Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

ANNO 2022

I PARTITI

TERZA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

      

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

  

 

 

 

I PARTITI

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Scissione: vaffanculo a loro stessi.

La Democrazia a modo mio.

Ipocriti.

Son Comunisti…

Beppe Grillo.

Giuseppe Conte.

Luigi Di Maio.

Alessandro Di Battista.

Dino Giarrusso.

Gianluigi Paragone.

Rocco Casalino.

Virginia Raggi.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Secessionismo.

La Moralità.

Il Capitano.

Il Senatur.

Giancarlo Giorgetti.

Lorenzo Fontana.

Luca Zaia.

Roberto Calderoli.

Roberto Maroni.

La Bestia e le Bestie.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Nazi-fascismo e Comunismo: Economia pianificata.

La morte del Comunismo.

Comunisti: La Scissione dell’atomo.

Ipocriti.

Razzisti e bugiardi.

Achille Occhetto.

Beppe Sala.

Carlo Calenda. 

Elly Schlein.

Enrico Berlinguer.

Enrico Letta.

Giuseppe Pippo Civati.

Goffredo Bettini.

Luigi De Magistris.

Mario Capanna.

Massimo D’Alema.

Matteo Renzi.

Maria Elena Boschi.

Matteo Richetti.

Monica Cirinnà.

Nicola Fratoianni.

Gianni Vattimo.

Fausto Bertinotti.

Laura Boldrini.

Stefano Bonaccini.

Walter Veltroni.

Vincenzo De Luca.

Le Sardine.

I Radicali.

Quelli …Che Guevara.

I Marxisti d’oltreoceano.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

IL SOLITO AMICO TERRORISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le vittime innocenti degli scontri con la polizia.

Le Primule rosse.

Il Delitto Biagi.

Le Brigate Rosse.

PAC. Proletari Armati per il Comunismo.

Lotta Continua.

La Falange armata. 

Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, NAR (Nuclei armati rivoluzionari).

Gli Anarchici.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA. (Ho scritto un saggio dedicato)

 

 

 

 

 

I PARTITI

TERZA PARTE

 

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Nazi-fascismo e Comunismo: Economia pianificata.

 Non possiamo non dirci crociani. Non possiamo non dirci crociani per molti motivi. Il filosofo condannava sia il fascismo sia il comunismo. Una lezione semplice ma importante. Alessandro Gnocchi il 20 Novembre 2022 su Il Giornale.

Non possiamo non dirci crociani per molti motivi. Il filosofo condannava sia il fascismo sia il comunismo. Una lezione semplice ma importante. L'Italia tuttora non è in grado di impararla. Mentre la condanna per il fascismo, giustamente, è ormai unanime, una parte consistente della sinistra è ancora convinta della favola secondo la quale il comunismo sarebbe una splendida idea purtroppo applicata male. Al cristianesimo abbiamo preferito qualsiasi dottrina materialista. Croce, pur non essendo credente, si dichiarava cristiano perché sapeva che, se togli il cristianesimo, la società inizia a scivolare su un piano inclinato in fondo al quale c'è sempre il disprezzo per la vita e l'individuo. Croce racconta in Contributo alla critica di me stesso di aver perso la guida della dottrina religiosa e di sentirsi «insidiato da teorie materialistiche, sensistiche e associazionistiche, circa le quali non mi facevo illusioni, scorgendovi chiaramente la sostanziale negazione della moralità stessa, risoluta in egoismo più o meno larvato». Fu il confronto con lo zio e tutore Silvio Spaventa a restituire la fede, laica e liberale, sui «fini e doveri» della vita. Maestro di Retorica, Croce disprezzava la retorica, il vero cemento (friabile) delle istituzioni italiane. Nel Contributo, il filosofo esprime il «fastidio per la rettorica liberalesca e la nausea per la grandiosità di parole e per gli apparati di qualsiasi sorta». Spirito realmente morale e dunque non moralista, politico quasi suo malgrado ma con una visione netta, Croce si chiese cosa fosse l'onestà, appunto, in politica. La risposta è secca: «L'onestà politica non è altro che la capacità politica: come l'onestà del medico e del chirurgo è la sua capacità di medico e di chirurgo, che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni e di svariate e teoriche conoscenze». L'Italia ha appena vissuto un momento drammatico in cui sono approdati in parlamento uomini nuovi e interi movimenti che facevano vanto di non conoscere le istituzioni, di non essersi mai sporcati le mani con la gestione della cosa pubblica e di essere onestissimi. Risultato: una tragedia con punte di selvaggia ma involontaria comicità. Non meno importante è l'estetica crociana. Lo studioso aveva chiara un'idea che pare estranea a gran parte del mondo letterario di oggi: la critica militante non ha alcun senso se non è preceduta e accompagnata da una filosofia estetica. In caso contrario, presto o tardi, prestissimo nel caso italiano, diventa l'ancella del mercato e la sorella della pubblicità, un triste scambio di piaceri tra amici o un regolamento di conti tra bande, niente che possa convincere e stimolare un lettore. Per forza la critica non si fa più: è irrilevante, con le dovute eccezioni, e allora è meglio l'intrattenimento più o meno colto. Quando esisteva la cultura italiana, in un tempo che sembra spaventosamente lontano, si poteva procedere mettendosi in continuità con il maestro Croce oppure andare oltre il suo magistero senza contestarne la grandezza. Così fece, ad esempio, Gianfranco Contini rivendicando la critica delle varianti come integrazione (e superamento) della critica crociana. Altra epoca, altro spessore.

I sinistri educandi. Tutto: divieti, sanzioni e tasse.      

La storia insegna: chi toglie la libertà è sempre comunista. Iuri Maria Prado su Libero Quotidiano il 02 ottobre 2022.

Si può fare una statistica ormai quasi secolare delle libertà violentate nel mondo. E da quella statistica spicca una verità senza rendiconto: vale a dire che quando c'è massacro di libertà, praticamente sempre c'è un comunista che lo compie, o lo nasconde, o lo giustifica. E mai, quando nel mondo le libertà sono state aggredite, mai il comunista si è posto a difenderle. Mai nel mondo il comunista ha combattuto il potere che di volta in volta reprimeva quelle libertà, se non per sostituirvisi impiantando un potere che a sua volta ne faceva sacrificio.

Sul grosso delle libertà sopraffatte nel mondo c'è la grinfia del comunista. C'è la censura del comunista a rendere impunita quella sopraffazione. C'è la propaganda del comunista a giustificarla. Non c'è solo l'aguzzino che a migliaia di chilometri da qui fa rogo di una iurta mongola piena di bambini: c'è anche il comunista di qui che contestualizza. Non ci sono solo i milioni di bambini denutriti nei paradisi del socialismo asiatico: c'è anche il comunista di qui che li oppone ai senzatetto di New York. Non c'è solo l'omosessuale con i testicoli spappolati nel carcere cubano: c'è anche il comunista di qui, con appeso il ritratto del "Che", che si leva a difesa dei diritti civili minacciati dal neoliberismo. Non c'è solo il male assoluto perpetrato in mezzo mondo da decenni di violenza comunista: c'è anche di chi quel male è patrono, procuratore, avvocato.

Siamo stato noi. Chi chiede più presenza dello Stato non sa quanto sia già invadente. Iuri Maria Prado su L'Inkiesta il 3 Settembre 2022

La mancanza di produttività, il ritardo rispetto alle economie avanzate, la stagnazione trentennale degli stipendi non hanno un responsabile unico, ma molto è dovuto alle inefficienze dello statalismo: chi non ha il coraggio di ammetterlo è ancora lontano dalla soluzione

Bisognerebbe intendersi, quando si dice «più Stato». Intendersi, innanzitutto, sulla realtà del sistema da cui sale quell’invocazione. Si ammetterà, infatti, che se il sistema è il nostro, che fu della pummarola nazionalizzata ed è tutt’ora quello dell’impresa posseduta al quarantacinque percento dal potere pubblico (un dato senza eguali nelle economie di mercato), allora reclamare «più Stato» non significa cambiare registro ma usare esattamente lo stesso apponendovi altre poste dello stesso segno. 

Si può sostenere che occorra e che sia giusto, ma a patto di riconoscere – ed è questo che invece generalmente si rinnega, non solo a sinistra – che l’intestazione statale di altre quote di economia, di produzione, di commercio, di acquisizione in esclusiva monopolistica di attività altrove ragionevolmente lasciate alla concorrenza privata, interviene su un ordinamento già molto impostato nella medesima direzione.

Poi si tratta di riconoscere che è «più Stato» anche quello che si auto-limita, anche quello che pianifica e organizza le ragioni della propria astensione, della propria retrocessione da attività che meglio e a minor costo possono svolgere i privati. 

È «più Stato» quello che non lascia sottoposti all’arbitrio delle procure della Repubblica i cantieri e gli investimenti produttivi. È «più Stato» quello che sgrava l’economia dall’intermediazione parassitaria di burocrazie la cui inefficienza non è più neppure un difetto, ma esattamente una causa di giustificazione della propria esistenza: too bureaucratic to fail. 

È «più Stato» quello che imponendo troppi tributi e dovendo far giustizia sociale ne toglie qualcuno anziché aggiungere un sussidio. È «più Stato» quello che non protegge le imprese e i cittadini dalle brutture del mercato impiantando il mercato falso del calmiere, del dazio, dell’esenzione, cioè le misure che spostano in là, aggravandolo, il rendiconto. 

È «più Stato» quello che non pretende di garantire il decoro e le efficienze delle professioni tramite gli Ordini professionali. È «più Stato» quello che rinuncia a garantire la sanità pubblica rendendola obbligatoria. È «più Stato» quello che fa scaricare dalle tasse l’acquisto di un libro rispetto a quello che precetta le scuole all’organizzazione della Giornata contro l’omotransfobia.

Infine, si tratterebbe di intendersi su questo: il tanto di Stato che abbiamo (poco o tanto, a seconda dei punti di vista), è sì o no responsabile della nostra mancanza di produzione, del nostro posizionamento di coda tra le economie avanzate, dello stazionamento trentennale e anzi della recessione del livello di reddito individuale? Rispondere no, suppone che si spieghi perché. Che si spieghi perché il tanto Stato che abbiamo non abbia responsabilità, per la quantità del proprio esserci, in relazione ai problemi che abbiamo. Che si spieghi perché quei problemi sarebbero invece prodotti dalla porzione minoritaria del non esserci dello Stato.

Marx è andato a vivere a New York. Marcello Veneziani 

La Verità ha riproposto uno stralcio dal libro-antologia di Karl Marx Contro la Russia, che le edizioni de Il Borghese pubblicarono per primi negli anni settanta. Ma c’è un’integrazione essenziale, e attualissima, da fare: in queste pagine emerge il Marx filo-americano, persuaso che il suo pensiero radicale potesse meglio attecchire in una società nuova, moderna, priva di storia, radici e tradizione come gli Stati Uniti. Non a caso questi scritti furono pubblicati tra il 1858 e il 1861, sul New York Tribune, poi raccolti dalla figlia Eleanor con il titolo The eastern question; articoli antirussi, filoamericani, occidentalisti, che auspicavano l’avvento del mercato libero globale e del pensiero radicale. Per la rivoluzione comunista Marx non pensava alla Russia zarista ma all’America descritta da Tocqueville, che era poi l’espansione “giovanile“ dell’Inghilterra, da Marx non a caso eletta a sua residenza, rispetto alla natia Treviri, in Germania.

Marx è il filosofo che più ha inciso nella storia del ‘900 attraverso la tragedia mondiale del Comunismo. Poi tramontò nel fallimento del comunismo, precipitò con l’impero sovietico, sopravvisse ibrido nella Cina mao-capitalista. Ma fu davvero archiviato? Da anni sostengo la tesi opposta che esposi in Imperdonabili.

Il marxismo separato dal comunismo è lo spirito dominante dell’Occidente. Scrive Marx nel Manifesto: “Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra e gli uomini sono finalmente costretti a osservare con occhio disincantato la propria posizione e i reciproci rapporti”. E’ la prefigurazione della nostra epoca volatile e mondialista. Il marxismo fu il più potente anatema scagliato contro Dio e il sacro, la patria e il radicamento, la famiglia e i legami con la tradizione, la natura e i suoi limiti. Fu una deviazione la sua realizzazione in paesi premoderni come la Russia e la Cina, la Cambogia o Cuba. Il marxismo non si è realizzato nei paesi che hanno subito il comunismo, dove invece ha fallito e ha resistito attraverso l’imposizione poliziesca e totalitaria; si è invece realizzato nel suo spirito laddove nacque e a cui si rivolse, nell’Occidente del capitalismo avanzato. Non scardinò il sistema capitalistico ma fu l’assistente sociale e culturale nel passaggio dalla vecchia società cristiano-borghese al neocapitalismo nichilista e globale, dal vecchio liberalismo al nuovo spirito radical. Marx definisce il comunismo: “è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”. E’ lo spirito radical del nostro tempo, cancel e correct.

Nell’Ideologia tedesca, Marx dichiara che il fine supremo del comunismo “è la liberazione di ogni singolo individuo” dai limiti e dai legami locali e nazionali, famigliari, religiosi, economici. Non le comunità ma gli individui. Il giovane Marx onora un solo santo e martire nel suo calendario: Prometeo, liberatore dell’umanità. Padre dell’Occidente faustiano e irreligioso, proteso verso la volontà di potenza.

Il giovane Marx auspica nei Manoscritti economico-filosofici l’avvento dell’ateismo pratico. E nella Critica della filosofia del diritto di Hegel scrive: “La religione è il sospiro della creatura oppressa…essa è l’oppio del popolo. Eliminare la religione in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire poterne esigere la felicità reale”. Liberandoci da Dio e dalla religione per Marx ci liberemo dall’alienazione e conquisteremo la felicità terrena. La società di oggi, atea ma depressa, irreligiosa ma alienata, smentisce la promessa marxiana di liberazione. L’utopia di una società “libertina”, dove ciascuno svolge la sua attività quando “ne ha voglia”, che abolisce ogni fedeltà e introduce “una comunanza delle donne ufficiale e franca”, fa di Marx un precursore della società permissiva. Il principio ugualitario perde la sua carica profetica e si realizza in negativo come uniformità e negazione dei meriti, delle capacità e delle differenze.

La società capitalistica globale ha realizzato le principali promesse del marxismo, seppur distorcendole: nella globalizzazione ha realizzato l’internazionalismo contro le patrie; nell’uniformità e nell’omologazione standard genera uguaglianza e livellamento universale; nel dominio globale del mercato ha riconosciuto il primato mondiale dell’economia sostenuto da Marx; nell’ateismo pratico e nell’irreligione ha realizzato l’ateismo pratico marxiano e la sua critica alla religione; nel primato dei rapporti materiali, pratici e utilitaristici rispetto ai valori spirituali, morali e tradizionali ha inverato il materialismo marxiano; nella liberazione da ogni legame naturale e da ogni ordine tradizionale ha realizzato l’individualismo libertino di Marx, liberato dai vincoli famigliari e nuziali. E come Marx voleva, ha realizzato il primato dell’azione sul pensiero. Lo spirito del marxismo si realizza in Occidente, facendosi ideologicamente radical, economicamente liberal, geneticamente modificabile.

L’ultima frontiera del marxismo si ritrova nelle porte aperte agli immigrati, dove un nuovo proletariato, sradicato dai paesi d’origine, sostituisce le popolazioni d’occidente, a sua volta sradicate. La lotta di classe cede alla lotta antisessista, antinazionalista e antirazzista. La difesa egualitaria dei proletari cede alla tutela prioritaria delle minoranze dei “diversi”.

Il marxismo vive sotto falso nome ma si muove a suo agio nella società global made in Usa; un marxismo al ketch-up, transgenico. Marx con passaporto americano sembra strizzare l’occhio ai dem di Biden. Noi ci attardiamo da anni a celebrare il suo funerale; ma è un caso di morte apparente. La Verità (21 aprile 2022)

"Bella Ciao ha rotto il ca...", l'analisi tecnica di Rocco Tanica. L'anima di Elio e le Storie tese nonché attore e autore televisivo infrange un tabù: la canzone dei partigiani ormai ha stufato tutti. Sui social è un tripudio: «Hai ragione, è una lagna, come la musica balcanica». Francesco Specchia su Libero Quotidiano il 06 dicembre 2022

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d'adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all'Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

Serviva l'autocandidatura a segretario di Elly Schlein, giovane Barbra Streisand del Pd una Seracchiani che ce l'ha fatta, secondo i compagni più ustori- per propalare l'innegabile verità: «Bella e simbolica e tutto quanto; ciò detto, Bella Ciao ha rotto il cazzo». Così, tranchant.

Che non è la dichiarazione di un fascio eversore, bensì lo sfogo comprensibile di Sergio Conforti alias Rocco Tanica, classe '64. Autore e cantautore, corpo e anima degli Elio e le Storie Tese, autore e attore televisivo (grande interpretazione ne La compagna del Cigno su Raiuno) titillatore di nonsense in equilibrio tra Achille Campanile e gli stand up comedians newyorkesi, maestro di una generazione di satirici allegramente militanti alla Zoro, anarcoide di un'anarchia caricata a peyote: Rocco Tanica, dal quel popò di curriculum ha postato su Twitter le immagini del discorso del volto Dem.

DOPO IL PD «Sulle note di Bella ciao, Elly Schlein ha lanciato la sua candidatura alla segreteria del Partito Democratico: "Non siamo qui per una resa dei conti identitaria ma per dare vita a un partito plurale"». E, qualunque cosa ciò significhi, Rocco ha aggiunto la sua larvata critica alla canzone. Ed è stato subito un tripudio di retweet. Tutti a favore dell'esegesi roccotanichesca del testo. Roba fantazziona, tipo da «La corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca» col capufficio cinefilo Guidobaldo Maria Riccardelli in ginocchio sui ceci, nello scroscio di 92 minuti di applausi ininterrotti.

Dopo il post di Tanica, ecco dunque il florilegio dei commenti più disparati: «Un po' come la musica Balcanica, bella e tutto quanto, ma alla lunga rompe i coglioni...». «C'è una versione balcanica di Bella Ciao?». «Dottor Tanica qui bisogna assolutamente comporre il nuovo inno della sinistra».

«Ha ragione maestro, Bella Ciao è proprio una lagna. Non potrebbe scriverlo lei il nuovo anthem in cambio di moltissimi danari ?».

E l'animo artistico di Tanica è già avanti. Prima propone come nuovo inno della sinistra Aborto dei suoi Elio («Aborto aborto batti un colpo se ci sei/Aborto aborto, come andiamo, è tutto occhei?/Obiettori e referendum che follia/ Ma in aborto vince la tua fantasia»).

Ma è, diciamo, poco tarato sui valori Dem. Poi a chi insiste nell'essere più pop e terragno Rocco propone Vogliamo andare avanti del mitico Duo di Piandena, anno 1972: «Vogliamo andare avanti, avanti/ avanti nella democrazia e il mondo socialista è la tua garanzia/ Vogliamo andare avanti.../E torna a minacciare il centurione di ridurre l'Italia una galera, ma è solo il ruggito del piccione, è tramontata la camicia nera». «Ci sarebbe questo, ma non è centrato», si scusa Tanica. E, in effetti, il brano suddetto sarebbe perfetto per l'associazione partigiani o per Fratojanni, ma col Pd non c'entra una beata fava. Tra l'altro, nel post successivo Tanica pubblica le proposte da La Stampa sui nuovi nomi del nuovo Pd; e tra essi spiccano "Padel- Italia rimbalza"della "mozione cura di sé" e "Sushi-In regalo le salse", la mozione asiatica del "partito all you can it", che tra l'altro non è cumulabile con altre offerte. Ricorda molto i vecchi sketch di Corrado Guzzanti /Veltroni sulla "mozione Amedeo Nazzari segretario, ma purtroppo è morto».

Ecco. In questa giostra di surrealtà emerge tutto il carico narrativo dell'ex cantico delle mondine trasformato prima in canto partigiano must del 25 aprile, e poi nella sigla di una fiction spagnola dal successo planetario. Tra l'altro, anche la Casa di carta con Bella ciao non c'entra una fava, però ne escono dei balletti meravigliosi davanti alla cassaforte zecca di Stato imbottita di tritolo. Bella ciao è sempre stata materia infiammabile.

MATERIA INFIAMMABILE Qualche mese, fa Laura Pausini si rifiutò di cantarla in tv per non prendere posizioni politiche. E la sinistra ispano-italiana le cucì addosso una camicia di forza intessuta nell'orbace. Ancora prima, nel 2019, i Marlene Kuntz e Skin fornirono a Riace, in appoggio del rinviato a giudizio Mimmo Lucano, di Bella ciao una versione trascinata e sofferta, quasi intestinale; roba che Dean Martin sembrava un assolo dei Led Zeppelin. Ora, Bella ciao è indubbiamente orecchiabile. E, di valore storico. E pregna di un suo carico simbolico. Però, sentendosi a ogni latitudine non solo ha perso la carica eversiva, ma tende a produrre sensazioni orchitiche che vanno oltre le oltre le aspirazioni degli etnomusicologi e dei partigiani superstiti. Forse ha ragione Tanica. Puoi penetrare le coscienze dei popoli. Ma quando hai rotto il cazzo, «hai rotto il cazzo».

Cantare Bella ciao a Parma (purché senza ideologia). Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 4 luglio 2022.

Caro Aldo, dopo 25 anni di opposizione il Pd è finalmente riuscito a tornare al governo dell’amministrazione comunale di Parma. E come primo atto pubblico il nuovo sindaco è andato a posare una rosa al monumento al Partigiano intonando Bella ciao. Le confesso però che questo gesto, pur di rispetto per chi ha combattuto per la nostra libertà, l’ho trovato impregnato di retorica. Come se si volesse marcare piuttosto un territorio che si è tornati rabbiosamente ad occupare. Alleandosi per di più, pur di raggiungere il risultato, con chi li aveva malamente sconfitti nelle ultime due tornate elettorali. Glielo scrivo nella consapevolezza dei limiti di una destra che non è risultata convincente per i tanti suoi elettori astenutisi ma anche nella constatazione di come la sinistra continui molto a mitizzarsi il passato addosso. Né gli uni né gli altri riuscendo, quindi, davvero a essere politicamente credibili per il futuro che ci attende. Mario Taliani Noceto (Parma)

Caro Mario, Distinguerei. Se a Parma si canta Bella ciao per celebrare la vittoria del centrosinistra e la fine delle altre amministrazioni, si diventa ridicoli. Parma è stata amministrata a lungo da Elvio Ubaldi, un democristiano che ricordava un po’ Guazzaloca, e come Guazzaloca si è spento prematuramente dopo aver molto amato la propria città. Poi, dopo la parentesi di Pietro Vignali — su cui il giudizio definitivo è stato dato dagli elettori che hanno fatto prevalere nettamente il suo avversario —, per dieci anni è stato sindaco Federico Pizzarotti, che dopo aver fatto la faccia feroce sull’inceneritore aveva messo su una giunta di centrosinistra (il nuovo sindaco, Michele Guerra, era il suo assessore alla Cultura). Se invece a Parma si canta Bella ciao per celebrare la Resistenza, come mi pare si sia fatto, non ci vedo nulla di male. È vero che i partigiani non hanno mai cantato quella canzone. Del resto, braccati sulle montagne, non sarebbe stato prudente cantare. Giorgio Bocca ad esempio raccontava di non aver mai intonato Bella ciao, e sperava che nessuno lo facesse ai suoi funerali (non fu esaudito). Questo anche perché Bocca, pur avendo un bellissimo ricordo dei due inverni da partigiano, aveva anche una visione molto seria e molto dura della guerra di liberazione. Va detto, però, che quando da ragazzi sulle Langhe cantavamo Bella ciao, non eravamo neppure sfiorati dall’idea di fare un gesto politico, tanto meno ideologico. Bella ciao non era «una cosa di sinistra». Era un canto di liberazione, quindi di libertà. La guerra era finita da non molto tempo, la memoria era viva, ascoltavamo i ricordi dei nonni. Prima si bruciavano i paesi, si mandavano gli ebrei ad Auschwitz, si fucilavano i partigiani contro il muro del cimitero per fare prima (le vie attorno al cimitero di Alba sono dedicate a ragazzi uccisi a vent’anni); poi i paesi si ricostruivano, nascevano industrie di successo mondiale, si pubblicavano libri come «La tortura di Alba e dell’Albese»; l’autore non era un comunista, era il vescovo. Si fidi, signor Taliani; non solo abbiamo un’idea sbagliata del Duce; abbiamo un’idea sbagliata pure della Resistenza.

Il richiamo della foresta. Augusto Minzolini il 3 Luglio 2022 il 3 Luglio 2022 su Il giornale.

I segnali si moltiplicano. E gli autori o i potenziali leader di un ipotetico nuovo soggetto di sinistra spuntano come funghi

I segnali si moltiplicano. E gli autori o i potenziali leader di un ipotetico nuovo soggetto di sinistra, massimalista, anti-sistema, anzi com'è tradizione anti-tutto, spuntano come funghi. Maurizio Landini mette a disposizione la Cgil come serbatoio per l'esperimento. Michele Santoro la sua popolarità televisiva e il suo bagaglio di esperienze di quarant'anni passati ad aizzare le piazze. In mezzo c'è anche chi dovrebbe portare i voti se li ha ancora, quel Don Chisciotte di Giuseppe Conte, leader dimezzato dei 5stelle, con accanto Marco Travaglio suo novello Sancio Panza che gli sussurra all'orecchio consigli di vita: è lui che dovrebbe accendere la miccia mandando a casa il governo Draghi solo che ha il problema di non poco conto di dover convincere i ministri grillini a lasciare il posto. Mission impossible. E poi, ancora, i tanti che in passato, a vario titolo, hanno fatto parte di quel caravanserraglio dall'ex-sindaco di Napoli De Magistris ad Antonio Ingroia, entrambi ex-magistrati fuori servizio, e l'immancabile Vauro.

È come un richiamo della foresta. L'inflazione vola causa la crisi energetica, le aziende sono in difficoltà, l'economia non tira, il carrello della spesa costa sempre di più e si preannuncia un autunno caldo, bollente come la siccità estiva. E allora l'allegra combriccola, i populisti di oggi che hanno lo stesso dna dei comunisti di ieri, annusa l'aria e pensa che ci siano le condizioni favorevoli per aprire un nuovo ciclo. Pardon per ritornare al passato. In fondo se siamo tornati all'inflazione del 1986 perché non ci dovrebbero essere gli stessi eroi, gli stessi mondi a guidare gli arrabbiati. Il primo successo di Santoro televisivo con la trasmissione Samarcanda è datato 1987, per cui ci siamo. E in fondo il pacifismo degli anni 80 inneggiava a Breznev e all'Unione Sovietica quando sfilava contro gli euromissili come quello del 2022, cinquant'anni dopo, guarda a Putin e alla Russia.

Si può scommettere che anche se cambiano le «crisi» le ricette di questo mondo saranno le stesse di tanti anni fa. Tributi su tributi perché la proprietà privata per loro è un reato. Il punto vero è che alla base della crisi di oggi ci sono proprio i programmi, sarebbe meglio dire gli slogan, di questa agorà che condiziona da sempre la sinistra (all'ultimo evento della Cgil erano presenti tutti, da Fratoianni, passando per Conte, fino a Calenda, tranne Renzi che forse di sinistra non è più). La crisi energetica che ci ha messo alla mercè della Russia è il risultato di un ambientalismo ideologico propugnato nel tempo da Santoro, grillini e compagni, che ci ha paralizzato per decenni. Le politiche del lavoro targate Cgil hanno creato nel nostro Paese una situazione paradossale: ci sono tanti disoccupati, il reddito di cittadinanza, ma anche tante offerte di lavoro che non trovano risposte. Non parliamo poi delle infrastrutture: tra autorizzazioni e regolamenti per realizzare un'opera pubblica ci vogliono tempi biblici. Insomma, la crisi che ci sta arrivando addosso oggi, nasce da politiche che non sono state fatte ieri. Il motivo? Perché i massimalisti che rispondono al richiamo della foresta della crisi, sono gli stessi che hanno bloccato il Paese per anni. Sono quelli che trovano un ruolo, un habitat nelle crisi. Che si cibano delle crisi. Come gli stregoni che ballavano la danza della pioggia a cui però capitava anche di essere travolti dalla tempesta.

Economia pianificata. Le affinità tra Hitler e Stalin sulla proprietà privata e le nazionalizzazioni. Rainer Zitelmann su L'Inkiesta il 2 Luglio 2022.

Nel suo nuovo libro, Rainer Zitelmann analizza il pensiero economico e socio-politico del dittatore tedesco che durante il regime nazista sottolineò quanto disporre dei propri beni non era in alcun modo un affare privato degli industriali. E tollerava la proprietà individuale solo se utilizzata nella cornice di obiettivi stabiliti dallo Stato 

Rispondere alla domanda sulla posizione di Hitler sulla proprietà privata e sulle nazionalizzazioni appare piuttosto semplice. In genere si ritiene che Hitler riconoscesse la proprietà privata dei mezzi di produzione e rifiutasse la nazionalizzazione. Ma fermarsi qui, come si fa di solito, significherebbe essere superficiali, perché questa affermazione è troppo generica e lascia aperte troppe domande. Nel mio nuovo libro Hitler’s National Socialism, analizzo il pensiero economico e socio-politico del dittatore.

In un articolo sul sistema economico del nazionalsocialismo pubblicato nel 1941, l’economista e sociologo Friedrich Pollock (cofondatore dell’Istituto per le ricerche sociali di Francoforte, che in seguito divenne il nucleo della Scuola di Francoforte) sottolineava quanto segue: «Sono d’accordo sul fatto che l’istituto giuridico della proprietà privata sia stato mantenuto e che molti tratti caratteristici del nazionalsocialismo comincino a manifestarsi, sia pure in modo ancora vago, in Paesi non totalitari. Ma questo significa che la funzione della proprietà privata non è cambiata? È vero che l’aumento del potere di pochi gruppi è il risultato più importante del cambiamento avvenuto in Germania? Io credo che sia molto più profondo e che debba essere descritto come la distruzione di tutti i tratti essenziali della proprietà privata, con una sola eccezione. Anche alle imprese più potenti fu negato il diritto di aprire nuove attività in settori in cui si aspettavano maggiori profitti, o di interrompere una linea di produzione quando questa diventava poco redditizia. Questi diritti furono trasferiti in toto ai gruppi al potere. Il compromesso tra i gruppi al potere determinava inizialmente l’estensione e la direzione del processo produttivo. Di fronte a una tale decisione, il titolo di proprietà è impotente, anche quando si basa sul possesso della stragrande maggioranza del capitale sociale, figuriamoci poi quando ne possiede solo una minoranza».

Come sappiamo, il metodo di Hitler raramente consisteva nella radicale eliminazione di un’istituzione o di un’organizzazione. Viceversa, egli continuava a corroderne la sostanza fino a che non rimaneva pressoché nulla della sua funzione o del suo contenuto originari. Solo per amore dell’analogia, dobbiamo osservare che neppure la Costituzione di Weimar venne mai formalmente abrogata: la sua sostanza e il suo intento vennero indeboliti poco a poco e, infine, all’atto pratico eliminati.

Nei discorsi pronunciati agli esordi, Hitler propugnava la nazionalizzazione della terra, ma, in linea di principio, si dichiarava ancora favorevole alla proprietà privata. Come appare evidente dalle note di Otto Wagener, lo scetticismo di Hitler in materia di nazionalizzazione derivava dalle sue convinzioni darwinistico-sociali. Otto Wagener, capo del Dipartimento di Politica Economica della NDSAP (il partito nazista) dal gennaio 1931 al giugno 1932 e che rivestiva il ruolo di consigliere politico di Hitler, riporta che nel 1930 il futuro Führer aveva dichiarato «A questo proposito, mi sembra che l’intero concetto di nazionalizzazione, nella forma che è stata sperimentata e richiesta finora, sia erroneo e sono giunto alla medesima conclusione di Herr Wagener. In qualche modo, dobbiamo applicare a tale questione un processo di selezione. Se vogliamo addivenire ad una soluzione naturale, sana e soddisfacente del problema, [è necessario] un processo di selezione di quei soggetti aventi titolo – e ai quali sia permesso – di vantare pretese e far valere il diritto di proprietà sulle aziende del Paese».

D’altro canto, in numerose occasioni Hitler sottolineò con forza che come disporre dei propri beni non era in alcun modo un affare privato degli industriali. Il 9 ottobre del 1934, ad esempio, egli dichiarò: «Pertanto la ricchezza, in particolare, non solo comporta maggiori possibilità di godimento, ma soprattutto maggiori responsabilità. L’idea che l’uso di una fortuna, non importa quanto grande, sia esclusivamente una questione privata dell’individuo dev’essere corretta, a maggior ragione nello Stato nazional-socialista, giacché, senza il contributo della comunità, nessun individuo sarebbe mai stato in grado di godere di un tale beneficio».

Per Hitler, il mantenimento formale della proprietà privata non era importante. Una volta che lo Stato ha un diritto illimitato di stabilire le decisioni dei proprietari dei mezzi di produzione, l’istituto giuridico formale della proprietà privata non ha più significato. È questo che afferma Pollock quando individua «la distruzione di tutti i tratti essenziali della proprietà privata, con una sola eccezione». Dal momento in cui i proprietari dei mezzi di produzione non possono più decidere liberamente il contenuto, l’occasione e l’entità dei loro investimenti, le caratteristiche essenziali della proprietà privata sono abolite, anche se rimane un a garanzia formale del diritto di proprietà.

Nei suoi colloqui a tavole del 3 settembre 1942 Hitler affermò che la terra era «proprietà nazionale e, in definitiva, concessa agli individui solo in prestito». Hitler riconosce la proprietà privata solo nella misura in cui essa viene utilizzata in accordo con il principio del beneficio comune prima del beneficio privato, il che significa, in concreto, solo nella misura in cui essa viene utilizzata nella cornice di obiettivi stabiliti dallo Stato. Per Hitler, il principio di “beneficio comune prima del beneficio privato” significa che, se risulta necessario per l’interesse collettivo, lo Stato ha sempre il diritto di decidere il modo, l’entità e il momento dell’uso della proprietà privata, mentre l’interesse collettivo, ovviamente, è definito dallo Stato stesso.

Nel maggio 1937 Hitler dichiarò: «Dico all’industria tedesca, ad esempio: “adesso dovete produrre questo e quello”, dopo di che ritorno su questo punto nel Piano Quadriennale. Se l’industria tedesca dovesse replicare “non possiamo farlo”, allora risponderei: “Benissimo, assumerò io il controllo delle vostre officine, ma dev’essere fatto”. Ma se l’industria mi dice “lo faremo”, allora sono ben lieto di non dover assumerne il controllo».

Che queste affermazioni di Hitler non fossero vuote minacce divenne chiaro agli industriali già il 23 luglio 1937, quando Göring annunciò la formazione della “SpA per l’Estrazione Mineraria e Fusione della Ghisa Hermann Göring”. Il processo avviato con le ripetute minacce di Hitler e di Göring condusse infine alla creazione delle Reichswerke [Industrie del Reich] Hermann Göring, che nel 1940 impiegavano 600.000 persone. La fabbrica di Salzgitter sarebbe diventata la più grande d’Europa. In tal modo lo Stato nazional-socialista aveva dimostrato che il più volte proclamato “primato della politica” era una cosa seria e che non avrebbe esitato ad avviare attività e costruire imprese controllate dallo Stato ogniqualvolta l’industria privata avesse opposto resistenza alle direttive statali. In occasione di una conversazione tenuta il 14 febbraio 1942 con Josef Goebbels sul problema dell’aumento della produzione, Hitler ebbe a dire: «…qui dobbiamo procedere rigorosamente, che l’intero processo di produzione debba essere riesaminato e che gli industriali che non vogliono assoggettarsi alle direttive che emaniamo dovranno perdere le loro fabbriche, senza curarci del fatto che ciò possa causare la loro rovina economica».

Il modello di Hitler: Stalin e la sua economia pianificata

I nazional-socialisti intendevano espandere l’economia pianificata anche nel periodo successivo alla guerra, come sappiamo da numerosi commenti di Hitler. Al trascorrere del tempo, l’ammirazione del Führer per il sistema economico sovietico crebbe. «Se Stalin avesse continuato nella sua opera per altri dieci o quindici anni – ebbe a dire Hitler ad un gruppo ristretto di ascoltatori nell’agosto del 1942 – la Russia sovietica sarebbe diventata la nazione più potente sulla terra, per centocinquanta, duecento, trecento anni, tanto è unico questo fenomeno! Che il livello di vita si sia accresciuto, non c’è dubbio. Il popolo non ha patito la fame. Tutto considerato, dobbiamo dire: hanno costruito fabbriche dove due anni fa non c’era nient’altro che villaggi sperduti, fabbriche grandi quanto le Industrie Hermann Göring».

In un’altra occasione, sempre parlando alla cerchia dei collaboratori più stretti, egli affermò che Stalin era «un genio», nei confronti del quale si doveva avere un «rispetto indiscusso», particolarmente in considerazione della vasta pianificazione economica che aveva guidato. Hitler aggiunse di non avere il minimo dubbio che nella Russia sovietica, a differenza dei paesi capitalisti come gli Stati Uniti, non è mai esistita la disoccupazione.

In diverse occasioni il dittatore tedesco osservò in presenza dei propri collaboratori che sarebbe stato necessario nazionalizzare le società per azioni più grandi, il settore dell’energia e tutti gli altri rami dell’economia che producevano “materie prime essenziali” (ad esempio, l’industria siderurgica). Ovviamente, in tempo di guerra non era il momento più opportuno per attuare nazionalizzazioni radicali di questa portata. Hitler e i nazional-socialisti ne erano ben consapevoli e, in ogni caso, avevano fatto tutto il possibile per calmare i timori per le nazionalizzazioni degli uomini d’affari del paese. Ad esempio, nell’ottobre 1942 un memorandum di Heinrich Himmler, il capo delle SS, afferma che «finché dura la guerra» non sarebbe stato possibile un cambiamento fondamentale dell’economia capitalistica tedesca.

Chiunque si fosse battuto contro di essa avrebbe suscitato “una vera e propria caccia alle streghe” ai suoi danni. In un rapporto preparato nel luglio 1944 da un Hauptsturmführer (grado paramilitare equivalente a capitano) delle SS, alla domanda «Perché le SS sono impegnate in attività economiche?» si rispondeva «Questa domanda è stata specificamente sollevata da circoli che pensano esclusivamente nei termini del capitalismo e che non amano assistere allo sviluppo di aziende pubbliche, o quanto meno aventi una natura pubblica. L’epoca del sistema economico liberale imponeva il primato degli affari, vale a dire, prima vengono gli affari, poi lo Stato. Al contrario, il Nazional-Socialismo sostiene la posizione opposta: lo Stato dirige l’economia, lo Stato non è qui per le aziende, ma le aziende sono qui per lo Stato».

Mises: «Socialismo con l’aspetto esteriore del capitalismo»

Era in questi termini che Hitler e il Nazional-Socialismo vedevano l’essenza del sistema economico che avevano instaurato, come avevano ben compreso studiosi attenti come l’economista Ludwig von Mises. Incidentalmente, egli giunse alla medesima conclusione dell’economista di sinistra Friedrich Pollock che abbiamo visto poc’anzi. Il 18 giugno 1942 von Mises inviò una lettera al New York Times nella quale, più chiaramente di tanti dei suoi contemporanei e, soprattutto, più chiaramente di tanti autori che scrivono oggi in materia di nazional-socialismo, egli riconosceva che «il modello di socialismo tedesco (Zwangswirthschaft) è contraddistinto dal fatto di conservare, sia pure solo nominalmente, alcune istituzioni del capitalismo.

Il lavoro, ovviamente, non è più “una merce”; il mercato del lavoro è stato solennemente abolito; lo Stato stabilisce i salari e assegna a ciascun lavoratore il posto che deve occupare. La proprietà privata, in teoria, è stata mantenuta. Di fatto, tuttavia, alcuni imprenditori sono stati ridotti alla condizione di capireparto (Betriebsführer). Lo Stato dice loro cosa devono produrre e in che modo, da chi ottenere forniture e a quali prezzi, così come a chi vendere a quali prezzi.

Le aziende possono presentare rimostranze in occasione di decisioni inopportune, ma la decisione finale rimane nelle mani delle autorità … Gli scambi di mercato e l’imprenditorialità, pertanto, non sono che una facciata. Lo Stato, non la domanda da parte dei consumatori, dirige la produzione; lo Stato, non il mercato, stabilisce il reddito e le spese di ciascun individuo. Si tratta di socialismo con l’apparenza esteriore del capitalismo: pianificazione ovunque e controllo totale di tutte le attività economiche da parte dello Stato. Alcune delle etichette dell’economia capitalistica di mercato sono state conservate, ma esse significano qualcosa di completamente diverso da quello che indicherebbero in un’autentica economia di mercato».

Come sappiamo dalle dichiarazioni di Hitler, una volta terminata la guerra egli si sarebbe voluto spingere ulteriormente verso un’economia diretta dallo Stato. Nei monologhi diretti al circolo dei collaboratori più intimi (le cosiddette “conversazioni a tavola”) e tenuti il 27 e 28 luglio 1941, Hitler affermò che «un impiego sensato delle risorse di un. paese può essere realizzato esclusivamente in un’economia diretta dall’alto». Più o meno due settimane dopo egli aggiunse: «Per quanto riguarda la pianificazione dell’economia, siamo a mala pena agli inizi e immagino che sarà meraviglioso costruire un ordine economico tedesco ed europeo che comprenda tutto».

·                   La morte del Comunismo.

Il libro di Pallone e Di Lazzaro.  Com’è successo che la sinistra ha smesso di essere sinistra: il trionfo dell’anti-politica e il populismo penale di Bonafede. Filippo La Porta su Il Riformista il 4 Dicembre 2022

Finalmente un libro che – in modo sobrio, preciso. Ragionevole – dice qualcosa di sinistra! Ne suggerisco la lettura a tutti quanti siano interessati all’argomento, e poi ai Letta, Conte, Calenda…: Com’è successo, di Paola Di Lazzaro e Giordana Pallone (Fandango). L’incipit è retoricamente molto efficace.

Si chiedono appunto “come è successo che”, e poi aggiungono vari interrogativi, tra cui: com’è successo che “politico” nel sentire comune sia diventato un insulto, che i segretari di partito hanno cominciato ad avere più rilevanza dei programmi politici, che dirsi “né di destra né di sinistra” sia diventato un valore in cui riconoscersi, che il taglio dei parlamentari venga considerato la panacea di tutti i mali, che la sorte di politiche e governi sia decisa con votazioni on line, che si parlasse di taxi del mare per imbarcazioni di fortuna utilizzate dai migranti, che il confronto sia ritenuto un ostacolo e la velocità delle scelte l’orizzonte da perseguire, e soprattutto (almeno per me) che i diritti sociali – ovvero le garanzie che ognuno dovrebbe avere – siano diventati privilegi, appannaggio di pochi (da eliminare non da estendere) e infine la condizione di vulnerabilità una colpa?

Le due autrici, giornaliste con formazioni diverse (una esperta di comunicazione pubblica, l’altra storica e militante nell’associazionismo) decidono di partire dal linguaggio, dalle parole-feticcio di questi anni, dalle espressioni entrate nel lessico politico-mediatico: ribaltoni, inciuci, casta, toghe rosse, quelli con attico a New York, gite in gommone, élite e gufi, fannulloni sul divano…. Ne viene fuori un quadro documentato e fedele della mutazione degli ultimi decenni, e al contempo una commedia umana dai risvolti a volte involontariamente satirici (quasi una autoparodia). Si tratta di una neolingua che semplifica oltremisura la nostra vita pubblica e ne rende impossibile qualsiasi comprensione. Limitiamoci a qualche prelievo, certo parzialissimo, ricordando che spesso dietro le ossessioni si nasconde un bisogno reale, un valore “positivo”, però interamente deformato, stravolto.

La retorica della governabilità porta a svalutare la centralità del parlamento come sede (kelseniana) della sovranità popolare e a far prevalere il governo sull’Assemblea. Mentre il mito della rapidità della decisione conduce al presidenzialismo. A forza di dire “inciucio” si delegittima poi qualsiasi tentativo di intesa politica tra forze contrapposte per cercare regole comuni in occasione di riforme istituzionali. La personalizzazione del sistema politico italiano, da Segni, Berlusconi e Di Pietro alla Bonino, Monti, Tabacci, Calenda… pur nata da una esigenza giusta (la stagione dei sindaci eletti direttamente, il metterci la faccia, etc.) introduce un elemento irrazionale, con il singolo che diventa una figura salvifica. Nel decretare la fine delle ideologie si passa alla primazia delle “scelte concrete” e degli “interessi dei cittadini” come se queste due cose “fossero un unicum indifferenziato volto a favorire crescita e sviluppo”. E non è così, poiché a contare è solo la direzione in cui si orientano le scelte.

L’anomalia di avere avuto Berlusconi, un leader e guida di governo inquisito e condannato, ha sciaguratamente spinto la sinistra (antiberlusconiana) verso un populismo penale che invece si trova all’opposto di qualsiasi sensibilità democratica, naturalmente garantista. Paradigmatico è secondo le autrici il filmato propagandistico del ministro Bonafede “lesivo delle più basilari garanzie costituzionali” quando andò ad assistere al rientro in Italia del terrorista Cesare Battisti in aeroporto, dopo l’arresto a Santa Cruz. A forza di dire che la sicurezza è un bene comune e non va lasciato alla destra, la sinistra ha accettato la retorica dell’invasione dei migranti, puntando su decreti di espulsione (governo Prodi), ordini di allontanamento, sanzioni amministrative contro chi offende il decoro, piuttosto che su politiche sociali più inclusive.

Il mito delle primarie genera l’illusione di una democrazia diretta che sostituisce alla politica come lenta costruzione di comunità, esercizio continuo di partecipazione e senso critico (la democrazia secondo Tocqueville), la partecipazione emotiva attraverso i social, la adesione fideistica al Web, la “sondocrazia”(Rodotà), una politica disintermediaria che è solo umorale. L’attacco alla casta si risolve in una campagna in favore dell’élite, dei tecnici, del “commissario” capace miracolosamente di sbloccare una situazione (dunque: una abdicazione della politica). Mentre il mito – simmetrico – del rispecchiamento (votami perché parlo come te e non perché ne so di più) genera al contrario lo screditamento di ogni competenza.

Va bene i democristiani erano ipocriti ed eccessivamente formali, ma come sappiamo l’ipocrisia è l’omaggio del vizio alla virtù. Da noi è invalsa l’abitudine dell’irrisione becera e della squalifica dell’avversario politico. Ha cominciato Grillo con l’invettiva e la lingua gergale del turpiloquio. Poi da parte della destra si è verificato un abuso di espressioni consunte come “radical chic”, “professoroni” e soprattutto “buonisti” per squalificare la sinistra: dove la critica del buonismo è solo avversione per qualsiasi pratica umanitaria, solidale, inclusiva, e alla fine delegittimazione della bontà stessa. Ma il nucleo forte del ragionamento “di sinistra” delle due autrici riguarda il ridimensionamento dello stato sociale e l’espansione della logica del mercato: è vero, il problema principale resta quello di coniugare efficienza e uguaglianza, però “l’arretramento dello stato nell’assicurare l’universalismo del sistema di sicurezza sociale attraverso una uniforme garanzia dei servizi e delle prestazioni erogate” è esattamente il punto da cui ripartire (universalismo permesso da quella tassazione progressiva che, ahinoi, è rimasta incompiuta).

Anche T. H. Marshall sosteneva che “uno stato democratico non può sottrarsi dal prendersi cura del suo sovrano, e quindi dei suoi cittadini”. Oggi si privatizza tutto, non solo la sanità o gli asili nido ma l’autodifesa attraverso le ronde: “un’altra faccia della rottura dei legami di una comunità solidale, del retrocedere delle istituzioni”. Vi sembra per caso retorico e buonista parlare di “comunità solidale”? Ecco il prendersi cura – da parte dello stato – del suo unico “sovrano” (cioè il popolo e in particolare i poveri, i meno abbienti, gli ultimi) è oggi l’imperativo di ogni sinistra, radicale o moderata, antagonista o riformista, tecnocratica o populista. Però ce ne siamo dimenticati. Com’è successo? Filippo La Porta

Occhi bendati. Il giustizialismo non è solo una piaga ideologica, ma anche linguistica. Maurizio Assalto su L’Inkiesta il 5 Dicembre 2022

Chi è a favore di una giustizia penale spiccia e sommaria viene definito giustizialista. Il termine è stato importato dal justicialismo argentino che però è tutt’altra cosa

L’immagine della giovane donna dagli occhi bendati è la rappresentazione tradizionale della giustizia che non guarda in faccia a nessuno ed è (dovrebbe essere) uguale per tutti. Per tutti, tranne che per la giustizia stessa. Non solo la vediamo troppo spesso tirata di qua e di là nel confronto politico e nelle battaglie in tribunale, a seconda delle convenienze: lo stesso avviene anche nel linguaggio.

C’è il caso del verbo giustiziare, che rimanda a una dimensione estrema della sanzione penale dove il ristabilimento della giustizia coincide con l’eliminazione fisica della persona ingiusta. Ma non sempre l’ingiusto è davvero tale: Sacco e Vanzetti, per citare un caso celebre, erano forse colpevoli? E quindi si può plausibilmente dire che furono giustiziati? O non piuttosto ingiustiziati? Certo, finirono i loro giorni sulla sedia elettrica in seguito a un legittimo procedimento penale che, sia pure attraverso forzature e omissioni, li aveva giudicati colpevoli, e quindi formalmente (e lessicalmente) l’esecuzione della condanna avvenne “secondo giustizia”. Ma quando, come è accaduto e può sempre accadere in qualche regime autoritario, la pena viene eseguita in assenza di un regolare processo, ossia bypassando il momento in cui la giustizia si reifica e viene sancita?

Di quanti desaparecidos argentini, nei vuelos de la muerte pianificati dal regime sanguinario del generale Videla, si usa dire impropriamente – paradossalmente, offensivamente – che sono stati giustiziati? Per tacere dell’uso estensivo del verbo – che anche il vocabolario Treccani qualifica come “erroneo” ma che è comune nel linguaggio giornalistico – come sinonimo di uccidere, assassinare: “commerciante reagisce a una rapina, giustiziato a colpi di pistola da uno dei banditi”. Al verbo giustiziare può essere accostato il sostantivo giustiziere, che è l’esecutore di una condanna capitale, in quanto tale sinonimo di boia, carnefice, ma anche “chi pretende di farsi giustizia da sé, di vendicare torti fatti a sé o ad altri” (vocabolario Zingarelli). Che ne è in questi casi della giustizia, della giovane donna bendata? Forse si tiene gli occhi coperti per non leggere, per non vedere la deriva linguistica che le viene inflitta.

Ma se per avventura le cascasse la benda, potrebbe pensare, a forza di venire tirata di qua e di là, di essere finita dall’altra parte del mondo: in Sud America. Nella sua famiglia lessicale allargata troverebbe infatti due sostantivi che stenterebbe a riconoscere, per ragioni semantiche come pure morfologiche: giustizialismo e giustizialista.

Complice il linguaggio giornalistico – che, se non le ha inventate, a partire almeno dagli anni dell’inchiesta Mani Pulite ne ha canonizzato l’accezione e propagato l’uso – queste due parole sono entrate prepotentemente nel nostro linguaggio. Nel dibattito pubblico l’accusa di giustizialismo è l’arma semanticamente impropria brandita da garantisti più o meno sinceri (generalmente ascrivibili allo schieramento di centro-destra) contro i presunti fautori (generalmente ascrivibili al centro-sinistra) di una giustizia penale spiccia e inflessibile, talora sommaria, poco ponderata, ignara di cautele e distinguo, magari neppure sorretta da prove inconfutabili.

Lasciamo impregiudicata la questione di diritto. Sta di fatto, però, che nella lingua e nel paese da cui la parola è stata importata, lo spagnolo e (di nuovo) l’Argentina, il justicialismo è tutt’altra cosa. Lo ricordava Alessandro Galante Garrone, giurista e storico di antica matrice azionista, in un fondo pubblicato sulla Stampa del 31 dicembre 1996: «Si dimentica un po’ da tutti che questo termine è storicamente nato con riferimento preciso al comportamento e alla figura umana del dittatore argentino Perón e al suo regime piuttosto nefasto e ridicolo, quasi sfiorante l’operetta».

Il generale Juan Domingo Perón, presidente dell’Argentina dal 1946 al ’55 e poi ancora, dopo l’esilio, dal ’73 fino alla morte nel ’74, aveva costruito il suo movimento politico come una terza via tra capitalismo e socialismo, ispirandosi alla “giustizia sociale” delle encicliche papali: giustizialismo è appunto una “parola macedonia”, nata dalla fusione di giustizia e socialismo. Soltanto la consapevolezza di questa origine sincratica rende ragione della desinenza -lismo, che nell’accezione più comune data alla parola in Italia resta morfologicamente inspiegata e inspiegabile; a meno di ricondurla all’infrequente aggettivo giudiziale, detto di “ciò che è relativo alla giustizia” (sistema giudiziale, ordinamento giudiziale), che è però un vocabolo neutro, alieno dalle connotazioni peggiorative-afflittive riversate nel nostro giustizialismo (semmai si potrebbe ipotizzare, per esprimere il concetto, un più esplicito “giustiziarismo” che si riallaccerebbe al verbo cruento di cui sopra).

La protesta filologica di Galante Garrone non ha mai prodotto risultati, nonostante questo “uso disinvolto” del termine in questione sia stato discusso anche in un convegno del 2002 a Milano e l’anno seguente in un saggio del filosofo del diritto Mario G. Losano (“Peronismo e giustizialismo: significati diversi in Italia e in Sudamerica”, in Teoria politica, XIX, 2003). E così questa parola, nella sua accezione impropria, ha proseguito indisturbata la sua marcia inarrestabile ed è oggi registrata in tutti i dizionari, accanto all’accezione propria – sebbene negli ultimi tempi venga pronunciata meno, in concomitanza forse con lo smarrimento di una sinistra così sfiduciata da aver perso pure la tentazione di ricorrere alla via giudiziaria per ribaltare il risultato elettorale.

È inevitabile, sono i parlanti che decretano il significato delle parole, anche contro ogni ragione linguistica. Una parola sbagliata è un po’ come la Coca-Cola, inventata quale medicina contro il mal di testa e diventata invece la bevanda di successo che ben conosciamo; giustizialismo è un termine efficace, ormai accettato e compreso da tutti nel suo significato secondario, più pregnante e anche più appropriato di forcaiolo o manettaro. Alla giovane donna con gli occhi bendati non resta che adeguarsi: tuttalpiù potrà dotarsi di una seconda benda e usarla per coprirsi le orecchie.

Viola Giannoli, Ilaria Venturi per repubblica.it il 9 novembre 2022. 

Il primo messaggio a studenti e studentesse del ministro dell'Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara è una lettera sul comunismo, "una grande utopia che si converte in un incubo altrettanto grande". La lettera è arrivata alle scuole stamattina, nell'anniversario della caduta del Muro di Berlino, "Giornata della libertà", per ricordare "l'esito drammaticamente fallimentare" di quella ideologia.  

La polemica delle opposizioni

Nessun cenno, invece, sottolinea il presidente Anpi Gianfranco Pagliarulo, "al fatto che il 9 novembre è anche la giornata mondiale contro il fascismo e l’antisemitismo proclamata dalle Nazioni Unite”. La ricorrenza è rimossa, resta solo la caduta del Muro. Che "se pure non segna la fine del comunismo – al quale continua a richiamarsi ancora oggi, fra gli altri paesi, la Repubblica Popolare Cinese – ne dimostra tuttavia l’esito drammaticamente fallimentare e ne determina l’espulsione dal Vecchio Continente", scrive Valditara.

Attacca anche il Pd: "Alla denominazione 'merito', da oggi bisogna aggiungere "e della propaganda". Come altro definire il ministero dell'Istruzione dopo la lettera fuori luogo inviata da Valditara alle scuole con una lettura strumentale della caduta del Muro di Berlino? Ma perché il ministro non si occupa di scuola?", scrive Simona Malpezzi su Twitter. Per Francesco Sinopoli della Flc Cgil "la lettera di Valditara è da Minculpop" e le "lezioni di storia spettano ai docenti, non certo al ministro". 

La replica del ministro

A Repubblica arriva la replica di Valditara: “Assolutamente nessuna contrapposizione”, spiega. “Ci sono tante giornate e in ciascuna si celebra un evento di particolare rilievo: il 27 gennaio la liberazione del campo concentramento di Auschwitz dal mostro dell’antisemitismo, il 25 aprile la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo e il 9 novembre la liberazione dell’Europa dal comunismo – dichiara Valditara - Non vedo il problema, sono figlio di partigiano della Brigata Garibaldi, non accetto lezioni da chi non ha mai rischiato la vita per combattere il nazismo. C’è chi è amico di Israele e chi è amico di Hamas. Io sono amico di Israele”. 

Il testo della lettera

Ma cosa dice la lettera? "Il comunismo - prosegue - è stato uno dei grandi protagonisti del ventesimo secolo, nei diversi tempi e luoghi ha assunto forme anche profondamente differenti, e minimizzarne o banalizzarne l’immenso impatto storico sarebbe un grave errore intellettuale", si legge nella lettera. 

La circolare prosegue spiegando che il comunismo "nasce come una grande utopia, sogno di una rivoluzione radicale che sradichi l’umanità dai suoi limiti storici e la proietti verso un futuro di uguaglianza, libertà, felicità assolute e perfette. Che la proietti, insomma, verso il paradiso in terra". Tuttavia, continua Valditara, "si converte inevitabilmente in un incubo altrettanto grande: la sua realizzazione concreta comporta ovunque annientamento delle libertà individuali, persecuzioni, povertà, morte". 

Per il ministro "perché l’utopia si realizzi occorre che un potere assoluto sia esercitato senza alcuna pietà, e che tutto – umanità, giustizia, libertà, verità – sia subordinato all’obiettivo rivoluzionario". E pertanto, si legge sempre nella circolare, "prendono così forma regimi tirannici spietati, capaci di raggiungere vette di violenza e brutalità fra le più alte che il genere umano sia riuscito a toccare". 

Per questo "il 9 novembre resterà una ricorrenza di primaria importanza per l’Europa: il momento in cui finisce un tragico equivoco nel cui nome, per decenni, il continente è stato diviso e la sua metà orientale soffocata dal dispotismo" e che "questa consapevolezza è ancora più attuale oggi, di fronte al risorgere di aggressive nostalgie dell’impero sovietico e alle nuove minacce per la pace in Europa".

"Il crollo del Muro di Berlino - conclude Valditara - segna il fallimento definitivo dell’utopia rivoluzionaria. E non può che essere, allora, una festa della nostra liberaldemocrazia. Un ordine politico e sociale imperfetto, pieno com’è di contraddizioni, bisognoso ogni giorno di essere reinventato e ricostruito. E tuttavia, l’unico ordine politico e sociale che possa dare ragionevoli garanzie che umanità, giustizia, libertà, verità non siano mai subordinate ad alcun altro scopo, sia esso nobile o ignobile".

Condanna il comunismo. Valditara subito "purgato". Domenico Di Sanzo il 10 Novembre 2022 su Il Giornale.

Circolare del ministro dell'Istruzione per l'anniversario della caduta del Muro. Furia Anpi e Pd: "Minculpop"

A ogni azione del governo di centrodestra corrisponde una reazione sempre uguale della sinistra che urla al fascismo. Qualunque occasione è buona e tutti i giorni ce n'è una. L'ultima riguarda le celebrazioni per la caduta del muro di Berlino, il 9 novembre di trentatrè anni fa. Comincia il premier Giorgia Meloni, che sceglie di ricordare la fine del comunismo con un video condiviso dai canali social di Palazzo Chigi, anche se il tic antifascista scatta con una circolare inviata agli studenti dal ministro dell'Istruzione e del merito Giuseppe Valditara.

Ma partiamo da Meloni, che istituisce «Il Giorno della Libertà». Il crollo del muro «segna il tramonto del comunismo sovietico e con esso dei regimi totalitari che avevano dominato il '900 europeo e che avevano conculcato quei valori e quei diritti fondamentali che sono diventati patrimonio comune delle democrazie occidentali», spiega il presidente del Consiglio. E ancora Meloni: «La legge con cui si è istituito il 'Giorno della libertà' condanna non soltanto i regimi del passato ma anche il rischio di insorgenza di nuove forme di repressione della libertà». Il premier poi parla del popolo ucraino e della sua «lotta per la libertà». Sembra filare tutto liscio, fino a quando l'Anpi e la sinistra non cominciano di nuovo a bisticciare con la storia.

L'opposizione intravede un'opportunità per creare il caos in una circolare firmata da Valditara, titolare dell'Istruzione e del merito. La colpa del ministro? Aver raccontato l'ovvio agli studenti e cioè che «il comunismo voleva il paradiso in terra, ma ha prodotto solo morte e brutalità». Il poco che basta per rinnovare l'accusa di filo-fascismo. «Il comunismo nasce come una grande utopia ma ha preso forma in regimi tirannici spietati, capaci di raggiungere vette di violenza e brutalità fra le più alte che il genere umano sia riuscito a toccare», scrive Valditara, raffinato professore di diritto romano. Il ministro spiega che il comunismo «ha assunto forme anche profondamente differenti». Ma non è sufficiente per silenziare le sirene anti-fasciste.

Parte l'Anpi. Il presidente dell'Associazione dei partigiani Gianfranco Pagliarulo butta la palla in tribuna: «Nella lettera si rimuove il fatto che il 9 novembre è la giornata mondiale contro il fascismo e l'antisemitismo proclamata dalle Nazioni Unite». Pagliarulo insiste, bolla la lettera come «scorretta», «tendenziosa». Rincula il Pd. «Alla denominazione "merito", da oggi bisogna aggiungere "e della propaganda», twitta Simona Malpezzi, capogruppo dem al Senato. Non può mancare Nicola Fratoianni, deputato dell'alleanza Verdi-Sinistra, che definisce la lettera come «una lezione quanto mai stantia sul comunismo». Arturo Scotto, deputato bersaniano eletto con il Pd, tira in ballo il «Minculpop» di epoca mussoliniana.

Doverosa la replica di Valditara. «Ci sono tante giornate e in ciascuna si celebra un evento di particolare rilievo, il 9 novembre la liberazione dell'Europa dal comunismo». Il ministro reagisce: «Sono figlio di partigiano della Brigata Garibaldi, non accetto lezioni da chi non ha mai rischiato la vita per combattere il nazismo». Valditara ricorda a Pagliarulo i cortei dell'Anpi con i gruppi di manifestanti inneggianti ai terroristi palestinesi di Hamas: «Mi limito ad osservare solamente che c'è chi è un fiero e sincero amico di Israele e chi è amico di Hamas. Io sono amico dello Stato ebraico». Polemica chiusa, forse.

Il Lenin che è in noi. L’incapacità tutta italiana di condannare le ideologie di cui avremmo dovuto liberarci molti anni fa. Alberto De Bernardi su L’Inkiesta l’11 Novembre 2022.

Solo qui antifascismo e anticomunismo sono ancora tabù per una parte della popolazione e della classe politica: destra e sinistra hanno conservato nel proprio pantheon i protagonisti delle dittature totalitarie del Novecento, nonostante tutto

Ieri intorno al comunismo sono avvenuti eventi esemplari che chiariscono meglio di ogni altra presa di posizione il rapporto irrisolto della sinistra con quell’ideologia e con la serie di eventi, che sono scaturiti dalla rivoluzione d’Ottobre fino ad oggi, che ad essa si richiamano.

Cavriago: l’ultimo avamposto del bolscevismo

Partiamo dal meno rilevante, ma per molti aspetti molto significativo. Come pochissimi italiani sanno, nella piazza di Cavriago, un piccolo comune emiliano, è esposto un busto di Lenin che l’ambasciatore dell’Urss in Italia donò alla cittadina forse per ricordare la colletta fatta dai suoi cittadini per sostenere la rivoluzione bolscevica.

Dal 22 novembre, il busto autentico (quello nella piazza e ormai da tempo una copia) verrà esposto in comune e attorno a questa decisione sarà organizzata un serie di iniziative che come dice la sindaca della città sarà finalizzata per una settimana a «un confronto senza pregiudizi e semplificazioni», «che guardi avanti e non indietro» sulla figura di Lenin e sul comunismo proposti come antidoti «all’individualismo imperante e agli egoismi».

L’insieme degli eventi sarà concluso da un convegno appaltato alla rivista Limes che guarderà la storia della Russia in una prospettiva geopolitica dal titolo “Putin e il putinismo in guerra”: insomma da Lenin a Putin.

Senza fare un processo alle intenzioni sugli obbiettivi politici che la proposta sottende (ma che risultano del tutto evidenti solo dai titoli delle diverse iniziative), quel che sorprende è che tra le parole utilizzate per lanciare il programma lanciato da molti siti ufficiali delle diverse istanze istituzionali a livello cittadino e regionale, non ci sia «condanna».

A Cavriago dunque si riflette sul comunismo senza condannarlo; anzi sembra del tutto normale mescolare Lenin e Vladimir Putin quando è in corso una guerra spietata proprio contro l’Ucraina, il paese dove nel 1922 alcuni operai avevano fuso quello stesso busto. Invece di restituirlo a Mosca, proprio per questa ragione, come avevano suggerito alcuni cittadini, quel busto viene un secolo dopo ancora brandito come fondamento inossidabile dell’identità di quella piccola comunità, prima ancora che contro il buon senso e il senso del ridicolo, contro la storia stessa, come se essa si sia fermata all’epoca della guerra fredda nella quale venne esposto nel giardino della città.

Dalla parte giusta della Storia

In compenso immagino che gli ideatori dell’evento si riconoscano in quelli che hanno protestato contro l’ennesima sfilata a Predappio dei nostalgici del fascismo e ritengano esecrabile che Ignazio La Russa tenga a casa sua sulla sua scrivania un busto di Mussolini. Ma così si entra in un cortocircuito ideologico spaventoso per il quale in fascismo è condannabile come crimine della storia e il comunismo no perché stava dalla parte giusta della storia in quel lontano 1917 e nonostante le sue tragiche degenerazioni appartenga ancora al progressismo e rappresenti ancora un’eredità per la sinistra sulla quale riflettere senza pregiudizi.

Ma in realtà è vero invece il contrario: Lenin stava dalla parte sbagliata della storia, come Mussolini, e il comunismo rappresenta una variante del totalitarismo altrettanto spaventosa e sanguinosa del nazismo. Non si può oggi essere antifascisti se non si è anche anticomunisti, con buon pace della sindaca di Cavriago, perché entrambi nascono dallo stesso ceppo ideologico: la palingenesi rivoluzionaria come fine della storia, la violenza come pratica politica, l’ideologia come religione totalitaria che non ammette il dissenso e la liberaldemocrazia e il socialismo riformista con nemici da distruggere.

Il ministro anticomunista

La stessa logica è emersa nei commenti al secondo evento – questo di livello nazionale – che si e verificato ieri: la lettera che il ministro Giuseppe Valditara ha mandato agli studenti per ricordare la caduta del muro di Berlino e il collasso del comunismo.

In essa era espresso un giudizio di condanna inappellabile di quella esperienza storica: una grande utopia che in ogni luogo dove si sia trasformata in un governo effettivo ha comportato non solo la fine della libertà, ma una scia di sangue seconda solo allo sterminio degli Ebrei. «Il comunismo – scrive il ministro – è stato uno dei grandi protagonisti del ventesimo secolo – scrive ancora il ministro – nei diversi tempi e luoghi ha assunto forme anche profondamente differenti, e minimizzarne o banalizzarne l’immenso impatto storico sarebbe un grave errore intellettuale.

Nasce come una grande utopia: il sogno di una rivoluzione radicale che sradichi l’umanità dai suoi limiti storici e la proietti verso un futuro di uguaglianza, libertà, felicità assolute e perfette. Che la proietti, insomma, verso il paradiso in terra.

Ma là dove prevale si converte inevitabilmente in un incubo altrettanto grande: la sua realizzazione concreta comporta ovunque annientamento delle libertà individuali, persecuzioni, povertà, morte. Perché infatti l’utopia si realizzi occorre che un potere assoluto sia esercitato senza alcuna pietà, e che tutto – umanità, giustizia, libertà, verità – sia subordinato all’obiettivo rivoluzionario. Prendono così forma regimi tirannici spietati, capaci di raggiungere vette di violenza e brutalità fra le più alte che il genere umano sia riuscito a toccare. La via verso il paradiso in terra si lastrica di milioni di cadaveri.

Gli Irriducibili alfieri dell’utopia

Di fronte a questa constatazione inconfutabile che comporta dal punto della formazione civile dei cittadini di una nazione democratica una condanna severa come quella del fascismo, e che tra l’altro sintetizza i risultati della ricerca storica mondiale, da più parti del mondo della sinistra è montata una levata di scudi sulla base del principio che siccome in Italia il Pci è stato un grande partito democratico – per fortuna nostra mai messo nelle condizioni di governare – ogni riflessione critica sul comunismo è improponibile, come se le immagini del carcerato Antonio Gramsci, di Luciano Lama e Enrico Berlinguer consentissero di stendere un velo pietoso su Stalin, Breznev, Mao, Castro, Pol Pot, Ceausescu, Honnecker e via elencando.

Scrive infatti il segretario della Cgil Scuola Francesco Sinopoli: «Nessuno, oggi, può e deve sentirsi orfano del Muro di Berlino, ovviamente. Tuttavia, rappresentare la storia del comunismo come male storico radicale, e come caduta dell’utopia della liberazione, ancora minacciosamente presente in Cina, ad esempio, non è un’analisi, è un giudizio, e pure falso. Quell’impatto storico, di cui parla il professor Valditara, non dice nulla sull’esperienza di quei comunisti italiani (e francesi, e tedeschi, per citarne solo alcuni) che hanno liberato l’Europa dal nazifascismo e contribuito a scrivere la nostra Costituzione, o a debellare la mala pianta degli estremismi terroristici che hanno insanguinato la storia recente, o a governare in modo progressivo e moderno lo sviluppo di grandi città. Provengo da un’altra storia politica e culturale, non sono mai stato iscritto al Pci o alla Fgci, ma trovo inaccettabile questa semplificazione della storia del comunismo europeo, che ha avuto tra i suoi artefici personalità come Gramsci, Giuseppe Di Vittorio, Lama, Berlinguer, Pietro Ingrao, Alfredo Reichlin, (e potrei citarne all’infinito), la cui vita resta ancora oggi modello di riferimento per tante generazioni».

Cioè per Sinopoli il muro di Berlino, i milioni di morti nei gulag e negli esperimenti economici dei piani quinquennali, la povertà cui furono costretti i sudditi dell’impero sovietico non sono sufficienti per «rappresentare la storia del comunismo come male storico radicale e come smentita irriducibile dell’utopia della liberazione», perché qui da noi c’erano Ingrao e Berlinguer che sono passati alla storia come dirigenti democratici quanto più si sono allontanati da quei modelli e da quella utopia, seppur avessero evitato di dirlo, sennò avrebbero perso il voto del signor Sinopoli.

L’anti-anticomunismo come critica alla liberaldemocrazia

Mentre viene fatta passare per propaganda la visione del comunismo presentata dal ministro, quella di Sinopoli dovrebbe rappresentare la «libertà del pensiero», una versione della storia scevra da ideologie; rappresenta piuttosto un’ultima thule di chi non riesce a fare i conti con la storia esattamente speculare a quella di quanti continuano a dire che il fascismo «ha fatto anche cose buone» e Mussolini ha fatto rispettare l’Italia nel mondo.

Ma il retroterra ancor più pericoloso del ragionamento di Sinopoli è racchiuso nel commento finale alla lettera del Ministro che invitava gli studenti a tenere in gran conto la democrazia liberale laddove sostiene con spezzo del pericolo che «contrapporre come fa il professor Valditara, il crollo del Muro di Berlino alla vittoria delle sorti magnifiche e progressive della liberaldemocrazia non è altro che l’introduzione nelle nostre scuole di una indicazione e una mistificazione ideologica»: cioè nelle scuole non si deve esaltare la liberaldemocrazia contro i totalitarismo, che costituisce l’esito compiuto della lotta antifascista, perché è mistificatorio, ma si può invece sostenere legittimamente che nel «lampo del ’17» era racchiusa l’utopia della liberazione umana che deve costituire ancora un punto di riferimento per le giovani generazioni.

Ma propaganda di cosa?

Se dunque l’eredità comunista irrisolta aleggia nel pensiero del segretario della Cgil scuola riemerge anche in quello del Presidente dell’Anpi, che attacca il ministro per non aver ricordato il fascismo e l’antisemitismo senza dire nulla però del giudizio sul comunismo. Anche Gianfranco Pagliarulo, crede come Sinopoli, che dire che il comunismo sia stata una tragedia del XX secolo leda la «libertà d’insegnamento» oppure ritiene che fascismo e comunismo vadano condannati allo stesso modo e che lo Stato debba stimolare proprio in un paese come l’Italia il più grande partito comunista che è crollato senza mai averlo condannato, una memoria pubblica antitotalitaria e non solo antifascista? Non lo sapremo mai.

Ma la stessa domanda dovremo rivolgerla anche a Simona Malpezzi, capogruppo del Partito democratico al Senato, che ha accusato il ministro di fare propaganda; ma propaganda di cosa: dell’anticomunismo? Ma condannare il comunismo non ha niente a che vedere con la propaganda, esattamente come condannare il fascismo; altrimenti si diventa uguali a Giorgia Meloni che non condanna il fascismo, mentre la sinistra non condanna il comunismo.

Mentre l’identità repubblicana che Meloni e Malpezzi dovrebbero condividere dovrebbe fondarsi su una condanna unanime di entrambe le dittature totalitarie, invece che tenerle ciascuna nel proprio pantheon ideologico, da cui prendere distanze ambigue e contorte, ma da non rimuovere completamente perché la faccia di Mussolini e di Lenin sono inestricabilmente ancora rappresentative della loro più oscura identità. È qui che riemerge purtroppo come nelle identità politiche dei partiti italiani comunismo e fascismo costituiscano ancora dei macigni che pesano drammaticamente sulle loro visioni del mondo e impediscano all’Italia di uscire definitivamente dal XX secolo.

Gli analfabeti del comunismo. La pletora di antifascisti in assenza di fascismo non riesce a dichiararsi anticomunista neppure a trentatré anni di distanza dalla caduta del Muro. Alessandro Gnocchi il 10 Novembre 2022 su Il Giornale.

La pletora di antifascisti in assenza di fascismo non riesce a dichiararsi anticomunista neppure a trentatré anni di distanza dalla caduta del Muro (9 novembre 1989). Per appartenere alla famiglia liberal-democratica è necessario essere antifascisti e anticomunisti. Il concetto è semplice, infatti si è affermato in tutto il mondo occidentale, tranne in Italia.

Ieri abbiamo assistito a una polemica grottesca contro Giuseppe Valditara, il ministro dell'Istruzione e del Merito, colpevole di aver scritto una lettera agli studenti in cui si dice: la caduta del Muro di Berlino ci ha consegnato un mondo più libero, il comunismo voleva creare il paradiso in terra invece ha fatto milioni di morti. Qualcuno, per ignoranza o in cattiva fede, si sorprende del comunicato, insinuando sia una direttiva da Minculpop. I ministri hanno sempre scritto lettere agli studenti in occasione del ricordo di un evento storico. Basta andare sul sito del ministero, se ne trovano decine: nessuno è mai stato accusato di fare politica. Quindi il problema deve essere proprio il contenuto della lettera. Un'ovvietà per tutti, ma non per i nostalgici che vorrebbero vivere in un eterno dopoguerra. Paradossalmente, la reazione avvalora il messaggio del ministro. In effetti, per avere più libertà, ci sarebbe bisogno di intellettuali consapevoli di quello che dicono.

L'equazione democrazia uguale antifascismo è stata inventata dalla propaganda del Partito comunista italiano. L'altra equazione sbagliata è Resistenza uguale Partito comunista italiano. Molti comunisti erano antifascisti ma non democratici, fedeli alla linea più che all'Italia. Deposero le armi per ordine del Partito. Il segretario Togliatti non fece altro che adeguarsi alla volontà di Stalin. Il tiranno sovietico era impegnato a consolidare il potere sull'Europa orientale e non voleva aprire un nuovo fronte. Nella Resistenza, poi, c'erano anche i cattolici, i militari, i monarchici, i liberali, gli anarchici, gli azionisti. Sulle vittime del comunismo, inutile discutere: le cifre possono essere discordanti ma è impossibile negare sia stato una tragedia.

Ci sono fior di studi su ogni questione, a partire da quelli di Elena Aga Rossi e Victor Zaslavsky sulla puramente strategica «svolta democratica» del Pci. Se ne consiglia la lettura a membri dell'Anpi fuori dal tempo, storici a senso unico, politici analfabeti di ritorno ma anche di andata, ideologi della domenica, laureati all'università della vita, opinionisti esperti di tutto e niente.

I fatti di ieri sono anche una lezione per il centrodestra: la cultura conta. Il centrodestra non ha mai saputo creare un clima favorevole alla libertà. Anche per questo oggi deve difendersi da accuse al limite (superato) dell'idiozia.

Bugie storiche. La sinistra è vera maestra. Giuseppe Valditara, ministro dell'Istruzione e del Merito, due giorni fa, in coincidenza con il 33esimo anniversario della caduta del Muro, ha mandato una lettera agli studenti in cui diceva: il comunismo è stata un'ideologia liberticida e assassina. Alessandro Gnocchi l’11 Novembre 2022 su Il Giornale.

Leggere i giornali di ieri è stata una esperienza divertente, al limite del comico. Riavvolgiamo un attimo il nastro per capirci. Giuseppe Valditara, ministro dell'Istruzione e del Merito, due giorni fa, in coincidenza con il 33esimo anniversario della caduta del Muro, ha mandato una lettera agli studenti in cui diceva: il comunismo è stata un'ideologia sempre liberticida e spesso assassina. Capirai che scandalo, sono fatti ormai noti anche ai sassi ma non ai nostalgici della bandiera rossa, che si sono inalberati. Sui giornali di ieri, per proseguire la polemica, si rimproverava al ministro di raccontare la storia a metà. Il 9 novembre è l'anniversario del Muro ma anche della Notte dei cristalli, selvaggia esplosione di antisemitismo nella Germania nazista. La seconda ricorrenza è riconosciuta dall'Unione europea. Come si è permesso il ministro di ometterla? Nel 2021, il ministero non ha pubblicato alcuna lettera in merito. Nel 2020, il ministero non ha pubblicato alcuna lettera in merito. Nel 2019 e nel 2018... avete già capito. La sinistra non ha avuto niente da dire in questi anni. La polemica è strumentale. Farebbe pena se non scatenasse le risate: la sinistra post comunista accusa qualcuno di manipolare e nascondere la storia. Il Partito comunista italiano è stato maestro in questo campo: ha fatto credere agli italiani che l'antifascismo e la Resistenza fossero sinonimi rispettivamente di democrazia e comunismo; ha protetto e giustificato i criminali gappisti sterminatori di partigiani bianchi; ha cercato di minimizzare la violenza delle foibe e la catastrofe dell'esodo; ha sporcato il pacifismo sfruttandolo in chiave filosovietica e antiamericana; ha taciuto le sanguinarie vendette nel Triangolo rosso; ha sostenuto l'Armata rossa nei giorni di Praga e Budapest; ha promosso la censura di scrittori come Boris Pasternak; ha trasformato la militanza in carrierismo in ogni settore della cultura, dall'intellettuale impegnato a quello impiegato; ha negato di essere finanziato dai sovietici. Gli eredi hanno buttato il comunismo senza fare i conti con il passato e perpetuato le «lacune» storiche... Ora fanno lezione agli altri: giudicate voi con quale autorevolezza.

Il «canto triste» dei giovani di Praga. La protesta in strada e la repressione sovietica. Annabella De Robertis su La Gazzetta del Mezzogiorno il 15 Novembre 2022

È il 15 novembre 1968: nelle pagine degli Esteri de «La Gazzetta del Mezzogiorno» compare un reportage da Praga di Vito Maurogiovanni, collaboratore del quotidiano. Nella notte tra il 20 e il 21 agosto del 1968 i carri armati sovietici erano entrati nella capitale cecoslovacca e avevano messo fine alla cosiddetta Primavera di Praga.

Le truppe del patto di Varsavia avevano, così, stroncato il tentativo compiuto da Alexander Dubcek di riformare dall’interno il regime comunista. Salito al potere nel gennaio 1968, Dubcek aveva portato avanti un programma di moderate riforme, ma i Russi temevano che il suo esempio di «socialismo moderato» potesse diffondersi nel resto dell’Europa orientale. I carri armati sovietici avevano provocato morti e feriti tra i civili: il primo ministro e gli altri membri del governo erano stati arrestati. Maurogiovanni si trova a Praga il 7 novembre, pochi mesi dopo quelle vicende: quel giorno si celebra il cinquantesimo anniversario della rivoluzione russa e scoppiano gravi incidenti tra i manifestanti. Scrive Maurogiovanni, arrivato in piazza San Venceslao: «Ad un tratto avvertiamo dal fondo della piazza un mormorio che sale sempre più e non ci è difficile scorgere un corteo di dimostranti che avanza lentamente con bandiere e cartelli. Sono giovani operai, studenti, ragazze in minigonna o in lunghi impermeabili, capelloni, apprendisti in tuta: ripetono ritmicamente slogans antirussi ed avanzano compatti, sul lato sinistra della piazza in fila serrate e senza quel pittoresco disordine che caratterizza le dimostrazioni giovanili. Giunti davanti al monumento, i ragazzi si fermano: cessano d’incanto le loro grida e, all’improvviso, echeggia un canto triste. Sono mille e mille bocche che cantano, un inno lento espresso con l’intensità dei cori che si levano sotto le immense navate delle cattedrali gotiche. Il canto copre i rumori della strada, ferma i passanti, rivela nell’anonima colonna dei dimostranti l’esistenza di una grande tensione ideale». Pochi istanti dopo, racconta il cronista, quando il corteo riprende la sua marcia, arrivano i poliziotti armati di manganelli che caricano con impeto la folla che si riversa in tutte le direzioni. Maurogiovanni racconta le terribili violenze contro i manifestanti, di cui è testimone. La sera stessa, dopo una riunione degli studenti di economia e commercio, assiste ad un altro faccia a faccia con i poliziotti: «Senza manganelli, questa volta. In compenso hanno gli idranti che sparano acqua gelida nella fredda notte non appena gli studenti e gli operai si uniscono per gridare ancora la loro protesta, la loro fede in un socialismo più umano». È il «fiero novembre dei giovani di Praga».

"Praga, Stalin e le omissioni del Pci". Dopo le polemiche su Valditara, lo storico analizza le amnesie dei comunisti e dei loro eredi. Matteo Sacchi l’11 Novembre 2022 su Il Giornale.

La memoria delle forze politiche italiane sulla Storia è piuttosto ondivaga. Partiti che non si sono mai ricordati della Kristallnacht (la più nota delle molte aggressioni dei nazisti agli ebrei tedeschi) se ne ricordano di colpo se il ministro Giuseppe Valditara, scrive a proposito di quell'enorme svolta libertaria che è stata la caduta del Muro di Berlino il 9 novembre 1989. Se ne ricordano invocando una sorta di par condicio per cui se si evoca la fine (parziale) di una dittatura si dovrebbe, per forza, evocare anche un evento relativo alla dittatura ideologicamente opposta (anche se sappiamo che nazismo e comunismo non ebbero difficoltà ad essere anche alleati). Abbiamo fatto una chiacchierata sul tema con il professor Roberto Chiarini, storico contemporaneista e Presidente del Centro studi e documentazione sul periodo storico della Repubblica sociale italiana.

Professor Chiarini ma come mai solo ora ci si accorge della Notte dei Cristalli? Esiste un calendario della memoria storica che cambia nel tempo?

«Certamente, l'Italia liberale ha avuto le sue ricorrenze, l'Italia fascista le sue, celebrando a esempio la Marcia su Roma, e poi, a seguire, la Repubblica ha creato le sue come il 25 aprile. Se dobbiamo essere onesti la Notte dei cristalli non ha mai avuto una particolare attenzione in Italia. E del resto, pur essendo un evento tragico, perché porre l'accento più su quella e non sull'incendio del Reichstag, o sul Putsch di Monaco? Mi sembra che la polemica sia pretestuosa e nasca dal fatto che le ambiguità sul crollo del Muro di Berlino siano ancora forti...».

Ecco, quali sono le date o i fatti con cui la sinistra italiana, o più precisamente gli eredi del Pci, non hanno ancora fatto i conti?

«Se guardiamo alla Caduta del muro, proprio allora il partito comunista ha mandato al macero l'ideologia comunista, ma non ha affatto portato avanti un riesame della Storia alla luce di quel cambiamento. Il comunismo in Italia ha dei meriti nell'avvento della democrazia ma si è guardato bene dal prendere in esame i suoi errori o la sua adesione ad un'ideologia completamente sbagliata che invocava continuamente una crisi del capitalismo mai avvenuta».

Qualche esempio?

«L'anno scorso si celebrava la nascita del Partito comunista italiano. C'è stato qualcuno che ha rivalutato le posizioni di Turati che criticò la fuga in avanti verso il bolscevismo. Ma non c'è stata un'analisi seria dell'errore che venne commesso allora rinnegando il riformismo e contribuendo a spingere l'Italia verso l'estremismo che favorì l'ascesa del partito fascista e di Mussolini. E tra le responsabilità di Togliatti ci fu anche quella di rompere poi l'unità delle forze antifasciste, almeno sino a quando daStalin non arrivò l'ordine di fare fronte comune. Tutte questioni finite nel dimenticatoio».

Così anche per il periodo successivo alla Seconda guerra mondiale?

«Continuò come prima l'abbaglio del modello sovietico, basta pensare a tutte le false accuse a Giuseppe Saragat di essere un traditore della classe operaia al soldo dei sindacati americani per la sua scelta convintamente atlantista. Una scelta ovviamente saggia e doverosa in quell'epoca. Togliatti non fece nulla per aiutare il centrosinistra di allora, l'unico che abbia fatto vere riforme sociali nel Paese, anzi lo boicottò. E ancora più drammatico fu l'incrocio con il socialismo di Craxi. A cui fu negato anche dopo la caduta del Muro il merito di aver sepolto per primo l'armamentario ideologico marxista.Craxi arrivò a teorizzare in Italia quello che i socialisti tedeschi avevano già messo in pratica dagli anni Cinquanta. Il Pci ci è arrivato solo, e costretto, dopo il 1989 e anche così anche nei cambi di nome del partito si sono guardati bene dall'usare la parola socialismo, e questo non è un caso, è stato un modo di non fare i conti con la storia».

E poi ci sono le questioni relative alle scelte di campo internazionali. Come il caso dell'Ungheria e poi dell'occupazione sovietica della Cecoslovacchia...

«L'Ungheria nel 1956 è un caso emblematico. Persino Napolitano arrivò a giustificare l'invasione e tutti gli intellettuali che si ribellarono a questo appiattimento su Mosca vennero cacciati dal partito. Nel caso di Praga, nel 1968, Berlinguer fu più coraggioso, ma nemmeno in quel caso si arrivò a liberarsi dall'idea completamente anacronistica del crollo del capitalismo e a fare i conti col passato. E il problema è ancora lì in buona parte».

Cortina di ferro, addio! Tedeschi liberi di correre a ovest. Annabella De Robertis su La Gazzetta del Mezzogiorno il 10 Novembre 2022.

È il 10 novembre 1989. La notizia in prima pagina su «La Gazzetta del Mezzogiorno» è sensazionale: «Si è aperto il Muro». Così scrive Mario Barbi, corrispondente da Bonn: «Ha avuto l’effetto di una bomba la notizia data dal responsabile dell’informazione del Pc Schabowski: la Germania Est ha aperto le frontiere con la Germania Ovest».

La sera prima, il 9 novembre 1989, il portavoce della Repubblica democratica tedesca, illustrando la nuova legge sui viaggi all’estero appena approvata dal Consiglio dei Ministri, ha sorpreso i giornalisti annunciando che, in base alle nuove disposizioni, tutti i cittadini della Germania orientale avrebbero potuto ottenere in tempi brevi il permesso per espatriare. L’autorizzazione sarebbe stata valida anche per passare da Berlino est a Berlino ovest: a dividerle c’era il Muro, costruito a partire dall’agosto 1961 per bloccare l’esodo di decine di migliaia di tedesco-orientali verso l’occidente. Un giornalista chiede la data di entrata in vigore del provvedimento: la risposta di Schabowski lascia tutti sbigottiti: «Da adesso». La notizia corre: migliaia di berlinesi dell’Est scendono per strada e si avviano verso la frontiera con Berlino ovest. Le guardie di confine non hanno ancora ricevuto ordini precisi: le barriere, alla fine, si aprono.

In ventotto anni più di un centinaio di persone hanno perso la vita nel tentativo di attraversare quel confine: adesso, per la prima volta, i berlinesi dell’Est possono recarsi liberamente dall’altra parte del Muro. È il crollo della Cortina di ferro. «Tutti i tedeschi orientali potranno così liberamente andare all’estero, senza più bisogno di permessi e di visti. Lo storico annuncio ha in pratica abbattuto il Muro di Berlino e mette fine alle fughe attraverso la Cecoslovacchia e la Polonia. Accanto a questa decisione c’è da registrare la promessa di Krenz di indire subito libere elezioni. Accontentati anche i più accesi sostenitori delle riforme che chiedevano un congresso straordinario del Pc: a dicembre si svolgerà una conferenza di partito. L’abbattimento delle frontiere ha avuto larga eco anche in Germania Ovest: appena il cancelliere Kohl tornerà da Varsavia deciderà per un vertice con Krenz. In Polonia il cancelliere ha incontrato il premier Mazowiecki e Lech Walesa, domenica visiterà il lager di Auschwitz».

Enrico Jacchia così commenta in prima pagina: «Abbiamo chiesto per decenni l’abbattimento del muro di Berlino e adesso che lo stanno buttando giù per davvero lo fanno così in fretta che non riusciamo ad immaginare tutte le conseguenze». Le conseguenze, in effetti, saranno sorprendenti. Trentatré anni fa cambiava per sempre la storia dell’Europa.

A Berlino continua la festa della Libertà. Krenz (Ddr): «Ora elezioni democratiche». Annabella De Robertis su La Gazzetta del Mezzogiorno l’11 Novembre 2022

«Berlino scoppia di gioia: un’irrefrenabile marea di gente attraversa le frontiere»: l’11 novembre 1989 «La Gazzetta del Mezzogiorno» continua a raccontare i momenti epocali che le due Germanie e l’Europa intera stanno vivendo. Due giorni prima, il 9 novembre 1989, è iniziato il crollo del Muro, la fine della Cortina di ferro.

«Il muro di Berlino ha cominciato, ieri, ad essere materialmente demolito. Nuovi varchi si aprono. I berlinesi dell’Ovest hanno accolto con spumante e lacrime agli occhi i loro fratelli dell’Est che, come una marea irrefrenabile, superavano la frontiera». La grande festa ha fatto passare in secondo piano un altro storico annuncio fatto da Egon Krenz: il presidente del Consiglio di Stato della Repubblica Democratica Tedesca qualche ora prima aveva, infatti, promesso elezioni libere nel Paese socialista. Il cancelliere tedesco Kohl, in viaggio a Varsavia per incontrare Lech Walesa, leader del sindacato indipendente Solidarność, è rientrato subito a Bonn.

Da mesi il regime comunista della Germania est viveva una profonda crisi: l’ultima manifestazione popolare – che aveva visto scendere in piazza a chiedere riforme e democrazia più di un milione di tedeschi dell’Est – si era svolta solo una settimana prima della caduta del Muro. L’anziano segretario del Partito comunista era stato costretto alle dimissioni. «Spalancate le porte del Muro, i berlinesi si sono riabbracciati dopo 28 anni alla porta di Brandeburgo», si legge sulla «Gazzetta».

«È stata una grandiosa festa di popolo. I “Vopos” li hanno lasciati passare tutti, senza visto, con la sola carta d’identità, rinunciando a controlli che l’intenconibile euforia aveva reso impossibili. Nella notte illuminata dalle luci livide delle torrette di controllo (l’altroieri ancora minacciose) e dai riflettori delle televisioni di tutto il mondo, i berlinesi dell’ovest hanno dato il benvenuto ai fratelli dell’Est con lo spumante e le lacrime agli occhi». I “Vopos”, cioè i membri della Volkspolizei, la polizia popolare della Repubblica democratica tedesca, rinunciano a trattenere la folla che scavalca indisturbata gli sbarramenti di filo spinato e si arrampica sul muro.

«A cavalcioni di questo simbolo ormai obsoleto, tra il giubilo generale, due anonimi muratori si sono dati da fare con martello e scalpello per togliere la prima pietra dal Muro della Vergogna. Colonne di Trabant, le anacronistiche utilitarie della Rdt, si sono formate nella notte anche ai valichi di frontiera tra le due Germanie». Irriverente la vignetta di Pillinini: «È saltato il muro» dice un uomo col giornale in mano. «Dopo una tale esplosione di fughe!», risponde l’altro.

"Misogini", "Sessisti", "Lunari". Le donne di sinistra all'attacco del Pd. Dopo l’arrivo di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, le donne di sinistra fanno il controcanto al Pd: "La verità è che c’è troppa misoginia nel campo della sinistra". Elena Barlozzari e Alessandra Benignetti su Il Giornale il 6 Novembre 2022.

C’è chi la accusa di vestirsi "da maschio", chi di stare "un passo indietro agli uomini", chi di avere un approccio ideologico per aver scelto di farsi chiamare "il presidente". La verità è che la sinistra fatica a gioire per una donna che rompe il soffitto di cristallo dopo anni di lotte femministe se quella donna risponde al nome di Giorgia Meloni. E allora va bene tutto pur di vendicare la lesa maestà e ogni cosa diventa pretesto per raccontare la nuova presidente del Consiglio come una specie di illusione ottica del patriarcato. Non sono argomenti politici, si parla di estetica e di linguaggio, si rimane sul pelo dell’acqua. Non tutte ovviamente si riconoscono in questo modo di confrontarsi con l’avversario. È questione di merito e metodo, ma anche di onestà intellettuale, visto che al di là dei proclami la questione femminile riguarda tutti, nessuno escluso.

Il controcanto arriva da donne che militano in ambienti non proprio affini (per usare un eufemismo) a quelli da cui proviene la Meloni. "Vorrei chiedere al Pd come ha potuto consentire con le sue politiche che la destra salisse al governo", tuona Maria Vittoria Molinari, sindacalista di Asia-Usb e presenza fissa ai picchetti anti-sfratto. Secondo lei i dem stanno portando avanti battaglie "lunari", scollegate dalla realtà delle tante donne che non ce la fanno ad arrivare a fine mese o a crescere i propri figli. "Vi posso assicurare che nelle periferie il tema dell’articolo maschile o femminile non viene proprio preso in considerazione". La Molinari snocciola le vere priorità: "La nuova premier aumenterà i salari? Abbasserà l’età pensionabile? Eliminerà i contratti di lavoro che rendono donne e uomini schiavi di un sistema ingiusto? Questo è ciò che conta". Da militante dell’estrema sinistra non si rivede affatto nelle idee della Meloni. Non le piace, non la rappresenta e non si fida: "Troppo atlantista, troppo filoamericana ed europeista, la sua presenza non ci tranquillizza".

Jasmine Cristallo, ex portavoce delle Sardine, attivista politica e femminista, della nuova premier dice: "La sua è una storia di militanza importate. È riuscita a trasformare un partito di nicchia in un partito di governo, quindi a lei il merito di aver fatto questo miracolo". Da qui a festeggiare per l’approdo a Palazzo Chigi ce ne passa: "Non basta essere donna per incarnare le istanze del femminismo". E non basta neppure avere la tessera del Pd in tasca. La Cristallo lo denuncia senza mezzi termini: "La sinistra non ha mai saputo esprimere una leadership femminile, anche quando ce n’era la possibilità, perché nei partiti come il Pd c’è una fortissima misoginia che porta ad un utilizzo strumentale delle donne: dovrebbero smetterla di usarle come bandierine e di parlare di questione femminile senza agire in modo coerente". Verrà il tempo del congresso. La speranza che si possa aprire un dibattito serio sulle pari opportunità, e non si risolva tutto in mero conteggio delle tessere elettorali, è l’ultima a morire. "Sono stata personalmente testimone di atteggiamenti maschilisti, sessisti e misogini nel campo della sinistra. È un problema sistemico con il quale il Pd deve assolutamente fare i conti".

Triste, solitario y final. L’educata rassegnazione della base dem verso la decomposizione del Pd. Carmine Fotia su L’Inkiesta il 24 ottobre 2022.

A Radio Immagina, l’emittente web del Partito democratico, si alternano le voci degli iscritti nelle sezioni che provano a capire come reagire a una storica sconfitta: fare subito il congresso, eliminare le correnti, tenere la sezioni in assemblea permanente

Esattamente quarant’anni fa, correva l’anno 1982, nel Partito comunista italiano guidato da Enrico Berlinguer si aprì una lunga discussione, una sorta di psicodramma di massa, per la sconfitta subita nelle elezioni amministrative a Castellammare di Stabia, in Campania, considerata la Stalingrado del sud; quasi dieci anni dopo, nell’89/91, il passaggio dal Pci al Pds costò un calvario ad Achille Occhetto (cui tutti quelli che sono venuti dopo dovrebbero rendere omaggio par averli salvati dal crollo del comunismo e invece l’hanno rapidamente rimosso dal Pantheon del Partito democratico, come facevano i comunisti sovietici con i leader caduti in disgrazia); nel 1993, in piena tangentopoli, Italia Radio, la radio del partito (che allora io dirigevo) fu sommersa da fiumi di telefonate accorate e disperate dopo l’arresto di Primo Greganti e, mentre gli altri leader si facevano negare, a un certo punto intervenne Massimo D’Alema per rassicurare la base. 

Per capire cosa succede oggi nella base del più grande partito della sinistra italiana, abbiamo deciso dunque di consultare uno dei pochi luoghi dove si discute fuori dalla cerchia degli oligarchi che decidono le sorti del Pd nell’infinito caminetto tra dirigenti che hanno fatto tutto e governato per dieci anni senza mai vincere un’elezione. Questo luogo è Radio Immagina, l’emittente web del Pd: «Negli ultimi giorni abbiamo superato i 50 messaggi quotidiani e sono in continua crescita», mi spiega Andrea Bianchi che ne è il direttore e che aggiunge di ritenere «prezioso avere a disposizione uno strumento come Radio Immagina per accompagnare il percorso costituente che porterà al congresso in primavera. In fondo la radio è nata proprio per contribuire, nel suo piccolo, ad allargare il perimetro e le interlocuzioni del Pd». Sentiamole, allora, queste “voci di dentro”. 

«Se si vuol salvare il partito ci vuole ricambio, dovete tirare fuori il carattere e chiedere a chi ha fallito di farsi da parte», chiede Tiziano da Campogalliano, in Molise, ma «Il ricambio generazionale senza il merito non consentirà il rilancio del partito. Il notabilato sta già reclutando proprio nel settore giovanile, per garantirsi lo status quo», denuncia Daniela, segretaria del Circolo PD di Merano, in Veneto. «Le correnti sono un problema reale per il rilancio del Partito. Sciogliamole! Sono luoghi di potere. Questo correntismo per occupare posti di potere penso sia anche alla base del cosiddetto governismo del PD, cioè ambire più a stare al governo che non ottenere cambiamenti tramite il governo. Questo i cittadini lo percepiscono. Quindi le correnti soffocano e ingessano il Partito dentro e lo squalificano fuori. Sciogliamo le correnti e affrontiamo un Congresso aperto con selezioni che partono dal basso, dai circoli» è l’analisi spietata di Diego, da Zola Predosa, in provincia di Bologna

«Ma esisterà ancora il PD? Di questo passo ho molti dubbi, continuiamo a non imparare niente, un dramma! È possibile sapere la data del congresso? Non si può stare sei mesi con un segretario dimissionario, la rivoluzione nel PD la deve fare una nuova classe dirigente, altrimenti non ci resta che votare Conte», dice sconsolato Raffaele, da Napoli

«Bisognerebbe tenere le sezioni in assemblea permanente a parlare degli enormi problemi del paese invece di programmare il congresso tra 6 mesi», racconta Massimo, da Agrigento, «Tenere aperti i circoli sta diventando sempre più difficile!» esclama Enrico, da Lugo, in provincia di Ravenna, «Poche donne nel Pd. Basta ruoli ancillari. Basta correnti fatte da soli uomini. O si cambia registro o si cambia e si fa altro», mette il dito sulla piaga, Daniela da Bergamo

«Sono il segretario del circolo del PD di Monte Sant’Angelo, dove il nostro partito ha vinto le amministrative di giugno e le politiche di settembre. Il PD qui ha avuto da solo il 49% dei voti e il centrosinistra il 52%. Quindi questo dimostra che la coalizione era un contenitore vuoto. Non ritenete opportuno farla finita con il gioco delle correnti interne? Per altro, molti capicorrente hanno pochi voti, lo dimostra il fatto che nessuno si è candidato nei collegi uninominali» dice Pasquale.

Dinnanzi a una storica sconfitta politica (sconfitta politica più che numerica) che porta al primo governo repubblicano guidato dalla destra e alla prima donna presidente del consiglio ci si aspetterebbero urla, pianti, tessere stracciate, sedi occupate, dirigenti cacciati a furor di popolo, fosse solo per il fatto che dopo anni di femminismo e quote rosa, è la destra a incarnare una leadership femminile vincente – bastava guardare l’espressione di Silvio e Matteo mentre Giorgia dichiarava. 

E invece di fronte a quella che, come ha osservato Giuliano Ferrara sul Foglio, sembra una «rivoluzione senza pathos», anche la reazione del principale sconfitto appare fredda, tutta cerebrale. Almeno, questa è la sensazione che abbiamo ricavato leggendo i messaggi «Più che mancanza di passione a me sembra che quei messaggi chiedano di rispondere alla domanda cruciale: chi siamo, con quale profilo, con quale identità, con quale riconoscibilità», replica Bianchi.

Sarà come dice Bianchi, sarà che la base del Pd è educata e questa non è certo una colpa. Tuttavia, proprio per aver attraversato e raccontato le grandi e appassionanti discussioni del passato, questa assenza di pathos – se è comprensibile in una destra che deve smussare i suoi angoli per farsi accettare –  nel Pd mi appare come una rassegnazione, la sensazione che davvero si sia al termine di un viaggio triste, solitario y final, come riassume Tony, da Mottola, in provincia di Taranto: «Caro PD penso che sia il momento di cambiare tutto e darlo in mano a una nuova generazione, se non si fa questo penso che siamo destinati a scomparire».

Triste, solitario y final. 2I dirigenti del Pd sono generali sulla collina mentre la battaglia infuria in pianura. Carmine Fotia su L’Inkiesta il 31 ottobre 2022.

Nei quartieri popolari della Capitale ci sono alcuni militanti che cercano di fare politica dal basso, andando strada per strada, casa per casa, radicandosi nel territorio e ascoltando le esigenze dei cittadini. Non sono così i vertici del Partito

«Il gruppo dirigente del Pd? Generali che stanno sulla collina mentre la battaglia infuria giù in pianura». Roberto Morassut, unico deputato eletto nei collegi uninominali di Roma, ricorre a Francesco De Gregori, il cantautore nel cuore della sinistra romantica romana, per il suo sferzante giudizio sul Partito democratico e il suo gruppo dirigente. Eh sì, perché non solo correva senza il comodo paracadute del proporzionale, ma quel collegio in cui ha vinto – il quarto, che comprende i quartieri del quadrante sud come Cinecittà, una delle zone più densamente popolate d’Europa, abitata dal mitico popolo che il Pd ha smarrito, una di quelle periferie dove i dirigenti dem sono solitamente sconosciuti – ha dovuto conquistarlo con le unghie e con i denti perché il gioco delle correnti l’aveva assegnato a un altro candidato completamente estraneo al territorio che invece Morassut, assessore nelle giunte Veltroni e parlamentare di lungo corso, che qui è nato e vive, conosce palmo a palmo. 

È uno dei tanti paradossi di un partito nel quale i dirigenti si blindano nei listini e si spartiscono i collegi senza alcuna apparente logica che non sia il bilancino delle correnti, un partito come quello romano dove la discussione interna assomiglia a quelle risse da osteria che si risolvevano con la lama della «santa smacola», magnificamente raccontate nei film di Sergio Corbucci e Gigi Magni, (ricordate il «Te devi inginocchià» pronunciato dall’ex-capo di gabinetto di Nicola Zingaretti contro un avversario interno?); un partito che adotta modi plebei senza essere popolare, che governa la regione da dieci anni, che ha riconquistato il comune, che ha espresso un segretario nazionale il quale, dopo aver nominato Giuseppe Conte «leader fortissimo dei progressisti» e averlo difeso fino al grottesco tentativo del Conte Ter con i Ciampolillo, ha lasciato senza guida un partito del quale ha detto di «vergognarsi», ecco questo partito che ha perso tutti i collegi tranne uno fa diventare l’unico eletto una mosca bianca.

«La nostra ricetta è semplice, anche se non voglio dare lezioni a nessuno – dice Andrea Raco, segretario del circolo Cinecittà-Morena – una campagna elettorale all’antica, per strada, casa per casa, e un candidato radicato». Spiega Morassut: «Sono un deputato di collegio all’inglese: vivo qui, ci sono sempre tornato dopo essere stato eletto, ho mantenuto un rapporto costante con il popolo, la gente mi riconosce e mi vuol bene perché io mi occupo di loro anche dopo il voto». Domando perché una cosa che in un partito di sinistra dovrebbe essere la regola sia invece l’eccezione. 

«La nostra classe dirigente si rifugia negli apparati correntizi, per essere tutelata si rivolge verso l’alto e non verso il basso». Il giudizio del deputato dem sul futuro del partito è severo: «Abbiamo di fronte un cartello su cui sta scritto ‘Strada senza uscita’, il ciclo cominciato nel 2007 è finito, il Pd è diventato una caricatura dei vecchi partiti di provenienza, lo dico dal 2016, quando lanciai l’dea purtroppo inascoltata di una costituente del Movimento dei democratici. Le stesse primarie, la costituente, disegnano un percorso puramente meccanico se non si affronta il tema della collocazione dei Democratici nella società italiana».

Da un quadrante di Roma all’altro, siamo alla Garbatella, Municipio popolare governato dal centro sinistra con Amedeo Ciaccheri, ma anche il luogo dove è cresciuta Giorgia Meloni, incautamente accusata da una (per altro bravissima) deputata del Pd come Lia Quartapelle di essere rimasta «una ragazza della Garbatella» e di non avere dunque la statura «da presidente del Consiglio». È qui che incontro Antonella Melito, 36 anni, consigliera comunale del Pd, di estrazione popolare, giovane, caparbia, capace. Lei è partita da basso, il circolo, poi il municipio, ora il Campidoglio. «Meglio più ragazze della Garbatella e meno ragazze cresciute nei salotti che hanno perso il contatto con la realtà. Non lo dico riguardo a Lia Quartapelle, lo dico come concetto in generale. Se una ragazza che viene da un quartiere popolare, che scala dal basso la leadership fino ad arrivare a essere la prima presidente del Consiglio donna, è la leader della destra, dovremmo porci qualche domanda sul nostro modo di essere. Quella di Giorgia Meloni è una storia antropologicamente di sinistra ma collocata a destra. Come mai una parte della società che noi dovremmo rappresentare si riconosce in lei?». 

Il futuro del Pd lo vede in un doppio ossimoro: «Entrare fuori, ovvero andare a fare politica fuori dalle istituzioni e dal partito, amalgamarsi con il popolo. Per esempio, siccome nel quartiere dove vivo io, lontano dal centro del Municipio, non c’è un circolo del Pd, per discutere dopo il voto ci siamo riuniti in un bar. E poi, uscire dentro, cioè azzerare le correnti non come contributo di idee ma come pure filiere di potere, esaltando invece la libertà del singolo di contribuire con le sue idee senza calcolare le sue convenienze in termini di potere, smettendola di guardare il nostro ombelico».

Il prossimo 11 novembre, Antonella Melito presenterà a Roma l’ultimo libro di Goffredo Bettini, «A sinistra. Da capo», con Giuseppe Conte e Andrea Orlando. Un evento che viene interpretata come la nascita della corrente «filocontiana» del Pd. Definizione che la giovane consigliera respinge: «È anche a questo che mi riferisco quando dico che occorre uscire da certe logiche. Non è la nascita di una corrente, ma una discussione su cosa deve essere la sinistra, sulla base delle idee di un dirigente che le ha sempre espresse liberamente. Non si tratta di fare una sommatoria ma se oggi vogliamo parlare di sinistra dialogare anche con Conte è necessario. Qui nel Lazio, senza un’alleanza larga consegneremo la regione alla destra. E la responsabilità sarà di chi proporrà candidature solitarie».

Triste, solitario y final. La crisi esistenziale della sinistra meridionale. Carmine Fotia su L’Inkiesta il 7 Novembre 2022.

Il Partito democratico si è dimenticato delle regioni del Sud calando dall’alto dei candidati estranei ai territori o appaltando la gestione del potere a politici locali che si comportano come notabili ottocenteschi

Dal Sud, dove il Partito democratico è stato surclassato dal Movimento 5 stelle, arriva un drammatico j’accuse: «Un isolamento come questo nella nostra storia non c’è mai stato. Un conto era un Partito comunista italiano isolato al 34% un conto è oggi. Isolato al 20%, senza leadership morali, dominato dai padrinati locali come la peggiore Democrazia cristiana, ma senza la sua capacità espansiva. Si sta sgretolando un mondo senza che vi siano opzioni alternative, senza un gruppo dirigente in grado di cogliere queste sfide». Vista da Napoli, con gli occhi di Isaia Sales – saggista, storico dirigente del Pci, poi dei Ds, consigliere economico di Antonio Bassolino e sottosegretario al tesoro con Prodi – la crisi del Pd sembra irreversibile.

Quella che a livello nazionale è una sconfitta politica nel sud è una vera e propria catastrofe esistenziale.

Del resto, perdere tutti i collegi uninominali, pur governando regione e comune, lasciare il passo al M5S, è un disastro totale: «Il risultato del voto è inequivocabile, chiaro, esplicito. Il Pd in Campania è al 15,6 5, surclassato dai cinquestelle. L’Italia è divisa e il disagio sociale si colloca soprattutto al sud. Quel voto dice: abbiamo ricevuto un segnale di attenzione a questo disagio con il reddito di cittadinanza e temiamo che possa scomparire. Se il Pd non rappresenta la sinistra c’è qualcun altro che lo farà. Per fortuna, dico io. Ci sono delle esigenze che vanno rappresentate. Il fatto che le rappresenti qualcun altro dimostra che c’è uno spazio che il Pd, con la sua storia, avrebbe tutti i titoli per rappresentare Gli elettori del M5S sono parte del nostro mondo, non sono nemici da trattare con atteggiamento cinico e invece il Pd è diventato il partito delle élite contro cui si dirige la rivolta. Anche nel 1968 il Pci era al centro dell’attacco del movimento, ma poi si aprì a quella rivolta e tenne quella spinta dentro la cornice della sinistra».

L’altro tarlo che divora il Pd è il modo di esercitare il potere. Due governatori vincono a man bassa le elezioni regionali, me nelle loro regioni il Pd alle politiche si schianta. Michele Emiliano in Puglia ha dichiarato: «Chiediamo all’elettorato di scegliere collegio per collegio quello che ritengono con più possibilità non importa se al Pd o ai cinquestelle». Dal momento che nessun dirigente del M5S ha fatto dichiarazioni analoghe, si tratta di un disarmo unilaterale, un esplicito invito a votare per un partito che è un avversario elettorale. Vincenzo De Luca a Napoli si è risposto da solo: «Perché votare il Pd? È un partito di anime morte. Autentiche nullità, imbecilli che vengono a rompere le scatole a noi che lavoriamo». Con queste premesse poste dai due più popolari leader del Pd in quelle due regioni, c’è da stupirsi che i dem non siano scesi sotto la doppia cifra.

Ma anche per questo c’è tempo, visto quel che è accaduto dopo le elezioni. In Campania il governatore vuole modificare la legge elettorale per consentirgli di correre per il terzo mandato consecutivo, mentre il figlio Piero è diventato vicepresidente dei deputati dem: «Ti chiediamo: come pensi di sostenere le ragioni del sud e al tempo stesso tollerare questa deriva regional-sovranista, clientelare, familistica, affaristica?» ha scritto a Enrico Letta un gruppo di intellettuali napoletani. «Risalendo indietro fino alle più remote formazioni politiche, noi troviamo dappertutto anche la regia personale del signore: attraverso uomini che dipendono direttamente dalla sua persona — schiavi, funzionari domestici, servitori, ‘favoriti’ personali e beneficiari remunerati in natura o in denaro dalle sue casse private — egli cerca di mantenere l’amministrazione nelle proprie mani», queste parole di Max Weber nella famosa conferenza “La politica come professione” tenuta a Monaco nel 1919, sembrano risuonare nella spietata diagnosi di Sales: «La famiglia De Luca va considerata azionista di maggioranza del Pd, gode di alta considerazione da parte del segretario e del gruppo dirigente nazionale, hanno legittimato delle satrapie e le chiamano buon governo del sud. Un ritorno alle modalità di fine Ottocento basate sul notabilato, sul familismo, sul trasformismo».

Cerco di capire meglio chiedendo lumi a Gennaro Acampora, capogruppo del Pd al comune di Napoli: «Negli ultimi anni il Pd a livello nazionale e dirigenza non ha parlato al sud al quale si è rivolto il M5S con parole chiare, come quelle sul reddito di cittadinanza. E poi i candidati sono stati calati dall’alto, estranei ai territori. Si è addirittura verificato che due figure molto forti in città come Sandro Ruotolo e Paolo Siani siano state invece candidate in provincia. Non avremmo vinto i collegi, ma avremmo certamente avuto un risultato diverso nel proporzionale. L’attuale gruppo dirigente ha perso le elezioni e non ha portato alcuna innovazione nella politica italiana». E quindi cosa dovrebbe essere il Pd? «Penso che debba essere la guida di un campo alternativo alla destra partendo dall’alleanza con il M5S».

«Il problema non è allearsi con il M5S, ma se il Pd torna o no a occuparsi dei diritti fondamentali: il lavoro, il diritto ad abitare, l’istruzione, la sanità. Noi qua a Scampia ce ne occupiamo e così riusciamo a parlare anche a quelli che generalmente del Pd non vogliono sentire parlare. E infatti a Scampia alle politiche siamo il secondo partito dopo il M5S», dice Mimmo Morfe, 37 anni, infermiere, segretario del circolo del Pd di Scampia, il quartiere delle Vele, simbolo del degrado di Napoli, con un tasso di disoccupazione al 70%, ma anche simbolo di una speranza di riscatto alimentata da uno straordinario attivismo civico troppo spesso del tutto sconosciuto ai vertici di un partito che è quello che abbiamo descritto. È proprio da quel mondo che viene Mimmo: «Io sono nato e cresciuto qui e ho deciso di far crescere qui anche i miei figli. Il partito a livello metropolitano è dominato da individualismo e correntismo e quando parlo in quel contesto avverto che non mi possono capire, ma accetto la sfida e dico la mia».

Triste, solitario y final. Il paralizzante smarrimento del Pd milanese per la candidatura di Moratti. Carmine Fotia su L’Inkiesta il 14 Novembre 2022.

L’europarlamentare Pierfrancesco Majorino spiega a Linkiesta che potrebbe candidarsi alle primarie dem per le elezioni regionali, mentre il suo partito è indeciso tra una degna battaglia di testimonianza oppure provare a strappare la Lombardia alla destra

Cosa succede nel Pd milanese, primo partito anche alle politiche, al governo della città quasi da vent’anni, con una classe dirigente giovane e di qualità, all’indomani della sconfitta elettorale nazionale e alla vigilia delle elezioni regionali dopo la rottura di Letizia Moratti con il centrodestra? È «un partito stretto tra Calenda e Conte che rischia la paralisi» dice Stefano Lampertico, già sindaco di Gorgonzola, direttore di Scarp de’ Tenis, il giornale dei senzatetto milanesi amato da papa Francesco e sul quale scrivono molte grandi firme del giornalismo milanese, uno dei tanti luoghi dove s’invera la tradizione del socialismo umanitario che ebbe nella capitale lombarda il suo più importante laboratorio e si intreccia con quella del cattolicesimo democratico e sociale interpretato dal Cardinale Martini. All’appello di Enrico Letta a iscriversi Lampertico risponde così: «Sono tra i seicento fondatori del Pd e rispondo: perché no? a patto però che il Pd torni a essere utile nei luoghi dove non c’è più, al fianco di quei volontari, quelle associazioni, quei pezzi di società civile che danno ogni giorno risposte a chi soffre. Sono il nucleo trainante di una possibile maggioranza progressista, anche in Lombardia ma, a parte i sindaci, non ha rappresentanza politica».

Parla di «smarrimento» Serafino Sorace – 34 anni, si occupa di risorse umane per un’azienda privata, ha militato da giovanissimo in Rifondazione Comunista, poi ha lasciato la politica per un lungo periodo – segretario del circolo dem dell’Ortica, 80 iscritti in uno dei quartieri storici di Milano, una periferia popolare amatissima da Enzo Iannacci e Dario Fo. Il suo circolo è un punto di riferimento per il suo quartiere e per la zona che va da Crescenzano a Lambrate: «Nel circolo ci sono molti che lavorano nel terzo settore e anche alcuni amministratori, per questo le persone si rivolgono a noi per risolvere i problemi concreti della loro vita».

Mentre Serafino parla mi viene in mente una generosa idea di Maurizio Martina, segretario provvisorio dopo Matteo Renzi e la sconfitta del 2018. Martina convocò una riunione della segreteria nazionale nella libreria di Tor Bella Monaca, quartiere simbolo delle periferie degradate romane che – basta guardare le foto dell’evento – divenne una grottesca rappresentazione nella quale la distanza siderale tra quei dirigenti e quel mondo si leggeva nelle loro facce smarrite e spaesate, in una realtà che non conosceva e che non li conosceva. «Noi qui siamo aperti quasi sempre, Ci occupiamo delle bollette, di aiutarle le persone ad aprire uno Spid, durante la pandemia abbiamo fatto la raccolta alimentare per aiutare quelli più in difficoltà. Vengono da noi perché ci conoscono e si fidano, non abbiamo bisogno di fare un tour in periferia», mi racconta Sorace.

Ecco, proprio il fatto che questo partito così vitale sta implodendo per la candidatura di Letizia Moratti conferma la crisi esistenziale in cui è finito il Pd dopo la sconfitta elettorale che mi colpisce fin dall’inizio di questo viaggio nella sua crisi. Al di là di come la si pensi sulla candidatura (anche se i sindaci e dirigenti lombardi “sospettati” di essere favorevoli a un accordo con Letizia Moratti cui ci siamo rivolti, ve lo diciamo subito, tacciono) c’è questo paradosso che Sorace che pure è contrario a un accordo su Letizia Moratti («ho cominciato a fare politica con il movimento arancione di Giuliano Pisapia che la sconfisse» esprime così: «È assurdo che una rottura nel centrodestra diventi un problema del Pd. Lo diventa perché mentre Movimento 5 stelle e Terzo Polo hanno leadership forti noi non riusciamo più a dettare l’agenda del centrosinistra. Questo immobilismo nasce dal fatto che il Pd è dominato da logiche da ex, utili solo alle correnti di potere e non al confronto sui temi e alla discussione sulle idee».

L’europarlamentare Pierfrancesco Majorino, leader della sinistra pd milanese e già assessore della prima giunta Sala, annuncia a Linkiesta la sua probabile candidatura alle primarie del centrosinistra: «Vedremo. In questi giorni chiariremo finalmente tutto. Se vi sarà un candidato unitario o passeremo dalle primarie e a quel punto deciderò. Manca davvero poco a sciogliere questi nodi».

L’europarlamentare è stato il primo a stoppare l’ipotesi Moratti e sembra aver trascinato tutto il partito: «Nel pd lombardo non ho ascoltato molte voci pro. Fino a due settimane fa Letizia Moratti la era la persona che trattava con Meloni e Salvini per diventare presidente. La cosa le è andata male così ha aperto discussione con terzo polo. È una donna della destra italiana. Autorevole, certo, ma l’autorevolezza non basta».

«Credo che molti vogliano fare implodere il Pd – afferma Lampertico – Le possibilità sono due: una degna battaglia di testimonianza con un candidato di centrosinistra doc, oppure provare a strappare la regione alla destra che la governa da 30 anni. Ovvero scegliere la purezza e la testimonianza e la possibilità concreta di vincere. Sono due prospettive rispettabili, ma io penso che bisognerebbe sedersi attorno a un tavolo con Moratti e porre alcune questioni dirimenti per le persone fragili e i ceti più poveri. La Lombardia è il motore dell’Italia, ma anche qui crescono povertà e diseguaglianze. E se si imballa il motore Lombardia si ferma l’Italia, quindi: più sanità pubblica, più trasporto pubblico, politiche sul lavoro, inclusione. Porrei queste questioni prioritarie e, come si dice a poker, andrei a vedere le carte».

«Se Letizia Moratti dicesse: scusate, sin qui ho sbagliato tutto, le premesse per un confronto magari ci sarebbero. Io credo che la sua sia solo una mossa tattica che nasce dalle difficoltà della destra. Per altro è la stessa che ha presentato mesi fa una riforma che Azione ha tanto criticato in consiglio regionale. Moratti è alfiere della privatizzazione della sanità. Oggi scopre il valore della sanità pubblica e territoriale per questioni tattiche. Detto questo, che è il mio convincimento, sul piano del consenso sarebbe una catastrofe. Perché mezzo mondo non ci seguirebbe. C’è solo una cosa peggio che perdere contro Fontana. Perdere sostenendo la Moratti».

Triste, solitario y final. Le due anime della sinistra che si contendono il Lazio (e il popolo perduto del Pd). Carmine Fotia su L’Inkiesta il 21 Novembre 2022.

Due iniziative politiche opposte, una al Brancaccio col Terzo Polo e l’altra all’Auditorium Parco della Musica con Conte, rappresentano in modo plastico la differente visione su cosa debba essere il Partito democratico

Lo scenario di questa tappa del nostro viaggio nella crisi del Partito democratico è ancora Roma. I luoghi del Melodramma messo in scena tra giovedì 10 e venerdì 11 di un assolato novembre capitolino sono due, diversamente ma intensamente simbolici, con i turisti a far sciame attorno a due iniziative politiche opposte. La prima, la presentazione della candidatura di Alessio D’Amato alla guida della Regione Lazio spinta dal Terzo Polo e appoggiata dal Pd, si svolge al Teatro Brancaccio, che ha accolto negli anni tanto popolo della sinistra romana; la seconda, la presentazione del libro di Goffredo Bettini, “A sinistra. Da Capo”, con Giuseppe Conte che svetta tra i presentatori, si svolge all’Auditorium Parco della Musica, simbolo degli anni ruggenti della Roma prima rutelliana e poi veltroniana, a lungo presieduto da Goffredo Bettini. 

Gli ultimi sondaggi dicono che nel Lazio la destra vincerebbe contro qualsiasi coalizione, con o senza il Movimento 5 stelle, ma è molto probabile l’ipotesi, come mi dice un politico vicino alle trattative in corso, che il campo largo si divida in tre tronconi: D’Amato, con Pd e terzo polo; M5S con un pezzo di sinistra radicale; una lista di sinistra civica che, se guidata dall’europarlamentare Massimiliano Smeriglio, già vicepresidente della regione, potrebbe sfiorare il 10%.

La prima cosa che colpisce è la composizione delle due assemblee, abbastanza simile. Tutta gente per bene, per carità: amministratori, ceto politico, intellettuali, professionisti delle burocrazie pubbliche (prevalentemente provenienti dal mondo della sanità al Brancaccio, dal mondo della cultura all’Auditorium), giovani pochissimi e quindi età media molto elevata, donne in giusta misura. Se cercate il popolo perduto, di cui ha parlato Mario Tronti in un bel libro intervista con Andrea Bianchi, non è in nessuna di queste due sale, c’è piuttosto la sua evocazione.

Nel libro di Bettini – più ricco di come lo sto schematizzando, ma non sto scrivendo una recensione – culturalmente, lo dice lo stesso autore, c’è l’eco di Pier Paolo Pasolini, di quei ragazzi di borgata assurti a simbolo della critica al consumismo della civiltà capitalistica. Quel dolore sociale che, secondo Bettini, la sinistra deve «attraversare e toccare». Dal punto di vista politico-ideologico è un ritorno all’ingraismo, rivendicato come matrice politica. È un punto di vista che delinea un Pd molto spostato a sinistra, su una linea di critica radicale al capitalismo e che si liberi delle ultime scorie renziane. Per questo propone al Pd di abbracciare il M5S, che oggi rappresenterebbe quel popolo perduto, in un bagno rigeneratore per un partito oramai percepito come puro potere. 

Si potrebbe obiettare che ad applaudire la critica al potere sia una platea composta in abbondante misura da funzionari di quel potere, per altro spesso anche bravi e onesti. Si potrebbe osservare che la sinistra è nata per emancipare il dolore sociale mentre al movimento di Conte basta assisterlo all’infinito captandone il consenso (come affiora anche nella puntuta domanda che un barbuto signore di mezza età seduto in platea rivolge a Giuseppe Conte che si sta proponendo in un’inedita versione anticapitalistica: «Ma tu che tradizione hai?»). E concludere che riproporre in questo secolo la divisione tra massimalismo e riformismo, scagliando la scintilla della rivoluzione d’ottobre contro i revisionisti non sembra un’idea così moderna. È tuttavia è un punto di vista che ha il pregio della chiarezza. Mentre dalla parte che si definisce riformista un manifesto politico di siffatta chiarezza ancora non c’è.

A qualche chilometro di distanza, nel teatro Brancaccio, lo “gnommero” (per usare la neo-lingua di Carlo Emilio Gadda che in questa via dove ha sede il teatro ambientò “Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana”) si aggroviglia ancora. Uno dei tanti paradossi di questa storia è infatti che il candidato del terzo polo è Alessio D’Amato, assessore alla sanità della giunta Zingaretti da tutti lodato (fino a ieri anche dal M5S) per la gestione della pandemia, cresciuto nella Fgci e nella popolare borgata del Labaro dove risiedevano gli operai delle fornaci sorte in quel territorio negli anni ’40, poi dirigente del Pdci, il Partito dei Comunisti Italiani di Armando Cossutta. 

Tra la variegata platea di coloro che sono qui a sostenerlo – Carlo Calenda, Maria Elena Boschi, Monica Cirinnà, Luigi Zanda, Francesco Boccia, Luigi Manconi, Corrado Augias, tra gli altri – c’è anche Ugo Sposetti, presidente della Fondazione Enrico Berlinguer, custode della memoria storica del Pci, il quale non si limita a sostenere D’Amato nel Lazio ma mi dice che «avremmo dovuto appoggiare la candidatura di Letizia Moratti in Lombardia. Il Pci l’avrebbe fatto«. Insomma, D’Amato viene dal popolo e dalla sinistra radicale, ma la sinistra radicale non lo vuole e quella del Pd gli rimprovera di aver accettato l’abbraccio mortale di Renzi e Calenda e soprattutto, anche se non possono dirlo apertamente, di essersi “irrigidito” sull’inceneritore, come mi confida un dirigente di primo piano.

 «Vengo dalla storia del Pci e per questo penso che dobbiamo unire la sinistra, ma con un forte impianto riformista», mi dice D’Amato. Nel clima commemorativo del Brancaccio, dove sono stati presentati i buoni risultati ottenuti nella Sanità e in particolare nella lotta alla pandemia, come nel Don Giovanni c’è un Convitato di Pietra che ha le sembianze dell’Inceneritore, assurto a simbolo che poco ha a che fare con le sue concretissime valenze e che irrompe a opera di un gruppo di manifestanti che si oppongono alla realizzazione dell’opera. L’inceneritore, voluto dal sindaco dem di Roma, Roberto Gualtieri, scotta prim’ancora di essere costruito perché è stato il casus belli che Giuseppe Conte, contrario, ha usato per far cadere il governo Draghi. «La contestazione andrebbe fatta quando la monnezza a Roma arriva al secondo piano delle case, non al Termovalorizzatore. Per altro, dal punto di vista ambientale non è che fare correre i Tir sia meglio», replica il candidato. 

Su Conte è tranchant: «È sbagliato dare la patente di sinistra ha chi ha rivendicato con orgoglio i decreti sicurezza di Salvini», mi dice e aggiunge: «È stato Conte a rompere la maggioranza in regione. Ma il M5S, ricordo agli smemorati, non vinse le elezioni. Le elezioni le vincemmo come centrosinistra e poi, con un accordo d’aula, il partito di Conte entrò in maggioranza. Dobbiamo resuscitare passione e orgoglio, sento in giro mestizia e senso di sconfitta. Non possiamo consegnare il Lazio alla destra dopo dieci anni di buon governo».

Il Pd ha infine deciso di appoggiare il candidato proposto da Renzi e Calenda, ma al Brancaccio il presidente della regione, Nicola Zingaretti che si è speso fino all’ultimo per un accordo con il M5S non c’è. C’è, invece, seduto in prima fila, il sindaco. Un’assenza e una presenza che dicono tutto sulla crisi del Pd. L’inceneritore forse non sarà mai costruito ma intanto incenerisce quel che rimane del partito romano.

Triste Solitario y final. Mario Oliverio e il silenzio del Pd sul «populismo penale» calabrese. Carmine Fotia su L’Inkiesta il 28 Novembre 2022.

L’ex presidente della Regione Calabria, dopo l’ennesima assoluzione nei processi aperti contro di lui dal Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, racconta di esser stato «lasciato solo» dal partito in questi anni. «Pur essendo membro della direzione non sono stato mai convocato», dice. «La verità è che il Pd è subalterno all’ala giustizialista dei pm per codardia o perché qualcuno, come si dice dalle mie parti, ha i “carboni bagnati”, cioè ha qualcosa da temere»

«Sono stati per me anni di amarezza, personale e politica. Mi sono sentito offeso nella ragione stessa di tutta la mia vita, isolato, maltrattato, tradito dagli stessi compagni delle mie lotte, immerso in un mondo capovolto». Mario Oliverio, 69 anni, parla dopo l’ennesima assoluzione nei processi aperti contro di lui dal Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri.

Una vita spesa prima nel Pci e poi nel Pds, nei Ds e nel Pd, Oliverio è stato uno dei più importanti leader della sinistra calabrese: consigliere comunale e poi sindaco di San Giovanni in Fiore, presidente della provincia di Cosenza, consigliere regionale, parlamentare, eurodeputato, presidente della Regione.

Nel dicembre del 2018, nell’ambito dell’Inchiesta “Lande Desolate”, l’allora presidente della Regione Calabria è accusato di corruzione e abuso d’ufficio nella realizzazione di alcune opere pubbliche. Per lui scatta l’obbligo di dimora nel comune di San Giovanni in Fiore, revocato da una sentenza della Corte di Cassazione nel marzo del 2019 che motiva la sua decisione parlando di un “pregiudizio accusatorio”. L’anno successivo Oliverio ottiene l’assoluzione con formula piena, «perché il fatto non sussiste». E per altri due esponenti del Pd, il vicepresidente della Regione Nicola Adamo e la deputata Enza Bruno Bossio, viene decretato «il non luogo a procedere». La Dda di Catanzaro diretta allora da Nicola Gratteri non oppone ricorso alla sentenza, che così passa così in giudicato. Nel secondo procedimento, relativo alla sponsorizzazione (95mila euro) di un evento nell’ambito del Festival dei due mondi a Spoleto (un’intervista con il giornalista Paolo Mieli, al fine di promuovere l’immagine della Calabria in una strategia di sostegno al turismo nella regione), viene accusato di peculato. Malgrado l’accusa chieda la condanna a quattro anni, il 10 novembre il tribunale lo assolve perché «il fatto non sussiste».

«In questi anni di enorme sofferenza sono stato lasciato solo dal Pd», racconta Oliverio, che nel 2019 contribuì all’elezione di Zingaretti a segretario con il 70% dei voti in Calabria, ma che oggi è fuori dal partito. «Pur essendo membro della direzione non sono stato mai convocato, nessuno del Pd ha aperto bocca neppure dopo la sentenza della Corte di Cassazione che annullò l’obbligo di dimora con motivazioni chiarissime, parlando di “chiaro pregiudizio accusatorio” e di provvedimento “abnorme”. Non parlò nessuno neppure dopo l’assoluzione con formula piena e nessuno ha profferito parola dopo l’ultima assoluzione. Ringrazio i tanti che mi hanno espresso la loro solidarietà in forma privata, mi aspetto che lo facciano in forma pubblica. La verità è che il Pd è subalterno all’ala giustizialista dei pm per codardia o perché qualcuno, come si dice dalle mie parti, ha i “carboni bagnati”, cioè ha qualcosa da temere».

Il fatto è che l’accanimento giudiziario contro Oliverio ha avuto risvolti politici rilevanti, che hanno cambiato la storia politica recente della Calabria. «È stato interrotto dall’azione giudiziaria un processo di rinnovamento che avevamo avviato, un processo di bonifica della regione dal verminaio degli interessi illeciti, abbiamo sciolto enti inutili e consigli di amministrazione, centri di malaffare e sottratto alla Regione la gestione di imponenti risorse e di appalti attraverso il trasferimento di funzioni ai Comuni, alle Province, alle Università. La Calabria aveva smesso di essere ultima in tutte le graduatorie a partire dalla utilizzazione dei fondi europei dove era giunta prima tra le regioni del sud», sostiene Oliverio.

«In Calabria viviamo sotto una dittatura giudiziaria», si sfoga Enza Bruno Bossio, parlamentare Dem non rieletta nell’ultima tornata. «C’è il caso Oliverio, ma anche quello del senatore Giancarlo Pittelli», dice.

La vicenda dell’ex presidente della Regione Oliverio è particolarmente significativa. Ma al neo ministro della Giustizia Carlo Nordio, il Comitato per Pittelli ha chiesto se non sia meritevole della sua attenzione anche la condizione dell’ex parlamentare della Repubblica, «avvocato penalista incensurato, ormai sulla soglia dei settant’anni, in condizioni di salute precarie, privato della libertà ormai dal lontano dicembre 2019, con l’accusa infamante ma mai provata di essere “l’anello di congiunzione fra Ndrangheta e massoneria”, ben prima di qualunque processo o sentenza, il quale in questi tre anni di attesa di giustizia ha collezionato ben tre sentenze della Cassazione che hanno cancellato o ridimensionato i capi d’imputazione originari e accolto le richieste della difesa su questioni parallele al giudizio principale». Lo scorso 15 novembre, Nordio ha inaugurato il nuovo palazzo di giustizia a Catanzaro, indicandolo a modello, ma che prima di assumere la carica di Guardiasigilli aveva firmato un appello a favore dell’ex senatore.

«L’ultima motivazione per revocargli i domiciliari è stata giustificata per il fatto che si era rivolto ad alcuni parlamentari, tra cui c’ero anche io, che hanno presentato un’interrogazione parlamentare sul suo caso», racconta Bruno Bossio. Che denuncia: «Questo è il clima e il Pd non si ribella ma anzi vi si sottomette. E così abbiamo avuto leggi come la Severino che ha abolito la presunzione d’innocenza per gli amministratori locali, la spazzacorrotti che equipara i reati di corruzione a quelli di terrorismo e mafia, e la definizione del traffico d’influenze impossibile da tipizzare. Ma io non mi arrendo, anche se mi calpestano e farò fino alla fine questa battaglia nel Pd».

Non è solo la vicenda giudiziaria in sé a sconcertare. È che “Il caso Oliverio” è il paradigma di una sottomissione culturale al “populismo penale”, che uno dei massimi giuristi italiani, Luigi Ferrajoli, ha definito così: «Alimenta e interpreta il desiderio di vendetta su capri espiatori. Configura l’irrogazione di pene come nuova e principale domanda sociale e perfino come risposta a gran parte dei problemi politici».

«Io penso che la sinistra si sia sempre battuta per i diritti, per la libertà, per la garanzia delle persone. E penso che il garantismo sia lo strumento per combattere con efficacia mafia e corruzione. I polveroni, l’azione inquisitoria, in assenza di fatti e persino di indizi, utilizzata a scopo mediatico, politico, nel medio lungo periodo indebolisce la stessa credibilità della magistratura», dice Oliverio. Che cita Falcone: «“A me sembra profondamente immorale che si possano avviare delle imputazioni e contestare delle cose nella assoluta aleatorietà del risultato giudiziario. Non si può ragionare: intanto contesto il reato e poi si vede. Perché da queste contestazioni poi derivano conseguenze incalcolabili. Il sospetto non è l’anticamera della verità ma del khomeinismo”». Il magistrato ucciso nella strage di Capaci, a cui spesso Gratteri viene associato da parte dei suoi sostenitori, pronunciò queste parole nella sua deposizione davanti al Csm per rispondere all’accusa di nascondere le prove dei delitti politico-mafiosi.

Quella destra all’italiana che ha spiazzato la sinistra. Fulvio Abbate su L’Identità il 4 Novembre 2022

Che differenza c’è tra lo scatto di Benigni che, un tempo, prende in braccio Berlinguer, e quello di Crosetto che prende in braccio la Meloni? In questi casi, per comprendere lo scarto sostanziale, occorrerebbe l’ausilio di uno storico. Proviamoci ugualmente. Quando Benigni prendeva in braccio Berlinguer al Paese non era ancora stato consegnato il titolo identitario di “nazione”, ed esisteva perfino un’opposizione, a suo modo anche politicamente viva, talvolta gioiosa. A sinistra, la sensazione che si potesse immaginare il cambiamento, se non proprio il “mutamento dell’esistente”. Lo storico del costume politico, in questa nostra riflessione, spiegherebbe che, sia pure fra mille difficoltà sullo sfondo, l’arrivo della precarizzazione e la fine dell’assillo ideologico, nel gesto estemporaneo di Benigni erano ancora evidenti alcuni principi in seguito cancellati da ogni discussione. Su tutti, la pregiudiziale antifascista. E ancora l’ironia che aveva portato anni prima gli studenti a scrivere sui muri delle università occupate il proprio fantasioso disincanto: “Dopo Marx, aprile”, “Dopo Mao, giugno”. Resisteva comunque un sentire, direbbe Gaber, dove “libertà è partecipazione”. Ho semplificato, lo so, spero però chiaro il concetto generale. Passando ora in dissolvenza incrociata a all’immagine del “gigante buono” Crosetto che prende in braccio la “sua” creatura, la narrazione è di tutt’altro segno, come opportunamente noterebbe l’evocato semiologo. Nella foto scattata al congresso di Fratelli d’Italia si scorge lo slogan “Appello ai patrioti”, poi lo sventolio identitario delle bandiere e, su tutto, un sottotesto che suggerisce “simpatia” e ancora implicitamente quel “presto saremo una destra ‘gollista’, ci stiamo provando, si vede, no?” Gli applausi incoronano l’ascensione della leader Giorgia tra le braccia di Guido, “commissario tecnico”, suggeritore. L’informalità in blazer proto-ministeriale a cancellare il truce simbolico del pregresso post-fascista. Nel “bunker” di Colle Oppio è adesso nato un fiore, diremmo con i versi di Fabio Concato. Incredibilmente, a nessuno verrebbe in mente di accostare la scena allo scatto di Benigni che solleva invece Berlinguer con l’immagine altrui successiva. Nonostante l’evidente spettacolare simmetria. In un attimo, l’istantanea dello “zio” che porta al cielo della nuova destra la “nipote”, sorta di cresima politica, prima che abbia inizio la distribuzione dei confetti, vista con il senno di poi, cancella ogni simile pregresso compiuto da altri sotto un segno invece ludicamente “progressista”. Dimenticate allora che nel frattempo Berlinguer appare un ricordo remoto, e la sinistra cancellata di nome e di fatto, e perfino che Benigni si sia trasfigurato in sagrestano assente all’ironia, pensa piuttosto che il mattino del giorno dopo la prova-simpatia i primi provvedimenti della destra rispondono a un impianto securitario, repressivo, demagogico, regressivo. Guido Crosetto, ottenuti i galloni di ministro della Difesa, precisa che “ora riapriremo all’arruolamento dei giovani e troveremo le giuste allocazioni per le grandi esperienze maturate all’interno. Come nelle migliori famiglie”. Parole non meno “allocate” in narrazioni da porta carraia, contrappello, cartolina-precetto, nel motto ufficioso “mutismo e rassegnazione”, forse anche nel possibile ritorno dei fumetti “Il Tromba”. Ciò che sembrava simpatia da rave post-missino in realtà non era tale; quanto al tempo dadaista di Berlinguer in braccio a Benigni cose ormai davvero postume.

Le migliori menti. Non è la destra a essere impresentabile, è la sinistra che è troppo ridicola per smuoverla dal potere. Guia Soncini su L’Inkiesta il 4 Novembre 2022

Mezza classe dirigente italiana, come buona parte del paese, non distingue i provvedimenti del governo da una parodia, o un fascista da un cialtrone. Eppure vogliono spiegarci il mondo

Non ho niente contro gli imbecilli: ho molti amici imbecilli. Imbecilli che passano per intelligenti, oltretutto, giacché il livello medio è quello che è, e se hai una laurea il pubblico pensa tu sia colto (lo pensava anche mia nonna, ma mia nonna aveva un altare di padre Pio di fianco al letto: non si dava un tono come facciamo noialtri oggi).

Non ho niente neanche contro Amici miei; la trovo un’ottima commedia, che soffre del problema di ricezione di cui soffre ormai ogni prodotto: gli imbecilli istruiti scambiano ogni protagonista di parabola satirica, dal conte Mascetti a Carrie Bradshaw, per un modello comportamentale.

Quindi, la premessa del disastro di ieri è che il pasciuto occidente del ventunesimo secolo è popolato da individui a malapena alfabetizzati cui la società ha dato ruoli intellettuali (giacché ci sono più posti da riempire che persone valide con cui riempirli, che è la ragione per cui non esistono geni incompresi né meritevoli che non hanno avuto possibilità).

E questi individui adulti, che un qualche dio inesistente mi aiuti a scriverlo senza che mi parta un embolo, fanno gli scherzi. Non fanno gli scherzi vergognandosi di sé stessi e del proprio infantilismo senile, sentendosi il Fausto Bertinotti imitato da Corrado Guzzanti, no: fanno gli scherzi e li chiamano «esperimenti sociologici». (Dei danni delle facoltà umanistiche parliamo un’altra volta). Fanno gli scherzi e se chiedi «ma sei scemo?» trasecolano: ma come, ridevi sempre al cinema, quando schiaffeggiavano i passeggeri del treno.

Quindi ieri mattina un tizio – che non conosco ma che è intellettualmente in media coi miei amici e infatti scrive su questo giornale – fabbrica un testo di comma da apporre al decreto legge sui rave; abbastanza finto da non essere credibile neanche presso un ripetente di seconda media. Le migliori menti della mia generazione ci cascano, e l’articolo potrebbe finire qui: col nostro essere la più scema generazione di tutti i tempi (fino alla prossima, cioè quella allevata dalla mia).

Ma invece mi voglio concentrare sul dopo. Prima vi ricopio il testo del falso. Diceva così: «La norma si applica esclusivamente ai raduni con finalità ludico-ricreative, aventi ad oggetto la fruizione di musica non autoctona e il consumo di sostanze psicotrope di cui al DPR 309/1990».

Si chiederanno i miei piccoli lettori: hai amici con un disturbo dell’apprendimento? Quale persona adulta in grado di intendere e di volere può credere a «musica autoctona»? Forse qualcuno nella chat di Morgan e Sgarbi, che sembra un esperimento situazionista molto spesso ma specialmente quando Amedeo Minghi interviene a gioire dell’ipotesi che le radio debbano per legge trasmettere il cinquanta per cento di musica italiana (chi sta per rispondere «come i francesi» è pregato di ricordarsi che i francesi hanno fatto la rivoluzione, noialtri al massimo abbiamo fatto il Festivalbar).

E invece là fuori – fuori dalle chat situazioniste, fuori dal nido del cuculo, fuori dal raggio d’azione degli insegnanti di sostegno – è un pieno di gente che ci ha creduto. È un pieno di gente che abbocca come l’ultimo scemo a qualunque finzione malfatta (e poi ciancia di fake news, urla al pericolo della disinformazione, stigmatizza Elon Musk che linka giornali non attendibili). Ve ne ricorderete: un attimo fa avevano creduto che un comiziante che invocava per l’occidente figli e non animali stesse dando ai bambini non europei degli animali; anche l’ultima delle cretine intuiva che si riferisse all’usanza di prendersi un cane invece di figliare, ma loro no.

L’ultima delle cretine – cioè io – l’aveva capito perché è dotata di logica e quella del cane era l’interpretazione da rasoio di Occam di quella frase: quasi sempre a essere vera è la spiegazione più plausibile, non quella che ti permette con più agio d’indignarti. Gli scemi medi non se n’erano accorti perché, dice, il filmato era tagliato; e non è che la loro urgente indignazione potesse aspettare di verificare il filmato intero: è Elon Musk che deve verificare l’attendibilità dei link, mica loro.

Ma non è neanche di questo che voglio disperarmi (oggi sono particolarmente lenta nell’arrivare al punto). È del momento in cui il Bertinotti con velleità da conte Mascetti dice che era tutto finto. E tutti – lui stesso, i miei amici imbecilli, mezza classe dirigente italiana fessa come e più dei miei amici – mica dicono: che boccalone che sono, scusate. Macché.

Dicono, e lo dicono seriamente: ecco, è l’ennesima prova che questa destra è talmente assurda e ottusa e impresentabile che tutto diventa credibile. No, coglione: è la prova che tu non sarai in grado di smuovere questa destra dal potere né ora né tra un secolo perché non distingui una parodia sciatta da un testo di legge, un fascista da un cialtrone, una laurea da una cultura, un’occupazione da adulto dallo stare sui social a cercare ogni minuto nuovi pretesti per dirci che tu sì stai dalla parte giusta.

Vi è sembrato credibile che fossero consentiti i rave se fatti con la musica degli Articolo 31 invece che dei Placebo: non vi sembra una ragione sufficiente per tacere per un pochino? Per sostituire la vocazione di commentatori culturali e politici con quella di pittori di acquarelli, o almeno per vergognarvi in silenzio per non dico mesi ma almeno ore? No, ora ci spiegate il mondo un altro po’, e in quell’altro po’ c’è: eh, signora maestra, non sono io che sono asino, è che il compito era troppissimo difficilissimo.

Caso Montesano, così la Rai si è inginocchiata al politicamente corretto. Sono tantissimi i dubbi che gravitano attorno all'esclusione di Enrico Montesano da Ballando con le stelle: ecco cosa non torna. Francesca Galici su Il Giornale il 21 Novembre 2022.

Il "caso Montesano" ha riempito le cronache dell'ultima settimana e non poteva essere diversamente, vista l'eco mediatica scatenata dalla t-shirt dell'attore. Certo, non una t-shirt qualunque, ma quella recante il logo della X Mas, uno dei corpi di combattimento più famosi della storia del nostro esercito, che durante la Seconda guerra mondiale si schierò al fianco dei tedeschi contro Alleati e partigiani. Enrico Montesano ha indossato la t-shirt durante le prove e le immagini sono state trasmesse nel corso della puntata in diretta di sabato 12 novembre. Il giorno dopo è esploso il caso, lui è stato squalificato, e sono tante le domande che ci si pone.

Una delle prime parte da una considerazione: le immagini trasmesse durante la diretta erano registrate e il "girato" (come si chiama in gergo) è necessariamente passato davanti a decine di occhi prima di finire in prima serata su Rai 1. Possibile che nessuno si sia accorto? Può essere credibile che tra tutti quelli che hanno visionato le immagini, nessuno abbia riconosciuto quel logo, o si sia chiesto, anche solo per scrupolo, cosa rappresenta? Non fosse altro che in Rai esiste un codice etico molto rigoroso, che vieta esibizioni politiche di tutti i tipi ma non solo, perché in un programma come Ballando con le stelle, sono vietati anche i loghi di marchi che non siano quelli di eventuali sponsor, nell'ottica di evitare la pubblicità occulta.

"L'etichetta di nostalgico non l'accetto, adesso basta": lo sfogo di Montesano

Seconda considerazione: come fatto notare dall'avvocato Giorgio Assumma, il logo della X Mas è stato esibito davanti alle più alte cariche istituzionali, anche alla presenza del presidente della Repubblica quando l'inquilino del Quirinale era Giorgio Napolitano. A quel vessillo sono stati fatti i più alti onori istituzionali, quindi su quale base la Rai ha deciso di squalificare Enrico Montesano dalla competizione? E a questo si collega il ragionamento fatto dall'avvocato, che probabilmente risponde alle domande precedenti: "Se l'esposizione di tale simbolo è stata ritenuta lecita e degna di rispetto dalle alte sfere della presidenza della Repubblica e dai vertici delle forze armate, come poteva destare sospetti di illegalità e di offesa ai valori della Repubblica democratica nell'attore Montesano e nei tecnici della Rai addetti alla vigilanza sulla trasmissione?".

Durante l'ultima puntata, Milly Carlucci è rapidamente tornata sull'argomento, dicendo di credere nella buona fede del concorrente e di essere "umanamente dispiaciuta per l'assenza di Enrico". La conduttrice, che del programma è anche direttore artistico, ha detto di essersi uniformata al regolamento Rai, scaricando qualunque responsabilità sull'esclusione che, evidentemente, non arriva dalla produzione della trasmissione. Dal canto suo, ospite de La Zanzara, Montesano è più agguerrito che mai: "Mi sento offeso, mi devono chiedere scusa. Devo essere riabilitato. Non ho questo tipo di storia. C'è il no logo a procedere". L'attore sperava in una sua riammissione al programma, ma le parole di Milly Carlucci in diretta sabato sembrano chiudere ogni possibilità di questo tipo.

"Altro che una maglietta". Mughini smonta l'ipocrisia sinistra su Montesano

Da più parti, proprio in ragione delle considerazioni avanzate dal legale di Montesano e dalle evidenze dei fatti, si avanza il sospetto che l'esclusione dell'attore non sia altro che l'ennesimo atto di un politicamente coretto imperante. Davanti alle sollevazioni social, alimentate dalla denuncia di Selvaggia Lucarelli, la Rai non ha avuto il polso di prendere la questione di petto, spiegando il motivo per il quale nessuno, prima della polemica, aveva considerato offensivo quel logo. Ha preferito chinare la testa davanti alla "dittatura" social, quella composta da un manipolo di utenti capaci di fare un gran casino, minacciando ipotetici boicottaggi agli sponsor e agli ascolti. E stavolta la Rai si è genuflessa, facendo una non bella figura.

Giampiero Mughini per Dagospia il 21 novembre 2022.

Caro Dago, sono uno di quelli che nell’andare a leggere un articolo o un libro del professor Luca Ricolfi non ne vengono mai delusi. Vale per quest’ultimo suo “La mutazione” (Rizzoli, 2022), un libro che ha per attirante sottotitolo “Come le idee di sinistra sono migrate a destra”. 

Ne è sugosissimo il capitolo centrale, quello in cui Ricolfi documenta come la difesa anti censoria delle libertà di pensiero e d’arte che in Italia e altrove era stata una prerogativa particolarissima della sinistra viene adesso smentita e arrovesciata dagli stilemi su cui è fondata la cancel culture, e seppure in Italia non siamo agli orrori di cui questo atteggiamento si è macchiato negli Usa (e non solo). 

Lì dove – in Texas – è appena nata un’università che difende la libertà di pensiero (di tutti i pensieri) all’insegna di parole così: “Quattro quinti degli studenti di dottorato statunitensi sono disposti a ostracizzare gli scienziati di opinioni conservatrici. Non abbiamo tempo di aspettare che gli accreditati atenei si correggano da soli. Per questo ne fondiamo uno noi”.

Il fatto è, scrive puntualmente Ricolfi, che nei campus universitari americani sono all’ordine del giorno le richieste di no platforming (non fornire il palco), disinvitation (cancellare un precedente invito) se non addirittura di licenziare professori le cui convinzioni non siano politicamente corrette. Da brividi. 

A partire dal 2015 i casi di disinvitation tentati negli atenei americani sono stati ben 200 di cui 101 riusciti. E comunque anche quando gli eventi sgraditi non vengono cancellati, gli studenti che chiameremo di sinistra bloccano fisicamente l’accesso alle aule universitarie o intonano canti o percuotono tamburi in modo da impedire l’ascolto di opinioni a loro invise.

Talvolta è addirittura furibondo il fuoco di sbarramento, sui social o su giornali universitari, contro autori classici che rispondono al nome di Omero, Dante, Shakespeare, Cartesio o contro il ben di dio di scrittori moderni quali Melville, Conrad, Fitzgerald, Hemingway. E’ stato bersagliato un pittore immane quale Paul Gauguin che ebbe il torto di avere una relazione sessuale con una quattordicenne polinesiana, un torto simile a quello rinfacciato al nostro Indro Montanelli partito volontario a combattere nell’Etiopia degli anni trenta. 

Il culmine dell’abiezione che mira a cancellare il reale com’è stato e sostituirlo con un reale a misura delle odierne minchionerie ideologiche è la volta in cui la “Carmen” di Georges Bizet è stata riscritta col farla finire che è la donna a uccidere l’uomo ed evitare così di mettere in scena un “femminicidio”. 

Non so dire se non sia ancora peggio quello che è accaduto tanto nelle carceri americane che in quelle del Canada. Che degli individui nati uomini e che volevano diventare donne ma che ancora  mantenevano gli organi maschili fossero stati reclusi nelle stesse celle in cui erano le donne: numerosi i casi di stupro lì in carcere.

No, in Italia non siamo ancora a questo. E pur tuttavia, scrive Ricolfi, ci sono indirizzi allarmanti di cui è impossibile non tener conto. Confesso che non avevo mai letto il testo del decreto Zan contro l’omotransfobia, decreto bocciato in Senato dopo essere stato approvato alla Camera. 

Ricolfi punta l’ingranditore sull’articolo 4 di quel decreto, là dove si prospettava la possibilità di punire penalmente “opinioni” che nella valutazione del magistrato fossero “idonee” al compimento di atti discriminatori e violenti.

Una dizione che spalanca il campo all’azione penale contro le opinioni difformi tanto da suscitare il dissenso di un parlamentare del Pd notoriamente omosessuale, l’ex giornalista dell’ “Espresso” e senatore Tommaso Cerno, oltre che di magistrati quali Giovanni Fiandaca e Carlo Nordio fra gli altri. A giudizio di Ricolfi troppo pochi, data la rilevanza giuridica di quell’articolo.

La sinistra? Dalla libertà alla censura. Si potrebbe avere l'impressione che la cancel culture sia un fenomeno montato di recente e che abbia lambito l'Europa come un'onda lunga partita dagli Usa. Matteo Sacchi su Il Giornale il 22 Novembre 2022.

Si potrebbe avere l'impressione che la cancel culture sia un fenomeno montato di recente e che abbia lambito l'Europa come un'onda lunga partita dagli Usa. Indubbiamente la nuova censura preventiva che impera nelle serie, nei film, e persino il livellamento storiografico e scientifico nei temi di dibattito che arrivano dagli Stati Uniti hanno il loro peso. Però esiste una radice tutta italiana al fenomeno. Una radice che viene da sinistra. Per rendersene conto niente di meglio del nuovo libro di Luca Ricolfi: La mutazione. Come le idee di sinistra sono migrate a destra (Rizzoli). Il sociologo e politologo nel libro da lungo spazio all'evoluzione, tutta interna alla sinistra italiana, che ha portato molti dei suoi membri a diventare «Da libertari a censori».

Ricolfi prende atto del fatto che il nostro Paese negli anni Cinquanta e Sessanta vivesse in un clima molto rigido e bacchettone: «Sotto la censura caddero innumerevoli libri, opere teatrali e cinematografiche, programmi televisivi e radiofonici». Per capirci, l'abolizione della censura teatrale arrivò solo nel 1962 con il governo Fanfani. Per il cinema il controllo durò, occhiuto, molto più a lungo. Inutile elencare episodi d'epoca come i famosi mutandoni delle sorelle Kessler nel 1961, basti dire che gli intellettuali dell'epoca, in larga parte orientati a sinistra, si schierarono compatti sempre a favore della libertà d'espressione. Il risultato fu quello che Ricolfi definisce «l'epoca d'oro della satira» che va dal 1976 al 2005. Si andò da Quelli della notte a L'ottavo nano. Poi qualcosa è iniziato a cambiare lentamente. Natalia Ginzburg lo aveva già denunciato negli anni Ottanta: «È stato decretato l'ostracismo alla parola sordo e si dice non udente». Erano arrivate quelle che la Ginzburg chiamava «parole artificiali» fabbricate con «motivazioni ipocrite». Ma questi caveat caddero nel vuoto, anzi pian piano gli intellettuali di sinistra iniziarono a sposare questa nuova censura. Iniziarono a sposare quella che Calvino chiamava «antilingua». Su questo substrato si è innestato il fenomeno del politicamente corretto arrivato dagli Usa che è diventato quasi inarrestabile a partire dal 2013, in un crescendo di aggressività verso chi non si piega ai suoi dettami. Siamo arrivati al «follemente corretto» e a quello che ad alcuni di coloro che sono rimasti a sinistra pare un paradosso. Ovvero che la difesa della libertà di parola sia diventata un appannaggio della destra. Persino posizioni considerate un tempo femministe come la «difesa dell'utero» possono tranquillamente essere considerate ormai «anti lgbtq+». Risultato finale, da libertari a censori, seguendo il ragionamento di Ricolfi il passo è stato breve. E ora la libertà è più facile trovarla svoltando a destra.

"I ceti deboli votano la destra perché la sinistra li disprezza". Estratto da “La Mutazione”, Luca Ricolfi il 3 Novembre 2022 su Il Giornale.

Il saggio del sociologo Luca Ricolfi: "Gli eredi Pci restano leninisti: al popolo servono avanguardie"

Non è esatto affermare che la sinistra ufficiale non si chieda perché il popolo preferisce i partiti di destra.

Qualche volta prova a chiederselo. Il problema è la risposta che dà alla domanda: le destre parlerebbero «alla pancia del Paese», prospettando soluzioni semplicistiche, e solo per questo motivo riuscirebbero a intercettare il consenso popolare.

Di questa risposta la prima cosa che colpisce è il disprezzo con cui i dirigenti della sinistra guardano ai ceti deboli e alla gente comune. Ma come è possibile, mi sono sempre chiesto, che proprio i progressisti, che pretendono di battersi per i diritti degli ultimi, abbiano così poca considerazione per l'intelligenza, la sensibilità, il modo di ragionare dei ceti popolari? Da dove viene tanta supponenza? Che cosa li ha convinti che la gente non sia in grado di ragionare con la propria testa?

Alle volte mi vien da pensare che, a dispetto di ogni riconversione, revisione, autoriforma e sforzo di modernizzazione, gli eredi del Partito comunista siano rimasti profondamente e irrimediabilmente leninisti nell'anima, prigionieri dell'idea che il popolo non sia in grado di prendere coscienza dei propri interessi da sé, e che per far maturare tale coscienza siano indispensabili le «avanguardie», guide politiche e spirituali delle masse incolte.

Quali che siano le ragioni del disprezzo per i sentimenti popolari, è chiaro che una risposta così stronca alla radice ogni riflessione. Se il popolo è una massa informe, irrazionale e facilmente suggestionabile, ed è questa sua fragilità cognitiva che lo consegna nelle braccia della destra, non c'è niente da capire e niente da fare. Noi progressisti, ricchi di umanità e custodi dei più alti valori di civiltà, possiamo solo cercare di educare il popolo, denunciando le menzogne della destra e spiegando al popolo stesso che le sue preoccupazioni sono infondate.

La gente ha paura, e pensa che la criminalità sia un pericolo? La sinistra disquisisce sulla distinzione fra tasso di criminalità reale e tasso «percepito», e indica la via per sconfiggere la paura: «La politica, una buona politica, dovrebbe prendere in carico le paure degli italiani e dimostrarne l'infondatezza».

La gente pensa che, in molte realtà, gli immigrati mettano a repentaglio la tranquillità e la sicurezza degli italiani? La sinistra le spiega che la diversità è un valore, e gli immigrati sono una straordinaria occasione di dialogo e arricchimento culturale.

La gente pensa che la globalizzazione sia una minaccia? La sinistra le spiega che si tratta di una grande opportunità.

La gente pensa che l'Europa sia un problema? La sinistra le spiega che l'Europa non è il problema, l'Europa è la soluzione.

La gente pensa che gli immigrati rubino posti di lavoro agli italiani? La sinistra le spiega che gli immigrati sono una benedizione, e che quei posti di lavoro gli italiani non li vogliono più.

Si potrebbe continuare. E anche osservare che c'è del vero in alcune osservazioni e obiezioni che vengono opposte ai vissuti popolari. Prima fra tutte nella constatazione che, senza gli stranieri, molti posti di lavoro resterebbero scoperti, o potrebbero essere coperti da italiani solo con salari incompatibili con i conti economici delle imprese. Il problema, tuttavia, è che la maggior parte delle credenze e insofferenze popolari hanno una base reale.

È un fatto reale, ad esempio, che una frazione non trascurabile dei posti di lavoro occupati dagli stranieri sono sottratti agli italiani. La televisione ci mostra africani e bengalesi, chini sotto il sole cocente, a raccogliere frutta e ortaggi nei campi, ma la gente vede con i propri occhi, tutti i giorni, altri stranieri alle casse del supermercato, nei bar, nelle pizzerie. Quello degli stranieri che «fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare» è uno stereotipo, basato su una generalizzazione errata.

È un fatto reale che, in diversi settori, la concorrenza degli stranieri sospinge verso il basso i salari degli italiani (dumping salariale).

È un fatto reale che il tasso di criminalità degli stranieri è molto maggiore di quello degli italiani.

È un fatto reale che l'accesso ai servizi sociali e sanitari è reso più difficile e più lento dalla massiccia presenza degli stranieri.

È un fatto reale che, specie dopo il 1990, la globalizzazione ha distrutto milioni di posti di lavoro, e che i perdenti della globalizzazione non sono stati risarciti.

È un fatto reale che ci sono territori, dentro le città e fuori delle città, che sono controllati dalla criminalità straniera e in cui la vita è diventata impossibile.

Naturalmente può essere vero che, su molte questioni, le soluzioni proposte dalle forze di destra non sono convincenti, o risulterebbero inefficaci. Ma non è questo il punto. Il punto è che, troppe volte, la sinistra nega l'esistenza stessa dei problemi che la gente sente come prioritari.

Fisime gratis. Zerocalcare e Ricolfi hanno capito che se la sinistra cavilla sulle puttanate poi governa la destra. Guia Soncini su L'Inkiesta il 3 Novembre 2022

Rompere le scatole ogni giorno su schwa, intersezionalismo, rave e la convinzione che la libertà d’espressione debba valere solo per i buoni è più facile che risolvere i problemi dei poveri. E costa molto meno

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Grande è la pacificazione sotto il cielo se un sociologo settantenne notoriamente moderato con un pubblico conservatore, e un fumettista men che quarantenne centrosocialaro con un pubblico di ragazzini smaniosi, dicono non solo la stessa cosa, ma quasi con le stesse parole.

L’altroieri è uscito il nuovo libro di Luca Ricolfi, s’intitola “La mutazione”, e il sottotitolo è: “Come le idee di sinistra sono migrate a destra”. Ieri su Repubblica è uscita un’intervista a Zerocalcare, nome d’arte di Michele Rech, il disegnatore più amato da un’epoca che ha bisogno dei disegni per non stancarsi a leggere testi troppo lunghi. A domanda sull’ergastolo ostativo, Rech risponde: «La destra fa la destra. Il problema semmai è la sinistra».

(Almeno, credo abbia detto questo. La più eloquente polaroid dell’uso dei virgolettati nel giornalismo italiano riguarda sempre Zerocalcare, e proprio su Repubblica. Un paio di settimane fa le pagine locali lo avevano intervistato alla presentazione del suo libro a Palermo, e lui ha raccontato d’aver detto che no, non pensava ritornasse il fascismo, che gli pareva che le posizioni restassero neoliberiste e atlantiste, e che semmai le differenze erano sul piano sociale e dei diritti, il che non è una bella cosa, «ma non penso che mo per vent’anni non ci stanno le elezioni». Il che sulla pagina del quotidiano era diventato un dolente «Spero che in Italia ci siano di nuovo delle elezioni, almeno entro i prossimi vent’anni». D’altra parte la pretesa che fuori Roma qualcuno capisca quel che dice uno che ciancica romano è invero eccessiva).

Dunque la sinistra è diventata di destra, come dimostra ogni «e quindi il problema era» quotidiano. E quindi il problema era l’articolo determinativo maschile. E quindi il problema erano i rave. A elezioni appena vinte dalla Meloni, il format era di pertinenza delle cancellettiste che ci dicevano: e quindi il problema era che non si poteva più dire niente. Ecco, ci avete detto che esisteva la cancel culture, che l’ortodossia di sinistra era prescrittiva, e ora guardate: i fascisti al governo, puntesclamativo.

Eh sì, cocca di mamma, è proprio lì il nodo: se la sinistra si dedica sempre e solo a cavillare sulle puttanate, poi finisce così. Che gli elettori votano la destra, sperando che se devono sempre e solo sentir ragionare di puttanate almeno quella nel frattempo gli abbassi le tasse.

Del come la sinistra cavilli di puttanate, Ricolfi – che non è uno di noi che pretendiamo cogliate i riferimenti alla saggistica forestiera nonché ai nostri precedenti centocinque articoli sul tema – inserisce nel suo tomo un catalogo per principianti molto dettagliato: spiega tutto, dalla schwa all’intersezionalismo, dall’inclusività alla convinzione che la libertà d’espressione debba valere solo per i buoni.

Scrivendo duecentodieci articoli al mese su questo tema, e avendoci persino scritto un libro, le storie le sapevo già tutte, epperò rileggendo quella di Lufthansa mi sono illuminata d’una nuova consapevolezza. La storia è quella della linea aerea che smette, a bordo, di dire «signore e signori» perché vuol far sentire inclusi i non binari (cioè: coloro che non si sentono mammiferi e ai quali tuttavia la nostra società non fornisce cure psichiatriche). Ricolfi dice che Lufthansa preferisce dedicarsi a queste puttanate (la parola è sempre mia: lui non le chiama mai così perché è un signore di buone maniere) invece che darci sedili con più spazio per le gambe, cappelliere con più spazio per i bagagli, pasti migliori a bordo, e insomma tutto quello cui, da viaggiatrice, darei priorità rispetto all’essere chiamata con la desinenza giusta.

È solo in quel momento che m’illumina una consapevolezza (dopo anni che mi dedico al tema, non ci avevo mai pensato: forse sono scema). Certo che preferiscono chiamarmi con la desinenza giusta: è gratis. Ristrutturare gli aerei, o anche solo migliorare il catering, sarebbe parecchio costoso. Queste fisime, invece, sono gratis.

Sono scema ma non del tutto: l’aspetto economico non mi era completamente sfuggito. Mi era chiaro che le fisime identitariste partono dall’America perché sono una distrazione di massa: se gli americani li convinci che il problema siano la razza e il genere, magari non si accorgono di non avere il congedo di maternità retribuito, o una sanità abbordabile, o un numero decente di giorni di ferie. Se col gioco delle tre carte distogli la loro attenzione dall’assenza di diritti economici minimi, magari eviti di ritrovarteli per strada coi forconi.

Però non avevo mai pensato che, per un’azienda, chiamarmi – me cliente – con l’asterisco è una forma d’attenzione più conveniente che farmi lo sconto. Credo di aver già raccontato che Chris Rock, nel suo nuovo spettacolo, prende per il culo un’azienda che ha i cartelli in vetrina contro l’odio e il razzismo e la discriminazione, e vende pantaloni da yoga da cento dollari. Cito a memoria: credo di parlare a nome di tutta la platea dicendo che preferirei dei pantaloni razzisti da venti dollari. Cito ancora a memoria: c’è qualcuno che odiate, i poveri.

Dei poveri non frega niente a nessuno (tranne se sono fattorini di Glovo, unica categoria del cui disagio economico la politica si sia preoccupata negli ultimi anni, probabilmente perché i politici non volevano sentirsi in colpa se non avevano spicci per dare la mancia al ragazzo della pizza).

Dei poveri e della cultura, ciò che da che mondo è mondo dei poveri migliora le condizioni di vita (la cultura, o qualche Gianni Boncompagni o Maria De Filippi che metta su programmi tv che facciano da ascensore sociale: quelli però non li gestisce la politica, e infatti funzionano).

Ricolfi: «L’ideale egualitario non ha difensori, né a sinistra né a destra. L’idea della cultura come strumento di emancipazione dei ceti popolari è oggi un’idea orfana». Sospetto che dipenda anche dalla fine del conflitto generazionale, dal finto egualitarismo tra docenti e discenti.

Senza arrivare all’incredibile storia, raccontata dal New York Times, del professore di chimica organica licenziato perché dava voti troppo bassi e gli studenti somari hanno diritto di non sapere niente e avere voti sufficienti a laurearsi in medicina, basta guardare ai miei vegliardi coetanei italiani, difensori dei rave.

È perché abbiamo i figli che ci vanno, dicono. E mi torna in mente quello psichiatra che mi spiegò che l’identità di genere è il modo in cui si incanala il malessere adolescenziale che una volta diventava anoressia o eroina. Mi pare una spiegazione sensata; c’è però il piccolo problema che se digiunavi o ti facevi le pere i tuoi cercavano di farti smettere: facevano i genitori. Gli adulti di oggi fanno i coetanei dei figli, che figata il rave, che figata che vuoi riempirti di ormoni, che figata che possiamo evitare le responsabilità insieme. E che stronzo il prof che ti dà i voti bassi impedendoti di diventare medico senza sapere la differenza tra una vena e un’arteria.

Ricolfi parla di «capitale anagrafico» rispetto a qualcos’altro (se volete sapere a cosa, dovete leggere il suo libro), ma io vorrei arrubbarmi la definizione per chiedermi se siamo proprio sicuri che i giovani, in quanto tali, abbiano sempre ragione, e noialtri dobbiamo adeguarci e amare i fumetti e i rave e le parole con gli asterischi. Mi pare fosse Benedetto Croce a dire che i giovani hanno solo il dovere di invecchiare. Aggiornerei dicendo che quel dovere ce l’hanno pure (di più) gli adulti.

Luca Ricolfi, la sentenza: "Ecco chi ha ucciso il Pd". Pietro Senaldi su Libero Quotidiano il  7 Novembre 2022.

Con i suoi saggi il sociologo Luca Ricolfi pare essersi ritagliato, tra i tanti, il ruolo di spina nel fianco della sinistra. Dalla previsione dei disastri di una manchevole gestione del Covid alla ripetuta denuncia della devastazione della scuola, dall'analisi del declino italiano, propiziato da una Repubblica delle tasse che ha soffocato la crescita economica fino alla fotografia di una nazione ferma, ingessata in una società signorile di massa, il fondatore e presidente della Fondazione di Studi Hume è la coscienza critica delle forze progressiste. La scorsa primavera ha fatto capolino alla convention programmatica milanese di Giorgia Meloni, rivelatasi un trampolino per Palazzo Chigi. Da pochi giorni è in libreria con La Mutazione - Come le idee di sinistra sono migrate a destra, pubblicato da Rizzoli. Un manifesto del fallimento della classe dirigente del Pd.

Il suo ultimo lavoro allude al passaggio a destra di alcuni valori cardine della sinistra. Ma prima dei partiti, non è cambiata la società italiana, e in che modo?

«Sì, dei cambiamenti del sistema-Italia ci sono stati, ma il più importante a me pare l'aumento del grado complessivo di incertezza, del senso generale di vulnerabilità, provocato da un complesso di fattori: a partire dal 2011, l'esplosione del problema migratorio in seguito alla morte di Geddafi; nel 2007-2013 la instabilità finanziaria; dopo la crisi finanziaria, l'irruzione sulla scena mondiale dei cosiddetti perdenti della globalizzazione. La destra ha colto il cambiamento, cercando di dare risposte più o meno efficaci all'incertezza, la sinistra non ha minimamente capito che la globalizzazione, l'Europa, le istituzioni internazionali stavano diventando invise ai cittadini in difficoltà».

La sinistra è diventata un cartello di gestione del potere e questo l'ha allontanata dall'ascolto delle esigenze della popolazione: è stato un processo inconsapevole o nel tempo è diventata una strategia per conservare il potere, abbassando il livello di istruzione e quindi di consapevolezza generale per creare una massa manovrabile con qualche slogan politicamente corretto e quindi virtualmente incontestabile?

«Direi che è stato un processo inconsapevole, guidato dalla naturale attrazione per il potere. Escluderei che dirigenti strutturalmente incapaci di accorgersi dei più elementari e vistosi cambiamenti della realtà possano aver consapevolmente perseguito forme di istupidimento delle masse». 

Perché il merito fa così paura a sinistra, se è il solo modo di riattivare l'ascensore sociale e perché la sinistra non concepisce più la cultura come mezzo di elevazione sociale, concetto peraltro gramsciano?

«Perché, grosso modo dal 1962 (anno della riforma della scuola media), e con particolare energia dal 1968, i dirigenti della sinistra si sono convinti che la partita della competizione sociale si giocasse tutta all'interno della scuola, e che la posta in gioco fossero i titoli di studio conseguiti. Di qui l'idea - imbarazzante per la sua stoltezza - che abbassando livello degli studi e asticella della promozione si sarebbe prodotta più eguaglianza».

Merito, sovranità alimentare, made in Italy, natalità: perché la sinistra ha criticato e scatenato battaglie ideologiche contro la promozione di queste parole? Sono concetti di destra, di sinistra o semplicemente di buon senso?

«A me sembrano concetti di buon senso, che sono diventati improvvisamente radioattivi quando la destra li ha fatti propri. Nei loro confronti la sinistra reagisce pavlovianamente, come il toro davanti al drappo rosso».

Perché la libertà di pensiero è difesa dalla destra e non dalla sinistra, che pare ontologicamente allergica ad accogliere punti di vista differenti e votata a squalificare e degradare chi non si sottomette ai suoi diktat culturali e dal sapore propagandista?

«La destra si è trovata, quasi per caso, a difendere la libertà di pensiero semplicemente perché la sinistra, con l'adesione acritica al politicamente corretto, ha progressivamente assunto tratti sempre più intolleranti. Un'intolleranza che, a sua volta, deriva dalla convinzione di incarnare la civiltà contro la barbarie, la ragione contro l'oscurantismo dei conservatori».

Il reddito di cittadinanza è diventata la linea del Piave della sinistra, solo che è una bandiera grillina. È il simbolo dell'abdicazione del Pd in favore di M5S del ruolo di difensore dei poveri?

«Sì, ma non è l'unica abdicazione a favore dei Cinque Stelle. Oltre alla difesa dei poveri, i Cinque Stelle stanno sottraendo alla sinistra ufficiale la bandiera della pace, l'ecologia, l'arcipelago dei bonus più o meno assistenziali».

Qual è la dottrina delle tre società, che lei ha elaborato?

«La dottrina distingue fra tre segmenti sociali, distinti in base al rapporto con il mercato del lavoro. La prima società, o società delle garanzie, è costituita dai lavoratori dipendenti stabili delle imprese medie e grandi, per lo più tutelati dalle organizzazioni sindacali. La seconda società, o società del rischio, è costituita dai lavoratori più esposti alle turbolenze del mercato: partite Iva, piccoli imprenditori, dipendenti regolari delle piccole imprese, lavoratori a tempo determinato delle imprese medie e grandi. La terza società, o società degli esclusi, è costituita da tre gruppi principali, accomunati dalla loro marginalità: lavoratori in nero (compresi vari tipi di quasi-schiavi, che ho descritto ne La società signorile di massa), disoccupati veri e propri (alla ricerca di un lavoro), lavoratori potenziali scoraggiati (disponibili a lavorare, ma non in cerca di lavoro). È incredibile, ma ai tre tipi di società corrispondono nitidamente tre opzioni politiche: i garantiti guardano a sinistra, i membri della società del rischio a destra, al movimento Cinque gli esclusi Stelle».

Chi sono oggi i deboli che la sinistra non difende più, cosa vogliono e cosa si aspettano dalla politica?

«I dati mostrano senza ombra di dubbio che i deboli sono sovrarappresentati nella società del rischio (che guarda a destra) e nella società degli esclusi (che guarda ai Cinque Stelle)».

I progressisti si sono persi inseguendo il mito del progresso, e scambiandolo erroneamente con la globalizzazione, così come cent' anni fa la destra si perse dietro il mito dell'uomo forte?

«Sì e no, per come la vedo io c'è una differenza: il mito del progresso è una forza verso qualcosa, tipo una società prospera e liberata, mentre il mito dell'uomo forte, almeno in Italia, si formò anche, se non soprattutto, come reazione ai processi di disgregazione del sistema sociale in atto dopo la fine della prima guerra mondiale».

Perché i ricchi e chi ha posizioni di rendita vota a sinistra?

«Per due ragioni distinte. L'interesse, dal momento che la sinistra ha abbandonato la lotta di classe e si è fatta establishment, attentissima alle esigenze dei ceti alti. E l'autogratificazione, perché un ricco che vota a sinistra, difende i migranti, è sensibile alle istanze LGBT+, tende a sentirsi moralmente superiore, e al tempo stesso "lava" (a costo zero) la colpa di essere ricco».

Lei ha partecipato al convegno di Milano organizzato nella scorsa primavera dall'allora leader di Fdi. Qual è il modello sociale proposto dalla Meloni?

«Per quel che riesco a capire è parecchio diverso da quello di Salvini e Berlusconi. Fratelli d'Italia non è un partito liberista, semmai è una evoluzione della destra sociale, con robuste tentazioni stataliste e welfariste. Sul piano giudiziario, poi, Fratelli d'Italia è meno garantista di Forza Italia, come del resto è emerso chiaramente con il decreto anti-rave. E poi c'è l'aspetto più interessante: la battaglia per il merito a scuola l'ha lanciata Fratelli d'Italia, mentre gli alleati sembrano avere una visione più aziendale del ruolo della scuola».

Se perfino la Meloni promuove concetti di sinistra, significa che la destra in Italia non esiste più, o che è rappresentata da Salvini e Berlusconi o da Calenda? Insomma, da zero a quattro, quante destre ci sono in Italia?

«Direi quattro, cioè quelle che ha indicato lei, ma potrebbero ridursi presto a due soltanto: la destra sociale di Meloni, e la destra liberal-liberista di Salvini e Berlusconi, o dei leader che prenderanno il loro posto. Calenda e Renzi non li vedo benissimo, a meno che riescano a convincere il Pd ad assorbirli e a macronizzarsi».

E sempre da zero a quattro, considerate le mutazioni di Fdi, quante sinistre ci sono in Italia?

«Apparentemente sei, ma in realtà solo due: la sinistra qualunquista dei Cinque Stelle, con cespugli annessi (Fratoianni e Bonelli) e la sinistra senza volto del Pd (anche lei con cespugli annessi: +Europa, qualche pezzo di "terzo polo"). La grande incognita è quale volto assumerà il Pd dopo il congresso, sempre che la lunga attesa non l'abbia nel frattempo fatto sparire».

 C'è un idem sentire dell'elettore di destra, per esempio rappresentato dai valori dell'ordine, della sicurezza, della detassazione?

«Forse un idem sentire c'è, ma credo che il cocktail sia più complesso e sfuggente. Fra gli ingredienti che lo definiscono includerei il pragmatismo, l'ostilità verso le discussioni astratte, l'insofferenza per le ossessioni del politicamente coretto, l'anti-intellettualismo, la diffidenza verso il progresso, l'ostilità alle procedure e alla burocazia. Insomma, una sorta di neo-tradizionalismo, che poggia sulla netta sensazione che la freccia del tempo non punti sempre nella direzione giusta».

I concetti di difesa della nazione e dei suoi interessi e di patriottismo reggono in un Paese di anarchici qual è l'Italia?

«Forse sì, perché il patriottismo oggi richiesto è veramente minimale, e un problema di difesa dell'interesse nazionale esiste effettivamente».

La sfida della Meloni in Europa ha possibilità di successo e in che modo differisce da quelle di Berlusconi e di Salvini, che si scontrarono con la Ue, che ne determinò l'inizio dei rispettivi tramonti?

«Sono i tempi, più che i leader, ad essere cambiati. L'Europa ha dato così cattiva prova di sé nella gestione della crisi energetica, che l'idea di una ortodossia europea da onorare e rispettare ha perso gran parte dell'antica autorevolezza. Credo che, se ci sarà un tramonto della stella di Giorgia Meloni, sarà il risultato di vicende domestiche. Tipo estenuanti trattative e bracci di ferro con Salvini e Berlusconi sulla politica economica, errori nei tempi e nei modi di varare le misure più identitarie».

A quali misure pensa, in particolare?

«Essenzialmente tre: diritti civili, specie in materia di aborto; gestione dei migranti; merito e riforma della scuola».

Lei ha affermato che questo governo rappresenta una svolta storica non perché Meloni è una donna ma perché è una persona eccezionale, diversa da tutti gli altri politici. In che senso?

«Nel senso che ha due caratteristiche che mancano agli altri leader, di destra e di sinistra: primo, crede fortemente nelle sue idee; secondo, è disposta a rischiare per non tradirle. Resta da vedere se saprà essere all'altezza anche come premier, il silenzio sulle bollette e il pasticciatissimo decreto anti-rave non fanno ben sperare».

La crisi della sinistra non è dovuta all'incapacità di produrre leader? Il centrodestra ne ha tre, che pur con tutti i difetti, lo sono. La sinistra ha prodotto solo Renzi, che non è di sinistra: come mai, carenza di qualità o questioni ambientali e culturali che impediscono la nascita di un leader?

«Domanda difficile. Forse il problema è l'eccesso di colonnelli. Sembra che nel Pd viga una sorta di principio di limitazione del potere, per cui si cerca di evitare che qualcuno ne assuma troppo. Se qualcuno ci prova, come ha fatto Renzi, il corpaccione del partito reagisce espellendo l'intruso. È come se il Pd fosse governato da un consesso di oligarchi, che temono l'emergere di un monarca».

La destra produce il primo premier italiano, le donne del Pd protestano contro il loro partito sostenendo di essere discriminate dai colleghi capi maschi. Tra i valori trasmigrati da sinistra a destra c'è anche la promozione della donna, oppure questo è sempre stato un valore trasversale, se non addirittura di destra, visto che in tutto il mondo le donne capo arrivano da destra?

«Non credo che la promozione della donna sia una nuova bandiera della destra, semplicemente non è mai stata una pratica di sinistra. Quel che colpisce, a sinistra, è la dissociazione fra la teoria e la pratica. I miei compagni sessantottini trasformavano le donne in "angeli del ciclostile", i loro discendenti maschi da Renzi a Letta- praticano la cooptazione. D'altro canto, vien da dire: ma che dovrebbero fare, se le donne di sinistra sono acquiescenti? Dopotutto la Meloni il suo posto se lo è conquistato combattendo, non certo per gentile concessione dei maschi di destra».

Da innamorato deluso della sinistra e da eminente sociologo e politologo, che via si sente di indicare al Pd, che tra cinque mesi celebrerà un congresso fondamentale per le proprie sorti?

«Io penso che fra cinque mesi, quando si degneranno di tenere un congresso, i buoi saranno già scappati nella stalla dei cinque Stelle. A quel punto al Pd resteranno solo due strade: o calendo-renzizzarsi, con grande smacco; o diventare esplicitamente quel che già è: un partito radicale di massa, che si occupa solo di diritti civili e immigrazione, ed è sinceramente convinto di rappresentare "la parte migliore del Paese"».

Perché l'argomento dell'antifascismo e della difesa strenua della Costituzione, cavalcato dalla sinistra, non ha fatto breccia nell'elettorato e perché la sinistra continua a cavalcarlo, se è sterile?

«La sinistra cavalca l'anti-fascismo semplicemente perché i suoi dirigenti, rifiutando per decenni il dialogo con la parte avversa, hanno perso ogni capacità di comprendere i vissuti profondi della società italiana. Quanto agli elettori, secondo me l'argomento anti-fascista non funziona per due ragioni distinte. La prima è che la gente non ha perso del tutto il senso dell'umorismo, e trova ridicolo evocare il pericolo fascista. Ma c'è forse anche una seconda ragione, più profonda. Contrariamente a quel che paiono pensare gli scrittori di libri antifascisti sul fascismo, l'ambivalenza degli italiani verso il fascismo non dipende da una segreta simpatia per il Ventennio, o da una incompiuta maturazione democratica, ma da una sorta di imbarazzo per la nostra storia. Quella pagina della storia d'Italia non è onorevole, e non bastano le gesta dei partigiani ad assolvere la maggioranza, che prima seguì il Duce, e solo alla fine passò dalla parte giusta. È possibile che una parte degli italiani, più o meno confusamente, quell'imbarazzo lo senta ancora». 

I miglioratori del mondo. Il narcisismo etico della sinistra che non si è accorta che il Novecento è finito. Simone Lenzi su L'Inkiesta il 29 Ottobre 2022.

La cattiva coscienza e il senso di colpa per i propri privilegi non funzionano contro una leader credibile di destra, ma ascoltando in Parlamento Soumahoro forse una possibilità di ribaltare la retorica sovranista di Meloni ancora c’è

La politica, diceva Rino Formica, è «sangue e merda». Per raccogliere un plauso unanime basterebbe dire che in questi ultimi anni il secondo ingrediente non ce lo siamo fatti mancare. Se ne è sentito così forte l’odore che in troppi hanno smesso di andare a votare. Tuttavia mi preme assai più parlare della mancanza di sangue, soprattutto a sinistra.

Perché il 25 Settembre ci siamo accorti che la sinistra, rimbambita di marketing e storytelling, non aveva in realtà né prodotti da vendere né storie vere da raccontare. Da questo punto di vista, il discorso di insediamento di Giorgia Meloni e le repliche in aula alla Camera, sono stati illuminanti.

Da una parte la destra, incarnata in una leader credibile, una donna forte così poco abituata a camminare dietro agli uomini (con buona pace della Serracchiani) da essersi messa in tasca Berlusconi, the last of the famous international playboys, l’ultimo patriarca con harem al seguito. Dall’altra, invece, nulla. O quasi (sulla speranza annidata in questo quasi, tornerò in seguito).

Una leader credibile di destra che dice cose di destra, ma che, proprio per questo, andrebbero comprese fino in fondo. Per chi non lo avesse capito, ad esempio, il suo richiamo all’essere madre, nel famoso climax spagnolo, non serviva tanto a relegare le donne nel ruolo di madre, come si piagnucolava a sinistra.

Serviva piuttosto a parlare all’inconscio collettivo di un Paese in cui, al tempo in cui le famiglie funzionavano meglio dello Stato, a guidarle erano, con mano ferma, le donne. Da qui il sottinteso e intramontabile “tu la mi’ mamma la lasci stare”, che parla al cuore degli italiani assai più della petizione di principio delle quote rosa (soprattutto quando servono a portare in parlamento congiunte di patriarchi ben più famosi di loro, ancorché di sinistra).

Da una parte la destra, dicevo. Senza più complessi. Una destra che si è accorta con perfetto tempismo di una cosa che invece continua a sfuggire alla sinistra: il Novecento è finito. Dispiace, sono il primo ad ammetterlo, data l’età, ma è finito.

Dall’altra una sinistra affetta da narcisismo etico, la cui preoccupazione principale non è più quella di rappresentare gli interessi legittimi e le aspirazioni di chi cerca riscatto, ma quella di andare a letto ogni sera con la coscienza stirata, al calduccio della sensazione di far parte degli incompresi miglioratori del mondo.

Una sinistra il cui immaginario di riferimento e la cui esperienza di lotta per la sopravvivenza nella modernità coincide con quella di un professore di liceo (volevo dire professoressa, ma poi apriti cielo): uno insomma il cui mondo comincia a sei anni dentro una scuola e lì finisce a sessantacinque.

Nel mezzo, unico vero disagio, una vaga sensazione di frustrazione per una società che non ne onora il ruolo, ma pazienza: ci sono comunque le lunghe ferie pagate, la tredicesima, tanto tempo libero per ribadire sui social che si sta dalla parte del giusto. Ecco, la sinistra è questo: nessuno si senta offeso, nessuno si senta escluso. E per questo si è occupata soprattutto di pronomi, di articoli, di linguaggio inclusivo, di carezze a mille suscettibilità. Di quelli, insomma, che qualcuno, di là dall’oceano, chiamerebbe white men problems.

Di conseguenza, questa sinistra, che si dibatte fra la cattiva coscienza del privilegio e il senso di colpa, parla ormai soltanto a chi gode di entrambi: di privilegi e di sensi di colpa. Per quanto ne so, non esiste miscela più micidiale per condannarsi a una petulante ininfluenza.

E il pezzo potrebbe finire qui, non fosse che io alla sinistra un po’ ci tengo, fosse anche solo perché di una sinistra c’è bisogno. Ecco allora che, dai banchi dell’opposizione, si è alzato a parlare Aboubakar Soumahoro, il cui nome ho dovuto cercare su Google perché so chi è ma non sono mai sicuro di come si scrive. E, sia chiaro, posso permettermi di dirlo con leggerezza, per tanti buoni motivi.

Intanto perché non sono un professore di liceo e quindi sono dispensato dal saperla lunga. Ma soprattutto perché, provenendo da una famiglia uscita solo di recente dalla servitù della gleba (mia nonna da ragazza aveva solo un paio di scarpe, che metteva di domenica), non mi sento in colpa per essere un maschio bianco etero di mezza età che mette insieme pranzo e cena ma che ha problemi con questi nomi così incasinati.

Comunque sia, proprio in questa mia totale assenza di senso di colpa, sono rimasto impressionato, affascinato persino, dal discorso di Soumahoro, perché era pieno di quel sangue e di quella verità che mancano alla sinistra.

C’era, nelle sue parole, il sangue di una storia che nasce nella realtà del mondo e non nelle delicate proiezioni di come vorremmo fossero gli altri per adeguarli al narcisismo etico del ceto medio riflessivo. «Italiani si nasce, ma si diventa anche, e non per questo si è meno italiani»: in una frase Soumahoro ha rovesciato la retorica sovranista della Meloni, riallacciandosi idealmente al discorso altissimo di Ciampi sul patriottismo, e declinandolo nei termini di una lotta che non riguarda soltanto i nuovi arrivati, ma tutti coloro che aspirano a una piena cittadinanza. Allora ho pensato che, con storie così, raccontate così, alla fine la sinistra potrebbe persino farcela.

Certo, Soumahoro dovrebbe liberarsi di parecchi, forse troppi compagni di strada che sono l’esatto opposto di quello che lui rappresenta. Certo, dovrebbe liberarsi anche del vampirismo dei vecchi manovratori che, in ogni caso, sono già dietro le spalle di chiunque ci metta la faccia, a ragionare di liste e alleanze col bilancino, pur di salvarsi un’ennesima volta. Ma comunque, in definitiva, fosse lui, un altro, o un’altra (e Dio lo volesse, purché non un’anti-Meloni studiata a tavolino da un’agenzia di marketing), quello che mi premeva dire è semplicemente questo: stai a vedere che è tornata la Politica.

Nonostante tutto, per chi ama la democrazia, è una buona notizia.

Fu Lenin il vero maestro dei crimini di Stalin. Orlando Sacchelli il 20 Ottobre 2022 su Il Giornale.

In molti libri ed enciclopedie Lenin viene ricordato come rivoluzionario e iniziatore del movimento comunista internazionale. Si dimentica, però, che molti crimini di cui si macchiò più tardi Stalin furono avviati da Lenin stesso. E la cosa non sembra imbarazzare Bersani (e il Pd) 

Uno degli errori più grandi che possono essere fatti, limitandosi a letture frettolose, è considerare Lenin meno colpevole di Stalin. In realtà taluni gravi crimini vennero messi in pratica dai rivoluzionari russi subito dopo aver preso il potere. La violenza criminale non è figlia della degenerazione staliniana, dunque, ma era stata teorizzata e messa in pratica anni prima. Ci soffermiamo su Lenin perché, di recente, dopo le polemiche sulla cosiddetta "cancel culture" legate alla richiesta di rimuovere da taluni ministeri il ritratto di Mussolini, è spuntata una foto (che risale allo scorso mese di giugno) in cui si vede Bersani che parla in una sede del Pd con tre grossi ritratti alle spalle, tra cui campeggia quello di Lenin in mezzo a Gramsci e Togliatti. Tra i punti di riferimento ideali del primo partito della sinistra italiana, dunque, c'è anche Vladimir Il'ič Ul'janov, meglio noto come Lenin?

Sembra incredibile ma a giudicare da certi ritratti, mostrati con orgoglio nella sede dem, è proprio così. Eppure Lenin fu maestro di Stalin nella "pratica del terrore". Decenni di storiografia partigiana hanno contribuito a diffondere il mito di Lenin, che ancora oggi viene ricordato prevalentemente come rivoluzionario, politico, filosofo e scrittore d'ispirazione marxista. Un uomo di pensiero prima che di azione, a cui vengono riconosciute molte attenuanti e che non ha subito l'onta riservata a Stalin. Quasi a voler "salvare il salvabile" del comunismo sovietico, preservando da ogni accusa il suo ideatore-fondatore.

Nel libro "Il terrore rosso in Russia 1918-1923" Sergej Petrovič Mel'gunov ne parla espressamente già nei primi anni Venti del Novecento: "Gli esponenti bolscevichi sono soliti presentare il terrore come conseguenza della collera delle masse popolari: i bolscevichi sarebbero stati costretti a ricorrere al terrore per le pressioni della classe operaia... il terrore istituzionalizzato si sarebbe limitato a ricondurre a determinate forme giuridiche l'inevitabile ricorso alla giustizia sommaria invocata dal popolo". Ma la verità sarebbe stata molto diversa: "E si può agevolmente dimostrare, fatti alla mano, quanto tali affermazioni siano lontane dalla realtà", scriveva Mel'gunov.

La tirannia, gli stermini e il dispotismo contraddistinsero il comunismo sovietico fin dalle origini, come emerso dagli studi di Andrea Graziosi ("L'Urss di Lenin e Stalin", Il Mulino) e nel saggio "Stalin e il comunismo" comparso nel libro "I volti del potere" (Laterza). "Stalin apprese da Lenin la gestione spietata del potere, l'uso elastico dei precetti ideologici a seconda delle circostanze", ha scritto lo storico. E il loro culto della violenza fu presente fin dagli albori. Basti pensare cosa scriveva Lenin nel 1906 soffermandosi sulla presa del potere, per la quale sarebbe stata necessaria una guerra rivoluzionaria "disperata, sanguinosa, di sterminio". E, sempre Lenin (questa volta citando Marx), nel 1918 invitò i bolscevichi a impiegare "metodi barbari" contro i nemici della rivoluzione.

Fu sempre Lenin a ordinare "impiccagioni e torture di massa", scrive Graziosi, esplicitando che la vita di un comunista valeva da 12 a 50 vite contadine (ricorda qualcuno?), a chiedere di punire in modo durissimo i villaggi "covi delle rivolte" e il "banditismo", cancellando villaggi interi che si erano macchiati di una gravissima colpa, aver sviluppato il "libero commercio". In una lettera scritta al Comitato centrale un dirigente definì tale politica "sterminio di massa senza alcuna discriminazione". 

Lenin mise inoltre in pratica la "decosacchizzazione" nel 1919, ed arrivò persino ad affamare i nemici mediante la carestia (1921-22), oltre a far deportare gli intellettuali e reprimere i religiosi. Più tardi, negli anni Trenta, appresa la lezione Stalin perfezionò l'arma della fame. A farne le spese furono milioni di ucraini, che definirono la pratica "Holodomor" (sterminio per fame).

Il noto dissidente russo Aleksandr Isaevic Solzenicyn, premio Nobel per la Letteratura nel 1970, ricordò in questo modo la repressione sovietica a Tambov, città roccaforte cosacca, nel 1919: "Folle di contadini con calzature di tiglio, armate di bastoni e di forche hanno marciato su Tambov, al suono delle campane delle chiese del circondario, per essere falciati dalle mitragliatrici. L’insurrezione di Tambov è durata undici mesi, benché i comunisti per reprimerla abbiano usato carri armati, treni blindati, aerei, benché abbiano preso in ostaggio le famiglie dei rivoltosi e benché fossero sul punto di usare gas tossici. Abbiamo avuto anche una resistenza feroce al bolscevismo da parte dei cosacchi dell’Ural, del Don, del Kuban’, del Terek, soffocata in torrenti di sangue, un autentico genocidio".

Che dire infine dei Gulag, i campi di lavoro forzato usati come mezzi di repressione degli oppositori, fondati ufficialmente nel 1930. Esistevano già ai tempi di Lenin: i primi, infatti, furono avviati nel 1923 nelle isole Solovki, nel Mar Bianco. Del resto nel "Che fare?", testo-chiave di Lenin scritto tra il 1901 e il 1902, vi erano già, nero su bianco, le premesse dei crimini del comunismo e delle sue avanguardie.

Gli orfani di Stalin indignati da Mosca. La colonnina di mercurio sale e segna temperature elettorali da punto di fusione. Francesco Maria Del Vigo il 30 Luglio 2022 su Il Giornale.

La colonnina di mercurio sale e segna temperature elettorali da punto di fusione. E a fondersi è, soprattutto, la ragionevolezza. Mancano ancora quasi due mesi alle elezioni e la stampa di sinistra ha già iniziato a raschiare il fondo del barile. Ieri, su Repubblica, i primi segnali di cortocircuito sono stati evidenti. Il giorno prima La Stampa (stesso gruppo editoriale) aveva pubblicato fantomatici report sui rapporti tra uomini della Lega e quelli del Cremlino, con conseguente ira della sinistra per le insopportabili ingerenze di Putin sulla politica italiana. Esplosa la prima cartuccia però, ne serviva subito un'altra da sparare contro il soldato Salvini, perché lui, si sa, è abituato ai colpi e non è mica facile buttarlo giù: i romanzi di appendice sulle liaison con Putin non bastano. Allora l'idea geniale del quotidiano diretto da Molinari: aggiungerci anche gli immigrati, da utilizzare come spauracchio contro il centrodestra. Una pennellata d'artista. Tenetevi ben saldi perché la sceneggiatura è da equilibrismo circense: i russi spingerebbero i barconi pieni di migranti dalla Cirenaica in Italia per mettere sotto pressione il Paese e quindi avvantaggiare elettoralmente il leader della Lega. Praticamente tutto il mondo ruota attorno a Salvini: secondo questa logica, molto poco logica, chissà che l'escherichia coli nell'Adriatico non sia una contromossa anti russa per mettere in difficoltà il salviniano Papeete. In questo racconto fantascientifico da ombrellone la sinistra cuoce nello stesso pentolone tutte le sue ossessioni: dal mito dei migranti (che strumentalizza con grande disinvoltura) al complottismo su Mosca.

Proprio loro, nipotini di un Pci che per decenni ha preso soldi dall'Unione Sovietica. Alla faccia delle ingerenze straniere E siamo solo alla fine di luglio. Tra agosto e settembre probabilmente inizieranno a captare segnali dallo spazio per dimostrare pericolose connessioni tra Salvini e i marziani. D'altronde c'erano già i fascisti, ci vuole un attimo a catapultarci pure i leghisti.

Dagospia il 21 agosto 2022. Dall’account facebook di Giorgia Meloni il 21 agosto 2022.  

Dopo i giovani candidati del Pd che negano il diritto all’esistenza e alla sicurezza di Israele, arriva anche chi inneggia all’Unione Sovietica. Questo è il post del segretario metropolitano del Pd di Napoli Marco Sarracino, uno dei capolista under 35 scelti direttamente da Enrico Letta. Sarracino, candidato alla Camera nel collegio plurinominale Napoli 2, ha scritto: “Buon anniversario della Rivoluzione”. Bolscevica, ovviamente. Con tanto di foto di Lenin e Armata rossa.

Chissà se Letta rivendicherà anche questo nelle sue interviste alle TV estere, chissà quanto la comunità internazionale apprezzerà un partito che inneggia all’Unione Sovietica - un regime totalitario comunista che ha oppresso per mezzo secolo la libertà dei popoli europei, facendo milioni di morti - mentre, tra l'altro, i carri armati russi entrano in Ucraina con tanto di falce e martello a rivendicare proprio i confini dell'URSS.

Dopo le manovre russo cinesi. America ed Europa devono capire che al mondo non c’è solo l’Occidente: la crisi mondiale vista con gli occhi di Gramsci. Michele Prospero su Il Riformista il 24 Agosto 2022 

Le “grandi manovre d’Oriente” (e anche l’invito a Mosca per il G20 in Indonesia) smontano pezzi importanti del dispositivo ideologico di una guerra ineluttabile tra democrazia e autocrazia che viene attualmente utilizzato come il principale schema interpretativo delle relazioni internazionali. Insieme alle autocrazie di Russia, Bielorussia, Tagikistan e Cina ha partecipato infatti alle esercitazioni militari congiunte anche l’India. Ovvero, la più grande democrazia mondiale che vanta una storia di “modernizzazione” in cui molto pronunciata è l’influenza occidentale.

L’Europa e l’America trascurano quel fenomeno politico rilevante rappresentato dalle molteplici esperienze di statualità che nel mondo seguono percorsi alternativi rispetto a quelli liberaldemocratici tracciati dall’Occidente. Con una impostazione dei rapporti internazionali nei termini di un generale scontro di civiltà tra mondo libero e Stati canaglia, le sorti dei valori democratici e l’avanzata della cultura dei diritti fondamentali non migliorano di sicuro. Miliardi di persone, che non vivono sotto l’ombrello delle liberaldemocrazie, non possono essere sacrificati sull’altare del loro regime politico interno assunto quale misura dell’asimmetrica legittimazione posseduta dagli Stati nelle relazioni internazionali.

Enumerando gli “elementi per calcolare la gerarchia di potenza fra gli Stati”, Gramsci nei Quaderni (Q. 4, (XVIII), p. 38 bis) ne elencava tre: “1) estensione del territorio, 2) forza economica, 3) forza militare”. A questi tre indicatori di carattere quantitativo egli aggiungeva, come quarto indice da considerare, anche “un elemento imponderabile”, cioè quello che rimarca “la posizione ideologica che un paese occupa nel mondo in ogni momento dato, in quanto ritenuto rappresentante delle forze progressive della storia”. Il possesso di tutti questi ingredienti conferisce una spiccata capacità di influenza (“un potenziale di pressione diplomatica da grande potenza”) dato che, oltre alla forza effettuale (che mostra la vittoria prevedibile sulla base del dispiegamento delle milizie), dispensa allo Stato una forza ipotetica capace di condizionamento. In virtù di questa calcolabilità delle prerogative militari, economiche ed ideologiche, alla grande potenza riesce possibile “ottenere una parte dei risultati di una guerra vittoriosa senza bisogno di combattere”.

Le relazioni internazionali esprimono, secondo l’approccio di Gramsci, un terreno di rapporti interstatali dal carattere asimmetrico perché in essi gioca, accanto alla stretta effettualità della potenza, un ruolo cruciale il momento dell’egemonia. “Il modo in cui si esprime l’essere grande potenza è dato dalla possibilità di imprimere alla attività statale una direzione autonoma, di cui gli altri Stati devono subire l’influsso e la ripercussione: la grande potenza è potenza egemone, capo e guida di un sistema di alleanze e di intese di maggiore o minore estensione”.

Non conta, dunque, solo la giuridica prerogativa di un territorio di essere un soggetto formalmente presente nelle arene delle relazioni internazionali. Va presa in considerazione anche la sostanziale possibilità di esprimere una posizione incisiva ed esercitare una visibile influenza nelle cose del mondo. Questi requisiti connessi alla capacità di influenza e direzione accompagnano solo poche delle entità statali. Una “direzione autonoma” non si esaurisce nel riconoscimento giuridico di essere parte degli attori che sono ospitati negli organismi delle Nazioni Unite; serve una effettuale condizione che mostri, nelle relazioni con gli altri, i segni dell’autonomia ovvero della forza.

Accanto a Stati che dispongono di significative risorse per esercitare un “influsso” e avere una certa “ripercussione” nei processi politici, esistono delle statualità con una rilevanza pari allo zero. Si incontrano poi altre e più grandi entità politiche organizzate dotate di una forza tale che consente loro di rivendicare il ruolo di potenza egemone. Questi Paesi sono in grado di esercitare pressioni, concordare aiuti, fornire assistenza e quindi di proporsi come Stati guida alla testa di una alleanza di nazioni che si contendono, con altre aggregazioni, il governo del mondo. Con lo scioglimento del Patto di Varsavia, gli Stati Uniti hanno coltivato la sensazione reale di essere entrati in un mondo divenuto ormai unipolare. Sulla base della supremazia, spalancata plasticamente con il collasso storico del nemico della lunga guerra fredda, il punto 4 di Gramsci, quello cioè relativo alla ideologia, è diventato il caposaldo di una operazione condotta nel solco della “fine della storia”, con le potenze del bene, dei diritti, della democrazia, autorizzate a celebrare il loro trionfo irreversibile.

Questa pax imperiale americana è durata poco perché tutte le potenze escluse, umiliate, marginali, o anche in ascesa, si sono variamente riaffacciate sulla scena. Perso il richiamo del numero 4 (la mobilitazione ideologica) che accompagnò il grande mito sovietico, alla riesumazione della potenza nazionalista e bellicosa dell’autocrazia russa contribuiscono il punto 1 (estensione territoriale, con risorse naturali di notevole rilevanza) e il punto 3 (la forza militare, con il possesso di armi atomiche). Anche se il punto 2 (la consistenza del “potenziale economico”) non è paragonabile a quello vantato dalla superiore macchina americana, il territorio pieno di risorse energetiche attribuisce alla Russia un potere di ricatto capace di indebolire la capacità produttiva delle potenze industriali occidentali.

Trascurare la rinascita russa e, addirittura, “abbaiare” con i simboli della Nato ai confini, adottando una strategia di puro contenimento militare con allargamenti ai limiti della intransigenza nei vecchi territori di influenza sovietica, non sono le sole politiche possibili verso Mosca. Il risentimento e l’esplosione dell’orgoglio nazionale dell’impero ferito (che ha un’ampia estensione territoriale, ma senza “una popolazione adeguata, naturalmente” per condurre davvero una minacciosa politica di espansione e conquista continentale) conducono a fenomeni bellici prolungati che rendono più complesso, e meno vantaggioso per l’America stessa ma soprattutto per i satelliti europei, il governo del mondo attraversato da nuove polarizzazioni militari.

Secondo Gramsci, “nell’elemento territoriale è da considerare in concreto la posizione geografica”. Nel caso specifico russo, si tratta di una territorialità di carattere pluri-continentale che mostra il governo di Mosca sospingere i propri progetti ora verso Occidente, ora verso Oriente. Mentre Pechino venne attratta in passato dagli Usa in efficaci politiche di contenimento dell’espansionismo sovietico, oggi la Cina è sospinta per ragioni tattiche verso Mosca che organizza i molteplici centri di resistenza al dominio americano. Un capolavoro con tracce di insipienza tattico-storica degli strateghi Usa ha condotto, come naturale reazione precauzionale-difensiva, verso un’alleanza tra due grandi Paesi (storicamente rivali) che accantonano differenze e convergono in una comune istanza di contenimento dell’Impero a stelle e strisce.

La Cina è la sola grande potenza che può già oggi cominciare a competere con gli Usa sulle quattro variabili indicate da Gramsci (anche nella dimensione militare e navale, infatti, sembra ormai aver imboccato la strada per colmare il divario) e ciò giustifica la crescente accentuazione del sentimento di rivalità che caratterizza l’America ossessionata dal pericolo di un sorpasso. E’ vero che il profilo ideologico non è più quello di sessant’anni fa, ma una narrazione e un simbolismo caratterizzati dal richiamo al marxismo (espressione della cultura occidentale) rimangono pur sempre nella iconografia del regime di Pechino. Se, come suggerisce Gramsci, “nella forza economica è da distinguere la capacità industriale e agricola (forze produttive) dalla capacità finanziaria”, si comprende in radice il timore serpeggiante nel governo americano.

Il potere statunitense percepisce che la globalizzazione, proprio da Clinton accelerata, ha minato la tradizionale egemonia nordamericana nell’economia-mondo e ha corroso persino la sovranità del dollaro e della borsa (anche sul versante finanziario Pechino sfida apertamente gli Usa con minacce e ritirate). Dinanzi alle “grandi manovre d’Oriente”, l’America può continuare nella battaglia frontale attirando a rimorchio un’Europa che grazie alla sua memoria storico-giuridica serve all’Impero per condurre in maniera più credibile la battaglia n. 4 (per la democrazia e i diritti). Ma alla sfida per il riconoscimento lanciata da Russia, Cina, India e Iran, Stati assai influenti e provvisti di una autonoma capacità di decisione nel campo della politica estera, l’Occidente non può rispondere spingendo semplicemente sulla leva militare.

Un accomodamento politico creativo alla spinosa emergenza di Taiwan va pure escogitata, e con tempestività. La cooperazione, il multilateralismo, la soluzione diplomatica agli obiettivi di potenza alla fine rappresentano una opzione meno costosa, più pacifica e più utile agli stessi interessi occidentali in declino e chiamati necessariamente a ridefinirsi su basi diverse, alla luce dei nuovi equilibri visibili su scala mondiale. Michele Prospero

Così l’Urss stroncò la Primavera di Praga. Il titolo eclatante della Gazzetta del Mezzogiorno. «Come Hitler trent’anni fa» titolò «La Gazzetta del Mezzogiorno» nel 1968: repressione simile all’invasione nazista. Annabella De Robertis su La Gazzetta del Mezzogiorno il 22 Agosto 2022.

«Come Hitler trent’anni fa» titolò «La Gazzetta del Mezzogiorno». Nella notte tra il 20 e il 21 agosto del 1968 i carri armati sovietici sono entrati nella capitale cecoslovacca e hanno messo fine alla Primavera di Praga.  Le truppe del patto di Varsavia, dodici anni dopo la sanguinosa repressione in Ungheria, stroncano il tentativo compiuto da Alexander Dubcek di riformare dall’interno il regime comunista.

«La Cecoslovacchia vive il secondo grande dramma della sua storia. Fu Goebbels che ne annunciò l’invasione nel 1939 quando il nazismo decise di incorporarla nel Terzo Reich di Hitler. Ora è la volta dei Russi che credono di scorgere una nuova minaccia all’ordine in Cecoslovacchia, in un territorio in cui anche essi sono vitalmente interessati», scrive W. Rehaki sul quotidiano.

«Sin da quando Radio Praga, interrompendo la notte scorsa un normale notiziario, ha dato all’intero Paese la drammatica notizia che truppe sovietiche, tedesco orientali, polacche, ungheresi e bulgare avevano, senza alcun preavviso violato le frontiere per occuparlo, da parte responsabile ci si è resi subito conto che l’unica cosa da fare era invitare tutti alla calma ed evitare a qualsiasi costo un confronto violento con le forze di invasione che non avrebbe avuto purtroppo alcun risultato, come a Budapest nel lontano 1956».

Nella notte le truppe sono avanzate in città, infatti, quasi senza incontrare resistenza: la popolazione ha reagito in modo non violento, tuttavia non sono mancati morti e feriti tra i civili. All’alba il primo ministro Dubcek e gli altri membri del governo sono stati arrestati: i sovietici, però, non riescono a dar vita subito a un governo collaborazionista. Salito al potere nel gennaio 1968, Dubcek portava avanti un programma di moderate riforme, basato sul decentramento economico e politico, sulla rinascita dei sindacati e sulla libertà di stampa. I Russi però temono che l’esempio della Cecoslovacchia possa diffondersi nel resto dell’Europa Orientale. In un pezzo di Adam Kennett-Long, corrispondente da Mosca per l’agenzia Reuter, si apprende che la Tass, agenzia di stampa dell’Urss, ha dichiarato che proprio i dirigenti cecoslovacchi avrebbero richiesto l’intervento delle truppe per porre fine alla «contro-rivoluzione».

In pochi mesi le riforme messe in atto dal governo Dubcek saranno annullate. Nel gennaio 1969, il giovanissimo Jan Palach si darà fuoco in piazza San Venceslao, a Praga, in segno di protesta. 

Una rilettura del socialismo dato per morto, senza una degna e motivata sepoltura. GIANNI CUPERLO su Il Domani il 02 marzo 2022

«Quello che ho scritto non è la verità. È il mio lascito, la mia elaborazione del lutto, è il mio testamento», dice Achille Occhetto nel suo libro Perché non basta dirsi democratici. Ecosocialismo e giustizia sociale.

In controtendenza con lo spirito (e la moda) del tempo imbocca il sentiero eretico di una rilettura del concetto di socialismo. «Quello che è intollerabile è che, qualora lo si consideri morto, lo si faccia senza una degna e motivata sepoltura».

L’appello è a guarire una «malattia della politica» figlia del vuoto di cultura, sguardo presbite, ambizione. Un vastissimo programma. Il testamento (politico) dell’ultimo leader comunista ci raccomanda la cosa più semplice: di fare presto perché è già molto tardi. 

GIANNI CUPERLO. Deputato del Partito Democratico dal 2006 al 2018, attualmente è membro della Direzione Nazionale del partito. È stato l'ultimo segretario della Federazione Giovanile Comunista Italiana e il primo della Sinistra giovanile.

La fine della storia. LEA YPI su Il Domani l'08 luglio 2022.

Qualche mese prima del giorno in cui abbracciai Stalin, avevo visto il suo ritratto portato in parata per le strade della capitale, durante le celebrazioni del 1° maggio, la Giornata dei lavoratori.

Il 1° maggio 1990, l’ultimo che festeggiammo, fu anche il più felice. O forse lo ricordo così proprio perché fu l’ultimo. Di fatto non poteva essere stato granché spensierato. Le code per i generi di prima necessità erano diventate più lunghe, gli scaffali dei negozi sempre più vuoti.

Qualche mese prima del giorno in cui abbracciai Stalin, avevo visto il suo ritratto portato in parata per le strade della capitale, durante le celebrazioni del 1° maggio, la Giornata dei lavoratori. Il rituale si ripeteva identico ogni anno. I programmi televisivi cominciavano prima e non c’erano partite sul canale iugoslavo, dunque non dovevo litigare con mio padre per l’accesso allo schermo. Potevo guardare le riprese della manifestazione ufficiale, poi lo spettacolo dei burattini seguito dal film per bambini, dopodiché tutta la famiglia usciva per una passeggiata, con gli abiti della festa, a comprare un gelato e farsi scattare un ritratto dall’unico fotografo della città, di solito in posa davanti alla fontana accanto al palazzo della Cultura.

Il 1° maggio 1990, l’ultimo che festeggiammo, fu anche il più felice. O forse lo ricordo così proprio perché fu l’ultimo. Di fatto non poteva essere stato granché spensierato. Le code per i generi di prima necessità erano diventate più lunghe, gli scaffali dei negozi sempre più vuoti. A me però non importava. In passato ero stata schizzinosa a tavola, ma adesso che stavo crescendo avevo smesso di fare storie perché in tavola c’era una feta scadente invece del più desiderabile formaggio giallo; non arricciavo più il naso davanti alla marmellata stantia, quando il miele spariva dalla dispensa.

«Prima la morale, poi il cibo», ripeteva fiduciosa la nonna, e alla fine aveva convinto anche me.

Il 5 maggio 1990, a Zagabria, Toto Cutugno vinse il festival Eurovision con Insieme, 1992. Io avevo seguito abbastanza lezioni di Lingue straniere da casa da capire il testo e canticchiare il ritornello tra me: «Sempre più liberi, noi / Non è più un sogno e non siamo più soli / Sempre più uniti noi / Dammi una mano e vedrai che voli / Insieme… Unite, unite, Europe». Solo a distanza di anni avrei scoperto che una canzone che avevo inteso come un inno alla libertà e alla collaborazione per la diffusione degli ideali socialisti in tutt’Europa in realtà parlava del trattato di Maastricht, che avrebbe consolidato il libero mercato. 

Intanto l’Europa era ancora nella morsa di hooligan di ogni genere, che minavano l’ordine pubblico. Qualche mese prima la Polonia era uscita dal Patto di Varsavia. I partiti comunisti di Bulgaria e Iugoslavia avevano votato per rinunciare al proprio monopolio sul potere. Lituania e Lettonia si erano dichiarate indipendenti dall’Urss. Le truppe sovietiche erano entrate a Baku per sopprimere le proteste degli azeri. Sentii i miei genitori che parlavano di elezioni “libere” in Germania dell’Est, e chiesi a mio padre: «Perché, chi si elegge nelle elezioni non libere?». Come sempre quando una domanda lo metteva in difficoltà, lui cambiò discorso: «Non sei contenta che Nelson Mandela sia stato liberato?».

Il numero di visitatori in casa si era raddoppiato; arrivavano persino quando non c’erano partite di basket o festival di musica da guardare col Direkti. I miei genitori cominciarono a mandarmi a letto presto. Nella cortina di fumo che calava sul salotto, la gente stipata a rollarsi sigarette assumeva un’aria spettrale.

C’era costernazione nel modo in cui venivano accolti, con saluti mormorati a mezza voce, eppure non si avvertiva alcun senso di pericolo. Tutti mi sorridevano e mi davano buffetti sulle spalle, rivolgendomi le stesse domande di sempre – come andava a scuola, se ero ancora la prima della classe, se continuavo a rendere il Partito orgoglioso di me. A quelle domande rispondevo annuendo, e comunicando la buona notizia: ero appena diventata pioniera, con un anno d’anticipo rispetto ai miei coetanei. Ed ero stata scelta come rappresentante della scuola, incaricata di deporre le corone di fiori sul monumento agli eroi della Seconda guerra mondiale e di guidare i compagni nel giuramento di fedeltà al Partito. Ogni mattina, prima delle lezioni, mi mettevo sull’attenti davanti all’intera assemblea, e declamavo in tono solenne: «Pionieri di Enver! Siete pronti a combattere per la causa del Partito?». «Sempre pronti!» tuonava la risposta dei pionieri. I miei erano fieri di me, e come premio mi avevano portata in vacanza al mare. 

Più tardi, quell’estate, passai due settimane al campeggio dei pionieri. La campanella ci svegliava alle sette del mattino. Le rosette servite a colazione sapevano di gomma, ma le signore della mensa erano straordinariamente gentili, persino affettuose. La mattina andavamo in spiaggia, a prendere il sole, nuotare e giocare a calcio. All’ora di pranzo ci mettevamo in fila in mensa, dove le signore ci servivano una porzione di riso, yogurt e uva, poi venivamo spediti in camerata a fare un sonnellino, o fingere di farlo, finché alle diciassette suonava di nuovo la campanella. Dopo una partita a scacchi o a ping-pong, venivamo divisi in vari gruppi di studio: matematica, scienze naturali, musica, arte e scrittura creativa. A cena ingurgitavamo al volo la minestra di verdura per precipitarci a prendere un posto al cinema all’aperto. Dopo il film restavamo a chiacchierare fino a tardi, stringendo nuove amicizie. I più grandi e audaci si innamoravano.

Le giornate erano piene di competizioni. La gara a chi faceva meglio il letto, finiva prima di mangiare, nuotava sulla distanza più lunga, conosceva a memoria più capitali del mondo, aveva letto più romanzi, sapeva risolvere le più complesse equazioni di terzo grado e suonava più strumenti. La solidarietà collettiva che i nostri insegnanti si erano prodigati a inculcarci per un anno intero andò in fumo in quelle due settimane. Fin dai primi giorni la concorrenza reciproca non era più scoraggiata ma favorita dall’alto, e calibrata in base al gruppo di età. Adesso le corse, le finte Olimpiadi e i concorsi di poesia venivano organizzati dalla direzione, ed erano una parte così intrinseca della nostra vita al campeggio che solo gli elementi più piccolo-borghesi e reazionari potevano pensare di sottrarsi. Al termine dei quindici giorni, pochissimi bambini tornavano a casa senza almeno una stelletta rossa, un gagliardetto, un attestato di merito o una medaglia, se non come singoli individui almeno come membri di una squadra. Io avevo la collezione completa.

Il mio primo campeggio dei pionieri fu anche l’ultimo mai organizzato. Il fazzoletto rosso che avevo faticato tanto a conquistare, e che indossavo con fierezza ogni giorno a scuola, si sarebbe tramutato in uno straccio usato in casa per la polvere. Le stellette, le medaglie, gli attestati, persino il titolo di “pioniere” sarebbero diventati reliquie museali, ricordi di un’altra era, frammenti di una vita vissuta da qualcun altro, chissà dove.

Lo stesso per quella vacanza al mare, la prima e l’ultima della mia famiglia. Lo stato non ne avrebbe più spesate a nessuno. Quel 1° maggio fu l’ultima volta che la classe operaia sfilò per le strade a celebrare la libertà e la democrazia.

Il 12 dicembre 1990 il mio paese fu ufficialmente proclamato uno stato multipartitico, in cui si sarebbero indette libere elezioni. Erano passati quasi dodici mesi da quando, in Romania, Ceausescu era stato fucilato mentre cantava L’Internazionale. La Guerra del Golfo era già cominciata. I pezzi del Muro venivano venduti come souvenir nei chioschi della Berlino appena riunificata. Eppure nessuno degli eventi che per un anno intero si erano susseguiti a un ritmo serrato sembrava aver scalfito il mio paese. La nottola di Minerva aveva spiccato il volo, e come al solito si era dimenticata di noi. Adesso però ci aveva ripensato, ed era tornata indietro.

da Libera. Diventare grandi alla fine della storia, Feltrinelli 2022

La lettera di Bruno Fortichiari a Trockij: «Armata Rossa, arruola noi italiani». GIAN ANTONIO STELLA su Il Corriere della Sera il 3 febbraio 2022.  

La rivista «Quaderni di storia» pubblica il messaggio del dirigente comunista al fondatore dell’esercito sovietico con il quale proponeva di accogliere «buoni soldati della rivoluzione» in fuga dal fascismo. Ma Mosca declinò l’invito

«Ital’janskij Legion Krasnoj Armii»: una Legione italiana dell’Armata Rossa. Novantanove anni dopo essere stata scritta e seppellita in imperscrutabili archivi sovietici, una lettera al «caro compagno» Lev Trockij, recuperata dagli studiosi Marco Caratozzolo e Giorgio Fabre e pubblicata per la prima volta dalla rivista «Quaderni di storia» diretta dal 1975 dal fondatore Luciano Canfora, rivela una storia straordinaria.

Sette mesi dopo la marcia su Roma e la conquista del potere di Benito Mussolini, mentre i fascisti mostravano di che pasta erano fatti ammanettando Pietro Gobetti, pestando a sangue il deputato livornese Giuseppe Amedeo Modigliani, sbattendo via via in galera Amadeo Bordiga e un centinaio di dirigenti del Pci, il comunista Bruno Fortichiari, tra i fondatori a Livorno nel gennaio 1921 del Pcd’I, trasferito a Mosca, fece all’allora commissario del Popolo sovietico alla Guerra una proposta destinata a rimanere per quasi un secolo «segreta». 

«Caro compagno Trockij», scriveva in una lettera in russo (rivista da qualche amico madrelingua) datata 26 maggio 1923, «benché in Italia stia dominando un feroce fascismo (...) il nostro partito si sta comunque opponendo, e riorganizzandosi dopo ogni colpo ricevuto, continua la propria attività illegalmente...». Insomma, spiegava, «la situazione del nostro Paese è tale che in un futuro non molto lontano possiamo aspettarci uno sviluppo favorevole degli eventi»... Favorevole? La storia si sarebbe fatta carico di dimostrare, con ventidue anni di dittatura, di oppositori al confino e guerre in Africa, nei Balcani, in Russia e a casa nostra quanto fosse assurda e ingannevole quell’attesa. Ma lui era convinto: bastava serrar le file del partito, «conquistare le simpatie degli operai e delle masse contadine, organizzare dei distaccamenti militari armati per affrontare attacchi e offensive» e tutto ciò avrebbe indiscutibilmente portato «verso uno scontro armato».

E a quel punto? «Sin dalla nascita del nostro partito (1921) abbiamo costituito dei gruppi militari, ma essi sono armati in modo troppo inadeguato per una lotta contro il fascismo». Insomma, proseguiva Fortichiari, che nel 1924 sarebbe stato eletto in Parlamento per essere presto condannato a cinque anni di confino (in parte condonati: tubercolosi), il compagno Trockij doveva sapere che i comunisti italiani erano «buoni soldati della rivoluzione». Ma numerosi «dei più combattivi» erano «stati costretti a lasciare il nostro Paese e di giorno in giorno altri ne seguiranno».

Venendo al punto: «Ciò che si sta verificando è la perdita di tutte le giovani energie rivoluzionarie». Dunque? «Una soluzione, parziale ma efficace, potrebbe essere senza dubbio la costituzione nell’Armata Rossa di un distaccamento di ufficiali italiani rossi, [cioè] una “Legione Italiana”». Questa era la sua proposta: «So che la Russia è già molto ricca di uomini, ma sono sicuro che una legione italiana apporterebbe un supporto morale rilevante alla realizzazione degli scopi rivoluzionari, sia all’interno della stessa Armata Rossa, sia nei confronti delle forze nemiche che prima o poi saranno inviate dagli Stati borghesi contro la Russia». Certo, nella patria sovietica c’erano «pochi emigrati politici italiani, più o meno 30», ma alcuni avrebbero potuto «organizzare un nucleo permanente attorno al quale si potrebbe concentrare una parte dei compagni dispersi fuori dall’Italia». E via così...

Altri, forse, avrebbero liquidato l’appello cestinando la lettera come frutto d’un sogno velleitario. Trockji no. Anche perché, sotto la firma di Fortichiari, c’era una nota in francese che spiegava come la proposta avesse l’«approbation», con tanto di firma autografa, di Umberto Terracini, Antonio Gramsci e Mauro Scoccimarro. Come poteva lui, Trockji, fondatore e comandante dell’Armata Rossa, ignorare tout court la richiesta d’aiuto?

Va da sé, scrivono Marco Caratozzolo e Giorgio Fabre, gli autori del saggio Non solo un piccolo nucleo all’interno della straordinaria Armata Rossa sullo scoop storico, che sulle prime lo stesso destinatario dell’appello pareva «velatamente favorevole all’idea». Tanto da scrivere che «la costituzione di una legione di questo tipo dal punto di vista della rivoluzione italiana sarebbe opportuna», anche se «la direzione militare in nessun caso potrebbe assumersi questo onere a suo carico» e le complicazioni diplomatiche sarebbero state «enormi».

Buona parte dei membri del Politbjuro, però, erano ostili al progetto. «Da questa cosa non si può cavare nulla», disse ad esempio Grigorij Evseevic Zinov’ev, «Si verificherà un afflusso di emigrati, una battaglia su questo campo, il malcontento per la vita a Mosca e così via. Per non parlare delle implicazioni diplomatiche». Quello era il nodo. E la cosa, dopo un «veloce giro di opinioni» durato una settimana, finì lì. Nel dimenticatoio.

Ne scrisse, in una lettera a Palmiro Togliatti del 27 gennaio 1924, ricorda «Quaderni di storia», Antonio Gramsci accennando all’«attività che per intenderci chiamerò propria del compagno Tito» (cioè Fortichiari, come chiarì subito Togliatti in una nota), «ovvero del “sistema illegale”».

Una lettera dura dove parlava di «una grande confusione e una grande disorganizzazione» non tanto contro Fortichiari ma contro l’Esecutivo del Pcd’I: «“Arrogante e irresponsabile” per l’immagine che aveva fornito del Partito, in particolare proprio ai sovietici». Tanto più che, spiegava, «bisogna anche riflettere che nella storia dei partiti rivoluzionari il lato rappresentato dall’attività di Tito (cioè sempre l’apparato illegale, ndr) è quello che rimane sempre più oscuro e che più si presta ai ricatti, agli sperperi, alle vendite di fumo».

Tornò sul tema nel 1962, prosegue lo studio sulla rivista di Luciano Canfora, Palmiro Togliatti. Il quale nel 1924 aveva sì scritto sulla rivista parigina «Riscossa» di un potenziale «apparato militare» dei comunisti italiani, ma rivendicava ora di essere stato «molto critico di questo settore del lavoro del partito, di cui parecchie volte aveva constatato l’inefficienza mascherata da una ostentazione di cospiratività piuttosto romantica che rivoluzionaria». Resta il tema: perché, perfino dopo la pubblicazione in russo nel libro Komintern protiv fašizma («Il Komintern contro il fascismo») nel 1999 della lettera di Fortichiari, non si sono aperte riflessioni su quella richiesta di collaborazione con l’Armata Rossa da parte di notissimi esponenti dell’epoca e dei decenni successivi del Pci? Soltanto un po’ di imbarazzo, per quanto si trattasse di reggere nel 1923 l’urto di un regime fascista sempre più aggressivo? Certo pesò la scelta dei sovietici di avere buoni rapporti con l’Italia fin dal 1921, quando ministro degli Esteri era ancora Carlo Sforza.

C’era già, anzi, si legge nel saggio dei due storici un accordo preliminare del 26 dicembre 1921 «in cui le parti avevano convenuto di avere a Mosca e a Roma dei rappresentanti ufficiali.

L’accordo allora non si era però concretizzato. Ma il duce, appena giunto al potere, sin dal primo discorso alla Camera del 16 novembre 1922 dichiarò il proprio orientamento favorevole: “Per quanto riguarda la Russia, l’Italia ritiene che sia giunta ormai l’ora di considerare nella loro attuale realtà i nostri rapporti con quello Stato, prescindendo dalle sue condizioni interne, nelle quali, come governo, non vogliamo entrare, come non ammettiamo interventi estranei nelle cose nostre, e siamo quindi disposti ad esaminare la possibilità di una soluzione definitiva”». E i rapporti giunsero al punto che Vaclav Vorovskij, l’uomo dei russi in Italia, si spinse a sostenere che «i rapporti con i comunisti italiani non fossero del tutto utili (o addirittura dannosi) per l’Urss». Cinismo puro.

Di più: i rapporti si fecero via via così cordiali che Iosif Stalin se ne servì per irridere all’Europa: «Avete fatto caso che alcuni governanti europei cercano di far carriera con l’“amicizia” verso l’Unione Sovietica, e persino uomini come Mussolini, a volte, non sono alieni dallo “speculare” su questa “amicizia”?».

Un vanto per Nicola Bombacci, che prima di diventare fascista (e di finire a piazzale Loreto) era comunista e sosteneva che «le due rivoluzioni, quella fascista e quella russa possono concludersi in un’alleanza fra i due popoli». Ma sale sulle ferite per Antonio Gramsci. Convinto che il pranzo di gala offerto dall’ambasciatore Kostantin Jurenev a Benito Mussolini fosse un «infelice gesto del compagno» reo di avere «ottenuto il bel risultato di intaccare il prestigio della Russia soviettista fra i lavoratori italiani».

La rivista 

Il saggio di Marco Caratozzolo e Giorgio Fabre sulla proposta di creare un nucleo di comunisti italiani all’interno dell’Armata Rossa sovietica è contenuto nel numero 95 (datato gennaio-giugno 2022) della rivista «Quaderni di storia» , un semestrale fondato nel 1975 e diretto dallo storico e filologo Luciano Canfora. In questo fascicolo del periodico, che è pubblicato dall’editore Dedalo di Bari, sono contenuti anche altri contributi interessanti. C’è un intervento di Davy Marguerettaz sul fenomeno della schiavitù nelle diverse epoche (quella antica e quella moderna) che fa riferimento a Henri Wallon (1812-1904), uno storico francese che ebbe un ruolo importante nell’abolizione della schiavitù nelle colonie. E c’è un saggio di Livia Capponi sulla figura di Cesarione, il figlio che Giulio Cesare ebbe dalla regina Cleopatra. 

Il volto oscuro di Lenin: le ombre dietro la Rivoluzione. Andrea Muratore su Inside Over il 23 dicembre 2021. Una narrazione storiografica e politologica spesso separa nettamente la condotta del governo sovietico durante la fase fondante ad opera di Vladimir Lenin, dalla Rivoluzione d’Ottobre del 1917 alla morte del primo Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo avvenuta nel 1924, e quella segnata da una presunta “degenerazione” durante il lungo regime di Iosif Stalin, durato fino al 1953. La realtà è ben più complessa e, senza cadere in semplificazioni o demonizzazioni di sorta, si può riassumere nella presa di consapevolezza del fatto che gli attori politici e istituzionali non sono monadi che cambiano nettamente al variare della leadership.

E se Stalin è ricordato in quanto associato tanto alla fase di brutale modernizzazione politica, industriale, militare dell’Unione Sovietica quanto ai massacri, alle deportazioni in massa dei dissidenti nei gulag e alle vere e proprie politiche genocide (si pensi all’Holodomor, la grande carestia ucraina, o all’eccidio di Katyn) che furono attuati per accelerarla e consolidarne l’influenza all’estero, è bene sottolineare che le premesse di tutte le politiche repressive del potere bolscevico furono poste dal suo fondatore.

Fu la vittoria della tesi sulla de-stalinizzazione esposta da Nikita Krushev nel 1956 al XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, per assolvere la nomenklatura di cui aveva fatto parte da eventuali chiamate in correo per le brutalità dell’era di Stalin, a scaricare unicamente sul dittatore le responsabilità dei gulag, delle deportazioni, del Grande Terrore di cui buona parte del Politburo di Mosca fu invece attivo sostenitore. E a creare la dicotomia Stalin-Lenin che, alla prova dei fatti e a un’attenta analisi storica, è tutt’altro che reale.

Lenin, il giacobino di Russia

Sergej Petrovic Mel’gunov, nel saggio Il terrore rosso in Russia – 1918-1923, ha sottolineato con attenzione le radici leniniste della repressione sistemica delle opposizioni politiche e anche di diverse minoranze nazionali operate nella nascente Unione Sovietica di Lenin.

Del resto già nel suo Che fare? Lenin non aveva fatto mistero della necessità, a suo avviso, di consolidare il potere rivoluzionario con un’opera di centralizzazione dei gangli del potere nelle mani dello Stato. Fin qui, nulla di diverso da quanto enunciato o promosso da altri celebri rivoluzionari. Il marxismo-leninismo, cioè a dire il marxismo nella versione di Lenin, è all’origine della Rivoluzione d’Ottobre e portò alla costruzione dello Stato comunista in Russia, ed anche altrove, accreditando l’utopia salvifica della liberazione dell’uomo dallo sfruttamento capitalistico e quella, altrettanto chimerica, della creazione di un “Paradiso in Terra“.

François Furet nel suo libro Le due rivoluzioni. Dalla Francia del 1789 alla Russia del 1917 (1999) ha messo in correlazione i metodi di Lenin a quelli utilizzati dai giacobini francesi nel periodo del Terrore, ricordando che a detta del primo capo del  Pcus “l’emancipazione comporti di per se stessa l’esercizio finalmente sovrano dei diritti politici da parte dell’intermediario della dittatura del proletariato” secondo uno schema che rper il quale lo Stato rivoluzionario era “il garante dell’uguaglianza e dunque della libertà”, oltre che il supremo giudice.

L’accezione di “Terrore rosso” è dunque storicamente sostenibile. E tra il 1918 e il 1923 andarono in scena tutte le strutturazioni che si sarebbero poi trasmesse allo stalinismo. I primi gulag, i primi esperimenti di usi politici della carestia, le prime politiche di repressione di singoli gruppi sociali o nazionali e i primi processi-farsa di massa non sono da imputare, infatti, a Stalin ma bensì a Lenin.

Come Lenin ha anticipato Stalin

Su tutti questi profili il Terrore rosso iniziò la lunga fase della repressione interna all’Urss. Il Terrore Rosso fu il nome formale che il Partito bolscevico diede a una strutturata campagna di arresti di massa, deportazioni ed esecuzioni indirizzata ai controrivoluzionari durante la Guerra civile russa che vedeva i “rossi” opporsi alle forze bianche fedeli al mondo conservatore o ai deposti Zar e alla armate straniere. Dichiarata ufficialmente il 5 settembre 1918 in una risoluzione speciale adottata dalla leadership dei bolscevichi, questa campagna affermava che “tutti coloro che avessero a che fare con organizzazioni Bianche, cospirazioni e rivolte sarebbero stati uccisi”, e pur venendo abolita formalmente nel giro di un paio di mesi continuò, nella prassi, fino alla fine del conflitto e alla pacificazione della nascitura Urss.

Dopo lo sbarco di truppe angloamericane a Arcangelo e Murmansk a agosto e il successivo attentato della socialista rivoluzionaria Fanja Kaplan a Lenin conclusosi con un insuccesso il governo concesse alla polizia segreta, la Čeka un’autorità illimitata, autorizzando la fucilazione senza processo di oppositori politici e figure scomode di ogni tipo, l’arresto dei socialisti rivoluzionari di destra ritenuti maggiormente ostili, la presa di ostaggi fra i borghesi e gli ufficiali: il 7 settembre furono rese note 512 fucilazioni a Pietrogrado, un centinaio a Kronštadt, sessanta a Mosca, ottantasei a Perm’ e quarantuno a Novgorod, mentre in precedenza a anticipare la campagna di repressione era stata l’uccisione di tutta la deposta famiglia imperiale dello Zar Nicola II a Ekaterinenburg.

Erano anni brutali e in cui le parti in causa non si facevano sconti e il Terrroe Bianco non fu di entità minore nelle fasi iniziali del conflitto. Ma ai bolscevichi spetta il discutibile primato di aver fatto della repressione una strutturata strategia organica. E a Lenin quello di esserne stato l’iniziatore.

Lenin contribuì a dare vita al primo gulag, il campo di detenzione alle Isole Soloveckie, in Carelia, dopo la fine del primo bagno di sangue del Terrore Rosso. Il primo campo di lavori forzati fu aperto dai bolscevichi nel 1920 in una delle isole, per detenere i prigionieri della guerra civile, e fu esteso tre anni dopo ai prigionieri politici che nel frattempo erano andati accumulandosi.

Il genocidio dei Cosacchi

Ma non finisce qui. Parafrasando una celebre citazione di Karl Marx sullo Zar Pietro il Grande, Lenin nel 1918 invitò i bolscevichi a impiegare contro gli avversari della Rivoluzione dei “Metodi barbari”. Stalin avrebbe individuato un’attenta e spesso maniacale divisione tra i nemici di classe, i nemici politici e gli agenti di potenze straniere per organizzare la repressione. Lenin al fioretto preferì l’accetta: un nemico della Rivoluzione era nocivo in quanto tale e da reprimere “senza pietà”. Il ricorso sistematico alla presa di ostaggi, inclusi donne e bambini, la loro esecuzione riguardò non solo i sostenitori dei Bianchi ma anche elementi ostili come i proprietari terrieri e i loro famigliari.

Una vera e propria campagna di repressione su base etnica riguardò invece i Cosacchi abitanti l’attuale Ucraina. Il comandante dell’Armata Rossa Lev Trotski guidò nel 1918l’esercito dell’Armata Rossa contro le popolazioni del sud est, scontrandosi contro i Cosacchi provenienti dalle regioni dell’Ucraina, storicamente fedeli allo Zar. Questi sarebbero anche stati disposti a accordarsi con i nuovi padroni della Russia a patto di capire i margini di autonomia concessi alle loro tradizioni, ma tutto inutile di fronte all’avanzata imperante degli evangelizzatori rossi di Lenin. I Cosacchi, resi fortemente ostili al potere leninista dalle violenze dei bolscevichi, dalle loro violazioni e dai furti perpetrati a danno delle Chiese e dei luoghi di culto, e contrari alla politica agraria di collettivizzazione si batterono a lungo, combattendo una ostinata guerriglia contro l’Armata Rossa. La resistenza dei Cosacchi fu la Vandea del giacobinismo bolscevico.

In particolare, nel romanzo Arcipelago Gulag il noto romanziere e dissidente russo Aleksandr Isaevic Solzenicyn ha ricordato l’episodio della repressione sovietica nella città di Tambov, una delle maggiori roccaforti cosacche durante l’insurrezione iniziata nel 1919: “folle di contadini con calzature di tiglio, armate di bastoni e di forche hanno marciato su Tambov, al suono delle campane delle chiese del circondario, per essere falciati dalle mitragliatrici. L’insurrezione di Tambov è durata undici mesi, benché i comunisti per reprimerla abbiano usato carri armati, treni blindati, aerei, benché abbiano preso in ostaggio le famiglie dei rivoltosi e benché fossero sul punto di usare gas tossici. Abbiamo avuto anche una resistenza feroce al bolscevismo da parte dei cosacchi dell’Ural, del Don, del Kuban’, del Terek, soffocata in torrenti di sangue, un autentico genocidio”. Lo storico canadese Robert Gellately stima 300-500mila morti nella repressione e circa 100mila cosacchi costretti a fuggire tra il 1919 e il 1920 nella vasta campagna di de-cosacchizzazione su una popolazione di 3 milioni di abitanti, fatto che avvelenò definitivamente i rapporti tra il potere sovietico e gli storici guerrieri delle steppe, arrivati nella seconda guerra mondiale a collaborare col Terzo Reich.

Morte per fame

Un ultimo punto su cui Lenin fu anticipatore di Stalin fu quello dell’utilizzo della carestia come arma politica.

La carestia russa del 1921, che iniziò nella primavera di quell’anno e durò fino al 1923, interessò soprattutto la regione del Volga e del fiume Ural e causò la morte di circa 5 milioni di persone, portando nelle campagne a diffusi episodi di cannibalismo. Essa fu dovuta a una combinazione di effetti, con i danni provocati alla produzione agricola già dalla prima guerra mondiale e, in seguito, dagli scontri della rivoluzione e della guerra civile con la sua politica del comunismo di guerra, ma Lenin e i suoi seppero sfruttarla politicamente per reprimere la Chiesa ortodossa, ritenuta responsabile di essersi intascata e appropriata degli aiuti, e lo stesso leader sovietico dichiarò la sua intenzione in una lettera al Politburo.

L’idea era separare la Chiesa dal popolo delle campagne, vittima delle carestie, seguendo una politica di “divide et impera” che consentisse di favorire il governo nel coprire il fallimento del comunismo di guerra. Stalin avrebbe portato all’estremo questa strategia inducendo con scelte politiche una carestia genocida, l’Holodomor, ma la regia dell’uso politico di questi fenomeni fu, come in altri casi di Lenin. Architetto di tutte le principali esternazioni del potere politico sovietico. Comprese quelle passate alla storia per la loro brutalità.

30 anni fa crollava l'Unione Sovietica. Natale 1991, cala per sempre la bandiera rossa: la rivoluzione è morta. Umberto Ranieri su Il Riformista il 24 Dicembre 2021.

1) Il 25 dicembre del 1991 la bandiera rossa con la falce e il martello calava dal pennone del Cremlino sostituita da quella bianco, rosso e blu della Russia. Lo Stato nato dalla rivoluzione d’Ottobre non esisteva più. La sua capacità di attrazione era venuta meno da tempo. Era fallito il tentativo di Gorbacev di ridefinire una missione che consentisse all’Urss di rientrare nelle dinamiche del mondo globale e di ridare al comunismo la capacità di emanare un credibile messaggio universalistico. Il fallimento dell’ultimo segretario generale del Pcus metteva a nudo le insormontabili contraddizioni insite nel tentativo di riformare il comunismo sovietico.

2) L’altro tentativo di riforma fu quello condotto da Chruscev. Egli comprese che occorreva fare i conti con lo stalinismo. Difficile negare gli effetti liberatori della sua denuncia brusca, clamorosa e drammatica al XX congresso del Pcus nell’indimenticabile 1956. Tuttavia la risposta del leader sovietico alla esigenza emersa all’indomani della morte di Stalin di rivedere obiettivi, strategie e ruolo dell’Urss e del comunismo internazionale fu, come scrive Silvio Pons, debole e inefficace. Nella visione del comunismo chrusceviano restava intatta la convinzione che il capitalismo andava incontro alla depressione e alla catastrofe, assente era la capacità di intendere la tenuta e il dinamismo del sistema occidentale. Di qui le illusioni su una competizione economica vincente. Fallirà il tentativo di riformare, sulla scorta delle tesi di Evsej Liberman, l’economia sovietica, introducendovi concetti quali la produttività, gli incentivi, il profitto d’impresa.

3) Chruscev uscì di scena il 14 ottobre del 1964 vittima di una congiura che avrebbe aperto la strada all’era di Leonid Breznev. Lasciava un’Urss meno dispotica di quella che aveva ereditato ma le fondamenta del regime sovietico restavano quelle forgiate da Stalin. Negli anni di Breznev sarà raggiunta la parità negli armamenti con gli Stati Uniti ma apparirà chiaro che sotto il coperchio di ferro della dittatura politica permaneva una realtà di inefficienza e degrado economico, oltreché di fame e miseria per strati sempre più estesi della popolazione. Con l’invasione della Cecoslovacchia nell’agosto del 1968 venne stroncato l’ultimo tentativo di riformare un regime comunista. La vicenda ungherese del ‘56 e quella della Cecoslovacchia nel ’68 segneranno la fine del tempo delle riforme “dall’alto”, promosse dalle classi dirigenti dell’est. In Polonia, dalla fine degli anni Settanta aveva preso corpo un movimento di massa che “dal basso” erodeva ormai le basi del regime.

4) Era inevitabile, si chiede Silvio Pons a conclusione del suo bel libro sul comunismo La rivoluzione globale, il crollo dell’Unione Sovietica? Fu Gorbacev a provocarlo involontariamente, aggiunge Pons: «Il suo ideale di un socialismo dal volto umano lo portò a varare riforme insostenibili per le compatibilità del sistema, che innescarono la dissoluzione». Nei trent’anni successivi alla fine dell’Urss si sono moltiplicati i lavori e le ricerche per capire le ragioni di fondo che hanno portato l’Urss al crollo e il comunismo allo scacco. La rivoluzione del 1917, scrive Aldo Schiavone, “rappresentò la quintessenza di quel trionfo “giacobino” della politica… che era l’esatto contrario delle previsioni e degli auspici di Marx. In questo senso fu di sicuro “una rivoluzione contro Il Capitale” (per riprendere una formula celebre) destinata a riproporre per tutto il secolo il mito della conquista del potere come puro atto di forza e di volontà. Accadde così che il carattere giacobino della rivoluzione cristallizzatosi in una forma di Stato si trasformò rapidamente in dispotismo. Infine il colpo di grazia al sistema fu inferto dalla straordinaria trasformazione capitalistica che dalla seconda metà degli anni Settanta del Novecento aveva cambiato il volto del pianeta. Travolto dal mutamento e incapace di adeguarvisi il comunismo diventerà all’improvviso una figura inattuale e obsoleta”.

5) La verità è che avevano visto bene Julij Martov e i menscevichi: quella di Lenin fu la dittatura del partito e si trasformò dopo nella dittatura del despota Stalin sulla intera società russa. L’ultima illusione dei riformatori gorbacioviani, il ritorno a Lenin, lo aveva già sostenuto Chruscev, non avrebbe impedito una crisi sempre più profonda di quel sistema. Eduard Bernstein, il socialista più denigrato della storia del Movimento Operaio, vedrà nel leninismo la conferma che le rivoluzioni finiscono col risolversi nella pura conquista del potere. Privilegiato l’aspetto militare, la costruzione di un ordine economico e sociale nuovo si esaurirà in una serie di atti volontaristici, in “tentativi capricciosi…brancolamenti dilettanteschi” che produrranno danni irreparabili.

6) Trent’anni fa, Gorbacev uscì dalla scena come un uomo sconfitto e tuttavia, senza la sua iniziativa, la fine dell’Urss difficilmente avrebbe presentato un carattere pacifico. Quel sistema avrebbe potuto esasperare il suo aspetto concentrazionario, chiudersi senza varchi come una fortezza assediata, tentare una avventura militare. Soluzioni disperate che avrebbero imposto sacrifici sconvolgenti. Imboccare la via cinese avrebbe significato una tragedia di proporzioni incalcolabili per l’Europa e per l’Urss. Gorbacev scongiurò un simile esito. Rinunciò al profilo imperiale dell’Urss lasciato in eredità da Stalin, liquidò la concezione del potere che aveva portato alle tragedie di Berlino Est nel 1953, di Budapest nel 1956, di Praga nel 1968, di Varsavia nel 1981. Il putsch dell’agosto 1991 a Mosca fu un penoso colpo di coda di un regime ormai esausto. Gorbacev uscì dalla scena come un uomo sconfitto. La sua iniziativa, scrive Silvio Pons, «se non aveva cambiato il sistema né rinnovato il comunismo, ciò nonostante, aveva privato di senso una sua difesa ad oltranza».

7) Con la fine del comunismo implodeva un sistema totalitario. Eppure le immagini di quell’ammaina bandiera senza onore nell’indifferenza dei moscoviti suscitava una profonda tristezza al pensiero dei tanti che avevano guardato al comunismo come una utopia liberatrice. Il comunismo storico è fallito scriverà Norberto Bobbio ma i problemi restano. La via maestra per affrontarli è in un ancoraggio ideale e politico alle imprescindibili lezioni della democrazia liberale e al pensiero socialista democratico. Consapevoli come scriveva Isaiah Berlin che nessuna soluzione perfetta è possibile nelle cose umane e ogni serio tentativo di metterla in atto è destinato con ogni probabilità a produrre sofferenza, delusione e fallimento. Umberto Ranieri

·        Comunisti: La Scissione dell’atomo.

La scissione di Livorno. La tragedia di un partito ridicolo con una fama di serietà come quella del Pd. Carmelo Palma su L’Inkiesta il 7 Dicembre 2022.

L’aria da adulto nella stanza ha consentito ai dem di stare al governo quasi ininterrottamente per un decennio, pur non avendo mai vinto una sola elezione politica. Nel frattempo sono passati sotto traccia certi sentimenti populisti che da sempre animano parte della classe dirigente del Nazareno

A chi chiedesse – sono falangi – con senso di dispetto e tono di rimprovero perché estranei, competitor e spregiatori prendono così seriamente le tragedie di un partito ridicolo, come il Partito democratico si è ridotto a essere, pur non provenendo e neppure dovendo congedarsi da quella accidentata storia politica, la risposta dovrebbe essere: perché il Partito democratico ha fatto di tutto per apparire (e per alcuni tratti è anche riuscito ad essere) un partito serio e perché questa immagine di serietà da “adulto nella stanza” gli ha consentito, senza vincere una sola elezione politica dalla sua fondazione, di stare al governo quasi ininterrottamente nell’ultimo decennio.

La serietà, che sia immagine o realtà, è una rendita, ma anche un onere. Frutta, ma costa. È una reputazione conveniente (forse, in Italia, neppure troppo), ma un fardello pesante. Poi il Partito democratico voleva sembrare un partito serio per tutti, non solo per chi lo aveva o avrebbe votato, e questa sussiegosa esibizione di serietà è stata il crisma post-comunista della diversità comunista: un modo per segnare la distanza dagli altri e affermare la riconoscibile, anzi incontestabile superiorità morale progressista.

Dunque oggi merita una risposta seria anche il surreale dibattito in corso nel comitato costituente del “nuovo” Partito democratico, tra le citazioni delle tesi di Marx su Feuerbach (Gianni Cuperlo), le riletture chomskyane di Lenin (Caterina Cerroni) e le polemiche millenariste contro la deriva liberista (Andrea Orlando) di un Paese in cui lo Stato intermedia un euro ogni due di prodotto e ne incassa tra tasse e contributi più o meno altrettanto.

Certo, ci si può domandare se nell’ultimo decennio tutta questa serietà, tutta questa disponibilità al servizio, tutta questa disposizione al sacrificio – di stare al Governo e al potere, di nominare ministri e direttori generali, di “essere lo Stato” come disse l’alleato Di Maio, facendo eco a un più famoso Luigi – esprimesse solo motivazioni altruistiche e accanto ai patriottici “perché” non avesse a motivarla anche ben più particolaristici “per chi”.

Rimane però il fatto che il Partito democratico al momento del bisogno c’è sempre stato, un po’ accompagnando con fatica governi d’emergenza – prima Monti, poi Draghi – e facendo di necessità virtù, e un po’ inventandosi soluzioni tampone e ribaltamenti imprevedibili (la rottamazione renziana), come nella legislatura della non vittoria e non sconfitta 2013-2018, con risultati tutt’altro che disprezzabili e, con il senno di poi (quello dell’innamoramento per il fortissimo riferimento progressista di Volturara Appula), quasi miracolosi.

Tornando dunque alle convulsioni ideologiche del Partito democratico che oggi divora se stesso e la propria stessa origine, arrivando a rintracciare nel manifesto veltroniano del 2007 segni di inammissibile cedimento e indizi di volontaria capitolazione all’ideologia del nemico di classe, c’è seriamente da chiedersi se ci sono o ci fanno. E c’è forse, altrettanto seriamente, da rispondersi che, come quasi sempre avviene in questi casi, nel Partito democratico ci sono e insieme ci fanno e le maschere e le identità si confondono e rannodano in un’unica e inestricabile contraddizione.

Intanto: ci sono. Nella discussione del comitato costituente del Partito democratico riemergono radici sepolte, ma mai estirpate, sospetti celati, ma mai dissolti, riflessi pavloviani acconciamente dissimulati, ma mai del tutto superati.

L’impressione è che tutto quello che il Partito democratico è riuscito ad essere fino a questo momento, nei tre lustri di vita, lo sia stato quasi suo malgrado e che abbia bisogno di liberarsi dal peso di questa costrizione. È stato un partito decentemente atlantista, europeista e perfino mercatista. È stato un partito che, al netto delle derive sudiste, che nella politica italiana raccolgono comunque destra e sinistra sotto il denominatore comune di un potere neo-borbonico, ha mostrato una buona capacità di governo e, in ogni caso, una apprezzabile affidabilità.

Eppure tutto questo si sta dissolvendo, anzi sta letteralmente evaporando, mentre il richiamo della foresta dell’unità nazionale populista riporta indietro le lancette democratiche a una stagione ideologicamente pre-diessina. Anche se in teoria fa ridere, una riflessione al livello del Partito comunista dell’euro-comunismo berlingueriano, precipitata in un partito progressista di cinquant’anni dopo, fa soprattutto impressione. E fa impressione perché è vera, perché risponde a ragioni tenaci e sentimenti vivi nella classe dirigente del Nazareno e certamente in una parte del suo elettorato.

Questa è la realtà. Poi c’è la maschera, la commedia degli equivoci, il consueto moralismo ipocrita e politicismo cinico. Quello che, per spiegarsi con un esempio, porta due dirigenti come Franceschini e Orlando, che hanno fatto i ministri praticamente sempre, in nome di quel terribile partito “neo-liberale”, a collocarsi sul fronte antagonista e a proseguire la loro indefessa guerra contro Renzi e il renzismo, come dimenticando di essere stati proprio loro i principali protagonisti e beneficiari di quella stagione. In questo il Partito democratico funziona (ma funzionare non è il termine appropriato) come la curia vaticana, passi felpati e pugnali, preghiere e rese di conti sanguinose.

La costituzione politica del Partito democratico, formalmente quasi perfetta, e con un elevatissimo grado di apertura e contendibilità, si è infranta proprio su questo peccato originale, cioè su una clausola oligarchica sovrapposta al principio democratico, che ha portato alla costituzione di un conglomerato di correnti e di centri di potere radicati territorialmente, ma fluttuanti politicamente, disponibili a andare avanti come a tornare indietro, a scoprirsi renziani e a riscoprirsi anti-renziani, ad andare oltre il socialismo e a tornare ad essere la trincea dell’anti-liberalismo. Un misto di doppiezza comunista e di agnosticismo democristiano, insomma. Nel Partito democratico è tutto immobile e tutto reversibile, nulla può cambiare, ma tutto può succedere.

Così, oggi quello che succede è questa sorta di scissione di Livorno, un secolo e un anno dopo. A conferma della tesi marxiana per cui la storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa.

Francesco Verderami per il “Corriere della Sera” il 3 dicembre 2022.

Il primo compito che toccherà al futuro segretario del Pd non sarà riuscire a competere con il centrodestra ma tenere unita la sinistra. Più che una missione sembra un'impresa.

Quasi fossero stati colpiti da un sortilegio oscuro, coloro che volevano democratizzare il M5S si stanno grillinizzando. Anzitutto negli atteggiamenti. I democratici di oggi somigliano infatti ai Cinque Stelle di ieri, quelli di Conte e Di Maio, che erano privi di una linea comune, rissosi e in procinto di dividersi. 

Ogni dichiarazione, ogni passaggio politico nel Pd dà la percezione di un'imminente scissione tra chi propone un rilancio del «riformismo» e chi spera di «riaccendere la scintilla della Rivoluzione d'ottobre». Perfino il dibattito sulla riscrittura del Manifesto costituente del partito viene drammatizzato, tanto da far vedere a Parisi - l'inventore dell'Ulivo - una «riedizione del congresso di Livorno», dove nel 1921 si celebrò il divorzio tra socialisti e comunisti.

Il problema del Pd non sono né il calo nei sondaggi né la competizione per la segreteria: sono i toni della dialettica interna. Il modo in cui Provenzano irride i «sedicenti riformisti che d'ora in poi è meglio chiamare conservatori», fa capire che «d'ora in poi» si procederà con l'antica liturgia della scomunica e della delegittimazione. E quando il sindaco di Bergamo Gori dice che sarebbe pronto a lasciare il Pd se vincesse Schlein, preannuncia che non si assoggetterà al patto di cui si parla al Nazareno: l'accordo tra Prodi, Letta, Franceschini e un pezzo di sinistra interna, per mettere definitivamente ai margini gli ex renziani e prepararsi a un'intesa con Conte.

Raccontano che Guerini stia insistendo con i compagni che sono stanchi di essere marchiati con la lettera scarlatta. È vero, poco prima delle elezioni aveva spiegato che «se il Pd dovesse scendere sotto il 20% sarebbe condannato», ma in queste ore chiede di «lavorare per l'unità»: «Certo bisogna capire se si vuole ricostruire il partito o dare vita alla Quinta Internazionale...». 

Perché i segnali ostili sono chiari. A partire dal discorso pronunciato da Speranza durante i lavori della Costituente, con quell'indice puntato contro il Manifesto «neo liberista» del Pd (a cui peraltro contribuì nella stesura anche Mattarella). L'idea degli scissionisti di Articolo 1 - spiega un dirigente dem - non è rientrare nel partito abbandonato negli anni del renzismo: «Loro non vogliono rimettersi con noi. Loro vogliono provare il colpaccio»: spaccare cioè il Pd e poi coalizzarsi con il M5S, «secondo il disegno di D'Alema».

 Ecco il clima di sospetto, che d'altronde aleggiava da tempo. E le forzature ideologiche operate sul profilo del partito non fanno che rafforzare la tesi di chi teme una «mutazione genetica»: perché una forza nata con la «vocazione maggioritaria» così diventa un'altra cosa. Anche se il processo era già in atto, visto che da tempo nelle dichiarazioni dei suoi dirigenti, il Pd non veniva più definito di «centrosinistra».

Lo stesso segretario, per tutta la campagna elettorale, in ogni dichiarazione ha usato solo il termine «sinistra». Come se il partito fondato da due anime ne avesse smarrita una per strada. Ecco perché a prescindere da chi subentrerà a Letta - Bonaccini, De Micheli, Ricci, Schlein - sarà un'impresa recuperare l'unità se non c'è una visione comune sulla identità. Perciò il Pd di oggi sembra il Movimento di ieri. Quello di Conte e Di Maio. Prima della scissione.

Cupio dissolvi. Il dibattito para-leninista sulla rifondazione del Pd è il solito gioco delle tre carte. Francesco Cundari su L’Inkiesta il 3 Dicembre 2022.

Se alcuni dei suoi padri, ex post, ne hanno denunciato il peccato originale, non è perché quel progetto sia fallito, ma perché ha funzionato così bene da poter fare a meno di loro

Il surreale dibattito sulle radici anticapitaliste del Partito democratico con cui si è aperta la sua «fase costituente» rischia di accreditare il luogo comune secondo cui quel progetto sarebbe stato un fallimento sin dall’inizio, avendo avuto la pretesa di unire due tradizioni, post-comunista e post-democristiana, che insieme non potevano stare e che avrebbero fatto meglio a rimanere divise.

Come spesso accade in politica, il luogo comune coniato dagli avversari è stato progressivamente fatto proprio dai suoi bersagli, cioè da buona parte dei fondatori del Partito democratico.

Ma il vero motivo per cui molti di quei dirigenti sono arrivati a tale funesta conclusione è in verità la migliore dimostrazione del contrario. Se infatti, ex post, ne hanno denunciato il peccato originale, non è perché quel progetto sia fallito, ma perché ha funzionato così bene da poter fare a meno di loro.

Di qui la reinvenzione della tradizione, funzionale ad attribuire a Matteo Renzi lo snaturamento del Partito democratico, che da lui sarebbe stato trasformato in un partito di destra neoliberista, rispetto a un mitico passato socialista e rivoluzionario. Salvo poi scoprire, come è accaduto alla prima riunione della «costituente» chiamata a rifondarlo, che il Manifesto dei valori steso all’atto della sua fondazione già conteneva simili tare.

In proposito il gioco delle parti ha raggiunto negli due ultimi giorni vette inarrivabili. Il resoconto del dibattito pubblicato ieri da tutti i giornali non lascia spazio a dubbi circa il significato dell’operazione: ci sono Roberto Speranza e Andrea Orlando che se la prendono con il neoliberismo di cui sarebbe impregnata la carta fondativa del 2007 (difetto di cui sembrano essersi accorti solo nel 2022, e che comunque non ha impedito al primo di fare il parlamentare e anche il capogruppo del Partito democratico fino al 2015, al secondo di fare il parlamentare e il ministro, praticamente a tutto, fino all’altro ieri); c’è Gianni Cuperlo che cita l’undicesima tesi su Feuerbach di Karl Marx: «I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo» (nella versione di Palmiro Togliatti, ma a dire il vero le cronache non specificano a quale traduzione si sia attenuto Cuperlo, ammesso che non l’abbia citata direttamente in tedesco); c’è la neoparlamentare Caterina Cerroni, coordinatrice dei Giovani democratici, che confida: «Leggevo Chomsky che citava Lenin, secondo cui senza teoria rivoluzionaria non esiste alcuna pratica rivoluzionaria» (dove la crisi dell’idea rivoluzionaria è dimostrata soprattutto dalla pigrizia di non andarsi a cercare nemmeno la citazione alla fonte diretta).

Tutto questo surreale florilegio di Marx e Lenin viene ora perlopiù interpretato come un ritorno alle origini. Sarà dunque utile un veloce ripasso.

Per chiarire quale fosse la teoria rivoluzionaria dei vertici del Partito democratico prima dell’arrivo di Renzi basterebbe ricordare come Pier Luigi Bersani, all’inizio del 2011, non si facesse scrupolo di esortare a una comune alleanza anche un «terzo polo» guidato da Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini (altro che Renzi e Calenda), per non parlare del modo in cui, alla fine di quello stesso anno, decideva di appoggiare l’ascesa a Palazzo Chigi di Mario Monti (con un governo tecnico assai più conservatore e incline all’austerità di quello guidato da Mario Draghi) e insisteva, anche contro una parte della sua segreteria, perché arrivasse fino al termine della legislatura.

Una linea sintetizzata da Massimo D’Alema nel bizzarro slogan «Con Monti, oltre Monti», di cui ha lasciato testimonianza anche in un libro-intervista, scritto appena in tempo per la campagna elettorale del 2013 (Controcorrente, Laterza).

Tra i pochissimi che provarono a correggere quella linea, a onor del vero, c’erano Stefano Fassina e Matteo Orfini. Certamente non c’era Enrico Letta, di cui resta memorabile il biglietto inviato al neopresidente del Consiglio Monti in parlamento, prontamente catturato dai fotografi, in cui definiva il nuovo esecutivo «un miracolo» (per la precisione, perché anche il tono conta, il messaggio si concludeva con queste parole: «Per ora mi sembra tutto un miracolo! E allora i miracoli esistono!»)

La reinvenzione del profilo politico di Letta è infatti la più sbalorditiva di tutte. Ma è ancora niente rispetto al gioco di prestigio con cui, dopo avere eguagliato cinque anni dopo il risultato più disastroso della storia del partito (quello del Partito democratico renziano del 2018), ha pensato bene che in attesa dell’inevitabile congresso, lui e l’intero gruppo dirigente (non) uscente dovessero organizzare nientemeno che la sua rifondazione.

Il summenzionato dibattito para-leninista è la conseguenza inevitabile di questo gioco di specchi, ma anche dell’inerzia di chi dovrebbe pretendere un vero ricambio e si lascia intortare come un allocco. Senza capire che l’esito ultimo di tanti magniloquenti discorsi su Marx, Lenin e la necessità di cambiare il mondo è la demolizione del Pd in quanto tale, cioè in quanto partito capace di rappresentare la grande maggioranza riformista del centrosinistra (contrariamente a un’altra lunga serie di luoghi comuni, il Partito democratico non nacque infatti come partito unico del centrosinistra, ma come unione delle sue correnti riformiste).

Preoccupati di perdere il congresso del partito che c’è, i responsabili della disfatta elettorale stanno provando dunque a inventarsene un altro in questa singolare «fase costituente» preliminare, per cercare di rimescolare le carte ancora una volta. E così, per giustificare la fondazione di un nuovo soggetto, implicitamente o esplicitamente hanno finito per certificare il fallimento del partito attuale.

Eppure è vero l’esatto contrario. Il progetto del Partito democratico è stato un completo successo, caso più unico che raro nella storia della politica italiana in cui la fusione di due partiti abbia portato a un risultato elettorale superiore alla loro somma, tanto da non essere più messo in discussione nei successivi quindici anni (l’altro caso era il Popolo della Libertà, nato proprio per rispondere da destra a quella sfida, che però è durato assai meno).

Se il Partito democratico ha potuto esercitare un ruolo centrale nella politica italiana pur non avendo mai pienamente vinto le elezioni, se i suoi esponenti hanno potuto fare tante volte i ministri, se i suoi gruppi dirigenti hanno potuto fare e disfare tanti governi, la ragione sta proprio nella scelta di lasciarsi alle spalle partiti e partitini di centro, di sinistra e di centrosinistra – quelli sì falliti – buoni solo a farsi la guerra tra loro. Eppure, di questo passo, è proprio lì che rischiano di tornare.

Un partito a caso-cortez.  La grottesca deriva anticapitalista del Pd e la sua surreale trasformazione in Dp. Mario Lavia su L’Inkiesta il 3 Dicembre 2022.

Fondato da Walter Veltroni, il Partito democratico sta perdendo ogni sfumatura liberaldemocratica, ma per aggiungere stravaganza a stravaganza i nostalgici e la ditta sembrano comunque preferire come segretario il riformista Bonaccini alla candidata di sinistra Schlein

«Pd o Dp?»: la battuta non è surreale, perché anche se sembra incredibile scivolare dal fondatore del Partito democratico Walter Veltroni a quello di Democrazia proletaria Mario Capanna sta venendo fuori l’anima “anticapitalista” che ancora alligna come un rampicante su qualche muro del Nazareno.

Ma forse – ragiona qualcuno – è persino meglio che «i matti» (definizione non nostra, ndr) siano usciti subito allo scoperto così da determinare una reazione contraria e si possa passare a una fase più seria della discussione. E infatti ieri c’è stata una reazione e ci sarà nei prossimi giorni.

Certo è che ora che la nave è senza timoniere dalla stiva esce di tutto, compresa una trita citazione di Lenin – ma questo è colore – e vari assalitori del profilo riformatore del partito creato al Lingotto, con Enrico Letta silente che ormai non governa nulla mentre il nuovo arrivato Roberto Speranza ha dato la linea: «Bisogna espungere il liberismo che si è insinuato nel Partito democratico».

C’è da chiedersi a questo punto come il suddetto Veltroni, che pure ha lasciato la politica attiva, possa continuare a restare in silenzio di fronte a questo tentativo di seppellire il "suo" Partito democratico, che tra alti e bassi in questi anni è riuscito a mantenere un profilo riformista, sociale e liberale.

Ma a parte questo, dai toni emersi nella prima riunione dei "saggi" che hanno l’improvvido compito di scrivere un nuovo Manifesto del partito – giacché ritengono superato e pure «brutto» quello del 2008 scritto da Reichlin, Prodi, Mattarella eccetera – è abbastanza verosimile che continuando così la scissione diventerebbe inevitabile e bisognerebbe porsi semmai il problema di come gestirla: cosa accomuna le idee di Nadia Urbinati a quelle del documento laburista di Marco Bentivogli? O fra la linea di Peppe Provenzano e quella di Giorgio Gori?

Qui è veramente difficile il caro vecchio compito dei mediatori, quello che tradizionalmente alla fine s’impone "per il bene del partito", giacché è arduo fare sintesi tra chi vuole (ancora!) superare il capitalismo e chi ritiene che il medesimo capitalismo abbia bisogno di riforme, ma che è il mondo in cui viviamo e vivremo.

Marx e Lenin a parte, bisognerebbe piuttosto capire se questo Comitatone abbia la legittimità per scrivere completamente la nuova "Costituzione" finendo in questo modo per sostituirsi ai candidati: hanno creato un ginepraio tale che in teoria si potrebbe finire con un Manifesto anticapitalista e un segretario riformista. Meccanismi da manicomio.

È difficile in questo senso dare torto a Stefano Ceccanti, uno dei "saggi", pronto ad andarsene se non verrà chiarita la funzione del Comitatone che rischia di riscrivere non solo i valori ma anche regole e contenuti, come per esempio le primarie: sarebbe «un’invasione».

Tutto questo sta avvenendo sotto gli occhi di Enrico Letta, che ritiene di poter fare l’arbitro del Congresso ma che ha la responsabilità di aver nominato un Comitatone di saggi sbilanciato a sinistra, come si è visto nella riunione di ieri.

Per la prima volta da tanto tempo si risentono i riformisti "ulivisti" e quelli più recenti come Giorgio Gori: «Il messaggio degli elettori non è "cambiate il Manifesto", casomai "cambiate la classe dirigente"», ha detto ad Huffington Post. «Avremmo bisogno di un’economia più dinamica e invece discutiamo dell’ordoliberismo, cioè di un fantasma».

Nella confusione generale resta un mistero perché gli "anticapitalisti" tipo Andrea Orlando, Gianni Cuperlo, Laura Boldrini, che nella riunione hanno avuto il fragoroso apporto di Nadia Urbinati e di Emanuele Felice, non appoggino Elly Schlein, la candidatura più di sinistra che verrà formalizzata domani a Roma. La eventuale vittoria della neodeputata bolognese – ha annunciato Gori – metterebbe in discussione la sua appartenenza al Partito democratico. Vedremo quello che succederà nelle prossime riunioni del Comitatone, ma se il buongiorno si vede dal mattino è prevedibile come minimo che si spaccherà.

Può darsi che sia stata una falsa partenza, può invece darsi che sia stato l’inizio della fine, la "deriva francese", appunto una Democrazia proletaria 2.0, che darebbe forza a Giuseppe Conte e paradossalmente anche a Calenda e Renzi, che proprio su questa scommettono per portare avanti la bandiera riformista.

Giallisti e riciclati, ecco l'"armata" per rifondare il Pd. Carlantonio Solimene su il Tempo il 26 novembre 2022

C'è chi, come la vicesegretaria del Piemonte Monica Canalis, se la prende con il «romanocentrismo» del partito. Chi, come il «Collettivo delle donne del Pd», mette nel mirino il «metodo» e la «poca trasparenza nelle scelte». Chi, come Chiara Gribaudo, denuncia la pressoché totale assenza di under 40. Un piccolo campionario di distinguo per mostrare come la nascita del «Comitato costituente del Pd» battezzato pomposamente da Enrico Letta nella Direzione di giovedì abbia raccolto - eufemismo - poco entusiasmo.

C'è da comprenderli, gli scettici. Tredici anni fa, quando Walter Veltroni fondò il Partito democratico, affidò la scrittura della carta dei valori a un comitato di 45 esperti che, a sinistra, avevano un certo peso. C'erano lo stesso Enrico Letta, Piero Fassino, Massimo D'Alema, Pier Luigi Bersani, Rosy Bindi, Francesco Rutelli, Romano Prodi, Giuliano Amato, Sergio Cofferati. Oggi non solo si moltiplica la partecipazione all'organismo rendendo ancora più difficili le decisioni- sono 87 i nominati, altri saranno scelti dalle Regioni, altri estratti a sorte, alla fine si arriverà a cento delegati- ma si affolla la platea prevalentemente di seconde file. Parlamentari pressoché sconosciuti, scelti non si sa bene con quale criterio. Anzi, un criterio ci sarebbe pure, secondo i maliziosi: la stragrande maggioranza fa parte delle correnti contrarie alla candidatura di Stefano Bonaccini. E siccome la consegna della nuova carta dei valori arriverà prima dell'elezione del nuovo segretario, c'è il rischio concreto che il vincitore si ritrovi a gestire un partito con una piattaforma programmatica scritta dai suoi oppositori. Un capolavoro di coerenza.

Che poi il problema non sono solo le idee, ma gli stessi profili. Tra i Dem i mal di pancia maggiori sono per la cospicua presenza di esponenti di Articoli 1. Gli «scissionisti» dell'era renziana ora rientrano dalla porta principale e si preparano a mettere il loro marchio sul futuro del Nazareno. Roberto Speranza è, al fianco di Letta, tra i «garanti del percorso costituente». E poi ci sono i vari Alfredo d'Attorre, Roberta Agostini ed Elettra Pozzilli, riciclati come esponenti della società civile.

A proposito di società civile, alcune presenze nel comitato sono quanto meno curiose. Prendasi il giallista Maurizio De Giovanni. Popolare lo è di certo, visto che le trasposizioni dei suoi romanzi in fiction Rai sono in genere accolte da un notevole successo. Ma cosa avrà da dire sul futuro della sinistra? Magari Letta & Co. sono rimasti impressionati dalla visione di «Mina Settembre», dove una giovane donna con stipendio da assistente sociale conduce una vita a base di pochissime ore di lavoro, casa nobiliare in centro storico, aperitivi con le amiche, cene in ristoranti gourmet e il tutto attraversando una Napoli senza neanche una cartaccia per terra.

Una perfetta traduzione su schermo di quel «diritto all'eleganza e alla moda» incautamente rivendicato da Soumahoro a Piazzapulita. E che dire di Enrico Giovannini? Non c'è un comitato in cui l'ex presidente dell'Istat e pluriministro non sia stato invitato. Il problema sono i risultati. La Commissione che presiedette dieci anni fa per mettere a confronto gli stipendi dei parlamentari italiani con quelli dei colleghi all'estero si concluse con un mesto «non siamo riusciti a raccogliere i dati». Un anno dopo Giorgio Napolitano lo coinvolse nel Comitato dei saggi che doveva redigere il piano di riforme istituzionali per il Paese. Anche quell'avventura, come noto, non ebbe fortuna. Né risultano lasciti memorabili dalle sue esperienze di governo.

Insomma, non fosse altro che per scaramanzia, forse sarebbe stato meglio tenerlo fuori. L'impressione, insomma, è che il pomposo comitato nasca già sgonfio e avvolto dallo scetticismo generale. Tradotto alla perfezione dalle dichiarazioni di Bonaccini: «Il comitato? Discuteremo con le persone che ieri sono state scelte - ha detto il governatore dell'Emilia Romagna ma soprattutto dobbiamo accelerare, perché credo che i cittadini non capiscano fino in fondo quanti mesi ci mettiamo per scegliere un nuovo gruppo dirigente». Come dire: lasciamo che gli esperti giochino, ma poi sbrighiamoci a passare alle cose serie.

Marcello Sorgi per “la Stampa” il 19 novembre 2022.

Oltre a sollecitare curiosità e una proliferazione di candidature, la lunga vigilia del congresso Pd dopo la sconfitta del 25 settembre sta motivando analisi le più varie. S' intuisce che dietro il protrarsi dell'attesa (sei mesi, fino a marzo, se saranno rispettati i tempi previsti, cinque, fino a febbraio, se alla fine si troverà il modo di accorciarli) c'è un serio problema politico: la scelta di allearsi con il centro di Calenda e Renzi o con i "progressisti" di Conte, che ha ormai occupato stabilmente lo spazio alla sinistra del Pd, e, almeno nei sondaggi, lo ha anche sorpassato.

Il tema delle alleanze, inoltre, è stato storicamente al centro del dibattito interno dei due partiti di cui il Pd si proclama erede: la Dc divisa tra filosocialisti e filocomunisti e il Pci altrettanto, tra filosocialisti e filodemocristiani. Infine la costruzione del cosiddetto "campo largo" è diventata via via sempre più difficile, da quando Calenda ha escluso di potersi ritrovare in coalizione con i 5 stelle, e Conte sta demolendo una dopo l'altra, in nome di una politica radicalmente pacifista ed ecologista, i patti a livello locale con il partito di Letta.

Un bel rebus. Che difficilmente può essere risolto facendo riferimento a esempi del passato che riguardano solo il Pci, e segnatamente quello di Togliatti, Longo e Berlinguer, i tre segretari che lo guidarono nel Novecento, portandolo - soprattutto Berlinguer - a percentuali elettorali ragguardevoli (nelle europee del 1984 venne perfino superata la Dc), ma allo stesso tempo segnandone la fine, giunta poi con la caduta del Muro di Berlino nel 1989 e tutto quel che ne seguì a livello mondiale. Cercare le ragioni della crisi presente negli irrisolti problemi del passato è giusto.

Tenendo però presente che il Pd è il prodotto della crisi simmetrica di Dc e Pci, i dirigenti attuali provengono dai due grandi partiti di massa del tempo che fu. «Un amalgama mal riuscito», lo definì D'Alema. Dimenticare i democristiani, o peggio, considerare in tutto e per tutto assimilabili ai post-comunisti i democristiani di sinistra che nel 2007 confluirono, via Margherita, nel partito fondato da Veltroni, sarebbe un errore. Anzi, è da quella differenza tra chi per mezzo secolo era stato al governo e chi all'opposizione che bisogna partire - dovrebbero farlo entrambi, ex-dc e ex-pci -, per capire meglio le questioni di oggi.

Fulvio Abbate per mowmag.com il 19 novembre 2022. 

Pensa, occorreva l’arrivo dell’Ingegnere per constatare con immediatezza l'abisso del Partito democratico. Carlo De Benedetti che cala infatti il sipario sul partito che si pretendeva forte del brand veltroniano della “vocazione maggioritaria”, ai nostri occhi, va ora, idealmente, immaginato in signorile vestaglia da camera mentre, subito giù in basso, si scorge un paesaggio di macerie politiche irrimediabili. 

In un film di Dino Risi, “Il gaucho”, una scena fa al caso nostro. Siamo a Buenos Aires, nella villa di un altro Ingegnere, interpretato da Amedeo Nazzari. Questi, accogliendo una comitiva di cinematografari romani in gita, si esibisce generosamente intonando una melodia del Paese lontano.

Vittorio Gassman e Silvana Pampanini lo ascoltano stretti in un lento. A un certo punto, la Pampanini, rivolta a Gassman, ammirata, così commenta: “Ammazza, come canta bene l’ingegnere”, e Gassman di rimando: “Te credo, c’ha i soldi”. Questo breve dialogo, non sembri fuori luogo, serve a penetrare nella sostanza del nostro discorso. 

L’Ingegnere De Benedetti, come quell’altro del film, nel nostro caso, le canta adesso al Pd, forte di se stesso, con crudele chiarezza. Una prece, la sua, consegnata ad Aldo Cazzullo per le pagine del Corriere della Sera: “Il Pd è un partito di baroni imbullonati da dieci anni al governo senza aver mai vinto un'elezione”.

Ancora l’Ingegnere nostro, con ulteriore generosità, aggiunge che “la segreteria Letta è stata un disastro. Perché in campagna elettorale Letta non ha saputo indicare una sola ragione per cui si dovesse votare il Pd, ma solo ragioni per non votare gli altri. Per la sua arroganza e supponenza il Pd ha corso da solo e ha determinato la vittoria della destra, che alla luce dei risultati non era affatto scontata”. 

Si potrebbe obiettare che Letta aveva buone ragioni per indicare il sentore regressivo di una destra ancora prossima alle suggestioni fasciste, resta tuttavia che l’immagine prospettata dall’Ingegnere - i “baroni imbullonati” - brilla chiara ed evidente, rendendo impossibile assolvere chi si pretendeva invece attendibile presso un elettorato ormai fluido e preda del disincanto, ormai in fuga precipitosa da una sinistra che ha smarrito ogni simbolico, perfino blandamente progressista. Adesso qualcuno, ribaltando la citazione gassmaniana, obietterà a sua volta: “… parla bene, lui, lui che è ricco!”

Obiezione che mostra un riflesso fideistico da trascorsa sezione comunista intitolata a Togliatti, nella convinzione cocciuta che i gruppi dirigenti abbiano sempre e comunque ragione, poiché “la linea non si discute”; candido tepore autorassicurante da “centralismo democratico”, sia pure fuori tempo storico massimo. 

Magari incurante che il Pd, lo diciamo con sobrietà, non è mai apparso né carne né pesce, e neppure, volendo citare un tema alimentare apparso nelle stesse settimane dell’insediamento del governo Meloni-Salvini (da De Benedetti definito “obbrobrioso”) carne coltivata in laboratorio. Non è però ancora tutto.

L’Ingegnere, sempre in tema di finta pelle, demolisce ulteriormente il Pd con pertinenza autoptica: “Le democrazie moderne sono minate da due mali che le divorano da dentro: le crescenti disuguaglianze e la distruzione del Pianeta. Un partito progressista che non mette in cima al suo programma questi due punti non serve a niente, e infatti fa la fine del Pd; che ha conquistato la borghesia e ha perso il popolo”. 

Provo ora a immaginare ancora lo sguardo dell’Ingegnere nel suo appartamento torinese in cima alla Torre Littoria di piazza Castello. Me lo figuro adesso come già il professor Alessandro Cutolo, colui che nel trascorso tempo televisivo in bianco e nero dispensava consigli utili e illuminanti sull’esistente tutto, un istante appena ed ecco apparire il deserto dei tartari a perdita d’occhio cui ormai assomiglia il partito di cui stiamo ragionando.

Un soggetto politico in attesa di se stesso dai giorni della sua fondazione, assente perfino nelle scelte contingenti da assumere, metti, per le imminenti elezioni in Lombardia: “Sono sicuro che un candidato del Pd non vincerebbe mai. Mentre contro Attilio Fontana la Moratti può farcela. Se il Pd la appoggiasse, secondo me ce la farebbe. Se Salvini perde la Lombardia, cade. E se cade Salvini, cade il governo”, nota ancora il nostro Ingegnere. 

Perfino a dispetto di chi ragionando sulla sostanza “culturale” del Pd continua a ritenerlo impropriamente una forza di sinistra, è proprio lo “straniero” De Benedetti a chiarirne invece il carattere amorfo. Si potrebbe obiettare nuovamente su come possa un “ricco” dare lezioni di strategia a una forza politica dagli intenti progressisti.

Bene, per quanto sembri assurdo, storicamente sono sempre stati proprio gli appartenenti alle classi agiate a offrire parole dirimenti in nome della rivolta: si pensi, nell’ordine, al duca Carlo Pisacane, al principe anarchico Kropotkin, al non meno aristocratico Bakunin e a ogni altro residente dell’ideale grattacielo del socialismo o di ogni semplice sogno di ordinaria socialdemocrazia.

Ora che ci penso, il riferimento al deserto dei tartari è eccessivo, forse basterebbe, restando a Buzzati, pensare a quel suo ex voto dove le teste impagliate di rinoceronti abbattuti da un marchese, nottetempo, processano il cacciatore. Non sembri una metafora improbabile, ma, come afferma proprio De Benedetti, nei simulacri dei rinoceronti sconfitti sembra ora proprio di ravvisare una classe dirigente preoccupata di perpetuarsi, sopravvivere in quanto tale. Già, “baroni imbullonati” sullo sfondo del crescente deserto elettorale.

De Benedetti: «Pd partito di baroni. Ora appoggino Moratti, e non siano schizzinosi». Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 17 novembre 2022. 

Intervista con l’Ingegnere: «Il Pd appoggi Moratti: se la Lega perde la Lombardia, cade Salvini, e se cade Salvini cade il governo. I dem hanno conquistato la borghesia e perso il popolo, escludere a priori un accordo con i 5 Stelle alle elezioni è stata una stupidaggine»

«Le democrazie moderne sono minate da due mali che le divorano da dentro: le crescenti disuguaglianze e la distruzione del Pianeta. Un partito progressista che non mette in cima al suo programma questi due punti non serve a niente, e infatti fa la fine del Pd; che ha conquistato la borghesia e ha perso il popolo».

Ingegner De Benedetti, lei ha sempre una parola buona per tutti.

«Purtroppo queste non sono parole, sono fatti: con qualche eccezione, il Pd è un partito di baroni imbullonati da dieci anni al governo senza aver mai vinto un’elezione. La segreteria Letta è stata un disastro».

Perché dice questo?

«Perché in campagna elettorale Letta non ha saputo indicare una sola ragione per cui si dovesse votare il Pd, ma solo ragioni per non votare gli altri. Per la sua arroganza e supponenza il Pd ha corso da solo e ha determinato la vittoria della destra, che alla luce dei risultati non era affatto scontata».

Con chi avrebbe dovuto allearsi?

«Escludere a priori un accordo con i 5 Stelle è stata una prova di arroganza, oltre che una stupidaggine».

I 5 Stelle avevano provocato la caduta di Draghi.

«Ma identificare il Pd con Draghi è stato guardare al passato. Agli italiani bisognava parlare del futuro».

Parliamo del futuro. Chi dovrebbe essere il prossimo segretario?

«Quelli che si sono candidati non mi sembrano in grado di scongiurare la morte progressiva del Pd».

Bonaccini non le piace?

«Lo conosco poco. Ma sono rimasto legato alla teoria di Togliatti: gli emiliani sono bravi ad amministrare il territorio, pessimi a fare politica a Roma. Tranne Bersani, che per me è sempre il migliore».

Nardella?

«È un ottimo sindaco, ha fatto bene a Firenze. Ma temo che metterebbe i due punti-chiave, le disuguaglianze e il Pianeta, in un pastone, anziché farne le priorità assolute».

Elly Schlein?

«Non ha neppure la tessera del Pd. Sarebbe il classico Papa straniero. È una figura interessante; non una leader».

E della candidatura Moratti in Lombardia cosa pensa?

«Ho idee politiche da sempre opposte alle sue. Conosco la famiglia Moratti da una vita: da ragazzo andavo al mare a Stintino, l’hotel era loro. Ricordo Angelo: persona simpaticissima, il classico borghese milanese che si era fatto da sé, aveva cominciato commerciando olio usato dei motori e ha finito con due Coppe dei Campioni. Un uomo affascinante per personalità e simpatia. Ero amico dei figli, Gian Marco e Massimo. E ho visto arrivare in famiglia Letizia».

Che opinione ne ha?

«Le riconosco professionalità, capacità, onestà, passione, ambizione: tutte qualità. Il Pd in Lombardia non ha mai toccato palla. Ha sempre vinto la Lega».

Prima di Fontana vinceva Formigoni.

«Comunione e liberazione: peggio mi sento. Un candidato del Pd in Lombardia non vincerà mai. Saggiamente Cottarelli ha rifiutato. L’altra volta ho sostenuto Gori, anche finanziariamente: ottima persona, ma la sua corsa è stata un disastro».

È sicuro che candidare uno degli altri sia la soluzione?

«La Moratti ha avviato una profonda revisione del suo passato berlusconiano. Oggi non c’è più il centrodestra; c’è una destra dura, antieuropea, di matrice postfascista».

Addirittura?

«Questo governo è disastroso».

Non è un po’ troppo severo?

«Lo sono troppo poco. È un governo obbrobrioso».

Il suo pare un giudizio ideologico.

«Al contrario: giudico i fatti. E il governo ha fatto solo stupidaggini. Una legge speciale, inutile e incostituzionale, quando la questione del rave era già stata risolta brillantemente dal prefetto di Modena. Una sparata sui contanti, il tetto a 10 mila euro, poi dimezzati. Ora si annuncia un condono. Sui migranti il governo ha fatto una figura da cioccolatai: ha proclamato “non scenderanno mai”, e li ha fatti scendere tutti. Con la Francia ha creato un caso, ci è voluto Mattarella per ristabilire un rapporto almeno formale, e La Russa anziché ringraziarlo l’ha attaccato».

La reazione francese non è stata spropositata?

«Macron non deve governare l’immigrazione nel Mediterraneo; deve governare la Francia. E ha una forte opposizione di destra, con Le Pen e Zemmour. Era chiaro che gli sarebbero saltati al collo se avesse accolto una nave che era al largo delle coste italiane. Eppure l’ha fatto. E il governo italiano ha dimostrato un’ignoranza politica tremenda. Ha perso un alleato, con un errore che un bambino delle elementari avrebbe evitato».

Che lei sia contro la destra non è una notizia. Però ora sta criticando il Pd che chiude alla Moratti. È sicuro che possa vincere?

«Sono sicuro che un candidato del Pd non vincerebbe mai. Mentre contro Attilio Fontana la Moratti può farcela. Se il Pd la appoggiasse, secondo me ce la farebbe».

Ma nel Pd ci sono militanti che straccerebbero la tessera.

«Perché non l’hanno fatto quando il loro partito governava con Salvini? E ora fanno gli schizzinosi? Come mai questo pudore improvviso? Dopo la rotta del 25 settembre, ora la sinistra deve tornare a vincere. Per farlo servono coalizioni elettorali, che non sono necessariamente coalizione politiche. Lo scopo tattico di un partito all’opposizione è mettere in difficoltà il governo. E la Lombardia è una partita decisiva».

Perché?

«Se Salvini perde la Lombardia, cade. E se cade Salvini, cade il governo».

Il Pd è frenato anche dal fatto che la candidatura Moratti viene da Renzi e Calenda.

«Non si fa politica pensando sempre ai nemici. Nella testa di Letta risuona ancora la campanella di Palazzo Chigi, che passò a Renzi con l’entusiasmo che tutti ricordiamo. Ma sono trascorsi quasi dieci anni. Il Paese affonda, e la sinistra è prigioniera dei risentimenti personali?».

Dal “Venerdì di Repubblica” l’11 novembre 2022.

Ora nel Pd si parla di Congresso. Cosa aspettarsi da un Congresso con la stessa fauna che ha ridotto il Partito nelle condizioni in cui si trova e con le solite modalità? Cambieranno alcuni musicanti e il Direttore d'Orchestra, ma dopo le roboanti dichiarazioni tutto tornerà come prima. Una specie di Congresso di Vienna del 1814. Non sono contro il troppo buono dottor Letta, ha fatto quello che poteva alle condizioni date. 

Sentire ora che i Miracolati delle Stelle debbano farci da Guida con quel Conte, buono per tutte le stagioni, Eclettico Trasformista, un Brachetti prestato alla Politica gestito da un Comico divenuto ormai un Vecchio Reperto con danno incorporato compreso nel prezzo del biglietto...

Penso che per poter finalmente trasformare il Pd non è necessario un Congresso, ma una Assemblea aperta a tutti i votanti, gli astenuti, i babbioni come me che hanno continuato a dare loro il consenso senza mai pensare, altrimenti sarebbe stato impossibile sceglierli. Fuori tutti i protagonisti di ieri, TUTTI. 

All'americana, hanno fallito, che vadano a casa, a lavorare, a fare l'altalena con i figli o i nipoti come ho fatto io. Dopo scontri feroci che prevedano anche qualche sana sediata su certe teste, uscire poi all'aperto con voci fresche, nuove, scintillanti. Un Pd nuovo di zecca. Poi gliela daranno loro a questa destra scalcinante e vociante. Bisogna far presto, costoro hanno sì e no due anni di vita governativa, forse.

Serafino

Risposta di Natalia Aspesi:

Che dire? Sono con lei, credo che in tanti lo siano. E forse questa volta io non ho votato Pd proprio perché ho fatto l'errore di pensarci. Da smemorata cosa avrei votato? Una idea antica di sinistra? Una sinistra perduta? 

Un blocco di potere che si serve di quel gentiluomo di Letta perché la sinistra si occupi di trans e gabinetti e non di milioni di altri, magari anche trans, con problemi più urgenti del mascara per tutti, e non solo economici, ma di scuola, di cultura, di sicurezza, di ordine, di giustizia sociale?

Qualcuno saprà spiegare cosa è successo, quando e perché questi maghi dell'insuccesso hanno cominciato a sbaraccare la sinistra dalla sinistra, a liberarsi dei Veltroni, dei Prodi e di tanti altri, o ad oscurare i Pisapia e tutti gli altri che ci credevano, compreso, oso dirlo e per favore limitate le noiosissime sgridate tutte uguali che continuano ad intasarmi la posta, il Renzi? 

È un momento brutto per chi ci credeva: da che parte si ricomincia, e come, e con che idee, e proposte, e accanimento ed entusiasmo e onestà e generosità?

Io mi sento così offesa da ciò che mi è stato sottratto che, ad ogni nome che rimbalza come nuovo segretario fornito di bacchetta magica per mettere in ordine la patria, scuoto la testa e poi l'abbasso.

Estratto dell'articolo di Salvatore Merlo per “il Foglio” il 31 ottobre 2022.

Chiusi nella torre d’avorio del Nazareno, protetti da pareti di sughero contro gli sconvolgenti pollini dell’oggi, centoventiquattro eletti del Pd (settanta collegati via internet) si sono riuniti ieri per preparare il congresso. “Non siamo più un partito. Siamo un trituratore industriale di segretari”, dice a un certo punto Marco Miccoli, zingarettiano spiccio. Lui è uno che va al sodo. E infatti: “Serve uno scontro duro, vero, anche drammatico”. Parole sante. Eppure non c’è dramma. Non c’è solennità. E’ un po’ come ascoltare l’Eroica in una trascrizione per armonica a bocca.

Quando per esempio interviene Francesco Boccia, l’ex ministro prima sembra Nanni Moretti (“dobbiamo dirci chi siamo e che cosa vogliamo fare”) poi diventa improvvisamente Roberto Benigni (“dobbiamo anche dirci dove andiamo e con chi”). Manca solo quello che chiede a Benigni e Troisi: un fiorino! In pratica la mozione Frittole. Poi arriva Matteo Ricci. Il sindaco di Pesaro, amico di Sala e Nardella, è sospeso tra discorso motivazionale e pubblicità del dentifricio. “Dobbiamo soprattutto essere sorridenti”, dice. Quindi passa dal Durbans allo Xanax: “Dobbiamo anche avere una scossa antidepressiva”. Ecco. “Sennò nessuno ci avvicinerà”. Mozione ansiolitica. Chi si avvicinerà a queste facce lunghe? “Proprio nessuno”, dice Stefano Bonaccini inforcando gli occhiali a goccia.

(...) Così sentiamo Peppe Provenzano ammonire Letta: “Non abbiamo invocato abbastanza la pace in Ucraina, siamo stati tiepidi”. Mozione arcobaleno. Alla fine, in quattro lisergiche ore capiamo quello che sapevamo già, e che già sanno pure tutti quelli che si sono messi a discutere per quattro ore di un congresso che durerà quattro mesi: si candidano Bonaccini, Paola De Micheli e poi Andrea Orlando sponsorizzerà Elly Schlein (che però non è iscritta). Letta resta in Italia e vuole fare il kingmaker. Probabilmente vincerà Bonaccini, e forse ci sarà una piccola scissione organizzata da tre indomiti pensionati (D’Alema, Bettini e Bersani) con il concorso esterno di Giuseppe Conte.... 

Da liberoquotidiano.it il 31 ottobre 2022.

Il clima si fa incandescente a In Onda, quando Concita De Gregorio chiede a Massimo D'Alema: "Corrisponde al vero che lei è un consigliere di Giuseppe Conte?". La domanda durante il programma di La7 nella puntata di domenica 30 ottobre, non piace all'ospite che sbotta: "Mi stupisce che lei mi faccia questa domanda, la considero veramente di bassissimo livello". E dopo il lungo silenzio, è David Parenzo a intervenire: "Non ci sarebbe niente di male...". "Ecco, non ci sarebbe niente di male", riprende ancora una volta D'Alema alquanto infastidito.

"Ogni tanto dialogo con Conte, ma anche con tanti altri. Con Matteo Renzi? No, con quelli che mi cercano", spiega l'ex premier che accusa i retroscena frutto di "dietrologie". Anche con Enrico Letta i rapporti non sono dei migliori: "Con altri nel Pd ho parlato, con quelli che mi cercano. Non mi metto al telefono... Conte mi ha cercato, ma per dire, sulla rivista che dirigo ha scritto anche Giorgia Meloni... Non se n'è accorto nessuno, ma è successo".

E proprio sull'attuale presidente del Consiglio, si sofferma l'ospite arrivando a definirla "una donna che ha personalità e grinta. Cosa mi piace di lei? Che ha fatto quello che non abbiamo fatto noi: ha tenuto in piedi un partito, un partito vero, organizzato, che fa una politica di quadri, che ha fatto politica, non è un 'Papa straniero', ed è il segretario della gioventù del suo partito, che diventa capo del partito e quindi capo del governo... Per averlo fatto io, è stato considerato quasi un colpo di Stato". 

L'eterno ritorno del "fattore K". La riapparizione di d'Alema nel dibattito a sinistra è un classico caso di ritorno del rimosso in senso freudiano. Marco Gervasoni il 6 Ottobre 2022 su Il Giornale.  

La riapparizione di d'Alema nel dibattito a sinistra è un classico caso di ritorno del rimosso in senso freudiano. E ciò che è stato rimosso è il comunismo, inteso come insieme di tic, di vezzi inconsci, di mentalità. Per capire la divisione del Pd tra «riformisti» e pro contiani, dobbiamo infatti uscire dalla piccola cronaca di ceto partitico, con le sue ripicche e i suoi personalismi, e pensare in termini di culture politiche. Quella del Pd non ha mai risolto la questione se essa sia liberal e riformista oppure ancora legata al comunismo, intesa come idea nobile, mal riuscita solo per gli accidenti della storia. Dopo il crollo del muro di Berlino, Occhetto, Veltroni e appunto d'Alema, hanno creduto di far fronte a una débâcle filosofica, prima ancora che politica, rimuovendo il comunismo, men che meno abiurandolo pubblicamente. Si illusero di poter diventare da un giorno all'altro riformisti e liberali, quando invece i capisaldi della mentalità comunista rimanevano ben presenti: come nel d'Alema «blairiano». Come tutti gli oggetti rimossi, tuttavia, essi finiscono per tornare e, tra i dogmi fondamentali del comunismo, che la sinistra post 1989 ha mantenuto, compreso il Pd, sta il «nessun nemico a sinistra». Il partito può anche spingersi, tatticamente, se la situazione lo rende necessario per conquistare o mantenere il potere, verso i lidi del riformismo. Ma mai deve lasciare che alla sua sinistra nasca un'altra forza e, nel caso, il partito ci si deve assolutamente alleare, per controllarla. È accaduto ciclicamente, con Rifondazione comunista ai tempi dell'Ulivo e ora con i 5 stelle. Finché i grillini erano quelli originari, né destra né sinistra, e finché alla guida del Pd c'era Renzi, il problema non si poneva. Ma, eliminato Renzi e diventati i 5 stelle «progressisti», il meccanismo mentale per cui mai bisogna avere nemici a sinistra, è riapparso in tutta la sua chiarezza. E, se le culture politiche possiedono una loro logica, probabilmente la «ditta» non potrà che tornare ad abbracciare Conte: con il rischio, stavolta, di esserne stritolata.

Dal Pci al Pd, 19 segretari e l'eterna disputa a sinistra su nome e simbolo. Redazione politica su La Repubblica l'1 Ottobre 2022.

Un secolo di storia travagliata e accelerata dal crollo del muro di Berlino. Da Bordiga a Letta. Dalla falce e martello al tricolore

Diciannove segretari in un secolo di storia. Dalla scissione del 1921 al Congresso costituente lanciato dal segretario Enrico Letta dopo la sconfitta alle elezioni politiche del 25 settembre, che si svolgerà nei primi mesi del 2023. La dittatura fascista, una guerra mondiale, il boom economico, gli anni di piombo, i ruggenti anni '80, la fine della prima Repubblica con l'avvento di Tangentopoli e la discesa in campo di Silvio Berlusconi, le vittorie dell'Ulivo e dell'Unione, fino al governo di unità nazionale presieduto da Mario Draghi. Il Partito democratico, fondato nel 2007 ha radici antiche e una storia travagliata, fatta di ripetute scissioni e numerosi cambi di leadership.

Il Pci nasce a Livorno nel 1921 dopo la scissione dal Psi, lo guida Amedeo Bordiga. Il primo segretario è Antonio Gramsci. Dopo il suo arresto nel 1926, a opera del regime fascista, diventa segretario del partito nel 1927 Palmiro Togliatti, che ne resta a capo fino alla morte, nel 1964. Gli succede Luigi Longo, che resterà segretario fino al 1972, quando la guida del partito viene affidata a Enrico Berlinguer. L'11 giugno del 1984 il segretario Berlinguer muore a Padova, colpito da un ictus durante un comizio per le elezioni europee. Viene eletto Alessandro Natta, che si dimette nel 1988 e al suo posto diventa segretario Achille Occhetto, artefice nell'anno successivo della cosiddetta 'svolta della Bolognina', il nuovo corso politico che prelude al superamento del Pci e alla nascita di un nuovo partito della sinistra italiana.

Il Congresso straordinario del partito che si tiene a Bologna nel marzo del 1990 culmina con la rielezione di Occhetto alla carica di segretario. Il XX Congresso di Rimini del gennaio del 1991 è l'ultimo del Pci. Il 3 febbraio 1991 viene deliberato lo scioglimento del partito, promuovendo contestualmente la costituzione del Partito Democratico della Sinistra (Pds) con la conseguente scissione di Rifondazione comunista. Ma la sconfitta alle elezioni del 1994 porta alle dimissioni di Occhetto. Al suo posto viene eletto segretario Massimo D'Alema, che ricoprirà l'incarico fino al 1998, con la fine del Pds e l'avvento dei Democratici di Sinistra. Il 14 febbraio a Firenze nascono i Ds: dal 1998 al 2001 il segretario è Walter Veltroni, dal 2001 fino allo scioglimento avvenuto nel 2007, segretario è Piero Fassino.

Nel 2007 inizia l'era del Pd che, in 15 anni di vita, ha cambiato ben 9 segretari e un 'reggente'. Il primo segretario del Partito democratico è Walter Veltroni (ottobre 2007 - gennaio 2009), che si dimette dopo la sconfitta alle urne e a cui succede Dario Franceschini (febbraio 2009 - novembre 2009); prende il suo posto Pier Luigi Bersani (novembre 2009 - aprile 2013), poi è la volta di Guglielmo Epifani (maggio 2013 - dicembre 2013), quindi di Matteo Renzi (dicembre 2013 - febbraio 2017). Prende momentaneamente il timone Matteo Orfini, a cui viene affidato il compito di "traghettatore" (febbraio - maggio 2017). E' l'intermezzo tra il primo e il secondo mandato di Matteo Renzi, che riprende le redini del partito per la seconda volta (maggio 2017 - marzo 2018). Gli succede Maurizio Martina (marzo-novembre 2018), poi tocca a Nicola Zingaretti (marzo 2019 - marzo 2021) il ruolo di leader e, infine, nel marzo del 2021 viene eletto segretario Enrico Letta. Letta, dopo le elezioni del 25 settembre, non si è dimesso, ma ha annunciato che non si ripresenterà al Congresso per la corsa alla segreteria.

Il dibattito su nome e simbolo

In principio fu il Partito Comunista d'Italia. Era il 1921 e a Livorno Antonio Gramsci fondava quello che sarebbe diventato presto "il più grande partito comunista d'Occidente". Il simbolo rappresentava una falce e un martello incrociati all'altezza dei manici. Il martello, si sposterà al centro della lama della falce qualche anno dopo, nel 1926, e vi resterà fino allo scioglimento del partito, nel 1991. Sul fondo, dietro gli attrezzi simbolo del lavoro, un sole che sorge, simbolo del socialismo e della nuova umanità promessa da Karl Marx e Friedrich Engels. Il tutto inscritto in una corona fatta di spighe di grano, il frutto del lavoro. E' il primo simbolo di una lunga serie che caratterizzerà i partiti italiani. Oggi di simboli e nomi si torna a parlare, dato che Enrico Letta non ha escluso che il percorso congressuale che si aprirà a breve possa portare alla modifica di quelli del Pd.

Il Pci apportò al suo solo lievi modifiche, la più importante della quale avvenne nel 1945, anche per distinguersi dal Partito Socialista Italiano, rinunciò al Sol dell'Avvenire sostituendolo con una stella sul fondo della bandiera rossa che sventolava sopra alla bandiera tricolore, della quale si intravedevano i colori dal bordo inferiore. Nella stessa occasione viene leggermente modificato anche il nome: non più Partito Comunista d'Italia, ma Partito Comunista Italiano. Passano sei anni e, nel 1951, si nota una nuova modifica: la bandiera, da rettangolare si fa quadrata: un formato che si adatta meglio agli spazi delle schede elettorali. Il nuovo formato porta a ridurre le dimensioni della stella e ad aumentare quelle della falce e del martello che, per entrare meglio nel disegno, vengono inclinate verso sinistra.

Con il crollo del Muro di Berlino e la lenta dissoluzione dell'Unione Sovietica, anche in Italia ci si pone il problema di come affrontare la fine del "Secolo Breve". Nel 1989 il segretario Pci, Achille Occhetto,  annuncia a sorpresa la "svolta della Bolognina". Ma il dibattito sul nome andava avanti da quasi dieci anni. Da quando il Pci entrò in crisi di consensi a partire dal 1980. Nel 1985 si affacciò per la prima volta nella storia d'Italia il Partito Democratico. Lo fa Guido Carandini, ex deputato Pci, che attacca definendo il Pci un "abbaglio" e propone il nome di Partito democratico del Lavoro. Nome su cui, nel 1989, torna anche Giorgio Napolitano. Non se ne fa nulla. Nel 1991 nasce il Partito democratico della Sinistra, Pds. Il simbolo è una quercia inscritta in un cerchio con, all'altezza delle radici, un secondo cerchio più piccolo contenente nome e simbolo storico del Pci. Il simbolo durerà fino a una seconda svolta, avvenuta nel 1998: il segretario, Massimo D'Alema, raccoglie attorno al Pds una serie di esponenti di altre formazioni politiche di derivazione socialdemocratica. Il nome viene cambiato in Democratici di Sinistra e dal simbolo sparisce la falce e martello e compare la rosa dei socialisti europei. Nove anni e due segretari dopo, nasce il Partito democratico. Alla guida dei Ds c'è Piero Fassino, ma regista dell'operazione è Walter Veltroni, allora sindaco di Roma, che dal Campidoglio porta avanti l'operazione con l'allora leader della Margherita, Francesco Rutelli. Il simbolo scelto sono le iniziali del partito, con la P rossa e la D verde, a sormontare un ramoscello d'ulivo, simbolo dell'alleanza elettorale fondata da Romano Prodi nel 1994.

Bolscevismo dem. La sconfitta del Pd sarà la sconfitta di una sinistra che ha abbandonato il riformismo. Giuliano Cazzola su L'Inkiesta il 24 Settembre 2022.

Il risultato è già scritto e sarà una débâcle per i sedicenti progressisti. La colpa è soprattutto di chi al Nazareno ha provato ad allontanarsi da quell’anima moderata che ha sempre aiutato a superare la destra 

Ho letto una intervista sul Foglio in cui l’ex leader del Pci campano Antonio Bassolino racconta che, dopo un’elezione a Castellamare di Stabia, nella quale il partito era arretrato di qualche punto, Botteghe Oscure gli aveva chiesto di presentare una relazione (Bassolino scrisse ben 16 pagine) per spiegare i motivi di quel risultato.

L’episodio ricordato da Antonio mi ha riportato indietro di anni, quando nei partiti e nei sindacati, il dibattito era una cosa seria.

A me, in quegli anni, hanno insegnato che in politica gli errori derivano sempre da un’analisi sbagliata. Nelle relazioni e negli interventi i grandi leader del passato partivano sempre da un’analisi rigorosa del contesto politico, sociale ed economico e traevano dagli elementi, che a loro sembravano importanti, gli indirizzi per l’iniziativa del partito o del sindacato.

Coloro che dissentivano dalla linea che veniva proposta si sentivano in dovere di partire da un’analisi diversa, che giustificasse le loro posizioni. Storico fu il confronto, alla fine degli anni ’50, tra Giorgio Amendola e Pietro Ingrao – che coinvolse sia il Pci che la Cgil – sul capitalismo in Italia, dopo il miracolo economico e sulle conseguenti trasformazioni che avrebbero interessato anche le classi lavoratrici.

Questo dibattito influenzò le successive linee politiche, trasferendo l’iniziativa di classe dal Mezzogiorno e dall’agricoltura all’industria manifatturiera

Della stessa importanza fu la discussione sui motivi della sconfitta della Cgil alla Fiat nelle elezioni delle Commissioni interne della Fiat nel 1955 e della FLM nel 1980. Un confronto di analogo spessore venne evitato ed eluso, dalla Fiom, dopo la sonora sconfitta nello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco nel 2010.

Ma tutti questi episodi sono marginali rispetto a quanto si attende dall’esito delle urne il 25 settembre: una robusta vittoria della coalizione di centrodestra a guida di Giorgia Meloni, a cui corrisponderebbe una altrettanto vistosa sconfitta del centrosinistra e del Partito democratico.

L’aspetto più incredibile per una persona della mia generazione è quello di assistere a un cambiamento di tale portata che sta ponendo preoccupazioni nei nostri partner e alleati, senza che nessuno si azzardi a interrogarsi sui motivi.

Anche nel 2018 non si seppero (o non si vollero) approfondire i risultati di quella elezione. Ma se allora si trattò di una ventata di poujadismo sempre in agguato nelle società occidentali, oggi, se dovessero avverarsi le previsioni, ci troveremmo di fronte ad una svolta che non nasce dai vaffa urlati nelle piazze o da una rivolta plebea.

L’identità di Fratelli d’Italia ha solide radici nella storia del Paese; ha raccolto l’eredità (è questo il senso della fiamma tricolore che si trova nel simbolo) che ha vissuto, in condizioni di apartheid politico, durante settant’anni di regime democratico.

È ovvio che la nuova realtà politica e sociale abbia contribuito a cambiare anche il profilo di quel partito. Ma le sue origini destano ancora preoccupazioni e pongono degli interrogativi a cui non è stata data una risposta convincente.

Che cosa sta portando tanti italiani (sia pure a livello di una maggioranza relativa) a saltare un fosso che per decenni era stato ritenuto persino un confine invalicabile? Trasformazioni di tale portata (in fondo c’è una linea di continuità, benché con protagonisti differenti, con l’impronta antisistema del voto del 2018) non si spiegano con le analisi superficiali della sociologia: come il voto liquido e quant’altro.

C’è molto di più. Quando il segretario della Cgil continua a ripetere che i lavoratori si sentono più rappresentati dalla destra che dalla sinistra e che addirittura la sua organizzazione non si schiera in questa campagna elettorale perché «in molti casi sia governi di destra e sia governi che si richiamavano alla sinistra hanno fatto politiche che hanno peggiorato le condizioni di vita e di lavoro delle persone».

La destra può anche dissimulare i suoi valori ma, alla fine, riemergono. Certo la destra non è più una forza di conservazione economica; non è più il partito dei padroni, ma è divenuta l’alfiere del populismo, le cui promesse possono essere fatte e sostenute solo nell’ambito di un altro «ismo» malefico: il sovranismo.

Il vero nemico della destra è la società aperta, perché solo nell’isolamento e nell’autarchia ci si può illudere che nulla cambi. Ecco allora che i nemici delle classi lavoratrici non sono più i padroni, ma quelle forze politiche che, tra mille difficoltà e contraddizioni, cercano di riposizionare i fondamentali diritti sociali all’interno dei nuovi assetti dell’economia; che è poi il solo modo per poterli difendere e trasmettere alle generazioni future.

In questa campagna elettorale – mutatis mutandis – sono emersi toni da Terza Internazionale, quando i principali avversari dei massimalisti e dei comunisti non erano i fascisti e i nazisti, ma la socialdemocrazia. Tra i 21 punti che Lenin aveva imposto al Psi per essere accolto nell’Internazionale c’era l’espulsione dei riformisti.

La maggioranza massimalista di Giacinto Menotti Serrati si rifiutò di compiere questa operazione al Congresso di Livorno nel 1921 (da qui ebbe luogo la scissione del Pc d’I). Ma, poi, Serrati dovette cedere l’anno dopo, poche settimane prima della Marcia su Roma.

Paradossalmente nel dibattito elettorale di questi mesi è emersa una singolare teoria: la classe lavoratrice vota a destra perché la sinistra non svolge più la sua missione.

Ne deriva che, per risorgere, la sinistra deve ritrovare se stessa. E bandire il deviazionismo riformista.

Il regista Ken Loach – sommo guru della gauche – si è fatto latore di un messaggio in vista del voto di domenica: «Le persone votano per la destra quando sono spaventate, insicure e non hanno fiducia e questa è una diretta conseguenza del fallimento del centrosinistra, dei socialdemocratrici», ha detto il regista in piena logica terzointernazionalista. «Loro sono i responsabili perché hanno negato e non hanno rappresentato i bisogni della classe operaia. La lezione che dobbiamo trarre è che dobbiamo creare una nuova sinistra unita il cui programma sia dedicato a beni comuni, controllo democratico, protezione dell’ambiente e difesa dei servizi pubblici», ha aggiunto.

Durante la campagna elettorale le medesime considerazioni erano venute anche da autorevoli esponenti del Partito democratico. Quale è stata – secondo le nuove teorie – la Grande Eresia che ha tarpato le ali all’angelo vendicatore della sinistra con le carte in regola? Il pacchetto del jobs act, che è composto da una legge delega e da 8 decreti delegati, ma per i redenti tutto si riduce all’istituzione del contratto a tutele crescenti e alla disciplina ivi prevista per il licenziamento individuale illegittimo.

Andrea Orlando, ministro del Lavoro (in sonno), lo ha ammesso in una intervista: «Il Jobs act non è stato solo l’abolizione dell’articolo 18, è stata l’ultima grande scommessa liberista sul mercato del lavoro di una serie che inizia negli anni Novanta, e a cui la sinistra ha partecipato».

Enrico Letta si è spinto più avanti a Cernobbio. Si è esposto – insieme alla critica del Jobs act – anche all’abiura della terza via di Tony Blair: «Il programma del Pd supera finalmente il Jobs Act, sul modello di quanto fatto in Spagna contro il lavoro povero e precario. Il blairismo è archiviato. In tutta Europa sono rimasti solo Renzi e Calenda ad agitarlo come un feticcio ideologico».

Spero che arrivi un giorno in cui i nuovi leader di una sinistra avviata verso una sconfitta storica spieghino come ha potuto Tony Blair governare per 10 anni ininterrotti, senza mai essere battuto in una elezione. Dopo di lui il Labour sta ancora a pettinare le bambole.

La nuova lagna degli attivisti Lgbt: “Ai seggi discriminano i trans”. I registri elettorali ripartiti tra uomini e donne sarebbero una discriminazione. E scoppia la polemica. Matteo Milanesi su Nicolaporro.it il 25 Settembre 2022.

Pensavamo ad una giornata politica fatta di percentuali, statistiche, ripartizione dei seggi, exit poll. E invece no: questa volta interviene, a gamba tesa, la candidata del Pd, Monica Cirinnà, per aprire una polemica che, sicuramente, interesserà ai 50 milioni di cittadini chiamati al voto: i registri elettorali ripartiti tra uomo e donna.

Esatto, secondo l’esponente dem, ci sarebbe una velata discriminazione ai seggi, proprio perché non sarebbero considerate le persone trans o “non binarie”: “Un ostacolo all’esercizio del voto delle persone trans e non binarie che, in questo modo, sono costrette a fare coming out”, ha affermato Cirinnà. Eppure, dal fondo della nostra estrema umiltà, ci permettiamo di evidenziare come, nell’esercizio di una votazione, non possa interessare in alcun modo il genere o l’orientamento sessuale di un individuo, né agli scrutatori, né ai votanti. A meno che non si voglia vedere un allarme omofobo in qualsiasi angolo del nostro Paese.

Ma non finisce qui. La candidata piddina prosegue nel ragionamento: “Si potrebbero, invece, dividere elettrici ed elettori in ordine alfabetico in base al cognome. Come succede altrove. Nessuno dovrebbe sentirsi discriminato, mai. Soprattutto quando esercita un diritto fondamentale come votare”. E la domanda sorge spontanea: ma c’è qualcuno che si può sentire veramente discriminato? C’è qualcuno capace di ritenere che i seggi siano luoghi in cui si esercita una discriminazione fondata sull’orientamento sessuale? A meno di novità, a chi scrive pare che il voto si fondi sul suffragio universale, pratica ricorrente dal 1946. Ergo, la preferenza espressa alle urne da un eterosessuale ha la stessa importanza di quella di un omosessuale o transessuale, sempre se proprio dobbiamo scomodare la ripartizione dei sessi.

Nonostante tutto, il gruppo Trans di Bologna ha già proceduto all’avvio di una campagna elettorale, per raggiungere cinquemila firme ed inviarle al Viminale ed a Palazzo Chigi. In caso di silenzio, ecco che gli esponenti sarebbero pronti a scomodare l’intervento della Corte Costituzionale. Anche l’esponente arcobaleno, Cathy La Torre, ha deciso di rincarare la dose: questa pratica potrebbe costituire un illecito in tema di trattamento dei dati personali, contestandola veemente dinanzi agli scrutatori del suo seggio.

Risultato finale? Lo scrutatore ha chiamato le forze dell’ordine, causa intralcio alle operazioni di voto da parte dell’attivista. Insomma, dopo le lunghe attese di oggi, per la nuova introduzione del bollettino anti-frode; nel seggio numero 16 di Bologna, pare che la fila si sia ulteriormente prolungata. E ora che succede? Invalidiamo le elezioni? Forse, qualcuno a sinistra ci ha già pensato. Matteo Milanesi, 25 settembre 2022

(ANSA-AFP il 25 settembre 2022) - Matrimonio tra persone dello stesso sesso, ma anche maternità surrogata e filiazione allargata: oggi i cubani sono chiamati alle urne per un referendum su un nuovo Codice della Famiglia, un testo molto avanzato in termini di diritti sociali ma ancora oggetto di forti resistenze. Oltre otto milioni di cubani sono chiamati a rispondere sì o no a una sola domanda: "Sei d'accordo con il Codice della Famiglia?" I seggi saranno aperti dalle 7:00 alle 18:00 ora locale (dalle 9:00 alle 20 in Italia).

La nuova legge, che modifica profondamente il testo in vigore dal 1975, definisce il matrimonio come l'unione di "due persone", legalizzando il matrimonio omosessuale e l'adozione da parte di coppie dello stesso sesso. Oltre a rafforzare i diritti dei bambini, degli anziani e dei disabili, il codice introduce la possibilità di riconoscere legalmente più padri e madri, oltre ai genitori biologici, nonché la maternità surrogata senza fini di lucro. Molti di questi temi sono fortemente sentiti a Cuba, in una società ancora intrisa di maschilismo e il cui governo comunista ha ostracizzato gli omosessuali negli anni '60 e '70. Tuttavia, negli ultimi vent'anni, l'atteggiamento delle autorità nei confronti degli omosessuali è cambiato notevolmente e il governo ha svolto una intensa campagna per il "sì".

(ANSA il 26 settembre 2022) - Con quasi il 67% dei voti favorevoli, Cuba ha detto "Sì" alla riforma del Codice della Famiglia sottoposta ieri a referendum, che introduce nel Paese matrimoni e adozioni gay e la maternità surrogata, tra le novità. 

 Lo ha annunciato oggi la presidente del Consiglio elettorale nazionale (Cen), Alina Balseiro, secondo quanto riportato dall'agenzia statale Prensa Latina. Balseiro ha affermato che, sebbene il conteggio debba ancora concludersi in alcuni collegi di tre province, il Cen convalida questi risultati come "validi e irreversibili". (ANSA).

Riportando i dati preliminari sul referendum, il Cen ha riferito che hanno partecipato al voto 6.251.786 cubani, pari al 74.01% degli 8,4 milioni di elettori registrati. Il numero totale di schede valide è di 5.892.705, che rappresenta il 94,25%. A favore del "Sì" sono state contate 3.936.790 schede, pari al 66,87%. A favore del "No" sono andate 1.950.090 schede, pari al 33,13%. Con la vittoria del 'Sì' al referendum, risulta approvato il nuovo Codice della Famiglia cubano, che andrà a sostituire il precedente del 1975.

Il nuovo testo introduce il matrimonio tra persone dello stesso sesso e le adozioni per coppie omosessuali. Disciplina la maternità surrogata e porta novità nel contrasto alla violenza di genere, insieme al divieto del matrimonio infantile. Tra le novità, prevede inoltre il trasferimento della "responsabilità genitoriale" dei minori agli anziani, cosa fondamentale per l'isola, terra di emigrazione.

Maschere nude. Il nonsense di un dibattito sull’identità di una sinistra in cui si cambiano i partiti invece dei dirigenti. Francesco Cundari su L'Inkiesta il 6 Luglio 2022.

Ora che persino Prodi apre al proporzionale, l’ipotesi di un sistema elettorale in cui ciascun partito si presenta con la propria identità e il proprio programma solleva nel Pd un angoscioso interrogativo: quali sono i nostri? 

Adesso che persino Romano Prodi apre al proporzionale, con la stessa formula passivo-aggressiva – «tutto meglio del Rosatellum» – già usata da Enrico Letta e dai molti altri che finora hanno fatto di tutto per tenersi il Rosatellum, qualcosa sembra muoversi davvero, almeno a sinistra. L’ipotesi di un sistema elettorale che consenta a ciascun partito di presentarsi agli elettori con la propria identità e il proprio programma, tuttavia, ha sollevato nel Partito democratico un angoscioso interrogativo. Vale a dire: quali sarebbero la nostra identità e il nostro programma?

Obiettivamente, questioni elettorali a parte, non è un problema che riguardi solo la sinistra italiana. L’ultimo numero del Magazine del New York Times, per esempio, apre con un lungo articolo sull’estinzione dei «democratici moderati», stretti in una morsa tra un’ala radicale molto combattiva e molto forte tra i militanti, i dirigenti e alcune influenti (e affluenti) fasce di elettorato da un lato, dall’altro un presidente, Joe Biden, di lunga storia moderata e centrista, che sembra tuttavia avere sposato le posizioni dei neosocialisti. Anche sul piano dell’atteggiamento parlamentare – almeno a giudizio dei pochi moderati rimasti – ostile a qualsiasi accordo bipartisan, al punto da preferire sicure sconfitte su questioni simboliche, ma capaci di elettrizzare il proprio campo, a possibili vittorie sul piano legislativo, ottenute però al prezzo di mediazioni e compromessi.

Non ne parlo, sia chiaro, per sollecitare facili analogie con l’Italia (ognuno è comunque libero di valutare da solo quanto il parallelo regga, ed eventualmente fin dove), ma per il motivo opposto. Per segnalare cioè una curiosa differenza. L’articolo del New York Times Magazine si apre infatti con il racconto di un incontro, all’inizio di quest’anno, tra il deputato democratico Josh Gottheimer e la sua capogruppo Nancy Pelosi, per discutere il «messaggio» del partito. Incontro in cui lui le avrebbe mostrato il video di un comizio di Bill Clinton del 1996, come esempio e modello di un partito vincente. Scelta non sorprendente, considerato che Gottheimer ha lavorato come speechwriter alla Casa Bianca durante il secondo mandato di Clinton, e considerato soprattutto come ancora oggi, tanto nella sinistra americana quanto nella sinistra europea, il dibattito ruoti ancora intorno a meriti e demeriti del clintonismo e della cosiddetta terza via, e ai successi ottenuti dai leader che l’hanno incarnata, da Tony Blair in Gran Bretagna a Gerhard Schröder in Germania, e ai non pochi problemi che quei leader e quella stagione hanno lasciato irrisolti o aggravati (in America, per dirne una, una deregolamentazione finanziaria ormai generalmente riconosciuta tra le cause della crisi del 2008).

Dov’è dunque la differenza con la situazione della sinistra italiana di cui volevo parlare? Scommetto che il lettore più avvertito ci è arrivato da solo, ma meglio essere sicuri: la differenza fondamentale è che in Italia quelli che oggi guidano la tardiva crociata contro un clintonismo ormai in via di estinzione persino in patria, quando Clinton e Blair erano al potere e facevano quei discorsi, erano su quegli stessi palchi, a dire le stesse cose (o sotto, ad applaudire). La differenza è che Hillary Clinton, nel dibattito interno ai democratici, è lì dove è sempre stata, e così, sul fronte opposto, Bernie Sanders (e lo stesso vale, cambiando quel che c’è da cambiare, per gli altri partiti della sinistra europea). Solo in Italia coloro che nel 1996 lanciavano le parole d’ordine rimpiante oggi da Gottheimer sono gli stessi che oggi, fuori tempo massimo, vorrebbero anche farci la lezione sui guasti prodotti da quella stagione. È un modello intramontabile: sempre dalla parte in cui tira il vento, ma sempre nella posa del fiero anticonformista, se non proprio del rivoluzionario. Non faccio nomi perché a meritare una citazione sarebbero almeno in venti, e farei un ingiusto regalo ai dimenticati, ma soprattutto perché, com’è evidente proprio dai numeri, non è questione di persone, è questione di sistema.

Per quanto infatti le ragioni di questa anomalia possano essere numerose e varie, e anche antiche, non sottovaluterei il peso della pseudo-rivoluzione maggioritaria, con l’altalena delle coalizioni piglia-tutto in cui nascono, si unificano, si scindono e si rifondono sempre nuovi-vecchi partiti, ora in nome del liberismo ora in nome del socialismo, ma guidati sempre dalle stesse persone. Un sistema in cui da trent’anni consideriamo normale che siano i gruppi dirigenti a cambiare i partiti, anziché il contrario.

L’assurdità e l’autocontradditorietà di tutto il dibattito pseudo-ideologico su identità e programmi della sinistra riformista e radicale – del Campo largo lettiano, del Nuovo Ulivo bersanian-speranziano, del Cocomero fratoian-bonelliano – è in fondo solo l’ultima e inevitabile conseguenza di questa giostra trentennale. Un motivo in più per sperare che al proporzionale si torni davvero (vale a dire: senza coalizioni, dunque senza premi di maggioranza, e magari con una bella soglia di sbarramento).

Mattia Feltri per “La Stampa” il 5 luglio 2022.  

Il Partito comunista di Marco Rizzo - presente in Parlamento nel gruppo C.A.L.-Pc-Idv, nato dai Comunisti Sinistra Popolare-Partito comunista, a sua volta nato dai Comunisti-Sinistra popolare, nato dalla Lista Sinistra Anticapitalista, a sua volta nata dalla Lista Sinistra Arcobaleno, a sua volta nata dal Partito dei comunisti italiani, nato per scissione da Rifondazione comunista, nato per scissione dal Partito democratico della sinistra, nato dalle ceneri del Partito comunista italiano, da cui come detto era nata Rifondazione, in cui erano confluiti Democrazia proletaria e il Partito comunista dei marxisti-leninisti, dai quali si erano scissi i Comunisti unitari, da cui era nata Sinistra democratica per il socialismo europeo, da cui nascerà Sinistra e libertà, e poi Sinistra ecologia e libertà, ma nel frattempo dal Partito dei comunisti italiani si scinde l'Associazione sinistra rossoverde, da cui si era scisso il nostro Rizzo con la sua Comunisti sinistra popolare, ma anche Katia Bellillo con Unire la sinistra, mentre i trozkisti si scindono per fondare il Partito comunista dei lavoratori, poi si scinde anche la corrente marxista-leninista l'Ernesto, inteso Che Guevara, e intanto si è scissa Rifondazione per la sinistra da cui intanto si è scissa Iniziativa comunista da cui si scindono i Comunisti autorganizzati da cui si scinde Progetto comunista e non so più da chi si era scissa Sinistra classe rivoluzione, e non mi ricordo come si arriva a Sinistra italiana, che non so se si è scissa da Liberi e uguali, e vabbè mi sono perso - dicevo, il Partito comunista di Rizzo si sta per scindere.

Tommaso Labate per il “Corriere della Sera” il 7 Luglio 2022. 

«Io sono il segretario del Partito comunista ma, rispetto ai provvedimenti disciplinari, il segretario conta poco. Questo perché c'è una commissione di garanzia che decide Ecco, di fronte a questi compagni che avevano annunciato la mia espulsione dal partito via Facebook, io proporrò un atto di clemenza».

Peccato per quel «Facebook», senza il quale l'eloquio di Marco Rizzo sarebbe sembrato pienamente novecentesco e non datato 5 luglio 2022, ieri l'altro. Che è il giorno successivo all'annuncio, sulla pagina social della federazione milanese del Partito comunista, nientemeno che della sua espulsione. Un annuncio che ha avuto un'eco talmente estesa da risultare sospetta. Come se ci fosse lo zampino di Rizzo stesso, dietro la provocazione. «Macché», risponde lui, «ogni federazione ha le sue password di Facebook. Loro hanno usato la pagina per fare questa provocazione. Dovrei ringraziarli». 

Ed eccolo là, Rizzo. Legittimato dal comitato centrale, ringalluzzito da una manovra social che ha avuto l'effetto di ripuntargli i riflettori addosso, il segretario comunista s' è presentato alle manifestazioni dei tassisti e ha arringato la folla. «Voi state combattendo perché le multinazionali non vengano in questo Paeseeee!», ha scandito (replica in coro dei tassisti: «Bravoooooo!»). 

Allo stesso interrogativo a cui Lenin tentava di dare risposte molto prima di arrivare alla Rivoluzione d'Ottobre - «Che fare?» - Rizzo tenta un approccio nazionalista. «Ma mica sono Lenin, quello era un gigante, io un nano». E comunque, la risposta nazionalista del Partito comunista - visto il flirt politico con no vax, no green pass, no euro, come l'eurodeputata ex Lega Francesca Donato - è agli atti. «Va bene l'internazionalismo. Ma chi erano quelli che dicevano "patria o muerte"? Fidel Castro e Che Guevara, molto prima di me».

Torinese, anni 62, «aggiunga figlio di un operaio vero, mica come Bertinotti», Rizzo ha fatto firmare al suo Partito comunista il patto «Uniti per la Costituzione», insieme a soggetti politici come Rivoluzione civile dell'ex pm Ingroia e formazioni come Ancora Italia e Riconquistare l'Italia. Il Partito della Famiglia di Mario Adinolfi non c'è, «lui è un integralista, noi laici». 

Italexit di Gianluigi Paragone nemmeno, «vuole andare da solo». Sono tutti contro la Nato, l'Ue, l'euro, il green pass, le armi all'Ucraina. «Con quella gente», dice ogni volta che gli chiedono del suo passato, «ho chiuso per proprietà transitiva. Ti sedevi accanto a Bertinotti e spuntava D'Alema. Poi accanto a D'Alema si sedeva Dini. Facevi per andartene ed era tardi, perché stavi già nella stessa compagnia di Mastella». 

I nemici di oggi? «Letta, il Pd, le braccia politiche delle banche». E ovviamente Draghi, «uomo di quella cosa senz' anima che si chiama finanza». Nei salotti della borghesia capitolina che un tempo sussurrava alla destra post-fascista, dicono che il nome di Rizzo sia gettonato. «Boh, mi apprezzeranno per la lealtà nazionale. Io quando torno a Torino becco gli amici di sempre. Operai, cassintegrati, camionisti, gente così».

Il leader del Partito accusato da alcuni compagni flirtare con la destra. E lui: "Fesserie, si fanno solo pubblicità". Ma restano i vecchi marxisti...Francesco Specchia su Libero Quotidiano il 06 luglio 2022

C’è sempre un comunista più comunista degli altri. 

Prendete i comunisti della comunistissima sezione del Partito Comunista della Federazione di Milano. Avrebbero espulso, a maggioranza, in un post sulla loro pagina Facebook, il Segretario Generale del Partito Marco Rizzo, «assieme a tutto il gruppo dirigente del Partito». La motivazione è implacabile: Rizzo sarebbe troppo poco comunista. Troppo poco. Rizzo. Uno che ha Marx impresso nei neuroni e la falce e martello nel simbolo del suo partito e sempre presente nei selfie, nei ritratti, perfino sui muri di casa che odorano di cellula bolscevica. Rizzo. Uno che, da deputato per Rifondazione comunista, arrivò a criticare Cossutta e Bertinotti perché troppo moderati. 

Ecco, quel Rizzo lì è oggi bersaglio dei compagni federali milanesi che si prendono «la responsabilità politica di questa decisione, consci di essere in minoranza in un CC svuotato di tutte le sue funzioni e prerogative, ma in enorme maggioranza nel corpo sociale del nostro paese. Un corpo sociale che può e deve essere recuperato alla lotta per il socialismo, senza scorciatoie opportunistiche che conosciamo bene da decenni». Scritto proprio così. Con una chiosa che ricorda il garrire dei rossi stendardi nei campi e nelle officine: «Compagne, compagni: il lavoro che ci attende è lungo e difficile. Ma siamo sicuri di possedere tutta la forza per affrontarlo. Una forza che ci arriva dall’unico soggetto che può cambiare la storia: il proletariato». Uno scenario che evoca quasi la mitica scissione del ’21, o un apologo di Majakovskij (anch’egli comunista). Quasi. Anche perché il comunicato di benservito sembra davvero uscito da un tazebao di un secolo fa. 

Si legge roba del tipo: «La recente seduta del Comitato Centrale ha ratificato l’avvio di una nuova fase nel Partito Comunista. Questa nuova fase si caratterizza essenzialmente nella profonda revisione di alcune indicazioni strategiche contenute nel documento del nostro terzo Congresso. Tra esse la decisione di procedere ad alleanze politiche con partiti e organizzazioni che verranno individuati». Cioè: si critica la decisione di Rizzo di aver stipulato accordi elettorali con Ancora Italia, Riconquistare l’Italia, Azione civile di Antonio Ingroia, e poi l'appoggio alla ex leghista Francesca Donato a Palermo.

Oppure: «Non sfugge a nessuno che in questa fase storica sia necessario lavorare intelligentemente per recuperare delle classi popolari sempre più disaffezionate alla militanza. Da qui a collaborare con il Popolo della Famiglia (come accaduto in Sardegna) o con chi ritiene di dover combattere insieme a chi si richiama al tradizionalismo cattolico contro il materialismo ateo, ce ne passa». Non ce ne passa che, onestamente, ad un’attenta esegesi del testo, di tutto ciò non si capisca una beata fava. Oltre la coltre fumosa degli slogan antiNato, antiOccidente, antitutto, s’avverte solo una puntina di astio nei confronti del compagno Rizzo svendutosi evidentemente all’Occidente, ai padroni, ai poteri forti (non si capisce bene in quale ordine, e a che titolo). 

Rizzo emanerebbe zaffate di borghesia, rantolerebbe nel tradimento degli ideali e delle alleanze. Di più, aggiungono gli accusatori,  «alleanze politiche con strutture tanto distanti dal pensiero marxista-leninista e dalla lotta di classe renderebbero e rendono ancora più urgente una ratifica attraverso il coinvolgimento di tutto il corpo del partito». Sembra di esser tornato al febbraio 2020 quando Rizzo, intervistato da Libero, venne attaccato da altri compagni comunisti in un memorabile ciclostilato: «In tutta l’intervista l’imbroglione trotzkista non dice una sola parola contro il capitalismo, a favore dell'abbattimento del potere borghese e del socialismo, contro i fascisti del XXI secolo e il loro duce Salvini e perfino nemmeno contro il governo del liberale trasformista Conte». Avesse avuto sottomano l’estensore del comunicato, Rizzo l’avrebbe mandato nel gulag. Qui, si limita a precisare che, naturalmente, rimane saldamente Presidente del Pc.

In serata la Commissione Centrale di Controllo e Garanzia del Partito Comunista, accusa il furto della password di Facebook, e  denuncia il raid della sedicente federazione milanese, inducendo il sospetto di una fake news. Ma non è una fake. Alcuni, a  Milano hanno preso quello di Rizzo come un tradimento del mandato. Rizzo però è felice: «Abbiamo avuto una pubblicità della Madonna, prima non ci filava nessuno. Ora vado su Facebook e destituisco Draghi. Magari funziona...».

La battaglia a suon di espulsioni. La tragicommedia del Partito Comunista di Marco Rizzo, “espulso” dai militanti tra rossobrunismo e alleanze con Adinolfi. Carmine Di Niro su Il Riformista il 5 Luglio 2022 

Volano schiaffi e purghe nel Partito Comunista di Marco Rizzo. È una storia di espulsioni e contro-espulsioni quella che arriva dal minuscolo partitino di Rizzo, che nel corso degli anni è passato dallo storico PCI a Rifondazione Comunista, quindi creatori Comunisti-sinistra popolare diventato l’attuale Partito Comunista, in un cammino che nel tempo ha portato le sue posizioni sulla scia di quel rossobrunismo anti-Euro, anti-immigrazione, anti-Green pass e contrario alle politiche per i diritti civili.

Troppo per la Federazione milanese del partito, guidata a Luca Ricaldone, che non ha apprezzato il costante spostamento a destra di Rizzo e le alleanze con piccoli movimenti che variano dall’estrema destra e all’estrema sinistra fino ai cattolici, dall’ex pm Antonio Ingroia all’ex leghista Francesca Donato. A far saltare i nervi agli iscritti milanesi l’accordo elettorale con l’ultracattolica Popolo della famiglia di Mario Adinolfi in Sardegna.

Da qui la scelta, provocatoria, di espellere via Facebook il leader del Partito. Nel post di rottura con Rizzo si sottolinea infatti “una virata che si configura a tutti gli effetti come deriva elettoralista, di cui negli ultimi 18 mesi già avevamo visto diversi segnali, a iniziare dalla presenza del nome del segretario generale nel simbolo elettorale. Di fronte a tutto questo assistiamo non solo a un Partito che nell’ultimo Comitato centrale ha visto ben 8 compagni su 40 non votare la relazione del segretario; a questi se ne accompagnano altrettanti che, per un motivo o per l’altro, hanno apertamente espresso la loro contrarietà a tale virata“.

Perciò “avendo loro tradito il mandato del 3° Congresso, la federazione di Milano del Partito comunista decide a maggioranza di espellere tutto il gruppo dirigente del Partito, a cominciare dal segretario generale Marco Rizzo“.

Poche ore dopo però è arrivata la contromossa di Rizzo, con la purga nei confronti di chi voleva espellere il leader dei Comunisti. In un post che utilizza tra l’altro termini cari alla destra, “Zecche sulla criniera di un destriero”, è il presidente e rappresentante legale del Partito, Canzio Visentin, a rispondere per le rime. 

“In questo mondo dei social basta impossessarsi della password di Facebook di una federazione del Partito e decidere che il segretario nazionale è espulso. Di questi bontemponi si sta occupando la Commissione Centrale di garanzia e, per rimpinzare le casse, la tesoreria e gli avvocati – scrive Visentin -. Il segretario generale Marco Rizzo sta bene e gode della fiducia (certificata col voto ad ampia maggioranza – 7 voti contrari ed 1 astenuto – del Comitato Centrale del 25 Giugno) di tutto il Partito, che approva la scelta di unire le forze reali del dissenso in questo Paese”, è il messaggio, con la questione che rischia a questo punto di finire in un’aula di tribunale.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

·                   Ipocriti.

Sepolcri imbiancati. Premessa: siamo garantisti convinti, per cui prima di esprimere giudizi o emettere verdetti vale la pena attendere la conclusione delle indagini dei magistrati di Bruxelles. Augusto Minzolini il 10 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Premessa: siamo garantisti convinti, per cui prima di esprimere giudizi o emettere verdetti vale la pena attendere la conclusione delle indagini dei magistrati di Bruxelles. Ma già l'accusa di aver svolto «ingerenze» nel Parlamento europeo in favore del Qatar, Paese dove si stanno svolgendo i mondiali di calcio, famoso per la durezza del regime e l'assenza di ogni rispetto per i diritti umani, lascia di stucco se si pensa che gli indagati appartengono tutti alla sinistra: c'è un ex eurodeputato, Antonio Panzeri, che ha militato prima nei Ds, poi nel Pd e infine ha aderito ad Articolo Uno, il gruppo messo in piedi da Speranza, Bersani e D'Alema; c'è la vicepresidente del Parlamento Ue, la socialista greca Eva Kaili; e, insieme a loro, alla moglie e alla figlia di Panzeri e ad altre tre persone, è finito davanti ai magistrati di Bruxelles pure Luca Visentini, segretario generale dell'International Trade Union Confederation, il più grande sindacato del mondo.

Appunto, siamo garantisti, ma intanto nelle perquisizioni degli accusati sono saltati fuori 600mila euro in contanti, somma che solo sceicchi e oligarchi tengono nel cassetto. Il paradosso maggiore, però, è un altro e lambisce i confini della realtà: Panzeri è anche il fondatore di una Ong, la Fight Impunity, impegnata nella «lotta contro l'impunità per gravi violazioni dei diritti umani e crimini contro l'umanità». Sembra di avere di fronte il dottor Jekyll e mister Hyde: da una parte il difensore dei diritti, pronto a lanciare anatemi contro chi vuole un'immigrazione regolata; dall'altra il lobbista che agisce nel Parlamento Ue in favore del Qatar per far dimenticare alla comunità internazionale come vengono calpestati da quelle parti i diritti. Una contraddizione scioccante che dimostra come certe ideologie siano finzioni in cui le parole non hanno valore e i comportamenti smentiscono le teorie. Uno schema vecchio: si predica bene nei discorsi e si razzola male per fame di dollari. Per cui tutto è possibile. La coerenza a sinistra è diventata un sepolcro imbiancato.

Quello che più dà fastidio, però, è come il grande tema dei diritti umani spesso sia brandito come un'arma dalla sinistra contro la destra. O, addirittura, diventi argomento di «razzismo» politico. Basti pensare che il giorno prima di questo euro-pandemonio è stata presentata l'ultima edizione di «Politico 28» nella quale Giorgia Meloni, con il sottotitolo «la Duce», guida la classifica dei cattivi tra i politici europei. E, invece, la storia del Qatar che si infila tra i parlamentari socialisti di Strasburgo, così come le faccende opache che hanno coinvolto quello che fino all'altro ieri il nuovo leader della sinistra italiana, Aboubakar Soumahoro, dimostrano una realtà ben diversa. La verità è che la difesa dei diritti civili non dovrebbe avere un colore politico, ma dovrebbe essere patrimonio comune dell'umanità. Anche perché «pecunia non olet» pure a sinistra: il giorno in cui il suo compagno di partito, Panzeri, è stato messo sotto accusa dai magistrati belgi per aver preso mazzette dagli emiri, Massimo D'Alema ha presentato al governo italiano un compratore per la raffineria di Priolo. Indovinate di che nazionalità? Naturalmente del Qatar.

Il progressismo Pd a misura di islam. La sinistra italiana ha sempre legittimato gli integralisti dell'Ucoii. Gian Micalessin l’11 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Garantisti sì, fessi no. I sacchi di soldi elargiti alla «sinistra» eurobrigata guidata dalla socialista greca Eva Kaili e dall'ex eurodeputato dem Antonio Panzeri non bastano, da soli, per emettere una condanna preventiva. D'altra parte sarà difficile stupirsi se quelle accuse risulteranno, alla fine, quanto mai fondate. L'idillio ideologico-finanziario che lega il Pd italiano e la sinistra europea all'Islam della Fratellanza Musulmana sovvenzionato dal «grande fratello» qatariota dura da oltre un decennio. E l'Italia ne rappresenta, grazie ai governi Pd, una delle culle più accoglienti. Per scoprirlo basta sostituire al nome di Fratellanza Musulmana e Qatar la sigla del loro referente nostrano ovvero quell'Ucoii, Unione delle comunità islamiche in Italia, che - pur rappresentando un'ala minoritaria e non proprio moderata dell'Islam italiano - ne è diventato grazie a governi e amministratori del Pd la voce più ascoltata e autorevole.

Ma per comprendere la pericolosità dell'idillio dem-islamista vanno ricordati alcuni retroscena. Il Qatar da sempre accoglie e protegge la diaspora della Fratellanza Musulmana, un movimento integralista giudicato sovversivo e pericoloso da molti paesi arabi e islamici. Un giudizio non proprio campato in aria visto che tra le fila della Fratellanza sono cresciuti i leader di Hamas prima e di Al Qaida poi. A Doha, invece, è vissuto in esilio, fino alla morte sopraggiunta lo scorso settembre, Yusouf Al Qaradawi, il predicatore simbolo della Fratellanza Musulmana autore di una fatwa in cui pronosticava la riconquista di Roma «attraverso la predicazione e le idee». Predicazione e idee destinate a far assai poca strada senza i soldi riversati in Italia ed Europa da Doha e dai suoi prestanome. Da noi, grazie alle «disattenzioni» dei governi Pd arrivano, dopo il 2013, circa 25 milioni di euro della «Qatar Charity» con cui l'Ucoii conta di realizzare 45 progetti per la costruzione di moschee, luoghi di preghiera e centri culturali islamici. Il tutto mentre Al Qaradawi suggerisce di destinare qualche spicciolo anche al Caim, il Coordinamento Associazioni Islamiche di Milano, Monza e Brianza. Un'intuizione a dir poco lungimirante visto che subito dopo il sindaco di Milano Giuseppe Sala fa eleggere nelle liste Pd e accoglie in Consiglio comunale la militante islamica Sumaya Abdel Qader. Una militante orgogliosamente velata formatasi, guarda caso, tra le fila del Forum Europeo delle Donne Musulmane, braccio operativo della Fratellanza Musulmana a Bruxelles. Una mossa che alla luce delle attuali cronache la dice lunga sui rapporti intessuti dal Pd con l'Ucoii e i suoi referenti internazionali. Legami confermati dalle scelte dell'ex-ministro della giustizia Andrea Orlando firmatario, nel 2016, della convenzione che affida proprio agli imam dell'Ucoii il compito di prevenire la penetrazione nelle carceri dell'Islam radicale. Una mossa che equivale a mettere la volpe nel pollaio.

Gli imam dell'Ucoii sono, infatti, i principali propagatori del verbo integralista propugnato dalla Fratellanza Musulmana. Ma il pollaio italiano è ben più ampio del ristretto universo carcerario. E lo dimostra la Firma del «Patto nazionale sull'Islam» con cui l'Ucoii diventa nel 2017 un interlocutore ufficiale dei nostri governi. Mentre l'accusa di «islamofobia» diventa l'anatema con cui tacitare qualsiasi critica al diffondersi di un islam radicale garantito dal denaro distribuito all'Ucoii e agli spregiudicati esponenti di un pensiero progressista modellato sul verbo di Doha.

Dai diritti agli affari: la triste parabola di una sinistra che si è venduta. Tocca a Panzeri dopo il caso Soumahoro. Quella deriva dietro il paravento delle "lotte". Stefano Zurlo il 10 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Quasi cinquecentomila euro in contanti. Mazzette, ipotizzano gli inquirenti. E allora si resta sbalorditi perché Antonio Panzeri è una delle voci storiche del riformismo ambrosiano e italiano, un punto di riferimento per la sinistra che a Milano faticava a toccare palla. Oggi che non è più in prima linea, il suo nome può suscitare interrogativi sbiaditi, ma Panzeri, classe 1955, è stato il leader milanese della Cgil e per un certo periodo si pensava a lui come al possibile successore di Sergio Cofferati, a sua volta per una breve stagione il vero antagonista di Silvio Berlusconi.

Panzeri ha interpretato a lungo una linea pragmatica, forse l'unica praticabile nella metropoli lombarda alle prese con la deindustrializzazione, e certo fa impressione pensare che oggi si sospetti una deriva oltre il confine della legalità: la capacità di leggere la realtà senza gli occhiali dell'ideologia avrebbe lasciato il posto ad altre logiche e altre prospettive. Una parabola avvilente, se sarà confermata dallo sviluppo delle indagini.

Panzeri è per lungo tempo una figura di raccordo fra la Cgil e il partito, naturalmente il Pci e poi le sue evoluzioni. Il tutto in un'epoca in cui le due chiese officiavano lo stesso rito e incrociavano i percorsi dei loro colonnelli. Panzeri è per due mandati segretario della Camera del lavoro di Milano, insomma è ai vertici del sindacato, poi deve lasciare, come da statuto, e inizia la carriera politica. Nel 2004 viene eletto al Parlamento europeo, con 105 mila preferenze, naturalmente nella circoscrizione Nord-Ovest, e sembra portare a Bruxelles le istanze di una sinistra meno legata ai vecchi dogmi ormai in soffitta e pronta a dialogare con il ceto medio e la borghesia meneghina.

Ma le cose vanno diversamente; Panzeri viene rieletto la seconda e la terza volta, ma il rapporto con il Nazareno si consuma: l'europarlamentare esce dal Pd e aderisce ad Articolo 1, poi si ritrova fuori dall'emiciclo: in realtà continua a frequentare il mondo della politica. È direttore della Ong Fight impunity che annovera nel comitato scientifico personaggi come Emma Bonino e Federica Mogherini.

Insomma, l'impegno anche dopo aver lasciato la prima linea: forse, dietro le quinte, se dobbiamo dare credito a quel che sta emergendo a Bruxelles, Panzeri transita in quella fase al partito degli affari. I suoi interlocutori non sono più i lavoratori milanesi, gli operai costretti a reinventarsi dopo il declino delle fabbriche e l'esplosione del terziario; no, dai radar di Panzeri sarebbero usciti anche gli euroburocrati e i funzionari della Ue, o forse no, perché spezzoni dell'apparato si sarebbero integrati fra Bruxelles e Strasburgo con emiri e mediatori mediorientali.

Tutto da dimostrare, in un'inchiesta che per una volta non nasce in Italia. La cronaca giudiziaria ci ha abituato per lunghi periodi a indagini che colpivano il centrodestra. Quando, a finire sotto i riflettori sono i protagonisti dell'altro versante, si tende a catalogarli come un'eccezione. Un'eccezione che ai tempi di Mani pulite tolse dall'imbarazzo l'allora Pds perché i miglioristi furono equiparati ad una variante degli allora impresentabili socialisti.

Qui non è facile cavarsela con le acrobazie semantiche e i distinguo capziosi ma resta il fatto che la storia gloriosa di Panzeri non può essere cancellata. E mette a disagio pensare che possa aver virato in altra direzione, privilegiando intrighi e oboli.

Chissà. La vicenda di Aboubakar Soumahoro, che peraltro non è indagato, insegna che proclami e invettive qualche volta sono solo un paravento: dietro si nascondono pasticci, o peggio rapporti opachi. Certo, sono storie diverse e con differenti profili: fra l'altro da qualche tempo Panzeri era finito nella penombra e non aveva più la notorietà del deputato della sinistra radicale, scintillante campione dell'opposizione al governo Meloni.

Battaglie su battaglie, manifestazioni, assemblee e cortei, talk e interviste. Poi dietro le quinte affiora altro. Non proprio edificante. Anche se sarebbe a dir poco ingeneroso trasformare gli elementi investigativi che arrivano dal Belgio in una sentenza di condanna.

Concetto Vecchio per “la Repubblica” il 7 Dicembre 2022.

Professor Massimo Cacciari, come si salva la sinistra?

«Solo se affronta sul serio la questione sociale. Dovrebbe essere il cuore del suo agire».

Tra operai che votano a destra e astensionisti ci sarebbe una prateria da conquistare.

«Come hanno capito tutti quelli che negli ultimi vent' anni sono passati rapidamente dal 5 al 30 per cento. Ma per farlo bisogna essere credibili nelle proposte. E costruirvi attorno un radicamento sociale e territoriale frutto delle lotte che si compiono, non di quelle fatte per portare le borse al capocorrente di turno. Invece vedo che nel Pd la discussione congressuale gira ancora su chi ha più immagine per fare il segretario». 

Manca umiltà?

«Questa è una cosa che a destra hanno capito. Giorgia Meloni cerca di essere umile, perché percepisce la delegittimazione che investe il sistema politico.

Invece a sinistra tutti professori, e più perdono e più diventano arroganti». 

La sinistra però non è in crisi ovunque?

«Il Welfare del dopoguerra fondava le sue fortune anche su uno scambio iniquo tra i Paesi ricchi e quelli in via di sviluppo e la politica delle socialdemocrazie era quella dello Stato sociale. Rappresentavano settori sociali relativamente omogenei, classi organizzate da potenti sindacati. Il venir meno di questi fattori spiega le ragioni oggettive della crisi delle socialdemocrazie».

 Quel mondo non c'è più da tempo.

«Sì, è crollato. Ci aggiunga che la ricchezza ha smesso di crescere negli ultimi vent' anni in tutta Europa. Un terremoto. Ma cosa si fa dopo un terremoto? Si può piangere, accucciarsi sulle macerie o provare a pianificare nuovi paesi e città».

La sinistra non ha fatto lo sforzo necessario per compiere un nuovo inizio?

«No. Non era facile, ma bisognava almeno provarci. Ciò presupponeva un'analisi sociale, politico-culturale e geopolitica. Un'indagine sul mutamento avvenuto. Invece si è preferito subire i processi, adeguandosi alle politiche neoconservatrici». 

E lì che la sinistra smarrisce il suo popolo?

«Non c'è stato alcun tentativo di rappresentare quei settori sociali che nella globalizzazione perdevano peso economico, sindacale e politico. Le misure adottate sono state poco più che pannicelli caldi, assistenziali. I vincoli, come il pareggio di bilancio, son diventati obbiettivi. L'austerità il discorso dominante, come se fosse neutrale e colpisse tutti allo stesso modo».

La destra ha offerto risposte più efficaci?

«Una destra sociale c'è sempre stata. Le destre, anche quelle storiche, totalitarie, che non esisteranno mai più, vanno affrontate su questo terreno: occupazione, reddito, politiche redistributive. La sinistra accusava la destra di non farlo o di fingere di farlo, di essere "serva dei padroni". Il confronto assolutamente primario avveniva su questo terreno». 

E oggi?

«Oggi la destra, persa la carica anti istituzionale, guadagna proprio dove la sinistra ha "sbaraccato"». 

 Qual è il rischio che corre il Pd?

 «Di diventare una sorta di Partito d'Azione o di Partito radicale. Ho molta riconoscenza per le battaglie di un Pannella, ma non può essere quello il destino di un partito di massa». È troppo concentrato sui diritti? «I diritti vanno bene, per carità, ma devono essere sempre affrontati in relazione a quelli sociali, previsti non a caso dalla Costituzione. Le disuguaglianze, la precarietà, il lavoro femminile, di cosa credete che discutono le masse?». 

Chi sceglie tra Bonaccini e Schlein?

«Non mi appassiono alla contesa. Trovo sbagliato il metodo. Servirebbe una discussione radicale, che prendesse atto della svolta epocale avvenuta con la nuova forma della globalizzazione, con il dominio del capitale finanziario». 

Il comitato degli 87 non sta facendo questo?

«Per carità! Una cosa ridicola. Le pare che i valori si scrivano a tavolino? E tra "saggi" scelti da chi? Da un gruppo dirigente come l'attuale del Pd?». 

Quindi la colpa della sinistra è di essere stata gregaria?

«Sì, non ha una posizione autonoma, ha subito i processi. Non è stata parte, non ha saputo rappresentare una posizione autonoma su nessuno dei grandi temi che la globalizzazione impone. La globalizzazione è irreversibile, ma non conduce da sé alla Repubblica universale di Kant. Crea disuguaglianze, ridistribuisce poteri. Su questo occorre confrontarsi e anche combattere». 

Un altro esempio di questa sudditanza?

«L'Occidente. È giusto essere da questa parte, naturalmente, mica si può stare con Putin o con la Cina. Ma con l'ambizione di riformarne le istituzioni e la linea politica, non piegati interamente sui Biden di turno». 

Il Pd è stato troppo al potere?

«Il Pd si è trasformato in partito ministeriale. Mutamento che viene da molto lontano».

Ma alla fine chi dovrebbe rappresentare?

«I giovani, quasi tutti precari. Le donne, che sono le peggio trattate in Europa. La classe media impoverita. C'è chi parla di nuova plebe. A ragione. E allora occorrono i tribuni: tribuni capaci di far politica e governare. Non demagoghi che durano un mattino». 

Nel concreto?

«Serve un partito che organizzi, rappresenti e difenda con radicalità questi interessi e solo così si salverà anche la democrazia, se non si vuole ridurre alla più vuota delle procedure».

Il "compagno" Pierluigi Bersani beccato a fare spesa da Louis Vuitton. Il Tempo l’01 dicembre 2022

Il cliente del negozio di alta moda che meno ti aspetti. Fanno discutere le foto, pubblicate da Dagospia, di Pierluigi Bersani, "pizzicato" mentre fa spesa nella boutique  di Louis Vuitton a Roma.

L'ex leader del Partito Democratico, ora alla guida del movimento Articolo Uno insieme a Roberto Speranza, stava comprando probabilmente un regalo, piuttosto voluminoso. Un'immagine che stride con quella del "vecchio compagno" che prometteva di "smacchiare il giaguaro" e si schiera in prima linea per difendere i diritti delle persone più povere.

"Come pensa che la prendano questa foto le persone che vivono situazioni di disagio?" commenta tagliente Dagospia. "Alla faccia della sinistra del popolo", aggiunge il sito di Roberto D'Agostino.

Brunella Bolloli per Libero Quotidiano il 2 dicembre 2022.

Da Melenchon a Louis Vitton. Il passo è breve, a quanto sembra. Ma è Lacoste o la gauche? La confusione è grande, almeno quanto lo sbigottimento. È lui o non è lui, diceva il saggio, anzi Dagospia, autore dello scoop. Ma cosa ci faceva Pier Luigi Bersani in via Frattina, al centro di Roma, dentro la rinomata boutique? Più che del caro bollette era intento a occuparsi del caro borsette.

Un regalo per chi? Forse per Elly Schlein, l'ex vice di Stefano Bonaccini che domenica annuncerà la sua candidatura alla segreteria del Partito democratico? Staremo a vedere.

Di sicuro c'è un fatto: Bersani avrà pure «smacchiato il giaguaro», ma se c'è da comprare un oggetto in pelle, un dono che non passi inosservato e gli permetta di fare bella figura, non bada a spese.

Alla faccia dei «poveri cristi» a cui quei cattivoni del governo Meloni hanno deciso di togliere il reddito di cittadinanza dei suoi amici grillini, e lui sa cosa vuol dire. Lui che viene da Bettola, 2.586 anime in provincia di Piacenza, e lì ha cominciato tutto dando una mano nella pompa di benzina del padre. Lui che tra un bicchiere di lambrusco e una scorpacciata di gnocco fritto serviva messa in paese e intanto studiava filosofia.

PASSIONE POLITICA Pare che i suoi genitori, cattolici e democristiani, siano rimasti sconvolti quando nel '70 ha deciso di fondare una sezione di Avanguardia operaia. I biografi ufficiali raccontano degli inutili sforzi dello zio missionario affinché il giovane Pier Luigi si convertisse sulla strada della Dc. Niente da fare: la passione politica batteva forte da un'altra parte, così dalla comunità montana piacentina, il compagno Bersani è arrivato prima in Regione, poi in Parlamento, quindi al governo. Ministro dell'Industria e del commercio con Prodi, poi con D'Alema e con Amato: sono gli anni in cui il Partito comunista diventa prima Partito democratico della Sinistra (Pds) e poi Ds, i Democratici di sinistra nati sotto le fronde dell'Ulivo che portano per la prima volta insieme ex democristiani ed ex comunisti.

In breve, il Nostro fa un carrierone e non stiamo qui a ricordare le primarie Pd vinte nel 2012 con Le Monde che lo incorona «l'uomo tranquillo della sinistra italiana», cui segue però la "non-vittoria" alle Politiche dell'anno dopo. Ricordiamo bene, però, le recenti esternazioni in diretta tv, sempre a favore degli «ultimi», «di chi è costretto ad andare alla Caritas per sfamarsi», dei «precari», perché «questi della destra si sono presentati dicendo "qui cambia la musica, mettiamo ordine", dopodiché si è visto subito che questi disciplinatori sono a corrente alternata, mettono un po' di regole e un po' ne tolgono. Le hanno messe ai poveracci del reddito, alle Ong, ai giovani dei rave, minacciano di metterle agli studenti che portano il telefonino in classe».

L'altra sera su La7, l'esponente di Articolo 1 era carico come un teenager dopo un concerto di Vasco, ce l'aveva con la legge di bilancio: «Ragazzi, ma in questa manovra ci sono delle cose che fanno pensare che qui si sta prendendo una strada pericolosissima!

Stanno dando una pillola scaduta e avvelenata», insisteva l'ex segretario.

CHI PREDICA BENE Sul deputato della Sinistra italiana Soumahoro, poi, l'apoteosi: «Sicuramente quello che sta venendo fuori non è accettabile», ha detto, «ma anche un prete che ha peccato può dare il messaggio giusto. Lui difende i migranti dallo sfruttamento, è un problema che esiste, non lo si può buttare via a causa di questa vicenda». Al che il capogruppo di Forza Italia alla Camera, gli ha replicato: «La sinistra predica bene e razzola male». Perché Aboubakar Soumahoro è colui che si è presentato in Parlamento con gli stivali di gomma in difesa dei migranti e dei lavoratori sfruttati come quelli delle coop gestite dalla suocera, e ha la moglie che si fa i selfie con le borse griffate. E l'ex leader dem sta con loro.

Confessiamo: a noi Bersani sta simpatico. Ci piace il suo linguaggio bersanese diventato cult con Crozza e sviscerato da Ettore Maria Colombo nella bella biografia dedicata all'ex ministro. Ma questa cosa dello shopping non proprio da mercato rionale stona con i discorsi da pauperista che gli sentiamo fare nei comizi. Poi, certo, è giusto separare lavoro e vita privata e non ha commesso alcun reato. Però, come in quella foto da solo al tavolo di un bar con la birretta, anche questo scatto rubato è circolata e sui social ormai sono partiti gli sfottò. Come direbbe lui stesso: «Non si può rimettere il dentifricio dal tubetto...».

Alessandro Trocino per corriere.it il 9 dicembre 2022.

Pensava di averlo colto in castagna, di aver beccato l’ennesimo compagno con il rolex. E invece ha fatto, parole sue, una figuraccia, che lo ha fatto sentire — parole sue — «una merda». 

Il clamoroso mea culpa è di Alessandro Sallusti, direttore del quotidiano «Libero», che in vita sua di editoriali e commenti velenosi e anche oltre ne ha fatti parecchi. Stavolta però ha ammesso di essersi pentito: schiacciato, più che dal peso del senso di colpa, dall’ironia elegante di Pier Luigi Bersani. 

È successo, infatti, che nei giorni scorsi Sallusti aveva visto e pubblicato una foto dell’ex segretario dem fuori da un negozio di Louis Vuitton, a Roma. Un marchio di lusso ben noto che, ai suoi occhi, non dovrebbe essere frequentato da un esponente della sinistra (quasi) radicale. 

E così aveva anche ironizzato sul fatto che «il paladino della sinistra operaia frequentasse le stesse boutique dei milionari».

Una presa in giro in fondo piuttosto innocua, considerando le ironie che in passato erano state riservate alla doppia morale e all’ipocrisia di chi scendeva in piazza per gli operai e poi viveva nel lusso della ztl. Basti ricordare Fausto Bertinotti, preso in giro per il cachemire, che sosteneva non fosse così di valore: «Il primo me lo comprò Lella al mercato dell’usato. Quando la leggenda prese corpo, poi me ne furono regalati altri. Il più bello da due operaie di una fabbrica di cachemire. Me lo mandarono con una lunga lettera. Scrivevano: fa male ad arrabbiarsi per le polemiche, noi siamo proletarie e vorremmo che lei valorizzasse il nostro lavoro». 

Ma sull’arguzia di Sallusti è piombata la risposta di Bersani, ancora più elegante perché non pubblica ma arrivata via telefono al direttore di «Libero», come ha poi raccontato nel suo podcast del venerdì: «Niente da obiettare, ognuno fa il suo mestiere come ritiene. Dispiace soltanto di vedere rovinata la sorpresona di Natale per mia moglie».

Touché. Anche Sallusti ha un cuore, e una compagna, e così sprofonda: «Giuro che mi sono sentito una m..., come poche volte mi è successo in carriera». E ancora: «Solo un moralista cretino avrebbe potuto fare ciò che ho fatto». 

Ora al Corriere racconta: «La battuta contro di lui era un classico a cui non sono riuscito a resistere. Quando ho ricevuto il suo messaggio ci sono rimasto veramente male. Ho aspettato qualche giorno, perché non sapevo cosa dirgli. Poi ci ho riflettuto e ho deciso di fare pubblicamente mea culpa. Per un altro non lo avrei fatto, ma lui è veramente una bella persona. Questa mattina mi ha mandato un messaggio di stima e mi ha detto che le mie parole valgono un regalo di Natale».

Del resto, il rapporto tra i due è di lunga data: «Quando Bersani ha avuto l’ictus, senza consultare neanche Berlusconi, ho fatto in prima pagina il titolo: Forza Bersani. E ho scritto, Pier Luigi non farci scherzi, sei l’unico nemico vero che abbiamo, mica ci lascerai a prendercela con Franceschini?». Due mesi dopo, Sallusti è in una saletta di Linate e vede avvicinarsi Bersani: «Lo ricordo come se fosse ora. Viene verso di me, mi mette una mano sulla spalla e, con la sua cadenza emiliana, mi dice: uè, ragazzo, sarò anche comunista, ma certe cose non le dimentico».

Laburista a chi? Se la destra attacca i poveri, la sinistra non dovrebbe difendere la povertà. Francesco Cundari su L’Inkiesta il 25 Novembre 2022.

Il modo in cui il Partito democratico si sta accodando a Conte nella battaglia sul reddito di cittadinanza è un altro segno dell’egemonia grillina

A giudicare dai toni e soprattutto dal lessico con cui il Partito democratico sembra deciso a schierarsi in difesa del reddito di cittadinanza, si direbbe che il Movimento 5 stelle abbia già vinto la battaglia decisiva per l’egemonia a sinistra.

Ci sono naturalmente mille buoni motivi per contestare le scelte del governo, ma dal momento in cui dichiara di voler sostituire il reddito di cittadinanza con una norma mirata al sostegno alla povertà, sarebbe forse il caso di incalzarlo sul merito e di impegnarsi per incidere sul modo in cui tale provvedimento sarà disegnato, non foss’altro perché questa è stata esattamente la posizione del Partito democratico, per anni, almeno fino al 2019.

Inutile rifare ancora una volta tutto l’elenco delle scelte che i dirigenti del Pd si sono rimangiati pur di inseguire Giuseppe Conte, persino su una riforma costituzionale contro la quale avevano votato ben tre volte in Parlamento (il taglio dei seggi). Inutilissimo ricordare cosa dicevano del reddito di cittadinanza fino al 2018, o per essere più precisi fino al 5 settembre 2019 (giorno in cui è entrato in carica il secondo governo Conte, fondato sull’alleanza Pd-M5s).

Interessante è invece lo slittamento lessicale e culturale, per non dire ideologico, che si riscontra nel modo in cui tanti esponenti del Pd, e specialmente della sua ala sinistra (stavo quasi per dire «laburista»), denunciano l’attacco ai poveri, la caccia ai poveri, la crociata contro i poveri del governo Meloni, rappresentata dalla scelta di cancellare il reddito di cittadinanza.

È naturale che i politici di oggi non si esprimano come i partiti comunisti, socialisti e socialdemocratici del secolo scorso (e risultano anzi grotteschi quando lo fanno), tuttavia c’era una ragione se quei partiti parlavano di proletariato, classe operaia, classi popolari, ma raramente di poveri. E non certo perché nell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta non ci fossero poveri e non ci fosse un problema sociale legato alla povertà diffusa, ben più grave di adesso.

C’era però l’idea che obiettivo della politica, e in particolare di quei partiti, dovesse essere l’emancipazione, attraverso la partecipazione e attraverso il lavoro. Di qui l’articolo uno della Costituzione, l’idea cioè del lavoro – non del reddito – come fondamento della cittadinanza.

Una vecchia frase fatta dice che la sinistra dovrebbe combattere la povertà, non la ricchezza. Un’altra frase fatta, non meno diffusa, dice che la destra combatte i poveri, anziché la povertà. Giustamente, però, a nessuno è mai saltato in mente di dire che la povertà vada difesa.

La storia insegna: chi toglie la libertà è sempre comunista. Iuri Maria Prado su Libero Quotidiano il 02 ottobre 2022.

Si può fare una statistica ormai quasi secolare delle libertà violentate nel mondo. E da quella statistica spicca una verità senza rendiconto: vale a dire che quando c'è massacro di libertà, praticamente sempre c'è un comunista che lo compie, o lo nasconde, o lo giustifica. E mai, quando nel mondo le libertà sono state aggredite, mai il comunista si è posto a difenderle. Mai nel mondo il comunista ha combattuto il potere che di volta in volta reprimeva quelle libertà, se non per sostituirvisi impiantando un potere che a sua volta ne faceva sacrificio.

Sul grosso delle libertà sopraffatte nel mondo c'è la grinfia del comunista. C'è la censura del comunista a rendere impunita quella sopraffazione. C'è la propaganda del comunista a giustificarla. Non c'è solo l'aguzzino che a migliaia di chilometri da qui fa rogo di una iurta mongola piena di bambini: c'è anche il comunista di qui che contestualizza. Non ci sono solo i milioni di bambini denutriti nei paradisi del socialismo asiatico: c'è anche il comunista di qui che li oppone ai senzatetto di New York. Non c'è solo l'omosessuale con i testicoli spappolati nel carcere cubano: c'è anche il comunista di qui, con appeso il ritratto del "Che", che si leva a difesa dei diritti civili minacciati dal neoliberismo. Non c'è solo il male assoluto perpetrato in mezzo mondo da decenni di violenza comunista: c'è anche di chi quel male è patrono, procuratore, avvocato.

Le cose buone fatte dal Pci? Ecco come ha devastato l'economia. Iuri Maria Prado su Libero Quotidiano il 15 novembre 2022

Siccome ho scritto che in Italia non ci sono state cose buone fatte grazie ai comunisti, né cose cattive che siano state fatte senza il loro contributo, il mio amico Piero Sansonetti, direttore de Il Riformista, mi ha rinfacciato l'elenco di positive acquisizioni che si dovrebbero all'iniziativa di quella tradizione politica. Scrive Sansonetti: «Divorzio, aborto, riforma sanitaria, riforma psichiatrica, 150 ore...». 

Ora, divorzio e aborto (che non tutti giudicano cose buone) non solo non si ottennero per iniziativa comunista, ma anzi quel partito assai malvolentieri, e non per convinzione, si risolse infine a non avversare quelle due riforme. La riforma sanitaria, appunto una delle cose pessime cui il Pci contribuì, ha devastato la pubblica economia e ha imposto un monopolio illiberale e anti-concorrenziale anche più ingiusto e inefficiente rispetto al pregresso sistema mutualistico, e in nome dell'universalismo ha prodotto l'intreccio di corruzione e malaffare di cui fanno le spese proprio i più bisognosi tra gli obbligati a sottoporvisi. 

La riforma psichiatrica sarebbe pietoso lasciarla da parte, una legge antireferendaria ripudiata dallo stesso (Basaglia) cui continua demagogicamente a essere riferita. Infine, le cosiddette «150 ore per il diritto allo studio», una specie di presidio di tipo cubano che non aveva nulla a che fare con ciò che si fa nelle democrazie decenti, cioè apprestare un sistema scolastico e dell'istruzione capace di tirar su la gente senza mezzi, ma era rivolto a riaffermare "il diritto operaio al sapere", ovviamente nel quadro della retorica operaista che ha garantito agli operai italiani i salari più bassi dell'Occidente avanzato. 

Non voglio dilungarmi, e ovviamente il discorso meriterebbe ben altro spazio di approfondimento. Ma sono parole contrarie ai fatti le cose buone apportate dai comunisti a questo Paese. E sono fatti contro le parole quelle invece cattive.

I fiumi di soldi dal Cremlino tollerati se vanno a sinistra. Paolo Guzzanti il 15 Settembre 2022 su Il Giornale.

Oggi i dem si indignano, ma fu il Pci a introdurre la corruzione della politica con i fondi illegali dell'Urss.  

Troppe cose non quadrano nella storia dei finanziamenti russi a partiti e politici accennata dal ministro della Difesa americano, poi rafforzata da indiscrezioni senza padre né madre. La storia, se non sono pronte altre scatole cinesi, sarebbe questa: il ministro americano Blinken davanti alle telecamere svela il contenuto di un rapporto dei servizi segreti americani secondo cui la Russia avrebbe speso centinaia di milioni per corrompere politici e partiti di paesi stranieri per favorire si suppone - la sua bellicosa politica estera. Poi un funzionario di rango minore afferma che fra questi Paesi c'è l'Italia e che i partiti beneficiati dai russi sarebbero quello della Meloni, di Salvini e il Movimento Cinque Stelle. Queste dichiarazioni provocano il prevedibile putiferio senza né capo, né coda perché manca sia la logica, il movente, che la fonte. È bizzarro, per non dire ridicolo, che i più indignati per questo fumosissimo scandalo, siano proprio gli uomini del Pd a partire dall'intrepido suo segretario. Enrico Letta è al timone di un partito fatto per metà dal vecchio Pci e per metà dalla vecchia Dc. E anche se lui non proviene dalla metà comunista, non può far finta di non conoscere il codice genetico del partito, quello comunista, che ha introdotto la corruzione della politica attraverso gli illegali e sontuosi finanziamenti russi, costringendo i partiti democratici ad approvvigionarsi in maniera altrettanto illegale. Ogni anno un funzionario del Pci andava a Mosca con una valigetta vuota e la riportava piena di milioni di dollari che venivano controllati al ritorno da due agenti del Tesoro americano che volevano controllare che le banconote non fossero false. Poi la banca vaticana dello Ior cambiava i dollari in lire. Alla fine, tutti i partiti democratici che avevano praticato il finanziamento illegale furono condannati a morte e sono scomparsi, mentre soltanto Il PCI si è salvato per il rotto della perché nel 1989 una provvidenziale amnistia cancellava tutti i gravissimi peccati di corruzione del sistema democratico commessi con sfacciato candore dal PCI. Oggi si alza un gran polverone su un possibile finanziamento russo a partiti e politici. Se fosse vero sarebbe gravissimo, ma con poco senso. Che gli americani vogliano danneggiare Giorgia Meloni è in aperta contraddizione con lo stile e la diligenza con cui il Dipartimento di Stato ha cercato di capire la figura e il progetto politico della Meloni. Lo hanno fatto non solo con lei ma probabilmente ha giocato a suo favore il fatto di essere una possibile candidata alla guida del governo italiano con una posizione nettamente filoatlantica, anche se sostenendo che l'Italia deve essere risarcita dai costi derivati da una scelta netta senza se e senza ma.

Quanto alla Lega, le note e passate simpatie di Matteo Salvini per Vladimir Putin non spiegherebbero il movente perché è universalmente nota l'alleanza politica fra la Lega, il partito di Putin, quello della Le Pen e dell'ungherese Orban in un contesto che non è più da tempo quello attuale dal momento che oggi Salvini si è riposizionato a causa dall'aggressione all'Ucraina. Perché, dunque, come e quando il Cremlino avrebbe speso una somma di denaro per investirlo in una incomprensibile «operazione simpatia»? Non solo mancano le prove, ma manca il senso. Ma, ammesso e non concesso, perché? Per creare una superflua turbolenza che non raggiungerebbe mai le proporzioni dello scandalo, in mancanza assoluta di prove e logica. Per quanto riguarda i Cinque Stelle si potrebbe capire il senso, ma non l'attualità. È un dato di fatto che Conte abbia ordito l'abbattimento del governo Draghi per incassare i voti dell'elettorato contrario all'invio di armi agli ucraini con una giravolta sull'invio delle armi a chi sta resistendo. Nel suo caso la logica ci sarebbe ma manca comunque qualsiasi prova.

Francesco Storace: tutti gli affari della sinistra con Cina e Putin. Francesco Storace su Libero Quotidiano il 16 settembre 2022.

Ma quanto sono ipocriti a sinistra. Si riparano dai venti fragorosi sui finanziamenti russi al Pci con l'alibi del tempo trascorso («Siamo un'altra cosa»), dicono adesso. Come se sull'ambiguità delle relazioni internazionali dei figliocci di quel partito si debba solo risalire al tempo del Togliattismo. No, anche gli idoli di adesso hanno peccati da farsi perdonare e persino i loro cuginetti a Cinque stelle. Nel gioco delle relazioni pericolose spiccano tutti, a sinistra, e suscita davvero indignazione il loro accanimento su colpe inesistenti a destra. Spesso si sono fatti fare anche fessi da Mosca. Accadde a Romano Prodi e Massimo D'Alema, per la crisi energetica del 2007. All'epoca fu siglata un'intesa Eni-Enel con Gazprom, che in realtà ci mise in condizioni di sudditanza verso Mosca. E la partita la condusse con mano di spregiudicato mazziere l'ex cancelliere tedesco Schroeder. Sai che gliene fregava della fratellanza progressista...Venne poi il tempo di Enrico Letta.

Era il 2013 e nel giro di una giornata, nel freddo polare di Trieste, l'allora premier siglò con Vladimir Putin una serie di accordi a raffica sicurezza compresa dai quali non si evinceva un giudizio così definitivamente negativo sull'uomo di Mosca. Anzi, Letta uscì da quella radiosa giornata davvero tanto contento. Ma gli autogol della sinistra italiana non hanno riguardato solo la Russia, dopo la grande stagione dell'Urss in cui i comunisti di allora almeno ammettevano i legami con i fratelli del Pcus. Anche la Cina è tutt' ora protagonista di dubbie relazioni. Nei giorni scorsi, per merito de Il Giornale, è emersa la fitta collaborazione di sodali di Enrico Letta con paradisi fiscali nei quali occultare denaro evidentemente accumulato in maniera illecita. Al segretario del Pd è stata sollecitata chiarezza, senza accusarlo di fatti specifici. Ma dalla sua bocca non è uscita una parola. E la grande stampa gli ha riservato il trattamento di riguarda che di solito è omesso quando si tratta della Meloni, di Salvini o di Silvio Berlusconi.

SOSPETTI

Per non parlare poi dei compari di merenda pentastellati. Ancora è fresco nella memoria di molti il caso di Vito Petrocelli, ex presidente della commissione esteri del Senato. Da quella postazione è stato cacciato a furor di popolo per il suo esplicito sostegno all'invasione russa in Ucraina, arrivando anche a votare "no" alla risoluzione del governo Draghi sulla guerra in Ucraina, in difformità rispetto alla indicazioni del partito (dove pure fiorivano altri sotterranei distinguo). In quel caso, le polemiche furono davvero feroci, con l'imbarazzo di un Movimento politico in cui i filoPetrocelli stavano acquattati pur condividendone le posizioni a sostegno di Mosca. Ma altrettanto clamore hanno suscitato nel tempo i sospetti rapporti del M5s con il Venezuela. Tra Chavez e Maduro c'è stata una fitta rete di relazioni che sono arrivate a far partire un'indagine giudiziaria su un presunto versamento di discrete quantità di quattrini che sarebbero addirittura arrivate in valigetta a Gianroberto Casaleggio. 

Una questione ancora non chiara. Ma che aldilà del presunto maneggio di denaro si parlò di ben 3,5 milioni di dollari campeggia sulla politica internazionale dell'Italia proprio perché i pentastellati non hanno mai voluto assumere posizioni di netta condanna del regime rosso di Caracas. Va detto anche che il figlio di Casaleggio, Davide, non ha esitato a denunciare il giornalista spagnolo che aveva realizzato lo scoop. Il che, se vale per tutelare l'onorabilità e la memoria del padre, nulla sposta rispetto alla linea filovenezuelana del Movimento cinque stelle. In Italia c'è comunque un'inchiesta della Procura di Milano. Il paradosso, per un Movimento come quello di Beppe Grillo, è che tutto possa finire in prescrizione. Salvando quelli che non la volevano per i processi. Sono quelli che strillano contro la destra per non far parlare dei peccatucci di casa loro. 

Fondi russi, il foglio che incastra la sinistra: ferie pagate, cosa state vedendo. Libero Quotidiano il 16 settembre 2022

C'è stato un tempo in cui l'Urss non si limitava a finanziare il Pci con operazioni politiche. Ma agiva come la più grande agenzia di viaggio nazionale per i compagni italiani che si guadagnavano gite premio in aereo a Mosca o crociere sul Mar Nero, per veder realizzate le promesse del sol dell'avvenire e consolidarsi nella propria fede filo-sovietica, magari con relativa delusione al ritorno.

A occuparsi di questi tour con l'avallo del Pci e del Pcus era l'Italturist, un'agenzia di viaggio operativa per circa un trentennio, dall'inizio degli anni '60 fino alla fine degli anni '80, e presieduta all'inizio da Armando Cossutta, che raccontava quell'esperienza con entusiasmo e la presentava come strumento di servizio al popolo, a cui consentiva di visitare «Paesi proibiti»: l'Urss, ma anche la Cina e Cuba, tutti rigorosamente comunisti. 

Una prima svolta ci fu all'inizio degli anni '70 allorché l'Italturist, fino ad allora di proprietà del Pci, fu ceduta alla Lega delle cooperative immobiliari, partecipata anche dal Psi, della cui sezione milanese era stato presidente Francesco Siclari. Lo stesso Siclari fu "promosso" a presidente dell'Italturist, che di fatto continuava ad agire nell'orbita del Pci: sotto la sua gestione, come ci dicono le nostre fonti, professionisti che lavoravano per Italturist in vari settori, «si consolidò quel criterio "meritocratico" che permetteva a tre categorie, sindacalisti e militanti del partito, dirigenti del Pci, e villeggianti generici provenienti dalla classe operaia, di prendere il volo in direzione Mosca o Leningrado per una vacanza su mezzi sì scassati ma a prezzi ridottissimi. Talmente bassi, se non nulli, che l’agenzia turistica non riusciva a coprire le spese ed era cronicamente in perdita. I debiti venivano poi gentilmente ripianati non solo da Italturist e dagli organismi collegati, ma anche dal fornitore, cioè l’Urss».

Se consideriamo che la Italturist organizzava un volo a settimana verso la Russia, che su ogni volo c’erano un centinaio di passeggeri e che solo il volo costava circa 100mila lire (non pagate dai passeggeri), «possiamo affermare», continuano le fonti, «che tra anni ’60 e ’70 l’Urss abbia tappato le falle di Italturist, versando qualche miliardo di lire». Vacanze a carico del Cremlino che offriva lo svago al proletariato italico, all’insegna di Falce e Martello... All’inizio degli anni ’80 Italturist iniziò a contemplare, tra le sue mete, anche posti turistici come Santo Domingo. Solo che a metà del decennio un Jumbo della compagnia restò piantato a terra nell’aeroporto di New York, tra le proteste dei viaggiatori che avrebbero dovuto raggiungere Santo Domingo e quelli che avrebbero dovuto tornare in Italia. Fu il punto di non ritorno: l’Italturist passò sotto il controllo dell’Unipol, trasformandosi in un’azienda di mercato. Da allora forse gli aerei cominciarono ad arrivare in orario, non come quando c’era Breznev...

L'illusione della "glasnost". Il comunismo? Non è morto. Pier Luigi del Viscovo su Il Giornale l'1 settembre 2022.

La glasnost, operazione trasparenza, fu talmente veloce da non far vedere le ragioni della fine del comunismo, e infatti ce lo ritroviamo ancora tra i piedi. 

Il comunismo contiene molti e forti punti di contatto con le dottrine religiose che vogliono gli uomini tutti uguali e che insistono sulla distribuzione dei beni e sulla generosità verso gli altri. Tuttavia, non è una fede ma una teoria economica che, mettendo insieme fattori sociali ed economici, costruisce un modello per l'equa distribuzione della ricchezza, che era il tema centrale dell'economia nel primo secolo della rivoluzione industriale, quando la creazione di ricchezza non pareva così in discussione.

A differenza della fede, ha il grande vantaggio di poterlo sottoporre alla prova dei fatti. Così, più Paesi nel corso del Novecento l'hanno adottato e tra questi il più importante è stato l'Unione Sovietica, retta per 70 anni da un regime comunista. Sì perché fu subito chiaro che il modello avesse bisogno di un regime, poiché pare che i cittadini non si trovassero poi tanto bene. In effetti, pure chi non abbia grandi conoscenze di economia può giudicare quanto i russi o i tedeschi dell'Est fossero contenti del modello comunista. Comunque, la bocciatura della storia è in economia: assolutamente incapace di produrre ricchezza, ha mostrato molte debolezze anche sulla distribuzione, la sua ragion d'essere. Infatti, è imploso su se stesso, dopo esser durato 70 anni, non poco. Di tutto l'esperimento l'aspetto forse più sorprendente è la quasi totale mancanza di analisi del risultato.

In pochi anni, a me gli occhi, carta vince e carta perde, et voilà: giù il muro, glasnost, perestroika e scioglimento dell'URSS, quasi si trattasse dell'ultimo e più marginale staterello sullo scenario geopolitico. Tanto per dire, il fascismo, considerato volgarmente l'antagonista del comunismo, ha governato per 20 anni ma è stato archiviato con un processo storico molto lungo e puntellato di occasioni di ricordo. Al punto che oggi è facile etichettare un movimento o un esponente politico come fascista per bollarlo negativamente. Certo, è un paragone insostenibile nel contenuto ma è giusto per cogliere il senso, anzi l'assenza, dell'elaborazione storica del comunismo sovietico, i cui principi e valori sono vivi e vegeti nella nostra società. Non per un caso ma per un vero capolavoro.

I figli del PCI hanno subito condannato il comunismo, alcuni addirittura sostenendo di non esserlo mai stati e di non aver mai approfondito il significato di quella C nel simbolo. L'abilità è stata puntare il dito sulla dittatura e sulla mancanza di libertà, sorvolando leggiadri sull'incapacità del sistema di produrre la ricchezza che ambiva a distribuire. Così da sdoganare un'idea semplice: purché in democrazia e libertà, quei principi possono funzionare e sono auspicabili. Anche la contro-narrazione di fine secolo concentrò le sue bordate sulla libertà anziché insistere sul valore della competizione e dello spirito di impresa. Probabilmente valutando che sul piano dell'economia non sarebbe stato facile contrastare quel proselitismo, arrivato negli anni '70 a un terzo dei cittadini e tra i giovani di allora, oggi adulti, anche di più. Fatto sta che è tuttora molto forte, specie nella parte della società non esposta alle leggi del mercato e dell'iniziativa personale, con il sindacato in funzione di vestale ad alimentare la fiammella. Però il comunismo non è un regime politico ma una teoria economica e come tale nella pratica ha fallito. La glasnost su questo è stata una finestra aperta e richiusa troppo in fretta. 

 Paragona Stalin a Hilter: finisce in carcere a 72 anni. Il politico russo è stato condannato a 15 giorni di reclusione per un post su Facebook in cui prendeva in giro la legislazione russa che vietava il parallelo. Il Dubbio il 31 agosto 2022.

Un tribunale di Mosca ha condannato a 15 giorni di carcere un politico liberale che ha fatto un parallelo tra il regime di Stalin e la Germania nazista. Leonid Gozman, 72 anni, è stato condannato per un post su Facebook del 2020, in cui prendeva in giro la legislazione russa che vietava di paragonare l’Unione Sovietica alla Germania nazista, dicendo che «è sbagliato mettere un segno di uguaglianza tra loro, Hitler era un male assoluto e Stalin ancora peggio». Il tribunale distrettuale di Tverskoy ha stabilito che l’osservazione di Gozman ha violato la legge.

Gozman, critico della campagna del Cremlino in Ucraina, ha lasciato la Russia quando è iniziato l’attacco su larga scala, ma è tornato a giugno per quella che ha descritto come una scelta «morale». Il ministero della Giustizia russo lo ha classificato come «agente straniero», una definizione che implica un ulteriore controllo da parte del governo. A luglio è stato brevemente trattenuto dalla polizia dopo che il ministero dell’Interno russo aveva emesso un mandato di arresto per indagare su un caso penale a suo carico. Gozman è stato accusato di aver violato la legge che impone ai cittadini russi di notificare alle autorità la cittadinanza straniera o il permesso di soggiorno. L’uomo ha detto di aver notificato alle autorità la sua cittadinanza israeliana, ma queste hanno sostenuto che non l’ha fatto entro i termini previsti. L’indagine su questo caso è ancora in corso e Gozman potrebbe essere condannato a una multa o a lavori socialmente utili se riconosciuto colpevole.

"Io, militante dem, minacciata per aver protestato contro il Pd". Dopo la rivolta dei Giovani democratici trentini, che non si sentono rappresentati nelle liste elettorali per le prossime Elezioni Politiche, arrivano le intimidazioni per la portavoce della protesta Vittoria De Felice. Quello che è successo dalla sua parole. Roberta Damiata l'1 Settembre 2022 su Il Giornale.

Cosa sta succedendo nel Pd in Trentino? Da tempo aleggia una certa irritazione da parte dei Giovani democratici che non hanno gradito il metodo adottato dai vertici del partito per la composizione delle liste elettorali per le prossime Elezioni Politiche. A farsi portavoce di questo profondo malessere , la giovane attivista molto nota in Trentino e in Campania, Vittoria De Felice, militante nei dem trentini dal 2018. Ma proprio da quel momento, quello della “denuncia pubblica” - riportata non soltanto dal nostro, ma da molti altri quotidiani sia nazionali che locali, la vita dell’attivista dem -, ha preso un corso molto complicato. Prima le intimidazioni, poi l’attacco tramite social, come racconta lei stessa a “La voce del Trentino”. Messaggi intimidatori da parte di una persona che diceva di essere parte del Partito democratico e che ha detto esplicitamente che “si prenderanno dei provvedimenti nei suoi confronti”. A queste parole aveva risposto: "Devo forse preoccuparmi di ricevere qualche gesto estremo solo perché sto esprimendo un malessere?”. L’abbiamo incontrata per capire come stanno ora le cose.

L’avevamo lasciata con una lettera firmata dai giovai del Pd trentino, una richiesta d'aiuto al vertice del partito. Poi invece sono arrivate le intimidazioni cosa è successo?

“Ho scritto una lettera aperta al Partito Democratico per cercare soluzioni e soprattutto chiedere come mai sto vivendo questa situazione, che é davvero strana e particolare da raccontare. Purtroppo ad oggi continuo a subire intimidazioni, il perché non l'ho compreso. Da sempre sono una ragazza propositiva ed attiva riguardo le attività del partito. Sono meravigliata da questo atteggiamento di chiusura, nonostante la mia volontà di cercare dialogo e capire quale sia il problema. Credo che questo riguardi la tematica giovanile. Da sempre noi giovani abbiamo bisogno di apprendere, soprattutto nelle sezioni di partito, e sono molto contenta di farlo, ma purtroppo anche questo mio desiderio non é visto di buon occhio”

Nella sua lunga militanza nel PD non è la prima volta che lei si trova davanti ad alcuni ostacoli, si è chiesta perché

“È sempre il discorso della poltrona, che riguarda il livello nazionale. Si ha paura che la nuova arrivata possa soffiare la poltrona a qualcuno, invece di capire che i giovani militanti sono risorse e vorrebbero spendersi per il proprio territorio portando idee innovative su cui lavora insieme”.

Ha provato a far ascoltare la sua voce, magari con i suoi diretti responsabili di partito?

“Ho provato ed ho chiesto più volte quale fosse il problema, ma se la risposta é il silenzio, comprendo che forse non c’è volontà o forse é più comodo non affrontare i problemi. Io non sono così, amo la chiarezza e vorrei capire quale fastidio una giovane laureata con idee e tanta voglia di fare può arrecare ad un partito”.

Questa è ovviamente la sua parola, perché dall’altra parte non c’è stato nessun tipo di risposta alla sua richiesta.

“Esatto. Al momento nessuno in Trentino é aperto al dialogo, credo che se ci fosse una reale intenzione di avere dei giovani nel partito e di concedergli spazio, non ci sarebbero problemi. Invece non c'è un minimo confronto, ma questo non mi impedirà di continuare a chiedere il perché, e a capire che motivazioni ci sono dietro questo atteggiamento”.

In un articolo de “La voce del Trentino” si legge che le intimidazioni sono arrivate proprio da un qualcuno che diceva di essere membro del suo partito, e che sostanzialmente le ha chiesto di "rimanere buona”. Pensa di aver sbagliato qualcosa per provocare una simile reazione?

“Quando si vivono delle ingiustizie e si chiedono delle spiegazioni al Segretario del Partito non si sbaglia mai. Anzi perché subire degli atteggiamenti ingiusti e restare in silenzio? Bisogna chiedere le motivazioni sul perché si arriva a questo. Ho la tessera da tanti anni e mi meraviglio di questo atteggiamento. Mi hanno lanciato delle intimidazioni, in cui dicevano che prenderanno dei provvedimenti nei miei confronti. Devo preoccuparmi di qualche gesto estremo perché dico la verità? La risposta è no!”.

Secondo lei quali errori, anche in virtù delle prossime elezioni, stanno commettendo nel PD?

“Assolutamente la gestione e la salvaguardia dei militanti nei territori. É gravissimo lasciare i giovani iscritti al partito che militano da soli, o non intervenire in caso di problemi. Non permetterò assolutamente questo, anzi spero di poter aiutare altri giovani che si sentono abbandonati dal partito. É importante esserci nei momenti difficili, come in questo momento che sto attraversando, che non é semplice”.

In passato alcuni giornali hanno parlato anche del suo aspetto fisico, cosa che c’entra poco con la politica, sottolineando il fatto che il suo sia solo un desiderio di voler apparire?

“Che sia un uomo o una donna credo sia ingiusto attribuirgli un valore solo per un mero fattore estetico. Oggi abbiamo bisogno di esempi, io voglio donare il mio cervello al servizio dei cittadini. Ho studiato e continuerò a studiare per cercare di trovare soluzioni sostenibili per il nostro Paese e credo che dobbiamo guardare ad altre qualità invece che di concentrarci ad attaccare una persona solo per l'aspetto estetico. Dobbiamo proteggere i giovani da questa mentalità superficiale e di facciata che non fa bene a nessuno. Proprio riguardo il mio aspetto, ho attraversato un periodo molto pesante, poiché nella scorsa campagna elettorale comunale, tanti giornali hanno parlato in maniera negativa del mio aspetto, e non tollero questo tipo di commenti, né di pregiudizi. Sono una donna e posso essere di aspetto gradevole o no, ma dobbiamo essere tutte giudicate solo per il valore che possiamo apportare alla nostra società, ognuna con la propria passione e con i propri sacrifici”.

Parlando in concreto, quali sono le sue idee o le proposte che vorrebbe fare?

“La nostra generazione affronta tante difficoltà e non é semplice in generale. La fuga dal nostro Paese sembra essere sempre una soluzione, perché non ci sono opportunità. Questo meccanismo è pericoloso, perché non permettiamo ai giovani di potersi inserire nel proprio territorio. Le dirò proprio riguardo a queste tematiche avevo pensato ad alcune idee, perché aldilà dei programmi politici, c'è la necessità di garantire la dignità alle persone. Questo é possibile grazie allo sviluppo sostenibile che é la chiave che permetterà di poter cambiare la situazione attuale, perché non ha grandi costi e soprattutto è realizzabile in poco tempo. Grazie al sistema dell'economia circolare possiamo usare qualsiasi tipo di elemento e poterlo riutilizzare, così da favorire lo sviluppo economico riciclando quello che consumiamo. Lo sviluppo sostenibile é anche sviluppo sociale e lotta alla povertà che promuove un capitalismo etico che tende a promuovere dei valori nei processi economici, invece di favorire un capitalismo consumistico e cannibale. Le proposte sono tante, anche grazie all'evoluzione dello sviluppo sostenibile c'è la possibilità di creare tante nuove professioni che possono garantire lo sviluppo del nostro Paese e soprattutto possiamo permettere ai giovani di restare nel proprio territorio senza dover lasciare i loro affetti perché non ci sono possibilità”.

Dopo quello che sta raccontando, ha pensato di lasciare il PD?

“Non vorrei mai uscire dal partito democratico, ma tanti giovani come me, si sentono tagliati fuori, forse perché portatori di innovazione e perché lottano per un'Italia diversa che realmente può garantire un futuro ai ragazzi ed anche un ritorno ai valori. La nostra generazione é sempre più sola e poco considerata . Paghiamo anche il prezzo della pandemia, che ha cambiato le nostre vite e proprio per questo abbiamo bisogno di nuovi esempi per capire che possiamo farcela. Chiedo al partito di ascoltare me ed anche tanti ragazzi e ragazze che come me, hanno la passione per la politica e vogliamo assolutamente portare una boccata di innovazione. Siamo stanchi di vedere sempre le stesse persone e soprattutto notare che le cose non cambiano e viviamo sempre peggio. Vogliamo dignità e combattere tutti i giorni per tutelare la gente dalla povertà e garantire che un posto in Italia per i giovani c'è. Il nostro Paese non può essere solo questo, anzi dobbiamo trattenere tutti i giovani talenti per ritornare a vedere l'Italia che splende”.

Ha chiesto aiuto alla base del partito a Roma?

“Ho parlato e chiesto aiuto alla Segreteria del Segretario Enrico Letta con cui ho avuto una interlocuzione ieri. Hanno ascoltato i miei problemi ed ho dato loro tutte le informazioni necessarie, su quanto mi é successo sul territorio. Hanno dimostrato apertura ed ascolto e sono in attesa dei provvedimenti che prenderanno. É stato bello poter essere ascoltati, e spero che questa situazione venga presa sul serio, ma anche per i tanti militanti che sono divisi in tutta Italia e che hanno bisogno di tutela da parte del Partito. Spero nel cambiamento e che la comunità del Partito democratico sia piena di persone che sono aperte al dialogo e che non creano muri".

Se si trovasse davanti al segretario Letta cosa le direbbe?

“Prima di tutto perché ho dovuto subire tutto questo? Le sembra giusto? Io gratuitamente come tutti gli altri giovani, sono in un partito dove pago la tessera e sono felice di farlo ma solo se la mia passione non viene affogata da persone che non devono aver paura del confronto. La comunicazione é sinonimo di intelligenza, e mi dispiace se qualcuno si é sentito minacciato dalla mia presenza perché troppo comunicativa o solare e quindi da eliminare perché forse visibile. Non sono discorsi intelligenti per me, perché premierei ragazzi che hanno tanta voglia di fare e che sono sempre attivi”.

La questione morale. Sono passati poco più di quaranta anni da quando Enrico Berlinguer pose la cosiddetta "questione morale". Augusto Minzolini il 21 Agosto 2022 su Il Giornale.

Sono passati poco più di quaranta anni da quando Enrico Berlinguer pose la cosiddetta «questione morale» che cambiò il carattere identitario del Pci inserendo nel Dna di quel partito e in tutte le sue trasformazioni successive un senso di superiorità verso gli altri di cui ancora oggi trasuda il Pd.

Disse all'epoca Berlinguer: «I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela». Ora, Enrico Letta non me ne voglia, ma se c'è un partito che corrisponde più di altri a quella fotografia negativa oggi è il suo. Anche negli altri non mancano i mascalzoni certo, ma nel Pd ormai c'è un sistema che lega politica-potere-affari. La conversazione violenta tra il capo di gabinetto del sindaco di Roma Gualtieri, Albino Ruberti, con il fratello dell'eurodeputato Francesco De Angelis, Vladimiro, in un lessico che ricorda da vicino quello che usciva dalla bocca di Buzzi e Carminati, non racconta un episodio, ma è l'immagine di un costume. E sia pure in un linguaggio meno aulico, rammenta i discorsi che Massimo D'Alema faceva ad un novizio inesperto di questo tipo di politica nella vicenda delle corvette e dei sommergibili che dovevano essere venduti alla Colombia. Le tre parole politica, potere, affari ormai da quelle parti vanno a braccetto: Francesco De Angelis, fratello di Vladimiro, uno dei protagonisti della discussione animata all'insegna del galateo criminale, non è solo un eurodeputato, ma anche il presidente del consorzio Industriale Lazio, l'organismo che dovrà gestire diversi fondi del Pnrr. Quando si parla di commistione di ruoli. È naturale quindi che se si passa dalle idee a parlare di ben altro lo scontro non risparmi nessuno, che alla fine l'epilogo non preveda superstiti.

Ora, nessuno vuol fare il moralista, per primo il sottoscritto: ognuno ha la sua etica e spesso il moralismo di facciata è parente prossimo del giustizialismo. Come diceva Pietro Nenni: «A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura». Solo che il moralismo, o meglio la visione manichea della politica sul piano dell'etica (noi siamo gli onesti, gli altri sono i banditi) ha animato la sinistra per molto tempo e sotto sotto ne è il collante anche ora. Anzi questa filosofia è stato lo strumento usato per decenni per far fuori intere classi dirigenti (basta pensare a Tangentopoli), avversari politici (da Berlusconi in giù) ed eretici (Renzi e altri). Una filosofia ovviamente ammantata dall'ipocrisia perché valeva solo per gli altri. Solo che il predicare bene e il razzolare male nel tempo ha finito per condizionare molto i comportamenti del Pd. Se vuoi crocifiggere gli altri e apparire come un asceta a parità di peccati, devi aver un santo in Paradiso, cioè la magistratura: ed è il motivo per cui il Pd continua a garantirla in tutti i modi, a salvaguardare un sistema giudiziario che fa acqua da tutte le parti e, nel contempo, ad esserne garantito (nessuna sorpresa se presto ci sarà uno scandalo contro il centrodestra: è tradizione).

Contemporaneamente, se scambi la politica per il Potere è ovvio che non ti rassegni a perderlo. Per impedirlo criminalizzi l'avversario, tenti di delegittimarlo, come in queste settimane lo consideri mezzo fascista o amico di Putin. Pensi cioè di avere la ragione morale per mettere in campo gli strumenti che hanno permesso al Pd negli ultimi dieci anni di stare al governo senza aver vinto un'elezione. Solo che dal 2011 tanta acqua è passata sotto i ponti e molti si sono accorti che se c'è una questione morale quella investe il Pd. Per cui gli struzzi che vogliono ancora tenere la testa sotto la sabbia, abbiano almeno il pudore d'ora in avanti di non agitarla contro gli altri.

Pd, Pietro Senaldi: "Il partito è zozzo ma non si ripulisce". Pietro Senaldi su Libero Quotidiano il 21 agosto 2022.

Il Pd è diventato un partito zozzo. Si potrebbe dire che, a furia di fare l'esame del sangue agli altri e pretendere dai rivali certificati di democraticità e adeguatezza etica e morale, ha smarrito la coscienza di se stesso, ma sarebbe fargli uno sconto. La realtà è che il Pd, un po' come Dorian Gray, sa di essere marcio dentro e si preoccupa solo di imbellettarsi, incipriarsi direbbe il femminista Letta, per far colpo sugli elettori grazie al trucco.

Non credo che il segretario sia compromesso con gli scandali che hanno travolto il suo partito in questi giorni e hanno reso manifesto al Paese due fatti gravi. Il primo è che i dem stanno allevando giovani generazioni di dirigenti che, a furia di dar la caccia all'antifascista, sono diventati antisemiti. Il secondo è che il partito ha affidato la città di Roma a uno che, quando parla con i compagni di bottega, usa un linguaggio da malavitoso e urla come un maiale allo scanno. L'incarico di capo di gabinetto del sindaco Gualtieri è arrivato dopo vent' anni nei quali Albino Ruberti, figlio di un ex ministro dell'Università, ha guidato società a intero capitale pubblico, le cui nomine dirigenziali, va da sé, sono tutte politiche. Letta non c'entrerà, però sette anni in Francia non sono una scusa per non sapere, ma una lacuna che un capo ha il dovere di colmare.

LA FISSA DEI GIOVANI - Da sempre Enrico ha la fissa dei giovani. Li voleva far votare a sedici anni e ora progetta di regalargli diecimila euro al diciottesimo compleanno, una mancia pre-elettorale così, per mostrare attenzione. Li usa come spot, un po' come Renzi utilizzava le candidature femminili - da Mogherini a Mosca, da Picierno a Chinnici (dove sono finite costoro?) - e con questo criterio solo pochi giorni fa ha esibito davanti ai riflettori cinque trentenni esordienti come capilista. Di questi, tre hanno già tradito sentimenti anti-semiti. Nel frattempo l'ebreo Emanuele Fiano, figlio del deportato ad Auschwitz Nedo, è stato sbattuto a guadagnarsi il seggio in un collegio difficile per la sinistra perché ha già fatto troppe legislature.

Perfino l'Olocausto in casa dem ha un limite temporale di risarcimento. Il Pd arriverà il 25 settembre con 120-130 eletti. Letta ne conosce come le sue tasche almeno l'80%, gli altri poteva farseli spiegare meglio.

Il segretario è di una leggerezza sconvolgente, vorrebbe scivolare sulle cacche che pesta tutti i giorni come un toboga sull'acqua, ma esse sono troppo grandi per non inzaccherarlo e affondarlo. Ma il tentativo di far passare come un incidente locale il video che ha portato all'apertura di un'inchiesta e alle dimissioni del braccio destro del sindaco di Roma è destinato al fallimento.

Dare di matto in strada, gridare «se non ti inginocchi ti sparo e racconto a tutti quello che mi hai chiesto» a chi ti ha appena detto «me te compro» non è un'ordinaria lite sul calcio, come l'interessato ancora sostiene. E se lo fosse, sarebbe perfino più grave, per la sproporzione tra argomento e toni, che se non si trattasse invece di una questione di soldi e polizze assicurative da far sottoscrivere al Campidoglio, come molti sospettano. Ruberti è bravo ma fumantino, è cosa nota. Questa è la giustificazione del partito locale. Però i fumantini che si ispirano anche solo nei modi a Tony Montana, il criminale interpretato da Al Pacino in Scarface, andrebbero allontanati a prescindere da un'organizzazione che ha l'ambizione di guidare un Paese, non ricoperti di responsabilità e incarichi.

NON SALVATE IL SINDACO - Siamo a Roma, la città dove è nata la regola che la moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto. Ruberti è la moglie, il sindaco Gualtieri è Cesare. Non bastano le dimissioni della consorte per chiudere la vicenda. Un energumeno simile non può essere messo in tasca e poi far finta di niente, parafrasando un'infelice battuta di D'Alema su Brunetta. Se non ti inginocchi racconto tutto, minacciava l'orco, rivolto a un candidato dem al parlamento e a una consigliera comunale. Ci inginocchiamo noi, se è questo il problema, ma ora l'ex capo di gabinetto vuoti il sacco. Davanti a tutti e subito, non solo quando le elezioni saranno passate e lui sarà costretto davanti ai pm. La colpa di Letta, nella questione, è aver lasciato che il Pd romano rimanesse un organo autonomo dentro il corpaccione dem, con proprie regole, pratiche lottizzatorie e potentati. L'organo ora è divorato dal cancro dell'avidità, dell'arroganza e dell'impunità e le sue metastasi già si vedono nell'intero partito.

Una sfiga tira l'altra, non c'è altra spiegazione. Letta ha sbagliato tutto fin dall'inizio in questa campagna elettorale e qualcuno, probabile che sia un nemico interno, ha avuto la pazienza di conservare il video incriminato per due mesi, per tirarlo fuori quando faceva più male. Il segretario ha impostato la campagna elettorale su difesa dell'Agenda Draghi e levata di scudi generale contro il pericolo centrodestra e ha tagliato i ponti con i grillini, colpevoli di aver fatto cadere il governo, per stringere un'alleanza con Calenda.

ARGOMENTI DEBOLI - Poi però si è accorto che gli argomenti erano deboli: Draghi ha fatto sapere di non aver nessuna agenda, dell'uomo nero nel nostro Paese nessuno ha più paura, la guerra sta sulle scatole agli elettori più della Russia e il binomio caro bollette e inflazione non rende percepibili all'italiano medio i miracoli dell'ex premier. C'è voluto poco anche per Letta a quel punto per capire che la battaglia per battere il centrodestra era persa in partenza. L'ex premier ha quindi puntato sul richiamo della foresta, barra tutta a sinistra, per diventare il primo partito in Italia, in modo da non farsi cacciare almeno per un po' anche in caso di sconfitta elettorale. Largo a Fratoianni e Verdi, anche al prezzo di sacrificare alle loro truppe qualche seggio sicuro e qualche deputato dem di provata fede e lunga militanza. Ed è così che ha perso Calenda, che si è andato ad alleare con Renzi, lasciando il Pd solo con Di Maio e pochi altri sfigati. A quel punto, il capolavoro delle liste: retromarcia sui progressi progressisti del Pd renziano e spazio solo ad amici e nostalgici Ds, con l'innesto di qualche giovane che, se avesse fatto in tempo, si sarebbe iscritto al Pci, come fece l'attuale ministro del Lavoro e capobastone dem, Orlando, pochi mesi prima che il partito si sciogliesse. Fatali le conseguenze: ritrovarsi in lista piccoli antisemiti e qualche mela marcia del sistema capitolin-laziale democratico. In attesa che lo facciano il deputato mancato (perché costretto al ritiro dallo scandalo) Francesco De Angelis e il fratello Vladimiro, su vibrante invito del fumantino hooligan Ruperti, per ora in ginocchio c'è Letta. E dopo il 25 settembre la mannaia di qualche suo candidato gli mozzerà il capo.

Da repubblica.it il 19 luglio 2022.

Sprezzante col Pd (ma non è più una notizia da tempo), proiettato sulle prossime politiche. Per sé, per i suoi. «Voi qui siete tutti uomini e donne del partito: ma vi ricordate una proposta chiara e comprensibile che ha fatto il partito su Sud e Lavoro? Zero. Balbettano. Stanno a Roma tra carbonare e amatriciane». Ostinato sul terzo mandato: «Certo che ci penso. Mi attaccano solo sette livorosi. E se decido, devono andare a Pompei a piedi». Pessimista sull’assetto del Paese: «La situazione è nera».

Vincenzo De Luca alla festa del Pd a Napoli. Contro ministri e dirigenti Pd, a ribadire però il proprio ruolo come leader (o viceré) del Mezzogiorno. Intervistato da Luigi Vicinanza , l’ex direttore de l’Espresso - che dedica due pensieri, in incipit, sia alla prematura scomparsa della vicesindaca Mia Filippone, sia alla figura di un maestro come Eugenio Scalfari - il presidente della Campania provoca e analizza, s’infuria e deborda, a un certo punto grida contro il Pd giustizialista e contro i magistrati che «mettono in carcere gli innocenti e non rispondono».

Urla: «C’è un responsabile Giustizia che fa delle dichiarazioni idiote. Neanche l’abuso di ufficio siamo riusciti a cancellare. Come Pd siamo subalterni a ideologismi giustizialisti. Ma dove c... vivono questi che stanno a Roma?». Si “vendica” poi dopo due anni dello scontro che, pre-pandemia, mezzo partito tentò per preferirgli l’ex ministro 5S alla guida della Regione: «Mi volevano fottere per portare Sergio Costa in Campania. Figuriamoci. A loro mica interessa capire i territori. Perciò, il Pd a Roma non mi ama? Non me ne fotte niente».

Poi lancia un attacco frontale al meccanismo di selezione dei dirigenti: "Negli altri partiti - spiega De Luca - la selezione dei gruppi dirigenti è rigorosa: ti presenti, ti candidi, se vinci vinci, se perdi chi s'è visto s'è visto. Nel nostro Paese invece la selezione dei gruppi dirigenti avviene in negativo, più sei un pinguino, più perdi elezioni, più fai carriera. Questo è il dato del Pd. Questo meccanismo di selezione dei gruppi dirigenti  è quello che Gramsci definiva la storia del grande uomo e del cameriere: fare il vuoto intorno per emergere e distinguersi. La selezione dei gruppi dirigenti non avviene sulla base del radicamento che si ha nel territorio. Ci sono dirigenti che hanno perduto nei loro territori e fanno i dirigenti nazionali. E nessuno invece ricorda che io sono il dirigente del Pd più votato d'Italia alle ultime regionali".

Per De Luca la classe dirigente del Pd si divide in correnti, sottocorrenti e tribù. "E' il punto supremo di sviluppo del correntismo" osserva. E rincara la dose: "Il Pd ha assunto il peggio del Partito comunista e il peggio della Democrazia cristiana: il centralismo burocratico del Pci e il correntismo della Dc. Non ha assorbito le cose migliori, il senso dell'organizzazione e della militanza dei vecchi comunisti e la cultura della persona, e il personalismo del cattolicesimo democratico, per cui a volte ci presentiamo come una banda di sciamannati, e troppi dirigenti del partito impiegano il 99% del loro tempo non ad affrontare e risolvere i problemi, ma a costruire sistemi di relazioni. A me questa cosa fa schifo".

In piazza Municipio, con i 40 gradi, sono in 300 circa, compresa la pattuglia di “fedelissimi” salernitani che fa da claque, mentre gli altri non gradiscono, ovviamente. Specie quando il presidente della giunta regionale insiste e chiama in causa direttamente il segretario metropolitano. 

«Marco Sarracino - lo chiama - ma è tanto chiedere al Pd di Roma di fare una proposta su un Piano straordinario di assunzioni nella nostra pubblica amministrazione? È troppo chiedere che dicano una parola chiara su Lavoro e Sanità, visto che abbiamo un ministro della Salute inesistente in questo Paese? Lo sappiamo che le cose peggioreranno in Sanità, che non si prevedono assunzioni, che non ci sono più soldi?». Ma nel Paese o in Campania, chiede Vicinanza. «No, in Italia. Poi certo avremo problemi anche qui». Cittadini avvisati, è sempre colpa di Roma.

De Luca è in campo, chiaro. «Sono disponibile a dare una mano per la costruzione di una grande forza riformista che abbia dentro la sinistra storica, il cattolicesimo democratico, il mondo laico. Ma facciamo piazza pulita dei partitini inutili. E prepariamoci con le unghie e con i denti. Certo, col Pd, non equivochiamo. Faremo la solita battaglia dall’interno. Dobbiamo intestarci un Programma per 200mila posti di lavoro nella Pa».

Si parte dall’analisi del Paese sull’orlo delle elezioni anticipate. «È sconcertante quello che sta facendo Conte. Gli sento dire: i poveri , i salari, le fragilità. Sì, e allora? Qual è la soluzione? Ma tu vuoi fare il barricadero Di Battista, adesso? Ma, avrebbe detto Montanelli, questo non è cavallo per la tua coscia. Dovevamo piuttosto fare una operazione di verità, con lui, con gli errori dei Cinque Stelle. Invece: il campo largo si è già ristretto. 

La situazione del governo mi pare sempre più irrecuperabile e non oso immaginare a quale livello di rigonfiamento sia il fegato di Mario Draghi. E se ci saranno elezioni a breve, come credo, con un popolo che va politicamente solo per fiammate, con un Pd che da anni non si schioda dal 20 per cento, qui abbiamo il rischio di avere Meloni e Salvini a guidare il Paese. Sia chiaro: dureranno quattro mesi. Ma avremo il Paese al disastro. Mi spiace, ma non riesco a essere ottimista. Situazione allarmante». 

Nell’intervista ci sarebbe anche il momento dell’ autocritica: Vicinanza gli chiede del disastro Eav, del caos trasporti e del raggiungimento dei tetti di spesa in Sanità. De Luca accetta: «che i problemi non siano risolti è chiaro». Sulla Circum, rilancia la tesi del presidente Eav, Umberto De Gregorio in prima fila: «Ma se prima non avevano mai fatto gare per nuovi treni, se avevamo convogli vecchi di 50 anni, cosa ci si contesta?». 

Anche sulla Sanità, colpa di chi c’era decenni fa, anche se De Luca governa dal 2015: «Abbiamo ereditato disastri del passato, noi siamo quelli che sono venuti dopo il commissariamento della Sanità, e se sforiamo i tetti ci ri-commissariano. Ma dico ad alcuni malviventi dei laboratori d’analisi privati: non provate a ricattare la Regione, vengo con la Finanza» . 

L’ultimo passaggio che lo galvanizza è sul De Luca ter in Regione. In Veneto, Zaia è al terzo mandato e va bene a tutti, qui invece si protesta, osserva Vicinanza, «Ma è una battaglia pilotata da 6 o 7 ex comunisti, stanno avanti a me da 20 anni. Un grumo di rancorosità penose, fanno polemiche idiote.

E uno, solo di vitalizi, si mette in tasca netti fra 6 e 7mila euro al mese». Il riferimento è all’ex parlamentare, e storico dell’antimafia, Isaia Sales, peraltro - nella battaglia sul terzo mandato - in compagnia di autorevoli costituzionalisti, docenti, intellettuali ed economisti. Scenari che De Luca cancella con un ghigno teatrale dei suoi. L’ultimo viceré del Sud è in campo e lotta. «E dico al Pd, basta con correnti e sottocorrenti, tribù e sottotribù». Va da sé che non valga per la propria (territoriale e familiare). 

Massimo Colaiacomo per “la Repubblica - Edizione Roma” il 18 luglio 2022.

Come trasformare un museo da deposito, prezioso e importante quanto si vuole, di testimonianze e memorie artistiche in un luogo che parla al presente del visitatore e alza il velo sul futuro? Una domanda simile pareva improponibile a metà del Novecento e non poteva certo avere risposte ovvie e scontate. 

Palma Bucarelli, storica direttrice della Gnam (la Galleria nazionale di arte moderna di Roma ) dal 1942 al 1975, è stata in questo una pioniera, una visionaria che ha rivoluzionato per quel tempo la fruizione dell'arte. Grande apertura culturale e preparazione scientifica, indipendenza di giudizio, viaggiatrice infaticabile, protagonista della vita mondana e curiosa di ogni novità, erano qualità che in lei si esaltavano grazie anche a un carattere forte e asseverativo. 

Nata a Roma nel 1910, Palma si era laureata con Piero Toesca in storia dell'arte. Al corso di perfezionamento post- laurea conosce Giulio Carlo Argan, storico dell'arte e futuro sindaco di Roma, con il quale stabilisce un rapporto, personale e professionale durato l'intera vita.

Dopo aver vinto un concorso " per la carriera direttiva degli storici dell'arte", lavora per un periodo alla Galleria Borghese, prima di essere trasferita a Napoli dove rimane per un anno. Nel 1937 torna a Roma, ispettrice alla Sovrintendenza del Lazio. Su questa circostanza aleggiavano già all'epoca non poche voci: si disse che il suo rientro a Roma fosse stato favorito da Paolo Monelli, prestigioso giornalista, suo compagno e molto amico di Giuseppe Bottai, ministro della Cultura nel regime fascista.

Oppure da Argan, collaboratore, con Cesare Brandi, dello stesso ministro. Senza escludere che sia stato lo stesso Bottai, di sua iniziativa, invaghito della giovane Bucarelli, ad accogliere la richiesta di trasferimento. Perché Palma aveva bellezza e fascino, capace di sedurre chiunque. Il buon Monelli ne fu ammaliato, se è vero che dal loro primo incontro, nel 1936, aspettò 27 anni prima di sposarla, nel 1963. 

Sulla vita privata di Bucarelli, però, fa aggio il suo profilo di sovrintendente innovatrice se non proprio rivoluzionaria alla Galleria. 

Amante e mecenate della pittura astratta e informale, la sua apertura all'arte contemporanea, con la costruzione di percorsi didattici e cicli di conferenze per favorirne la comprensione a un più ampio pubblico incontrò non pochi ostacoli e resistenze, al punto che arrivarono interrogazioni parlamentari. 

Come quelle di Mario Alicata, geloso custode dell'ortodossia estetica marxista, nel 1951, mentore di quel "realismo socialista" lontano dai gusti della Bucarelli. E l'anno dopo, una nuova interrogazione per denunciare l'acquisto di opere di Klee, Ernst, Giacometti e Picasso. Fra gli italiani Morandi, Scipione, Savinio.

E ancora Perilli, Consagra, Dorazio, Turcato, Corpora, Scialoja, Capogrossi. 

A ogni acquisto e a ogni grande mostra ( Picasso, Scipione, Mondrian) si accompagnano polemiche infuocate da parte della politica. Solo negli anni Sessanta arrivano i primi importanti riconoscimenti. È il caso del ciclo di conferenze, nel 1961, negli Stati Uniti e la nomina, nel 1962, a commendatore della Repubblica da parte del presidente Antonio Segni.

L'ansia di promuovere quelle novità che incontrano il suo gusto non cessa con gli anni. Diventa anzi febbrile se è vero che Palma decide di imprimere un'inedita svolta all'attività della Galleria ospitando gli spettacoli di Tadeusz Cantor, i concerti di Nuova Consonanza, la mostra di Piero Manzoni ( 1971) con il controverso acquisto della " Merda d'artista", con ovvie e inevitabili nuove interrogazioni parlamentari. La sua vita pubblica si conferma un crocevia di polemiche feroci seguite automaticamente da altrettanti riconoscimenti. Così nel 1972 riceve la Légion d'Honneur e diviene Accademica di San Luca, per essere nominata, nel 1975, Grande ufficiale della Repubblica. Lasciata la Galleria per la pensione, prima di morire, nel 1998, dona una sessantina di opere d'arte a quella che era stata la sua casa e in cui effettivamente abitò, dal 1952, dopo averne ricavato un piccolo appartamento.

Gli antimoderni che dicono no a ogni novità. Vincenzo Trione su Il Corriere della Sera il 12 Luglio 2022.  

C’è un ampio gruppo di intellettuali di sinistra impegnato a opporre rifiuti ideologici a qualsiasi cambiamento, portato a fare barricate contro ogni riforma e iniziativa che riguardi i beni culturali

Le concessioni dei siti archeologici per i concerti (Circo Massimo per i Måneskin e Caracalla per l’opera lirica)? Il trasferimento della Biblioteca di Storia dell’arte da Palazzo Venezia a Palazzo San Felice (a Roma)? Lo spostamento della Biblioteca Nazionale di Napoli all’Albergo dei poveri? E ancora: il patrimonio dei libri di Umberto Eco diviso tra Brera e Università di Bologna? Il prestito all’estero di alcuni capolavori? L’esposizione delle straordinarie sculture della controversa famiglia Torlonia? E l’arena da costruire al Colosseo? Domande diverse alle quali la risposta è sempre la stessa. «Io preferirei di no», come ripete il Bartleby di Melville.

Potrebbe essere, questa, la battuta utilizzata dai tanti iscritti all’ampio, diffuso e trasversale partito degli antimoderni di sinistra. Nella maggior parte dei casi, si tratta di intellettuali che condividono inclinazioni conservatrici. Da anni questo partito è in azione, impegnato a opporre rifiuti ideologici a qualsiasi cambiamento, portato a fare barricate contro ogni riforma dei beni culturali. Pur indossando la maschera dei progressisti, gli animatori del gruppo sembrano non essere mai usciti dal Novecento.

Mirano a non intaccare lo status quo, attenti a non alterare consuetudini oramai ridotte a ritualità svuotate di senso, afflitti da un passatismo rigido, ostili nei confronti di ogni avanguardia e di ogni contaminazione, interpreti di un’Italia che guarda soprattutto dietro di sé, ancorata al culto dell’antichità e del Rinascimento. I rischi insiti nelle sistematiche e prevedibili interdizioni sono chiari. Incapaci di farsi coscienze critiche, gli antimoderni di sinistra tendono a valutare in modo pregiudiziale iniziative e provvedimenti volti ad alterare l’ordine delle cose, senza entrare davvero nel merito di quelle proposte. Voci di un Paese che troppo spesso vive il presente non come opportunità né come domanda aperta, ma come inciampo della storia.

L’Ucraina ci fa capire tante cose del nostro Pci. Che cosa significa essere ex-comunista. Claudia Mancina su Il Riformista il 7 Giugno 2022. 

Che cosa significa essere ex-comunista? In questi tempi di guerra è difficile sottrarsi all’interrogativo. Manconi, per esempio, ha lavorato parecchio sul tema della sinistra, delle sue involuzioni o, come si è efficacemente espresso, della sua “catastrofe culturale”. Ma io sento una specifica responsabilità dell’essere ex-comunista, di essere stata per quasi vent’anni iscritta al Pci e poi di avere partecipato e attivamente contribuito alla fine di quel partito e di quella tradizione. Gli ex-comunisti, certamente, sono solo una parte del Pd. Quando il partito fu fondato, mettendo insieme i Ds (ultima incarnazione dell’eredità comunista) e la Margherita (ultima incarnazione dell’eredità della sinistra democristiana) sembrò evidente la prevalenza degli ex-Pci. Prevalenza numerica, ma non solo: di tradizione politica e di elaborazione intellettuale.

Fu un errore di valutazione. Con gli anni, superate certe diffidenze, gli esponenti di provenienza cattolico-democratica o cattolico-liberale hanno guadagnato una incontestata egemonia culturale e politica. Basta spuntare l’elenco delle maggiori cariche di partito e non solo: il segretario Letta, il presidente Mattarella, il commissario europeo Gentiloni, i ministri Guerini e Franceschini. Anche Draghi, sebbene non dal partito, viene comunque dalla filiera cattolica. Mi fermo qui. Quale può essere la ragione di questa egemonia? In prima battuta, si potrebbe dire che i cattolici democratici si sono trovati, con la caduta dei regimi comunisti, dalla parte giusta della storia. Non avevano abiure da fare. Sarebbe però una spiegazione, anche se non sbagliata, insufficiente. Nei giorni scorsi Recalcati ha parlato di mancata elaborazione del lutto da parte dei già comunisti. Questa è la chiave giusta, tradotta in termini politici. Noi comunisti ci siamo trovati, indubbiamente, dalla parte sbagliata. Eppure da quella parte c’eravamo stati in modo un po’ speciale, con tutta l’originalità del comunismo italiano: dall’adesione di Togliatti alla democrazia, al progressivo distacco di Berlinguer dall’Unione sovietica. In quel campo, tuttavia, sia pure con un piede solo, noi ci stavamo.

Eravamo comunisti. Non credevamo più che l’Unione sovietica fosse la patria del socialismo, ma avevamo ancora il mito della rivoluzione russa. Qualcuno distingueva tra Lenin e Stalin per salvare il primo. Pensavamo che la democrazia fosse la strada giusta, ma per arrivare a una sorta di nuovo e inedito socialismo. Il mercato ci sembrava comunque una bestia diabolica da domare con l’espansione più ampia possibile dello stato. Eravamo per l’Europa, sì, ma per un’Europa diversa, non troppo americana, non troppo capitalista. Soprattutto, ci sentivamo diversi dai socialdemocratici che erano bravi (quelli degli altri paesi), ma in fondo accettavano il capitalismo limitandosi ad addomesticarlo un po’. Su questa nostra tiepida coscienza scaldata dal senso di superiorità si è abbattuto l’89 e poi Tangentopoli. Allora il partito ebbe la forza di tirarsi su per il colletto, tipo barone di Münchausen, e di cercare una nuova identità. Non siamo stati però capaci di elaborare, per l’appunto.

Quella sinistra che definisce filo-Putin tutti i pacifisti

L’eccezionalità del partito italiano avrebbe dovuto essere il punto di partenza per fare veramente i conti con il comunismo, con la sua storia grande e tragica. Avrebbe dovuto portarci a capire che la deviazione non iniziò con Stalin, che il destino fu scritto tra il febbraio e l’ottobre del 1917, quando fu affossata la rivoluzione democratica, sciolta l’Assemblea costituente, messe le fondamenta dello stato totalitario. Fu invece usata come schermo per non farli, i necessari ma scomodi conti. I luoghi comuni, le pigrizie intellettuali, le vecchie amicizie e inimicizie non furono sottoposte a severo scrutinio, ma conservate, se mai un po’ impolverate, e pronte a essere tirate fuori all’occasione. E l’occasione, cari ex-compagni, è arrivata con l’invasione dell’Ucraina. Credevamo di essere oramai definitivamente entrati nella Nato, dopo la presa di posizione di Berlinguer che risale, pensate, al 1976. E invece siamo ancora lì, al mito dell’Unione sovietica in absentia. Cioè, l’Unione sovietica non c’è più, ma il riflesso di solidarietà, di vicinanza, direi quasi di affinità è ancora vivo.

Travestito da pacifismo, o da realismo, o dal nichilismo del né-né, è un riflesso che fa sentire comunque più vicina la Russia, anche se criticata, degli Stati Uniti. La patria del capitalismo suscita più diffidenza di quella che fu la patria del socialismo. Certo, nessuno lo dice proprio così esplicitamente. Si dice piuttosto che la colpa è della Nato, che si è allargata a Est: ma se ci chiedessimo perché i paesi già appartenenti alla sfera di influenza sovietica hanno voluto entrare nella Nato? Forse avevano paura della Russia, forse volevano avvicinarsi, anche culturalmente, all’Europa occidentale? Oppure si dice che non c’è differenza tra l’imperialismo russo e quello americano: le bombe sull’Ucraina sono considerate equivalenti a quelle sull’Iraq o sulla Serbia. Ma, anche se per assurdo una simile equivalenza si potesse sostenere, come potremmo concluderne che non ci sia differenza tra una democrazia, con tutti i suoi difetti, e una autocrazia sanguinaria, dove non esiste libertà di opinione, non esiste informazione indipendente, e i dissidenti vengono ammazzati o messi in prigione?

Per un ex-comunista, questa tragica involuzione della Russia post-sovietica, che dopo una breve speranza di democrazia sembra essersi ricollegata, con un bel salto temporale, all’autocrazia zarista, per di più condita con la ferocia stalinista, è una sentenza terribile. Se settant’anni di comunismo hanno prodotto questo, che altro c’è da dire sul comunismo? Molto ci sarebbe stato da dire, se avessimo riflettuto su noi stessi, sulle scelte del Pci, mai portate sino in fondo, certamente, e tuttavia capaci di farne un partito costitutivo, a modo suo, della democrazia italiana e quindi, anche se non vi piace, occidentale. Ormai è tardi per farlo. Di quella grande e spesso eroica vicenda storica, che dovremmo considerare chiusa per sempre, restano questi incongrui riflessi: contro gli americani, contro la Nato, contro le spese militari, contro il dovere, morale prima ancora che politico, di aiutare un popolo invaso che, anziché arrendersi, combatte strenuamente contro l’aggressore. Claudia Mancina

Pierluigi Panza per il Corriere della Sera il 30 luglio 2022.

C'è o ci fu una benestante classe sociale occidentale chiamata gauche caviar , sinistra al caviale, il tedesco Salonkommunist , il francese Bourgeois-bohème , l'inglese Champagne socialist , l'americano Limousine liberal Lo scrittore Tom Wolfe, che ne vide gli appartenenti da vicino nel salotto della moglie di Leonard Bernstein a New York, in un articolo pubblicato l'8 giugno 1970 sul «New York Magazine» usò per descriverla la locuzione radical chic: l'articolo era accompagnato da una fotografia di tre donne bianche, vestite in abiti da sera, che salutavano col caratteristico braccio alzato e pugno chiuso con guanto nero, gesto di protesta delle Pantere Nere.

Questa datata sinistra glamour e decadente è ritratta in un libro a quattro mani di Fulvio Abbate e Bobo Craxi, Gauche caviar. Come salvare il socialismo con ironia (Baldini+Castoldi, pagine 248, e 18), che ricorda quei dialoghi settecenteschi tra accademici arcadici oppure oziosi. 

Il libro è un ircocervo composto come quel gioco surrealista chiamato «Cadavere squisito» nel quale ciascun partecipante si passa un bigliettino per scrivere una frase e poi piega il margine e lo passa a un altro al fine di creare un testo frutto di spontaneità. Per leggere questo libro sono richiesti il piacere postmoderno per il situazionismo, l'inattualità, il vintage, lo spiazzamento, perché è composto da scambi di lettere tra i due autori che contengono irriverenti, colte e talvolta sconnesse riflessioni e ricordi sulla sinistra al caviale.

Fondato su fonti variabili, che vanno da Marx a Quelli della notte, il testo può essere letto come un ironico dizionarietto socio-culturale delle preferenze della sinistra col cashmere, le borse griffate e le cinture Hermès «indossate in bella posa davanti al Ponte Vecchio». Tra bon ton, zuppe di farro e profumo di lavanda emergono quali sono gli scrittori «giusti». Che non vanno letti, ma almeno citati come il Milan Kundera della Insostenibile leggerezza dell'essere e Fabio Volo, «perché incarna la profondità delle cose in superficie». Tra i filosofi più apprezzati ci sono Alain Finkielkraut, per il bel nome, e il «campione del settore» Bernard-Henri Lévy, che «innalza una pettinatura come nessuno al mondo».

Tra i vari artisti spicca il disegnatore Tullio Pericoli e la sua rubrica «Tutti da Fulvia il sabato sera» (tra mobili di design) mentre il politico di riferimento resta Jack Lang con i suoi capelli «cotonati e brizzolati» e casa arredata in stile Luigi XIII nel Marais, il quartiere più gay-friendly di Parigi dove le librerie espongono i volumi di Tom of Finland, si parva licet, il Michelangelo dell'illustrazione omosex. Per la cena, la mecca sono le ostriche da Bofinger, dietro Place de la Bastille.

Tra i quartieri in ascesa dove prender casa c'è NoLo, North of Loreto a Milano. Il sogno è ballare il cha-cha-cha in un chiringuito indossando «ciabatte di marca rigorosamente Champ di plastica», magari cantando Siamo i Watussi di Edoardo Vianello, cantante che i veri radical hanno conosciuto in una festa con Fausto Bertinotti. L'incubo contemporaneo è il loro essere i meno schierati pro-Zelensky, giusto per farsi notare dalla parte sbagliata della storia. Come gli Usbek e Rica delle Lettere persiane i due autori mostrano i peggiori difetti di una classe sociale in un dialogo semiserio strettamente declinato in chiave autobiografica e memorialistica.

Fulvio Abbate: «Mi vergogno di essere stato comunista». E si scaglia contro la sinistra al caviale. Giorgia Castelli domenica 5 Giugno 2022 su Il Secolo d'Italia.

«Il comunismo è tristissimo». Fulvio Abbate, in un’intervista a Libero attacca duramente la sinistra. «Io mi vergogno di esser stato comunista. Fu un errore di valutazione, pensavamo di essere rivoluzionari, mentre il comunismo è organizzazione, dove prevale lo Stato e quindi il sistema». Il marchese Abbate, classe ’56, palermitano, giornalista, critico d’arte, scrittore visionario, esce con un libro scritto in coppia con Vittorio Michele Craxi detto Bobo. Il titolo è Gauche Caviar – Come salvare il socialismo con l’ironia (Baldini+Castoldi, pp 248, euro 18).

Fulvio Abbate, “Gauche caviar”

«La cuspide della Gauche caviar – spiega Abbate – non è quello che, pensano i semplici, Michele Serra costretto dalla moglie a creare un profumo Eau de moi; io vado oltre, penso al profumo di Andy Warhol, a Pasolini che in Uccellacci e uccellini si chiede “Dove va l’umanità” e quella risposta, “Boh!” connota una grandissima eleganza intellettuale. D’altronde io sono quello che, con una mostra, nell’87, consacrò la pop art e il dadaismo di Bettino Craxi. Se poi lei mi parla di superiorità “morale” che la sinistra ritiene di avere: beh, quella riverbera nell'”amichettismo” di tipo veltroniano alla Concita De Gregorio, per esempio».

E spiega: «L’amichettismo è una forma di cooptazione, un obbligo a cui uno scrittore vero non può piegarsi. Certo, poi essendo io uomo di mondo, so che la pago. E rimango fuori dai loro giri, tanto non devo mica diventare direttore di Radio3. Epperò l’intellettuale non deve essere organico». A proposito di Pasolini. Fratelli d’Italia ha recentemente inserito nel suo Pantheon dei grandi conservatori proprio Pier Paolo Pasolini. A sinistra non l’hanno presa bene. Lei, invece? «Io ci ho appena scritto un libro (Quando c’era Pasolini, Baldini+Castoldi, ndr). L’attenzione della Meloni per lui non è incongrua, in quanto Pasolini era custode della tradizione. Per esempio era antiabortista».

Il morbo del "fighettismo". Francesco Maria Del Vigo il 30 Maggio 2022 su Il Giornale.

Alla fine anche a sinistra si sono stufati della sinistra. Quantomeno della sua propaggine più caricaturale. Era inevitabile, prima o poi doveva succedere. Ieri lo ha confermato Nicola Zingaretti, uno che bazzica quegli ambienti da una vita, e quindi ha i titoli per parlare e demolire la sua casa d'origine, non prima però di aver squadernato una serie di luoghi comuni: «Dobbiamo essere intransigenti fra i due opposti estremismi: il conservatorismo, che non cambia la condizione di vita delle persone e dà ai populismi e ai fascismi la bandiera per rappresentare ingiustamente certi valori. Così come non serve il fighettismo che usurpa in Italia la parola riformismo».

Dunque, potremmo discettare a lungo sul valore e l'importanza del conservatorismo, sul fatto che ormai è più facile trovare un panda nel centro di Milano che un populista in circolazione e che il fascismo - eccezion fatta per il metaverso in cui vivono gli antifascisti militanti, che di qualcosa devono pur campare - è morto e sepolto da più di un settantennio. Ma questo è il solito arsenale spuntato della sinistra, niente di nuovo sotto il sole.

La vera svolta, la novità, è l'autodenuncia di «fighettismo». Che poi è quell'insopportabile complesso di superiorità che trasforma una certa sinistra italiana in una élite che in confronto Bilderberg è una bocciofila. La convinzione - tanto profonda quanto infondata - di essere depositari di un primato morale che permette di guardare tutti dall'alto verso il basso. Ed è questo il vero problema della sinistra italiana: aver ucciso nella culla il riformismo e contrapporre al pensiero forte conservatore e liberale un non pensiero come il «fighettismo», che è solo una posa, un atteggiamento, una forma senza una sostanza. E, non a caso, il presidente della Regione Lazio si autodenuncia a una kermesse organizzata da Sinistra civica Ecologista, dalla quale lancia un nuovo «campo largo»: la «rete rosso verde Alternativa comune». Ed è subito un capolavoro involontario, perché questa nuova creatura, in bilico tra l'ecologismo gretino e quel che resta della sinistra post sessantottina, capitolina e molto salottiera, è la maiuscola rappresentazione del «fighettismo» stesso. E più che un campo largo, rischia di essere l'ennesimo vicolo stretto. Dal fighettismo allo sfighettismo il passo è brevissimo.

Il Partito Democratico dei soli uomini al comando pretende le quote rosa dagli altri. Carlo Solimene su Il Tempo il 24 maggio 2022.

Il tema è serio e va maneggiato con cura. Ma, per farlo, sarebbe opportuno non avere scheletri nell'armadio. Invece... Succede questo: il sindaco uscente di Verona Federico Sboarina ha deciso di anticipare le nuove nomine al vertice di Veronafiere. Il consiglio di amministrazione uscente andava a scadenza il 30 giugno ma il primo cittadino ha bruciato i tempi. Il problema non sono le elezioni del prossimo 12 giugno (con ballottaggio il 26) nel capoluogo scaligero. I tempi erano così stretti che difficilmente a occuparsene avrebbe potuto essere il successore di Sboarina (o Sboarina stesso, visto che si è ricandidato). Quindi nessuna «scortesia istituzionale», come pure si è detto. Il problema è che su quindici poltrone disponibili il primo cittadino non ne ha destinata neanche una sola al sesso femminile. I nominati sono tutti uomini, a partire dalla presidenza del Cda riservata al leghista Federico Bricolo. Con la Lega che è uno dei partiti che sostiene la ricandidatura di Sboarina.

Insomma, al di là di come la si voglia guardare, un'operazione politica gestita non proprio nella maniera migliore. Fatto sta che la scelta tutta al maschile di Sboarina ha provocato la reazione in batteria di svariati esponenti del Partito democratico, tra cui - naturalmente - diverse donne. Per Beatrice Lorenzin «non c'è stato alcun rispetto della parità di genere». Per Alessia Rotta si è trattato di «una pratica spartitoria inaccettabile tipica di chi predilige logiche di potere all'interesse generale, che in questo caso è ancora più odiosa perché esclude la rappresentanza femminile da un ente di primo piano per la città». Per Valeria Fedeli si è di fronte a «una destra retriva e discriminatoria». Ma da che pulpito viene la predica? Dallo stesso partito che, alla formazione del governo Draghi, indicò come papabili ministri tre maschietti: Dario Franceschini, Andrea Orlando e Lorenzo Guerini. Che poi altri non sono che coloro che muovono i fili di tutto il Pd, padroneggiando tre potenti correnti, insieme con il segretario Enrico Letta, ovviamente maschio.

La questione, peraltro, fu tra i nodi che portarono alle dimissioni dalla segreteria Nicola Zingaretti, sempre maschio, così come tutti i suoi predecessori al vertice del Nazareno. Il buon Letta, da parte sua, una volta insediatosi provò a rimediare indicando due capogruppo donne alle Camere, ottenendo il via libera, però, solo dopo le polemiche velenose degli uscenti. La pezza individuata, poi, fu subito sconfessata nelle successive amministrative, quelle dell'autunno 2021. In tutti i Comuni principali al voto - da Napoli a Bologna, da Milano a Torino passando per Roma e tanti altri - i Dem lanciarono candidati sindaci uomini, peraltro neanche giovanissimi (si andava dai 41 anni del bolognese Matteo Lepore in su). Una donna neanche a cercarla col lumicino. Anche in quel caso qualche polemica, ma nessun cambio di abitudini. Sboarina, insomma, si sarà comportato in maniera molto discutibile. Ma, prima di guardare alle quote rosa degli altri, sarebbe meglio concentrarsi sulle proprie. Almeno per dare il buon esempio.

Luigi Mascheroni per “il Giornale” il 15 maggio 2022.

Allievo di pochi, maestro di molti, Goffredo Fofi ha attraversato oltre sessant' anni di storia culturale e politica italiana, dagli anni '50 quando lavorò al suo primo, e in qualche modo già definitivo libro della vita, il saggio L'immigrazione meridionale a Torino, già pronto per Einaudi, rifiutato e poi uscito da Feltrinelli nel 1964 fino a oggi, instancabile nel pubblicare articoli, curare collane editoriali, firmare prefazioni, cioè «fare» attraverso lo «scrivere». 

In mezzo, il'68 studentesco, il'69 operaio, l'inquieto '77, gli anni del terrorismo, poi dell'edonismo, che per lui forse fu anche peggio, poi del berlusconismo, che ha combattuto senza cedere di un passo, poi i Duemila... Ed eccolo ancora qui: impegnato, sia nel senso che è attivissimo su mille fronti, sia nel senso di engagé. La cultura serve soltanto se migliora la realtà sociale. 

Un orizzonte- da cui si attende di vedere spuntate un'alba nuova - fatto di pacifismo, quartieri popolari, migranti, minoranze, chiunque sia Straniero.

Oggi Goffredo Fofi - saggista, attivista, critico cinematografico e letterario, uomo di editoria e giornalista che ha fondato, diretto, animato decine di riviste: Quaderni piacentini, La Terra vista dalla Luna, Ombre rosse, Linea d'ombra, Dove sta Zazà... - ha 85 anni, la quasi totalità dei quali passati accanto ai maggiori intellettuali italiani dal dopoguerra in avanti.

Il momento giusto per guardare indietro. E così ecco il suo nuovo libro, Cari agli dèi (edizioni e/o), in cui l'autore traccia i ritratti-ricordi delle persone che, fra quanti lo hanno segnato di più, se ne sono andate troppo presto, o prima di aver dato tutto ciò che avrebbero potuto. Addii anzitempo. Fu Menandro a dire «muore giovane colui che gli dèi amano». 

Fra autobiografia intellettuale, diario di una vita di relazioni letterarie e Spoon River politico-umanitaria, il libro di Fofi - culturalmente onnivoro, filosoficamente anarchico e politicamente intollerante, da sinistra, alla sinistra ortodossa - è un meraviglioso excursus lungo un'Italia militante, colta e impegnata che, al netto di un eccesso di ideologia, esalta, per reazione, la mediocrità e il conformismo dell'intellighenzia italiana di oggi.

E fra scudisciate al comunismo osservante, ufficiale e borghese (ce n'è anche per i «ruffiani einaudiani»), riserve sui vari leader carismatici del movimento studentesco e dei gruppi politici in cui si divise (soprattutto Lotta continua), qualche delusione (il comunista doc Gianni Rodari), e diverse perplessità sul culturame attuale (con «quegli strambi festival dove la cultura si fa chiacchiera e passerella»), Fofi ha facile gioco a illuminare alcune figure che tutti dovremmo ricordare, da lui tutte frequentate e amate. Come il sindaco-poeta Rocco Scotellaro, limpido esempio di intellettuale gramscianamente inteso, morto trentenne nel '78. 

O Raniero Panzieri (1921-64), sociologo e interprete di una nuova sinistra non stalinista, uno che sapeva (come Fofi) che il mondo non lo si capisce coi libri, o solo coi libri, come erano invece sicuri i «professorini e professoroni di marxismo». O Peppino Impastato, ucciso- e anche per questo dimenticato- lo stesso giorno di Aldo Moro, 9 maggio del '78. O le grandi romanziere «meridionali» Mariateresa Di Lascia (1954-94) e Fabrizia Ramondino. O Grazia Cherchi (1937-95), alla quale Fofi era legatissimo, ma che non accettò che lui scrivesse, nel '95, che la sinistra era ormai morta. 

 O Severino Cesari (del quale Fofi apprezza tutte le stagioni della sua vita, un po' meno quella di Stile Libero). O Alessandro Leogrande (1977-2017) - scrittore, giornalista, tarantino e talent scout eccezionale, come lo è sempre stato Fofi - fra i migliori giovani italiani della sua generazione. 

Tutti, uomini e donne, nomi di fama o meno, accomunati da pochi tratti: essere alieni dal narcisismo mediatico, inseguire la moralità della politica e credere nel valore essenziale dell'amicizia. «Perché senza amici, la vita non è vita».

Dagotraduzione dal Miami Herald il 10 maggio 2022.

Presto gli insegnanti delle scuole pubbliche in Florida dovranno dedicare almeno 45 minuti di istruzione alla "Giornata delle vittime del comunismo" per insegnare agli studenti chi sono stati i leader comunisti e in che modo il loro regime ha fatto soffrire i popoli. 

Davanti a una folla di sostenitori, il governatore Ron DeSantis ha firmato l’House Bill 395, l’atto con cui ha istituito la "Giornata delle vittime del comunismo" il 7 novembre, rendendo la Florida uno dei pochi stati ad adottare la ricorrenza.

Sicuramente è il primo Stato a imporre che in quel giorno a scuola di studino i regimi comunisti. Secondo la legge che ha firmato, dall’anno scolastico 2023/2024 gli alunni dovranno imparare chi erano Joseph Stalin, Mao Zedong e Fidel Castro, così come dovranno conoscere la «povertà, la fame, la migrazione, la violenza sistematica e la repressione della parola perpetrata durante i loro regimi».

«Il conteggio dei corpi di Mao è qualcosa che tutti devono capire perché è un risultato diretto di questa ideologia comunista», ha detto DeSantis, osservando che decine di milioni di persone sono morte in Cina sotto il suo governo. «So che qui non abbiamo bisogno di una legislazione per farlo, ma penso che sia nostra responsabilità assicurarci che le persone sappiano delle atrocità commesse da persone come Fidel Castro e anche più recentemente da persone come Nicolas Maduro». 

Insieme al disegno di legge sulle vittime del Comunismo, De Santis ha ancora firmato un altro decreto per intitolare alcune strade agli esuli cubani Arturo Diaz Artiles, Maximino e Coralia Capdevila e Oswaldo Paya. 

«Ci sono così tante persone nella nostra comunità che hanno sofferto, i nostri stessi familiari hanno sofferto, e per noi è così gratificante onorarli», ha affermato Armando Ibarra, presidente dei Miami Young Republicans e fondatore della Florida Commission of Victims of Communism.

Il gruppo di Ibarra lavora a stretto contatto con la Victims of Communism Memorial Foundation, un'organizzazione internazionale che commemora le vittime del comunismo e promuove l'educazione sui mali dei regimi comunisti. L'organizzazione ha sviluppato il proprio progetto, uno dei materiali su cui lo State Board of Education modellerebbe le proprie lezioni, ha affermato il senatore di Miami Manny Diaz, che è stato nominato la scorsa settimana nuovo commissario statale per l'istruzione.

«Non l'abbiamo esaminato, ma le cose stabilite nel disegno di legge devono essere insegnate», ha detto Diaz.

La storia delle celebrazioni. Primo Maggio, quando e perché è nata la festa dei lavoratori: “8 ore di lavoro, 8 di svago, 8 per dormire”. Elena Del Mastro su Il Riformista l'1 Maggio 2022.

Il Primo Maggio ricorre la festa dei lavoratori in quasi tutti i paesi del Mondo. Ma perché proprio in questa data? Come è nata l’idea di celebrare tutti i lavoratori? La storia di questa festività inizia nel 1867 negli Usa, precisamente a Chicago. Ma la prima nazione a ufficializzare la ricorrenza fu la Francia. Era il 20 luglio 1889 quando durante il congresso della Seconda Internazionale, riunito nella capitale francese, venne indetta una grande manifestazione per chiedere alle autorità pubbliche di ridurre la giornata lavorativa a otto ore.

“Otto ore di lavoro, otto di svago e 8 per dormire”. Era questo lo slogan dei lavoratori, nato in Australia, ma che a fine ‘800 si diffuse in tutto il mondo. Inizia tutto negli Usa, a Chicago, il 1° maggio 1886. Una data che resta scolpita nel diritto dei lavoratori. Quel giorno, infatti, viene approvata la legge per il tetto delle otto ore lavorative nella giornata, secondo il principio dei “tre otto”. Fino ad allora le persone lavoravano anche fino a sedici ore al giorno, spesso in pessime condizioni e rischiando la vita.

L’episodio che ha dato origine a tutto è noto come Haymarket Affair. Nei primi giorni di maggio del 1886 negli Stati Uniti fu organizzato uno sciopero generale, definito dai sindacati “La Grande Rivolta” per ridurre la giornata lavorativa a 8 ore. In quei giorni a Chicago in piazza Haymarket si tenne un raduno di lavoratori e attivisti anarchici in supporto ai lavoratori in sciopero, trasformatosi in tragedia. La protesta durò tre giorni e culminò appunto, il 4 maggio, con un massacro represso nel sangue: le vittime furono 11.

Oggi quella data è festa nazionale in molti Paesi, tranne che negli Stati Uniti dove il “Labor Day” si festeggia il primo lunedì di settembre ed è differente dall’”International Workers’ Day” che in America è stato riconosciuto ma mai ufficializzato come giorno dei lavoratori.

In Italia la festa dei lavoratori fu ratificata nel 1891 ed è legata ad un altro evento storico tragico, la strage di Portella della Ginestra, in provincia di Palermo. Il primo maggio 1947 una folla di lavoratori si trovava lì per celebrare la ricorrenza – sospesa durante il fascismo ma poi ristabilita dopo la Seconda guerra mondiale – e per protestare contro il latifondismo. Sul luogo però c’erano anche gli uomini del bandito Salvatore Giuliano, che aveva rapporti sia con i monarchici sia con la mafia. Giuliano e i suoi uomini spararono sulla folla uccidendo sul momento 11 persone (un’altra morì in seguito a causa delle ferite) tra cui due bambini. Altre 27 furono ferite. I mandanti della banda di Giuliano non furono mai scoperti.

Dal 1990 i sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil, in collaborazione con il comune di Roma, organizzano un grande concerto in pizza san Giovanni per celebrare il Primo maggio, rivolto soprattutto ai giovani.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Buon Primo maggio. La festa dei nullafacenti.

Editoriale del Dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS, che sul tema ha scritto alcuni saggi di approfondimento come "Uguaglianziopoli. L'Italia delle disuguaglianze" e "Caporalato. Ipocrisia e speculazione".

Il primo maggio è la festa di quel che resta dei lavoratori e da un po’ di anni, a Taranto, si festeggiano i lavoratori nel senso più nefasto della parola. Vogliono mandare a casa migliaia di veri lavoratori, lasciando sul lastrico le loro famiglie. Il Governatore della Puglia Michele Emiliano, i No Tap, i No Tav, il comitato “Liberi e Pensanti”, un coacervo di stampo grillino, insomma, non chiedono il risanamento dell’Ilva, nel rispetto del diritto alla salute, ma chiedono la totale chiusura dell’Ilva a dispregio del diritto al lavoro, che da queste parti è un privilegio assai raro.

Vediamo un po’ perché li si definisce nullafacenti festaioli?

Secondo l’Istat gli occupati in Italia sono 23.130.000. Ma a spulciare i numeri qualcosa non torna.

Prendiamo come spunto il programma "Quelli che... dopo il TG" su Rai 2. Un diverso punto di vista, uno sguardo comico e dissacrante sulle notizie appena date dal telegiornale e anche su ciò che il TG non ha detto. Conduttori Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu e Mia Ceran. Il programma andato in onda il primo maggio 2018 alle ore 21,05, dopo, appunto, il Tg2.

«Primo maggio festa dei lavoratori. Noi abbiamo pensato una cosa: tutti questi lavoratori che festeggiano, vediamo tutte ste feste. Allora noi ci siamo chiesti: Quanti sono quelli che lavorano in Italia. Perchè saranno ben tanti no?

Siamo 60.905.976 (al 21 ottobre 2016). Però facciamo così.

Togliamo quelli sotto i sei anni: 3.305.574 = 57.600.402 che lavorano;

Togliamo quelli sopra gli ottant’anni: 4.264.308 = 53.336.094 che lavorano;

Togliamo gli scolari, gli studenti e gli universitari: 10.592. 685 = 42.743.409 che lavorano;

Togliamo i pensionati e gli invalidi: 19.374.168 = 23.369.241 che lavorano;

Togliamo anche artisti, sportivi ed animatori: 3.835.674 = 19.533.567 che lavorano;

Togliamo ancora assenteisti, furbetti del cartellino, forestali siciliani, detenuti e falsi invalidi: 9.487.331 = 10.046.236 che lavorano;

Togliamo blogger, influencer e social media menager: 2.234.985 = 7.811.251 che lavorano;

Togliamo spacciatori, prostitute, giornalisti, avvocati, (omettono magistrati, notai, maestri e professori), commercialisti, preti, suore e frati: 5.654.320 = 2.156.931 che lavorano;

Ultimo taglietto, nobili decaduti, neo borbonici, mantenuti, direttori e dirigenti Rai: 1.727.771 = 429.160 che lavorano».

Questo il conto tenuto da Luca e Paolo con numeri verosimili alle fonti ufficiali, facilmente verificabili. In verità a loro risulta che a rimanere a lavorare sono solo loro due, ma tant’è.

Per non parlare dei disoccupati veri e propri che a far data aprile 2018 si contano così a 2.835.000.

In aggiunta togliamo i 450.000 dipendenti della pubblica amministrazione dei reparti sicurezza e difesa. Quelli che per il pronto intervento li chiami ed arrivano quando più non servono.

Togliamo ancora malati, degenti e medici (con numero da precisare) come gli operatori del reparto di ortopedia e traumatologia dell’Ospedale di Manduria “Giannuzzi”. In quel reparto i ricoverati, più che degenti, sono detenuti in attesa di giudizio, in quanto per giorni attendono quell’intervento, che prima o poi arriverà, sempre che la natura non faccia il suo corso facendo saldare naturalmente le ossa rotte.

A proposito di saldare. A questo punto non solo non ci sono più lavoratori, ma bisogna aspettare quelli futuri per saldare il conto.

Al primo maggio, sembra, quindi, che a conti fatti, i nullafacenti vogliono festeggiare a modo loro i pochi veri lavoratori rimasti, condannandoli alla disoccupazione. Ultimi lavoratori rimasti, che, bontà loro, non fanno più parte nemmeno della numerica ufficiale.

Falce e martello, da simbolo comunista a vessillo sovranista? Non è questione di universi paralleli, è il «qui e ora» del gran circo politico che partorisce una provocazione o forse, con qualche acrobazia, una domanda: la vecchia bandiera falce&martello è ormai diventata un simbolo di «destra»? Leonardo Petrocelli su La Gazzetta del Mezzogiorno l'1 Maggio 2022.

C’è un mondo in cui la sinistra tifa per i neonazisti ucraini del Battaglione Azov e storce il naso se due cosmonauti russi espongono falce e martello all’esterno della Stazione spaziale internazionale, quasi il «Vessillo della Vittoria», innalzato a Berlino nel 1945, fosse ormai diventato un simbolo conservatore. Da fascisti putiniani e impenitenti. E difatti qualche destrorso se la ride e, interiormente, plaude pure. Ma non è questione di universi paralleli, è il «qui e ora» del gran circo politico che partorisce una provocazione o forse, con qualche acrobazia, una domanda: la vecchia bandiera falce&martello è ormai diventata un simbolo di «destra»?

Tralasciando tutta la questione che attiene alla «denazificazione» dell’Ucraina e alla rilettura della guerra in atto - da parte russa - come una specie di spin off in sedicesimo della «Grande guerra patriottica», cioè della Seconda guerra mondiale, il nodo più interessante resta quello della interpretazione simbolica in casa nostra. Non c’è dubbio che, negli ultimi decenni, con una rincorsa troppo lunga per essere riepilogata, la sinistra abbia cambiato pelle incarnandosi oggi in un progressismo riformista che non c’entra nulla con il comunismo post bellico. Anche perché quest’ultimo prima ancora di essere un soggetto politico camminava sulle gambe di un tipo umano che aveva cittadinanza in un contesto collettivo. E sul collettivo ragionava. I diritti sociali, ad esempio, presuppongono identità, legami, comunità. Le grandi proteste nascono da piazze omogenee in cui tutti sono operai, magari tutti meridionali, tutti comunisti, tutti o quasi con famiglia. E poi per battaglie di questo tipo bisogna radicarsi da qualche parte e presumere di restarci. L’avvelenato incrocio fra precariato, abbattimento delle frontiere e mito del globetrotter ha sostanzialmente partorito un tipo umano individualista, una monade liquida e senza ormeggi. Oggi a Bari, domani a Bruxelles, dopodomani a Shanghai. Prima cameriere, poi dottorando. Tutte le battaglie di cui si incarica sono dunque planetarie, generali, e non potrebbe essere diversamente: l’ecologia, la libera circolazione, i diritti umani dall’altra parte del pianeta, la riscrittura della storia attraverso i tribunali della cancel culture. Tutto il mondo diventa un Occidente dilatato all’infinito. Ai tempi della scuola di Francoforte la sinistra sfidava l’industria culturale americana, oggi studia il Vangelo secondo Netflix con la sua catechesi Lgbtqi+ e inclusiva.

Questa sinistra, ormai maggioritaria, tutta uteri in affitto, monopattini, sindaca e assessora, ha perso per strada le categorie del passato. O meglio, le ha smarrite dopo aver rotto i legami sociali con le sue classi di riferimento. Perché c’è anche chi non è riuscito a scappare. È rimasto intrappolato in fabbrica, nelle periferie, ai margini del villaggio globale dove Europa non significa libera circolazione ma regole assurde, vincoli di bilancio e austerità a palate. Si è beccato tutto il controcanto, il lato oscuro del grande racconto globale. E ha svoltato a destra lì dove i sovranisti hanno saputo costruire un racconto anti-occidentalista e no global quale «voce» degli ultimi, come il recente voto francese ha ancora una volta certificato.

Si è verificato così un primo grande «fidanzamento» rosso-bruno: la destra ha iniziato a occuparsi di periferie e gente che votava a sinistra, smarrite le certezze, si è spostata dalla parte opposta facendone propri i riferimenti. Più difficile, naturalmente, per militanti storici o intellettuali affermati operare il salto, ma di fatto molti patemi della «vecchia sinistra» inquadrano gli stessi nemici dell’altra faccia della luna. E allora se è improbabile incontrarsi su Salvini o sulla Le Pen è più semplice che entrambi i fronti convergano su Putin, apprezzandone da destra l’impostazione conservatrice e patriottica, da sinistra la tensione anti-americana e anti-Nato. Il tutto mentre i riformisti vedono nello zar, oltre che un sanguinario invasore di Stati, un ostacolo alla civilizzazione occidentale della Russia nonché un diabolico inciampo sulla via della universalizzazione dei diritti.

La guerra mette, o dovrebbe mettere, tutti d’accordo nell’umana solidarietà verso il popolo ucraino ma la lettura delle cause geopolitiche e delle premesse ideali, nonché il ragionamento sulle soluzioni possibili, svela la «frattura». Ne sa qualcosa l’Anpi, fino a ieri inattaccabile, oggi costretta a difendersi per la propria contrarietà all’invio di armi e per qualche post, vecchio di sette anni, sugli orrori dei paramilitari ucraini di estrema destra. Cortocircuiti di un mondo impazzito in cui, alle celebrazioni del 25 aprile, qualcuno ha pensato bene di portare in piazza a Milano la runa nazista del Battaglione Azov. Chissà che in qualche adunata sovranista non spunti ora una falce e martello. Non ci sarebbe da sorprendersi. Ormai vale tutto.

85 anni dalla morte del pensatore sardo. Rileggiamo Gramsci, ci serve un grande pensiero della crisi. Michele Prospero su Il Riformista il 28 Aprile 2022. 

Il destino di un classico è di essere letto nei modi più differenti e persino contrastanti perché le categorie che ha affinato appartengono, più che all’autore del testo, all’interprete il quale è autorizzato a muoversi tra le pagine del suo pensatore per rispondere alle proprie domande, per dare un senso ai propri problemi. Ogni fase politico-culturale ha decodificato Gramsci proiettandosi oltre il testo per accostarsi a nodi storico-politici percepiti come vitali e con profonde ricadute nella attualità.

Il tradimento della filologia (se ne facciano una ragione alla Fondazione Gramsci: il pensatore sardo non può ancora essere osservato come un Monti o Berchet qualsiasi) è in tal senso un ritrovato inevitabile ed è il segno della grandezza di un classico che è tale proprio perché il suo testo offre un catalogo variegato di temi dal quale è possibile estrapolare delizie concettuali con la forzatura creativa dell’interprete intelligente. Non tradì forse lo stesso Gramsci le regole aride della ermeneutica testuale per afferrare il succo problematico-critico del suo Machiavelli?

I Quaderni oggi andrebbero letti come il deposito culturale che elabora i materiali per delineare un grande pensiero della crisi. Dopo l’impazienza di tipo bergsoniano-sorelliana della gioventù che lo aveva indotto ad esaltare la fretta, la rottura, il gesto ostile alla temporalità riformista, nella riflessione carceraria riaffiora il gusto per esplorare gli enigmi del tempo lungo. Più temporalità si intersecano in Gramsci quale pensatore della crisi della prima globalizzazione capitalista, interrotta con la guerra e con i totalitarismi. Il tempo brevissimo della sconfitta lo induce a scrutare il brusco processo degenerativo che, dalle elezioni quasi costituenti del 1913 passando per l’esperienza della guerra vista come “mucchio di tutte le crisi”, perviene alla catastrofe dell’ordinamento liberale. Per essere afferrata adeguatamente, la caduta del regime liberale andrebbe compresa con l’apertura all’indagine della lunga durata dei processi di modernizzazione.

Sotto la lente analitica di Gramsci ricadono taluni aspetti problematici essenziali: la questione della laicità, il contrasto originario centro-periferia, la frattura città-campagna, la distanza tra élite intellettuale e ceti subalterni. La tarda risoluzione della crisi di secolarizzazione (Stato territoriale accentrato) e di socializzazione-nazionalizzazione delle masse (suffragio universale) è assunta come la solida cornice che fa da sfondo per comprendere il collasso della debole organizzazione statuale sconvolta dinanzi all’età della accelerazione frenetica della società di massa. Dinanzi all’arretramento traumatico delle dinamiche di internazionalizzazione degli scambi, sotto i ritrovati della guerra imperialista e della proletaria guerra alla guerra, gli Stati deboli, perché di più recente costituzione, franano innescando fenomeni degenerativi. Oltre alle parabole del ciclo economico e agli accadimenti di carattere geopolitico che svelano i tratti del disordine mondiale, Gramsci indirizza la riflessione verso la carenza soggettiva (culturale, politica) degli attori.

La soluzione carismatica alla crisi (che è economica, istituzionale, ideologica) del primo Novecento si afferma perché sia le forze borghesi che quelle socialiste scontano gli effetti ingovernabili della destrutturazione della mediazione (parlamentarismo, partiti). Il declino della mediazione (per il doppio sovversivismo: da un lato la slealtà costituzionale delle classi dominanti, dall’altro le seduzioni mitiche dei ceti subalterni incapaci di esprimere proprie élite) lascia sguarnito il sistema, che viene commissariato dal capo carismatico. Un’idea mitica del tempo (la velocità della decisione scavalca l’ordine delle compatibilità, la successione del prima e del dopo e risolve d’incanto problemi epocali) consente al capo carismatico di sedurre le masse con aspettative di rigenerazione complessiva legate al potere personale. Con il “martello del dittatore” il capo carismatico travolge le strutture fragili di un ordinamento sradicato e aleatorio nella capacità di sussistenza in un tempo tempestoso.

Sul piano della spiegazione dei tratti specifici dello Stato totale fascista, Gramsci non ritiene di assumerlo come una configurazione che sperimenta una semplice regressione formale-procedurale rispetto agli istituti liberali. Il governo di partito unico, che trascende gli istituti della rappresentanza individualistica, viene giudicato come un fenomeno di modernizzazione dall’alto (esiste anche un cesarismo “obbiettivamente progressivo”) che decide le dinamiche del capitalismo secondo un calcolo politico e in cambio della assimilazione-conservazione di istanze riformatrici restringe il ventaglio della rappresentanza plurale e conflittuale.

La risposta più efficace al tema della crisi delle democrazie novecentesche Gramsci la rinviene nella costruzione di una densa società civile con molteplici reti di mediazione. Una eco di Tocqueville si avverte in Gramsci, e la si coglie nella sua enfasi sulla mediazione come momento indispensabile sia per la stabilizzazione-consolidamento della democrazia (punto di vista interno, liberale) che per la sostenibilità della guerra di posizione, con investimenti di organizzazione, cultura, soggettività (punto di vista esterno, socialista). In un tempo di crisi della forma della democrazia, e di irruzione del leader con un preteso tocco provvidenziale, le categorie di Gramsci tratteggiano una mappa concettuale da recuperare per evitare la catastrofe degli ordinamenti costituzionali. Michele Prospero

Era guerra contro l’invasore o era guerra civile? Mattarella e la resistenza, la storia è diversa: i tedeschi li abbiamo traditi, gli americani ci hanno invaso. Paolo Liguori su Il Riformista il 27 Aprile 2022. 

Dopo tanti anni un 25 aprile, festa della Liberazione, che ha rivisto un movimento. Per due anni non si era celebrata, prima era una festa stanca, ormai logora, perché è ormai lontano il tempo della Liberazione. Ieri c’è stato un grande movimento e allora potremmo dirci contenti perché torniamo ad un punto fermo della vita del nostro paese. E invece no, non siamo contenti, perché il movimento c’è stato per l’Ucraina. Allora bisogna dare le armi all’Ucraina perché i partigiani combattevano con le armi o non bisogna darle?

La discussione è durata in maniera più o meno caotica tutto il giorno, poi le parole esaustive del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, di fronte al quale io mi inchino perché è il mio Presidente. Però mi dispiace, non ha detto una cosa corretta. “Una mattina mi sono svegliato e ho trovato l’invasor”, sono le parole di ‘Bella ciao’, pronunciate da Mattarella. Si riferiva alla guerra partigiana? Sì, diceva che proprio per questo motivo l’invasore russo in Ucraina e l’invasore in Italia devono essere messi sullo stesso piano e sullo stesso piano la Resistenza.

Ma i tedeschi erano invasori in Italia? No, i tedeschi erano alleati dell’Italia, noi li avevamo voluti come alleati. E quando sono cominciati a sbarcare gli americani, in Sicilia nella sua terra, quelli erano gli invasori. Ci sono state anche battaglie contro pochi fascisti che resistevano e ci sono stati morti. Altri italiani, hanno poi preferito andare con americani e inglesi. Il 25 luglio buttarono a mare Mussolini ma Badoglio disse ‘la guerra continua’ e quindi eravamo ancora in guerra con gli americani, al fianco dei tedeschi. Poi l’8 settembre, giorno in cui si fece l’armistizio, passammo dall’altra parte – naturalmente non lo dico per lei, Presidente, che lo sa benissimo ma per chi potrebbe essersi confuso – il Re in fuga a Bari e noi, da un certo punto dell’Italia in su, nel nord, cominciammo a sostenere la Resistenza, la guerra partigiana con le armi. Ma contro chi? Contro altri italiani che combattevano a fianco della Repubblica di Salò. Quindi italiani da una parte e italiani dall’altra. Era guerra contro l’invasore o era guerra civile?

Perché subito dopo il 25 aprile ne abbiamo fatto una bandiera della Resistenza e del Fronte di Liberazione Nazionale? Perché ne avevamo bisogno per presentare una classe politica all’estero che fosse dignitosa, perché quella di prima aveva perso con Mussolini onore e dignità. Sono tutte questioni politiche, non sono questioni militari, non sono questioni di eroismo contro l’invasore. Sono questioni di opportunità politica. Per fortuna l’Italia ha scelto la parte giusta, ha lasciato andare la parte sbagliata. Questo va raccontato ai ragazzi, questo va raccontato nelle scuole, non che quella guerra partigiana era uguale a questa resistenza ucraina. Per paradosso questa resistenza ucraina ha molte più ragioni perché si tratta veramente del russo invasore. Noi i tedeschi li avevamo scelti, li abbiamo traditi, li abbiamo abbandonati. Questa è la verità storica, il resto sono parole che si sono usate giustamente il 25 aprile per passare dalla parte giusta e farci dare il Piano Marshall. Oggi si usano a sproposito e bisogna stare attenti a non confondere le idee dei giovani perché altrimenti non si sa dove finiamo.

Paolo Liguori. Direttore editoriale di Riformista.Tv e TgCom 

Anpi, Parisi non la dice tutta: i partigiani “rossi” combattevano per Stalin, non per la libertà. Marzio dalla Casta giovedì 21 Aprile 2022 su Il Secolo d'Italia.   

Dice al Foglio Arturo Parisi, Gran Muftì del prodismo al tempo dell’Ulivo, che «il ruolo storico dell’Anpi» è «ormai esaurito». Non è la sua, si badi, una semplice opinione. Bensì certezza ricavabile dalla lettera A dell’articolo 1 dell’atto costitutivo della stessa Anpi. «L’associazione – vi si legge – ha lo scopo di riunire tutti coloro che hanno partecipato con azione diretta alla guerra partigiana contro i nazifascisti, contribuendo a ridare al nostro Paese la libertà e la democrazia». Ne discende che essendo il suo presidente, Gianfranco Pagliarulo, nato solo nel 1949 egli non possa fregiarsi del titolo di partigiano. Né, a maggior ragione, esserne il capo.

Parisi al Foglio: «L’associazione ha esaurito il suo ruolo»

Parisi coglie nel segno. Ma anche Marcello Veneziani, nel momento in cui si chiede perché solo ora la sinistra si accorge che l’Anpi è praticamente senza partigiani. Un interrogativo condivisibile e che rilanciamo volentieri: come mai? Veneziani se lo spiega con il fatto che l’Anpi ha una posizione non conforme sulla guerra in corso: pendente più dalla parte dell’invasore russo che dell’invaso ucraino. E questo con buona pace dei versi di Bella ciao, che non per caso Parisi esorta a rileggere una volta constatato, scrive il Foglio, che combattere per la libertà «è un concetto che oggi sembra non andare più a genio all’Anpi senza partigiani».

Sulla Resistenza verità ancora lontana

Ma l’affermazione è tanto vera, quanto incompleta. È infatti il caso di aggiungervi che sul punto il comunista Pagliarulo è in perfetta sintonia con i veri partigiani rossi, per i quali la lotta al nazifascismo era solo il preludio all’avvento dello stalinismo. È il motivo per cui non esitarono ad eliminare partigiani “bianchi“, monarchici, liberali e persino socialisti. Messa così, appare quindi chiaro che al ragionamento di Parisi manca il pezzo finale: la riscrittura, secondo verità storica, della Resistenza: oltre la retorica ufficiale e la rendita di posizione fin qui goduta da chi ha politicamente egemonizzato quel fenomeno, rendendo praticamente sinonimi antifascismo e democrazia. Un’equazione falsa e pericolosa, che ora proprio l’imbarazzata equidistanza tra Mosca e Kiev esibita dal “partigiano” Pagliarulo impone di cancellare.

Il 25 Aprile festa dell'Occupazione. Francesco Maria Del Vigo il 19 Aprile 2022 su Il Giornale.

Siamo arrivati a questo paradosso: le vestali della Liberazione (italiana) tifano l'Occupazione (dell'Ucraina).

Siamo arrivati a questo paradosso: le vestali della Liberazione (italiana) tifano l'Occupazione (dell'Ucraina). Qualche giorno fa, dalle colonne del Corriere della Sera, Massimo Gramellini (non esattamente una penna di destra) ha suggerito di ribattezzare l'Anpi come «Associazione nazionale putiniani italiani». In effetti l'acronimo è molto versatile e d'altronde già da anni definiva più che altro l'«associazione nipoti dei partigiani italiani», perché di reduci della Resistenza - per evidenti questioni anagrafiche - ne sono rimasti pochi e i loro eredi, più che a custodire la memoria del passato, sembrano interessati ad alimentare le futili polemiche del presente. Se da tempo l'Anpi è in crisi politica ed esistenziale, la guerra in Ucraina ha definitivamente surriscaldato e mandato in cortocircuito i sedicenti custodi della Resistenza. Uno scivolone dopo l'altro, con una perseveranza che non può essere casuale. E, difatti, non lo è.

All'indomani della strage di Bucha, l'Associazione, afflitta da una incontinenza di dichiarazioni e da una ossessiva ricerca di visibilità, si è sentita in dovere di diffondere un comunicato assurto ormai a canone del «neo-neneismo»: non sto con Putin (leggasi: ci sto eccome, ma non è elegante dirlo), ma nemmeno con l'Ucraina e la Nato. «Condanniamo fermamente il massacro, in attesa di una commissione d'inchiesta internazionale guidata dall'Onu e formata da rappresentanti di Paesi neutrali, per appurare cosa davvero è avvenuto, perché è avvenuto, chi sono i responsabili», commentava Gianfranco Pagliarulo. Una posizione talmente ambigua da sollevare le ire persino di Paolo Flores d'Arcais (non esattamente una penna di destra, bis). Pochi giorni dopo, sempre il presidente, giusto per non farsi sfuggire neppure una polemica, risponde alla Brigata ebraica che propone di sfilare al corteo del 25 aprile con le bandiere della Nato, dicendo che quelli dell'Alleanza atlantica sono vessilli «inadeguati in una circostanza in cui si parla di pace». Come se l'Italia fosse stata liberata con mazzolini di fiori e non con i fucili e come se gli americani non avessero avuto un ruolo fondamentale nella Resistenza.

Ma d'altronde, ormai è ovvio, il nemico dell'Anpi non è l'invasore, cioè Putin, ma gli Usa e la Nato. Occupazione e liberazione sono etichette da appiccicare alla bisogna per attaccare un nemico o difendere un amico. Lo testimoniano i post del 2014 e del 2015 in cui Pagliarulo si scagliava contro il regime «nazista» di Kiev e faceva da gran cassa alla propaganda del Cremlino. Sempre dalla parte dei compagni che sbagliano. Allora, cari amici dell'Anpi, a questo punto, fate una cosa meno ipocrita: inventatevi una festa dell'Occupazione e celebrate quella. Sarebbe più coerente.

Giampiero Mughini per il Foglio il 13 febbraio 2022.

Era una cucina relativamente grande, in un appartamento al secondo piano di una straduzza romana che moriva sul retro di piazza Navona la cucina della casa dove vivevano Maurizio e Marcella Ferrara e dove per lungo tempo hanno vissuto i loro due figli, Giorgio e Giuliano. 

Una cucina al cui desco mi sono seduto tante volte nei quattro o cinque mesi del 1989 in cui Maurizio e io stavamo apprestando una sorta di duello intellettuale, lui un comunista aperto a tutte le sfide e a tutte le domande ma che non voleva rinnegare un etto della sua storia e della sua identità, io un dannato "anticomunista" affascinato dalla storia delle famiglie borghesi che avevano costituito il nocciolo più vitale dell'italo comunismo.

Il libro/ intervista uscì dall'editore Leonardo nel gennaio 1990 con il titolo Ferrara con furore. vendette poco e niente, qualcosina più di mille copie. Vedo adesso che su Amazon ne offrono una copia a 60 euro. E' uno dei più bei libri mai pubblicati in Italia su quel che erano davvero, quali libri leggevano, con quali donne si sposavano, i personaggi intellettualmente più rilevanti di quel PCI che è stato l'unico partito comunista al mondo dal volto umano. Il ricordo di quella cucina mi è venuta subitanea alla mente quando, solo per un istante, le condizioni di salute di Giuliano erano sembrate allarmanti. 

Era stato Maurizio, che nel 1989 aveva 68 anni e dunque era molto più giovane di quanto lo sia io adesso, a dirmi che avrebbe voluto farlo quel libro/ interrogatorio. Da tempo riceveva richieste di scrivere la sua autobiografia, solo che lui preferiva invece un confronto con chi aveva una storia diversa dalla sua: "Io sono uno che ha sempre proclamato con forza la sua 'appartenenza'; tu sei uno che rivendica caparbiamente la sua 'non appartenenza', il suo non schierarsi con nessuno. Trovarmi di fronte un membro della nobile confraternita dei cani sciolti, e tuttavia interessato alla storia e alla tematica della sinistra, rispondere a un interrogante che so implacabile ma leale, mi stimola ".

Sono le parole di Maurizio che stanno in testa al nostro libro. Sì, era una storia di famiglie borghesi italiane del Novecento, e che famiglie. Quella di Ferrara cominciava dal papà Mario, uno dei tenori del liberalismo italiano tra le due guerre, proseguiva con suo fratello Giovanni che sarebbe stato uno degli intellettuali chiave del Partito repubblicano di Ugo La Malfa, si prolungava con il figlio Giuliano, dapprima uno che aveva fatto il politico di professione nel Pci torinese, più tardi uno che ne era uscito rumorosamente sino a manifestare una sua pronunziata empatia per quel craxismo che negli anni Ottanta faceva da bestia nera del Pci. 

Poi c'era la famiglia di origine di Marcella, lei che per un lungo tempo era stata la preziosa collaboratrice di Palmiro Togliatti, dico la famiglia De Francesco, le due "sorelline" Marcella e Giuliana, quella che avrebbe sposato Franco Ferri, uno che era stato un gappista comunista nella Roma del 1943-1944( loro due genitori del notissimo fotografo Fabrizio Ferri), per poi morire suicida nel 1975.

Famiglie che si intricavano l'una con l'altra, i Ferrara con gli Amendola, il padre Giovanni (sodale di Mario Ferrara) e i suoi figli che tutti e tre avevano scelto il Pci nel secondo Dopoguerra. I Ferrara con Antonello Trombadori e sua moglie Fulvia. E a proposito del rapporto di Maurizio con la famiglia Amendola e con la sua storia, c'è un piccolo particolare che da solo vi spiega la temperie del libro da cui sono partito. Stavamo parlando dell'ignobile aggressione squadrista a Giovanni Amendola (era la terza che subiva) il 25 luglio 1925, mentre lui era in auto sulla strada da Montecatini a Pistoia, un'aggressione che indurrà Amendola a riparare in Francia e più precisamente a Cannes, dove morrà nove mesi dopo, il 7 aprile 1926. Durante i nostri colloqui e nel raccontare questa tragedia Maurizio usa a un certo punto le seguenti e testuali parole: "Amendola morì anche di cancro". Al che io ebbi un soprassalto. Fin da ragazzo avevo imparato che Amendola era morto delle conseguenze dell'aggressione. Solo che qualche dubbio mi era venuto quando avevo letto i particolari fisici della cosa: che Amendola era rimasto in auto sul sedile retrostante e che quei bastardi lo avevano colpito con bastoni e randelli attraverso i finestrini. Niente che attenuasse la barbarie dei loro gesti, ma che metteva in dubbio che Amendola ne fosse stato fisicamente squarciato.

Che poi il cancro abbia trovato facilmente la strada in un uomo fisicamente provato, non c'era dubbio. Solo che non può iscrivere che uno è morto" anche di cancro ". Se aveva un cancro, è morto di quello. Dopo un estenuante dialogo, Maurizio si risolse a scrivere come sto dicendo, che Amendola era morto di cancro. Solo che quando il libro uscì, uno dei figli ancora viventi di Amendola insorse contro le parole di Maurizio, ossia contro la verità dei fatti. 

Se non ricordo male inviò una lettera a un giornale, al che Maurizio provò a rabbonirlo pubblicamente, beninteso senza smentire quello che era stato scritto e stampato e che a lui era certo arrivato da papà Mario. L'ho detto, era il romanzo che raccontava da dentro la storia di alcune famiglie italiane d'eccellenza. Perché se ne vendettero così poche copie? Semplicissimo. 

Il cognome "Ferrara" batteva in quel momento ogni record quanto all'essere il bersaglio dell'odio ideologico e dell'invidia nei confronti di Giuliano da parte del lettore medio "di sinistra", quello che non potevano n essere il destinatario di un libro siffatto. Franco Cordelli, mio amico da sempre, mi confidò che aveva creduto che il libro fosse un'intervista al Ferrara "traditore" e perciò non lo aveva comprato. Quando si accorse dell'errore, lo divorò in una notte. E quanto all'essere un "traditore ", anch' io facevo la mia porca figura dopo avere scritto compagni addio.

I girotondi dei missini, il cappio in Parlamento della Lega, le “lezioni” del Pds. Come è potuto accadere? Il ricordo di Riccardo Nencini su Il Dubbio il 20 febbraio 2022.

Giugno 1992, un ricordo nitido: i consiglieri comunali fiorentini del Msi in girotondo attorno alla federazione provinciale socialista di Firenze. Urlano: “Ladri”. Giorni dopo, socialisti additati dal Pds come esempio di corruzione, mentre la Lega mostra il cappio dell’impiccato a Montecitorio e le tv di Berlusconi imperversano di fronte al palazzo di giustizia di Milano.

Una tenaglia politico-mediatica alimentata dalla magistratura e un’ondata populista che si abbatte con veemenza soprattutto sui socialisti, rei di aver snaturato il loro dna (parole di Berlinguer) per cavalcare il sogno di un’Italia nuova, dinamica, che la cultura comunista proprio non riesce a incrociare. Lo slogan è semplice, tanto efficace quanto falso come bisante: la politica è malata, la società è sana. Conseguenze: chi imbraccia la questione morale è pulito, tutti gli altri appestati.

Attenzione. Non era una novità per nessuno che i partiti fossero finanziati anche illecitamente e che vi fossero politici che dell’arricchimento personale avevano fatto la loro bussola. Tutto vero. Il punto è che, da un certo momento in poi, ciò che era stato tollerato viene perseguito. Qual è quel certo momento? L’adesione dell’Italia al Trattato di Maastricht e il contestuale crollo del muro di Berlino. Le politiche di spesa vengono imbrigliate nelle regole ferree del Trattato, c’è un trasferimento di sovranità verso Bruxelles; il ruolo geopolitico dell’Italia cambia, si immiserisce, la presenza del più grande partito comunista d’Occidente non è più un pericolo ora che l’Urss è alle corde.

Di nuovo attenzione: non è che di scandali non ce ne fossero stati in passato, non è che fossero ignote le fonti sovietiche di finanziamento al Pci, non è che le grandi società di Stato evitassero di invitare a pranzo i tesorieri di tutti i partiti. Se vi annoiano i documenti, leggete almeno “Il tesoriere”, il bel romanzo di Gianluca Calvosa edito da Mondadori. La differenza è che la classe politica aveva reagito compatta, si era ribellata alla gogna. Tutta la classe politica. Quando Aldo Moro era intervenuto alla Camera (1977) dichiarando che la Dc non si sarebbe fatta processare (scandalo Lockheed), il Pci era rimasto in silenzio, protagonista com’era del governo Andreotti. Aggiungo che l’ombrello americano proteggeva ancora il sistema politico.

Veniamo al dunque. Con i primi anni Novanta la storia si avvita, la presunzione di innocenza si rovescia in presunzione di colpevolezza, si annuncia la rivoluzione ora che il mondo è cambiato. A morte i partiti, ma non tutti i partiti. Tuttavia, poiché “le rivoluzioni sono tristi” (Dahrendorf) e tradiscono i sogni, la generazione sessantottina allocata tra stampa e magistratura che invoca la tempesta perfetta sui partiti sacrileghi s’imbatte nell’uomo di Arcore. Storia nota, storia recente. La novità è che oggi conosciamo anche i numeri del lavoro svolto da Mani Pulite: condannato solo il 54% degli indagati.

Gli effetti: privatizzazioni selvagge, personalizzazione della politica, rottura degli equilibri costituzionali, fine del garantismo. Non sono ingenuo. Molti di questi fattori si sarebbero presentati comunque, figli di profondi cambiamenti sociali e della globalizzazione. C’è un però. In Italia sono calati come una mannaia, altrove, pur in presenza di altrettante tangentopoli (Khol sotto inchiesta in Germania, Gonzales in Spagna, uomini di Mitterrand in Francia), gli effetti sono stati più contenuti, la democrazia parlamentare ha retto senza offrire il fianco all’antipolitica.

Un’ultima domanda: perché Craxi capro espiatorio? Le tesi si rincorrono. Sigonella, Israele, complotti. Che Di Pietro frequentasse il consolato americano a Milano è un fatto accertato, e nei documenti leggi anche dell’altro e non era il the delle cinque. Ma io vedo di più. Condannato per una colpa politica. L’aver rappresentato un’eresia, il riformismo del socialismo umanitario, una minoranza invisa sia alla cultura comunista che a quella cattolica dominanti in Italia, l’aver rotto una consuetudine consociativa, l’aver difeso economia di mercato e stato sociale in un paese dove il profitto viene considerato peccato. Questo, non perché i socialisti fossero più malandrini di altri.

L’oggi è sintetizzato nelle parole di Gherardo Colombo, uno dei protagonisti del pool: “Sono finite le indagini ma non la corruzione. La sfiducia cresce, il tessuto sociale è liso, logoro, consumato”. Nutrita dallo scontro “buoni contro cattivi” la Seconda Repubblica è nata defunta. Servirebbe normalità, la normalità di un paese civile.

Feltri, Mani Pulite “graziò” solo i comunisti: “Chiesi il motivo a di Pietro e lui…” Gabriele Alberti venerdì 18 Febbraio 2022 su Il Secolo d'Italia.

Fa bene Vittorio Feltri a ribadirlo anche a trent’ anni dall’inizio di Mani pulite. Il pool che indagò sui partiti poi spazzati via dal ciclone delle inchieste salvò solo l’ allora partito comunista poi Pds. E a tal proposito il direttore editoriale di Libero fornisce anche una rivelazione interessante per mettere a posto le tessere di un mosaico composito. Già, si tratta di una circostanza che i più trascurano, “un particolare su cui tutt’ ora si sorvola, quasi fosse una sciocchezza”. E invece trattasi di un particolare rilevantissimo.

Feltri: Mani Pulite salvò i comunisti. “Di Pietro mi disse…”

Scrive Feltri: “Antonio (Di Pietro, ndr), cioè il Pm paragonato alla Madonna, era mio amico e mi confidò che alle ruberie partecipavano tutti i politici, chi più e chi meno. I partiti erano coinvolti nella spartizione delle bustarelle, non ce n’era uno che non avesse profittato della mangiatoia; compreso il revisionato Pci, che aveva cambiato l’insegna a Botteghe oscure, ma i suoi costumi non erano mutati. Dissi a Di Pietro: come mai voi della Procura avete finora distrutto tutte le forze politiche tranne quella di ispirazione sovietica?”.  La risposta di Di Pietro alla domanda cruda fu attendista “Lui mi rispose: tempo al tempo, arriverà anche il loro turno. Che invece non giunse mai“.

Feltri: “Il Pds si accomodò al governo”

Sappiamo come sono andate le cose. Mentre il pentapartito fu spazzato via, “il Pds si accomodò al governo”. La conclusione a cui è giunto Feltri è la seguente: gli ex comunisti furono risparmiati dalla ventata di Tangentopoli “per il semplice e drammatico motivo che essi erano amici della Procura di Milano dalla quale furono protetti”. Un solo esempio, ricorda Feltri: ” Si accertò che una mazzetta gigante, un miliardo e 300 milioni, sganciata dalla Montedison, fu recapitata a Botteghe Oscure”. Ebbene, si arrivò a una bizzarra conclusione delle indagini: “nessuno fu incriminato perché non si era capito in quali mani i quattrini fossero andati. Cosicché i capi della sinistra si salvarono”. Sprizza indignazione il direttore di Libero: “Se questa non è una schifezza io sono Giulio Cesare. Trattasi di una storia che autorizza a sospettare che i comunisti e i magistrati erano culo e camicia. Ed è meglio ricordarlo”. 

“Un particolare su cui tutt’ora si sorvola”

Feltri già si è scusato qualche giorno fa per avere all’epoca cavalcato l’onda di Tangentopoli, che lui ha definito una “strage degli innocenti”, per i risvolti giustizialisti e la furia manettara che palesò . La sua lettura trova conferma nelle rivelazioni di qualche giorno fa di Cirino Pomicino. Ossia la volontà di voltare la pagina politica verso sinistra a determinata con l’appoggio dei grandi gruppi industriali. L’ex  ministro Dc ha rivelato  come dietro la rivoluzione giudiziaria che azzerò la politica italiana ci fosse uno schema ben preciso. L’establischment industriale disegnò un vero e proprio disegno politico: virare a sinistra, cambiando lo schema precedente. Fu De Benedetti, mesi prima che scoppiasse mani Pulite a farglielo capire in un colloquio riservato. Ora si capiscono tante cose. Fa bene Feltri a rammentare che l’esclusione dei comunisti dalle indagini di Tangentopoli non può essere derubricato a particolare insignificante. 

"Perché la magistratura ha graziato i comunisti": Mani Pulite, Vittorio Feltri e una sporca verità sui compagni. Vittorio Feltri su Mani Pulite: "Perché la magistratura ha graziato i comunisti". Libero Quotidiano il 17 febbraio 2022.

Oggi è il 17 febbraio e Vittorio Feltri, direttore di Libero, dedica il suo video editoriale al 30esimo anniversario dell'inizio di Mani Pulite. "Fu un episodio piuttosto importante per la vita del nostro Paese", dice Feltri facendo notare che "si dice che quella inchiesta abbia fatto piazza pulita di tutti i politici corrotti. Ma non è del tutto vero". E spiega: "Il finanziamento ai partiti era illegale per cui erano quasi costretti a rubacchiare qua e là. C'è da chiedersi come mai il pentapartito che all'epoca governava non avesse cercato di legalizzare il finanziamento ai partiti". Ma soprattutto, fa notare il direttore, "di tutta la vicenda di Mani Pulite ho potuto constatare che tutti i partiti furono spazzati via, la Democrazia Cristiana, il partito socialista, i socialdemocratici, i repubblicani e persino i liberali. Solo uno riuscì a sopravvivere: il vecchio partito comunista che nel frattempo aveva cambiato nome, ma solo il nome". "Come mai si è salvato", chiede provocatoriamente Feltri. "Il sospetto può essere uno: la magistratura ha favorito un partito che, secondo Antonio Di Pietro che lo disse a me personalmente, era coinvolto come tutti gli altri nella spartizione del denaro sgraffignato". "Dicono i magistrati che furono trovate delle prove", continua Feltri, "ma in realtà le prove non le hanno mai cercate, mentre per gli altri partiti le hanno cercate e le hanno trovate per poi fare quel massacro che tutti sappiamo". Conclude Feltri: "Noi vogliamo solo sapere come mai la magistratura era tanto affezionata e voleva tanto bene al partito comunista". 

Mani Pulite, l'affondo di Vittorio Feltri: "L'unico tabù del pool furono i comunisti. E chissà perché..." Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 18 febbraio 2022

A trenta anni dall'inizio di Mani pulite, la famosa o famigerata inchiesta che ha frantumato la Prima Repubblica, c'è ancora qualcosa che non è stato detto ad alta voce. E non riguarda una mia idea bislacca, ma una realtà evidente, come dire che il mare è salato. Il pentapartito, che all'inizio degli anni Novanta era la maggioranza di Governo, fu completamente massacrato da Di Pietro e soci togati. Il povero e rimpianto Citaristi, segretario amministrativo della Dc, fu messo in croce: gli rifilarono un numero spropositato di avvisi di garanzia, relativi al reato di finanziamento illegittimo, tale da costituire un record mondiale. A lui, che era ricco di suo, e non aveva certo bisogno di incassare tangenti. Ma allora questi erano considerati dettagli ininfluenti. Egli pur essendo persona specchiata fu trattato quale delinquente incallito. Poi la faccenda si chiarì, ma intanto il mio concittadino bergamasco per lungo tempo rimediò una figuraccia, per quanto immeritata. Di Craxi, la Malfa ed altri personaggi schiaffeggiati dalla magistratura sappiamo tutto, incluse le persecuzioni di cui furono vittime.

C'è solo un particolare su cui tutt' ora si sorvola, quasi fosse una sciocchezza. Antonio, cioè il Pm paragonato alla Madonna, era mio amico e mi confidò che alle ruberie partecipavano tutti i politici, chi più e chi meno. I partiti erano coinvolti nella spartizione delle bustarelle, non ce n'era uno che non avesse profittato della mangiatoia, compreso il revisionato Pci, che aveva cambiato l'insegna a Botteghe oscure, ma i suoi costumi non erano mutati. Dissi a Di Pietro: come mai voi della Procura avete finora distrutto tutte le forze politiche tranne quella di ispirazione sovietica? Lui mi rispose: tempo al tempo, arriverà anche il loro turno. Che invece non giunse mai. Infatti chi ha buona memoria rammenterà che mentre il pentapartito fu sgominato e finì in galera, il Pds si accomodò al governo.

Io, persona semplice, pensai e penso tuttora che i compagni furono risparmiati, pur avendo incassato denaro sporco, per il semplice e drammatico motivo che essi erano amici della Procura di Milano dalla quale furono protetti. Un solo esempio. Si accertò che una mazzetta gigante, un miliardo e 300 milioni, sganciata dalla Montedison, fu recapitata a Botteghe Oscure. Una prova inequivocabile che anche i rossi amavano i soldi in nero. Alla conclusione delle indagini, nessuno fu incriminato perché non si era capito in quali mani i quattrini fossero andati. Cosicché i capi della sinistra si salvarono. Se questa non è una schifezza io sono Giulio Cesare. Trattasi di una storia che autorizza a sospettare che i comunisti e i magistrati erano culo e camicia. Ed è meglio ricordarlo.

"Così il Pci ha approfittato di Tangentopoli..." Edoardo Sirignano il 25 Febbraio 2022 su Il Giornale. 

Enzo Carra, protagonista dell'arresto più celebre di Mani Pulite, ribadisce come il giustizialismo di quel periodo storico servì a cancellare solo una parte di storia politica del nostro Paese.

“Il Partito Comunista approfittò di quel periodo per rigenerarsi”. A rivelarlo è Enzo Carra, già portavoce della Democrazia Cristiana e protagonista dell’arresto più celebre di Mani Pulite, a margine di un convegno sull’anniversario di Tangentopoli, che ribadisce come il giustizialismo di quel periodo, nei fatti, è servito a cancellare una parte di storia del nostro Paese.

Che ricordo ha di quegli anni?

“E’ stata una fase in un certo senso rivoluzionaria. Tutti quanti, politici, partiti, magistratura e giornalisti, avevano perso un po' la testa. Ciò non vuol dire impazzire, ma che alcuni credevano davvero nella possibilità di un processo rigeneratore. Altri, invece, inerti, mi riferisco ai politici, cercavano di frenare, ma quando uno corre come un ossesso è difficile stopparlo. C’è stato, quindi, uno scontro violento. E’ chiaro, però, che chi andava a piedi non poteva sconfiggere carrarmati possenti, come quelli di una certa magistratura”.

Non sono stati, quindi, tempi semplici?

“A trent’anni di distanza, avendola conosciuta bene quella stagione e sulla mia pelle, non come altri, posso dire che non è stata una passeggiata, né per una parte, né per l’altra. Insistere su quel periodo come se fosse ancora pagina a parte della storia italiana è un errore. Ancora non abbiamo, direbbe qualcuno più saggio di me, storicizzato quella stagione, frutto di difficoltà, paura, terrore, assassini e criminalità”.

Da cosa ritiene sia venuto fuori tutto ciò?

“Mani Pulite non è sbocciata come un fiore nel deserto o un veleno, ma è stata generata dalla grande paura, dal degrado che c’era stato in precedenza nel nostro paese e che in molti avevano ignorato”.

Chi è stato più penalizzato?

“Le parti politiche più colpite sono state quelle che avevano ancora qualche carta da spendere ed erano i socialisti, che avevano il problema Craxi e una certa parte della Dc”.

Possiamo, quindi, dire che i Ds allora furono risparmiati dai giudici?

“Ho rivisto tutte le carte. I Ds già avevano messo in conto l’esigenza di cambiare. Non erano più il partito comunista di un tempo. Non dimentichiamo che Mani Pulite avviene a ridosso della caduta del muro di Berlino, avvenimento di cui si sono accorti in pochi. Anzi tutti hanno finto che fosse successo niente per continuare un po'. Questo è stato il guaio. Tutto ciò, quindi, è stata una riscossa per il Partito Comunista che ha trovato una via d’uscita. Diciamo che ha approfittato di quel periodo per rigenerarsi”.

Quali sono state le conseguenze?

“L’Italia, quando è scomparsa la Dc, che metteva insieme la tradizione dei cattolici, ha perso un pezzo della sua storia”.

Una certa magistratura, però, ancora oggi tende a cancellare chi la pensa in modo diverso, come accaduto prima con Berlusconi, poi con Renzi, Salvini…

“Stiamo parlando di parti in conflitto tra loro. Non sempre la politica ha dimostrato di saper combattere ad armi pari con la magistratura. Un dibattito come quello dell’altro ieri al Senato che ha votato non per Renzi, ma a favore della politica, della democrazia, può essere la strada. Si tratta di un caso sintomatico di come spezzettando i problemi a volta la stessa politica sbaglia. Sul singolo episodio chi dice che il magistrato non possa aver ragione”.

Da Tangentopoli a mafiopoli: la lunga egemonia dei pm. Cicchitto, Gargani, il pg Marino e Sansonetti ricordano gli anni di Tangentopoli: fu un blitz contro i partiti ordito dai poteri forti con giornali e toghe. Valentina Stella su Il Dubbio il 25 febbraio 2022.

«Il dibattito finora svolto per il trentennio di Mani pulite è caratterizzato da un livello elevato di mistificazione. È stato cancellato il fatto che il finanziamento irregolare dei partiti ha visto come originari protagonisti i padri della patria, da De Gasperi a Togliatti, a Nenni, a Saragat, a Fanfani. Era un finanziamento che proveniva dalla Cia e dal Kgb e da una serie di fonti interne, dalla Fiat alle cooperative rosse, alle industrie a partecipazione statale. Il partito diverso dalle mani pulite di cui parlò Enrico Berlinguer era un’assoluta mistificazione». Partiamo dalle conclusioni di Fabrizio Cicchitto per darvi conto del convegno “A Trenta anni da Tangentopoli e da Mafiopoli – Ruolo politico anomalo della magistratura non in linea con la Costituzione per configurare una fantomatica Repubblica giudiziaria”, organizzato dal Centro Studi Leonardo Da Vinci e dall’Associazione Riformismo e Libertà, e moderato dal nostro direttore Davide Varì.

Secondo Cicchitto «molto prima di Forza Italia, e ovviamente in termini del tutto rovesciati, il primo partito- azienda è stato il Pci. Tutti sapevano tutto, compresi i magistrati e i giornalisti. Don Sturzo ed Ernesto Rossi fecero denunce assai precise: rimasero del tutto inascoltati. Poi con il 1989 c’è stato il crollo del comunismo e, con il trattato di Maastricht, il sistema di Tangentopoli è diventato antieconomico. In uno Stato normale, quel sistema avrebbe dovuto essere smontato con un’intesa fra tutte le forze politiche e la stessa magistratura, invece è avvenuto il contrario. I poteri forti hanno deciso di smontare il potere dei partiti, in primo luogo quello della Dc e del Psi».

Ad aprire i lavori della conferenza Giuseppe Gargani, avvocato ed ex parlamentare europeo, che ha iniziato soffermandosi proprio sulla stagione di Mani Pulite: «Oggi riteniamo di poter pretendere una risposta sul perché vi furono iniziative giudiziarie che non si svolgevano nelle sedi riservate, sacrali della giustizia, ma richiedevano il consenso di interi settori dell’ opinione pubblica. Tanti cittadini si riunivano davanti ai tribunali per osannare gli eroi che mettevano alla gogna i politici, praticando un metodo che non ha precedenti nella storia repubblicana. Noi non chiediamo inchieste parlamentari: chiediamo, come ho fatto per tanti anni, un confronto con i principali protagonisti di quel periodo, per un esame di coscienza critica e per riconoscere responsabilità colpose o dolose di ciascuno, la politica, la giustizia, i magistrati, l’informazione, per riconoscere le degenerazioni derivanti dal potere di supplenza che la magistratura accentuò in maniera vistosa in quel periodo».

Allora vi fu «un disegno strategico, ebbe a dire un senatore di grande spessore come Giovanni Pellegrino, che aveva come obiettivo una posizione di primato istituzionale della procura della Repubblica e quindi della magistratura inquirente. Il pubblico ministero aveva solo funzioni di giudice etico, di far vincere il bene sul male, che riscatta la società, punisce in maniera emblematica il male ed esaurisce nell’indagine la fase giurisdizionale che ha bisogno del processo».

A Gargani è seguito Raffaele Marino, sostituto procuratore generale presso la Corte d’Appello di Napoli, a cui è stato chiesto se ai tempi di Tangentopoli vi sia stata una torsione del diritto: «Davigo non rappresenta la magistratura, nel senso che le sue idee sono le sue idee, non sono le idee della magistratura, dico io per fortuna. Io ho vissuto Tangentopoli come gip: ricordo che c’era l’avvocato Taormina, che girava per le carceri a chiedere ai giudici che cosa dovesse dire il suo assistito perché potesse essere liberato. Questo era, diciamo, il clima dell’epoca».

Il direttore del Riformista, Piero Sansonetti, si è soffermato sul ruolo della stampa: «Allora i giornali lavorarono in maniera unificata: Stampa, Repubblica, Unità, Corriere della Sera, in parte anche il Messaggero. Non cercavano le notizie ma unificavano le veline. Vi posso raccontare il giorno in cui arrivò il decreto Conso che depenalizzava il finanziamento dei partiti. Io ero all’Unità. Arrivò un editoriale di Cesare Salvi, molto favorevole al decreto. Poi la sera ci fu come al solito la consultazione fra i direttori verso le sette e si decise di buttare a mare il decreto. Fu cambiato l’ editoriale dell’Unità, fu fatto un editoriale contro il decreto. Il giorno dopo tutti i giornali uscirono contro il decreto e a mezzogiorno Scalfaro annunciò che non avrebbe firmato il decreto. Esso non cadde per l’opposizione politica, cadde per l’opposizione dei giornali. Non erano liberissimi giornali allora, non raccontiamoci balle». Tutto il dibattito e gli interventi degli altri numerosi ospiti si possono riascoltare su Radio Radicale.

Mani Pulite, Sallusti: “C’era un patto. I giornalisti concordavano le prime pagine. Ma su Greganti”…Redazione venerdì 18 Febbraio 2022 su Il Secolo d'Italia.

Sallusti conferma: è vero. C’era un patto fra direttori negli anni di Mani pulite: concordavano le prime pagine. E aggiunge addirittura che in quel periodo si crearono persino due pool di testate e giornalisti: uno di serie A e uno da girone minore. E, soprattutto, guardando a ritroso rilancia: «è lì che nacque la “giustizia spettacolo”. Lì nacque il patto fra procure e giornalisti. E in quel momento che i cronisti– ricostruisce il direttore di Libero – divennero gli addetti stampa delle procure. E se qualcuno non assecondava il pool, addio notizie e addio verbali»…Quella in corso in quegli anni di rivolgimenti e dramma, fu una vera caccia all’ultimo scoop. Una guerra spietata tra le testate – dai direttori in giù – per carpire l’ultimo dato e aggiornare il bollettino delle vittime. Poi divenne impossibile tenere quel ritmo e continuare su quel crinale: e si dichiarò una tregua. Descrive così Alessandro Sallusti all’Adnkronos, l’atmosfera e il modus operandi di quegli anni: quasi come un’ossessione, l’estenuante ricerca di nomi e notizie dell’ultimo minuto. Un incubo in cui si erano infilati i giornalisti nelle anni di Mani Pulite, pronti a «scannarsi per un nome in più o uno in meno». Fino a ritrovarsi in un incubo insostenibile… 

Mani Pulite, Sallusti conferma: il patto fra direttori? C’era eccome

«Sì, si era creato un pool di direttori, che avevano, ovviamente, i loro capiredattori. I loro terminali interni. E si coordinavano per i titoli e le prime pagine». Così Alessandro Sallusti, conferma all’Adnkronos l’esistenza del cosiddetto “patto fra direttori” negli anni di Mani Pulite. «Però attenzione allo scambio di carte», racconta direttore di Libero, che in quegli anni era caporedattore centrale del Corriere della Sera: «Ci sono state due fasi. All’inizio c’era la guerra, nel senso che si faceva a gara per avere l’esclusiva. Ogni giorno era un bollettino, ogni giorno c’era l’elenco degli indagati, degli arrestati, e così via. Inizialmente fra i giornali, che allora si vendevano, c’era una concorrenza spietata. Questa gara portò sostanzialmente a uno sfinimento quasi fisico dei partecipanti. Era diventato un incubo. Un’ossessione. Non si mollava mai la presa. Ricordo che è ad un certo punto il segretario di redazione del Corriere mi disse “Alessandro, hai battuto il record di permanenza consecutiva al giornale: 136 giorni senza mai staccare un giorno”. Ma non ero l’unico, ovviamente»…

«Si crearono due pool tra le testate giornalistiche: uno da Champions League e uno minore»…

Poi, prosegue Sallusti, «a un certo punto, almeno secondo la percezione con cui io l’ho vissuto, si è detto basta. La vita era diventata impossibile. E anche la professione. Tutte le notti svegli fino alle due a correre nelle edicole notturne, era diventato un incubo. E allora si dichiarò tregua. Invece di stare a scannarci per un nome in più o uno in meno, ci si metteva d’accordo scambiamoci le informazioni. E sostanzialmente – rammenta Sallusti – si crearono due pool. Uno da Champions League, diremmo oggi, formato da Corriere della Sera, Repubblica e Stampa, che al suo interno era mediato dall’Unità che triangolava tra Corriere e Repubblica, che anche per una questione di stile non si parlavano direttamente. E poi c’era un altro pool, diciamo minore, formato, se non ricordo male, da Messaggero, Avvenire e Giorno. Questi due pool erano in concorrenza fra loro, ma all’interno di ogni poll c’era un patto. Ovviamente il patto fra Corriere, Repubblica e Stampa aveva una valenza giornalistica e anche politica».

Sallusti: «Così i giornalisti diventarono gli addetti stampa delle Procure»…

E allora, continua la sua ricostruzione Sallusti: «Verso le cinque o le sei del pomeriggio, quindi prima di iniziare a pensare alla prima pagina, c’era questo scambio di telefonate per chiedere quello che si sarebbe fatto il giorno dopo. Che cosa si pensava e così via. Poi si arrivava anche a informarsi reciprocamente del titolo in maniera letterale. Ma non era tanto una questione di titolo letterale, ma di dire “oggi si va addosso a Tizio, domani a Caio”. E questo era un lavoro che avveniva quotidianamente: non c’è il minimo dubbio. Nessuno può smentirlo”. “E comunque sì, si può dire anche che il ruolo del giornalista fu quello di fare il passacarte della procura – sottolinea Sallusti -, si sperimentava non solo un nuovo modo di fare le inchieste giudiziarie, ma anche un nuovo modo di fare il giornalismo. Fino a quel momento tirare fuori una carta delle procure era impensabile. Ed è lì che nacque la “giustizia spettacolo”. Lì nacque il patto fra procure e giornalisti, ma non nacque perché ci fu una riunione per deciderlo, nacque. Ed è ovvio che tra il furore cieco dell’opinione pubblica, tra i giornali che ogni giorno vendevano 10mila copie in più, fra l’ebrezza di partecipare a un’impresa, si è diventati, non per scelta, gli addetti stampa delle procure. E se qualcuno non assecondava il pool, addio notizie e addio verbali».

«Ma quando mi venne cassato il titolo su Primo Greganti, cassiere del Pds, indagato…»

E ancora: «Quando tu per giorni fai titoli “indagato Craxi”, “indagato Forlani”, e così via. Poi a un certo punto, per sbaglio, le procure mettono gli occhi su Primo Greganti, cassiere del Pds, e io faccio il titolo “indagato il cassiere del Pds”, e mi viene cassato perché non si poteva fare: allora lì cominci a chiederti “ma com’è questa storia?“. E quindi poi maturano certe considerazioni e certe scelte»… E a tal proposito, Sallusti con l’Adnkronos conclude la sua disamina soffermandosi su quanto scritto oggi dal direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio. Secondo il quale «quella del 1992-’93 fu una rara parentesi di normalità nel Paese di Sottosopra che, prima e dopo, ha sempre confuso le guardie con i ladri, i giornalisti con i leccaculo». «Diciamo che i giornalisti alle procure da quel periodo in poi hanno leccato il culo a lungo – chiosa Sallusti –. E qualcuno lo fa ancora adesso in maniera totalmente acritica e omertosa. Quindi sì: Travaglio ha ragione. Talmente ragione che siamo ancora in una stagione di giornalisti leccaculo. Solo che adesso lecchiamo il culo alle procure. Ora non so se il culo delle procure è più profumato del culo di qualcun altro, ma sempre culo è…».

"Il pool non toccò i Ds perché aveva bisogno di un sostegno politico". Francesco Boezi il 22 Febbraio 2022 su Il Giornale.

L'ex pm di Mani pulite: "Io avrei dovuto essere il trait d'union, ma non ho accettato".

L'avvocato Tiziana Parenti, l'ex pm e parlamentare soprannominata «Titti la Rossa», ricorda il sostegno dei Ds a Mani Pulite, «l'imprevisto» Berlusconi ed i motivi per cui decise di lasciare.

Come mai soltanto alcune forze politiche vennero defenestrate?

«L'interrogativo su cui ancora oggi ci si interroga per cui tutti i partiti di governo furono travolti da Mani Pulite e in primis il PSI e la DC, quest'ultima seppure con i dovuti distinguo, mentre rimase fuori dalla tempesta il PCI -PDS, ad eccezione di alcune posizioni per responsabilità personale, si può risolvere solo se pensiamo alle contingenze politico-economiche e alla fine del comunismo che ormai rendeva accettabile, anche oltre Oceano, come referente l'ex Pci, ormai PDS».

Lei avrebbe voluto indagare sui Ds ma qualcuno la fermò?

«È pacifico, solo se si rileggono i giornali dell'epoca che, il PDS, dopo un momento iniziale di esitazione, appoggiò in toto, sul piano politico, Mani Pulite. Al tempo stesso Mani Pulite aveva bisogno, secondo le stesse parole di D'Ambrosio, di avere una forza politica, che fosse stata forza di governo, che li appoggiasse a prescindere da se, come e quanto anche questo partito avesse partecipato al finanziamento illecito o tangentizio, che di sicuro, almeno per una buona parte degli anno ottanta, si era svolto in modo diverso dagli altri partiti».

In che senso ne «aveva bisogno»?

«Perché, a prescindere dalle simpatie politiche di alcuni e non certo di tutti i componenti del pool, un'operazione del genere ed una loro conquista diretta del potere non sarebbe stata possibile senza l'appoggio di un grande partito popolare che comunque sarebbe restato sotto scacco proprio perché salvato».

E lei?

«Avrei dovuto essere lo strumento dell'operazione e questo non l'avevo capito in perfetta buona fede all'inizio. Ho ritenuto che il mio compito fosse quello di un normale Pm che svolge le sue indagini. Ma non era questo che mi si richiedeva. Quando ho avuto chiara la situazione, non ho lasciato equivoci circa il fatto che o mi veniva ritirato l'incarico o non potevo fare altro che andare avanti secondo i miei doveri, a prescindere e magari anche contro le mie idee».

C'è chi pensa che l'obiettivo del pool non fosse la rivoluzione.

«Che cosa perseguisse il pool non lo so e neppure so su quali basi potesse ritenere di conseguire il risultato di andare al potere. Ho l'impressione che non si sia mai detta la verità da parte di tanti soggetti e non solo del pool».

Poi arrivò la discesa in campo di Silvio Berlusconi...

«Di certo Berlusconi è stato l'imprevisto che nessuno aveva calcolato ma che nelle pianificazioni della strategia politica sempre dovrebbe essere calcolato. Il fatto è che quella strada era stata fin troppo liscia, solo se si pensa che in due anni scarsi è stata distrutta una classe politica, che pur con tutti i torti e peccati ha reso questo Paese ricco, libero e sicuro. L'unico che ha avuto il coraggio di impersonare questo imprevisto è stato Berlusconi».

Craxi, Berlusconi e oggi Renzi. Siamo alle solite?

«Con Berlusconi e la lunga sequenza dei processi a suo carico, poi finiti nel nulla con una sola eccezione che peraltro nulla aveva a che fare con la sua attività politica, inizia una nuova epoca che in qualche misura resiste come nel caso di Renzi. Ma questi scontri non sono più contro un intero sistema come all'epoca, ma sono contro la singola persona».

Francesco Boezi. Sono nato a Roma, dove vivo, il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017,  seguo la politica dai "palazzi", ma sono anche l'animatore della rubrica domenicale sul Vaticano: "Fumata bianca". Per InsideOver mi occupo delle competizioni elettorali estere e la vita dei partiti fuori dall'Italia. Per la 

La “confessione” del compagno Ranieri ignorata da giornali e politica. Lo storico dirigente del Pds riconosce la deriva giustizialista ai tempi di Tangentopoli. Ma nessuno (o quasi) se n'è accorto...di Francesco Damato su Il Dubbio il 22 febbraio 2022.

Umberto Ranieri, storico dirigente napoletano del Pd, cinque volte deputato, una volta senatore, tre volte sottosegretario agli Esteri, un migliorista a 24 carati di quello che fu il Pci, ha scritto per Il Mattino una lunga, onestissima e sotto molti aspetti inedita “riflessione” su Mani pulite da lui vissute non certo come un passante.

Riconosciuto ad Enrico Berlinguer il merito di avere sollevato per primo la cosiddetta questione morale denunciando l’esorbitante spazio occupato dai partiti in una situazione bloccata dalla mancanza di alternative agli equilibri politici formatisi a livello sovranazionale dopo la seconda guerra mondiale, Ranieri ha contestato all’allora popolarissimo segretario del Pci di non avere praticamente fatto nulla per andare oltre alla denuncia e rimediarvi. All’alternativa da costruire con gli scomodi cugini o compagni socialisti, specie quando Bettino Craxi ne assunse la guida, pur non citati né gli uni né l’altro stavolta da Ranieri, il segretario comunista in effetti preferì il compromesso storico con la Dc. Che pure era la prima beneficiaria del blocco politico in cui l’economia “ampiamente statalistica” la faceva da padrona. E alla cui ombra, tra appalti e simili, si sviluppava la pratica del finanziamento “irregolare” che “in una certa misura riguardava anche il Pci”, per cui “sarebbe una manifestazione di ipocrisia negarlo”, ha scritto Ranieri.

Quando esplose il bubbone con Tangentopoli, Mani pulite e varianti «il Pci/ Pds fornì un acritico sostegno all’azione giudiziaria persuaso che l’attività repressiva potesse favorire quel rinnovamento che non si era capaci di produrre per via politica. Un appoggio – ha insistito Ranieri- che non venne meno neppure di fronte all’emergere di riserve sulla legittimità o correttezza delle modalità operative della procura di Milano», specie con l’abuso delle manette.

«Fu Gerardo Chiaromonte – ha raccontato Ranieri- a denunciare senza incertezze ed esitazioni lo sconfinamento della giurisdizione penale e la messa in mora dei principi di garantismo. Fu un drammatico errore che Gerardo denunciò assecondare gli umori giustizialisti e non prevedere che “gli effetti di un terremoto giudiziario sulla evoluzione del sistema politico avrebbero potuto essere più dannosi che vantaggiosi».

Infatti «all’orizzonte comparve il cavaliere Berlusconi» vincendo le elezioni del 1994 non solo o non tanto per le capacità manipolatrici e di fuoco mediatico attribuitegli dagli avversari quanto perché «in realtà, una parte considerevole degli elettori non ritenne giusto che a essere spazzata via dalle inchieste fosse solo l’area dei partiti di governo, che non corrispondesse alla realtà quella sorta di “univocità di colpa”».

A proposito del tentativo fallito dal governo Amato, col famoso decreto legge del ministro della Giustizia Giovanni Conso, per una uscita cosiddetta politica da Tangentopoli, e non solo giudiziaria o manettara, Ranieri ha scrupolosamente testimoniato, da deputato qual era a quei tempi, che la Commissione degli affari costituzionali della Camera se n’era già occupata convenendo con un complesso di «sanzioni amministrative e pecuniarie per l’illecito finanziamento dei partiti, e clausole che comportavano insieme alla confessione l’uscita dei responsabili del reato dalla vita politica». «Altro che colpo di spugna», ha scritto Ranieri aggiungendo che «furono il pool di Mani Pulite e l’Associazione nazionale dei magistrati a impedire che si adottasse il provvedimento» varato da governo «minacciando fuochi e fiamme e intimorendo il presidente Scalfaro, che rifiutò di firmare il decreto».

Di fronte ad “una politica rimasta debole”, che “ha continuato a subire negli anni successivi un forte condizionamento da parte del potere giudiziario”, per cui “non si è riusciti a ripristinare rapporti di maggiore equilibrio istituzionale”, i referendum sulla giustizia appena ammessi dalla Corte Costituzionale “forse aiuteranno il Parlamento a misure di modernizzazione del sistema giudiziari”, ha scritto Ranieri esortando a “impegnarsi perché accada”.

Ebbene, sapete dove Il Mattino ha pubblicato domenica questa pò pò di riflessione, testimonianza e quant’altro? A pagina 43, senza un rigo – dico un rigo – di richiamo in prima pagina. Dove invece si è preferito il richiamo che meritava, per carità, ma non meno dell’articolo di Ranieri, il drammatico ricordo del suicidio del padre e parlamentare socialista bresciano Sergio Moroni da parte della figlia Chiara: un dramma che senza la “riflessione” di Ranieri non si potrebbe certo valutare appieno.

Ma ieri, lunedì, non so per caso o per una qualche graduatoria politica, ho trovato sulla prima pagina dello stesso Mattino il giornale al cui allora direttore Giovanni Ansaldo chiesi e ottenni da studente universitario di scrivere, vedendomi commissionare un bel pò di recensioni di libri politici- il richiamo in prima pagina di un’intervista di Luciano Violante in cui si dà “ragione a Craxi”. Ma allora cosa avrà mai fatto Ranieri al Mattino, mi chiedo cogliendo l’occasione per attribuire anche a noi giornalisti la responsabilità della crisi della politica.

Le tensioni sulla scuola rischiano di degenerare: qualcuno strumentalizza i nostri figli. Francesco Storace su Il Tempo il 19 febbraio 2022

In campana, che ci si fa male. La protesta degli studenti rischia di degenerare, il fuoco della contestazione a tratti violenta divampa, occhio che se non si pone un argine crolla tutto e diventa davvero difficile ricostruire. Tra Napoli, Palermo Milano, Roma e soprattutto Torino ieri si sono registrate tensioni di cui non si sentiva la mancanza, finanche con aggressioni a danno di poliziotti e carabinieri chiamati a garantire la sicurezza di tutti. C'è un diritto a manifestare che non si può mettere in discussione; ma c'è anche il dovere di contrastare ogni tipo di strumentalizzazione. E quando - come ha detto il sottosegretario all'istruzione Rossano Sasso - si urlano «slogan che richiamano apertamente gli anni di piombo», si rompe ogni dialogo possibile. La violenza è inaccettabile. A Torino sei carabinieri e un funzionario di polizia sono stati aggrediti in maniera selvaggia, a bastonate e a pietrate. Anche questo spettacolo non lo si vedeva da tempo. Le forze dell'ordine erano schierate a difesa di un obiettivo di altri tempi, nella Torino operaia: la Confindustria, con il tentativo di un gruppo di giovani di forzare i cancelli di ingresso della sede dell'organizzazione. Poco prima un lancio di uova riempite con vernice rossa aveva imbrattato la facciata dell'edificio.

È impossibile non risalire con la memoria a quegli anni terribili della violenza - e poi del terrore - contro i luoghi simbolo. La polizia. I «padroni». I cosiddetti nemici del popolo colpiti dagli studenti. Che cosa c'entra tutto questo con le rivendicazioni dei nostri figli? Chi li spinge a quel tipo di assalti? Chi ordina loro di aggredire poliziotti e carabinieri? Domande obbligate, perché è impossibile immaginare che quei ragazzi abbiano organizzato da soli tutto quel gran casino. La protesta studentesca ha messo nel mirino l'alternanza scuola lavoro e il ministro Pietro Bianchi. Il che ci può sicuramente stare, soprattutto di fronte alle tragedie dei giorni scorsi e due ragazzi morti. Ma se la rabbia sfocia nella violenza contro obiettivi così precisi, diventa impossibile non ripensare proprio a quei terribili periodi e auspicare che non ci sia la stessa sottovalutazione di allora ai primi episodi da parte dello Stato.

È un clima che si sta intossicando, che inevitabilmente si intreccerà con le tensioni sociali in arrivo. Ora che la pandemia pare volgere al termine, non saranno più i no-vax a creare allarme nelle piazze. Agli studenti si uniranno quanti temeranno per i posti di lavoro se non si riuscirà per davvero a intercettare la ripresa di cui tanto si parla senza ancora vedere i risultati promessi. E lo stesso Draghi rischia di diventare il bersaglio della contestazione: perché è il suo governo a dover portare l'Italia fuori dalla crisi che viviamo. L'investimento nella scuola deve essere considerato prioritario, così come quello sul lavoro. L'illusione assistenzialista deve lasciare il passo a politiche di sviluppo reale. Se tutto rimane come ora, l'avrà vinta chi soffia sul fuoco della protesta.

Il cattivo esempio. Redazione il 20 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Gli studenti si sono messi a manifestare e ad occupare scuole. Niente di nuovo sul fronte occidentale. Per due anni li abbiamo chiusi a casa, costretti alla didattica a distanza, colpevolizzati per la movida, abbiamo impedito loro di fare sport, stare all'aperto e, invece di urlare per come abbiamo trattato le loro giovani libertà, manifestano contro l'alternanza scuola-lavoro. Viene da pensare che abbiamo perso una generazione. Poi, però, ascolti le loro rivendicazioni: «Nessuno di noi morirà più al servizio dei padroni». A cui segue la richiesta che gli stage siano retribuiti. E allora capisci tutto. Sono semplicemente i figli - poco originali - di quelli che hanno sempre gridato al «padrone»: sembrano usciti da un film di Nanni Moretti, invece al massimo hanno giocato a Fortnite.

È dunque il solito gruppo di ideologizzati, una minoranza degli studenti, che non sanno quello che dicono, ma sanno bene cosa vogliono: fare nulla ed essere pagati dalla collettività. Il problema è che oggi rischiano di essere accontentati. Chiedono il «reddito di formazione». Se solo studiassero, saprebbero quanto costano alla collettività e che l'alternanza scuola-lavoro esiste in tutti i Paesi civili. Può essere migliorata, senza dubbio. Nei Paesi anglosassoni è volontaria, è tipica del percorso educativo di ogni famiglia, indipendentemente dal censo. Nei Paesi continentali è invece regolata dallo Stato, con accordi fatti con i privati, e, come tutte le procedure burocratiche, essa non si sottrae a quella ineludibile legge: rispettiamo l'obbligo che ci impone la norma, senza però crederci davvero.

Ci sono centinaia di straordinari esempi di «alternanza» e altrettanti non funzionanti. La critica studentesca sarebbe sacrosanta se poggiasse sul suo miglioramento e non sulla richiesta di una retribuzione. Gli esempi migliori di queste esperienze rappresentano un costo per le aziende che li mettono in piedi. Un costo ragionato per formare i propri dipendenti del futuro.

In un mondo normale, vogliamo esagerare, si paga per stare in bottega e imparare un mestiere. Vaglielo a spiegare oggi ai giovani studenti gné gné che manifestano insanguinati o che chiedono il «reddito di formazione». Certo, in un Paese che ha speso 20 miliardi di reddito di cittadinanza e ha incluso tra i percettori anche i ventenni, beh in un Paese di questo tipo è del tutto evidente che la politica solletichi la presunzione che tutti abbiano diritto ad un reddito senza fare un accidenti.

Figuratevi un po' voi se a questi poveri disgraziati si imponga di «fare le fotocopie o portare il caffè». «Dov'è la nostra dignità?», si chiedono retoricamente in piazza. Invece pretendere un reddito di formazione o cittadinanza, è forse più dignitoso?

Tommaso Biancuzzi, ecco chi è il nuovo Mattia Santori della sinistra. Francesco Curridori il 12 Febbraio 2022 su Il Giornale. 

Tommaso Biancuzzi, coordinatore della Rete degli Studenti medi, è l'astro nascente della sinistra, un ragazzo che mediaticamente sta rubando la scena al leader delle Sardine.

Per ogni stagione politica, la sinistra trova il suo eroe. Se il governo giolloverde ha visto la nascita del fenomeno delle sardine con Mattia Santori capo-popolo, quello di Mario Draghi deve vedersela con Tommaso Biancuzzi, coordinatore della Rete degli Studenti medi.

È lui il giovane della provincia di Padova che si è fatto paladino della battaglia contro gli scritti alla prova di maturità. "Vogliamo un elaborato scritto da presentare oralmente, preparato coi docenti, interdisciplinare e che vada oltre i programmi", ha detto a Repubblica il leader del sindacato dei ragazzi delle superiori che raccoglie 10mila iscritti. E così, dopo aver criticato il governo per l'eccessivo uso della Dad, ora gli studenti si lamentano perché non possono avere “la pappa” preparata insieme ai docenti. D'altronde l'obiettivo dichiarato di Biancuzzi è quello di “liberarci del fardello di una scuola gentiliana".

Ovviamente il novello Santori è un antifascista doc che il 17 ottobre scorso ha partecipato alla manifestazione di solidarietà alla Cgil dopo l'assalto di Forza Nuova.“Era importante esserci. Noi c'eravamo. Studentз e antifascistз, sempre”, ha scritto nel suo profilo Facebook. Ovviamente, in ogni suo post, non manca mai la schwa, neutra, non-binaria e inclusiva. Insomma, Biancuzzi sembra avere tutte le caratteristiche del prototipo dell'attivista amante del politicamente corretto, assiduo frequentatore delle manifestazioni pro Lgbt. Il Ddl Zan, però, è solo un lontano ricordo, mentre l'esame è alle porte. Il principale avversario è il ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi, reo di “raccontarci che va tutto bene, che è tutto tornato alla normalità e che ci siamo lasciatз la pandemia alle spalle”. Ma non solo. “Tommy”, come viene chiamato il nuovo barricadero della sinistra, sta spopolando, con interviste e articoli, su tutti i giornali “amici”: da Left a L'Espresso, da Repubblica al Manifesto.

Il giovane rivoluzionario rosso, partito dal Veneto leghista, in queste ultime settimane si è mobiliato anche contro l'alternanza scuola-lavoro, ribatezzata Pcto e, all'inizio di dicembre, ha partecipato anche a un evento del Pd. “Più di 40 interventi tra associazioni, amministratori, parti sociali, cittadine e cittadini. Dobbiamo raccogliere l’invito di Andrea Riccardi ad aprire un processo per sviluppare la politica dove hanno vinto i partiti della rabbia e della paura”, ha scritto Biancuzzi, orgoglioso di aver preso parte a TorBellaMonaca all’Agorà democratica sul tema delle periferie. Chissà se anche lui, come Mattia Santori, nutre il desiderio nascosto di intraprendere la carriera politica.

Francesco Curridori. Sono originario di un paese della provincia di Cagliari, ho trascorso l’infanzia facendo la spola tra la Sardegna e Genova. Dal 2003 vivo a Roma ma tifo Milan dai gloriosi tempi di Arrigo Sacchi. In sintesi, come direbbe Cutugno, “sono un italiano vero”. Prima di entrare all’agenzia stampa Il Velino, mi sono laureato in Scienze della Comunicazione e in Editoria e Giornalismo alla Lumsa di Roma. Dal 2009 il mio nome circola sui più disparati giornali web e siti di approfondimento politico e nel 2011 è stata pubblicata da Aracne la mia tesi di laurea su Indro Montanelli dal titolo “Indro Montanelli, un giornalista libero e controcorrente”.  Dopo il Velino ho avuto una breve esperienza come redattore nel quotidiano ‘Pubblico’ diretto da Luca Telese. Dal 2014 collaboro con ilgiornale.it, testata per la quale ho prodotto numerosi reportage di cronaca dalla Capitale, articoli di politica interna e rumors provenienti direttamente dalle stanze del “Palazzo”.

Da ilgiornale.it il 12 febbraio 2022.

Per ogni stagione politica, la sinistra trova il suo eroe. Se il governo gialloverde ha visto la nascita del fenomeno delle sardine con Mattia Santori capo-popolo, quello di Mario Draghi deve vedersela con Tommaso Biancuzzi, coordinatore della Rete degli Studenti medi. 

È lui il giovane della provincia di Padova che si è fatto paladino della battaglia contro gli scritti alla prova di maturità. «Vogliamo un elaborato scritto da presentare oralmente, preparato coi docenti, interdisciplinare e che vada oltre i programmi», ha detto a Repubblica il leader del sindacato dei ragazzi delle superiori che raccoglie 10mila iscritti. E così, dopo aver criticato il governo per l'eccessivo uso della Dad, ora gli studenti si lamentano perché non possono avere “la pappa” preparata insieme ai docenti. D'altronde l'obiettivo dichiarato di Biancuzzi è quello di «liberarci del fardello di una scuola gentiliana».

Ovviamente il novello Santori è un antifascista doc che il 17 ottobre scorso ha partecipato alla manifestazione di solidarietà alla Cgil dopo l'assalto di Forza Nuova. «Era importante esserci. Noi c'eravamo. Student? e antifascist?, sempre» ha scritto nel suo profilo Facebook. Ovviamente, in ogni suo post, non manca mai la schwa, neutra, non-binaria e inclusiva. Insomma, Biancuzzi sembra avere tutte le caratteristiche del prototipo dell'attivista amante del politicamente corretto, assiduo frequentatore delle manifestazioni pro Lgbt. 

Il Ddl Zan, però, è solo un lontano ricordo, mentre l'esame è alle porte. Il principale avversario è il ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi, reo di «raccontarci che va tutto bene, che è tutto tornato alla normalità e che ci siamo lasciat? la pandemia alle spalle». Ma non solo. “Tommy”, come viene chiamato il nuovo barricadero della sinistra, sta spopolando, con interviste e articoli, su tutti i giornali “amici”: da Left a L'Espresso, da Repubblica al Manifesto.

Il giovane rivoluzionario rosso, partito dal Veneto leghista, in queste ultime settimane si è mobiliato anche contro l'alternanza scuola-lavoro, ribatezzata Pcto e, all'inizio di dicembre, ha partecipato anche a un evento del Pd. «Più di 40 interventi tra associazioni, amministratori, parti sociali, cittadine e cittadini. Dobbiamo raccogliere l’invito di Andrea Riccardi ad aprire un processo per sviluppare la politica dove hanno vinto i partiti della rabbia e della paura», ha scritto Biancuzzi, orgoglioso di aver preso parte a TorBellaMonaca all’Agorà democratica sul tema delle periferie. Chissà se anche lui, come Mattia Santori, nutre il desiderio nascosto di intraprendere la carriera politica.

Mortificano le vere lotte femministe, Hoara Borselli all'attacco delle barricate della sinistra per il cognome materno. Hoara Borselli su Il Tempo il 20 febbraio 2022.

 Le frasi e le declinazioni al femminile, gli asterischi, la schwa: per la sinistra le parole sono fondamentali e inclusive, tanto che finisce per perdersi in sterili battaglie ideologiche sulle lettere. L'ultima «conquista» di genere arriva dalle parole pronunciate dal ministro delle Pari opportunità, Elena Bonetti, in un'intervista rilasciata al Corriere il 18 Febbraio, sul provvedimento, in corso di approvazione al Senato, che permetterebbe alle donne di attribuire al figlio il proprio cognome. La Bonetti ribadisce: «Ai figli il cognome della madre. Basta rinviare la libertà delle donne».

Difficile, se non impossibile, trovare un nesso logico tra l'attribuzione del cognome della madre ai figli e la conquista di libertà per le donne. Se il senso delle lotte femministe nostrane per l'emancipazione della donna passa dal nome di appartenenza, è il caso di ricordare loro quali battaglie hanno dovuto affrontare le nostre paladine per portare in dote al genere femminile conquiste come la legge 898 sul divorzio del 1° Dicembre 1970 e la 194 sull'aborto, del 22 Maggio 1978. E poi la riforma dello stato di famiglia, e l'abolizione del reato di adulterio (che era un reato esclusivamente femminile), per non parlare del diritto di entrare in magistratura (1964) e nel governo col rango di ministro (1976). Un tempo le femministe combattevano per ideali concreti per migliorare veramente la condizione della donna. Sessualità, stupro, violenza domestica, costruzione degli asili, erano ciò per cui venivano riempite le piazze con vere rivoluzioni culturali. Oggi quelle stesse femministe, di fronte alla proposta della Bonetti, lancerebbero il loro il fazzoletto rosa al vento, in segno di resa. «La battaglia dei cognomi» può calare un mesto sipario su quello che fu, e aprire scenari desolanti su ciò che sarà. Immersi nella sterile narrazione di un politicamente corretto esasperato, che non consente di parlare delle donne come persone che si possono difendere.

Il MeToo ha consegnato l'immagine del genere femminile come quella di un burattino fragile e senza coraggio. Un femminismo negazionista che per affermare il giusto principio di difesa, di quello che un tempo veniva definito «sesso debole», non ammette riflessioni e tratta le ragazze come esseri inconsapevoli, in balia degli eventi, destinate ad essere dominate dagli uomini. Attribuire ai figli il cognome della madre è veramente la conquista di emancipazione cui si sentiva il bisogno? L'enigma del cognome pone poi un ulteriore quesito sterile: se i genitori non dovessero trovare l'accordo per il nome cosa succede? A questa domanda il ministro Bonetti propone che venga attribuito il doppio cognome in ordine alfabetico, mozione che viene subito rimandata alla mittente nell'intervista in quanto viene fatto notare che in questo modo, tra qualche generazione, i bambini avranno decine di cognomi. La risposta del ministro di IV è degna del miglior Antani di «Amici Miei»: «Innanzitutto non è obbligatorio aggiungere entrambi i cognomi. Si può decidere per uno solo, quello della madre o del padre indifferentemente. Il legislatore cercherà sicuramente di semplificare, ma la semplicità non consiste di certo nell'attribuire in automatico, e sempre, il cognome del padre, come avviene adesso».

Ci troviamo di fronte all'ennesima sterile controversia ideologica di sinistra. Per i democratici, la battaglia contro la nomenclatura parentale diventa una priorità essenziale, riducendo e depotenziando gli argomenti concreti per le donne come le discriminazioni sul lavoro o le adozioni. Al contrario è più proficuo perdersi nel politicamente corretto della linguistica per dare un segnale fatuo di rivoluzione culturale. Pochi giorni fa è stata promossa una raccolta firme «a difesa della lingua nostra» su change.org, dopo che il ministero dell'Istruzione aveva usato la schwa in un documento ufficiale, scatenando una petizione contro il famigerato asterisco in quanto «frutto di un perbenismo, superficiale e modaiolo, intenzionato ad azzerare secoli e secoli di evoluzione linguistica e culturale con la scusa dell'inclusività». Da madre mi sono chiesta se poter attribuire ai miei figli il mio cognome avrebbe legittimato il mio ruolo più di quanto già non lo sia. «No», mi sono risposta, anzi, se sentissi la necessità di vedermi un passo avanti rispetto al padre per sentirmi migliore, vorrebbe dire che il MeToo è stato invasivo nella mia testa più di quanto non lo sia stato un figlio nel mio corpo.   

In Onda, Marianna Aprile smonta il femminismo di facciata della sinistra: figure femminili solo a destra. Il Tempo il 23 gennaio 2022.

Si parla tanto di una candidatura di una donna per il Quirinale, ma poi i buoni propositi restano sempre parole e vengono spazzati via dai fatti. Marianna Aprile, caporedattrice del settimanale Oggi, distrugge la sinistra nel corso della puntata del 22 gennaio di In Onda, programma di La7 condotto da David Parenzo e Concita De Gregorio: “Non solo a destra non voteranno Rosy Bindi, anche a sinistra. Sono abbastanza pessimista che una delle due caselle tra Quirinale e Palazzo Chigi possa essere riempita da una donna. Anche se in questo giro forse qualche profilo davvero votabile ci sarebbe stato. Se le cose sulla riforma della giustizia fossero andate diversamente ad esempio Marta Cartabia avrebbe avuto un curriculum da uomo, passatemi l’espressione. Quindi sufficiente per arrivare al Quirinale. Elisabetta Belloni è altrettanto autorevole e solida come figura ma non come candidatura, visto che le due cose spesso non coincidono. Sia in Europa che in Italia la leadership femminile si forma a destra invece che a sinistra. Se n’è discusso molto quando è stata eletta la nuova presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola, abbiamo gioito perché la triade dei vertici europei è tutta al femminile. Ma poi molte sostenitrici della battaglia della parità di genere hanno storto il naso perché è una donna ma non la pensa come loro, sono tutte donne di destra. Il problema è proprio questo, gioire per i progressi che fanno le donne solo se la pensano come me, questo indebolisce molto la faccenda”.

“Il problema vero - continua la Aprile sul fronte Quirinale - è che anche all'interno dei singoli partiti non c'è unione e non c’è capacità dei singoli partiti di orientare il voto di lunedì e dei giorni successivi. Non soltanto a guardare le coalizioni a destra e sinistra. Lo stesso Enrico Letta ha esplicitato la volontà di puntare su Mario Draghi, ma sogna Sergio Mattarella. All’interno del Movimento 5 Stelle una grande fronda non vorrebbe Draghi e ha fatto il nome di Mattarella e poi altri hanno fatto nomi puramente di bandiera. Nel centrodestra non ne parliamo. Draghi potrebbe essere la vittima di una mancanza di capacità politica, più che ci sia l’intenzione di non mandarlo al Colle. Sarebbe la debacle più totale, ci rimettiamo Draghi e ci rimettiamo sei leader dei sei partiti. Dimostrino - chiude la giornalista - di saper fare qualcosa”.

La sinistra fa solo propaganda, il centrodestra continua ad eleggere donne. Francesco Boezi il 23 Gennaio 2022 su Il Giornale.

Mentre la sinistra fa delle donne una bandiera ideologica, il centrodestra continua ad eleggere, per meriti, esponenti in ruoli apicali. Dalla Metsola alla Meloni: perché la "questione femminile" a destra è già stata superata.

L'elezione di Roberta Metsola, esponente del Partito popolare europeo, a presidente del Parlamento europeo contribuisce a squarciare un velo d'ipocrisia che risultava già di per sé compromesso. Il centrodestra, tanto quello italiano quanto quello continentale, continua, su base meritocratica, a proporre donne per i vertici politico-istituzionali, mentre il centrosinistra ha fatto della "questione femminile" un aspetto puramente propagandistico.

La tendenza diviene evidente, per il Belpaese, con il dibattito attorno alla successione del presidente Sergio Mattarella: il centrosinistra ventila da mesi la necessità di proporre una donna per il Colle ma non fa nomi. Il dibattito verte sul genere ma non su una personalità specifica. E questo contribuisce a rivelare la natura strumentale dell'impostazione del "campo largo" guidato da Enrico Letta, Giuseppe Conte, Roberto Speranza e così via.

"Donna al Colle? Irritante senza nomi". Rivolta rosa nei giallorossi

In merito a tutto questo, si è pronunciato anche il direttore del Tg La7 Enrico Mentana quando, attraverso un post apparso sui social, un ragionamento successivo all'elezione della Metsola, ha posto il tema senza troppi fronzoli. Mentana ha ricordato i casi della Metsola, di Ursula Von der Leyen e di Christine Lagarde. Tre donne molto diverse tra loro per provenienza politica e competenze settoriali ma accomunate dall'essere associabili al centrodestra. La Lagarde è una tecnica, certo, ma è anche stata capo di Dicastero in due governi repubblicani in Francia. Le altre due esponenti politiche, ad oggi, ricoprono due diversi ruoli apicali a Strasburgo e Bruxelles, essendo espressione del Ppe.

Poi c'è lo schema partitico italiano che prevede un solo leader femminile di grande rilievo: Giorgia Meloni che guida Fratelli d'Italia sin dalla sua fondazione e che è arrivata, in specie negli ultimi mesi, a poter contendere il primato elettorale nella coalizione di centrodestra (ma pure rispetto al quadro partitico nel suo insieme). Fatti che lo storytelling progressista non può smentire.

Il dibattito propagandistico per il Colle

Sin da quando si è iniziato a ragionare di chi avrebbe potuto prendere il posto del presidente Sergio Mattarella, il centrosinistra tutto, con consueti toni moralistici, ha decantato la necessità di eleggere una donna. Ipotesi che, in questo momento preciso, appare del tutto archiviata. Giuseppe Conte, il "capo grillino", ha proposto una donna per il Quirinale ma non ha fatto nomi. Massimo D'Alema, attraverso un'intervista al Manifesto, ha detto che i partiti sarebbero dovuti entrare nell'ordine d'idee di avanzare candidature femminili. Ma pure in questo caso non sono emersi nominativi e figure precise. Siamo, insomma, alla pura propaganda fine a se stessa.

"Dire 'una donna al Quirinale' è offensivo. Serve il merito"

La pensa in maniera simile l'onorevole Erica Mazzetti, parlamentare di Forza Italia, che anzitutto rivendica quanto messo in campo, in termini pragmatici e non teorici, dal suo partito: "Metsola, von der Leyen, Lagarde, tre donne di centrodestra al vertice - premette la deputata al Giornale.it - , a livello italiano pensiamo a Elisabetta Casellati e alle nostre ministre, Gelmini e Carfagna che portano certamente un valore aggiunto alla società come lo portono molti uomini". E ancora: "Nel centrodestra e soprattutto in Forza Italia - continua - vengono premiate e proposte donne nei ruoli chiave in modo naturale senza un'ideologia sessista che ha dato il peggio di sé anche in questa elezione per il Capo dello Stato, con una stucchevole propaganda senza finalità, fatta "forse" di belle parole e non di azioni concrete. Quando sento qualcuno che dice "ci vuole una donna al Quirinale" - conclude la Mazzetti - mi viene spontaneo rispondere: ci vuole una persona capace di ricoprire il ruolo e non una selezione differenziata!".

"La questione femminile a destra non è mai esistita"

Se l'elezione della Metsola è una notizia delle ultime settimane, scendendo sul piano nazionale, non rappresenta certo una novità il fatto che sia una donna a guidare la destra italiana. Giorgia Meloni, che aveva già conquistato da giovanissima la leadership del movimento giovanile di Alleanza Nazionale e che era stata la più giovane vicepresidente della Camera, è il vertice inscalfibile di Fratelli d'Italia sin dalla scissione operata nei confronti del Pdl. "La questione femminile a destra - premette Chiara Colosimo, consigliere regionale di Fdi nel Lazio - non è mai esistita. Lo spazio è stato sempre dato a chi è più bravo e più presente di altri. Il merito - sottolinea - è sempre stato l'unico criterio di selezione della classe dirigente". La stessa Colosimo rivendica di aver ricoperto una serie d'incarichi in funzione della meritocrazia, che è la cifra culturale cui associa il suo mondo: "Sì, sono esistite delle quote ma io sono sempre stata contraria alle "quote panda". Non sono emersa in quanto donna, ma perché ho portato avanti delle battaglie. La stampa, all'inizio, era sorpresa che io coordinassi anche il servizio d'ordine delle manifestazioni: non c'è da sorprendersi, invece, perché a destra contano l'impegno e la propria capacità di farsi valere. Il che non dovrebbe avere un rilievo per il genere ma a prescindere".

"Può diventare la prima premier donna": l'Economist promuove Meloni

"Gran parte della vostra condizione di rifugiate, oserei dire - insiste la Colosimo, rivolgendosi a chi, da donna, ha scelto di militare a sinistra - dipende proprio da voi. Vi battete per farvi chiamare "consigliera"... . Beh, credo che questo sia gran parte del problema: il tema non è se c'è la "a" finale ma se siete capaci di fare le cose per bene, e soprattutto quelle giuste". La "questione femminile", che per il consigliere regionale di Fdi non risiede dalle sue parti ma altrove, dipende quindi dallo stesso comportamento politico di chi, preferendo lottare per le desinenze, fatica spesso a rivendicare ruoli.

Il protagonismo delle donne nel centrodestra

Non si tratta soltanto di ottenere spazi ed incarichi, insomma, ma anche di parità effettiva, in specie rispetto alle condizioni di partenza. Questi elementi consentirebbero - dicono tutti e tre i partiti principali della coalizione - di far sì che le donne, nel centrodestra, siano protagoniste. Di questa opinione è anche l'onorevole Laura Cavandoli, che è espressione della Lega di Matteo Salvini. "Il centrodestra - annota le leghista - esprime nel governo ottimi ministri e sottosegretari donne, solo con una maggioranza di centrodestra è stata eletta una donna Presidente del Senato, la seconda carica dello Stato". E ancora: "Le donne del centrodestra sono ottimi sindaci e assessori comunali e regionali. Solo il centrodestra ha candidato donne a presidente di Regione, eleggendo Jole Santelli in Calabria, Nicoletta Spelgatti in Valle d'Aosta e Donatella Tesei al governo dell'Umbria, e individuato in donne ruoli apicali nell'amministrazione delle regioni e province autonome", ha osservato la parlamentare, parlando con IlGiornale.it

La carica delle donne di destra 

Per la parlamentare leghista, oltre alla forma, esistono differenze di sostanza che fanno della sinistra una parte politica che tende a strumentalizzare la "questione femminile": "La realtà è che la sinistra promuove le donne come quote, nella Lega e nel centrodestra, invece, le donne vengono valorizzate e sono protagoniste. A pochi giorni dal voto per il prossimo presidente della Repubblica, non mi stupirei - conclude la Cavandoli - se si trovasse una convergenza su una proposta del centrodestra per una donna tra le tante competenti che hanno espresso le loro capacità nella società civile e nell'attività politica".

Francesco Boezi. Sono nato a Roma, dove vivo, il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017,  seguo la politica dai "palazzi", ma sono anche l'animatore della rubrica domenicale sul Vaticano: "Fumata bianca". Per InsideOver mi occupo delle competizioni elettorali estere e la vita dei partiti fuori dall'Italia. Per la collana "Fuori dal Coro" de IlGiornale ho scritto due pamphlet: "Benedetti populisti" e "Ratzinger, il rivoluzionario incompreso". Per la casa editrice La Vela, invece, ho pubblicato un libro - interviste intitolato "Ratzinger, la rivoluzione interrotta", che è stato finalista al premio Voltaire. Nel 2020, per le edizioni Gondolin, ho pubblicato "Fenomeno Meloni, viaggio nella Generazione Atreju". 

·        Razzisti e bugiardi.

I trogloditi e i lanciafiamme le parole disperate del Pd. Edoardo Sirignano su L'Identità il 17 Ottobre 2022

Disperazione. Non è il titolo di un film, ma quanto sta accadendo nelle ultime ore all’interno del campo progressista. L’elezione, prima di La Russa al Senato e poi di Fontana alla Camera, mette sotto scacco un’intera area politica. Nessuno sa cosa fare e quindi l’unica strategia è infiammare il clima, diffondere odio. Un autunno che doveva essere freddo per il caro bollette diventa caldo per le tensioni. Se tutti pensavano, che le conseguenze delle sanzioni, avrebbero fatto dimenticare la destra e la sinistra dei tempi di Gaber non è così. Anzi sembrano tornare, all’improvviso, i famosi anni di piombo. Basta qualche parola del nuovo Parlamento, infatti, per far ricomparire la stella a cinque punte nella capitale. C’è una chiara scritta contro la seconda carica dello Stato. “La Russa – appare su un muro – Garbatella ti schifa”, con lo storico simbolo delle Br e la famosissima sigla Antifa. Messaggio, tra l’altro, cancellato da volontari e non dalla prima istituzione della città, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Ignorato finanche uno striscione sul Colosseo, raffigurante l’ex ministro della Difesa e oggi primo inquilino di Palazzo Madama a testa in giù. A infuocare il tutto, secondo i più, sarebbero gli stessi piddini. Non contribuiscono, ad esempio, a spegnere le fiamme le ultime dichiarazioni di Enrico Letta. Il segretario dei dem parla addirittura di “logica incendiaria da parte di chi ha vinto”. Il docente di Parigi, in queste ultime ore, abbandona i panni del moderato, indossati fino al 25 settembre e si rimette sul binario dei compagni, scimmiottando il capo politico del Movimento Giuseppe Conte. La dimostrazione plastica è quanto accaduto alla chiusura del congresso del Partito Socialista Europeo, dove il numero uno del Nazareno insieme al cancelliere tedesco Olaf Scholz e all’alto rappresentate Ue Josep Borrell, intona “Bella Ciao”. Nulla contro la canzone, che certamente non appartiene a una cultura politica. Considerando il clima che si respira nel Paese e tenendo conto che le stesse parole dal pisano erano già state utilizzate davanti l’ambasciata iraniana solo pochi giorni prima, sarebbe stato meglio avere un atteggiamento più sobrio in una fase in cui tutto può essere travisato. Il modus operandi, infatti, viene emulato dagli Scientologist di quella che qualcuno chiama “ la nuova setta”. Gara sui social per mettere hashtag con le parole “fascismo” o “lotta per cambiare”. I meme che ricordano il passato di destra dei neo eletti presidenti delle Camere inondano gli stati di WhatsApp. Ricompaiono addirittura i lanciafiamme di Vincenzo De Luca. Il presidente della Regione Campania, ospitato dai Giovani Imprenditori di Confindustria, senza giri di parole, definisce Fontana “pericoloso” e La Russa “troglodita”. A quest’ultimo critica addirittura il look: “Mi auguro – ribadisce l’ex sindaco di Salerno – che vada vestito un po’ meglio, senza la camicia e la panza di fuori per motivi estetici”. La differenza rispetto al passato è che stavolta il bodyshaming non può essere nemmeno pensato. Alla leader di Fdi, poi, le viene contestata addirittura l’onestà intellettuale. Sulla stessa linea d’onda del governatore la conterranea Valeria Valente, indicata dai più come la prossima capogruppo al Senato, che al posto di mediare definisce i colleghi parlamentari “profili estremisti” di una “destra reazionaria, illiberale e oscurantista”. L’avvocato napoletano si candida come Wonder Woman: “A noi il compito di vigilare, arginare e impedire derive che porterebbero l’Italia indietro di decenni”. Ecco perché inizia una vera e propria gara al veleno tra chi si candida a succedere Letta. Dopo la Schlein, che parla di “eredi del duce”, Andrea Orlando accusa gli avversari di “dividere il paese”. A creare non poche tensioni, però, sono le parole del primo cittadino di Empoli Brenda Bernini, che dalla sua pagina Facebook definisce gli uomini della Meloni “neri per sempre”. Altro che integrazione. La scelta di lanciare la finta bandiera del mondo Lgbt Zan al ruolo di vice Fontana non basta a riconquistare la fiducia di un popolo che in una stagione critica, tutto vuole tranne che divisioni. A dirlo gli ultimi sondaggi. Secondo una rilevazione di YouTrend/Agi, i dem, in sole tre settimane, avrebbero perso oltre un punto percentuale, a vantaggio del Movimento di Conte che è ormai a un passo dal prendere la leadership del centrosinistra.

Natalia Aspesi per “la Repubblica” il 17 ottobre 2022.

Piombato a Berlino tra amici di sinistra e neppure un refolo da destra, Enrico Letta si è detto contrario al fatto che la destra abbia eletto alle somme cariche del Parlamento due tipi oltre che bruttini, di destra, però paleolitica tipo sacrifici umani. 

Due giorni prima, nel furore distributivo di destra di sedie e scranni di destra, a gente di destra, il mondo dell'informazione, annegato nel mare di destra, si è ricordato solo verso tarda notte che forse non tutto è destra, che da qualche parte, in rassegnato dormiveglia, poteva essere rimasto qualche rimasuglio di sinistra. Infatti in tanto fracasso di varie destre, si è intrufolato l'educato e flebile commento proveniente da sinistra, del solitario gentiluomo Enrico Letta: faremo opposizione! Scusi sa, ma non ci si aspettava il contrario.

A questo punto pare utile riassumere la giornata fatidica, simile alla Notte di San Bartolomeo, non per dare consigli al Pd come se noi ne sapessimo più dei suoi chiacchieroni (come invece pretendono gli eternamente incazzati di sinistra nei siti), ma per avvertirlo che sarà dura tornare a far capolino nella testa degli italiani non di destra, che per rabbia o paturnia hanno votato a destra e il risultato è questo macello. Soprattutto perché questa destra- destra-destrissima è maestra nel tener desto il popolo, più che con le promesse mirabolanti per ricchi e poveri, con la scelta pittoresca dei suoi rappresentanti e le loro meravigliose sceneggiate.

Certo sarà dura per noi vecchi antifascisti non buttarci dal nostri terrazzi fioriti (siamo granscic) quando una faccia che più fascistissima non si può, e in più al massimo di una risata che neppure il diavolo saprebbe imitare, farà cucù di destra dallo scranno del Presidente del Senato (non si può mai dire, però); e per noi femministe d'antan? Come sopravvivere quando l'altra poltrona che fu della gloriosa Pivetti l'hanno assegnata a un barbettino calvo al massimo della sua vendicativa felicità che, dicono, abbia già pronto il Premio Mamma e Papà dell'Anno. 

Ma poi mi sono ricordata che quelle importantissime cariche non contano nulla, non gli ha mai dato retta nessuno ed era molto peggio se a questi due simpatici ragazzacci avessero dato un ministero nuovo, fatto proprio per loro, quello dei Littoriali a uno e all'altro quello dei Miracoli di genere. 

Due maschi comunque. E poi una appassionante gragnola di pericolosi avvertimenti, fanculi tra destre causa una eroica Signora non eletta come promesso dalla destra ministro delle Dentiere di destra, mentre un Anziano Ricco e Potente di destra, barcollante e tenuto su da stampellieri di destra, all'improvviso mostra mani che si immaginano fatte per accarezzare testoline di piccini di destra, farsi adunche come quelle delle streghe (di sinistra?, non credo, troppa fatica) e il volto da gentile trisnonno farsi terrorizzante come quello di Vlad l'Impalatore causa presunto affronto. E così il simpatico e tinto barzellettiere rivela la sua vera natura di dispotico vendicativo padrone, dal passato e forse presente oscuro, che grida: «Qui comando io e basta!».

Alla Giorgia! All'Amata d'Italia! Magari gliela fan pagare! Su un foglietto minatorio l'Anziano Furibondo di destra ha elencato gli orrori della giovane socia di destra che a sua volta lo minaccia di rappresaglie di destrissima. L'aria ormai è irrespirabile, tipo Odissea nello spazio , tanto che persino l'eroico Mentana che più serafico non ce ne è, nel suo telegiornale infinito, pare perdere la trebisonda. Ora perché riassumo quella fatidica giornata del nostro più che scontento, orrore vero e proprio, affinché i Nostri ne tengano conto? Perché nello sfrenato marasma del presente dove non conta la realtà ma lo spettacolo, non l'atomica ma la Ramazzotti incinta, la sinistra deve smetterla di credere importanti parità e diritti, che la maggior parte del popolo considera noiosi o superflui.

Voi Nostri siete sempre puntigliosi e seri, incravattati fuori e dentro, non avete fantasia, vi mandate pubblicamente fanculo ma con garbo, non vi rasate la testa con il segno di falce e martello: anche se giovani non siete giovani, non fate cose da giovani e su TikTok un disastro! In più siete distratti e magnanimi, e questo vi rende fragili e ricattabili. Noi tutti dovevamo riempire le piazze contro il ritorno in Senato, anche se legale, di una persona che ha riempito le cronache con le sue scostumatezze e il resto tanto più grave. Invece, ma sì, è un vecchietto, che danno vuoi che faccia più! Invece. Siamo stati dalla parte della ragione e della giustizia senza saperlo comunicare, siamo riusciti a togliere quel minimo di peccato che rendeva amabili i trans, rendendoli dei casti lacrimosi.

E, contemporaneamente, tutti presi non a liberare il sesso che ne avrebbe sempre bisogno, ma ad autorizzare ed etichettare nuove variabili che a stargli dietro ti dimentichi di beneficiarne. Abbiamo sempre più con generoso paternalismo dato voce e spazio alle donne, ma mai il potere, e noi signore contentissime così, mentre a destra, giustamente, una non chiedeva il permesso e li metteva tutti in riga. Diciamolo pure, ci siamo stufati di noi stessi, allora perché dovremmo piacere agli altri? La mia impressione è che anche la destra non piace e non piacerà, ma procurerà i brividi dei thriller, e risate amare, e lacrime, il che ci farà sembrare vivi senza esserlo. 

Una nota generica se posso permettermi: meno risposte indignate ad ogni fesseria o orrore del governo di destrissima se no a furia di cianciare non hai tempo per fare: che certo è molto più difficile ma bisogna almeno tentare. Domanda né di destra né di sinistra: che fine ha fatto il probo Conte? Non è che ce lo troveremo al governo di destra stremato dalla propria incompetenza tipica della destra, costretto a chiedere sostegno alla destra detta progressista?

Ilvo Diamanti per “la Repubblica” il 17 ottobre 2022.

Dopo le recenti elezioni del 25 settembre il Pd ha iniziato un viaggio alla ricerca di se stesso. Senza una mappa e un orizzonte ben definito, come emerge dal sondaggio condotto da Demos. D'altronde, ha ottenuto un risultato "deludente". Il più basso nella storia del partito, ad eccezione del 2018. Anche in quell'occasione il segretario del partito, Matteo Renzi, si dimise. 

L'exploit del M5S (32,7%), peraltro, aveva rivelato un clima anti-politico e anti-partitico, che sottolineava il "vizio" del Pd, agli occhi di molti elettori: troppo "istituzionalizzato". A immagine del sistema. 

Oggi, il problema si ripropone, nonostante rimanga il secondo partito. Il successo dei FdI, infatti, assume un significato analogo all'affermazione del M5S nel 2018.

Appare un voto di "rottura", che spinge il risultato del Pd al di sotto delle attese. Tanto da indurre Enrico Letta a pre-annunciare un congresso, nei prossimi mesi. Comunicando, al tempo stesso, la propria rinuncia a ri-candidarsi.

D'altra parte, non è una novità per un partito che, in 15 anni, ha cambiato 10 segretari, di cui 2 reggenti. A partire da Veltroni "eletto" nel 2007. A differenza delle occasioni precedenti, però, questa volta non è in discussione solo la guida del partito, ma la sua identità, il suo futuro. Un sondaggio recente di Demos, lo dimostra. Anche se sottolinea, con chiarezza, come non sia in discussione la sua esistenza. Infatti, solo una frazione minima dei suoi elettori (6%) ritiene che il Pd abbia "concluso il proprio percorso". E sarebbe meglio, per questo, "scioglierlo". Mentre la maggioranza pensa che occorra un congresso "per scegliere un nuovo leader" (40%). O, meglio ancora, che vada "rifondato, con un nuovo statuto e un nuovo nome" (46%). Una "larga parte del partito", dunque, considera necessario andare oltre "questo" Pd. Ma per riprendere il cammino.

Senza cancellare né rimuovere la propria storia. Al contrario. Mantenendo le proprie radici. Che affondano nell'Ulivo. O meglio, nel passaggio "dall'Ulivo dei partiti al partito dell'Ulivo". Attraverso il "mito fondativo" delle Primarie. Come le definì Arturo Parisi, che (accanto a Prodi) ne è stato - se non il primo - uno dei primi sostenitori. (Ne scrissi anch' io, all'epoca). 

L'Ulivo. Soggetto politico a vocazione maggioritaria, destinato ad accogliere le componenti più diverse del centrosinistra. Come avvenne alle elezioni del 2006. In vista delle quali, nell'autunno del 2005, le primarie designarono Romano Prodi candidato premier dell'Unione di centrosinistra. Si trattò, allora, di una investitura. 

A cui parteciparono oltre 4 milioni e 300 mila elettori. Ben oltre i confini dell'Ulivo, dunque. Una sorta di prefigurazione del "Campo largo" a cui ancora oggi fa riferimento Enrico Letta. Tuttavia, proprio per questo, una gran parte degli elettori del Pd pensa che le primarie dovrebbero essere "più aperte". "Allargando il campo" a figure e candidati esterni al partito. Non per circoscriverne l'identità e il profilo, ma, al contrario, per aprire il Pd, in una fase nella quale appare fin troppo "definito", cioè "confinato". Rispetto alla società. 

E, soprattutto, alle componenti che, in origine, si riconoscevano nel centrosinistra.

Una questione chiarita da Carlo Trigilia in un libro recente: "La sfida delle disuguaglianze" (Il Mulino). Che la Sinistra e il Pd stanno perdendo. Visto che, come emerge dal sondaggio di Demos, solo una frazione dei giovani (con meno di 30 anni) e, ancor meno, fra gli operai e i disoccupati, dicono di votare Pd. Poco meno di un terzo degli operai, inoltre, ha scelto i FdI. Il partito, insieme al M5S, verso cui si rivolgono maggiormente anche i disoccupati. 

Per questo, di fronte alla scelta del prossimo segretario, la base del Pd guarda a soluzioni diverse e diversificate. Anche se il Presidente dell'Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, risulta il "preferito". Indicato da oltre un quarto degli elettori Pd intervistati. Dietro a lui, non per caso, incontriamo Elly Schlein (a distanza: 9% di preferenze). La sua "vice". A conferma delle radici. Impiantate nel "Cuore Rosso" dell'Italia, per riprendere il titolo di un saggio di Francesco Ramella (Donzelli, 2005). Tuttavia, è significativo come, intorno a loro (anzitutto, a Bonaccini), vi sia grande dispersione di nomi e leader (perfino di altri partiti. Come Giuseppe Conte e Carlo Calenda). Che ottengono una quota di preferenze molto limitate.

Ma pari a Enrico Letta (comunque, auto-escluso). Su tutti, però prevale largamente chi non ha idee, al proposito. Oltre il 40% degli elettori Pd (del campione intervistato), infatti, non indica un possibile leader. Per questo motivo appare ampia la domanda di una "Rifondazione Democratica". Che pensi al futuro senza dimenticare la propria storia. Per questa stessa ragione, però, è facile prevedere che il viaggio del Pd alla ricerca di se stesso non sarà facile.

Il lato sinistro di Giuseppi. Tommaso Cerno su L’Identità il 28 Settembre 2022. 

C’è una domanda che mi frulla in testa. Perché, quando Conte parla, sembra di sinistra, mentre quando parla Letta sembra solo Letta che parla? Nel bla bla bla del Letticidio, la più acrobatica capriola all’indietro della sinistra nel Dopoguerra, si parla di sesso degli angeli. C’è quello del lavoro precario (come se un partito al governo da dieci anni si svegliasse adesso e qualcuno ci crede pure), c’è quello che è colpa di Renzi (ne ha tante, per l’amor di Dio, ma non questa) e c’è quello di una donna alla guida (che ormai vuol dire copiare la destra). Poi ci sono gli intelletti fini, quelli che hanno letto centomila libri e sanno tutto, ma poi non capiscono perché gli operai di mezza Italia votano a destra da anni. E ci sono quelli che dicono che in fondo va bene così, meglio piccoli ma padroni a casa nostra.

Come un pianeta morto, insomma, che si raffredda, la sinistra non solo non sa più vincere ma nemmeno discutere (che era la cosa che da sempre sapeva far meglio). Intanto, schifato da tutti, preso in giro per la pochette, dall’altra parte del mondo progressista, si stava congelando nel freezer del conformismo draghiano pure un altro signore, Giuseppe Conte. Finto a capo di un Movimento 5 stelle che dopo avere conquistato mezza Italia era finito al governo e si era frantumato in mille pezzi, perdendo consenso, appeal e credibilità di fronte ai suoi elettori.

Io non so dirvi se Conte è di sinistra o no, quando è solo in bagno e si guarda allo specchio (Letta di sicuro no), ma posso dirvi che nelle ultime settimane se fingeva, beh era un grande attore. Perché a girare per l’Italia come ho fatto io, che ho avuto la bella pensata di mette in edicola un nuovo quotidiano quando l’editoria è una roulette russa, la gente di sinistra ogni tanto la testa la alzava quando il Tg passava quel signore. E senza bisogno di dire che Giorgia Meloni è Mussolini, che sua nonna era la tata di Goebbels e che il suo cane è senz’altro un Doberman feroce che ringhia ai gay.

Allora mi domando: ma uno, dico uno solo dentro il Nazareno che – a memoria – sono tre piano di palazzina pieni di uffici, a cui sia venuto in mente non tanto di allearsi con Conte ma almeno di domandarsi: che cosa dice di così strano che lui sembra di sinistra e io no?

Non è una domanda difficile da farsi. E, a dire il vero, nemmeno la risposta è da Einstein. Ora, tralasciando tutti quelli che ripetono la filastrocca del voto di scambio sul reddito di cittadinanza (li tralascio perché quelli sì che non sono di sinistra) se una sinistra che si candida a governare un Paese vincendo le elezioni (perché a governarlo senza vincere sono i più bravi e questo lo sappiamo tutti) non si fa questa domanda, mi viene il dubbio che la vera rimozione che il Pd ha fatto in questi anni non è Renzi o Zingaretti ma l’origine di ogni suo male. E ciopè la grande frattura fra piazza e palazzo che si consuma lentamente, prima con i Girotondi di Nanni Moretti, poi con il popolo viola, poi con Grillo che viene cacciato dalle primarie Pd da Piero Fassino. E, obbedendo all’ex segretario Ds, si fa un partito che di fatto travolge ormai da 15 anni il Partito democratico. In un modo o nell’altro. Ogni volta che si vota.

Ecco che la girandola di nomi per il passaggio di testimone di Letta non mi solletica. Bonaccini, Schlein, ma mettici pure De Caro, Serracchiani o Pinco Palla. Tutte brave persone. Tutta gente perbene. Ma inutile se prima non si evoca il fantasma della sinistra dall’armadio in cui è stato ricacciato a forza di fare e disfare governi e non si risponde alla domanda sospesa. Perché Conte quando parla sembra uno di sinistra e invece Letta quando parla sembra solo Letta che parla?

Domani, per il giornale di De Benedetti "il problema sono i campagnoli. Francesco Storace su Libero Quotidiano il 28 settembre 2022

Roba da mani nei capelli. Nel tentativo di riuscire a capacitarsi della netta sconfitta della sinistra, certo giornalismo le inventa tutte per offrire una giustificazione ai propri riferimenti politici. Non si tratta di partiti e correnti, ma di chilometri, confini, scarpe adatte. È come se la colpa della vittoria del centrodestra fosse tutta del responsabile dell'organizzazione del Pd, non del segretario del partito, poverino. Chi doveva preparare l'istruttoria sulle candidature nei collegi non aveva consultato google maps, evidentemente.

La ridefinizione dei nuovi collegi dopo il taglio dei parlamentari a cui praticamente tutti hanno detto sì, ha accorpato a Modena - ecco l'esempio trovato per giustificare la bocciatura del sindacalista ivoriano Aboubakar Soumahoro, poi ripescato nel proporzionale - aree periferiche e rurali che votano la destra. Ohibò, non esistono più quei compagni che mettono il santino elettorale in tasca e vanno a votare secondo le indicazioni del p-a-r-t-i-t-o. Il caso della città emiliana «dimostra che con questi collegi il Pd non può vincere».

È il nuovo scoop del giornale di Carlo De Benedetti, Il Domani. Mica le strategie sballate, e nemmeno le politiche folli proposte da Enrico Letta. Macchè, il problema del Pd è che non ci sono più i contadini di una volta...

UNA QUESTIONE DI CONFINI

Insomma, la colpa di una sconfitta rovinosa è dei collegi e non di una sinistra giudicata indecente dagli elettori in ogni parte d'Italia, centrale o periferica che fosse. Parlano del collegio di Modena e dimenticano il dettaglio che hanno prevalso alla Camera in appena 12 collegi e al Senato in 5. L'armata del centrodestra ha vinto 121 sfide per Montecitorio e 56 per Palazzo Madama.

Nella ricerca delle analisi più pazze del mondo, punta dritto al podio proprio il direttore de Il Domani, Stefano Feltri - niente a che vedere con il Maestro Vittorio - novello Alberto Sordi del giornalismo («a noi c'hanno rovinato gli americani»).

Cerca cerca, sono riusciti finalmente a trovare la causa della devastante sconfitta nei territori: i confini dei collegi uninominali. Eppure era noto: se deputati e senatori sono di meno, è evidente che avranno di fronte territori più vasti per dover conquistare i voti necessari. Che facciamo? Torniamo a mille parlamentari o il Pd si adegua ai nuovi collegi?

Ma loro niente, al Domani è tutto chiaro. Di fronte ai troppi trombati eccellenti, ci sarà un motivo, si sono detti in redazione. Non per la arroganza dei candidati paracadutati o per la loro lontananza dalla società reale; no, sono stati i chilometri da dover percorrere. Giacca e cravatta per il centro delle città, stivali e maglione nelle periferie. Perché un conto è potersi muovere nella ztl, altro è scarpinare per le campagne. Vuoi mettere tornare alla porchetta dopo aver pasteggiato per anni con caviale e champagne?

TROPPO LONTANI

E così la riduzione dei parlamentari con il conseguente ampliamento dei collegi ha scombinato i piani della sinistra. Come se il problema delle modifiche territoriali non riguardasse pure il centrodestra. Semplicemente nel campo rosso c'è la lontananza dai territori, la fine del radicamento nelle città. E la scarsa capacità di applicare una legge elettorale che proprio il Pd- con Renzi - volle approvare, "aggravata" dal referendum sul taglio dei parlamentari. I paracadutati - e a iosa, anche in maniera indecente - li hanno avuti tutti. Anche il centrodestra, certo, che però competeva col favore popolare alle sue spalle. Ma se corri con il vento contrario devi saper scegliere candidati conosciuti più agli elettori locali che alla grande platea nazionale. Si sono trombati da soli. 

Le due mosse della sinistra (e della stampa amica): nascondere la crisi. Federico Novella il 29/09/22 su Panorama

Commentatori subito pronti a spostare l'attenzione ed il bersaglio sulla Lega (che è comunque al Governo) A leggere la stampa, sembra quasi che la vera notizia non sia la vittoria del centrodestra alle elezioni, ma la sconfitta della Lega. E’ vero, Salvini ha lasciato per strada metà dei consensi, e certamente sarà interessante registrare la sua posizione nel governo su tanti temi sensibili. Ma non staremo esagerando? Troppo spesso mirabili politologi, sedicenti superpartes, hanno il vizio di soffermarsi sui guai di una sola parte politica: quella che combattono. E sminuendo il resto. Anche prima del voto, venivano rimarcate con grandissima foga le divisioni tra i leader del centrodestra: leader che poi, a partire dal giorno della presentazione del cartello elettorale, si sono mossi come un sol uomo, o quasi. Ecco, a differenza del centrosinistra, Berlusconi, Salvini e Meloni hanno saputo interpretare istantaneamente lo spirito di questa (sgangherata) legge elettorale. Per governare occorre unirsi, non certo andare in ordine sparso per motivi di orgoglio, come accaduto alla compagnia di Letta, Calenda e Conte. Il governo che verrà sarà chiamato ad affrontare una delle fasi più difficili della vita repubblicana, e occorrerà giudicarlo senza sconti, vista anche la mole di promesse e di aspettative sul tavolo. E però, detto questo, non possiamo fare a meno di notare che ci sono sconfitti e sconfitti. Lo stesso “maistream” , per usare una parola in voga, che fino a ieri suonava l’allarme democratico, e intendeva convincerci che dopo le elezioni ci saremmo risvegliati nel trentennio, quello stesso centro comunicativo oggi pare individuare un solo grande sconfitto, Salvini, dimenticandosi lo sfacelo del campo progressista. Ma la Lega, pur avendo subito la batosta, resta un partito con una base di ferro che si è già attivata, una piattaforma ideologica sostanzialmente immutata negli anni, e poi l’organizzazione farà il suo corso. Nel medio periodo, difficilmente la Lega potrà sparire dai radar, perché contiene al suo interno gli anticorpi derivanti dai territori che sono alla base del rinnovamento. Dalle parti del partito democratico, invece, il livello di caos sembra aver superato il livello di guardia. In vista del congresso, spuntano candidati più o meno improbabili, mentre la frattura tra filo-grillini e filo-calendiani sta diventando una voragine. Siamo al ground zero della sinistra, ormai arretrata non solo al confine delle Ztl delle grandi città, ma direttamente arroccata nelle isole pedonali. Il fatto che una buona metà del panorama politico rischi la disintegrazione per mancanza di idee, e per mancanza di coraggio, sarebbe un fatto degno di notizia. Lo sport preferito di questi giorni sembra invece questo: ingigantire i problemi dei vincitori, e minimizzare le tragedie degli sconfitti, che tirano avanti scaricandosi la colpa l’uno sull’altro. Ma la campagna elettorale sarebbe finita: anche se qualcuno, evidentemente, non se n’è accorto.

Ragioni e prospettive del risultato elettorale. Di Nazzareno Pietroni il su formiche.net 

Il centrosinistra, sconfitto perché disunito e centrato sui diritti civili, deve trovare un’identità politica e culturale. Il centrodestra, vincente perché coeso e attento a temi socioeconomici, deve dimostrare di saper governare. L’analisi di Nazzareno Pietroni

I risultati elettorali del 25 settembre premiano il centrodestra e puniscono il centrosinistra, con un’affluenza in calo. Il blocco sociale di centrodestra ottiene un numero di preferenze analogo a quello della precedente tornata ma vince perché unito nei collegi elettorali. Anche il centrosinistra prende all’incirca gli stessi voti delle elezioni del 2018 ma viene penalizzato dall’assenza di candidature di coalizione nei collegi elettorali. I cinque stelle vedono i loro consensi più che dimezzati ma vincono al sud. Il terzo polo Calenda-Renzi conquista un proprio spazio politico, determinato a implementarlo nel tempo.

Le dinamiche del voto si muovono su più livelli. Il primo dato che emerge è la tendenziale permanenza dei cittadini nei recinti elettorali: il grosso degli spostamenti ha riguardato travasi interni ai blocchi di destra e sinistra, con i cinque stelle che hanno attinto o hanno restituito consensi a destra e sinistra: FdI ha preso voti dalla Lega, da Forza Italia e dai cinque stelle di destra; il PD ha concesso voti di centrosinistra al Terzo polo e di sinistra ai cinque stelle. In ogni caso il consenso politico italiano ha espresso una forte componente identitaria destra/sinistra, che ha consentito spostamenti di voto essenzialmente nell’ambito della stessa area politica.

Il secondo rilievo riguarda l’offerta politica. Il centrodestra ha vinto perché coalizzato intorno a un nucleo di valori e interessi condivisi, connessi a sicurezza, nazionalismo, atlantismo e crescita economica, accantonando i distinguo su europeismo e interessi corporativi: l’operazione ha funzionato, perché ha consolidato il consenso d’area e attratto qualche voto dall’esterno. Il centrosinistra si è diviso tra radicalismo e liberalismo, assistenzialismo grillino e agenda Draghi, ideologia LGBTQ e pragmatismo civile, sostegno militare all’Ucraina e crisi economica, offrendo una proposta politica poco definita e centrata prevalentemente su europeismo e antifascismo. L’operazione non ha funzionato: da un lato ha confermato la presa identitaria antifascista sull’elettorato tradizionale ma dall’altro non è risultata competitiva con la chiara offerta politica dei cinque stelle (assistenzialismo) e del Terzo polo (liberalismo progressista).

Una riflessione particolare merita la concentrazione dell’offerta politica di centrosinistra sul tema dei diritti civili, dell’aborto e della tutela delle minoranze di genere. Tale scelta segue un’impostazione consolidata, che prevale sull’impegno per le rivendicazioni socioeconomiche e la definizione di proposte di cambiamento della società. I risultati elettorali mostrano che, nonostante le drammatizzazioni elettorali e il supporto dell’informazione e della cultura dominante, la strategia non ha pagato in termini di voti e non ha spostato rilevante consenso politico; anzi appare ragionevole ritenere che tale strategia, in un periodo di crisi economica, possa aver fatto defluire consensi verso partiti più attenti ai problemi socioeconomici dei cittadini.

Una terza questione riguarda l’effetto politico e culturale della vittoria elettorale di Fratelli d’Italia. Non è dubbio che l’elettorato di centrodestra non condivida gli allarmi sul rischio fascismo e ritenga che sia giunto il momento di consegnare il tema alla storia. Sul versante opposto la dirigenza del centrosinistra può prendere atto dell’evoluzione dei tempi e chiudere l’epoca dell’antifascismo militante e delle pregiudiziali a destra, politiche e culturali, oppure può perseverare nella contrapposizione ideologica, alimentando l’identità antifascista della propria base: nel primo caso contribuirà alla democrazia dell’alternanza e ridurrà le lacerazioni sociali sulla questione; nel secondo caso compatterà una parte del consenso di sinistra ma ostacolerà la dialettica democratica, alimentando contrapposizioni culturali risalenti nel tempo e riducendo la propria capacità di attrarre consenso nell’area moderata.

Particolare attenzione meritano inoltre le emozioni sottostanti la campagna elettorale. Il centrodestra veicola emozioni prevalentemente positive, come speranza/promessa di miglioramento e cambiamento (economico e socioculturale), rassicurazione (sicurezza e immigrazione) e orgoglio identitario (nazionalismo e protezionismo sociale/produttivo). Il centrosinistra esprime prevalentemente paura per la destra montante, rabbia verso l’invasore russo, compassione nei confronti dei soggetti deboli (migranti e minoranze) e rassicurazione europeista. La componente positiva/negativa di tali emozioni può aver contribuito non poco al risultato elettorale.

Infine contano i leader. Non è dubbio che Giorgia Meloni sia stata la leader vincente: ha posizioni politiche coerenti nel tempo, non ha votato la rielezione di Mattarella al Quirinale, è stata all’opposizione del governo Draghi, non ha condiviso la gestione della pandemia, è univocamente atlantista, è abile nella comunicazione ed è donna. La sua leadership è costata cara innanzitutto a Matteo Salvini, che ha pagato i troppi errori degli ultimi anni, un’immagine politica indebolita e una comunicazione non sempre efficace. Sul versante opposto Enrico Letta non ha acceso le folle, ha confermato la sua posizione di leader di un sistema in crisi economica, è risultato incerto nella linea politica, ha deluso le componenti pacifiste dell’area progressista, ha mostrato scarsa empatia nella comunicazione, offrendo nell’insieme una prestazione di leadership non all’altezza delle attese. Nel contempo il Segretario del PD ha sofferto la concorrenza di Giuseppe Conte, che ha resuscitato i cinque stelle collocandoli chiaramente a sinistra e si è legittimato come rappresentante delle marginalità sociali, riscuotendo il consenso derivante dal reddito di cittadinanza e dalla critica al metodo Draghi.

In definitiva il centrosinistra ha perso perché non è stato unito su valori e interessi condivisi, ha privilegiato i diritti civili sulle questioni socioeconomiche, ha pagato il prezzo della pandemia e della guerra, non ha avuto un leader attraente. Il centrodestra ha vinto in quanto coeso nei programmi e nei collegi elettorali, attento a temi sensibili per i cittadini e sospinto da una leader in ascesa come Giorgia Meloni. Nei prossimi mesi al centrosinistra spetta il compito di trovare una propria identità politica e culturale, da presentare al Paese e sostenere coerentemente nel tempo. Al centrodestra compete dimostrare di saper governare.

Il Pd a parole e quel sistema di amicizie che l’ha reso arido. Fulvio Abbate su L'Identità il 7 ottobre 2022. 

Nel primo pomeriggio di ieri sono stato ospite di Rai News 24. Sugli schermi, lì in studio, scorrevano in diretta i volti della direzione del PD, al Nazareno. Mentre si ragionava dei massimi sistemi delle bollette presto sul tavolo da lavoro di Giorgia Meloni, ho modo di cogliere di sbieco le posture dimesse e “assembleari” di Orfini, di Bettini e altri ancora, così nell’attesa che parlasse Bonaccini, il futuro in pectore di un partito incapace di indicare la propria esatta natura politica, il proprio cosmodromo ideale. Non era esattamente uno psicodramma ciò cui assistevo, neppure il “franco dibattito sulle ragioni della sconfitta”, sembrava piuttosto di ritrovare una desueta diretta di ItaliaRadio, ciò che fu la radio del Pci, poi dei Ds, e in seguito una cooperativa d’area che dava conto del ribollire degli “umori all’interno della sinistra” nei momenti di impasse.

Tornando verso casa da Saxa Rubra, all’altezza Tor di Quinto, è giunto naturale un tweet, ancora più doveroso pensando alla mia irrilevanza nel palmarès e delle “anime belle” del mondo conosciuto della sinistra che sappiamo. Certo che l’accusa e gli stessi insulti che il popolo social della destra diffusa rivolge ai “radical chic, sarebbero venuti addosso perfino all’incolpevole, al sottoscritto. Il mondo, in tempo di semplificazione, non va per il sottile, cerca comunque a caso un capro espiatorio, il primo bersaglio. Nulla è più penoso e retorico del rivendicare la propria “libertà”, d’essere individualità, resta su tutto che gli insulti non fanno caso alle sottigliezze, ai distinguo. Il mio tweet recitava: “Ma quale discussione sul futuro del Pd? È semmai giunta l’ora di presentare loro il conto per tutte le volte che abbiamo sentito aria di cooptazione clientelare amichettistica. Sia in ambito politico sia nel contesto cine-artistico-letterario-giornalistico-editoriale.”

Inutile aggiungere che nessuno di coloro che un verso di Fabrizio De Andrè, “… per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”, circoscrive, si è mostrato sotto il mio rigo per obiettare, forse anche redarguire il narcisismo del refrattario alla colpa, magari perfino commentando piccato: d’ufficio o in quanto persona d’area che voglia sopire per antica abitudine subalterna il dissenso, la dissociazione dalla mediocrità interessata. Nel silenzio ho anzi intuito altrettanto senso di fastidio, indifferenza supponente e ancora interessata, ipocrisia; ciò che giunge proprio dai “clientes”, coloro che nel patto con i sistemi culturali di potere e di cooptazione trovano ragioni di splendore pubblico, perpetuandosi come anime belle, tutti lì a portare il loro sassolino d’oro fasullo alla costruzione del consenso sempre in nome della veltroniana “vocazione maggioritaria”.

Si sappia, il tema del governismo non riguarda soltanto coloro che aspirano ad occupare cariche parlamentari e, appunto ufficiali. A sinistra è un batterio che colpisce pure i “pifferi”, per dirla con Elio Vittorini. Coloro che, per restare in argomento culturale, ogni qualvolta c’era da plaudire il nulla e la mistificazione sono lì in prima fila.

Queste mie parole resteranno lettera morta, serviranno all’altrui scrollata di spalle, la stessa che con sufficienza sempre si riserva a coloro che non hanno mai nutrito ambizioni di potere, ancor meno festivaliere.

Che le classi dirigenti abbiano come una unica aurea esigenza personale di sopravvivere, perpetuarsi come organismi, amebe monocellulari, è storia biologica nota, meccanica del potere stesso, anche quando appare la pretesa di parlare in nome della “democrazia progressiva”.

Irrilevante che non sia affar mio, che posso invece vantare il baronale titolo di autentico radical chic, della vera “gauche caviar”, che è sempre e comunque altro dalla subcultura dei subalterni interessati, poco importa se laureati, in quanto, lo ripeto, individualità. Resta alla fine la soddisfazione di un’eterna estate, pensando a Camus, di non essere parte di una ipocrita e servile schiuma.

Le ragioni di una sconfitta. Massimo Carugno, Avvocato e scrittore, su Il Riformista il 28 Settembre 2022 

Erano i primi anni del Berlusconismo quando il cavaliere era affiancato da un ancora balbettante Fini, alla guida di Alleanza Nazionale, e dai variopinti acronimi del CCD, dell’UDC e compagnia cantante condotti, in maniera continua o alternata, da Casini, Mastella e Buttiglione. A parte Fini era tutta roba da “0 virgola” eppure Silvio, che aveva la tendenza a fagocitare più di un facocero, concedeva a quegli alleati posti da ministro e sottosegretario, presidenze di regione, sindacature di città importanti, conscio che i partners politici andavano alimentati affinché l’alleanza crescesse e prosperasse.

Un andazzo che, a parte la parentesi megalomane del partito unico durata lo spazio di un sorriso (relativamente ai tempi lunghi della politica), il centrodestra ha sempre mantenuto e che ancora oggi alimenta. Si pensi al romanaccio e meloniano di ferro Marco Marsilio, designato ed eletto nel 2019 governatore dell’Abruzzo, sebbene Fratelli d’Italia avesse riportato, alle politiche dell’anno precedente, percentuali ad una cifra e, nella regione della Maiella e del Gran Sasso, appena il 5%.

E allora andateli a vedere i dati di queste ultime elezioni che hanno avuto solo l’unica novità di romperci le balle a ferragosto e rovinarci l’estate. Sin dai primi sondaggi ciò che emergeva era che, a parte un testa a testa tra Fli e PD su chi fosse il primo partito, quella che sovrastava era la coalizione del centrodestra che cominciava a navigare su cifre stratosferiche grazie alle abbondanti previsioni sui risultati di Lega e Forza Italia.

Di contro, dalla parte opposta, la coalizione guidata dall’Enrico “stai sereno”, a parte i dati del PD, balbettava, per le altre forze, con sondaggi che andavano dai prefissi di telefonia mobile allo “0 virgola” di Di Maio.

Poi i risultati hanno cambiato le previsioni ma si sa, i sondaggi alimentano il voto e molti italiani sono saliti sul carro del vincitore. Il partito della Meloni è cresciuto a dismisura, compensando anche la flessione degli alleati, ma confermando alla alleanza la maggioranza assoluta doppiando quella avversaria.

Certamente ci sono i “se”, quelli che, con l’aggiunta delle palle, trasformano mia nonna in mio nonno.

Se fosse stato fatto il campo largo, se Calenda, se Renzi, eccetera, eccetera, eccetera.

Ragioniamoci.

Azione e Italia Viva sono le uniche forze che vengono da una tradizione di centro sinistra e un loro posizionamento nella coalizione guidata da Letta non avrebbe stonato. Quanto all’armata di Conte di sinistra non ha nulla, anzi non ha nulla di politico. Aveva una truppa di parlamentari e alle elezioni ha raccolto una truppa consistente di elettori (solo al sud grazie alla elemosina di stato). Era stata roba buona per farci un governo che ostacolasse i deliri di potere di Salvini e sarebbe stata roba buona per un alleanza elettorale, ma nulla di più. Quanto a programmi, temi e linea politica dal reddito di cittadinanza alle follie di Bonafede in tema di giustizia, dal taglio dei parlamentari alla “via della seta”  e infine alla rinuncia alle olimpiadi, hanno fatto più danni al paese degli Unni di Attila. Prima scompaiono e meglio è.

Dal canto suo la sinistra, intesa sotto il profilo della omogeneità politica, resta quello che è stata e che sarebbe comunque stata: una coalizione con un partito forte e degli alleati molto deboli che non ha retto il confronto con la destra.

E qui la responsabilità è tutta del PD che, dalla svolta “veltroniana” della vocazione maggioritaria, pare non si sia più scrollato la tendenza a divorare tutto ciò che è cosparso dal sapore del “potere”. Manco a parlarne di cedere qualche candidatura sicura a presidente di regione. Se tra le forze minori di sinistra c’è scappato qualche sindaco di città importante è stato solo perché c’erano personalità talmente forti che dir di no era una follia. Lo stesso discorso vale per le presidenze delle province.

Se poi si scivola sugli enti di controllo regionale o sulle partecipate comunali la voracità “piddina” si moltiplica e agli altri non è mai rimasta più di una briciola ogni tanto.

È chiaro che così non si alimentano gli alleati. La coalizione non cresce e non diventerà mai competitiva nei confronti degli avversari, dando la ridicola sensazione di sembrare un canotto che sbatte contro una portaerei.

A volte la percezione è che nel Partito Democratico si coltivi ancora il disegno del P.U.S. (Partito Unico della Sinistra) e che tutti gli altri prima si estinguono e meglio è. Forse dalle parti del Nazareno non si capisce che il mondo della sinistra italiana è molto meno omogeneo di quello della destra (che pure di differenziazioni importanti ne ha) e che tra le componenti socialiste e riformiste, quelle della sinistra radicale, quelle ambientaliste e via discorrendo ci sono delle peculiarità che faticano a riconoscersi nel Partito Democratico. Ci sono identità politiche che se non vedono nella competizione elettorale un simbolo che le rappresenti, in maniera forte, chiara e credibile sotto il profilo del risultato, piuttosto non vanno a votare o si disperdono in più rivoli. Quelli sono voti (e tanti) che qualunque soggetto politico diverso da quello di appartenenza non raccoglierà mai.

Questo è il vero “vulnus” della coalizione di sinistra. Un limite che se non verrà colmato con una seria politica delle alleanze, che sia costante e perdurante nel tempo e non un analgesico cui ricorrere solo alla viglia delle tornate elettorali per prevenire il dolore derivante dalle tranvate date dall’avversario, non permetterà mai che si crei un fronte forte in grado di competere faccia a faccia con la destra. Se alle altre forze della sinistra non verranno concessi spazi di governabilità non cresceranno mai e non avranno quella autorevolezza necessaria a raccogliere, attorno a un unico progetto, quel consenso necessario a competere con una seria prospettiva per la guida del paese.

Una questione vitale sia sotto il profilo della somma dei voti ma anche sotto quello di una completezza e armoniosità di un progetto politico che sorga dalla sintesi delle varie culture della sinistra.

Questo e quel che si dovrebbe fare e che non so se si farà.

La sinistra ha abbandonato I Diritti Sociali dei tanti (Il popolo dei ceti medio e bassi) poco rappresentati in Parlamento in favore de I Diritti Civili dei pochi (Immigrati, mussulmani, LGBTQIA+, ecc.) sovra-rappresentati in Parlamento rispetto al numero reale nella società italiana.

Da liberoquotidiano.it il 29 settembre 2022.

L'imprenditore cosmopolita e il montanaro eremita, la sinistra gourmet e quella talmente pane e salame da non essere più, forse, nemmeno sinistra. Oscar Farinetti e Mauro Corona sono agli antipodi, e bene ha fatto Bianca Berlinguer a metterli accanto nella prima puntata di Cartabianca, su Rai3, dopo lo «tsunami Meloni». 

Si parla del futuro, imminente governo di centrodestra. Panico tra i sinceri democratici progressisti, di cui Farinetti, Mister Eataly, rappresenta al meglio l'umore: «Da figlio di partigiano, il fatto che ci sia la fiamma tricolore sul simbolo non mi è molto consono. Io ricordo quello che la Meloni diceva su Orban e Trump», esordisce spingendosi poi in una profezia cupissima: «Temo che l'Italia, su certi fronti, possa prendere posizioni che non ha mai preso». 

Qualcuno fuori tempo massimo ha rispolverato l'etichetta "sovranismo", che andava molto in voga 3 o 4 anni fa e che oggi sembra decisamente superata da storia ed eventi. Ma non per Farinetti, che mette in guardia gli italiani: «Io voglio essere europeo. Il sovranismo è un danno suicida per il nostro Paese. Noi dobbiamo essere aperti al mondo e non dobbiamo essere orgogliosi di essere italiani, ma riconoscenti per avere questa fortuna». A fare da contraltare a chi intravede decrescita infelice, clausure nordcoreane e, magari, pure la costruzione di qualche muro dalle parti del Brennero o del traforo del Monte Bianco ci pensa Corona, uomo di terra, pietre e ruspante buonsenso.

«Non arriverà nessun fascismo adesso, sarà un governo di centrodestra che ha anche delle idee buone, ad esempio sulle pensioni e le tasse». Così, papale papale. Una considerazione fatta ravanando nelle tasche degli elettori, quelle che il Pd è (anzi, era) solito frequentare solo quando ci si doveva inventare qualche gabella in più. Un Pd che per dirla con le parole dello stesso Corona «ha abbandonato le fabbriche e gli operai». Impossibile stupirsi per l'esito delle urne: «Ho sentito delle affermazioni a sinistra sul fatto che quella del 25 settembre è stata una giornata triste. Ma il voto è stato un esercizio democratico». Pure troppo, per qualcuno.

Laura non c’era. Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 30 settembre 2022.

Il prossimo segretario del Pd farà bene a guardare tutti i giorni, prima e dopo i pasti, il video delle giovani di sinistra che esortano Laura Boldrini a lasciare la piazza in cui si manifestava a difesa del diritto all'aborto. «Lei non dovrebbe stare qui. Avete messo la pillola abortiva a pagamento» accusa una delle ragazze. «Il problema della pillola è la distribuzione» spiega Boldrini, professorale. «Lo vada a dire ai poveri e ai precari che il problema è la distribuzione!» insiste l'altra. A quel punto Boldrini potrebbe compiere un gesto rivoluzionario e riconoscere la realtà: «Non abbiamo capito che certi diritti stavano diventando un lusso per benestanti e che una sinistra che parla solo di diritti civili e mai di sostegno materiale ai poveri non è di sinistra. Ti chiedo scusa». Arresterebbe la deriva, forse. Invece sale in cattedra per impartire la lezioncina sull'unità delle donne, che la ragazza le ritorce contro: «Sa perché non siamo unite, signora? A lei di chi sta nelle case popolari non frega niente, a me sì». Boldrini potrebbe ancora riscattarsi dicendole: «Da domani trasferirò l'ufficio a Tor Pignattara e chiederò al mio partito di moltiplicare le sezioni nelle periferie». Invece estrae dalla borsa il cliché terrazzato del Babau Nero con cui da trent'anni la sinistra giustifica il proprio lassismo: «Allora fatevi difendere il diritto all'aborto da Fratelli d'Italia!». Poi si allontana dalle contestatrici, applaudendole sarcastica e un po' schifata. Temo, ricambiata. Flavia Amabile,

Simona Buscaglia per “la Stampa” il 29 settembre 2022.

Migliaia di donne sono scese in più di cinquanta piazze italiane per difendere la legge 194, a tre giorni dalle elezioni che hanno consegnato l'Italia nelle mani del centrodestra e per avvertire Giorgia Meloni: il diritto all'aborto non si tocca. Ieri era la Giornata Internazionale dell'aborto sicuro, ma soprattutto era il giorno successivo alla decisione del gruppo di FdI nel Consiglio Regionale della Liguria di astenersi durante la votazione di un ordine del giorno sul «diritto delle donne di scegliere l'interruzione volontaria di gravidanza». Una decisione che per chi si schiera a favore della 194 e del diritto delle donne di scegliere rappresenta un chiaro segnale di quello che potrà accadere d'ora in poi. Riempire le piazze è stata la risposta, anche se la leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni non ha ancora ricevuto l'incarico di formare un governo.

I presidi e le mobilitazioni si sono svolti in quasi tutte le regioni. A Milano, Roma, Bologna, Cagliari, Brescia, Palermo, Catania, Firenze, Verona, Genova, Reggio Calabria, Modena, Napoli, Catania, Torino - e per la prima volta anche in Molise - le militanti di «Non Una di Meno» e le migliaia di persone che si sono unite alla loro protesta hanno rivendicato il diritto a un aborto «libero, sicuro e gratuito». I manifestanti hanno ricordato che dall'inizio dell'anno sono «73 le vittime della violenza di genere» e denunciato il pericolo rappresentato dalla vittoria di Giorgia Meloni e di una destra «razzista e antiabortista».

Nessun orgoglio, nessun entusiasmo per la possibilità che l'Italia abbia per la prima volta una presidente del Consiglio. «Non è una vittoria delle donne», dicono le militanti di Non una di meno, visto che «vuole garantire il diritto a "non abortire", cancellare i diritti delle persone transgender e l'educazione alle differenze». Come spiega Valeria Valente, presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sul femminicidio, «Giorgia Meloni deve sapere che le donne non le consentiranno di fare passi indietro sui diritti».

«Ma quale Stato, ma quale Dio, sul mio corpo decido io», è scritto su uno dei tanti cartelli presenti alla manifestazione a Milano. Il corteo è partito davanti a Palazzo Pirelli, sede del consiglio regionale lombardo: «Partiamo da qui non a caso, siamo sotto una Regione che dovrebbe tutelare il nostro diritto alla salute, con consultori laici e pubblici dove nessuno viene discriminato o si imbatte in obiettori che ti dicono cosa fare del tuo corpo, ma spesso non è così, qui come altrove. 

Vogliamo gli obiettori fuori dalle nostre mutande!». Si definiscono «furiose e preoccupate contro la deriva che potrebbe prendere il Paese guidato dal centrodestra, perché Meloni è espressione del peggior patriarcato». In circa un migliaio si sono ritrovati a Torino e centinaia a Roma. Ovunque striscioni, cori e slogan per difendere la 194 e contro Meloni.

A nulla serve la precisazione del coordinatore nazionale di Fratelli d'Italia Giovanni Donzelli che «in Liguria «non c'era la volontà di indebolire e eliminare la legge 194, ma di rafforzarla in tutte le sue parti». 

Le polemiche investono anche il ministro della Salute Roberto Speranza. A un anno di distanza dalla prima richiesta, l'associazione Luca Coscioni ha rivolto un appello ad «aprire i dati sulla 194 per poter conoscere la reale applicazione della legge».

Valentina Ruggiu per repubblica.it il 29 settembre 2022.

"Vada via perché lei e il Pd non rappresentate le rivendicazioni di questa piazza". Così alcune manifestanti a Roma hanno contestato la onorevole Laura Boldrini arrivata all'Esquilino per unirsi alla manifestazione organizzata da Non una di meno per la Giornata mondiale dell'aborto libero, sicuro e gratuito. Un duro botta e risposta che è stato ripreso e condiviso sui social. 

Nel filmato si vede la onorevole provare a replicare alle accuse delle manifestanti. "Ci sono donne che in Parlamento hanno lottato e l'hanno voluto l'aborto, quindi la lotta tra il Parlamento e il fuori non funziona. Dovremmo essere tutte unite", dice Boldrini.

"Sa perché non siamo unite?", risponde la manifestante, "perché a lei delle persone che stanno nelle case e nei quartieri popolari non gliene frega niente, invece a me sì e io li difendo. Beatrice Lorenzin (ex ministro della Salute ndr) ha reso la pillola anticoncezionale a pagamento. Lei mi dice che il problema non è quello ma è la distribuzione. Lo vada a dire ai giovani, ai precari a chi vive nei quartieri popolari. E non ha mi ha risposto sui tagli che sono stati fatti alla sanità, sui consultori che sono stati chiusi e su una legge che non viene applicata".

"Se devi fare questi show...a differenza degli altri io sono qui con voi", risponde Boldrini provando a placare la giovane. "Non è uno show, io la rispetto come persona ma non come istituzione. Ve ne dovete andare via perché voi non rappresentate le rivendicazioni di questa piazza. Le donne, le compagne, che sono venute qua a manifestare per l'aborto libero e gratuito non ce l'hanno anche per colpa sua. Il suo partito non ha difeso questo diritto. Se ne vada". "Allora ve lo difenderà Fratelli d'Italia", ha risposto seccata Boldrini prima di lasciare la piazza tra i cori delle manifestanti.

 "I dirigenti del Pd vadano nelle periferie..." Il 'mea culpa' sui diritti sociali. Lo scontro tra le attiviste pro-aborto e la Boldrini riaccende lo scontro tra diritti sociali e diritti civili. Ora il Pd fa 'mea culpa'. Francesco Curridori il 29 Settembre 2022 su Il Giornale.

"I vostri principi e valori sono per i ricchi, perché noi nelle periferie non abbiamo servizi”. In questa frase, gridata in faccia a Laura Boldrini da un'attivista durante una manifestazione pro-aborto, si racchiude i motivi della sconfitta del Pd alle Politiche.

L'ex presidente della Camera è stata letteralmente mandata via dalla piazza perché ha commesso l'errore di fondo della sinistra italiana che mette sullo stesso piano i diritti civili e i diritti sociali. L'esito delle urne ha messo in evidenza che il M5S è cresciuto molto puntando sul reddito di cittadinanza e sul contrasto alla povertà, mentre il Pd che si è concentrato maggiormente sui diritti civili cresciuto è calato vistosamente dall'inizio della campagna elettorale. Dentro il Pd, però, è ancora presto per fare mea culpa. “I diritti sociali van tenuti insieme coi diritti civili”, ribadisce la deputata Chiara Gribaudo, parlando con ilGiornale.it. Gli fa eco il collega Andrea De Maria che, per sostenere la sua tesi, prende come esempio lo Ius Scholae “che riconosce un diritto di civiltà ed insieme promuove coesione sociale ed integrazione”. Secondo il parlamentare dem, insomma, non si può scegliere tra i due diritti perché “con la destra al governo saranno a rischio diritti consolidati e, con la flat tax, sarà colpita l'equità sociale”. 

L'uscente Alessia Morani ritiene che le contestazioni alla Boldrini siano legittime “poiché siamo in democrazia”, ma proprio per questo motivo crede che “nessuno possa cacciare da una piazza chi manifesta per la difesa di un diritto”. Se, dunque, secondo la parlamentare uscente, sulla 194 è bene che la sinistra non si divida perché “l’avversario politico è da un’altra parte”, sulla recente campagna elettorale il Pd deve fare autocritica. È stata condotta “senza messaggi e proposte forti per dare soluzioni ai problemi delle persone che sono terrorizzate per il loro futuro”, dice la Morani spiegando che “non è tanto l’attenzione ai diritti civili che ci ha penalizzato ma la mancanza di proposte convincenti su economia e lavoro”. Ed è in questa mancanza che si è inserito il M5S difendendo strenuamente il reddito cittadinanza, mentre il Pd ha fatto una campagna elettorale “focalizzando l’attenzione sui motivi per cui gli italiani non avrebbero dovuto votare la destra piuttosto che sulle nostre proposte”, ammette la Morani. Che, poi, attacca i vertici del Pd: “Se alcuni nostri dirigenti politici andassero nelle periferie e nei quartieri popolari si accorgerebbero delle condizioni in cui vivono tantissime persone: immondizia sotto i palazzi, strade crivellate dalle buche, microcriminalità diffusa. Agli abitanti di quei quartieri devi risolvere i problemi che vivono ogni giorno”. Secondo la Morani, il Pd, anziché utilizzare le soluzioni “veloci, dirette e brutali” dovrebbe “realizzare politiche sociali per fare uscire gli abitanti di quei quartieri da degrado esistenziale, sociale e urbano”. Essendo venute a mancare queste risposte “non possiamo avere consenso da chi abita nelle periferie. Anzi, per loro, - ammette la deputata dem - in qualche caso siamo parte del problema”.

“Boldrini vattene”. Contestazione al sit-in sull'aborto: dem cacciata a male parole. Il Tempo il 29 settembre 2022

Brutta serata per Laura Boldrini, contestata pure dalle femministe. Ieri sera a Roma alla piazza convocata per ribadire la necessità del diritto all’aborto da ‘Non Una di Meno’, le studentesse hanno allontanato la deputata dem. «Vattene, non rappresenti le rivendicazioni di questa piazza» un passaggio del duro botta e risposta ieri in piazza Esquilino a Roma tra l'onorevole Pd e alcune manifestanti intervenute al sit in organizzato per la Giornata mondiale dell’aborto libero, sicuro e gratuito. La presenza della Boldrini non è piaciuta alle partecipanti, che l’hanno attaccata fino a costringerla ad allontanarsi dalla piazza.

Il casus belli è la pillola anticoncenzionale. Una manifestante, Giulia, chiede alla Boldrini: «Lei lo sa cosa fece la Lorenzin?». Si riferisce all’ex ministro della Salute che «rese la pillola anticoncezionale a pagamento Non lo sa?». Boldrini prova a difendersi: «Ma il problema non è questo...». «Ah, non è questo?», la incalza la ragazza. «Il problema è la distribuzione della pillola», ricorda Boldrini. «Lo vada a dire ai giovani, ai precari, a chi vive nei quartieri popolari», continua la femminista. «Capisco che sei arrabbiata...», prova a placarla la deputata ma è una missione impossibile: «Chi rappresenta, lei?», chiedono alla deputata. Boldrini abbozza una risposta: «Rappresento i principi e i valori». «Si vede che non li rispetta, mi dispiace tanto». «Andatevene subito, non rappresentate le rivendicazioni di questa piazza, non accettiamo la presenza di chi rappresenta il simbolo di una politica guerrafondaia come quella del Partito Democratico», urla una seconda manifestante.  

Boldrini prova a far valere le sue ragioni: «Il diritto all’aborto ce l’avete, ci sono donne in parlamento che hanno combattuto per questo. La rottura tra dentro e fuori non funziona, dovremmo essere unite». Torna alla carica la prima ragazza. «Lo sa perché non siamo unite? Perché a lei delle persone nelle case popolari non gliene frega niente. Io quelle persone invece le difendo. Sui tagli non mi ha risposto, sui consultori chiusi nemmeno. Non se nemmeno dell’esistenza della legge 405, che non viene applicata. A voi non ve ne fotte un cazzo». Boldrini si spazientisce: «Se devi fare questi show...». «Non è uno show», aggiunge la ragazza. E Boldrini: «A me questo sembra un atteggiamento assurdo, bisogna parlare con rispetto». C’è chi precisa il tenore delle critiche: «La stiamo criticando politicamente, non personalmente. Non rispettiamo ciò che lei rappresenta». Boldrini prova un’ultima difesa: «Ma se siamo l’unico partito che difende questa legge...». «A noi non è sembrato», replicano ancora. «E allora ve la difenderà Fratelli d’Italia», conclude la deputata Pd con un applauso ironico alle sue contestatrici, prima di voltare le spalle e allontanarsi dalla discussione. È a quel punto che le manifestanti la cacciano, al grido di «Via, via, via!». «Vada a raccontarlo da un’altra parte che lei è un’alternativa», aggiunge qualcun’altra. L’onorevole è stata respinta con perdite. 

Monologo dentro la vagina. Le contestatrici esagitate di Boldrini, lo sciocco legislatore e il mio caro, carissimo, Nuvaring. Guia Soncini su L'Inkiesta il 30 Settembre 2022.

Le adolescenti che protestano in piazza contro chi ha reso a pagamento la pillola anticoncezionale non sanno che non è mai stata gratis né quanto sia difficile acquistare una confezione da tre anelli di silicone

Mentre cominciavo a scrivere questo articolo, nella mia carrozza del treno due ragazzine che avranno avuto sedici anni, o poco più o poco meno, ridevano istericamente. Oltre a una beauté de l’âge, ne esiste anche una specifica sovreccitazione, e quella delle passeggere non era dissimile da quella del video meno sorprendente che si veda da ieri sui social.

Nel video romano, altre ragazzine – più di malumore ma altrettanto esagitate – aggrediscono Laura Boldrini, nel loro universo corresponsabile di non concedere alle cittadine italiane l’aborto gratuito e la pillola pure.

Qualunque adulta sorride, perché la prescrittiva gratuità dell’aborto è il problema della 194 da cui discendono tutti gli altri. Se a chi se lo può permettere fosse consentito andare ad abortire in clinica, i medici obiettori nella sanità pubblica peserebbero meno sull’efficienza del servizio. Ma la 194 è una legge beghina che permette ai medici di obiettare alle loro mansioni, e vieta alle pazienti di pagare per disfarsi d’una gravidanza indesiderata.

Alla Boldrini – a qualunque politica di sinistra di lungo corso, e dico «politica» per assecondare lo sciocco identitarismo per cui, per legiferare sui raschiamenti, occorre avere un utero – si potrebbe semmai rinfacciare di non aver demolito e riscritto la 194 quando sono state al governo. Ma per sapere cosa rinfacciarle devi conoscere il mondo, e le sedicenni sono convinte il mondo sia cominciato quando loro si sono aperte un TikTok.

Sì, lo so che chiunque si affacci sui social vede trentacinquenni certissimi che queste siano state le prime elezioni in cui i fuorisede non potevano votare, ma quella è patologia. Il non sapere un cazzo delle sedicenni è invece fisiologico: sono nate ieri, cosa volete che sappiano.

Ognuno conosce solo la propria esperienza, io che pure di anni ne ho cinquanta sono qui che mi chiedo di cosa parlino quando rimproverano la Boldrini di non essersi opposta a chi ha reso a pagamento la pillola: ho preso la pillola dal 1986 a una decina d’anni fa e l’ho sempre pagata, se era gratuita devono rimborsarmi un sacco di soldi.

Al cui proposito, lasciate che vi parli del contenuto delle mie mutande. Ho smesso di prendere la pillola perché a salvarmi dall’endometriosi è arrivato un sostituto per l’inventore del quale vorrei non solo il Nobel per la medicina ma anche quello per la Pace.

Il Nuvaring è un anello di silicone che t’infili nelle innominabilità (suona scomodissimo; non lo è) per ventuno giorni al mese, lo stesso ciclo della pillola anticoncezionale, e ha fatto per la qualità della mia vita miracoli che nessun oggetto o essere vivente avevano compiuto mai.

Perché ve ne parlo? Mi sono forse messa a piazzare anticoncezionali come la Ferragni piazza tortelli? No, è che il Nuvaring è venduto in due tipi di confezioni. Quella da uno costa diciannove euro e quarantacinque. Quella da tre ne costa quarantotto.

Se siete disorganizzate come me, comprerete quella da tre per evitare di ritrovarvi ogni mese senza proprio nel giorno in cui dovete infilarlo, non essendovi ricordate di comprarne uno nuovo per tempo. Ma, nel comprare quella da tre, risparmiate anche qualche decina di euro l’anno.

Quindi, quando il mese scorso sono andata in una farmacia diversa dal solito, e mi hanno detto che potevano vendermi senza problemi la confezione da uno, ma non quella da tre per la quale serve la ricetta non ripetibile, la sedicenne in me ha urlato allo scandalo: volete impedirmi di risparmiare.

Il vantaggio d’essere una vecchia bacucca è che t’interroghi sulle ragioni delle cose. Ho chiesto a diversi farmacisti e medici, e pare che la ragione sia che, «secondo il legislatore», se io assumo ormoni, ogni tre mesi devo farmi controllare e verificare se quegli ormoni vanno ancora bene per me.

Il legislatore è evidentemente uomo, altrimenti saprebbe che nessuna donna va ogni tre mesi dal ginecologo. Altrimenti saprebbe che nessuna dà duecento euro al ginecologo per avere una ricetta: vai a fartele fare dal medico della mutua (che le fa fare dalla segretaria), e puoi prendere ormoni per una vita senza che nessuno ti abbia mai fatto fare un dosaggio ormonale.

Lo so, lo so: il punto non è che il legislatore non sa queste cose perché, non essendo donna, non ne ha fatto esperienza; è che non le sa perché non si è informato sulla materia di cui legifera. Abbiamo sostituito l’identitarismo allo studio: se non sei in grado di capire come funziona un apparato riproduttivo dai libri, sarà utile che almeno tu ne abbia uno, per capire che leggi fare a di esso tutela.

A ogni farmacista ho chiesto: ma il legislatore che le permette di darmi dieci o venti confezioni da un solo Nuvaring senza ricetta, ma ritiene di tutelarmi dall’incauto acquisto d’una confezione da tre, a quel legislatore lì non sarebbe meglio riconoscergli un’invalidità intellettuale con relativo sussidio che gli consenta di ritirarsi senza ulteriori danni dal mondo del lavoro? Ogni farmacista ha emesso gemiti d’impotenza. La mia ginecologa mi ha poi detto che per il legislatore il farmacista può vendermi non più di un anello al mese, e non senza ricetta. Informazione evidentemente andata perduta nelle comunicazioni ministeriali a tutti i farmacisti che ho incontrato.

Chissà se tutto questo la Boldrini (o la Lorenzin, o chi vi pare) lo sa: io non sarei andata a strillarglielo perché sono un’adulta; e chi ha l’età per strillarglielo non lo sa perché, ontologicamente, non sa un cazzo.

Poi nella carrozza è arrivato il controllore. Le ragazzine sono corse da lui e, sempre ridendo moltissimo, gli hanno detto che avevano sbagliato treno e dovevano andare a Imola. Lui le ha guardate e, come un adulto così ottuso da pensare di poterne cavare una risposta razionale, ha chiesto perché mai avessero preso un treno con scritto «Bari centrale». Loro hanno detto «eh, non abbiamo guardato», perché hanno l’età alla quale Letta voleva concedere il diritto di voto e non sanno come si prenda un treno.

Guardavo loro, guardavo il video della Boldrini, pensavo alla sconfitta di Letta, e pensavo a quelle due righe di Scott Fitzgerald che più o meno dicevano: per molto tempo, da allora in poi, Anson credette che un dio protettore ogni tanto interferisse nelle vicende umane.

Chi usa l'esca anti-Israele per i voti degli estremisti. Il caso La Regina non è isolato: da Craxi a D'Alema e Boldrini, la sinistra attratta dalle bugie di Gaza. Fiamma Nirenstein il 21 Agosto 2022 su Il Giornale.

Molti miei amici di sinistra non sono affatto antisemiti, anzi, capiscono e sostengono lo Stato d'Israele. Ma sono l'eccezione, non la regola. La «faccenda» dei post antisraeliani di La Regina non è un caso disgraziato che riguarda il carattere di un giovane ignorante, un incidente. L'uso dell'antisemitismo antisraeliano come arma di consenso, come esca sui social media, come visione del mondo o come modo d'essere (antimperalista, antirazzista, terzomondista, globalista etc) e quindi, in questo periodo, come attrazione elettorale cospicua e utilizzabile, è anzi molto attraente perché è di massa. Una fetta non piccola di elettorato pensa che Israele non abbia diritto di esistere, che sia uno Stato di apartheid, che il bds, ovvero il boicottaggio e il disinvestimento siano un'arma dovuta. Ogni 83 secondi, sui social appare un post antisraeliano-antisemita; i dati sono in crescita verticale, come verifica il Rapporto Annuale sull'Antisemitismo del Centro per lo Studio dell'Ebraismo Contemporaneo dell'Università di Tel Aviv. Leader come Jeremy Corbyn, la cui stella è poi declinata, ne hanno fatto una bandiera; più del 25% degli ebrei nelle città europee si sentono insicuri e molti se ne vanno. Nizza da 20mila ebrei e passata a 3000, un trend che sta decimando le comunità.

La Regina ha scritto uno slogan efficace; come dice la scrittrice Ruth Wisse, popolarizzare l'odio antiebraico, paga. L'anno scorso in Germania, gli attacchi antisemiti sono cresciuti a 3028 da 2351, e crescono in Francia, Inghilterra etc. «Kill the jews» è uno slogan comune. Che per Israele si intenda il popolo ebraico è facilmente deducibile dagli attacchi continui alle sinagoghe, ai negozi, alle persone, dalle menzogne e dai «blood libel». L'«Occupazione» è oggetto di continue proteste, ma le Ong se ne infischiano delle occupazioni del Tibet, di Cipro, del Sahara... L'antisemitismo è carne e sangue della sinistra, per liberarsene deve prendere atto delle sue fondamenta teoriche (Marx, Proudhon, Bakunin) e storiche. Lo stalinismo avviò la «nazificazione» di Israele che oggi culmina nell'assurda accusa (tutta di sinistra) di apartheid; ha arato tutti i terreni delle Ong rendendoli complici di un odio inveterato verso lo Stato Ebraico. La New Left americana ha approfondito il solco col «suprematismo bianco ebraico» e gli ebrei sono diventati il nemico fantasticato dei movimenti antioppressione. È dunque un lavoro indispensabile quello che deve estrarre il cancro antisemita e ristabilire la verità su un Popolo e un Paese il cui peccato è quello della sopravvivenza democratica a costo di una battaglia infinita. Lo storico comunista Alberto Asor Rosa scriveva che l'ebraismo «da razza deprivata è diventata una razza guerriera, persecutrice e omologata alla parte più spregiudicata del sistema occidentale». Anche Natalia Ginzburg rimpiangeva «l'Ebreo curvo» e disprezzava quello «abbronzato». Su questa base, Craxi giustificava il terrorismo, D'Alema pensava che Israele «rinchiuda i palestinesi dentro un Bantustan» e chiamava la guerra a Gaza «spedizione punitiva», la Boldrini ha invitato alla Camera Mohamed Ahmed al Tayyeb, l'Imam che invoca la distruzione di Israele, le manifestazioni dell'Anpi per il 25 aprile con le bandiere degli Hezbollah e dei Palestinesi cacciano la Brigata Ebraica, Di Battista e Grillo dicono cose così violente che chi scrive ha difficoltà a riportarle... Il lavoro a sinistra non consiste nel cacciare La Regina: è grande quasi come quello intrapreso e certo non concluso dalla destra, che almeno è stata costretta alla gola dalla storia. Qui, invece, il campo è intonso.

La sinistra è da sempre contro Tel Aviv. Scacco a La Regina. Ecco cosa ha combinato questo giornale, scovando le uscite social anti-Israele del segretario del Pd della Basilicata. Marco Gervasoni il 20 Agosto 2022 su Il Giornale.

Scacco a La Regina. Ecco cosa ha combinato questo giornale, scovando le uscite social anti-Israele del segretario del Pd della Basilicata, candidato al Parlamento nel reparto «giovani». Letta si è adombrato, lamentando che il Giornale «ha voluto sollevare questa polemica». Come se i quotidiani prossimi al Pd non passino il loro tempo a scandagliare vite e pensieri degli avversari politici finanche quando frequentavano le elementari. È il giornalismo, bellezza. Semmai v'è da notare il doppio registro etico: sono bastate le scuse de La Regina per chiudere il caso. Quando invece qualche fesso della destra se ne esce con battute antisemite, ne viene chiesta la radiazione: come è accaduto di recente a un consigliere regionale campano di Fratelli d'Italia, giustamente sospeso dal partito. Sapere un segretario regionale Pd e quasi certo parlamentare che nega, per di più sghignazzando, il diritto all'esistenza di Israele, preoccupa non poco. Anche perché laggiù vi sono potenze come l'Iran che hanno nella propria ragion d'essere la sua distruzione. Diciamo che il caso ha reso noto a molti quelli che alcuni sanno da tempo: la sinistra italiana mai è stata con Israele, anzi nella sua storia ha sempre parteggiato non solo per i palestinesi ma per gli Stati che Israele lo minacciano. E non parliamo solo dei comunisti: anche Bettino Craxi, che noi continuiamo a stimare immensamente, peccò di eccessiva distanza da Israele e di soverchia simpatia per il cosiddetto «mondo arabo». E lo stesso dicasi per la sinistra democristiana, quella che poi, con gli eredi del Pci, ha dato i natali al Partito democratico. Solo con Silvio Berlusconi e poi con Matteo Renzi, il governo italiano ha riconosciuto che Israele è l'unica democrazia liberale del mondo arabo e che va difeso, ma prima di tutto va compreso. Si dirà: ma è una bagattella social, eppure chi conosce un po' il mondo della sinistra sa che, antropologicamente, il cuore dei militanti del Pd batte più per i palestinesi che per Gerusalemme (o Tel Aviv, come si vuole). Il Pd continua a coltivare questa ambiguità: da un lato non può attaccare direttamente Israele per ragioni di real politik, ma la difesa suona sempre un po' di ufficio. Ambiguità ora aggravata dall'alleanza con l'estrema sinistra di Fratoianni. Che invece ha le idee chiare ed è platealmente pro palestinese, fino a sostenere le azioni violente del movimento internazionale Bds, favorevole al boicottaggio totale di Tel Aviv. Sono contro le sanzioni a Putin, ma le vogliono per l'unica democrazia del mondo arabo, attorniata da macellai urlanti e armati. Alla fine, Fratoianni e La Regina stanno in un collegio blindato, Emanuele Fiano, emblema della Comunità ebraica milanese e non solo, in uno a quasi certa debacle. Prendiamo atto.

La comunità ebraica sconcertata dall'attacco "Tesi di odio, abbiamo un grande problema". La protesta di Ruth Dureghello. Il dem Fiano: "Dichiarazioni inaccettabili". Alberto Giannoni il 20 Agosto 2022 su Il Giornale.

Pd, abbiamo un problema. Il mondo ebraico italiano è sconcertato per il caso del segretario dei democratici lucani Raffaele La Regina, e guarda con inquietudine a ciò che si sta muovendo a sinistra in vista delle elezioni politiche.

Si intravedono segnali preoccupanti, che sembrano preannunciare qualche imminente «scricchiolio». Il timore è una scarsa tenuta nella difesa di Israele, di una posizione cioè che nel filone Pci-Pds-Ds, ha faticato parecchio a farsi largo fra ostilità, pregiudizi e vecchie obbedienze.

La vicenda di La Regina, ieri, ha suscitato autentico sconcerto, anche per le (non) reazioni. Il giovane capolista lucano doveva rappresentare - con pochi altri - il tentativo di un rinnovamento anche anagrafico del partito. Ma nel suo curriculum - il Giornale lo ha raccontato ieri - sono emerse posizioni anti-israeliane di allucinante superficialità e ostilità, che hanno indotto la presidente della Comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, a intervenire: «Candidare i giovani in Parlamento è una scelta di valore, soprattutto se i candidati portano valore e idee innovative - ha scritto - Se bisogna leggere tesi di odio che negano il diritto d'Israele ad esistere allora abbiamo un grande problema».

E che ci sia questo problema lo denotano non solo le uscite come quelle di La Regina, ma anche le reazioni. Mentre dal centrodestra sono piovute moltissime critiche, da Matteo Salvini a Daniela Santanchè, a sinistra hanno prevalso tiepidi silenzi o frettolose difese.

Il segretario Enrico Letta si è precipitato a stabilire che le scuse del suo capolista chiudevano il caso, intanto il deputato (ed ex presidente della Comunità ebraica di Milano) Lele Fiano si è rimesso al segretario e il consigliere comunale milanese (già presidente dell'Unione dei giovani ebrei d'Italia) Daniele Nahum ha parlato sì di uno «scivolone», in cui «è doveroso non incappare», garantendo al contempo che la posizione del Pd «è sempre stata chiara». Anche per Fiano, sollecitato da più parti, la cosa migliore era «che dichiarasse e fugasse ogni dubbio se ve ne fossero mai, il segretario Enrico Letta». «Dichiarazioni gravi e inaccettabili» - ha concesso il deputato milanese - ma che «non hanno nulla a che fare con la posizione del Pd».

La Regina resta candidato insomma, e a tutti sta bene - sembra normale - che sia così. La vicenda - compresa la voluta, generale, sottovalutazione a sinistra - ricorda quella del candidato sindaco di Sesto San Giovanni, Michele Foggetta, un esponente della sinistra che era stato autore di veri e propri insulti verso Israele. In quel caso era intervenuto per condannarli il presidente del presidente del Memoriale della Shoah Roberto Jarach; Foggetta si era scusato e l'evidente imbarazzo non aveva impedito al Pd di continuare la sua campagna per quel candidato sostenuto - insieme ai 5 Stelle - con tanto di comizi di Letta e Giuseppe Conte. Lo stesso Fiano era andato a volantinare a Sesto pochi giorni dopo.

Ora, per paradosso, Fiano è stato candidato proprio nel collegio (quasi impossibile) che comprende Sesto, mentre il Pd concede dignità di grande alleato, e collegio sicuro, a un altro anti-israeliano come Nicola Fratoianni, mentre a Milano lascia a casa un giovane come Pierfrancesco Maran e affida tutto a Lia Quartapelle, che proprio due giorni fa, «come un rifondarolo» qualsiasi twittava contro Israele, definendo «grave e preoccupante» la misura presa nei confronti delle ong palestinesi. Segnali, che non passano inosservati.

Francesca Galici per ilgiornale.it il 20 agosto 2022.

Alla fine Raffaele La Regina non ha fatto alcun passo indietro. E questo nonostante l'esponente piddì, considerato dai dirigenti dem una colonna per il partito e per questo candidato in Basilicata, sia stato pizzacato da il Giornale con le mani nel sacco. Nei giorni scorsi avevamo infatti pubblicato alcune sue, sconcertanti dichiarazioni contro lo Stato di Israele. Il post che ha maggiormente fatto indignare la comunità israeliana è uno in cui il candidato si esprime così: "In cosa credete di più: legittimità dello Stato di Israele, alieni o al mollicato di Mauairedd? E perché proprio al mollicato?". 

Le voci di un passo indietro

Ieri Raffaele La Regina aveva provato anche a scusarsi. Durante la conferenza stampa di presentazione dei candidati, l'esponente del Pd ha cercato di porre una pezza: "Rispetto ad alcune mie parole del passato, voglio scusarmi. Si trattava di parole sbagliate e voglio essere chiaro: non ho mai messo in dubbio la legittimità dello Stato di Israele - né in passato, né mai - e né il suo diritto ad esistere". Parole che Enrico Letta ha accolto quasi con clemenza genitoriale, puntando addirittura il dito contro il Giornale: "Le parole di Raffaele La Regina chiudono una polemica che il Giornale ha voluto alzare". Durante il suo intervento al Nazareno ha poi chiosato: "Siamo sempre molto trasparenti".

Peccato che i diretti interessati non la pensino così. "Le scuse di circostanza del signor Raffaele La Regina sono per noi del tutto insufficienti, poiché di circostanza e soltanto strumentali al raggiungimento del suo obiettivo personale: l'elezione in Parlamento", ha dichiarato ieri in una nota in una nota Alessandro Bertoldi, presidente di Alleanza per Israele. 

Poi, la richiesta: "Chiediamo con forza al segretario del Partito democratico Enrico Letta di escludere questo candidato dalle liste, dando un chiaro segnale di vicinanza al popolo ebraico, così come gli chiediamo di premiare invece chi ha da sempre portato avanti la difesa dello Stato d'Israele e la lotta contro l'antisemitismo". Quindi, Bertoldi conclude: "Il Partito Democratico che accusa, talvolta strumentalmente, di simpatie per il ventennio le formazioni politiche di centrodestra non dovrebbe lasciare spazi interpretativi circa la presenza nelle sue liste, tra l'altro in posizione di elezione certa, di candidati che addirittura negano a Israele il suo diritto ad esistere". 

Lo scontro tra Salvini e Letta

La rinuncia alla candidatura di Raffaele La Regina, che è il secondo pezzo del puzzle che Enrico Letta perde dopo aver fatto tanta fatica per costruire le liste, è stata commentata anche da Matteo Salvini: "Nella notte, La Regina ha fatto un passo indietro. Meglio tardi che mai. Grazie a chi, soprattutto sui social, ha alzato la voce per costringere il Pd a cambiare idea sul loro pupillo. Salgono così a tre, in una manciata di ore, gli addii a sinistra". Il primo ad aver lasciato le fila del Pd è stato Francesco De Angelis a seguito della violenta discussione verbale che ha visto protagonista il capo di Gabinetto di Roberto Gualtieri, Albino Ruberti.

(ANSA il 20 agosto 2022) "Quando si ha 20 anni si esprimono e si pensano molte cose. Poi si cresce, si studia, si cambia idea. Rinuncio alla mia candidatura perché il Pd viene prima di tutto e perché questa campagna elettorale è troppo importante per essere inquinata in questo modo". 

Così il segretario Regionale del Pd lucano, Raffaele La Regina, annuncia il ritiro della sua candidatura come capolista in Basilicata, a causa della polemica legata a frasi antisemite scritte dallo stesso La Regina in un post su Facebook.

Scacco matto a La Regina. Letta ripesca Amendola. Ma scoppia un altro caso. Il capolista in Basilicata conferma la candidatura, poi cede e la ritira. Troppo gravi i suoi tweet contro lo Stato di Israele. Domenico Di Sanzo il 21 Agosto 2022 su Il Giornale.

Uno psicodramma in diretta Twitter. Raffaele La Regina si arrende nel primo pomeriggio e annuncia il suo passo indietro. Insostenibile il peso delle polemiche che sono scoppiate dopo che Il Giornale, il 19 agosto, ha rivelato i suoi cinguettii e i suoi post su Facebook in cui metteva in dubbio la legittimità dello Stato di Israele. Candidato capolista alla Camera in Basilicata, il giovane segretario del Pd lucano non correrà più per un seggio a Montecitorio. «Quando si hanno 20 anni si esprimono e si pensano molte cose. Poi si cresce, si studia, si cambia idea», esordisce La Regina. Poi la notizia, che aspettavano in tanti: «Rinuncio alla mia candidatura perché il Pd viene prima di tutto e perché questa campagna elettorale è troppo importante per essere inquinata in questo modo». Al suo posto, come capolista in Basilicata, subentra il campano Enzo Amendola, sottosegretario a Palazzo Chigi con delega agli Affari europei. «Enrico Letta mi ha chiesto di correre come capolista alla Camera in Basilicata dopo la rinuncia di Raffaele La Regina - scrive Amendola su Twitter - come sempre, la mia candidatura è al servizio della nostra comunità. Grazie Raffaele, hai dimostrato amore per il Pd. Adesso facciamo vincere il Sud. Uniti».

Amendola negli scorsi giorni era stato tentato dalla rinuncia, perché candidato solo al terzo posto nel collegio di Napoli al Senato. Manovre che hanno ripercussioni sulla politica lucana. L'ex governatore Marcello Pittella si ribella: «Due veti sono troppi, ne bastava uno!». Pittella, escluso dalle liste del Pd, passa ad Azione di Carlo Calenda e correrà capolista al plurinominale in Senato con il Terzo polo. La Regina, ex assistente di Giuseppe Provenzano al ministero per il Sud, è stato travolto dalle polemiche in seguito all'esclusiva del Giornale sulle frasi contro Israele. Poi sono spuntati anche altri tweet. Contro Expo, contro l'Unione europea, contro il Tap. Un caos ingestibile dal punto di vista comunicativo. E infatti La Regina, nella tarda serata di venerdì, mette il «lucchetto» al suo profilo Twitter. Ma la mossa di nascondere i tweet non fa altro che peggiorare la situazione. A notte fonda filtra l'indiscrezione della rinuncia alla candidatura. Fino alle 10 del mattino non si capisce cosa farà La Regina. Ed ecco che l'ex assistente di Provenzano si fa sentire di nuovo su Twitter, ma per smentire il passo indietro. «Nessun passo indietro, stiamo lavorando alla campagna elettorale con passione e determinazione. La vicenda di ieri si è chiusa con le mie scuse, la destra vorrebbe tenerla aperta. Come detto al Pd, giovani e Sud saranno il motore della crescita del Paese. Andiamo avanti!», commenta il non ancora ex candidato. Ma la polemica prosegue. «Incredibile il Pd. Invece di prendere le distanze da La Regina che su Israele ha parlato come il più estremo degli estremisti islamici, conferma la sua candidatura e se la prende con Matteo Salvini - scrivono in una nota i capigruppo della Lega Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo. «Mi rivolgo alla comunità ebraica: vi sembra normale che il Pd candidi uno che mette in dubbio la legittimità dello Stato di Israele?», attacca il leader di Italia viva Matteo Renzi. Sale la pressione e a quel punto La Regina decide di fare un passo indietro, stavolta definitivo.

Archiviato il caso-La Regina, scoppia il caso di Rachele Scarpa, un'altra degli under 35 scelti da Letta. Scarpa, capolista a Treviso, in un post dell'11 maggio 2021 accusava Israele di «apartheid».

Il sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè, di Forza Italia, attacca: «Oggi tocca a Rachele Scarpa, quest'altra giovanissima promessa del Pd si distingue per ritenere Israele uno stato assassino. E questi vorrebbero anche governare il Paese». Il senatore di Fdi Giovanbattista Fazzolari parla di «antisemitismo camuffato da ostilità nei confronti di Israele» da parte della sinistra.

Marco Belpoliti per “la Repubblica” il 15 giugno 2022.

Il titolo del libro che ha pubblicato nel maggio del 2021, giunto all'ottava edizione, Io sono Giorgia (Rizzoli), racchiude il senso stesso della personalità politica della segretaria di Fratelli d'Italia: il pronome della prima persona singolare, riferita ovviamente a sé stessa, è lo stigma della sua forza; Io seguito dal verbo: Io sono.

Niente da dire: un'affermazione incontrovertibile, così come il nome: Giorgia. Non il cognome, che è l'appartenenza a una gens, a una famiglia, c'è anche quella spiccatamente matrilineare, ma il nome proprio, segno d'una identità semplice, diretta e immediata.

Se si fosse intitolato: Io sono Giorgia Meloni, non avrebbe funzionato. Chi ha inventato quel titolo, editore, ghost writer o pubblicitario che sia, ha reso perfettamente lo stigma della capa di Fratelli d'Italia - non Sorelle d'Italia, perché sono gli uomini ora da conquistare. 

Poi la foto di copertina di Giammarco Chieregato, anch'essa perfetta nell'interpretare il ruolo che vuole avere la candidata Prima ministra, prima donna della storia della Repubblica italiana. 

Ti guarda dritto negli occhi senza sorridere, in modo quasi neutro. Il punctum dell'immagine è la mano che, senza reggere la testa - non è la foto d'una "pensatrice", cui la testa pesa -, s'appoggia alla guancia e solleva leggermente la chioma, che cade sul lato destro del viso, mentre il resto del corpo è sfumato.

Si tratta senza dubbio della fotografia d'una diva, ma non di una diva cinematografica, e neppure televisiva; piuttosto una foto pubblicitaria in bianco e nero con cui si promuove un prodotto di bellezza, una crema per il viso, oppure un profumo, usando una modella anonima, capace di trasmettere un messaggio diretto: la-uso-io-che-sono-come-te. Non troppo bella, e neppure brutta, una donna qualsiasi, che però ci tiene al proprio volto, alla sua pelle.

La forza di Giorgia Meloni sta in questa medietà, che sa trasformarsi in un messaggio pubblicitario: nella "naturalezza". Giorgia, poi, è uno dei nomi più diffusi oggi in Italia tra le bambine, uno dei primi dieci, e proviene, da una antica radice greca: indica la lavoratrice della terra, la contadina. 

La leader della destra italiana, destinata a rinverdire i fasti del Movimento Sociale e di andare elettoralmente al di là del passato neofascista del partito creato dai reduci della Repubblica di Salò, non poteva avere un nome più adatto.

La autobiografia, scritta in prima persona singolare, costruisce la leggenda di Santa Giorgia Meloni, una ragazza acqua e sapone, cioè autentica, che ha edificato il proprio mitologema partendo da una frase pronunciata il 19 ottobre 2019: «Io sono Giorgia. Sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana», cui si era aggiunge la frase: «Non me lo toglierete». Nella costruzione della mitologia personale di Giorgia Meloni il tema vittimistico è rovesciato in un'affermazione polemica rivolta a "voi": «togliere», ovvero «portar via».

Nel suo libro l'io domina sul noi, rovesciando uno dei punti salienti del secolo passato, dove il Noi ha dominato, sia a destra che a sinistra, sulla prima persona singolare: il collettivo era più importante del singolo. 

Giorgia Meloni è il perfetto prodotto della televisione berlusconiana, della cultura del narcisismo, come l'ha definita Christopher Lasch in suo libro, il cui sottotitolo è: "L'individuo in fuga dal sociale in un'età di disillusioni collettive".

L'autobiografia Io sono Giorgia è scandita su quella frase emblematica: «Sono donna», «Sono una madre», «Sono una italiana», «Sono di destra». Quel «Sono di destra» è lo slogan centrale della sua identità. Il capitolo con questo titolo è aperto da una frase dei Maroon 5, il gruppo musicale pop rock: «Ora il mio cuore si sente come un tizzone e sta illuminando l'oscurità/ Porterò queste torce per te e sai che non le farò mai cadere».

Anche nel primo capitolo, intitolato Piccole donne, c'è l'immagine del fuoco: «Allora dovremmo tutti bruciare insieme», recita un verso di Ed Sheeran il cantautore inglese. Il fuoco indica la passione, sia umana che politica, e la fiamma è il principale simbolo del Movimento Sociale Italiano: la fiamma tricolore.

La passione è il leitmotiv dell'autobiografia di Giorgia, su cui è costruita la sua immagine pubblica. Ma non c'è solo quella. Al di là dell'invenzione pubblicitaria, del mitologema personale costruito con attenti strumenti retorici, del tutto simili a quelli utilizzati per la pubblicità di prodotti estetici - l'estetica è importante per Giorgia, così come lo era, in senso rovesciato, quindi simmetrico, per Silvio Berlusconi -, c'è la faccia trash della Meloni.

In un libro di Tommaso Labranca, che andrebbe riletto con attenzione, Andy Warhol era un coatto. In Vivere e capire il trash, pubblicato l'anno della vittoria elettorale di Berlusconi, sono enucleate le cinque caratteristiche del Trash: la libertà di espressione, il massimalismo, la contaminazione, l'incongruenza, l'emulazione fallita.

Come commenta nella sua fulminante voce Trash nel volume della Treccani Arte Elio Grazioli, alla caratteristica fondamentale della rivendicazione trash «fa da sfondo un apparente e significativo ossimoro libertà-fallimento».

La parte trash della Meloni consiste proprio nel trasformare alcune delle sue caratteristiche apparentemente fallimentari - l'inflessione romana, da borgatara, il suo modo di vestirsi, le posture che prende nei comizi -, in elementi di libertà e di positività.

«Io sono Giorgia» significa: io sono una del popolo, io so come vive la gente che si è fatta da sé. La borgatara diventa perciò una popolana, secondo una tradizione a Roma propria dei personaggi della letteratura dialettale (pasquinate e Trilussa): popolana che dice la verità.

Così viene percepita anche al Nord, dove ora raccoglie consensi rubando sostenitori ed elettori alla Lega di Matteo Salvini, un leader che ha cercato di costruirsi una identità trash, ma finendo per essere kitsch. Contro la ragazza Giorgia, che da bruna si è trasformata in bionda, le felpe di Salvini appaiono una trovata da oratorio, o al massimo da centro sociale.

Un leader che s'è intestato un partito, ma senza realizzarlo fino in fondo, distruggendo nel contempo la mitologia leghista precedente: un vero fallimento. Dal punto di vista del mitologema, Matteo non può gareggiare con l'invenzione di Io-Giorgia.

Se è vero che la politica resta ancora oggi una questione di simboli, a destra non c'è gara. Basta vedere, o rivedere, Io, io, io... e gli altri, il film di Blasetti interpretato da Walter Chiari, per capire come andrà a finire.

Niccolò Dainelli per leggo.it il 15 giugno 2022.  

Guido Crosetto ha attaccato Lilli Gruber, giornalista e conduttrice di Otto e Mezzo, paragondola a Erode. Questo il twitter del cofondatore dei Fratelli d'Italia: «La Gruber sta al giornalismo come Erode al rispetto dell’infanzia». 

In molti su Twitter si stanno chiedendo il perché di questo paragone. E la spiegazione sta nella puntata di Otto e Mezzo di  martedì 14 giugno. Lilli Gruber ha mandato in onda un estratto dell'intervento di Giorgia Meloni al comizio di Vox, partito di estrema destra spagnolo, a Marbella. La Meloni si è dichiarata contro le lobby lgbt, ma a favore della famiglia tradizionale, contro l'immigrazione incontrollata, ma favorevole all'apertura delle frontiere, favorevole alla "vita", e contraria alle ideologie del "fine vita". Un discorso in crescendo che ha fatto breccia tra i militanti del partito di estrema destra spagnolo. 

Una clip che non è piaciuta a Guido Crosetto, visti i toni che la Meloni ha tenuto durante il comizio. E per questo, dunque, secondo il deputato, la Gruber sta al giornalismo come Erode al rispetto dell'infanzia. Crosetto fa riferimento alla Strage degli innocenti raccontato nel Vangelo secondo Matteo, in cui Erode il Grande, re della Giudea, ordinò un massacro di bambini allo scopo di uccidere Gesù, della cui nascita a Betlemme era stato informato dai Magi.  

Il tweet di Crosetto è diventato subito virale scatenando le ire di chi sta dalla parte dell'informazione e l'ilarità, invece, di chi sostiene il deputato di Fratelli d'Italia. C'è chi infatti risponde con la stessa ironia «O come la Meloni ai diritti umani», e chi invece «Chi ha detto infatti che la Gruber è una giornalista?». In molti, adesso, si chiedono se Lilly Gruber risponderà.

Libero Quotidiano il 15 giugno 2022.

Lilli Gruber risponde a Fratelli d'Italia e lo fa nel corso dell'ultima puntata di Otto e Mezzo. Al centro del dibattito c'è Giorgia Meloni, forte del risultato alle amministrative e finita sotto il fuoco della sinistra per aver parlato in Spagna, alla convention di Vox. E così la Gruber ieri sera ha condotto una trasmissione dove gli ospiti "rossi" presenti hanno picchiato duro sulla leader di Fratelli d'Italia rispolverando la retorica "nera" per attaccarla dopo il risultato elettorale delle Amministrative. E Guido Crosetto, come vi abbiamo raccontato, ha tuonato contro la Gruber: "La Gruber sta al giornalismo come Erode al rispetto dell’infanzia".

E questa sera a fare da scudo alla Gruber c'ha pensato Pier Luigi Bersani: "Fratelli d'Italia al Nord non arriva neanche lontanamente alle cifre che stimano i sondaggi, se fossi in loro ci farei una riflessione... Poi, sull'intervento della Meloni a Vox, io lo distribuirei pubblicamente perchè è un'operazione verità. Perché sia nel tono aggressivo e rabbioso che nei contenuti, loro sono questo: un restyling di 'Dio - Patria - Famiglia'. Ma non puoi pensare che gli italiani non reagiscono se gli tocchi nel profondo il senso democratico. Io non condivido le parole usate da Crosetto..".

La risposta della Gruber non si è fatta attendere: "Possiamo sbagliare come giornalisti ma certamente noi non manganelliamo". 

"Compagna chic, impari la decenza". La Gruber finisce nella bufera. Marco Leardi il 15 Giugno 2022 su Il Giornale.

Dopo una puntata di Otto e Mezzo piena di critiche a Giorgia Meloni, la giornalista finisce nelle polemiche. Crosetto attacca: "Sta al giornalismo come Erode al rispetto dell'infanzia".

"Meloni, destra di governo o estrema destra?". La domanda, più che altro, era un assist. Nella puntata di Otto e Mezzo in onda ieri sera su La7, il dibattito sull'attualità politica si è trasformato in una sorta di tiro al bersaglio contro la leader di Fratelli d'Italia. Nulla di nuovo sotto il sole, soprattutto alla luce degli attacchi piovuti contro la suddetta esponente politica dopo le amministrative. Nel talk show della rete terzopolista non sono per l'appunto mancate critiche a senso unico, accompagnate da una conduzione che - ancora una volta - è stata accusata di smaccata faziosità.

Durante e dopo la puntata in questione, infatti, su Lilli Gruber si è scatenata la bufera: in molti hanno rimproverato alla giornalista di aver fatto trasparire la propria ostilità politica alla Meloni. Già durante la diretta, l'atteggiamento della conduttrice e quello di certi suoi ospiti erano stati stigmatizzati sui social da alcuni telespettatori. Tra di essi, anche il fondatore di Fratelli d'Italia, Guido Crosetto, che aveva riservato alla giornalista un tweet al fulmicotone. "La Gruber sta al giornalismo come Erode al rispetto dell’infanzia", aveva scritto l'imprenditore.

A finire tra le critiche, anche gli interventi di alcuni ospiti intervenuti nel corso del dibattito. Ad esempio, la filosofa Rosi Braidotti, che aveva accostato le tesi della Meloni a quelle Putin, parlando di "propaganda di stampo assassino". Parole alle quali la stessa leader di Fratelli d'Italia aveva poi risposto a tono: "Risponderà delle sue affermazioni nelle sedi opportune. È finita la ricreazione, cari amici della sinistra senza argomenti e senza dignità. Ora basta".

In riferimento a quanto andato in onda, le rimostranze nei confronti di Lilli Gruber non si sono però esaurite con la serata di ieri. Stamani, infatti, presenziando in collegamento a un dibattito proprio su La7, anche la senatrice di Fratelli d'Italia, Daniela Santanchè, è tornata sull'argomento. Ospite di Myrta Merlino, l'imprenditrice ha colto l'occasione per evidenziare il proprio disappunto. "Ieri sera su La7 abbiamo visto una delle peggiori pagine della televisione, perché quando si fanno le trasmissioni tutte contro la leader di un partito c'è qualcosa che non funziona", ha attaccato la Santanchè. E ancora, esplicitando il soggetto di quelle critiche: "Parliamo della compagna chic, Gruber, non di un conservatore o di un liberale...".

Poi, la senatrice di Fratelli d'Italia ha replicato anche alla conduttrice Myrta Merlino, che provava a stemperare gli animi. "Una giornalista dovrebbe informare, non dovrebbe dare opinioni così pesanti... Impari la decenza", ha chiosato.

"Propaganda di stampo assassino". La prof in tv contro Giorgia Meloni. Francesca Galici il 14 Giugno 2022 su Il Giornale.

Ancora un attacco contro Giorgia Meloni dopo il suo intervento in Spagna e dopo le amministrative che vedono FdI in netta crescita.

Giorgia Meloni come Vladimir Putin: questo è il parallelismo fatto da Rosi Braidotti, professoressa, durante l'ultima puntata di Otto e mezzo. Ha definito "Propaganda assassina" il comizio fatto dalla leader di Fratelli d'Italia durante un appuntamento elettorale degli alleati di Vox a Marbella. "O si dice sì o si dice no. Sì alla famiglia naturale, no alle lobby LGBT, sì alla identità sessuale no alla cultura gender, sì alla cultura della vita no all'abisso della morte, sì all'universalità della Croce no alla violenza islamista, sì ai confini sicuri no all'immigrazione di massa, sì al lavoro della nostra gente, no alla grande finanza internazionale. Viva l'Europa dei patrioti", ha detto Giorgia Meloni parlando in Spagna.

Parole che hanno scosso Rosi Braidotti, che collegata con Lilli Gruber ha fortemente dissentito, addirittura dichiarando di provare timore: "Ho paura cara Lilli, questo tono riconfortato dalla vittoria elettorale, una furia scatenata contro i presunti nemici dei sacri valori Dio Patria e Famiglia. Linguaggio violento contro omosessuali, donne non madri, migranti". Alla filosofa viene lasciato ampio spazio per esprimere la sua opinione e lei non si fa pregare, muovendo ulteriori accuse a Giorgia Meloni oltre a quelle già mosse dal Pd nel pomeriggio: "Mi rassicura perché capisco chi è veramente la Meloni. Mi sembra che ricalca la rabbia micidiale di Putin, Kirill e Dugin, che rivendicano anche loro quei valori ma esclusivamente russi e in contrapposizione con l'Occidente decadente. Ed è per questo che vogliono distruggerci".

Anche la conduttrice è rimasta attonita davanti a queste parole, ma soprattutto davanti alla conclusione portata dalla professoressa: "Discorsi ideologicamente diversi si ricongiungono su violenza, misoginia, omofobia, una propaganda di stampo assolutamente assassino che mi fa molta paura e molta tristezza. Se questo è il programma io resto all'estero, grazie". L'incremento del consenso alle urne da parte di Fratelli d'Italia ha evidentemente scosso molti intellò rossi, che ora hanno ripreso la campagna d'odio contro Giorgia Meloni.

"È ripartita la solita solfa del Pd che non fa altro che certificare il successo di FdI in queste amministrative e la loro consueta incapacità di interpretare le vere necessità degli italiani. Le bugie della sinistra crescono esponenzialmente con il consenso che gli italiani tributano a Giorgia Meloni e a Fratelli d'Italia. Questo modo becero di intendere il confronto politico non fa altro che certificare il terrore crescente di chi non ha altro da offrire all'Italia se non il proprio odio per chi non si piega agli interessi loro e dei potentati che rappresentano", ha sintetizzato Maria Cristina Caretta, deputata di Fratelli d'Italia.

Francesca Paci per “La Stampa” il 15 giugno 2022.

All'indomani del voto da cui i rispettivi partiti sono emersi vincitori, schizzano scintille tra Giorgia Meloni e la responsabile esteri del Pd Lia Quartapelle, che commenta il discorso della leader di FdI al comizio dell'ultradestra spagnola Vox evocando il passato fascista che non passa. Dura la replica dell'altra: pretendo di sapere se Letta condivide.