Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2022

GLI STATISTI

QUARTA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE    

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GLI STATISTI

INDICE PRIMA PARTE

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero Moro.

Le aste dei cimeli giudiziari.

Le Brigate Rosse.

Il retroscena di un delitto. La pista dei servizi segreti domestici. 

Il retroscena di un delitto. La pista della ‘Ndrangheta.

Il retroscena di un delitto. La pista palestinese.

Il retroscena di un delitto. La pista russa.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ricordando Andreotti.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ingiustizia. Il caso Mani Pulite spiegato bene.

Gli Amici di Craxi.

I Nemici di Craxi.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Berlusconi e la Famiglia.

Berlusconi e lo Sport.

Berlusconi e gli amici.

Berlusconi e la politica.

Berlusconi e la Giustizia.

 

INDICE TERZA PARTE

 

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Nazi-fascismo e Comunismo: Economia pianificata.

Stato, Fascismo e lotte di classe: eran e son comunisti.

Al tempo del Nazismo.

L’Olocausto.

Dio, Patria, Famiglia.

Le Leggi Razziali.

Al tempo del Fascismo.

Margherita Sarfatti: la donna che creò Benito Mussolini.

Dopo il Fascismo.

I Figli di Mussolini.

Le Marocchinate.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli Eredi di Mussolini.

Nazista…a chi?

 

 

 

 

 

GLI STATISTI

QUARTA PARTE

 

 

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Gli Eredi di Mussolini.

Nell’archivio di Pinuccio Tatarella a Bari la vera “storia” della destra italiana. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 4 Novembre 2022

L'archivio del politico di Alleanza Nazionale custodito dalla fondazione che porta il suo nome. Il nipote Fabrizio Tatarella: "Per anni la sinistra ha negato l'esistenza di una cultura di destra"

Politico carismatico e uomo di cultura, Giuseppe Tatarella, detto Pinuccio, fu tra i fondatori di Alleanza Nazionale. Parlamentare per un ventennio, militando prima tra le file del Movimento Sociale Italiano e poi nel partito Alleanza Nazionale fondato da Gianfranco Fini, ricoprì la carica di vicepresidente del consiglio e ministro per le Telecomunicazioni nel primo governo Berlusconi (1994). E’ stato senza alcun dubbio il simbolo della destra moderata, abile mediatore ma allo stesso tempo oppositore fermo di quei “poteri forti capaci di orientare le scelte dei decisori politici in tempi di stabilità istituzionale e di rovesciare quelli scomodi”. Persino quelli che sono sempre stati dall’altro lato della barricata, come il sindaco di Milano, Beppe Sala, gli hanno riconosciuto il ruolo di “padre della destra di governo italiana”.

Il giorno dopo la scomparsa di Pinuccio Tatarella, deceduto l’8 febbraio del 1999 all’ospedale Molinette di Torino, Gino Agnese giornalista del quotidiano Il Tempo  scriveva : “Dal suo archivio si ricostruirà la storia della destra” riferendosi alle carte conservate negli anni dal “numero uno-bis di Alleanza Nazionale“, come amava definirsi. Un raccolta incredibile di giornali, libri, manifesti, riviste, volantini, ma anche tante lettere e addirittura bigliettini ricevuti da colleghi autorevoli durante gli anni al servizio delle istituzioni. Un vero e proprio tesoro “storico” che racconta uno spaccato di storia della Repubblica, e che viene conservato dal 2002 negli archivi della Fondazione Tatarella, istituita per volere di suo fratello Salvatore quando era parlamentare europeo.

Fabrizio Tatarella, nipote di Pinuccio ed anima della fondazione di cui è vice presidente, con sede a Bari che ha per obiettivo quello di custodire il patrimonio immateriale della destra italiana, dice“Fu il precursore del centrodestra, un conservatore entrato di diritto nel Pantheon della nostra parte politica. È stata un’emozione quando, nel suo discorso di insediamento, il presidente del Senato, Ignazio La Russa, lo ha ricordato e tutti si sono alzati in piedi per un lungo e forte applauso”

Un’eredità per troppo tempo relegata ai margini della storia. Una cultura spesso negata e considerata di seconda categoria dalla sinistra-radical chic. “Per troppi anni alla destra italiana è stato negato il diritto ad esistere, per troppo tempo la sinistra, sbagliando, ha sostenuto che in Italia non esisteva una cultura di destra, ma questa storia e questa cultura sono parte integrante della storia della nostra nazione”, rivendica Fabrizio Tatarella. Il lavoro che porta avanti oggi è quello di raccogliere e catalogare “riviste, documenti, libri sulla destra italiana, rendendoli accessibili a tutti affinché studiosi e giovani ricercatori possano approfondire, studiare e far conoscere come in Italia è esistita una destra che è stata esclusa per anni dal gioco democratico e che grazie alla sua evoluzione e alla sua cultura politica, dopo oltre settanta anni è arrivata al governo dell’Italia”.

In Italia non esistono archivi ufficiali dei partiti e dei movimenti di destra, dal Movimento Sociale ad An. Uniche eccezioni la Fondazione Spirito – De Felice e quella dedicata a Pinuccio Tatarella. Nella biblioteca della sede della Fondazione Tararella in via Piccinni nel centro di Bari sono custoditi ed archiviati oltre 12mila volumi: dagli archivi di Pinuccio e Salvatore, ai documenti dell’Msi e di Alleanza Nazionale, le serie rilegate di quotidiani, riviste e periodici della destra, come Il Borghese, Il Candido, Il Secolo d’Italia e molti altri. Negli anni si sono aggiunti alla collezione centinaia di libri .

Il ministero dei Beni Culturali ha definito il materiale conservato nella sede della fondazione “di eccezionale interesse culturale” e di “interesse storico particolarmente rilevante”. Per far conoscere questo patrimonio ogni anno vengono organizzati eventi, convegni, dibattiti, corsi e anche una scuola di formazione politica rivolta ai più giovani.

“Non esistono più le scuole di partito, le sezioni dove si costruiva il pensiero politico e dove si selezionava una classe dirigente adeguata, oggi fondazioni, think thank, riviste, sono gli ultimi luoghi dove vive la sacralità del ragionamento politico e dove studiare la storia e la cultura politica”, spiega il vice presidente dell’istituto culturale, che fa parte dell’Aici. Ora che Giorgia Meloni “ha realizzato il sogno di Pinuccio”, quello di creare “un grande partito conservatore di massa autenticamente alternativo alla sinistra”, prosegue e conclude Fabrizio Tatarella , “la sfida sarà quella di continuare a costruire e custodire il patrimonio storico e culturale della destra”. “Costruire una società in cui il senso della tradizione, l’amore verso la patria, intesa come terra dei padri, e verso la famiglia, cellula fondamentale di ogni società, erano, sono e resteranno i valori eterni in grado di portarci fuori da qualunque crisi economica, sociale e geopolitica”. Redazione CdG 1947

Nelle carte di Pinuccio Tatarella la storia della destra italiana. L'archivio del politico di Alleanza Nazionale custodito dalla fondazione che porta il suo nome. Il nipote Fabrizio Tatarella: "Per anni la sinistra ha negato l'esistenza di una cultura di destra". Alessandra Benignetti su Il Giornale il 3 Novembre 2022. 

"Dal suo archivio si ricostruirà la storia della destra". Il giorno dopo la scomparsa di Pinuccio Tatarella, l’8 febbraio del 1999 all’ospedale Molinette di Torino, il giornalista del Tempo Gino Agnese scriveva così a proposito delle carte accumulate negli anni dal "numero uno-bis di Alleanza Nazionale", come amava definirsi. Un volume impressionante di libri, giornali, manifesti, riviste, volantini, ma anche lettere e addirittura bigliettini indirizzatigli da colleghi autorevoli durante gli anni al servizio delle istituzioni. Un vero e proprio tesoro che racconta uno spaccato di storia della Repubblica, e che dal 2002 è conservato negli archivi della Fondazione Tatarella, istituita per volere del fratello Salvatore. 

Politico carismatico e uomo di cultura, Giuseppe Tatarella, detto Pinuccio, fu tra i fondatori di Alleanza Nazionale. Deputato per un ventennio, prima tra le file del Movimento Sociale Italiano e poi del partito di Gianfranco Fini, nel 1994 ricoprì la carica di vicepremier e ministro per le Telecomunicazioni nel primo governo Berlusconi. Fu il simbolo della destra moderata, abile mediatore ma allo stesso tempo oppositore fermo di quei "poteri forti capaci di orientare le scelte dei decisori politici in tempi di stabilità istituzionale e di rovesciare quelli scomodi". Persino quelli che sono sempre stati dall’altro lato della barricata, come il sindaco di Milano, Beppe Sala, gli hanno riconosciuto il ruolo di "padre della destra di governo italiana".

"Fu il precursore del centrodestra, un conservatore entrato di diritto nel Pantheon della nostra parte politica. È stata un’emozione quando, nel suo discorso di insediamento, il presidente del Senato, Ignazio La Russa, lo ha ricordato e tutti si sono alzati in piedi per un lungo e forte applauso", ci dice il nipote Fabrizio, anima della fondazione con sede a Bari, di cui è vice presidente, che ha per obiettivo quello di custodire il patrimonio immateriale della destra italiana. Un’eredità per troppo tempo relegata ai margini della storia. Una cultura spesso negata e considerata di seconda categoria. Basti pensare che in Italia non esistono archivi ufficiali dei partiti e dei movimenti di destra, dal Movimento Sociale ad An. Tra le mosche bianche spiccano la Fondazione Spirito – De Felice e quella dedicata a Tatarella, appunto. 

"Per troppi anni alla destra italiana è stato negato il diritto ad esistere, per troppo tempo la sinistra, sbagliando, ha sostenuto che in Italia non esisteva una cultura di destra, ma questa storia e questa cultura sono parte integrante della storia della nostra nazione", rivendica Fabrizio. Il lavoro che porta avanti oggi è quello di raccogliere e catalogare "riviste, documenti, libri sulla destra italiana, rendendoli accessibili a tutti affinché studiosi e giovani ricercatori possano approfondire, studiare e far conoscere come in Italia è esistita una destra che è stata esclusa per anni dal gioco democratico e che grazie alla sua evoluzione e alla sua cultura politica, dopo oltre settanta anni è arrivata al governo dell’Italia".

Nella biblioteca della sede di via Piccinni a Bari ci sono già 12mila volumi: gli archivi di Pinuccio e Salvatore, i documenti dell’Msi e di Alleanza Nazionale, le serie rilegate di quotidiani, riviste e periodici, come Il Borghese, Il Candido, Il Secolo d’Italia e molti altri. E poi centinaia di libri che negli anni si sono aggiunti alla collezione. Il ministero dei Beni Culturali ha definito il materiale conservato nella sede della fondazione "di eccezionale interesse culturale" e di "interesse storico particolarmente rilevante". Per far conoscere questo patrimonio ogni anno vengono organizzati eventi, convegni, dibattiti, corsi e anche una scuola di formazione politica rivolta ai più giovani.

"Non esistono più le scuole di partito, le sezioni dove si costruiva il pensiero politico e dove si selezionava una classe dirigente adeguata, oggi fondazioni, think thank, riviste, sono gli ultimi luoghi dove vive la sacralità del ragionamento politico e dove studiare la storia e la cultura politica", spiega il vice presidente dell’istituto culturale, che fa parte dell’Aici. Ora che Giorgia Meloni "ha realizzato il sogno di Pinuccio", quello di creare "un grande partito conservatore di massa autenticamente alternativo alla sinistra", prosegue Fabrizio, "la sfida sarà quella di continuare a costruire e custodire il patrimonio storico e culturale della destra". "Costruire una società in cui il senso della tradizione, l’amore verso la patria, intesa come terra dei padri, e verso la famiglia, cellula fondamentale di ogni società, erano, sono e resteranno – conclude - i valori eterni in grado di portarci fuori da qualunque crisi economica, sociale e geopolitica".

Cent’anni di fascistudine.  Marcello Veneziani, Panorama (n.3)

Sul piano storico il 2022 sarà l’anno del fascismo, col centenario della marcia su Roma e dell’avvento di Mussolini al potere. Qualcuno osserverà che in realtà ogni anno, da svariati decenni, è l’anno del fascismo perché se ne parla come se fosse ancora in corso. Dunque, nessuna novità. Per un ventennio di regime, cent’anni di fascistudine. Ma sul piano storiografico, questo sarebbe l’anno giusto per ripensare il fascismo e tracciare quel “necrologio onesto” che Prezzolini invocava già poco dopo la sua caduta. Temo, invece, che di necrologi onesti non ce ne saranno, una volta adottata, anche dal Capo dello Stato, la definizione di Male Assoluto, in cui non si può salvare niente. Con queste premesse che senso avrebbe affrontare il fascismo sul piano della ricerca storica? Basta la condanna, il vituperio, la damnatio memoriae. Lo storico è congedato, reso superfluo, a meno che si trasformi in sacerdote ed esorcista, mutando la storia in anatema.

Eppure ci sarebbe da affrontare il fascismo sul piano della ricerca storica. Non per rivendicare nulla né solo per documentare gli altri aspetti del fascismo che trovarono il consenso dei popoli, l’ammirazione di statisti, di grandi artisti, pensatori e scienziati del suo tempo e dell’opinione pubblica internazionale; o per attestare che ci furono opere, eredità e realizzazioni di cui ancora usufruiamo o che al paragone con le opere venute dopo sembrano giganteggiare. Ma non è questo il tema storico del fascismo. Il vero tema ancora irrisolto, mai affrontato fino in fondo, è capire da dove spuntò il fascismo, se fu una deviazione imprevista e retrograda della storia o se fu un evento che maturò in seno all’Europa, nel cuore della sua cultura, della sua storia e del Novecento.

Certo, l’occasione determinante fu la guerra, lo scatenamento delle forze elementari; ma anche il clima che condusse alla guerra e poi al fascismo fu una febbre, un’anomalia, un impazzimento o fu piuttosto la maturazione di una linea storica e politica: il patriottismo e l’irredentismo, il tardivo colonialismo e il nazionalismo, l’interventismo della cultura.

Non solo: ma nel fascismo vengono al pettine i nodi irrisolti delle due principali tradizioni politiche del tempo che precedette il suo avvento: il socialismo, il comunismo, la lotta di classe e la rivoluzione promessa da una parte e l’imperialismo, il colonialismo, il liberalismo in assetto di guerra dall’altra.

E sullo sfondo, l’irruzione delle masse nella vita pubblica, sancita poi nel battesimo di sangue della leva obbligatoria con la prima guerra mondiale. Tutti gli elementi imputati al fascismo erano già presenti in quel triangolo: il conflitto mondiale, le attese rivoluzionarie del socialismo e le difese autoritarie del liberalismo. Anche a prescindere dalla rielaborazione “originale” della cultura, vale a dire la traduzione politica di Nietzsche e di Sorel, del dannunzianesimo e dell’idealismo militante, del futurismo e del sindacalismo rivoluzionario, il fascismo è già nell’aria in un conflitto mondiale voluto dalle democrazie occidentali contro il trono e l’altare e in una rivoluzione che non riesce ad essere internazionale ma che diventa inevitabilmente nazionale e interventista, in cui cioè le classi vengono alla fine superate dalle nazioni “giovani” e “proletarie” contro quelle ricche e senili.

Al più le letture ideologiche del fascismo lo hanno scaricato sulle spalle dei rispettivi antagonisti: per i marxisti il fascismo era figlio armato del liberalismo, della borghesia e del capitale; per i liberali, invece, il fascismo era il gemello del comunismo, la sua versione speculare in chiave nazionalista ma ugualmente totalitario, violento e statalista. In realtà il fascismo fu inevitabilmente il frutto incrociato di entrambi e della loro traduzione in stato di guerra.

C’è già il fascismo prima del fascismo nella partecipazione bellica dei regimi liberali e dei movimenti rivoluzionari alla guerra.

Poi verrà la sintesi di Mussolini, il suo pragmatismo, la sua capacità di tradurre in chiave originale quell’amalgama storico. Ma tutto si può dire del fascismo meno che fosse un’irruzione di Hycsos, una discesa di marziani, e dunque solo una parentesi storica, come cercò di esorcizzare Croce.

E tutto si può dire del fascismo meno che fosse la discesa dei barbari in piena civiltà, ovvero l’esplosione dell’irrazionalismo, come argomentò Bobbio (naturalmente a fascismo finito). L’irrazionalismo fascista aveva in realtà legami fortissimi non solo col socialismo rivoluzionario e col liberalismo autoritario ma anche con il Risorgimento incompiuto, di cui si presentò come la realizzazione (esattamente come poi fece l’antifascismo nella lotta partigiana). La sua legittimazione ideale e storica fu nel presentarsi come la salvaguardia della civiltà, la sua rinascita e non certo la sua negazione e la fuoruscita. Ripensare la nazione dopo la modernità, ripensare la tradizione con gli occhi del novecento, nell’epoca delle masse, e ripensare lo Stato oltre il capitalismo: questa fu la scommessa del fascismo.

Insomma, per capire il fascismo, il punto di partenza va capovolto: non è il Mostro venuto dal Nulla ma il figlio della storia e il frutto delle ideologie moderne. Il fascismo fu la rivolta vitale contro la decadenza della civiltà e la minaccia del bolscevismo, nel nome di un passato mitico e di un avvenire glorioso. La volontà di potenza fu la fonte della sua energia vincente ma anche dei suoi disastri, inclusa la rovina finale. Questo, in breve, ci pare il suo necrologio onesto. Ma sul fascismo interessano solo le apologie e le dannazioni. MV, Panorama (n.3)

Il fascismo e il sogno di una nuova Italia. Frédéric Le Moal su La Repubblica il 27 Maggio 2022.   

Lo storico francese è uno dei protagonisti del Festival èStoria di Gorizia. Pubblichiamo il suo intervento all’incontro “La rottura istituzionale rispetto alla monarchia e al liberalismo” con Andrea Ungari.

Pensiamo di sapere cosa fosse il fascismo. Eppure niente divide gli storici più del tentativo di dare una definizione esatta, tanto questo movimento si rivelò complesso, proteiforme e talvolta contraddittorio. Come possiamo definirlo con certezza? Un movimento rivoluzionario, sociale e nazionale, anticomunista e antiliberale, che aborriva l’uguaglianza e il parlamentarismo, e che aspirava a trasformare la società italiana in un corpo omogeneo e militarizzato, inquadrato dal Partito Nazionale Fascista e sotto l’autorità dello Stato onnipotente, esaltando la violenza come virtù essenziale dell’uomo nuovo. Questa massa uniforme di individui rigenerati non lasciava spazio agli elementi potenzialmente in grado di corrompere l’Homo fascistus, come gli omosessuali o gli ebrei, benché in misura neppure lontanamente simile a quanto accadeva nel Terzo Reich.

Il suo carattere totalitario si riscontrava nell’ambizione di rimodellare gli italiani. Al di là dell’accozzaglia di idee che altrimenti lo caratterizzava, tale desiderio costituiva una linea direttiva, una matrice ideologica, un orizzonte glorioso da raggiungere. Già nel 1909 il giovane Mussolini scriveva: “Creare l’anima italiana è una missione superba”. Non si allontanò mai da questa idea. In ciò risiede la coerenza di quest’uomo passato dal socialismo al fascismo: nel progetto antropologico, nella volontà di intervenire sulla natura umana che aveva riscontrato per la prima volta nel marxismo prima della brutale rottura del 1914.

Le Camicie nere attingevano il loro ideale dalla Grande Guerra: un mondo di soldati pronti ad andare all’assalto per la nazione divinizzata. Una volta arrivati al potere, si accinsero a realizzare la loro promessa quasi messianica: l’unificazione nazionale, politica e morale degli italiani da un lato, e la loro rigenerazione dall’altro. In ciò il fascismo era l’erede della rivoluzione antropologica dell’Illuminismo e del suo rifiuto di considerare l’uomo una creatura di Dio (e in quanto tale intoccabile), così come del Risorgimento.

La visione corrente del fascismo come un movimento conservatore o reazionario, in breve di estrema destra, continua a collocarlo nella categoria dell’antimoderno e dell’antilluminismo. Secondo me, essa non coglie il problema, perché significherebbe lasciare da parte l’essenza stessa del movimento per non ammetterne la natura rivoluzionaria, che deriva precisamente dalle sue ambizioni antropologiche. Ora, non può che essere contraddittorio ammettere questa realtà e rifiutare di collegarla alla grande divisione del 1789. I fascisti, naturalmente, rifiutavano l’eredità liberale della Rivoluzione, il parlamentarismo e i diritti umani, ma incorporarono nell’ideologia quella parte di giacobinismo presente nel Risorgimento per elaborare la loro “democrazia totalitaria”.

Ma il nazionalismo acceso non è forse una prova del suo carattere di destra? Pensarlo significa trascurare l’intera eredità nazionale della sinistra dal 1789. Il grande storico francese François Furet amava ricordare che “attraverso la sintesi precoce – e che tanto promette per il futuro – operata tra un messianismo di idee e la passione nazionale, la Rivoluzione ha integrato le masse nello Stato e formato a suo vantaggio il moderno sentimento di appartenenza collettiva”.

Impregnato della dottrina di Rousseau, come sottolineò ben presto Renzo de Felice, il fascismo apparteneva a pieno titolo a quella modernità del XX secolo che aspirava alla rigenerazione dell’uomo. Fin dall’origine, in realtà, si collocò a sinistra. Era un’altra sinistra, nazionalista sì, ma ancora rivoluzionaria e persino socialista sotto molti aspetti, che proponeva una terza via tra il liberalismo e il marxismo, e aborriva tutto ciò che la borghesia rappresentava. Al centro di tutto, lo Stato, ma uno Stato ideologico che, come spiegava Mussolini nel 1929, “rappresenta un popolo in marcia, uno Stato che trasforma incessantemente questo popolo, anche nel suo aspetto fisico”. Quindi, non c’era nulla di intrinsecamente conservatore nel fascismo, nonostante i compromessi posti in essere con le forze tradizionali allo scopo di governare.

Il fascismo, in realtà, voleva distruggere per ricostruire, conservare ma con un occhio al futuro, guidato dalla convinzione che gli uomini possano essere cambiati. Non è un caso che a Mussolini piacesse paragonarsi a un artista e che fosse addirittura interessato al modo in cui gli italiani camminavano o parlavano. Voleva assumere il controllo delle coscienze per correggerle con gli strumenti più moderni: un partito unico con tutte le sue organizzazioni di controllo della gioventù, dall’infanzia fino all’università; una polizia politica e l’emarginazione dei malpensanti; la propaganda attuata con i mezzi più moderni (radio, cinema); investimenti in tutti i campi artistici (architettura, pittura ecc.); l’esaltazione dello sport.

Tutto ciò premesso, il fascismo rimase un totalitarismo a bassa intensità, circondato da contropoteri, limitato nel suo campo d’azione, ma sostenuto da una dinamica totalizzante che divenne più pronunciata nel corso degli anni Trenta. Fu a Salò che, liberato dalle sue pastoie, divenne pienamente se stesso: socialista e nazionalista.

Da un punto di vista istituzionale, bisogna sempre ricordare che il fascismo era caratterizzato dall’esistenza di due istituzioni in un unico regime: il governo autocratico guidato da Mussolini e la monarchia retta dal re Vittorio Emanuele III. Uomo intelligente quanto riservato, il sovrano pose il leader delle Camicie Nere a capo di un gabinetto di coalizione il 30 ottobre 1922, affinché la marcia su Roma non finisse in guerra civile. In seguito, lasciò che governasse, sopprimendo le libertà e svuotando le istituzioni tradizionali dello stato liberale e parlamentare in favore di una dittatura personale. Espresse la sua unica resistenza quando fu necessario difendere i simboli della monarchia, il che potrebbe sembrare irrisorio, ma rivela la consapevolezza del sovrano della permanenza della Corona e della transitorietà del fascismo.

Non parleremo quindi di una monarchia fascista ma di una diarchia, termine coniato da Mussolini per descrivere lo strano vincolo che obbligava il dittatore a recarsi ogni settimana al Palazzo del Quirinale per la firma reale dei decreti e, durante le cerimonie ufficiali, a stare dietro a quel piccolo uomo malaticcio che non si decideva a morire. Come capo dello Stato, il re nominava i senatori e rimaneva a capo dell’esercito, e a lui gli ufficiali prestavano il giuramento di fedeltà. Incarnazione di una legittimità tradizionale contraria al potere carismatico di Mussolini, Vittorio Emanuele III manteneva un riserbo assoluto, ma non aveva bisogno di parlare per rappresentare un contropotere al quale si rivolsero, ma invano, tutti gli avversari, chiunque essi fossero, fino ai disastri della seconda guerra mondiale. Alla fine, quando il monarca depose il Duce il 25 luglio 1943, fu il trono a prevalere. Traduzione di Milvia Faccia

Giuliana De’ Medici racconta Almirante: «Mio padre ascoltava e rispettava le idee di tutti». Giorgia Castelli il 7 Dicembre 2022 su Il Secolo d’Italia.

«La sua presenza in casa era molto limitata perché pieno d’impegni, e il sabato e la domenica girava l’Italia per visitare le federazioni del partito.

Quindi, delegava a mamma la gestione di casa e famiglia. La severa in casa era sicuramente lei, nota per il suo carattere un po’ intransigente». Giuliana De’ Medici in una lunga intervista a La Verità ricostruisce la figura del padre Giorgio Almirante, tra vita pubblica e privata. «Era un padre affettuoso, carino – racconta – Non so perché avesse questa nomea di uomo freddo, di ghiaccio, come spesso i suoi colleghi giornalisti lo dipingevano. Non gli ho mai sentito dire una parolaccia o visto trattar male qualcuno». E fa un esempio: «Una mattina arrivò in macchina alla sede storica del partito in via delle Quattro Fontane e l’usciere non era ancora arrivato ad aprire l’androne per parcheggiare. Quando arrivò, gli disse: “Cerca di essere più puntuale, ma ora prendiamo insieme un caffè”».

Giuliana De’ Medici parla della figura di Giorgio Almirante

Racconta che in famiglia si parlava di politica «soprattutto quando crescemmo». Poi sottolinea: «Era la persona più democratica che potesse esistere, checché ne dicano. Ascoltava tutti senza alcuna remora». E svela che «gli incontri avuti con Berlinguer, nei quali cercavano soluzioni per tamponare gli opposti estremismi, furono molto riservati e non venivano fatti a casa».

Almirante era un cattolico praticante? «In realtà no, perché pieno d’impegni. Non andava a messa tutte le domeniche. Però era un vero credente, questo sì. Aveva come padre spirituale Raimondo Spiazzi, un vaticanista consigliere di Papa Wojtyla. Anch’ io non sono molto praticante». E poi ancora: «È stato sempre dipinto come persona cinica, aiutato da questi occhi azzurri, che erano dolcissimi. Ma rispettava le idee di tutti. Tenga conto che nel Msi c’erano i congressi provinciali nei quali erano eletti i rappresentanti di varie province per il congresso e tutti avevano diritto di parola. È vero che il Msi s’identifica con Almirante, ma c’era un grande dibattito interno. Sul divorzio lui era d’accordo, ma la maggioranza del partito decise che si doveva essere contro, e si piegò a queste decisioni pur non condividendole».

Quando si recò ai funerali di Berlinguer

Giuliana De’ Medici poi racconta a La Verità: «Quando ha saputo della morte di Berlinguer, sapendo che era stata allestita la camera ardente a Botteghe Oscure, andò, da solo, con la sua 500, che parcheggiò vicino a piazza Venezia, s’ incamminò, si mise in fila tra gli attivisti del Pci che lo guardavano inorriditi, ma ebbero molto rispetto, nessuno gli disse una cattiva parola. Poi arrivò la voce, nella camera ardente, che c’era Almirante in fila e quindi Pajetta uscì a prenderlo».

Al suo funerale «c’erano tutti i leader politici del momento»

E sottolinea che quando suo padre morì la sinistra partecipò ai funerali. C’erano «tutti i leader politici del momento, la Jotti, Pajetta, Pannella e anche molti democristiani e socialisti». Giuliana De’ Medici poi puntualizza: «Ricordava sempre che il fascismo finì con Mussolini, perché era legato all’uomo. Almirante diceva: “Ma vi immaginate me sul balcone di Palazzo Venezia, con le mani su fianchi? Sarei ridicolo”. Non rinnegava di essere stato un fascista. Ricordava con affetto il ministro Mezzasoma, con lui nella Repubblica Sociale, era convinto di ciò che aveva fatto, ma si rendeva conto che quello era un periodo storico. Quando entrò in Parlamento, fu regolarmente eletto dal popolo italiano, non come alcuni di oggi che con questa legge elettorale sono nominati dai partiti».

«Quando Di Pietro disse…»

Esasperato dalla Prima Repubblica, sperava nella Seconda. «Lo stesso Di Pietro disse più volte che l’unico partito non coinvolto in Tangentopoli era il Msi. Inoltre mio padre disse sempre di essere contro il terrorismo e che se uno di destra o del partito si fosse macchiato di questa colpa, avrebbe dovuto subire una condanna maggiore. Quando mio padre morì, Montanelli, scrisse che Almirante fu “l’unico politico italiano cui potevi stringere la mano senza sporcartela”».

«Una premier donna la vedrebbe benissimo»

Che ne penserebbe oggi del fatto che, per la prima volta nella storia del Paese, c’è una donna premier, Giorgia Meloni? «Credeva molto nelle donne – risponde – tant’ è che negli anni 1965-1970, nel Msi c’era la carica di segretaria femminile nel partito. Non aveva nessuna preclusione o pregiudizio nei loro confronti, basti pensare che ci sono state molte deputate missine. Quindi, una premier donna la vedrebbe benissimo».

"Il neofascismo non è ideologia ma nostalgia movimentista". Matteo Sacchi il 29 Maggio 2022 su Il Giornale.

Lo storico da "èStoria" ci racconta che cosa resta del Ventennio: "Mussolini voleva creare uno Stato. I suoi epigoni invece no".

Quest'anno al Festival èStoria di Gorizia il tema del dibattito è «Fascismi», a partire dalle origini sino ad arrivare ai neofascismi attuali. Perché il mito del Ventennio, ma soprattutto del movimentismo fascista e della Rsi, hanno fatto molta strada. A èStoria questi temi li ha trattati ieri il professor Giuseppe Parlato. Mentre di «Mito e antimito della Rsi» parlerà oggi il professor Roberto Chiarini, del quale qui a fianco ospitiamo un intervento. Ma seguiamo con Parlato la storia del «fascismo dopo il fascismo».

Professor Parlato, quali idee rimangono dopo il Ventennio e quale percorso fanno?

«Credo che si possa dire che nel neofascismo, qualcuno direbbe post fascismo ma non vuol dire nulla, convergano tutte le culture che hanno animato il fascismo, quello movimentista e rivoluzionario, quello più istituzionale alla Bottai, meno nostalgico e più legato all'anticomunismo. E poi le componenti cattoliche, ma anche quelle che Almirante chiamava le componenti ghibelline del fascismo, più laiche. Sino ad arrivare a culture molto vicine alla sinistra. Il neofascismo tende a ripetere quel complesso culturale che aveva caratterizzato il fascismo. Tutte cose che erano state tenute insieme da Mussolini. È stato uno dei problemi del Movimento sociale aver assunto una complessità di temi che prima era sintetizzata da Mussolini, il quale aveva un partito di governo che doveva coinvolgere tutta la società. Il Movimento sociale era altrettanto pluralista avendo il 5 per cento».

Ecco, il fascismo era stato ideologicamente molto fluido. Mussolini non aveva voluto puntare sull'ideologia. Però è strano che un movimento così legato al leader e a-ideologico sia sopravvissuto alla scomparsa del leader medesimo. Come ha fatto?

«Si spiega con la categoria della nostalgia. Il neofascismo e il Movimento sociale nello specifico non è tenuto assieme dal dibattito e dall'elemento culturale. Quello che tiene uniti è proprio idea della memoria e del ricordo. Almirante non ha fondato il Movimento sociale, ma è lui che gli ha dato la torsione nostalgica, utile elettoralmente. Pensi all'inno siamo nati nel cupo tramonto. Rende l'idea... Lo scopo non è il potere, ma creare una società nuova. È importante tenere un bagaglio di memoria, e lo rimane per cinquant'anni, quando il fascismo al potere ci è rimasto per venti. E viene fatto a prescindere dalla situazione. C'è un tentativo di fare politica solo tra il '50 e il '69 ma non ci riuscirono».

Anche altri partiti però favorirono questa idea di un fascismo «eterno» per sfruttarla...

«Per contrapporvisi? Certamente, come il Partito comunista. Quando nell'ottobre del '50 Scelba portò in Parlamento la sua legge contro il Movimento sociale voleva un provvedimento che fermasse gli apparentamenti tra Msi e Monarchici. Il pericolo comunista per Scelba era nettamente superiore, ma voleva sganciare i missini dai monarchici per evitare che alle elezioni locali, cosa che poi accadde, una decina di capoluoghi del Sud finissero in mano a quel ticket politico inedito. I comunisti si opposero al passaggio urgente della legge al Senato. Si è detto perché si evitasse di passare a una legge polivalente contro i partiti totalitari. Ma secondo me l'Msi era fondamentale per i comunisti, perché giudicavano che fosse la garanzia per continuare a sostenere la necessità di un blocco antifascista. La sua presenza dirompente e muscolare favoriva la necessità di una sinistra unita che il Pci potesse guidare».

Ha detto che il tentativo di far politica dell'Msi durò solo dal 50 al '69. Perché?

«Facciamo un passo indietro. Fondatore dell'Msi è Pino Romualdi, il quale voleva fare un partito atlantico, monarchico, cattolico e anticomunista. Gli americani avevano tenuto contatti con la Decima Mas. Ma Romualdi viene arrestato alla vigilia delle elezioni del '48. Almirante allora assume la guida del partito, capisce che gli Usa hanno scelto la Dc, e intuisce che i voti si possono prendere solo con un richiamo identitario forte alla Rsi. Ne ottiene 5 deputati e sino al '50 continuano così. Non vogliono sedersi a destra in Parlamento... Nel 1950 Augusto De Marsanich sostituisce Almirante. De Marsanich, e lo farà anche Michelini dopo di lui, pensa subito che la Dc non avrà più il successo di prima, apre il partito e lo porta ad appoggiare quattro governi. L'ultimo è quello di Tambroni nel 1960. I missini contano, per le elezioni presidenziali. Sono determinanti nelle elezioni di Segni e Leone. Siamo molto lontani dal nostalgismo di Giorgio Almirante. Cercano di frenare l'apertura a sinistra magari spaccando la Dc e condizionandola. Nel 1969 la segreteria torna ad Almirante e questo tipo di progettualità di governo non ricomparirà sino a Fiuggi».

Dal punto di vista dell'area culturale neofascista, contano queste scelte tattiche o prevale la dimensione emotiva, nostalgica?

«Sia De Marsanich che Michelini dicono che non vogliono rinnegare il passato, ma consegnarlo alla storia. Una parte della base del partito, fortemente anticomunista, accetta il ragionamento. L'elemento giovanile invece va per un'altra strada, già con l'uscita di Ordine nuovo nel '56 dà vita a una serie di uscite che elettoralmente contano poco, ma contano molto nelle piazze e nelle università. Nasce un altro modello politico, nostalgico emotivamente, ma con una forte commistione culturale con il nazionalsocialismo o con i nazimaosti. Coniugare Evola a Mao. Collegare il tradizionalismo con posizioni antimoderne e antimperialiste. Piacciono i Vietcong, i Paesi arabi e anche i temi ecologici diventano prioritari».

E questo percorso arriva sino a noi...

«Questo elemento nostalgico, anche nella destra radicale, diversa dall'Msi, si è affievolito nel tempo. In questi movimenti hanno trovato spazio anche aspirazioni rivoluzionarie che avevano una genesi diversa, secondo qualcuno una genesi a libro paga del ministero dell'Interno... È una questione tutta da approfondire. Certo, ad esempio l'antiamericanismo è rimasto come un fiume carsico che ha continuato a riaffiorare di tanto in tanto. E quindi i nemici degli Stati Uniti sono sempre visti come amici. La nostalgia a un certo punto diventa folclore».

Ma perché il fascismo con vent'anni di governo ha lasciato come imprinting soprattutto l'avanguardismo e l'Rsi?

«Fascismo di regime è vissuto come un necessario compromesso con i poteri forti. É il fascismo eversivo che piace a destra radicale non quella che crea lo Stato. Questa destra radicale non ama cose come la conciliazione... Si tratta di una destra radicale che è destra sino ad un certo punto».

Fuori d'Italia che impronta ha dato il fascismo. Il neofascismo è solo italiano?

«Mussolini stesso considerava il fascismo come un fenomeno non esportabile. Mussolini voleva costruire lo Stato, lo Stato italiano. È più internazionalista il nazismo, anche con la teoria della razza. A livello internazionale fanno presa altre idee di destra, spesso legate alla tradizione. Mussolini non dava peso all'ideologia. Gli interessava lo Stato. Evola durante il fascismo non contava quasi nulla. Dopo la guerra è diventato importante. Colmava un vuoto».

La destra, la guerra e la Nato: un dibattito che dura dagli anni ’50 e che ha riportato in pista persino Fini. Adele Sirocchi mercoledì 25 Maggio 2022 su Il Secolo d'Italia.

La guerra in Ucraina, con il rinnovato protagonismo degli Stati Uniti e il conseguente rafforzamento della Nato (con l’ingresso di Finlandia e Svezia) ha fatto precipitare la destra in un dibattito che sembrava rimasto in sospeso da decenni ma che già lacerava il Msi negli anni Cinquanta: essere atlantisti o no. Essere pro-Nato o anti-Nato. E ancora: criticare l’America oppure riconoscerle il ruolo di baluardo dell’Occidente minacciato.

La questione, come detto, teneva banco nei primi congressi del Msi – in particolare quello dell’Aquila del 1954 e quello di Milano del 1956 – e vide sempre la corrente di sinistra, capeggiata da Ernesto Massi e Concetto Pettinato, opporsi alla linea atlantista che poi il partito avrebbe intrapreso.

Oggi, come detto, certi sentimenti – mai del tutto sopiti e trasformatisi decenni dopo nelle mozioni critiche verso l’americanismo di Beppe Niccolai e di Pino Rauti – riaffiorano e si intrecciano al dibattito su Putin, Biden, il destino dell’Europa, l’Occidente.

Cinque giorni fa al Senato Ignazio La Russa sottolineava che non ci sono dubbi sulla posizione di FdI: “Noi siamo sempre stati ancorati ai valori occidentali. Ed è dal 1949 che la destra politica italiana, il Msi, poi An e poi il Pdl fino oggi a FdI, si è sempre coerentemente schierata da questa parte del mondo anche a sostegno dello strumento difensivo occidentale che è la Nato. Perché abbiamo sempre ritenuto che il pericolo alla nostra libertà venisse da Est”. E ha poi detto. “Se vogliamo essere alla pari degli Usa e non delegare agli Stati Uniti la nostra difesa non possiamo poi dire no alla politica per rafforzare il nostro esercito”. Una posizione netta, che peraltro Giorgia Meloni aveva chiarito già alla conferenza di Milano di FdI.

Eppure si discute. E’ accaduto alla presentazione del libro di Enzo Raisi a Roma, “La casta siete voi“, dove erano presenti Gianni Alemanno e Claudio Barbaro, entrambi di FdI. E dove ha preso la parola Gianfranco Fini per il suo primo intervento pubblico dopo molti anni. Lo scambio di vedute ha riguardato la guerra, la destra e l’Occidente.

“Non riesco a capire come in alcuni casi da destra si continua a dire che l’Italia e l’Europa sono una colonia americana in ragione di quello che è accaduto nel ’45 – ha detto Gianfranco Fini – oggi la questione riguarda il confronto in atto tra un Occidente in fase regressiva e altre realtà economico-finanziarie culturali che sono in fase espansiva. Le realtà in espansione, le cosiddette autocrazie o le cosiddette dittature, quali Cina e Russia, sono i due modelli alternativi ai modelli occidentali che vanno rivisti certo, riformati, non è tutto oro quello che luccica, a cominciare dalla cancel culture che vuole abbattere le statue di Colombo…”.

A sua volta Gianni Alemanno, reduce da una missione umanitaria della Fondazione An che ha portato aiuti alle popolazioni ucraine colpite dalla guerra,  non fa mistero della sua posizione critica verso la narrazione unica sul conflitto. “Anche gli Usa – ha detto di recente in un’intervista a Repubblica– hanno fatto le loro guerre illegali e sul Donbass non è stata mai avanzata una proposta per risolvere il problema dal 2014…”. E tra due giorni lo stesso Alemanno sarà presente al dibattito “Fermare la guerra” a Roma, a Palazzo Wedekind. Ci saranno Franco Cardini, Toni Capuozzo e Francesco Borgonovo, tutti noti per le loro posizioni anti-Nato e comprensive verso le ragioni della Russia. E a moderare ci sarà Massimo Magliaro, già capo ufficio stampa dell’atlantista Almirante. E il dibattito continua…

Vanessa Ricciardi per editorialedomani.it il 12 ottobre 2022.

Cimeli fascisti, bassorilievo e statua del duce Benito Mussolini: «C’è anche un simbolo comunista, ma gliel’ho messo sotto i piedi», dice ridendo Ignazio La Russa in un video girato a casa sua. Le immagini risalgono al 2018 ma sono state rilanciate in queste ore sui social: «La casa di La Russa custodisce una collezione di memorabilia» recita il sottopancia. A quattro anni di distanza La Russa potrebbe essere il nome che la senatrice a vita Liliana Segre, testimone dell’olocausto e chiamata a presiedere le prime sedute di Palazzo Madama, potrebbe scandire per dichiararlo nuovo presidente del Senato.

Il 13 ci sarà la prima seduta del Senato per eleggere il nuovo presidente. La Russa è il favorito, l’uomo che la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, vorrebbe come seconda carica dello stato. Fino a oggi La Russa ha dimostrato di avere un rapporto con la storia molto particolare. Oltre al disegno di legge per festeggiare il 17 marzo l’unità d’Italia, da vero patriota, il senatore di Fratelli d’Italia nella scorsa legislatura ne ha presentato un altro per l’istituzione di una commissione per le violenze negli anni Sessanta e Settanta. 

Nel testo si legge che nel suo cuore c’è nello specifico la strage romana di Acca Larenzia, quando il 7 gennaio 1978 furono uccisi due giovani attivisti del Fronte della Gioventù, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, davanti alla sede del Movimento Sociale Italiano nella via del quartiere Tuscolano che diede il nome al pluriomicidio. Un evento che richiama ancora le celebrazioni dei nostalgici del duce, a partire dai fascisti del Terzo millennio di Casapound.

La Russa, che ora dice che non c’è niente di nostalgico nel suo partito, oltre ai cimeli fascisti, nell’intervista pubblicata sul Corriere della Sera ricorda il 12 aprile del 1973, il “giovedì nero”, quando il partito neofascista Msi scese in piazza nonostante il divieto della prefettura. La Russa all’epoca era dirigente giovanile e fu testimone dello scontro: «Uccidere un poliziotto per un partito come il nostro fu un trauma da cui faticammo a riprenderci». La sua non era una militanza dell’ultimo minuto, nel 1969 fu riconosciuto e cacciato dalla Bocconi: «Ero andato a prendere la mia fidanzata». Nei giorni successivi incontrò i responsabili: «Si sono presi tanti schiaffi che se li ricordano ancora».

Cinquant’anni dopo La Russa non festeggia il 25 aprile, il giorno della liberazione dal nazifascismo. Cosa farà se diventerà presidente del Senato? Le polemiche con l’Associazione nazionale partigiani italiani non sono mai finite. «L’Anpi – ha detto qualche anno fa – altro non è che una foglia di fico della sinistra, una associazione che sfila con i centri sociali e che fa comodo solo per tenere alto il pericolo del fascismo, che però non c’è più da ben 72 anni». 

Un’idea che, qualora diventasse seconda carica dello stato, non condividerebbe con la prima, visto che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non ha mai mancato di ringraziare l’associazione. 

L’ultimo diverbio con l’Anpi riguarda il fratello, Romano La Russa. L’assessore regionale di FdI due settimane fa ha alzato il braccio destro – come per il saluto fascista – al funerale di suo cognato Alberto Stabilini. L’associazione partigiana ha riprovato il gesto e chiesto alla magistratura di «individuare i responsabili e di applicare le leggi Scelba e Mancino per apologia di fascismo». Per La Russa (Ignazio) quello del fratello è stato solo «un grave errore».

Se La Russa non sente il 25 aprile, il ricordo delle Foibe, il massacro di italiani ad opera di partigiani jugoslavi, è invece sempre nei suoi pensieri. La Russa in occasione della commemorazione cara alla destra partecipa alla deposizione della corona d'alloro all'Altare della patria, a cui in passato si è presentato con tutti i big del partito: Giorgia Meloni, Guido Crosetto, Daniela Santanché e Fabio Rampelli. Con sottofondo dell’inno nazionale e sventolamento del tricolore.

L’attenzione al duce non si è mai spenta. Nel 2019, La Russa se l’è presa con il vescovo di Ventimiglia, Antonio Suetta, che non voleva acconsentire a celebrare la commemorazione della morte di Mussolini il 28 aprile. La Russa non era d’accordo: «Non so come possa essere strumento di polemica, è solo un ricordo religioso di una persona che non c’è più e credo che la religione cristiana non preveda divieti di questo tipo».

Con il fascismo, ha detto di recente, «abbiamo chiuso a Fiuggi», al congresso dove l’ex leader Gianfranco Fini nelle sue tesi disse che la destra non è figlia del fascismo. «Noi con i neofascisti e il folclorismo nostalgico non abbiamo niente a che spartire, la sinistra si metta l'anima in pace», ha risposto al Foglio La Russa l’anno scorso senza specificare se intanto a casa sua sono spariti i cimeli che si vedevano nel video.

A settembre, durante un diverbio con il governatore Michele Emiliano in vista delle elezioni, è stato provocato sulle sue origini politiche: «Siamo tutti eredi del Duce – ha risposto –, se intendi eredi di quell’Italia dei nostri padri, dei nostri nonni e dei nostri bisnonni». 

Da El Alamein alla bare di Nassiriya la storia dei La Russa. Hoara Borselli il 12 Novembre 2022 su Culturaidentita.it.

Ignazio La Russa, classe 1947 è nato a Paternò, nel catanese, da Maria Concetta Oliveri ed Antonino La Russa, di professione avvocato penalista di cui diverrà nel dopoguerra uno dei più autorevoli del Foro di Catania. Ha ereditato dal padre la passione per la politica. Antonino La Russa si avvicinò alla politica da studente come membro dei Gruppi Universitari Fascisti(GUF). Nel 1938 fu nominato segretario politico del Partito Nazionale Fascista a Paternò. Dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale partì come volontario e, con il grado di tenente, fu assegnato alla 17a Divisione fanteria Pavia, impegnata sul fronte nordafricano. Nel corso della battaglia del 1942 tra le forze dell’Asse e quelle britanniche per la riconquista della fortezza di Tobruch, in Libia, da parte degli italo-tedeschi, La Russa rischiò di perdere la vita a causa di una bomba lanciata dall’esercito nemico. Al termine della seconda battaglia di El Alamein, persa dalle forze dell’Asse, fu catturato dai britannici e rimase in Egitto come prigioniero di guerra non cooperante fino al 1946. Rientrato in Italia aderì al Movimento Sociale Italiano e nel 1972 venne eletto senatore della Repubblica.

Vita forense, politica, e passione militare, sono tre elementi dominanti nella vita di Ignazio La Russa. Avvocato penalista come il padre, a Milano la sua figura è legata soprattutto alla storia di Sergio Ramelli, della sua morte tragica, del processo che ne è seguito e lui in quel processo ha rappresentato la famiglia del giovane. L’omicidio di Sergio Ramelli fu un crimine commesso a Milano nel 1975 durante gli anni di piombo. Studente milanese di 19 anni, militante del Fronte della Gioventù, fu aggredito il 13 marzo da un gruppo di militanti della sinistra extraparlamentare legati ad Avanguardia operaia. Pestato con una chiave inglese, morì dopo un mese e mezzo di agonia. Durante quel processo l’avvocato La Russa fu fondamentale. Se qualcuno pensa oggi che le parole di conciliazione dette in Senato, quando ha ricordato gli anni settanta a Milano, sintetizzandoli nel delitto Calabresi, oltre alla tragedia del diciottenne Ramelli e alla scomparsa di due simboli della sinistra, Fausto e Iaio (forse vittime di spacciatori più che di fascisti) siano state di comodo, non conosce la persona. Poi c’è la politica. Parlamentare dal 1992, prima alla Camera dei deputati e dal 2018 al Senato della Repubblica. Ha militato dapprima nel Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale (per il quale era stato a lungo dirigente della sezione giovanile il Fronte della Gioventù) e poi in Alleanza Nazionale, avendone anche ricoperto il ruolo di presidente reggente dal 2008. Nel 2009, con lo scioglimento di Alleanza Nazionale, è confluito nel Popolo della Libertà con il ruolo di coordinatore nazionale, per poi fondare Fratelli d’Italia insieme a Giorgia Meloni e Guido Crosetto a dicembre 2012.

Dall’8 maggio 2008 al 16 novembre 2011 è stato Ministro della Difesa nel governo Berlusconi IV. È stato inoltre vicepresidente della Camera nella XII legislatura (dal 25 maggio 1994 al 9 maggio 1996) e vicepresidente del Senato nella XVIII (dal 28 marzo 2018 al 12 ottobre 2022).

L’essere stato Ministro della Difesa ha rappresentato un periodo della sua vita politica che rivendica con orgoglio e commozione. Lo ha segnato in modo indelebile. Infatti durante il primo discorso di insediamento come presidente del Senato ha pronunciato queste parole: “Un pensiero alle donne e agli uomini in divisa, che porto nel cuore per la mia storia politica e istituzionale e che sono la bandiera dell’Italia nel nostro Paese e nel mondo, ideali di pace e di sicurezza. Lasciatemi dire che nella mia lunga vita politica i momenti più toccanti, che ricordo con più tristezza, ma anche con più dedizione, sono quelli in cui sulle mie spalle ho portato le bare dei soldati caduti in Afghanistan, che mi toccava ricevere. A loro, a tutti i militari e a tutti i caduti di ogni guerra, va il mio deferente omaggio. Purtroppo la guerra non è solo un ricordo, ma un’attualità drammatica e dolorosa, che vorremmo finisse ora, in questo minuto. Vorremmo che il clamore delle armi fosse sostituito dalla voce di trattative che possono arrivare però solo con giustizia, perché non può esservi mai pace senza giustizia. Visto quindi che parliamo drammaticamente e tristemente di guerra per quello che i patrioti ucraini stanno subendo in questo periodo, a loro va il mio pensiero, così come va ai profughi e ai rifugiati ucraini e di ogni parte del mondo che scappano dalla guerra e che devono essere accolti con onore.” Alle Forze dell’Ordine il Presidente del Senato rivolge sempre parole come onore, rispetto e gratitudine. La destra è riconoscente verso chi, con spirito di abnegazione si sacrifica per la Patria, chi combatte sul campo e chi ogni giorno mette a rischio la propria sicurezza per garantirci la nostra. C’è poi chi, a sinistra, tipo Michela Murgia, dice che teme le divise. Mi chiedo come possa essere possibile anche solo pensarlo. Ma poi penso che oggi governa la destra, che il Presidente del Consiglio è Giorgia Meloni, che il Presidente del Senato è La Russa e mi rassereno. Perché a me, a differenza della Murgia, le divise infondono serenità, e chi le difende e le rispetta merita incondizionatamente la mia stima

La Calabria è bella perchè c’è sempre il sole, scrive Antonello Caporale su “La Repubblica”. Milano invece spesso è velata dalla nebbia. E’ bella la Calabria anche, per esempio, perchè il concorso per l’abilitazione alla professione di avvocato sembra più a misura d’uomo. Non c’è il caos di Milano, diciamolo. E  in una delle dure prove che la vita ci pone resiste quel minimo di comprensione, quell’alito di  compassione… In Calabria c’è il sole, e l’abbiamo detto. Ma vuoi mettere il mare?  ”Avevo bisogno di un luogo tranquillo, dove poter concentrarmi senza le distrazioni della mia città. Studiare e affrontare con serenità l’esame”. Ecco, questo bisogno ha portato Antonino jr. Giovanni Geronimo La Russa, il figlio di Ignazio, anch’egli avvocato ma soprattutto ministro della Difesa, a trasferirsi dalla Lombardia in Calabria. Laureato a pieni voti all’università Carlo Cattaneo, Geronimo si è abilitato con soddisfazione a Catanzaro a soli ventisei anni. Due anni ha risieduto a Crotone. Dal 25 luglio 2005, in piazza De Gasperi, nella casa di Pasquale Senatore, l’ex sindaco missino.  E’ rimasto nella città di Pitagora fino al 18 gennaio 2007. E si è rigenerato. Un po’ come capitò a Mariastella Gelmini, anche lei col bisogno di esercitare al meglio la professione di avvocato prima di darsi alla politica, e anche lei scesa in Calabria per affrontare con ottimismo l’esame. La scelta meridionale si è rivelata azzeccata per lei e per lui. Il piccolo La Russa è tornato in Lombardia con la forza di un leone. E dopo la pratica nello studio Libonati-Jager, nemmeno trentenne è divenuto titolare dello studio di famiglia. Quattordici avvocati a corso di porta Vittoria. Bellissimo. “Ma è tutto merito mio. Mi scoccia di passare per figlio di papà”. Geronimo è amante delle auto d’epoca, ha partecipato a due storiche millemiglia. E infatti è anche vicepresidente dell’Aci di Milano. “Sono stato eletto, e allora?”. Nutre rispetto per il mattone. Siede nel consiglio di amministrazione della Premafin, holding di Ligresti, anche della Finadin, della International Strategy. altri gioiellini del del costruttore. Geronimo è socio dell’immobiliare di famiglia, la Metropol srl. Detiene la nuda proprietà dei cespiti che per parte di mamma ha nel centro di Riccione. Studioso  e s’è visto. Ricco si è anche capito. Generoso, pure. Promuove infatti insieme a Barbara Berlusconi, Paolo Ligresti, Giulia Zoppas e tanti altri nomi glamour  Milano Young, onlus benefica. Per tanti cervelli che fuggono all’estero, eccone uno che resta.

Geronimo, figlio di cotanto padre tutore di lobby e caste, che sa trovare le soluzioni ai suoi problemi.

Vittoria delle lobby di avvocati e commercialisti: riforma cancellata, scrive Lucia Palmerini. “…il governo formulerà alle categorie proposte di riforma.” con questa frase è stata annullata e cancellata la proposta di abolizione degli ordini professionali. Il Consiglio Nazionale Forense ha fatto appello ai deputati-avvocati per modificare la norma del disegno di legge del Ministero dell’Economia che prevedeva non solo l’eliminazione delle restrizioni all’accesso, ma la possibilità di diventare avvocato o commercialista dopo un praticantato di 2 anni nel primo caso e 3 nel secondo, l’abolizione delle tariffe minime ed il divieto assoluto alla limitazione dello svolgimento della professione da parte degli ordini. La presa di posizione degli avvocati del PdL ha rischiato di portare alla bocciatura la manovra economica al cui interno era inserita la norma su avvocati e commercialisti.  Tra questi, Raffaello Masci, deputato-avvocato che ha preso in mano le redini della protesta, ha ottenuto l’appoggio del Ministro La Russa e del Presidente del Senato Schifani, tutti accomunati dalla professione di avvocato. La norma, apparsa per la prima volta ai primi di giugno, successivamente cancellata e nuovamente inserita nei giorni scorsi è stata definitivamente cancellata; il nuovo testo quanto mai inutile recita: “Il governo formulerà alle categorie interessate proposte di riforma in materia di liberalizzazione dei servizi e delle attività economiche si legge nel testo, e inoltre – trascorso il termine di 8 mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, ciò che non sarà espressamente regolamentato sarà libero.” La situazione non cambia e l’Ordine degli avvocati può dormire sogni tranquilli. Ancora una volta gli interessi ed i privilegi di una casta non sono stati minimamente scalfiti o messi in discussione.

Dagospia il 30 ottobre 2022. IL VERO PROBLEMA DELL’OPINIONE PUBBLICA ITALIANA È CHE NESSUNO LEGGE GLI ARTICOLI, MA SOLTANTO I TITOLI  – UN ESEMPIO CALZANTE? LA POLEMICA SU LA RUSSA CHE DICE “NON FESTEGGIO IL 25 APRILE”. “LA STAMPA” CI HA FATTO UN TITOLONE SPARATO IN PRIMA PAGINA, MA LUI NELL’INTERVISTA RILASCIATA A PAOLO COLONNELLO NON HA MAI PRONUNCIATO QUELLE PAROLE. IL VIRGOLETTATO ESATTO È “NON SFILERÒ NEI CORTEI PER COME SI SVOLGONO OGGI” - IL PRESIDENTE DEL SENATO: "TITOLO FUORVIANTE" - IL DIRETTORE, MASSIMO GIANNINI: "PRENDO ATTO DELLA RETROMARCIA, MA IL NOSTRO TITOLO NON HA FUORVIATO UN BEL NIENTE..."

(ANSA il 30 ottobre 2022) -  ''Prendo atto della retromarcia del Presidente La Russa, che da seconda carica dello Stato deve essersi reso conto dell'enormità delle sue parole'', dice il direttore de La Stampa Massimo Giannini in replica alla smentita del presidente del Senato al titolo dell'intervista del suo giornale.

''Il nostro titolo, infatti - continua Giannini -, non ha "fuorviato" un bel niente. Valuti chiunque se un titolo che dice "Non celebrerò questo 25 aprile" travisa il senso di una risposta che, a domanda del nostro Paolo Colonnello "celebrerà il 25 aprile?", recita testualmente "Dipende. Certo non sfilerò nei cortei per come si svolgono oggi". Dunque, se ne deduce che, ad "oggi", non lo celebrerà. Quanto al "domani", chissà, magari il Presidente La Russa ha in animo di festeggiarlo privatamente, nella sua casa in cui troneggia il busto del Duce, oppure di organizzare qualche suo corteo alternativo, cosa che a questo punto dell'avventurosa transizione italiana, purtroppo, non si può escludere''. 

(ANSA il 30 ottobre 2022) - "Alla presidente Malpezzi che rispetto e di cui apprezzo l'onestà intellettuale e a chi in queste ore mi sta attaccando, chiedo cortesemente di leggere non il titolo volutamente fuorviante de La Stampa ma il testo della mia intervista correttamente riportata dal giornalista Colonnello in cui emerge chiaro il mio rispetto per la ricorrenza del 25 aprile tanto da averlo celebrato da ministro della Difesa. 

La mia contrarietà è semmai solo al modo in cui finora si svolgono molti cortei che lungi dal celebrarlo, ne fanno manifestazione appannaggio della sinistra". Lo afferma il presidente del Senato, Ignazio La Russa.

"A chi strumentalmente si ferma a leggere il titolo errato e ignora le mie parole - prosegue La Russa - dopo questa mia nota, sarò invece costretto a riservare - a differenza delle mie abitudini - una risposta nelle sedi più opportune a tutela del ruolo che ricopro. Da oggi ho dato mandato che questa sia la regola per chi traviserà parole e fatti che mi riguardano".

(ANSA il 30 ottobre 2022) - "Ricordo al Presidente @Ignazio_LaRussa il significato del #25aprile: la libertà dal nazifascismo. Un giorno che è festa e che dovrebbe vederci uniti. Il Presidente del Senato è la seconda carica dello Stato. Non lo dimentichi". Lo scrive su Twitter la capogruppo del Pd al Senato, Simona Malpezzi commentando l'intervista del presidente di Palazzo Madama a La Stampa. 

(ANSA il 30 ottobre 2022) - "Il Presidente del Senato farebbe bene a ricordare che il 25 aprile è la festa di tutti gli italiani perché è la festa della democrazia e della libertà dal nazifascismo conquistata con il sacrificio di tantissime donne e uomini. E come tale va celebrata. La Russa eviti parole divisive. Il Paese ha bisogno di unità, soprattutto attorno ai suoi momenti fondativi". Così Debora Serracchiani, capogruppo Pd alla Camera.

"Presidente La Russa, non "dipende". Il #25Aprile lei lo deve celebrare perché senza quella data non siederebbe lì. Perché se avessero vinto i fascisti non avremmo le istituzioni che abbiamo, non avremmo la democrazia. E quel sacrificio va celebrato e onorato, senza se e senza ma". Lo scrive su Twitter la deputata e vicepresidente Pd, Anna Ascani in replica all'intervista rilasciata dal presidente del Senato a La Stampa. (ANSA).

Paolo Colonnello per “La Stampa” il 30 ottobre 2022.  

Presidente La Russa, cos' ha fatto per il centenario della marcia su Roma?

«Ho preso il treno da Roma a Milano, ho fatto tre incontri politici e la sera sono andato a vedere l'Inter». 

Niente commemorazioni?

«Ma cosa c'è da commemorare, scusi? Gli altri anni non se ne era mai accorto nessuno mi pare». 

È vero che questa era la casa di Benito Mussolini che lei si è ricomprato?

«Mussolini qua non ci ha mai messo piede in vita sua. Un'altra leggenda. La verità è che ero venuto per comprare un attico e mi hanno proposto questo appartamento al primo piano che era stata la sede della Le Petit e che lo aveva conservato come negli anni '30».

Uno vede Ignazio La Russa nella sua casa di Milano, tra boiserie, soffitti altissimi e divani sterminati, e subito diventa inevitabile parlare di fascismo: forse perché La Russa, con quel pizzetto mefistofelico, una certa dose di antica aggressività, i cimeli sparsi per casa, per anni è stato un po' l'icona del neofascismo italiano. Lui alza gli occhi al cielo: «Venga - dice con quell'accento reso celebre da Fiorello - le faccio vedere il famoso "busto" di Mussolini, eccolo: non è nemmeno un busto!».

In effetti è una statuetta poco ingombrante del Duce, con stivaloni e mani sui fianchi, appoggiata su una mensola di un corridoio in penombra.

«È un oggetto che apparteneva a mio padre, persona che adoravo, e che ho ereditato: avrei dovuto buttarlo? È sempre stato in questo corridoio insieme a un elmetto dell'esercito popolare cinese e un fregio comunista dell'Urss. Invece sembra che io abbia in casa il mausoleo di Mussolini. Ecco, mi dica lei...». 

Oggi La Russa è diventato presidente del Senato, la seconda carica dello Stato («Devo dire che, per la parte politica da cui provengo, non me lo sarei mai aspettato e non ci pensavo proprio...») ed è inevitabile chiedere conto di come intenderà esercitare il suo ruolo di super partes.

Allora Presidente, ci spiega come si concilia consegnare le rose bianche a Liliana Segre, riconoscere il valore del 25 aprile e poi tenere in casa la statuetta del Duce?

«La statuetta del Duce l'ha vista, non ha niente che vedere col discorso di Liliana Segre, che non mi ha sorpreso. La cosa che mi stupisce è che qualcuno si stupisca della mia assoluta vicinanza alla Segre e al dramma della Shoah». 

Forse per il suo passato?

«Guardi che da quando sono nato, in famiglia e nella mia parte politica, ho sempre sentito una condanna feroce delle leggi razziali e da sempre ho un rapporto strettissimo con la comunità ebraica milanese di amicizia personale, per esempio con Walker Meghnagi e già con suo padre Isacco, esponenti di spicco della comunità ebraica. E non solo con loro.

Potrebbe limitarsi ad essere un fatto personale, ma dal punto di vista politico la destra italiana è sempre stata per l'esistenza e l'indipendenza d'Israele, quando altri ne minacciavano l'integrità, ed è sempre stata senza titubanze pronta a condannare le leggi razziali, per non parlare del dramma della Shoah». 

Anche lei come il presidente Meloni non ha mai avuto simpatie per le dittature, fascismo compreso?

«Non mi sono posto il problema: la mia scelta per la libertà e la democrazie è sempre stata totale». 

Lei ha avuto il coraggio nel suo discorso di riconoscere come data fondante il 25 aprile. Parliamone.

«Non c'è stato bisogno di coraggio ma semplicemente di memoria. Con Pinuccio Tatarella e Gianfranco Fini, ho contribuito a scrivere le tesi di Fiuggi, ed era il 1995! Già allora riconoscemmo il valore della lotta per la Libertà. Con una importante annotazione che riguardava una parte di quella Resistenza, la parte comunista che non lottava per restituire all'Italia libertà e democrazia ma per un sistema certo non migliore di quanto era avvenuto col fascismo». 

Celebrerà il 25 aprile?

«Dipende. Certo non sfilerò nei cortei per come si svolgono oggi. Perché lì non si celebra una festa della libertà e della democrazia ma qualcosa di completamente diverso, appannaggio di una certa sinistra. Non ho avuto difficoltà come Ministro della Difesa a portare una corona di fiori al monumento dei partigiani al cimitero Maggiore di Milano. e non era un atto dovuto».

Quanto è cambiato dal comizio del 1972 che compare nel film di Bellocchio?

«Sono cambiati i tempi, siamo cambiati tutti, le parole che dicevo allora però potrei ripeterle oggi: "Viva l'Italia e bisogna superare fascismo e antifascismo". Già allora il desiderio era di pacificazione». 

Veniamo alla sua maggioranza: che ne pensa del contante a diecimila euro? Davvero aiuterà l'economia e i più poveri?

«Intanto il tetto sarà a cinquemila euro e poi più che i poveri aiuterà l'economia tutta.

Non ha senso un provvedimento limitativo del contante come quello attuale che non ha uguale in tutta Europa, dove per altro l'indicazione è di un tetto a diecimila. Non aiuta i turisti, ad esempio. E poi in Austria e Germania non hanno limiti».

Ma nemmeno gli evasori che abbiamo noi e neanche le mafie.

«Non credo che le mafie facciano affari a 5.000 euro». 

Ma gli evasori fiscali sì.

«Io dico che l'evasione si combatte con la cultura della legalità e la fiscalità. Fosse così facile, dopo questi provvedimenti avremmo dovuto sconfiggere l'evasione ma non mi pare accada. Vuol dire che ci vuole un approccio diverso». 

Come quello per i medici No Vax? Non le sembra che togliere le penalizzazioni sia uno schiaffo a chi ha rispettato le regole?

«Non credo che qualcuno si senta schiaffeggiato. Chi come me si è vaccinato e ha vaccinato anche i propri figli, lo ha fatto a prescindere dal fatto che si trattasse di un obbligo. Oggi non è più necessario e allora continuare a tenere una sanzione per i medici No Vax credo sarebbe un danno più per le strutture sanitarie che per i medici stessi. Abbiamo sempre pensato che il convincimento valga più della coercizione»

Il Presidente Mattarella, però, su questo tema ha messo in guardia.

«Il Presidente ha fatto benissimo a sottolineare che si debba continuare a vigilare. Ma il problema non è che si debba o meno, ma come». 

Per molti lei è apparso più un capo del partito che la seconda Carica dello Stato, non crede dovrebbe fare un passo indietro?

«Contesto questa cosa e rivendico di poter mantenere la promessa solenne davanti al Senato di essere presidente di tutti, sforzandomi di garantire sia maggioranza che opposizione. Solo a me hanno cominciato a guardare dove metto i piedi! Ricordo che Bertinotti, Fini e Casini erano capi di partito e facevano i Presidenti della Camera.

Oppure ricordo il Presidente del Senato Forlani: altro che La Russa! Per quanto mi riguarda, si devono abituare: se nella forma sarò meno paludato, nella sostanza potete stare sicuri che saprò essere imparziale e possibilmente non del tutto escluso dalla vita politica».

Chi era Sergio Ramelli, vittima dei rossi citata da La Russa. Redazione su Il Riformista il 14 Ottobre 2022 

L’omicidio di Sergio Ramelli avvenne a Milano nel 1975 durante gli anni di piombo. Ramelli, studente milanese di 19 anni e militante del Fronte della Gioventù, il 13 marzo 1975 stava ritornando a casa, in via Amadeo a Milano; parcheggiato il suo motorino poco distante, in via Paladini, si incamminò verso casa.

All’altezza del civico 15 di via Paladini, fu assalito da un gruppo di extraparlamentari comunisti di Avanguardia operaia armati di chiavi inglesi, e con queste colpito più volte al capo; a seguito dei colpi perse i sensi e fu lasciato esangue al suolo. Gli aggressori, tra cui Marco Costa, Giuseppe Ferrari Bravo, Claudio Colosio, Antonio Belpiede, Brunella Colombelli, Franco Castelli, Claudio Scazza e Luigi Montinari. provocarono numerosi traumi alla vittima, che morì il 29 aprile, oltre un mese e mezzo dopo l’aggressione.

I responsabili furono identificati dieci anni dopo l’accaduto e, dopo un’iniziale condanna per omicidio preterintenzionale in primo grado, furono riconosciuti colpevoli di omicidio volontario al termine dei tre gradi di giudizio del processo, durato da 1987 al 1990.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

Milano, La Russa e il caso Ramelli. Così il processo per la morte di Ramelli cambiò La Russa per sempre. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 15 Ottobre 2022 

Se c’è uno che è sempre stato capace di farsi uno e trino, e poi anche concavo e convesso, non secondo gli insegnamenti di Silvio Berlusconi, ma quelli del suo maestro Pinuccio Tatarella, “ministro dell’armonia” ma anche un vero doroteo secondo alcuni, questo è Ignazio La Russa, da due giorni Presidente del Senato. Un fascistone è dunque diventato il numero due dello Stato, quello che dovrebbe assumere le vesti del Presidente della repubblica, in caso di impedimento di quest’ultimo? Uno che non solo non è di sinistra, e questo pare già grave per chi deve rivestire quel ruolo, ma che addirittura vanta quella fiamma che gli arde nei sentimenti, oltre che nel simbolo dei suoi vari partiti, dal Movimento sociale, passando per Alleanza Nazionale e infine Fratelli d’Italia.

Negli anni Settanta, ricchi di ideali e di tragedie, a Milano, nel mondo della sinistra, soprattutto quella cosiddetta “extraparlamentare”, quando sentivi parlare dei “fratelli La Russa”, la mente ti correva subito a violenza e pestaggi dei fascisti. Un po’ il contraltare dei “fratelli Bellini” del quartiere Casoretto, frange estreme di Lotta Continua, che evocavano non certo momenti di pace sociale. Un po’ erano esagerazioni, ma anche un po’ no. Poi in realtà i fratelli La Russa erano tre e uno di loro, Vincenzo, era un democristiano placido, cui di recente una commissione conciliare milanese di sprovveduti ha negato la sepoltura al Famedio, il luogo in cui si rende onore a chi ha contribuito a far grande Milano, con l’argomento idiota del momento politico particolare. Cioè quello in cui un fratello del defunto stava per diventare Presidente del Senato. Ma gli altri due fratelli La Russa, Ignazio (e chi se ne frega del suo secondo nome) e Romano erano decisamente ragazzi di piazza. Ma anche, come si direbbe a sinistra, “di lotta di governo”. Dentro e fuori le istituzioni.

A Milano la figura di Ignazio La Russa è legata soprattutto alla storia di Sergio Ramelli, della sua morte tragica, del processo che ne è seguito, delle lacerazioni che quegli eventi hanno portato nella sinistra molto più che nella destra. Le due parti contrapposte per lunghi decenni, e in parte ancora, sono rimaste ibernate nei propri giacigli, le une vincolate dalla coazione a ripetere, a ogni anniversario, quel “presente” con o senza braccio alzato, gli altri a leccarsi le ferite per una presunta ingiustizia subita per quella morte non voluta nelle intenzioni. Anche se, pure il più scapestrato superficiale dovrebbe essere in grado di sospettare che una chiave inglese di 36 centimetri scagliata ripetutamente sul cranio di un essere umano può portare alla tragedia.

Ignazio La Russa a Milano è la vicenda Ramelli. Non solo perché ogni anno onora l’anniversario, ormai anche con il sindaco e le istituzioni. Ma perché è cresciuto “con” e “in” quel processo. Lì c’è anche un pezzo di mia storia, di cronista giudiziaria del manifesto, che si ritrovava a scrivere, giorno dopo giorno, udienza dopo udienza, di ragazzi della sua età, di un gruppo politico contiguo, Avanguardia Operaia, che avevano compiuto il gesto più spregevole. Non l’uso delle armi, come sarà successivamente con il terrorismo, ma il corpo a corpo in condizione dispari. Uno, l’aggredito, da solo e a mani nude, gli altri vigliaccamente in gruppo, forniti di spranga. Nella nostra mentalità di allora, di militanti di sinistra, questi erano gesti da fascisti, non da compagni. Pure purtroppo capitava anche quello, soprattutto negli ambienti dell’Università Statale di Milano, dove imperava il Movimento studentesco di Capanna e Cafiero. Ho assistito una volta al dopo-massacro, che aveva lasciato sul pavimento di una toilette una profonda scia di sangue, di un tizio perché “entrava mentre gli altri uscivano”. Sicuramente una spia. Quelli come me, estranei a quei comportamenti, tacevano ammutoliti. Incapaci di altro.

Il processo Ramelli ci ha fatti crescere. Intanto perché i responsabili dell’aggressione erano stati arrestati dieci anni dopo i fatti, quando ormai il servizio d’ordine della facoltà di medicina non esisteva più e neanche la stessa Avanguardia Operaia. Gli arrestati erano ormai diventati medici, avevano messo su famiglia, molti erano lontani dalla politica. Il processo pareva ormai un assurdo, tanti anni dopo. L’avvocato La Russa fu fondamentale. Se qualcuno pensa oggi che le parole di conciliazione da lui dette due giorni fa in Senato, quando ha ricordato gli anni settanta a Milano, sintetizzandoli nel delitto Calabresi, oltre alla tragedia del diciottenne Ramelli e alla scomparsa di due simboli della sinistra, Fausto e Iaio (forse vittime di spacciatori più che di fascisti) siano state di comodo, non conosce la persona.

Al processo Ramelli l’avvocato La Russa, legale di parte civile della famiglia offesa, non ha mai chiesto vendetta, non ha rivendicato ergastoli né punizioni esemplari. Era sempre al fianco della signora cui avevano strappato un figlio che ancora andava a scuola, e non fu soddisfatto della prima sentenza che aveva qualificato il delitto (come forse era giusto) come omicidio preterintenzionale. Quando poi però l’appello, cui erano ricorsi tutti, accusa e difese, riportò la vicenda nel canale della premeditazione ma riducendo drasticamente le pene, il legale di parte civile non cercò il terzo grado di giudizio per avere più carcere. Quegli ex ragazzi ancora alla sbarra dopo tanti anni erano stati suoi avversari politici e avevano ammazzato in modo brutale un suo giovane camerata.

Ma lui disse: “Non ricorreremo in Cassazione, siamo soddisfatti perché abbiamo avuto giustizia. Proprio partendo da questa sentenza si potrà avviare una definitiva pacificazione degli animi, ripensando criticamente le violenze che hanno avvelenato il passato. Non era solo l’omicidio di Ramelli a essere giudicato ieri”. Era il 2 marzo 1989. Sette anni prima di un analogo evento da lui citato in Senato, quello del 10 maggio 1996, quando Luciano Violante fu eletto presidente della Camera. Il caso ha voluto che anche quel giorno io fossi presente, e ho applaudito convinta il discorso di un esponente di una maggioranza cui il mio partito, Forza Italia, si opponeva. L’ho applaudito proprio per quel discorso sui “vinti”, che mi era parso da subito non strumentale, come del resto la storia successiva dell’ex magistrato piemontese dimostrerà.

Violante non era stato un giovane “di piazza” come La Russa, ma aveva avuto un percorso di pubblico ministero “di lotta” da farsi perdonare, per lo meno agli occhi di noi garantisti. Nel mio passato, e in quello della mia famiglia (padre liberale, nonno socialista) non c’è traccia di appartenenza alla destra. Ma mi sono commossa quel giorno nel ricordo di quelle “migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze che, quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salò e non dalla parte dei diritti e delle libertà”. Sono quelli i momenti in cui riesci a sentirti vicini, proprio come due giorni fa al Senato, anche il “comunista” Violante e il “fascista” La Russa. Concavi e convessi, ma positivi. 

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

I 50 anni dei La Russa in Parlamento. Ignazio: «Come mio padre, sono riuscito a fare l’avvocato e il politico». Marco Cremonesi su Il Corriere della Sera il 26 Maggio 2022.

Antonino La Russa entrò alla Camera nel ’52 e ne uscì nel ‘92: il giorno prima che ci entrasse il figlio, che oggi rievoca. «Il momento più esaltante della mia carriera? Quando il 13 giugno del 1970 il Msi diventò il primo partito a Catania e Bolzano: mai lo avremmo pensato». 

«La mia soddisfazione maggiore? L’essere riuscito a fare il politico e l’avvocato. Esattamente quel che ha fatto mio padre». La famiglia di Ignazio La Russa il 25 maggio ha compiuto 50 anni ininterrotti di Parlamento: il padre Antonino entrò alla Camera nel 1952 e ne uscì nel 1992, il giorno prima che ci entrasse il figlio. Ma il demone della politica ha sempre posseduto tutta la famiglia: il fratello maggiore, il democristiano Vincenzo («la nostra pecora bianca») è stato a lungo sia alla Camera che al Senato, il minore Romano è stato eurodeputato ma anche la sorella Emilia è un’accesa militante.

Tutto nasce con suo padre Antonino?

«A dire il vero, il deputato Dc Domenico La Russa, nobile e calabrese, negli anni ‘70, nel lasciare il Parlamento scrisse a mio padre che secondo lui eravamo parenti, e dunque la famiglia La Russa sarebbe stata in Parlamento dal 1861. Ma io, non nobile e siciliano, non ci credo e mio padre ci rideva su. Dunque sì, tutto nasce da mio padre».

Era soddisfatto che lei proseguisse la tradizione?

«Credo di sì. Ma lui era sì un politico, con la P maiuscola, ma in lui non era l’unica passione. Amava allo stesso modo anche fare l’avvocato così come il dirigente d’azienda. Amava fare l’avvocato anche se negli anni ‘50 molti lo pagavano con un saluto romano e al massimo qualche regalo a Natale. E dato che lui è stato il cuore del mio sviluppo ideale, io volevo essere come lui, politico e avvocato. E dunque, il mio maggior successo è stato il riuscirci. Spero di aver preso anche un po’ della sua ironia».

Un esempio?

«Beh, quando nel 1994 siamo arrivati al governo il suo commento fu: “Tutti questi anni, tutta questa fatica per mandare al governo ‘sti carusi”...».

Suo padre fu giovanissimo segretario del partito fascista a Paternò. Come prese la svolta di Fiuggi?

«Disse: “Fate benissimo, è giusto... Ma io non mi iscrivo. Non c’entro”. Più avanzavano gli anni, più tornava a quelli suoi più lontani, a quando era presidente degli universitari fascisti».

Una discussione politica dura?

«Mai. Soltanto, quando io tardavo a laurearmi perché inghiottito dalla politica, lui mi disse: “Non ti ho mai detto di non farla. Ma adesso che devi laurearti, per un po’, rallenta”. Fu lui ad accompagnarmi alla laurea, armato, cosa per lui mai avvenuta prima».

Armato?

«Sì, io ho fatto l’università a Pavia, dato il clima a Milano non avrei potuto frequentare. Ma anche lì, era complicato: per fare l’ultimo esame sono stato fatto entrare passando per cunicoli e sotterranei. In realtà, alla laurea invece non successe nulla: era la fine di luglio, saranno stati tutti in vacanza. Ma mi è stato vicino anche alla mia prima arringa. Poco tempo dopo avvenne un fatto che ha fatto nascere la mia considerazione positiva per Francesco Borrelli».

Perché?

«Seguivo un processo per rapina e omicidio, Borrelli era presidente della Corte d’assise. Alla sera io non ero soddisfatto: l’imputato era stato assolto dall’accusa di omicidio, ma era stato bastonato per la rapina: 9 anni. Ma Borrelli chiamò mio padre per complimentarsi con lui della mia arringa. Ammetto che anche per questo mai io ho polemizzato con Borrelli, nemmeno nei momenti più tesi delle vicende di Berlusconi. E, se è per quello, nemmeno con Piercamillo Davigo, il migliore di tutti come preparazione giuridica».

I suoi fratelli? Che rapporto aveva con Vincenzo?

«Lui era la mia guida. Sapeva tutto, studiava sempre. Non c’erano internet o social, ma la mia fonte di consapevolezza era lui. Una sicurezza».

E con Romano?

«Lui era il più determinato. Quando fui eletto segretario della Giovane Italia a Milano, ci fu una protesta: perché non Romano, altrettanto preparato? La politica in quegli anni era anche una questione di coraggio fisico e lui ne aveva più di me».

Lei si è trasferito a Milano come suo padre. Era anche lui interista?

«Ma no, lui non si è mai appassionato in modo viscerale. Chiamava i terzini i “back”, con la terminologia inglese che si usava nei suoi anni. Anche se fu presidente della squadra di Paternò. La chiamò “Fiamma”. La squadra vera, che si chiamava Ibla, era stata radiata per invasione di campo e l’arbitro dovette farsi due mesi di ospedale. Pensi che tra quelli entrati in campo c’era anche mio fratello Vincenzo».

Ma come? Suo fratello era persona moderatissima e garbata…

«Sì, ma lì andò così , entrarono praticamente tutti. È uno dei miei primi ricordi di calcio: io ero piccolo e piangevo, c’erano due carabinieri a cavallo che erano entrati in campo per salvare l’arbitro dando gran sciabolate di piatto…».

Lei ha attraversato fasi diversissime della politica. La fiamma è ancora nel simbolo del partito…

«Nelle idee c’è una continuità e un’evoluzione. Per certi temi, non c’è una necessità di evoluzione: il nostro atlantismo è quello che arriva da Almirante, e da allora non abbiamo mai avuto dubbi sulla Nato come strumento difensivo. Per il resto, il Msi era il partito degli sconfitti della guerra. Ma il loro grande merito è quello di non avere mai pensato al terrorismo o a ribellioni contro la scelta democratica. Certo: rivendicavano un diverso giudizio sulla storia, ma hanno costruito un partito che più democratico non si può».

Il momento più entusiasmante della sua carriera?

«Quando il 13 giugno del 1970, il Msi diventò il primo partito a Catania e Bolzano, mai lo avremmo pensato. E poi, quando diventai segretario della Giovane Italia. Invece che mio fratello».

Da ministro della Difesa, lei andò a El Alamein. Suo padre, in guerra, fu catturato lì. È quello il motivo?

«Sì, fino a un certo punto... Mio padre diceva: “Ma perché tutti parlano di El Alamein, dove abbiamo perso, invece che parlare di Tobruck dove abbiamo vinto?”. Io avevo regalato al ministero una sua foto mentre stava aspettando lo scambio dei prigionieri. Ma anni dopo qualcuno l’ha fatta rimuovere…».

Altre foto da ricordare?

“Io, Pinuccio Tatarella, Luciano Laffranco e Maurizio Gasparri che stiamo per partire da Vulcano, nel 1987, dopo aver passato otto ore a organizzare la corrente finiana una volta avuto il via libera da Almirante che era a Taormina era ospite di mio padre. Credo che quella stessa foto l’abbia sulla sua scrivania anche Maurizio».

Polemiche sul fratello di La Russa, la cerimonia dei camerati e la nostalgia canaglia. Fulvio Abbate su Il Riformista il 23 Settembre 2022 

Il “saluto romano” di Romano La Russa, si perdoni il paradosso, non sottilizziamo, tutto vero, giunge da un uomo, un dolente, che al funerale dell’amico Alberto Stabilini, militante dell’estrema destra milanese, solleva il braccio in un presunto gesto caro alla tradizione sepolcrale dei fascisti. In verità, a guardare bene il video, Romano sta lì a compiere il gesto in modo assai approssimativo, cosa che, quasi certamente, in tempi littori, non gli avrebbe fatto ottenere neppure i galloni di capomanipolo. Nel senso che, diversamente dagli altri partecipanti alle esequie, tutti in piedi davanti al feretro mentre, gagliardi e massicci, mostrano il braccio sollevato verso l’alto in tutta la sua pienezza, il La Russa, assessore alla sicurezza della Regione Lombardia, Fratelli d’Italia così come il più risaputo congiunto Ignazio, nonostante quel nome familiare mussoliniano, mostra una qualche remora proprio nella sollevazione dell’arto. Un implicito “non esageriamo, dai!”.

In quel momento, lo sappiano anche i profani, in attesa della tumulazione, si sta compiendo il rito del “Presente!”, cerimonia di derivazione militare, è vero, nel senso che il “caduto” va immaginato ancora lì vivo tra i suoi “camerati”, anche lui idealmente a rispondere con medesima procedura da piazza d’armi o palazzina-comando. Nessuno come i fascisti, si sappia anche questo, è davvero provetto nel rito del “Presente!”. A Roma, per fare un esempio concreto, tra di loro c’è addirittura un signore attitudinalmente preposto allo scopo, ogni qualvolta occorre in modo marziale rinserrare le fila affinché il saluto giunga nel migliore dei modi, ossia militare, eccolo lì a prestare la propria opera, lo si è visto, non molti anni fa, in occasione del funerale del compianto Teodoro Bontempo. E tuttavia Romano La Russa afferma che non si trattava di saluto fascista bensì di saluto militare, che è ben diverso, nulla di apologetico, semmai brivido di perduto casermaggio, porta carraia, alzabandiera, stecca, “cubo”, far frullare la catenella della chiave del proprio armadietto intorno al dito in senso ora orario ora antiorario, cose che lo scrittore Michele Mari ha narrato nel suo Filologia dell’anfibio; nostalgia canaglia grigioverde.

Se la memoria non mi inganna, va detto ancora che, per anni, finché costoro erano vivi, primi giorni di aprile, davanti alla chiesa della Madonna di Loreto, piazza Venezia, Roma, si raccoglievano gli anziani malfermi sulle gambe ormai reduci italiani di parte fascista della guerra civile spagnola, gli stessi che infine deponevano una corona all’Altare della Patria: anche in quel caso c’era modo di vedere un braccio teso sollevato nel “saluto del legionario”; se le cose stanno così, dunque, una qualche ragione assolutoria Romano potrà comunque vantarla. Assodato che il confine tra apologia e sua variante da contrappello serale è labile, si può comunque argomentare. Restando però in tema, mettendo da parte gli anni del regime con il suo “premilitare” e le adunate del “sabato fascista”, ora che ci penso, alcuni orgogliosi, se non minacciosi, saluti romani ricordiamo di averli visti fare agli uomini del “Boia chi molla” al passaggio della manifestazione antifascista che seguì la rivolta di Reggio Calabria, primi anni Settanta.

Tornando al nodo dell’accusa, al di là della piena attendibilità democratica e antifascista della Meloni che già si prefigura a Palazzo Chigi, occorre dire che l’apparizione del saluto (di Romano), come gli stesso ha detto, potrebbe riassumersi nelle parole autoassolutorie del diretto attenzionato: «Non credevo che il saluto di quindici settantenni rincoglioniti a un amico avrebbe scatenato questo putiferio». Ossia cerimonia residuale, po’ come, perla di YouTube, purtroppo ormai cancellata, gli uomini di Stefano Delle Chiaie che intonano l’inno di Avanguardia Nazionale accompagnato dal doveroso battitacco. Ciò sia detto dopo aver chiarito che il fascismo è bene rifugio persistente nel nostro Paese, o forse, in quest’ultimo caso, non c’era bisogno di chiamare il semiologo per avere conferma di certa prossemica rituale nera. Tornando con puntiglio alla sostanza storica del nostro discorso, va aggiunto nel 1932, in occasione della cosiddetta Mostra della Rivoluzione Fascista nelle sale del Palazzo delle Esposizioni di Roma, ventennale del regime, per l’occorrenza trasformato in fortezza littoria, un’intera sala venne costellata dalla scritta “Presente!” ripetuta all’infinito, personalmente non c’eravamo, fanno comunque fede gli scatti originali, e sembra comunque che si riferisse proprio ai “camerati”, dunque alla ritualità fascista; Romano La Russa, quando il nome è un destino.

Fulvio Abbate. Fulvio Abbate è nato nel 1956 e vive a Roma. Scrittore, tra i suoi romanzi “Zero maggio a Palermo” (1990), “Oggi è un secolo” (1992), “Dopo l’estate” (1995), “Teledurruti” (2002), “Quando è la rivoluzione” (2008), “Intanto anche dicembre è passato” (2013), "La peste nuova" (2020). E ancora, tra l'altro, ha pubblicato, “Il ministro anarchico” (2004), “Sul conformismo di sinistra” (2005), “Roma vista controvento” (2015), “LOve. Discorso generale sull'amore” (2018), "Quando c'era Pasolini" (2022). Nel 2013 ha ricevuto il Premio della satira politica di Forte dei Marmi. Teledurruti è il suo canale su YouTube.

Silvio Berlusconi e Ignazio La Russa, altro che vaffa: quanti affari tra le due famiglie. Vittorio Malagutti su L'Espresso il 13 ottobre 2022.  

Geronimo, figlio maggiore del presidente del Senato, è stato per anni consigliere di società controllate dal Milan e ora amministra una delle holding azioniste di Fininvest. Poco importano gli screzi a Palazzo Madama

Sarà pure un gran tifoso dell’Inter il neo presidente del Senato Ignazio La Russa. In famiglia però quando si tratta di affari non c’è tifo che tenga. E infatti Geronimo La Russa, 42 anni, avvocato, il meno giovane dei tre figli dello storico leader milanese della destra, è stato per anni consigliere di alcune società che facevano capo al Milan, all’epoca controllato dalla Fininvest di Silvio Berlusconi. Nomi come Milan entertainment, ACM servizi assicurativi e Milan Real estate.

Chiusa la parantesi calcistica, è rimasto il legame d’affari con la famiglia del capo di Forza Italia. E infatti dal 2020 La Russa junior è consigliere della Holding Italiana Quattordicesima, il veicolo societario controllata da Barbara, Eleonora e Luigi Berlusconi, i tre figli del Cavaliere nati dall’unione con Veronica Lario. La Holding Quattordicesima, oltre a varie partecipazioni minori, possiede il 21 per cento di Fininvest. Difficile che lo screzio di questa mattina al Senato, con il presunto vaffa di Berlusconi a La Russa padre, riesca quindi a incrinare un rapporto d’affari tra le famiglie che sembra consolidato negli anni. 

Del resto il giovane Geronimo, che anni fa con Barbara Berlusconi fondò anche una onlus benefica (Milano Young) era già stato ambasciatore di famiglia anche nel gruppo di un’altra dinastia storicamente molto legata ai La Russa. E infatti a soli 25 anni, il figlio maggiore del neo presidente del Senato entrò nel consiglio di amministrazione di Premafin, holding quotata in Borsa dell’allora potentissimo Salvatore Ligresti. La Russa junior prese il posto in consiglio di suo nonno Antonino, morto nel dicembre 2004, anche lui avvocato e per 20 anni, fino al 1992, senatore nelle fila del Movimento sociale italiano.

Ignazio, dal Msi al vertice. Il primo comizio a dieci anni, la "tribù indiana" dei tre figli. Nel ’70 era già iscritto al partito, sulle orme del padre, volontario in Africa. Poi la carriera da legale e i processi ai brigatisti. Stefano Zurlo il 14 Ottobre 2022 su Il Giornale.

Cinquant'anni fa era già come è oggi. La telecamera di Marco Bellocchio lo riprende nel 1972 nella sequenza iniziale di Sbatti il mostro in prima pagina: Ignazio La Russa arringa la folla, c'è solo un barbone barricadiero a segnare la stagione tumultuosa, al posto del pizzetto mefistofelico dei decenni successivi, per il resto poco cambia.

Dicono che abbia tenuto il primo comizio a dieci anni e può essere che questa sia una leggenda ma certo la politica ce l' ha nel sangue: suo padre Nino, volontario in Africa, catturato a El Alamein, prigioniero fino al 1946, segue Almirante nel Movimento sociale italiano, insomma si colloca da parte degli sconfitti e dei reduci di Saló. Il figlio segue la stessa traiettoria e nel 1970, ancora prima delle riprese di Bellocchio, è già iscritto al partito.

Studia nella svizzera tedesca, si laurea in giurisprudenza a Pavia, comincia a fare l'avvocato. Penalista.

Tifa Inter, di un tifo sfegatato, si sposa due volte, con Marisa e poi con Laura, ha tre figli i cui nomi coniugano la tradizione con la sua passione smodata per gli indiani: Geronimo, Lorenzo Cochis, Leonardo Apache. Insomma, ha una formazione poliedrica con una vena libertaria, anche se è ancorato al filone della destra postfascista che mai rinnegherà. Siciliano di Paternò, dove è nato nel 1947, diventa amico di Salvatore Ligresti che è nato nello stesso paese. Anzi, a dirla tutta eredità rapporti che risalgono ai padri e ai nonni. Tutti gli anni a Natale è a casa Ligresti per gli auguri e i tre rampolli di Salvatore - Jonella, Giulia, di cui celebrerà il matrimonio in seconde nozze a Taormina, Paolo - lo considerano un fratello maggiore.

Un'altra voce sostiene che è proprio lui a presentare a Ligresti Enrico Cuccia, ma l'ingegnere in famiglia ripeterà sempre un'altra versione: «L'ho conosciuto in aereo».

Nel 1992, ormai all'inizio della tempesta di Mani pulite, entra in Parlamento in una sorta di staffetta ideale: il padre, senatore per vent'anni di fila, lascia idealmente lo scranno a Ignazio.

In realtà c'è anche il fratello Vincenzo, pure lui preso dallo stesso demone ma democristiano, la pecora bianca del clan, e poi con il Ccd, Vincenzo, al centro di penose polemiche oggi che non c'è più, perché gli è appena stata negata l'iscrizione al Famedio; e poi c'è un terzo fratello, Romano, assessore regionale, pure lui nel mirino per un presunto saluto in tono col nome.

Chincaglierie ma non solo, nella biografia di Ignazio c'è anche la forza dell'impegno professionale. Assiste la mamma di Sergio Ramelli, lo studente ucciso a sprangate da un gruppo di Avanguardia operaia e morto dopo una straziante agonia.

Persino il suo funerale è una cerimonia clandestina, in una Milano livida e impaurita. La Russa è con la sua famiglia, ed è parte civile nel processo ai brigatisti che hanno ammazzato due militanti missini a Padova, nel 1974, un episodio che segna il battesimo di sangue delle Br.

É la grande cronaca che torna con la difesa di Cesare Previti in un drammatico incidente probatorio in cui Stefania Ariosto, il teste Omega della procura, scappa in lacrime e poi sviene.

Il resto è la storia della destra nelle sue evoluzioni: l'Msi, An con Gianfranco Fini, poi l'esperimento fallito del Pdl, la stagione in cui è ministro della difesa, infine FdI, fondato con Guido Crosetto e Giorgia Meloni e dove ben presto arriva Daniela Santanché, sua storica amica. L'avventura di una minoranza che oggi, come testimonia la commozione incredula nel discorso di insediamento, va alla guida del Paese.

La via imparziale segnata da Crispi. Se c'è un uomo che ha fatto della militanza politica la ragione della propria esistenza, ebbene questi è Ignazio La Russa. Paolo Armaroli il 14 Ottobre 2022 su Il Giornale.

Se c'è un uomo che ha fatto della militanza politica la ragione della propria esistenza, ebbene questi è Ignazio La Russa. Non gli si addicono i ni. Per lui valgono gli evangelici sì sì, no no. Perciò sembrerebbe il meno indicato per la presidenza di una delle due assemblee legislative. Anche se la sua vita politica si è il più delle volte incrociata con la vita delle istituzioni. Ma le istituzioni riescono a fare miracoli: a trasfigurare un personaggio, grande o piccolo che sia. E per l'appunto questo è il caso del neoeletto presidente di Palazzo Madama.

Siciliano lui, nato a Paternò, siciliano Francesco Crispi, nato a Ribera, nei pressi di Agrigento. Come La Russa, anche Crispi, fiero dei suoi principi, non si può dire che fosse un uomo accomodante, incline ai compromessi cari ad Agostino Depretis, suo presidente del Consiglio. No e poi no. Eppure, la presidenza della Camera dei deputati lo cambia da così a così. Basterà citare le parole pronunciate nella seduta del 26 novembre 1876 in occasione del suo discorso d'insediamento ai Montecitorio: «Accanto all'ardore dell'animo, all'eccitabilità della fibra ho posto il dominio sicuro di una ferma volontà, e questa adoprerò tutta per mantenere la più stretta imparzialità nel presiedere e regolare le vostre discussioni. Con tale proponimento dimenticherò il posto da cui venni, ricorderò quello in cui sono. Essendo alla Presidenza di questa Camera, rammenterò sempre che ebbi da voi un sacro deposito, la libertà della tribuna ed integro lo trasmetterò al mio successore. A destra, a sinistra, al centro e sui seggi ministeriali io non distinguo partiti, io non riconosco che uomini devoti al bene della patria comune».

Crispi non parlava mai a vanvera e presto farà seguire i fatti alle auliche parole di cui sopra. Così nella seduta della Camera del 2 marzo 1877 si fece togliere dalla chiama. E da allora prima i presidenti di Montecitorio e poi i presidenti di Palazzo Madama non presero più parte alle votazioni proprio allo scopo di rimarcare la loro più assoluta imparzialità. Ecco, ieri La Russa non è stato da meno del suo illustre conterraneo. Ha pronunciato parole apprezzate sia da coloro che lo hanno votato sia da coloro che hanno votato scheda bianca. All'insegna della pacificazione nazionale.

Estratto dell’articolo di Claudio Sabelli Fioretti per il Fatto Quotidiano il 16 ottobre 2022.  

Ignazio La Russa Ammise di avere in sé una alta percentuale femminile. Ciò mi dette il coraggio di fiondarmi in quella crepa aperta. E gli chiesi se aveva mai avuto rapporti omosessuali. Posso fare questa domanda a un ex fascista? "Puoi. Ma la mia risposta è no", disse. Io, giornalista a schiena dritta, non mi arresi. Se ti scoprissi improvvisamente gay che cosa faresti? "La prenderei male. Non vorrei perdere i piaceri dell'eterosessualità". (..)

Tradire è uguale per uomo e per donna? "Se ragiono dico di sì. Ma non ragiono e dico di no. Il tradimento della donna è più grave". Vergogna Ignazio! Ti avevo dato la possibilità di fare bella figura e l'hai gettata alle ortiche. Ma già che siamo ormai intimi, come sei come amante? "Tenero". Ecco fatto, avevo intervistato l'unico fascista tenero che si aggirava per l'Italia. Allora, quasi per vendicarmi, feci partire l'ultima domanda. Cattiva, antipatica, dispettosa. Anche un po' scema.

Sei un eiaculatore precoce?

"Non sono un incredibile stallone". L'avevo capito. "Ma nemmeno uno di cui le donne dicono: 'Dio mio che disastro'. Nella media. A chi non è andata male una volta nella vita?".

È vero.

Chi era Antonino La Russa, il papà missino che accettò un figlio nella Democrazia Cristiana. Chiara Capuani su Il Riformista il 13 Ottobre 2022

Un po’ Viceré, un po’ Gattopardo. La Saga familiare dei La Russa (o dei Paternesi) affonda le sue radici nella Sicilia della prima Guerra Mondiale, dove il capostipite nacque nel 1913, in quel di Paternò, comune di 44mila abitanti in provincia di Catania. E fu sempre lì che ‘Gnazio o La Rissa – come lo chiamavano durante gli anni d’oro da responsabile del Fronte della Gioventù – ha mosso (letteralmente) i primi passi.

Il neo eletto presidente del Senato deve senza dubbio gran parte della sua fortuna al padre Antonino, detto Nino, avvocato e dirigente d’azienda nonché ex segretario politico del Partito Nazionale Fascista. Strenuo sostenitore dell’Italia del Duce, partito volontario per il fronte nordafricano durante la seconda guerra mondiale, La Russa senior aderì al Movimento Sociale Italiano a Paternò, divenendone commissario provinciale nel 1958. Anni dopo, fu senatore della Repubblica per il Movimento Sociale Italiano, nonché membro al Senato della Commissione industria; dal 1979 al 1980 fu vicepresidente del Gruppo parlamentare.

Una vita a metà tra politica e affari, che si intrecciò inesorabilmente con quella del compaesano Salvatore Ligresti e con il finanziere Michelangelo Virgillito, entrambe figure chiave nella corsa al potere dei “Paternesi”. Anni di militanza nel partito e devozione alla causa, che portarono i La Russa dalla Sicilia a Milano, dove approdarono negli anni ’60 e dove il neo presidente del Senato frequentò le scuole e poi il collegio svizzero, così come il fratello Romano e la sorella Emilia. E proprio nel giorno del suo insediamento come capo di Palazzo Madama, il figlio non poteva non ricordare il padre.

L’ha fatto nel suo primo discorso ufficiale, durato poco più di una mezz’ora, dove tra un ringraziamento al Papa e uno a Liliana Segre, ha dichiarato: “Sono stato sempre un uomo di parte, di partito più che di parte, ma in questo ruolo non lo sarò. E’ una lezione che ho appreso in tanti anni, tra gioia e dolori; anni di militanza, di affermazioni, di difficoltà, cercando sempre di cogliere dagli eventi ogni utile occasione di crescita, anche di messa in discussione delle proprie posizioni. Non rimanere abbarbicato a idee immutabili, ma svilupparle senza tradirle è stato l’impegno non solo mio, ma della mia parte politica in maniera larga. Un insegnamento -consentitemelo- che a livello personale ho appreso da mio padre, che è stato senatore di questa Repubblica, e a livello politico ho ricevuto da più persone, ma in particolare da un uomo che ha insegnato a me e non solo a me il valore del dialogo e dell’armonia. Non a caso veniva chiamato ‘ministro dell’armonia’, il non dimenticato onorevole Pinuccio Tatarella“.

Poi ha promesso di essere il presidente di tutti, perché – a detta sua – la libertà Ignazio Benito Maria La Russa, l’ha respirata in casa fin da piccolo (no, non quella dove sono custoditi i busti di Mussolini o foto del colonialismo fascista, camice nere e Balilla) ma quella dove ha vissuto con i genitori, dove nonostante la militanza paterna, il fratello Vincenzo – il maggiore dei quattro figli – aderì alla Democrazia Cristiana, di cui fu consigliere provinciale di Milano dal 1975 al 1980. La stessa libertà professata dall’altro fratello, Romano Maria, salito alla ribalta delle cronache per aver fatto il saluto fascista durante i funerali del cognato Alberto Stabilini, il 19 settembre, ripreso in un video circolato sul web e sui giornali, e per il quale la procura di Milano ha poi aperto un fascicolo. Chiara Capuani

Da tpi.it il 14 ottobre 2022.

Un giovanissimo Ignazio La Russa – nominato ieri presidente del Senato –  compare nella scena iniziale del film di Marco Bellocchio “Sbatti il mostro in prima pagina”. Il regista riprese il comizio durante una manifestazione a Milano.

I partecipanti erano missini, monarchici ma anche liberali e democristiani, appartenenti alla cosiddetta ‘Maggioranza silenziosa’, un movimento politico anti-comunista. L’anno era il 1972, La Russa aveva 25 anni e dal 1971 era il responsabile del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del Movimento sociale italiano. Di questo, dell’elezione a presidente del Senato e del futuro che si aspetta, ne abbiamo parlato con Marco Bellocchio, il regista. 

Cosa pensa di queste elezioni?

Sono rimasto un po’ indifferente a queste elezioni.

Se l’aspettava che 50 anni dopo (il film “Sbatti il mostro in prima pagina”, ndr.) quel giovane missino sarebbe arrivato alla seconda carica dello Stato?

Certo che no, non è che ci pensassi, né io ci ho pensato per 50 anni. È arrivato. Mi sembra innocuo, non mi sembra che possa instaurare il regime fascista. Semmai quell’altro, Fontana, è più giovane, più reazionario, lo vedo peggio. Però di solito le persone quando vanno al potere si ammorbidiscono, devono mediare.

Perché il “potere logora chi non ce l’ha”?

Penso che logori anche chi non ce l’ha. 

Come mai all’epoca scelse quelle immagini?

Stavo girando “Sbatti il mostro in prima pagina”, era un clima di grande agitazione, la politica era una cosa che coinvolgeva molto i giovani, c’erano ideali, il comunismo, il marxismo, la rivoluzione. 

Mentre giravamo il film – per la cui sceneggiatura avevo chiesto la collaborazione di Goffredo Fofi – riprendemmo alcune immagini perché potessero diventare di repertorio, c’erano le elezioni imminenti, e per puro caso filmammo il palco dell’MSI in cui c’era La Russa, ma io non sapevo neanche chi fosse. Poi, molti anni dopo, qualcuno lo ha riconosciuto. Ricordo in quei mesi filmammo anche i funerali di Feltrinelli, era un clima incandescente.

Per il ministero della Cultura avrebbe un nome da suggerire?

No, non ce l ‘ho. Non sono così catastrofico. E’ chiaro che il governo di destra cercherà di non inimicarsi tutto un popolo geneticamente e tiepidamente di sinistra che è pieno di idealisti ma che poi pensa anche agli affari suoi. E a cui interessa soltanto che tutta una serie di benefici restino elargiti al cinema. 

Benefici che sono tanti, c’è un grande boom, per cui c’è questa cosa paradossale della piena occupazione; arrivano anche dall’estero, tutti si improvvisano attori per godere di una serie di vantaggi, e quindi sperano che il nostro ministro della Cultura non dirotti verso altre attività tutti i vantaggi che ha il cinema, la televisione, lo spettacolo in generale.

IL PRESIDENTE DEL COPASIR. Urso è il volto presentabile che serve a Giorgia Meloni. DANIELA PREZIOSI su Il Domani il 19 giugno 2022.

Con la guida del Comitato l’ex finiano si è guadagnato una visibilità, forse eccessiva, che coltiva a colpi di interviste. Nato missino, è europeista, liberale, filoisraeliano, e già agli inizi della sua carriera guardava al Ppe. Oggi è quello di cui ha bisogno la leader di FdI per dimostrarsi credibile leader di governo.

Lui è un filogovernativo naturale, il che aiuta la «pasionaria andalusa» addestrata alla politica al “college” di Colle Oppio, storica sezione romana del fascismo manesco. 

Ma ha la debolezza di essere ciarliero. E i colleghi cercano di contenerlo: «Sbaglia a sovraesporsi»,  «è un incontinente verbale», un altro, «nel pasticcio delle inesistenti liste di proscrizione, lui contribuisce ad aumentare la confusione». 

Parla, il fratello d’Italia Adolfo Urso. Parla tanto, per essere il presidente di un consesso top secret, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), interpreta questa riservatezza in una maniera incontenibilmente faconda, lui che pure è descritto come uomo timido, talvolta persino tendente al cupo. Dall’inizio del suo mandato, un anno fa, ha concesso trenta interviste. Conto approssimato per difetto, pallottoliere aggiornato a ieri. Escludendo dal mazzo i comunicati e le dichiarazioni estemporanee.

Per avere un metro di paragone basta pensare al suo predecessore Lorenzo Guerini: in un anno e mezzo di mandato non ne ha data nessuna. Giusto una, ma rigorosamente da esponente del Pd. Forse l’attuale ministro della Difesa esagera con il riserbo, è un giovane vecchio democristiano affezionato alle istituzioni, ma prima di lui anche gli altri presidenti si erano tenuti bassi con la stampa.

Per questo alcuni colleghi del comitato qualche volta, con tatto – Urso è suscettibile, come molti falsi introversi – lo consigliano: «Presidente, il Copasir deve parlare solo con gli atti, le sedute sono secretate». E invece Urso parla. Intendiamoci, non svela segreti di stato, ma manda comunicati, spiega, argomenta, replica. Per la gioia dei cronisti, per una scelta modernista di glasnost. O forse, meglio, perché da quello scranno di palazzo San Macuto Adolfo Urso sta costruendo il salto da ministro dell’Interno del prossimo, immaginario, governo Meloni. Matteo Salvini è avvisato: semmai la destra dovesse vincere, non speri di tornare al palazzo del Viminale, il nostro si è già piazzato ai piedi della scalinata. 

L’INCONTINENTE VERBALE

Il guaio è che Urso parla davvero tanto. Si concede con disinvoltura ai talk dove può succedere che il brutto della diretta lo faccia scivolare in qualche gaffe. Martedì scorso su La7, collegato da Washington – il Copasir era lì in visita ufficiale e la tentazione di mostrarsi con lo sfondo della Casa Bianca doveva essere irresistibile – si è scapigliato alzando la voce contro il conduttore Giovanni Floris colpevole, in una puntata precedente sul famoso dossierino dei servizi segreti sui filoputiniani di casa nostra, «di aver istituito un tribunale del popolo contro il Copasir che avete accusato persino di aver chiesto, con una telefonata a un colonnello, la lista dei dissidenti, in assenza di chiunque potesse difendere le istituzioni».

Solo che in entrambe le puntate, quella in corso e quella incriminata, un rappresentante delle istituzioni c’era. Il sottosegretario Bruno Tabacci che, per amor di patria e superiore senso dello stato, ha finto di non sentire. «Sbaglia a sovraesporsi», spiega un componente del Copasir, «è un incontinente verbale», un altro, «nel pasticcio delle inesistenti liste di proscrizione, lui contribuisce ad aumentare la confusione», e a tenersi in bilico fra il pericolo della propaganda straniera e il pericolo della libertà di opinione.

E così sabato scorso, anche lì tre interviste in linea con la sua sobrietà comunicativa, si interrogava pensoso sul perché ogni sua autorevole risposta non risulti risolutiva. «Speravo che bastasse a chiudere il caso – si lamenta – Dispiace che a distanza di dieci giorni dal chiarimento si continui con accuse del tutto infondate».

Va anche detto che Urso nel Copasir è in una posizione in qualche maniera sottosopra. Si sente un difensore delle istituzioni e per questo si trova fatalmente a fiancheggiare il governo; epperò è un membro dell’opposizione, anzi è l’unico dell’opposizione nel comitato, anche se è il capo. Lo è diventato con la nascita dell’esecutivo Draghi, ma dopo lungo e penoso travaglio. L’alleato Salvini, traslocato in maggioranza, non voleva cedere la cadrega da presidente allora occupata dal leghista Raffaele Volpi, ma attribuita per legge alla minoranza.

«In questo momento gli amici dell’Iran non sono amici miei», tuonava il leader leghista per sbarrargli la strada. L’allusione era a un trascorso professionale di Urso, un’attività di import-export con l’Iran, la società di consulenza Italy World Services, che si occupava di internazionalizzazione delle imprese. Un business durato poco, in cui si era rifugiato quando aveva lasciato la politica, dopo la dissolvenza della creatura finiana Futuro e libertà.

A restare in parlamento ci aveva provato: aveva riallacciato un minimo di rapporti con Silvio Berlusconi, dal cui governo si era dimesso a fine 2010 dopo la rottura di Gianfranco Fini. Ma il Cavaliere si era legato al dito il tradimento e alle politiche del 2013 Urso non era stato ricandidato, come racconta lui stesso in Vent’anni e una notte, (Castelvecchi 2013), il libro-conversazione con il giornalista Rai Mauro Mazza che ricostruisce le vicende vicende della destra che ha svoltato a Fiuggi ma è finita in un burrone.

Vera l’attività commerciale in Iran ma velenosa la battuta di Salvini: Urso è filoisraeliano dai tempi dell’Msi e non può essere sospettato di tenerezza verso il regime di Teheran. Ha avuto piuttosto una sbandata filocinese. Ma nell’èra pre Xi Jinping, e anche per questo oggi è anti Pechino e si scatena: attenti alla Russia, ripete spesso, ma la Cina è più pericolosa. L’incaglio dell’elezione in commissione è stato sbloccato dal forzista ma anche radicale Elio Vito, fiancheggiato dall’amico Giulio Terzi di Sant’Agata e da un appello di 51 costituzionalisti e politologi guidati da Antonio Baldassarre e Valerio Onida. La briscola però l’ha buttata sul tavolo il Pd di Enrico Letta che lo ha votato: in ossequio alla legge, ai diritti delle minoranze e alla possibilità di mettere un dito nell’occhio a Salvini.

Urso quasi non ci credeva. Sentiva di non essere in cima alle preoccupazioni di Giorgia Meloni che in quel momento era in lotta per ottenere un consigliere di amministrazione Rai. E invece era diventato presidente.

MISSINO LIBERALE

Ed è una vera riscossa, il premio per una catarsi dolorosa. Padovano di nascita ma catanese di famiglia, di Acireale, il suo curriculum è da buon missino e missino buono. Il suo apprendistato politico è stato a Roma, dove è arrivato per studiare sociologia. Negli anni Ottanta militava nel Fronte della Gioventù, la giovanile del Movimento sociale guidata da Fini. «Ma non era un facinoroso», racconta Enzo Raisi, ex parlamentare ed ex assessore della Bologna di Giorgio Guazzaloca. Raisi è amico di Urso da quei tempi. Era anche un sodale politico, ma fino all’ultima curva: quella in cui Adolfo ha ingranato la marcia indietro verso FdI e Raisi invece ha fondato la Buona destra con Filippo Rossi, già giovane finiano e direttore del quotidiano online Il futurista.

Raisi ha scritto un libro sulla storia di questa destra, La casta siete voi. Dalla militanza giovanile, a destra nella rossa Bologna, a Guazzaloca, Berlusconi, Fini. «Quelli come noi non si rimangiano il passato – racconta – Se andavamo a Predappio? Si, ma perché eravamo una comunità assediata. Io sono bolognese, figuriamoci, noi eravamo dieci e gli altri diecimila. Da scuola spesso dovevo uscire dalla finestra».

Anni maledetti e combattenti. Ma non per Adolfo, «lui è un secchione. Ha sempre creduto in un grande contenitore della destra plurale. Perché il Msi, checché ne dica la gente, era multiforme, un crogiuolo di culture diverse, e c’eravamo anche noi, liberali, filoamericani, filoisraeliani». Tutto bene. Solo che non è il «crogiuolo» della destra di Giorgia Meloni.

Adolfo era uno studioso ed è stato subito una promessa della corrente Proposta Italia guidata da Domenico Mennitti. Quando nel 1990 Pino Rauti ha sconfitto Fini al congresso di Rimini, lui, che era stato al Secolo d’Italia, si è ritirato a Napoli a dirigere il quotidiano Roma. Quando Pinuccio Tatarella ha avuto «l’intuizione» di Alleanza nazionale, che è nata come corrente del Msi, lui c’era. Poi è stato fra i promotori dello scioglimento del Msi e della nascita di An come partito, e alla fondazione, a Fiuggi, nel gennaio 1995, ha introdotto i lavori come segretario generale. Lo “sdoganamento” dei neri grazie al tocco magico di Berlusconi è ormai fatto. Urso entra in parlamento, leader della corrente Nuova alleanza con Altero Matteoli e Domenico Nania. Alle elezioni del 2001 è deputato della Casa delle Libertà e viceministro alle Attività produttive. Nel 2007 nasce la fondazione FareFuturo, che cerca di dare una cultura politica alla nuova destra (Urso ne è tuttora il presidente). Nel 2009 nasce il Popolo della libertà, An è tra i fondatori, la destra è di nuovo al governo, Urso è viceministro degli Affari esteri e da lì stende la rete di rapporti internazionali che poi gli torna utile nel famoso business di import-export.

Poi, nel 2010, la rottura fra Fini e Berlusconi. Nasce Futuro e libertà, Urso resta fedele al capo, ma dialogante con il vero capo, il Cavaliere. Fra i finiani è preso di mira dal falco Italo Bocchino. Ma il ribaltone promesso da Fini viene mancato, Berlusconi resiste a palazzo Chigi, la nuova destra esce dal governo ed esce dalla storia: si trasforma da sogno di una destra normale a zimbello della destra nazionale. Scrive lui:·«Avverto un clima da 25 luglio. Da salvatori a traditori della patria. Glielo avevo detto a Fini: non esageriamo». È andato tutto male: Fini si affida al forsennato Bocchino, Fli esce anche dalla maggioranza, Urso esce da Fli e va nel gruppo Misto. Sparirà dalle liste del 2013 «in una notte», come scrive nel libro. Nasce invece Fratelli d’Italia di Meloni, Ignazio La Russa e Guido Crosetto: un partito «nazionalista, tradizionalista, nativista, post fascista e sovranista». Che è l’esatto opposto della destra liberale, futurista ed europeista di Fiuggi e del manifesto di Bastia Umbra.

Due anni di purgatorio e Urso viene “recuperato”. Gli ex camerati di FdI lo considerano ancora un finiano – ferocia della sorte per lui che da Fini è stato maltrattato – ma Meloni ha l’occhio lungo: Urso porta in dote un tesoretto di rapporti con l’estero, soprattutto con gli Usa. Come dimostra anche il viaggio della scorsa settimana, ha un volto presentabile ed è ammesso nei think tank repubblicani.

Anche lei dall’altra parte dell’oceano ha alcuni amici, ma sono tutti trumpiani. «Giorgia è di gran lunga la più intelligente», racconta Raisi, «ma quando Adolfo ha fatto la scelta di andare con lei sono rimasto perplesso. Lei vuole un’Europa confederale, che è un passo indietro, noi abbiamo sempre voluto un’Europa forte e federale. E non ci credo che Adolfo sia d’accordo con un partito come Vox. Intendiamoci, non perché sia una destra franchista. Ma perché è una destra tradizionalista e ultracattolica, contraria all’aborto e ai diritti civili. Che c’entra con noi liberali?».

L’AVENTINO DEL PD

Torniamo a Urso presidente del Copasir. L’inizio, nel giugno 2021, è stato burrascoso. La Lega ha disertato le sedute. Il presidente ha tirato dritto e ha cercato subito il colpaccio mediatico. Ha esordito con una richiesta di audire lo 007 Marco Mancini, pizzicato dalla trasmissione Report in un autogrill a parlare con Matteo Renzi (che per spiegare l’incontro ha raccontato una storia fantastica di dazione di “babbi”, biscotti toscani). Il Pd è insorto, disertando a sua volta, ha parlato di «profili di illegittimità» per un’audizione che considerava «formalmente nulla». Urso ha tirato ancora dritto ed è andato in visita «ufficiale» da Nello Musumeci, presidente della regione Sicilia, un altro ex missino ex finiano poi finito nel rivolo della Destra di Francesco Storace prima di presentarsi come «civico».

Ma il presidente era partito senza chiedere una delibera dell’ufficio dei presidenza del Comitato. «Non sapevo che avesse lo stesso rango del presidente della Repubblica o del premier», lo aveva preso in giro Enrico Borghi, Copasir lato Pd. Poi sono arrivati gli attacchi degli hacker, e lì Urso ha convocato una lista di nomi da far impazzire i cronisti, dalla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese alla capa dell’intelligence Elisabetta Belloni, e ha avvertito con l’immancabile intervista: «Con un attacco cibernetico si può paralizzare la guida delle auto con guida da remoto di una città intera, si può fermare un oleodotto e poi chiedere un riscatto. Altro che missili! Nessun allarmismo ma occhi aperti».

Occhi aperti: per Urso inizia la stagione delle scoperte dell’acqua calda, con tanto di relazioni del Copasir. Novità clamorose: tipo che nell’immigrazione irregolare proveniente dall’Africa ci può essere lo zampino della criminalità organizzata. E arriviamo alla guerra di invasione della Russia contro l’Ucraina. Il nostro parte con una mezza figuraccia: a quindici giorni dalla guerra il Copasir presenta una relazione sulla propria attività al Senato, in cui «un attacco su vasta scala» di Mosca è «ritenuto poco probabile». Ma qui la “colpa” non è del comitato ma di chi lo informa.

Inizia comunque la guerra, e siccome la congiuntura è grave, il presidente rientra in una postura quantomeno più dialogante con il Comitato. Naturalmente rilasciando altre interviste rivelatrici, del tipo «Putin vuole l’egemonia energetica». Sempre per la serie della riservatezza, racconta in tv di avere un di più emotivo nel conflitto: ha una moglie ucraina, la cui famiglia – racconta – è metà filo Kiev e metà filo Mosca.

Esplode il caso della guerra ibrida e delle fake news che vengono dal freddo e che in Italia penetrano come nel burro, anzi come nella smetana. Urso convoca un’altra serie di audizioni impossibili, dall’Agcom all’ad Rai Carlo Fuortes, che viene messo in guardia dagli agenti della disinformazione di Mosca annidati negli angoli di viale Mazzini. I quali agenti, però, si lasciano stanare facile visto che vengono comodamente intervistati. Nell’attività mette molto zelo, e ancora molte interviste e dichiarazioni. Ma qui non saremo noi a sottovalutare il pericolo mortale causato dalle fesserie che passano sui media.

FRATELLO ATLANTICO

Il punto è che Urso è un Fratello d’Italia presentabile, «un Crosetto più moscio» dice chi non gli vuole bene, quindi utile a Giorgia Meloni. Nasce missino ma nei tempi in cui lei ancora giocava con le rune lui fondava la sua associazione Fareitalia e già guardava al Partito popolare. È un filogovernativo naturale, il che aiuta la «pasionaria andalusa» – definizione di un non amico – addestrata alla politica al “college” di Colle Oppio, storica sezione romana del fascismo manesco. Giorgia, ancora oggi che pure è premier in pectore, non resiste al comiziaccio e strilla fascisterie alle adunate del partito tradizionalista spagnolo Vox («Urla troppo, sbaglia i toni», lo ha ammesso anche l’amicone Guido Crosetto). E la moderazione di Urso è preziosa per ribilanciare. Ed è un biglietto per il futuribile – ma rigorosamente non futurista – governo Meloni.

Sarebbe il bingo della sua seconda vita politica, dopo l’umiliazione di tornare a Canossa e riporre nel cassetto i sogni «di una destra moderna e vincente», come aveva promesso Fini a Fiuggi. Urso sa di non avere molti amici fra i suoi “fratelli”. Non fa parte del cerchietto magico meloniano, comandato da un cognato e un capo di gabinetto. Non è certo fra quelli che avrebbero organizzato la festa del partito a Roma sotto la lapide di Miki Mantakas, militante del Fuan ucciso davanti a una sezione del Msi di via Ottaviano. A differenza di lei, che sul tema pattina, crede senza esitazioni in una destra «senza reduci», che «vuole guardare avanti e non indietro, e chiudere con il passato». Ma «non è un coraggioso», sospirano i suoi ex amici. Comunque sia, ormai si è consegnato a Giorgia.

DANIELA PREZIOSI. Cronista politica e poi inviata parlamentare del Manifesto, segue dagli anni Novanta le vicende della politica italiana e della sinistra. È stata conduttrice radiofonica per Radio2, è autrice di documentari, è laureata in Lettere con una tesi sull'editoria femminista degli anni Settanta. Nata a Viterbo, vive a Roma, ha un figlio.

Estratto dell’articolo di Giuliano Foschini e Fabio Tonacci per repubblica.it – 30 maggio 2021 

[…] Urso […] è anche un imprenditore che, per anni, è stato in affari con l'Iran. Non esattamente un Paese neutro e neutrale. La storia ruota attorno alla Italy World Service srl, una società di consulenza in cui Urso ha avuto ruoli operativi e la rappresentanza legale, prima di cedere le quote al figlio nel luglio 2017.

La Iws "opera - si legge nei documenti depositati alla Camera di commercio - nel settore della consulenza e assistenza a professionisti e imprese", in particolare "nella internazionalizzazione delle loro attività". Urso ha sempre sostenuto che il core business della società fosse diffuso, avendo nel portafoglio clienti aziende italiane che operano nei paesi del Golfo, ma anche in Turchia, Sudafrica e Albania.

Analizzando i bilanci, però, si scopre qualcosa di diverso. La Iws nel 2016 fattura 425mila euro, nel 2017 350mila, nel 2018 147mila e nel 2019 crolla a 57mila, quando le perdite sono addirittura superiori al fatturato. Cosa accade? Due cose, a leggere i verbali di assemblea. La prima. Nel luglio 2017 Urso, che ha appena compiuto sessant'anni, decide di candidarsi al Senato quindi lascia il timone della Iws al figlio, pur mantenendo una quota di minoranza nel pacchetto azionario. La seconda: a marzo del 2018 viene chiusa la sede di Teheran dove erano impiegate una dipendente e una collaboratrice. Dunque: senza Urso e senza Iran, gli incassi si riducono quasi a zero. Com'è possibile? […]

Da repubblica.it il 3 ottobre 2022.

"Basta con questo sesso e sessualità. Ognuno è fluido come vuole", dice Alessandra Mussolini durante la puntata di Da noi... a ruota libera, il talk show pomeridiano di Rai Uno. L'ex parlamentare si confessa tra vita privata e pubblica, racconta episodi della sua infanzia, dalla separazione dei genitori quando era molto piccola, alla sua posizione sulle tematiche di genere. 

Fresca di esibizione sabato sera da Carlo Conti nello show Tale e Quale, dove aveva interpretato i panni della cantante Rosanna Fratello, Mussolini prima si è lasciata andare a una confessione personale: "Ho sofferto per la mancanza di mio padre nella mia infanzia. Ho vissuto in una famiglia di donne, i miei si sono separati quando avevo quattro anni e avrei avuto bisogno di una figura paterna. Si impara solo dalla sofferenza". Poi una riflessione sulle tematiche di genere: "Basta con questo sesso e sessualità. Ognuno è fluido come vuole - ha detto a Francesca Fialdini - Vedendo quanto soffrono gli adolescenti, quando hanno paura di dire la verità in famiglia, mi viene da dire che ognuno deve poter essere fluido come vuole. Vuoi vedere che divento fluida anche io?". 

Non è la prima volta che Alessandra Mussolini affronta tematiche sociali e diritti. Più di un anno fa aveva espresso la sua opinione sul ddl Zan, la legge contro l'omotransfobia. "Oggi più che mai bisogna combattere tutti assieme le tante discriminazioni che, purtroppo, esistono ancora", aveva detto in un'intervista a Chi corredata da foto in tenuta arcobaleno. Un cambio di rotta radicale, rimarcata anche dalla foto sui social in cui mostra la scritta ddl Zan sul palmo della mano in difesa del disegno di legge affossato in Parlamento dal centrodestra nella legislatura che sta per concludersi.

Meloni, Giannini e Molinari costruiscono "la fascista di comodo o da ripulire". Alessandro Giuli Libero Quotidiano l’08 novembre 2022

Giorgia Ducetta o Giorgia Draghetta... Giorgia Tambroni o Giorgia Berlusconi... in ogni caso "capotrena" immersa in una inquietante "doppiezza", addirittura togliattiana, tutta da snebbiare è ovvio; ma l'impresa è fattibile a patto di seguire le nostre linee di pedagogia resistenziale. E così, dopo i "Comunisti per Tabacci" ora è il momento degli "Antifascisti per Meloni". Ma stavolta non è gioco di società per addetti ai lavori parlamentari. Tutt' altro. È l'ennesimo sfoggio di suprematismo antropologico che l'intellighenzia di sinistra apparecchia intorno al presidente del Consiglio per metterlo in condizioni di minorità culturale e politica.

L'attrice principale di questa retorica, una pratica a metà tra la risoluzione strategica del Cln e un protocollo di servizi sociali, è al momento la Stampa di Torino diretta da Massimo Giannini. Da lui proviene l'ultimo referto democratico nel quotidiano prelievo di sangue destinato alla ricerca di globuli autoritari, l'ultima analisi posta all'attenzione di Palazzo Chigi sotto la forma amletica ricordata qui in apertura.

ESSERE O SEMBRARE?

Meloni, in parole povere, ha di fronte a sé il solito bivio: essere sé stessa - che nell'accezione goscista significa appunto restare un po' troppo fascista o al meglio illiberale e magari travestirsi da tecno-sovranista assalita dalla prosa della realtà - ovvero lasciarsi manodurre dall'avversario nell'assunzione d'una nuova presa di coscienza (comunque infelice). Questa: l'abbandono dei deliri psichedelici e delle ipocrisie massimalistiche distillate a gran voce dai banchi dell'opposizione in materia di energia (le trivellazioni osteggiate), moneta comune (il passato remoto no euro), lotta anti establishment («la pacchia è finita»); per poi ammettere che l'unica festa già conclusa è la Halloween dei morti viventi trionfalmente fuoriusciti dall'oltretomba postfascista. Urge dunque un lavacro di verità che renda infine presentabile la destra nuova e di governo grazie alla certificazione regolativa calata dall'alto dell'azionismo di ritorno coltivato a Torino, un intransigentismo costitutivo che sconfina nel puritanesimo politico. I nuovi Catari della vigilanza antimeloniana vantano qualche ragione di merito, laddove rilevano incongruenze e pasticci normativi di cui dopotutto anche a Palazzo Chigi hanno preso subito atto. Ma nella foga inquisitoria dimenticano i passi già compiuti dalla premier alla vigilia del voto in fatto di rigore programmatico e palinodie antitotalitarie.

PROCESSO DI RIMOZIONE

Il loro è un processo di rimozione caratteristico delle menti virtuiste, quelle stesse menti che sui giornali di famiglia rimuovono anche soltanto la tentazione di ammettere in un titolo l'espulsione della sinistra democratica dal discorso pubblico progressista e pacifista, ora che Enrico Letta si rivela il Caronte di un miraggio abortito. Ammettere, si diceva, che in definitiva il monopolio sinistro della religione civile antifascista imbracciato come un fucile partigiano non fa che ingrassare le destre e ritorcersi contro una Concordia nazionale mai così a portata di mano. Purché la si pianti di moraleggiare con la critica delle armi spuntate anziché con le armi della critica contemporanea. Come ha opportunamente rilevato ieri il sociologo Luca Ricolfi in una definitiva intervista su Libero.

Ma Giannini e la sua Brigata sono in buona compagnia. E non è tanto il circo mediatico dei talk costretti a semplificare il messaggio antifà mediante l'ostensione di brevi raffiche di modernariato post fascista, più penoso che compromettente (i video di Predappio e certe invereconde nazi-carnevalate, per capirci); è sopra tutto lo schieramento della seconda corazzata Gedi, il lato luminoso della forza schierato contro le forze oscure della reazione. È qui che brilla, non per caso dal Piemonte, l'ex direttore Ezio Mauro, l'ottimate cuneese artefice di uno strepitoso libro a puntate dedicato alla Marcia su Roma - anche nobilitato in un documentario per Raitre da «Stand by me» - nel quale riluce il ricorso sistematico, in chiusura di ogni cronaca, all'irruzione del monito irrazionale affidato a segni celesti e terrestri sul genere di quelli scrutati dagli aruspici antichi. 

PARALLELISMI

Una scrittura ossessivamente eccelsa, la sua, che si ripropone settimanalmente nella caccia notturna dell'analogia con il presente. Un presente di cui Meloni personifica la febbricitante magia avatarica del Novecento, la riemersione limacciosa del peggior tratto autobiografico della Nazione. Trattasi per lo più d'un dialogo per iniziati ai misteri antifascisti, una celebrazione che tuttavia trova risonanza in alcune sollevazioni studentesche e nelle parole d'ordine professorali di cattivi maestri che non ce l'hanno fatta. L'obiettivo resta il medesimo: intimidire il potere del consenso qualificandolo come dominio, fintantoché tale consenso non scenderà a patti con il potere vero spossessato del proprio appannaggio. Drôle de voyage, per una sinistra impegnata nella più drammatica autoanalisi del Dopoguerra e alla quale gioverebbe tornare alla lezione di Ferruccio Parri: «Un esercito patriottico e non partigiano, nazionale, democratico, ma non politicizzato». Sarebbe un bel programma, e nient' affatto suprematista, da offrire a Giorgia Meloni per il prossimo 25 aprile.

Otto e mezzo, Braidotti sbraita contro Meloni: "Insulta e parla a vanvera". Il Tempo il 09 novembre 2022.

La filosofa Rosi Braidotti, ospite di Otto e mezzo nella puntata di mercoledì 9 novembre su La7, attacca duramente Giorgia Meloni. "In fondo non c'è niente di male a pretendere il rispetto della legalità della legge e dell'ordine pubblico" chiede Gruber passandole parola. Ma secondo la prof non è così.  

"A mio avviso c'è un discorso di criminalizzazione costante dell'opposizione nel senso che d'improvviso tuti i valori civici sono di destra e la sinistra è diventata nemica dell'Italia e della legalità. Queste sono delle caricature. La Meloni dà l'impressione di non aver veramente voglia di governare tutto il Paese. La sinistra in Italia sui valori fondamentali, civili, come sui diritti umani e l'accoglienza c'è. Come la maggioranza del Paese. Ma il fatto che la Meloni non tenta neanche di accaparrare quel tipo di elettore, lei parla per il Paese all'interno dei suoi gruppi e poi è una draghiana di destra come abbiamo già detto" afferma Braidotti. "Quindi non so se ha intenzione di diventare una vera statista capace di traghettare il Paese verso una nuova fase o se vuole diventare una leader settaria che vuole portarci indietro a Dio, Patria e Famiglia. Perchè questi due aspetti, quello più conservatore e quello reazionario, si alternano in questo doppio binario e creano una grande confusione. Io spero che diventi una grande statista ma deve smetterla di parlare a vanvera insultando sempre tutti quando parla" conclude la filosofa. 

(ANSA l’11 novembre 2022) - "La nostra città ieri sera è stata vittima di un gesto di violenza inaccettabile. Come sindaco e cittadino di Bologna, non solo condanno con fermezza, ma chiedo che i responsabili vengano identificati e che provvedimenti seri siano assunti dalle autorità competenti. Non ci può essere tolleranza, né comprensione". 

Così, in un messaggio postato su Facebook, il sindaco di Bologna Matteo Lepore commenta il gesto dei collettivi di ieri sera che, durante un corteo, hanno appeso a testa in giù un fantoccio con le sembianze della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. "Manifestazioni di questo tipo - aggiunge il sindaco - nulla hanno a che fare con la dialettica democratica. Al contrario, la violenza politica è la morte della democrazia. Cosa che non consentiremo.

Non a Bologna. Per questo chiedo a tutti e a tutte di isolare i violenti, di non offrire alcuna sponda di comprensione o legittimazione, perché alle questioni sociali si risponde con la politica che si rimbocca le maniche, non invece con la stupidità egoista e inconcludente di che soffia sul fuoco per cercare di esistere. 

Alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni esprimo piena solidarietà e la invito a venire quando vorrà a Bologna. Sarà accolta personalmente da me a nome della città. La mia vicinanza - conclude Lepore - va anche ai cittadini, alle imprese e alle forze dell'ordine, costrette a subire questi soprusi e a operare per il bene comune".

Federica Orlandi per ilrestodelcarlino.it l’11 novembre 2022. 

Un pupazzo appeso a testa in giù, con lunghi capelli biondi che penzolano nel vuoto, sotto alle Due Torri. E sopra alle fotografie che lo ritraggono, un post di protesta contro la neo presidente del consiglio Giorgia Meloni. 

Le fotografie sono state condivise dalla pagina Facebook di Laboratorio Cybilla, il collettivo al femminile costola di Cua, che assieme a quest’ultimo e Split (Spazio per liberare il tempo) ieri ha attraversato più volte le vie del centro in un lungo corteo partito attorno alle 18 da piazza Verdi e proseguito fino a sera.

"Tra poche settimane (giovedì 24 novembre, ndr) per l’inaugurazione del Tecnopolo e di uno tra i 5 computer più potenti al mondo arriverà in città Giorgia Meloni. Ma non sarà mai la benvenuta a Bologna e da nessun’altra parte", scrivono le attiviste sui social, puntando il dito anche contro il decreto "anti-rave" e gli "attacchi all’aborto in maniera celata". 

Insomma, il collegamento tra il fantoccio e la premier è quasi automatico. Al corteo, inneggiando alla "vita bella", hanno partecipato circa 200 persone, vegliate dalla polizia. Ciò nonostante, un gruppo è riuscito a imbrattare con vernice rosa l’ingresso del market Sapori e dintorni all’ex Monte di pietà di via Indipendenza, ’colpevole’ di essere "un supermercato di lusso, che i potenti definiscono ’di eccellenza’". Il negozio è stato costretto a chiudere prima. 

Le reazioni

"La violenza della protesta dei collettivi di sinistra che da troppo tempo si caratterizzano per la loro aggressività e pericolosità ha conosciuto oggi un ulteriore, ennesimo, vergognoso picco - tona il viceministro e deputato di Fd'I, Galeazzo Bignami -. Ancora una volta costoro si mostrano per quelli che sono: incivili e pericolosi per la democrazia. E' chiaro che questa situazione appesantisce un clima che a Bologna deve essere necessariamente risolto. Confidiamo nel lavoro delle Autorità competenti, certi che sapranno garantire la legalità e l'ordine pubblico".

"Un'iniziativa vergognosa che, come spiegano gli stessi autori di questo vile gesto, suona come una macabra intimidazione", rincara il senatore bolognese di Fratelli d'Italia, Marco Lisei. 

Ma l'onda emotiva causata dal manichino choc esce anche da Bologna: "Chi crede nella democrazia e nella libertà non può non condannare certe forme di assurda violenza. Solidarietà a Giorgia Meloni", scrive il ministro per le politiche europee Raffaele Fitto. "Sacrosanto è il diritto di manifestare il proprio dissenso. Inaccettabile è invece l'incitamento alla violenza. Il Pd prenda immediatamente le distanze dall'ennesimo vergognoso episodio di demonizzazione dell'avversario politico", aggiunge il capogruppo alla Camera, Tommaso Foti.

"Ci auguriamo che gli autori di questo vergognoso atto intimidatorio siano individuati e soprattutto ci aspettiamo una netta e inequivocabile condanna da parte di tutte le forze politiche, sinistra in primis", rincara il ministro  Francesco Lollobrigida. 

Il prefetto di Bologna

“Un fatto di estrema gravità”. È questa la condanna severa e decisa del prefetto Attilio Visconti all’esposizione di un manichino della premier Giorgia Meloni appesa a testa in giù. “Ci tengo a esprimere tutta la mia solidarietà per la presidente del Consiglio, nonché un enorme dispiacere per quanto accaduto. Nella civilissima Bologna, capitale dell’accoglienza, del confronto e del dialogo una cosa di questo genere non è ammissibile. Nella mia carriera non ho mai assistito a un fatto di tale brutalità e inciviltà. Un fatto poco civile e soprattutto ancor meno democratico”, scandisce con severità.

Giorgia Meloni, cosa rischia chi ha "impiccato" il manichino: Digos in azione. Libero Quotidiano l’11 novembre 2022

La Digos di Bologna indaga su quanto avvenuto durante la manifestazione dei collettivi che, ieri sera, hanno appeso a testa in giù alla torre Garisenda - nel centro del capoluogo emiliano - un manichino vestito in abiti militari con le sembianze del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Gli investigatori stanno vagliando foto e materiale video per ricostruire con esattezza i contorni della vicenda e attribuire eventuali responsabilità. Il corteo era stato organizzato dai collettivi Cua e dal Laboratorio Cybilla che protestano contro la norma anti rave party varata dal governo. "La Meloni non è la benvenuta", hanno scritto i promotori sui social. Intanto, il premier ha ricevuto la solidarietà da politici nazionali e locali che allo stesso tempo invitano a non sottovalutare il gesto e ad individuare i responsabili. "È davvero molto grave quanto avvenuto ieri sera a Bologna. Ci troviamo di fronte all’ennesimo inquietante episodio di violenza che - ha dichiarato il presidente del Senato, Ignazio La Russa - coinvolge il presidente del Consiglio. Bene la condanna unanime di tutte le forze politiche. A Giorgia Meloni giunga la mia sincera solidarietà". La solidarietà alla Meloni è arrivata da gran parte della politica: non solo FdI, Lega e Forza Italia ma anche il Pd e Italia Viva. 

Una condanna bipartisan contro chi ha appeso il fantoccio. L’azione è stata stigmatizzata anche da amministratori locali e dai governatori Giovanni Toti e Stefano Bonaccini. "Nessuna critica o posizione politica può passare per la violenza, l’intimidazione e l’attacco alla persona. Quanto avvenuto - ha dichiarato il presidente dell’Emilia Romagna - non ha nulla a che vedere con i valori della città di Bologna e della comunità emiliano-romagnola e auspico che i responsabili possano essere individuati rapidamente e chiamati a rispondere delle proprie azioni. Soprattutto in un momento così difficile - ha concluso - serve coesione e non ci può essere nessuno spazio o legittimazione per chi sceglie la violenza". 

Emiliano Fittipaldi per editorialedomani.it il 22 novembre 2022. 

Dopo Roberto Saviano, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni manda a processo anche Domani. I magistrati della procura di Roma hanno chiesto e ottenuto dal giudice delle indagini preliminari il rinvio a giudizio di chi vi scrive e del direttore di questa testata, accusati di aver diffamato la premier in un articolo di un anno fa. 

Quello della leader di Fratelli d’Italia è un cambio di passo rispetto ai presidenti del Consiglio che l’hanno preceduta: nonostante inchieste giornalistiche e accuse durissime della stampa d’opposizione, né Giuseppe Conte, né Paolo Gentiloni né Matteo Renzi hanno mai querelato né portato avanti processi contro i media quando sedevano a Palazzo Chigi.

Per un rispetto della libertà di stampa, e per lo squilibrio tra l’enorme influenza di un premier e della sua maggioranza (anche sulle dinamiche della magistratura) e i compiti di controllo democratico che dovrebbero guidare il “ quarto potere”. Meloni sembra invece voler colpirne pochi per educare gli altri. Rispetto alla querelle con Saviano (che in tv ha detto che la Meloni e Salvini erano dei «bastardi», protestando con un insulto contro la linea sui migranti), la vicenda di Domani è più complessa.

L’articolo che Meloni non ha gradito è dell’ottobre del 2021, e dava conto di alcuni verbali di Domenico Arcuri, ex commissario straordinario all’emergenza Covid. Il quale, sentito dai pm romani che lo indagano per abuso d’ufficio in merito alla compravendita di una enorme partita di mascherine dalla Cina, aveva deciso di difendersi.

Facendo nomi di alcuni parlamentari che lo avrebbero contattato per promuovere soggetti o imprese che, a parere dell’ex numero uno di Invitalia, vendevano mascherine a condizioni «largamente meno vantaggiose» di quelle proposte dall’imprenditore Mario Benotti (anche lui indagato). Ai magistrati Arcuri cita l’allora senatore di Forza Italia Massimo Mallegni, il neoeletto senatore di Fratelli d’Italia Lucio Malan, l’ex deputato renziano Mattia Mor. Poi l’ex commissario aggiunge: «L’onorevole Giorgia Meloni il 22 e il 27 marzo è in copia all’offerta di tale Pietrella, per mascherine chirurgiche con richiesta di anticipo del 50 per cento e costo del trasporto a carico del governo italiano». Offerta mai presa in considerazione. 

Domani, letto il verbale, cerca di capirci qualcosa di più, e scopre che Meloni aveva telefonato ad Arcuri prima che l’amico mandasse la mail alla struttura commissariale. «Insomma», sintetizziamo nel pezzo, «Arcuri dice a verbale che la leader di Fratelli d’Italia avrebbe raccomandato un’offerta di terzi».

Meloni, il giorno dopo la pubblicazione, annuncia querela contro Domani. Colpevole di aver volutamente «travisato» le dichiarazioni di Arcuri ai pm. Meloni conferma però di averlo davvero chiamato, dopo essere stata contattata da Pietrella. E non nega di essere stata in copia nella mail all’allora commissario. Dov’è la diffamazione? Nella parola “raccomandazione”. «Il famoso amico della Meloni chi è? È il presidente di Confartigianato Moda, cioè delle aziende del tessile, che voleva aiutare», spiega lei.

La querela viene depositata il giorno dopo, a firma di Meloni e del suo avvocato. Cioè l’attuale sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove (anche Meloni, come Berlusconi, ha piazzato a via Arenula i suoi difensori). Meloni spiega come non ci sia esatta corrispondenza tra le parole del verbale e quanto scritto da Domani: «Arcuri non ha mai detto che la sottoscritta abbia “proposto” mascherine o che sia intervenuta per “raccomandare” qualsivoglia imprenditore... dunque non v’è dubbio della massima preordinazione e macchinazione per giungere a un titolo fuorviante e diffamatorio». 

Forse Meloni avrebbe preferito la più neutra parola “segnalazione” al sinonimo (leggere il dizionario Devoto-Oli) “raccomandazione”. Parola scelta da chi scrive per un’altra evidenza, mai accennata dalla presidente del Consiglio né nella querela né nella conferenza stampa: Pietrella, colui che vuole parlare con Arcuri proponendo un affare che non si farà mai perché troppo oneroso, non è solo un semplice imprenditore. Ma un uomo vicinissimo a Fratelli d’Italia: Meloni lo aveva candidato nel 2019 alle europee e da un mese è deputato di FdI. 

Criticare i politici o usare parole sgradite al potere in Italia è talvolta considerato reato. Non solo da ministri e senatori, ma anche dai magistrati a cui si rivolgono. Finché una legge sulle liti temerarie non verrà approvata, le querele e le cause civili restano spada di Damocle sulla libertà d’informazione del paese. Le scelte della premier e dei giudici romani ce lo ricordano per l’ennesima volta.

Meloni querela Domani «da cittadino, giornalista e politico, non da premier». STEFANO FELTRI direttore su Il Domani il 24 novembre 2022

Giorgia Meloni porta a processo il quotidiano Domani reo di aver pubblicato fatti veri, che lei non contesta, ma di aver usato il termine “raccomandazione”.

Per giorni abbiamo cercato di avere risposte da palazzo Chigi: Meloni sa che la causa prosegue? Le va bene così? Un premier in carica contro la stampa indipendente? 

Con un po’ di fatica siamo riusciti a ottenere le risposte, a firma di un nuovo avvocato.

In nessun paese occidentale, a quanto ci è noto, un capo del governo in carica persegue i giornalisti che raccontano la sua attività in tribunale. In nessuno tranne l’Italia.

Nell’ottobre 2021 Emiliano Fittipaldi racconta di una mail inviata da un imprenditore all’allora commissario all’emergenza Covid Domenico Arcuri, con in compia Giorgia Meloni, a sottolineare le entrature dell’imprenditore che voleva partecipare all’affare delle mascherine. Fittipaldi scopre anche che Meloni aveva chiamato Arcuri. L’allora presidente di Fratelli d’Italia non contesta i fatti – che sono accertati e in parte a verbale – ma l’uso del termine “raccomandazione” e decide di fare causa penale e civile a Domani.

Un anno dopo l’imprenditore segnalato da Meloni è diventato deputato di Fratelli d’Italia, l’avvocato della causa sottosegretario alla Giustizia, Meloni presidente del Consiglio e un giudice dispone il processo.

Per giorni abbiamo cercato di avere risposte da palazzo Chigi: Meloni sa che la causa prosegue? Le va bene così? Un premier in carica contro la stampa indipendente? L’avvocato resta Andrea Demastro Dellevedove, oggi sottosegretario? 

LA NOTA

Con un po’ di fatica siamo riusciti a ottenere le risposte, a firma di un nuovo avvocato. La pubblichiamo qui integrale, in modo che chiunque possa farsi un’idea:

Il presidente Meloni è ovviamente a conoscenza delle cause in corso visto che le querele non vengono presentate senza il suo consenso.

Appare evidente che il sottosegretario alla Giustizia non sia più il legale fiduciario dell’Onorevole Giorgia Meloni, anche in virtù del fatto che, all’assunzione della carica, ha provveduto alla debita segnalazione all’ordine di appartenenza per la sospensione di diritto. Le querele non sono state presentate dall’onorevole Giorgia Meloni in qualità di presidente del Consiglio dei ministri e non sono riferibili alle sue responsabilità di governo. 

Le querele sono state presentate dall’onorevole Giorgia Meloni in qualità di cittadino, giornalista, politico e leader dell’opposizione che, dopo essere stato ampiamente diffamato e denigrato a mezzo stampa, ha scelto legittimamente di interrogare la magistratura per chiedere il rispetto degli stessi diritti garantiti a tutti i cittadini. Si coglie l’occasione per precisare che l’On.le Giorgia Meloni ha soprasseduto per anni dal proporre querele a tutela della sua onorabilità sociale, ma tale contegno ha alimentato, forse, la convinzione in taluno di poter proseguire in una campagna di diffamazione quasi sistematica e per di più con addebiti del tutto falsi e pretestuosi. 

Da cittadino, giornalista e politico e prima di ricoprire incarichi governativi, l’onorevole Giorgia Meloni ha dunque deciso di affidare alla magistratura la questione: stabilire la fondatezza o meno delle sue valutazioni e di capire se fossimo davanti a diritto di cronaca o a diffamazione a mezza stampa. Non è un caso, infatti, che ci sia una netta separazione tra diritto di cronaca e diritto di critica da una parte e dall’altra insulto libero e diffamazione a mezzo stampa.

Nel nostro codice penale sono previste specifiche norme a tutela dell’onorabilità delle persone e non sono tollerati, pur nel riconoscimento del diritto di cronaca e di critica politica, attacchi personali e smodati, sorretti, spesso, da informazioni false e pretestuose.

Spetterà solo e soltanto alla magistratura stabilire la fondatezza delle querele presentate dall’onorevole Meloni e se delle norme siano state o meno violate dai giornalisti chiamati in causa. Giova ricordare che Ogni ruolo ricoperto comporta una responsabilità direttamente proporzionale al rilievo che ha nella società. È una regola che vale per tutti i cittadini, politici e giornalisti compresi. 

PER EDUCARLI TUTTI

Non si capisce a che titolo Giorgia Meloni si senta diffamata “in quanto cittadino” e men che meno “in quanto giornalista” (i suoi trascorsi sono all’organo di partito finanziato dallo stato, il Secolo d’Italia).

Ma il messaggio è chiaro dalla lettera dell’avvocato: arriva il conto per tutto il tempo in cui Meloni “ha soprasseduto dal proporre querele a tutela della sua onorabilità sociale”. Soprassedeva allora che non era potente, ora che è a palazzo Chigi è il momento di farla pagare alla ristretta minoranza di cronisti che non cercano di essere cortigiani. Colpire Domani per educare tutti gli altri.

Un giudice deciderà se raccontare fatti veri riguardanti una leader di partito è diffamazione. Noi abbiamo già capito che idea ha Meloni della democrazia e della Costituzione. Non ci piace, ma non ci spaventa.

Milena Gabanelli dopo la querela di Meloni a Domani: «Non è una bella notizia». VANESSA RICCIARDI su Il Domani il 22 novembre 2022

La presidente del Consiglio ha deciso di mandare a processo Domani. Per la giornalista del Corriere della Sera «non è un bella cosa, anche se avesse ragione»

Prima Roberto Saviano, adesso Domani. Milena Gabanelli, storica autrice di Report e giornalista del Corriere, ritiene che per Giorgia Meloni, per la presidente del Consiglio, non sia opportuno fare causa ai giornalisti: «Non è mai un buon segnale, non è una bella cosa, anche se avesse ragione».

I magistrati della procura di Roma hanno chiesto e ottenuto dal giudice delle indagini preliminari il rinvio a giudizio del direttore e del vicedirettore di Domani, Stefano Feltri ed Emiliano Fittipaldi, accusati di aver diffamato la premier in un articolo di un anno fa. Cosa ne pensa?

Nel pieno di rinvio al giudizio aspetterei per non avere reazioni di pancia.

Lei è molto cauta.

Io riconosco a chicchessia il diritto di difendersi se si ritiene diffamato. La libertà va difesa su tutti i fronti.

Però dice anche che non è un buon segnale.

Sarebbe lodevole da parte di una presidente del consiglio non fare causa ai giornalisti perché la sua è una posizione molto elevata, la querela l’ha fatta prima di avere questo ruolo. Oggi sarebbe nobile ritirarla.

Opposizioni, sindacati e giornalisti contro la querela di Meloni. LISA DI GIUSEPPE su Il Domani il 22 novembre 2022

Giorgia Meloni non rinuncia a portare un giornale in tribunale. Una notizia che colpisce tutte le opposizioni politiche del governo di destra e le associazioni di categoria per la decisione inedita di portare avanti l’azione legale intentata a fine 2021 contro Domani per un articolo di Emiliano Fittipaldi nonostante l’incarico di guida dell’esecutivo.

La politica si muove già per esprimere solidarietà. Carlo Calenda, leader di Azione, ricorda che non ha mai querelato un giornalista in tutta la sua attività politica e dice: «Credo sia profondamente sbagliato farlo».

La questione centrale rimane la mancanza di una norma che regoli le querele temerarie. L’ultimo testo sull’argomento è naufragato in Senato quando a presiederlo c’era Piero Grasso, nella XVII legislatura, terminata nel 2018.

Giorgia Meloni non rinuncia a portare un giornale in tribunale. Una notizia che colpisce tutte le opposizioni politiche del governo di destra e le associazioni di categoria per la decisione inedita di portare avanti l’azione legale intentata a fine 2021 contro Domani per un articolo di Emiliano Fittipaldi nonostante l’incarico di guida dell’esecutivo.

La politica si muove già per esprimere solidarietà. Carlo Calenda, leader di Azione, ricorda che non ha mai querelato un giornalista in tutta la sua attività politica e dice: «Credo sia profondamente sbagliato farlo. Tanto più quando sei un presidente del consiglio o un ministro». Sulla stessa linea d’onda anche il suo compagno di federazione Ettore Rosato, di Iv, che commenta: «Quando si è dalla parte del potere in politica, mai utilizzarlo» per questo tipo di vicende.

LE CRITICHE A MELONI

È d’accordo anche Riccardo Magi di Più Europa: «In una situazione di democrazia matura ci si aspetterebbe che il presidente del Consiglio ritirasse una querela che oltre a essere molto temeraria provoca il fatto che, oltre a chi la prende, anche gli altri ragionino due tre volte se scrivere oppure no, creando di fatto una situazione di autocensura». Anzi, sostiene Magi, «ci si aspetterebbero spiegazioni sulla vicenda» che ha raccontato Fittipaldi nel 2021.

Resta lo stupore per la decisione di Meloni di non ritirare la querela, nonostante il cambiamento nella sua situazione dal momento in cui è stata presentata a oggi. «Sarebbe lodevole da parte di una presidente del consiglio non fare causa ai giornalisti perché la sua è una posizione molto elevata, la querela l’ha fatta prima di avere questo ruolo. Oggi sarebbe nobile ritirarla», dice Milena Gabanelli, storica autrice di Report e giornalista del Corriere, che aggiunge: «Non è mai un buon segnale, non è una bella cosa, anche se avesse ragione».

QUESTIONE D’OPPORTUNITÀ

Sulla stessa linea d’onda anche il senatore dem Walter Verini: «Il giornalismo d’inchiesta è molto spesso ruvido e quasi sempre scomodo. Ma è proprio per questo che va difeso. Ciò non vuol dire che le inchieste non possano contenere elementi diffamanti. In questo caso è giusto tutelare la propria onorabilità. Tuttavia è buona norma correggere, replicare, affermare le proprie ragioni, non querelare i giornalisti». Secondo Verini però «la posizione odierna di Meloni rende in ogni caso “impari” la posizione del giornalista e della stessa Meloni. Ci sono analogie con il caso Saviano e inviterei a riflettere la presidente Meloni su questo».

D’accordo anche Nicola Fratoianni, leader di Sinistra Italiana. «Trovo che chi assume cariche pubbliche come la presidente del Consiglio farebbe meglio a ritirare la querela contro gli organi di stampa di questo paese, considerato il suo ruolo. Dovrebbe evitare di creare o portare avanti situazioni di questo genere».

IL PROBLEMA LEGISLATIVO

La questione centrale rimane la mancanza di una norma che regoli le querele temerarie. L’ultimo testo sull’argomento è naufragato in Senato quando a presiederlo c’era Piero Grasso, nella XVII legislatura, terminata nel 2018, in quarta lettura. Di conseguenza, come spiega anche Beppe Giulietti, portavoce di Articolo 21 «il problema è che il querelatore non paga un euro, se è potente sa che non paga pegno». Per la legge, comunque, non sembra esserci speranza: «C’è assenza di volontà diffusa di portare a casa il provvedimento».

Come dice Magi, poi, la querela temeraria «è uno strumento d’intimidazione per chi non ha un editore alle spalle» continua Giulietti. «Chi scrive su blog e siti magari ci pensa due tre volte prima di pubblicare se rischia di passare anni a difendersi».

Su Twitter il sindacalista assicura anche che «se la redazione di Domani lo riterrà saremo con loro, anche in tribunale, per respingere le querele bavaglio di ogni natura e colore». Gli fa eco il collega europeo Ricardo Gutiérrez, segretario della federazione europea giornalisti, che twitta: «In Italia la destra estrema mostra la sua vera faccia. Solidarietà piena a Domani, Giorgia Meloni, vergogna!»

Il problema delle querele temerarie è da anni una priorità dei sindacati europei di categoria: la situazione dell’Italia, che è al settantottesimo posto nella classifica mondiale della libertà di stampa, è stata segnalata più volte dalle associazioni di categoria anche a Unione europea e consiglio d’Europa. Per ora, senza successo.

Meloni querela Domani e Stefano Feltri: "C'è anche il suo nome..." Libero Quotidiano il 22 novembre 2022

Giorgia Meloni contro il Domani. Il presidente del Consiglio querela il quotidiano diretto da Stefano Feltri ed edito da Carlo De Benedetti. Il motivo? Un articolo datato 2021. All'epoca il Domani dava conto di alcuni verbali dell'ex commissario Domenico Arcuri. Quest'ultimo, sentito dai pm romani che lo indagano per abuso d’ufficio in merito alla compravendita di mascherine dalla Cina, aveva deciso di difendersi citando alcuni nomi di parlamentari che lo avrebbero contattato per promuovere soggetti o imprese che a suo dire vendevano mascherine a condizioni "largamente meno vantaggiose". Ecco che tra i nomi spunta anche quello della leader di Fratelli d'Italia. 

"L’onorevole Giorgia Meloni il 22 e il 27 marzo è in copia all’offerta di tale Pietrella, per mascherine chirurgiche con richiesta di anticipo del 50 per cento e costo del trasporto a carico del governo italiano", disse Arcuri sull'offerta comunque mai presa in considerazione. Eppure, il quotidiano aveva sintetizzato così il tutto: "Arcuri dice a verbale che la leader di Fratelli d’Italia avrebbe raccomandato un’offerta di terzi". 

Un'uscita che valse loro, a un solo giorno di distanza, una querela. La Meloni infatti contestò il Domani per aver volutamente "travisato" le dichiarazioni dell'ex numero uno di Invitalia. Insomma, l'attuale premier confermò di averlo chiamato, dopo essere stata contattata da Pietrella, ma la parola "raccomandazione" sarebbe una falsità. A un anno di distanza i magistrati della procura di Roma hanno così ottenuto dal giudice delle indagini preliminari il rinvio a giudizio di chi vi scrive e del direttore di questa testata, accusati di aver diffamato la premier. Quanto basta a scatenare l'ira di Emiliano Fittipaldi, vicedirettore del Domani: "Meloni - conclude - sembra invece voler colpirne pochi per educare gli altri". 

Filippo Ceccarelli per “il Venerdì di Repubblica” il 22 novembre 2022.

Impressionante è la voce che nel crescendo acquista una inconfondibile cadenza romanesca. Stessa statura da piccoletta, stessa verve femminile, ironica e popolaresca, stessa risposta pronta e schietta, stessa risata allegra o, se necessario, sprezzante. Pare di rivederla il sabato sera sul piccolo schermo, in bianco nero, enfatica, simpatica: «Le balle! Le balle che racconteno, n'ho capito...»; oppure: «Ma lo sai che hai propio stufato?».

Si presentava con un sorriso aperto: «Piascere, Cecconi Bruna, da regazza Stanghellini...». 

Questa è una rubrichetta da boomer, o se si preferisce da vecchio bacucco, però appassionato di YouTube, inesauribile fonte di risonanze, consonanze, somiglianze, modelli umani che incessantemente si ripropongono sulla ribalta dello Stato spettacolo.

Ebbene, durante un'indagine neurovisiva sull'attuale presidente del Consiglio, ci si è imbattuti in un blob di Rai3, quindici minuti di spezzoni video che due anni orsono la stessa Meloni aveva ripubblicato sul canale di Fratelli d'Italia con l'avvertenza: «Tra il serio e il faceto non posso negare di riconoscermi molto».

La si vedeva in frammenti di comizi, confessioni, duetti, telescazzi, mentre cantava, cucinava, s' imbavagliava, faceva il presepio, impugnava due zucchine e così via, sempre con grande padronanza di scena. 

Meloni ha un temperamento molto istrionico, lo sa e se ne compiace. Prima delle elezioni del 2016, all'Auditorium, fece proiettare sul maxischermo l'imitazione di Sabina Guzzanti. Nel prendere la parola sottolineò che si trattava della quinta imitazione di fila che le facevano.

Cinque anni dopo, era il 2021, quando Massimo Giletti le mostrò in studio l'ennesima parodia, le attrici che le rifacevano il verso, ci tenne a precisare, erano salite a nove. Molto probabile che ora il numero sia ancora aumentato, vedi Alessandra Rametta, in playback sui social. 

Tale dunque il magnetismo da suscitare l'interrogativo se esista un modello espressivo primigenio al quale il tono, la gesticolazione, insomma la presenza scenica meloniana possa in qualche modo farsi risalire. E la risposta, andando parecchio indietro nel tempo, è che la sua maschera espressiva fa pensare a Bice Valori (1927-1980), grandissima attrice specialmente versatile, dal teatro più alto alla rivista, dalla radio al doppiaggio, dai musicarelli all'intrattenimento televisivo che le diede enorme popolarità. 

Attrice istintiva, moglie e compagna di palcoscenico di Paolo Panelli, appassionata e colta: indomita e sguaiata come la sora Cecconi, ciarliera nei panni della centralinista della Rai, ma anche tirannica come la direttrice del collegio di Giamburrasca. Nulla si crea, d'altra parte, e nulla si distrugge - comprese le fissazioni dei quasi settantenni.

Meloni non ha intenzione di ritirare le querele contro intellettuali e giornalisti. Il Domani il 29 novembre 2022

In un’intervista con il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana, la presidente del Consiglio si confronta a tutto tondo, parlando del piano per la gestione del cambiamento climatico ma anche della manovra, che, assicura, non sarà stravolta dagli alleati. Insomma, dice Meloni, «il governo durerà a lungo»

Nella sua prima intervista dopo la sua elezione a presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, tocca, in un colloquio con il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana, una grande parte degli argomenti più importanti delle ultime settimane. 

A circa metà dell’intervista, Fontana pone una domanda sulle querele che Meloni sta portando avanti contro intellettuali e giornalisti. Il direttore del Corriere cita il caso di Roberto Saviano, ma anche Domani è nella stessa situazione.

«No, non lo penso (che sia il momento di ritirare le querele, ndr) – risponde Meloni – Io ho presentato la querela quando ero capo dell’opposizione. L’ho fatto non perché Saviano mi aveva criticato sull’immigrazione ma perché, nel tentativo vergognoso di attribuirmi la responsabilità della morte in mare di un bambino, mi definiva in tv in prima serata una “bastarda”. E quando gli è stato chiesto se quella parola non fosse distante dal diritto di critica ha ribadito il concetto. Non capisco la richiesta di ritirare la querela perché ora sarei presidente del Consiglio: significa ritenere che la magistratura avrà un comportamento diverso in base al mio ruolo, ovvero che i cittadini non sono tutti uguali davanti alla legge? Io credo che tutto verrà trattato con imparzialità, vista la separazione dei poteri. Ma penso anche che una certa sinistra non debba considerarsi al di sopra della legge». 

Meloni risponde anche a una domanda sulla sua ultima conferenza stampa, dove era stata criticata per non aver risposto a un gran numero di domande prima di dover lasciare la conferenza per un impegno. «Io sono una persona che alle domande risponde e non credo di essere nervosa. Vedo invece da parte di alcuni giornalisti un nervosismo nei miei confronti che non avevo ravvisato in passato» dice la premier. «Nell’ultima conferenza, prima che segnalassi di avere un altro impegno, avevo già risposto a nove domande. Vi invito a controllare a quante domande abbiano risposto i miei predecessori in occasione della presentazione della manovra» continua. «Comunque, non voglio alimentare ulteriori polemiche. Dalla prossima conferenza stampa potrei ripristinare le regole del mio predecessore con il quale non ci furono mai problemi». 

Dal “Venerdì di Repubblica” il 28 novembre 2022.  

Ha mai sentito discutere sugli abiti degli uomini di governo e di potere che del resto non mutano mai, perché per la fantasia bastano i cantanti? Allora perché ci sono state dotte analisi sulle scelte del premier Meloni che ha smesso i vestiti "da donna" della campagna elettorale per scegliere un insieme "da uomo"? 

Certo che l'aspetto che uno si sceglie è una testimonianza, e lo è anche quello della Giorgia, però quante sono le donne che lavorano che si vestono così? Milioni, credo non per omologarsi ma per non essere importunate.

Inviato da cellulare

Risposta di Natalia Aspesi

Fisicamente, tra i maschi della politica, la Meloni ha un vantaggio: è una donna, è giovane, è bionda, è piccola, è graziosa, eppure non è sexy, quindi se suscita pensieri cattivi, è solo per ragioni politiche, non erotiche. 

Le signore in vetta ai poteri, mettiamo come Christine Lagarde, presidente della Banca Europea, o Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, non sono più giovani, ed è forse per questo che indossano tailleur pantaloni di colori pastello, come i cappottini della defunta regina Elisabetta II (una mia dottoressa raccomandava, "dopo i 50, mai in nero").

Nel tempo della campagna elettorale Meloni era molto civettuola, abiti semplici ma colorati, gonne ondeggianti, quei capelli biondi al vento, da ragazza, una donna attraente rispetto a una quantità di altre dame in lizza per tutti i partiti, di minor impatto visivo.

I maschi di governo, soprattutto di questo nuovo, non sono certo attraenti; ma è solo alle donne che in qualsiasi circostanza si chiede di esserlo, se poi non lo sono pazienza, ma insomma Conquistato Palazzo Chigi, Meloni non ha più bisogno di essere vista, quindi usa il privilegio di vestirsi come le fa più comodo, in nero, affinché social e informazione non perdano troppo tempo col suo guardaroba. 

Bisogna dire che in ogni caso sa muoversi benissimo: portando con sé al G20, incontro dei padroni del mondo, la sua figlioletta Ginevra, è riuscita a dividere le donne più o meno di sinistra; chi contro ma anche chi pro, la mamma è sempre mamma, anche se premier.

Il Bestiario, l'Insultino. L’Insultino è un leggendario scrittore che fa ridere definire scrittore e dall’insulto facile. Giovanni Zola su Il Giornale il 24 Novembre 2022

L’Insultino è un leggendario scrittore che fa ridere definire scrittore e dall’insulto facile.

L’insultino è un mitico essere che si sente in diritto di insultare gli avversari politici definendoli “bastardi” e pretendendo al tempo stesso di passarla liscia, come se una volta sposati potessimo insultare la suocera credendo di non finire per direttissima a dormire in automobile.

Ma andiamo per ordine. La leggenda narra che Aristofane, il famoso commediografo greco del 400 a.C., si rifiutò di insegnare la tecnica della scrittura satirica all’Insultino essendo quest’ultimo assolutamente privo di qualsiasi senso dell’ironia. L’Insultino ad esempio faceva con le dita il virgolettato di alcune parole assolutamente a caso e senza motivo. Ad esempio spesso diceva “grazie” virgolettando, cosa che mandava in bestia il buon Aristofane che per questo motivo gli tagliò i capelli a zero, da cui la pelata attuale, e lo caccio da tutte le scuole del regno antico.

Poste tali premesse, si comprende meglio l’incapacità del senso della misura dell’Insultino che sostiene che dare del “bastardo” sia solo un modo di fare “dura critica”. L’Insultino mal sopporta che a decidere se sia una “dura critica” o si tratti diffamazione sia un magistrato, comportandosi in questo modo proprio come i protagonisti di “Gomorra” che si sentono al di sopra della legge. Parliamo della serie televisiva “Gomorra”, tratta per ironia della sorte, proprio dal libro dell’Insultino.

L’Insultino dunque si sente sotto processo, secondo lui solo per aver detto una parolina, un rafforzativo, fingendo di dimenticare che “bastardo” significa nato al di fuori del matrimonio o da padre illegittimo o sconosciuto, insomma fuor di metafora, figlio di buona donna. Appellativo che un recente sondaggio ci rivela che raramente viene accolto come un complimento anche se rivolto ai diretti interessati.

D’altra parte l’Insultino ritiene che più sia importante l’avversario maggiore possa essere la critica, ovvero l’insulto. Ora che il suo nemico politico numero uno è primo ministro non vogliamo sapere quale bestemmia l’Insultino possa pronunciare perché vogliamo evitare di evocare potentissime forze del male provenienti dal profondo della terra.

E dire che l’Insultino ci aveva illuso facendoci credere che se coloro che ama insultare fossero saliti al potere se ne sarebbe andato per sempre dal nostro paese. Non mantenere le promesse è degno di chi è nato fuori dal matrimonio.

Articolo di “The Guardian”*, pubblicato da “La Stampa” il 25 novembre 2022.

Le draconiane leggi italiane sulla diffamazione sono state sfruttate a lungo dai potenti per intimidire e mettere a tacere le voci spiacevoli. Ogni anno si avviano migliaia di procedimenti giudiziari contro i giornalisti investigativi, e la Corte costituzionale del Paese ha esortato a definire e varare la tanto attesa riforma a tutela della libertà di espressione e dell'indipendenza della stampa. 

L'ignobile aggressività ai danni di Roberto Saviano, uno degli scrittori italiani più famosi, illustra chiaramente perché tale riforma sia indispensabile prima possibile. Saviano è stato appena processato e rischia una condanna al carcere per l'accusa di diffamazione penale su querela del primo ministro italiano, Giorgia Meloni.

Il caso parte dai commenti fatti due anni fa durante uno spettacolo televisivo, quando Saviano condannò la campagna di Meloni come leader dell'opposizione per impedire che le navi delle Ong soccorressero i rifugiati nel Mediterraneo. 

Reagendo emotivamente alla visione di un filmato nel quale una madre piangeva il figlioletto morto quando il gommone dei migranti si è ribaltato, Saviano ha definito «bastardi» Meloni e il suo alleato della destra radicale Matteo Salvini. Parallelamente, Saviano deve affrontare altri due distinti processi per diffamazione intentati da Salvini, oggi vice primo ministro, e da Gennaro Sangiuliano, ministro della Cultura, che lo vedranno comparire in tribunale nei primi mesi dell'anno prossimo.

La settimana scorsa, Salvini ha chiesto di comparire come querelante nella causa intentata da Meloni, il cui processo dovrebbe riprendere il mese prossimo.

Lo spettacolo dei politici italiani più potenti che si coalizzano in questo modo per intimidire uno scrittore è indegno di uno stato membro fondatore dell'Unione europea. 

Come ha sottolineato la Corte europea dei diritti umani, i politici dovrebbero essere tenuti a sopportare livelli più alti di critiche e di inchiesta, considerata la loro posizione pubblica. Il diritto di esprimere a voce alta il dissenso su questioni di pubblico interesse è una parte essenziale di qualsiasi democrazia ben funzionante. 

Il legale di Meloni ha lasciato intendere che la causa da lei intentata è giustificata dal «disprezzo manifestato» da Saviano durante il programma televisivo. Chiunque conosca la retorica incendiaria di Meloni quando parla di migranti e di altri temi resterà sicuramente sorpreso da tale manifestazione di sensibilità da parte sua.

Se si permetterà che continuino tali dichiarazioni vessatorie, il loro impatto alimenterà sempre più un clima di paura e di autocensura tra i redattori e i giornalisti italiani. In una dichiarazione di supporto a Saviano, il presidente del Pen International, Burhan Sonmez, ha osservato che «le cause penali per diffamazione logorano le loro vittime, li defraudano del loro tempo, dei loro soldi e della loro energia vitale». 

Le minacce di morte seguite alla pubblicazione nel 2006 del suo libro Gomorra, la denuncia di Saviano della mafia napoletana, lo hanno costretto a una vita in clandestinità e a essere sempre scortato da agenti della polizia. In tale contesto, è inammissibile che per motivi così pretestuosi i politici italiani ai vertici lo prendano serenamente di mira con azioni legali di alto profilo. 

Sembra che il team di legali di Meloni possa ancora decidere di ritirare le accuse prima che il processo a Saviano riprenda a dicembre. Una decisione in questo senso era stata anticipata e divulgata dopo la sua nomina a primo ministro in autunno. È deprecabile che, nonostante questo, le udienze della settimana scorsa siano andate avanti.

Meloni e i suoi alleati tendono ad alzare gli occhi al cielo quando sentono i critici liberali ammonire che l'Italia ha preso una brutta svolta autoritaria. La caccia vendicativa nei confronti di un giornalista illustre che ha avuto la temerarietà di dare loro dei «bastardi» sembra invece supportare proprio questa tesi. Meloni, Salvini e Sangiuliano dovrebbero richiamare indietro i loro cani da caccia e lasciare che Saviano lavori in pace. 

*Traduzione di Anna Bissanti

La stampa estera sta con Saviano? Una bufala. Sul “Guardian” lo ha difeso il suo amico di penna. Luca Maurelli su Il Secolo d’Italia il 25 novembre 2022. 

La grande stampa internazionale che denuncia l’aggressione ai danni di Roberto Saviano? Ha un nome e un cognome: il suo amico del cuore, un italiano che scrive libri con la prefazione dello scrittore di “Gomorra”, Lorenzo Tondo, che stende articoli a doppia firma con lui, che lancia campagne social con hashtag eloquenti, tipo #Savianononsitocca.”Il Guardian ha dedicato tre articoli agli attacchi contro di me…” aveva detto due giorni fa Saviano al Domani. Sì, il “Guardian“, ma nella persona del suo amico e fedelissimo collega e compagno di penna, Lorenzo Tondo. Una strana coincidenza.

Saviano a processo, il “Guardian” lo difende: come mai?

Più volte, negli ultimi giorni, nel suo piagnisteo contro il processo a suo carico per aver definito bastardi Giorgia Meloni e Matteo Salvini, Saviano aveva parlato della stampa straniera che si sta occupando della sua “persecuzione politica”, facendo riferimento, in particolare, a un durissimo articolo del tabloid inglese “The Guardian”, oggi riproposto, in italiano, da un altro house organ dello scrittore, La Stampa di Torino. Ebbene, quell’articolo obiettivo e imparziale in cui si parla di Saviano come di una vittima del liberticidio della stampa e della libera informazione da parte del regime di centrodestra, firmato dall’amico fidato di Robertino, Lorenzo Tondo, corrispondente del “Guardian” e autore di libri e articoli a quattro mani con il “gomorroide” sia in libreria – con tema i migranti, of course – sia sull’inserto dello stesso giornale, porta una tesi a senso unico e senza diritto di replica. Curioso, eh?

Le ridicole accuse sull’aggressione al giornalismo “investigativo”

Eccola, la grande stampa libera, bellezza, quella che si occupa autorevolmente del caso Saviano, e archivia quelle offese a Meloni e Salvini come opinioni quasi inevitabili a causa delle posizioni del governo sui migranti, utilizzando una persona vicinissima al protagonista della querelle giudiziaria, con argomenti risibili. La linea dell’offendere un politico di destra, non è reato, in sintesi. Bene, tutto possibile, ma spacciare quella arringa difensiva dell’amico di Saviano come l’indignazione dei giornali stranieri, è a dir poco ridicolo. Come del resto sono ridicole le accuse di Tondo contenute nell’articolo.

L’analisi “obiettiva” della situazione italiana e la reazione “emotiva” dello scrittore

Vediamo alcuni stralci, obiettivi come un coro “Fozza fozza Milan” di Abatantuono tifoso a San Siro: “Ogni anno si avviano migliaia di procedimenti giudiziari contro i giornalisti investigativi, e la Corte costituzionale del Paese ha esortato a definire e varare la tanto attesa riforma a tutela della libertà di espressione e dell’indipendenza della stampa. L’ignobile aggressività ai danni di Roberto Saviano, uno degli scrittori italiani più famosi, illustra chiaramente perché tale riforma sia indispensabile prima possibile…”.

Un incipit che farebbe intendere che Saviano sia stato querelato per le sue “inchieste”, per il suo giornalismo investigativo condotto contro i potenti, i nuovi governanti dell’Italia. Invece, l’unica indagine che ha fatto lo scrittore di Gomorra è stata per la ricerca della parola peggiore, poi risoltasi nella scelta di un simpatico epiteto: bastardi. Quindi, non si capisce consa centri la premessa sul Saviano detective, con il racconto del Saviano sboccato: ” Il caso parte dai commenti fatti due anni fa durante uno spettacolo televisivo, quando Saviano condannò la campagna di Meloni come leader dell’opposizione per impedire che le navi delle Ong soccorressero i rifugiati nel Mediterraneo. Reagendo emotivamente alla visione di un filmato nel quale una madre piangeva il figlioletto morto quando il gommone dei migranti si è ribaltato, Saviano ha definito bastardi Meloni e il suo alleato della destra radicale Matteo Salvini…”.

La libertà di stampa in pericolo… da meno due mesi però

Altro giro, altra investigazione tirata in ballo da Tondo: quella che ha portato a processo Saviano contro il ministro Sangiuliano non per uno scoop sul malaffare di qualche tipo, ma sempre per offese personali su cui, ovviamente, deciderà un giudice.

Ma per il corrispondente del “Guardian” amico di Saviano, in Italia c’è in gioco la libertà di stampa, non di insulto. “Lo spettacolo dei politici italiani più potenti che si coalizzano in questo modo per intimidire uno scrittore è indegno di uno stato membro fondatore dell’Unione europea. Come ha sottolineato la Corte europea dei diritti umani, i politici dovrebbero essere tenuti a sopportare livelli più alti di critiche e di inchiesta, considerata la loro posizione pubblica….”. Appunto. Critica e inchiesta.

Tondo poi ricorda le minacce di morte seguite alla pubblicazione nel 2006 del suo libro Gomorra, la denuncia di Saviano della mafia napoletana, “che lo ha costretto a una vita in clandestinità e a essere sempre scortato da agenti della polizia”.

Appunto: la mafia. Che c’entra il governo? C’entra, secondo “The Guardian“, che parla di ” caccia vendicativa nei confronti di un giornalista illustre che ha avuto la temerarietà di dare loro dei bastardi…”. Temerarietà, coraggio. What else?

Otto e mezzo, Sallusti su Meloni e la stampa: quando le querele erano di altri premier... Il Tempo il 25 novembre 2022

A Otto e mezzo si parla del rapporto tra potere e informazione con Lilli Gruber che spiega come quello del giornalismo politico è uno "sport di contatto". Il direttore di Domani, Stefano Feltri, critica la scelta della presidente del Consiglio di querelare il suo quotidiano per un articolo di Emiliano Fittipaldi riguardante una segnalazione da parte di Giorgia Meloni al commissario Covid Domenico Arcuri sulla disponibilità di un imprenditore a fornire mascherine durante la pandemia. "Ci ha querelato perché abbiamo scritto che è stata una raccomandazione", spiega il giornalista secondo cui il caso è preoccupante perché ora la leader di FdI è a Palazzo Chigi. "Quando diventa più potente decide di andare fino in fondo", dice Feltri. A commentare la vicenda c'è anche Alessandro Sallusti, direttore di Libero. "Se Meloni mi chiedesse un consiglio le chiedei di ritirare la querela, che è stata fatta quando lei non era presidente del Consiglio". 

"Io sono stato querelato da diversi primi ministri di sinistra, non mi sono mai lamentato e non ho mai frignato, ma non è una bella prassi ", spiega Sallusti. Tuttavia, se la "querelante è Meloni si apre un caso, quando i querelanti erano altri..." afferma il giornalista che ricorda quando è stato arrestato per l'omesso controllo di un articolo "e non mi è sembrato che lo sdegno della categoria fosse arrivato a questi livelli".

All'epoca Sallusti ricevette la grazia dall'allora capo dello Stato Giorgio Napolitano. "Dopo quaranta giorni di carcere..." commenta il direttore di Libero con Gruber che lo corregge: "Non proprio di carcere". "Agli arresti domiciliari, una passeggiata... - replica col sorriso Sallusti - Se mettono Feltri ai domiciliari l'Italia scenderebbe in piazza, e lo farei anch'io" conclude il direttore. 

Giorgia Meloni "pescivendola schiavista"? Sallusti: chiamate l'ambulanza...Alessandro Sallusti su Libero Quotidiano il 25 novembre 2022

Una esperta di insalate, si definisce proprio «insalatologa», che dà della «pescivendola» al primo ministro Giorgia Meloni è l'ultima entrata nella grande famiglia dei democratici impegnati nella difesa civile di questo Paese. Ha scritto proprio così, «Meloni pescivendola», una raffinata giornalista scrittrice cattolica di sinistra, Jeanne Perego, che ha trovato il modo dopo una vita così così di avere il suo momento di gloria pubblica, non dico raggiungendo ma almeno avvicinando il guru Roberto Saviano e il suo «Meloni e Salvini bastardi». Una premier bastarda, pescivendola, ma pure «schiavista» secondo un altro pezzo da novanta del club degli intellettuali illuminati, e mi riferisco a Marco Travaglio che ieri ha titolato la prima pagina del suo giornale «Con la Meloni torna lo schiavismo» e altrettanto sobriamente all'interno «Meloni vuole l'Italia degli schiavi».

Bastarda, pescivendola, schiavista, se aggiungiamo pure le allusioni a «stragista» e a «mafiosa» pronunciate in parlamento da Roberto Scarpinato, ex pm ora senatore Cinque Stelle, che resta più da dire se non che è vero che questo Paese ha un grave problema con il suo sistema sanitario visto che lascia cittadini bisognosi di cure psichiatriche in balia di se stessi. Qui non serve un magistrato perché è vero - come piagnucola Saviano - che la questione non può essere risolta per via giudiziaria, no qui serve una ambulanza, i matti sono un pericolo non solo per gli altri ma anche per se stessi.

Io non sono preoccupato per Giorgia Meloni, io temo che da un momento all'altro la Perego, Saviano, Travaglio, Scarpinato ma anche la Murgia e tanti altri di quella compagnia di mattacchioni mettano in atto gesti di autolesionismo pur di non prendere coscienza che le destre hanno vinto le elezioni e che quindi governeranno fino a cinque anni secondo programma come avviene del resto in tutte le democrazie del mondo. Guardate che il problema è più serio di quanto appare, c'è un'intera classe di giornalisti, scrittori, magistrati per altro già falliti e perditempo che rimasta orfana è uscita di testa e non sa più dove sbatterla. Il governo non può fare finta di niente e girarsi dall'altra parte, occuparsi dei deboli e dei reietti è un suo compito istituzionale.

Francesco Storace per "Libero quotidiano" il 24 novembre 2022. 

Pd, Cinque stelle, Terzo Polo: spazio signori, c'è un quarto partito a sinistra e si chiama Fnsi. È la federazione della stampa italiana, una specie di soviet che ora si è messa in testa di sabotare la premier Giorgia Meloni. 

Tutti quei giornalisti che si inchinavano al passaggio di Giuseppe Conte e Mario Draghi; quelli che applaudivano in piedi l'ingresso di SuperMario in conferenza stampa consentendogli di scegliersi le domande a cui rispondere; quelli che obbedivano al premier pentastellato a cui se osavi chiedere conto di ciò che non faceva, rispondeva al cronista: «Venga a farlo lei»; tutti costoro ora si sfogano contro la nuova presidente del Consiglio. Hanno sparso saliva a ondate quando c'erano gli altri premier, adesso fanno gli inferociti. E minacciano: l'altra sera il comunicato delirante della Fnsi.

«Chi ricopre cariche pubbliche ha il dovere di rispondere alle domande. Né può pensare di liquidare con insinuazioni e dietrologie i giornalisti che cercano di ottenere risposte, perché questo in democrazia è un preciso dovere per chi fa informazione. INACCETTABILE Va per questo respinta con forza, perché inaccettabile nella forma e nella sostanza, la reazione della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, alle richieste dei giornalisti di rivolgerle altre domande al termine della conferenza stampa di presentazione della manovra economica». 

Con tanto di avvertimento minatorio: «Non sarebbe male se i cronisti prendessero l'abitudine, come pure talvolta è avvenuto in passa to, di non partecipare o abbandonare i comizi camuffati da conferenze stampa». Insolenza allo stato puro. Il web è pieno di immagini di rettori che si prostrano all'arrivo del ministro della Salute Speranza; di Formigli che dà lezioni alla Melo ni «troppo aggressiva» (lo dice proprio lui...); o di chi leccava il premier Draghi dicendogli «se non ci fosse lei saremmo terrorizzati».

Figuracce su figuracce e ora vengono a fare i duri e puri con il primo premier donna nella storia della Repubblica. Non è che un po' sessisti sono quelli che lo dicono sempre agli altri?

 La conferenza stampa dello scandalo è stata caratterizzata da perle inaccettabili. Vogliono fare domande, dicono, e poi quello che esce dalla boccuccia ai signori dei media cani da guardia (prima erano da salotto) è «lei non può fare una presentazione così lunga della manovra di bilancio».

Oppure la polemica con la Francia «non le ha insegnato nulla»? No, queste non sono domande, ma esibizioni di arroganza che non c'entrano nulla con il mestiere dell'informazione. In realtà ci troviamo di fronte ad una stampa che in campagna elettorale tifava apertamente contro la paventata vittoria del centrodestra e adesso pretende, ad un mese dal voto, i miracoli che hanno atteso invano e silenti in undici anni di sinistra al potere senza voti.

Che dire, se il destino è contro di noi, peggio per lui... E adesso i giornaloni non si capacitano di dover raccontare una politica che semplicemente attua il programma elettorale con cui ha conquistato la maggioranza dei consensi nelle urne. Forse la Meloni dovrebbe agire come faceva Conte: apparire all'improvviso su Facebook, pretendere di interrompere la programmazione televisiva alla vista della sua po chette, dare vita - quelli sì - a monologhi interminabili, e concedersi a poche, gradite domande subi to dopo (quando era possibile).

Draghi appariva - ma guai a chiedergli un'opinione - più disponibile, ma se gli facevi una domanda sensata - ad esempio sulle sue ambizioni per il Colle - rispondeva nettamente: «Non rispondo». E nessun sindacalista della Fnsi pro poneva il sabotaggio del premier. A proposito: alla Meloni rimproverano persino le querele presentate contro gli la insultava quando stava all'opposizione. Adesso si limita a mandarli al diavolo. Dovrebbero essere contenti anziché piagnucolare.

A.V. per "Libero quotidiano" il 24 novembre 2022.  

Anche Rula Jebreal si schiera dalla parte di Roberto Saviano. La conduttrice tv, che in campagna elettorale e subito dopo le elezioni del 25 settembre aveva attaccato pesantemente Giorgia Meloni paventando l'arrivo di un regime in caso di vittoria del centrodestra, ieri è tornata su Twitter ad accusare la leader di Fratelli d'Italia con un post in lingua inglese: «Agendo come un autocrate, il primo ministro italiano coglie ogni opportunità per intimidire e denigrare i giornalisti. I giornalisti che fanno eco alla sua propaganda vengono nominati ministri della cultura e portavoce del governo... mentre i giornalisti che la denunciano vengono minacciati, vittime di bullismo e censurati».

Il tutto corredato dal video nel quale il premier, due giorni fa, critica i giornalisti che l'avevano accusata di non rispondere ad abbastanza domande al termine dell'illustrazione della manovra di bilancio. Subito dopo il voto, Rula Jebreal aveva tirato in ballo una vecchia storia che riguardava il padre di Giorgia Meloni, con cui peraltro il premier non ha più contatti da quando era bambina. 

Su Twitter Rula Jebreal aveva raccontato la storia dell'uomo, arrestato per narco traffico quasi 30 anni fa dopo aver abbandonato le figlie: «Meloni non è colpevole dei crimini commessi da suo padre, ma spesso sfrutta i reati commessi da alcuni stranieri, per criminalizzare tutti gli immigrati, descrivendoli minaccia alla sicurezza. In una democrazia ci sono responsabilità individuali, NON colpe collettive». Parole che avevano provocato l'indignazione anche di molti esponenti della sinistra.

Giorgia Meloni contro i giornalisti, Ilario Lombardo: "E' il suo metodo". Libero Quotidiano il 22 novembre 2022

Protagonista della conferenza stampa di Giorgia Meloni, oltre che la manovra, il botta e risposta con un giornalista. Non è infatti passato inosservato il rimprovero di Ilario Lombardo al presidente del Consiglio che prontamente ha replicato. "Guardi, fermo restando che non mi pare che non siamo disponibili. Mi ricordo che in altre situazioni siete stati molto meno assertivi - ha tuonato la premier -. Lei dice ‘tagliamo l’introduzione', ma è una legge di bilancio, non penso che lei si aspetti che la presentiamo in quattro minuti. Non vi ricordo così coraggiosi in altre situazioni...". 

Parole che non sono piaciute alla firma de La Stampa, che ha ben pensato di rispondere. Sì, ma ai microfoni di Un Giorno da Pecora. In collegamento con Rai Radio1, Lombardo spiega: "La sollecitavo a prendere molte più domande, visto che la legge di Bilancio è la principale legge dello Stato. C’è un metodo ormai, l’ho seguita in tutti i viaggi fatti finora e lei tutte le volte ha fatto le stesse cose, dicendo che aveva un impegno e non poteva prendere troppo domande". 

Ma non finisce qui, perché al giornalista non è bastata la giustificazione della leader di Fratelli d'Italia impegnata in un altro incontro. "Diversi indizi - prosegue - fanno una prova. Ci intravedo un metodo, una strategia, visto che lei fa delle introduzioni più lunghe dei suoi predecessori poi c'è la tagliola dei tempi e finisce che le domande diventano due, tre o cinque, come avvenuto oggi". Insomma, Lombardo contesta il fatto che "la presentazione della manovra è durata 75 minuti, un record degli ultimi anni. Il senso della conferenza stampa è fare domande, non è un convegno". Ecco allora la colata di insulti: "Non lo so ma è gravissimo che un’istituzione come la presidenza del Consiglio si permetta di accusare una categoria che è lì solo per fare domande. Questo trucchetto è assolutamente inaccettabile per un presidente del Consiglio". A maggior ragione - conclude - dato che "si è messa a braccia conserte, col volto un po’ nervoso, e ha preso altre quattro o cinque domande". 

Meloni, "rissa" coi giornalisti? Retroscena: la frase che ha scatenato il caos. Antonio Rapisarda su Libero Quotidiano il 24 novembre 2022

Giorgia Meloni presenta la prima manovra del suo governo. Gli occhi del mondo sono fissi sul merito di una legge che è già uno snodo cruciale per un esecutivo sorto solo da un mese: l'attenzione degli osservatori internazionali è morbosa sui conti, la tenuta finanziaria, le misure anti-crisi previste. Al netto, ovviamente, della curiosità sul tasso di discontinuità con la precedente gestione Draghi.

Dopo un'ora di presentazione - con il premier affiancato dai ministri coinvolti direttamente nella stesura - giungono le domande della stampa. Tutto fila liscio, con il botta e risposta vivace su questioni inerenti al cuneo fiscale, al reddito di cittadinanza e così via. Spunti e appigli per mettere sotto pressione il governo però non sembrano essercene: del resto né i falchi di Bruxelles né le solite agenzie di rating hanno avuto argomenti per tuonare sulla legge di Stabilità del destra-centro.

A un certo punto arriva la domanda di un cronista del Foglio che mette in mezzo la "pedagogia" sul dossier Ong. Proprio così: ossia, citiamo, se lo scontro con la Francia «le ha insegnato ad avere un approccio meno propagandistico nei confronti dei Paesi partner». Da questo momento la conferenza stampa assume un'altra piega. La risposta del presidente del Consiglio non si limita all'appunto sul modo, discutibile, con cui la questione è stata posta («Guardi è una vita che voi volete "insegnarmi" qualcosa. C'è modo e modo di fare le domande...») ma è stata l'occasione per ribadire la postura - sua, del governo e dunque dell'Italia - rispetto alle questioni internazionali.

«Non mi ha insegnato niente (la reazione francese, ndr) - questa la precisazione -. Perché credo di avere fatto il mio lavoro, come sempre, difendendo gli interessi di questa Nazione. E non mi pare, differentemente da come è stato raccontato per troppo tempo, che stia crollando qualcosa qui intorno da quando è arrivato il nostro governo». Anzi, se «si parla di fare delle riunioni Ue per affrontare il tema dell'immigrazione» è perché l'Italia ha posto il problema «dei suoi diritti». Siparietto concluso da parte della stampa? Al contrario. Dopo aver risposto a un'ulteriore domanda, Meloni ha chiesto di poter andare via perché attesa a un incontro con Confartigianato.

LA PROTESTA - A questo punto è scattata la protesta di alcuni cronisti: la richiesta è di poter fare altre domande. I toni nei suoi confronti del premier tornano a scaldarsi: c'è chi è arrivato addirittura a lamentare i tempi dell'introduzione del suo intervento. Insomma, un altro "insegnamento". La replica di Meloni non si è fatta attendere: «Ma questa è una legge di Bilancio! Penso che nessuno si aspetti che presentiamo la manovra in quattro minuti. Siamo persone seri». «Anche a Bali», ha aggiunto la voce in sala, «c'è stato spazio solo per tre domande». «Avevo un incontro con Xi Jinping», ha risposto a sua volta. E prima ancora Meloni non le ha certo mandate a dire a chi ha avuto da ridire proprio sulla modalità della conferenza stampa: «Fermo restando che non mi sembra che non siamo disponibili... mi ricordo che in altre situazioni siete stati molto meno "coraggiosi" e assertivi. Mettiamola così...». 

I RIFERIMENTI STORICI - I riferimenti storici della punzecchiatura di Giorgia - che è rimasta a rispondere ancora alle domande - sono noti. È rimasto celebre, e non proprio da manuale del giornalismo "watch-dog", l'applauso scrosciante degli stessi cronisti parlamentari alla conferenza stampa di fine di Mario Draghi (e lo stesso accadde con Carlo Cottarelli e il suo trolley, quando rimise l'incarico esplorativo dopo qualche giorno). Non si ricordano poi, sempre in riferimento all'ex premier, strali o contestazioni nel giorno in cui SuperMario stabilì a quali domande non rispondere (come quelle sul Quirinale). Andando più indietro con i governi non vi è traccia di gesti plateali - come quello invocato ieri dalla nota della Fnsi contro Meloni, chiedendo la prossima volta di abbandonare la conferenza stampa - quando imperversava il metodo Conte-Casalino. Celebre la battuta dell'ex portavoce dell'allora premier 5 Stelle contro un tweet di un giornalista del Foglio che aveva preso di mira ironicamente la sua gestione di una manifestazione contro i vitalizi: «Adesso che il Foglio chiude, che fai? Mi dici a che serve il Foglio? Perché esiste?». Tutt' altro che morbido, infine, fu lo stesso Conte con un giornalista che in piena crisi pandemica osò chiedergli semplicemente lumi sull'operato del commissario Arcuri: «Se lei ritiene di far meglio», questa la risposta, «la terrò presente».

Maurizio Belpietro per “La Verità” il 23 novembre 2022.

Fino a ieri la principale preoccupazione dei giornaloni e dell'opposizione riguardava la tenuta dei conti pubblici. «Con le loro promesse Meloni e soci ci manderanno in malora», era l'ottimistica conclusione di certi accorati editoriali con cui si invitava la maggioranza a non fare danni. 

«Se si tocca la Fornero, anticipando l'uscita dal lavoro di chi ha meno di 42 anni di contributi, si scassa il bilancio dell'Inps», era l'obiezione della sinistra e di alcuni centri studi politicamente orientati. E ora che il consiglio dei ministri ha varato una manovra prudente, senza fare troppo deficit, ma investendo due terzi dei soldi a disposizione in misure che attenuino il rincaro delle bollette?

Adesso che a Palazzo Chigi si è deciso di rinviare la riforma previdenziale a tempi migliori, ritoccando solo il necessario? Nel momento in cui si mette mano al Reddito di cittadinanza, riducendo la platea dei beneficiari? Beh, ovvio: neanche quello va bene. 

Così, gli stessi che prima predicavano cautela per evitare che lo spread salisse, adesso accusano l'esecutivo di mancanza di coraggio e scarsezza di visione. In particolare, un assaggio del doppiopesismo di stampa e opposizione lo si è visto ieri, con i commenti a caldo dopo il varo della legge di bilancio.

 Con una certa dose di ironia lo ha notato anche Giorgia Meloni, che rispondendo alle domande dei cronisti ha replicato alle contestazioni in conferenza stampa dicendo di non ricordarsi tanta assertività ai tempi del governo Draghi. 

Da parte nostra, possiamo aggiungere che altrettanta condiscendenza fu usata quando il premier era Giuseppe Conte, ma anche Matteo Renzi e Paolo Gentiloni dai giornalisti sono sempre stati trattati con i guanti bianchi. Le domande erano felpate, e invece di incalzare il capo del governo, la maggior parte dei rappresentanti della stampa annuiva.

Tutto ciò per dire il clima che ha accolto la Finanziaria: se con Mario Monti la stampa e le forze politiche erano adoranti, scambiando per tagli di spesa perfino le tasse, con Giorgia Meloni improvvisamente giornali e partiti d'opposizione hanno cambiato stile. La trasformazione più clamorosa riguarda il giudizio sul reddito di cittadinanza. Quando fu introdotto, il Pd votò contro e i principali centri studi lo giudicarono una follia che avrebbe creato un buco nel bilancio dello Stato. 

Prima che cadesse il secondo governo Conte, anche i grillini si resero conto che la legge aveva bisogno di manutenzione. Ma ora che il governo Meloni ha deciso di cambiare le regole, limitando la misura alle sole persone che non sono in grado di lavorare, apriti o cielo. Il leader grillino, che dopo essere stato avvocato del popolo da qualche mese, per guadagnare consensi, si è trasformato in tribuno della plebe, minaccia di mobilitare la piazza e si dichiara pronto a tutto.

A sollecitare manifestazioni di protesta è anche l'uomo che ha perso qualsiasi cosa poteva perdere, ossia Enrico Letta, il quale dimentico delle posizioni contrarie del suo partito, adesso difende il reddito di cittadinanza. 

E Renzi e Calenda? Anni fa spararono a zero contro il reddito di cittadinanza, ma ora che bisogna recuperare consensi, e soprattutto attaccare il governo, la musica è cambiata: adesso urge demolire la manovra per demolire il governo. In conclusione, se si sgombra il campo dalle chiacchiere e dalle polemiche di partito, che cosa resta?

Una Finanziaria fatta in un mese (ricordate quando Draghi fece capire che non aveva alcuna voglia di prepararla e qualcuno ipotizzò il rischio di un esercizio provvisorio?), con pochi soldi perché la gran parte erano già impegnati, ma con obiettivi precisi: le bollette, le pensioni, il cuneo fiscale, la card e l'assegno unico per i nuclei familiari con maggiori necessità, la revisione del reddito di cittadinanza. 

A qualche economista colorato tutto ciò ovviamente non piace. Abbiamo sentito con le nostre orecchie Carlo Cottarelli dire in tv che l'intervento sulle pensioni premia interessi particolari. Secondo il professore, che è andato in pensione a 59 anni, chi di anni ne ha 62 e sulle spalle ne ha 41 anni di contributi regolarmente versati, evidentemente ha interessi particolari.

Per lui e quelli come lui forse si devono regalare soldi, con il reddito di cittadinanza, a chi di anni magari ne ha trenta e i contributi non li ha mai pagati. Con il che si capisce quanto strumentali siano le critiche. Per dirla con la Meloni: quanto sono assertivi certi esperti quando non hanno di fronte né Monti né Draghi.

Carlo Canepa per pagellapolitica.it il 30 novembre 2022.

Il 29 novembre il Corriere della Sera ha pubblicato la prima intervista di Giorgia Meloni da quando è diventata presidente del Consiglio. Tra le varie domande, il direttore del quotidiano Luciano Fontana ha chiesto alla leader di Fratelli d’Italia di commentare le critiche secondo cui, durante la conferenza stampa di presentazione del disegno di legge di Bilancio, avrebbe lasciato «poco spazio alle domande».

«Ho fatto cinque conferenze stampa in quattro settimane. Nell’ultima, prima che segnalassi di avere un altro impegno, avevo già risposto a nove domande», ha risposto Meloni. «Vi invito a controllare a quante domande abbiano risposto i miei predecessori in occasione della presentazione della manovra».

Abbiamo accolto l’invito della presidente del Consiglio: numeri alla mano, per le ultime due leggi di Bilancio, Mario Draghi e Giuseppe Conte avevano risposto a meno domande. E nel primo mese dei due precedenti governi erano state organizzate meno conferenze stampa.

La conferenza stampa di Meloni

Alla conferenza stampa del 22 novembre, in cui il governo ha presentato il disegno di legge di Bilancio per il 2023, hanno partecipato Meloni, il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il viceministro dell’Economia Maurizio Leo e la ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone.

La presentazione delle misure contenute nel testo è durata circa un’ora e mezz’ora è stata poi dedicata al confronto con i giornalisti, che in alcuni casi hanno fatto più di una domanda a testa. Dopo dieci domande, Meloni ha avvisato che la conferenza si doveva concludere, perché doveva partecipare all’Assemblea nazionale di Confartigianato, creando malumori tra i giornalisti, soprattutto per la durata della presentazione del testo.

 «Mi ricordo che in altre situazioni siete stati molto meno assertivi», ha replicato in maniera piccata la presidente del Consiglio, facendo implicito riferimento ai governi passati. «È una legge di Bilancio: io sono una persona seria e le cose le voglio spiegare», ha aggiunto Meloni, sussurrando: «Se foste stati così coraggiosi in altre situazioni…». Dopo questo botta e risposta, la presidente del Consiglio e i ministri hanno risposto ad altre cinque domande, portando il totale a 15.

Al di là di questa polemica, a quante domande avevano risposto i due predecessori, Draghi e Conte, nelle conferenze stampa di presentazione delle ultime due leggi di Bilancio?

Le conferenze stampa di Draghi e Conte

Il 28 ottobre 2021 l’allora presidente del Consiglio Draghi ha presentato in conferenza stampa il disegno di legge di Bilancio per il 2022, insieme al ministro dell’Economia Daniele Franco e il ministro del Lavoro Andrea Orlando. La conferenza stampa era durata circa un’ora e dieci minuti, con una mezz’ora dedicata al confronto con i giornalisti. In totale, le domande a cui ha risposto Draghi e gli altri membri del governo sono state 12, tre in meno rispetto a quelle fatte durante la conferenza stampa del governo Meloni.

Il 19 ottobre 2020, l’allora presidente del Consiglio Conte, insieme con il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, ha presentato il disegno di legge di Bilancio per il 2021, in una conferenza stampa durata complessivamente poco più di 50 minuti. Come per Draghi, anche qui per le domande dei giornalisti sono stati concessi circa 30 minuti. In totale, i giornalisti intervenuti erano stati quattro, con otto domande complessive.

Ricapitolando: se si prendono in considerazione le ultime tre conferenze stampa per le presentazioni delle leggi di Bilancio, si scopre che il governo Meloni ha risposto a 15 domande, quello di Draghi a 12 e quello di Conte a otto.

Altri numeri

Nella sua intervista con il Corriere della Sera, Meloni ha citato un dato corretto: dal 22 ottobre, giorno del suo insediamento, al 22 novembre, ha tenuto cinque conferenze stampa da presidente del Consiglio: il 22 novembre per presentare la legge di Bilancio; il 16 novembre durante il vertice del G20 a Bali (in quell’occasione Meloni aveva avuto poco a tempo a disposizione per le domande, dicendo che doveva incontrare il presidente cinese Xi Jinping); l’11 novembre per presentare un nuovo decreto-legge sull’energia; il 4 novembre per descrivere il contenuto aggiornato della Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza (Nadef); e il 31 ottobre per presentare il contenuto del primo decreto-legge approvato dal governo.   

Draghi è diventato presidente del Consiglio il 13 febbraio 2021 e ha tenuto la prima conferenza stampa il 19 marzo 2021, quindi oltre un mese dopo, per presentare il decreto "Sostegni" approvato dal Consiglio dei ministri. Draghi ha poi rilasciato la sua prima intervista a un quotidiano, anche lui come Meloni al Corriere della Sera, il 17 aprile 2022, oltre 14 mesi dopo essere diventato presidente del Consiglio. Il 17 agosto 2021 Draghi aveva rilasciato una breve intervista televisiva al Tg1 su Rai 1, sei mesi dopo la nomina a capo del governo: all’epoca avevamo verificato come nei dieci anni precedenti i suoi predecessori, da Mario Monti a Conte, avessero rilasciato le loro prime interviste molto prima di lui.

Conte è diventato per la seconda volta presidente del Consiglio il 5 settembre 2019. Nelle quattro settimane successive ha tenuto solo una conferenza stampa, il 30 settembre, per la presentazione della Nadef.

Meloni, porcheria del Fatto in prima pagina: "Mica potete rompere il ca***". Libero Quotidiano il 23 novembre 2022

La stretta del governo sul reddito di cittadinanza proprio non va giù al Fatto Quotidiano. La manovra, illustrata da Giorgia Meloni in conferenza stampa, prevede che i percettori del sussidio considerati “occupabili”, cioè tra i 18 e i 59 anni, potranno continuare a riceverlo solo per i primi otto mesi del 2023, agosto compreso. Poi alla prima offerta di lavoro congrua rifiutata, il reddito sarà tolto. Infine dal 2024 il reddito non ci sarà più. 

La misura tanto cara al Movimento 5 Stelle, quindi, sta per essere eliminata del tutto. Al Fatto non l'hanno presa bene, tanto che la prima pagina di oggi ospita una vignetta velenosa contro Giorgia Meloni. Il premier, ritratto come se stesse parlando in conferenza stampa, dice: "Siamo poveri, siamo poveri gne' gne' gne' e mica potete rompe 'r caz*o, tutto il tempo che c'ho da fa' 'o statista io...". A corredo le parole "Under-dog over the top", con chiaro intento ironico rispetto a quanto la Meloni disse nel suo discorso di fiducia in Parlamento. La vignetta in questione ricalca in modo sarcastico anche i botta e risposta che il premier ha avuto in conferenza con alcuni giornalisti. 

Il Fatto, insomma, illustra la Meloni come una persona indifferente rispetto ai problemi dei più fragili. Peccato, però, che la manovra sia stata fatta proprio per quelle persone lì. Lo ha scritto lei stessa su Twitter: "Orgogliosa del lavoro di questo Governo e di una manovra scritta in tempi record. Una legge di bilancio coraggiosa e concreta, che bada al sodo e offre una visione sulle priorità economiche. Favorire la crescita, aiutare i più fragili, investire nelle famiglie, accrescere la giustizia sociale, sostenere il nostro tessuto produttivo, scommettere sul futuro: questa la nostra ricetta per ridare forza e visione all'Italia".

Flavia Amabile per "la Stampa" il 24 novembre 2022.  

Roberto Saviano rinuncia alla parola. Ha annullato tre incontri , due a Reggio Emilia e uno a Roma, spiegando in una lunga lettera i motivi della sua decisione. Una forma di protesta, quasi un autoimbavagliamento dello scrittore dopo l'apertura del processo per diffamazione per aver esclamato «Bastardi, come avete potuto» riferendosi a Giorgia Meloni e Matteo Salvini durante una puntata di Piazzapulita del 2020. Una scelta quasi necessaria dopo aver sottolineato due giorni fa le parole usate da The Guardian, che in un editoriale definiva «bullismo» l'abuso della legge italiana sulla diffamazione «per intimidire, silenziare il dissenso».

«Resisti», gli chiede il sindaco di Reggio Emilia, Luca Vecchi. Non bisogna sottovalutare il suo monito, è il messaggio che arriva dal presidente dell'Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini. 

Roberto Saviano per ora preferisce che sia il silenzio a parlare per lui. «Scrivo questa lettera con molta fatica e gran dispiacere», inizia così il testo della lettera inviata alla Fondazione "I Teatri" di Reggio Emilia, per spiegare il motivo del rinvio della sua partecipazione agli incontri del 27 novembre nell'ambito di "Finalmente Domenica", e il 28 con gli studenti delle scuole, per presentare il suo libro su Falcone. «Per me questa è una fase difficile, portato a processo da tre ministri di questo governo: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il vice presidente del Consiglio Matteo Salvini, il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano». 

In particolare, il ministro della Cultura «mi ha poi minacciato nuovamente, di altro processo, per le critiche rivolte recentemente a lui; Salvini invece si è costituito, a sostegno di Giorgia Meloni, parte civile nel processo a mio carico.

Ben cinque le azioni giudiziarie pendenti da parte di ministri di questo governo. Chiunque, al mio posto, ne sarebbe paralizzato». L'attacco - aggiunge Saviano - è organizzato, congiunto. «I giornali di estrema destra, in alcuni casi pagati direttamente da esponenti della maggioranza parlamentare, stanno facendo uno squadrismo quotidiano» e - denuncia lo scrittore - «chi dovrebbe difendere spazi di libertà e democrazia è impegnato a nascondere le macerie di un percorso politico, culturale e intellettuale che non ha saputo creare ponti, ma solo disgregazione». 

Da un lato «c'è un comportamento feroce, di diffamazione, di isolamento, dall'altro prudenza, distinguo, precisazioni, paura, silenzio per convenienza. Questo genera solitudine. Per fortuna so che non sono solo: sento la solidarietà di chi mi legge, di chi sostiene le idee che esprimo e di alcuni dei miei colleghi, i più coraggiosi (pochi, tra gli scrittori, lo sono). La sento e ne sono preoccupato, perché temo seriamente che chi mi è vicino sia oggetto di vendette trasversali. Non voglio certo votarmi alla solitudine, ma sento di dover proteggere chi non ha scelto il mio percorso, ma desidera starmi accanto».

Sono in tanti a rassicurare Saviano, non è solo. Oltre a esprimere la solidarietà di tutta la comunità emiliano -romagnola, Stefano Bonaccini avverte che il gesto di Saviano «è un monito che non può essere sottovalutato». E invita lo scrittore ad andare avanti comunque. «Abbiamo bisogno della sua voce e della sua testimonianza, per un impegno che deve essere anche di tutti noi». 

Solidarietà e vicinanza anche dal sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi. Al Teatro Valli della città, Saviano era atteso per presentare il suo libro su Giovanni Falcone agli studenti. «Caro Roberto, non sei solo», assicura il sindaco. «La città che ti ha conferito la cittadinanza onoraria è al fianco di chi si impegna in prima persona contro la criminalità organizzata, per la legalità e la sicurezza. Qui stiamo e qui ci troverai, sempre».

La speranza del sindaco e di tutta la comunità è che lo scrittore presto cambi idea. La stessa speranza è stata espressa da Paolo Cantù, direttore della Fondazione "I Teatri" di Reggio Emilia «Lo avevamo invitato a parlare e discutere di quella memoria che, nel caso di Giovanni Falcone, vorremmo senza indugio condivisa e pubblica. Ci dispiace che l'attualità politica abbia preso il sopravvento e stiamo già cercando una data alternativa, il prima possibile, per riuscire ad avere Roberto Saviano con noi, per continuare ad esercitare fino in fondo la nostra funzione di spazio e presidio pubblico di pensiero e dialogo». Annullato anche l'incontro a dicembre a Roma al Festival Più libri, più liberi con Michela Murgia e Chiara Valerio dal titolo «Cremini e altre cose nere. Un viaggio nei registri simbolici nei quali siamo cresciuti».

E se l'Isis, Boko Haram e i nazisti dell'Illinois aspettassero Saviano a teatro? L’autore di Gomorra rinuncia a due incontri a Reggio Emilia e dichiara di non andare in pubblico perché teme per la sua incolumità. Un timore un tantinello eccessivo (specie da uno che querela ogni cosa in movimento...)

Francesco Specchia su Libero Quotidiano il 26 novembre 2022

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d'adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all'Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

Immaginatevi, una sera di novembre a Reggio Emilia. Una sera umida, tetra e patibolare come lo sguardo dell'eroe. Ecco, davanti ai cancelli del Teatro Valle, affollarsi nell'ordine: frange sparse del Pkk e dell'Isis, superstiti del battaglione Azov con bazooka sfuggiti a Putin, miliziani nigeriani di Boko Haram, un nostalgico anni 70 delle Br e un pugno di feroci nazisti dell'Illinois. Tutti lì spazientiti a sbirciare l'orologio. Scusate, ma cosa fate qui in fila? «Aspettiamo Roberto Saviano», rispondono sbuffando. 

Ma guardate che Saviano non viene. «Come non viene? Ma se abbiamo comprato il biglietto? Questo non è corretto...», urla un signore mascherato in corsetto antiproiettile. «Ma è sicuro che non viene?», insiste educatamente sparando una raffica di kalashnikov. Ma sì che non viene. «E perché non viene?». Saviano non viene perché dice che «non ha scudi». «E che minchia significa, non ha scudi?», incalzano gli astanti caricando un mortaio. Boh. Non so. In realtà, nessuno ha capito bene. I terroristi chiedono spiegazioni al bigliettaio. S' incazzano tutti.  Uno cerca di ordinare un missile dalla Cecenia.

Un altro, a sfregio, vuole piazzare del tritolo sotto il teatro. Un altro ancora, dell'Isis, fa un gesto di stizza inconsulto e, per sbaglio, stacca la linguetta di una delle granate sulla cintura. Ed è un'esplosione di raro scontento. Che - diciamoci la verità - è sempre meglio dell'«esplosione d'odio» che sta accompagnando da una settimanella a questa parte ogni atto, pensiero, opera e, soprattutto, omissione di Roberto Saviano. Ecco.

Immaginatevi questa scena surreale e pensate allo scrittore che ha appena annunciato, appunto, di disdettare gli incontri col pubblico di domenica 27 e lunedì 28 novembre a Reggio Emilia. Pensate, in particolar modo, ai motivi che l'hanno spinto a un gesto così ineducato. «Sono a processo con tre ministri di questo governo e percepisco odio, non voglio esporre chi mi ospita a questo clima», annuncia lui. E verga di suo pugno uno sfogo che è un grido di dolore verso i suoi fan, che di solito si avvicinano per toccarlo, stringergli la mano, strappargli un autografo. Ricordiamo l'antefatto.

Saviano, a Piazzapulita su La7 aveva dato dei «bastardi!» a Meloni e Salvini. Giorgia - che allora non era a Palazzo Chigi ma all'opposizione- l'aveva querelato. E Saviano, invece di scusarsi perla cazzata, con un formidabile senso del martirio ha girato la situazione a suo vantaggio; ha convocato conferenze stampa per informare che essendo scrittore ha licenza poetica di insultare chicchessia, basandosi sui reati d'opinione (un arzigogolo in punta di diritto che temo avrà vita breve); ha assemblato il suo commando situazionista capitanato da Michela Murgia, e ho detto tutto.

Come se non bastasse, ecco l'ennesimo colpo di teatro, una fascinosa mistura di vittimismo eroico: «Chiunque, al mio posto, ne sarebbe paralizzato». Chiunque. «I giornali di estrema destra, in alcuni casi pagati direttamente da esponenti della maggioranza parlamentare, stanno facendo uno squadrismo quotidiano: io sono sulle loro prime pagine ogni giorno, attaccato nella maniera più bassa e vile, senza che io sia davvero schermato da quella che dovrebbe invece essere una opinione pubblica "amica"». Considerando che, a cominciare dall'ascoltatissima tribuna di Che tempo che fa, Saviano attira sudi sé l'attenzione del mondo; be', la sua capacità di alterare la realtà qui travalica spiazzamento, indignazione e rabbia, e arriva quasi all'ammirazione.

Davvero. Quest' uomo è un genio.

Lo dico da «squadrista quotidiano di giornale di estrema destra». Saviano in uno spettacolare cortocircuito è in grado di lanciare strali verso la libera stampa che resoconta l'accaduto; ma, nel contempo, lamenta che la stessa stampa libera non gli faccia da sponda. Si tratterebbe di «silenzio per convenienza».

E, nella lettera pubblicata sul Corriere della sera, arriva perfino a definire coraggiosi quelli che lo sostengono, perché potrebbero essere vittime di «vendette trasversali». E quindi ecco che si immola per «proteggere chi non ha scelto il mio percorso ma desidera starmi accanto». Per questa nobile e drammatica ragione, per non mettere in pericolo degl'innocenti, Saviano ha annunciato l'annullamento degli incontri. «Settimane di attacchi continui, per timore di esporvi, di esporre chi mi ospita: responsabilità, questa, che sento gravosissima», ha detto, evocando un'«esposizione fisica» da evitare, perché «l'odio è tangibile e non esiste alcuno scudo». L'odio.

Nonostante abbia querelato chiunque solo provasse a fargli un buffetto (da Gasparri alla nipote di Benedetto Croce, da Genny Sangiuliano al giornalista casertano Di Meo), alla faccia della libertà d'espressione da lui invocata, Roberto rivela la sua essenza. Deve sacrificarsi, scivolare nel cono d'ombra per evitare di mettere in pericolo chi ama. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Un incrocio fra Spiderman e Salman Rushdie. Certo, poi devi spiegarlo - kalashnikov o no - a chi è lì in coda ad attenderne l'ombra nella notte...

Strumentalizza il processo per aver dato della «bastarda» a Meloni, mentre invece è un'occasione per lui. L'editoriale di Davide Vecchi.  Davide Vecchi su Il Tempo il 27 novembre 2022

Roberto Saviano è stato rinviato a giudizio a seguito di una querela presentata da Giorgia Meloni che si è ritenuta diffamata dall'epiteto «bastardi» (riferito a lei e a Matteo Salvini) scandito dallo scrittore a fine 2020 nel corso di una puntata di Piazza Pulita. La prima udienza del processo si è tenuta il 15 novembre e da allora (quindi da dodici giorni) Saviano ha messo in atto una campagna aggressiva nei confronti dell'attuale presidente del Consiglio affinché ritiri la querela spacciando lui per vittima e lei per carnefice quando in realtà è l'esatto opposto. Almeno così dice la legge. Ma si sa, i paladini della giustizia tendono a rispettarla (e invocarla) quando si applica agli avversari, mentre se ne dimenticano volentieri quando sfiora loro (e gli amici).

Ora, ciascuno è libero di scegliere come essere uomo e come essere giornalista. Ma io da uomo e da giornalista provo molta tristezza e profonda pena per Saviano. Da uomo provo molta tristezza nel vedere un quarantenne spaventato e incapace di affrontare le conseguenze delle proprie azioni, da giornalista provo profonda pena nell'assistere a questa deprimente sceneggiata piagnucolante per una querela: dovrebbe essere felice e orgoglioso di poter dimostrare in un'aula di tribunale la veridicità delle sue opinioni.

Questo comportamento è oggettivamente e (umanamente) imbarazzante per l'intera categoria. E lo è ancor di più perché palese è la strumentalizzazione di Saviano: l'autore di Gomorra da settimane ripete e scrive che è stata Giorgia Meloni a mandarlo a processo. Niente di più falso. Sicuramente lo scrittore sa bene che chi querela presenta una denuncia ed è poi un giudice a decidere se quella denuncia è fondata (e quindi dispone il rinvio a giudizio, il processo) o non ha motivo di essere (e quindi archivia il procedimento). Dunque o Saviano ignora la procedura - cosa al quanto improbabile-osta volontariamente alzando fumo per aizzare il suo circo mediatico affinché lo difenda e attacchi Meloni. Questo è infatti il risultato ottenuto. Ma il processo mica lo ha disposto l'inquilino di Palazzo Chigi. Saviano se la prenda con il giudice che - ripeto - ha ritenuto fondata la diffamazione contestata da Meloni. È molto semplice.

Nel mio piccolo, se considero solo i quasi dieci anni trascorsi al Fatto Quotidiano, ho ricevuto almeno una quarantina di querele e persino un processo d'ufficio avviato da un magistrato di Siena (l'unico caso in Italia). Non ne ho persa nessuna e al tribunale toscano sono stato pienamente assolto (ora quel pm è indagato a Genova, si chiama Aldo Natalini ed è accusato di falso ideologico per il caso di David Rossi). Mai ho avuto paura di scoprire che quanto avevo scritto fosse sbagliato: può capitare. Ma appunto si affronta.

È palese la strumentalizzazione attuata da Saviano. E dè un peccato. Perché con questo vittimismo immotivato ha semplicemente finito di demolire l'immagine del paladino della giustizia che si era costruito, quell'alone da eroe che lo accompagna (insieme alla scorta) da quasi venti anni (Gomorra è del 2006) che con indomito coraggio sfida a volto scoperto e testa alta persino la mafia, figurarsi i politici. Peccato. Ci abbiamo creduto. Ma gli eroi sono alla testa dei cortei e non si nascondono in fondo mandando avanti gli altri.

Spero abbia uno scatto d'orgoglio e ringrazi Meloni di averlo querelato così potrà dimostrare in un'aula di giustizia quanto fondata fosse la sua opinione. Anzi, ora che lei è premier, la sfidi: se io Saviano perdo, pago quanto e come stabilirà il tribunale (del resto nella giustizia bisogna crederci sempre, o no?), se invece perde lei, presidente del Consiglio, si impegna a introdurre (finalmente) una bella legge sulla lite temeraria. Ecco. Speriamo in un ritrovato orgoglio. Altrimenti Saviano sarà l'ennesima bandiera che la società civile dovrà ammainare prendendo atto di aver nuovamente visto male.

Saviano querelato da Giorgia Meloni e la difesa della Sinistra. Arnaldo Magro su Il Tempo 30 novembre 2022

«La querela a Saviano resta e non ho intenzione alcuna, di ritirarla». Si aggiungeranno capitoli nuovi, startene certi, nella querelle legata alla premier ed allo scrittore napoletano. La vicenda oramai nota un po' a tutti, è stata ricostruita ed analizzata in maniera puntuale, dal direttore su queste pagine, non più tardi di qualche giorno fa.

«Sono sotto attacco» scrive ancora Saviano. «Mi sento in pericolo così come temo, per l'incolumità , di coloro che mi vivono al fianco». Frase forte. Ad effetto. Che stia provando a giocarsi la carta del vittimismo Saviano? O ipotizza forse, una legio di meloniani ferventi, pronti a sopravanzare la scorta di cui dispone, per cantargliene quattro, in endecasillabi sciolti? Difficile anche solo da immaginare, come scenario. Vivendo in Italia e non a Kabul, dove il rischio più grande riscontrabile per strada, è quello dell'insulto sboccato e gratuito per una mancata precedenza. Nei suoi profili social, prova ugualmente ad aizzare il suo popolo. Ci prova ma non vi riesce granché. Sobilla quella intellighenzia settaria. In soccorso arriva pure l'anglosassone «Guardian».

Una sorta di stringiamoci a coorte, a favore del compagno Roberto. Roba forte. Brividi alle unghie. «Il presidente del consiglio mi porta in tribunale» dice Saviano. Ma anche qui, la ricostruzione dei fatti, come parte dei suoi scritti, non sono sinceri. La querela esposta è datata 2021, quando Meloni era ancora solitaria all'opposizione. Quando contava poco. Quando non ricopriva, il ruolo di premier. Quel «bastardi» urlato con veemenza in diretta televisiva, non rappresenta diritto di critica. E lui ben lo sa. Sarebbe bastato forse chiedere «scusa».

Ora spetterà invece ad un giudice valutare. Ma come dice Davide Vecchi, dovrebbe essere ugualmente contento Saviano, di poter argomentare il suo pensiero in tribunale. Non godrà certo di un processo sommario bensì di uno serio ed imparziale. Con tutti gli occhi addosso. La sua mediaticità schizzerà alle stelle. Mediaticità a caro prezzo però. Ma corra comunque il rischio. Ha accostato un personaggio politico alla foto di un bambino, attribuendogli de facto, la responsabilità del decesso. Ora corra il rischio che un giudice, possa ritenere quel fatto sanzionabile. E magari pensi anche solo per un attimo, a come può essersi sentito il destinatario di quell'insulto. Se può aver temuto per la propria incolumità e pure di chi le sta accanto. Ad esempio. E perché se in scrittura tutto vale, si finisce che nulla abbia più valore.

Porro gela Saviano: "Perché Meloni non ritira la querela". Cosa ha detto davvero. Il Tempo il 29 novembre 2022

Nella Zuppa di Porro, la video rassegna stampa quotidiana del giornalista Nicola Porro, si torna a parlare della querela ricevuta da Roberto Saviano. Il conduttore di Quarta Repubblica, commentando l'intervista di Giorgia Meloni al Corriere della Sera, rivela come sia rimasto stupito dal fatto che "con tutti i problemi che abbiamo, l'economia che non va, Ischia, le accuse di deriva troppo a destra del governo, ci sia comunque il tempo di chiedere conto alla Meloni della querela contro Roberto Saviano". Durante un'intervista nella trasmissione PiazzaPulita su La7, l'autore di Gomorra aveva dato dei "bastardi" sia alla leader di Fratelli d'Italia sia a Matteo Salvini. Ora andrà a processo per diffamazione. 

"Il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana, nelle 15-20 domande che fa, deve piazzare quella su Saviano. E la Meloni risponde: 'Io non ritiro la querela a Saviano perché mi ha rappresentato come se fossi la colpevole della morte di un bambino annegato nel Mediterraneo'. Capito? Non solo Saviano dà della bastarda alla Meloni, ma al culmine del ragionamento la indica come mandante occulta dell'assassinio nei confronti di un piccolo migrante. Francamente, non me lo ricordavo, è abbastanza pesante" spiega Porro rivelando come lui sia, in generale, contrario alle querele contro i giornalisti. Giorgia Meloni, nell'intervista al Corriere, ricorda come questa querela era stata presentata quando non era presidente del Consiglio. "Perché un magistrato dovrebbe trattare diversamente me, in quanto premier? Sarebbe piuttosto pericoloso per la magistratura. Il problema è che una certa sinistra non si può considerare sempre sopra le righe" sottolinea Porro ribadendo il ragionamento della premier. 

IL TITOLO DI STUDIO DI GIORGIA MELONI DAL SUO CURRICULUM

LETTERA A DAGOSPIA l’1 Dicembre 2022. Riceviamo e pubblichiamo:

Gentile redazione di Dagospia,

Vi scrivo perché spero che almeno Voi abbiate il coraggio di pubblicare una notizia che nessuno finora ha mai pubblicato. Su ogni bibliografia di Giorgia Meloni c’è scritto che come titolo di studio ha la maturità di liceo linguistico, ma in realtà si è diplomata all’istituto professionale alberghiero Amerigo Vespucci di Roma.

A dimostrazione di quello che scrivo riporto il link di una dichiarazione di suo professore delle scuole superiori, peccato che, poco casualmente il docente non specifichi in quale indirizzo di studi era iscritta la neo Presidente del Consiglio e il professore insegnasse Economia, materia che notoriamente non è mai stata tra quelle insegnate al liceo linguistico.

Giorgia Meloni ha un titolo di studio di una scuola professionale o di un liceo linguistico? In passato ci sono stati politici che hanno millantato titoli di studio mai conseguiti, come Umberto Bossi e alcuni di Fratelli d'Italia come Crosetto (che, iscritto fuoricorso alla facoltà di Economia di Torino, dichiarava di avere la laurea, che ovviamente non ha mai conseguito) e Daniela Santaché (1 corso di pochi giorni all’Università Bocconi era diventato sul suo CV un master universitario di un anno).

Non sarà che la Meloni, per quanto voglia far credere di essere orgogliosa delle sue origini di borgata, si vergogni che a differenza degli ultimi Presidenti del Consiglio non ha studiato al liceo e ha in diploma di istituto professionale alberghiero con indirizzo da barista o cameriera (altro che il bibitaro Luigi di Maio, che almeno ha il diploma di liceo scientifico) o turistico?

Infatti tutti i Presidenti del Consiglio da Bettino Craxi a Mario Draghi (passando da Prodi, D’Alema, Monti, Letta, Renzi, Draghi, Conte, insomma nessuno escluso!) hanno una cosa in comune: il diploma di liceo classico! Confido che almeno Voi mettiate in risalto la notizia come merita e ringrazio anticipatamente.

Cordiali saluti B.

Da orizzontescuola.it del 30 novembre 2022

Giorgia Meloni? "Da studentessa capiva tutto al volo e poi approfondiva, era eccellente, le ho dato anche un 9 in economia politica, voto che non ho dato quasi mai nella mia carriera. Fu mia studentessa al quinto anno e prese 60/60 alla maturità".

A raccontarlo, ospite di Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, è Carlo Turchetti, professore di Economia politica all’Istituto Amerigo Vespucci di Roma, dove tra i suoi alunni ebbe anche la premier italiana.

Si capiva già quando era diciottenne che Meloni avrebbe avuto una grande carriera politica? "Lei aveva un modo di intendere la politica molto coerente, anche se controcorrente rispetto a molti altri studenti. Che per capacità fosse fuori dalla norma era evidente, pensate che alla maturità consegnò per prima e senza utilizzare la ‘brutta copia’, cosa che stupì tutta la commissione", ha spiegato il docente.

Antonio Rapisarda per "Libero quotidiano" l’1 Dicembre 2022.

Che nell'elaborazione del "metodo Meloni" l'esperienza alle superiori - fra le intimidazioni dei collettivi antifascisti, la trincea delle assemblee dove si conquistava da sola il palco e il diritto di parola e la prima prova di leadership nel movimento studentesco di destra de "Gli Antenati" - sia stata una tappa fondamentale per il futuro premier lo ha documentato lei stessa nell'autobiografia Io sono Giorgia. A questo affresco, da ieri, si è aggiunta una voce: quella di Giorgia Meloni fra i banchi di scuola. A fornire la testimonianza, con ampi dettagli e con più di una nota di merito, è stato Carlo Turchetti. Il suo ex professore di Economia Politica all'Istituto Amerigo Vespucci di Roma nell'anno più delicato per tutti gli studenti: quello della maturità. Che cosa è emerso? Che il presidente del Consiglio e leader di Fratelli d'Italia è stata una studentessa «eccellente».

Diplomata con il massimo dei voti (60/60) in un istituto pubblico sperimentale (ai tempi i licei linguistici erano tutti privati), nel quale evidentemente brillava non solo nelle lingue straniere (e i risultati si vedono oggi quando interviene senza interpreti nei grandi summit internazionali) ma anche in una materia, come Economia politica, che incrocerà - eccome - la sua carriera politica.

Com' era, dunque, Giorgia a scuola? «Aveva un grande intuito, aveva delle opinioni importanti, le sapeva sostenere. Era molto curiosa», così il suo professore a Un giorno da pecora ha fissato le caratteristiche principali che Meloni da allora si porta dietro. Nel suo libro, non a caso, la "capa" della destra ha ricordato quel di procedere nato proprio al Vespucci: «Io scrivo su carta, a mano.

È il mio metodo per fissare in testa le cose, da quando andavo a scuola e, per non dover studiare troppo il pomeriggio, mi costringevo a stare attenta in classe appuntando in tempo reale la spiegazione del professore».

Analisi sottoscritta dal suo "prof": «Lei capiva al volo e poi approfondiva. Era eccellente».

Lo era anche nella sua materia, dove Giorgia può vantare uno dei voti più alti che Turchetti ha assegnato in carriera: «Poche volte ho dato 9... Glielo diedi sulle scuole economiche: nel rapporto fra la società e il senso di giustizia». Anche ai tempi l'impronta della destra sociale era evidente nei ragionamenti della leader in pectore:«Era molto attenta, a proposito dei fattori di produzione, su quali fossero gli elementi che andavano utilizzati a vantaggio della gente».

Caratteristiche che Meloni spendeva in prima linea. In politica. «Sì. Era molto coraggiosa», ha continuato il docente a cui non passava inosservata la vita avventurosa della sua ex studentessa. «Partecipava alle attività politiche esterne o si recava spesso come ospite (capo degli studenti di destra, ndr) al Maurizio Costanzo show.

Ma poi recuperava immediatamente se qualche insegnante nel frattempo aveva svolto una parte importante del programma».

La domanda a questo punto è d'obbligo: in quella diciottenne c'erano già le caratteristiche dell'attuale premier? «Non facciamo voli pindarici», ha ribattuto Turchetti, «ma che era fuori dalla norma non c'erano dubbi». Lo dimostrava in classe, quando seppur in minoranza «per le sue idee controcorrente» riusciva sempre «con coerenza, a ristabilire le sue ragioni» e a rappresentare persino un elemento «di coesione» con gli altri che la pensavano diversamente.

La prova del nove, poi, fu proprio l'esame di maturità quando stupì i professori esterni «consegnando il compito per prima e senza utilizzare la "brutta copia"».

Poteva essere, poi, un esame come gli altri quello di Giorgia Meloni? Ovvio che no. A raccontarlo, qui, ci pensa la sua autobiografia. Argomento del suo tema di italiano? Quando si dice il destino: l'immigrazione. Per questo motivo gran parte della commissione l'aspettava al varco. All'orale però trovarono pane per i loro denti. «Scusate», disse loro, «vi devo segnalare che voi qui state facendo un processo alle mie idee e questo non è consentito, siete qui per valutare la mia preparazione». L'esito di quell'esame è noto. Il resto della carriera pure.

La lezione di Giorgia Meloni a Roberto Saviano: "Non è al di sopra della legge".. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 29 Novembre 2022

Il presidente del Consiglio ha deciso: non ritirerà la denuncia contro Saviano che l'aveva definita "bastarda" in un programma tv

Roberto Saviano dopo i suoi volgari e brutali attacchi "urlati" a raffica contro Giorgia Meloni, una volta resosi conto delle conseguenze penali in arrivo, sta giocando negli ultimi giorni la carta del vittimismo . Lo scrittore campano dovrà affrontare quelli che sono gli effetti delle sue parole, anche perché il presidente del Consiglio non ha alcuna intenzione di tornare sui propri passi e ritirare la querela

Intervistata da Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, Giorgia Meloni ha spiegato di non avere alcuna intenzione di ritirare le denuncia contro Saviano, che aveva detto "«Vi sarà tornato alla mente tutto il ciarpame detto sulle ong: "taxi del mare", "crociere"… viene solo da dire bastardi. A Meloni, a Salvini, bastardi, come avete potuto? Come è stato possibile, tutto questo dolore descriverlo così? È legittimo avere un’opinione politica ma non sull’emergenza".

"Ho presentato la querela quando ero capo dell’opposizione", spiega la leader di Fratelli d’Italia ora alla guida del Governo. "L’ho fatto non perché Saviano mi aveva criticato sull’immigrazione ma perché, nel tentativo vergognoso di attribuirmi la responsabilità della morte in mare di un bambino, mi definiva in tv in prima serata una "bastarda". E quando gli è stato chiesto se quella parola non fosse distante dal diritto di critica ha ribadito il concetto", precisa. "Non capisco la richiesta di ritirare la querela perché ora sarei presidente del Consiglio: significa ritenere che la magistratura avrà un comportamento diverso in base al mio ruolo, ovvero che i cittadini non sono tutti uguali davanti alla legge? Io credo che tutto verrà trattato con imparzialità, vista la separazione dei poteri. Ma penso anche che una certa sinistra non debba considerarsi al di sopra della legge. Sto semplicemente chiedendo alla magistratura quale sia il confine tra il legittimo diritto di critica, l’insulto gratuito e la diffamazione" ha aggiunto la Meloni.

Il messaggio della Meloni è forte e chiaro. Essere, come si dice, "di sinistra" non mette al riparo dalle conseguenze. Una lezione che Roberto Saviano sta imparando proprio adesso. Lo scrittore campano si è di fatto defilato, annunciando via lettera di aver rinunciato agli eventi pubblici che lo avrebbero visto impegnato. Non ha neppure mancato di attaccare quella che lui definisce "opinione pubblica amica", responsabile secondo lui di non averlo schermato dallo "squadrismo quotidiano" dei "giornali di estrema destra, in alcuni casi pagati direttamente da esponenti della maggioranza parlamentare". Va ricordato che il reato di diffamazione aggravata (art. 595 comma 3) in questo caso dal fatto che la diffamazione sarebbe avvenuta in un talk show televisivo, è punita con la reclusione da 6 mesi a 3 anni o la multa non inferiore a 516 euro. Redazione CdG 1947

Da liberoquotidiano.it il 2 dicembre 2022.

Lucia Annunziata attacca Giorgia Meloni sul suo comportamento nei confronti dei giornalisti da Corrado Formigli a PiazzaPulita, su La7, nella puntata del 1 dicembre: "Meloni polemizza coi giornalisti? Draghi aveva uno standing istituzionale che Meloni ancora non si è guadagnata. Hai un titolo, sei a Palazzo Chigi, hai i voti, basta fare la gruppettara di destra". E ancora, dice la  conduttrice  giornalista riferendosi alla premier: "Entra nei panni della presidenza del Consiglio. La vedo proprio stretta ancora in questo incarico".

Detto questo, sottolinea Lucia Annunziata: "Giorgia Meloni è leader legittimo, negli ultimi dieci anni per fermare la destra si sono fatte esperienze di governo spurie. Lei è la prima persona che prende voti, vince e si impone".

Quanto a Giuseppe Conte, prosegue la giornalista. "Lo stimo per molti versi ma lui non ha il dna del Cinque Stelle. È come un innesto, può funzionare ma al momento non ha il dna del Movimento, è un altra cosa". Insomma, per la Annunzia l'ex premier "è un avvocato, il classico legale che conosce molto bene le tattiche del lavoro, quelle di discussione e come si crea un caso e lo si porta avanti". In sostanza la giornalista definisce il leader pentastellato "un tattico".

Da liberoquotidiano.it il 2 dicembre 2022.

I giornalisti contro Giorgia Meloni. È accaduto durante la conferenza stampa sulla Manovra. Qui alcuni di loro hanno contestato al presidente del Consiglio "il poco spazio per le domande", arrivando a dire che la lunga presentazione altro non è che "una strategia".

Eppure a dire la sua e spezzare una lancia a favore della leader di Fratelli d'Italia ci pensa Bruno Vespa. Il conduttore di Rai3 interviene ai microfoni di PiazzaPulita nella puntata di giovedì 1 dicembre su La7. "Io - esordisce davanti a Corrado Formigli - non so come altri premier avrebbero risposto".

Per Vespa "non si chiede a una premier se ha imparato una lezione, la domanda si fa per sapere le cose". Ancora una volta ecco che Formigli interviene: "Sì ma le domande si accettano per quelle che sono e si risponde".

"Sì, ma non si chiede questo", conclude Vespa sottolineando comunque che è lecito fare domande. Anche sul caso Saviano Vespa prende le difese del presidente del Consiglio: "Quello di cui un Presidente del Consiglio non può fare a meno è denunciare una persona che afferma che è corresponsabile della morte di un bambino in mare. Si chiama attribuzione del fatto determinato. Ho procurato la morte di un bambino in mare? Dimostramelo".

Per il giornalista la querela della Meloni nei confronti dell'autore di Gomorra non ha nulla, o quasi, a che vedere con il termine 'bastarda' a lei attribuito. Opinione che vede ancora il conduttore di La7 contrario: "Non è così", controbatte dando vita all'ennesimo battibecco.

La colonna ambescìlle. Il caso Saviano e la sentenza che sancisce il diritto di scrivere falsità. Guia Soncini

su L’Inkiesta il 19 Novembre 2022.

Indignazione per la cattiva Meloni che porta in tribunale il «bastardi» pronunciato dallo scrittore di Gomorra, solidarietà al deputato buono che cita in giudizio un giornale e assoluzione dell’articolista che sette anni e mezzo fa mi ha attribuito una corrispondenza altrui. 

Nel dicembre del 2020 Roberto Saviano è, esattamente come ora, lo scrittore italiano più noto all’estero, molto letto e stimato da ormai quindici anni. Nel dicembre del 2020 Giorgia Meloni è, diversamente da ora, all’opposizione del governo all’epoca in carica. Nel dicembre del 2020 Piazza pulita è, esattamente come ora, il programma più trash della tv italiana.

La prima domanda che viene quindi da farsi, di fronte allo scandalo collettivo di questi giorni, è: perché commentiamo il tutto come se la presidente del Consiglio avesse fatto causa a uno scrittore, invece d’indignarci perché la giustizia italiana ci mette talmente tanto tempo a imbastire la prima udienza d’un banale processo per diffamazione che in quel tempo una senza alcun incarico di governo fa in tempo a divenire presidente del Consiglio?

La seconda domanda attiene alla libertà d’espressione. Che è mio personale convincimento serva innanzitutto a tutelare gli inadeguati. Se Roberto Saviano scrive un articolato editoriale in cui ne dice di tutti i colori sul mio conto, è assai probabile che sia capace di costruirlo in modo che la sua prosa si difenda da sola. È l’inattrezzato culturale che mi dice «ambescìlle» che va tutelato nella sua libertà d’espressione.

Su questo non siamo tutti d’accordo, anzi: c’è tutt’un movimento culturale che disapprova che i social siano un grande sfogatoio su cui chiunque può dirti «ambescìlle», e che mai sottoscriverebbe la mia convinzione che quello sfogatoio sia utilissimo; ogni Vongola75 che scrive i suoi penzierini ostili è una Vongola75 che dopo si sente meglio e non mi aspetta armata sotto casa.

Epperò la più parte degli intellettuali italiani (e non solo italiani) dissente, ritenendo che le parole facciano male quanto una coltellata (si vede che non v’ha mai accoltellato nessuno).

Epperò Saviano, per aver a Piazza pulita detto «bastardi» all’indirizzo di Meloni e Salvini, viene difeso moltissimo da intellettuali che invece si spendono abitualmente molto contro quelle che chiamano «parole d’odio», e solitamente fanno (o minacciano) causa per ogni «ambescìlle». È un mondo vagamente schizofrenico, quello in cui il «Bastardi» di Saviano ha una dignità diversa dallo «Stia zitta» di Raffaele Morelli.

(No, il fatto che Saviano il «Bastardi» lo usi per arringare in difesa dei buoni – si parlava dei profughi che secondo la destra sono in gita di piacere – non può valere come distinzione: le regole non possono esistere per tutelare solo quelli che ci pare stiano dalla parte giusta, non sono certo io a dover spiegare a Saviano o a Michela Murgia che questo è il funzionamento delle dittature, e che in democrazia le regole salvaguardano chi non ci piace).

La terza domanda, alla quale ha già risposto Saviano, riguarda quelli che trasecolano: dove andremo a finire, si sa che non si denunciano gli scrittori, non si denunciano i giornali, non si denunciano neanche i programmi trash, se salta questa regola è barbarie; quelli secondo i quali dev’esserci una speciale immunità dalle accuse di diffamazione per i mezzi di comunicazione di massa, altrimenti addio libertà di stampa. Scusate, ma chi pensate pratichi eventuali diffamazioni? I baristi? I cardiochirurghi? Gli elettrauti? Se mi sento diffamata da un giornale cosa devo fare, se non chiedere a un tribunale di decidere se ho ragione?

Ha già risposto Saviano, dicendo che lui non discute lo strumento della querela, anche lui querelò Gasparri. Bene, e allora tutto lo scandalo di questi giorni a cosa serve? Gli scrittori che vanno a solidarizzare in tribunale contro uno strumento che lo stesso Saviano approva perché sono lì? Per richiedere una riforma che gestisca i processi in modo da aprirli e chiuderli prima che cambi il governo del paese e con esso i rapporti di forza, spererei – ma temo non sia così.

Mentre tutta l’Italia rispettabile, l’Italia dei giusti, l’Italia che sa che posizione prendere si sdegnava per la politica che fa causa a uno scrittore, per gli ingiusti che fanno causa ai giusti, Aboubakar Soumahoro pubblicava sui social la foto d’un articolo di Repubblica sulla sua famiglia con queste parole a commento: «Non c’entro niente con tutto questo. Non consentirò a nessuno di infangarmi. Chi ha deciso di farmi la guerra, con diffamazione, dico ci vediamo in tribunale. Ho dato mandato ai legali di perseguire penalmente chiunque, usando qualsiasi mezzo, offenda la mia reputazione».

Aboubakar Soumahoro è la politica, ma è anche uno dei giusti. Come la mettiamo? Era da «stai con Togliatti o con Vittorini» che non era così scivoloso posizionarsi: stai coi querelati o coi querelanti? Se, come Saviano, elevi un «bastardi» a «la libertà di critica» e a «gli intellettuali che decidono di smontare la sua narrazione» («sua» di Salvini), forse puoi anche elevare un «difendo gli amici miei e non una linea univoca» a posizionamento culturale.

Mentre l’Italia rispettabile decide come conciliare il posizionamento rispetto a Soumahoro e quello rispetto a Saviano, a me arriva una sentenza. Riguarda un articolo del giugno 2015 (sette anni e mezzo fa, se li conti in vite dei governi chissà che cifra viene). Uscì su un settimanale. Non so se per dolo o per distrazione, parlando d’un processo in cui ero coinvolta, l’articolista attribuì a me i traffici illeciti d’un altro imputato. Intentai una causa civile per diffamazione.

Sette anni e mezzo dopo, una giudice mi comunica che non ho diritto ad alcun risarcimento, «né può dolersi della impostazione palesemente colpevolista dell’articolo […] essendo ben noto che fatti di cronaca giudiziaria dividono la pubblica opinione ed i media tra veementi innocentisti e colpevolisti da tempo immemore (quantomeno dal 1700, ma particolarmente dall’inizio del secolo scorso)» (ah, pure storica).

Mentre leggevo questa splendida sentenza che citava precedenti secondo cui «il diritto di cronaca può comportare qualche sacrificio dell’accuratezza della verifica della verità del fatto narrato per esigenze di velocità» (ma è un settimanale, è un articolo scritto da una che fa la riposante vita di chi scrive un articolo a settimana, e ha una settimana per controllare chi ha detto cosa: con questo criterio, uno che pubblica su un sito domani può darmi della serial killer e va bene così); questa splendida sentenza che definisce l’attribuirmi l’intera corrispondenza altrui, con altrui toni e altrui intenzioni, come «un errore sostanzialmente irrilevante»; mentre mi cascava la mandibola su questo «liberi tutti di scrivere il cazzo che vi pare senza porvi il problema della verità» sancito da un tribunale, mi chiedevo in che paese vivo, dei due che vedo attorno a me.

Nel paese in cui il solo fatto di istruire un processo (in cui Saviano potrebbe benissimo essere assolto) è un attentato alla libertà intellettuale e tutti dovremo d’ora in poi censurarci e saranno tempi molto bui. O nel paese in cui non è richiesto neanche quel grado minimo d’aderenza alla realtà per cui, se Pippo ha detto «t’ammazzo», è bene non scrivere su un giornale Topolino, due punti aperte virgolette, t’ammazzo.

Confesso di preferire il primo, di paese. Confesso che non mi sembra tanto malvagia l’idea che chi ha la responsabilità di parole pubbliche venga invitato, dalla giurisprudenza e dalla società civile, a soppesarle. Confesso che mi sembra assai peggio il paese in cui un giudice dice sì, vabbè, Topoli’, quante storie: è dal 1700 che si sa che non bisogna formalizzarsi.

Definì Meloni "bastarda". Ora Saviano va a processo ma chiede la "grazia". Carlantonio Solimene su Il Tempo il 09 novembre 2022

Da qualche anno ormai esistono due Roberto Saviano. Il primo è lo scrittore di successo che ha pagato a carissimo prezzo la sua decisione di sfidare a viso aperto la Camorra. Mi permetto di dire - contravvenendo a una delle regole sacre del giornalismo che imporrebbe di non personalizzare mai un articolo - che sono un fervente ammiratore di «questo» Saviano. Ho letto e amato diversi suoi libri, mi sono appassionato alla serie «Gomorra» che l'ha visto come autore e ho trovato incomprensibili le polemiche di chi gli ha rimproverato il successo. Come se in Italia fare soldi a palate con il proprio lavoro fosse una colpa da espiare e non un merito.

C'è però un secondo Saviano, l'animale politico. Colui che ha deciso di sfruttare la notorietà per far conoscere le proprie opinioni su tutto quanto avviene nel Paese. E fin qui non ci sarebbe niente di male. Però l'ha fatto in una maniera - diciamo così... - poco ortodossa. Dividendo il mondo in buoni e cattivi e usando l'insulto come arma dialettica. Definendo, ad esempio, «ministro della malavita» il Matteo Salvini dell'era gialloverde.

E qui entra in gioco l'attualità. Il prossimo 15 novembre, infatti, a Roma si celebrerà la prima udienza del processo per diffamazione intentato da Giorgia Meloni nei confronti dello scrittore. La querela si basa sulla dura requisitoria che Saviano pronunciò nel dicembre 2020 nel talk "Piazza Pulita" nei confronti delle posizioni politiche dei leader della Destra sul tema immigrazione. Testualmente: «Vi sarà tornato alla mente tutto il ciarpame detto sulle ong: "taxi del mare", "crociere"... viene solo da dire bastardi. A Meloni, a Salvini, bastardi, come avete potuto? Come è stato possibile, tutto questo dolore descriverlo così?». Nel novembre 2021 il giudice per le indagini preliminari definì «esorbitante, rispetto al diritto di critica politica, l'epiteto "bastarda"» e decise il rinvio a giudizio dello scrittore.

Ieri, su "La Stampa", è stata pubblicata una lettera-appello di Burhan Sonmez, presidente della Pen International, associazione mondiale di scrittori «dedita alla difesa della libertà di espressione». Sonmez si rivolge a Giorgia Meloni e le chiede di ritirare la denuncia, descrivendo «una tendenza preoccupante in Italia, dove giornalisti e scrittori lavorano consapevoli di poter essere denunciati e incarcerati per quello che dicono o per quello che scrivono». Saviano ha rilanciato l'appello e ringraziato Sonmez.

Una premessa: Meloni farebbe bene, in effetti, a ritirare la querela. Non perché la presidente del Consiglio abbia torto nel merito, ma perché a Saviano e ad altri esponenti del mondo politico e culturale che l'hanno attaccata in questi anni oltrepassando i leciti confini del diritto di critica per sconfinare nel dileggio e nell'odio dovrebbe piuttosto erigere un monumento, dato che è anche grazie a loro che la sua scalata politica è stata tanto rapida e inarrestabile.

Il punto, però, è un altro. Davvero dare del «bastardo» a un avversario politico - che all'epoca, peraltro, era all'opposizione - costituisce un «sano e legittimo diritto di critica»? Davvero c'è qualcuno che, a sinistra, dopo aver denunciato per anni vere o presunte «campagne d'odio» promosse dalla destra, oggi è pronto a stracciarsi le vesti per rivendicare il diritto di insulto e di delegittimazione?

Negli scorsi mesi, per difendersi, lo scrittore ha citato il caso di una comica tedesca, Enissa Amani, condannata a 40 giorni di carcere per aver dato del «bastardo e idiota» a un leader, a detta di Saviano, «razzista e di destra». Il ché, in realtà, dimostra due cose: la prima è che non è vero che «certe persecuzioni esistono solo in Italia». No, se si insulta si viene condannati anche nella civilissima Germania. La seconda è che, se si crede davvero in quel che si dice e se si rivendica orgogliosamente la possibilità di insultare qualcuno, altrettanto orgogliosamente occorrerebbe essere pronti ad affrontarne le conseguenze, senza chiedere la «grazia» alla vigilia del processo.

Ma forse la chiosa migliore della vicenda sta nelle parole che lo stesso Saviano scrisse nel 2017, dovendo difendersi dagli attacchi di chi rilanciava la bufala del suo «attico a New York». «L'aggressione verbale in politica è uno strumento inutile, oltre che dannoso- sosteneva lo scrittore - perché distorce la voce e rende incomprensibili legittime richieste. (...) Credete davvero che le vostre urla, che i vostri insulti, vi garantiranno ciò che decenni di cattiva politica vi hanno tolto? E se la vostra risposta è: "Intanto urliamo, intanto insultiamo, poi si vede" significa che senza nemmeno rendervene conto (siete inconsapevoli, ma non incolpevoli) state lastricando voi stessi una strada peggiore di quella che avete trovato».

Ecco, al di là di come finirà la querelle giudiziaria con Meloni, l'augurio è che, per il futuro, Roberto si comporti come chiedeva il Saviano del 2017. Per non lastricare egli stesso «una strada peggiore di quella che ha trovato».

Da video.corriere.it il 15 novembre 2022.

Si apre oggi, martedì 15 novembre, il processo a Roma nei confronti di Roberto Saviano accusato di diffamazione nei confronti di Giorgia Meloni. 

Saviano, durante una puntata di «Piazzapulita» su La7 nel dicembre 2020 sul tema dei migranti, si era riferito alla leader di Fratelli d'Italia chiamandola «bastarda». 

L'indagine era stata avviata dopo una querela presentata da Meloni e nel novembre dello scorso anno il gup di Roma ha disposto il rinvio a giudizio per lo scrittore.

Fulvio Fiano per corriere.it il 15 novembre 2022.

La vicenda per la quale oggi viene processato Roberto Saviano risale al dicembre 2020, quando ospite in studio della trasmissione Piazzapulita su La7, al termine di un video che mostrava la disperazione di una donna che aveva perso in mare il proprio figlio di sei mesi dopo il rovesciamento della imbarcazione sulla quale viaggiavano, lo scrittore si scagliò contro chi porta avanti le campagne anti-immigrazione, paragonando il mancato soccorso in mare come a una ambulanza che non interviene per i feriti in strada e usò l’appellativo «bastardi», riferito a Giorgia Meloni, allora parlamentare di Fratelli d’Italia e a Matteo Salvini (che per questo episodio si è costituito parte civile pur non avendo querelato all’epoca) per il loro contrasto alle Ong. 

Il ministro degli Interni Matteo Piantedosi e i suoi predecessori al Viminale Salvini e Marco Minniti, oltre al senatore Maurizio Gasparri, sono alcuni dei testi citati dalla difesa di Saviano nel processo che lo vede imputato di diffamazione ai danni del presidente del Consiglio Meloni e che celebra oggi la sua prima udienza. 

«Mi ritrovo oggi in giudizio - afferma Saviano davanti al tribunale - e ritengo singolare che uno scrittore sia processato per le parole che spende per quanto dure esse siano, mentre individui inermi continuano a subire atroci violenze». «Credo di aver il record di giornalista, personalità, individuo più processato da questo governo» aggiunge Saviano lasciando piazzale Clodio, annunciando che «Matteo Salvini ha presentato istanza per essere parte civile in questo processo». E poi spiega che Salvini lo avrà «contro sia in questo processo sia nel processo l’anno prossimo.

Il rischio «democratura»

«Non mi è stato permesso di fare dichiarazioni spontanee» afferma Saviano che legge alla stampa quello che avrebbe voluto dire al giudice monocratico: «Ho fiducia che si possa finalmente esorcizzare la più subdola delle paure e cioè che avere un’opinione contraria alla maggioranza significhi avere un’opinione non legittima, e che quindi avere un problema con la maggioranza di questo Governo significhi avere un problema con la giustizia. Ciò sarebbe gravissimo e confermerebbe un’ipotesi che questa maggioranza politica voglia condurci verso una democratura» 

«Difendo la libertà di parola»

«L’accusa è quella di aver ecceduto il contenimento, il perimetro lecito, la linea sottilissima che demarca l’invettiva possibile da quella che qui viene chiamata diffamazione» spiega ancora l’autore di «Gomorra». «Io sono uno scrittore: il mio strumento è la parola. Cerco, con la parola, di persuadere, di convincere, di attivare. Sono uno scrittore e quindi, avendo ottenuto la libertà di parola prima di qualsiasi altra, sono deciso a presidiarla - prosegue - Ho sempre scelto di difendere le mie parole con il mio corpo in maniera differente rispetto a quanto fanno molti parlamentari, che hanno usato lo scudo dell’immunità quando hanno avuto bisogno di proteggersi dalla giustizia: lo ho fatto la scelta opposta, ho scelto di esporre il mio corpo e le mie parole negandomi la possibilità di un riparo sicuro, di rifugiarmi in una zona franca tra la legge e l’individuo: perché mi illudo ancora, forse ingenuamente, che dalla giustizia non ci si debba proteggere, ma che sia essa stessa garanzia di protezione»., 

«Parole perfino troppo prudenti»

«Dinanzi ai morti, agli annegamenti, all’indifferenza, alla speculazione, dinanzi a quella madre che ha perso il bambino, io non potevo stare zitto - - spiega Saviano - E sento di aver speso parole perfino troppo prudenti, di aver gridato indignazione perfino con parsimonia». 

Piantedosi, Minniti e Salvini chiamati come testi

Minniti viene chiamato a deporre per illustrare i termini degli accordi con la guardia costiera libica da lui firmati, Salvini dovrà riferire della vicenda giudiziaria che lo vede imputato a Palermo per sequestro di persona in relazione proprio al divieto di sbarco imposto a una nave che aveva soccorso dei naufraghi in mare, Piantedosi è citato per riferire dell’operato dello stesso Salvini e del regime di protezione che tutela Saviano, Gasparri infine risponderà della diffamazione aggravata dall’uso di internet per la quale è stato querelato dallo scrittore. 

Le Ong

La linea implicita è quella di dimostrare che ci sia in atto un tentativo di intimidire chi si oppone a questa linea politica. Della lista testi fanno parte anche Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International, per riferire sul report stilato sul linguaggio usato in campagna elettorale, il conduttore di Piazzapulita Riccardo Formigli e gli esponenti di Ong impegnate nel salvataggio di migranti, Oscar Camps di Mediterranea Saving Humans, e Luca Casarini di Open Arms. A portare solidarietà a Saviano sono presenti tra gli altri in aula Teresa Ciabatti, Sandro Veronesi, Nicola Lagioia, Michela Murgia, Walter Siti, Chiara Valerio, Kasia Smutniak.

Il legale di Meloni: «Valutiamo la remissione»

«Questa querela nasce dal livore dei toni utilizzati, ‘bastardo’ è un insulto non una critica», dice l’avvocato di parte civile Luca Libra, il quale non esclude la remissione della querela: «Stiamo valutando». L’udienza, alla quale assiste in gran numero la stampa estera, slitta al 12 dicembre per questioni procedurali legate al cambio del giudice.

Roberto Saviano, il processo diventa un comizio anti-governo. Il Tempo il 16 novembre 2022

Il processo non c'è stato. Lo show invece sì. La prima udienza nel procedimento ai danni di Roberto Saviano per diffamazione nei confronti di Giorgia Meloni è durata appena una manciata di minuti. Poi, per questioni procedurali - il giudice onorario non può occuparsi di una simile questione, ne va nominato un altro - è stato tutto rinviato al prossimo 12 dicembre. Per l'occasione, però, nonostante l'esito fosse già noto in anticipo agli addetti ai lavori, il tribunale di Roma è stato preso d'assalto da cronisti e da diversi intellettuali arrivati per solidarizzare con l'autore di Gomorra, dagli scrittori Nicola Lagioia, Michela Murgia e Sandro Veronesi all'attrice Kasia Smutniak fino al direttore de La Stampa Massimo Giannini.

Attestato il rinvio del processo, lo «spettacolo» si è spostato all'esterno del tribunale, in piazzale Clodio. Dove Roberto Saviano ha letto una lunga dichiarazione sulla vicenda: «Io sono uno scrittore- ha detto- il mio strumento è la parola. Cerco, con la parola, di persuadere, di convincere, di attivare». «La parola è ciò per cui io sono qui - ha proseguito L'accusa è quella di aver ecceduto il contenimento, il perimetro lecito, la linea sottilissima che demarca l'invettiva possibile da quella che qui viene chiamata diffamazione».

«Sono uno scrittore e quindi, avendo ottenuto la libertà di parola prima di qualsiasi altra, sono deciso a presidiarla - ha aggiunto - Ho fiducia che si possa finalmente esorcizzare la più subdola delle paure e cioè che avere un'opinione contraria alla maggioranza significhi avere un'opinione non legittima, e che quindi avere un problema con la maggioranza di questo governo significhi avere un problema con la giustizia. Ciò sarebbe gravissimo e confermerebbe un'ipotesi che questa maggioranza politica voglia condurci verso una democratura».

Al centro del procedimento la definizione di «bastardi» che lo scrittore dedicò a Meloni e Salvini a proposito delle loro posizioni sull'immigrazione. Proprio Matteo Salvini, ha riferito Saviano, ha deciso di costituirsi parte civile nel processo. Inoltre è stato reso noto che la difesa dello scrittore ha chiamato a deporre l'ex ministro dell'Interno Marco Minniti per illustrare i termini degli accordi con la guardia costiera libica da lui firmati, l'attuale inquilino del Viminale Matteo Piantedosi per riferire dell'operato di Salvini al ministero (del quale era capo del gabinetto) e Maurizio Gasparri per gli attacchi riservati via internet allo scrittore.

Tra gli altri testimoni diversi rappresentanti del mondo delle Ong, il portavoce di Amnesty International Riccardo Noury, la cui associazione ha stilato un report sul linguaggio adottato dai leader in campagna elettorale, e il giornalista Corrado Formigli, protagonista del talk Piazzapulita in cui andò in scena, nel dicembre 2020, il «j' accuse» di Saviano. In quanto a Meloni, ovviamente assente per l'impegno al G20 di Bali, è stata rappresentata dall'avvocato Luca Libra che non ha escluso una remissione della denuncia: «La querela nasce dal livore utilizzato - ha detto il legale della premier- Ho insegnato a mio figlio chela parola "bastardo" è un'offesa. Valuteremo comunque se ritirare la querela». Parole che sembrano aprire a una soluzione extragiudiziale, ma che potrebbero essere vanificate dall'intenzione di Saviano di non ritirare gli insulti dell'epoca. Lo si scoprirà nelle prossime settimane.

Niccolò Carratelli per “La Stampa” il 16 novembre 2022.

Giorgia Meloni contro Roberto Saviano. La presidente del Consiglio contro lo scrittore, accusato di diffamazione, per averle dato della «bastarda» in tv. Il primo round in tribunale, a Roma, è durato pochi minuti. L'udienza è stata aggiornata al 12 dicembre, perché ci sarà un cambio di giudice. 

Ma il processo potrebbe anche interrompersi, visto che l'avvocato della premier ha annunciato che stanno valutando il ritiro della querela. La vicenda risale al dicembre del 2020 quando l'autore di "Gomorra”, ospite di "Piazza pulita" su La7, parlando della morte di un bambino in un naufragio di migranti nel Mediterraneo, pronunciò questa farse: «Vi sarà tornato alla mente tutto il ciarpame detto sulle Ong: "taxi del mare" "crociere...mi viene solo da dire bastardi. A Meloni, a Salvini, bastardi, come avete potuto?».

Proprio il leader della Lega ha presentato istanza per costituirsi parte civile in questo processo. Avendone già un altro da affrontare contro Saviano (prima udienza a febbraio), reo di averlo diffamato definendolo in un'altra occasione il «ministro della malavita». 

Lo stesso Salvini e l'attuale ministro dell'Interno Matteo Piantedosi (all'epoca capo di gabinetto al Viminale) sono nella lista dei testimoni depositata dalla difesa di Saviano. Come pure il senatore Maurizio Gasparri, Oscar Camps, presidente dell'ong Open Arms, e il giornalista Corrado Formigli. In tribunale a piazzale Clodio, invece, ad accompagnare simbolicamente Saviano, c'erano, tra gli altri, l'attrice Kasia Smutniak, gli scrittori Sandro Veronesi, Michela Murgia, Nicola Lagioia e Walter Siti, oltre al direttore de La Stampa, Massimo Giannini.

Durante la breve udienza, Saviano avrebbe voluto leggere una dichiarazione spontanea, ma non gli è stato concesso, a causa della decisione di rinviare. Il pubblico ministero, peraltro, si era opposto, invitando lo scrittore a «non mettersi a fare il comizio». Pronta la replica: «Sono qui come imputato, per difendermi, non per mia volontà». Poi, una volta uscito dal tribunale, ha letto ai giornalisti il testo che aveva preparato per l'occasione e che è pubblicato qui sotto.

Trascrizione del discorso di Roberto Saviano in Tribunale a Roma, pubblicato da “La Stampa” il 16 novembre 2022.

Mi ritrovo in quest' aula, oggi, rinviato a giudizio per aver criticato in modo radicale due dei politici, Giorgia Meloni e Matteo Salvini, che ho ritenuto maggiormente responsabili di una costante e imperitura propaganda politica fatta ai danni degli esseri umani più disperati, più deboli e più incapaci di difendersi: i profughi. 

Una propaganda che non si limita ad attaccare persone in cerca di salvezza lontano da paesi martoriati da guerre, povertà e desertificazione, ma fa di più: si scaglia con violenza anche contro le Ong operanti nel Mediterraneo, che con le loro imbarcazioni raccolgono donne, bambini e uomini dal mare, un attimo prima - o un attimo dopo, purtroppo - che questo si trasformi nella loro tomba. Mi ritrovo oggi in quest' aula, e ritengo singolare che uno scrittore sia processato per le parole che spende, per quanto dure esse siano, mentre individui inermi continuano a subire atroci violenze e continue menzogne.

Ma in questo vedo anche un'opportunità: non per me, ma perché ho fiducia che si possa finalmente esorcizzare la più subdola delle paure e cioè che avere un'opinione contraria alla maggioranza significhi avere un'opinione non legittima, e che quindi avere un problema con la maggioranza di questo Governo significhi avere un problema con la giustizia. 

 Ciò sarebbe gravissimo e confermerebbe un'ipotesi: che questa maggioranza politica intende condurci verso quella che Eduardo Galeano battezzò "democratura": una democrazia che millanta un'appartenenza ai valori democratici ma che agisce di fatto in maniera illiberale, scagliandosi contro le sue figure più esposte a suon di querele e attacchi personali. Solo alla persona senza voce si lascia una comoda libertà di critica, ma a chi dispone di un megafono, di un palco, in una democratura viene resa la vita difficile.

Io sono uno scrittore: il mio strumento è la parola. Cerco, con la parola, di persuadere, di convincere, di attivare. In fondo l'ha insegnato Omero stesso: il santuario della persuasione è nella parola, e il suo altare è nella natura degli uomini. La parola è ciò per cui io sono qui. L'accusa è quella di aver ecceduto il contenimento, il perimetro lecito, la linea sottilissima che demarca l'invettiva possibile da quella che qui viene chiamata diffamazione. 

Sono uno scrittore e quindi, avendo ottenuto la libertà di parola prima di qualsiasi altra, sono deciso a presidiarla. E lo farò non sottraendomi, non proteggendomi dietro una dialettica comoda, sicura, approvata e già per questo innocua. Ho scelto nella mia vita di scrittore una parola che affronta direttamente il potere, criminale o politico, di qualunque segno.

Ho sempre scelto di difendere le mie parole con il mio corpo, a differenza di molti parlamentari che hanno usato all'occorrenza lo scudo dell'immunità. Io ho fatto la scelta opposta, negandomi la possibilità di un rifugio sicuro in quella zona franca tra la legge e l'individuo: perché mi illudo ancora, forse ingenuamente, che dalla giustizia non ci si debba proteggere, ma che sia essa stessa garanzia di protezione. Che non si riduca, la giustizia, a un'arma a disposizione del politico di turno. È una cosa seria, la giustizia. Anzi, direi sacra. Quello che ha portato il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni a chiamarmi in giudizio provo ad accennarlo qui.

Mi trovavo in uno studio televisivo, quando ho visto la scena di una donna, Haijay, appena salvata dai volontari della nave Ong Open Arms: era stata raccolta da un natante che stava affondando mentre era da giorni alla deriva. Haijay urlava ossessivamente: «I' ve lost my baby. I' ve lost my baby». «Ho perso il mio bambino». Non esistono giubbetti di salvataggio per i neonati. 

Gli operatori si tufferanno subito in mare, il bambino verrà ritrovato. Ma con i polmoni pieni d'acqua. Morto annegato. Dinanzi a questa scena, l'unica possibile salvezza dalla disumanizzazione mi è parsa essere elencare tutte le menzogne della propaganda che era stata fatta, e continua a essere imbastita, su e contro queste persone disperate, usando termini come "pacchia" e "crociere", insultando, additando, ridicolizzando chi intraprende questi viaggi della speranza e chi si preoccupa di soccorrerli in mare.

Cinque anni fa, in una manifestazione di piazza contro lo ius soli, ritenendo questo uno strumento di sostituzione etnica, Giorgia Meloni si mostrò con accanto un canotto e un manifesto con su scritto: «Cittadinanza omaggio, biglietto di sola andata, per informazioni chiedere agli scafisti». Un canotto e un biglietto. 

La cittadinanza come omaggio. Inaccettabile farsa politica sul dolore di migliaia di persone, questa ignobile e menzognera propaganda elettorale dinanzi ai morti, alla disperazione di chi fugge dall'inferno coltivando una speranza destinata ad annegare con lui. Non è giusto. Io non posso accettarlo.

Dinanzi ai morti, agli annegamenti, all'indifferenza, alla speculazione - soltanto poco più del 10% dei migranti vengono salvati dalle Ong e tanto basta per aver generato un odio smisurato verso di loro e verso i naufraghi stessi - dinanzi a quella madre che ha perso il bambino, io non potevo stare zitto. Non potevo accettarlo. E sento di aver speso parole perfino troppo prudenti, di aver gridato indignazione perfino con parsimonia.

Soltanto qualche giorno fa due bambini sono morti, bruciati vivi, su un barchino. Provano in tutti i modi a fermare le Ong, che hanno subito 20 inchieste in 5 anni, come nessuna azienda italiana, neanche quelle denunciate dal giornalismo come vicine alle organizzazioni criminali.

Nessuna fabbrica teatro di morti sul lavoro ha avuto così tante indagini. Eppure, nonostante queste 20 inchieste, nessuna fra le tesi degli accusatori è mai stata validata, mentre sono aumentate le bugie su chi soccorre in mare. Scene come quelle costruite da Meloni, con il canotto e gli slogan politici, o invocate da Meloni, che propone di affondare le navi delle Ong trattandole come galeoni pirata, avvengono mentre in mare si continua a morire. Con gli occhi sgranati e i polmoni pieni d'acqua. Si muore in mare mentre le Ong, lo ricordo, agiscono sempre su autorizzazione della Guardia costiera italiana, quando i salvataggi avvengono in mare europeo.

Dinanzi a tutto questo, non c'è la volontà di ragionare con franchezza sulla gestione dell'accoglienza. Tutto questo implicherebbe un dibattito, una diversità di vedute, l'esercizio della democrazia; ma la delegittimazione, il fango che è stato riversato su chi non ha voce, non ha nulla di politico: è solo propaganda, pregiudizi, razzismo, aberrazione. La mia affermazione è stata assai tenue, a pensarci bene. Il disgusto dovrebbe essere maggiore, e lo è, molto spesso lo è. C'è una gran parte dell'Italia che di fronte a questo inorridisce, e di questo sentimento diffuso mi sono fatto interprete. 

Mi faccio interprete del disgusto di chi, da operatore, ha dovuto subire più volte infami attacchi. Me ne sono fatto interprete dinanzi a quel video, dicendo «Bastardi, come avete potuto?». Cioè, dove avete trovato l'incoscienza di isolare, diffamare, trasformando ambulanze in navi pirata, diffondendo menzogne, avvelenando un dibattito che dovrebbe essere invece affrontato con profondità e capacità? La mia non è una risposta emotiva: vuole essere un'invettiva. Un urlo. Un gesto di ingaggio che dinanzi a quella madre che aveva perso il suo bambino voleva smuovere.

Non è un'opinione politica lasciare annegare le persone, non è un'opinione politica screditare ambulanze di soccorso: è infamia. E soprattutto è disumano. Ecco: di fronte a quel video e quelle urla ho avvertito il bisogno di sentirmi umano. 

Quello che mi sento di promettere in quest' aula è che non smetterò mai di stigmatizzare, di analizzare, di usare tutti i mezzi che la parola e la democrazia mi concedono per smentire questo scempio quotidiano. Papa Francesco - citato sistematicamente, ma a sproposito, nelle aule istituzionali, e che io cito invece con rigore filologico - ha detto: «L'esclusione dei migranti è scandalosa, è criminale li fa morire davanti a noi».

Una delle più belle immagini evangeliche viene raccontata da Matteo. Cristo dice: «Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato». Il Mediterraneo è diventata una forra di morte, la più grande. Dal fondo del mare le parole che sentiamo sono: «Avevamo sete e ci avete lasciato annegare, avevamo fame e ci avete diffamati, eravamo forestieri e ci avete respinto». È in nome di questo dolore che ho scelto le mie parole ed è in nome di questa scelta che sono qui a risponderne dinanzi a un tribunale.

Saviano sopra ogni legge: "Dico quello che voglio". A processo per aver dato della "bastarda" alla Meloni: "Sono uno scrittore, non mi possono condannare". Francesco Curridori il 16 Novembre 2022 su Il Giornale.

«Merde assolute. Merde assolute. Roberto Saviano, al termine della prima udienza del processo che lo vede imputato per diffamazione per aver dato della «bastarda» a Giorgia Meloni, è visibilmente nervoso.

Non sappiamo a chi si riferisca, ma lo scrittore napoletano sembra non deve aver digerito bene il fatto che gli sia stato impedito di poter leggere una sua dichiarazione spontanea per motivi burocratici. «In Aula si è detto che non dovevo fare il comizio ma io voglio solo difendermi», racconta Saviano parlando con i cronisti, alla presenza di amici come Michela Murgia e Massimo Giannini. La scrittrice sarda e il direttore della Stampa sono stati al suo fianco per buona parte della mattinata, uno a destra e una alla sua sinistra, proprio come delle guardie del corpo aggiunte. La Murgia lo abbraccia prima che Saviano entri in Aula e insiste per assistere come pubblico all'udienza. Alla fine ci riesce: missione compiuta. Tra gli altri sono presenti anche lo scrittore Walter Siti e l'attrice Kasia Smutniak. Tutti presenti per sostenere il collega partenopeo che, parlando con i giornalisti italiani, annuncia: «Matteo Salvini è con noi, cioè si è dichiarato parte civile in questo processo». E ha aggiunto: «Credo di aver il record di giornalista, personalità, individuo più processato da questo governo». La rabbia è palese e Saviano non vuol abbandonare la scena senza aver detto ciò che si era preparato. Saluta i giornalisti italiani e dà appuntamento a tutti i cronisti all'ingresso del tribunale dove lo attende la stampa estera. È qui che Saviano, ancora spazientito per non aver potuto esporre la sua dichiarazione spontanea, prende le tre pagine che aveva scritto e, prima di iniziare a declamarle, premette: «Non c'è nessun comizio da fare. Sono io che sono stato costretto a venire qui perché chiamato in giudizio. Chi viene qui non comizia, si difende».

Ma, poi, inizia. «Mi trovo rinviato a giudizio per aver criticato in modo radicale due politici, Giorgia Meloni e Matteo Salvini, che ho ritenuto maggiormente responsabili della propaganda politica fatta ai danni dei profughi», dice Saviano. Che, poi, precisa: «Una propaganda che non si limita ad attaccare persone in cerca di salvezza lontano da Paesi martoriati da guerre, povertà e desertificazione, ma fa di più: si scaglia contro le ong operanti nel Mediterraneo che, con le loro imbarcazioni raccolgono donne, bambini, uomini dal mare un attimo prima o un attimo dopo che questo si trasformi nella loro tomba». Saviano si difende e passa subito al contrattacco: «Ritengo singolare che uno scrittore venga processato per le parole che spende, per quanto dure esse siano, mentre individui inermi continuano a subire atroci violenze e continue menzogne». L'autore di Gomorra vede questo processo come un'opportunità per «esorcizzare la più subdola delle paure e cioè che avere un'opinione contraria alla maggioranza significhi avere un'opinione non legittima. E, quindi, che avere problema con la maggioranza di questo governo significhi avere un problema con la giustizia». Saviano prosegue: «Questa maggioranza politica vuole condurci verso quella che Galeano battezzò democratura». Peccato che queste parole vengano pronunciate dopo quelle del legale di Giorgia Meloni, l'avvocato Luca Libra che, parlando con i giornalisti, annuncia: «La querela nasce dal livore utilizzato. Io ho insegnato a mio figlio che la parola bastardo è una offesa. Valuteremo comunque se ritirare la querela». L'avvocato di Saviano, Antonio Nobile, invece, ha annunciato di voler ascoltare in Aula come testimoni il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, il senatore Maurizio Gasparri, il fondatore dell'Ong Open Arms Oscar Camps e l'ex ministro dell'Interno Marco Minniti. Quello che non doveva essere un comizio politico è divenuto, di fatto, un monologo. Quel che doveva essere un processo contro Saviano, diventerà un processo alle politiche del governo.

Michela Murgia per "La Stampa" il 30 novembre 2022.

Giorgia Meloni non ritira la querela contro Roberto Saviano perché - dice - quando l'ha fatta non era ancora la presidente del Consiglio. Sostiene che non sia un problema esserlo ora, perché i cittadini sono tutti uguali davanti alla legge. Non è vero.

Chi ricopre un ruolo elettivo in Parlamento non è un comune cittadino davanti alla magistratura, altrimenti non sarebbe necessario richiedere tutt' ora l'autorizzazione a procedere nel caso di perquisizioni o arresti di deputati e senatori. L'idea che qualcuno possa usare lo strumento penale per perseguitare un parlamentare è ancora presente nel nostro ordinamento, mentre non esiste alcuno strumento che possa impedire a un politico di usare le querele per intimidire chi lo critica.

Meloni sa benissimo che se io oggi denunciassi la presidente del Consiglio perché ritengo mi abbia attaccata con troppa veemenza, la magistratura non potrebbe procedere nei suoi confronti con la stessa libertà che avrebbe se fosse la presidente del Consiglio a denunciare me. Le nostre rispettive libertà - quella di azione e quella di critica - non sono a rischio in modo equo, perché nessuno potrebbe difendersi con gli stessi strumenti economici, mediatici e di influenza politica di un capo di governo.

Qualunque cosa le piaccia raccontare ai giornali compiacenti, è come presidente del Consiglio che Meloni sta portando Saviano in tribunale. Perché non la si può considerare una questione privata e la stampa internazionale - a differenza di quella locale - la racconta con incredulità? Perché è a rischio la tutela della libertà di opinione e di critica politica, che serve proprio a proteggere quelli che sarebbero considerati eccessi se rivolti a qualcuno che politico non è. Dire ladra a me per odio personale è diffamazione, ma dare del ladro al capo di un partito che ha disperso 49 milioni di soldi pubblici è critica politica, anche se lui personalmente non ha rubato niente.

La tragedia del Vajont, in cui morirono 1910 persone, i giornali ancora cinquant' anni dopo la chiamavano "genocidio firmato DC" e a nessuno dei parlamentari di quel partito saltò mai in mente di denunciare i giornalisti per avergli dato degli assassini, perché avevano tutti ancora chiara la distinzione tra colpa e responsabilità. Si può non avere la colpa personale di un fatto e averne al contempo la piena responsabilità politica, perché si è generato il clima in cui quel fatto si è verificato.

Chi ha fomentato l'intolleranza verso i migranti, chi li ha dipinti come un problema da risolvere respingendoli in mare o nei lager libici, chi ha stretto patti con i loro torturatori, chi li ha definiti invasori e terroristi, chi ha chiamato le navi umanitarie taxi del mare e gridato alla sostituzione etnica, può non avere la colpa diretta di quelle morti, ma di sicuro ne ha la responsabilità politica.

È a quella responsabilità che Roberto Saviano ha chiamato lei e Salvini gridando quel «Bastardi, come avete potuto?» davanti al corpo morto di un bambino di quattro anni. A quella responsabilità decine di cittadini e cittadine, continuano a richiamarvi anche oggi e per questo non si può chiedere scusa.

Vorrei che Giorgia Meloni avesse lo stesso coraggio intellettuale e politico di Roberto Saviano e che, come presidente del Consiglio, rivendicasse le stesse posizioni sull'immigrazione che ha espresso da capa dell'opposizione nello studio di Ballarò nel febbraio del 2015. Quella sera l'allora sottosegretario alla presidenza dei ministri Gozi le chiedeva: «Ma come li rimandi indietro? Li fai affogare tutti? Li ammazzi tutti?». E lei rispondeva con furia: «Sì, esattamente! Difendi il popolo che rappresenti». La rivendichi anche lei in tribunale quella frase. Vedremo se suonerà meglio sentirgliela dire come donna, come madre, come cristiana, come capa dell'opposizione o come presidente del Consiglio.

Cara Murgia, e se un uomo avesse chiamato lei "bastarda"? Michela Murgia vuole spiegare al presidente Meloni perché ha sbagliato a querelare Saviano. Annarita Digiorgio su Il Giornale il 30 Novembre 2022

Ieri il presidente Meloni ha annunciato che non ritirerà la querela a Roberto Saviano imputato perché l’ha chiamata "bastarda". E quindi oggi Michela Murgia, la paladina del femminismo radical chic, bacchetta dalla prima pagina della Stampa "Cara Meloni, le spiego perché su Saviano continua a sbagliare". Che gia questa cosa del voler continuare a spiegare al presidente del Consiglio perché continua a sbagliare, ha stancato.

Loro che sono sempre dalla parte giusta del mondo, a sinistra, e hanno la presunzione di spiegare agli altri perché sbagliano. Mentre loro, ovviamente, non sbagliano mai.

"Io ho presentato la querela quando ero capo dell’opposizione - ha detto Giorgia Meloni - L’ho fatto non perché Saviano mi aveva criticato sull’immigrazione ma perché, nel tentativo vergognoso di attribuirmi la responsabilità della morte in mare di un bambino, mi definiva in tv in prima serata una "bastarda". E quando gli è stato chiesto se quella parola non fosse distante dal diritto di critica ha ribadito il concetto".

Ma per Michela Murgia chiamare "bastarda" Meloni è cultura. Cara Murgia ci risponda a questa domanda: e se invece un maschio avesse chiamato lei, o la Boldrini, "bastarda", che avrebbero detto? Su questo Murgia ci ha scritto addirittura un libro: "stai zitta". nel quale espone la teoria che persino mettere l’articolo determinativo "la" davanti al cognome "Murgia" diventi sessismo.

Così Murgia spiega al presidente Meloni perché sbaglia, e tira in ballo anche Salvini: "Dire ladra a me per odio personale è diffamazione, ma dare del ladro al capo di un partito che ha disperso 49 milioni di soldi pubblici è critica politica, anche se lui personalmente non ha rubato niente". E ancora: "Si può non avere la colpa personale di un fatto e averne al contempo la piena responsabilità politica, perché si è generato il clima in cui quel fatto si è verificato".

Quindi Murgia e Saviano sarebbero responsabili dei manichini del presidente Meloni appeso a testa in giù? E quando sono i parlamentari di sinistra, a sporgere querela ai giornalisti di destra, perché Murgia e Saviano non dicono niente? È come gli insulti: diventa sessismo solo quando colpisce loro.

Ci permettiamo di spiegare noi una cosa che sbaglia la Murgia: a fine del suo spiegone chiama il presidente Meloni "la capa dell’opposizione". Cara Murgia, anche se è femmina, si dice capo.

Domenico Di Sanzo per “il Giornale” il 17 novembre 2022.

Le querele hanno le gambe corte. E allora ecco Roberto Saviano, indignato dopo il rinvio a giudizio per diffamazione ai danni del premier Giorgia Meloni, che difende il suo presunto diritto di chiamare «bastarda» un allora leader di partito: «Ritengo singolare che uno scrittore venga processato per le parole che spende, per quanto dure esse siano». Dal vietato vietare della sinistra sessantottina al vietato querelare di Saviano. Un divieto che vale solo se a essere citato è lui e non viceversa. Eh sì perché l'autore di Gomorra, quando si sente offeso, non esita a querelare.

Prendiamo Maurizio Gasparri, senatore di Forza Italia. Siamo a ottobre del 2017 e Saviano decide di trascinare in giudizio il politico. «Cambiare canale, evitare Fabio Fazio che fa parlare il pregiudicato Saviano», il tweet digitato da Gasparri mentre il bestsellerista è ospite di Che Tempo che Fa per presentare il suo libro «Bacio feroce». Il cinguettio manda su tutte le furie lo scrittore. «È stato da tempo condannato per plagio in via definitiva», la spiegazione del parlamentare. 

Ma non serve. «Agirò in sede penale e civile. È probabile che Gasparri si nasconderà dietro l'immunità parlamentare, ma io attenderò, perché Gasparri è un pericolo per la democrazia», il contro tweet dello scrittore. «Il risarcimento andrà alle Ong», annuncia Saviano. Solo che non se ne fa nulla, perché la Giunta delle immunità del Senato nega l'autorizzazione a procedere per Gasparri.

Andiamo avanti, anzi indietro. A marzo del 2011 scoppia il caso Marta Herling, che è la nipote di Benedetto Croce. Tutto nasce da uno dei monologhi televisivi di Saviano, raccolti nel volume Vieni via con me. Lo scrittore ricostruisce il terremoto di Casamicciola, Ischia, del 1883. Una tragedia che uccise tutta la famiglia del filosofo liberale, allora diciassettenne. «Per molte ore il padre gli parlò, prima di spegnersi. Gli disse: "Offri centomila lire a chi ti salva"», scrive Saviano. 

Herling risponde per le rime in una lettera inviata al Corriere del Mezzogiorno: «Saviano inventa storie». Si apre una disputa sulle fonti storiche dell'attuale penna del Corriere della Sera, fatto sta che l'esperto di criminalità organizzata si sente vittima di «una campagna diffamatoria». 

Altra querela, con richiesta di risarcimento totale di 4,7 milioni di euro indirizzata alla Herling, alla casa editrice che pubblica il dorso napoletano di Via Solferino, alla Rai e al vicedirettore del Tg1 Gennaro Sangiuliano, ora ministro della Cultura. 

Portiamo indietro ancora un po' le lancette dell'orologio della storia. Ed ecco la querela, presentata nel 2008, contro Ferdinando Terlizzi, storico cronista di giudiziaria casertano, all'epoca dei fatti ultrasettantenne. Saviano si inalbera per una recensione pubblicata sul sito casertasette.it. Un pezzo su un altro libro in cui l'autore accusava lo scrittore di aver inserito in Gomorra alcuni episodi inventati. 

Piccola nota di colore: la citazione in giudizio in prima battuta arriva a un omonimo del giornalista di Caserta, un postino di Lodi di 35 anni. «Saviano ha querelato tutti, stavolta lo cito io», conferma ieri il cronista Simone Di Meo che ha querelato l'intellettuale per un articolo di Repubblica in cui si scagliava contro la professionalità di Di Meo.

Parentesi chiusa, proseguiamo con le querele sporte da Saviano. Lo scrittore, che ha esordito scrivendo sul Manifesto, nel 2011 querela un altro giornale comunista, Liberazione e l'autore dei pezzi Paolo Persichetti, ex brigatista. Il duello stavolta è su Peppino Impastato, ma il procedimento viene archiviato due anni dopo. Le querele hanno le gambe corte.

Dalla Murgia a Chef Rubio: odiatori di sinistra senza freni. La senatrice Segre denuncia il cuoco che la insulta su Israele. La scrittrice accosta Meloni alla camorra. Stefano Zurlo il 9 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Dai pulpiti e dalle cattedre. Sui social e con i post. Fomentano l'odio e vanno al bersaglio grosso: la senatrice a vita Liliana Segre che ha la colpa di appartenere ad una famiglia ebraica, e la premier Giorgia Meloni. Gli haters rossi, meglio se chic, colpiscono con affermazioni che sono pugni in faccia. Michela Murgia, scrittrice, va nel salotto di Floris su La 7 e la spara davvero grossa: «Due entità perseguitano Saviano: la camorra e la presidente del consiglio». Frase incommentabile che mette sullo stesso piano la criminalità e il capo dell'esecutivo; fra l'altro, qualche giorno fa Meloni aveva fatto sapere attraverso il suo avvocato di voler, forse, revocare la querela per gli insulti ricevuti proprio da Saviano. Murgia va dritta per la sua strada e lancia provocazioni costruite col fango.

Ma non è l'unica: a sinistra della sinistra c'è una rete di personaggi, meglio se altolocati, che mettono veleno nelle vie della comunicazione. Sorpresa, Segre denuncia 24 odiatori e si scopre che fra loro c'è chef Rubio, al secolo Michele Rubini, uno che all'estrema dell'emiciclo riceve approvazione.

E invece si è infilato in questo vortice di antisemitismo, impregnato di fede cieca nella causa palestinese e di rancore verso Israele. C'è un segmento della gauche più ideologica che ha messo nel mirino l'esecutivo più a destra nella storia repubblicana ed è andata avanti per mesi a strillare contro il ritorno del Fascismo.

Il Ventennio non è tornato e allora gli assalti si sono concentrati contro le figure chiare di questa nuova stagione. In testa Giorgia Meloni, già al centro di minacce per via del reddito di cittadinanza che dovrebbe essere ridimensionato se non eliminato nei prossimi mesi. Nei giorni scorsi è stato individuato un giovane di Siracusa che aveva scagliato minacce di morte alla Meloni.

È solo un episodio fra i tanti. L'uomo forse aveva agito per la paura di perdere il sussidio; altri, invece, parlano dall'alto della loro spocchia e arroganza. Ecco, è il caso di Michela Murgia, idolo dei salotti radical chic, che ospite di Floris si avventura in un paragone raggelante sulla Meloni. Colpevole di aver a suo tempo querelato lo scrittore che aveva elegantemente utilizzato per lei e Salvini l'epiteto «bastardi».

Ma potrebbe, oggi che è a Palazzo Chigi, abbandonare la carta bollata. Non importa, scatta la denigrazione sugli schermi di uno dei talk più autorevoli della tv. E Floris non accetta quel parallelo sgangherato e sconsiderato: «Eh no, sono cose diverse. Una è una lecitissima querela che può essere ritirata o no, gli altri sono dei criminali. Questo le verrà rinfacciato».

«Siamo al delirio totale, senza più alcun freno - nota Tommaso Foti, capogruppo di FdI alla Camera - Quale sarebbe la colpa di Meloni? Aver vinto le elezioni ed essere diventata la prima donna premier in Italia».

Ma i professionisti dell'invettiva, spezzoni fuori controllo del mondo cosiddetto progressista, azzannano anche personalità lontane, culturalmente e anagraficamente, dalla premier. Come Liliana Segre, vittima delle persecuzioni razziali. Non risparmiano neppure lei e lei reagisce. Nel gruppo segnalato dalla Segre c' è anche chef Rubio. Che invece di cospargersi il capo di cenere, rilancia e punta ancora il dito contro «il silenzio sistematico» della donna «nei confronti della pulizia etnica che il popolo palestinese sta subendo». «Basta minacce, Segre ha fatto bene a denunciare», twitta Matteo Renzi.

Dalla Meloni alla Segre, l'odio seriale di Rubio sui social. L'elenco delle persone insultate dal cuoco del piccolo schermo è piuttosto folto: dai politici agli attori, passando per Volodymyr Zelensky. Massimo Balsamo l’8 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Chef Rubio, nome d’arte di Gabriele Rubini, è finito nell’elenco delle persone denunciate da Liliana Segre per minacce sul web. Il volto televisivo è noto da tempo per le sue posizioni critiche verso Israele – basti pensare alla denuncia risalente al 2019 per aver definito lo Stato ebraico “abominevole” – ma la senatrice a vita non è l’unica ad essere finita nel suo mirino. Il 39enne di Frascati è noto per l’insulto facile e nel corso degli ultimi anni non sono mancate offese, ingiurie e invettive di ogni tipo.

L'odio seriale sui social

L'ex volto Discovery, Chef Rubio è stato spesso al centro di dibattiti mediatici per le sue prese di posizioni “muscolari”. Quasi sempre per le sue teorie su Israele, il volto del piccolo schermo ha riservato parole dure a politici e artisti senza fare distinzioni. Una delle sue vittime preferite è sicuramente Matteo Salvini. Nel 2021 l’ex unto e bisunto ha scelto toni forti contro il leader leghista, reo di aver espresso solidarietà a Israele: "Il mio pensiero e la mia solidarietà al tuo culo, ancora una volta bersaglio delle verghe sioniste. Attieniti alle foto coi caffè e ai sorridi ebeti, che ogni volta che scoreggi fuori dal seminato insulti il genere umano". Più di recente, a fine agosto, sempre per lo stesso motivo: “Leghista padano, razzista italiano, quindi colone israeliano”.

Sempre restando alla politica, non sono mancati gli attacchi all’attuale primo ministro Meloni – “sciacalla” il termine più utilizzato – mentre recentemente è stato il ministro Valditara a finire nel mirino. Chef Rubio non ha accolto di buon grado alcune dichiarazioni del titolare dell’Istruzione (“io sono amico di Israele”, ndr): "Caro Giuseppe Valditara di chi sei figlio non ce ne frega un ca**o. Conta ciò che fai e quello che lasci agli altri. Se stai coi terroristi antisemiti (i palestinesi sono semiti) della colonia d’insediamento israeliana, sei un sionista e i partigiani i sionisti li facevano fuori".

Da Zelensky a Totti, Rubio contro tutti

Chef Rubio ha fatto parlare di sé anche a proposito della guerra tra Russia e Ucraina, con epiteti discutibili nei confronti del presidente ucraino Zelensky, reo di aver chiesto armi per difendersi. "Si cazzo, lanciafiamme, bombe, missili, droni, fucili, tutto cazzo. Dai produciamo ancora più armi e vendiamone ovunque nel nome della libertà (quale?) in Europa, nel nome dei suoi valori (il colonialismo? Il suprematismo bianco?). Bravo nazista #Zelenksy, continua così! #Ukraine", il Rubini-pensiero. Sempre su Twitter, nel settembre 2021, ha definito la vicepresidente americana Kamala Harris“sionista schifosa infame”. “Infame nazista” è invece l’accusa rivolta a Bernard-Henri Levy.

La politica è spesso presente sulle pagine social, ma non sono mancati gli attacchi a volti del mondo dello spettacolo. Nel 2021 è stato il turno di Francesco Totti, colpevole di essere andato a Tel Aviv per un’iniziativa legata alla Champions League e al suo sponsor Heineken. Il Pupone un“camerata” e “servo dei sionisti”, a loro volta dei “sadici fascisti, razzisti colonialisti”, rei di aver instaurato un regime “teocratico, illegale” e fondato sull’”apartheid”. E ancora, Vittorio Brumotti all’epoca di un’aggressione subita al Quarticciolo durante un servizio sullo spaccio di droga: “Brumotti sei un infame, troppe poche te ne hanno date”. Di certo non si può dire che Chef Rubio non ci metta la faccia, ma questo è appena un assaggio dell'elenco di persone che hanno fatto i conti con le sue "filippiche".

"È come la Camorra": il deliro della Murgia contro Giorgia Meloni. L'intellettuale della sinistra paragona Giorgia Meloni alla camorra, e poi pretende che il presidnete del consiglio non debba querelarla. Annarita Digiorgio l’8 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Parole sconcertanti, le ennesime, contro il Presidente Meloni, che per Michela Murgia è come la camorra. Lo ha detto durante una intervista a Giovanni Floris andata in onda martedì sera alla 7: “Due entità perseguitano in questo momento Saviano: una è la camorra, l’altra e Giorgia Meloni".

Persino il conduttore si rende immediatamente conto della gravità delle parole pronunciate dalla Murgia, e prova a intervenire: “Questo parallelo le verrà rinfacciato, da una parte c’è una lecitissima querela, mentre dall’altro ci sono criminali”.

Ma Murgia non ritratta, anzi, rincara. Secondo lei anche Salvini e Meloni sono criminali, come la mafia: “Salvini sta rispondendo in tribunale di quelle decisioni, e lo farà anche all’Aia. Se Saviano anziché “bastardi” li avete chiamati criminali sarebbe cambiato qualcosa?”.

Le rispondiamo noi: no, non sarebbe cambiato nulla. Perché essere chiamato in tribunale non significa essere criminale. E il fatto che Murgia Saviano diano del criminale a una persona non rappresenta un avviso di garanzia.

In più la Corte de L'Aia non si è espressa in alcun modo: c'è solo una denuncia (da parte di una ONG contro Salvini e due ex ministri del Pd, non Meloni). Ma per Murgia le denunce equivalgono a condanne se sono contro suoi nemici; sono mere intimidazioni se sono contro suoi amici. Altrimenti allo stesso modo si potrebbe dire che Saviano è come Salvini: entrambi imputati. E il tribunale, non la Murgia, deciderà se sono criminali o meno.

Ma Murgia e Saviano vogliono essere liberi di insultare, diffamare, e aizzare odio contro i politici di destra, senza doverne rispondere in tribunale. Perchè loro sono intellettuali. Ma vogliono togliere ai politici la libertà di esprimersi, e persino di difendersi.

Il vicepresidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Riccardo De Corato, chiede ai conduttori televisivi di non invitare più Michela Murgia e persone che alimentano clima di odio: “Con oggi abbiamo raggiunto un livello di delirio totale. Non bastavano le foto bruciate, le continue minacce anche di morte al presidente del Consiglio, ora si è passati ai paragoni della stessa con i clan mafiosi! Tutto questo è inconcepibile e assurdo. Rivolgo un appello- dice il parlamentare FdI - a tutti i conduttori televisivi, di non invitare più persone come la scrittrice Murgia, perchè si rendono protagoniste di un clima di odio che istiga, come avvenuto nei giorni scorsi a Siracusa, alla violenza ed a gesti estremi che non fanno bene al nostro Paese”.

“Dopo l'ennesimo insulto contro il presidente del Consiglio non si leggono levate di scudi- nota il capogruppo di Fratelli d'Italia alla Camera, Tommaso Foti “tra poco la sinistra e il suo mainstream mediatico invocheranno anche la galera? Quale sarebbe la colpa di Giorgia Meloni? Aver vinto le elezioni ed essere diventata la prima donna premier in Italia”.

Dalla Sardegna le risponde il deputato di Forza Italia Pietro Pittalis: “Un paragone inaccettabile, rozzo e gratuito che non sta né in cielo né in terra e che condanniamo con fermezza. La Sardegna ha grande tradizione di scrittori di cui l'intero Paese può farsi vanto. Nel caso della Murgia certamente no. Certe espressioni possono essere utili per un titolo ad effetto o per i 5 minuti di notorietà, non certo per essere annoverati tra i grandi scrittori di cui la Sardegna può vantarsi”.

Il capogruppo di Fdl al Senato Lucio Milan ricorda anche le parole di Conte, e le minacce ricevute dal Presidente Meloni: “La militante di sinistra e scrittrice Michela Murgia, probabilmente non si accontenta delle minacce di morte arrivate a Giorgia Meloni e alla figlia, e paragona il presidente del consiglio alla camorra. Perché? Perché Giorgia Meloni ha osato querelare Roberto Saviano per averle dato della 'bastarda. Murgia addirittura ha rincarato la dose dicendo che sarebbe stato legittimo anche darle del criminale. Quando una donna, che dovrebbe essere una importante intellettuale, dà della bastarda e del criminale al presidente del Consiglio e lo paragona alla camorra è normale che un pregiudicato, mantenuto a spese di chi lavora con il reddito di cittadinanza di cui teme di essere privato, si lasci andare a parole che costituiscono reato. Se, come ha detto Giuseppe Conte, si potrebbe arrivare alla guerra civile, contro un governo, che secondo Murgia è guidato da un criminale, qualcuno si sente in diritto di fare la sua parte minacciando di morte una bambina e sua madre. Tanto, per certi presunti intellettuali che pensano di avere in tasca la verità assoluta, il fatto di essere stati democraticamente eletti non conta nulla".

Le minacce di morte alla Meloni e le responsabilità di Conte. Il leader M5s l'indomani dei post choc contro la Meloni: "Ferma condanna senza se e senza ma". Ma per mesi ha inforcato la bandiera del reddito e gettato benzina sul fuoco del disagio sociale. Andrea Indini il 7 Dicembre 2022 su Il Giornale.

La presa di distanza c'è stata. Telegrafica, ma c'è stata. Qualche ora dopo che il Giornale.it aveva rivelato gli orribili messaggi postati contro Giorgia Meloni e la figlia Ginevra, Giuseppe Conte è uscito dal silenzio e ha rilasciato una breve dichiarazione di sostegno e vicinanza alla premier. "Una ferma condanna, senza se e senza ma", ha detto. "Questi gesti sono esecrabili, bisogna stare vicino alle istituzioni". Giustissimo, inappuntabile. Eppure, proprio mentre le pronuncia, scorrono davanti agli occhi dei più le piazze piene del Sud Italia incendiate dalle sue parole. Da mesi inforca la bandiera del reddito di cittadinanza per fare la guerra al centrodestra. Aveva iniziato ad agitarla in campagna elettorale minacciando "rivolte sociali". E ancora oggi, nel criticare la legge di Bilancio, continua a gettar benzina sul fuoco del disagio sociale. Una strategia che attecchisce soprattutto tra chi quel disagio lo prova sulla propria pelle e che rischia di tramutarsi da odio social a violenza vera e propria.

I Cinque Stelle non sono disposti a fare autocritica. La capogruppo al Senato, Barbara Floridia, lo ha detto subito, ancor prima che parlasse Conte. "Nessuno strumentalizzi la nostra azione politica". Lo stesso hanno fatto i vertici del movimento. Col messaggio implicito: noi, sul reddito di cittadinanza, andiamo avanti a dare battaglia. Città dopo città, piazza dopo piazza. Non si fermeranno. Dopo tutto è lì che puntano a raccogliere voti, andando in giro a raccontare che il governo affama gli ultimi, li lascia senza soldi, toglie loro persino la dignità.

Già lo scorso settembre, agli inizi della remuntada elettorale, Conte aveva accusato la Meloni di voler "la guerra civile". "Lei guadagna da oltre vent'anni 500 euro al giorno con i soldi dei cittadini - aveva detto a Rainews24 - e vuole togliere 500 euro al mese alle persone in difficoltà facendo la guerra ai poveri". Populismo puro. Che, però, ha pagato nelle urne e che, per quanto possano valere i sondaggi di questi tempi, sembra pagare ancora. E così: avanti tutta a spingere sull'acceleratore, soprattutto ora che che il reddito di cittadinanza ha una data di scadenza. Persino uno mite come Roberto Fico, nei giorni scorsi, se ne è uscito dicendo che la riforma dell'assegno grillino è "una scelta pericolosa per la tenuta sociale del Paese".

Nemmeno le minacce a Guido Crosetto hanno instillato nelle menti dei grillini il dubbio. Nemmeno leggere messaggi di questo tenore: "Attenta che ti arriva un coltello in pancia a te e tua figlia, tu togli il reddito e io uccido tua figlia sicuro", li ha convinti a fermarsi, a dirsi "abbiamo passato il segno", a fare un passo indietro. Ancora oggi a Torino, tappa del tour per raccontare le storie dei percettori del sussidio statale, Conte ha accusato il governo di "distruggere il lavoro" e di pensare ai privilegiati anziché guardare "al vero disagio sociale delle persone". Avanti di questo passo non dobbiamo temere solo un autunno caldo, ma un'intera legislatura infuocata. Sperando che dalle minacce sui social non si passi alle violenze fisiche.

Disoccupato, precedenti per spaccio: chi c'è dietro le minacce choc alla Meloni. Ha usato parole vili contro Giorgia Meloni e la figlia, ora Sasha Lupo, il disoccupato e percettore di rdc, si dispera per le conseguenze. Francesca Galici l’8 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Oggi, Sasha Lupo piange. È il 27enne che ha minacciato di morte Giorgia Meloni e la sua bambina di 6 anni solo perché il governo è impegnato in una manovra per riformare il reddito di cittadinanza. Lupo vive in Sicilia, in un piccolo paese della provincia, ha precedenti per droga e qualche giorno fa si è esibito in una serie di tweet feroci e preoccupanti contro il presidente del Consiglio. La polizia postale ci ha messo poco a rintracciarlo nell'abitazione in cui vive insieme alla madre, effettuando una perquisizione e procedendo all'indagine. L'accusa per lui è di violenza privata aggravata.

"Se togli il reddito ammazzo te e tua figlia...". Minacce choc contro la Meloni

Sasha Lupo ha un procedimento pendente a Catania per essere stato trovato con 86 grammi di marijuana nel 2014, ben oltre i 5 grammi lordi consentiti dalla legge e considerati come uso personale. Un elemento non trascurabile in una vicenda come questa, che potrebbero configurare il reato di spaccio per l'uomo. Un passato di droga quando non era nemmeno 20enne, un presente come percettore di reddito di cittadinanza a nemmeno trent'anni e minacce al presidente del Consiglio in carica: in questa vicenda si mescolano elementi diversi, solo apparentemente distanti, che scattano una fotografia degradante dell'Italia.

Lupo non risulta abbia mai avuto contratti di lavoro ma qualche anno fa è stato impegnato come porta-pizze. "Il ragazzo ha un leggero handicap fisico e vive con la mamma", spiega l'avvocato. Ha percepito il reddito di cittadinanza, circa 500 euro, per 18 mesi e lo scorso ottobre gli era stato rinnovato, dopo una sospensione vissuta male. Una frustrazione, avrebbe spiegato, che non si sarebbe mai tramutata in gesti concreti: "Non volevo fare del male a nessuno". Una reazione scomposta esagerata, probabilmente figlia di un clima politico esasperato in cui individui come Lupo si sentono in diritto di riversare la loro rabbia contro estranei.

"Sono pentito di quello che ho fatto, i giornalisti m'inseguono, non mi aspettavo tutto questo clamore. Ma ero proprio terrorizzato dall'idea che la Meloni mi togliesse il reddito di cittadinanza, questo pensiero mi ha fatto perdere il lume della ragione", ha detto ieri sera Lupo al suo avvocato Giovanni Giuca, come riferisce . Lupo che diventa agnellino, che perde tutta la veemenza trovata per scrivere volgari atrocità contro il presidente del Consiglio e contro una bambina di appena 6 anni.

Le minacce di morte alla Meloni e le responsabilità di Conte

I suoi genitori sono separati, la madre lavora come cassiera e il padre ha chiuso un negozio di abbigliamento. "La sua è una famiglia perbene, speriamo gli serva da lezione", dicono ora gli investigatori. Ma il fatto resta, così come le accuse e la violenza usata contro Giorgia Meloni e la sua famiglia, ingiustificabili. "Mi dispiace moltissimo che certe parole vili ed ingiuriose siano state scritte da un cittadino di Rosolini. Il gesto va condannato senza se e senza ma. Sicuramente uno che minaccia di morte Giorgia Meloni e la figlia, è senz'altro un personaggio che non ci sta con la testa, e che diventa il classico leone da tastiera, nascondendosi dietro l'anonimato", ha dichiarato nella serata di ieri il sindaco di Rosolini, Giovanni Spadola, che ha espresso "piena e incondizionata solidarietà nei confronti del presidente del Consiglio".

Giorgia Meloni, l'hater che la minaccia di morte piange in caserma. Libero Quotidiano l’08 dicembre 2022

"Sono pentito di quello che ho fatto, i giornalisti m’inseguono, non mi aspettavo tutto questo clamore": il leone da tastiera che ha minacciato di morte Giorgia Meloni e sua figlia sui social lo avrebbe detto in lacrime al suo legale, come riportato dal Corriere della Sera. L'uomo, siciliano di 27 anni, gli avrebbe anche chiesto: "Adesso, avvocato, andrò a dormire in galera?". All'origine di tutta questa rabbia nei confronti del premier c'è la stretta sul reddito di cittadinanza decisa dal governo.

"Ero proprio terrorizzato dall’idea che la Meloni mi togliesse il reddito di cittadinanza, questo pensiero mi ha fatto perdere il lume della ragione", avrebbe proseguito il leone da tastiera. Nel ritratto proposto dal Corsera si legge: "Un diploma preso all’istituto professionale, tatuaggi tribali sulle braccia, un procedimento pendente a Catania per spaccio di droga (86 grammi di marijuana nel 2014), ha lavorato poco in vita sua". "Un tempo consegnava le pizze — avrebbe raccontato l’avvocato Giuca —. Il ragazzo ha un leggero handicap fisico e vive con la mamma". 

Pare che il 27enne abbia percepito il sussidio di 500 euro al mese per 18 mesi. Poi lo scorso ottobre avrebbe ottenuto il rinnovo. La Digos di Siracusa, insieme alla Polizia postale, è stata aiutata nella ricerca dal fatto che il giovane aveva messo sul profilo una sua foto originale. Al 27enne sono stati sequestrati sia il computer che lo smartphone. Gli investigatori avrebbero detto: "La sua è una famiglia perbene, speriamo gli serva da lezione".

"Punire chi diffama è questione di civiltà". Renzi contro le minacce social. Gli ultimi attacchi contro Giorgia Meloni e Liliana Segre hanno evidenziato la necessità di definire punizioni esemplari, anche sui social. Francesca Galici l’8 Dicembre 2022 su Il Giornale.

I politici di ogni schieramento sembrano essere concordi sulla necessità di porre finalmente un freno alla escalation di violenza social. La critica è d'obbligo, essendo l'Italia una democrazia, ma troppo spesso sconfina nelle minacce e nella violenza verbale. La maggior parte dei personaggi pubblici tende a ignorare il fenomeno, evitando di dare adito a commenti e di "pubblicizzare" certi individui, ma ci sono dei limiti che non dovrebbero mai essere superati e che, sempre più frequentemente, vengono oltrepassati. Ne sanno qualcosa, per esempio, Giorgia Meloni e Liliana Segre, troppo spesso al centro delle invettive oltraggiose, oltre che per la carica che ricoprono, per le persone e donne che sono. Un concetto ribadito anche da Matteo Renzi, che ha espresso solidarietà e chiesto maggiore attenzione verso i social.

Disoccupato, precedenti per spaccio: chi c'è dietro le minacce choc alla Meloni

Il presidente del Consiglio è stato oggetto negli ultimi giorni di attacchi vili e di una violenza inaudita, che non solo hanno colpito lei ma anche la sua famiglia, in particolare sua figlia di appena 6 anni. Sono state minacciate di morte da un 27enne siciliano disoccupato, che si è scagliato contro Giorgia Meloni a fronte della manovra di Bilancio che punta a eliminare il reddito di cittadinanza (percepito dal violento) per gli occupabili. In poche ore, la polizia ha individuato l'uomo nella sua abitazione in provincia di Siracusa e ha proceduto alla perquisizione e al sequestro dei device elettronici, con conseguente accusa di violenza privata aggravata.

Non meno gravi gli attacchi che subisce ogni giorno la senatrice a vita Liliana Segre, che nelle ultime ore ha depositato oltre 10 denunce per attacchi e insulti provenienti dal web, nel suo caso soprattutto di natura antisemita. Attacchi che si fanno sempre più violenti, con la paura che qualcuno possa passare dalle parole ai fatti, dai social alla realtà, con azioni irreversibili. "Liliana Segre ha denunciato chi l'ha insultata sui social. E ha fatto benissimo. Come ha fatto benissimo Giorgia Meloni a denunciare chi minacciava sua figlia. Sui social è giusto criticare, ma basta con insulti, minacce, offese. Punire chi diffama è una questione di civiltà", ha scritto il senatore Renzi su Instagram.

Roberto Saviano? Ora reclama il diritto di insultare la Meloni. Francesco Storace su Libero Quotidiano il 16 novembre 2022.

Il cinema in tribunale. La sceneggiata a Palazzo di Giustizia. Un attore, più che uno scrittore, quel Roberto Saviano là. Solo che ha sbagliato palcoscenico, location, sito. Perché ci vuole rispetto anche per il luogo dove la legge si applica. Non chiedono autografi i giudici. Dopo aver fatto sapere al mondo che ieri mattina avrebbe offerto il collo alla ghigliottina della Meloni che lo aveva querelato, da piazzale Clodio Saviano se ne è andato dopo pochi minuti - tanti quanto la durata della prima udienza così come era arrivato. Ha provocato solo un po' di fastidio a chi lavora.

In tribunale ci stava perché giustamente alla Meloni non piace essere definita "bastarda" a mezzo tv - e neanche a Salvini, offeso assieme a lei in una trasmissione di Corrado Formigli del dicembre 2020 e che ha depositato la propria costituzione di parte civile - e decise di procedere. Non era presidente del Consiglio, ma esponente dell'opposizione e contestava le politiche della sinistra di Conte e Lamorgese in materia di immigrazione clandestina.

L'eroico Saviano spera in una specie di grazia, visto che l'avvocato del premier ha detto che rifletterà con la sua assistita se ritirare la querela. Anche se quella lingua impunita di uno scrittore che pensa di poter offendere chiunque meriterebbe una bella punizione. Ma la Meloni non vuole farlo passare per martire, probabilmente. Il che per Saviano può anche essere peggio. Se ne riparlerà il 12 dicembre, alla seconda udienza e chissà se l'imputato sarà scortato in misura notevole come ieri. Già, perché oltre a chi si deve occupare di lui, c'erano anche altre note lingue urlanti, del calibro di Michela Murgia e di Massimo Giannini, direttore di quella Stampa che un tempo era la testata elegante dell'avvocato Agnelli.

Non pare vero a Saviano, evidentemente, di poter esibire la solidarietà di quelli come lui.

L'odio contro la destra è cemento per costoro, al punto che le panzane si sprecano: sono «il giornalista più processato da questo governo», afferma Saviano e a uno verrebbe da chiedersi tutto questo in un mese appena trascorso dall'insediamento dell'esecutivo Meloni... Ma il noto imputato dimentica che si può essere processati per 9 anni pure per vilipendio del Capo dello Stato, risultare innocente e nessuno che ti chieda scusa. A proposito di rapporto col potere. Tutta pubblicità, quella che gli deriva da un processo appena iniziato e quasi potrebbe dispiacerci se davvero dalla Meloni arrivasse un gesto di magnanimità verso chi non lo merita. Una sfilza di testimoni della "difesa": lo stesso Salvini, il neoministro dell'Interno Piantedosi - che del leghista aveva la colpa di essere capo di gabinetto- poi Gasparri e persino il Pd Minniti. Curiosità: tra i testi di Saviano non potrà mancare proprio Formigli, magari dovrà raccontare come era scosso il suo ospite quando sibilava la parola "bastardi". 

Sì, un martire, quando sputacchia le sue sentenze: «Ritengo singolare che uno scrittore sia processato per le parole che spende, per quanto dure esse siano, mentre individui inermi continuano a subire atroci violenze e continue menzogne». Se uno scrittore offende, è invece sacrosanto che possa essere processato. Non può esistere l'impunità. Invece lui si lamenta, persino quando ha appreso della presenza di Salvini al processo come richiesta di poter essere parte civile. Non può difendersi, l'ex ministro? Di più, Salvini ce l'ha proprio con me, pare lamentarsi Saviano: «Salvini lo avrò contro sia in questo processo sia nel processo l'anno prossimo per la frase «il ministro della malavita». Perché, è normale definire ministro della malavita chi i clan li deve combattere ogni giorno, anche correndo qualche rischio? È davvero sconcertante, l'imputato Saviano. Perché teme di trovarsi di fronte quelli che appellò come "bastardi" in televisione, senza alcun contraddittorio, una possibilità di rispondergli come meritava. Del resto, non a caso si era scelto la trasmissione a senso unico, quella chiamata Piazza Pulita. Sì, quella che pretende di fare piazza pulita degli avversari politici. Il tribunale delle chiacchiere.

Alessandro Sallusti per “Libero quotidiano” il 16 novembre 2022.

Il sommo maestro Roberto Saviano ieri ha rivendicato con forza una libertà e stabilito un principio: uno scrittore può insultare perché il suo linguaggio, anche se offensivo e ingiurioso, rientra in quella che una volta si chiamava “licenza poetica”, la possibilità cioè di sbagliare volutamente per dare più forza al pensiero. Saviano ci ha comunicato tutto ciò all’uscita dell’udienza dove è imputato di ingiuria e diffamazione per aver dato della “bastarda” a Giorgia Meloni in diretta tv ospite di Formigli a Piazza Pulita.

Per nulla pentito e ben lungi dallo scusarsi per l’offesa recata a una donna, il Sommo ha spiegato che lui non sottostà alle regole, fossero solo quelle della buona educazione, dei comuni mortali perché «io sono uno scrittore, difendo a ogni costo la libertà di parola, questa (della Meloni, ndr) è una democratura». 

Detto - sempre per i comuni mortali - che per democratura si intende un regime politico improntato alle regole formali della democrazia, ma ispirato nei comportamenti a un autoritarismo sostanziale, per una volta faccio mio il Verbo del Sommo, e lo faccio avendo le carte in regola perché anche io sono uno scrittore.

Sì, ho scritto libri che negli ultimi due anni hanno venduto più di quelli del Maestro Saviano, quindi sono un super scrittore, che se poi ci aggiungiamo che sono pure giornalista, e se non bastasse gioco il jolly di essere direttore bè, capite che io altro che libertà di parola, io come Saviano ma forse più di Saviano mi avvicino a Dio. 

E quindi, seguendo il suo consiglio di non mettere limiti al mio pensiero perché noi scrittori (ma quali scrittori, intellettuali si addice meglio) godiamo dell’immunità penale e civile dico con chiarezza ciò che penso: Roberto Saviano, sei un bastardo. Di più: Roberto Saviano sei un pezzo di m. a insultare una donna, non ne hai remora perché tu sei un figlio di buona donna, che poi questi non sono altro che sinonimi della parola “bastardo”.

E adesso che fai, sommo bastardo Saviano? Smentisci la tua tesi in base alla quale io scrittore posso insultarti pubblicamente e tu devi tacere? Ti arruoli nella “democratura” e corri in tribuna- le a querelarmi? Ti ricordo che sono un super scrittore, quindi attento a quello che fai, razza di un bastardo che fai il bullo con una signora che proprio perché premier non può permettersi di rispondere e difendersi come dovrebbe e forse vorrebbe. Abbassa la cresta, chiedi scusa e finiscila lì che fai pena, sempre con licenza parlando.

Saviano, le sue giustificazioni? Teorie e auguri da bastardi. Iuri Maria Prado su Libero Quotidiano il 18 novembre 2022

Forse non bisognerebbe querelare nessuno. Nemmeno Roberto Saviano e forse nemmeno se ti dà di bastardo. Esistono altri strumenti per difendersi, anche di tipo giudiziario, e le multe e la galera sarebbe meglio che fossero accantonate. Ma è doppiamente inammissibile la giustificazione che Saviano ha opposto a chi ha chiesto che fosse sanzionata la diffamazione di cui si è reso responsabile: ha detto, come tutti sanno e come Libero ha raccontato ieri, che il processo a suo carico sarebbe ingiusto perché lui è uno scrittore, il che suppone che di analoga guarentigia non potrebbe godere un ciabattino o un manovale che si lasciasse andare a quell'insulto. 

Immunità da romanziere, diciamo. Inoltre, ed è questo il tratto più grave e detestabile della sua giustificazione, è che in realtà ne nasconde un'altra: e cioè che dare del bastardo si può se l'insulto è "meritato" da chi lo prende. Nella specie, uno che dice cose che a Saviano non piacciono. Ma è consapevole, Roberto Saviano, delle conseguenze che porterebbe quel principio?

Qualcuno, per esempio, potrebbe dargli del bastardo perché qualche tempo fa prefigurava un destino carcerario per Matteo Salvini. Aveva detto proprio così: che per vedere Salvini in carcere «basterà che si spengano le luci». Come a dire: fai che poco poco le glorie elettorali del capo leghista sentano l'assedio del riflusso democratico, ed ecco servito il tempo della giustizia finalmente libera di trionfare sul ministro della malavita. C'era parecchia violenza plebea in quella previsione, e a giudizio di qualcuno assomigliava parecchio all'augurio che poteva formulare un bastardo. Sarebbe dunque stato legittimo chiamare in quel modo Roberto Saviano? 

Peter Gomez: “Furio Colombo su figlia Meloni? Non è più un giornalista”. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 17 Novembre 2022 

"E' un attivista politico che interpreta la realtà attraverso le sue legittime posizioni ideologiche"

“Io penso da tempo che Furio Colombo non sia più un giornalista ma principalmente un attivista politico che interpreta la realtà attraverso le sue legittime posizioni ideologiche, ma non chiamiamolo più giornalista. Io e Colombo facciamo due mestieri diversi”. Così il direttore dell’edizione online de ‘il Fatto Quotidiano’, conversando con l’Adnkronos, ha commentato le parole di Furio Colombo sulla figlia del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, pronunciate nel corso della trasmissione di La7, ‘L’aria che tira‘, a cui aveva partecipato lo stesso Gomez.

Colombo era stato il direttore del quotidiano L’ Unità prima che fallisse, ed al suo fianco avevano lavorato Antonio Padellaro e Marco Travaglio , ma recentemente alcuni mesi fa aveva interrotto i suoi rapporti : “A due cari amici come Padellaro e Travaglio comunico che non continuerò la mia collaborazione al Fatto Quotidiano fino a quando ci sarà questa posizione sulla guerra in Ucraina, sul divieto, si presume costituzionale, di mandare armi all’Ucraina e sulla celebrazione di un personaggio di cui non ho stima, che è il professor Orsini“.

 Colombo nel corso della trasmissione di La7, ‘L’aria che tira‘ in sostanza aveva fatto un parallelismo tra i “bambini in top class“, riferendosi alla figlia della Meloni, e quelli che annegano in mare nel Mediterraneo, facendo perdere le staffe alla conduttrice Myrta Merlino. Il presidente del Consiglio ha partecipato al G20 a Bali, in Indonesia, e ha portato con sé la figlia Ginevra. 

Ad aprire le danze contro la Meloni in realtà era stato un articolo comparso il 15 novembre, sulle pagine del quotidiano La Stampa. “Le operaie non si portano i figli in fabbrica, chissà come mai. In Italia le donne che lavorano sono paradossalmente quelle che se lo possono permettere, o quelle che hanno i nonni disponibili: sarebbe ora che le cose cambiassero anche senza i figli che in ufficio si mettono a tritare documenti”, si leggeva polemicamente nel pezzo, nel quale – tra il serio e il faceto – venivano immaginati i motivi per i quali il premier avrebbe portato con sé la bimba. “Che Ginevra abbia detto basta alle assenze di mamma e con un colpo di mano abbia preso in mano la situazione per imparare il mestiere?“, scriveva l’autrice Assia Neumann Dayan.

E poteva mancare il quotidiano La Repubblica per fare la “lezioncina” di pseudo morale al presidente del Consiglio, lanciandosi in un’interpretazione del suo gesto materno. “Perché quindi, in quei quasi quattro giorni che richiedono ogni energia mentale, fisica ed emotiva di un capo di Stato, Giorgia Meloni ha scelto di prendere su di sé il carico – gratificante, inevitabile, pesantissimo – di una figlia al seguito? Non per passare con lei del tempo di qualità che difficilmente è contemplato dal protocollo. Non per mancanza di alternative familiari o professionali deputate al temporaneo accudimento. E allora perché? Probabilmente lei, che ricordiamo ‘donna, madre e cristiana’, ritiene che la vicinanza alla figlia sia prioritaria, perché la presenza materna è un valore non negoziabile, anche quando lo Stato richiede alla propria leader 48 ore di coinvolgimento e attenzione assoluti“, aveva scritto Claudia De Lillo.

Giorgia Meloni ha risposto con un tweet che ha zittito tutti, Questione di stile. 

Il quotidiano Libero ha sbeffeggiato l’attitudine comunista di cotanto disprezzo: (“La madre dei comunisti è sempre incinta”) in riferimento soprattutto alle femministe che su Repubblica  e Stampa hanno voluto fare la morale al presidente del Consiglio su come vada interpretata la maternità.  Colombo la pensi come vuole: “Nessuna colpa ha la figlia di Meloni. Pensi che la politica del governo sia orribile ed è lecito farlo. Ma non metterei dentro la polemica i bambini”, ha affermato visibilmente contrariata la giornalista Myrta Merlino conduttrice del programma tv “L’ Aria che tira”. Redazione CdG 1947

Saviano e la carovana dei radical chic anti Meloni. Scrittori, giornalisti e attrici: la sinistra dei salotti in campo per dare man forte a Saviano. Rivendicano il diritto di insultare la Meloni e insultano la nostra democrazia paragonandola a un regime. Andrea Indini il 16 Novembre 2022 su Il Giornale.

Roberto Saviano. Ancora e ancora. Con i suoi insulti, con i suoi comizi, con le sue balle. L'ultima (in ordine di tempo): "Un governo liberticida che porta a processo chi critica. Un primo ministro contro uno scrittore, come se avessero uguale peso. Intimidire me per intimidire chiunque critichi l'operato di questo governo". Falso. E non solo perché Giorgia Meloni l'ha trascinato in tribunale parecchio tempo prima di diventare premier. È falso soprattutto perché, proprio ora che è arrivata a Palazzo Chigi, la leader di Fdi sta valutando di ritirare la querela. E poi c'è pure quell'altra balla. Quella sulla "democratura", ovvero sull'Italia dipinta come una democrazia illiberale. Vivesse davvero in un regime, la bocca gli sarebbe stata cucita da tempo. E invece no. Saviano parla. E spesso straparla. Nessuno gli ha mai negato questo diritto: il "diritto di parola". E non perché lui è uno "scrittore", ma perché in Italia il "diritto di parola" è garantito a tutti i cittadini. Quello che, invece, viene (giustamente) contestato all'autore di Gomorra è ben altro. E cioè che non può insultare e passarla liscia. Gli insulti (e "bastarda" è un insulto, eccome!) non rientrano nel perimetro della libertà di espressione.

In un Paese normale un processo per diffamazione, in cui uno ha dato del bastardo a un altro in televisione, non solleverebbe tanto interesse. In Italia, invece, intorno a Saviano stanno montando un circo mediatico che sembra far godere soltanto la sinistra dei salotti. Ieri mattina, davanti al tribunale di Roma, si sono dati appuntamento i soliti volti che dopo cena troviamo nei talk show a pontificare contro il governo. C'erano diversi scrittori. Sandro Veronesi, Michela Murgia, Nicola Lagioia, tanto per citarne alcuni. E poi c'era il direttore della Stampa, Massimo Giannini. E pure l'attrice Kasia Smutniak. Tutti lì a dare supporto. O, più semplicemente, a mettere in piedi un inutile teatrino contro il centrodestra al governo. Chi non va manda saluti da casa. Come Erri De Luca che ci tiene a far sapere: "Condivido la sua indignazione di allora". Scrive: indignazione; leggete: insulti.

La Murgia è in primissima linea nel reiterare la narrazione (falsa) tanto cara a Saviano: "Un uomo scortato dallo Stato a causa delle sue parole oggi sarà portato davanti a un giudice dal capo di governo a causa delle sue parole: ditemi voi in quale altra democrazia lo avete visto succedere". È una battaglia che porta avanti da settimane. Aspettava l'inizio del processo con la stessa trepidazione con cui a dicembre i bimbi aspettano il Natale. Ai primi di ottobre, prima che gli altri ultrà scendessero in curva, lei già scriveva sull'Espresso che dare della "bastarda" alla Meloni è una forma di cultura. Oggi, invece, si sono sbizzarriti tutti quanti. Su Repubblica, pontificando sullo stato di salute della nostra democrazia, Chiara Valerio parla di "bullismo di Stato" contro Saviano. Sulla Stampa Elena Stancanelli lancia un appello per il prossimo 12 dicembre ("Venite tutti in tribunale"), mentre nel suo podcast Circo Massimo il direttore Giannini parla di "logica di potere" e ritira fuori il più classico "colpirne uno per educarne cento".

Nessuno di loro ha il coraggio di scrivere le cose come stanno. E cioè che "bastarda" non è, come scrive la Stancanelli, "un termine ritenuto ingiurioso" dalla Meloni. È un insulto. Punto e basta. Chiunque si sentirebbe diffamato nel sentirselo dire. E una diffamazione rimarrebbe anche se nelle prossime ore la leader di Fratelli d'Italia dovesse ritirare la querela. Lasciando così Saviano senza più un palcoscenico su cui fare il suo inutile show.

Berlusconi e l'incessante controcanto di Forza Italia a ogni scelta di Meloni. Tommaso Labate su Il Corriere della Sera il 14 Novembre 2022.

Dal tetto al contante ai migranti, il partito guidato da Silvio Berlusconi si smarca sempre dal nuovo asse tra Fratelli d'Italia e Lega: è la coda delle tensioni sui nomi dell'esecutivo o l'inizio di una sorta di Vietnam?

Hanno cominciato da subito. E, finora, non hanno mai smesso.

L’innalzamento del tetto al contante? «Non è una priorità».

Il decreto anti-rave? «Va cambiato».

Le modifiche al Superbonus per l’edilizia? «Presentiamo un emendamento».

E persino sull’immigrazione, e cioè sullo spinoso dossier in cui le posizioni sembravano destinate a un allineamento quasi perfetto, è venuto fuori l’approccio morbido di Silvio Berlusconi, che in una cena privata — come ha rivelato Francesco Verderami sul Corriere — ha spiegato ai commensali che «quelle povere persone» imbarcate dalle navi delle Ong andavano «salvate tutte», con buona pace degli sbarchi selettivi decisi dal Viminale prima che esplodesse il caos diplomatico con la Francia.

Il governo guidato da Giorgia Meloni non ha neanche compiuto un mese. Ma nelle tre settimane di presenza sulla scena, con un ritmo scandito dall’asse Fratelli d’Italia-Lega, non c’è stato praticamente giorno in cui Forza Italia si sia astenuta dal controcanto.

A ogni mossa del tandem Meloni-Salvini, una contromossa di Berlusconi.

Sempre, sistematicamente, come una goccia cinese, su tutti i provvedimenti messi in campo; quelli approvati in Consiglio dei ministri, quelli allo studio, quelli visti, rivisti, soltanto annunciati o semplicemente ventilati. Una situazione che ha completamente ridisegnato gli equilibri «geopolitici» interni al centrodestra, arrivato al voto con un solito asse Berlusconi-Salvini in chiave anti-Meloni e uscito dalle urne con un assetto completamente stravolto: Fratelli d’Italia e Lega di qua, Forza Italia sempre e comunque dall’altra parte.

Che sia la coda velenosissima della tormentata composizione della squadra di governo oppure l’anticipo di una sorta di Vietnam parlamentare, questo lo si capirà presto. FI rimane un partito diviso al proprio interno, con il fronte «governista» che ha posizioni diverse rispetto a chi è rimasto a presidiare il Parlamento, certo. Ma, sfumature e voci di scissione a parte, al momento i numeri sono quelli che sono. Tra i banchi di Palazzo Madama, le «Colonne d’Ercole» che storicamente separano la necessità di approvare la Finanziaria entro l’anno dall’incubo dell’esercizio provvisorio, la maggioranza assoluta è fissata a 204; e i senatori del gruppo azzurro, al momento 18, bastano e avanzano per far saltare il banco. E non è un caso, come nota un big azzurro con una perfidia nascosta dietro la garanzia dell’anonimato, che «alla buvette i senatori di Meloni e Salvini si trovano sempre a ridere e scherzare più con i colleghi di Azione-Italia viva che non con noi di FI».

Agli atti, l’ultima dichiarazione di un forzista di primo piano e non ministro millimetricamente allineata con Giorgia Meloni è stata quella pronunciata da Berlusconi il giorno della fiducia in Senato. Prima e dopo, sempre e solo voci fuori dal coro. È stato così da subito, da quando l’eterogeneo pacchetto rave-contanti ha iniziato a riempire l’agenda di governo. «Trovo offensivo che l’attenzione sia su questo, quando la priorità è mettere mille euro nelle tasche dei pensionati e aiutare famiglie e imprese», aveva aperto le danze il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè. Sembrava una nota stonata, è diventato uno spartito quotidiano. Proseguito sul Superbonus e culminato, nelle ultime ore, con le sfumature sull’immigrazione. E quando non sono dichiarazioni in dissenso, dei berlusconiani diventa rumorosissimo il silenzio, come sulle modifiche al reddito di cittadinanza.

Raccontano che negli ultimi giorni, confrontandosi in presenza della premier sui continui smarcamenti di FI, due esponenti del governo si siano divisi su quello che ha in mente Berlusconi.

L’ottimista dei due ha fatto notare che «Silvio, che di pugnalate amiche ne ha subite, non darebbe mai una spallata a un governo di centrodestra».

L’altro, il pessimista, s’è limitato a ricordare un dettaglio: «Vero. Ma da quando è in campo non c’è mai stato un governo di centrodestra non guidato da lui».

Meloni avrebbe ascoltato senza proferire parola.

I passi falsi della premier. Tutti i flop di Giorgia Meloni, rappresentante della destra populista e borgatara. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 16 Novembre 2022

Guardando le immagini del G20 con i vecchi e nuovi grandi della Terra, ma anche con i medi e i giganteschi come Biden e Xi Jinping, il confronto viene immediato. Che cosa avrebbe fatto, come si sarebbe comportato, quali arti da giocoliere dell’attenzione e della seduzione avrebbe giocato Silvio Berlusconi in un consesso del genere? Il confronto con Giorgia Meloni è inevitabile: l’unica donna premier di questo consesso indonesiano in cui i protagonisti scendono dalla scaletta dell’aereo accolti da un gruppo di danzatrici che si contorcono sensualmente in una danza, è la nostra presidente del Consiglio alla sua prima uscita nel gran galà del pianeta devastato dalla guerra attale e quella possibile, dalla carestia, dalle emergenze umanitarie, dall’inflazione, dalle minacce di altre guerre e la necessità di affrontare così grandi problemi comuni.

Berlusconi fu messo sulla graticola all’inizio della sua Presidenza perché sia era creato un asse fra le sinistre italiane e tutti i circoli della gauche al caviale internazionale. In quei consessi Berlusconi usava le sue armi di charmeur e di moderato, di uomo apparentemente nuovo, ma in realtà grande esperto di comunicazione e di competenza industriale. Un personaggio così arcitaliano, così lombardo ma anche così romano – fra le canzoni di Charles Trenet e quelle di Apicella – ma poi anche capace di affrontare bilanci e intese e alleanze e feeling che saltano a piè pari le artigliose spigolosità degli snobismi delle élites, fra i quali invece la sinistra italiana si sente perfettamente a suo agio. Fu un accreditamento lungo e profondo, al termine del quale Berlusconi sarebbe diventato un leader europeo. Sulla Meloni niente da dire invece. Se non che è indaffarata e si comporta con la dignità impacciata della studentessa modello ed è ovviamente molto compresa nel suo ruolo. Ma è anche molto principiante. E però con quell’aria acerba di chi sa di partire con un handicap, nel senso di uno svantaggio di partenza come nelle corse dei cavalli. Tutti sanno che le sue radici vengono da un genere di terriccio che non è quello più fecondo, ma poco importa perché in definitiva quel che conta sono i fatti e vedere se e che cosa dice.

Intanto tutti hanno visto però i primi guai: la rottura con Macron facendo una gaffe da borgatara, seguita dalla correzione di Mattarella che ha dovuto prendere il suo posto, spingersi oltre i suoi stessi confini. Dire a Macron qualcosa come “scusaci tanto, è ancora in rodaggio non ci fare caso, tanto non conta, chi conta sono io”. Sgarro costituzionale, ma necessario, per porre rimedio a imperizia e faciloneria. Con Berlusconi ci provarono, ma dopo una terribile guerra mediatica finì con una sua vittoria perché il presidente del centrodestra liberale seppe lavorarsi personalmente tutti i leader, dall’americano George Bush al russo Vladimir Putin che sembrava, all’inizio del XXI secolo, l’enfant prodige della nuova Russia, un europeo che in ottimo tedesco pronunciava in Germania un discorso sulla cultura russa in quanto europea. E poi le incomprensioni con Angela Merkel superate in souplesse malgrado l’arroganza di Sarkozy che mentre faceva lo sprezzante con Berlusconi si faceva finanziare da Gheddafi. Lo stesso Gheddafi contro il quale mosse guerra e con poca eleganza portò alla morte, arrecando danni immani alla politica estera italiana in fatto di emigrazione e di approvvigionamenti energetici.

Insomma, il Berlusconi che è stato messo sulla graticola, sbertucciato dai comici, bersagliato da una sessantina di missili giudiziari, attaccato da intellettuali poi pentiti e dal generone della borghesia superciliosa, è un leader storico la cui visione è quella super liberale e anche giocosamente libertina di un’Italia della ricostruzione e dell’identità spontanea ma mai, assolutamente mai ingenua. Non vogliamo impegnarci nei confronti e dire “E invece la Meloni”. La Meloni ha voluto la sua bicicletta, e adesso deve pedalare, cadendo e rialzandosi, facendo esperienza e trovando che i suoi elementi di appeal, quelli per cui raccoglie tanto elettorato e tantissima audience, sono quelli di una figura che gli italiani adorano: quella di chi “non gliele manda a dire”, di chi sbatte i pugni sul tavolo (in genere a Bruxelles) e caccia gli emigranti, e fa “booh” ai ragazzacci dei rave, e promette ordine e legge, legge ed ordine, ma poi è statalista e manettara come tutta la storia del fascismo e del post fascismo era ed è: statalista, con populismo sociale incorporato, sa fare la faccia feroce quando parla alle proprie folle o a quelle spagnole con toni più isterici che duceschi e faccia da “Chi? io?”, ma con un background di romanzi per ragazzi di Tolkien con Frodo, il Signore degli anelli e le Terre di Mezzo insidiate dagli orchi che sbarcano sulle nostre coste.

Non mi vergogno a citarmi, ma ho scritto un libretto sfortunato perché uscito mentre scoppiava la guerra in Ucraina (che dirottò l’attenzione sul Covid e da ogni altro argomento) intitolato La Maldestra: quella italiana che non può stare insieme come l’acqua con l’olio e una dose di mercurio perché in parte origina da quella liberale ereditata grazie a Berlusconi dai partiti che ricostruirono l’Italia dopo l’operazione Mani Pulite che strozzò la cosiddetta Prima Repubblica; e in parte è illiberale perché populista e sovranista, con un pizzico di post-fascismo, molta nostalgia degli anni Settanta quando si sparavano Brigate Rosse e Brigate Nere. Una destra che non ha niente a che fare nemmeno con il sogno federalista di Umberto Bossi per quello che riguardava la gloriosa Lega Nord, quella di “Roma ladrona” e delle barzellette sui terroni. Non si tratta soltanto del fattore umano, ma anche umano. In più, ci sono di mezzo i valori fondamentali della spensieratezza contro la grintosità, della vitalità contro la cupezza, dello statalismo contro la libertà d’impresa, della totale, colpevole, deprimente mancanza di senso dell’umorismo contro l’Italia della commedia laboriosa del miracolo economico, un piccolo borghese e un po’ mi saluti la sua signora, con i suoi Alberto Sordi e Gino Bramieri, i piccolo borghesi che però sono, erano, grandi borghesi, dei costruttori e capitani d’azienda, fra cui anche e lui, il Berlusconi di Milano Due, della trovata delle videocassette per rifornire i film nei paesini su per le montagne.

Quelle due Italie non sono neanche di destra. Quella liberale è liberale, ha bisogno di libertà di mercato, viaggi, contaminazioni, esportazioni, invenzioni. Quella illiberale non ride mai, è cupa, pronta a ringhiare, perché ringhiando si alleva l’italiano dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini che oggi potrebbe essere Giuseppe Conte, quello che apprezza chi urla, fa la faccia feroce, mette depressione con l’istinto alla repressione e non vede l’ora di cacciare chi cucina con troppa cipolla, senti che puzza. Finché si tratta di amministrare città e regioni, passi: queste destre che non hanno quasi nulla in comune possono far finta di essere unite dallo spirito pratico che però non ha niente di ideologico e neanche di ideale. Ma quando si tratta di fare sul serio, le due destre, quella liberale e quella illiberale, non si tollerano e lo si è visto subito, col primo Consiglio dei ministri che, pur potendo evitare la faccia feroce ha fatto subito la faccia feroce, salvo ammettere di gran carriera che bisognava rifare subito i decreti-legge in Parlamento. La politica estera, profondamente ferita dal conflitto in l’Europa si è poi, per quanto ci riguarda, fatta subito male in una zuffa insensata con la Francia, che ha colpe enormi quanto a immigrazione, ma che è un Paese con cui era stata costruita con pazienza una alleanza non solo di facciata. Tutto in malora perché la piccola Presidente della scuola Montessori ancora non sa giocare con gli adulti.

Ed è ormai uno spettacolo che vedono tutti i pezzi non stanno insieme perché l’Italia liberale, tenuta in vita da Berlusconi e purtroppo ridotta ai minimi termini per la costanza della pressione giudiziaria e dei vuoti che hanno messo in fuga il voto dei cosiddetti moderati, non si combina né per stile né per contenuto con l’altra, se non vagamente per bacino di elettori che però sono molto volubili. E i risultati sono sotto gli occhi: Berlusconi non vuole essere coinvolto nelle scelte anti-emigranti tenuti a mollo. Così gli passa la voglia. I liberali, o come più vi piace chiamarli, sono incavolati perché l’ordine delle priorità è quello delle bollette e del carovita e non delle scenate internazionali da cui usciamo con le ossa rotte. I due partiti che si rubano la scena sono Fratelli d’Italia e Lega che infatti hanno raggiunto un accordo, tanto sono quasi identici, mentre Forza Italia distingue, si separa, corregge, emenda, sta scomoda, ha la faccia tirata e siamo solo agli inizi.

In panchina si scaldano soddisfatti Renzi e. Calenda, ma sono riscaldamenti senza muscoli perché l’elettorato della protesta illiberale non li prenderebbe mai molto sul serio, ma ci sono come ruota di scorta perché quella sembra che sia la loro missione. La Maldestra sta male e non è destra nello stesso modo e questo manda in bestia Berlusconi che avrebbe voluto che gli fosse riconosciuta la leadership di chi ha il brevetto, ma Giorgia Meloni, giustamente dal suo punto di vista che coincide soltanto col suo punto di vista, vuole imparare tutto da capo anche se ci portasse a sbattere. Dunque, il governo c’è, ha i voti, ma manca sia il propellente che il collante per affrontare il videogame della realtà che è scosceso e richiede piloti esperti per non andare finire oltre il guard-rail, sul ciglio del burrone.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

Giorgia Meloni. Dal “Corriere della Sera” il 5 novembre 2022.  

Esce oggi 4 novembre da Mondadori Rai Libri il libro di Bruno Vespa «La grande tempesta. Mussolini, la guerra civile. Putin, il ricatto energetico. La Nazione di Giorgia Meloni», 390 pagine, 21 Euro. Pubblichiamo un brano dall'undicesimo capitolo ( E una donna arrivò a Palazzo Chigi ). 

«Mario, che fai? Mica facciamo sul serio? Te ne vai e mi lasci sola?». È mezzogiorno di domenica 23 ottobre 2022. Giorgia Meloni scherza con Mario Draghi durante la cerimonia della campanella, dove avviene il passaggio di testimone dal premier uscente a quello entrante. Al termine, Draghi scende nel cortile di palazzo Chigi per ricevere gli onori militari di commiato e la Meloni resta sola nello studio presidenziale con le due amiche collaboratrici di sempre, l'assistente Patrizia Scurti e la portavoce Giovanna Ianniello. 

«Conoscevo bene questa stanza» mi dice subito dopo il presidente del Consiglio, che ama essere chiamata con il nome della carica declinato al maschile, che poi sarebbe un vocabolo neutro. «C'ero stata tante volte durante il governo Berlusconi. Ma è questo il primo momento in cui mi chiedo: che mi è successo? Che sto provando? Soddisfazione, certo, ma soprattutto ansia, perché l'impatto è pesante».

Adesso il piccolo studio (scrivania del Settecento, salottino, tavolo delle riunioni per poche persone) deve sembrarle immenso, perché immense sono le responsabilità cadute addosso a questa donna minuta e decisa alla quale, nella vita, nessuno ha regalato niente. Uno studio che, peraltro, non la fa sentire a suo agio. Non le piacciono gli ori, i damaschi, il balconcino affacciato su piazza Colonna. Non le piace, gelosa com' è della sua libertà, il protocollo soffocante e l'idea di essere seguita a ogni passo, di rendere subito di dominio pubblico ogni incontro, essendo da sempre le mura di palazzo Chigi udenti e parlanti. Tant' è vero che la Meloni ha conservato gelosamente il suo magnifico e decentrato ufficio alla Camera, con una terrazza che le è capitata per sbaglio e che tutti le invidiano.

 Giorgia Meloni si accomoda in una poltrona color oro per riprendere fiato con un caffè negli attimi che precedono il primo Consiglio dei ministri. Confessa di aver temuto di piangere di commozione mentre passava in rassegna il picchetto in cortile e ha udito l'ufficiale gridare: «Onori al presidente del Consiglio dei ministri!», come ha pianto calde lacrime alla sua prima uscita dopo il giuramento ai funerali di Francesco Valdiserri, il diciottenne investito da una donna ubriaca mentre camminava con un amico sul marciapiede di via Cristoforo Colombo. (La madre di Francesco, la giornalista del «Corriere della Sera» Paola Di Caro, segue da molti anni il centrodestra e la consuetudine con Giorgia Meloni si è trasformata con il tempo in amicizia). 

Si è commossa sabato 22 ottobre quando, uscendo di casa per le consultazioni, ha visto che dal palazzo di fronte un signore che non conosceva sventolava la bandiera tricolore. E si è commossa il pomeriggio dello stesso giorno quando, andando con la madre Anna alla Festa dei Nonni alla scuola frequentata dalla figlia Ginevra, pur entrata di soppiatto per guadagnare l'ultima fila è stata accolta da un grande applauso che ha lasciato di stucco il sacerdote che, intento a parlare, non aveva visto entrare la famigliola presidenziale. E mamma Anna?, chiedo alla Meloni. «Non è mai stata una donna cerimoniosa» mi dice «ma mi ha mandato un messaggio strappalacrime: credevo di non aver fatto niente nella vita e invece»

La sua inseparabile sorella Arianna? «Piange sempre. Le devo molto. Mi è stata sempre vicina». E Ginevra? «Una sera è venuta e, per la prima volta, mi ha chiamato presidente. "Presidente, ho un regalo per te." E mi ha offerto dei cioccolatini. "Adesso che fai, com' è il tuo lavoro?" "Ginevra, ricordi il capofila della classe? Be', io adesso sono il capofila di una fila lunghissima"». Riesce ad accompagnarla a scuola? «Sempre e, dopo una dura battaglia, sulla mia storica Mini. A scuola preferisco non andare con l'auto di servizio. Vado in tuta perché, quando è possibile, torno ad allenarmi». 

E comunque non ha mai preso in considerazione l'idea di trasferire la famiglia a palazzo Chigi nel brutto appartamento presidenziale, restando nella vecchia casa della Garbatella. Prova a distendersi, Giorgia Meloni, in attesa di presiedere il primo Consiglio dei ministri (sbircio nel salone: quante vecchie conoscenze e quante new entry). Le sembra tuttora impossibile essere arrivata fin qui. (…) Tanto sente di giocare fuori casa nel Palazzo, Giorgia Meloni, che nella prima riunione del Consiglio dei ministri dice: «Troppi uccelli del malaugurio aleggiano sul governo. Diamo una risposta corale: siamo una bella sorpresa per l'Italia».

Estratto Da “il Messaggero” il 5 novembre 2022.  

Esce oggi da Mondadori Rai Libri il libro di Bruno Vespa La grande tempesta.

Mussolini, la guerra civile. Putin, il ricatto nucleare. La Nazione di Giorgia Meloni, pagine 390, 21 Euro. Pubblichiamo parte dell'Introduzione del volume. 

(…) La chiave per capire la sfida di Giorgia Meloni è in una frase che mi ha detto nel suo studio di palazzo Chigi, nei giorni successivi alla fiducia delle Camere: «L'unico vero vantaggio che ho rispetto agli altri è che non lavorerò per restare in questo posto. Non sto qui per sopravvivere guardando i sondaggi.

Tra cinque anni io non voglio essere rieletta a ogni costo. Il mio obiettivo è, piuttosto, che gli italiani portino fiori sulla mia tomba quando non ci sarò più. Se accadrà, vorrà dire che avranno da ringraziarmi per quello che ho fatto. Se non hai niente da perdere, puoi tirare di più la corda. Per fare le cose devi rompere gli schemi; se vivi nel terrore di non essere rieletta, sei destinata a non combinare niente».

Estratti dalla autobiografia di Giorgia Meloni “Io sono Giorgia” il 16 ottobre 2022.

Il rapporto tra Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni non è mai stato idilliaco. A febbraio, dopo lo scontro sulla rielezione di Sergio Mattarella al Quirinale, Meloni era andata in tv, su Retequattro, e aveva spiegato: "Io a Berlusconi nella mia vita non debbo niente". Parole che avevano fatto infuriare Berlusconi che aveva bandito per qualche giorno gli esponenti di FdI dalle sue televisioni e aveva replicato: "È un'ingrata".

Diffidenze e scontri che emergono anche da aneddoti raccontati da Meloni nella sua autobiografia Io sono Giorgia, pubblicata da Rizzoli nel 2021 e di cui riportiamo qui di seguito alcuni stralci. 

Irriconoscente. "Molte volte, in questi anni, quando da presidente di un partito alleato ma distinto da quello di Berlusconi ci sono stati momenti di frizione, mi sono sentita dire che ero 'irriconoscente' con il Cavaliere che mi aveva fatto ministro. A parte che sono convinta che un buon politico debba essere leale con gli uomini ma ciecamente fedele solo alle proprie idee, le cose non stanno comunque così (…). Ho sempre avuto con il Cavaliere un rapporto franco e leale e ho di lui una grande considerazione, ma la mia storia appartiene a un mondo che lui non ha mai capito davvero…

B. e le donne. "Poche ore prima erano uscite delle intercettazioni di telefonate tra aspiranti soubrette e Berlusconi, da cui si intuiva che queste ragazze erano in cerca di raccomandazioni. (...) In quella telefonata con Roncone dissi quello che pensavo e penso, e cioè che le raccomandazioni sono frutto di una società che non premia il merito, che le protagoniste della storia mi facevano tristezza e che il comportamento di Berlusconi, in quel frangente, da donna di destra, proprio non mi era piaciuto. (…)

La mattina dopo, all'alba, mi chiamò Ignazio La Russa, capo delegazione di Alleanza Nazionale al governo. Io stavo ancora dormendo, risposi assonnata e sentii lui dire, con la voce ferma: 'Ma come ti viene in mente? C'è Berlusconi fuori dalla grazia di Dio'. (…) Aprii la porta di casa per prendere il Corriere della Sera e a pagina 5 trovai la mia intervista, con richiamo in prima. Titolo: 'Questo Silvio non mi piace'. All'alba, Berlusconi aveva chiamato La Russa arrabbiatissimo: 'La ragazza mi ha già rotto le palle'.

"Cosa vuoi in cambio? "A un certo punto di questo percorso decisi di comunicare personalmente a Berlusconi la nostra decisione (di uscire dal Pdl per fondare Fratelli d'Italia, ndr). Quando glielo dissi, a Palazzo Grazioli, mi rispose con quel suo fare pragmatico da uomo d'affari che ha imparato come tutto, e quasi tutti, abbiano un prezzo. 'Va bene, ho capito... Allora, dimmi: che cosa vuoi, che cosa vuoi fare?'. 'Voglio essere fiera di quello che faccio. Lo dico con rispetto, ma davvero non mi sento più a casa”.

No ai ricatti. "Non sono ricattabile, perché non faccio cose delle quali dovrei vergognarmi e non accetto aiuto da chi potrebbe chiedermi qualcosa in cambio".

Mario Tafuri per blitzquotidiano.it il 16 ottobre 2022.

Giorgia Meloni e Licia Ronzulli? Perché la futura premier storce il naso? Forse pesa quella telefonata di 12 anni fa con Nicole Minetti? 

Su tutti i giornali e siti abbiamo letto del fastidio di Giorgia Meloni davanti alla insistenza di Berlusconi su un ministero di peso da assegnare a Licia Ronzulli, oggi potentissima figura di Forza Italia e dell’inner circle del Cavaliere. 

“Per me è una questione d’onore. Piuttosto questo governo non nasce” era arrivata a dire la Meloni. Sottolineando con questo la sua totale avversione alla Ronzulli ministro. La vicenda si è poi conclusa, pare, con una ritirata strategica di Berlusconi dopo una scenata furiosa con Ignazio La Russa. e lo sgarro di non farlo votare presidente del Senato dal suo partito. Quel che interessa oggi capire è il perché di tanta ostilità.

Una bega tra donne? Non si direbbe. Forse la spiegazione ha radici nella cronaca di oltre 10 anni fa, quando primo ministro era Berlusconi e dalla Procura della Repubblica di Milano uscivano le intercettazioni delle indagini sul caso Ruby nipote di Mubarak e sulle cene eleganti nella villa di Arcore. 

Ne pubblicammo parecchie pagine su Blitz. La numero 52 aveva questo titolo: “Nicole Minetti e Licia Ronzulli: ragazze per il dopo-partita cercansi”. 

Sotto si leggeva: Sono da poco passate le 18:30 del 22 agosto 2010. Nicole Minetti parla al telefono con Licia Ronzulli. L’argomento è: quali ragazze ci saranno in serata ad Arcore? 

Nicole: io sono ancora in alto mare perchè ho superato da poco Bologna e c’è un traffico disumano.

Nicole: per cui io sicuramente non riesco ad essere lì per quell’ora, ho sentito le ragazze all’inizio… all’Annina mi aveva detto che voleva venire, poi però è a piedi, una cosa e un’altra né lei né la Maristelle vengono lì allo stadio, perchè sono a piedi entrambe, quindi aspettano che arrivo io, vado a prenderle io e poi dopo andiamo dove dobbiamo andare insomma

Licia: okey, ascolta, la cena non è da Giannino, è a casa del capo ad Arcore, quindi stai tranquilla.

Nicole: no, l’unica cosa ho provato a chiamarlo per dirgli che comunque anche loro non venivano perchè mi dispiaceva, solo che non risponde, quindi magari se riesci ad avvisarlo tu, gli dici

Licia: glielo dico io, sì. 

Il testo poi prosegue con lo scambio di una serie di informazioni sulle ragazze la cui presenza era prevista quella sera.

La sua rilettura, oggi, 12 anni dopo, può essere illuminante. 

Roberto Gressi per corriere.it il 16 ottobre 2022.

«Può la donna permettersi di stare alla pari con l’uomo? No! È aperto il dibattito». Nella casa del popolo del film d’esordio di Roberto Benigni si consumava l’eterno confronto, che ora, anche in politica, vede sul ring il campione non più in carica e la sfidante. Eccoli: Silvio Berlusconi, 86 anni, da Milano, Bilancia, 165 centimetri per 84 chili, pantaloncini azzurri. E Giorgia Meloni, 45 anni, da Roma, Capricorno, 163 centimetri per 54 chili, pantaloncini tricolore con Fiamma. 

Non solo pugni, sul quadrato, ma anche guerra psicologica. Mohamed Alì fustigava con il dispregiativo di «zio Tom» i suoi avversari neri. E i duellanti di oggi non sono da meno. «Supponente, prepotente, arrogante, offensiva», ferisce Berlusconi, «con lei non si può fare nessun accordo». «Non mi piaci, non ti devo nulla, io non sono ricattabile», sferza Meloni.  

Sembrano a prima vista coltellate dell’ultimo minuto, un c’eravamo tanto amati finito a carte bollate, con la «ragazzina che si è montala la testa» (copyright Gianfranco Fini) da una parte e il patriarca che, con un filo di machismo, difende il suo onore e la sua prediletta, Licia Ronzulli.

E invece no. A pelle non si sono mai sopportati. Lui che la fa ministra per i Giovani a nemmeno trent’anni. Lei che chiede agli atleti di non partecipare alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Pechino nel nome del Tibet oppresso. 

Lui che la smentisce, Franco Frattini, il ministro degli Esteri di allora, pure. Lei che abbozza ma non abiura. Racconta che già al giuramento qualcuno del cerimoniale aveva avuto l’idea di metterla in fila in ordine di altezza, come i ragazzini delle colonie negli anni Cinquanta. «Tra Mara Carfagna, Stefania Prestigiacomo e Mariastella Gelmini sembro il brutto anatroccolo, qualcuno fa anche uno strepitoso fotomontaggio dove al mio posto c’è Kermit, la rana dei Muppet». 

Non è l’unico fake. Diventa virale un video durante il congresso del Pdl. Si sente la voce di Berlusconi, che la chiama in prima fila: «Dov’è la piccola?». Viene deformato in «Dov’è la zocc*?». E incredibilmente in tanti ci credono. Ma comunque, è convinta lei, mi chiamava piccola perché non si ricordava il mio nome. 

Fastidiosamente irritante, nella sua insignificanza, pare che la giudichi fino da allora Silvio Berlusconi. Ma il primo incidente vero arriva a firma di un giornalista del Corriere, Fabrizio Roncone. La chiama e le racconta delle intercettazioni di telefonate tra aspiranti soubrette e Berlusconi, le ragazze erano in cerca di raccomandazioni. «Io ero al mare e dissi quello che pensavo e penso, e cioè che le raccomandazioni sono frutto di una società che non premia il merito, che le protagoniste della storia mi facevano tristezza e che il comportamento di Berlusconi, in quel frangente, da donna di destra, proprio non mi era piaciuto». 

Poi si rimette al sole. Ma all’alba la sveglia la telefonata di Ignazio La Russa: «Giorgia, ma come ti è venuto in mente? C’è Berlusconi fuori dalla grazia di Dio. Hai visto il titolo? “Questo Silvio non mi piace”. Lo sai che mi ha detto? Questa ragazza mi ha già rotto le palle». Nel suo libro Giorgia riconosce l’imprudenza, ma in realtà si appunta la lite al petto come una medaglia.

Poi c’è il capitolo primarie, chi se le ricorda? Si preparavano le elezioni del 2013 e Berlusconi, magari per gioco, aveva fatto credere a tutti che il leader del centrodestra sarebbe stato scelto con una consultazione popolare. Ci cascarono in tanti: almeno undici, se non di più, erano pronti a candidarsi. L’ultima a non voler credere che fosse tutto uno scherzo fu Giorgia Meloni, testarda fino all’ultimo, tra qualche inquietudine e tanti sberleffi. Racconta allora che salì le scale di Palazzo Grazioli, per dire a Silvio che si metteva in proprio. Lui le rispose, pragmatico: «Va bene, ho capito. Dimmi: che cosa vuoi?». Sono fatti così, nati per non capirsi. 

Lei andò a fondare Fratelli d’Italia, lui la guardò allontanarsi, con la pena di chi vede una che va a buttarsi dal ponte dell’Ariccia. Ma anche sulle cose piccole il rapporto è sempre urticante. Ha raccontato La Russa a Tommaso Labate: «Ce ne andiamo a pranzo a Villa Certosa, con Giorgia. Lui ci fa vedere le sue farfalle, vive e imbalsamate. E lei, rivolta a Silvio: tu sì che potevi invitare una ragazza a casa e mostrarle per davvero la collezione di farfalle...».

Quando Salvini scavalca Forza Italia alle elezioni del 2018 si prende il diritto di parlare lui dalla tribunetta del Quirinale. Berlusconi lo tratta da ragazzo di bottega e mentre parla mima con le dita: uno, due, tre... come a controllare che abbia ripetuto bene la lezione. Matteo ne esce irritato, ma è Giorgia che, a favore di labiale, si rivolge a Silvio furiosa. Lui, a sua volta, non è mai tenero con lei. Liquidatorio: «Meloni? È leader a casa sua». Glaciale: «Non sostiene Draghi? Ne prendo atto con rispetto e con rammarico». Augurante: «Si isola e farà la fine della Le Pen».

L’ultima puntata si chiude con Berlusconi che sbatte la penna e digrigna i denti, e con Meloni glaciale, tanto da far rimpiangere di non essere su Netflix, che le serie le dà tutte di fila, e non devi aspettare per sapere come va a finire. Nel frattempo vale, metaforicamente (e pacificamente) parafrasando, il comandamento di Lee Van Cleef, il cattivissimo dei film western: «Se spari a un alleato uccidilo, o prima o poi lui ucciderà te».

 Berlusconi e Meloni: la storia del non si sono mai amati. STEFANO IANNACCONE su Il Domani il 16 ottobre 2022

La leader di Fratelli d’Italia non ha mai davvero cercato di costruire un feeling politico con l’ex presidente del Consiglio. Portando a compimento l’obiettivo di Gianfranco Fini: la rottamazione di Berlusconi.

Un dato accertato è che FdI è nato, nel 2012, con una scissione nel Pdl in dissenso con la decisione berlusconiana di annullare le primarie del centrodestra.

Il punto di non ritorno è stato sicuramente raggiunto all’inizio di quest’anno, nei giorni in cui Berlusconi ambiva all’elezione al Quirinale. Ma la leader di FdI non sostenne pienamente la sua candidatura.

Il foglio scritto a mano di Silvio Berlusconi a palazzo Madama e la replica all’insegna del «non sono ricattabile» di Giorgia Meloni sono solo l’ultimo atto di un feeling politico mai sbocciato. E che la leader di Fratelli d’Italia non ha mai davvero cercato di costruire, portando nei fatti a compimento quello che era l’obiettivo di Gianfranco Fini: la rottamazione del Cavaliere.

Le cronache di questi giorni consegnano un ribaltamento della scena: adesso è Berlusconi a pronunciare, metaforicamente, il «che fai mi cacci?», di finiana memoria, dal governo. L’operazione di Meloni prevede dei passaggi ben precisi: mettere ai margini Forza Italia nella squadra dei ministri, che saranno scelti in base al proprio gradimento.

RIPICCHE E INSULTI

Ma al netto di quel che sarà nelle prossime settimane, è la storia a raccontare di una relazione sempre sul filo del rasoio. Con un peccato originale: la mancata fascinazione da parte di Meloni verso il padre nobile del centrodestra, come ama definirsi l’ex presidente del Consiglio.

Le ragioni sono molteplici. Ci sono aspetti personali, per esempio il carattere molto diverso, e generazionali, con una evidente differenza anagrafica, 45 anni lei e 86 anni lui. E infine c’è un dato politico: la numero uno di FdI è consapevole di aver conquistato la guida della coalizione senza aver dovuto chiedere il permesso all’anziano leader forzista. Verso di lui non ha dunque alcuna sudditanza psicologica. Berlusconi non ha mai tollerato questo approccio, considerandolo un affronto.

Anche per questo ha mostrato, spesso in maniera plateale, la propria preferenza nei confronti di Matteo Salvini. Un caso significativo risale a marzo, nel corso della cerimonia che ha suggellato, seppure non ufficialmente, il legame con la deputata Marta Fascina.

In quell’occasione, tra gli invitati, c’è un’assenza pesante: Giorgia Meloni. E Berlusconi non perse l’occasione per definire Salvini «il leader più sincero». Un modo per tracciare il parallelo a distanza con Giorgia Meloni, che era già stata etichettata come «ingrata e irriconoscente». Aggettivi che rappresentavano il preludio, per certi versi soft, al «supponente e arrogante», affibbiato nell’ormai celebre foglietto compilato sui banchi del Senato.

Nella galleria delle ripicche c'è l'affermazione del presidente degli azzurri, che recitava: «Giorgia farà la fine della Le Pen», in riferimento alla capacità di aumentare i consensi senza poi poterli tradurre in possibilità di governare.

Addirittura nei primissimi giorni di campagna elettorale Berlusconi sosteneva una tesi polemica: «Meloni spaventa gli elettori», resistendo all’ipotesi di cederle la guida del centrodestra. Da parte sua, la premier in pectore ha assunto una linea chiara verso Berlusconi: «Non gli devo niente»; lasciando così intendere che il ruolo da ministra delle Gioventù, nel governo formato nel 2008, non fu una gentile concessione, bensì il frutto di un accordo politico.

SPACCATURA QUIRINALE

Il punto di non ritorno è stato sicuramente raggiunto all’inizio di quest’anno, nei giorni in cui Berlusconi ambiva all’elezione al Quirinale. Aveva chiesto una prova di compattezza all’intera coalizione per presentarsi come un profilo credibile, appoggiato titubanze dal centrodestra.

Puntava a realizzare il sogno di una vita: la scalata al Colle. Per questo convocò gli alleati a Villa Grande, proponendo le fotografie con sorrisi a favore di telecamere. Il tentativo era palese: ostentare una granitica compattezza. Il progetto è naufragato in malo modo. In quelle ore il leader di Forza Italia percepì lo scetticismo della presidente di FdI, che del resto non aveva perso tempo a dichiarare: «Se Berlusconi rinuncia, abbiamo altri nomi», scalfendo il muro creato sul nome del leader forzista.

Non che in passato ci sia stato un idillio. Anzi, sempre al Quirinale, proprio all’interno del palazzo, nel 2018 si è verificato un altro momento di tensione acuta.

Erano i giorni delle consultazioni dopo le elezioni politiche. Matteo Salvini, come previsto, parlò con i giornalisti a nome della coalizione, al termine dell’incontro con il presidente Sergio Mattarella. Al suo fianco c’era Berlusconi che fece lo show con l'enumerazione dei punti del discorso del leghista. E chiuse la conferenza stampa con un altro fuori programma: spostò Meloni, prendendosi il microfono e rivolgendosi ai cronisti con l’invito a «fare i bravi». Un gesto con cui si prese definitivamente la scena del momento.

Pochi minuti dopo, un video svelò come, parzialmente coperti da una tenda, Meloni e Berlusconi stessero animatamente discutendo mentre Salvini assumeva un’espressione perplessa e infastidita. Nulla di nuovo, peraltro.

Le cronache del 2016 riportano alla memoria il modo con cui Berlusconi chiuse all’ipotesi di puntare su Meloni per la corsa a sindaco di Roma, adducendo come motivazione la sua imminente maternità. «È una cosa chiara a tutti che una mamma non può dedicarsi a un lavoro che, in questo caso, sarebbe terribile perché Roma è in una situazione disastrosa», disse l’ex premier che sponsorizzava con forza la candidatura di Guido Bertolaso.

TUTTO NASCE CON UNA SCISSIONE

Ma non è certo un caso isolato. Un fatto politico ne è diretta testimonianza: Fratelli d’Italia è nato da una scissione nel Popolo delle libertà, causata dalla fuoriuscita di Meloni e di altri esponenti come Guido Crosetto, nome caldo del totoministri, e il neo presidente del Senato, Ignazio La Russa.

Fu un’iniziativa di dissenso verso Berlusconi, che nonostante le dimissioni da presidente del Consiglio volle ripresentarsi come leader del centrodestra alle elezioni del 2013, annullando le primarie che erano già state convocate. La spaccatura è in parte finita nel dimenticatoio, ma fin da allora il rapporto si è deteriorato.

Certo, c’è qualche traccia nella storia di Meloni che ha usato parole a favore di Berlusconi. Per esempio all’epoca dell’inchiesta sul caso Ruby. In quell’occasione, l’allora ministra per le Politiche della gioventù soccorse il premier: «Si sta delineando un'operazione giudiziaria che non sembra interessata a perseguire dei reati, ma solo a sfregiare l'immagine del premier eletto dai cittadini italiani».

E agli atti resta qualche dichiarazione di stima berlusconiana nei confronti di Meloni, come nell'intervista del 2017 al settimanale Tempi: «Di Giorgia ho sempre apprezzato determinazione, la competenza, il coraggio intellettuale, la capacità di analisi». Una delle eccezioni, di complimenti generosi, che confermano la regola di tensioni costanti. All’insegna del non c’eravamo mai amati. STEFANO IANNACCONE

Una storia di famiglia, la destra. PIETRANGELO BUTTAFUOCO su Il Quotidiano del Sud il 27 Settembre 2022.  

ALLE TRE di notte parla Giorgia Meloni e Lia – la signorina Lia, mia zia – batte le mani. La vincitrice del 25 settembre dedica il risultato a chi non c’è più e Lia batte le mani nella stanza importante della propria casa con la raggiante felicità delle sue ottantacinque primavere.

Ognuno ha un mondo intero nei propri ricordi, pezzi di vita che sono solo batticuore ormai, la piccola bionda ostinata arriva al governo d’Italia, parla da Roma, e quella sua dedica – “a chi non c’è più” – fa commuovere Lia, mia zia, che di ogni lacrima se ne fa un film.

Ed è una pellicola che va a svolgersi alle ore tre del mattino, questa di Lia – la signorina, mia zia – con tutti quelli che non ci sono più: genitori, fratelli, cugini, amici di stagioni andate e poi le piazze.

Sono – ebbene sì, bagnate dal pianto gioioso di Lia – le tante piazze tricolori e festanti con la fiamma degli esuli in patria, degli esclusi a prescindere e della gioventù nazionale. Quella che – nel ricordo di ciò che non c’è più – tra baci, fiori e rose canta “…oh Italia, oh Italia del mio cuore/tu ci vieni a liberar”.

Piazze affollate di paesani che hanno consumato l’addio a questa terra consegnandosi alla storia e alle pareti di casa di zia Lia, a Leonforte. Tutta un’allegria di cornici, portaritratti e fotografie affastellate nella vetrinetta che racconta di certificati elettorali e di ragazzi diventati poi deputati, onorevoli, sindaci e perfino protagonisti al parlamento di Strasburgo.

È una storia che sa di famiglia quella della destra che fu, in Italia. La fiamma che Giorgia Meloni non ha tolto dal suo simbolo è la fiamma di Paolo Borsellino, la fiamma di Dino Ferrari che se la porta nel bavero della giacca, nel letto di morte, è la fiamma di Walter Chiari che ci fa le mattane in scena, beffandosi di tutte le cautele ed è – e zia Lia lo sa – la fiamma di Padre Pio.

Partivano i torpedoni per il lungo viaggio da Leonforte verso San Giovanni Rotondo, le pie donne si mettono in fila per la Santa Confessione per domandare al santo cappuccino – “Padre, ma è peccato votare per la Fiamma?” – e dalla penombra del confessionale Padre Pio tuona loro: “Peccato è non votarla!”. La risposta del santo è troppo mobilitante per mantenerla nel segreto della penitenza, ed è liberatoria per le poche – tra i pellegrini – decise a disobbedire l’ordine del parroco di votare la Democrazia cristiana.

Alle tre di notte, seguendo lo spoglio del responso elettorale, il film trova sipario nelle lacrime di felicità di Lia – la signorina, mia zia – e lei è l’unica di tutto un mondo ad avere visto il 25 settembre.

Il successo di Giorgia Meloni non è certo il ritorno del Novecento, la sua storia è un libro nuovo ma l’applauso nella stanza di Lia diventa corale, emozionante, pazzo dell’incontenibile riscatto di giovinezze ubriache di politica e di sogni fatti di soli tre colori: il bianco, il rosso e il verde.

Giusto quelli di “Rinaldo in Campo”, il capolavoro teatrale di Garinei & Giovannini, con le tre pitture dai picciotti in scena, con Dragonera e la sua bella Angelica al seguito di un’avventura tutta italiana per cantare il perché di quei tre colori: il bianco delle nevi delle Alpi, il verde delle valli di Toscana e il rosso dei tramonti siciliani. E poi ancora – con tutte le foto alle pareti a fare il coro – “Col bianco dei capelli di mia madre/col verde di due occhi tanto belli/col rosso, rosso sangue dei fratelli”.

Una storia che sa di famiglia, la destra. Conclusa nel tempo di un applauso, con le lacrime a far da sipario.

Fulvio Abbate per Dagospia il 27 settembre 2022.  

Il cuore? Semmai il fegato. Quello ingrossato dal leggere l’articolo di Concita de Gregorio. Scrivere su “Repubblica”, come ha fatto stamattina, che si debba “ricominciare dal cuore” è cosa risibile, penosa, schiuma da educandato della presunta “vocazione maggioritaria”, la stessa di cui Veltroni è mandante, e lei primo interprete garantito assoluto.

La sconfitta del Pd, e per estensione della “sinistra” tutta, da lei attribuita a Enrico Letta, persona che giganteggia sempre e comunque davanti alle sue parole, la sconfitta delle “cose belle”, che le imputa ad altri, a chi le ha comunque consentito spazio d’azione mediatica e narcisistica, la si deve in eguale misura, assai di più, all’amichettismo che Concita De Gregorio, insieme all’intera corte di amichetti della “sua” sinistra di cooptati d'autore, esprime.

Supponenza in nome del presunto “buon gusto” e di un “galateo” ipocrita che da decenni calpesta il cuore d’ogni vero sentimento di rivolta e opposizione all’esistente, compreso quello “di sinistra”, e che rende possibile, sempre per voce di un galateo portatile dei cosiddetti ceti medi riflessivi, che le pulsioni fasciste e plebee incancellabili nella nostra società incerta e ferita si mostrino nelle urne in tutta la loro mostruosa evidenza antropologica, ancor più che politica.

Ancor prima di Enrico Letta, da se stessa si dovrebbe dimettere Concita De Gregorio, e con lei l’intera corte edificante letteraria e cinematografica che la accompagna nella convinzione d’essere nel giusto dell’elegante perfezione “civile”. Mi auguro che Elly Schlein, cui lei affida ufficialmente, pensando di averne titolo sempre in nome dell'eleganza, l'investitura, la mela bio avvelenata dell’amichettismo politico, se ne tenga distante, facendo semmai ritorno a incontrare “l’umile Italia”, a cui la sinistra, come scrive qualcuno, dovrebbe consegnare se stessa, “nella lunga serie di notti in cui marcia, senza bandiere, la vita”. 

Da “la Repubblica” il 27 settembre 2022.

Caro Merlo, ho letto l'intervista di Carmelo Lopapa a Pietrangelo Buttafuoco, un intellettuale di destra, ma che tutti conosciamo come libero e spiazzante. Buttafuoco sostiene che Giorgia Meloni è una secchiona che studia, riempie quaderni e che le sue radici più che nel Msi stanno nei ragazzi che si ispiravano a Tolkien.

Giulia Masera - Torino 

Risposta di Francesco Merlo

Tolkien al governo? La chiamavano "destra fantasy". Nel 1977 organizzò "i campi Hobbit", raduni giovanili che non piacevano ad Almirante. Si ispiravano a una cultura molto confusa, come allora accadeva anche nell'estrema sinistra. E va detto che si piacevano, gli estremisti opposti ma "rivoluzionari".

Inventarono canzoni che si intitolavano La foiba di San Giuliano, Storia di una SS , La ballata del nero, e con mille balzi di immaginazione misero insieme Tolkien, un grande scrittore britannico che solo in Italia è stato annesso dalla destra (non azzardatevi a dirlo a un inglese), con il Lucio Battisti di "guidare a fari spenti nella notte per vedere se poi è così difficile morire", e con Evola, un astruso filosofo filonazista e antisemita che viene citato soprattutto da chi non l'ha letto. 

Sicuramente non l'ha letto Giorgia, anche se Evola finisce nei suoi quaderni, sia in quello bianco dove segna le cose che deve "fare" e sia in quello giallo dove segna le cose che deve "dire".

Tra le frasi che eroicamente le suonano di destra, Giorgia attribuisce ad Almirante "Vivi come se tu dovessi morire subito, pensa come se tu non dovessi morire mai", che nei campi Hobbit attribuivano a Evola e altri attribuirono a Moana Pozzi, ma, secondo Stefano Lorenzetto che ha scritto il Dizionario delle citazioni sbagliate , è di Luigi IX (1214-1270), fatto santo, per altre ragioni, da Bonifacio VIII. In quanto a Tolkien bastano i film, peraltro molto belli, anche se meno dei libri. Pietrangelo Buttafuoco, che ha visto Giorgia nascere, le vuole così bene da regalarle qualche lettura.

Ma, per tagliarla corta, la sottocultura di Giorgia è così illiberale che, ora che avrà davvero il potere, accoglierà i trasformisti (che sono già in fila), mentre gli spiriti liberi come Buttafuoco, anche se di destra, saranno i primi a subirne le conseguenze.

Giampiero Mughini per Dagospia il 27 settembre 2022.

Caro Dago, ti confesso che per tutta la durata della campana elettorale mai un momento ho provato un’emozione pari a un centesimo di quella che ho provato vedendo Federer e Nadal che si tenevano la mano e piangevano. Naturalmente ho votato per Calenda/Renzi e che altro potevo fare?, ma - a differenza del mio amico Francesco Merlo - mai un attimo ho sentito che fosse in gioco chissà che del nostro futuro imminente venturo, pur dopo la vittoria di Giorgia Meloni. 

E siccome, a differenza di quegli “artisti” semianalfabeti (mi piacerebbe entrare nelle loro case e vedere quali libri stanno nelle loro biblioteche) che stanno declamando qua e là le loro angosce antifasciste, tengo in gran conto i giudizi di Merlo, confesso di essere un po’ sorpreso dalla perentorietà con cui lui accusa la Giorgia Meloni di essere così profondamente “illiberale”. L’ho avuta di fronte non so quante volte e da quando aveva più o meno vent’anni, non mi pareva che quei tratti la marchiassero se non altro generazionalmente. 

Perché questo è il punto decisivo confermato da tutto ciò che è accaduto in campagna elettorale. Che quella storia che per molti di noi è stata a lungo sacra, la storia cui appartiene in modo cruciale l’avversatività tra la destra e la sinistra, è una storia morta e sepolta. Era la storia di quando quelli di sinistra tuonavano dalle pagine dell’Unità, di Rinascita, dei Quaderni piacentini, e non come adesso che vanno a fare i loro predicozzi su Tik-tok. 

Era la storia di quando in campagna elettorale si facevano sentire tipini come Giovanni Spadolini, Alfredo Reichlin, Claudio Martelli, Antonio Cirino Pomicino, Gianni De Michelis, Pietro Ingrao, Aldo Moro e potrei continuare a lungo, non adesso che (sia detto con rispetto della persona) la Santanché sommerge elettoralmente un avversario che si chiama Carlo Cottarelli, uno dei pochi che sa quello di cui sta parlando quando parla dell’Italia di oggi. 

Tutto quello di cui dicevo è morto e sepolto, non è più il tempo in cui vale la pena citare Antonio Gramsci e bensì il tempo in cui fa storia se non leggenda una qualche sortita della (a mio giudizio geniale) Ferragni. 

Detto in parole povere. Siamo entrati da tempo nel terzo millennio e ci siamo entrati zoppicando alla grande, incapaci di legge quel che è divenuta la società post industriale, quando la “sinistra” è rappresentata da un astuto avvocato che gira il meridione promettendo reddito di cittadinanza a palate.

Destra, sinistra? Fascismo, antifascismo? Baggianate quando vai al sodo e affronti i problemi reali. Di sicuro c’è solo che quanto a indizi che caratterizzano una società moderna, quelli che riguardano l’Italia sono fra i peggiori d’Europa sia quanto a libri letti sia quanto a milioni di euro evasi fiscalmente. Illiberale o meno, è con questo che dovrà fare i conti il prossimo governo. Compiti che non augurerei al mio peggiore nemico, e sempre che in questa melma che è divenuto il nostro sistema politico riesca a durare più di un paio di stagioni. Tutto qui.

Di NICOLE WINFIELD apnews.com il 27 settembre 2022.

Il partito Fratelli d'Italia ha ottenuto il maggior numero di voti alle elezioni nazionali italiane. Il partito affonda le sue radici nel Movimento Sociale Italiano neofascista del secondo dopoguerra. Giorgia Meloni ha portato Brothers of Italy da un gruppo marginale di estrema destra al più grande partito italiano.   

Mantenendo il simbolo più potente del movimento, la fiamma tricolore, Giorgia Meloni ha portato Brothers of Italy da un gruppo marginale di estrema destra al più grande partito italiano. 

Un secolo dopo la marcia su Roma di Benito Mussolini del 1922, che portò al potere il dittatore fascista, Meloni è pronta a guidare il primo governo italiano di estrema destra dalla seconda guerra mondiale e la prima donna premier italiana.

COME È INIZIATO IL POST-FASCISMO IN ITALIA?

Il Movimento Sociale Italiano, o MSI, è stato fondato nel 1946 da Giorgio Almirante, capo di stato maggiore dell'ultimo governo di Mussolini. Ha richiamato simpatizzanti e funzionari fascisti nelle sue fila seguendo il ruolo dell'Italia nella guerra, quando era alleata con i nazisti e poi liberata dagli Alleati. 

Per tutti gli anni 1950-1980, l'MSI è rimasto un piccolo partito di destra, votando a una cifra. Ma lo storico Paul Ginsborg ha notato che la sua mera sopravvivenza nei decenni successivi alla guerra "servì da costante promemoria del potente richiamo che l'autoritarismo e il nazionalismo potevano ancora esercitare tra gli studenti del sud, i poveri urbani e le classi medio-basse".

Gli anni '90 segnano un cambiamento sotto Gianfranco Fini, il pupillo di Almirante che però proietta un nuovo volto moderato della destra italiana. Quando Fini si candidò a sindaco di Roma nel 1993, vinse un sorprendente 46,9% dei voti, non abbastanza per vincere ma abbastanza per affermarlo come giocatore. Nel giro di un anno Fini aveva ribattezzato il MSI Alleanza Nazionale.

Fu in quegli anni che un giovane Meloni, cresciuto da una madre single in un quartiere popolare di Roma, si unì prima al ramo giovanile del MSI e poi passò alla guida del ramo giovanile di Alleanza Nazionale di Fini. 

SIGNIFICA CHE MELONI È NEOFASCISTA?

Fini era perseguitato dalle radici neofasciste del movimento e dalla sua stessa valutazione che Mussolini fosse il "più grande statista" del XX secolo. Ha rinnegato quella dichiarazione e nel 2003 ha visitato il memoriale dell'Olocausto di Yad Vashem in Israele. Lì descrisse le leggi razziali italiane, che limitavano i diritti degli ebrei, come parte del “male assoluto” della guerra.

Anche Meloni aveva elogiato Mussolini in gioventù, ma ha visitato Yad Vashem nel 2009 quando era ministro nell'ultimo governo di Silvio Berlusconi. Scrivendo nel suo libro di memorie del 2021 "Io sono Giorgia", ha descritto l'esperienza come una prova di come "un genocidio accade passo dopo passo, un po' alla volta".

Durante la campagna, Meloni è stata costretta ad affrontare la questione frontalmente, dopo che i Democratici avevano avvertito che rappresentava un pericolo per la democrazia. 

"La destra italiana ha consegnato il fascismo alla storia ormai da decenni, condannando inequivocabilmente la soppressione della democrazia e le ignominiose leggi antiebraiche", ha detto in un video della campagna. 

COME SONO EMERSI I FRATELLI D'ITALIA?

Meloni, che vanta con orgoglio le sue radici come militante dell'MSI, ha affermato che la prima scintilla per la creazione di Fratelli d'Italia è arrivata dopo che Berlusconi si è dimesso da premier nel 2011, costretto a uscire da una crisi finanziaria a causa dell'aumento del debito italiano e dei suoi problemi legali.

Meloni ha rifiutato di sostenere Mario Monti, che è stato scelto dal presidente italiano per cercare di formare un governo tecnocratico per rassicurare i mercati finanziari internazionali. Meloni non sopportava quella che credeva fosse la pressione esterna delle capitali europee per dettare la politica interna italiana. 

Meloni ha co-fondato il partito nel 2012, dandogli il nome delle prime parole dell'inno nazionale italiano. "Una nuova festa per una vecchia tradizione", ha scritto Meloni.

Brothers of Italy otterrebbe solo risultati a una cifra nel suo primo decennio. Le elezioni del Parlamento europeo del 2019 hanno portato a Brothers of Italy il 6,4%, una cifra che secondo Meloni "ha cambiato tutto". 

Come leader dell'unico partito all'opposizione durante il governo di unità nazionale di Mario Draghi 2021-2022, la sua popolarità è aumentata vertiginosamente, con le elezioni di domenica che hanno segnato il 26%. 

MA E IL LOGO DELLA FESTA?

Il partito ha al centro del suo logo la fiamma rossa, bianca e verde dell'originario MSI che è rimasta quando il movimento è diventato Alleanza Nazionale. Sebbene meno evidente del fascio di bastoni, o fasci, che era il simbolo di spicco del Partito Nazionale Fascista di Mussolini, la fiamma tricolore è comunque un'immagine potente che lega l'attuale partito al suo passato. 

"I loghi politici sono una forma di branding, non diversa da quelle rivolte ai consumatori", ha affermato il professore della Rutgers University T. Corey Brennan, che ha recentemente scritto "Fasces: A History of Rome's Most Dangerous Political Symbol". 

Ha ricordato che quando Almirante fece la sua ultima campagna elettorale del MSI agli elettori nelle elezioni del 1948 a Piazza di Spagna a Roma, mise il simbolo della fiamma del partito sopra l'obelisco e lo illuminò con i riflettori. 

"Puoi ricavare quello che vuoi da una fiamma, ma tutti hanno capito che Almirante stava facendo un appello profondamente emotivo per mantenere vivo lo spirito del fascismo", ha detto.

COME LA PENSANO GLI ITALIANI?

In generale, le radici neofasciste del partito sembrano preoccupare più all'estero che all'interno. Alcuni storici spiegano che notando qui una certa amnesia storica e il generale benessere degli italiani nel vivere con le reliquie del fascismo come prova che l'Italia non ha mai veramente ripudiato il Partito Fascista e Mussolini allo stesso modo in cui la Germania ha ripudiato il Nazionalsocialismo e Hitler. 

Mentre la Germania ha attraversato un lungo e doloroso processo di fare i conti con il proprio passato, gli italiani per molti versi hanno semplicemente trasformato intenzionalmente la propria cecità. 

Lo storico David Kertzer della Brown University osserva che ci sono 67 istituti per lo studio della Resistenza al fascismo in Italia e praticamente nessun centro per lo studio del fascismo italiano. 

Inoltre, architetture e monumenti dell'epoca mussoliniana sono ovunque: dal quartiere dell'Eur, a Roma sud, al centro di allenamento olimpico sul fiume Tevere, con il suo obelisco che porta ancora il nome di Mussolini. 

La Costituzione italiana vieta la ricostituzione del partito fascista, ma i gruppi di estrema destra mostrano ancora il saluto fascista e continua ad esserci un'accettazione dei simboli fascisti, ha detto il politologo Jason Brennan. 

"Non devi cercare granché i segnali", ha detto Brennan in un'intervista telefonica. "un quarto di tutti i tombini di Roma ha ancora il fascio littorio."

SIGNIFICA CHE GLI ITALIANI SOSTENGONO IL FASCISMO?

Se la storia è una guida, una costante delle recenti elezioni politiche è che gli italiani votano per il cambiamento, con il desiderio di qualcosa di nuovo che apparentemente supera l'ideologia politica tradizionale, ha affermato Nathalie Tocci, direttrice dell'Istituto per gli affari internazionali con sede a Roma. 

Tocci ha affermato che la popolarità dei Fratelli d'Italia nel 2022 è stata la prova di questa oscillazione "violenta" che riguarda più l'insoddisfazione italiana che qualsiasi ondata di sentimento neofascista o di estrema destra. 

"Direi che il motivo principale per cui una grossa fetta di questo - diciamo il 25-30% - voterà per questo partito è semplicemente perché è il nuovo", ha detto. 

Meloni parla ancora con riverenza dell'MSI e di Almirante, anche se la sua retorica può cambiare per adattarsi al suo pubblico. 

Quest'estate, parlando in perfetto spagnolo, ha tuonato a una manifestazione del partito di estrema destra Vox in Spagna: “Sì alla famiglia naturale. No alla lobby LGBT. Sì all'identità sessuale. No all'ideologia di genere". 

Tornata a casa durante la campagna elettorale, ha proiettato un tono molto più moderato e ha fatto appello all'unità nel suo discorso di vittoria lunedì.

"L'Italia ha scelto noi", ha detto. “Non lo tradiremo, come non abbiamo mai fatto”.

Sabrina Sergi ha contribuito a questo rapporto.

Giorgia Meloni, la pragmatica idealista cresciuta nel mito di Almirante e della prima Repubblica. Si può affermare che Fratelli d'Italia si muove in continuità con la storia politica del Movimento Sociale italiano. Paolo Delgado su il Dubbio il 28 settembre 2022.

Almeno rispetto alle giustificate aspettative, non c’è stata nei confronti di Giorgia Meloni una campagna di delegittimazione centrata sulle pur lontane ma innegabili origini neofasciste del suo partito. Non che siano mancati tentativi di metterne in discussione la legittimità democratica, soprattutto da parte del Pd, ma basati sul presente, in particolare sui rapporti con l’ungherese Orbàn, non sul passato. È una constatazione positiva, soprattutto a confronto con la campagna contro il governo gialloverde del 2018, che fu allestita tutta ripescando a man bassa temi novecenteschi, e del resto azzardare parallelismi tra il partito che ha appena vinto le elezioni e quello che un secolo esatto fa marciò su Roma sarebbe ridicolo e privo di qualsiasi ragionevole fondamento.

E tuttavia un rapporto particolare con il passato, diverso da quello di tutti gli altri partiti italiani, Fratelli d’Italia lo mantiene davvero e potrebbe rivelarsi un elemento incisivo nella vera sfida che aspetta Giorgia Meloni sulla scacchiera del consenso: mantenere quello che ha ottenuto ma che non può dirsi conquistato, conservare un favore popolare che nell’Italia dell’ultimo decennio è capriccioso ed effimero, facile a infiammarsi ma anche di più a raffreddarsi. Quel passato però non è il lontanissimo ventennio, è la meno distante prima Repubblica, il Msi di Giorgio Almirante non il Pnf di Benito Mussolini.

È un fatto: tra tutte le forze politiche italiane l’unico che conserva orgogliosamente un rapporto di esplicita discendenza con un partito della prima Repubblica è proprio Fratelli d’Italia e nella notte della vittoria, sia pure in modo obliquo e quasi esoterico, così che capisse solo chi doveva capire, la leader lo ha rivendicato con sincera commozione. Non è solo questione di folklore e neppure di legami emotivi. Il programma di Giorgia somiglia come una goccia d’acqua a quello di Almirante adeguato a tempi molto diversi. Ma forse neppure questo è davvero il nocciolo della continuità. FdI ha mantenuto un certo equilibrio tra ideologia e pragmatica azione quotidiana come era uso comune nella prima Repubblica ed è invece desueto oggi.

Quel che allora era norma appare oggi, a fronte delle disinvolte giravolte abituali per tutti, granitica e mirabile coerenza. Il senso d’appartenenza solido a un’area politica, la destra conclamata, conservatrice e a tratti reazionaria, diventa un modello di solidità radicale quanto gli altri, qualcuno anche a parole ma tutti nei fatti, si affidano a un’identità “né di destra né di sinistra”. È possibile che nel voto rifluito verso Fratelli d’Italia sino a quintuplicarne i consensi, quello stile Prima Repubblica un po’ abbia influito. Se nostalgia c’è stata non riguardava il ventennio ma i decenni successivi.

Il Movimento Sociale italiano è stato a tutti gli effetti un partito della prima Repubblica ma con funzione molto particolare e unica. Era la controparte. Il modello esecrando che, con la sua sola esistenza, permetteva a tutti gli altri di legittimarsi reciprocamente anche grazie a quell’esclusione di una forza molto minore ma non insignificante. C’era l’arco costituzionale e c’era il Msi, partito che fino a quando nel’ 84 Craxi ruppe la consuetudine non veniva neppure consultato dai presidenti incaricati che tentavano di formare i governi. Il Msi era la prima Repubblica, di cui Almirante fu a tutti gli effetti uno dei protagonisti, ma era anche la sua negazione, il che permette oggi di rimpiangere senza dover fare i conti con le tare che pure in quella prima Repubblica non mancavano.

L’eredità si traduce quindi in una sorta di continuità/ discontinuità che trova nel presidenzialismo e nella costruzione di una destra conservatrice ma d’ordine e non di populistica rivolta, i principali cavalli di battaglia di Almirante, la sua forma concreta. Non sono solo disquisizioni lontane dalla realtà terragna. Per conservare e blindare una massa di consensi fluida, che potrebbe tranquillamente abbandonarla già domani, Giorgia Meloni ha già iniziato a scommettere su un metodo “da rima Repubblica”. A differenza di M5S e Lega non vuole presentarsi come forza antisistema ma, al contrario esatto, come forza di trasformazione anche profonda ma interna al sistema.

L’obiettivo è rassicurare, non vellicare la protesta dagli spalti del governo come facevano i partiti del 2018. La prima scelta è stata chiarire che i ministeri nevralgici, Esteri, Interno e Difesa su tutti, saranno concordai col capo dello Stato: non ci dovranno essere collocazioni che farebbero saltare sulla sedia il capo dello Stato e i leader d’Europa, come Salvini all’Interno o Berlusconi alla presidenza del Senato.

La seconda evitare di rimpinguare la sospettosità europea scegliendo per l’Economia un nome che sia per la Bce una garanzia: di qui l’insistenza sul recalcitrante Fabio Panetta, che dovrebbe passare direttamente dal board della Bce a via XX settembre. La terza costruire, intorno alla legge di bilancio ‘ scritta a quattro mani’ un filo di continuità, quasi un armonioso passaggio delle consegne, con il governo Draghi. È un metodo opposto a quello adoperato sin qui dai populismi europei ed è un metodo ereditato dalla Prima Repubblica. Se Giorgia vincerà la commessa blinderà i consensi ricevuti. In caso contrario finiranno presto per svolazzare verso altri lidi.

Patria, matrice e zucchine di mare: autoritratto di Giorgia Meloni in cento frasi. Le devianze. Bibbiano. Lo sfottò ai partigiani. La passione per autocrati come Putin e Orban. Il reato di tortura, l'uscita dall'euro. A pochi giorni dal voto, ripercorriamo dieci anni di dichiarazioni della leader di Fratelli d’Italia. Wil Nonleggerlo su L'Espresso il 22 Settembre 2022.   

Mancano pochi giorni al voto e la leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni è pronta a prendersi Palazzo Chigi: il momento opportuno per classificare le 100 dichiarazioni meloniane più incredibili degli ultimi 10 anni. Non solo epic fail, tweet spariti ed intolleranze di vario genere, vedi i Pearl Jam ed Elton John, ma pure delle chicche come l'amore per Frodo, per gli angeli, per le chat di fine anni '90. Insomma, un ritratto della futura premier* attraverso un decennio di virgolettati. Siete pronti?

1. Indimenticabile

“SE SEI NOMADE... DEVI NOMADARE”

(Giorgia Meloni su Facebook – 28 aprile 2015) 

2. Senza reato di tortura si lavora meglio 

“Difendiamo chi ci difende: abbiamo presentato due proposte di legge per aumentare le pene a chi aggredisce un pubblico ufficiale e per abolire il reato di tortura che impedisce agli agenti di fare il proprio lavoro”

(Tweet cancellato – 12 luglio 2018)

3. Yo soy

“Yo soy Giorgia, soy una mujer, soy una madre, soy italiana, soy cristiana!”

(L’intervento-culto della leader Fdi dal palco del partito di estrema destra iberica Vox – 9 ottobre 2021)

4. Sfottere i partigiani

“O Parmigiano, portami via”, scrive su Facebook Giorgia Meloni. La leader Fdi, immortalata fra i celebri formaggi reggiani, ha voluto postare l'immagine accompagnandola a una personale rivisitazione di 'Bella Ciao' in cui, al posto del partigiano morto per la libertà, figura appunto il formaggio italiano per eccellenza

(Adnkronos – 20 novembre 2018)

5. Buono a sapersi

“Ho un rapporto sereno con il fascismo”, disse Meloni

(Paolo Berizzi su La Repubblica – 23 luglio 2022)

6. Per l'Italia, il modello Orban

“I patrioti europei festeggiano la conferma di Viktor Orbn alla guida dell'Ungheria. Difesa dell'identità, lotta all'islamizzazione forzata, contrasto alla speculazione finanziaria e al globalismo: è il modello che Fratelli d'Italia vuole seguire anche in Italia”

(Ansa – 9 aprile 2018)

7. Se tuo figlio fosse gay?

“Preferirei di no, ma lo amerei alla stessa maniera”

Meglio gay o di sinistra?

“Meglio nessuno dei due”

(Le Iene, Italia 1, intervista doppia – 21 febbraio 2016)

8. Richard Gere in cerca di visibilità

“Ma quanto può essere credibile una Nazione nella quale si consente a un attore in cerca di visibilità di testimoniare contro un ex Ministro della Repubblica (Salvini, ndr) deridendo le nostre Istituzioni? Siamo veramente oltre il limite della decenza”

(Twitter – 24 ottobre 2021)

9. Gender? Bo

Ddl Zan, Meloni: “Lasciare da parte materie come il gender. Che cos’è il gender? Ah, guardi, io non l’ho mai capito bene”

(Fatto Quotidiano – 7 maggio 2021)

10. Nessuno come Benito

Una giovanissima Giorgia Meloni alla tv francese: “Penso che Mussolini fosse un buon politico. Tutto quello che ha fatto, l’ha fatto per l’Italia. Non ci sono stati altri politici come lui negli ultimi 50 anni”

(Fanpage.it sul video del 1996 rilanciato da Loopsider – 16 agosto 2022)11. Selfie con Orban 

“Con il primo ministro ungherese Viktor Orbán, vista Danubio. Tra #patrioti europei ci si intende subito alla grande”

(Twitter – 28 febbraio 2018) 

12. Il video dello stupro

Meloni posta il video dello stupro di Piacenza, esplode la polemica. La notizia finisce sui siti internazionali. Letta: “Indecente”. Lei replica: “Bieca propaganda”. La vittima: “Sono disperata, mi hanno riconosciuta da quel video”. Meloni: “Non ho ragione di scusarmi”

(La Stampa, Fatto Quotidiano e Corriere.it – 22 e 23 agosto 2022)

13. Indottrinamento

“I simboli sacri si rispettano sempre! Dire che Babbo Natale è gay, la fatina di Cenerentola è gay, Superman è gay, Batman è gay, è indottrinamento!”

(Atreju – 12 dicembre 2021)

14. L'ubriacone

Gaffe di Giorgia Meloni: “Juncker ubriacone”. Ma lui ha la sciatica

(Adnkronos – 13 luglio 2018) 

15. Abbasso i Pearl Jam

“Diamo ascolto ai Pearl Jam: andiamo a prendere i barconi degli immigrati e portiamoli al party esclusivo degli stessi Pearl Jam organizzato nei prossimi giorni in Costa Smeralda!”

(Su Twitter, commentando Rolling Stone: “Pearl Jam, a Roma una cover di Imagine per i migranti: 'Aprite i porti'” – 28 giugno 2018)

16. Abbasso John Lennon

“Beh, Imagine non è una canzone il cui testo mi appassiona, insomma. Dice che non ci siano le religioni, che non ci siano le nazioni. È l’inno dell’omologazione mondialista (...). Se uno, diciamo, non capisse l’inglese e non sentisse il testo, la canzone è fantastica”

(In Onda, La7 – 21 luglio 2020)

17. Ad personam

“Le leggi ad personam di Berlusconi sono perfettamente giuste!”. Parola di Giorgia Meloni. Avevate dimenticato?

(Movimento 5 Stelle, Facebook – 8 maggio 2020)

18. Come Frodo

“Azione giovani? Mi candidai non perché volessi emergere, ma un po’ alla Frodo. Sì, Frodo Baggins del Signore degli Anelli, quando dice: 'Lo porto io l’anello'. Non lo fa per sé, ma perché pensa di dover fare la sua parte” 

(La Verità – 5 ottobre 2020)

19. Affondiamola!

Meloni torna alla carica: “Subito il blocco navale e affondiamo la Sea Watch”

(Il Giornale – 3 luglio 2019)

20. La svolta conservatrice

“Il frastuono della guerra ha fatto cascare il castello di sabbia della narrazione progressista. Ora più che mai serve una svolta conservatrice per tornare ad affrontare la realtà”

(Twitter – 29 marzo 2022)

21. Covid e temporali

“Le possibilità che un ragazzo muoia di Covid sono le stesse che uno muoia colpito da un fulmine”, ha detto la leader di Fdi. Immediate le reazioni dei virologi: “Onorevole, è libera di non vaccinare sua figlia ma non di fare disinformazione”

(Il Riformista – 8 febbraio 2022)

22. Precauzioni 

Coronavirus, Meloni saluta col piede il conduttore di “Un giorno da pecora”

(Ansa – 5 marzo 2020)

23. Pagliacci! Servi! Ridic... ops

La Meloni scambia i contestatori della destra No Vax coi centri sociali e li insulta dal palco. A Torino, la leader di FdI ha inveito contro un gruppo di manifestanti che disturbava il suo comizio. “Pagliacci, ridicoli, servi bianchi del sistema, la Lamorgese dovrebbe sgomberarvi”. Peccato non fossero squatter, ma ex militanti meloniani che le rimproverano 'il tradimento' sul green pass”

(Il Foglio – 24 settembre 2021)

24. Il girato

Soldi in nero, saluti romani, “Heil Hitler”: l’inchiesta giornalistica di Fanpage fa tremare Fratelli d’Italia. La replica di Meloni: “Era tutto studiato scientificamente, a tavolino, non da Fanpage ma da un intero circuito, un circo. Guarda caso esce a due giorni dal voto, ma che strana coincidenza”; “Ho chiesto al direttore di Fanpage di fornirmi tutte le 100 ore di girato”

(Rolling Stone – 1 ottobre 2021)

25. La matrice: fascista, non fascista, boh

Giorgia Meloni dice di non conoscere la matrice dell’assalto alla sede romana della CGIL, nonostante durante gli scontri di Roma siano stati arrestati anche Roberto Fiore e Giuliano Castellini, di Forza Nuova: “È sicuramente violenza e squadrismo, poi la matrice non la conosco. Nel senso che non so quale fosse la matrice di questa manifestazione, sarà fascista, non sarà fascista, non è questo il punto”

(Giorgia Meloni dal palco di Vox; Il Post – 11 ottobre 2021)

26. Sì

“E che ti pare che voti quando c’è la pandemia?, e che ti pare che voti quando c’è la guera?, e che ti pare che voti quando sale lo spread?, e che ti pare che voti se se lasciano Totti e Ilary?”

(Comizio a Palombara Sabina – 15 luglio 2022)

27. Il 25 aprile non si festeggia

“Il 25 aprile è divisivo”. Meloni chiede che la festa nazionale sia il 4 novembre. A cento anni dalla vittoria nella Grande Guerra, “Non passa lo straniero” è un motto ancora attuale per Fratelli d'Italia

(Agi – 31 ottobre 2018)

28. La Baby sitter

“Ancora con questa storia che ho fatto la baby sitter alla figlia di Fiorello? È una cosa abbastanza personale e non mi va di parlarne. Quelle sere con Olivia mi sembrano una vita fa. La pappa, i cartoni, la nanna... Io già militavo, ci stavo dentro fino al collo. Ma con Olivia no, di politica non parlavo! Aveva 4 anni. Giocavamo col Lego, non con le Barbie perché io le detesto. E poi guardavamo i cartoni. Cenerentola? Orribile, mettitela te la scarpina di vetro! Io odio il rosa, le principesse e tutta quella roba lì. Poi c'era Pocahontas, altra storia diseducativa dove la protagonista si innamora del conquistatore, mentre io sono per l'autodeterminazione dei popoli”

(Corriere della Sera – 17 gennaio 2013)

29. Alcuni anni dopo, Berlusconi

“Bella riconoscenza, l’ho pure fatta ministro... Ma bisognava aspettarselo: l’unico lavoro che ha fatto nella vita è stata la babysitter a casa di Fiorello”

(Il Corriere della Sera e la faida elettorale romana Meloni/Bertolaso – 17 marzo 2016)

30. Zucchine di mare-gate

Meloni vuole attaccare Macron, ma il videomessaggio è da ridere: “Ci deve dire lui il diametro delle zucchine di mare”

(Fatto Quotidiano – 3 maggio 2019)

31. No Mask

“Una follia la mascherina per votare...”, la gaffe di Giorgia Meloni: scopre al seggio che non è obbligatoria

(Open – 12 giugno 2022)

32. No soy una cozza

“Ogni volta che esce un manifesto con una foto decente tutti a dire che è ritoccata... è ufficiale: il mondo mi considera una cozza... @-@...”; “Adesso basta con le idiozie. Una bella foto non è una foto ritoccata. Cosa avrei ritoccato? Cosa non è mio?”

(Twitter – 8 aprile 2014) 

33. Geo fail

Gaffe di Giorgia Meloni a Otto e mezzo: “Certo che sono stata in Inghilterra, sono stata a Dublino...”

(Adnkronos – 26 giugno 2016)

34. Ghost

La Meloni impasta il vaso di ceramica come Demi Moore in Ghost. I fan (seri): “Sei uguale”

(HuffPost – 27 ottobre 2019) 

34. La pulce

“I giornali dicono che Berlusconi mi avrebbe definita 'pulce'. Essere paragonata a Leo Messi da un grande uomo di calcio è una soddisfazione”

(Twitter – 14 aprile 2015)

35. Meloni lancia “Italia Sovrana”

“Vogliamo lo scioglimento concordato e controllato della zona Euro. Vogliamo tornare ad essere padroni a casa nostra”

(Qn – 29 gennaio 2017)

36. Prendiamoli dal Venezuela

“In Venezuela ci sono milioni di persone che stanno morendo di fame. Sono cristiani, sono spesso di origine italiana. lo dico: ci servono immigrati? Prendiamoli in Venezuela”. Così parlava Giorgia Meloni nel comizio di chiusura dell’edizione di Atreju del 2018, sostenendo l’esigenza di privilegiare un’immigrazione più vicina “alla nostra cultura”

(Fatto Quotidiano – 25 agosto 2022)

37. E i marò? 

“Nel 'presepe partecipato' di Fratelli d'Italia-Alleanza Nazionale realizzato insieme ai cittadini anche i nostri due marò”

(Facebook – 22 dicembre 2015)

38. La sostituzione etnica

Ius soli, Meloni riunisce la destra contro la legge: “Atto di sostituzione etnica”

(RepTv – 20 giugno 2017)

39. Matrimonio gay

“No al matrimonio tra persone dello stesso sesso: sarebbe una spesa enorme per lo Stato e una inaccettabile apertura alle adozioni gay”

(Ansa – 26 maggio 2015)

40. Elton John

Il Ddl Cirinnà è una “legge ridicola”, un “cavallo di troia”, un provvedimento “ipocrita, perché è solo per i ricchi e consente alle coppie di gay di andare all’estero e comprarsi un figlio. È una legge per Elton John”

(Secolo d’Italia – 28 gennaio 2016)

41. W Trump

“Donald Trump conquista la clamorosa vittoria alle presidenziali americane. Il popolo che si ribella all'establishment politico, economico e mediatico da troppo tempo asservito agli interessi dei grandi gruppi di potere e sempre più lontano dalle reali esigenze della gente comune”

(Facebook – 9 novembre 2016)

42. W Putin

“Complimenti a Vladimir Putin per la sua quarta elezione a presidente della Federazione russa. La volontà del popolo in queste elezioni russe appare inequivocabile”

(Facebook – 18 marzo 2018)

43, 44. Giorgia Meloni a Bibbiano

“Mentre nelle favole ci sono gli orchi che rubano i bambini per mangiarli, qui sembrerebbe che ci fossero degli orchi che rubavano i bambini per mangiarci sopra”

(Affaritaliani.it – 5 luglio 2019)

Il cartello con cui Giorgia Meloni dice che è stata la prima ad arrivare e l’ultima ad andarsene da Bibbiano. Continua la strumentalizzazione politica

(Giornalettismo – 19 gennaio 2020) 

45. Congiuntivi

“Non so cos’altro SERVI per dire che tutto questo è stato fallimentare...”

(Rispondendo alle domande di alcuni giornalisti prima di salire sul palco di “Piazza Italia”, a Roma – 20 luglio 2022)

46. Elsa di Frozen lesbica?

“BASTA! Ci avete stufato! Giù le mani dai bambini”

(Facebook – 2 marzo 2018)

47. Almirante

La promessa della Meloni: “Se sarò eletta sindaco intitolerò una strada di Roma ad Almirante”

(La Stampa – 22 maggio 2016)

47. Con CasaPound stiamo sereni

Giorgia Meloni: “I neofascisti? Lavorano bene, coi loro voti si vince”

Per vincere dovrete chiedere i voti a CasaPound che sul litorale romano ha preso il 9%. Chi sono per voi i “fascisti del terzo millennio”? Potenziali alleati?

“Sono uno dei nostri tanti competitor. Siamo cose diverse e con loro abbiamo un rapporto sereno. Hanno fatto una buona campagna elettorale in un territorio dove sono radicati. Guardiamo con interesse ai loro elettori per questo ballottaggio”

(La Repubblica Roma – 7 novembre 2017)

48. Nuovo risorgimento

“Se riusciremo in quello che abbiamo in mente di fare, beh, vi garantisco che trasformeremo questa epoca infame in un nuovo risorgimento italiano” 

(Dalla conferenza programmatica Fdi – 29 aprile)

49. La draghetta: da Forza Lazio a Forza Ro...

Il voltafaccia della romanista Giorgia Meloni, quando da ragazza urlava: “Sono lazialissima”. La leader di Fratelli d'Italia si è sempre professata giallorossa. Ma nelle chat di fine anni '90, quando si faceva chiamare 'draghetta', era un'aquilotta sfegatata

(La Repubblica Roma – 29 luglio)

50. Epic fail

“Ecco il nuovo super aereo voluto da Renzi. Con 200 milioni si poteva almeno mettere il tricolore nel verso giusto”. L’Aeronautica chiarisce: “Si tratta di una convenzione aeronautica che parte dal fatto di considerare la prua del velivolo come il pennone a cui è appesa la bandiera”

(Tweet cancellato – 5 marzo 2016)

51. Nana e Orso 

Crosetto: “Nana malefica, sei la mia stalker personale!”. Meloni: “Io e te come Masha e Orso”

(Agenzia Vista, dal secondo congresso Fdi – 3 Dicembre 2017)

52. La rivoluzione del presepe   

“Io faccio degli stupendi alberi di Natale, sono cintura nera di albero di Natale. E invece quest'anno cambio tutto. Da quest'anno da alberista divento presepista. Ho deciso di fare il presepe quando non lo fa più nessuno, ho deciso di fare il presepe quando nelle scuole non si può fare perché dicono che offende chi crede in un'altra cultura (...). E allora fate il presepe, fate il presepe insieme a me! Quest’anno prendete il pastorello, e facciamo la rivoluzione del presepe!”

(Facebook – 14 dicembre 2017) 

53. No alle Magliette rosse per i migranti, sì a Vuitton

“La maglia rossa ce l’ho! Ora mi mancano solo un Rolex e un attico a New York e posso pontificare anche io sull’immigrazione come i radical chic. #maglietterosse”.

(L'utente @il_Bintar, su Twitter, risponde a Meloni pubblicando una foto della deputata in Parlamento: “Rolex è radical chic, borsa Louis Vuitton è popolo” – 7 luglio 2018)

54. Ridacce la Gioconda

“Emmanuel Macron invita Saviano all'Eliseo. Macron, tieniti Saviano e dacci indietro la Gioconda”

(Twitter – 6 ottobre 2018)

55. Sbagliare piano

Parlamento, la gaffe di Giorgia Meloni: accusa i 5 Stelle di assenteismo, ma sbaglia piano. La leader Fdi pubblica una foto del Transatlantico vuoto, ma le risponde il deputato M5s Paolo Giuliodori: “Se vuoi lavorare ci trovi al quarto piano di Montecitorio nelle varie commissioni”

(TgCom24 – 21 novembre 2019)

56. Interrogativi

“Oggi compio 42 anni. Secondo voi come li porto? ”

(Facebook – 15 gennaio 2019)

56. La formazione

“Mi sono formata su Il Signore degli Anelli di Tolkien, una straordinaria metafora sul potere che corrompe l’uomo: cerco di prendere le contromisure necessarie per impedire che quell’anello si impossessi di me”

(La Verità – 24 maggio 2021)

57. Pesce d'aprile 

“Fabio Fazio è un conduttore imparziale e con la schiena dritta. #1aprile? ”

(Twitter – 1 aprile 2019)

58. “L’ultima vergogna dell’amministrazione grillina”

“Il comune di Roma ha cancellato la storica scritta del 1948 'Vota Garibaldi'. Dopo gli ultimi deliri per vietare una via ad Almirante e cancellare quelle intitolate a 'esponenti' del ventennio, forse la Raggi avrà scambiato #Garibaldi per un fascista...”

(Twitter – 14 marzo 2019)

59. Lo scopettino per water di Donald Trump a 6 euro 

 

“Cosa sarebbe accaduto se lo avessero fatto con Obama, Hilary Clinton, la Merkel o Macron? Scommetto che sarebbe successo un finimondo. La vergognosa doppia morale dei buonisti” 

(Twitter – 14 luglio 2019) 

60. Leonardo Da Vinci 

“A #Vinci, luogo di nascita di uno dei più grandi geni al mondo, per ribadire un concetto banale ai francesi e ai vari anti-italiani: #Leonardo da Vinci era ITALIANO!

(Il tweet di Giorgia Meloni contro Rai 1, colpevole di aver definito Leonardo un “genio italo-francese” – 4 maggio 2019)

61, Giorgia e Viktor

Meloni: “La legge anti-Lgbt di Orban? Non la conosco, ma per lui le porte sono aperte”

(EuropaToday – 24 giugno 2021)

62. Il regime siamo noi

“Quella su Orban è una grande fake news, segnalo sommessamente che in Ungheria c’è un parlamento eletto, c’è un primo ministro eletto e riconfermato con un consenso molto importante, che la costituzione ungherese prevede di dichiarare lo stato d’emergenza. Qui invece #Conte sta gestendo l’emergenza a colpi di decreti, limitando le libertà fondamentali degli italiani, e a differenza di #Orban non è nemmeno stato scelto dai cittadini”

(Fuori dal Coro, Rete 4 – 1 aprile)

63. Barbapapà

Crisi di governo, nel corso del suo intervento alla Camera Giorgia Meloni attacca Conte paragonandolo a Barbapapà

(RepTv – 18 gennaio 2021)

64. Lì, insomma 

Giorgia Meloni confonde Slovacchia con Slovenia in diretta su La7. Viene corretta e lei commenta: “Sì, vabbè”

(Fatto Quotidiano – 19 novembre 2020)

65. Giorgia e gli angeli

La conduttrice: “Giorgia, nel tuo libro ci sono anche tanti passaggi sulla vita privata. Uno in particolare mi ha colpito molto: Giorgia e gli angeli. Scrivi: 'Credo fermamente che gli angeli si manifestino con chiarezza nella vita di tutti noi. Con il mio angelo custode parlo sempre'. Mi sembra molto bella questa cosa di Giorgia Meloni che si rivolge all’angelo custode. Qual è l’ultimo consiglio che le ha dato?”. Meloni: “Non amo parlarne, si rischia sempre di scadere nella new age... però io cerco sempre di guardare verso l’alto. Ho un rapporto molto forte con la mia dimensione alta”

(Stasera Italia, Rete 4 – 27 maggio 2021)

66. Come il metadone

“Il reddito di cittadinanza è una misura cretina e fatta male, è come il metadone per i tossicodipendenti, va abolito”

(Giorgia Meloni durante la presentazione di un suo libro, a Napoli – 29 luglio 2021)

67. Punkabbestia e matrimoni misti 

“#M5S diffonde fake news sul congresso @wcfverona, sostenendo che sia contro la libertà delle donne. Dichiarazioni ridicole senza alcun riscontro. Loro invece sono per la droga libera, la propaganda gender, i matrimoni misti: praticamente una comitiva di #punkabbestia al Governo”

(Twitter – 18 marzo 2019)

68. Berlusconi Capo dello Stato

Meloni al Salone della Giustizia: “Berlusconi al Colle e capo del Csm? Sarebbe un fatto epocale”

(Secolo d'Italia – 28 ottobre 2021)

69. In sua difesa, Lucio Malan...

Giorgia Meloni, la frase su migranti e vaccino pronunciata in tv fa discutere: “Io devo vaccinare mia figlia, di cinque anni, con un vaccino che non ha terminato la sperimentazione, per consentire agli immigrati di sbarcare illegalmente in Italia?”. La difesa di Malan

(Corriere.it – 9 novembre 2021)

70. Gattolicesimo

Ed è già campagna elettorale: Giorgia coccola i gatti e conquista i “gattolici”. La Meloni alla mostra felina: “Anch’io ho due mici, mi piacciono perché vogliono un rapporto paritario”. Una abile mossa visto l’amore degli italiani per gli animali: “Al momento ho due gatti e sei pesci rossi”

(Libero – 22 novembre 2021)

71. La sinistra, le palestre, le piscine

“I risultati dei provvedimenti presi dal Governo nei mesi scorsi sono sotto gli occhi di tutti (…), perseverano sulla strada della repressione delle libertà scegliendo di colpire le solite categorie odiate dalla sinistra: ristoratori, albergatori, palestre e piscine”

(Twitter – 30 dicembre 2021)

72. Letizia Moratti Presidente della Repubblica

“Anche Letizia Moratti è stata ministro, come Einaudi, Segni, Saragat, Cossiga, Scalfaro, Ciampi, Napolitano, e segnatamente ministro dell’Istruzione come Sergio Mattarella”

(Conferenza stampa – 25 gennaio 2022)

73. Il Parmesan 

“Preoccupata da Marchini? Noi siamo il parmigiano, loro il Parmesan. Puoi spendere dieci milioni di euro ma la gente capisce la differenza tra l’originale e il clone. Con il Parmesan al massimo ci freghi i tedeschi”

(Libero – 7 marzo 2016)

74. MMMM

Fdi, Meloni lancia 4 priorità: “Mamma, mare, merito e marchio”

(Adnkronos – 29 aprile 2022)

75. Non poteva mancare

“Il successo di Marine Le Pen in Francia è solo il preludio a quello che succederà anche in Italia e in tutta Europa. La rivolta del popolo che si sente tradito da questa Europa, che dice basta all'euro e si riprende i propri diritti e la propria sovranità”

(Ansa – 24 marzo 2014)

76. Li-be-ra-zio-ne

“La libertà non è un ricordo, è una battaglia quotidiana. Difendere la libertà significa battersi, oggi, affinché nessuno venga tenuto ai margini della società per delle restrizioni illogiche. Viva la libertà, ora”

(Su Twitter, nel giorno della Festa della Liberazione, non della “libertà” – 25 aprile 2022)

77. Come mai gli elettori di Fdi sono i più complottisti?

Risposta: “Chi sceglie Fratelli d’Italia fa una scelta di cuore e di cervello, più che di pancia. Il nostro è un elettorato molto maturo, dotato di spirito critico e che diffida dall’informazione mainstream...”

(Libero – 25 aprile)

78. Adrenalina a mille

“È scritto nero su bianco sul test del Dna che ho appena fatto: ho i valori massimi di adrenalina e dopamina, fondamentali per l’eccellenza e la resistenza, ma minimi di serotonina, che permette l’adattamento. È come se non fossi mai serena, come se volessi stare sempre in un altro posto...”

(Sette, Corriere della Sera – 11 giugno 2022)

79. L'abisso della morte

“Letta dice: 'Penserò a costruire una proposta di futuro che è l’opposto dei sì e dei no detti da Meloni in Andalusia' (davanti alla platea di estrema destra di Vox, ndr). Grazie Enrico, è un bene che gli italiani siano informati sui vostri piani per il futuro della Nazione. Letta dice:

NO al lavoro della nostra gente;

NO a confini sicuri;

NO alla cultura della vita.

SÌ alla grande finanza internazionale;

SÌ all’immigrazione incontrollata;

SÌ all’abisso della morte”

(Twitter – 17 giugno 2022)

80. Le devianze

Vogliamo “investire sui giovani, coltivare il talento, combattere le droghe, le devianze, crescere generazioni di nuovi italiani sani e determinati”. “Istituiremo borse di studio per meriti sportivi: quanti nuovi Francesco Totti, quanti piccoli Juri Chechi, quanti fratelli Abbagnale ci siamo persi in questi anni, quanti di loro sono finiti inghiottiti dalle devianze?”

(Facebook – 22 agosto 2022)

81. Devianze giovanili per Fdi: droga, alcolismo, ludopatia, autolesionismo, obesità, anoressia, bullismo, baby gang, hikikomori

Sui social Fratelli d’Italia inserisce anoressia e obesità tra le “devianze giovanili”. Meloni deve intervenire per correggere la linea

(Fatto Quotidiano – 22 agosto 2022)

82. O cho ko

Un tiktoker corregge la Meloni che parla in giapponese: “La frase che ha detto non vuol dire nulla”. Aveva detto “Così, come i giapponesi. O cho ko” (?!)

(Fanpage.it – 6 settembre 2022)

83. Morra cinese

Meloni senza freni: “Nella morra cinese della sinistra, clandestino batte donna violentata”

(Repubblica.it – 2 settembre 2022)

84. Ah

Giorgia Meloni: “Se vinciamo le elezioni, Mattarella non può non darmi l'incarico”

(Agi – 28 agosto 2022)

85. “O si dice sì, o si dice no” (urlando quanto segue)

“Sì alla famiglia naturale, no alla lobby LGBT! Sì all’identità sessuale, no all’ideologia gender! Sì alla cultura della vita. No all’abisso della morte! Sì all’universalità della Croce. No alla violenza dell’Islamismo! Sì ai confini sicuri. No all’immigrazione di massa! Sì al lavoro della nostra gente. No alla grande finanza internazionale!… Viva la Spagna! Viva l’Italia! Viva l’Europa dei patrioti!”

(Dal Comizio di Vox a Marbella – 13 giugno 2022)

86. L'affetto per Saviano

Giorgia Meloni: “Non so se ammazzare Roberto Saviano sia una priorità della camorra”

(HuffPost – 22 giugno 2018)

87. “Due mamme? Meloni vuole censurare Peppa Pig”

CROCIATE. La leader di Fratelli d'Italia un tempo apprezzava la maialina, tanto da fare autoironia sul suo vestito rosa. Ma adesso il suo partito insorge contro un episodio della settima stagione del cartone animato in cui c'è una famiglia arcobaleno. E gridando alla propaganda gender chiede alla Rai di censurarlo

(Il Manifesto – 10 settembre 2022)

88. La realtà italiana

“Non possiamo dire che oggi, nella realtà italiana, gli omosessuali siano discriminati”

(La Stampa – 16 luglio 2020)

89. Fuori dall'euro

“Lo diciamo alla sorda Germania: L'Italia deve uscire dall'Euro!”

(Congresso del partito a Fiuggi; Rainews – 8 marzo 2014)

90. Ruby ter

“Piena solidarietà e vicinanza a Silvio Berlusconi, vittima di un accanimento giudiziario senza precedenti. Siamo convinti che anche questa volta saprà dimostrare la sua estraneità ai fatti contestati”

(Nota ufficiale di Giorgia Meloni – 25 maggio 2022)

91. Povero Dudù

“Dudù sì, l'ho visto, e qualcuno l'ha anche schiacciato, forse Salvini mentre facevamo la foto, ma forse sbaglio, non me lo ricordo. Mi ricordo solo il povero 'cai cai' di Dudù...”

(Un Giorno da Pecora, Rai Radio 1 – 10 gennaio 2018)

92. Caio Giulio Cesare Mussolini

“È un vero piacere ufficializzare la candidatura di Caio Giulio Cesare Mussolini con Fratelli d'Italia per le elezioni europee del 26 maggio. Il suo curriculum parla da sé: professionista, militare e patriota”

(Ansa – 7 aprile 2019)

93. La grazia a Mr. B

“Penso che Napolitano avrebbe fatto bene se avesse scelto di dare la grazia a Berlusconi, ma non so se sia stata chiesta”

(Ansa – 28 aprile 2014)

94. Rankare le dittature

“Buon 9 novembre all'Europa che 30 anni fa rinasceva sulle macerie della più spietata dittatura di tutti i tempi: il comunismo”

(Facebook – 9 novembre 2019)

95. Mamma li turchi 

“Erdogan minaccia espulsione 100 mila armeni? #Ue rispedisca indietro milioni di turchi che vivono in Ue”

(Twitter – 15 aprile 2015)

96. Dopo il caso Desiree Mariottini

“Per Fratelli d'Italia ci vogliono i blindati, la polizia in strada, tolleranza zero per chi delinque e per l'immigrazione clandestina, la castrazione chimica per pedofili e stupratori”

(Ansa – 26 ottobre 2018)

97. Vittorio Feltri

“Ammetto di aver cambiato idea su Giorgia Meloni: è successo quando mi sono innamorato di lei. Quando la sento parlare in tv dice quello che io avrei detto domani”

(Ansa – 16 maggio 2022)

98. Mattarella bis? Matteo, fai sul serio?

“Salvini propone di andare tutti a pregare Mattarella di fare un altro mandato da Presidente della Repubblica. Non voglio crederci”

(Twitter – 29 gennaio 2022)

99. Pare Letta

“Mayday! L'auto è morta in autostrada! Ora il carro attrezzi mi scarica a Forano . Ore 2! Per caso qualcuno è da queste parti e va a Roma? ”

(Twitter – 4 settembre 2015) 

100. Cin cin

“Rifondare il centrodestra partendo dai valori... Etilici. :) @matteosalvinimi”

(Giorgia Meloni si selfa con Matteo Salvini, cocktaillazzi alla mano – 20 settembre 2014)

Analisi di un successo. Chi è Giorgia Meloni, machista e materna che piace a uomini e donne. Lea Melandri su Il Riformista il 23 Settembre 2022 

Se Giorgia Meloni dovesse diventare realmente presidente del Consiglio, dovremmo chiederci innanzi tutto la ragione per cui ha ottenuto un così ampio consenso presso uomini e anche donne, purtroppo. Il “familismo” italico è ancora fortemente radicato, tanto da poter essere visto come uno dei fondamenti del vivere sociale. All’interno, dominante è la figura della donna-madre, forte del suo potere di indispensabilità alla famiglia – cura di figli, malati, anziani e uomini in perfetta salute, ma abituati a delegare alla donna cura e lavoro domestico. Giorgia Meloni, non ha solo rivendicato spesso il suo ruolo materno, la sua contrarietà all’aborto, la sua più volte conclamata preoccupazione per la denatalità nel nostro Paese, ma si presenta come una specie di ibrido, mescolanza di tratti femminili e virili, fisico aggraziato e aggressività, un machismo temprato da astuzia femminile.

Per molti uomini, vissuti all’ombra di madri spesso più forti e combattive dei padri, è una figura familiare che non sentono come competitiva, che non minaccia il loro potere, perché dimostra di averlo assorbito senza alcuna critica o presa di distanza. Tutto sommato, un duplicato che, sia per ragioni diverse – di rivalsa, uscita dalla posizione di vittime -, piace e rassicura anche le donne. La sua presenza a capo della coalizione di destra non è stata vista come una svalutazione, ma quasi un valore aggiunto. La sua tenacia e grintosità hanno avuto il sopravvento sui leader di sesso maschile, in evidente crisi di credibilità, e in quanto donna, con una visione del mondo tutta interna alla cultura patriarcale, li ha in qualche modo legittimati. Possono vantare una rara presenza femminile ai vertici del potere, senza averne un danno di ritorno. Nella campagna elettorale, ma anche nell’ascesa sorprendente del suo partito, ha contato sicuramente per Giorgia Meloni il fatto di essere una donna, ma una donna capace di comando, convinzioni forti, aggressività nel contrastare i nemici politici. Ha curato sempre le sue apparenze femminili nel vestire, quanto la risolutezza nei suoi interventi pubblici, una modalità di comunicazione a volte persino violenta.

Rossana Rossanda ha detto una volta che le donne possono essere “reazionarie o rivoltose, raramente democratiche”. Mi viene da dire che il successo di Giorgia Meloni, ma anche il pericolo che rappresenta per il nostro Paese già in fase di democraticità vacillante, sta nell’accoppiata di entrambi questi elementi. Ci si può chiedere perché non c’è stata una forte reazione da parte delle donne a una destra che minaccia conquiste e diritti raggiunti con fatica. Purtroppo in Italia il femminismo, fin dai suoi inizi negli anni Settanta è stato non solo ostacolato ma osteggiato da quelle stesse forze politiche – penso in particolare ai gruppi extraparlamentari – che avrebbero dovuto esserne potenziati e arricchiti. È vero che, nella sua radicalità, nelle sue anomale pratiche politiche, quali l’autocoscienza e la pratica dell’inconscio, nel suo tentativo di riportare alla cultura tutto ciò che è stato così a lungo considerato “non politico” – la sessualità, la storia personale, la maternità , la cura ecc. -, si capì subito che non era un complemento della “cultura altra”, neppure di quella marxista che parlava di lotta di classe e rivoluzione, ma una cultura antagonista, che la metteva in discussione.

Rappresentò allora, e si può dire ancora oggi, il sintomo della crisi della politica e insieme l’embrione di una sua necessaria ridefinizione. C’è un tratto anti-istituzionale nel movimento delle donne in Italia che ho ritrovato in tutte le “maree” di nuove generazioni incontrate nel mio lungo percorso femminista, e che è presente marcatamente oggi anche nella rete Non Una Di Meno. Non so quanto questo abbia contribuito a far sì che le questioni di genere siano quasi del tutto assenti dal dibattito pubblico, e persino nella produzione di intellettuali e politici di sinistra. Negli stessi movimenti, antirazzisti, ambientalisti, ecologisti, anticapitalisti, benché abbiano al loro interno una forte presenza femminile e femminista, le problematiche più specificamente legate al sessismo raramente vengono nominate. Sicuramente ciò ha anche a che fare con il familismo di cui parlavo prima, con un’idea di “normalità” che ha perversamente integrato amore e violenza, protezione e controllo del corpo femminile, l’esaltazione della maternità e la sua insignificanza storica, per citare Virginia Woolf.

I rischi di un governo con una forte presenza di Fratelli d’Italia per i diritti delle donne, faticosamente conquistati, ci sono. In particolare per la questione dell’aborto. Non impugneranno direttamente la Legge 194, ma, come del resto i “movimenti per le vita”, i gruppi del fondamentalismo cattolico, hanno fatto finora, lo renderanno impraticabile, con l’obiezione di coscienza dei medici, la colpevolizzazione delle donne. Meloni ha già parlato di sepoltura e cimiteri dei feti senza dover chiedere il consenso della donna. Nella campagna elettorale ha tenuto un comportamento più diplomatico, visto il dibattito che si è acceso soprattutto sui social, nelle radio. Quello che è più temibile, a mio avviso, non è l’attacco diretto a diritti come il divorzio, l’aborto, la riforma del diritto di famiglia, etc., ma il consenso che purtroppo incontra la sua battaglia per i valori tradizionali “famiglia, patria, nazione” , e l’ “integrità della specie” minacciata dalla presenza crescente di donne “straniere”, più prolifiche delle italiane.

Il rapporto tra i sessi è arrivato alla coscienza storica, ma le donne stesse stentano a vederne la portata. Può sembrare una conquista importante, anche ad alcune femministe, veder comparire una donna in ruoli apicali di potere, ma per fortuna non sono mancate in questi giorni prese di posizioni della maggior parte del femminismo, in cui si dice con chiarezza che le donne, avendo fatta propria, sia pure forzatamente, la visione maschile del mondo, hanno fatto dell’emancipazione una scalata al potere nelle stesse forme in cui lo abbiamo ereditato, senza mettere in discussione il patriarcato, le sue gerarchie, i suoi “valori”. Che le donne che salgono al potere, fatte poche eccezioni, siano prevalentemente di destra non dovrebbe meravigliare.

Le destre, soprattutto come nel sud Europa dove è più diffusa la religione cattolica, hanno sempre saputo amalgamare abilmente la violenza del potere con la demagogia, il pungo di ferro con la retorica della difesa della famiglia e della nazione. La sinistra paga il prezzo di un “illuminismo”, che separando razionalità e sentimenti, ha regalato alle destre una materia enorme di esperienza, tra cui vicende considerate “intime” – come la sessualità e la maternità – , “non politiche”, e relegate come tali nel privato. A nulla sembra essere valsa, a questo proposito, la “rivoluzione” del femminismo, e cioè la riscoperta della politicità della vita personale e del patrimonio enorme di cultura che vi è rimasto sepolto per millenni. Lea Melandri

Concetto Vecchio per repubblica.it il 7 ottobre 2022.

Il segno del nuovo è dato dalla Fiat 500 di Giorgia Meloni che fatica a farsi largo in via della Scrofa. È mercoledì mattina e la donna più potente del Paese ha riunito lo stato maggiore di Fratelli d'Italia nella sede del partito, al civico 39. "Siamo in via della Scrofa", ripetono gli inviati nei loro collegamenti televisivi. 

La sede del FdI accolse prima il Msi

È il quartier generale della destra da quarant'anni, Giorgio Almirante vi impiantò la sede del Msi nel 1983; ora è il bastione del potere che avanza. Come lo furono Piazza del Gesù ai tempi della Dc, via del Corso durante il craxismo, Botteghe Oscure quando c'era il Pci.

Ebbe naturalmente una sua importanza ai tempi di Gianfranco Fini, ma sempre oscurata da "via del Plebiscito", la magione di Silvio Berlusconi: lì stazionavano, giorno e notte, giornalisti, curiosi, turisti desiderosi di incontrare lui. Quelli di via della Scrofa erano i parenti poveri, mai del resto un esponente della destra poté pensare di aspirare a guidare palazzo Chigi. Adesso quel momento è arrivato. 

Nel cuore della Capitale

È una strada tra via della Stelletta e via delle Coppelle, all'incirca tra la Camera e il Senato. Ora è sera, la riunione dei colonnelli meloniani è finita da un pezzo, il portone è sbarrato, è quasi buio, ma ci sono ancora delle troupe televisive che trasmettono in diretta. Una camionetta dell'esercito vigila. I commercianti non sembrano molto contenti del viavai. La sede è tra una boutique di abbigliamento femminile e un barber shop, all'angolo spicca l'insegna di un forno.

Il viavai: Bocchino ed Alemanno

Dal portone esce Italo Bocchino, l'ex braccio destro di Fini al momento della scissione dal Cavaliere, quando Berlusconi furibondo per il divorzio prometteva: "Dalla fogna li ho fatti uscire e nella fogna li faccio tornare". Bocchino era così potente da regalarsi un'autobiografia. 

È il direttore editoriale del Secolo, lo storico giornale dei missini, anche se non è proprio l'organo ufficiale di Fratelli d'Italia, perché in realtà appartiene alla Fondazione di Alleanza nazionale, gestita dagli ex e che ha i suoi uffici al secondo piano. Dalla vetrina al civico 43 campeggia lo schermo con gli aggiornamenti dell'homepage del Secolo, che, si limita a dire Bocchino, "va benissimo, è tra i venti siti d'informazione più letti". Vi spiccano soprattutto articoli su Meloni.

Passa qualche minuto ed ecco spuntare Gianni Alemanno. "Anche lei qui?" "Ho il mio ufficio nella sede della Fondazione, ma come sa ho preso le distanze da FdI dopo la guerra in Ucraina". Alemanno era dato come candidato di Italexit, il movimento di Gianluigi Paragone. "Ha votato Meloni?". "Il voto è segreto", risponde sornione. Anche lui sguscia via di fretta. La destra dà l'impressione di essere come una grande famiglia allargata dove però bisogna muoversi con molta cautela, specie ora che il potere sfodera le sue lusinghe. 

Meloni nella stanza di Almirante

A pianterreno c'è la redazione del Secolo, esce solo online, ma i locali sono stati requisiti temporaneamente dalla comunicazione del partito, e i redattori sono stati costretti a lavorare in smart working. La stanza di Giorgia Meloni è al secondo piano, in fondo al corridoio a sinistra. È la stessa che occupava Giorgio Almirante, il fondatore del Msi, che disegnò di suo pugno il simbolo, la fiamma tricolore, che ancora arde nel simbolo di FdI. Prima di lei la occuparono Fini e Pino Rauti, detto "il Gramsci nero". Il Msi di Almirante era fuori dall'arco costituzionale, veleggiò per una vita intorno al cinque per cento. 

Un elettorato di colonnelli in pensione, nobildonne, nostalgici del fascismo, l'Italia benpensante e perbenista che aveva nel Tempo, diretto da Gianni Letta, e nel Borghese i suoi organi di riferimento. "A casa mia Il Secolo lo legge solo il cameriere, che è fascista", disse una volta Arturo Michelini, il predecessore di Almirante. L'episodio si ritrova in Mal di destra, scritto da Stefano Di Michele e Alessandro Galiani. Insomma, era un mondo ai margini.

La prima sede del Msi, ricorda Filippo Ceccarelli in Invano, era sistemata in un palazzone di corso Vittorio, a pochi passi dalla chiesa del Gesù, "non c'erano mobili né tavoli, l'unica macchina da scrivere era poggiata su una cesta". Poi il Msi si trasferì in via delle Quattro Fontane, in un palazzo chiamato del Drago, il cui portiere era il papà di Enrico Montesano. Almirante e l'altro fondatore, Pino Romualdi non si amavano, fu un duello per tutta la vita; di Romualdi i giovani ne imitavano la cadenza romagnola ("il fassismo tornerà!").

Molto tempo dopo arrivò la stagione del centrodestra, la scoperta del potere - dal 1994 al 1996, e dal 2001 al 2011 con qualche interruzione - di Fini, La Russa, Tatarella. Ora i nuovi potenti si chiamano Ciriani, Donzelli, Lollobrigida, Crosetto. La Russa è sopravvissuto a tutti i rovesci.

Almirante e Romualdi morirono a 24 ore di distanza l'uno dall'altro, nel maggio del 1988. La camera ardente fu allestita a pianterreno di via della Scrofa, vennero Nilde Iotti e Giancarlo Pajetta, i funerali, in piazza Navona, trasmessi dal Tg1. "La grande stampa scopre il popolo missino" scrive Adalberto Baldoni ne La storia della destra. Giorgia Meloni aveva 11 anni. E adesso "è la madre della nazione", come titola Die Zeit.

Scocca l'ora di Giorgia. Il lungo cammino dalle ceneri dell'Msi alla stanza dei bottoni. Così ha forgiato una destra moderna. Paolo Guzzanti il 26 Settembre 2022 su Il Giornale.

Non da ieri, certamente. Ma, quasi di colpo, Giorgia Meloni è diventata una star internazionale

Non da ieri, certamente. Ma, quasi di colpo, Giorgia Meloni è diventata una star internazionale. Tutti parlano, scrivono, analizzano, inventano o documentano in tutte le lingue l'immagine, la politica, pregi e difetti, leggende e realtà di Giorgia Meloni, sia sulle pagine di carta che sugli schermi grandi, piccoli e minuscoli perché lei è oggi la protagonista del «grande caso italiano».

Provo a ricostruire il personaggio e come è arrivato ad ambire legittimamente al ruolo di primo ministro donna, e di destra. Sulla questione della destra, di quanto sia «estrema» o normale, si capisce quanto sembri complicato orientarsi su di lei, perché Giorgia Meloni più che multipla è caleidoscopica. Un giornalista del New York Times ha chiacchierato con lei in inglese al bar di un albergo dove, sorseggiando uno spritz, le ha chiesto: «È vero o no che lei ha preso definitivamente le distanze dal fascismo?» e Giorgia Meloni (secondo il giornalista) avrebbe risposto soltanto con un distratto monosillabo: «Yeah», facendo cadere il discorso. Ma il tema del fascismo, se lei sia o non sia l'erede di Mussolini o almeno dei suoi seguaci, la segue come un'ombra, anche se dal punto di vista ideologico, più di Mussolini, morto più di trent'anni prima che lei nascesse, hanno contato i romanzi (con film e serie televisive) di J.R.R. Tolkien come Il Signore degli Anelli, Lo Hobbit e tanti altri ispirati ad un universo immaginario in cui si esalta l'unità fra simili quando sono costretti a difendere la loro identità e il loro mondo dalle invasioni degli orchi e altri mostri.

Di qui, come è evidente, si sviluppa tutta la sua politica contro «la sostituzione» di un popolo dall'arrivo di masse provenienti da altri mondi gli immigrati che sbarcano senza controllo che sostituiranno il nostro. Il fatto che Giorgia Meloni affondi le sue radici in una serie di romanzi fantasy e non dai teorici del razzismo, non la rende immune dalle accuse di razzismo e di posizioni comuni alla Le Pen, a Orbán e ai polacchi, da cui però ha cercato di prendere le distanze a colpi di timone e cambi di velatura. Ma è sicuro che queste radici l'hanno messa rapidamente in contatto con una parte crescente di italiani che in Italia, come altrove, resistono con paura alla minaccia di un cambio di identità. E su questo punto la Meloni trova più consensi nell'area di destra di quanti non incontri più Matteo Salvini perché probabilmente ha sviluppato una forma di comunicazione più diretta e comprensibile in un panorama difficilissimo in modo da rassicurare tutti.

Giorgia Meloni si è fatta le giovani ossa nell'Msi, che nell'immediato dopoguerra nacque per rappresentare i fascisti sconfitti. Non era un partito di neofascisti, ma di ex fascisti e dalle organizzazioni giovanili, il Fronte della Gioventù e le attività sindacali nelle borgate romane abitate da quella classe sociale che Karl Marx chiamava il «Lumpenproletariat», un gradino sotto il proletariato organizzabile dal Partito comunista. La sua esperienza ha avuto come teatro ed ecosistema un mondo più vicino a quello dei romanzi di Pasolini, anche se vissuto in maniera opposta. Alla sua origine sentimentale e politica c'è sempre l'idea di una piccola patria che all'inizio era la Garbatella, un Bronx romano con una umanità priva di ideologia e proprio per questo etichettata con molta pigrizia come di destra, ma un genere di destra.

Quando cominciò a fare politica come piccola missina, giravano ancora i vecchi fascisti della Repubblica Sociale di Mussolini come tutto il loro bagaglio polveroso e proibito di simboli, abbigliamenti e comportamenti che ebbero su di lei l'effetto di saturarla. Quando capì che la maledetta e ingombrante questione del fascismo storico era diventata un ghiaccio troppo sottile per pattinarci senza affogare, decise la nuova linea: il fascismo e tutto l'armamentario di quella scena teatrale apparteneva al passato e al passato doveva essere restituito. Ma la retorica in cui Giorgia è cresciuta, come lei stessa ha constatato, resta in agguato dentro di lei, non senza conseguenze.

Quando in Andalusia, ospite dei post franchisti di Vox e del loro leader Abascal ha parlato in spagnolo con un tono di voce aggressivo e tonitruante ed ha ripetuto il suo noto slogan: «Sono Giorgia, sono italiana, sono cristiana, sono una madre...», quell'intervento le costò molto sulla scena politica perché le sono piovute le prevedibili accuse di retorica fascista (e invece si tratta semmai di retorica alla Fidel Castro) ed era inevitabile che il giornalista americano che la intervistava a Cagliari gliene chiedesse ragione. La risposta è stata candidamente umana: «Ho esagerato perché ero distrutta dalla stanchezza. E quando sono così sfinita posso anche diventare isterica».

Le sue posizioni politiche da euroscettiche ad europeiste, e tutte le altre a favore dell'Occidente, della Nato e contro l'invasione russa, sono conseguenti e fanno parte evidente di un lungo cammino che la candidata Meloni Giorgia ha fatto dalla Garbatella verso Palazzo Chigi, passando per tutte le cancellerie del mondo.

Antonio Polito per il “Corriere della Sera” il 26 settembre 2022.

Se Giorgia Meloni sarà la prima donna a Palazzo Chigi, lo dovrà in buona parte a due uomini: Silvio Berlusconi e Ignazio La Russa. Fu il secondo infatti a proporre, e il primo a concedere, una singolare norma del Porcellum per la quale sarebbe entrato in Parlamento anche il primo tra i partiti rimasti «sotto soglia», che cioè non avevano raggiunto il 3%. Così, quando dalla dissoluzione del Popolo della Libertà nacque dieci anni fa Fratelli D'Italia, il previdente Ignazio e la giovane Giorgia riuscirono a scappottare un misero 1,96% alla prima prova elettorale, nel 2013, e a conquistare un manipolo di nove deputati (nessun senatore). 

Il tentativo del piccolo raggruppamento di reduci della destra, di provenienza missina, sarebbe altrimenti morto sul nascere e la storia d'Italia avrebbe preso un'altra piega (cinque anni prima Storace aveva anche preso più voti, ma fallì la soglia elettorale e finì nell'oblio).

La scialuppa della ex «draghetta» di Azione giovani ha rischiato del resto più volte di finire travolta dalle ondate elettorali. Un anno dopo il «salvataggio» firmato Ignazio, i Fratelli non centrano il quorum alle Europee del 2014 (con il 3,7%, la soglia era al 4%), e lei non viene eletta. Nel 2016 corre a Roma, per diventare sindaco; «tradita» da Berlusconi arriva solo terza, anche se con un buon successo personale. E nel 2018, appena quattro anni fa anche se oggi sembra un secolo, ottiene alle Politiche solo il 4,3%. Confermando il sospetto che il suo partito sia solo l'ostinato residuo di un'altra era politica.

Eppure un anno dopo, di nuovo alle Europee, Giorgia passa il primo esame di maturità: un robusto 6,4%. Ancor più soddisfacente perché ottenuto mentre la Lega del «cugino» Salvini balza a un clamoroso 34,3%. È il primo segno che il neo-sovranismo di Matteo non ha prosciugato lo spazio di una destra nazionalista e nativista; e che Giorgia sarà anche piccola, ma è tosta.

Posso raccontare una confessione che mi fece qualche anno dopo, quando aveva ormai finito di mangiare il pane nero di chi vive sempre sul filo del quorum, in una vita di stenti elettorali. «Quella volta, alle Europee 2019, i sondaggi non ci davano la certezza di farcela. Io avevo deciso di mollare: se non avessi superato la soglia mi sarei fatta da parte, spazio a qualcun altro. Nella vita devi prendere atto quando una cosa che hai fatto non funziona». Invece la Provvidenza, che evidentemente aveva altri progetti per lei, stese la sua mano protettrice e salvò la leadership di Giorgia.

Si possono avanzare molte ipotesi su come abbia fatto una giovane donna, sicuramente una professionista della politica, ne mastica fin da ragazza, ma tutto sommato senza una grande storia alle spalle (famiglia modesta, studi fermi al diploma, un immaginario fantasy-fiabesco da «generazione Atreju») a salire dal 4% al 25% in cinque anni.

La mia risposta preferita è quella che mi ha suggerito qualche giorno fa un inviato del giornale francese Le Figaro. Lui è andato tra la gente per strada, e a tutti coloro che avrebbero votato Giorgia ha chiesto: che cosa vi ha convinto? Quale proposta nel programma, quale promessa? Nessuno ne ricordava nessuna. Ci pensavano un po', e poi concludevano: la voto per la coerenza. 

La coerenza è la chiave del successo della Meloni. Mi capita spesso in tv di interrogare leader politici, e a tutti ho qualche contraddizione o qualche trasformismo da rinfacciare. Con lei è molto difficile. Al massimo si può risalire a quando in Parlamento militava nel Popolo della Libertà, e votò disciplinatamente la riforma Fornero del governo Monti, solo per denunciarla con vigore poco dopo. Ma dal giorno che è passata all'opposizione, c'è sempre rimasta: dura e pura contro Conte, ferma ma più rispettosa con Draghi. Mentre gli altri, Salvini compreso, uscivano ed entravano dalle porte girevoli del governo.

Un collega, maratoneta delle notti elettorali, mi ha detto: «In fin dei conti la democrazia è questo, no? Le elezioni servono a portare l'opposizione al governo». Solo che in Italia ne abbiamo perso l'abitudine. Se Meloni diventerà presidentessa del Consiglio sarà la prima da undici anni a questa parte ad esserci arrivata dopo aver corso alle elezioni da leader di un partito. Non c'è riuscito nel 2013 Bersani, che pure prese il 25%; e non c'è riuscito nel 2018 Di Maio, che addirittura ottenne il 32,7%.

Sarà una prova dura. Sopratutto per una donna che riversa sull'amore e la cura della figlia ciò che a lei è mancato da parte del padre. Le metafore familiari, forse non a caso, sono il suo forte. Nell'ormai mitico congresso di Viterbo di Azione giovani, vinto nel 2004, capeggiava una lista chiamata Figli d'Italia. Poi ha fondato i Fratelli d'Italia. E quando le è stato chiesto se si sentiva pronta per il lavoro di premier ha risposto: «Non mi sentivo pronta nemmeno per fare la mamma. Poi, un po' alla volta, ho imparato». Mamma d'Italia.

Giorgia Meloni: le certezze e le paure (due). Breve storia pubblica & privata. Il Corriere della Sera il 7 Ottobre 2022. (Il Corriere della Sera e il sito Corriere.it oggi e domani escono senza le firme dei giornalisti per un’agitazione sindacale)

Che fare? Si chiedeva Lenin per imporre il suo movimento. Che farà? Si chiedono ora tutti pensando alla leader che ha vinto le elezioni. Noi qui proviamo a raccontarla per trovare qualche risposta. Tra serotonina e scarafaggi, fiamme e Piper 

Giorgia Meloni, 45 anni, fondatrice e leader di Fratelli d’Italia, vincitrice delle elezioni politiche, ha un compagno, il giornalista Andrea Giambruno, e una figlia, Ginevra. Qui nel 2006, quando era vice presidente della Camera (Fabio Lovino)

Che fare? Può suonare stonato riproporre per Giorgia Meloni la domanda che Lenin rivolge a sé stesso nello scritto pubblicato per la prima volta a Stoccarda nel marzo del 1902, con il sottotitolo Problemi scottanti del nostro movimento. Ma a ormai due settimane dal voto e a pochi giorni dalla prima riunione delle nuove Camere, l’interrogativo se lo pongono tutti, magari lei per prima. Chi è Giorgia? E che cosa, davvero, vuole fare? Se dovesse imparare da Giancarlo Giorgetti, che mise sul tavolo di Matteo Salvini la foto di Matteo Renzi, all’indomani del voto del 2018 che lo vide primeggiare nel centrodestra, per ricordargli quanto può essere effimero il successo elettorale, avrebbe la scrivania piena di ritratti. L’autunno di Silvio Berlusconi, il tracollo della Lega, l’arrancare del Pd, i Cinque stelle che festeggiano l’aver perso solo il cinquanta per cento dei voti, un Parlamento ridimensionato dove i cambi di casacca sono non dietro l’angolo, ma proprio nel bel mezzo degli emicicli di Montecitorio e Palazzo Madama. Roba da far tremar le vene e i polsi.

L’addio al padre, partito per le Canarie

Tante delle cose che sappiamo di Giorgia Meloni riguardano l’altro ieri, più che l’oggi. È nata a Roma il 15 gennaio del 1977, sotto il segno del Capricorno. Il matrimonio di sua madre Anna era già in crisi quando era incinta, e amici e parenti le consigliavano di abortire. Sarebbe rimasta sola, e aveva già una bambina piccola. Anna si convinse, e di buon mattino andò a fare le analisi propedeutiche all’interruzione di gravidanza, ovviamente a digiuno. Ma accanto al laboratorio c’era un bar, e si infilò lì invece che dal dottore, e disse: par favore, cappuccino e cornetto. Per i primi dodici mesi Giorgia ha avuto in casa anche un padre, Francesco, che partì per le Canarie con un’altra donna, per non tornare più. Fino all’età di undici anni continuò a vederlo, per non più di una o due settimane all’anno. Ma anche alle Canarie lo vedeva poco, perché le lasciava spesso sole, con la sua nuova compagna. Che l’ultima di queste volte si lamentò con lui, per come si erano comportate. Papà Francesco le convocò e spiegò loro che per lui quella sua compagna era molto importante, più importante di loro.

Arianna, che a dire di Giorgia è la versione romana di madre Teresa di Calcutta, sempre pronta a capire e a perdonare, continuò a frequentarlo. Ma lei no. Quel giorno gli disse: non voglio vederti mai più. E mantenne la parola. «Quando è morto non sono riuscita davvero a provare un’emozione, è come se fosse stato uno sconosciuto», racconterà. Sempre insieme con Arianna, che le raccontava le favole anche se era di poco più grande, e la difendeva e consolava quando i bulletti a scuola la chiamavano cicciona. Erano insieme anche quel pomeriggio, nella casa dove vivevano alla Camilluccia, Roma nord. La candela e i fiammiferi li procurò Arianna, e fu Giorgia a dar fuoco allo stoppino. Poi uscirono dalla cameretta, lasciando lì la candela accesa. Bruciò l’intero appartamento, dovettero lasciare la casa e trasferirsi alla Garbatella.

Soldi per ogni nuova nascita

Ci sono psicologi che ci avvertono che le esperienze che il bambino compie durante l’infanzia non si cancellano man mano che cresce, ma sono il bagaglio evolutivo attraverso il quale si va a formare la personalità. Tradotto: chi nasce tondo, non muore quadrato. Informazione preziosa, ma un po’ pochino e troppo intimista, per capire davvero dove Giorgia Meloni possa andare a parare. Chissà se aiuta allora guardare il programma del suo partito, Fratelli d’Italia, con l’avvertenza però, vale per tutti, che se ingannevole è il cuore più di ogni cosa, le liste preelettorali della spesa e dei propositi le assomigliano. Eccolo allora, il programma: soldi per le famiglie e per ogni nuova nascita, politiche di prevenzione sull’interruzione volontaria di gravidanza prevista dalla legge 194. Un patto fiscale per aiutare le famiglie e le partite Iva, flat tax sull’incremento di reddito, eliminazione progressiva dell’Irap. Basta con i Bonus, lotta all’evasione fiscale. Rimodulare il Pnrr sulla crisi energetica, una piattaforma online per promuovere il made in Italy. Per i giovani, più assumi e meno tasse paghi.

Dalla Sanità al prezzo del gas

Promozione di stili di vita sani per contrastare il disagio e le devianze giovanili, come droga, alcolismo, gioco d’azzardo patologico, bullismo e baby gang. Ridurre le pensioni d’oro e alzare quelle minime, abbattere i tempi delle liste d’attesa nella sanità. Tetto al prezzo del gas, sì ai rigassificatori e alle trivelle, spingere la ricerca sul nucleare. Controllo delle frontiere e stop agli sbarchi clandestini. Riforma dello Stato con il presidenzialismo, politica estera incentrata sull’interesse nazionale e la difesa della patria, sostegno all’Ucraina contro l’invasione russa.

Certo, come per tutti i commensali della politica, per i conti si aspetta l’oste. Vale la pena allora tornare a cercare di leggere Giorgia. La abbiamo vista con le camicette bianche, i toni bassi e rassicuranti, le pause sapienti. L’abbiamo sentita arringare il popolo di Vox con toni feroci dei quali si è pentita, confermando però la sostanza dei suoi propositi e augurandosi una vittoria di quel movimento alle elezioni spagnole. Ha frenato le velleità propagandistiche degli alleati Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, che proponevano uno la flat tax per tutti al 15 per cento e l’altro al 23, rassicurando l’Italia e l’Europa sulla tenuta delle finanze dello Stato. L’abbiamo ascoltata quando ha ricordato di non essersi differenziata da Fini quando giudicò il fascismo il male assoluto e quando ha affermato di essere contro tutti i totalitarismi, al contrario della sinistra che non fa lo stesso con il comunismo. Ha difeso la Fiamma come simbolo dell’evoluzione del suo partito e orgogliosamente rivendicato che non si fa cambiare il simbolo da nessuno, tantomeno dagli avversari politici. Con i suoi toni ha conquistato il popolo ciellino del meeting di Rimini e non è dispiaciuta agli industriali a Cernobbio.

Nessun tentennamento nell’affiancare l’Europa e gli Stati Uniti nel sostegno all’Ucraina contro l’invasione russa. Ma anche mano tesa verso il premier ungherese, l’amico Orbán, contro il Parlamento di Strasburgo che censura le sue politiche illiberali. Abbiamo imparato anche a conoscere Tommaso Longobardi, 31 anni, romano, laurea breve in Psicologia e gavetta alla Casaleggio Associati. È lui il guru dei social della leader di Fratelli d’Italia, ne compare sempre uno quando l’onda cresce. Gli altri, che ogni partito ne ha almeno uno, ruzzolano e finiscono in una soffitta polverosa. Ma Giorgia fa molto da sola, seguendo la massima che recita «comanda e fai da te e sarai servito come un re». E allora racconta di non aver dato mai neanche un tiro a una canna, di non essersi mai ubriacata, di non avere mai alzato il braccio nel gesto del saluto romano. Certo non è rimasta contenta quando Romano, fratello del suo compagno della prima ora, Ignazio La Russa, quel braccio l’ha alzato più volte a un funerale proprio sul finire della campagna elettorale, giustificandolo come un saluto militare.

La fobia degli scarafaggi

Mitologia vuole che Giorgia non abbia paura di niente e di nessuno, se non degli scarafaggi, intesi non in senso metaforico, ma proprio quegli insettoni. E ci volle coraggio nel 2012 per inventare quello che sembrava l’ennesimo partitino a vita breve, Fratelli d’Italia. A quelli della “compagnia picciola” di allora che tremavano per l’incertezza del futuro, rispose affidandosi alle parole di Clint Eastwood: «Se vuoi la garanzia comprati un tostapane». Altri sassolini con i quali ha disseminato il sentiero che l’ha portata all’oggi: barista al Piper, pare che abbia inventato anche un cocktail, baby-sitter della figlia di Fiorello, venditrice di dischi in un banco a Porta Portese, tifosa della Roma, un’antipatia naturale per Marine Le Pen, ancora di più per Alessandra Mussolini. Donna leader in un partito di maschi, alla ricerca di affermazione senza cooptazione né paternalismi.

L’altra debolezza: l’eterno esame di Maturità

Confessa anche le sue “debolezze”. Un problema con la serotonina, l’ormone della felicità, troppo poca, che tiene però ormai sotto controllo. La perenne sensazione di sentirsi sempre inadeguata, alla continua ricerca di scappottare l’esame di Maturità, che gli si ripropone in continuazione. E anche una dominata tendenza alla fuga: qualunque cosa io stia facendo, racconta, vorrei essere da un’altra parte. Per dirla con un verso di Giorgio Caproni: «Se non dovessi tornare/ sappiate che non sono mai partito/ Il mio viaggiare/ è stato tutto un restare qua/ dove non fui mai». Ma diciamoci la verità: stare dove sta le piace moltissimo. Quasi quanto stare con sua figlia Ginevra, che condivide con il suo compagno Andrea Giambruno, che non ha sposato, anche se crede nel matrimonio. Piccola curiosità. Lenin per il suo libro copiò il titolo, Che fare, da un romanzo del 1863, scritto da Nikolaj Gavrilovic Cernysevskij mentre era detenuto nella fortezza di Pietro e Paolo a Pietroburgo, per la sua attività sovversiva. La protagonista, Vera Pavlovna, è decisa a vivere la sua vita senza accettare compromessi e senza rinunciare alla sua indipendenza. Certo, quello è un romanzo.

La Russa: «A 15 anni Giorgia era già così, sintesi e visione del futuro». Virginia Piccolillo su Il Corriere della Sera il 27 Settembre 2022.

Il cofondatore di Fratelli d’Italia racconta il big bang del partito e l’ascesa di Meloni. Dalle resistenze di Fini alla sua candidatura a leader dei giovani al suo «no» solitario al governo gialloverde: «Ecco cosa le dobbiamo. E senza quote rosa che cambierei» 

«Giorgia? La conosco da quando aveva 15 anni. Poi diventò segretario giovanile di An. E non fu costruita in vitro. Anzi».

Ignazio La Russa, anzi cosa?

«Lei si candidò ma Gianfranco Fini non era proprio favorevole».

Perché?

«Per motivi di equilibri interni preferiva che vincesse un candidato vicino a Gianni Alemanno. Ma lei sbaragliò tutti. Era già così. Una capacità di fare sintesi e di visione del futuro che mi sorprende sempre. Lo ha dimostrato anche questa volta, contro tutti».

Contro chi?

«Contro chi, me compreso, si lasciava tentare dal governo Lega-Cinque Stelle. Matteo Salvini venne con Giorgetti per convincerla ad entrare. Ma alla fine, quasi sola, lei decise di no».

E ora avete sottratto voti alla Lega?

«An aveva il 15%, casomai li abbiamo ripresi. Noi siamo stati guardiani di frontiera. Sarebbero stati voti persi».

Si deve alla sua clausola anti-sbarramento del 3% il big bang di Fratelli d’Italia?

«In realtà pensavamo non ci sarebbe servita. Io ebbi, parallelamente a Giorgia, l’idea del nuovo partito. Vivevamo male il governo Monti. Ritardai tre mesi per aspettare Maurizio Gasparri che poi non se la sentì di lasciare Forza Italia. Il mio vero merito fu un altro».

Cioè?

«Andare da Berlusconi ad annunziare la separazione consensuale. Lui apparentemente resistette, ma poi accettò. Un po’ per la mia amicizia con lui che perdura. Ma forse perché già pensava di rifare Fi. Mi promise di non accogliere altri ali destre. Invece ci fu la Fiamma e ci fermammo all’1,96%. Così utilizzammo quella clausola di salvaguardia anti-sbarramento».

Ma da lì l’ascesa. E ora la vittoria. Lei si è commosso. Perché? Al governo non ci siete già stati?

«Eravamo a traino di Berlusconi. Ora la destra è il primo partito. Non è una differenza marginale. E’ l’opposto. A guidare la coalizione adesso è Giorgia che interpreta bene i valori di ispirazione antica: quando nel ‘70 Almirante fonda la Destra Nazionale pensava a un centrodestra di governo, tanto è vero che aderirono anche i partigiani bianchi e il capo dell’Azione cattolica. Ma era prematuro. Poi arrivò la svolta di Fiuggi con Gianfranco Fini e Pinuccio Tatarella: a lui ho pensato quando Giorgia a dedicato la vittoria a chi non c’è più. Una vittoria che vale doppio».

Perché?

«Perché a vincere è una donna. Che, come dice Giorgia, non è stata messa lì da un uomo».

Anomalo a destra?

«Abbiamo avuto segretario giovanile, capo del sindacato e direttrice de Il Secolo donne. Vuol dire che da noi se una donna è brava non ha bisogno di quote rosa».

Non le piace quella legge?

«La cambierei. Ho già un’idea. Fissare una quota per l’accesso. Ma una volta che sei entrata te la vedi tu. Così si garantisce solo chi già c’è».

Berlusconi è stato ripreso a dire che sarà lui il regista del futuro governo. È così?

«Ci sono varie formule di gioco. L’allenatore è Giorgia. Deciderà lei la formazione».

Lei tornerà a fare il ministro della Difesa?

«Farò quello che serve al partito. Ma che mi piace».

Il Cremlino auspica «soluzioni creative». Su sanzioni e armi all’Ucraina ne avrete?

«La mia collocazione filo-atlantica è nota da Wikileaks. Che il governo avrà una linea filo-occidentale era già certo in campagna elettorale. Ora è certissimo».

 Estratto dall'articolo di Tommaso Ciriaco per “la Repubblica” il 26 settembre 2022.  

Tutti gli uomini della Presidente. Amici di una vita, qualche parente, antichi sodali, nuovi folgorati che non erano di destra e saranno comunque i primi a cantare "l'Italia chiamò". Il gran consiglio di Giorgia Meloni si prepara alla presa del potere. […] 

Ci sono due uomini che segnano il cammino della leader. Umanamente, politicamente. Uno si chiama Giovanbattista Fazzolari. Senatore. Cinquant'anni tondi, da ragazzo nel Fronte della Gioventù e poi nella costituente di An. L'incontro che gli cambia la vita è quello con Giorgia, che lo chiama a capo della segreteria tecnica al ministero della Gioventù, poi diventa suo consigliere giuridico, estensore del programma, ghostwriter dei discorsi del capo. 

Per lui, Meloni sogna un posto a Palazzo Chigi in un ruolo che fa tremare i polsi, soprattutto per chi non ha mai messo piede in consiglio dei ministri: sottosegretario alla Presidenza, coefficiente di difficoltà stellare. Probabilmente con un ruolo tecnico e operativo, crocevia del potere e delle leggi. In due parole, primo cavaliere. 

Ignazio La Russa e Guido Crosetto

L'altro mister X invece lo conoscono tutti e si chiama Ignazio La Russa. Antico missino (mai pentito, anzi), siciliano trapiantato a Milano, già ministro della Difesa, inventore di Fratelli d'Italia. Ha avuto la lucidità di cedere il passo alla giovane leader (sarebbe accaduto comunque). Qualche volta litigano. Ma resta il consigliere che Meloni porta ad ogni tavolo che conta, a cui affida le candidature, con cui ragiona di strategie. Quello che "capisce di politica". Anche lui potrebbe finire a Palazzo Chigi, anche lui come sottosegretario. Con quale delega? In un ruolo "alla Gianni Letta", oppure ad esempio gestendo la delega ai Servizi. 

Il terzo a poter aspirare al Palazzo è Guido Crosetto, che tra un tweet e un altro consiglia la leader. I due, insieme, funzionano, anche perché lui ebbe l'ardire di seguirla quando in Fratelli d'Italia c'erano solo ex di An. Un sodalizio stranissimo, condensato nella foto che immortalò il gigante con in braccio la leader.

Crosetto potrebbe conquistare la Difesa, ammesso che non lo ostacoli l'attuale incarico di presidente di un'impresa creata come joit venture tra Fincantieri e Leonardo. L'alternativa è che occupi uno dei posti da sottosegretari alla Presidenza. 

La sorella Arianna

La famiglia ha però un valore decisivo per Meloni. Ascolta moltissimo la sorella Arianna, fa i salti mortali per stare con la piccola figlia, "devo organizzarmi, se vado a Palazzo Chigi farò di tutto per vederla e tenerla vicina a me". E ancora, sente dieci volte al giorno il cognato Francesco Lollobrigida (il marito di Arianna). Potrebbe confermarlo alla guida del gruppo parlamentare, che da ridotta è diventato un piccolo esercito. Poi potrebbe proiettarlo alla Presidenza della Regione Lazio. 

Raffaele Fitto

Pesa tantissimo anche Raffaele Fitto. In tempi non sospetti, con percentuali da "quattrovirgola", scelse Fratelli d'Italia, lui che vantava un dna da giovane democristiano. Ora gestisce i rapporti (delicati) di Meloni con l'Europa, dove la destra fa paura. Di certo sarà ministro. Gli Esteri? Difficile. Più probabile il ministero del Sud, oppure agli Affari Ue, probabilmente con deleghe rafforzate. [...] 

Fabio Rampelli

Un discorso a parte per Fabio Rampelli. Ha creato il brand Meloni, crescendola nella sua associazione Gabbiani, forgiandola nel circolo di Colle Oppio. È stato il regista della sua ascesa alla guida dei giovani di An. Poi qualcosa si è inceppato. Negli ultimi mesi il filo si è riannodato. Di certo, Rampelli ha sempre difeso e sostenuto "Giorgia". 

Giulio Tremonti e Marcello Pera

Le schegge di un'altra storia rispondono invece al nome di Giulio Tremonti e Marcello Pera. Il rapporto con il secondo è per di più enigmatico, costruito nonostante solchi caratteriali abissali. Quello con l'ex ministro dell'Economia, vissuto con un certo fastidio nell'enclave di Fratelli d'Italia, resta solido. Nasce sui banchi del consiglio dei ministri del governo Berlusconi, quattordici anni fa. Si nutre di battute e imitazioni spassose. Ma anche di consigli macroeconomici e politici. Tremonti è e resta ingombrante, soprattutto al governo. Ma Meloni, in qualche modo, magari con qualche spallata, proverà ad accontentarlo.

Antonio Bravetti per “la Stampa” il 6 ottobre 2022.  

Fratelli e sorelle d'Italia. Ecco gli uomini e le donne che Giorgia Meloni si tiene stretti, che hanno reso possibile la sua ascesa fino al governo. Sono i fedelissimi e le fedelissime che lei ha ringraziato dal palco dell'hotel Parco dei Principi la notte della vittoria elettorale, «perché se non hai persone che ti vogliono bene veramente certe cose non le riesci a fare». 

Innanzitutto c'è la squadra che la segue passo passo. Patrizia Scurti, segretaria, da una dozzina d'anni al fianco di Meloni. Dalle sue mani passa praticamente tutto ciò che è diretto alla presidente. Giovanna Ianniello, addetta stampa da circa 17 anni, salvo una piccola parentesi al Campidoglio con Gianni Alemanno.

Amica fidata, dalla capa la divide solo la passione calcistica: romanista Meloni, laziale lei. La seguirà a palazzo Chigi, continuando a occuparsi della comunicazione politica, assieme a Paolo Quadrozzi, da dieci anni presenza fissa nella squadra, a suo agio nelle relazioni internazionali. La comunicazione istituzionale, invece, finirà nelle mani di qualcun altro. Andrea Bonini, giornalista di Sky che segue palazzo Chigi, è stato sondato per ricoprire questo ruolo.

In lizza c'è anche Alessandro Giuli. Giornalista, ex co-direttore del Foglio, oggi a Libero e spesso in tv. Sua sorella Antonella è la portavoce del capogruppo alla Camera di FdI, Francesco Lollobrigida, che a sua volta è cognato di Meloni, avendo sposato la sorella Arianna. 

Poi c'è Tommaso Longobardi, il social media manager scuola Casaleggio che ha contribuito a far volare Meloni in rete. «Avere più numeri non sempre è sinonimo di avere più voti e molte elezioni passate lo hanno ben dimostrato - spiegava in un'intervista pochi giorni fa - senza una buona struttura territoriale, concretezza, leadership e idee non ci fai molto». 

In Parlamento, e in odore di governo, ci sono altri tre fedelissimi: il capogruppo Lollobrigida, Giovanbattista Fazzolari e Giovanni Donzelli. Il secondo è il responsabile del programma elettorale di FdI. In questi giorni una presenza fissa a Montecitorio, dove si svolgono le "pre consultazioni" del nascente governo.

Nel partito lo conoscono come uno molto studioso, capace di immagazzinare informazioni e tradurle subito in idee. Le strade di Meloni e Donzelli, fiorentino, si sono incrociate quando lei era leader di Azione giovani, il movimento giovanile di An, e lui di Azione universitaria. Quasi vent' anni fa: se c'è qualcuno che sa cosa pensa o cosa fa Meloni, quello è lui. 

Nel cerchio appena più largo ci sono Chiara Colosimo e Augusta Montaruli. Colosimo, romana, 36 anni, è stata per anni l'anima di Atreju, la manifestazione dei giovani del partito. A lei e Montaruli, torinese classe '83, si devono i tanti flash mob organizzati dal partito in questi anni di opposizione. In quelle occasioni è stato grazie a loro se le "piazzate" sono andate bene e sono finite sui tg o sui giornali.

Hanno supervisionato, Montaruli in particolare, che tutto funzionasse: cartelli, striscioni, bandiere, volantini. Anche quando a seguire le manifestazioni i giornalisti si contavano sulle dita di una mano. Raccontano che fuori da questi fedelissimi, molto presenti e vicini a Giorgia Meloni, un posto di riguardo lo ricopra Giampaolo Rossi. Missino della corrente Sommacampagna (la sede da cui Teodoro Buontempo animava Radio Alternativa), è un uomo di cui lei si fida molto. Ha fatto parte del Cda Rai e potrebbe tornare in viale Mazzini da amministratore delegato. Lo manda Giorgia.

Claudio Bozza per il “Corriere della Sera” il 25 ottobre 2022.

E ora che «Giorgia» è a Palazzo Chigi chi custodirà le chiavi del primo partito italiano? La risposta che arriva dai vertici è scontata: sempre la presidente Meloni. A livello operativo, però, per la prima premier d'Italia sarà molto complicato continuare a gestire la sua creatura che 10 anni fa esordì con l'1,96%. Ora, arrivato al 26%, per Fratelli d'Italia il cambiamento è epocale. Un dato su tutti? Il (fu) piccolo partito sovranista, a cui per anni sono arrivati spiccioli, solo tra luglio e agosto scorsi ha ricevuto oltre 2 milioni di finanziamenti privati. Il numero degli eletti, nonostante la sforbiciata della riforma, è passato da 61 a 181. 

Si triplicheranno quindi i rimborsi ai gruppi parlamentari, che saliranno di circa 6 milioni annui. Così come si è moltiplicato il 2 per mille: dall'ultima tranche sono arrivati 2,7 milioni rispetto alle briciole degli anni precedenti. La fisiologica conseguenza è che la storica sede di via della Scrofa, già casa di Msi e An, sta ora stretta agli eredi di FdI.

Chi guiderà, quindi, a livello operativo questa maxi struttura adesso che «Giorgia» è lassù, «Ignazio» (La Russa) guida Palazzo Madama e «Lollo» (Lollobrigida), cognato di Meloni, è ministro? La bussola indica il nome di Giovanni Donzelli, 46 anni, fiorentino, deputato al secondo mandato, fedelissimo della leader da quando erano i ragazzini di Azione giovani. «Il Donze», come lo chiamano gli amici, finora è stato il capo dell'organizzazione del partito: ha gestito tutte le ultime campagne e i grandi eventi, come il pienone in piazza Duomo a Milano. 

Per Donzelli, nei prossimi giorni, potrebbe arrivare un'investitura formale, simile a quella di coordinatore unico che Meloni aveva affidato a Guido Crosetto. La neopremier, militare a livello organizzativo, sa bene che il segreto della sua scalata non sta solo nella sua figura di «coerente oppositrice» agli ultimi governi, ma soprattutto nel legame tra FdI e il territorio. «Il partito deve continuare a essere la base di tutto, la chiave dell'azione di governo - teorizza proprio Donzelli -. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad ascese politiche irresistibili e a cadute rovinose. Un esempio su tutti? Il 40% di Renzi con il Pd, e poi Il partito non può essere trascurato».

E pensare che il fedelissimo di Meloni, da consigliere regionale, era salito alle cronache nazionali conducendo una battaglia «contro il sistema della sinistra toscana a difesa dei soldi pubblici» e sotto accusa erano finite anche le stesse aziende della famiglia Renzi. Scherzo del destino ha voluto che, da ragazzino, Donzelli avesse lavorato da strillone di giornali proprio per una delle società del padre dell'ex premier. 

Una moglie, due figli, una laurea mai presa, più di un tafferuglio in facoltà («Ma era per difendermi da quelli di sinistra»), Donzelli è arrivato a Montecitorio nel 2018: c'è chi lo ha ribattezzato «monaco di destra», perché «la sera torna sempre a casa per cena: sennò Roma, lontano dalla famiglia, ti risucchia, è meglio così». Murato nelle stanze del partito, fin da quando il trionfo era nell'aria aveva avvertito gli amici (increduli): «No, il ministro non lo voglio fare, rimango al partito».

E ora sta pensando, con «Giorgia», a come allargare la sede di via della Scrofa, perché quegli uffici non bastano più. FdI ha infatti solo una decina tra dipendenti e collaboratori, cioè il massimo che il partito poteva permettersi prima del boom. Il Pd, per fare un paragone, di dipendenti ne ha 150. E ora ci sarà da potenziare la struttura. Perché solo per le mansioni di ufficio a FdI sono subissati da migliaia di mail e telefonate ogni giorno.

Il fedelissimo della Presidente del Consiglio. Chi è Giovanni Donzelli, il “Monaco di Destra” che coordinerà Fratelli d’Italia con Meloni premier. Antonio Lamorte su Il Riformista il 26 Ottobre 2022 

Toccherà al fedelissimo Giovanni Donzelli il volante di Fratelli d’Italia: a via della Scrofa, già casa del Movimento Sociale Italiano e Alleanza Nazionale, sarà sempre la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni a guidare la sua creatura passata in dieci anni dall’1,96% al 26%. Con la premier però impegnata a Palazzo Chigi, i fondatori Ignazio La Russa a presiedere il Senato e Guido Crosetto al ministero della Difesa, oltre ai big Lollobrigida e Ciriani ministri, l’operatività, il polso del partito dovrebbero passare a Donzelli.

Fiorentino, 46 anni, deputato al secondo mandato. Maturità al liceo scientifico, studi in lettere e in agraria all’Università degli Studi di Firenze senza però laurearsi. È entrato in politica a 19 anni, nel 1994, nel Fronte Universitario d’Azione Nazionale (FUAN) del Movimento Sociale Italiano. All’Università è risultato primo e unico eletto tra i rappresentati di destra nella storia dell’ateneo. È stato Presidente Nazionale di Azione Universitaria e portavoce nazionale della Giovane Italia. Ha lavorato anche come strillone alla Speedy Srl, società di proprietà di Tiziano Renzi.

È diventato consigliere comunale a Firenze con Alleanza Nazionale nel 2004 e nel 2009 con il Popolo della Libertà. Con quest’ultimo è diventato consigliere regionale. È stato tra i primi ad aderire al progetto Fratelli d’Italia, da Coordinatore dell’esecutivo Nazionale. Con Fdi è stato eletto in consiglio regionale alle elezioni del 2015. La sua attività si è distinta soprattutto per l’impegno sul caso “Quadra” e sul caso Forteto.

Donzelli ha presentato da consigliere regionale la proposta di legge parlamentare di iniziativa regionale denominata “Taglia-business immigrati” che Fdi ha presentato in tutte le Regioni e che la Commissione bilancio della Camera ha approvato e reso legge. A Montecitorio è arrivato nel 2018. È stato finora il capo dell’organizzazione del partito, ha gestito le ultime campagne e i grandi eventi come quello in piazza Duomo a Milano. È sposato, con la moglie Alessia e ha due figli.

Alle politiche dello scorso 25 settembre è stato eletto come capolista nei plurinominali Toscana 01 e Toscana 03. Il 19 ottobre è stato eletto Segretario della Camera. Il Corriere della Sera scrive come sia stato battezzato “Monaco di Destra” perché “la sera torna sempre a casa per cena: sennò Roma, lontano dalla famiglia, ti risucchia, è meglio così”. Starebbe pensando ad allargare la sede di via della Scrofa perché gli uffici non basterebbero più, così come i dipendenti. “Il partito deve continuare a essere la base di tutto, la chiave dell’azione di governo — la sua teoria —. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad ascese politiche irresistibili e a cadute rovinose. Un esempio su tutti? Il 40% di Renzi con il Pd, e poi… Il partito non può essere trascurato”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Arrestato il fratello di Donzelli nell’ambito di un’inchiesta su presunte bancarotte fraudolente. Il Domani il 13 ottobre 2022

Imprenditore fiorentino, Niccolò Donzelli è stato arrestato nell’ambito di un’inchiesta della procura su alcune presunte bancarotte fraudolente. Il fratello: «È noto che non c’è mai stato alcun legame tra l’attività imprenditoriale di mio fratello e la mia attività politica»

Niccolò Donzelli, fratello di Giovanni, parlamentare di FdI e responsabile organizzazione del partito di Giorgia Meloni, è stato arrestato nell’inchiesta della procura di Firenze su alcune presunte bancarotte fraudolente.

Niccolò Donzelli è rimasto stato coinvolto come presidente del Cda di Antiche tipografie e di Aria advertising, due società finite al centro degli accertamenti condotti dalla guardia di finanza. Secondo quanto riferisce AdnKronos, a Donzelli sarebbe contestata una distrazione patrimoniale a proprio favore. Al contrario del fratello parlamentare, Niccolò non ha mai ricoperto incarichi nel partito di Meloni. Anzi, viene considerato vicino ad ambienti di centrosinistra. 

LE DICHIARAZIONI DEL DEPUTATO

Giovanni, il deputato, interpellato sulla vicenda, spiega di non aver nessun legame con l’attività del fratello. «Voglio bene a mio fratello. L’amore fraterno è l’unica cosa che unisce me a questa vicenda. Confido nella sua innocenza e ho piena fiducia nella giustizia italiana. Se qualcuno vuole strumentalmente legare il procedimento giudiziario a me perde tempo». 

Il parlamentare sottolinea anche la distanza politica tra la sua fede politica di destra e quella del fratello Niccolò. «È noto che non c’è mai stato alcun legame tra l’attività imprenditoriale di mio fratello e la mia attività politica. Niccolò non ha nemmeno mai partecipato ad alcun evento di Fratelli d’Italia, avendo anche come tutta la mia famiglia un orientamento politico diverso dal mio». 

Pm a orologeria, in manette il fratello di Donzelli. Renzi: "Conosco i giudici, metodo esagerato". Arrestato per bancarotta fraudolenta. Giovanni è vicino alla presidente di Fdi. Fabrizio Boschi il 14 Ottobre 2022 su Il Giornale.  

Incredibile come la macchina della giustizia accenda sempre il motore nei momenti più cruciali della vita del Paese. Ieri, giorno dell'elezione del presidente del Senato, dove l'ha spuntata il fratello d'Italia, Ignazio La Russa, un altro fratello d'Italia, il deputato fiorentino Giovanni Donzelli, forse l'uomo più vicino alla futura presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nonché fedele consigliere (è responsabile organizzativo del partito) e papabile futuro sottosegretario, è stato colpito nei suoi affetti. E guarda caso c'è sempre di mezzo la famigerata procura di Firenze che tanto ha fatto parlare di sé in questi anni soprattutto per le grane giudiziarie a carico della famiglia Renzi.

E proprio Renzi commenta così: «I pm di Firenze hanno mandato in carcere il fratello di un importante parlamentare di Fdi. La misura sembra sproporzionata rispetto alla pericolosità sociale del presunto reato. Ma conosco bene quei pm e il loro metodo di lavoro», dice. Poi lo schiaffo a Donzelli: «Lui ha strumentalizzato la mia vicenda in modo becere. Io non lo farò su di lui perché sono un vero garantista».

Un'inchiesta per bancarotta fraudolenta, diretta dalla pm Christine Von Borries, su presunti prestanome e alcuni professionisti che avrebbero formato una vera e propria «squadra di intervento per l'ultimo miglio, prima della dichiarazione di fallimento di certe società o aziende, non già per individuare soluzioni legittimamente meno dannose per la società avviata alla procedura concorsuale (e per l'imprenditore), bensì per nascondere le distrazioni, occultare il dissesto, compiere ulteriori atti distrattivi».

E tra gli arrestati in carcere c'è anche Niccolò Donzelli, appunto fratello del deputato Fdi, proprio nel giorno più delicato dopo le elezioni. Gli inquirenti gli contestano ben 14 episodi di distrazione, commessi col tramite dei professionisti indagati. Disposto per lui anche un sequestro di oltre 170mila euro. «Ha pianificato in modo meticoloso e realizzato con incredibile determinazione la distrazione del ramo di azienda della società Aria advertising», scrive il gip. Riguardo l'altra società, Antiche tipografie srl, secondo le accuse avrebbe «cagionato il dissesto distraendo liquidità per importi rilevanti». Donzelli era presidente del cda di Antiche tipografie e di Aria advertising.

Cinque arresti, di cui due in carcere e tre ai domiciliari, e sette misure interdittive. Trentuno le imputazioni a carico di una ventina di indagati. Il giudice ha anche messo sotto sequestro beni per un valore di oltre 2,4 milioni di euro, «corrispondenti al valore dei beni distratti dalle società fallite e delle imposte sottratte».

Giovanni Donzelli ha poi dichiarato: «Voglio bene a mio fratello e confido nella sua innocenza, ho piena fiducia nella giustizia. Mio fratello non è stato mai a eventi di partito e ha un orientamento politico diverso dal mio. Chi vuole strumentalizzare la vicenda perde tempo». Un tempismo perfetto.

Marco Antonellis per italiaoggi.it il 26 ottobre 2022.

Spin doctor e grandi comunicatori, volti all'ombra dei potenti. Sta facendo discutere positivamente l'approccio dei primi giorni della premier Giorgia Meloni, un profilo sobrio e istituzionale, dai toni pacati, già acquisiti nelle ultime due settimane di campagna elettorale, proprio nel tentativo di rafforzare e consolidare la sua immagine internazionale. Un'operazione indubbiamente riuscita alla "Draghetta", come qualcuno l'ha maliziosamente ribattezzata, ma chi l'ha pensata e ideata? Chi è che sussurra all'orecchio della prima presidente del consiglio d'Italia?

Da circa un decennio portavoce, spin doctor e grandi esperti della comunicazione sono infatti diventati i veri protagonisti dell'ascesa e della disfatta di numerosi leader politici. Uomini e donne all'ombra dei potenti. E per Meloni, il nome è uno ed è quello di Giovanna Ianniello, figura chiave e portavoce della neo-presidente del Consiglio. Collabora da anni con Fratelli d'Italia e segue la Meloni fin dai tempi della sua campagna elettorale a Roma nel 2016, con un passato nello staff dell'ufficio stampa del Campidoglio con l'allora sindaco Gianni Alemanno. Una professionista con la P maiuscola e organicamente cresciuta nel centrodestra. 

Percorso diverso invece quello di Paola Ansuini, ex portavoce di Mario Draghi a Palazzo Chigi, una tecnica prestata alla politica: già responsabile della comunicazione di Banca d'Italia, la sua carriera al fianco di Mario Draghi era iniziata nel 1988.

Nella categoria dei tecnici, si può considerare Augusto Rubei, anche se ha da tempo lasciato la politica e da quasi due anni è a Leonardo. Salito alle cronache non ancora 30enne con la vittoria della campagna elettorale di Virginia Raggi a Roma, è stato l'artefice della nuova immagine internazionale di Luigi Di Maio. 

Il quarto comunicatore che, in qualche modo, ha segnato la recente storia italiana è indubbiamente Rocco Casalino, già portavoce di Giuseppe Conte. Infine uno dei comunicatori più incisivi dell'era Renzi/Gentiloni, vale a dire Filippo Sensi. 

Chi è Giovanbattista Fazzolari, il braccio destro di Giorgia Meloni proiettato al governo da sottosegretario. Antonio Lamorte su Il Riformista il 5 Ottobre 2022 

Per la stampa è lui, Giovanbattista Fazzolari, il “braccio destro” di Giorgia Meloni, la leader di Fratelli d’Italia che ha stravinto le elezioni politiche del 25 settembre e che, salvo clamorosi colpi di scena, si appresta a diventare la prossima Presidente del Consiglio, la prima donna nella storia della Repubblica. Il senatore appena rieletto, responsabile del programma di Fdi, è tirato in ballo un giorno sì e l’altro pure nel toto ministri che impazza in questi giorni sui quotidiani.

È dato quasi per certo a Palazzo Chigi, nel ruolo di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, l’onorevole di origini siciliane, nato in Sicilia dal padre Michele Lucia, diplomatico, e dalla madre Angelica Bellantone, professoressa. È cresciuto tra Francia, Argentina e Turchia. Diplomato al Liceo francese Chateaubriand di Roma e laureato in Economia e Commercio all’Università La Sapienza, ha svolto il corso post laurea in Operatore della Comunità Europea presso la Scuola Italiana per l’Organizzazione Internazionale.

Sul sito del Senato alla voce lavorativa si legge: libero professionista. Quando Giorgia Meloni è stata ministro della Gioventù nel governo Berlusconi, è stato a Capo della segreteria del dicastero. Da quando era diventato consulente di Alleanza Nazionale, nel 1995, la sua attività politica si è intrecciata a quella della leader Fdi. Da ragazzo aveva cominciato a fare politica nel Fronte della Gioventù romano. È stato il primo presidente provinciale romano di Azione Universitaria.

Durante la XI Legislatura è stato vice presidente della Camera dei deputati. Per cinque anni è stato Dirigente Aeroporti e Infrastrutture strategiche della Regione Lazio. È stato inoltre partner della società Ares consulenze Srl e vice commissario al Parco Naturale dei Monti Simbruini del Lazio. Alle elezioni politiche del 2018 è stato eletto al Senato della Repubblica nelle liste di Fdi, nella circoscrizione Piemonte. A quelle del 25 settembre scorso è risultato eletto, da capolista, nel collegio plurinominale della Puglia.

Fazzolari, secondo retroscenisti e ritratti, avrebbe nel partito un po’ il ruolo del saggio poco mediatico, che non compare spesso in pubblico. Soprannomi accumulati negli anni secondo fonti interne al partito a Il Foglio: “muro di gomma”, per la pazienza nell’incassare i momenti di nervosismo della leader Fdi; “spugna”, per la capacità di incamerare informazioni. Alle critiche sulla classe dirigente del partito in campagna elettorale aveva risposto a Formiche: “Assieme all’apparato storico della sinistra italiana, abbiamo una forte storia politica alle spalle che deriva non solo da Alleanza Nazionale ma anche dal Popolo della Libertà. Inoltre abbiamo fino a oggi molto più personale politico di alta qualità che non posizioni politiche nelle quali rappresentarlo. Il problema esattamente opposto del M5s che ha avuto un exploit momentaneo e si ritrova a essere rappresentato da personale politico di scarsa qualità”.

E un paio di giorni fa ha provato a calmare le acque intorno al toto ministri, alle ipotesi sui tecnici e a tutti in nomi sparati dai giornali. “Adesso nessuno può alzare il telefono e chiamare qualcuno chiedendogli se gli va di fare il ministro. Non può farlo e non lo sta facendo”, ha detto al Secolo d’Italia. “Il programma del centrodestra è ben preciso: noi prevediamo, così come faremo, la flat tax sul reddito incrementale e di portare da 65mila a 100mila euro la flat tax per gli autonomi. Niente di più. Sicuramente in una prima legge di bilancio non ci sarà di più, anche perché non ci sarebbero i tempi per farlo”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Susanna Turco per espresso.repubblica.it il 17 ottobre 2022.

Nel tempo libero spara. O twitta: contro il capo dello Stato Sergio Mattarella, in sostegno del battaglione Azov. Certo, a guardarlo più da vicino, si capisce ancora meglio la sadica ironia con la quale, un mesetto fa, Il Foglio l'ha battezzato novello Gianni Letta in omaggio al più raffinato tra i consiglieri del Cavaliere. È Giovanbattista Fazzolari, cinquant’anni, appena rieletto senatore, l’uomo che ha scritto il programma di Fratelli d'Italia, il parlamentare che al momento, per quanto possa sembrare sorprendente, è tra i più potenti dell’Italia politica. 

Tuttora il grande pubblico a malapena sa chi sia, ma la leader Giorgia Meloni, premier in pectore, si fida di lui più di chiunque altro. L'ha scelto per farne una specie di alter ego per fase di formazione del governo. Al tavolo ristretto fino al giorno in cui si stilerà la lista dei ministri si siedono soltanto loro due, tutti gli altri un passo indietro.

E la cosa è destinata a ripetersi. Diciamo per iperbole: tiene così tanto alla sua opinione che, se potesse, la leader dei Fratelli d’Italia gradirebbe fare predisporre per Fazzolari una seconda scrivania accanto alla sua da presidente del Consiglio, nella medesima stanza, per garantirsi la collaborazione ventiquattr’ore su ventiquattro. 

Lo vorrebbe ad esempio consigliere a Palazzo Chigi: già immaginarlo sottosegretario alla Presidenza, come pure si è ipotizzato, o ministro all’attuazione del Pnrr, significherebbe poterci contare poco, ritrovarselo troppo gravato di altre incombenze. E Meloni, su di lui, conta tutto. Così, dunque, anche se è ancora presto per dirlo, volendo così su due piedi trovare un volto chiave, un personaggio simbolo del governo prossimo venturo, la nuova destra che comanda, ecco ce l’abbiamo: la faccia di Fazzolari, bene o male.

Lui, per Giorgia, c’è da sempre. Passò con lei, ad esempio, la serata prima del giuramento al Quirinale come ministra della Gioventù, nel 2008, governo guidato da Silvio Berlusconi, come ha raccontato lei stessa nell’autobiografia “Io sono Giorgia” nel 2021, riempiendo di elogi il suo consigliere: «Giovanbattista, per gli amici antichi Spugna, per me Fazzo, è la persona più intelligente e giusta che abbia avuto la fortuna di conoscere. Oggi è senatore di Fratelli d’Italia, ma per me è molto di più. Non ricordo un solo giorno della mia vita in cui non ci fosse lui al mio fianco». 

Si sono conosciuti nel periodo dell’impegno universitario, quando lui – infanzia itinerante appresso al padre diplomatico, poi liceo francese a Roma allo Chateaubriand - era responsabile romano di Fare fronte-Azione universitaria, spola tra La Sapienza e la sezione di via Sommacampagna.

Fazzolari è sempre stato un meloniano, come praticamente tutti gli altri suoi fedelissimi, sin dal congresso di Viterbo del 2004 in cui Meloni con soli 16 voti di scarto su Carlo Fidanza fu eletta capo dei giovani di An. Per quella occasione, infatti, la oggi quasi premier dovette scegliersi due referenti nazionali: uno era lui, l’altro era Francesco Lollobrigida, capogruppo alla Camera destinato a quanto pare alla riconferma. 

Insomma vent’anni fa era praticamente tutto uguale ad adesso, come ha raccontato lo stesso Fazzolari a Francesco Boezi due anni fa in “Fenomeno Meloni”: «Anche in quella occasione, a Viterbo, Lollobrigida si era occupato soprattutto di organizzazione e dinamiche politiche. Io, invece, mi ero concentrato sugli aspetti programmatici e su quelli contenutistici». E da allora non ha più fatto altro, almeno per il partito e per la sua leader. 

Meloni però Fazzolari non l’ha lasciato indietro: se lo è portato anche alla Camera dei deputati, nel 2006, quando, da vicepresidente di Montecitorio, lo ha voluto suo consulente giuridico. E, due anni dopo, l’ha trasferito al governo: capo della segreteria tecnica della ministra della Gioventù, fino al 2013.

In tutto questo tempo, l’idillio è diventato totale, come ha raccontato lei, sempre tenendola bassa: «Con quell’espressione sempre tranquilla, la battuta pronta per sdrammatizzare e una risposta a qualsiasi domanda, ha accompagnato tutto il mio percorso. Ormai ci capiamo al volo, e tra noi c’è una tale alchimia che a volte non ricordiamo più chi sia stato, dei due, a elaborare un determinato pensiero. Ci siamo completati a vicenda, e scherzando diciamo che ognuno ha salvato l’altro da se stesso». Nientemeno. 

Ecco se le cose stavano così in partenza, il suo ruolo nelle ultime settimane è addirittura cresciuto. A tutto vantaggio di un altro personaggio assai vicino a Meloni e che pure è legato a Fazzolari, sin dai tempi dell’impegno politico all’università e della sezione di via Sommacampagna: Giampaolo Rossi, filo no vax e filo-putiniano, ora direttore scientifico della fondazione An e presente in tutti i toto-potere di Fratelli d’Italia a partire da quello della Rai. Per dire quanto sono stratificati e forti i legami: a inventare il nome di Azione universitaria, che era guidata da Fazzolari, fu Alessandro Vicinanza detto “Il Macedone”. Ed è a lui, scomparso giovane, che Giampaolo Rossi ha dedicato la vittoria di Fratelli d’Italia, con un post su Facebook, il 25 settembre.

Una sintonia che si ritrova anche sul piano politico: sono noti i tweet di Giampaolo Rossi contro Sergio Mattarella, insieme a una serie di altri, giudicati inopportuni, che rendono il suo desiderio di diventare ministro particolarmente complesso da realizzare. Meno noti, ma non meno efficaci, sono i tweet di Fazzolari, che nessuno ha sinora mai evidenziato. 

Quando per esempio, in occasione dell'elezione di Sergio Mattarella, rispondendo a Giorgia Meloni, commentò: «Dal cilindro del rottamatore esce un rottame #Mattarella #quirinale». era il 29 gennaio 2015. Due giorni dopo, il 31, gli diede carinamente dell'aspirante demonio: «#Mattarella 665 voti a un passo dal numero della bestia 666. Aspirante demonio». Nel 2018, nel corso del lungo stallo per la formazione del governo, gli diede del ridicolo: «#NonelArena Questa è esilarante: Mattarella, che non ha avuto nulla da ridire sulla Fedeli ministro dell’istruzione e Alfano ministro degli Esteri, ha detto che vigilerà sull’adeguatezza dei ministri del prossimo governo. Oltre i confini del ridicolo» (13 mag 2018).

Poi, quando Mattarella disse no all'indicazione di Paolo Savona come ministro dell'Economia, per via delle sue posizioni no euro che avrebbero potuto provocare, come disse allora il capo dello Stato, «probabilmente, o, addirittura, inevitabilmente, la fuoruscita dell'Italia dall'euro», lo accusò di sottomissione all'Europa: «La sovranità appartiene al popolo, Mattarella si rilegga l'articolo 1 della costituzione, si accorgerà che è scritto in italiano, non in tedesco o in francese. #Savona #Meloni». 

Più di recente Fazzolari si è mostrato gran sostenitore del battaglione Azov, saltandone a pie' pari i profili, diciamo, in chiaroscuro. In un tweet corredato con una cartina di Mariupol, con al centro lo stabilimento di Azovstal, scriveva: «Non importa come la pensi su questa guerra. L'eroismo desta ammirazione sempre, perfino quello del nemico. E la difesa della città #ucraina di #Mariupol, circondata e assediata da 59 giorni, entrerà nella storia per il coraggio dei suoi difensori. Onore a loro». Era il 23 aprile, adesso il tweet risulta cancellato.

Sempre ad aprile, pochi giorni prima, si esaltava: «#Mariupol doveva cadere dopo poche ore, già il 24 febbraio. Circondata, senza rifornimenti, con i difensori in netta inferiorità numerica. Contro ogni previsione, ogni logica, ogni legge della natura un pugno di eroi ucraini difende la città da 47 giorni. Ed entra nella storia», scriveva l'11 aprile. Per poi aggiungere, lo stesso giorno: «E ora arriveranno i commenti dei codardi, di quegli omuncoli incapaci di qualsivoglia atto di coraggio o anche solo di dignità. Eccoli scatenare tutto il loro rancore contro chi ha il coraggio che loro non hanno mai avuto e mai avranno».

Certo è che il presunto Gianni Letta di Giorgia Meloni si trova abbastanza fuori linea, rispetto al riservatissimo dottor Letta originale. Mentre Fazzolari ha cominciato ad essere inseguito da richieste, amici di vecchia data spuntati dal nulla e affamati di poltrone, è saltato fuori che Fazzolari è una specie di idolo anche per gli appassionati di armi. Un Che Guevara della doppietta libera. Gira sul web una sua intervista, rilasciata in Lacoste nera alla Fiera Eos 2022 di Verona in cui, è trattato come un personaggio davvero importante già nella primavera scorsa, quando i più non ne conoscevano neanche il nome. 

«Sì, mi diverto e mi diletto nel mondo del tiro», gongola, Fazzolari in quell’occasione, mentre l’intervistatore lo magnifica e lo porta in trionfo come «motore trainante per la liberalizzazione del 9x19», volgarmente detto Parabellum, grazie al «meritorio» emendamento con cui senza particolari clamori ha «fatto uscire l'Italia dal Medioevo» facilitando l'uso dell’arma. Un’azione definita «quasi eroica», ma nata da un preciso afflato.

«Reputo che i possessori di armi abbiano diritto a maggiore tutela e maggiore attenzione di quella che di solito hanno», spiegava Fazzolari. Ecco, uno pensava le donne, i poveri, gli emarginati: invece no, l’orizzonte naturale è la lobby del tiro sportivo, che ha bisogno di più tutela. Fazzolari fino a quattro mesi fa era assai vigile. 

Raccontava infatti: «Ci sono attualmente delle proposte di legge molto preoccupanti che di fatto annullerebbero la possibilità di fare tiro sportivo. Alcune prevedono l’impossibilità di detenere munizioni a casa, ma solo al poligono, il che è irrealizzabile. Oppure l’obbligo di tenere le armi ai poligoni, creando delle sorte dei fortini nei poligoni». Un vero scandalo. 

«Fino alle assurdità che per poter richiedere un porto d’armi si debba avere l’assenso di tutte le precedenti relazioni anche affettive, il che rende la questione grottesca, irrealizzabile, oltre a dare la possibilità a ex mogli o ex mariti di rifarsi col vecchio partner non concedendo la possibilità di avere le armi», raccontava indignato Fazzolari.

È una vera fortuna che la legislatura sia caduta in anticipo, prima che queste terrificanti proposte di legge potessero minare la libertà di tutti. Ma adesso si pone un ulteriore problema: alla scarsa attenzione per la tutela degli appassionati di armi ha sin qui posto rimedio Fazzolari stesso, in persona, argine all’ingiustizia. Non sappiamo dire chi d’ora in poi si occuperà dei diritti di chi fa tiro sportivo. In Fratelli d’Italia e nella maggioranza in genere si usa dire in questi giorni, per qualsiasi cosa: «Chiedetelo a Fazzolari». Si potrebbe domandargli anche questo.

Giorgia Meloni, parla Silvano Moffa: vi svelo gli esordi della premier. Pietro De Leo su Il Tempo il 22 ottobre 2022.

«Eravamo alla vigilia del 2000». Racconta nella letizia dei ricordi Silvano Moffa. Nome storico della destra, tra i protagonisti della fase di An di cui fu parlamentare e soprattutto uomo che espugnò la Provincia di Roma, quando ancora era un ente a elezione diretta. In quell'occasione, con la sua presidenza della Giunta, in consiglio provinciale entrò Giorgia Meloni.

Facciamo un po' di amarcord, onorevole Moffa?

«13 dicembre 1998. La destra vince a Palazzo Valentini e c'era una giovanissima consigliera, la più giovane di tutti Giorgia Meloni. Peraltro, a quei tempi sperimentammo la formula delle primarie, quindi anche lei conquistò la sua candidatura vincendole».

Cosa ricorda della Giorgia Meloni «esordiente»?

«Profonda attitudine allo studio, all'approfondimento. Era costantemente presente sia in aula che in commissione, ed era molto concentrata su tutto ciò che riguardava le politiche giovanili. Non trascurava, poi, la militanza autentica, tra il suo quartiere e la storica sezione di Colle Oppio. Insomma, una ragazza che dimostrava grande dedizione e abnegazione, e un profondo senso di responsabilità. Poi allora le Province avevano ben altro peso rispetto a quello attuale».

Ha qualche aneddoto in particolare?

«Poteva capitare che in consiglio provinciale trattassimo anche di qualche specifico tema internazionale, che magari avesse a una particolare rilevanza culturale o sul piano dei diritti. Allora ci occupammo del popolo dello Sahrawi e dei contrasti con il Marocco. A Giorgia Meloni affidai la guida di una delegazione che si recò su quella terra. E quando tornò lavorammo a una conferenza, che poi effettivamente si tenne, per far incontrare i rappresentanti delle due parti. Era davvero una cosa inedita per una giovane della sua età».

Ora, alla guida del governo per la leader Fdi si apre un momento non facile. C'è un contesto socio economico molto complicato, e la coalizione non sempre va d'amore e d'accordo. Cosa prevede?

«Conosco il suo essere animata da una profonda sensibilità sociale, e l'attenzione verso i più deboli. Quanto agli alleati, è molto maturata. Sa quello che vuole ed è molto determinata, ma nel contempo ha anche una profonda perspicacia politica e sa trovare i P.D.L. punti di equilibrio»

Meloni, quando aveva 15 anni alla Garbatella... come è iniziato tutto. Renato Farina su Libero Quotidiano il 22 ottobre 2022.

Alle 11 del mattino ha fatto irruzione nel cortile del Quirinale. Era proprio lei, Io -sono -Giorgia, madre, cristiana, e tutto il resto. Sa molto bene chi è. E sa che è lì per nessun'altra ragione che sia diversa dall'essere Io-sono-Giorgia. Il voto popolare l'ha mandata a questo appuntamento con la storia proprio perché ha avuto quella vita e quei certi ideali che si fa fatica a nominare, per il pudore che deve circondare il tabernacolo della nostra essenza. Alle 11 guidava la delegazione di Fratelli d'Italia. Lei davanti, e i due uomini (capigruppo al Senato e alla Camera) appaiati come le gemelle Kessler, un paio di metri indietro. Per l'evidenza del merito si rendeva plastico il rovesciamento delle precedenze nella carovana consueta. Giorgia col passo deciso e l'anima tremante. Davanti, certo. Ma non sola. Non una donna sola al comando. A chi somiglia tra i personaggi della "compagnia dell'Anello" di Tolkien, che come tutti i militanti-fratelli-amici della sezione romana di Colle Oppio venera come una profezia? Ma sì: lei è Frodo, la piccola statura e l'altezza dell'intelligenza, la determinazione fino alla cocciutaggine, il coraggio fisico che sfida orchi e poteri truci. Ma ieri somigliava tanto anche a una principessa degli Elfi, di quelle con le frecce nella faretra, ed un lieve affanno nel respiro. Pensa. Sarò degna del compito? Intanto ci sono e ballo.

FEMMINA

È arrivata a diventare premier, la prima in Italia ad avere questa carica, e ci è arrivata portando sulle spalle due blocchi di granito: l'essere femmina e venire da destra. Incredibile a dirsi, ma come tutte le cose decisive nella vita delle persone e dei popoli, i "nonostante", si sono trasformati grazie alla fantasia che governa il destino in doni irresistibili, ali angeliche, o forse di drago. Dice di sé «la sottoscritta» nelle prime parole pronunciate da presidente del consiglio incaricato in pectore. La formula «il/la sottoscritto/a» sta nei moduli quando si fa la fila a uno sportello per qualsiasi domandina. Lei è così, una che si mette in fila, appartiene a quella fila di gente che da qualsiasi Garbatella del mondo cercano la felicità peri propri figli e nipoti. Porta con sé la certezza di non essere lì per caso, e dice subito un'altra parola: «Nazione». Servire la Nazione, gli interessi della Nazione. Evita la parola Paese riferita all'Italia, difficile sentirla evocare lo Stato. Usa la parola Patria con straordinaria parsimonia per analogia col comandamento sinaitico: non nominare il nome di Dio invano. Patriota si, altra parola tabù. Abbiamo imparato tante cose di lei. Urla ma non si sovrappone, studia le cose da dire, non quelle che sarebbe opportuno ripetere. Ingenua o pura, vedete voi. Quando promette qualcosa, Giorgia, come Muzio Scevola, appoggerebbe la mano (destra, ovvio) sul braciere. Gli altri metterebbero le mani avanti, verso il medesimo braciere, ma per prudenza tenendole un metro indietro. La sua storia è bellissima, come il suo presente. Dicevano di Giorgia Meloni, mamma di Ginevra, compagna di Andrea, fosse troppo romana, con quell'accento della Garbatella a chiuderla a chiave tra il Tevere e l'Aniene. Si è rivelata una panzana degli invidiosi. Tutti i leader naturali non riescono a stingere la propria origine, salvo perdere l'anima. Non se ne vergognano. Un video. Dura poco. Mattino Cinque, ore 9,23, 29 gennaio 2018. Le chiedono della piccola Ginevra. Subito si chiude, mette conserte le braccia, per pudore, e così si scopre di più. Le chiedono, cosa vorrebbe scrivesse di lei in un tema sua figlia tra qualche anno: «Che ha una mamma patriota, una persona che ha fatto tutto quello che poteva per lei e per il posto dove abita. Cerco di tenere in bilico le cose». Insistono: ma non c'è il rischio che sua figlia dica che la madre è una patriota ma che la vede poco? E lei risponde con un sospiro: «Certo». E gilabbra morde le ra la faccia, si col rossetto, e non sa più dir nulla, piange e sorride, risorride. Fantastico. Viene in mente tutta la sua vita. Il padre era comunista, la madre di una destra alla Predappio. L'uomo prende una barca a vela, e se ne va alle Canarie, apre un ristorante, e addio. Lascia due sorelline. Che giocando ai fiammiferi incendiano la casa. Sul serio.

CANDIDA 

A quindici anni, dinanzi allo spettacolo della politica ladra bussa a una sezione del Movimento sociale. Non è nostalgica di niente. Sogna «una politica candida come la neve». E lì s' imbatte in qualcosa che corrisponde al suo desiderio. La comunità politica detta i Gabbiani, il cui leader è Fabio Rampelli, un giovane architetto, nazionale di nuoto e intellettuale. I Gabbiani, con quel nome alato, non fanno solo politica: è un circolo umanamente totalizzante. Sono quella che i nemici chiamano una setta, ma che è anzitutto un'amicizia con un'idea forte e cristallina del mondo, e il sogno di cambiarlo, mantenendosi uniti e il resto accada. Parsifal, gli Hobbit, Atreyu. Giorgia fonda un gruppo studentesco che si chiama spiritosamente "Gli Antenati". Una leader nata. Si ritrovavano tutti i lunedì alle sette della sera al "Richiamo del corno", a Colle Oppio. A condurre le meditazioni oltre a Rampelli, Marco Marsilio, Marco Scuria... Hanno idee di destra? Sì ma imprevedibili nelle applicazioni. Si ritrovano a leggere un articolo di giornale, dopo di che interuna pagiventi liberi. Oppure na di Tolkien o Jünger, ma anche di Buzzati, Pasolini. Nel 2000, Giorgia si innamora di una causa: il Fronte del Polisario! Va in tenda a difendere i neri Sharawi nella loro volontà d'indipendenza dai maghrebini del Marocco e dagli spagnoli. Si mantiene facendo la cameriera alla discoteca Piper (gli altri politici della sua generazione lo frequentavano per l'aperitivo), fa la babysitter e capita in casa di Fiorello, che avendola conosciuta sul lavoro, brava e capace, fa una dichiarazione di voto a suo favore. E' stata vicepresidente della Camera a 29 anni. Poi ministro per la Gioventù. Cerca aria fuori dal Pdl. Non si sposta dalle sue convinzioni. Tradizione e modernità. L'aborto? Avrebbe dovuto essere la sua sorte quello di essere schiacciata nel ventre della mamma: alla fine disse di no. Rispetto per tutti, ma no matrimoni omosessuali, e soprattutto niente adozioni gay. Asili nido gratuiti. Presepi nelle scuole (e a casa sua). Europa dei popoli e delle Nazioni, sovranità italica. Dalla coda di cavallo e dai blue-jeans e giacca a vento è passata al tailleur e al fondotinta, persino ai tacchi. Dice che lo fa un po' per piacere agli altri, ma soprattutto al suo uomo. Si sposerebbe subito, ma toccherebbe all'uomo farle la proposta. I consiglieri d'immagine propenderebbero per il matrimonio tradizionale. C'è qualcosa di più prezioso dell'immagine, dice lei: ed è il rispetto di chi ami. D'accordo. Ma Andrea, che aspetti? Hai paura di fare la figura del marito della Merkel? 

Da video.repubblica.it il 25 ottobre 2022.

Nel 2006 Stefano Cappellini intervista la ventinovenne Giorgia Meloni, alla vigilia delle elezioni politiche nelle quali sarà poi eletta risultando la più giovane parlamentare della legislatura. Il programma è Gong, va in onda su Nessuno Tv, in ogni puntata interroga con domande incalzanti giovani candidati under 30 e un "vecchio" della politica, Giorgio Napolitano in quell'occasione. 

Nelle risposte a Cappellini, rilanciate ieri dalla trasmissione de "La 7" di Enrico Mentana Diario Politico, Meloni fissa le sue idee, punti fermi del futuro agire politico: identità, amore per la patria, contrarietà alla legalizzazione delle droghe leggere, soglia di stipendio minima 1500 euro, al di sotto della quale si entra in povertà.

Giorgia Meloni, il video del 2006: "La differenza tra destra e sinistra". Libero Quotidiano il 26 ottobre 2022

I sondaggisti sono unanimi: è la coerenza l'arma segreta di Giorgia Meloni, quella che le ha permesso di stravincere le elezioni del 25 settembre dopo aver tenuto ostinatamente Fratelli d'Italia all'opposizione per 10 anni, dalla fondazione del partito a oggi. E una vecchia intervista risalente al 2006, con una giovanissima Meloni allora esponente di Alleanza nazionale incalzata dal giornalista Stefano Cappellini, conferma come in 16 anni il Meloni-pensiero non sia cambiato di una virgola. Semmai, si sia articolato e aggiornato, trovando nuova forza.

E' Enrico Mentana, direttore del TgLa7, a ripescare dagli archivi quel minuto "illuminante" mandandolo in onda a Diario Politico, lo speciale di La7 sulla nascita del nuovo governo. Le domande di Cappellini si susseguono a raffica, la Meloni risponde chiara, precisa, telegrafica. 

"Mi sono iscritta al partito nel 1992, perché ho pensato dopo l'omicidio di Borsellino che non si potesse restare a guardare". Tre aggettivi per definire il suo partito: "Identità, comunità, spiritualità". Valeva per l'Msi, per l'AN degli albori, a maggior ragione oggi per FdI. Favorevole alla legalizzazione delle droghe leggere? "Assolutamente no, mai fumato uno spinello né provate droghe". Se un politico è omosessuale deve dichiararlo? "A sua discrezione, non mi interessa". 

Se dovesse spiegare a un ragazzo la differenza tra destra e sinistra? "La destra antepone a tutto l'amore per la propria terra, la sinistra l'amore per la propria ideologia". E l'aborto? "Non cambierei la legge 194, però l'applicherei". Benito Mussolini? "Un personaggio storico", taglia corto con un sorriso. E il suo testo politico di riferimento: "Il signore degli anelli di Tolkien".

Essere Giorgia. Un filmato della Meloni ventinovenne che avrebbe dovuto svegliare la sinistra, e invece no. Guia Soncini su L'Inkiesta il 26 Ottobre 2022

Mentana ha ritrovato un’intervista del 2006, dove c’era già tutto. Prima o poi arriverà il giorno in cui i progressisti troveranno formule più efficaci di «se sei contro l’aborto, non abortire». Ma non è questo il giorno

Può accadere d’essere così convinti d’essere nel giusto da non prendersi il disturbo d’argomentare, e che quindi i cattivi risultino più efficaci nell’esposizione delle loro argomentazioni rispetto ai buoni, e guadagnino più consenso?

Lunedì, mentre come tutte quelle (poche) che non sono diventate antiabortiste appena smesso d’essere fertili ero in preda allo sconforto perché, sulla Stampa, c’era un articolo di Eugenia Roccella più centrato nel difendere l’avversità all’aborto di quanto lo siano in genere le difese di quella possibilità, ho acceso la tv.

Enrico Mentana era ancora in diretta nonostante il governo avesse ormai giurato e al discorso della Meloni alla Camera mancassero diciotto ore. Neanche il tempo di dire mandatelo a san Patrignano, disintossicatelo da questo bisogno di diretta quotidiana, ed è arrivato il capolavoro.

Il filmato, che io non avevo mai visto e di cui nessun redattore televisivo pagato per farlo si era evidentemente ricordato o accorto negli ultimi mesi, era di quando Giorgia Meloni aveva ventinove anni, e se l’avessero trasmesso un mese fa mica lo so chi avrebbe arginato il consenso della bionda (ora mi dicono che sono sessista perché voglio rimettere al suo posto una donna di potere enfatizzandone il colore di capelli: che fatica).

È il 2006, su Mtv va in onda un programma intitolato “Avere vent’anni”, lo conduce Massimo Coppola, forse l’uomo più detestato da chiunque in quel mondo in cui pure abbondano le antipatie che è la cultura italiana. Nella meravigliosa tranche di cui ci ha fatto dono Mentana, Coppola segue Meloni, allora presidente di Azione Giovani e che di lì a poco diverrà per la prima volta deputata (e vicepresidente della Camera), in uno studio televisivo dove si confronterà con Giorgio Napolitano (non ancora presidente della Repubblica), e poi insiste per riaccompagnarla a casa a filmare la sua collezione di angeli (lei obietta: «mia madre non sarebbe contenta, quella poi si deve vestire», e già lì sono un milione di punti-eleggibilità).

A volte le cose di quindici anni prima sembrano di centocinquanta, e questo meccanismo di relativismo mnemonico riluccica quando Coppola chiede a Meloni dei Pacs. I Pacs, mamma mia, neanche i 45 giri sembrano così antichi. E poi ci furono pure i Dico, che vatti a ricordare in cosa differissero. Non mi ricordavo quale fosse stato l’atteggiamento perdente della sinistra in quel caso, finché Coppola non lo incarna.

Dice Coppola a Meloni, indicando l’operatore che li sta filmando, eh ma sei io e lui restiamo vedovi e vogliamo andare a vivere insieme perché non abbiamo abbastanza soldi per stare da soli, e mi risale un camion di madeleine digerite meno della peperonata: le vecchiette! La sinistra fu così fessa e vile da non dire che voleva regolamentare le relazioni omosessuali, ma da nascondere i Pacs sotto il ricatto della vecchietta rimasta sola che vive con un’amica perché con due pensioni forse si campa. Che imbarazzo. Che consuetudine.

È così per tutto. Non vogliamo una legge sull’aborto perché mica sarete scemi a pensare di farci partorire a forza figli che non vogliamo, no: la vogliamo per usarla pochissimo, giurin giuretta, ci serve perché altrimenti le donne moriranno di aborto clandestino, non vi sentite in colpa, e comunque sappiate che ogni (rarissima) volta che useremo una legge che c’è soffriremo tantissimo.

Non vogliamo che quelli nati col pisello possano essere chiamati in modi femminili perché ognuno deve potersi sentire e far chiamare come gli pare, e se uno si realizza a fare la sorella Bandiera non solo sul palco ma anche nella vita chi siamo noi per vietarglielo: vogliamo diritti per i transessuali perché sennò si ammazzano, non la vedi l’epidemia di suicidi dei Gennaro che non possono farsi chiamare Maria Concetta?

La sinistra, le questioni di diritti civili, le ammanta sempre di ricatto morale che sottintende: non è un diritto cui abbiamo diritto perché è incivile non avercelo, è una concessione che ci fate perché sennò succedono cose bruttissime che succedono nello zero virgola qualcosa dei casi che questo diritto dovrebbe regolamentare.

Giorgia Meloni, che è più sveglia di Coppola (il quale, capendo l’immaginario come io capisco il calcio, la cazzia per aver detto che il suo testo politico di riferimento è “Il signore degli anelli”), ma soprattutto è molto più sveglia di noi, gli dice ma è un finto problema, «Lo Stato tende a normare quello che è utile, lo Stato non norma l’amicizia, te lo sei mai chiesto perché? L’amicizia è una cosa brutta? L’amicizia è la cosa più bella che esiste al mondo. Lo Stato tende a normare ciò che serve per la sua crescita, quindi norma la famiglia perché la famiglia procrea e manda avanti la società» (Coppola, che è fesso come il retore medio di sinistra, obietta «ma sai quanta parte del pil è prodotta dagli omosessuali»; lei, che è generosa con l’avversario in difficoltà, non gli chiede quanto pil producano le vecchiette con la pensione bassa).

La Meloni – che essendo di destra difende una linea di destra: è necessario ribadirlo giacché viviamo in un contesto che trasecola pure se il Papa fa affermazioni da cattolico – gli dice ma tu non vuoi che la vecchietta possa stare in ospedale al capezzale dell’altra vecchietta perché è sul suo stato di famiglia, tu vuoi equiparare le convivenze gay al matrimonio. «Che vuol dire che hanno le stesse prerogative del matrimonio?». Coppola non raccoglie il sottinteso, e cioè: quindi tu vuoi far adottare bambini ai busoni, scostumato.

Ma, se il sottotesto non osano esplicitarlo quelli che propongono le leggi, possiamo aspettarci che lo espliciti un conduttore di Mtv? Se mai una deputata è andata in tv a dire state dicendo che volete far partorire le donne a forza, rendiamoci conto, certo che esiste l’aborto ed esisterà sempre e sarà sempre un nodo etico che non si risolve, ma siccome non potete mettermi un tappo e farmi restar dentro per obbligo un feto che si sviluppa allora ce ne si fa una ragione: se è consentito tagliare la corda dello scalatore dietro di me per non far morire pure me in montagna, è consentita anche quella pratica per la quale io non faccio un plissé e che voi invece pensate sia strage d’innocenti – se mai una deputata è andata in tv a dire anche solo «certo che ho abortito, come tutte», possiamo mai pensare che le pensatrici di sinistra trovino formule più efficaci di «se sei contro l’aborto, non abortire»?

La destra non è una: esistono destre diverse e nemiche. Chi è Giorgia Meloni, la prima premier donna italiana più peronista che thatcheriana. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 23 Ottobre 2022 

Abbiamo visto sfilare il governo di Giorgia Meloni al Quirinale e dunque la cosa è fatta e tira una grande bonaccia delle Antille, a vele flosce come quando sta per scatenarsi l’ira degli elementi ma tutto sembra sereno e armonico. Tutto bene, tutto placido, tutto sobrio e ben vestito, ma tutti sanno che questo è un governo che cammina sul filo. Che cosa farà Meloni, ora che è insediata al governo della Repubblica con le consultazioni più rapide della storia? È blindata e protetta da buoni consiglieri e sta attentissima a non fare passi falsi, ma per come stanno le cose, saranno i fatti a determinare la sua politica piuttosto che il contrario.

In Italia e nel mondo si fa sempre una dannata confusione, quando si parla di destra, tra una destra conservatrice liberale e una destra contenente un frammento di Dna fascista, cioè incline al socialismo di Stato. Mettere sullo stesso piano inclinato la dimissionaria Prime Minister Liz Truss con la nascente Presidentessa del Consiglio italiano Giorgia Meloni, crea una distorsione ottica. Ed è una distorsione sempre molto incoraggiata a sinistra perché nasconde la questione fondamentale: chi e come crea la ricchezza che poi, dopo, si cerca di distribuire? La ricetta della Truss, mal scopiazzata da quella che Donald Trump applicò con enorme successo fino all’arrivo della pandemia, non consiste nel “tagliare le tasse ai ricchi” ma nel tagliare le tasse a chi produce ricchezza affinché possa investire più soldi nelle aziende creando posti di lavoro.

Potrebbe Giorgia Meloni darsi a un tale stravagante sport, oggi in Italia? Onestamente: ma quando mai? Già, che Salvini possa varare la flat tax sembra una chimera alimentata da una follia. Da noi non si tratta di far arricchire i ricchi e impoverire i poveri – altro perdurante scenario fiabesco che incorpora sia la ricca e perversa regina Brunilde (di sicuro thatcheriana) che la sguattera Biancaneve con i sette minatori con cui convive, molto gettonato – ma di permettere alle aziende di non crepare, di assumere anziché licenziare mentre già stanno crepando per i costi energetici, l’inflazione galoppante e una pressione fiscale tanto tirannica, quanto sciocca.

I giornali inglesi non hanno resistito alla facile analogia e si sono sprecati in commenti al sugo e alla pizza coi funghi, secondo gli adorati clichet: ecco la Truss in copertina con l’elmo di Scipio e lo scudo alla marinara mentre brandisce una forchettata di spaghetti della stessa scatola di quelli pubblicati negli anni Settanta del tedesco Spiegel, con l’aggiunta -allora – di un revolver e il titolo “Spaghetti in salsa cilena” alludendo al golpe che installò Augusto Pinochet alla Moneda, dopo aver eliminato Salvador Allende. Quando si parla di “destra” bisognerebbe sempre stabilire prima che cosa si intende: se quella anticomunista conservatrice ma liberale di Winston Churchill; o quella dei socialismi nazionali come quella di Adolf Hitler.

Nessuno al mondo potrebbe mai dire che i due fossero separati soltanto da qualche grado di estremismo. Fra quei due – e tutti i loro successori ieri oggi e domani – lo stato dei rapporti può essere uno solo: guerra mortale all’ultimo sangue. La Meloni si è vista analizzare il suo di sangue, in Italia e da tutto il mondo, perché si è fatta le giovani ossa come militante di quella destra sociale derivata dalla componente socialista del regime mussoliniano. Quindi Meloni e la Thatcher, o Meloni e Theresa May (per non dire di Meloni e la Truss), c’entrano fra loro come i leggendari cavoli a merenda. Semmai si potrebbe azzardare qualche affinità con Evita Peron anche per la retorica scandita in spagnolo. “Soy Giorgia, soy Evita…” .

Eppure, è quasi impossibile resistere alla tentazione, già che parliamo di destra, di mettere le due donne, Giorgia e Liz, nello stesso cesto. La destra di radice illiberale è nemica della finanza, del neoliberismo, dell’ancòra più liberismo selvaggio, dei neocon. Probabilmente si è creata una leggenda storica molto curiosa e dagli effetti perversi secondo cui le donne che nella storia recente hanno raggiunto il potere del governo, sono sempre state delle dure, inflessibili e determinate come la Thatcher quando prese di petto lo strapotere sindacale dei minatori e non ebbe pace, né l’Inghilterra ebbe pace finché non vinse. E quando l’Argentina tentò di sottrarre alla Corona inglese le lontane isole Falkland, mandò la flotta oltre l’Atlantico per fare la guerra e vincere.

Si possono aggiungere Indira Gandhi, che fece guerra al Pakistan e Golda Meyr fondatrice dello Stato di Israele che combatté senza sosta. Ma per l’immaginario collettivo, o a posti singoli ,della sinistra si tratta quasi sempre di donne sadiche come la Thatcher, o pazze come questa Liz Truss che pretendeva di applicare la ricetta Trump in una salsa inglese. Quella formula negli Stati Uniti ha funzionato clamorosamente per due anni facendo registrare il più alto tasso di occupazione e la più drastica riduzione della povertà generale, facendo volare i mercati, le banche, i risparmiatori e l’economia tutta. Nel Regno Unito i conservatori sono agli sgoccioli e i laburisti chiedono elezioni anticipate, ma la Costituzione non scritta, e dunque precisa come un teorema, non lo permette: i Tories hanno vinto e la maggioranza e tocca a loro. Prova ne sia che già si scalda in panchina il redivivo Bojo, acronimo di Boris Johnson.

E da noi? Esiste davvero una destra liberista e liberale? Forse liberale sì, in Forza Italia , Ma il liberismo selvaggio e assassino non ha mai abitato qui e semmai la Meloni rappresenta un suo antidoto spontaneo. Il vero rischio del governo Meloni sta nella fragilità della necessaria concordia sulla politica estera. Mario Draghi, lasciando Bruxelles tra applausi e discorsi ufficiali ha detto che non darà consigli al nuovo governo italiano e tanto nobile distacco non si sa sia portatore di autonomia e fiducia o dall’istinto che consiglia di saltare dalla barca e raggiungere la riva a nuoto. 

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

Giorgia, prima donna premier, è già nella storia. E se farà bene sarà leggenda. Daniela Missaglia su Panorama il 22 Ottobre 2022

Accettando l’incarico dalle mani del Presidente della Repubblica, l’Italia ha finalmente un Premier donna: Giorgia Meloni. Il primo della sua storia. Un Premier, una Premier, maschile, neutro, femminile, fate un po’ come volete. Non ci incistiamo sul lessico di ‘boldriniana’ memoria: andiamo alla sostanza. La sostanza dice che il Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica italiana, dopo 74 dalla Costituente, è una donna, giovane ma fortissima.

Giorgia Meloni è la riprova che l’Italia è finalmente matura e ha abbattuto tutte quelle barriere culturali che ci hanno legato ad un atavico maschilismo patriarcale in cui appartenere all’altra ‘metà del cielo’ significava obbligatoriamente rinunciare a coltivare i sogni più grandi. Giorgia Meloni è anche la dimostrazione che le avversità della vita temprano. In pochi erano al corrente della sua triste e incredibile vicenda familiare fino a che, un’altra donna, la giornalista e volto televisivo Rula Jebreal, ha odiosamente evocato, in un tweet, la storia di suo padre, arrestato in Spagna per traffici illeciti. Curioso che proprio colei che, da palestinese ed esponente di sinistra, si è battuta quotidianamente contro la discriminazione, abbia ceduto alla tentazione di cadere in una così meschina sortita che riassume l’essenza stessa del razzismo più becero, attribuendo una sorta di impronta generazionale all’On Meloni. Come se le colpe dei padri ricadessero geneticamente sui figli. Voglio sperare che Rula Jebreal non sapesse che Giorgia Meloni fu abbandonata dal padre quando aveva solo un anno e che lo vide, per l’ultima volta, nel 1988, in un giardino pubblico romano, nemmeno riconoscendolo. Un uomo che si è limitato a fornire il seme per generare Giorgia Meloni e la sorella e poi se n’è fuggito, lasciando nel cuore delle figlie un vuoto doloroso che, come ha chiarito la madre della nostra Premier, “a Giorgia è costato solo lacrime”. Rula Jebreal non si è nemmeno scusata ma ha rilanciato denunziando un clima di misoginia, islamofobia e razzismo, come un bambino che prima brucia casa e poi censura la reprimenda dei genitori. Lasciamo stare e torniamo al dolore di Giorgia Meloni, strumentalmente solleticato solo per denigrarla.

Quelle lacrime hanno irrorato le radici di una guerriera che, cresciuta nel quartiere ‘rosso’ della Garbatella, si è saputa distinguere, lottare per i propri obiettivi senza avere santi in paradiso o conoscenze altolocate, scalando uno a uno i gradini che l’hanno issata sullo scranno più alto del Parlamento italiano. Qualcuno ha scritto che le donne hanno un solo difetto: dimenticano sempre quanto valgono. Credo che Giorgia Meloni non l’abbia mai dimenticato e abbia usato, con pazienza e umiltà, la caparbietà che la grande maggioranza degli elettori italiani hanno riconosciuto tributandole il loro voto. Ci sono voluti anni, certo, ma come ebbe a dire il primo sindaco donna di Ottawa, in Canada, qualsiasi cosa facciano le donne devono farla due volte meglio degli uomini per essere apprezzate la metà. L’Inghilterra ha esultato per la prima donna Premier dopo l’indimenticabile Margareth Tatcher, Liz Truss, ma è durata meno di un gatto in tangenziale; la Germania non ha più nemmeno nel mirino un’erede della Merkel e gli Stati Uniti d’America ancora devono eleggere un Presidente donna. Auguri quindi a Giorgia Meloni, pur con tutte le riserve politiche che ognuno di noi ha il diritto di serbare nella logica di un Paese libero e democratico. Auguri all’Italia in questo momento difficile in una congiuntura internazionale connotata da guerre e crisi energetiche.

Se Giorgia vincerà la sfida, ciò che è già storia potrebbe addirittura diventare leggenda.

Da adnkronos.com il 24 Ottobre 2022.

"Giorgia Meloni è una donna unica nella storia d'Italia: invece di piagnucolare per le quote rosa ha preso il timone di una nave che affonda e naviga con le idee chiare". Non usa giri di parole Tinto Brass, il maestro del cinema erotico italiano, per commentare con l'AdnKronos l'inizio del nuovo governo guidato dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. 

"La sinistra - rileva Brass - ha tradito le donne. Allora io preferisco parlare con Giorgia piuttosto che con Letta o Renzi, forse perché alla inettitudine prediligo il coraggio". Oggi, fa notare il regista, tornano parole come Dio, patria e famiglia, "valori in nome dei quali tutti i miei film, 29 su 30, sono stati censurati.

Fascismo? Non è la parola giusta. E' del tutto naturale che movimenti reazionari guadagnino spazio in questo momento di crisi. Sono loro la migliore espressione della disperazione di un popolo. Ma chi preferisce dare spazio a politiche identitarie invece che accogliere le differenze può provocare enormi violenze ed esserne travolto. Lo sappiamo come va a finire, sono le dinamiche del potere ma per questo bisogna aspettare un po'". 

Quanto ai nuovi dicasteri, "scorrendo la lista leggo che c'è il ministero della Famiglia, Natalità e Pari opportunità...ma cara Giorgia - dice ironico Brass - per incentivare la natalità non sono necessari dei bonus o dei voucher: la sera basta proiettare i miei film erotici in tutte le sale italiane con ingresso gratuito".

Meloni premier fa l’Italia più “progressista” e mette in crisi visione e metodo di sinistra: ecco perché. Carmelo Briguglio su Il Secolo d'Italia il 24 Ottobre 2022.

Giorgia Meloni mette in crisi la cultura della sinistra. E certo, figuratevi se non capisco l’effetto della botta dalla quale il fronte progressista si deve riprendere. L’Usigrai e la “resistenza determinativa” a “il” in nome del “lei” sono un sintomo di reazione alla Reazione; d’accordo, leggero e ridévole, direte. Invece, é meno soft di quanto immaginiate. Riflettete e analizzatela: non é crisi solo politica. É transpolitica: culturale, estetica; é storica. Taglia alle radici la “ragione” dell’essere progress. Se la prima donna nella storia d’Italia a diventare capo del governo italiano é di destra, la questione é più profonda; mette in discussione non solo e non tanto l’attuale o le attuali leadership della sinistra, ma tutta la sua storia nel dopoguerra; ne interroga in modo traumatico percorso, visione e metodo. 

Giorgia Meloni mette in crisi la cultura della sinistra

E ne fa vacillare – é questo su cui richiamo il vostro pensare – le “politiche dei diritti”, quelli di nuova generazione: l’uguaglianza sostanziale, le politiche di genere, ossia i quark del suo universo valoriale. Insomma mette in dubbio che la “rive gauche” sia tuttora tra «queste rive son dell’umana gente le magnifiche sorti e progressive» del nostro conte-poeta Giacomo. L’ingresso della Meloni a Palazzo Chigi incide crepe nella “loro” simbologia, col suo incrocio di significati e luoghi generatori di senso; fende architetture verbali e formali: spesso solo astrazioni intellettualistiche con scarsa adesione alla realtà. Che sono state costruite sulle politiche di genere, sulla condizione femminile, su parità e pari opportunità; con tutto il seguito di eccessi in legislazioni e assessorati ad hoc; di progettualità pseudo-filosofiche: il non poco di sovrastrutture di immagine e superficie.  

La Meloni emancipa l’Italia anche sul “loro” terreno

Una psicosfera sopraffatta dal principio di realtà che si invera così: la conservative Meloni, diventando presidente del Consiglio, emancipa l’Italia, anche sul “loro” terreno: la rende più “progressista”. E, qualche minuto di attenzione, intendo in quel campo tanto contemporaneo ed “europeo”, qual é quello del Genere. Come, perché ? Ah, ragazze e ragazzi miei: quanto ancora devo scrivere per farvi comprendere la rupture-radicale – eh sì, radicale – di questa svolta? Quanti tasti e quante volte devo ancora pigiare ? Non lo sapete ? Ecco qua. Nell’indice Eige sull’uguaglianza di genere 2021 l’Italia ha un punteggio di 63,8 su 100; siamo sotto la media europea: solo al 14° posto tra i 27 Stati membri dell’Ue. Siamo più giù dei maggiori Paesi dell’Unione: Francia, Germania, Spagna. E molto lontani da quelli del Nord Europa, naturalmente. Un altro minuto per dare uno sguardo al mondo; guardate un po’ qui: l’analisi 2021 del World economic forum sul Global Global Gender  Gap – “Gender” non vi piace eh, ma dài non siate sospettosi –  l’Italia é 63esima su 156 Paesi. 

La dea Uguaglianza e le disparità italiane

Hanno misurato la nostra disparità di genere nel campo della politica, dell’economia, dell’istruzione e della salute, chiaro ? Lascio perdere i primi della classe, i soliti “nordici”; ma, cavolo, siamo il fanalino di coda – ultimi dati, giuro, poi vi lascio in pace – tra i Paesi europei: la Germania é all’11° posto, la Spagna al 14° posto, la Francia al 16°, il Regno Unito al 23°.  Mi fermo: le statistiche sono dure da ingoiare, sono fredde e in questo caso pure negative. Ma aiutano a ragionare. E passo a un filone parallelo, dove volevo portarvi. Alla Costituzione. Ah, quanto fu e viene evocata, “contro”. Occhei, ci sto. 

L’articolo 51 della Costituzione: attuarlo ora é più facile

Ma, ricordate l’articolo 51 della Carta più bella del mondo che dice? Ripassiamone il primo comma: «Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini». Ricordate quando fu cambiato? Ve lo dico io: nel 2003 con voto bipartisan, a larga maggioranza (era premier Berlusconi); la legge costituzionale n. 1 vi aggiunse il secondo periodo della norma. Vi risparmio tutto il “giuridico”, le sentenze della Consulta et cetera.

Da Giorgia Meloni la più puntuale attuazione della Costituzione

E andiamo al punto politico: in venti anni, abbiamo fatto qualche passetto in avanti, ma – vedi i numeri sopra – siamo tuttora “arretrati”, per dire: la Dea Uguaglianza sta male in Italia. Ma – vedi un po’ tu che scherzi combina l’eterogenesi dei fini – il prossimo anno solo il fatto che una donna sia diventata capo del governo, ci farà scalare molte posizioni in quelle graduatorie planetarie. Certo numeriche, ma anche “culturali”; di considerazione tra istituzioni internazionali che a questo tipo di “cultura” guardano; con cui ci pesano come Nazione.

Le classifiche mondiali diranno che l’Italia é diventata più moderna, più progressista, più al femminile, più paritaria

Diranno – a denti larghi o stretti, non vi so dire – che l’Italia é diventata più moderna, più progressista, più al femminile, più paritaria: più quello che vi pare, ci siamo capiti. E soprattutto – seconda conclusione – é la Meloni a “fare” la più puntuale attuazione della Costituzione e di quell’articolo 51. Con la sua persona: ne sarà la metafora viva; modello e stimolo per tutte le italiane. Nella società e nelle istituzioni. Oltre la destra e la sinistra. Chi lo doveva dire? E sì, la storia delle idee si prende le sue rivincite; lo sapevate, no? 

L’incredibile accusa della Boldrini: “Il partito della Meloni doveva chiamarsi Sorelle d’Italia”. Marta Lima su Il Secolo d'Italia il 24 Ottobre 2022.

Nelle ore in cui infuria la polemica delle femministe di sinistra contro Giorgia Meloni, che non si piega al linguaggio di genere imponendo a tutti di chiamarla “il presidente” e non “la presidente”, scende in campo con una delle sue inimitabili sciocchezze l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, che si spinge oltre ogni immaginazione, sostenendo che il partito del nuovo premier è maschilista e dovrebbe chiamarsi “sorelle d’Italia” e non solo “Fratelli”.

La Boldrini oltre ogni limite: critica la Meloni per il nome del suo partito

Ieri anche l’Accademia della Crusca si era espressa in maniera categorica: la Meloni può farsi chiamare come vuole, come aveva spiegato il presidente Claudio Marazzini all’Adnkronos, secondo cui non si può interpretare il maschile non marcato come un errore di grammatica: “Chi preferisce le forme tradizionali maschili ha diritto di farlo”.

Nonostante tutto, Laura Boldrini, oggi, sulla sua pagina Twitter, ha scritto cose deliranti: “La prima donna premier si fa chiamare il presidente. Cosa le impedisce di rivendicare anche nella lingua il suo primato. La Treccani dice che i ruolo vanno declinati. Affermare il femminile è troppo per la leader di FdI, partito che già nel nome dimentica le Sorelle?”.

L’ironia di Fratelli d’Italia e della rete

L’unico commento politico, al momento, è quello del deputato di FdI Andrea Del Mastro, glaciale: “La psicopolizia del linguaggio”.

In rete, invece, sulla stessa pagina della Boldrini, si va di sfottò e di rabbia: “Io voto a sinistra, mannaggia a me, ma quando leggo queste stronzate non mi stupisco che al governo ci si la destra”.

“Per la legge io sono il ‘medico veterinario responsabile di…’ e a me, da donna, va benissimo Per inciso ‘la veterinaria”‘ invece è il nome scelto da diverse farmacie che vendono esclusivamente farmaci veterinari”.

“Anche per l’inno nazionale è troppo. Che dice il treccani (o la treccana) sul primato di Mameli?”.

“Non è che ora riesce fuori la roba della Matria al posto della Patria, vero?”.

“Avanti così con queste cazzate facciamoli arrivare al 50% dai che la strada è giusta”.

Il Papa: «La famiglia è fatta da un uomo e una donna che creano. Le ideologie distruggono tutto». Valeria Gelsi  su Il Secolo d'Italia il 24 Ottobre 2022. 

Il Papa è tornato a puntare l’indice contro le ideologie che «rovinano» e «fanno una strada di distruzione». Stavolta l’ha fatto parlando della famiglia che, ha avvertito, «non è un’ideologia, è una realtà», «fatta di un uomo e di una donna che si amano e creano». È partendo da qui, dunque, è stato il monito del Pontefice, che «la cultura della fede è chiamata a misurarsi, senza ingenuità e senza soggezione, con le trasformazioni che segnano la coscienza attuale dei rapporti tra uomo e donna, tra amore e generazione, tra famiglia e comunità».

Il Pontefice racconta «la più bella teologia sulla famiglia»: una coppia sposata da 60 anni

L’occasione per tornare a riflettere non solo sulla famiglia, ma sulla portata distruttiva delle ideologie è stata per Bergoglio l’udienza con la Comunità accademica del Pontificio istituto teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del matrimonio e della famiglia. «Per capire la famiglia dobbiamo sempre andare al concreto: le ideologie rovinano, si mischiamo e fanno una strada di distruzione. Non dobbiamo aspettare che la famiglia sia perfetta, per prenderci cura della sua vocazione e incoraggiare la sua missione», ha detto il Papa, raccontando a braccio un aneddoto di «quando facevo il saluto in piazza prima della pandemia». «È venuta una coppia, sembravano giovani: 60 anni di matrimonio. Lei a 18, lui a 20… “Non vi annoiate dopo tanti anni? State bene?”. Si sono guardati, se ne sono andati e sono tornati un’altra volta. Piangevano: “Ci amiamo”. Dopo 60 anni. Questa – ha sottolineato il Papa – è la più bella teologia sulla famiglia che ho visto».

«Noi non siamo profeti di sventura, ma di speranza»

«La missione della Chiesa sollecita oggi con urgenza l’integrazione della teologia del legame coniugale con una più concreta teologia della condizione famigliare», ha spiegato Bergoglio, sottolineando che «le inedite turbolenze, che in questo tempo mettono alla prova tutti i legami famigliari chiedono un attento discernimento per cogliere i segni della sapienza e della misericordia di Dio». «Noi non siamo profeti di sventura, ma di speranza. Perciò, nel considerare i motivi di crisi, non perderemo mai di vista anche i segni consolanti, a volte commoventi delle capacità che i legami famigliari continuano a mostrare: in favore della comunità di fede, della società civile, della convivenza umana. Tutti abbiamo visto quanto siano preziose, nei momenti di vulnerabilità e di costrizione, la tenacia, la tenuta, la collaborazione dei legami famigliari». «Molto, in questa società piena di crepe, dipende dalla ritrovata letizia dell’avventura famigliare ispirata da Dio», ha osservato il Pontefice.

Il Papa: «La famiglia non è un’ideologia, è una realtà»

«La qualità del matrimonio e della famiglia – ha detto ancora Francesco – decide la qualità dell’amore della singola persona e dei legami della stessa comunità umana. È perciò responsabilità sia dello Stato sia della Chiesa ascoltare le famiglie, in vista di una prossimità affettuosa, solidale, efficace: che le sostenga nel lavoro che già fanno per tutti, incoraggiando la loro vocazione per un mondo più umano, ossia più solidale e più fraterno». «Dobbiamo custodire la famiglia ma non imprigionarla, farla crescere come deve crescere. Stare attenti alle ideologie che si immischiano per spiegare la famiglia dal punto di vista ideologico. La famiglia non è un’ideologia, è una realtà. E una famiglia cresce con la vitalità della realtà. Ma quando vengono le ideologie a spiegare o a verniciare la famiglia succede quello che succede e si distrugge tutto. C’è una famiglia che ha questa grazia di uomo e donna che si amano e creano, e per capire la famiglia dobbiamo sempre andare al concreto, non alle ideologie».

Comunismo e femminismo pari sono: ecco perché la premier donna agita la sinistra. Francesca De Ambra  su Il Secolo d'Italia il 24 Ottobre 2022. 

È prima volta di una donna a Palazzo Chigi, ma le vestali del femminismo si bardano a lutto: «Una di noi Giorgia Meloni? Jamais». Diversamente, ragiona Laura Boldrini, oltre ai Fratelli avrebbe evocato anche le Sorelle d’Italia. Non fa una piega. E non è tutto: sull’Huffington Post la comunista Ritanna Armeni ha fatto un po’ di conti, concludendone che con sei donne ministro su 24 hai voglia a parlare di politiche al femminile. Persino se chi dirige l’orchestra è pure lei donna. E poi ci sono quelle storcono il naso per il “retaggio culturale missino” o alzano il sopracciò per il mancato “passato femminista“. Insomma, da qualunque parte la si guardi e da qualsiasi lato la si giri, la Meloni ha non è né mai sarà (meno male) una di loro.

Il patriarcato ha sostituito il padronato

E si capisce: predilige autodefinirsi “il premier” anziché “la premier” (con evidente disappunto dell’Usigrai, il sindacato simil-sovietico dei giornalisti Rai), “il presidente” piuttosto che “la presidente“, buttando così alle ortiche decenni di “conquiste“, soprattutto boldriniane. Ma tant’è: la Meloni è per la complementarità uomo-donna, le femministe doc si battono invece per la demolizione del patriarcato come nuovo simbolo, anzi reincarnazione, del padronato. Il sovvertimento degli equilibri è infatti il punto in cui comunismo e neo-femminismo s’intrecciano fino a fondersi.

Il femminismo surrogato della lotta di classe

Anzi, si può ben dire che il secondo sia divenuto il surrogato del primo. Laddove il comunismo ha perso la sua battaglia contro il capitalismo, è spuntato il nuovo femminismo a fare da contrappunto ad un insistente patriarcato, inteso come nuovo strumento oppressivo. Dalla lotta di classe alla guerra dei sessi. Robe da Ztl. Infatti la sinistra radical-chic non parla d’altro. Non per caso scarica la propria úbris sovversiva sulla cosiddetta questione di genere. E anche con grande compiacimento dei padroni del vapore, cui non sembra vero poter approfittare di una sinistra in tutt’altre faccende affaccendata per fare il proprio comodo nel campo dei diritti sociali e del lavoro. Almeno fino a quando non arriva qualcuno a dare voce alle istanze reali della gente in carne e ossa. Esattamente quel che in Italia ha fatto Giorgia Meloni.

Da liberoquotidiano.it il 24 Ottobre 2022.

Anche Alessandro Di Battista si scaglia contro Laura Boldrini. Lo scivolone della deputata del Partito democratico sul presidente del Consiglio Giorgia Meloni scatena l'ex Cinque Stelle. È lui, con un tweet, a ridicolizzare la paladina delle donne. "Sono queste potenti prese di posizione - cinguetta - che ci spiegano perché il primo premier donna è di FdI e non del Pd (ed io la Meloni non la voterei mai nella vita). Se questa sarà l’opposizione senza sconti annunciata da 'occhi di tigre' Letta prepariamoci al ventennio meloniano". 

D'altronde la Boldrini ha promesso battaglia, o come piace a loro "resistenza", all'articolo maschile scelto dalla neo premier. "La prima donna premier - ha scritto su Twitter - si fa chiamare al maschile, il presidente. Cosa le impedisce di rivendicare nella lingua il suo primato? La Treccani dice che i ruoli vanno declinati. Affermare il femminile è troppo per la leader di FDI, partito che già nel nome dimentica le Sorelle?". 

Ma in queste ore Dibba non è stato l'unico a far notare alla dem di aver commesso una tragicomica gaffe. Prima di lui sulla questione è intervenuto il presidente Claudio Marazzini.

"Io non credo che qualcuno possa cercare di 'imporre' complessivamente ai giornalisti italiani la propria preferenza linguistica - ha detto il presidente dell'Accademia della Crusca - In presenza di un'oscillazione tra il maschile e il femminile, determinata da posizioni ideologiche, penso che ognuno possa e debba mantenere la propria piena libertà di espressione, optando di volta in volta per il maschile o per il femminile, in base alle proprie ragioni". Da qui la lezione alla Boldrini: "Il presidente Meloni? Nulla di strano, è corretto". E se lo dice la Crusca, c'è da crederci.

Dal centrosinistra i complimenti delle donne a Meloni: «È tutto quello che non siamo». Franco Stefanoni su Il Corriere della Sera il 24 Ottobre 2022.

Chiara Geloni, Elisabetta Gualmini e Alessia Morani applaudono il risultato della leader di FdI e di come lei sia riuscita a farcela «senza meccanismi di cooptazione»

Apprezzamenti anche da esponenti del mondo del centrosinistra per la neo premier Giorgia Meloni. A farli sono state tre donne, che hanno aderito o tuttora aderiscono al Pd, con parole dirette e cariche di autocritica. A esprimerle la giornalista Chiara Geloni, ex direttore del canale tv Youdem, un tempo vicina al segretario Pier Luigi Bersani di cui è stata portavoce e poi in rottura con il partito durante la leadership Matteo Renzi, che ha scritto su Twitter: «Ma basta con questa storia della prima donna. È molto di più della prima donna a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni. È una donna con un curriculum di partito e di origini familiari modeste che a 45 anni arriva a Palazzo Chigi. È una che arriva a fare la presidente del Consiglio partendo dall’organizzazione giovanile del suo partito. È tutto quello che non siamo a sinistra». Quindi la frecciata: «È il contrario del politicamente corretto da fighetti tanto bravi a declinare le desinenze. È il contrario di entrare nel gruppo dirigente per aver azzeccato un discorso contro il gruppo dirigente che è piaciuto ai giornali. È il contrario dell’eterno papa straniero in arrivo. E per questo è una storia che parla alle bambine e ai bambini di questo Paese. Scusate lo sfogo».

Complimenti misti ad autocritica anche da Elisabetta Gualmini, eurodeputata pd e da pochi giorni vicepresidente dell’Eurogruppo socialisti e democratici, che via Facebook ha scritto: «In bocca al lupo e complimenti a Giorgia Meloni per l’incarico ricevuto e accettato. Prima donna presidente del Consiglio in Italia. È arrivata lì senza meccanismi di cooptazione. Andrebbe fatta una vera riflessione. Possiamo dire che è un vero e proprio smacco per il centro-sinistra e la cultura cd. progressista? Sì, possiamo dirlo».

A Twitter e Instagram si è affidata poi Alessia Morani, ex deputata ed ex sottosegretaria allo Sviluppo economico con Giuseppe Conte premier, prima scrivendo: «Complimenti a Meloni. Sulla catastrofe del Pd e del centrosinistra ne parleremo diffusamente». Poi sottolineando: «Sono lontana anni luce politicamente e culturalmente da Giorgia Meloni, ma vedere tutti quei maschi dietro di lei (Silvio Berlusconi, Matteo Salvini, Antonio Tajani, ndr) con quelle espressioni tra il fastidio e l’imbarazzo dà una certa soddisfazione. Questa immagine cambia la storia del nostro Paese. Finalmente una donna che “guida”. Ps: guardate le espressioni dei singoli».

L'ex Procuratore Aggiunto. Gli auguri di Ilda Boccassini a Giorgia Meloni: “Che non viva quello che ho vissuto io”. Redazione su Il Riformista il 24 Ottobre 2022 

Ilda Boccassini espresso i suoi auguri alla nuova Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. “Che non viva ciò che ho vissuto io”, ha detto l’ex procuratore aggiunto della Repubblica intervenuta ieri sul palco de L’Eredità delle Donne, il festival sulle competenze femminili in corso a Firenze. L’ex magistrata italiana è stata intervistata dal giornalista e scrittore Gad Lerner.

Boccassini ha cessato il suo incarico nel 2019. Ha ripercorso la sua carriera in un libro pubblicato l’anno scorso dall’editore Feltrinelli, La stanza numero 30. Quando nel 1979 arrivò alla Procura di Milano Il Corriere della Sera scrisse che “il lavoro inquirente poco si adatta alle donne: maternità e preoccupazioni familiari male si conciliano con un lavoro duro, stressante e anche pericoloso”. Ha lavorato con Giovanni Falcone nell’indagine sulla mafia a Milano Duomo Connection e sugli attentati allo stesso Falcone e al giudice Paolo Borsellino.

Al ritorno a Milano dalla Sicilia è subentrata nel pool dell’inchiesta Mani Pulite ad Antonio Di Pietro e ha diretto indagini sulle Nuove Brigate Rosse. Soprannominata Ilda “la rossa” ha lavorato ai processi a Berlusconi. A Imi-Sir, Lodo Mondadori, Toghe sporche e fino al cosiddetto caso Ruby. “Quando sono usciti i ministri ho avuto un momento di vertigine – ha detto al Festival Boccassini – . Mi sono ritrovata con più di undici, dodici, tredici persone, tutti, dal sottosegretario alla presidenza, ai ministri, tutti si erano occupati di me. Quindi non so se dovrei essere orgogliosa oppure se anche in pensione temere”, ha aggiunto con ironia.

Lerner le ha quindi chiesto dell’“ascesa a Palazzo Chigi di una donna, Giorgia Meloni, che viene da un mondo all’interno del quale a essere gentili, la tradizione ‘virilista’ è piuttosto affermata”, la domanda del giornalista. “Premesso che come buona cittadina non posso che augurarmi che questo governo duri perché sennò andiamo in una crisi profonda. L’altro giorno guardavo la scena del compagno con la figlia mentre lei giurava,: quelle immagini mi hanno fatto tenerezza”.

“Io quindi non so che cosa ci aspetterà il futuro, che cosa sarà in grado di fare – ha aggiunto sempre su Meloni – . Ho altre idee sui diritti, io penso che su alcune cose non c’è né destra né sinistra, perché rispettare il prossimo, la solidarietà, concedere alle donne di abortire in maniera più pacata possibile di un trauma, perché è un trauma comunque l’aborto, sono valori che non appartengono a un partito politico. Però ritengo che siamo una democrazia con tutte le possibilità di difendere i nostri diritti”.

“Però vedere queste immagini mi ha fatto tenerezza, non so come spiegare ma guardavo più a questo. Spero che io non viva quello che ho vissuto io, considerati gli attacchi che ha subìto negli ultimi giorni. Mi auguro per lei che sia forte, perché bisogna essere forti, poi si può affrontare qualsiasi cosa. È dura però è bello, io alla fine oggi mi dico: è stato duro però è la mia vita. Si sbaglia, si riprende”.

Giorgia Meloni prima premier donna. La biografia racconta la figlia del duce. Da Edda Ciano a Giorgia Meloni: perché conta l’opinione altrui. Filippo La Porta su Il Riformista il 21 Ottobre 2022 

Non è del tutto indifferente per noi sapere come gli altri ci vedono, come interpretano le nostre complicate, spesso indecifrabili alchimie politiche. L’altra sera un affabile Varoufakis, ospite di “Di martedì”, parlando di Giorgia Meloni ha detto, senza battere ciglio, che è fascista. Agitazione in studio, risatine imbarazzate, proteste generali. Qualcuno ha perfino invitato il povero Varoufakis, come in duello, a un confronto seminariale sulla storia del Msi (quasi una pena del contrappasso!) dove ne uscirebbe certamente “con le ossa rotte”.

Ora, anche io vorrei rassicurare l’ex ministro greco. Non siamo alla vigilia di una marcia su Roma, il fu Msi si è costituzionalizzato e il centro-destra governa 14 regioni su 19. Però se intellettuali stranieri, anche autorevoli, ci vedono così, bisognerà trarne delle conclusioni. Prendiamo un altro caso. Mi capita di leggere una bella recensione, sul prestigioso mensile inglese “Literary review”, di Richard James Boon Bosworth, storico australiano, massimo esperto di Mussolini e di fascismo (i suoi libri sono pubblicati da Mondadori), a Fascism in the family. Edda Mussolini: the most dangerous – ovvero “Fascismo nella famiglia. Edda Mussolini: la donna più pericolosa”, (Chatto and Windus), di Caroline Moorehead (specialista di biografie romanzate). In attesa di leggere Antonio Scurati, che in ogni caso si muove su un terreno diverso, diciamo più storia delle idee che gossip, più riflessione antropologica sugli italiani che melodramma popolare, guardiamo da vicino la biografia di Moorehead.

Il punto di partenza dell’articolo di Bosworth è intrigante, ma soprattutto, come vedremo, le sue conclusioni ci riguardano da vicino. Dunque, il tema è: cosa pensano della famiglia i grandi dittatori del ‘900? Hitler non se ne cura troppo (le sue perversioni sessuali sono leggenda), Stalin aveva (probabilmente) tre figli ma la sua vera famiglia era il partito. Mentre Mussolini, effettivamente, il primo dittatore del secolo – diffidare delle imitazioni! – aveva 5 figli legittimi e ben 9 figli “naturali” avuti con varie partner. La preferita era Edda – il nome viene da Hedda Gabler di Ibsen (al duce piaceva dare alla figlia una “spruzzata intellettuale”). Bosworth, che ha insegnato per molti anni a Oxford, si sofferma sul libro, sulla storia di Edda, interpretata come “una tragedia della vita reale”. Ne ripercorro velocemente tappe e passaggi decisivi, seguendo la traccia della recensione, anche se per un lettore italiano sono fatti arcinoti.

Il 24 aprile 1930 Edda sposò Galeazzo Ciano, un giovane brillante che il 9 giugno 1936 divenne il ministro degli Esteri più giovane d’Europa, ricoprendo tale carica fino al 6 febbraio 1943, anni importanti durante i quali l’Italia si unì all’Asse e, dal 10 giugno 1940 – sottolinea Bosworth – fu “l’assistente ignobile” della Germania nazista nella Seconda Guerra Mondiale. Dopo aver perso questa posizione, Ciano fu nominato ambasciatore presso la Città del Vaticano. Da lì si unì, sia pure in modo controverso, ai gerarchi del partito fascista che complottavano per rimuovere il Duce. Fu tra i membri del Gran Consiglio del Fascismo che, nella notte tra il 24 e il 25 luglio, votarono sfiducia a Mussolini. Il pomeriggio successivo il re Vittorio Emanuele III pose fine alla dittatura.

Ma il tentativo di ritirare l’Italia dalla guerra fallisce. L’8 settembre i tedeschi iniziarono ad occupare il paese a Nord di Salerno. Quattro giorni dopo, Mussolini fu prelevato da un pilota delle SS sul Gran Sasso, cedendo alle pressioni tedesche, ristabilì uno stato fascista, noto come Repubblica Sociale Italiana, nella metà settentrionale della penisola. Gli fu lasciato il ruolo umiliante di dittatore fantoccio (per inciso: non ho mai capito come i fascisti repubblichini potessero conciliare amore – anche sincero – per la patria, virile orgoglio nazionalista e la appartenenza a un evidente stato fantoccio, servo dello straniero). Nonostante i loro dubbi, Ciano ed Edda si rifugiarono presso i tedeschi. Ma i nazisti e i vertici della Rsi chiesero una punizione per il 25 luglio, pensando proprio a Ciano. Mussolini, pur consapevole dei propri fallimenti e delle proprie colpe, decise, “con grossolana codardia” (Bosworth) di far sottoporre il genero a un processo farsa a Verona che si concluse con una esecuzione.

Edda muore nel 9 aprile 1995, alla fine di un’esistenza oscillante tra politica, gioco d’azzardo e problemi di alcolismo (almeno secondo la biografa), mentre pare che con Galeazzo diede vita a una specie di coppia aperta, che contemplava scappatelle extraconiugali (lei lo soprannominò “il gallo”). Ma, come accennavo, interessante è la conclusione della recensione di Bosworth. La ripropongo integralmente. “Ci sarà una coda? Il partito neofascista Fratelli d’Italia sta ora cavalcando in alto sotto la sua leader donna, Giorgia Meloni. Ha il sostegno di due delle nipoti di Mussolini, Alessandra e Rachele, e di un pronipote, Caio Giulio Cesare. In occasione del centenario della marcia su Roma il 28 ottobre 2022, il fascismo, con tutte le sue crudeltà e fallimenti, non è del tutto morto. Meloni sta per diventare la donna più pericolosa d’Europa?”.

Ora, se osservatori stranieri, anche di un certo rilievo, ci ripetono una cosa del genere, allora – come direbbe la stessa Giorgia Meloni (che, voglio ribadirlo, non è certamente “la donna più pericolosa d’ Europa”) – una domanda fatevela! Da cosa si origina questa immagine? Cattiva informazione? Prevalere di stereotipi e semplificazioni? O magari il celebre comizio meloniano alla manifestazione di Vox? O forse i media dell’intero pianeta – dalla Grecia all’Australia – sono in mano ai biechi liberal, alle élite culturali cosmopolite e – naturalmente – antifasciste? Non ho una risposta ma credo che da parte della interessata occorra più che mai un segnale chiaro, inequivocabile, e stavolta radicale, che riesca a fugare queste malevole narrazioni. Oggi può permetterselo.

Filippo La Porta

Io sono Giorgia e questa è la mia Storia infinita. Francesco Carlesi suculturaidentita.it il 21 Ottobre 2022

L’irresistibile ascesa di Giorgia Meloni e della sua classe dirigente

Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia e del Partito dei Conservatori europei, ha appena vinto le elezioni. Sono passati dieci anni dalle elezioni del 24-25 febbraio 2013, quando Fratelli d’Italia prendeva l’1,9%. Oggi è oltre il 26%: com’è stato possibile?

I primi passi di Giorgia Meloni da Colle Oppio ad Atreju

Tra le tante cose che passavano per la testa alla Giorgia Meloni di allora, la sedicenne che trent’anni fa bussò al portone blindato della sezione del Fronte della Gioventù della Garbatella, difficilmente poteva esserci l’idea di ritrovarsi un giorno a capo del primo partito italiano. «Non è tempo per noi, e forse non lo sarà mai», questa strofa di Luciano Ligabue si sposa alla perfezione con l’esperienza del Fronte e con quella del partito di cui quest’ultimo era espressione giovanile: il Movimento Sociale Italiano, costantemente escluso dall’arco costituzionale e dalla possibilità di governare. Costantemente in trincea, all’Università, nelle strade, nei quartieri. Scontri continui, il rischio dello scioglimento del partito, la morte di tanti giovani. Anche per questo, per il rispetto dovuto a quei ragazzi e a quella storia, la richiesta di cancellare la fiamma dal simbolo di Fratelli d’Italia suona come l’ennesima provocazione di una sinistra che sogna da sempre la “mutazione genetica” degli avversari a colpi di inchieste e “politicamente corretto”.

Ma andiamo con ordine. I primi fattori “epidermici” che spingono la Meloni verso l’impegno politico sono il patriottismo e l’onestà, quelli del Msi, unico partito italiano estraneo dagli scandali di Tangentopoli. C’è poi il fattore emotivo dettato dalla morte di Falcone e Borsellino, eroici servitori dello Stato, simboli inarrivabili di ciò a cui dovrebbe tendere un uomo nel vero senso della parola. E Borsellino, non è un mistero, era un uomo di destra, limpido, duro, tenace. La sua morte non poteva non innescare in molti giovani dell’epoca il desiderio di passare all’azione. «Non accettavo più di sentirmi impotente, non sarei rimasta a guardare. Dovevo fare qualcosa», racconta la Meloni nel best seller autobiografico Io sono Giorgia.

Quando muove i primi passi nel Msi, che di lì a poco diventerà Alleanza Nazionale, la Meloni conosce tante persone, insostituibili compagni di viaggio e di “militanza politica”. Stiamo parlando, per citarne solo alcuni, di Marco Marsilio (oggi presidente della Regione Abruzzo), Andrea De Priamo (oggi neoeletto Senatore), Marco Scurria (in seguito europarlamentare) e Fabio Rampelli (ex vicepresidente della Camera). La storica sede Colle Oppio, «baluardo di cultura, di militanza politica e di legalità», segna l’ingresso della Meloni nell’agone politico. Allora, quasi inconsapevolmente, si stavano ponendo le basi per la creazione di quel gruppo e di quelle suggestioni che daranno vita al festival culturale Atreju, la famosa kermesse politica che va in scena a Roma dal 1998. Iniziata come la festa del movimento giovanile di An, Azione Giovani, è stata poi organizzata dalla Giovane Italia, componente giovanile del Pdl, e infine dal 2013 da Fdi. Prende il nome dal protagonista del romanzo La storia infinita dello scrittore Michael Ende, parte significativa dell’immaginario della destra giovanile insieme agli scritti di Tolkien. Negli anni, ad Atreju sono intervenuti praticamente tutti i protagonisti della politica italiana, da D’Alema a Conte, passando per Veltroni e Berlusconi, fino ad arrivare all’edizione 2021 e alla partecipazione di Enrico Letta. Oggi Atreju rappresenta il principale momento di elaborazione politica e culturale della destra e dei suoi mondi. È uno dei pochi esempi di confronto politico vecchio stile sopravvissuti all’epoca dei social, degli slogan e dei video sempre più veloci e alla moda.

L’ascesa politica di una giovane militante

1996 inizia la militanza in Azione Giovani 

Già a fine anni Novanta, la sua determinazione e la volontà di An di candidare volti nuovi, portarono al primo incarico di rilievo: Giorgia Meloni diventa consigliere provinciale nella Giunta di Silvano Moffa. Un’esperienza che le consentì di lavorare su temi concreti (la scuola in primis) e scalare le posizioni interne al partito. Nel 2004, ecco un altro momento significativo per il suo curriculum: l’elezione a presidente di Azione Giovani, battendo Carlo Fidanza (oggi capo delegazione FdI al Parlamento europeo). Nell’infuocato Congresso che la vide vincere, si trovarono, talvolta su fronti opposti, tanti dei protagonisti della destra del futuro. La Meloni li ricorda con affetto nella sua autobiografia: Giovanni Donzelli, Andrea Delmastro, Marcello Gemmato, Salvatore Deidda, Augusta Montaruli, Carolina Varchi, e ancora Mauro Rotelli, Ciro Maschio, Emanuele Prisco (in seguito tutti parlamentari Fdi). Proprio in quel frangente, quindi, si stava letteralmente “costruendo” un’intera classe politica.

Appena due anni dopo, sarà Gianfranco Fini a premiare la leader di Ag, facendola diventare presidente della Camera ad appena 29 anni. Un’avventura complessa, portata a termine guadagnando gradualmente esperienza, fino a conquistare il rispetto di molti, anche avversari.

2008-2011 Ministro della Gioventù nel IV Governo Berlusconi 

In quel periodo, accanto alla Meloni, appare una figura destinata a rimanere ad ogni giro di boa, ma sempre un passo indietro. È il senatore Giovanbattista Fazzalari, a cui anni dopo verrà l’iconica intuizione di rispolverare un vecchio vocabolo, “patriota”, segnando una vera e propria svolta comunicativa nel linguaggio politico italiano. L’incarico non dura molto, per via della caduta del governo, ma il Pdl (dentro cui An era confluita) nel 2008 raggiunge un ragguardevole 38% e la Meloni diventa Ministro della Gioventù. Altro colpo grosso in una strada in ascesa. Anni da lei ricordati con piacere, rivendicando le battaglie per l’ottenimento di un fondo di garanzia statale per l’acquisto della prima casa per i giovani precari e l’estensione della tassazione forfettaria del 15% agli under 35. Ma l’esperienza del governo Berlusconi si conclude prematuramente, nel 2011, tra le pressioni del presidente della Repubblica Napolitano, della finanza internazionale, della Deutsche Bank e dell’Unione europea, che da sempre considerano l’Italia spendacciona, superficiale, inaffidabile. La soluzione allora non può che essere “tecnica”: Mario Monti, un “grigiocrate” pronto a mettere a posto i conti a colpi di austerità.

Contro la tecnocrazia e la finanza. Nascita e crescita di Fratelli d’Italia

Con Guido Crosetto dicembre 2012 nasce Fratelli d’Italia 

Proprio in polemica con questa deriva nasce l’avventura di FdI. Mentre la politica sembra soccombere di fronte ai freddi schemi del governo tecnico e dei parametri europei, Crosetto, La Russa e la Meloni danno vita al nuovo soggetto politico, iniziando una vera e propria “traversata nel deserto”. La nascita del gruppo parlamentare nel 2013, i tanti anni all’opposizione e le delusioni in termini percentuali non indeboliscono il partito, bensì lo temprano. Una delle battaglie più importanti è a favore dell’Europa dei popoli, troppo spesso tradita da un’Unione europea «forgiata su apparati burocratici che in luogo di un federalismo rispettoso delle diversità somiglia ormai a un politburo di sapore sovietico», come recitano le Tesi di Trieste, scritte in occasione del Congresso del partito del 2017. La critica è spietata, siamo di fronte a «un’Europa che, negando le sue radici giudaico-cristiane e classiche, subordina le esigenze di identità e autonomia dei popoli a quelle di un universalismo radicale che opera in sintonia con un astratto principio multiculturalista, da cui deriva anche l’assenso all’indiscriminato e incontrollato accesso di persone da altri continenti».

Su questi temi le proposte della Meloni sono sempre rimaste distanti dal “politicamente corretto” e quindi aspramente criticate da intellettuali, giornali e televisioni. Nella sua biografia, la Meloni non ha risparmiato considerazioni profondamente negative sul ruolo delle Ong e sull’immigrazione di massa quale «strumento dei mondialisti per scardinare le appartenenze culturali, per creare un miscuglio indistinto di culture». Proprio sul rischio islamizzazione, il contrasto al degrado delle periferie, la necessità del controllo dei confini e il “blocco navale” si sono giocate alcune delle battaglie più accese e discusse di FdI.

Tornando alle Tesi, la patria e l’identità vengono indicate come risposte alle derive della globalizzazione: «L’antidoto alle regressioni nazionalistiche e alla brutale conflittualità che queste produrrebbero, sta nel coltivare un sano sentimento patriottico, fondato sulla difesa e valorizzazione delle diversità, delle specificità, della ricchezza e pluralità di culture e stili di vita. Tutto l’opposto della standardizzazione, dell’omologazione, dell’appiattimento richiesti e imposti dalla globalizzazione selvaggia, nella quale si fondono l’utopia internazionalista vetero-comunista, il terzomondismo pauperista e la pratica commerciale mondialista delle grandi multinazionali».

In questo quadro, non bisogna negare l’Europa, ma ripensarla a misura dei popoli, sulla scia della lezione di De Gaulle. Partendo da queste premesse Fdi si avvicina alla destra europea, in particolare quella dell’Est, riuscendo a far eleggere la stessa Meloni alla presidenza del Gruppo dei Conservatori e Riformisti europei nel 2020. Altro passaggio chiave del percorso di affermazione su scala anche internazionale. L’eco della Meloni arriva fino agli Stati Uniti, sono gli anni della presidenza Trump, e la leader di FdI è l’unico rappresentante italiano al CPAC (Conservative Political Action Conference). In quell’occasione, la Meloni pronuncia un discorso di fuoco contro le oligarchie europee e le «elites mondialiste», concludendo con il disegno di un progetto europeo fatto di «una grande confederazione di Stati nazionali liberi e sovrani, capaci di cooperare su alcune grandi materie: immigrazione, sicurezza, mercato unico, difesa, politica estera, energia; ma liberi di autodeterminarsi su tutto ciò che può essere meglio deciso a livello nazionale e locale». La crisi che viviamo in questi giorni dimostra che l’unica leader donna del panorama italiano aveva ragione.

È tempo per noi? Conservatorismo e destra sociale per dare all’Italia un futuro

Strada facendo, alla parola d’ordine “patriottismo”, si aggiunge “conservatorismo” con le suggestioni di filosofi quali Roger Scruton o del pensatore cattolico Gilbert K. Chesterton: cantori della difesa della famiglia, della vita, della promozione della natalità unita alla tutela delle radici culturali dei popoli, in un’epoca che li considera inutili retaggi di un mondo patriarcale e superato. Grazie alla sua attitudine e alle solide basi culturali, FdI riesce a tenere botta sia durante i governi Conte sia nella stagione Draghi, in cui la Meloni sceglie la strada tutt’altro che scontata dell’opposizione. I frutti andranno al di là di ogni più rosea aspettativa: i sondaggi arrivano a parlare di 25%, percentuale che polverizza qualsiasi risultato della destra dal dopoguerra ad oggi.

25 settembre 2022 FDI è il primo partito italiano 

Alle elezioni del 25 settembre FdI si è presentata con un programma chiaro, concreto e coerente, realizzato grazie all’Ufficio Studi del partito, guidato dal senatore Giovanbattista Fazzolari, e al contributo fondamentale dei vari dipartimenti tematici del gruppo. È un programma che non lascia indietro i temi della cultura e delle identità locali, troppo a lungo dimenticati dalla sinistra mainstream.

Ora si tratterà di dare valore a questa sfida in uno dei momenti più difficili della storia italiana, tra rincari, crisi energetiche, economiche e sociali senza precedenti. FdI è pronta. Pronta a coniugare alla fedeltà atlantica una rinnovata proiezione mediterranea sulla scia della lezione di Mattei; pronta ad accompagnare i temi conservatori e l’attenzione alle imprese con una spiccata vena sociale; pronta ad aiutare concretamente famiglie e lavoratori, in un momento in cui la cinghia di trasmissione tra operai e sinistra politica e sindacale si sta rompendo.

E qui il tema della partecipazione (art. 46 della Costituzione), cavallo di battaglia del Msi, potrebbe aiutare a ridare una dimensione umana al lavoro, contro delocalizzazioni e precarietà. Bisogna garantire all’Italia un futuro degno del suo passato, riportando al centro della scena anche i valori della destra sociale e disegnando l’idea di un’Italia protagonista in Europa e nel mondo. «Non è tempo per noi, o forse non lo sarà mai» cantava Ligabue. Si sbagliava. Ora tocca alla destra. Ora tocca a Fratelli d’Italia.

I Fratelli d’Italia che hanno fatto vincere Giorgia Meloni. LISA DI GIUSEPPE E NICOLA IMBERTI su Il Domani il 21 ottobre 2022

Sta per nascere il primo governo guidato da un partito di destra e l’impressione è che la presidente sia sola al comando e che tutto ruoti attorno alla sua leadership carismatica. In realtà, lontano dalla ribalta, c’è una classe dirigente di uomini e donne che ha avuto un ruolo centrale. Ecco chi sono

Giorgia Meloni sta per formare il suo primo governo. Negli ultimi anni Fratelli d’Italia ha avuto una crescita impressionante: dal 4,3 per cento del 2018 il partito ha raggiunto il 26 per cento dei consensi alle ultime elezioni. Un successo che però potrebbe trasformarsi in un boomerang. L’impressione, infatti, è che oltre la leadership di Meloni ci sia molto poco. Che FdI sia un partito ancora troppo gracile, privo di una classe dirigente credibile. Ma chi conosce il lavoro fatto in questi anni assicura che non è così, che dietro Meloni, lontano dai riflettori, questa classe dirigente stia crescendo. Ecco chi sono i principali protagonisti.

GIOVANBATTISTA FAZZOLARI

Senatore, classe 1972, Giovanbattista Fazzolari è considerato il principale consigliere di Giorgia Meloni e potrebbe rivestire il ruolo di sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel nuovo governo, se non dovesse essere scelto Alfredo Mantovano. Figlio di un diplomatico, dopo aver vissuto tra Francia, Argentina e Turchia, si è diplomato al liceo Chateaubriand, il liceo francese di Roma.

La sua carriera politica è iniziata ufficialmente negli anni dell’università quando è diventato il primo presidente provinciale romano di Azione Universitaria. Chi lo conosce lo descrive come «una voce da sempre molto autorevole all’interno della comunità della destra romana».

Nel 2004 Fazzolari è stato tra coloro che hanno sostenuto e aiutato Meloni a vincere il congresso di Viterbo (era uno dei sue due referenti nazionali, l’altro era Francesco Lollobrigida, oggi capogruppo «apprezzato» di FdI alla Camera) e a diventare presidente nazionale di Azione Giovani. Nel 2006 è stato il suo consigliere giuridico alla vicepresidenza della Camera, nel 2008 si è trasferito al ministero della Gioventù come capo della segreteria tecnica.

Dal 2018 è stato eletto senatore. Per nulla abituato ad apparire, Fazzolari si occupa soprattutto dell’attività parlamentare del partito. Attraverso l’ufficio studi costituito presso il gruppo del Senato esamina i progetti di legge, elabora i dossier e prepara gli emendamenti.

Ha attaccato la Lega nei primi giorni del governo Draghi quando intendeva non abbandonare la presidenza del Copasir ma ha anche ribattuto a chi contestava la scelta di FdI di non votare a favore della concessione della cittadinanza italiana a Patrick Zaki («non lo aiuterà a essere liberato, ma rischia invece di irrigidire l’Egitto e peggiorare la sua situazione»).

Online è ancora disponibile un vecchio articolo della Gazzetta dello Sport: nel 2009 Fazzolari si è aggiudicato una Kia Carnival vincendo il torneo di Capodanno di Magic, il Fantacalcio del quotidiano sportivo. «Non tifo nessuna squadra – diceva l’allora capo della segreteria tecnica di Meloni – e questo mi aiuta, ma ho riflettuto molto, soprattutto dopo che mi sono ritrovato in testa alla terza giornata: lì ho capito che potevo farcela». Chissà quale pensiero gli passa per la testa oggi che Fratelli d’Italia sta per guidare il nuovo governo del centrodestra. 

MARCO OSNATO

A portare avanti uno dei dossier centrali nella strategia di Fratelli d’Italia è il deputato Marco Osnato. Natali veneti ma politicamente lombardo, con una lunga militanza in regione. Prima a livello comunale a Trezzano sul Naviglio e a Milano con una migrazione da Alleanza nazionale a Forza Italia, passando per il misto, poi alla provincia di Milano, dov’è stato consigliere fino al 2016.

Il salto di qualità per l’imprenditore edile è arrivato nel 2018, quando è diventato deputato per Fratelli d’Italia e ha iniziato a occuparsi del settore del commercio, per cui oggi è responsabile del partito. Guida la squadra che cura i rapporti con le categorie, un lavoro su cui FdI sta investendo tantissimo. Accanto a lui ci sono Riccardo Zucconi, imprenditore versiliese con un passato Dc che si occupa di turismo, e Luca Di Carlo, responsabile del Dipartimento agricoltura, sindaco di Calalzo di Cadore da tre mandati e coordinatore regionale per il Veneto.

I tre coprono insieme tutte le categorie storiche che formano l’elettorato tradizionale del centrodestra: quel che li rende apprezzati dai loro interlocutori di settore è che venendo da quelle realtà, appaiono esperti. La stessa Giorgia Meloni dà molta importanza a questo aspetto e incoraggia i parlamentari a lavorare sui contatti con le categorie e a trasformare le questioni sollevate in proposte di legge ed emendamenti. Lavoro che viene poi coordinato dal centro studi di partito guidato dal senatore Fazzolari.

Non solo, mentre il resto del centrodestra faceva parte del governo Draghi, Fratelli d’Italia era rimasto da solo a raccogliere le istanze delle partite Iva, che in alcuni casi si sono sentite abbandonate. Soprattutto da chi, come la Lega, aveva prestato loro una sponda durante il precedente governo.

A curare questo particolare settore sono anche Andrea De Bertoldi, senatore commercialista trentino che vanta una solida frequentazione, anche professionale, con Maurizio Leo, responsabile economico del partito. Ma anche lo stesso Zucconi e Ylenia Lucaselli, deputata pugliese già candidata col Pd, che più volte ha incontrato gli autonomi nelle loro manifestazioni. 

CARLO FIDANZA

Di un anno più grande di Meloni, è stato il capodelegazione di Fratelli d’Italia al parlamento europeo. Non è direttamente lui che ha aperto alla sua leader le porte del Partito dei conservatori e dei riformisti europei permettendole di diventarne il presidente. Per quello Meloni deve ringraziare Raffaele Fitto che non a caso è vicepresidente di New Direction, think tank fondato da Margaret Thatcher nel 2009 che si presenta come “l’hub intellettuale” del conservatorismo europeo.

Per FdI e per la sua leader, che con orgoglio rivendicano di non essere mai stati “euroscettici” ma piuttosto “eurocritici”, l’Europa ha assunto un’importanza tutt’altro che relativa a mano a mano che sono cresciute le ambizioni di governo. Anche e soprattutto nella competizione interna al centrodestra con Matteo Salvini. Ed è curioso che a occuparsi di questo tema, oltre a Meloni, sia Fidanza.

Nel 2004 era lui, esponente della destra sociale e della destra milanese non riconducibile a Ignazio La Russa, lo sfidante al congresso di Viterbo. I suoi sostenitori per l’occasione avevano anche creato una maglietta con la scritta «non ci provate, siamo Fidanzati», un chiaro messaggio a chi era alla ricerca dei loro voti. Dopo essere stato sconfitto è diventato vicepresidente di Azione Giovani. Oggi è un meloniano di ferro e, intervistato da Francesco Boezi per il libro Fenomeno Meloni – Viaggio nella “Generazione Atreju” dice: «In quel momento saremmo potuti sembrare i ragazzi che combattevano una “guerra per procura” tra le correnti di Alleanza nazionale che non avevano il coraggio di sfidarsi apertamente nel partito dei grandi. Invece, in realtà, eravamo la classe dirigente della Destra italiana del futuro. Ne avevamo le qualità e la determinazione, come abbiamo dimostrato aiutando Giorgia a costruire FdI».

VARCHI E SCHIFONE

Una menzione particolare in Fratelli d’Italia merita Carolina Varchi. Palermitana, classe 1983, è avvocata penalista, membro di Azione studentesca e poi Azione universitaria, ha raccolto nel 2010 l’eredità di Giorgia Meloni alla guida della Giovane Italia, l’associazione giovanile del Pdl in cui era confluita Azione Giovani, insieme ad Augusta Montaruli, collega piemontese, che lascerà nel 2012 per seguire la sua mentore nella fondazione di FdI.

Oggi è responsabile di partito per il sud e ha raccolto per la nuova generazione di Fratelli d’Italia il testimone del lavoro su “Famiglia e valori non negoziabili” da Isabella Rauti. Attivissima sui social, si è occupata di blocco navale, di polizia penitenziaria e ha collaborato alla presentazione di una proposta di istituzione della “Giornata nazionale della vita nascente”.

Tra le nuove leve al femminile del partito c’è anche la napoletana Marta Schifone. Farmacista titolare e «perdutamente italiana», come scrive sul suo profilo Instagram, è stata candidata alle ultime politiche in Campania, nel collegio uninominale di Bagnoli, Chiaiano, Fuorigrotta e Pianura, ma senza successo. Schifone è rimasta nella dirigenza del partito come responsabile per le professioni: un ruolo che la porta a interagire ancora una volta con le categorie, fetta chiave dell’elettorato, nella squadra di Osnato, De Carlo e Zucconi.

GIOVANNI DONZELLI

L’uomo chiave nelle manovre sul territorio di Fratelli d’Italia. Pratese, nato a Firenze nel 1975. Anche lui fa parte della nuova generazione della destra che, dopo Fiuggi, ha superato il problema della legittimazione istituzionale del partito. Responsabile dell’organizzazione è descritto dai colleghi come un grande lavoratore (il che gli permette di occupare tutti gli spazi che gli altri gli lasciano a disposizione). Gestisce le campagne elettorali ed è il fautore delle vittorie di Pistoia, Abetone e Piombino. Può anche parzialmente intestarsi la crescita degli iscritti passati in Toscana da duemila a 6.200 nel giro di un anno.

Cresciuto nelle associazioni giovanili del partito ma sotto l’ala di Maurizio Gasparri (che dopo la scissione dal Pdl non ha seguito gli ex compagni di An), il deputato toscano, dopo una lunga attività nel consiglio comunale di Firenze e in quello regionale, si è imposto nel suo ruolo di rilevanza nazionale proprio per la sua intraprendenza: una posizione che ha consolidato nel tempo con una presenza ricorrente nei talk televisivi.

FRANCESCO ACQUAROLI

L’altro elemento su cui hanno puntato parecchio alla sede di via della Scrofa sono gli amministratori locali. Le adesioni anche dai territori negli ultimi tempi non mancano, ma già da tempo FdI sta tentando di costruire una classe dirigente locale che arrivi a sfidare anche gli alleati del centrodestra. Gli esempi più citati sono i presidenti delle regioni conquistate dal partito, Marche e Abruzzo, rispettivamente Francesco Acquaroli e Marco Marsilio.

Marsilio, parlamentare per due legislature, proviene dalla destra romana storica, con un solido curriculum di militanza nelle associazioni studentesche e poi, a fine anni Novanta, la vicepresidenza di Azione Giovani, il movimento giovanile di An. Acquaroli, invece, fa parte del cerchio dei confidenti più stretti di Giorgia Meloni. Quasi coetaneo della presidente, ha lavorato a lungo sul territorio dove ha svolto tutto il cursus honorum che lo ha portato dalla carica di consigliere comunale a presidente di regione (collezionando negli anni anche diverse sconfitte), carica che ha conquistato nel 2020 strappando le Marche al centrosinistra.

Oggi FdI è di nuovo un partito in grado di attrarre voti e figure non cresciuti nell’alveo del Msi e delle sue successive derivazioni. Parte dell’operazione culturale che Meloni ha portato avanti dal 2004 in poi è stata quella di non far più sentire fuori luogo chi si avvicinava al partito da una diversa famiglia politica, limitando lo strapotere della destra romana nei gruppi parlamentari e anche sul territorio. Una scelta che ha pagato quando nel 2012 FdI si è staccata dal Popolo della libertà. Ora il nuovo traguardo è la società civile, come avvenuto con Andrea Abodi, manager e presidente dell’Istituto per il credito sportivo e possibile prossimo ministro allo sport.

Fiore all’occhiello delle amministrazioni cittadine di Fratelli d’Italia sono quelle dei sindaci di Pistoia, di Ascoli Piceno, di Catania, tutti nati e cresciuti politicamente nella scuola di partito. Nel capoluogo toscano, in particolare, nel 2017 si è imposto per la prima volta dalla nascita della Repubblica un sindaco di destra: Alessandro Tomasi, classe 1979, un passato in Azione Giovani (poi Giovane Italia), poi in Alleanza nazionale.

Storie simili quelle di Marco Fioravanti, sindaco ad Ascoli Piceno dal 2019 e Salvo Pogliese che a Catania, dopo un flirt con Forza Italia, è tornato nel partito che già l’aveva cresciuto nel Fronte della Gioventù e in An.

IGNAZIO LA RUSSA

Il presidente del Senato è tra i “padri nobili” di Fratelli d’Italia, quello che forse rappresenta meglio di tutti il senso del percorso compiuto fino a oggi dal partito di Meloni. Nel dicembre 2012 sarebbe potuto rimanere nel Popolo della libertà. Le elezioni politiche del 2013 erano alle porte. La sua rielezione non era in dubbio così come la possibilità, in caso di vittoria o di sconfitta, di ambire a un posto di primo piano o nel governo, o nel partito.

La Russa, forse puntando sul dissolvimento di Forza Italia, ha deciso di dar vita a Fratelli d’Italia. Le cose sono andate diversamente. Le elezioni hanno portato alla nascita del governo Letta. Poi è arrivato Matteo Renzi, il patto del Nazareno, e per FdI sono stati cinque anni di opposizione.

Meloni e gli altri dirigenti del partito sono ovviamente grati a La Russa e quelli che, come lui, hanno deciso di mettersi al servizio del progetto. Tra questi sicuramente Adolfo Urso, Fabio Rampelli e Guido Crosetto. Ognuno di loro, in modi diversi, è vicino e consiglia Meloni. Il primo ha strappato alla Lega la presidenza del Copasir durante il governo Draghi, ma è anche colui che ha provato il blitz parlamentare per far passare la mozione in difesa dell’italianità di Borsa italiana nel processo di cessione a Euronext.

FRANCESCO GIUBILEI

Se il concetto di “intellettuale organico” non fosse appannaggio della sinistra sarebbe forse la definizione perfetta per descrivere questo ragazzo, classe 1992, che nel 2008 ha fondato una casa editrice e nel 2017 un «movimento di idee», “Nazione futura”, che è anche una rivista trimestrale. Non solo, nello stesso anno è diventato anche presidente della Fondazione Tatarella, un cognome che nella storia della destra italiana ha un peso tutt’altro che irrilevante.

E proprio come il “ministro dell’armonia” Giubilei prova a vestire i panni dell’uomo del dialogo. Con la sinistra (del comitato scientifico della Fondazione Tatarella fanno parte Vittorio Sgarbi ma anche Giuseppe Vacca, Francesco Ferri, Giovanni Guzzetta) e con pezzi più o meno recenti del mondo che ha gravitato intorno alla storia del Msi e di An e che, poi, per vari motivi si sono allontanati. Se c’è una cosa che i critici del partito gli imputano è quella di aver oscillato un po’ troppo tra Lega e Fratelli d’Italia.

Ma al momento il suo rapporto con Meloni non è in discussione anche se qualcuno, un po’ maliziosamente, fa notare: «In passato sono stati tanti gli intellettuali che si sono avvicinati al nostro mondo. Lo hanno fatto soprattutto per ottenere qualcosa. Una poltrona in Rai, qualche nomina di peso, magari anche posto come editorialista in qualche giornale sfruttando l’appartenenza al nostro mondo». Di certo c’è che la leader non ha bisogno di qualcuno che le insegni a dialogare con chi è lontano dalle sue posizioni.

Una delle sue creature, Atreju, che lei stessa ha più volte definito «una festa di parte, non di partito», ha ospitato negli anni politici appartenenti a diversi schieramenti. E ancora oggi, nonostante l’organizzazione sia ufficialmente affidata a Chiara Colosimo, possibile ministra alla gioventù, quando è il momento di organizzare la manifestazione Meloni è in prima linea: «Non pensa ad altro, è impossibile parlarle».  LISA DI GIUSEPPE E NICOLA IMBERTI

Andrea Muratore per tag3.it il 17 ottobre 2022.

Dici Fratelli d’Italia e pensi ad Atreju: ormai l’abbinamento politico tra il partito di maggioranza nel campo del centrodestra e la kermesse giovanile romana che si svolge dal 1998 e che è stata ideata da Giorgia Meloni è immediato. 

Lo è perché alla “generazione Atreju” appartiene buona parte della leva politica emersa alle ultime elezioni, ma che politicamente è coesa da decenni. Un gruppo di politici nati tra la seconda metà degli Anni 70 e la fine degli Anni 80, maturato quando ormai la trasformazione del Movimento sociale italiano dentro Alleanza nazionale si stava compiendo.

Atreju e l’avanzata dei giovani come svolta graduale dal post-fascismo

Atreju è l’erede degli Hobbit sul cui esempio si formavano i giovani della destra degli Anni 70; per la precisione, è il protagonista del romanzo La storia infinita di Michael Ende, che al festival di lotta diventato sempre più di governo ha dato il nome. 

Come il personaggio, anche l’evento che porta il suo nome vuole incarnare, scrivevano gli organizzatori nella presentazione dell’edizione 2017, «l’esempio di un giovane impegnato nel confronto quotidiano contro le forze del Nulla, contro un nemico che logora la fantasia della gioventù, ne consuma le energie, la spoglia di valori e ideali, sino ad appiattirne le esistenze».

Attivismo, protagonismo politico del “nuovo che avanza” e svolta graduale dal post-fascismo al conservatorismo nazionale che i fedelissimi della Meloni incarnano: un mix politico comunitario, prima ancora che ideologico, con cui la destra italiana ha voluto avanzare dal periodo di Gianfranco Fini alla leadership compiuta dell’aspirante premier. 

Atreju è stato il “laboratorio” dei contatti umani, oltre che politici, dei colonnelli della destra sociale diventata conservatrice. 

La svolta di Viterbo 2004: la kermesse dove tutto ebbe inizio

La svolta della Generazione Atreju ha un luogo e una data: Viterbo, 27-28 settembre 2004. Azione giovani, il primo erede dello storico Fronte della Gioventù, eleggeva il suo nuovo presidente. 

A contendersela, da un lato, l’attuale eurodeputato Carlo Fidanza e dall’altro l’allora 27enne Meloni. Attorno a loro una schiera di figure oggi di primo piano in Fratelli d’Italia, allora militanti dell’ala giovanile di Alleanza nazionale.

A Nicola Procaccini sarebbe stato affidato il compito presentare ai delegati la candidatura della Meloni, che si era distinta a livello nazionale in Azione studentesca a fine Anni 90 in qualità di leader del movimento studentesco e del comitato “Gli antenati”, un gruppo costituito dal basso della militanza studentesca, affinché venisse contrastata l’azione riformistica dell’allora ministro della Pubblica istruzione, Rosa Russo Iervolino.

Presenti al congresso anche Giovanni Donzelli e gli immancabili Francesco Lollobrigida, cognato della Meloni, e Giovanbattista Fazzolari, già allora consiglieri fidatissimi di Giorgia. Che vinse contro Fidanza, ma non lo mise mai ai margini. Vinse l’esponente di una destra meno ancorata al vecchio retaggio movimentista, anti-americano, barricadero di molti esponenti dell’ala sociale che, rappresentata da Gianni Alemanno, aveva preso piede attorno a Fidanza. E vinse rappresentando una destra romana, legata da rapporti umani solidi. 

I grandi dibattiti, da Bertinotti a Veltroni fino al controverso Orban 

La “generazione Atreju” nacque come blocco coeso in quell’occasione, seguendo la Meloni nella sua scalata.

Anno dopo anno, la manifestazione di Atreju lanciata nel 1998 dalla Meloni e tenutasi quasi sempre a settembre, con poche eccezioni (come quella 2021, la più partecipata di sempre, chiamata “Il Natale dei Conservatori”), diventava l’occasione per rifinire i legami personali, aggiornare le linee ideologiche, creare continuità e confronto. Con un richiamo post-ideologico rispetto alla visione del mondo novecentesca che i militanti di Azione giovani prima e Fdi poi hanno invitato sempre a modernizzare.

Tutti i protagonisti della “generazione Atreju”, come la neo-deputata Chiara Colosimo, in larga parte militanti della prima ora di estrazione romana, ricordano in particolare i grandi dibattiti dei festival: quello tra Fausto Bertinotti e Gianfranco Fini del 2006, quello tra lo stesso Fini e Walter Veltroni l’anno successivo, il confronto tra Mario Capanna e Marcello De Angelis sugli Anni 70 andato in scena sempre nel 2007. 

Tanti, poi, gli ospiti giunti nel corso degli anni: da Silvio Berlusconi a Giovanni Lindo Ferretti, da Matteo Renzi al controverso premier ungherese Viktor Orban, che nel 2019 cantando Avanti Ragazzi di Buda infiammò il palco dei giovani della destra vicina a Fdi.

Fazzolari, Lollobrigida, Procaccini, Donzelli: i plasmati dalla militanza giovanile

La coesione è il vero punto di caduta su cui leggere la tenuta della “generazione Atreju”, ben raccontata da Francesco Boezi nel saggio Fenomeno Meloni, edito nel 2020 e primo lavoro a raccontare dall’interno, con la voce di chi in quei mondi ha vissuto e militato, la genesi dell’attuale leadership di Fdi. 

Boezi, oggi commentatore politico per il Giornale, scrive che la seconda prova di maturità degli ex militanti della destra giovanile cresciuti tra la Garbatella e Colle Oppio fu proprio la scelta di rompere col Popolo della libertà nel 2012 e far nascere Fdi pochi mesi prima del voto nazionale del febbraio 2013. 

Una scelta tramite la quale Giorgia Meloni si unì a Guido Crosetto e Ignazio La Russa riuscendo a tenere compatto il suo gruppo originale e che, col senno di poi, ha premiato. Meloni, Fazzolari, Lollobrigida, Procaccini, Donzelli e in fin dei conti lo stesso Fidanza sono solo alcuni dei nomi dei deputati plasmati nella politica romana a partire dalla militanza giovanile e dalle kermesse, prese in giro all’inizio e combattute poi, di Atreju fino ad arrivare alle porte del potere.

La carica dei nuovi eletti: Mennuni, Filini, Roscani, Sigismondi, Pogliese, Perissa

Assieme a loro, molti nuovi entranti di spicco di Fdi: la citata Chiara Colosimo, tra le organizzatrici del festival, a cui si aggiunge chi si è unita strada facendo alla corsa del nucleo storico di Fdi, come Lavinia Mennuni, neo senatrice che nel collegio di Roma centro ha battuto a sorpresa Emma Bonino e Carlo Calenda in quella che è stata una sfida simbolica. 

Contro la Radicale sostenitrice dell’aborto e l’ex ministro dello Sviluppo Economico, liberista in economia e liberal sui diritti civili, ha prevalso un avvocato, madre di tre figli, ex Consigliera ai rapporti col mondo cattolico nella giunta Alemanno e aperta sostenitrice delle posizioni pro-vita in materia di interruzione di gravidanza, oggi presidente del movimento Mamme d’Italia.

Tra i neo deputati anche Francesco Filini, romano classe 1978, dottore in Scienze politiche e appassionato di sistemi monetari, a lungo responsabile dell’Ufficio Studi del partito. 

E tra gli esponenti “pescati” fuori Roma nell’area Atreju sbarcati in parlamento spiccano Fabio Roscani, eletto in Abruzzo, ultimo presidente di Gioventù nazionale, assieme al chietino Etewaldo Sigismondi, l’ex sindaco di Catania Salvo Pogliese, che sostenne Meloni già nella kermesse di Viterbo e il piemontese Marco Perissa, presidente dell’associazione sportiva d’area Opes. L’esercito di Giorgia ha in queste figure una continuità con lo spirito dei primi Anni 2000.

Ora devono dimostrare se quel motto («Il domani appartiene a noi») sarà vero

Boezi nota che «se la Meloni non avesse fatto il primo passo in direzione di un partito come Fratelli d’Italia, la destra italiana sarebbe probabilmente scomparsa nel nulla. Se Giorgia Meloni, ancora, non avesse avuto le qualità politiche e umane che ha – e che le sono state riconosciute trasversalmente – il destino dei reduci di An, della generazione Atreju e della generazione Meloni, non sarebbe stato così radioso». 

Da un lato, la compattezza del gruppo; dall’altro, una sostanziale assenza di competizioni interne. «Il mio unico riferimento politico è Giorgia Meloni», è il mantra di tutti i neoeletti di Fdi. «Il mondo in cui l’ex ministro della Gioventù è cresciuto è denso di legami umani e politici», sottolinea Boezi.

«Sono storie intrecciate di e da uomini e comunità, che producono un risultato politico-elettorale», ha aggiunto l’analista politico con una buona dose di preveggenza sul presente. «L’effetto nelle urne, ossia i voti ottenuti, è soltanto una mera somma finale, mentre la costruzione di mondi comunitari è tutto fuorché un’operazione istantanea». 

In sostanza per Boezi non si può capire il “melonismo” senza il “comunitarismo”. E proprio questo assunto sarà la grande sfida per traghettare la generazione Atreju alla terza, grande sfida dopo quella del 2004 e quella del 2012: la prova del fuoco del governo e del compromesso con forze, poteri, apparati.

A cui gli ex militanti di Azione giovani e Gioventù nazionale usciti vincitori dalle urne saranno chiamati in una delle ore più complesse della recente storia repubblicana. Dovendo dimostrare se il motto che animava le prime edizioni di Atreju, «il domani appartiene a noi», sia destinato a trovare effettiva conferma.

Chi è Andrea Giambruno, il compagno di Giorgia Meloni che potrebbe essere il primo «first gentleman» d’Italia. Claudio Bozza su Il Corriere della Sera il 26 Settembre 2022.

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