Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2022

GLI STATISTI

TERZA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

 

GLI STATISTI

INDICE PRIMA PARTE

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero Moro.

Le aste dei cimeli giudiziari.

Le Brigate Rosse.

Il retroscena di un delitto. La pista dei servizi segreti domestici. 

Il retroscena di un delitto. La pista della ‘Ndrangheta.

Il retroscena di un delitto. La pista palestinese.

Il retroscena di un delitto. La pista russa.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ricordando Andreotti.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ingiustizia. Il caso Mani Pulite spiegato bene.

Gli Amici di Craxi.

I Nemici di Craxi.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Berlusconi e la Famiglia.

Berlusconi e lo Sport.

Berlusconi e gli amici.

Berlusconi e la politica.

Berlusconi e la Giustizia.

 

INDICE TERZA PARTE

 

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Nazi-fascismo e Comunismo: Economia pianificata.

Stato, Fascismo e lotte di classe: eran e son comunisti.

Al tempo del Nazismo.

L’Olocausto.

Dio, Patria, Famiglia.

Le Leggi Razziali.

Al tempo del Fascismo.

Margherita Sarfatti: la donna che creò Benito Mussolini.

Dopo il Fascismo.

I Figli di Mussolini.

Le Marocchinate.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli Eredi di Mussolini.

Nazista…a chi?

 

 

 

 

GLI STATISTI

TERZA PARTE

 

 

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Nazi-fascismo e Comunismo: Economia pianificata.

Economia pianificata. Le affinità tra Hitler e Stalin sulla proprietà privata e le nazionalizzazioni. Rainer Zitelmann su L'Inkiesta il 2 Luglio 2022.

Nel suo nuovo libro, Rainer Zitelmann analizza il pensiero economico e socio-politico del dittatore tedesco che durante il regime nazista sottolineò quanto disporre dei propri beni non era in alcun modo un affare privato degli industriali. E tollerava la proprietà individuale solo se utilizzata nella cornice di obiettivi stabiliti dallo Stato 

Rispondere alla domanda sulla posizione di Hitler sulla proprietà privata e sulle nazionalizzazioni appare piuttosto semplice. In genere si ritiene che Hitler riconoscesse la proprietà privata dei mezzi di produzione e rifiutasse la nazionalizzazione. Ma fermarsi qui, come si fa di solito, significherebbe essere superficiali, perché questa affermazione è troppo generica e lascia aperte troppe domande. Nel mio nuovo libro Hitler’s National Socialism, analizzo il pensiero economico e socio-politico del dittatore.

In un articolo sul sistema economico del nazionalsocialismo pubblicato nel 1941, l’economista e sociologo Friedrich Pollock (cofondatore dell’Istituto per le ricerche sociali di Francoforte, che in seguito divenne il nucleo della Scuola di Francoforte) sottolineava quanto segue: «Sono d’accordo sul fatto che l’istituto giuridico della proprietà privata sia stato mantenuto e che molti tratti caratteristici del nazionalsocialismo comincino a manifestarsi, sia pure in modo ancora vago, in Paesi non totalitari. Ma questo significa che la funzione della proprietà privata non è cambiata? È vero che l’aumento del potere di pochi gruppi è il risultato più importante del cambiamento avvenuto in Germania? Io credo che sia molto più profondo e che debba essere descritto come la distruzione di tutti i tratti essenziali della proprietà privata, con una sola eccezione. Anche alle imprese più potenti fu negato il diritto di aprire nuove attività in settori in cui si aspettavano maggiori profitti, o di interrompere una linea di produzione quando questa diventava poco redditizia. Questi diritti furono trasferiti in toto ai gruppi al potere. Il compromesso tra i gruppi al potere determinava inizialmente l’estensione e la direzione del processo produttivo. Di fronte a una tale decisione, il titolo di proprietà è impotente, anche quando si basa sul possesso della stragrande maggioranza del capitale sociale, figuriamoci poi quando ne possiede solo una minoranza».

Come sappiamo, il metodo di Hitler raramente consisteva nella radicale eliminazione di un’istituzione o di un’organizzazione. Viceversa, egli continuava a corroderne la sostanza fino a che non rimaneva pressoché nulla della sua funzione o del suo contenuto originari. Solo per amore dell’analogia, dobbiamo osservare che neppure la Costituzione di Weimar venne mai formalmente abrogata: la sua sostanza e il suo intento vennero indeboliti poco a poco e, infine, all’atto pratico eliminati.

Nei discorsi pronunciati agli esordi, Hitler propugnava la nazionalizzazione della terra, ma, in linea di principio, si dichiarava ancora favorevole alla proprietà privata. Come appare evidente dalle note di Otto Wagener, lo scetticismo di Hitler in materia di nazionalizzazione derivava dalle sue convinzioni darwinistico-sociali. Otto Wagener, capo del Dipartimento di Politica Economica della NDSAP (il partito nazista) dal gennaio 1931 al giugno 1932 e che rivestiva il ruolo di consigliere politico di Hitler, riporta che nel 1930 il futuro Führer aveva dichiarato «A questo proposito, mi sembra che l’intero concetto di nazionalizzazione, nella forma che è stata sperimentata e richiesta finora, sia erroneo e sono giunto alla medesima conclusione di Herr Wagener. In qualche modo, dobbiamo applicare a tale questione un processo di selezione. Se vogliamo addivenire ad una soluzione naturale, sana e soddisfacente del problema, [è necessario] un processo di selezione di quei soggetti aventi titolo – e ai quali sia permesso – di vantare pretese e far valere il diritto di proprietà sulle aziende del Paese».

D’altro canto, in numerose occasioni Hitler sottolineò con forza che come disporre dei propri beni non era in alcun modo un affare privato degli industriali. Il 9 ottobre del 1934, ad esempio, egli dichiarò: «Pertanto la ricchezza, in particolare, non solo comporta maggiori possibilità di godimento, ma soprattutto maggiori responsabilità. L’idea che l’uso di una fortuna, non importa quanto grande, sia esclusivamente una questione privata dell’individuo dev’essere corretta, a maggior ragione nello Stato nazional-socialista, giacché, senza il contributo della comunità, nessun individuo sarebbe mai stato in grado di godere di un tale beneficio».

Per Hitler, il mantenimento formale della proprietà privata non era importante. Una volta che lo Stato ha un diritto illimitato di stabilire le decisioni dei proprietari dei mezzi di produzione, l’istituto giuridico formale della proprietà privata non ha più significato. È questo che afferma Pollock quando individua «la distruzione di tutti i tratti essenziali della proprietà privata, con una sola eccezione». Dal momento in cui i proprietari dei mezzi di produzione non possono più decidere liberamente il contenuto, l’occasione e l’entità dei loro investimenti, le caratteristiche essenziali della proprietà privata sono abolite, anche se rimane un a garanzia formale del diritto di proprietà.

Nei suoi colloqui a tavole del 3 settembre 1942 Hitler affermò che la terra era «proprietà nazionale e, in definitiva, concessa agli individui solo in prestito». Hitler riconosce la proprietà privata solo nella misura in cui essa viene utilizzata in accordo con il principio del beneficio comune prima del beneficio privato, il che significa, in concreto, solo nella misura in cui essa viene utilizzata nella cornice di obiettivi stabiliti dallo Stato. Per Hitler, il principio di “beneficio comune prima del beneficio privato” significa che, se risulta necessario per l’interesse collettivo, lo Stato ha sempre il diritto di decidere il modo, l’entità e il momento dell’uso della proprietà privata, mentre l’interesse collettivo, ovviamente, è definito dallo Stato stesso.

Nel maggio 1937 Hitler dichiarò: «Dico all’industria tedesca, ad esempio: “adesso dovete produrre questo e quello”, dopo di che ritorno su questo punto nel Piano Quadriennale. Se l’industria tedesca dovesse replicare “non possiamo farlo”, allora risponderei: “Benissimo, assumerò io il controllo delle vostre officine, ma dev’essere fatto”. Ma se l’industria mi dice “lo faremo”, allora sono ben lieto di non dover assumerne il controllo».

Che queste affermazioni di Hitler non fossero vuote minacce divenne chiaro agli industriali già il 23 luglio 1937, quando Göring annunciò la formazione della “SpA per l’Estrazione Mineraria e Fusione della Ghisa Hermann Göring”. Il processo avviato con le ripetute minacce di Hitler e di Göring condusse infine alla creazione delle Reichswerke [Industrie del Reich] Hermann Göring, che nel 1940 impiegavano 600.000 persone. La fabbrica di Salzgitter sarebbe diventata la più grande d’Europa. In tal modo lo Stato nazional-socialista aveva dimostrato che il più volte proclamato “primato della politica” era una cosa seria e che non avrebbe esitato ad avviare attività e costruire imprese controllate dallo Stato ogniqualvolta l’industria privata avesse opposto resistenza alle direttive statali. In occasione di una conversazione tenuta il 14 febbraio 1942 con Josef Goebbels sul problema dell’aumento della produzione, Hitler ebbe a dire: «…qui dobbiamo procedere rigorosamente, che l’intero processo di produzione debba essere riesaminato e che gli industriali che non vogliono assoggettarsi alle direttive che emaniamo dovranno perdere le loro fabbriche, senza curarci del fatto che ciò possa causare la loro rovina economica».

Il modello di Hitler: Stalin e la sua economia pianificata

I nazional-socialisti intendevano espandere l’economia pianificata anche nel periodo successivo alla guerra, come sappiamo da numerosi commenti di Hitler. Al trascorrere del tempo, l’ammirazione del Führer per il sistema economico sovietico crebbe. «Se Stalin avesse continuato nella sua opera per altri dieci o quindici anni – ebbe a dire Hitler ad un gruppo ristretto di ascoltatori nell’agosto del 1942 – la Russia sovietica sarebbe diventata la nazione più potente sulla terra, per centocinquanta, duecento, trecento anni, tanto è unico questo fenomeno! Che il livello di vita si sia accresciuto, non c’è dubbio. Il popolo non ha patito la fame. Tutto considerato, dobbiamo dire: hanno costruito fabbriche dove due anni fa non c’era nient’altro che villaggi sperduti, fabbriche grandi quanto le Industrie Hermann Göring».

In un’altra occasione, sempre parlando alla cerchia dei collaboratori più stretti, egli affermò che Stalin era «un genio», nei confronti del quale si doveva avere un «rispetto indiscusso», particolarmente in considerazione della vasta pianificazione economica che aveva guidato. Hitler aggiunse di non avere il minimo dubbio che nella Russia sovietica, a differenza dei paesi capitalisti come gli Stati Uniti, non è mai esistita la disoccupazione.

In diverse occasioni il dittatore tedesco osservò in presenza dei propri collaboratori che sarebbe stato necessario nazionalizzare le società per azioni più grandi, il settore dell’energia e tutti gli altri rami dell’economia che producevano “materie prime essenziali” (ad esempio, l’industria siderurgica). Ovviamente, in tempo di guerra non era il momento più opportuno per attuare nazionalizzazioni radicali di questa portata. Hitler e i nazional-socialisti ne erano ben consapevoli e, in ogni caso, avevano fatto tutto il possibile per calmare i timori per le nazionalizzazioni degli uomini d’affari del paese. Ad esempio, nell’ottobre 1942 un memorandum di Heinrich Himmler, il capo delle SS, afferma che «finché dura la guerra» non sarebbe stato possibile un cambiamento fondamentale dell’economia capitalistica tedesca.

Chiunque si fosse battuto contro di essa avrebbe suscitato “una vera e propria caccia alle streghe” ai suoi danni. In un rapporto preparato nel luglio 1944 da un Hauptsturmführer (grado paramilitare equivalente a capitano) delle SS, alla domanda «Perché le SS sono impegnate in attività economiche?» si rispondeva «Questa domanda è stata specificamente sollevata da circoli che pensano esclusivamente nei termini del capitalismo e che non amano assistere allo sviluppo di aziende pubbliche, o quanto meno aventi una natura pubblica. L’epoca del sistema economico liberale imponeva il primato degli affari, vale a dire, prima vengono gli affari, poi lo Stato. Al contrario, il Nazional-Socialismo sostiene la posizione opposta: lo Stato dirige l’economia, lo Stato non è qui per le aziende, ma le aziende sono qui per lo Stato».

Mises: «Socialismo con l’aspetto esteriore del capitalismo»

Era in questi termini che Hitler e il Nazional-Socialismo vedevano l’essenza del sistema economico che avevano instaurato, come avevano ben compreso studiosi attenti come l’economista Ludwig von Mises. Incidentalmente, egli giunse alla medesima conclusione dell’economista di sinistra Friedrich Pollock che abbiamo visto poc’anzi. Il 18 giugno 1942 von Mises inviò una lettera al New York Times nella quale, più chiaramente di tanti dei suoi contemporanei e, soprattutto, più chiaramente di tanti autori che scrivono oggi in materia di nazional-socialismo, egli riconosceva che «il modello di socialismo tedesco (Zwangswirthschaft) è contraddistinto dal fatto di conservare, sia pure solo nominalmente, alcune istituzioni del capitalismo.

Il lavoro, ovviamente, non è più “una merce”; il mercato del lavoro è stato solennemente abolito; lo Stato stabilisce i salari e assegna a ciascun lavoratore il posto che deve occupare. La proprietà privata, in teoria, è stata mantenuta. Di fatto, tuttavia, alcuni imprenditori sono stati ridotti alla condizione di capireparto (Betriebsführer). Lo Stato dice loro cosa devono produrre e in che modo, da chi ottenere forniture e a quali prezzi, così come a chi vendere a quali prezzi.

Le aziende possono presentare rimostranze in occasione di decisioni inopportune, ma la decisione finale rimane nelle mani delle autorità … Gli scambi di mercato e l’imprenditorialità, pertanto, non sono che una facciata. Lo Stato, non la domanda da parte dei consumatori, dirige la produzione; lo Stato, non il mercato, stabilisce il reddito e le spese di ciascun individuo. Si tratta di socialismo con l’apparenza esteriore del capitalismo: pianificazione ovunque e controllo totale di tutte le attività economiche da parte dello Stato. Alcune delle etichette dell’economia capitalistica di mercato sono state conservate, ma esse significano qualcosa di completamente diverso da quello che indicherebbero in un’autentica economia di mercato».

Come sappiamo dalle dichiarazioni di Hitler, una volta terminata la guerra egli si sarebbe voluto spingere ulteriormente verso un’economia diretta dallo Stato. Nei monologhi diretti al circolo dei collaboratori più intimi (le cosiddette “conversazioni a tavola”) e tenuti il 27 e 28 luglio 1941, Hitler affermò che «un impiego sensato delle risorse di un. paese può essere realizzato esclusivamente in un’economia diretta dall’alto». Più o meno due settimane dopo egli aggiunse: «Per quanto riguarda la pianificazione dell’economia, siamo a mala pena agli inizi e immagino che sarà meraviglioso costruire un ordine economico tedesco ed europeo che comprenda tutto».

·        Stato, Fascismo e lotte di classe: eran e son comunisti.

Stato, Fascismo e lotte di classe. Annabella De Robertis su La Gazzetta del Mezzogiorno il 22 Ottobre 2022.

«Lo Stato ed il Fascismo»: Gabriele Faggella, primo presidente della Corte di Cassazione di Napoli e procuratore generale presso la Corte d’Appello di Trani, pubblica sulle colonne del Corriere delle Puglie del 22 ottobre 1922 la sua analisi politica. L’atmosfera è calda: il governo Facta è in crisi, Giolitti è tornato in campo e per il 24 ottobre i fascisti hanno organizzato una grande adunata a Napoli, che sarà sicuramente uno «spiegamento delle forze e della loro potenza».

Scrive Faggella: «Questo fenomeno, che preoccupa il Governo, non è stato considerato e studiato nel suo vero valore nell’attuale momento storico, perché è stato riguardato da punti di vista unilaterali. Il fascismo, per quanto possa essere predominante nella nazione, non giungerà mai a sopprimere la lotta delle classi sociali, ch’è lotta d’interessi in contrasto tra loro».

L’adunata di Napoli, in realtà, è solo un diversivo per distogliere l’attenzione dalla preparazione di qualcosa di molto più imponente. Dopo circa venti mesi di azioni squadristiche, culminate negli assalti di luglio e agosto, il fascismo è al punto di svolta. Mussolini sa bene che non possono coesistere a lungo l’apparato dello Stato e l’apparato militare fascista: o meglio, questo potrebbe accadere solo se il Pnf riuscisse ad andare al potere, con un’azione politico-parlamentare o con un’insurrezione.

Mussolini inizia a preparare il terreno e apre un canale istituzionale con Giolitti, illudendo i liberali di voler aderire ad un nuovo governo di concentrazione. Al contempo, rassicura la monarchia dicendosi disponibile ad abbandonare le proprie convinzioni repubblicane.

Le trattative con lo statista liberale, come si evince dal titolo in prima pagina, iniziano però a vacillare.

Nel frattempo, si legge sempre sul Corriere, la Regina Madre ha ricevuto a Bordighera il comandante generale della Milizia fascista, l’on. Cesare De Vecchi, e il generale Emilio Del Bono. Si tratta di un vero e proprio esercito privato del tutto illegale, costituitosi ufficialmente poche settimane prima, contro cui lo Stato non ha preso nessun provvedimento. Anzi, il gesto di andare in visita alla sovrana sembra eloquente: «De Vecchi e Del Bono sono stati trattenuti per oltre un’ora dalla Regina Margherita che si è dimostrata minutamente informata della vita del fascismo e delle sue nuove tabelle disciplinari», si legge sul Corriere. Pochi mesi dopo nascerà la «Milizia volontaria di sicurezza nazionale»: sarà uno dei primi provvedimenti del nuovo capo del Governo, Benito Mussolini. Lo strumento principale della violenza fascista diventerà parte integrante dello Stato.

Crisi dello stato liberale e avvento del fascismo. Da Skuola.it.

L'appunto contiene informazioni sulle classi sociali presenti in Italia nel primo dopoguerra, sul biennio rosso in Italia, sull'avvento del fascismo da movimento politico a partito, sulle riforme portate dal fascismo e sui patti lateranensi.

La crisi dello stato liberale e l'avvento del fascismo Problemi per la riconversione delle industrie belliche in industrie civili. Classe operaia → presa di coscienza e vogliono diritti. Contadini → presa di coscienza → vogliono ciò che gli era stato promesso (spartizione delle terre). Ceto impiegatizio → scontento del carovita poiché loro hanno un reddito fisso. Classe dirigente → ancora quella liberale di fine '800 → non è in grado di affrontare il dopoguerra e i contadini e operai non si sentono rappresentanti da questi liberali. L'appunto contiene informazioni sulle classi sociali presenti in Italia nel primo dopoguerra, sul biennio rosso in Italia, sull'avvento del fascismo da movimento politico a partito, sulle riforme portate dal fascismo e sui patti lateranensi.

I sindacati sostengono gli operai. 1919 nasce Partito Popolare Italiano fondato da Don Luigi Sturzo. Principi: solidarietà e giustizia sociale → sostiene i contadini. È un partito laico. 1920 cresce il Partito Socialista → “riformisti” e “massimalisti”. Massimalisti avevano come leader Giacinto Serrati e il direttore del giornale “L'Avanti” Mussolini. Si ispiravano a socialismo russo (dittatura proletaria) → paura ne borghesia. Il Biennio Rosso in Italia 1919 Caro-viveri → scioperi e tumulti, lotte dei lavoratori agricoli. Novembre 1919 prime elezioni del dopoguerra. Vincono i liberal-democratic Socialisti primo partito. Al governo risale Giolitti → Trattato di Rapallo con Jugoslavia: Italia tiene Trieste, Gorizia e Istria. Il Fascismo Nasce a Milano nel 1919 quando Mussolini, escluso dal partito socialista per essersi schierato con gli interventisti durante la Prima Guerra Mondiale, fonda i Fasci di Combattimento (= si proponevano la difesa degli interessi degli ex combattenti). All'inizio schierati a sinistra. Nascono le squadre d'azione → lotta contro socialisti. Creano clima di terrore instabilità. Hanno un programma che sembra popolare ma usano mezzi violenti. 1921 da movimento politico a partito fascista (ideologia espressa in un programma e gerarchia all'interno). Si presenta alle elezioni del '21 e prende voti.

1922 Mussolini, convinto dei consensi degli italiani, fa un colpo di stato: presa del potere con forza → Marcia su Roma: da tutta Italia i fascisti vanno a Rom (camicie nere con armi). Nonostante fosse illegale poiché non si può occupare la capitale con l'esercito, il re non dichiara lo stato d'assedio → dimostra la fragilità delle istituzioni italiane. La costituzione era lo Statuto Albertino. Il re pensa di sfruttare il fascismo per riparare ai disordini sociali, qualcuno che agisse per conto suo.

1922 Mussolini nominato capo del Governo. Il fascismo si rivela conservator protettore degli interessi delle classi alte ed è liberticida. Per lavorare bisognava avere la tessera del fascismo. Apparentemente vengono mantenute le istituzioni liberali. Esistono ancora g altri partiti solo che Mussolini cerca di portarli dalla sua parte. La gente che andava a votare veniva controllata e minacciata. Giornali controllati da capitalisti che erano a favore del fascismo. Nascono 2 nuove istituzioni: la milizia volontaria per la sicurezza nazionale → esercito parallelo a quello italiano ed è a servizio del fascismo; il Gran Consiglio del Fascismo: indicava le linee generali del partito fascista, era presieduto da Mussolini e aveva il compito di indicare il successore. 1922 Giovanni Gentile, ministro dell'istruzione (introduce esame di maturità Scuola classista: bisognava scegliere dall'inizio se si voleva andare all'università o fermarsi prima e andare a lavorare. Sostenitori del fascismo. Ex combattenti delusi, opinione pubblica, gli industriali, i capitalisti e i proprietari terrieri. Gli industriali perché erano preoccupati per gli scioperi e Mussolini mandava missioni per combattere i sindacati e gli scioperanti. 1924 elezioni → fascismo con intimidazioni e alleanze con gli altri partiti vince. Il deputato Giacomo Matteotti denuncia in parlamento le intimidazioni fasciste e viene ucciso. Mussolini esce allo scoperto e dichiara che è stato un delitto politico e tiene un discorso in Parlamento dove si assume la responsabilità di tutte le violenze → primo fascismo. Fascismo diventa dittatura → secondo fascismo: nelle istituzioni solo fascisti 1924 -1928 date delle elezioni in cui il fascismo acquista potere. 1928 lista unica. Il fascismo dichiara fuori legge tutti gli altri partiti e i sindacati. Regime di stato: totalitario (=una sola idea che domina ed essa controlla tutti gli aspetti della vita). Organizza i lavoratori nelle Corporazioni delle Arti e dei Mestieri.

Sociale Quei fascisti che avevano aderito al primo fascismo rimangono delusi a causa del delitto, delle leggi liberticide, ecc forma di opposizione. Per avere consensi si rivolge alla massa con strumenti di massa: radio dove Mussolini fa i suoi discorsi; nelle campagne c'erano le case del fascio: sedi periferiche del fascismo per essere vicino alla gente per controllare ma anche per sopperire ai bisogni della massa. Riforma della scuola (Gentile → scuola classista). Le famiglie numerose vengono premiate perché il fascismo conta sul numero. La gioventù inquadrata in un apparato sportivo-militare: i più picco erano i Balilla. Istituite le colonie estive per combattere la tubercolosi e il rachitismo dei bambini grazie ad aria di mare o montagna. Bonifica delle zone paludose dove c'era la malaria → nuove terre da coltivar Si introduce la coltura estensiva (cerealicoltura) per 2 motivi → 1) no bisogno di importare cereali da USA Liberale e da URSS comunista → programma di autosufficienza → Autarchia (=bastiamo a noi stessi); 2) gli agrari avevano sempre dato appoggio a fascismo e allora si crea un latifondismo moderno. L'autarchia mette in crisi la lavorazione artigianale → non si importano le materie prime. Politica Il fascismo acquista potere quando ristabilisce i rapporti con la santa chiesa Patti Lateranensi: - la prima parte era un trattato internazionale, con il quale la Santa Sede riconosceva lo Stato Italiano ponendo fine alla questione romana, e lo Stato Italiano riconosceva la sovranità della Santa Sede sul territorio di Città del Vaticano e su altri particolari edifici; - la seconda parte era una convenzione finanziaria, con la quale lo Stato Italiano si impegnava a corrispondere alla Santa Sede una cospicua somma, risarcimento dei territori persi con l'annessione dello Stato Pontificio al Regno d'Italia; - la terza parte era una concordato, che definiva i diritti della Chiesa in Italia, elevando la religione cristiana cattolica a religione di stato, limitando i diritti degli altri culti ammessi e limitando anche chi incorresse in sanzioni ecclesiastiche. Fascismo visto positivamente da paesi esteri più conservatori.

Nei primi 20 anni del secolo scorso fino alla vigilia della presa del potere dei fascisti. I più forti in quel periodo erano i socialisti

Che erano sostenuti dal sindacalismo rivoluzionario che ebbe influenze anche su Mussolini. Cesare Maffi su ITALIAOGGI - NUMERO 148   PAG. 8  DEL 25/06/2022

Dall'inizio del secolo alla grande guerra, essenziale fu il ruolo svolto da un numero ristretto di periodici, fiorentini ma non soltanto, i quali avevano una vendita limitata, di poche migliaia di copie, lontane quindi dai milioni di presenze odierne sulla rete sociale. Tuttavia La Voce e il Regno, Lacerba, Leonardo e altre ancora promossero la riflessione, la formazione, l'analisi di minoranze che nei decenni successivi si mostrarono decisive per l'intero mondo politico e per la società.

Il ventennio fu dominato dalla figura di Giovanni Giolitti, tanto da prendere la di lui aggettivazione; ma non senza contrasti e scontri. Ne tratta Giuseppe Bedeschi, emerito di Storia della filosofia, in Miti e ideologie, uscito presso Le Lettere, in un'edizione che rinnova la precedente. Alcuni partiti segnarono la storia, dall'assunzione di Vittorio Emanuele III sul trono fino al consolidarsi del fascismo. In verità l'unica formazione strutturata fin dall'avvio del secolo era quella socialista, a lungo dominata da Filippo Turati. Insieme si collegava, specie negli enti locali, in una coalizione denominata “l'estrema”, con repubblicani e radicali. Inoltre l'intervento diretto era promosso dalla sempre maggiore rilevanza del sindacalismo, nel quale un versante peculiare era costituito dal sindacalismo rivoluzionario, di cui non vanno dimenticate le influenze su Benito Mussolini, sia nella sua fase socialista sia nella progressiva costituzione dei fasci. Al sorgere di una vera forza politica, come quella fascista, e del coevo partito popolare promosso da Luigi Sturzo (il quale va distinto dallo Sturzo che aveva sperimentato la società americana, negli anni Cinquanta, liberista, avverso alla corruzione, lontano da personaggi come Enrico Mattei e Giorgio La Pira), non corrispose la formazione dell'unico partito che ininterrottamente aveva ispirato la storia nazionale, da Camillo Cavour in poi: il liberale. La costituzione formale del partito risalì infatti al periodo della marcia su Roma, dopo decenni di frantumazioni e di notabilati.

La divisione maggiore rimase quella fra destra storica, al potere fino al 1876, e sinistra storica, insediatasi successivamente; ma le sigle sotto le quali individuare candidati ed eletti liberali si sprecarono, ancora nel 1924 con il listone mussoliniano. Un ruolo essenziale fu svolto dai singoli: su tutti, Benedetto Croce e Giovanni Gentile, uniti dapprima con La Critica e man mano allontanatisi, prima ancora per prospettive filosofiche che non per visioni politiche o personali, evidenti del resto con l'interventismo fra il 1914 e il '15. Proprio gli interventisti si divisero, non secondo il classico schema destra-sinistra, bensì amalgamando i contrapposti schieramenti, unificando i neutralisti prevalenti fra gli elettori ma non fra chi decise l'entrata in guerra.

Una netta novità giunse con l'affermarsi dei nazionalisti. Indicativa risultò la vittoria di Luigi Federzoni nel primo collegio di Roma, che era stato di Giuseppe Garibaldi. Una funzione propria, arrivata all'indicibile affermazione di Gabriele d'Annunzio, va attribuita al fiumanesimo, che Bedeschi avrebbe potuto commentare. Si notarono altresì personaggi anomali, come il liberal socialista Carlo Rosselli (cui si può attribuire l'imputazione di ircocervo pronunciata da Croce) e Pietro Gobetti, invero molto più confusionario che creativo.

Si avvertì già nel primo Novecento l'incapacità di unione nel mondo socialista, diviso e perfino contrapposto. Proprio nel mondo socialista s'impose il comunismo, nel quale salì in primo piano Antonio Gramsci (Bedeschi ne ricorda l'incisiva influenza gentiliana, non soltanto nell'attività giovanile). Egli rivelò una progressiva lontananza da Palmiro Togliatti, il quale rimase talmente avvinto al Cremlino da agire da succubo a Mosca, come ben si vide in epoca staliniana (ma non solo).

Dall'amministrazione socialista all'avvento del fascismo (1920-1926). Da comune.erba.co.it il 5 aprile 2019

Introduzione

Gli anni che seguirono la fine del primo conflitto mondiale costituiscono uno dei momenti più importanti nella storia d’Italia. Gli effetti della Grande Guerra infatti non si esaurirono nella tremenda distruzione di vite umane e nello sconvolgimento dei confini fra gli Stati. Essa rappresentò la più grande esperienza di massa mai vissuta fino ad allora ed agì come un potentissimo acceleratore dei fenomeni sociali. Al termine del conflitto il primo problema che si pose con urgenza alle classi dirigenti di tutti i paesi fu il reinserimento dei reduci. Chi aveva rischiato la vita sui campi di battaglia tornava a casa con una nuova coscienza dei propri diritti, con la convinzione di aver maturato un credito nei confronti della società. La guerra aveva dimostrato l’importanza del principio di organizzazione applicato alle masse. Per far valere i propri diritti e per affermare le proprie rivendicazioni sembrava dunque necessario associarsi e organizzarsi in gruppi il più possibile numerosi. Risultò così bruscamente accentuata la tendenza, già in atto, alla massificazione della politica. Partiti e sindacati videro aumentare ovunque il numero dei loro iscritti. Di fronte a questa crescita delle organizzazioni di massa persero importanza le forme tradizionali dell’attività politica nei regimi liberali, mentre acquistarono maggior peso le manifestazioni pubbliche, basate sulla partecipazione diretta dei cittadini. La consapevolezza del sacrificio subita dai popoli giustificava di per sé l’attesa di soluzioni nuove. L’aspirazione ad un nuovo ordine era dunque comune alla maggioranza degli europei. Per un buon numero di lavoratori e di intellettuali l’ordine nuovo era quello che si stava cominciando ad attuare in Russia.

L’economia italiana nel biennio immediatamente successivo al conflitto presentava i tratti tipici della crisi postbellica: sviluppo abnorme di alcuni settori industriali, sconvolgimento dei flussi commerciali, deficit gravissimo del bilancio statale, inflazione galoppante. Tutti i settori della società erano in fermento. La classe operaia, tornata alla libertà sindacale e infiammata dal mito della rivoluzione russa, non solo chiedeva miglioramenti economici, ma reclamava maggior potere in fabbrica e manifestava tendenze rivoluzionarie. I ceti medi, coinvolti nell’esperienza della guerra e colpiti dalle sue conseguenze economiche, tendevano ad organizzarsi per difendere i loro interessi e gli ideali patriottici. Di fronte a questi problemi la classe dirigente liberale si trovò sempre più contestata e isolata e finì col perdere l’egemonia. Risultarono invece favorite quelle forze socialiste e cattoliche che non erano compromesse con le responsabilità della guerra e che, inquadrando larghe masse, potevano meglio interpretare le nuove dimensioni assunte dalla lotta politica. Furono i cattolici a portare il primo e più importante fattore di novità dando vita, nel ’19, al Partito popolare italiano (Ppi). Il nuovo partito, che ebbe il suo primo segretario in don Luigi Sturzo, si presentava con un programma di impostazione democratica e si dichiarava laico; in realtà il Ppi era strettamente legato alle strutture organizzative del mondo cattolico. L’altra grande novità nel panorama politico italiano fu la crescita impetuosa del Partito socialista. Importante era nel partito la prevalenza della corrente di sinistra, ora chiamata massimalista, i cui esponenti si dichiaravano ammiratori entusiasti della rivoluzione bolscevica. Questa radicalizzazione finì con l’isolare il movimento operaio. I socialisti si preclusero ogni possibilità di collaborazione con le forze democratico – borghesi, spaventate dalla minaccia della dittatura proletaria. L’espansione del partito socialista nel biennio successivo al conflitto fu un fenomeno che caratterizzò tutta l’Italia, anche quelle zone rurali dove la tenuta delle forze costituzionali era tradizionalmente più netta. L’avvento del partito di massa nelle piccole realtà comunali delle periferie italiane stravolse letteralmente l’equilibrio sociale e la vita stessa di quella parte dei cittadini fino ad allora esclusi aprioristicamente dalla scena politica. La crescita del fenomeno sindacale e la nascita di quella fitta rete di istituzioni sulla quale si basava il sistema socialista di formazione culturale e partecipazione democratica allargò notevolmente il ventaglio delle occasioni di accesso alla politica da parte dell’intera classe proletaria. La partecipazione attiva alla vita pubblica attraverso la trafila nei nuovi partiti riscattò le classi sociali più deboli cui la nuova realtà dava finalmente la possibilità di confrontarsi con quelle forze che per anni avevano egemonizzato l’apparato amministrativo provinciale e comunale. Alla fine del 1920 i comuni retti da maggioranze socialiste decuplicarono in tutta Italia. Unitamente alla crescita del partito si intensificarono le battaglie sindacali, e proprio nel 1920 si assistette all’occupazione delle fabbriche, ultimo capitolo dell’ondata di scioperi ed agitazioni che avevano sconvolto il paese durante il cosiddetto “biennio rosso”. Anche se queste forme di lotta proletaria si conclusero di fatto con il 1921, nell’opinione pubblica moderata si era ormai diffuso l’allarme per una situazione che si giudicava minacciosa. L’espansione del movimento socialista era sotto gli occhi di tutti e i timori di una rivoluzione sul modello bolscevico venivano, a torto o ragione, definiti attendibili. Fu così che in molti guardarono con simpatia alle prime manifestazioni dello squadrismo fascista: l’ ”ordine” andava ristabilito. Nel corso di soli quattro anni (dal 1920 al 1924) l’Italia passò dal pericolo di una rivoluzione proletaria ad un regime di stampo fascista che ne condizionerà la storia per i successivi vent’anni.

Scopo primario di questo lavoro è lo studio di quel periodo di grandi trasformazioni sociali e culturali che seguì il termine del conflitto mondiale attraverso la ricostruzione storica dell’attività di un comune della provincia comasca: Erba. Come la maggior parte dei comuni lariani anche Erba visse l’esperienza di un’amministrazione socialista prima che il fascismo oscurasse ogni forma di partecipazione democratica alla vita pubblica. La “giunta Giussani” (dal nome del sindaco socialista), governò la cittadina dall’ottobre del 1920 al gennaio del 1923, anno in cui gli squadristi locali la costrinsero alle dimissioni. Successivamente il municipio venne retto da commissari prefettizi fino alla nomina del podestà nel 1926. La ricerca verte quindi sui sei anni che intercorsero tra l’elezione dell’amministrazione “rossa” e la definitiva conquista della città da parte dei fascisti con l’istituzione della carica podestarile, assegnata inizialmente al segretario politico del fascio locale. Le elezioni amministrative del 20 ottobre 1920 furono le ultime ad eleggere democraticamente gli organi di governo comunali e provinciali; la nomina del podestà il 12 luglio 1926 (in tutti i comuni lariani), sancì l’inizio del governo fascista anche in ambito locale. Il tema centrale di questo lavoro si sviluppa all’interno del lasso di tempo delimitato da queste due date. In questo modo è stato possibile osservare come gli avvenimenti che sconvolsero l’Italia nel dopoguerra si ripercossero anche su di una piccola realtà come quella del comune di Erba, fino a quel momento immune ai mutamenti che attraversavano il paese. Attraverso lo studio dell’ amministrazione comunale nelle due fasi contraddistinte dalla supremazia del partito socialista e successivamente da quella del partito fascista si è ottenuto inoltre uno spaccato di quella che era la vita sociale di una cittadina di periferia nel contesto di uno tra i periodi più controversi della nostra storia.

Fonte principale per la compilazione è stato l’Archivio Comunale di Erba, all’interno del quale sono conservati documenti inerenti l’amministrazione municipale a partire dal 1800. Per il periodo considerato (1920 – 1926), gli argomenti sono suddivisi in una decina di categorie corrispondenti a circa cinquanta cartelle, ciascuna di svariati fascicoli. La parte più preziosa si è rivelata quella corrispondente al “governo” della città poiché attraverso gli atti comunali è stato possibile ricostruire la dinamica degli eventi più importanti. Di grande aiuto sono stati inoltre i registi delle delibere consiliari, all’interno dei quali, oltre alle iniziative della maggioranza, si trovano le contestazioni e le controproposte dell’opposizione. Piuttosto scadente rimane invece la documentazione relativa ai comuni lariani conservata nell’Archivio di Stato di Como. Specie per gli anni 1919-1923 scarseggia infatti la raccolta documentale. Le comunicazioni tra prefetto e Ministero degli Interni, effettuate attraverso relazioni, rapporti e telegrammi, si intensificano con l’avvento del fascismo e danno un quadro significativo della situazione politica, economica e sociale di tutta la provincia, mentre del periodo precedente diverse rimangono le lacune storiche. Fondamentale infine si è dimostrato l’apporto dei giornali e dei periodici del tempo conservati preso la Biblioteca Comunale di Como. I quotidiani “La Provincia di Como” e “L’Ordine” sono indispensabili per conoscere fatti e vicende del territorio lariano, anche perché erano gli unici ad uscire durante tutto l’anno con continuità. I periodici “Il Corriere delle Prealpi” moderato, “Il Lavoratore Comasco” socialista, “Vita del Popolo” cattolico e “Il Gagliardetto” fascista rappresentano singoli spicchi di opinione ed è quindi necessario effettuare un controllo presso i carteggi archivistici per “depurare” le notizie dalle interpretazioni più faziose. Si sono rivelati tuttavia delle fonti preziose per questa ricerca perché contengono le corrispondenze dai comuni del circondario con le cronache dettagliate degli avvenimenti più importanti

I socialisti che diventarono fascisti. Mauro Suttora il 4 Giugno 2021 su huffingtonpost.it.

La tesi, provocatoria solo per chi non ha letto Renzo De Felice, del libro di uno dei suoi principali collaboratori

La maggioranza dei dirigenti socialisti italiani aderì al fascismo. È questa la tesi, provocatoria solo per chi non ha letto Renzo De Felice, del nuovo libro di uno dei suoi principali collaboratori: Antonio Alosco, già docente di storia contemporanea all’università di Napoli, autore di ‘I socialfascisti’ (D’Amico editore, 2021).

“Furono tanti i socialisti che aderirono al fascismo, o si ritirarono dalla politica, o scrissero a Mussolini facendo atto di sottomissione, collaborando e affiancando il regime”, scrive Alosco. “In confronto a loro i socialisti fuoriusciti all’estero o clandestini in Italia appaiono una minoranza trascurabile”.

Senza nulla togliere agli eroi dell’antifascismo come Pertini, Nenni, i fratelli Rosselli, Lelio Basso o Ernesto Rossi, insomma, nel decennio del consenso al regime (1928-38) fra i socialisti prevalsero rassegnazione e “indifferentismo” (la definizione sconsolata che i marxisti ‘scientifici’ davano da Parigi della situazione italiana).

Alosco esamina i casi più eclatanti di passaggio dalla sinistra al fascismo. Arturo Labriola, fondatore del partito socialista a Napoli, economista, deputato, ministro del Lavoro con Giolitti nel 1921, finì sull’Aventino e scappò in Francia. Ma nel 1935 tornò clamorosamente in Italia, lodando Mussolini per la guerra d’Etiopia. Il duce lo ricevette in nome del comune passato soreliano, e trovò lavoro a lui e al figlio. Più in là il collaborazionismo di Labriola non si spinse, ma tanto bastò perché il partito socialista gli negasse un seggio alla Consulta nel 1945. 

L’anno dopo si fece eleggere in una lista liberale, e fu senatore fino al 1953 tornando a sinistra, tanto che fu capolista Pci alle comunali di Napoli nel 1956.

Un altro caso scandaloso fu quello di Emilio Caldara, primo sindaco socialista in una grande città, a Milano dal 1914 al 1920. Grazie alla sua buona amministrazione divenne più popolare di Turati, e portò il Psi al trionfo elettorale del 1919: primo partito col 32% (allora i fascisti ebbero solo 4mila voti).

Dopo lo scioglimento dei partiti e l’inizio della dittatura Caldara tornò a fare l’avvocato, ma nel 1934 chiese un colloquio a Mussolini, che conosceva bene come collega consigliere comunale a Milano. Gli propose di collaborare al corporativismo, che riteneva vicino agli ideali socialisti. Fu il duce a declinare l’offerta del gruppo di Caldara, per evitare frizioni con i sindacalisti fascisti.

Ma forse l’episodio più pregnante fu quello dell’intero gruppo dirigente della Cgl, il sindacato di sinistra. I suoi due primi segretari, Rinaldo Rigola e Ludovico d’Aragona, si offrirono anch’essi a Mussolini nel 1927, entusiasti per la Carta del lavoro fascista. L’unico a opporsi, dall’esilio parigino, fu Bruno Buozzi.

Anche Alberto Beneduce, issato dal duce alla testa dell’Iri nel 1933, era di sinistra, tanto da chiamare col bizzarro nome di Idea Nuova Socialista la figlia, poi moglie di Enrico Cuccia, fondatore di Mediobanca.

Tragico il destino di Nicola Bombacci, l’ex segretario nazionale socialista passato prima al Pci e poi al fascismo (Mussolini gli finanziò il giornale ‘La Verità’), fucilato a Dongo e appeso in piazzale Loreto col duce, Claretta e i gerarchi.

Ma il professore Alosco presenta molti altri casi di dirigenti politici e sindacali socialisti i quali via via chinarono la testa di fronte al fascismo, che acquistava un consenso sempre maggiore.

Nel 1932, per il decennale del regime, Mussolini era così saldo al potere che potè permettersi magnanimità: amnistiò i due terzi dei 1056 condannati per reati politici, e liberò 595 confinati.

Il crescente consenso deprimeva gli antifascisti fuoriusciti a Parigi, che passavano molto tempo in dispute ideologiche fra loro. Tutto sommato, lo sprezzante epiteto di “socialfascisti”, con cui il comunista Togliatti equiparava i socialisti antibolscevichi ai fascisti, aveva un fondamento nei fatti. 

Liberali, comunisti, cattolici... I partiti e la storia della democrazia in Italia dal 1919 al 2008, di Stefano De Luca su Gliscritti.it il 24/09/2009  

Riprendiamo dalla rivista “Ventunesimo secolo”, 8 (2009), pp. 9-30, la sintesi storica proposta dall’articolo Il ‘secolo breve’ della democrazia italiana (1919-2008), di Stefano De Luca. Le chiavi di lettura offerte dall’autore per comprendere l’evoluzione della democrazia dei partiti in Italia meritano attenzione per la chiarezza con la quale pongono in risalto gli snodi attraversati dalla cultira politica nel nostro paese; le riproponiamo per stimolare il dibattito che possono suscitare.

Nell’articolo in questione, la sintesi storica si apre poi all’analisi delle elezioni del 2008, auspicando che esse abbiano dato il via ad un bipolarismo reale e non più solo formale, anche se i recenti sviluppi del paese sembrano rimettere in discussione questo approdo. Questa lettura degli eventi attuali che viene proposta nell’articolo del prof. De Luca è stata omessa dalla nostra selezione. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Stefano De Luca è docente di Storia delle dottrine politiche presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e presso l’Università La Sapienza di Roma. Ha recentemente curato la prima edizione italiana dei Principi di politica di Benjamin Constant (1806), per i tipi della Rubettino.

Su questo sito, vedi Le ideologie totalitarie del novecento e la rivoluzione francese. Appunti da un dialogo con il prof. De Luca. Per approfondimenti, cfr. la sezione Storia e filosofia.

Il Centro culturale Gli scritti (23/9/2009)  

[...] 

1. La genesi (1919-21) della democrazia in Italia: guerra e rivoluzione 

Il 21 gennaio 1919, in una riunione socialista Turati «stava spiegando: “Dobbiamo preparare le coscienze all’avvento della società socialista, ma, al tempo stesso, bisogna operare per la graduale trasformazione della società”, allorché una voce lo interruppe, dicendo: “È troppo lungo!”. E Turati di rimando: “Se conoscete una via più breve, indicatemela”. Allora molte voci risposero: “La Russia, la Russia, viva Lenin!”» (F. Chabod, L’Italia contemporanea, Einaudi, 2002², p. 37). 

«Io ho l’impressione che il regime attuale in Italia abbia aperto la successione. (…) Aperta la successione del regime, noi non dobbiamo essere degli imbelli. Dobbiamo correre. Se il regime sarà superato, saremo noi che dovremo occupare il suo posto. Perciò creiamo i Fasci» (B. Mussolini, Discorso per la fondazione dei Fasci di Combattimento, in “Popolo d’Italia”, 24 marzo 1919) 

Non verrà sottolineato mai abbastanza il fatto che la democrazia di massa, in Italia, nasce all’insegna di un binomio fatale: guerra e rivoluzione. La Grande Guerra è la prima esperienza ‘nazionale’ degli italiani e vede il protagonismo di ceti sociali rimasti sino ad allora ai margini della vita politica (contadini, piccola borghesia, operai); la Rivoluzione bolscevica, dal canto suo, dimostra che la società comunista non è un approdo così lontano da apparire irraggiungibile, ma qualcosa che si può realizzare qui e ora. 

Nasce su questo sfondo quella «miscela esplosiva di aspirazioni di riscatto sociale» e di «diffusi miti rivoluzionari» (1) che caratterizza l’Italia del 1919: i contadini vogliono la terra, una richiesta di cui si è discusso sui giornali durante il conflitto e che è stata blandita, dopo Caporetto, persino dalla propaganda ufficiale; gli operai, inebriati dal successo della rivoluzione leninista, vogliono la repubblica socialista e i soviet; la piccola borghesia, che subisce le conseguenze economicamente più pesanti della guerra ed è esacerbata dalla sindrome della ‘vittoria mutilata’, vuole uno status sociale adeguato e una nazione forte, rigenerata moralmente, rispettata all’estero e all’interno. 

Su tutto domina un clima di impazienza (specie tra i giovani) e di radicalizzazione emotiva e ideologica. Le due nuove ‘religioni politiche’ che si dividono le piazze – questo nuovo luogo della politica, dove ci si mobilita, dove si tengono i comizi e dove sempre più spesso ci si scontra fisicamente – sono il socialismo e il nazionalismo: a dividere i loro seguaci, sin dalla guerra di Libia, è la nazione. 

Il conflitto tra nazione e internazionalismo (tra nazione e ‘antinazione’) è la prima forma di polarizzazione ideologica che si manifesta nell’Italia del Novecento, portando con sé la demonizzazione dell’avversario e la disposizione all’uso della violenza. 

Alla ‘mobilitazione rumorosa’ di socialisti e nazionalisti si affianca quella ‘silenziosa’ dei cattolici, che sin dagli ultimi anni dell’Ottocento, quando è ancora in vigore il non expedit, operano nella dimensione sociale e culturale, dando vita ad una serie di iniziative (settimane sociali, cooperative e leghe, banche popolari) che rafforzano il loro rapporto con il mondo rurale e con i ceti medi. E se nel 1913, grazie al Patto Gentiloni, entrano in parlamento una trentina di deputati cattolici, dopo la guerra i tempi sono ormai maturi perché i cattolici, nonostante le diffidenze della Chiesa verso la democrazia, operino senza la ‘tutela’ della classe dirigente liberale: nasce così nel 1919 il Partito popolare, guidato da don Sturzo. 

Alla mobilitazione di ispirazione nazionalista, cattolica e socialista (cioè di quelle che diverranno le culture politiche di massa dell’Italia del Novecento) si contrappone l’inerzia dei liberali, che governano il paese dall’unità ma non riescono a comprendere quanto esso sia profondamente mutato. I liberali accetteranno nel 1918 – quando dispongono ancora di un’ampia maggioranza parlamentare – di varare la legge elettorale proporzionale e lo scrutinio per liste di partito, ma non si doteranno di un partito organizzato, cioè dell’unico strumento adeguato per fronteggiarne gli esiti di una simile riforma. 

In questo quadro, le elezioni del 1919 produrranno «il più grande terremoto elettorale della storia nazionale» (2): il Partito socialista, pur essendosi opposto ad una guerra vittoriosa, passa dal 17,7 al 32,3% dei consensi, triplicando i suoi deputati (da 52 a 156); il Partito popolare, che ha solo pochi mesi di vita, ottiene il 20,5% dei voti e 100 deputati; i vari gruppi liberali, riuniti come sempre intorno a singole personalità (Nitti, Giolitti, Orlando, Salandra), scendono dal 67,6% al 38,9%, passando da 383 a 216 deputati. La classe dirigente che ha governato il Paese per sessant’anni non ha più una maggioranza, a meno di non allearsi con i socialisti o con i popolari. 

A questo straordinario successo politico dei primi due partiti di massa della democrazia italiana va aggiunto che ciascuno di essi dispone di un sindacato ‘amico’: i socialisti controllano la Confederazione generale del lavoro (Cgdl, sorta nel 1906), che ha due milioni di aderenti; i popolari possono contare sulla Confederazione italiana lavoratori (Cil, nata nel 1918), che ha quasi un milione e duecentomila iscritti (di cui un milione sono coltivatori). Se a questo si aggiunge l’insediamento nelle amministrazioni locali (i socialisti controllano il 24% dei comuni, i popolari il 13%) si ha un’idea di come il 1919 abbia letteralmente travolto i vecchi assetti politici. 

Ma la poderosa armata socialista realizza una sorta di autoconventio ad excludendum: confermando, nel congresso del 1919, la linea rivoluzionaria adottata sin dal 1918 (che eliminava qualsiasi obiettivo intermedio e puntava all’istituzione della Repubblica socialista, alla dittatura del proletariato e alla socializzazione dei mezzi di produzione e scambio), il Partito socialista non solo esclude «ogni ipotesi di collaborazione con governi o maggioranze ‘borghesi’», ma preconizza «la conquista violenta del potere» e addita «nelle istituzioni liberali una fortezza nemica da conquistare e da distruggere» (3). 

Un episodio riassume il senso e le conseguenze di questa scelta anti-sistema (che, non va dimenticato, era stata premiata dagli elettori): alla seduta inaugurale della Camera i deputati socialisti, obbedendo ad una delibera del partito, abbandonano l’aula prima del discorso della Corona. All’uscita vengono aggrediti da un gruppo di nazionalisti: seguono tre giorni di scioperi di protesta con violenti scontri di piazza in tutto il Paese. 

La scelta rivoluzionaria dei socialisti – e soprattutto lo svilupparsi di quell’ondata di conflittualità operaia e contadina che va sotto il nome di ‘biennio rosso’, con le occupazioni di fabbriche e di terre – innesca la ‘grande paura’ dei ceti borghesi, che non si sentono sufficientemente garantiti dall’attendismo con il quale la vecchia classe dirigente liberale affronta la crisi: su questo senso di insicurezza e di abbandono da parte dello Stato fanno leva i Fasci di combattimento, che vengono da un risultato elettorale assai deludente (alle elezioni del 1919 hanno preso solo poche migliaia di voti, senza ottenere alcun seggio). 

L’azione violenta dei fascisti in difesa della proprietà e dei valori della nazione inizia a guadagnare consensi: tra il 1920 e il 1921 i fasci si decuplicano (da 100 a 1000), mentre lo squadrismo si allarga a macchia d’olio dalla pianura padana alla Puglia. Si afferma così, nel giro di pochi mesi, «un soggetto politico dalle caratteristiche del tutto inedite: un movimento che da un lato si ergeva a difensore dei valori borghesi, della tradizione nazionale, di un ideale dello Stato forte e autorevole; dall’altro assumeva una connotazione tipicamente sovversiva» (4) e rivoluzionaria. 

Tra il 1919 e il 1922 si consuma la prima fase di guerra civile ideologica del Novecento italiano: è il conflitto tra due radicalismi, uno di sinistra e uno di destra, uno alimentato dal mito della rivoluzione sociale e l’altro da quello della rivoluzione nazionale, mentre le due forze che rifuggono dall’uso della violenza e sono aliene dal radicalismo (liberali e popolari) non riescono a dare vita ad una stabile ed efficace collaborazione di governo. 

Il Partito popolare di Sturzo è indubbiamente una grande novità: secondo Chabod la sua nascita rappresenta «l’avvenimento più notevole della storia italiana del XX secolo, specie in rapporto al secolo precedente» (5). Esso segna infatti il definitivo ingresso dei cattolici nella vita dello Stato italiano, fatto di per sé di importanza straordinaria; ma segna anche, nella linea democratico-cristiana di Sturzo, l’incontro dei cattolici con il mondo moderno. 

I cattolici, per il prete siciliano, non dovevano più appartarsi in forme proprie, ma aderire alla vita moderna per assimilarla e trasformarla: il moderno, più che sfiducia e ripulsa, doveva destare «il bisogno della critica, del contatto, della riforma» (6). Ai cattolici italiani – profondamente radicati nelle masse, a partire da quelle rurali, e sensibili ai loro bisogni sociali e politici – spettava un compito proprio, distinto da quello dei liberali (che per Sturzo erano conservatori, mentre i cattolici dovevano essere democratici) e da quello dei socialisti (portatori di un sovversivismo distruttivo delle strutture sociali e della fede religiosa): per questo i cattolici avevano dovuto organizzarsi in un loro partito, che doveva essere libero di muoversi ora a destra ora a sinistra, al fine di realizzare il suo programma. 

Programma nel quale, insieme alle tradizionali richieste del mondo cattolico (libertà d’insegnamento, difesa della famiglia, riconoscimento giuridico delle organizzazioni sindacali), erano presenti contenuti schiettamente democratici (voto alle donne, Senato elettivo, riforma fiscale in senso progressivo, sviluppo delle autonomie locali, politica estera ispirata al wilsonismo). Ma la novità del Partito popolare viene sottovalutata dalle altre forze politiche e in particolare dai liberali, nei quali prevalgono vecchi pregiudizi e più recenti incomprensioni. 

Ad esempio, Giolitti – protagonista per eccellenza della democrazia parlamentare di ascendenza ottocentesca – non sopportava l’idea di dover trattare con un leader (Sturzo) che non sedeva in parlamento e che quindi ai suoi occhi era soltanto un privato cittadino, oltretutto appartenemente al clero. Quanto a Salandra, riconoscendo nel 1924 al fascismo il merito inestimabile di aver debellato i «fatali avversari» dei liberali, individuava quegli avversari non solo nei socialisti, ma anche nei popolari. 

Queste incomprensioni di fondo – unite al risorgere di antichi risentimenti, ai personalismi dei vecchi leaders e al fatto che i popolari volevano nel governo una parità che i liberali non erano disposti ad accordare – avrebbero avuto «non piccola parte nel bloccare la funzionalità delle istituzioni liberal-parlamentari e nel determinare la crisi dell’intero sistema» (7). 

Va peraltro sottolineato come i popolari fossero gli unici, nel periodo 1919-21, ad avere un seguito di massa e, al tempo stesso, se non una compiuta cultura politico-istituzionale della democrazia (su questo terreno molte erano ancora le carenze, tra i conservatori, i clerico-moderati e i ‘giacobini bianchi’ alla Miglioli), certamente una cultura antropologica i cui valori (rifiuto della violenza, attitudine al dialogo e alla mediazione) erano compatibili con le regole della democrazia. 

I social-comunisti avevano (e i fascisti avrebbero avuto) un seguito di massa, ma certamente la loro cultura era incompatibile con la democrazia liberale; quanto al mondo liberal-democratico, aveva la cultura politica appropriata, ma era sprovvisto di seguito popolare. 

Nel 1921 interviene infine un ulteriore avvenimento, a complicare il già complesso quadro politico. Il Partito socialista subisce – nonostante le sue posizioni rivoluzionarie – la scissione della sua ala sinistra, che fonda il Partito comunista d’Italia (PCd’I). La spinta decisiva era venuta dal II congresso dell’Internazionale comunista, che aveva imposto ai partiti aderenti condizioni vincolanti, tra le quali il cambiamento del nome (da socialista o socialdemocratico a comunista, come aveva fatto lo stesso Lenin nel 1918) e l’espulsione degli elementi riformisti e centristi. 

Inaspettatamente la dirigenza massimalista del Partito socialista resiste, forse per orgoglio (ritenendo di non avere nulla da imparare in tema di intransigenza rivoluzionaria), forse perché consapevole del peso che la componente riformista ha nell’elettorato e negli organismi sindacali. La sinistra si trova così spaccata in due partiti: il Psi, all’interno del quale convivono due anime (quella massimalista, largamente maggioritaria, e quella riformista), e il Pcd’I. 

A questa scissione – la ‘madre’ di tutte le scissioni che la sinistra italiana avrebbe sperimentato nella sua storia – seguiranno due espulsioni, entrambe dal Psi: nel 1922 vengono espulsi i riformisti, che fondano il Partito socialista unitario (Psu), e nel 1923 i ‘terzinternazionalisti’, che confluiranno nel PCd’I. 

Tornando alla scissione del 1921, questa scompagina i piani di Giolitti, che pensava di servirsi dei socialisti riformisti per formare una nuova maggioranza parlamentare, liberandosi dal condizionamento dei popolari e recuperando il ruolo di perno centrale del sistema politico. L’impossibilità di realizzare questo disegno induce il vecchio statista alla scelta delle elezioni anticipate, alle quali i liberali si presentano, nel Nord, in ‘blocchi nazionali’ che includono nazionalisti e fascisti, allo scopo di compattarsi, rivitalizzarsi e infliggere un colpo a socialisti e popolari. 

Le elezioni del 1921, che si svolgono in un clima di violenza, segnano un’ulteriore frammentazione del sistema politico, con l’ingresso alla Camera di due nuovi partiti, quello comunista (che ottiene 15 seggi) e quella fascista (che elegge, all’interno dei blocchi nazionali, una trentina di deputati). Nel complesso si confermano gli equilibri del 1919: i socialisti ottengono 122 seggi, che sommati a quelli comunisti danno alla sinistra rivoluzionaria e classista una ventina di seggi in meno rispetto al 1919; i popolari hanno un lieve incremento, passando da 100 a 108 deputati; i gruppi liberal-nazionali raggiungono a stento la maggioranza e soltanto grazie alla presenza dei deputati fascisti. 

Questi ultimi, sotto la guida di Mussolini, fanno subito capire che intendono muoversi liberamente: fallito il disegno di Giolitti e archiviati velocemente i deboli tentativi di Bonomi e Facta, inizierà l’avventura di Mussolini alla guida del governo, che nel giro di due anni condurrà alla nascita di un sistema dittatoriale a partito unico. 

Cosa emerge alla luce di questa breve – e per forza di cose sommaria – ricostruzione del periodo 1919-1922? 

In primo luogo, che il sistema politico cambia natura e struttura: da una democrazia parlamentare di ascendenza ottocentesca si passa ad una democrazia dei partiti tipicamente novecentesca. Nel 1914 la politica la faceva ancora il Parlamento, per impulso di personalità di spicco che riunivano intorno a sé composite ‘maggioranze ministeriali’, formate da gruppi tra i quali le differenze di programma erano poco marcate. Partiti organizzati, se si eccettuano il Partito socialista e il piccolo Partito repubblicano, non ce n’erano e la libertà d’azione dei parlamentari era ampia: la nazione, politicamente, esisteva soltanto nel Parlamento. 

Nel 1919 tutto è cambiato: la politica si fa nella società, nelle piazze, attraverso partiti organizzati che hanno una precisa fisionomia ideologico-programmatica e che incanalano le esigenze e le aspirazioni di milioni di persone. La nazione, politicamente, esiste fuori del Parlamento e quest’ultimo dev’essere soltanto una proiezione fedele di tale fisionomia: i deputati votano seguendo le delibere delle direzioni dei rispettivi partiti. 

Assistiamo, quindi, alla nascita della democrazia dei partiti e, al suo interno, al successo dei ‘partiti di massa’ (che, come abbiamo visto, sono fiancheggiati da ‘sindacati amici’): il Partito socialista, espressione della subcultura operaia, e il Partito popolare, espressione della subcultura cattolica. A partire dal 1921 si rafforzerà il Partito nazionale fascista, che diverrà espressione (pur nel peculiare contesto di un sistema dittatoriale) della piccola e media borghesia. 

In secondo luogo, il sistema politico manifesta la tendenza alla frammentazione partitica e alla polarizzazione ideologica. Per quanto riguarda la frammentazione – cioè la tendenza alla divisione e quindi alla moltiplicazione dei partiti – la vicenda della sinistra è emblematica: nel giro di un anno quest’area politica si spezza in tre partiti (il Psi, il PCd’I e il Psu), tra i quali quello di ispirazione riformista è largamente minoritario. 

Inoltre i due grandi partiti della sinistra assumono una precisa configurazione: il Psi è caratterizzato dal massimalismo verbale e dalla rissosità interna, mentre il Pcd’I è caratterizzato dalla ferrea disciplina interna (lo statuto del partito stabilisce che la disciplina è il «supremo dovere di ogni membro di ogni organizzazione del partito») e dal legame con l’Unione Sovietica (la sua fonte di legittimazione sta «nell’autorità della Terza Internazionale e comunque del Partito bolscevico russo» (8) ). 

Quanto al Partito popolare, fin dalle sue origini esso è contrassegnato dalla eterogeneità dei suoi componenti: reduci della prima democrazia cristiana, esponenti del clerico-moderatismo, seguaci di Sturzo, nonché un mondo sociale composito tenuto insieme dal richiamo all’ispirazione cristiana. In un solo partito – ha scritto Carlo Morandi – «non s’erano mai veduti così opposti temperamenti, così diverse concezioni della lotta politica» (9), anche se la disciplina cattolica e l’accorta guida di Sturzo riescono a preservarne l’unità. 

Vi è infine il vario mondo liberale e democratico di ascendenza risorgimentale, la cui incapacità a costituirsi in partito (il Partito Liberale, com’è noto, fu costituito soltanto nel 1922, a venti giorni dalla marcia su Roma) costituisce paradossalmente un’altra conferma della tendenza alla frammentazione: qui non si divide qualcosa che era stato unito, ma non riesce a unirsi qualcosa che era diviso in partenza (anche se si trattava di divisioni ideologicamente ‘deboli’). 

Venendo alla polarizzazione ideologica, essa trova espressione, a sinistra, nella deriva massimalistica del Psi e nella nascita del PCd’I e, a destra, nella nascita e nello sviluppo del fascismo. Quando entrano in scena le culture politiche di massa di sinistra e di destra, queste conducono subito alla lacerazione, si annunciano come gli attori di un conflitto incomponibile, che ha per luogo la piazza (e non il parlamento), per oggetto la trasformazione rivoluzionaria della società (e non il suo governo), per metodo lo scontro violento (e non il conflitto istituzionalizzato). 

Si annuncia così la lunga guerra civile che attraverserà l’Italia del Novecento, con fasi calde e fasi fredde, fasi di partecipazione allargata e fasi di partecipazione ristretta. In presenza di questo radicale conflitto si radicherà l’abitudine alla demonizzazione dell’avversario e la tendenza (a volte necessaria) a posizionarsi contro qualcuno piuttosto che a favore di qualcosa: nasce così la ‘sindrome dell’anti’, che avrà una lunga serie di incarnazioni. 

In terzo luogo, si manifesta la tendenza all’instabilità governativa: tra il 1919 e il 1921 si succedono cinque governi, tra il 1921 e il 1922 tre. Tale instabilità nasce dalle caratteristiche sopra richiamate: la frammentazione partitica rende più difficile la formazione e la tenuta di una maggioranza, mentre la polarizzazione ideologica (cioè la presenza di partiti anti-sistema) rende più ristretta l’area dei partiti candidabili al governo. 

2. La rinascita (1945-1948) della democrazia in Italia: fratture e persistenze 

La rinascita del sistema democratico, così come la sua genesi, avviene sotto il segno della guerra; una guerra resa ancora più drammatica dalle divisioni interne. A partire dal 1943 il nostro Paese è diviso in due Stati, due governi e due regimi d’occupazione, i quali non definiscono solo due diverse giurisdizioni, ma contribuiscono «a ridisegnare le linee di frattura in cui si ricolloca l’universo politico degli italiani. L’Italia, forse come nessun altro paese d’Europa, diventa la rappresentazione simbolica delle due opzioni di civiltà che si sono date battaglia sul teatro del secondo conflitto mondiale» (10). 

Se la nascita della democrazia di massa, nel 1919, era stata seguita da una sorta di guerra civile tra fascisti e social-comunisti, la sua rinascita, nel 1945, è preceduta da una vera e propria guerra civile tra fascisti e antifascisti. Anche questa è una circostanza che non verrà sottolineata mai abbastanza. 

Ad essa vanno aggiunti tre elementi che ci riconducono al primo dopoguerra: l’incidenza del mito sovietico (dovuta, in questo caso, al ruolo militare dell’Urss), la debolezza delle istituzioni e la «grande forza espansiva dei partiti» (11) (che si mobilitano o si ricostituiscono nel 1942-43) e del sindacato (che rinasce in forma unitaria, come Cgil, nel 1944). 

Nuovo e importante, rispetto al 1919, è invece il ruolo della Chiesa, che negli anni terribili della guerra e dello sfaldarsi delle istituzioni ha rappresentato per molti italiani (di ogni tendenza, politica e apolitica) l’unica rete di protezione e di aiuto: «il sacerdote, la parrocchia, le varie sedi in cui si esercita la carità cristiana diventano gli uomini ed i luoghi, le realtà ed i simboli di un’umanità che cerca riparo ed una trincea di resistenza da cui ripartire per costruire una convivenza civile finalmente emendata dalle atrocità procurate dalla politica» (12). Questo ruolo di «collante socioculturale» (13) della Chiesa avrà certamente un peso nell’orientare le scelte di molti italiani, quando – finita la guerra – si tornerà a votare e quindi nella costruzione del nuovo Stato. 

Sin dal 1943-44 il quadro delle forze politiche riassume la fisionomia del 1919-21, con i socialisti (le cui diverse componenti sono ora riunificate nel Partito socialista di unità proletaria, Psiup), i comunisti (nel Pci), i cattolici (riuniti nella Democrazia cristiana, erede del Partito popolare), i liberali (nel Pli) e i repubblicani (nel Pri). Le novità sono soltanto due: il Partito d’Azione, che nasce dal movimento antifascista ‘Giustizia e libertà’, ispirato ad un radicalismo democratico impregnato di spiriti giacobini; e l’Uomo Qualunque, movimento che dà voce, nel Meridione, al sentimento antipolitico dei ceti medi, raccogliendo un variegato mondo di destra (il cui unico collante è l’anti-antifascismo, ennesima variante di quella sindrome conflittuale che porta gli italiani a definirsi e contrario). 

Gli attori sono quindi gli stessi del primo dopoguerra (quelli nuovi, sia detto per inciso, avranno vita breve); e ancora più forte è la tendenza verso quella ‘democrazia dei partiti’ che allora prese forma. Su questo terreno agisce anche l’eredità del fascismo: è stato infatti il fascismo, come ha osservato Lanaro, «a inaugurare in Italia la politica di massa, a declinarne alcune regole fisse e a esplorarne le principali possibilità» (14); e il Pnf rappresenta il modello organizzativo nel cui alveo i grandi partiti popolari, «non potendo né volendo ritornare ai rituali della politica di élite, sono costretti a muoversi» (15). 

È chiaro, quindi, che la ‘successione al regime’ – per usare le parole del Mussolini del ‘19 – è cosa che nel ‘45 riguarda i partiti di massa e soltanto loro. I più veloci a muoversi, in questo senso, sono i comunisti: il partito comunista, dirà Togliatti nel 1944, da «piccola ristretta associazione di propagandisti di idee generali del comunismo e del marxismo» deve trasformarsi in «un grande partito, un partito di massa» (16). Ciò significa che «bisogna creare i sindacati, le cooperative, le mutue (…). Bisogna organizzare i giovani, bisogna fare un lavoro tra le donne»; bisogna «che tutto il popolo senta realmente, non soltanto che il partito esiste, ma senta che il partito si occupa dei suoi interessi e di tutte le cose che interessano il popolo in generale» (17). 

Il Partito socialista rimarrà sempre indietro, sotto questo profilo; la Dc potrà invece contare sull’immenso patrimonio di risorse umane e organizzative del mondo cattolico. Cattolici e comunisti, però, seguono una diversa strategia rispetto al primo dopoguerra: De Gasperi vuole che nella Dc si realizzi l’unità politica di tutti i cattolici e per fare questo ha bisogno dell’esplicito riconoscimento da parte della Chiesa (riconoscimento che arriverà nel 1944); Togliatti, dal canto suo, innesta sul tronco rivoluzionario e filosovietico del partito una dose massiccia di realismo politico, che nasce dal freddo riconoscimento del nuovo quadro internazionale e dalla lezione gramsciana della ‘guerra di posizione’ (ed è questo realismo, insieme al radicamento capillare e alla disciplina interna, che distinguerà i comunisti dai socialisti). 

Il 1946, dal punto di vista elettorale, è l’anno della rinascita del sistema democratico. Il voto per la Costituente conferma la nascita di un sistema politico imperniato sui partiti di massa: la Dc (35,1%), il Psi (20,7%) e il Pci (18,9%) raccolgono insieme il 75% dei consensi; il Pli il 6,8%, il Pri (grazie al traino referendario) il 4,4%, l’Uq il 5,3%, i monarchici il 2,8%, gli azionisti l’1,8%. 

La Dc diventa il primo partito italiano, sostituendo i liberali nel ruolo di perno del sistema politico; i socialisti, per l’ultima volta nella storia repubblicana, superano i comunisti, in virtù probabilmente del retaggio storico del partito. Sommati insieme i due partiti della sinistra classista raggiungono quasi il 40% dei consensi, una percentuale molto alta ma insufficiente a governare il Paese e che sicuramente beneficia, al Nord, del prevalere della linea di frattura ‘fascismo/antifascismo’. 

In una fase di passaggio così delicata e drammatica (trattato di pace, ricostruzione economica e morale, questione istituzionale, riscrittura della costituzione, problema del Concordato), il Paese non può che essere governato in modo unitario: dividersi ora potrebbe essere fatale per un organismo già profondamente ferito e debilitato. Prosegue così l’esperienza, avviata nel 1945, dei governi di unità nazionale, sostenuti dalle grandi forze popolari (cattolici, comunisti e socialisti). Ma è chiaro che si tratta di una coabitazione forzata, un compromesso dettato dall’emergenza, giacché le differenze ideologico-politiche e programmatiche tra i cattolici da un lato e i social-comunisti dall’altro sono profonde. 

Anche se rimandato ad un futuro piuttosto vago e lontano, i comunisti mirano al superamento della ‘democrazia borghese’ e alla nascita del socialismo. La ‘democrazia progressiva’ di Togliatti altro non è che la progressiva fuoriuscita dal modello della democrazia occidentale; i cattolici, invece, sotto la guida di De Gasperi, hanno compreso che la democrazia liberale, pur con tutti i suoi limiti e i correttivi di cui abbisogna, è l’unica democrazia possibile. Il superamento delle principali emergenze, l’incalzare dei problemi economici (sui quali l’accordo con le sinistre è molto più difficile) e il mutare del quadro internazionale – con l’emergere della ‘guerra fredda’ – porterà alla rottura con le sinistre e alla nascita del centrismo, ossia dell’alleanza tra Dc e partiti laici (liberali, repubblicani e socialdemocratici, che nel 1947 si sono staccati dal Partito socialista). 

Nel giro di due anni sotto la linea di frattura fascismo/antifascismo riemerge il cleavage originario della democrazia italiana, comunismo/anticomunismo, acuito dalla divisione bipolare a livello internazionale. La Dc, rompendo con i social-comunisti e resistendo alle sirene di un accordo con l’estrema destra (qualunquisti e monarchici, ai quali si aggiungono, dalla fine del ’46, i missini), si colloca al centro del sistema politico e si configura come il garante della sua tenuta. 

È in questo ruolo che affronta le elezioni del 1948, in una campagna elettorale che vede socialisti e comunisti riuniti nel Fronte popolare. Sarà la campagna elettorale più divisiva della storia repubblicana. La sfida che viene dai due grandi partiti della sinistra, concordi nel considerare l’Urss la ‘patria del socialismo’, è temibile; dal canto suo, il mondo cattolico mobilita tutte le sue energie (Azione cattolica, Acli, Confederazione dei coltivatori diretti, Comitati civici). Non è uno scontro elettorale ‘normale’: non si sceglie tra politiche e programmi diversi, ma tra sistemi ispirati a principi di legittimazione alternativi. Il linguaggio (verbale e iconografico) è estremo: la controparte non è un avversario, ma un nemico, una minaccia dalla quale occorre ‘salvarsi’. Con il 1948 inizia la lunga contrapposizione ideologica della prima Repubblica, anche se è bene ricordare che al di sotto dei toni propagandistici e delle affermazioni ideologiche si sarebbe stabilita una convivenza sostanzialmente rispettosa degli istituti democratici. 

Il risultato delle elezioni non lascia adito a dubbi: la Dc raccoglie il 48,5% dei voti; il Fronte popolare il 31%, cioè quasi il 9% in meno rispetto a quanto Pci e Psi hanno preso separatamente nel 1946 (e qui opera sicuramente la scissione dell’ala riformista del Psi: il Psdi prende infatti il 7,1%); i liberali, insieme ai qualunquisti, il 3,8; i repubblicani il 2,5%, i monarchici il 2,8% e il Movimento sociale, che per la prima volta si presenta al voto, il 2%. 

La Dc non raggiungerà più, in futuro, la soglia del 50% dei voti, ma si attesterà stabilmente intorno al 40% dei consensi per tre decenni; nello stesso periodo il Pci (che già alle elezioni del 1953 è di gran lunga il primo partito della sinistra) accrescerà ininterrottamente i suoi consensi, sino a raggiungere nel 1976 il 35% circa dei voti. Quanto al Psi, oscillerà tra il 12-14% negli anni Cinquanta e Sessanta, per poi scendere intorno al 10% negli anni Settanta. Gli altri rimarranno attori ‘minori’ del sistema: i liberali oscilleranno tra il 3 e il 5% (toccando un picco del 7% nel 1963, quando vedranno premiata la loro opposizione al centro-sinistra), i repubblicani oscilleranno tra l’1,5 e il 3% e i socialdemocratici si attesteranno sul 5%.; il Movimento sociale si attesterà intorno al 5-6% (con un picco quasi del 9% nel 1972, dovuto alle paure innescate nei ceti moderati dal ‘secondo biennio rosso’, il 1968/69), mentre i monarchici, a partire dagli anni Sessanta, andranno verso la scomparsa. 

A partire dal ’68 comparirà sulla scena politica la piccola ma vivace galassia della ‘nuova Sinistra’, espressione dei movimenti sociali e radicata soprattutto tra i giovani e gli intellettuali: questa troverà la sua proiezione parlamentare in alcuni partiti (Partito democratico di unità proletaria, Pdup; Democrazia proletaria, Dp) che criticheranno il Pci da sinistra, trovandolo troppo ‘moderato’, ma non ne scalfiranno mai l’egemonia (collocandosi intorno al 2% dei consensi). In un quadro siffatto – caratterizzato, a sinistra, dalla presenza del più grande partito comunista dell’Occidente e, a destra, da un partito che si richiama al fascismo – l’Italia non può che essere governata dal centro: un centro imperniato sulla Dc, che dapprima include i partiti laici (centrismo) e quindi si allarga, negli anni Sessanta, ai socialisti (centro-sinistra), escludendo i liberali. 

Nonostante gli straordinari mutamenti economici, sociali e di costume che l’Italia sperimenta in questo trentennio, il sistema politico manterrà sostanzialmente la configurazione assunta nel 1948 e i caratteri congeniti risalenti al 1919: frammentazione partitica, polarizzazione ideologica, instabilità governativa. La frammentazione è attestata non solo dall’elevato numero di partiti (8-10), ma dal ripetersi di fenomeni di scissione, dal fallimento dei tentativi di unione e dalla nascita di nuovi partiti. 

Lo scissionismo prospera, come sempre, tra i socialisti: l’eccessiva vicinanza dei Psi al Pci ha portato, nel 1947, alla scissione dell’ala riformista, con la nascita del Psdi, mentre l’avvicinamento all’area di governo ha portato, nel 1964, alla scissione dell’ala classista e internazionalista, con la rinascita del Psiup (ed è da una componente del Psiup, scioltosi nel 1972, che nascerà il Pdup). La sinistra continua quindi ad essere stabilmente divisa in tre partiti principali (comunisti, socialisti, socialdemocratici), ai quali si affianca, dalla metà degli anni Sessanta, un quarto partito, intermedio tra il Psi e il Pci, come il Psiup, o alla sinistra del Pci e vicino ai ‘movimenti’, come il Pdup o Dp. 

Anche i liberali subiscono, a metà degli anni Cinquanta, la scissione dell’ala sinistra, che darà vita al Partito radicale, la cui azione sul terreno politico si farà incisiva a partire dagli anni Settanta. Quanto ai tentativi di unione (e quindi di riduzione della frammentazione), sono tre, di cui due fallimentari: a destra, quello tra liberali e qualunquisti alle elezioni del 1948 (che totalizzano l’8.3% dei voti in meno rispetto a quelli presi separatamente nel 1946) e quello tra missini e monarchici nel 1972 (che registrano invece un incremento del 2,9%, subito perso però alle elezioni successive); e, a sinistra, quello tra Psi e Psdi, che nel 1966 danno vita al Partito socialista unitario (Psu), il quale alle elezioni del 1968 prenderà il 5,4% dei voti in meno rispetto alla somma dei voti raccolti da Psi e Psdi nel 1963. 

Va infine ricordato che la maggior parte dei partiti sono fortemente divisi al loro interno. Su tutti, il perno del sistema, quella Dc che, dopo la morte di De Gasperi, assume la configurazione di un arcipelago di correnti, tenute insieme dalla necessità di arginare il Pci e sempre più della gestione del potere: al suo interno convivono correnti di sinistra, di destra e di centro, sempre in lotta tra loro per il controllo del partito e sempre pronte a scaricare le tensioni sul governo. 

Quanto alla polarizzazione ideologica, essa permane perché il Pci conserva e accentua (a partire dagli anni Settanta) la natura bifronte impressagli da Togliatti, dichiarando per un verso la sua apertura ai principi della democrazia pluralistica e iniziando a criticare il modello sovietico, ma pretendendo per l’altro di portare con sé tutto il proprio bagaglio ideologico e simbolico, sino all’ossimorica pretesa di essere ‘partito di lotta e di governo’, il che scontenterà sia quelli che credono ancora nell’alternativa di sistema (la sinistra del partito e gran parte della base), sia quelli che puntano alla ‘socialdemocratizzazione’ del partito (la destra migliorista). 

A destra, nel frattempo, si è consolidato il Msi, che anche se non è stato un ‘polo escluso’ in senso politico-parlamentare (i suoi voti furono, in alcune circostanze, ‘accolti’ dalla Dc ), certamente lo fu in senso ideologico, per via del suo richiamo al fascismo. In un simile quadro non poteva che prodursi una cronica instabilità governativa: in 28 anni (dal 1948 al 1976) si succedono 32 governi. 

Questo assetto fondato sulla contrapposizione Dc-Pci entra in crisi con le elezioni del 1976, quando il Pci raggiunge quasi il 35% dei suffragi, rendendo impossibile la formazione di una maggioranza che lo escluda. Un insieme di circostanze emergenziali (la profonda crisi economica e un diffuso clima di violenza tra estremisti di destra e di sinistra, che culmina nel fenomeno del terrorismo) e di convinzioni strategiche (il ‘compromesso storico’ di Berlinguer e la ‘terza fase’ di Moro, che trovano un punto d’incontro nel ritenere necessaria una convergenza tra le grandi forze popolari, sul modello di quella avvenuta tra il 1945 e il 1947) porta alla stagione dei ‘governi di solidarietà nazionale’, con l’ingresso nella maggioranza (ma non nel governo) dei comunisti. 

Ma è proprio a partire dal 1976 – ossia dall’anno in cui Dc e Pci raccolgono insieme il 73% dei consensi – che inizia il declino dei due grandi partiti popolari. La deludente esperienza dei governi di solidarietà nazionale accentua quella sfiducia nella classe politica e nei partiti tradizionali che si è fatta strada sin dalla fine degli anni Sessanta: emblematico, in questo senso, l’esito del referendum del 1978, proposto dai radicali, per abrogare il finanziamento pubblico dei partiti, referendum nel quale il ‘fronte del no’ prevalse con il 56% dei voti, quando i partiti che avevano dato indicazione di votare ‘no’ rappresentavano oltre il 90% degli elettori (a favore del ‘sì’ erano solo radicali, liberali e demoproletari). 

Gli anni Ottanta rappresenteranno il lento declino della Dc (che scenderà al 32-34%) e soprattutto del Pci, che scenderà sotto il 30%, senza riuscire ad imboccare definitivamente, nonostante l’impegno della componente migliorista, la strada della trasformazione in un partito del socialismo europeo. 

Nella permanente impossibilità di una vera alternativa di governo, inizia la fase dell’alternanza, ossia della coabitazione competitiva all’interno del governo tra democristiani e socialisti (nel quadro di maggioranze ‘pentapartitiche’). Il Psi, infatti, sotto la guida di Craxi, è approdato – per la prima volta nella sua storia – ad una chiara identità riformista, che lo mette in rotta di collisione col Pci e lo porta a incalzare la Dc sul terreno della modernizzazione economica e istituzionale del Paese. 

Il progetto socialista – rompere lo storico duopolio Dc-Pci e, in prospettiva, ribaltare i rapporti di forza a sinistra con i comunisti – non riuscirà tuttavia a produrre significativi mutamenti del sistema politico (dopo il governo Craxi, nel 1987, il Psi raggiungerà il 14% dei voti; ma in quelle stesse elezioni il Pci, pur perdendo il 3% dei consensi, si attesterà quasi al 27%). 

La durezza delle fedeltà ideologiche e/o identitarie, nonostante la crescente sfiducia verso i partiti, rimane altissima. Soltanto uno shock potrebbe rompere questa crosta: e lo shock arriva con il crollo inaspettato dei regimi comunisti, nel 1989. La crisi del sistema politico italiano, che sarebbe esplosa nel 1992, inizia allora: venuto meno l’orizzonte internazionale del comunismo, il Pci è destinato ad un declino inesorabile o ad una profonda trasformazione. Questo significa però anche il venir meno della necessità dell’unità politica dei cattolici, il cui senso profondo stava nell’esigenza di rispondere ad una ‘sfida di sistema’. 

3. Crisi e trasformazione (1992-94): verso il bipolarismo formale 

Sebbene il Pci abbia subito un’innegabile evoluzione democratica, non è certo un caso che la vera rottura del cordone ombelicale dell’ideologia – rappresentata dal cambio del nome – avvenga soltanto dopo il crollo del Muro di Berlino. Nato come proiezione italiana del 1917, il Pci poteva morire soltanto dopo il 1989. Il trauma, per i militanti, sarà comunque grande e darà luogo, ancora una volta, ad una scissione: quando il Pci, nel 1991, si scioglie, per dare vita al Partito democratico della sinistra (Pds), una parte dei suoi aderenti fonda il Partito della Rifondazione comunista (Prc). 

Con la scomparsa del Pci il composito blocco elettorale che sosteneva la Dc inizia, nella parte più avanzata del Paese, a sgretolarsi: e, dando corpo all’insofferenza verso i partiti tradizionali, si dirige verso un soggetto completamente nuovo del panorama politico, la Lega, un ‘partito territoriale’ caratterizzato da una forte carica anti-centralistica. La cera dell’elettorato, per dirla con Sartori, inizia a perdere la sua vischiosità. 

Nelle elezioni del 1992 la Dc scende per la prima volta sotto il 30%, mentre il Pds, con il suo 16%, prende poco più della metà dei voti del vecchio Pci. Gli altri partiti si attestano sulle percentuali delle precedenti elezioni. Il vero vincitore di queste elezioni è la Lega, che a livello nazionale prende quasi il 9% e in regioni come Lombardia e Veneto si attesta tra il 20-30%. 

Il sentimento di insofferenza verso la classe politica tradizionale è sempre più forte ed è in questo clima che le inchieste giudiziarie della procura di Milano – inchieste che portano alla luce il carattere pervasivo della corruzione politica, ma che riveleranno ben presto un orientamento ‘selettivo’ e tratti fortemente anti-garantisti – innescano un vero e proprio terremoto: sotto i colpi della magistratura crollano i partiti che hanno governato il Paese dal 1948 in avanti. 

Inizia un processo di trasformazione al quale darà un contributo decisivo il cambiamento del sistema elettorale (dal proporzionale al maggioritario corretto), ottenuto per via referendaria nel 1993. Nel 1994 il sistema dei partiti ha ormai assunto una fisionomia irriconoscibile: i grandi partiti popolari del 1948 non esistono più. Del Pci (trasformatosi in Pds) abbiamo già detto; quanto alla Dc, dal suo scioglimento nascono il Partito popolare, il Centro cristiano-democratico (Ccd) e i Cattolici democratici uniti (Cdu); già da due anni, inoltre, esistono i Popolari per la Riforma di Segni. I socialisti, così come i partiti laici, si riducono in piccole formazioni, avviandosi a divenire irrilevanti. 

Le novità più importanti si collocano nell’area di centro-destra. Nel 1994 il Movimento sociale avvia la sua trasformazione in una destra «democratica, oltre i totalitarismi e oltre le ideologie» (18): nasce così Alleanza nazionale (An), che era stata ‘legittimata’ dal voto popolare per il suo leader nelle elezioni per il sindaco di Roma del 1993 (nelle quali Fini, pur perdendo il confronto con Rutelli, raccoglierà il voto in libera uscita dalla Dc). 

Infine, sempre nel 1994, nasce Forza Italia, un inedito movimento guidato da un outsider della politica come Silvio Berlusconi, che si candida ad ereditare l’area dell’elettorato che votava per il pentapartito – riempiendo la voragine apertasi al centro del sistema politico tra il ’92 e il ’94 – e ad interpretare senza pregiudizi (e quindi senza preclusioni a destra) la logica bipolare insita nel nuovo sistema elettorale. 

Quando tornano alle urne, nel 1994, gli elettori si trovano di fronte un panorama politico imperniato su tre formazioni principali: il ‘Polo delle libertà e del buon governo’, che unisce Forza Italia, Lega, An e Ccd; i ‘Progressisti’, che uniscono al loro interno il Pds, il Prc, i Verdi e altri piccoli gruppi; e il ‘Patto per l’Italia’, che unisce i popolari e i seguaci di Segni, che non si riconoscono nell’incipiente bipolarismo. 

Il grimaldello della legge elettorale funziona: le forze centriste ottengono il 16%, ma un numero molto esiguo di seggi. I Progressisti totalizzano il 34% dei voti – è impressionante, sia detto per inciso, la stabilità del 30-35% della sinistra nelle sue varie incarnazioni, dal Partito socialista del 1919, al Fronte democratico del 1948, al Pci degli anni Settanta, sino ai Progressisti del 1994 – mentre il Polo delle libertà e del buon governo vince inaspettatamente le elezioni, superando il 40% dei consensi. 

Il sistema politico uscito dalle elezioni del 1994 è profondamente diverso da quello del 1948, negli attori, nella logica (maggioritaria) e nei comportamenti (che vedono l’accentuarsi della personalizzazione e del momento della leadership). Governata dal centro per mezzo secolo, per via della polarizzazione ideologica (a sinistra i comunisti, a destra i neofascisti), l’Italia si avvia verso un sistema bipolare assimilabile a quello delle democrazie maggioritarie evolute. 

Non a caso, si inizia a parlare, sebbene l’assetto costituzionale sia rimasto invariato, di ‘seconda Repubblica’. Dopo una prima legislatura breve, dovuta al ‘ribaltone’ della Lega, si succedono due legislature regolari, nelle quali il centro-sinistra (nel quale confluiscono i popolari) e il centro-destra (nel quale, nel 2001, ritorna la Lega) si alternano al governo. 

Ma il bipolarismo nato nel 1994 e consolidatosi dopo il 1996 è un bipolarismo formale, giacché i suoi contenuti rimangono gli stessi del cinquantennio precedente. Anzitutto, la frammentazione: sotto il velo delle coalizioni, il numero dei partiti rimane elevato, anzi tende ad aumentare. Nel polo di centro-sinstra, l’area di sinistra è rappresentata da quattro formazioni: oltre al Pds (che diventerà Ds), al Prc e ai Verdi, nel 1998 si forma, per scissione dal Prc, il Partito dei comunisti italiani (Pcdi). 

Sebbene il ‘secolo breve’ sia ormai finito, la sinistra italiana rimane frammentata e perdura al suo interno una tenace fedeltà, anche se ormai minoritaria, all’idea di un’alternativa di sistema (i cui contorni, sempre più indistinti, sfumano in un vago ‘altermondialismo’ o ingrigiscono in una sorta di reducismo comunista). 

L’area centrista si raccoglie invece in un nuovo partito (la Margherita, 2000), nel quale i popolari si uniscono con varie formazioni minori del mondo post-democristiano (i Democratici di Parisi, l’Udeur di Mastella) e laico (la Lista Dini): ma sarà un’unione attraversata da continue tensioni, anche di carattere personale.

 Il centro-destra appare più compatto, ma ha il problema della Lega, che oscilla tra tentazioni secessionistiche e richiesta del federalismo; inoltre a destra di An si sono formati alcuni piccoli partiti (Movimento Sociale-Fiamma tricolore, Azione sociale) che cercano di catturare l’elettorato della destra nostalgica e radicale, ostile alla svolta di Fiuggi. 

Se durante la prima Repubblica i partiti erano 8-10, durante la seconda Repubblica salgono a 10-15 e il loro peso elettorale si assottiglia: Fi non raggiunge le percentuali della Dc, così come i Ds non raggiungono quelle del Pci. Le due coalizioni, infine, sono tenute insieme non da un idem sentire, ma da un idem adversare. Esse trovano il loro collante, soprattutto a sinistra, nell’esigenza di battere l’avversario, nel quale vedono ancora un nemico, un pericolo per la democrazia. 

In questo riemergere della ‘sindrome anti’ (da un lato, l’antiberlusconismo, prosecuzione dell’anticraxismo e ultima incarnazione dell’antifascismo retorico; dall’altro, l’anticomunismo) riemerge la polarizzazione, che da ideologica si fa post-ideologica, quasi antropologica. È come una tossina, il residuo di una lunghissima malattia che l’organismo del Paese non riesce ad espellere. 

Del resto, il mutamento della legge elettorale può cambiare i comportamenti degli attori politici, ma non può trasformare le culture politiche, il cui mutamento richiede i tempi lunghi dei processi storici. Le culture politiche toccano le convinzioni profonde, le passioni, le abitudini, le vicende personali, gli schemi mentali delle persone: sono parte costitutiva della loro identità. L’Italia è stata troppo a lungo ‘abitata’ dall’idea comunista perché la contrapposizione ideologica che ha suscitato possa sparire velocemente: e tutto questo perché il comunismo non è stato, come si è sostenuto, un Dio minore, ma un Dio grande e terribile, intorno al quale si è sviluppata la più grande ‘religione politica’ del XX secolo. 

Assistiamo così ad una sopravvivenza politicamente anacronistica, ma storicamente (e psicologicamente) comprensibile, della contrapposizione ideologica: i figli sono catturati nel gioco dei padri (anche perché i padri non hanno mai avuto il coraggio di ‘strappare’ veramente la tela del passato). Su tutto impera la demonizzazione dell’avversario: sebbene tutti possano concorrere al governo, manca ancora la legittimazione reciproca, che è il prerequisito di un sistema democratico maturo. 

Quanto all’instabilità governativa, essa è certamente diminuita, ma fino ad un certo punto, giacché nelle coalizioni, una volta battuto il nemico comune, riemergono le antiche appartenenze e si riapre la conflittualità interna. La seconda Repubblica ha avuto quattro legislature: la prima e l’ultima si sono concluse anticipatamente, a causa dei contrasti interni alla maggioranza, mentre le altre due sono durante regolarmente 5 anni: ma in quella governata dal centro-sinistra (1996-2001) sono avvenuti ben tre cambi di presidenza del consiglio, mentre in quella governata dal centro-destra (2001-2006) la conflittualità interna alla maggioranza è stata all’ordine del giorno, indebolendo non poco l’azione del governo. 

Per queste ragioni la seconda Repubblica, nata dal biennio 1992-94, non ha rappresentato un vero punto di svolta, ma una stagione di transizione, in cui vecchio e nuovo si sono mescolati tra loro e le storiche caratteristiche del sistema italiano sono riemerse in forme diverse. 

[...] N.B. L’articolo nella sua versione originale prosegue con una quarta parte intitolata: Nascita del bipolarismo sostanziale (2008)

NOTE AL TESTO

(1) M. Ridolfi, Storia dei partiti politici. L’Italia dal Risorgimento alla Repubblica, B. Mondadori, Milano 2008, p. 65.

(2) G. Sabbatucci, La crisi dello Stato liberale, in Storia d’Italia. a cura di G. Sabbatucci e V. Vidotto, Laterza, Roma-Bari 1998, vol. 5, p. 116.

(3) G. Sabbatucci, La crisi dello Stato liberale, cit., p. 117.

(4) Ivi, p. 128.

(5) F. Chabod, L’Italia contemporanea (1918-1948), Einaudi, Torino 1961; II ed., 2002, p. 43.

(6) M. Ridolfi, Storia dei partiti politici, cit., p. 80.

(7) G. Sabbatucci, La crisi dello Stato liberale, cit., p. 111.

(8) M. Ridolfi, Storia dei partiti politici, cit., p. 80.

(9) C. Morandi, I partiti politici nella storia d’Italia (1848-1985), Le Monnier, Firenze 1945; X ed.ampliata, 1986, p. 80.

(10) R. Chiarini, Le origini dell’Italia repubblicana (1943-1948), in Storia d’Italia, a cura di G. Sabbatucci e V. Vidotto, Laterza, Roma-Bari 1997, vol. 5, p. 15.

(11) M. Ridolfi, Storia dei partiti politici, cit., p. 125.

(12) R. Chiarini, Le origini dell’Italia repubblicana (1943-1948), cit., p. 10.

(13) M. Ridolfi, Storia dei partiti politici, cit., p. 125.

(14) S. Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana, Marsilio, Venezia 1992, p. 48.

(15) Ibid.

(16) P. Togliatti, Politica comunista (discorsi dall’aprile 1944 all’agosto 1945), citato in R. Chiarini, Le origini dell’Italia repubblicana (1943-1948), cit., p. 49.

(17) P. Togliatti, I compiti del partito nella situazione attuale (1944), citato in M. Ridolfi, Storia dei partiti politici, cit., p. 154.

(18) Discorso di G. Fini al congresso di Fiuggi (1995), citato in M. Ridolfi, Storia dei partiti politici, cit., p. 216.

IL VOLUME

L'inerzia dei governi liberali carta vincente del fascismo. I militari, non i capitalisti, spianarono la strada al Duce. Ernesto Galli Della Loggia su Il Corriere della Sera il 9 ottobre 2012

Con questo terzo volume (Storia delle origini del fascismo. L'Italia dalla Grande Guerra alla marcia su Roma, Il Mulino), che esce a più di 45 anni di distanza dal primo, Roberto Vivarelli consegna alla cultura italiana un'opera monumentale, paragonabile solo a quella di Renzo De Felice su Mussolini. E, aggiungendo la sua all'altra - non importano, su alcuni punti, le differenze pure non irrilevanti tra le due -, egli segna la vittoria definitiva del cosiddetto revisionismo su quella che è la questione cruciale della storia italiana del Novecento. Revisionismo è un termine maledetto nel lessico del conformismo ideologico onnipresente, se in realtà esso non volesse dire - come lo stesso autore rivendica - «una delle più elementari esigenze del mestiere» di storico. È giusto comunque adoperarlo per significare come dopo quest'opera nessuno potrà più continuare a sostenere le interpretazioni del fascismo e delle sue cause che pure vanno ancora oggi per la maggiore, tutte in realtà rivolte ad assegnare torti e ragioni secondo le convenienze dell'antifascismo di allora e di poi (esattamente come, dopo l'opera di De Felice, nessuno ha potuto più accreditare l'immagine trucemente macchiettistica del regime che i suoi avversari gli avevano cucito addosso). Naturalmente nessuno che voglia muoversi sul terreno dei fatti e che non sia accecato dal pregiudizio. Resta infatti vero ciò che lo stesso Vivarelli osserva nella prefazione - in polemica con certa imperversante storiografia internazionale, in specie anglosassone, che da noi ha il suo rappresentante in Emilio Gentile - e cioè che la sua opera non varrà certo a far cambiare punto di vista a quegli «studi che discettano di un fenomeno fascista senza confrontarsi affatto con le vicende effettive del movimento di Mussolini e con la storia del Paese in cui quelle vicende si svolsero», riducendone le esperienze a quelle del nazismo tedesco «che con il fascismo italiano avevano in realtà poco a che fare».

Roberto Vivarelli «Storia delle origini del fascismo. L’Italia dalla Grande Guerra alla marcia su Roma», edita dal Mulino (pp. 544, € 36),

Secondo Vivarelli il fascismo non è nato, e neppure si è affermato, come un movimento reazionario di classe sollecitato dagli agrari o tanto meno dagli industriali, come vuole lo stereotipo ancora oggi corrente. L'idea centrale della sua ricostruzione, invece - condotta, così come nei volumi precedenti, su una vastissima documentazione anche di ambito locale -, è che in Italia, tra il 1919 e il 1922, si sia combattuta in realtà una vera e propria guerra civile «tra due opposte passioni politiche», incarnate dai socialisti da un lato e dai fascisti dall'altro: la passione della classe e quella della nazione. Tra la bandiera rossa e il tricolore.

In una simile prospettiva di guerra civile il punto chiave, come è evidente, è l'uscita del conflitto sociale dai binari della legalità; il problema del «chi ha cominciato». E qui una montagna schiacciante di prove vale a mettere sul banco degli accusati il Partito socialista. Per pagine e pagine il lettore s'inoltra in una sorta di interminabile rassegna di quello che è difficile non definire un vero e proprio attacco di demenza politica che in quel dopoguerra colpì i socialisti. Inebriati fino alla forsennatezza dalla rivoluzione leninista, infatti, e non sospettando neppure che con la guerra e la vittoria si apriva una pagina interamente nuova della storia del Paese, dopo il 1918 essi misero in atto due orientamenti suicidi. Da un lato il desiderio di prendersi la rivincita della sconfitta patita nel maggio del 1915 a opera del fronte interventista (il quale però si dà il caso che avesse portato il Paese a un'affermazione storica di cui era impossibile ignorare la portata), e dall'altro l'illusione che in Italia si potesse «fare come la Russia», cioè impadronirsi del potere.

A fare da trait d'union tra questi due obiettivi, e da sfondo ideologico alla grande ondata di lotte sociali successive alla lunga compressione bellica, il Partito socialista mise in campo una violentissima predicazione antinazionale e antipatriottica, una martellante propaganda antimilitaristica fin dentro le caserme e ben oltre i limiti del disfattismo; un fiume ininterrotto di minacce di ogni tipo rivolte ai «borghesi», ai «padroni», ai «signori ufficiali». Non erano solo parole (che pure in politica contano e come!), perché ad esse si aggiungevano i fatti: l'appoggio incondizionato agli scioperi più insulsi, alle violenze più inutili, alle agitazioni anche le più distruttive come gli assalti ai negozi; e poi, laddove il potere era nelle mani degli uomini del partito (a cominciare dalle campagne e dai piccoli centri della bassa Lombardia, del Rodigino, dell'Emilia, della Toscana), «uno stillicidio continuo di abusi e di provocazioni». E non solo: dal momento che, scrive Vivarelli, «non corrisponde al vero che i socialisti fossero alieni dalla violenza». Si arrivò al punto, come a Bologna nel 1920, di disporre la chiusura del camposanto nel giorno dei Morti per festeggiare la conquista del municipio; o, come nei comuni del Genovese, di ordinare alle scuole di rimuovere, insieme ai crocefissi, i ritratti dei sovrani, le lapidi in memoria dei caduti in guerra, le corone con nastri tricolori. E infine dovunque prepotenze, più o meno piccole angherie ai «nemici di classe» e illegalità analoghe.

Ma tutto questo senza la minima iniziativa politica concreta, nonostante che dal 1919, come si sa, i socialisti, con oltre 150 seggi, fossero il maggior partito presente alla Camera. Il fatto si è, però, che dalla retorica massimalista e rivoluzionaria, dalla fissazione leninista di cui erano tutti prigionieri - salvo forse il solo Turati (sì, tutti: perfino i Baldesi, i Matteotti, i Buozzi, i Montemartini si dicevano ancora nel 1921 a favore dell'adesione al Comintern) - essi si sentivano obbligati a teorizzare come unico fine della propria presenza nelle istituzioni rappresentative il boicottaggio delle medesime. Basti pensare che nella legislatura 1919-21 il gruppo parlamentare socialista non avanzò una sola proposta di legge, non una. E che ancora nell'agosto del 1922 - quando ormai l'organizzazione socialista in intere regioni della Penisola era stata ridotta dallo squadrismo a un mucchio di macerie - un uomo come Claudio Treves, presunto portabandiera del riformismo, affermava alla Camera: «Quando si minaccia il parlamentarismo e si inneggia alla dittatura, noi vi diciamo, o signori, de re vestra agitur . Il regime liberale parlamentare è vostro, non nostro». 

Un gruppo di fascisti provenienti dal Sud bivaccano in attesa di entrare nella Capitale durante la marcia su Roma (28 ottobre 1922).

La vera e massima colpa degli eterogenei governi a maggioranza liberale di quel dopoguerra fu, secondo Vivarelli, di non aver opposto un'energica azione repressiva, come peraltro le leggi consentivano, a questo autentico attacco frontale dei socialisti nei confronti dello Stato nazionale. Ma anzi di aver mantenuto di fronte a un simile attacco, che era rivolto senza mezzi termini alle istituzioni, un'assurda posizione di sostanziale neutralità.

Sta qui, direi, il nocciolo interpretativo decisamente nuovo del libro (nuovo almeno per la storiografia d'ispirazione liberaldemocratica, cui il nostro autore appartiene). Il quale spiega questa debolezza/incapacità con il fatto che il fronte liberalcostituzionale si riconosceva ancora largamente nell'antinterventismo di marca giolittiana, a cui di fatto pure il Partito socialista e i cattolici avevano a suo tempo aderito, ed era quindi ideologicamente ed emotivamente restio a rivendicare il valore della guerra e della vittoria. All'antipatriottismo sovversivo socialista, insomma, i liberali e i popolari furono incapaci di opporre un consapevole, ma fermo, patriottismo delle istituzioni. La loro inazione, protrattasi per almeno due anni, produsse non solo un grave e capillare deterioramento dell'ordine pubblico, ma insieme - ciò che era ancora più grave - quella che a molti e in tante occasioni apparve come un'autentica latitanza dello Stato. Fu questa scelta suicida - quasi una replica sul versante liberale di quella compiuta dai socialisti - che finì per scavare un fossato tra la tradizionale classe dirigente e un'opinione pubblica, specie borghese, che per tanta parte si identificava pienamente nello Stato nazionale, tanto più riconoscendosi, dopo la vittoria, nelle ragioni della guerra e nell'esperienza bellica a cui aveva direttamente partecipato. Da qui una paurosa perdita di prestigio e di autorità da parte dei vari governi che si succedettero dal 1919 al '22 - a cominciare da quello di Giolitti stesso -; da qui l'insuperabile mancanza di credibilità e di forza politica comune a tutti.

Combattuti ferocemente dai socialisti, non difesi in modo adeguato dai liberali, lo Stato e l'eredità della guerra rimasero in certo senso alla mercé di chiunque avesse la volontà, la capacità e la forza di farsene tutore e rappresentante. Proprio perché mancò la reazione legale, è opinione di Vivarelli, sorse e si affermò quella illegale, cioè il fascismo. Dietro l'origine e il successo del quale, non vi fu dunque nessun particolare interesse di classe, bensì, per l'essenziale, una vasta adesione ideologico-culturale allo Stato nazionale nonché la volontà di difenderne la vittoria del '18. Agrari e industriali vennero solo dopo, a cose fatte o quasi, tanto più che «il carattere distintivo del movimento fascista - leggiamo - sin dalle origini, non è l'antisocialismo, ma l'antiliberalismo». La ragione ultima e più vera del successo dei fascisti deve essere vista nel fatto che essi, prendendo atto che la situazione del Paese era ormai quella di una virtuale guerra civile - e cioè che all'uscita dalla legalità da parte dei socialisti poteva contrapporsi solo un'illegalità organizzata, data la «neutralità» del governo - ne trassero le ovvie conseguenze e cominciarono a combattere gli avversari sul loro stesso terreno; e che potendo disporre in una misura enormemente superiore ai loro avversari dei mezzi per vincere (la giovane età, l'esperienza militare, la disciplina, una leadership anche tattica abilissima come quella di Mussolini), alla fine vinsero. Ma non senza avvalersi di una carta decisiva: l'appoggio, fin dall'inizio, delle forze dell'ordine e dell'esercito.

Vivarelli contrasta, in modo che a me sembra anche sul piano documentario convincente, la tesi tradizionale che ciò sarebbe stato il frutto di una voluta complicità con il nascente fascismo della classe dirigente liberale. A un'analisi attenta si direbbe che non fu proprio così. In realtà, sostiene il libro, si sarebbe trattato di una sorta di vera e propria sedizione tacita della struttura militare dello Stato, la quale avrebbe di fatto cessato di obbedire agli ordini di contrasto al movimento fascista impartiti dal governo. I quali ordini invece ci furono, energici e ripetuti, sebbene avvolti sempre da un'ambigua genericità (per esempio non fu mai previsto esplicitamente dalle autorità l'uso delle armi contro i fascisti o disposta la messa fuori legge delle squadre), e così furono ancor più destinati a restare elusi o inascoltati. Il fatto è che, avendo mancato di difendere la legalità contro i socialisti, agli occhi delle forze dell'ordine e dell'esercito (e assai probabilmente anche ai propri stessi occhi) i governi liberali avevano perduto qualunque autorità necessaria per ordinarne ora il rispetto contro i fascisti. Dichiarando una specie di neutralità nella guerra civile in atto, senza peraltro avere la forza di reprimere le due parti in lotta, il governo e i partiti costituzionali erano in pratica usciti dal novero degli attori politici; e con ciò avevano segnato la propria fine.

Come si vede, è un radicale spostamento d'asse interpretativo quello che questo libro opera rispetto all'immagine del fascismo e delle sue premesse, depositata da sempre nel discorso pubblico italiano. E poiché quell'immagine, come si sa, è in qualche modo alla base di tutta la vita della Repubblica, proprio per ciò esso ci aiuta a capire non poche delle fragilità e delle contraddizioni che ne hanno accompagnato la nascita, e non solo.

Ernesto Galli Della Loggia 9 ottobre 2012 

·        Al tempo del Nazismo.

La Germania cede la guerra è finita. Abdica il Kaiser, a Weimar sì alla Repubblica. Annabella De Robertis su La Gazzetta del Mezzogiorno il 12 Novembre 2022

È il 12 novembre 1918: il «Corriere delle Puglie» annuncia a caratteri cubitali la notizia che da anni gli Italiani aspettano. «La capitolazione della Germania» è il titolo in prima pagina sul quotidiano: la Grande guerra è finita. «In seguito alla firma dell’Armistizio con la Germania, le operazioni di guerra sono state sospese su tutte i fronti alle ore 11 dell’11 novembre 1918», si legge sulle colonne del «Corriere». Il conflitto era scoppiato in seguito all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono asburgico, da parte dello studente serbo Gavrilo Princip del 28 giugno 1914.

L’Italia, dopo convulse discussioni tra neutralisti e interventisti, era entrata in guerra contro gli Imperi centrali nel 1915: abbandonando il sistema di alleanze in cui era inserita, aveva deciso di partecipare, infatti, al fianco della Francia e della Gran Bretagna e delle altre potenze dell’Intesa, in cambio di ampie concessioni territoriali. Dopo alcuni anni di stallo e la disastrosa disfatta di Caporetto, il 18 luglio 1918 era scattata la controffensiva sul fronte italo-austriaco. Finalmente, il 29 ottobre ‘18, le armate austriache vengono definitivamente sconfitte dall’esercito italiano a Vittorio Veneto. Dopo la resa della Bulgaria e della Turchia, il 4 novembre è stato firmato l’armistizio con gli Austriaci a Villa Giusti: l’impero asburgico è ormai disgregato sotto la spinta delle tendenze autonomistiche delle varie nazionalità. Si risolve adesso anche la partita con la Germania, un paese in profonda crisi. «La fuga del Kaiser in Olanda», titola il «Corriere».

L’imperatore Guglielmo II ha abdicato e si è rifugiato a Maastricht: nella città di Weimar è stata proclamata la repubblica. «I giornali accolgono con gravità la notizia dell’abdicazione del Kaiser, gran signore della guerra allegra, responsabile dell’eccidio che costò la vita a milioni di giovani», si legge ancora sul quotidiano. La conferenza di pace si aprirà a Versailles nel gennaio 1919: i paesi vincitori - Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Italia - si incontreranno per discutere le condizioni, ma ben presto verranno fuori i contrasti tra i paesi. Il presidente Usa Wilson, nella prospettiva della disgregazione dei quattro grandi imperi (austriaco, tedesco, ottomano e russo), punterà ad affermare il principio dell’autodeterminazione dei popoli. L’Italia dovrà subire, come verrà spesso definita nella propaganda nazionalista, una «vittoria mutilata»: non riuscirà a ottenere né l’annessione di Fiume, né quella della Dalmazia. Lasciandosi dietro dai 9 ai 13 milioni di vittime, si conclude, così, la Grande guerra: una enorme tragedia, una carneficina senza precedenti.

Storia d'assalto. Il sergente che conquistò da solo la fortezza inespugnabile. Fort Douaumont venne conquistato da un solo sergente tedesco, un certo Kunze, che catturò l'intera guarnigione francese e fu trovato a pasteggiare con uova, vino e formaggio. Oltre centomila uomini verrano sacrificati per riconquistare la fortezza. Davide Bartoccini il 10 Novembre 2022 su Il Giornale.

Sono le 15:45 di un freddo e nevoso pomeriggio di fine febbraio 1916 quando il sergente Kunze e altri nove pionieri del 24° reggimento Brandeburgo si spingono all’estremità settentrionale di Fort Douaumont, che appare massiccio e silenzioso, nella sua pianta a punta di freccia rivolta verso il Beglio ma a difesa dalla Germania del Kaiser Guglielmo.

Le mitragliatrici francesi poste a difesa del principale caposaldo del settore di Verdun tengono sotto tiro l’intera area circostante. Il compito dei pionieri è ridotto a spingersi nei pressi del forte in attesa che il 12° Reggimento Granatieri, anch’esso parte del 3° corpo d'armata del generale von Lochow, attestate in posizioni analoghe per tentare un assalto. Kunze e i suoi, pickelhaube ben calzati in testa e fucili Mauser in spalla, si spingono oltre il necessario per dare un'occhiata alle possenti posizioni difensive francesi, incappando in qualcosa di completamente inaspettato: una breccia nel filo spinato che potrebbe condurli, con una certa facilità, al perimetro difensivo. È il preludio di un colpo di mano leggendario, che porterà all'incredibile cattura di una fortezza che si era guadagnata l'immeritata fama di "inespugnabile".

Una fortezza inespugnabile ma indifesa

Lungo 400 metri e occupante una superficie di ben 30.000 metri quadrati, Fort Douamont - principale dopo saldo difensivo del settore di Verdun - doveva essere difeso, almeno in origine, da una guarnigione di 500 uomini. Armato con un cannone da 155 mm montato su una torre girevole/retrattile del tipo Galopin, e da altri cinque pezzi da 75 mm, era parte di una linea difensiva composta da altri 5 forti principali (e almeno 40 di più ridotte dimensioni), che, assistendosi l'un l'altro, dovevano scongiurare le tattiche che i prussiani avevano sfruttato nel 1870 - quando assediando i grandi forti risalenti ai tempi di Luigi XIV, erano riusciti a tagliare fuori intere guarnigioni che erano rimaste asserragliate dentro le mura.

Il sistema difensivo di Fort Douaumont era affidato, oltre che al tiro dei cannoni, al fuoco incrociato delle numerose mitragliatrici dislocate in modo da tenere sotto tiro l'intero perimetro circostante. Nel caso di un assalto in forze - che secondo i piani sarebbe stato decimato dal tiro dei cannoni e delle mitragliatrici - gli attaccanti avrebbero dovuto attraversare un muro di filo spinato e superare un fossato profondo sette metri prima di potersi infiltrare attraverso una qualsiasi apertura. Non esattamente una passeggiata secondo l'alto comando francese, che nel caso di un'incursione, prevedeva la pronta risposta di una numerosa "guarnigione" che sarebbe rimasta al sicuro da ogni cannoneggiamento dei livelli sotterranei, ben protetti dal cemento armato.

Questo se tutto fosse andato secondo i piani, e se qualcuno fosse stato avvertito che - per ragioni strategiche da collegare a informazioni errate - la fortezza di Douaumont era tenuta da soli 56 riservisti dell'artiglieria posti agli ordini di un sottuficiale, un sergente maggiore che rispondeva al nome Chanot.

Un colpo di mano inaspettato

Quando Kunze e i suoi, spintisi ben oltre le posizioni comandate, si imbatterono in una breccia nelle recinzioni - aperta dalla caduta di un colpo di artiglieria amica - decisero di tentare di accedere alla fortezza dalla quale - stranamente - non era partito un colpo. Non una raffica, non una fucilata. Solo le bordate sparate da un grosso cannone che doveva aver messo nel collimatore obiettivi assai distanti.

O nessuno li aveva vista avvicinarsi, o forse, sebbene impossibile anche solo da immaginare, la guarnigione doveva essere impegnata altrove. Il sergente indomito, allisciatosi i baffi che ormai si portavano corti per indossare più “comodamente” le salvifiche maschere anti-gas, ordinò ai suoi pionieri di creare una piramide umana per consentirgli di inerpicarsi sul mucchio di membra in blusa grigioverde e raggiungere una feritoia. Ancora una volta non un colpo di fucileria, non un francese di sentinella. Sette dei pionieri se la batterono a gambe. Due restarono con Kunze che, preso da un impeto di coraggio o più semplicemente da implacabile curiosità, si avventurava nella fortezza oscura e silenziosa per ispezionarla.

Il seguito ebbe dell’incredibile. Vagando per i corridoi oscuri e deserti, Kunze trovò l'accesso alla torretta del cannone da 155 millimetri, l’unica presidiata e impegnata in un combattimento, prendendo prigionieri i quattro serventi e mettendo a tacere la principale arma difensiva del forte. Non contento, continuò a bighellonare per Fort Douaumont sorprendendo un'altra trentina di soldati francesi impegnati in una riunione. Un colpo di cannone che aveva centrato la fortezza fece saltare la luce per qualche istante, e Kunze, che seppe ben sfruttare la confusione, agì in fretta chiudendo la pesante porta di metallo per intrappolare all’interno della stanza il grosso della guarnigione. Fu allora che, imbattutosi in un solitario soldato francese, Kunze si fece accompagnare - a fucile spianato - verso le cucine, dove si farà servire una cena a base di uova e formaggio.

Una conquista terminata senza sparare un colpo

La leggenda vuole che una secondo gruppo di fanti tedeschi, incontrati dai fuggitivi del gruppo di Kunze, seguirono la stessa via per introdursi nel forte. Erano agli ordini di un tenente, il tenente Radtke. Quest'ultimo, imbattendosi nei pochi francesi rimasti, li fece prigionieri, e, dopo essere entrato in contatto con il manipolo di Kunze, trovò il sergente temerario seduto a tavola, intento a rimpinzarsi di fronte al suo ultimo prigioniero.

Esistono versioni leggermente discordati sul preciso succedersi degli eventi. Ad esempio, i trenta prigionieri presi da Kunze sarebbero riusciti a fuggire per essere ricatturati appena trenta minuti dopo dal gruppo di Radtke. Ma quel che è certo è che in poco più di un’ora nel freddo pomeriggio del 25 febbraio 1916, l’imponente Fort Douaumont era stato catturato dai tedeschi senza sparare un colpo.

Un dispaccio con questa notizia venne inviato all’alto comando tedesco dagli ufficiali von Haupt e von Brandis - perfetti esemplari della stirpe di junker prussiana - che erano sopraggiunti con il grosso delle forze e per questo vennero insigniti - pur non avendo minimamente preso parte all'azione - della più alta decorazione dell’esercito imperiale, la "Pour le Mérite”. Dell’impresa di Kunze e Radtke - entrambi sopravvissuti alle tempeste d’acciaio ben narrateci da Ernst Jünger - non si sarebbe saputo nulla fino agli anni Trenta, quando un'indagine approfondita condotta dal maggiore von Klüfer presso il Reichsarchive fece luce su ciò che era accaduto durante l’incredibile cattura di Fort Douaumont.

Dalla parte francese il colpo fu talmente duro che l'alto comando, smarritosi tra gravi negligenze e profondi imbarazzi, non poté far altro che ingannare l'opinione pubblica raccontando una versione di fantasia della "grande e stoica resistenza" della guarnigione asserragliata nel forte. Un manipolo di coraggiosi che aveva resistito sino all'ultimo uomo, provocando gravi perdite tra le fila tedesche. In realtà, pare che durante il colpo di mano che prese Fort Douaumont si fosse registrato un solo ferito: un soldato tedesco che si era sbucciato un ginocchio mentre si inerpicava tra fossati e casematte deserte.

Ben diverso e assi più sanguinoso fu il proseguio della storia bellica del forte, che vide la morte di ben 600 soldati tedeschi posti a guarnigione per uno stupido incidente, oltre a tutti quei soldati francesi cui fu ordinato di riprendere la fortezza a tutti i costi. Ci riusciranno solo il 24 ottobre di quello stesso anno. Pagando un prezzo di vite altissimo. Si parla di oltre centomila anime. Sacrificate per riconquistare il forte che il sergente Kunze aveva preso, quasi da solo, quasi per gioco.

Hans-Ulrich Rudel, pilota di Stuka. Pietro Emanueli il 18 ottobre 2022 su Inside Over.  

Quello che il teologo della supremazia ariana Alfred Rosenberg aveva denominato il Mito del XX secolo, cioè l’ideologia nazista, è durato il tempo di una generazione, nascendo e morendo con Adolf Hitler, ma molti dei suoi seguaci, come è noto, ebbero la meglio sulla caccia all’uomo senza confini degli Alleati, dei giudici di Norimberga, dei vendicatori del Mossad e dei caccia-nazisti amatoriali.

Furono moltissimi, difatti, i nazisti che, sopravvissuti alla caduta del Reich che sarebbe dovuto durare mille anni, acquistarono una nuova identità e cominciarono una nuova vita altrove, lontano dal Vecchio Continente. Alcuni trovarono protezione tra Nord Africa e Medio Oriente, come Johann von Leers, ma la maggior parte di loro – tra i novemila e i dodicimila – scelse come rifugio le Americhe Latine. E tra coloro che ripartirono da zero al di là dell’Atlantico, reinventandosi dei mercenari al soldo del miglior offerente, vi fu l’Erwin Rommel dei cieli: il leggendario pilota Hans Rudel.

La vita prima della guerra

Hans-Ulrich Rudel nacque il 2 luglio 1916 in quel di Konradswaldau, un villaggio all’epoca tedesco ma oggi localizzato in Polonia.

Allevato ad un’educazione rigida e religiosa – il padre era un ministro luterano –, Rudel crebbe con una passione: lo sport, il culto per il corpo. Dopo aver terminato gli studi presso il Ginnasio di Lauban, oggi nota come Lubań ed in territorio polacco, Rudel entrò a far parte di un’organizzazione all’interno della quale poter mescolare sport e patriottismo: la Gioventù Hitleriana.

Dopo un breve periodo trascorso nel Reichsarbeitsdienst, l’agenzia governativa adibita a contenere la disoccupazione, Rudel sarebbe entrato nella Luftwaffe, ricevendo addestramento da pilota di aerei da ricognizione, e da essa non sarebbe più uscito.

La seconda guerra mondiale

Rudel trascorse i primi due anni della Seconda guerra mondiale a svolgere missioni di ricognizione presso nei fronti prossimi alla Germania, come la Polonia, ma nel 1941, complice l’apertura del teatro sovietico, fu addestrato a pilotare il gioiello dell’aeronautica militare nazista: il bombardiere Junkers Ju 87, altresì noto come Stuka.

Preparato al pilotaggio degli Stuka in tempi record, Rudel fu trasferito inizialmente nei Baltici. E qui, il 21 settembre 1941, portò a compimento la prima grande impresa di una carriera in ascesa: l’affondamento (in solitaria) della nave da guerra sovietica Marat, sprofondata negli abissi delle acque baltiche con più di 300 soldati a bordo.

Lo Stuka più temuto dai nemici del Terzo Reich, con Rudel alla guida ed Erwin Hentschel all’artiglieria, dal 1941 al 1944 avrebbe combattuto in lungo e in largo l’Europa, compiendo approssimativamente 1.400 missioni, alcune delle quali durante la battaglia di Stalingrado, e diventando motivo di orgoglio in patria.

Rudel e Hentschel sarebbero stati premiati con delle medaglie al merito per i loro servigi, mentre i filmati dei loro attacchi letalmente chirurgici, quasi sempre terminati con esito positivo, sarebbero stati impiegati dal Ministero della propaganda per sollevare il morale alle truppe e alla popolazione.

Entro la fine della guerra, spostato di volta in volta nei fronti dove si sentiva maggiormente la necessità del Rommel dei cieli, Rudel sarebbe riuscito a raggiungere e poi superare la soglia delle 2.500 missioni di combattimento, vantando, tra i vari record la distruzione di:

Oltre 500 carri armati;

Oltre 800 veicoli militari di vario tipo;

Oltre 150 postazioni militari di tipo anticarro e antiaerea;

Più di 70 mezzi da sbarco;

Fu una delle ultime persone a vedere Hitler in vita, avendolo incontrato il 19 aprile 1945, cioè undici giorni prima del suicidio. Il faccia a faccia, evidentemente, lo convinse della sorte inevitabile del conflitto. Da Berlino, difatti, sarebbe volato a Praga per consegnarsi alle forze armate americane, che, a loro volta, lo consegnarono ai sovietici.

La nuova vita in America Latina

Nel 1948, reduce da un periodo di internamento, Rudel avrebbe deciso di seguire le orme di molti ex commilitoni: ricominciare una nuova vita al di là dell’Atlantico, nelle Americhe Latine. Per farlo, Rudel si sarebbe recato in Italia, più precisamente alla corte di Alois Hudal, ottenendo una nuova identità: Emilio Meier.

Con quel nome, Meier, la leggenda degli Stuka sarebbe riuscita a volare da Roma a Buenos Aires, ivi stabilendosi nel 1948 e rimanendovi tutta la vita. Qui, ad ogni modo, chi di dovere sapeva chi aveva davanti: soltanto la gente comune lo ignorava.

Di nuovo, seguendo le orme degli ex colleghi, Rudel avrebbe capitalizzato la propria fama e attinto al proprio bagaglio esperienziale per amicarsi il potere e assicurarsi protezione. In Argentina avrebbe erogato consulenze sull’aviazione all’allora presidente Juan Perón, facendo lo stesso nel Paraguay del dittatore Alfredo Stroessner.

Mai redento, anzi furioso con l’apparato militare per aver determinato la caduta di Hitler, Rudel, una volta acquisita una certa stabilità, avrebbe fondato una rete di aiuto per i ricercati da Norimberga e dal Mossad: la Kameradenwerk. Tra coloro che Rudel riuscì ad aiutare, con la possibile complicità dei regimi fascisteggianti del cono sud, si ricordano l’ex Gestapo Kurt Christmann e l’ex spia August Siebrecht.

Legato a Josef Mengele e Walter Rauff, coi quali era solito incontrarsi dentro e fuori l’Argentina, Rudel sarebbe stato in contatto con un altro grande ricercato: Adolf Eichmann. Tra una consulenza ai governi e un incontro segreto con gli altri sopravvissuti al Terzo Reich, Rudel trovò il tempo di diventare uno scrittore e un opinionista, dando alle stampe libri e mettendo la firma su articoli sulla Seconda guerra mondiale.

La pubblicazione delle proprie memorie, Pilota di Stuka, avrebbe trasformato Rudel in una celebrità. Il libro, difatti, sarebbe divenuto il caso editoriale del 1952, andando in ristampa più volte e venendo tradotto in diverse lingue. La popolarità, oltre a renderlo un voto conosciuto anche da chi prima ne aveva ignorato il passato, lo avrebbe portato al centro dell’internazionale neonazista. L’ideologa neonazista Savitri Devi, ad esempio, nel dopo-pubblicazione si recò a Buenos Aires per incontrarlo.

Nel dopo-pubblicazione di Pilota di Stuka, curiosamente, Rudel provò a cavalcare l’onda della notorietà nel più teatrale dei modi: candidarsi alle elezioni federali del 1953 alla testa di un partito neonazista, Deutsche Reichspartei.

Rudel era interessato tanto alla fama quanto al mercenariato. La fama per l’autogratificazione, il mercenariato per il denaro. Raccomandato da Perón e Stroessner, Rudel avrebbe trascorso gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta recandosi da parte a parte del cono sud, in quanto richiesto come consulente militare, politico e industriale dai regimi militari che andavano instaurandosi: dal Brasile dei gorillas al Cile pinochetista.

Secondo lo storico Peter Hammerschmidt, che ha indagato a fondo la seconda vita di Rudel in America Latina, non sarebbero mancati, anzi sarebbero stati tanti, i contatti coi servizi segreti dell’Occidente, in particolare di Germania Ovest e Stati Uniti. Spionaggio, ma non solo: anche servizi di intermediazione e partite di armi.

Gli ultimi anni e la morte

Rudel trascorse un ventennio, dagli anni Cinquanta agli anni Settanta, viaggiando tra Germania Ovest e America Latina. Con l’avanzare dell’età, però, scelse di passare più tempo nella prima e meno nella seconda. Questione di stanchezza, ma anche di stabilità economica oramai raggiunta.

In Germania Ovest, tra uno scandalo e l’altro – quando per le simpatie raccolte tra i militari in servizio alla ricerca di autografi e quando per le interviste incendiarie –, Rudel sarebbe rimasto un personaggio popolare ma enigmatico fino alla fine dei suoi giorni. Popolare perché sempre presente sui giornali, in prima linea ai grandi eventi sportivi, alla ricerca costante delle telecamere. Enigmatico perché associato a Gladio e implicato in trame invisibili con gli ex colleghi scampati a Norimberga e al Mossad.

Morì a Rosenheim il 18 dicembre 1982, colpito da un infarto fulminante, risultando capace di destare scandalo anche post-mortem. Perché il giorno della sepoltura, oltre alle varie sanzioni comminate dalla polizia ai partecipanti per la messa in mostra di simbologia nazista, due Phantom F-4 della Bundeswehr si palesarono nel cielo, volando ad un’altitudine stranamente bassa e passando sopra le teste dei presenti. Un tacito omaggio al Pilota di Stuka secondo un’infuriata sinistra radicale, una semplice coincidenza secondo un’indagine coordinata dal Ministero della difesa. Rudel, un enigma fino alla fine, anzi, persino dopo la fine.

La (vera) partita della morte che ispirò Fuga per la vittoria. Fuga per la vittoria è il film con Michael Caine e Sylvester Stallone che è ispirato a fatti realmente accaduti durante la Seconda guerra mondiale. Ma le cose sono andate davvero come si racconta sul grande schermo? Erika Pomella il 16 Ottobre 2022 su Il Giornale.

Fuga per la vittoria è il film del 1981 che va in onda questa sera alle 23.05 su Iris. Sebbene il soggetto della pellicola sia tratto da un romanzo firmato da Yabo Yablonsky, Djordje Milicevic e Jeff Maguire, il film con Sylvester Stallone è tratto da un'incredibile storia vera che tuttavia non si è svolta esattamente come si vede sul grande schermo.

Fuga per la vittoria, la trama

John Colby (Michael Caine) era un giocatore della squadra di calcio del West Ham, ma ha dovuto rinunciare alla sua carriera quando, con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, si è dovuto arruolare nelle truppe inglesi per proteggere il suo Paese. Il suo servizio militare, però, non si è concluso con l'onore, ma con la prigionia. John, infatti, è tenuto prigioniero in un campo di concentramento dove vengono tenuti tutti i prigionieri alleati. Il talento di John, però, non passa inosservato. Il maggiore nazista Von Steiner (Max Von Sydow), a sua volta ex calciatore, è in qualche modo toccato dal destino dello sportivo e, colpito dal suo talento, gli propone di creare una squadra per poter partecipare a una partita "amichevole". Ben presto, però, la partita si trasforma in una strategia usata dal regime nazista per vantarsi e mostrare la propria supremazia in qualsiasi ambito. Si decide, così, che la partita dovrà svolgersi allo stadio Colombes di Parigi e che dovrà essere vinta necessariamente dalla squadra tedesca. Colby, nonostante le prime incertezze, accetta la proposta e mette su una squadra improvvisata che include Luis Fernandez (Pelé) e il canadese Robert Hatch (Sylvester Stallone) che in realtà vuole sfruttare la partita per lasciare il campo di concentramento e fuggire dallo stadio insieme ai suoi compagni di squadra durante l'intervallo del primo tempo. Ma il piano comincia a traballare quando la squadra di Alleati si rende davvero conto del motivo per cui sta gareggiando.

La vera partita della morte

Non c'è alcun dubbio che Fuga per la vittoria, con la regia firmata da John Houston e un grande parterre di cameo d'eccezione dal mondo del calcio, sia forse uno dei film sportivi più famosi e amati di sempre, da quando fece il suo debutto in sala nell'ormai lontano 1981. A sua volta ispirato al film ungherese dal titolo Due tempi all'inferno, Fuga per la vittoria è il classico film che propone al pubblico lo stereotipo di Davide e Golia, contrapponendo un gruppo di deboli e oppressi giocatori che combattono per onore e con lealtà e che sono costretti a sfidare un avversario sleale, crudele che rappresenta la personificazione del male. Storia di riscatto e coraggio, Fuga per la vittoria deve il suo successo non solo all'utilizzo di questo espediente narrativo, ma anche al fatto che sia ispirato a fatti realmente accaduti e che risalgono a ottanta anni fa, all'agosto del 1942, quando a Kiev si tenne quella che oggi è conosciuta con il nome di Partita della morte. Come riporta Il Corriere della Sera tutto ebbe inizio nel settembre 1941, poco dopo l'occupazione nazista dell'Ucraina, quando un uomo di nome Josef Kordik riuscì a costruire una squadra di calcio composta dai migliori calciatori della città di Kiev, grazie allo stop del campionato e al bisogno degli sportivi di trovare un mezzo di sostentamento visto che l'occupazione aveva di fatto reso vano il loro talento.

Pescando a piene mani dalla Dinamo Kiev e dalla Lokomotiv Kiev, Kordik diede vita alla Start, una squadra che a partire dal giugno 1942 riuscì a vincere tutte e dieci le partite che i tedeschi avevano permesso si giocassero per cercare di riportare un po' di vita nella città occupata. Il punto di svolta si ebbe il 9 agosto 1942 quando la Start sfidò la Flakelf, formazione composta da ufficiali della Lutwaffe che aveva voglia di "vendicarsi" di una sonora sconfitta impartita loro proprio dalla Start. A differenza di quanto si vede in Fuga per la vittoria e a dispetto del macabro nome con cui è stata tramandata alla storia, la partita della morte fu però uno scontro leale e sportivo, che non subì né un arbitraggio di stampo filo-nazista né pressioni sulla Start per giocare male e perdere appositamente. Anzi, la squadra ucraina finì per vincere di nuovo, festeggiando a fine partita senza minaccia di arresti e fucilazioni.

Guerra ai tedeschi ex alleati dei fascisti. Il 14 ottobre ‘43 il proclama di Badoglio. Annabella De Robertis su La Gazzetta del Mezzogiorno il 14 Ottobre 2022

Èil 14 ottobre 1943: l’Italia ha dichiarato guerra alla Germania. “La Gazzetta del Mezzogiorno” riporta in prima pagina il comunicato che il maresciallo Badoglio ha fatto consegnare ai tedeschi: «Di fronte ai ripetuti e sempre più violenti atti di ostilità commessi contro italiani dalle forze armate della Germania, a partire dalle ore 16 del 13 ottobre l’Italia si considera in guerra con la Germania».

Il capo del governo Badoglio chiarisce la sua posizione con alcune dichiarazioni rilasciate ai giornalisti italiani ed alleati: «Scopo unico del mio governo è quello di liberare il Paese dall’oppressione tedesca. Evidente che tale liberazione non può essere raggiunta se non unendo strettamente la nostra azione militare con quella degli Anglo-americani».

Dopo l’8 settembre 1943, l’Italia è divisa in due. Gli ex alleati tedeschi si sono trasformati in forza di occupazione in tutto il centro-nord del Paese. Mussolini, che era stato arrestato dopo aver rassegnato le dimissioni il 25 luglio 1943, è stato liberato dai tedeschi, e ha dato vita nell’Italia occupata alla Repubblica Sociale Italiana, un governo collaborazionista appoggiato da Hitler per contrastare Alleati e partigiani.

Il re e Badoglio, abbandonata Roma nelle mani dei nazisti, si sono rifugiati a Brindisi, dove hanno dato vita al «Regno del Sud». Nella città pugliese si è installata anche la Missione Militare Alleata, guidata dal generale britannico F. M. MacFarlane con l’incarico, ricevuto da Eisenhower, di comunicare le istruzioni militari, controllare e indirizzare l’opera del governo italiano, organizzare, per quanto possibile, un’azione coordinata delle forze armate e del popolo italiano contro i tedeschi. Anche la stampa, così come ogni forma di informazione, è sotto la supervisione degli Anglo-americani. Dopo l’annuncio di Badoglio, i governi di Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione Sovietica dichiarano di accettare l’Italia come cobelligerante nella lotta contro la Germania: questo vuol dire che non la riconoscono giuridicamente come Stato alleato. «I rapporti di cobelligeranza tra il governo italiano e quelli delle Nazioni Unite non possono di per sé alterare le condizioni firmate recentemente, che conservano la loro piena validità. Queste condizioni possono essere modificate previo accordo tra i governi alleati e alla luce del grado di assistenza che il governo italiano sarà in grado di dare alla causa delle Nazioni Unite», si legge nella nota riportata sulla «Gazzetta».

Mentre gran parte del Mezzogiorno, ormai liberato, vive una sorta di dopoguerra anticipato, nell’ottobre 1943 entra nel vivo la guerra di Liberazione nazionale che per diversi mesi dilanierà il resto del Paese.

Polonia chiede a Germania i danni di guerra: 1.300 miliardi di euro. Claudio Del Frate su Il Corriere della Sera il 3 ottobre 2022.

La nota diplomatica verrà consegnata domani - 4 ottobre - nel corso di un incontro tra ministri degli esteri. Varsavia: «È una cifra prudenziale». Ma per Berlino un trattato del 1953 ha chiuso la partita 

La Polonia si appresta a presentare alla Germania il «conto» dei danni patiti durante l’occupazione da parte dei nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. La richiesta bsarà avanzata domani - 4 ottobre - in occasione di un vertice tra i ministri degli esteri di Varsavia e Berlino. A fare scalpore è soprattutto l’ammontare della cifra pretesa dai polacchi: 1.300 miliardi di euro, frutto di un calcolo compiuto da una commissione parlamentare. Una cifra che però i tedeschi contesteranno - come hanno già fatto n altre circostanze - sostenendo che una serie di trattati internazionali firmati negli ultimi 70 anni avrebbero messo una pietra tombale su ogni pretesa legata ai danni di guerra.

La Polonia , attraverso il suo ministro degli esteri Zbigniew Rau ha firmato una nota diplomatica in cui descrive la richiesta. «Le parti dovrebbero adottare misure immediate per risolvere in modo permanente ed efficace... la questione delle conseguenze dell’aggressione e dell’occupazione tedesca» ha detto Rau in una conferenza stampa a Varsavia. «Un simile accordo ci consentirebbe di basare le relazioni polacco-tedesche sulla giustizia e la verità e chiudere capitoli dolorosi della storia». La lettera verrà consegnata in occasione delle celebrazioni per l’unità tedesca domani a Varsavia alla presenza della ministra degli esteri di Germania Annalena Baerbock.

La cifra di 1.300 miliardi di euro, secondo la commissione parlamentare polacca, tiene conto dei danni subiti dai bombardamenti, dalla perdita di vite umane , di sovranità politica e integrità territoriale patite tra il 1939 e il 1945 da parte dei nazisti. «Si tratta di una richiesta prudenziale» si è spinto a dire Jaroslaw Kachinski, leader del partito sovranista Pis, al potere in Polonia. Il Paese contò in quel quinquennio circa 6 milioni di morti e la capitale venne rasa al suolo. la cifra richiesta ha comunque dimensioni mostruose: per fare un paragone, corrisponde a circa la metà del debito pubblico italiano.

La replica della Germania alla nota diplomatica al momento non è arrivata ma Berlino ha da tempo chiarito la sua linea sulla spinosa questione. Un trattato sottoscritto dalla Polonia nel 1953 rinunciava a qualunque pretesa, volontà ribadita nel 1990 quando dopo la riunificazione tedesca vennero stabiliti in maniera definitiva i confini tra i due stati. Ma, ecco l’argomento che fa da appiglio per i polacchi, il tratto del 1953 venne da loro accettato con il fucile puntato alla schiena» da parte dell’Urss che non voleva mettere in difficoltà l’allora Ddr.

Nonostante i trattati internazionali, nonostante il tempo trascorso e nonostante i 70 anni di pace garantita dalla Ue, le cicatrici lasciate dall’ultimo conflitto mondiale tornano a farsi dolorosamente sentire periodicamente. Nel 2019 toccò alla Grecia - che stava vivendo gli anni dell’austerity imposto su spinta della Germania - avanzare la richiesta di riparazione dei danni di guerra. Il governo di Atene calcolò per l’occasione 289 miliardi di euro. Anche in quella circostanza Berlino si appellò a precedenti trattati che avevano chiuso la partita, in particolare quello del 1960 proprio tra governi tedesco ed ellenico.

"Vespe arrabbiate": il primo squadrone sui cieli della Normandia. Uniformi per confondersi e aeroplani dalle insegne molto visibili, così nei cieli della Normandia arrivò il primo "squadrone tattico" della storia. Davide Bartoccini il 22 Settembre 2022 su Il Giornale.

C'è una curiosa discordanza in quello che venne ribattezzato 2° Tactical Air Force, nel gergo TAF, ossia il raggruppamento tattico che nella fase più delicata della Seconda guerra mondiale, garantì la tanto ridiscussa superiorità aerea agli Alleati durante l'invasione della fortezza Europa occupata dai nazisti. Chi è appassionato di storia ne saprà, ma molti neofiti si saranno domandati - almeno una volta guardando filmati e fotografie - per quale ragione gli aerei da combattimento che presero parte al D-Day in Normandia, invece di mantenere le loro consuete livree mimetiche per rendersi il meno evidenti possibili, avessero invece nelle grandi strisce bianche e nere sulle ali e sul ventre. Un singolare disegno che li faceva assomigliare, secondo i piloti da caccia canadesi almeno, a delle "angry wasps", ossia delle grandi "vespe arrabbiate”.

Costituita nel 1 giugno 1943, fu inizialmente affidata al comandato di Sir John d’Albiac, al quale sarebbe presto succedo il maresciallo dell’aria Sir Arthur Coningham: comandante che aveva già sperimentato le tattiche di supporto aereo ravvicinato per le truppe di terra in rapido movimento sul fronte del Nord Africa, e nella campagna d’Italia. Un punto sul quale torneremo a breve.

Ali vistose di "vespe arrabbiate"

Con i moderni caccia o cacciabombardieri Hawker Typhoon e Tempest, le nuove versioni del Supermarine Spitfire, i grandi e veloci cacciabombardieri di legno DeHavilland Mosquito e con i Mustang americani - le "Cadillac del cielo" - i piloti britannici, canadesi, polacchi, cechi, norvegesi, francesi, sudafricani, australiani, neozelandesi e ovviamente statunitensi fornirono un fondamentale e pionieristico "supporto aereo ravvicinato" (il noto Close Air Support, ndr) per sostenere le divisioni sbarcate in Normandia. Dalle prime fasi dello sbarco fino al consolidamento delle teste di ponte, e per tutta l'avanzata che si spinse, passo dopo passo, battaglia dopo battaglia, nel cuore dell'Europa nord-occidentale tra il 1944 e il 1945. Supporto che si realizzò effettuando missioni di bombardamento a bassa quota per distruggere bunker e casematte del Vallo Atlantico e ogni linea di collegamento per il trasporto di uomini, munizioni e mezzi, oltre che ingaggiando la Luftwaffe nei combattimenti aerei.

La loro peculiarità distintiva - almeno nelle primissime battute dell’invasione della Normandia e della successiva liberazione della Francia settentrionale - fu la presenza delle famose "Invasion stripes”: un disegno presente sulle ali e sul ventre degli apparecchi che contemplava tre strisce bianche alternate da strisce due nere. Questo particolare segno di riconoscimento, avrebbe consentito agli aerei alleati di essere facilmente riconoscibili e di non venire bersagliati dal fuoco amico. Una decisione necessaria dopo gli incidenti avvenuti nel corso dell’Operazione Husky (lo sbarco in Sicilia, ndr) che vide un intera formazione di aerei per il trasporto dei paracadutisti DC-3 bersagliati dal fuoco delle navi da guerra alleate e dalla contraerea appena sbarcata. Con una terribile conseguenza di 23 velivoli abbattuti e 37 danneggiati. Nel raggruppamento della TAF erano infatti presenti anche gli aerei per il traino degli alianti con le truppe d'assalto, oltre che i ricognitori fotografici e alcuni gli occhi dell'artiglieria navale americana che avrebbero dovuto fornire le coordinate per il fuoco di sbarramento.

Una divisa "semplice" per non distinguersi

Se i racconti dei “few” e dei giovani dai capelli lunghi che spiccavano nelle loro belle e uniformi blu avio, avevano reso emblematici oltre che ben riconoscibili i piloti della Raf, nel pieno dell’invasione della Normandia e delle complesse operazioni di appoggio e incursione nel cuore del territorio nemico, il passare inosservati nel cose venisse abbattuti, divenne un cruccio del Comando alleato come dei piloti stessi; che accettarono di buon grado la loro nuova uniforme basata una semplice battle dress color kaki: facilmente confondibile con quella di un comune soldato di fanteria.

Se un pilota fosse stato abbattuto, e si fosse trovato costretto ad atterrare dietro le linee nemiche, l’ordine - nonché la sua prima preoccupazione - sarebbe stata quella di nascondersi e tornare, passo dopo passo, verso la linea di avanzamento. La sua uniforme blu avio però, poteva essere scambiata alla distanza in quella utilizzata dalla Luftwaffe, e questo gli avrebbe potuto causare non pochi problemi. Compresa qualche fucilata, almeno nei primi giorni di concitate operazioni. Ci sarebbero diversi casi documentati in precedenza. La tenuta color kaki, oltre a rendersi assai più funzionale nel mimetizzarsi nella vegetazione normanna, era inoltre utile a proteggere il pilota dall’ira dei soldati tedeschi e non meno da quella della popolazione francese che - sebbene liberata - si trova sotto costanti bombardamenti costieri e aerei che spesso contarono vittime collaterali tra i civili. Ovviamente, come sempre accadeva per i piloti in missione sull'Europa occupata, una certa quantità di denaro in valuta francese, mappe del territorio stampate su foulard di seta, e particolari attrezzature come gli stivali da volo modello Escape, disegnati dal maggiore Clayton Hutton dell'MI9 per sembrare all'occorrenza delle semplici scarpe da uomo, erano concessi in dotazione ai piloti tattici.

Una missione chiamata superiorità aerea

Quando la testa di ponte iniziò ad espandersi nell’entroterra, gli Squadron del 2° TAF iniziarono a schierarsi su piste d’atterraggio avanzate, ad un passo dalle linee nemiche. Una strategia che fu possibile grazie agli sforzi del personale di terra della Raf che fu in grado di allestire degli aeroporti tattici avanzati dove potevano essere tenuti in allerta gli apparecchi “fondamentali” per portare a termine la tattica del “cab rank”: ossia il mantenimento di una riserva cacciabombardieri in allerta che potevano essere chiamati a fornire supporto aereo ravvicinato alle truppe in avanzamento. Questa delicata fase viene raccontata con commozione da Pierre Clostermann, testimone d’eccezione delle battaglie aeree che si consumarono nei cieli della sua Francia liberata nel suo romanzo “Il grande circo”.

Dalla metà di giugno infatti, le missioni dei piloti tattici alleati si concentrarono sui veicoli corazzati e sul trasporto ferrato di armi e munizioni. I cacciabombardieri della 2°TAF, con le invasion stripes che ormai occupavano solo il ventre dei velivoli, e mano a mano scomparivano - come scompariva pure la presenza dei caccia della Luftwaffe nei cieli della Francia - attaccavano i panzer tedeschi con i primi “razzi” da 80 mm- progenitori dei moderni missili anticarro - terrorizzando il nemico al punto che l’avvistamento di un solo Typhoon era sufficiente a far abbandonare a decine di equipaggi i loro mezzi corazzati (almeno i più leggeri nella blindatura, ndr) se sorpresi in campo aperto. E palesando una superiorità aerea che si era rivelata essenziale per il successo dell’invasione.

Sebbene la presenza nei cieli della Luftwaffe fosse estremamente ridotta, non furono poche le occasioni in cui i più moderni caccia Fw-190 e i pionieristici prima caccia a reazione Me 262 cercarono e trovarono il duello aereo con i piloti alleati che si erano man mano stabiliti nelle basi avanzate. L’ultima notevole impresa ed eccezione, fu il grande attacco sferrato dalle forze aeree del Reich nel giorno di Capodanno del 1945: l’Operazione Bodenplatte. Obiettivo del comando di Berlino, infatti, era quello di tentare di ri-ottenere una superiorità aerea durante la battaglia delle Ardenne per consentire alle truppe tedesche di avanzare e respingere il nemico. In quell’occasione la forza aerea tattica alleata subì gravi perdite, la maggior parte a terra. Ma né questa offensiva fulminea, né l’impiego dei più moderni e straordinari caccia dell’epoca fu sufficiente a frenare l’avanzata alleata che puntava dritta a Berlino accompagnata dalla devastazione portata dagli stormi dei bombardieri che riempivano il cielo, e ormai non venivano neppure più dipinti per essere mimetizzati. Erano solo letali frecce color argento vivo. 

Magli, il generale-eroe che sconfisse i tedeschi. Il generale Giovanni Magli. L'8 settembre 1943 con i suoi soldati attaccò la Wehrmacht in Corsica. Fu l'unico caso di vittoria italiana. Giovanni Di Cagno  su la Gazzetta del Mezzogiorno l'8 Settembre 2022

Sono le ore 19 dell’8 settembre 1943. Siamo a Corte, in Corsica, nel comando del VII corpo d’armata del generale Giovanni Magli, da pochi mesi comandante militare dell’isola. Il servizio informazioni comunica che Radio Londra ha annunciato l’armistizio. Immediatamente, cioè un’ora prima del famoso comunicato di Badoglio, Magli rivolge a tutti i comandanti delle unità ai suoi ordini un fermo messaggio: «... Ove mai si attentasse da parte di chicchessia ad esprimere atti che possano offendere il nostro sentimento di italiani e di soldati, la reazione deve essere immediata». Subito dopo, si reca ad accogliere l’illustre ospite atteso per cena, il generale Von Senger, comandante delle forze tedesche in Corsica. L’atmosfera è fredda: ciascuno dei due comandanti intuisce che l’altro sa. Alle 20, quando anche Radio Roma annuncia l’armistizio, Magli interrompe la cena e, pur non conoscendo ancora il testo del comunicato ufficiale, informa Von Senger che da quel momento le forze italiane non avrebbero più potuto prestare alcuna assistenza a quelle tedesche. Von Senger assicura che le sue truppe avrebbero abbandonato l’isola pacificamente, saluta militarmente, e va via. Magli (fervente monarchico, ma mai iscritto al partito fascista) è privo di ordini e di contatti con l’Italia, ma intuisce immediatamente le implicazioni politiche dell’armistizio: così, dispone la scarcerazione immediata dei detenuti politici e dei partigiani corsi catturati nei mesi precedenti.

All’una di notte, Magli viene informato che truppe tedesche hanno attaccato proditoriamente le forze italiane a Bastia, e si sono impadronite con la forza del porto; senza indugi, allora, dà ordini per la riconquista di quell’infrastruttura strategica, e all’alba le forze italiane attaccano il contingente tedesco che vi si era asserragliato. Battaglia breve ma violentissima, nel corso della quale circa ottocento tedeschi perderanno la vita prima della resa. Alle 8 del mattino del 9 settembre il porto di Bastia è di nuovo in mano italiana. È in assoluto il primo episodio, dopo la proclamazione dell’armistizio, di belligeranza tra italiani e tedeschi, e per questi ultimi finisce malissimo. Subito dopo la resa tedesca, Von Senger - che evidentemente non si aspettava la reazione italiana - si precipita al comando di Magli, si scusa, parla di un malinteso, e assicura che non vi saranno altre ostilità da parte delle truppe tedesche. Magli finge di credergli, ma a scanso di equivoci gli mostra il durissimo messaggio diramato all’alba alle sue unità: «Non sarà tollerato alcun atto di ostilità nei riguardi delle truppe italiane. Alla forza si risponde con la forza, al fuoco col fuoco».

Nelle prime ore del mattino del 10 Magli - sempre privo di ordini - viene informato che imponenti forze tedesche, tra cui la 90° divisione corazzata, stanno sbarcando a Bonifacio provenienti dalla Sardegna. Il comandante italiano capisce che la sua linea di condotta, improntata alla difensiva nello spirito del comunicato di Badoglio, non è più sufficiente: occorre attaccare i tedeschi prima che questi si rafforzino troppo (è quello che non farà il comandante della divisione «Acqui» a Cefalonia, pagandolo a caro prezzo). Magli, allora, convoca il comandante dei partigiani corsi, Colonna d’Istria, ne chiede l’appoggio per combattere i tedeschi e fa distribuire armi ai patrioti francesi. Alle ore 6 del 13 settembre, dopo i necessari concentramenti delle fanterie italiane, al solito penalizzate dalla mancanza di automezzi, inizia l’offensiva del VII° corpo d’armata appoggiata dai partigiani corsi. I tedeschi, tuttavia, dispongono di forze di gran lunga superiori, potendo contare su ben due divisioni corazzate (di cui gli italiani sono privi). Così, i carri armati Tigre soverchiano i fanti della divisione Friuli in località Casamozza, e nella serata del 13, dopo un’intera giornata di combattimenti, i tedeschi entrano a Bastia. Le cose rischiano di mettersi male per gli italiani, quando il mattino del 14 cominciano a sbarcare ad Ajaccio forze francesi. Magli, pur totalmente all’oscuro delle clausole di armistizio, intuisce subito che occorre stringere rapporti di collaborazione operativa con gli Alleati, e il 17 settembre, mentre proseguono violenti scontri tra italiani e tedeschi, incontra il comandante del corpo d’armata francese generale Martin per definire piani comuni.

L’offensiva italo-francese ha inizio il 29 settembre e ben presto travolge le forze tedesche, che sono costrette a imbarcarsi frettolosamente. All’alba del 4 ottobre i bersaglieri italiani riconquistano Bastia, lasciando ai francesi l’onore di entrare per primi in città; il giorno dopo gli ultimi reparti tedeschi rimasti sull’isola si arrendono: la battaglia della Corsica è vinta!

Si tratta dell’unico caso di una grande unità italiana che, dopo l’8 settembre, non solo resiste ai tedeschi, ma li attacca e riesce a sconfiggerli. Una vicenda da celebrare adeguatamente, si penserebbe. E invece, sui fatti della Corsica è sostanzialmente caduto l’oblio. Dei combattimenti tra italiani e tedeschi dopo l’armistizio, infatti, si tende a ricordare solo la resistenza spontanea del 10 settembre di reparti militari e di cittadini romani davanti a Porta San Paolo; ovvero, quella della divisione Acqui a Cefalonia, conclusasi con il barbaro massacro perpetrato dai tedeschi. Solo sconfitte, insomma! Così, in larghi strati di opinione pubblica è passata l’idea che il disfacimento del regio esercito fosse sostanzialmente inevitabile, tanto che chi osò resistere ai tedeschi venne deportato o massacrato; e invece, vi furono comandanti militari che, pur lasciati senza ordini dai propri superiori, seppero dare esempi di assoluta fermezza (oltre a Magli, ad esempio, i comandanti delle divisioni Taurinense e Venezia nei Balcani, o il generale Bellomo che organizzò la difesa del porto di Bari).

Insomma, l’8 settembre non si è esaurito nel «tutti a casa»! Intere grandi unità composte da decine di migliaia di uomini adeguatamente comandati, restarono compatte senza sbandarsi, rifiutarono la resa ai tedeschi, e in Corsica riuscirono addirittura a sconfiggerli. Ed ecco, allora, perché nel dopoguerra si è preferito dimenticare le vicende della Corsica: perché lì abbiamo vinto, lì abbiamo sconfitto i tedeschi, lì abbiamo dimostrato che lo «squagliamento» delle nostre forze armate non era inevitabile, che l’alternativa non era tra arrendersi o morire. E’ stato molto comodo per tanti, nel dopoguerra, occultare le proprie responsabilità gettando la croce solo sul Re e su Badoglio. La cui fuga fu ignobile, sia chiaro! Ma le vicende della Corsica dimostrano che si poteva resistere ai tedeschi anche senza ordini del Comando Supremo; che Roma avrebbe potuto essere difesa con successo, se solo i comandanti dei reparti ivi stanziati si fossero comportati come il comandante della Corsica; che se ognuno avesse fatto il proprio dovere, se il Re, il Governo, lo Stato Maggiore non fossero tutti scappati, se i comandanti delle grandi unità si fossero assunti la responsabilità di organizzare la resistenza delle proprie truppe alla prevedibilissima aggressione tedesca, la Storia d’Italia sarebbe stata diversa; e forse, almeno fino al Po ci sarebbero stati risparmiati gli orrori dell’occupazione nazifascista, della repubblica di Salò, e della guerra civile.

Il generale Giovanni Magli, di cui porto orgogliosamente il nome, era mio nonno. Un uomo che, nell’ora più buia, ha saputo trovare nella propria coscienza di comandante militare e di italiano quegli ordini che i propri superiori non ebbero il coraggio di dare: «Alla forza si risponde con la forza, al fuoco col fuoco».

Lord Lovat, il leggendario sabotatore gentiluomo. Davide Bartoccini l'8 Settembre 2022 su Il Giornale.

Churchill si divertiva a presentarlo come "l'uomo più educato che avesse mai tagliato una gola", Hitler aveva emesso un particolare ordine per "eliminare" lui e i suoi uomini. La Francia liberata lo ricorda con affetto...

Alle prime ore dell'alba di un incerto giorno d’inizio giugno, un maglione a collo alto di spessa lana d’aviatore è ben piegato nella cuccetta di una delle migliaia e migliaia di navi da guerra che al largo della Manica attendono l’ora X di quello che passerà alla storia come "giorno più lungo". Nel bagno attiguo a una cabina spoglia, un uomo al termine della toletta delle grandi occasioni si spazzola indietro i capelli lisci, chiude la porta e infila quel maglione ricamato, bianco e vistoso, in segno di sfida a tutto l’esercito tedesco. Lord Lovat - “l’uomo più educato che abbia mai tagliato una gola” secondo il primo ministro britannico Winston Churchill - è pronto a sbarcare in Normandia con i suoi commando.

Nato nel 1911 nel castello di Beaufort nell’Inverness-shire, discendente di una delle più antiche e ricche famiglie di Scozia, ha passato l’infanzia tra la pesca e la caccia alle lepri e adolescenza e maturità tra i ricevimenti aristocratici dove indossare fiero il kilt dei suoi colori: emblema perfetto per incitare i sospiri delle dame del nord ad ogni suo passo. Ai tempi di Oxford, Simon Fraser, quindicesimo Lord Lovat, si voltava al nome di Shimi, soprannome tratto dal gaelico, donatogli dagli amici più cari. Magro e slanciato, dai tratti delicati, ha un bel paio di baffi chiari, appena accennati, e capelli del colore che alcuni amano richiamare alla sfumatura bionda della cenere. Ha 32 anni, non è un militare di carriera, è stato richiamato. Ma da uomo virtuoso dalla spiccata sensibilità, si è saputo rendere ottimo soldato guadagnandosi in due anni di guerra il grado di colonnello.

Con il No.3 e il No. 4 Commando di sabotatori, specialità voluta proprio da Churchill in persona per dare "fuoco all’Europa occupata", si è bagnato i piedi sulle coste di Hardelot, a Dieppe - dove minando la casamatta di un pezzo da 150mm ottiene l’unico successo di quel sanguinoso raid - e alle Lofoten, dove affondate 12 navi e distrutte 18 fabbriche di olio di pesce (fondamentale per esplosivo) troverà il tempo di inviare personalmente un telegramma di insulti a Hitler. All’alba del 6 giugno del 1944 come allora, sulla sua testa pende una taglia di 100.000 marchi da parte della Gestapo. Ma la sua unica preoccupazione è quella di dar filo da torcere ai tedeschi e di liberare la Francia.

Alle 8.40 balza giù dal mezzo da sbarco tinto di celeste pallido che tocca la riva dinanzi a Ouistreham, settore "Queen red" della spiaggia di Sword. L’acqua è grigia, la sabbia pensate; ovunque sulla costa si alzano tetre colonne di fumo nero. Shimi si volta tranquillo e ordina al suo cornamusiere personale - un giovanotto di 21 anni di nome Bill Millin - di fischiare nel bordone basso del suo arnese "Highland Laddie": che lo sentano bene che in Normandia sono arrivati gli scozzesi. I colpi dei tedeschi sibilano alti sulle teste dei 2.500 commando della 1st Special Service Brigade. Alcuni alzano schizzi d’acqua accanto ai giovani figli d’Albione, altri li centrano in pieno, lasciandoli supini sulla sabbia fino a sera, fino a quando le batterie e i nidi di mitragliatrici non saranno messi a tacere per sempre. Lovat imbraccia un fucile da caccia Winchester e tocca la spiaggia senza guardarsi indietro.

Al suono delle cornamuse deve percorrere 10 chilometri a piedi, nell’entroterra, e raggiungere un fiume che non ha mai visto: l'Orne. Lì c’è un ponte che hanno ribattezzato "Pegasus" e lui deve raggiungerlo prima che sia troppo tardi, prima che i tedeschi sbaraglino i "Diavoli rossi" (soprannome dei paracadutisti inglesi per via del loro basco amaranto) scesi nella notte con gli alianti per levarglielo di mano. Sono ore di marcia estenuati, tra il caldo, il peso degli armamenti, il fuoco dei Panzer tedeschi dai quali possono solo fuggire. Si imbattono in sporadici gruppi di unni, dando luogo a combattimenti sporadici, e se ne lasciano alle spalle altri, che risulterebbero solo un intralcio dalla loro meta. Alle 13:00 sono a vista del ponte. Millin suona ancora per tirare su il molare - "Road to the Isles" - e i Diavoli rossi tra l’eco dei cannoni alzano la testa. In testa a una colonna un maglione bianco marcia sotto un basco verde. Sono i commandos di Lovat. Ce l’hanno fatta. Simon Fraser, quarto barone di Lovat è arrivato sul suono delle cornamuse a salvare i ponti sul fiume Orne, e con essi l’intera Francia. L’Europa forse.

Mentre i suoi commando prendono posizione, e gli ultimi tedeschi si ritirano, un vecchio francese, monsieur Georges Gondrée, il proprietario di caffè dall’altro capo del ponte, dissotterra le casse di champagne d’annata che aveva nascosto ai tedeschi, e mentre intona la "Marsigliese" tra le lacrime di commozione, versa calici da offrire ai liberatori marcianti. Lovat ne tracanna una coppa. Ringrazia con un sorriso, e prosegue nella sua avanzata tra il fuoco incrociato delle mitragliatrici avvolto nel suo maglione bianco candido, con il suo fucile da caccia in spalla e la sua antica danza di cornamuse. In fondo quale orario migliore per lo champagne, se non la colazione.

Simon Fraser è morto all’età di 83 anni, con tre figli e una ferita nel deretano guadagnata a Breville, appena una settimana dopo lo sbarco in Normandia. Dopo la guerra sedette spesso alla Camera dei Lord, ma abbandonò la carriera politica dopo la sconfitta di Churchill a favore dei laburisti. Oggi a Ouistreham una statua di bronzo troneggia in suo onore.

Dall’iperinflazione all’ascesa del nazismo: alle radici della grande paura tedesca. Andrea Muratore il 15 Agosto 2022 su Inside Over.

L’inflazione è la grande paura per la Germania e la sua economia, un nemico ritenuto insidioso la cui pericolosità è percepita a livello sociale. Non poteva essere altrimenti in un Paese la cui economia è figlia dell’incontro tra il modello renano di capitalismo, di matrice protestante, e quello cattolico-bavarese, fondato sull’economia sociale di mercato: per la Germania e la sua società l’economia e i suoi modelli informano la società, gli equilibri interni, i rapporti tra i corpi intermedi. E l’inflazione è la perturbazione per eccellenza: danneggia il meccanismo di mercato, turba i rapporti tra salari, dinamiche delle imprese, organi sociali, crea incertezza. E in prospettiva, quella povertà che il modello vuole evitare.

La memoria dell’inflazione di Weimar

Il precedente storico del lungo decennio che condusse dall’iperinflazione di Weimar all’ascesa del nazismo (1923-1933) ha segnato radicalmente la storia e la politica tedesche. Tanto da portare l’inflazione stessa ad essere il grande tabù nel discorso politico germanico. Lo ricordiamo bene, pensando ai tempi dell’austerità merkeliana, in cui la deflazione interna e la compressione delle economie mediterranee ad alto indebitamento, spesso guidate da leader totalmente allineati alle logiche economiciste di Berlino (vedasi Mario Monti), fu ritenuta dalla Germania preferibile a qualsiasi politica monetaria e fiscale interventista. Il timore? L’aumento dell’inflazione. Che anche Mario Draghi ha dovuto limitare, come target, al 2%, per far digerire ad Angela Merkel il quantitative easing.

E di fronte a un’inflazione che in Germania, soprattutto per i rincari dei prezzi energetici, è arrivata nel luglio 2022 al 7,5% non si può non pensare al fatto che l’impatto psicologico e politico di questi rincari, senza precedenti per la Germania tornata unita, possono giocare un ruolo nel condizionare le scelte strategiche che Berlino prenderà per condizionare le politiche europee. “Il problema con cui abbiamo vissuto negli ultimi anni è stata piuttosto la pressione deflazionistica, cioè tassi di inflazione troppo bassi”, ha dichiarato all’Huffington Post lo studioso austriaco Philipp Heimberger, economista dell’Istituto di studi economici internazionali di Vienna. “I salari sono cresciuti poco, la disoccupazione è rimasta alta. È quindi difficile immaginare come in questo contesto possa innescarsi una spirale salari-prezzi che apra la strada all’inflazione galoppante. Siamo lontani, molto lontani dalla piena occupazione”. Motivo per cui, secondo l’economista austriaco, il problema ora “non è tanto l’inflazione ma le preoccupazioni eccessive per l’inflazione”. Vero nodo da tenere in considerazione quando di mezzo c’è la Germania.

Come esplose il costo della vita

Racconta Tucidide che nella marcia di avvicinamento alla Guerra del Peloponneso fu il timore reciproco di Atene e Sparta a creare le condizioni per la guerra aperta tra le due potenze elleniche. Lo stesso si può dire dell’inflazione. Spesso è il timore di conseguenze rovinose per i rincari dei prezzi a generare, per una strana eterogenesi dei fini, politiche economiche contraddittorie tali da far avverare i più foschi presagi. Accadde ai tempi della recessione dell’Eurozona: il mito dell’austerità espansiva, del pareggio di bilancio, della deflazione interna portò l’euro a un passo dal fallimento, diede fiato alle trombe dei movimenti populisti, da ultimo provocò la recessione che si temeva avrebbero causato manovre eccessivamente libertarie sui conti pubblici e inflattive. Soprattutto, esiste il grande precedente del 1923-1933.

Terrorizzata dallo choc dell’iperinflazione del 1923, la classe dirigente della Repubblica di Weimar finì per mettere in campo le scelte politiche distruttive che, al momento della verità, alimentarono i consensi del Partito Nazionalsocialista, esploso come movimento populista ed eversivo ai tempi del Putsch di Monaco guidato da Adolf Hitler e, dopo la sua scarcerazione in seguito al fallito golpe, esploso come forza di protesta capace di catalizzare la rabbia del ceto medio impoverito.

La Repubblica di Weimar aveva prodotto, soprattutto per la convergenza sui temi di Zentrum, il partito cattolico, e Spd, la principale formazione socialdemocratica, una Costituzione di avanzatissimo livello sociale per costruire le basi della Germania uscita sconfitta dalla Grande Guerra: suffragio universale esteso alle donne, libertà di assemblea, tutela delle libertà individuali e della proprietà, massime libertà sindacali. La cui attuazione fu messa fin dall’inizio in difficoltà dai vincoli con cui Berlino si confrontava. Come ha ricordato nel 2015 dall’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio in una lectio magistralis tenuta a Trento per parlare delle conseguenze economiche della Grande Guerra, la pace punitiva di Versailles fu una di queste problematiche: “A causa delle esagerate riparazioni di guerra richieste dagli Stati vincitori, la Germania viveva gravi difficoltà dell’economia, anche per tentare di venire incontro, con sussidi e forme di occupazione fittizia, a quasi 6 milioni di uomini che dalla guerra erano rientrati nelle attività civili” e considerati la base sociale più fragile del Paese.

L’equilibrio, ha ricordato Fazio, venne trovato “ricorrendo progressivamente alla stampa di moneta. Il marco inizia a perdere valore nei confronti delle altre monete: salgono i salari e i prezzi, lo Stato riduce la disoccupazione creando nuova moneta. Nel 1919 l’aumento dei prezzi sale in un anno al 60%, nel 1920 del 240%. Nel 1923, a causa anche dell’invasione della Ruhr da parte dei francesi, sale tra il 15 e il 40% al giorno”. A novembre 1923 un chilo di pane costava 428 miliardi di marchi, un francobollo 100 miliardi. Il governo di Weimar ritirò il Reichsmark e lo sostituì con una nuova versione per decapitarne i rincari. Da allora in avanti, qualsiasi espansione di bilancio fu vista per anni in Germania come una vera e propria eresia. E sul fronte politico si prepararono i primi segni della svolta che si sarebbe concretizzata dieci anni prima.

Dall’austerità all’ascesa del nazismo

Quando nel 1929, infatti, la Grande Depressione travolse gli Usa, ritrovatisi a essere primi creditori della ricostruzione tedesca, il governo tedesco si trovò di fronte alla necessità di rafforzare la domanda interna per evitare che la tempesta finanziaria si tramutasse in uno tsunami industriale. Ma il governo centrista di Heinrich Bruning rimasto in carica dal 1930 al 1932 ebbe timore della lezione del 1923. La sua risposta alla crisi si sostanziò, dopo il voto del 1930, in un vero e proprio pacchetto di austerità: aumento del tasso di sconto, forti riduzioni delle spese dello Stato, aumento dei dazi doganali, riduzione dei salari e dei sussidi di disoccupazione. La mossa si inserì nella corsa globale alla trincerazione delle economie dietro i propri muri invalicabili che avrebbe causato un’estensione degli effetti della crisi. Cavalcando la rabbia popolare contro i “Brüning verordnet Not” (I decreti disagio di Brüning) Hitler trovò un’occasione per conquistare nuove posizioni di rilievo nella politica nazionale. Sospinto dal boom nazista al voto del 1930, che aveva portato il Nsdap dal 2,6 al 18,6% dei consensi, Hitler fece della battaglia contro il rigore di Bruning un simbolo della sua sfida per la rinascita del Paese. “Dal 1924 in poi la politica economica tedesca”, ricorda Fazio, “si è ispirata al concetto che la preoccupazione della stabilità monetaria dovesse prevalere su qualunque altra considerazione”. Il risultato? “Nel 1932 si parla in Germania di 6 milioni di disoccupati, ma forse erano 8 milioni, contro gli appena 800mila del 1928”. Su questa base di disperazione sociale il nazismo pescherà i suoi più grandi successi.

La “trappola di Tucidide” dell’inflazione era andata in scena. L’austerità scelta come risposta a quello che era una crisi da affrontare difendendo il potere d’acquisto, la produzione industriale, i salari e il lavoro aveva portato, per il timore di generare il carovita, a un disastro annunciato. La classe dirigente di Weimar aveva dimenticato la lezione di John Maynard Keynes: “La difficoltà non sta nelle idee nuove, ma nell’evadere dalle idee vecchie, le quali per coloro che sono stati educati, come la maggioranza di noi, si ramificano in tutti gli angoli della mente”. Per il potere repubblicano tedesco erano bastati solo sei anni. Non fu l‘iperinflazione di Weimar a causare l’ascesa del nazismo in forma diretta. Ma furono le politiche austerità pensate come alternative al terrore da carovita a dare il via alle conseguenze materiali di disastro sociale in cui lo spirito revanscista del partito di Hitler avrebbe prevalso con la maggioranza dei voti alle elezioni. Gregori Galofré-Vilà, dell’Università Bocconi, ha nel 2017 guidato un gruppo di ricerca che ha realizzato la pubblicazione dell’analisi Austerity and the rise of the Nazi Party uscita sul prestigioso National Bureau of Economic Research in cui si è dimostrato che proprio i distretti in cui la spesa pubblica fu decurtata maggiormente e il welfare trascurato videro il partito di Hitler dominare alle elezioni.

Ovviamente questo paragone storico non intende affermare che una reazione austeritaria, in caso di impennata odierna dell’inflazione, porterà a un esito simile, anche perché la storia mai si ripete uguale a sé stessa. Tuttavia, la più grande delle paure tedesche in economia, quella che ha spinto Angela Merkel e Wolfgang Schauble a imporre all’Europa il grande quinquennio del rigore tra il 2010 e il 2015, è tale da rappresentare un fattore di condizionamento politico e sociale importante ancora oggi. E senza capire gli errori del passato, che indicano nell’austerità e non nell’inflazione il vero male da abbattere, il rischio di logoramenti dell’intero Vecchio Continente, che oggi sarebbero devastanti per tutti i Paesi membri dell’Unione a partire dalla Germania stessa, rischia di amplificarsi. Come del resto già insegna, nel suo piccolo, la storia dello scorso decennio.

La resa dei tedeschi: Parigi è libera. La capitale era occupata da quattro anni. Annabella De Robertis su La Gazzetta del Mezzogiorno il 27 Agosto 2022.

Parigi è libera: finalmente «La Gazzetta del Mezzogiorno» del 27 agosto 1944 può annunciarlo senza timori. «La Resistenza è cessata a Parigi ieri allorché il comandante tedesco della città si è arreso. Con la scorta di unità militare alleata egli ha fatto un giro per la città dando ordine ai caposaldi di cessare il fuoco. I ponti sulla Senna sono intatti e truppe alleate hanno incominciato oggi a procedere verso nord e nord-est, dove si ritiene vi sarà ancora una disperata resistenza dei tedeschi per alcuni giorni», scrive il corrispondente da Londra.

​​Occupata da quattro anni, Parigi attendeva con impazienza l’ora della sua liberazione. Tutto è cominciato con lo sbarco alleato in Normandia del 6 giugno 1944: da ogni parte del Paese si sono mobilitati combattenti della Resistenza e sono iniziati gli scioperi.

A capo del Comitato francese di liberazione nazionale c’è il generale Charles De Gaulle, fondatore del movimento clandestino «France libre» e capo del governo provvisorio.

A partire dal 19 agosto Parigi è insorta contro il nemico nazista. Le barricate vengono erette frettolosamente. Uomini, donne, bambini partecipano all’impresa: è l’impegno spontaneo degli abitanti a fare la differenza.

​​Il Comando alleato decide di far intervenire la 2ª Divisione corazzata francese agli ordini del Generale Leclerc, supportata dalla 4ª Divisione di fanteria statunitense del Maggior Generale Burton. Il 25 agosto le forze francesi e americane sono calorosamente accolte dai parigini. Il comandante tedesco della piazza di Parigi, von Choltitz, è catturato e trattenuto presso l’Hotel Meurice: poche ore dopo ordina la resa alle sue truppe. Il generale De Gaulle, che ha guidato la resistenza parigina, pronuncia all’Hotel de Ville un memorabile discorso: ​​«Paris! Paris outragé! Paris brisé! Paris martyrisé! mais Paris libéré! libéré par lui-même, libéré par son peuple avec le concours des armées de la France».

Con la liberazione della capitale, aggiunge il futuro presidente della Repubblica francese, vi è il riscatto della nazione intera!

«In un discorso tenuto a Radio Parigi ieri sera, il generale De Gaulle ha detto che i soldati francesi non si arresteranno fino a quando non saranno entrati da conquistatori in Germania. Un’accoglienza entusiastica è stata tributata al Generale», si legge sulla «Gazzetta».

Il 26 agosto, circondato dalla folla festante, de Gaulle depone una corona di fiori sulla tomba del milite ignoto all’Arc de Triomphe e guida la storica sfilata trionfale sugli Champs-Élysées.

 L’assedio e le stragi. Battaglia di Stalingrado, così 80 anni fa Hitler perse la guerra: la disfatta nazista e l’operazione Urano di Stalin. David Romoli su Il Riformista il 23 Agosto 2022 

“I primi aerei comparvero verso le quattro del pomeriggio.. Avevano appena passato le campagne di Burkovskij, vicino al Volga, quando si udì un sibilo, subito seguito dalle prime esplosioni e sugli edifici in fiamme si levarono alti il fumo e la polvere. L’aria era trasparente e gli aerei perfettamente visibili. Il sole splendeva e i suoi raggi accendevano migliaia di finestre; con gli occhi al cielo la gente guardava gli aerei tedeschi… Poi venne il silenzio, l’ultimo silenzio di Stalingrado”.

Così, nel suo capolavoro ricostruito solo un paio d’anni fa e uscito in Italia nel marzo scorso, Stalingrado, Vasilij Grossman descrive il vero inizio della battaglia destinata decidere il corso della guerra tra Germania e Unione sovietica e probabilmente dell’intera Seconda Guerra Mondiale. Il 23 agosto 1942, esattamente ottanta anni fa, gli aerei della Luftwaffe al comando del generale von Richtofen bombardarono per la prima volta a tappeto la città che per 400 anni si era chiamata Carycin, oggi è Volgograd ma portava allora il nome del capo assoluto dell’Unione sovietica. Due giorni prima la VI armata della Wehrmacht guidata dal generale von Paulus aveva passato il fiume Don, stabilito alcune teste di ponte e si preparava a lanciare l’attacco finale. La città sul Volga era isolata dalla Panzer Division del generale Hube a nord e dall’Armata corazzata del generale Hoth a sud. Gran parte della popolazione era imbottigliata nella città. Stalin in persona aveva ordinato di non evacuare la città per ricollocare a est le importantissime fabbriche e le acciaierie.

I sovietici si ritiravano sia pur combattendo senza tregua, da quando il 22 giugno dell’anno precedente la Germania aveva attaccato a sorpresa l’Urss, avviando l’operazione Barbarossa. Grossman, giornalista in prima linea per tutta la durata della guerra, descrive perfettamente nel suo libro la frustrazione e la disperazione provocate da questo continuo arretramento, dallo sfollamento di una città dopo l’altra, dalla perdita dell’Ucraina, della Bielorussia, dall’avanzata continua in Russia. A Stalingrado i sovietici decisero di resistere come avevano fatto a Mosca, dove le truppe tedesche e degli alleati italiani e romeni erano state fermate e respinte. Hitler era altrettanto deciso a dare sul Volga il colpo di grazia all’Armata Rossa. L’ordine perentorio era prendere la città di Stalin entro il 25 agosto.

Nonostante la fulminea avanzata e le immense conquiste, l’operazione Barbarossa non era stata il successo sperato. Il progetto era ancora una volta la Blitzkrieg, una guerra lampo che avrebbe dovuto concludersi in otto settimane, prima dell’inverno. La resistenza di Mosca e di Leningrado, ancora cinta d’assedio, avevano vanificato il disegno. Hitler però era riuscito, a differenza di Napoleone oltre un secolo prima, a superare il terribile inverno russo ed era senza dubbio un enorme vittoria. In primavera era deciso a sferrare il colpo finale. La Direttiva 41, diramata il 5 aprile 1942 dal Fuhrer, dettava le linee dell’Operazione Blu: una poderosa offensiva concentrata solo nella Russia meridionale con gli obiettivi di conquistare i bacini del Don e del Volga e Stalingrado (fondamentale sia come postazione strategica che come centro produttivo), e impossessarsi delle aree petrolifere del Caucaso.

L’Armata di Hitler contava un milione di uomini, olte2500 carri armati. Altre quattro armate di rinforzo italiane, romene e ungheresi che schieravano altri 600mila soldati. Rallentata dalla resistenza sovietica a Sebastopoli, l’Operazione Blu fu lanciata il 28 giugno, invece che all’inizio di maggio come previsto. Il fronte meridionale russo fu immediatamente sfondato. I caduti nell’Armata Rossa, prima dell’attacco diretto a Stalingardo, furono oltre 400mila. Come in un incubo i sovietici si ritrovarono nella stessa situazione dell’anno precedente: costretti ad arretrare inesorabilmente mentre a Mosca Churchill dissipava la speranza di un alleggerimento della situazione grazie all’apertura di un secondo fronte in Europa: sarebbero stati necessari ancora mesi. I sovietici dovevano vedersela da soli.

Il 28 luglio, mentre la corsa dei panzer di Paulus sembrava inarrestabile, Stalin diramò l’ordine n.227. Il dittatore era consapevole di quanto diffusa fosse la tendenza a ritirarsi contando sulla vastità della Russia a oriente. Sapeva che le diserzioni crescevano in modo esponenziale. L’ordine fu dunque tassativo: “E’ ora di smettere di ritirarsi. Non un passo indietro…D’ora in poi la legge ferrea della disciplina per ogni ufficiale, soldato e commissario politico dovrà essere: Non un singolo passo indietro senza un ordine dal più alto comando. Comandanti di compagnie, battaglioni, reggimenti e divisioni, così come i commissari e i commissari politici dei corrispondenti ranghi che si ritirano senza ordine dall’alto sono dei traditori della Madrepatria. Dovranno essere trattati come traditori della Madrepatria”.

Nei giorni seguenti Stalin inviò nella città sotto attacco Nikita Chrusciov, futuro leader dell’Urss, come commissario politico. Sostituì il comandante del Fronte di Stalingrado con uno dei suoi generali più duri ed esperti, Andrej Eremenko, mise a capo della principale armata della città un altro dei suoi principali generali, Vasilij Cujkov, e alla fine di agosto raggiunse la città anche il principale stratega del Cremlino, il maresciallo Zukov. I bombardamenti su Stalingrado e gli scontri alla periferia proseguirono fino al 13 settembre quando Paulus lanciò l’attacco frontale contro la città. I sovietici avevano sino a quel momento rallentato l’avanzata tedesca senza riuscire a fermarla. A partire dal 13 settembre la battaglia fu combattuta strada per strada, edificio per edificio. In condizione di inferiorità numerica e di mezzi, senza poter contare sul sostegno dell’aviazione, le truppe di Cujkov scelsero di fortificare singoli postazioni, fabbriche, rovine già bombardate, singoli palazzi dalle quali lanciavano soprattutto di notte incursioni e piccoli contrattacchi.

Ma nella stessa giornata del 13 settembre, al Cremlino, Stalin, Zukov, il capo dell’Armata Rossa generale Vasilevskij e i vertici dello Stakva – l’Alto comando sovietico – prepararono un piano molto audace e destinato a capovolgere le sorti del conflitto: l’Operazione Urano. Una controffensiva basata su una manovra strategica a tenaglia in realtà molto semplice ma per il successo della quale era essenziale che rimanesse completamente segreta, in modo da cogliere gli attaccanti di sorpresa. Nella città la battaglia infuriò per due mesi. Il centro fu perso e ripreso più volte. Alla fine di settembre Paulus piantò la bandiera con la svastica nella centralissima piazza rossa. Alcuni palazzi e alcune fabbriche, soprattutto quella di trattori, diventarono gli epicentri della battaglia. I cecchini, dall’una e dall’altra parte, erano sempre in agguato e alcuni dei più precisi e micidiali diventarono veri eroi popolari La battaglia proseguì senza sosta, ogni giorno, anche se in due occasioni, il 14 ottobre e l’11 novembre i tedeschi tentarono di chiudere la partita con offensive massicce.

Nel giro di una settimana l’ultima offensiva di Paulus, quella di novembre, arrivò a un passo dalla vittoria. La resistenza russa era limitata a tre sole teste di ponte. In nessuna di queste tre aree la profondità di territorio controllata dai sovietici andava oltre 1 km e mezzo. Il 19 novembre i sovietici lanciarono la controffensiva cogliendo di sorpresa la Wehrmacht. La manovra a tenaglia delineata nell’operazione Urano travolse prima i riparti romeni poi quelli tedeschi e costrinse Paulus a ritirare le truppe e i panzer dalla città per tentare una difesa di fronte al del tutto inatteso contrattacco. Nell’arco di 4 giorni la situazione sul campo appariva completamente rovesciata. Gli assedianti tedeschi erano ora assediati nella “sacca di Stalingrado”. Il 23 novembre è la vera data della svolta nella guerra mondiale. Da quel momento ad arretrare e a subire l’iniziativa dei sovietici e degli alleati sarebbe stata sempre l’Asse.

Il 24 novembre Hitler diramò un “ordine tassativo” che imponeva alla VI Armata di Paulus di resistere a ogni costo e mise a capo di un “Gruppo di armate del Don” il feldmaresciallo Erich von Manstein, con il compito di rompere l’assedio e liberare l’Armata di Paulus. La “Fortezza Stalingrado” nazista resistette molto più a lungo del previsto, prima nella convinzione che l’assedio sarebbe stato rotto presto poi, a partire dal natale 1942, senza più vere speranze di salvezza ma con il solo obiettivo di tenere impegnate su quel fronte quante più truppe sovietiche possibile per indebolire l’offensiva generale che era nel frattempo stata lanciata dallo Stakva. Il 10 gennaio 1943 i sovietici lanciarono l’offensiva finale. Paulus fu fatto prigioniero il 26 gennaio.

Pochi giorni prima Hitler lo aveva nominato feldmaresciallo, non per tributargli un riconoscimento ma per spingerlo al suicidio: nessun feldmaresciallo tedesco era mai stato fatto prigioniero. Paulus scelse di ignorare la spintarella e di farsi catturare vivo. Il 2 febbraio gli ultimi reparti tedeschi si arresero. Le perdite russe erano state di quasi 480mila morti. Quelle tedesche non sono mai state valutate ma vanno certamente oltre i 140mila morti solo nella fase dell’assedio sovietico alla sacca. I prigionieri, tra tedeschi, romeni, ungheresi e italiani furono oltre 300mila.

La maggior parte degli storici, ma non tutti, concorda nel ritenere la battaglia di Stalingrado il vero punto di svolta strategico della guerra. Ma sul ruolo incomparabile che ebbe sul piano psicologico e del morale degli eserciti coinvolti di dubbi non ce ne sono. La fine del Terzo Reich iniziò tra le rovine di Stalingrado. David Romoli

Isbuscenskij, l'ultima carica di cavalleria. Isbuscenskij, 24 agosto 1942: il Savoia Cavalleria condusse e vinse, contro truppe sovietiche, l'ultima carica di cavalleria lanciata dall'esercito italiano contro forze regolari nemiche. Andrea Muratore il 25 Agosto 2022 su Il Giornale.

Ansa del Don, pochi chilometri dal villaggio di Isbuscenskij, 24 agosto 1942. L'alba lascia presagire una soleggiata mattinata nella steppa russa, sempre uguale a sé stessa e divoratrice di uomini e reparti nella grande campagna orientale dell'Asse. Quel giorno, però, la steppa si sarebbe illuminata delle gesta del Reggimento Savoia Cavalleria. In azione per quella che resterà nella storia come l'ultima carica del Regio Esercito compiuto contro truppe regolari nemiche.

Isbuscenskij è un punto sperduto nella steppa; il Savoia Cavalleria è un punto ancor più minuto nel grande complesso militare che la Germania, l'Italia e i loro alleati (Ungheria, Romania, Slovacchia, Finlandia) mettono in campo dal Baltico al Mar Nero per combattere la macchina da guerra sovietica. Sull'ansa del Don, partecipa alle operazioni Raggruppamento truppe a cavallo "Barbò" (dal nome del suo comandante, il generale Guglielmo Barbò, originario del paesino cremonese di Casalmorano), di cui è parte integrante assieme al reggimento fratello "Lancieri di Novara" e al Reggimento artiglieria a cavallo "Voloire", con il compito condiviso con il resto dell'Armata Italiana in Russia (Armir) di tenere il fianco sinistro delle truppe corazzate tedesche che avanzano verso Stalingrado e il Caucaso. L'inverno inclemente in cui la steppa avrebbe rappresentato la tomba degli italiani in Russia e in cui si sarebbe consumata l'anabasi degli alpini della Julia e della Tridentina appariva lontana. In quella calda estate, l'Asse coltivava ancora speranze di vittoria contro il nemico sovietico.

Il Savoia Cavalleria, piccolo reparto in un minuscolo punto del fronte, era in quel giorno chiamato però a una missione tutt'altro che secondaria: contenere una puntata offensiva di alleggerimento compiuta dall'812º Reggimento di fanteria siberiano oltre il Don per logorare ai fianchi lo schieramento dell'Asse. Il 20 agosto i russi avevano attraversato il Don e sfondato il tratto di fronte tenuto dalla Divisione fanteria "Sforzesca". Il Savoia Cavalleria si posiziona a poco più di un chilometro da uno schieramento di truppe dell'812° reggimento desideroso di avanzare per colpire al cuore le retrovie italiane.

700 cavalleggeri italiani del Savoia si trovavano nella regione di Isbuscenskij a affrontare 2.500-3mila uomini sovietici del reparto appartenente alla 304° Divisione di Fanteria, che si erano posizionate formando un ampio semicerchio in un campo di girasoli, pronte a travolgere gli italiani acquartierati nella steppa poco dopo l'alba. Il colonnello Alessandro Bettoni Cazzago, comandante di Savoia Cavalleria, ebbe però la prontezza di inviare delle pattuglie in perlustrazione che si trovarono sotto un intenso fuoco sovietico.

Con l'obiettivo di alleggerire la pressione sovietica, Bettoni Cazzago, cavalleggero bresciano classe 1892 e considerato assieme ad Amedeo Guillet uno dei principali esperti del settore nell'Italia del tempo, pensò di utilizzare la più tradizionale strategia della cavalleria per creare confusione tra i nemici: la carica. Inizialmente intenzionato a mandare all'assalto l'intero reparto di cui faceva parte dal 1920 e comandava da pochi mesi, il colonnello fu convinto dal proprio aiutante maggiore Pietro de Vito Piscicelli di Collesano a non impegnare l'intera forza con il rischio dell'annientamento, ma di rivolgersi unicamente al 2° Squadrone comandato dall'audace capitano Francesco Saverio De Leone, 26enne abruzzese di Penne. De Leone, seguito dai suoi sottoposti, ordinò allo squadrone di montare a cavallo e di uscire dal quadrato nella direzione opposta del nemico, simulando una ritirata. Appena scompare dal campo visivo il 2° squadrone compie un'ampia conversione e De Leone lanciò l'ordine "Sciabl-mano".

"Avanti Savoia!". Il grido che sarebbe rimasto nella storia frastornò i sovietici che, intenti ad ingaggiare le pattuglie a cavallo italiane si trovarono senza alcuna previsione attaccati sul fianco. 120 cavalleggeri italiani piombarono armati di sciabole, mitragliette e bombe a mano sul nemico, seminando il panico e lo sgomento tra le truppe di Stalin. L'intuizione dell'attendente di Bettoni Cazzago si rivela, del resto, vincente perché un'altra unità del Savoia, il 4° Squadrone, appiedato viene mandato in avanti a dare sostegno alla carica. "Io vado. 4° Squadrone: baionetta!”. Inizia così la terza fase della battaglia, la più lunga. Appiedati, superiamo d’un balzo gli 800 metri che ci separano dalla quota: dobbiamo ora occupare il terreno. Non possiamo permettere al nemico di riorganizzarsi; dobbiamo andare oltre. I nemici sono tantissimi per noi che siamo solo in 80", ha dichiarato ad Avvenire uno degli ultimi testimoni della battaglia recentemente scomparso, il sergente maggiore Giancarlo Cioffi. Il capitano Silvano Abba, colpito e ucciso nell'azione (riceverà la Medaglia d'Oro al valore militare), guidò l'azione d'alleggerimento mentre De Leone, penetrato nelle linee nemiche, caricava alle spalle i reparti sovietici mandati completamente allo sbando.

Bettoni Cazzago, visto il momento favorevole, liberò le energie residue del reparto: fu convocato il sergente Diego Saccardi e ordinato al 3° Squadrone a cavallo di sferrare una carica frontale superando il 4° Squadrone appiedato. Fu l'azione decisiva. Ingaggiati frontalmente, caricati sullo stesso fronte e con uno squadrone alle spalle capace di muoversi a proprio piacimento, i sovietici lasciarono il campo di girasoli di Isbuscenskij, avvicinandosi alle loro postazioni sull'ansa sul Don.

Per un'intuizione tattica era andata in scena a Isbuscenskij quella che sarebbe stata una manovra mai più ripetuta nel secondo conflitto mondiale. Il 17 ottobre 1942 a Poloj, in Croazia, il Reggimento "Cavalleggeri di Alessandria" avrebbe caricato contro un gruppo di partigiani iugoslavi ma mai più l'Esercito italiano avrebbe mosso le proprie forze a cavallo contro uno schieramento di truppe regolari. Isbuscenskij avrebbe dato un ultimo momento di gloria alla cavalleria nella prima guerra dei caccia a reazione e delle bombe atomiche. Avrebbe a suo modo rappresentato la tragedia del Regio Esercito, lanciato da Mussolini in una guerra colossale contro eserciti dotati di mezzi e risorse maggiori. Sarebbe rimasta una pagina di onore militare importante in una guerra sanguinosa e violenta, in cui l'Armir si ritrovò, in ultima istanza, a soccombere pochi mesi dopo questa impresa. Compiuta in un punto della mappa da un piccolo reparto, non decisiva sul piano militare, che si reggeva su equilibri ben più grandi, ma cruciale sotto il profilo storico. A emblema del dramma che fu, per l'Italia, la partecipazione al secondo conflitto mondiale. In cui con la generosità e il coraggio degli uomini sul campo spesso il Regio Esercito doveva contrastare, contro forze impari, la pusillanimità degli alti gradi politici e militari.

I cacciatori nei cieli dell'Atlantico. Lanciati dalla poco note Cam Ship, gli Hurricat rappresentano un singolare metodo di difesa dei mercantili alleati che facevano la spola nell'Atlantico. Davide Bartoccini il 25 Agosto 2022 su Il Giornale.

C'è una bella fatica di pittura, realizzata da uno di quei talentosi artisti britannici che tanto amano celebrare la loro storia bellica, intitolata "One way ticket”, ed è dedicata a quelli che forse furono tra i piloti più coraggiosi del Secondo conflitto mondiale. Forse ancor più dei kamikaze giapponesi. Sì perché a differenza loro, i piloti Alleati che venivano catapultati a razzo sull'oceano Atlantico in tempesta non volevano morire, volevano tornare a casa. Solo non avevano un "biglietto di ritorno" dopo esser decollati per duellare con i grandi aerosiluranti tedeschi e tentare così di difendere i convogli che portavano uomini e rifornimenti da una parte all'altra dell'Oceano. Quando gli u-boot, organizzati nei branchi di lupi, già erano abbastanza "efficaci" nel far colare a picco le navi mercantili riducendo alla fame il Regno Unito.

Se c'è una singolarità affascinante del Sea Hurricane (caccia Hawaker Hurricane navalizzato, ndr) e dei suoi piloti più temerari, infatti, è quella dell’impiego che se ne fece sulle così dette Cam Ship, acronimo di Catapult Armed Merchantman: navi mercantili che accompagnavano i convogli nell'Atlantico e nel Mare del Nord.

Le Cam ship e il loro impiego

Questo tipo di navi erano dei comuni mercantili di 7mila tonnellate di stazza che mantenevano il loro comune carico, provvisti però di una "catapulta" posta a prua che lanciava un singolo caccia Hurricane Mk.I A soprannominato “Hurricat” o “Catafighter” per operazioni di copertura e protezione da attacchi nemici.

La sua funzione principale, essendo un unico caccia contro intere formazioni, era quella di scoraggiare l'avversario o di spendersi in manovre difensive per guadagnare tempo in attesa di supporto di unità terze come le portaerei di scorta che nel corso del conflitto aumentavano di numero. Il velivolo sarebbe poi riatterrato - ci si augurava - sul ponte di una di queste imbarcazioni oppure avrebbe fatto rotta verso la costa più vicina. Ma l’atterraggio in sicurezza il più delle volte si rivelò infattibile. E i piloti, fornite le coordinate, si trovavano costretti a lanciarsi con il paracaduto o ad ammarare. "I rischi del mare non sono apparentemente sufficienti per questi giovani gentiluomini.." commentavano i marinai.

Le Cam erano di norma comandate da un equipaggio della Reale Marina Mercantile e ospitavano - agli ordini del capitano civile - una mezza dozzina di personale della Royal Air Force: un rigger, un fitter, un operatore radio, un addetto agli armamenti, e una coppia di questi coraggiosi piloti, inizialmente selezionati dalla Raf (spesso veterani della Battaglia d’Inghilterra volontari e con un expertise in campo nautico alle spalle) che venivano inquadrati nella Merchant Ship Fighter Unit, e poi dalla Fleet Air Arm (la componente aerea imbarcata della Royal Navy).

La particola precauzione che aveva portato all'impiego di questi piloti per "missioni suicide" venne ideata dall’Ammiragliato britannico per rispondere alla minaccia crescente portata dai Focke-Wulf Fw 200 "Condor" della Luftwaffe: bombardieri a lungo raggio che, dopo la conquista tedesca della Francia, potevano decollare da aeroporti in prossimità della costa come quelli di Bordeaux-Mérignac, per raggiungere con facilità i convogli alleati nell’Atlantico. Combinandosi in azioni offensive con i branchi di u-boot, i Condor potevano distruggere i natanti che componevano i preziosi convogli. Avvistato un bombardiere nemico, in attesa dell’arrivo dei caccia lanciati delle portaerei di scorta, l’Hurricat sarebbe stato così lanciato dalla catapulta per ingaggiare l'attentatore e abbatterlo, o comunque impedirgli di portare a termine l'attacco. Una volta sventata la minaccia, il pilota, come detto in precedenza, avrebbe fatto rotta su una vicina portaerei o, nel peggiore dei casi, avrebbe portato il suo aereo in volo rovesciato - come da procedura - per lanciarsi con il paracadute ed essere ripescato dal convoglio. Durante il conflitto furono 35 i mercantili convertiti a Cam Ship e 50 gli Hawker Sea Hurricane modificati per essere lanciati da catapulte.

La catapulta e il decollo "a razzo"

La catapulta delle Cam Ship consisteva in un'intelaiatura di travi che accoglievano un particolare carrello su un'apposita rotaia, collegato attraverso un sistema di funi metalliche e pulegge che rendevamo possibili il "decollo a razzo" in seguito all'innesco di una carica che catapultava l'aereo a una velocità sufficiente da consentirne il volo.

Riporta un marinaio di servizio sulla HMS Empire Lawrence, dotata di Hurricat affidato all'ufficiale pilota Alistair Hay, che poco prima di un'incursione nemica si trovava sul ponte a fumare una sigaretta con il pilota temerario: "Spense la sigaretta e se la mise nel giubbotto da volo. Sapeva di non avere speranza di atterrare in territorio amico. Lo abbiamo visto decollare e siamo rimasti in comunicazione con lui. Dalla radio potevamo sentire le sue parole, e il rumore delle mitragliatrici che facevano fuoco, anche dalla cabina di pilotaggio dell'aereo. Ne abbattè uno e dall'altro usciva del fumo [doveva aver colpito un secondo velivolo, ndr]. Poi abbiamo sentito il suo grido , doveva essere stato colpito". E infatti così andò, perché mentre era di scorta al convoglio russo Pq16 diretto a Murmansk, ad est dell'Isola degli orsi dell'arcipelago norvegese delle Svalbard, il pilota di questo Hurricat ingaggiò idrovolanti e bombardieri tedeschi di una formazione composta sei velivoli Heinkel He-115 e He-111, prima di doversi lanciare con il paracadute sui flutti ghiacciati del mare del Nord. Gli vennero accreditati due abbattimenti. Una seconda sortita nella stessa giornata gli valse l'encomio e la Distinguished Flying Cross.

Altra testimonianza utile a capire l'impiego degli Hurricat, è quella redatta sul diario di bordo della HMS Maplin, nel settembre del '41. In seguito all'avvistamento da parte delle vedette di un aereo identificato come un Fw-200, quando esso si trovava a circa sette miglia dal convoglio, ponendosi in posizione d'attacco, venne lanciato l'Hurricane, che, avvistato immediatamente il nemico ha fatto rotta sul nemico per ingaggiarlo. Dopo essere stato centrato più volte, il Fw-200 sganciò le sue bombe per sparire tra le nuvole. Al pilota dell'Hurricat non restò altro che lanciarsi con il paracadute per essere recuperato dalla HMS Rochester, e venir condotto a bordo della Maplin. Il primo avvistamento era avvenuto alle 11.45 della mattina, terminata alle 14.17.

Temeraria risorsa utile allo sforzo bellico

Nel corso nel conflitto, secondo quanto registrato dai diversi diari di bordo, vennero effettuati almeno una dozzina di lanci dalle catapulte delle Cam ship. Questi portarono all'abbattimento di cinque Fw-2000, di due Heinkel 111 e di uno Junker Ju 88. Vennero sventati due volte gli attacchi portati da Fw-2000, e in un'altra occasione quello condotto da un idrovolante Blohm & Voss BV 138. Le Cam ship e i loro famigerati Hurricat rimasero operativi fino al 1943. Anno in cui il gran numero di portaerei costruite nei cantieri degli Alleati consentì una svolta decisiva nello scortare e proteggere i convogli di mercantili che dovevano attraversare l'Atlantico. Dove alcuni tra i piloti più temerari della guerra avevano affrontato le tempeste, i siluri, e le dozzine di mitragliatrici degli stormi nemici che nel collimatore avevano solo quei cacciatori temerari con un biglietto di sola andata per i mari dell'Atlantico.

Arte, svelato un probabile inedito di Picasso: il volto di Hitler per demonizzare il dittatore. Il confronto tra la foto di Hitler e l'opera che potrebbe essere attribuita a Picasso. L'annuncio durante la una conferenza Internazionale nel Castello dei Conti Brancaleoni di Piobbico. La Repubblica il 20 Agosto 2022.

Un probabile capolavoro di Picasso di tributo a Klee raffigurante un ritratto di Hitler è stato svelato durante la Conferenza Internazionale L'Arte in Fuga da Hitler nel Castello dei Conti Brancaleoni di Piobbico. Il tema vastissimo della memoria  è stato il perno della serata, importante per riflettere non solo sull'arte e gli artisti, ma anche per portare testimonianza di quei tragici momenti per l'intera umanità.

Nel 1933 il partito nazionalsocialista prende il potere e con esso si controlleranno tutti gli aspetti della vita intellettuale della nazione, agendo sul sistema educativo, sui teatri, cinema, letteratura, stampa, radio e soprattutto sull'arte cercando di annientare tutto ciò che era contrario alle linee guida del regime. La straordinaria occasione ha visto lo svelamento in prima mondiale di un dipinto probabilmente attribuibile a Pablo Picasso in cui il maestro di Malaga ha voluto rappresentare il volto di Hitler con oggetti ed elementi vietati dallo stesso dittatore, come a voler demonizzare mettendo in ridicolo la sua immagine. L'opera sarebbe un tributo fatto nei confronti dell'artista Paul Klee.

I due artisti, infatti  avevano un'ammirazione reciproca e amicizia e si incontrarono in almeno due occasioni, tanto che nel 1914 Klee fa un tributo a Picasso e alla sua forma d'arte. "Ovviamente non esistono presupposti tali al momento che ci portino ad attribuire l'opera con certezza a Picasso, sicuramente il dipinto e il suo studio dovranno essere ulteriormente approfonditi", ha spiegato l'esperta internazionale d'arte Annalisa Di Maria che ha presentato lo studio stilistico, la ricerca storico-archivistica e l'accostamento attributivo. L'esperta è concorde insieme agli altri esperti che l'opera non sia mai stata catalogata e che sia stata dispersa per un lungo periodo, sono molti gli elementi che riconducono la creazione dell'opera forse alla mano di Pablo Picasso.

A curare la presentazione sono intervenuti studiosi e ricercatori, tra cui è seguito l'intervento del perito calligrafo forense Stefano Fortunati per lo studio degli elementi di scrittura rintracciati nell'opera. Le analisi scientifiche e multispettrali e lo studio simbolico sono state illustrate dal ricercatore Andrea da Montefeltro. Lo studio del supporto, del pigmento, le analisi stilistiche e di comparazione hanno portato a presupporre la  collocazione della realizzazione dell'opera tra il 1935-1937. Scopo della conferenza è stato quello di presentare pubblicamente l'opera affinchè altri esperti possano studiarla fornendo il loro contributo. Aprendo un dibattito e confronto su un'opera che è rimasta per troppo tempo sconosciuta. 

Il suicidio di Hitler, l’uscita di scena di uno scellerato fallimento. Aldo Grasso su Il Corriere della Sera il 12 Agosto 2022.

Nessun parallelismo fra Hitler e Putin, ma toccherà agli storici stabilirne il grado di abiezione. 

Guardare la Storia con un occhio rivolto al futuro. Di Adolf Hitler abbiamo letto e visto molte cose, dalla sua irresistibile ascesa (come la società tedesca abbia permesso all’invasato caporale di comandare un intero popolo rinunciando alle prerogative delle proprie libertà personali resta un mistero) alla morte nel bunker di Berlino, un’uscita di scena sinistramente memorabile, come una grandiosa recita della dissoluzione o di uno scellerato fallimento. Nel primo dei cinque capitoli de «La Grande Storia» (Rai3), Paolo Mieli ha presentato l’ultimo anno del Terzo Reich: gli ultimi undici mesi di combattimento, interminabili e decisivi, che dopo lo sbarco in Normandia saranno ancora necessari agli Alleati per sconfiggere Hitler e vincere la Seconda Guerra Mondiale in Europa. La Germania nazista è nella morsa, molti pensano che entro dicembre la guerra sarà finita. Invece Hitler, dal suo bunker, ordina di resistere a ogni costo, fino all’ultimo uomo.

Abbiamo visto i tedeschi che si ritirano facendo terra bruciata, Stalin che fa marciare a Mosca 60.000 prigionieri tedeschi in segno di disprezzo, il mancato attentato al Führer, il suicidio di Rommel con gli onori di Stato, lo shock dei campi di concentramento e i corpi degli ebrei seppelliti dai bulldozer, la conquista di Berlino nel maggio 1945. Chissà, prima o poi ci sarà una puntata de «La Grande Storia» dedicata all’invasione russa dell’Ucraina: si comincia a parlare di genocidio, del massacro dei civili compiuto a Bucha, di centinaia di attacchi a strutture mediche, di pericolose incursioni alle centrali nucleari, delle deportazioni di bambini in Russia, delle esecuzioni extragiudiziarie, di uso di bombe a grappolo e bombardamenti su insediamenti civili, di detenzioni arbitrarie di giornalisti. Per carità, nessun parallelismo fra Hitler e Putin. Toccherà agli storici stabilirne però il grado di abiezione.

Hiroshima e Nagasaki: il Giappone si era arreso ben prima delle atomiche...Piccole Note il 10 Agosto 2022 su Il Giornale.

Mamoru Shigemitsu, ministro degli esteri giapponese, firma la resa il 2 settembre 1945 davanti al generale Douglas MacArthur

I giapponesi avevano chiesto la resa alcuni mesi prima del bombardamento di Hiroshima e Nagasaki. A rivelare, anzi ricordare, questa pagina tremenda della Seconda guerra mondiale è David Payne sul National Interest, che ripesca dagli archivi una parte di storia dimenticata quanto orribile.

“Uno dei più grandi miti popolari della seconda guerra mondiale –  scrive Payne –  è che Truman non avesse altra scelta che sganciare le bombe atomiche sul Giappone perché i giapponesi erano disposti a combattere fino all’ultimo uomo e che sganciare le atomiche ha salvato la vita a un milione di soldati statunitensi che sarebbero morti in un’invasione delle isole giapponesi”.

“In realtà, l’esercito degli Stati Uniti all’epoca stimò che l’invasione su vasta scala del Giappone avrebbe comportato la morte di 44.000 i soldati. Ma la cruda verità è che i bombardamenti atomici statunitensi sul Giappone non hanno salvato la vita a nessun militare statunitense perché il Giappone aveva tentato di arrendersi già diversi mesi prima dei bombardamenti atomici, dopo la conquista da parte degli Stati Uniti dell’isola delle Marianne e l’inizio della campagna di bombardamenti dei B-29 sulle più grandi città del Giappone del luglio del ’44”,

Il Memorandum MacArthur

“Il generale Douglas MacArthur aveva raccolto cinque diverse richieste di resa di alto livello da parte dei giapponesi, che presentavano condizioni di resa praticamente identiche a quelle che abbiamo imposto loro sette mesi dopo, e le aveva inviate a FDR [Franklin Delano Roosevelt, ndr] nel gennaio 1945, poco prima della Conferenza di Yalta, in forma di un Memorandum di quaranta pagine. Purtroppo FDR le rigettò, osservando che ‘MacArthur è il nostro più grande generale, ma un modesto politico’”.

“Non è chiaro quale fosse esattamente la logica di FDR – aggiunge Payne -, dal momento che la resa del Giappone nel gennaio 1945 sarebbe stata accolta con grande sollievo dall’elettorato statunitense stanco della guerra, ma alcuni hanno ipotizzato che la decisione fosse dovuta al suo desiderio di prolungare il conflitto in modo da consentire ai sovietici di intervenire nella guerra del Pacifico e spartirsi con questi le conquiste territoriali”.

Motivazioni a parte, che potrebbero esser vere oppure no (come potrebbero essercene altre, ad esempio mostrare al mondo la Bomba che avrebbe consegnato l’egemonia globale agli Usa), la rivelazione del gran rifiuto resta ed è talmente sconvolgente che sembrerebbe frutto dell’abbaglio di un cronista che indulga al complottismo. Invece, le fonti che cita Payne sono più che solide.

“L’esistenza del Memorandum MacArthur – scrive Payne – è stata rivelata per la prima volta dal giornalista Walter Trohan sulle prime pagine del Chicago Tribune e del Washington Times-Herald quattro giorni dopo la resa dei giapponesi del 15 agosto”.

[Trohan] “Era stato costretto a tenerlo nascosto per sette mesi a causa della censura propria del tempo di guerra. Gli era stato consegnato in via riservata dal Capo di stato maggiore di FDR, l’ammiraglio William Leahy, il quale temeva che sarebbe stato classificato top secret per i decenni a venire o addirittura distrutto”.

“La sua autenticità non è mai stata messa in dubbio dall’amministrazione Truman. Come scrive l’ex presidente Herbert Hoover nelle sue memorie, Freedom Betrayed: Herbert Hoover’s Secret History of the Second World War and its Aftermath , la sua veridicità è stata confermata in ogni dettaglio dallo stesso generale MacArthur. Ed è stato confermata anche nel libro  How the Far East Was Lost di Anthony Kubek”.

“A parte alcune altre fonti conservatrici dell’epoca, la sua esistenza è stata in gran parte cancellata dai libri di storia approvati dall’establishment liberale, che ha cercato di nascondere verità tanto scomode di un conflitto che ha a lungo raccontato, travisando la storia, come ‘la buona guerra’”.

Payne dettaglia il numero impressionante di morti che la resa anticipata dei giapponesi avrebbe risparmiato: non solo le vittime di Hiroshima e Nagasaky, non solo i soldati americani e giapponesi e i civili nipponici caduti dal gennaio all’agosto del ’45, ma anche tutte le innumerevoli vittime, cinesi, giapponesi e russe, causate dalla guerra che si stava consumando in Cina, dove i cinesi avevano trovato il supporto dei sovietici contro i giapponesi. E probabilmente le vittime successive, causate dalla guerra civile cinese tra comunisti e nazionalisti e tanti altri.

Per non parlare del fatto che il venir meno dell’impegno nel Pacifico avrebbe presumibilmente accorciato i tempi dell’altro fronte, quello occidentale, e magari anche del calvario dei campi di sterminio nazisti, che negli ultimi mesi intensificarono la loro funesta attività…

L’altra guerra, dimenticata, del fronte asiatico

A tale rivelazione Payne fa seguire alcune considerazioni sull’influenza decisiva delle opinioni di MacArthur sul destino successivo del Giappone, al quale fu risparmiata la sorte della Germania, ma soprattutto, più interessante, sul ruolo che i sovietici ebbero sul fronte asiatico, spesso ignorato dai libri di storia.

Appare esagerato quanto scrive Payne, che cioè le atomiche influirono poco sulla decisione di Tokio di arrendersi (in realtà di arrendersi per la sesta volta, a stare ai documenti citati); e che i giapponesi “decisero di arrendersi incondizionatamente agli Stati Uniti il ​​15 agosto dopo la fulminea vittoria sovietica della ‘tempesta d’agosto’ in Manciuria”, che pure accelerò la resa (lo dice la tempistica).

Ma è pur vero che, nonostante fossero stati sconfitti da entrambe le potenze, essi decisero di arrendersi agli Stati Uniti, temendo che il loro Paese finisse smembrato come la Germania. Così i dividendi di quella vittoria, che costò vittime americane, cinesi e russe (e più russe e cinesi che americane), di fatto furono appannaggio soltanto degli Stati Uniti.

Forse è un bene, data la sorte toccata ai Paesi satelliti dell’Unione sovietica, ma insieme alle luci occorre tenere presente anche le ombre, che fanno del Giappone l’unico Paese asiatico a condividere la sorte della sovranità limitata che pesa su tanti Stati europei. Ma con i se non si fa la storia.

Resta che, al netto dei “se e dei ma”, questa pagina dimenticata/cancellata della Seconda guerra mondiale conferma le osservazioni di Hegel sulla tragedia della storia, che riportiamo: “Solo mettendo insieme esattamente le calamità sofferte da quanto di più splendido è esistito in fatto di popoli e di stati, di virtù private e di innocenza, e in tal modo si può spingere il sentimento sino al più profondo e inconsolabile cordoglio, che non è compensato da nessun risultato conciliante, e nei riguardi del quale noi organizziamo la nostra difesa o ricuperiamo la nostra libertà, solo pensando: – è andata così, è il destino; non c’è nulla da farci …”

“Ma pure quando consideriamo la storia come un simile mattatoio, in cui sono state condotte al sacrificio la fortuna dei popoli, la sapienza degli stati e la virtù degli individui, il pensiero giunge di necessità anche a chiedersi in vantaggio di chi, e di quale finalità ultima, siano stati compiuti così enormi sacrifici”.

I politici del '900 si trovano nel Limbo dei cattivi (attori). "La guerra è una sventura necessaria, purtroppo. È figlia di statisti scadenti ma, tutto sommato, a noi che cosa importa della politica se i nostri cari stanno male". Stefano Giani l'8 Agosto 2022 su Il Giornale.

«La guerra è una sventura necessaria, purtroppo. È figlia di statisti scadenti ma, tutto sommato, a noi che cosa importa della politica se i nostri cari stanno male». L'applauso internazionale di Locarno ad Alexander Sokurov è piovuto immediato alle parole del regista russo, che ha presentato al Festival del film il suo Fairytale, cioè favola, invitato anche a Cannes due mesi fa ma ritirato dallo stesso autore, convinto che la Croisette non fosse la sede più idonea per la sua ultima opera, ritenuta «troppo seria per la Costa Azzurra».

La fiaba, in realtà, è pretenziosa e a tratti ha il sapore di una caricatura. I grandi della terra del secolo scorso - Mussolini, Hitler, Stalin e Churchill - con l'aggiunta di Napoleone si ritrovano in una sorta di limbo in attesa di conoscere il loro destino nell'aldilà. Sono consapevoli della transitorietà della loro collocazione. Non si azzardano a pensare al paradiso. Sperano di evitare l'inferno. Il rebus resta in sospeso, vista l'ambientazione che sembra uscire dalle illustrazioni della Divina Commedia di Gustave Dorè, cui il taglio in bianco e nero disegnato allude con grande evidenza.

Il resto lo fa un montaggio che usa la dissolvenza a scopo non soltanto estetico o esteriore. È una forma di comunicazione che rende il cinema un medium, come insegnò Christan Metz e un esempio sta proprio nello sfumare le folle plaudenti all'indirizzo dei dittatori in un bianco nulla cosmico che, senza troppe verbosità, risulta decisamente eloquente degli effetti del totalitarismo sulla società, trasformata in massa informe, priva di volontà e autodeterminazione, strumento nelle mani del despota.

Non a caso il dialogo tra i grandi della terra è più frivolo ed effimero che importante. Mussolini arriva a celebrare la centralità del Vaticano più che l'importanza della religione o della fede, perché in fondo è un altro modo di fare politica. Sokurov si dissocia e preferisce ironizzare. «Se Lucifero avesse incontrato quegli uomini si sarebbe dimesso con effetto immediato» ha detto senza pensare forse a un'attualità, diversa dal '900 ma, per tanti versi, ugualmente inquieta e tragica.

Per un Churchill che usa una sorta di cellulare mastodontico per comunicare con Sua Maestà di cui si sente emissario, ecco spuntare tre interlocutori che fanno di un egocentrico personalismo la cifra del loro individuale spessore. Un dislivello appiattito da un eloquio che sorprende. I protagonisti usano infatti la loro lingua madre ma si comprendono perfettamente perché il limbo non ha ostacoli né confini. È un giudizio universale paralizzato che sembra non saper indicare una strada post mortem agli «attori» del secolo breve.

Il "guanto di velluto" che costò la guerra a Hitler. L'Operazione Dynamo, la miracolosa evacuazione dello sconfitto corpo di spedizione britannico dalle spiagge di Dunkerque, è forse la prima vittoria degli Alleati contro l'esercito di Hitler, che commise il suo primo grande sbaglio. Davide Bartoccini su Il Giornale il 28 Luglio 2022.

La sabbia chiara e fredda, sulla quale si estinguono una dopo l'altra le onde grigie della Manica, è sommersa di elmetti sporchi e stanchi. Somigliano a scodelle di latta, per quanto gli ufficiali abbiano sempre preferito chiamarle "bombetta da battaglia". Dunkerque - o Dunkirk che dir si voglia - , cittadina costiera francese che dista soli dieci chilometri dal Belgio, è letteralmente l’ultima spiaggia per il British Exeditionary Force, di ciò che resta dell’Armée de terre e degli sbandati del piccolo Esercito belga.

Sono stati travolti dall’avanzata della Wehrmacht che, efficiente e potentissima, li ha chiusi in un una sacca di meno di centro chilometri quadrati e potrebbe travolgerli da un momento all’altro. Ripiegamento dopo ripiegamento, 300.000 uomini si sono riuniti dietro al perimetro difensivo in attesa d'essere evacuati sotto i bombardamenti incessanti che vengono portati - in picchiata - dai Stuka della Luftwaffe: che li tormentano come topi in un barile di sabbia. Quello era lo stato delle cose, al preludio della più grande missione di evacuazione mai vista nella storia: l’Operazione Dynamo.

A seguito dell’offensiva tedesca (Operazione Fall Gelb, ndr) che attraverso l’avanzata irrefrenabile delle Panzer-Division costrinse il contingente Anglo-franco-belga ad attestarsi sulla Linea di Lys per ripiegare verso zona costiera di Dunkerque, lo Stato Maggiore britannico, certificata la completa incapacità di resistere ad una ulteriore offensiva, diede l’ordine di ammassare mezzi e uomini in prossimità delle spiagge per consentirne il ritorno in Inghilterra. Dove con buona probabilità la battaglia sarebbe proseguita di lì a poco tempo.

Esposti al continuo fuoco dell’artiglieria e ai continui raid dei bombardieri della Luftwaffe, migliaia di uomini allo sbando si riunirono dopo aver ricevuto l'ordine di raggiungere la costa il prima possibile. Fu così che sulla spiaggia di Dunkerque, presto di ritrovarono intere colonne di mezzi leggeri e centinaia di distaccamenti, gruppi, brandelli di reggimenti disgregati e diversi, che, spalla a spalla, attendevano l'arrivo delle navi da guerra della Royal Navy per essere portati in salvo. Alle più diverse unità navali militari, tra le quali si annoveravano non solo navi convoglio e per il trasporto truppe, ma incrociatori, cacciatorpediniere, motovedette e lance di ogni genere, si unirono mercantili, traghetti, navi postali, imbarcazioni civili, navi da pesca e yacht privati, addirittura a vela.

La grande flotta finì per contare un totale di 693 imbarcazioni - la più piccola, fu un gozzo di 4 metri e mezzo chiamato Tamzine - e salpò temerariamente da tutti i porti dell’Inghilterra meridionale per attraversare la Manica, raggiungere la Francia e poi rifare in gran fretta rotta su Dover. Ad attenderla, ci sarebbero state le bombe da 500kg dei bombardieri in picchiata Ju-87 "Stuka", le raffiche di mitragliatrici e cannoncino dei caccia Bf-109 "Emil", le Schnellboote della Kriegsmarine, e sotto di loro, nelle profondità oscure della Manica, i temibili u-boot pronti a lanciare i loro siluri sul bersaglio.

Il più grande salvataggio della storia

Il 27 maggio, sotto il comando dell’Ammiraglio Bertram Ramsey, l’Operazione Dynamo ebbe. Sotto violenti bombardamenti i primi 7.100 soldati vennero rimpatriati, ma le perdite si mostrano ragguardevoli, e risultò subito chiaro che operare nelle ore diurne si sarebbe dimostrato un suicidio. Terrorizzati dalle incursioni degli aerei nemici, gli uomini che non rimanevano uccisi dalle raffiche dei caccia e dalle schegge delle bombe, si lanciavano in mare anche non sapendo nuotare. La morte sopraggiungeva così ugualmente puntuale, attraverso l'annegamento. Ovunque navi stipate di soldati saltavano in aria dopo aver urtato le mine francesi o dopo essere state centrate da siluri e bombe. Più duecento battelli non faranno ritorno. Scompariranno sul fondo della Manica; lasciando in superficie solo enormi chiazze di nafta infuocata, e cadaveri con indosso uniformi khaki inzuppate, che una volta spezzatisi gli scafi riaffiorano, uno dopo l'altro, con i loro salvagenti ancora ben stretti alla vita.

La Royal Air Force – che venne accusata dai soldati inglesi di non contrastare in maniera efficace gli attacchi aerei nemici – schierò a rotazione 32 squadriglie di caccia Hurricane, Spitfire, Defiant e bombardieri medi. Questi ultimi spesso volando sopra le nuvole basse della Manica per intercettare il nemico, non venivano neanche visti, ma oltre cento velivoli vengono abbattuti tra le fila delle due fazioni in duello nell'aria. Mentre i pezzi di artiglieria inglesi schierati lungo la linea trincerata voluta dal generale Gort, iniziano a finire le munizioni, e i Panzer II e Panzer IV affiancati dai blindati della SS "Totenkopf" Division guadagnano terreno sulla testa di ponte alleata.

Il 30 di maggio altri 54.000 uomini vengono tratti in salvo grazie all’intervento dei cacciatorpediniere della Marina britannica. La situazione, tuttavia, era prossima al collasso, e le perdite tra navi e uomini proibitive. Per i nove giorni di Dynamo i viaggi per evacuare il corpo di spedizione britannico e ciò che resta dell'armata francese proseguono comunque ininterrottamente. Termineranno il solo 4 di giugno, quando gli ultimi soldati dell’Armée salperanno alla volta di Dover.

Il risultato - inaspettato - finirà per sbalordire anche i più pessimisti: 338.226 uomini, dei quali 198.229 britannici e 139.997 francesi e belgi riuscirono a trovare la salvezza oltre la Manica. Ben 34.000 soldati invece, giunti troppo tardi al rendez-vuos sulla spiaggia di Dunkerque, proprio mentre la città che cadeva sotto il completo controllo dei tedeschi, saranno costretti ad arrendersi. Sul fondo della Manica invece, erano finite la HMS Grafton, HMS Granade, HMS Wakeful, HMS Basilisk, HMS Havant, HMS Keith, della Royal Navy; la Bourrasque, la Sirocco, Le Foudroynat della Marine National che ancora non era ancora fedele a Vichy. Accanto a loro, giacevano i relitti di decine di navi civili e mercantili di vario tonnellaggio, che avevano deciso di servire la patria e la causa. Al loro timone in molti casi erano rimasti stessi audaci e caparbi capitani e marinai della domenica. Eroi per un giorno.

Un'occasione di vincere la guerra perduta

Dopo aver travolto gli Alleati in una furiosa avanzata iniziata il 21 di maggio, le divisioni corazzate e meccanizzate agli ordini dei generali von Rundstedt e von Kluge - che avevano attraversato la Mosa prendendo Arras, Boulogne e Calais - si erano arrestati in attesa di procedere nella seconda fase dell’offensiva tedesca (Operazione Falb Rot, ndr). Questa scelta, giustificata come una "pausa" da concedere ai loro uomini che potevano "prendersela comoda" dinnanzi a un nemico alle corde, si rivelerà una rovinosa svista strategica delle conseguenze inimmaginabili. I pochi giorni di tregua, infatti, permisero infatti al corpo di spedizione britannico di riorganizzarsi in attesa dell’evacuazione. Complice di questa tregua fu anche il Feldmaresciallo Göering, che spinse affinché Dunkerque fosse lasciata alla sua Luftwaffe.

Quella che sulla carta si palesava come una vittoria schiacciante ottenuta dai tedeschi, ormai padroni dell’Europa e ad un passo dall’annientamento dell’intero esercito britannico, verrà considerata da Winston Churchill come un "miracolo" dinnazi la Camera dei Comuni che udì il suo ormai noto discorso. Nella stessa occasione, conscio dell’inevitabile prossimità dell'invasione del Regno Unito, pronunciò la celebre frase: “Noi li combatteremo sulle spiagge...". Spiagge sulle quali i tedeschi, tuttavia, non avrebbero mai messo piede per la poca capacità logistica nel campo delle operazioni anfibie e grazie alla tenacia di quei pochi piloti della RAF che si batteranno duramente nei duelli tra le nuvole durante la Battaglia d’Inghilterra. Molti degli uomini che attraversarono la Manica nei giorni di Dynamo, sconfitti sul campo, zuppi di mare e feriti nell'orgoglio, quattro anni dopo riattraverseranno quella stesso mare per assaltare le spiagge della Normandia. qQando si bagneranno di nuovo i piedi nelle acque di Francia, a Sword, Gold e Juno Beach, con un solo obiettivo da raggiungere: Berlino.

Giallo nero La misteriosa scomparsa di un gerarca nazista nella omertosa Germania del 1949. Philip Kerr su L'Inkiesta il 26 Luglio 2022.

In “L’uno dall’altro”, il detective della saga di Philip Kerr è sulle tracce di un ex funzionario della Gestapo che dirigeva uno dei lager più feroci della Polonia. Il lavoro sembra semplice, ma si rivela un viaggio nella coscienza collettiva di una nazione che vuole dimenticare il sui passato. 

Non lo dubitai neppure per un attimo. Era fin troppo facile immaginarla con una corta sottoveste bianca e una corona di alloro sui capelli a fare cose interessanti con un cerchio in un bel film di propaganda per il dottor Goebbels. Il vigore femminile non è mai apparso così biondo e pieno di salute come a quei tempi.

«Sarò onesta con lei, Herr Gunther». Si toccò un occhio con l’angolo del fazzoletto. «Friedrich Warzok non era un brav’uomo. Durante la guerra ha fatto delle cose terribili».

«Dopo Hitler, non c’è nessuno di noi che possa dire di avere la coscienza pulita».

«È molto gentile da parte sua dire questo. Ma ci sono cose che uno deve fare per sopravvivere. E poi ce ne sono altre che non riguardano affatto la sopravvivenza. Questa amnistia della quale si discute in Parlamento… non includerebbe mio marito, Herr Gunther».

«Non ne sarei troppo sicuro», dissi. «Se uno malvagio come Erich Koch è pronto a rischiare di uscire allo scoperto per rivendicare la protezione della nuova Legge fondamentale, allora chiunque potrebbe fare lo stesso. Non importa cosa abbia fatto».

Erich Koch era stato governatore della Prussia orientale e commissario del Reich in Ucraina, dove erano state compiute azioni terribili. Lo sapevo perché ne avevo viste un bel po’ con i miei occhi. Koch contava sul fatto di ricevere protezione dalla nuova Legge fondamentale della Repubblica Federale, che proibiva sia la pena di morte che l’estradizione per tutti i nuovi casi di crimini di guerra. Koch era tenuto prigioniero nella zona britannica. Il tempo dirà se abbia preso una decisione accorta o no.

Cominciavo a vedere dove si sarebbero avviati questo nuovo caso e la mia professione. Il marito di Frau Warzok era il mio terzo nazista nella fila. E grazie alle simpatie di Erich Kaufmann e del barone von Starnberg, dal quale avevo ricevuto una lettera personale di ringraziamento, sembrava che fossi diventato l’uomo da cercare, se il problema riguardava una giacca rossa o un criminale di guerra latitante.Non mi piaceva molto. Non era per quello che ero tornato a fare il detective privato. E avrei buttato fuori Frau Warzok se fosse rimasta lì a dirmi che suo marito non aveva niente di personale contro gli ebrei, o che era semplicemente una vittima di “giudizi storici”. Ma fino a quel momento, non mi aveva detto cose del genere. Piuttosto il contrario, visto ciò che continuò a raccontare.

«No, no, Friedrich è un uomo diabolico», disse. «Non dovrebbero mai concedere un’amnistia a un uomo così. Non dopo quello che ha fatto. E si merita tutto ciò che gli accadrà. Niente mi farebbe più piacere di sapere che è morto. Mi creda».

«Oh, le credo, le credo. Perché non mi dice che cosa ha fatto?».

«Prima della guerra era nei Freikorps, poi nel partito. Poi si arruolò nelle SS e raggiunse il grado di Hauptsturmführer. Fu dislocato nel campo di Janowska, in Polonia. E lì fu la fine dell’uomo che avevo sposato».

Scossi la testa. «Non ho mai sentito parlare di Janowska».

«Se ne rallegri, Herr Gunther», disse. «Janowska non era come gli altri campi. Nacque come un complesso di fabbriche che facevano parte delle Officine belliche tedesche, a Leopoli. Utilizzava condannati ai lavori forzati, ebrei e polacchi.

Nel 1941, circa seimila. Friedrich andò là all’inizio del 1942 e, almeno per un po’ di giorni, io andai con lui. Il comandante era un uomo di nome Wilhaus, e Friedrich divenne il suo assistente. C’erano circa dodici o quindici ufficiali tedeschi come mio marito. Ma la maggior parte delle SS, le guardie, erano russi che si erano arruolati volontari nelle SS per sfuggire ai campi dei prigionieri di guerra». Scosse la testa e aumentò la stretta sul fazzoletto, come per strizzare dal cotone delle memorie lacrimevoli. «Dopo che Friedrich raggiunse Janowska, arrivarono altri ebrei. Molti ebrei. E la filosofia – se posso usare una parola simile per Janowska – la filosofia del campo cambiò.

Fare in modo che gli ebrei producessero munizioni divenne molto meno importante che, semplicemente, ucciderli. Non era lo sterminio sistematico in uso ad Auschwitz-Birkenau. No, si trattava di ammazzarli individualmente in qualsiasi modo una SS desiderasse. Ogni SS aveva il suo metodo preferito per uccidere un ebreo. E tutti i giorni c’erano fucilazioni, impiccagioni, annegamenti, impalature, sbudellamenti, crocifissioni… sì, crocifissioni, Herr Gunther. Non lo può immaginare, giusto? Eppure è vero. Alcune donne furono accoltellate a morte, o fatte a pezzi con le accette. I bambini venivano utilizzati come bersagli da allenamento. Ho sentito la storia di una scommessa su come un bambino potesse essere diviso in due con un solo colpo d’ascia. Ogni SS era obbligato a tenere il conto di quanti ne aveva ammazzati, così che si potesse compilare una lista. Sono state uccise in quel modo trecentomila persone, Herr Gunther. Trecentomila persone uccise brutalmente, a sangue freddo, da sadici che ridevano. E mio marito era uno di loro».

Mentre parlava non guardava me, ma il pavimento, e non ci volle molto tempo perché una lacrima scendesse giù per la lunghezza del suo bel naso e cadesse sul tappeto. Poi un’altra.

«A un certo punto non sono sicura di quando sia successo, perché Friedrich dopo un po’ smise di scrivermi – ha preso il comando del campo. E sono certa di ciò che dico, quando dico che sotto di lui le cose continuarono ad andare come erano sempre andate. Mi scrisse una volta per farmi sapere che Himmler aveva visitato il campo e che era rimasto molto soddisfatto di come fossero migliorate le cose a Janowska. Il campo fu liberato dai russi nel luglio del 1944. Wilhaus adesso è morto. Penso che lo abbiano ucciso i russi. Fritz Gebauer, che aveva comandato il campo prima di Wilhaus, è stato processato a Dachau e condannato all’ergastolo. È nella prigione di Landsberg. 

“L’uno dall’altro”, di Philip Kerr, Darkside (Fazi Editore), 442 pagine, 15 euro

La storia degli uomini che tentarono di uccidere Hitler. E perché l’Operazione Valchiria fallì. Carlo Galli su La Repubblica il 19 Luglio 2022.

A Rastenburg, subito dopo il fallito attentato: alle spalle di Hitler a sinistra Martin Bormann, a destra (con la testa fasciata) il generale Alfred Jodl  

Il tentativo di uccidere Hitler avvenne il 20 luglio 1944 a Rastenburg. E dimostrò come il tiranno può essere sconfitto solo dalla politica.

"Chiedo al mondo di accogliere il nostro martirio come una penitenza del popolo tedesco". Così Carl Goerdeler, ex borgomastro di Lipsia, mentre veniva impiccato, il 2 febbraio 1945, dopo essere stato torturato per mesi dalla Gestapo. Era coinvolto ai livelli più alti (avrebbe dovuto essere il nuovo Cancelliere) nella Operazione Valchiria, la cospirazione prevalentemente militare che era arrivata a fare esplodere una bomba quasi ai piedi di Hitler, a Rastenburg, la remota località della Prussia orientale in cui il Führer aveva installato il proprio quartier generale, la "Tana del lupo".

"Deutschland über Allah" La guerra santa del Kaiser. Matteo Sacchi il 17 Luglio 2022 su Il Giornale.

Un saggio di Peter Hopkirk racconta i tentativi di ribaltare, a Oriente, il primo conflitto mondiale.

Se si guarda una foto del Kaiser tedesco Guglielmo II (1859-1941), con l'alta uniforme ed i baffi a manubrio, si stenta a credere che anche la più spericolata delle spie, il più funambolico degli agenti propalatori di sommosse, abbia cercato di farlo passare per un converso segreto dell'Islam, la spada venuta da Occidente per scacciare l'oppressione britannica e francese dai territori soggetti alla legge del profeta Maometto, la pace su di lui.

Eppure... Eppure furono queste le bugie che il carismatico e spietato agente tedesco Wilhelm Wassmuss (1880-1931) usò per sobillare parte della popolazione persiana contro gli inglesi durante la Prima guerra mondiale. Contattò i capi tribù Tangistani raccontando della conversione segreta all'Islam del Kaiser, e della maggioranza dei tedeschi. Avendo perso tutte le sue attrezzature mentre gli inglesi lo braccavano, si era costruito una finta radio, aveva in pratica solo un'antenna e un magnete da cui far partire delle scintille. Con questi eseguiva spettacoli da prestigiatore con cui ingannava i capi tribali, inventando incredibili conversazioni con Berlino e messaggi diretti dall'imperatore tedesco a ciascuno di loro.

Abbastanza per trasformare Wassmuss nel Lawrence tedesco, una vera spina nel fianco dei britannici per gran parte della guerra. Quello che abbiamo appena raccontato è soltanto uno dei tanti tasselli del tentativo espansionistico prussiano verso il Medioriente e l'Asia che si possono leggere in Servizi segreti a oriente di Costantinopoli (Edizioni Settecolori, pagg. 564, euro 32). Questo saggio firmato da Peter Hopkirk (1930-2014) ricostruisce nel dettaglio il drang nach Osten che la Germania guglielmina sognava di mettere in atto, arrivando all'idea di minare la potenza britannica colpendola direttamente nel cuore economico dell'impero: l'India.

Hopkirk, reporter e viaggiatore espertissimo di Asia e premiato dalla Royal Society, racconta con piglio puntuale ma sempre divertente una vicenda complessa, e relativamente poco nota nei suoi dettagli e che va oltre quello che, tradizionalmente, gli storici chiamano il Big game per il controllo dell'Asia centrale. Se di questa partita geopolitica è sempre stato molto raccontato lo scontro tra britannici e russi, messo in sordina ai primi del novecento per le nuove tensioni con gli Imperi centrali, oppure l'avventura di Lawrence d'Arabia che contribuì a detonare l'Impero turco, il ruolo tedesco è stato spesso soltanto accennato. Eppure fu determinante.

Sin dalla caduta di Otto von Bismarck (lasciò il cancellierato nel 1890) una parte dell'intellighenzia tedesca iniziò a progettare un piano ardito per minacciare il dominio inglese nel continente indiano. Le mosse fondamentali?

Un'alleanza con la Turchia che consentisse di minacciare il Canale di Suez e di costruire una ferrovia che dalla Germania arrivasse al Golfo persico. Da lì rifornire e finanziare qualunque movimento di rivolta nell'India britannica. E ancora sfruttare l'autorità religiosa del sultano turco, formalmente il capo supremo dell'Islam, per far scoppiare una guerra santa che coinvolgesse i seguaci del profeta Maometto in tutti i domini e i protettorati dei britannici.

Un piano folle su cui scherzare come fece il giornale satirico Punch con il titolo «Deutschland über Allah!»? No davvero. La spinta tedesca all'ingresso della Turchia in guerra fu davvero fortissima. La rocambolesca missione tedesca per trascinare in guerra l'Afghanistan, capitanata da Werner Otto von Henting, e minacciare da nord l'india velleitaria. Ma fece tremare a lungo Londra. I piani tedeschi per sovvenzionare vari ribelli indiani crearono una rete terroristica che produsse attentati a Londra e finì per generare imbarazzo diplomatico persino negli Stati uniti, dove si trovava una consistente ed arrabbiata comunità Sikh. Dagli Usa tentarono di rimpatriare in migliaia, sperando nelle armi tedesche e finirono arrestati o confinati grazie all'efficiente sistema di sorveglianza britannico. Il risultato fu un'incredibile scia di sangue, una tremenda serie di rovesci militari ottomani e anche l'inizio di una serie di scontri etnici pagati carissimi dagli Armeni e anche dalla popolazione greca d'Anatolia.

Ma non solo tedeschi, questa guerra di spie che dopo la caduta della Russia e la sua frammentazione, la storia spesso ritorna sugli stessi percorsi, costrinse i britannici ad intervenire in Azerbaigian in un complesso gioco di equilibri tra Russia e Turchia. E si concluse nuovamente nel sangue.

Seguendo Hopkirk in questa lunghissima narrazione ci si trova a seguire l'evoluzione di una sciarada mortale che traccia un percorso diverso a quello di libri famosi sulla Prima guerra mondiale, come ad esempio Sonnambuli di Christoper Clark.

Difficile dire che l'entourage di Guglielmo II e molti degli intellettuali tedeschi che spinsero per la grande impresa ad Oriente non avessero le idee chiare sui loro scopi. Paul Rohrbach ad esempio scriveva: «Ove riposa il destino della Germania? Riposa a Est, in Turchia... in Mesopotamia... in Siria». E non era certo una voce isolata, c'era chi desiderava un’espansione sino alla Cina basta prendere atto di cosa disse l'ammiraglio Tirpitz (l'autore della corsa alla guerra navale che precipitò il conflitto a von Bülow dopo aver occupato il porto cinese di Tsingtao: «Centinaia di migliaia di cinesi tremeranno quando sentiranno il pugno di ferro della Germania sul collo, mentre l'intera nazione tedesca sarà felice che il proprio governo abbia compiuto un atto virile». La flotta d'acciaio e la linea d'acciaio della ferrovia Berlino - Baghdad portarono ad esiti ben diversi. Non bastarono le eroiche e fantasiose spie tedesche a cambiare il destino. I loro precisi piani annegarono nel marasma d'Oriente, un marasma che gli inglesi conoscevano meglio, per pratica di lunga data e, in parte, per averlo anche provocato, con il più classico divide et impera.

Seguire le rotte di questa lotta sotterranea dei primi decenni del Novecento non è soltanto un viaggio nel passato, che dimostra che la realtà è superiore a qualsiasi romanzo, ma anche un viatico a capire alcuni dei percorsi sotterranei, delle linee di forza, che caratterizzano ancora il presente.

La visita di Hitler a Roma: ritrovate 38 foto inedite. Giacomo Galanti su La Repubblica l'8 Luglio 2022.

Il prezioso album fotografico è stato sequestrato dai carabinieri nel 2020. Ora è stato restituito agli archivi di Cinecittà

Trentotto foto per documentare i preparativi di una giornata particolare: la visita di Adolf Hitler a Roma. Nei primi giorni di maggio del 1938 infatti il dittatore tedesco fu accolto dagli alleati italiani nella Capitale e sfilò insieme a Benito Mussolini su via dei Fori imperiali. Ora quell’album fotografico, con una trentina di immagini in bianco e nero della Capitale in attesa del Fuhrer, è stato restituito all’Archivio storico Luce a Cinecittà.

 I fantasmi giapponesi: uomini in guerra con il tempo. Davide Bartoccini il 7 Luglio 2022 su Il Giornale.

Furono moltissimi i soldati dell'imperatore a non abbandonare le loro postazioni a guerra finita. Molti credevano che le notizie della resa fossero menzogne degli Alleati. Altri non ricevettero più alcuna notizia né ebbero contatti con il mondo esterno.

Birmania, Malesia, Borneo, Filippine, Thailandia, Manciuria, una distesa di isole e atolli sperduti nel tratto di Pacifico che divide il continente dalle Hawaii e via giù, fino a lambire la Nuova Guinea. Questa la massima espansione dell’Impero del Sole Nascente, il Giappone, che finì per trascinare gli Stati Uniti d'America nella Seconda guerra mondiale. Le sorti del conflitto, ben note, portarono a un graduale ripiegamento dell’esercito giapponese. Ma qualcuno, in quella distesa infinita di isole, rimase disperso dietro le linee senza radio e senza approvvigionamento, o peggio. E alla divulgazione della resa e della firma dell’armistizio con gli Alleati, non volle credere ai comunicati, ai cifrati, alle migliaia di volantini lanciati dagli aerei nemici in tutto il Pacifico sotto il dominio nipponico.

Per loro era soltanto un piano della propaganda nemica, una menzogna inaccettabile: subdola tattica che li avrebbe spinti a una resa disonorevole. La guerra, per tutti quei figli dell’Impero non poteva essere finita così. Per lo loro il conflitto sarebbe continuato fino alla morte, secondo il codice etico del Bushidō. E inizia qui la storia dei "fantasmi giapponesi".

Chi ha adorato il film di Sergio Corbucci "Chi trova un amico trova un tesoro" non dovrà sforzarsi troppo per capire chi sia stato un fantasma giapponese. Dal 1945 al 1989, migliaia di soldati che avevano prestato il giuramento all'imperatore Hiroito di non arrendersi per nessun motivo, rimasero attestati sulle loro posizioni finché il tempo non avrebbe svelato che tutto era finito. Rintanati nei bunker sotterranei puntellati dal bambù, negli avamposti più isolati, dispersi su isole disabitate dopo l’affondamento delle loro navi o lanciati da aerei abbattuti, alla macchia nella giungla per sfuggire al nemico o in attesa di nuovi ordini, tagliati fuori dalle comunicazioni e in attesa di approvvigionamenti e avvicendamenti che non giunsero mai, erano stati lasciati indietro dalla storia: zan-ryū Nippon hei.

Protagonisti di queste vicende incredibili sono stati i circa 15.000 membri di una divisione che si arrese nel 1949 in Manciuria. Ci fu Hiroo Onoda, arresosi nel 1974 sull'isola di Lubang dopo aver dato per decenni filo da torcere alle pattuglie di soldati filippini. Tra i "fantasmi" più noti ci furono anche Teruo Nakamura, arresosi 1974 a Morotai, Indonesia, Yokoi Shoichi, arresosi nel 1972 sull'Isola di Guam, Fumio Nakahira, fino al 1980 sull'isola di Mindoro, Filippine. Decisi a non cedere la loro katana al nemico in segno di resa , trovarono il modo di sopravvivere convinti dalla devozione a respingere per più di 30 anni un nemico che non sarebbe mai più tornato.

È questo l’epilogo comune di fantasmi che oltre ad una guerra hanno provato a combattere la storia, la stessa storia che forse non ci riporterà mai notizie di altri come loro; probabilmente deceduti e dimenticati per sempre dopo essere stati dati per dispersi. Forse nella fitta vegetazione di qualche sperduta isola che avete intravisto dal finestrino di voli di linea diretti verso qualche località esotica nel Pacifico. Magari su quell’isola solitaria, paradiso vuoto, c’è ancora uno di loro. Un fiero novantenne un poco acciaccato, che si nutre di bacche e pesca, che imbraccia un vecchio fucile Type 99 e che non ha mai visto lo schermo di un personal computer o il vassoio di un fast-food. Un uomo a cui è stata data la possibilità di fermare il tempo e rimanere nel nostro passato. Un onorevole soldato dell’Impero del Sol Levante che ha sacrificato tutta la sua vita per non tradire la parola data: quella di non indietreggiare. Mai.

Gli obiettivi dichiarati dalla Russia nella sua invasione dell’Ucraina rimangono il cambio di regime a Kiev e la fine della sovranità ucraina in qualsiasi forma essa sopravviva all’attacco russo, nonostante le battute d’arresto dei militari russi e la retorica che allude a una riduzione degli obiettivi della guerra dopo tali sconfitte”. Questo sarebbe il significato delle dichiarazioni rese ieri dal segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolai Patrushev, secondo l’Institute for the Study of War, il think tank dal quale i media mainstream Usa, e a ricasco quelli europei, dipendono per le loro notizie e analisi di guerra.

La nota dell’ISW, fedele al suo obiettivo guerrafondaio, conclude così la sua analisi: “La dichiarazione di Patrushev aumenta notevolmente l’onere per coloro che suggeriscono che sia possibile un cessate il fuoco tramite compromesso o addirittura una pace basata su limitati guadagni territoriali russi, anche se fosse accettabile per l’Ucraina o desiderabile per l’Occidente (e non è questo il caso)”. Così, quindi, il think tank guidato dai noti guerrafondai neocon sotto la guida di Kimberly e Frederick Kagan, Bill Kristol e i loro compagni di merende.

In realtà, alla notizia della conquista di Severodonetsk, Putin ha dichiarato esplicitamente che l’obiettivo della campagna russa è il Donbass (AdnKronos), facendo seguire a tali parole il ritiro da Snake Island, la porta di Odessa, confermando con i fatti le parole.

Ma alla follia neocon non c’è limite, né si riscontra un limite, se non in via eccezionale, nella dipendenza dei media mainstream dalle loro direttive (a proposito di autoritarismi e democrazie).

Si può riscontrare tale dipendenza da un particolare: per mesi i media hanno accusato la Russia di bloccare il grano ucraino nei porti del Mar Nero (con riferimento specifico a quello di Odessa) e, in tal modo, di essere responsabili del dilagare della fame nel mondo.

Dopo il ritiro da Snake Island, cioè la liberazione del porto di Odessa, questo tema è stato semplicemente rimosso dalla narrazione, nulla importando che, nonostante lo sblocco della situazione, nessuna nave ucraina sia partita col suo carico di grano dal porto in questione per sfamare il mondo; né si hanno notizie di uno sminamento da parte degli ucraini delle acque antistanti, che loro stessi hanno disseminato di tali ordigni… Tant’è.

Intanto, la Russia annuncia che ha distrutto due batterie di lanciamissili HIMARS nella regione di Lugansk… La Nato aveva assicurato, tramite politici e media, che tali sistemi d’arma avrebbero ribaltato le sorti del conflitto (vedi ad esempio AdnKrons: “Lanciarazzi Himars in Ucraina: perché possono cambiare la guerra”).

E su tale assunto hanno fondato la necessità di continuare questa guerra che, se invece è persa, sarebbe inutile, anzi controproducente, proseguire (inutile strage, inutili le sofferenze globali causate delle sanzioni, sprecati i soldi dati alle industrie delle armi).

Ad oggi pare siano stati inviati in Ucraina una decina di HIMARS, otto americani e due britannici (almeno stando agli annunci, troppo spesso caotici). Ma alcuni di essi potrebbero non essere ancora arrivati o, se giunti, non ancora pervenuti al fronte, da cui la possibilità che siano distrutti prima ancora di essere usati in battaglia, come capita ad altri armamenti Nato,

D’altronde era ovvio immaginare che, se anche fossero stati risparmiati dal fuoco preventivo, una volta che fossero giunti destinazione e avessero iniziato a sparare venissero subito individuati, diventando così il target più rilevante per i missili russi.

Invano abbiamo cercato la notizia della distruzione di tali armamenti su fonti d’Occidente, essendo stata rilanciata solo dall’ignoto bulgarianmilitary.com.

Tale oblio può essere spiegato facilmente: non si tratta solo di un rovescio sul piano militare, ma del crollo dell’intera narrativa sulle magnifiche sorti e progressive di questa guerra per procura, che gli HIMARS hanno rilanciato.

Se vera la notizia (e tale sembra), c’è da inventarsi un’altra narrativa sulla vittoria ucraina, ma dopo mesi passati a contrabbandare quella legata all’invio dei magici lanciarazzi, è davvero arduo.

Così trattare col nemico resta l’unica via per evitare un’inutile ulteriore distruzione dell’Ucraina e che la frustrazione di neocon e compagni spinga la Nato a interventi più diretti e incisivi, cioè all’escalation. Non si tratta di essere pacifisti a oltranza, ma semplicemente realisti, come nel caso di Henry Kissinger.

Leopoli del 1941 e le truppe tedesche. Il luglio infuocato che fa ripensare a oggi. Annabella De Robertis su La Gazzetta del Mezzogiorno il 02 Luglio 2022

«Leopoli e Libau occupate dalle truppe tedesche» titola La Gazzetta del Mezzogiorno del 1° Luglio 1941. Inizialmente appartenente alla Polonia, poi all’Impero asburgico, Leopoli era capitale della storica regione russo-polacca della Galizia. La sua popolazione era principalmente ucraina di religione greco-ortodossa. Fu conquistata dai russi durante la Prima guerra mondiale, ma nel 1919, concluso l’armistizio, passò ancora una volta in territorio polacco.

Con l’invasione della Polonia del settembre 1939, Leopoli subì un primo attacco da parte dell’esercito nazista e contemporaneamente da parte dell’Armata Rossa. Arresasi al maresciallo Timošenko, entrò a far parte dell’Ucraina sovietica. Con l’avvio dell’«Operazione Barbarossa», cioè l’invasione dell’Unione Sovietica da parte della Germania, nel giugno 1941 il destino della città ancora una volta mutò.

Ecco il comunicato diffuso dal Comando supremo delle forze armate tedesche: «Le truppe tedesche che avanzano in Galizia hanno occupato Leopoli. Al centro del fronte dell’esercito l’anello, stretto intorno alle armate sovietiche rinchiuse, si stringe sempre di più. L’ala settentrionale si trova in rapido inseguimento. Sulla costa è stata presa la città di Libau». Sulla Gazzetta si legge ancora: «Le popolazioni dell’Ucraina accolgono i soldati del Reich con entusiastiche dimostrazioni».

Si tratta, naturalmente, di pura propaganda: l’occupazione tedesca nella città sarà durissima e due mesi dopo, nell’agosto 1941, alcuni professori dell’università Jan Kazimierz saranno massacrati dalla Gestapo insieme ad altri intellettuali polacchi.

Mentre in Europa orientale si combatteva, a Bari si incontravano i ragazzi dell’organizzazione sportiva della Gioventù italiana del Littorio e della Hitlerjugend, l’omologa tedesca. «I camerati della HitlerJugend in visita turistica» titola il pezzo in seconda pagina.

«I giovani della Hitlerjugend e della Gil, dopo le tre giornate di cavalleresca contesa, hanno trascorso ieri l’ultimo giorno di permanenza tra noi dedicandolo a visitare i maggiori centri turistici della provincia, unitamente ai loro dirigenti e alle autorità, nel più schietto cameratismo». Il gruppo ha visitato le grotte di Polignano e quelle di Castellana, «rimanendo ammirati dello straordinario spettacolo». Ad Alberobello, inoltre, hanno potuto ammirare anche le opere del Regime e «il popolo ha inneggiato con vibrante entusiasmo al Duce, al Führer e alla vittoria dell’Asse».

Ho incontrato Hitler, non esprimeva sentimenti Il volto ermetico, diafano, lontano come lo sguardo. Indro Montanelli su Il Corriere della Sera il 22 Giugno 2022.

Il racconto dal fronte tra Germania e Polonia, poco dopo lo strozzamento del Corridoio. Il Führer era venuto come promesso a condurre i suoi soldati. Semplicemente vestito nella sua uniforme grigioferro con la decorazione della croce, un esiguo seguito, modestissimo. Era venuto per essere con i suoi al momento del passaggio della Vistola, momento sacro nella storia tedesca. Non ha voluto onori né saluti né squilli di tromba. È apparso e scomparso, un soldato fra tanti. 

Gran parte delle firme storiche del Corriere della Sera hanno scritto articoli che fanno parte della storia di questo giornale e del Paese. Dal numero di «7» in edicola il 24 giugno, vi proponiamo questa corrispondenza di Indro Montanelli, che apparve sul quotidiano nel settembre 1939. Buona lettura 

Prendete una carta. Vedete sul lato meridionale del Corridoio là dove questo si slarga per poggiare meglio e con più larga base sul troncone espanso della Polonia, vedete quasi attaccata alla Prussia Orientale, sulla riva della Vistola, una città di nome Graudenz? Bene, in questa città e nei suoi dintorni si sono ricongiunti oggi i due gruppi di armate che, muovendo uno dalla Pomerania con direzione est e l’altro dalla Prussia Orientale con direzione sud-ovest, avevano fissato come obiettivo di questa giornata lo strozzamento del Corridoio.

Da oggi dunque uno dei punti richiesti dal Führer per via diplomatica è stato acquisito al Reich con la forza delle armi: le truppe tedesche hanno agganciato il troncone mozzo della Prussia Orientale rinsaldandolo alla Patria. La sutura è un fatto compiuto. Ma non si creda che l’operazione sia stata indolore: i Polacchi hanno tenuto con i denti, non hanno sgombrato che quando il terreno ha cominciato a sfarinarsi e a bruciare sotto i loro piedi per il tambureggiare del cannone nemico e anche allora la ritirata non si è tramutata in fuga: rimorchiandosi dietro il materiale i morti e i feriti, scrupolosamente devastando il paese, sterilizzandolo di messi e di bestiame, senza mai volgere le spalle i Polacchi testardi hanno rinculato, opponendo all’avanzata avversaria un perfetto sbarramento di fucileria. È stata una catabasi prima verso est: poi, quando da est l’abile manovra di strozzamento tedesca ha fatto sorgere il pericolo della tenaglia con l’avanzata del gruppo di armate che come ho detto muovevano dalla Prussia Orientale, la ritirata ha volto verso sud e ha cercato di tamponare la falla di Bromberg.

L’inizio delle operazioni

Carta alla mano cerchiamo di dare un’idea la più possibile chiara della situazione generale. Le operazioni militari sono cominciate il 1° settembre alle 5.45. Alle 5.45 tutto il fronte si è messo in movimento con perfetta sincronia. I punti di forza sono cinque: essi corrispondono altrettanti gruppi di armate: uno parte dalla Prussia Orientale con direzione nord-sud e punta deciso su Varsavia; il secondo è quello che partendo anch’esso dalla Prussia Orientale ha tagliato alla base come un tumore il Corridoio e si è ricongiunto a Graudenz con il terzo gruppo che muove dalla Pomerania; il quarto gruppo opera in Slesia con direzione nord-nord-est occupando tutto il bacino minerario e industriale di Kattowitz, il meglio attrezzato della Polonia; un quinto parte invece dalla frontiera slovacca con direzione sud-nord.

È una morsa che inesorabilmente stringe e soffoca convergendo verso il centro del paese nemico e la sua capitale. Una enorme tenaglia che ha i suoi punti di forza e di pressione ma che si chiude a cerniera senza soluzione di continuità. Finora le armate germaniche hanno operato in zona di lingua e di razza germaniche, un poco svuotata dai terrori della guerra, ma rapidamente ripopolantesi a misura che la conquista si estende e si consolida. La maggior pressione e, di contro, la più accanita resistenza si sono avute però sul fronte settentrionale e precisamente su questo di Bromberg ove noi ci troviamo da stamane all’alba.

Fino a qualche chilometro dalla linea del fuoco non ci siamo accorti della guerra; la notte era chiara e serena, freddissima, con una luna ottimista e «menabuono» in mezzo ad un cielo verniciato di fresco e quattro stelle, quattro sole, come quattro brillanti in vetrina. Tenuti svegli dalla brezza baltica e dall’ansia di arrivare e di vedere, ci accorgemmo solo per caso di un cartello, appiccicato di fresco, che stavamo passando il confine. Ma invano tendevamo l’orecchio per sorprendere il rombo del primo colpo di cannone. Il cannone taceva. Tacevano le mitragliatrici e i fucili i camioni gli aeroplani le motociclette gli zoccoli dei cavalli i fischietti di comando degli ufficiali. Taceva il cielo e la terra. Tacevamo anche noi per sorprendere e stupirci del silenzio di tutte queste cose che tacevano. Diavolo, pensavamo, dove è andata a finire questa guerra? 

La guerra era andata a finire a Bromberg. La città - una città di 100.000 abitanti che prima di Versaglia erano tutti tedeschi e ancora lo sono, in maggioranza, una città che fa da granaio di tutta la Polonia Occidentale - era caduta o stava per cadere in seguito alla manovra avvolgente.

I Polacchi la difendevano ancora, con ammirevole cocciutaggine, dall’insidia calante dal nord e forse la stanno difendendo anche in questo momento. Ma in questo momento un’altra insidia è spuntata dal sud dopo un movimento rapido e perfetto di divisioni motorizzate che sfilando sulle ali della resistenza avversaria la stanno prendendo a tergo rinserrandola nella tenaglia. Il territorio occupato fino qui è tedesco, tedesco si parla, tedesco si mangia, tedesco si saluta, tedesco si pensa. Quel po’ di polacco che c’è, insegne di negozi e nomi di strade, è appiccicaticcio e posticcio come una sbaffatura di rossetto su una gota di contadina. Se volete mangiare dovete chiedere: schwein, kartoffeln, kalb, ecc. E la vodka la considerano un lusso di importazione come da noi la sciampagna o il vin del Reno.

Ma tiriamo avanti con la guerra e tiriamo avanti in fretta se si vuole star dietro ai Tedeschi che ne hanno l’iniziativa. Sul fronte ove ci troviamo dunque la situazione è la seguente: il secondo e il terzo gruppo di armate, saldandosi a Graudenz come i due coltelli di una forbice, hanno fatto saltare via il Corridoio come un dito amputato. E le truppe polacche che vi si trovano dislocate fra Graudenz e il mare per tamponare una eventuale avanzata più a nord? Il loro destino è segnato. Quante siano queste truppe non si sa con precisione.

Guerra di movimento

Si parla di divisioni intere. Ma anche se si trattasse di una sola divisione, perderla così senza averla potuta neanche impiegare è un colpo che qualunque esercito accuserebbe, e particolarmente quello polacco, già così duramente provato. Mi sembra che questo irriducibile avversario non voglia arrendersi nemmeno all’evidenza: chiuso, si dibatte, si avventa a capo basso contro la trappola nell’assurdo tentativo di urtare in un punto di minore resistenza, che cedendo sotto il colpo consenta l’evasione e il ricongiungimento al grosso del battuto esercito. So solo che fino a questo momento sulla landa giallastra che si perde verso nord in direzione del mare nessuna bandiera bianca si è alzata; so solo che i comandi tedeschi considerano l’operazione che si sta svolgendo in questa strozzatura del Corridoio più come operazione di polizia, che come operazione militare vera e propria.

II cannone tuona in quella direzione, candide fumate si levano nel cielo terso, stormi da bombardamento trinciano l’azzurro. Ma i Comandi tedeschi non danno molta importanza a questo troncone avversario incapsulato nel ferro. Gli hanno volto le spalle. Intanto l’esercito di Hitler scende verso sud avvolgendo gli obiettivi con le motorizzate, di rado investendo i centri di resistenza, più spesso scivolandogli sopra e prendendoli a tergo con manovra geometricamente precisa, facendoli crollare con abile azione di erosione, sconvolgendo, sfaldando ogni cosa; situazioni che pare maturino da sè dall’interno. La guerra di movimento qui è in pieno gioco. Il terreno aiuta.

È una landa monotona, con qualche bosco di pini qua e là, ma senza appiglio per la difensiva. Aggrapparvisi è impossibile.

Procedendo verso sud sulle orme delle armate vittoriose abbiamo incontrato il Führer. Era venuto come aveva promesso a condurre egli stesso i suoi soldati, primo soldato della Germania. Semplicemente vestito nella sua uniforme grigioferro con la decorazione della croce con un esiguo seguito, modestissimo.

Era venuto per essere con i suoi al momento del passaggio della Vistola, momento sacro nella storia della Germania. Il suo volto non esprimeva né gioia né commozione né compiacenza. Sapete come è il volto di Hitler: ermetico, diafano, lontano come il suo sguardo. Tale era anche oggi.

È passato in direzione di Kulm e a Kulm si è fermato. Non ha voluto onori né saluti né squilli di tromba. È apparso e scomparso. Un soldato fra i tanti che vedevamo. Ma subito dopo il suo arrivo, è giunta fuori del bollettino la notizia della presa di Graudenz e del passaggio della Vistola. La tenaglia si stringe sempre più sul cuore della Polonia, la cerniera non ha soluzione di continuità. Balzati da cinque differenti trampolini, i gruppi di armate germaniche avanzandosi e dilatandosi a ventaglio si ricongiungono a formare una catena infrangibile. Da est giunge notizia di Mlawa caduta, da sud della caduta di Censtocau.

E i Polacchi? I Polacchi si battono bene. Un po’ vecchio stile, ma con decisa bravura. E i Tedeschi soldati di razza che amano i soldati di razza li guardano e ne parlano con franco rispetto. Di fronte al guerreggiare un po’ romantico dell’esercito polacco, le forze armate tedesche sono quanto più di razionalmente moderno si possa immaginare, irresistibili.

Più che un esercito sono una macchina che ha un movimento da orologio : una guerra che invece che sul terreno sembra combattuta sulla carta: una guerra che stranamente somiglia ai bollettini aridi secchi geometrici nei quali seralmente si riassume: una guerra silenziosa che t’impaura per la sua meccanicità, per questa sua fatalità. Un passo dopo l’altro, un passo uguale all’altro: i Tedeschi scandiscono la loro avanzata.

La prima linea

A ridosso della prima linea stamane non si udiva non si vedeva nulla. Un immobile silenzio ristava fra il cielo e la terra. Un cane latrava. Nakel abbandonata pareva morta per sempre. Un molino a vento immobile, dirigeva la sua sagoma funerea nel cielo incerto. Un treno si era acquattato in una gola angusta e pareva un animale antidiluviano disseppellito da un archeologo. Poi cominciò l’azione e non si udiva altro che un duetto, un terzetto di mitraglia. E poi il cannone che pareva sempre lo stesso. Un cannone aggrondato. E pareva che nessuno si muovesse. Non si vedeva nulla, se non qualche fumata bianchiccia verso est.

La notizia giungeva tardi: Graudenz caduta. La Vistola attraversata.

E ora a giornata finita c’è il silenzio di prima; l’immobile silenzio di stamane che ristà tra il cielo e la terra.

L’autore. Toscano di Fucecchio (Firenze), dove nacque nel 1909, Indro Montanelli fu giornalista e scrittore. Per il Corriere della Sera fu un vero e proprio simbolo e vi lavorò dal 1938 al 1973 e di nuovo dal 1995 al 2001, al termine dell’esperinza della Voce, quotidiano fondato dopo aver lascato il Giornale in contrast con il proprietario Silvi Berlusconi appena entrato in politica. Dal 1974 al 1996 fu sposato con la scrittrice Colette Rosselli. Nel 1977 fu ferito alle gambe in un attentato dalle Brigare Rosse.

Ladri di aerei nel Pacifico Davide Bartoccini il 30 Giugno 2022 su Il Giornale.

Un incidente presso le isole Aleutine condusse a un'importante vittoria sul fronte del Pacifico. Da lì nacque un'unità di "ladri" di aerei che cercava i segreti dei caccia giapponesi

Se si tralascia il vantaggio concesso da una posizione favorevole al momento dell’ingaggio, in ogni duello aereo che si rispetti, l’abilità del pilota e le capacità tecniche del velivolo sono sempre i fattori fondamentali per decretare una probabile vittoria o una sicura sconfitta. Nel progredire della storia dell’aeronautica e della strategia militare, tuttavia, un altro fattore si è fatto spazio in campo tattico come “risolutivo”: la conoscenza, attraverso operazioni di spionaggio ben pianificate o fortuita casualità, delle caratteristiche dei velivoli avversari.

È questo il caso del famigerato “Zero di Akutan”: lo sfortunato caccia giapponese che svelò agli americani tutti segreti del più temibile aereo da combattimento impiegato nel Pacifico durante il secondo conflitto mondiale.

Il caso di Akutan

L'Akutan Zero, anche noto come Zero delle Aleutine, o Zero di Koga - dal nome del pilota dell’Aviazione navale dell’Impero giapponese a cui era stato affidato - è il protagonista di uno dei fortuiti casi che contribuirono in maniera decisiva nella vittoria degli Alleati. Si trattò infatti di un aereo da caccia imbarcato nipponico del modello Mitsubishi A6M “Zero” Type 21, che si schiantò sull'isola di Akutan, nella regione dell’Alaska, dopo aver condotto una missione di mitragliamento a bassa quota sulle isole Aleutine. La missione su Dutch Harbor avvenne in due riprese nella prima settimana del giugno del 1942. Mentre nel Pacifico, si sparavano i primi colpi di quello che sarebbe stato uno degli scontri decisivi per le sorti della guerra: la battaglia aeronavale delle isole Midway.

Assegnato a questa missione marginale era il sottufficiale pilota Tadayoshi Koga, di appena 19 anni. Decollato dalla portaerei Ryujo nel pomeriggio del 4 giugno, Koga volava in formazione con altri due Zero e, piombando sul porto già bersagliato nella giornata precedente, fu accolto dal fuoco di terra che gli americani potevano opporre con poche mitragliatrici antiaeree e armi leggere. Dopo aver abbattuto un idrovolante Catalina della US Navy, i tre aerei giapponesi si allontanarono in gran fretta. Lo Zero di Koga però trascinava dietro di se una lunga scia di fumo nero. E realizzato che i danni subiti erano troppo elevati per tornare alla portaerei, decise di volare livellato fino all’isola di Akutan, dove avrebbe tentato un atterraggio di fortuna. Lì avrebbe atteso l’arrivo di un sottomarino amico che lo avrebbe tratto in salvo dopo aver distrutto ciò che rimaneva del suo aereo. Era ordine tassativo, infatti, che ogni pilota atterrato in zone controllate dal nemico distruggesse il proprio aereo affinché non cadesse in mano avversaria.

Un’errata valutazione della zona d’atterraggio portò il giovane Koga nel bel mezzo di una palude che lui i suoi gregari avevano confuso per un accogliente manto erboso. Errore fatale che provocò la rottura del collo e la morte immediata del pilota, che in questo modo non poté distruggere lo Zero che, invece, non aveva riportato grandi danni nell'impatto con l'acquitrino. Credendo che il loro compagno fosse sopravvissuto e fosse solo in procinto di abbandonare l'aereo, i gregari non se la sentirono di mitragliare l’aereo a terra e fecero rotta per la loro strada, Lasciando agli americani, che lo avrebbero scoperto presto, un tesoro appena celato in una piccola palude delle Aleutine.

L’aero di Koga, numero di matricola 4395, venne avvistato appena un mese dopo da un ricognitore. Subito venne ordinata una missione di recupero che portò l’aereo sul continente, dove esperti meccanici e piloti collaudatori lo avrebbero riparato per carpirne ogni segreto. Già in agosto, lo Zero di Akutan venne definito dagli americani come: "un premio quasi inestimabile.. probabilmente uno dei più grandi premi della Guerra del Pacifico”.

I segreti dietro le ali del nemico

Gli esperti della Us Navy, che avevano dovuto fare i conti con il disastro di Pearl Harbour e la dura sconfitta nel Mar dei Coralli, avevano ora tra le mani un esemplare di quello che poteva tranquillamente essere considerato come il “principale aereo da combattimento della Marina imperiale giapponese durante la guerra”. Un aereo che aveva superato in combattimento i P-40 Kittyhawk e gli F4 Wildcat, oltre ad aver fatto strage di ogni tipo di aerosilurante e bombardiere leggero imbarcato. Carpirne i segreti avrebbe aiutato statunitensi e britannici a calibrare le loro tattiche e migliorare i propri aeroplani per competergli più facilmente e sbilanciare, almeno nell’aria, le sorti del conflitto sul fronte del Pacifico.

Gli alti papaveri dello Stato maggiore si avvalsero del Langley Research Center (attualmente parte della Nasa) e, partendo dall’input del duello "Wildcat vs Zero", svilupparono caccia come lo F6F Hellcat e l'F4 Vought Corsair: aerei che, in mano ai piloti Alleati, vinsero la guerra nei cieli controllati dall'Impero del Sol Levante.

Ladri di aerei

Considerato il successo dell’operazione che portò alla scoperta dei segreti dello Zero delle Aleutine, vennero formate in tutte le forze alleate coinvolte nel del Pacifico delle Technical Air Intelligence Units (abbreviate con l’acronimo Taiu). Queste unità di intelligence avrebbero recuperato con qualsiasi stratagemma ogni genere di aereo giapponese per ottenere dati sulle loro capacità tecniche e tattiche. Unità di questo tipo, letteralmente cacciatori e ladri di aerei caduti e abbandonati o sperduti nella costellazione di isole e atolli che coprono l’immensa regione del Pacifico, comparvero tra le file della Us Navy, della Us Air Force, nelle Reale Aeronautica Australiana, e una addirittura inquadrata tra i nazionalisti cinesi fedeli al generale Chiang Kai-shek.

Ogni possibile preda avvistata da ricognitori o squadre di terra veniva localizzata, identificata nel modello e valutata nello stato di conservazione prima di essere recuperata e messa in cantiere per essere riparata e testata. Così facendo, passo dopo passo, i servizi segreti alleati riuscirono ad analizzare la produzione bellica giapponese in campo aeronautico. Vennero catturati, oltre al famigerato Zero, alcuni esemplari di Nakajima Ki-43 Hayabusa "Oscar", il principale caccia utilizzato dall'Aeronautica giapponese durante la guerra, modelli di Kawasaki Ki-45 "Nick", aereo pressoché sconosciuto dagli alleati. Furono rivenuti modelli di Kawasaki Ki-61 “Tony”, un bombardiere in picchiata Yokosuka D4Y “Judy” e l'aereo da ricognizione Mitsubishi Ki-46 “Dinah". L'elenco potrebbe proseguire ancora. Insieme ad essi, spesso vennero catturate solo componenti di motori e armamenti che consentivano di analizzare le innovazioni di cui sarebbero stati dotati gli aerei nipponici. Tasselli di un puzzle che aveva una sola fine possibile per gli americani: la resa di Tokyo.

Così, mentre i piloti con le loro divise kaki dalle calze corte, decollavano sui loro caccia blu e celesti dalle porterei che incrociavano nel mezzo dell’oceano o da basi remote in isole mai sentite - ma che sarebbero divenute note alla storia come Guadalcanal o Iwo Jima - i ladri di aerei delle intelligence si addentravano nelle giungle impenetrabili e negli hangar abbandonati per rubare i segreti dei kamikaze. Per farli analizzare agli antenati di quelli che sarebbero diventati “i genietti della Nasa”, e poi poter dire a chi duellava tra le nuvole dalla parte degli alleati: “Ecco come devi abbatterlo”, “Ecco come vinceremo”.

Così il soldato Jünger cantava la pace. Luca Gallesi il 25 Giugno 2022 su Il Giornale.

Torna il breve saggio dello scrittore tedesco che voleva una nuova Europa.

La fama di Ernst Jünger come scrittore si deve soprattutto alle sue gesta belliche vissute nelle Tempeste d'acciaio della Prima guerra mondiale e raccontate nel libro omonimo, classico bellicista spesso contrapposto al pacifista Niente di nuovo sul fronte occidentale di E.M. Remarque. Il pluridecorato autore di saggi tra i quali La battaglia come esperienza interiore e di opere a carattere autobiografico come Fuoco e sangue, nonché curatore di libri collettanei dedicati a Guerra e guerrieri, continuò a considerarsi un «soldato del fronte» anche a guerra finita. Scriveva infatti, ancora nel 1925, di ritenersi un «uomo che anche oggi vuole combattere perché il destino gli ha conferito l'abitudine al combattimento» e di sentirsi «parte di una comunità combattente intimamente stretta dalla comunanza di una grandiosa impresa storica».

Fa quindi un certo effetto leggere un suo scritto intitolato La Pace, appena ripubblicato da Mimesis a cura di Maurizio Guerri (pagg.96, euro 10). Si tratta di un breve saggio, concepito probabilmente nel 1941, quando l'Autore era a Parigi come ufficiale della Wehrmacht, rielaborato durante il 1943 e fatto circolare sotto forma di samizdat dopo la sconfitta tedesca a Jünger fu proibito dalle truppe di occupazione di pubblicare in Germania fino al 1949- per essere infine tradotto e stampato in Francia nel 1948 grazie a Banine e ad Armand Petitjean. Dedicato al «caro figlio Ernst Jünger, nato il 1° maggio 1926 e caduto il 29 novembre 1944 presso Carrara» questo manifesto è diviso in due parti: nella prima, intitolata La semina, vengono ricordate le innominabili sofferenze causate dalle due guerre mondiali, che per Jünger non sono che un'unica, grande guerra civile, mentre nella seconda, Il frutto, l'Autore si augura che questi sacrifici non siano vani, ma annuncino all'umanità un'era di pace universale. Detto questo, si illuderebbe chi immaginasse di poter inserire lo scrittore tedesco tra le schiere dei pacifisti arcobaleno: l'ammirazione per le virtù militari e per la figura del combattente non è affatto venuta meno; possiamo infatti leggere che «la guerra è la fucina dei popoli e dei cuori», indispensabile per uscire «dai travagli della nascita», affinché l'uomo conquisti una nuova forma. Forse un po' troppo ottimisticamente Jünger ritiene che la pace «incarnerà in pieno il senso del nostro tempo», e non importa a che prezzo tale obiettivo venga raggiunto: «è meglio combattere più a lungo, soffrire più a lungo piuttosto che fare ritorno al vecchio mondo. Che cadano pure le città se in esse non ci sono diritti e libertà, che crollino pure le cattedrali se al loro interno non è dato pregare».

La pace augurata da Jünger è, quindi, di carattere spirituale, e per questo motivo non si può basare né sul diritto, né sulla ragione e nemmeno sulla volontà ma soltanto su una giustizia superiore, amministrata da un'entità spirituale che in Europa non può che essere la Chiesa, che ha protetto milioni di vite non abbandonandole nemmeno nell'ora della morte. È compito, però, di ogni singolo individuo adoperarsi per la giustizia e, quindi per la pace: «la vera lotta che ci troviamo a combattere si rivela sempre più un conflitto tra le forze della distruzione e le forze della vita. In questa lotta i guerrieri di retto sentire stanno fianco a fianco, come gli antichi cavalieri. Quando ciò accadrà, la pace sarà duratura».

La battaglia che spopolò la "fine del mondo". Davide Bartoccini il 23 Giugno 2022 su Il Giornale.

L'isola di Hirta è la più distante di Scozia e oggi è completamente disabitata. Gli eventi che la scossero durante il primo conflitto mondiale, secondo alcuni storici, ne definirono il destino. Al resto, pensò il correre dei tempi.

Ai confini delle Ebridi, l'arcipelago più remoto della vecchia Europa, sorge l'isola di Hirta, rimasta completamente disabitata nel 1930. Colonia prediletta dalle pulcinelle di mare, simpatici uccelli che ricordano dei pinguini audaci, capaci di volare, fu abitata dall'uomo fin dal tempo dei celti e dei vichinghi, ma secondo i molte fonti, sarebbe stata la piccola innocua battaglia armata da un sommergibile della Kaiserliche Marine nel 1918 a decretarne il definitivo spopolamento.

Dopo l'attacco del sommergibile che distrusse alcune istallazioni del tutto innocue mettendo in fuga isolani e soldati che si erano stabiliti con compiti di avvistamento, si optò per la costruzione di una postazione di artiglieria (che non sparò mai). Il flusso di personale militare, tuttavia, portando con se storie ed eventi che mai avevano neppure sfiorato la mente della piccola comunità vissuta da sempre ai confini del mondo, convinsero molti ad abbandonare la remota Hirta per affrontare altrove un mondo dove la vita di tutti i giorni sembrava farsi più facile. Giustificando, sebbene con dispiacere immenso, l'abbandono della terra natia che aveva raggiunto il suo “picco” con i 180 abitanti della fine del XVII secolo.

La guerra ai confini del mare

La Grande Guerra che aveva travolto e scosso il mondo, nel maggio nel 1918 - sulle ultimissime battute del conflitto totale - finì per scuotere anche le isole di St.Kilda. Un sommergibile tedesco U-90 (Type 87), impegnato nel suo sesto pattugliamento nell’Atlantico occidentale a caccia di naviglio della Triplice Intesa, decise di entrare nella baia dell’isola - dove sorge il Village Bay - per verificare l’eventuale presenza di installazioni militari nemiche. Era il 15 maggio, quando nelle prime ore del mattino il sommergibile tedesco aprì il fuoco con l’unico pezzo d’artiglieria montato sul ponte dopo aver emesso un segnale acustico che terrorizzò gran parte degli isolani quale cattivo presagio. I marinai del Kaiser pensavano di aver centrato una stazione radio con annessi acquartieramenti militari: centrarono un magazzino per granaglie, la chiesa e alcune case (una di queste adibita ad ufficio per la stazione radio). Alla vista di soldati inglesi, l’equipaggio del sommergibile decise di rinunciare allo sbarco per dileguarsi nelle basse profondità concessegli dalla tecnologia del tempo.

Questa piccola scaramuccia venne comunque considerata dall’Ammiragliato come uno dei più “temerari attacchi” sferrati ai danne delle coste britanniche in tutta la guerra. Se ne registrarono 15 in tutto. E in virtù di questo, il comando ordinò l’immediata installazione di artiglieria a protezione della baia. I lavori per la ricostruzione e l’impianto di quella che avrebbe rappresentato la "difesa permanente” di Hirta furono terminati con fatica per il 13 ottobre. Appena 28 giorni dopo, si ratificava l’armistizio che poneva fine alla guerra, lasciando sull’isola un cannone che non avrebbe mai sparato un colpo ma il passaggio e la contaminazione non trascurabile degli uomini giunti sull’isola con racconti “straordinari” di un mondo che cambiava velocemente.

I racconti straordinari di un mondo moderno

Secondo molti scrittori e ricercatori, l’occupazione e la battaglia della baia e la costruzione del “cannone che non sparò mai” rappresenterebbero uno spartiacque significativo della storia di St Kilda. Non meno della perdita di valore sul mercato delle poche cose che venivano esportate dagli isolani per tirare a campare.

Quando “piume, tweed, pecore ed olio di uccelli marini” iniziarono a non interessare più come un tempo sul continente, dove la vita si faceva sempre più facile grazie alle moderne tecnologie, le coriacea resistenza degli isolani iniziò a venir meno. La vita su Hirta era diventata anacronistica, e i racconti dei militari che vi avevano prestato servizio non avevano fatto altro che mettere sempre più a nudo la faccenda. Le storie che avevano portato sull’isola narravano di “semplicità” nel vivere e grande ricchezza di “opportunità”. Mentre il tasso di mortalità infantile su Hirta cresceva, e si protraeva il rischio di morire per semplici complicazioni mediche che sulla terraferma sarebbero state facilmente curate.

Nel 1930 gli ultimi 36 abitanti dell’isola, a seguito di un inverno particolarmente rigido che li aveva quasi ridotti alla fame, chiesero di essere evacuati sul continente, abbandonando la loro terra per sempre. Il destino dell’intero arcipelago di St. Kilda era segnato.

Sull’isola di Hirta rimase solo una piccola postazione militare per il controllo dei sistemi missilistici di quello che gli inglesi hanno chiamato Deep Sea Range. L’unica cosa che nel corso degli anni è rimasta al passo coi tempi. Per il resto, sull’isola più grande del remoto arcipelago che per secoli ha eccitato l'immaginazione di scrittori, storici, scienziati e avventurieri, rimangono solo case di pietra disabitate, un cannone che non ha mai sparato un colpo, i resti di tre sfortunati aerei da guerra schiantati sulle sue alture, alcune pecore della razza più antica di Scozia, le Soay, centinaia di pulcinelle di mare, e pochi sparuti e temerari turisti. Persone che affrontando un lungo viaggio su piccole imbarcazioni a motore - di solito in agosto - non possono fare a meno di pensare quanto potesse essere dura la vita su Hirta, quando ogni cosa doveva essere raggiunta a vela o a remi, nei mesi più rigidi dell’anno, magari con il mare mosso.

Nel 1697 lo scrittore scozzese Martin Martin scrisse che gli abitanti di Hirta apparvero ai suoi occhi come “molto più felici della generalità dell’umanità”, poiché erano a suo dire "le uniche persone al mondo" capaci di sentire "la dolcezza della vera libertà”. Molti degli isolani di ultima generazione che ripararono in Australia pare abbiano lottato con questo pensiero fino alla loro ultima dipartita. Non avendo mai dimenticato lo straordinario senso di libertà di una vita passata ai confini del mondo.

Da leggo.it il 21 giugno 2022.

Sentenza storica del Tribunale civile di Bologna, che condanna la Germania a risarcire le vittime della strage di Marzabotto, uno degli eccidi più cruenti della Seconda Guerra Mondiale durante l'occupazione nazista in Italia. La giudice Alessandra Arceri ha infatti condannato la Repubblica Federale Tedesca a risarcire le vittime degli eccidi perpetrati a Monte Sole dalle 'Waffen SS' dal 29 settembre al 5 ottobre 1944.

La sentenza emessa dal Tribunale, scrive oggi l'edizione bolognese di Repubblica, sottolinea in particolare che i soldati tedeschi, «come accertato dal Tribunale Militare di La Spezia nella sentenza resa il 13 gennaio del 2007», agirono «in esecuzione dell'ordine loro impartito di 'uccidere tutti e distruggere tutto'.

«Clown e mostro», il pianista che voleva civilizzare Hitler (e non si pentì mai). Stefano Montefiori su Il Corriere della Sera il 22 Giugno 2022.  

Ernst Hanfstaengl detto Putzi, padre tedesco e madre americana, laureato a Harvard, ebbe un rapporto strettissimo con il Führer. Spiega lo scrittore Thomas Snégaroff: «Attraverso la sua vita, io racconto i totalitarismi e il fascino che il nazismo ebbe sugli Usa fra le due guerre» 

Ernst Hanfstaengl al pianoforte nell’appartamento di Joseph Goebbels, a Berlino, nel 1932. Ad ascoltarlo, sulla sinistra c’è Adolf Hitler, a destra Wilma Schaub, Magda Goebbels, Wilhelm Brückner e Goebbels

Ancora oggi nel centro di Monaco c’è una Hanfstaenglstraße, una strada dedicata alla grande famiglia aristocratica bavarese dove nacque, nel 1877, Ernst Hanfstaengl detto Putzi, Il pianista di Hitler (Feltrinelli). L’«ometto» (Putzi in dialetto bavarese) alto due metri è raccontato nel romanzo di Thomas Snégaroff come l’affascinante e inquietante personaggio che sognò di diventare - e quasi ci riuscì - l’eminenza grigia di Adolf Hitler. L’uomo che con la sua cultura, i modi eleganti e la disinvoltura nel suonare Wagner al pianoforte nelle serate mondane incuriosì, divertì e poi irritò il dittatore nazista, incapace di sopportare qualcuno manifestamente più colto e brillante di lui. La vita incredibile di Ernst Hanfstaengl, di padre tedesco e madre americana, nazista laureato a Harvard, amico del Führer e di Roosevelt, fino al 1937 capo del dipartimento della stampa estera di Hitler, si è conclusa senza l’ombra di un pentimento a 88 anni, il 6 novembre 1975 a Monaco di Baviera dove era nato. Attraverso la sua figura lo storico francese Snégaroff rievoca un antisemitismo che all’epoca era diffuso e socialmente accettato in Europa ma anche negli Stati Uniti, e descrive la base storico-culturale dei totalitarismi, oggi di nuovo evidente nella retorica putiniana di Mosca «terza Roma».

Ernst Hanfstaengl era tedesco e americano insieme, la sua vita si articola intorno a questa doppia identità. Come poteva conciliare le due anime negli Anni Trenta, l’epoca dei nazionalismi?

«Una delle chiavi per comprendere questo personaggio così complesso è certamente la sua doppia identità e il desiderio di riportarla a una. È quasi psicanalitica questa ossessione di un’alleanza tra il Paese di papà, la Germania, e il Paese di mamma, gli Stati Uniti della famiglia Sedgwick (anche se a sua volta tedesca di origine). Nei primi del Novecento Ernst Hanfstaengl ha vissuto negli Stati Uniti per curare gli affari di famiglia, si è diplomato a Harvard, parlava un inglese americano perfetto».

Quando torna negli Stati Uniti da prigioniero per fornire informazioni su Hitler a Roosevelt e vede suo figlio in divisa yankee si commuove e ne è felice: «Ecco un vero americano».

«Il che mostra quanto fosse combattuto tra le due appartenenze, tra la Germania di Hitler e l’America di Roosevelt».

Come mai ha deciso di occuparsi di questo personaggio?

«Da tempo volevo scrivere un libro sul fascismo negli Stati Uniti tra le due guerre, un argomento relativamente poco conosciuto. Le immagini dei comizi nazisti al Madison Square Garden di New York, pieno di svastiche, non sono un caso. C’era un diffuso interesse per le idee di Hitler negli Usa, e viceversa: la dottrina razzista dei nazisti è largamente ispirata alla segregazione razziale americana. Facendo le mie ricerche mi sono imbattuto molte volte nella figura di Ernst Hanfstaengl. Lui ha avuto un ruolo centrale, di ponte tra gli ambienti suprematisti diffusi in entrambi i Paesi. Era lui che presentava Hitler ai giornalisti americani».

E provava a convincere Hitler di allearsi con l’America.

«È stato il grande sogno di Putzi. Sono passato dall’opera storiografica al romanzo per provare a descrivere la sua psicologia misteriosa, questo essere allo stesso tempo clown e mostro: un uomo istruito e colto, nato da genitori che ricevevano a casa Wagner e Liszt, protagonista di serate piacevoli con il suo pianoforte suonato in modo impeccabile, felice di divertire Hitler, e naturalmente antisemita». 

In tutto il libro non c’è mai un suo momento di riflessione, di pentimento.

«No, ed è stupefacente, la Shoah non lo ha cambiato di una virgola. Ernst Hanfstaengl era antisemita senza slancio, non ne aveva bisogno, negli anni Venti e Trenta il razzismo bianco contro ebrei, neri, slavi e anche europei del Sud era diffuso nei suoi due Paesi, Germania e Stati Uniti. L’antisemitismo era considerato un’opinione come un’altra, si poteva esserlo o no, ma era comunque socialmente accettato».

Perché Hitler teneva nel suo ufficio un ritratto di Henry Ford?

 «Di Ford tendiamo a ricordare soprattutto il taylorismo realizzato e le auto, ma la sua dimensione ideologica era agghiacciante. Hitler lo considerava un modello, Henry Ford spese una fortuna per diffondere i Protocolli dei Savi di Sion , il falso storico usato dagli antisemiti. La storia del pianista di Hitler mi ha permesso di raccontare che a Harvard, dove ha studiato, negli anni Venti c’erano quote per limitare la presenza di studenti ebrei. Tante persone in Germania e negli Stati Uniti, per fortuna non Roosevelt, erano convinte di essere unite da un nemico comune, ebrei e comunisti che secondo loro erano una cosa sola, il giudeo-bolscevismo».

E perché Hanfstaengl teneva tanto alla considerazione di Hitler?

«Era totalmente irretito dal suo carisma. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per compiacerlo e avere la sua considerazione. Hanfstaengl disprezzava gli alti dignitari nazisti come Goebbels, li considerava volgari, come in effetti erano. Anche Hitler era volgare e incolto, ma Hanfstaengl sperava di civilizzarlo. Per anni Putzi ha agito obbedendo a tre idee fisse».

Quali erano queste tre idee?

«Convincere Hitler ad allearsi con gli Stati Uniti; offrire al Führer la cultura della sua grande famiglia bavarese e renderlo una persona civile; dargli una moglie. Fallì a tutto campo».

Hanfstaengl entrò nel cuore di Hitler ma non riuscì a conquistarlo davvero.

«Erano troppo diversi, Hilter all’inizio era divertito e lusingato dalle sue attenzioni ma poi finì con lo stufarsi di quel mezzo americano che gli suonava Wagner, sì, ma lo portava anche nei musei ad ammirare opere di cui non capiva nulla».

Caduto in disgrazia, costretto all’esilio, Hanfstaengl aspetta con tale ardore un cenno da Hitler, una sua lettera, da finire per scriversela da solo.

«Un gesto da adolescente innamorato. Ma non credo che ci fosse una dimensione omosessuale nella loro relazione. Putzi visse con grande senso di colpa il fatto di non avere combattuto durante la Prima guerra mondiale: mentre lui faceva la bella vita in America, due dei suoi fratelli morirono nelle trincee. Hitler gli offriva una possibilità di riscatto personale, e sembrava potere difendere i valori e la cultura della Germania eterna di cui la famiglia Hanfstaengl era espressione».

A Strasburgo, nella giornata dell’Europa, il presidente francese Emmanuel Macron ha auspicato che in futuro, finita la guerra in Ucraina, ci si siederà al tavolo della trattativa con la Russia senza umiliarla, per non ripetere gli errori fatti a Versailles che portarono al nazismo. Ma dal suo libro non sembrerebbe che sia stato Versailles a portare il nazismo.

«Ci furono molte cause concomitanti, i pianeti erano allineati, come si dice. Ma se si fosse trattato soprattutto di Versailles, di economia, di iper-inflazione e riparazioni insostenibili, allora in Germania avrebbero potuto prendere il potere i comunisti. Io credo invece che l’elemento più importante fu l’aspetto non economico ma profondamente culturale e storico del nazismo, quella fascinazione per la Grecia antica, come nel fascismo di Mussolini c’era quella per l’Impero romano. La Germania del Parsifal a Bayreuth riunì gli aristocratici come Hanfstaengl e il popolo, convinti che solo Hitler potesse salvare l’anima germanica profonda».

Non ricorda un po’ Putin e i suoi discorsi sulla grande Russia di due secoli fa che servono a giustificare l’invasione dell’Ucraina?

«Certamente, e nella Russia di oggi quell’aspetto è ancora più evidente se guardiamo al ruolo del patriarca ortodosso Kirill. È un grande classico dei dittatori: scovare nel passato e nella presunta anima di un popolo le ragioni per costruirsi un avvenire totalitario».

Francesco Specchia per “Libero quotidiano” il 21 giugno 2022.

Prendete i Bastardi senza gloria di Tarantino con la loro bella carica di antinazismo tonante. Aggiungeteci i nazisti antihitleriani dell’operazione Valchiria del guidato dal colonnello Von Stauffenberg; poi speziate il tutto con scene in stile Lega degli straordinari gentiluomini di Alan Moore e con una trama fittissima, alla Ian Fleming, affogata nel grande racconto della fissione atomica. 

Otterrete La brigata dei bastardi ( Adelphi, pp 496, euro 32), la spy-story perfetta: uno stupefacente saggio/romanzo che Sam Kean di professione fisico ha scritto su uno degli eventi più decisivi e misconosciuti: l’Operazione Alsos. Ossia la «vera storia degli scienziati e delle spie che sabotarono la bomba atomica nazista». «Secondo alcune voci», racconta Kean, «i nazisti avevano davvero pensato d’usare l’equivalente tedesco del Progetto Manhattan per distruggere la Manhattan vera e propria».

Non era un’ipotesi peregrina. Il Terzo Reich aveva davvero varato il Club dell’Uranio già nel 1939, in anticipo sull’americanissimo Progetto Manhattan che aveva come star Enrico Fermi, proprio per costruire l’arma definitiva. Ed era palese ai servizi segreti d’ogni colore che Hitler disponesse delle migliori industrie, delle materie prime necessarie e di una ferrea volontà per l’accelerazione finale sull’ordigno. Se avesse costruito l’atomica, tutti gli sforzi e i morti sarebbero stati inutili e il mondo sarebbe definitivamente cambiato.

E tutto ciò nonostante le stesse intelligence avessero capito che il progetto nazista fosse probabilmente condannato a causa degli abnormi errori di valutazione del chimico tedesco Walther Bothe, mente aguzza ma sempre intorpidita da desideri erotici. Il quale Bothe dichiarò, errando assai che fosse l’acqua pesante, e non la grafite, l’elemento più importante nella costruzione di un reattore nucleare.

Ed è qui che entra in scena il colonnello Pash, un tostissimo veterano della Prima Guerra mondiale abbastanza folle di disobbedire agli ordini e «fare venire l’ulcera ai suoi superiori»; da lanciare la sua jeep a tutta velocità contro i posti di blocco nemici; e, soprattutto, da arruolare una banda di folli che – abbandonati a sé stessi, in caso di fallimento, dallo stesso governo Usa che li aveva imbrancati- avrebbe dovuto strappare il mondo ad un’apocalisse nucleare molto nazi.

E i bastardi sono anch’essi, a raccontarli uno ad uno, attori di un grande racconto shaskespeariano. C’è, per dire Moe Berg, ebreo di Harlem the brainiest guy in baseball, un lanciatore- poliglotta laureato a Princeton e alla Sorbona (dove seguiva 32 corsi contemporaneamente) che parlava sei lingue compreso il tedesco e il sanscrito. Uno che, dai ranghi dell’Oss, viene incaricato di capire se il grande fisico Heisenberg – germanico ma non hitleriano - avesse trovato il segreto della fissione e l’avesse fornita ai suoi; se così fosse avrebbe dovuto ammazzare lo scienziato (ma i tedeschi era indietro nella ricerca). Ci sono i coniugi Irène e Frédéric Joliot-Curie, vincitori del Nobel nel 1935.

C’era Joe Kennedy jr, figlio dell’ambasciatore americano a Londra, Joe senior, due anni più anziano del fratello JFK, futuro presidente degli Stati Uniti, al quale invidiava la medaglia d’oro guadagnata in missione nel Pacifico. E, proprio per l’invidia, Joe si offre volontario, nella missione più pericolosa: pilotare una gigantesca bomba volante - un aereo inzeppato di «Torpex, una miscela di Tnt e polvere di alluminio, che crea un botto più intenso e duraturo» del napalm - da sganciare dritta sulle rampe di lancio dalle quali l’intelligence alleata teme che la Wehrmacht s’accinga a lanciare missili atomici o bombe radioattivamente «sporche» su Londra.

Epperò, l’aereo, esplode in volo sopra «New Delight Wood, nell’estremo est dell’Inghilterra» e si trasforma in una terrificante «palla di fuoco giallo-verde riempie il cielo. È la più grande esplosione della storia, superata solo undici mesi dopo dal test nucleare Trinity», la prima esplosione atomica. C’era il direttore scientifico dei “bastardi” Samuel Goudsmit, autore, da giovane, di scoperte importanti sulla fisica quantistica. C’era, insomma, una quantità indefinita di fisici, di soldati, di spie che sembrano sempre uscite dalla pagine di Le Carré.

Quest’allegra brigata di bastardi con la gloria, di pazzoidi più radioattivi delle stesse bombe che riuscirono a fermare, entrò nella storia in modo sghembo e, comunicativamente tronco. Datata 1944, l’Operazione Alsos appare oggi come un elemento narrativo distopico, o ucronico; ma si connota pure come la storia di «esseri umani, catapultati in situazioni che rivelano il loro lato migliore, ma anche quello peggiore» dall’inganno tattico all’omicidio. Intravediamo il futuro cinematografico di una sceneggiatura – è il caso di dirlo - esplosiva...

Lo strano "campo di prigionia" diviso tra nemici. Davide Bartoccini il 9 Giugno 2022 su Il Giornale.

Durante il Secondo conflitto mondiale, piloti tedeschi e britannici che avevano appena terminato di misurarsi in combattimento nei cieli di Francia e Inghilterra si ritrovarono prigionieri nella stessa isola neutrale: così l'Irlanda li tenne al sicuro dalla "guerra totale".

Dicembre 1940, cieli del canale di San Giorgio. Quando la battaglia d’Inghilterra è appena terminata e la battaglia dell’Atlantico già si combatte senza tregua, un biposto da addestramento britannico, il meno noto Miles Master, è diretto senza piani di volo sull’Isola di Man: a metà tra Regno Unito e Irlanda. L’equipaggio, peccando di fiducia nella buona sorte, era certo di trovare la destinazione pilotando a vista, ma il maltempo li portò fuori rotta. Perduto e a corto di carburante, l’equipaggio del monoplano dal vistoso ventre giallo tentò un atterraggio di fortuna non appena vide terra. Non poteva immaginare d’essere nell’Eire: l’allora neutrale Repubblica d’Irlanda. Non poteva immaginare, salvo per miracolo, che avrebbe passato il resto della guerra “impacchettato” nel Curragh Camp o “K-Lines”: il più strano campo di prigionia della guerra. Dove piloti tedeschi e inglesi che si erano misurati in battaglia, adesso trascorrevano le proprie giornate fianco a fianco col nemico.

Che si trattasse di “Fews” (come chiamava Wiston Churchill i piloti inglesi nel 1940) o di “Jerries” (come venivano chiamati i tedeschi dagli Alleati), per l’Irlanda che aveva scelto di restare neutrale mentre il mondo si confrontava nella guerra totale, non faceva nessuna differenza. Per gli accordi di non belligeranza ratificati con il governo di Londra e Berlino, essi dovevano essere trattenuti per impedire che potessero tornare nei rispettivi paesi e di ricongiungersi ai loro commilitoni per proseguire nello sforzo bellico contro l’avversario. Questa la decisione del primo ministro Éamon de Valera ha fatto di tutto per mantenere quella neutralità aveva assicurato di trattenere in un campo di prigionia di Curragh, che originariamente destinato ai militanti dell’IRA (famigerato Irish Republican Army) dopo averlo suddiviso in 3 sezioni. Così, Tra il 1940 e il 1943, circa 40 militari britannici e 200 tedeschi furono internati nel campo K-lines. Si trattava principalmente equipaggi e uomini di sottomarini, superstiti di unità coinvolte in combattimento nell’Atlantico, e come suddetto, piloti costretti ad atterraggi di fortuna sulla prima “isola” in vista.

Lo "strano" campo

Da principio il campo di Curragh era un normale campo di detenzione affatto diverso dallo Stalag III fedelmente riprodotto nel capolavoro cinematografico La grande fuga. Un campo fatto di baracche di legno allineate, circondate da muri di reti metalliche e filo spinato, sorvegliato da torrette di guardia su cui montavano sentinelle armate. Inizialmente l'unica differenza - o per meglio dire “peculiarità” del campo “K-Lines” - era la separazione tra i settori che dovevano “ospitare” i militari Alleati dagli avversari dell’Asse e la presenza di due pub dove i prigionieri potevano gestire autonomamente le loro scorte alcoliche tentando di trascorrere il tempo privo di pensieri, in attesa che la guerra terminasse. Altra peculiarità, resa nota solo in seguito, era la carica di proiettili a salve nei fucili delle sentinelle che doveva sorvegliare inglesi e tedeschi. Il complesso occupato dalle forze tedesche era noto come campo "G", mentre quello occupato dalle forze alleate, noto come campo “B”.

Per l'ufficiale in comando, colonnello delle forze di difesa locali irlandesi (Ldf) Thomas McNally, gli internati dovevano essere considerati come tutti i prigionieri di guerra: "Questi prigionieri secondo me sono il tipo che considera un dovere effettuare la fuga alla prima opportunità disponibile", aveva dichiarato in principio. Ma gli uomini detenuti nei campi B e G non erano tecnicamente prigionieri di guerra, bensì andavano considerati come "ospiti dello Stato" - contro la loro volontà, ovviamente - che aveva solo l'obbligo di impedire loro di tornare in guerra. Per questo le condizioni della loro detenzione si fecero via via sempre meno restrittive e le libertà più estese, al punto da garantire ai questi Pow (prisoner of war, ndr) una vita quasi normale - sebbene il loro destino li avesse condotti al limite dello straordinario.

È abbastanza singolare infatti il caso di un bombardiere della RAF con equipaggio canadese, che, dopo essere scampato ad un atterraggio d'emergenza, aveva cercato ristoro in una locanda isolata dei pressi di Curragh. Secondo il racconto, il pub era uno di quelli messi a disposizione dei prigionieri tedeschi in libera uscita. Così non appena entrati, un ufficiale della Luftwaffe li apostrofò dicendo loro di andarsene "nel loro pub!". Si rifereva a quello destinato agli Alleati. I canadesi rimasero a lungo perplessi, prima di essere presi in custodia e capire in che assurda situazione si fossero ritrovati.

Senza via di fuga

Inizialmente, almeno nelle prime battute del conflitto, i piloti inglesi che si trovavano costretti ad atterrare venivano rispediti in Inghilterra senza troppe cerimonie. Ma quando il 20 agosto del 1940 un pattugliatore quadrimotore tedesco Fw 200 "Condor" si schiantò nel sud dell'Irlanda mentre era in missione sull'Atlantico e i sei membri dell'equipaggio vennero fatti prigionieri, per mantenere lo stato di completata neutralità il governo di Dublino si trovò "costretto" a trattenere anche i piloti alleati. Una sola eccezione erano gli americani, che invece venivano rimpatriati in ragione di differenti accordi ratificati con Washington. Il primo prigioniero britannico, arrivato su di un caccia Hurricane dopo essersi lanciato all'inseguimento di un bombardiere tedesco uscito di formazione, fu catturato il 29 di settembre.

La fuga non era una buona opzione né per gli internati tedeschi né per i loro avversari britannici. I primi, nella migliore delle ipotesi, avrebbero dovuto puntare a raggiungere la Francia, il Paese occupato dalle forze dell'Asse più vicino all'Irlanda. Ma sarebbe stato molto difficile, e avrebbe previsto il transito vicino il Regno Unito. Il tutto con scarsissime probabilità di successo. Per i piloti inglesi la pianificazione di una fuga era sicuramente più semplice. Oltre a padroneggiare la lingua, avrebbero dovuto viaggiare con mezzi di fortuna solo per qualche centinaio di miglia verso il confine con l'Irlanda del Nord. Ma una volta giunti nell'Ulster clandestinamente, sarebbero potuti cadere in mano ai nazionalisti che notoriamente non nutrivano molta simpatia per i soldati di Sua Maestà. Per queste ragioni, venne registrato un solo tentativo d'evasione, nonostante venne creato un "comitato di fuga" (l'Escape club) come in ogni altro campo di prigionia.

Attendere da "gentiluomini" la fine della guerra

Nessuno si sentì disonorato nell'essere stato fatto prigioniero da un Paese non belligerante che aveva ratificato accordi con il proprio governo. Agli "ospiti", sia tedeschi che inglesi, fu concesso di partecipare a funzioni religiose, di possedere delle radio per tenersi aggiornati sullo svolgimento del conflitto, di andare ai pub di Curragh e dalle cittadine di Kildare, Newbridge e Killcullen. Cittadine dove potevano recarsi prendendo in prestito delle biciclette, a patto di siglare, di volta in volta, una sorta di accordo tramite lasciapassare che recava il seguente testo: "Prometto di rientrare nel complesso alle ore X e, durante la mia assenza, di non prendere parte ad alcuna attività connessa alla guerra o lesiva degli interessi dello Stato irlandese”.

Col passare del tempo le concessioni agli "ospiti forzati" iniziarono a contemplare svaghi sempre maggiori: ad esempio l'accesso a cinema e hotel, dove i prigionieri poterono trascorrere anche l'intera notte. Il tutto, ovviamente, sempre in abiti civili prontamente forniti dai rispettivi governi per non dare nell'occhio. Battute di pesca, partite di golf, cacce alla volpe diventarono la norma. Si tennero addirittura un incontro di boxe e una partita di calcio tra Alleati e Asse. Da annotare lo strabiliante risultato che vide la Germania vincitrice almeno sul campo di pallone con 8 goal a 2.

Quando nel 1943 la vittoria della guerra da parte degli Alleati iniziò ad apparire sempre più evidente, tutti gli aviatori britannici vennero trasferiti in un altro campo per essere liberati in segreto. Al termine del conflitto anche i prigionieri tedeschi furono rilasciati, ma diversi di loro rimasero in Irlanda, sposandosi e mettendo su famiglia e imprese. Questa storia, a lungo celata dal governo irlandese e completamente dimenticata da chi ne era al corrente, tornò alla luce per caso, grazie al racconto di un tassista che aveva servito come guardia nel campo di Curragh; la "strana" prigione irlandese che tenne quei piloti nemici al sicuro dalla guerra totale. Il romanziere John Clive ne trasse un libro dal titolo Ali spezzate.

L'esercito fantasma che ingannò Hitler. Davide Bartoccini il 26 Maggio 2022 su Il Giornale.

Ci fu un curioso "esercito" che rese lo sbarco in Normandia un successo. E la "Operazione Fortitude" fece vincere la guerra agli Alleati.

Deve essere andata più o meno così: un solitario ricognitore della Luftwaffe vola ad alta quota, sfidando temerario la superiorità aerea che gli Alleati hanno ritrovato oltre Manica, quando lungo la costa del sud dell'Inghilterra, proprio lì dove la Francia si vede ad occhio nudo, ad un tratto scorge quel che è venuto a cercare. Allora fa un ampio giro, una, due volte, e fotografa in obliquo con i suoi imponenti obiettivi incassati nella pancia della carlinga.

Sulla via del ritorno poi, quando si scopre inaspettatamente salvo, comunica in cifra quello ciò che ha visto: gli Alleati si radunano in forze dall’altra parte della Manica. Le truppe si stanno concentrando in prossimità del Passo di Calais. Aerei, carri armati, mezzi da sbarco, intere divisioni. Forse un'intera armata. C'erano cascati. Si erano imbattuti nell'"esercito fantasma". Il messaggio cifrato dalle macchine Enigma viene riportato allo Stato Maggiore del Reich. Intanto a Bletchley Park - dove gli Alleati hanno decriptato da anni il codice e spiano ogni trasmissione - confermano: i tedeschi non hanno mangiato la foglia, l’Operazione Fortitude può considerarsi un successo.

L’Operazione Fortitude

Ideata per ingannare i tedeschi, l'Operazione Fortitude era parte di un piano ben congegnato per non rivelare la scelta della Normandia come reale settore di sbarco per l'invasione dell'Europa. La tecnica dell'inganno visivo, sommata alle false informazioni diffuse da una rete di spie doppiogiochiste o addirittura di "spie mai esistite" (come quelle create dalla fantasia dell'agente Garbo), spinse l'intelligence militare tedesca a convincersi che gli Alleati stavano concentrando il "grosso" della loro forza di spedizione nel sud-est dell'Inghilterra. Considerando quindi ciò che accadeva nel sud-ovest delle mere operazioni diversive. Gli agenti doppiogiochisti inserirono nei loro rapporti informazioni minuziose, come le insegne che comparivano sulle uniformi dei soldati e segni di unità sui veicoli delle divisioni fantasma avvistate dai ricognitori tedeschi.

Con il senno di poi, si possono certamente criticare le scelte dei generali tedeschi. Ma allora qualsiasi pianificatore militare - almeno al preludio dello sbarco e in forza dei rapporti che venivano forniti da spie considerate attendibili come l'agente Garbo - avrebbe concluso che l'invasione dell'Europa sarebbe avvenuta in Francia e precisamente a Calais. Il punto dove la distanza dall'Inghilterra era minore ma le difese costiere del Vallo Atlantico più imponenti. L'intelligence tedesca, con l'ausilio del Abwher, impiegò i rapporti forniti dagli agenti doppiogiochisti per ricostruire l'ordine di battaglia delle forze alleate che sarebbe giunto al Pas-de-Calais. Spingendo il comando e non meno Adolf Hitler a mantenere ben 15 divisioni in riserva vicino a Calais anche dopo l'inizio dell'invasione della Normandia.

La "banda dei miracoli", attori e illusionisti di guerra

È difficile da ammettere, ma se i primi passi dell’invasione della "Fortezza Europa" sono andati a buon fine, si deve a carri armati di legno, aeroplani gonfiabili, navi finte, manichini abbagliati da soldati e a fantocci volanti. Tra loro, tra l'Esercito fantasma, solo 1.100 uomini in carne e ossa della 23ª Divisione Truppe Speciali. Gli straordinari artefici del vero e proprio set cinematografico che ha ingannato Adolf Hitler al punto di fargli perdere una guerra.

Noti come l’Esercito Fantasma, più che soldati erano un eclettico ed eterogeneo gruppo di attori, scenografi, pubblicitari, ingegneri e tecnici del suono in divisa. Uomini e donne che misero in scena alcuni tra i più grandi inganni della storia militare. Dozzine di spettacolari messe in scena, dozzine di show plateali per celebrare agli occhi del nemico le più fondamentali operazioni - false - quali preludio di delicate mosse strategiche vere. Artisti del depistaggio. Impegnati dalla Normandia al Reno per imbrogliare uno dopo l'altro i generali di Hitler. Convincendoli del fatto che gli Alleati si sarebbero sempre trovati in luoghi dove in realtà non si trovarono mai.

Questa unità tattica atta ad operazioni segrete di depistaggio durante il conflitto, era discepola di Jasper Maskelyne, l’illusionista inglese che comandò la “Banda dei miracoli” durante la campagna di El Alamein nel 1942. Quando fu in grado di "spostare" agli occhi dei tedeschi l’intero Porto di Alessandria di qualche miglio, riproducendolo fedelmente in fango e paglia, per attirare i bombardieri tedeschi che portarono parecchi raid a vuoto, mentre si convincevano di aver inflitto pesanti perdite agli inglesi.

Le armi dell'Inganno

Per Fortitude, parte della più grande Operazione Bodyguard, riprodusse un intero corpo d’armata finto che prese letteralamente vita dall’altra parte del passo di Calais, dove i tedeschi si erano sempre attesi l’invasione, e dove avevano concentrato i lori sforzi per fortificare il Vallo Atlantico. Venne così allestito il FUSAG (First United States Army Group), nel quale erano inquadrate 50 finte divisioni ed un finto mezzo milione di soldati che presero vita attraverso il talento di poco più di mille uomini.

La 603ª Unità addetta al Camouflage (camuffamento e mimetismo, ndr) dispiegò migliaia di carri armati Sherman, Willys, camion Dodge, caccia P-51 Mustang e Spitfire di gomma gonfiabile e tela. Mentre alla fonda nei porti e nelle darsene vennero sistemati mezzi da sbarco di legno tenuti a galla da barili vuoti, che emettevano vapore fittizio dai fumaioli per accentuare l’illusione. Chiazze d’olio venivano versate ad arte per simulare spostamenti e manovre recenti. Intanto, la 3123ª Trasmissioni Speciali diffondeva da potenti altoparlanti nastri che simulassero il rombo degli aerei e carri armati in addestramento. Il tutto venne registrato a Fort Knox negli Usa.

Nelle basi interamente allestite in legno, con mense, depositi di munizioni, postazioni antiaeree, venivano addirittura stesi abiti sugli stendini per rimarcare veri e propri "segni di vita". Vita di tutti i giorni, che nell'inganno non deve mai essere trascurata.

Nei paesi circostanti i giornali locali stampavano notizie sulla difficile convivenza con le operazioni militari. Addirittura false mostrine vennero ideate per le false divisioni del FUSAG. Per completare l’inganno l’unità impiegava mezzi veri secondo schemi prescritti. L’atmosfera era mantenuta viva da mezzi reali, come camion telonati, guidati in traiettoria circolare con solo due soldati vivi seduti negli ultimi posti, per simulare trasporti di fanteria. Gli aerei da caccia decollavano e atterravano sulle piste, passando in rassegna le squadriglie gonfiabili. Le batterie di artiglieria vera sparavano salve per simulare esercitazioni di tiro. La polizia militare vigilava gli incroci e le visite dei generali dello Stato Maggiore, ed addirittura da Re Giorgio venivano rifilate come esca alle spie doppiogiochiste che riferivano tutto ai servizi segreti nazisti. Così la 15° armata di Von Salmuth rimaneva attestata nei pressi di Calais, e la Normandia rimaneva difesa da pochi effettivi mal equipaggiati. Il D-Day doveva attendere solo il bel tempo, la schiarita del 5 giugno diede il via alle operazioni, il giorno dopo sarebbe stato "il giorno più lungo".

La sera della "prima"

Il culmine della messa in scena venne toccato la notte del D-Day, quando l’Operazione Titanic prese vita attraverso il lancio di fantocci paracadutisti degli aerei della RAF, ma questa è un’altra storia. Poche settimane dopo lo Sbarco In Normandia, la 23ª venne mandata in Francia ad allestire un finto porto artificiale Mulberry per attirare e distogliere l’artiglieria tedesca; poi per simulare un accerchiamento ulteriore della città di Brest, cosi' che la guarnigione in seguito si arrese. E così via, da quella che fu Linea Maginot fino al Reno, e poi alla fine della guerra. Questo “show ambulante”, che mise in scena più di venti battaglie al ridosso delle linee di fronte utilizzando dei giocattoli per divertire i bambini, salvò un’infinità di vite. Un numero che è difficile anche solo immaginare. “Il nemico“ scrisse il generale Omar Bradley “..cadde nelle nostre mani, vittima del più grande bluff di tutta la guerra.”

L’inganno del Fusag fu un tale successo che anche dopo il consolidamento della testa di ponte alleata in Normandia, Hitler e lo Stato Maggiore tedesco continuarono a temere che il grosso delle forze (inesistente) sarebbe sbarcato a Calais. Sarebbe stato niente di meno che il generale Patton, volutamente trattenuto fuori dalla scena, a guidare lo sbarco principale. Lo confermavano gli agenti doppiogiochisti tedeschi controllati dagli Alleati. Colui che rispondeva al nome in codice di Brutus riferì: "Ho visto con i miei occhi il gruppo di armate Patton che si prepara a imbarcarsi nei porti sulla costa orientale e meridionale". E in seguito affermava di aver sentito dire al generale Patton dire: "Ora che la diversione in Normandia sta funzionando così bene, è venuto il momento di iniziare le operazioni intorno a Calais". 

Vennero inscenate di nuovo le stesse simulazioni di attività pre-sbarco che avevano preceduto l’invasione della Normandia. Operazioni di commando atte al sabotaggio delle posizioni difensive più inespugnabili. Finti lanci di paracadutisti nell’entroterra di Calais, bombardamenti mirati nei punti di sbarco, luci notturne che indicavano l’imbarco in corso, aumentato traffico radio tra le flotte in mare e in cielo.

Lo stesso agente segreto Garbo, forse la più nota falsa spia nazista, comunicò: "Trasmetto questo messaggio con la convinzione che l’attacco in corso [in Normandia] sia un tranello messo in atto allo scopo di indurci a riposizionare strategicamente tutte le nostre risorse, cosa che in seguito ci pentiremmo di aver fatto". Mentre Rommel sopperiva di fronte a quella che si mostrava settimana dopo settimana un implacabile e inesauribile insieme di forze e mezzi impiegati dagli alleati, lo Stato Maggiore ai comandi di Hitler tentennava nell’inviare le fatidiche divisioni corazzate per ricacciare in mare gli Alleati e fargli fare una seconda Dunquerke. Una seconda Dieppe. L'ordine non arrivò in tempo. La guerra prendeva in tal modo una piega definitiva. Gli Alleati, affollando cielo, terra e mare, riempivano l’etere dei tre punti e una tacca che ogni mezzo da battaglia si cambiava via codice morse. Quel "tu tu tu tuuuuum", la V che stava per vittoria.

I Leslie Fry, una spia nazista all’ombra della Casa Bianca. Pietro Emanueli su Inside Over il 16 maggio 2022.

Prima che gli Stati Uniti entrassero nella Seconda guerra mondiale contro l’Asse, a causa di Pearl Harbour, i rapporti con la Germania nazista erano stati caratterizzati da un altalenare tra tacita simpatia e animosità contenuta. Lo stesso Führer, come è noto, era un estimatore del sistema segregazionistico e alcuni dei più ricchi e influenti imprenditori americani, come Henry Ford, erano favorevoli ad un’intesa germano-americana.

Adolf Hitler, intravedendo la possibilità (seppur remota) di un accordo amichevole con gli Stati Uniti, portò avanti una campagna di condizionamento dell’opinione pubblica a stelle e strisce a mezzo di giornali, influenzatori e gruppi di pressione. Una storia semisconosciuta, perché dell’agenda americana del Führer si è sempre scritto poco, ma che merita di essere raccontata per dovere divulgativo. Una storia che vede il German America Bund, la Legione d’argento dell’America e Leslie Fry come protagonisti.

La vita prima del nazismo

Leslie Fry, al secolo Louise Arabella Chandor, nacque a Parigi il 16 febbraio 1882. Figlia di due americani appartenenti all’alta borghesia, John Arthur Chandor ed Elizabeth Fry, era legata da parte di padre all’avventuriere e imprenditore magiaro László Fülöp Sándor.

La Fry avrebbe trascorso gran parte dell’infanzia e dell’adolescenza in Russia, dove il padre e Sándor avevano basato il grosso delle loro attività economiche. E proprio in Russia, nel 1906, la Fry avrebbe contratto matrimonio con il capitano Feodor Shishmarev, un membro dell’omonima famiglia di nobili, assumendo una nuova identità: Paquita Louise de Shishmareff.

Vivere nella Russia zarista prerivoluzionaria avrebbe avuto un impatto profondo sulla futura agente del Terzo Reich. Perché, benché disinteressata alla politica, la Fry ebbe modo di respirare l’aria del tempo, permeata da e intrisa di isteria giudeofobica. Erano i tempi dei pogrom antiebraici e della pubblicazione dei Protocolli dei Savi di Sion, del resto, e la Fry, come tante altre persone altolocate dell’epoca, avrebbe creduto alle teorie sull’esistenza di un piano dell’internazionale ebraica per rovesciare i Romanov.

Nel 1917, all’alba della Rivoluzione d’ottobre, Shishmarev ordinò a Fry di fuggire da San Pietroburgo insieme ai loro due figli, Kyril e Misha, e di portare con sé tutti gli averi di famiglia. I due non si sarebbero più rivisti: Shishmarev fu giustiziato dai bolscevichi qualche mese dopo.

Al servizio della svastica

Testimone delle violenze bolsceviche nella Russia postrivoluzionaria, e in fuga dall’Europa distrutta dalla Grande guerra, la Fry avrebbe fatto riparo negli Stati Uniti nel primo dopoguerra. E qui, forte di un cognome pesante, farsi largo nei salotti buoni non sarebbe stato difficile.

Carismatica, persuasiva e con al seguito una mole di documenti del cospirazionismo giudeofobico di matrice zarista, la Fry si sarebbe rapidamente affermata come la madrina dell’antisemitismo intellettuale a stelle e strisce, convincendo alcuni dei personaggi più influenti dell’epoca che i Protocolli fossero veri. Personaggi come Henry Ford, che dopo aver fatto la conoscenza della Fry sarebbe divenuto uno dei più accaniti sostenitori della teoria del complotto demo-pluto-giudaico-massonico.

L’attivismo della Fry non sarebbe passato inosservato né in patria, dove attirò l’attenzione del Ku Klux Klan, né in Germania, dove diventò il punto di riferimento oltreoceano dell’albeggiante galassia nazionalsocialista. Non si sa bene né quando né come, ma ad un certo punto degli anni Trenta, sicuramente dopo il 1933, la Fry sarebbe stata arruolata dal Terzo Reich nelle vesti di agente di propaganda.

Benestante, inquadrata all’interno di un circuito di amicizie potenti e colta, la Fry era ritenuta la persona giusta al posto giusto. Le fu affidata la missione di trasformare il principale gruppo di pressione tedesco dell’epoca, il Bund Tedesco Americano (GAB, German American Bund), in un potente strumento di condizionamento dell’opinione pubblica e della politica.

Istituito nel 1936 su ordine di Adolf Hitler, il GAB era composto da cittadini statunitensi di origine tedesca e rispondeva alle direttive di Berlino. Il fondatore, del resto, era Fritz Julius Kuhn, un tedesco che era stato inviato negli Stati Uniti con il solo scopo di dare vita al GAB. Con il supporto della Fry, che dagli anni Venti era in contatto con la grande imprenditoria e con il KKK, il GAB sarebbe riuscito a farsi largo tra l’elettorato WASP e a vantare, all’acme dell’espansione, più di sessantamila iscritti.

Curiosamente, ma non sorprendentemente, il GAB avrebbe cominciato a fare un uso crescente della violenza in concomitanza con l’approssimarsi della Seconda guerra mondiale – celebri, a questo proposito, le “violenze di Madison Square Garden” del 20 febbraio 1939: una giornata di scontri alla quale parteciparono ventimila persone.

Demolito a colpi di arresti, sanzioni ed espulsioni, il GAB si sarebbe estinto entro il 1941. La Fry, invece, fu indagata per sedizione e propaganda nazista e chiamata a testimoniare dinanzi alla Commissione per le attività antiamericane della Camera dei rappresentanti. E dopo un breve periodo di detenzione, durato dal dopo-Pearl Harbour alla fine del conflitto, fu rimessa in libertà.

Il dopoguerra e la morte

La Fry avrebbe trascorso il secondo dopoguerra a divulgare i risultati delle sue indagini sul complotto demo-pluto-giudaico-massonico, cercando di trasformare l’imponente due-volumi Occult Theocrasy nel testo di riferimento di antimassoni, neonazisti e investigatori dell’esoterismo.

Pubblicato fra il 1931 e il 1933, ma divenuto popolare a posteriori, Occult Theocrasy è effettivamente divenuto un testo-culto tra i principali circoli cospirazionistici della destra radicale occidentale ed è largamente ritenuto, nonostante il carattere esplicitamente dietrologico e antisemita, uno dei lavori di ricerca più dettagliati mai realizzati su società segrete e logge massoniche.

Complice il mutamento dei tempi, e dunque l’esclusione da quei salotti che un tempo l’avevano resa una socialite, la Fry avrebbe vissuto gli ultimi anni della propria esistenza in disparte, lontano dai riflettori, divulgando ed evangelizzando a distanza. Muore il 15 luglio 1970, nella sua dimora di Los Angeles, senza aver mai rinnegato nessuno degli ideali professati e, soprattutto, senza aver mai svelato i segreti dell’agenda americana del Terzo Reich.

Charles Lindbergh, l’aviatore che sognava di unire Roosevelt e Hitler. Pietro Emanueli su Inside Over il 16 maggio 2022.

Il nazismo e Adolf Hitler hanno esercitato un fascino ed un impatto notevoli sull’immaginario collettivo a stelle e strisce. E non poteva essere altrimenti, visto che gli Stati Uniti degli anni Trenta stavano venendo travolti dalla seconda onda del Ku Klux Klan, erano un ambiente fertile per la proliferazione della giudeofobia ed erano permeabili alle idee e alle ideologie razzialistiche in ragione dell’egemonia politico-culturale del suprematismo WASP e del sistema segregazionistico.

Vari furono i grandi imprenditori, i politici e i personaggi pubblici che prestarono l’orecchio, e a volte persino il cuore, a quello che Alfred Rosenberg aveva definito il Mito del ventesimo secolo. Celebre è il caso del pioniere dell’automobilismo Henry Ford, autore de L’ebreo internazionale e destinatario dell’Ordine dell’Aquila tedesca per i servigi resi al Terzo Reich. E altrettanto noto è il caso di Charles Lindbergh, l’aviatore più adulato dagli americani, che sognò di unire in un matrimonio politico Franklin Delano Roosevelt e il Führer.

Leggenda dell'aviazione

Charles Augustus Lindbergh nacque a Detroit il 4 febbraio 1902. Figlio di due svedesi appartenenti alla classe alta – il padre un avvocato, la madre una professoressa –, Lindergh fu allevato alla coltivazione di due passioni sin dalla tenera età: la politica e l’esercito.

Il padre, che all’epoca della Grande guerra aveva lottato per mantenere gli Stati Uniti neutrali, era comunque un patriota: isolazionista, sì, ma patriota. E Lindbergh, una volta adulto, avrebbe tradotto quel patriottismo in arruolamento nelle forze armate, più precisamente nell’aviazione.

Dotato di un talento naturale in materia di pilotaggio di aerei, Lindbergh avrebbe ottenuto il grado di capitano in soli due anni: nel 1924 l’ammissione al corso di pilota dell’aviazione militare, nel 1926 il prestigioso riconoscimento. Un anno dopo aver ottenuto il grado di pilota, tra il 20 e il 21 maggio 1927, Lindbergh avrebbe scritto e fatto la storia a bordo del proprio monoplano leggero: lo Spirit of Saint Louis.

Su quel monoplano, al di là di ogni aspettativa e previsione, il giovane Lindbergh avrebbe compiuto un’impresa storica: la prima traversata transatlantica in aereo, in solitaria e senza fare scalo. Non è dato sapere perché volle imbarcarsi in una simile follia, forse per la gloria o forse perché incitato dai piani alti, ma è noto ciò che accadde durante e dopo la traversata. Nel durante, il pilota ebbe l’appoggio della loggia massonica alla quale era affiliato e della quale mostrò la bandiera in volo. Nel dopo, invece, il pilota ottenne la Dinstinguished Flying Cross dall’allora presidente Calvin Coolidge.

Il talentuoso pilota, il migliore della sua generazione, era, forse, stato scelto dalla Casa Bianca per portare avanti un’incredibile operazione pubblicitaria, di proiezione di potere morbido oltreconfine. Lo stesso anno della traversata, inoltre, fu eletto Uomo dell’anno dal Time.

Nel 1932, all’acme della popolarità, Lindbergh fu sconvolto da una tragedia che lo avrebbe cambiato profondamente: il rapimento (con successiva uccisione) del figlio Charles August. Fu il primo caso di scomparsa di persona ad avere eco internazionale.

Sparito nei pressi di casa il 1 marzo, il piccolo Charles August fu ritrovato senza vita due mesi dopo, il 12 maggio, in una località del New Jersey. Per quel barbaro omicidio fu condannato alla sedia elettrica un noto pregiudicato, Bruno Hauptmann, che, però, si proclamò innocente sino all’ultimo. Gli stessi Lindbergh, del resto, non sembrarono mai totalmente convinti dell’effettiva colpevolezza di Hauptmann.

I Lindbergh, ancor prima che Hauptmann venisse giustiziato, decisero di trasferirsi momentaneamente in Europa per allontanarsi dalle luci dei riflettori, perché bisognosi di tutto meno che delle attenzioni ossessive dei giornalisti d’assalto. E fu precisamente qui, in concomitanza con l’ascesa del nazifascismo nel Vecchio Continente, che il disincantato e depresso pilota avrebbe trovato una via di fuga dalla realtà: il nazismo.

Diventò un visitatore assiduo della Germania, nella quale si recò più volte tra il 1936 e il 1939, cominciando a scrivere e parlare pubblicamente, chiaramente in termini positivi, di Adolf Hitler e dell’esperimento nazista. Fiutando l’opportunità di avere tra le mani un personaggio pubblico, e tremendamente influente, il Führer insignì Lindbergh della Croce di Servizio dell’Ordine dell’Aquila tedesca all’alba della Seconda guerra mondiale.

Rincasato nel 1939, perché chiamato in servizio attivo nell’aviazione militare, Lindbergh si sarebbe trasformato in un attivista anti-interventista: nel più celebre dell’epoca. Divenuto il portavoce del più importante gruppo di pressione isolazionistico di quegli anni, l’America First Committee, Lindbergh cominciò a parlare tra piazze e università a decisori politici, studenti e gente comune della necessità di restare fuori dal conflitto, del bisogno di riconoscere il pericolo per la sicurezza nazionale costituito da una presunta “lobby ebraica” e dell’imperativo di riconoscere il nuovo ordine europeo, di scendere a patti con Berlino.

Lindbergh trovò supporto in sua moglie, la scrittrice di successo Anne Spencer Morrow, che nel 1940 diede alle stampe il manifesto del nazismo americano: The Wave of the Future. Un’opera che, negli anni a venire, avrebbe esercitato una notevole influenza su personaggi come George Lincoln Rockwell.

Gli Stati Uniti si sarebbero dovuti alleati con la Germania nazista, sosteneva l’aviatore, in funzione anticomunista e antiebraica. Perché sovietici ed ebrei, secondo Lindbergh (e secondo Hitler), erano i veri nemici della pace mondiale. Idee pericolose, estrapolate letteralmente dal Mein Kampf, che Lindbergh poté esprimere liberamente ovunque, da costa a costa, parlando sul palco di università come Yale.

Ad un certo punto, all’alba di Pearl Harbour, il caso Lindbergh finì sulla scrivania dell’allora presidente Franklin Delano Roosevelt. Le capacità di persuasione dell’aviatore, però, nulla poterono per smuovere l’inamovibile Roosevelt: i nazisti erano i nemici, sebbene la guerra tra le due potenze non fosse ancora scoppiata, e nessuna alleanza avrebbe potuto essere siglata con loro.

Nel dopo-Pearl Harbour, complice l’ondata di patriottismo che investì gli Stati Uniti, Lindbergh si conformò alla linea della presidenza Roosevelt. Inizialmente, causa la memoria fresca del suo attivismo politico unidirezionale, non fu arruolato nell’aviazione, perché ritenuto un possibile agente nazista, ma gli fu permesso di addestrare i piloti e di erogare consulenze agli sviluppatori di aerei. Con l’avanzare della guerra, però, sarebbe stato infine reclutato e inviato a combattere i giapponesi nel Pacifico.

Il dopoguerra e la morte

I flirt con il nazismo non avrebbero intaccato in nessun modo la popolarità di Lindbergh. Era una leggenda vivente, al di là delle sue discutibili convinzioni politiche, e tale sarebbe rimasto dall’immediato dopoguerra alla morte.

Continuò a servire nelle forze armate, dapprima partecipando allo sviluppo dei caccia per la United Aircraft e dipoi ricoprendo il ruolo di generale di brigata nella riserva dell’aviazione militare a partire dell’amministrazione Eisenhower, sullo sfondo dell’erogazione di consulenze a giganti dei cieli come la Pan American World Airways.

Ebbe un nuovo picco di popolarità negli anni Cinquanta, nel corso dell’era Eisenhower, a seguito della pubblicazione di un libro di memorie, intitolato The Spirit of St. Louis, che gli valse il Pulitzer per la biografia e autobiografia. Non era la notorietà, comunque, che andava cercando. Perché di lì a breve, difatti, avrebbe abbandonato l’entroterra in direzione delle più solitarie Hawaii. E qui, a Kipahulu, il 26 agosto 1974, morì per un linfoma.

Karl Haushofer, il geopolitico che plasmò il nazismo. Pietro Emanueli su Inside Over il 16 maggio 2022.

Bistrattata da taluni, incompresa da qualcuno e sopravvalutata da altri, la geopolitica è la disciplina che indaga le relazioni intercorrenti tra la geografia e l’azione umana. Ieri in stato di disuso, mentre oggi in misuso semi-permanente, la geopolitica è sempre stata quando fraintesa e quando abusata.

Coloro che han saputo servirsi di questa disciplina più egregiamente sono stati i britannici e i loro eredi, cioè gli statunitensi, che hanno basato il loro potere, la costruzione delle loro egemonie, sulla conoscenza approfondita della geografia. E se britannici e statunitensi hanno potuto dominare il mondo, prendendo il controllo di luoghi all’apparenza irrilevanti e conducendo politiche a prima vista insensate, ciò è accaduto perché hanno dato i natali e/o hanno adottato alcuni dei migliori geopolitici e strateghi che siano mai esistiti, come Alfred Mahan, Edmund Walsh, Halford Mackinder, Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski.

Chi era Albert Speer, l’architetto di HitlerLa geopolitica è sempre stata affare delle grandi potenze, di regni ed imperi, e se oggi è ambito quasi esclusivo di una cerchia ristretta di attori, in primis Stati Uniti, Federazione russa, Repubblica Popolare Cinese e Turchia, ieri fu (soprattutto) l’oggetto di studio degli europei continentali, in particolare dei tedeschi. E se si scrive di geopolitica tedesca, che ancora oggi è molto meno conosciuta rispetto a quella angloamericana, non si può fare a meno di citare Karl Haushofer.

La vita prima del nazismo

Karl Ernst Haushofer nacque a Monaco di Baviera il 27 agosto 1869. Appartenente ad una famiglia di letterati, artisti e politici, Haushofer crebbe nell’agio e fu allevato in un ambiente aristocratico. Al termine della leva, svolta presso il reggimento di artiglieria, rimase negli ambienti militari grazie ad una cattedra di insegnamento all’Accademia della guerra bavarese.

Nel 1903, anno dell’ingresso all’Accademia della guerra bavarese, nacque il suo primo figlio dal matrimonio con l’ebrea tedesca Martha Mayer-Doss: Albrecht. Scrivere di Albrecht è importante. Una volta adulto, difatti, avrebbe seguito le orme le padre diventando un geopolitico a sua volta.

Nel 1908 sarebbe partito alla volta dell’Asia agli ordini del Kaiser, Guglielmo II, allo scopo di studiare da vicino la potenza emergente del continente: il Giappone. A Tokyo, dove alternò lo studio dell’Esercito imperiale e l’erogazione di consulenze in artiglieria, riuscì persino ad incontrare l’imperatore Meiji. Dopo aver visitato la Corea e la Manciuria, all’epoca occupate dai giapponesi, fece ritorno in patria in transiberiana.

Colpito dai progressi fatti dal Giappone durante l’era Meiji, nonché dalla cultura e della civiltà nipponica, Haushofer avrebbe dedicato l’anteguerra alla popolarizzazione degli studi sull’Estremo Oriente in patria, diventandone il capofila. Temporaneamente costretto dallo scoppio della Grande guerra a mettere da parte i libri e l’insegnamento, in quanto chiamato a servire l’esercito tedesco nel fronte occidentale, Haushofer avrebbe ripreso in mano la carriera accademica nel dopoguerra. E sarebbe diventato, incidentalmente, il «geopolitico del nazismo».

Il pensiero

Definire Haushofer un nazista è semplicistico, oltre che sbagliato: era un figlio legittimo del suo tempo, che era stato testimone, come ognuno dei suoi contemporanei, della rovinosa disfatta della Germania guglielmina e della sua successiva riduzione in frammenti.

Vero è che le teorie geopolitiche di Haushofer ebbero un impatto dirompente sulla formazione e sulla formulazione dell’agenda estera del Partito nazista, ma lo è altrettanto che prese in moglie una donna ebrea e che crebbe il frutto del loro matrimonio nella fede ebraica – difendendo tali scelte apertamente.

Haushofer era un appartenente alla scuola spengleriana, cioè un declinista, che si era formato sui testi dei padri fondatori della geopolitica e della geostrategia: Alexander von Humboldt, Halford Mackinder, Friedrich Ratzel, Rudolf Kjellen e Karl Ritter.

Il geopolitico, in breve, era dell’idea che la Germania avesse perduto la guerra (anche) a causa della scarsa conoscenza della geografia e che il tracollo post-imperiale avrebbe potuto essere rallentato, e magari fermato, se si fosse dotata la classe dirigente weimariana di una coscienza storico-geografica.

Dalla cattedra di geografia politica della prestigiosa Università di Monaco, nel primo dopoguerra divenuta il punto di riferimento di un mondo accademico in frantumi e spaesato, Haushofer avrebbe spiegato ad una platea variegata di ascoltatori – studenti, politici e attivisti, come un giovane Rudolf Hess – i cinque fondamenti teorici della geopolitica della rinascita:

Lo Stato da intendere come entità organica, cioè dotata di vita propria e dunque esposta al rischio di morire;

L’importanza di assicurare allo Stato, in quanto entità organica e bisognosa di ossigeno, uno spazio vitale (lebensraum) di adeguate dimensioni;

L’imperativo di riconoscere la perniciosità dell’interdipendenza economica, poiché utilizzabile come un’arma da parte altrui in ogni momento, con conseguente riscoperta e rivalorizzazione del sistema autarchico;

La consapevolezza che ogni potenza, oltre ad un lebensraum, abbisogna di panregioni (Panideen), cioè di sfere di influenza, da satellizzare per scopi demografici, economici e securitari;

La lettura della storia come uno scontro eterno tra Terra e Mare, ovverosia tra potenze tellurocratiche alla ricerca di sbocchi in mari e oceani e di talassocrazie impegnate nell’ingabbiamento delle prime in una condizione terrestre.

Nella curiosa concezione geopolitica di Haushofer, frutto della fusione, dell’ampliamento e dell’approfondimento del pensiero di Mackinder, Mahan e Ratzel, la storia sembra insegnare che i confini degli Stati siano fluidi, ovvero variabili sulla base della contingenza storica e degli interessi biogeografici, e che sia legittimo e possibile costruire uno spazio vitale a spese altrui.

Haushofer, che era un grande studioso della storia degli Stati Uniti e dell’Impero britannico, credeva che la dottrina Monroe dei primi e il Commonwealth del secondo validassero l’ipotesi sulla divisione del mondo in panregioni e sul bisogno primordiale degli spazi vitali. E la Germania, ugualmente alle potenze dell’anglosfera, avrebbe dovuto dotarsi di un lebensraum da coltivare, dal quale estrarre risorse e sul quale scaricare eventuali surplus demografici.

Il geopolitico aveva le idee piuttosto chiare su fino a dove si sarebbe potuto estendere il lebensraum della Germania: ovunque si trovassero i Volksdeutsche – cioè i tedeschi residenti al di là dei confini nazionali, sparsi tra Austria, Polonia, Cecoslovacchia, Romania e Svizzera – e ovunque si trovassero praterie sconfinate, tanto ricche di risorse quanto sottopopolate, come l’Ucraina.

Per quanto riguardava la panregione della rinata Germania, cioè l’insieme di terre da vassallizzare e/o con cui partnereggiare per scopi securitari e di profondità strategica, Haushofer l’aveva identificata, oltre che con l’Europa – perché bisognosa di una guida che la unisse –, con l’intera Eurafrasia. In questo senso, poiché patrocinatore di un grande asse tellurocratico tra Berlino e le principali potenze dell’Asia – Mosca, Pechino, Tokyo – in funzione anti-angloamericana, Haushofer è stato ritenuto dai posteri un proto-eurasista.

L'influenza su Hitler

L’impatto del pensiero geopolitico di Haushofer sul nazismo, fatti storici alla mano, è stato enorme. È innegabile, difatti, l’influenza haushoferiana nell’agenda estera del Terzo Reich: l’Italia come testa di ponte dell’Impero tedesco verso l’Africa, il Giappone come difensore dell’Asia orientale dagli Stati Uniti, l’Europa orientale come fabbrica adibita al soddisfacimento dei bisogni del popolo germanico, l’autarchia come terza via al capitalismo e al comunismo.

Nulla avrebbe potuto Haushofer, però, per persuadere il Führer a forgiare un’alleanza durevole con l’Unione Sovietica. Perché sul fato di quella relazione, come è noto, Adolf Hitler si era già espresso chiaramente ed esplicitamente nel Mein Kampf.

Noto esoterista, oltre che geopolitico, Haushofer sarebbe stato anche un membro di due delle più politicamente influenti società segrete della Germania interguerra: Vril e Thule. Non credeva che i tedeschi avrebbero combattuto per imporre al mondo un ordine incardinato sulla gerarchia delle razze, perché di razzismo scientifico stricto sensu non si ha traccia nei suoi scritti, però era convinto che la posta in gioco fosse tanto politica quanto metafisica, e poco terrena ma molto escatologica.

Le relazioni tra Haushofer e il Terzo Reich, più intellettuali che altro – non fu mai un membro del Partito nazista –, sarebbero andate incontro ad un progressivo e inevitabile deterioramento con il passare del tempo: prima per via delle leggi razziali e poi a causa del coinvolgimento di suo figlio Albrecht nel complotto del 20 luglio. E Albrecht, per il ruolo giocato nella cospirazione, avrebbe trovato la morte in un campo di prigionia nell’aprile 1945.

Incapaci di perdonarsi per la morte del loro figlio, della quale si ritenevano responsabili, i coniugi Haushofer si suicidarono a cavallo tra la sera del 10 e la notte dell’11 marzo 1946.

Roberto Giardina per "il Resto del Carlino" l'8 maggio 2022.

«Quando lo vidi per l'ultima volta, al Führer tremavano le mani. Mi parve subito chiaro che aveva scelto con decisione di togliersi la vita», è la testimonianza di Hans Baur, il pilota di Hitler. Fu catturato dai sovietici, subito dopo la caduta di Berlino, che lo interrogarono a lungo sulla fine del Führer. 

Il suo racconto e il suo diario vengono resi pubblici solo 77 anni dopo dal Fsb, il servizio segreto erede del Kgb. Un documento che dovrebbe porre fine una volta per tutte alle voci più o meno incredibili sul Führer, che si sarebbe messo in salvo in Sud America.

C'è da chiedersi perché i russi pubblichino il racconto del pilota mentre è in corso il conflitto in Ucraina. Forse per ricordare ai tedeschi che la capitale del III Reich fu liberata dall'Armata Rossa. Qualcuno oggi chiede che per protesta contro Putin vengano tolti gli ultimi mausolei che ricordano i caduti sovietici nell'ultima battaglia di Berlino. 

Hans Baur era il pilota del Führer fin dal 1932, prima della presa di potere, e Hitler volle congedarsi da lui e dai suoi più intimi collaboratori. Aveva tenuto pronto il suo aereo, racconta nell'autobiografia manoscritta rimasta in mano ai russi, per portare in salvo Hitler e Eva Braun, rimasta al suo fianco nel Bunker, ormai circondato dai russi.

I panzer con la stella rossa erano giunti nella Potsdamer Platz, a poco più di un chilometro. Gli aeroporti erano stati bombardati, e Baur sarebbe decollato dal viale che attraverso il Tiergarten, il parco nel cuore della città, giunge alla Porta di Brandeburgo, quello che è oggi il 17 Giugno. 

«Il Führer mi fece chiamare nel pomeriggio del 30 aprile, ricorda, insieme con il mio aiutante, il colonnello Betz. Ci incontrammo nel corridoio, all'ingresso del Bunker, mi condusse nella sua stanza, mi strinse la mano e mi disse: "Baur, voglio dirle addio e ringraziarla per tutti gli anni di fedele servizio, ora cerchi di andarsene da qui, si metta in salvo» Il Führer sembrava molto vecchio e smunto. Come segno di gratitudine voleva regalargli il ritratto di Federico il Grande, re di Prussia, che aveva nella sua stanza. 

Il pilota raccontò ai sovietici di aver tentato invano di convincere Hitler a non togliersi la vita. «I miei soldati non possono resistere, gli rispose, e anch'io non ce la faccio più». Era preda di un rabbioso risentimento, si sentiva tradito da tutti. Sulla sua tomba, gli confidò, voleva che si scrivesse: «Tradito dai suoi generali».

Il Führer temeva di essere catturato vivo dai sovietici, che avrebbero potuto invadere il Bunker con un sonnifero gassoso. Non voleva fare la fine di Mussolini, il cui cadavere fu impiccato a testa in giù a Piazzale Loreto. Secondo Baur, lo era venuto a sapere. Il Führer si uccise poco dopo l'incontro con Baur, insieme con Eva Braun, sposata in extremis il 29 aprile. 

Quel che restava del suo corpo, bruciato malamente dalle SS, fu scoperto dai russi il 13 maggio. Baur strinse la mano a Hitler alle 18. Poi si allontanò con Beitz per distruggere documenti riservati. Tornò nel Bunker alle 21, nella stanza da Hitler si avvertiva l'odore di cordite dell'ultimo colpo fatale, i cadaveri del Führer e di Eva Braun erano già stati portati via.

Baur decollò il 2 maggio verso ovest, per raggiungere le zone occupate dagli alleati, ma fu abbattuto, e catturato dai russi gravemente ferito. Gli fu amputata una gamba, e venne trasferito a Mosca. Nel 1950 venne condannato a 25 anni, ma liberato nel '55. Andò a vivere a Hersching, su un lago a sud di Monaco, cercando di farsi dimenticare. È morto nel 1993, a 96 anni. 

Era stato un asso dell'aviazione durante la Grande Guerra, combattendo sul fronte occidentale accanto a Manfred von Richtofen, il Barone Rosso, ma non nella stessa squadriglia. Abbatté sei aerei nemici, lontano da record del Roter Baron (80 duelli aerei vinti). Dopo la sconfitta, lavorò come pilota per la prima Lufthansa, nel '26 si iscrisse al partito nazista.

Fu lui a inaugurare il primo aprile del '31 la linea Berlino-Monaco-Roma. Suoi passeggeri furono in seguito Arturo Toscanini, il nunzio apostolico Pacelli, che divenne Papa, e perfino Benito Mussolini. Nel '32, divenne il primo "Luftmillionär", aveva cioè percorso in volo un milione di chilometri, record straordinario all'epoca. Hitler lo scelse come suo pilota di fiducia e lo fece arruolare nelle SS.

In extremis, nel febbraio del '45 lo promosse generale. Nel '56 pubblicò le memorie con il titolo Ich flog die Mächtige der Erde (Ho fatto volare i potenti della Terra). Non si dovrebbe dubitare della sua testimonianza, ma la storia romanzesca per qualcuno è sempre più credibile.

Hitler e il Nazismo: storia, ideologia e significato. A cura di Edoardo Angione su Studenti.it

Hitler e il Nazismo

Adolf Hitler riuscì a dominare in modo totale la società tedesca.

Il nazismo è stato definito un sistema politico totalitario. Cosa significa? Che il partito nazista e il suo capo, Adolf Hitler, riuscirono a dominare in modo completo e totale la società tedesca, la sua politica, la sua cultura, l’economia, nonché la vita (e come vedremo anche la morte) dei tedeschi per un lungo periodo: parliamo infatti di un dominio assoluto che dal 1933 costituisce una delle più grandi sfide alla democrazia e al liberalismo. Ciò che il nazismo voleva era la morte di ogni teoria, di ogni pensiero libero. Il volere del proprio leader carismatico Adolf Hitler era l’unica ispirazione dei tedeschi nella Germania nazista.  

Per Adolf Hitler era prioritaria l'eliminazione di tutti i nemici del popolo ariano.

Il nazismo traeva ispirazione dal fascismo, riproponendo e rielaborando molti elementi del modello fascista, ma portandoli a conseguenze più estreme. In ultima analisi, ciò che Adolf Hitler (e quindi il nazismo) voleva più di ogni altra cosa era l’eliminazione di tutti i nemici del popolo ‘ariano’.        

Chi era Adolf Hitler

La famiglia Hitler e il problematico rapporto del ragazzo con la scuola.

Adolf Hitler nasce nel 1889 a Braunau, cittadina austriaca. Suo padre Alois era un impiegato, sua madre Klara veniva da un’umile famiglia di contadini. All’età di 15 anni viene bocciato e decide di lasciare la scuola. Tre anni dopo, diciottenne, perde anche la madre e si trasferisce a Vienna, dove prova ad iscriversi all’Accademia di Belle Arti e ad una facoltà di architettura, ma entrambe le istituzioni lo respingono. Si guadagnerà da vivere per un po’ facendo il pittore ed il decoratore. 

L'avvicinamento alla politica e la delusione per la Prima Guerra Mondiale.

A questo punto Adolf Hitler in erba inizia ad interessarsi alla musica, ma anche a cose più concrete, come la politica, avvicinandosi a idee al tempo di gran moda come l’antisemitismo, il razzismo, e le tecniche di manipolazione di massa. Nel 1912 è a Monaco di Baviera: lavorerà per un po’ come operaio, e allo scoppio della Prima Guerra Mondiale si arruola come volontario con l’esercito tedesco col grado di caporale, distinguendosi per un po’, finché nel 1916 non viene ferito nella battaglia della Somme. Nel 1918 viene quasi accecato in battaglia da un gas letale, l’iprite: quando la Germania si arrende, Adolf Hitler si trova in ospedale, in preda ad una grave depressione. È sempre più convinto che la Germania ha perso per colpa di un tradimento interno, di cui i principali colpevoli erano stati i socialisti e gli ebrei, e per questo decide di darsi definitivamente alla politica.  

La costruzione del Partito Nazional Socialista dei Lavoratori Tedeschi.

Il suo primo contatto con il Partito dei Lavoratori Tedeschi, una formazione antisemita e nazionalista, è nel 1919: con loro Adolf Hitler inizia a sviluppare doti di grande oratore, denunciando l’ingiustizia del trattato di Versailles.

Hitler stava diventando una vera e propria sensazione: pur di sentirlo parlare, un buon numero di tedeschi si iscriveva al suo partito. Un partito che si stava evolvendo in fretta: nel 1921 cambia nome, ed è ormai ufficialmente la NSDAP, Partito Nazional Socialista dei Lavoratori Tedeschi - in altre parole il partito nazista, che già allora riconosce Hitler come leader. In una Germania in condizioni economiche disastrose, nel 1923, il partito conta già 56.000 membri, e moltissimi sostenitori.  

Il ‘putsch di Monaco’

Un'impresa ispirata alla Marcia su Roma.

Tra l’8 ed il 9 novembre del 1923 Adolf Hitler, che all’epoca ammirava molto Mussolini, tenta di coinvolgere il governo Bavarese in un’impresa ispirata alla Marcia su Roma: il putsch di Monaco. Il tentativo è anche ricordato come Putsch della birreria, essenzialmente perché partiva da un’enorme birreria situata al centro della città bavarese, dove si stava svolgendo un comizio di Gustav von Kahr, un vecchio politico reazionario. Il piano di Adolf Hitler era semplice: entrare nella birreria durante il comizio, aizzare la folla, occupare i palazzi del potere, e poi marciare verso Berlino con l’appoggio dell’esercito, dello stesso von Kahr e delle forze di polizia.   

Un tentativo fallito.

Adolf Hitler era sicuro dell’appoggio di Ludendorff, un generale della Prima Guerra Mondiale piuttosto influente, ma non quello di von Kahr, né tantomeno poteva fidarsi in quel momento delle forze dell’ordine. Seguito da una ventina di seguaci, tenta comunque l’impresa, irrompendo nella birreria con una pistola, gridando e proclamando l’inizio di una ‘rivoluzione nazionale’. Tra i 2.000 ed i 3.000 nazisti il mattino dopo marciano verso il ministero della difesa bavarese, ma vengono fermati dai poliziotti in uno scontro a fuoco: c’è qualche morto, 4 poliziotti e 16 nazisti.   

L'accusa di alto tradimento e la reclusione.

Adolf Hitler è nei guai: non soltanto ha subito una lussazione alla spalla, ma è anche ricercato per tradimento. Si rifugia per un po’ in casa di un amico, ma viene presto trovato e arrestato. Al processo l’accusa è piuttosto grave: alto tradimento. Ma il processo è anche un ottimo teatro per i comizi di Hitler, che parlerà personalmente in difesa di sé stesso. Tutto ciò che dice viene stampato sui giornali, e la sua popolarità durante il processo aumenta. Alla fine se la caverà con una pena relativamente leggera: cinque anni di prigione, peraltro in una prigione relativamente comoda. Qui Adolf Hitler resterà in realtà per meno di un anno, durante il quale potrà ricevere visitatori e rispondere alle lettere dei suoi ammiratori. In questo anno, Hitler avrà anche tutto il tempo per scrivere, con l’aiuto di Rudolf Hess, il Mein Kampf, “la mia battaglia”.  

4dolf Hitler, Mein Kampf - La mia battaglia

Il successo del Mein Kampf e la pena ridotta.

Il titolo originale del Mein Kampf doveva essere molto più lungo: “Quattro anni e mezzo di lotta contro la menzogna, la stupidità e la codardia”. L’editore, un ex commilitone di Adolf Hitler, lo convincerà, per ragioni di ‘marketing’, ad adottare un titolo più sintetico e funzionale: “la mia battaglia”.  Il libro riscuote un certo successo anche fuori dalla cerchia degli iscritti al partito nazista, rendendo Hitler ancora più famoso: in qualche modo, i contenuti riescono a fare presa sui tedeschi. Il Mein Kampf uscirà nel 1925 - otto anni prima che Adolf Hitler arriverà al potere. Nel frattempo, alla fine del 1924, il futuro dittatore era stato liberato in anticipo grazie ad un’amnistia.  

I progetti di Hitler per la Germania.

Ma cosa c’era scritto sul Mein Kampf? Essenzialmente, il libro delineava l’ideologia di Adolf Hitler ed i suoi piani futuri per la Germania. L’elemento più importante era la necessità di colonizzare altri paesi, poiché il popolo germanico (volk) aveva bisogno di spazio vitale (lebensraum) dove poter prosperare senza essere contaminato da altre razze. Il popolo ebraico, al contrario, era per Hitler un popolo di parassiti, che infestavano quegli spazi che spettavano di diritto agli altri popoli: per avvalorare queste tesi, Hitler non si fa problemi ad utilizzare materiale falso e complottista, come i Protocolli dei Savi di Sion. Un altro nemico da combattere, poi, erano i socialisti ed i comunisti, perché le loro idee negavano concetti come la classe e la nazione, due elementi fondanti del nazionalsocialismo. L’espansione tedesca profilata da Adolf Hitler avrebbe dovuto essere diretta verso est, perché ad est c’era il nemico, comunista ed asiatico. Soltanto così si sarebbe realizzato un ‘nuovo ordine Europeo’, naturalmente contrassegnato da una supremazia tedesca.  

Gli ebrei non furono mai nomadi, ma sempre e soltanto parassiti. 

La scalata verso il potere di Adolf Hitler

La crisi economica e politica della Germania.

La crisi del 1929 aveva dimezzato la produzione industriale tedesca, creato 6 milioni di disoccupati, e preoccupato i risparmiatori: diviso sulla strada da seguire per migliorare la situazione, il governo socialdemocratico si dimette nel 1930. Il nuovo governo del centrista Heinrich Brüning, privo di una maggioranza, punta al contenimento del debito pubblico, senza però risolvere i problemi dei ceti più poveri. Brüning considera i nazisti degli alleati di cui servirsi all’occorrenza. Quanto alle sinistre, i socialdemocratici (votati  dagli operai organizzati) e i comunisti (votati dai disoccupati) erano più divisi che mai. Gli uni puntavano a salvaguardare la democrazia, gli altri puntavano invece direttamente alla rivoluzione.  

Le alternative di destra a Hitler.

Il partito nazista non era l’unica formazione di destra che stava rapidamente guadagnando consensi nella Germania della Repubblica di Weimar. Il Partito nazionalpopolare tedesco (DNVP) costituiva la principale alternativa ad Adolf Hitler: era una formazione ostile alla costituzione di Weimar, al movimento operaio e alla democrazia, ma priva degli elementi di novità che rendevano il nazismo unico. Insieme ad importanti personalità dell’esercito, il Partito popolare si illudeva di poter sfruttare Hitler, sottovalutandone l’unicità e le capacità.    

Gli ingredienti del successo del Partito Nazista.

Ma cos’è che rendeva il partito nazista così efficace e così particolare? I loro punti di forza erano essenzialmente quattro:    

Agire secondo le leggi

Dall’esperienza fallita del Putsch, Hitler aveva imparato alcune cose: in una società di massa, il potere non si conquistava con la forza, ma con il consenso delle masse, e per di più, per garantirsi l’appoggio dei poteri già consolidati, bisognava agire, almeno in apparenza, secondo le regole. Per questo motivo, nel 1928 e nel 1930 il partito nazista si candida regolarmente alle elezioni, ottenendo prima il 2%, e poi il 24,5%.

Un’Organizzazione paramilitare e violenta

I nazisti accompagnavano le tattiche ‘legalitarie’ con la violenza politica sistematica e con un’organizzazione paramilitare e gerarchizzata, largamente ispirata al fascismo italiano. Studenti, contadini, medici, donne: c’era un’organizzazione nazista per ognuna di queste categorie, ognuna con la propria divisa ed il proprio regolamento. Dal 1921, poi, esistevano organizzazioni paramilitari naziste come le SA (‘truppe d’assalto’), principalmente dedite ad atti di violenza nei confronti di comunisti e socialisti, o come le SS (Schulz Staffen, ‘squadre di protezione’), che costituiscono inizialmente la guardia del corpo di Hitler. Tutte queste organizzazioni inquadravano i giovani in un’ottica di purezza razziale, e attraverso la violenza sistematica contribuivano a rendere l’atmosfera in Germania sempre più pesante e tesa. Era Adolf Hitler, il Führer (‘capo’), l’unico che poteva controllare queste organizzazioni. Non lo Stato, l’esercito o la polizia.

La propaganda

Joseph Goebbels, laureato in filosofia e capodistretto del partito nazista a Berlino, intuisce l’importanza delle nuove tecnologie di comunicazione. Il suo sarà un imponente lavoro di propaganda, di costruzione del mito del Führer, di imponenti coreografie di massa e manifestazioni pubbliche in grado di colpire profondamente le emozioni dei tedeschi. Soprattutto, Goebbels sfrutta al massimo i nuovi media per la comunicazione di massa, in particolare la radio. Nel 1933 Goebbels farà esplicitamente progettare il ‘ricevitore del popolo’, una radiolina portatile in vendita a prezzi stracciati. I tedeschi la battezzeranno ironicamente ‘la bocca di Goebbels’, ed avrà un ruolo importantissimo nel diffondere in modo profondo la propaganda nazista.

Il carisma del leader

Hitler riusciva a farsi amare dal popolo non per le sue capacità, non per il suo sangue, ma perché riesce ad entrare in rapporto diretto con la massa attraverso la retorica, la propaganda, le emozioni e le scenografie. La propaganda nazista era illustrata nel Mein Kampf, ed il nazionalismo è la chiave propagandistica che assicurerà ad Hitler il successo: alla fine della Prima Guerra Mondiale la Germania era stata umiliata, ed Hitler era portatore di un messaggio e di una politica che incarnavano il bisogno di riscossa dei tedeschi.

Le nuove elezioni e la vittoria del Partito Nazista: Hitler è il nuovo cancelliere tedesco.

Questi elementi garantiscono al nazismo un successo che va oltre le classi medie, e che riesce a toccare anche operai, contadini e disoccupati. Dopo il successo del 1930, iniziano ad accorgersi del nazismo anche gli imprenditori, gli aristocratici ed i funzionari statali. Nel 1931 Hitler si incontra col capo del partito nazionalpopolare, ma rimane tra le due forze un dissenso di fondo: Adolf Hitler vuole rovesciare il potere, i nazionalpopolari puntano soltanto ad una svolta autoritaria. Nel 1932 ci sono le elezioni presidenziali, e la spunta il candidato nazionalpopolare, appoggiato anche dai socialdemocratici: entrambi sperano di contenere Hitler. I socialdemocratici vengono presto esclusi dal parlamento, e passano all’opposizione. Ci sono nuove elezioni: stavolta i nazisti sono il primo partito, col 37% dei voti. In realtà avevano perso consensi, ma i loro oppositori, profondamente divisi non sanno approfittarne: con l’appoggio degli industriali, dei poteri economici, e dell’esercito, Adolf Hitler viene nominato cancelliere il 30 gennaio del 1933, quasi 10 anni dopo il putsch della birreria.   

Il Terzo Reich

Le tappe verso la dittatura nazista.

In soli 6 mesi, i nazisti riescono ad instaurare una dittatura fondata sul proprio partito, escludendo dal potere tutti gli altri: 

1 febbraio 1933: sciolto il parlamento

4 febbraio 1933: vietati i giornali e le assemblee in caso di pericolo per la sicurezza pubblica

27 febbraio: incendio del Reichstag, palazzo del parlamento a Berlino. Vengono incolpati i comunisti: uno di loro, il giovane operaio Marinus van der Lubbe, verrà ghigliottinato per tradimento, ma è un ottimo pretesto per arrestare i principali esponenti del partito comunista e limitare ulteriormente le libertà:

28 febbraio: vista la situazione un nuovo decreto sopprime la libertà di stampa, di opinione e di associazioni (diritti costituzionali) - il governo centrale poteva ora controllare le comunicazioni postali e telefoniche dei cittadini.

A marzo ci sono nuove elezioni, la NSDAP è al 44%, ed Hitler deve formare un governo di coalizione con i nazionalpopolari. Il 21 del mese una manifestazione pubblica celebra l’ordine e la pace, mentre Heinrich Himmler, capo delle SS, apre a Dachau il primo di molti campi di concentramento per gli oppositori politici. In pratica si tratta di un carcere autonomo rispetto alle leggi e allo stato, interamente gestito dai nazisti.

I pieni poteri di HitlerCon l’arresto dei deputati comunisti e di molti socialdemocratici, il nuovo parlamento ha la maggioranza necessaria per approvare una legge che dà pieni poteri al governo, che da questo momento può legiferare in contrasto con la costituzione e gestire la politica internazionale. I poteri del cancelliere Adolf Hitler si sovrappongono a quelli del presidente della repubblica.

Il partito nazista, a questo punto, può inserire i propri uomini in tutte le istituzioni tedesche, pubbliche e private. Partiti operai e sindacati vengono sciolti, i movimenti di Centro si sciolgono, gli ebrei vengono espulsi dalla gestione di aziende, e le associazioni di industriali si sottomettono al regime: non avevano più nulla da temere dai sindacati.  

Bücherverbrennungen, il rogo dei libri. Nel maggio del 1933 vengono bruciati i lavori di alcuni tra gli esponenti più illustri della cultura tedesca degli ultimi due secoli, in un rito dal sapore medievale, architettato da Goebbels, ormai padrone assoluto anche della stampa. Il 6 luglio, la ‘rivoluzione nazista’ è conclusa e poco dopo vengono vietati i partiti: l’unico partito riconosciuto è quello nazista, che coincide ormai con lo stato stesso.  

La demilitarizzazione delle SASegue una fase di pacificazione: gli elementi più radicali del nazismo, come le SA, volevano schierarsi contro gli industriali e la grande economia. Per rassicurare i ‘poteri forti’, Adolf Hitler toglie alle SA ogni riconoscimento militare. Le forze armate tedesche rimangono l’unico elemento militare riconosciuto in Germania, escludendo allo stesso tempo gli ebrei ed adottando la svastica, già simbolo del nazismo, a proprio emblema.  

L'assassinio delle SA e di diversi rivali politici di HitlerIl 30 giugno del 1934 gran parte dei dirigenti delle SA vengono assassinati insieme ad esponenti dell’Azione Cattolica e a molti altri rivali di Adolf Hitler. Il pretesto è quello di un colpo di stato che le SA starebbero organizzando, le vittime sono circa 200, ed un altro migliaio di persone vengono arrestate. Questo vero e proprio regolamento dei conti era stato voluto in particolare dai leader delle SS e dell’esercito, che iniziano così una collaborazione intensa. Ironicamente, dato che le SA erano colpevoli di soprusi e violenza organizzata, la popolazione vede questo episodio come una liberazione.  

La morte del presidente della Repubblica: Hitler e il potere illimitato.

Nell’agosto del 1934 muore il presidente della repubblica Hindenburg, ed Adolf Hitler ne assume la carica: il suo potere ormai è senza limiti, essendo al contempo capo dello stato, del governo e delle forze armate. Il tutto è ratificato da un plebiscito.  

I nemici del Nazismo e il desiderio di incrementare la razza ariana.

Il dominio di Adolf Hitler si fonda su una concezione di stato pensato esclusivamente per i cittadini razzialmente puri e rispettosi delle regole. Non rientrano in queste categorie non soltanto gli oppositori politici e gli ebrei, ma anche gli omosessuali, i criminali comuni e i vagabondi, i testimoni di Geova, gli zingari e più in generale gli ‘asociali’, i diversi. Tutti gli altri, godono di agevolazioni mirate all’incremento demografico: le donne vengono incoraggiate a non lavorare e a procreare, ciò le esclude al contempo dai diritti politici (come quello di voto) e da quelli civili, impedendo loro di studiare e di fare carriera.  

Gli ebrei: il principale bersaglio politico di Hitler.

Naturalmente, il principale bersaglio delle persecuzioni naziste sono gli Ebrei, una comunità numerose (quasi il 10% della popolazione) e relativamente benestante. Risale al 7 aprile del 1933 una legge che impediva agli Ebrei di lavorare nell’amministrazione statale, nelle università, negli ospedali, nei tribunali e persino nel mondo dell’arte. Sono invece del 1935 le leggi di Norimberga, che vietano il matrimonio tra ‘ariani’ ed ebrei. Tutti i non tedeschi vengono esclusi dal diritto di cittadinanza, e gli ebrei vengono privati di qualunque diritto civile. 

La notte dei cristalli e l'inizio della persecuzione di massa.

Il passaggio dalla discriminazione civile alla persecuzione di massa è segnato dalla cosiddetta notte dei cristalli (9-10 novembre 1938), in cui 200 sinagoghe vengono incendiate, 91 ebrei assassinati e migliaia di negozi saccheggiati da una folla inferocita. Il nome ‘notte dei cristalli’ è in riferimento alle vetrine spaccate, e l’evento scatenante era stato l’omicidio di un diplomatico tedesco da parte di un giovane ebreo polacco: le prime rappresaglie sono scatenate da membri in borghese delle SS e delle SA, mentre alle forze dell’ordine viene imposto di non intervenire. Per la stampa di regime si tratterà di una manifestazione popolare spontanea. Dopo questo pogrom, circa 26.000 ebrei vengono internati in campi di concentramento: il nuovo obiettivo è quello di cacciare gli ebrei dal paese rendendo loro la vita impossibile. Prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale, più di mezzo milione di ebrei emigra da Germania, Austria e Sudeti, accompagnati da moltissimi oppositori politici. Alcuni di loro sono tra le massime menti del novecento, come Einstein, il filosofo Cassirer, lo scrittore Thomas Mann o il regista Fritz Lang.   

Dai campi di concentramento ai campi di sterminio.

Con lo scoppiare della guerra (1 settembre 1939), e la progressiva annessione di nuovi territori, la popolazione ebraica aumenta, ed inizia ad essere applicata una vera e propria politica di sterminio di massa. Soltanto da questo momento nei campi di concentramento, dove prima di allora si moriva comunque di stenti, verranno impiegate strutture espressamente dedicate ad uccidere persone in modo sistematico e massificato. L’1 settembre del 1939 Adolf Hitler firma anche un ordine che autorizzava l’eutanasia medica, che causò l’assassinio di tedeschi affetti da handicap fisici e mentali in ospizi creati appositamente dalle SS. Nel 1941 il personale delle SS sarebbe stato trasferito presso campi di sterminio allestiti in territorio polacco (uno dei quali ad Auschwitz).   

7Economia e consenso

La creazione di nuovi posti di lavoro.

Con l’avvento del nazismo al governo, la Germania era ancora un paese segnato da una disoccupazione e da un’inflazione gravissime. Per sanare il debito pubblico vengono stanziati 5 miliardi di marchi allo scopo di creare posti di lavoro, in particolare nel settore dell’edilizia (pubblica e privata) ed in quello dell’industria militare. Queste politiche provocheranno un netto calo della disoccupazione, da 5,5 milioni nel 1932 a 1,5 nel 1936. 

Un'economia basata sulla produzione delle armi.

Il principale mezzo per creare posti di lavoro è il riarmo: l’economia della Germania nazista è indirizzata in modo netto verso la produzione di armi. Non vi sono invece significative riforme dal punto di vista dell’agricoltura, a parte una tutela della piccola proprietà. 

La guerra: l'unica via per la totale autosufficienza.

Obiettivo del regime era la totale autosufficienza (autarchia), che portava i tedeschi a dover sostituire beni per loro di primo consumo (ad esempio il burro) con succedanei più economici (come la margarina). Alla fine del 1938 l’economia tedesca era in deficit, e l’unica alternativa al prendere accordi con gli altri paesi era la guerra. 

La decrescita della disoccupazione e la struttura paramilitare in cui venivano inquadrati i lavoratori.

Nel 1938, in compenso, la disoccupazione era pressoché sparita. Le organizzazioni sindacali erano state sostituite dal Fronte tedesco del lavoro, che non negoziava condizioni vantaggiose per i lavoratori, ma li inquadrava piuttosto in una struttura paramilitare: in questo modo, ad esempio, la giornata lavorativa si allungava. Ciò non impediva agli industriali e allo stato di mantenere i prezzi bassi per i generi di consumo, riportando il potere d’acquisto dei tedeschi a livelli accettabili. Le aziende garantivano aree verdi, colonie estive per i figli dei dipendenti e pasti caldi in mensa (tutte novità, del resto, introdotte negli anni della Repubblica di Weimar). Se le ferie aumentavano, il tempo libero dei lavoratori veniva gestito dallo stato, che organizzava manifestazioni sportive e spettacoli cinematografici.   

La incessante e pervasiva propaganda.

Resta celebra l’opera di Leni Riefenstahl, un’ex attrice che realizzò film di propaganda ancora oggi considerati artisticamente validi. Uno di questi, Il trionfo della volontà, realizzato grazie ad ingenti finanziamenti del governo, e premiato sia in Europa che negli Stati Uniti, documenta un congresso del partito nazista del 1934 a Norimberga, restituendoci ancora oggi un’impressione piuttosto inquietante del trionfalismo nazista. Insomma, tutti gli ambiti di evasione e di intrattenimento erano dominati dalla propaganda: un fattore essenziale per la costruzione di un consenso di massa, che in Germania non vedrà mai significativi movimenti di resistenza popolare, guadagnandosi anzi il silenzio-assenso di alcuni intellettuali di alto profilo del tempo, come il compositore Richard Strauss o il filosofo Martin Heidegger. 

Il rapporto con la religione.

Le autorità religiose protestanti, pur prendendo le distanze dal nazismo, ne condividevano il progetto nell’ottica di una lotta al comunismo, mentre la chiesa cattolica, pur condannando il nazismo prima del 1933, firmava un concordato con il regime nel luglio del 1933 (il Vaticano è tra i primi a riconoscere così la Germania nazista). Il nazismo tendeva comunque a violare l’autonomia di tutte le confessioni, anche tramite una certa insistenza su miti neopagani legati al popolo germanico e alla razza ariana.   

Il regime, insomma, era penetrato in modo approfondito in una popolazione che tendeva a rimanere non soltanto soggiogata, ma ad immedesimarsi in pieno in Adolf Hitler.   

Un nuovo imperialismo

Una politica basata su un imperialismo aggressivo.

Alla base del programma nazista, così come alla base del consenso dei tedeschi, c’era anche una politica estera fondata su un imperialismo aggressivo, che andava a soddisfare quel bisogno di rivalsa che risaliva alla fine della Prima Guerra Mondiale.     

L'uscita dalla Società delle Nazioni e il desiderio di Hitler di riunire tutti i tedeschi d'Europa.

Nell’ottobre del 1933 la Germania esce dalla Società delle Nazioni: era evidente che il regime puntava sulla forza, piuttosto che sulla diplomazia, per mettere in discussione la Pace di Versailles. Nonostante questo, vengono stipulati accordi bilaterali con l’Unione Sovietica e con la Polonia. Un altro obiettivo di Adolf Hitler era quello di includere nella Germania nazista tutti i tedeschi d’Europa: un primo tentativo di annettere l’Austria fallisce nel 1934, mentre nel 1935 viene annessa la Saar, regione occidentale ricca di carbone occupata da Britannici e Francesi, attraverso un plebiscito.     

Le annessioni dei territori circostanti, l'invasione della Polonia e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Anche l’energica politica nazista di riarmo violava apertamente il trattato di Versailles: durante una riunione del 1937 Adolf Hitler esponeva ai ministri il proprio progetto di scatenare una guerra l’anno successivo allo scopo di annettere Austria e Cecoslovacchia alla Germania. Gli oppositori a questa politica, membri del vecchio establishment conservatore, vengono allontanati. Il paese si era ormai trasformato in un’efficace ‘macchina da guerra’: nel 1938 vengono annesse l’Austria ed i Sudeti, nel 1939 la Boemia e la Moravia, territori cecoslovacchi. Il 1 settembre dello stesso anno, la Germania nazista invade la Polonia e scatena la Seconda Guerra Mondiale.     

Per noi è chiaro che la guerra potrà finire soltanto con la liquidazione delle popolazioni ariane oppure con la scomparsa del Giudaismo dall'Europa. 

Concetti chiave

Adolf Hitler

Hitler nasce in Austria nel 1889

A 18 anni è in Austria, non viene ammesso alle scuole, lavora come artista e disegnatore, inizia ad interessarsi alla politica

Nel 1912 va a Monaco, lavora come operaio edile

Nel 1914 si arruola con l’esercito tedesco

Nel 1916 ferito alla Somme, nel 1918 quasi accecato dall’iprite

Nel 1919 entra nel Partito dei Lavoratori Tedeschi. Nei propri comizi parla di antisemitismo e denuncia il trattato di Versailles

Nel 1921 Hitler è ormai un riconosciuto oratore e leader del partito, ora Partito Nazional Socialista dei Lavoratori Tedeschi (partito nazista)

Il putsch di Monaco

Nel 1923, nella notte tra 8 e 9 novembre, il partito nazista tenta il putsch di Monaco

Il putsch viene bloccato dalla polizia, Hitler viene arrestato qualche giorno dopo

Hitler viene condannato per tradimento a cinque anni, ma il processo, molto seguito dai giornali, sarà per lui occasione di guadagnarsi altri sostenitori

Durante la condanna, che durerà solo un anno grazie ad un’amnistia, Hitler scrive il Mein Kampf

La scalata al potere

Gli effetti della crisi del ‘29 in Germania sono devastanti: inflazione e disoccupazione sono alle stelle

Nel 1930, il governo centrista di Heinrich Brüning inizia a dialogare con le destre eversive (in particolare con i nazisti)

Le forze di sinistra sono divise, quelle di destra non possono competere col nazismo

Punti di forza della NSDAP (partito nazista): 

legalità formale;

organizzazione paramilitare, violenza organizzata;

propaganda innovativa;

potere carismatico di Hitler

Alle elezioni presidenziali del 1932, sembrano prevalere i nazionalpopolari

Con il consenso di industriali, poteri economici ed esercito, il 30 gennaio del 1933 Hitler è cancelliere

Il Terzo Reich, il razzismo e lo scoppio della guerra

In pochi mesi, nel 1933 i nazisti riescono ad instaurare una dittatura completa, tutti i poteri vengono concentrati nella persona di Adolf Hitler, tutte le opposizioni ridotte al silenzio. Il 6 luglio la ‘rivoluzione’ nazista è dichiarata conclusa

Il 30 giugno, con la notte dei lunghi coltelli, una sanguinosa resa dei conti elimina i quadri delle SA e numerosi altri oppositori e concorrenti

La prima legge di discriminazione nei confronti degli ebrei è del 7 aprile del 1933. Nel 1935 le leggi di Norimberga priveranno gli ebrei dei diritti civili

La notte dei cristalli (9-10 novembre del 1938) segnerà l’inizio della persecuzione di massa nei confronti degli ebrei

Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale (settembre del 1939) verrà avviato lo sterminio di massa

Le politiche economiche della Germania nazista puntano a far calare la disoccupazione sanando il debito pubblico

Il governo investe in modo massiccio sul settore bellico

Aboliti i sindacati, i lavoratori vengono inquadrati nel ‘Fronte tedesco del lavoro’, un’organizzazione paramilitare fortemente gerarchizzata

Il potere di acquisto e le condizioni di vita dei lavoratori tedeschi migliorano nettamente, ma al contempo aumentano le ore di lavoro

L’industria dell’intrattenimento e del tempo libero è interamente gestita dallo stato con forti intenti propagandistici

Non ci sono particolari tentativi di resistenza

Il nuovo imperialismo e lo scoppio della guerra

L’unico sbocco possibile per il regime nazista era la guerra

Nell’ottobre del 1933 la Germania lascia la Società delle Nazioni

Vengono stipulati accordi bilaterali con la Polonia e con l’Unione Sovietica

Nel 1935 viene annessa la Saar tramite un plebiscito

Nel 1937 Hitler manifesta in una riunione di governo il suo progetto: annettere l’Austria e la Cecoslovacchia

Nel 1938 iniziano le annessioni dell’Austria e di alcuni territori Cecoslovacchi

Nel 1939 proseguono le annessioni, e il 1 settembre, con l’attacco alla Polonia, scoppia la Seconda Guerra Mondiale 

Domande & Risposte

Cos’è il nazionalsocialismo?

Il nazionalsocialismo, o nazismo, è un insieme di ideologie elaborate da Adolf Hitler ma si trasforma in un sistema di governo totalitario con la presa al potere da parte del Partito Nazionalsocialista.

Quando nasce il nazionalsocialismo?

Nella prima metà del XX secolo.

Chi è stato Hitler?

Politico tedesco, cancelliere del Reich dal 1933 e dittatore nazista della Germania dal 1934 al 1945.

Dagospia il 6 maggio 2022. TOM LEONARD da dailymail.co.uk.

Al volante di una Volkswagen, BMW o Porsche, quando stipuli una polizza assicurativa con Allianz o anche solo assapori una pizza surgelata Dr Oetker o un biscotto Bahlsen Choco Leibniz, sappi che sei direttamente connesso a una azienda che si è ingrassata a causa della corruzione e della crudeltà nazista.  

I proprietari di tali aziende facevano parte di un gruppo di industriali che sostenevano il regime di Adolf Hitler. Nel febbraio 1933, subito dopo essere stato nominato cancelliere, Hitler convocò una riunione segreta dei più potenti industriali tedeschi , chiedendo loro di accumulare tre milioni di Reichsmark per la campagna elettorale del suo partito.

Le due dozzine di uomini d'affari presenti non esitarono a tirare fuori i loro libretti degli assegni. Molti sarebbero diventati i principali sostenitori del Terzo Reich, non solo tedeschi patriottici, ma membri impegnati del partito nazista e persino delle SS. Tipini che decorarono le loro dimore con dipinti rubati a ricchi ebrei inviati nei campi di concentramento.  

La narrativa convenzionale è che non erano in realtà nazisti, ma stavano semplicemente facendo il loro dovere di tedeschi. È anche generalmente accettato che, insieme al resto del paese, abbiano espiato la loro parte in uno dei capitoli più oscuri della storia. Incredibilmente, nessuno dei due presupposti – rivela un nuovo libro – è vero.  

Alcune delle famiglie più ricche della Germania oggi rimangono beneficiarie dell’attività di mostruosi collaboratori nazisti che non furono mai puniti e la cui orribile eredità continua a essere taciuta.  L'intera portata di questa terribile e persistente macchia sulla storia aziendale tedesca è esposta in Nazi Billionaires - The Dark History Of Germany's Wealthest Dynasties.  

Il suo autore, il giornalista finanziario olandese David de Jong, si concentra su alcuni dei peggiori trasgressori, cinque dinastie i cui prodotti sono ancora famosi in tutto il mondo: i Quandt della BMW; i Flick che un tempo controllavano la Daimler-Benz (ora Mercedes-Benz); la famiglia Porsche-Piech che controlla il colosso automobilistico Volkswagen; i von Fincks, finanziatori che hanno co-fondato Allianz, la più grande compagnia assicurativa del mondo; e gli Oetkers, il cui impero commerciale si estende dalla pizza surgelata del Dr Oetker alle torte.  

L'uomo che gestiva l'impero Oetker durante la seconda guerra mondiale era un ufficiale delle Waffen SS che si addestrava nel campo di concentramento di Dachau e riforniva le forze naziste di budino istantaneo. Non lo troverai scritto sull'etichetta di un vasetto di Fairy Sprinkles del dottor Oetker. 

De Jong scrive: 'I loro nomi adornano edifici, fondamenta e premi. In un paese che è così spesso elogiato per la sua cultura del ricordo e della contrizione, un riconoscimento onesto e trasparente delle attività in tempo di guerra di alcune delle famiglie più ricche della Germania rimane, nella migliore delle ipotesi, un ripensamento». 

Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia meritano parte della colpa, dice. Per motivi di "opportunità politica" e per contrastare la "minaccia incombente del comunismo", gli alleati vittoriosi hanno restituito la libertà alla maggior parte dei magnati tedeschi, il che ha permesso alla maggior parte di loro di camminare liberi.  

Anche i pochi che hanno trascorso alcuni anni in prigione sono tornati presto a gestire le loro attività. Ferdinand Porsche è ricordato come il designer dell'iconico Maggiolino Volkswagen e il nome di alcune delle più belle auto sportive. 

Fino a quando non è stato rivelato in un documentario televisivo nel 2019, la società da lui fondata ha taciuto sul fatto che avesse avuto un partner e co-fondatore ebreo, il pilota da corsa Adolf Rosenberger. L'omissione non era difficile da capire.  

Rosenberger aveva lasciato l'azienda nel 1935, costretto a vendere la sua partecipazione per una frazione del suo vero valore a Porsche e al co-fondatore Anton Piech, in base a una spietata politica nazista nota come "arianizzazione", progettata per impedire agli ebrei di possedere imprese.  

Quando Rosenberger è stato portato in un campo di concentramento, Porsche non ha fatto nulla per farlo rilasciare anche se, per fortuna, un altro dirigente della società lo ha fatto ed è fuggito senza un soldo negli Stati Uniti.  

Dopo la seconda guerra mondiale, la società rifiutò di risarcirlo, contestando la sua richiesta in tribunale. (Porsche ha anche rifiutato di alzare un dito per un altro collega ebreo che ha chiesto il suo aiuto ma è finito per morire nel campo di sterminio di Bergen-Belsen).  

Ferdinand Porsche divenne l'ingegnere preferito di Hitler e si unì al partito nazista. La sua azienda è passata dalla produzione di auto civili alla progettazione di armi e carri armati. Hanno utilizzato circa 20.000 lavoratori forzati o schiavi, portati dai paesi occupati o dai campi di concentramento.

La maggior parte erano donne, comprese le madri che hanno dovuto lasciare i loro figli in un asilo nido dove le condizioni, ha detto un pubblico ministero britannico, "sfuggono a ogni immaginazione".  

Il figlio e successore di Ferdinando, Ferry Porsche, divenne un ufficiale delle SS (in seguito affermando falsamente di essere stato costretto a unirsi a lui da Himmler) e, dopo la guerra, istituì una politica di reclutamento attivo di altri ex ufficiali delle SS nella compagnia.  

Uno è diventato il suo capo delle PR globali, mentre un altro - un comandante di carri armati delle SS che aveva massacrato 84 prigionieri di guerra statunitensi nel famigerato massacro di Malmedy - è stato nominato capo della promozione delle vendite. In una memoria del 1976, Ferry fece osservazioni antisemite su Rosenberger. 

Le famiglie Porsche e Piech ora valgono insieme $ 20 miliardi e controllano il gruppo Volkswagen, che comprende Bentley, Audi, Lamborghini, Seat e Skoda. 

Non hanno mai affrontato pubblicamente le attività dei loro antenati sotto i nazisti il che, data l'intensa pressione su aziende e individui nel Regno Unito e negli Stati Uniti per scusarsi per peccati storici molto più antichi e tenui, è uno stato di cose sorprendente.  

Invece, nel 2018 hanno creato la Ferry Porsche Foundation per rafforzare l'impegno dell'azienda nei confronti della responsabilità sociale. 

Sotto la pressione dell'opinione pubblica, ha finanziato uno studio dell'Università di Stoccarda sul periodo nazista dell'azienda che, sospettosamente, ha minimizzato i maltrattamenti di Rosenberger. 

Anche adesso, il sito web della Ferry Porsche Foundation non contiene alcuna biografia dell'uomo delle SS da cui prende il nome. 

Poi ci sono i Quandt, ancora più ricchi delle Porsche grazie a una partecipazione di controllo in BMW, Mini e Rolls-Royce, oltre a cospicui interessi chimici e tecnologici. 

Due degli eredi, Stefan Quandt e Susanne Klatten, fino a poco tempo fa erano la famiglia più ricca della Germania e hanno il controllo quasi maggioritario (47%) della BMW. (Un altro ramo della famiglia vale altri $ 18 miliardi.  

I fratelli sono nipoti dell'industriale Gunther Quandt la cui seconda moglie, Magda, era una "groupie" nazista che attirò l'attenzione di Hitler ma in seguito sposò il principale propagandista di Hitler Joseph Goebbels. 

Sia Gunther che suo figlio maggiore Herbert erano membri del partito nazista e molto più entusiasti della sua politica ripugnante di quanto non avessero mai ammesso, dice de Jong. Gunther si è affrettato a cacciare gli ebrei dai consigli delle sue compagnie non appena i nazisti hanno introdotto politiche antisemite. 

Quandt sfruttò anche "viziosamente" la politica di arianizzazione del regime, acquisendo varie società di proprietà di ebrei e altre sequestrate dai tedeschi nei paesi occupati per prezzi stracciati.  

Come i Porsche-Piech, la famiglia fece un uso massiccio di sfruttamento del lavoro: circa 57.000 lavorarono in condizioni spaventose nelle loro fabbriche. 

I Quandt costruirono anche il loro piccolo campo di concentramento in loco in modo da poter ospitare più lavoratori.

Fabio Govoni per ANSA l'1 maggio 2022.  

Quando Adolf Hitler lo ringraziò personalmente e si congedò da lui e dagli altri suoi stretti collaboratori, "gli tremavano le mani. Mi apparve subito chiaro che aveva scelto con decisione di suicidarsi" e confessò che "non ce la faceva più": questa la drammatica testimonianza diretta di Hans Baur, il pilota personale del Führer, che trascorse con lui gli ultimi giorni nel bunker sotto la cancelleria di Berlino, con le truppe russe ormai a poche centinaia di metri di distanza, prima del suicidio, la sera del 30 aprile del 1945.

L'autobiografia manoscritta di Baur e il verbale del suo interrogatorio in Russia nel 1945 da parte dell'Nkvd, predecessore del Kgb, che lo aveva fatto prigioniero, sono stati infatti pubblicati in Russia dopo essere rimasti quasi 77 anni negli scaffali del servizio segreto di Mosca. Inediti che aggiungono frammenti di testimonianza diretta del clima di quelle ultime ore, sospeso fra deliri di rivincita e il muro della morte certa, nella luce tetra di quei claustrofobici spazi. 

Per Hitler e i suoi, Baur mantenne pronta una piccola squadra di aerei, "nel caso avesse cambiato idea" e avesse acconsentito di provare a mettersi in salvo. Ma decise invece di restare a Berlino. "Fu solo il 30 aprile nel pomeriggio che mi chiamò, insieme al mio aiutante, il colonnello Betz", testimonia Baur nel documento, che contiene anche le sue foto segnaletiche. "Ci incontrammo nel corridoio e mi a condusse nella sua stanza. Mi strinse la mano e mi disse: "Baur, voglio dirle addio e ringraziarla per tutti gli anni di fedele servizio. Ora cerchi di andarsene da qui".

Il Führer, "sembrava molto vecchio e smunto. Gli tremavano le mani". Disse al suo pilota personale che come segno di riconoscenza voleva regalargli il ritratto di Federico il Grande di Prussia dipinto da Rembrandt, che era appeso nella sua stanza. Baur disse ai servizi russi di aver cercato di convincere il Führer a non uccidersi, perché "tutto sarebbe poi crollato nel giro di poche ore". Ma fu inutile: "I miei soldati non possono più resistere e non lo faranno più. Anch'io non ce la faccio più", gli confessò Hoitler, in preda a un risentimento che risparmiava veramente pochi.

Sulla sua Lapide - disse Baur, volle che si scrivesse "Tradito dai suoi generali". Secondo Hitler, i russi erano già a Potsdamer Platz e avevano l'ordine di catturarlo vivo, magari iniettando nel bunker gas sonnifero. Non solo non voleva essere catturato, ma neanche che il suo cadavere fosse esibito come un trofeo, magari appeso a testa in giù come nel truce rituale riservato al suo sodale Benito Mussolini in Piazzale Loreto solo un paio di giorni prima. 

Morì in preda a una lucida disperazione ingoiando una capsula di cianuro e sparandosi in testa durante l'agonia insieme alla compagna Eva Braun, sposata il giorno prima. I loro corpi furono bruciati dalle Ss nel giardino della Cancelleria, dove furono ritrovati dai russi il 13 maggio. L'addio avvenne alle 18. Poi Baur e il suo collaboratore Betz si allontanarono per disfarsi di alcuni documenti e preparare una fuga.

Tornati per un attimo nel bunker alle 21, videro che nella stanza privata di Hitler aleggiava il fumo stagnante degli spari. I cadaveri non c'erano più. Baur decollò il 2 maggio da Berlino diretto verso le linee degli alleati occidentali, ma fu abbattuto dalla contraerea russa e ferito a una gamba, che i medici russi gli amputarono. Fu condannato nel 1950 a 25 anni di carcere, dei quali scontò solo cinque. Tornò nell'allora Germania occidentale nel 1955 e morì nel 1993.

Lo scrittore guerriero che odiò la modernità. Matteo Sacchi il 29 Marzo 2022 su Il Giornale.

Siamo a Berlino, il 26 ottobre 1929, nel carcere di Moabit, cella 396. Ernst von Salomon è in prigione, per gli attentati collegati alla rivolta dei contadini nello Schleswig-Holstein. Ormai lontano dalla lotta politica diretta, Von Salomon scrive a Jünger: è l'inizio di un rapporto intellettualmente prolifico. A breve arriverà il capolavoro letterario di questo scrittore combattente: I proscritti (1930). I soldati perduti, il breve saggio, di cui anticipiamo un estratto in questa pagina, è frutto diretto del legame di von Salomon con Jünger, che lo invitò a dare un contributo al lavoro collettivo da lui diretto, Krieg und Krieger (Guerra e guerrieri). Assieme ad altri due racconti, di quello stesso periodo, è raccolto nell'omonimo I soldati perduti appena pubblicato per i tipi di Oaks. Sono testi strettamente legati a I proscritti e aiutano a capire come sia nato il meglio della produzione di von Salomon (1902-1972). E soprattutto aiutano a capire un'epoca. Lo scrittore era nato in una nobile famiglia tedesca cosmopolita, i suoi risultati scolastici mediocri spinsero i genitori a inviarlo in collegi militari dove c'era il meglio della formazione prussiana. Un insegnamento che fece presa in maniera profondissima sul giovane Ernst. Che vide il crollo della Germania, dopo il Primo conflitto mondiale, come una ferita a tutto ciò che vi può essere di più sacro.

A partire dal 1919 von Salomon entrò nel Corpo Franco del capitano Liebermann, che operò contro l'Armata Rossa nelle regioni baltiche. È l'inizio di una militanza, con radici all'interno di una destra conservatrice, che non avrà simpatie per il nazismo e nemmeno per Weimar (lo scrittore fu coinvolto nell'attentato a Walther Rathenau). Von Salomon credeva in un nazionalismo spirituale e individuale. Immaginava l'azione politica, sulla scia di Hugo von Hofmannsthal, rivolta a conquistare lo spazio etico della nazione. Ciò lo portava a una lontananza di fondo dalla vocazione di massa del nazionalsocialismo. «Le masse non hanno in sé alcuno slancio, e quando... vogliono organizzare la rivoluzione, organizzano al massimo una casta di burocrati». Nello scrittore la prospettiva veniva, prussianamente, rovesciata: depositario della sovranità è lo Stato. A marcare la distanza dal nazionalsocialismo erano inoltre i riferimenti a razzismo e darwinismo, visti da von Salomon come estranei alla Kultur tedesca. Prussiani per lui si diventava, non si nasceva. E prussianamente si lottava senza speranza nei Freikorps.

La Germania al di sopra di tutto è il titolo di Émile Durkheim/ Bruno Karsenti uscito da Marietti 1820. Carlo Franza il 28 marzo 2022 su Il Giornale.

Ho appena terminato di leggere Émile Durkheim–Bruno Karsenti,  La Germania al di sopra di tutto,  traduzione di Elena Muceni , pp. 144, Euro 13. In libreria dal 17 febbraio 2022. Sociologia, Storia. Si potrebbe auspicare per il critico d’oggi quanto Pier Paolo Pasolini scriveva nella sua introduzione al volume di Giacomo Debenedetti “Poesia italiana del Novecento, che cioè il critico “si fa complice degli autori che legge e commenta. Insieme scoprono il mondo. E per accedere alla scoperta utilizza tutti gli strumenti possibili senza privilegiarne alcuno, così che non esita ad affiancare all’indagine testuale quella psicanalitica, linguistica o filosofica, ed ha il metodo di non avere metodo”.

Quelle del titolo sono le prime parole dell’inno nazionale tedesco, scritto nel 1841, vietato dagli Alleati nel 1945 e ridiventato inno nazionale nel 1952, purgato anche dalle prime due strofe, tra cui quella appena citata. Potremmo dire che sono vicende del passato, ma è pur vero che la Germania, tornata unita nel 1990, ha rafforzato pacificamente in Europa il suo ruolo fino a diventare la colonna portante dell’Unione Europea, quasi a voler riprendere di nuovo quella prima strofa dell’inno nazionale.

Lo scoppio della prima guerra mondiale e il comportamento della Germania durante il conflitto non possono essere spiegati in termini geopolitici, ma hanno origine nella “mentalità tedesca” e nel suo carattere nazionale. Pubblicato nel 1915 e qui tradotto per la prima volta in Italia, questo testo di Durkheim rivela le dinamiche sociali di cui la guerra è il risultato. Come un medico con il suo paziente, egli guarda al caso tedesco decretando una diagnosi definitiva: la Germania pratica l’idealismo in modo patologico. Considerato testo di circostanza o di pure propaganda nazionalista, questo scritto di Durkheim è stato a lungo ignorato dai sociologi. Sollevando il velo sul suo carattere sulfureo, Bruno Karsenti mostra come in realtà esso condanni il nazionalismo, si inserisca in modo coerente nella sociologia di Durkheim e sia in perfetta sintonia con le riflessioni sui pericoli insiti nelle società moderne.

E’ certo che la Grande Guerra si chiamò grande per le sofferenze che impose al mondo. Questo truce motivo è attenuato dalla mitologia che spesso si accompagna alla memoria, costruendo singolari amnesie. Nei nomi intagliati sulle marmoree tavole dei nostri monumenti celebrativi della Grande Guerra devono essere scolpiti i volti di più di seicentomila giovani che persero la vita in tutte le contrade d’Italia. E non solo, perché furono milioni nel mondo. Alla Prima Guerra Mondiale subentrò la Seconda Guerra Mondiale con l’Olocausto e gli eccidi di massa. Gli intellettuali, che pensavano a una Repubblica Europea delle idee, si sono ricreduti per infilarsi di nuovo dentro i confini delle patrie-nazioni. Ancora oggi si discute di ciò. Ora, a ben guardare la figura di Émile Durkheim, autore del volumetto che qui si presenta e si recensisce e che pone sul banco degli imputati la Germania, notiamo senza se e senza ma, che quei comportamenti derivano in realtà da una speciale concezione del mondo di lunga maturazione.

Émile Durkheim (1858–1917), tra i fondatori della Sociologia, insegnò all’Università di Bordeaux e, dal 1902, alla Sorbona. Diresse l’Année sociologique dal 1896 al 1912 e si interessò attivamente ai programmi per l’istruzione pubblica. In polemica con le correnti marxiste e utopiste, fu fautore di una concezione corporativa del socialismo. Nel catalogo Marietti 1820 è disponibile Appunti su Hobbes. Un corso di Émile Durkheim seguito da Marcel Mauss (2021).

Bruno Karsenti, direttore di studi École des hautes études en sciences sociales di Parigi, studia l’influsso delle tradizioni sociologica e antropologica sulla formazione del pensiero politico moderno. Nel 2013 è stato insignito della medaglia d’argento del Centre national de la recherche scientifique. Carlo Franza

Paolo Mieli per il “Corriere della Sera” il 17 febbraio 2022.

Ha dell'incredibile la sostanziale assenza di consapevolezza con la quale intellettuali e artisti europei vissero il decennio che precedette la Seconda guerra mondiale. Personalità del calibro di Thomas Mann, Pablo Picasso, Bertolt Brecht, Greta Garbo, Walter Gropius, Lotte Lenya, Hermann Hesse e moltissimi altri, furono incapaci di distogliere lo sguardo dalle loro vicende anche minime. 

I libri di storia quasi sempre raccontano qualcosa di diverso, cercano di dimostrare che chi voleva presagire a cosa avrebbe portato l'avventura hitleriana aveva tutti gli elementi per vedere in anticipo l'abisso verso cui si stava scivolando. E che la maggior parte degli intellettuali e artisti dell'epoca si rese conto di cosa stesse accadendo. Invece furono assai pochi quelli che intravidero quanto si stesse avvicinando il giorno dell'apocalisse.

Qualcosa in più, ovviamente, la intuirono gli ebrei tedeschi costretti all'emigrazione. Quasi tutti gli altri sostanzialmente non seppero vedere il baratro verso cui l'Europa stava precipitando. Se non per ciò che atteneva ai propri destini personali (quelli strettamente privati). Poi, a guerra finita, al cospetto delle macerie del continente, raccontarono di aver presagito.

Ma a rileggere i loro diari, le testimonianze in tempo reale, le lettere che si scambiarono, il panorama appare diverso. Del tutto diverso. Tale panorama è adesso ricostruito da Florian Illies in un libro asciutto e, proprio per questo, straordinario: L'amore al tempo dell'odio. Una storia sentimentale degli anni Trenta , pubblicato da Marsilio. Illies non dà interpretazioni, non ha tesi da proporre. Ricostruisce le atmosfere di quel decennio con le parole degli interessati. 

E si rimane sgomenti. Soprattutto per quel che riguarda gli ultimi mesi, l'estate prima dell'inizio di settembre del 1939 allorché la Germania avrebbe invaso la Polonia. Appena impartito l'ordine di aprire le ostilità, Adolf Hitler telefona a Leni Riefenstahl (l'amica che aveva filmato le Olimpiadi di Berlino) e le domanda se non «le andrebbe di fare due riprese sul fronte polacco». La regista accetta con entusiasmo e, racconta Illies, «corre da un sarto sul Kurfürstendamm da cui si fa confezionare a tempo di record un'uniforme fantasia tra il giallo e il verde, con tanto di spalline e distintivo».

Di suo aggiunge una pistola nel cinturone e un pugnale nello stivale. Per ordine del Führer, Riefenstahl ha libertà di movimento pressoché totale tra i soldati in armi. Gli ufficiali non la sopportano. La volta in cui deve assistere alla fucilazione di ventidue ebrei, «la nostra visitatrice si ritira un po' sconvolta» (scrive il generale Erich von Manstein, comandante del gruppo di armate del Sud). Ma si riprende immediatamente. 

Nell'estate del 1939 Marlene Dietrich trascorre le ferie ad Antibes, accompagnata dal marito Rudolf, dall'amante di lui, Tamara, dalla figlioletta Maria, la madre Josephine, l'ex amante Josef von Sternberg e l'amante in carica Erich Maria Remarque. Le loro sono, a detta di Illies, «settimane indolenti di sole, di alcol e di sofferenza». Il 14 agosto la Dietrich parte per l'America dove le hanno offerto un ruolo in un piccolo film, Partita d'azzardo .

 Interpreta il ruolo di una cantante di saloon. Le canzoni gliele scrive Friedrich Hollaender che, esule, ha trovato rifugio a Hollywood. Sul set la Dietrich ha una storia con l'attore principale, il trentenne James Stewart. La raggiunge Remarque, che per lei abbandona la moglie sposata l'anno prima. Dietrich gli fa esplicitamente intendere che «non sente alcun bisogno di un amante malinconico uscito dal Vecchio Mondo».

Lui le dà un ceffone, lei gli morde una mano. Nel diario Remarque prende nota del «grande dolore» provocatogli da questo screzio e trascura ogni riferimento al fatto che il paese di entrambi, la Germania hitleriana, stia dando inizio alle danze di guerra. 

Lo scrittore Lion Feuchtwanger (1884-1958) si è rifugiato in Francia, a Sanary-sur-Mer fin dal 1933. Nell'estate del 1939, la moglie Marta e l'amante principale Eva Herrmann («per una volta unanimi» nota Illies) insistono perché se ne vada al più presto e lasci l'Europa. Lui nicchia. Finché il 16 settembre annota sul diario: «Dormito malissimo, un disastro. Chiamato al posto di polizia. Con gli altri tedeschi rimasti. Devo partire domani per un campo di concentramento». 

Viene internato a Les Milles, a sud di Aix-en-Provence. Pochi giorni dopo verrà rimesso in libertà. Tornerà da Marta ed Eva per riprendere la vita di sempre. Con uno strano presentimento, però. Nel 1940, dopo l'invasione nazista della Francia, verrà internato nuovamente nel campo di Les Milles. Stavolta sarà più dura. Riuscirà a scappare travestito da donna.

 E ad emigrare in California dove resterà per il resto della vita. Allo scoppio della guerra, il filosofo Heinrich Blücher, futuro marito di Hanna Arendt, aderente alla frazione antistalinista del Partito comunista tedesco, è, anche lui, in Francia. Blücher è in stretti rapporti con Walter Benjamin: discutono fino a notte fonda dei processi di Mosca. A fine estate del 1939 i francesi lo arrestano. In quanto «nemico straniero», viene portato allo stadio olimpico di Colombes. 

Ottenuta la libertà, tornerà a Parigi da dove fuggirà negli Stati Uniti (passando per Lisbona) assieme alla Arendt. Sarà l'ex marito della Arendt, Günther Anders (vero cognome: Stern), ad aiutarli a sopravvivere in America. Del suo Paese Blücher non vorrà più saperne. Mai più. Anni dopo (nel 1956) scriverà all'amico Karl Jaspers di non «sentirsi più tedesco», otterrà dalla Germania un risarcimento per essere stato costretto ad espatriare e quando morirà, per infarto, nel 1970 verrà sepolto, per sua esplicita disposizione, negli Stati Uniti. In Francia c'è anche, come s' è detto, Walter Benjamin. Benjamin nell'estate del 1939 finisce, come tutti gli emigranti tedeschi, allo stadio di Colombes e a Sanary-sur-Mer.

Tutti quelli che lo vedono o gli parlano in quei momenti, nota Illies, sono «turbati dalla sua calma». Una serenità, riferiscono, «che mette i brividi». Benjamin fantastica sul passato e scrive lettere meravigliose a Hélène Léger, una prostituta parigina che gli ha rapito il cuore. Tornato a Parigi lavora al suo ultimo saggio, Sul concetto di storia (verrà pubblicato in Italia da Einaudi). 

«C'è un quadro di Paul Klee che si intitola Angelus Novus », scrive Benjamin. «Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo», prosegue, «ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi». Benjamin è uno dei pochissimi che intuiscono davvero quel che sta accadendo.

Nei suoi ultimi scritti c'è, secondo Illies, «tutta la tragedia degli anni Trenta». Quando il 14 giugno del 1940 i tedeschi arriveranno a Parigi, il quarantottenne Benjamin, sollecitato dall'amico Theodor W. Adorno che è già in America, proverà a fuggire per imbarcarsi alla volta degli Stati Uniti. Ma giunto il 25 settembre a Portbou in Catalogna, gli viene ritirata la licenza di transito. Immagina di essere rispedito nella Francia occupata dai nazisti. Quella notte stessa si suicida con una fiala di morfina. 

Nel pomeriggio del giorno successivo ai suoi compagni viene concesso il visto per l'America. Una sua amica, Henny Gurland (futura moglie di Erich Fromm), provvede alla sua tumulazione nel piccolo cimitero di Portbou. Ma ha pochissimi soldi, paga solo per cinque anni. Trascorsi i quali, il corpo di Benjamin verrà gettato in una fossa comune.

Anche Henry Miller è in Francia. Il 13 luglio del 1939, Miller trascorre la sua ultima notte con Anaïs Nin, in un alberghetto di Aix-en-Provence.

L'indomani si imbarcherà per Marsiglia da dove, passando per la Grecia, rientrerà negli Stati Uniti. In nave legge Nostradamus ed elabora oroscopi: il proprio e quello di Hitler. Quando si accorge che, secondo i calcoli, il Führer vivrà molto più a lungo di lui, decide di lasciar perdere per sempre l'astrologia. Ma, nota Illies, sopravviverà a Hitler (più anziano di lui) di ben trentacinque anni. 

Venuto a sapere che il suo amico Ernst Toller, fuggito dalla Germania, si era impiccato in una stanza d'hotel newyorkese, il cantore della finis Austriae Joseph Roth, in esilio a Parigi, ha un crollo emotivo. La notizia gli provocherà un infarto al «Café Tournon», il successivo ricovero in un ospizio per poveri, una polmonite malamente diagnosticata e la morte. Non ha ancora compiuto 45 anni. In margine a ciò, Stefan Zweig scrive a Romain Rolland: «Non camperemo a lungo, noialtri esuli».

Zweig si suiciderà, assieme alla moglie, in Brasile nel 1942 Lo scrittore francese Louis-Ferdinand Céline riceve da Vienna una lettera da Cillie Pam, sua ex amante ebrea. Cillie lo informa che suo marito è stato assassinato a Dachau. Céline le risponde frettolosamente dicendosi addolorato per la notizia. Si dilunga un po' più per raccontarle di essere stato rinviato a giudizio in un processo per antisemitismo. 

Aggiunge che questo imminente processo è la prova che «anche gli ebrei sono capaci di perseguitare». Tra gli intellettuali rimasti in Germania, Ernst Jünger è in ansia per un ritratto, a torso nudo, che gli ha fatto Rudi Schlichter, esposto dal pittore nel suo atelier. Gli è giunta notizia di molti suoi amici finiti in prigione per «atti omosessuali». 

Prende allora la decisione di scrivere a Schlichter: «In un Paese come questo non si può più vedere un ritratto come il suo le sarei grato se volesse farmi indossare un cappottino». Il filologo Victor Klemperer aveva già scritto, nel 1937, sul proprio quaderno privato di aver raggiunto «l'apice dello sconforto e dell'insopportabile». Prova ad emigrare - in America, quantomeno in Palestina - ma non riesce. Gli tocca portare la stella di David per le strade di Dresda. Ma ancora alla viglia della guerra annota sobriamente: «Sarebbe prematuro illudermi di essere già precipitato nell'ultimo girone dell'inferno».

Qualcuno è stato più fortunato. Il figlio di Thomas Mann, Klaus (scrittore come il padre, con il quale ha un rapporto difficile), è già approdato negli Stati Uniti da qualche anno. Nell'estate del 1939 trascorre il tempo in compagnia di Aldous Huxley e Ludwig Marcuse. Molte ore anche con Christopher Isherwood l'autore di Addio a Berlino (Adelphi). E poi ancora con Billy Wilder, Fritz Lang. Parlano ossessivamente della nostalgia per la Germania d'inizio anni Trenta. 

La sera del 21 agosto Klaus Mann scrive sul diario: «La fine agghiacciante che stanno facendo tutti quanti Presagio della mia stessa morte Possa trovarmi prima che io veda andarsene tutte le persone che ho conosciuto e amato». Si suiciderà con un'overdose di barbiturici. Ma dieci anni dopo, nel maggio del 1949.

Il più inconsapevole di tutti è Jean-Paul Sartre. Per l'intero corso degli anni Trenta, lui e Simone de Beauvoir (che fungono da filo conduttore del libro di Illies) «sembrano totalmente ignari delle brutalità naziste e degli esuli tedeschi che vagano sperduti per Parigi». 

Come nell'autunno del 1933, quando riferiscono di essersi «beatamente rimpinzati di cheesecake» al Café Kranzler di Berlino «senza neppure accennare alle colonne di SA che marciavano per le strade o alle svastiche al vento». O ancora nel 1938 quando, scrive Illies, «non sembrano vedere oltre il perimetro della loro complicata struttura amorosa». Il 31 agosto del 1939, Sartre e Jacques-Laurent Bost, (amante di Simone de Beauvoir) vengono precettati per il servizio militare. Solo Simone sembra comprendere che sta per accadere qualcosa di terribile.

Accompagna Sartre alla stazione e lui vuole solo raccontarle di come sia riuscito a sedurre Wanda, sorella di Olga, la fidanzata di Bost. E di come si accinga a concupire Olga stessa. La de Beauvoir è affranta all'idea di perdere i suoi due uomini. Sartre annota sul suo quaderno: «Tutti esigono che l'altro li ami, senza capire che amare significa voler essere amati Di qui la costante insicurezza degli amanti». Nessun cenno a Hitler che quel giorno stesso muove in direzione di Varsavia. 

Corrado Augias per “il Venerdì – la Repubblica” il 24 giugno 2022.

Una ventina d'anni fa lo scrittore britannico John Cornwell pubblicò un saggio su papa Pio XII dal titolo eloquente: Il papa di Hitler. Era eccessivo. Papa Pacelli fu soprattutto il papa della sua Chiesa ed è all'interno di questa premessa che il suo atteggiamento verso il nazifascismo va esaminato. 

È esattamente quello che fa David I. Kertzer (Simonetta Fiori lo ha intervistato sul Venerdì del 20 maggio, ndr) nel saggio Un papa in guerra (Garzanti) per il quale si è avvalso anche dei nuovi documenti degli archivi vaticani resi, finalmente, pubblici e, sperabilmente, integrali. Quale il quadro? Premetto che il racconto è terribile e affascinante. 

Pio XII era un uomo all'antica, figlio, per così dire, della Roma della restaurazione.

Vedeva il mondo con gli occhiali del seminario in cui s' era formato, amava sinceramente la sua religione, compresi i dogmi e la pompa dei riti. Fu lui a proclamare l'ultimo dogma su Maria che, nel 1950, dichiarò Assunta in cielo corpo e anima. 

Tale la sua fede. 

Sicuramente Pacelli non amò i nazisti, al contrario vide nel regime di Hitler un nemico e un concorrente della fede cristiana. Fu più cauto con Mussolini anche perché lo considerò un possibile intercessore presso il demoniaco Führer dei tedeschi.

L'autore fa notare come Pacelli valutasse sua prima responsabilità: «proteggere la chiesa istituzionale, le sue proprietà, le sue prerogative». Quando Hitler nel 1939 invase la Polonia scatenando la guerra, Pacelli non disse una parola in difesa di quel popolo profondamente cattolico e del suo clero. Vero che la Chiesa aiutò alcune vittime della persecuzione ma, si fa notare, fu un compito di gran lunga inferiore a quello che un papa avrebbe potuto svolgere.

Quanto agli ebrei, Pio XII considerava i "perfidi giudei" eredi del popolo che aveva mandato a morte Gesù. 

Quando più di mille ebrei vennero rastrellati nella sua città per essere mandati ad Auschwitz, il papa non disse una parola. Non fu complice, fu debole e, conclude Kertzer: «Come leader morale Pio XII dev' essere considerato un fallimento»

David I. Kertzer per “la Repubblica” il 25 giugno 2022.

Il 20 giugno, il quotidiano del Vaticano ha dedicato un'intera pagina a una critica del mio nuovo libro, Un papa in guerra. Il sito web Vatican News ha successivamente pubblicizzato la critica fornendo una traduzione in inglese dell'articolo. 

Il mio libro ricostruisce il dramma vissuto da Pio XII durante la Seconda guerra mondiale. L'articolo de L'Osservatore Romano si concentra su tre punti. Il primo riguarda le trattative segrete tra il Papa e l'emissario di Hitler iniziate poco dopo l'elezione di Pio XII. 

Matteo Luigi Napolitano, l'autore del pezzo de L'Osservatore Romano, sostiene che il mio racconto non offre nulla di nuovo, ma non fornisce alcuna prova che la natura, la portata o i dettagli dei colloqui siano mai stati resi noti prima. 

In realtà, i verbali completi, redatti in lingua tedesca, dei colloqui segreti del Papa con l'inviato di Hitler, il principe nazista Philippe von Hessen, sono venuti alla luce solo ora, con l'apertura degli archivi vaticani nel 2020, e pubblicati per la prima volta nel mio libro.

Napolitano descrive questi colloqui come motivati dal desiderio di Hitler di rivedere il concordato con il Vaticano sulla scia dell'espansione del Terzo Reich. Questo non è vero. Appena eletto, Papa Pacelli inviò subito segnali a Hitler che lasciavano intendere che era desideroso di raggiungere un'intesa. 

Ordinò infatti di sospendere le critiche alla persecuzione tedesca della Chiesa cattolica che avevano caratterizzato le pagine del giornale vaticano negli ultimi mesi di vita di Pio XI.

Nel giro di poche settimane, Hitler decise di inviare von Hessen, genero del re d'Italia Vittorio Emanuele III, per avviare i colloqui segreti. Il Papa voleva che Hitler rispettasse i termini del concordato che lo stesso Pacelli aveva negoziato sei anni prima. 

Hitler voleva che il Papa ponesse fine a tutte le critiche pubbliche al trattamento della Chiesa da parte del governo nazista. In questo ebbe successo. Pio XII e il Vaticano rimasero in silenzio.

Napolitano sostiene poi che il Papa pose come condizione per continuare i negoziati l'accordo da parte di Hitler di rispettare cinque punti che egli aveva stilato in un documento per il führer, cosa che, scrive Napolitano, «Kertzer conosce». 

L'insinuazione è che io lo sapessi ma non l'abbia menzionato. Però, nel mio libro cito il documento per intero. Tuttavia, quando Ribbentrop rispose ai cinque punti, chiedendo se il loro adempimento fosse necessario per l'avvio dei negoziati, il Papa negò espressamente che fosse così. 

La critica dell'Osservatore Romano si rivolge poi alla mia breve discussione della prima enciclica di Pio XII, la Summi Pontificatus, emanata poco dopo l'invasione tedesca della Polonia nell'ottobre 1939.

Mi si accusa di non aver rappresentato l'enciclica come un attacco alla Germania per la sua aggressione. Eppure non lo era. Come ha scritto John Conway, storico della Chiesa in Germania, «Papa Pio XII espresse simpatia e dolore per tutti i popoli che erano stati trascinati nel tragico abisso della guerra, ma non fece alcun riferimento all'aggressione tedesca». 

L'enciclica fu trattata con rispetto dai principali giornali fascisti italiani. È vero che in privato alcuni leader tedeschi non erano soddisfatti delle parole che potevano essere lette come una critica allo Stato totalitario contenuta nel documento.

Come ampiamente documentato nel mio libro, l'enciclica seguiva la prassi adottata da Pio XII per tutta la durata della guerra, più volte segnalata dai diplomatici stranieri in servizio in Vaticano: egli preparava con cura i suoi discorsi in modo che avevano passaggi che potessero essere utilizzati da entrambe le parti come prova del sostegno del Papa alla loro causa.

Dietro le quinte, sia gli Alleati che i tedeschi e gli italiani si scagliarono contro il Papa per quelle dichiarazioni che ritenevano più amichevoli nei confronti dei loro nemici. Ma pubblicamente entrambi fecero tutto il possibile per presentare il papa come dalla propria parte.

Il terzo punto focale dell'attacco dell'Osservatore Romano riguarda la retata delle SS di oltre mille ebrei a Roma il 16 ottobre 1943. Mi si rimprovera di non aver incluso, nella mia ampia citazione del resoconto del Segretario di Stato, cardinale Maglione, del suo incontro del 16 ottobre con l'ambasciatore tedesco Ernst von Weizsäcker, la sua dichiarazione che «la Santa Sede non deve essere messa nella necessità di protestare. Qualora la Santa Sede fosse obbligata a farlo, si affiderebbe, per le conseguenze, alla Divina Provvidenza».

Ma cosa aggiunge esattamente questo al resoconto fornito ne Un papa in guerra? Cito Maglione che dice all'ambasciatore: «È doloroso, per il Santo Padre, doloroso oltre ogni dire che proprio a Roma, sotto gli occhi del Padre Comune, siano fatte soffrire tante persone unicamente perché appartengono a una stirpe determinata».

E quando Weizsäcker risponde con la domanda «che farebbe la Santa Sede se le cose avessero a continuare?», riporto la risposta del cardinale: «La Santa Sede non vorrebbe essere messa nella necessità di dire una parola di disapprovazione». 

In effetti, il Papa non pronunciò alcuna parola di protesta mentre gli ebrei di Roma venivano mandati a morire ad Auschwitz. Annunciando l'apertura degli archivi del papato di Pio XII, Papa Francesco ha detto: «La Chiesa non ha paura della storia». 

Si può solo sperare che, dopo l'iniziale reazione difensiva alla rivelazione di questa storia, il Vaticano possa iniziare il processo di venire a patti con essa. L'agiografia papale può avere il suo posto, ma mi sembra più importante comprendere meglio questo tragico capitolo della storia umana.

Pio XII chiese di nascondere nei conventi ebrei e ricercati dai nazisti: le carte dagli archivi vaticani. Vittorio Giovenale martedì 15 Febbraio 2022 su Il Secolo d'Italia.

Fu direttamente Pio XII a chiedere di nascondere nei conventi i ricercati dai nazisti. È quanto rivela il memoriale del monastero di Santa Maria dei Sette Dolori a Roma, nel quale si legge che a sollecitare la protezione dei perseguitati durante i nove mesi dell’occupazione tedesca della Capitale era stato il Papa in persona. 

La ricostruzione della vicenda, anticipa l’Adnkronos, è del ricercatore Antonello Carvigiani, autore del saggio “Il desiderio del Papa: salvare vite umane. Pio XII nella cronaca del monastero di Santa Maria dei Sette Dolori”, che apparirà sul prossimo numero della rivista “Nuova Storia Contemporanea “(Le Lettere), diretta dal professore Francesco Perfetti.

Si legge nella cronaca conventuale: “Le truppe tedesche, padroneggiando l’Italia, perseguitano ovunque uomini e li deportano nei campi di concentramento. In modo speciale perseguitano gli ebrei che fucilano o li fanno morire nelle camere a gas. In tale frangente ebrei – fascisti – soldati – carabinieri e borghesi, cercavano rifugio negli istituti religiosi; che con grave pericolo, aprono le porte per salvare vite umane. È questo il desiderio espresso, ma senza obbligo, dal Santo Padre Pio XII, che per primo riempie di rifugiati il Vaticano – la Villa di Castel Gandolfo e San Giovanni in Laterano”.

Tra il settembre del 1943 e il giugno del ’44, il monastero di Santa Maria dei Sette Dolori, a Trastevere, alle pendici del Gianicolo, in via Garibaldi, divenne uno dei più importanti rifugi per i ricercati dai nazisti. Secondo la ricerca dello storico Renzo De Felice, pubblicata nel 1961 (“Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo”, Einaudi) nel monastero trovarono scampo 103 ebrei. La cronaca della casa religiosa fornisce però un altro computo: “Nel nostro convento sono rifugiate circa 150 persone, sono intere famiglie con numerosi bambini – donne e uomini che tratteniamo qui con le proprie famiglie, dopo che i superiori ci hanno dato il permesso di lasciarli qui. Per dar posto a tanta gente, abbiamo ceduto parecchie stanze nostre e ci siamo ristrette in poche stanze. Il locale sopra la Chiesa, detto il Noviziato, è pieno di gente e le famiglie hanno formato con cartoni dei piccoli recinti, dove vivono per essere più liberi gli uni dagli altri”. Sono quasi 50 rifugiati in più rispetto all’elenco pubblicato da De Felice, il quale, però, spiegava di riferirsi nella sua ricerca agli ebrei. Si può ipotizzare, dunque, che gli altri rifugiati siano ricercati per motivi diversi: antifascisti o renitenti alla leva.

L’eroismo delle monache: il convento era di fronte al presidio nazista

Fu un vero e proprio atto di audacia quello delle monache. Il monastero sorgeva, infatti, al cospetto del palazzo che ospitava una caserma dei carabinieri, occupata, tra il 1943 e il ’44, dalle truppe tedesche. Un rischio ben presente nella coscienza delle religiose, che si preoccuparono di non far avvicinare le persone che nascondeva alle finestre.

“È pericoloso per essi avvicinarsi alle finestre – si legge nella cronaca . perché i tedeschi che hanno occupato la caserma dei carabinieri qui davanti al nostro cancello, stanno sempre guardando con i binoccoli sulle nostre finestre, e siccome hanno già sentore di qualche cosa, possono irrompere da un momento all’altro dentro il monastero, e portarli via”.

L’ordine di Pio XII: “Accogliete gli ebrei perseguitati”

Commenta Antonello Carvigiani: “Confrontando questa cronaca con quelle coeve di due altri monasteri romani – Santi Quattro Coronati e Santa susanna – si rafforza l’ipotesi di una medesima comune derivazione dei tre testi in questione: una disposizione – scritta o orale – arrivata direttamente dal Vaticano”. Carvigiani avanza anche una ipotesi: questi memoriali dei conventi romani potrebbe costituire la testimonianza indiretta dell’esistenza di quella famosa circolare vaticana – datata 25 ottobre 1943 – di cui, in passato, il cardinale Tarciso Bertone ha in più occasioni parlato senza mai però essere in grado di renderla pubblica.

Il 17 aprile del 2007 Bertone, allora segretario di Stato della Santa Sede, spiegò alla stampa che Pio XII, il 25 ottobre 1943, siglò “una circolare della Segreteria di Stato, con la quale si forniva l’orientamento di ospitare gli ebrei perseguitati dai nazisti in tutti gli istituti religiosi, di aprire gli istituti e anche le catacombe”. Questa affermazione venne ripetuta in più occasioni da Bertone, anche nella presentazione del libro di Suor Margherita Marchione, “La verità ti farà libero” (Città del Vaticano, Lev, 2008).

Hitler progettò di rapire papa Pio XII. Lo scrisse Goebbels. Il blitz raccontato nel libro “Il Vaticano nella tormenta”. Giovanni Trotta venerdì 24 Gennaio 2020 su Il Secolo d'Italia.

Hitler voleva rapire il Papa e il Vaticano era pronto a difenderlo, ma senza usare le armi. È quanto emerge dall’Archivio della Gendarmeria Pontificia, scandagliato dal medico, storico e scrittore Cesare Catananti, già direttore del policlinico Gemelli di Roma. L’autore dalle rivelazioni ha tratto il volume Vaticano nella tormenta, pubblicato dalle Edizioni San Paolo. “Proprio così – racconta Catananti – Hitler voleva davvero rapire Pio XII, come risulta dai diari di Joseph Goebbels, il ministro della Propaganda del Terzo Reich.

Il piano di Hitler raccontato da Goebbels

Goebbels riferisce di un incontro con Hitler il giorno successivo alla caduta di Mussolini, il 26 luglio. E quella stessa sera Hitler disse: “Ora basta! Dobbiamo invadere il Vaticano e prendere il Papa e arrestare anche il Re d’Italia”. E successivamente Karl Wolff, il capo delle Ss in Italia, dichiarò che Hitler lo aveva chiamato per preparare un’organizzazione che invadesse il Vaticano e prendesse il Pontefice”. Non è chiaro poi perché il progetto non si concretizzò.

Ma come avrebbe reagito, in quel caso, Pio XII? “Dagli Archivi risulta un piano di difesa del Papa che ha dell’incredibile: c’è per la prima volta una documentazione dettagliata su come organizzare la difesa del Santo Padre. C’è scritto che è proibito l’uso delle armi, al massimo si possono usare gli idranti dei vigili del fuoco… E comunque, bisognerà esercitare una difesa passiva ma energica, con un piano di progressivo arretramento verso il Palazzo Apostolico, dove alla fine la guardia nobile si sarebbe dovuta mettere attorno al Papa, per proteggere la sua sacra persona fino al loro spargimento di sangue”.

Quanto durò la “tormenta” descritta nel suo libro? “Imperversò per almeno quattro anni, tra il 1940 e il 1944 – spiega Catananti – ovvero dall’ingresso in guerra dell’Italia fino alla Liberazione di Roma. Il Vaticano era, come è tuttora, una enclave dentro Roma. E a un certo punto, dal 1943 in poi dopo la caduta di Mussolini, confinava direttamente con il Terzo Reich. Era già un polo di interesse per i fascisti, in quanto era forte il dubbio che la Segreteria di Stato vaticana appoggiasse gli alleati. Anche i tedeschi lo sapevano e dunque il Vaticano era sotto un doppio fuoco: fascista e nazista”.

Dagli archivi, come emerge la figura di Pio XII e il suo impegno, o disimpegno, nei confronti degli ebrei avviati nei campi di concentramento nazisti e destinati all’Olocausto? “La questione di Pio XII rimarrà probabilmente aperta ancora per lungo tempo – spiega Catananti -. Certamente, chi voleva ascoltare dal Papa del tempo parole chiare e nette contro il nazismo, non le ascoltò”. Ma “Pio XII preferì tacere e agire. Dagli atti della Gendarmeria non c’è ombra di dubbio che l’opera di salvataggio che fece per assistere tanti ebrei è assolutamente dimostrata. Così come l’asilo ai militari scappati dai campi di prigionia e, dopo la Liberazione di Roma, anche ai militari tedeschi. A un certo punto, in Vaticano c’erano militari alleati e militari tedeschi, ospitati nella caserma della Gendarmeria, posti tutti sotto la protezione del Papa”. 

13 agosto 1943: gli aerei “alleati” colpirono Roma per la seconda volta. Redazione giovedì 13 Agosto 2015 su Il Secolo d'Italia. 

Il 13 agosto 1943, alle 11 di mattina, gli “alleati” effettuarono il cosiddetto secondo bombardamento su Roma: il primo, quello di San Lorenzo, era avvenuto il 19 luglio dello stesso anno. Nell’estate del 1943 gli anglo-americani effettuarono 51 incursioni aeree sulla capitale che provocarono oltre settemila morti. In questo secondo bombardamento presero parte solo aerei statunitensi che, pur se ostacolati dalla contraerea italiana, fecero diverse ondate sganciando i loro micidiali ordigni su molte zone della città. Le incursioni durarono un’ora e mezza. San Giovanni e San Lorenzo furono nuovamente colpite, così come la via Casilina, dove fu anche mitragliato un treno dai caccia Usa. Il Verano fu ancora una volta violato, e la stessa tomba della famiglia Pacelli fu distrutta dalle esplosioni. Colpite anche la via Flaminia e la zona di Tor di Quinto. Le arcate dell’acquedotto Claudio, che avevano resistito duemila anni, crollarono. Pio XII si recò immediatamente sui luoghi colpiti, accompagnato dal cardinal Montini e da un ingegnere del Vaticano. Il Papa scese tra la folla e cercò di portare conforto ai sinistrati. A livello mondiale l’impressione fu enorme, perché per la seconda volta in poche settimane la città eterna, il cuore della cristianità, era stata colpita tanto brutalmente. Poco importa che il giorno dopo i bombardamenti Badoglio dichiarasse Roma “città aperta”; agli alleati non interessava, erano padroni assoluti dei cieli, e potevano colpire i civili impunemente, nel tentativo di stroncare il morale della popolazione, operazione solo parzialmente riuscita. Gli inglesi addirittura giudicarono il gesto una cosa grottesca.

Roma subì in tutto 51 incursioni, per un totale di settemila morti

Ma l’ipotesi del bombing of Rome terroristico aveva iniziato a circolare tra gli alleati sin dall’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania. Poi la partecipazione italiana, anche se limitata, alle offensive aeree su Londra e gli attacchi italiani in Egitto e in Grecia, spinsero sempre più gli americani e gli inglesi a pensare a un bombardamento sulla città sede del governo fascista. Inutili furono le dichiarazioni continue del Vaticano in difesa delle opere d’arte e del patrimonio culturale presenti a Roma. Lo stesso papa Pacelli si prodigò per l’immunità della città eterna nei confronti delle bombe di tutti i belligeranti. Ma la verità è che i romani, abituati a tutto dalla storia, non credevano alla possibilità che effettivamente Roma fosse bombardata, tanto che la capitale fu una delle pochissime grandi città, se non l’unica, a incrementare la propria popolazione durante la guerra. Roma infatti non aveva insediamenti militari di rilievo, tanto che gli americani per giustificare i bombardamenti dissero che si erano intesi colpire gli snodi ferroviari. Ma, come Winston Churchill aveva detto già nel 1941, Roma era un simbolo, e inoltre doveva pagare l’alleanza con Hitler. Concetti condivisi e ribaditi anche da Roosevelt in più di un’occasione. Obiettivo marginale Roma, ma che tuttavia non fu trascurato. Che si sia trattato solo di un gesto simbolico lo prova il fatto che tutti gli aerei avevano la mappa di Roma dove erano tracciati ben visibili i confini del Vaticano e altri luoghi, su cui spiccava la scritta “No bombing area”. In quello stesso giorno, il 13 agosto, Torino subiva la sua 24ma incursione aerea e Milano era attaccata da oltre mille bombardieri dei “liberatori”.

Richard Sorge, la spia che ha vinto la seconda guerra mondiale. Davide Bartoccini il 14 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Al servizio dei nazisti con il marxismo nel cuore, Sorge rivelò ai generali di Mosca l'informazione strategica più importante, ma venne abbandonato e dimenticato dalla patria comunista che tanto amava.

Molti storici hanno sempre asserito, non a torto, come la Seconda guerra mondiale non sia stata vinta dalle armate composte da milioni di soldati, ma da pochi matematici e fisici. Uomini come Alan Turing, che decifrò il codice Enigma, o come Enrico Fermi e Robert Oppenheimer, che con i loro studi, consentirono lo sviluppo della prima bomba atomica.

Eppure, ci sono uomini che ancora più di loro hanno contribuito al conseguimento della vittoria. Sono le spie come Richard Sorge: l'uomo che ne entrò in possesso e rivelò una delle informazioni strategiche più essenziali di tutta la guerra.

Nato nel 1895 nell'estremità del Caucaso che si affaccia sul Mar Caspio, oggi Azerbaigian, al tempo parte della Russia imperiale, crebbe a Berlino, con una madre russa e un padre tedesco. Nella Germania guglielmina condusse un’infanzia tranquilla e retta, tipica della di quella borghesia fin de siècle. Si tratti di un semplice caso o di quell’indole che si passa attraverso la genetica, si scoprirà idealista e patriota, tanto da attendere la maggiore età con impazienza per arruolarsi volontario e raggiungere le tempeste d’acciaio della Grande Guerra col 3º reggimento artiglieria della Guardia. Tornerà ferito, nell’animo e nel corpo. Durante l’offensiva del 1916 sul fronte occidente, viene investito dallo scoppio di uno shrapnel che lo costringerà ad una lunga degenza. Le sfere di piombo gli amputano tre dita e spezzano entrambe le gambe al punto da renderlo claudicante a vita. Ma non è quello il trauma peggiore: il giovane Richard Sorge è rimasto profondamente turbato dall’ignobile destino di milioni di giovani che spinti dal patriottismo, partirono a caccia di epiche avventure trovando solo la morte nell’impietoso fango della terra di nessuno.

Deluso ma sopravvissuto, con una croce di cavaliere di seconda classe come encomio e il grado di caporale, al suo ritorno da reduce in quella Germania umiliata dalla sconfitta, agli ideali nazionalisti che gonfieranno le fila di Hitler preferisce gli ideali internazionalisti degli spartachisti di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg. Legge e si appassiona agli scritti del filosofo ed economista Karl Marx, del quale il fratello di suo nonno è stato collaboratore, oltre ad essere stato segretario della Prima Internazionale. Ed è qui che entra in ballo la scelta: indole o semplice caso? Ogni uomo e donna scelgano la propria risposta.

Diventa comunista, pronto a offrire spirito e corpo all’Unione Sovietica nata sulle ceneri dell’impero degli zar. Mosca lo accetterà, assoldandolo prima come agente dell’apparato d’intelligence del Komintern, poi come spia per il servizio informazioni dell’Armata Rossa, quello che oggi è noto con l'acronimo GRU.

Un "giornalista" nazista a caccia di segreti

Con lo pseudonimo di R. Sonter e la copertura di giornalista, l’agente Sorge viene inviato in Inghilterra, Svezia e Danimarca. La sua missione è quella di tastare il terreno per valutare se l’insorgere di rivolte comuniste potrebbero condurre nuovi Paesi sulla via di Mosca.

In seguito, gli viene affidato il compito più pericoloso per la sua reale identità: deve tornare a Berlino e infiltrarsi nel Partito Nazionalsocialista e rche appresenta l’antitesi degli ideali che spronano il giovane Sorge a rischiare la sua vita per la causa comunista. L'uomo si stabilisce con successo nella redazione del quotidiano Getreide Zeitung, ma la sua presenza viene richiesta in Cina, dove il Kuomintang di Chiang Kai-Shek contrasta l’esercito comunista di Mao Tse-Tung. Con la nuova identità di Ramsay opera tra Nanchino e Shanghai e stabilisce una rete informativa degna di nota, che vanta la fiducia delle autorità consolari tedesche e che spingerà i servizi segreti sovietici ad affidargli una nuova impegnativa missione: stabilire una rete spionistica in Giappone. Sarà nella Tokyo dell’imperatore Hirohito che Sorge apprenderà i segreti del nemico.

Sbarcato nell'"Impero dove nasceva il sole", si spaccia per un fervente nazista e inizia a collaborare con diversi quotidiani, compresa la rivista filo-nazista Geopolitik, e stringe una forte amicizia con Ozaki Hotsumi, intimo del primo ministro giapponese Fumimaro Konoe. Il suo obiettivo è accedere all’ambasciata del Terzo Reich per entrare in possesso di quante più informazioni possibili. Grazie alla raccomandazione dell’attaché militare tedesco Eugen Ott del quale si è accaparrato la simpatia, potrà muoversi nei palazzi del potere che hanno scelto di siglare l’Asse Roma-Berlino-Tokyo.

La spia migliore di Stalin

Al Cremlino sono tutti estremamente preoccupati per politica espansionista del Giappone, che potrebbe arrivare a lambire i confini orientali della Russia. Una pedina come l’affascinante ed enigmatico Sorge può rivelarsi non soltanto “utile”, ma addirittura fondamentale, specialmente quando il "giornalista" - descritto nei cablo dell’atteché di Berlino come un "fine conoscitore delle questioni giapponesi" - viene convocato dall’ambasciata del Reich per ricoprire il ruolo di addetto stampa.

In questa posizione, Sorge non solo può veicolare informazioni a Berlino, ma può ascoltare le informazioni che provengono dalla Cancelleria dove Adolf Hitler pianifica le sue manovre di guerra. Nella primavera del 1941, Richard Sorge fa pervenire a Mosca la copia di un telegramma firmato dal ministro degli esteri tedesco Joachim Von Ribbentrop dove si fa riferimento a un "inevitabile attacco all’URSS". Erano coinvolte 190 divisioni già ammassate lungo quello che sarebbe diventato il disastroso il fronte orientale. L’attacco era previsto per la metà di giugno (il ritardo fu dovuto alla punizione che Hitler volle infliggere alla Jugoslavia, ndr). Una simile informazione avrebbe dato a Stalin la possibilità di mobilitare la mastodontica Armata Rossa per tempo, cosa che avrebbe consentito a Mosca di respingere con vigore le divisioni della Wehrmacht. Ma alla preziosa informazione della spia di Tokyo non viene dato credito. Stalin e i suoi consiglieri sono ancora convinti della solidità del patto Molotov-Ribbentrop. Il telegramma tuttavia terminava con le parole: “Non ci saranno né ultimatum né dichiarazioni di guerra; l'esercito russo dovrà crollare e il regime sovietico cadrà entro due mesi”. Conosciamo tutti la prosecuzione della storia.

Una spia alla quale non viene creduto, le cui informazioni vengono sottovalutate se non addirittura ignorate, subisce spesso un trauma professionale, se non una profonda delusione nell'ideale. Ma Sorge non si scoraggia, e anzi, continua a svolgere la sua missione. E per la seconda volta, entra in possesso di un segreto fondamentale per le sorti del fronte dove l’Armata Rossa ha già mandato al sacrificio milioni di uomini. Il suo collega Osaki ha appreso da fonti di alto livello che l’esercito giapponese non intende attaccare l’Unione Sovietica. I generali dell’esercito imperiale sono troppo impegnati nell’occupazione dell’Indocina francese e guardano agli Stati Uniti come avversario principale.

Questa informazione fondamentale consente ai generali di Stalin - che questa volta concede il suo benestare alla spia che era venuta dalla Germania - di smobilitare le divisioni che sono schierate in Siberia e Mongolia, per rinforzare il fronte europeo nel rigido inverno che sta già mettendo a dura prova le armate tedesche. Hitler ha di fatto perso la guerra. Sorge invece, verrà arrestato nell'ottobre del 1941 dal Kempeitai - la polizia militare nipponica - perché sospettato di spionaggio.

L'oblio di un eroe da dimenticare

Rinchiuso nel carcere di Sugamo, Richard Sorge viene condannato a morte per impiccagione. Verrà giustiziato in una grigia mattina del novembre 1944 insieme a Ozaki Hotsumi, l’uomo che gli aveva rivelato una delle informazioni più preziose della guerra. A Mosca nessuno muoverà un dito. La sua storia verrà nascosta al popolo per non mettere in imbarazzo Stalin e gli strateghi del Cremlino. Coloro che, ignorando l’informazione di Sorge, avevano mandato a morire milioni di russi consentendo ai nazisti di radere al suolo Stalingrado, quando potevano essere fermati molto prima.

La spia disconosciuta dai comunisti e non meno dai nazisti, l’affascinante idealista che si era messo a disposizione dei sovietici tradendo la patria per la quale era partito volontario nella Grande Guerra, verrà dimenticato dal mondo. Solo negli anni successivi al conflitto - quando l’Unione Sovietica dovrà rispolverare i suoi miti per contrapporli a quelli del suo nuovo avversario, gli Stati Uniti - Sorge verrà riconosciuto ufficialmente come una spia del GRU. Come un valoroso soldato del popolo meritevole dell'onorificenza di Eroe dell'Unione Sovietica. Passata la destalinizzazione, la Pravda scrisse di lui: "Numerose circostanze impedirono che si dicesse prima tutta la verità sulle imprese immortali dell’agente di intelligence Richard Sorge e dei suoi compagni. L’ora è venuta di parlare dell’uomo il cui nome sarà per le generazioni future un simbolo di dedizione alla grande causa della lotta per la pace, un simbolo di coraggio ed eroismo".

Fino ad allora, a non dimenticare l’uomo che aveva salvato l'Urss dalla sconfitta, cambiando senza dubbio il corso della Storia, era rimasta solo Hanako Ishii, l'amante giapponese che non smise mai di fare visita sulla sua tomba. Pare abbia continuato fino al sopraggiungere della sua morte, nel primo anno del nuovo millennio. Il giovane Richard Sorge, la spia con Marx e Lenin sul cuore, era del resto sempre piaciuto molto alle donne e ha saputo farsi amare. Possiamo vederlo come un cliché se volete. Qualcosa che non di rado appartiene alle spie. O forse come una ricompensa, per il coraggio che mostrano in vita.

Davide Bartoccini. Romano, classe '87, sono appassionato di storia fin dalla tenera età. Ma sebbene io viva nel passato, scrivo tutti giorni per ilGiornale.it e InsideOver, dove mi occupo di analisi militari, notizie dall’estero e pensieri politicamente scorretti. Ho collaborato con il Foglio e sto lavorando a un romanzo che credo sentirete nominare. 

Gianni Riotta per “La Stampa” il 12 febbraio 2022.

La sera dell'11 dicembre 1941, raccontava mio padre Salvatore, gli studenti universitari dei gruppi fascisti Guf sfilarono nella sua città, inneggiando alla dichiarazione di guerra che Benito Mussolini e Adolf Hitler avevano consegnato agli ambasciatori del presidente americano Franklin Delano Roosevelt. 

Quattro giorni prima, il 7 dicembre, le forze aeronavali giapponesi avevano attaccato, e colpito con efficacia, la flotta Usa, in rada a Pearl Harbor, Hawaii, aprendo il conflitto con Washington nel Pacifico. 

Ma il presidente Roosevelt, che dal 1939 sperava di battersi al fianco della Gran Bretagna contro i nazisti, non riusciva a persuadere il riottoso Congresso, popolato da senatori democratici del Sud, isolazionisti, a votare le ostilità contro Berlino e Roma, riuscendo solo a combattere contro il Giappone imperiale.

È la scelta di Hitler, dissennatamente imitato da Mussolini, a suggellare il destino finale della guerra 1939-1945. Il ricordo di mio padre si completava con la disperazione del suo barbiere, emigrato per anni a Pittsburgh, operaio alle acciaierie, che nel clamore dei fascisti, gli confida dopo aver chiuso, per cautela, la bottega: «L'America forte è!».

Quei giorni che han segnato la storia, 7-11 dicembre 1941, sono al centro di un saggio degli studiosi inglesi Brendan Simms e Charlie Laderman, "Hitler's American Gamble, Pearl Harbor and Germany's march to global war", tradotto da Vittorio Ambrosio per Newton Compton come "I cinque giorni che hanno cambiato la Seconda guerra mondiale. Da Pearl Harbor alla dichiarazione di guerra di Hitler agli Usa: come la guerra diventò mondiale".

In oltre 500 pagine Simms e Laderman documentano un mondo in bilico tra esiti opposti, vicino a una diversa storia, con gli Usa isolati contro il Giappone e Hitler padrone d'Europa, con il vassallo Mussolini. 

Nel dicembre 1941 il premier britannico Winston Churchill dispera di convincere Roosevelt ad entrare nel conflitto e teme che i giapponesi attacchino le colonie inglesi e olandesi, ricche di risorse e indifendibili, senza coinvolgere gli Usa. 

Il leader sovietico Stalin sa, dalla spia tedesca a Tokyo Richard Sorge, che la cricca dei generali nazionalisti non intende attaccare Mosca, e, di soppiatto, ritira dal fronte orientale 20 divisioni, per farle affluire verso la capitale dove, il 5 dicembre, lancia una controffensiva contro la Wermacht che, per la prima volta dall'invasione, arretra.

Le buone notizie dal fronte russo non rallegrano però Churchill che, nelle memorie del capo di gabinetto, Lord Alanbrooke, viene dipinto come depresso, alticcio, irascibile, convinto che dalle trame segrete fra Hitler, Stalin e i generali dell'imperatore Hirohito possa scaturire un'intesa per distruggere l'impero di Sua Maestà. Simms e Laderman non credono alla vulgata di un Hitler in preda a un cupio dissolvi, pronto a incenerire la Germania in un'Apocalisse finale. 

Già nella biografia del Fuhrer del 2019, "Hitler's a global biography", contestatissima dai critici, Simms negava l'idea di un Hitler pazzo e votato all'autodistruzione, ritraendolo come cosciente della debolezza tedesca di fronte al potere americano, ma determinato a ribaltare la bilancia dell'egemonia con il latifondo, la manodopera sovietica e il petrolio del Caucaso.

Il fascino del volume di Simms e Laderman sta nel contraddire la nostra pigrizia mentale, l'idea che la Storia conosciuta sia l'unica possibile, in un determinismo, antico come Hegel, ma falso: in ogni pagina, come a ogni giro di mano a poker, un Fato originale è in agguato. 

Hitler apprende del raid a Pearl Harbor da un subalterno, che gli traduce i dispacci dell'agenzia di stampa Reuters, mentre il rivale Churchill lo scopre ascoltando la radio. Nessuno dei due leader sembra sconvolto, troppo immersi nella fatica del presente, per individuare scenari alternativi. 

Churchill ha paura che gli Usa tronchino il programma di aiuti Lend-Lease, che mantiene viva l'industria bellica anglosassone; Hitler, che detesta lo stato maggiore Wermacht, considerando gli ufficiali snob e incapaci, è preoccupato per i bollettini negativi sull'attacco dell'Armata Rossa alla periferia di Mosca.

Benito Mussolini avrebbe, nel frattempo, potuto rinsaldare il «Fronte Latino», con la destra francese del generale Petain, costituendo, senza guerra agli Usa e d'intesa con il Caudillo Franco in Spagna, un Mediterraneo bunker anti-flotta inglese. 

Hitler, alla fine, dopo i cinque giorni che avrebbero potuto salvare il Terzo Reich e il fascismo, umiliando Londra e abbandonando Washington e Tokyo a un difficile duello, con il Sol Levante padrone di Singapore, Malesia e, presto di India e Australia, dichiara guerra a Roosevelt.

Non per eccesso di sicurezza, lo storico Benjamin Carter Hett, sul New York Times, ricorda che, nel gennaio del 1942, il Fuhrer confida all'ambasciatore giapponese Hiroshi Shima: «Non ho idea di come sconfiggere l'America» e, per provargli la sua stima, lo insignisce dell'Ordine dell'Aquila d'Oro, concesso solo a 15 dignitari.

Shima ricambierà, chiedendogli invano, nel 1945, di non essere evacuato con gli altri diplomatici, restando a combattere a Berlino contro i russi. 

Allora la Storia era già quella che conosciamo e mio padre, lavorando con gli americani dello Psychological Warfare Branch, doveva riconoscere la saggezza del barbiere, miglior stratega di Hitler, Mussolini e del premier Hideki Tj: «L'America forte è!».

Giuseppe Scarpa per "Il Messaggero" l'11 febbraio 2022.

C'è un tesoro italiano di inestimabile valore rubato dai nazisti a cui i carabinieri danno la caccia in tutto il mondo. Dipinti, sculture, arazzi e statue saccheggiati dalla Wehrmacht alla fine della seconda guerra mondiale e portati a Berlino, alla corte del Terzo Reich. 

Capolavori svaniti nel nulla quando il regime di Hitler è stato sconfitto. Gli investigatori italiani hanno, però, in mano il catalogo di questi gioielli trafugati. Più di 11mila pezzi, e combattono con musei, case d'asta e privati per ottenere il rimpatrio. Un lavoro complicatissimo.

Perché nonostante gli inquirenti dimostrino, carte alla mano, la paternità delle opere le autorità giudiziarie di altri Paesi europei, su tutti Germania e Francia, negano in molti casi la restituzione rappresentando le scuse più assurde.

Intanto, però, nel corso degli anni gli specialisti a cui è stato affidato il difficilissimo compito di individuare e recuperare la refurtiva, i carabinieri tutela patrimonio culturale, hanno riportato a casa 532 capolavori.

Ma il loro è un lavoro infinito. Adesso, della lunga lista degli 11mila 547 pezzi, gli uomini e le donne coordinati dal generale Roberto Riccardi hanno individuato altri 21 quadri. Su questi diverse procure lavorano per ottenere la restituzione. Si indaga per illecita esportazione e ricettazione.

Reati funzionali a ottenere la confisca e la consegna, non per condannare i responsabili, impossibili da individuare e in molti casi già morti. Ma le risposte che ottiene la magistratura italiana, quando avanza le richieste ai colleghi europei, sono folli. Tutte con un unico obiettivo. Non restituire nulla.

La procura di Roma ha dovuto rinunciare. Non c'è stato niente da fare di fronte al muro francese. Questa la storia: Il Tpc spulciando i siti delle case d'asta individua un pezzo pregiato rubato dalla prefettura di Roma nel 1943 dai nazisti.

È un capolavoro di Bendetto Luti, un pittore del Settecento. Gli inquirenti italiani mostrano la documentazione, le prove. I colleghi d'Oltralpe negano tutto e con un laconico "Luti ha dipinto tante teste di donna, come fate a dirci che è questa la vostra" e cestinano così la richiesta di restituzione. 

Gli inquirenti italiani sono costretti ad alzare bandiera bianca, nonostante gli elementi portati a sostegno. Stessa sorte, sempre nella Capitale, per un altro quadro scoperto, come al solito, dai carabinieri e in vendita in una casa d'aste a Monaco, Germania.

Ma nonostante i no incassati, il lavoro dei carabinieri va avanti. E così l'Italia ha potuto riabbracciare capolavori come un quadro di Lavinia Fontana (1552 - 1614) Cleopatra, datato 1580, rubato dalle truppe naziste tra il dicembre 1943 ed il luglio 1944 dalla Pinacoteca di Civitavecchia. 

Oppure un Busto di Cristo di Matteo Civitali (1436 - 1501) prelevato dai tedeschi dalla Chiesa di Santa Maria della Rosa a Lucca nella notte tra il 7 e l'8 febbraio 1944.

LE RESTITUZIONI

E ancora un capolavoro di Jacopo Zucchi (1545 - 1596) Betsabea al bagno che i nazisti avevano preso dall'Ambasciata d'Italia a Berlino dopo l'8 settembre 1943. Il Tpc è riuscito a recuperare anche un disegno di Giovanni Antonio Dosio (1533 - 1609) Veduta della Basilica di San Pietro che i soldati del Terzo Reich avevano preso nel 1943 dalla Galleria degli Uffizi di Firenze.

Ci sono poi le opere di Girolamo dai Libri (1474 - 1555) La Circoncisione di Gesù Bambino, la Madonna con Bambino di Cima da Conegliano (1459 - 1518) e la Trinità di Alessio Baldovinetti (1425 - 1499) trafugate dalla 16^ divisione corazzata Waffen-SS dalla Villa delle Pianore (Camaiore, Lucca) nella primavera del 1944. 

Il saccheggio non aveva risparmiato nemmeno le caserme, dal circolo Ufficiali di Pordenone nel 1943 venne rubato Carica dei Bersaglieri di Michele Cammarano (1835-1920). Adesso inquirenti e investigatori hanno individuato altri 21 quadri. La caccia al tesoro è ancora aperta e lo sarà per anni.

Walter Rauff, il nazista che non poteva essere catturato. Pietro Emanueli su Inside Over il 19 Febbraio 2022.  

Quello che il teorico della supremazia ariana Alfred Rosenberg aveva rinominato il Mito del ventesimo secolo, cioè il nazionalsocialismo, è nato e morto con Adolf Hitler, ma molti dei suoi seguaci, come è noto, sarebbero riusciti a divincolarsi dalle grinfie degli Alleati, dalla giustizia di Norimberga e dalla vendetta del Mossad e dei caccia-nazisti israeliani.

Furono molti, moltissimi, i nazisti che, sopravvissuti alla caduta del Terzo Reich, acquisirono una nuova identità e iniziarono una nuova vita altrove, lontano dall’Europa. Alcuni fuggitivi trovarono protezione in Medio Oriente, come Johann von Leers, ma la maggior parte di loro – tra i novemila e i dodicimila – scelse come meta le Americhe Latine. E tra coloro che ripartirono da zero nel subcontinente latinoamericano, mettendo il proprio cervello a disposizione di vari governi e servizi segreti, vi fu uno dei più grandi esecutori dell’Olocausto: Walter Rauff.

Walter Rauff nacque in quel di Köthen il 19 giugno 1906. Allevato secondo un’educazione rigida e militare, incardinata sulla disciplina, Rauff avrebbe intrapreso la carriera militare una volta compiuti diciotto anni.

Nostalgico di un’epoca mai realmente vissuta, quella dell’Impero, Rauff si sarebbe avvicinato agli ambienti neo-guglielmini, protonazisti e anti-weimariani già in adolescenza. E l’entrata nelle forze armate, avvenuta nel 1924, non sarebbe stata che la foce naturale di un percorso introspettivo e ideologico cominciato da adolescente.

Arruolatosi nella Reichsmarine, la Marina tedesca riformata nel primo dopoguerra, Rauff avrebbe quivi conosciuto persone con le quali si sarebbe reincontrato anni dopo. Persone come Reinhard Heydrich, il futuro braccio destro di Heinrich Himmler e direttore dell’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich, con il quale Rauff avrebbe instaurato un rapporto di profonda amicizia.

Rauff avrebbe fatto carriera nella Reichsmarine, sino ad ottenere il grado di tenente, e con le navi battenti la bandiera tedesca avrebbe visto il mondo, servendo tra la penisola iberica, l’Atlantico e l’America meridionale. L’ascesa di Adolf Hitler, però, lo avrebbe spinto a fare ritorno in patria e a vestire una nuova casacca: quella nazista.

La seconda guerra mondiale

Le strade di Rauff e Heydrich si sarebbero incrociate nuovamente negli anni Trenta. Heydrich era divenuto uno dei principali esponenti del Terzo Reich, essendo a capo dell’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich e della Gestapo, mentre Rauff era un insofferente membro della Marina alla ricerca di una meta. Meta che avrebbe trovato lontano dai mari, in patria, in quanto aiutato dall’amico di vecchia data a fare ingresso nell’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich.

La Seconda guerra mondiale si sarebbe rivelata l’opportunità di scalare i gradoni della piramide nazista. Dopo aver diretto le operazioni in Norvegia del Sicherheitsdienst, il servizio segreto delle SS, Rauff fu successivamente coinvolto nello sviluppo delle camere a gas.

Martin Bormann, il nazista fantasma

Johann von Leers, un nazista al servizio del nazionalismo arabo

Reinhard Gehlen, il nazista redento al servizio di Washington e Berlino

Nel 1942 fu inviato dal Sicherheitsdienst in Tunisia per supervisionare la persecuzione della comunità ebraica locale; un ruolo svolto per un anno, all’ombra della campagna africana di Erwin Rommel, che si sarebbe concluso con la morte di oltre 2.500 ebrei tunisini e con il trasferimento nella Reichsbank di oltre quaranta chilogrammi di ori e gioielli a loro appartenuti.

Nel 1943, dopo aver concluso la campagna antigiudaica in Tunisia, Rauff fu inviato in Italia settentrionale per dirigere le le cacce all’uomo della Gestapo e del Sicherheitsdienst in loco. Cacce che da Milano a Torino, passando per Genova, erano principalmente dirette contro due categorie di persone: partigiani ed ebrei.

Ricercato ma non troppo

Rauff fu catturato dagli Alleati sul finire della guerra e trasferito in un campo di prigionia nei pressi di Rimini in attesa di giudizio. In tribunale, però, non ci sarebbe mai arrivato. Dopo essere fuggito dal sito, con la vociferata complicità di Alois Hudal avrebbe acquisito una nuova identità, prendendo una nave per l’estero e facendo perdere ogni sua traccia.

Il nazista sarebbe riapparso in pubblico tre anni dopo, nel 1948, quando fu avvistato a Damasco in compagnia dell’allora presidente siriano Husni al-Za’im, dal quale era stato assunto per scrivere un piano d’azione contro il neonato stato di Israele. Terminata la prima guerra arabo-israeliana, con la sconfitta del fronte filopalestinese e la detronizzazione di al-Za’im, Rauff avrebbe abbandonato il Medio Oriente alla ricerca di lidi più sicuri. Ed è a questo punto che realtà, leggende e teorie del complotto cominciano a mescolarsi.

Rauff, secondo delle teorie corroborate da alcuni e smentite da altri, sarebbe fuggito dal Medio Oriente perché avrebbe completato la missione: sabotare l’agenda anti-israeliana delle potenze arabe. Secondo dei documenti declassificati della CIA, invero, l’ex nazista sarebbe stato assoldato dal Mossad per carpire i piani militari di siriani ed egiziani, giocando un ruolo fondamentale nel determinare l’esito della guerra, e ripagato per l’aiuto dato con un salvacondotto per l’America Latina.

In teoria, Rauff era un fuggitivo, perché ricercato per l’assassinio di circa centomila ebrei. In pratica, nessuno lo cercava e lui, di conseguenza, non si nascondeva. Libero da ogni forma di pressione, contrariamente a molti ex colleghi, Rauff avrebbe potuto camminare alla luce del giorno e mettere persino in piedi delle profittevoli attività commerciali tra Argentina ed Ecuador.

Ricercato ma imprendibile

A partire dal 1958, e fino al 1963, Rauff avrebbe arrotondato le entrate mensili esperendo delle attività spionistiche per il Servizio di Intelligence Federale della Germania Ovest. Attività illegali, inquadrabili nel contesto della Guerra fredda, e alle quali avrebbe posto fine il governo tedesco dopo essersene venuto a conoscenza.

Rauff fu fatto oggetto di una richiesta di estradizione nel 1962, ma dalle autorità cilene non fu mai consegnato alle controparti tedesche. Era ritenuto intoccabile. Sapeva troppe cose. Era a capo di un piccolo impero economico che gli era valso la protezione dei potenti.

Mengele, l’angelo della morte

Candido Godoi, la città dei “gemelli ariani” di Mengele

Il Mossad, forse incoraggiato dall’onda emotiva suscitata dal caso Eichmann, nella seconda metà degli anni Sessanta avrebbe cominciato a pianificare il rapimento di Rauff. L’impresa, però, si sarebbe rivelata più ardua del previsto. Dopo vari tentativi infruttuosi, inclusa un’incursione nel suo alloggio, il potente servizio segreto di Israele avrebbe sperimentato ulteriori difficoltà con l’avvento della dittatura pinochetista.

Rauff, consapevole di essere ricercato dal Mossad, a partire dal 1973 si sarebbe trasformato in un fantasma. Continuava a gestire le sue attività, ma senza mai recarvisi direttamente. Continuava a vivere in Cile, ma senza farsi vedere. Di lui si sapeva soltanto che era coperto da Augusto Pinochet, che aveva aiutato nella costituzione della temibile Direzione di Intelligence Nazionale e che per questo era diventato un suo protetto.

Pinochet avrebbe mantenuto la parola data a Rauff sino all’ultimo momento e dimostrandolo in più occasioni: dall’arresto della caccia-nazisti Beate Klarsfeld, entrata in Cile nel 1984, al rifiuto di una richiesta di estradizione formale inoltrata da Israele.

La lealtà incondizionata di Pinochet avrebbe permesso a Rauff di godersi l’anzianità e di morire da uomo libero sul proprio letto, nella propria dimora di Santiago, il 14 maggio 1984.

Jorge von Marees, Hitler e il sogno della svastica sulle Ande. Pietro Emanueli su Inside Over il 19 Febbraio 2022.

Germania e Stati Uniti, a volte nemici, talvolta aminemici, ma mai completamente amici. Il loro è un rapporto di amore-odio, dove il secondo ha storicamente prevalso sul primo, che affonda le origini nella competizione tra grandi potenze tardo-ottocentesca, più precisamente nell’agenda antiamericana di Guglielmo II.

Quella dei sogni di egemonia del Kaiser sull’America, o meglio sulle Americhe, è una storia quasi sconosciuta, ignorata dai più, ma della quale è indispensabile scrivere, sulla quale è essenziale indagare, perché l’«aminimicizia» germano-americana di oggi è il risultato degli accadimenti di ieri. Accadimenti come il tentativo di Guglielmo II di intrufolarsi nella spinosa questione del Canale del Nicaragua. Accadimenti come il Telegramma Zimmermann – motivo conduttore dell’entrata degli Stati Uniti nella Grande guerra. E accadimenti come le azioni di disturbo del Terzo Reich tra Caraibi e Terra del fuoco, tra le quali le operazioni Bolivar e Pastorius, il Progetto 14 e l’eclatante tentativo di golpe consumato in Cile dai filonazisti di Jorge González von Marées all’alba della seconda guerra mondiale.

Jorge González von Marées nacque in quel di Santiago del Cile il 4 aprile 1900 in una famiglia dell’alta classe, di nobile lignaggio. Figlio di un ricco imprenditore del settore sanitario – Marcial González Azócar, fondatore della Clinica tedesca di Santiago (ancora oggi esistente) – e di una nobile imparentata con il pittore Hans von Marées – Sofía von Marées Sommer –, González avrebbe manifestato un interesse per i più deboli, in particolare per la classe operaia, sin dalla gioventù.

Cresciuto con un profondo di disagio, legato al fatto di avere del sangue blu nelle vene in una nazione capillarmente indigente e diseguale, González avrebbe trascorso la giovinezza e la prima età adulta a lavorare in senso contrario ai voleri dei genitori. Dapprima un ciclo di studi estremamente lungo, terminato soltanto nel 1932 – con una tesi dedicata alla questione operaia –, e dipoi la decisione di imboccarsi in una strada senza ritorno, rifiutando l’aiuto di due genitori disposti a farlo entrare nelle forze dell’ordine o in politica: l’adesione al nazismo.

La scelta che lo avrebbe condizionato tutta la vita, macchiandone per sempre l’immagine e incrinando i rapporti già logori con la famiglia, avvenne nel 1932, Quell’anno, in data 5 aprile, González, in collaborazione con l’economista Carlos Keller e il militare in pensione Francisco Javier Diaz, avrebbe dato vita al Movimento nazionalsocialista del Cile (MNS, Movimiento Nacional-Socialista de Chile).

Ufficialmente indipendenti, cioè privi di legami con il Terzo Reich – del quale, a detta di González, avrebbero condiviso soltanto l’ideologia –, i membri del MNS avrebbero svelato molto presto il loro (vero) volto, quello, cioè, di una quinta colonna mossa dalla longa manus di Adolf Hitler. Il loro stesso soprannome, del resto, non lasciava spazio alla fantasia: González e i suoi gregari si facevano chiamare los nacistas, i nazisti.

Nel 1933, ad un solo anno dalla fondazione, il MNS avrebbe cominciato a incutere timore ai dipendenti della Moneda. E il motivo non era dato dagli scontri pressoché quotidiani con i gruppi studenteschi di estrema sinistra, in prevalenza marxisti e stalinisti, che avevano portato un inusuale caos lungo le strade cilene. Il motivo era che González aveva costituito un corpo paramilitare ispirato alle camicie brune (Sturmabteilung), dandogli un nome altrettanto eloquente: Truppe naziste d’assalto (Tropas Nacistas de Asalto).

Carismatico, nonché forte di un cognome pesante, in grado di suscitare approvazione, González avrebbe successivamente riformato alcuni concetti-chiave del MNS, ad esempio depurandolo dalla giudeofobia e dal biancocentrismo, allo scopo di tentare la conquista di ampi settori dell’opinione pubblica. Una moderazione tattica, in vista delle parlamentari del 1937, che avrebbe permesso al MNS di raggiungere una serie di traguardi notevoli, tra i quali la presidenza della Federazione degli studenti universitari cileni e un trattamento simpatetico da parte della grande stampa, persino da El Mercurio, il giornale più letto della nazione.

Nel 1937, sorprendendo lo stesso González, il MNS sarebbe riuscito a entrare in Parlamento. Avendo ottenuto il 2,04% a livello nazionale, infatti, il piccolo partito fu in grado di eleggere tre deputati: Fernando Guarello Fitz-Henry, Gustavo Vargas Molinare e lo stesso González.

Che la presenza del MNS non sarebbe stata identica a quella degli partiti, però, la politica e la società lo avrebbero compreso molto rapidamente. Il giorno dell’apertura dei lavori del nuovo Congresso, infatti, González avrebbe estratto una pistola nel corso di un alterco con degli altri deputati; un gesto costatogli l’immunità parlamentare e precorritore di ciò che sarebbe accaduto di lì a breve.

Il tentato golpe

Il risibile eppur importante esito delle parlamentari aveva convinto il MNS che la presa del potere, della Moneda, fosse più che possibile. Le urne avevano prodotto un risultato esiguo, ma le strade erano movimentate e le forze armate in trepidazione. Tutto sembrava indicare, in breve, che i tempi maturi affinché la nazione delle Ande si unisse all’internazionale nazifascista.

Il 5 settembre 1938, alla vigilia delle presidenziali più attese del decennio e il giorno successivo alla Marcia della Vittoria – la discesa su Santiago di oltre diecimila nacistas –, un piccolo esercito del MNS tentò un azzardo passato alla storia: una sedizione avente l’obiettivo di detronizzare il presidente in carica, Arturo Alessandri, e sostituirlo con l’ex dittatore Carlos Ibáñez del Campo.

Speranza-aspettativa dei golpisti era che le loro gesta eclatanti dessero vita ad un effetto domino nelle forze armate, incoraggiando i fedelissimi dell’ex dittatore, gli ibañisti, a destituire Alessandri e proclamare un regime militare, simil-fascista, in tutto il Cile. 

Poco dopo lo scoccare delle dodici, al grido “¡Chileno, a la acción!“, più di trenta nacistas addestrati all’arte della guerra urbana – selezionati tra i migliori combattenti delle Truppe naziste d’assalto – avrebbero fatto irruzione nel Palazzo del Seguro Obrero, sede dell’omonima agenzia governativa responsabie delle politiche assistenzialistiche.

Guidati dal tenente Gerardo Gallmeyer Klotze, i putschisti avrebbero mietuto la prima vittima entro cinque minuti dall’inizio dell’assalto: il carabinero José Luis Salazer Aedo. Preso in ostaggio il personale e convertito l’edificio in un avamposto fortificato e colmo di trappole ad ogni piano, i nacistas avrebbero iniziato a comunicare le loro intenzioni via radio, esortando i cileni, sia civili sia militari, a scendere in strada per sostenere la rivoluzione in corso.

La reazione della presidenza sarebbe stata ferma, intransigente e fulminea. Alessandri, dopo aver preannunciato l’apertura di un fascicolo di indagine teso a far luce sull’esistenza di legami tra i golpisti, apparati statali e forze straniere, avrebbe ordinato ai Carabineros di fare irruzione nell’edificio e sedare quel putsch in tempi brevi e con ogni mezzo necessario.

Entro le quattordici, un tiratore scelto avrebbe eliminato Gallmeyer, privando i golpisti della loro guida. Ed entro le quindici, tra lo stupore generale, sarebbe cominciata la battaglia per il Cile. Poco dopo aver inviato il reggimento di fanteria Buin al Seguro Obrero, infatti, la presidenza avrebbe dovuto mobilitare il reggimento Tacna per via dello scoppio di disordini in altre parti della capitale, tra i quali l’occupazione del Palazzo centrale dell’università del Cile.

Ordine e sicurezza sarebbero stati restaurati entro il tramonto, ma ad un prezzo carissimo: il sangue dei putschisti tra le mani di Alessandri e dei Carabineros. Il presidente, invero, dette l’ordine agli uomini in divisa di giustiziare il maggior numero di aspiranti rivoluzionari. Un severo monito per l’intero ambiente nazionalsocialista cileno che, alla fine della giornata, sarebbe costato la vita a 59 nacistas e avrebbe scioccato tanto l’opinione pubblica quanto gli intellettuali cileni più celebri dell’epoca, come il poeta Gonzalo Rojas.

Le urne avrebbero punito Alessandri per quell’eccidio, passato alla storia come il Massacro del Seguro Obrero (Matanza del Seguro Obrero), decretando la vittoria del rivale Pedro Aguirre Cerda. E Cerda, consapevole di essere stato eletto (anche) per protesta, una volta in ufficio avrebbe proceduto ad amnistiare i putschisti in stato di detenzione, tra i quali González.

Il secondo dopoguerra e la morte

Dopo un periodo di silenzio e raccoglimento, caratterizzato da un profilo sostanzialmente basso, González avrebbe tentato un nuovo colpo di mano all’acme della seconda guerra mondiale. Con l’aiuto di Buenos Aires e Berlino, secondo i servizi segreti britannici e statunitensi, avrebbe voluto occupare la Moneda e instaurare una dittatura militare a Santiago. Questa volta, però, a fermare González non sarebbero stati i militari cileni: sarebbero stati gli americani, che inviarono l’incrociatore Trenton al largo di Valparaiso in segno di avvertimento, riuscendo negli obiettivi di farlo desistere e di placarne a tempo indefinito l’animo sobillatore.

Reinventatosi liberale negli anni Cinquanta, e per questo accusato di tradimento da ex camerati e nacistas di nuova generazione – come il celeberrimo Miguel Serrano –, González sarebbe morto a Santiago del Cile il 14 marzo 1962, all’età di 61 anni.

Che cos’è la Fratellanza Ariana. Pietro Emanueli su Inside Over il 19 Febbraio 2022.

Era dai tempi della battaglia per i diritti civili degli anni Sessanta che gli Stati Uniti non erano così divisi su linee di faglia etno-razziali. I nazionalismi etnici proliferano, il terrorismo domestico va diventando una minaccia crescente e persino il discorso politico, sia a destra sia a sinistra, ha ceduto al fascino perverso della dialettica dell’odio.

Quanto fosse frammentata la società americana lo si è potuto capire, tanto in patria quanto nel mondo, all’indomani della morte di George Floyd, l’afroamericano morto durante un’operazione di polizia il 25 maggio 2020. Gli incidenti scaturiti da quell’evento, oltre ad aver giocato un ruolo nella sconfitta di Donald Trump alle successive elezioni, hanno fatto piombare gli Stati Uniti in una sorta di guerra civile a bassa intensità di cui continua a non intravedersi la fine.

La nuova guerra civile che ha avvolto gli Stati Uniti è combattuta da una costellazione variegata di attori, tra i quali i celeberrimi Antifa e Black Lives Matter, e vede il mondo del cosiddetto nazionalismo bianco giocare un ruolo da co-protagonista. Un mondo che, rispetto al passato, non è più guidato dal Ku Klux Klan, moribondo e diviso, ma da nuovi movimenti, brulicanti di vita e ricchi di membri, come le Nazioni Ariane, i Proud Boys, il movimento Boogaloo, il Fronte patriottico e la Fratellanza Ariana.

La fondazione

La Fratellanza Ariana (Aryan Brotherhood) nasce tra le celle del famigerato Penitenziario di San Quintino negli anni Sessanta. Erano i tempi della segregazione razziale, delle lotte del movimento per i diritti civili, e le carceri non erano immuni dalla tensione che attanagliava le strade.

La Fratellanza Ariana nacque, inizialmente, come un gruppo carcerario di autodifesa privo di connotazioni politiche. Non aveva un nome, non possedeva un’ideologia, ma per aderirvi era necessario soddisfare un requisito: essere bianchi. I detenuti afroamericani avevano formato la temibile Famiglia della guerriglia nera (Black Guerrilla Family) e avevano rapidamente assunto il controllo di San Quintino, seminando il panico tra i bianchi, i quali erano sì maggioritari, ma disorganizzati e disinteressati a fare politica.

In breve tempo, complici le tensioni interrazziali e la natura politica del confronto con la Famiglia della guerriglia nera, il gruppo carcerario di autodifesa dei bianchi sarebbe divenuto il cuore pulsante del nazionalismo bianco dietro le sbarre, a San Quintino come nel resto della nazione.

La trasformazione del gruppo divenne chiara negli anni Ottanta, età caratterizzata da una pioggia di omicidi a sfondo razziali e di violenze antipoliziesche perpetrate dalla Fratellanza. In principio fu il caso Robert Chappelle, un detenuto afroamericano ucciso nel 1981 dai due suprematisti Thomas Silverstein e Clayton Fountain nel penitenziario di Marion. Due anni più tardi, la Fratellanza avrebbe cominciato a prendere di mira le guardie, come palesato dal brutale assassinio di Merle Clutts – ucciso con quaranta coltellate –, diventando l’«incubo delle prigioni americane».

Ideologia, struttura e composizione

La Fratellanza Ariana, con il passare del tempo, è uscita dalle carceri e si è avventurata nella conquista delle strade. Non più una realtà penitenziaria, circoscritta a San Quintino, oggi la Fratellanza è un’organizzazione destrutturata, orizzontale e presente da costa a costa.

Le autorità stimano che la Fratellanza abbia tra i diecimila e i ventimila membri, buona parte dei quali si trova nelle prigioni per scontare delle condanne a vita, e la ritengono una delle realtà più attive e vibranti del nazionalismo bianco per varie ragioni:

Ha stabilito contatti, o meglio alleanze, con le principali organizzazioni del suprematismo bianco degli Stati Uniti, come il KKK, le Nazioni Ariane (Aryan Nations) e la Milizia del Montana (Militia of Montana);

Ha stabilito dei rapporti di collaborazione con le grandi organizzazioni criminali presenti nelle carceri nazionali, in particolare con le bande latinoamericane e con Cosa nostra americana, con le quali conduce affari, pianifica omicidi e organizza rivolte;

Non ha un capo unico, perché orizzontale, ma è composta da una serie di cellule a livello penitenziario, ciascuna dotata di una gerarchia e di un comune metodo di reclutamento e funzionamento, che interagiscono tra loro e permettono all’organizzazione di superare le barriere fisiche.

Entrare nella Fratellanza Ariana non è facile. L’ingresso va «meritato», dove per meritato si intende che l’aspirante fratello ariano deve dimostrare la lealtà alla causa, la volontà di appartenenza, commettendo delle gesta piuttosto gravi e pericolose, che spaziano dall’aggredire a sangue freddo un poliziotto all’uccidere un afroamericano a caso.

Una volta superata la prova del fuoco, al fratello ariano sono richieste altre due cose: la dedizione allo studio e la sua carne. Lo studio di libri come il Mein Kampf e Il Principe di Niccolò Machiavelli. La sua carne da marchiare a vita con tatuaggi inneggianti ad Adolf Hitler, al Terzo Reich e, in generale, al nazismo.

Potere bianco o potere al denaro?

La Fratellanza Ariana, pur figurando nell’elenco delle organizzazioni dell’odio del Southern Poverty Law Center, viene descritta da quest’ultimo come un’entità più interessata al denaro che all’ideologia.

I fratelli ariani sono noti per i vistosi tatuaggi denotanti la passione per il nazismo, nonché per gli innumerevoli crimini d’odio a sfondo razziale, ma questo non impedisce loro di fare affari con le bande latinoamericane, con Cosa nostra americana e coi gruppi criminali asiatici.

A metà tra l’organizzazione estremistica che predica l’odio e l’organizzazione criminale che fa affari con (quasi) tutti, la Fratellanza ariana è nota per il coinvolgimento in una vasta gamma di attività illecite, tra le quali il traffico di sostanze stupefacenti, l’estorsione, la prostituzione, le rapine e gli omicidi su commissione. Attività che intraprende quando singolarmente e quando in collaborazione con le famiglie mafiose italoamericane, con i cartelli della droga latinoamericani e coi gruppi criminali asiatici.

L’alleanza con Cosa nostra americana, più precisamente con la famiglia Gambino, sembra essere nata negli anni Novanta, in coincidenza con l’entrata in carcere dell’allora padrino John Gotti. Gotti, dopo essere stato aggredito da un detenuto afroamericano nel Penitenziario di Marion, aveva offerto alla Fratellanza del denaro in cambio dell’omicidio del suo assalitore.

La pecunia più che l’ideologia, in sintesi, sembra essere il motivo conduttore delle azioni dei fratelli ariani, dentro e fuori le sbarre, che alternano l’evangelizzazione dei carcerati – perché le prigioni sono e restano le loro basi operative – e la conduzione di attività criminose con chiunque, eccezion fatta per gli afroamericani, proponga loro un affare illecito.

Hitler, Rockwell e il Partito Nazista Americano. Pietro Emanueli su Inside Over il 29 gennaio 2022.

Gli Stati Uniti sono la terra delle opportunità per antonomasia; il luogo in cui tutto è possibile e dove chiunque ha il diritto, quasi sconfinato, di predicare ciò che vuole. Un diritto che ha permesso, ad esempio, alla Nazione dell’Islam di fare propaganda a favore del separatismo nero. Che ha permesso al Ku Klux Klan di riapparire a cadenza regolare, nonostante i linciaggi, gli omicidi e il terrorismo. E che ha permesso a tal George Lincoln Rockwell, negli anni Sessanta, di evangelizzare il popolo americano al credo nazista.

Il fondatore

Non si può scrivere e comprendere quel fenomeno più unico che raro che è stato il Partito Nazista America senza una previa introduzione a colui che lo fondò: George Lincoln Rockwell.

Nato il 9 marzo 1918 a Bloomington, stato dell’Ilinois, Rockwell era un membro della cosiddetta galassia WASP, in quanto di origini inglesi, francesi e tedesche. Cresciuto tra il New Jersey e il Maine, perché diviso tra i genitori divorziati, avrebbe tentato la carriera universitaria prima di arruolarsi nella Marina degli Stati Uniti.

Dopo l’attacco di Pearl Harbour, casus belli dell’entrata dell’America nella Seconda guerra mondiale, Rockwell avrebbe prestato servizio sia nell’Atlantico sia nel Pacifico, alternando mansioni logistiche, organizzative e azione – pilotaggio di aerei – e risaltando agli occhi dei superiori per la preparazione e l’efficienza.

Nel 1950, allo scoppio della guerra di Corea, Rockwell fu richiamato per servire la patria in qualità di tenente comandante, occupandosi di addestrare i piloti della Marina. E in questi anni, profondamente influenzato dal maccartismo, sarebbe diventato un sostenitore del nazismo, un nostalgico di Adolf Hitler, ritenendo l’ideologia della svastica l’unica forza in grado di fermare l’avanzata del comunismo negli Stati Uniti.

Dal dopo-Corea al 1959, coerentemente con il nuovo credo adottato, Rockwell avrebbe passato il tempo a persuadere esercito e opinione pubblica che il nazismo fosse la via. E dopo due tentativi fallimentari, la rivista U.S. Lady e il Comitato nazionale per liberare l’America della dominazione ebraica, avrebbe infine costituito il Partito Nazista Americano.

La nascita e l'espansione

Il Partito Nazista Americano viene fondato ufficialmente nel marzo 1959, ma assumerà quel nome soltanto un anno più tardi. Nel primo anno di vita, infatti, si sarebbe chiamato Unione mondiale dei nazionalsocialisti per la libera impresa.

Con sede ad Arlington, nell’Illinois, il Partito fu concepito come la replica all’americana dell’originale, dal quale mutuò gergo, iconografia, vestiario e, naturalmente, ideologia. Dopo alcuni anni di magra, a partire dal 1965, e fino al 1967, Rockwell sarebbe divenuto una sorta di icona culturale, per quanto negativa, e il Partito l’oggetto dell’attenzione della grande stampa (e della polizia federale). Il motivo? La bizzarra scenicità del Partito, frutto della teatralità e dell’inventiva di Rockwell.

A partire dal 1965, e fino al 1967, tutti avrebbero parlato di Rockwell. Rockwell l’anti-integrazionista, il nazionalista bianco, il neonazista. E alcuni, i più impavidi – o meglio, i più avidi di lettori –, come Playboy, lo avrebbero persino intervistato, adibendo le loro colonne ad uno spazio inconsapevole di proselitismo.

Tutti parlavano di Rockwell, perché, del resto, era impossibile ignorarlo. Era il creatore dei “bus dell’odio”, il promotore degli anniversari della nascita di Hitler, l’inventore del termine “potere bianco” e il fondatore dell’Unione mondiale dei nazionalsocialisti – l’organizzazione ombrello, ancora oggi esistente, che riunisce i principali partiti neonazisti del pianeta. Era colui che aveva convinto un militante ad assaltare Martin Luther King durante un comizio pubblico nel 1962, premiandolo ad aggressione avvenuta. Era colui che aveva stretto un’alleanza con la Nazione dell’Islam, figurando ad una loro marcia nel 1961 e parlando ad un loro evento l’anno dopo. Era colui che, contrariamente ad ogni aspettativa, era arrivato quarto alle elezioni governatoriali della Virginia nel 1965.

Il declino

Intuendo la possibilità di una popolarizzazione su larga scala, complice il clima dell’epoca – il risveglio del KKK, le tensioni interrazziali, l’ascesa della destra religiosa, l’albeggiare delle guerre culturali –, Rockwell, nel 1966, avrebbe dato un nuovo nome alla sua creatura: Partito nazionalsocialista della gente bianca. L’obiettivo? Superare definitivamente il nazismo, poiché ostacolo alla crescita, in favore di un più accettabile e moderato nazionalismo bianco.

Ma la transizione che avrebbe dovuto assicurare a Rockwell la simpatia di più ampie sezioni dell’opinione pubblica, magari permettendo al Partito di vincere qualche elezioni, non avrebbe mai avuto luogo. Il 25 agosto 1967, poco dopo aver annunciato la trasformazione della sua creatura, Rockwell fu assassinato da una vecchia conoscenza: John Patler, un nazista che era stato espulso dal Partito per aver tentato di diffondere idee marxiste.

Matthias Koehl, numero due del Partito e nebuloso personaggio legato all’internazionale nera – in contatto, tra gli altri, con Savitri Devi –, avrebbe rispettato le ultime volontà di Rockwell, proseguendo sulla via della ristrutturazione della piattaforma ideologica e dello stile comunicativo.

L’emergere di divisioni, in parte causate dal forte dissenso verso la svolta moderata e in parte dall’inabilità di Koehl di mediare conflitti e differenze, avrebbe progressivamente condotto il Partito alla morte per scissioni interne. Più vicini all’impianto ideologico e al modus operandi del KKK che alla moderatezza e al misticismo di Koehl, i nazisti americani sarebbero andati incontro ad una crescente radicalizzazione nel corso degli anni Settanta. E acme di questo processo di estremizzazione fu indubbiamente il massacro di Greensboro, ovvero l’uccisione di cinque attivisti comunisti, in concorso con membri del KKK, il 3 novembre 1979.

Disilluso dai compagni, che riteneva incapaci di cogliere i lati più profondi e metafisici del nazismo, in quanto esclusivamente interessati a commettere crimini d’odio, Koehl avrebbe deciso di trasformare la creatura di Rockwell nel Nuovo Ordine (New Order) nel 1983. Un’organizzazione apartitica e dal nome eloquente, indicativo della netta cesura con il passato e riflettente il focus sul lato mistico del nazismo, e che è sopravvissuta fino ai giorni nostri.

IL SENSO DI HITLER, DA GIOVEDÌ 27 GENNAIO AL CINEMA. Un'indagine alternativa e rivoluzionaria sull'influenza che Adolf Hitler continua ad esercitare ancora oggi sulla società. Da mymovies.it lunedì 10 gennaio 2022 - News.

A partire dal libro mai pubblicato in Italia "The Meaning of Hitler" di Sebastian Haffner (1978), volto a smantellare i miti e le idee comuni su Hitler e la sua ascesa al potere, il film propone un'indagine alternativa e rivoluzionaria sull'influenza che Adolf Hitler continua ad esercitare ancora oggi sulla società: da immagini dell'epoca nazista e documenti storici ad un'analisi approfondita del fenomeno anche attraverso i media e i social network di oggi, come Tik Tok e Twitch. Critici e storici rispondono a una domanda fortemente attuale: Hitler continuerà ad essere sempre più influente per le nuove generazioni?

Il film Il Senso di Hitler, diretto da Petra Epperlein, Michael Tucker (II), è distribuito da Wanted e in uscita giovedì 27 gennaio.

UN'INDAGINE AD AMPIO RAGGIO SUL PERCHÉ LE IDEE DI HITLER TROVINO CONSENSO ANCORA OGGI, NONOSTANTE TUTTO. Recensione di Giancarlo Zappoli su mymovies.it giovedì 20 gennaio 2022. 

Il documentario, basandosi sull'omonimo libro di Sebastian Haffner si interroga su come, a distanza di quasi 80 anni dalla sua morte, Adolf Hitler e la sua ideologia di sterminio possano ancora affascinare un numero non del tutto trascurabile di persone. Il ritorno dell'antisemitismo, la riscrittura falsificante della Storia e i movimenti del suprematismo bianco si rifanno, anche quando apparentemente lo negano, alla sua dottrina e alla sua azione. Intervengono numerosi storici e anche dei cosiddetti 'cacciatori di nazisti' che si interrogano sul fenomeno. Viene anche però concesso spazio al saggista inglese David Irving, noto supporter dei negazionisti dell'Olocausto.

Quasi nessuno prima di Sebastian Haffner aveva cercato di dare una spiegazione possibilmente razionale al fenomeno del nazismo. È stata proprio questo tentativo a suscitare l'interesse di Petra Epperlein e di Michael Tucker.

Epperlein e Tucker hanno provato a chiedersi (e a chiedere ai loro intervistati) se quanto Haffner ha intuito trovi riscontro dal loro punto di vista. Cosa hanno a che fare, ad esempio, i Beatles con Adolf? Ideologicamente nulla ma sul piano di proporsi come oggetto del desiderio per una vasta audience femminile un punto di contatto c'è. Così come c'è nell'utilizzo degli strumenti più avanzati della tecnologia. Hitler fu il primo a dotarsi di un particolare microfono (il cui funzionamento viene qui illustrato) che gli permetteva di allontanarsi ed avvicinarsi e di modulare l'emissione del suono dal pianissimo all'urlo di incitazione. Questi potrebbero essere considerati dei dettagli ma sono significativi così come è significativo seguire le visite guidate di Irving in cui stravolge la storia ad uso e consumo degli antisemiti come lui. 

I due registi non solo compiono un percorso nei luoghi storici della vita privata e pubblica di Hitler ma mostrano anche manifestazioni dell'estrema destra dei nostri giorni. Non nascondono la luna di miele che gran parte del popolo tedesco ebbe con il Führer che risollevò la Germania dalle macerie del Trattato di Versailles e, con un ampia selezione di materiali, ci mettono sull'avviso. Perché l'irrazionalità di gruppi più o meno ampi sta tornando a farsi presente e gli aspiranti dittatori, come il loro modello, hanno come obiettivo l'alimentare il caos per poter poi assumere surrettiziamente l'incarico di governarlo. Cercandosi un nemico da additare alle masse. 

“Il senso di Hitler”, l’influenza del nazismo nella società di oggi: dai media ai social network. Asia Angaroni il 27/01/2022 su Notizie.it.

Dal 27 gennaio è in sala “Il senso di Hitler”, il film di Petra Epperleine e Michael Tucker: un’indagine alternativa sull’influenza che Hitler ha ancora oggi. 

“Il senso di Hitler” è il film di Petra Epperleine e Michael Tucker, che dai filmati dell’epoca nazista ai video su Tik Tok offre un’indagine alternativa sull’influenza che Adolf Hitler continua ad avere ancora oggi. Dal 27 gennaio, Giorno della Memoria, arriva nelle sale italiane con Wanted Cinema “Il senso di Hitler”.

Si alternano in un connubio ricco di riflessioni attuali e coinvolgenti immagini dell’epoca nazista e documenti storici, offrendo al contempo un’analisi approfondita del fenomeno anche attraverso i media e i social network di oggi, come Tik Tok e Twitch. Un viaggio nella storia e nell’attualità più viva, per conservare il ricordo di un male passato ma mai svanito e scoprire la centralità dei social, talvolta controversi e gestiti con scarsa accuratezza.

A partire dal libro mai pubblicato in Italia “The Meaning of Hitler” di Sebastian Haffner (1978), volto a smantellare i miti e le idee comuni su Hitler e la sua ascesa al potere, critici e storici rispondono a una domanda fortemente attuale: Hitler continuerà a essere sempre più influente per le nuove generazioni? Forse, il primo passo è uccidere la leggenda che di lui ancora esiste.

Trucidare per sempre la mitizzazione del progetto fanatico da lui perseguito (e preannunciato nel suo diario, il Mein Kampf, scritto dallo stesso Hitler durante la detenzione nel carcere di Landsberg per la condanna dopo un colpo di stato fallito).

Che il docu-film sia mosso da un intento nobile e profondo, dai tratti storici e sociologici al contempo, è innegabile.

Altrettanto innegabile è il lavoro minuzioso che ne sta alla base: il film è stato girato in 9 Paesi e ripercorre i movimenti di Hitler, la sua ascesa al potere e le scene dei suoi crimini dal punto di vista di storici e scrittori. Così gli esperti esaminano l’impatto che Hitler ha avuto nella storia. Un’ideologia folle e macabra che – almeno in parte – ancora aleggia sulla società di oggi. Il documentario, analizzando diversi aspetti, esplora i vari modi in cui la tossicità di Hitler ha continuato a diffondersi dopo la sua morte attraverso le pagine di storia, i social media, il cinema, l’arte e la politica contemporanea. Con le riprese, i registi hanno scoperto che negazione e odio antisemita sono ancora esistenti. “In un mondo di contenuti illimitati è possibile che noi abbiamo involontariamente veicolato propaganda messa a fuoco di proposito dai nazisti per trasmettere il loro virus ideologico in futuro. Questo porta solo ad una domanda: come si può responsabilmente esplorare il passato senza contribuire alla riabilitazione del Nazismo?”, avvertono i registi. 

Ad arricchire il film e darne un valore aggiunto sono interviste e testimonianze che imprimono in immagini d’impatto quegli attimi andati conservati nella memoria, dandone una spiegazione concreta. Tra le testimonianze, quelle della scrittrice Deborah Lipstadt, dello storico britannico Sir Richard J. Evans, dell’autore di romanzi sull’Olocausto Martin Amis, dello storico israeliano Saul Friedlander, dello storico e studioso dell’Olocausto Yehuda Bauer e degli attivisti e “cacciatori nazisti” Beate e Serge Klarsfeld.

Giorno della Memoria, il doc 'Il senso di Hitler' esce in sala: i giovani e l'eredità avvelenata del Terzo Reich. Roberto Nepoti su La Repubblica il 27 Gennaio 2022.

Il documentario in sala oggi, tratto dal libro omonimo di Sebastian Haffner, racconta la terribile parabola del nazismo. Dai social ai media, una 'normalizzazione' del male che fa paura, confondendo la propaganda con la realtà.  

“Se accendi la televisione tedesca in un giorno qualsiasi – dice uno degli intervistati – hai il 95% di probabilità di vedere immagini del nazismo”. Così Petra Epperlein e Michael Tucker, autori del documentario Il senso di Hitler (in uscita nelle sale italiane il 27 gennaio, Giorno della Memoria), si pongono un interrogativo insolito: sarà il caso di fare un film che contribuisca ulteriormente all’espansione dell’universo nazista, continuamente riproposto e magnificato da Hollywood come un grande dramma storico? La risposta è sì, ne valeva la pena. Perché, a partire dal libro omonimo di Sebastian Haffner, Il senso di Hitler è una riflessione pacata e profonda sull’eredità avvelenata del III Reich, che ancor oggi trova proseliti ed esercita una fascinazione sulle giovani menti. 

Dopo la guerra i monumenti nazisti sono stati abbattuti; invece sono rimaste intatte le immagini, i fotogrammi, diventati monumenti essi stessi grazie alla loro perversa grandiosità. E’un’autentica invasione dei media: programmi di storia, anniversari, perfino una serie intitolata Hitler a colori... Tutte cose che non solo hanno “normalizzato” il nazismo, ma che confondono – più o meno consapevolmente – la propaganda con la realtà. Il grosso guaio è che questa marea di immagini alimenta fenomeni sociali e politici dell’oggi, in tutto simili a quelli che portarono alla presa di potere del nazismo. All’epoca, la radicalizzazione del vittimismo di massa generò nella Germania del dopoguerra (come del resto in Italia) il fenomeno diffuso dell’antisemitismo, che concentrava sugli ebrei la colpa di tutti i guai. E non è, questo, lo stesso meccanismo psicologico dell’odierno complottismo, nell’America di Trump come dalle nostre parti? Che addita nemici nell’avversa parte politica, nei migranti o nella stampa. 

Lontano anni luce dalle celebrazioni di tanti documentari, Il senso di Hitler ci parla soprattutto dell’oggi. Quando gli enormi progressi della tecnologia, già padroneggiata da Hitler (che utilizzava un sofisticato sistema di microfoni e altoparlanti per rendere più effiaci i suoi discorsi), possono consentire a un demagogo di raggiungere senza filtri milioni di persone mobilitandole e istillando odio (è necessario ricordare, appena un anno fa, i fatti di Capitol Hill?). Purtroppo la Storia non segue un andamento lineare: a quasi ottant’anni dalla fine del nazismo, neonazionalismo e neonazionalisti tornano a invadere lo spazio pubblico, in Polonia come in altri Paesi europei.

La seconda parte del documentario, che si avvale anche di testimoni eccellenti come Martin Amis e la storica americana Deborah Lipstadt, focalizza sull’antisemitismo e le teorie cospirazioniste ancora vigenti. Quelle di un (sedicente) storico negazionista come David Irving o di altri che pretendono di riscrivere la Storia cancellando la Shoah; così come il campo di sterminio di Sobibor fu “cancellato” dai nazisti nascondendone le vestigia sotto una foresta di alberi appositamente piantati. 

Per fortuna esistono ancora testimoni eccellenti, ormai in età veneranda, dei quali Epperlein e Tucker raccolgono le parole, a contrappeso delle immagini del Reich trionfante. Uno è lo scrittore novantenne Saul Friedlander, che accompagna lo spettatore per buona parte del documentario. Un altro il grande storico Yeudah Bauer, novantacinque anni, cui dobbiamo un ammonimento fondamentale sulla “banalità del male”, nel senso in cui la intendeva Hannah Arendt: “Non è che i nazisti fossero disumani – dice Bauer a conclusione del documentario – le idee naziste sono state messe in pratica da persone assolutamente normali”.

Lord Haw Haw, il più arcigno traditore d'Inghilterra. Davide Bartoccini il 27 Gennaio 2022 su Il Giornale.

L'ascesa e la caduta di Lord Haw Haw, il controverso e talentuoso broadcaster filo-nazista che intratteneva gli inglesi con propaganda e disinformazione.

29 maggio 1945, Flensburg, Germania. Nel retro di un’ambulanza militare con le grosse croci rosse nei necessariamente vistosi cerchi bianchi, giace un uomo magro e dal volto assai arcigno, segnato da una lunga e profonda cicatrice sulla guancia destra che ricorda quelle da mensur degli ufficiali nazisti le cui gesta ha lungo osannato alla radio. Indossa un pigiama a righe ed è contornato da alcuni fucilieri di sua Maestà con i mitra Sten spianati. Il suo nome è William Joyce, ma è più famoso con il nomignolo di Lord Haw Haw. La voce di “Germany calling”, trasmissione di propaganda filo nazista che ha intrattenuto o disturbato l’intero regno con il suo accento britannico molto upper-class, è agli arresti dopo essere stato inseguito e anche ferito da una raffica di mitra. Gli avvertimenti non erano stati sufficienti, e una mano in tasca suggeriva l'intenzione di estrarre un'arma per l'ultimo tentativo di una difesa disperata.

”Nei paesi civilizzati gli uomini feriti non sono dei peep-show”, incalza con sarcasmo il fotografo che vuole immortalare la scena una volta giunto al quartier generale della Seconda Armata inglese. Il volto arcigno si contrare in una risata amara. Una delle ultime della sua lunga e “disonorevole” carriera. Appena un mese prima, nell'ultima puntata della sua trasmissione, si era abbandonato a una folle e sconclusionata tirata che metteva in guardia tedeschi e inglesi dalla minaccia dei bolscevichi, che come un'orda di barbari avrebbero travolto quel che restava del Reich per attentare al Regno Unito: colpevole di non essersi alleato con i tedeschi quando poteva, per arginare l'espansione del comunismo.

Sull'orlo dell'esaltazione mistica, Lord Haw-Haw concluse le trasmissioni con un tetro "Heil Hitler" seguito da un "addio". Appena qualche ora dopo Adolf Hitler si sarebbe sparato un colpo in testa nella Berlino assediata dall'Armata Rossa. Radio Amburgo, da cui Joyce trasmetteva, sarebbe stata sequestrata dagli alleati nei giorni successivi.

Un improbabile fascista

Figlio di una coppia di irlandesi stabilitasi negli Stati Uniti alla fine dell’800, Joyce nacque a Brooklyn, New York, nell’aprile del 1906, ma tornò in Irlanda quando aveva appena tre anni. I suoi genitori, entrambi fedeli unionisti contrari a un'Irlanda sovrana, incoraggiarono fin dall’infanzia il piccolo Joyce a mantenere le medesime convinzioni, tanto da vederlo impegnato come corriere per i servizi segreti dell'Esercito britannico durante la guerra d'indipendenza irlandese.

Questo suo servigio, ispirato dalla simpatia per l’ideologia unionisti lo portò nel circolo dei Black and Tans: formazione paramilitare voluta da Winston Churchill che inquadrava veterani dell’esercito che avevano servito nella Grande Guerra intesi a combattere contro i nazionalisti dell’Esercito Repubblicano Irlandese (il neonato IRA, ndr). La guerra condotta dai Black and Tans degenerava sovente in atti di terrorismo. Essi erano noti per la brutalità che non di rado sfociava in esecuzioni extragiudiziali, incendi dolosi e ogni altro tipo di violenza.

Sarà proprio la passione per le formazioni miliari che porterà Joyce, trasferitosi in Inghilterra, ad arruolarsi nell’University of London Officer Training Corps, del quale indossava fieramente l’uniforme ad ogni occasione possibile, e ad appassionarsi alla politica reazionaria, che non era ancora vista come un pericolo da debellare nel Regno che voleva quietare il laburismo.

Iniziò così il suo longevo flirt con il fascismo, culminato nel 1932 con l’adesione al British Union of Fascists, il partito fondato da Sir Oswald Mosley che date le sue ottime qualità di oratore, lo vedrà nominato direttore della Propaganda nel 1934. Se la sua retorica, benché violenta, rimase sempre brillante e molto apprezzata, le sue radicali posizioni antisemite e filonaziste finirono per provocarne l’espulsione dal partito per volere di Mosley - che simpatizzava con le marce, le tirate e le uniformi delle Camicie Nere e delle SA, ma puntava alla prosperità economica attraverso il corporativismo, restando fedele alla Corona; non all’antisemitismo e al germe del collaborazionismo.

Quando nell’agosto del 1939 le rivendicazioni sullo stretto di Danzica mosse da Adolf Hitler minacciavano lo scoppio di un nuovo conflitto in Europa, Joyce decise di rinnovare il suo passaporto e abbandonare il Regno Unito che in qualche modo aveva ripudiato lui e i suoi ideali, partendo alla volta di Berlino con la sua seconda moglie. Nel suo libro, “Twilight over England”, scriverà: "L'Inghilterra stava per entrare in guerra. Per ragioni di coscienza sentivo di non poter combattere per lei, per questo dovevo lasciarla per sempre".

Al servizio del Reich, per abbassare il morale di sudditi di sua Maestà

Joyce divenne cittadino tedesca nel 1940, quando la Wehrmacht travolgeva i primi eserciti e Londra si ostinava a combattere quella “strana guerra” che i tedeschi chiamavano Sitzkrieg: la guerra “seduta”. Considerati i suoi talenti, divenne annunciatore radiofonico per alcune trasmissioni in lingua inglese della Reichsrundfunk. La fama lo avrebbe raggiunto presto, almeno nella sua vecchia patria, attribuendogli il nome di "Lord Haw-Haw”; nomignolo datogli dal giornalista britannico J. Barrigton che lo immaginava come un gentiluomo che parlava un inglese del genere haw-haw (dunque contrassegnato dall'uso frequenta di “haws” abitudine associata a dell'alta borghesia britannica, ndr). "Il suo forte è l’indignazione", diceva Barrington, “dal suo accento e dalla sua personalità, Lord Haw Haw lo immagino con un mento sfuggente, un naso interrogativo, capelli biondi e sottili pettinati all'indietro, un monocolo e una gardenia all’occhiello".

E in effetti il mento sfuggente lo aveva, e aveva anche una profonda cicatrice che ricordava quelle degli junker prussiani che si erano misurati della duello alla Mensur; ma che in realtà gli aveva procurato un fendente inflitto con un rasoio in una rissa avuta con alcuni militanti comunisti nel 1924. Il taglio impose sul suo viso una profonda cicatrice che correva dal lobo dell'orecchio destro all’angolo della bocca.

Tutte le trasmissioni di Joyce, che non era l’unico conduttore che padroneggiava la lingua inglese, ma che resterà l’unico a passare alla storia, iniziavano on l'annuncio "La Germania chiama, la Germania chiama”, e proseguivano con una lettura beffarda e pungente delle notizie, che miravano sempre a esortare gli inglesi a riconsiderare le loro posizioni nei confronti del nemico germanico. Incolpando i "sionisti" dello scoppio di quella nuova ennesima guerra. Ascoltare quel genere di trasmissioni radio non era considerato illegale, ma era fortemente sconsigliato dalle autorità che pure non riuscirono ad impedire a ben sei milioni di ascoltatori “fissi” - e oltre 18 milioni di ascoltatori occasionali - di sintonizzarsi sulla frequenza e rispondere in qualche modo alla quella Germania che chiamava per i primi otto mesi di guerra.

Informazione o disinformazione? Un vecchio pericolo mai sopito

Il successo delle trasmissioni condotte da Joyce nelle sua nuova veste di arma della propaganda nazista fu tale da destare la preoccupazione dell’intelligence britannica che non poteva ignorare l’interesse che il popolo nutriva per questo singolare avversario. Nessuno inoltre conosceva la vera identità di questa “voce” che disinformava il 50% degli inglesi con notizie a volte false e tendenziose, a volte lievemente distorte per insinuare il dubbio negli ascoltatori.

Alle speculazioni sulla sull’identità di Lord Haw Haw mise fine la lettera del signor M. Kelly di Galway, dove Joyce aveva frequentato il collegio gesuita: “Sono abbastanza certo che si tratti di Joyce. L’annunciatore inglese delle 21:15 e delle 23:15 da Amburgo, Brema, ecc. Sono rimasto colpito dalla familiarità di quella voce. Ho detto spesso che avevo già sentito quella voce ma non riuscivo a collocarla.. poi ho capito che era Willie”, aggiungendo “..anche da bambino era così velenoso, beffardo e sarcastico quando parlava di qualsiasi cosa riguardasse irlandese o Galway”. Così l’intelligence potè dare un nome a quello che sarebbe stato senza dubbio iscritto nella lunga lista dei nemici da mettere a tacere.

Il ministero dell’Informazione, con l’ausilio della BBC, aveva nel frattempo intrapreso una serie di azioni per contenere il fenomeno “Haw Haw”, dopo aver analizzato con attenzione i risultati di alcuni sondaggi che si erano rivelati a dir poco inquietanti. Secondo una larga parte degli intervistati, inizialmente entusiasti della trasmissione tedesca, Lord Haw Haw appariva come “un uomo estremamente simpatico”, di cui venivano particolarmente apprezzati i “giochi di parole astuti” e i modi. Spesso il popolo di ceto più basso, invece che provare antipatia, ne rimaneva affascinato. “Sento che è un gentiluomo”, rispondevano alcuni, “anche se non conosciamo il significato di alcune parole”, aggiungevano altri.

Secondo la maggioranza degli ascoltatori la trasmissione meritava di essere seguita per ascoltare il punto di vista tedesco. Altri invece speravano di ”ricevere più notizie". Notizie che Londra non voleva condividere con il suo popolo, innescando un neonata sindrome complottista. Il rischio era - allora come ora - quello di far prendere per buone molte delle invenzioni propagandistiche di Lord Haw Haw. Un pilota della Royal Air Force che aveva preso parte attiva nella campagna di Francia risposte lapidario: “Dice un sacco di cazzate. Il 75% delle sue affermazioni sono bugie o propaganda, ma a volte colpisce nel segno. È allora che ti fa pensare. Ti chiedi se anche molte delle sue affermazioni siano vere”. Un bibliotecario invece affermava: “Ci sintonizziamo quasi sempre alle 9.15 per cercare di raccogliere alcune notizie che il ministero dell'Informazione ci nasconde. È interessante ottenere le opinioni della BBC e i resoconti della radio tedesca sugli stessi impegni aerei”.

Oltre al Regno Unito, Lord Haw Haw aveva una nutrita schiera di ascoltatori negli Stati Uniti e in Canada, dove vennero reclutati conduttori radiofonici che avevano il preciso compito di rispondere alle sue parole, confutando ogni informazioni false o tendenziosa. Sebbene il progetto fosse intelligente, nessuno di questo conduttori raggiunse nel primo anno di guerra il successo di Lord Joyce. Considerato dai suoi avversari come "uno dei migliori broadcaster di sempre”.

La caduta del Lord beffardo

La popolarità di Joyce diminuì drasticamente con il progredire della guerra che finiva di essere “seduta” e contava già decine di migliaia di morti. L'invasione tedesca di Danimarca e Norvegia, l'attacco contro i Paesi Bassi e infine la conquista della Francia, con la bruciante ritirata di Dunkirk, minarono il successo di Lord Haw Haw, che nel frattempo aveva cambiato approccio, incentrando la sua trasmissione su degli appelli diretti al popolo inglese affinché si arrendesse ai nazisti. Il corrispondente radiofonico americano che aveva incontrato Joyce a Berlino durante l'inverno del 1940 riportava: “Cominciava ad inasprirsi. Aveva perso il senso dell'umorismo e con esso, credo, quale influenza della quale aveva goduto”.

La battaglia d’Inghilterra aveva senza dubbio influito più di ogni racconto radiofonico. Dimostrando che il morale degli inglesi non si piegava nemmeno di fronte alle bombe che incendiavano ogni notte i centri delle città. Nel corso del conflitto le trasmissioni di Joyce divennero sempre più monotone e deliranti. Dopo aver registrato le ultime puntante, Lord Haw Haw preferì fuggire dalla scena per rifugiarsi con sua moglie in un piccolo villaggio nei pressi di Flensburg, al confine con la Danimarca. Proprio dove l’Ammiraglio Donitz, raccolto il testimone del defunto Hitler, si preparava a firmare la resa con gli Alleati. Joyce - nella lista dei servzi segreti che avevano iniziato a rastrellare i territori liberati in cerca di criminali di guerra, ed erano stati informati di una “tranquilla coppia britannica” che si era appena trasferita in un cottage - venne sorpreso mentre era nella boscaglia, pronto ad esibire un documento falso che non ebbe il tempo di estrarre dalla tasca. Identificato, venne riportato nel Regno Unito dove sarebbe stato processato per tradimento.

Traditore “fino a prova contraria”

Consegnato alla polizia militare britannica, gli vennero contestate tre accuse di alto tradimento. Sorsero immediatamente però delle questioni inerenti la giurisdizione e la cittadinanza di Joyce. L'uomo era nato negli Stati Uniti, aveva vissuto in Irlanda, rimasta neutrale, era diventato cittadino tedesco, ma pur non dichiarandosi un suddito britannico, possedeva un passaporto emesso dal Regno Unito.

Quando nel 1922 i genitori di Joyce si rifugiarono in Inghilterra per sfuggire alle vendette dei nazionalisti irlandesi, il futuro Lord Haw Haw avrebbe dichiarato: "Sono nato in America, ma da genitori britannici”. Una falsa dichiarazione confermata da suo padre che gli costerà la vita. Il procuratore generale, Sir Hartley Shawcross, sostenne le sue accuse dichiarando che Joyce possedeva un passaporto britannico. Dunque, dovendo la sua fedeltà alla Gran Bretagna, doveva essere processato per tradimento qualunque fossero le sue dichiarazioni in merito. Assolto da due delle tre accuse, fu comunque condannato a morte per tradimento.

Senza mostrare alcun rimorso Joyce concluse la sua vita con dichiarazioni antisemite: "Nella morte come nella vita, sfido gli ebrei che hanno causato quest'ultima guerra e sfido il potere delle tenebre che rappresentano. Avverto il popolo britannico contro l'imperialismo schiacciante dell'Unione Sovietica.” Dichiarandosi orgoglioso di morire per i suoi ideali, mostrò poi “dispiacere” per quei “figli della Britannia” che erano morti senza conoscere un “misterioso perché”.

Il 3 gennaio 1946, presso il carcere di Wandsworth, William "Lord Haw-Haw" Joyce venne impiccato. Il corpo fu sepolto in una tomba senza nome. Trent’anni dopo venne esumato e traslato in Irlanda per volere di sua figlia. Secondo il giornalista William L. Shirer, durante tutta la durata della guerra nessuno dei suoi celeberrimi rivali, nemmeno Tokyo Rose o Axis Sally, aveva mai raggiungo il suo talento. Lord Haw Haw era stato, e sarebbe rimasto, il più eccezionale “traditore radiofonico della guerra”.

Davide Bartoccini. Romano, classe '87, sono appassionato di storia fin dalla tenera età. Ma sebbene io viva nel passato, scrivo tutti giorni per ilGiornale.it e InsideOver, dove mi occupo di analisi militari, notizie dall’estero e pensieri politicamente scorretti. Ho collaborato con il Foglio e sto lavorando a un romanzo che credo sentirete nominare. 

Erik Jan Hanussen, il mago di Hitler. Pietro Emanueli su Inside Over il 22 gennaio 2022.  

Dietro ogni statista, in democrazia come in dittatura, si celano sempre un maestro dal quale ha appreso e un ispiratore dal quale è stato influenzato. Perché la storia non è che una catena di trasmissione di conoscenze, di condivisione di esperienze e di circolazione di idee. E pochi posseggono la sete di imparare, e poi di mettere in pratica, che è tipica di statisti e strateghi.

Giulio Mazzarino ebbe come maestro il cardinale Richelieu, di cui portò a compimento il sogno di fare della Francia la regina d’Europa e di mantenere le terre tedesche frammentate in una miriade di micro-Stati in guerra tra loro. Lenin ebbe come ispiratori Karl Marx e Friedrich Engels, dei quali traspose in realtà l’utopia comunista. E Adolf Hitler ebbe insegnanti l’esoterista Erich Ludendorff e il veggente Erik Jan Hanussen.

La stella dell'illusionismo tedesco

Erik Jan Hanussen, al secolo Herschmann Chaim Steinschneider, nacque a Vienna il 2 giugno 1889. Figlio d’arte – il padre era attore, la madre una cantante -, nelle sue vene, sebbene una volta adulto si sarebbe spacciato per danese, scorreva sangue moravo ed ebraico.

Allevato sin dalla tenera età alle arti della recitazione, dell’improvvisazione e dell’intrattenimento, Hanussen, crescendo, avrebbe mostrato un talento innato nell’ipnotismo e nel mentalismo. Un talento che avrebbe avuto modo di esprimere in lungo e in largo in Austria e in Germania: nei cabaret, nei caffè-concerto, nei circhi e, infine, nei teatri.

Tra uno spettacolo e l’altro, quando sorprendendo perché telepate e quando stupefacendo perché telecineta, Hanussen sarebbe divenuto il più popolare illusionista e prestigiatore della Germania weimariana, nonché il secondo più celebre del mondo – superato per fama, ma non per bravura – soltanto dal contemporaneo Harry Houdini.

Avrebbe trascorso il primo dopoguerra in viaggio, come un girovago, perché ricercato e contrattato dai signori dell’intrattenimento di Europa, Medio Oriente e Stati Uniti, per i quali Hanussen, in quanto sinonimo di qualità, era un magnete di incassi.

Il legame con Hitler e il nazismo

Hanussen, che si era allontanato dal padre da giovane, crebbe come uno spirito libero, privo di qualsivoglia formazione religiosa, perciò da adulto, nonostante le origini ebraiche, non avrebbe avuto problemi a sposare la causa nazista e a stringere un legame particolarmente intenso con un Hitler in carriera, reduce dal putsch della birreria e lontano dal cancellierato.

I due erano soliti trascorrere molto tempo insieme, a volte in pubblico e a volte in privato, e discutevano del più e del meno, di politica come di psicologia delle masse. Hitler era alla ricerca di un nuovo metodo comunicativo, di uno stile in grado di renderlo magnetico, persuasivo e trascinante, e Hanussen aveva la soluzione: applicazione delle tecniche del mentalismo alla comunicazione politica. Ma Hitler, più di tutto, voleva il potere, quello vero – politico -, e Hanussen, all’inizio del 1932, lo rassicurò: aveva interrogato gli astri, e gli avevano risposto che avrebbe vinto le future elezioni.

Sono i cuori degli uomini che vanno conquistati, non le loro povere menti, con le parole e con la mimica del volto e dell’intero corpo. Non è il contenuto di una frase a decidere il suo effetto sul pubblico, bensì il modo in cui viene pronunciata: è il tremare o il tuonare della voce dell’oratore a toccare le corde del cuore umano.

L'assassinio

Aver predetto con un anno di anticipo l’ascesa di Hitler al trono di Germania, ed erogato altrettanti vaticini rivelatisi profetici ai nazisti che nel tempo lo avevano interrogato sul loro futuro, non avrebbe cambiato il suo destino, che era quella di una separazione (tragica) con Hitler.

Nell’immediato dopo-elezioni, complice la sua vicinanza a Hitler, gli ambienti comunisti avrebbero lavorato al boicottaggio della celebrità di Hanussen, diffondendo documentazione probante la sua ascendenza ebraica. L’opera di assassinio del personaggio avrebbe dato i suoi frutti: Hanussen, sebbene fosse diventato da poco cattolico, fu allontanato dal Partito e da un giorno all’altro messo all’angolo da coloro che fino al giorno prima erano stati suoi amici.

Il vero punto di rottura, ad ogni modo, sarebbe stato un altro. La sera del 24 febbraio, nel corso di una sessione di divinazione per intrattenere un vasto pubblico, avvertì gli spettatori di aver intravisto il crollo del Reichstag a causa delle fiamme. Fiamme del destino, precorritrici di una nuova era, divampanti dinanzi ad una folla acclamante le SS. Il vaticinio sarebbe divenuto realtà tre giorni dopo e a lui, Hanussen, sarebbe costato la vita.

La mattina del 25 marzo, a poco meno di un mese dall’incendio del Reichstag, Hanussen fu prelevato dalla propria abitazione con l’inganno. Gli agenti delle SA gli dissero di vestirsi, e di seguirlo sulla loro macchina, perché avrebbe dovuto interrogarlo. Lo avrebbero ritrovato senza vita dei contadini due settimane dopo, il 7 aprile, orribilmente mutilato, crivellato di proiettili, nel bosco di Staakowen. Karl Maria Wiligut, signore delle rune e stregone di Himmler. Pietro Emanueli su Inside Over il 22 gennaio 2022.

L’età nazista è stata la grande epoca buia del Novecento. Breve, perché durata solamente dodici anni, eppure incredibilmente intensa, poiché causa scatenante della Seconda guerra mondiale e di genocidi come la Shoah e il Porrajmos, quella nazista è e resta la saga storica più studiata, eppure più incompresa, di tutti i tempi. Un paradosso, perché la comprensione dovrebbe seguire lo studio, eppure è così.

Il motivo per cui, ancora oggi, laici e professionisti faticano a capire le ragioni di quello che Alfred Rosenberg aveva ribattezzato il Mito del ventesimo secolo è che ne ignorano le origini – oppure le conoscono ma non ne afferrano del tutto la complessità. Perché il nazismo ebbe tanti padri, dal razzismo scientifico angloamericano all’occultismo britannico. E tra quei padri, che furono molti e diversi tra loro, uno dei più importanti fu lo stregone Karl Maria Wiligut.

Prima del nazismo

Karl Maria Wiligut nasce a Vienna il 10 dicembre 1866. Di estrazione aristocratica, Wiligut riceve un’educazione rigida, militare, che a soli 17 anni lo traghetta nel reggimento di fanteria dell’esercito di Milan I di Serbia. Ottenuto il grado di tenente a soli 22 anni, cioè nel 1888, l’anno seguente aderisce ad una loggia paramassonica rispondente al nome di Schlaraffia.

Di questa società, ancora oggi esistente, Wiligut avrebbe scalato i vertici in poco tempo, acquisendo conoscenze e competenze in una varietà di ambiti: dall’esoterismo alla poesia. Ne sarebbe uscito nel 1909, dopo aver ottenuto il titolo di cavaliere e pubblicato due libri grazie al bagaglio sapienziale ivi ricevuto: una raccolta di poemi intitolata Seyfrieds Runen ed un’opera sullo gnosticismo iperboreo dal titolo Neun Gebote Gôts.

Chiamato a servire nell’esercito allo scoppio della Grande guerra, Wiligut avrebbe combattuto per gli Imperi centrali tra Balcani ed Europa orientale. Si accommiata dal servizio militare nel 1919, con gli onori, vantando il titolo di colonnello e portando su di sé le cicatrici di una battaglia avvenuta nei pressi di Leopoli.

Nel dopoguerra, ufficialmente in pensione, Wiligut inizierà a profittare del tempo libero per dedicarsi a quella che era stata la sua più grande passione dopo l’esercito: l’occultismo. Una passione che da giovane lo aveva condotto all’interno di Schlaraffia, a studiare le teorie misteriosofiche di Guido von List e Josef Lanz, e che ora, ormai maturo, lo avrebbe riportato da una vecchia conoscenza: Theodor Czepl dell’Ordo Novi Templi.

Stregone dei nazisti

Internato in un ospedale psichiatrico nel 1924 per via degli abusi consumati ai danni della moglie tra le mura domestiche, Wiligut avrebbe riassaporato la libertà e rivisto la luce del Sole soltanto tre anni dopo. Libero, ma senza famiglia e con una diagnosi di schizofrenia e disturbo narcisistico della personalità, Wiligut avrebbe abbandonato l’Austria, sua terra natale, e preso residenza in Germania, a Monaco di Baviera.

Nella Germania dei primi anni Trenta, in stato di agitazione per l’ascesa del nazismo e in fermento culturale per via del proliferare di società segrete, sette, ordini esoterici e nuovi movimenti religiosi, Wiligut sarebbe rapidamente divenuto un punto di riferimento per amatori dell’occultismo e mistici nazisti. Il motivo? Quel libro sull’ariosofia pubblicato nel lontano 1908, tanto inosservato in Austria quanto popolare in Germania.

Tutti volevano attingere a quel pozzo di scienza dell’occulto e negromanzia che era Wiligut, la cui dimora bavarese sarebbe divenuta il punto di fermata di personaggi come Ernst Rüdiger e di membri dell’Ordine dei nuovi templari e del Partito nazionalsocialista dei lavoratori.

Vril, la società del mistero dietro alla nascita del nazismo

Troppo famoso nei circoli occultistici per essere ignorato, o meglio per non essere reclutato, Wiligut sarebbe stato introdotto nelle SS su volere di Heinrich Himmler. E non per svolgere un ruolo qualunque: Himmler lo avrebbe messo a capo del Dipartimento per la storia antica e la preistoria dell’Ufficio centrale per la razza e le colonie (RuSHA, Rasse und Siedlungshauptamt).

All’interno del RuSHA, lavorando a stretto contatto con l’Ahnenerbe, Wiligut avrebbe gestito l’agenda dei viaggi dei cercatori di misteri e curato i piani per il restauro del suggestivo castello di Wewelsburg – pensato per diventare il “centro del mondo” nel dopoguerra e nel frattempo utilizzato dalle SS per svolgere riti iniziatici, pratiche occulte e cerimonie ariosofiche, come battesimi ed evocazioni.

Il pensiero

Wiligut, come tanti connazionali dell’epoca, era realmente convinto della superiorità della civiltà germanica e del suo essere diretta discendente della perduta razza ariana, in qualche modo connessa con gli atlantidei e gli iperborei. Da giovane era stato un seguace della scuola ariosofica di von List e Lanz – i primi “ricercatori scientifici” della razza ariana e dell’Iperborea –, ma crescendo se ne sarebbe distanziato e avrebbe sviluppato una propria dottrina filosofica attingendo alla mitologia norrena, all’epica germanica e al misticismo giudeocristiano.

Wiligut era anche convinto che la storia dei popoli del mondo fosse cominciata molti millenni prima di quanto attestato dalla storiografia ufficiali. La storia della civiltà germanica, ad esempio, avrebbe avuto approssimativamente inizio prima del duecentomila avanti Cristo.

I nazisti, la ricerca della Terra cava e il mito di Agarthi

Wiligut, contrariamente a molti nazisti, non disprezzava né il messaggio cristiano né la Chiesa cattolica. Era stato, del resto, allevato al credo cattolico sin dalla tenera età. Del cristianesimo, ad ogni modo, aveva una concezione più che eterodossa: credeva che la prima Bibbia fosse stata scritta in tedesco e che Cristo, più che un ariano – tesi in circolazione sin dai tempi di Émile-Louis Burnouf, Houston Stewart Chamberlain e Madison Grant –, non fosse altro che un antichissimo dio venerato dagli avi dei tedeschi dalla notte dei tempi.

Ossessionato dalle rune, parimenti a von List, Wiligut sviluppò un proprio alfabeto runico e realizzò diverse micro-opere con l’antico sistema di scrittura germanico. Wiligut avrebbe trasmesso questa fissazione a Himmler, che nel sistema delle rune armane dell’esoterista avrebbe trovato l’ispirazione per forgiare l’anello con testa di morto delle SS.

Convinto sostenitore della storicità di Atlantide e dell’Iperborea, nonché della tesi della fuga degli ariani nel sottosuolo, Wiligut avrebbe giocato un ruolo-chiave nella formazione dell’agenda dell’Ahnenerbe. Gli viene dato credito, infatti, per aver influenzato una miriade di missioni, dalla Scandinavia all’Asia centrale.

Gli ultimi anni

Le avventure naziste di Wiligut avrebbero raggiunto il capolinea nel 1938. Il Partito era venuto a conoscenza dei trascorsi dell’uomo con la psichiatria, degli abusi domestici, e Himmler, per ragioni di immagine, diede l’istruzione perentoria di pensionarlo. Fu congedato pochi giorni prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, nell’agosto 1939.

Anziano, privo di affetti ed ostracizzato dal Partito, Wiligut avrebbe vissuto con inquietudine e in solitudine l’intero conflitto, cambiando città sulla base dei bollettini di guerra. Avrebbe trovato la morte ad Arolsen il 3 gennaio 1946, qualche tempo dopo aver avuto un infarto e non prima di aver erudito i necrofori sull’incisione da apporre sulla lapide: La nostra vita vola via come una chiacchierata inutile

L’isola di Thule e i misteri del nazismo. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 28 settembre 2021.

L’epopea nazista non è durata mille anni come avrebbe desiderato Adolf Hitler, ma quel dodicennio è stato sufficiente a catalizzare l’entrata della storia e dell’umanità in una nuova era: l’era della guerra fredda, della decolonizzazione e della fine definitiva del sistema europeo degli Stati. E ancora oggi, a distanza di quasi un secolo, quella nazista continua ad essere la saga storica che, più di ogni altra – anche più del confronto egemonico tra Stati Uniti e Unione sovietica –, stuzzica maggiormente l’immaginazione di scrittori e sceneggiatori.

Le ragioni alla base dell’eterno interesse verso il nazismo sono molteplici, poiché spazianti dalla curiosità antropologica alla trasmissione della memoria e dalla ricerca storica alla fascinazione verso il lato misterico e misticistico del Mito del ventesimo secolo. Perché il nazismo non fu soltanto odio e guerra, ma fu anche criptoarcheologia, esoterismo, occultismo, teosofia e ufologia. Perché il nazismo non fu soltanto Joseph Goebbels, ma fu anche il ricercatore del Graal Otto Rahn, il mistico Karl Maria Wiligut e l’enigmatico Rudolf Hess. Perché il nazismo non fu soltanto SS e Luftwaffe, ma fu anche Ahnenerbe e Società di Thule.

Introduzione a Thule

Thule è l’isola dove non tramonta mai il Sole sulla quale l’esploratore greco Pitea avrebbe messo piede trecento anni prima della venuta di Cristo. Un’isola dalla bellezza apollinea, intrisa di magia, a metà tra questo mondo e l’Altro – Thule deriva dall’etrusco “tular“, cioè “confine” – e che nessuno ha mai più ritrovato.

Da alcuni identificata come l’Islanda, da taluni come la Groenlandia, e da altri ancora come un luogo accessibile soltanto ai puri, agli eletti, quest’isola perduta e leggendaria, Eden in terra, ha plasmato per secoli l’immaginario collettivo dei pensatori, degli scrittori e degli esoteristi. Ed è a lei che ad un certo punto del Novecento, compreso fra il 1911 e il 1918, un manipolo di occultisti, veterani e nostalgici del Reich avrebbe dedicato una delle fratellanze segrete più influenti dell’epoca: la Società di Thule.

Fondata da Walter Nauhaus, un militare con la passione per l’arte e per lo studio dei miti degli antichi popoli germanici, come i norreni, la Società di Thule nasce come gruppo di studio riunente seguaci dell’ariosofia di Guido von List e Jorg Lanz von Liebenfels, della teosofia di Helena Blavatsky, dell’occultismo razzistico di Aleister Crowley e di scuole di pensiero come il neoteutonismo di Theodor Fritsch.

Questa associazione di studi, che avrebbe acquisito il nome di Thule soltanto nel 1918 – in seguito all’incontro tra Nauhaus e l’esoterista Rudolf von Sebottendorf –, tra l’immediato dopoguerra e la prima metà degli anni Venti avrebbe visto la partecipazione alle proprie riunioni segrete di quella che, un decennio dopo, sarebbe divenuta l’élite del nazismo: Hess, Rosenberg, Hermann Goring, Heinrich Himmler, il futuro governatore della Polonia occupata Hans Frank, l’ideologo Dietrich Eckart, il propagandista Julius Lehmann, il geopolitico Karl Haushofer e l’economista Gottfried Feder.

Alcuni di loro si conoscevano già, altri si sarebbero conosciuti tra una lezione e l’altra sulle origini ariane dei tedeschi; quel che è certo ed innegabile è il contributo di Thule all’ascesa del nazismo, da essa creato inconsapevolmente favorendo l’incontro di personaggi che insieme avrebbero scritto la storia del Novecento e galvanizzando la diffusione di idee che avrebbero plasmato la NS-weltanschauung.

La popolarità

Se la Società di Thule non fosse esistita, i nazionalsocialisti avrebbero dovuto inventarla. Perché Thule è dove nasce quel misticismo nazista che avrebbe condotto gli archeologi e gli esploratori dell’Ahnenerbe in lungo e in largo per il mondo, alla ricerca dei resti della perduta razza ariana, di reliquie leggendarie come il Santo Graal e di luoghi mitologici come il regno di Agarthi.

Ai convegni di Thule veniva insegnato che i tedeschi erano i discendenti di una razza superiore (herrenrasse), quella dei perduti ariani, che all’alba dei tempi aveva dominato l’Eurasia e portato prometeicamente il fuoco agli Uomini. Un legato che il popolo tedesco era chiamato a valorizzare, a custodire gelosamente e a difendere della minacce della mescolanza razziale, del materialismo e del cosmopolitismo; tre prodotti di un presunto complotto demo-pluto-giudaico-bolscevico-massonico ordito ai danni della Germania, dell’Europa e della Cristianità.

I maestri di Thule insegnavano ai loro allievi che avrebbero dovuto dare vita ad una resistenza spirituale contro l’incedere delle suddette insidie e che avrebbero trovato la forza necessaria ad esperire la missione di salvare la Germania e l’Europa dall’energia promanante dall’isola dell’ultima Thule. Un’isola che non era come altre: perché era perduta, perché era il centro del regno leggendario di Iperborea e perché era la fonte di volitività della herrenrasse.

Il loro appello alla salvazione del Großgermanisches Reich, il Reich della Grande Germania, non avrebbe mai catturato l’attenzione delle masse – in tutta la Baviera si contavano circa 1.500 membri –, ma la storia, si sa, non l’hanno mai fatta le masse: la storia è, da sempre, prerogativa di condottieri carismatici che trascinano le masse.

All’acme della popolarità, cioè il 1919, la Società di Thule fu accusata dal governo centrale di aver pilotato i tumulti alla base della nascita della cosiddetta Repubblica Sovietica Bavarese. Non era vero, ovviamente, anche perché i thulisti erano fermamente anticomunisti, ma quell’accusa servì a Berlino per inaugurare una campagna repressiva contro di loro a base di arresti ed esecuzioni.

La fine

Braccati dal governo centrale, dal quale stavano venendo incarcerati e giustiziati, i thulisti avrebbero progressivamente e silenziosamente smantellato la Società. Erano degli esoteristi con la fissazione per le razze, non degli aspiranti golpisti, perciò decisero che il gioco non valeva la candela.

Poco a poco, uno dopo l’altro, i thulisti sarebbero entrati a far parte del precursore del Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi, il Partito dei Lavoratori Tedeschi (DAP, Deutsche Arbeiterpartei), condividendone lo spirito conservatore e patriottico. E quel partito, chiaramente, sarebbe stato foggiato in maniera determinante dall’influsso significativo di thulisti, assumendo di lì a breve una nuova forma: quella nazista.

Per quanto riguarda Thule, su di essa non esiste una data di scioglimento così come non ne esiste una relativa alla fondazione. Essa nacque nell’anonimato e morì nell’ombra. Quel che è noto è che strutturalmente non sopravvisse agli anni Venti, dato che von Sebottendorff avrebbe cercato di riportarla in vita dopo il 1933 – ma non fu possibile per via della legislazione antimassonica della Germania nazista. Thule, ad ogni modo, avrebbe continuato a vivere sotto forma di idea, guidando le bussole degli esploratori della Ahnenerbe, arricchendo la propaganda di Joseph Goebbels e influenzando la mente e stuzzicando la fantasia di quella generazione di statisti, politici e pensatori tedeschi allevata al culto del Mito del ventesimo secolo.

Otto von Bolschwing, il nazista della Cia. Pietro Emanueli su Inside Over il 19 Gennaio 2022.

Quando si scrive e si parla di nazisti fuggiti alla giustizia di Norimberga e scampati alla vendetta del Mossad, sebbene si dovrebbe, non si fa quasi mai riferimento a Otto von Bolschwing.

Si scrive (giustamente) di Josef Mengele, morto serenamente in Brasile – dove avrebbe proseguito i propri esperimenti sui generis. Si scrive di Reinhard Gehlen, diventato il primo direttore dei servizi segreti della Germania Ovest. Si scrive di Martin Bormann, deceduto quietamente nel Paraguay stroessnerista nel più totale anonimato. Si scrive di Otto Skorzeny, reinventatosi un mercenario al servizio della causa anticomunista. Ma non si scrive quasi mai di von Bolschwing, anche se si dovrebbe. Perché von Bolschwing, similmente a Gehlen, riuscì in un’impresa straordinaria: ripulirsi al punto tale da entrare nelle stanze dei bottoni. Da vestire la divisa della Central Intelligence Agency.

Le origini

Otto Albrecht von Bolschwing nasce a Schönbruch il 15 ottobre 1909. La sua città natale, all’epoca localizzata nella Prussia orientale, oggi è parte integrante della Polonia.

Figlio di una nota famiglia dell’aristocrazia prussiana, i Bodelschwingh, Otto riceve un’educazione di primo livello, cosmopolita e internazionale, formandosi tra la Germania e l’Inghilterra, più precisamente nelle università di Breslavia (oggi in Polonia) e di Londra.

Allevato al culto della patria e testimone inerme della Grande Guerra, Otto, come tanti altri connazionali della sua generazione, negli anni Trenta avrebbe aderito entusiasticamente al Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori dell’incompreso Adolf Hitler.

Dapprima arruolatosi nelle SS e dipoi reclutato dalla sezione intelligence del SD, dopo l’ascesa di Hitler al cancellierato fu inviato nel Mandato britannico di Palestina in qualità di agente sotto copertura. Qui, raccogliendo informazioni sulle mosse di Sua Maestà e supervisionando il piano nazista per l’emigrazione ebraica, sarebbe entrato nelle grazie del celeberrimo Adolf Eichmann.

Durante la Seconda guerra mondiale

Von Bolschwing giocò un ruolo-chiave nell’implementazione dell’accordo di Haavara, che fra il 1933 e il 1939 avrebbe consentito l’emigrazione di oltre sessantamila ebrei tedeschi nell’odierna Israele. Freddo, calcolatore e nonviolento, von Bolschwing avrebbe scritto dozzine di memoranda e relazioni su come incoraggiare un’emigrazione ebraica volontaria e su larga scala, invitando le autorità a porre in essere delle restrizioni alla vita sociale e alle attività economiche tali da rendere l’esistenza ai giudei impossibile.

Entrato nelle grazie di Heinrich Himmler, che a sua volta lo mise al servizio di Eichmann, von Bolschwing sarebbe rientrato in Europa in tempo per assistere allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Ad ogni modo, non avrebbe trascorso molto tempo in patria nel corso del conflitto. Le sue competenze manageriali, invero, venivano richieste ovunque: dalla Romania, dove fu incaricato di aiutare la Guardia di Ferro durante il pogrom di Bucarest, ai Paesi Bassi, dove fu inviato per gestire la confisca dei beni ebraici.

Più interessato al denaro che alla causa nazista, nonché consapevole del probabile esito del conflitto – era, del resto, un agente dell’intelligence –, ad un certo punto della guerra avrebbe cominciato a lavorare per i Corpi di Controspionaggio (CIC, Counter Intelligence Corps) del Servizio Segreto dell’Esercito degli Stati Uniti.

Al servizio degli Stati Uniti

Von Bolschwing avrebbe continuato a lavorare per gli Stati Uniti nel secondo dopoguerra, sposandone la crociata anticomunista e rivelandosi uno dei loro agenti migliori. Reclutato dall’organizzazione Gehlen, che esperiva operazioni antisovietiche per conto di Washington tra le due Germanie, l’Europa centro-orientale e i Balcani, giocò un ruolo-chiave nel determinare l’esito della guerra civile greca, fornendo agenti e informative all’Occidente.

Dotato di un’intelligenza al di sopra della media e forte di un vasto capitale sociale, rivelatosi determinante nel teatro greco, von Bolschwing riuscì laddove nessuno dei propri connazionali passati all’altra sponda avrebbe mai avuto successo: formalizzare la cooperazione con la Casa Bianca, uscire dall’ombra, cioè siglare un contratto. Contratto che siglò con la Central Intelligence Agency, diventandone un agente a tutti gli effetti.

Troppo prezioso per essere perduto, o meglio ceduto, von Bolschwing avrebbe ricevuto la protezione incondizionata della Cia in più occasioni:

1950. La Cia sabota le indagini delle autorità austriache sul conto dell’ex nazista, che era sospettato di crimini di guerra, dichiarando di non possedere alcuna informazione compromettente nei suoi riguardi e veicolando l’idea che fosse “pulito”.

1954. Causa il continuare delle attività investigative da parte di Vienna, la Cia opta per un’operazione di evacuazione, occupandosi di acquistare i biglietti e fornire il visto per gli Stati Uniti all’agente e alla sua famiglia.

1961. Il Mossad, venuto a conoscenza del ruolo di von Bolschwing durante il processo Eichmann, chiede l’estradizione dell’ex nazista. La Cia rigetta la richiesta adducendo ragioni legalistiche – era diventato un cittadino statunitense nel 1959 – e impedisce che l’apertura di un caso nascondendo il fascicolo dell’agente al Dipartimento di Giustizia.

Von Bolschwing avrebbe pagato la protezione ricevuta dalla Cia, che per evitarne una possibile condanna a morte in Israele aveva litigato con il Mossad. Dovette dapprima rinunciare ad un prestigioso incarico semidiplomatico in India e dipoi accomiatarsi, de facto, dal mondo dell’intelligence.

Avrebbe vissuto gli ultimi anni in maniera turbolenta, tragica, assistendo alla scomparsa prematura della moglie – suicidatasi nel 1978 – e alla riapertura delle indagini a suo carico nel 1981. Morì il 7 marzo dell’anno seguente, a causa di una malattia incurabile al cervello, prima che il mutamento dei tempi ne potesse determinare una condanna, come già accaduto all’amico ex collega Gehlen in Germania Ovest. 

Operazione Atlas, obiettivo Palestina. Pietro Emanueli su Inside Over il 6 febbraio 2022.

Il Medio Oriente è una trincea, tanto lunga quanto larga, presso la quale le grandi potenze dell’Eurasia si confrontano, combattono e consumano sin dall’epoca d’oro islamica. È il luogo in cui si è scritto il destino di una moltitudine di imperi, dai califfati a quello britannico, e la cui rilevanza geografica è andata crescendo con il tempo, in particolare a partire dal Novecento.

La Germania, in questo luogo dove l’aria è intrisa di cariche elettriche a causa dell’alta tensione perenne, è entrata qualche secolo più tardi di francesi e britannici, causa il processo di unificazione nazionale tardivo, ma questo non le ha impedito di ritagliarsi in brevissimo tempo un ruolo di primo piano.

Assertiva, combattiva e lungimirante, la Germania è salita sull’Orient Express nel 1889, anno della visita di Guglielmo II a Costantinopoli, ed è scesa soltanto nel 1945, con la fine del Terzo Reich. E in quel cinquantennio, nonostante la relativa giovinezza e l’assenza di esperienza internazionalistica, avrebbe dato filo da torcere ai tradizionali guardiani del Medio Oriente, cioè francesi e britannici, riuscendo a sollevare la umma contro l’imperialismo occidentale e gettando le basi per la trasformazione della Terra Santa nella grande faglia dell’Eurasia.

Aggredire Gerusalemme per colpire Londra

Mandato britannico di Palestina, 1944. La culla dei profeti della giudeocristianità, nonché terra santa delle tre religioni abramitiche è in subbuglio, o meglio in stato di guerra. Una guerra in parte civile ed in parte etno-religiosa, un bellum omnium contra omnes dove gli arabi guerreggiano con gli ebrei, ed entrambi aggrediscono i britannici, che a loro volta sono vittime dei magheggi delle spie e delle quinte colonne del Führer.

L’operazione Atlas nasce in questo contesto di elevata conflittualità, precorritore della successiva questione israelo-palestinese, ed è stata una delle imprese più audaci tentate dal Terzo Reich in Medio Oriente durante la Seconda guerra mondiale. Sicuramente la meno conosciuta. L’obiettivo? Creare una base operativa per la propagazione del nazismo e la conduzione di sabotaggi e azioni eclatanti nel Mandato britannico di Palestina.

Max von Oppenheim, il jihadista del Kaiser

Franz Wimmer-Lamquet, il Lawrence d’Arabia nazista

Fritz Grobba, il nazista che sognava un’alleanza con l’Islam

La storia dell’operazione Atlas

Atlas è la storia di Amin al-Husseini, Gran Muftì di Gerusalemme e reduce del Jihād globale della Grande guerra, della Società dei Templari, una setta pietistica in voga tra i tedeschi di Palestina, e dell’Abwehr, l’agenzia di spionaggio per l’estero della Germania nazista.

L’imam al-Husseini era il più grande agitatore islamico dell’epoca, un simpatizzante nazista, e aveva persuaso l’asse Roma-Berlino a supportare l’albeggiante causa palestinese in cambio dell’appoggio della umma all’Asse e, nello specifico, all’aggressione degli interessi e degli obiettivi britannici in Medio Oriente. Avrebbe contribuito all’operazione Atlas fornendo due agenti: Hasan Salama e Abdul Latif.

La Società dei Templari, il cui nome ingannevole non aveva a che fare coi Compagni d’armi di Cristo quanto con Giovanni 2:21, era un microcosmo a se stante nel Mandato britannico di Palestina: una setta pietistica, fondata da tedeschi per tedeschi, con a disposizione terreni, mansioni e proprietà. Avrebbe partecipato all’operazione Atlas entusiasticamente, nella speranza di ritrasformare Gerusalemme nella capitale de facto della Cristianità, fornendo tre agenti: Kurt Wieland, Werner Frank e Friedrich Deininger.

L’inusuale e profana alleanza, quella tra gli islamisti dell’imam al-Husseini e i nazionalisti cristiani della Società dei Templari, avrebbe dovuto, nei piani della Germania nazista, condurre allo stabilimento di una base operativa in Terra santa deputata alla raccolta di intelligence, al reclutamento di agenti e alla pianificazione di atti eclatanti, tra i quali l’avvelenamento delle sorgenti idriche di Tel Aviv, volti a provocare una guerra etno-religiosa di vastissime proporzioni. 

Un sogno durato poco

Dopo tre anni di dibattiti e preparativi, la notte del 6 ottobre 1944, i cinque si paracadutarono nella valle del Wadi Qelt da un Boeing B-17 Flying Fortress catturato in precedenza dalla Luftwaffe.

Equipaggiati con armi, esplosivi, strumentazione radio e (tanto) denaro, i cinque non sarebbero riusciti nell’obiettivo di mettere in piedi una base. Tre giorni dopo, invero, le pattuglie britanniche avrebbero cominciato a mettersi sulle tracce di intrusi dopo aver trovato i resti del paracadutaggio nel corso di normali operazioni di controllo del territorio.

Salama, sanguinante per via di un cattivo atterraggio, fu arrestato sulla strada per Gerusalemme. Latif fu trovato all’interno di una grotta e gli altri furono catturati con l’aiuto della popolazione locale. L’imam al-Husseini, infatti, aveva sottovalutato il fattore della diffidenza araba verso lo straniero. I locali, non sapendo chi fossero quei tedeschi né cosa cercassero, rifiutarono di aiutarli in ogni modo.

L’imam al-Husseini, nell’immediato dopoguerra, avrebbe poi tentato di rifarsi per il fallimento dell’operazione Atlas, e in generale per la sconfitta subita nel Mandato, sobillando i correligiosi di tutto il Medio Oriente contro il neonato Israele e giocando un ruolo-chiave nella guerra del 1948. Ma questa è un’altra storia.

I nazisti, la ricerca della Terra cava e il mito di Agarthi. Pietro Emanueli su Inside Over il 19 Gennaio 2022.

Quando si scrive dei miti e delle leggende che hanno affascinato i ricercatori di reliquie, tesori perduti e luoghi introvabili dell’Ahnenerbe, l’incubatore di idee del Terzo Reich, si sa quando inizia ma non si sa quando si finisce. Perché nel corso di quel dodicennio di vita, che fu tanto breve quanto intenso, gli esploratori e gli investigatori dell’occulto del Führer traversarono il mondo in lungo e in largo, dall’Amazzonia all’Antartide, assetati di potere come di conoscenza.

Guidati dagli obiettivi di carpire i segreti del cosmo e di risalire alle origini della razza-civiltà ariana, nonché di impossessarsi di reliquati di natura divina, gli archeologi e i cercatori della Germania nazista misero piede in una moltitudine di luoghi. Chi in Francia perché sulle tracce del Sacro Graal. Chi nella foresta amazzonica per studiare le tribù incontattate. Chi nel Nord Europa perché sulle orme di Atlantide e degli Iperborei. E chi nell’Asia inoltrata perché alla ricerca della porta d’accesso al favoloso regno di Agarthi.

Obiettivo Terra cava

Per circa un secolo, dalla seconda parte dell’Ottocento alla prima parte del Novecento, sono esistiti politici ed esploratori fermamente convinti dell’esistenza di un regno sotterraneo, rispondente al nome di Agarthi, la cui entrata sarebbe localizzata da qualche parte tra l’Asia centrale e il subcontinente indiano, forse nell’Himalaya, e che, per quanto serafico e sardanapalesco, altro non sarebbe che una parte infinitesimale di un mondo nascosto al di sotto della superficie abitata dall’Uomo: la Terra cava.

La leggenda di Agarthi e la teoria pseudoscientifica della Terra cava, forse perché coraggiosamente imaginifiche in un mondo prosciugato e intristito da scientismo e positivismo, hanno plasmato profondamente l’immaginario collettivo europeo tardo-ottocentesco e primonovecentesco, ispirando scrittori, pionieri e occultisti. Perché a credere che potesse realmente esistere un mondo nel mondo, una terra sotto la terra, furono (veramente) in tanti. E i più degni di nota, tra loro, furono sicuramente l’occultista Alexandre Saint-Yves, lo scrittore Jules Verne, il politico Willis Georges Emerson, l’esploratore Ferdynand Ossendowski e la teosofa Madame Blavatsky.

Agarthi era uno dei luoghi dove si sarebbe rifugiata la Herrenrasse, la razza ariana, perciò il mito trovò il modo di trasmigrare dal panorama occultistico-esoteristico angloamericano al sottobosco iniziatico della Germania weimariana, venendo conglobato nel già ricco apparato misticistisco di società segrete protonaziste come Vril e Thule. Anni dopo, complice l’ingresso en masse di ex vriliani ed ex thuliani nelle file del Partito Nazista, l’ala negromantica del Terzo Reich avrebbe fatto della ricerca di Agarthi una delle priorità della propria agenda.

L’ossessione per Agarthi, combinata ad un altro fisima di Heinrich Himmler – la teoria del ghiaccio cosmico di Hanns Hörbiger –, avrebbe assunto una forma ben definita nel 1938: la spedizione in Tibet. Capeggiata dall’esploratore Ernst Schäfer, e finanziata da entità pubbliche e donatori privati, la missione fu ufficialmente concepita per conseguire scopi scientifici e culturali, tra i quali un’indagine di natura botano-pedologica, lo studio dei testi sacri e della mitologia del buddhismo tibetano e lo stabilimento di contatti con le autorità politico-religiose.

Il gruppo avrebbe fatto rientro in patria nel 1939, all’alba della Seconda guerra mondiale, portando ad un felice Himmler una caterva di tesori: prove di una presunta parentela tra i tibetani e gli ariani, libri sconosciuti all’Europa, sementi ed esiti di studi frenologici e fisiognomici sulle genti dell’Himalaya. Tutto sembrava indicare che dal Tibet fossero passati gli ariani in fuga dal mondo, magari innestandosi al di sotto della città santa, Lhasa, ma lo scoppio della Seconda guerra mondiale non avrebbe reso possibile indagare ulteriormente la circostanza.

La lucidità dietro la follia

Perché una potenza alla ricerca di egemonia planetaria avrebbe dovuto investire ampie somme di denaro nella realizzazione di strambe e apparentemente folli missioni esplorative ai confini del mondo? Perché, evidentemente, non erano né strambe né folli. Al contrario, la storia del Terzo Reich è la storia di un impero che ha sempre cercato di combinare visionarietà e pragmatismo, riuscendoci egregiamente, perché edotto del “potenziale politico” della fantasia e delle mirabili imprese di cui sono capaci i folli. È la storia di un impero ha assecondato le stravaganti voglie di ideologi, archeologi ed esploratori ogniqualvolta potessero rivelarsi un mezzo per un fine: l’interesse nazionale.

Vril, la società del mistero dietro alla nascita del nazismo

L’isola di Thule e i misteri del nazismo

In Amazzonia per studiare le tribù, ma anche per pianificare la possibile cattura della Guyana francese. In Antartide per analizzare i ghiacci perenni del continente del gelo, ma anche per valutare la fattibilità di stabilire una base militare. E nei meandri dell’Eurasia per recuperare prove dell’esistenza della razza ariana, cercare la porta d’accesso al regno di Agarthi, ma anche (e soprattutto) per vagliare la possibilità di edificare un avamposto dal quale aggredire da settentrione l’India britannica e inserire il Tibet all’interno dell’asse Tokyo-Berlino.

Quando i nazisti andarono alla ricerca di Atlantide. Pietro Emanueli su Inside Over il 19 Gennaio 2022.

I nazisti avevano un’ossessione verso la razza, come l’Olocausto degli ebrei, degli slavi e del popolo romani ha orribilmente dimostrato, ed è storia che abbiano avuto anche una profonda fissazione nei confronti di tutto ciò che riguardasse l’esoterico, l’occulto e il mistico. Perché il nazismo, ancor prima che politica, fu religione.

Scrivere e parlare del lato misterico di quello che Alfred Rosenberg aveva definito il Mito del ventesimo secolo è più che importante – è indispensabile –, perché è soltanto disaminando ciò che accadde nel dietro le quinte del Reichstag che si può comprendere la lucidità delle imprese apparentemente folli dell’Ahnenerbe. Imprese come la caccia al Santo Graal, la spedizione in Tibet, la missione in Amazzonia e la dimenticata ricerca di Atlantide.

Le prime ricerche

Dietro ogni leggenda si cela un pizzico di verità, così si suol dire, e il rinvenimento delle colonne d’Ercole ne è l’ennesima dimostrazione. E i nazisti, per un insieme di ragioni avevano affidato all’Ahnenerbe il compito di indagare sugli antichi miti europei, erano legati ad una leggenda in particolare: quella della civiltà perduta di Atlantide.

La storia della ricerca di Atlantide è la seguente. Nel 1935, anno della fondazione dell’Ahnenerbe, Heinrich Himmler radunò una squadra di specialisti in una varietà di discipline – archeologia, esplorazione sottomarina, storia – allo scopo di trovare prove della passata esistenza di quest’isola perduta, localizzata al di là delle colonne d’Ercole, che stando alle cronache degli antichi sarebbe stata la casa di una civiltà avanzata. Una civiltà che, secondo gli occultisti e gli esoteristi che avevano ispirato la mitologia nazista – come la Società di Thule, la Società Teosofica di Madame Blavatsky e la Società Antroposofica di Rudolf Steiner –, sarebbe stata collegata agli iperborei ed un’espressione della razza ariana.

Influenzato da Herman Wirth, storico fermamente convinto della passata esistenza dell’isola-civiltà e co-fondatore dell’Ahnenerbe, Himmler diede il via all’operazione Atlantide. I cantieri furono inaugurati nell’Europa continentale, più precisamente nel complesso megalitico di Externsteine, dove fu data vita ad una sessione di scavi archeologici supervisionata da Wilhelm Teudt. Gli scavi non contribuirono agli scopi della missione, non avendo portato alla luce nessun collegamento tra il sito e Atlantide, ma Externsteine, a partire dal 1935, sarebbe comunque divenuto uno dei luoghi-simbolo del misticismo nazista.

Una missione senza confini

Wirth e Himmler avrebbero seguito i lavori dell’operazione Atlantide, a Externsteine come nel resto del mondo, da una pittoresca palazzina costruita appositamente per pubblicizzare la bizzarra missione, Haus Atlantis – ancora oggi esistente –, realizzata dal visionario architetto Bernhard Hoetger e fungente da centro studi su Atlantide.

Da Haus Atlantis, un veridico incubatore di idee, nel dopo-Externsteine sarebbe provenuta l’idea di estendere le ricerche al Tibet, ritenuto un luogo tanto connesso ad Atlantide quanto ad altri miti di interesse per l’Ahnenerbe, come l’Iperborea, il regno sotterraneo di Agarthi e la teoria del ghiaccio cosmico. L’insieme di moventi di cui sopra, nel 1938, avrebbe dato vita alla spedizione nazista in Tibet.

Lo scoppio della seconda guerra mondiale, come è noto, avrebbe posto un freno all’Ahnenerbe, coartando il governo a riorientare le risorse dalla ricerca pseudostorica al settore bellico. Haus Atlantis, ad ogni modo, avrebbe continuato le proprie attività fino al 1945, attraendo ricercatori e semplici appassionati ai miti del mondo antico e raccogliendo fondi utili a espletare missioni di ricerca tra Francia, Islanda, Scozia e Svezia.

·        L’Olocausto.

Simon Wiesenthal, il cacciatore di nazisti. Pietro Emanueli il 17 Ottobre 2022 su Inside Over.

La storia è nota: nel secondo dopoguerra, con la complicità di apparati deviati del Vaticano e di un insieme di reti transnazionali, migliaia di nazisti riuscirono a fuggire dall’Europa e a ricostruirsi una nuova vita altrove, principalmente nelle Americhe Latine, perché protetti da una nuova identità e dalle pareti spesse dell’omertà.

Coloro che scapparono dalla giustizia di Norimberga e dalla vendetta del neonato Mossad furono in tanti, oltre diecimila, sebbene le cronache abbiano frequentemente posto l’enfasi su un gruppo di pochi noti, carnefici dal cognome pesante, composto da personaggi come Adolf Eichmann, Josef Mengele e Martin Bormann.

La maggior parte dei fuggitivi morì di vecchiaia o per cause naturali, come Walter Rauff, ma non tutti ebbero la stessa sorte fortunata. Perché il Mossad riuscì a catturarne alcuni, come Eichmann, e ad eliminarne altri, come Herberts Cukurs. E un ruolo importante nella caccia all’uomo dei servizi segreti israeliani fu giocato dai cosiddetti «cacciatori di nazisti», in particolare da Simon Wiesenthal.

La vita prima del nazismo

Simon Wiesenthal nacque il 31 dicembre 1908 in quel di Buczacz, ieri appartenente alla Polonia austriaca e oggi nota come Bučač e sita in Ucraina. Figlio di due commercianti ebrei rifugiatisi in Galizia per fuggire dai pogrom giudeofobici che stavano scuotendo l’Impero russo, Wiesenthal rimase orfano di padre all’età di sette anni – morì nel fronte orientale nel 1915, combattendo nell’esercito austro-ungarico.

Le strade dei membri della famiglia Wiesenthal si sarebbero divise nel primo dopoguerra: Rosa, la madre, si risposò e si trasferì a Dolyna insieme al nuovo marito; Simon, invece, rimase alcuni anni in Galizia, dove trovò moglie, prima di spostarsi a Praga per ragioni di studio.

In Repubblica Ceca, complice il clima dell’epoca, Wiesenthal sarebbe venuto a contatto con due realtà contrapposte e inconciliabili: il nazismo e il sionismo. E per fronteggiare il primo, che minacciava di riproporre in Europa una replica su larga scala di quei pogrom zaristi che avevano traumatizzato la sua infanzia, decise di sposare la causa del secondo.

La seconda guerra mondiale

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, Wiesenthal si trovava a Leopoli in compagnia della madre, che, causa l’assassinio del secondo marito – arrestato dai sovietici perché “capitalista”, morì in un campo di prigionia –, era tornata dai figli.

Con l’aggravarsi della guerra, e in concomitanza con il peggioramento delle condizioni di vita degli ebrei ucraini, Wiesenthal e sua moglie furono trasferiti con la forza, dalle autorità naziste, nel campo di concentramento di Janowska. La madre di Wiesenthal, invece, avrebbe trovato la morte nel campo di sterminio di Belzec nell’agosto 1942.

Lavoratore instancabile, loquace e mai causa di problemi, Wiesenthal sarebbe riuscito a diventare amico di un importante ufficiale del lager di Janowska, Adolf Kohlrautz, che, nell’ottobre 1943, all’alba dello smantellamento del sito – con annessa eliminazione fisica dei prigionieri – lo avrebbe aiutato a fuggire.

Cacciatore di nazisti

Finita la guerra, della cui violenza era stato testimone diretto (e vittima), Wiesenthal prese la decisione che avrebbe cambiato per sempre la sua vita: si sarebbe messo alla caccia dei fuggitivi nazisti. Cominciò aiutando le forze alleate a schedare gli ufficiali che avevano prestato servizio presso i campi di concentramento, come quello di Mathausen, per poi entrare a far parte dell’Ufficio dei Servizi strategici degli Stati Uniti.

Le informazioni sensibili ottenute supportando gli Alleati, inclusive di nomi, cognomi, indirizzi e fotografie, sarebbero state utilizzate per dare vita al Centro di documentazione ebraica (Jewish Documentation Center), fondato nel 1947, avente quale obiettivo la raccolta di prove contro i perpetratori dell’Olocausto. Wiesenthal e soci, insieme, riuscirono a depositare presso le cancellerie del tribunale di Norimberga oltre tremila testimonianze di sopravvissuti ai lager, giocando un ruolo-chiave nel processo.

La chiusura di Norimberga, avvenuta in concomitanza con l’ascesa della Guerra fredda, avrebbe però portato Wiesenthal e soci a sperimentare un progressivo e crescente isolamento, persino da parte del neonato Israele. Perché le priorità, ovunque, date le circostanze, erano diventate altre.

Nella consapevolezza che migliaia di nazisti l’avrebbero fatta franca a causa del confronto egemonico tra i due blocchi, Wiesenthal decise di radunare i soci del Centro di documentazione ebraica per perseguire un nuovo obiettivo: partire dalla documentazione in loro possesso per dare la caccia a coloro che ancora risultavano mancanti all’appello della giustizia.

Dei tanti nazisti sulle cui tracce Wiesenthal decise di mettersi, uno fu particolarmente importante: Adolf Eichmann, uno degli architetti della Soluzione finale. Tutto ebbe inizio nel 1953, quando Wiesenthal ricevette una lettera attestante la presenza di Eichmann a Buenos Aires. Quella lettera, poi passata alle autorità israeliane e tedesche, avrebbe dato vita alle prime ricerche in loco.

Nel 1960, alla morte di Eichmann padre, Wiesenthal ebbe un’altra idea: infiltrare degli investigatori privati al funerale per fotografare il fratello di Adolf, Otto. I due, difatti, avevano un aspetto molto simile. L’importanza di quelle fotografie, in seguito, fu confermata dagli agenti del Mossad che parteciparono alla cattura di Eichmann.

Nel dopo-Eichmann, Wiesenthal sarebbe divenuto un agente operativo del Mossad, dal quale ricevette la delega di occuparsi dei rimanenti fuggitivi di alto profilo. Tra i vari successi di Wiesenthal, si ricordano per importanza la localizzazione con annessa cattura di Erich Rajakowitsch, Franz Murer, Franz Stangl e Hermine Braunsteiner.

Non sarebbe mai riuscito, però, a catturare due nazisti per i quali aveva sviluppato un’ossessione pari a quella provata per Eichmann: Josef Mengele e Martin Bormann. Impossibili da localizzare, perché ben protetti, sarebbero morti entrambi per cause naturali, anziani, lontani dall’Europa e al riparo dai caccia-nazisti di Wiesenthal e del Mossad.

Gli ultimi anni e la morte

Wiesenthal, per il contributo dato alla messa a processo degli architetti dell’Olocausto, fu fatto oggetto di una pluralità di riconoscimenti prestigiosi, tra i quali il Premio Erasmo dei Paesi Bassi, la Legione d’onore della Francia e l’Ordine dell’Impero britannico. Nel 1985, all’acme della popolarità, fu persino candidato per il Nobel per la pace – poi andato a Elie Wiesel, scrittore e superstite dell’Olocausto.

Si ritirò a vita privata nel 2001, morendo quattro anni più tardi – il 20 settembre 2005 –, poco dopo aver contribuito alla cattura dell’ultimo nazista della sua lunga carriera: Julius Viel. In totale, secondo i resoconti del Centro Wiesenthal, le indagini del più famoso cacciatore di nazisti di sempre avrebbero permesso e/o facilitato la cattura di un numero impressionante di ex seguaci del Terzo Reich: approssimativamente un migliaio.

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Quei silenzi sull'attentato alla Sinagoga di Roma, il libro denuncia nel racconto di un superstite. Maurizio Molinari su La Repubblica il 12 settembre 2022

Gadiel Gaj Taché torna a casa dall’ospedale dopo l’attentato alla sinagoga di Roma 

A quasi quarant'anni dal sanguinoso atto antiebraico di un commando di terroristi del 9 ottobre 1982 la testimonianza di Gadiel Gaj Taché, fratello del piccolo Stefano, unica vittima a soli due anni

A pochi giorni dal quarantesimo anniversario dell'attentato alla Sinagoga di Roma Gadiel Gaj Taché, fratello di Stefano che fu l'unica vittima, ci consegna un libro-verità con un racconto mozzafiato su un fatto di terrorismo che ferì il nostro Paese ma resta ancora avvolto in troppi interrogativi senza risposta. Nel volume Il silenzio che urla, edito da Giuntina, 121 pagine di emozioni laceranti, fatti drammatici e domande spietate accompagnano i lettori, consentendo di rivivere da dentro, senza perifrasi, il più sanguinoso atto antiebraico avvenuto in Italia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Penetrare l’umano. La memoria della Shoah oggi e l’inesauribile conflitto delle immagini. Gilda Policastro su L'Inkiesta il 7 Settembre 2022.

Arturo Mazzarella indaga le ragioni dietro alla grande produzione culturale che ha tentato di testimoniare il genocidio di milioni di ebrei. La sua è anche una riflessione sulla temporalità e sulla distanza che frapponiamo ai traumi

Il nuovo saggio di Arturo Mazzarella, La Shoah oggi. Nel conflitto delle immagini, uscito nella collana “agone” curata da Antonio Scurati per Bompiani, prende le mosse da un’interrogazione sulla gran quantità di libri, film, serie tv che continuano a dedicarsi al tema annunciato dal titolo, quasi non si fosse esaurita e non si potesse mai del tutto esaurire, nemmeno con la progressiva evanescenza biografica dei testimoni oculari (aggettivo ben programmatico, come vedremo), la funzione-reperto o testimonianza sull’episodio più violento, osceno, incomprensibile della storia del Novecento. 

La prima impressione potrebbe essere, dietro suggerimento dello stesso autore, quella di una ridondanza: l’ennesimo libro su un tema abusato. Ma l’indagine di Mazzarella si svolge in una prospettiva particolarmente originale, decostruendo passo dopo passo, sulla scorta di plurimi testi-guida (dall’Antelme della Specie umana all’Améry di Intellettuale ad Auschwitz fino a Celan e Sebald, passando inevitabilmente per Levi), l’idea comune e inevitabile di un evento choc e perciò inimmaginabile. 

È invece proprio sull’immagine come risorsa, antidoto, spina (sulla scorta di Elias Canetti) che Mazzarella incentra il discorso sulla Shoah, scandendolo nel primo capitolo in tre momenti dinamici (che torneranno, cioè, in altri punti del discorso) e consequenziali. 

Il primo è come l’immagine del deportato si costituisca nella reciprocità ma anche nell’omissione dello sguardo, conservando una propria autonomia dalla visione coatta, che preluderebbe (vorrebbe preludere, scopriremo) all’omologazione delle “figure” (così venivano chiamati i prigionieri) e all’annientamento individuale. Proprio da quest’autonomia (relativa, ma pur sempre autonomia) deriva una possibilità di aggiramento del negativo storico e del suo (tentato) azzeramento della vita, attraverso la preservazione di ciò che dalla storia (e dalle azioni umane) non dipende (la natura, ad esempio) e continua a esistere anche in mezzo all’orrore (le betulle fuori da Auschwitz). 

L’immagine come “pungolo” è il successivo scatto: pungolo o, per dirla di nuovo col Canetti più volte richiamato dall’autore, «stimolo contrario all’imposizione» e dunque fattore di trasformazione, di mutazione o metamorfosi all’interno del Lager.

In ultimo, l’aspetto forse più interessante perché prevede un rovescio prospettico (ed etico): il ribaltamento dell’ottica del dominio e l’inferenza dello scacco nazista (lo sterminio, cioè, come progetto fallimentare perché i morti, col Fédida citato dall’autore, «non sono mai scomparsi abbastanza«»).  

Si procede, da qui in poi, con una serie di campioni (opportunamente Mimmo Cangiano nella sua recensione uscita su “Le parole e le cose” ha parlato di «metonimie») del discorso indiretto, non testimoniale sulla Shoah: su tutte, il passato “carbonizzato” di Celan e le sue “tracce di cenere” (dai Microliti), che Mazzarella paragona all’autocombustione delle tele di Kiefer. Riferimento più che mai pertinente dopo la recente mostra site-specific al Palazzo Ducale di Venezia, con traduzione visiva ovvero smaterializzazione iconografica dell’incendio che distrusse la città nel 1577. 

L’assunto comune è l’immagine come fattore di dispersione e allo stesso tempo come coagulo, riproposta di frammenti, deposito di tracce e collettore di resti. È propriamente il Celan «che non ha visto nulla ma sa troppo» a incentrare la riflessione in questo punto cruciale del libro, il Celan che sconta la colpa della sopravvivenza al posto di qualcun altro (i suoi genitori, ma tutti i morti della Shoah) e «continua a incunearsi in un passato sempre vivo, tanto da essere intrecciato con il presente, per strapparvi […] qualche mucchio di pietre o una distesa di ombre che vorrebbe riportare, senza abbandonarli più, nei propri versi». 

Da questo breve estratto, tra l’altro, si può notare quello che gli altri recensori non hanno a parer mio finora sottolineato fino in fondo: il tono letterariamente sostenuto, qualche volta finanche lirico, che l’autore di volta in volta adatta mimeticamente non solo, come atteso, al singolo motivo ma anche e soprattutto al genere e allo scrittore che tratta. 

Si passa così dal rigore analitico del primo capitolo, dedicato alla “visione” come strumento di opposizione al potere attivo e fattuale, al secondo che invece approccia il tema plastico della riconversione in immagine dell’indicibile (o dell’ignoto) dalla specola di un esistenzialismo poetico, creaturale, che resta però meditativo e interpretativo e non rinuncia alla filologia: le fonti, la ricezione, la costellazione attesa (Anne Carson su Celan) e quella meno ovvia (Kiefer, appunto, che pure ha dedicato esplicitamente a Celan più di una mostra). Fino all’ultimo capitolo, che giungendo all’iconologica più tipicamente mnestica della ricostruzione attraverso il “museo” (sebaldiano), si fa più asciutto e refertuale (“la faccenda del sopravvivere”). 

L’interesse del libro, in ogni sua parte, resta primariamente creativo: l’immagine finta, cioè rappresentata, elaborata, ricreata è per il critico il vero motivo di interesse, al di là del tema estremo tra gli estremi, quasi come se quest’ultimo volesse ridimensionarsi a uno dei temi possibili in merito alla riflessione estetica, e dunque potesse finalmente essere rivisitato senza l’attitudine ricattatoria (e “ripulita”, hollywoodiana) dei romanzi, dei film, delle testimonianze vittimarie. 

Un’operazione rischiosa, audace e perfettamente riuscita, nell’aderenza storica che non rinuncia alla visione personale (né potrebbe, data la curvatura dell’indagine), attraverso però uno sguardo trasversale, quello più lucido, che non fissa troppo da vicino l’oggetto e ne rimonta gli effetti, le rielaborazioni, le omissioni e le prospezioni, facendo seguito al metodo di Perec (il falso ricordo) e a quello dello stesso Sebald (il prospettivismo). 

Se non il solo atteggiamento possibile, quello più produttivo sul piano estetico-conoscitivo, rispetto a un evento che, alla stregua di Celan, non abbiamo vissuto ma su cui pesa l’eccesso di memoria e di testimonianza proprio mentre si affievolisce, come si notava all’inizio, la viva “presenza” dei testimoni. 

L’immagine è «ripresentazione», con David Freedberg, o, col Didi-Hubermann direttamente convocato da Mazzarella, è quello che è “qui”, nell’adesso, «l’oggetto dello sguardo». Ma di quelle immagini, ossimoricamente “inimmaginabili”, è inutile e improduttivo cercare l’autenticità: vanno manipolate, alterate, proprio «per non tradire la pluralità di significati che portano inscritti al di là della loro evidenza sensibile». 

Quella di Mazzarella è anche una riflessione sulla temporalità, e sulla distanza che frapponiamo a un qualsivoglia trauma: cosa succede, quando non siamo più dentro le cose, le vediamo meglio o peggio? Qui ci soccorre non solo la memoria, con le sue tecniche (su cui i neuroscienziati hanno parecchio insistito proprio attraverso la spazializzazione della mente, negli ultimi anni), ma anche l’après-coup lacaniano, l’idea che il fatto vada preso per la coda, per essere fino in fondo compreso e metabolizzato. 

La questione della prospettiva si dà, nel saggio di Mazzarella, comunque come una questione di montaggio (oltre che di soggettiva): con il Farocki di Respite «il senso di un evento dipende dalle condizioni di visibilità», al contrario di Claude Lanzmann, per il quale la distanza nulla può aggiungere al “sigillo” della compiutezza. 

Come si sarà compreso, il viaggio attraverso le immagini in questo libro riassetta lo scarto tra posizioni apparentemente inconciliabili: il conflitto è nella stessa ispirazione iniziale, l’attrazione-repulsione di fronte al macabro sovrabbondare di documentazione più o meno narrativamente o cinematograficamente adattata. Procedendo con la lettura, si scopre che la vulgata dell’interdetto adorniano sulla poesia (e più in generale sulla letteratura finzionale) dopo Auschwitz si può rovesciare nel suo contrario: non si parla d’altro che di Auschwitz, quando si vuole penetrare, occhi negli occhi, l’umano.

Marcello Pezzetti per “la Repubblica” il 5 luglio 2022.

Io non capivo niente quel che mi facevano fare, facevo! Ero diventato un robot. Così sono uscito da Auschwitz». Donato Di Veroli, uomo semplice, ingenuo, mite, fino alla fine dei suoi giorni si è chiesto come abbia fatto a ritornare da Auschwitz. 

Perché, pur nella sua ingenuità, una cosa era ben chiara nella sua mente fin dal momento in cui era stato scaricato da quel treno a Birkenau: il suo destino, così come per tutti gli ebrei deportati, era quello di essere eliminato, anche se inizialmente aveva evitato la camera a gas, dove era finita la stragrande maggioranza di quelli che erano sul suo convoglio. In ogni caso i nazisti lo avrebbero eliminato. 

Ma lui è ritornato, e non ha mai smesso di chiedersi il perché. Donato, l'ultimo ebreo romano ancor in vita fino a ieri, era la quintessenza della romanità: nato a Trastevere, in via dei Vascellari, era figlio di un «commerciante di carta da avvolgere », come descriveva l'attività di suo padre, ed aveva tre fratelli e quattro sorelle. Una famiglia numerosa, che era andata ad abitare in piazza Campitelli, nei pressi del quartiere ebraico della città, e che era caduta in una situazione catastrofica dopo la promulgazione delle leggi antiebraiche.

Nel 1942, obbligato a lavorare sotto Tevere, umiliato aveva deciso di non continuare a farsi trattare da schiavo, ma per questo era stato arrestato e rinchiuso a Regina Coeli.

Tornato libero, aveva capito che dopo l'8 settembre il pericolo lo poteva colpire duramente, e il 16 ottobre, infatti, si era nascosto e aveva evitato la deportazione. 

Ma poi, con suo fratello, era ritornato a casa, come molti altri ebrei in città, nonostante fosse estremamente pericoloso. Per sopravvivere lui e il fratello facevano dei trasporti con un carretto e un cavallo, che ogni sera portavano a turno in una stalla a Trastevere. Una sera di aprile del 1944, però due fascisti in borghese lo aspettavano sul ponte "Quattro Cape" e lo arrestavano, perché ebreo. 

Lo portarono nella Caserma Mussolini, poi nella sede della Gestapo di via Tasso, dove venne torturato, poi ancora una volta a Regina Coeli, e infine spedito a Fossoli. Lì fu testimone dell'uccisione di un compagno, ucciso a freddo sul piazzale degli appelli perché non aveva capito un ordine e non l'aveva immediatamente eseguito. Inserito nel convoglio partito il 16 maggio, senza capire quel che stava succedendo, si ritrovò dopo qualche giorno nell'inferno di Birkenau.

Selezionato per il lavoro forzato temporaneo nel campo e immatricolato col numero A 5372, venne assegnato a un lavoro massacrante nel sottocampo di Harmense, vicinissimo ai crematori di Birkenau: doveva lavorare in impianti che i nazisti avevano istituito per l'allevamento dei pesci. «Nudo come Dio lo aveva fatto», lui e gli altri compagni di quel Kommando doveva stare nell'acqua, in grossi bacini infestati da sanguisughe e altri animali, dal mattino alla sera, con temperature insostenibili. 

Lì, un giorno assistette al tentativo di fuga di molti deportati, finito con il massacro di tutti quanti. Erano gli uomini del Sonderkommando di Bi rkenau, gli uomini assegnati al lavoro nei crematori, tra cui Shlomo Venezia e suo fratello, così come Nicolò Sagi, eroe della resistenza ebraica ucciso anch' egli proprio in quel giorno. 

Ma Donato, con un comportamento sempre "ubbidiente", umile e timoroso, ma nello stesso tempo non disposto ancora a cedere (non è un caso che avesse appreso perfettamente alcune espressioni in tedesco, che ricordava benissimo anche a distanza di anni), resistette fino al trasferimento all'interno del Reich, a Struthof-Natzweiler e infine a Dachau, dove nella primavera del 1945, ormai vicino alla morte, vide l'arrivo degli americani.

«Mi ero rassegnato a morire, perché non c'era nemmeno uno su cento da potersi salvare, niente! » mi disse più volte col suo linguaggio semplice e particolare.

Invece rivide, tremando di gioia e insieme di infinita tristezza per tutti i compagni "sommersi", ancora la sua Roma, la sua piazza Campitelli, la sua casa e i suoi famigliari.

Rimase sempre nell'ombra, non si mise mai in prima fila in nessuna "manifestazione della Memoria", ma ebbe il coraggio straordinario, nel 1972, di testimoniare a Roma nel corso dell'istruttoria contro Friedrich Boßhammer e di salire sul banco dei testimoni al processo a Berlino nel 1972 contro lo stesso "Judenberater", ovvero il principale responsabile della deportazione degli ebrei dall'Italia nel 1944. Grazie anche a questa sua testimonianza, Boßhammer venne condannato all'ergastolo. Questa la grandezza di quest' uomo mite e semplice che si definiva un "robot".

Anche ad Auschwitz ci fu una rivolta: la fecero rom e sinti. Susanna Schimperna su Il Riformista il 7 Giugno 2022.

I nazisti l’avevano chiamata “Questione zingara” e avevano deciso che andasse risolta al più presto. Dichiarati razza inferiore, Rom e Sinti vennero prima deportati e internati, poi costretti ai lavori forzati, quindi sterminati. Perirono più di mezzo milione di persone, ma ci fu un giorno speciale, un giorno che va ricordato da tutti, in cui Rom e Sinti diedero luogo a quella che è forse l’unica ribellione organizzata registrata in un campo di concentramento nazista: il 16 maggio 1944.

Le deportazioni iniziano nell’autunno del 1941. Oltre 5.000 Rom e Sinti vengono deportati dall’Austria al ghetto ebraico di Lodz e qui rinchiusi – ammassati – in un settore speciale separato dal resto dell’area. Date le condizioni igieniche, l’assoluta assenza di cure mediche, il freddo e la sottoalimentazione, dopo pochi mesi dei deportati ne resta soltanto la metà, che le SS e i funzionari di polizia trasferiscono nel campo di sterminio di Chelmo e quindi uccidono nelle camere a gas. Nuovo rastrellamento nel dicembre del 1942, e questa volta in grande stile. Tutti i Rom e Sinti che vivono nella cosiddetta “Grande Germania” finiscono nei campi, molti di loro ad Auschwitz-Birkenau, anche qui separati dagli altri prigionieri, riuniti in uno spazio (minimo) dedicato esclusivamente a loro, lo Zigeunerlager, il “campo degli Zingari”.

Era stato decretato che alcune categorie fossero esenti dalle deportazioni: chi stava prestando o aveva prestato servizio nell’esercito tedesco, chi si era integrato perfettamente nella società, e infine chi potesse dimostrare di avere “puro sangue” zingaro, cioè discendenza zingara da più generazioni. I mezzo sangue erano considerati più “scadenti” e “pericolosi” dei puro sangue. Ma nei rastrellamenti a questi particolari non si bada. Accade così di frequente che non solo siano presi e portati via puro sangue e famiglie con un lavoro stabile, ma anche, crudele paradosso, militari Rom o Sinti che essendosi distinti nell’esercito stanno trascorrendo qualche giorno di licenza premio. Nei campi, alle epidemie di vaiolo, tifo e dissenteria, si aggiunge lo spauracchio degli esperimenti. I prigionieri non sanno che fine facciano quelli che tra loro vengono prelevati e non tornano più, ma il fatto che spesso si tratti di bambini e/o di gemelli fa loro immaginare ogni sorta di orrore. La storia li ricostruirà dettagliatamente, questi orrori. Esperimenti “scientifici” autorizzati, in cui si distingue il dottor Mengele, capitano delle SS.

Gli Zingari del campo di Auschwitz-Birkenau a maggio del 1944 sono più che decimati. Nelle camere a gas sono finiti, a marzo, molti dei sopravvissuti alle malattie e agli stenti, ma qualche migliaio resiste, e allora si pensa a una soluzione drastica: liquidare definitivamente la sezione dello Zigeunerlager, uccidendo tutti in una volta.

Qualcuno però parla, e il campo viene avvertito. Quando le guardie circondano lo Zigeunerlager ed ordinano a tutti di uscire, ricevono come risposta un rifiuto. I prigionieri si sono messi d’accordo e hanno deciso di tentare, più per orgoglio che pensando al successo, una disperata resistenza. Con gli strumenti del loro lavoro di schiavi – tubi di ferro, martelli, vanghe, picconi, pale -, i prigionieri resistono al di là delle loro forze, prendendo di sorpresa le guardie e, dopo alcuni morti dall’una e dall’altra parte, costringendole a desistere. La strage è solo rimandata di qualche mese, ma nell’ambito della tragedia del Porrajmos, come è chiamato in lingua romanì il massacro nazista di oltre mezzo milione di Rom e Sinti, non smetterà mai di essere ricordato.

Il nuovo antisemitismo e l'elefante islamista nella stanza. Stefano Magni l'1 Marzo 2022 su Il Giornale.

C’è grande confusione sotto il cielo dell’antisemitismo. Invocato quando non c’è, usato come clava propagandistica contro i nemici, da decenni sta attraversando una trasformazione che pochi analizzano, ma tutti vedono. La matrice principale della giudeo-fobia è islamica e non più di estrema destra.

C’è grande confusione sotto il cielo dell’antisemitismo. Invocato quando non c’è, usato come clava propagandistica contro i nemici (i russi, ad esempio, accusano gli ucraini di antisemitismo e neonazismo, anche se hanno eletto a gran maggioranza un presidente ebreo), l’antisemitismo aumenta in modo esponenziale nelle società occidentali, soprattutto dopo i due anni di pandemia. Si è soliti dare la colpa a chi era il più virulento antisemita nel XX Secolo: il nazista, il fascista, il nazionalista autoritario nelle sue varie declinazioni. Si va ancora a ricercare la radice dell’antisemitismo nel XIX Secolo, nei pogrom condotti dai cristiani, soprattutto ortodossi. E nei secoli dell’Età Moderna, per puntare ancora il dito contro la Chiesa Cattolica e l’Inquisizione spagnola. Ma, anche se i servizi nei Tg, ogni volta che si parla di antisemitismo, per riflesso condizionato, ci mostrano ancora le immagini di svastiche e teste rasate, siamo sicuri che sia ancora quella la matrice principale dell’odio contro gli ebrei?

Almeno dagli anni della guerra al terrorismo, la cui fase più acuta è stata fra il 2001 e il 2008, gli intellettuali più liberi da pregiudizi in Francia, come Alain Finkielkraut, additavano un nuovo nemico: l’anti-giudaismo di matrice islamista (intesa come Islam politico) e le sue numerose connessioni con la sinistra massimalista. Nel nome dell’“antirazzismo”, soprattutto, si associa anche la retorica dell’antisionismo islamico, che si traduce automaticamente in antisemitismo: il bersaglio non è solo Israele, ma l’ebreo in quanto tale, ovunque si trovi. Gli attentati in Francia di matrice antisemita, come la strage nella scuola ebraica di Tolosa del 2012 e quella del Hyper Cacher di Parigi del 2015 (contemporanea al massacro dei redattori del giornale satirico Charlie Hebdo), sono di matrice islamica. Anche i delitti individuali, come il rapimento, la tortura e l’uccisione di Ilan Halimi nel 2006, più recentemente l’assassinio di Sarah Halimi nel 2017 (il cui assassino resta impunito perché ritenuto “non perseguibile”) e di Mireille Knoll nel 2018, sono stati tutti commessi da delinquenti comuni. Che però erano anche musulmani, si erano radicalizzati e hanno ucciso le loro vittime, esplicitamente perché ebree. Mireille Knoll, pugnalata e poi bruciata, in casa sua, da un vicino che conosceva, è una vittima che ha subito il passaggio di consegne da un antisemitismo all’altro: l’anziana donna, classe 1932, era sfuggita per miracolo alla retata dei nazisti del 1942. Ha trovato la morte nel secolo successivo, per mano di un giovane che ha aderito a un altro totalitarismo.

A svelare l’esistenza di questo elefante nella stanza, che si stenta a vedere e condannare, da ultimo è Pierre André Teguieff, sociologo e storico francese. Da studioso della nuova destra, non nega affatto le matrici neonaziste e nazionaliste di parte dell’attuale galassia antisemita, ma nel suo nuovo saggio Sortir de l'antisémitisme? segnala, nella sua intervista rilasciata a Le Figaro, quella che è ormai la nuova tendenza universale dell’antisemitismo: "La grande trasformazione risiede nell’islamizzazione crescente della giudeofobia, attraverso lo spazio occupato dalla fine degli anni Sessanta da parte della 'causa palestinese', innalzata a 'causa universale' nel nuovo immaginario antiebraico condiviso ormai da musulmani e non musulmani. Dall'inizio degli anni Duemila, gli assassinii di francesi di confessione ebraica in quanto ebrei non sono commessi da estremisti di sinistra o di destra ma da giovani musulmani, spesso delinquenti o ex delinquenti, siano essi o no jihadisti in missione - come Mohammed Merah (lo stragista di Tolosa, ndr) o Amedy Coulibaly (autore del sequestro di ostaggi all’Hyper Cacher, ndr)".

Se l’islamismo è la matrice principale, questo poi trova sponde occidentali, sia nell’estrema destra, sia nell’estrema sinistra. E in entrambi i casi, sfrutta il comune odio per Israele e il sionismo, quello che viene identificato nella loro mitologia complottista (comune ad entrambe le estreme) come la belva che domina il mondo, attraverso la finanza, i media, l’arte popolare (il cinema soprattutto) e l’infiltrazione nella politica. Una visione allucinata della realtà che si sposa benissimo con la demonizzazione religiosa dell’ebreo, da parte dei radicali islamici. Teguieff constata infatti che: "Mentre dalla fine degli anni Settanta del Diciannovesimo secolo alla metà del Ventesimo secolo la giudeofobia militante aveva abbracciato i presupposti della secolarizzazione e il razzismo scientifico, rompendo con l'antigiudaismo religioso di origine cristiana - da cui ha ereditato, tuttavia, la visione satanizzante del nemico -, in seguito è entrata nel vasto contro-movimento della de-secolarizzazione, ritrovando una base religiosa in un islam bellicoso che possiamo caratterizzare come un islam politico, che si nutre del risentimento e di una volontà di vendetta - contro gli ebrei e i 'crociati' - così come di un desiderio di conquista del mondo".

L’Anti Defamation League, che ogni anno “fotografa” la diffusione del pregiudizio antisemita in tutto il mondo, nel 2021, come sempre negli ultimi decenni, ha pubblicato dei dati che confermano l’islamizzazione dell’antisemitismo. Il 49% degli antisemiti, in tutto il mondo, è di religione musulmana, contro il 24% di religione cristiana e il 21% fra gli atei (dato significativo per comprendere la tendenza nella sinistra massimalista). Dunque quasi la metà dell’antisemitismo in tutto il pianeta è di matrice islamica. Parlando di aree geografiche, la zona del mondo con la più alta concentrazione di antisemiti è il Medio Oriente allargato (incluso il Nord Africa) con il 74% di rispondenti al sondaggio che mostra di condividere i peggiori pregiudizi e paure contro gli ebrei. È un dato unico al mondo, se confrontato con il 34% in Europa orientale, il 24% in Europa occidentale e il 19% in America. Le nazioni da cui arriva la maggior parte degli immigrati musulmani in Francia sono, per altro fra le più antisemite del mondo, in assoluto. L’Adl rileva infatti la diffusione dell’ostilità contro gli ebrei all’87% in Algeria, 86% in Tunisia, 80% in Marocco, “solo” il 53% in Senegal.

Caterina Soffici per “la Stampa” il 5 Febbraio 2022.

Sono le piccole cose a rendere epiche certe storie. E questa inizia con una frase: «Buona fortuna e felicità». È quanto scrisse un soldato ebreo americano su una banconota che regalò nel maggio 1945 a una ragazza appena liberata dal campo di Auschwitz. Quella ragazza si chiama Lily Ebert e ha compiuto 98 anni lo scorso 29 dicembre e quel piccolo gesto di umanità e di speranza ha segnato l'inizio della sua seconda vita, da sopravvissuta all'Olocausto. 

E grazie a quella banconota è cominciata anche la sua terza vita da star di TikTok, dove racconta la Shoah ai giovani, con 1,6 milioni di follower e con 25 milioni di like. La storia è questa. Lily Ebert è la maggiore di una numerosa famiglia di ebrei ungheresi, quando a vent' anni viene deportata. Nei campi di sterminio di Aushwitz e Buchenwald vengono uccisi un fratello, una sorella e la madre. Lei e altre due sorelle si salvano, fingendosi più giovani della reale età riescono a raggiungere la Svizzera e poi Israele dove col tempo si ricostruisce una vita, si sposa, nascono i suoi tre figli. Poi si trasferisce a Londra.  

L'impossibilità di ricordare per non rivivere il passato, la volontà di guardare avanti per non rimanere intrappolati nel dolore della memoria, il senso di colpa verso i sommersi: come è successo a molti salvati per anni Lily non ha potuto parlare di Olocausto. Non poteva raccontare il terrore, l'odore ripugnante delle ciminiere dove stavano cremando la tua famiglia, le umiliazioni, i capelli e i peli del pube rasati, la vergogna, la paura, la fame (per tutta la vita ha dovuto tenere sempre con sé un pezzo di pane), i cadaveri delle compagne, la selezione, i medici che lavorano con Josef Mengele, l'angelo della morte. 

Si vergognava anche di mostrare quel tatuaggio sul braccio, con il numero A-10572, che nasconde anche ai figli. Come biasimare chi vuole solo dimenticare? Solo quarant' anni dopo quel maggio del 1945, rimasta vedova e con i figli grandi, Lily trova la forza di tornare ad Aushwitz e di onorare la promessa che si era fatta nel campo: se sopravvivo racconterò cosa è successo, perché il mondo non ci crederà, come non ci credevamo noi; e perché una cosa del genere non accada più. Inizia così ad andare nelle scuole, a impegnarsi con associazioni e progetti che tengono viva la memoria, soprattutto le interessa parlare con i giovani. 

Talvolta si siede su un divano nel mezzo alla stazione della metropolitana di Liverpool Street, una delle più caotiche, convulse e congestionate della rete londinese, e invita i passanti a farle compagnia e a parlare di Olocausto. È la sua promessa, lo deve a sua madre e ai suoi fratelli e a tutti gli altri uccisi nei campi. Dice: «Posso raccontare cosa è successo ma non riesco a ricordare le emozioni. Si poteva sopravvivere solo non provando nulla». 

Finché non scoppia la pandemia. Anche la battagliera nonnina è costretta a chiudersi in casa. Ma non vuole interrompere la sua opera di divulgazione contro l'odio antisemita. E qui interviene il pronipote Dov (ha 10 nipoti e 34 pronipoti), che le propone di fare una lezione su Zoom. Poi posta il link sul suo account Twitter: 65 like, non male pensa. Ma non sa cosa sta per accadere. Perché mentre la bisnonna sfoglia gli album del passato, salta fuori questa banconota, con la scritta del soldato. Chi era? Non si sa. Lily pensava fosse una cosa preziosa solo per lei. 

Dov le dice che grazie alla Rete lo ritroverà. Posta la foto del biglietto e nel giro di poche ore il tweet ha ottomila notifiche e un milione di visualizzazioni. Inizia una caccia internazionale al soldato gentile. Scopriranno che è morto, ma riescono a mettersi in contatto con la famiglia. L'onda sui social media è partita. E proseguirà su TikTok, dove i dialoghi tra bisnonna e pronipote sulla Shoah diventano virali, totalizzano milioni di visualizzazioni. 

Alla fine scrivono anche un libro, che nel Regno Unito è stato un bestseller. In Italia è pubblicato da Newton Compton, con il titolo: Mi chiamo Lily Ebert e sono sopravvissuta all'Olocausto. Se io fossi un insegnante, lo adotterei per i miei studenti e ne farei una lettura obbligatoria. E li obbligherei anche a vedere i video su TikTok.

Whoopi Goldberg: «L’Olocausto non riguarda la razza». Sospesa dalla Abc per 15 giorni. Redazione online su Il Corriere della Sera il 2 Febbraio 2022. 

La presidente dell’emittente Abc, Kim Godwin: «Se da un lato Whoopi Goldberg ha chiesto scusa, dall’altra le ho chiesto di prendere tempo per riflettere». E la popolare attrice si scusa per le sue dichiarazioni: «Ho sbagliato». 

Abc News ha sospeso la popolare attrice afroamericana Whoopi Goldberg, conduttrice di «The View», per due settimane dopo le critiche suscitate dalla sua affermazione che l’Olocausto «non riguarda la razza». Lo ha annunciato la presidente del network Kim Godwin, definendo le sue dichiarazioni «sbagliate e offensive». «Se da un lato Whoopi ha chiesto scusa, dall’altra le ho chiesto di prendere tempo per riflettere e imparare in merito all’impatto dei suoi commenti», ha aggiunto Godwin sottolineando che «l’intera organizzazione di Abc News è in solidarietà con i nostri colleghi, amici, famigliari e comunità ebraici».

Goldberg aveva detto che l’Olocausto «non aveva nulla a che vedere con la razza», ma è stato “solo” un episodio di «disumanità degli uomini contro altri uomini”. Il suprematismo non c’entrava niente, e la prova starebbe nel fatto che i protagonisti erano «due gruppi di persone bianche». In sostanza «gente bianca contro gente bianca, e quindi voi che combattevate tra voi». Dichiarazioni sconcertanti. Poi in serata ha provato a scusarsi ma non è bastato.

Le sue ultime dichiarazioni in merito sono un’ammissione di responsabilità: «Ho capito. La gente è arrabbiata. Lo accetto, e sono io che mi sono cacciata in questo guaio. Ho detto qualcosa che sento la responsabilità di non lasciare senza esame, perché le mie parole hanno sconvolto così tante persone, cosa che non era mai stata mia intenzione. Ma ora capisco perché, e perciò sono profondamente, profondamente grata, perché le informazioni che ho ricevuto sono state davvero utili e mi hanno aiutato a capire alcune cose diverse. Si trattava davvero di razzismo, perché Hitler e i nazisti consideravano gli ebrei una razza inferiore. Ora, le parole contano e le mie non fanno eccezione. Mi rammarico dei miei commenti, e mi correggo».

 Il caso Whoopi Goldberg e le battaglie culturali incrociate dell’America. Matteo Persivale su Il Corriere della Sera il 02 febbraio 2022.

Durante una puntata del talk show The View, l’attrice ha detto che l’Olocausto non riguarderebbe «la razza». È stata sospesa. Gli attori di Hollywood sono bravissimi a pronunciare frasi scritte da altri, e approvate da produttori e registi. Quando parlano a ruota libera, può succedere un po’ di tutto. L’ultima vittima del fenomeno che i nostri antenati avrebbero visto come molto bizzarro — l’attore considerato maître à penser dalle masse: fino a qualche secolo fa erano tenuti ai margini della società — è Whoopi Goldberg, che durante una puntata del fortunatissimo talk show The View, che conduce con altre colleghe, ha detto che l’Olocausto non riguarderebbe «la razza» ma più genericamente «l’inumanità dell’uomo verso l’uomo». Frase ovviamente senza senso, che però prima dei social media e della mitologica «cancel culture» forse sarebbe anche passata sotto silenzio. Adesso invece l’ha fatta sospendere per due settimane dal programma e riprendere dalla presidente del network Kim Godwin (afroamericana come Goldberg), che ha definito le sue dichiarazioni «sbagliate e offensive».

«Se da un lato Whoopi ha chiesto scusa, dall’altra le ho chiesto di prendersi del tempo per riflettere e imparare, i suoi commenti hanno avuto un impatto. L’intera organizzazione di Abc News è in solidarietà con i nostri colleghi, amici, famigliari di religione ebraica, e l’intera comunità», ha spiegato Godwin. Goldberg si era anche scusata con un comunicato via Twitter, ma le scuse non sempre bastano. Non è stata «cancellata» — le sue credenziali progressiste la proteggono dal licenziamento — ma semplicemente messa in castigo: è comunque faticoso da comprendere per gli osservatori non americani come si sia arrivati a questo punto. Da una parte gli attori che si avventurano su terreni scivolosi per chi non ha letto — studiato — abbastanza: terreni come le radici del nazismo, l’ascesa di Hitler, il milieu antisemita tedesco nel quale Mein Kampf trovò terreno fertile. Dall’altra la cosidetta «wokeness», l’attivismo militante progressista americano che fa dell’identità un feticcio e per sua stessa natura ha continuamente bisogno di colpevoli da mettere alla berlina.

La sinistra americana gioca male questa partita mediatica, ormai da decenni: affida i suoi messaggi a celebrità a volte — spesso? — poco attrezzate, andando a scovare esempi di razzismo un po’ ovunque (esempi che, tristemente non mancano perché il problema esiste ed è enorme) e buttando tutto in caciara sui social. La destra lavora invece sotto traccia, nei poco mondani ma importantissimi «school board» locali ormai largamente in mano a repubblicani che dettano le regole nelle scuole, creando scandali che non esistono per togliere dal curriculum e a volte anche dalle biblioteche scolastici i libri non graditi, giudicati cioè poco patriottici. Aspettano i nemici di sinistra sulla proverbiale riva del fiume: tanto le «celebrities» democratiche prima o poi qualche passo falso lo fanno, grande o piccolo.

Enorme come quello della «comedian» che si fece fotografare agitando una finta testa mozzata di Trump, alla maniera dell’Isis. O, appunto, come quello molto sgradevole di Goldberg, mandata in punizione — in ginocchio sui ceci come Fantozzi? — in attesa dell’inevitabile perdono. Cose di altri mondi per noi. Ma che forse aiutano a capire — anche — come mai i democratici fanno così fatica a comunicare decentemente il loro messaggio, con messaggeri di questo tipo. E come mai Joe Biden ha in quest’anno e un mese di governo messo a segno un boom occupazionale storico ma ha un indice di approvazione del 33%, peggiore di quello di Trump tra un impeachment e l’altro.

 Whoopi, bufera sull'Olocausto. Pier Luigi del Viscovo il 3 Febbraio 2022 su Il Giornale.

"Con effetto immediato, sospendo Whoopi Goldberg per due settimane per i suoi commenti sbagliati e nocivi ". «Con effetto immediato, sospendo Whoopi Goldberg per due settimane per i suoi commenti sbagliati e nocivi - ha detto Kim Goodwin, presidente della ABC, importante network americano -. Le ho chiesto di prendersi il tempo di riflettere e imparare dall'impatto dei suoi commenti». Invece il Primo Emendamento della Costituzione Americana recita che «il Congresso non emanerà alcuna legge (...) per limitare la libertà di espressione o di stampa». Il potere politico no, ma il potere del marketing sì. Sta tutta qua la vicenda. La sospensione è motivata da commenti non illegali ma solo inopportuni per la sensibilità di alcune persone. Eccoli. «L'Olocausto non fu una questione razziale, ma di disumanità dell'uomo verso l'uomo. È questo il problema. Non importa se sei nero, bianco o ebreo». Poi si è scusata: «Ho detto che l'Olocausto non riguarda la razza ma la disumanità. Avrei dovuto dire che riguarda entrambe». Nel merito, la Goldberg ha ragione e torto. Ha ragione, perché tecnicamente l'ebraismo non è una razza ma una religione e infatti lei spiega che erano tutti bianchi, vittime e carnefici. Ha anche torto, perché nella sostanza non la vedevano così i tedeschi - e nemmeno gli italiani, non ce lo dimentichiamo mai. La persecuzione era fondata sulla differenza, tutta razziale, tra ariani ed ebrei. Però la Goldberg offre una lettura più profonda, antropologica prima che culturale. La capacità di compiere gesti tanto efferati, pur nel nome della razza o della religione, non è la realizzazione cruenta di un'idea, ma una patologica degenerazione dell'uomo. E non dipende dal colore della pelle o dalla fede, come la storia ha dimostrato. Tuttavia, resta un'opinione. Ciò che invece pare devastante è il bavaglio imposto in spregio al Primo Emendamento. Quasi che la differenza tra una grande testata giornalistica del Mondo libero e i terroristi che hanno colpito Charlie Hebdo stia solo nell'uso della lettera invece del mitra. L'obiettivo è lo stesso: mettere a tacere una voce che urta delle sensibilità. L'informazione esiste non per compiacere ma per conoscere i fatti e confrontare le opinioni. Fuori dal perimetro dell'istigazione al crimine, le opinioni vanno criticate, non censurate. Purtroppo, ciò che viene difeso dall'ingerenza del potere politico viene poi assoggettato alle leggi della convenienza commerciale, che suggerisce di non inimicarsi gruppi influenti. Se non è Medioevo questo? Pier Luigi del Viscovo

Le storie e le testimonianze. Giornata della memoria, perché il dovere del ricordo è spento da troppa retorica. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 30 Gennaio 2022. 

La memoria muore con la morte di coloro che hanno vissuto gli eventi e ormai sono morti quasi tutti, restando solo coloro che erano bambini che hanno ascoltato e vissuto attraverso il racconto di genitori e nonni. Abbiamo celebrato da poco il Giorno della Memoria, nella data scelta dalle Nazioni unite e che è quella della liberazione dei sopravvissuti di Auschwitz fra montagne di cadaveri, ceneri, cataste di occhiali, scarpe, denti d’oro, capelli, abiti perché il mattatoio per esseri umani ebrei, zingari, omosessuali e nemici del Reich era straordinariamente organizzato, specialmente da quando tutti i campi avevano ricevuto l’ordine di liquidare alla svelta il carico umano accumulato, perché la guerra di Hitler era finita e presto sarebbe arrivata l’ora della giustizia. E si è deciso che quello dovesse essere il giorno del ricordo e abbiamo udito molte volte troppe parole meccaniche, inutili, prove di qualsiasi potere evocativo e anche poco inclini a dare corpo emotivo all’accaduto reale che ormai è sempre più lontano nella conta degli anni, benché sia sempre tragicamente attuale.

Questo è un difetto di tutte le celebrazioni ma in particolare quelle che hanno la pretesa di ingiungere il ricordo senza rinnovare la ferita facendola sanguinare almeno dal centro della pena e dell’indignazione che da qualche parte dovremmo possedere tutti. Come si fa a mantenere la buona intenzione di ricordare? Abbiamo visto più volte nel web ragazzi, per lo più nati nel nuovo millennio, che dicevano, essendo ormai adulti: noi non abbiamo vissuto la guerra mondiale né la guerra fredda e neanche il muro di Berlino. Neanche i nostri genitori hanno vissuto nulla di tutto questo. Eppure. noi esistiamo insieme a voi che un giorno non esisterete più. E poi saremo la totalità di viventi e non avremo più nulla da ricordare. Che cosa significherà allora per noi il Giorno della Memoria? Oggi restano soltanto gli ultimi testimoni, coloro che erano bambini come la senatrice Segre. Io stesso, nel mio minimo, posso considerarmi un testimone perché giocavo nei giardinetti di largo Cairoli appena fuori dal Ghetto con coetanei finiti nel fumo di Auschwitz.

Non c’è altro modo che raccontare storie. Le storie. Giovedì la tv pubblica ha mandato in onda un bellissimo servizio su Rai ragazzi: un programma di undici minuti folgoranti e gentili intitolato “Come foglie al vento” su quel che accadde a Venezia, la città dove fu creato il primo ghetto che dette il suo nome a tutti i ghetti. E lo ha fatto raccontando una storia d’amore limpida e persino sorridente, realizzata da Caterina De Mata e Anna Giurickovic. Dato che ha sfidato la retorica perentoria mostrando un testimone che è figlio di sopravvissuti che racconta qualcosa di non retorico, triste e memorabile come deve essere ciò che resta nella memoria. Un uomo, una troupe della Rai, una barca nei canali porta a visitare luoghi ora muti ma che contengono le urla della caccia all’uomo, ma anche una storia d’amore fra giovani ebrei che vincono, sfuggono alla cattura, attraversano la pancia del mostro generano un figlio che è l’io narrante Riccardo Calimani, scrittore e storico dell’ebraismo e dei al centri della memoria.

Un documentario arricchito da cartoni animati che mostrano i due innamorati come giovani belli, vitali, attraenti, sposati in sinagoga in fretta e furia per fuggire insieme e sopravvivere. Ecco una novità, capace di accendere la memoria: mostrare ebrei avventurosi e belli, innamorati e giovani, espressione dell’unica giusta certezza: dopo l’immane carneficina, il sacrificio umano di massa più diabolico e criminale della storia (che contiene in sé il sacrificio meno ricordato dei gitani, dei prigionieri di guerra, disabili, omosessuali, dei deboli, degli ultimi) tornò a vincere la vita, il mondo riconobbe il diritto non solo di esistenza, ma di impedire che mai più potesse accadere un simile delitto.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

La rimozione del male. L’Italia non ha fatto quasi nulla per restituire i beni rubati agli ebrei con il fascismo. Ilaria Pavan su L'Inkiesta l'1 Febbraio 2022.

Come spiega il libro di Ilaria Pavan (Il Mulino), il primo gruppo di lavoro sul tema è stato creato nel 2020, a quasi 80 anni di distanza. In generale, la questione venne evitata fin dal Dopoguerra perché in tanti avevano approfittato, sia in misura economica che sociale, delle conseguenze delle leggi razziali.

A oltre ottant’anni dalla campagna antisemita del fascismo diversi aspetti relativi alle proprietà perdute e ai diritti mai pienamente reintegrati rimangono aperti. Molto resta da esplorare, ad esempio, circa la sorte del patrimonio culturale ebraico andato disperso. Non solo occorrerebbe ancora indagare sul destino di opere d’arte di grande valore, su cui si è solitamente concentra l’attenzione mediatica, ma anche sugli oggetti rituali o sul rilevante patrimonio bibliografico scomparso; o, ancora, sul destino di quelle migliaia di oggetti forse di minore pregio artistico, ma parte della vita di tutti i giorni degli ebrei perseguitati.

Oggetti espressione di quella living room art – come è stata efficacemente definita – che avevano un significato tanto simbolico-affettivo quanto identitario, e che alimentarono assai spesso un fiorente mercato cittadino, se non di quartiere:

Di tutti i nostri beni ritrovammo un tavolo, una scrivania del Seicento, e una credenza della cucina. Non ritrovammo mai più né l’argenteria, né un preziosissimo servizio di piatti di porcellana del Settecento decorato in oro zecchino, né le suppellettili, né i bellissimi mobili antichi autentici, né una natura morta […] di Giorgio Morandi, né una «Maddalena» della Scuola di Guido Reni e tutto il resto che ci può essere in una grande casa. Avendo la mamma, subito dopo la fine della guerra, ritrovato un nostro vaso presso un antiquario di Ferrara, abbiamo sempre pensato che la nostra roba sia stata comprata dagli stessi ferraresi e che sia ancora nelle loro case.

Resa nei mesi successivi alla fine del conflitto dai membri di una famiglia di ebrei di Ferrara che aveva subito la razzia dei propri beni, questa testimonianza illustra con efficacia un fenomeno che, seppure mai quantificato né approfondito, a guerra conclusa dovette risultare piuttosto diffuso. 

Sul problema dei beni artistici, nell’estate del 2020 il ministero della Cultura ha istituito il Gruppo di lavoro per lo studio e la ricerca sui beni culturali sottratti in Italia agli ebrei tra il 1938 e il 1945 a seguito della promulgazione delle leggi razziali, in seno al quale, tuttavia, non siede neppure uno storico.

La nascita, solo nel 2020, del Gruppo di lavoro è significativa del grande ritardo che l’Italia ha registrato anche su questo specifico fronte delle restituzioni, che in altri paesi ormai da tempo costituisce un tema su cui a livello politico-istituzionale diversi governi europei hanno invece investito molto, e molto realizzato.

In anni recenti, proprio le questioni legate al destino dei beni culturali ebraici hanno infatti rappresentato in Europa uno dei terreni privilegiati per misurare i percorsi nazionali di Vergangenheitsbewältigung – lemma che, proveniente dal contesto tedesco, è generalmente utilizzato dalla storiografia per definire i complessi processi di «confronto con il passato», e i modi in cui questi si realizzano.

Se in Italia il recupero, dopo la seconda guerra mondiale, del patrimonio artistico proprietà di musei, enti e istituzioni statali, o religiose, è stato oggetto di attenzione da parte delle istituzioni, e gli studi hanno sottolineato l’alta salienza diplomatica e simbolico-identitaria di quelle politiche, la scomparsa del patrimonio culturale ebraico non ha sollecitato la stessa attenzione.

Non a caso, nel novembre del 2018, in occasione della conferenza che a Berlino ricordava il ventennale dai Washington Principles on Nazi-Confiscated Art, l’Italia era tra i cinque paesi segnalati per l’inerzia con cui stavano affrontando la questione, affiancata da Polonia, Ungheria, Grecia e Spagna:

Le città e le regioni italiane, dove è conservata gran parte delle collezioni artistiche del paese, hanno ignorato i Principi di Washington. Non c’è stata alcuna ricerca sulla provenienza delle opere [conservate nei musei] o censimento di possibili opere d’arte rubate […] da parte del

governo italiano.

Anche il ritardo su questo particolare capitolo delle restituzioni dei beni ebraici si collega al modo in cui in Italia è stata vissuta, e velocemente metabolizzata, la fiammata di interesse suscitata alla fine degli anni Novanta, a livello internazionale, dalle cosiddette Holocaust Litigations. Come ricordato nelle pagine precedenti, neppure le indagini promosse dalla Commissione Anselmi, e le molte evidenze contenute nel suo denso Rapporto conclusivo, sono infatti riuscite a riportare l’attenzione mediatica e politica su questi aspetti della stagione razzista.

Dal lavoro della Commissione era emerso chiaramente come la burocratizzazione dello sterminio, ravvisabile anche nella fase della persecuzione economica degli ebrei – fase che ovunque in Europa aveva preceduto e poi accompagnato quella della deportazione – fosse una categoria da applicare pienamente anche all’Italia. Anche nel caso italiano si era dunque in presenza di quel fenomeno di «transpropriazione» di cui ha scritto Jan Gross:

La discriminazione, la progressiva espropriazione e l’espulsione degli ebrei dalle cariche ricoperte, apre la strada alla mobilità sociale e all’arricchimento del resto della società. In questo modo l’antisemitismo di stato si privatizza per l’appunto sotto forma di molteplici opportunità di miglioramento delle condizioni di vita di tutti coloro che ebrei non sono. Questo processo assume forme diverse a secondo che abbia luogo nel Terzo Reich oppure nei paesi occupati o subalterni alla Germania. Le sue modalità in Polonia sono differenti da quelle in Francia, in Ungheria o in Grecia, ma il fenomeno presenta ovunque un tratto comune accolto con soddisfazione dalle società locali: è un meccanismo di «transpropriazione» e di redistribuzione dei beni ebraici a favore degli ariani.

Ma sul coinvolgimento attivo e diretto della popolazione italiana nell’attacco ai beni ebraici e sulle «molteplici opportunità» che la persecuzione aveva aperto nel paese «a favore degli ariani», grava a tutt’oggi un’ipocrita rimozione, che non è ancora stata messa criticamente in discussione. Una rimozione di lunga durata, la cui origine si colloca subito a ridosso della conclusione del conflitto.

da “Le conseguenze economiche delle leggi razziali”, di Ilaria Pavan, Il Mulino, 2022, pagine 320, euro 25

Mattia Feltri per "la Stampa" il 27 gennaio 2022.

Una ragazzina di nemmeno sedici anni mi racconta che nella sua scuola, soprattutto fra i giovani maschi, l'insulto più diffuso è ebreo di m. Lo si chiama antisemitismo a bassa intensità perché non ha conseguenze, ed è peggio, lo rende senso comune e quotidiano. 

Dobbiamo pensarci e non solo oggi, nel Giorno della memoria, ricorrenza che corre il rischio, fra i tanti, di marmorizzarsi esclusivamente in quell'enormità dello sprofondo umano che è stata Auschwitz. Come se l'antisemitismo fosse nato e morto nei lager nazisti, mentre ha attraversato le terre e i millenni dalla Bibbia allo smartphone, e congiunge noi agli antichi con un unico filo dell'infamia.

 In Italia si assommano notizie che sembravano perdute, appunto, negli esercizi della memoria: a Livorno un ragazzino è stato preso a calci e sputi da coetanei perché è ebreo; lo scorso mese una studentessa è stata immobilizzata e ricoperta di prosciutto dalle compagne perché è ebrea.

Ogni indagine segnala in crescita gli episodi di antisemitismo da molti anni, e specialmente in questi di pandemia, in cui l'inafferrabilità della minaccia virale ingrassa le superstizioni. I social, luogo delle viscere per loro natura, diventano il ricettacolo di quelle eterne menzogne che sono le cariatidi dell'antisemitismo: gli ebrei sono avidi, gli ebrei sono truffatori, gli ebrei sono doppi, gli ebrei sono dei succhiatori di sangue, gli ebrei complottano contro di noi. Nel Giorno della memoria dobbiamo anzitutto ricordarci che l'antisemitismo ancora erutta da sotto i nostri rancori perché, come disse l'immenso Vasilij Grossman, dimmi di quali colpe accusi gli ebrei, ti dirò quali colpe hai.

Giornata della Memoria, Mafalda di Savoia e la testimone di Geova nel lager. LUCIANA DE LUCA su Il Quotidiano del Sud il 27 Gennaio 2022.

MARIA e Mafalda, la serva e la padrona. Eppure tra loro nacque una relazione speciale che durò fino alla morte della principessa di casa Savoia, avvenuta il 28 agosto del 1944, nel campo di concentramento di Buchenwald in Germania, dove fu internata con il falso nome di Frau von Weber.

Alla figlia del re Vittorio Emanuele III, arrestata a Roma il 23 settembre del 1943, le SS assegnarono un’aiutante, Maria Ruhnau, che era una delle tante testimoni di Geova perseguitate e imprigionate per sua fede. Sapendo che la donna era guidata da elevati princìpi morali e che per questo diceva sempre la verità, i nazisti speravano di raccogliere informazioni confidenziali sulla famiglia reale, ma Maria non tradì mai Mafalda e anzi, diventò la sua confidente, la sarta che le adattò i vestiti recuperati nel campo e che le cedette persino le sue scarpe. La principessa le si affezionò al punto tale che prima di morire lasciò in dono all’amica l’unica cosa che le rimaneva: l’orologio che aveva al polso.

I nazisti in preda al loro delirio di onnipotenza, presero di mira milioni di persone a causa della loro razza, nazionalità o ideologia politica. Tra questi ci furono migliaia di testimoni di Geova, che furono perseguitati per la loro fede cristiana. I Testimoni di Geova, allora conosciuti come “Studenti Biblici”, furono gli unici sotto il Terzo Reich a essere perseguitati unicamente sulla base delle loro convinzioni religiose. Il regime nazista li bollò come nemici dello Stato per il loro aperto rifiuto di accettare anche gli aspetti più marginali del nazismo contrari alla loro fede e al loro credo: si rifiutavano di fare il saluto “Heil Hitler”, di prendere parte ad azioni razziste e violente o di arruolarsi nell’esercito tedesco. Inoltre, nelle loro pubblicazioni identificavano pubblicamente i mali del regime, incluso ciò che stava accadendo agli ebrei.

I Testimoni furono tra i primi ad essere mandati nei campi di concentramento, dove portavano un simbolo sull’uniforme: il triangolo viola. Dei circa 35.000 Testimoni presenti nell’Europa occupata dai nazisti, più di un terzo subì una persecuzione diretta. La maggior parte fu arrestata e imprigionata. Centinaia dei loro figli furono affidati a famiglie naziste o mandati nei riformatori. Circa 4.200 Testimoni finirono nei campi di concentramento nazisti con l’intenzione dichiarata di eliminarli dalla storia tedesca. Si stima che morirono 1.600 Testimoni, di cui 370 per esecuzione.

I nazisti cercarono di infrangere anche le loro convinzioni religiose offrendogli la libertà in cambio di una promessa di obbedienza. A nessun altro fu data questa possibilità. La dichiarazione di abiura (emessa a partire dal 1938) richiedeva al firmatario di rinunciare alla propria fede, denunciare altri Testimoni alla polizia, sottomettersi completamente al governo nazista e difendere la Patria con le armi in mano. I funzionari delle prigioni e dei campi spesso usavano la tortura e le privazioni per indurre i Testimoni a firmare, ma un numero estremamente basso abiurò la propria fede. Maria, una “bibelforscher”, una studentessa biblica, rimase fedele ai suoi principi e diventò il punto di riferimento della principessa Mafalda, colpevole di essere italiana e di appartenere alla famiglia reale. Le due donne alloggiavano nella Baracca 15, riservata agli “internati speciali”, ed era composta da dieci camerette e divisa in due parti da una piccola separazione. In entrambe le parti si trovavano una cucina e un bagno. Intorno alla baracca c’era un giardinetto circondato da un muro alto circa tre metri e mezzo, sormontato da un filo spinato inclinato verso l’esterno.

Da un rapporto inviato a Sua Maestà Vittorio Emanuele si ricavarono alcune importanti informazioni sulle condizioni di vita nel campo di Mafalda e Maria che poterono godere di una condizione privilegiata rispetto agli altri internati: il letto era fatto con semplici tavolette sulle quali era posto un saccone riempito di “paglia di legno” come materasso. Il vitto poteva considerarsi sufficiente come quantità (pane nero, margarina, surrogato di caffè non zuccherato, zuppa d’orzo e carne insaccata). Ma Mafalda era dimagrita in maniera impressionante e per lungo tempo non ricevette alcun cambio di vestiario.

Il 24 agosto del 1944, a mezzogiorno in punto, gli aerei alleati bombardarono il campo colpendo anche la baracca 15 e Mafalda fu ferita gravemente. La principessa poco dopo morì e di Maria non si seppe più nulla.

La qualità dell'informazione è un bene assoluto, che richiede impegno, dedizione, sacrificio. Il Quotidiano del Sud è il prodotto di questo tipo di lavoro corale che ci assorbe ogni giorno con il massimo di passione e di competenza possibili.

Abbiamo un bene prezioso che difendiamo ogni giorno e che ogni giorno voi potete verificare. Questo bene prezioso si chiama libertà. Abbiamo una bandiera che non intendiamo ammainare. Questa bandiera è quella di un Mezzogiorno mai supino che reclama i diritti calpestati ma conosce e adempie ai suoi doveri.  

Contiamo su di voi per preservare questa voce libera che vuole essere la bandiera del Mezzogiorno. Che è la bandiera dell’Italia riunita.

Teresa Motta, la bibliotecaria che accolse internati ebrei e antifascisti. Anna Martino su La Repubblica il 27 Gennaio 2022.  

Nel volume della ricercatrice Antonella Trombone il ritratto di una giovane maestra e funzionaria che svolse fino in fondo il suo servizio alla comunità, mettendo a repentaglio se stessa per consentire l'accesso alla biblioteca provinciale di Potenza vietato alle "persone di razza non ariana". 

È il 1942 quando il governo italiano dispone il divieto di entrata alle biblioteche pubbliche governative alle "persone di razza non ariana". Agli ebrei - e non solo - è negato l'accesso alle sale di lettura, ai cataloghi, al prestito, alle informazioni bibliografiche. A Potenza una giovane bibliotecaria apre loro le porte.

Ebrei stranieri, politici e intellettuali antifascisti internati nei campi del potentino frequentano abitualmente i luoghi della biblioteca provinciale di Potenza.

La caccia agli ebrei di Stalin, l’ultima purga dell’Urss. Andrea Muratore su Inside Over il 29 gennaio 2022.  

L’Unione Sovietica di Stalin è stata, nella seconda guerra mondiale, la nazione grazie alla cui avanzata si sono potuti scoprire i peggiori orrori associabili al regime nazista, primi fra tutti i campi di sterminio liberati dall’Armata Rossa tra il 1944 e il 1945 nella sua avanzata verso Occidente. Avendo, inoltre, subito più perdite di ogni altro Paese per la guerra e per le politiche di pulizia etnica e di sterminio condotte dai tedeschi, prima fra tutti la “Soluzione Finale” della questione ebraica, l’Urss staliniana volle porre nell’immediato dopoguerra la questione del superamento dell’oppressione di popoli come gli ebrei in cima all’agenda politica. Stalin contribuì in maniera decisiva alla nascita di Israele nel 1948, i suoi alleati (Cecoslovacchia in testa) armarono Tel Aviv fino ai denti, il blocco comunista lo sostenne in sede Onu.

Ma negli ultimi anni del regime il graduale avvicinamento di Tel Aviv all’Occidente, unitamente all’apertura di frange sotterranee e di settori del potere sovietico a una distensione della Guerra Fredda in vista della successione a Stalin portò gli ebrei nel mirino della dittatura bolscevica come potenziale “popolo ostile”. La morte di Stalin interruppe, in tal senso, quella che fu l’ultima purga del trentennio del suo dominio sullo Stato comunista: la repressione del presunto complotto dei medici ebrei. Una delle pagine meno conosciute della storia dell’Urss.

L'ultima campagna di terrore e le sue origini

Il 13 gennaio 1953 Stalin parlò alla popolazion sovietica e le annunciò l’esistenza del “complotto dei medici” : secondo le accuse del dittatore sovietico, nove medici che curavano personalmente gli inquilini Cremlino e il loro entourage, di cui sei ebrei, avevano assassinato tra il 1945 e il 1948 alcuni stretti collaboratori di Stalin e si preparavano a uccidere i maggiori dirigenti politici e militari dell’Urss, secondo gli ordini ricevuti “dagli imperialisti occidentali e dai sionisti”.

Così facendo l’anziano dittatore voleva rendere esplicito un clima di tensione e terrore per alzare l’escalation di una repressione già avviata da alcuni anni con attacchi mirati a esponenti dell’apparato, molti dei quali ebrei.

Va sottolineato un fatto importante: gli ebrei nella Rivoluzione bolscevica e nell’edificazione dell’Urss erano stati a lungo protagonisti. Fortemente repressi dall’impero zarista, ben inseriti nelle città nei club culturali e politici, i membri dell’élite ebraica di aree come Mosca e San Pietroburgo avevano contribuito sia al progetto di Lenin che all’edificazione del regime di Stalin. Ebreo era Lazar Kaganovic ed ebree erano le consorti di due suoi colleghi nel Politburo del Partito Comunista, Vjaceslav Molotov e Kliment Vorosilov, così come l’ex rivale di Stalin Lev Trotskij, comandante dell’Armata Rossa durante la guerra civile. Tutti gli ebrei dell’Europa orientale avevano poi visto i sovietici come liberatori proprio perché la scelta dei nazisti era stata il loro sterminio. Gli ebrei avevano combattuto nell’Armata Rossa contro i tedeschi ricevendo in proporzione alla popolazione un numero di onorificenze maggiore di ogni altro gruppo etnico.

Tuttavia, già pochi mesi dopo la nascita di Israele, nel maggio 1948, il regime staliniano iniziò a vedere gli ebrei come “quinte colonne” ostili. “Tra la fine del 1948 e l’inizio del 1949” – scrive Timothy Snyder in Terre di sangue – “la vita pubblica in Unione Sovietica virò verso l’antisemitismo” anche remando contro la genuina simpatia della popolazione di molte aree del Paese per uomini e donne che avevano sofferto privazioni ancora più gravi delle loro durante l’invasione e l’occupazione nazista di parte del Paese. “Stalin aveva deciso che gli ebrei stavano influenzando lo Stato sovietico più di quanto i sovietici stessero facendo con quello ebraico” e nel quadro generale reso teso dal blocco di Berlino Ovest da parte dell’Urss, dal consolidamento dei due blocchi su scala globale, dalla minaccia di una nuova guerra mondiale, dalla corsa sovietica verso la parità atomica il regime pensò a una nuova purga per compattare il fronte interno come fatto con il Grande Terrore del 1937-1938.

L'architetto dell'antisemitismo di Stalin

In quest’ottica, gli ebrei sovietici divennero un bersaglio naturale. Questo per un triplice ordine di motivi. In primo luogo, la Grande Guerra Patriottica contro la Germania aveva risvegliato nell’Urss il nazionalismo panrusso come collante dello sforzo bellico e l’idea della primazia dell’etnia russa nel quadro politico dell’Unione, facendo rifiorire le pulsioni più ataviche tra cui la diffidenza verso gli ebrei. In secondo luogo, si ricominciò a perseguitare ogni tipo di nazionalismo potesse essere ritenuto in qualche modo ostile, e in quest’ottica, nota Osservatorio Russia, ” le accuse rivolte agli intellettuali ebrei di scarsa adesione agli interessi della «patria socialista», dedicandosi alla difesa del particolarismo identitario e l’accusa di apoliticismo e di essere estranei alla causa dell’«internazionalismo proletario», furono tra i vettori che rimodellarono l’atteggiamento del Cremlino verso gli ebrei”. In terzo luogo, nonostante proprio gli ideali egalitari e emancipatori della Rivoluzione fossero stati tra i moventi dell’avvicinamento di molti ebrei alla causa bolscevica, nel secondo dopoguerra la natura cosmopolita e fluida della cultura ebraica, capace di adattarsi a contesti diversi, fu tra i motivi che giustificò il sospetto del regime di Stalin proprio a causa del suo presunto percorso di convergenza con l’individualismo borghese di stampa occidentale.

Gli ebrei, dunque, erano visti di traverso in quanto presunti nazionalisti sostenitori di una potenza straniera che l’Urss aveva per prima riconosciuto e da cui poi si era allontanata, Israele, ma anche perché ritenuti apolidi e internazionalisti. Due tesi che sarebbe stato spericolato portare alla convergenza, ma che nel paranoico clima dell’Urss postbellica trovarono un cantore in Andrej Zdanov (1896-1948).

Zdanov fu fedelissimo braccio destro di Stalin, responsabile della politica culturale e della propaganda, un Goebbels rosso dalla profondissima capacità di comunicazione. Nel 1946 coniò la sua celebre dottrina in cui il mondo veniva diviso in due campi: quello “imperialista”, guidato dagli Stati Uniti, e quello “democratico”, guidato dall’Urss, i cui avversari venivano dichiarati esplicitamente rivali della causa nazionale, dunque traditori. Prese il via la cosiddetta Zdanovscina, il regno del terrore culturale contro l’intellighenzia. Per due anni, dal 1946 al 1948 (e cioè fino alla sua morte) Zdanov divenne l’occhio di Stalin su medicina, letteratura, filosofia, linguistica (della quale il dittatore era fanaticamente appassionato), economia. La cultura ebraica ne fu pesantemente penalizzata, e si preparò l’identificazione tra l’ebreo, il borghese e l’Occidente, dunque il mondo imperialista. Ironia della sorte, una chiave di lettura non dissimile, nella semplicità della relazione causa-effetto, da quella nazionalsocialista.

Fino al 1952, nota Luis Rapport nel saggio La guerra di Stalin contro gli ebrei, ” gli ebrei vennero estromessi ed eliminati dalle file del Partito e dai gangli vitali della società sovietica” nel silenzio e inesorabilmente: “nella nuova edizione della grande enciclopedia sovietica, pubblicata nel 1952, la voce “Ebrei” passò dalle 54 pagine dell’edizione precedente – suddivise per storia cultura e religione – a due misere pagine. In quella due pagine, la frase: “Gli ebrei non costituiscono una nazione”. I vertici dell’Esercito vennero ripuliti di 63 generali e 260 colonnelli ebrei, estromessi o eliminati tra il 1948 e il 1953”, mentre uomini celebri dell’intellighenzia ebraica come il direttore del Teatro yiddish di Mosca Solomon Mikhoels, furono fatti assassinare per essersi opposti al nuovo clima.

La morte improvvisa di Zdanov, nel 1948, segnò una nuova fase della repressione. E sarebbe stato il viatico per il lancio dell’ultima, grande purga immaginata dal dittatore sovietico. Una purga che solo la sua morte e l’eliminazione successiva del suo “boia”, Lavrentij Berija, avrebbe impedito di portare a compimento.

Il complotto dei medici

Già dal 1949 iniziarono gli arresti di importanti personalità ebraiche, mentre il 27 novembre del 1951 finirono in carcere per opera dei proxy sovietici di Praga i politici ebrei Rudolf Slànsky, segretario generale del partito comunista cecoslovacco, e il suo vice Bedrich Geminder, che sarebbero stati processati e giustiziati un anno dopo, ironia della sorte proprio leader del Paese che su ordine dell’Urss aveva rifornito di armi Israele nel 1948.

Nel maggio 1952 in Unione Sovietica furono invece processate quindici persone collegate al disciolto  Comitato Ebraico Antifascista che proprio in Mikhoels aveva avuto il suo presidente. Essi erano ritenuti colpevoli di aver chiesto otto anni prima a Stalin, di istituire in Crimea una Repubblica ebrea in vece del remoto territorio assegnato agli Ebrei in Estremo Oriente. Il processo si sarebbe concluso concluso a luglio con la condanna a morte di 13 imputati. Nel novembre dello stesso anno la stampa ucraina annunciava come a Kiev molti ebrei fossero stati fucilati per “ostruzionismo controrivoluzionario”. Il romanziere Il’ja Erenburg, il violinista David Ojstrach, lo scrittore Vasilij Grossman furono emarginati dalla vita pubblica del Paese in quanto ebrei.

Tutto era maturo perché la campagna informale assumesse strutturazione: la caccia agli ebrei, nell’intenzione di Stalin, avrebbe dovuto sostanziarsi nell’azzeramento della loro intellighenzia, in deportazioni nei gulag e in esecuzioni di membri di spicco per mostrare al Paese la volontà di reprimere ogni frangia ritenuta ostile al potere sovietico.

“Verso la fine di agosto del 1948”, nota Rapport, “dopo l’improvvisa morte di Zdanov, una sconosciuta addetta al reparto radiologico dell’ospedale del Cremlino – Ljdija Timasuk – esaminò, chissà come e per conto suo, gli elettrocardiogrammi di Zdanov, e informò gli organi di sicurezza sulla possibilità che l’illustre membro d’apparato non fosse deceduto di morte naturale. La Timasuk era solo una paramedica, da sempre divorata dall’odio per la propria superiore (ebrea) direttrice del reparto elettrocardiografico, Sofija Karpaj (in odore di arresto, che puntualmente avvenne nell’estate del 1951)”; quattro anni dopo, una sua lettera avrebbe svolto da catalizzatore per la campagna annunciata da Stalin all’inizio del 1953.

Nell’ottobre del 1952 Semyon Ignatyev, capo dell’MGB, informò il capo di Stato che erano state trovate prove in merito all’esistenza di un complotto per eliminare i dirigenti del partito. Colpito dalla rivelazione, il dittatore ordinò l’arresto dei cospiratori, nove medici di cui sei ebrei, e ordinò alla Pravda di preparare il terreno mediatico alla campagna anti-ebraica: epurazioni e avvisaglie di pogrom cominciarono a svilupparsi per tutto il Paese, e si parla di circa 2mila vittime tra la fine del 1952 e l’inizio del 1953.

La morte di Stalin interruppe questo pericoloso trend. L’Urss, nella destalinizzazione, non proseguì in questa paranoica persecuzione. Ma tuttora è impossibile sapere cosa sarebbe stato degli ebrei sovietici, più volte perseguitati nelle terre rese sanguinanti dai due totalitarismi del Novecento, nei mesi e negli anni successivi. Misteri di una superpotenza comunista dalle enormi contraddizioni. Andata vicina a risvegliare i demoni che aveva sconfitto con la forza delle armi pochi anni prima.

Il più grande sterminio del '900. Perché il 27 gennaio si celebra il Giorno della Memoria, la commemorazione delle vittime dell’Olocausto. Antonio Lamorte su Il Riformista il 27 Gennaio 2022. 

Il 27 gennaio si celebra in tutto il mondo la Giornata della Memoria. Le commemorazioni per ricordare l’Olocausto, lo sterminio degli ebrei, di avversari politici e di altre minoranze etniche a opera del regime nazista e dei suoi alleati che tra il 1933 e il 1945 (dati dell’Holocaust Memorial Museum di Washington) fece tra 15 e 17 milioni di vittime. Di questi tra cinque e sei milioni di ebrei. A designare la data la risoluzione 60/7 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del primo novembre 2005 durante la 42esima riunione plenaria.

Il 27 gennaio è diventata la data simbolica della Shoah (in ebraico “disastro”, “catastrofe”) perché il 27 gennaio del 1945 le truppe sovietiche della 60esima Armata del “1° Fronte ucraino” scoprirono e liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. Il complesso, nei pressi della città polacca di Oświęcim, era il più grande complesso di sterminio realizzato dai nazisti. È diventato il simbolo del più grande genocidio del 900. Oggi accoglie milioni di visitatori all’anno.

La scoperta del campo di Auschwitz rivelò al mondo lo sterminio dell’Olocausto. Dieci mesi prima di Auschwitz l’armata sovietica aveva liberato il campo di concentramento di Majdanek. Dal 1979 il campo di concentramento e sterminio nazista di Auschwitz Birkenau è Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Ogni anno, in tutto il mondo, si commemora la Shoah in tutto il mondo con cerimonie ufficiali e occasioni di incontro per ricordare la pagina più orrenda del 20esimo secolo.

Le iniziative, in Italia, si svolgeranno quest’anno nelle scuole, in Parlamento, nei Comuni, nelle televisioni. Alle 11:00 le celebrazioni ufficiali al Palazzo del Quirinale con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il premier dimissionario Giuseppe Conte, la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, la Presidente dell’Ucei (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane), Noemi Di Segni e Sami Modiano, sopravvissuto all’Olocausto.

“Ricordare è una espressione di umanità, ricordare è segno di civiltà, ricordare è condizione per un futuro migliore di pace e di fraternità, ricordare è anche stare attenti perché queste cose possono succedere un’altra volta, incominciando dalle proposte ideologiche che vogliono salvare un popolo e finendo a distruggere un popolo e l’umanità. State attenti a come è incominciata questa strada di morte, di sterminio, di brutalità”, ha dichiarato Papa Francesco all’udienza generale in occasione del Giorno della Memoria. Antonio Lamorte

27 GENNAIO - GIORNO DELLA MEMORIA. “Ho visto mamme costrette ad uccidere il proprio figlio”. I terribili ricordi di Elisa Springer. Con gli occhi lucidi, nell’intervista la testimone di tante sofferenza racconta forse il più atroce dei ricordi.

Marzia Baldari su La Voce di Manduria giovedì 27 gennaio 2022.

In quaranta minuti, all’incirca, di video registrazione Elisa Springer scuce i ricordi prima della sua infanzia e adolescenza viennesi, poi della morte dei suoi familiari sino alla sua deportazione nei diversi campi di concentramento. La sua storia, però, s’incrocia anche con quelle di altre donne fantasma incontrate in questo suo viaggio di memoria e salvezza. Donne costrette a uccidere i propri figli, cicli mestruali interrotti dalle sperimentazioni dei nazisti attraverso farmaci sciolti nei miseri pasti e cadaveri costretta scavalcare. Racconta la Springer, «La vita per noi donne nei campi era difficile. È stata una umiliazione tremenda, anche tra di noi. Poi ci si abitua, perché vuoi o non vuoi ti devi abituare. C’erano donne incinte».

Con gli occhi lucidi, nell’intervista la testimone di tante sofferenza racconta forse il più atroce dei ricordi. «Una donna che aveva appena partorito è stata costretta ad uccidere il proprio figlio, non le hanno permesso di allattarlo dopo aver partorito là dentro. Le hanno fasciato il seno per non farla allattare». E ancora ricordi di giovani mamme e adolescenti ebree private dai nazisti della propria umanità e del proprio ciclo per scoprire quale reazione potessero avere. 

Senza paura di morire o della morte, la vera tragedia per la signora Springer è quanto la sete di potere e denaro abbia portato la vita umana a non contare più nulla. «Se non sappiamo perdonare, tendere la mano anche al nemico, se non avviene questo non ci sarà mai pace – racconta la sopravvissuta. L’uomo di oggi ha perduto la propria dignità e l’amore per se stesso. Se non ha stima  e amore di se stesso come può amare il prossimo?». Terribili ricordi della sua storia da deportata che s’intrecciano con queste donne senza nome e dal volto sbiadito incontrate nei diversi campi di concentramento. A vent’anni dalla sua scomparsa, l’obbligo morale di ricordare persiste in diverse forme proprio nella città messapica, Manduria, dove la Springer ha trascorso numerosi anni della sua vita dopo la sua liberazione e dove è stata sepolta. Una città che non può dimenticare le sue confessioni strazianti e tutte le vittime dell’Olocausto, onorandola annualmente come meglio può. Marzia Baldari

Raffaele Mattioli, il banchiere che voleva salvare i dipendenti ebrei. PIERLUIGI PANZA su Il Corriere della Sera il 26 gennaio 2022.

Intesa Sanpaolo e Chora presentano un podcast in sei episodi di mezz’ora ciascuno. Ogni puntata è dedicata a un addetto Comit che il presidente cercò di sottrarre alla persecuzione

«Ebrei onorari» erano chiamati, per scherno, i difensori degli ebrei negli anni della propaganda antisemita. Raffaele Mattioli, banchiere antifascista allora presidente della Banca Commerciale Italiana (poi confluita in Intesa Sanpaolo), pur non essendo ebreo aveva scelto per sé stesso tale definizione per affermare la sua vicinanza al mondo ebraico e il suo impegno per il salvataggio di tanti cittadini. Oggi, in occasione del Giorno della Memoria, Intesa Sanpaolo e Chora — podcast company italiana — presentano L’Ebreo Onorario, una serie podcast realizzati con la collaborazione dell’Archivio storico Intesa Sanpaolo. Questo aspetto della vicenda di Mattioli viene raccontato in sei episodi progressivamente disponibili su Intesa Sanpaolo On Air, piattaforma di contenuti audio della Banca che raccoglie voci, storie e idee con oltre 700 episodi e 5 milioni di stream dal lancio, avvenuto nel giugno 2020 (disponibili anche su choramedia.com e sulle principali piattaforme audio). La voce è quella di Camilla Ronzullo, autrice milanese conosciuta come Zelda was a writer.

Sono sei storie di mezz’ora ciascuna relative a un dipendente Comit che Mattioli e altri uomini della banca hanno provato a salvare dalla deportazione. Si parte dalla corrispondenza tra il ragioniere Guido Schwarz e il collega Tiburzio Pinter. Il 1° marzo del 1939, Schwarz fu forzatamente mandato in pensione a causa delle leggi razziali. Grazie ai colleghi riuscì a ottenere un visto di lavoro per il Brasile, ma le cose non furono semplici. Quanto a Tiburzio Pinter, fu assunto dalla Comit nel 1926 alla filiale di Fiume, dove prestò servizio fino al forzato pensionamento del 28 febbraio 1939. Dal 1° dicembre ’43 Pinter fu nascosto in vari alloggi di fortuna.

Antonello Gerbi è stato non solo un dipendente Comit, ma anche uno storico e un critico cinematografico. Anche la sua vita fu stravolta dalle leggi razziali, ma Mattioli giocò d’anticipo. Nel 1938 lo mandò a Lima per farlo lavorare a un saggio sull’economia peruviana. Gerbi restò in Perù fino al 1948: nel podcast ascolteremo le testimonianze del figlio, il saggista Sandro Gerbi.

Werner Prager era un libraio antiquario berlinese che, per sfuggire dal nazismo, si trasferì in Italia nel 1937. Non aveva rapporto con la Comit, solo con Mattioli, che era un bibliofilo. Fu arrestato ma, grazie all’intercessione di Massimiliano Majnoni della Comit di Roma fu assunto in Vaticano come bibliotecario e salvato insieme alla famiglia.

Nel 1941 dopo l’occupazione tedesca della Jugoslavia e la creazione dello Stato ustascia, Hermann Schossberger fu preso di mira dai croati. Giuseppe Zuccoli, direttore centrale Comit, intercedette per lui presso Ante Pavelic, il capo degli ustascia, ma ottenne solo di fargli avere l’esonero di portare la stella di David. Fu licenziato il 30 settembre 1942 e si deduce che fu deportato ad Auschwitz.

Infine, si racconta la storia di Carlo Morpurgo, che dopo il pensionamento forzato tornò a Trieste, dove divenne segretario della Comunità ebraica. In questo ruolo nell’estate del ’43 si prodigò per aiutare famiglie ebree a mettersi in salvo. Il 20 gennaio 1944 fu catturato dai tedeschi e poi deportato.

In ogni storia ampi flashback consentono di ripercorrere la scelta antifascista di Mattioli iniziata nel 1919, quando partecipa da osservatore all’Impresa di Fiume di d’Annunzio 

Ricominciare dopo Auschwitz. Vita, memoria e speranza per Edith Bruck. IDA BOZZI su Il Corriere della Sera il 19 gennaio 2022.

Su «7» l’intervista alla scrittrice ebrea che venne deportata dall’Ungheria. Eventi in tutt’Italia per il 27 gennaio, Giorno della Memoria, tra testimonianze, dibattiti, spettacoli, incontri.

Ad Auschwitz, la fila di deportati dov’era sua madre andò diretta alla camera a gas. Lei si salvò soltanto perché si ritrovò, spinta via, nella fila a fianco: in vista del Giorno della Memoria, venerdì 21 su «7» la scrittrice e poetessa Edith Bruck — che nel 2021 è stata nominata Cavaliere di Gran Croce da Sergio Mattarella e ha ricevuto la visita di Papa Francesco — si racconta dalla sua casa romana nell’ampio servizio di copertina del settimanale, in un’intervista di Alessia Rastelli.

Lo sguardo di Bruck, che ha vissuto la tragedia dei campi di sterminio, testimonia con lucidità estrema l’indicibile. Lo ha fatto per tutta la vita nelle scuole, e nei suoi libri. E lo fa anche in Lettera alla madre (la nuova edizione esce giovedì 19 da La nave di Teseo) nella forma di un’epistola postuma a quella mamma persa nel lager, che era così diversa da lei adolescente ma alla quale era visceralmente unita. Già l’anno scorso, inoltre, l’autrice ha vinto lo Strega Giovani ed è stata finalista al Premio Strega con Il pane perduto (pubblicato sempre da La nave di Teseo), in cui ripercorreva la sua esistenza.

La copertina del numero «7» che esce il 21 gennaio

Nell’intervista a «7» Bruck ricorda sia chi le chiese, a Bergen Belsen, «se sopravvivi, racconta anche per noi», sia il difficile ritorno alla vita dopo il lager. Tra le prove che l’avrebbero ancora attesa ci sarebbe stata la perdita di una figura come Primo Levi, che era sua amico e le telefonò quattro giorni prima della scomparsa. Ma Bruck rievoca anche ciò che le ha dato forza, come l’incontro con il poeta e regista Nelo Risi, poi suo marito, il valore della scrittura, per lei «gonfia di parole», come testimonianza e impegno. La scrittrice osserva anche il tempo attuale, i nazionalismi che montano (incluso quello di Orbán, nell’Ungheria che le ha dato i natali), l’odio diffuso anche online. Uno sguardo di poetessa, che si allarga alla pandemia, con il suo pianto per le bare sui camion, il silenzio dei giorni del lockdown, di cui ha scritto nei suoi versi.

La testimonianza

Testimonianze come quella di Edith Bruck, ma anche dibattiti, incontri, concerti, ritornano (quest’anno anche in presenza, con le adeguate norme di sicurezza) a celebrare il Giorno della Memoria, il 27 gennaio. Tra gli eventi organizzati a Roma dalla Fondazione Museo della Shoah, ci sarà Passaggi di Memoria, il 27 gennaio al Teatro Palladium di Roma (ore 20): dopo i saluti del presidente della Fondazione Mario Venezia, in scena un monologo di Stefano Massini, cui seguirà un incontro con Edith Bruck; tra i partecipanti, Furio Colombo, Micol Pavoncello, il testimone Sami Modiano in video.

Rigurgito pericoloso è il negazionismo: ne parla, a Roma, Donatella Di Cesare, lunedì 24, in presenza, al Cinema Farnese (ore 20). Al tema, la filosofa ha dedicato Se Auschwitz è nulla. Contro il negazionismo (Bollati Boringhieri), che presenterà con Mario Venezia, Marco Damilano, direttore de «L’Espresso», il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, e il fondatore della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi.

Il Giardino dei Giusti

Numerosi gli eventi anche a Milano. Gariwo, la foresta dei Giusti propone martedì 25 lo spettacolo Il Memorioso. Breve guida alla memoria del bene, ispirato ai libri di Gabriele Nissim (Centro Asteria, ore 10). Giovedì 27 l’associazione offrirà anche agli studenti visite guidate al Giardino dei Giusti. E intanto propone il volume collettaneo Domande sulla memoria (pubblicato con l’editrice Cafoscarina), con contributi di noti studiosi, tra i quali Francesco M. Cataluccio, Marcello Flores, Anna Foa. Il libro parte dalla memoria imprescindibile della Shoah, per riflettere anche su cosa accade oggi ad altri popoli. E fare in modo che «Mai più» sia un impegno per presente e futuro.

Le visite, gli incontri

Organizza un programma in presenza e in digitale il Memoriale della Shoah di Milano, che conserva la memoria di un luogo terribile da cui partirono i treni per i lager. In presenza, martedì 25, ospita la proiezione del documentario 1938: lo sport italiano contro gli ebrei, ideato da Matteo Marani e prodotto da Sky, e un dibattito con Roberto Jarach, presidente della Fondazione del Memoriale, Federico Ferri, direttore responsabile di Sky, e altri (ore 18.30). Il 27, inoltre,il Memoriale sarà aperto alle visite gratuite: l’accoglienza sarà gestita in collaborazione con i detenuti della 2ª Casa di Reclusione di Milano Bollate. Denso anche il programma sulla pagina Facebook del Memoriale: tra gli incontri, lunedì 24 (ore 18) si parla di Diritto ed ebraismo, con Giorgio Sacerdoti, Piergaetano Marchetti, Daniela Dawan, Marco Vigevani; il 30 (ore 15) l’incontro con Marilisa D’Amico e Milena Santerini.

Il ricordo a teatro

Al Teatro alla Scala di Milano, nel ridotto dei palchi, il 24 (ore 16.30) si tiene il Concerto per il Giorno della Memoria, organizzato da Comune, Anpi e Associazione Figli della Shoah. Al Conservatorio Verdi di Milano, il 27 (ore 20.30) il concerto La musica proibita come strumento di resistenza. Blues, Swing e Jazz organizzato con Figli della Shoah, Fondazioni Cdec e Memoriale della Shoah. Anche a Venezia, al Teatro La Fenice, il 23 (ore 11), il reading. Tra il mare e la sabbia.

Ragazzi

Tra le numerose iniziative per i più giovani, il 27 gennaio l’evento dedicato alle scuole Troppo piccolo il cielo. Musiche, letture e testimonianze dal ghetto di Terezín al Conservatorio di Milano, organizzato dall’associazione Figli della Shoah (che lo trasmette dal suo canale YouTube) e a cura di Matteo Corradini. L’incontro ricorda i bambini di Terezín, dei quali sono arrivate fino a noi alcune migliaia di disegni e qualche decina di poesie.

Sardegna: Odissea di un internato

Chi pesava meno di 35 chili veniva ucciso: il prigioniero Vittorio Palmas, soldato, ne pesava 37 e si salvò. Sopravvissuto al lager di Bergen Belsen, ricordò: «Sono vivo per 2 chili». Si ispira alla sua storia, raccontata nel libro di Giacomo Mameli La ghianda è una ciliegia (Il Maestrale) lo spettacolo Storia di un uomo magro, del regista attore Paolo Floris: per iniziativa dell’Associazione Pane e Cioccolata, e con il sostegno della Fondazione di Sardegna, lo spettacolo celebrerà il Giorno della Memoria con quindici rappresentazioni in tredici centri della Sardegna, fino al 2 febbraio, coinvolgendo 1.600 studenti delle scuole medie e superiori. Lo spettacolo di Floris rievoca la vita del soldato sardo, la prigionia nel lager e il destino di chi non fece ritorno: morì nello stesso lager anche Anne Frank. Prima del recital, il canto del coro «Murales» di Orgosolo. Tra le repliche dello spettacolo, appuntamento giovedì 20 gennaio a Lanusei (Nuoro), venerdì 21 a Oschiri (Sassari), e giovedì 27 a Oristano e a Orgosolo.

La data del 27 gennaio

Il Giorno della Memoria è stato istituito per legge nel 2000 in Italia e a livello internazionale nel 2005 dall’Onu per ri