielli si è trovato ad essere un mero passaggio?», la domanda retorica. I dubbi sorgono: come mai i vertici del Dis invece di intervenire sui misteri delle due visite di Barr a Roma, nel giugno e nell’agosto 2019, che agli addetti ai lavori erano parse subito molto sui generis, si dedicano con tanta decisione all’incontro Renzi-Mancini? Facciamo un passo indietro: Marco Mancini doveva diventare capo dei servizi segreti con la esplicita benedizione di Luigi Di Maio. Dopo aver incontrato Renzi, finisce in una raffica di fango. Si compie una operazione di siluramento tramite Report, che punta i fari soprattutto contro Renzi, ma che in realtà colpisce e affonda solo l’interlocutore di Renzi. Quel Marco Mancini che risultava sgradito a qualcuno. E forse di più: intollerabile. Ma chi è il testimone di cui Report si serve per apporre il sigillo dell’autenticità all’identificazione di Mancini? Abbiamo interrogato qualche fonte. In studio il personaggio è travisato, non riconoscibile. Ma se c’è qualcuno che lo riconosce, quello non può che essere lo stesso Mancini. «C’è da chiedersi come sono arrivati a lui», ci dice una fonte che i servizi li frequenta, e non da oggi. «C’è da chiedersi se quell’agente – o ex agente – non fosse legato ai russi», aggiunge.

Il testimone misterioso che va in video, non riconoscibile, suscita un sospetto nella fonte che abbiamo consultato: lo fa per accertarsi che Mancini venga indubitabilmente messo all’indice. Nel libro Oligarchi, Jacopo Iacoboni scrive che «Aisi e Aise non hanno collaborato, nella vicenda dei russi». Lo scrive uno che le fonti le ha consultate. Adombrando una frattura risalente nel tempo che solo nel maggio 2021 ha portato all’auspicato allontanamento di Mancini. «Non c’è alcun disegno da parte di Gabrielli. Ed è una pratica che si è trovata davanti Elisabetta Belloni, come dossier da affrontare appena nominata. Non rimandabile», rivela la nostra fonte. E Report è stato solo uno strumento di cui altri si sono serviti, lo schermo sul quale proiettare un film scritto altrove. Giovanni Minoli intervista Gabrielli e glielo chiede: “Perché Mancini è stato invitato ad andarsene in pensione?” – “Non è stato invitato con riferimento a quella vicenda ma per tutta una serie di altre questioni che non è il caso di approfondire”, la risposta. Non c’è alcuna ragione di dubitare della sincerità di quelle parole. La rimozione di Mancini però da qualcuno è stata ispirata. E per qualche ragione ben diversa dall’aver incontrato il senatore Renzi all’Autogrill. «Mancini ha portato all’emersione di una rete di spioni russi in tutt’Europa. Non solo in Italia».

Il 30 marzo 2021 viene arrestato a Roma l’ufficiale della Marina militare Walter Biot, responsabile di aver trafugato una serie di documenti segreti Nato per rivenderli alla Russia. Un gran goal del nostro controspionaggio, consolidato dalle prove che hanno portato a una condanna . Peccato che per festeggiarlo, sessanta giorni dopo, si sia deciso di far saltare la testa di chi quelle operazioni le aveva volute e instradate da tempo. Al Dis chiamano Mancini. Lo convocano per comunicazioni urgenti. «La Belloni non se l’è sentita di affrontarlo per comunicargli che era giunto al capolinea. E ha dato l’incarico al suo povero vice, Bruno Valensise», raccontano le cronache. L’incontro tra i due era iniziato alle 11 del mattino ed è finito alle 17, altro che comunicazioni. Sei ore di faccia a faccia che – racconta chi ha avuto modo di origliare – si è svolto senza esclusione di colpi. Bruno Valensise era stato nominato vicedirettore vicario del Dis nel settembre 2019 dal governo guidato da Giuseppe Conte. Conte aveva optato per lui, risorsa interna di lunga esperienza, per coadiuvare il lavoro di Gennaro Vecchione.

Valensise era così diventato il tutor del neonominato capo dei servizi, l’uomo di fiducia del fiduciario di Conte. Lo accompagnava ovunque, negli appuntamenti. Era stato con Vecchione alla Link Campus University, e con lui aveva incontrato il ministro della Giustizia William Barr, partecipando all’agenda segreta di quel Ferragosto di cui si viene oggi a sapere. L’Attorney general tornerà in Italia anche il 27 agosto, data in cui, accompagnato da Durham, tornerà ad incontrare i vertici dei servizi: alla riunione oltre a Vecchione, partecipano anche i direttori di allora di Aise, Luciano Carta, e Aisi, Mario Parente. Gli americani tornarono a casa soddisfatti della trasferta romana, con la ciliegina sulla torta della cena nel sontuoso ristorante romano di piazza delle Coppelle. «Si è parlato in termini generici, con i soliti convenevoli», si è schernito il prefetto Vecchione.

Eppure il procuratore John Durham dichiarò di aver potuto estendere la sua inchiesta, grazie alle informazioni ottenute in quegli incontri. Un funzionario dell’ambasciata americana a Roma confermò al Daily Beast che quella di Barr era stata una visita inaspettata e che gli americani erano particolarmente interessati da ciò che i servizi segreti italiani sapevano sul conto di Joseph Mifsud, il misterioso docente maltese al centro del Russiagate americano. Un agente russo, per alcuni, dell’Fbi secondo altri. Doppiogiochista, sospettano i nostri servizi. L’uomo è scomparso nel nulla: si è volatilizzato senza lasciare traccia il 31 ottobre 2017. Sarebbe stato lui a gestire il traffico di informazioni riservate tra Putin e Trump. E forse a conoscere la rete degli informatori russi sui quali indagava Marco Mancini. Tanti i risvolti ancora oscuri, i misteri irrisolti che si dipanano intorno al Dis nel finale di stagione del governo Conte. Per iniziare a capirne qualcosa di più, le istituzioni avrebbero il boccino in mano, se volessero. Basterebbe ascoltare Marco Mancini al Copasir. Se solo volessero.

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

Marco Mancini, la spia anti-Putin rimossa da Conte: “Chi aveva arrestato prima di essere cacciato”. Andrea Morigi su Libero Quotidiano il 24 aprile 2022.

Sembra che si scoprano le carte, invece si nascondono. Perciò, nel gioco, non resta che sparigliare, come ha fatto ieri Marco Mancini, con trent'anni di esperienza nell'intelligence italiana durante i quali ha «potuto constatare il continuo aumento della presenza nel mondo di agenti prima sovietici (Kgb Gru) e poi russi (Fsb - Svr Gru)». In una dichiarazione all'Ansa rivela che «diverse operazioni di controspionaggio hanno fatto emergere la determinata spregiudicatezza degli agenti operativi di Mosca presenti sul nostro territorio nazionale. Ritengo che i servizi segreti russi in Italia e all'estero abbiamo costantemente mantenuto una capillare e continua attività di ricerca informativa attraverso "covert operation" dedicate, per raggiungere target stabiliti da Mosca. L'intelligence russa conduce queste operazioni anche per mezzo del reclutamento di fonti umane, scelte con particolare abilità».

LA TRAPPOLA

Peccato che la struttura che presiedeva al controspionaggio sia stata smantellata come ricordava Aldo Torchiaro sul Riformista di venerdì proprio dopo il successo dell'operazione che il 30 marzo 2021 aveva portato all'arresto dell'ufficiale della Marina Militare Walter Biot, accusato di aver passato documenti militari riservati a diplomatici di Vladimir Putin a Roma. Tanto da far emergere il sospetto di un'influenza politica del Cremlino sugli equilibri di governo e le dinamiche interne agli stessi servizi segreti italiani. Mancini, parlando all'Ansa, si riferisce anche alle vicende che nel luglio scorso hanno portato al suo pre-pensionamento da capo-reparto del Dis, cioè il Dipartimento Informazioni per la Sicurezza, l'autorità che coordina l'intelligence italiana. Report, il programma televisivo di Raitre condotto da Sigfrido Ranucci (uno che sostiene, vantandosi, di disporre di decine di migliaia di dossier), aveva messo in onda le immagini dell'incontro avvenuto in autogrill fra Mancini e il leader di Italia Viva Matteo Renzi nel dicembre 2020. «In quell'occasione, stavo facendo un semplice saluto prenatalizio a un senatore della Repubblica italiana», ricostruisce Mancini. Tuttavia, «a causa di tale operazione mediatica ho perso il posto di lavoro. Immagino con grande soddisfazione dei servizi segreti russi».

In realtà, ricorda ancora Torchiaro, quell'episodio s' intreccia con le visite in Italia dell'allora ministro della Giustizia degli Stati Uniti, William Barr, alla ricerca di notizie sul Russiagate che coinvolgeva il presidente americano, Donald Trump. L'Attorney General cercava informazioni sul maltese Joseph Mifsud, sospettato di aver fatto da tramite fra Trump e Putin. E le aveva chieste, secondo i media Usa, a uno stretto collaboratore dell'allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, cioè Gennaro Vecchione, direttore generale del Dis. Quest'ultimo, aveva riferito Mancini il 14 luglio al Copasir - il Comitato parlamentare di sorveglianza sui servizi segreti - conosceva anche in anticipo i video di Report ed era informato sulla loro programmazione prevista il 3 maggio 2021. «Penso che nelle sedi istituzionali deputate al controllo dei servizi si possa giungere a definire i reali contorni, le dinamiche e i contenuti della vicenda trattata dai media. Essere individuato, riconosciuto e mostrato in televisione senza che vi fosse una mia immagine pubblica dal 2005 è inquietante e sconcertante», commenta Mancini.

LA MINACCIA

Nel linguaggio delle spie, suona come un allarme, visto che a Mancini era stata tolta la scorta che gli era stata assegnata in seguito alle minacce di morte ricevute mentre era il capo dell'Aise (che si occupa della sicurezza esterna) in quel crocevia di spie che è Vienna. Se anche l'attuale presidente del Consiglio dei ministri Mario Draghi, domenica scorsa al Corriere della Sera confidava che, rispetto alla guerra in Ucraina, «dobbiamo riconoscere che nei mesi scorsi, prima e durante l'invasione, l'intelligence americana aveva le informazioni che si sono rivelate più accurate», qualche problema c'è. L'intelligence italiana conta su un organico di 5mila persone, e costa un miliardo di euro. Ma non si era accorta di niente.

Paolo Mastrolilli per “la Repubblica” il 24 aprile 2022.

La decisione di forzare le regole sul caso Barr era stata presa da Giuseppe Conte, nonostante le resistenze del ministero degli Esteri e dei capi delle due agenzie Aise e Aisi. È la conclusione a cui porta la ricostruzione dei fatti di Repubblica, che dovrebbe spingere il Copasir a riaprire l'indagine, nonostante il presidente Urso abbia in programma una visita a Washington in giugno. O forse proprio per questo.

L'Attorney General aveva contattato l'ambasciatore Armando Varricchio, per spiegare il "Russiagate" e chiedere un incontro con i servizi, insieme al procuratore John Durham. Varricchio aveva informato il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, ma la Farnesina aveva frenato, perché riteneva che la richiesta dovesse passare dal ministero della Giustizia. L'ambasciatore allora aveva informato Palazzo Chigi e Conte aveva deciso di occuparsi del caso, affidandolo al direttore del Dis Gennaro Vecchione, che lui aveva nominato. Così si era arrivati alla visita di Barr a Roma il 15 agosto, seguita dalla cena al ristorante Casa Coppelle.

Quando il 27 settembre era tornato in Italia, per raccogliere le informazioni richieste a Ferragosto, Vecchione aveva chiesto ai direttori di Aise e Aisi, Luciano Carta e Mario Parente, di partecipare. Entrambi si erano opposti, perché ritenevano che il canale seguito non fosse corretto, e allora il capo del Dis aveva emesso un ordine scritto per obbligarli a venire. Carta e Parente avevano obbedito, ma si erano limitati a dire che non avevano nulla da aggiungere.

Quindi era stato spiegato a Durham che se voleva interrogare Joseph Mifsud, professore maltese della Link Campus University sospettato di essere all'origine del "Russiagate", doveva seguire il canale giudiziario, presentando la richiesta che avrebbe dovuto inoltrare dal principio.

Siccome Mifsud non era nelle mani degli italiani, per cercarlo e arrestarlo serviva l'ordine di un magistrato. Durham in effetti fece la richiesta, che però rimase lettera morta, perché non conteneva prove o ipotesi di reato credibili. Gli italiani peraltro sostengono che non sanno dove sia Mifsud, e l'ultimo recapito noto sarebbe una villetta fra Abruzzo e Marche dove si era nascosto. 

Se questa ricostruzione fosse confermata, solleverebbe diversi interrogativi da porre a Conte. 

L'ex premier dice di non aver mai incontrato Barr, ma per confermarlo bisognerebbe quanto meno appurare l'agenda dell'Attorney General nella visita di settembre, quando in base ai documenti ufficiali del suo Dipartimento era partito per Roma alle 7 del mattino del 26 ed era andato via alle 10 del 28. Davvero aveva passato circa 36 ore nella capitale solo per vedere Vecchione?

Conte dice che non sapeva della cena a Casa Coppelle e Vecchione ha spiegato che era solo cortesia istituzionale. Anche ammesso che sia così, resta una prassi assai singolare per i professionisti dell'intelligence. 

L'ex premier spiega che aveva aperto le porte a Barr in quanto responsabile dell'Fbi, impegnato in uno scambio tra agenzie sulla sicurezza nazionale, ma i fatti contraddicono palesemente questa versione, a cominciare dalla reazione di Carta e Parente. L'Attorney General non era venuto per catturare un terrorista, sgominare un attentato, o arrestare un boss mafioso. 

Era stato inviato da Trump per una missione politica finalizzata ad aiutarlo sul piano elettorale. Conte è troppo intelligente per non averlo capito, e quindi resta da chiarire perché si sia prestato a questo uso personale delle agenzie. 

L'ex premier dice che la visita di Barr non aveva come oggetto un'ipotesi di cooperazione giudiziaria, e perciò sarebbe stato improprio indirizzarlo al suo omologo. Ciò però è smentito dalla pratica inoltrata successivamente da Durham, che ha chiesto alle nostre autorità giudiziarie e di polizia di interrogare Mifsud, ma non è stato accontentato perché la domanda non reggeva.

Conte infine sottolinea che Barr indagava sugli agenti americani, non italiani. Presumibilmente lo fa per smentire Renzi, che lo accusa di averlo esposto all'inchiesta Usa per tornaconto politico personale, ma così apre un altro caso. Il premier infatti avrebbe autorizzato il segretario ad incontrare i servizi italiani per ricevere informazioni compromettenti sui colleghi dell'Fbi, tipo il capo a Roma Michael Gaeta, con cui poi i nostri agenti dovevano lavorare ogni giorno per garantire davvero la sicurezza del Paese, mettendola così a rischio.

Il motivo per cui il Copasir ha deciso di non porre queste domande non è chiaro. Il presidente Urso ha già preso appuntamento per visitare i colleghi della Camera Usa a giugno, e sta finalizzando col Senato. Forse non vuole arrivare a Washington sulla scia della riapertura del caso, ma considerando quanto sta accadendo in America rischia che sia vero il contrario. Perché il Congresso a guida democratica sta cercando proprio la verità sull'assalto del 6 gennaio, con i potenziali annessi di Russiagate e Italygate. 

Fu Giuseppe Conte a forzare le regole sul “caso Barr” ? Sembrerebbe proprio di si. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 24 Aprile 2022.  

L’Attorney General americano William Barr non era venuto a Roma per catturare un terrorista, o per evitare un attentato, o al limite arrestare un boss mafioso responsabile di crimini negli Stati Uniti, essendo stato inviato da Trump a Roma per una "missione politica" che lo potesse aiutare e sostenere elettoralmente. Conte è persona troppo attenta per non averlo intuito, e quindi resta da capire come si sia prestato a questo assurdo uso "personale" dei servizi italiani.

La decisione di forzare le regole di sicurezza nazionale venne presa da Giuseppe Conte, nonostante le forti resistenze del Ministero degli Esteri e dei vertici dei due “servizi” italiani, l’ Aise e l’ Aisi. Questa è la conclusione conseguenziale alla ricostruzione dei fatti del quotidiano La Repubblica, che dovrebbe spingere il Copasir a riaprire l’indagine, proprio mentre il presidente Adolfo Urso avrebbe in programma una visita a Washington a giugno.

L’ Attorney General americano William Barr si era rivolto all’ambasciatore Armando Varricchio, per informarlo sul “Russiagate” chiedendo un incontro insieme al procuratore John Durham con i servizi italiani. L’ambasciatore Varricchio aveva immediatamente informato il ministro degli Esteri (all’epoca dei fatti) Enzo Moavero Milanesi, ed i vertici diplomatici della Farnesina avevano frenato, ritenendo che la richiesta dovesse passare attraverso il Ministero della Giustizia. L’ambasciatore a quel punto informò la Presidenza del Consiglio ed il premier in carica, Giuseppe Conte aveva deciso di occuparsi personalmente del caso, affidandolo al direttore del Dis Gennaro Vecchione, che lui stesso aveva nominato alla guida del coordinamento dei servizi di intelligence italiana. Fu così che si arrivò al viaggio- visita di Barr a Roma il 15 agosto, a cui fece seguito la cena nel lussuoso ovattato ristorante “Casa Coppelle“.

Giuseppe Conte e Gennaro Vecchione

Quando il 27 settembre Barr tornò in Italia, per raccogliere le informazioni richieste a Ferragosto, Vecchione aveva chiesto di partecipare all’incontro ai rispettivi direttori di Aise e Aisi, il generale (Guardia di Finanza) Luciano Carta ed il generale ( Arma dei Carabinieri) Mario Parente. Entrambi si erano opposti, ritenendo che il canale seguito non fosse corretto, ed il capo del Dis Vecchione aveva addirittura emesso un ordine scritto per costringerli a venire obbedendo ad un ordine gerarchico.

Carta e Parente a quel punto furono costretti ad obbedire a Vecchione, ma si erano limitati a dire che non avevano nulla da aggiungere. Quindi era stato spiegato al procuratore Durham che se voleva interrogare Joseph Mifsud, professore maltese della Link Campus University sospettato di essere all’origine del “Russiagate”, doveva seguire il canale giudiziario, presentando la richiesta che avrebbe dovuto inoltrare dal principio. Siccome il professore Mifsud non era sotto il “controllo” dei servizi italiani, per cercarlo ed arrestarlo serviva l’ordine della magistratura. Infatti Durham a quel punto inoltrò la richiesta, che però rimase inevasa, in quanto non conteneva delle prove o ipotesi di reato attendibili. I servizi italiani spiegarono che non sapevano dove si trovasse Mifsud, e che l’ultimo suo recapito conosciuto era quello di una villetta fra Abruzzo e Marche dove si sarebbe nascosto. 

Nel caso questa ricostruzione venisse confermata, si solleverebbero diversi chiarimenti da rivolgere all’ex premier Conte, che sostiene di non aver mai incontrato Barr, ma per avere certezza delle sue dichiarazioni bisognerebbe quanto meno appurare l’agenda dell’ Attorney General americano Barr nella visita di settembre, quando in base ai documenti ufficiali del suo Dipartimento era partito per Roma alle 7 del mattino del 26 ed era andato via alle 10 del 28. Sarebbe molto poco credibile che abbia trascorso circa 36 ore a Roma solo per incontrare Vecchione.

una delle salette riservate del ristorante Casa Coppelle

Conte per difendersi sostiene che non era a conoscenza della cena al ristorante Casa Coppelle e Vecchione aveva spiegato che si era trattato soltanto di mera cortesia istituzionale. Volendo credere che sia così, a dire il vero resta una circostanza molto singolare per dei professionisti dell’intelligence.

L’ex premier grillino afferma di aver aperto le porte a Barr in quanto responsabile dell’Fbi, impegnato in uno scambio tra agenzie sulla sicurezza nazionale, ma in realtà i fatti contraddicono apertamente questa imbarazzante versione, come si evincere dalle reazioni di Carta e Parente. L’Attorney General Barr non era venuto a Roma per catturare un terrorista, o per evitare un attentato, o al limite arrestare un boss mafioso responsabile di crimini negli Stati Uniti, essendo stato inviato da Trump a Roma per una “missione politica” che lo potesse aiutare e sostenere elettoralmente. Conte è persona troppo attenta per non averlo intuito, e quindi resta da capire come si sia prestato a questo assurdo uso “personale” dei servizi italiani.

L’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte e l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump

L’ex premier Conte incalzato sostiene che la visita di Barr non aveva come oggetto un’ipotesi di cooperazione giudiziaria, e quindi sarebbe stato improprio indirizzarlo al suo omologo. Una versione che però viene smentita dalla richiesta inoltrata successivamente da Durham, il quale ha chiesto alle nostre autorità giudiziarie e di polizia di interrogare Mifsud, ma la sua domanda non è stato accolta perché non reggeva la giustificazione di quella richiesta. Conte aggiunge che Barr indagava sugli agenti americani, non su quelli italiani, ma in realtà lo dice per smentire Renzi, che lo accusa di averlo esposto all’inchiesta Usa per tornaconto politico personale, e così facendo apre un’ altra questione.

Il premier in carica all’epoca dei fatti, e cioè “Giuseppi” (come lo chiamava Donald Trump) L’ex premier dice che la visita di Barr non aveva come oggetto un’ipotesi di cooperazione giudiziaria, e perciò sarebbe stato improprio indirizzarlo al suo omologo. Ciò però è smentito dalla pratica inoltrata successivamente da Durham, che ha chiesto alle nostre autorità giudiziarie e di polizia di interrogare Mifsud, ma non è stato accontentato perché la domanda non reggeva. Conte inoltre sostiene che Barr indagava sugli agenti americani, non italiani. 

Presumibilmente lo fa per smentire Renzi, che lo accusa di averlo esposto all’inchiesta Usa per un mero tornaconto politico personale, ma così facendo si apre un’ altra questione. Il premier infatti avrebbe autorizzato l’ incontro con i i servizi italiani per ricevere informazioni compromettenti sui colleghi dell’Fbi, come il capocentro dell’ FBI a Roma Michael Gaeta, con il quale i gli agenti dei nostri “servizi” dovevano lavorare ogni giorno per garantire realmente la sicurezza del nostro Paese.

La motivazione per cui il Copasir ha deciso di non porre queste domande non è molto chiaro. Il presidente Adolfo Urso ha già preso appuntamento per visitare i colleghi della Camera Usa a giugno, ma forse non vuole arrivare a Washington sulla scia della riapertura del caso, considerando quanto sta accadendo in America, rischiando che emerga il contrario, anche perché il Congresso americano a guida democratica sta ricercando la verità sull’assalto del 6 gennaio, con i potenziali collegamenti di “Russiagate” e “Italygate“.

E’ opinione diffusa negli ambienti dell’ intelligence e della sicurezza italiana che l’intera vicenda “Russiagate” sia stata determinante nella decisione di Mario Draghi, appena nominato a Palazzo Chigi, di sostituire Vecchione che aveva ricevuto una proroga del suo incarico dal suo “sponsor” Giuseppe Conte prima che lasciasse la poltrona di premier. Ma non solo. Vecchione paga principalmente il suo incontro con Barr, e la gestione dell’incontro dell’ex capo reparto del Dis Marco Mancini (che è stato “pensionato” proprio per quell’incontro) a dicembre 2020 in un autogrill autostradale con Matteo Renzi.

“Penso che nelle sedi istituzionali deputate al controllo dei servizi si possa giungere a definire i reali contorni, le dinamiche e i contenuti della vicenda trattata dai media – ha dichiarato all’Ansa l’ex capo reparto del Dis – essere individuato, riconosciuto e mostrato in televisione senza che vi fosse una mia immagine pubblica dal 2005 è inquietante e sconcertante. Peraltro, in quell’occasione, stavo facendo un semplice saluto pre-natalizio a un senatore della Repubblica italiana. Immagino con grande soddisfazione dei servizi segreti russi”. 

Quest’ultimo particolare è stato approfondito da Mancini: “Se fosse accertato con sentenza definitiva che Walter Biot ha trafugato segreti dal patrimonio informativo italiano a favore dell’intelligence russa, ciò sarebbe la conferma della continua attività clandestina che gli agenti di Mosca svolgono attivamente tutt’ora, e sottolineo tutt’ora, sul nostro territorio nazionale”.

Ma Vecchione ha pagato anche per ritardi nella creazione dell’agenzia per la Cybersicurezza che, non a caso, è il primo punto affrontato dal sottosegretario ai servizi Franco Gabrielli, scelto personalmente da Draghi, insieme al nuovo capo del Dis, Elisabetta Belloni ex segretario generale della Farnesina. Lacuna colmata, e questa struttura è diventata “fondamentale”, come sta confermando il proprio importante ed efficace lavoro per la crisi ucraina. Redazione CdG 1947

I retroscena. Mifsud fu l’architetto del governo Conte I: tutti gli intrighi e i misteri degli 007 tra Usa, Russia e grillini. Nicola Biondo su Il Riformista il 21 Aprile 2022. 

Quando William Barr arrivò in Italia nell’estate del 2019 l’obiettivo principale era il professor Joseph Mifsud. Il motivo era assai semplice: Mifsud era un uomo dal doppio volto. Da una parte godeva di un vecchio rapporto con il partito democratico americano e in particolare con Hillary Clinton, dall’altro intratteneva relazioni strettissime con uomini del Cremlino. Nulla di scandaloso in quel mondo che naviga tra affari, diplomazie e politica: tutti sono amici di tutti. Mifsud però era a conoscenza delle attività russe sulla campagna elettorale della Clinton datata 2016, quella cioè contro Donald Trump, finita fin da subito sotto indagine da parte dell’Fbi.

Da chi aveva ricevuto Mifsud simili informazioni? Da uno dei suoi uomini di punta: George Papadopoulos. La vulgata trumpiana era così pronta per essere ammansita: Mifsud lavorava per la Clinton e il Russia-gate era un’operazione per minare la presidenza di Trump se fosse uscita vincente, come è avvenuto, dalla sfida del novembre 2016. Ai servizi italiani Barr aveva in mente di chiedere proprio questo: la prova che Mifsud fosse legato al mondo democratico americano e che lavorasse in Italia anche sotto la protezione dei governi targati Pd, quelli Renzi-Gentiloni. Ma come detto Mifsud era in stretti rapporti con la Clinton e anche con il Cremlino. E pertanto fu l’inchiesta del controspionaggio italiano che causò lo stop alla missione di Barr: non solo l’Aisi aveva informazioni non coincidenti con quanto invece l’amministrazione Trump cercava ad ogni costo ma esse andavano in direzione opposta e di certo non potevano essere rivelate, meno che mai a uno stato estero e in quel modo, perché coinvolgevano esponenti politici di punta. Insomma, Trump cercava a Roma prove per incastrare l’Fbi che indagava su di lui (e i russi) ma i Servizi italiani ne avevano sulla penetrazione di Mosca in Italia.

Ci sono due pesanti indizi che spiegano come la missione di Barr in Italia fosse in offside rispetto al protocollo ufficiale che regola i rapporti, anche di intelligence, tra due paesi alleati. Il primo è che l’ambasciata Usa in Italia nulla sapeva di questa missione. Il secondo è che la richiesta di ottenere info su Mifsud, paradossalmente, andava ad incidere proprio sul mondo che aveva agito per portare al successo il Movimento cinque stelle e che coccolava la leaderhip sovranista e filorussa dell’allora presidente del Consiglio: la Link university dove Joseph Mifsud insegnava ed era considerato un’autorità. Era alla Link che Mifsud era stato visto l’ultima volta prima di scomparire e alla Link aveva fatto sbarcare alcuni pezzi da novanta dell’intellighenzia putiniana, battezzando una partnership tra l’università romana e la prestigiosa accademia Lomonosov. Sulla Link fin dal 2016 è stata aperta un’inchiesta del controspionaggio dell’Aisi.

Mifsud era il motore primo intorno al quale giravano tutte le analisi e le acquisizioni degli apparati italiani. Che in breve tempo si accorsero come nell’università diretta da Enzo Scotti erano di casa non solo Mifsud e i suoi amici russi ma l’ex-capo dei Servizi Gennaro Vecchione, voluto fortissimamente da Conte a capo degli 007 senza alcuna pregressa esperienza nel mondo dell’intelligence, ma anche Bruno Valensise, oggi numero due del Dis ed ex-direttore dell’Ufficio centrale per la segretezza, tra i più delicati dell’Aisi perché rilascia i Nulla osta di sicurezza. E ancora svariati parlamentari del Pd e del Movimento cinque stelle, una futura ministra della Difesa –Elisabetta Trenta– e la futura sotto-segretaria agli Esteri Manuela Del Re. Insomma se ci fu un luogo centrale dove nacque il governo giallo-rosso in salsa russa quello fu proprio la Link University.

Chi erano gli uomini di Mosca che Mifsud fece entrare in contatto con il futuro inner circle di Giuseppe Conte? Il primo è Ivan Timofeev, figura chiave del Russiagate, a cui secondo l’inchiesta FBI Mifsud si rivolge per creare il contatto con l’entourage di Trump come promesso a Papadopoulos, responsabile per la campagna presidenziale dei contatti con l’estero. Papadopoulos aveva una sua idea sull’ateneo romano, la definiva “l’università delle spie”. Il partito putiniano mette radici in Italia proprio nelle stanze che la Link affida a Mifsud. In quel locale dedicato all’università moscovita si trovava spesso anche un avvocato, ex-ufficiale dell’esercito russo in Sud America – Bolivia, Argentina, Colombia e Brasile – che il primo dicembre 2016 tenne alla Link una conferenza presentata da Mifsud e alla presenza di Scotti. L’intervento di Aleksey Aleksandrovich Klishin, questo il nome dell’ospite della Link, fu un classico dell’ideologia putiniana, contro l’UE e gli Stati Uniti dominatori dell’ordine unipolare. Tra i professori russi che avrebbero dovuto tenere lezioni agli studenti della Link c’erano anche Yury Sayamov, diplomatico e consigliere del Cremlino, il filosofo Alexander Chumakov, che ha elaborato la visione della globalizzazione adottata dal nuovo Zar. E Olga Zinovieva, vedova di Alexander Zinoviev uno degli ideologi dell’era putiniana. Nicola Biondo

Russiagate, adesso il Copasir è pronto a riconvocare l’ex premier e Vecchione. Giuliano Foschini su La Repubblica il 20 Aprile 2022.   

Di fronte al Comitato parlamentare sui servizi potrebbe tornare anche Renzi. Tutte da chiarire ancora le richieste degli Usa e la nostra risposta.

L'Italian gate non è finito. Anzi, forse è appena cominciato. Perché nei prossimi giorni l'ex premier Giuseppe Conte è possibile, anzi quasi certo, che dovrà tornare davanti al Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, e rispondere alle domande dei parlamentari su quella strano Ferragosto del 2019 quando a Roma sbarcò il segretario della Giustizia, William Barr.

Conte risponde a Repubblica: «Non ho mai personalmente incontrato Bill Barr». Il Domani il 19 aprile 2022.

L’ex premier in un lungo post su Facebook ha commentato le conclusioni di Repubblica, secondo cui Conte non avrebbe ricostruito correttamente la vicenda che vedeva coinvolto l’allora segretario alla Giustizia e l’allora direttore del Dis, Vecchione

L’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha sottolineato di non aver mai incontrato personalmente «l’allora Attorney General degli Stati Uniti, Bill Barr, nel corso delle sue visite in Italia, né nel corso di incontri formali né nel corso di incontri conviviali». Così Conte ha risposto, sul suo profilo Facebook, a un articolo, pubblicato oggi su Repubblica, relativo alle due missioni a Roma dell’allora segretario alla Giustizia statunitense nell’agosto e nel settembre 2019, nell’ambito dell’inchiesta “Russiagate”, nata dalle sospette ingerenze nelle elezioni statunitensi del 2016 della Russia. 

Secondo Repubblica, documenti ottenuti dal quotidiano «evidenziano alcune significative omissioni della ricostruzione di quella vicenda proposta dall’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte», scrive il giornalista Carlo Bonini, sottolineando che la versione di Conte avrebbe descritto il coinvolgimento dell’Intelligence italiana nell’affare “Russiagate” come mero incontro di cortesia tra i due paesi. 

Conte, che ricorda di aver riferito tutte le informazioni in suo possesso al Copasir, precisa che la cena, a cui hanno partecipato la delegazione statunitense e l’allora direttore del Dis, Gennaro Vecchione, si è tenuta in un noto ristorante e sarebbe stata «motivata da cortesia istituzionale, piuttosto che dalla necessità di avere uno scambio riservato di informazioni». L’ex presidente sottolinea poi che Barr, in qualità di «Responsabile delle attività dell’Fbi che riguardano la sicurezza nazionale», ha indirizzato la richiesta di informazioni tramite i «canali diplomatici ufficiali, in particolare attraverso il nostro ambasciatore negli Stati Uniti», «non a me direttamente», scrive Conte su Facebook. 

A Barr, secondo quanto riporta Conte, non sarebbero stati messi a disposizione archivi e informazioni, né sarebbero stati consegnati documenti. L’ex premier scrive poi che non c’è alcun collegamento con il tweet dell’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che il 27 agosto 2019 ha espresso apprezzamento per il suo operato, né con la formazione del governo Conte II. EMILIANO FITTIPALDI

Russiagate, Barr a cena con Vecchione a Roma. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 19 aprile 2022.

Emergono nuove rivelazioni sulla visita dell’ex ministro della Giustizia Usa William Barr e di John Durham a Roma risalente al 15 agosto 2019 e di cui si parlò, per la prima volta in assoluto, sulle colonne di questa testata il 28 settembre 2019 grazie all’ex consulente di Donald Trump, George Papadopoulos. L’inquilino della Casa Bianca al tempo era appunto Trump e il magnate chiese all’Attorney General di indagare sulle origini del Russiagate e sul presunto tentativo dei democratici di fabbricare false prove nel tentativo di “incastrare” lo stesso Trump e provare così il suo legame con il Cremlino; pista investigativa che ora sta conducendo in autonomia il Procuratore speciale Durham e che sta cominciando a dare i primi, importanti, risultati. Ma che cosa c’entra il nostro Paese in tutta questa vicenda?

Secondo la ricostruzione ufficiale, è in un incontro svoltosi nella capitale che l’allora docente maltese della Link Campus Joseph Mifsud, ad oggi scomparso, disse a Papadopoulos di aver appreso che il governo russo possedeva “materiale compromettente” (dirt) su Hillary Clinton “in forma di e-mail”. A quel punto l’ex consulente del presidente avrebbe ripetuto tali informazioni all’alto Commissario australiano a Londra, Alexander Downer, che a sua volta riferì tutto alle autorità americane. Da qui, il 31 luglio 2016, partirono le indagini dell’Fbi sui presunti collegamenti tra Trump e la Russia, accuse che in seguito si sono dimostrate inconsistenti. È lo stesso Papadopoulos a ricostruire il suo arrivo a Roma alla Link Campus e il suo incontro con Mifsud nel suo libro Deep State Target. Sempre a Roma, come ricordava poi La Stampa tempo fa, il 3 ottobre 2016, si svolse inoltre un incontro segreto e cruciale tra gli investigatori dell’Fbi e il loro informatore britannico Christopher Steele, autore del famoso rapporto sulle presunte relazioni pericolose fra Trump e il Cremlino. Steele, ricorda La Stampa, dopo la carriera nell’intelligence, aveva successivamente fondato una sua agenzia investigativa, la Orbis, e in tale veste aveva conosciuto Michael Gaeta, assistente legale presso l’ambasciata degli Stati Uniti a Roma.

Barr a cena con Vecchione a Roma

Ma torniamo alla quella giornata di ferragosto del 2019. Quella mattina, secondo i documenti del dipartimento americano alla Giustizia sulla missione, citati dal quotidiano La Repubblica, l’Attorney General atterra a Ciampino e va a messa nella chiesa cattolica di St. Patrick, a due passi dall’ambasciata americana di Via Veneto. Poi si prende quattro ore di “Down Time”, in teoria riposo, ma potrebbe trattarsi di qualunque cosa. Alle 17 va in Piazza Dante 25, sede del Dis, per incontrare Vecchione. Tutto questo è noto, e probabilmente documentato da appunti riservati. Secondo lo “schedule” di Barr, però, alle 18,45 l’intero gruppo si dirige verso Piazza delle Coppelle per una cena. Come ricorda La Repubblica, si tratta di un incontro inusuale: il protocollo vorrebbe che il segretario alla Giustizia contattasse il suo omologo per spiegare cosa cerca, e poi lasciargli gestire il caso. Barr invece scavalca tutti e ottiene l’incontro col capo dell’intelligence, autorizzato dall’allora presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Di questa cena, peraltro, nessuno – nemmeno lo stesso Conte – sembra averne mai parlato prima.

L’Attorney general tornerà in Italia anche il 27 agosto, data in cui, accompagnato da Durham, incontrerà i vertici dei nostri servizi segreti: alla riunione del 27 settembre, infatti, oltre a Vecchione, partecipano anche i i direttori di Aise (Luciano Carta) e Aisi (Mario Parente). Secondo i media americani, Barr e Durham non sarebbero tornati a casa a mani vuote dopo le due trasferte romane: come riportato al tempo da Fox News, l’indagine del procuratore John Durham si estese sulla base delle prove raccolte proprio in quei due viaggi. Come abbiamo spiegato al tempo su questa testata, un funzionario dell’ambasciata americana a Roma confermò al Daily Beast che quella di Barr è stata una visita inaspettata e che gli americani erano particolarmente interessati da ciò che i servizi segreti italiani sapevano sul conto di Mifsud, il misterioso docente maltese al centro del Russiagate americano, colui che per primo – secondo l’inchiesta del procuratore Mueller – avrebbe rivelato a George Papadopoulos l’esistenza delle mail compromettenti su Hillary Clinton.

Sempre secondo il Daily Beast, Mifsud avrebbe fatto domanda di protezione alla polizia in Italia dopo essere “scomparso” dai radar. Il professore avrebbe fornito una deposizione audio nella quale spiegherebbe perché “alcune persone” potrebbero fargli del male. Una fonte del ministero di Giustizia italiano, parlando a condizione di anonimato, avrebbe confermato che Barr e Durham hanno ascoltato la deposizione del professore e ci sarebbe stato uno scambio di informazioni tra i procuratori americani e l’intelligence italiana. Quanto al destino di Mifsud, di cui non si hanno tracce dall’ottobre 2017, secondo un’inchiesta condotta da InsideOver nel dicembre 2019, “all’80%”, secondo fonti della procura di Agrigento, il docente maltese potrebbe essere addirittura morto. “Le probabilità che Mifsud sia morto sono molto alte”, confermava una fonte del palazzo di giustizia agrigentino. “Parliamo dell’80% di possibilità”.

Ora Renzi inchioda Conte: "Ho chiesto chiarezza all'intelligence". Francesco Boezi il 19 Aprile 2022 su Il Giornale.

Dopo l'emersione della ricostruzione di Repubblica sui rapporti tra Conte e l'amministrazione di Trump, Renzi chiede chiarezza all'intelligence.

Il leader d'Italia Viva Matteo Renzi ha voluto commentare parte della ricostruzione emersa oggi su Repubblica: quella relativa ai tempi in cui alcuni membri dell'intelligence americana si sarebbero recati a Roma per raccogliere elementi sulla genesi del "Russiagate" (e forse non solo su quello).

Come ha scritto Roberto Vivaldelli su InsideOver, l'ex presidente degli Stati Uniti d'America aveva domandato all'epoca di "indagare sulle origini del Russiagate e sul presunto tentativo dei democratici di fabbricare false prove nel tentativo di "incastrare"".

L'ex presidente del Consiglio italiano è stato lapidario: "Oggi - ha scritto sulla sua Enews il fondatore d'Iv - la Repubblica spiega perchè ci sono dei buchi neri nella ricostruzione di Conte sulla strana vicenda dell'agosto-settembre 2019, quando gli esponenti dell'amministrazione americana vennero in Italia alla ricerca di un presunto complotto da me ordito contro il presidente Trump". Per qualche trumpiano, c'entrerebbero persino i rapporti tra l'ex capo del governo italiano e l'ex inquilino della Casa Bianca Barack Obama.

E ancora: "Considero una follia questa ipotesi e ancora più folle mi pare chi gli ha dato credito. Ho chiesto chiarezza all'intelligence italiana. E non lo faccio per me, ma per il decoro delle istituzioni italiane". L'ex premier vorrebbe insomma che la cosa venisse chiarita dagli organi deputati a farlo. Renzi ha commentato la cosa anche via social: "Obama ed io che organizziamo una truffa elettorale ai danni di Trump? Follia pura. Che nel 2019 qualcuno a Roma possa aver dato credito a tale idea mi sembra gravissimo. Auspico che l'intelligence italiana faccia chiarezza nelle sedi opportune", ha scritto su Twitter.

Anche altri esponenti d'Italia Viva stanno dicendo la loro in queste ore. Una tra tutti, l'ex ministro Teresa Bellanova: "Poco dopo essere stata nominata ministra dell'Agricoltura posi il tema a Conte della delega ai servizi. Che ci fossero elementi di opacità a noi era già chiaro. Da capo delegazione avanzai richieste di chiarimenti, ma Conte sfruttó il tema pandemia per non chiarire mai", ha fatto presente.

Un'altra delle ipotesi in campo, che è correlata a quelle che sarebbero state delle indagini sull'origine del cosiddetto Russiagate, riguarda il presunto sostegno politico che Donald Trump avrebbe offerto al capo del MoVimento 5 Stelle in cambio dell'ausilio fornito per chiarire se e cosa avessero messo in piedi i Dem italiani.

Su questo aspetto ha preso posizione la senatrice d'Iv Laura Garavini, così come ripercorso dall'Adnkronos: "Chiediamo a Conte ed al Movimento 5 Stelle - ha dichiarato la renziana - di fare tutta la chiarezza possibile su questa inquietante vicenda. E chiediamo al Pd di non restare anche questa volta in silenzio: Italia Viva aveva chiesto all'inizio della legislatura una commissione di inchiesta per approfondire il Russiagate e le sue conseguenze dirette sulla nostra democrazia, fino ai risultati elettorali con una potente vittoria delle forze antisistema".

Pure l'onorevole Luciano Nobili, altro renziano, ha chiesto al Partito Democratico ed al MoVimento 5 Stelle di esprimersi sulla vicenda: "Avrebbe usato i servizi segreti a scopi personali e politici - ha scritto il deputato riferendosi a Giuseppe Conte - : mantenere a ogni costo la poltrona. Avrebbe barattato il sostegno di Trump al suo Governo con la rivelazione di segreti dalla nostra intelligence. E come se non bastasse messo i nostri servizi, strutture istitituzionali delicatissime a disposizione di un altro Paese per attività ostili contro Matteo Renzi".

Nobili, che lo definisce "Conte-Gate", sostiene che questo "scandalo" non possa essere riposto in un dimenticatoio: "Una commissistione tra attività di intelligence e attività politica del M5s, tra le strutture preposte alla sicurezza nazionale e il destino personale di un uomo e del ruolo che voleva mantenere, a ogni costo. Siamo stati lungimiranti allora a pretendere che lasciasse la guida diretta dei servizi di intelligence, prima e a mandarlo a casa, poi", ha chiosato.

Paolo Mastrolilli per “la Repubblica” il 19 aprile 2022.  

È una piacevole serata estiva, il 15 agosto del 2019, quando verso le sette a Casa Coppelle si presenta un gruppo assai inusuale. Gli altri clienti di questo sofisticato ristorante nel cuore della capitale, che si vanta di unire «lo stile parigino e la classicità romana», probabilmente faticano a riconoscere gli ospiti di riguardo.

E in fondo si capisce. Perché al tavolo sono attesi il segretario alla Giustizia americano Bill Barr e il direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza Gennaro Vecchione, capo dei servizi di intelligence italiani, impegnati in una segreta discussione per capire se Roma è stata al centro di un complotto per influenzare le presidenziali Usa del 2016 e impedire a Donald Trump di conquistare la Casa Bianca. Torna così all'attenzione un giallo che ha coinvolto l'allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, aprendo nuovi interrogativi.

Nel 2019 Trump si convince che il "Russiagate" è stato confezionato in Italia, dai Servizi, sotto la guida del premier Matteo Renzi alleato di Hillary Clinton, e dagli agenti ostili dell'Fbi come il capo a Roma Michael Gaeta. Tutto nasce dalle approssimative accuse dell'ex consigliere George Papadopoulos, secondo cui a passargli la polpetta avvelenata sulle mail di Clinton rubate dai russi era stato il professore della Link Campus University Joseph Mifsud, durante un incontro nella nostra capitale. Perciò il capo della Casa Bianca chiede all'Attorney General di andare a indagare.

Il protocollo vorrebbe che il segretario alla Giustizia contattasse il suo omologo per spiegare cosa cerca, e poi lasciargli gestire il caso. Barr invece scavalca tutti e ottiene l'incontro col capo dell'intelligence, autorizzato dal presidente del Consiglio. 

La mattina del 15 agosto 2019, secondo i documenti del dipartimento americano alla Giustizia sulla missione, che Repubblica ha ottenuto nel rispetto delle leggi americane, l'Attorney General atterra a Ciampino e va a messa nella chiesa cattolica di St. Patrick, a due passi dall'ambasciata americana di Via Veneto. Poi si prende quattro ore di "Down Time", in teoria riposo, ma potrebbe trattarsi di qualunque cosa. Alle 17 va in Piazza Dante 25, sede del Dis, per incontrare Vecchione. 

Tutto questo è noto, e probabilmente documentato da appunti riservati. Secondo lo "schedule" di Barr, però, alle 18,45 l'intero gruppo si dirige verso Piazza delle Coppelle per una cena prevista di due ore. Sono andati? Cosa si sono detti, davanti ad un buon piatto e magari un bicchiere di vino? Esiste una traccia almeno ufficiosa di questa conversazione informale? Conte sapeva che il vertice inusuale da lui autorizzato a Piazza Dante si era allungato in una cena conviviale? È passato a salutare o era in vacanza?

Un paio di settimane dopo Conte va al G7 di Biarritz, mentre a Roma si decide il futuro del suo governo. Il 27 agosto Trump lo appoggia, con un messaggio su Twitter passato alla storia: «Comincia a mettersi bene per l'altamente rispettato Primo Ministro della Repubblica Italiana, Giuseppi Conte... Un uomo di grande talento, che speriamo resti Primo Ministro». Forse è anche un ringraziamento per la visita di Barr?

Il presunto coinvolgimento dell'Italia nel "Russiagate" resta comunque nell'agenda dell'Attorney General. Il 9 settembre alle ore 17 ne discute col suo capo di gabinetto Will Levi, che il 15 agosto lo aveva accompagnato a Roma insieme al consigliere per le questioni criminali e di sicurezza nazionale Seth DuCharme. Poi torna a parlarne l'11 all'una del pomeriggio, subito dopo un pranzo col segretario di Stato ed ex capo della Cia Mike Pompeo. Quella sera stessa, alle 19, Barr va a cena con Jared Kushner e Ivanka Trump. Coincidenza, oppure risponde alle domande e riceve le richieste sul dossier italiano del genero e della figlia del presidente? 

La mattina del 19 settembre l'Attorney General dedica altri 45 minuti, dalle 10 alle 10,45, alla preparazione di un nuovo viaggio in Italia con Levi e DuCharme. Poi prende un caffè con un gruppo di importanti senatori repubblicani, fra cui Grassley e Johnson.

Roma sembra il tema principale nell'agenda di Barr, quasi un'ossessione, perché il 25 settembre ne riparla con Levi e DuCharme. Il giorno dopo torna in Italia, ma anche qui c'è qualcosa da chiarire. Secondo la versione ufficiale dei fatti Barr, nome in codice durante il viaggio Bill Ahern, viene il 27 settembre per un rapido incontro con Vecchione, presumibilmente allo scopo di ricevere le informazioni raccolte dai nostri servizi dopo il primo appuntamento del 15 agosto.

Il suo schedule, però, rivela che in realtà parte da Washington alle 7 del mattino del 26, e quindi arriva in tempo per vedere qualcuno e cenare. Dove e con chi? Passa nella capitale l'intera giornata del 27, cena, dorme, e riparte la mattina del 28 con comodo. Davvero sta a Roma quasi due giorni, solo per passare un'oretta con Vecchione? Conte ne sa qualcosa? Magari lo saluta? Quando la missione segreta di Barr viene scoperta, il Copasir chiede spiegazioni al presidente del Consiglio.

Il premier difende la legalità delle visite e sottolinea due punti: «Non ho mai parlato con Barr», e «i nostri servizi sono estranei alla vicenda». Poi ai giornalisti dice: «Qualcuno ha collegato il tweet di Trump a questa inchiesta. Non me ne ha mai parlato». Ma forse lo avevano fatto Jared e Ivanka a cena con l'Attorney General? 

«La richiesta - continua Conte - risale a giugno ed è pervenuta da Barr. Ha domandato di verificare l'operato degli agenti americani, col presupposto di non voler mettere in discussione l'attività delle autorità italiane dell'intelligence». Altro elemento imbarazzante. Perché se così fosse, il premier avrebbe autorizzato il segretario alla Giustizia ad incontrare i vertici dei servizi italiani per ricevere informazioni compromettenti sui colleghi dell'Fbi, tipo Gaeta, con cui poi i nostri agenti lavoravano ogni giorno per garantire la sicurezza del Paese.

Quindi sul 15 agosto Conte aggiunge: «Si è trattato di una riunione tecnica con il direttore del Dis Vecchione, che non si è svolta all'ambasciata americana, né in un bar, né in un albergo, come riportato da alcuni organi di informazione, ma nella sede di piazza Dante del Dis». Certo, non in un bar. Allora però la cena a Casa Coppelle come è finita nello schedule ufficiale di Barr? I servizi giurano di non aver dato nulla all'Attorney General, e di non sapere tutt' ora dove sia finito Mifsud. Ma Conte ha davvero detto al Copasir tutto quello che avrebbe dovuto?

Estratto dell’articolo di Carlo Bonini per “la Repubblica” il 19 aprile 2022.

I documenti ottenuti da "Repubblica" sulle due missioni dell'agosto e settembre 2019 a Roma dell'allora segretario alla giustizia americano Bill Barr, evidenziano alcune significative omissioni della ricostruzione di quella vicenda proposta dall'allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte […] e fotografano la disinvoltura con cui Conte e Gennaro Vecchione, il Carneade che l'allora premier, contro tutto e tutti, aveva voluto al vertice del Dipartimento per le informazioni e la sicurezza (Dis), maneggiarono una faccenda dai contorni opacissimi fuori da qualsiasi protocollo e cornice istituzionale.

Il che la dice lunga sulla cultura della sicurezza nazionale, della diplomazia, di chi, oggi leader del Movimento 5S, ha guidato da Palazzo Chigi il Paese con due diverse maggioranze. Lo stesso uomo […] che […] barattava un vantaggio personale (l'endorsement politico a suo favore da parte di Trump) in cambio di un incongruo scambio di informazioni dall'alto dividendo politico (il presunto coinvolgimento del Fbi in un altrettanto presunto complotto ai danni della Casa Bianca) e oggi, di fronte all'invasione Russa dell'Ucraina, arriccia il naso di fronte a un certo "atlantismo oltranzista".

[…] conferma l'uso politico borderline che dei nostri Servizi Giuseppe Conte ha fatto nel tempo (il caso di Marco Mancini ne è stato un esempio luminoso). Ossessionato dal suo destino, Conte ha a lungo confuso l'interesse e la sicurezza nazionale con quello della sua persona e della sua permanenza a Palazzo Chigi. […]

Le ombre di Conte che non volle mai lasciare la delega ai Servizi segreti. Francesco Verderami su Il Corriere della Sera il 20 Aprile 2022.  

Tra gli aiuti di Putin e i favori a Trump da premier rimase impigliato due volte: due indizi sono pochi per fare una prova, ma sono troppi i dettagli senza risposta.

Questa è la storia di un premier che è vissuto due volte e che nelle sue due vite a palazzo Chigi è finito coinvolto in altrettante storie a dir poco oscure, le cui trame sembrano pagine strappate dai romanzi di John le Carré: tra intrighi internazionali, tentativi di spionaggio, presunti complotti e ingerenze di Paesi stranieri. Alla guida del governo giallo-verde, nel 2019, Giuseppe Conte si impigliò nel Russia-gate perché fece uno strano favore a Donald Trump. Alla guida del governo giallo-rosso, nel 2020, si impigliò nel Covid-gate perché accettò uno strano favore da Vladimir Putin. Due indizi sono pochi per fare una prova, ma sono troppi i dettagli senza risposta.

L’estate romana di William Barr, per esempio è ancora oggi avvolta dal mistero. Tre anni fa, l’allora ministro delle Giustizia americano incontrò due volte nella capitale il capo del Dis Gennaro Vecchione, ad agosto e a settembre. Per i suoi viaggi — scrive il New York Times — saltò ogni protocollo in patria, e la stessa cosa fece il responsabile dei servizi italiani che avvisò solo a missione compiuta i direttori dell’Aise e dell’Aisi, i bracci operativi degli 007 nazionali. L’incontro tra Barr e Vecchione fu autorizzato da Conte, sebbene le procedure non lo contemplassero.

Ma a Washington Trump fremeva perché cercava la prova di un complotto ai suoi danni in campagna elettorale, che sarebbe stato orchestrato dai Democratici americani insieme all’ex premier italiano Matteo Renzi. Cosa abbia chiesto l’ospite non è chiaro. Ma non è un caso se all’appuntamento di agosto a Roma si presentò con il procuratore John Durham, a cui era stato affidato il Russia-gate. E non è nemmeno un caso se dagli Stati Uniti emergono ora dettagli sugli incontri tra Barr e Vecchione, riferiti da Repubblica. A Washington ora c’è Joe Biden, «e questi spifferi — spiega un esponente del Copasir — sono un messaggio della nuova Amministrazione».

Fonti grilline raccontano che Conte sia «molto teso». Forse perché si è reso conto di essersi infilato allora in uno scontro tra servizi americani. E siccome dall’altra parte dell’Atlantico il vento è cambiato, i segnali che arrivano sono inequivocabili. In ogni caso il Copasir ha deciso ieri di non riaprire questo dossier, «perché — sussurra uno dei membri del Comitato — la situazione internazionale è delicata e qualcuno ha chiesto di non complicarla a livello nazionale».

Ma resta aperto l’altro dossier, che appartiene all’epoca del Conte giallo-rosso e riguarda l’offerta di aiuto giunta da Mosca, quando l’Italia era piegata dalla pandemia. È l’altra vicenda con molte zone d’ombra. È certo intanto che l’operazione «Dalla Russia con amore» nascondesse un tentativo di spionaggio ad alcune basi militari italiane, come riferito da fonti della Difesa e dell’intelligence. Ed è altrettanto certo che la Nato avesse lanciato l’allarme. La missione voluta da Putin è del marzo 2020. Ad aprile il comandante supremo del Patto in Europa — intervistato dal Corriere — chiese all’Italia di «prestare strettissima attenzione alla maligna influenza russa». A maggio il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, rispedì a casa gli ospiti.

Anche in questo caso la ricostruzione auto-assolutoria di Conte è carente. Al Copasir l’ex premier ha raccontato che il 21 marzo del 2020 ricevette la telefonata di Putin, pronto a dare un aiuto. Ma come mai, appena il giorno dopo, atterrarono a Pratica di Mare tredici Ilyushin? Come fu possibile organizzare in poche ore una simile missione? Nell’inchiesta di Fiorenza Sarzanini per il Corriere si riporta la tabella presentata dai russi, con i nomi, i profili e le date di nascita dei 230 uomini mandati in Italia: segno che Mosca aveva selezionato anche i militari per la spedizione. Nemmeno la migliore agenzia matrimoniale saprebbe preparare un rinfresco nuziale così rapidamente. Nemmeno Conte ha saputo fornire spiegazioni.

O forse la spiegazione di tutte queste storie va cercata nell’ostinazione con cui il premier giallo-verde e giallo-rosso tenne sempre per sé la delega ai servizi nei suoi anni a Palazzo Chigi. Anche se gli costò Palazzo Chigi.

Timori Usa nelle carte segrete: Conte ondivago e filorusso. Stefano Zurlo il 21 Aprile 2022 su Il Giornale.

Lo sconcerto nel dossier del 2020 anche per i militari da Mosca: "L'Italia deve difendere i propri interessi".

Le liti fra Renzi e Conte, le critiche dei partiti italiani ai decreti sulla pandemia, poi all'improvviso una frase sibillina che non passa inosservata al Dipartimento di Stato: «L'Italia deve ora più che mai definire e difendere i suoi interessi nazionali».

Un testo che fotografa lo sbandamento di quel periodo e non a caso viene sottolineato da una manina, non si capisce bene se alla partenza, a Roma, o all'arrivo, a Washington.

Certo, quelle poche righe firmate il 29 aprile 2020 dall'allora ambasciatore in Italia Lewis Eisenberg colgono, sia pure con sottigliezza diplomatica, la confusione e l'imminente fine di un'epoca caratterizzata dalle giravolte e dalle capriole di Giuseppe Conte.

Conte, come raccontato anche ieri dal Giornale, si accredita presso Trump che nel 2019 incorona Giuseppi sul campo. L'Italia sviluppa una politica estera a dir poco avventurosa: il capo del Dis Gennaro Vecchione incontra a cena il ministro della giustizia americano Bill Barr che cerca nella penisola le fantomatiche prove del Russiagate.

Contemporaneamente l'Italia sposa, in perfetta solitudine fra i partner occidentali, la Via della seta, strumento di penetrazione commerciale e strategica di Pechino, e riceve un aiuto, persino eccessivo e sempre più sospetto, da Putin che invia un poderoso contingente militare per combattere il Covid a Bergamo.

L'ambasciatore registra tutto, monitora gli scontri all'arma bianca fra Conte e Renzi che alla fine sarà l'artefice del cambio a Palazzo Chigi e dell'arrivo di Draghi. Ancora, Eisenberg riporta i pareri degli editorialisti e cerca di trasferire negli Usa il clima e gli umori che respira nella capitale.

Ma qua e là affiorano i giudizi e le previsioni, tutte sottolineate nei documenti trasmessi a Washington. «L'Italia deve ora più che mai definire e difendere i suoi interessi nazionali». In un momento in cui certo il Paese è sotto l'attacco durissimo del Covid, esploso fra Codogno e Bergamo, ma è anche protagonista con Conte di una politica estera a dir poco ondivaga.

Eisenberg, nei documenti declassificati, tradotti e studiati dal professor Andrea Spiri, docente di storia dei partiti politici alla Luiss, si sbilancia con una sorta di profezia che si avvererà: «È probabile che questo governo non duri a lungo». All'orizzonte, per Eisenberg «c'è un governo tecnico». Insomma, nella primavera del 2020, in piena e drammatica emergenza sanitaria, l'ambasciatore americano capta l'arrivo di Mario Draghi, anche se il suo sarà in realtà un esecutivo di unità nazionale.

Spiri evidenzia poi un altro frammento del report, relativo alla missione dei russi a Bergamo per aiutare la popolazione alle prese con la pandemia. Sulla carta il team è formato da medici e infermieri, ma Eisenberg ha ben chiaro che si tratta di «soldati russi», come è emerso sempre più nettamente nelle ultime settimane. Quando si è capito che Conte aveva allargato con una certa disinvoltura il perimetro d'azione dei russi. Per Eisenberg però il capitolo è ormai chiuso: «Nessuna regione italiana ha chiesto il loro intervento». E la loro partenza per Mosca è imminente.

Non c'è alcun commento formale, ma a Washington devono essere soddisfatti per la mancata proroga. E la sottolineatura è un modo per enfatizzare il dettaglio sconcertante di quel viaggio che, due anni dopo, è al centro di polemiche e retroscena per il dilettantismo mostrato da Conte nei delicati rapporti internazionali. Ma per Conte non c'è nulla di strano né di misterioso: «Non sono emersi elementi di spionaggio, i sanitari russi non hanno mai travalicato i confini, ho sempre perseguito l'interesse nazionale - afferma l'ex premier, ospite di Liili Gruber a Otto e mezzo - L'incontro con Barr, poi, è stato studiato e preparato, i nostri servizi non gli hanno aperto l'archivio. Non sono stato né disinvolto né disattento».

Giuseppe Conte, le menzogne sugli incontri tra 007 italiani e Usa: le prove del Russiagate. Salvatore Dama su Libero Quotidiano il 20 aprile 2022.

Due schiaffi, nello stesso giorno, dai principali quotidiani italiani. No, non è un bel risveglio quello di Giuseppe Conte, che ieri si è visto, involontariamente, protagonista della rassegna stampa mattutina. Tornano in prima pagina due fatti del passato recente. Il primo riguarda il viaggio dei russi in Italia, in quella che doveva essere una missione umanitaria per aiutare un paese in difficoltà, il nostro, nella gestione della prima ondata del Covid. Viene fuori che, con l'avallo dell'allora presidente del Consiglio, quelle sospettate di essere spie ebbero il permesso del governo di entrare nelle strutture per "bonificare", ottenendo anche il rimborso della nafta per l'aereo. Questa è una. E la scrive il Corriere.

L'altra, riportata da Repubblica, riguarda l'incontro tra gli 007 americani e quelli italiani. Giugno 2019. Un favore, è la tesi del quotidiano, fatto a Donald Trump per ottenere il sostegno di Washington al suo governo pericolante. In effetti poco dopo The Donald pubblicò un tweet zuccheroso per tessere le lodi di "Giuseppi" (lo chiamò così). Di lì a poco l'esecutivo guidato dall'avvocato "del popolo" cadde lo stesso, ma tornò in sella con una nuova maggioranza giallorossa, senza la Lega e con il Pd .

LA REGIA POLITICA - Il leader del M5s nega tutto. Eppure gli viene attribuita una regia politica dietro l'incontro riservato tra i servizi americani e italiani.

Con l'obiettivo di inguaiare Matteo Renzi, che era stato indicato come l'autore del "Russiagate", ovvero del tentativo di influenzare le elezioni americane del 2016 a vantaggio di Hillary Clinton, allora avversaria di Donald Trump. Nell'articolo viene riportata una cena (fatto inedito) a cui avrebbero preso parte nell'estate 2019 anche il direttore del Dipartimento per le informazioni sulla sicurezza Gennaro Vecchione e il segretario per la Giustizia americano dell'amministrazione Trump Bill Barr.

Renzi grida allo scandalo: «Ci sono dei buchi neri nella ricostruzione di Conte sulla strana vicenda dell'agosto-settembre 2019», scrive nella sua Enews. «Ho chiesto chiarezza all'intelligence italiana. E non lo faccio per me, ma per il decoro delle istituzioni italiane» aggiunge. Insomma: da un lato emerge l'intendenza con la controversa amministrazione Trump; dall'altro un rapporto di subalternità con Vladimir Putin. Ieri sono sbucate fuori da un cassetto le mail inviate dall'ambasciata russa alla Farnesina. Da cui si capisce che il governo contiano - contrariamente a quanto sostenuto dal diretto interessato in passato - aveva autorizzato le "brigate mediche" putiniane a operare nelle strutture italiane, accettando anche di sostenere tutte le spese per l'arrivo di centotrenta persone.

LA DIFESA - Tutte balle, «sono state scritte infamità», si difende Conte: «Non ho mai personalmente incontrato l'allora Attorney General degli Stati Uniti, Bill Barr, nel corso delle sue visite in Italia, né nel corso di incontri formali né nel corso di incontri conviviali». Collegare la richiesta di informazioni di Barr alla vicenda della formazione del Governo Conte II è «una illazione in malafede», visto che la richiesta di Barr risale al giugno 2019, mentre «la crisi del governo Conte I risale all'8 agosto 2019», ricostruisce il leader dei grillini. Anche il famoso tweet del presidente Donald Trump, del 27 agosto 2019, che espresse «apprezzamento per il mio operato come premier», non ha alcun collegamento con questa vicenda, «considerato che la richiesta di Barr risale al giugno precedente e che questa richiesta e i suoi contenuti non sono mai stato oggetto di scambi o confronti tra me e l'allora presidente Trump». 

L'inchiesta e la nuova convocazione. Il Copasir indaga su Conte: dagli aiuti di Putin agli 007 americani, tutte le opacità dell’ex premier. Claudia Fusani su Il Riformista il 20 Aprile 2022. 

Tra il 2016 e il 2020 si può dire che ci sia stata una sorta di “magnifica ossessione” da parte di alcuni apparati, non solo d’intelligence, e non solo italiani nei confronti di Matteo Renzi. Così come si può dire che il premier Giuseppe Conte – che ha blindato nelle sue mani e dell’amico generale Vecchione la gestione dell’intelligence per tre anni da giugno 2018 fino alla sua uscita da palazzo Chigi – ha maneggiato con troppa disinvoltura il suo incarico di responsabile della sicurezza nazionale. Che lo abbia fatto per interesse personale – il che presuppone una strategia, un progetto, un disegno – per gusto del potere e ambizione di potere o per una più banale, ma non per questo meno pericolosa, leggerezza, non cambia la morale finale: il leader del Movimento 5 Stelle ha ancora molto da chiarire su due circostanze diverse ma che intrecciano insieme lo stesso filo russo.

Questo chiarimento deve arrivare una volta per tutte e lo stesso Copasir – l’organismo parlamentare deputato a illuminare le dinamiche legate all’intelligence – non può più tirare per le lunghe vicende che hanno urgenza di chiarimento. Serve una parola finale di verità e chiarezza. E poiché i fatti hanno sempre una loro realtà metafisica che esula dal contingente, non c’è dubbio che le informazioni spiegate e argomentate ieri su La Repubblica – circa i rapporti tra Conte, il suo capo degli 007 Vecchione e il “ministro” della Giustizia Usa Bill Barr – e le ulteriori novità raccontate dal Corriere della Sera sui rischi e le ambiguità della missione russa all’epoca della prima emergenza Covid, aprono una seria ipoteca sulla leadership di Conte. Il quale ieri ha minimizzato tutto. E non ha trovato di meglio da fare che attaccare Matteo Renzi invitandolo “a presentarsi davanti al Copasir”.

Un’ossessione di nome Matteo

Circa l’ossessione dell’intelligence su Matteo Renzi, all’epoca premier, due indizi non sono ancora una prova ma quasi. Nelle carte dell’inchiesta Consip – processo che procede lontano dai riflettori presso il tribunale di Roma – era emerso con evidenza tra il 2016 e il 2017 come le indagini dei carabinieri del Noe, tutti ex dei servizi segreti, avessero anche un obiettivo politico: puntare a Tiziano Renzi “per colpire” il figlio Matteo. Poi questo aspetto inquietante della faccenda è stato derubricato nel tempo ad errori lessicali “come talvolta accade”. All’epoca destò scalpore e inquietudine.

Circa un anno e mezzo dopo, Conte già saldo alla guida del suo primo governo, salta fuori la storia di George Papadopoulos, ex consigliere di Donald Trump, secondo il quale nel 2016 fu l’allora premier Matteo Renzi “alleato” con Obama, Hillary Clinton e “agenti ostili” come il capo dell’Fbi a Roma Michael Gaeta a confezionare il Russiagate per impedire a Trump la conquista della Casa Bianca. Un racconto fumoso con al centro le mail di Hillary Clinton rubate dai russi e poi rilanciate a venti giorni dal voto danneggiando la corsa della prima donna alla Casa Bianca. Una vera polpetta avvelenata che, secondo Papadopoulos, fu veicolata a Roma dal professor Joseph Mifsud, docente alla Link Campus university. Di Mifsud si sono perse le tracce. La Link campus conobbe in quegli anni il suo momento di gloria poiché in quelle aule si formò la classe dirigente del Movimento 5 Stelle. Come che siano andate le cose, Trump nel 2019 si convinse che Roma era al centro di trame insostenibili. E che era giunto il tempo di smontarle. Mentre gli schizzi di fango erano tutti per Matteo Renzi. Così inviò nella Capitale il fidatissimo General Attorney Bill Barr.

Una cena e tanti buchi nell’orario

La storia è nota: Barr, oltre che ministro della Giustizia detentore della delega sull’Fbi, ha avuto ben due colloqui con l’allora capo del nostro Dis, il generale Vecchione, uomo ombra di Giuseppe Conte. Il primo fu il 15 agosto 2019. Il secondo il 27 settembre. Entrambe le volte Barr incontra Vecchione in piazza Dante, sede del Dis. Conte, più volte sentito sull’opportunità di queste riunioni, ha sempre chiarito – e lo ha fatto anche ieri con una lunga nota – che si trattò di incontri “tra omologhi” e autorizzati. Mai c’è stato un faccia a faccia Conte-Barr.

Il corrispondente di Repubblica da New York ha avuto accesso alle carte di questa coda del Russiagate e ha scoperto che negli schedule (programma ufficiale) di Barr ci sono alcuni “buchi” negli orari e una cena di troppo in piazza delle Coppelle. E ha posto, documenti alla mano, una serie di domande sui reali rapporti in quei giorni tra palazzo Chigi e la Casa Bianca. Siamo nell’agosto 2019, il Conte 1 è a un passo dalla crisi; il Conte 2 sta prendendo forma e due giorni prima, il 27 agosto, arriva l’incoraggiante tweet di Donald Trump: “Speriamo che l’altamente rispettato presidente del Consiglio italiano resti primo ministro”. La coincidenza tra il tweet di Trump e l’arrivo della seconda missione di Barr è una di quelle cose che stupiscono ogni volta che ce la troviamo di fronte.

Il lungo post di Conte

Anche ieri Conte ha replicato ai sospetti con un lungo post su Facebook il cui succo è: “Tutto normale, nessuna novità e nessuno scandalo. Se il giornalista mi avesse chiamato, gli avrei spiegato tutto”. Forse è necessario che Conte metta in conto una nuova audizione davanti al Copasir. E che i membri del Copasir smettano di avere timore reverenziale per un ex premier e inizino a fare le domande giuste. A chiederla, però, per ora sono solo due gruppi “minori” della maggioranza, Italia viva e Noi con l’Italia. Per il Pd ha parlato l’ex capogruppo al Senato Andrea Marcucci. Non pervenuto Enrico Letta che ancora deve capire fino a che punto gli conviene tenere aperta l’alleanza con un leader, Conte, non sempre corretto con il Nazareno in questi mesi. Non pervenuto anche il presidente del Copasir Adolfo Urso (Fratelli d’Italia).

Una nuova audizione. Anzi due

La nuova audizione di Conte dovrebbe essere divisa in due parti. Per chiarezza anche nella verbalizzazione. La prima sul caso Barr e magari in concomitanza con l’amico Vecchione. La seconda sulla missione russa ai tempi del Covid. È stato il Corriere della Sera ieri a ri- mettere nei guai l’ex premier tirando fuori le mail da cui emerge con chiarezza che la missione dalla “Russia con amore” era stata sì autorizzata ai massimi vertici – tra Putin e Conte – ma era anche un classico Cavallo di Troia per carpire segreti all’amica Italia. Le parole non lasciano dubbi. Nelle mail protocollate si parla di “inviare mezzi speciali per la disinfestazione di strutture e centri abitati nelle località infette”. Altro che medici, infermieri e mascherine. Anche i numeri non lasciano dubbi: di 104 persone, solo 32 avevano a che fare con le scienze mediche. Tutti gli altri erano militari e personale diplomatico, come noto il primo travestimento degli 007.

Dagli aerei atterrati a Pratica di Mare nel marzo 2020, in pieno lockdown, scesero 22 veicoli militari, 521mila mascherine, 30 ventilatori, mille tute protettive, 10 mila tamponi veloci e 100mila tamponi normali. Se non abbiamo avuto – si spera – militari russi in giro nei nostri uffici pubblici a captare informazioni che hanno a che fare con la sicurezza nazionale (qualcosa che oggi fa venire i brividi), è solo perché in quel marasma che fu il primo lockdown, il generale Luciano Portolano, comandante del Coi, e il numero 2 della Protezione civile Agostino Miozzo dissero, “no, grazie, non se ne parla proprio che voi andiate giro per i nostri uffici pubblici a disinfettare”. Le mail confermano anche il tono assertivo con cui i russi pretesero di aver pagato vitto, alloggio e “50 tonnellate di combustibile a titolo di cortesia”.

Conte ha chiesto e ottenuto di essere sentito appena questa storia uscì sui giornali. Era il 24 marzo scorso. Le mail pubblicate ieri dal Corriere della sera sono un’ulteriore conferma che l’ex premier non ha chiarito e non se la può cavare con un generico “eravamo nel caos, qualunque aiuto era ben accetto, quella di accettare la missione russa è stata una decisione condivisa da tutto il governo”. Lo stesso Copasir deve fare più pressione – una volta di più – per ottenere tutte le informazioni e, a questo punto, soprattutto le spiegazioni. Invece tende a rinviare il momento del chiarimento. L’audizione del generale Portolano, ad esempio, che alla guida del Coi oppose un energico no alle richieste russe, non è ancora nell’agenda di San Macuto.

Claudia Fusani. Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.

I rapporti con gli Usa di Trump. Così Conte usava gli 007 a suo piacimento: tutti gli intrighi del premier pasticcione. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 20 Aprile 2022. 

Il giallo delle misteriose 48 ore passate dal procuratore generale americano Barr a Roma, nel ferragosto 2019, si infittisce. I suoi incontri con il capo del Dis Gennaro Vecchione, uomo di fiducia dell’allora premier Giuseppe Conte, sono stati rappresentati molto genericamente nel corso delle audizioni che Conte ha reso al Copasir. E in buona parte, come sappiamo oggi, taciuti. L’agenda minuta di quella due-giorni, liberata dalle autorità americane dal sigillo della riservatezza, restituisce una serie di informazioni che Conte ha tenuto ben nascoste. Una serie di finestre temporali “scoperte”, in cui il massimo rappresentante della giustizia americana – che era formalmente emissario di Donald Trump – una volta a Roma sarebbe uscito dai radar della missione concordata.

E veniamo a sapere di una sontuosa cena nel ristorante romano Casa Coppelle in cui barbe finte, staff del general attorney e la fonte più vicina al presidente Conte, Gennaro Vecchione, si sono potuti trovare per condividere tra un bicchiere e l’altro, più di qualche confidenza. Ha poi dell’incredibile venire a sapere come tutte le attenzioni e i servigi resi all’amministrazione americana fossero stati concessi in virtù dell’affannosa ricerca delle prove di un complotto internazionale voluto da Matteo Renzi ai danni dell’eleggibilità di Trump alla Casa Bianca. In questo contesto dai troppi segreti affondano almeno tre dei casi di cui Il Riformista ha scritto in questi anni. Tutti misteri romani o comunque avvenuti nella Capitale. La misteriosa scomparsa del professor Mifsud, per iniziare. “Una spia maltese utilizzato da servizi di diversi paesi”, secondo il ritratto che per noi ne aveva fatto un uomo di fiducia di Trump come George Papadopoulos.

Tutti i contorni del Russiagate, il canale di connessione sotterraneo tra Putin e Trump che sarebbe passato proprio per Roma. L’incontro all’Autogrill Renzi-Marco Mancini, con l’insoluto risvolto televisivo: su come e perché quel lungo filmato (“ricevuto con un video anonimo in redazione”, aveva detto Ranucci) sia stato raccolto e raccontato da Report, il mistero rimane. È invece certo che Gennaro Vecchione frequenta Giuseppe Conte da anni: da ben prima che l’avvocato sentisse pulsare la sua vena politica. I legami del generale Vecchione con un certo mondo della destra sovranista a stelle e strisce li abbiamo messi nero su bianco: quando Dignitas Humanae Institute, presieduto dal cardinale dell’ultradestra religiosa Raymond Leo Burke, promuove l’arrivo in Italia per un ciclo di incontri dello spin doctor del trumpismo e del sovranismo americano, Steve Bannon, può contare sulle relazioni che il cardinal Burke ha intessuto. E se il Dignitas Humanae Institute guarda alle grandi questioni internazionali, il porporato può operare con la politica italiana grazie ad una serie di realtà. È presidente d’onore della Fondazione Sciacca, nel cui comitato tecnico-scientifico siedono ben due generali della Guardia di Finanza: Gennaro Vecchione e Angelo Giustini. Una Fondazione umanitaria e caritatevole, viene detto sul suo sito.

Ma che vede una serie di correlazioni curiose con le istituzioni. A capo dell’ufficio stampa, per esempio, c’è un militare che opera anche nel gabinetto del Ministro della Difesa. Quando c’era Trump da una sponda dell’Atlantico e Conte dall’altra, se gli amici americani chiamavano, qualcuno nel governo italiano rispondeva subito. E infatti, con Conte al governo e Vecchione a capo del Dis, a Bannon viene “gratuitamente prestata” la Certosa di Trisulti, in provincia di Frosinone. Sono i mesi in cui Conte traballa. La crisi del Papeete. Il 27 agosto arriva un segnale chiaro, da Washington: “Spero che Giuseppi Conte rimanga Presidente del Consiglio”, twitta Trump. Roma torna incandescente. Oligarchi russi, agenti Cia, predicatori sovranisti la cingono d’assedio. Chi guarda a Trisulti, come l’ultradestra, sogna di inaugurarvi l’“università del sovranismo”. Un progetto tanto ambizioso da non reggere alla fine del governo Conte I. Arriva l’alleato Dem e la Certosa verrà restituita alla Curia, auspice il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, e l’incidente chiuso in fretta e furia. Anche perché rimane un’altra accademia sulla quale i sovranisti sembravano poter contare.

Nell’ottobre 2017 scompare a Roma, uscendo da una sua lezione, l’enigmatico professor Joseph Mifsud. La lezione si era tenuta alla Link Campus University, fondata anni da dall’ex ministro Enzo Scotti. Una istituzione accademica molto particolare, sulla quale sono stati versati fiumi di inchiostro, diverse interrogazioni parlamentari e perfino un dossier dell’Aisi.

Una università dalle molte vite. Dopo due cambi di sede e una serie di difficoltà economiche, nel 2016 la Link poté compiere un “grande salto”, passando nell’attuale sede a poche centinaia di metri dalla sede diplomatica russa di Villa Abamelik, su via Aurelia. Mifsud avrebbe avuto un ruolo centrale nel reperimento di sponsor che hanno permesso alla Link di fare un salto di qualità. Il momento decisivo si è avuto con la partnership con l’università moscovita Lomonosov, autentico vivaio dell’intellighenzia putiniana. L’accordo viene firmato alla fine del 2016, presente Mifsud, e poche settimane dopo nella nuova sede della Link un ampio locale viene messo a disposizione della Lomonosov. Una sala in cui «era sempre presente una ragazza russa che faceva funzioni di segretaria di Mifsud» e del suo socio svizzero, Roh. In quel locale dedicato all’università moscovita si trovava spesso anche un avvocato, ex-ufficiale dell’esercito russo in Sud America – Bolivia, Argentina, Colombia e Brasile – che il primo dicembre 2016 ha tenuto alla Link una conferenza presentata da Mifsud e alla presenza di Scotti e Roh: si tratta di Aleksey Aleksandrovich Klishin. L’uomo d’affari figura tra i soggetti colpiti dalle sanzioni già nel 2017 proprio per la prossimità con Putin.

E’ anche lui un tassello nel mosaico dei misteri in cui – lo Zar al Cremlino, Trump alla Casa Bianca – agenti russi e agenti americani si sono scambiati informazioni e favori. O forse solo promesse e parvenze. Stando alla ricostruzione ufficiale, Mifsud confidò in un incontro che si tenne nell’aprile 2016 a George Papadopoulos, consigliere della campagna di Trump, di aver appreso che il governo russo possedeva “materiale compromettente” su Hillary Clinton “in forma di e-mail”. A quel punto l’ex consulente del presidente avrebbe ripetuto tali informazioni ad altri. In breve, le autorità americane lo vennero a sapere. Il 31 luglio 2016 partirono le indagini dell’Fbi sui presunti collegamenti fra Donald Trump e la Russia. L’ex direttore dell’FBI James Comey si era affrettato a dichiarare che Mifsud è “un agente russo”. Ma il Procuratore speciale Mueller non lo ha mai definito tale nel suo rapporto. Inoltre, Mueller non è riuscito a incriminarlo per nessuna accusa, nonostante abbia affermato che Mifsud avesse mentito agli agenti dell’FBI in un interrogatorio del febbraio 2017.

Ad accentuare il mistero, ecco che il protagonista delle rivelazioni di cui oggi sappiamo, l’ex Attorney General Barr e il Procuratore John Durham avrebbero ottenuto i telefoni cellulari di Mifsud proprio dalla nostra intelligence, durante i due colloqui in Italia con i vertici dei nostri servizi segreti in quelle misteriose 48 ore dell’agosto 2019. C’è un documento che è finito addirittura su Twitter: il file Handling – Agent 1 Redacted, verbale dell’interrogatorio del comitato giustizia del Senato Usa 3 marzo 2020 agli agenti dell’Fbi. Come nota l’esperto di intelligence Chris Blackburn, sfogliando il verbale, “l’Fbi sapeva che Joseph Mifsud stesse lavorando con figure-formatori dell’intelligence italiana presso la Link Campus di Roma. Perché anche l’Fbi lavorava lì. Ovviamente Mueller non voleva includerlo nel suo rapporto”. Dopo che Mifsud fu identificato come l’uomo che avrebbe parlato con Papadopoulos, infatti, la squadra di Mueller lo descrisse come persona con importanti contatti russi. Questa descrizione del docente maltese ignorava però i legami più atlantici dello stesso docente, inclusi Cia, Fbi e servizi di intelligence britannici. Attività che l’intensa correlazione stabilita tra il generale Vecchione deve aver contribuito a mettere in luce.

Il ministro della giustizia Usa cercava di capire, al di là del ruolo di Mifsud nella vicenda del Russiagate, quale fosse stato davvero il compito dei servizi italiani. Probabilmente sapeva che lo stesso generale Vecchione ha potuto, a dispetto della scarsa esperienza in materia di intelligence, frequentare le aule della Link Campus. In quel crocevia unico al mondo che è Roma, si dice cercasse anche altri particolari. Che portavano a Kiev: uno dei più probabili sfidanti di Trump, Joe Biden, aveva il figlio Hunter dal maggio 2014 nel cda della potente Burisma Holding, leader nello sfruttamento di gas e petrolio ucraino. Una girandola di correlazioni su cui probabilmente più di una indagine era parallelamente in corso. Del caso sappiamo ancora poco. Sappiamo che Conte ha omesso molti, troppi particolari. Sappiamo che a monte c’è stata una resa dei conti tra due fazioni rivali della Cia, e che nel gennaio 2017 la cellula romana della fazione sconfitta – a Washington, dalla politica – ha perso uno dei suoi elementi operativi, “bruciato” e dato in pasto a una inchiesta giudiziaria che lo ha messo fuori dall’operatività. Sappiamo che questa faida ha avuto un riverbero anche sui “nostri”, e che frizioni importanti vi sono state ai vertici di Aisi e Aise.

L’intervento di Mario Draghi che si affrettò a presidiare la casella del Dis con Elisabetta Belloni non fu affatto casuale. Si ricordi la stizzita reazione di Conte e di tutti i Cinque Stelle. Non sembra essere stato neanche per caso – a rileggerlo con le notizie di oggi – se proprio Giuseppe Conte provò a convincere tanto animatamente Pd e Lega (le sue due ali, sinistra e destra) di votare Belloni quale Presidente della Repubblica, per riaccreditarsi come kingmaker degli equilibri di vertice dei servizi e tornare in quella stanza dei bottoni dalla quale proprio Matteo Renzi lo ha messo alla porta.

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

(ANSA il 20 aprile 2022) - La vicenda Barr "non mi preoccupa e perchè dovrebbe? Quando si agisce in piena coscienza, con chiarezza, assolvendo ai propri compiti la massima dedizione perchè dovrei essere preoccupato'". Così il leader M5s, Giuseppe Conte, al Tg3.

(ANSA il 20 aprile 2022) - "Renzi vada al Copasir, faccia quello che vuole, vada nelle tv a parlare. Non mi interessa. Spero che i suoi atteggiamenti non rovinino le nuove generazioni, il senso delle istituzioni è importante". Così il leader M5s, Giuseppe Conte, al Tg3. 

Da repubblica.it il 20 aprile 2022.

Una semplice "cena conviviale". Durante la quale il capo dei nostri servizi segreti e il ministro della Giustizia statunitense, sbarcato a Roma per acquisire informazioni sul Russiagate, avrebbero amabilmente chiacchierato, senza affrontare alcun argomento rilevante o sensibile.

Così l'ex capo del Dis, Gennaro Vecchione, liquida il tete-a-tete a Casa Coppelle, svelato da Repubblica e di cui mai aveva parlato prima, avvenuto nel Ferragosto del 2019 con William Barr, incaricato dall'allora presidente Donald Trump di indagare sul sospetto complotto ordito dai Democratici Usa (con l'aiuto dell'ex premier italiano Matteo Renzi) per influenzare le elezioni americane del 2016. E il presidente del Copasir, Adolfo Urso, ora fa sapere che in relazione alla vicenda 'Russiagate' "il Comitato, nell'odierna seduta ha constatato che non vi sono elementi di novità tali da richiedere ulteriori approfondimenti".

La cena "conviviale"

"Nel corso dell'incontro conviviale non sono stati in alcun modo affrontati argomenti riservati, confidenziali, commessi alla visita o comunque riferiti a vicende e a personaggi politici italiani e stranieri (argomento quest'ultimo mai trattato in alcuna circostanza, anche successiva), per cui la conversazione si è orientata su convenevoli di carattere generale", spiega l'ex comandante della Finanza, sentito dall'AdnKronos.

"Con riferimento all'indagine interna richiesta al Presidente del Consiglio nel maggio 2021 dal Copasir - prosegue Vecchione - giova specificare che lo stesso organo parlamentare, al paragrafo 11.1 della sua recente relazione al Parlamento, ha precisato i termini dell'ispezione, che non riguarda la gestione dello scrivente, ma altri fatti ben circostanziati".

Conte non informato

Una difesa a tutto campo, nel tentativo di allontanare da sé sospetti e illazioni, già bollate da Giuseppe Conte come "infondate" e "in malafede". Secondo Vecchione nella mattinata del15 agosto di tre anni fa lui partecipò alla riunione del Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica a Castel Volturno (Ce) e nel pomeriggio, a Roma, avvenne l'incontro con la delegazione statunitense. 

A seguire, "in prosecuzione, la cena con gli stessi partecipanti, nel quadro degli standard di accoglienza, particolarmente apprezzati da sempre dai numerosi visitatori istituzionali italiani e stranieri.

Come si può notare dalla circostanza che fosse il tardo pomeriggio di Ferragosto - osserva Vecchione - sarebbe stato difficile organizzare un rinfresco in sede, per cui si è optato per un evento esterno, in un luogo pubblico e in una zona centralissima. In entrambe le situazioni, non ha preso parte il presidente del Consiglio". Che dunque non era stato informato perché non era necessario. Difatti a Conte "non sono mai stati forniti aspetti del cerimoniale e dell'accoglienza relativi a visite di singole Autorità o delegazioni italiane e straniere, stante la loro assoluta irrilevanza, fatti salvi quegli eventi che ne prevedevano la sua partecipazione", conclude l'ex direttore del Dis. 

Duello al Copasir

Intanto il duello fra il leader dei 5Stelle e il fondatore di Italia Viva, innescato ieri dalle rivelazioni di Repubblica, potrebbe presto trasfrirsi al Copasir. "Se Renzi ha certezze sul fatto che l'ex premier Conte ha violato i dettami costituzionali, ovviamente da lui dobbiamo partire. Devo chiamare" in audizione "chi mi dice, o dice al Paese, di avere delle certezze. Altrimenti su chi facciamo approfondimenti?", preannuncia Adolfo Urso in Tv. Con i parlamentari grillini del Comitato pronti a chiedere che venga sentito per primo il senatore di Firenze: "Già oggi chiederemo che venga calendarizzata l'audizione di Renzi: dal momento che ha sollevato un problema di sicurezza nazionale e dice di nutrire sospetti in merito a comportamenti non corretti da parte di Conte, ci sembra giusto che venga a spiegare nelle sedi opportune a cosa si riferisce, per poi concentrare le nostre domande e fare i dovuti approfondimenti".

Russiagate all’italiana. Secondo Renzi, Conte era filo Trump e filo Putin e voleva solo salvarsi la poltrona. su L'Inkiesta il 21 Aprile 2022.

Il segretario del Copasir Ernesto Magorno chiederà un’audizione dell’ex premier in merito all’incontro tra Barr e Vecchione di cui non era stata data comunicazione alle agenzie di intelligence. «Sulla visita di Barr risponda lui», dice il leader di Italia Viva

«Non ne ero a conoscenza». L’ex premier Giuseppe Conte nega ogni suo coinvolgimento nell’incontro informale, rivelato da Repubblica, tra l’ex segretario alla Giustizia americano William Barr e l’allora capo dei servizi segreti italiani Gennaro Vecchione, avvenuto la sera del 15 agosto del 2019 a Roma. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si era convinto che l’Italia fosse l’epicentro del Russiagate, un complotto ordito contro di lui tre anni prima, quando a palazzo Chigi c’era Matteo Renzi, mirato a danneggiarlo divulgando la notizia delle ingerenze russe nelle elezioni presidenziali vinte dal tycoon contro Hillary Clinton. Trump avrebbe mandato per questo Barr a raccogliere informazioni a Roma, trovando la collaborazione di Conte e dei servizi segreti italiani.

Il segretario del Copasir Ernesto Magorno, di Italia Viva, chiederà un’audizione dell’ex premier in merito all’incontro di cui non era stata data comunicazione alle agenzie di intelligence. E intorno a questa vicenda, si riaccende lo scontro tra Conte e Matteo Renzi.

Il leader di Italia Viva in un’intervista alla Stampa definisce Conte «incompetente e incapace di conoscere le regole del gioco». Secondo Renzi, «ci sono due Russiagate. Il primo riguarda la barzelletta per la quale io e Obama avremmo fatto una truffa elettorale ai danni di Trump. Il fatto che qualcuno a Roma abbia dato credito a questa follia è ridicolo. Colpisce che la versione di Conte non collimi con lo scoop che ieri ha fatto Repubblica: o Conte ha mentito al Copasir o Vecchione ha mentito a Conte. Oppure tutti e due mentono agli italiani. E poi c’è da chiarire la vicenda del presunto spionaggio russo, su cui siamo gli unici a chiedere la commissione di inchiesta sul Covid. Ma i grillini non vogliono che sia fatta luce, né su questo né sulle mascherine, chissà perché».

Nel giallo intorno alla famosa missione russa in Italia nel marzo 2020, il Corriere aggiunge un tassello: nell’elenco consegnato a Roma risultano 100 militari di Mosca in visita in più rispetto alla lista contenuta nelle relazioni parlamentari. Ufficialmente si trattava di una missione umanitaria, ma la composizione del contingente dimostra che in realtà erano tutti soldati e soltanto alcuni erano ufficiali medici. I militari guidati dal generale Sergey Kikot indicati nella lista di chi doveva «prestare assistenza nella lotta contro l’infezione da coronavirus» nel marzo del 2020 sono 230. L’elenco fu allegato dall’ambasciata di Mosca al testo dell’accordo tra il presidente Vladimir Putin e Giuseppe Conte poi trasmesso alla Farnesina. Ma nelle relazioni parlamentari risulta che in Italia sono stati registrati 130 nominativi. Qualcosa non torna.

«Sulla Russia tutti attaccano, giustamente, Salvini per le magliette di Putin o gli striscioni in piazza Rossa con scritto “Renzi a casa”. Ma i 5 stelle avevano la stessa linea, basta ricordare Di Stefano che oggi fa l’istituzionale viceministro e che allora attaccava l’Ucraina definendola “Stato fantoccio della Nato”», dice Renzi. «Poi c’è il tema Trump: l’atteggiamento di Conte tra agosto e settembre 2019 non è tipico del capo di un governo. Barr doveva incontrare Bonafede, nessun altro. Capisco che magari, se avesse incontrato solo Bonafede non sarebbe nemmeno venuto, ma questa è un’altra storia». Giuseppe Conte, secondo Renzi, «in quelle ore era impegnato a salvare la poltrona».

E sugli aiuti russi per il Covid «io la penso come Giorgio Gori, sindaco di Bergamo. In quella missione c’era qualcosa di strano e Conte dovrebbe chiarire perché ha accettato quell’accordo con Putin», dice Renzi.

«Il mio giudizio su Conte è notoriamente negativo, non solo per la politica estera», conclude Renzi. «Perché sulla politica estera non puoi proprio giudicarlo: ha fatto tutto e il contrario di tutto. È stato sovranista e progressista, populista e democratico, filo Trump e filo Putin. Puoi giudicare uno dalle sue idee, ma se quello cambia le idee ogni mese che gli dici?»

Conte ieri ha replicato un lungo post sui social, in cui tenta di gettare acqua sul fuoco. Assicura «massima trasparenza» e di aver già detto tutto quello che sapeva quando a ottobre è stato convocato in audizione al Copasir. L’ex premier sostiene però di non aver «mai personalmente incontrato Barr, né nel corso di incontri formali né nel corso di incontri conviviali». Il fatto che alla riunione ufficiale con l’intelligence italiana, nella sede dei servizi segreti a piazza Dante, fosse seguita una cena informale, proprio a due passi dalla casa di Conte, «è circostanza di cui non ero specificamente a conoscenza», assicura il leader del Movimento Cinque Stelle. Poi, contrattacca: «È possibile che il senatore Renzi non abbia mai sentito il dovere di andare a riferire al Copasir su questi suoi sospetti? Cosa teme, di dover poi rispondere alle domande e di essere obbligato, per legge, a riferire tutta la verità?».

Renzi risponde e dice: «Sono sempre pronto a rispondere alle domande del Copasir, ma sulla visita di Barr deve rispondere Conte e non io. Perché le risposte deve darle chi aveva la delega ai servizi, non chi come me è la parte lesa da uno stile istituzionale quanto meno discutibile. A meno che non ci sia qualcuno che pensa che davvero Obama e io abbiamo truffato le elezioni in Connecticut o in Ohio. Nel qual caso consiglio di farsi vedere da qualche specialista, possibilmente bravo».

Intervista a Carlo Calenda, leader di Azione. Stefano Zurlo per “il Giornale” il 20 aprile 2022.

Nessun complotto: «Quello indicherebbe quantomeno una direzione di marcia che invece non c'era e non c'è».

E allora?

Purtroppo la realtà è molto più modesta - sintetizza brutalmente il leader di Azione Carlo Calenda -: Giuseppe Conte voleva accreditarsi a livello internazionale e così utilizzava l'intelligence in modo spregiudicato e dilettantesco». 

Repubblica racconta la storia di una cena, a dir poco fuori dai canoni, fra il ministro della giustizia americano Bill Barr e il capo dell'intelligence italiana Gennaro Vecchione. Barr cercava le prove di un complotto ordito in Italia contro Trump e nel 2019 arriva nel nostro Paese e incontra proprio il capo dei Servizi. 

Uno schema non proprio ortodosso.

«Conte avrebbe dovuto preservare gli apparati di sicurezza, tenerli al riparo da una tempesta innescata da Trump». 

Il Russiagate?

«Appunto, siamo ai vaneggiamenti di Trump, al suo tentativo di fermare i democratici. Sono questioni di politica americana, naturalmente con riflessi in Europa, ma il punto è che il governo Conte nel 2019 fa da sponda a queste manovre». 

Conte afferma di non sapere nulla della cena tra Barr e Vecchione. Le procedure non sono state rispettate?

«Direi di no. Le richieste americane avrebbero dovuto passare attraverso il nostro ministro della Giustizia. Invece...».

Invece?

«Gli americani fanno il bello e il cattivo tempo. Spiace dirlo, ma siamo stati trattati peggio di una colonia, per inseguire fantomatiche prove che servivano a Trump per tentare di stare a galla». 

Lei parla di un atteggiamento «spregiudicato» di Conte?

«Conte, un parvenu, aveva solo il problema di ottenere un riconoscimento a livello internazionale. Quindi, anche se non conosciamo i dettagli di tutte le singole operazioni, possiamo trarre qualche conclusione». 

Secondo lei, cosa è successo?

«Un pasticcio incredibile che si stenta a credere. Siamo stati filo americani con Trump, ma questo è solo un pezzo».

Poi?

«Contemporaneamente, con un equilibrismo davvero incredibile, siamo stati filorussi e filocinesi». 

Con tutti e contro nessuno?

«Purtroppo questo si ricava dai fatti. Conte e Di Maio stravedevano per XI Jinping che l'attuale ministro degli Esteri chiamava Ping». 

Abbiamo aderito alla Via della seta.

«Sì, siamo stati l'unico Paese occidentale che si è lanciato in un progetto di matrice imperialista studiato dal regime comunista di Pechino. Nello stesso momento eravamo filorussi con Putin e filo americani con Trump. Ma come si fa ad avere una politica estera così ondivaga e contraddittoria, una bussola impazzita in cui non esistono più i punti cardinali?».

Tutto questo perché sarebbe avvenuto?

«Non immagini chissà quale complotto o cospirazione». 

E cosa dobbiamo pensare?

«Conte cercava considerazione a livello delle principali cancellerie. Pensi al tweet di Trump su Giuseppi. Conte compiaceva i suoi interlocutori, anche se in questo modo la nostra politica estera è andata a farsi benedire». 

C'è qualcosa di anomalo anche nel viaggio dei russi a Bergamo per combattere il Covid?

«Un altro episodio inquietante, con risvolti oscuri in cui affiora questa assenza di una linea guida, di una posizione chiara e limpida». 

Insomma, l'Italia ha perso credibilità nelle principali capitali?

«C'è stata una caduta di immagine, all'estero ancora oggi ci reputano filocinesi ma temo che i danni ci siano stati anche nella finanza e nell'economia. Gli svarioni del leader politici sono difficili da quantificare ma pesano negli scenari più importanti. Pensiamo agli incredibili balletti di Conte e con il regime venezuelano, ancora più gravi perché laggiù c'è una folta di comunità di origine tricolore». 

Oggi l'ex premier tratteggia un nuovo atlantismo.

«Nessuno però ha capito di cosa si tratti. Sono parole astruse e incomprensibili. Del resto, il centrosinistra si sta rivelando, sul fronte della politica energetica, il partito del no: no al gas russo, ma anche quello egiziano non va bene e pure l'Algeria non è che sia una democrazia. Il carbone inquina, le pale eoliche deturpano il territorio e alla fine uno annega dentro un mare di problemi. Ma di soluzioni, nemmeno l'ombra».

Jacopo Iacoboni per “la Stampa” il 20 aprile 2022.

Nei suoi incontri a Roma con i servizi segreti italiani - avvenuti in due tornate, il 15 agosto e il 27 settembre 2019, e autorizzati in maniera irrituale dall'allora premier Giuseppe Conte - l'allora ministro della giustizia americano William Barr, secondo fonti americane, aggirò i protocolli usuali nell'organizzazione della missione, e tenne all'oscuro anche funzionari dell'ambasciata americana e del Fbi a Roma. La cosa suscitò grande malumore in settori importanti dell'amministrazione americana, alle prese con i tumultuosi anni trumpiani.

Barr a Roma incontrò (anche) l'allora capo del Dis Gennaro Vecchione, ma sulla natura e il numero di questi incontri non vi è ancora piena chiarezza: ieri La Repubblica ha rivelato che oltre a quello nella sede istituzionale di piazza Dante, ce ne fu almeno un altro, una cena, al ristorante Casa Coppelle, tra il General Attorney americano e Vecchione. Di cui Conte mai aveva parlato. E poi che Barr era arrivato il giorno prima a Roma, in tempo per eventuali altri incontri serali, che però non sono rendicontati nel suo programma di viaggio, dove compare una dicitura "Down Time", riposo, che copre almeno quattro ore.

Barr peraltro ripartì solo la mattina del giorno 16.

Il dossier Barr-Conte-Vecchione verrà riaperto proprio oggi, sia pure informalmente, al Copasir: la riunione era prevista per parlare di crisi energetica come conseguenza della guerra in Ucraina, ma alla fine verranno poste nuove domande sul caso Conte-Barr, e almeno Italia Viva intende richiamare nuovamente l'ex premier in audizione. Secondo quanto risulta a La Stampa, il Copasir non ha alcuna obiezione a riaprire il caso. Ma sarà una riapertura «complessiva». Non si tratterebbe della sola audizione di Conte, ma anche di Vecchione stesso. 

Per misurare la congruenza di quanto detto allora e quanto sta emergendo di nuovo.

La storia Barr-Trump-Conte è uno dei casi più opachi nella gestione dell'intelligence italiana a cavallo tra il primo e l'inizio del secondo governo Conte. Secondo il New York Times, nel suo viaggio in Italia nel settembre 2019 William Barr «aveva aggirato i protocolli nell'organizzazione del viaggio». Funzionari dell'ambasciata avevano trovato la sua visita «insolita», così come il fatto che il procuratore John Durham - che indagava sul presunto complotto anti-Trump organizzato dai democratici mondiali partendo dall'Italia - si fosse unito a lui. 

Un funzionario italiano confermò che uno degli scopi della visita era ottenere maggiori informazioni su un professore maltese, Joseph Mifsud. Ma alle richieste (improprie) di Barr, furono proprio i due capi dell'Aise e dell'Aisi (non certo allineatissimi a Vecchione) porre uno stop, senza consegnare nulla. 

Chi era Mifsud? Professore della Link University, era stato il primo a rivelare a un giovane consigliere di Trump, George Papadopoulos, dell'esistenza di mail hackerate a Hillary Clinton, materiale che Mifsud definì «compromettente» («dirt»), e sul quale i russi e Wikileaks poi si scatenarono.

Papadopoulos aveva riferito la cosa a un diplomatico australiano, che avvisò l'Fbi e diede quindi l'innesco all'indagine del procuratore speciale Robert Mueller sul Russiagate.

Per Mueller, Mifsud era uomo in mano ai russi (per l'ex capo Fbi James Comey era proprio «un agente russo») e alle operazioni di interferenza di Putin nelle elezioni Usa del 2016.

Trump e Barr volevano invece (e, risulterà, senza fondamento) sostenere che Mifsud fosse una spia britannica, tassello di un complotto mondiale ai danni di Trump organizzato dai democratici di Obama, complice l'Italia del governo Renzi. Da allora Mifsud è sparito. Forse in Russia, forse non più vivo.

In quei mesi Barr fece analoghi viaggi anche in Regno Unito e Australia, cercando appoggi per sostenere la tesi del complotto ai danni di Trump. L'allora presidente Usa telefonò al primo ministro australiano Scott Morrison chiedendogli di fornire assistenza. Trump fece lo stesso con Conte? Barr cercò anche, in Ucraina, sostegno a una campagna contro Joe Biden e le consulenze - poi risultate legittime - del figlio Hunter con l'azienda ucraina di gas Burisma.

Ci fu infine anche un incontro, questa volta solo tra intelligence italiane e omologhi americani, avvenuto il 27 agosto. Secondo quanto risulta a La Stampa, gli americani volevano informazioni sulla condotta degli ufficiali dell'intelligence Usa con sede in Italia nel 2016. E voleva un fantomatico audio di Mifsud (che gli italiani non consegnarono). L'allora premier italiano stava autorizzando una normale collaborazione tra servizi americani e italiani o stava accettando anche solo di ascoltare una richiesta impropria di Barr (e Trump), cioè che l'Italia collaborasse non con, ma contro una parte dei servizi americani, l'Fbi?

Giuliano Foschini per “la Repubblica” il 20 aprile 2022.

L'Italian gate non è finito. Anzi, forse è appena cominciato. Perché nei prossimi giorni l'ex premier Giuseppe Conte è possibile, anzi quasi certo, che dovrà tornare davanti al Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, e rispondere alle domande dei parlamentari su quello strano Ferragosto del 2019 quando a Roma sbarcò il segretario della Giustizia, William Barr. 

Dovrà spiegare, prima di tutto, come mai il suo capo dell'Intelligence, Gennaro Vecchione, non lo avvisò - questo ha detto Conte ieri in un lungo post su Facebook - di una cena che si tenne dopo l'incontro nella sede del Dis. Una circostanza sicuramente non neutra non fosse altro che la cena, come l'incontro, erano state concordate seguendo dei binari non esattamente istituzionali.

Non erano stati avvisati, infatti, i vertici delle due agenzie di intelligence (Aise e Aisi), non fu avvisato il Copasir. E soprattutto l'incontro fu deciso scavalcando tutti i protocolli in un passaggio in cui evidentemente la forma diventa sostanza. 

Ma Conte non sarà il solo, probabilmente, a dover tornare al Copasir per chiarire una serie di elementi che, prima delle rivelazioni di Repubblica, erano stati taciuti. Come ha chiesto ieri il segretario del Comitato (oggi la richiesta verrà ufficializzata nel comitato di presidenza), Ernesto Magorno, senatore di Italia Viva, a tornare davanti ai parlamentari potrebbe essere anche l'ex capo del Dis Gennaro Vecchione - che ieri contattato non ha voluto rispondere - che dovrà spiegare perché non aveva mai parlato di questa cena. E come mai aveva ritenuto di non informare il presidente del Consiglio, come Conte ha raccontato ieri. 

Ma l'Italian Gate non è finito anche perché quello che è accaduto in queste ultime ore ha inevitabilmente riproposto, anche all'interno dell'intelligence italiana, una domanda rimasta fino a questo momento senza risposta. E cioè: cosa hanno chiesto gli americani in quell'incontro e poi dopo in quella cena? E soprattutto: cosa hanno detto di sapere gli italiani? Perché le date raccontano una storia fin qui non ancora chiara. Quello di Ferragosto non è stato il solo incontro tra Vecchione e Barr.

Mentre l'Italia era nel pieno della tempesta del Papeete, con il governo Conte che traballava come un cocktail poggiato sulle casse del lido-discoteca caro a Matteo Salvini, l'allora capo dei servizi italiani si impegna con i colleghi americani a rivedersi. Al termine della cena a Casa Coppelle i due si ridiedero un appuntamento dopo sei settimane.

Il 27 settembre. Fu soltanto allora che gli allora direttore delle agenzie - Luciano Carta che all'epoca guidava Aise e Mario Parente dell'Aisi - vengono a sapere dell'incontro, con una comunicazione scritta. E trasecolano.

In un incontro a Palazzo Chigi avvenuto il 26 spiegano a Conte e Vecchione di non essere a conoscenza di nessun ruolo di italiani, né tantomeno delle nostre istituzioni, nella vicenda del Russiagate. Ed è quello che diranno il giorno dopo agli americani che speravano invece in ben altre informazioni. Sul punto esistono informative precise firmate dai direttori delle nostre agenzie di intelligence che, a questo punto, è certo verranno acquisite dal Comitato parlamentare.

Infine: l'Italian Gate non è finito perché è possibile che davanti al Copasir torni anche un altro ex premier, Matteo Renzi, colui che nella ricostruzione-bufala trumpiana avrebbe in qualche maniera collaborato con il governo Obama per fabbricare false prove. «Perché non va a riferire quel che sa?» ha detto ieri Conte. È possibile che oggi nel comitato di presidenza del Copasir, i 5 Stelle facciano la stessa richiesta al presidente Alfredo Urso. Che, come cultura istituzionale, mai in questi mesi ha respinto le istanze dei membri del Comitato.

Per non dimenticare. Le responsabilità del Pd di Zingaretti nel Russiagate di Conte. Carlo Panella su L'Inkiesta il 21 Aprile 2022.

Nonostante le pressioni interne, il Partito Democratico ha ignorato l’importanza della delega ai Servizi e l’ha lasciata nelle mani dell’allora presidente del Consiglio. Una decisione a metà tra l’ingenuità e la follia, a coronare una delle stagioni più fallimentari della politica. Letta dovrebbe intervenire.

Il secondo tempo del pasticciaccio Barr-Conte-Vecchione obbliga ancora una volta a registrare l’incredibile assenza di forza politica, se non l’innovativa dabbenaggine pura Pd, di Nicola Zingaretti. Ma un Pd non solo suo. Questo, innanzitutto, per aver considerato nella calda estate del 2020 non rinviabili al mittente le esplicite pressioni di Donald Trump per la giravolta dell’avvocato del popolo, da premier del governo gialloverde a premier del governo giallorosso. Allora, stupito, ne chiesi conto a un alto dirigente del Partito Democratico che, visibilmente imbarazzato, farfugliò: «Non hai idea delle pressioni da Villa Taverna…».

Preso atto che il Pd, il partito che più di ogni altro può mettere in campo alte figure tecniche per Palazzo Chigi, si è accostumato a subire i diktat di un ceffo come Donald Trump, lo incalzai: «Ma almeno potevate imporre a Conte di assegnare a uno dei vostri la delega ai Servizi». Ulteriore imbarazzo: «Zingaretti e il Pd romano non hanno neanche idea di cosa siano i Servizi. Abbiamo insistito col segretario, ma ci ha risposto che non voleva fare uno sgarbo ai 5Stelle».

Così, Conte, col beneplacito del Pd si è tenuto la delega, ha fatto di Gennaro Vecchione una longa manus sul Dis, sull’Aise e sull’Aisi – e per fortuna che questi ultimi erano diretti da Luciano Carta e Mario Parente che ne hanno salvaguardato autonomia e funzione. Non solo, i due direttori dell’Aise e dell’Aisi hanno tenuto gelidamente distanti i loro uffici dalle richieste di occuparsi, su suggerimento americano, di George Papadopoulos e Joseph Mifsud e dal ben poco limpido ambiente della Link Campus University, vivaio dei mediocri 5Stelle assunti a incarichi di governo.

Naturalmente, Mario Draghi, diventato premier, ha licenziato Vecchione, ha nominato Elisabetta Belloni al Dis e ha interrotto l’uso personale e improprio che dei Servizi ha fatto per più di due anni Giuseppe Conte.

Ma resta la macchia di un Pd incapace di rispettare la tradizione della sinistra che, da Ugo Pecchioli a Marco Minniti, ha sempre considerato i Servizi un punto focale e prezioso delle istituzioni repubblicane e che, nonostante le ripetute richieste del suo responsabile della sicurezza Enrico Borghi perché quella delega venisse affidata ad altri, ha permesso che Conte trattasse il tema come un affare di famiglia.

Questo, per di più, a fronte del fatto inaudito che il presunto scandalo delle trame per favorire Hillary Clinton contro Donald Trump, di cui parlarono William Barr e Gennaro Vecchione, del quale uno snodo sarebbe stato Mifsud, avrebbe fatto capo, secondo il fantasioso Segretario alla Giustizia americano, al governo diretto da Matteo Renzi. Quindi, il Pd, ha ceduto a suo tempo a Conte il pieno controllo politico sui Servizi ben sapendo che il premier favoriva ventre a terra un’inchiesta americana che puntava a incriminare un ex presidente del Consiglio italiano che dal 2020, era anche parte della sua stessa maggioranza parlamentare, quella che addirittura lo stesso Renzi aveva inventato.

Un quadro scabroso dal quale oggi Enrico Letta si tiene inopportunamente lontano.

Giuseppe Conte, "cosa c'è dietro al Giuseppi?". Servizi, Casa Bianca, Trump e Russia: la cena taciuta dall'ex premier. Libero Quotidiano il 19 aprile 2022.

Una cena tra William Barr, ex procuratore generale degli Stati Uniti, e Gennaro Vecchione, ex capo dei servizi di intelligence italiani, potrebbe mettere in seria difficoltà Giuseppe Conte. Il fatto risale al 15 agosto del 2019. I due, come rivela Repubblica, avrebbero avuto una discussione segreta per capire se Roma fosse al centro di un complotto per influenzare le presidenziali americane del 2016 e impedire a Donald Trump di arrivare alla Casa Bianca. Tutto nasce perché nel 2019 Trump si convince che il “Russiagate” sia stato confezionato in Italia, dai Servizi, sotto la guida del premier Matteo Renzi, alleato di Hillary Clinton. 

A pesare sulla convinzione di Trump sarebbe stato anche il suo ex consigliere George Papadopoulos. Quest'ultimo aveva rivelato che un professore della Link Campus University, Joseph Mifsud, oggi scomparso, durante un incontro a Roma gli aveva detto che il governo russo possedeva “materiale compromettente” su Hillary Clinton “in forma di e-mail”. A quel punto il tycoon chiese a Barr di indagare. E Barr, invece di contattare il suo omologo, avrebbe scavalcato tutti e ottenuto un incontro col capo dell’intelligence, che sarebbe stato autorizzato dal presidente del Consiglio. 

Stando ai documenti del dipartimento americano alla Giustizia sulla missione, visionati da Repubblica, Barr avrebbe visto Vecchione alle 17 in Piazza Dante 25, sede del Dis. Cosa già nota. Poi alle 18 e 45 sarebbe andato verso Piazza delle Coppelle per una cena prevista di due ore. Su questo però non si sa nulla di più. In ogni caso, alla luce di questa vicenda, suona sospetto il tweet con cui Trump appoggiò Conte il 27 agosto: "Comincia a mettersi bene per l’altamente rispettato Primo Ministro della Repubblica Italiana, Giuseppi Conte... Un uomo di grande talento, che speriamo resti Primo Ministro". Sarà stato forse un ringraziamento per la visita di Barr? Sentito dal Copasir, l'allora premier sottolineò: "Non ho mai parlato con Barr, i nostri servizi sono estranei alla vicenda". Oggi a commentare è Matteo Renzi: "Obama ed io che organizziamo una truffa elettorale ai danni di Trump? Follia pura". E anche il senatore di Italia Viva Ernesto Magorno: "I nuovi elementi emersi sulla vicenda "Russiagate" scattano una fotografia inquietante. È assolutamente necessario un chiarimento".

Bye bye Giuseppi. Il doppio Russiagate di Conte segna (in ritardo) la sua fine politica. Mario Lavia su L'Inkiesta il 20 Aprile 2022.

Le nuove rivelazioni di Repubblica e Corriere (ma sarebbe bastato leggere quotidianamente Linkiesta degli ultimi due anni) dimostrano che l’ex premier ha fatto un uso spregiudicato degli apparati, impiegati per accreditarsi presso i due principali leader reazionari del mondo.

Due storiacce, una con Donald Trump e l’altra con Vladimir Putin, i campioni della destra reazionaria mondiale: l’uno-due di Repubblica e Corriere della Sera è di quelli che in un Paese normale dovrebbero definitivamente mandare a stendere il protagonista del doppio inghippo, cioè Giuseppe Conte, all’epoca dei fatti presidente del Consiglio: è il duplice segnale che ambienti importantissimi, anche internazionali, hanno mollato l’avvocato del popolo e che nessuno crede a un suo ritorno ad alti livelli di governo.

Perché quello che balza agli occhi nei colpi dei due più importanti giornali italiani non è nemmeno il merito, anche se esiste ed è pesante, ma la tempistica e l’univocità del bersaglio, il che dimostra che il caso Conte non è chiuso, tutt’altro, e sarebbe davvero strano se per non turbare il quadro politico i partiti della maggioranza si sottraessero al dovere di incalzare l’ex premier e leader del M5s a dire quel che sa, soprattutto un Pd che ormai non ha più motivo di difendere l’indifendibile ma che ieri non ha detto una parola (tranne il solito Andrea Marcucci) su un uomo politico azzoppato che oramai andrebbe abbandonato al suo destino.

Enrico Letta, così coraggioso sulla guerra di Putin, sull’alleanza con i grillini ancora vuole puntare per puro spirito di conservazione: un’intesa che non sta più in piedi, se mai lo è stata. Il “punto di riferimento fortissimo dei progressisti” è un pallido incubo lontano.

Contro “Giuseppi” non escono vicende nuove, su Linkiesta le abbiano raccontare per mesi, ma ulteriori tasselli di giochi opachi mai chiariti completamente dall’avvocato nemmeno di fronte al comitato parlamentare per i servizi di sicurezza, dove dovrà tornare di nuovo per chiarire i fatti. Si tratta nel primo caso (scoop di Repubblica) di nuovi elementi sui misteriosi colloqui che nell’estate del 2019 l’ex ministro della giustizia americano William Barr ebbe a Roma con l’allora capo dei servizi segreti Gennaro Vecchione (e non con il omologo Alfonso Bonafede come prassi avrebbe voluto) i cui contenuti non sono mai stati chiariti fino in fondo. Ma già basandosi su quello che si sa ci sono pochi dubbi sul fatto che Barr, in veste di “avvocato” di Trump, cercasse in Italia il modo per fabbricare prove ai danni del governo Renzi nell’ambito della presunta trama obamiana contro The Donald.

Un pezzo di una tela mondiale, come già un anno fa spiegò la rivista online Ytali, «che ha coinvolto l’Australia, il Regno Unito, l’Ucraina e, appunto, l’Italia. Ad Australia e Regno Unito è stata richiesta collaborazione per capire se diplomatici dei due Paesi avessero lavorato con Obama per danneggiare Trump. Con l’Ucraina è lo stesso Donald Trump a intervenire. Il presidente repubblicano chiese infatti in una famosa telefonata al presidente ucraino Zelensky non solo di aprire un’inchiesta nei confronti del principale candidato dem alle primarie Joe Biden, ma di condurre delle indagini su CrowdStrike, una società americana specializzata nelle indagini su attacchi informatici». In Italia si puntava a colpire Matteo Renzi visto come anello della catena obamiana, ma ieri lui ha detto di considerare «una follia questa ipotesi e ancora più folle mi pare chi gli ha dato credito».

È evidente che siamo ben oltre i normali rapporti fra Stati alleati di cui aveva parlato Conte al Copasir. E non è affatto chiaro – questo è il rilancio giornalistico di Repubblica – cosa abbia fatto Barr nella sua seconda visita, quella del 27 settembre, che seguiva il primo colloquio “ufficiale” con Vecchione del 15 agosto e una misteriosa cena tra i due quella sera. Conte pertanto dovrà chiarire la sua posizione anche sui nuovi dettagli emersi: che cosa successe nella visita settembrina dell’uomo di Trump?

Ma se vogliamo la seconda dirty story, sulla quale il Corriere della Sera con Fiorenza Sarzanini non molla la presa, è anche più pesante. Riguarda la nota vicenda della visita dei medici e militari russi a Bergamo nei giorni iniziali della pandemia (marzo 2020). Ebbene, il Corriere ha tirato fuori una mail dell’ambasciata russa alla Farnesina da cui emerge che i russi volevano “bonificare” le strutture pubbliche e pretendevano (ottenendolo) che l’intera missione fosse a spese dell’Italia. Dai dettagli viene il forte dubbio che altro che aiuto umanitario si trattava, ma di un’azione di vero e proprio spionaggio: questo sarebbe stato il cuore dell’intesa tra Giuseppe Conte e Vladimir Putin.

Dal doppio pasticcio prima con Trump e poi con Putin esce dunque in modo inquietante la figura di un premier per caso che a quanto pare non esitava ad adottare i metodi più spregiudicati per accreditarsi presso i due grandi leader mondiali della reazione facendosi beffe di regole e trasparenza non solo durante i fatti ma anche successivamente, omettendo la verità, tutta la verità agli organi competenti nonché al Paese.

Come ha scritto Carlo Bonini su Repubblica, «ossessionato dal suo destino, Conte ha a lungo confuso l’interesse e la sicurezza nazionale con quello della sia persona e della sua permanenza a palazzo Chigi», qualcosa di peggio dell’«annegare la politica in un pantano senza idee» di cui scrisse il filosofo Biagio de Giovanni già due anni fa. Sarà senz’altro un caso ma tutte queste vicende torbide tornano in campo con forza proprio mentre alla Farnesina siede con un peso molto superiore al passato un certo Luigi Di Maio, avversario agguerrito dell’avvocato. Mai politicamente così debole, adesso Conte sconta l’arroganza dei tempi belli del Conte uno e – meno – del Conte due. Un’epoca lontana, che non tornerà.

Andrea Muratore per tag43.it il 21 luglio 2022.

Matteo Renzi torna (nuovamente) ad attaccare Fiorenza Sarzanini, e questa volta per il tramite di uno dei suoi pasdaran più fedeli, Luciano Nobili, e su uno dei temi su cui l’ex premier si è più volte esposto politicamente: l’intelligence. L’8 luglio 2022, infatti, il 44enne deputato romano ha presentato alla Camera un’interpellanza a risposta scritta diretta al presidente del Consiglio Mario Draghi in cui chiede conto e ragione delle notizie più volte riportate dalla Sarzanini, vicedirettore del Corriere della Sera, che citavano elementi provenienti da ambienti legati all’intelligence.

Tra il 2019 e il 2021, lo ricordiamo, Renzi aveva aperto in due diversi momenti dei contenziosi civili a Firenze contro la giornalista per il suo interessamento alle vicende della Fondazione Open. L’interpellanza di Nobili segna però un salto di qualità dell’offensiva  verso la vicedirettrice del quotidiano di Via Solferino.

L’onorevole chiede chiarimenti sul fatto che Sarzanini, tra il 20 aprile e il 9 giugno, in cinque articoli e un intervento televisivo a Otto e Mezzo, abbia rivelato informazioni apparentemente riferibili a notizie connesse alle ricerche dei servizi di informazione e sicurezza, del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) e di alte fonti governative e riguardanti in particolar modo i rapporti tra Russia e Italia. Dal caso della controversia missione medica inviata da Mosca in pieno Covid nel marzo 2020 fino alla più recente “lista di putiniani” dell’informazione e del mondo accademico. 

La manovra appare decisamente complessa perché si tratta di temi su cui il partito maggiormente attento a spingere in seno alla presente maggioranza di governo è stato proprio quello di Renzi. Critico esplicito della gestione dei servizi da parte del governo Conte II e apertamente schierato con le posizioni rigorosamente atlantiste di Mario Draghi.

Nonostante le ruggini del passato, dunque, in questo caso i renziani non avrebbero motivo di colpire Sarzanini, a sua volta non annoverabile nel partito dei filo-russi o degli anti-Draghi. Stupisce invece a virulenza dell’attacco. Nobili, nell’interpellanza al Presidente del Consiglio, chiede esplicitamente se Draghi «sia a conoscenza di eventuali contratti, collaborazione o rapporti, comunque denominati, a titolo oneroso o gratuito, della giornalista Fiorenza Sarzanini con le agenzie di intelligence, ovvero con comitati, tavoli o commissioni ministeriali, gruppi di lavoro o di studio che includano esponenti delle agenzie di intelligence o ne prevedano comunque il diretto coinvolgimento, negli ultimi 10 anni, e, in caso affermativo, quali siano state le forme di collaborazione comunque denominate, ed a che titolo siano state eventualmente svolte»

Nobili sottolinea che appare evidente «la capacità di Sarzanini di accedere a informazioni e documenti riservati, come avvenuto, appunto, in occasione della relazione trasmessa dai servizi segreti» sui “putiniani d’Italia” poi desecretata da Franco Gabrielli a giugno, «come si ricava anche dagli articoli da lei pubblicati, che spesso riportano circostanze e dinamiche che vedono un coinvolgimento diretto degli apparati di sicurezza del nostro Paese». 

Per l’esponente di Italia viva  il punto è che laddove «si instaurino canali di informazione paralleli, imprecisati e indefiniti» l’attività dei servizi segreti può essere messa a repentaglio e, potenzialmente, la stessa sicurezza nazionale può risultare intaccata.

Il tono dell’interpellanza è dubitativo, ma il messaggio è chiaro: si ventila l’ipotesi di un legame a doppio filo tra Sarzanini e i servizi alla base dei rapporti e delle informazioni veicolate dalla giornalista. A memoria, non si ricorda di un precedente del genere in cui venivano ventilate ipotesi che, in caso estremo, comporterebbero addirittura una violazione della Legge 124/2007 sul funzionamento dei servizi segreti, che all’articolo 21 impedisce collaborazioni tra giornalisti professionisti e apparati di intelligence. Sarzanini, del resto, non è certamente l’unica giornalista italiana che riporta fonti legate alle agenzie di intelligence nei suoi articoli. E dunque è bene riflettere su perché Nobili si concentri essenzialmente su di lei.

Il tono dell’interpellanza va letto alla luce degli obiettivi che i renziani vogliono ottenere mettendo sotto pressione Sarzanini. E anche se la questione riguarda i documenti di intelligence citati da Via Solferino e desecretati da Gabrielli, questi sono solo il gancio per una manovra che ha ben altro scopo: garantire, in una fase critica, maggiore visibilità a Italia viva sul Corriere. 

Una guerra di nervi che continuerà, questo è il calcolo dei renziani, fino a che all’ex premier sarà garantito uno spazio maggiore rispetto all’attuale che sul quotidiano gli viene concesso con le interviste di Maria Teresa Meli. E che a molti appare sin troppo, considerato l’esiguità del consenso elettorale di Italia viva. 

Ma Renzi vuole rivendicare il suo ruolo di apripista dell’agenda Draghi e accreditarsi come figura di riferimento nel “grande centro” in cui il Corriere sembra, da diverse settimane, attenzionare con maggior forza Carlo Calenda e Luigi Di Maio a discapito del premier dimissionario. Problemi di visibilità che invece non sembra avere con La7, che molti osservatori notano maggiormente avvezza a assecondare il presenzialismo e i toni da “populista elitario” del senatore fiorentino. Il fatto che, però, questa strategia di pressione si inserisca nel quadro di una battaglia personale che divide l’ex premier e la Sarzanini tirando in ballo anche i servizi rende la manovra estremamente spericolata.

·        Nazi-fascismo e Comunismo: Economia pianificata.

Non possiamo non dirci crociani. Non possiamo non dirci crociani per molti motivi. Il filosofo condannava sia il fascismo sia il comunismo. Una lezione semplice ma importante. Alessandro Gnocchi il 20 Novembre 2022 su Il Giornale.

Non possiamo non dirci crociani per molti motivi. Il filosofo condannava sia il fascismo sia il comunismo. Una lezione semplice ma importante. L'Italia tuttora non è in grado di impararla. Mentre la condanna per il fascismo, giustamente, è ormai unanime, una parte consistente della sinistra è ancora convinta della favola secondo la quale il comunismo sarebbe una splendida idea purtroppo applicata male. Al cristianesimo abbiamo preferito qualsiasi dottrina materialista. Croce, pur non essendo credente, si dichiarava cristiano perché sapeva che, se togli il cristianesimo, la società inizia a scivolare su un piano inclinato in fondo al quale c'è sempre il disprezzo per la vita e l'individuo. Croce racconta in Contributo alla critica di me stesso di aver perso la guida della dottrina religiosa e di sentirsi «insidiato da teorie materialistiche, sensistiche e associazionistiche, circa le quali non mi facevo illusioni, scorgendovi chiaramente la sostanziale negazione della moralità stessa, risoluta in egoismo più o meno larvato». Fu il confronto con lo zio e tutore Silvio Spaventa a restituire la fede, laica e liberale, sui «fini e doveri» della vita. Maestro di Retorica, Croce disprezzava la retorica, il vero cemento (friabile) delle istituzioni italiane. Nel Contributo, il filosofo esprime il «fastidio per la rettorica liberalesca e la nausea per la grandiosità di parole e per gli apparati di qualsiasi sorta». Spirito realmente morale e dunque non moralista, politico quasi suo malgrado ma con una visione netta, Croce si chiese cosa fosse l'onestà, appunto, in politica. La risposta è secca: «L'onestà politica non è altro che la capacità politica: come l'onestà del medico e del chirurgo è la sua capacità di medico e di chirurgo, che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni e di svariate e teoriche conoscenze». L'Italia ha appena vissuto un momento drammatico in cui sono approdati in parlamento uomini nuovi e interi movimenti che facevano vanto di non conoscere le istituzioni, di non essersi mai sporcati le mani con la gestione della cosa pubblica e di essere onestissimi. Risultato: una tragedia con punte di selvaggia ma involontaria comicità. Non meno importante è l'estetica crociana. Lo studioso aveva chiara un'idea che pare estranea a gran parte del mondo letterario di oggi: la critica militante non ha alcun senso se non è preceduta e accompagnata da una filosofia estetica. In caso contrario, presto o tardi, prestissimo nel caso italiano, diventa l'ancella del mercato e la sorella della pubblicità, un triste scambio di piaceri tra amici o un regolamento di conti tra bande, niente che possa convincere e stimolare un lettore. Per forza la critica non si fa più: è irrilevante, con le dovute eccezioni, e allora è meglio l'intrattenimento più o meno colto. Quando esisteva la cultura italiana, in un tempo che sembra spaventosamente lontano, si poteva procedere mettendosi in continuità con il maestro Croce oppure andare oltre il suo magistero senza contestarne la grandezza. Così fece, ad esempio, Gianfranco Contini rivendicando la critica delle varianti come integrazione (e superamento) della critica crociana. Altra epoca, altro spessore.

Un miraggio statalista abbaglia l’Occidente. Il nuovo libro di Rampini. DANILO TAINO su Il Corriere della Sera l’8 Novembre 2022.

«Il lungo inverno» (Mondadori) di Federico Rampini critica il catastrofismo e difende le ragioni del mercato. Di fronte alla crisi sarebbe un errore pensare di imitare la Cina

Per frenare l’aggressività economica e politica cinese, l’Occidente deve diventare esso stesso più cinese? Accettare il terreno sul quale Pechino porta la sfida, cioè un capitalismo guidato dallo Stato (dal Partito comunista nel suo caso) e un sistema politico meno liberale? Nessuno dei governi democratici e a economia di mercato di America, Europa e Asia risponderà di sì esplicitamente. Ma i segni che la propensione a dare risposte centralistiche alla forte pressione del colosso autoritario asiatico sono ormai troppi per non legittimare il sospetto che la tendenza stia conquistando politici, intellettuali e parti di opinioni pubbliche.

Certo, negli ultimi anni la geopolitica ha preso il sopravvento sulle forze economiche, tecnologiche e culturali che hanno sostenuto la globalizzazione degli scorsi trenta-quaranta anni. E i sistemi aperti devono difendersi dagli attacchi dei sistemi autoritari, che vengano dalla Russia, dalla Cina, dall’Iran o da dittature minori. Ma mettere in discussione e offuscare i propri punti di forza — il libero mercato, la concorrenza, le garanzie contro le prevaricazioni della politica — non sarà la scelta vincente dell’Occidente in questo passaggio storico nel quale si decide molto del futuro del mondo. Al gioco del dirigismo vincono i dirigisti, non le società libere. Copiare politiche e metodi della Cina di Xi Jinping è in partenza una dichiarazione di sconfitta.

Nel suo nuovo scritto in libreria da martedì 8 novembre — Il lungo inverno. False apocalissi, vere crisi ma non ci salverà lo Stato, edito da Mondadori — Federico Rampini nota che, di fronte al disorientamento di questi nostri tempi, «alcuni di noi cercano un rifugio simile a quello offerto dai regimi autoritari: sempre più Stato, la protezione di una mano forte. Uno scivolamento verso modelli orientali, associato alla rivalutazione del dirigismo pubblico, è una risposta possibile: in parte già in atto. Sarà una soluzione peggiore del male?».

In effetti, il sottosopra nel mondo dell’energia di questi mesi ha spinto per esempio i governi di Germania e Francia a nazionalizzare imprese colpite dalla crisi: forse era necessario per non farle fallire. Ma la spinta verso un maggiore interventismo dello Stato nell’economia precede la guerra di Putin in Ucraina. Le politiche della concorrenza in Europa sono indebolite da tempo, su spinta di Berlino e Parigi, con la scusa di contrastare le imprese cinesi. Negli Stati Uniti, l’interventismo di Washington nel favorire alcuni settori economici rispetto ad altri non è lontano dalla pretesa dei burocrati di Pechino di sapere quale sarà il futuro della scienza e dell’innovazione.

Sono solo esempi ma il ritorno dello Stato al centro dell’economia è visibile ovunque. In parte motivato dalla necessità di dare risposte alla crisi da coronavirus e in parte costretto dall’invasione dell’Ucraina. Rampini, però, va oltre a questi eventi recenti e individua nel disorientamento in cui l’Occidente si dibatte le ragioni di questa ricerca di protezione da parte dello Stato. Ci sono crisi vere, indiscutibili — dice. Ma ci sono anche «false apocalissi, annunciate da profeti interessati a seminare paure». Il rischio è che questo caos politico e mentale ci porti in un «lungo inverno». E non è affatto solo di economia che Rampini tratta nel libro. C’è un triangolo al quale occorre guardare per capire le rotture storiche e i passaggi d’epoca, dice: energia, moneta, armi. Tre campi nei quali noi europei siamo in un ritardo straordinario: il che potrebbe rendere il nostro inverno ancora più buio.

L’autore è estremamente lucido nell’individuare e nell’analizzare le minacce che incombono sulle società aperte e la confusione psicologica e intellettuale nella quale si dibattono. Approfondisce la crisi energetica: nelle sue ragioni e nelle responsabilità di chi l’ha favorita. Entra in quel mondo contraddittorio e mai diventato Occidente che è la Russia. Studia l’inflazione che è tornata a impoverirci dopo decenni di prezzi stabili. Parla della Cina, dove ha vissuto da corrispondente, del suo miracolo economico ma anche delle sue notevoli debolezze interne ed esterne. Legge le guerre. Sempre con un approccio che rifiuta di adattarsi alle argomentazioni mainstream, fondate in genere sulle supposte responsabilità dell’Occidente e del capitalismo per i mali del mondo.

A proposito di apocalissi, per esempio, il capitolo dedicato ad «Alimenti e clima» nota che, cinquant’anni dopo il movimento che teorizzava i «limiti dello sviluppo», nessuno di chi lo ha sostenuto si è seriamente corretto e ha fatto autocritica nonostante le sue previsioni siano state smentite dalla realtà. E che «il fatto che non si siano avverate non ci ha guariti dal catastrofismo. Anzi». L’agricoltura, per dire, è in grado di sfamare l’umanità, a differenza di quanto si sostenne allora: i limiti non sono dati dalla capacità produttiva, ma semmai dai prezzi o da sciocchezze ideologiche. Tra i molti altri casi, Rampini ricorda anche quello dello Sri Lanka, isola finita in una crisi alimentare gravissima perché nel 2021 il governo vietò l’importazione di fertilizzanti chimici su spinta di consiglieri ultra-ambientalisti.

Rampini non è però disperatamente pessimista. Il modello dell’Occidente ha superato nei decenni crisi economiche, guerre, rivoluzioni: ne è sempre uscito più forte, ha creato sempre più benessere, ha prodotto libertà. Avrà la meglio «se non ammirerà chi lo odia».

L’analisi

S’intitola Il lungo inverno (Mondadori, pagine 240, euro 19) il nuovo saggio di Federico Rampini, che analizza i rischi a cui va incontro l’Occidente in una fase caratterizzata da molteplici crisi, alcune reali e altre gonfiate dagli annunciatori di catastrofi. Federico Rampini, nato a Genova nel 1956, è editorialista del «Corriere della Sera». In precedenza è stato vicedirettore del «Sole 24 Ore», editorialista, inviato e corrispondente de «la Repubblica». Ha insegnato alle Università di Berkeley, Shanghai, e alla Sda Bocconi. Tra i libri di Federico Rampini, tradotti in varie lingue: America (Solferino, 2022); Suicidio occidentale (Mondadori, 2022); L’impero di Cindia (Mondadori, 2006); Il secolo cinese (Mondadori, 2005)

La storia insegna: chi toglie la libertà è sempre comunista. Iuri Maria Prado su Libero Quotidiano il 02 ottobre 2022.

Si può fare una statistica ormai quasi secolare delle libertà violentate nel mondo. E da quella statistica spicca una verità senza rendiconto: vale a dire che quando c'è massacro di libertà, praticamente sempre c'è un comunista che lo compie, o lo nasconde, o lo giustifica. E mai, quando nel mondo le libertà sono state aggredite, mai il comunista si è posto a difenderle. Mai nel mondo il comunista ha combattuto il potere che di volta in volta reprimeva quelle libertà, se non per sostituirvisi impiantando un potere che a sua volta ne faceva sacrificio.

Sul grosso delle libertà sopraffatte nel mondo c'è la grinfia del comunista. C'è la censura del comunista a rendere impunita quella sopraffazione. C'è la propaganda del comunista a giustificarla. Non c'è solo l'aguzzino che a migliaia di chilometri da qui fa rogo di una iurta mongola piena di bambini: c'è anche il comunista di qui che contestualizza. Non ci sono solo i milioni di bambini denutriti nei paradisi del socialismo asiatico: c'è anche il comunista di qui che li oppone ai senzatetto di New York. Non c'è solo l'omosessuale con i testicoli spappolati nel carcere cubano: c'è anche il comunista di qui, con appeso il ritratto del "Che", che si leva a difesa dei diritti civili minacciati dal neoliberismo. Non c'è solo il male assoluto perpetrato in mezzo mondo da decenni di violenza comunista: c'è anche di chi quel male è patrono, procuratore, avvocato.

Siamo stato noi. Chi chiede più presenza dello Stato non sa quanto sia già invadente. Iuri Maria Prado su L'Inkiesta il 3 Settembre 2022

La mancanza di produttività, il ritardo rispetto alle economie avanzate, la stagnazione trentennale degli stipendi non hanno un responsabile unico, ma molto è dovuto alle inefficienze dello statalismo: chi non ha il coraggio di ammetterlo è ancora lontano dalla soluzione

Bisognerebbe intendersi, quando si dice «più Stato». Intendersi, innanzitutto, sulla realtà del sistema da cui sale quell’invocazione. Si ammetterà, infatti, che se il sistema è il nostro, che fu della pummarola nazionalizzata ed è tutt’ora quello dell’impresa posseduta al quarantacinque percento dal potere pubblico (un dato senza eguali nelle economie di mercato), allora reclamare «più Stato» non significa cambiare registro ma usare esattamente lo stesso apponendovi altre poste dello stesso segno. 

Si può sostenere che occorra e che sia giusto, ma a patto di riconoscere – ed è questo che invece generalmente si rinnega, non solo a sinistra – che l’intestazione statale di altre quote di economia, di produzione, di commercio, di acquisizione in esclusiva monopolistica di attività altrove ragionevolmente lasciate alla concorrenza privata, interviene su un ordinamento già molto impostato nella medesima direzione.

Poi si tratta di riconoscere che è «più Stato» anche quello che si auto-limita, anche quello che pianifica e organizza le ragioni della propria astensione, della propria retrocessione da attività che meglio e a minor costo possono svolgere i privati. 

È «più Stato» quello che non lascia sottoposti all’arbitrio delle procure della Repubblica i cantieri e gli investimenti produttivi. È «più Stato» quello che sgrava l’economia dall’intermediazione parassitaria di burocrazie la cui inefficienza non è più neppure un difetto, ma esattamente una causa di giustificazione della propria esistenza: too bureaucratic to fail. 

È «più Stato» quello che imponendo troppi tributi e dovendo far giustizia sociale ne toglie qualcuno anziché aggiungere un sussidio. È «più Stato» quello che non protegge le imprese e i cittadini dalle brutture del mercato impiantando il mercato falso del calmiere, del dazio, dell’esenzione, cioè le misure che spostano in là, aggravandolo, il rendiconto. 

È «più Stato» quello che non pretende di garantire il decoro e le efficienze delle professioni tramite gli Ordini professionali. È «più Stato» quello che rinuncia a garantire la sanità pubblica rendendola obbligatoria. È «più Stato» quello che fa scaricare dalle tasse l’acquisto di un libro rispetto a quello che precetta le scuole all’organizzazione della Giornata contro l’omotransfobia.

Infine, si tratterebbe di intendersi su questo: il tanto di Stato che abbiamo (poco o tanto, a seconda dei punti di vista), è sì o no responsabile della nostra mancanza di produzione, del nostro posizionamento di coda tra le economie avanzate, dello stazionamento trentennale e anzi della recessione del livello di reddito individuale? Rispondere no, suppone che si spieghi perché. Che si spieghi perché il tanto Stato che abbiamo non abbia responsabilità, per la quantità del proprio esserci, in relazione ai problemi che abbiamo. Che si spieghi perché quei problemi sarebbero invece prodotti dalla porzione minoritaria del non esserci dello Stato.

Keynes e l'idealismo dell'economia creativa. Stenio Solinas il 9 Luglio 2022 su Il Giornale.

Nella biografia del grande studioso inglese troviamo la storia del '900 scandita dalle differenti dottrine.

Nel 1944 l'inglese John Maynard Keynes si mise in viaggio per Bretton Woods, negli Stati Uniti. Qui le potenze destinate a uscire vincitrici dalla Seconda guerra mondiale avevano in programma un vertice nel quale delineare i futuri destini economici e politici. Era ormai arrivata l'estate, Keynes era malato di cuore, l'idea di trascorrere anche solo pochi giorni oltreoceano, magari a Washington, era superiore alle sue forze. «Portarci lì a luglio non sarebbe sicuramente un gesto d'amicizia» fece sapere da Londra. Era ancora un mondo senza aria condizionata...

Settecentotrenta delegati, per quattordici delegazioni significava almeno il doppio in termini di personale operativo, senza tener conto di una pletora di giornalisti, almeno cinquecento, di cui si paventava la chiassosità e l'esuberanza alcolica. Scartata la capitale, nonché un resort nello Stato dell'Indiana che non dava garanzie di sicurezza, un senatore del New Hampshire, Charles Toby, che faceva parte della delegazione Usa, suggerì il Mount Washington Hotel, in una remota valle delle Montagne Bianche: chiuso da un paio d'anni, ma a lungo un gioiello della hotellerie made in Usa, aveva 350 camere, mille finestre, duemila porte... In fretta e furia venne riadattato per l'occasione, ma Lidija Lopuchova, l'ex ballerina di Diaghilev che Keynes aveva sposato vent'anni prima, restò inorridita non appena vi mise piede: «I rubinetti perdono tutto il giorno, le finestre non si chiudono né si aprono, i tubi aggiustati si rirompono e non si riesce ad andare da nessuna parte» scrisse alla madre di Maynard.

Ancora bella e sempre comunque russa, Lidija tutte le mattine faceva il bagno nuda nelle acque del vicino fiume Ammonoosuc e quando era il marito a presiedere i lavori ogni tanto entrava nella sala e provvedeva a fargli un massaggio cardiaco. La delegazione russa, che aveva una vasta componente femminile, decise di attestarsi al fianco del Rosebrok Bar: ai primi raggi del sole le «compagne» si mettevano in costume da bagno ed era difficile schiodarle da lì. Alcuni membri della delegazione cinese decisero invece, al secondo giorno, di esplorare i sentieri che dall'albergo portavano alle cime, alte sino a duemila metri. Dopo qualche ora furono visti tornare, sorvegliati a vista da montanari armati: erano stati presi per paracadutisti giapponesi... C'erano poliziotti in servizio all'ingresso, gruppi di boy scout facevano da collegamento fra i congressisti, ogni due per tre una delegazione offriva un rinfresco alcolico per ammorbidire la posizione della delegazione ritenuta contraria... Una sera Keynes e la moglie si ritrovarono a cantare Sul bel Danubio blu agli ospiti della lounge, accompagnati al pianoforte da E.H. Brooks, membro della delegazione britannica.

Al di là del folclore, del caos, dell'improvvisazione e del pressapochismo di molti delegati, Keynes sapeva che Bretton Woods era un'occasione storica, ma che per giungere a un risultato che non fosse fallimentare ci voleva molta pazienza, nonché molta intelligenza. Della seconda ne aveva in abbondanza, della prima molto meno. Per fare un solo esempio delle difficoltà a trovare una linea comune, basterà dire che il segretario della delegazione Usa, Henry Morghentau jr., avrebbe voluto una Germania postbellica agricolo-pastorale, mentre il suo assistente Harry White voleva tirar dentro l'Urss a scapito dell'Inghilterra e l'Urss non ci stava a vedere gli Stati Uniti fare economicamente la parte del leone. Quanto a Keynes, voleva il bancor (la valuta internazionale da lui ideata) al posto del dollaro, detestava il linguaggio tecnico e il legalismo guardingo dei suoi colleghi americani. «Scrivono in cherokee» diceva.

Oltre a essere l'economista più famoso dell'epoca, Keynes aveva un'arma in più rispetto agli altri convegnisti presenti a Bretton Woods. Era l'unico ad aver vissuto in prima persona e da posizione privilegiata le trattative di Versailles con cui si era conclusa la Prima guerra mondiale. Ed era stato il suo libro Le conseguenze economiche della pace a predire che gli accordi finanziari di quel trattato avrebbero portato l'Europa alla rovina economica, alla dittatura, alla guerra.

All'epoca di Versailles, Keynes era un trentacinquenne uomo di mondo, cresciuto a Cambridge, amico di Bertrand Russell come di Ludwig Wittgenstein, esponente di quel «gruppo di Bloomsbury» dove, fra Virginia Woolf e Lytton Strachey, si concentrava il meglio del peggior snobismo made in England: intellettualismo di altissima caratura, promiscuità sessuale tanto disinvolta quanto sofferta (gelosie, pettegolezzi, invidie), classismo mascherato da afflati umanitari, bullismo etico e estetico nei confronti di chi del gruppo non faceva parte, disinteresse per le vili questioni di denaro, dovuto anche al fatto che, in linea di massima, nessuno dei suoi membri doveva veramente guadagnarsi da vivere... Era una sorta di serra artificiale in cui si fioriva stando ben attenti a non contaminarsi con l'esterno, pena l'appassire dei suoi virgulti.

In Il prezzo della pace, la bella quanto particolare biografia che Zachary D. Carter ha dedicato alla vita di Keynes e che ora Neri Pozza pubblica in italiano (pagg. 622, euro 28, traduzione di Leonardo Clausi), l'autore mette bene in chiaro i tanti paradossi che ne accompagnarono l'esistenza: «Un burocrate che aveva sposato una ballerina; un omosessuale il cui più grande amore era una donna; un fedele servitore dell'impero britannico che inveiva contro l'imperialismo; un internazionalista che aveva assemblato l'architettura intellettuale per il moderno Stato-nazione; un economista che mise in discussione i fondamenti dell'economia».

«Particolare biografia» ho scritto prima. Perché in realtà Carter, attraverso Keynes costruisce qualcosa di più e di diverso, un resoconto straordinariamente informato della storia economica del Ventesimo secolo, protezionisti e liberoscambisti, mercatisti e monetaristi, teorici dell'intervento statale e teorici del liberismo senza se e senza ma, su su fino alla finanza globale del nuovo secolo e ai fallimenti economici che lo hanno punteggiato. Una cavalcata complessa per chi magari della materia è un neofita, ma comunque affascinante e al termine della quale viene da dire che così come la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai generali, lo stesso vale per l'economia e gli economisti...

Tornando a Bretton Woods, sia pure a prezzo di fatiche e di rinunce Keynes riuscì a orchestrare il sistema internazionale, Fondo monetario e Banca mondiale, che da lì sino agli anni Settanta avrebbe tenuto banco. Nel viaggio di ritorno a Washington in treno, Keynes svenne nel vagone ristorante e il successivo trasbordo sul Queen Mary rischiò di trasformarsi in funerale e il piroscafo nella cassa da morto. Testardamente riuscì a morire in patria, nella Pasqua di quello stesso anno, e nel suo necrologio il Times lo definì «il più grande economista dopo Adam Smith».

Per Kynes, scrive Zachary D. Carter, «l'economa era nella migliore delle ipotesi un campo di regole pratiche, tendenze e modelli suscettibili di mutamento». La scuola di pensiero cui diede vita cercava di combinare la spesa statale per lavori pubblici e salute pubblica «con una tassazione distributiva per aumentare le domande dei consumatori, creando nel contempo un ambiente in cui potesse prosperare la grande arte». Credeva che alla fine «le buone idee avrebbero trionfato sulle cattive», il che era ammirevole, ma anche tragicamente ingenuo. Eppure, conclude Carter, «ci ritroviamo con Keynes, non solo perché i deficit possono consentire una crescita sostenuta o perché il tasso d'interesse è determinato dalla preferenza per la liquidità, ma perché siamo qui, ora, senza un posto dove andare se non il futuro. Nel lungo periodo siamo tutti morti. Ma nel lungo periodo quasi tutto è possibile».

Marx è andato a vivere a New York. Marcello Veneziani 

La Verità ha riproposto uno stralcio dal libro-antologia di Karl Marx Contro la Russia, che le edizioni de Il Borghese pubblicarono per primi negli anni settanta. Ma c’è un’integrazione essenziale, e attualissima, da fare: in queste pagine emerge il Marx filo-americano, persuaso che il suo pensiero radicale potesse meglio attecchire in una società nuova, moderna, priva di storia, radici e tradizione come gli Stati Uniti. Non a caso questi scritti furono pubblicati tra il 1858 e il 1861, sul New York Tribune, poi raccolti dalla figlia Eleanor con il titolo The eastern question; articoli antirussi, filoamericani, occidentalisti, che auspicavano l’avvento del mercato libero globale e del pensiero radicale. Per la rivoluzione comunista Marx non pensava alla Russia zarista ma all’America descritta da Tocqueville, che era poi l’espansione “giovanile“ dell’Inghilterra, da Marx non a caso eletta a sua residenza, rispetto alla natia Treviri, in Germania.

Marx è il filosofo che più ha inciso nella storia del ‘900 attraverso la tragedia mondiale del Comunismo. Poi tramontò nel fallimento del comunismo, precipitò con l’impero sovietico, sopravvisse ibrido nella Cina mao-capitalista. Ma fu davvero archiviato? Da anni sostengo la tesi opposta che esposi in Imperdonabili.

Il marxismo separato dal comunismo è lo spirito dominante dell’Occidente. Scrive Marx nel Manifesto: “Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra e gli uomini sono finalmente costretti a osservare con occhio disincantato la propria posizione e i reciproci rapporti”. E’ la prefigurazione della nostra epoca volatile e mondialista. Il marxismo fu il più potente anatema scagliato contro Dio e il sacro, la patria e il radicamento, la famiglia e i legami con la tradizione, la natura e i suoi limiti. Fu una deviazione la sua realizzazione in paesi premoderni come la Russia e la Cina, la Cambogia o Cuba. Il marxismo non si è realizzato nei paesi che hanno subito il comunismo, dove invece ha fallito e ha resistito attraverso l’imposizione poliziesca e totalitaria; si è invece realizzato nel suo spirito laddove nacque e a cui si rivolse, nell’Occidente del capitalismo avanzato. Non scardinò il sistema capitalistico ma fu l’assistente sociale e culturale nel passaggio dalla vecchia società cristiano-borghese al neocapitalismo nichilista e globale, dal vecchio liberalismo al nuovo spirito radical. Marx definisce il comunismo: “è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”. E’ lo spirito radical del nostro tempo, cancel e correct.

Nell’Ideologia tedesca, Marx dichiara che il fine supremo del comunismo “è la liberazione di ogni singolo individuo” dai limiti e dai legami locali e nazionali, famigliari, religiosi, economici. Non le comunità ma gli individui. Il giovane Marx onora un solo santo e martire nel suo calendario: Prometeo, liberatore dell’umanità. Padre dell’Occidente faustiano e irreligioso, proteso verso la volontà di potenza.

Il giovane Marx auspica nei Manoscritti economico-filosofici l’avvento dell’ateismo pratico. E nella Critica della filosofia del diritto di Hegel scrive: “La religione è il sospiro della creatura oppressa…essa è l’oppio del popolo. Eliminare la religione in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire poterne esigere la felicità reale”. Liberandoci da Dio e dalla religione per Marx ci liberemo dall’alienazione e conquisteremo la felicità terrena. La società di oggi, atea ma depressa, irreligiosa ma alienata, smentisce la promessa marxiana di liberazione. L’utopia di una società “libertina”, dove ciascuno svolge la sua attività quando “ne ha voglia”, che abolisce ogni fedeltà e introduce “una comunanza delle donne ufficiale e franca”, fa di Marx un precursore della società permissiva. Il principio ugualitario perde la sua carica profetica e si realizza in negativo come uniformità e negazione dei meriti, delle capacità e delle differenze.

La società capitalistica globale ha realizzato le principali promesse del marxismo, seppur distorcendole: nella globalizzazione ha realizzato l’internazionalismo contro le patrie; nell’uniformità e nell’omologazione standard genera uguaglianza e livellamento universale; nel dominio globale del mercato ha riconosciuto il primato mondiale dell’economia sostenuto da Marx; nell’ateismo pratico e nell’irreligione ha realizzato l’ateismo pratico marxiano e la sua critica alla religione; nel primato dei rapporti materiali, pratici e utilitaristici rispetto ai valori spirituali, morali e tradizionali ha inverato il materialismo marxiano; nella liberazione da ogni legame naturale e da ogni ordine tradizionale ha realizzato l’individualismo libertino di Marx, liberato dai vincoli famigliari e nuziali. E come Marx voleva, ha realizzato il primato dell’azione sul pensiero. Lo spirito del marxismo si realizza in Occidente, facendosi ideologicamente radical, economicamente liberal, geneticamente modificabile.

L’ultima frontiera del marxismo si ritrova nelle porte aperte agli immigrati, dove un nuovo proletariato, sradicato dai paesi d’origine, sostituisce le popolazioni d’occidente, a sua volta sradicate. La lotta di classe cede alla lotta antisessista, antinazionalista e antirazzista. La difesa egualitaria dei proletari cede alla tutela prioritaria delle minoranze dei “diversi”.

Il marxismo vive sotto falso nome ma si muove a suo agio nella società global made in Usa; un marxismo al ketch-up, transgenico. Marx con passaporto americano sembra strizzare l’occhio ai dem di Biden. Noi ci attardiamo da anni a celebrare il suo funerale; ma è un caso di morte apparente. La Verità (21 aprile 2022)

Il richiamo della foresta. Augusto Minzolini il 3 Luglio 2022 il 3 Luglio 2022 su Il giornale.

I segnali si moltiplicano. E gli autori o i potenziali leader di un ipotetico nuovo soggetto di sinistra spuntano come funghi

I segnali si moltiplicano. E gli autori o i potenziali leader di un ipotetico nuovo soggetto di sinistra, massimalista, anti-sistema, anzi com'è tradizione anti-tutto, spuntano come funghi. Maurizio Landini mette a disposizione la Cgil come serbatoio per l'esperimento. Michele Santoro la sua popolarità televisiva e il suo bagaglio di esperienze di quarant'anni passati ad aizzare le piazze. In mezzo c'è anche chi dovrebbe portare i voti se li ha ancora, quel Don Chisciotte di Giuseppe Conte, leader dimezzato dei 5stelle, con accanto Marco Travaglio suo novello Sancio Panza che gli sussurra all'orecchio consigli di vita: è lui che dovrebbe accendere la miccia mandando a casa il governo Draghi solo che ha il problema di non poco conto di dover convincere i ministri grillini a lasciare il posto. Mission impossible. E poi, ancora, i tanti che in passato, a vario titolo, hanno fatto parte di quel caravanserraglio dall'ex-sindaco di Napoli De Magistris ad Antonio Ingroia, entrambi ex-magistrati fuori servizio, e l'immancabile Vauro.

È come un richiamo della foresta. L'inflazione vola causa la crisi energetica, le aziende sono in difficoltà, l'economia non tira, il carrello della spesa costa sempre di più e si preannuncia un autunno caldo, bollente come la siccità estiva. E allora l'allegra combriccola, i populisti di oggi che hanno lo stesso dna dei comunisti di ieri, annusa l'aria e pensa che ci siano le condizioni favorevoli per aprire un nuovo ciclo. Pardon per ritornare al passato. In fondo se siamo tornati all'inflazione del 1986 perché non ci dovrebbero essere gli stessi eroi, gli stessi mondi a guidare gli arrabbiati. Il primo successo di Santoro televisivo con la trasmissione Samarcanda è datato 1987, per cui ci siamo. E in fondo il pacifismo degli anni 80 inneggiava a Breznev e all'Unione Sovietica quando sfilava contro gli euromissili come quello del 2022, cinquant'anni dopo, guarda a Putin e alla Russia.

Si può scommettere che anche se cambiano le «crisi» le ricette di questo mondo saranno le stesse di tanti anni fa. Tributi su tributi perché la proprietà privata per loro è un reato. Il punto vero è che alla base della crisi di oggi ci sono proprio i programmi, sarebbe meglio dire gli slogan, di questa agorà che condiziona da sempre la sinistra (all'ultimo evento della Cgil erano presenti tutti, da Fratoianni, passando per Conte, fino a Calenda, tranne Renzi che forse di sinistra non è più). La crisi energetica che ci ha messo alla mercè della Russia è il risultato di un ambientalismo ideologico propugnato nel tempo da Santoro, grillini e compagni, che ci ha paralizzato per decenni. Le politiche del lavoro targate Cgil hanno creato nel nostro Paese una situazione paradossale: ci sono tanti disoccupati, il reddito di cittadinanza, ma anche tante offerte di lavoro che non trovano risposte. Non parliamo poi delle infrastrutture: tra autorizzazioni e regolamenti per realizzare un'opera pubblica ci vogliono tempi biblici. Insomma, la crisi che ci sta arrivando addosso oggi, nasce da politiche che non sono state fatte ieri. Il motivo? Perché i massimalisti che rispondono al richiamo della foresta della crisi, sono gli stessi che hanno bloccato il Paese per anni. Sono quelli che trovano un ruolo, un habitat nelle crisi. Che si cibano delle crisi. Come gli stregoni che ballavano la danza della pioggia a cui però capitava anche di essere travolti dalla tempesta.

Economia pianificata. Le affinità tra Hitler e Stalin sulla proprietà privata e le nazionalizzazioni. Rainer Zitelmann su L'Inkiesta il 2 Luglio 2022.

Nel suo nuovo libro, Rainer Zitelmann analizza il pensiero economico e socio-politico del dittatore tedesco che durante il regime nazista sottolineò quanto disporre dei propri beni non era in alcun modo un affare privato degli industriali. E tollerava la proprietà individuale solo se utilizzata nella cornice di obiettivi stabiliti dallo Stato 

Rispondere alla domanda sulla posizione di Hitler sulla proprietà privata e sulle nazionalizzazioni appare piuttosto semplice. In genere si ritiene che Hitler riconoscesse la proprietà privata dei mezzi di produzione e rifiutasse la nazionalizzazione. Ma fermarsi qui, come si fa di solito, significherebbe essere superficiali, perché questa affermazione è troppo generica e lascia aperte troppe domande. Nel mio nuovo libro Hitler’s National Socialism, analizzo il pensiero economico e socio-politico del dittatore.

In un articolo sul sistema economico del nazionalsocialismo pubblicato nel 1941, l’economista e sociologo Friedrich Pollock (cofondatore dell’Istituto per le ricerche sociali di Francoforte, che in seguito divenne il nucleo della Scuola di Francoforte) sottolineava quanto segue: «Sono d’accordo sul fatto che l’istituto giuri