Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

ANNO 2022

I PARTITI

PRIMA PARTE

 

  

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I PARTITI

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Scissione: vaffanculo a loro stessi.

La Democrazia a modo mio.

Ipocriti.

Son Comunisti…

Beppe Grillo.

Giuseppe Conte.

Luigi Di Maio.

Alessandro Di Battista.

Dino Giarrusso.

Gianluigi Paragone.

Rocco Casalino.

Virginia Raggi.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Secessionismo.

La Moralità.

Il Capitano.

Il Senatur.

Giancarlo Giorgetti.

Lorenzo Fontana.

Luca Zaia.

Roberto Calderoli.

Roberto Maroni.

La Bestia e le Bestie.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Nazi-fascismo e Comunismo: Economia pianificata.

La morte del Comunismo.

Comunisti: La Scissione dell’atomo.

Ipocriti.

Razzisti e bugiardi.

Achille Occhetto.

Beppe Sala.

Carlo Calenda. 

Elly Schlein.

Enrico Berlinguer.

Enrico Letta.

Giuseppe Pippo Civati.

Goffredo Bettini.

Luigi De Magistris.

Mario Capanna.

Massimo D’Alema.

Matteo Renzi.

Maria Elena Boschi.

Matteo Richetti.

Monica Cirinnà.

Nicola Fratoianni.

Gianni Vattimo.

Fausto Bertinotti.

Laura Boldrini.

Stefano Bonaccini.

Walter Veltroni.

Vincenzo De Luca.

Le Sardine.

I Radicali.

Quelli …Che Guevara.

I Marxisti d’oltreoceano.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

IL SOLITO AMICO TERRORISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le vittime innocenti degli scontri con la polizia.

Le Primule rosse.

Il Delitto Biagi.

Le Brigate Rosse.

PAC. Proletari Armati per il Comunismo.

Lotta Continua.

La Falange armata. 

Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, NAR (Nuclei armati rivoluzionari).

Gli Anarchici.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA. (Ho scritto un saggio dedicato)

 

 

 

 

I PARTITI

PRIMA PARTE

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        La Scissione: vaffanculo a loro stessi.

La lite Casaleggio - Grillo che segnò il destino del Movimento. Marco Imarisio su Il Corriere della Sera il 7 settembre 2022.

L’incontro era andato così male che negheranno a lungo che fosse davvero avvenuto. Alle 13 dell’undici marzo 2016, forse il giorno più importante nell’accidentata storia del Movimento Cinque Stelle, Gianroberto Casaleggio uscì dall’ufficio dell’azienda che portava il suo nome con una faccia ancora più cupa del solito. Ad aspettarlo, c’era una sola persona, un solo giornalista, che gli chiese una dichiarazione. «Mi scusi, non oggi, sarà per la prossima volta» fu la risposta.

Non ci sarebbe più stata una prossima volta. I giorni del cofondatore del M5S erano purtroppo ormai contati. Emanuele Buzzi, che aveva già visto i cinque membri del direttorio, capeggiati da Luigi Di Maio, lasciare la sede con atteggiamento furtivo, sapeva che era successo qualcosa di molto importante. Pezzo per pezzo, una testimonianza dopo l’altra arrivò a scoprire come la rottura tra Casaleggio e Beppe Grillo non sia avvenuta con un «vaffa» indirizzato dal primo all’ormai ex amico genovese durante la loro ultima telefonata, che forse non c’è neppure mai stata.

Tutto era accaduto durante quella riunione, quasi alla luce del sole, quando il progetto dell’ideologo milanese di creare una nuova struttura omnicomprensiva dove sciogliere le diverse anime pentastellate, il logo, una nuova piattaforma web, che prevedeva di fatto una parità di ruolo tra i due fondatori, era stata bocciata da quasi tutti i suoi ragazzi, oltre che da Grillo. Non fu solo una sconfitta, per un uomo orgoglioso come Casaleggio, quella fu anche una umiliazione senza ritorno.

Nel giornalismo esistono gli analisti più o meno dotti, i commentatori professionali, i coloristi. E poi ci sono quelli che hanno le notizie, da cui dipendono tutte le altre categorie sopracitate. Per averle, bisogna stare tanto sul marciapiede, come fece Buzzi quel giorno e come ha fatto in questi dieci anni di lavoro dedicati in modo esclusivo al M5S, occorre creare rapporti confidenziali basati sulla fiducia reciproca, che talvolta prevedono anche la possibilità di non scrivere ogni dettaglio di quel che si sa. Ci vuole tanta fatica, tanta dedizione e altrettanta capacità di sopportazione.

Poi arriva il momento in cui l e storie finiscono, come è finita quella dei Cinque Stelle come li abbiamo conosciuti. E allora diventa possibile scrivere ogni cosa, e fare la storia inedita e segreta di un Movimento di cui si pensa di sapere tutto, che ha vissuto in pubblico sia la propria ascesa che il rovinoso declino. (in libreria dal 9 settembre per Solferino) è il libro sui Cinque Stelle che mancava. Perché se c’è una persona che poteva raccontare la vicenda privata del soggetto politico più controverso e discusso della recente storia italiana, quella è il nostro «Ema», professione cronista. Che con questo libro crea una mappa alternativa e più precisa della geografia intern a di una strana creatura in grado di passare da forza antisistema a forza di governo, da scheggia impazzita a partito di maggioranza. Fino alla mutazione ormai quasi definitiva, dall’uno vale uno al partito di uno solo, Giuseppe Conte, al tempo stesso salvatore e carnefice del vecchio M5S.

Proprio perché il suo autore ci è sempre stato, perché ha visto fiorire e poi appassire ogni protagonista di questa strana vicenda, questo libro non è una raccolta di aneddotica spicciola e inedita sul M5S, ma getta una luce diversa su alcune scelte o decisioni che hanno inciso molto sulla vita di questo Paese. Se davvero l’addio di Luigi Di Maio al M5S è stata la palla di neve che ha innescato la slavina della sfiducia al governo Draghi, non è cosa da poco sapere dell’ultima telefonata dell’attuale ministro degli esteri con Grillo, della sua richiesta di intervenire respinta con perdite.

Sono tantissime in queste pagine le notizie nuove di zecca che da sole varrebbero un titolo di giornale, ma bello grosso. Da una specie di cospirazione per allontanare Virginia Raggi dal Movimento, alle scelte comunicative che tanto hanno pesato nella composizione del controverso governo con la Lega, fino alle discussioni sui soldi, alle feroci faide interne e al sondaggio segreto che obbligò Grillo e Conte a una pace di convenienza. Emanuele Buzzi racconta tutto, con il suo consueto sguardo non giudicante. E disegna così la parabola di un Movimento che doveva volare alto, la rete, le connessioni, il grido onestà-onestà. Ma infine è caduto per sentimenti come la cupidigia, la brama di potere. Molto bassi, e molto umani. 

La lite con Casaleggio e il sondaggio segreto: la verità sul patto Grillo-Conte.

La storia del Movimento 5 Stelle è stata segnata da due eventi cardine: la rottura dei due co-fondatori nel 2016 e il sondaggio segreto che obbligò la tregua tra Grillo e Conte. Luca Sablone su Il Giornale l'8 settembre 2022.

Il Movimento 5 Stelle si è reso protagonista di un processo di trasformazione totale rispetto alle origini. Una serie di metamorfosi che l'ha portato ad assumere connotati per certi aspetti del tutto differenti rispetto alla propria nascita. Lo snaturamento ha toccato diversi ambiti, ma in realtà sono due gli eventi principali che hanno segnato il destino del M5S: la lite tra i due co-fondatori e un sondaggio segreto per evitare la rottura definitiva a luglio 2021.

Di certo una data resterà inscalfibile: l'11 marzo 2016. Il giorno che probabilmente più di tutti ha avuto un impatto sulla storia del Movimento. A raccontarlo è Emanuele Buzzi, che nel suo libro Polvere di stelle (in libreria da domani per Solferino) svela retroscena e dettagli della galassia pentastellata. Tra le altre cose dà conto di un litigio tra Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, che sarebbero arrivati ai ferri corti poco prima del decesso del guru.

A marzo di quell'anno si parlava di diverse possibilità. Nello specifico si prendevano in considerazione due strade: un passo indietro formale da parte del comico genovese o un cambiamento (un allargamento) dei vertici. "Casaleggio uscì dall’ufficio dell'azienda che portava il suo nome con una faccia ancora più cupa del solito [...] I cinque membri del direttorio, capeggiati da Luigi Di Maio, lasciarono la sede con atteggiamento furtivo", si legge sul Corriere della Sera che oggi ha anticipato i contenuti del libro di Buzzi. La ricostruzione del giornalista dimostra bene quanto i rapporti fossero ormai non proprio idilliaci. Era accaduto qualcosa di assoluta importanza.

Ai tempi si parlava di una presunta telefonata furibonda tra Grillo e Casaleggio dai toni durissimi. Anche se in tal senso non sono arrivate conferme ufficiali. E dunque si resta alle indiscrezioni di una chiamata in cui si sarebbe consumato il "vaffa", in cui si sarebbe arrivati alla presa d'atto che le posizioni fossero distanti. Alla base della discordia ci sarebbero state alcune decisioni ai vertici del partito.

Nell'ampia ricostruzione di Buzzi trovano spazio anche altri aneddoti: dalle feroci correnti interne ai rapporti con Virginia Raggi passando per le discussioni sui soldi, sono diversi i fronti che hanno fortemente animato il dibattito nel mondo 5 Stelle. Si parla anche di un sondaggio segreto che portò Beppe Grillo e Giuseppe Conte a siglare la pace, evitando così il divorzio definitivo che avrebbe avuto un urto sul nuovo corso del Movimento.

Il 15 luglio 2021 il comico e l'ex premier si erano incontrati a Marina di Bibbona per sancire il patto della spigola. Una tregua dopo settimane di tensioni. Conte aveva elaborato la bozza del nuovo statuto, che però aveva riscontrato le perplessità di Grillo. Che a sua volta aveva accusato l'avvocato di non avere visione politica, capacità manageriali, esperienza di organizzazioni e capacità di innovazione. Poi la pace improvvisa. Quanto reale, nei fatti, non si sa.

(ANSA il 21 giugno 2022) Oltre 60 parlamentari hanno lasciato il M5S e si sono iscritti al nuovo gruppo di Di Maio. Lo riferiscono deputati e senatori coinvolti nell'operazione. 

(Adnkronos il 21 giugno 2022) - Questa "ennesima lacerazione" è "figlia della decisione scellerata di far parte di un governo dove governano tutti". Di Maio ora "si collocherà saldamente al fianco di draghi", mentre se Conte "vuole dare una possibilità" al M5S alle politiche, "deve lasciare immediatamente il governo Draghi". Lo dice Alessandro Di Battista, intervistato in Russia da Rainews24. (Leb/Adnkronos)

Marco Imarisio per il “Corriere della Sera” il 22 giugno 2022.

A cercare nella memoria del telefono, emergono pezzi di Storia. Con la esse maiuscola, non si tratta di un refuso. Perché stiamo parlando del partito che stravinse le elezioni del 2018, che è stato il principale azionista di un curioso esperimento giallo-verde, e del governo che ha affrontato un evento unico e speriamo irripetibile come la pandemia. 

Adesso che tocca scrivere dello sfacelo, del crollo ormai definitivo di una casa che ha sempre avuto il problema di essere ogni volta costruita dal tetto, da qualche parte bisognerà pur cominciare. 

Lo facciamo da uno scambio di sms che risale a qualche settimana dopo quel trionfo di cui sopra. «Ma tu lo conosci questo Conte?» venne chiesto all'anonimo parlamentare all'epoca fedelissimo dell'allora eroe dei due mondi Luigi Di Maio, vincitore dell'odiato Pd di Matteo Renzi, oggi transfuga dall'altra parte della barricata. «Ma chi c... sarebbe?» fu la risposta. 

L'attuale ministro degli Esteri e l'ex premier non hanno in comune solo grisaglie, ma anche un destino comune da corpi estranei, mai completamente parte dello sfuggevole Dna pentastellato, spesso accettati per convenienza quando il vento soffiava a favore, mai amati.

«Chiamatemi Luigi per favore». Invece non si muoveva una foglia, sotto al palco di Rimini dove Di Maio era stato appena eletto capo politico del M5S. Solo caldo e polvere. Un gruppo di militanti calabresi si allungava oltre le transenne per abbracciarlo, «Gigi, sei grande Gigi» gridavano eccitati. 

Lui allungò il braccio destro per intero, piegandosi in avanti, quasi a evitare quegli abbracci sudati, e chiese per cortesia che il suo nome non venisse sottoposto a diminutivi. Quanta differenza con la leadership fisica di Beppe Grillo, che presentando la prima lista del suo Movimento si era fatto trasportare su un canotto dalle mani di migliaia di militanti fino al palco di piazza Maggiore a Bologna, e che durante i comizi più ispirati dello storico Tsunami Tour del 2013 si buttava tra la folla. 

Sembra che sia passata un'era geologica. Quella kermesse riminese ideata per il passaggio di consegne tra vecchio e nuovo M5S conteneva già gli ingredienti principali di questo romanzo populista che sembra trascinarsi verso la fine. Beppe Grillo aveva già cominciato a fare il pendolo. Andava e veniva ripetendo sempre di essere stanco, e celebrò senza entusiasmo l'incoronazione a freddo di quello che chiamava «il deputatino di Pomigliano d'Arco».

Roberto Fico stava in disparte e dava appuntamento nella hall del suo hotel, dove recitava la consueta parte dell'offeso, del grillino originario che sopravvive in quanto tale e si lamenta, ma tanto alla fine basta dargli un contentino e digerisce tutto, anche il governo con la Lega. 

Mancava Alessandro Di Battista, che proprio in quella occasione, tramite uno struggente messaggio video, inaugurò la sua carriera Erasmus di politico senza politica, di quello che sta fuori perché è diverso ma anche un po' dentro perché non si sa mai, intanto gira il mondo e gli studi televisivi come indignato speciale.

Venne l'incredibile risultato del 2018, e con esso ci fu l'avvento di uno sconosciuto avvocato pugliese, introdotto a Grillo e a Davide Casaleggio proprio da Di Maio quando c'era da trovare la quadra per un governo che sembrava impossibile. Saltiamo a piè pari i rovesci elettorali che portarono alle dimissioni di Di Maio.

Va citata per dovere di cronaca la favolosa trasferta parigina della ricostituita coppia Di Maio-Dibba, i prescelti. Quel febbraio 2019 era una fase di sondaggi calanti. Loro pensarono bene di andare a Parigi in auto per rendere omaggio ai Gilet gialli che all'epoca paralizzavano la Francia incitando alla guerra civile, e rifarsi così una verginità antisistema. Il tutto mentre erano al governo in Italia. La bussola non è stata certo smarrita l'altro ieri. 

Da allora, gli addetti ai Cinque Stelle non hanno fatto altro che raccontare un'agonia consapevole. Anche qui viene in soccorso l'archivio di WhatsApp e la corrispondenza con attuali parlamentari delle varie fazioni. «Siamo finiti». «Ormai non rimane più nulla».

«Tutti a casa». Un Movimento esausto, prigioniero dei dilemmi esistenziali del fondatore, torno o non torno, mi riprendo tutto oppure abbandono definitivamente.

Quello con Giuseppe Conte è stato un matrimonio di convenienza, nato male per via di appuntamenti mancati che avevano fatto imbestialire Grillo, per via dell'oggettiva difficoltà dell'ex presidente del Consiglio, che ancora oggi si muove come fosse in casa d'altri, recitando slogan che non appartengono alla figura che si è creato con la permanenza a Palazzo Chigi. Da due debolezze non nasce mai una forza. Non è un caso che lo strappo più definitivo avvenga sulla politica estera.

Fino a che era vivo Casaleggio padre, atlantista convinto, uno che quando gli si chiedeva se esistevano alternative alla Nato ti fulminava con lo sguardo, era roba sua. Dopo, tutto e il contrario di tutto. Quel terreno è diventato la prova dell'assenza di ogni direzione comune, di ogni identità, vecchia o nuova che sia. Guardando indietro, rimane da chiedersi come sia stato possibile quel 32,7% del 2018. Bisognerebbe chiederlo a quelli che ieri nell'aula di Montecitorio hanno celebrato la morte del M5S sostenendo giustamente che la politica estera è una cosa seria. Ieri si sono dimenticati di dirlo. Sarà per la prossima volta, forse.

Fabrizio Roncone per il Corriere della Sera il 22 giugno 2022. 

Istinto primordiale: tuffarsi nella tonnara grillina. Le sinapsi dei cronisti sfrigolano con un mucchio di pensieri malevoli.

I 5 Stelle si dividono, si sfasciano.

Quando? Adesso. Calma. 

Inquadrare la scena, cronaca: il premier Mario Draghi, tra poco, chiederà al Senato di essere autorizzato a mandare altre armi in Ucraina; Giuseppe Conte pretenderebbe invece che ogni spedizione fosse preceduta da un passaggio parlamentare (l’ambasciatore russo Sergej Razov ha già ringraziato, soffiando sulfureo compiacimento); Luigi Di Maio, colpevole di essersi indignato per tanta ostilità nei confronti del governo, è stato sottoposto a brutale processo dal tribunale contiano. Provocazione, sfida, apocalisse. «Giggino sta raccogliendo firme tra i parlamentari del Movimento». Se ne va, prima di essere espulso. 

Dalla buvette di Palazzo Madama arrivano risate cimiteriali. 

Circoletto intorno a Matteo Renzi, che ingoia (letteralmente, tipo fachiro) due pizzette sotto le occhiate adoranti di Francesco Bonifazi, l’amico tesoriere sempre abbronzato come Carlo Conti. L’intervento di Renzi in aula, poco fa, di un’altra categoria (ad alcuni può apparire presuntuoso, egocentrico, spregiudicato: però rispetto alla media dei senatori è legittimato a considerarsi un incrocio tra Churchill e De Gasperi, ma forse più Churchill). Anche oggi è il più veloce di tutti: «I grillini sono finiti. Si stanno dividendo per capire chi entrerà nel prossimo Parlamento». Interviene Pier Ferdinando Casini (che pure si è esibito in un intervento pieno di saggezza): «Io invidio Renzi perché è giovane e bello» (sguardi maliziosi). Il socialista Riccardo Nencini: «Scusate, io vado».

Il botto dei 5 Stelle diffonde un certo, innegabile buon umore (avevano promesso di aprire questo luogo sacro come una scatoletta di tonno, un po’ di rancore ci sta). Portaborse: «Ragazzi, è fatta». Il ministro Federico D’Incà e il sottosegretario Enzo Amendola (gran mediatore) sono riusciti a limare anche l’ultima virgola di una risoluzione che mette d’accordo tutte le forze di governo e consente a Draghi di partecipare al prossimo Consiglio europeo. Il voto, però, sembra ormai un dettaglio. Tutti guardiamo Di Maio: eccolo laggiù, in fondo al corridoio con le pareti foderate di velluto. È livido, teso, gelido. Gira voce che avrebbe arruolato oltre 30 deputati (destinati ad aumentare dopo i ballottaggi delle comunali) e una decina di senatori, ci sono i primi nomi (Castelli, Spadafora), il gruppo si dovrebbe chiamare «Insieme per il futuro», sembra abbiano già una sede. 

Da una porta spunta Giorgio Mulé, sottosegretario alla Difesa: FI, potente, informato.

«Una scissione così non la organizzi in una mattina. È chiaro che Di Maio l’aveva preparata, con cura, da settimane».

Continui.

«Conte umiliato. Ha perso la faccia e la truppa. Dopo aver inutilmente minacciato Draghi, non solo vota la risoluzione di maggioranza, ma si ritrova con mezzo partito. Per il Pd, un disastro. Con chi si allea: con l’avvocato dotato di pochette o con Giggino?».

Salute del governo?

«Cagionevole. Però non sarà ricoverato. Andrà avanti con le pasticche». 

Cercare subito uno del Pd. Ma niente: camminano veloci, sguardi accigliati dietro le mascherine, scuse miserabili: devo tornare in aula, aspetto la telefonata di mia moglie. Si volta il comunista (non è un modo di dire) Marco Rizzo, che parlava con il suo unico senatore rosso, Emanuele Dessì, ex grillino. «Emanuele, dai: fagli vedere la fotocopia». Dessì tira fuori un foglio, è il programma del M5S, con cui fu eletto nel 2018: ripudio della guerra, disarmo, Russia partner economico, riformare la Nato. «All’epoca, il capetto dei 5 Stelle era Di Maio — dice Rizzo — Ma non stupitevi. Questi si dividono su un tema gigantesco come la guerra solo per aggirare il limite del doppio mandato. Ricordo che Bertinotti e Cossutta, un argomento così, lo affrontarono invece con un cipiglio memorabile».

Paragoni con Di Maio e Conte? «Sarebbe come paragonare la compagna di scuola con Sharon Stone» (poi, boh: s’avvicina Stefania Craxi e gli urla: «Rizzo, tu dovevi sposarmi!». E lui: «Ma tu sai che io ho fatto molto di più!»). 

Compare Antonio Razzi: «Nei momenti epocali ci sono sempre». Un fine notista: «Non trovi siano indecenti tutti questi uomini che vengono nel Salone Garibaldi senza calzini?». Un tipo basso, rotondo, sudato, chiede: «S’è per caso visto Matteo Salvini?». Ma oggi Salvini potrebbe presentarsi vestito da Batman, nessuno se lo filerebbe. Piuttosto: notizie di Beppe Grillo?

Allora due cronisti partono e vanno ad aspettarlo all’hotel Forum — suite con vista sui Fori, perché l’Elevato adora il lusso — anche un po’ per vedere se ricomincia con il solito rosario di insulti, «Giornalisti fantasmi/ cadaveri che camminano/ lombrichi destinati all’estinzione», o se ha capito che stavolta è il suo Movimento a rischiare brutto, e noi invece siamo ancora tutti qui, al nostro posto, a raccontare.

 Giampiero Mughini per Dagospia il 22 giugno 2022.

Caro Dago, sono un cittadino della Repubblica che ieri ha ascoltato per intero la conferenza stampa di Luigi Di Maio e che ne è stato contento. Valeva la pena stare lì una ventina di minuti pur di sentirgli dire un’espressione che più o meno contraddiceva l’ennesima bestialità del loro repertorio originario, e cioè che “uno vale uno”. 

Sì, sono contento che Di Maio sia oggi così lontano da quello che andò in Francia per battere la mano sulla spalla a quei gaglioffi che capeggiavano le sfuriate dei “gilet gialli”. Sì, sono contento che la frotta di parlamentari aderenti ai 5Stelle sia scesa di una sessantina di unità. Sì, sono contentissimo che questi 60 parlamentari si dichiarino dei fervidi sostenitori del governo Draghi.

Per un attimo ho addirittura pensato di scrivere qualcosa sull’argomento, e sarebbe stata la prima volta nella mia vita che scrivevo su qualcosa che attenesse al movimento fondato da Beppe Grillo. Ma no, non ne sono proprio capace, non mi viene in mente nulla, proprio nulla. 

Su quel materiale antropologico ci sono gli articoli (magnifici) di un Francesco Merlo, di un Fabrizio Roncone e di tanti altri. Nel ricordarmi che all’avvio del movimento, Beppe Grillo venne portato su un canotto dalla folla esaltata dai suoi “vaffa”, mi viene uno sbadiglio e solo quello. Per me impossibile scrivere di loro. Impossibile. Nemmeno una parola, nemmeno un aggettivo. Mille auguri a Di Maio e ai suoi sodali.

Francesco Merlo per “la Repubblica” il 21 giugno 2022. 

Torna il vaffa, ma della buona creanza, il vaffa di un sottovalutato a un sopravvalutato, un vaffa senza diavoli nascosti, un vaffa tutto napoletano, respinto senza neppure il classico "vacci tu". E va detto subito che solo a prima vista sono divertenti gli ex squinternati d'assalto che ora si mandano a quel paese mordendosi la lingua. 

Qui il solo insulto forte e chiaro, che nel codice dei 5stelle equivale a infame cornuto e sbirro, l'ha lanciato Paola Taverna a Luigi Di Maio: «Sembri Renzi». Ma la porta d'uscita gliel'ha mostrata Roberto Fico, che nel 2017 ne subì la leadership imposta da Grillo per acclamazione. 

E tutti ricordiamo Fico in dolente afonia, agitarsi, ma senza dire neppure una parola, dietro il palco anticasta di Rimini dove gli fu persino impedito di salire: giorno verrà Perciò ora Fico si vendica, si scarica e dice che «Di Maio non è contro Conte, ma contro tutto il Movimento »: tiè. Ma mentre lo dice nega di dirlo: «Non ne voglio parlare».

Lo stile è quello del calcio dell'asino. Ma Di Maio, mimando l'eleganza, gli risponde con una nota in terza persona, che davvero si nega alla risposta: "Il ministro non replicherà a nessuno degli attacchi che sta ricevendo in queste ore. C'è un limite a tutto, ciononostante non si può indebolire il governo italiano davanti al mondo che ci osserva, in una fase così delicata".

Ovviamente non è uno scontro tra apocalittici e integrati, ma tra integrato e integrato, entrambi con il problema del doppio mandato. Fico e Di Maio davvero si somigliano anche se non si pigliano, e il duello tra i due non ci sarà perché in nessun Paese del mondo, neppure nel "Venezuela di Pinochet" (che stava nell'atlante storico ridisegnato dal "Di Maio di prima") un sopravvalutato accetta la sfida di un sottovalutato. Insomma, mai questo "Di Maio di dopo" promuoverebbe Fico ad avversario e dunque: "descansate niño" e riprenditi il guanto.

E però bisogna ammettere che sta diventando davvero epico il romanzo di formazione dell'outsider e brocchetto del populismo Luigi Di Maio, da commesso dello stadio San Paolo a ministro degli Esteri pulitino, perfettino e persino bravino del governo Draghi europeista e atlantista. 

Perciò di nuovo ha sbagliato Fico a sfidarlo passeggiando per le strade di quella Napoli che li unisce mentre li divide. Fico infatti ci è nato mentre Di Maio, che è cresciuto a Pomigliano, non è neppure figlio della provincia, ma di quell'enorme hinterland che per grandezza in Europa è secondo solo a quello di Barcellona.

Di Maio ha dunque il narcisismo compensatorio della periferia, lo sforzo e il bisogno di strafare per poter fare. Fico invece pensa di essere lui Napoli, arruffato per i centri sociali che frequentava in jeans e maglietta come "il terrone" amato e cantato dagli Skiantos, non indumenti da compagno proletario, ma uno stile di vita, quale che sia il vestito che indossa. 

Pure con il cappotto blu di cachemire che lo impaccia quanto l'impaccia l'Istituzione, Fico è ancora il "compagno" arruffato di una volta, è vero, ma è anche Nino D'Angelo, il cui inno è "Nu jeans e 'na maglietta" che è pure il titolo del suo film più di successo.

Il presidente Fico non si sposta più in autobus anticasta come negli esordi ed eccelle nei convenevoli, si inchina, scambia piccoli sorrisi di circostanza. Ma, fedele alla sua natura, concede pochissime parole perché con la lingua si imbroglia - "il vaglio resta vagliato", "non è vero che uso un'auto blu, è grigia" - e si infila le mani in tasca, che è la sua abitudine. 

"Machitofafà" lo chiamavano all'università di Trieste, dove si laureò - 110 e lode - con una tesi sui neomelodici napoletani, "la canzone popolare che non si può giudicare con il codice penale alla mano". E dunque "come Hobsbawm vide la rivoluzione nei briganti", così Fico la vide, prima ancora che in Grillo, in Nino D'Angelo (rieccolo) che appunto canta: "Ma chi to' fa fa".

Di Maio invece ha sempre avuto il look in contrasto ideologico con il grillismo e dunque anche con il se stesso di prima: lo studente fuori corso che sbagliava i congiuntivi era già l'unico nel Movimento - "l'ometto di Grillo" lo insolentiva De Luca con la cravatta, anche prima di esibire qualche bella compagna, di firmare anche lui un'autobiografia da infanzia di un capo, di chiedere scusa per gli eccessi del giustizialismo e perdono per essere stato il "Di Maio di prima".

E ci si può perdere nelle sue gaffe, sulle quali anche io ho così tanto scritto che davvero mi basterebbe ricopiarmi. A partire magari da quel viaggio in Francia e contro la Francia quando insieme con Di Battista riduceva a parodia la politica estera. Di Maio, che era vicepresidente del Consiglio, ministro e capopartito, si offriva infatti come una Marianna di sostegno alla violenza redentrice dei gilet gialli: pugni ai poliziotti e ruspe contro la porta del ministero.

L'idea scema era quella del "qui casca il gallo", con la denunzia del colonialismo francese settant' anni dopo la sua fine, mentre Giorgia Meloni, nel suo più fulgido momento di reginetta di Coattonia, gridava in tv che Macron sfruttava i bambini africani per arricchirsi. 

Le gaffe e le fragilità di Fico sono diverse dalle bêtises accumulate da Di Maio, Di Battista e dai vari Toninelli. Fico, sia nel bene che male, è rimasto un grillino piccolo piccolo che raramente è stato fuori misura. 

Di sicuro sballò quando si lanciò in una sgangherata, calunniosa offensiva contro Umberto Veronesi che Beppe Grillo chiama Cancronesi: «Riceve soldi da una multinazionale che costruisce termovalorizzatori. 

Vergogna!». È vero che riscorrendole oggi tutte le storie di questi grillini hanno la furbizia ruspante del guaglioncello "io speriamo che me la cavo", ma solo Di Maio è ormai arrivato alla prova-miracolo: una prova dura, acre, ammorbante, velenosa, per vincere la quale dovrebbe appartenere - ma chi può escluderlo?- ai fenomeni della politica italiana.

In questa decadenza dei 5 stelle, che non somiglia certo a un'altra caduta degli dei, come furono la morte della Dc, del Pci e del craxismo, come del resto anche quella del fascismo dopo il fascismo, del Movimento sociale di Almirante e Fini, in questo finale di partita di un Movimento 5 stelle slabbrato come un condominio, sono in troppi a sognare un duellissimo: Fico sogna di battere Di Maio, Di Maio sogna di battere Conte, e Conte sogna di battere…Draghi. 

Da repubblica.it il 21 giugno 2022.

Da Sergio Battelli a Laura Castelli, da Primo Di Nicola a Carla Ruocco, e poi Francesco D'Uva, Simone Valente, Daniele Del Grosso, Simona Nocerino, Vincenzo Presutto e tanti altri. L'hotel Bernini è affollato nell'attesa di Luigi Di Maio e della conferenza stampa convocata per ufficializzare la scissione dal Movimento. Parte dal governo, il ministro degli Esteri. Dice che si è rafforzato, dopo la risoluzione di oggi sugli aiuti all'Ucraina, approvata con 219 sì, 20 no e 20 astenuti in Senato. Sostiene che lo scontro nel Movimento - ormai in corso da giorni - è stato alimentato per motivi mediatici. E poi spiega le ragioni dell'addio. 

"Dovevamo scegliere da che parte stare"

Si concentra sulla guerra in Ucraina, Di Maio. "Dovevamo scegliere da che parte stare della storia. I dirigenti del Movimento hanno rischiato di indebolire l'Italia, di mettere in difficoltà il governo per ragioni legate alla propria crisi di consenso, per recuperare qualche punto percentuale, senza neppure riuscirci. La guerra non è uno show mediatico, è da irresponsabili picconare il governo. Di fronte alle atrocità che sta commettendo Putin non potevamo mostrare incertezze". Poi il passaggio sulla risoluzione. Al Senato c'è stato un "voto che delinea la posizione dell'Italia e che ribadisce la nostra appartenenza all'area euro-atlantica" e non poteva essere altrimenti. "No alle ambiguità". 

"Grazie al Movimento per quello che ha fatto per me, ma da oggi inizia una nuova strada", ha detto Di Maio. Quindi l'annuncio, ormai scontato. "Lascio il Movimento, è una scelta sofferta che non avrei mai pensato di fare". E la voce si incrina. Poi la rottura, anche nel linguaggio: "Da oggi inizia un nuovo percorso. Per costruire un futuro servono soluzioni e idee realizzabili. Per avere un modello vincente da nord a sud abbiamo bisogno di aggregare le migliori capacità e talenti. Perché uno non vale uno". 

La citazione di Sassoli

Nel suo discorso Di Maio cita l'esponente di un altro partito, lo scomparso presidente del Parlamento europeo, il dem David Sassoli. "Davanti a questa guerra devastante, l'Europa deve essere più solidale, ce lo ricordava il presidente del Parlamento europeo David Sassoli, un esempio di grande di correttezza, di senso delle istituzioni e di pacatezza che deve essere da guida per tutti noi". 

L'identikit di "Insieme per l'Italia"

Il nome della nuova formazione parlamentare è già noto dal pomeriggio. Nella conferenza stampa Di Maio ne traccia l'identikit. "Nascerà una forza politica che non sarà personale", dove "non ci sarà spazio per odio, sovranismi e populismi". 

"Il Movimento non è più la prima forza"

Infine, l'ultima stoccata: "Da domani il Movimento non è più la prima forza politica in Parlamento". Di Maio non risponde a domande. Al termine del suo intervento, c'è spazio solo per l'abbraccio ai "suoi" parlamentari.

Nasce il partito di Luigi Di Maio, si chiamerà “Insieme per il futuro”. Ecco chi ne fa parte. Il ministro degli Esteri lascia il Movimento 5 stelle. Al momento con lui una quarantina tra deputati e senatori: «Ma puntiamo a raccogliere consensi anche da altri gruppi parlamentari». Antonio Fraschilla su L'Espresso il 21 Giugno 2022.

Lo strappo era ormai nelle cose, ma in pochi si aspettavano tempi così rapidi. Alla fine le strade dei due leader del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, si separano. Il ministro degli Esteri prima ha lanciato l’allarme, poi rivelatosi in parte infondato, di un voto contrario del Movimento 5 stelle alla risoluzione della maggioranza in Senato sulla guerra in Ucraina; poi stamani ha raccolto attorno a un tavolo i suoi fedelissimi e lanciato il suo piano: lasciare il Movimento e fondare nuovi gruppi parlamentari che si chiameranno “Insieme per il futuro”. 

Al momento ci sono circa 40 firme tra Montecitorio e Palazzo Madama, per la formazione dei due gruppi di Camera e Senato. Tra i deputati ci sono Gianluca Vacca, Sergio Battelli, Alberto Manca, Caterina Licatini, Luigi Iovino, Andrea Caso, Davide Serritella, Daniele Del Grosso, Paola Deiana, Filippo Gallinella, Elisabetta Barbuto, Iolanda Di Stasio, Alessandro Amitrano, Elisa Tripodi, Laura Castelli, Tiziana Ciprini, Manlio Di Stefano, Nicola Grimaldi, Dalila Nesci, Simone Valente, Andrea Giarrizzo, Marianna Iorio, Marialuisa Faro, Roberta Alaimo, Pasquale Maglione, Luciano Cadeddu e Margherita Del Sesto. I senatori invece sono Emiliano Fenu, Fabrizio Trentacoste, Antonella Campagna, Vincenzo Presutto, Primo Di Nicola, Simona Nocerino, Sergio Vaccaro, Daniela Donno.

Ma, anche da altri partiti potrebbero arrivare ingressi nei gruppi di Di Maio, come quello del deputato Antonio Lombardo che si era iscritto a Coraggio Italia del sindaco di Venezia Luigi Brugnaro.

Dicono dal cerchio magico del ministro degli Esteri: «ll progetto di Di Maio guarda al 2023, a una formazione che parta dai territori, dalle esperienze degli amministratori locali e delle liste civiche. Per questo il primo cittadino di Milano, Beppe Sala, è considerato un interlocutore. L'obiettivo, in Parlamento, è quello di attrarre anche deputati e senatori dei gruppi di centrodestra ma in rotta con le forze di appartenenza. Lo sguardo per eventuali futuri dialoghi è rivolto al centrosinistra».

Coi Cinque stelle finisce l’età della protesta, ma non quella della radicalità. STEFANO FELTRI, direttore, su Il Domani il 21 giugno 2022

Con la scissione del Movimento Cinque stelle e la rottura tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio finisce la stagione della protesta, ma non quella della radicalità. 

Dopo Conte e Di Maio non c’è Di Battista, tutti e tre sono interpreti di una stagione conclusa. 

Ma resta spazio a chi saprà rispondere a quelle domande di equità, redistribuzione e giustizia in modo efficace, competente ma anche netto e coraggioso.   

Con la spaccatura del Movimento Cinque stelle tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio finisce la stagione della protesta, ma non quella della radicalità.

Su Facebook Alessandro Di Battista, da tempo fuori dal parlamento, indica il peccato originario del Movimento: aver deciso di governare, farsi potere invece che rimanere contropotere.

Beppe Grillo, dieci anni fa, era scettico perfino sull’opportunità di correre alle elezioni, difficile denunciare la Casta e i compromessi dall’interno.

Come tutti i populismi e in particolare i populismi di sinistra, quelli che se la prendono con la minoranza forte (l’élite) invece che con la minoranza debole (immigrati, persone con identità sessuali o di genere varie…), i Cinque stelle hanno sperimentato e generato la frustrazione di promettere un cambiamento che non sapevano come generare.

Donald Trump non ha provato a cambiare “il sistema”, si è limitato a imbrogliarlo, a sfasciarlo. I Cinque stelle avevano intenzioni migliori, così come il procuratore generale progressista Chesa Boudin di San Francisco, sfiduciato dai suoi elettori, o a suo tempo Alexis Tsipras in Grecia, Bernie Sanders negli Stati Uniti e così via. Ma per cambiare il sistema servono idee, competenze, radicamento.

I Cinque stelle hanno sempre avuto programmi imbarazzanti, competenze minime, nessun radicamento sul territorio (come dimostrano sconfitte e candidature mancate alle amministrative). Conte e Di Maio, in modo speculare, hanno seguito lo stesso percorso: hanno imparato le logiche della politica, ma non quelle dell’efficacia.

Reddito di cittadinanza a parte (che non è poca cosa), di cosa possono andare fieri? Dei decreti Salvini contro gli immigrati? Del più grande sperpero di denaro pubblico della storia repubblicana, il Superbonus edilizio?

Conte ha sempre avuto la pochette, Di Maio ha imparato l’inglese e a comportarsi in società, uno a suo agio nei palazzi romani come i democristiani di un tempo, l’altro rapido nell’apprendere e nel decidere come Matteo Renzi (ma senza cedere al fascino del denaro). Ma a parte questo sono uguali: hanno interpretato l’evoluzione di un Movimento che ha imparato a gestire il potere senza avere la più vaga idea di cosa farne.

Così finisce quindi la stagione della protesta: nessuno si fiderà più di chi limita l’articolazione del disagio a un “vaffa”.

Non scompare però il bisogno di radicalità nelle proposte e nelle scelte: amministrare l’esistente con diligenza non può essere l’unica alternativa allo scomposto fallimento dei populisti, come ha scoperto a sue spese Emmanuel Macron.

Dopo Conte e Di Maio non c’è Di Battista, tutti e tre sono interpreti di una stagione conclusa che lascia spazio a chi saprà rispondere a quelle domande di equità, redistribuzione e giustizia in modo efficace, competente ma anche netto e coraggioso.   

STEFANO FELTRI, direttore. Nato a Modena nel 1984. Ha studiato economia alla Bocconi con l’idea di fare il giornalista. Ha lavorato per la Gazzetta di Modena, Radio24, il Foglio, il Riformista e poi dal 2009 al Fatto Quotidiano, di cui è stato prima responsabile dell’economia e poi vicedirettore. Nell’estate 2019 si è trasferito negli Stati Uniti per lavorare e studiare alla University of Chicago - Booth School of Business, dove ha curato il sito ProMarket.org dello Stigler Center diretto dal professor Luigi Zingales. Ora è direttore di Domani.

DAGONOTA il 29 giugno 2022.  

L’altra sera Massimo Cacciari è tornato ospite da “Otto e mezzo”. Dopo i numerosi attacchi al governo Draghi (accusato di essere il governo servo degli americani, del pensiero unico, feroce oppressore delle nostre libertà con il Green pass), il filosofo ha detto all’improvviso “noi staremmo peggio molto peggio se non ci fosse Draghi”. Lo ha detto la débâcle dei grillini alle amministrative e dopo la scissione dei Cinquestelle, con l’uscita di Luigi Di Maio. 

Negli ultimi cinque anni, senza mai dichiarare esplicitamente le sue preferenze politiche, il profeta d’Italia Cacciari ha tirato la volata ai governi gialloverde (Conte1), giallorosso (Conte-bis) e ancor prima con gli attacchi al governo Renzi ha contribuito all’affermazione dei pentastellati. Il giorno dopo la loro scissione, l’ex sindaco di Venezia non ha perso tempo: ha cambiato casacca ed è diventato filogovernativo. Gli intellettuali italiani non si smentiscono mai: tra la destra e la sinistra, scelgono sempre il centro-tavola.

Massimo Balsamo per ilgiornale.it il 29 giugno 2022.  

Fase rovente per la politica italiana, reduce dai ballottaggi delle comunali e pronta a vivere il lungo cammino verso le politiche del 2023. Gli schieramenti sembrano ormai delineati, ma Massimo Cacciari non è di questa opinione. Per il filosofo, intervenuto a Otto e mezzo, presto prenderà forma il partito di Mario Draghi.

“Dopo le ultime suggestive capriole politiche, Di Maio ha detto che chi destabilizza il governo Draghi perde le elezioni. È così?”, la domanda di Lilli Gruber all’ex sindaco di Venezia. Come sempre, la replica è tranchant: “Sono domande superflue. È del tutto evidente che nessuno metterà in crisi il governo Draghi. Si posizioneranno, ma nessuno metterà in crisi l’esecutivo. La cosa interessante è che con la rottura dei 5 Stelle si va delineando un’area possibile”. 

Il riferimento è al cosiddetto “partito di Draghi”: “Non parlo più di sinistra, di centro o di destra perché me ne vergogno, ma vedo un’area possibile con Di Maio, Partito Democratico, Renzi e Calenda”. Cacciari ha sottolineato che l’attuale primo ministro non si presenterà alle prossime elezioni, ma i partiti sopra citati si presenteranno in campagna elettorale promettendo di continuare la linea Draghi.

“Secondo me c’è anche qualche possibilità di successo, potrebbe essere molto attrattiva nei confronti dei componenti di centrodestra”, ha proseguito Cacciari, poi protagonista di un interessante botta e risposta con Marco Travaglio. Dopo le solite critiche del direttore del Fatto Quotidiano, il saggista ha speso parole di elogio per l’ex presidente della Bce: “Senza Draghi, noi staremmo dieci miliardi di volte peggio. Perché senza di lui, non saremmo riusciti a farci dare i soldini dall’Europa. Con Draghi lo spread è sotto controllo e forse ce la possiamo fare, con un altro governo saremmo quasi al default. Lui è l’unica persona in Italia di cui le potenze reali di questo mondo si fidano. Questa è la storia, il resto sono chiacchiere”.

Giada Oricchio per iltempo.it il 29 giugno 2022.  

Senza Mario Draghi, l’Italia sarebbe vicina al default. Ne è convinto Massimo Cacciari che replica a Marco Travaglio che aveva definito l’ex numero uno della Bce “il peggior presidente del Consiglio della storia”. Durante l'ultima puntata di "Otto e Mezzo", il talk show di LA7, martedì 28 giugno, il celebre filosofo ha detto di essere d’accordo con il direttore de Il Fatto Quotidiano sulla nascita di un centro conservatore che si ispira a Draghi per impedire a Giorgia Meloni, leader di FdI, di entrare a palazzo Chigi in caso di vittoria nelle urne, ma di non condividere il giudizio sull’incapacità del premier: “Senza Draghi noi non staremmo meglio, staremmo 10 miliardi di volte peggio. Senza di lui, l’Europa non ci avrebbe dato i soldini e bene o male ci sta parando dalle varie emergenze, prima la pandemia e poi la guerra. Con Draghi lo spread è ancora sotto controllo”.

Ma Travaglio con un sorriso di scettico compiacimento: “Ammazza lo spread è a 240, i puzzoni che c’erano prima glielo hanno lasciato a 90. E’ un governo che non ha fatto niente, nemmeno il tetto al prezzo del gas. Sulla guerra, poi, questo governo ha una posizione folle” e Cacciari: “Ma va, senza Draghi saremmo quasi al default, va bene? Questa è la vera forza di Draghi, è l’unica persona nel ceto politico italiano di cui le potenze reali si fidano. Il resto sono chiacchiere”.

Da ilfattoquotidiano.it il 29 giugno 2022.  

“Scissione di Di Maio dal M5s? È l’ultima cosa che deve preoccuparci. Sono fuochi di paglia, come lo è stato Renzi. Sono personaggi che nascono senza nessun fondamento culturale e senza nessuna storia che ne sostenga l’azione”. Così, ai microfoni della trasmissione “L’Italia s’è desta”, su Radio Cusano Campus, il filosofo Massimo Cacciari commenta la spaccatura nel M5s, aggiungendo: “Che i 5 Stelle fossero in caduta libera lo si era capito da tempo, era scritto nel loro genoma. Come poteva durare e funzionare un organismo che nasce senza nessuna strategia o idea, ma solo sull’onda di una protesta, seppure legittima e comprensibile?”.

E sottolinea: “In realtà, quello che drammaticamente dovrebbe preoccuparci è la crisi nera che si sta profilando e nella quale già ci siamo con caratteristiche completamente nuove. A questo dovrebbero interessarsi le residue intelligenze e le forze politiche di questo Paese. Siamo in una situazione di quasi recessione e se le forniture di gas russo andranno sotto il trend del 25%, noi saremo in totale recessione. 

Dovremmo cominciare ad affrontare questa crisi, che è particolarmente dura per noi, a differenza di altri Paesi come la Francia e la Germania – spiega – Abbiamo il debito pubblico più alto di tutti i Paesi avanzati, fatta eccezione per il Giappone. E questo debito sta diventando ingestibile. Qui bisogna fare politiche fiscali nuove, politiche aggressive contro l’impoverimento. Siamo un Paese in netta decadenza ed è ridicolo parlare di altro. Qui c’è un Paese che si sta avvitando in un processo di decadenza economica, politica, culturale, sociale“.

Critico il giudizio di Cacciari sul presidente del Consiglio: “Abbiamo ‘sto Draghi, ma per me è stato una grossa delusione. Ha gestito il covid continuando sulla linea massimalista e terroristica che ha certamente ha reso più difficile la ripresa. Adesso, per la guerra in Ucraina, è sdraiato sulle posizioni americane, tra l’altro in una situazione in cui ci stanno pesantemente sanzionando. La strategia di Draghi manca di equilibrio. Certamente il grande vantaggio di Draghi è dato dalla sua credibilità e dalla sua autorevolezza sul piano internazionale in un Paese con un grande debito pubblico. Ma sul piano squisitamente politico Draghi ogni giorno di più mostra di non avere alcuna autonomia. Non è Macron, ecco”.

Dura riflessione di Cacciari sulle prossime elezioni politiche: “Avremo un governo politico? Ne dubito tantissimo. Intanto, non cambiano la legge elettorale. Il centrosinistra che cosa aggrega? Tolto il Pd, chi c’è? Il nuovo partitino di Di Maio? Calenda? Renzi? E questo sarebbe il campo largo? Il centrodestra dovrebbe avere sicuramente numeri più consistenti, ma poi cosa succede? Non abbiamo ancora capito che non è realisticamente ipotizzabile un governo guidato da Salvini o da Meloni? 

Se vuoi governare un grande Paese dell’Occidente – puntualizza – devi avere forze politiche e personaggi che vanno bene alle grandi potenze internazionali, agli Usa. C’è poco da fare, è pure realismo. Se si mette come presidente del Consiglio Salvini o Meloni, vuol dire fare una crisi nel giro di sei mesi. O questo centrodestra si resetta tutto come si deve e Salvini e Meloni diventano leader europei a 360 gradi, smettendola di giocare ai nazionalisti e agli anti-immigrati, oppure non potranno mai governare”.

Finale staffilata del filosofo al Pd: “Ormai da 15-20 anni a questa parte, ha finito ogni spinta propulsiva sul piano delle riforme. Non ne parla neanche più, c’è una totale afasia sulle grandi riforme costituzionali o della pubblica amministrazione o della scuola. Quando va bene, il Pd fa battaglie sui diritti da Partito Radicale, cioè da partito che nella sua vita non ha mai preso più del 3%. 

E qual è il merito del Pd? – conclude – È quello di presentarsi al Paese dicendo: ‘Io, comunque, garantisco un governo. Io il governo lo faccio con chiunque, anche con Salvini o col M5s. Basta che sia un governo. Io sono quello che fa il governo’. Il Pd, cioè, è diventato un partito assolutamente conservatore. Quelli che lo votano sono coloro che hanno qualcosa da perdere se si va in un casino peggiore di quello in cui siamo. Sono cioè la borghesia, come si sarebbe detto una volta: quelli che hanno da perdere se il Paese va definitivamente a puttane”.

Il Bestiario, il Coerentino. Giovanni Zola il 26 Giugno 2022 su Il Giornale.

Il Coerentino è un mitico animale con il corpo da comico, il cuore da segretario del PD e la testa da primo della classe che non ti passa i compiti. 

Il Coerentino è un mitico animale con il corpo da comico, il cuore da segretario del Pd e la testa da primo della classe che non ti passa i compiti. Praticamente non è né carne né pesce, tanto che gli scienziati, non sapendo come definirlo tra le specie animali, l’hanno collocato tra i “Rampantes Insapiens”, una sorta di arrampicatore sociale, ma senza le ventose.

Il verso del Coerentino è unico e molto riconoscibile. È un suono tra il ruggire e il belare, tanto che gli scienziati l’hanno chiamato “onestare”. Solo quando si trova in branco, gli animali di questa specie infatti cominciano a ripetere in coro: “Onestà, onestà”. In tal senso c’è grande diatriba tra gli studiosi che non hanno ancora compreso se tale richiamo sia rivolto alle altre specie o a sé stesso.

Il Coerentino è considerato uno scherzo della natura, non solo perché non azzecca un congiuntivo, ma perché non possedendo nessuna capacità, si è trovato ad occupare un importante ruolo nella piramide gerarchica del mondo animale, tanto che gli scienziati ritengono che abbia vinto senza merito il superenalotto darwiniano dell’evoluzione.

La leggenda narra che alle origini, il Coerentino era solito offrire beni di consumo in grandi raduni animali. Tale comportamento sembra sia stato fondamentale nella sua evoluzione e per il ruolo che ricopre in natura attualmente. Oggi infatti il Coerentino ha una sorta di funzione di “assaggiatore a sbafo” (o spazzino) del cibo quando si ritrova con i grandi animali Alpha di tutto mondo.

Ritroviamo il Nostro anche nel mondo classico. Cicerone cita il Coerentino, in una sua famosa orazione al Senato romano nella celebre frase: “Aperimus tibi sicut tuna cut”, “Vi apriremo come una scatoletta di tonno”, sottolineando però che il Coerentino, non possedendo il pollice opponibile, non fosse in grado di farlo.

Il Coerentino cambia pelle grazie ad una sorta di continua muta senza soluzione di continuità. Infatti sostituisce le sue squame così velocemente da passare da essere una preda ad essere un predatore in tempi eccezionalmente rapidi. Inoltre – come una sorta di Zelig animale - si identifica immediatamente nella nuova specie in cui si trasforma acquisendone i modi e i comportamenti. Per questo gli etologi sostengono che in natura il Coerentino abbia abolito la coerenza.

Un po’ come il Panda, il Coerentino è destinato ad auto estinguersi, ma nel suo caso nessun essere umano sembra avere intenzione di curarsene, anzi, molti lo sostengono nel suo intento.

Niccolò Carratelli per “La Stampa” il 2 luglio 2022.

«Previste dichiarazioni di Di Maio in piazza del Parlamento». Ormai è diventato quasi un appuntamento fisso, all'ora dell'aperitivo. Ai giornalisti arriva un messaggio Whatsapp del portavoce del ministro degli Esteri per comunicare luogo e orario. Sempre in tempo per i tg della sera. Sempre in mezzo alla strada, al volo, di solito in zona Montecitorio, ieri fuori programma ad un angolo vicino alla Farnesina. 

Il ministro arriva, dichiara, se è ben disposto risponde a un paio di domande e se ne va. Toccata e fuga. Certo è che, da quando il ministro degli Esteri ha lasciato il Movimento 5 stelle e ha formato i suoi gruppi parlamentari, è diventato piuttosto loquace.

Serve dare visibilità alla sua creatura, Insieme per il futuro, ritagliarsi uno spazio nel dibattito e, soprattutto, tornare a mostrarsi come leader politico autonomo. Alterna lunghe analisi di geopolitica a professioni di fede in Mario Draghi. Ma, in fondo, il repertorio è sempre lo stesso: «Serve responsabilità e serietà», «è assurdo picconare il governo», «non inseguiamo i sondaggi, pensiamo agli italiani». I giornalisti, pazienti, registrano, con il sottofondo di macchine e motorini. Fino al prossimo incrocio.

Carlo Tarallo per “La Verità” il 2 luglio 2022.  

Grillini ed ex grillini sulle montagne russe (si può dire montagne russe?): in poche ore Giuseppe Conte sente al telefono Mario Draghi e i due fissano un incontro per lunedì pomeriggio, tra i grillini si allarga la frattura tra chi vuole passare all'opposizione e chi no, Luigi Di Maio dopo essersi schierato al fianco dei gilet gialli si accasa nel gruppo all'Europarlamento di Emmanuel Macron, e come se non bastasse Beppe Grillo pubblica un post in cui attacca i traditori e il caos cresce a dismisura: «Ce l'ha con Conte o con Di Maio?».

Probabilmente con tutti e due, o forse con sé stesso, perché in fondo il primo ad aver «tradito» la missione originaria del M5s è proprio Beppe, che ha indossato i panni di difensore a spada tratta di Draghi e della stabilità del governo. 

La giornata di ieri è l'ennesima serie di saliscendi da montagne russe. Il Foglio pubblica la notizia che Di Maio ha incontrato Macron e che l'accordo sarebbe cosa fatta: le due europarlamentari scissioniste di Insieme per il futuro, Daniela Rondinelli e Chiara Maria Gemma, entreranno a far parte del gruppo centrista, iper europeista Renew Europe, fondato da Macron, del quale fanno parte i renziani, i calendiani e Sandro Gozi, ex deputato del Pd, poi passato a Italia viva, eletto in Francia per La Rèpublique En Marche, il partito del presidente francese. 

Di Maio nel partito di Macron: sembra incredibile eppure è vero, alla Verità arriva la conferma che la discussione è in corso, pur ancora allo stato embrionale. 

Tre anni fa, non tre secoli fa, lo stesso Di Maio si entusiasmava per i gilet gialli, movimento francese di protesta radicale, che diede vita, tra il 2018 e il 2019, a disordini di piazza gravissimi, ça va sans dire contro Macron, con tanto di scontri con la polizia, arresti, morti e feriti. 

Nel febbraio 2019, in piena tempesta, Di Maio insieme ad Alessandro Di Battista incontrò a Montargis, cittadina a Sud di Parigi, il leader dei rivoltosi francesi, Christophe Chalençon: la foto, a rivederla oggi, non può non fare effetto, anche se lo stesso Di Maio, pochi mesi fa, riflettendo su quella posizione politica ha fatto pubblica ammenda: «Non ho nessun problema a mettere nero su bianco i miei errori del passato».

Dagli errori agli orrori, è diventata una commedia più nauseante che divertente quella che ruota intorno all'ipotesi di un'uscita del M5s dal governo. «Dopo i recenti fatti, primo tra tutti il comportamento ambiguo del premier Draghi sulle proprie dichiarazioni in merito a Conte», scrive su Facebook il senatore grillino Alberto Airola, «la frustrazione e l'insofferenza dei nostri elettori per un governo che smantella sistematicamente i nostri obiettivi politici, nel mio ruolo di portavoce, non posso che rappresentare con forza l'istanza di uscita da questo governo, voluta fortemente dal nostro popolo. Le fragole sono marce».

Airola fa il verso a Grillo, che il 6 febbraio 2021, annunciando il sostegno del M5s al governo Draghi, scrisse un post con la frase: «Le fragole sono mature.

Le fragole sono mature». 

Bel clima, quello che si respira tra i «non grillini», come li chiamerebbe oggi Beppe, che sempre ieri pubblica un post contro «i traditori che si sentono eroi», post letto da molti come riferito a Di Maio, ma che con gli scontri che ci sono stati negli ultimi giorni tra lui e Conte si presta a mille interpretazioni. Giuseppi, intanto, sente al telefono Mario Draghi, i due si vedranno lunedì a Palazzo Chigi: la telefonata viene descritta alla Verità da fonti vicine al leader del M5s come «molto rapida, ogni tipo di discorso è stato rinviato all'incontro».

«Ne parliamo lunedì», commenta lo stesso Conte ai cronisti che gli chiedono come sia ora il suo rapporto con il premier, dopo l'incidente della presunta richiesta da parte di Draghi a Grillo di rimuovere l'ex premier dalla guida dei pentastellati. Richiesta smentita, per quel che può contare una smentita in politica, dal presidente del Consiglio, ma confermata dallo stesso Giuseppi. 

Si sente talmente accerchiato, l'ex premier ciuffato, da sperare in una legge proporzionale, come dichiara lui stesso partecipando a un evento della Cgil, mentre il M5s incassa un altro schiaffone sul reddito di cittadinanza, con l'approvazione dell'emendamento che prevede che anche il rifiuto di un'offerta di lavoro congrua a chiamata diretta da parte di un privato rientrerà nel calcolo dei rifiuti che possono costare la perdita del sussidio.

La saga del M5s che non è di lotta e di governo, in quanto non riesce né a lottare né a governare, raggiunge vette di straordinaria e involontaria comicità con le dichiarazioni di Fabiana Dadone, ministro M5s alle Politiche giovanili, che a Sky Tg24 dice: «Credo che la permanenza nel governo sia la scelta giusta». Ovviamente la scelta giusta per lei, che dovrebbe scollarsi dalla poltrona.

Tutte le volte in cui Luigi Di Maio se l’è presa con i voltagabbana e ha chiesto il vincolo di mandato in Costituzione. Erano due campagne e battaglie storiche del Movimento 5 Stelle, su cui il ministro degli Esteri ha messo spesso la faccia. E invece alla fine ha cambiato partito. Mauro Munafò su L'Espresso il 22 Giugno 2022.

«Basta voltagabbana in Parlamento», «Questa è la legislatura con il maggior numero di cambi di casacca: introduciamo un sistema di vincolo di mandato per i parlamentari», «Il vincolo di mandato è sacrosanto per chi vuole fare politica onestamente. I partiti sono terrorizzati».

Parola di Luigi Di Maio, il ministro degli Esteri eletto con il Movimento 5 Stelle che ieri ha annunciato il suo addio ai pentastellati e la creazione di un nuovo gruppo parlamentare. Entrambe operazioni che, se nella nostra Costituzione ci fosse davvero finito il vincolo di mandato, lo avrebbero costretto alle dimissioni.

E invece, per fortuna di Di Maio, le sue battaglie storiche sono finite in una nulla di fatto. Così oggi, anno 2022, può tranquillamente lasciare i 5 Stelle per creare “Insieme per il futuro” e puntare ad avere ancora peso nel governo e alle prossime elezioni. Certo, ne è passato di tempo da quando i grillini nei primi anni combattevano contro i cambi di casacca o gli addii al gruppo Parlamentare. Si erano inventati qualunque trucco, ovviamente senza alcun successo: pressioni sui social, improbabili multe da centinaia di migliaia di euro, regolamenti di dubbio valore legale. Ma niente, il “vincolo” per punire gli infedeli non ha mai funzionato e negli anni la diaspora stellata ha alimentato tanti altri partiti e partitelli con i suoi mille rivoli.

Eppure basta mettere in fila tutte le volte in cui Di Maio ha urlato contro i cambi in Parlamento per fare un tuffo nel passato prossimo della politica. Prima di lanciarsi, insieme, per il futuro.

«Attaccato alla poltrona, al mega stipendio e al potere». Cosa avrebbe detto il Luigi Di Maio del 2017 a quello di oggi. L'Espresso il 22 Giugno 2022.

In un video del gennaio 2017 contro i voltagabbana e a favore dell’inserimento del vincolo di mandato in Costituzione, Di Maio attaccava con parole durissime chi cambia partito e non si dimette.

Riproponiamo qui il testo dell’intervento di Luigi Di Maio, senza modifiche redazionali, in seguito all’uscita dell’oggi ministro degli Esteri dal Movimento 5 Stelle, nonostante anni di battaglie contro i cambi di casacca.

In Italia, oltre ai furbetti del cartellino abbiamo i voltagabbana del Parlamento dal 2013 ad oggi ci sono stati 388 cambi di partito alcuni parlamentari, hanno cambiato partito anche 6 volte negli ultimi quattro anni. La terza forza politica del Senato e della Camera pensate è il gruppo misto. Solo alla Camera, siamo partiti all'inizio della legislatura con meno di 10 gruppi ed oggi siamo a oltre 18 e la maggior parte di questi non era neanche sulla scheda elettorale nel 2013. Un vero e proprio mercato delle vacche che va fermato.

Per il MoVimento 5 Stelle, se uno vuole andare in un partito diverso da quello votato dagli elettori si dimette e lascia il posto a un altro come accade ad esempio in Portogallo, ma anche per consuetudine nella civilissima Gran Bretagna. In Italia invece se ne fregano: una volta che sono in Parlamento gli elettori non contano più nulla, quello che conta è la poltrona, il mega stipendio e il desiderio di potere. Molti governi si sono tenuti in piedi e hanno fatto approvare le peggiori leggi proprio grazie ai voltagabbana. Da Monti a Letta a Renzi fino a Gentiloni, le leggi più vergognose della storia della Repubblica si sono votate grazie ai traditori del mandato elettorale: pensate a Fornero, al Jobs Act, alla buona scuola.

Il MoVimento 5 Stelle per evitare tutto questo vuole che si rispetti il voto dei cittadini. Noi abbiamo applicato su di noi una regola chiara, senza aspettare un obbligo di legge. Chi non vuole più stare nel Movimento va a casa. Se non lo fa tradisce gli elettori causa un danno e quindi deve essere risarcito il movimento. È semplice, chiamatelo come volete: vincolo di mandato, serietà istituzionale, rispetto della volontà popolare.

A nessuno è negato il diritto di cambiare idea, ma se lo fai torni a casa e ti fai rileggere. Come al solito il Movimento 5 Stelle non ha aspettato una legge per cambiare il modo di fare politica. Anche i partiti facciano come noi. Ciao a tutti.

Quando Di Maio attaccava i voltagabbana del parlamento: «Mercato delle vacche». VANESSA RICCIARDI su Il Domani il 22 giugno 2022

Era il 2017, e per il ministro degli Esteri cambiare casacca era un «mercato delle vacche» e una scelta per cui bisognava «risarcire il Movimento». E aggiungeva: «A nessuno è negato il diritto di cambiare idea, ma se lo fai torni a casa»

I social non dimenticano, una verità che vale sempre per tutti: «Chi non vuole stare nel Movimento va a casa» e «deve essere risarcito il Movimento» diceva Luigi Di Maio nel 2017, e adesso che se ne è andato lui gira sui social il video di Di Maio che se la prendeva con forza contro i voltagabbana del parlamento: «Così come abbiamo i furbetti del cartellino abbiamo i voltagabbana del parlamento». E aggiungeva «a nessuno è negato il diritto di cambiare idea, ma se lo fai torni a casa».

LA MOSSA DEL MINISTRO

Il ministro degli Esteri ieri ha annunciato che lascerà il Movimento 5 stelle per creare la nuova compagine parlamentare “Insieme per il futuro” portando via con sé una cinquantina di parlamentari, in queste ore si discute sulla formazione dei nuovi gruppi. Cinque anni fa per Di Maio non solo era inaccettabile, era proprio «un mercato delle vacche». E «se uno vuole lasciare il Movimento si dimette e lascia il posto a un altro». E dettagliava. Oltre ai cambi di casacca, non sopportava nello specifico nemmeno le nuove formazioni: «Non erano nemmeno sulla scheda elettorale».

Il video è stato postato dall’account “Confindustria parody” ricevendo oltre un migliaio di like e centinaia di commenti. «Un autodescrizione lucidissima», scrive un utente.

E ancora: «Condividiamo questo post tutti i santi giorni, fa troppo schifo quello che ha fatto»

SALVINI E GIARRUSSO

La posizione di Di Maio non sembrava essere cambiata fino a poco tempo fa. Da capo politico nel 2019 se la prendeva ancora una volta contro il «mercato delle vacche» avviato da Matteo Salvini, al cui confronto, dice, Silvio Berlusconi pare quasi «un pivello». Nei confronti degli «Scilipoti» della nuova stagione politica mostrava indignazione e rabbia.

Fino a poche settimane fa non lasciava presagire di essere pronto alla rottura, anche se le sue parole erano più sfumate. Quando Dino Giarrusso, esponente del Movimento 5 stelle siciliano, ha deciso di abbandonare il Movimento criticando la nuova organizzazione Conte, il ministro Di Maio non se la prendeva con le sue critiche ma commentava: «Io penso che se c'è qualcosa su cui non siamo d’accordo sul movimento,  in generale lo dico, se qualcuno non è d’accordo può restare nel movimento e portare avanti le sue idee». Chi se ne va «sostanzialmente non cambia niente nel Movimento 5 stelle» commentava. Alla fine, ha lasciato anche lui.  

VANESSA RICCIARDI. Giornalista di Domani. Nasce a Patti in provincia di Messina nel 1988. Dopo la formazione umanistica tra Pisa e Roma e la gavetta giornalistica nella capitale, si specializza in politica, energia e ambiente lavorando per Staffetta Quotidiana, la più antica testata di settore.

Federico Capurso per “la Stampa” il 21 giugno 2022. 

Quando Luigi Di Maio ha sentito che persino Roberto Fico, il compagno di battaglie di una vita, lo stava attaccando frontalmente descrivendolo come un «mistificatore», gli è stato chiaro che la sua storia con il Movimento 5 stelle era davvero finita.

Pochi minuti dopo l'uscita di Fico, i parlamentari rimasti fedeli a Di Maio lo martellano di messaggi: «Non si può più restare dentro a questo Movimento». Di Maio li invita alla calma. Si deve procedere un passo alla volta: «Prima votiamo la risoluzione che metta al sicuro il governo». E poi? «Poi arriverà il momento della riflessione». 

La risposta suona come un addio. Sanno tutti che non ha bisogno di altro tempo per pensarci su. Deve solo prendere coraggio e fare il passo decisivo. Forse, già stasera.

Sulle pagine social del ministro degli Esteri non c'è più alcuna traccia della sua appartenenza ai Cinque stelle.

Anche per questo Giuseppe Conte è convinto che il suo acerrimo nemico «abbandonerà entro la fine della settimana». Tra chi lo seguirà potrebbero esserci nomi pesanti, come quella della vice ministra dell'Economia Laura Castelli, del presidente della commissione Ue Sergio Battelli o della sottosegretaria per il Sud Dalila Nesci. 

E se un pezzo della squadra di governo M5S verrà spolpata, Conte chiederà un rimpasto? I parlamentari vicini al ministro degli Esteri si mostrano sereni: «Non succederà nulla», assicurano. La leadership di Conte, ai loro occhi, è già troppo debole. Sono convinti che dovrà preoccuparsi di tenere unito quel che resta del partito e di tenere a bada Beppe Grillo, che giovedì sarà a Roma e - come anticipato da La Stampa - è furioso con Conte e con i suoi vicepresidenti: «Se andiamo avanti così ci biodegradiamo in tempo record», ha detto ad alcuni parlamentari. Per il Garante, infatti, Di Maio andava ignorato e non attaccato: «È stato un errore tattico e comunicativo gigantesco». 

L'ultimo segnale della debolezza interna di Conte arriva proprio dal Consiglio nazionale, che doveva essere il suo fortino e il simbolo di un Movimento che si muove compatto contro il titolare della Farnesina. Ieri mattina, invece, il Consiglio pubblica dopo una riunione fiume una nota per stigmatizzare le parole di Di Maio: «Esternazioni inveritiere e irrispettose, suscettibili di gettare grave discredito», si legge. 

I parlamentari dimaiani la prendono con ironia: «Conte vuole tornare alla vecchia radicalità grillina, ma con questo linguaggio torna all'Ottocento». Sorridono, si aspettavano qualcosa di più violento. Soprattutto alla luce dei toni aggressivi usati dai vice di Conte negli ultimi giorni. Nel corso del Consiglio, anche il collega di governo Stefano Patuanelli aveva sferzato Di Maio con rabbia: «Non ci rappresenta più».

E ancora: «Ho l'impressione di essere stato catapultato nel nostro passato, tra i gilet gialli, posizioni filo Putin e la vendita dei nostri porti ai cinesi. Ma ad accusarci c'è il ministro degli Esteri di oggi, non il nostro capo politico di ieri, che sosteneva quelle posizioni». 

Tutta la cerchia di pretoriani di Conte picchia duro, ma il comunicato finale del Consiglio è senza spine. «Perché c'è stata una mediazione», racconta un partecipante al Consiglio. Chiara Appendino, Lucia Azzolina, Tiziana Beghin, Davide Crippa, Alfonso Bonafede: hanno tutti chiesto di abbassare i toni. Crippa, da capogruppo alla Camera, è sbottato contro i vertici del partito: «Diteci se volete uscire dal governo».

Anche Bonafede non sembra più così convinto che la direzione presa da Conte sia quella giusta. Non gli è piaciuto - raccontano - come ha gestito la nomina dei coordinatori regionali. Neanche un uomo in quota Di Maio. Si dice che proprio in quel momento il ministro degli Esteri abbia capito che non avrebbe avuto alcuno spazio in lista per i suoi alle prossime elezioni e che sarebbe stato meglio abbandonare la nave. Se poi sul limite dei due mandati arriveranno delle deroghe ad hoc per salvare i big, come vorrebbe Conte, molti altri parlamentari che finora non si sono schierati fanno già sapere che lasceranno il Movimento.

Daniele Dell’Orco per ilgiornale.it il 21 giugno 2022.

Le giravolte di Luigi Di Maio sono diventate così tante che se n'è accorto anche Marco Travaglio. Il direttore del Fatto Quotidiano, da mesi critico nei confronti del Ministro degli Esteri specie dopo la caduta del secondo governo Conte, si chiede cosa ci faccia ancora Di Maio nel Movimento 5 Stelle. 

"Io non ho nessun titolo per rimproverare niente a nessuno, ma mi domando per quale motivo Luigi Di Maio si ostini a stare in un Movimento 5 stelle che non gli assomiglia più e al quale non assomiglia assolutamente più", ha detto a Otto e Mezzo su La7.

L'invito di Travaglio, insomma, è quello di non aspettare che i vertici del Movimento lo mandino via, ma a fare direttamente le valigie. Dopo che il Consiglio Nazionale straordinario di due giorni fa ha di fatto congelato la posizione del Ministro senza espellerlo definitivamente ( il che provocherebbe una scissione), l’ex capo politico è ormai in un limbo, contrapposto al presidente Giuseppe Conte formalmente sulla scelta di approvare l'invio di armi all'Ucraina, ma di fatto sull'idea stessa della direzione che il Movimento dovrebbe intraprendere. Finché esisterà, visto che come dimostrano i risultati elettorali è ridotto ai minimi termini.

Di Maio sembra aver fiutato la brutta aria che tira intorno al progetto grillino, ed è sempre più proiettato verso la vicinanza a quel Palazzo che una volta diceva di voler combattere. Per questo, Travaglio lo sprona ad inseguire la sua "nuova" natura: "Di Maio da mesi ha preso un’altra strada che è quella di Draghi che lo rende molto vicino ai draghiani, a Giorgetti a Forza Italia e a Italia Viva se non fosse per l’incompatibilità personale con Renzi", e ancora "Di Maio è completamente diverso dal Di Maio leader del Movimento 5 stelle o ministro dei governi Conte, ha preso un’altra strada e mi domando per quale motivo si ostini a stare in un posto dove si trova a disagio e mette a disagio i suoi compagni di ventura", come successo con le consultazioni per il Quirinale.

Immancabile, poi, il riferimento alle piroette dell'ex politico anti-sistema contro la Nato, contro l'Ue e contro l'Occidente a trazione americana. Piroette di cui Travaglio si è reso conto forse con colpevole ritardo: "Ha preso un documento apocrifo per dipingere il suo movimento il suo leader, che lui stesso ha contribuito a far diventare leader, per accusarli di essere contro la Nato e contro l’Ue.

Purtroppo è Di Maio che nel suo passato ha delle dichiarazioni in cui diceva che bisognava superare la Nato e fare un referendum per uscire dall’Euro, non mi risulta che Conte abbia mai detto queste cose". 

La domanda finale di Travaglio, allora, ha un sapore pressoché retorico: "Di Maio che cosa avrebbe fatto di Di Maio se fosse ancora il capo politico del Movimento? L’avrebbe cacciato a pedate come ha cacciato a pedate un sacco di altra gente per molto meno".

La fine di una forza "socio-degradabile". Pier Luigi del Viscovo il 22 Giugno 2022 su Il Giornale.

Più che biodegradabili i 5S sembrano socio-degradabili, nel senso che possono disperdersi nelle infinite pieghe degli pseudo-pensieri che attraversano la società. 

Più che biodegradabili i 5S sembrano socio-degradabili, nel senso che possono disperdersi nelle infinite pieghe degli pseudo-pensieri che attraversano la società. Oggi lo scontro vede opposti i governisti e i movimentisti, ma è una polarizzazione che non rende giustizia all'anima stessa dei 5S e dei loro elettori. Potrebbero facilmente moltiplicare i fronti di contrasto, fino ad averne uno su ogni singolo tema sociale, economico e politico. Questo non è un rischio ma piuttosto l'epilogo annunciato e scritto nelle istruzioni originarie di montaggio e installazione del movimento.

Quando non c'è nessuna idea costruita, frutto di un'analisi della società, dell'economia e della politica, è automatico schierarsi pro e contro qualsiasi fattispecie. Del resto, come avrebbero potuto sviluppare un'analisi senza possedere gli strumenti per comprendere, senza una familiarità con l'apprendimento? Tanto fiuto, questo sì, utilissimo per intercettare la direzione del vento. Ma dopo, pur avendo intuito e non compreso appieno certe pulsioni sociali, se non si possiedono le necessarie abilità per gestire le informazioni ed elaborarle, diventa impossibile trasformarle in un tessuto coerente, dove a una posizione sul lavoro ne corrisponda una sul fisco e un'altra sull'energia. Per carità, non si pretende di arrivare a una Weltanschauung, un'idea del mondo e dell'uomo, che del resto non viene neppure richiesta per giocare ai massimi livelli della politica nostrana. Ma almeno un minimo sistema di corrispondenze, per evitare di boicottare ogni fonte di energia e poi andare con la borsa in mano in giro per il mondo ad acquistarla. Un caleidoscopio di posizioni scollegate e intercambiabili, di cui gli unici davvero colpevoli sono i giornalisti e i commentatori politici, che per anni hanno preteso di tirar fuori dal movimento ciò che per definizione non poteva esserci.

I 5s hanno scelto, ab origine e apertis verbis, di essere semplicemente il megafono di chiunque fosse portatore di uno sfogo. Hanno eretto a manifesto l'impreparazione e l'incompetenza, spiegando che uno-vale-uno e che per governare un Paese non serve quella professionalità costruita in anni di studio prima e gavetta dopo. Per questo sono e non possono che essere tutto e il suo contrario. Ogni loro posizione pro o contro non va né collegata alle sue implicazioni fuori dal perimetro stretto né ricordata oltre la sua durata del tempo presente. In senso politico, parliamo esattamente del nulla, di quell'anti che era nel disegno originario. Se nasci e pasci sul vaffa, poi quello sei, un vaffa e nulla più.

Furio Colombo per “la Repubblica” il 27 giugno 2022.

Sono arrivati all'improvviso, come una cavalleria disordinata e giovane che ha fatto una grande frenata nella polvere e ha detto subito che non se ne andava. Giovane, in questo caso, voleva dire gente nuova. Nessuno li aveva mai visti? Bene, così comincia un'avventura. Non si erano mai avventurati sulla scaffalatura detta "Stato" che - dicevano - erano venuti per governare in un altro modo? Meglio, Erano qui per cominciare tutto da capo e lungo percorsi mai visti. 

Coloro che saranno chiamati a raccontare i grillini non avranno una vita facile. Dovranno spiegare come ha fatto una tribù molto vitale ma che fra i bagagli non portava cultura, non portava passato, non portava memorie di cose fatte o ricordi con cui identificarsi, si sia così facilmente insediata in tutte le aree e le attività della vita italiana che in qualche modo avevano tracce di eventi e persone difficili da cancellare. 

Per esempio come racconteremo nei prossimi libri di storia, che un'intera epoca italiana è cominciata quando folle di italiani adulti si sono prestati a dire insieme, affollando piazze illustri, il nuovo grido di battaglia "vaffanculo"? 

Come ha fatto un comico di media grandezza come Beppe Grillo a imporre una simile umiliazione a tante persone che, fino a un momento prima erano stati normali cittadini della Repubblica?

Ha fatto presa un punto, nell'editto dei nuovi arrivati, la lotta alla povertà. Ha fatto presa in un Paese che era stato fino a poco prima, per metà cattolico e per metà comunista. Ma quando tanti dei nuovi leader sono saliti su un balcone di governo illuminato da lampade di scrivania per annunciare la fine della povertà, si è capito che la comicità ha le sue regole crudeli, e una delle regole è rendere ridicolo chi partecipa allo spettacolo. 

Da quel momento la storia dei grillini diventa sempre di più amara e sempre più riflessa in uno specchio ondulato, e segnata dai seguenti caratteri.

Primo: ha un padrone. Quando "Beppe viene a Roma", (frase che comincia presto a circolare in città) si sa che ti impone qualcuno, espelle qualcuno, e lascia tutti gli altri in una triste incertezza. 

Secondo: un personaggio in ombra, (prima padre poi figlio) di nome Casaleggio, è attivo dietro il padrone, ed è stato necessario per molti grillini, battersi a lungo per liberarsene e per togliere di mezzo una strana (e per molto tempo obbligatoria) procedura di sottomissione. 

Terzo: ogni aggregazione grillina prontamente si spacca e prendono forma subito due gruppi rivali con leader contrapposti, che intendono prevalere. Infatti la storia dei grillini è una storia di combattimenti e spesso si deve chiedere a Grillo e alla sua presunta saggezza di venire a Roma per trovare una soluzione. 

Finora, nella storia italiana, nessun gruppo politico era stato costretto a portare in giro a spalle il fondatore, in qualunque viaggio o iniziativa politica o decisione. Ma la storia dei grillini è tutta qui: come accomodare Grillo, le sue scelte, le sue preferenze, le sue decisioni, persino i suoi gusti. Ecco Grillo che arriva a Roma, in uno di quei giorni che cambiano la politica.

La polizia fa largo, i ministri si scostano e il comico di media grandezza visita a sorpresa il comando, se vuole, quando vuole, tocca i tasti che cambiano la composizione del partito e dunque del parlamento e del governo, e tutti (non solo i suoi ) devono subire gli umori che segnano la sua giornata. Naturalmente adesso la figura ingombrante del fondatore è meno agile. 

Lo è da quando il capo del governo è Draghi, che non lascia fessure fra il dentro e fuori del suo lavoro. E molto (il più) è radicalmente cambiato da quando il movimento si è spezzato dopo la conclusione e l'esito del durissimo scontro Di Maio - Conte. Ma attenzione. Grillo ora tace, preda, come ha fatto credere altre volte, di suoi tormenti e ripensamenti di proprietario unico della ditta. 

Quando tace non porta bene perché deve tornare in scena con una trovata che non è mai gentile. Il mondo di Grillo si muove fra multe, espulsioni, requisizione dei vitalizi, denigrazioni, votazioni elettroniche e incontrollabili di pre-iscritti fedeli, magari pochi, ma accettati come volontà compatta e comune del movimento anche dal resto del Paese democratico ("i grillini hanno deciso che"). Ma la scena sarà vuota.

Brave persone per bene mobilitate per fare il nuovo, si sono trovati nel meccanismo stravagante di una macchina immobile, e non ci sarà urlo o seduzione di Grillo, ormai destinato definitivamente allo spettacolo, che la rimetterà in moto.

Adolfo Pappalardo per “il Messaggero” il 26 giugno 2022.

«Avremo modo di dimostrare che a tradire è chi è rimasto», ragiona Vincenzo Spadafora, ex sottosegretario grillino e appena nominato coordinatore politico di «Insieme per il Futuro», il gruppo parlamentare dimaiano staccatosi dall'M5S. «Ci siamo assunti la responsabilità di tenere più saldo e più fermo il governo», aggiunge.

Uno strappo impensabile sino a qualche giorno fa. Non solo per i modi ma anche per i numeri di chi ha aderito al vostro progetto politico. 

«Ci sarebbe da fare un'analisi su cosa è accaduto nel Movimento nell'ultimo anno da portare 60 persone, ma sono convinto che nelle prossime ore aumenteranno, a lasciarlo. Noi stavamo vivendo una fase di maturità, da un anno a questa parte, dove senza rinnegare quello che ha rappresentato il Movimento per questo Paese, si potesse imparare dagli errori per presentarci in modo più credibile agli elettori».

Ma con chi interloquirete nelle prossime settimane? Si fanno i nomi, oltre che del sindaco Sala come ha detto lei, di Renzi, Toti o Brugnaro o dei moderati di Fi legati alla ministra Carfagna.

«Credo che si facciano troppi nomi: la nostra priorità oggi è costruire un progetto politico, trasformare un'operazione parlamentare in un progetto serio, concreto che parli il linguaggio della verità, proponendo ai cittadini non più slogan ma soluzioni complesse a problemi complessi».

Ma quest' area Draghi, chiamiamola così, questo grande centro, non vede troppi aspiranti leader? Mi riferisco a Di Maio e a quelli che le ho citato prima. Riusciranno a interloquire superando vecchie divisioni? Calenda ha un profilo incompatibile per carattere con Renzi e Di Maio.

«Siamo andati via anche per l'eccesso di autoritarismo e la mancanza di un confronto interno autentico. Luigi Di Maio è un leader maturo a cui però non interessa costruire un partito personale ma un progetto collettivo che superi gli errori del passato». 

Clemente Mastella parla di un centro che, in ipotesi, sarebbe capace di avere un peso del 20 per cento. Ma in politica non sempre si sommano i voti e le avventure al centro spesso si sono rivelate velleitarie. A proposito, lei che è campano: Mastella può essere un alleato in questa avventura?

«Oltre a non dover nascere nel Palazzo, le forze politiche non possono nascere nemmeno in laboratorio, anche perché la ricetta del centro la cercano in tanti da anni senza trovarla. Sono convinto che partendo dai sindaci, dai territori e soprattutto dai temi potremo dare vita ad una forza in grado di attrarre chi ne condivide i principi e i programmi, e la disponibilità al confronto ed al dialogo deve essere ampia». 

Ma come vi regolerete in futuro con i vecchi amici dell'M5S? Conte ad esempio confermava l'alleanza del campo largo con il Pd per le prossime regionali nel Lazio, dove i consiglieri sono rimasti tutti grillini. Voi sareste in quest' alleanza o ci sono preclusioni contro l'M5S?

«Vedremo come evolverà il quadro politico generale che, francamente, credo possa mutare ulteriormente. E poi dovremo verificare la tenuta dell'M5S da qui alle elezioni perché credo che la forza propulsiva del Movimento sia completamente finita e rischia non arrivarci neppure alle elezioni».

E in Campania? Da tempo c'è un rapporto tra Di Maio e De Luca: possiamo immaginare una vostra entrata nella maggioranza della Regione?

«Un passo alla volta, non è un tema all'ordine del giorno. Ma sicuramente dobbiamo lavorare in maniera costruttiva per dare risposte al nostro territorio». 

Ora c'è un cambio di passo: De Luca è passato dagli insulti agli elogi verso il ministro degli Esteri. Eppure ci sono differenze enormi che vi dividono. L'ex sindaco di Salerno, ad esempio, nega l'esistenza della Terra dei Fuochi mentre voi siete nati con quella battaglia ambientale. Si cancella tutto?

«Non è che ora De Luca e Di Maio si sentono tutti giorni. Anche perché non c'è stato né il tempo, né l'occasione: è accaduto tutto molto velocemente. Possono aprirsi nuovi scenari, vedremo, ma a 48 ore dalla nostra nascita è prematuro parlarne. Ovviamente il cambio di passo su Luigi da parte di De Luca lo registriamo con grande piacere. Poi su alcune tematiche, le cose dette restano tali. Il futuro è tutto da vedere». 

Rimarrà il nome Insieme per il futuro o è provvisorio?

«È il nome del nostro gruppo parlamentare. Il progetto politico che ne deriverà avrà senz' altro un nuovo nome che decideremo insieme a chi farà il percorso con noi. Ma prima il progetto politico e poi il nome».

Come si sente dopo quest' addio all'M5S? Quali sono i suoi sentimenti per l'abbandono di un partito dove ha militato per anni? E la feriscono gli attacchi, anche personali verso di voi, da parte dei vecchi compagni di squadra?

«Gli attacchi degli ex compagni erano prevedibili. Anche se poi in realtà molti di loro in privato manifestano comunque l'enorme insoddisfazione per l'incapacità di Conte di avviare un nuovo percorso e sono convinto che presto altri si uniranno al nostro progetto. Invece mi colpisce ovviamente la delusione di quanti pensano che abbiamo tradito un sogno. Avremo modo di dimostrare che a tradire è chi è rimasto». 

Un paio di parlamentari ci hanno subito ripensato e sono tornati con Conte.

«Ma ci sono altri arrivi. Come Lucia Azzolina: sono molto felice della sua scelta. La stimo moltissimo come donna e come politica e so quanto lavoro ha fatto per il bene della scuola. Il paradosso è che quel lavoro gli viene riconosciuto proprio da gran parte di quel mondo ma lei, come me ed altri, non è stata messa in condizione di poter dare il suo contributo ad un nuovo corso mai iniziato».

Come vi regolerete nel vostro gruppo con il vincolo del doppio mandato che è stato un altro motivo di frizione all'interno dell'M5S alla vigilia della scissione?

«È stato creato questo gruppo da appena 48 ore e non c'è stato, ovviamente, il tempo di discutere di diverse cose. Ed è giusto così, altrimenti avrebbe ragione Conte convinto che ne parlassimo nell'ombra da diversi mesi...». 

Non teme che la vostra possa apparire all'esterno come una mera operazione di ceto politico?

«Tutto è nato su un dibattito di politica estera. Ci saranno tempi e modi per tutto. Soprattutto per costruire e radicare il nostro progetto politico».  

"Il Movimento non esisteva più da tempo". Pasquale Napolitano il 22 Giugno 2022 su Il Giornale.

Il senatore ha seguito il Di Maio: "Siamo 11. Epilogo con le ultime uscite di Grillo".

Il dado è tratto. La scissione è servita. Luigi di Maio molla il M5s e fonda un gruppo parlamentare autonomo «Insieme per il futuro». Dovrebbero essere una sessantina tra Camera e Senato i parlamentari che aderiranno al progetto dimaiano. Vincenzo Presutto è uno di loro. «Al Senato - conferma in un'intervista al Giornale siamo in undici». Delusi da Grillo? «Le sue uscite hanno determinato l'epilogo di oggi», spiega il senatore. E poi ammette: «Il M5S non esiste più».

Senatore oggi si certifica la fine del M5S?

«Il M5s oggi esiste solo come forma associativa e giuridica. Dal punto di vista politico non esiste più da tempo. Il M5s di Fico, Di Maio e Di Battista è morto e sepolto da tempo. Quel Movimento che abbiamo conosciuto negli anni non esiste più. Non esistono più i suoi valori e le sue idee».

E Conte?

«Con Giuseppe Conte non si guarda al futuro».

Insieme per il futuro è semplicemente un gruppo parlamentare nato per puntellare la maggioranza Draghi?

«La priorità oggi è mettere in sicurezza il governo Draghi. Dopo due anni di pandemia e un conflitto militare in Europa non possiamo permetterci passi falsi. Dobbiamo essere compatti al fianco del governo e dare forza al presidente del Consiglio in Europa. Non possiamo permetterci un governo debole ai vertici europei. Non possiamo permetterci continue fibrillazioni».

E dunque Conte vuole mettere in discussione questa unità e compattezza del governo?

«Conte poneva continuamente questioni. Alcune pure condivisibili. Ma il momento ci obbliga a un forte senso di responsabilità. Non potevano andare avanti con i distinguo. Non potevamo aprire il fianco alla propaganda russa».

È ipotizzabile che ora dopo la scissione, il M5s passi all'appoggio esterno?

«Questo va chiesto a Conte. Il M5S non ha i numeri per far cascare il governo. Però ripeto: non potevamo permetterci un'Italia debole seduta ai negoziati di pace».

Veniamo ai vostri numeri. Quanti siete?

«Al Senato siamo 11. È un dato certo. Alla Camera penso una cinquantina. Posso dirle che formeremo un gruppo parlamentare con circa 60 parlamentari. Posso confermarle solo il dato del Senato: 11».

Il regolamento vi impedisce di formare un gruppo autonomo.

«Il numero minimo è 10. Ci siamo. C'è l'ostacolo del simbolo. Posso confermarle che anche questo ostacolo sarà superato. Però ora non è il momento di concentrarci su questi aspetti tecnici».

E su cosa?

«Sul conflitto. Dobbiamo far sentire al governo il pieno sostegno».

E sui territori come siete messi?

«C'è grande entusiasmo».

Ecco, il progetto. Sarete una lista elettorale?

«No, vogliamo essere un movimento trasversale senza barriere ideologiche».

Un partito draghiano?

«No comment».

Ha sentito negli ultimi giorni il ministro di Maio?

«Si certo, molte volte».

E' deluso da Grillo?

«Luigi aveva un rapporto profondo con Beppe Grillo. Anche io sono legatissimo a Beppe. Purtroppo le sue ultime uscite hanno determinato l'epilogo di oggi».

L'ultima suggestione sul post-grillismo: avanza il "partito degli influencer". Francesco Boezi il 22 Giugno 2022 su Il Giornale.

Dai "Ferragnez" alla blogger che sostiene Calenda, i divi digitali sono pronti a scendere in campo. L'esperto: può arrivare al 30%.

Neanche ventiquattro ore dall'annuncio della partecipazione di Chiara Ferragni al Festival di Sanremo e tra gli addetti ai lavori ci si chiede già se non sia arrivato il momento del «partito degli influencer». Pure perchè nel mondo di internet c'è un fermento. Il contesto è liquido, dunque non c'è da stupirsi: le idee non fanno che ribollire. Al netto dei possibili interpreti, iniziano a circolare progetti di simboli e nomi. Ne abbiamo visto uno: «Rivoluzione» ma con una erre rovesciata. Quasi come se qualcuno, appresa la scomparsa del grillismo, si fosse già messo all'opera per un'evoluzione naturale che possa riempire un vuoto.

Sono almeno tre i fattori capaci di alimentare quella che rischia di smettere d'essere una mera suggestione in breve tempo. Uno riguarda lo spazio: il web, il luogo in cui è nato e cresciuto l'ormai dissolto Movimento 5 Stelle, è privo di una forza dominante. Poi c'è un motivo di opportunità: in questi ultimi anni, ci hanno provato in molti, dai No Vax ai Sì Putin (due mondi spesso coincidenti), ma nessuno si è dimostrato in grado di convogliare i «mi piace» o le visualizzazioni in qualcosa di politicamente rilevante. Il terzo fattore è relativo al piano culturale: le battaglie che trovano eco nell'istantaneità del web fanno fatica a passare in Parlamento. Il Ddl Zan - immaginiamo pensino dalle parti degli «influencer» - ne è la prova. Tanto varrebbe estendere gli orizzonti e fare un tentativo pratico: una formazione partitica che faccia arrivare al grande pubblico le istanze che, almeno per ora, vengono percepite come prioritarie quasi soltanto o quantomeno soprattutto dalle giovani generazioni.

Quanto sarebbe stata evidente la frattura tra i cosiddetti boomer ed i nativi digitali se, al referendum che si è appena svolto, l'Italia avesse avuto anche la possibilità di esprimersi sulla liberalizzazione della cannabis? Insomma qualcuno potrebbe voler sdoppiare lo schema, sgombrando il campo dal limite imposto dalla virtualità: i «seguaci» su internet e la politica nella realtà. Sarebbe troppo facile presentare l'esempio della potenzialità dei Ferragnez. Peraltro l'imprenditrice milanese sarà al Festival della canzone italiana in piena campagna elettorale. Dovesse decidere di scendere in campo (ipotesi che comunque sembra essere peregrina), si porrebbe quantomeno un tema. Fedez sembra avere un profilo più politico della moglie e continua ad intervenire sui temi d'attualità. Però anche il cantante non sembra disponibile ad un vero e proprio impegno in prima persona. Il fatto è che i nomi in questa storia contano eccome: «Il partito degli influencer può valere lo 0% o il 30% - dice al Giornale Tiberio Brunetti, consulente politico ed istituzionale - . Dipende da chi lo rappresenta e dai temi bandiera. Se ci pensiamo abbiamo un precedente: il M5S ha avuto per capo un influencer ante litteram, Grillo».

Claudio Cecchetto, che ha i suoi 83mila followers su Instagram e che proviene dallo spettacolo, si è candidato a sindaco di Riccione arrivando terzo e sfiorando il 9%: può costituire un segnale ulteriore. Cristina Fogazzi, ossia l'«Estetista cinica», ha endorsato Carlo Calenda qualche mese fa: «Mi ha invitato nella sede di Azione, che è popolata di Fagiane (l'appellativo riservato alle Fan) e ho avuto un'ottima impressione. Vi dico che mi piace, così domani i giornali hanno qualcosa da scrivere» ha dichiarato, durante le amministrative, come ha riportato Repubblica. Insomma: se quella in corso è una progressione, i tempi sembrano essere maturi. C'è chi è già al lavoro su quelle che vengono chiamate «anagrafi».

L'obiettivo degli studi certosini è tirare fuori un «capo influencer» dal cilindro entro primavera 2023. Serve qualcuno in grado di fare sintesi. Poi, come molti progetti partoriti nel contesto del web, il «partito degli influencer» può non partire, sparire poco dopo tempo o esplodere contro ogni previsione. Comunque, converrà «seguire» anche questo.

Quella tragedia trasformata in burla. Augusto Minzolini il 21 Giugno 2022 su Il Giornale.

Una volta, ormai tanto tempo fa, ai tempi della prima e della seconda Repubblica, se c'era un argomento su cui non si scherzava, cioè su cui non si inscenavano diatribe per guadagnare qualche voto, quello era la politica estera.

Una volta, ormai tanto tempo fa, ai tempi della prima e della seconda Repubblica, se c'era un argomento su cui non si scherzava, cioè su cui non si inscenavano diatribe per guadagnare qualche voto, quello era la politica estera. Per un motivo semplice quanto sensato: un conto dare spettacolo nel cortile di casa, un altro sul palcoscenico internazionale non fosse altro per non farsi ridere dietro o, alcune volte, per non far piangere il mondo intero. Nella terza Repubblica, caratterizzata dall'approdo dei grillini in Parlamento, anche questa bella abitudine è andata in gloria. In fondo un partito fondato da un comico non può che dar spettacolo, appunto.

Solo che, al solito, i 5stelle a digiuno di politica non sono capaci di scegliere il momento opportuno per la loro tradizionale pagliacciata: un conto infatti è atteggiarsi a rivoluzionari appoggiando il Venezuela di Maduro, nel qual caso si resta nell'ambito della commedia o al massimo rubi il mestiere ai clown; ma se la stessa operazione la tenti mentre è in corso una guerra a poco più di un migliaio di chilometri da noi, mettendo in piedi una sceneggiata sulla fornitura di armi all'Ucraina per intercettare il voto di tutti i putiniani del Belpaese, rischi che la commedia si trasformi in tragedia. Ti ritrovi ad essere lodato solo dall'ambasciatore russo a Roma, con Zelens'kyj che ti tira in ballo implorando il Parlamento italiano a non glissare sul tema degli armamenti e con il tuo ministro degli Esteri Luigino Di Maio, che pure ne ha viste tante vendendo bibite allo stadio San Paolo, che è costretto ad arrossire per la vergogna, a chiudersi in un silenzio imbarazzato e a mettere l'avviso: cercasi partito.

Fin qui la tragedia. Ma l'esperienza insegna che nella cosmologia grillina alla fine la tragedia torna sempre a rincontrarsi con la commedia. Così quando l'ex-premier Giuseppe Conte, che ha abitato per tre anni a Palazzo Chigi, che ha avuto a che fare con le cancellerie e le diplomazie di tutto il mondo, che ha giocato con i servizi segreti, che ha bazzicato magari senza capirci molto l'Alleanza Atlantica (e pensare che Il Foglio lo aveva pure lodato) rammenta il suo passato, si rende conto che in certi frangenti non si può scherzare. A quel punto se non vuole impegnare il resto della sua vita nel ruolo di istrione di piazza ha due strade: o ammette pubblicamente che il suo è stato solo un bluff, che non può chiedere al governo di rimangiarsi la scelta di fornire armi a Kiev, ma la sincerità non è roba da grillini. O si adegua alla tecnica dello struzzo: non pretende il no alle armi nella risoluzione del governo, accetta che non se ne parli, così lui insisterà a predicare il pacifismo disarmato e il governo continuerà a spedire obici e munizioni a Kiev. Insomma, si acconcia al bluff camuffato, al paradosso del doppio bluff. Un'altra burla. L'unica consolazione è che fra meno di un anno, se gli italiani recupereranno finalmente il senno, nel nuovo Parlamento di burle del genere non ne vedremo più.

Un discorso per smentirsi: così Gigino ha rinnegato il suo credo. Andrea Indini il 23 Giugno 2022 su Il Giornale. Tuonava contro i voltagabbana, voleva uscire dall'euro e "superare" la Nato. Aveva scherzato.  

C'era un tempo in cui Luigi Di Maio seguiva pedissequamente la linea barricadera dei 5 Stelle. Mai un pasdaran alla Di Battista, ma sicuramente un duro e puro dei totem grillini. Era uno di quelli, per intenderci, che «entriamo in Parlamento e lo apriamo come una scatoletta di tonno». Poi, però, è arrivato al governo. Una carica via l'altra. Cambiavano alleanze e premier, lui restava sempre in sella. Inossidabile. Una carriera formidabile, invidiatissima dai suoi. Non manca chi gli ricorda ancora lo stadio San Paolo. Ma il passato è passato. Come sono passati tutti i totem in cui credeva quando ha aderito al M5s e che martedì sera in un discorso di pochi minuti per dare l'addio al Movimento ha rinnegato.

VINCOLO DI MANDATO, UN'UTOPIA

Il web non dimentica. Basta spulciare un po' e subito viene a galla tutto. I voltagabbana, per esempio. Di Maio non li poteva proprio sopportare. Nel 2017 su Facebook scriveva: «Se vieni eletto con il Movimento 5 Stelle e scopri di non essere più d'accordo con la sua linea, hai tutto il diritto di cambiare forza politica. Ma ti dimetti, torni a casa e ti fa rieleggere, combattendo le tue battaglie. Chi cambia casacca, tenendosi la poltrona, dimostra di tenere a cuore solo il proprio status, il proprio stipendio e la propria carica». Già. Rileggerlo oggi, a fronte di quanto fatto nelle ultime ore, fa sorridere. E dire che, durante la scorsa legislatura, inveiva contro la creazione di nuovi gruppi parlamentari? «Molti di questi non erano neanche sulla scheda elettorale». E tuonava: «Un vero e proprio mercato delle vacche che va fermato». Voleva addirittura multare chi lo faceva: 100mila euro di ammenda da pagare sull'unghia. Non è andata così.

UNO NON VALE PIÙ UNO

Per anni i 5 Stelle sono stati in piedi su uno degli assunti più qualunquisti della storia della politica: «uno vale uno», i politici sono tutti intercambiabili e il politico di professione (ecco un altro totem scardinato) è un mostro da abbattere. Da qui, altra pietra miliare del grillismo della prima ora, il vincolo del doppio mandato: finito il secondo giro, si va a casa. E, guarda un po', Di Maio è ormai al giro di boa. Da tempo si vociferava che non avrebbe ottenuto la deroga sperata. Col nuovo partito non avrà di questi problemi. Anche perché ha messo in chiaro di non crederci più all'uno vale uno. «Uno - ha detto - non vale l'altro». Nel 2014 ovviamente la pensava diversamente. «Ci sono migliaia di anime in questo movimento, però uno vale uno - spiegava a Che tempo che fa - come Grillo, Casaleggio, io e il gruppo parlamentare e i cittadini che partecipano sul portale».

NESSUNO SPAZIO PER ODIO E POPULISMI

Già nei giorni scorsi, prima che trapelasse la bozza sull'Ucraina, Di Maio si era preoccupato per le sorti del movimento: «Temo che diventi una forza politica dell'odio». Una preoccupazione campata per aria visto che il M5s è da sempre il partito dell'odio. Davvero non ricorda i Vaffa Day, l'antipolitica ingiuriosa, le gogne social, le liste di proscrizione contro i giornalisti, le campagne giudiziarie usate come clava per demonizzare gli avversari politici? Ieri ha promesso che nel suo partito «non ci sarà spazio per i populismi, i sovranismi, gli estremismi e l'odio». E l'impeachment a Mattarella che lui stesso aveva chiesto quando era il capo politico del M5s? Per il capo dello Stato, ieri sera, ci sono stati soltanto elogi. Tutto un altro Di Maio, insomma.

LA POLITICA ESTERA

Tra tutte, però, la più plateale inversione a u fatta da Di Maio attiene la sfera dei rapporti internazionali. C'era un tempo in cui il M5s era profondamente contrario alla moneta unica. Erano i tempi del FirmaDay, #fuoridalleuro. Nel 2014 Gigino sbraitava contro le élite, la Troika e la Merkel. «Se non ci liberiamo dall'euro - diceva - il Mezzogiorno diventerà una terra desolata e spopolata». Tre anni dopo, presentando il «Libro a 5 Stelle dei cittadini per l'Europa», aveva ribadito che l'euro «non è democratico» e che «bisogna prevedere procedure per uscirne». Non deve quindi stupirci se, sfogliando vecchi album, dovessimo imbatterci in fotografie coi Gilet gialli francesi. Era il 2019, neanche troppo in là negli anni. Con lui c'era pure Dibba. Oggi, però, la strada col Che Guevara di Roma Nord si è divisa e Di Maio si professa europeista e pure atlantista, fermamente convinto dell'impegno dell'Italia nella Nato. E dire che, in passato, mai si è opposto alla richiesta del M5s di «superare la Nato». Ma erano altri tempi, appunto.

A Pomigliano bocciano il loro "enfant prodige". "È una furbata per conservare la poltrona". Pasquale Napolitano il 23 Giugno 2022 su Il Giornale.

Pure il parroco si dissocia: "Voglio bene a Luigi ma non condivido più nulla"

Pomigliano d'Arco (Napoli) Nella «Di Maio land» le stelle grilline brillano ancora. La comunità campana boccia la scissione. Nella terra che alle ultime elezioni politiche ha tributato al Movimento percentuali del 70%, la maggioranza dei cittadini non condivide la scelta del ministro degli Esteri di rompere con i Cinque stelle. Quel che resta della base di attivisti si schiera con Conte.

La protesta esplode a Pomigliano d'Arco: nella città d'origine del ministro Di Maio la rabbia è incontenibile. «Il sogno è svanito», «traditi», «venduti», è il tono dei commenti in paese. Un fiume di indignazione. In quel pezzo di terra, a forte vocazione operaia, lo strappo tra Di Maio e il Movimento genera tanta delusione. Basta fare un giro tra la comunità e sulle pagine social per comprendere il malcontento. La pagina Pomigliano Indignata, un tempo cannone per le battaglie grilline, dà sfogo alla rabbia: «Quando una nave affonda i topi scappano. Il buon Luigi sta tentando una ennesima furbata, per qualcuno può sembrare scaltrezza, fatto sta che il suo obiettivo è quello di cercare di uscirne purificato» scrive Antonio Pirozzi.

Più duro Felice Romano, un tempo amico personale del ministro Di Maio: «A giudicare dalla coerenza del ministro è logico attendersi che il suo nuovo partito insieme per il futuro si chiamerà tra un po' divisi per il passato. Ti abbiamo votato e difeso fino all'inverosimile. Hai fatto tutto ed il contrario di tutto pur di conservare la poltrona. Vergognati».

C'è anche chi però difende la mossa di Di Maio: «Luigi non meritava di esser trattato così da Conte», si infervora il titolare di un bar all'angolo in piazza Mercato a Pomigliano d'Arco. Pensiero identico a quello di Antonio Cassese, professore di storia dell'ex capo politico ai tempi del liceo Imbriani di Pomigliano: «Luigi deve fissare nuovi orizzonti politici, fa bene».

La delusione per la scissione non risparmia il prete Don Peppino Gambardella, confessore spirituale di Di Maio: «Ci hanno rubato un sogno. Assicuro il mio affetto a Luigi, che immagino stia soffrendo, ma non condivido più nulla. Che delusione».

Alla rabbia della comunità fa da contraltare l'umore euforico che si respira nel Palazzo della città: il gruppo consiliare del M5s (ormai ex) di Pomigliano d'Arco trasloca in blocco con Insieme per il Futuro. Il M5S si scioglie come neve al sole. Il sindaco di Pomigliano Gianluca Del Mastro potrebbe essere il primo sindaco della Campania in quota Di Maio. Il clima che si respira a Pomigliano è simile con quello percepito in altre zone della Campania: Nola, Afragola, Castellammare, Caivano. In pochi condividono la scissione. Ma anche nelle città di Caserta, Avellino, Benevento, Salerno la scelta del ministro degli Esteri appare incomprensibile.

In Campania pesa il no del senatore Agostino Santillo. Una storia che merita di essere raccontata. Santillo e Di Maio sono i due testimoni di nozze della capogruppo grillina in Regione Campania Valeria Ciarambino (passata con Insieme per Futuro): un rapporto solido e di amicizia che si è rotto nel giorno della scissione. Santillo resta con Conte. Stavolta la delusione (personale) è tutta da parte del ministro Di Maio.

Con il ministro molti campani e siciliani. E quaranta peones alla prima legislatura. Fabrizio De Feo il 23 Giugno 2022 su Il Giornale.

All'Europarlamento il gruppo M5s resta compatto. Ma si era già dimezzato.

Luigi Di Maio è uscito dal gruppo. Anzi ne ha creato uno tutto per sé. Non si parla di band, ma di truppe parlamentari, e del grande divorzio tra i due leader pentastellati, con Giuseppe Conte da una parte e il ministro degli Esteri dall'altra. Un big bang che fa seguito al lento, inesorabile stillicidio di addii che ha segnato la storia dei Cinquestelle nel corso della legislatura e ora si conclude con una operazione strutturata e organizzata, anche se ancora da definire nella sua prospettiva futura. Sì, perché al momento Di Maio ha creato Insieme per il futuro, ma questa creatura è soltanto un gruppo parlamentare e non un partito e la sua collocazione futura è oggetto di ipotesi, congetture e speculazioni.

Insieme per il futuro al momento ha incassato l'adesione di 51 deputati e 10 senatori, ma è possibile che altri parlamentari provenienti dal Gruppo misto possano traslocare nel nuovo contenitore. Tra i big che lasciano i Cinquestelle ci sono il viceministro dell'Economia Laura Castelli, il questore della Camera Francesco D'Uva, l'ex ministro dello Sport Vincenzo Spadafora, il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri e il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano. Dei 61 parlamentari, 40 sono al primo mandato (30 alla Camera e 10 al Senato) e 21 al secondo. Si fanno già i nomi dei possibili capigruppo: Vincenzo Spadafora per Montecitorio e Primo Di Nicola o Vincenzo Presutto per Palazzo Madama.

Ieri mattina, prima delle comunicazioni di Mario Draghi in vista del Consiglio europeo del 23 e 24 giugno, il presidente della Camera Roberto Fico ha ufficializzato la nascita del nuovo gruppo Insieme per il futuro e ha elencato i nomi dei deputati che ne fanno parte. Le truppe di Luigi Di Maio hanno una fortissima connotazione sudista. Guardando al gruppo della Camera, su 51 iscritti, 16 sono campani; 10 siciliani; 5 pugliesi, 4 sardi; 4 laziali; 2 calabresi. Il Piemonte può contare su 2 eletti. Basilicata, Abruzzo, Marche, Toscana, Umbria e Veneto hanno tutte un solo deputato. Al Senato la situazione è più mobile ed è anche scattata qualche controffensiva. Il senatore Emiliano Fenu, tra i parlamentari che due giorni fa avevano deciso di lasciare il gruppo M5s (ma senza passare a Insieme per il futuro), ci ha ripensato e resta con Conte. Resiste il gruppo a Strasburgo. La delegazione M5s di eurodeputati guidata da Tiziana Beghin non sembra aver risentito della nascita di Insieme per il futuro. Le perdite nel corso della legislatura però non sono mancate. Da 14 eletti si è passati a 7: in 4 sono passati a Greens, uno al Ppe, uno a Renew e un europarlamentare siede invece al Misto.

La cerimonia degli addii, comunque, non sembra conclusa. Manlio Di Stefano, fa capire, parlando con Fanpage, che qualcos'altro potrebbe muoversi. «Se oltre 60 parlamentari di cui due terzi alla prima legislatura, hanno fatto questa scelta, significa che non c'era alternativa. Solo nei due rami del Parlamento sono 61, ma il numero è destinato a crescere senza contare che lo stesso sta avvenendo dal Parlamento europeo fino ai Consigli comunali». E si registrano anche casi particolari e curiosi. Maria Pallini e Giovanni Currò, infatti, si sposeranno sabato ma hanno già divorziato in Parlamento. Lei è di Avellino, è stata eletta con il M5s in Campania, e ha seguito Luigi Di Maio. Lui è di Como ed è rimasto fedele a Conte. Un inno alla pluralità di pensiero. Salvo ripensamenti.

Luigi Di Maio, addio M5s? "Perché la colpa è di Roberto Fico". Libero Quotidiano il 21 giugno 2022

La colpa non sarebbe di Giuseppe Conte, ma di Roberto Fico. Se Luigi Di Maio ha deciso, o forse semplicemente accelerato il passo per la scissione del Movimento 5 Stelle, spiegano gli uomini più vicini al ministro degli Esteri, sarebbe stato per "le parole di Fico", le critiche del presidente della Camera "hanno segnato la rottura definitiva. Sono state il punto di non ritorno...". 

Mentre procede senza sosta lo scouting dei fedelissimi di Di Maio per la formazione dei nuovi gruppi di Camera e Senato, insomma, si procede già allo "scaricabarile" delle responsabilità, un modo come un altro per marcare confini politici e sgravare la coscienza davanti agli elettori per una scelta che, con ogni probabilità, decreterà la fine del Movimento per come l'abbiamo conosciuto fino a oggi. Dal punto di vista parlamentare, la fuoriuscita dei parlamentari è pesante: si parla di una quindicina di senatori e addirittura una cinquantina di deputati. 

Come suggerito all'agenzia Adnkronos dai parlamentari dimaiani che confluiranno, presto, nel gruppo "Insieme per il futuro" (sarebbe questo il nome scelto), Di Maio non avrebbe gradito la difesa di Conte portata da Fico. Una rottura che sembra arrivare sulla scia di una vecchia faida "napoletana", visto che entrambi ambiscono al ruolo di leader in uno dei feudi elettorali a 5 Stelle.  

E Beppe Grillo? C'è chi fa notare, maliziosamente, che i dimaiani sono usciti allo scoperto "bruciando" il fondatore, atteso a Roma giovedì. La scissione è stata annunciata addirittura due giorni prima, segno di quanto ormai il clima nel Movimento sia irrespirabile, anche nei confronti del guru schierato apertamente con Conte. 

L’ira di Fico: «Non è Di Maio contro Conte. Ma Di Maio contro il Movimento». Il presidente della Camera sulla faida M5S: «Siamo con l'Ucraina e la Nato, non capisco perché dice il contrario». Il Dubbio il 21 giugno 2022.

«Non c’è nessun Conte-Di Maio, state sbagliando prospettiva. L’unica cosa che c’è, al massimo, è Movimento-Di Maio, perché attaccare il Movimento su posizioni che non sono in discussione dispiace a tutta la comunità del Movimento». Così il presidente della Camera Roberto Fico entra nella faida che da giorni attraversa il M5S, con il ministero degli Esteri a un passo dall’addio al Movimento.

«Siamo un pò dispiaciuti da questo atteggiamento, non c’è nessun attacco nei confronti di Luigi Di Maio. Non è questo, è solo che non capiamo e non capisco perché si attacca su una cosa che non è in discussione», aggiunge Fico, che preferisce però non parlare dell’ipotesi espulsione.  «Dico solo, perché si deve attaccare il Movimento e metterlo in fibrillazione in un momento in cui queste cose nel Movimento non sono in discussione?», sottolinea Fico con riferimento alle presunte posizioni anti Nato e anti Unione Europea nel M5S. «Mi è incomprensibile e personalmente mi fa anche un po’ dispiacere, e da un punto di vista capisco che la comunità del Movimento, quando c’è un’operazione non aderente alla realtà, si debba anche difendere. Il Movimento non sta attaccando, si sta difendendo da questo».

«Il Movimento 5 Stelle è con l’Europa, siamo all’interno di un Patto atlantico e sosteniamo l’Ucraina in tutti i modi, sarebbe assurdo non esserlo soprattutto e ancor di più in questo momento. Questa discussione interna al Movimento 5 Stelle non c’è», prosegue Fico. «Queste posizioni – aggiunge – vanno in contrasto con il Movimento perché non sono vere. Non c’è un lavoro con Giuseppe Conte o con vicepresidenti e coordinatori dei comitati sulla questione se dobbiamo rimanere in Europa o no, se siamo nella Nato o meno. Da mesi si ribadisce sempre l’Alleanza atlantica e l’Unione Europea, non capisco perché a un certo punto qualcuno si sveglia la mattina e dice che il Movimento è contro la Nato o contro l’Unione europea. Anche il leader attuale del Movimento 5 Stelle è andato a battere i pugni in Europa e ha costruito il Recovery fund con il Next generation Eu, di cosa stiamo parlando? Sono dispiaciuto perché vengono poste questioni non reali, poi i giornali fanno i titoli sulle questioni non reali e sembra che il Movimento sia contro la Nato. È una stupidaggine, tutto qua».

«Di Maio costruisce una sua posizione al di là del M5S? Non ne ho idea, lo vedremo solo vivendo», chiosa il presidente della Camera Roberto Fico. «Quello che mi interessa – dice – è lavorare in modo tranquillo e costruttivo nel Movimento 5 Stelle e oggi ci sono tanti gruppi di lavoro, c’è un consiglio nazionale, abbiamo i comitati, gli organi funzionanti, stiamo completando l’operatività totale dello statuto che oggi è al 100% operativo perché il Tribunale di Napoli ha rigettato la causa degli ex M5S».

Grillo, Casaleggio, Di Maio… Sta a vedere che è Conte il rottamatore. Nel giro di pochi mesi l’Avvocato è riuscito a fare ciò in cui chiunque prima di lui aveva fallito, spianando via vecchie liturgie e avversari interni. Rocco Vazzana su Il Dubbio il 21 giugno 2022.

Secondo una vulgata di Palazzo, Giuseppe Conte non brilla per coraggio. Strilla, strilla, ma alla fine non ha mai la baldanza dello strappo. Un’attitudine, quella alla prudenza estrema, sviluppata dopo la lezione del Papeete e abbondantemente utilizzata durante il suo secondo governo. Ma, dicevamo, di vulgata si tratta.

Perché a ben guardare Conte è tutt’altro che un mite avvocato catapultato nel mondo della politica. E per rendersene conto è sufficiente riavvolgere il nastro di un solo anno, l’anno della scalata al Movimento 5 Stelle. Dopo essere stato disarcionato da Palazzo Chigi, infatti, l’ex premier, forte di un consenso popolare ancora alto, ha concentrato ogni sua energia nella ricostruzione di un partito rimasto senza guida. Un percorso accidentato, pieno zeppo di insidie e scogli da aggirare per plasmare un carrozzone lacerato da una guerra fra bande favorita da una “non organizzazione” capace di cristallizzare rendite di potere inamovibili: un pezzo a Beppe Grillo, un pezzo a Davide Casaleggio, un pezzo a Luigi Di Maio. Il tutto retto da un’infinità di non detti, non scritti e consuetudini che solo un profondo conoscitore della grammatica pentastellata avrebbe potuto comprendere.

Insomma, governare quella macchina anarchica e autoritaria allo stesso tempo sarebbe stata impresa ardua per chiunque, figurarsi per un leader estraneo a quella storia e spuntato dal nulla. Ma forse è stata proprio questa la forza di Conte, che invece di perdersi in indistricabili trattative barocche condotte col misurino dei contentini, è entrato come un panzer nella casa grillina spianando via vecchie liturgie e avversari interni. E nel giro di pochi mesi l’avvocato è riuscito a fare ciò in cui chiunque prima di lui, Di Maio compreso, aveva fallito: rottamare l’intero “gruppo dirigente” pentastellato.

Uno alla volta l’ex premier ha “licenziato” Casaleggio, figlio del cofondatore e dominus assoluto di Rousseau, ridimensionato a un ruolo poco più che onorario lo stesso Grillo, accompagnato alla porta Di Maio, il volto politico più noto e potente del Movimento dalla cui fantasia era nata l’idea di trasformare Conte in un presidente del Consiglio. Difficile definire “prudenza” o “indecisione” questo modo di incedere. Nel giro di un anno il presidente grillino è stato in grado di realizzare quel sogno che Renzi nel Pd non è riuscito a portare a termine in un percorso durato oltre sei anni: esautorare la “ditta”.

Senza la spocchia dello «stai sereno», del «Fassina chi?», del «ciaone», ma col passo felpato e brutale dell’avvocato con la pochette. Il senatore di Rignano sull’Arno alla fine ha dovuto fondare un nuovo partito per avere una piccola arena senza avversari interni, Conte ha rifondato il suo. Forse entrambi saranno destinati all’irrilevanza politica ed elettorale. Ma di rottamatore vero, a conti fatti, ce n’è solo uno.

"Da domani i 5 Stelle non più prima forza politica". La scissione di Di Maio, dopo 9 anni rinnega se stesso: “Addio Movimento, nuovo partito senza odio e populismo”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 21 Giugno 2022.

“Da domani il Movimento non è più la prima forza politica del Parlamento“. La politica fa miracoli e nel giro di pochi anni porta un suo giovane esponente, Luigi Di Maio, a rinnegare o meglio rivalutare il proprio credo (impeachment di Mattarella, contro l’Euro, contro la Nato) e, incarico dopo incarico (vicepremier, ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, capo politico del Movimento, oggi ministri degli Esteri), a salutare quel partito che nel 2013, con appena 189 preferenze online alle cosiddette elezioni parlamentarie dei 5 Stelle, lo portò quasi per miracolo a entrare nella Camera dei deputati.

Nove anni dopo, in un hotel Bernini di Roma affollato di giornalisti e suoi fedelissimi (Sergio Battelli, Laura Castelli, Primo Di Nicola, Carla Ruocco, Francesco D’Uva, Simone Valente, Daniele Del Grosso, Simona Nocerino, Vincenzo Presutto e tanti altri), pronti a convergere in un gruppo parlamentare che dovrebbe chiamarsi “Insieme per il futuro”, Di Maio saluta il Movimento di Beppe Grillo e dell’oramai nemico Giuseppe Conte perché “dovevamo scegliere da che parte stare” in merito al conflitto in Ucraina e alla risoluzione approvata oggi in Senato sugli aiuti, armi comprese, da inviare a Kiev.

Una scelta istituzionale la sua, anche per il ruolo che ricopre, dettata da uno scontro alimentato – a detta del ministro – soprattutto da motivi mediatici riconducibili al ruolo da pacifista che si sarebbe ritagliato l’ex premier per ottenere, o provare a farlo, consensi in vista delle prossime elezioni politiche in programma nella primavera del 2023.

Secondo Di Maio “i dirigenti del Movimento hanno rischiato di indebolire l’Italia, di mettere in difficoltà il governo per ragioni legate alla propria crisi di consenso. La guerra non è uno show mediatico, è da irresponsabili picconare il governo“. L’ex capo politico ringrazia il Movimento “per quello che ha fatto per me, ma da oggi inizia una nuova strada” ma lo “lascio”. “E’ una scelta sofferta che non avrei mai pensato di fare” aggiunge.

Poi lancia la sua campagna acquisti con la solita cantilena che accompagna i nuovi progetti politici: “Da oggi inizia un nuovo percorso. Per costruire un futuro servono soluzioni e idee realizzabili. Per avere un modello vincente da nord a sud abbiamo bisogno di aggregare le migliori capacità e talenti. Perché uno non vale uno”. Poi la chicca: “Nascerà una forza politica che non sarà personale”, dove “non ci sarà spazio per odio, sovranismi e populismi“. 

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Conte e Grillo non sono uguali: i 5 Stelle esistono perché c’è Beppe. Piero Sansonetti su Il Riformista il 21 Giugno 2022. 

Lo espelleranno o no? Diciamo pure che comunque vada non sarà uno di quegli avvenimenti che passeranno alla storia. Il problema casomai riguarda la tenuta del governo, se i 5 Stelle dovessero decidere di rompere sulla politica estera. Ma non succederà. Per una ragione molto semplice: i 5 Stelle non sanno molto bene cosa sia la politica estera e invece sanno piuttosto bene che se il governo va a casa e si sciolgono le camere è un bel guaio per i loro stipendi. Che poi Di Maio resti alla corte di Conte o esca e si faccia una sua corticina, o passi alla corte di Letta o di qualche altro spezzone centrista, resta un fatto abbastanza secondario.

La verità è che i 5 Stelle non ci sono più. Per una ragione essenziale. Noi continuiamo a chiamarli 5 Stelle ma loro sono semplicemente “grillini”. Il 30 per cento ed oltre dei voti alle elezioni politiche li hanno presi per quel semplicissimo motivo: erano i ragazzi di Beppe. Grillo è un personaggio di statura politica non molto elevata ma di personalità e carisma esplosive. E un bel giorno ha fatto irruzione nella politica italiana mandando tutto a carte quarantotto. La politica italiana non pensava che potesse esprimere una forza così dirompente e distruggente. E invece lui la possedeva. Aveva messo in piedi un movimento qualunquista tutto costruito sulle sue capacità comunicative e su alcune idee di demolizione del potere.

I movimenti qualunquisti sono una costante nella politica mondiale, ci sono stati in passato in Italia (Giannini), in Francia e altrove. Hanno avuto un peso. Talvolta il qualunquismo si diffonde orizzontalmente infiltrandosi nei i partiti (ce n’era parecchio sia nel Pci, sia nel Msi, sia nella Dc) talvolta si auto-organizza e diventa una spina nel fianco del sistema.

Il qualunquismo di Grillo era speciale, sia perché Grillo era speciale, sia perché conteneva una percentuale di anarchismo non indifferente. Ma i qualunquisti hanno sempre un limite grosso: sono a tempo. In questo caso avevano due limiti: il tempo e l’essere legati a filo triplo alla personalità del capo. Quando il capo si è ritirato, è iniziata la dissoluzione.

Ora possono mantenere qualche voto, ma peso politico, quando sarà eletto il nuovo parlamento, zero. Tutti i partiti che avevano fatto male i conti quando arrivarono i grillini, rischiano oggi di fare lo stesso errore di allora. Aver pensato che Conte fosse un leader politico è stato il più grande abbaglio degli ultimi trent’anni.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Mario Ajello per “il Messaggero” il 22 giugno 2022.

Draghi è più forte. Conte e Grillo sono più deboli. Il premier incassa la nascita del primo nucleo parlamentare dichiaratamente sostenitore dell'Agenda Draghi, quello dimaiano, e allo stesso tempo vede ridursi le truppe dei malpancisti di Conte («le mosche tze tze», li chiamano i democrat) e registra l'ennesima «figuraccia» - così la chiamano tutti - dell'ex avvocato del popolo incapace di rompere e di dare l'assalto al governo e costretto a innescare la retromarcia automatica e prevedibilissima.

«M'hanno rimasto solo sti quattro cornuti», potrebbe inveire Conte (citando L'audace colpo dei soliti ignoti) riferendosi sia a Salvini, che promette sempre fuoco e fiamme e poi si allinea docilmente a Draghi (altro che Papeete bis!), sia a Di Maio che s' è fatto il suo partito con una velocità, una determinazione e una spietatezza che il leader M5S non aveva previsto e così ha blindato Draghi. 

I fedelissimi dell'ex premier, tutti contenti perché senza i dimaiani ci sono più posti disponibili nelle liste elettorali, non fanno che dirgli: «Giuseppe, no problem. Di Maio farà, con la sua scissione, la fine di Fini e di Alfano. Va a sbattere il muso». Conte però non condivide fino in fondo questo entusiasmo, anche se pubblicamente fa il duro. Ha perso Giuseppi in questa giornata campale.

E ha perso pure Beppe però. Il quale ha dovuto constatare che la sua creatura politica, dopo tanti anni di successi, è arrivata alla fine. E non per colpa di Di Maio ma anche a causa di un leader «senza capacità organizzativa né visione politica» (proverbiale stroncatura di Grillo su Conte). E infatti, il post anti-Di Maio di Grillo non è affatto un post filo- Conte. Ma la constatazione del passato di un'illusione. L'uscita di Grillo ha fatto precipitare tutto. Ovvero ha spinto Di Maio a strappare. Come Crono che divora i suoi figli, l'Elevato, il Garante, il Barbapapà ha visto che le sue creature si scannavano ed è entrato a gamba tesa con tre colpi molto forti.

Il primo contro tutti: siamo delle amebe ormai, non più grilli fritti e scoppiettanti, e dice questo il Fondatore ricorrendo a una immagine scientifica. Quella del Dictyostelium. «Beppe, che stai a di?», vorrebbero chiedergli gli stellati appena arriva sui loro smartphone questa strana parola seguita dal post ancora più criptico ma in realtà molto chiaro. Il Dictyostelium, s' informano tutti appena vedono lo strano fonema, è il sistema delle amebe che si auto-riproducono in maniera asessuata creando altre amebe su amebe, invertebrate e smidollate.

Ossia, secondo Beppe, i grillini oggi. Ma lui dice ancora di più scagliandosi, secondo colpo tremendo, addosso a Di Maio: «Qualcuno non crede più nelle regole del gioco? Che lo dica con coraggio e senza espedienti. Deponga le armi di distrazione di massa e parli con onestà». Di Maio accoglie l'invito alla chiarezza, e strappa. Ma c'è di più e di peggio nel post che fa precipitare tutto. 

C'è la dichiarazione di morte di M5S. Il de profundis. «Siamo tutti qui per andarcene, comunque, ma possiamo scegliere di lasciare una foresta rigenerata o pietrificata». Demolisce e si auto-demolisce l'Elevato, e questo sembra un canto del Grillo. Che cita Steve Jobs: «Disse agli studenti: oggi siete giovani, ma diventerete vecchi e verrete spazzati via». Perciò c'è chi sostiene che Beppe, in tanto crepuscolo, possa rinunciare a venire a Roma domani rischiando di comparire come l'Ameba Beppe.

Le pentacomiche. Cosa c’è dietro lo scontro tra Conte e Di Maio, storia dell’amicizia (che fu) tra due big per caso. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 21 Giugno 2022. 

Lo cacciano o non lo cacciano, a Gigi Di Maio? Questa domanda agita il governo si ripercuote sul Paese, mette in crisi l’Unione Europea che secondo Medvedev – il cucciolo di Putin – chissà se fra due anni ancora esiste, scuote i delicati equilibri tra le potenze del Pianeta e potrebbe avere ripercussioni lungo la frontiera indo-cinese.

È una questione divisiva, quindi divide. Io personalmente, sto per Gigino perché seguita a vestirsi come per la prima comunione e poi ha imparato un sacco da quando gli hanno spiegato che per fare il ministro degli Esteri in un governo Draghi deve solo leggere i foglietti già recapitati da Palazzo Chigi via motociclista perché s’è rotta la scatola Wi-Fi., E chi è il nemico di Di Maio, quello che lo vorrebbe espellere? È l’avvocato de noantri Giuseppe Conte. E perché e per come? Ma quante ne volete sapere.

Ricordiamo sommariamente la storia. Si era nel 2018 e il movimento 5 Stelle guidato da Di Maio, e la Lega di Salvini vinsero le elezioni ciascuno per essersi connotato fieramente nemico dell’altro. Quindi decisero di fare insieme un governo di destra, ma al bim-bum-bam nessuno dei due voleva lasciare il posto di primo ministro all’altro, finché l’avv. Bonafede, frequentatore dello studio Conte, disse: “Ho io il tipo che ci vuole” e portò Conte a un appuntamento segreto con Di Maio e Salvini, i quali dissero: “Avvocato, si aggiusti la cravatta, la pochette va bene, prenda il trolley e venga con noi”. E lo portarono da Mattarella che disse: “Avvocato, l’hanno beccata con il curriculum ritoccato, non ci faccia fare altre brutte figure. E adesso ci dica: vuole lei, avvocato Conte, fare il Primo Ministro di questo Paese?”.

Lo sciagurato ripose di sì. Adesso andiamo un po’ alla svelta sennò ci facciamo notte e arriviamo fino al governo Draghi dove Di Maio viene riconfermato ministro degli Esteri, senza sapere che zio Putin stava preparando una delle sue peggio guerre. Il partito, movimento accozzaglia o come vi piace chiamarlo, si sfascia a ogni tornata elettorale e capisce di essere un movimento morto, anche se Enrico Letta l’ha scelto come sposa sperando di riportarsi a casa dei voti che un tempo appartenevano al Pd.

Catastrofe, Tutti per uno e nessuno per tutti, Conte tanto fa e tanto non fa, che si fa bollare da un giudice la patente di guida del partito e poi fra le previsioni del tempo vede che la politica detta del “Non diamo nuove armi agli ucraini, sennò quelli le usano per sparare ai russi”, è molto gettonata e l’assume come sua. Fa un discorso tortuoso che lo impegna a morte su congiuntivi e condizionali ma poi alla fine dice: “Basta nuove armi agli ucraini, finché si tratta di qualche sasso da fionda va bene, ma qui si esagera e annuncio che abbiamo cambiato idea”. La notizia che l’avvocato Conte avesse anche delle idee fa il giro del mondo e torna puntuale da dove era partita.

L’idea che Conte aveva avuto era semplice: dire che il movimento Cinque stelle, benché rappresentato nel governo dal ministro degli esteri, ha cambiato idea sulla fornitura di aiuti anche in armi all’Ucraina invasa dai russi e così andiamo due volte al giorno sui tiggì e sui giornali, che è tutta salute per un movimento politico dichiarato morto dagli elettori. Allora Di Maio si imbufalisce e dice di no, e però arriva certo Grillo detto Beppe, con scafandro e supercazzola, che dice tu piccolo Di Maio hai finito i due mandati e torni a casa. E allora Di Maio risponde con il saluto del movimento che si chiasma “Vaffa”. E allora Conte si presenta ovunque ci siano delle telecamere e diventa simpatico e autorevole di colpo a tutti i pacifisti. E tira e molla, e molla e tira, siamo arrivati ad oggi che non si sa che aria tira. Ma non fa niente perché Di Maio si fa un movimento suo, tanto adesso sono di moda, anche il sindaco Sala se lo fa e Calenda non è mai contento perché vuole essere l’unico movimentista di taglia medio-nana.

La questione delle armi all’Ucraina era già diventata nodale in quel curioso consesso, perché Petrocelli per aver fatto la stessa cosa da Presidente della commissione Esteri, era stato già espulso. Poco male perché tutti i pentastellati sono espulsi o annullati, o sottoposti a verifica giudiziaria. Ora i penta si contano per vedere se ne mette più insieme Conte o Di Maio e si diffondono cifre vistosamente rimaneggiate. Draghi dice di non volerne sapere niente e che già ha molto da fare con l’amico Macron che si è giocato la maggioranza assoluta e che si ritroverà con un primo ministro che ha idee opposte alle sue. Nel più grande imbarazzo resta Enrico Letta che vuole salvare più Pentastellati possibile e vuole vedere come finisce questa storia perché lui, legalitario com’è, deve stare dalla parte di Conte che per sentenza giudiziaria deve essere considerato il leader dei Cinque Stelle, anche se sono pochi a crederci.

L’Italia è dunque appesa a un filo, che è anche la sua condizione naturale. Lo sconcerto è grande, anche se nessuno ci ha capito granché essendo il M5S per sua natura “fluido”: non sa bene come è nato e perché e meno che mai perché si ritrova a capo un tale che un giorno rispose all’avvocato del suo studio, il quale un giorno gli disse vieni, ti porto a conoscere un mio amico che si chiama Luigi Di Maio e se stai buono quello di fa fare anche il capo del governo. Ed era tutto vero. La puntata di oggi finisce qui.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

Dai gilet gialli alla fede atlantista. Chi è Luigi Di Maio, il migliore e peggiore della scuderia di Casaleggio. David Romoli su Il Riformista il 22 Giugno 2022. 

“Non è uno scontro tra Di Maio e Conte ma tra Di Maio e l’intero M5S”: parola di Roberto Fico, presidente della Camera, pentastellato di vecchissima data, uno che di solito pesa le parole. Proprio per questo quella dichiarazione secca suona come un de profundis per il Movimento di cui nessuno più di Luigi Di Maio, classe 1986, è stato negli anni il volto pubblico e soprattutto, nel bene e nel male, l’emblema. Il contrario di Conte, arrivato alla presidenza del consiglio su spinta del Movimento ma senza essere neppure mai stato iscritto, esaltato dai media proprio come l’uomo capace di “normalizzare” e istituzionalizzare il Movimento. Insomma di domare quelli come Di Maio.

Il campione dell’atlantismo, il ministro in carica da cinque anni con tre governi diversi, il volto oggi più accettabile e accettato da quelli che per anni i 5S neppure sopportavano di sentirli nominare era all’epoca reprobo quanto e più del gemello e amico/nemico Alessandro Di Battista. E Giggino da Pomigliano d’Arco pareva farlo apposta a calcare la mano, andare fuori dalle righe, esagerare sempre: deputato a 26 anni grazie ai 189 voti online ottenuti nelle parlamentarie online del 2013; vicepresidente della Camera nello stesso anno, il più giovane della storia e probabilmente il meno votato, appena 173 voti furono sufficienti; beniamino di Gianroberto Casaleggio, il solo vero capo che il Movimento abbia mai avuto; capo politico del Movimento, stavolta con 30.936 voti degli iscritti, quasi un plebiscito, l’82,% dei votanti; vicepremier e ministro dello Sviluppo a 32 anni, poi ministro degli Esteri in due governi opposti, uno dei pochissimi a passare indenne nel terremoto che espulse da palazzo Chigi Conte, con il suo silente beneplacito, per rimpiazzarlo con Mario Draghi, di cui oggi è fedelissimo.

Nulla di strano. Sembra la carriera, certo molto brillante, di un politico di professione che in altri tempi, probabilmente, avrebbe tentato la scalata con la tessera dello scudo crociato in tasca. Ciò che rende l’avventura anomala, la scalata improbabile è che l’enfant prodige si è fatto strada nelle istituzioni usando come leva l’anti-istituzionalismo più vibrato, inanellando dichiarazioni roboanti che deliziavano quanti non vedevano l’ora di dimostrare la pericolosità estrema, l’improntitudine insanabile, di quello strano movimento tenuto a battesimo da un comico a colpi di Vaffa. Gigino era quello che nei giorni del braccio di ferro col capo dello Stato che si rifiutava di nominare ministro dell’Economia il no euro Paolo Savona non esitava a chiederne l’impeachment. Quello che incurante del senso del ridicolo, la sera in cui fu varato il reddito di cittadinanza, apostrofava la scarna folla dal balcone di palazzo Chigi annunciando “la fine della povertà”. Peggio ancora era il numero due del governo che nel gennaio 2019 non esitava a incontrare la bestia nera d’Europa in quel momento, i gilet jaunes che mettevano a ferro e fuoco Parigi e poi a dichiarare entusiasta che “le posizioni e i valori comuni sono molti. Il vento del cambiamento ha valicato le alpi”.

Sia chiaro: nonostante il populismo ruggente, la solidarietà con i barricadieri e l’abolizione della povertà, il giovanotto rampante non ha mai cercato di farsi passare per uomo di sinistra. Al contrario, nel gioco delle parti inventato da Casaleggio per foraggiare la leggenda del Movimento “né di destra né di sinistra” a Di Maio toccava la parte del leader in grado di rivolgersi all’area dell’elettorato più tradizionalista: “Da cattolico penso che la famiglia sia quella con un papà e una mamma. Sulle adozioni per le coppie gay bisogna andare con i piedi di piombo”. Del resto nella meteorica esperienza del primo governo Conte, quello retto dalla maggioranza gialloverde, i suoi rapporti con Salvini erano idilliaci mentre proprio quelli con Conte, che avrebbe di gran lunga preferito il Pd alla Lega e non mascherava l’intento di “civilizzare” il Movimento, non sono mai stati davvero rosei.

Nel Movimento Di Maio era l’uomo di sfondamento contro la sinistra. Il capofila della campagna di Bibbiano: “Con il partito che in Emilia toglie i bambini alle famiglie io non voglio avere niente a che fare”. Il primo a lanciare la campagna contro le Ong colpevoli di salvare immigrati nel Mediterraneo: “Sono taxi del Mediterraneo. Quelli che le difendono sono ipocriti che fingono di non vedere il business dell’immigrazione”. Casaleggio aveva occhio. Di Maio era portato naturalmente per quel ruolo. Già al liceo s’era inventato una lista per sconfiggere la sinistra da sempre egemone nella scuola e c’era pure riuscito. La leggenda del “bibitaro” ha un fondo di verità. Di Maio ha fatto davvero un po’ di tutto: tecnico informatico, bravissimo a suo dire, aiutoregista, cameriere e anche steward allo stadio. Ma viene da una famiglia di imprenditori edili e la politica contro la sinistra la ha respirata sin da piccolo, col padre militante del Msi e poi di Alleanza nazionale. È vero che ad Antonio Di Maio il salto in politica come candidato al consiglio comunale di Napoli non era riuscito e anche per questo era contrarissimo alla scelta del figlio di scegliersi proprio quella carriera. È anche vero che tra i due non sempre i rapporti sono stati facili, ma sul pedigree antisinistra del futuro ministro degli Esteri non c’erano dubbi e Gianroberto l’Impresario, in cerca di volti nuovo da lanciare sul palcoscenico della politica, aveva fatto la scelta giusta.

Questione anche d’immagine, che nella politica contemporanea, che di politico ha ben poco, conta eccome. Se Di Battista era l’immagine descamisada del Movimento, il look capace di incendiare le piazze, Gigino è stato sin dall’inizio il doppio petto, la cura dell’aspetto, votato come “il più elegante tra i 5S” quando sbarcò in Parlamento. Quando nel gennaio 2020 lasciò l’incarico di capo politico, non senza denunciare quanti “vengono al fronte solo per pugnalare alle spalle”, si tolse emblematicamente la cravatta. Nessuno dubitò sul fatto che se la sarebbe rimessa prestissimo e così è stato. Tra i tantissimi catapultati in Parlamento dall’ondata grillina Di Maio è certamente quello che ha più testa politica, se per politica s’intende il fiuto per vento temperie e convenienza, la capacità di cogliere al volo l’occasione, le doti strategiche di cui difettano spesso anche le volpi della politica. È stato il primo a capire che il grande momento del populismo barricadero era passato e allo stesso tempo il più astuto e pericoloso rivale di Conte il normalizzatore.

Ha lavorato con diligenza per minare il potere di quell’ultimo arrivato nominato capo di un Movimento del quale non aveva mai fatto parte, collaborando senza mai esporsi alla sua cacciata da palazzo Chigi: quando Conte, sopravvissuto all’uscita di Renzi dalla sua maggioranza pensava già di essersi salvato fu Di Maio a chiarirgli che l’eventuale sfiducia contro il guardasigilli Bonafede avrebbe imposto anche a lui le dimissioni. Non era scritto da nessuna parte e per Conte fu un suicidio. Allo stesso tempo il ministro degli Esteri ha fatto il possibile per sostituire l’ “avvocato del popolo” come figura più affidabile, in Italia e all’estero, del Movimento. Ma dai gilet gialli alla fede atlantista assoluta è un bel salto e quel che resta dei 5S non glielo ha perdonato. In un modo o nell’altro la dipartita dal Movimento è già segnata. Resta solo da vedere il quando e il come. Ma con Luigi Di Maio il migliore e il peggiore tra i pargoli della scuderia Casaleggio, quello che più di ogni altro ha mantenuto e tradito le promesse, finisce il Movimento per come è stato sinora. David Romoli

Il governatore garantista con "Luigino". De Luca corteggia Di Maio: da “coniglio” e “carpentiere” a “interlocutore”: “Meglio tardi che mai…” Redazione su Il Riformista il 22 Giugno 2022.

“Il solo nome di questo soggetto mi procura reazioni d’istinto che vorrei controllare”. E poi ancora. Dalle sfide a fare un dibattito pubblico “dove, come e quando vuole purché in diretta televisiva, spero che non faccia il coniglio” all’apertura delle ultime ore. Dalla lettura in diretta tv, tra una battuta e l’altra, del suo curriculum alla possibilità di averlo come “interlocutore per un comune progetto riformista“. Come cambia la politica nel giro di pochi anni.

Lo sa bene anche Vincenzo De Luca, governatore della Campania, che dopo aver attaccato a testa bassa Luigi Di Maio e l’intero Movimento 5 Stelle, da qualche tempo ha fatto marcia indietro, aprendo al dialogo e, dopo la recente fuoriuscita di “Luigino” (così come lo chiamava, ndr) dal partito di Beppe Grillo, invitando il “carpentiere” mancato di Pomigliano D’Arco a collaborare per la creazione di un’unica grande forza politica che aggreghi il centrosinistra. Di Maio può essere un interlocutore perché – osserva De Luca – “se parla di concretezza, di rifiuto della demagogia, se ricorda a me che uno non vale uno, io che c’ero arrivato dieci anni fa per la verità, forse ci poteva arrivare un po’ prima, ma meglio tardi che mai, dico di sì”.

Per il governatore campano non c’è alcuna preclusione contro quelle componenti politiche che “vivono un processo di maturazione e che escono dall’infantilismo, dalla demagogia e in qualche caso da posizioni di vera e propria stupidità, credo sia un bene per il Paese”. Stessa apertura anche agli esponenti del Movimento 5 Stelle: “Se c’è un’innovazione anche nell’ambito dei Cinque Stelle – spiega – se c’è un processo Di maturazione politica, io credo che debba essere guardato con grande rispetto e anche con grande interesse”.

Già nei mesi scorsi De Luca aveva riposto l’ascia di guerra e provato a dialogare con il mondo pentastellato e con i suoi principali esponenti politici. Pur mantenendo la consueta ironia, “sono molto caritatevole”, in occasione dell’elezione di Gaetano Manfredi a sindaco di Napoli (grazie alla coalizione Pd-5 Stelle) il governatore si fece immortalare insieme a Di Maio e al presidente della Camera Roberto Fico dopo anni di dure polemiche, deflagrate poi durante l’emergenza covid. “C’erano più dirigenti che voti dei 5 Stelle a Napoli” commentò nei giorni successivi, sottolineando che “oggi dobbiamo essere molto aperti con gli amici 5 Stelle. Io sono tra quelli che non hanno un doppio linguaggio in privato e in pubblico. Non ho problemi a dire che ho un rapporto di cordialità e di amicizia con Roberto Fico. Lo considero una persona di grande qualità umana, di grande valore, così come ho apprezzato che Di Maio abbia cambiato la sua posizione. Abbiamo avuto conflitti, ma quando Di Maio ha trovato il coraggio di chiedere scusa al sindaco di Lodi, che era stato incarcerato ingiustamente è un dato di novità di cui prendere atto”.

La diaspora 5 Stelle. Chi sono i 62 parlamentari che hanno seguito Di Maio: i nomi degli iscritti a ‘Insieme per il futuro’. Redazione su Il Riformista il 22 Giugno 2022. 

Ci sono, come ovvio, tanti parlamentari, una quarantina, al secondo mandato, tutti esponenti del Movimento 5 Stelle che per la ‘linea dura’ di Beppe Grillo non sarebbero stati ricandidati tra un anno. Tra i 62 fedelissimi che hanno deciso di seguire la scissione dal Movimento di Luigi Di Maio, aderendo al gruppo parlamentare di ‘Insieme per il futuro’, la maggioranza è composta da deputati e senatori che salvo clamorosi colpi di scena sarebbero ‘in scadenza’.

L’addio del ministro degli Esteri ai pentastellati a guida Giuseppe Conte è un durissimo colpo per il Movimento: nel pomeriggio di ieri fonti vicine all’ex premier davano per certo l’uscita di un massimo di 25-30 parlamentari, diventati invece il doppio nel volgere di poche ore e con una ‘campagna acquisti’ che potrebbe continuare anche nei prossimi giorni.

E i conti in Parlamento sono drammatici per i 5 Stelle. I pentastellati dopo l’uscita di Luigi Di Maio non sono più il gruppo di maggioranza relativa alla Camera: ai 155 di lunedì (erano 227 a inizio legislatura) vanno sottratti i 51 che hanno seguito il titolare della Farnesina nel gruppo ‘Insieme per il futuro’, con la Lega che diventa la forza più presente a Montecitorio con i suoi 132 deputati. Stesso discorso al Senato, dove da 72 i rappresentati dei 5 Stelle scendono a 61, gli stessi del Carroccio, dopo l’addio di undici senatori di fede ‘dimaiana’.

I 51 deputati di IF

A comunicare ufficialmente i membri del gruppo parlamentare del ministro Di Maio è stato questa mattina il presidente della Camera, l’ormai ex compagno di partito Roberto Fico. Nella formazione, ovviamente, vi sono tutti ex 5 Stelle, con l’eccezione di Antonio Lombardo, ex deputato di Coraggio Italia.

Quindi i nomi dei nuovi iscritti a ‘Insieme per il futuro’, che presenta nel lungo elenco alcuni ‘big’ fuoriusciti dal Movimento come la viceministra dell’Economia Laura Castelli, l’ex sottosegretario di Stato Vincenzo Spadafora, Manlio Di Stefano, attuale sottosegretario di Stato al Ministero degli affari esteri, Anna Macina, sottosegretaria alla Giustizia.

Quanto agli altri, nel nuovo gruppo vi sono Cosimo Adelizzi, Roberta Alaimo, Alessandro Amitrano, Giovanni Luca Aresta, Sergio Battelli, Luciano Cadeddu, Vittoria Casa, Andrea Caso, Giampaolo Cassese, Luciano Cillis, Federica Daga, Paola Deiana, Daniele Del Grosso, Margherita Del Sesto, Giuseppe D’Ippolito, Gianfranco Di Sarno, Iolanda Di Stasio, Francesco D’Uva, Mattia Fantinati, Marialuisa Faro, Luca Frusone, Chiara Gagnarli, Filippo Gallinella, Andrea Giarrizzo, Conny Giordano, Marta Grande, Nicola Grimaldi, Marianna Iorio, Luigi Iovino, Giuseppe L’Abbate, Caterina Licatini, Pasquale Maglione, Alberto Manca, Generoso Maraia, Vita Martinciglio, Dalila Nesci, Maria Pallini, Gianluca Rizzo, Carla Ruocco, Manuele Scagliusi, Davide Serritella, Patrizia Terzoni, Gianluca Vacca, Simone Valente, Stefano Vignaroli.

Gli 11 del Senato

A Palazzo Madama le uscite dal Movimento 5 Stelle sono state minori, ma comunque significative. A lasciare Conte per sposare il progetto di Luigi Di Maio sono stati Primo Di Nicola, Vincenzo Santangelo, Pietro Lorefice, Daniela Donno, Sergio Vaccaro e Simona Nocerino.

Fabrizio Roncone per “Sette - Corriere della Sera” l'8 luglio 2022.  

Il trasloco di Luigi Di Maio e della sua brigata di scissionisti e stato veloce ed essenziale: dal M5S si sono portati dietro solo la poltrona e il conto corrente. 

Carla Ruocco, ex grillina dura e pura, in un paio di efferate interviste ha spiegato: «Beh, che volete? Ci siamo evoluti». E-vo-lu-ti? No, aspetti, onorevole Ruocco: e troppo facile chiuderla cosi.

Voi avete responsabilità politiche profonde e tragiche, e sarebbe giusto che ne rendeste conto. Niente puo essere dimenticato. A cominciare dal gigantesco e terrificante inganno con cui nasceste, quel Vaffa progettato a tavolino con la pericolosa astuzia di Casaleggio padre e con la feroce arroganza del suo compare, Beppe Grillo. 

Un tranello nel quale caddero milioni di italiani, che vi spedirono in Parlamento. Dove siete arrivati promettendo di aprire tutto come una scatoletta di tonno e invece tra i velluti rossi e i lampadari luccicanti vi siete trovati subito comodi, rimanendo sedotti da quel potere che avevate promesso di combattere.

Quanta miserabile debolezza. E quanto male avete seminato con la folle bugia dell’«uno vale uno»: inoculando nel tessuto del Paese l’idea malvagia che la competenza fosse inutile, l’esperienza un limite, la modestia un valore. 

Ricorda? Barbara Lezzi, ex impiegata in un’azienda che fa pezzi di ricambio per orologiai, nominata ministro per il Sud. O vogliamo parlare di Danilo Toninelli, il ministro delle Infrastrutture che da Vespa sghignazzava davanti al plastico del ponte Morandi, mentre a Genova le macerie erano ancora fumanti?

Ha dimenticato, onorevole Ruocco, quella memorabile sera in cui vi affacciaste eccitati come bambini dal balcone di palazzo Chigi per urlarci che avevate «abolito la povertà»? Che pena: perchè poi, poco alla volta, ma sempre fingendo cordoglio, avete cambiato idea su tutto. Sulla democrazia diretta e sullo streaming (indimenticabile la pagliacciata di cui fu vittima Pier Luigi Bersani nel 2013), sull’Europa e sulle banche, su Tav e Tap, sulle auto blu (adorate sprofondare nei sedili di pelle) e naturalmente sul limite del doppio mandato. Ora avete mollato lo zatterone di Giuseppe Conte, che inesorabilmente punta gli scogli. E pensavate di farla franca. «Ci siamo evoluti». No, onorevole Ruocco: ormai sappiamo chi siete. Ogni trucco e inutile.

Insieme per il futuro: da Vincenzo Spadafora a Carla Ruocco, ecco chi lascia i 5 stelle per seguire Luigi Di Maio. Antonio Fraschilla su L'Espresso il 22 Giugno 2022.

Ufficializzata alla Camera e al Senato la lista del nuovo gruppo dei fuoriusciti dal Movimento, guidati dal ministro degli Esteri.

Il presidente della Camera Roberto Fico ha comunicato l’elenco formale dei componenti del nuovo gruppo parlamentare nato dalla scissione del Movimento 5 stelle con l’uscita di Luigi Di Maio e di sessanta tra deputati e senatori.  

Al Montecitorio del gruppo, annuncia Fico, fanno parte i deputati: Cosimo Adelizzi, Roberta Alaimo, Alessandro Amitrano, Giovanni Luca Aresta, Sergio Battelli, Luciano Cadeddu, Vittoria Casa, Andrea Caso, Gianpaolo Cassese, Laura Castelli, Luciano Cillis, Federica Daga, Paola Deiana, Daniele Del Grosso, Margherita Del Sesto, Luigi Di Maio, Giuseppe D'Ippolito, Gianfranco Di Sarno, Iolanda Di Stasio, Manlio Di Stefano, Francesco D'Uva, Mattia Fantinati, Marialuisa Faro, Luca Frusone, Chiara Gagnarli, Filippo Gallinella, Andrea Giarrizzo, Conny Giordano, Marta Grande, Nicola Grimaldi, Marianna Iorio, Luigi Iovino, Giuseppe L'Abbate, Caterina Licatini, Anna Macina, Pasquale Maglione, Alberto Manca, Generoso Maraia, Vita Martinciglio, Dalila Nesci, Maria Pallini, Gianluca Rizzo, Carla Ruocco, Emanuele Scagliusi, Davide Serritella, Vincenzo Spadafora, Patrizia Terzoni, Gianluca Vacca, Simone Valente e Stefano Vignaroli, già iscritti al gruppo Movimento 5 Stelle, e Antonio Lombardo, già iscritto al gruppo Coraggio Italia.

Al Senato ne faranno parte Emiliano Fenu, Fabrizio Trentacoste, Antonella Campagna, Vincenzo Presutto, Primo Di Nicola, Simona Nocerino, Sergio Vaccaro, Daniela Donno.

Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte su Di Maio: “Non si permetta di minare il nostro onore”. Valentina Mericio il 22/06/2022 su Notizie.it. 

Dopo l'abbandono di Luigi Di Maio del Movimento 5 Stelle, il capo politico Giuseppe Conte ha attaccato: "Gli ricordo i gilet gialli". 

Il capo politico del Movimento 5 Stelle ed ex premier Giuseppe Conte, dopo l’uscita di Luigi Di Maio dal partito ha mantenuto una linea inflessibile e categorica. Intervenuto nella trasmissione “Otto e Mezzo” condotta da Lilli Gruber ha affermato che il Movimento continuerà a rimanere al Governo: “Noi nel governo ci siamo e ci saremo fino a che saremo in grado di tutelare gli interessi dei cittadini e continuare le nostre battaglie”.

Sul capo del Viminale: “Non si permetta di minare il nostro onore, gli ricordo i gilet gialli”.

Giuseppe Conte, le parole “al veleno” contro il ministro degli Esteri Di Maio: “Non chiederò le sue dimissioni”

Nel corso della sua intervista a La7, Giuseppe Conte ha puntato l’attenzione su uno degli aspetti più scottanti dell’abbandono di Di Maio ossia il fatto che non abbia voluto lasciare la sua carica da ministro degli Esteri.

Riguardo a ciò ha spiegato che non avrebbe chiesto le dimissioni: “Non le chiederò, interroghi la sua coscienza”.

Alla domanda di Lilli Gruber se Di Maio avesse voluto salvaguardare la sua poltrona, Conte ha spiegato: “Lo spiegherà quando cercherà il consenso elettorale, ieri non si è compreso”. Sulla creazione di un nuovo gruppo parlamentare il capo politico dei Cinque Stelle non crede che sia stata una cosa decisa nel giro di poche ore, ma che anzi, dietro c’è stata della pianificazione: “C’è stato un lavoro dietro, avevamo notizia di questi movimenti […] è stato chiaro che Di Maio perseguiva una sua agenda personale e non lavorava con il Movimento, siamo andati in difficoltà anche per questo”.

Giuseppe Conte ha poi ribadito che il Movimento 5 Stelle si oppone all’invasione della Russia in Ucraina: “Perché c’è chi ha strumentalizzato anche l’ultima risoluzione…”. La giornalista ad un certo punto lo ha incalzato: “Eh, è il suo ex amico Di Maio”.

Il capo politico del Movimento non ci sta e, alla fine, ha rincarato la dose: “Non si deve permettere di minare l’onore del Movimento 5 Stelle, lui per primo dovrebbe essere consapevole del lavoro e della fatica che serve fare per tenere la barra dritta […] Non voglio parlare del passato, ma se parliamo del Conte 1 e del Conte 2, bisogna anche ricordare dei gilet gialli”.

Otto e mezzo, Giuseppe Conte silura Di Maio: "Dimissioni da ministro? La sua coscienza..." Libero Quotidiano il 22 giugno 2022

"Le dimissioni di Luigi Di Maio da ministro degli Esteri? Non le chiederò, interroghi la sua coscienza". Giuseppe Conte sceglie Lilli Gruber e Otto e mezzo, su La7, per la sua prima uscita televisiva dopo il terremoto della scissione nel Movimento 5 Stelle, con Di Maio che ha formato due gruppi autonomi e alla Camera e al Senato con una sessantina di grillini. Il nome del nuovo progetto politico? Insieme per il futuro. 

Al rientro dalla pubblicità, Conte scarica una raffica di velenose riflessioni sul suo ormai ex compagno di partito. "Ha visto la conferenza stampa di Di Maio?", gli chiede la Gruber. "Ho letto le agenzie, non ho capito qual è il suo progetto politico. L'obiettivo è difendere l'euro-atlantismo? Tutti quanti ribadiamo la collocazione euro-atlantica. Seconda obiettivo: appoggiare il governo Draghi. Lo stiamo appoggiando in tantissimi...". 

"Di Maio ha voluto salvare solo la sua poltrona da ministro?", incalza la Gruber. "Lo spiegherà quando cercherà il consenso elettorale, ieri non si è compreso", taglia corto l'ex premier, visibilmente innervosito da quanto accadere in queste ore. "Di questa storia si sa pochissimo - lo stuzzica Antonio Padellaro del Fatto quotidiano -. Cos'è successo negli ultimi giorni?". 

"La creazione di un gruppo non è credibile sia frutto di poche ore - insinua Conte -. C'è stato un lavorio dietro, avevamo notizia di questi movimenti". Secondo il leader M5s tutto risale alla disputa sul Quirinale: "E' stato chiaro che Di Maio perseguiva una sua agenda personale e non lavorava con il Movimento, siamo andati in difficoltà anche per questo". "Qualcun'altro ha contribuito a questo lavorio?", chiede la Gruber. "A chi si riferisce? Sia più esplicita", risponde sornione Conte. Il nome è quello ovviamente di Mario Draghi, considerato il grande sponsor della scissione. "Draghi sarà contento? Lo deve chiedere a lui e a Di Maio. Il Movimento c'era, c'è e ci sarà fino a quando saremo in condizione di tutelare gli interessi dei cittadini. Si sta scatenando uno tsunami economico che colpirà anche il ceto medio". Per la crisi di governo, dunque, appuntamento in autunno.

Controcorrente, Veronica Gentili toglie la parola a Conte: "Questo non si può dire". Libero Quotidiano il 23 giugno 2022

Tutto l'imbarazzo di Giuseppe Conte. Ospite di Veronica Gentili a Controcorrente, su Rete 4, il leader del Movimento 5 Stelle alterna gelo, rabbia e qualche incertezza nel commentare la scissione portata avanti da Luigi Di Maio. Il ministro degli Esteri martedì ha annunciato la sua uscita dal Movimento, con la creazione di due gruppi autonomi in Parlamento, dal nome un po' banale: Insieme per il futuro. Banale, però, non è l'impatto dell'operazione: in aula, perché hanno seguito Di Maio oltre 60 onorevoli, tra deputati e senatori, e fuori, perché è interessante ora capire l'impatto elettorale del nuovo partito sul bacino di voti grillini. 

"Ha parlato con Beppe Grillo?", domanda la Gentili a Conte. "Assolutamente sì, è consapevole del momento che stiamo vivendo e dei problemi più generali che si sono innescati. Siamo anche a fine legislatura - prova a minimizzare l'avvocato - ci sono tante dinamiche complicate, non solo nella nostra politica obiettivamente, anche nelle altre forze politiche. In prossimità delle elezioni spesso si sono create delle formazioni nuove, c'è molto movimento e legittimamente ognuno guarda al suo futuro personale, professionale e politico. Sono cose che possono accadere". 

"Non è arrabbiato con Di Maio, insomma, lo aveva messo in conto", lo pungola ancora la padrona di casa. Conte arranca. "No ma guardi, con Grillo ci siamo scambiati varie considerazione e si siamo tutti e due, da questo punto di vista...". L'ex premier balbetta e la Gentili lo "soccorre" togliendogli la parola: "Tranquilli, perché sereni non si può dire".

Grillo si defila, rabbia tra i 5S: "Perché ci hai abbandonati?". Matteo Macor su La Repubblica il 23 Giugno 2022.

Il fondatore rinuncia al viaggio a Roma programmato. Conte minimizza: "Beppe è umanamente dispiaciuto, ma sta dalla parte del Movimento".

È nella pace apparente di Sant'Ilario, cinquecento chilometri dal terremoto romano di queste ore, che si respira più da vicino il senso di distanza tra le tante anime del M5S (quelle che rimangono, come quelle in fuga) e il suo stesso fondatore. Nelle prime ore del day after della scissione, in questo angolo silenzioso di Genova, la villa vista mare di Beppe Grillo rimane nascosta da cancellate e gelsomini, il figlio Ciro si allontana in moto, la domestica di casa prova a difendere la privacy del fondatore a modo suo, con schema a confusione: "Il signor Grillo non c'è, - assicura alla porta - è in vacanza in Sardegna, non andrà a Roma, rimarrà in Toscana"....

La solitudine di Grillo davanti all’abisso del fallimento. Sebastiano Messina su La Repubblica il 23 Giugno 2022.

Come se stesse colando a picco il Movimento di un altro, Beppe Grillo risulta non pervenuto. È sparito dai radar. Viene a Roma, no non viene, magari la settimana prossima, chissà. È introvabile ma non irraggiungibile, perché quando un cronista dell'Adnkronos lo chiama al telefono per domandargli della scissione dei Cinquestelle, lui si diverte a rispondere come farebbe con la telefonista di un call center: "Attenda un attimo.

Sebastiano Messina per repubblica.it il 23 giugno 2022.

Come se stesse colando a picco il Movimento di un altro, Beppe Grillo risulta non pervenuto. È sparito dai radar. Viene a Roma, no non viene, magari la settimana prossima, chissà. È introvabile ma non irraggiungibile, perché quando un cronista dell'Adnkronos lo chiama al telefono per domandargli della scissione dei Cinquestelle, lui si diverte a rispondere come farebbe con la telefonista di un call center: "Attenda un attimo. 

Paaaarviiin, siamo abbonati? Mi dispiace, non siamo abbonati. Non posso risponderle". Clic. Ed è nascondendosi dietro quel clic che il fondatore, padrone e garante del Movimento che in nove anni conquistò il Parlamento - ormai tocca usare il passato - rivela la sua paura di sprofondare nell'abisso del fallimento, prigioniero del gorgo che sta risucchiando la sua creatura. 

Grillo ombra di se stesso

Perché il Grillo che esce dalla latitanza solo per emettere cervellotici comunicati sul suo blog - firmandosi ancora "L'Elevato" come ai tempi in cui scendeva all'hotel Forum per ricevere il bacio della pantofola degli ambiziosissimi apostoli dell'umiltà grillina - è solo l'ombra del Grillo che fu signore e padrone dei cinquestelle, oltre che proprietario del nome, del simbolo e anche del Movimento (in comproprietà con il nipote e il commercialista, a essere precisi). 

Non è più il Grillo da combattimento del Vaffa-Day, né il Grillo d'assalto che attraversava a nuoto lo Stretto per la conquista (fallita) della terra del Gattopardo, né il Grillo irriducibile che entrava a Montecitorio solo per dire no a Renzi, né il Grillo pacificatore che calava a Roma per mettere d'accordo il governista Di Maio e il guerrigliero Di Battista, il pensoso Fico e la sfrenata Taverna. Non è neppure il malmostoso guru che non si rassegnava a cedere all'avvocato Conte il timone di un bastimento già pieno di falle, e quando quello osava definirlo "padre-padrone" gli rispondeva che lui non aveva "né visione politica né capacità manageriale", accettando infine la cessione dei poteri nella terrazza del "Bolognese" di Marina di Bibbona. 

La disintegrazione dei cinquestelle

Eppure quello che si sta inesorabilmente disintegrando, a otto mesi dalle prossime elezioni, è figlio suo. Un figlio al quale lui ha sempre imposto le scelte decisive. Come quando benedisse l'alleanza con l'ex nemico Salvini. O quando diede l'imprimatur al governo con il Pd, già simbolo di tutti i vizi. O quando ordinò ai suoi di dare il via libera a Mario Draghi, che per "l'Elevato" diventò addirittura "il Supremo". Certo, oggi che il suo ex pupillo lo ha tradito sembra lontano il tempo in cui il settantenne Grillo salì sul palco di Rimini per consegnare lo scettro di "capo politico" al giovane Di Maio che proprio quel giorno - il 23 settembre 2017 - compiva 31 anni. 

"Torno a fare il padre di famiglia e il pensionato" disse. E due mesi dopo, sul palco di Palermo, fu ancora più chiaro. Chiamò sul palco Di Maio, Casaleggio e Di Battista e dichiarò, mettendosi la mano sul cuore: "Queste persone proseguiranno il mio lavoro, sono migliori di me". Proseguire hanno proseguito, peccato che l'abbiano fatto da un'altra parte, tutti e tre. 

Le lodi di Draghi

Allora lui si ritirò nel suo blog come un peccatore in un convento. E mentre Di Maio riscriveva lo statuto con il figlio di Casaleggio, Grillo cercava le nuove frontiere dell'ecologia e tornava in teatro per staccare biglietti. Poi venne la conquista del potere, e tutti cominciarono a chiedersi che fine avesse fatto il fondatore. Nessun problema, garantiva lui. Spiegava di essere diventato "una sorta di padre nobile, un mecenate", e che forse non c'era più la rabbia dell'esordio "ma il vaffa rimarrà, ce l'avremo nel taschino: un vaffino nel taschino". Però confessava la sua nuova solitudine: "Mi aggiro nelle città come una puttana si aggira in una città senza marciapiedi. Non mi sopporta nessuno, ho fatto ridere milioni di persone, ho fatto il comico, mi amano milioni di persone ma sono da solo". 

Ma qualcosa deve essere scattato, in quella solitudine lontana dal potere. Proprio lui che si definiva "un comico governativo" cominciò il fuoco amico. Bacchettava Di Maio. Sfotteva Salvini. Ironizzava su Conte. Più il tempo passava e più era evidente l'insofferenza di Grillo per la versione governativa di un movimento che doveva fare la rivoluzione. Ma Di Maio sorrideva e minimizzava. "È il nostro più grande tifoso", assicurava, abbottonandosi la giacca blu.

Non era solo un tifoso. Quando Salvini affondò il Conte-uno per andare al voto anticipato, Beppe uscì dal suo blog per convincere anche i più riluttanti che bisognava allearsi con lo stesso Pd che fino a poche settimane prima era "il partito di Bibbiano". E quando cadde anche il Conte-due, fu lui a spegnere l'ira dei contiani tessendo le lodi di Draghi: "Pensavo che fosse il banchiere di Dio e invece è un grillino. Ha anche senso dell'umorismo, non pensavo". Fidatevi, disse. E non era un consiglio: era un comando.

Un anno e mezzo dopo, è arrivata la tempesta: un terzo dell'equipaggio abbandona la nave mentre l'azzimato capitano Conte - già marchiato dal fondatore come "l'uomo dei penultimatum" - prosegue imperterrito nella sua rotta a zigzag. Si capisce che tutti si domandino: ma Grillo cosa dice, cosa pensa, cosa fa? Nulla. Non fa nulla. Si tiene lontano da Roma. Non ha chiamato Di Maio, dopo averlo definito "un sedicente Grande Uomo". Non ha dato nessun appoggio pubblico a Conte. E l'altra domenica, a Genova, non è neanche andato a votare per i cinquestelle. Come se si trattasse, appunto, del Movimento di qualcun altro.

DAGOREPORT il 24 giugno 2022.

Questa volta, per la prima volta, Beppe Grillo è ben consapevole di non aver perso una battaglia. Ciò che si ritrova davanti agli occhi sono le macerie di un fallimento. Il suo Movimento 5 Stelle che precipita da 227 deputati eletti nel 2018 a 105 sopravvissuti oggi. Una disfatta, spiffera chi l’ha visto nelle ultime ore, che l’ha fatto uscire di testa: ‘’Il Movimento non esiste più…basta, è finita, me ne vado!’’. E giù vaffa erga omnes.

Era giusto un anno fa quando, rivolgendosi agli elettori M5S, l’Elevato sodomizzò senza vaselina l’avvocaticchio dello Studio Alpa trasformato da Bonafede e Di Maio in un premier: “"Mi sento come se fossi circondato da tossicodipendenti che mi chiedono di poter avere la pasticca che farà credere a tutti che i problemi sono spariti e che dia l’illusione (almeno per qualche mese, forse non di più) che si è più potenti di quello che in realtà si è davvero, pensando che Conte sia la persona giusta per questo perché non ha né visione politica, né capacità manageriali. Non ha esperienza di organizzazioni, né capacità di innovazione. Io questo l’ho capito, e spero che possiate capirlo anche voi".

Ma il “burattino” si è rivelato tutt’altro che un “fuoco di Puglia” e l’ha infinocchiato di quotidiane supercazzole prematurate con doppio scappellamento a destra. Alla biscia con pochette, l’ex comico di Pippo Baudo ha dovuto aggiungere la sorpresa delle sorprese: il calcio nel culo arrivato dal suo pupillo Luigino. 

Sì, proprio colui che perculava come “il deputatino” si è portato via un terzo dei parlamentari (altro che “saranno 20!”, come affermavano facendo spallucce la triade Conte-Travaglio-Casalino). 

Una diaspora consumata nottetempo da perfetto partenopeo e parte-doroteo per evitare di soccombere alla discesa romana di Grillo che, col suo carisma, lo avrebbe biodegradato in una insignificante molecola. E Di Maio si frega le manine: “Finora abbiamo avuto un timing perfetto”. 

Agli strepiti "il Movimento non esiste più…basta, è finita, me ne vado!’’, ha fatto da contraccolpo il raziocinio della moglie Pavrim: “Beppe, cerca di ragionare: dove vai? il simbolo del movimento è tuo! E questi continuano a farsi chiamare grillini!”.

A questo punto, al fu Elevato non rimane che gingillarsi sul vincolo dei 2 mandati per i parlamentari eletti nel Movimento 5 Stelle: ‘’È l'ultima regola identitaria che abbiamo - è il suo messaggio - e non possiamo cambiarla”. Con il probabile risultato di rendere più roseo il futuro di “Insieme per il futuro”.

Pasquale Napolitano per “il Giornale” il 24 giugno 2022.

Luigi Di Maio lascia in «mutande» Giuseppe Conte. La scissione grillina svuota le casse del Movimento e costringe il capo politico al taglio di spese inutili e consulenze. La prima consulenza in odore di sforbiciata, che è anche la più onerosa per il portafoglio dell'avvocato del popolo, è quella tra il Movimento e la società BeppeGrillo Srl.

Ecco l'ultima vendetta che il ministro degli Esteri consuma contro il suo (ormai ex) padrino politico. Questo spiegherebbe anche la decisione di Grillo, irritato per le ripercussioni sul proprio conto corrente generate dallo strappo tra Di Maio e Conte, di annullare la visita a Roma in programma oggi. E di mandare tutti a quel paese.

C'è da fare un passo indietro. Nel mese di aprile, il Movimento e la BeppeGrillo Srl, la società che gestisce il Blog del fondatore, stipulano ben due contratti di partnership. «I termini dell'accordo - come riporta il Corriere della Sera - sono coperti da clausole di riservatezza. Ma i ben informati parlano di 200mila e 100mila euro annui per i due contratti.

Entrambi i contratti sono relativi alla comunicazione e al ruolo del garante. In altre parole eventuali spese, come ad esempio un eventuale contratto a Nina Monti, collaboratrice storica di Grillo, graveranno direttamente sulle spalle del fondatore dei Cinque stelle».

Il garante avrebbe incassato la somma di 300mila euro dal Movimento-partito e non dai gruppi parlamentari. L'accordo viene salutato dai vertici con grande euforia. «Il Movimento 5 stelle ha raggiunto un accordo con Beppe Grillo che comprende attività di supporto nella comunicazione con l'ideazione di campagne, promozione di strategie digitali, produzione video, organizzazione eventi, produzione di materiali audiovisivi per attività didattica della Scuola di formazione del Movimento, campagne elettorali e varie iniziative politiche», si leggeva nella nota diffusa dai vertici 5s.

Tra gli obiettivi c'è la promozione delle attività del Movimento all'estero attraverso la partecipazione a convegni, giornate di studio, incontri con personalità scientifiche e istituzionali. L'intesa, a suon di quattrini, segna anche la tregua politica tra Conte e Grillo in una guerra iniziata con lo scontro sullo statuto.

«Quei due contratti, molto onerosi - racconta al Giornale un parlamentare dimaiano - blindano di fatto la leadership di Conte che da quel momento in poi gode di totale protezione politica da parte del garante». 

Una saldatura emersa anche nella faida tra Di Maio e Conte: Grillo ha preso posizione in favore dell'ex premier spingendo Di Maio verso l'addio. Il comico non aveva fatto però i conti con le ricadute economiche che la scissione dimaiana avrebbe provocato sulle casse del Movimento. E anche sui suoi conti correnti.

L'esodo dei 61 parlamentari dal Movimento, passati nel gruppo di Insieme per il Futuro, avrà un impatto economico di circa 2,3 milioni di euro in meno sui fondi dei gruppi di Camera e Senato.

«Per ogni eletto la Camera versa 52.000 euro l'anno» spiega l'Adnkronos. Ma poiché mancano circa 9 mesi alla fine della legislatura, i 52.000 euro scendono a circa 39mila, che moltiplicati per i 61 eletti passati con Di Maio si traducono in oltre 2,3 milioni di euro.

Un ammanco che arriva in un momento di difficoltà economica per il Movimento 5 stelle: le casse del partito sarebbero già vuote tanto che alcuni creditori si sarebbero rivolti agli avvocati per avere ciò che gli spetta. 

Le consulenze di Grillo dovevano essere pagate con i soldi del partito. Quali? Il Movimento non ha un proprio tesoretto economico. Si finanzia con le restituzioni degli eletti: mille euro per ogni parlamentare, il ché moltiplicato per dodici mesi e per 61 parlamentari fa altri 732mila euro.

Ora con la scissione si registra un ammanco di più di mezzo milione di euro per le casse del partito che sarebbero già a secco. Perché vuote? Il Movimento, per via del contenzioso legale sullo statuto, non ha avuto accesso al 2 per mille. E dunque l'unica soluzione, dopo la scissione dimaiana, è tagliare tutto per sopravvivere. 

Si comincia da Grillo. Il primo sacrificio spetta al fondatore. Forza Beppe, rinuncia alle consulenze.

 Matteo Macor per “la Repubblica” il 24 giugno 2022.

Più forte infuria la bufera, più forte è il richiamo dei porti sicuri, ancora meglio se un po' nascosti. Nelle ore in cui tutti cercavano Beppe Grillo, a Roma come a Sant' Ilario, tra post enigmatici e viaggi saltati all'ultimo minuto, il garante del Movimento si trovava dalla parte opposta della città rispetto al suo quartiere, a Pegli, estremo ponente genovese, in poltrona nello studio del suo dentista. 

È nell'abbraccio di Flavio Gaggero, 85 anni, odontoiatra di fiducia ma soprattutto amico di sempre, che in questi giorni il (fu?) Elevato si è rifugiato a discutere del momento della sua creatura in piena crisi. Nessuna otturazione in programma, però. Piuttosto una «ritirata di riflessione», viene definita nel partito, da quei pochissimi che hanno ancora un contatto più o meno diretto con il fondatore, che comunque andrà a finire non gli ha impedito di mandare messaggi «precisi» - si fa capire - a quello che rimane del suo partito.

Amici stretti sin dai tempi in cui la politica faceva solo da sfondo ad altre carriere, il Grillo di passaggio in visita a Gaggero, nello studio dentistico che a Genova è un'istituzione (sono di casa vecchi compagni di scuola come Renzo Piano o Gino Paoli, ma si allunga l'orario e si cura gratis per comunità, centri di accoglienza e richiedenti asilo) viene descritto come «profondamente deluso, quasi distaccato, ancora più che arrabbiato ». 

Non tanto dall'addio di Luigi Di Maio, né dalla scivolata più dolorosa (tra le tante) della pur breve gestione di Giuseppe Conte. Quanto dall'osservare più o meno a distanza un Movimento finito «disperso » per strade troppo lontane da quelle delle origini, e sentire troppa ingratitudine nei suoi confronti. 

«Io c'ero quando è nato il Movimento, a muovere Beppe e chi gli stava vicino era puro spirito francescano, era la convinzione ci fosse bisogno di persone per bene in politica - è l'unica concessione che fa alla richiesta di non parlare della crisi di queste ore Gaggero, che due anni fa si candidò alle Regionali liguri senza troppa fortuna - Poi però è venuto tutto il resto, le elezioni, il posto in Parlamento, gli stipendi, e al posto dello spirito francescano, guardate qua. La politica non è farsi eleggere o prendere parte alle commissioni, la politica è ben altro».

Non una questione di responsabilità personali, insomma. Nessuna colpa particolare attribuita al pur troppo ambizioso Di Maio, né a Conte e alla sua inesperienza, come viene definita. Il problema è cronico, quasi endemico. E riguarda ancora quell'identità irrisolta su cui il mondo grillino si interroga da sempre.

L'eterno cruccio di un Movimento diventato partito, che non a caso potrebbe, vorrebbe "riconquistare" il suo fondatore sul campo della prossima discussione interna all'orizzonte, quella sulla deroga ai due mandati. Viste le implicazioni del caso nelle future primarie siciliane del campo progressista, dove il nome forte del M5S avrebbe dovuto essere Giancarlo Cancelleri, attuale sottosegretario del governo Draghi e già due mandati da consigliere regionale alle spalle, l'idea dei vertici grillini sarebbe quella di ragionare sull'ipotesi di prendere più tempo su un eventuale voto, e lasciare che un tema così sensibile venga affrontato più avanti, a tempesta superata. La sua contrarietà a un rinvio, però, non solo dallo studio del suo dentista, Beppe Grillo l'ha fatta arrivare chiaro e tondo. «È l'ultima regola identitaria che abbiamo - è il suo messaggio - e non possiamo cambiarla». 

La scissione del Movimento costa cara a Beppe Grillo: ecco i contratti di consulenza che saltano. Il Tempo il 24 giugno 2022

La scissione del Movimento Cinque Stelle costa cara a Beppe Grillo. Non bastassero gli effetti in Parlamento, dove il partito non ha più il primato di deputati alla Camera, ora spunta anche il problema dei soldi per mandare avanti il Movimento.

L’esodo dei 61 parlamentari, passati nel gruppo di "Insieme per il Futuro" di Luigi Di Maio, avrà - si legge sul Giornale - un impatto economico di circa 2,3 milioni di euro in meno sui fondi dei gruppi di Camera e Senato. La prima consulenza in odore di essere drasticamente tagliata, che è anche la più onerosa per il portafoglio di Giuseppe Conte, è quella tra il Movimento e la società BeppeGrillo Srl. L'accordo economico è segreto ma si parla di due contratti, uno di 200 mila euro e l'altro di 100 mila all'anno.

"Quei due contratti, molto onerosi - spiega al Giornale un parlamentare dimaiano - blindano di fatto la leadership di Conte che da quel momento in poi gode di totale protezione politica da parte del garante".

Grillo ha preso posizione in favore dell’ex premier spingendo Di Maio verso l’addio. Le consulenze di Beppe dovevano essere pagate con i soldi del partito. Quali? Il Movimento si finanzia con le restituzioni degli eletti: mille euro per ogni parlamentare, il ché moltiplicato per dodici mesi e per 61 parlamentari fa altri 732mila euro. Ora con la scissione si registra un ammanco di più di mezzo milione di euro per le casse del partito che si ritroverebbe già a secco.

Pietro De Leo per “Libero Quotidiano” il 23 giugno 2022.

Ci sono certi giorni che segnano il senso di un'intera fase. È il caso di quelli a cavallo tra la scorsa settimana e l'inizio di quella in corso. La deputata Simona Vietina se ne va da Coraggio Italia, facendo mancare la quota necessaria di componenti, 20, per la sopravvivenza in maniera autonoma della compagine.

E poi l'altroieri, quando Luigi Di Maio rompe gli indugi e se ne va dal Movimento 5 Stelle, fondando il gruppo Insieme per il futuro. Vicende che compongono la radiografia di una legislatura tormentata, al pari se non più di quella precedente, solcata da accelerazioni dei processi politici, il Covid, un governo di unità nazionale, oggi una guerra che fa irrompere nelle dialettiche interne il dossier internazionale.

E così nell'era di partiti quasi tutti di debole identità e di fragili strutture, gli scossoni della storia infieriscono su pareti già assai molli. Che spesso vengono giù. Aggiungiamo l'ultimo tassello, ossia che nella prossima legislatura entrerà in vigore il taglio dei parlamentari, da mille si passerà a 600, e la nube del panico avvolge i tanti che temono di non essere rieletti. Dunque, questa serie di concause fa sì che sugli scranni di Montecitorio e Palazzo Madama si strepiti, nascano mal di pancia, le fratture si esasperino.

C'è chi si mette in Aventino e chi fa la valigia. O magari all'ultimo ci ripensa. Come nel caso del neo gruppo dimaiano, dove il Senatore Emiliano Fenu già sulla porta è rimasto in casa pentastellata dopo un ripensamento notturno. 

Oppure, quando nacque Coraggio Italia, della deputata Fucsia Fitzgerald Nissoli, che anche lei non compì l'ultimo passo verso l'uscita da Forza Italia. Già, perché andar via è sempre un tormento e un patimento, specie quando si è condiviso un percorso di anni.

In ogni caso, sono circa 400 i cambi di gruppo di appartenenza in questa legislatura (non sempre per spontanea volontà, basti pensare agli ex Movimento 5 Stelle espulsi). Si tratta di 196 deputati e 73 senatori. 

Il totale fa 269, ma si arriva ad un totale ben più alto considerando che molti l'hanno cambiato due o più volte. È il caso, per esempio, del senatore Giovanni Marilotti, che ha all'attivo ben 5 trasferimenti, in una traversata del deserto che lo porta dal M5S al Pd. Di mezzo c'è un passaggio al Misto, alle Autonomie, al Maie, poi di nuovo Misto e, infine, appunto, al Pd.

Segnatevi questo nome: Maie. È la sigla del movimento degli italiani all'estero. Per breve tempo divenne tetto di quell'ipotetica area dei "responsabili" chiamati a sostenere l'altrettanto ipotetico governo Conte 3, ed architrave di un partito personale dell'ex premier, che pareva potesse nascere. 

Al Maie, dunque, transitarono nomi come Mariarosaria Rossi, già strettissima collaboratrice di Silvio Berlusconi, e Sandra Lonardo, moglie di Clemente Mastella.

Entrambe, infatti, andarono a supportare l'idea del progetto contiano. Aderì, tra gli altri, anche il comandante Gregorio De Falco, già espulso dal Movimento 5 Stelle. Poi non se ne fece nulla, né del terzo governo né del partito, e il Maie si sciolse a marzo dello scorso anno. 

Nel compulsare la contabilità delle uscite si riassume il travaglio vissuto da alcuni partiti in questi cinque anni di continui cambiamenti. Lo sfaldamento del Movimento 5 Stelle, che prima dell'emorragia Di Maio aveva conosciuto addii su altri rivoli.

Da quello di Gianluigi Paragone, che ha creato Italexit, a quello di Lorenzo Fioramonti, ministro dell'Istruzione nel Conte2, poi andato a cofondare la componente ecologista "Facciamo Eco" nel Misto alla Camera. 

Passando, poi, per qualche sodale di Alessandro Di Battista, contrario all'ingresso di M5S nel governo Draghi. Poi c'è il Pd, che ha subito l'addio della porzione renziana con la nascita di Italia Viva. Infine, Forza Italia. Prima se ne vanno i parlamentari che seguono la scissione di Toti.

Poi si uniscono ad altri eletti e fanno sintesi con il progetto del sindaco di Venezia Luigi Brugnaro nel gruppo Coraggio Italia, il cui scioglimento è stato decretato ieri. Un paio di parlamentari, peraltro, se n'erano già andati con Azione, di Carlo Calenda, che perla sua pattuglia tra Camera e Senato ha pescato qualcosa anche in Pd e Fi. Perché in questo vorticare di nomi, simboli e numeri c'è sempre la speranza del grande centro che salvi tutti. 

Filippo Facci per “Libero quotidiano” il 23 giugno 2022.

Qualcosa rimarrà. Agonizza il grillismo politico, ma quello culturale è un segno dei tempi, e non riguarda solo i Cinque Stelle. 

Il Movimento è nato il 4 ottobre 2009 e da allora a oggi ha registrato frotte di parlamentari che non hanno pagato la quota, la cassa in rosso, altri che hanno sentito scricchiolare la nave e sono già fuggiti, ora poi si scindono, i più erano prostituiti al governo con chiunque ci stesse (dalla Lega al Pd) e tutto pur di stare al potere: ma presto spariranno assieme a quell’aria severa e ottusa, futile e inconsistente, goffa e imbarazzante, svaporeranno quelle macchinette automatiche che mescolavano a random frasi fatte. 

Rimarrà l’asticella abbassata per tutti, la convalida politica e culturale degli idoli di un minuto, dei loro comici e satiri, dei loro servi di procura, di coloro che seguiteranno a legittimare a posteriori ogni analfabetismo, trasformeranno ogni giudizio in legittimità di giudizio, ogni apparenza in certezza, ogni capra qualunquista in elettore innocente. Rimarranno i social, la democrazia elettronica degli anonimi, dei frustrati, di chi non perdona ciò che non possiede a chi lo possiede.

Rimarranno una destra e una sinistra che per anni sono rimasti a guardare i cantieri grillini come fanno i vecchi, guardare i vacui tentativi di costruire sulle macerie, senza fare fondamenta, senza bonificare, senza abbattere nulla né costruirlo. Per anni abbiamo avuto il niente, e niente, tuttavia, sembra pronto a sostituirlo.

Massimiliano Panarari per “La Stampa” il 23 giugno 2022.  

Polvere di (5) Stelle: sic transit gloria mundi. Tanto più se la "gloria" e il sogno di palingenesi palesavano già dall'inizio i segni della propria insostenibilità. E mettevano in bella mostra un codice genetico pieno zeppo di paradossi e contraddizioni che, prima o poi, finiscono necessariamente per presentare il conto.

Salatissimo, come quello della capitolazione di fatto di Giuseppe Conte nella "madre di tutte le battaglie" sull'ultima risoluzione di maggioranza. Come, peraltro, era giusto che fosse, vista la posta in gioco (la credibilità dell'Italia nel suo sistema di alleanze internazionali). Insomma - ancora una volta -, tanto rumore pentastellato per nulla sul piano della politica generale. 

Anche se non su quello della propria "politica interna" ed esistenziale, perché stavolta il Magma 5 Stelle ha ribollito così tanto da scindersi (dopo svariate espulsioni ed emorragie preparatorie), portando Luigi Di Maio e i suoi a fare armi e bagagli e a far decadere l'ex Movimento dal trono di partito più rappresentato alle Camere.

La «Supernova» delle origini è esplosa, e si è convertita in uno spettacolo pirotecnico di stelle cadute. Comunque la si pensi, da un paio di giorni a questa parte, le Guerre (penta)stellari hanno - finalmente - prodotto un esito chiaro. Una rottura all'insegna di due (grosso modo) distinte linee politiche, anche se non così "lineari".

E, tra di esse, è quella contiana che continua a presentare (come da consuetudine dell'Avvocato del popolo, sempre colto ma anche "azzeccagarbugliesco") dei caratteri di ambiguità - a cominciare dall'atteggiamento nei confronti del premier Mario Draghi, destinatario da subito di (malriposte) diffidenze e, col passare del tempo, di un'evidente escalation di tentativi di sgambetto.

E, dunque, nel comprensibile - e rispettabilissimo - travaglio privato di alcuni degli attori coinvolti, si è trattato, a tutti gli effetti, di un evento salutare per il nostro affaticato sistema partitico. Oltre che di un passaggio obbligato nel ciclo vitale iper-accelerato (rispetto a quello della forma-partito della modernità) del M5S, «informe-partito» intermittente e postmoderno, che si è gonfiato di voti promettendo l'«insurrezione contro il sistema» e la rottamazione della casta, e ha finito per governare con tutti, nessuno escluso (una specialità politico-olimpionica che trova il proprio imbattuto recordman proprio nell'odierno presidente dei pentastellati).

Del resto, se l'estremismo parolaio è la malattia infantile del grillismo, il trasformismo e il governismo ne rappresentano quelle senili - e, sicuramente, sono i secondi, più recenti malanni quelli che hanno contagiato trasversalmente gli ex descamisados dai quali era stata annunciata al popolo la "lieta novella" dell'apertura del Parlamento «come una scatoletta di tonno». 

Così, mentre gli "ideali di gioventù" tramontavano di fronte alle dure repliche della realtà, l'assenza di un dibattito codificato e "trasparente" - per quanto possibile - fra le correnti ha generato una girandola di personalismi sempre più aggressivi, fino al duello finale in stile cavalleria rusticana tra Di Maio e Conte (supportato da un redivivo Roberto Fico), con i fedelissimi di quest' ultimo, perfino più realisti del re - come assai di frequente accade nelle umane vicende - intenti a ricoprire di contumelie l'ex capo politico.

Un deterioramento e uno scadimento della controversia politica, trascinata sul terreno personale, di cui, in fin dei conti, non ci si deve particolarmente stupire, proprio perché il dna grillino contiene - specie nella sua base, ma non soltanto, per l'appunto - i filamenti originari del «Vaffa» rabbioso (e dell'hate politics). 

Naufragata l'impresa di fondare una «Balena gialla» - che, al momento dei fasti elettorali, sembrava a portata di mano soprattutto dell'attuale ministro degli Esteri -, il M5S diventato partito notabilare si è attorcigliato nelle spire dei suoi numerosi nodi irrisolti. A partire dall'istituzionalizzazione a singhiozzo (oltre che costellata di opportunismi) e da una partitizzazione e strutturazione organizzativa decisamente incompiute.

 E se dismetteva i panni antisistemici, continuava, però, invariabilmente a pascersi della comoda ambivalenza tra partito di governo e movimento di lotta. Dove alcuni figli delle (5) stelle appaiono in odore di essere pure dei «figli di Putin» o, quanto meno, si rivelano alquanto «Putin-comprensivi», in "coerenza" con la fase arrembante della loro storia (antipartitocratica, ma soprattutto antiliberale, antiamericana, anti-Ue). E, infatti, è sempre a quelle radici antioccidentali che rimanda il riflesso pavloviano grillino quando va a caccia di consensi. Ed è su questo richiamo della foresta che il titolare della Farnesina ha voluto (opportunamente) tirare una riga definitiva.

 La formazione politica personale - il Movimento ha rappresentato a lungo il «partito bipersonale» di Casaleggio e Grillo che ostentava la retorica dell'«uno vale uno» - Conte non l'ha costruita, e ora il treno è perduto. Mentre l'antagonista Di Maio, che sapeva di non avere più agibilità - tra clima interno antipatizzante, coordinatori regionali esclusivamente di fede contiana e tabù del doppio mandato -, ha costituito i suoi gruppi parlamentari autonomi.

Quel che succederà, a naso, non lo sa neppure l'«Elevato» Oracolo genovese, il quale continua a sfornare post a metà tra la supposta visionarietà e un certo cerchiobottismo rispetto alle lotte intestine. La sola cosa certa è che la pattuglia dimaiana offre un elemento di stabilizzazione per il lavoro di Draghi, mentre i contiani, se non riusciranno a esercitare un potere di interdizione rivendibile in chiave elettoralistica, potrebbero passare dall'essere una spina nel fianco e un fattore di turbolenza alla fuoriuscita dall'esecutivo. Con la metamorfosi, in tutto e per tutto, di quel che resta del M5S in una bad company.

Filippo Ceccarelli per “la Repubblica” il 23 giugno 2022.

Il gran generatore automatico di nomi e simboli che incessantemente rifornisce la decomposizione del sistema post-partitico all'italiana ha fatto dunque germogliare "Insieme per il futuro". Ma per quanto insieme? E quale futuro attende gli scissionisti guidati da Di Maio? 

Di sicuro l'ultimissimo scisma a cinque stelle non brilla per originalità evocativa. Così, poche ore dopo l'annuncio Gabriele Maestri, costituzionalista e studioso di diritto dei partiti, ma soprattutto pontefice massimo e super erudito dell'odierna micropolitica, poteva già comunicare sul suo blog, "I simboli della discordia", che quella denominazione era già stata usata la bellezza di 50 volte negli ultimi quattro anni, per lo più in elezioni amministrative.

A riprova, forniva la più scontata e mediocre iconografia elettorale a base di torri, montagnette, strette di mani e girotondi stilizzati. Per concludere con sconsolato distacco che, sempre secondo i precedenti, di solito le esperienze scissioniste battezzate all'insegna dell'unità sono destinate a loro volta a frammentarsi, per poi dissolversi senza lasciare traccia. 

Ma è proprio quando girovaghi e fuoriusciti, speranzosi o furbi che siano, cedono alla retorica del futuro, che il destino si accanisce contro di loro. E qui il pensiero corre a "Italia futura", l'ectoplasmico raggruppamento di Luca di Montezemolo che favorì il sorgere del partitello di Monti, Scelta civica, prima logorato dalle liti intestine e infine trascinato nel dileggio, pure di innominabile risonanza, per cui irresistibilmente tuttora lo si ricorda come "Sciolta civica".

Sempre rispetto al futuro, ancora di più fa riflettere il caso di Gianfranco Fini che, sulla scorta della Fondazione Fare Futuro, volle intitolare "Futuro e libertà" ciò che era riuscito a tirarsi appresso dopo la rottura con Berlusconi e il Pdl. 

In verità Fli durò poco e senza gloria, molti chiesero perdono e rientrarono nei ranghi del centrodestra, così come la fine di Fini - una scomparsa definitiva, senza riscatto né ricominciamento - divenne da allora, più che un monito, un esito esemplare, paradigmatico, proverbiale. 

Anni e anni di osservazione dicono che quasi mai le scissioni - generose od opportunistiche fa poca differenza - riescono a conseguire i risultati per cui vengono pensate e messe in atto, rivelandosi piuttosto come la sconfitta certo della spregiudicatezza, ma anche dell'ottimismo e comunque del pensiero calcolante.

Per rimanere al passato prossimo, se ne può chiedere mesta conferma ad Angelino Alfano, che l'altro giorno è stato nominato Cavaliere di Gran Croce, ma la cui esperienza alla testa di un Nuovo Centrodestra liberatosi del berlusconismo ha lasciato cenere, macerie e amarezze. 

Allo stesso modo, sia pure comprendendo le motivazioni che hanno portato Bersani, Speranza (e D'Alema) a mollare il Pd renziano, non pare così lontana dal vero l'impressione che sia andato decisamente a ramengo anche il progetto di Articolo 1 - di cui peraltro è complesso stabilire quanto abbia a che fare con la sigla Leu. Anche in questo caso all'orizzonte s' intravede un ritorno nel Pd, o se si preferisce l'anticipo di un andirivieni. 

Quanto a Renzi e a Calenda, ennesimi scismatici, boh: vai a sapere cosa hanno in testa, magari fuori dalla politica. Tutto oggi balla, per non dire che sta per crollare, niente è più sicuro. Al centro, dove abbondano i punti esclamativi ("Cambiamo!" di Toti, "Fare!" di Tosi, "Coraggio" di Brugnaro), il formicolio è da emicrania. I cinque stelle, prima di Di Maio, hanno visto "Alternativa" e "Italexit". Difficile appassionarsi dinanzi a "Insieme per il futuro". Di norma, per operare, il Grande Nulla non chiede il permesso.

Mistero buffo. Prendere sul serio il dibattito grillino è la peggiore forma di antipolitica. Francesco Cundari su L'Inkiesta il 24 Giugno 2022.

Continuare a fare finta di niente, o peggio, a cercare fumose giustificazioni per scelte che non trovano paragoni nell’occidente democratico, potrà anche essere tatticamente astuto, ma è il modo più sicuro di spianare la strada ai Conte, Di Maio e Di Battista di domani

Da qualche giorno in tv e sulla stampa si susseguono analisi, commenti e retroscena sulle vicende interne all’ex primo partito della maggioranza, com’è logico che sia dinanzi a un ministro degli Esteri che guida una scissione perché «uno non vale l’altro», perché «le competenze di ciascuno devono contare» e soprattutto per non «disallineare» l’Italia dalla Nato e dalla Ue.

Il problema è che quel ministro si chiama Luigi Di Maio e quel partito è il Movimento 5 stelle. Di conseguenza, con tutta la buona volontà, è difficile prenderlo sul serio mentre accusa Giuseppe Conte di tradire, sulla politica estera, i valori originari di un movimento che nel 2015 proponeva il referendum per uscire dall’euro, nel 2016 partecipava al congresso di Russia Unita (il partito di Vladimir Putin) e nel 2019 firmava il memorandum sulla via della seta con la Cina.

Come se non bastasse, a seguire Di Maio nella scissione motivata dalla necessità di non «disallineare» l’Italia dalla Nato e dall’Ue è Manlio Di Stefano, sottosegretario agli Esteri dal 2018, che nel 2016 definiva l’Ucraina uno «stato fantoccio della Nato» e volava personalmente a rappresentare il M5s proprio al congresso di Russia Unita. Mentre ieri, a denunciare sul Corriere della sera il fatto che nel partito «in questi due anni i competenti sono stati messi da parte», era Laura Castelli (essendo Castelli viceministra all’Economia, si sarebbe persino tentati di darle ragione).

Nulla però è paragonabile al sentire Di Maio dichiarare che nel nuovo soggetto «non ci sarà spazio per odio, sovranismi e populismi». Per non parlare di quando, proprio lui, denuncia gli attacchi personali e la politica fondata sull’odio (qui mi rifiuto persino di fare la fatica di andare a ripescare i virgolettati del passato, da Bibbiano in su e in giù, perché c’è un limite a tutto). Per non parlare della diatriba con Alessandro Di Battista, che accusa l’ex compagno di partito di «ignobile tradimento».

Fermiamoci un momento, facciamo un bel respiro e cerchiamo di restare lucidi. Non è questione di coerenza. Non si tratta di contestare questa o quella contraddizione, questo o quel voltafaccia, questa o quella giravolta, anche perché, se davvero lo si volesse fare, non basterebbe una vita anche solo per finirne l’elenco.

La domanda è piuttosto se la peggiore forma di antipolitica non sia invece proprio la pretesa di prenderli sul serio, lo sforzo grottesco di analizzare affinità e divergenze ideologiche tra Di Maio e Conte, tra Di Stefano e Di Battista, tra le ricette economiche di Laura Castelli e le idee geopolitiche di quello che due giorni fa proponeva di mandare pigiami agli ucraini, invece di armi (per non disallinearci dalla Nato, s’intende). Non è una questione di parole, di singole scelte o di singole dichiarazioni, ma del senso che attribuiamo – se ancora un senso vogliamo e possiamo darlo – alla politica e al dibattito pubblico in generale.

Da questo punto di vista la responsabilità storica del Partito democratico, da Nicola Zingaretti a Enrico Letta, senza dimenticare ovviamente il rilevante contributo di Goffredo Bettini, è gigantesca e incancellabile. Avere accreditato come punto di riferimento dei progressisti il capo del governo gialloverde, corresponsabile di tutti i più violenti e illiberali provvedimenti salviniani, non ha contribuito solo al discredito della sinistra, quanto allo svuotamento della politica nel suo complesso di qualsiasi parvenza di senso.

Stiamo parlando, a proposito di «allineamento» alla Nato e all’Unione europea, di chi meno di due anni fa non ha esitato a stendere il tappeto rosso dinanzi alla parata dell’esercito putiniano lungo la penisola, e non molto tempo prima a mettere i vertici dei servizi segreti a disposizione delle manovre paragolpiste dell’amministrazione Trump.

Continuare a fare finta di niente, o peggio, a cercare fumose giustificazioni per scelte che non trovano paragoni nell’occidente democratico, potrà anche essere tatticamente astuto, potrà persino ottenere il risultato di assorbire, consumare ed espellere i malconci populisti di oggi, ma è il modo più sicuro di spianare la strada ai Conte, Di Maio e Di Battista di domani.

Thread di Jacopo Iacoboni su Twitter il 23 giugno 2022.

Forse è il caso, visto che ne parlano tutti, che dica anch’io qualcosa su Conte, Di Maio e il tema della coerenza, agitato strumentalmente da tutte le parti.

In fondo, un po’ mi ero occupato del Movimento fondato da Casaleggio e Grillo. 

Luigi Di Maio è stato a lungo il leader populista, e in certi momenti quasi sovranista, del M5S. Figlio di un dirigente locale del Msi, orientato dall’ambiente di provenienza su posizioni law and order, considerato l’anima conservatrice, e talvolta di destra, del M5S. Gli inizi.

Sono in realtà Casaleggio e Grillo a costruire l’alleanza con Salvini. Che Di Maio accetta con convinzione, giudicando Salvini comunque un anti-sistema con i 5S. In quella fase, Di Maio si dedica però soprattutto a consolidare la presa interna nel M5S. Per lunghi anni lo scala. 

Di Maio si segnala per tanto ultrapopulismo. I gilet gialli (iniziativa di Di Battista). La richiesta di impeachment di Mattarella (iniziativa partorita però dalla comunicazione M5S, oggi fedelissima di Conte). Le ong definite “taxi del mare”. il Pd partito di Bibbiano.

L’incontro politico che lo cambia e apre la sua lunga nuova fase è quello con Augusto Rubei, il suo portavoce. Inizia allora un lungo percorso che vede Di Maio diventare un interlocutore sempre più abile dell’amministrazione profonda italiana, e anche americana. Dura anni

Di Maio, parentesi, capisce l’importanza di dialogare con personaggi come Mario Draghi da ben prima che Draghi arrivi a Palazzo Chigi. Questo cancella il passato che ho ricordato? Ovviamente no. Ma sarebbe erroneo ascrivere quel passato a Di Maio, e scontarlo a Conte. 

Conte esordisce come ignoto professore di diritto pugliese, capitato a Palazzo Chigi perché a Salvini e Casaleggio serviva una figura terza, per trovare l’accordo, come suggerito a Salvini e Casaleggio anche da Steve Bannon. Sì lui, vecchio Steve, il senior strategist di Trump.

In quella stagione Conte si fa fotografare a Palazzo Chigi come volto dei decreti Salvini sull’immigrazione. Al primo vertice internazionale da premier è l’unico premier del G7 a sostenere l’idea di Trump di riammettere Putin nel G8

Concede a Barr (ministro della Giustizia di Trump) di incontrare i capi dei nostri servizi segreti, in una vicenda nebulosa a dire poco, e che mette a serio rischio le procedure della sicurezza nazionale. I capi dei servizi fortunatamente non consegnano ai trumpiani nulla.

Conte celebra a Villa Madama (4 luglio 2019) da premier una cena per Putin in cui la quantità di oligarchi e alti burocrati russi oggi (e alcuni gia alllra) sanzionati è notevolissima. La presenza a quella cena di Savoini è una mera nota di colore.

Conte concede da premier una sfilata di mezzo militari, generali russi e uomini del GRU russi su suolo di un Paese Nato, facendola presentare ai russi (psy ops) come aiuti per il Covid, Dalla Russia con amore 

(una storia che s’intreccia con opache manovre lobbistiche russo-italiane, prima per sviluppare, poi per far adottare il vaccino Sputnik in Europa, usando l’Italia come anello debole e sperimentatore. Un vaccino tuttora non riconosciuto dall’Ema)

Nel frattempo, in una delle torsioni più nebulose imho della storia recente, Conte riesce a passare da volto dell’alleanza con Salvini, a volto dell’allleanza col Pd di Zingaretti. Restando a Palazzo Chigi. Renzi benedice quella operazione, con la necessità di far fuori Salvini 

Ma la benedice soprattutto Trump, col celebre tweet di endorsement a “Giuseppi”. E nonostante questo endorsement, inizia una fase in cui Conte per miracolo viene offerto al pubblico (da un gruppo di politici romani) come “punto di riferimento fortissimo dei progressisti”

Di Maio soffre nel vedersi scavalcato, e sicuramente motivazioni personali tra i due si alimentano. Ma in quel momento, Conte è posizionato addirittura come aspirante candidato leader di tutto il campo progressista. Chi osa criticarlo, va contro un muro compatto. 

Sulla lunga guerra tra i due non aggiungo altro: poco interessante. Interessante invece è che Conte - uscito da Palazzo Chigi perché Renzi ritira la fiducia di IV, e nessuno dei “parlamentari responsabili” si materializza a soccorrerlo in numero bastevole - cambia ancora.

Non è più, ora, il punto di riferimento fortissimo dei progressisti, ma una spina nel fianco di Draghi (vicina alle idee di Travaglio e Di Battista), la cui strategia di fondo è ricavarsi una nicchia di populismo ma stavolta non salviniano-casaleggiano, bensì melenchoniano

Ho riassunto molto, e me ne scuso. Il tratto finale è che, sul no all’invio di altre armi all’Ucraina, Conte si ritrova de facto nella stessa posizione auspicata da Razov, ambasciatore russo, e del Cremlino. Anche Grillo era molto apprezzato, a Villa Abamelek.

Da liberoquotidiano.it il 23 giugno 2022.

Lo chiama "Di Maione" Giuliano Ferrara. Un "politico trasformista e schizofrenico", come "in certa misura" lo sono tutti i politici italiani, scrive nel suo editoriale su Il Foglio. Secondo Ferrara Luigi Di Maio è "emulo di un grandissimo poeta", Arthur Rimbaud. 

Il quale, ricorda, "definì così il manifesto vero di tutta la sua breve, intensa vita di poeta: Je est un autre, Io è un altro". In versione più modesta, il ministro degli Esteri, uscito dal Movimento 5 stelle, ha "sibilato al Sé di ieri, al grillino passato, 'uno non vale l'altro'. Come dire, io sono io e voi non siete un ca***, altro che uno vale uno".

Quindi Ferrara mostra il suo trasformismo: "ha abolito quasi la povertà (e il senso del lavoro) con il Reddito di cittadinanza e il decreto 'Dignità', ha dato una sforbiciata di due, trecento parlamentari alle Camere, con una riforma costituzionale riuscita e convalidata da referendum (miracolo!), è stato ministro in tre governi di segno opposto, ha manifestato con i gilet gialli e ha messo su una pochette da paura alla Farnesina, roba che neanche al vecchio e compianto Giulio Andreotti era riuscita". 

Il punto è che Luigi Di Maio "la sua vita la sta moltiplicando, la salva a ogni angolo, la rende una promessa senza passato e carica di futuro. Insieme per il futuro, infatti. E con questa scelta, che ha tutto di occidentale e di euroatlantico", prosegue Ferrara, "fa un favore al suo paese, ne sia o no cosciente il sublime bibitaro moro di Pomigliano d'Arco, rivelatosi statista non per caso. Tutti sono alla ricerca di un Io convincente per gli elettori smarriti: una è donna, madre, cristiana", scrive riferendosi a Giorgia Meloni, "uno è i pieni poteri, e prima gli italiani e i russi; noi poveri occidentalisti della Ztl diciamo prima gli ucraini e le armi, poi il gas e l'inflazione da domare per proteggere care, effimere libertà".

Insomma, conclude Ferrara, "la sola esistenza di Di Maione" "dimostra che la soluzione non verrà da elezioni politiche semi maggioritarie, ma da un ferreo e funzionante, anzi pienamente efficiente, sistema trasformista, il nostro blasone, il nostro distintivo, il nostro unico fattore di stabilità e governabilità".

«Sulla giustizia M5S immaturo». Parla Macina, figura chiave per Di Maio. Intervista alla sottosegretaria di via Arenula che ha scelto di lasciare Conte e proseguire col ministro degli Esteri. «Spesso si è ceduto alla tentazione della condanna preventiva, a una comunicazione semplificata soprattutto sulle indagini relative alla politica. Poca solidarietà interna per le mie iniziative sul carcere? Forse è un tema che non porta consensi…» Valentina Stella su Il Dubbio il 24 giugno 2022.

L’onorevole Anna Macina, sottosegretaria alla Giustizia, figura tra i nomi di spicco che hanno abbandonato il Movimento 5 Stelle per approdare nel nuovo gruppo parlamentare Insieme per il Futuro, fondato da Luigi Di Maio. I temi della giustizia sono tra quelli in cui dovremmo aspettarci una certa discontinuità rispetto al metodo tradizionalmente adottato dai pentastellati. Abbiamo cercato, in questa intervista, di capire se effettivamente sarà così.

Sottosegretaria Macina, come mai ha lasciato il Movimento ed è entrata nel nuovo gruppo fondato da Luigi Di Maio?

Può sembrare strano dirlo, ma io sono rimasta dov’ero. Se mi giro e guardo il nuovo gruppo vedo che ci sono le stesse persone con cui ho condiviso temi e battaglie per anni, anche fuori dal Parlamento. È il Movimento 5 Stelle invece che ha deciso di tornare indietro. Era stato annunciato un nuovo corso, quello della maturità politica, ma non mi sembra che sia mai partito.

Lei in questo ultimo anno ha lavorato fianco a fianco alla ministra Cartabia. Che bilancio fa? E si è sentita sostenuta, nella sua funzione di governo, dal Movimento?

Il lavoro è complesso, ho deleghe di grande responsabilità. Dalla ministra ho ricevuto da subito una grande apertura di credito che credo di aver ricambiato con l’impegno e la passione che da sempre ho avuto per il diritto e la giustizia, a cui ho dedicato studio e professione. Nell’ultimo anno sono state approvate riforme importanti. E in alcuni passaggi è vero che il Movimento ha scelto la via del consenso facile. Ma governare a mio avviso è una cosa diversa. I valori restano gli stessi ma le questioni, specialmente quando parliamo di giustizia, sono complesse e meritano di passare dal confronto.

È vero che non ha trovato una sponda sul tema del carcere? Lei visita regolarmente gli istituti di pena.

Forse perché il tema carcere non porta consensi. Eppure, il fine rieducativo della pena è un principio garantito dalla Costituzione.

Sia Di Maio che Spadafora hanno ripetuto che sono stati commessi degli errori in passato. Quali, in tema di giustizia?

Si può e si deve essere molto severi ed esigenti sui temi di giustizia e sull’etica in politica, io lo sono. E pretendo trasparenza e comportamenti limpidi da parte di chi amministra la cosa pubblica. Altra cosa invece è la condanna preventiva: su questo occorre il coraggio di saper riconoscere gli errori fatti in passato.

Si riferisce alla gogna mediatica?

Un conto è dare l’informazione di una indagine in corso, soprattutto quando i soggetti coinvolti sono amministratori pubblici, altro è emettere una sentenza di condanna prima ancora che ad esprimersi sia stato il giudice. Certo, da un punto di vista di opportunità politica chi ricopre incarichi pubblici ed è sotto processo dovrebbe fare un passo indietro, ma ciò non equivale a dire che quella persona è colpevole. E soprattutto bisogna stare attenti al tipo di comunicazione utilizzata. Delle volte sono state usate parole eccessive nei confronti di indagati e imputati.

Ricordiamo che infatti il Movimento 5 Stelle non era neanche favorevole al recepimento della direttiva europea sulla presunzione d’innocenza, perché sosteneva che bastava il comma 2 dell’articolo 27 della Carta costituzionale.

Anche il governo precedente decise di non recepirla. Però, tornando alla sua domanda, le ripeto quanto dichiarai nel momento in cui la norma di recepimento è stata approvata. Quello raggiunto dal testo a mio parere è un giusto compromesso che tutela sia la libertà di informazione che i diritti degli indagati.

Diciamolo: il Movimento è partito con lo slogan del “Vaffa” che si è riverberato anche sul tema giustizia, dando vita a un populismo estremo. Forse in questi anni il M5S non è riuscito a fare un lavoro di tipo culturale, garantista sulla base elettorale.

Si sarebbe dovuta graduare la forza della comunicazione, argomentare e spiegare approfonditamente le questioni. Qualche volta invece ci si è lasciati andare a facili semplificazioni su temi così sensibili come quelli della giustizia e dell’esecuzione penale.

Dentro Insieme per il Futuro non ci sarà posto per i populismi e per gli slogan, è stato ribadito. Per situazioni complesse occorrono soluzioni complesse. Come si tradurrà questo nuovo metodo sul terreno della giustizia?

Ricordo mesi fa una delle prime riunioni del presunto nuovo corso del Movimento 5 Stelle in cui Conte disse chiaramente che dovevamo modificare certi atteggiamenti politici del passato per orientarli al pieno rispetto della Carta costituzionale. Poi però, nel raccontare alcune posizioni, ha scelto una strada diversa fatta di slogan. Peccato. Io ero d’accordo con quella impostazione e adesso conto di lavorare in quella direzione.

Secondo Lei perché Conte ha sterzato rispetto ai propositi iniziali?

Voglio sperare che non si sia basato sui facili consensi.

Cosa invece non cambierà sempre in tema di giustizia rispetto al passato?

Il nostro Paese è aggredito dalla corruzione e dalla criminalità organizzata. Su questo non ci sarà mai un arretramento di neanche mezzo centimetro. Pochi giorni fa ho contribuito alla realizzazione di un importante risultato per portare a Foggia i magistrati della Dda di Bari che indagano sulla mafia locale. È una piccola grande cosa che può aiutare molto quel territorio sofferente. Ed è la dimostrazione che si possono ottenere molte cose governando bene e senza bisogno di ricorrere a strumenti di propaganda.

Rimane aperto il grande capitolo sui decreti attuativi delle tre riforme di mediazione Cartabia. Quali sono le sfide più importanti?

Dobbiamo dare concretezza ai principi declinati nei testi di riforma. Il ministero è al lavoro da tempo e le posso dire che entro l’estate i decreti saranno inviati all’esame del Parlamento, per il parere delle commissioni di merito. È un traguardo ambizioso ma sono convinta che sia alla nostra portata.

Un anno fa la svolta su Uggetti. Di Maio garantista, chissà se poi è vero. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 23 Giugno 2022. 

Non è nato l’altra sera in un grande albergo di Roma, il nuovo Luigi Di Maio. Aveva fatto capolino giusto un anno fa -era il 28 maggio 2021 e stavamo faticosamente cercando di uscire dalla tragedia del Covid- dalle pagine del Foglio. Un testo inedito e inaspettato a sua firma, sovrastato dal titolo “Mai più gogna, chiedo scusa”. Chissà perché quella svolta da parte di un ex ragazzino nato con il movimento dei “vaffa” ma poi diventato vicepresidente della Camera e poi vicepremier e infine ministro degli esteri in due governi, non ebbe il rilievo politico che meritava.

Eppure, nelle sue parole di quel giorno, c’era già un programma, non sulla giustizia, ma su un futuro fatto di relazioni umane e di reciproco rispetto. Un mondo fatto di persone, prima di tutto, in cui il Parlamento non è una scatola di tonno da aprire e espugnare, dove i partiti non sono un’ accozzaglia di ladri delinquenti da annientare e la giustizia non è la sacra inquisizione chiamata a tagliare teste dopo sentenze mai sfiorate dall’ombra del dubbio. La svolta di un anno fa è stata espressa in modo chiaro due sere fa nell’albergo romano, quando Di Maio ha buttato lì: “Uno non vale l’altro”, così distruggendo l’intero programma politico del movimento di cui lui stesso è stato leader. E accantonando anche il se stesso che, ancora quattro anni fa, si esibiva sui social annunciando, con sprezzo nei confronti degli ex parlamentari, di aver “abolito i vitalizi”, e naturalmente non era vero, come era ridicola la pretesa di “aver abolito la povertà”.

L’abrogazione, nel nuovo corso, di quel finto e demagogico egualitarismo che era lo slogan “uno vale uno”, ha molto a che fare con il rispetto per gli altri. Oggi una deputata storica come Carla Ruocco, che ha scelto di tentare la nuova avventura politica con Di Maio, rivela (non ne aveva mai fatto cenno in passato) di non aver mai condiviso quel concetto, anche perché l’esperienza e la competenza sono importanti. Naturalmente sta parlando di sé, e non saremo certo noi a sospettare, insieme a Di Battista e altri piccoli uomini come lui, che dietro certe scelte ci sia il desiderio di ricandidarsi alle elezioni politiche tra un anno e possibilmente tornare in Parlamento anche alla terza legislatura, cosa vietata dal regolamento del Movimento cinque stelle. Non diremo mai la parola “poltrona”, proprio per una questione di rispetto. Se solleviamo l’argomento è per rimarcare due aspetti, il primo è che occorrono molto tempo e molta fatica per diventare bravi parlamentari, il secondo è che le ambizioni manifestate dai deputati e senatori di oggi potevano essere le stesse di quelli di ieri, della prima come della seconda repubblica. Quelli disprezzati dai “grillini”.

Se questo è il discorso sul rispetto, ed è la prima tappa necessaria per il cambiamento, il secondo è quello del dubbio, e ha molto a che vedere con la giustizia e il circo mediatico-giudiziario. E così arriviamo al giorno di un anno fa, quando Luigi Di Maio scrisse una lettera di scuse a Simone Uggetti, ex sindaco di Lodi, arrestato nel 2016 per turbativa d’asta, poi assolto nell’appello che andrà ricelebrato per volere della cassazione. Le scuse, sulla cui sincerità siamo disposti a scommettere, riguardavano le modalità con cui in occasione dell’arresto il Movimento cinque stelle, con la presenza a Lodi dello stesso Di Maio, aveva manifestato in piazza e condotto una vera campagna persecutoria sui social fino alle dimissioni del sindaco.

“Con grande franchezza vorrei aprire una riflessione –scriveva il ministro degli esteri- che anche credo sia opportuno che la forza politica di cui faccio parte affronti quanto prima”. Perché “Una cosa è la legittima richiesta politica (di dimissioni, ndr), altro è l’imbarbarimento del dibattito, associato ai temi giudiziari”. Di Maio porta anche altri esempi, oltre a quello di Simone Uggetti, come quello della ministra Federica Guidi e il processo Eni. Mostra di essersi preparato. Non tralascia di ricordare l’imbarazzo del suo partito quando, nello stesso periodo, fu indagato il loro sindaco di Livorno Filippo Nogarin. Ma tralascia la sospensione di Pizzarotti, sindaco di Parma, condotto alle dimissioni per un’informazione di garanzia per abuso d’ufficio in un procedimento che finirà archiviato.

Ma vien da chiedersi se la “riflessione”, partita da questi casi e allargata a principi generali, sia stata poi avviata, a partire da un anno fa, nel movimento di Beppe Grillo. Perché sono nobili, frasi come “esiste il diritto delle persone di vedere rispettata la propria dignità fino a sentenza definitiva e anche successivamente”. Ma è dovere di un deputato, soprattutto di un leader, dare sempre corpo alle parole. Finora non ci sono stati segnali. Ora forse Di Maio ne ha l’occasione. L’ex ministra Elena Boschi, con la pelle che ancora brucia per le offese ricevute da quelli del Di Maio che fu, ne saluta positivamente l’apertura “a un timido garantismo”. Aspettiamo il semaforo verde. Con l’ottimismo della volontà.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Sarina Biraghi per “la Verità” il 24 giugno 2022.

«La scissione di Luigi Di Maio è il completamento di un cinico voltafaccia e di uno squallido gioco di potere personale. Il cinismo è dato anche dall'aver ucciso Gianroberto Casaleggio e rinnegato il figlio, cosa che fa senza rendersene conto anche Conte». Secco e inclemente il commento di Gianluigi Paragone, leader di Italexit ed ex grillino, sulla scissione del M5s. 

La molla è stata il vincolo del secondo mandato?

«No no, c'è qualcosa di più. Di Maio si sta muovendo perché determinati ambienti stanno lavorando da un po' per creare un contenitore centrista che servirà per la prossima legislatura per rinnovare l'incarico a Draghi o a un altro salvatore della patria tipo l'ex banchiere della Bce». 

Giggino quindi ha giocato d'anticipo?

«Lui è stato bravo a tessere una rete con cui riesce a spostare un gruppo di disperati, una sessantina di deputati molti dei quali al primo mandato, e a collocarli in una comfort zone, cioè in quella zona moderata superaffollata». 

Cambiamento di pelle?

«Gente che era stata eletta sulla spinta di rivendicazioni forti, e forse eccessivi sogni, si ritrova a chiedere il simbolo a Tabacci. Ecco, da Casaleggio a Tabacci c'è l'essenza di Di Maio».

Dallo strappo ne esce meglio Conte?

«Conte è fatto della stessa pasta di Di Maio, semplicemente come si direbbe a Milano, un pirla». 

Perché?

«Di Maio è più furbo, è riuscito a restare attaccato al potere con linguaggio felpato e quirinalizio. Anche Conte è cinico e non può rifarsi una verginità. Non dimentichiamo che l'avvocato di Volturara Appula è quello del Cts e dei Dpcm, è quello che ha fatto diventare Arcuri supercommissario dell'emergenza con le mascherine, la primula vaccinale, l'Ilva di Taranto È quello che durante il lockdown giocava da solo e ora chiede la centralità del Parlamento. Ricordo che mentre oggi fa lo schizzinoso è lo stesso che aveva provato a fare il Conte ter con una scialuppa di scappati di casa. Non è un verginello. Ora non può gestire il potere e dimostra di essere un bidone della politica».

Di Maio resta ministro

«Di Maio ha le spalle coperte dal Quirinale che vive nell'anomalia di un settennato bis che vuole portare fino in fondo. Napolitano nella stessa situazione chiedeva di fare presto, Mattarella continua a stare bene nel suo ruolo e si gode lo spettacolo. Di Maio non ha nulla da temere». 

Del resto ha solo fatto una scissione.

«No, è artefice di una truffa: ha guidato il M5s fino al 33% e ora sovverte la parte politica del Movimento e fa l'opposto, una mossa ideologica autorizzata da Draghi».

Ma se Di Battista torna ci va con Conte?

«Dibba se rientra non trova il M5s. Doveva pensarci prima». 

E gli elettori capiranno questa scissione?

«La gente del M5s non c'è più. Ci sono alcuni disperati che restano attaccati al reddito di cittadinanza ma il sogno è finito. Del resto Conte con questo Movimento si è inventato ministri come Speranza e Lamorgese. C'è poco da sognare. Piuttosto c'è da pensare alla gente che lavora, agli agricoltori dimenticati e in ginocchio per una crisi aggravata dalla siccità. Niente fondi solo promesse compreso il pnrr che sarà un salvadanaio vuoto».

E il silenzio di Grillo?

«Meglio che non parli. Anche il suo ultimo post è incomprensibile, perfino a lui stesso». 

Lite tra Di Battista e Dadone sui social. E arriva in soccorso la moglie Sahra. Il Tempo il 24 giugno 2022

Volano gli stracci nel Movimento Cinque Stelle. E ora inizia la fase dei "rinfacci". "Però quando fece il tuo nome per farti diventare ministra, Alessandro non ti dispiaceva...":. scrive la compagna di Alessandro Di Battista, Sahra Lahouasnia. Con chi ce l'ha?

Andiamo per ordine. La ministra alle Politiche giovanili Fabiana Dadone, con una storia personale nel Movimento iniziata con le battaglie No Tav, scrive un post social in cui dice che resta nel M5S, a fianco a Giuseppe Conte, ma riconosce il lavoro a favore della pace in Ucraina di Luigi Di Maio. Aggiunge infine che è fondamentale che il suo partito resti al governo, senza dar peso alle "sirene degli uomini della provvidenza che ci vogliono fuori dal governo dovrebbero restare in vacanza". Il riferimento è all'ex collega deputato e amico, cioè Di Battista. 

Lo stesso "Dibba" risponde così: "Ancora una volta signora ministro il problema sono io, un libero cittadino che vive del proprio lavoro, senza essere pagato con denaro pubblico a differenza sua. Il problema sono io, sempre io. Mica Renzi con il quale governa. Mica l’ignobile legge Cartabia che ha avuto il coraggio di votare. Mica Brunetta che le siede accanto nel Cdm. Mica l’avvocato di Berlusconi sottosegretario alla giustizia. Siete diventati ciechi. O qualcosa vi ha accecato. Auguri".

Poi si aggiunge la moglie Lahouasnia: "Lo stato del 'vacanziere' non è cambiato da quando lo portavi sul palmo della mano in campagna elettorale nel 2018 né tantomeno quando ha fatto il tuo nome quando si chiedevano consigli per il tuo posto da ministro. E comunque in vacanza non sta, si chiama lavoro". 

La conversione del sottosegretario. Miracolo Di Stefano, ospite di Russia Unita di Putin e anti-Nato diventato euroatlantista: le giravolte del fedelissimo di Di Maio. Carmine Di Niro su Il Riformista il 24 Giugno 2022 

Di acqua ne è passata sotto i ponti per Manlio Di Stefano. Il sottosegretario agli Esteri, fedelissimo del ministro Luigi Di Maio, è passato col titolare della Farnesina in ‘Insieme per il futuro’ abbandonando la barca in difficoltà del Movimento 5 Stelle.

Di Stefano segue così la svolta euroatlantica e moderata di Giggino, in rotta con Giuseppe Conte, accusato di aver messo a rischio la tenuta del governo Draghi con posizioni ambigue su Ucraina e Russia.

Ma se sulle prossime mosse di ‘Insieme per il futuro’ restano tanti dubbi, a partire dalla possibilità di unirsi in un terzo polo centrista e draghiano, il passato del sottosegretario della Farnesina è invece chiarissimo.

Cambiare idea in politica non è un reato, eppure la svolta di Manlio Di Stefano resta un caso a suo modo impressionante, anche perché ad oggi la giravolta non è stata spiegata dal diretto interessato. Basta tornare a pochi anni fa, siamo nel gennaio 2017, per leggere le parole dell’allora capogruppo del Movimento 5 Stelle in Commissione Esteri attaccare a testa bassa la Nato sul blog di Beppe Grillo.

Nell’articolo del 12 gennaio Di Stefano chiedeva di ridiscutere la presenza dell’Italia nella Nato, una tesi che per Di Maio oggi sarebbe una bestemmia. Alleanza atlantica che per Di Stefano all’epoca stava “giocando con le nostre vite”, evocando una “immonda strategia della tensione” nei confronti della Russia di Vladimir Putin.

Quella della Nato era una vera ossessione per Di Stefano. Nel 2017 il responsabile esteri dei 5 Stelle organizzava anche un convegno dal titolo “Se non fosse Nato”, dove anche in questo caso di parlava di uscita del Belpaese dall’Alleanza, definita “strumento di aggressione per il perseguimento di tre obiettivi strategici degli Stati Uniti: mantenere il dominio militare in Europa, controllare qualsiasi possibile rinascita della Russia e avere ‘il cappello’ da utilizzare per tutti gli interventi bellici in cui si è voluto ‘esportare la democrazia’ e i diritti umani”.

Lo Zar del Cremlino è un secondo punto chiave della politica estera di Di Stefano. Fu proprio lui nel 2016 a volare a Mosca per rappresentare il Movimento 5 Stelle al congresso di Russia Unita, il partito di Putin, facendosi fotografare anche con due big del movimento come Robert Shlegel e Sergey Zheleznyak. 

Vicinanza al Cremlino dimostrata anche in occasione dell’invasione russa della Crimea: nel 2014 Di Stefano si era detto contrario alle sanzioni, parlando all’agenzia stampa Sputnik. Ucraina che, sempre sul blog di Grillo, diventata una Paese “violato con un vero e proprio colpo di stato ad opera dell’Occidente, poi si è rimpiazzata la sua amministrazione con una vicina agli Usa e, adesso, la si vuole trasformare in una base Nato per lanciare l’attacco finale alla Russia”.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Filippo Facci per “Libero quotidiano” il 24 giugno 2022.  

Giuliano Ferrara ha scritto che Luigi Di Maio sarebbe un «politico trasformista e schizofrenico» come «in certa misura» lo sarebbero tutti i politici italiani, e che la sua scelta «ha tutto di occidentale e di euroatlantico». Conclude Ferrara: «La soluzione verrà da un ferreo e funzionante, anzi pienamente efficiente, sistema trasformista, il nostro blasone, il nostro distintivo, il nostro unico fattore di stabilità e governabilità». 

Giusto: ma allora suicidiamoci tutti.Il sistema trasformista, studi alla mano, è quello della Nigeria, del Messico, della Grecia, del Nicaragua, del Costa Rica, del Perù e del Regno delle Due Sicilie: questo spiega ogni studio sul personalismo familiare, sull'«amistad» che batte il civismo, sullo Stato visto come gabellatore, sulla vocazione ai servizi improduttivi. Già lo scrivevano, dell'Italia pre-garibaldina, i Montesquieu, i Nitti e i Farini. 

Cinque anni fa l'ha scritto persino L'Economist. Non è blasone, non è distintivo, non è realpolitik: il trasformismo fa schifo. C'è un Italia ex asburgica che cerca un modus più divincolato dal condizionamento statale, poi c'è un Italia ex borbonica che cerca solo un grande corpo che le dia sicurezza. Anch' io voglio che il governo Draghi duri a lungo: ma Di Maio non è il mio Paese, e la sua scelta non è occidentale o euroatlantica. È la Nigeria.  

La dura legge del contrappasso sui social: piovono insulti e sfottò su Di Maio. Francesco Maria Del Vigo il 23 Giugno 2022 su Il Giornale.

Di Maio travolto dalla furia dei grillini: "Ogni qualunquista è un trasformista in attesa dell'occasione giusta". Beffa per l'ex capo M5s, asceso grazie al web.

Chi di social ferisce di social perisce. E lo sa bene Luigi Di Maio, ex leader del movimento più internettiano d'Italia e forse del mondo, che, dopo la sua giravolta circense è finito trafitto dalla furia del grillini (e non solo) proprio sul web. Chi si avventura nelle pagine social del ministro degli Esteri e di Cinque Stelle, si prepari a una discesa negli inferi tra insulti, prese in giro, battute al vetriolo e citazioni dello stesso Di Maio che, col senno di poi, paiono quanto meno contraddittorie. Sulla pagina Facebook ufficiale del titolare della Farnesina, il tempo sembra essersi fermato. Non è accaduto nulla. La strategia è chiara: silenzio assoluto. L'ultimo post, datato 13 giugno, ritrae un Di Maio, sereno e artatamente concentratissimo che discute ad Addis Abeba con il ministro etiope. Sotto il post, mentre stiamo scrivendo, ci sono più di 12mila commenti. Come è facile immaginare, ahinoi, la politica del Corno d'Africa interessa molto poco gli astanti. Parlano tutti della fuoriuscita di Giggino. E ne parlano malissimo. «Hai dimostrato di essere un miserabile», sentenzia Maria con tono lapidario. Ed è una delle più delicate. «Insieme per il futuro E prevedo che il futuro durerà meno di 10 minuti», ironizza, ma non troppo, un tal Luca. Ma c'è anche chi, tra un insulto e l'altro, dispensa consigli agrodolci al ministro: «Ma perché semplicemente non torni a fare quello che facevi prima di essere un politico? È più dignitoso lo Steward devi continuare ad aprire partiti che valgono lo zero niente %?», si interroga Giulia. E chi, con notevole sagacia, dal particolare degli accadimenti di questi giorni trae massime sempre valide nel mondo della politica: «Ogni qualunquista è un trasformista in attesa dell'occasione giusta. Lei è la conferma di questa regola eterna», stigmatizza Alessandro. Ovviamente spopolano fotomontaggi e meme, la grande fuga di Di Maio dai Cinque Stelle si presta alla perfezione a qualunque forma di satira e sberleffo. C'è chi gli ha appiccicato una gobba sulla schiena, trasformandolo nel nipote di Andreotti (qualcuno lo ha anche prontamente ribattezzato Giggino Pomicino, la Prima repubblica è un sempreverde), chi lo ha inserito in una pubblicità di «Poltrone e sofà» e chi ironizza sulla fondazione di un nuovo partito «Poltrona viva». Quello dello scranno è un altro grande classico che imperversa un po' ovunque, in questi giorni che vedono l'ex steward nell'occhio del ciclone. L'affaticato social media manager del ministro - al quale va tutta la nostra solidarietà -tenta il depistaggio anche su Instagram, dove pubblica una foto di Di Maio a Belgrado intento a stringer mani e distribuire pacche sulle spalle. Ma i commentatori non ci cascano neppure questa volta e parte la lapidazione digitale con parole ed emoticon molto eloquenti. Due i più diffusi: la faccina del pagliaccio e quella di chi, con buona probabilità, ha mangiato del cibo avariato e ora lo sta espellendo... D'altronde da un movimento che ha fatto del «vaffanculo» il proprio slogan fondativo non ci si poteva certo aspettare una prosa elegante ed alata. Sulla pagina ufficiale del Movimento, che conta un milione e mezzo di seguaci, invece è tutto un incitamento a Conte affinché lasci questo «governaccio» e traslochi all'opposizione. Di Maio, nella migliore (e più pubblicabile) delle ipotesi viene dipinto come un traditore che ha accoltellato alle spalle l'avvocato di Volturara Appula. Stesso scenario anche su Twitter dove, per tutta la giornata, l'hashtag DiMaio è il più gettonato. Se il web e i social sono la cartina tornasole della nostra società, beh, allora per il ministro degli Esteri le cose si sono messe davvero male.

Le giravolte di Luigi. Michel Dessì il 24 Giugno 2022 su Il Giornale.

Protagonista di questa settimana Luigi Di Maio e le sue innumerevoli giravolte: in questi anni, ha infatti cambiato idea non una, non due, non tre ma decine e decine di volte. Ospiti speciali della puntata, Vittorio Sgarbi e Andrea Indini.

Cosa accade tra le stanze damascate dei palazzi della politica? Cosa si sussurrano i deputati tra un caffè e l'altro? A Roma non ci sono segreti, soprattutto a La Buvette. Un podcast settimanale per raccontare tutti i retroscena della politica. Gli accordi, i tradimenti e le giravolte dei leader fino ai più piccoli dei parlamentari pronti a tutto pur di non perdere il privilegio, la poltrona. Il potere. Ognuno gioca la propria partita, ma non tutti riescono a vincerla. A salvarsi saranno davvero in pochi, soprattutto dopo il taglio delle poltrone. Il gioco preferito? Fare fuori "l'altro". Il parlamento è il nuovo Squid Game.

Settimana movimentata tra i palazzi romani. Tanti, troppi retroscena su chi va con chi e in cambio di cosa. Perché si sa, le elezioni si avvicinano e a pensare male si fa bene. C’è sempre un interesse personale dietro ad ogni “movimento”. Inutile nasconderlo. Potremmo parlare degli umori dei grillini rimasti con Giuseppe Conte, tra chi vorrebbe uscire dal governo e tra chi, invece, vorrebbe restare; delle aspettative per una prossima candidatura dei dimaiani che, finalmente, dopo mesi di guerra interna al movimento, hanno deciso di gettare la maschera; delle preoccupazioni del PD: “e ora, con chi ci alleiamo, con Giuseppe o con Di Maio?”; o delle manovre per la costruzione del grande centro con l’aiuto di Tabacci.

E invece no, parliamo di Luigi Di Maio, delle sue innumerevoli giravolte. Di come, in questi anni, ha cambiato idea non una, non due, non tre ma decine e decine di volte. “Di Maio ha offerto il suo contributo al suicidio assistito del Movimento. Ha pensato di portare verso una buona morte i grillini e Grillo. Dall’albergo di lusso a cinque stelle all’Rsa “casa di riposo per grillini stanchi insieme per il futuro”, ci dice Vittorio Sgarbi. È proprio vero, nulla è per sempre, soprattutto in politica dove è facile dimenticare. Ma fino a che punto? Di Maio sicuramente ha già dimenticato, a partire dal motto che, per anni, lo ha accompagnato alla guida del movimento: “uno vale uno!” a “uno non vale l’altro”.

Ha proprio ragione Andrea Indini, che mi onoro di ospitare a La Buvette: “Se ci mettessimo a rileggere tutte le dichiarazioni rilasciate sei, sette anni fa, a stento riconosceremo il Di Maio di oggi. Ora non schifa più i voltagabbana, ora non crede più che “uno vale uno”. Ora è europeista dopo essere stato anti UE e anti euro. È anche diventato atlantista dopo aver sognato il superamento della Nato”.

E noi, quei momenti della (breve) vita politica di Gigi da Pomigliano li ripercorriamo nel podcast attraverso la sua stessa voce. Quella ancora non è cambiata. È lì, sul web che, sicuramente, è l’unico a non dimenticare. Impietoso, anche con Luigi. Oggi impeccabile nel suo vestito sartoriale il ministro degli Esteri si dice pronto a tutto pur di salvare il governo di Mario Draghi.

“La parte più divertente del trasformismo di Luigi Di Maio è l’abiura all’odio e al populismo. - sottolinea Andrea - Ci arriva dopo anni di gogne sui social, di liste di proscrizione contro i giornalisti nemici, i vaffa day, di campagne mediatiche giustizialiste… se ne accorge solo ora? Meglio tardi che mai, però ora staremo a vedere se ha cambiato davvero o è solo una mossa politica”. Ma Vittorio è severo: “Difficile che Di Maio cambi idea, non ne ha mai avute”.

Da Fini a Bersani, le scissioni infauste finite nel nulla. Filippo Ceccarelli su La Repubblica il 22 Giugno 2022.  

Il nuovo gruppo di Di Maio, "Insieme per il futuro", non brilla per originalità evocativa. Per quanto insieme? E quale futuro attende gli scissionisti a cinquestelle?

Il gran generatore automatico di nomi e simboli che incessantemente rifornisce la decomposizione del sistema post-partitico all'italiana ha fatto dunque germogliare "Insieme per il futuro". Ma per quanto insieme? E quale futuro attende gli scissionisti guidati da Di Maio?

Di sicuro l'ultimissimo scisma a cinque stelle non brilla per originalità evocativa. Così, poche ore dopo l'annuncio Gabriele Maestri, costituzionalista e studioso di diritto dei partiti, ma soprattutto pontefice massimo e super erudito dell'odierna micropolitica, poteva già comunicare sul suo blog, "I simboli della discordia", che quella denominazione era già stata usata la bellezza di 50 volte negli ultimi quattro anni, per lo più in elezioni amministrative.

La maledizione del vincitore. Di Maio conferma la regola: da 15 anni il primo partito nelle urne poi va in pezzi in aula. Francesco Cundari su L'Inkiesta il 23 Giugno 2022.

Dalla scissione finiana del 2010 a quella bersaniana del 2017, nelle ultime tre legislature non è mai accaduto che la forza più votata arrivasse tutta intera alle elezioni successive.

Generalmente in politica, come in ogni altra vicenda della vita, sono le vittorie a unire e le sconfitte a dividere. Eppure nella politica italiana, dal 2008 a oggi, capita sistematicamente il contrario: è il partito più votato a non arrivare intero alla fine della legislatura. Sono infatti quasi quindici anni che la formazione più votata nelle urne, arrivata a metà del percorso, entra in crisi e si spacca clamorosamente in aula, subendo una scissione organizzata o dal leader della precedente stagione (Luigi Di Maio contro Giuseppe Conte oggi, Pier Luigi Bersani contro Matteo Renzi nel 2017) o dal leader di uno dei due partiti fondatori del nuovo soggetto (Gianfranco Fini contro Silvio Berlusconi nel 2010), portandosi dietro decine di parlamentari, ministri e dirigenti storici. È la maledizione del vincitore.

Come si vede, non si tratta di scosse di assestamento, cambiamenti al margine, minime scalfitture, ma di vere e proprie crisi esistenziali, che chiamano in causa l’identità e la sopravvivenza stessa del partito: la scissione finiana del 2010 portò alla caduta dell’ultimo governo Berlusconi e fece passare il Partito delle libertà dal 37 per cento del 2008 al 21 per cento del 2013 (il partito di Fini, in compenso, totalizzò lo 0,4 e non entrò nemmeno in Parlamento); la scissione bersaniana del 2017 lasciò il Partito democratico di Renzi al minimo storico, dal 25 per cento del 2013 al 18 per cento del 2018 (la formazione di Bersani, in compenso, in parlamento riuscì a entrare, ma solo perché alleata di Sinistra italiana, già accreditata del 2 per cento, con cui superò di un soffio la soglia al 3); la scissione dimaiana dal movimento contiano vedremo quali effetti avrà – al voto non manca molto comunque – ma certo le prospettive elettorali non appaiono particolarmente rosee per nessuna delle due formazioni.

Vista all’interno di questa notevole serie storica, la scissione del Movimento 5 stelle assume quindi un valore diverso, come indicatore di un fenomeno più generale. Al di là delle cause e delle peculiarità della vicenda grillina, quello che emerge è un problema strutturale.

Mi domando se esista un altro paese al mondo in cui per quasi quindici anni di fila è il partito vincitore delle elezioni, non lo sconfitto, ad andare letteralmente in pezzi nel corso della legislatura. Mi domando, soprattutto, se esista una certificazione più lampante della crisi terminale di un sistema politico, e cosa debba ancora succedere perché i suoi protagonisti prendano atto che si tratta di un gioco in cui non può vincere nessuno.

Non ripeterò qui per l’ennesima volta la mia diagnosi (mi limito, per chi non fosse mai passato da queste parti, a ricordare la medicina: ritorno a un vero sistema proporzionale, senza coalizioni pre-elettorali, senza premi di maggioranza, senza nessuna costrizione bipolare). Quello che mi sembra maggiormente degno di nota, infatti, non è tanto la diversità di opinioni circa le ragioni della crisi o le eventuali terapie da adottare, quanto la rimozione del problema.

Ogni volta come se fosse la prima volta, i leader di partito dati per vincitori dai sondaggi, o anche soltanto per migliori sconfitti (tentati quindi dall’idea di poter lucrare una rendita di posizione dal voto utile e dal vincolo di coalizione, sia pure all’opposizione), si immolano in difesa dello «spirito del maggioritario» e del «bipolarismo». Mettono cioè essi stessi la testa sul ceppo, allegri come un bambino a Natale, nella convinzione che il signore incappucciato dietro di loro si appresti a metterci sopra una bella corona.

La domanda è: quante altre leadership dovranno rotolare nella polvere prima che l’ultimo arrivato mangi la foglia? Il bipolarismo all’italiana, con le sue parvenze plebiscitarie e la sua reale ingovernabilità, non è infatti, come credono loro, un palcoscenico per i sogni di gloria e le vanità dei leader. È un patibolo.

·        La Democrazia a modo mio.

Estratto di “Polvere di Stelle”, di Emanuele Buzzi (ed. Solferino) il 9 settembre 2022.

«Allora, ci dimettiamo e andiamo all’opposizione: un governo Draghi non lo possiamo accettare. La linea è: o Conte o morte.» «Sì, questo non si discute.» La riunione in via Arenula, a Roma al ministero della Giustizia, è segretissima, al punto che è rimasta ignota finora. 

 Tra presenti e collegati in videocall ci sono tutti i rappresentanti che contano del Movimento: da Di Maio a Patuanelli, da Bonafede a Crimi, reduce da un’assemblea parlamentare nel pomeriggio. Il reggente ha appena spiegato ai gruppi parlamentari: «Un governo tecnico avrebbe mai potuto fare il reddito di cittadinanza? Avrebbe potuto fare misure costose ma innovative e di rilancio come il superbonus al 110% e le comunità energetiche? Queste sono operazioni che può fare un governo politico, non un governo che ha la necessità di far quadrare i conti. Un premier tecnico non farebbe il bene del Paese, abbiamo già dato».

Sei persone si confrontano e hanno di fronte una grande responsabilità: quella di scegliere se aderire o meno a un governo di unità nazionale. A un certo punto il telefono di Di Maio squilla. È Grillo, che per mezz’ora spiega le novità. Il garante è reduce da una telefonata di un paio d’ore con Mario Draghi, in quel momento premier incaricato. Il colloquio tra i due ha avuto esiti inattesi: Draghi ha mostrato interesse per i temi della transizione ecologica e ha anche registrato le motivazioni del Movimento nel difendere il reddito di cittadinanza.

A propiziare il confronto è stato Fico, che li ha messi in contatto. Quando Grillo conclude la telefonata con Di Maio, il messaggio che viene riferito al gotha del Movimento è chiaro: «Beppe dice che dobbiamo fare il governo». I partecipanti incassano. Tutti, tranne uno. Bonafede, in quel momento padrone di casa, sbotta. 

Lui è il ministro che ha messo in contatto Conte con i Cinque Stelle, lui è quello che Conte ha difeso dagli attacchi di Renzi, il «capro espiatorio» – come dicono nel M5S – su cui si è giocata la stabilità dell’esecutivo. Contatta Fico, che ha fatto da trait d’union tra Grillo e Draghi, e parte una call che coinvolge tutti i presenti. Bonafede, di fronte alle parole del garante stellato e al cambio di rotta dei colleghi, si infuria: «Questa è una resa, è un tradimento nei confronti di Giuseppe. Non possiamo abbandonarlo così». Poi si alza e lascia la riunione e la sede del suo ministero.

L’ (anti)democrazia interna del M5S a guida di Giuseppe Conte. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 21 Agosto 2022 

I più votati alle Parlamentarie rischiano quindi di vedere gli scanni della Camera e del Senato solo in fotografia, scivolati giù nelle liste a cause della «comparsa» imposta dei prescelti di Giuseppe Conte o per la sua stessa candidatura in lista in ben 4 regioni.

Nelle chat romane gira uno “schemino” che spiega come chi ha preso ben oltre le mille preferenze sia stato scalzato: Angela Salafia (1.402 voti) dal docente De Santoli, Marco Bella (1139) dal notaio Colucci. I più votati alle Parlamentarie rischiano quindi di vedere gli scanni della Camera e del Senato solo in fotografia, scivolati giù nelle liste a cause della «comparsa» imposta dei prescelti di Giuseppe Conte o per la sua stessa candidatura in lista in ben 4 regioni. 

In quelle stesse chat si leggono le contestazioni dei fedeli di Virginia Raggi finiti supplenti o addirittura fuori, anche se per ora nessuno di loro intende ritirarsi. Decisione questa invece adottata da Nicolino Di Michele, molisano slittato al secondo posto per l’alternanza di genere: «Non ho più lo spirito per affrontare la campagna elettorale».

La deputata uscente Francesca Flati, con quasi 1.695 clic, è risultata la più votata del Lazio, ma si troverà davanti in lista il neo capogruppo Francesco Silvestri: “Certo, mi spiace. Sarebbe stato bello essere capolista. Il listino di Conte è una novità, ma è stato votato. Ora è il momento di lavorare ascoltando i cittadini”.

Luca Migliorino, vice presidente della commissione d’inchiesta sulla morte di David Rossi al MPS

Luca Migliorino, vice presidente della commissione d’inchiesta che si occupa della morte di David Rossi ( ex direttore relazioni esterne del MPS), è risultato il più votato nella seconda circoscrizione toscana, ma è stato collocato al terzo posto per la parità a causa della presenza in lista di Ricciardi «paracadutato» da Conte. Certamente non può dirsi soddisfatto ma, contattato, ci tiene a rispondere: «Non rilascio dichiarazioni sul tema».

In molti si stanno chiedendo se, considerata anche l’impostazione dei 5 Stelle, a proposito di legalità…l’ex procuratore antimafia Federico Cafiero De Raho non sia imbarazzato a vedersi in lista insieme a Riccardo Tucci, imputato per frode fiscale. Ma quello che in realtà si chiedono, quale sia il senso di queste liste: «Dal secondo posto in poi bisogna prendere percentuali davvero alte per far scattare i seggi», è la consapevolezza dei più. Ad avere reali chance alla fine restano solo i quindici “fedelissini” cortigiani di Conte. Chissà se adesso Beppe Grillo avrà ancora il coraggio di ripetere il suo mantra grillino : “uno vale uno”. Redazione CdG 1947

Giulia Ricci per il “Corriere della Sera” il 21 agosto 2022.

I più votati alle Parlamentarie rischiano di vedere Camera e Senato solo in fotografia, scivolati giù nelle liste per la «comparsa» dei prescelti di Giuseppe Conte (o per la sua stessa presenza in 4 regioni). Nelle chat romane gira uno schemino che mostra come chi ha preso ben oltre le mille preferenze sia stato scalzato: Angela Salafia (1.402 voti) dal docente De Santoli, Marco Bella (1139) dal notaio Colucci.

L'uscente Francesca Flati, con quasi 1.695 clic, è la più votata del Lazio, ma avrà davanti il neo capogruppo Francesco Silvestri: «Certo, mi spiace. Sarebbe stato bello essere capolista. Il listino di Conte è una novità, ma è stato votato. Ora è il momento di lavorare ascoltando i cittadini». 

In quelle stesse chat si sentono i malumori dei fedeli di Virginia Raggi finiti supplenti o addirittura fuori, anche se nessuno (per ora) intende ritirarsi. Lo farà invece Nicolino Di Michele, molisano slittato al secondo posto per l'alternanza di genere: «Non ho più lo spirito per affrontare la campagna elettorale».

Luca Migliorino, vice della commissione d'inchiesta che si occupa della morte di David Rossi, è risultato il più votato nella seconda circoscrizione toscana, ma sarà al terzo posto per la parità e il «paracadutato» Ricciardi. Non può dirsi soddisfatto ma, contattato, ci tiene a rispondere: «Non rilascio dichiarazioni sul tema». 

A proposito di legalità, in molti si stanno chiedendo se, considerata anche l'impostazione dei 5 Stelle, l'ex procuratore antimafia Federico Cafiero De Raho non provi disagio a essere in lista con Riccardo Tucci, imputato per frode fiscale. Ma quello che in più si chiedono è il senso di queste liste: «Dal secondo posto in poi bisogna prendere percentuali davvero alte per far scattare i seggi», è la consapevolezza dei più. Ad avere reali chance finiscono per essere solo i quindici fedeli di Conte.

UNO NON VALE UNO. Massimiliano Panarari racconta le strategie comunicative del M5S: dalla piattaforma Rousseau, alla politica della scatola vuota. E a Salvini – Zelig. Michele Boroni su luz.it.

Massimiliano Panarari, sociologo della comunicazione, saggista, consulente di comunicazione politica e pubblica, docente della Luiss e della Bocconi, editorialista su La Stampa e su altri quotidiani. Nella neolingua del 2019 “quelli là” direbbero che è uno della casta.

Ultimo libro di Panarari per i tipi di Marsilio: Uno non vale uno. Democrazia diretta e altri miti d’oggi. Il volume smonta e analizza nel dettaglio il gergo populista e sovranista – che chiama in confidenza pop-sov – partendo proprio da uno dei suoi cardini.   

Uno non vale uno: sembra che anche molti attivisti pentiti dei 5 Stelle se ne siano accorti

Il fatto che “uno non vale uno” sta diventando sempre più chiaro anche a coloro che avevano pensato di trovare all’interno del MoVimento 5 Stelle, ma anche di altre formazioni neopopuliste, la possibilità di far valere quest’idea di una totale orizzontalizzazione. In pratica “uno non vale uno” perché, come nella Fattoria degli animali di Orwell, all’interno del MoVimento 5 Stelle esiste un centro di potere, una gerarchia non dichiarata, una filiera di comando che prende le decisioni.

La Casaleggio Associati

Naturalmente. È un inner circle di cui fanno parte dei soggetti privati e questo rende praticamente l’idea dell’impraticabilità dell’orizzontalizzazione. Quindi uno vale uno, tranne che per la Casaleggio Associati.

Però anche nei vecchi partiti c’erano le correnti

Sì, la politica del “correntismo” ha prodotto una serie di degenerazioni; tuttavia negli altri partiti vi erano sempre una condizione di dibattito e di conflitto palesi. Mentre sulla base de l’“uno vale uno” del MoVimento 5 Stelle diventa impossibile poter esprimere il dissenso. Nella discussione del decreto sicurezza e delle politiche migratorie si è visto chiaramente che un dissenso esiste, ma fatica a esprimersi e a trovare una posizione visibile e dichiarata. 

La loro dichiarazione “uno vale uno” è di fatto un rifiuto alla diversità e al pluralismo che sono, per un verso, un dato di realtà e, per l’altro, il fondamento della civiltà occidentale e delle società socialdemocratiche. L’idea forzata, omologatrice e riduzionistica dell’“uno vale uno” intende soffocare tutto questo.  

A proposito di omologazione: se è vero che “uno vale uno”, allora tutti sono sostituibili?

Esatto, i partiti neopopulisti dichiarano l’uno vale uno dei propri eletti in tema di interscambiabilità, ma anche di facile rimozione. Questo rafforza il fatto che il centro di potere che governa il decision making del partito neopopulista – la Casaleggio Associati – risulti ancora più forte e inscalfibile.

E in tutto questo la Lega come si pone?

La Lega, come del resto gli altri partiti della destra radicale a tendenza neocomunitarista e xenofoba che si stanno affermando in tutta Europa, richiama il valore de l'”uno vale uno” e dell’omologazione come forma di opposizione alla tolleranza e convivenza tra i diversi, ovvero il pilastro delle società aperte liberal-democratiche. In questo caso anche sulla base di un’idea di radici etniche e di un “uno vale uno” che si basa su chi sta all’interno di una comunità di sangue o di legami etnici.

Prima gli italiani, quindi?

Esattamente, ma anche prima gli americani. Il fenomeno è decisamente globale.

Il suo libro è organizzato come Miti d’oggi di Roland Barthes, in questo caso legato all’egemonia linguistico-politico e culturale dei pop-sov. Popolo, autenticità, tecnologia, disintermediazione e democrazia diretta sono i “miti” coinvolti. Ho l’impressione però che alcune di queste parole stiano franando, penso agli ultimi cambiamenti di rotta sul referendum. È così?

Nel caso del referendum propositivo deve obbligatoriamente prevedere un quorum: un’occasione di democrazia diretta senza quorum è una mitologia antitetica all’idea della partecipazione civica e mobilitazione delle persone. Tornando alla domanda, qui il mito si sta scontrando con la realtà: in questo confronto-scontro con il dato di realtà, la cronaca politica italiana ci sta restituendo l’immagine strumentale di questi miti – perché, non dimentichiamocelo, stiamo parlando di mitologie strumentali consensus oriented – come appunto la disintermediazione e la democrazia diretta, conseguenza della ipostatizzazione che “uno vale uno”.

Qual è la reazione dell’elettorato di fronte a questo confronto?

Generalmente disillusione e disincanto, un tipico passaggio dall’utopia alla distopia. Gli elettori si accorgono che la mitologia è irrealistica e non praticabile. Ma c’è anche la possibilità che le mitologie vengano rilanciate, ed è quello che vediamo della democrazia diretta nell’evoluzione del pensiero politico del MoVimento 5 Stelle, ovvero il fatto che ogni volta che sono costretti a recedere rispetto all’impianto originario, costruiscono altri miti collaterali o danno vita a una comunicazione che è un elemento strutturale della diversione e distrazione di massa.   

Anche il tema della tecnologia e della piattaforma Rousseau sta traballando: il potere logora la rete?

Il potere logora la rete quando la rete stessa è finalizzata alla conquista del potere. Se tutto emerge nella condizione di strumentalità e nella dimensione consapevole del rifiuto delle regole per impedire la tutela del pluralismo, il risultato è quello di generare alcune forme di disillusione. La vera questione è che nel momento in cui le istanze antisistemiche diventano sistema, comincia a diventare chiaro che una parte significativa di queste istanze avesse un presupposto di conquista del consenso e prescindesse da tutta una serie di dati concreti come il fatto che governare sia molto complicato.  Si è visto bene nella discussione della manovra di bilancio. 

I 5 Stelle sono nella stanza dei bottoni ma comunicano come se stessero ancora all’opposizione, magari schierandosi con i gilet gialli

Già, ma c’è di più. La Casaleggio Associati, soggetto privato detentore della piattaforma Rousseau, attraverso un rappresentante delle istituzioni democraticamente eletto – Luigi Di Maio – ha messo a disposizione la piattaforma a un movimento ribellistico nei confronti di un altro politico alleato e democraticamente eletto – Emmanuel Macron – generando un cortocircuito devastante in maniera lucida e razionale. 

Prima parlava di diversione e distrazione di massa. È in quest’ottica che si spiega il ritorno di Di Battista?

Il richiamo in servizio del riservista Di Battista, essenza del populismo movimentista barricadero, serve per ammaliare l’anima più pseudo-rivoluzionaria e contestatrice del movimento, cioè quella che ha garantito gran parte del consenso al MoVimento 5 Stelle. 

Quale sarà secondo lei il suo ruolo nel futuro?

È difficile capire cosa succede e cosa succederà dentro il MoVimento 5 Stelle, dal momento che non esiste un dibattito pubblico, non ci sono correnti o sensibilità formalizzate. In fondo il Movimento fondato da Grillo è la cosa più vicina a un serial postmoderno. E come nella capacità degli showrunner di costruire caratteri o cambiare la sceneggiatura in relazione all’audience, in questo caso il richiamo di Di Battista corrisponde a un calo di consenso per l’esperienza governativa, così affiancherà il protagonista Di Maio e si dedicherà alla funzione di ristrutturare l’offerta di populismo movimentista e antisistemica del MoVimento 5 Stelle tenendo un piede dentro e un piede fuori.

Di Battista è il cliffhanger…

Esattamente. È precisamente questo, è l’esportatore del modello rivoluzionario ritornato dal sudamerica che si propone ai movimenti dei gilet gialli e rispetto ad altre realtà ribellistiche e insurrezionali. Una sorta di commesso viaggiatore della rivoluzione. 

C’è da dire che tutto questo ha una sua logica perversa: funziona davvero?

Il lavoro che il MoVimento 5 Stelle fa sulla comunicazione, o meglio sull’istantaneità della comunicazione, è estremamente efficace. 

In questo forte mutamento del clima di opinione, di grande confusione collettiva e di riduzione d’impatto del dato di realtà, i partiti pop-sov si propongono come scatole vuote nei quali ciascuno può scegliere l’istanza o l’elemento ritenuto curativo o che può sublimare le frustrazioni individuali. 

In questo il MoVimento 5 Stelle è un esperimento fortemente riuscito che risponde al bisogno di autocomunicazione del narcisismo individualista di massa, come dice Castells, dove ciascun mittente appartenente alla massa elabora in modo autonomo il messaggio e lo trasmette alle sue reti di destinatari attraverso i social. 

L’istantaneità della comunicazione ha contribuito a tagliare le gambe alla sinistra, che ha già i suoi problemi congeniti e assenza di leadership

Questo tipo di comunicazione ha in effetti soffocato il dibattito parlamentare, basato sul dialogo e sul compromesso. La sinistra è strutturalmente in difficoltà perché ha mancato l’appuntamento con la postmodernità. 

Quali sono oggi gli elementi richiesti dalla postmodernità in politica?

Sono principalmente cinque: una leadership adeguata, una capacità di comunicazione in grado di reggere la comunicazione della società, efficacia ed efficienza rispetto ai processi e alle trasformazioni sempre più rapide, capacità di costruire una forma organizzativa e infine capacità di definire l’agenda non da inseguitore ma da precursore. Di fronte a tutte queste trasformazioni della postmodernità la sinistra è rimasta completamente spiazzata e la possibilità di restare oggi nel mercato politico richiede un’offerta che sia in grado di risultare forte rispetto a queste dimensioni. 

Renzi ci aveva provato?

Renzi ha adottato modalità e tecniche di populismo soft. Ha intercettato il cambiamento, però la brevità di questa sua esperienza è legata al fatto che probabilmente il modello progressista in generale non è a proprio agio con queste trasformazioni.

Durante le presentazioni si è mai trovato di fronte interlocutori che confutavano le sue riflessioni e analisi? Penso che un potenziale rischio del suo libro, come altri del genere, sia quello del confirmation bias e che quindi venga letto e commentato da chi già è convinto di questo

Per adesso di presentazioni ne ho fatte davvero poche e tutte abbastanza in una dimensione di confirmation bias. Sono d’accordo con lei. Anche in questo caso l’America è stata l’apripista riguardo a dibattiti pubblici in cui non si riescono a confrontare posizioni differenti. La polarizzazione è la conferma dell’esattezza del direttismo tecnologico e che abita nelle filter bubble, un contesto in cui i partiti neopopulisti costruiscono varie e diverse isole di discorso e dibattito pubblico. Tornando alla domanda, da parte mia ovviamente c’è la massima disponibilità. 

In un suo libro del 2010 L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip lei critica l’ideologia dominante di una sottocultura televisiva formata dai vari Ricci, Signorini, Vespa e Maria De Filippi. Qual è la situazione oggi?

La prima considerazione che mi viene da fare è che gli anni ’80 non sono mai finiti in Italia, e questo confermerebbe la tesi per cui oggi viene utilizzata la rete in una modalità neotelevisiva. L’utilizzo della rete di Grillo specie nel momento antecedente all’ascesa è stato un utilizzo fondamentalmente verticale. La tv degli anni ’80 ingloba il pubblico, ne fa un attore importante ma non primario, cioè lo introietta, ne apprende delle istanze, costruisce un meccanismo di rispecchiamento che però è già scritto, sceneggiato, controllato al suo interno. 

Esiste già un’egemonia mediatica?

La piattaforma Rousseau. È un’apparente dimensione di interazione che è la grande richiesta del web dal 2.0 alle numerazioni successive, ma in cui tutto è particolarmente controllato, dove gli spazi di libertà sono definiti nel loro percorso e rispetto all’esito finale. 

È come il Bandersnatch di Black Mirror, tutto è scritto: quanto meglio è scritto, tanto più è possibile percepire e vivere una dimensione di libertà e di scelta da parte del consumatore /spettatore / fruitore. Non è un caso che Grillo venga dalla tv anni ’80 e che uno dei suoi principali autori sia Antonio Ricci. 

Cosa c’entra Ricci?

Guardi, lungi da me qualunque dimensione vagamente dietrologica e complottistica, che è peraltro tipica dei pop-sov. Tuttavia quello che è avvenuto è una sorta di grande vittoria postuma del situazionismo: la tv berlusconiana è una tv in cui la componente ricciana è puramente situazionista, come ad esempio lo è oggi anche Freccero. 

Il mondo e l’opinione pubblica neopopulista è immersa in una sorta di grande blob dove l’“uno vale uno” e l’orizzontalizzazione danno la sensazione dell’impossibilità di ordinare messaggi e contenuti. 

Ed è quello che accade precisamente sulla rete: potremmo dire che la rete è una sorta di grande realizzazione dell’idea del Rizoma del 1977 e della punta finale del situazionismo. Mi pare che l’ecosistema mediatico odierno vada molto in questa direzione e in questo c’è la realizzazione delle premesse che c’era nella tv anni ’80, berlusconiana in particolare, anche con una dimensione nostalgica. 

Erano gli anni delle grandi aspettative individuali, c’era un ottimismo di fondo

Quella dimensione ottimistica dell’autorealizzazione degli individui porta oggi a un contesto di totale individualizzazione con le premesse che sono venute a mancare, per cui rimane solo rabbia, rancore, l’impossibilità di realizzarsi e la possibilità di comunicare e di autocomunicare. Però secondo me, o meglio, secondo fonti più autorevoli di me, quello è il turning point, cioè non si può pensare l’Italia oggi senza il berlusconismo culturale, la trasformazione profondissima che ha impresso. Oggi l’Italia è il Paese in cui rispetto a certi indicatori la distanza tra realtà e percezione è il più elevato dell’intero UE. Questo è l’inevitabile effetto del berlusconismo.

Chiudiamo: e la comunicazione di Salvini – Zelig con le divise e testimonial-consumatore di prodotti di largo consumo?

In termini di plausibilità possiamo dire che c’è per un verso una dimensione di comunicazione molto attenta e forte e che ha prodotto il consenso che conosciamo. C’è sicuramente un talento individuale e una capacità di interpretare e di essere ricettivi rispetto allo spirito dei tempi. 

È chiaro che il personaggio Matteo Salvini è un personaggio costruito, si capisce dalla sua evoluzione da giovane comunista padano che era fino al campione della destra europea che è diventato. 

La sua caratteristica di Zelig nell’indossare con costanza le uniformi delle forze dell’ordine ci dicono che la forma è sostanza e che la divisa delle forze dell’ordine è la divisa di tutti: questi cortocircuiti comunicativi tendono a far coincidere il ruolo di capi politici, uomini di governo e istituzione. Ma il tema principale è quello del principio maggioritarista, cioè scambiare il governo non per l’esecutivo che ha la responsabilità del “corpo della nazione”, ma l’idea che il governo corrisponda alla maggioranza che lo ha eletto. Questo è il segnale più preoccupante.

(ANSA il 17 giugno 2022) - "E' normale che l'elettorato sia disorientato ma alle elezioni amministrative non siamo andati mai così male". Lo ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio (M5S) parlando con i cronisti davanti alla Camera. Secondo Di Maio "non si può risolvere l'analisi del voto facendo risalire i problemi all'elezione del presidente della Repubblica".

"Credo che M5S debba fare un grande sforzo nella direzione della democrazia interna: nel nuovo corso servirebbe più inclusività, anche a soggetti esterni": lo ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio (M5S) aggiungendo, rivolto ai cronisti: "lo dico a voi perché non esiste un altro posto dove poterlo dire".

"Non si può sempre dare la colpa agli altri, non si può risalire all'elezione del Presidente della Repubblica per dire che le elezioni amministrative sono andate così male. Credo che bisogna assumersi delle responsabilità rispetto ad una autoreferenzialità che andrebbe superata". 

Così il ministro 5 Stelle Luigi Di Maio che commenta il risultato delle amministrative, premettendo: "Il corpo diplomatico italiano lavora 7 giorni su 7 dal primo giorno di questa guerra, anzi da prima che scoppiasse: non lavora solo la domenica. E in questi giorni molte persone mi hanno chiesto un commento sulle elezioni". "Non abbiamo mai brillato nelle elezioni amministrative: io ne sono testimone. Ma non siamo mai neanche andati così male. E questo succede quando l'elettorato è disorientato. Credo che il M5s debba fare un grande sforzo di democrazia interna".

(ANSA il 17 giugno 2022) - "Il mio telefono non è mai squillato". Così il presidente del M5s Giuseppe Conte risponde a chi gli fa notare le parole di Di Maio sulla mancanza di democrazia interna nel M5s. "La posizione del Movimento è stata ribadita nel consiglio nazionale e Di Maio si è anche dimesso dal comitato di garanzia".

"Di Maio intende fondare un nuovo partito? Non mi faccia entrare nella testa altrui: questo ce lo dirà lui in queste ore". Così il leader M5s Giuseppe Conte. 

 "Negli ultimi giorni ho riunito un consiglio nazionale e ho fatto due conferenze stampa in cui abbiamo analizzato il risultato del voto: io so come assumermi le responsabilità". Lo ha detto il presidente del M5s Giuseppe Conte, parlando con i giornalisti

 Con l'avvio del voto sul doppio mandato "siamo alla vigilia di momenti molto importanti per il M5s. Fibrillazioni erano prevedibili perché ci sono in campo questioni che riguardano le sorti personali di tanti nel M5s". Lo ha detto il presidente del M5s Giuseppe Conte, parlando con i giornalisti. "Su questo punto, io l'ho detto subito: decidono gli iscritti. Invito tutti ad affrontare questo snodo con serenità".

"Quando era leader Luigi Di Maio come organismo del M5s c'era solo il capo politico: che ci faccia lezioni lui oggi fa sorridere". Lo ha detto il leader M5s, Giuseppe Conte, a Roma, parlando con i giornalisti.

"E' una stupidaggine dire che in politica estera il M5s sia anti-atlantista. La nostra posizione è chiara e non è mai stato messo in discussione il nostro atlantismo". Lo ha detto il presidente del M5s Giuseppe Conte, parlando con i giornalisti.

(ANSA il 17 giugno 2022) - "Noi non stiamo guardando al 2050 ma è una forza politica che sta guardando indietro. Che senso ha cambiare la regola del secondo mandato? Io invito a votare gli iscritti secondo i principi fondamentali del Movimento perché questa è una forza che si sta radicalizzando all'indietro". Così il ministro degli Esteri Luigi Di Maio in dichiarazioni alla stampa a Castellamare sul tema del secondo mandato.

"Mi sono permesso semplicemente di porre dei temi per aprire un dibattito su questioni come la Nato, la guerra in Ucraina, la transizione ecologica e ho ricevuto insulti personali come quello che ho visto sui giornali stamattina. 

Temo che M5s rischi di diventare la forza politica dell'odio, una forza politica che nello statuto ha il rispetto della persona. Credo che dobbiamo parlare dei temi, il nostro elettorato è disorientato perché quando si pongono dei temi ci sono attacchi personali e questo non è accettabile". Così il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, parlando con i giornalisti a Castellamare, sullo scontro con Conte.

"Siamo alla vigilia di un importante Consiglio Ue, noi faremo di tutto perché Draghi vada al tavolo con la massima forza e con la massima possibilità di rappresentare il Paese con una coalizione compatta. Leggo in queste ore che una parte di M5s vuole inserire nella risoluzione frasi e parole che disallineano l'Italia dalle sue alleanze storiche, la Nato, l'Ue e da quella che è la sua postura internazionale. Noi non siamo un Paese neutrale, siamo un Paese che ha alleanze storiche. Non diamo grande prova di maturità politica quando strumentalizziamo il presidente del Consiglio". Così il ministro Luigi Di Maio a Castellamare.

"Non è chiara la nostra ricetta per il Paese e questo spiega perché nella nostra coalizione il Pd sale e noi scendiamo. Forse perché non abbiamo ben chiare le ricette per il nostro Paese". Così il ministro degli Esteri Luigi Di Maio parlando con i giornalisti a Castellamare.

Stefano Folli per “la Repubblica” il 17 giugno 2022.  

Allora sembra che siano i Cinque Stelle i primi a esplodere. Dopo la disfatta di domenica era solo questione di tempo, ma c'era la curiosità di capire chi dei due, Conte o Salvini, avrebbe inaugurato la resa dei conti. Salvini è riuscito a guadagnare tempo con l'espediente di rinviare a settembre un'improbabile "verifica" sull'agenda di Draghi. 

Viceversa i 5S, molto meno strutturati e organizzati della Lega, sono subito andati in cortocircuito. Da tempo Di Maio ha ben poco in comune con l'avvocato pugliese e anche con quel che resta dello spirito originario del "grillismo". Tuttavia egli è il responsabile degli Esteri in una situazione di crisi internazionale, con la guerra che lambisce l'Europa: fa parte a tutti gli effetti dell'establishment e agisce da ministro in stretto raccordo con il presidente del Consiglio e il capo dello Stato.

È credibile che le manovre tattiche di Conte, peraltro impacciate, possano incrinare il governo in un momento come questo? In un certo senso è possibile, tanto che Di Maio è uscito dai suoi silenzi e ha attaccato il rivale, pur senza nominarlo. Ha capito di essere lui la vittima designata: lui e il suo incarico alla Farnesina che rappresenta la garanzia di tenere il M5S, il gruppo più forte nell'attuale Parlamento, ancorato alla politica estera europea e atlantica (testimoniata giusto ieri dalla visita a Kiev di Draghi insieme a Macron e Scholz). 

Non a caso nei 5S si parla adesso di un'ipotesi bizantina, forse troppo per essere credibile: uscire dal governo, ma restare nella maggioranza parlamentare. Sarebbe un'operazione tipica degli anni lontani della Prima Repubblica, proprio quel mondo che i "grillini" dicevano di voler contestare. Va detto che Conte ieri a Bologna, a Repubblica delle Idee, l'ha smentita in modo abbastanza netto. Peraltro, messa in atto oggi, questa manovra danneggerebbe il governo Draghi in forme quasi irreparabili.

Lo indebolirebbe, proprio per il peso rilevante dei 5S alle Camere. E al tempo stesso costringerebbe il premier ad assumere l'interim degli Esteri oppure ad assegnare quel ruolo delicato a un altro partito della coalizione. Ma a chi? Qualunque scelta creerebbe uno squilibrio che di questi tempi è consigliabile evitare. 

Ecco allora che Di Maio difende se stesso, ed è inevitabile che lo faccia anche pensando al rischio di non essere candidato per il terzo mandato. Ma difende altresì un assetto generale in politica estera che Draghi e Mattarella vogliono tutelare. In altre parole, le mosse di Conte tendono a creare una certa instabilità, a cominciare dal tema cruciale della lealtà atlantica in uno scenario di guerra.

Ora, è evidente che l'alleanza con il Pd asse portante del famoso "campo largo" - impone ai Cinque Stelle il dovere di chiarire chi sono e dove vogliono andare. In questo momento tutto lascia pensare che Conte e Di Maio non siano più in grado di convivere. E la spaccatura è proprio sulla politica estera, benché l'ex premier - forse non del tutto a torto - abbia insistito a Bologna nel dire che il problema urgente del ministro è più che altro l'incertezza sul terzo mandato.

In realtà l'ambiguità del partito "contiano" sull'Ucraina e su altro è oggi un tema cruciale che Letta non potrà mettere tra parentesi. A maggior ragione se si arrivasse alla frattura finale con l'ala governativa rappresentata da Di Maio.

Federico Capurso per “la Stampa” il 17 giugno 2022.

Deve aver vissuto un déjà vu, Giuseppe Conte, quando ieri mattina ha visto le immagini di Luigi Di Maio attorniato dai cronisti in piazza del Parlamento. Lo stesso luogo in cui, nel gennaio scorso, dopo la rielezione di Sergio Mattarella a presidente della Repubblica, si era consumato il primo strappo tra i due. Stesso luogo, stessi toni incendiari. 

Ma stavolta nessuno intorno a Di Maio, nemmeno tra i suoi fedelissimi, si spinge a dire: «Luigi non lascerà mai il Movimento». Una frase che negli anni più turbolenti vissuti dall'ex capo politico M5S era diventata un punto fermo di ogni prospettiva politica, una convinzione incrollabile su cui si infrangevano polemiche e schermaglie interne. E che in queste ore, invece, non si vuole ripetere.

Conte è spiazzato, «ma non lo cacciamo via», assicura parlando con La Stampa, perché «in realtà Di Maio si sta cacciando da solo». Aveva notato, in mattinata, la dichiarazione con cui il senatore del Pd Andrea Marcucci benediva la possibilità di un'alleanza con «un Movimento di Di Maio». I suoi collaboratori gli avevano portato l'agenzia e Conte, adesso, unisce i puntini: «È un assist centrista, un bacio telematico. Si parla di movimenti al centro, si vedrà cosa succederà». 

L'ex premier è convinto che Di Maio elettoralmente non abbia peso. Potrebbe entrare nel grande centro, è vero, ma un conto è farlo al fianco di Carlo Calenda, Giancarlo Giorgetti e Mara Carfagna, con cui - sostiene Conte - non avrebbe davanti a sé floridi orizzonti elettorali. Diverso, invece, sarebbe se in questa forza politica entrassero anche governatori di peso come i leghisti Massimiliano Fedriga e Luca Zaia. 

L'ipotesi di una scissione è davvero concreta. Si potrebbe consumare il 21 giugno, quando Mario Draghi sarà in Parlamento e la maggioranza dovrà votare una risoluzione in cui Conte vorrebbe inserire lo stop all'invio di altre armi all'Ucraina. Qualcuno ventila anche l'ipotesi che i Cinque stelle, in quell'occasione, possano provocare una crisi, ma l'ex premier allontana certe suggestioni: «Macché usciamo! È vero, tutti mi chiedono di farlo, ma io non sono uno che gioca partite doppie. E vi sembro poi un antiatlantista e antieuropeista? Non lo sono affatto e non lo sono mai stato».

 I rapporti con palazzo Chigi però sono ridotti all'osso, lo riconosce lo stesso leader M5S: «Il problema vero, con Draghi, è che manca una dialettica politica.

Noi abbiamo un gigantesco problema di politica economica, ma che cosa vuole fare il governo, qualcuno lo ha capito? Io no, perché Draghi non lo spiega».

Per Conte, sopra ogni cosa, «manca un luogo nel quale discutere. Ormai sono saltate anche le cabine di regia, mentre c'è una recessione alle porte. È questa una sana democrazia?». 

Niente di personale, assicura, «io non ce l'ho con Draghi, ma lui deve ascoltarci e trovare luoghi nei quali questa dialettica politica si deve sviluppare, perché altrimenti, così, non possiamo andare avanti».

L'ex premier è concentrato sull'attività di governo e sulle risposte che il Movimento deve dare ai cittadini, perché anche da qui passa il risultato deludente delle Amministrative. Conte a La Stampa non nasconde che «abbiamo avuto una scarsa performance elettorale alle Amministrative, su questo non ci sono dubbi». 

Lo ripete anche per scacciare l'accusa di non volersi assumere la responsabilità della sconfitta, lanciata ieri da Di Maio. Però, aggiunge, «abbiamo studiato un'analisi molto approfondita del voto e quello che viene davvero fuori con forza è il peso dell'astensionismo», dice. Un peso che grava soprattutto sulle spalle dei Cinque stelle: «I nostri elettori sono i più astensionisti, rispetto a tutti gli altri partiti, ma questo è un problema che riguarda tutta la nostra democrazia».

L'astensione in alcune città, come a Palermo, «è arrivata al 60% - fa notare ancora Conte -. Dobbiamo tutti fare una grande riflessione». Nel frattempo, i tentativi di riallacciare i fili tra Conte e Di Maio falliscono, uno dopo l'altro. Interviene anche Beppe Grillo, ma il Garante non ha certo il carattere più adatto a smussare gli angoli e ricomporre le fratture. Ieri mattina ha cercato Di Maio, senza riuscire a parlarci.

Poi nel primo pomeriggio ha chiamato Conte e il senso del messaggio recapitato è questo: «Se non vuoi ricucire con Luigi, ne hai tutto il diritto, ma preparati alle conseguenze. La responsabilità è tua». Un via libera ruvido, in cui resta sommersa una marea di obiezioni, ma il leader M5S di più non poteva chiedere.

Emanuele Buzzi per il “Corriere della Sera” il 17 giugno 2022.

Quello di ieri è solo il gong: è l'inizio di un duello che potrebbe protrarsi a lungo (e che ha radici antiche, che partono dal governo gialloverde). Giuseppe Conte e Luigi Di Maio sono metaforicamente come due pugili pronti a darsele di santa ragione, tutti e due in nome del Movimento. 

Stavolta il ministro degli Esteri ha atteso, non ha agito d'impulso come fu a gennaio per il Quirinale: ha soppesato le parole del presidente. Ha guardato i risultati elettorali, ipotizzato l'andamento dei Cinque Stelle, sentito le giustificazioni del leader (comprese le interferenze dovute alle tensioni interne), ascoltato i parlamentari a lui vicini. E si è mosso.

I vertici sono rimasti «sorpresi» dalla tempistica, visto che le dichiarazioni del ministro sono state rilasciate in un «giorno importante» per la politica estera e sottolineano anche come siano sembrate inappropriate le frasi sulla democrazia interna. 

Secondo l'inner circle che guida il M5S a spingere il titolare della Farnesina sono le votazioni sul tetto dei due mandati (la norma che vincola gli stellati a fare solo due legislature da politici di professione, limite che molti M5S hanno raggiunto) e il fatto che Conte non abbia voluto esprimersi in difesa dei big. I dimaiani fanno spallucce: sorridono all'idea che Di Maio possa essere spaventato dai due mandati. E aprono una questione politica: c'è chi parla di visione del Paese, chi di mancata inclusività, chi di «progettualità assente».

La sensazione che circola nel Movimento è che ci siano due idee radicalmente diverse, inconciliabili, della rifondazione stellata (voluta anche da Di Maio).«Luigi ha detto cose giuste, ma nel modo sbagliato», dicono alcuni insospettabili. Di sicuro il tema dei due mandati infiamma anche chi si è schierato con Conte ed è alla seconda legislatura. Diversi sono i big a rischio. Il presidente è deciso ad andare avanti: vuole un partito compatto con volti nuovi e una nuova identità. Il ministro, invece, teme che gli stellati si stiano infilando in un vicolo cieco, con una identità indefinita e con un blocco monolitico ai vertici miope nei confronti delle altre sensibilità.

Cosa accadrà ora? Le espulsioni non sono una carta sul tavolo. E poi, viste le controversie legali in atto che indirettamente limitano l'azione dei probiviri, al momento la sanzione più probabile potrebbe essere una sospensione per eventuali dissidenti. La scissione è una carta che va tenuta in considerazione, ma non con tempi rapidi. Ciò che è certo è che una scissione spaccherebbe in modo irrimediabile il Movimento. 

Ci saranno altri round. Il primo, che potrebbe far precipitare la situazione, è tra soli quattro giorni. La risoluzione sull'Ucraina del 21 giugno potrebbe essere uno spartiacque. Le frasi sull'antiatlantismo contiano sono solo l'antipasto.

Le due visioni si scontreranno e potrebbero nascere polarizzazioni con percorsi opposti. «L'Italia ha bisogno di un sistema politico che sappia mettersi in discussione per dar vita a una fase costituente e affrontare le riforme di cui il Paese ha bisogno. Il leaderismo ha fallito», dice Vincenzo Presutto. Per il senatore «il Movimento è morto, quello che sta nascendo è qualcosa di anacronistico».

Il round successivo potrebbe arrivare una settimana dopo proprio con la votazione sul limite dei due mandati. Al momento, secondo le indiscrezioni, l'ipotesi più probabile è che agli attivisti venga prospettata una possibilità di inserire eventuali deroghe per meriti. «Una lista di nomi ancora non c'è», assicurano nel partito.

Marco Travaglio per il “Fatto quotidiano” il 17 giugno 2022.  

Dice Di Maio che "il nostro elettorato è disorientato e non ben consapevole di quale sia la visione". E noi, per quel che vale, siamo totalmente d'accordo con lui. Basti pensare che c'è un ministro M5S che, mentre la base respira di sollievo per la vittoria di Conte al Tribunale di Napoli, si affretta a riaprirgli la guerra in casa e a regalare ai media il pretesto per parlare di nuovi casini interni, anziché di salario minimo e stop al riarmo.

Lo stesso ministro che disorienta gli elettori scattando come un misirizzi al solo annuncio del voto degl'iscritti sui 2 mandati dopo averli sempre difesi: "Dopo il secondo mandato lascio la politica. Da noi c'è una regola: dopo due mandati, a casa. Non solo per la corruzione, ma per la perdita di entusiasmo. Perciò ci votano: siamo persone serie" (6.2.2017);

"La regola dei due mandati non si tocca, né quest' anno né il prossimo né mai. È certo come l'alternanza delle stagioni e come il fatto che certi giornalisti continueranno a mentire scrivendo il contrario" (31.12.18); "I due mandati mai messi in discussione, ma si fa politica anche senza cariche" (21.11.19). 

Di Maio aggiunge che "i nostri elettori sono molto disorientati per l'ambiguità sulle alleanze internazionali". Sante parole: deve avercela con l'ex capo politico che nel 2019, da ministro e da vicepremier, abbracciava i Gilet gialli e ora si scappella ai piedi di Macron.

E come non condividere il disorientamento degli elettori per la minaccia contiana di dire basta alla cobelligeranza con invii di armi sempre più pesanti all'Ucraina "mettendo nella risoluzione, che impegna il premier in Consiglio Ue, frasi o contenuti che ci disallineano dalle nostre alleanze storiche", magari con la scusa dell'art. 11 della Costituzione?

Queste magliarate può farle solo quell'ex capo politico disallineato che il 15.4.18 condannò il raid missilistico di Usa, Uk e Francia contro la Siria: "Bene ha fatto Gentiloni a non partecipare all'attacco, bisogna continuare con la diplomazia. Per me il faro rimane l'articolo 11 della Costituzione che ripudia la guerra".

Da applausi poi le parole di Di Maio sull'assenza di un organo democratico del M5S per discutere la sconfitta alle Comunali. Ma, più che a Conte che di organi e comitati ne ha creati fin troppi, la polemica pare rivolta a quell'ex capo politico che, mentre il M5S crollava dal 33 al 17%, ne discuteva nella sede più democratica mai vista: lo specchio. 

È lo stesso che prima attaccava Draghi e ora lo idolatra. Che a gennaio ha sabotato la trattativa del suo leader per il Quirinale con Renzi e Guerini. E che, quando non è in pizzeria con Giorgetti, comizia con la signora Mastella. È una fortuna, per Di Maio, che quel capo politico si sia dimesso: sennò l'avrebbe già espulso da un pezzo.

La vergogna di Travaglio messa a nudo da Crosetto. Francesco Storace Il Tempo il 29 dicembre 2020

Merita davvero applausi Guido Crosetto. Per il suo tweet in cui svergogna Marco Travaglio che istiga Giuseppe Conte a fare incetta di parlamentari “dall’altra parte” pur di mandare al diavolo Matteo Renzi e continuare a stare a Palazzo Chigi a gestire potere.

Etica addio, potrebbe essere il titolo ideale di un articolo come quello che ha messo su Il Fatto Quotidiano. Crosetto non si è fatto sfuggire l’occasione di dire pane al pane e vino al vino e le ha cantate come si deve: “Travaglio auspica che Conte trovi 10 parlamentari dell’opposizione, in vendita. Chiaramente non pensa a gente come Razzi o Scilipoti che lui ha insultato per mesi. No, giammai! Quelli non aiutavano un suo protetto. Lui è tutto ciò che ha sempre criticato, solo più in grande”.

Ha fatto bene, Crosetto, perché dovrebbe esserci un limite a tutto. Il giornale campione della lotta alla vecchia politica si è trasformato peggio dei Cinque stelle – pari sono – e ora vorrebbe dare una ripassatina di campagna acquisti alla politica per salvare Conte. Ma non vi facevano schifo questi metodi, Travaglio? E poi, perché un quotidiano deve scrivere certe cose? La “politica” fagliela fare al clan di Palazzo Chigi, non ti mischiare ancora con loro.

M5S, Grillo si getta nella mischia. Tra Conte e Di Maio sacrifica il ministro: "La regola del secondo mandato non va toccata". Il Tempo il 17 giugno 2022

Alla fine anche Beppe Grillo si getta nella mischia della contesa tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. E pare scegliere il primo. Il garante del M5S interviene sul suo blog e parla della necessità di non rinunciare alla regola del secondo mandato. E Di Maio è proprio al secondo mandato, quindi stando alle regole del Movimento non potrebbe ricandidarsi alle prossime elezioni politiche.  "Negli Stati Uniti, per esempio - scrive Grillo - ci sono diverse regole che favoriscono il ricambio dei gestori nelle società quotate, da quelle sulle offerte pubbliche d’acquisto, a quelle sulla raccolta di deleghe, a quelle sul cosiddetto attivismo societario, e così via. Regole che favoriscono il ricambio dei gestori esistono, in teoria, anche nei sistemi politici democratici. Tuttavia in questi casi l’interesse dei cittadini è troppo parcellizzato rispetto allo sforzo necessario per sostituire i governanti, sicché accade che gli unici a farlo siano i cittadini il cui unico obiettivo è di sostituire sè stessi ai governanti di cui si chiede il ricambio, e non di tutelare meglio l’interesse dei cittadini".

Poi, dopo questa premessa, Grillo continua: "Per questa ragione appare sempre più opportuno estendere l’applicazione delle regole che pongono un limite alla durata dei mandati. Il dilemma può essere superato in altri modi, senza per questo privarsi di una regola la cui funzione è di prevenire il rischio di sclerosi del sistema di potere, se non di una sua deriva autoritaria, che è ben maggiore del sacrificio di qualche (vero o sedicente) Grande Uomo". Fonti parlamentari "contiane" vicine al garante M5S sottolineano come quest’ultimo passaggio di Grillo sia un riferimento al "sacrificio" di Di Maio per il doppio mandato. 

Dagospia 16.06.2022.

Matteo Macor e Matteo Pucciarelli per “la Repubblica” il 16.06.2022.

La domanda a questo punto sorge spontanea: se non ci crede più neanche il creatore, fondatore e garante, perché dovrebbero farlo gli elettori? Sì, perché Beppe Grillo domenica scorsa non è andato a votare il Movimento 5 Stelle alle elezioni comunali. Nel seggio 617 di Genova, quello dove si recano i residenti della bella collina a ridosso del mare di Sant' Ilario, tra gli otto voti ai 5 Stelle (ovvero il 2,5 per cento delle preferenze in quella sezione) non c'era il suo. Il comico da giorni è fuori città e a confermarlo, più o meno direttamente, sono gli stessi portavoce locali del M5S.

Cinque anni fa Grillo si presentò fuori dall'istituto di agraria non molto distante dalla sua villa in scooter, assieme alla moglie Parvin Tadjk; plateale come sempre, entrò nella cabina elettorale col casco in testa. «Invito tutti ad andare a votare: è importante!», scrisse quel giorno sui social. Nel 2017 il comico fece un comizio davanti a Palazzo Ducale, ma soprattutto intervenì direttamente sulla competizione genovese quando d'imperio decise di annullare il voto online delle comunarie perché aveva vinto una candidata sindaca non di suo gradimento, Marika Cassimatis.

Un protagonismo anche eccessivo, con quel colpo di spugna che in un tratto solo cancellò tutte le ripromesse sulla democrazia diretta della rete. Ma comunque, nel frattempo è cambiato qualcosa, anzi parecchio. Come detto ne sono accorti gli stessi attivisti locali del Movimento: Grillo in campagna elettorale non s' è mai fatto vedere, neanche quando Giuseppe Conte e il presidente della Camera Roberto Fico, nella sua prima e vera uscita pubblica non istituzionale di questi mesi, sono venuti a Genova per tirare la volata alla lista.

Oggi il candidato scelto nel 2017 al posto della candidata sindaca nominata dalla base sul blog e destituita da Grillo, cioè Luca Pirondini, è rimasto l'unico reduce in Consiglio comunale, l'ultimo nella città del (fu) "elevato": «Beppe non ha votato? Il problema è un altro - taglia corto sul tema, senza smentire la notizia sul voto mancato del garante - Mai come ora ci serve con urgenza questa benedetta riorganizzazione sul territorio del Movimento, sennò saremo condannati a dire per sempre che le amministrative non sono il nostro terreno elettorale più adatto, e commentare sconfitte».

In alleanza con il Pd, nella tornata appena conclusa i 5 Stelle sostenevano la corsa di Ariel Dello Strologo, il candidato sindaco scelto in accordo con i dem per allargare e testare il fronte anche in vista delle Politiche del prossimo anno. È andata parecchio male: il sindaco uscente del centrodestra Marco Bucci ha vinto al primo turno, e il M5S ha racimolato il 4,4 per cento, sorpassato anche da Europa verde- Linea condivisa di Ferruccio Sansa (5,2 per cento).

Certamente almeno al momento del voto l'"uno vale uno" per davvero e quindi la preferenza di Grillo avrebbe cambiato di niente l'esito finale, ma in fondo Genova non è più la città culla del Movimento ormai da tempo. A raccontarlo, in questi anni, è stata anche la diaspora continua dei parlamentari di casa, passati - tra espulsioni e fuoriuscite, le ultime dopo la nascita del governo Draghi - da otto a tre. Come dimenticare l'addio di una delle preferite di Grillo, la ormai ex plenipotenziaria Alice Salvatore che fu candidata alla presidenza della Liguria nel 2015? Oppure quello di Paolo Putti, exploit alle Comunali del 2012, poi transitato nella sinistra radicale?

Così oggi la valenza della diserzione del fondatore, proprio in una tornata che certifica l'affossamento elettorale delle cinque stelle nelle varie salse, è tutta politico-simbolica. Nonostante l'accordo da 300 mila euro l'anno con il suo (?) M5S per veicolare attraverso beppegrillo. it materiali politici e di propaganda proprio del M5S, il fondatore pare freddo rispetto al cosiddetto nuovo corso. "Corea del Sud: sempre più aziende sostituiscono i lavoratori con i robot", è l'ultimo articolo pubblicato sul blog. Prima ancora, altri post su pannelli solari, fertilizzanti e «il controllo di dispositivi tramite segnali elettrici del cervello».

C’era una volta. Le baruffe chiozzotte tra Di Maio e Conte per quel che resta del Movimento (cioè nulla). Mario Lavia su L'Inkiesta il 17 Giugno 2022.

Dopo la batosta alle amministrative, il ministro degli Esteri si è svegliato e ha deciso di riprendersi la leadership dei grillini. L’avvocato teme una scissione e non può permettersi in questo momento di far cadere il governo.

Primo effetto delle amministrative: si apre ufficialmente la guerra civile nel Movimento 5 stelle, il partito-fantasma che si aggira nei meandri della politica come un vecchio Re abbandonato da tutti. Non sarà un caso che proprio nel giorno in cui il detestato successore a Palazzo Chigi, Mario Draghi, si conferma con il viaggio a Kiev più che mai un punto di riferimento fortissimo a livello mondiale, sulla testa di Giuseppe Conte, ormai non più punto di riferimento di nessuno, piombi la botta di Luigi Di Maio. 

Ha bruciato i tempi, il ministro degli Esteri, di cui si attendeva lo sgancio della bomba dopo i ballottaggi. Ma ha scelto di parlare subito, ora che la cenere è ancora calda nel braciere della disfatta di domenica scorsa, tagliando la strada all’avvocato così che egli non possa avere tempo di riprendere fiato (d’altronde la sentenza di Napoli che lo ha confermato presidente del Movimento non ha avuto alcun peso).

Il momento è adesso, almeno per un primo uppercut per farlo vacillare, il tempo per mandarlo al tappeto verrà. Giunge dunque a maturazione, nel senso che ormai è squadernato, il conflitto tra Di Maio e Conte, uno scontro che non nasce certo oggi ma che già era evidentissimo nei giorni del Quirinale quando il legale della provincia di Foggia ne aveva combinate più di Carlo in Francia, in tandem con Salvini, prima di essere sbattuto fuori dalle trattative grazie al consenso crescente per la conferma di Sergio Mattarella. 

«Bisognerà discutere…», aveva detto allora Di Maio, ma poi non se n’era fatto niente almeno pubblicamente pur essendo sempre stato chiaro a tutti che il punzecchiamento pacifista di Conte mirava a creare problemi alla linea pro-Ucraina del governo italiano. Ed è questo il punto politico sul quale avviene la rottura.

Di Maio non ne può più di un Conte antigovernativo. Meglio regolare subito i conti con il Mélenchon de’ noantri. E infatti è da mesi che il ministro degli Esteri attendeva passare sul fiume il cadavere di Giuseppi anche se forse nemmeno lui si attendeva una disfatta così clamorosa: «Non abbiamo mai brillato alle amministrative ma non siamo mai andati così male». 

L’altro punto dolente è questo: che nel Movimento c’è «troppa autoreferenzialità», cioè non c’è neppure «un posto in cui dire queste cose», il che è vero ma suona singolare che Di Maio si ricordi solo adesso di questa a-democraticità che è un aspetto intrinseco alla natura antipolitica e populista del M5s di cui lui stesso è stato per anni il numero uno. Forse a furia di frequentare le cancellerie di Paesi democratici effettivamente ha maturato un’idea diversa da quella che condivideva con Beppe Grillo e Alessandro Di Battista fatta di politica-spettacolo, insulti a mezzo mondo («Il partito di Bibbiano» è opera sua) e una pratica della democrazia interna a colpi di clic e di formazione di cordate di potere.

A ogni modo meglio tardi che mai, ma Conte su questo ha avuto gioco facile: «Che faccia lezioni democrazia interna fa sorridere». E lo ha invitato a una «audizione» in consiglio nazionale. È sdegnato, l’avvocato. Colpito duro.

Il succo dello scontro che suggerisce alcune interpretazioni.

La prima l’abbiamo accennata: si va verso una crisi irreversibile della leadership di Giuseppe Conte. Vedremo come reagirà l’avvocato, che teme una scissione dimaiana che non è impossibile, ma obiettivamente egli non ha molte frecce al suo arco: fare un suo Papeete non sembrerebbe facilmente spiegabile agli italiani in un momento in cui preme la crisi economica ma al tempo stesso l’Italia è guidata da un leader di caratura mondiale. 

È possibile che nei prossimi mesi Conte darà sempre maggiori segni di nervosismo ma dovrà combattere non solo contro Di Maio (e Beppe Grillo che nemmeno è andato a votare di fatto separandosi dall’avvocato nel momento del bisogno, quello del voto) ma contro un sentiment dell’opinione pubblica di quelli che non perdonano, cioè l’aleggiare dell’odore acre del fallito, il «cadavere che putre», come scriveva Dostojevskji.

La gente non perdona. Da un momento all’altro i contiani possono squagliarsi come dopo il 25 luglio. 

Una seconda considerazione è questa, persino ovvia: i leader antidraghiani per eccellenza, Conte e Salvini, sono ormai messi in discussione nei rispettivi partiti, ma anche nel Partito democratico c’è da notare che un forte sostenitore di Draghi come Enrico Letta si è rafforzato – e di converso i più insofferenti, quelli della sinistra, sono costretti a tacere e acconsentire – e persino nel minuscolo Articolo Uno i filo-contiani vicini a Pier Luigi Bersani hanno molto meno forza del più fedele al governo, cioè Roberto Speranza. 

È una fase molto complicata, insomma, ma nella quale il draghismo sembra prevalere un po’ in tutti i partiti (lasciamo ovviamente stare Fratelli d’Italia che vive in un mondo suo). È un’ipotesi, una lettura. 

Quello che è sicuro è che l’azzeccagarbugli di Volturara Appula, cioè il meno draghiano di tutti, è all’ultima spiaggia e forse si trascinerà appresso chi lo cantò come leader dei progressisti italiani, i quali fischiettano ma prima o poi qualcosa dovranno pur dirla, ora che insieme all’ex punto di riferimento dei progressisti anche l’alleanza strategica con lui è tramontata.

È "guerra civile" tra i Cinque stelle sugli armamenti da inviare a Kiev. Pasquale Napolitano il 19 Giugno 2022 su Il Giornale.

Spunta una bozza della risoluzione "pacifista" che i 5s intendono portare al Senato martedì. Di Maio si infuria: "Così ci allontaniamo da Nato e Ue, odio contro di me". L'irritazione del Pd.

I contiani preparano l'offensiva finale contro Di Maio e Draghi. La trappola per far cascare il governo e liberarsi del ministro degli Esteri è nascosta nella risoluzione che i senatori grillini stanno scrivendo in vista del 21 giugno, quando il presidente del Consiglio Mario Draghi interverrà a Palazzo Madama e alla Camera, prima del vertice europeo sull'Ucraina del 23 e 24 giugno.

Da ieri circola una bozza del documento grillino, che basta per far esplodere la «guerra civile» in maggioranza e nel Movimento. Una mossa della coppia Casalino-Conte per mettere spalle al muro Di Maio e costringerlo allo strappo? Per la prima volta i Cinque stelle, partito di maggioranza relativa, mettono nero su bianco il no a un nuovo invio (il quarto) a Kiev: «Si impegna il governo a non procedere, stante l'attuale quadro bellico in atto, a ulteriori invii di armamenti che metterebbero a serio rischio una de-escalation del conflitto pregiudicandone una soluzione diplomatica».

Nella bozza della risoluzione, che sarà messa ai voti in Senato, i senatori 5s chiedono di insistere sull'azione diplomatica dopo tre invii di armi. La bozza scatena un terremoto politico. Il ministro degli Esteri Di Maio avverte: «Ho letto che c'è una parte dei senatori M5s che avrebbero proposto una bozza di testo della risoluzione che di fatto ci disallinea dall'alleanza Nato e dall'Ue. La Nato è un'alleanza difensiva e se ci disallineiamo dalla Nato mettiamo a repentaglio la sicurezza dell'Italia, non ce lo possiamo permettere». Per Di Maio «il presidente del Consiglio che deve andare a un tavolo europeo così importante deve avere il Paese dalla sua parte, deve avere la coalizione di maggioranza compatta dalla sua parte e aggiungerei anche l'opposizione».

L'ex capo dei Cinque stelle è certo: «Non possiamo fare cose che possono essere utilizzate dalla propaganda russa per dire che l'Italia sta più con la Russia che con la Nato. Ci sono molti parlamentari che non sono d'accordo con questa linea e io credo da ministro degli Esteri di dover difendere la collocazione geopolitica del nostro Paese».

E infatti l'ambasciatore russo a Roma Sergey Razov si infila nella polemica: «Non tutti in Italia d'accordo su invio armi a Kiev» gongola il diplomatico.

Al ministro degli Esteri, replica la contiana Alessandra Todde, viceministro allo Sviluppo economico: «Se stiamo per cacciare Di Maio? Parlando in una certa modalità credo si stia ponendo fuori dal movimento. Abbiamo organi interni in cui dibattere, il consiglio nazionale». I dimaiani affilano le armi. Laura Castelli, viceministro all'Economia, avvisa i colleghi di partito: «Non voto la risoluzione». Il capogruppo al Senato, Mariolina Castellone (vicina a Di Maio) prova a gettare acqua sul fuoco: «Stiamo lavorando a una risoluzione di maggioranza, sono in corso riunioni tra capigruppo, presidenti delle commissioni Politiche Ue di Camera e Senato con il sottosegretario Amendola sulla risoluzione di maggioranza. Il punto Ucraina sarà inserito lunedì. Ma non è quella la risoluzione a cui stiamo lavorando».

L'uscita dei senatori grillini, però, irrita anche il Pd. «Tutte le forze di maggioranza stanno lavorando per una risoluzione, in vista delle comunicazioni del Presidente Draghi, che abbia come principale obiettivo la costruzione di un percorso condiviso per il raggiungimento, attraverso lo sviluppo dell'azione diplomatica, del cessate il fuoco e del rilancio dei negoziati. Per questo qualsiasi fuga in avanti o iniziative parziali rischiano di complicare il lavoro» recita una nota fatta circolare da fonti Pd. La guerra civile durerà altre 48 ore. Poi si andrà in Aula.

Il post di Beppe Grillo. Un killer di nome “Terzo Mandato”: chi sono i big del Movimento 5 Stelle che sarebbero trombati dalla regola. Antonio Lamorte su Il Riformista il 17 Giugno 2022. 

“No al terzo mandato”, lo ha ribadito il garante del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo in un post messianico e articolato quanto chiaro mentre infuria la faida interna tra il leader politico Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Il regolamento del M5S prevede ancora oggi che un parlamentare non possa essere eletto per più di due volte, un principio fondante del Movimento che Grillo argomenta come misura di prevenzione al “rischio di sclerosi del sistema di potere” o a una “deriva autoritaria”.

È nel pieno dello scontro Conte-Di Maio, scaturito dalla debacle storica alle amministrative, che esplode il caso in casa 5 Stelle. “Quando era leader Di Maio quello statuto prevedeva un solo organo, il capo politico. Che ora faccia lezioni di democrazia interna a questa comunità fa sorridere. Di Maio vuole fondare un nuovo partito? Ce lo dirà lui in queste ore. Siamo alla vigilia di un appuntamento importante con la valutazione sul doppio mandato. Quindi è un momento di fibrillazione preventivabile per le sorti di moltissime persone del movimento”, ha detto l’ex presidente del Consiglio piccato dalle parole del ministro degli Esteri. “Alle elezioni amministrative non siamo andati mai così male. Credo che M5S debba fare un grande sforzo nella direzione della democrazia interna: nel nuovo corso servirebbe più inclusività, anche a soggetti esterni. Lo dico a voi perché non esiste un altro posto dove poterlo dire”, erano state le parole di Di Maio

Non un bell’ambientino insomma. La regola del secondo mandato potrebbe essere il viatico a una fase tanto nuova quanto incerta del nuovo Movimento. Al momento sui 227 parlamentari pentastellati stanno completando il secondo mandato in 66. E tra questi ci sono anche diversi big del Movimento tra Montecitorio e Palazzo Madama. L’“avvocato del popolo” ed ex premier aveva provato a gestire la situazione pronosticando un voto online degli iscritti. Poi è arrivato il post inequivocabile dell’“Elevato” sul Blog.

“Alcuni obiettano – soprattutto fra i gestori che si arroccano nel potere – che un limite alla durata dei mandati non costituisca sempre l’opzione migliore, in quanto imporrebbe di cambiare i gestori anche quando sono in gamba: ‘cavallo che vince non si cambia’ sembrano invocare ebbri di retorica da ottimati. Ciò è ovviamente possibile, ma il dilemma può essere superato in altri modi, senza per questo privarsi di una regola la cui funzione è di prevenire il rischio di sclerosi del sistema di potere, se non di una sua deriva autoritaria, che è ben maggiore del sacrificio di qualche (vero o sedicente) Grande Uomo”.

A essere tagliati fuori dalle candidature sarebbero tra gli altri lo stesso Di Maio, il presidente della Camera Roberto Fico e la vicepresidente del Senato Paola Taverna. Sarebbe già così una strage di volti e nomi di primo livello del Movimento. Fuori anche i ministri Fabiana Dadone e Federico D’Incà, la viceministra dell’Economia Laura Castelli e altri protagonisti degli anni pentastellati Danilo Toninelli, il capogruppo alla Camera Davide Crippa, il sottosegretario Manlio Di Stefano, il probiviro Riccardo Fraccaro, l’ex capo reggente Vito Crimini, l’ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.

Altri esclusi eccellenti sarebbero il deputato Sergio Battelli e il tesoriere Claudio Cominardi. La regola non riguarda chi dei due mandati ne ha fatto uno a livello locale. “Noi non stiamo guardando al 2050 ma è una forza politica che sta guardando indietro. Che senso ha cambiare la regola del secondo mandato? Io invito a votare gli iscritti secondo i principi fondamentali del Movimento perché questa è una forza che si sta radicalizzando all’indietro”, ha dichiarato Di Maio prima dell’affondo: “Mi sono permesso semplicemente di porre dei temi per aprire un dibattito su questioni come la Nato, la guerra in Ucraina, la transizione ecologica e ho ricevuto insulti personali come quello che ho visto sui giornali stamattina. Temo che M5s rischi di diventare la forza politica dell’odio, una forza politica che nello statuto ha il rispetto della persona”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Emanuele Buzzi per corriere.it il 29 giugno 2022.

Paola Taverna contro Beppe Grillo. la vicepresidente vicaria dei Cinque Stelle attacca duramente il garante: «Perché stai delegittimando il nostro capo politico? Il Movimento non è di tua proprietà, il Movimento lo abbiamo costruito tutti insieme mettendoci tempo, fatica, denaro». «Succedono cose inverosimili», scrive su Facebook Taverna. «Succedono cose inimmaginabili e spesso senza un perché». «Perché sta succedendo questo Beppe?», domanda Taverna che posta l’immagine dell’intervista di De Masi al fatto, intitolata « Draghi chiede a Grillo di far fuori Conte».

Dopo pochi minuti, mentre l’intervento inizia a giare tra gli stellati, il post viene rimosso. «Ho allontanato chi ha pubblicato per errore sulla mia pagina una sua personale opinione che non rispecchia assolutamente il mio pensiero». «Ho chiamato Conte, ora sentirò Beppe, ma sono disperata - si sfoga in lacrime con l’Adnkronos - mai avrei fatto o pensato nulla di simile, perché, mi chiedo, perché è successe questa cosa?». Sono giornate molto convulse con il garante ancora a Roma per decidere su eventuali deroghe al tetto dei due mandati.

Emanuele Buzzi per il “Corriere della Sera” il 30 luglio 2022.

Un po' istrione, un po' guastatore. Beppe Grillo nelle sue giornate romane si è ripreso la scena e lo ha fatto a modo suo. Ha detto tutto e il contrario di tutto disorientando eletti e vertici Cinque Stelle. «Il Movimento non esce dall'esecutivo». «Valutiamo l'appoggio esterno». 

«Il limite dei due mandati è un totem? Sì, certo». Eppure: «Si potrebbe pensare a qualche eccezione, ma vediamo ora i dettagli con Giuseppe». L'ex premier è anche il bersaglio di battute pubbliche: «Avevo un progetto» sulle tecnologie digitali, «l'ho dato anche a Conte, ma darlo a Conte è come buttarlo dalla finestra».

E di sfoghi privati, come quello raccontato da Domenico De Masi. «Secondo Grillo, Draghi gli ha chiesto di rimuoverlo dal M5S, perché inadeguato», racconta il sociologo al Fatto parlando di Conte. 

Proprio questo episodio però diventa il caso incendiario del giorno. E Grillo ancora una volta spiazza i cronisti: «Storielle». Ma in realtà il caso lascia il segno. «Ogni volta vengo strumentalizzato e raccontano ca...ate su di me e su Draghi...». Le parole raccolte dall'Adnkronos e il fatto che il leader abbia scelto di far saltare la riunione con i ministri M5S hanno l'effetto di riaccendere il dibattito interno. E innescare congetture.

«Beppe è una furia. Per tutto», dicono gli stellati. «Ora farà sentire il suo dissenso ogni volta che potrà: è stato un errore cercare di metterlo all'angolo». «Ma no, è solo stanco», controbattono esponenti contiani commentando gli impegni disdetti all'ultimo dallo showman. E anche fonti vicine al garante ribadiscono: «Ha avuto giornate pesanti». 

Sta di fatto che il garante riesce nel giro di 72 ore a destabilizzare qualsiasi certezza e a trascinare anche Conte in uno show dove solo lui è mattatore. «Ci sta triturando e noi siamo qui ad applaudirlo come pagliacci», masticano amaro alcuni Cinque Stelle al secondo mandato. 

«Conte e Grillo sono inconciliabili: che ne prendano atto», dicono ai piani alti del Movimento. Insomma, l'uragano Grillo, anche se velato di amarezza riesce comunque a scombinare i piani.

E così l'unica certezza è che salta la candidatura alle primarie in Sicilia di Giancarlo Cancelleri: uno stellato che Grillo lanciava dieci anni fa sul palcoscenico della politica attraversando a nuoto lo Stretto, uno stellato che nel 2021 si è schierato al fianco di Conte proprio contro il garante. 

Lo stop a Cancelleri - che ieri ha annunciato il suo passo indietro alla candidatura dopo che Skyvote ha reso noto che era impossibile procedere a una votazione entro i tempi richiesti - potrebbe dare il la a nuovi addii nei prossimi giorni. Ma l'Elevato, come si fa chiamare, è irremovibile.

Grillo non accetta di metterci la faccia sulle deroghe. La partita per ora è sospesa, ma molto probabilmente sarà il presidente M5S a doverci mettere la faccia, salvando i big storici «in nome delle competenze». 

Conte ieri in serata ha poi fatto il punto al Quirinale con il capo dello Stato sull'affaire De Masi. Il colloquio con Sergio Mattarella è durato un'ora. Scossoni in vista per il governo al momento non ce ne sono, ma tra gli stellati c'è chi sottolinea come «luglio sia un mese complicato» e come «le situazioni possano evolversi in fretta, anche nel giro di poche settimane».

E suona come un campanello d'allarme il fatto che sia stato bocciato ieri l'emendamento del Movimento al dl Aiuti che puntava a bloccare la realizzazione dell'annunciato termovalorizzatore a Roma. 

La proposta è stata respinta dalle commissioni Bilancio e Finanze della Camera, con 22 voti favorevoli e 14 contrari. Se sul decreto ci sarà la fiducia, potrebbe aprirsi uno squarcio nell'esecutivo. Sempre che Grillo istrione-guastatore lo permetta. Non a caso la questione del termovalorizzatore è stata una delle prime affrontate dal garante nel corso della sua trasferta romana. «Non esco dal governo per un c... di inceneritore», ha detto Grillo. Un avvertimento, forse, o il preludio del prossimo show. 

Niccolò Carratelli per “la Stampa” il 30 luglio 2022.

Mario Draghi che chiama Beppe Grillo e gli chiede di fare fuori Giuseppe Conte. Un velenoso retroscena, smentito da Palazzo Chigi, rende ancora più scomoda la posizione del Movimento 5 stelle nella maggioranza di governo. Un caso che scoppia proprio mentre il fondatore si aggira per i palazzi romani, provando a mettere ordine dopo l'addio di Di Maio e lo scontro sulla regola dei due mandati. Il presunto intervento del premier per sollecitare la rimozione di Conte viene rivelato da un articolo de La Stampa a firma di Federico Capurso e ribadito da un'intervista radiofonica al sociologo Domenico De Masi a Un giorno da pecora. 

Uscendo dal Senato, dopo l'ennesima riunione, il comico cade dalle nuvole: «Ma cos' è questa storia, ma cosa state dicendo...», replica ai giornalisti che gli chiedono spiegazioni.

Con i suoi collaboratori, invece, si sarebbe sfogato, perché «ogni volta vengo strumentalizzato e raccontano cazz... su di me e su Draghi». Ma ormai il sospetto è instillato e per Conte, che fin dall'inizio ha avuto con il suo successore un rapporto complicato, è un sospetto più che fondato. Tanto che, subito dopo aver letto le dichiarazioni di De Masi, il presidente Cinque stelle si dice «sconcertato», perché è «grave che un premier tecnico, che ha avuto da noi investitura, si intrometta nella vita di forze politiche che peraltro lo sostengono».

E poi precisa che «Grillo mi aveva riferito di queste telefonate, vorrei chiarire che siamo una comunità, lavoriamo insieme». Comunque il governo non rischia contraccolpi, assicura Conte, che in serata va al Quirinale, per un colloquio di un'ora con il presidente Mattarella: «Il nostro atteggiamento non cambia neppure di fronte a episodi così gravi - dice - Perché il nostro obiettivo non è sostenere Draghi, ma tutelare gli interessi degli italiani». 

Parole rimbalzate in tempo reale a Madrid, dove il presidente del Consiglio è impegnato nel vertice Nato. E cerca di spegnere sul nascere le polemiche: «Ci siamo parlati con Conte, abbiamo cominciato a chiarirci, ci risentiamo domani (oggi, ndr) per vederci al più presto. Il governo non rischia», taglia corto. «Non mi pare ci sia stata una smentita», fa notare il ministro delle Politiche agricole, Stefano Patuanelli, capo delegazione M5s al governo.

Poi in serata, da Palazzo Chigi arriva la precisazione: «Il presidente del Consiglio non ha mai detto o chiesto a Beppe Grillo di rimuovere Giuseppe Conte dal M5s». Ma l'episodio è destinato ad avere strascichi pesanti e fa passare in secondo piano il caso interno scoppiato in mattinata, per un post su Facebook di Paola Taverna, poi cancellato e rinnegato dalla vicepresidente del Senato. «Beppe, perché stai delegittimando il nostro capo politico? Il Movimento non è di tua proprietà, il Movimento lo abbiamo costruito tutti insieme - si leggeva nel testo - Questa volta ci devi dare delle spiegazioni valide. Noi siamo con Giuseppe Conte».

Poi Taverna si è disperata, dando la colpa a «uno dei miei assistenti, che ha pubblicato per errore». E precisando che «il post ovviamente non rispecchia in alcun modo le mie opinioni: sto dando la vita per il M5S, mai lo danneggerei con un affondo simile». Peraltro, un affondo anch' esso verosimile, visto che molte fonti Cinque stelle hanno raccontato di una Taverna inferocita con Grillo per il suo balletto sulle deroghe al tetto dei due mandati, su cui aveva aperto, salvo poi fare marcia indietro, gelando le speranze della senatrice di restare in Parlamento. Un muro che ha fermato anche le ambizioni di Giancarlo Cancelleri, che con due mandati da consigliere regionale alle spalle avrebbe voluto partecipare alle primarie del campo progressista per le elezioni d'autunno in Sicilia. «Per il bene del Movimento sono pronto a fare un passo indietro», fa sapere, anticipando la decisione di rinunciare.

Federico Capurso per “la Stampa” il 30 luglio 2022.

Giuseppe Conte, intorno alle 7 di sera, prende la strada che porta al Quirinale. Ha chiesto un incontro con il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per riportare al Capo dello Stato «la gravità» delle parole di Mario Draghi, che in alcune telefonate con Beppe Grillo avrebbe chiesto al fondatore dei Cinque stelle - come rivelato ieri anche da La Stampa - di scaricare l'ex premier e di appoggiare invece il progetto di Luigi Di Maio. Il leader del Movimento aveva sentito Mattarella già i giorni scorsi, dopo la scissione, e avevano concordato un confronto, senza però fissare una data.

Poi ieri, dopo le notizie apparse sui giornali, la necessità di un faccia a faccia si è fatta impellente. Durante il colloquio di un'ora e mezza con il Capo dello Stato, Conte ha comunque assicurato che non ci saranno reazioni di pancia: «Continueremo a sostenere il governo». 

L'intromissione del premier nella vita interna del Movimento, per il leader grillino, non è qualcosa che può passare in silenzio. Mentre è al Quirinale, da Palazzo Chigi e da Grillo partono due smentite, quasi in simultanea, «mai chiesto di abbandonare Conte», ma sono passate ormai dodici ore dalla deflagrazione del caso Grillo-Draghi. Troppo tardi per spegnere l'incendio.

La strada dei Cinque stelle per uscire dal governo nei prossimi mesi, tra fine luglio e inizio settembre, garantendo solo un appoggio esterno, adesso è in discesa. Le spinte interne al partito sono fortissime. Conte resiste, ma «come possiamo fidarci ancora del premier?», è la domanda che rimbomba da ieri nel suo studio. Anche con Grillo, però, si è aperto un problema di fiducia. Non c'è nulla al mondo, infatti, che faccia infuriare il Garante del Movimento come una fuga di notizie. 

Martedì aveva rivelato a Conte il contenuto delle telefonate con Draghi. Lo aveva confidato a lui, a due big del Movimento e al sociologo Domenico De Masi, ma non ne aveva messo a conoscenza anche i parlamentari. «La notizia è trapelata, succede», alzano le braccia dal Movimento. «È stata usata contro di me», sbotta invece Grillo che ieri mattina, dopo aver aperto i giornali, ha chiamato l'ex premier furibondo: «Sono stato strumentalizzato».

Il sospetto del Garante è che la storia delle sue telefonate con Draghi sia stata veicolata proprio dai vertici del Movimento per delegittimarlo agli occhi delle truppe parlamentari. 

Chi è vicino al fondatore ne è quasi certo: «Si è voluta dare l'impressione che Beppe stesse facendo il doppio gioco, dicendosi vicino a Conte e trattando dietro le quinte con Draghi. L'ha presa molto male». Molto male è un eufemismo. Ma perché ai piani alti del partito vorrebbero screditare Grillo? I motivi vengono elencati con facilità da chi ha sentito il Garante: perché non vuole modificare la regola dei due mandati (che Conte ha invece promesso ai suoi fedelissimi); perché preme per restare al governo mentre la maggioranza dei parlamentari chiede di uscire e, soprattutto, dopo il suo arrivo a Roma ha di fatto commissariato il leader, riprendendo in mano le redini del partito e togliendo di colpo a tutti i pretoriani contiani il loro piccolo pezzo di potere interno.

Conte è costretto a convocare un punto stampa sotto la sede del partito: «Grillo mi aveva parlato delle telefonate di Draghi», assicura ai cronisti. Un tentativo in corner di scacciare l'immagine del fondatore intento a tenere i piedi in due staffe, ma non è abbastanza. Una volta terminato il giro di incontri programmato in mattinata con i senatori, Grillo fa saltare la riunione con i membri M5s del governo e l'appuntamento fissato con Conte per prendere una decisione su eventuali modifiche alla regola dei due mandati: «Parto, me ne vado. Cavatevela da soli». E il limite del doppio mandato «è un nostro totem».

Di un voto online per modificarlo, dunque, non se ne parla. Panico nella sede del partito. «Decide il presidente, non il Garante», protestano i fedelissimi di Conte. Si cerca disperatamente di far trapelare la notizia che l'incontro con Grillo sarebbe saltato perché era «stanco», qualcuno parla di «un malore dovuto al caldo». Lui, il malato, esce dal taxi in splendida forma, sale in hotel e un'ora dopo, valigia in mano, riprende la strada verso casa. Senza guardarsi indietro.

Tommaso Labate per corriere.it l'1 luglio 2022.

Racconta nelle ultime ore un ministro dei suoi vecchi governi, che gli è rimasto affezionato e con cui si sente spesso, che «il problema di Conte non è Draghi ma Grillo». Racconta che «Draghi è finito in mezzo» a una faida politica tra omonimi, Giuseppe contro Beppe e viceversa; che «se Grillo avesse dato il via libera al terzo mandato dei parlamentari, le nuove tensioni tra il M5S e il governo sarebbero riesplose semmai dopo l’estate»; insomma, che «tenere sulla corda il presidente del Consiglio e l’esecutivo, a cui Grillo tiene tantissimo, è l’ultima strada per provare ad avere finalmente mani libere da capo politico».

Che abbia tutte le ragioni del mondo, come sostengono gli amici, oppure che non ne abbia neanche mezza, come ripete la pletora di nemici, il Giuseppe Conte delle ultime settimane abbandona la strada di quel «governismo dolce» quasi oltre i limiti del buonismo, che ne aveva accresciuto gli indici di popolarità prima, durante e anche dopo l’esperienza di Palazzo Chigi; e veste i panni del barricadero socio di una maggioranza di governo che passa il tempo a tenere l’esecutivo sul filo del rasoio, minacciando dietro le quinte l’appoggio esterno salvo poi smentirlo (ieri), ventilando voti contrari che all’ultimo minuto diventano a favore (nell’ultima risoluzione sull’Ucraina), appiccando politicamente incendi che forse si spengono e forse no, di certo lasciano cenere e macerie.

Del cinquantenne bonario autoproclamatosi «avvocato del popolo italiano», di quel «Giuseppi» che evocava tenerezza anche se evocato da una personalità come Donald Trump, del compagnone che davanti a una birra raccontava l’Italia a un’Angela Merkel che lo ascoltava assorta, del presidente del Consiglio che annunciava i lockdown accarezzando con le parole i titolari dei «negozi di prossimità» e promettendo loro «i ristori che arriveranno», di tutto questo resta adesso poco o nulla. 

Avvicinatosi più per vocazione umana che per professione di fede politica a uno stile che faceva gridare all’avvento del messia di una nuova Democrazia cristiana — con ex dc devoti come Gianfranco Rotondi e Bruno Tabacci che sognavano di costruire attorno a lui uno Scudo crociato nuovo di zecca — Conte è diventato una specie di Mr.Hyde di se stesso, con movenze stilistiche che ricordano tanto il Matteo Salvini che si avvicinava pericolosamente al Papeete e poco, pochissimo, il morigerato uomo di fede che di fronte alle insistenze di Bruno Vespa («Vogliamo vederla questa immagine?», «Andiamo proprio sul personale, allora?») tirava fuori dal taschino della giacca l’immaginetta di Padre Pio, perché «io ho una via personale religiosa e quindi prego anche, e penso spesso a Padre Pio».

Quella strana sintesi tra l’ultra-cristiano dovere di porgere l’altra guancia e l’ultra-laico approccio da chi il pugno di ferro lo riveste saggiamente con un guanto di velluto, un mix che era stato la sua fortuna, cede terreno al rancore che l’ex presidente del Consiglio ha riversato pubblicamente su Draghi, a quello «sconcerto per le parole che ha rivolto contro di me» nella vicenda della presunta richiesta del presidente del Consiglio a Grillo di togliergli i galloni di capo politico del M5S. 

 La circostanza è stata smentita da Palazzo Chigi e da Beppe Grillo, confermata dal sociologo Domenico De Masi al Fatto quotidiano e da Conte stesso ma, vera o falsa che sia la storia, il punto è forse un altro: l’uomo che a ragione o a torto era stato baciato da un gradimento che evocava cose grandi ed epocali come «pandemia» ma anche «vaccini», «sacrifici» ma anche «ristori», «chiusure» ma anche «riaperture di massa», adesso rischia di diventare una maschera che rimanda a questioni piccole come possono esserlo terzi mandati di parlamentari e consiglieri regionali, deroghe a statuti, cavilli, regolamenti, governi sostenuti a metà, appoggi esterni. 

È l’universale che si fa particolare, il senso di una storia grande che si fa cronaca piccolissima, in fondo l’opposto del Conte che sceglieva la piccola storia dei migranti tenuti a Malta nel gennaio del 2019 e che rispondeva a Salvini, suo ministro dell’Interno, con una grande lezione di umanità: «Se lui tiene i porti chiusi, vorrà dire che andrò a prenderli io con l’aereo». 

Non tornerà a essere «il punto di riferimento dei progressisti», com’era stato salutato anche nel Pd, e forse rischia una fine politica da Totò Schillaci nei Mondiali di calcio del ’90, eroe indiscusso di una grande partita finita male. Nel suo presente c’è lo strano destino del personaggio tormentato della vecchia canzone di Tonino Carotone, «vita intensa / felicità a momenti /e futuro incerto». Domani chissà. 

Beppe Grillo tradito dai suoi "miracolati". Il M5S consuma l'ultimo parricidio. Carlantonio Solimene su Il Tempo l'01 luglio 2022

E poi viene il giorno in cui cominci a sentirti un estraneo in casa tua. E non importa se quelle mura le hai edificate tu. Conta solo che i tempi sono cambiati e non sei riuscito a stare al passo. Sei solo una presenza ingombrante e fastidiosa. Come quei nonni che parlano, parlano, ma nessuno più li ascolta. Ognuno, ormai, fa di testa sua.

Dev’essersi sentito così Beppe Grillo al termine della sua paradossale, confusa e inconcludente tre giorni romana. Era arrivato per riportare ordine nel Movimento, se ne è ripartito con la consapevolezza che la sua moral suasion non sortisce più alcun effetto. Peggio: nella sua creatura politica il sentimento più diffuso è l’insofferenza nei confronti del fondatore. Perché dopo le giravolte, l’attaccamento alla poltrona, le faide e le scissioni, il Movimento 5 stelle ha introiettato anche il vizio peggiore della politica tradizionale: l’ingratitudine.

Il post comparso sui social di Paola Taverna (e addebitato a un «errore di un collaboratore»...) ha rappresentato un flash di verità: «Il Movimento non è tuo, Beppe. Noi siamo tutti con Conte». I fatti hanno confermato con crudezza quelle parole. A partire dal «complottone» ordito ai danni del fondatore: le sue frasi usate da De Masi in un’intervista al Fatto per mostrare plasticamente ai militanti chi fosse il vero responsabile delle umiliazioni subìte da Draghi e per riportare Conte al centro della scena.

Così Grillo, dopo essersi sentito tradito da chi credeva amico (lo stesso De Masi, il direttore del Fatto Travaglio) e dai suoi «miracolati», furiosi per la conferma del tetto dei due mandati, ha abbandonato il campo. Ha rinunciato alla riunione con i membri pentastellati del governo e ha tolto il disturbo. Ferito anche nell’orgoglio: all’incontro con i senatori ad attenderlo nell’anticamera c’era il solo Cioffi. Gli altri erano distratti o in ritardo. Che differenza con i «bei tempi», quando c’era la fila per un selfie o solo per una battuta. Anche perché, va detto, pure del repertorio comico non è che sia rimasto un granché. Le solite stilettate ai giornalisti, sempre più stanche e ripetitive, qualche guizzo isolato («Conte se ne va con Di Maio»), altre uscite che hanno strappato giusto risate di circostanza («scusate, squilla il telefono, è Draghi»).

La stessa diatriba sul doppio mandato è significativa. Lo strumento che, ufficialmente, dovrebbe servire a evitare che nascano dei professionisti della politica più attenti a quello che avviene nel Palazzo che nella società, aveva nelle intenzioni del fondatore soprattutto un’altra funzione: quella di evitare che si affermassero nuove leadership in grado di fare concorrenza alla sua. Ora, però, nessuno più condivide la regola. E tutti contestano il potere di Grillo di decidere vita e morte di intere carriere istituzionali.

È lo stesso motivo, peraltro, che causò lo scontro con Conte un anno fa. L’avvocato aveva varato uno statuto in cui a Grillo restava sostanzialmente la funzione di soprammobile. Il comico andò su tutte le furie e strappò qualche potere in più. Oggi quella struttura che creava una sorta di «diarchia» sta dimostrando tutta la sua inadeguatezza. Conte si sente imbrigliato in un meccanismo che non gli consente di condurre l’azione politica come vorrebbe. Non può mollare il governo e non può garantire ai fedelissimi la rielezione per il terzo mandato. Il gioco ha retto fino a quando l’ex premier non vantava neanche il controllo dei gruppi parlamentari. Ora che Di Maio ha levato le tende e i superstiti sono al 90% dei contiani di ferro, tutto è cambiato. Conte reclama un potere a 360 gradi e il gruppo parlamentare si fida molto più di lui che di Grillo. Il fondatore, preso atto della situazione, deve decidere come concludere la sua avventura politica. Se accontentarsi del contratto di comunicazione siglato col Movimento o provare a far saltare il banco e giocarsi l’ultima carta rimasta nel mazzo, il barricadero Di Battista. Un tempo sarebbe bastato un suo schiocco di dita per cambiare tutto. Ora gli tocca trattare senza truppe. Sic transit gloria mundi.

Estratto dell’articolo di Domenico Di Sanzo per “il Giornale” il 2 luglio 2022.  

[…] Nel M5s c'è anche chi sostiene che il post di Grillo contro i traditori pubblicato ieri pomeriggio sul Blog sia un messaggio rivolto a Conte, De Masi e Marco Travaglio, più che al ministro degli Esteri scissionista. «Su Di Maio non avrebbe reagito così a scoppio ritardato, su quello ha già commentato», dicono da un Movimento in ebollizione. Resta il fatto che nessuno, né Grillo né Draghi, abbia mai smentito che ci siano state delle telefonate. Mentre, per quanto riguarda i messaggini, il presidente del Consiglio ha sfidato Conte: «Se ha le prove vediamole». […]

Estratto dell’articolo di Concetto Vecchio per “la Repubblica” il 2 luglio 2022.  

La pace tra Mario Draghi e Giuseppe Conte appare lontana. I due si vedranno lunedì pomeriggio a palazzo Chigi, un incontro che forse servirà a chiudere il caso delle presunte intromissioni del premier nella vita del M5S […]. Ieri si sono sentiti brevemente al telefono e hanno convenuto che si incontreranno di persona.

A sera Conte è tornato però a punzecchiare il presidente del Consiglio. «Draghi deve essere conseguente se davvero per lui l'M5S è importante». E poi ha reso pubblici i sospetti, che circolano nel Movimento, su una regia dell'ex banchiere nell'abbandono di Luigi Di Maio: «Una scissione così non si coltiva in poche ore. Da un po' c'era un'agenda personale al di fuori della linea politica del Movimento. È stato Draghi a suggerirlo? Ne parlerò con lui lunedì». Bum!

[…] I grillini continuano a dire che esistono anche dei messaggi scritti tra Grillo e Draghi: la riprova che non intendono far chiudere mediaticamente il caso. Del resto le parole del premier in conferenza stampa giovedì («non governo senza l'M5S»), non hanno placato gli animi, anche perché sono state lette come un aut aut più che come una mano tesa.

Ed è dell'altra notte un altro fatto che rischia di gettare benzina sul fuoco: alla Camera è passato un emendamento presentato dal centrodestra al Dl Aiuti che pone una stretta al reddito di cittadinanza. Ora bastano due no ad un'offerta congrua a chiamata diretta da un datore di lavoro privato per far perdere il beneficio. 

[…] Conte e Draghi sono troppo diversi. Conte reputa Draghi uno che gli ha portato via il posto. Il feuilleton riserverà altre puntate. Anche perché la pattuglia parlamentare grillina preme per uscire dalla maggioranza. «L'intromissione è una sgrammaticatura», insistono. […]

Da repubblica.it il 2 luglio 2022.

Da una parte la "fenomenologia del traditore", un testo senza riferimenti diretti ma che, dalle colonne del blog di Grillo, attacca gli scissionisti M5S. Dall'altra Luigi Di Maio, il protagonista dello strappo che ha decimato il gruppo grillino in Parlamento, che tuona contro i "picconatori del governo che indeboliscono il Paese". Non si placa la polemica tra i 5 Stelle e i suoi ex parlamentari che fa traballare la tenuta dell'esecutivo Draghi. 

Inizia Grillo, con un post non a sua firma in cui si parla di un "traditore", senza citare Luigi Di Maio. Eppure il testo apparso sul blog di Beppe Grillo sembra indubbiamente un attacco diretto al ministro degli Esteri dopo la scissione dai 5S che lo ha portato all'addio al partito di Conte.

Proprio oggi il presidente del Movimento ha avuto un colloquio telefonico con il premier Draghi dopo i dissidi degli ultimi giorni. "Questo nostro è forse il tempo in cui tradire non lascia traccia nell'animo del traditore che con ogni probabilità non si sente neanche tale", si legge nell'intervento del professor Pasquale Almirante sulla "fenomenologia del tradimento e del traditore" pubblicato sul blog di Grillo. "Talvolta il traditore - prosegue - può perfino tendere a sentirsi un eroe, ma agli occhi solo di qualche suo compare Jago, giammai nell'animo di chi ha fatto della lealtà e della schiettezza la sua bandiera e la sua ragione di vita".

L'articolo, che come si evince dal link originale è un testo pubblicato due anni fa sul sito "Tecnica della scuola", passa in rassegna personaggi simbolo del tradimento, da quelli collocati da Dante nel IX cerchio dell'Inferno, ai "traditori seriali" come Uriah Heep nel David Copperfield di Dickens. 

"In ogni caso i traditori più tradimentosi - si sottolinea nel post - sono quelli depositati nella Giudecca infernale, coloro che hanno violato il sacro principio di bene dovuto ai benefattori e che sono i più vicini a Lucifero che è poi il prototipo di colui ha ingannato la persona a cui è stata affidata la massima fiducia. Come fece Bruto o Efialte di Trachis che tradì gli Spartani in guerra. E come tradirono il buon Dantes, nel Conte di Montecristo, Fernando, Danglars e Cauderousse".

Nel pomeriggio è lo stesso ministro degli Esteri a definire "surreale" il dibattito che "c'è stato rispetto a presunti e non verificati scambi di messaggi nel mezzo di un vertice storico della Nato". "È surreale - aggiunge Di Maio - che ci siano forze politiche che passino il tempo a parlare di se stesse anche nei giorni in cui il governo, al massimo livello, sedeva a un tavolo importantissimo". Poi un attacco diretto contro chi, quotidianamente in questa fase tiene sulla corda l'esecutivo Draghi, dunque non solo M5S ma anche Lega: 

"In un momento così difficile per l'Italia non si può proseguire a picconare il governo", sottolinea il fondatore di Insieme per il Futuro (Ipf), incontrando i giornalisti. "In questo momento servono serietà e stabilità al Paese. Chi fa propaganda parla di pace la mattina e poi la sera trama per crisi di governo. Dobbiamo andare avanti e occuparci dei problemi seri. Faccio un appello a quelle forze politiche che hanno messo al centro della loro azione la loro crisi di voti: non si possono seguire i sondaggi o il calo di consensi in questo momento". 

Grillo e i traditori? "Si riferiva a Conte e Travaglio", cosa spunta nella chat 5s. Libero Quotidiano il 02 luglio 2022

Nelle chat del Movimento 5 stelle non sono pochi a sostenere che il post di Beppe Grillo contro i "traditori" in realtà non sia rivolto a Luigi Di Maio - sul quale l'Elevato si è espresso a suo tempo - ma a Giuseppe Conte e a Marco Travaglio. Insomma, si tratterebbe di una sorta di messaggio al leader del M5s, al direttore del Fatto quotidiano e anche a Domenico De Masi, il quale, proprio sul quotidiano di Travaglio aveva parlato della telefonata tra Draghi e Grillo in cui il premier avrebbe chiesto la testa di Conte. "Su Di Maio non avrebbe reagito così a scoppio ritardato, su quello ha già commentato", dicono al Giornale alcune fonti grilline. Nessuno dei diretti interessati ha smentito la telefonata ma sui messaggini, il presidente del Consiglio ha sfidato Conte: "Se ha le prove vediamole". 

Tant'è. Ieri primo luglio Beppe Grillo scrive sul suo blog un post intitolato appunto "Fenomenologia del traditore e del tradimento". Dopo aver passato in rassegna alcuni traditori storici e letterari, da Giuda a Jago a Uriah Heep, l'Elevato, nell'ultimo capoverso, dedicato ai nostri giorni, si chiede: "Ma perché ci siamo intrattenuti nel tradimento e nel traditore? Perché questo nostro è forse il tempo in cui tradire non lascia traccia nell'animo del traditore che con ogni probabilità non si sente neanche tale. Talvolta può perfino tendere a sentirsi un eroe, ma agli occhi solo di qualche suo compare Jago, giammai nell'animo di chi ha fatto della lealtà e della schiettezza la sua bandiera e la sua ragione di vita". 

M5S e il post di Grillo sul "traditore". De Masi: "Non sono io, ho solo rivelato cose che già si sapevano". La Repubblica il 2 Luglio 2022.  

Il sociologo nei giorni scorsi ha rilasciato un'intervista in cui ha fatto sapere che il fondatore del Movimento gli aveva detto che Draghi voleva la rimozione di Conte.

"Non ho svelato nulla di segreto, non sono un pettegolo e non faccio politica. Non ho tradito Grillo". Dice di non sentirsi colpito dalle parole del fondatore del Movimento il sociologo Domenico De Masi ma, sentito al telefono dall'Adnkronos, commenta, quasi per difendersi, il post apparso ieri sul blog di Beppe Grillo contro "il traditore che si sente un eroe". In molti hanno pensato che le parole del Garante dei 5S fossero in realtà rivolte a Luigi Di Maio, responsabile della scissione dopo l'addio ai pentastellati. De Masi risponde a chi ipotizza che il post fosse contro di lui, dopo le rivelazioni dei giorni scorsi secondo cui Grillo gli avrebbe detto che Draghi aveva chiesto la rimozione di Conte dalla presidenza del Movimento. "Il post di Grillo - spiega De Masi - parla di persone a cui è stato dato molto e che hanno tradito. Sicuramente tra queste non ci sono io, perché non ho ricevuto nulla e non ho mai tradito. Credo si riferisse a Di Maio".

"Se volessi potrei dire chissà quante cose, ma non lo faccio - aggiunge - La riservatezza è un elemento fondamentale tra galantuomini. Non avrei mai fatto quell'intervista al Fatto Quotidiano se Grillo non avesse già detto tutto ai deputati e ai senatori. Inoltre sottolineo che Conte ha dichiarato che Grillo aveva parlato delle pressioni di Draghi anche a lui. Grillo lo ha detto a Conte e a vari parlamentari, ben prima che uscisse la mia intervista". 

Commentando il rapporto con Grillo, De Masi sottolinea: "Ho sempre avuto legame positivo con lui, se quanto successo incrina l'amicizia beh... pazienza". E rispetto alle parole di Draghi che ha negato di aver fatto pressioni sul fondatore del Movimento per chiedere la rimozione di Conte, il sociologo osserva: "Se è una bugia, è una bugia che Grillo ha detto a me, ai deputati e a Conte".

Mattia Feltri per “La Stampa” il 2 luglio 2022.

Audace tentativo di ricapitolazione con domanda finale. In una conversazione con Beppe Grillo, di cui conosce la riservatezza ai confini dell'omertà, pare che Mario Draghi abbia caldeggiato la rimozione di Giuseppe Conte. Pare, perché Draghi nega. 

Grillo è nuovamente riparato nel tradizionale mutismo, tranne la diffusione di note dantesche su traditori e tradimenti, ma a confermare sono lo stesso Conte e una settantina di parlamentari e amici dei cinque stelle, destinatari della confidenza dell'Elevato. 

Del resto, a chi non è capitato di rivelare un segreto a una settantina di interlocutori? Della settantina, l'unico a essere scosso da un moto di ribellione è il sociologo Domenico De Masi che, contattato dal Fatto, rivela l'ignobile manovra. Letta l'intervista, gli altri sessantanove colgono l'entità del sabotaggio e gridano allo scandalo. Abbiamo le prove, dicono. E noi: fatecele vedere. E loro: no. Intanto il premier, impegnato all'estero, ma grazie al cielo in un'assise di modesto rilievo come il summit della Nato, dove le leadership planetarie ingannano il tempo con frivolezze tipo la guerra mondiale, è richiamato alle più gravose responsabilità da una vibrante telefonata con Conte.

Decide di affrettare il ritorno a Roma. Per altri motivi, dirà, ma comunque ce lo si immagina così: scusate tanto, ma De Masi Non dire altro, Mario: vai! Ieri Conte annuncia il drammatico faccia a faccia: ci vediamo oggi. Draghi ha un'idea diversa: non ne so nulla. Serve almeno un'altra delicatissima telefonata: è ok se ci vediamo lunedì? Sì, per me è ok. Rimane la domanda: siamo sicuri che un po' di Putin non ci servirebbe?

Da “Posta & Risposta – la Repubblica” il 2 luglio 2022.

Caro Merlo, io non ci credo che Draghi mandasse WhatsApp a Grillo - "dimettilo, dimettilo" - per convincerlo a cacciare Conte, né che mai gliel'abbia chiesto a voce. Chiara D'Amico - Milano

 Risposta di Francesco Merlo:

A me pare che la caccia ai "pizzini fantasmini" di Draghi a Grillo, "prove inconfutabili del complotto" contro Conte, con quel titolo da noir comico di Neil Simon, "il conticidio", sia il canovaccio di un'opera buffa, nella quale Draghi è tirato in mezzo, come Gulliver a Lilliput, dove "i tramecksan, tacchi alti" (Di Maio) contendono il potere agli "stamecksan, tacchi bassi (Conte)".

E Gulliver-Draghi quasi si smarrisce sulla panca del Prado, dove è solo sì, ma col suo telefonino (la foto sembra uno spot della Tim): "Di cosa parlava e con chi?". "Ero stanco, non ricordo".

E tutti pensano che non sospirasse per la signora Serenella, ma per Domenico De Masi: Who' s this De Masi? chiede Biden a Macron quando Draghi se ne scappa a Roma. È il più mattacchione dei professori "prestati alla politica". Infatti nei 5 Stelle omericamente dirige la "squola", e non si offenda per la "q": anche l'aceto è prodotto dal vino. In radio al Giorno da Pecora (che ormai è il nostro New York Times ) De Masi, che, pensate, da ragazzo riordinava la libreria di Jean Paul Sartre, nel ruolo di Balanzone riferisce che Draghi "continuamente" parla male di Conte.

E l'indomani al Fatto Quotidiano aggiunge che Draghi, il quale "manda a Grillo messaggi sulle cose da fare", ha chiesto a Grillo di "rimuovere Conte perché è inadeguato". Così i pizzini fantasmini diventano "aforismi telefonici" che nessuno vede, ma tutti analizzano come le lettere di Moro. 

Conte, quasi offeso, va da Mattarella e quasi fa una crisi. Dice Draghi: "Mi dicono che ci sarebbero dei riscontri oggettivi, come sono stati definiti, beh, vediamoli, li aspetto". E il giornale grillino scrive: "lo scandalo tracima". Urca. Non ce la dai a bere, caro Gulliver. Qui a Lilliput, solo quando nessuno la vede, siamo sicuri che esiste la prova. Si assolve per insufficienza di prova e si condanna per assenza di prova.

Domenico Di Sanzo per “il Giornale” il 2 luglio 2022.

«Abbiamo le prove», insistono dallo staff di Giuseppe Conte. «Macché, è l'ennesimo bluff», ribattono i tanti grillini - anche contiani - che non credono alla storia dei messaggi whatsApp tra Beppe Grillo e Mario Draghi. 

Dopo il giallo delle telefonate, il mistero delle chat. E sì perché, stando alle voci che filtrano dall'entourage dell'ex premier, non ci sarebbero soltanto le chiamate tra l'Elevato e il presidente del Consiglio, ma gli sherpa dell'ex avvocato del popolo italiano custodirebbero anche gli screenshot dei presunti messaggini che si sarebbero scambiati Draghi e Grillo.

Contatti durante i quali il premier, addirittura, avrebbe chiesto al Garante di aderire alla scissione di Luigi Di Maio con l'obiettivo di isolare Conte. Almeno è questa la ricostruzione pubblicata dal Fatto Quotidiano di giovedì mattina.

Un'ampia fetta dei 5 Stelle reagisce alle indiscrezioni con una grassa risata. Una fonte pentastellata di primo livello, con entrature a Palazzo Chigi, commenta la storia dei messaggi con un misto di sarcasmo e indignazione. 

«Secondo me si tratta dell'ennesimo spin - riflette la fonte del Giornale - ma il problema principale è che sarebbe molto grave se Conte avesse queste conversazioni, perché saremmo in presenza di una violazione della privacy e di un'intrusione nella corrispondenza privata del presidente del Consiglio».

Quel che è certo, in ambienti pentastellati, è che Draghi e Grillo si sentono regolarmente. Una o due volte al mese, a seconda dell'attualità politica e delle fibrillazioni all'interno del Movimento. E quel che è sicuro è anche che tra i due ci sia una certa intesa. E nel M5s non ci sono dubbi nemmeno su un altro fatto: «Beppe non vuole uscire dal governo e non vuole l'appoggio esterno». Eccola, la voce che arriva dai gruppi stellati. Una truppa ancora divisa tra governisti e anti-Draghi. 

In Parlamento i grillini raccontano che Grillo, durante tutti e tre i giorni di permanenza a Roma, è stato continuamente oggetto di pressioni intense da parte di molti parlamentari, in maggioranza senatori, che durante gli incontri gli hanno chiesto di uscire dal governo. Richieste a cui il fondatore ha sempre risposto picche.

Fino a quando si è inferocito per l'intervista del sociologo Domenico De Masi al Fatto Quotidiano e poi per la storia delle prove e dei messaggi. Una spy story che disturba e non poco il comico genovese, perché rischia di minare il rapporto di fiducia costruito con Draghi. 

«È ovvio che se Conte continua a dire che ha le prove dei messaggi vorrebbe dire che sarebbe stato Beppe a fornirgli queste prove», chiosa un parlamentare vicino al Garante. Ma l'Elevato è già nero con l'avvocato di Volturara Appula perché ritiene di essere stato utilizzato come una pedina nello scontro tra l'ex premier e il suo successore a Palazzo Chigi.

Nel M5s c'è anche chi sostiene che il post di Grillo contro i traditori pubblicato ieri pomeriggio sul Blog sia un messaggio rivolto a Conte, De Masi e Marco Travaglio, più che al ministro degli Esteri scissionista. «Su Di Maio non avrebbe reagito così a scoppio ritardato, su quello ha già commentato», dicono da un Movimento in ebollizione. Resta il fatto che nessuno, né Grillo né Draghi, abbia mai smentito che ci siano state delle telefonate. Mentre, per quanto riguarda i messaggini, il presidente del Consiglio ha sfidato Conte: «Se ha le prove vediamole».

E poi ci sono i buchi nella storia di De Masi. Il sociologo, contattato dal Giornale, non risponde né alle telefonate né alle richieste di chiarimento su whatsApp. All'interno del multiforme universo pentastellato non manca chi nota le discordanze nelle versioni fornite dal professore al Fatto Quotidiano e a Un Giorno da Pecora. Al quotidiano di Travaglio De Masi ha spiegato che Draghi avrebbe chiesto a Grillo di rimuovere l'ex premier e che gliel'avrebbe detto il comico. Su Rai Radio1, il giorno prima, De Masi ha chiamato in causa i senatori, che gli avrebbero riferito che il Garante negli incontri con i parlamentari avrebbe rivelato: «Draghi parla male di Conte».

Da uno vale uno a un pettegolezzo tira l'altro. 

Nic. Car. per “La Stampa” il 3 luglio 2022.

Dopo aver sganciato la bomba, Domenico De Masi si è inabissato. Non ha più detto una parola, non ha risposto al telefono. Non ci sta a passare per quello che ha messo nei guai Beppe Grillo, per aver rivelato la confidenza del fondatore del Movimento 5 stelle, la telefonata in cui Mario Draghi gli avrebbe chiesto di disarcionare Giuseppe Conte dalla poltrona di presidente. 

«Le cose che ha detto a me Grillo le aveva già raccontate ai parlamentari, erano già di dominio pubblico - spiega il sociologo -. Non ho svelato nulla di segreto, non sono un pettegolo e non faccio politica».

De Masi ricorda l'articolo uscito su La Stampa lo stesso giorno della sua intervista al Fatto Quotidiano, in cui si fa riferimento alla presunta sollecitazione del premier nei confronti di Grillo a «mollare Conte», raccontata dal comico ad alcuni parlamentari. 

«Io sarò stata la quindicesima, forse la ventesima persona a cui lo ha detto - ricostruisce De Masi - dopo il nostro incontro all'Hotel Forum, ci siamo lasciati promettendoci di tenere tutto riservato e invece lui è andato a parlare con i gruppi e ha detto le stesse cose che ha detto a me. E da quel momento sono diventate pubbliche».

Nessuno, però, ha raccontato il retroscena mettendoci la faccia su un giornale: «La riservatezza è un fondamentale tra galantuomini. Non avrei mai fatto quell'intervista se Grillo non avesse già detto tutto ai deputati e ai senatori. Inoltre, Conte ha dichiarato che Grillo aveva parlato delle pressioni di Draghi anche a lui, ben prima che uscisse la mia intervista». 

Poi il fondatore del Movimento ha detto di essere stato «strumentalizzato» e ha bollato come «cazzate» i dettagli usciti. Lo stesso premier ha smentito di aver fatto pressioni su Grillo per rimuovere Conte. 

«Se è una bugia, è una bugia che Grillo ha detto a me, ai deputati e a Conte», precisa De Masi, che esclude che il post apparso sul blog di Grillo contro i «traditori» fosse diretto a lui: «Ce l'aveva con Di Maio», spiega. 

Ma il futuro della loro amicizia è in dubbio: «Non ci siamo sentiti, ho avuto sempre un rapporto positivo con Beppe, ma se questo incrina l'amicizia, beh, pazienza».

Da “Posta e Risposta – la Repubblica” il 3 luglio 2022.  

Caro Merlo, dall'estero dove vivo, mi domando perché in Italia nessuno spiega a Conte, per il suo bene, che sta facendo proprio una brutta figura e che sarebbe il caso che la smettesse. Da quando è alla guida del Movimento, continua a prendere batoste e accusa sempre gli altri. È possibile che qualcuno lo consigli male, ma un dubbio mi assale Giuseppe Palmiotta - Ginevra 

Risposta di Francesco Merlo

Tutti sanno che Conte ha dei consiglieri, da Casalino a Travaglio, e più segretamente, da Bettini a D'Alema. Ma lei qui si chiede se Conte ci fa o ci è. Ebbene, se ripercorre i cinque anni della sua confusa storia politica, si accorgerà che è stato via via scavalcato, messo tra parentesi, trattato con alzate di spalle e sguardi al cielo, ma è ancora là, sempre più rimpicciolito ma ancora là, come quel personaggio di Longanesi che diceva di sé: "Sono passato attraverso ogni specie di tendenza per cercarmi. E non riesco a trovarmi".

Il viaggio infernale di Beppe Grillo nel girone dantesco dei traditori. Il “Garante” ha riprodotto sul suo blog un articolo di Pasquale Almirante di due anni fa proprio sul tradimento. Francesco Damato su Il Dubbio il 5 luglio 2022.

Scherzo ma non troppo. L’avevo scritto – qui, sul Dubbio – che per esplorare il MoVimento 5 Stelle, specie dopo la scissione di Luigi Di Maio, occorresse ripetere il viaggio di Dante nell’Inferno della sua Divina Commedia. E Beppe Grillo in persona, il fondatore, il “garante”, tornato a casa dopo una fuga da Roma, dove aveva concluso una missione di ricognizione e d’ordine aumentando il disordine nel suo movimento, si è immerso proprio nell’opera dantesca facendosi accompagnare da un Virgilio dei nostri tempi. Che sarebbe l’autore di Marsilio e insegnante di liceo Pasquale Almirante, un cui articolo di due anni fa egli ha riprodotto sul suo blog con tanto di ringraziamenti finali e titolo – “Fenomenologia del tradimento e del traditore”- sovrastato da un’illustrazione di Gustave Dorè del nono cerchio dell’Inferno dantesco: quello dove Lucifero si gode la compagnia dei suoi simili.

Dal singolare della fenomenologia Grillo è passato al plurale dei traditori, andando anche oltre quelli sistemati da Dante nelle quattro zone del nono cerchio dell’Inferno: Caina, Antenora, Tolomea e Giudecca, da Giuda, “il più famoso che si vendette per trenta denari, tradendo la fiducia”. E tutti hanno pensato a Luigi Di Maio scrivendone sui giornali, qualcuno cercando anche di raccoglierne le reazioni. Che sono state infastidite, ma non rancorose.

Oltre ai nove cerchi dell’Inferno dantesco l’erudito Pasquale Almirante ha accompagnato Grillo in una sommaria rilettura di Shakespeare, di Dickens ed altri che hanno prodotto nelle loro opere figure di traditori e occasioni di tradimento.

Di Charles Dichens, nel famosissimo David Copperfield che i meno giovani ricorderanno nella traduzione televisiva della Rai sceneggiata e diretta nel 1965 da Anton Giulio Majano, è la figura che sembra avere maggiormente colpito Grillo: Urial Heep, recitata in quello sceneggiato dal compianto Alberto Terrani. “Mani sempre umide e appiccicaticce, che non guarda mai negli occhi il suo interlocutore, che si contorce e che alla fine, dopo aver carpito tutti i segreti del suo benefattore, ne diventa socio attraverso sempre il tradimento e il mescolamento delle carte”, racconta Pasquale Almirante a Grillo.

Oddio – mi sono chiesto – chi può essere scambiato per Urial Heep fra i tanti pentastellati, usciti o rimasti nel movimento, che Grillo ha conosciuto, persino allevato, e dai quali si è sentito tradito anche nella sua recente missione a Roma, interrotta dalla delusione e dalla rabbia per essersi sentito “strumentalizzato” – ha detto lui stesso – nelle confidenze fatte loro sui rapporti prevalentemente telefonici con Mario Draghi. Che, condividendo evidentemente il giudizio di “inadeguato” affibbiatogli una volta dallo stesso Grillo, gli avrebbe chiesto di “farlo fuori” dalla guida del movimento. Ne è seguita una tragedia, anzi una tragicommedia da cui si è capito solo che il problema di Conte, più che Draghi, è Grillo stesso.

Purtroppo, almeno per soddisfare la mia curiosità, ho scarsa dimestichezza col mondo, parlamentare e non, delle 5 Stelle. Non ho mai stretto “mani sempre umide e appiccicaticce” o notato occhi “sfuggenti” nelle interlocuzioni avute. L’unico col quale mi sono scontrato una volta alla Camera – il non ancora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede per avere lui indicato anni fa alla tv nei giornalisti parlamentari in pensione i più sospettabili di lobbismo per far passare modifiche alle leggi utili a piccoli e grandi pseudocorruttori- mi guardò fisso negli occhi per dirmi che avrebbe continuato a sostenere quella convinzione che io gli avevo contestato.

Un autorevole amico reduce dal ricevimento di giovedì scorso fa a Villa Taverna per la festa americana dell’Indipendenza, e che ha avuto modo di salutare e parlare col ministro degli Esteri Luigi Di Maio, accompagnato dalla bella fidanzata Virginia Saba avvolta in un lungo abito colore avorio, mi ha assicurato di averne raccolto uno sguardo ben diretto e di non avere stretto mani in qualche modo umide. E mi ha anche detto di non avere visto fra i grillini presenti il pur ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Dalla lista dei presunti responsabili della delusione e della rabbia di Grillo confermo – dopo il disconoscimento di un post d’attacco sul suo sito internet all’amico Beppe e la punizione del responsabile- l’esclusione di Paola Taverna. Con la quale mi scuso peraltro di averla distrattamente indicata qualche giorno fa come vice presidente della Camera, anziché del Senato.

Quando Grillo diceva: "Conte? Incapace. Non ha visione politica". Francesca Galici il 3 Luglio 2022 su Il giornale.

Era il 29 giugno 2021 quando nel M5s sembrava compiersi la rottura tra Beppe Grillo e Conte, colpevole di voler mettere da parte l'Elevato. 

Esattamente un anno fa, o poco più in là, Beppe Grillo certificava la rottura del Movimento 5 stelle. Ma con la parte sbagliata. O, per lo meno, con quella che un anno fa si sarebbe dimostrata la parte sbagliata per una serie di reboanti congiunture che si sono dimostrate fatali per il M5s. Era il 29 giugno del 2021 e Giuseppe Conte, investito della carica di leader politico, stava riscrivendo lo statuto del MoVimento, creandone uno quasi ad personam, nel quale la figura di Beppe Grillo veniva resa fin troppo marginale, come dire, "ora che ci sono io, tu non servi più. Tante belle cose".

"Vi dico io perché Grillo si è ripreso il M5S"

Beppe Grillo poteva mai accettare di buon grado un simile smacco? No di certo. Colto dalla sindrome di "nessuno mette Baby in un angolo", Beppe Grillo ebbe una reazione piuttosto veemente contro Giuseppe Conte. "Non possiamo lasciare che un movimento nato per diffondere la democrazia diretta e partecipata si trasformi in un partito unipersonale governato da uno statuto seicentesco", tuonò l'Elevato dalle righe del suo blog, unico pezzetto d'orticello che Giuseppe Conte gli stava lasciando per esprimersi. E preso da un rigurgito di coscienza davanti alla sua creatura, diventata ormai incontrollabile, e sicuramente tramortito da un travaso di bile, Beppe Grillo diede quello che per molti sembrava essere il colpo ferale alla carriera politica dell'avvocato con la pochette: "Conte, mi dispiace, non potrà risolvere i nostri problemi perché non ha né visione politica, né capacità manageriali. Non ha esperienza di organizzazioni, né capacità di innovazione". Crack, il rapporto con l'ex premier sembrava essersi definitivamente rotto e Grillo meditava di azzerare i vertici del partito. Alle spalle di Conte scalpitava un intrepido Di Maio, pronto all'investitura da leader.

M5s in tilt, Conte evoca l'appoggio esterno. Grillo smentisce ancora

Il canto del Grillo s'era compiuto ma senza mai dare il colpo di grazia a Giuseppe Conte. E infatti, pochi giorni dopo, tra l'Elevato e l'avvocato ci fu un riavvicinamento. Ma le pezze, si sa, non riparano il buco. Si limitano a coprirlo alla bell'e meglio. E a Beppe Grillo non è mai andato giù lo strappo creato da Giuseppe Conte, convinto di poterlo mettere da parte. Tra i due i rapporti non si sono mai del tutto sanati e quando l'Elevato parla di Luigi Di Maio appellandolo come traditore, forse c'è dell'altro oltre alla semplice rabbia per l'uscita dal Movimento insieme a buona parte dei suoi parlamentari.

Forse Grillo si è sentito tradito dal ministro degli Esteri, che così facendo ha lasciato il partito interamente nelle mani del suo più acerrimo nemico interno, quello che un anno fa lo voleva far fuori dal suo movimento. Beppe Grillo e Mario Draghi hanno smentito lo scambio di corrispondenza virtuale che vedeva Conte come protagonista, ma a rileggere la storia non sarebbe stato poi così assurdo se l'Elevato si fosse davvero sfogato sulle (mancate) reali capacità di Giuseppe Conte. Il 2050 è sempre più lontano per il Movimento.

Massimiliano Panarari per “La Stampa” il 3 luglio 2022.

Nel Movimento 5 Stelle, si sa, c'è sempre stato qualcuno più uguale degli altri. A dispetto del motto favolistico-strumentale per cui «uno vale uno» (sconfessato pubblicamente, in finale di partita, dal fuoriuscito Luigi Di Maio). 

Così, adesso che il M5S si rivela - letteralmente - il Movimento 5 Schegge si può dire che c'è qualcuno più "scheggia" itinerante - o pallina ad alta velocità - degli altri (che pure non scherzano...). Una scheggia «super-Elevata» e turbinosa che, di recente, è transitata da una parte all'altra dello spettro di tutte le posizioni politiche possibili e immaginabili. 

Si tratta, ça va sans dire, di Beppe Grillo, tornato prepotentemente al centro della scena nelle ultime settimane di passione del "suo" Movimento travolto dall'ennesima disfatta alle amministrative e dalla scissione dei dimaiani, e percorso dall'irrefrenabile tentazione di andare all'opposizione. Un contrappeso rispetto a questa spinta i vertici 5 Stelle lo incontrano proprio in Grillo, che sta puntellando il governo di unità nazionale di Mario Draghi, con il quale - stando a cronache e rumors - nel corso del tempo si è costruita una "strana alchimia".

Nondimeno, da ultimo, anche per responsabilità sua è esploso un incidente di percorso largamente cavalcato (e ingigantito) dagli spin doctor di Conte per innalzare ulteriormente il tasso di fibrillazione e far mettere al M5S un piede fuori dalla maggioranza. 

Una slavina tamponata in queste ore anche in virtù delle parole di apprezzamento tributate dal presidente del Consiglio al contributo pentastellato all'azione di governo, ma che continua a incombere come una spada di Damocle su Draghi e, in qualche modo, come un supplizio di Tantalo per le stesse frenesie "antisistemiche" di ritorno di molti dirigenti 5 Stelle. Un rischio per il futuro anche ravvicinato, dati i prossimi passaggi del decreto aiuti (che potrebbe prevedere la riattivazione delle trivellazioni) e di quello sugli aiuti militari all'Ucraina.

Di sicuro, dunque, a non aiutare il clima generale e la stabilità è anche il comportamento di Grillo: "trottolino amoroso" dell'organizzazione che considera come una sua creatura - e della quale si sente per molti versi defraudato -, ma con atteggiamenti da "trottola impazzita" fattisi così frequenti da destabilizzare anche quello che vorrebbe, invece, consolidare. 

Le traiettorie molto ellittiche e le geometrie variabili (applicate con una considerevole dote di furbizia e più di un pizzico di cinismo) sono una delle specialità di Grillo. Uno dei pilastri, insieme all'ambiguità e all'ambivalenza spacciate anche come visione postideologica, del successo avuto in passato, oltre che una maniera per levarsi di torno varie gatte da pelare, cambiando repentinamente posizione senza pagare dazio. 

Quelli erano, però, i bei tempi (andati) degli applausi scroscianti. Il performer c'è ancora (sebbene sempre più «stanchino», per citarlo). Ma è obbligato ad agitarsi tantissimo alla ricerca di una qualche agibilità politica (che Conte, da leguleio di prim' ordine, gli ha ristretto meticolosamente). 

Così, il gioco del fool-giullare impunito gli riesce sempre meno, e della figura del trickster che ha a lungo incarnato rimane più la componente del "briccone" che quella del "divino". Le contraddizioni risultano sempre maggiormente appariscenti e, alle strette, il già Cofondatore e Garante si è dovuto riciclare in consulente (lautamente retribuito) per la comunicazione.

Un destino piuttosto inglorioso, se osservato dall'esterno, per chi - in simbiosi con Gianroberto Casaleggio - ha costruito il M5S come un partito bipersonale a tutti gli effetti, orientandone e guidandone in modo incontestato ogni passo. Per poi ritrovarsi costretto ad assistere a una sequenza incessante di metamorfosi, che hanno condotto il «partito-non partito» ad allontanarsi alla grande da quell'ortodossia originaria di cui il già capo-comico trasformatosi in capo politico continua a sentirsi il custode per antonomasia. 

Come nella riaffermazione del dogma del divieto del terzo mandato, che - naturalmente - ha fatto infuriare parecchi dei «suoi (ex) ragazzi», prontamente innamoratisi di quel professionismo politico che maledivano sui social. Oggi l'Oracolo (volutamente) incomprensibile - e, pertanto, buono per tutti gli usi - non c'è più, al pari del Joker populista-antagonista.

Resta un supporter - a corrente alternata - della «formula Draghi» che, peraltro (e malauguratamente), non riesce più a trascinare i suoi «portavoce» (i quali, per inciso, gli devono molto, se non tutto). Una stagione appare finita, e l'impressione è che ne rimarrà una manciata di polvere di stelle. O, se si preferisce, di cocci a 5 Stelle.

Pier Ferdinando Casini, l’uomo che sussurra al neodemocristiano Luigi Di Maio. I due politici si insultavano fino a pochi anni fa. Ma nelle ultime mosse dell’ex 5 Stelle pare ci sia stata proprio l’influenza del centrista con cui ormai si sentono quotidianamente. Antonio Fraschilla su L'Espresso il 4 luglio 2022.

«Dici sciocchezze…dilettante». Correva l’anno 2018 e Pier Ferdinando Casini si rivolgeva con questi toni a Luigi Di Maio, l’allora barricadero leader del Movimento 5 stelle che si era appena insediato al ministero dello Sviluppo economico nel primo governo Conte, sostenuto anche da Matteo Salvini. I due, Di Maio e Salvini, a Casini non piacevano proprio. E il sentimento era reciproco: come dimenticare l’intemerata di Di Maio durante la campagna elettorale delle scorse Politiche proprio nella città del fondatore dell’Udc, Bologna, contro «quel Casini che ha affossato la commissione sulle banche e ora viene candidato non a caso dal Pd»?

Ma se con il segretario della Lega anche oggi, a quattro anni di distanza, i rapporti sono a dir poco freddi, specie dopo il “tradimento” di Matteo che non ha più sostenuto la corsa al Quirinale dell’eterno democristiano, tra Casini e Di Maio qualcosa è cambiato. I due adesso si sentono giornalmente e di solito la discussione va così: uno parla (Casini) l’altro ascolta e prende appunti ( Di Maio). Per molti, le mosse del ministro degli Esteri da un anno a questa parte sono di «puro stampo casiniano». Lo scorso novembre Di Maio ha aperto all’ingresso del Movimento 5 stelle nel gruppo del Partito socialista europeo: «Una grande intuizione di Luigi», diceva entusiasta il suo (ex) delfino, Giancarlo Cancelleri. Ma chi è sempre stato un forte sostenitore dell’aggancio dei partiti nazionali a famiglie storiche del Parlamento Europeo? Lui, Casini. Poi sono arrivati il sostegno al governo Draghi e all’atlantismo, diventati da mesi due tasselli fondamentali della politica del ministro degli Esteri. E chi c’è dietro questo cambio di rotta? Sempre lui, Casini.

Resta una domanda: come ha fatto l’ex presidente della Camera a prendere il ruolo di gran suggeritore politico di Di Maio? La risposta sta tutta in un luogo: la Farnesina. Un palazzo nel quale Casini è sempre stato di casa e che conosce stanza per stanza, dirigente per dirigente, diplomatico per diplomatico. Tanto che una funzionaria di peso oggi è anche la sua fidanzata, Maddalena Pessina, responsabile della promozione culturale del ministero. È stata lei la chiave di volta per ammorbidire certe rigidità del ministro nei confronti del fidanzato eccellente. Di certo anche grazie a lei i rapporti tra i due sono migliorati fino a diventare idilliaci. Sembra passata un’era geologica rispetto al dicembre del 2019 quando Casini, proprio grazie ai suoi buoni uffici alla Farnesina, portava a segno un colpo mediatico che metteva a dir poco in ombra il titolare del dicastero, cioè Di Maio, facendolo infuriare: Casini in quei giorni era volato a Caracas per parlare direttamente con il comunista Maduro e liberare dei deputati dell’opposizione venezuelana che rischiavano il carcere a vita perché accusati di un fallito colpo di Stato. Missione compiuta con tanto di complimenti del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ma non di Di Maio, che però aveva già capito che se voleva fare strada, soprattutto in quelle stanze, doveva per forza avvicinarsi a Casini.

Pasquale Napolitano per “il Giornale” il 4 luglio 2022.

La borsa con i soldi di Ipf, il nuovo movimento politico fondato dal ministro degli Esteri Luigi di Maio, è nelle mani di un ex gelataio napoletano. Il senatore Sergio Vaccaro è l'uomo prescelto da Di Maio e Spadafora per gestire la cassa dei gruppi parlamentari «Insieme per il Futuro». 

Sarà lui a ricoprire l'incarico di tesoriere del gruppo a Palazzo Madama. Nel suo passato Vaccaro aveva il compito di dosare bene gli ingredienti del gelato artigianale napoletano. Ora avrà una sfida più ardua da vincere: far quadrare i conti del gruppo Ipf. Chi è Vaccaro? Il misterioso senatore individuato da Di Maio per un incarico così delicato.

Il neo tesoriere del gruppo è un senatore della provincia di Napoli: nel 2018 è stato eletto nel collegio di Volla, comune noto per l'abusivismo edilizio e confinante con Pomigliano d'Arco. Fu piazzato in quarta posizione nella lista del M5S. Ma grazie al boom riuscì a centrare un'elezione storica. In Parlamento fa coppia fissa con Andrea Caso, altro deputato di fede dimaiana. 

Vaccaro è un fedelissimo del ministro degli Esteri. Al punto da seguirlo nella scissione: una scelta premiata con la nomina a tesoriere del gruppo. Un bel po' di milioni di euro, staff e consulenze da gestire nel prossimo anno. Vaccaro inizia la carriera politica a Volla, dove tenta (senza successo) anche la scalata per la poltrona di sindaco.

Sul sito del Senato non figura alcun curriculum vitae e nessun cenno ai titoli di studio. Master alla Bocconi in Economia? Studi londinesi in finanza pubblica? Nulla di tutto ciò. Vaccaro è un ex gelataio. A Volla gli attivisti del Movimento lo ricordano bene, prima dell'ingresso in Parlamento. 

Vaccaro aveva una gelateria all'interno del noto centro commerciale le «Ginestre»: coni, coppe e crepes. Sembrava quella la sua vera passione prima di essere folgorato sulla strada grillina. «Bravissimo nell'abbinare i gusti più strani», ricordano i suoi clienti. Il pezzo pregiato? Cono pistacchio e limone. 

Un gelataio a 5stelle, insomma. Ma prima di tentare fortuna con i gelati, Vaccaro aveva svolto il lavoro in una pescheria all'interno dell'Auchan, altra catena commerciale. 

Mansione mollata per abbracciare la prima passione: i gelati. Lavoro che ha svolto fino al 2018, quando nella notte del 4 marzo il boom grillino gli regala un seggio in Parlamento. Si è subito avvicinato alla linea dell'ex capo politico Di Maio. 

Al punto da seguirlo anche nelle missioni all'estero. Sempre in compagnia del suo fido Andrea Caso. Ora la «ricompensa» con la nomina a tesoriere. Nella nuova avventura Vaccaro punta in alto. L'incarico di tesoriere è arrivato grazie all'aiutino di Bruno Tabacci. I dimaiani a Palazzo Madama non potevano formare il gruppo.

Tabacci ha messo a disposizione il simbolo. Sono 10 i senatori di Ipf che hanno scelto come capogruppo l'ex M5s Primo De Nicola. L'Ufficio di presidenza è formato invece da Vincenzo Presutto, vice presidente vicario; Antonella Campagna, Daniela Donno, Raffaele Mautone, Simona Nocerino Vice-presidenti; Sergio Vaccaro, tesoriere. Gli altri componenti sono Loredana Russo, Pierpaolo Sileri, Fabrizio Trentacoste.

Francesco Specchia per “Libero quotidiano” il 4 luglio 2022.

Claudio Messora, nella palude dell'informazione - soprattutto della controinformazione italiana è un caso da studio, simile a quello delle radio libere anni '70. Nato ad Alessandria d'Egitto in un anno imprecisato, quest' ex musicista (ha vinto perfino Castrocaro) è partito come Mazarino della Comunicazione del M5S, pioniere del citizen journalism dinamitardo, vessillifero del sovranismo, nonché tenutario di un sito, ByoBlu, che, solo su Youtube, faceva 100 milioni di visualizzazioni frequentando politica e grandi inchieste spesso a senso unico. Dopo la rottura col M5S, Messora è a oggi a capo di un piccolo impero mediatico che tra, radio, tv e digital sta spazzando via la concorrenza. Il suo de profundis per i 5 Stelle è un po' venato da nostalgia. Un po'. Tra i 5 Stelle s' avverte un delirio diverso.

Grillo che dice a Draghi di licenziare Conte, la crisi di governo. Cosa accadrà? Non è che se i 5 Stelle vanno al voto spariscono (alle elezioni hanno fatto il 2,5%)?

«I 5 stelle sono già spariti. Sono anni che non esistono più per chi li ha eletti. Continuano ad esistere solo nei palazzi. Sono quello che resta di un sogno, come quando la mattina ti svegli a letto tutto sudato». 

La scissione di Di Maio. Grillo gli dà del "traditore". Cosa è successo? Chi lo seguirà? Perché tutto questo, diomio?

«Conte aveva ereditato il M5S, capendo che, così come era diventato, alle prossime elezioni non avrebbe più preso un voto. Così ha tentato di riconquistare una fetta di elettorato priva di rappresentanza, contraria all'invio delle armi in Ucraina. Ma questo rischiava di far cadere il governo. Che, se cade, significa che i M5S vanno tutti a casa. Di Maio ha atteso l'esito delle elezioni, e poi si è "messo in proprio" in salvataggio di Draghi. Promettendo un terzo mandato a chi non aveva più speranze...». 

È il caos. Qual è la differenza col M5s delle origini? Questo M5S non ha esaurito la sua mission, diventando parte del sistema?

«I 5 stelle di Casaleggio volevano democrazia diretta, trasparenza nei palazzi, erano contro la finanza speculativa e i finanziamenti statali. La mossa dell'Alde al Parlamento Europeo, con M5S che voleva entrare nel partito più europeista in cambio di poltrone e potere, fu l'inizio. Poi fu proprio Di Maio a dare il colpo di grazia, inaugurando la stagione degli incontri con le lobby a porte chiuse, dei pranzi con la Trilaterale, delle rassicurazioni alle banche sui pignoramenti più rapidi. E adesso finisce di smembrare i 5Stelle, per guadagnarsi la gratitudine di Draghi. Per questo Grillo lo chiama traditore». 

Hai detto che Rocco Casalino, ti deve molto. In che senso? Cosa consiglieresti nella comunicazione di Conte, ora?

«Lo ha detto lui. In effetti fui io ad assumerlo e a dargli il ruolo di gestione dei rapporti con le tv, a difenderlo da Casaleggio che non lo voleva e poi a caldeggiarlo in sostituzione mia, quando andai in Europa. Il resto lo ha fatto tutto da solo. Era un "grillino" sui generis. Noi predicavamo la semplicità, lui veniva in Senato con abiti firmati e cinture di Gucci. Però è un lavoratore infaticabile e - a differenza mia - ha un'ambizione senza freni. Se vuole aiutare Conte e il M5S ad invertire la parabola, gli consiglierei la comunicazione degli inizi: umiltà e tornare a picconare il sistema da fuori».

Come vedi Di Battista e i duri e puri del M5S? C'è un'altra possibilità per loro?

«Di Battista è stato molto in gamba, uscendo dai palazzi dopo il primo mandato. Si è riservato la possibilità di farne un secondo, e non si è reso corresponsabile del declino. Lui ha l'immagine, i contenuti e la credibilità per rilanciare un Movimento sull'orlo dell'estinzione».

Quell’inevitabile “cupio dissolvi” del Movimento nato per sparire. L’arrivo di Draghi ha accentuato il carattere populista dei partiti alla ricerca del consenso facile. Aldo Varano su Il Dubbio il 7 luglio 2022.

Partiamo dall’inizio. Il termine populismo col quale vengono indicati in Italia i 5s e la Lega di Salvini, non ha nulla a che fare col movimento politico e culturale che si affermò alla fine dell’Ottocento in Russia. In Italia, oggi, populista è usato in senso dispregiativo. Secondo il Grande dizionario dell’uso di Tullio De Mauro, indica un “atteggiamento politico di esaltazione velleitaria e demagogica dei ceti più poveri”. Non a caso né i 5s né la Lega si sono mai autodefiniti populisti. Definizione cucitagli addosso dai loro avversari o comunque da chi vuole attaccarli e indebolirli.

Il termine si è imposto in Italia quando le elezioni politiche del 2018 (che registrarono l’affluenza più bassa nella storia repubblicana) consegnarono al paese un Parlamento dove Lega e 5s, le forze destinate a cavalcare e rappresentare il populismo, insieme raggiungevano un’ampia maggioranza assoluta. Insomma, nessuno dei due blocchi tradizionali della politica italiana, centrodestra e centrosinistra, sarebbe stato in grado di fare un governo. I 5s, il partito del “visionario” Casaleggio e del comico Beppe Grillo, era forte alla Camera di 225 seggi con oltre il 32%. Il partito di Salvini si era fermato a 123 diventando il più forte partito del centrodestra, coalizione che comunque non aveva la maggioranza. Insieme, 5s e Lega avevano alla Camera una maggioranza schiacciante di 348 seggi su 630. Mattarella si trovò a fronteggiare una situazione drammatica. O prendere atto dell’impossibilità di fare un qualunque governo rispedendo gli italiani al voto, con tutti i guasti che questa scelta avrebbe provocato; o promuovere un governo dei vincitori per il quale la Lega di Salvini (mollando i suoi alleati storici col retropensiero di impadronirsi del patrimonio elettorale del Cavaliere ormai al tramonto), apparve immediatamente disponibile. Entusiasti, quasi e forse più della Lega, i 5s.Conte emerse dall’anonimato, quindi, perché nessuno dei due leader dei partiti populisti (Di Maio e Salvini) avrebbe concesso all’altro la carica di Presidente del Consiglio. Conte (che non mise mai bocca nelle decisioni del ministro dell’Interno Salvini), lo cacciò poi dal governo solo quando ebbe la certezza che Salvini volesse cacciare lui e capì di poter sostituire il leader leghista col Pd.

L’operazione gestita con maestria movimentista e spregiudicata venne diretta dall’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi (allora Pd) che portata a termine l’operazione uscì dal Pd. Del resto, sempre di più sia Salvini che Di Maio avevano continuato ad alimentare le proprie strategie populiste convinti entrambi di far crescere i propri consensi e di poter trionfare, da soli, il giro successivo. Il Covid bruciò i sogni di entrambi. Conte, sballato Salvini dal governo e immaginando di essersi rafforzato, faceva confusione come presidente del Consiglio dirigendo un governo opposto a quello che aveva diretto in precedenza. Intanto Salvini occhieggiava con tutti i malumori che, anche grazie al Covid, iniziarono a crescere nel paese. Quando successivamente Renzi ritirò la delegazione del suo partito dal governo, aprendo di fatto la crisi, Mattarella, incaricato il 5s Fico, presidente della Camera, di esplorare la situazione, fu costretto a prendere atto che tutti i ponti tra 5s e Pd e tra 5s e Lega erano ormai consumati. Tutti immaginavano lo scioglimento delle Camere (il Covid sempre a infuriare) ma Mattarella, convinto dell’impossibilità del voto proprio per il pericolo di far crescere il Covid, ma anche per l’urgenza di metter fine alla confusione, diede l’incarico di formare il governo a Mario Draghi.

Con quest’ingresso la partita della politica italiana si modificò profondamente. Trucchi, furbizie e rinvii sparirono all’improvviso. Draghi chiese a tutti i partiti in parlamento di entrare nel governo. Rinunciò a farne parte soltanto Giorgia Meloni che, partita da irrilevante 4 e rotti per cento del 2018, era ormai in competizione con Salvini (in arretramento) per diventare il partito più pesante dell’area di centrodestra. Né è una forzatura pensare che la stessa Meloni non spinse per entrare nel governo per favorire Draghi (con cui ha mantenuto un ottimo ed equilibrato rapporto) date le sue posizioni antieuropeiste e gli antenati politici ritenuti (a ragione o a torto) ancora imbarazzanti. Problema: l’arrivo di Draghi ha accentuato il carattere populista dei partiti populisti? È evidente che è accaduto. Forse era inevitabile. Draghi ha spinto più in alto l’impegno politico ed ha quindi accentuato le spinte populiste alla ricerca di consenso tra le fasce meno evolute politicamente e meno attrezzate culturalmente nel paese. Si tenga conto che i 5s, ad ognuno dei passaggi che abbiamo ripercorso, hanno perso peso con un ritmo sempre più imbarazzante. Inevitabile perché i 5s per definizione sono un partito che ha puntato ad annullare la politica. Se uno vale uno, ed è questo il convincimento vero che ha consentito la molla del 32% nel 2018, non c’è bisogno di alcun partito e di alcun politico. Il M5s è il solo partito della storia d’Italia nato consapevolmente col lucido obiettivo di evaporarsi senza lasciar traccia.

A seguire la logica dei 5s la propria scomparsa sarebbe il segno del proprio trionfo. Ma quando ha iniziato a indietreggiare, essendo ormai finita la chiacchiera dell’uno vale uno, sostituita dai vantaggi del seggio parlamentare per la totalità dei quasi sconosciuti rappresentanti eletti tra i 5s, sono nate nuove dottrine. I 5s si sono sempre più spaccati tra una fascia che s’è interamente allontanata dalle teorie iniziali del Movimento, che avrebbe poi rappresentato Di Maio fino alla scissione, e un’altra che apparentemente segue le vecchie teorie ma che si guarda attorno con attenzione e non ha ancora deciso se restare sotto la guida di Conte o se richiamare in servizio il rumoroso e fantasioso Di Battista. Il guaio per il paese è che sia la Lega di Salvini, ormai ampiamente surclassata da FdI della Meloni, che l’ormai 5s di Conte si sono radicalizzati nella propria parte. Salvini è convinto che alla fine, anche grazie a Berlusconi, e piegando la parte più moderata di Fi, potrebbe riacciuffare la supremazia nel centrodestra. Tiene conto che la Meloni continua ad avere una difficoltà d’immagine e ad ogni buona occasione punta a metterla in difficoltà. Il punto più alto di questa strategia s’è giocato durante l’elezione del presidente della Repubblica con l’emarginazione della alleata/avversaria. Intanto Salvini rilancia tutti i punti politici delle vecchie impostazioni leghiste: dal regionalismo differenziato (preteso dai presidenti di Regione del Nord, e non solo del nord) alle spinte per favorire i padroncini della vecchia area leghista. P

er non dire delle pulsioni internazionali che lo hanno imbarazzato e indebolito per la sua storica vicinanza al putinismo e a Putin, che in passato, quando girava indossando le magliette col volto del dittatore russo, avrebbe volentieri barattato offrendo in cambio almeno due Mattarella. Ancora più in crisi il populismo necessario a Conte per giustificare la sua presenza nella politica italiana. La sua situazione s’è aggravata dopo la scissione dai 5s di Di Maio, che del Movimento fu a lungo il maggior leader e interprete. Conte in questo momento appare privo di strategia politica specie dopo il raffreddamento del Pd nei suoi conformi. Una difficoltà di rapporto che potrebbe perfino far restare i 5s senza rappresentanza se le cose dovessero ancor di più aggrovigliarsi senza arrivare al 2023 per le elezioni (possibilità comunque abbastanza difficile perché i 5s scissionisti o no temono le prossime elezioni).

Una poco divina commedia di quel che fu il MoVimento 5 Stelle. Beppe Grillo a Roma per tentare di mettere ordine tra i suoi, dopo l’uscita di Di Maio, ha raccolto una voglia di crisi rigeneratrice, e di Governo…Francesco Damato su Il Dubbio l'1 luglio 2022.

Ci vorrebbero Dante e la sua divina commedia, in qualcuno dei gironi dell’inferno, per rappresentare ormai la vicenda umana e politica del MoVimento 5 Stelle. Che nacque nel giorno della festa di San Francesco del 2009 col proposito del compianto Gianroberto Casaleggio e del sopravvissuto Beppe Grillo per farci vivere tutti nella povertà felice cercata dal patrono d’Italia e al tempo stesso per mandare a quel paese tutti i renitenti a quell’antico e rigenerante modello di vita.

Arrivato addirittura nel giro di soli quattro anni a sfiorare nel 2013 la vittoria sul malcapitato Pier Luigi Bersani, del Pd, che prendendoli in parola pensò di poterne ottenere l’aiuto ad un governo “di minoranza e di combattimento” di spirito appunto francescano, il movimento arrivò in altri quattro anni a conquistare, nel 2018, con la maggioranza relativa la posizione “centrale” in Parlamento che era stata per tanto tempo della Democrazia Cristiana.

In soli quattro anni tuttavia di governo, nel quale ha avvicendato come alleati o soci occasionali quasi tutti i partiti, presiedendo addirittura con Giuseppe Conte, presentatosi al pubblico come “avvocato del popolo”, due dei tre esecutivi avvicendatisi in questa legislatura, il movimento ha perso per strada un po’ di pezzi. L’ultimo dei quali, uscitone al seguito di Luigi Di Maio, gli ha dato il penultimo colpo facendogli mancare la maggioranza relativa in entrambe le Camere, a vantaggio della Lega di Matteo Salvini.

L’ultimo colpo in questa commedia un po’ meno divina di quella di Dante se lo contendono curiosamente – sotto gli occhi immagino sgomenti di Mario Draghi a Palazzo Chigi, fra un summit internazionale e l’altro cui partecipa nel contesto di una guerra vera, quella in Ucraina con tutti gli effetti collaterali- il segretario del Pd Enrico Letta e il fondatore residuo e garante dello stesso movimento, Beppe Grillo. Il segretario del Pd succhiandone le ultime risorse elettorali in quello che doveva essere il “campo largo” dei progressisti ma sta diventando solo il campo più largo semplicemente di quello cui Matteo Renzi aveva ridotto il partito nel 2018. L’altro, Grillo, correndo a Roma non per soccorrere l’infortunato Conte ma per dare praticamente ragione a chi l’aveva di fatto investito con la scissione, cioè di Di Maio.

Guardate che non vi sto raccontando una balla prendendola per spirito di gruppo o di redazione come preferite, dalla prima pagina di ieri del Dubbio. Dove si gridava lo stop di Grillo a Conte per lasciare ben saldo Draghi a Palazzo Chigi, minacciato secondo Di Maio dalle tentazioni pur negate dallo stesso Conte di “disallineare” l’Italia dall’alleanza atlantica e dall’Europa nel fronteggiare la guerra di Putin all’Ucraina. E per negare agli aspiranti sotto le stelle un terzo mandato con apposita deroga al divieto voluto alla nascita del movimento, come se veramente tra i tagli apportati ai seggi con una riforma autoflagellante e la crisi elettorale sopraggiunta ci fossero le condizioni per fare arrivare ancora qualcuno in Parlamento sotto quelle insegne o simili.

Vi giuro che, nonostante l’amicizia, la colleganza e quant’altro con i colleghi di questo giornale, e fedele alla sua stessa testata, che è appunto Il Dubbio, ho diffidato dei primi lanci di agenzie e simili che rappresentavano Grillo più vicino a Di Maio che a Conte. Mi sono arreso alla realtà, decidendomi a scriverne, solo dopo avere letto, stropicciandomi gli occhi di prima mattina, il titolo di prima pagina dell’insospettabile Fatto Quotidiano dell’ancor più insospettabile Marco Travaglio, da mesi impegnato a consigliare a Conte, quando ancora disponeva sulla carta della maggioranza relativa in Parlamento, di staccare la spina a Draghi per perdere il meno possibile – a suo avviso- alle prossime elezioni politiche. Eccovelo il titolo, di apertura per quanto modesta, del Fatto: “Grillo aiuta Di Maio: sì Draghi e 2 mandati”. “Il Garante completava il messaggio nel cosiddetto occhiello- mette in difficoltà Conte” nella gestione di quel che è rimasto delle 5Stelle, stampate in rosso.

Alla luce delle “difficoltà” certificate da chi lo difende sino ad averne scritto come del migliore presidente del Consiglio avuto dall’Italia e averne denunciato la sostituzione a Palazzo Chigi come un omicidio, inferiore solo al “regicidio” lamentato dal mio amico e compianto Enzo Bettiza sul Giornale di Indro Montanelli quando fu costretto alle dimissioni il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon; alla luce, dicevo, delle “difficoltà” procurategli da Grillo ho avvertito persino qualche moto di solidarietà umana vedendo la foto di Conte in arrivo a piedi, temo con un filo di sudore col caldo che fa in questi giorni anche a Roma, nell’albergo dove gli aveva dato appuntamento Grillo. E non credo, visto il racconto anche del Fatto, solo per contemplare il solito, pur suggestivo spettacolo dei resti dei Fori Imperiali: imponenti rispetto a quelli ormai del movimento fondato nel 2009.

C’è tuttavia da aggiungere che le rovine del movimento debbono essere poi apparse al garante superiori al previsto se ha raccolto dai parlamentari rimasti una voglia tale di crisi rigeneratrice di governo da avere concesso che si potrebbe, se proprio necessario, passare all’appoggio esterno a Draghi: non comunque all’opposizione.

Filippo Facci per “Libero Quotidiano” il 29 giugno 2022.

Il numero uno è sempre lui, ma non è più uguale all'uno che era, anche perché ce n'è un altro che non è più uguale a uno neanche lui, perché non c'è più, ha fatto una scissione, mentre un altro ancora, di fatto, è un imbucato di Volturara Appula e pensa di valere tre, ma non ha neanche un mandato, e in compenso, appunto, ne vuole tre per alcuni altri, neanche tutti, solo alcuni, ma gli altri - tutti gli altri - vorrebbero essere loro quelli che valgono tre, e così il numero uno non sa che cosa fare, o così sembra, e manda messaggi contraddittòri, manda affanculo i giornalisti che dieci anni fa dovevano essere morti e però sono vivi, ma non pendono più dalle sue labbra, non pensano più che «vaffanculo» sia un dirompente messaggio politico, pensano solo che sia un vaffanculo alla vecchia maniera che il numero uno non riesce più a dirsi neanche da solo, allo specchio, anche perché lo specchio è frantumato in mille pezzetti come succede ai vetri di sicurezza delle auto, i pezzetti si sparpagliano ovunque ma non tagliano, non incidono, non servono, si sa soltanto che il vetro non è più trasparente (da anni) e che andrebbe sostituito per intero, perché così non serve a niente, ed è l'unica certezza: niente è uguale a niente, zero è uguale a zero, ci sono due forze «politiche» che si sono separate ma potrebbero restare nello stesso governo, ed è un'agonia, un'autoconsunzione in diretta, una decomposizione a cielo aperto, un tramonto dopo una notte polare col sole che non ha neppure fatto in tempo ad alzarsi.

Che pena anche solo scriverne, cercare qualche parola per l'orazione funebre, leggere le «invenzioni» di quei «morti» che sarebbero i giornalisti ma i cui necrologi sembrano tutti plausibili, i morti fanno l'autopsia a un cadavere, con Beppe Grillo che è legato al tetto dei due mandati per affetto verso un morto vero (Gianroberto Casaleggio) e che però si dice disposto, Grillo, a riciclare i suoi 49 parlamentari in una sorta di scuola di formazione grillina: quando basterebbe una qualsiasi scuola media. Questi parlamentari grillini, cioè, dovrebbero insegnare qualcosa a qualcuno. 

Poi Grillo che biascica improbabilissimi attestati di stima per Giuseppe Conte («Abbiamo caratteri diversi, ma un ottimo rapporto»: manco ai tempi di Gava) mentre lui, Conte, non si capisce neppure se voglia restare al governo oppure no, e in ogni caso, come detto, vorrebbe una deroga di mandato almeno per alcuni parlamentari amici suoi, all'apparenza i più stupidi.

Si legge di trattative per deroghe da calcolare in percentuale tipo un dieci per cento (manco in Piazza del Gesù) e insomma l'idea di ricandidarne non più di cinque per le prossime elezioni politiche: ma sarà vero? 

E se anche fosse, in concreto, che cosa ce ne frega? Sino a che punto equivale a scrivere di «politica» il descrivere un vivido e impietoso funerale di gruppo?

Peraltro le urla delle prefiche più disperate devono ancora venire, ne scriveremo e scriveranno nei prossimi giorni, quando cominceranno le epurazioni e il fuggi-fuggi generale, e la conta anche dei soldi rimasti in cassa, e le voci sul cambio di una sede troppo esosa, e la stra-conferma dell'irrilevanza politica e manageriale di Giuseppe Conte e relativi consigliori porta-sfiga, soprattutto la prospettiva di lotte titaniche (rendetevi conto) tra soggetti come Paola Taverna, Vito Crimi, Alessandro Di Battista e altri ancora, questo mentre Grillo è stato visto scendere dall'auto (e l'Ansa lo rileva) con in mano una banana.

A chi importa che cosa farà, a chi frega delle primarie per le regionali in Sicilia, se Conte resterà presidente del Movimento? Importa solo chi resterà al governo, ma sino a un certo punto: Mario Draghi rimarrà in piedi lo stesso, e il Movimento è destinato alla tomba lo stesso.

Neanche lo scissionista trasformista, del resto, riuscirebbe a garantire niente a transfughi di una forza ridotta a meno di un quarto dei voti (a scendere) rispetto a quando il Paese fu così stupido da votarli in gran massa. Poi raccontano che Grillo sul tetto dei due mandati sarebbe irremovibile come una salma, e che abbia incontrato l'ex guardasigilli Alfonso Bonafede che andrebbe a casa pure lui: «Alfonso, dai, tornerai a fare l'avvocato». 

Dicono pure che stia puntando al foro di Milano, Bonafede: che per uno come lui suonerebbe probabile come se diventasse, chessò, ministro della giustizia. Insomma è triste, è tutto triste, come quei giornalisti che iniziano la carriera scrivendo necrologi, e ora, in fondo, ne stanno solo scrivendo un altro.

Stefano Folli per “la Repubblica” il 29 giugno 2022.  

L’ultimo paradosso italiano è anche il più spettacolare. Da un lato, Mario Draghi che si muove da protagonista al G7 e subito dopo al vertice della Nato convocato per ridisegnare, in tempi di guerra, le priorità geopolitiche e militari dell'Occidente: un momento che potrebbe diventare storico, o quantomeno in grado di essere riconosciuto come tale fra qualche anno. Per adesso viene ribadita la solidarietà attiva con l'Ucraina e anche su questo punto il presidente del Consiglio è esplicito.

Dall'altro lato, c'è lo spettacolo provinciale di una politica domestica che non riesce a sollevarsi dalle sue beghe. Draghi sembra muoversi sulla scena internazionale ostentando indifferenza, cioè senza curarsi delle convulsioni dei partiti che pure fanno parte della maggioranza di quasi unità nazionale. Dietro il rispetto formale del protocollo politico e parlamentare, s' indovina un distacco che un tempo sarebbe stato impensabile. Non è l'effetto dell'"arroganza tecnocratica", come dice qualcuno, bensì del collasso della politica.

O almeno di quei segmenti che hanno dominato la scena negli ultimi quattro anni. Forse non è un caso se Draghi ha scelto di fare una valutazione molto politica quando ha insistito, a margine del G7: "La crisi energetica non deve produrre un ritorno del populismo". Frase che definisce una linea discriminante: e ciò proprio nei giorni in cui si misura il cortocircuito dei movimenti, appunto, populisti.

Ne è conferma il fenomeno più clamoroso: i Cinque Stelle dopo la scissione del gruppo Di Maio. È comprensibile che Conte e i suoi si sforzino di sopravvivere, tuttavia è evidente che sono privi di qualsiasi idea che non sia la guerriglia pressoché quotidiana, ma di corto respiro, nei confronti del governo e del premier. 

Del resto, l'antico padre carismatico, Beppe Grillo, maschera a malapena il fastidio, se non il disprezzo, per la sua creatura. Lungi dall'essere venuto a Roma per dare una mano a Conte - a parte le frasi di circostanza - , egli si preoccupa di far capire a tutti di essere ancora la "guida suprema" di quel che resta del M5S. E di aver deciso che si continua ad appoggiare Draghi, quindi si resta nel governo. Collocazione che in verità Grillo, per motivi pubblici e privati, non ha mai messo in dubbio. Si dirà che un giorno o l'altro i "contiani" vorranno liberarsi dalla tutela del padre-padrone.

Può darsi, ma non siamo certo a quel punto. Per ora l'avvocato del popolo si trova stretto nella solita tenaglia. Se sospende le ostilità verso Palazzo Chigi delude i più accesi tra i suoi sostenitori e si espone alla domanda ovvia: ma allora perché avete rotto con Di Maio sulla politica estera, se poi continuate a votare nello stesso modo? Se viceversa ascolta i consiglieri più bellicosi, deve preparare l'uscita dall'esecutivo e il reingresso nel movimento dell'irrequieto Di Battista, simbolo stesso della deriva massimalista.

La mossa avrebbe una sua logica, visto che già oggi la scissione tende a spingere i 5S verso i confini della maggioranza. Ma esige una tempra che Conte non ha mai dimostrato di avere, tant' è che al momento il suo impegno è dedicato a introdurre eccezioni alla regola dei due mandati, nella speranza di costruirsi un piccolo cerchio di fedeli. Non proprio un orizzonte rivoluzionario. Ecco perché gli stessi che vogliono i 5S fuori dal governo desiderano anche affidare la risalita elettorale alla verve demagogica di Di Battista. Per Conte si preparano tempi cupi.

DAGOREPORT il 28 giugno 2022.

Lo show romano di Beppe Grillo è stata la prova verificata che di Elevato, in mezzo a questa ammucchiata di pipparoli a 5 stelle, ce n’è uno solo. Il solo a possedere un intuito politico e una leadership sociale: con quattro lazzi ha messo termine alla ricreazione dell’asilo Mariuccia messo su dall’irrilevanza di Giuseppe Conte. (E bene ha fatto Di Maio a tagliare la corda 24 ore prima dell’arrivo di Beppemao all’Hotel Forum: l’ex bibitaro sarebbe stato travolto dal carisma del Fondatore).

Così la pochette di Peppiniello Appulo si è rivelata utile a Grillo per pulirsi gli occhiali. 

Primo punto: Caro Giuseppe, si resta al governo. Anche se noi usciamo, e facciamo felici Travaglio e Di Battista, Draghi rimane in piedi a palazzo Chigi, quindi diventiamo ininfluenti, il Pd ci ripudia e conteremo meno di quel poco che contiamo adesso.

Secondo punto: Caro Conte, il limite ai due mandati deve restare "un tema identitario imprescindibile" e "senza deroghe". Qual è il criterio per fare una distinzione sulle deroghe: l’anzianità, l’amicizia, la simpatia? Tu dici che, senza deroghe, ci sarebbe un esodo verso Di Maio? Ma anche Luigino non riuscirà mai ad eleggerli tutti: siamo passati dal 32% all’8, meno di un quarto, a cui si deve aggiungere anche il taglio dei parlamentari (200 senatori, 400 deputati), previsto dalla nostra legge. Anche Di Maio avrà presto i suoi problemi. 

Terzo punto: Caro avvocato, una deroga al limite dei due mandati per sbloccare la candidatura di Giancarlo Cancelleri in Sicilia, te la puoi sognare. Griillo si ricorda benissimo che quando si aprì uno scontro contro di lui, il comitato di garanzia era formato da Cancellieri, Roberta Lombardi e da Crimi.

Permaloso com’è, l’Elevato non permetterà mai a Cancellieri di ricandidarsi al terzo mandato. Non solo: se Cancellieri non verrà candidato, Conte prende l’1% in Sicilia. Ancora: malgrado le supercazzole che spara dalla Gruber, Conte non vuole il ritorno di Dibba perché andrebbe ad oscurare Taverna e Crimi. 

Ultimo punto: Egregio avvocato, se ti interessa ancora fare il presidente del Movimento, devi seguire quello che ti dico io. Amen.

(ANSA il 28 giugno 2022) - "Ma siete esaltati, coprite con non cose le cose vere. Quando vi comporterete bene con me, con noi, con il Movimento faremo delle belle interviste". Lo ha detto il garante del Movimento Beppe Grillo arrivando in Senato, rispondendo a chi gli domandava se il M5s sta valutando l'appoggio esterno al governo. Grillo è sceso dall'auto con in mano una banana.

(ANSA il 28 giugno 2022) – È assolutamente necessario presentare un candidato del M5s alle primarie per le Regionali in Sicilia: è la richiesta ribadita dai deputati del Movimento a Beppe Grillo, nelle riunioni con il garante in corso alla Camera. 

Per sbloccare la candidatura di Giancarlo Cancelleri - spiegano fonti parlamentari dei 5 stelle - servirebbe in tempi strettissimi una deroga al limite dei due mandati, regola che deve restare "identitaria" per il Movimento, secondo quanto ha ribadito anche oggi Grillo. L'altra candidatura forte, secondo le stesse fonti, è quella di Nuccio Di Paola, capogruppo 5 stelle all'Ars.

Simone Canettieri per ilfoglio.it il 28 giugno 2022.  

Il Grillo-tour fra i parlamentari M5s in ansia per la ricandidatura continua. Questa mattina, prima di trasferirsi in Senato, il garante ha continuato ad ascoltare "i miei ragazzi". Salvo ribadire, ancora una volta, che "il tetto dei due mandati è imprescindibile". Stesso discorso in Sicilia, dove per le regionali Giancarlo Cancelleri chiede la deroga: "Per me non se ne parla". E allora bisogna ricostruire queste sedute di autocoscienza di Grillo con i parlamentari nel panico, al chiuso della Sala Tatarella, secondo piano di Montecitorio.

Quelli al primo mandato si fanno paladini dei principi inderogabili: "Beppe siamo con te!". Quelli al secondo tacciano, mettono sguardi vaghi e parlano di temi. Il siparietto che più merita è quello fra Grillo e Alfonso Bonafede. L'ex ministro della Giustizia, arrivato al secondo giro di boa, prende la parola: "Come ti ho già detto in privato, sono a favore del rispetto della regola. Non bisogna derogare". E Grillo: "Ma certo, Alfonso, dai. Tornerai a fare l'avvocato". L'ex ministro del Conte I e II la prende a ridere, ma pare che si stia davvero attrezzando per il futuro puntando al foro di Milano.

Giuseppe Brescia, anche egli al secondo mandato, racconta l'incontro così: "Sono intervenuto per parlare di temi e collocazione politica. Non di mandati". Perché? "Ero in conflitto d'interessi, come d'altronde i miei colleghi che si trovano alla prima legislatura". Il Grillo tour continua nel Palazzo anche nel pomeriggio. Parola d'ordine: non vi lascerò soli ragazzi, sarete i prof. della nostra scuola di formazione. Una sistemazione che sembra non interessare agli eletti: "Sì, va bene ma quanto si guadagna?".

 Marcello Veneziani per “la Verità” il 26 giugno 2022.

Se fossi Beppe Grillo scioglierei il Movimento 5 Stelle. Non ha più ragione di esistere, ha perso tra scissioni, defezioni ed espulsioni più della metà dei suoi rappresentanti eletti in Parlamento, è destinato a un'ingloriosa decimazione e il trasformismo lo ha divorato, snaturato e svuotato. Pensare che il più camaleonte di tutti Giuseppe Conte debba oggi rappresentare e difendere l'identità del Movimento dai traditori voltagabbana come Luigino Di Maio, è qualcosa che va oltre il teatrino dell'assurdo.

La cosa peggiore che si può dire di loro è che a ruoli invertiti farebbero ambedue la stessa cosa: Conte al governo avrebbe le stesse posizioni di Di Maio in tema di euroatlantismo, guerra, Mattarella, Mastella e compagnia bella. E Di Maio fuori dal governo sarebbe il leader dei grillini veraci e risentiti. Sono situazionisti, per non dire paraculi.

Conte e Di Maio hanno insieme vissuto, promosso e condiviso tutte le quattro stagioni del transgrillismo: identitari quando non sono al governo, alleati con Salvini per andare al governo, alleati ai dem per restare al governo, infine sostenitori di Draghi, della Nato e delle Vecchie Zie euroamericane per restare al governo. E ambedue hanno fatto di tutto per non andare alle urne: lo chiedevano i loro stessi parlamentari che a loro volta, come i loro capi, hanno a cuore solo la sopravvivenza personale. E perciò votano qualsiasi governo sia in carica, pur non di tornare al voto.

Sintetizzo così la situazione del divorzio tra Volta&Gabbana: il trasformista Di Maio si è separato dal contorsionista Conte. Giuseppe Zelig sposa da avvocato la causa del Movimento 5S ma non s' azzarda a rompere col governo, altrimenti il voto sbaracca i grillini. E Fregoli Di Maio si fa euro-atlantico, draghino e centrista, tra Mastella e Mattarella e si piazza al centro. 

Sono statisti acrobatici, specialisti nel salto multiplo della quaglia. Uno vale uno quando non sei nessuno; altrimenti pussa via, non sapete chi sono io.

Quando Giggino apparve da cucciolo di Grillo in tv, ascoltandolo e vedendo i suoi modi poco grillini, le sue mani di fata, il suo argomentare e il suo abitino, gli predicemmo il futuro: diventerà democristiano, senza offesa per i dc. Così è stato. E così sarà.

Solo un paio di settimane fa ipotizzavamo un Cartello Surreale costituito da Di Maio, Mastella, Renzi, Carfagna e i centristi sparsi e oggi quello scenario dell'assurdo è l'ipotesi più probabile su cui stanno lavorando gli stessi interessati, salvo non riuscire nell'intento e allora invocare la loro purezza: non saremmo mai andati con lui. Dal canto suo Conte, stando fuori dal governo, serbando rancore per la sua cacciata da Palazzo Chigi e dovendo rappresentare la clientela grillina, ha recitato per poche ore la parte dell'Intransigente per poi squagliarsi come burro e calarsi le braghe, uscendo con la coda tra le gambe.

Alla fine è rimasto nel governo e nella maggioranza pure lui come il suo rivale transgenico, votando pure il via libera per le armi all'Ucraina e rimandando ancora una volta la rivoluzione, causa maltempo, a data da destinarsi. E allora per cosa si sono divisi? Per la sola e ridicola ragione del secondo mandato? 

Ma dai, fatela finita con questa pagliacciata. Alla fine, l'unico grillino coerente è Ale Di Battista, purissimo grillissimo, che è fuori dal Movimento ma rappresenta lo spirito originario, confusionario ma coerente. Dovrebbe essere lui l'ultimo leader del Movimento, pur ridotto a partitino d'opposizione almeno per concludere in bellezza con la sigla di chiusura. Lui è l'unico in questa vicenda a uscirne a testa alta; magari vuota ma alta.

L'unica argomentazione seria a queste mie osservazioni è sempre la solita: ma gli altri partiti sono forse meglio? No, non sono meglio, ma questi sono peggio. 

Trasformisti ce ne sono, eccome, anche dalle altre parti, gente che si rimangia quel che dice il giorno prima ce ne sono a iosa, ma nessuno è riuscito a essere così trasformista come loro e a vivere tutte le stagioni passando dal bianco al nero, dal rosso al verde, dal giallo al grigio, dall'antipolitico al peggior politicante. Ma un amico grillino mi incalza: e allora per te chi dovremmo votare? Le soluzioni sono due: se siete coerenti, per nessuno. 

Se siete realisti e pensate al male minore, a tutti gli altri, uno a vostra scelta, ciascuno secondo le sue preferenze. I grillini sono riusciti nell'arco di questi quattro anni di governo e di movimento maggioritario a dimostrare due cose opposte: quanti danni, errori, sciocchezze può commettere un movimento antipolitico di dilettanti arrabbiati al governo, dal reddito di parassitanza in poi.

E quanto accomodante, servile, trasformista, poltronista può diventare un movimento del genere, superando in queste specialità tutti gli indecenti politicanti delle due repubbliche precedenti. Se fossi Beppe Grillo annuncerei di sciogliere il movimento, magari col consenso del ritrovato sodale Casaleggio, pur avendo la certezza che i suddetti grillini, grilloidi e grillacchioni se ne fregherebbero e resterebbero attaccati all'ultimo straccio di Movimento e di seggiola fino a che non saranno cacciati dall'elettorato.

Ma per lui sarebbe perlomeno un modo per scindere la sua immagine e la sua responsabilità di leader e ora di garante da quel circo penoso. E se non vuole dichiarare fallimento del progetto, se non vuole dirsi veramente sinceramente deluso dalla sua creatura, potrebbe perfino chiudere con un colpo di teatro, dicendo che la missione dei grillini è compiuta e perciò può dirsi soddisfatto e ora non hanno più ragion d'esistere: ha dimostrato che dal nulla un movimento può diventare il primo partito e andare al governo, e ha dimostrato pure il contrario, che un partito di governo, primo per consensi, può ridursi al nulla. Dal nulla al nulla, passando per il potere. Sarebbe il vero ritorno alle origini.

Il doppio mandato e il trasloco dal Palazzo: l'incubo per le settanta anime perse grilline. Francesco Boezi il 19 Giugno 2022 su Il Giornale.

Salvo deroghe, dovrebbero mollare pure Fico, Taverna, D'Incà e Bonafede.

Alessandro Di Battista ha svolto, prima di optare per uno stop, un solo mandato ed essendo anti-sistemico in geopolitica - proprio come piace alla versione attuale di Giuseppe Conte - potrebbe rientrare in Parlamento e nel MoVimento 5 Stelle. Quello che potrebbe valere per «Dibba», però, non varrà, con ogni probabilità, per tanti storici grillini che sono rimasti. Quelli che dovranno scegliere tra il buen ritiro, la speranza in deroghe (quelle che magari scatteranno per qualche contiano di ferro) ed il riposizionamento partitico, che potrà essere facilitato dalla sempre più ventilata scissione.

Quanti sono, però, i parlamentari pentastellati che, per via della regola del limite dei due mandati, saranno quantomeno costretti a saltare un giro? Più o meno una settantina. Tutti esponenti che, grazie al crollo della creatura nata sull'onda delle «piazze del Vaffa» ed al taglio degli scranni imposto dalla riforma targata proprio M5S, sono in predicato di salutare la politica, oltre che il Parlamento. L'idea di Beppe Grillo, che sui due mandati ha ribadito d'essere indisponibile a trattare, sarebbe quella di aprire alle candidature nei Consigli regionali o al Parlamento europeo, ma il M5S non può più contare sui voti di qualche anno fa. La discesa fotografata dalle recenti amministrative non ha bisogno di interpretazioni: il nervosismo non può che circolare tra chi sta per varcare di nuovo le porte di casa. Se non altro perchè, ora come ora, correre a preferenze non può che essere considerato chimerico. Al netto della narrativa sulla distanza siderale dai palazzi - quella che è ormai in disuso - resta comunque difficile rintracciare un parlamentare grillino disposto a mollare la politica.

Il nervosismo ed i tumulti dei settanta sono percepibili con facilità. Di nomi se ne potrebbero fare tanti. Quello che pesa di più, sia in termini storico-politici sia in chiave istituzionale, è quello del ministro degli Esteri Luigi Di Maio. L'Inquilino della Farnesina, che per le norme interne non potrebbe fare parte delle liste per le prossime elezioni politiche, è il candidato principe a fare la mossa capace di spaccare a metà l'universo pentastellato: la scissione, appunto. Anche il presidente della Camera Roberto Fico non sarebbe ricandidabile. Per lui, come per il ministro Federico D'Incà e per l'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede, Conte potrebbe fare qualche eccezione.

Poi un lungo elenco di volti storici: Paola Taverna, Vito Crimi, Carlo Sibilia, Roberta Lombardi (al secondo mandato in Regione Lazio), Giancarlo Cancelleri, Manlio Di Stefano, Riccardo Fraccaro, Luca Frusone (che guida la delegazione italiana del Parlamento alla Nato), Gianluca Vacca, Nunzia Catalfo, Danilo Toninelli, Giulia Grillo, Marta Grande, Giulia Sarti, Sergio Battelli, Fabiana D'Adone (ministro in carica), e tanti altri.

Qualcuno seguirà il destino di Di Maio. Altri, come premesso, spariranno dalle scene. Il MoVimento 5 Stelle si prepara alla trasformazione in «MoVimento anime perse». E non sarà indolore.

"Si pone fuori dal M5s". La Todde "spara" su Di Maio. Francesca Galici il 18 Giugno 2022 su Il Giornale.

La critica della risoluzione di Luigi Di Maio non è piaciuta al M5s. E il vicepresidente Todde coglie l'occasione per un nuovo attacco al ministro.

La rivelazione della bozza di risoluzione del Movimento 5 stelle ha aperto un ulteriore fronte di rottura all'interno del M5s. Il primo attacco diretto è arrivato proprio da Luigi Di Maio: "Ho letto in queste ore che c'è una parte dei senatori della forza politica cui appartengo che avrebbe proposto una bozza di testo da inserire nella risoluzione, che di fatto ci disallinea dall'Alleanza Nato e ci disallinea dall'Ue". Parole che hanno creato ulteriore tensione all'interno del partito guidato da Giuseppe Conte.

L'affondo di Di Maio contro il suo partito è stato totale: "Se è un'Alleanza difensiva e ci siamo tutti quanti dentro, lavoriamo tutti quanti insieme per una soluzione pacifica. Non è che ci sganciamo e cominciamo a fare cose che magari possono essere utilizzate dalla propaganda russa per dire che l'Italia sta un po' di più con la Russia che con la Nato: questo non ce lo possiamo permettere". Ma alle sue parole sono seguite a stretto giro quelle di un altro esponente governativo, Alessandra Todde, viceministro allo Sviluppo economico e vicepresidente del M5S.

"No ad altri invii di armi". Spunta la bozza di risoluzione del M5s

"Chiunque dica che noi facciamo una politica che non è all'interno del contesto europeo e della Nato, che è anti-atlantica, non lo sta dicendo in buona fede. In realtà stiamo semplicemente ponendo al governo dei temi democratici e necessari in una dialettica politica", ha tuonato il viceministro, in riferimento alla critica mossa da Di Maio sulla bozza di risoluzione. Ma il punto di vista di Alessandra Todde non incontra nemmeno quello di Laura Castelli, viceministro dell'Economia: "Io di sicuro non voterei una risoluzione, qualora presentata dal mio gruppo, in cui si chiede di non inviare armi all'Ucraina. Un punto che va fuori dalla collocazione storica dell'Italia".

"Discutiamo se ci rappresenta...". Bomba contro Di Maio

Ma ancora una volta, il ministro degli Esteri è stato preso di mira per le esternazioni pubbliche contro il partito. Prima, Alessandra Todde ha ribadito la posizione già espressa da Giuseppe Conte: "Credo che Di Maio, parlando in una certa modalità, si stia ponendo fuori dal Movimento. Abbiamo degli organi interni in cui dibattere, come il Consiglio nazionale. La discussione deve essere fatta lì, se viene fatta a mezzo stampa ci assume la responsabilità di quello che si fa". Poi, Michele Gubitosa, vice presidente M5s, ha rincarato la dose: "Oggi Di Maio è un ministro della Repubblica perché è espressione della prima forza politica, non perché si chiama Luigi Di Maio, e mi domando quanto al governo rappresenti ancora il M5s, o se stia rappresentando solo sé stesso o qualcun altro".

"Quel movimento con le ruote a terra". Francesco Boezi il 19 Giugno 2022 su Il Giornale.

Il sociologo: "Era un'auto, ora è una bici. E in futuro vedo una scissione".

Il sociologo Domenico De Masi, che ha seguito il MoVimento 5 Stelle sin dalla comparsa sul palcoscenico politico, parla di rischio «deflagrazione» ed analizza le cause del crollo dei pentastellati.

Il MoVimento 5 Stelle è in via di sparizione. Come se lo spiega?

«Beh, il M5S può ancora contare sul 14%. Sono dati di sondaggi che non sono stati commissionati dai grillini. Se Bettino Craxi avesse mai avuto il 14%...».

Sì, però Craxi non guidava un partito a vocazione maggioritaria in un sistema bipolare.

«Vero. Resta che Conte e Di Maio sono le uniche due novità della politica italiana degli ultimi dieci anni, e non vanno d'accordo tra loro. Anzi, sono in contrapposizione frontale, pensi!».

Ripercorriamo la parabola grillina?

«Hanno avuto un exploit nel 2018. Poi il M5S ha perso metà elettorato con il governo gialloverde. Matteo Salvini, ai tempi, è cresciuto, in percentuale, tanto quanto è sceso il M5S. Poi i pentastellati sono rimasti attorno al 16-18% per ventisei mesi, in una situazione cristallizzata. Dopo il Quirinale, con il primo diverbio tra Luigi Di Maio e Giuseppe Conte, sono scesi al 14%».

Una parabola discendente esiste.

«Certo, non c'è dubbio».

Inoltre, c'è un caos interno. Come lo spiega?

«Un caos è un caos. Come si può spiegare un caos? Le ripeto che gli unici due esponenti politici definibili nuovi, almeno rispetto all'ultimo decennio, sono nemici tra di loro».

Il MoVimento non è più antisistemico: questa è la causa della crisi?

«Tutti i movimenti tendono a diventare partiti. Un movimento è come un mucchio di sabbia, con tanti granelli diversi al suo interno. In questo caso, i granelli erano uniti dal rancore contro la casta. I mucchi di sabbia, però, tendono a diventare come un mattone. Non tutti ci riescono e spesso qualcosa viene perso per strada. Con il governo giallorosso, la situazione elettorale grillina era rimasta uguale a se stessa. Adesso, con l'animata dialettica tra Conte e Di Maio, rischiano la deflagrazione finale».

C'è solo questo aspetto?

«Il M5S aveva quattro ruote. Una era il movimentismo antisistemico, che era impersonato soprattutto da Alessandro Di Battista. C'era l'ala governativa, che era incarnata da Di Maio. Poi c'erano il carisma dei due fondatori e la piattaforma. Di queste quattro ruote, ne sono rimaste soltanto due: quella governativa e quella della linea di protesta, per cui ora c'è Conte. Il MoVimento era un'automobile, ora è una bicicletta. In una bicicletta, se le due ruote non concordano, è un bel problema».

Lei prevede una scissione?

«O si mettono d'accordo, e non lo vedo probabile, oppure si scindono. Se dovessero scindersi, tre quarti resterebbero con Conte, mentre un quarto andrebbe con Di Maio. I due tronconi, comunque sia, non corrispondo al tutto. Ovvio che il potere di due partiti non sarebbe quello avuto da un movimento unico ed unito».

La fase finale del grillismo tra profezie e decrescita. Casaleggio senior diceva: attivi o sarà inutile votarci.

Domenico Di Sanzo il 19 Giugno 2022 su Il Giornale.

Dal boom del 2013 al disastro delle Comunali, i fondatori avevano previsto il declino.

E se i fondatori avessero previsto tutto questo? Se davvero il Movimento non fosse altro che un «virus» destinato a estinguersi col tempo, come suggerito da Beppe Grillo? Oppure, se come scrisse Gianroberto Casaleggio, alla fine dei conti «i movimenti in Rete nascono spesso per ottenere un obiettivo. Informano, coinvolgono, fanno proseliti»? Possiamo anche non credere alle profezie, ma sembra proprio che, a tredici anni dalla sua fondazione, il M5s abbia raggiunto il suo scopo di spalancare le porte delle istituzioni ai cittadini e sia pronto per autodistruggersi. Come un messaggio di una chat di Telegram che, una volta arrivato a destinazione, scompare da solo e non se ne ha più traccia.

A proposito di predizioni, ce n'è una ancora più esplicita. Una dichiarazione che, letta oggi attraverso le lenti dello scontro tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, suona ancora più profetica. La pronuncia Grillo alla fine del 2012, proprio prima dello sbarco in Parlamento dei grillini. Il comico è in giro per l'Italia con il #Massacrotour, alle prese con la raccolta firme per presentare le liste delle elezioni politiche che si svolgeranno a marzo del 2013, quando un attivista gli chiede quale sarà il futuro dei Cinque Stelle. Questa la risposta del Garante: «Il futuro del M5s è sciogliersi. Quando noi avremo anziché il 20% dei consensi il 100%, quando i cittadini saranno diventati istituzioni, noi non avremo più senso». E i due esempi più lampanti di cittadini diventati istituzioni sono Conte e Di Maio. L'avvocato sconosciuto ai più che si è ritrovato presidente del Consiglio di due governi, l'ex studente fuori corso della provincia napoletana che a 35 anni può vantare il cursus honorum di un veterano della politica. Vicepresidente della Camera, ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, vicepremier, ministro degli Esteri.

Suona come una profezia anche un'altra frase di Casaleggio senior, contenuta nel libro «Il Grillo canta sempre al tramonto», pubblicato nel 2013. «Non basta osservare quello che il MoVimento fa o non fa. Se uno ci crede deve diventare attivo, altrimenti perderemo, altrimenti è inutile votarci. In parlamento saremo magari cento, ma saremo dieci milioni fuori», la riflessione del cofondatore del M5s. Nove anni dopo ci troviamo di fronte a un partito fortissimo in Parlamento, con 227 eletti, ma i sondaggi sono in calo costante e il ricorso alla democrazia diretta digitale è sempre più raro.

Ma come siamo arrivati al big bang? L'impressione è che l'unica decrescita propiziata da Grillo sia stata quella infelice dei voti del Movimento. E se è stato lui, al battesimo del fuoco del 2013, a trascinare la sua banda di carneadi verso un sorprendente 25%, è stato sempre lui a benedire tutti i salti della quaglia del M5s al potere.

Dopo l'altro boom del 2018, il demiurgo del Vaffa, il profeta dell'antipolitica, ha dato il via libera prima alla creazione di un governo con la Lega e poi di uno con i nemici storici del Pd. Infine il capolavoro: entrare in un esecutivo di larghissime intese con a capo l'ex governatore della Bce Mario Draghi, definito per l'occasione un «grillino» dall'uomo che mandava a quel paese le banche, l'Europa e tutti i partiti. Per questo non deve meravigliare la dissipazione del consenso pentastellato a cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Dal 32% delle politiche del 2018 al 17% delle europee dell'anno successivo. Fino alle migliaia di voti persi alle comunali, con la caduta delle due roccaforti di Roma e Torino conquistate nel 2016 e passate al Pd nel 2021.

La storia del grillismo è da manuale di Scienza delle distruzioni. Anche se, come spiega al Giornale Nicola Biondo, ex spin doctor dei Cinque Stelle alla Camera, giornalista e autore dei libri Supernova e Il Sistema Casaleggio, «per quanto riguarda la comunicazione la profezia dello scioglimento del M5s in altri partiti si è già avverata, basti pensare alle tecniche di Luca Morisi per Salvini, a Tommaso Longobardi, guru social di Giorgia Meloni che ha iniziato alla Casaleggio Associati e all'influenza che in un certo periodo ha avuto la comunicazione di Rocco Casalino persino su una parte del Pd».

Analfabetismo politico. Augusto Minzolini il 18 Giugno 2022 su Il Giornale.

La fine dei 5stelle diventerà un fenomeno di studio per i posteri, come l'epilogo dell'"uomo qualunque".

C'è un a,b,c della politica che probabilmente si è perso negli ultimi anni. Si può parlare di regole, culture, chiamatele come volete, venute meno, che hanno lasciato il campo ad un analfabetismo dilagante. A sinistra come a destra. L'esempio più lampante sono i grillini, ma non solo. La fine dei 5stelle diventerà un fenomeno di studio per i posteri, come l'epilogo dell'«uomo qualunque». Il Movimento si è trasformato in una supernova, è esploso e il detonatore è stato quel Giuseppe Conte che è approdato alla guida dei 5stelle quasi per caso. Ormai è una guerra di tutti contro tutti. L'ex premier contro Giggino Di Maio, ma pure Beppe Grillo che la pensa diversamente da Casaleggio, mentre il Dibba imperversa sull'uscio. Il punto è che i grillini si sono liquefatti per autocombustione. Per un'assenza di guida, di professionalità sono affogati nel giro di qualche anno nelle loro stesse contraddizioni. L'ultima è clamorosa: come fa un ex premier che ha trascorso tre anni a Palazzo Chigi, a prendere le distanze in politica estera da un governo che ha come inquilino della Farnesina il principale esponente politico del suo partito?

È chiaro che quella polemica avrebbe contrapposto Giuseppi a Giggino. Ma l'assurdo è che lo scontro, che probabilmente sarà la premessa di una scissione, era scontato, era nelle cose ma Conte non solo non ha fatto nulla per evitarlo ma ha acceso la miccia. Ha trascurato un'ovvietà e cioè che la scelta di mettere in discussione la linea di politica estera - perché porre il problema della fornitura delle armi a Kiev significa questo - si sarebbe trasformata in una sfiducia al titolare della Farnesina prima che a Draghi.

Di Maio, punto sul vivo, messo sul banco degli imputati da chi sulla carta è il leader del suo partito, non poteva non rispondere. Al netto degli altri contrasti che scuotono il Movimento, a cominciare dal tetto dei due mandati parlamentari.

Appunto, Conte per l'ennesima volta ha dato prova di analfabetismo politico, perché ha messo a dura prova pure il suo rapporto privilegiato con Enrico Letta che ora probabilmente, volente o nolente, sarà costretto a scegliere Di Maio come interlocutore.

Una débâcle.

Un altro esempio di analfabetismo politico rischia di andare in scena a Verona sul versante del centrodestra. Il sindaco uscente e candidato di Fdi e della Lega, Federico Sboarina, arrivato al ballottaggio contro il candidato di sinistra, ha avuto la bella idea di rifiutare per ora l'apparentamento al secondo turno con Flavio Tosi, neo-esponente di Forza Italia. Probabilmente il nostro personaggio ignora che per vincere l'apparentamento è quasi un obbligo dal punto di vista strategico. Invece, Sboarina o per risentimenti personali, o per egoismo politico, ancora dice no ad un'alleanza alla luce del sole. Preferirebbe un inciucio sotto traccia con Tosi. Un modo per umiliarlo. L'atteggiamento, però, rischia di condannarlo alla sconfitta e dimostra il masochismo di un centrodestra che riesce a perdere anche partite già vinte. Giorgia Meloni, leader di Sboarina, parla di ritorno al bipolarismo, ma a quanto pare il suo candidato ne ignora completamente le logiche. Ma, soprattutto, se in vista delle elezioni politiche esiste un disegno, perseguito da qualcuno nel centrodestra, che punta a non allargare l'alleanza per paura di spostarne il baricentro, be', va detto subito, che sarebbe la solita sciocchezza dalle conseguenze letali.

Il M5s è sempre stato "una forza d'odio". Andrea Indini il 18 Giugno 2022 su Il Giornale.

Di Maio preoccupato per il M5s: "Temo diventi una forza d'odio". Ma, dalle gogne social alla giustizia usata come clava, il partito del vaffa da sempre fomenta la base contro gli avversari politici.

Colpisce sentire Luigi Di Maio preoccupato per le sorti del Movimento 5 Stelle. "Temo che diventi una forza politica dell'odio", ha esternato all'apice di un botta-e-risposta a distanza col capo Giuseppe Conte e col consulente massimo Beppe Grillo. Colpisce perché il rischio paventato dal ministro degli Esteri non esiste: non deve preoccuparsi che il M5s diventi "una forza politica dell'odio" perché lo è già, e da sempre per giunta.

Il Movimento 5 Stelle nasce col vaffanculo in bocca. Gli spettacoli sboccati del comico genovese, i meet up e i "Vaffa Day" sono l'origine di una forza politica che ha sempre usato la violenza verbale, la demonizzazione dell'avversario e la gogna social come armi per sbaragliare i partiti tradizionali e arrivare in parlamento e nei palazzi della politica. Senza queste continue aggressioni non esisterebbe il grillismo. "Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno", prometteva Grillo nel 2013. "Scopriremo tutti gli inciuci, gli inciucetti e gli inciucioni: quando illumini un ladro il ladro non ruba più!". I Cinque Stelle sono nati come forza anti sistema. Per farlo a pezzi, il Sistema, lo hanno infangato, calpestato e, infine, bistrattato finché non hanno capito che tutto sommato gli calzava a pennello. La loro è una parabola con infiniti cortocircuiti, cambi di casacca e dietrofront. La "scatoletta di tonno", tanto per intenderci, è stata sì aperta, ma poi ci si sono trovati tanto bene che vi si sono accomodati e, in barba alle regole contro i politici di professione, non vogliono più schiodarsi. Adesso che hanno tutti quanti indossato giacca e cravatta, fanno volare qualche vaffanculo in meno ma la solfa non è cambiata.

Per esempio. Oggi inorridiscono (giustamente) contro le spregevoli liste dei filo Putin. Si sono forse dimenticati delle liste di proscrizione che quotidianamente pubblicavano sul blog di Grillo? Il giornalista del giorno. Si chiamava così, la rubrica. Il post era breve: nome e cognome del giornalista da impallinare, testata, breve descrizione del "reato" commesso. A scorrere una selva di commenti (e insulti) dei lettori. A fine anno, poi, maxi lista finale per nominare il giornalista (peggiore) dell'anno. Gogna social. I grillini, dopotutto, sono da sempre campioni di sputtanamento. Soprattutto quando ci sono le Procure di mezzo. La sete di giustizialismo li ha spinti a gettare nelle galere virtuali del web politici indagati o rinviati a giudizio. Poco importa se poi, a distanza di anni, si sono rivelati innocenti. Nessuno, per certe campagne d'odio, hai mai chiesto scusa. Li hanno letteralmente massacrati, infischiandosene bellamente della presunzione di innocenza. Hanno sempre avuto un solo obiettivo: fare a pezzi l'avversario. E ci sono sempre riusciti.

I grillini incanalano l'odio del web contro i propri avversari sin dagli albori del Movimento. È una costante. Nel 2014 era stato Grillo in persona a scatenare l'assalto all'allora presidente della Camera, Laura Boldrini, chiedendo ai propri follower: "Che fareste in auto con Boldrini?". Non serviva un professorone della comunicazione a suggerire che un post di tale ambigua portata avrebbe scatenato commenti violenti. L'intento - possiamo facilmente immaginarlo - era proprio quello. Per questo fa sorridere sentire Di Maio preoccuparsi. Il M5S è sempre stato "una forza politica dell'odio". L'unica differenza è che da movimento d'odio è diventato partito d'odio. Ora che incassa i finanziamenti pubblici, che inciucia a destra e a manca pur di conservare la poltrona, che alle elezioni non disdegna apparentamenti per non soccombere, ora che vanta uomini nei ministeri che contano si è solo fatto più istituzionale. Non tema, dunque, Gigino. Il M5S continuerà a odiare. E continuerà a riversare questo odio contro gli avversari politici e contro quella Casta che, oggigiorno, anche loro rappresentano.

Emanuele Buzzi per il “Corriere della Sera” il 19 giugno 2022.

Una domenica sul filo della tensione. I vertici M5S riuniscono il Consiglio nazionale in serata. Tema del giorno le dichiarazioni pubbliche di Luigi Di Maio. «Ora basta», dicono i contiani facendo intuire che il presidente del Movimento punta su una linea dura per chiarire l'affaire Di Maio. 

Alle 21,30 inizia la riunione dei big stellati per decidere che linea adottare. Giuseppe Conte pone la questione subito su un piano politico, cercando di evitare toni da processo. Una possibile espulsione, insomma, non è sul tavolo. 

Tra i quattordici al tavolo il dibattito è acceso, movimentato. Dopo due ore di conciliabolo non trapela nulla. In piena notte, nella nota conclusiva, i vertici m5s ribadiscono la collocazione euro-atlantica dell'Italia, bollando come «immotivate» le accuse del ministro.

«Comunicheremo le nostre decisioni per tempo», dicono nel Movimento. Quello che viene ripetuto come un mantra dai contiani è che il ministro «ha passato il segno». I dimaiani, invece, ostentano sicurezza. «Noi abbiamo agito per il bene del Paese e per il bene del partito: se ci devono processare per questo facciano pure», è il ragionamento che viene ripetuto da più parti. 

Eppure il filo conduttore della giornata è scandito dalle voci in merito a una possibile espulsione dell'ex leader dal M5S. I vice di Giuseppe Conte sono sul piede di guerra. «Trovo gravissimo che un ministro degli Esteri si esprima in questo modo, a fronte forza politica che ha sempre rivendicato di essere all'interno di una compagine euro atlantica e della Nato e che, peraltro, è rappresentata da un ex presidente del Consiglio», attacca Alessandra Todde a Sky tg24 . I dimaiani si schierano compatti a fianco del titolare della Farnesina: sono almeno una dozzina gli interventi a sostegno di Di Maio. 

In realtà, la strada per l'espulsione è in salita. E molto. Il Consiglio nazionale non ha il potere di cacciare gli eletti, ma può segnalare il caso al collegio dei probiviri. Qui entrano in gioco una serie di complicazioni non indifferenti. 

Anzitutto, l'opportunità politica. Due esponenti su tre del collegio (Fabiana Dadone e Barbara Floridia) fanno parte del governo: «Espellere un ministro che cerca di difendere l'esecutivo non sarebbe un gran segnale d'immagine», commenta uno stellato. Il terzo componente del collegio, Danilo Toninelli, non potrebbe comunque deliberare da solo. In secondo luogo, c'è una questione legale. 

Le cause aperte - in particolar modo il reclamo presentato a Napoli sulla votazione per lo statuto contiano - pendono come spade di Damocle sulle decisioni interne. Intanto Lorenzo Borré, il legale storico degli espulsi M5S, dice all'Adnkronos : «Sarei disponibile a difendere Di Maio».

Se la strada per l'espulsione è tortuosa, la «convivenza interna» tra contiani e diamaiani appare ancora più ostica. Gli ostacoli sul percorso vanno ben oltre la risoluzione sull'invio di armi in Ucraina. Dovesse Beppe Grillo riuscire a far rientrare temporaneamente la crisi interna, ci sono altri fronti pronti ad accendersi, a partire dalla questione dell'inceneritore di Roma. 

Intanto L'ex M5S Vito Petrocelli punge i Cinque Stelle: «Martedì e mercoledì prossimi il Parlamento può togliere la delega in bianco conferita al governo sulle armi all'Ucraina. Io non l'ho votata e mi hanno espulso dal M5S. Ora hanno l'occasione di agire oppure è meglio che tacciano per sempre?», twitta il senatore. Intanto i dimaiani serrano le fila ed è partita la guerra dei numeri.

Secondo i contiani con il ministro sono schierate poche persone, «al massimo una ventina», mentre nell'inner circle dell'ex capo politico si danno cifre diverse. Si parla di 30-40 parlamentari schierati al fianco dell'ex capo politico e - assicurano fonti qualificate - «la cifra è destinata a crescere ulteriormente se Conte continuerà a tenere posizioni troppo radicali». Insomma, si ha l'idea di assistere a una partita che è solo al calcio d'inizio e che si preannuncia piena zeppa di tatticismi.

Antonio Bravetti per “La Stampa” il 19 giugno 2022.  

La notte delle stelle cadenti. È iniziato il processo a Luigi Di Maio: ieri sera l'ex capo politico è ufficialmente finito sul banco degli imputati per le sue «accuse strumentali» al Movimento 5 stelle. La resa dei conti si consuma col buio, fin dopo la mezzanotte, in una riunione fiume del Consiglio nazionale del partito convocata da Giuseppe Conte.

Il leader M5S esprime «forte rammarico» per le parole del ministro degli Esteri e ribadisce «i cittadini non vogliono vedere l'invio di altre armi all'Ucraina». Vuole schierare tutto il Movimento contro di lui, chiedendo un chiarimento pubblico di fronte agli iscritti, nessuno chiede la sua espulsione, ma «è un problema che va risolto», fanno sapere i fedelissimi di Conte. 

Quando ormai è notte e il Consiglio nazionale è ancora riunito, però, sono in tanti a protestare con il leader e i suoi vice per «la guerra comunicativa di questi giorni». Il partito che l'ex premier sognava muoversi granitico contro Di Maio, si rivela essere pieno di sfumature e di colombe che chiedono una tregua.

Quella di ieri, d'altronde, è stata una giornata di cannoneggiamenti, l'ennesima. Durissimi i vicepresidenti pentastellati. Per Michele Gubitosa «siamo a un punto di non ritorno». Riccardo Ricciardi sostiene che il ministro «da tempo è un corpo estraneo al Movimento». Quanto alla sua possibile espulsione, «vorrei ricordare che da capo politico Di Maio ha espulso persone per cose molto, molto meno gravi». La colpa di Di Maio, per Ricciardi, è di aver «detto che il M5S ha una posizione anti-atlantica o anti-europea. Non è così». 

Stesso giudizio da Alessandra Todde, che ricorda che il M5S ha «una sola linea» e giudica così le critiche dell'inquilino della Farnesina: «Dichiarazioni forti, neanche supportate dai fatti, perseguendo obiettivi personali, delegittimando la forza politica che rappresenta». L'atteggiamento di Di Maio, all'interno del partito, non è piaciuto a nessuno, ma in molti durante la riunione chiedono di evitare una guerra fratricida. Gli stessi vertici M5S, nel pieno della riunione, percepiscono che se si continuerà su questa strada verranno messi nel mirino i vicepresidenti. Primo tra tutti, Ricciardi, che ha guidato l'assalto più violento.

Di Maio, da parte sua, non desiste. Risponde a metà giornata con una lunga nota. Si aspettava dai dirigenti pentastellati che facessero «autocritica» e invece, sottolinea, «decidono di fare due cose: attaccare, con odio e livore, il ministro degli Esteri e portare avanti posizioni che mettono in difficoltà il governo in sede Ue. 

Un atteggiamento poco maturo che tende a creare tensioni e instabilità all'interno del governo. Un fatto molto grave». Per il titolare della Farnesina «l'Italia non può permettersi di prendere posizioni contrarie ai valori euro-atlantici. 

Valori di democrazia, di libertà, di rispetto della persona e di difesa degli Stati. In ballo c'è il futuro dell'Italia e dell'Europa». Con lui Francesco D'Uva, che accusa i vertici stellati di essere «di giorno atlantisti ed europeisti, di notte attenti accusatori pronti a puntare il dito contro Di Maio». Sergio Battelli, altro deputato di area, chiede conto di un «fuoco incrociato sui giornali con parole di una violenza e un odio senza precedenti». 

In una situazione già di per sé rovente, s' inserisce l'avvocato Lorenzo Borrè, il legale che ha assistito i militanti che con i loro ricorsi al tribunale di Napoli hanno fatto vacillare la leadership di Conte. «Non compete al Consiglio nazionale espellere Di Maio», precisa. Per cacciare dal Movimento il titolare della Farnesina «deve essere avviato un procedimento disciplinare ad opera del Collegio dei probiviri su istanza motivata del presidente, cioè di Conte». 

All'articolo 13, comma C, del nuovo statuto pentastellato si legge infatti: «Il Consiglio nazionale esprime un parere circa la decisione da assumere nei confronti di un eletto che non abbia rispettato la disciplina di gruppo in occasione di uno scrutinio in seduta pubblica o non ottemperi ai versamenti dovuti al M5S». Per Borrè, quindi, «non ci sono i presupposti per l'avvio di una sanzione disciplinare. Perché al momento sono state espresse solamente delle opinioni».

Dagonota il 19 giugno 2022.

Benvenuti all’ennesimo Casalino fuffa show! Ma quale scissione: Di Maio non esce e Conte non può cacciarlo dal M5S per il semplice motivo che non e stato ancora istituzionalizzato il collegio dei probiviri (tant’è che Petrocelli non è stato espulso ancora). Conte, per esistere come leader, può continuare ad attaccarlo con le sue supercazzole. E martedì, vedrete, in parlamento si rimangerà la risoluzione politica, che porta all’uscita dal governo, in una semplice mozione di comunicazione critica sull’invio di armi a Kiev. Altrimenti, Conte sa benissimo che verrebbe “cancellato” da Mattarella e Usa. Finirà nella solita manfrina acchiappa-titoli di Tarocco Casalino…

Dagospia il 20 giugno 2022. Riceviamo e pubblichiamo: Le ricostruzioni fatte dal sito Dagospia, in un articolo in cui si parla di “Casalino show”, sono prive di fondamento. È inaccettabile che io venga puntualmente tirato in ballo per cose in cui non c’entro nulla” Lo afferma Rocco Casalino Dott. Ing. Rocco Casalino 

(ANSA il 20 giugno 2022) - "Siamo arrabbiati e delusi. Non riesco a comprendere che il ministro degli esteri Di Maio attacchi su delle posizioni rispetto alla Nato e all'Europa che nel Movimento non ci sono e non se ne dibatteva prima". Lo ha detto il presidente della Camera Roberto Fico, commentando a Napoli le frizioni all'Interno del M5S.

"Non capisco perché nel Movimento ci sono questi attacchi su Ue e Nato in questo momento. Subiamo una cosa che secondo me è mistificatrice, non aderente alla realtà del M5S rimasto sempre legato a Ue e Nato". Lo ha detto il presidente della Camera, Roberto Fico, a Napoli, commentando la parole del ministro degli Esteri Luigi Di Maio. 

Fico, tensioni? Non sono Conte-Di Maio ma M5s-Di Maio (ANSA il 20 giugno 2022)  - "Non c'è nessun Conte-Di Maio, state sbagliando prospettiva". Lo ha detto il presidente della Camera Roberto Fico a Napoli sulla tensione nel M5S. "L'unica cosa che c'è è, al massimo, Movimento-Di Maio - ha aggiunto - perché attaccare il M5s su posizioni che non sono in discussione dispiace a tutta la comunità del Movimento. È questo il punto"

Matteo Pucciarelli per “la Repubblica” il 20 giugno 2022.

L'addio è già nei fatti, mancano solo i dettagli notarili a futura memoria, il chi-lascia-chi e come; ma a chi in queste ore sta telefonando e lasciando messaggi di vicinanza al ministro degli Esteri, ex capo politico del M5S portato al record del 33 per cento nel 2018, lui risponde di essere «assolutamente sereno».

La serenità di chi «in piena libertà ha espresso le proprie idee, si chiama democrazia, non potevo più censurare il mio pensiero».

 Dopo quasi quattro mesi di silenzio sui fatti di politica interna al Movimento, il giovedì di fuoco di Luigi Di Maio - quando disse che gli sembrava assurdo far finta di nulla dopo il flop dei 5 Stelle alle Amministrative, inchiodati a una media del 3 per cento - ha dato il via a una carambola di reazioni e controreazioni il cui esito era stato messo in conto dal ministro.

E se fino a qualche tempo fa tra gli obiettivi, o perlomeno le possibilità sul piatto, c'era quello di provare a riprendersi i 5 Stelle, oggi Di Maio ha la testa altrove. Anche perché, a maggior ragione dopo il voto della settimana scorsa, il Movimento appare sempre più una specie di bad company a corto di un qualsiasi appeal . Se un'epoca è davvero finita, perché lasciarsi confinare dentro a un guscio inospitale?

Così il più giovane vicepresidente della Camera della storia (nella scorsa legislatura), poi diventato vicepremier, ministro del Lavoro e due volte ministro degli Esteri (in questa), comprovate capacità politico- camaleontiche che sanno di antica e innata sapienza democristiana, a neanche 36 anni ha potenzialmente ancora una lunga strada davanti che limitare nei dogmi e nelle beghe del M5S non aveva più senso, perlomeno dal suo punto di vista. 

La "serenità" di cui prima è anche figlia della consapevolezza che a differenza di altri (ex) compagni di partito, Di Maio non ha alcun assillo di dover rientrare in Parlamento nel 2023. Probabilmente succederà, ma non è ciò che ne decreterà la fine o il prosieguo di carriera. Ha un curriculum spendibile a 360 gradi e il suo standing, perlomeno ormai dall'autunno 2019, è di quelli che funzionano nel mondo che conta, tra economia e relazioni internazionali.

La scommessa di Di Maio e dei suoi fedelissimi è che anche dopo il 2023 rimarrà in campo Mario Draghi, se non come presidente del Consiglio di sicuro come "metodo". «Davanti a problemi complessi occorrono soluzioni complesse », ha spiegato il ministro ai suoi. Ai partiti di stampo personale non crede più, lo va ripetendo nei vari colloqui trasversali che ha da tempo, e perciò l'idea di un nuovo soggetto politico incentrato sulla sua figura non rientra nell'ordine delle idee («perché non ha più un voto», è la spiegazione acida che danno alla cosa i vecchi compagni di Movimento, peraltro alcuni tornati in Parlamento grazie al Di Maio che aveva i voti).

Le interlocuzioni per costruire qualcosa d'altro però ci sono: col sindaco di Milano Giuseppe Sala, posizionato su sponde liberalsocialiste ed ecologiste; col sindaco uscente di Parma Federico Pizzarotti, un altro ex 5 Stelle oggi a pieno titolo in uno schema moderatamente progressista. E poi: Dario Nardella sindaco di Firenze, Luigi Brugnaro sindaco di Venezia, Stefano Bonaccini presidente dell'Emilia Romagna, Giovanni Toti presidente della Liguria. 

Una terra di mezzo che messa assieme potrebbe contare qualcosa, specie perché avrebbe un posizionamento utile un po' per tutte le stagioni. «Non c'è nulla di scritto o programmato », assicurano le persone più vicine al ministro. Si dovrà procedere a tappe. Ufficializzato il distacco dal M5S, si formeranno dei gruppi parlamentari o delle componenti. L'estate servirà per mettere a frutto e a compimento relazioni e imboccamenti in corso, per poi - se ci saranno le condizioni - lanciare la proposta politico-elettorale in autunno.

Guardando ancora più in là, lo schema ideale dei (possibili) promotori sarebbe una coabitazione con il Pd e Azione, magari pure con i verdi e la sinistra, ma senza il M5S. Convincere insomma Enrico Letta che il Movimento sia ormai elettoralmente inconsistente e politicamente inaffidabile, ragione per cui sarebbe necessario sostituirlo col rassemblement neocentrista. Alchimie di palazzo, per adesso. La scommessa sarà trasformarle in consenso. 

Federico Capurso per “La Stampa” il 20 giugno 2022.

Per tutto il tempo dell'intervista, la vicepresidente vicaria del Movimento, Paola Taverna, non vuole mai chiamarlo «Luigi», ma sempre e solo per cognome, «Di Maio», come fosse un estraneo. E in effetti, «non lo riconosco più - ammette Taverna -, sembra di sentir parlare Renzi, si comporta come un centrista qualunque». 

Il Consiglio nazionale si riunirà in piena notte, con il favore delle tenebre - per dirla con Giuseppe Conte - e deciderà la linea da tenere nei confronti del ministro degli Esteri, anche se l'epilogo sembra già scritto nelle pieghe delle accuse che gli vengono rivolte: «Sta cercando di distruggere il nuovo corso del Movimento. Lo vuole terremotare».

Arriverete mai all'espulsione di Di Maio?

«Prima ancora di chiedere se Di Maio deve essere espulso, bisognerebbe chiedere a lui perché fa di tutto per uscire. Ha mentito sulla risoluzione, sapeva benissimo che era un testo vecchio e superato, eppure l'ha usata per attaccarci. 

Fa un danno enorme al Movimento e non offre nessun servizio al Paese. Per me è solo tattica: le sue critiche sono iniziate subito dopo l'annuncio di Giuseppe Conte di voler chiedere alla nostra base un voto per modificare o meno il limite dei due mandati». 

Continuate a ripetere che Di Maio fa di tutto per uscire, ma perché non lo espellete? Perché aspettate che sia lui ad andarsene?

«Ripeto, al momento mi sembra che sia stato lui a dirsi fuori dalla casa che lo ha ospitato per anni e che lui stesso ha contribuito a costruire. In ogni caso decisioni così importanti vanno discusse negli organi preposti e previsti dallo Statuto.

Deve prima dare delle spiegazioni alla comunità del Movimento. Innanzitutto, sul motivo per cui ha deciso di mentire sulla risoluzione. Le sue parole non mi hanno provocato rabbia, ma tristezza. Ci dice che stiamo tornando al vecchio movimento radicale, ma la sua è una politica da anni Ottanta».

L'ambasciatore russo in Italia Sergej Razov sottolinea con soddisfazione le spaccature in Italia sugli aiuti militari. Non ne avete alcuna responsabilità?

«Si sta ancora lavorando in Parlamento al testo della risoluzione. Noi stiamo ponendo una questione politica. Abbiamo già inviato delle armi, questo conflitto rischia di essere lunghissimo, e ora serve un'escalation diplomatica nell'interesse dell'aggredito, non di questa folle guerra. Il Parlamento deve restare centrale». 

Se nella risoluzione punterete su una de-escalation militare e in Consiglio europeo si chiederà un ulteriore invio di armi a Kiev, non si verrà a creare quel pericoloso disallineamento rispetto all'Europa e alla Nato di cui parla Di Maio?

«Io mi aspetto che l'Italia si faccia promotrice di questa posizione in Europa. Dopodiché, saremo sempre aderenti rispetto alle decisioni che si prenderanno al Consiglio europeo. L'Italia però deve avere questo ruolo, in favore della diplomazia». 

Sfiduciando Di Maio non temete che si possano creare fibrillazioni sul governo?

«È lui che sta provocando fibrillazioni. Il nostro problema interno non deve influire in nessuna maniera sulla tenuta dell'esecutivo. Se si scusa con la sua comunità si può aprire un dialogo, ma credo che lui abbia già deciso di lasciare il Movimento 5 stelle.

Forse sta guardando al centro, si comporta come un centrista, come qualche senatore fiorentino che usa la politica come se stesse giocando una partita di Monopoli». 

Crede alla suggestione che possa unirsi al sindaco di Milano, Beppe Sala, per fondare una nuova forza politica?

«Se ne parla tanto in questi giorni, ma non ho visto da parte sua nessuna smentita. Lo vedrei bene in quell'area, poi sceglierà lui. Di certo non lo riconosco più come grillino, non è più il Di Maio dei primi tempi del Movimento». 

E voi resterete nel partito? Se resterà intatta la regola dei due mandati, in tanti, lei compresa, non potrete più candidarvi.

«Decideranno gli iscritti. Io sarò sempre a disposizione del Movimento, qualunque cosa accadrà. La politica deve essere al servizio dei cittadini».

Estratto dell’articolo di Marco Travaglio per “il Fatto quotidiano” il 20 giugno 2022.  

Giggino 'o atlantista. "I dirigenti della prima forza politica in Parlamento, invece di fare autocritica, attaccano con odio e livore il ministro degli Esteri e portano avanti posizioni che mettono in difficoltà il governo in sede Ue. Un fatto molto grave.

Vengo accusato dai dirigenti della mia forza politica di essere atlantista ed europeista.

.. Rivendico con orgoglio di essere fortemente atlantista ed europeista. Abbiamo precise responsabilità: in ballo c'è il futuro dell'Italia e dell'Europa" (Luigi Di Maio, M5S, 19.6.2022). 

"La nostra posizione sulla Nato è sempre stata coerente: andare oltre la Nato. Cambiare il livello di impegno. In questo momento siamo dei pazzi a portare le nostre truppe al confine con la Russia. Questo è un dibattito che non abbiamo scatenato noi, ma addirittura il presidente degli Stati Uniti d'America, mettendo anche lui in dubbio la Nato.

Quindi noi, nel nostro piccolo, siamo stati precursori di un dibattito che ci sarà a livello planetario sulla Nato e nello specifico tra i Paesi membri. Vi ricordo che la Nato in questo momento sta portando truppe al confine della Russia quando noi crediamo che non sia assolutamente indicato. È da folli fare questa cosa. Quello che chiediamo noi è rivedere quello che è l'impegno dell'Italia nella Nato. E ci fa piacere che anche Trump venga su questa linea" (Di Maio, vicepresidente M5S della Camera, Lapresse, 13.1.2017).

"L'Euro non è democratico. Bisogna prevedere procedure per uscirne con un referendum consultivo per chiedere ai cittadini italiani se vogliono uscire della moneta unica: uno Stato sovrano deve poter gestire la propria moneta. 

In caso di esito favorevole, ci si potrà organizzare con altri Stati usciti dall'Euro oppure prevedere un ritorno alla Lira. Servirà prima una legge costituzionale che ci impegneremo a realizzare nella prossima legislatura"

Da lastampa.it il 20 giugno 2022.

E' arrabbiato, furente, per gli stracci che volano tra i suoi e finiscono dritti sui giornali. A quanto apprende l'Adnkronos da autorevoli fonti, ieri Beppe Grillo avrebbe espresso tutto il proprio disappunto con diversi esponenti M5s. Per i toni usati e per i titoli che parlavano di una possibile ''espulsione'' di Luigi Di Maio. Una guerra interna che non piace al garante del Movimento: «così ci biodegradiamo in tempi record», si sarebbe sfogato il fondatore dei 5 Stelle. 

Il termine espulsione usato contro l'ex capo politico e attuale ministro degli Esteri lo avrebbe mandato su tutte le furie: per Grillo, spiegano le stesse fonti, le 'punture' di Di Maio andavano ignorate, non cavalcate in tempi comunque complessi come non mai per il Movimento. 

Grillo, giovedì atteso a Roma, già nei giorni scorsi aveva fatto trapelare nervosismo per la questione 'morosi', ovvero per la mancata restituzione di parte delle entrate dei parlamentari, altra regola aurea -assieme a quella del limite del due mandati- che per il garante del M5S non si può ignorare.

Ora la guerra sui giornali, senza esclusione di colpi, e con alcune dichiarazioni -vedi l'intervista di Riccardo Ricciardi su Di Maio bollato come 'corpo estraneo'- che Grillo fatica a mandar giù. Quanto al dossier Ucraina, assicurano fonti vicine al leader Giuseppe conte, i contatti tra Grillo e l'ex premier sarebbero continui, concordi sulla necessità di una de-escalation militare e su una riflessione che coinvolga il Parlamento su nuovi invii di armi a Kiev. 

L'attesa per l'arrivo di Grillo sale tra Camera e Senato, anche perché in molti confidano che questo nuovo blitz possa sciogliere una volta per tutti i dubbi sulla regola del limite ai due mandati, che Conte ha per ora messo in freezer. 

Il fondatore e garante del Movimento, che sulla questione è intervenuto venerdì scorso con un post sul suo blog in cui ha ribadito la ratio di una regola aurea del Movimento, sembra aver aperto spiragli per una possibile soluzione. Che potrebbe essere trovata nel cosiddetto principio di 'rotazione', ovvero consentire a chi ha già due mandati alle spalle di candidarsi ad altre cariche pubbliche, leggi Parlamento europeo e Regioni. 

Era stato lo stesso Grillo a scherzare coi suoi nei mesi scorsi sulla questione, incitandoli con la solita ironia a non mettersi di traverso: «dai che guadagnate anche di più...», lo sfottò usato con alcuni fedelissimi, come riportato dall'Adnkronos. Ma in realtà, chi è davvero vicino al garante del Movimento assicura che a Grillo neanche l'espediente del 'due più due' andrebbe giù, convinto di dover preservare la regola dei due mandati -cara anche a Gianroberto Casaleggio- a oltranza, senza deroghe di sorta.

Ma un punto di caduta va trovato, ne va della tenuta stessa del Movimento. Su cui, tra l'altro, l'ascendente di Grillo sembra essersi in parte 'offuscato' per via del contratto stretto col Movimento sulla comunicazione, dietro compenso: molti parlamentari non lo hanno infatti mandato giù. 

Simone Canettieri per ilfoglio.it il 19 giugno 2022.

E' una guerra di nervi, quella che sta vivendo il M5s. Un remake di quanto già visto a gennaio per l'elezione del capo dello stato. A differenza da cinque mesi fa, però, qualcosa questa volta dovrà accadere. Lo dicono, con toni diversi, entrambe le fazioni in guerra  che fanno capo a Luigi Di Maio e a Giuseppe Conte. 

Alle 21 il capo politico del M5s ha riunito d'urgenza (su Zoom) il Consiglio nazionale dei grillini, l'equivalente della direzione Pd, per trovare un metro di paragone. 

Statuto alla mano, è impossibile che questo organismo (composto dal capo politico, dai suoi vice, dai capigruppo di Camera e Senato, dal capo delegazione al governo, al Parlamento europeo e dai coordinatori dei principali comitati tematici) possa decidere d'imperio l'espulsione del ministro degli Esteri Luigi Di Maio dal M5s. 

Lo dice appunto la costituzione bizantina dei pentastellati, ancora in balia di ricorsi e quindi sotto la scure del tribunale di Napoli. 

Lo statuto, all'articolo 13 comma C, dà al Consiglio nazionale il "potere di esprimere un parere circa la decisione da assumere nei confronti di un eletto che non abbia rispettato la disciplina di gruppo in occasione di uno scrutinio in seduta pubblica o non ottemperi ai versamenti dovuti al MoVimento per lo svolgimento delle attività associative o alla collettività, così come disciplinato dal presente Statuto e dal relativo Regolamento". Non è il caso di Di Maio. 

Al massimo il Consiglio nazionale pentastellato potrà decidere di deferire ai probiviri il titolare della Farnesina per aver contrastato la linea politica del leader e per avere creato una corrente. Tuttavia, per attivare questa procedura disciplinare servirà l'input di Conte. Ma i tempi, prima di arrivare a un fatto politico, sono lunghi. 

E comunque, in via molto teorica, dovranno essere i probiviri grillini a emettere la sentenza dopo novanta giorni nei confronti dell'ex capo  del MoVimento.

Dato di cronaca: Danilo Toninelli, Fabiana Dadone e Barbara Floridia da quando sono si sono insediati ai vertici del tribunale interno del M5s non hanno ancora espulso nessuno. Non solo: nemmeno hanno attivato le procedure propedeutiche per farlo. Basti pensare che il cartellino rosso non è stato sfoderato neanche per Vito Petrocelli, l'ex presidente della commissione Esteri del Senato decaduto per via della sua posizione filoputiniste, il quale è stato solo allontanato sì dal gruppo parlamentare, ma non dal partito.

Perché? Si ritorna sempre alla vicenda legale dello statuto in preda ai ricorsi degli ex iscritti in quel di Napoli. In attesa che la faccenda si chiuda, qualsiasi decisione presa ora se venisse ribaltata dai giudici permetterebbe all'espulso di rifarsi legalmente e civilmente sui probiviri. Un rischio che nessuno si vuole prendere. Ecco perché Petrocelli, il compagno Petrov, fa parte ancora a tutti gli effetti del M5s, inteso come associazione. 

Finora ad agitare l'espulsione di Di Maio in maniera netta sono stati due dei cinque vicepresidenti del M5s: Riccardo Ricciardi e Michele Gubitosa, con altrettante interviste.

Alessandra Todde, invece, ha ribadito la linea pro Ucraina e la vicinanza al patto atlantico del M5s, senza risparmiare dure critiche al titolare della Farnesina, accusato di "inseguire obiettivi personali"  

Paola Taverna, al contrario, è l'unica vicepresidente a non essere ancora intervenuta (forse perché in conflitto d'interessi: della compagnia di vertice si trova nella posizione di essere al secondo mandato, altro tema che sarà affrontato a fine mese). 

Di Maio li chiama "dirigenti" per indicarli come burocrati polverosi, coloro che con "parole d'odio" continuano ad attaccarlo perché "europeista e atlantista". Il Consiglio nazionale M5s però potrebbe sfiduciare politicamente il suo ministro degli Esteri spiegando che interpreta la linea del partito: operazione complicata da spiegare perché porrebbe subito l'ex premier dall'altra parte, quella dei simpatizzanti di Putin.

C'è poi un argomento ancora più complesso che fa interrogare i vertici contiani: "Siamo sicuri che se anche riuscissimo a espellere Luigi, Draghi lo toglierebbe da ministro degli Esteri?". 

La domanda non è peregrina, anzi. Soprattutto in questa fase così delicata della guerra in Ucraina. C'è chi è convinto, infatti, che il premier non muoverebbe comunque il suo ministro degli Esteri nemmeno davanti a una sfiducia formale del partito da cui proviene. 

Sarebbe una figura barbina davanti agli altri paesi della Nato, un favore alla Russia, a pochi giorni dal viaggio a Kyiv con Macron e Scholz. Una destabilizzazione del quadro istituzionale su un argomento così strategico come la geopolitica, posto che con un premier che si chiama Mario Draghi è naturale che la politica estera sia diretta dal capo del governo.  

Di sicuro a Palazzo Chigi non entrano nel dibattito interno al M5s, anche se si tratta del partito di maggioranza relativa. Ma va anche detto che il premier è stato informato dal primo giorno delle intenzioni del suo ministro di indicare la rotta sulla risoluzione in programma martedì in Parlamento. Una linea che li accomuna, fino a sovrapporli. 

Se è forte e forse fuoriluogo dire che ci sia uno scudo di Draghi per Di Maio e altrettanto approssimativo pensare che il governo si faccia trascinare in un rimpasto o "peggio ancora nella guerra interna dei partiti", riflettono nelle stanze di Palazzo Chigi. 

 Dunque questa sera, al di là di un profluvio di agenzie, difficilmente si arriverà a una svolta. Prima c'è il passaggio parlamentare di martedì. Domani le forze di maggioranza si incontreranno per cercare un'intesa su un documento condiviso. Manca la parte più complicata: quella sull'Ucraina.

I grillini spingono per ottenere nel testo "il no alle armi" da inviare a Zelensky.  Sarà quello il primo test per il M5s, propedeutico a seconda della piega che la risoluzione prenderà in Aula, a una scissione. Il giorno dopo, mercoledì, è prevista l'assemblea congiunta dei parlamentari: l'ora del chiarimento, ma forse nemmeno quello definitivo. Giovedì ecco Beppe Grillo, chiamato a Roma per motivi legati al suo contratto da 300mila euro con il Movimento ma costretto a intervenire su un fronte a dir poco infuocato. Con la scissione di Di Maio data ormai come un fatto più che possibile. Nei corridoi della Farnesina si fanno i calcoli: sarebbero una sessantina i parlamentari pronti a seguire di Di Maio.

Da open.online il 19 giugno 2022.

Con una nota il ministro degli Esteri Luigi di Maio risponde in «via ufficiale» agli attacchi sempre più diretti che sta ricevendo in questi giorni dai vertiti del suo partito, il Movimento 5 Stelle, la cui unità si è progressivamente frantumata attorno a diversi temi, uno su tutti l’invio di armi all’Ucraina. In uno scenario globale complicato, scrive Di Maio, «i dirigenti della prima forza politica in Parlamento, invece di fare autocritica, decidono di fare due cose: attaccare, con odio e livore, il Ministro degli Esteri e portare avanti posizioni che mettono in difficoltà il Governo in sede Ue», ha detto Di Maio, definendo quello dei leader del partito «un atteggiamento poco maturo».

«È un fatto molto grave che tende a creare tensioni e instabilità all’interno del Governo. Vengo accusato dai dirigenti della mia forza politica di essere atlantista ed europeista. Lasciatemi dire che, da Ministro degli Esteri, davanti a questa terribile guerra rivendico con orgoglio di essere fortemente atlantista ed europeista», ha scritto. Poi ha concluso: «Ricordo innanzitutto a me stesso che abbiamo precise responsabilità: in ballo c’è il futuro dell’Italia e dell’Europa».

La spaccatura interna al partito, che vede Di Maio e Conte ai poli opposti da ben prima dell’invasione russa dell’Ucraina, sembra ormai insanabile: con il risultato disastroso delle elezioni comunali i toni sono precipitati rapidamente, con un botta e risposta tra i due che ha portato a parlare addirittura di espulsione per il ministro degli Esteri che, se dovesse scegliere di andarsene di sua spontanea volontà, potrebbe essere seguito da molti fedelissimi. La prossima attesissima puntata è il Consiglio Nazionale convocato con urgenza per oggi da Giuseppe Conte che, finora, non ha commentato l’ipotesi, sempre più concreta, di una scissione definitiva del partito.

La Balena gialla. Il Movimento 5 Stelle è così spiaggiato che neppure nella notte fatale è successo qualcosa. Mario Lavia su l'Inkiesta il 19 Giugno 2022 

Il Consiglio nazionale del M5S si è sgonfiato. Troppo complicato cacciare il ministro degli Esteri, troppo pericoloso giocare con le armi a Kiev. Tutti a casa. Ma il giocattolo grillino si è rotto per sempre

È l’8 settembre del Movimento, tutti a casa, il formicaio che definitivamente impazzisce all’ombra della maxi-rissa tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. E, anche se al conclave di ieri sera non è successo nulla di serio (nessuna espulsione, nessuna rottura con Mario Draghi sull’Ucraina), c’è da dire che da qualche ora i M5s sono almeno due – contiano e dimaiano – più un pulviscolo di posizioni individuali, tutte accomunate dal terrore di quelli che quelle posizioni mantengono di essere finiti nel labirinto che conduce all’inferno della politica: la sconfitta, l’irrilevanza, infine l’estinzione.

L’improvviso Consiglio nazionale del M5s, organo mai riunitosi prima, più che essere un 25 luglio – in fondo non è stato deposto il Capo e nemmeno cacciato l’antagonista Di Maio – ha decretato l’addio ai giorni felici dell’Italia ai piedi del grillismo. Doveva essere il giorno del diluvio, non hanno combinato niente. Troppo complicato cacciare il ministro degli Esteri, troppo pericoloso giocare con le armi a Kiev. Tutti a casa.

Ora importa relativamente il futuro del ministro degli Esteri, vittima di quello stalinismo alle vongole da egli co-fondato, che comunque resta dov’è, e ancor meno quello di Giuseppe Conte, un uomo senza qualità che ancora una volta ha sparato ad acqua, sull’Ucraina il governo non rischia perché Giuseppi sa bene che i parlamentari grillini vogliono far passare (domani in Senato, il giorno dopo alla Camera) una mozione di maggioranza sufficientemente di mediazione per essere votata da tutti.

Oggi si stenderà il testo della mozione che ricalcherà le comunicazioni di Mario Draghi senza andare a sbattere sul tema delle armi, in questi casi i professionisti della politica sanno come si scrivono questi documenti. E tuttavia il senso di queste ore è chiaro: adesso non c’è solo un Movimento ma due, tre, quattro, nessuno, vattelappesca. Il giocattolo si è rotto per sempre.

Ma vi ricordate? «Siamo indistruttibili!», urlò Beppe Grillo quel lontanissimo 4 ottobre 2009 al teatro Smeraldo di Milano. Si sbagliava. Sono passati tanti anni ma oggi il suo Movimento Cinque stelle è distrutto: un balenottero spiaggiato. Ne hanno combinate di tutti i colori, hanno rinverdito la tradizione del populismo e del qualunquismo italiano, hanno abbaiato alla luna di una immaginaria nuova politica, hanno illuso grandi masse, si sono alleati con gli xenofobi e con i progressisti, hanno occupato pezzi di Stato e cambiato il lessico politico intrecciandolo con la celebrazione dei clic, sono rimasti sostanzialmente degli ignoranti della sintassi democratica: e oggi eccoli lì nel loro ultimo rantolo finale, il che è un’ottima notizia per la qualità della politica sebbene gli ultimi sbuffi della balena potrebbero essere imprevedibili.

Alla lunga, però, la Moby Dick grillina è destinata a una fine ingloriosa, senza più voti, in preda a una guerra civile interna, un incubo che svanisce dopo l’ubriacatura dell’antipolitica lasciando sullo sfondo la figura di un uomo dalle idee vaghe, quell’avvocato del popolo che ha dilapidato qualsiasi cosa sull’altare del potere, un personaggio in sé effimero e conformista come il Marcello Clerici di Moravia.

Conte è ormai un ex leader che solo la rozzezza intellettuale di qualche dirigente romano del Partito democratico ha tenuto in vita, elevandolo a punto di riferimento dei progressisti, quando lui, l’avvocato, non sa neppure cosa voglia dire progressismo altrimenti non avrebbe firmato i decreti Salvini che avrebbero potuto portare a morte decine di immigrati. Ieri sera l’azzeccagarbugli della provincia di Foggia ha capito che rompere sull’Ucraina avrebbe sgonfiato l’unico salvagente che ha, cioè l’alleanza con il Pd che malgrado tutto potrebbe garantirgli un seggio parlamentare, e però non rompere equivale a dare ragione a Di Maio, ormai punto di riferimento fortissimo dei grillini con un po’ di sale in zucca in procinto forse di fare un M5s 2.0 di governo – e comunque in ogni caso lui resta ministro degli Esteri.

Dunque è l’ora di un de profundis che non si nega nemmeno ai ribaldi, e dunque neppure al partito dei Toninelli e delle Taverna, dei Giarrusso (Michele o Dino fa lo stesso), del vecchio Di Battista che, chissà, forse raccoglierà il testimone del peronismo-guevarismo del “primo” Movimento imbevuto nella vodka di Vladimir Putin e Sergej Lavrov.

Di Maio magari andrà altrove a coltivare il suo orticello – nell’Ulivetto di Enrico Letta uno spazio si trova – mentre sul futuro di Conte cala il buio. Ci ha messo molto del suo, Giuseppi, per suicidarsi. Ma va anche ricordato l’impegno di tutti coloro che in questi anni hanno impedito il prolungarsi di un’esperienza umiliante per la nostra democrazia, da Matteo Renzi a Carlo Calenda, per fare due nomi di politici che hanno guidato la resistenza al populismo grillino vezzeggiato invece dagli eredi della Ditta e dai campioni della destra anch’essa populista ma in chiave più reazionaria, per finire al razionalismo politico di Mario Draghi che del grillismo ha definitivamente svelato la pochezza.

Demolita dopo anni e anni di lavoro la gamba più “di massa” del bipopulismo italiano si apre di conseguenza uno spazio nuovo, se non altro perché nel 30 per cento ottenuto dal Movimento alle ultime elezioni c’è sicuramente qualcosa di salvabile da estrarre dalla palude contiana per tenerla dentro l’area del riformismo di governo. Dove andranno i consensi di quattro anni fa, questo è il problema. Non è facile dare una risposta adesso. Ma dopo la lunga notte del Movimento diventa più facile immaginare un nuovo giorno per l’avvenire della politica italiana.

Da Conte a Taverna e Bonafede: ecco il tribunale che "giudica" Di Maio. Federico Garau il 19 Giugno 2022 su Il Giornale.

Sul tavolo il tema Di Maio e la questione relativa alle posizioni da assumere per quanto concerne il conflitto in Ucraina.

La questione Ucraina e le posizioni da assumere nei confronti di Luigi Di Maio sono al centro del Consiglio nazionale del Movimento CinqueStelle che si riunirà nella serata di oggi.

Il clima teso in casa grillina, esacerbato dai deludenti risultati elettorali e dalle recenti esternazioni del ministro degli Esteri in carica, è evidente da giorni e all'orizzonte pare delinearsi una frattura difficile da ricomporre. I membri del Consiglio nazionale del M5S chiamati a pronunciarsi sui due delicati temi sono, oltre il presidente del partito Giuseppe Conte, i capigruppo di Senato, Camera e Parlamento europeo Mariolina Castellone, Davide Crippa e Tiziana Beghin, i quattro vicepresidenti del Movimento Michele Gubitosa, Mario Turco, Alessandra Todde e Riccardo Ricciardi, il capo della delegazione al governo, il ministro delle Politiche agricole Stefano Patuanelli. Prenderanno parte al delicato incontro anche il coordinatore del Comitato nazionale progetti Gianluca Perilli, il coordinatore del comitato per la formazione e l'aggiornamento nonchè ex primo cittadino di Torino Chiara Appendino, il coordinatore del Comitato per i rapporti europei e internazionali Fabio Massimo Castaldo e il coordinatore del Comitato per i rapporti territoriali, nonché ex ministro della Giustizia del governo Conte con la Lega, Alfonso Bonafede. Secondo le normative previste dallo statuto del Movimento dovrebbe essere presente anche un rappresentante dei parlamentari pentastellati eletti nelle Circoscrizioni estere.

Lo scontro

"Oggi Di Maio è un ministro della Repubblica perché è espressione della prima forza politica, non perché si chiama Luigi Di Maio", aveva affondato in un'intervista concessa a Fanpage il vicepresidente del Movimento Michele Gubitosa senza troppi giri di parole, "e mi domando quanto al governo rappresenti ancora il M5s, o se stia rappresentando solo sé stesso o qualcun altro". Sollecitando una riflessione interna per comprendere come comportarsi, Gubitosa aveva toccato anche il tema di una probabile scissione da parte di Di Maio, minimizzando tuttavia la portata che un evento del genere avrebbe potuto avere per il partito: "Più semplicemente uscirà dal movimento con alcuni parlamentari perseguendo un interesse personalistico".

"Discutiamo se ci rappresenta...". Bomba contro Di Maio

La questione ucraina, specie dopo l'affondo del ministro degli Esteri, continua a tenere banco nelle ultime ore." Ritengo inopportuno che una forza politica di maggioranza attacchi, con particolare livore, il suo ministro degli Esteri per posizioni che proprio oggi alcuni esponenti dicono di sostenere", ha infatti spiegato in una nota ufficiale il deputato pentastellato Francesco D'Uva, accusando i suoi di manifesta ambiguità sul tema. "Sono stati gli stessi vertici M5s a dichiarare oggi di essere atlantisti ed europeisti e che il Movimento 5 Stelle non vuole mettere a rischio la collocazione atlantica del nostro Paese", ha proseguito il parlamentare grillino, dicendosi per questo motivo stupito per gli attacchi subiti da Di Maio. "Non si possono accettare queste continue ambiguità su un tema delicato come la politica estera", ha aggiunto, "soprattutto se lo si fa per meri fini propagandisti o per questioni legate a equilibri interni al Movimento 5 Stelle".

Da “Un giorno da Pecora – Radio1” il 17 giugno 2022.

La compagna di Davide Casaleggio e membro Rousseau a Un Giorno da Pecora: Conte? Ha idea di democrazia narcisistica ed autoreferenziale. 

“La distanza tra il M5S pensato da Gianroberto Casaleggio e quello attuale è siderale, è un'altra cosa. Rousseau? Era un'architettura per la partecipazione, è stata premiata come una delle migliori piattaforme al mondo, SkyVote sostanzialmente offre un servizio per il voto”.

Lo dice a Rai Radio1, ospite di Un Giorno da Pecora, Enrica Sabatini, membro dell'associazione Rousseau, attivista della prima ora del M5S e compagna di Davide Casaleggio. Come valuta i contrasti tra Luigi Di Maio e Giuseppe Conte? “Il movimento è liquido e si adatta al contenitore, questi dissidi mi fanno più sembrare i due come Calenda contro Renzi. 

L'idea di democrazia diretta di Conte è totalmente autoreferenziale e narcisistica, pensa che democrazia voglia dire votare per lui e parlare con lui”. Chi dei due leader Cinquestelle pensa di più al bene del Movimento? "Nessuno dei due - ha detto Sabatini a Un Giorno da Pecora - lo utilizzano per le carriere personali”. 

Voi di Casaleggio farete un nuovo movimento con Di Battista? “Stiamo lavorando e studiando alcune prospettive future e mi fermo qua”. Si sente di escludere che creerete un nuovo soggetto politico? “Io nella vita non escludo niente”.

Emanuele Buzzi per il “Corriere della Sera” il 25 giugno 2022.  

Davide Casaleggio, lei ha bollato come disastrosa la gestione di Conte.

«Lo dicono i risultati. Con la guida Conte si sono persi l'80% degli elettori rispetto al 2017, si sono candidati 10 sindaci contro i 224 nel 2017, i gruppi locali sono scomparsi, si è persa la vicepresidenza in Europa, sono rimasti 5 europarlamentari su 14, e solo 167 parlamentari sui 339 iniziali perdendo anche la maggioranza relativa in Parlamento.

Per molto meno un amministratore delegato di una azienda verrebbe licenziato in tronco o si dimetterebbe».

La scissione era evitabile?

«Oggi il processo è accentrato in una persona nominata che si consulta con organi nominati da lui stesso e che stranamente decidono tutto all'unanimità. Se non ci sono spazi di confronto è fisiologico che le persone escluse, che siano parlamentari, attivisti o elettori, ti abbandonino». 

Che errori imputa a Conte?

«Aver distrutto in soli 15 mesi un progetto politico costruito con grandi successi in 15 anni. Come già detto da Grillo credo che Conte sconti la sua totale inesperienza manageriale e anche l'assenza di una visione innovativa. Ha accentrato potere nelle stanze romane cancellando con un tratto di penna i gruppi locali che erano la rete strategica per promuovere i territori, e decidendo di non utilizzare un'architettura della partecipazione unica al mondo che consentiva di creare valore tra oltre 200 mila persone e che custodiva un know how decennale fondamentale». 

Ha detto che Di Maio è stato costretto ad andarsene, ma non ha delle responsabilità se si è arrivati a questo punto?

«Se vedo una responsabilità da parte delle persone che non hanno gestito direttamente questo nuovo corso è il non rendersi conto che i grandi risultati raggiunti dal M5S fossero conseguenza di questo importante progetto di partecipazione e di consapevolezza popolare». 

Come valuta il progetto di Di Maio?

«Per ora mi sembra solo un gioco di palazzo in cui sono stati spostati parlamentari in un altro contenitore. Alle prossime elezioni al centro potrebbero esserci più partiti che elettori».

Il M5S può risollevarsi?

«Credo si sia andati oltre il punto di non ritorno. Mi fa pensare a quel film comico in cui per poter prendere la pensione della nonna deceduta, i nipoti la mettevano nel congelatore facendo finta che fosse ancora viva. Tuttavia la pensione è sempre più magra vedendo il 2,2% di voti delle ultime amministrative». 

Di Battista ha detto che è pronto a rientrare se lasciasse il governo Draghi. Il M5S dovrebbe uscire dal governo?

«Il M5S dovrebbe avere il coraggio di chiedere se rimanere o meno al governo ai propri elettori. Perché la premessa e la promessa fatte a chi votato il M5S erano di coinvolgerli nelle scelte politiche importanti e non arrogarsi il potere di farlo in qualche stanza con quattro persone nominate dall'alto».

Come è possibile che il M5S si sia così logorato? Sente di aver sbagliato qualcosa?

«Una comunità per funzionare deve reggersi su principi, metodi, valori e regole condivise. Forse avrei dovuto denunciare pubblicamente prima la loro violazione evitando di fidarmi in buona fede che chi aveva la responsabilità di farle rispettare lo facesse». 

Se potesse ricostruire un nuovo M5S chi vorrebbe?

«Coloro che pensano che "utopia" sia una parola inventata da chi non ha la voglia o capacità di immaginare un nuovo mondo e che non hanno l'ambizione di una carriera politica».

Elena G. Polidori per “La Nazione” il 19 giugno 2022.

«Il M5s è un’esperienza finita. Varrebbe la pena che si prendesse atto serenamente di questa realtà. È inutile l’idea di poter risollevare qualcosa che ormai è rifiutato dall’elettorato. Persino il simbolo è ormai un brand svuotato di tutti i contenuti positivi, che evoca solo un tradimento e smuove solo rancorosità. Insomma, sarebbe meglio prendere quel che resta del Movimento, metterlo in una bottiglia e buttarla nell’Oceano…». 

Chi parla è lei, Lady Rousseau, Enrica Sabatini, moglie di Davide Casaleggio e madre dei suoi due gemelli che davanti allo scontro che si sta consumando nel partito di maggioranza relativa tra il leader Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, alza lo sguardo al cielo: «Io però l’avevo detto che sarebbe finita così, cioè male…».

Peggio di così…

I problemi sono cominciati quando il potere si è accentrato nelle mani di alcune persone, ma in particolare con Conte che non è uomo che nasce nel Movimento, è un estraneo e anche oggi dice e fa cose che connotano chiaramente questa estraneità. È stato bravo nel suo ruolo istituzione ed ha saputo gestire il governo in pandemia, ma un conto è essere un soggetto di garanzia, un altro è essere un leader. E per essere un leader devi avere la tua visione».

Invece?

«Invece lui non ce l’ha, è incastrato nella ricerca del consenso personale, mentre sul Movimento ha problemi politici, organizzativi ed elettorali e prima delle amministrative hanno pensato di risolverli prendendo il bacino di elettori di Conte. I risultati parlano da soli ed è emerso chiaramente che Conte non è il Movimento e gli elettori non lo votano. Sarebbe meglio che si facesse il suo partito, un partito personale anziché personalizzare il movimento». 

E Di Maio, invece? Che farà?

«Luigi combatterà sino alla fine. Per come lo conosco, penso che difficilmente mollerà il Movimento, ma poi alla fine anche lui si dovrà rendere conto che il M5s è ormai una bad company e che sarà meglio mettere in naftalina questo soggetto politico per costruire qualcosa di nuovo,  con un simbolo diverso e con una visione diversa da quella che ha contrassegnato i 5 stelle degli esordi. Non credo si siano altre possibilità». 

Che senso ha allora votare per il vincolo del secondo mandato?

«Ci sono dei capisaldi che potrebbero, e dovrebbero, resistere anche in un n uovo soggetto come l’idea che la politica non deve essere un lavoro. In Gianroberto c’era questo, la necessità di garantire un rinnovamento sempre, altrimenti la politica diventa lavoro: uno dei problemi che ha distrutto il M5s».

Report: Casaleggio conferma l'incontro per non far diventare Di Battista capo del M5s. VANESSA RICCIARDI su Il Domani il 05 giugno 2022

Davide Casaleggio e la compagna Enrica Sabatini confermano per la prima volta alla Rai un incontro nel 2020 che ha fatto sì che lo storico attivista già parlamentare Di Battista non prendesse il sopravvento e diventasse leader del Movimento.

L’ex reggente Vito Crimi: «Grillo ci disse di non far partire la guerra per la leadership». Nella puntata di lunedì gli affari di Grillo con Onorato, gli interessi di Casaleggio e le ricostruzioni dell’arrivo del nuovo capo Conte.

Di Battista dice a Domani di non voler avere più niente a che fare con i pentastellati: «Di Movimento parli chi fa parte del Movimento».

Cosa sarebbe accaduto se Alessandro Di Battista fosse diventato il nuovo leader del Movimento 5 stelle? Lunedì sera Report ne parla nella puntata chiamata “Stelle cadenti” e si scopre che la possibilità c’è stata e non è stata voluta da qualcuno all’interno.

Il Movimento è passato dal 32,7 per cento dei consensi nel 2018 ai sondaggi che lo danno al 13, con il fondatore e garante Beppe Grillo indagato per traffico di influenze illecito e il presidente Giuseppe Conte in attesa dell’esito di un ricorso sulla sua investitura.

Prima dell’addio alla piattaforma Rousseau che ha segnato i passaggi storici del gruppo, uno dei pilastri del Movimento era Davide Casaleggio, presidente dell’omonima associazione, che insieme alla compagna, Enrica Sabatini, conferma per la prima volta alla Rai un incontro nel 2020 che ha fatto sì che Di Battista non prendesse il sopravvento e diventasse leader dei grillini.

LA VERSIONE DI CASALEGGIO

La rivelazione arriva da Sabatini. Luigi Di Maio si era dimesso dal suo ruolo di capo politico a gennaio 2020. La socia di Rousseau e compagna di Casaleggio, nel suo libro Lady Rousseau. Cosa resta dell’utopia di Gianroberto Casaleggio?, parla di una riunione a luglio 2020.  

Si presentarono ministri e sottosegretari del Movimento e decisero di non procedere con le votazioni per il nuovo capo politico, proseguendo invece con la reggenza di Vito Crimi: «In questa riunione – spiega lei – fu evidente a Davide che le persone avevano deciso di non votare il capo politico e le motivazioni emersero, anzi la motivazione: il fatto che Alessandro Di Battista avrebbe potuto raggiungere un risultato anche eclatante e diventare il nuovo capo politico», racconta. Casaleggio conferma: «È stato detto» di non votare, perché altrimenti sarebbe potuto diventare nuovo capo politico.

LA POSIZIONE DI CRIMI

Crimi, rispondendo al giornalista di Report Danilo Procaccianti, conferma che la riunione c’è stata e anche che qualcuno avrebbe sollevato obiezioni su Di Battista: «Ognuno ha le sue idee e ci sarà stato qualcuno che avrà detto questo». Qualcun altro, assicura, avrà detto «invece votiamo subito». A quel punto, racconta, è intervenuto Beppe Grillo che gli avrebbe detto di non «portare a una guerra sulla leadership» in piena pandemia: «Era una follia». Crimi non ha detto di no per Di Battista: «E se qualcuno lo dice sta dicendo il falso».

Che i problemi ci fossero, poco prima, lo aveva raccontato in pubblico lo stesso Di Battista. A giugno aveva esplicitato una divergenza di vedute, bisognava «organizzare un congresso, un’assemblea costituente».

E criticava i suoi colleghi senza risparmiare Giuseppe Conte. Per diventare nuovo capo, spiegava, «si deve iscrivere al M5s e partecipare al prossimo congresso». Così non è stato e dopo la caduta del Conte II a inizio 2021. Di Battista era già fuori dal parlamento dal 2018 e ha deciso di lasciare il Movimento dopo l’adesione di quest’ultimo al governo Draghi.

Da lì si è aperta la strada per la leadership di Conte, sancita poco dopo da un altro incontro, questa volta in presenza, a Roma, all’hotel Forum. Pochi mesi dopo, anche Casaleggio romperà con i pentastellati e, solo dopo, il voto nell’estate del 2021 sulla nuova piattaforma del Movimento consacrerà il nuovo presidente.

Di Battista oggi si limita a ribadire di non voler avere più niente a che fare con la questione e contattato da Domani non vuole commentare: «Di Movimento parli chi fa parte del Movimento». Eppure molti dei fuoriusciti continuano a vedere lui come punto di riferimento.

LE QUESTIONI IRRISOLTE

Intanto, nella puntata vengono raccontate tutte le questioni irrisolte che accompagnano i pentastellati. Beppe Grillo, il garante del Movimento è indagato, insieme all'armatore Vincenzo Onorato, per traffico di influenze illecite dalla procura di Milano.

Onorato, infatti, ricorda il programma Rai, secondo le ipotesi della procura dopo aver pagato Grillo attraverso alcuni contratti commerciali ha richiesto al garante dei 5 stelle una serie di interventi in favore di Moby spa che Beppe Grillo avrebbe poi veicolato a esponenti politici, incluso l’allora ministro Danilo Toninelli. Toninelli finora ha sempre replicato di non aver mai subìto pressioni ma non si espone sull’ipotesi che il suo nome non sia stato confermato nella rosa dei ministri apposta.

Nell'ambito della stessa inchiesta della procura, sono state eseguite perquisizioni anche nella sede della Casaleggio Associati. Anche Davide Casaleggio ha preso soldi da Onorato per un contratto da 600mila euro all’anno per la stesura di un piano strategico per sensibilizzare gli stakeholder alla tematica dei benefici fiscali.

Mentre al nord si cerca di fare chiarezza sui fondatori del Movimento, al sud traballa la nuova leadership. Da presidente del Movimento Conte è stato colpito dal ricorso dell’avvocato Lorenzo Borré e di alcuni iscritti sulle votazioni che hanno decretato la sua ascesa, il 7 giugno arriverà dopo mesi di incertezza il verdetto del Tribunale di Napoli. Una situazione tutt’altro che pacifica a meno di una settimana dal voto per le amministrative, e poco prima delle primarie in Sicilia organizzate per la prima volta con il Pd.

VANESSA RICCIARDI. Giornalista di Domani. Nasce a Patti in provincia di Messina nel 1988. Dopo la formazione umanistica tra Pisa e Roma e la gavetta giornalistica nella capitale, si specializza in politica, energia e ambiente lavorando per Staffetta Quotidiana, la più antica testata di settore.

Dagospia il 21 maggio 2022. Da “Un giorno da Pecora – Radio1”

Meglio Salvini o Conte? “Sicuramente Salvini. Lui ha un rapporto umano coi suoi parlamentari molto meglio di quello di Conte, che ho trovato estremamente spiacevole sul piano personale”. 

A parlare, ospite di Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, è Ugo Grassi, senatore appena passato al Misto, che in questa legislatura ha militato anche con Cinquestelle e Carroccio. “Conte nei miei confronti non si comportò in modo corretto. Mi chiamò a Palazzo Chigi e mi chiese: caro Ugo, vuoi qualche incarico? Sembrava quasi mi volesse comprare per farmi restare nel Movimento, fu di cattivo gusto”.

Cosa le offrì? “Nulla, mi chiese se volessi un incarico e gli risposi che volevo solo un progetto politico”. Lei però fu eletto con il M5S, che ha lasciato dopo circa un anno e mezzo. “Me ne sono andato perché i 5S non hanno mai utilizzato quasi tutti gli eletti della società civile, che infatti poi hanno lasciato il Movimento”. 

Poi è approdato alla Lega. “Che in quel momento mi sembrò il partito più vicino alle posizioni moderate, Salvini voleva farne un aggregatore dei conservatori più moderati. E poi avevo legato molto con alcuni leghisti, in particolare Calderoli”.

Nella Lega ci è rimasto più di due anni. Prima di lasciare anche questa...”Me ne sono andato prima perché non mi è piaciuta la politica nazionale sui vaccini, troppo indecisa. E poi, recentemente, per la posizione della Lega sulla guerra”. 

Come mai non si è dimesso invece di cambiare gruppo? “Perché ho provato rabbia, mi sono accorto di esser caduto in trappola ma voglio ancora provare a cambiare le cose. Finché il mandato dura proverò fare qualcosa di positivo”.

Nel Gruppo Misto, tuttavia, lei non deve restituire nulla del suo stipendio, a differenza di quanto doveva fare nei 5S e nella Lega...”Allora - ha spiegato a Rai Radio1 Grassi - viene erogato uno stipendio di circa 13.500 da cui vanno tolte tutte le spese. Tra dipendenti, segreteria, addetti stampa....” Lei quanti dipendenti ha in questo momento? “Ho un addetto stampa”. E quindi quanto le rimane dello stipendio da parlamentare? “Circa la metà di quella cifra”. Potrebbe passare in qualche altro partito in futuro? “No, non vedo nessun partito vicino alle mie idee", ha concluso il senatore a Un Giorno da Pecora. 

ALLE ORIGINI DI UN FALLIMENTO. Romanizzare i “barbari” del M5s non era un’operazione da fare in fretta. MARCO FOLLINI su Il Domani il 14 maggio 2022

Comincia a essere matura la possibilità di giudicare costi e benefici, o se vogliamo ascesa e declino, di quella parola d’ordine – civilizzare i barbari – con cui i detentori dell’antico sapere politico hanno accompagnato l’ascesa del Movimento 5 stelle.

L’operazione sembrava avesse senso: il M5s, nel volgere di qualche mese, si è acconciato a governare con l’odiato Pd, e poi perfino a camminare sul tappeto rosso in compagnia del tecnocrate Mario Draghi.

Ma non appena con la crisi ucraina s’è aperto un varco abbiamo visto subito riaffiorare come per incanto quello che avevamo pensato di avere seppellito: per intenderci, quell’asse gialloverde di cui son piene le cronache degli ultimi giorni.

MARCO FOLLINI. È un politico e giornalista italiano. È stato un esponente di spicco dell'Udc, che ha abbandonato per fondare il movimento politico Italia di mezzo, confluito nel processo costituente del Partito democratico. Nel giugno 2013 ha abbandonato il Pd. È stato vicepresidente del Consiglio dei ministri nel governo Berlusconi II dal 2 dicembre 2004 al 15 aprile 2005.

DAGONOTA il 23 maggio 2022.

Attenzione: si può dire “Casalesi e associati”, anziché “Casaleggio e associati”. Lo ha stabilito un giudice di Trani, che ha assolto il giornalista del “Corriere della Sera”, Carlo Vulpio. 

Vulpio era stato denunciato per aver detto, durante la trasmissione televisiva “Speaker’s Corner” su Tele Dehon, che il M5S è ‘proprietà privata di una ditta commerciale’, accostando la Casaleggio Associati al clan dei Casalesi, aggiungendo: “Politicamente i casalesi stanno lì e da lì profilano tutti i loro adepti, come una setta quale può essere Scientology”.

Ebbene, per il tribunale pugliese non è diffamazione, ma Vulpio ha solo descritto “con un linguaggio colorito fatti sostanzialmente veri”. 

E chissà che non ci sia almeno uno dei 350 giornalisti di Via Solferino che si degnerà di dare spazio a questa notizia, come scrive in una mail inviata ai colleghi Vulpio: “Non dico due pagine, come fanno con Saviano, ma almeno un pezzullo…” (Stoccata a Cairo che ha portato lo “sgomorrato” al “Corriere”).

Da lagazzettadelmezzogiorno.it il 23 maggio 2022.

Non è diffamatorio affermare che i Cinque Stelle sono «proprietà privata di una ditta commerciale che attraverso una piattaforma informatica […] comandano come dei burattini 338 parlamentari», nè tantomeno paragonare la Casaleggio Associati al clan camorristico dei Casalesi o descrivere i grillini come una «setta». 

Lo ha stabilito il Tribunale civile di Trani, cui la società milanese (che nel 2005 ha contribuito a inventare il fenomeno di Beppe Grillo) si era rivolta chiedendo un risarcimento da 100mila euro a Carlo Vulpio, inviato del «Corriere della Sera», e all’emittente Tele Dehon. 

Durante il programma «Speaker’s corner» del 30 gennaio 2019 il giornalista ha parlato della Casaleggio come una «setta» che imporrebbe ai parlamentari grillini il pagamento di 300 euro al mese e - «in caso di dissenso dall’indirizzo politico del Movimento» - anche «la somma di 100.000,00 euro». 

Ma il Tribunale (giudice Elio Di Molfetta) ha ritenuto che il giornalista (difeso dall’avvocato Vincenzo Giancaspro) abbia esposto «con un linguaggio colorito» fatti sostanzialmente veri attraverso «una narrazione dei fatti inestricabilmente legata ad opinioni personali».

Il giudice ha infatti osservato che il rapporto tra Casaleggio, associazione Rousseau e partito politico è stato analizzato negli anni da articoli di giornale e libri, e che lo stesso statuto dell’associazione (che gestiva il blog grillino) prevede in effetti «che tutte le decisioni formalmente ascrivibili al “Movimento 5 Stelle” sono o sono state vagliate e assunte attraverso la piattaforma Rousseau» di cui sarebbe dominus Davide Casaleggio, «al contempo legale rappresentante della Casaleggio Srl e creatore della piattaforma».

Stesso discorso per i 100mila euro, previsti dal codice etico del Movimento «(anche) in caso di dimissioni anticipate dalla carica determinate da “motivi di dissenso politico”». 

Il Tribunale ha poi ritenuto legittimo l’accostamento tra la Casaleggio e il clan dei Casalesi. Vulpio aveva parlato di «un’associazione che ha fini politici», che «fa capo alla società privata dei Casalesi, la Casalesi e Associati», e aggiungendo che «politicamente per me i veri Casalesi in Italia sono questi della Casalesi e Associati.

Gli altri sono un gruppo cruento, sanguinario, pericoloso, ma ormai anche fuori gioco, ma politicamente i Casalesi d’Italia stanno lì e da lì profilano tutti i loro adepti come una setta quale può essere Scientology». 

La Casaleggio aveva ritenuto diffamatorio l’accostamento con la mafia, ma la sentenza ha inquadrato il discorso in un quadro più ampio: Vulpio, ha scritto il giudice, «non ha usato il nome dei Casalesi in assenza di qualsiasi elemento di verità a suo sostegno e in assenza di alcuna giustificazione, ma ha ben circostanziato tale uso al modo di agire della Casaleggio nel rapporto con i parlamentari e gli esponenti politici del “Movimento 5 Stelle”, nel senso di ritenere strettamente verticistico tale rapporto e quanto meno discutibile da parte di questi ultimi una qualsiasi forma di dissenso dalle direttive asseritamente loro imposte dalla società attrice». Casaleggio dovrà pagare 5mila euro di spese legali.

Camilla Conti per “La Verità” il 13 aprile 2022.

Milano, addio. La Casaleggio associati trasloca a Ivrea. Lo scorso 28 marzo, nello studio di Largo Donegani del notaio Valerio Tacchini, l'assemblea dei soci ha infatti approvato il trasferimento della sede legale dell'srl dalla meneghina via Uberto Visconti di Modrone a via Palestro, nella città in provincia di Torino.

Come nuovi vicini, due studi legali, un odontoiatra e gli uffici di una banca. Sono stati quindi lasciati gli oltre 450 metri quadrati nel cuore del capoluogo lombardo, a due passi da corso Monforte, che erano stati inaugurati pochi mesi prima delle Politiche del 2018.

Prima rimasta orfana del governo di Giuseppe Conte, con cui si è ormai consumata la rottura, e poi bastonata dal Covid, la società fondata dal guru M5s Gianroberto Casaleggio e oggi presieduta dal figlio Davide - che è anche l'azionista di maggioranza - ha chiuso il bilancio 2020 (l'ultimo disponibile nella banca dati della Camera di Commercio) con un rosso di 320.295 euro ripianato grazie all'utilizzo delle riserve.

A picco anche il fatturato che è sceso di quasi il 25% a quota 1,7 milioni. Tanto che girano già voci di messa in liquidazione. Di certo, sono lontani i tempi della vittoria elettorale del Movimento 5 stelle e della nascita del governo gialloverde quando i ricavi della società attiva nel settore della consulenza strategica e dell'innovazione digitale per le imprese erano passati da 1,17 milioni del 2017 ai 2,24 milioni del 2019 e i profitti erano stati di 181.000 euro nel 2018 e di 100.346 euro nel 2019.

A pesare sono state la svalutazione per 260.000 euro dei crediti verso clienti, in ragione della loro possibilità di recupero, e anche il fatto che nel frattempo, i costi sono lievitati da 2,08 a 2,17 milioni. 

Al netto dei conti, che un'epoca sia davvero finita lo si era capito anche qualche settimana fa quando la sesta edizione dell'evento Sum organizzato dalla società è stata un mezzo flop. Non più fan grillini e big del Movimento che riempivano le vecchie strutture industriali dismesse della Olivetti, a Ivrea, per commemorare Gianroberto parlando di futuro e nuove tecnologie.

Al cinema teatro milanese del Meet di fondazione Cariplo, la sala di duecento posti era forse occupata a metà. Pochi anche i politici presenti (solo l'ex ministra della Difesa nel Conte 1, Elisabetta Trenta, e il deputato eletto con il M5s e oggi in Coraggio Italia, Emilio Carelli, assente pure Alessandro Di Battista). Lo stesso giorno, in un'intervista pubblicata sul Corriere della Sera, Casaleggio jr aveva ammesso che «il Movimento che abbiamo conosciuto non esiste più.

Si ha paura di chiedere agli iscritti anche solo una rosa di nomi per il Quirinale, consultarli per cambiare il programma sulla politica estera o per capire chi candidare in un Comune come a Palermo o in una regione come la Sicilia o ancora di permettere le candidature dal basso inventando addirittura consultazioni con un monocandidato.

Questa paura delle decisioni dei cittadini sta annichilendo il consenso ai minimi storici e penso che il trend sia ormai irreversibile». Quanto al futuro, aveva aggiunto, «la partecipazione e la cittadinanza digitale rimarranno sempre al centro dei miei interessi». Proprio ieri, a sei anni dalla sua morte, il M5s ha ricordato Gianroberto Casaleggio, che fondò il Movimento assieme a Beppe Grillo. Su Twitter il M5s ha pubblicato una sua foto con citazione: «Un'idea non è di destra né di sinistra. È un'idea. Buona o cattiva». Forse ne servono di nuove. 

Il Movimento ai minimi termini. La caduta dei 5 Stelle traditi dalla banalità e dalla stupidità del verbo utilizzato da Grillo. Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino su Il Riformista il 29 Marzo 2022. 

Giuseppe Conte fa il suo possibile per riaccendere il seguito per i 5 Stelle (tentando, con le sue ultime posizioni di conquistare, almeno in parte, il consenso di quel 35% di italiani – fonte Eumetra – che è contrario all’incremento degli strumenti di difesa e reputa che abbiamo fatto male a inviare armi in Ucraina), ma, probabilmente, non c’è molto da fare: i grillini sono politicamente (e, quel che più conta, elettoralmente) sempre più irrilevanti. Ma, si badi, non lo sono le posizioni di populismo: quest’ultimo è tutt’altro che finito e le sue sirene sono tuttora assai diffuse nel nostro paese (e in diverse altre nazioni europee e non).

Che il partito dei grillini sia in crisi di consensi è un fatto noto a tutti e rilevabile quotidianamente dai sondaggi. Oggi i Cinque Stelle sono valutati al poco più del 13%, a fronte del 32% ottenuto in occasione delle elezioni politiche del 2018: il 60% dell’elettorato di allora ha abbandonato il Movimento. I motivi del successo ottenuto a suo tempo sono stati più volte sottolineati. Si collegano al distacco e all’insoddisfazione (peraltro ancora presenti a tutt’oggi) per i partiti politici tradizionali, alla protesta e, non ultimo, alla capacità di trascinamento di Beppe Grillo. Gli argomenti usati allora da quest’ultimo erano, come si sa, spesso banali e superficiali, ma, proprio per questo, alla portata di molti, senza troppa fatica o impegno nel riflettere. Erano cioè “facili” e, proprio per questo, attrattivi. Talvolta anche stupidi. Ma si sa, come scrive Marais nel suo ultimo romanzo, che la stupidità e la rabbia sono contagiose. Proprio la facilità e la semplificazione degli argomenti ha condotto in Parlamento persone spesso poco preparate e sovente completamente inadatte a quel ruolo. E, infatti, l’esperienza di governo dei Cinque Stelle è stata disastrosa.

Di fronte alla complessità dei temi e delle scelte, molti eletti grillini hanno mutato le loro idee originarie. E, al tempo stesso, non pochi, una volta assaggiati i piaceri del potere, si sono prontamente adeguati a quest’ultimo. Di qui la caduta di appeal del Movimento e il calo drammatico di voti, causato anche dai persistenti conflitti interni. Per questo, è ragionevole prevedere che, in occasione delle prossime elezioni, nel 2023, il declino dei grillini sarà ancora maggiore. Mutatis mutandis, anche la Lega ha visto un calo di consensi nei sondaggi sulle intenzioni di voto, quando ha usato argomenti di stampo populista, nel tentativo di creare il partito nazionale. Anche quell’esperimento è in larga misura fallito e il Carroccio si deve ora rifugiare nel tradizionale e consolidato consenso storicamente ottenuto nel nord del paese. Il fatto che i temi populisti paiano aver comportato il declino dei partiti che li hanno maggiormente sostenuti, non significa però che l’appeal di queste tematiche sia decaduto per sempre.

Lo vediamo oggi nel dibattito sulla guerra in Ucraina. Sempre più spesso, al confronto tra argomentazioni serie e ponderate, basate su fatti e ragionamenti, si contrappongono parole d’ordine e slogan semplicistici e superficiali (spesso enfatizzati dai programmi televisivi che sovente li ospitano per allargare l’audience). Come mostrano i sondaggi più recenti, tuttavia, queste argomentazioni “facili” trovano un terreno di coltura in una parte significativa della pubblica opinione. Specie in quegli strati che Paolo Natale (in un articolo su Gli Stati Generali) chiama i “perdenti della globalizzazione”. Si tratta di persone deboli socialmente, con basso titolo di studio, che, sovente a causa del loro disagio sociale, guardano spesso con favore ai movimenti e alle contestazioni “antisistema”, come i no vax, i no green pass e oggi i sì Putin (Lo stesso Natale rivela che tra le suddette posizioni si registra una sovrapposizione enorme, oltre l’80%). Tutto ciò suggerisce che lo spazio per temi populisti ci sia ancora, tanto che alcune forze politiche tentano ancora oggi di raccoglierli e farli propri, in modo da allargare i propri consensi.

Come si sa, molti elettori che erano stati attratti nel 2018 dal populismo si sono oggi rifugiati nelle astensioni che, come è noto, hanno sempre più caratterizzato le ultime consultazioni elettorali amministrative. Ma non è detto che sia sempre così. Nei prossimi mesi potrebbe rinfocolarsi, anche a seguito della guerra, un’offerta politica di carattere populista, capace di raccogliere, forse, le simpatie di almeno una parte di coloro che oggi disertano le urne. E condizionare così, ancora una volta, i prossimi risultati elettorali.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino

Annalisa Cuzzocrea per "la Stampa" il 21 Febbraio 2022.  

Giuseppe Conte?

«Un temporeggiatore seriale». 

Vito Crimi?

«Un debole vestito di protervia». 

Il nuovo Movimento 5 stelle?

«Un'operazione di trasformismo politico, dovuta all'irriconoscenza e alla smania di potere delle persone più insospettabili: quelle a cui Gianroberto Casaleggio aveva dato più fiducia e che, per interessi personali, sarebbero state le più feroci nel tradirlo».

Lady Rousseau, il libro di Enrica Sabatini, compagna oltre che socia di Davide Casaleggio, più che un'autobiografia è un lungo J'accuse. L'ex consigliera comunale di Pescara, diventata responsabile degli affari interni del Movimento nei giorni in cui Luigi Di Maio ne lasciava la guida, lo ha scritto mentre aspettava i gemelli che ora hanno tre mesi e che non la fanno dormire la notte («Quando uno si addormenta, l'altro si sveglia!») e lo ha fatto soprattutto per una ragione: dimostrare che il progetto di Casaleggio non è fallito, è stato tradito. 

Chiedere - come fa in quest' intervista - che chi ha preso la guida del Movimento lasci andare la sua storia, rinunci al suo simbolo: «Faccia come si fa con i messaggi in bottiglia affidati alle onde dell'oceano. Lo restituisca, perché quel logo lo aveva disegnato Gianroberto seduto alla sua scrivania e nulla ha a che fare con chi adesso lo detiene».

Giuseppe Conte si è assunto la responsabilità di rinnovare una forza politica in crisi di leadership e consensi in uno dei momenti più difficili della sua storia. Cosa gli imputa?

«Ha una visione diversa da quella che ha sempre mosso i 5 stelle. Invece di farsi un partito personale, ha pensato di personalizzare il Movimento e provare a trasformarlo in un partito. Un'evoluzione che diventa trasformismo e infine aberrazione. Per questo secondo me oggi il M5S è al minimo storico del consenso: non risponde più a quel patto di fiducia che aveva fatto con i cittadini».

Perché dice che temporeggia? Su Rousseau una decisione l'ha presa e in modo netto.

«Lo fa perché le persone attorno a lui sono paralizzate dalla paura del futuro. Si è creato un meccanismo per cui si lancia la palla sempre in avanti, come sul ricorso di Napoli».

Cosa pensa accadrà?

«Quella causa è emblematica perché invece di affrontare la situazione facendo quel che si doveva per statuto, votare su Rousseau l'organo collegiale e poi far discendere tutto il resto, si è cercata una scorciatoia che non ha rispettato le decisioni degli iscritti. Una forzatura che ha portato il Movimento in un vicolo cieco. La magistratura non sta facendo un indebito intervento in politica, sta tutelando i diritti degli associati. Conte ha cercato per sé una strada che potesse controllare, la nuova struttura è composta da persone nominate». 

Com' erano il direttorio, i primi probiviri. Lei sembra dimenticare che il Movimento di Grillo e Casaleggio è sempre stato verticistico, non era affatto orizzontale quando si trattava di grandi decisioni.

«Nel libro ammetto questo errore. Soprattutto nei momenti di difficoltà c'è spesso stato il ricorso a una centralizzazione improvvisa. Per questo Gianroberto aveva immaginato Rousseau: per distribuire il potere rendendo chiari i processi».

Ci ha provato a lungo, ma i risultati non sono arrivati. Non è che è sbagliata l'idea di partenza: cioè che la politica per funzionare debba indebolire la delega e rafforzare i meccanismi di democrazia diretta?

«Il Movimento ha sofferto il fatto di essere una macchina in corsa, ha dovuto procedere per prove ed errori, ma secondo me il modello funziona e stiamo pensando a come sia possibile utilizzarlo in altri ambiti». 

Dalle sue accuse sembra salvare Beppe Grillo, che pure sta sostenendo la nuova strada. Anzi, l'ha indicata.

«Sono molto legata a Beppe, gli riconosco il grande merito di aver costruito tutto, di essersi scarificato per i 5 stelle. Lui come Davide e Gianroberto sono rimasti fuori consentendo a migliaia di persone di entrare nelle istituzioni».

Indirizzandone le scelte però. Come può non attribuire anche a Grillo le responsabilità del nuovo corso?

«Il ruolo del Garante è delicato quando dall'altra parte hai persone che fanno parte del governo. Ha dovuto affrontare l'assenza di Gianroberto, che lo compensava. Lo sforzo che ha fatto è stato notevole e ha spinto affinché certi principi e metodi non fossero traditi». 

Pare pronte a deroghe sul vincolo del doppio mandato.

«Per ora si tratta di indiscrezioni fatte uscire da chi vorrebbe quelle deroghe. Senza il divieto di superare i due mandati viene giù tutto. Il Movimento è stato creato perché fosse aperto al rinnovamento, non per generare nicchie di potere e opportunità di carriere».

Forse segna un principio di maturazione, la comprensione che in politica servono esperienza e competenza.

«Come in una staffetta, si può dare una mano passando il testimone». 

Lei non è d'accordo sul fatto che la selezione dei candidati in rete non funzioni, ma le parlamentarie hanno portato nelle istituzioni persone come Sara Cunial, deputata no vax poi espulsa e famosa per uscite a dir poco irrazionali.

«Rousseau dovrebbe essere l'ultimo step per votare persone che sono già state selezionate per alcune caratteristiche. I processi devono essere ben più lunghi, gli attivisti coinvolti anni prima delle elezioni».

Davvero crede che non si sia votato per un anno il successore di Di Maio per paura che vincesse Di Battista?

«È stato detto alla riunione di cui scrivo ed è quello che ha fatto sobbalzare Davide sulla sedia: "Violiamo lo statuto perché non ci piace il possibile risultato di una votazione? " ha chiesto. Crimi ha fatto di tutto per mantenere un potere per cui non aveva titolo. Se il comitato di garanzia non rispetta lo statuto, è normale che gli altri si sentano legittimati a violare ogni regola». 

Crede che Rousseau possa lavorare ancora con Di Battista?

«Alessandro ha come noi una forte passione per la partecipazione, si sta interessando ai referendum e crede si possa incidere anche non stando dentro le istituzioni. A legarci c'è un'enorme sintonia oltre che un'amicizia personale».

E con gli altri, l'amicizia?

«Quando si prendono strade così diverse è impossibile mantenerla». 

Di Battista con Conte è molto meno duro di lei, sembra quasi pronto a rientrare, una volta conclusa l'esperienza del governo Draghi.

«Non lo so, è una decisione che prenderà Alessandro». 

Davvero hanno offerto a Davide Casaleggio un ministero?

«Sì, ha rifiutato, così come io ho rifiutato una candidatura alle elezioni europee, alle regionali, una nomina pubblica. Eravamo concentrati sul progetto, mentre erano pronti a usarci come capro espiatorio di ogni fallimento.

Nella controstoria del M5s di Lady Rousseau si salvano solo Grillo e Di Battista. LISA DI GIUSEPPE su Il Domani il 18 febbraio 2022

Enrica Sabatini racconta la sua versione sui primi dieci anni del Movimento 5 stelle e la risoluzione del rapporto con Rousseau, alla fine di una lunga serie di scontri interni. Le valutazioni dei vertici dei Cinque stelle sono impietose

Il nuovo libro Lady Rousseau di Enrica Sabatini (Piemme), socia di Rousseau insieme al suo compagno Davide Casaleggio, racconta la “verità” della pasionaria della piattaforma inventata da Gianroberto Casaleggio sugli scontri con i vertici politici dei Cinque stelle. Gli screzi hanno portato al divorzio con la piattaforma, fino a qualche mese fa indivisibile dal Movimento 5 stelle. 

“Lady Rousseau” dà la sua versione su come il Movimento si è allontanato progressivamente dai presupposti con cui era nato nelle menti di Beppe Grillo e Casaleggio. Le vittime della storia  sono lei e gli altri soci di Rousseau, oltre a Casaleggio, Pietro Dettori, che ha sempre curato i rapporti con Luigi Di Maio, e Max Bugani, consigliere comunale a Bologna e capo dello staff di Virginia Raggi quando era sindaca. 

I CASALEGGIO

Gianroberto prima e Davide poi hanno segnato il percorso nel Movimento di Sabatini. Fin dalle prime pagine viene ribadito più volte quanto l’idea di Casaleggio senior abbia cambiato la vita di Sabatini: «Quando la notizia della scomparsa di Gianroberto irruppe nelle nostre vite, ci sentivamo così: cittadini chiamati a svolgere la nostra piccola, ma importante, missione per cambiare quello che ritenevamo ingiusto».

Lady Rousseau racconta come, dopo qualche anno da consigliera comunale in Abruzzo, insieme a Nicola Morra («che mi sorride, mentre la metro gialla sfreccia a tutta velocità») aveva proposto a Davide Casaleggio la riorganizzazione di Rousseau per condividere le esperienze di ciascun portavoce.

Davide è anche il principale protagonista degli scontri, negli ultimi mesi sempre più frequenti, con i vertici del Movimento. Sabatini racconta quello con il capo politico reggente Vito Crimi, che aveva proposto di far votare agli iscritti un quesito per estromettere Rousseau dalla vita del Movimento. 

Ma Casaleggio e la sua socia si sono scontrati anche con Di Maio quando si è trattato di tagliare definitivamente i ponti con il Movimento. Casaleggio e Sabatini sono presentati come custodi della missione originaria del M5s, mentre i politici romani lottano solo per i propri interessi: ricorre più volte la questione sull’abolizione del vincolo dei due mandati, tasto dolente soprattutto per Di Maio e i suoi. 

GIUSEPPE CONTE

Al nuovo leader politico del Movimento, Sabatini non riserva parole gentili. Gli rinfaccia di essersi appropriato di un’associazione non sua a di aver ridotto, con il suo atteggiamento da «temporeggiatore seriale»,  un sogno visionario in un partito come tutti gli altri.

Lady Rousseau rimprovera a Giuseppe Conte di non aver studiato la struttura del Movimento e di Rousseau né di averla voluta conoscere quando i due soci glielo avevano proposto.

I due nutrivano sospetti nei confronti dell’ex premier fin da quando la sua popolarità era diventata la ragione per disattendere le indicazioni degli Stati generali, che avevano chiesto una guida collegiale per il Movimento.

La disistima si era aggravata con la fine del governo Conte II e la ricerca disperata di numeri per il Conte III e li aveva portati a disertare la riunione all’hotel Forum di fine gennaio in cui i vertici avevano chiesto a Conte di diventare capo unico del M5s.

L’ultimo atto arriva quando Conte in riunione chiede: «A che titolo parla la dottoressa Sabatini?». Attacco imperdonabile. 

LUIGI DI MAIO

Per Sabatini, Di Maio è il traditore. Di lui scrive che nei primi anni nei palazzi aveva rappresentato al meglio i grillini, ma che poi era entrato a pieno titolo nella campagna dei vertici Cinque stelle contro Rousseau. Una presa di posizione che Sabatini non gli ha mai perdonato.

Il ministro degli Esteri appare come un ingrato che non ha più rispetto di chi gli ha dato quel che ha oggi e come uno dei protagonisti dello smantellamento del Movimento delle origini.

In uno degli episodi Sabatini racconta di aver subodorato che nella creazione del team del futuro, che avrebbe dovuto sostituire Di Maio dopo le sue dimissioni e rispondeva in parte alla stessa Lady Rousseau, c’erano già i presupposti per far diventare la piattaforma il capro espiatorio di tutti i problemi dei Cinque stelle. 

«Quello che però non avevo compreso era che tra le persone che questo meccanismo (l’accentuazione della controversia, ndr) lo avrebbero sostenuto ci sarebbe stato anche chi avevo lasciato alle mie spalle uscendo da quella saletta quel giorno: Luigi Di Maio». 

BEPPE GRILLO

Il fondatore del Movimento appare solo marginalmente, ma sempre sotto una luce positiva. Sabatini enfatizza questa rappresentazione raccontando episodi in cui Grillo appare con un’aura paterna e bonacciona.

Come quando lui e i soci di Rousseau giocano insieme a calcio balilla vicino a Ivrea nel 2018, occasione in cui «si aggiusta i capelli con quel gesto tipico con cui scuote la sua chioma caratteristica». Lady Rousseau passa poi a celebrare «la sua potenza comunicativa» che «è pari alla sua conoscenza dei media». 

Sabatini è più pragmaticamente entusiasta di Grillo quando stralcia il quesito di Crimi sull’estromissione di Rousseau dalla vita del Movimento o quando nell’ultimo scontro tra Rousseau e M5s interviene per far saldare almeno una parte dei debiti che i Cinque stelle hanno nei confronti della piattaforma. «L’intervento di Beppe Grillo fu determinante, ma non risolutivo, nonostante le roboanti dichiarazioni di Giuseppe Conte».

ALESSANDRO DI BATTISTA

Se Di Maio ha tradito l’impostazione originaria del Movimento e Conte è un usurpatore, Alessandro Di Battista è il leader che Il M5s avrebbe meritato. Puro di sentimenti e appassionato, Sabatini fa di lui il protagonista di uno dei capitoli centrali del libro.

A metà 2020, racconta, una tesa conversazione con Casaleggio la mette a parte del fatto che i vertici del Movimento si sono messi d’accordo per non votare il successore di Di Maio come capo politico per paura che possa vincere proprio Di Battista, considerato un ostacolo sulla strada di Conte.

Lady Rousseau condivide anche la decisione dell’ex parlamentare di lasciare i Cinque stelle dopo l’adesione al governo Draghi, unica mossa possibile per quello che secondo Sabatini era diventato «un obiettivo da eliminare» per il Movimento. 

VITO CRIMI

Secondo Sabatini, il capo politico reggente Vito Crimi ha contribuito come ha potuto a mettere il Movimento sulla via della trasformazione in partito e da responsabile di quesiti e votazioni ha anche avuto un ruolo nel progressivo allontanamento di M5s e piattaforma, approfittando della «nostra buona fede».

Secondo lady Rousseau, ha ignorato la volontà degli iscritti, forzato la mano rispetto alle decisioni dei tribunali sul destino del M5s ed è stato responsabile di una delle peggiori performance elettorali del Movimento nel voto del 2020.

Ma la sua colpa più grave, per Sabatini, è quella di non aver mai definito il rapporto tra il Movimento e Rousseau: un vuoto che poi è costato alla piattaforma la possibilità di far valere le proprie ragioni in maniera più efficace sulla base di accordi scritti. 

LISA DI GIUSEPPE. Scrivo di politica, economia ed esteri (soprattutto Germania). Ho lavorato per Reuters, La7, Corriere della Sera e Public Policy.

Alessandro D’Amato per open.online il 17 febbraio 2022.

Il 5 luglio 2020 una riunione tra i maggiorenti del MoVimento 5 Stelle bloccò il voto sul nuovo capo politico per fermare l’ascesa di Alessandro Di Battista alla leadership. Dieci eletti M5s al secondo mandato stabilirono di violare la carta fondativa del Movimento perché non era utile ai loro interessi. 

Parola di Enrica Sabatini, socia della piattaforma Rousseau e compagna di Davide Casaleggio. E oggi pronta ad anticipare in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera questa e altre verità. Come quella che vuole una “rete invisibile” all’opera nel 2018 per decidere le candidature in barba all’«uno vale uno» di Beppe Grillo. E la nascita di un Movimento ControVento per raccogliere le istanze perdute del grillismo.

Chi è Enrica Sabatini

Pescarese, 39 anni, Sabatini ha cominciato l’avvicinamento al mondo 5 Stelle grazie ai meet-up e al Movimento. Nella primavera del 2014 è stata candidata sindaca dei Cinque Stelle a Pescara, arrivando terza (con 11.152 voti e il 16,1% delle preferenze). Ph.D. in Scienze, laurea specialistica con lode in Psicologia e un Executive Master in Innovation Strategy & Digital Transformation sono i suoi titoli di studio. 

È stata docente a contratto all’Università “G. D’Annunzio” di Pescara-Chieti e si è definita “consulente per la creazione, realizzazione e monitoraggio di interventi formativi basati sull’utilizzo di metodi simulativi (virtualgame, DGBL, serious game etc) e/o di attività finalizzate al brand engagement”.

In Rousseau è entrata per fare e-learning sulle potenzialità della piattaforma e presto ha sostituito come socia Massimo Bugani. Da quel momento è cominciata la sua ascesa. Arrivata in un momento in cui il M5s partiva dalla vittoria alle elezioni del 2018 e affrontava i due governi di Giuseppe Conte. Oggi, dice nell’intervista, è disponibile a lasciar votare su Rousseau i grillini ma «ai prezzi di mercato».

Ma avverte: «Se i contiani credessero davvero nella leadership di Conte gli consiglierebbero di affrontare la situazione e non di fuggire. Evitare il voto dell’organo collegiale per paura che Giuseppe Conte non venga poi scelto come capo politico rende lo stesso Conte un leader debole agli occhi di tutti. E se ottieni la leadership solo perché hai fatto in modo di essere l’unico a concorrere, è ovvio che la tua guida verrà sempre messa in discussione». 

La querelle su Di Battista

Poi parla del suo libro, “Lady Rousseau”, in uscita il 22 febbraio per Piemme. E delle rivelazioni sulle candidature. Come quelle del 2018: «Per la selezione dei candidati nelle liste proporzionali alle Politiche nel 2018 venne creata una rete invisibile di referenti regionali che decisero, attraverso un potere discrezionale e illimitato, chi poteva candidarsi e chi no.

Venne così creato un sistema di valutazione delle candidature arbitrario, privo di standard oggettivi, viziato da interessi personali, non legittimato dalla comunità e, soprattutto, ignoto a tutti». Infine racconta che il 5 luglio 2020 si tenne una riunione per bloccare il voto sul nuovo capo politico. Con l’unico scopo di impedire l’elezione di Alessandro Di Battista. 

«E venne esplicitamente dichiarato che il reale motivo per non votare il capo politico era la possibile elezione di Alessandro in quel ruolo. Una decina di persone al secondo mandato e neanche legittimate a prendere decisioni stabilì di violare la carta fondativa del Movimento. Perché fare la cosa giusta non era utile ai loro interessi». Non solo: Sabatini profetizza anche un allontanamento di Grillo dal M5s.

«È un fatto incontrovertibile che il nuovo statuto, ora sospeso dal tribunale e bocciato dall’organo di garanzia sui partiti per carenza di democraticità, volesse relegare la figura del garante alla periferia del Movimento. Il garante è lì per ricordare da dove si viene e dove si è promesso di andare. Eppure a qualcuno fa comodo dimenticarlo».

Anticipazione da “Oggi” il 16 febbraio 2022.  

Su OGGI, in edicola domani, il sindaco di Parma Federico Pizzarotti, eletto nel 2012 con i 5 Stelle e poi isolato dai grillini fino alla decisione di lasciarli e correre per la rielezione senza di loro, parla del passato e del presente del Movimento. 

«È stata una grande occasione persa. Enorme. Irripetibile… È stato imbarcato chiunque senza manco ci si ponesse il problema di una selezione vera. Uno spreco mai visto di intelligenze». 

E poi: «Riportare i cittadini a sperare in un rinnovamento della politica, ora, dopo aver visto come è andata anche in queste ultime settimane di scontri e veleni, mi pare dura». Nell’intervista a Gian Antonio Stella, Pizzarotti ricorda il “trattamento” subito: «Prima la vaghezza delle accuse. Poi un ordine di scuderia: mai più rapporti con Pizzarotti. La cosa più dolorosa è che fu applicata direi quasi militarmente.

Vecchi amici che non salutavano più… La verità è che al di là della politica, la cosa più deludente è stata la qualità umana di tanti ex compagni di strada». Poi alcuni giudizi. Di Battista: «Per carità, visti gli altri gli do atto d’aver conservato una sua coerenza». Di Maio: «Gli riconosco, dal suo punto di vista, un capolavoro: è riuscito a scalare un partito non scalabile». 

E sul proprio futuro dice: «Non so bene cosa fare. Sono ancora dipendente, in aspettativa, della banca in cui lavoravo come informatico. Vedremo. Certo vorrei portare avanti un piccolo progetto mio e di mia moglie. Abbiamo comprato un ciuffo di casette abbandonate in un posto bello sull’Appennino, a castello di Casola, sulla via Francigena, e lo stiamo un po’ alla volta sistemando. Vorremmo attrezzare qualche spazio per un po’ di accoglienza diffusa e produrre dei liquori fatti in casa con le bacche dei dintorni». 

Emanuele Buzzi per il "Corriere della Sera" l'8 febbraio 2022.  

I sospetti, i cavilli e il garante. Il Movimento ripiomba nel caos. 

«Siamo fermi a un anno fa: è un disastro», commentano all'unisono nelle diverse ali dei Cinque Stelle. Certo, poi responsabilità e punti di vista continuano a divergere. «Supereremo in fretta la questione», dicono i contiani.

Ma anche per i più fedeli all'ex premier, la decisione del tribunale di Napoli è stata una doccia fredda: non si aspettavano un esito diverso nel reclamo rispetto a quanto deliberato dai magistrati alla vigilia di Natale. 

Frenetici sono i contatti tra i vertici, l'avvocato che guida i Cinque Stelle consulta altri legali, si riunisce con Vito Crimi. Due ore circa di summit per decidere la linea: far votare chi era rimasto tagliato fuori dalla precedente consultazione. I vertici escono dal confronto decisi e più sollevati, convinti che si tratti dell'opzione migliore.

Ma la decisione scatena altre polemiche. «Si sono consultati con noi parlamentari?», dicono diversi esponenti. C'è chi attacca in modo più veemente: «Conte non può fare questa mossa. 

Una votazione sullo statuto la può indire solo il presidente del comitato direttivo o del comitato di garanzia»: figure tecnicamente vacanti. La decisione del tribunale di Napoli ha quindi come effetto-domino quello di rimettere in discussione gli equilibri , di inasprire il fronte della guerra interna. Ecco perché la decisione dei vertici di accelerare, tentare subito un nuovo voto.

«Non ci faremo trascinare in mezzo a discussioni che hanno come solo scopo quello di ledere il futuro del Movimento», ribattono i contiani. Conte decide di confermare il suo appuntamento in tv a Otto e mezzo su La7 anche per ribadire il concetto. 

Tuttavia la discussione presenta anche tecnicismi che non si possono eludere. Uno dei principali è su chi sia titolato o meno a usare i dati personali degli iscritti. 

C'è chi ipotizza di sondare il garante della privacy per evitare eventuali sanzioni e ricorsi. «Non possiamo sbagliare: c'è il rischio di un danno finanziario ingente». 

La situazione, insomma, è molto scivolosa. E va presa con le pinze. La chiave di volta, l'uomo che potrebbe essere determinante per sbloccare l'impasse torna a essere Beppe Grillo. Il garante, infatti, è sempre stato in carica e da lui il Movimento si aspetta una mossa. Da ambienti vicini allo showman, però, filtra la notizia che Grillo non ha al momento intenzione di incontrare a Roma parlamentari e big.

Il garante si sta informando sul da farsi, proprio perché è consapevole che la situazione non permette ulteriori ritardi o errori. Il Movimento è in attesa di una sua mossa. Le varie anime lo stanno tirando per la giacca, ma ora Grillo si trova d'un tratto di nuovo plenipotenziario del destino di tutti: da Conte ai vice, dai malpancisti al secondo mandato a Luigi Di Maio. Il ministro degli Esteri, intanto, non si muove. 

Di Maio ha scelto in queste prime ore un profilo attendista: non ha intenzione di gettare benzina sul fuoco in una fase delicatissima. Il titolare della Farnesina non ha fretta nemmeno di risolvere il conflitto con Conte. «Il tempo è un problema dell'ex premier», dicono i dimaiani. 

E se Di Maio tace, Alessandro Di Battista punge. L'ex deputato, una pedina importante nelle ultime settimane (si parla di un suo riavvicinamento), evoca Gianroberto Casaleggio sui social, facendo scattare la reazione rabbiosa del gruppo parlamentare. «Come si permette?», è uno dei commenti più teneri nei confronti dell'ex esponente del direttorio.

Se non è l'anno zero per il Movimento poco ci manca: diviso al suo interno, con un leader «congelato» dal tribunale e con un orizzonte poco chiaro. Non a caso in serata, cominciano a farsi più insistenti voci di addio di alcuni pentastellati. Pronti all'addio sarebbero tra i 5 e i 10 parlamentari, tutti però solo in via ipotetica. Ma c'è il timore che la discussione possa proseguire (e allargarsi) nei prossimi giorni. «Ormai viviamo alla giornata», commenta amaro un parlamentare.

Dal "Corriere della Sera" l'8 febbraio 2022.

Avvocato Lorenzo Borrè, attendeva questo esito? Ha decapitato il M5S.

«L'esito era già scritto nello statuto che il M5S si era dato nel febbraio del 2021. Se la norma prescrive che il voto per modificarlo abbia un quorum di almeno metà degli iscritti non puoi pensare che se ne escludi indebitamente oltre un terzo la votazione sia valida, né puoi sostenere di aver raggiunto il quorum con la partecipazione al voto della metà degli ammessi all'assemblea anziché, appunto, della metà degli iscritti. I decapitati hanno messo la testa da soli sulla ghigliottina e quando gli è stato detto, hanno risposto "facciano pure"».

Cosa rappresenta questa ordinanza?

«Rappresenta la riaffermazione del principio di legalità, correlato a quello di democraticità. Non si può escludere dal voto un numero di iscritti superiore a quello di quanti hanno votato». 

Il Movimento ha annunciato che vuole sottoporre a ratifica le delibere sospese.

«Lo devono fare secondo le procedure del vecchio statuto e non lo può fare certamente Conte, ormai privo di poteri». 

Quindi l'esito sarebbe impugnabile?

 «Assolutamente sì».

Claudio Bozza per il "Corriere della Sera" il 7 febbraio 2022.

La domenica dopo il «mezzogiorno di fuoco» scatenato dalle dimissioni di Luigi Di Maio dal comitato di garanzia è di calma apparente nel M5S. La quiete prima di una nuova tempesta, che il meteo pentastellato prevede nel corso della settimana (quando è previsto anche l'arrivo di Grillo a Roma). 

Perché è in questi giorni che si terrà l'assemblea pubblica chiesta dal ministro per confrontarsi in maniera schietta con il leader Giuseppe Conte. Entrambi i contendenti, in vista del primo redde rationem , stanno schierando le truppe e studiando gli interventi. 

Ma è chiaro a tutti che Di Maio, dopo aver risposto picche alle sirene che gli chiedevano di aderire al nuovo partito di centro, abbia lanciato il guanto di sfida per tentare di riconquistare la leadership del partito.

«Assolutamente niente scissione», assicurano dalla Farnesina, ma battaglia politica a viso aperto. Visioni politiche opposte a parte, uno dei nodi chiave su cui si incentra il duello sarà chi deciderà le prossime candidature, alle Comunali prima e alle Politiche poi. 

Su 230 parlamentari rimasti nel M5S (73 senatori e 157 deputati) ben 66 stanno per completare il secondo mandato. Un parlamentare su tre, secondo le regole interne in vigore, oggi non sarebbe ricandidato nel 2023. 

È una lista lunga e con tanti big. Conte tra pochi mesi, nonostante un'organizzazione partitica rigida (con pesi e contrappesi), avrà il potere maggiore di decidere le candidature. Sarà un momento chiave per la «rifondazione» avviata dall'ex premier, che, avendo preso in corsa il timone dei 5S, oggi non può contare su un numero così ampio di «fedelissimi». 

Le truppe sono molto frammentate e una discreta fetta di eletti è controllata appunto da Di Maio. A breve, quindi, i vertici del Movimento dovranno decidere come muoversi sulla delicatissima questione del terzo mandato. Il regolamento pentastellato, specchio della strategia «anticasta» delle origini, afferma che un parlamentare non può essere eletto per più di due volte. 

Ma in base a questa norma rimarrebbero fuori una folta schiera di volti noti. Il primo è appunto Di Maio. Ma ci sono anche deputati a lui vicini come Sergio Battelli o la viceministra dell'Economia Laura Castelli. 

In cima alla lista dei non ricandidabili ci sono anche vertici istituzionali come il presidente della Camera Roberto Fico (capo degli ortodossi) e la vicepresidente del Senato Paola Taverna, oggi fedelissima di Conte. 

Sul fronte Palazzo Chigi, oltre a Castelli, rimarrebbero esclusi anche tutti i membri M5S del governo, come Fabiana Dadone e Federico D'Incà.

Si salverebbe invece Stefano Patuanelli, che potrebbe sfruttare il «mandato zero», che non conta il suo mandato da consigliere comunale. 

Altri grandi esclusi sarebbero Danilo Toninelli, il capogruppo alla Camera Davide Crippa (avverso a Conte), il sottosegretario Manlio Di Stefano, il probiviro del partito Riccardo Fraccaro. 

Ci sono anche diversi fedelissimi di Conte, come l'ex capo reggente Vito Crimi. C'è pure un «mediatore» come l'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede.

Ma anche, e sopratutto, Claudio Cominardi: il deputato ha fatto due mandati, non si è mai esposto mediaticamente, ma oggi è il tesoriere che gestisce tutti i soldi per le attività del Movimento. 

Conte come gestirà la patata bollente del terzo mandato? Difficile che lo abolisca in blocco, perché così il Movimento perderebbe la presa sulla macchina politico-istituzionale, traguardo raggiunto solo grazie all'esperienza accumulata dai parlamentari di lungo corso. Più probabilmente verrà scelta la strada di un pacchetto di deroghe per il 2023.

Ma quanti posti verranno concessi per rimettere in lista chi non potrebbe? E quali saranno i nomi? La strada è sempre più stretta per due motivi. La prossima legislatura, proprio con il taglio dei parlamentari, avrà 345 posti in meno e il partito molto difficilmente conquisterà la valanga di seggi del 2018. Inoltre, proprio nelle ultime ore, il fondatore Grillo ha rilanciato un monito chiaro: «Limiti alla durata delle cariche, anche per favorire una visione della politica come vocazione e non come professione».

Matteo Pucciarelli per repubblica.it il 7 febbraio 2022.

Quella che arriva dal tribunale di Napoli è una notizia che, di fatto, manda in frantumi tutto il percorso fatto in questi mesi da Giuseppe Conte. Il quale nei fatti non è più presidente del M5S, né esistono più sul piano formale i vicepresidenti e i responsabili dei comitati (compreso quello di garanzia dal quale si è dimesso Luigi Di Maio) e lo Statuto stesso. Rimane solo il garante che c'era prima, cioè Beppe Grillo. Ma l'ex premier non ci sta e annuncia: "La mia leadership del M5S è un legame politico prima che giuridico, non dipende dalle carte bollate". 

Gli attuali vertici del Movimento da oggi sono tali ma non sul piano formale, però. Questo perché sono il nuovo Statuto e poi la nomina stessa del presidente votate e adottate lo scorso agosto a non essere più valide. Il giudice Gian Piero Scoppa scrive che "l'adozione della presente cautela (cioè il ritorno alla vecchia struttura, ndr) non potrebbe dirsi preclusa dall'asserita potenziale insorgenza di problematiche di ordine tecnico connesse al funzionamento della pregressa 'piattaforma', trattandosi di eventuali aspetti di carattere meramente operativo suscettibili di svariate possibili soluzioni la cui individuazione resta concretamente riservata agli organi della associazione". Tradotto: non ci sono scappatoie per non far decadere tutta la struttura politica. 

Lo stop è avvenuto perché dalla votazione di modifica sono stati esclusi 81 mila iscritti al M5S, ma l'errore originario è stato quello di non modificare il vecchio statuto passando dalla vecchia piattaforma, cioè Rousseau. Peraltro di questo rischio di futura invalidazione se non si fosse rimasti sul vecchio sito aveva parlato proprio Grillo (oltre che Davide Casaleggio): "Sarebbe proprio il votare su una piattaforma diversa che esporrebbe il movimento, e te in prima persona, ad azioni anche risarcitorie da parte di tutti gli iscritti. Come ti ho sempre detto prima di poter votare su un'altra piattaforma è, infatti, necessario modificare lo statuto con una votazione su Rousseau", scrisse il fondatore lo scorso giugno rivolgendosi a Vito Crimi. Che nel pomeriggio, insieme al notaio, ha incontrato Conte nella sua casa romana per studiare le contromosse annunciando alla fine: "La nostra comunità è stata chiara su Conte. Ora si procederà ad una nuova votazione secondo le indicazioni del giudice di Napoli".

Non essendo più valido lo Statuto a cui ha lavorato per mesi Conte, adesso sarà necessario far eleggere i cinque membri del Comitato direttivo, ovvero l'organo collegiale che - si era deciso, prima che si virasse su Conte - doveva prendere la guida del Movimento dopo la fine della figura del Capo politico. 

M5S: dal tribunale solo sospensione delibere, le rivoteremo

Ma ora il Movimento con una nota annuncia che le delibere saranno rivotate a breve anche dagli iscritti con meno di 6 mesi di anzianità: "Il provvedimento del Tribunale di Napoli non ha accertato l'invalidità delle delibere adottate, ma dispone, in via meramente provvisoria, la sola "sospensione" delle suddette delibere" sulla base del nuovo Statuto del M5S. E ancora. 

"Il Tribunale di Napoli - si legge sempre nella nota - che in prima istanza aveva respinto il ricorso cautelare per la sospensione delle delibere dell'agosto 2021 di approvazione del nuovo statuto e di elezione del Presidente, ha accolto in seconda istanza il suddetto ricorso". "Nonostante le varie eccezioni sollevate, riguardanti anche l'incompetenza territoriale Foro di Napoli, il Tribunale ha accolto il ricorso fornendo una specifica interpretazione del vecchio statuto secondo cui avrebbero avuto diritto di partecipare al voto anche gli iscritti da meno di sei mesi. 

L'interpretazione fornita dal Tribunale di reclamo, peraltro - prosegue la nota - contrasta la prassi consolidata nelle votazioni seguite dal Movimento e un indirizzo che mirava a scongiurare che la comunità fosse infiltrata da cordate organizzate ad hoc al fine di alterare le singole votazioni, complice anche la gratuità e semplificazione dell'iscrizione". E ribadisce al nota che "il provvedimento del Tribunale di Napoli non ha accertato l'invalidità delle delibere adottate, ma dispone, in via meramente provvisoria, la sola "sospensione" delle suddette delibere. Il Movimento aveva già in programma, proprio in questi giorni, la convocazione di un'assemblea per sottoporre al voto degli iscritti alcune modifiche statutarie in adesione ai rilievi della Commissione di garanzia per gli statuti e la trasparenza dei partiti politici. Sarà questa l'occasione per proporre agli iscritti - anche con meno di sei mesi di anzianità - la ratifica delle delibere sospese in via provvisoria". 

Rousseau: denunciati più volte vizi tribunale

Sembrava già aver previsto tutto l'associazione Rousseau. Che ora, dopo l'ordinanza del Tribunale di Napoli che sospende, in via cautelativa, il nuovo statuto del M5S e la nomina di Giuseppe Conte a presidente, con un  post sul blog delle stelle spiega: "Come molti ricorderanno, per mesi abbiamo sollecitato i dirigenti che si erano autoproclamati tali a capo del Movimento a seguire la legge e ad adempiere alle decisioni degli iscritti durante gli Stati generali ossia a procedere a un voto su Rousseau per definire la governance del M5S composta da un organo a 5 componenti chiamato Comitato direttivo in sostituzione della figura del capo politico. Anche il Garante Beppe Grillo ribadì in due comunicazioni pubbliche - ''Una bozza e via'' pubblicata il 29 giugno e una comunicazione il giorno successivo - la necessità di votare, nel rispetto dello Statuto del Movimento 5 Stelle, il Comitato direttivo su Rousseau".

"Purtroppo quello che accadde successivamente è cosa nota a tutti: gli autoproclamatosi dirigenti del M5S decisero, invece, di proseguire la loro azione in violazione delle regole associative e delle decisioni degli iscritti e avviarono le votazioni su Sky Vote che oggi sono state di fatto invalidate accogliendo il ricorso proposto da diversi attivisti del MoVimento 5 Stelle in tutta Italia. In più occasioni abbiamo evidenziato quanto la gestione delle votazioni e della comunità degli iscritti richiedesse un livello di attenzione e professionalità che non possono essere improvvisati con modelli di gestione, invece, approssimativi e dilettantistici così come, invece, avvenuto. In un post del primo giugno 2021 Davide Casaleggio consigliava al Movimento 5 Stelle di operare nel pieno rispetto delle regole avvertendo: 'Gli scogli sono vicini. Ripeto. 

Gli scogli sono vicini'. E oggi il Movimento è tristemente andato a sbattere su quegli scogli e sarà costretto ad effettuare nuove votazioni indette dal Garante Beppe Grillo - unico organo in grado oggi di convocare gli iscritti - per individuare un guida collegiale al posto del decaduto presidente e capo politico Giuseppe Conte e dovrà farlo, questa volta, nel rispetto delle regole e delle modalità previste dal precedente Statuto e che da ora è di nuovo in vigore", conclude l'associazione Rousseau.

M.Pucc. per "la Repubblica" il 7 febbraio 2022.  

«Conte ha un problema: se il migliore dei goleador, e lui lo è, è in una squadra senza gioco o con qualche brocco, non segna mai», dice Dino Giarrusso, eurodeputato dei 5 Stelle da 116mila preferenze e che valuta di candidarsi alla presidenza della Sicilia in ottobre.

"Squadra senza gioco", "qualche brocco": si riferisce ai vice di Conte?

«No: penso a tutte le possibili scelte di Conte, passate, presenti e future, se non prenderà in considerazione alcuni elementi. Il M5S è nato come forza di partecipazione popolare e democrazia diretta. Se perde l'entusiasmo della base, riduce la partecipazione degli iscritti limitandoli a ratificare decisioni già prese e non valorizza quegli esponenti con un reale consenso personale, rischia l'irrilevanza. In passato sono stati commessi errori, da evitare: penso per esempio agli uninominali dove c'è chi scelse persone non votate dalla base che hanno abbandonato il Movimento». 

Ma lei nella discussione tra Conte e Luigi Di Maio come si pone? Davvero il ministro ha tramato contro il presidente?

«Non amo parlare di cose di cui non ho certezza e non voglio avallare assunti fatti da altri, certamente è un peccato non aver eletto un nuovo presidente ma ancor più grave è che una lite interna trasformi la clamorosa debacle del centrodestra nella nostra autoflagellazione, per questo invoco pacificazione».

Ma Conte e Di Maio sono ancora politicamente compatibili?

«Questo lo sanno solo loro due». 

Gli attivisti come la vedono?

«Vogliono essere coinvolti, ma seriamente, nelle discussioni e nelle scelte. Se ci sono controversie vogliono essere ascoltati. Che poi è stata la ragione del successo del M5S. Capisco che Conte curi molto il rapporto coi nostri gruppi parlamentari, e con alleati come Letta, ma deve anche valorizzare chi sta sul territorio, che per noi è fondamentale». 

Ma anche lei percepisce l'esistenza di due Movimenti?

«Io ritengo mortale creare fazioni e tifoserie. Conte ha ribadito che nel M5S le correnti non sono ammesse, ottimo. Però sappia che c'erano e ci sono ancora, eccome, e c'è chi ha dovuto subirle. Personalmente posso dire di subire da tempo ostracismo e attacchi indegni da colleghi di partito e persino da nostri dipendenti, rimasti impuniti. Dunque se si punisce chi fa correnti, si puniscano tutti i comportamenti del genere». 

Conte è presidente da diversi mesi, è una critica anche per lui.

«Assolutamente no: ha avuto diverse matasse da sbrogliare, anche di carattere formale, poi c'è stata l'elezione del Capo dello Stato. È uno sprone, piuttosto: ora è il momento di fare i referenti locali e farli votare dagli iscritti, che sanno bene chi si è impegnato e chi no. Conte ha molti che gli sorridono e poi gli remano contro, mentre chi è fedele davvero sono iscritti e attivisti: deve ridare loro un peso reale. Ricominciamo a parlare di temi sentiti e facciamolo coinvolgendo la base, altrimenti diventeremo una forza marginale». 

Senta ma lei sul limite dei due mandati cosa pensa?

«Una delle ragioni per la quale ci hanno votato milioni di persone fu che gli avevamo promesso che non saremmo diventati dei politici di professione. Sono contrario a modificare il principio. Dopodiché anche questo è giusto farlo votare ai nostri iscritti, così come la legge elettorale, che vorrei proporzionale e con le preferenze».

Estratto dell’articolo di Annalisa Cuzzocrea per “La Stampa" il 7 febbraio 2022.

«Nel Movimento nessuno deve sentirsi indispensabile, nemmeno io». Giuseppe Conte dice di aver preso in mano i 5 stelle «per costruire, non per favorire scissioni». Ma anche che «le correnti non possono esistere, si decide la linea insieme, poi la si rispetta». Presidente, il caso Belloni è diventato una sorta di giallo. 

Davvero pensava, quando ha chiamato Beppe Grillo, che su di lei ci fosse un accordo pronto e già avallato dalle altre forze politiche? E non, come ha detto il Pd, un'intesa di massima su una rosa che andava ancora vagliata?

«Ho già chiarito che su quel nominativo non si è arrivati all'ultimo. Quando l'abbiamo proposto a Salvini con Letta eravamo consapevoli che era un nome solido e super partes, lo stavamo vagliando da giorni, fermi restando i passaggi finali interni che ciascun partito si riservava di fare. Il sì di Salvini è stata una svolta importante, insieme a quello della Meloni, eravamo a un passo. Poi è intervenuto il partito trasversale che non vuole il cambiamento nel Paese».

Si è molto arrabbiato per la dichiarazione arrivata dal ministro degli Esteri a trattativa in corso. È stata però proprio Belloni a definire Di Maio sempre leale. Questo smentisce i vostri sospetti?

«Tanto Elisabetta Belloni quanto Paola Severino rispondevano all'identikit che ci eravamo dati: personalità di alto profilo, super partes. In aggiunta, entrambe offrivano l'occasione storica di introdurre un elemento di forte innovazione nel sistema politico italiano eleggendo al Colle una donna per la prima volta». 

Ma Di Maio già il giorno prima del fatidico venerdì aveva detto: «Elisabetta è mia sorella, si stia attenti a non usare il suo nome per spaccare la maggioranza». Lei sapeva che quel nome avrebbe creato problemi.

«Quelle dichiarazioni mi hanno sorpreso, visto che Di Maio stesso ha sempre sostenuto che i nomi non vanno bruciati. Infatti io in pubblico ho sempre evitato di farli. E non mi sono mai arrivate, all'interno del Movimento e della cabina di regia, obiezioni di sorta. Anzi». 

Non teme che quest' insistenza sulla necessità che al Colle andasse una donna sia irrispettosa nei confronti di Sergio Mattarella?

«Il nostro gruppo parlamentare ha sempre apprezzato Mattarella ma all'inizio non c'era la disponibilità del capo dello Stato e non c'era una sufficiente maggioranza numerica. Siamo un movimento che osa, prova a cambiare le cose. 

Abbiamo tentato la strada di una donna autorevole al Colle, ce l'hanno sbarrata. Non è mai stata una linea irriguardosa nei confronti del presidente, un'opzione di garanzia che come Movimento abbiamo fatto crescere costantemente nelle votazioni». 

Non è stato Di Maio?

«Non so cosa abbia fatto concretamente Di Maio. So solo che con i capigruppo abbiamo sempre vigilato perché quest' opzione crescesse giorno dopo giorno e rimanesse valida sino alla fine. E aggiungo che la mia più forte premura è che ci fosse un'ampia maggioranza numerica. Condizione che si è realizzata solo la mattina del voto finale, con l'apertura della Lega».

Quando ha preso in mano il Movimento ha promesso meno verticismo rispetto al passato. Ma il conflitto nato sembra dimostrare il contrario. Non è che il padre padrone lo sta facendo lei?

«Mi dicono che nella storia del Movimento non ci siano mai stati tanti incontri e cabine di regia come in questi mesi. Questo sforzo serve a mettere a punto in maniera collegiale una linea politica che spetta a me riassumere e portare avanti. Seguire un diverso indirizzo, andare in direzioni opposte, non significa tanto indebolire una leadership quanto creare confusione e danneggiare il Movimento».

Quindi non può esserci un'idea di minoranza?

«Quando una linea passa in assemblea congiunta e viene costantemente aggiornata in cabina di regia va rispettata. Non possono esserci agende personali, doppie o triple». 

È consapevole che dire no alle correnti possa significare anche vietare il pluralismo delle idee?

 «La forza del Movimento è sempre stata quella di non cedere al correntismo della vecchia politica. I nostri iscritti si possono esprimere online sui passaggi più salienti. La possibilità di discutere progetti e idee e di elaborare proposte anche nella varietà di opinioni è per noi fondamentale.

Preannuncio anzi che con la nuova piattaforma della Scuola di formazione, che inaugureremo tra breve, moltiplicheremo i luoghi di discussione. Ma certo non potrò permettere che mentre prima si andava in piazza a fare battaglie civili e politiche, oggi si vada in piazza a palesare correnti. 

Quella mossa ha creato dolore e malumori nella nostra comunità. Anche per questo ho valutato come doverose le dimissioni di Di Maio dal comitato di garanzia».

Vincenzo Spadafora ha chiesto un congresso, non un processo pubblico. Che cosa ha in mente?

«Ci saranno dei momenti di confronto dove potremo analizzare quanto successo anche al fine di evitare che questi errori si ripetano. Né possiamo tollerare per il futuro guerre di logoramento interno: la nostra comunità è sana e si opporrà in modo compatto a queste degenerazioni della "mala politica" da chiunque provengano». 

Preferirebbe che Di Maio uscisse dal M5S?

«Io sono qui per costruire e rilanciare il Movimento, non ho mai lavorato per distruggere o provocare divisioni».

Dovrebbe dimettersi anche da ministro degli Esteri? Possono esserci conseguenze sul governo?

«Ho chiarito anche al presidente Draghi che il Movimento vuole contribuire a realizzare un patto per i cittadini per rafforzare l'azione di governo: nel nostro orizzonte non ci sono rimpasti o discussioni sulle caselle di governo». 

L'ex capo politico M5S l'ha chiamata nella sua squadra. Ha rinunciato a fare il premier per non accettare un accordo con Berlusconi e ha proposto lei al suo posto. Non è che la vera battaglia riguarda le liste delle prossime politiche e la necessità di superare il vincolo del doppio mandato?

«Lavorerò perché tutti nel Movimento possano sentirsi parte di una medesima comunità, possano condividere principi e valori, siano generosi e non si lascino distrarre dai propri destini personali. Tutti devono sentirsi importanti ma nessuno, a partire da me, deve mai sentirsi indispensabile». 

Non ha ancora preso una decisione sul terzo mandato?

«Non è ancora all'ordine del giorno, ma comunque nella decisione saranno coinvolti gli iscritti».

(…) La pensa come Salvini, che preme per nuove misure. Dopo il gelo seguito alla caduta del suo primo governo, avete trovato una nuova intesa nella trattativa sul Quirinale?

«Si è molto fantasticato su questo dialogo che ho intrattenuto con il centrodestra e Salvini in particolare anche a nome del Pd e di Leu. Ma dialogo non significa sotterfugi né accordi inconfessabili. Le trattative si sono svolte con costante coinvolgimento di Enrico Letta e Roberto Speranza e nella consapevolezza che non essendoci numeri sufficienti, come abbiamo sempre detto, sarebbe stato necessario puntare a personalità super partes e cercare un'ampia condivisione a garanzia di tutti».

Di Battista, che si è riavvicinato a lei, dice che perché rientri deve togliere l'appoggio a Draghi. Che non si fida di Letta e che l'alleanza con il Pd è la morte nera. Che farà?

 «Rispetto le opinioni di Alessandro Di Battista, ma il Movimento è entrato in questo governo consapevole di assumersi una responsabilità che va portata avanti sino a quando non verranno raggiunti gli obiettivi che ci siamo prefissati. Quanto al Pd il dialogo andrà coltivato nel rispetto reciproco».

(…)  L'inchiesta sul traffico di influenze che ha coinvolto Grillo dimostra che il Movimento è permeabile a interessi privati?

«Sono fiducioso che le verifiche in corso dimostreranno la piena correttezza dell'operato di Beppe Grillo». (…)

Estratto dell’articolo di Matteo Pucciarelli per "la Repubblica" l'8 febbraio 2022.  

La battuta che è andata per la maggiore nella ridda di telefonate, messaggi, vocali e caffè amari, in una ennesima giornata di impazzimento generale per i 5 Stelle, è stata una: «E menomale che è pure un grande avvocato...». 

La faccenda a colpi di ricorsi, cavilli e legalese è in realtà tutta politica e comunque verrà risolta Giuseppe Conte ne esce un po' più ammaccato di quanto già non lo fosse.

C'erano voluti dei mesi per arrivare a concludere la transizione, ed era stata piena di affanni: la rottura con Davide Casaleggio, la creazione di una nuova piattaforma neutra, il lavoro sullo statuto riscritto daccapo, la lite a un passo dalla rottura totale con Beppe Grillo e poi la riappacificazione. Ora, nel mezzo di una nuova bagarre - stavolta con Luigi Di Maio, l'ex capo politico - rieccoci punto e a capo, tutto da rifare.

Appena uscita la notizia del provvedimento cautelare, l'ex presidente del Consiglio ha riunito i cinque vice e i fedelissimi, poi s' è visto con Vito Crimi e il notaio di fiducia Alfonso Colucci e sono questi ultimi due, si vocifera, ad aver sbagliato alcuni riferimenti normativi nell'amministrare il passaggio; ma insomma, al netto dei perché e dei per come, c'è anche chi al presidente ha consigliato a mezza voce, «Giuseppe cogli la palla al balzo, rifacciamo una cosa tutta nuova e daccapo ».  (…)

Antonio Atte e Ileana Sciarra per adnkronos.com il 7 febbraio 2022.  

Da Napoli arrivano nuove grane per il Movimento 5 Stelle. Secondo quanto apprende l'Adnkronos, il Tribunale del capoluogo partenopeo ha sospeso le due delibere con cui, lo scorso agosto, il M5S ha modificato il suo statuto e 'incoronato' Giuseppe Conte come presidente dei pentastellati. 

I provvedimenti (che risalgono rispettivamente al 3 e al 5 agosto 2021) sono stati sospesi in via cautelare per la sussistenza di "gravi vizi nel processo decisionale", in primis l'esclusione dalla votazione di oltre un terzo degli iscritti e il conseguente mancato raggiungimento del quorum, nell'ambito del processo intentato da un gruppo di attivisti del Movimento, difesi dall'avvocato Lorenzo Borrè.

Tra i militanti: Steven Hutchinson, Renato Delle Donne e Liliana Coppola, i quali hanno presentato il ricorso supportati da centinaia di attivisti che hanno contribuito al pagamento delle spese legali.

Da adnkronos.com l'8 febbraio 2022.

"Prima Di Maio andava in piazza per sostenere le nostre battaglie civili, oggi per esibire una corrente e attaccare la leadership". 

Così Giuseppe Conte, ospite di Lilli Gruber a 'Otto e mezzo' su La7. "Nella lettera di dimissioni ha scritto diversi buoni propositi per alimentare il dibattito e le idee. 

L'ho sentito per telefono e mi ha detto che é desideroso di esprimere idee e progetti. E' vero, un passaggio difficile c'è stato ma l'interesse del Movimento viene sempre prima delle persone", ha aggiunto. 

"Non è nell'orizzonte delle cose -ha aggiunto l'ex premier- che Di Maio venga espulso ma è ovvio che lui - che è l'ex leader - ha delle responsabilità in più. Una leadership vera non ha mai paura del confronto sulle idee ma di fronte a un attacco così plastico, in televisione, non si può fare finta di nulla".

Federico Capurso per "la Stampa" l'8 febbraio 2022.  

Ex presidente del Movimento 5 stelle: deve suonare strano anche a Giuseppe Conte, eppure è così, almeno per il momento. 

Dopo sei mesi e un giorno di leadership, l'avvocato si ritrova all'improvviso senza più scettro né trono, per mano di un tribunale. Lui rivendica la sua leadership, sostiene che «non dipenda dalle carte bollate», perché va distinto il «piano politico-sostanziale» da quello «giuridico formale». 

Ma la verità è che i due piani non si possono separare, neanche volendo. Perché dopo la sentenza del tribunale di Napoli, Conte non ha più alcun potere.

E perché insieme a lui è crollata tutta la struttura gerarchica che aveva costruito, dai vicepresidenti ai comitati. Tabula rasa. Un colpo che viene inferto nel momento più delicato per l'ex premier. 

Da una parte costretto a difendersi da Luigi Di Maio, dall'altra intento a sedare le preoccupazioni che arrivano dal Pd, con cui i rapporti vengono vissuti - specie dopo la partita del Quirinale - in una nuova atmosfera di tensione. Il leader M5S si sente sotto attacco, nonostante continui ad attestare la sua «fiducia in Enrico Letta».

Teme la sponda dei Dem con Di Maio e che questa venga usata per rafforzare l'idea di subalternità dei Cinque stelle rispetto al Pd. Non a caso chiede di nuovo «chiarezza e autonomia», utili a ridefinire i confini del loro rapporto. Ma prima degli alleati, Conte deve risolvere le grane interne. 

Dopo aver parlato con il suo avvocato, Francesco Astone, nutre la speranza che il 1 marzo venga respinto il ricorso a Napoli e che tutto possa tornare come prima.

Ma è una speranza e come ogni speranza nasconde un rischio. L'ex premier vuole quindi muoversi in fretta e rispondere alla sospensione dei suoi poteri «con un bagno di democrazia». Insomma, si ripeterà la votazione - annuncia ospite di Otto e mezzo -, «senza aspettare i tempi di un giudizio processuale». 

Conte avrebbe voluto affidare la pratica a Vito Crimi, che prima ricopriva il ruolo di reggente del partito, ma Crimi si è dimesso dalla carica e dunque nemmeno lui può più nulla. La ratifica che dovrebbe essere richiesta da Beppe Grillo, unico rimasto in carica. Conte lo ha sentito telefonicamente nella convulsa giornata di ieri, ma nonostante il desiderio di entrambi di superare l'impasse, non è ancora stata presa una decisione definitiva.

E aleggia qualche preoccupazione per le pressioni interne al Movimento, soprattutto dal lato Di Maio, che potrebbero arrivare sul Garante per convincerlo a scegliere un'altra strada. Ci sono infatti delle alternative. Una di queste prevedrebbe la nomina di un comitato direttivo di cinque membri a cui affidare il potere - così come era stato deciso prima della nomina di Conte. 

I cinque, una volta eletti, dovrebbero stabilire un nuovo voto per la modifica dello Statuto e un altro per l'elezione di Conte a presidente del partito. Ma è una strada che i vertici del Movimento vorrebbero evitare. Hanno paura che si creino di cordate, legate a Di Maio e a Virginia Raggi, in grado di prendere la maggioranza del direttivo e di rendere più complicata la transizione. 

Anche se un deputato considerato molto vicino al ministro degli Esteri si affretta a smentire qualunque volontà di interferire: «In questo caos nessuno vuole entrarci. Restiamo a guardare. Abbiamo già preso i popcorn», scherza. L'altra opzione prevede la nomina di un nuovo comitato di garanzia, con un nuovo reggente, che indica le due votazioni.

Ma dove votare? Sulla nuova piattaforma di voto online Sky Vote? Anche qui, sorge un dubbio agli avvocati M5S, legato ai ricorsi a cui sarebbero pronti gli attivisti in caso di mancato utilizzo di Rousseau, l'unica piattaforma citata dal vecchio statuto grillino. Certo, nonostante i pessimi rapporti con Davide Casaleggio, i vertici grillini si dicono sicuri che una soluzione, nel caso, si troverebbe: «Basterebbe pagarlo». Resterebbe lo smacco di dover tornare in ginocchio da Casaleggio, ancora ieri definito «un problema». Ma vie indolori per Conte, in questo momento, non ce ne sono.

(ANSA l'8 febbraio 2022) - "A seguito dell'Ordinanza del Tribunale di Napoli", "ha acquisito reviviscenza lo Statuto approvato il 10 febbraio 2021. Le sentenze si rispettano. La situazione, non possiamo negarlo, è molto complicata". Lo scrive sui social Beppe Grillo in riferimento alla situazione del Movimento 5 Stelle.

(ANSA l'8 febbraio 2022) - "In questo momento non si possono prendere decisioni avventate. Promuoverò un momento di confronto anche con Giuseppe Conte. Nel frattempo, invito tutti a rimanere in silenzio e a non assumere iniziative azzardate prima che ci sia condivisione sulla strada da seguire". Lo scrive Beppe Grillo sui suoi canali social facendo riferimento alla situazione dei 5 Stelle.

L'ultima beffa per i giustizialisti. Ora la palla passa all'indagato Grillo. Pasquale Napolitano l'8 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Il comico torna al timone. Defilato per le inchieste, tocca a lui sbrogliare la matassa.

Il Tribunale di Napoli rimette in pista un «Grillo azzoppato». La sentenza, pronunciata sul ricorso di un gruppo di attivisti che demolisce la leadership di Giuseppe Conte, riconsegna le chiavi del Movimento al «riservista» Beppe Grillo (nella foto). E riabilita Casaleggio. Si ritorna al 2013. Alle origini. Ai giorni in cui il Movimento fu saldamente nelle mani del comico. Immune da correnti, contese per la leadership e guerre di potere.

Otto anni azzerati in tre minuti: il tempo impiegato dal giudice del Tribunale di Napoli per la lettura del dispositivo che spazza via Conte, Casalino e la sua corte. Tre minuti che segnano la resurrezione del fondatore. Ma non è più il leader spavaldo di otto anni fa. Che marciava incontrastato, con la spinta del popolo, verso i Palazzi romani. Oggi è un capo al tramonto. Azzoppato. Un padre nobile triste e deluso. Che si ritrova (di nuovo) alla testa del Movimento nel momento più difficile: i sondaggi in picchiata e la guerra Conte-Di Maio hanno trasformato il sogno pentastellato in un incubo. La sentenza cancella gli ultimi sei mesi: via Crimi (il reggente), via Conte (il leader) e via i vicepresidenti.

Un assist inaspettato per il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e la sua pattuglia schiacciati dalla leadership contiana. Riecco Grillo. Unico e solo al comando. Il comico, travolto dalle due inchieste (sul figlio per violenza sessuale e l'altra sui presunti favori al gruppo Moby), viene ri-catapultato al centro della scena politica. Lo showman era già pronto al passo d'addio. L'ultimo tentativo di mediazione, nei giorni scorsi, per siglare la tregua tra Di Maio e Conte era fallito. Ai suoi più stretti collaboratori aveva confidato la tentazione di gettare la spugna. Soprattutto dopo la gaffe su Belloni. Nelle ore calde della trattativa per l'elezione del Capo dello Stato, Conte aveva chiesto l'aiuto di Grillo sull'operazione che doveva portare al Colle la numero uno del Dis. Il suo tweet («Benvenuta Signora Italia, ti aspettavamo da tempo. #ElisabettaBelloni») si rivela un clamoroso autogol: la candidatura della Belloni salta. A Grillo restano la figuraccia e l'irritazione verso Conte. Epilogo di un declino.

Negli ultimi due anni a spingere Grillo verso il passo di lato sono state le inchieste. Le due indagini. La prima che coinvolge il figlio Ciro sulla presunta violenza sessuale di gruppo ai danni di una ragazza. La seconda inchiesta, quella sui presunti favori ricevuti da Moby, è stata la mazzata finale. Grillo risulta indagato per traffico di influenze illecite. Ora il colpo di scena. Grillo si ritrova al timone di una nave che rischia il naufragio. Solo e senza vice. Monarca assoluto. Ma è un re nudo. Debole. Accerchiato. La sentenza impone a Grillo di convocare la votazione del direttorio. Votazione già indetta, e poi revocata, ad agosto quando entrò in rotta di collisione con Conte sulle modifiche dello Statuto. Da un lato, Grillo dovrà guidare l'azione politica del partito di maggioranza relativa in Parlamento e primo socio del governo Draghi. C'è subito il dossier nomine: 350 poltrone da assegnare o rinnovare per i prossimi mesi. Chi tratterà in nome e per conto del Movimento? I grillini di governo spaccati nelle due correnti (dimaiana e contiana)? O sarà Grillo in quanto leader di fatto dei 5s?

E poi il dossier Giustizia. Chi darà la linea al Movimento su un tema così caro? Grillo, Di Maio o Travaglio? Dall'altro dovrà sbrogliare la matassa sull'organizzazione del Movimento. Non è in programma alcuna visita a Roma. L'ipotesi più gettonata nelle chat è che il comico possa optare per un vertice collegiale tenendo dentro Di Maio e Conte. Ma è difficile che l'ex premier possa accettare un ridimensionamento. C'è chi azzarda. In una situazione di totale caos non si esclude che Grillo possa tenere in mano le redini del Movimento. Bloccare tutto: votazione del direttorio ed elezione del nuovo capo politico. Un colpo di scena che riporterebbe Di Maio al suo originario ruolo di figliuol prodigo. E metterebbe Conte fuori gioco. Un colpo di teatro. Da parte di un comico. Pasquale Napolitano

Annalisa Cuzzocrea per "La Stampa" l'8 febbraio 2022.  

Sarà forse Nemesi, figlia dell'oceano e della notte, a perseguitare il Movimento 5 stelle. Una forza politica cresciuta nelle piazze negli ultimi quindici anni urlando, insieme al suo Vaffa, che «i partiti sono tutti morti». 

Lo ha ripetuto per anni Beppe Grillo, mentre la forza politica cui aveva dato vita insieme a Gianroberto Casaleggio cominciava a entrare nelle istituzioni.

Lo hanno rivendicato i suoi adepti, ogni volta aggiungendo insulti verso questo o quel leader politico con cui - dicevano - non si sarebbero alleati mai. 

Così, dacché le cose hanno cominciato a farsi serie, con l'ingresso nei consigli regionali, in quelli comunali, infine in Parlamento, c'è sempre stata una causa legale che chiedeva di invalidare una qualche decisione del Movimento che si faceva partito senza ammetterlo neanche con se stesso.

È toccato a Beppe Grillo, a Genova, quando decise di annullare il voto sulla candidata sindaca Marika Cassimatis semplicemente perché non era quella per cui tifavano lui e Casaleggio. Anche allora ci furono un procedimento perso e un'associazione da rifondare, per evitare di dover dare ragione a chi pretendeva di stare alle regole dello Statuto. E non all'arbitrio del capo. Ma nessuno ha imparato la lezione, sebbene l'avvocato che indice le cause per conto dei ribelli sia sempre lo stesso.

Dopo una primavera trascorsa dagli iscritti a fare Stati generali on line per decidere che alla guida del Movimento doveva esserci un comitato direttivo, gli stessi dirigenti che avevano guidato quella decisione cambiano idea. Vogliono dare le chiavi dei 5 stelle a Giuseppe Conte e solo a lui. Grillo - tra un gamberetto e una tartina sul terrazzo dell'hotel Forum - fa lo stesso.

A un certo punto ci ripensa, vede troppi poteri nelle mani dell'ex premier, ma Luigi Di Maio e Roberto Fico corrono a Bibbona per calmarlo e di nuovo prevale l'arbitrio, si cancella la regola. Così non si fa, dice un tribunale a Napoli. Così si è sempre fatto, risponde il Movimento. 

Perché è vero, da sempre alle votazioni on line possono partecipare gli iscritti solo fino a una certa data: una vecchia fissazione da "democrazia diretta" in stile Casaleggio per evitare truppe cammellate e cordate in entrata. Non basta però che una cosa si sia sempre fatta, perché sia giusta. E così, il Movimento che voleva distruggere i partiti sta riuscendo a distruggere solo se stesso nel continuo e maldestro tentativo di imitarli.

L'immagine dello stallo odierno vede l'avvocato del popolo sommerso da quelle che egli stesso definisce «carte bollate», senza più né un ruolo né un potere. Senza più vice, perché tutto è decaduto insieme a lui. Mentre resta - eterno motore immobile dei 5 stelle - Beppe Grillo. Cui Conte pensava di aver tolto la guida politica, ma da cui dovrà di nuovo tornare per chiedere: «Scegli me». Sempre che i nemici interni, a partire da Di Maio, non convincano il Garante a cercare un'altra strada. E che quella strada non porti, in questo assurdo gioco dell'Oca, a un altro ritorno: quello della dismessa piattaforma Rousseau.

"Menomale che è un avvocato...". Giuseppe Conte è lo zimbello dei grillinI: il retroscena ad Omnibus. Il Tempo l'08 febbraio 2022.

Un brutto colpo per Giuseppe Conte e la sua leadership del Movimento 5 Stelle dopo la decisione del tribunale di Napoli di sospendere il nuovo statuto e la conseguente nomina dell’ex presidente del Consiglio a numero uno del partito. Francesco Specchia, giornalista ed ex capo-redattore di Libero, è ospite della puntata dell’8 febbraio di Omnibus, programma mattutino di La7 con Alessandra Sardoni alla conduzione, e non risparmia feroci critiche a Giuseppi: “Si sapeva che c’era questa situazione, Grillo e Casaleggio avevano avvertito tutti nei giorni precedenti al distacco dalla piattaforma Rousseau. Conte ha seguito delle procedure del tutto irregolari, meno male che è avvocato… Lo ha detto qualcuno all’interno del Movimento. Conte si è lasciato prendere dal fatto della presa del comando del M5S il prima possibile e poter procedere con i suoi piani. Ma questa cosa ha determinato una spaccatura maggiore all’interno di un Movimento che è già balcanizzato. Di Maio si è dimesso due giorni prima dal comitato di garanzia e poi è arrivata questa decisione dal Tribunale di Napoli, ci sono delle strane coincidenze. Adesso ci troviamo in un gioca dell’oca, si riparte dall’inizio, Conte rimette in discussione la leadership”.  “Di Maio - prosegue Specchia - sta lavorando da più settori contro Conte, lavora all’interno del governo e quindi continua ad aumentare il proprio network e la propria credibilità, è in attesa molto democristiana, il suo attendismo si vede in ogni mossa, sul referendum della giustizia e della cannabis e soprattutto le elezioni amministrative, che per il M5S saranno un bagno di sangue senza le alleanze con il Partito Democratico. Ci sarà - la fosca previsione del giornalista sul destino dei pentastellati - la morte politica sul territorio, a lungo andare si rischia l’annientamento completo”. Tra la stangata dalla giustizia e le mosse del ministro degli Esteri non è un bel momento per Conte.

Crimi e misfatti. Adesso i Cinquestelle hanno bisogno di un avvocato bravo. Mario Lavia su l'Inkiesta l'8 Febbraio 2022. Giuseppe Conte è stato scalzato dalla guida del partito poi lista da una sentenza di tribunale (e già questo fa ridere) e la colpa è proprio sua, che ha redatto uno statuto sbagliato. Ma il provvedimento del magistrato è solo il suggello formale della fine di una leadership che di sostanziale non aveva nulla. 

All’avvocato che cade a causa delle sue leggi verrebbe da dire: ben ti sta. Scivola, l’avvocato, Giuseppe Conte, sulle scale della giustizia e della correttezza delle norme, e dai ieri non è più presidente del M5s. Altro che «rivoluzione divora i suoi figli» come gridò il girondino Pierre Victurnien Vergniaud davanti alla ghigliottina: quella era tragedia, qui è pura farsa.

La tristezza dello spettacolo di un leader politico scalzato da un’ordinanza di un tribunale civile è evidentemente in se stessa: bei tempi quando un segretario di partito cadeva in un congresso democratico!

Ma la colpa non è attribuibile al dottor Gian Piero Scoppa, presidente della settima sezione civile del Tribunale di Napoli, che ha emesso l’ordinanza che cancella la nomina di Giuseppe Conte a presidente del M5s, la colpa è proprio di Conte avvocato Giuseppe che ha impiegato cinque mesi per scrivere uno Statuto sbagliato, come le sue ambizioni, e del M5s che si inventò il plebiscito pro-Conte su una piattaforma diversa dalla mitica Rousseau e dunque monca di ben 81.839 iscritti che avrebbero dovuto votare (di qui il reclamo degli esclusi accolto dall’ordinanza napoletana).

Un pasticcio cui la fantastica prosa azzeccagarbugliesca dell’ordinanza aggiunge un sublime tocco settecentesco, come in un’opera di Cimarosa: «L’adozione della presente cautela non potrebbe dirsi preclusa dall’asserita potenziale insorgenza di problematiche di ordine tecnico connesse al funzionamento della pregressa “piattaforma”…».

Ma al di là del latinorum dei magistrati, la sostanza è che il tribunale ha in sostanza dato ragione a Beppe Grillo e Davide Casaleggio che avevano messo in guardia l’avvocato del popolo dall’utilizzare una piattaforma diversa da Rousseau senza aver prima modificato lo statuto: una bagatella di paese che nulla a prima vista avrebbe a che fare con la politica, addirittura con il partito più votato dagli italiani (quattro anni fa però), parendo invece una commedia degli equivoci da film minore di Risi o Monicelli, o meglio una farsa di Armando Curcio o Eduardo Scarpetta – non può essere un caso che l’ordinanza sia stata emessa a Napoli – e tanto per aggiungere ridicolo al ridicolo c’è il fatto che la “vittima” del marchingegno sia l’avvocato già presidente del Consiglio, incapace di regolare la vita del suo partito, figuriamoci quella del suo Paese.

Colpito ai fianchi dal rampante ministro degli Esteri adesso sulla testa di Giuseppi è piombata la forza della legge, proprio quella legge di cui egli si picca di esser cantore (e in nome del popolo!), quando invece ha dimostrato di non essere capace nemmeno di farsi eleggere con regole trasparenti. Così il punto di vista formale in un certo senso anticipa quello sostanziale, visto che non passa giorno senza che la leadership di Giuseppe Conte venga in qualche modo minata.

Ora lui minimizzerà, derubricherà il fattaccio a problema tecnico, anzi forse griderà al complotto o che altro. Della questione formale interessa tutto sommato poco: chi ha mai creduto alla forza di legge di un clic, alla pantomima della democrazia sottoforma di plebiscito telecomandato, alle leadership fabbricate nelle stanze di una srl incontrollabile?

Il fatto di oggi è politico e cioè che il drappo telematico posto dai grillini sulla faccia della democrazia è squarciato dalla logica prima ancora che dalla legge; che quella che era parsa a molti una cattedrale della nuova politica appare per quel che è, una baracca per sbandati, un circo equestre di quart’ordine, una moneta fuori corso.

Lui, Conte avvocato Giuseppe, a questo punto dovrà cercarsi un avvocato vero, mentre sul M5s incombe il ritorno di Vito Crimi, un altro statista, chiamato a riparare – lui, Crimi – i misfatti che ha contribuito a generare, mentre scommetteremmo che in queste ore il ministro degli Esteri Di Maio stia godendo per l’ennesimo inciampo quanto mai simbolico del rivale avvocato, infilzato dalla legge.

Simona Brandolini per "il Corriere della Sera" il 9 febbraio 2022.

Steven Brian Hutchinson. E subito si sognano le strade della California dove Starsky&Hutch scorrazzavano a bordo di una fiammante Gran Torino. Invece no. Steven Brian Hutchinson (padre americano) è il capotreno che ha fermato il vagone Cinque Stelle. È uno dei tre attivisti napoletani che hanno fatto ricorso contro le modifiche dello statuto, azzerando (temporaneamente?) le nomine e l'incoronazione del leader Giuseppe Conte.

Eppure la vita di Hutchinson è una serie di incastri, coincidenze e sliding doors all'ombra del Movimento.

Un esempio? Ha un volto conosciuto agli appassionati di quell'«esperimento sociale» che è stato Matrimonio a prima vista Italia. Un cult. Due sconosciuti s' incontrano il giorno delle nozze e iniziano una vita di coppia. L'attivista ha partecipato alla seconda edizione con Sara. Per otto mesi sua moglie.

«Ma non sono proprio uno da reality. Quella è stata un'esperienza diversa, unica, intensa, vera. Quando è finito il programma mi hanno offerto di partecipare al Grande fratello Vip . A parte che non sono un vip, ma non fa proprio per me».

Praticamente avrebbe potuto avere una carriera come Rocco Casalino.

«Fa sorridere, non ci avevo mai pensato, ma non abbiamo molto in comune». Dice ironico. La sua militanza politica inizia, invece, nel 2007 «tra Pomigliano e Napoli», nei meetup, i germogli grillini su cui è cresciuto il Movimento. Pomigliano, sua città d'origine, ha dato i natali a Luigi Di Maio, il potente ministro degli Esteri ora avversario diretto di Conte. Napoli è la città di un altro pezzo da novanta, Roberto Fico, attuale presidente della Camera che nella lotta intestina ai 5 Stelle s' è ritagliato la casella di Svizzera neutrale.

«In realtà conosco più Luigi di Roberto». 

E cosa ne pensa?

«La domanda è: quale versione dei due? Sono cambiati molto negli ultimi tempi, da quando siamo al governo è impossibile parlare con loro». 

Ecco il noi, è un'altra caratteristica.

Perché «il Movimento siamo noi», par di sentire migliaia di attivisti delusi nelle sue parole. «Con Grillo ci siamo visti a luglio dell'anno scorso, io gli ho consegnato una lettera sottoscritta da 400 attivisti in cui chiedevamo di andare avanti con la strada da lui indicata nel post "Una bozza e via" (post del garante del 30 giugno 2021). Invece le modifiche sono state fatte». 

E con Di Battista? Girano foto in cui ci siete voi dissidenti con lui: «Incontri pubblici, non ci conosciamo proprio. Non ho neanche il suo numero di telefono». 

Tra una ventina di giorni il Movimento contiano torna in tribunale, Hutchinson che è ancora un iscritto la butta in politica: «L'unica possibilità di sopravvivere è decentralizzare il potere. Si torni a far decidere gli iscritti, si torni alla democrazia». 

Si torni al Movimento originario, questo è il succo: «Il più bel ricordo resta il Cozza day». Era il 2011, in ogni mollusco c'era il nome di un «parlamentare abusivo» chiuso nel Palazzo. «Attualissimo, direi». 

Da liberoquotidiano.it il 7 febbraio 2022.

La partecipazione a programmi televisivi sembra essere un filo rosso che unisce tutti gli uomini più "vicini" a Giuseppe Conte. La provenienza dal mondo della tv non riguarda solo Rocco Casalino, che partecipò alla prima edizione del Grande Fratello, ma anche Steven Hutchinson, uno degli attivisti che sta cercando di affossare (con successo) il leader del Movimento. 

Hutchinson è infatti una delle persone che ha depositato il ricorso contro l'avvocato al tribunale di Napoli, ottenendo anche un primo riscontro positivo. Insomma, è sua la "manina" dietro la detronizzazione del presunto avvocato del popolo. 

Il Tribunale di Napoli, infatti, ha sospeso la modifica allo statuto e l'elezione di Conte leader, rendendo nulli di fatto due provvedimenti dello scorso agosto. La decisione è arrivata a seguito di un ricorso presentato da un centinaio di attivisti guidati, tra gli altri, da Hutchinson. Cosa c'entra lui con la tv? Come ricorda il Tempo, si tratta del protagonista del programma tv Matrimonio a prima vista Italia: "Da un reality show veniva Rocco Casalino, l'uomo che ha creato Giuseppe Conte. E da un reality viene Steven Hutchinson, l'attivista grillino che può distruggere l'avvocato del popolo assurto a capo del Movimento 5 Stelle". 

Nella trasmissione da cui arriva Hutchinson, i concorrenti sposano "al buio" un perfetto sconosciuto e dopo sei mesi devono decidere se continuare la relazione oppure no. Steven, oggi capotreno di Trenitalia, vi ha partecipato ormai due anni fa sposando una donna di nome Sara. Alla fine, però, avrebbe chiesto il divorzio. All'epoca lui raccontò: "E’ stata un’esperienza molto forte, emozionante e le cause della rottura sono da attribuire a entrambi, soprattutto per i problemi derivati dal trasferimento di lei a Napoli, una cosa non facile da superare".

Insieme ad altri 2 napoletani ha raccolto il malcontento e ha portato le carte in Tribunale. Chi è Steven Hutchinson, l’attivista che ha scatenato la tempesta M5S: “Non siamo stati noi, lo hanno fatto da soli”. Rossella Grasso su Il Riformista l'8 Febbraio 2022. 

Nelle ore in cui la tempesta sconquassa gli ordini e gli equilibri nel Movimento Cinque Stelle, parla Steven Hutchinson, uno dei firmatari del ricorso al tribunale di Napoli contro il nuovo statuto dei pentastellati. Una decisione, quella del Tribunale, che ha di fatto azzerato le nomine delle cariche del Movimento. “Una vittoria sofferta come la decisione di portare le carte in tribunale – ha spiegato Hutchinson, attivista del Movimento 5 Stelle – Nel momento in cui bisogna ricorrere alla Giustizia per fare politica credo che sia un fallimento per tutti”.

Hutchinson è uno dei tre attivisti napoletani ad aver firmato il ricorso al tribunale di Napoli che ha scatenato il terremoto all’interno del Movimento. Accanto a lui nella battaglia contro lo statuto, Renato Delle Donne, 32 anni, e Liliana Coppola, 62 anni. Steven Hutchinson è un quarantenne napoletano, di mestiere fa il capotreno ma ha sempre partecipato attivamente alla vita del Movimento 5 Stelle. È diventato famoso in Tv per aver partecipato al programma “Matrimonio a prima vista”. Sposò una sconosciuta davanti alle telecamere per divorziare 6 mesi dopo.

Hutchinson è un grillino della prima ora, che ha sempre creduto nei valori fondanti del Movimento, nella democrazia e nella partecipazione dal basso. Ed è per questo che ha raccolto il consenso del malcontento generale di una parte degli attivisti, ha raccolto firme e ha deciso di portare in tribunale le carte. Ha anche avviato una raccolta fondi per pagare le spese legali di questa operazione a cui hanno partecipato in tanti raggiungendo già 9mila euro sul traguardo degli 11mila proposto.

“Il malcontento andava avanti da troppo tempo – ha spiegato – La reggenza di Vito Crimi che doveva durare un solo mese dopo le dimissioni di Luigi di Maio in realtà è durata un anno. Beppe grillo a causa del Covid ha temporeggiato, quell’anno è stato devastante sostanzialmente. Forse anche lo stesso Crimi non si aspettava di dover gestire tutte queste problematiche. Le voci sono arrivate e abbiamo cercato di accelerare e cercare di fare gli stati generali quanto prima, cosa che poi siamo riusciti a fare. Forse gli stati generali sono stati il momento più democratico del Movimento 5 Stelle. Ci sono stati mesi di riunioni e incontri fatti online alle quali hanno partecipato tutti gli attivisti compresi i portavoce. C’era una rappresentanza di tutte le categorie all’interno dell’associazione”.

“A febbraio 2021 c’è stato questo nuovo Statuto – continua l’attivista – che però non è piaciuto. Invece di andare a riempire questo nuovo contenitore che prevedeva nuovi organi, una collegialità nella gestione dell’associazione, è stato cancellato con questa votazione fatta ad agosto dove anche Beppe Grillo, il nostro garante, aveva messo in guardia Crimi perché ci sarebbero potuti essere dei ricorsi. E così è stato ma loro non ci hanno ascoltati. Grillo ha ricevuto forti pressioni dai gruppi parlamentari che gli hanno chiesto di andare vanti per la modifica statutaria e di incoronare Giuseppe Conte come Presidente. Tutto questo abbiamo ritenuto che fosse illegittimo e il Tribunale ci ha dato ragione”.

In sostanza per Hutchinson era venuta meno la democrazia e così è partito il terremoto. “A chi ci accusa di aver decapitato il Movimento rispondiamo che lo hanno decapitato loro. I responsabili, la classe dirigente, hanno portato a tutto questo. Ricordiamoci che nel 2018 grazie a una maggiore partecipazione degli iscritti e alla vita associativa, il Movimento aveva raggiunto il 33%. Oggi se andiamo a guardare i sondaggi il Movimento ha perso circa il 60% dei consensi quindi io qualche domanda me la farei su chi è veramente il responsabile”.

Hutchinson e il manipolo di dissidenti nonostante la delusione non è intenzionato a lasciare il Movimento. “Abbiamo intrapreso questa battaglia perché ci teniamo a cambiare le cose e ci auguriamo che il nostro garante, che fin ora è stato molto rispettoso delle ordinanze, non faccia gli stessi errori del passato”.

Rossella Grasso.  

Giornalista professionista e videomaker, ha iniziato nel 2006 a scrivere su varie testate nazionali e locali occupandosi di cronaca, cultura e tecnologia. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Tra le varie testate con cui ha collaborato il Roma, l’agenzia di stampa AdnKronos, Repubblica.it, l’agenzia di stampa OmniNapoli, Canale 21 e Il Mattino di Napoli. Orgogliosamente napoletana, si occupa per lo più video e videoreportage. E’ autrice del documentario “Lo Sfizzicariello – storie di riscatto dal disagio mentale”, menzione speciale al Napoli Film Festival.

"Basta con la cupola 5S a cui bisogna obbedire". Edoardo Sirignano il 14 Febbraio 2022 su Il Giornale.

L'autrice del ricorso: "I vertici continuano a incartarsi sulle regole troppo complesse".

«Il M5s può esistere, ma non deve esserci più un cerchio magico. Gli attuali vertici continuano a incartarsi sulla complessità delle loro regole». Non usa giri di parole Liliana Coppola, che insieme ad altri due attivisti ha presentato il ricorso che ha costretto Giuseppe Conte alle dimissioni.

Cosa c'era di illegittimo?

«Non si possono escludere 81mila iscritti tutto d'un colpo. Pur essendo previsto un preavviso di 15 giorni, ad agosto, sotto l'ombrellone, siamo stati costretti a votare, senza avere il tempo di pensare, sul cellulare, uno statuto stravolto, di 40 pagine e non più di 15 e dove appunto si parlava di capo unico. Le persone votarono solo perché lo disse Conte. La cosa grave è che tutti eravamo d'accordo per un direttivo composto da 5-7 persone».

Perché è contraria al capo unico?

«Una persona sola al comando non funziona. Dopo Crimi e Di Maio si poteva fare solo peggio. Ci saremmo aspettati almeno un confronto tra due soggetti».

Come si chiuderà la vicenda?

«Deve agire il garante Grillo con i suoi avvocati. Scopriremo con il corso degli eventi se il M5s esisterà».

Ci crede ancora?

«Ho creduto nel primo M5s, quello che partiva dal basso, dove non c'erano stanze chiuse e vertici e dove davvero ognuno vale uno».

È la prima volta che i 5 Stelle si incartano sulle loro regole?

«È successo altre volte, pur non essendo coinvolta in modo diretto. A Napoli gli errori sono stati diversi. Basti pensare alle espulsioni o alla gestione delle amministrative».

Dopo che ha firmato il ricorso, quale la reazione degli amici 5 Stelle?

«Poiché le spese legali sono state cospicue, c'è stata una raccolta fondi. Abbiamo ricevuto donazioni provenienti da tutta Italia. Quando si è saputo dell'ordinanza di sospensione dello statuto, migliaia i messaggi e le telefonate di persone che ci ringraziavano per il coraggio».

È favorevole alla proposta di superare la regola del secondo mandato?

«Contraria perché i portavoce terminato il secondo mandato possono mettersi a disposizione in altro modo. Fare il deputato o il senatore non è lavoro a tempo indeterminato».

L'attuale vertice avrebbe come priorità solo conservare la poltrona

«Sui territori non c'è più nessuno di loro. A Napoli hanno eletto persone provenienti da altri partiti. Il problema non è Conte, ma l'esistenza di una cupola a cui bisogna solo ubbidire».

Edoardo Sirignano. Sono nato a Mirabella Eclano il 4 gennaio 1990, in tempo per le “notti magiche”, che pur non ricordandole, ho sempre portato dentro di me. Sono diventato giornalista professionista a 22 anni, ma ho iniziato a scrivere molto tempo prima di politica locale. La mia palestra è stata il Mattino e in Irpinia mi sono allenato per dieci anni mangiando pane e politica, infatti, non è conferenza quella dove dopo non c’è cena. Da pochi mesi, su intuizione della Macchioni, sono sbarcato a Roma in quel di Spraynews. Adesso mi ritrovo nel Giornale.it e spero di rimanerci ancora per un po'…

L'ospitata "chirurgica". Faida nei 5 Stelle, Conte torna a casa-Gruber dopo la mazzata in Tribunale. Marco Zonetti su Il Riformista il 7 Febbraio 2022.

Su giornali e in Tv si parla solo dell’ospitata di Papa Francesco a Che tempo che fa, che ha fruttato a Fabio Fazio un record di ascolti mai visto nella storica trasmissione di Rai3, distaccando anche Rai1 e infrangendo in un sol colpo “l’effetto Sanremo“. Ma le emozioni non sono finite, perché è in arrivo un’altra ospitata d’eccezione prevista per questa sera su La7 a Otto e mezzo. Se Fazio è riuscito ad avere nientemeno che Papa Bergoglio, ecco che Lilli Gruber risponde con il leader del M5s Giuseppe Conte.

Una presenza che non rappresenta una novità nello studio di Otto e mezzo, nel quale Conte è già stato ospite per ben due volte. La prima con record di ascolti, la seconda con riscontri ben più sottotono, battuto nei dati Auditel anche da Carlo De Benedetti, ospite la sera precedente. Ma le mere e fredde cifre non hanno alcuna importanza perché Giuseppi questa sera tornerà in pompa magna nella trasmissione televisiva che più ne ha tessuto le lodi, che più ne ha alimentato il mito, che più ha resistito strenuamente accanto a lui quando, un anno fa, il governo giallo-rosso cadeva sotto i colpi del nemico e l’usurpatore Mario Draghi s’impossessava di Palazzo Chigi.

A fargli da agguerritissimo contraddittorio, assieme al direttore de La Stampa Massimo Gianni e a Monica Guerzoni del Corriere della Sera, chi se non il suo principale aedo con Travaglio, ovvero Andrea Scanzi del Fatto Quotidiano?

Proprio nel momento in cui la sua posizione vacilla all’interno del Movimento, dilaniato dalla faida con Luigi Di Maio, ecco che Otto e mezzo invita Conte. “Coincidenza? Non credo!” avrebbero scritto qualche anno fa sui social pentastellati, ora divisi tra chi sostiene Giggino e chi invece parteggia per Giuseppi. Offrendo uno strategico e tempistico palcoscenico a quest’ultimo, Otto e mezzo almeno si dimostra coerente.

Chissà se la Lilli nazionale chiederà al leader grillino cosa ne pensa della sentenza del Tribunale di Napoli, che proprio oggi ha sospeso le delibere con cui, lo scorso agosto, il M5s ha modificato lo statuto ed eletto Conte presidente pentastellato, e che di fatto ha sospeso il provvedimento che lo ha incoronato leader. Seppur rampante, sarà a tutti gli effetti un Conte dimezzato quello che la Gruber avrà stasera in trasmissione… Marco Zonetti

Otto e Mezzo, Giuseppe Conte pugile suonato: Lilli Gruber lo assedia, 100 difficilissimi secondi per il grillino. Libero Quotidiano l'08 febbraio 2022.

Nel giorno in cui il tribunale di Napoli ha de facto sospeso la sua leadership nel M5s, Giuseppe Conte si ritrovava nel salottino di Lilli Gruber, a Otto e Mezzo su La7. Tempismo perfetto, insomma. E l'ex premier ribadisce quanto detto nel pomeriggio, ossia che la leadership non si decide a carte bollate e che il capo resta lui (anche se, formalmente, ora non lo è più: probabile che si ricorra a un nuovo voto). E al netto della spavalderia, Conte appare un pugile suonato. E i 100 secondi mal contati di video che potete vedere qui in calce lo dimostrano in modo piuttosto lampante.

La Gruber, infatti, sente il metaforico odore del sangue e non gli dà tregua. Lo incalza sulla possibilità da lei vista come il demonio che il M5s contiano possa riallearsi con la destra, con i sovranisti. "Creare l'ipotesi gialloverde, che Conte si alleava segretamente con Salvini, è una bella e fantasiosa ricostruzione", si difende il presunto avvocato del popolo che parla di sé in terza persona. E ancora: "L'ho smentita tre, quattro, cinque, sei volte... è l'ottava volta che la smentisco".

Ma Lilli la rossa non molla. "Voglio solo capire se ho capito bene: il M5s di Giuseppe Conte che verrà rieletto alla grande presidente del M5s, sarà un movimento che si collocherà nel fronte di centrosinistra". Apriti cielo, Conte non tollera la parola "centrosinistra" e corregge la Gruber: "Progressista, accidenti". E Lilli, sbrigativa: "Nel fronte progressista. E comunque non si alleerà più con la destra". "Guardi...". A quel punto Gruber lo incalza in modo selvaggio: "No... o sì o no". E l'avvocato: "La nostra carta dei valori mi sembra che sia molto distante". "Le sembra o lo è?". "C'è distanza, c'è disatanza. Saremo la forza trainante e propulsiva del fronte di centrosinistra".

Ma il cannoneggiamento è continuo, serratissimo, Conte sempre più in difficoltà. "Sarà contento Enrico Letta...", lo dileggia la conduttrice. L'ex premier sorvola, e riprende: "Ritornando alla fiducia nei confronti del Pd, attenzione: è un discorso personale. Non funziona bene tra forze politiche, funziona tra le persone. Certo che mi fido di Enrico Letta". "E Letta si fida di lei?". Ancora nessuna risposta. "Ma il dialogo col Pd è da declinare nel segno della chiarezza, della reciproca autonomia e riconoscimento", aggiunge Conte. E la Gruber infierisce: "Va bene, ma Enrico Letta si fida di lei?". "Lo ha dichiarato anche, non avrebbe motivi per non fidarsi", risponde (finalmente) un Giuseppe Conte sempre più in affanno.

L'ex premier in caduta libera...Aiutate Conte: non espelle Di Maio, apre a deroghe sui due mandati e attacca i giornaloni. Redazione su Il Riformista il 7 Febbraio 2022. 

Da presidente “sospeso” del Movimento Cinque Stelle, dopo la decisione della settima sezione civile del Tribunale di Napoli che ha accolto il ricorso presentato dagli attivisti del partito (sulle modifiche dello Statuto e la nomina, oggi illegittima, dell’ex premier), Giuseppe Conte prova a mediare all’interno di un partito oramai spaccato e, ancora una volta, cambia le carte in tavola. Dalla espulsione di Di Maio, che non avverrà, al vincolo dei due mandati, sui quali sarà possibile intervenire con qualche deroga.

I 5 Stelle sono sempre di più nel caos e il loro leader, al momento non riconosciuto dopo la decisione dei giudici napoletani, cerca di salvare il salvabile ma continua a fare un passo in avanti e due indietro. Al termine dell’ennesima giornata da dimenticare, l’ex premier, ospite a Otto e Mezzo su La7, prova a ricucire, mediare, trattare. “La discussione sul limite di mandati produce maldipancia comprensibili. E’ un principio forte e un’intuizione giusta e Beppe Grillo lo ha ribadito in un post. Ma resta un principio ispiratore – osserva – che la politica non è una professione ma una vocazione. Secondo me questa regola ha un fondamento che va mantenuto, ne vorrei discutere con Grillo, ma ragionerei sul trovare qualche volta delle deroghe… Una deroga a Di Maio? Adesso non personalizziamo, a tempo debito faremo le valutazioni del caso”.

Sulla posizione del ministro degli Esteri, che dopo la scellerata settimana delle elezioni del Capo dello Stato ha di fatto disconosciuto la leadership di Conte annunciando una riflessione interna al partito, l’ex presidente del Consiglio è morbido: “Non è nell’orizzonte delle cose che Di Maio venga espulso ma é ovvio che lui – che è l’ex leader – ha delle responsabilità in più. Una leadership vera non ha mai paura del confronto sulle idee ma di fronte ad un attacco così plastico, in televisione, non si può fare finta di nulla”. Insomma va bene una tiratina d’orecchie ma nonostante l’attacco e la fuoriuscita di Di Maio dal comitato di garanzia nei giorni scorsi, l’ex leader politico (bocciato dopo una serie di flop, ndr) è diverso dai suoi predecessori: ragion per cui, secondo Conte, non rischia l’espulsione e, forse, potrebbe addirittura rientrare in quelle ‘deroghe’ per aggirare il vincolo dei due mandati.

Altro che leader, Conte prova a mediare perché probabilmente preoccupato di un ulteriore ridimensionamento del suo partito dopo le recenti figuracce. “Prima Di Maio andava in piazza per sostenere le nostre battaglie civili, oggi per esibire una corrente e attaccare la leadership” ha ammonito Conte salvo poi addolcire il tutto: “Nella lettera di dimissioni ha scritto diversi buoni propositi per alimentare il dibattito e le idee. L’ho sentito per telefono e mi ha detto che è desideroso di esprimere idee e progetti. E’ vero, un passaggio difficile c’è stato ma l’interesse del Movimento viene sempre prima delle persone”.

Sullo scenario politico post Mattarella-bis, l’ex premier allontana Salvini dopo la figuraccia relativa al caso Belloni (con lo stesso Grillo lanciato allo sbaraglio con quel tweet ai quattro venti) e annuncia fiducia in Letta: “Rispetto i tormenti del giovane Renzi, non so quale prospettiva politica si darà, se starà a destra o starà a sinistra… L’Asse gialloverde? Una sciocchezza, in vari momenti abbiamo pubblicamente detto di volerci confrontare con l’opposizione, quindi è ovvio che poi ci fossero questi incontri, in accordo con Letta e Speranza”. Sul segretario del Pd chiosa: “Certo che mi fido di Enrico Letta ma il dialogo con i Dem è un dialogo nel segno della chiarezza e della reciproca autonomia”. 

Per Conte “non è vero che sull’azione di questo governo o che sul Quirinale non abbiamo toccato palla, dal bonus casa al rinnovo del Presidente Mattarella siamo stati determinanti. Dal primo giorno, insieme a Letta e Speranza abbiamo fatto crescere la sua candidatura”. “Ho lavorato con i parlamentari, con i capigruppo, in cabina di regia – dove c’era anche Di Maio – e abbiamo portato 230 parlamentari a votare uniformemente ma nessun giornale ce lo ha riconosciuto”. Avete capito bene? Dopo una settimana di candidature bruciate e veti incrociati, alla fine Conte si compiace di aver portato 230 parlamentari grillini a votare uniformemente al settimo scrutinio per il Mattarella bis.

Poi rincara la dose contro i media: “Non è vero che usciamo sconfitti noi ma escono sconfitti i giornaloni, i principali quotidiani che sostenevano che fosse meglio avere Draghi al Quirinale”.

Infine sulla decisione del Tribunale di Napoli si mostra sereno: “C’e’ un piano politico-sostanziale e uno giuridico-formale, che segna questa sospensione. Sospensione a cui si risponde con un bagno di democrazia. Erano già in programma delle modifiche dello statuto, si aggiungerà una ratifica da parte di tutti gli iscritti, anche quelli da meno di sei mesi, senza aspettare i tempi di un giudizio processuale. Curioso che si era sempre votato così, con il vecchio statuto, e ora viene impedita questa cosa”.

Estratto dell'articolo di Pasquale Napolitano per "il Giornale" l'8 febbraio 2022.

Il Tribunale di Napoli rimette in pista un «Grillo azzoppato». La sentenza, pronunciata sul ricorso di un gruppo di attivisti che demolisce la leadership di Giuseppe Conte, riconsegna le chiavi del Movimento al «riservista» Beppe Grillo. […] 

Unico e solo al comando. Il comico, travolto dalle due inchieste (sul figlio per violenza sessuale e l'altra sui presunti favori al gruppo Moby), viene ri-catapultato al centro della scena politica. Lo showman era già pronto al passo d'addio. […]

Negli ultimi due anni a spingere Grillo verso il passo di lato sono state le inchieste. Le due indagini. La prima che coinvolge il figlio Ciro sulla presunta violenza sessuale di gruppo ai danni di una ragazza. La seconda inchiesta, quella sui presunti favori ricevuti da Moby, è stata la mazzata finale. Grillo risulta indagato per traffico di influenze illecite. Ora il colpo di scena. Grillo si ritrova al timone di una nave che rischia il naufragio. Solo e senza vice. Monarca assoluto. Ma è un re nudo. Debole. Accerchiato.

La sentenza impone a Grillo di convocare la votazione del direttorio. Votazione già indetta, e poi revocata, ad agosto quando entrò in rotta di collisione con Conte sulle modifiche dello Statuto. Da un lato, Grillo dovrà guidare l'azione politica del partito di maggioranza relativa in Parlamento e primo socio del governo Draghi. C'è subito il dossier nomine: 350 poltrone da assegnare o rinnovare per i prossimi mesi. 

Chi tratterà in nome e per conto del Movimento? I grillini di governo spaccati nelle due correnti (dimaiana e contiana)? O sarà Grillo in quanto leader di fatto dei 5s? E poi il dossier Giustizia. Chi darà la linea al Movimento su un tema così caro? Grillo, Di Maio o Travaglio? Dall'altro dovrà sbrogliare la matassa sull'organizzazione del Movimento. […]

Estratto dell'articolo di Sebastiano Messina per "la Repubblica" l'8 febbraio 2022.

E così il destino cinico e baro ha voluto che il Movimento nato incitando i giudici a giustiziare i vecchi partiti scoprisse, un lunedì di febbraio, di essere stato decapitato da un tribunale civile. È nullo il nuovo statuto, così faticosamente partorito l'estate scorsa dalla fantasia giuridica dell'avvocato professor Giuseppe Conte, e quindi è nulla anche la sua successiva, trionfale elezione senza concorrenti alla carica di presidente, che purtroppo non era prevista nello statuto precedente. Tutto azzerato: lui, i suoi vicepresidenti, il suo organigramma, le sue delibere.

L'«avvocato degli italiani» è riuscito a combinare un pasticcio legale senza precedenti nella storia della Repubblica. Riuscendo a farsi cancellare tutti gli atti della Grande Svolta solo perché l'assemblea degli iscritti del 3 agosto 2021 ha deliberato «in prima convocazione» senza la partecipazione della metà più uno degli iscritti, violando cioè quella regola che conosce a memoria ogni amministratore di condominio. 

[…] l'astutissimo Conte perde il suo regno per un cavillo, detronizzato da un altro avvocato che lo ha trascinato in tribunale per conto di un pugno di iscritti napoletani ai quali era stato negato non un seggio, una carica o una poltrona ma solo il diritto di votare. È la prima volta che un partito - sia pure mascherato da movimento - s