Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

LA SOMMA, CON CAUSALE SOSTEGNO, VA VERSATA CON:

SCEGLI IL LIBRO

80x80 PRESENTAZIONE SU GOOGLE LIBRI

presidente@controtuttelemafie.it

workstation_office_chair_spinning_md_wht.gif (13581 bytes) Via Piave, 127, 74020 Avetrana (Ta)3289163996ne2.gif (8525 bytes)business_fax_machine_output_receiving_md_wht.gif (5668 bytes) 0999708396

INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA  - TELEWEBITALIA

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

 

  

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

ANNO 2022

GLI STATISTI

SECONDA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

GLI STATISTI

INDICE PRIMA PARTE

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero Moro.

Le aste dei cimeli giudiziari.

Le Brigate Rosse.

Il retroscena di un delitto. La pista dei servizi segreti domestici. 

Il retroscena di un delitto. La pista della ‘Ndrangheta.

Il retroscena di un delitto. La pista palestinese.

Il retroscena di un delitto. La pista russa.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ricordando Andreotti.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ingiustizia. Il caso Mani Pulite spiegato bene.

Gli Amici di Craxi.

I Nemici di Craxi.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Berlusconi e la Famiglia.

Berlusconi e lo Sport.

Berlusconi e gli amici.

Berlusconi e la politica.

Berlusconi e la Giustizia.

 

INDICE TERZA PARTE

 

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Nazi-fascismo e Comunismo: Economia pianificata.

Stato, Fascismo e lotte di classe: eran e son comunisti.

Al tempo del Nazismo.

L’Olocausto.

Dio, Patria, Famiglia.

Le Leggi Razziali.

Al tempo del Fascismo.

Margherita Sarfatti: la donna che creò Benito Mussolini.

Dopo il Fascismo.

I Figli di Mussolini.

Le Marocchinate.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli Eredi di Mussolini.

Nazista…a chi?

 

 

 

GLI STATISTI

SECONDA PARTE

 

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Berlusconi e la Famiglia.

Da ilfattoquotidiano.it il 29 settembre 2022.

Una mongolfiera da cui cadono cuori rossi. E poi una scritta aerea: “Buon compleanno amore, ti amo”. È la sorpresa “da film” fatta dalla deputata azzurra Marta Fascina a Silvio Berlusconi per il suo 86esimo compleanno. Il video è stato pubblicato dallo stesso leader di Forza Italia sui social ed è stato girato a Villa San Martino ad Arcore. “Vedete di arrivare anche a voi a questa età in forma come sono io…”, ironizza Berlusconi alla fine del video.

Da corriere.it il 30 settembre 2022.

«Ieri sera mi sono commosso al caldo abbraccio delle persone che amo. Grazie a loro e a tutti per gli auguri». Così il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, che posta sui social un video della festa di giovedì sera nella residenza di Arcore per i suoi 86 anni. 

Il Cavaliere siede al centro della lunga tavolata imbandita, con fiori bianchi e azzurri e candele accese lungo l’asse centrale, con alla destra la figlia Marina e alla sinistra la compagna Marta Fascina. E il figlio Piersilvio che lo abbraccia e lo bacia. «Lo sapete qual è il mio motto — ha detto l’ex premier —: “Chi ci crede combatte. Chi ci crede supera tutti gli ostacoli. Chi ci crede vince. E noi insieme vinceremo anche stavolta”».

Presenti, tra gli altri, i migliori amici di Berlusconi: Gianni Letta, Fedele Confalonieri e Adriano Galliani. Poi i fedelissimi forzisti Licia Ronzulli, Alberto Barachini, poi il fratello Paolo Berlusconi e gli altri figli e i nipoti. Berlusconi spegne a un certo punto le candeline della torta a quattro piani, il più basso con i colori del Milan e del Monza, il secondo con la bandiera di Forza Italia e il terzo azzurro con i loghi di Mediaset e Mondadori, sormontato poi da un mappamondo accanto ad una statuetta con le sembianze del leader azzurro in giacca e cravatta. Alcuni palloncini rossi a forma di cuore sono stati fatti cadere sul tavolo dall’alto al momento del taglio della torta.

Lo speciale augurio al leader di Forza Italia. Silvio Berlusconi compie 86 anni, la sorpresa di Marta Fascina: nel video la mongolfiera e i palloncini. Elena Del Mastro su Il Riformista il 29 Settembre 2022 

“Vedete di arrivare anche voi a questa età in forma come sono io”. Così Silvio Berlusconi ha ringraziato per gli auguri ricevuti per il suo 86esimo compleanno. Un giorno speciale per il leader di Fratelli d’Italia che ha ricevuto un altrettanto speciale sorpresa da parte della sua compagna Marta Fascina, 32 anni. Lui era seduto con lei su una panchina insieme al loro cane quando dal pratone di Arcore si è levata una mongolfiera gialla da cui sono partiti centinaia si palloncini rossi a forma di cuore.

Poi un piccolo aereo ha fatto volare in cielo la scritta “Buon compleanno amore, ti amo. Marta”. Berlusconi ha poi pubblicato su TikTok il video del regalo speciale ricevuto. “Avete visto che sorpresa”, ha commentato il leader di Forza Italia ai presenti a villa San Martino, ad Arcore.

Una giornata di auguri per Silvio Berlusconi da parte dei suoi. Tra i primi Antonio Tajani che gli ha scritto, a proposito delle elezioni appena vinte: “Anche se il regalo lo ha fatto di nuovo lei agli italiani, buon compleanno caro Presidente Berlusconi. Auguri!”. Non sono mancati i messaggi di Giorgia Meloni e Matteo Salvini. “Tantissimi auguri a Silvio Berlusconi per il suo compleanno. Un grande abbraccio”, ha scritto su Twitter la presidente di Fratelli d’Italia, mentre Salvini agli auguri ha aggiunto: “caro amico e grande italiano”.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Michele Serra per “la Repubblica” il 25 agosto 2022.

Ogni campagna elettorale è (anche) un tuffo nel ridicolo. Quando Rita Dalla Chiesa, candidata per Forza Italia, dice che "per Berlusconi la famiglia è tutto, abbiamo gli stessi valori", si ride di gusto. 

Berlusconi ha avuto due mogli ufficiali, ne ha una terza ufficiosa, ha noleggiato interi torpedoni di nipoti di Mubarak, e non ha mai fatto mistero di questa sua forma di collezionismo, assai favorita dalla disponibilità di denaro e da una allegra compagnia di amiconi molto partecipi.

Può darsi che per lui la famiglia sia tutto da un unico punto di vista, quello patrimoniale, alla luce del fatto che la drastica riduzione delle tasse di successione è stata la sua più evidente riforma strutturale del nostro disgraziato Paese. 

Ma dal punto di vista ideologico, politico, culturale, etico, perfino logico, come diavolo si fa a indicare, come suo eminente pregio, la devozione alla Famiglia, questo feticcio che la destra italiana sventola nelle piazze per intortare le nonnine, ma a casa sua considera come un impiccio da aggirare?

Gentile signora Dalla Chiesa, le parlo da divorziato a divorziata (lei due volte, io una sola, noi di sinistra siamo sempre più timidi). Lasci perdere la famiglia, che è una componente assai vaga e mutevole del presente. Un work in progress il cui esito non è determinabile né dai bigotti, né dai puttanieri. Parli d'altro.

Faccia come se, di fronte a lei, non avesse la sua audience di nonnine, ma dei cittadini adulti. Sappiamo tutti due che non è vero, ma almeno faccia finta che una campagna elettorale sia una cosa seria, e che anche le nonnine, soprattutto le nonnine, meritino di essere trattate da cittadine adulte.

Berlusconi, scissione da 340 milioni nella holding dei tre figli più giovani. Mario Gerevini su Il Corriere della Sera il 5 luglio 2022.

Con un’operazione da 340 milioni si divide in due la holding dei tre figli più giovani di Silvio Berlusconi, titolare del 21,4% di Fininvest. La scissione di H14 è stata deliberata giovedì scorso 30 giugno dai tre soci paritetici Barbara, 37 anni, Eleonora 36 e Luigi Berlusconi 33, ciascuno con il 31,33% del capitale (il resto sono azioni proprie detenute dalla società).

Obiettivo: nuovi soci

Tecnicamente è una scissione parziale proporzionale con cui H14 trasferisce una parte consistente del suo patrimonio (ma non la quota di Fininvest) in una nuova società che replica l’assetto proprietario. Quale è lo scopo di questa operazione di finanza straordinaria, la più rilevante degli ultimi anni nella galassia familiare al vertice del gruppo Fininvest? Sostanzialmente isolare dal resto del portafoglio la partecipazione in Fininvest e allo stesso tempo avere mano libera per alleanze con altri investitori nella nuova società, senza rischiare «contaminazione» esterna nel governo del Biscione. Tant’è che i tre manager in possesso di sfp (strumenti finanziari partecipativi, un surrogato delle azioni) concambieranno i loro titoli con sfp della nuova società.

La firma di Luigi

«La scissione — è scritto nel progetto firmato da Luigi Berlusconi — nasce in attuazione di un progetto imprenditoriale avente l’obiettivo di separare gli investimenti caratteristici (cioè Fininvest e la partecipazione Lauro) — che rimarranno in capo alla società scissa entro il perimetro del medesimo nucleo familiare — dalle attività di investimento nei portafogli cosiddetti di private equity, hedge funds, digital e permanent capital trasferendole alla società beneficiaria». Questa manovra «potrebbe consentire in prospettiva l’ampliamento della base societaria» della nuova H14 che si porta dentro 340 milioni di patrimonio mentre nella «vecchia» resta un patrimonio netto contabile di 220 milioni. Lauro è una società (5 milioni il valore di bilancio) che ha da poco concluso la ristrutturazione di un complesso immobiliare di proprietà a Milano e sta affittando gli spazi; ad essa la H14 ha prestato una garanzia da 26,5 milioni.

Il bilancio

La holding dei tre figli del Cavaliere e di Veronica Lario ha chiuso il bilancio 2021, firmato il 24 giugno dal presidente Luigi Berlusconi, con 41,5 milioni di utile (44,5 milioni l’anno precedente), tutto distribuibile, quindi potenzialmente 14 milioni a testa di dividendo. Ma negli anni passati hanno mandato a riserva almeno la metà dell’utile. In portafoglio, oltre alla quota Fininvest, ci sono numerose partecipazioni in società del digitale, fintech, start up e quote di fondi di private equity. La Fininvest (Mfe-Mediaset, Mondadori, Banca Mediolanum, Teatro Manzoni, Monza calcio) è controllata da Silvio Berlusconi al 61,3%, i figli Marina e Pier Silvio il 7,6% a testa e la H14 degli altri figli il 21,4%. Ha chiuso il bilancio 2021 con 361 milioni di utile di cui 150 andranno alla famiglia Berlusconi come dividendo.

Franco Bechis per veritaeaffari.it il 5 luglio 2022.

È diventato un piccolo impero immobiliare e commerciale quello di Veronica Lario, ex moglie di Silvio Berlusconi e madre dei suoi tre figli più giovani (Eleonora, Barbara e Luigi). Quattro società capogruppo, interessate da un vorticoso giro di fusioni e acquisizioni, che ne controllano altre nei più svariati settori. 

Alla sola che aveva avuto una certa eco sulla stampa, Il Poggio srl, che controllava parte degli immobili derivati da matrimonio (fra cui due palazzi a Milano 2), si affiancano ora la Big Bang srl, holding operativa ora intestata integralmente a Miriam Bartolini, che è il vero nome all’anagrafe di Veronica, la Equitago srl (che si occupa di sport) di cui ha assunto la presidenza e la Cosmo srl, altra immobiliare di cui la ex signora Berlusconi è amministratore unico. 

La proprietà di talune prima era schermata dalla fiduciaria di Mediobanca, la Siref, ma ora risulta della finanziaria svizzera Incomar AG. L’azionariato non è rivelato, ma visto che tutti gli organi amministrativi portano a Veronica e i consigli sono allargati ai suoi collaboratori storici, è facile immaginare che sia sua. 

Francesca Pascale, la villa, il regalo del matrimonio e il mantenimento milionario

Le ultime fusioni e incorporazioni riguardano però la società dichiaratamente della Lario, questa Big bang che fra l’autunno scorso e la primavera di quest’anno nei vari atti di fusione ha fatto emergere la proprietà immobiliare più interessante, in quel di Lesmo nella provincia di Monza e della Brianza.

Una villa, una villetta del custode e terreni assai vasti che appartengono allo stesso complesso immobiliare, quello denominato Villa Sada, una delle residenze lombarde più preziose e piene di storia. Il solo edificio principale ha una estensione di 1.895 metri quadrati ed è classificato al catasto con 45 vani e mezzo. 

Una sorta di reggia la cui nuda proprietà è intestata appunto alla società della Lario, con l’usufrutto vitalizio che secondo l’atto base di cessione spetta a una signora residente in Svizzera, Augusta Bernardo. È la vedova di Claudio Sada, figlio del fondatore della Simmenthal Gino Alfonso, e presidente del Monza negli anni Sessanta. Fu proprio Claudio alla scomparsa del padre a ottenere dal comune di Monza che lo stadio di calcio fosse intitolato a Gino Alfonso, come è anche oggi. E così in qualche modo la storia di Veronica finisce con l’intrecciarsi con quella dell’ex marito.

La villa del patron della Simmenthal

Quella dei Sada è stata una dinastia ricca e numerosa, protagonista anche di altri successi sportivi, prima di tutto quelli nel basket, perché la Simmenthal diede per anni il nome all’Olimpia di Milano, vincendo scudetti e coppe, dovendo poi divorziarne quando i consumatori iniziavano ad associare il nome più alla pallacanestro che alla scatoletta di carne in gelatina. 

La villa è restata negli anni di proprietà della famiglia e dei suoi vari discendenti, passando anche attraverso un caso di cronaca nera che finì sulle prime pagine di tutti i giornali: una rapina violenta con tutti i Sada all’interno della villa, bimbi compresi, legati, e imbavagliati con lo scotch da pacchi. Rapina brutale e che fece scatenare le indagini e acciuffare la banda dei colpevoli, tutti della zona. Fra loro, anche un garzone di un negozio di Macherio, dove c’è una delle ville di Berlusconi in cui a lungo ha vissuto proprio Veronica.

La vendita a Veronica Lario dagli eredi di Sada

Gli ultimi eredi sono restati in consiglio dell’immobiliare che controllava l’edificio a lungo, con in testa il nipote del fondatore, Davide. Che poi ha venduto alla Lario avendo poi cambiato vita da anni, trasferito in Toscana dove ha fondato una azienda agricola insieme ai figli per produrre uno dei più apprezzati vini super Tuscany della Regione. 

Gli altri investimenti nel mattone

Dunque la Lario continua a investire su quel mattone che negli ultimi anni non le ha dato grandissime soddisfazioni. Il Poggio aveva perduto parecchi milioni fino al 2020, quando all’improvviso proprio nell’anno della pandemia la società aveva svoltato, portando a casa un guadagno di 2,2 milioni di euro. Tutto grazie alla chiusura di un contenzioso annoso con la società. 

I palazzi a Milano 2

Excellent srl che doveva occuparsi delle ristrutturazioni dei due palazzi di Milano 2: il Canova e il Borromini. Per fare quel risultato però erano state necessarie le norme contenute nei decreti del governo di Giuseppe Conte che hanno consentito alla Lario di chiedere alla Banca popolare di Sondrio «la sospensione del pagamento delle rate, limitatamente alla sola quota capitale, fino al 31 dicembre 2021 del mutuo esistente pari ad euro 20 milioni». Ricontrattato anche un altro mutuo più piccolo (3 milioni di euro) con la Banca di credito cooperativo di Carate Brianza.

Estratto dell’articolo di Augusto Minzolini per “Il Giornale” il 21 aprile 2022.  

[…] In vista dell'assemblea che il 28 aprile è chiamata ad approvare i conti 2021 della Mondadori, Marina Berlusconi, presidente della casa editrice e di Fininvest, parla dei risultati aziendali ma, come tutti, ha sempre davanti a sé l'orrore dei massacri in Ucraina. […] 

[…] «Ogni imprenditore deve sempre pensare ai suoi conti, alla comunità in cui opera, alla qualità del prodotto... Un editore, però, ha un supplemento di responsabilità perché produce cultura e valori, che di questi tempi sono gli anticorpi contro le spinte autoritarie e illiberali. Se mi passa il paragone, è un po' come se fossimo il sistema immunitario della democrazia. Per questo, da editore, trovo sia inevitabile una scelta di campo».

Vorrebbe mettere l'elmetto anche alla cultura?

«Certo che no. So perfettamente che in nessuna vicenda umana il bene e il male stanno da una parte sola, ciascuno ha ragioni da addurre e torti da lamentare. Però i distinguo che troppo spesso sento fare mi paiono assurdi o strumentali. Qui non possiamo che stare da una parte precisa: quella di un popolo aggredito e dei valori del mondo democratico cui appartiene, e contro un aggressore che in realtà ha dichiarato guerra a tutto l'Occidente, alla sua identità e alla sua cultura». 

Ma proprio la cultura, e quindi anche una casa editrice come la Mondadori, per loro natura non devono tenere conto di tutte le voci?

«E infatti nessuno ha intenzione di censurare […] nemmeno i più insinuanti paladini delle ragioni degli invasori. Che poi, è inutile girarci attorno, in realtà più che apprezzare Putin detestano l'Occidente, a cominciare dagli Stati Uniti. […]». 

«[…] il sistema occidentale basato sulla libertà e sulla democrazia avrà mille limiti e difetti, ma ha sicuramente molti più pregi, a cominciare dal fatto che lo si può criticare anche aspramente senza il rischio di finire in galera. A Mosca e a Pechino succede lo stesso? […]». 

C'è voluto un mese, però, prima che suo padre si decidesse a condannare Putin.

«Mio padre ha fatto e ha detto le cose giuste al momento giusto. La sua posizione è sempre stata netta. Vedi il voto di condanna dell'invasione al Parlamento europeo, o il sostegno alla politica filo-atlantica del governo Draghi. O la lungimiranza che per tanti anni ha fatto di lui il più convinto sostenitore della necessità di un esercito e di una politica estera comuni dell'Unione, e il primo a denunciare i pericoli del neoimperialismo cinese e di un abbraccio con la Russia.

Ricordiamoci anche che, da premier, vent' anni fa Silvio Berlusconi era addirittura riuscito a convincere Putin e George W. Bush a firmare l'accordo di Pratica di Mare, premessa per l'ingresso della Russia nella Nato. Se fosse stato possibile continuare a percorrere quella strada, oggi forse non saremmo qui a parlare di guerra. Il fatto è che l'Occidente in questi vent' anni ha perso terreno. E oggi rischia di perdere la sua anima». 

L'Occidente è in difficoltà, è evidente. Ma contro l'invasione russa Stati Uniti ed Europa finora sono uniti.

«La guerra però ha mandato in frantumi un'illusione: oltre a non essere esportabili, come qualcuno aveva sperato, la democrazia e le sue conquiste non sono affatto un patrimonio acquisito, un diritto naturale sempre e comunque a nostra disposizione […]».

Non le pare una visione un po' troppo apocalittica, quella di un Occidente debole e minacciato su tutti i fronti?

«Mi scusi, ma davanti alle nostalgie imperiali di Putin, alla bulimia espansionistica della Cina o al terrorismo islamico, che per strade diverse combattono il nostro sistema, che cosa ha fatto il mondo libero? Per troppo tempo si è limitato a balbettare, in preda a incomprensibili complessi d'inferiorità. Anzi, ha fatto di peggio: ha scoperto di essere la causa di tutti i mali, ha iniziato a processare la sua stessa storia, a mettere al bando pezzi della sua cultura e a flagellarsi per espiare chissà quali colpe». 

Beh, la nostra storia è fatta anche di inaudite violenze, sangue, sfruttamento.

«E chi lo nega? Ma ogni cultura è figlia della sua storia, di tutta la sua storia. Che non può essere passata al setaccio, tenendo solo le cose che ci piacciono. Così come non si può trasformare la sacrosanta tutela delle minoranze in una dittatura di queste stesse minoranze. Ecco la cancel culture: la dimostrazione - ahimè che il peggior nemico dell'Occidente alla fine è diventato proprio l'Occidente». 

Non è la prima volta che lei critica la cancel culture. Quali sono le responsabilità che ha in questa guerra?

«Non vorrei esagerare, ma la cancel culture agisce un po' come una quinta colonna, aggredisce da dentro il nostro patrimonio culturale e la libertà di pensiero e di espressione. Di fronte a questa pericolosa variante del politicamente corretto, da editore, io sento una responsabilità in più. […]». […]

Pier Silvio Berlusconi e la villa a Portofino: 20 milioni per la vista mare da ogni finestra. Giuliana Ferraino su Il Corriere della Sera l'8 aprile 2022.

Sul ristretto mercato di Portofino era l’ultima grande villa, la più affascinante e la più bella, per la sua posizione esclusiva in cima al promontorio e una vista senza pari sul golfo del Tigullio. Perciò per comprare finalmente casa nel luogo che ama di più, Pier Silvio Berlusconi non ha tirato sul prezzo, staccando un assegno di oltre 20 milioni. A tanto ammonterebbe il prezzo che l’amministratore delegato di Mediaset ha pagato per la società San Sebastiano Spa che, oltre alla villa cinquecentesca, controlla altre proprietà a Milano e ha un indebitamento di una trentina di milioni. Ma il boccone più ambito è la villa, una proprietà di 1.300 metri quadrati, 9 camere e 7 bagni, con piscina e parco. E ipotecata, per garantire i debiti della società.

Berlusconi junior e la compagna Silvia Toffanin hanno scelto di crescere i loro due figli Lorenzo Mattia e Sofia Valentina lontano da Milano, dove lavorano, preferendo il parco regionale naturale di Portofino, dove la famiglia vive da anni, affittando villa Bonomi Bolchini, che domina la baia di Paraggi.

A Pier Silvio sarebbe piaciuto diventare proprietario del Castello a picco sul mare, ma non è in vendita. Ecco perché ha deciso di spostare lo sguardo altrove. Poco più in su, dove si trova un altro gioiello immobiliare, villa San Sebastiano, che prende il nome dalla cappella del santo omonimo che si trova a pochi metri, da tempo sul mercato, attraverso le pagine di più di un sito di broker immobiliari internazionali.

In cima alla collina

Il secondogenito di Silvio Berlusconi, 52 anni, per la verità aveva già preso in considerazione di acquistare Villa San Sebastiano in passato, ma non aveva mai ingaggiato una trattativa per comprare quella proprietà che si più raggiungere solo da una strada stretta e angusta, che si inerpica sulla collina, lungo la quale due automobili che procedono in direzione opposta fanno grande fatica a passare. Un sogno per chi come Berlusconi junior è innamorato di Portofino, del suo promontorio e della natura circostante.

Investimento in una società immobiliare

Il negoziato vero è cominciato qualche mese fa e si è concluso nei giorni scorsi, non con un rogito, ma con un contratto per acquisire il 100% delle azioni della San Sebastiano Spa, che come dicevamo controlla anche un immobile articolato a Milano, con attività retail e uffici e ha un indebitamento netto di una trentina di milioni. Insomma, è un investimento in una società immobiliare, nel quale Berlusconi jr. è stato accompagnato dall’avvocato Luca Fossati, socio dello studio Chiomenti. Difficile perciò capire il vero prezzo della villa, che a garanzia di quei debiti ha perciò un’ipoteca.

A vendere la proprietà è Luca Bassani Antivari, erede della famiglia fondatrice nel 1936 a Varese del marchio BTicino, poi ceduto nel 1989 al gruppo francese Legrand. Milanese, classe 1956, grande appassionato di vela come il resto della famiglia, Luca Bassani ha creato nel 1994 a Monaco Wally Yacht, l’azienda nautica che disegna e produce yacht a vela e a motore, oggi controllata dal Gruppo Ferretti.

Una trattativa complessa ed estenuante

Tanto geniale e creativo con le barche, quanto poco attento ai bilanci e alla gestione finanziaria, racconta di Bassani chi lo conosce, ricordandone le spese pazzesche e i debiti, che lo hanno costretto a cedere Wally e poi a ipotecare villa San Sebastiano.

La trattativa per cedere San Sebastiano è stata difficilissima ed estenuante, come può esserlo quando si mescolano questioni tecniche legate a problematiche familiari mai risolte, come nel caso della famiglia Bassani. Il passaggio di proprietà ha perciò aiutato Luca Bassani, che ha tre figli, a sistemare anche le questioni pendenti in famiglia, sanando i rapporti.

Il borgo «francese»

Dopo la vendita a Pier Silvio Berlusconi, non ci sono altre proprietà simili sul mercato immobiliare del piccolo borgo, che sta diventando sempre più francese, dopo che il patron del gruppo del lusso LVMH, Bernard Arnault, ha comprato l’Hotel Splendido, nella celebre piazzetta, e poi l’Hotel Piccolo e gli unici bagni sulla spiaggia di Paraggi, rilevando anche l’edicola, ormai usata come Pop-up store.

Il vicino di casa Tronchetti Provera

La penultima grande villa, ma probabilmente non con lo stesso fascino e la vista spettacolare sul golfo, è stata acquistata da Marco Tronchetti Provera, non lontana da villa San Sebastiano, ma più sotto. L’ex amministratore delegato della Pirelli, pure appassionato velista (possiede un Wally di 44 metri chiamato Kauris IV varato all’inizio del 2020) ha comprato la villa di Giorgio Falck, che l’imprenditore dell’acciaio lasciò in eredità alla seconda moglie, l’attrice Rosanna Schiaffino.

La ristrutturazione di Gae Aulenti

In origine Villa San Sebastiano era una casa colonica, costruita intorno al ‘500 sul terreno reso pianeggiante da un lavoro di bonifica che aveva permesso di recuperare un’ampia area e di usare le pietre di recupero per costruire l’enrome muro cdi contenimento e il lungo colonnato che circonda tutta la proprietà, racconta il sito villegiardini.it. Usato come convento fino alla prima metà del 1800, il casale venne poi acquistato da una famiglia aristocratica milanese, che lo trasforma in prima villa residenziale di Portofino. Bassani compra la proprietà nel 1979 e affida all’architetta Gae Aulenti la ristrutturazione degli interni. Mentre esternamente la proprietà non è stata toccata, poiché si tratta di un bene tutelato, situato nel Parco regionale naturale istituito nel 1925.

Vista mare da ogni finestra

Da ogni finestra della villa si può ammirare un panorama mozzafiato sul mare. Un grande terreno circonda la casa, con lo storico colonnato ricoperto da bouganville, un uliveto, un frutteto e l’orto, che permette una piccola produzione di vino, olio, pomodori, ortaggi e frutta. La piscina è stata ricavata nel luogo dove era stato costruito durante la guerra il bunker tedesco con il grande cannone che presidiava tutto il Golfo del Tigullio. I bordi e il fondo della piscina sono stati realizzati con la pietra del luogo. La casa oggi è in ottimo stato, ma il trasloco di Pier Silvio e famiglia non sembra imminente.

Da liberoquotidiano.it il 22 febbraio 2022. 

Ogni maledetta domenica, ecco che Luciana Littizzetto cosparge il suo veleno. Siamo ovviamente al monologo della comica torinese a Che tempo che fa, il programma condotto da Fabio Fazio su Rai 3, la puntata è quella di ieri sera, domenica 20 febbraio. 

Trattasi della prima puntata del format dopo l'ultimo San Valentino, la festa degli innamorati che anche Silvio Berlusconi e Marta Fascina hanno deciso di celebrare, a modo loro. Come? Con un post di auguri a tutti gli innamorati e a tutti gli italiani pubblicato su Instagram.

Ecco la coppietta di forzisti, lui 85 anni e lei 31, sorridenti e con calice in mano, intenti a farsi ritrarre dietro a una grossa torta. Immagine che la Littizzetto ha rilanciato nel corso dell'ultima puntata di Che tempo che fa, per poi commentarla con queste parole: "Non si capisce chi è più glassato, se la torta o lui", premette riferendosi a Berlusconi. E ancora, rincara la dose: "Sta brindando con un calice di Biochetasi", maramaledeggia sulle condizioni di salute del Cavaliere che ultimamente hanno subito qualche scossone. Insomma, la solita Littizzetto.

Di Berlusconi e Marta Fascina se ne è parlato anche sabato, per un bacio che i due si sono dati in tribuna al Brianteo, dove stava giocando il Monza contro il Pisa. Un bacio per celebrare il gol del momentaneo vantaggio dei padroni di casa, poi sconfitti dal Pisa. Un bacio che, in pubblico, si è visto ben poche volte. 

Da corriere.it il 19 marzo 2022.

Si è celebrata la festa per l’unione simbolica tra Silvio Berlusconi, 85 anni, leader di Forza Italia, e Marta Fascina, 32 anni, deputata azzurra dal 2018.

• Una sessantina gli ospiti invitati a Villa Gernetto, la residenza di Lesmo che ospita l’Università della Libertà, per celebrare un’unione senza vincoli giuridici o civili. Tra loro gli amici storici del Cavaliere come Fedele Confalonieri, Marcello Dell’Utri, Gianni Letta e Adriano Galliani, ma anche Matteo Salvini, Gigi D’Alessio e Vittorio Sgarbi.

• La festa, voluta da Marta Fascina — che da quasi tre anni è la compagna di Berlusconi — compensa un rito reale che sembrava a un passo ma al quale si sono opposti i figli di Berlusconi per ragioni di asse ereditario.

• Tutti presenti i figli di Berlusconi tranne Piersilvio, che preferisce tenersi lontano da eventi troppo affollati per paura del contagio da Covid. Gli amici del Cavaliere gli avevano sconsigliato di organizzare la cerimonia nel momento drammatico della guerra in Ucraina, ma poi si sono riuniti tutti intorno all’ex premier.

Il duetto Berlusconi-Confalonieri al pianoforte

Duetto Berlusconi -Confalonieri al pianoforte: Confalonieri suona, Berlusconi canta. I brani scelti sono classici della canzone francese, con una concessione finale al dialetto milanese con «O mia bella Madunina». 

Tra gli ospiti Matteo Salvini e Gigi D’Alessio

(di Stefano Landi) Gli ospiti seduti ad un unico grande tavolo. Gli amici di una vita, i parenti. C’è anche Matteo Salvini. E Gigi D’Alessio: «Mi ha fatto un grande regalo ad esserci — dice Berlusconi —. Insieme abbiamo scritto quasi 130 canzoni». Scherza, l’ex premier, ma non troppo mentre scorrono canzoni napoletane. Al tavolo anche Vittorio Sgarbi: «L’ho chiamato ieri per invitarlo perentoriamente alla inaugurazione di una mostra su Canova che faccio il 5 maggio a Possagno. Mi ha risposto “Devi venire tu che nella cappella dove mi sposo c’erano le opere di Canova”». Destino. 

Gli invitati

Alla cerimonia, accompagnata dalla musica di un violinista, erano presenti, tra gli altri, Gianni Letta con la moglie, Marcello Dell’Utri con la moglie, Fedele Confalonieri, Adriano Galliani con la compagna, Niccolò Ghedini con la moglie e figlio Giuseppe, il medico personale del Cavaliere Alberto Zangrillo, Renato Della Valle, oltre ai parlamentari Licia Ronzulli, Anna Maria Bernini, Antonio Tajani, Valentino Valentini, Vittorio Sgarbi, l’amministratore delegato di Fininvest, Danilo Pellegrino con la compagna, l’ad di Publitalia, Stefano Sala, e il presidente del Consiglio di Vigilanza della Rai, Alberto Barachini. Presenti, naturalmente, anche tutti i parenti di Marta Fascina.

Il rito nella cappella

Il matrimonio simbolico è stato celebrato nella piccola cappella di Villa Gernetto. Completo di Armani blu con un mughetto all’occhiello per Berlusconi, mentre Marta Fascina indossa un abito bianco in pizzo francese, con corpetto, mezzo colletto e casta scollatura a V creato dallo stilista Antonio Riva, con un ampio strascico bianco. Di mughetto anche il bouquet della «sposa», in pendant con quello all’occhiello di Berlusconi.

I ringraziamenti di Berlusconi

Appena arrivati tutti gli ospiti, Berlusconi ha fatto il suo discorso dedicato alla compagna Marta, che per ora non ha parlato. Subito dopo sono stati serviti gli aperitivi. Il pranzo è iniziato da poco: gli ospiti sono stati accompagnati nel Salone delle feste da un ensemble di viola e tre violini e lì hanno trovato un grande tavolo degli «sposi». L’ex premier, prima che venissero servite le portate, ha ripreso la parola brevemente per saluti e ringraziamenti: «Sono felice di avere le persone a me care qui con me in questa giornata», ha detto. Ieri mattina tutti gli invitati hanno effettuato un tampone molecolare per precauzione.

La famiglia e il vestito bianco di Marta Fascina

Presenti i figli del Cavaliere Marina, Barbara, Eleonora e Luigi. Il secondogenito Piersilvio è assente perché preferisce tenersi lontano da eventi troppo affollati per paura del contagio da Covid. Marta Fascina indossa un abito bianco in pizzo francese, una creazione di Antonio Riva. 

Gli addobbi della Villa

Per l’occasione Villa Gernetto è stata addobbata a festa: 150 statue fatte disporre da Berlusconi nei giardini all’italiana, giochi d’acqua nelle fontane e getto a forma di torta nella fontana principale. L’aperitivo viene servito nella Sala dei passi perduti, il pranzo nel Salone delle feste. 

Il menù del tristellato «Da Vittorio»

Preparato del ristorante tristellato «Da Vittorio» il menù per gli ospiti prevede come antipasto mondeghili di vitello al limone con crema di sedano rapa, come primi gnocchetti di ricotta e patate allo zafferano, robiola e pan pepato e paccheri «alla Vittorio», per secondo tagliata di manzo al vino rosso con patata fondente e crema di carote alla cannella. Kermesse di dolci per dessert. Dalla cantina: Aneri Alto Adige Pinot bianco 2020, Aneri Alto Adige Pino Nero 2018, Moscato Passito «Faber» La Cantalupa Monzio Compagnoni. 

L’uscita del pullman del Monza

(di Stefano Landi) Passano le biciclette degli amatori che si affacciano a vedere la partenza della Milano-Sanremo. Suonano le campane che per i decibel della piccola Gerno sono come un tuono. Sfila l’auto di Anna Maria Bernini. E mentre tutti entrano, esce il pullman del Monza: era in ritiro pre partita in un’ala di Villa Gernetto, ora diretto allo stadio per la sfida al Crotone. Per una volta senza la dirigenza sugli spalti. Causa di forza maggiore.

Gli arrivi

Tutti arrivati gli amici storici di Berlusconi: Gianni Letta, Adriano Galliani con la compagna, Fedele Confalonieri, Niccolò Ghedini con la moglie e il figlio Giuseppe, Marcello Dell’Utri e Alberto Zangrillo. Tra i politici, Antonio Tajani e Anna Maria Bernini. Paolo Barelli, capogruppo di FI all Camera, è rimasto a Roma dopo essere risultato positivo al test anti Covid.

Le finte nozze di Berlusconi e la falsa visita in Calabria al paese di Marta Fascina. PARIDE LEPORACE su Il Quotidiano del Sud il 18 marzo 2022.

Sabato si celebrano le finte nozze di Silvio Berlusconi. Un matrimonio simbolico del Cavaliere con la compagna, Marta Fascina, deputata di Forza Italia, più giovane di 53 anni rispetto all’ottantacinquenne compagno, il quale in un primo momento aveva parlato di terze nozze ricevendo opposizione dei figli e più stretti collaboratori che hanno messo in guardia Silvio sugli aspetti ereditari di un patrimonio economico molto sostanzioso.

Molto delusa la promessa sposa ma Silvio ha riparato con una festa degna della sua fama.

Tutto pronto a Lesmo a Villa Gernetto da tempo quartier generale berlusconiano per adunate di formazione politica e ritiri del Monza calcio. Pranzo per 50 persone, i familiari della sposa, i figli di Berlusconi, pochi politici di Forza Italia e la mitica Ronzulli organizzatrice del blindato evento mondano, gli amici di sempre Confalonieri, Letta e Galliani.

Marta Fascina è calabrese per nascita come indicano tutte le biografie presenti in Rete.

Nata a Melito Porto Salvo. Il papà e lo zio, grazie a qualche presenza familiare, da Napoli si trasferiscono negli anni Ottanta nel paese della Jonica reggina aprendo un’agenzia di assicurazioni che riscuote successo e affermazione. Marta da giovane con i genitori si fanno ritorno a Napoli trasferendosi poi a Roma dove compie studi e formazione che la porteranno ad una brillante carriera di addetto stampa nel Milan e all’incontro con Silvio non più a braccetto con la fumantina Francesca Pascale. Non mancherà elezione alla Camera dei deputati in blindatissimo collegio campano per l’emergente Mart.

In Calabria Marta Antonia Fascina, questo il nome per esteso, prima della notorietà berlusconiana è spesso tornata per vacanze estive nel paese in cui vivono ancora i due cugini, tra cui Gaetano molto stimato a Melito dove manda ancora avanti l’agenzia di assicurazioni paterne.

Le nozze o simil tali, evento di richiamo del gossip anche se molto oscurato dalle notizie di guerre, ha accesso curiosità a Melito Porto Salvo e qualcuno sui social ha piazzato una fake news berlusconiana.

Una foto taroccata su Facebook mostra Silvio e Marta lo scorso 11 marzo che in incognito si sarebbero fermati al ristorante-albergo “La casina dei Mille” allocata in uno storico casale dove veramente si fermò a soggiornare Giuseppe Garibaldi. La circostanza è stata fermamente smentita dal proprietario del ristorante.

La finta foto e la finta notizia hanno suscitato dibattito da social con diversi commenti che si dividono nel commentare mancanze di servizi cittadini che saranno risolti, aspirazioni di attrazioni turistiche legate alla coppia molto vip e contumelie antiberlusconiane. Si auspicano speranze di visite ufficiali, sollecitazioni all’amministrazione comunale, voglia di notorietà. Per il momento nulla di tutto questo.

Del nuovo lieto evento berlusconiano bisognerà attendere solo le foto ufficiali del magazine di famiglia “Chi” che ha facilmente ricevuto l’esclusiva delle promesse d’amore. Marta Antonia ha fatto preparare un calco delle sue mani che stringono quelle di Silvio a simboleggiare un rapporto indissolubile, Berlusca da vecchio signore risponderà con uno splendido solitario. Melito Porto Salvo per il momento attende, sperando di diventare set della nuova storia sentimentale di un personaggio pubblico che non smette mai di aggiungere nuovi episodi ad una biografia ad alto tasso di curiosità.

La qualità dell'informazione è un bene assoluto, che richiede impegno, dedizione, sacrificio. Il Quotidiano del Sud è il prodotto di questo tipo di lavoro corale che ci assorbe ogni giorno con il massimo di passione e di competenza possibili.

Abbiamo un bene prezioso che difendiamo ogni giorno e che ogni giorno voi potete verificare. Questo bene prezioso si chiama libertà. Abbiamo una bandiera che non intendiamo ammainare. Questa bandiera è quella di un Mezzogiorno mai supino che reclama i diritti calpestati ma conosce e adempie ai suoi doveri.  

Contiamo su di voi per preservare questa voce libera che vuole essere la bandiera del Mezzogiorno. Che è la bandiera dell’Italia riunita.

Silvio Berlusconi e Marta Fascina, il «quasi matrimonio»: la festa e l’elogio a Salvini, «unico vero leader in Italia». Paola Di Caro e Stefano Landi su Il Corriere della Sera il 20 Marzo 2022.

L’unione con torta nuziale con la deputata 32enne di Forza Italia: «Tu mi riempi la vita». Malumori nel partito per le parole usate per il leader della Lega.

Del matrimonio è mancato solo il certificato ufficiale. Ma tutto il resto, nella giornata speciale che si sono voluti regalare Silvio Berlusconi e Marta Fascina, c’è stato. Come in vere nozze. Alle quali ha partecipato — creando malumori fra gli azzurri — Matteo Salvini, incoronato dall’ex premier «unico leader vero d’Italia». Quasi un suo successore.

C’è stata la cerimonia nella cappella privata di Villa Gernetto, con lei vestita in abito bianco di pizzo francese con strascico di Antonio Riva, accompagnata fino all’altare dal padre che le ha scoperto il volto dal velo, le ha baciato la fronte e l’ha lasciata con il suo uomo. C’è stato lui, in abito blu Armani, che ha raccontato come è nata la loro storia tre anni fa, chiudendo così: «Il mio per te, Marta, è un amore grande. È qualcosa che non ho mai provato prima, e ora per me tu sei indispensabile, irrinunciabile. Mi sei stata vicina in momenti duri, mi hai aiutato. Tu mi completi, non potrei vivere senza di te, riempi la mia vita». C’è stato lo scambio delle fedi, portate ai quasi sposi da Vittoria, la figlia di Licia Ronzulli, e la formula di rito che è risuonata tra le panche allestite con ortensie e rose bianche e azzurre: «Questo anello, segno del mio amore e della mia fedeltà, ci unirà eternamente».

C’è stato un «viva gli sposi!», lanciato dal fratello del Cavaliere, Paolo, tra gli applausi di tutti i 60 invitati, fra i quali i figli di Berlusconi — tranne Piersilvio, che aveva fatto sapere di voler evitare luoghi a rischio Covid — che pure erano stati contrari a un matrimonio vero e anche questo simbolico (rimasto in bilico a lungo), ma che alla fine sono stati vicini al padre: Marina seduta accanto a lui al grande tavolo da pranzo unico per tutti gli ospiti e Barbara a fianco di Marta, in questo mega evento curato in tutti i particolari da Massimo D’Ascanio e Daniela Russo.

Ci sono stati le bomboniere azzurre, i confetti, i tovaglioli con ricamato il nome di ciascun invitato, la torta bianca a tre piani, i regali arrivati (quadri, statue, vino), tutti gli amici di una vita entrati in auto scure davanti all’ingresso dove era presente un solo fan, il signor Donato: Gianni Letta, Dell’Utri, Confalonieri, Galliani, Ghedini, Zangrillo, e poi Tajani, Bernini, non Barelli impedito dal Covid, Sgarbi che sembra si sia auto-invitato la sera prima chiamando il Cavaliere. E c’era soprattutto, a sorpresa, Matteo Salvini.

Una presenza del tutto inattesa quella del leader della Lega, tenuta segreta per evitare polemiche interne alla coalizione, visto che è stato l’unico alleato invitato, e partito. Arrivato tra gli ultimi e il primo ad andarsene, è stato omaggiato in pubblico dal Cavaliere: «Lui è l’unico leader vero che c’è in Italia: è sincero, è una persona sincera, per questo lo ammiro e gli voglio molto bene», ha detto durante il taglio della torta, in giardino, facendo sobbalzare molti azzurri che non hanno gradito né la scelta delle presenze e le rispettive esclusioni e tantomeno il ruolo riservato all’alleato, in un rapporto così stretto che nessuno immaginava in un momento in cui FI cerca il suo spazio autonomo sulla scena. Nessun ministro era stato invitato, né leader alleati, ma Salvini — non un amico di vecchia data — sì. A testimonianza del fatto che esistono a dir poco due linee in una FI di cui Berlusconi sembra occuparsi sempre più a distanza.

E quindi anche Salvini, tra un «Forza Milan» e un «viva Silvio» ha partecipato, nella villa arredata da 150 statue, con giochi d’acqua e valzer di aperitivi, al pranzo griffato Da Vittorio nel salone delle feste. Mondeghili gourmet, gnocchetti di ricotta, paccheri, manzo al vino rosso e un gelato, il tutto innaffiato da vini Aneri e tra musiche prima istituzionali, un romantico violino, poi più consone a una festa che prende vita dopo i primi momenti più tesi, quando un Berlusconi comunque agitato e una Marta emozionatissima erano arrivati sapendo che la cerimonia era qualcosa di dirompente a suo modo, per la freddezza dei figli, per la contrarietà degli amici visto il momento politico scandito dalla guerra. Ma appunto il ghiaccio si è sciolto presto, e a contribuire sicuramente la benevolenza dei figli che hanno incontrato i familiari di Fascina, e alla fine canticchiato con il padre che ha voluto come ospite musicale d’onore l’amico Gigi D’Alessio: «Mi ha fatto un grande regalo a esserci, insieme abbiamo scritto quasi 130 canzoni». Poi sono stati il Cavaliere e Confalonieri ad esibirsi nei loro pezzi forti: le canzoni francesi e un finale O mia bela Madunina.

Nessun riferimento se non vaghissimo ai «tempi bui che stiamo vivendo», subito superato da un «l’amore vince sempre su tutto». Alla fine, tutti soddisfatti, pare. La mediazione in qualche modo ha funzionato, poi chissà se un giorno non tornerà la tentazione di regolarizzare l’unione, o se finirà così, senza foto ufficiali e carte bollate ma con l’ufficiosa certezza che una signora Berlusconi c’è. Con tutto quello che significherà.

Il racconto delle nozze del Cavaliere. Silvio Berlusconi e il matrimonio ‘simbolico’ con Marta Fascina: lei in bianco, lui in blu ha cantato con Gigi D’Alessio. Elena Del Mastro su Il Riformista il 19 Marzo 2022.

Per Silvio Berlusconi oggi è “il giorno della festa dell’amore”, il giorno delle nozze con Marta Fascina, sua compagna da quasi 3 anni. In realtà si tratta di “nozze simboliche” perché non hanno alcun vincolo giuridico né civile . Ma è stata celebrata nella cappella di Villa Gernetto a Lesmo, in Brianza, senza un officiante ma per il resto c’era tutto: la sposa in bianco, gli invitati vestiti di tutto punto, i posti assegnati ai tavoli, i fiori e i regali.

Completo di Armani blu con un mughetto all’occhiello per il Cavaliere, mentre Marta Fascina ha indossato un abito bianco creato dallo stilista Antonio Riva in pizzo francese, con corpetto, mezzo colletto e scollatura casta a V, oltre ad un ampio strascico bianco lungo almeno quattro metri, come riportato dall’Ansa. Di mughetto anche il bouquet, in pendant con l’occhiello di Berlusconi.

Alla festa all’americana per l’unione simbolica tra il leader di Forza Italia, 85 anni, e la 32enne deputata azzurra Marta Fascina, hanno preso parte alla fine una sessantina di invitati tra familiari, amici e parlamentari. Tutti presenti i figli di Berlusconi, tranne Piersilvio, che ha scelto di tenersi lontano da eventi troppo affollati per paura del contagio da Covid.

Nelle scorse settimane, quando si era diffusa la notizia di imminenti nozze, il Cav aveva diffuso una nota spiegando che “il rapporto di amore, di stima e di rispetto che mi lega alla signora Marta Fascina è così profondo e solido che non c’è alcun bisogno di formalizzarlo con un matrimonio”. Eppure, “proprio perché si tratta di un legame così profondo e così importante, assieme a Marta sto progettando per un prossimo futuro di festeggiarlo come merita, con un appuntamento che coinvolgerà i miei figli e gli amici a me cari”.

Tra questi anche il segretario della Lega Matteo Salvini che, dopo aver aperto in mattinata la 7/ma edizione della scuola politica del partito, ha preso parte al pranzo preparato per l’occasione dal ristorante tristellato ‘Da Vittorio’. Presenti, tra gli altri, anche i parenti della ‘sposa’, Paolo Berlusconi, Gianni Letta, Marcello Dell’Utri, Fedele Confalonieri, Vittorio Sgarbi, Adriano Galliani con la compagna, Niccolò Ghedini, oltre ai parlamentari azzurri Licia Ronzulli, Anna Maria Bernini e Antonio Tajani.

Assente invece il capogruppo alla Camera, Paolo Barelli. “Sono a Roma, non sono partito perché sono risultato positivo al Covid – ha spiegato a LaPresse -. L’assenza di Giorgia Meloni? Non c’è nulla di politico. Berlusconi con Salvini ha un buon rapporto, si saranno sentiti e gli avrà detto di passare”.

Il menù proposto per l’occasione ha visto per antipasto mondeghili di vitello al limone con crema di sedano rapa, due primi (gnocchetti di ricotta e patate allo zafferano, robiola e pan pepato e paccheri ‘alla Vittorio’), tagliata di manzo al vino rosso con patata fondente e crema di carote alla caramella per secondo. Per finire quindi una kermesse di dolci. Tra i vini serviti pinot bianco e nero dell’etichetta Aneri dell’Alto Adige.

Nel corso dell’evento Berlusconi ha duettato con Confalonieri, con quest’ultimo che ha suonato il pianoforte mentre il leader di Forza Italia ha cantato alcune canzoni francesi e, alla fine, ‘O mia bella Madunina’. Alla festa si è esibito inoltre Gigi D’Alessio che ha cantato alcune delle sue canzoni, alcune anche con Berlusconi. Al termine agli invitati è stata regalata una scatola di confetti azzurra di velluto con iniziali dorate, e per bomboniera un orologio d’oro da taschino.

Alcuni dettagli pensati e scelti per l’occasione come riportato da Repubblica: il leader azzurro ha fatto disporre 150 statue ad hoc nei giardini della villa, ha poi voluto che il getto d’acqua di una fontana rappresentasse scenicamente una grande torta, a seguire l’aperitivo che è stato servito nella Sala dei Passi Perduti mentre per il pranzo gli invitati sono stati fatti accomodare nel Salone delle Feste.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi. 

La super bomboniera di Silvio Berlusconi per il matrimonio con Marta Fascina: il regalo da sballo. Il Tempo il

21 marzo 2022

Un orologio d’oro da taschino di una storica casa svizzera, la Tissot. Questo il cadeaux, dal gusto vintage, che Silvio Berlusconi avrebbe fatto a chi ha partecipato alla festa del suo ‘matrimonio simbolico’ con Marta Fascina a Villa Gernetto, sabato scorso. A rivelarlo è Vittorio Sgarbi, anche lui tra i beneficiari del dono, in veste di invitato alle ‘nozze non nozze’ del Cav. «È stata una festa entusiasmante, Berlusconi non si smentisce mai, è generoso, come sempre», commenta il critico d’arte, ex azzurro, ora deputato del Misto, che spiega: «È un orologio da taschino molto bello. Berlusconi ha regalato anche cravatte firmate da lui agli uomini e foulard alle donne». 

Accusato di essersi ‘imbucato’ al party all’americana di Silvio e Marta, Sgarbi assicura di essere stato regolarmente invitato, scherzando sulle polemiche stampa sulle nozze finte del leader azzurro: «Ma quali nozze finte? Berlusconi ha fatto tutto lui, ha recitato due parti in commedia: è stato sia sposo che officiante...». Uno Sgarbi divertito promette che «organizzerà a Berlusconi un altro matrimonio, tra le statue del Canova»: «L’ho invitato il 5 maggio a Possagno e lui ha assicurato che verrà, lì dove esiste il più bel museo canoviano. E siccome la cappella di Villa Gernetto è canoviana, a Possagno ricomporrò tutte le sculture del Canova. Così lì potrò ricostruire la cappella di Lesmo per un secondo matrimonio...». Raccontano che i vertici azzurri, Antonio Tajani e i capigruppo Paolo Barelli e Annamaria Bernini, hanno regalato al loro leader un servizio di piatti.

«La cerimonia è finita alle 16.30, con Berlusconi che diceva: ‘Chiamatelo come volete, non avete visto sacerdoti o sindaci, ma questo era il mio matrimonio’. Poi l’ha baciata tre volte sulle labbra - ha spiegato Sgarbi -, mi sembrava molto convinto, e alla fine ha detto che certe notti dormono mano nella mano, tutti abbracciati, come a voler comunicare un affetto incontenibile».

Giuseppe Alberto Falci per il “Corriere della Sera” il 21 marzo 2022.  

«Nessuna persona di buon senso si presenta a un matrimonio senza un invito». 

Eppure si racconta, Vittorio Sgarbi, che lei avrebbe chiamato Arcore per poter partecipare alla «festa dell'amore» di Silvio Berlusconi e Marta Fascina.

«Solo tre fra gli invitati eravamo fuori dall'ambito familiare: Matteo Salvini, Gigi D'Alessio e io. Siamo tutti e tre amici potenziati. Nel corso della festa Silvio si è alzato e ha elogiato il cantante napoletano "per la sua bontà". E sapete perché?». 

Perché?

«Il Cavaliere ha raccontato davanti a tutti di averlo chiamato all'ultimo momento, praticamente il giorno prima, perché non aveva trovato la disponibilità di Apicella. E D'Alessio si è subito mobilitato».

Ci può dire come è andata con il suo invito?

«Venerdì chiamo Berlusconi del tutto ignaro del matrimonio per invitarlo a Possagno dove c'è il più bel museo canoviano, pregandolo di celebrare il suo matrimonio lì. Silvio mi interrompe: "Vittorio, il matrimonio sarà domani. Vieni, vieni!"». 

A quel punto lei cambia programma e si presenta a Villa Gernetto.

«Straordinario il menu e straordinaria la tavolata quirinalizia. Silvio ha alla sua destra la figlia Marina e alla sua sinistra Marta. Accanto alla neo moglie ci sono poi i genitori, i familiari di lui più stretti, il fratello Paolo, insomma una cerimonia ristretta».

Aneddoti?

«Poco prima dell'arrivo del pacchero alla Vittorio, Berlusconi si alza e annuncia che ci verrà consegnato un grembiule bianco per impedire di sporcarci. Silvio girava per i tavoli, poi ha detto: "Questa è la mia sposa, questa è la donna che amo, è una fortuna insperata avere lei al mio fianco"».

 DAGONEWS il 21 marzo 2022.

Sabato, oltre al matrimonio burletta, si è celebrato anche il patto Berlusconi-Ronzulli-Salvini: finché sarà in vita il Cavalier Pompetta, il partito manterrà il nome di Forza Italia e padrone sarà il demente senile accalappiato da Marta Fascina. Dopodiché, il Capitone annetterà il progetto politico del fu Re del Bunga Bunga.  

Ovviamente, ci sarà una spaccatura: la parte del partito che si identifica con i valori liberali e centristi, dalla Carfagna a Brunetta, non ci pensa proprio di finire dalle parti del Carroccio. Da notare la stizza di Antonio Tajani, vicepresidente di Forza Italia: “Quella di Berlusconi a Salvini era una attestazione di amicizia, non c'era una logica di partito”. Una puntualizzazione che vuole soprattutto far capire a Salvini-Ronzulli che si considera lui l’erede del berlusconismo.

Emilio Pucci per “il Messaggero” il 21 marzo 2022.  

Matteo Salvini lo ha chiamato la settimana scorsa per congratularsi, Giorgia Meloni no. Il Capitano della Lega lo ha difeso nella partita del Quirinale, la presidente di Fratelli d'Italia no. E, considerato che per Silvio Berlusconi la politica è fatta anche e molto di rapporti umani, nessuno si è meravigliato alla festa di villa Gernetto, il luogo delle simil nozze tra il Cavaliere e Marta Fascina, per quell'attestato di amicizia e il riconoscimento formale di un rapporto che va avanti da tempo.  

«Questo è Salvini, l'unico leader vero che c'è in Italia. Gli voglio molto bene e lo ammiro perché è una persona sincera», le parole del presidente azzurro.  

Sarà vero che si è trattato di una affettuosità del momento, di una cortesia perché il segretario del partito di via Bellerio ha accettato l'invito al wedding party, ma agli occhi del Cavaliere Salvini resta un politico che si è fatto da solo, a cui deve riconoscenza, non come la Meloni che - sempre la tesi dell'ex premier - non ha dimostrato quella gratitudine a chi l'ha aiutata a emergere nella carriera politica. 

Ora però le affermazioni di sabato hanno creato un caso. Per di più il coordinatore azzurro Tajani ieri si è pronunciato così sul rapporto con Fdi: «Siamo alleati e leali ma alcune cose vanno cambiate.  

Senza FI non si vince e non si governa». «Il centrodestra esiste in natura ed è sempre più forte tra gli elettori e sul territorio. Noi - replica il capogruppo di Fdi alla Camera Lollobrigida - ci saremo per un progetto alternativo alla sinistra. Fdi rappresenta il centrodestra, le altre forze sono da definire».  

Nel partito della Meloni ricordano come sia stata proprio lei a proteggere Matteo bersagliato dalle critiche per il viaggio in Polonia ma, oltre all'endorsment di Salvini per Berlusconi per la leadership dell'alleanza, pesano le fibrillazioni in vista delle amministrative. 

E se in Fdi si affrettano a dire che a decidere chi dovrà essere il leader saranno gli elettori, per il nodo Sicilia - per ora FI, Lega e i centristi della coalizione sono restii ad appoggiare Musumeci e non c'è ancora un candidato a Palermo - sarà necessario un summit tra i vertici dei partiti. Solo che per ora interlocuzioni tra il centrodestra di governo e Fdi non ce ne sono. E per di più la nuova saldatura Berlusconi-Salvini ha provocato nuovi mal di pancia nella Lega e in FI. 

 L'uscita del Cavaliere è manna dal cielo per il Capitano in difficoltà, sia perché nel partito la sua linea un po' timida nei confronti di Putin viene vissuta con preoccupazione dato i vecchi legami con la Russia, sia a causa degli ultimi sondaggi. Che danno la Lega al di sotto delle percentuali delle ultime Politiche.  

Da giorni c'è il timore tra molti parlamentari che si possa finire addirittura sotto il 10%. Un'erosione del consenso che lascia inquieta l'ala governista del partito. Che, qualora il trend dovesse essere questo - ovvero di un calo consistente alle amministrative e di una perdita di credibilità di chi rappresenta la Lega -, sarebbe pronta a porre il tema sul tavolo. Quando? Non prima dell'estate. «Ma è un fatto - osserva un big del Carroccio - che Matteo le sta sbagliando tutte». Fuoco sotto la cenere. Ma l'ipotesi di commissariare il Capitano non è più peregrina. 

Detto ciò, anche i più critici di Salvini sono scettici su chi possa essere il suo sostituto. Giorgetti spinge per Draghi forever, convinto - spiega chi gli ha parlato - che la guerra in Ucraina condizionerà non poco il quadro politico. Solo l'ex numero uno della Bce - il ragionamento che viene riferito - può avere la credibilità e l'autorevolezza di farsi garante dell'Italia, del suo debito e dell'attuazione del Pnrr. Anche nell'ala moderata di FI il convincimento è che il centrodestra non potrà presentare un'alternativa politica di governo.  

Salvini ha piani differenti, pensa a una lista unica con FI nel 2023, martedì dovrebbe partecipare all'iniziativa del centrostudi Machiavelli Un partito repubblicano in Italia? L'ipotesi del partito unico e delle primarie del centro-destra. Iniziativa che è slittata alle 14 per evitare la concomitanza dell'intervento del presidente ucraino Zalensky. 

In ogni caso Berlusconi (l'8 aprile tornerà in campo per la convention di FI e dovrebbe nei prossimi mesi cambiare alcuni coordinatori del partito) non ha fretta, il progetto della federazione è congelato. L'ex premier aspetterà i sondaggi, cercherà di capire se la Lega reggerà, difficile che possa aprire a una legge proporzionale ma dovrà mantenere l'equilibrio dei gruppi parlamentari, non tutti sono contenti di consegnare le chiavi del centrodestra a Salvini. 

Silvio & Marta, oggi boh. La musica, le storie, la festa del fu capo dell’Italia e di tutti noi. Guia Soncini su Linkiesta il 22 Marzo 2022.

Fascina s’è vestita da meringa, Berlusconi ha convocato Gigi D’Alessio, Sgarbi ha fatto il photo bomber, Marina è andata al banchetto e Piersilvio no. Chi se ne importa se abbiamo assistito a una cerimonia finta: la sposa impallata dalla torta vale qualsiasi recita.

Gira, per gli uffici delle case editrici italiane, una proposta d’autobiografia di Karima El Mahroug, nota alle cronache giudiziarie col nome d’arte di Ruby. Probabilmente nessuno gliene commissionerà la stesura, giacché la signora non ha chiaro quale parte di sé la clientela voglia acquistare: dicono ella desideri parlare della propria famiglia, dei propri guai non speciali (un padre violento, roba che si trova a Rozzano quanto in Egitto); liquidando come marginale quella volta che andò a cena da Silvio Berlusconi.

Ieri, «Ruby» era una parola molto utilizzata nei commenti ai video della bislacca cerimonia tra Silvio Berlusconi e la signora Marta Fascina. «Ruby» sta alla sinistra come «e allora i marò?» sta alla destra: non sappiamo cosa dire, e ci sembra il commento con cui mettere a tacere l’interlocutore (fossimo retori efficaci, non sprecheremmo le nostre giornate a far retorica non retribuita sui social).

Gli italiani di fine Novecento sono stati un popolo molto fortunato. Niente guerre, niente fame, niente preoccupazioni serie, niente cancelletti sui social, niente talk-show in cui scoprire ogni giorno che la classe dirigente è formata da imbecilli almeno quanto l’elettorato, niente democrazia diretta, niente cuoricini. Una serenità così sterminata da potersi permettere il lusso di credere che il problema fosse Silvio Berlusconi. Uno che – credo di averlo già detto, ma la realtà mi costringe a ripetermi – al confronto di questi d’oggi pare Churchill.

(Tra qualche settimana uscirà un nuovo libro di Filippo Ceccarelli, il miglior commentatore politico italiano vivente. Nell’attesa, continuo a credere che tutta la storia d’Italia degli ultimi ottant’anni sia riassunta nel sottotitolo di Invano, il suo ultimo libro: Da De Gasperi a questi qua).

Insomma Silvio Berlusconi, che ha ottantacinque anni e si accoppierà un po’ con chi gli pare, si mette con questa giovane calabrese dal biondo naturalissimo, Marta Fascina, e a un certo punto inizia a girare voce che voglia sposarla, e poi che i figli si siano opposti. I figli di Berlusconi hanno tra i 55 e i 33 anni: tendo a escludere temano che la nuova matrigna distragga il babbo dai doveri paterni, e di non vedersi più rimboccare le coperte.

Pare ci siano già precedenti non sereni a causa di una divisione iniqua dell’eredità tra figli di primo e di secondo letto, nella discendenza di Silvio. E qui bisognerebbe aprire una divagazione di circa cento pagine su uno dei miei temi preferiti. Non ho cento pagine di spazio, quindi la restringerò a sei parole: i figli dei ricchi sono scemi.

Tutti. È scientificamente provato da un’équipe composta da tutte le mie personalità che non esiste ricco di seconda (o terza; alla quarta in genere il patrimonio è già andato a puttane e si ricomincia il giro) generazione al quale la mancanza di bisogni non abbia ristretto il cervello. I neuroni si atrofizzano, a non dover mai pensare a come mantenersi. Se erediti, sei rovinato. Prenderai le tv di famiglia e le trasformerai da azienda fiorente a mezzo disastro (è un esempio di fantasia). A voler fare un favore ai figli, bisognerebbe diseredarli, ma in Italia non si può: c’è la quota legittima, quella parte del tuo patrimonio che devi per forza lasciare alla prole (prima cosa che abolirei se fossi al governo, assieme agli alimenti in caso di divorzio).

Insomma i figli d’un ottantacinquenne si sarebbero messi di mezzo acciocché il povero vecchio non desse un ruolo ufficiale alla signora Fascina, alla quale in caso di matrimonio spetterebbe pure una quota di eredità per legge. (Una delle voci dice che il finto matrimonio celebrato domenica sia stato una festa per assecondare i figli ma che i due in realtà si siano sposati davvero, precedentemente. Non è molto plausibile – in Italia per sposarti devi esporre per due settimane le pubblicazioni, va bene che il giornalismo locale è quello che è ma mi pare difficile nessuno si sia accorto di pubblicazioni col nome d’un tizio d’una certa fama – ma è bello sognare).

Quindi Marta s’è vestita da meringa; Silvio ha convocato Gigi D’Alessio (Apicella aveva il Covid); Marina è andata al banchetto e Piersilvio no (le donne son sempre più assennate); gli invitati hanno fatto i filmini che sono finiti su Instagram e sui giornali, una foto che Berlusconi vuole fare con Confalonieri e Galliani e Letta (zio) in cui Sgarbi fa capoccella (e Silvio gli urla scherzoso «Fuori dalle palle»), Salvini che si avvicina e Berlusconi che lo abbraccia definendolo «l’unico leader vero che c’è in Italia»; e la sposa, nella mia angolazione di filmato preferita, impallata dalla torta.

Mi piace pensare che sia il trucco di quando, in uno sceneggiato, l’attrice protagonista resta incinta, ma il personaggio non lo è, e quindi la produzione s’ingegna a farle portare borse enormi, o a farle avere conversazioni in piedi dietro a un abat-jour. Marta Fascina, lasciatemi sognare in pace, è dietro la torta di non nozze perché essa occulta una gravidanza: un erede cui spetterà comunque, anche se la mamma non fosse maritata, una quota legittima d’eredità.

Ieri ho messo su Instagram uno dei video, quello in cui Berlusconi abbraccia Salvini – dopo che Matteo satollo ha detto «mi sbottono la giacca sennò esplodo» – e lo loda perché «è sincero». Il noiosissimo ceto medio riflessivo ha commentato cose come «ah certo, la sincerità, e Ruby nipote di Mubarak?»; e io mi sono ricordata dell’unico dettaglio interessante che c’è nella proposta di memoir di Karima El Mahroug. Il racconto di come quella sera, tornata dalla cena con Berlusconi, Karima chiamò la mamma e le disse: sono stata a cena dal capo dell’Italia.

Paola Di Caro,Stefano Landi per il "Corriere della Sera" il 20 marzo 2022.

Del matrimonio è mancato solo il certificato ufficiale. Ma tutto il resto, nella giornata speciale che si sono voluti regalare Silvio Berlusconi e Marta Fascina, c'è stato. Come in vere nozze. Alle quali ha partecipato - creando malumori fra gli azzurri - Matteo Salvini, incoronato dall'ex premier «unico leader vero d'Italia». Quasi un suo successore.

 Scambio delle fedi C'è stata la cerimonia nella cappella privata di Villa Gernetto, con lei vestita in abito bianco di pizzo francese con strascico di Antonio Riva, accompagnata fino all'altare dal padre che le ha scoperto il volto dal velo, le ha baciato la fronte e l'ha lasciata con il suo uomo. C'è stato lui, in abito blu Armani, che ha raccontato come è nata la loro storia tre anni fa, chiudendo così: «Il mio per te, Marta, è un amore grande. È qualcosa che non ho mai provato prima, e ora per me tu sei indispensabile, irrinunciabile. Mi sei stata vicina in momenti duri, mi hai aiutato. Tu mi completi, non potrei vivere senza di te, riempi la mia vita».

C'è stato lo scambio delle fedi, portate ai quasi sposi da Vittoria, la figlia di Licia Ronzulli, e la formula di rito che è risuonata tra le panche allestite con ortensie e rose bianche e azzurre: «Questo anello, segno del mio amore e della mia fedeltà, ci unirà eternamente». 

Il ruolo dei figli C'è stato un «viva gli sposi!», lanciato dal fratello del Cavaliere, Paolo, tra gli applausi di tutti i 60 invitati, fra i quali i figli di Berlusconi - tranne Pier Silvio, che aveva fatto sapere di voler evitare luoghi a rischio Covid - che pure erano stati contrari a un matrimonio vero e anche questo simbolico (rimasto in bilico a lungo), ma che alla fine sono stati vicini al padre: Marina seduta accanto a lui al grande tavolo da pranzo unico per tutti gli ospiti e Barbara a fianco di Marta, in questo mega evento curato in tutti i particolari da Massimo D'Ascanio e Daniela Russo. 

Ci sono stati le bomboniere azzurre, i confetti, i tovaglioli con ricamato il nome di ciascun invitato, la torta bianca a tre piani, i regali arrivati (quadri, statue, vino), tutti gli amici di una vita entrati in auto scure davanti all'ingresso dove era presente un solo fan, il signor Donato: Gianni Letta, Dell'Utri, Confalonieri, Galliani, Ghedini, Zangrillo, e poi Tajani, Bernini, non Barelli impedito dal Covid, Sgarbi che sembra si sia auto-invitato la sera prima chiamando il Cavaliere. E c'era soprattutto, a sorpresa, Matteo Salvini.

Il «caso Matteo» Una presenza del tutto inattesa quella del leader della Lega, tenuta segreta per evitare polemiche interne a coalizione, visto che è stato l'unico alleato invitato, e partito. Arrivato tra gli ultimi e il primo ad andarsene, è stato omaggiato in pubblico dal Cavaliere: «Lui è l'unico leader vero che c'è in Italia: è sincero, è una persona sincera, per questo lo ammiro e gli voglio molto bene», ha detto durante il taglio della torta, in giardino, facendo sobbalzare molti azzurri che non hanno gradito né la scelta delle presenze e le rispettive esclusioni e tantomeno il ruolo riservato all'alleato, in un rapporto così stretto che nessuno immaginava in un momento in cui FI cerca il suo spazio autonomo sulla scena. 

Nessun ministro era stato invitato, né leader alleati, ma Salvini - non un amico di vecchia data - sì. A testimonianza del fatto che esistono a dir poco due linee in una FI di cui Berlusconi sembra occuparsi sempre più a distanza.

Il pranzo e i canti E quindi anche Salvini, tra un «Forza Milan» e un «viva Silvio» ha partecipato, nella villa arredata da 150 statue, con giochi d'acqua e valzer di aperitivi, al pranzo griffato Da Vittorio nel salone delle feste. Mondeghili gourmet, gnocchetti di ricotta, paccheri, manzo al vino rosso e un gelato, il tutto innaffiato da vini Aneri e tra musiche prima istituzionali, un romantico violino, poi più consone a una festa che prende vita dopo i primi momenti più tesi, quando un Berlusconi comunque agitato e una Marta emozionatissima erano arrivati sapendo che la cerimonia era qualcosa di dirompente a suo modo, per la freddezza dei figli, per la contrarietà degli amici visto il momento politico scandito dalla guerra.

Ma appunto il ghiaccio si è sciolto presto, e a contribuire sicuramente la benevolenza dei figli che hanno incontrato i familiari di Fascina, e alla fine canticchiato con il padre che ha voluto come ospite musicale d'onore l'amico Gigi D'Alessio: «Mi ha fatto un grande regalo a esserci, insieme abbiamo scritto quasi 130 canzoni». Poi sono stati il Cavaliere e Confalonieri ad esibirsi nei loro pezzi forti: le canzoni francesi e un finale O mia bela Madunina.

Il futuro Nessun riferimento se non vaghissimo ai «tempi bui che stiamo vivendo», subito superato da un «l'amore vince sempre su tutto». Alla fine, tutti soddisfatti, pare. La mediazione in qualche modo ha funzionato, poi chissà se un giorno non tornerà la tentazione di regolarizzare l'unione, o se finirà così, senza foto ufficiali e carte bollate ma con l'ufficiosa certezza che una signora Berlusconi c'è. Con tutto quello che significherà. 

Natalia Aspesi per la Repubblica il 20 marzo 2022.

Qui bisogna usare la fantasia, immaginarsi un romanzo Harmony che parte da un classico dell'amore: l'anziano più o meno ricco, che incontra una signorina in cerca di sistemazione e che sa come confondergli le idee e farsi sposare, ma a questo punto intervengono gli eredi che fanno un tale minaccioso casino (in questo caso nella massima ombra) da riuscire a sventare l'assurdo evento. 

Tutti conosciamo anche nella realtà casi simili, e infatti perché non chiedersi che senso ha organizzare una semplice "Festa dell'amore" che i protagonisti avranno già vissuto tante volte, declassando un matrimonio vero in un evento senza senso quali le nozze simboliche? Dobbiamo essere grati a Silvio Berlusconi che in questo tempo di tragedia ci riporta al sorriso, al lato bello della vita, l'amore, la festa, la musica, lo champagne, i valletti, gli chef stellati, gli immancabili paccheri, la villa sontuosa, la ricchezza, la famiglia, un pomeriggio di fasto e pace, tra fontane e statue, seppure infestato da qualche caro amico non dei più probi e presentabili.

L'uomo della politica, del denaro, delle leggi, dei processi, può averne fatti di tutti i colori ma quello dell'amore no, beniamino, protettore, munifico finanziatore di folle di giovani donne, meglio se giovanissime, anche adesso nella sua vecchiaia che lo costringe a portare sempre il cappello storto e a non muovere un muscolo della sua faccia affranta. E la povera onorevole Fascina? Si può sperare per lei che la improvvisata festa dell'amore a suggello di due anni di vero amore sia stata preceduta da momenti più riflessivi davanti ad avvocati e notai.

E ci mancherebbe che non fosse così. A tutte le altre sì e a questa giovane deputata anche amica di famiglia, che lo rallegra accompagnandolo verso i 90, no? Comunque sulla possibilità che la cerimonia doveva essere altra, più definitiva, si può fantasticare per via della chiesa, dei violini, dell'abito bianco con strascico, del bouquet di mughetti e della torta a tre piani. E Pier Silvio avrà certo paura della pandemia, ma per la nuova vita di papà neanche un minuto a festeggiare? Con i parenti di Silvio e della Marta, i sodali della politica e del resto, il Confalonieri che suona il piano e il neo non sposo a cantare con lui e per la sposa Gigi D'Alessio. C'era pure Salvini senza giubbotto da sponsor porta-male. Nell'epoca di Instagram ci sono molti "pare che".

E infatti "pare che" non ci saranno troppe testimonianze del festoso evento, ma si spera che non sia così: che ce ne frega di questa festa classicamente volgarotta se non possiamo vederne le immagini in gran quantità e quindi riderne? E i regali di non nozze? Possibile che l'amico Putin non abbia inviato un patriarca, una icona, un giubbotto blindato come il suo? E poi c'è un'altra pseudo notizia per romantici che ha cominciato a circolare: e se i due innamorati si fossero davvero sposati, ma in segreto, tanto per evitare l'apocalisse familiare?

Il «quasi matrimonio» di Berlusconi, malumori e timori in Forza Italia per le lodi a Salvini. Paola Di Caro su Il Corriere della Sera il 20 marzo 2022.  

Quasi a non voler rovinare la festa del Cavaliere, che ha suggellato sabato le sue nozze simboliche con Marta Fascina, non ci sono in Forza Italia o tra gli alleati lamenti pubblici per l’uscita del Cavaliere, che ripreso dai telefonini ha omaggiato l’ospite Matteo Salvini con un «lui è l’unico leader vero che c’è in Italia». Una dichiarazione forte che, accompagnata all’invito (arrivato solo in settimana, dopo una telefonata tra i due) alla cerimonia, ha lasciato molti azzurri, non solo di ala governista, «esterrefatti» per una posizione che sembra schiacciare di nuovo il partito sulla Lega dopo una fase che è sembrata di ricerca di una autonomia e una libertà di movimento. Ma anche «intristiti» per un’immagine che mostra un Berlusconi preso dal suo privato (le nozze simulate) non comprensibile per gli elettori. E lontano dalla politica del day by day (per ora è prevista una sua uscita solo nella due giorni tematica dell’8 e 9 aprile), tanto da far temere ai suoi un disimpegno, una leadership a un passo dall’essere deposta. E affidata a Salvini.

C’è voluta così molta diplomazia sotterranea e un messaggio pubblico per provare a disinnescare la mina. Da una parte Gianni Letta ha rassicurato i big del partito: quello di Berlusconi è stato sostanzialmente un modo per far sentire a proprio agio l’ospite, ma nulla di più. Poi è dovuto intervenire il coordinatore Antonio Tajani per giurare che «quella di Berlusconi a Salvini era una attestazione di amicizia, non c’era una logica di partito» e «non cambia nulla nella nostra linea: con la Lega siamo alleati, governiamo insieme, ma manteniamo il nostro ruolo di forza centrale. Nel centrodestra, come è sempre stato e come sarà».

Ma è lo stesso Salvini — che continua ad accarezzare l’idea di un partito repubblicano, o una federazione verso la quale in FI c’è parecchia resistenza — ad accreditare la lettura di una sorta di incoronazione da parte di Berlusconi ringraziandolo « per l’amicizia, la stima e la fiducia», perché «in un momento così difficile solo una squadra unita, compatta e preparata può aiutare gli italiani a risollevarsi, puntando sulle libertà economiche e sociali, sul taglio delle tasse e sulla pace fiscale, su una giustizia giusta e su un lavoro sicuro e ben pagato per tanti». Parole quindi inserite in uno scenario politico e non privato, di chi continua a proporsi come leader naturale del centrodestra e tessitore.

Fuori c’è Giorgia Meloni, che in questo momento sembra, almeno nei rapporti,. Il mancato invito al matrimonio non sorprende in verità: non è un mistero che Berlusconi, a pelle e politicamente, si intenda molto più con il leader della Lega che con la Meloni. In ogni caso la leader — che non ha voluto commentare in nessun modo l’accaduto — non ha alcun interesse a mostrare eventuale fastidio per il mancato invito o le parole di Berlusconi. Francesco Lollobrigida però ribadisce seccamente: «A decidere la leadership saranno i voti», e FdI continua ad oggi ad essere il primo partito nei sondaggi. E Ignazio La Russa taglia corto: «Non credo le parole servano a molto».

Leggi anche

Che resti parecchia freddezza tra FdI da una parte e Lega e FI dall’altra è evidente da tanti episodi, non ultimo il voto sul presidenzialismo (proposta di legge della Meloni) della scorsa settimana che ha visto il centrodestra andare sotto per due assenze di FI e Lega. E lo stesso Tajani ammette: «Con FdI noi siamo alleati leali ma penso che vadano cambiate alcune cose. Noi non rinunciamo alla nostra identità, vogliamo confrontarci, parlare».

Pensiero (il)liberale. Il quasi matrimonio di Berlusconi e il rapporto ambiguo con il freddo Putin. Amedeo La Mattina  su L'Inkiesta il 19 Marzo 2022.

Il cerchio magico dei fedelissimi ha convinto il Cavaliere a non convogliare a nozze con la sua giovane fidanzata Marta Fascina. Ma la festa si farà comunque a Villa Gernetto, luogo di tanti incontri con il dittatore russo. Il leader di Forza Italia non riconosce più il suo vecchio amico, ma finora ha evitato di condannare pubblicamente l’invasione.

I corsi e ricorsi della storia hanno risvolti comici, imbarazzanti, spesso drammatici e hanno anche dei luoghi simbolici come quello damascato di Villa Gernetto, la residenza settecentesca dove Silvio Berlusconi è convolato a nozze per finta. La famiglia, i figli eredi, hanno convinto il patriarca a non stringere vincoli civili con la giovane fidanzata e onorevole Marta Fascina, che di anni in meno rispetto al finto marito ne ha 53.

Sembrava che la ragazza ce l’avesse fatta, come era successo a Francesca Pascale in altri tempi, ma all’ultimo miglio ha dovuto desistere sotto il fuoco non amico degli amici del Cavaliere, come Fedele Confalonieri e Gianni Letta. L’accerchiamento del povero Berlusconi per proteggere la roba patrimoniale sembra sia stato stretto in ospedale, al San Raffaele, dove era stato ricoverato durante la fallimentare campagna per il Quirinale.

Vabbè, avrebbe detto Marta, però voglio lo smeraldone (e figuriamoci se Zio Silvio non glielo ha regalato) e una grande festa in pompa magna. Dove se non a Lesmo, nella reggia di Villa Germetto. Sì, certo, però… forse è meglio rinviarla, con la guerra in Ucraina, con tutti quei morti per strada, le case sventrate, vecchi e bambini che vivono come topi nelle cantine, insomma con la macelleria per mano di… Già, per mano dell’amico Vladimir Putin, che Berlusconi voleva far salire in cattedra come primo e sublime insegnante della materia libertà presso l’Università del libero pensiero. Dove? A Villa Gernetto. 

Alla fine la celebrazione si fa: è li che sabato si celebra il quasi matrimonio, il matrimonio non matrimonio, la promessa laica di amore e fedeltà, alla presenza di pochi amici, pochissimi politici (esclusi i tre ministri troppo filo-draghiani e anti-leghisti), con il forfait di Pier Silvio Berlusconi. È li che il Cavaliere celebrava davanti a tutto il mondo la sua grande amicizia con Putin.

Correva l’anno 2010. Per la precisione il 26 aprile del 2010. Berlusconi era presidente del Consiglio (da lì a un anno avrebbe lasciato Palazzo Chigi inseguito da uno spread a circa 600 punti, una maggioranza a pezzi, il presidente della Camera Gianfranco Fini all’opposizione dentro il Partito delle Libertà – «che fai mi cacci?». E lo cacciò – e l’Italia finita tra i Paesi Piigs, praticamente in default).

Il suo omologo primo ministro di tutte le Russia era Putin, che aveva lasciato momentaneamente e per finta la presidenza della Federazione russa a un certo Dmitri Medvedev. L’ospite freddo come sempre, mentre il padrone di casa, raggiante come sempre, apriva i cancelli di Villa Gernetto, acquistata da poco. Li apriva ai giornalisti proprio in occasione di un incontro bilaterale Italia-Russia ad altissimo livello. Amministratori delegati di Eni, Enel, Gazprom, accordi sul gas, protocolli per la creazione in Russia di un reattore termonucleare sperimentale Ignitor.

Berlusconi immaginava un ritorno dell’Italia al nucleare nonostante un referendum l’avesse bocciato – «faremo cambiare idea agli italiani con una campagna informativa, mobiliteremo le televisioni», le sue e quelle satelliti della Rai. Si parlava di SouthStream, il progetto di mega-gasdotto che avrebbe collegato Russia e Unione Europea e avrebbe evitato di passare sul territorio della perfida, insicura, infedele Ucraina. A proposito di corsi e ricorsi della storia che torna come tragedia.

Insomma, affari e politica in giacca e cravatta.  E guarda caso quell’anno, nel dicembre del 2010, sono saltati fuori dei file riservati pubblicati da Wikileaks su un rapporto del 2009 dell’allora ambasciatore americano a Roma Ronald Spogli che riportava voci di percentuali riconosciute a Berlusconi per il gasdotto costruito da Gazprom.

Quel giorno il presidente del Consiglio italiano era ad Astana in visita al padre-padrone del Kazakistan, il dittatore Nursultan Nazarbayev, un altro amico di Putin che sedeva sopra un oceano di gas e che il Cavaliere elogiava come grande leader molto amato («ho letto un sondaggio che gli assegna il 92% di stima e amore del suo popolo»). Da Astana Mr Mediaset replicò che era tutto falso: «Faccio gli interessi dell’Italia». Gli americani avevano il dente avvelenato con Assange, ma con Berlusconi le cose non andavano bene. L’amicizia con Putin, considerato un grande statista e amico, con cui passava i fine settimana e i compleanni nelle dacie dello Zar e da cui riceveva il lettone per il bunga bunga, veniva vista da Washington con sospetto e tanto fastidio.

E così a Villa Gernetto nel 2010 abbracci e grandi risate quando si aprì un siparietto tra Putin e una giornalista italiana. Qual è il segreto del «longevo matrimonio politico» tra  lei e il presidente Medvedev? «Matrimonio? Io e Medvedev siamo persone di orientamento tradizionale…», rispose Putin senza scomporsi. Ma per capire come ragionava  e ragiona adesso, sempre in quell’occasione, lo Zar aveva gelato Berlusconi. Il Cavaliere si era lanciato nella esaltazione dello splendido rapporto politico ed economico tra Italia e Russia grazie ai rapporti personali. Ma Vladimir spiegò che i rapporti personali certamente aiutano: ma contano i «reciproci interessi statali». 

Forse memore di queste parole e conoscendo la forma mentis dell’amico, Berlusconi ha evitato di mettersi in mezzo sull’Ucraina. Sembra una telefonata gliel’abbia fatta: avrebbe poi confidato ai suoi collaboratori di non riconoscere più lo statista di una volta, quel potenziale docente del pensiero libero e liberale. «Non è vero che l’ha chiamato», smentiscono ad Arcore per non far fare brutte figure al capo, che avrebbe cazziato di brutto tutti quelli che hanno spifferato i suoi nuovi sentimenti per l’orso del Cremlino. Meglio non amareggiarlo troppo, proprio nel giorno del suo matrimonio virtuale. A Villa Gernetto. Ma una parola, non le generiche dichiarazioni filo-atlantiste di Forza Italia, una parola su Putin: perché Berlusconi non l’ha ancora detta in pubblico? 

P.S.

L’idea dell’Università nella sontuosa villa brianzola sembra ritornata in auge. Si parla di un accordo con l’Università telematica Niccolò Cusano per lo svolgimento di corsi on line. Ovviamente nel corpo docenti non c’è Putin, occupato a bombardare le città e le case ucraine. Avvocati, manager, politici, ex ministri come Mario Baccini e persino una psicosessuologa, Sara Negrosini, che insegnerà «Il linguaggio del corpo nella comunicazione pubblica».

Confalonieri: «Mia moglie Annick, morta per il Covid. A Berlusconi dico: punta su Meloni». Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 18 Luglio 2022.  

Il presidente Mediaset: «Sono milanese, filoleghista, bossiano. Ogni mattina suono Beethoven, Schumann, Bach, Debussy: è il momento più bello della giornata» 

Fedele Confalonieri è nel suo ufficio di presidente della Veneranda Fabbrica del Duomo. «La data di fondazione è 1387. Qui, tra le guglie, trovo lo spirito di Milano. La città: le arti e i mestieri, le corporazioni medievali e gli industriali del Novecento, la Chiesa e il lavoro». 

Qual è il vero spirito di Milano, secondo lei?

«Chi ha un mestiere venga a Milano, diceva mille anni fa Ariberto d’Intimiano, il primo a tener testa all’imperatore. Oggi potremmo tradurre: chi volta el cùu a Milan, volta el cùu al pan».

Chi volta le spalle a Milano, volta le spalle al pane.

«Fisicamente non è una metropoli; ma della metropoli ha l’anima. Come Parigi, Londra, New York. Generazioni di persone sono arrivate qui dal resto d’Italia e del mondo; e sono diventate milanesi».

A chi pensa?

«Le faccio solo due nomi. Joe Nissim: ebreo di Salonicco, eroe di guerra, finito a Milano nel 1947, morto nel 2019 a cent’anni; l’uomo di Simmenthal, Rio Mare, Manetti&Roberts, un gruppo da 250 milioni di utili; siamo diventati amici da adulti, cosa rara; ha pure adottato una guglia del Duomo. E Indro Montanelli. Grande toscano, divenuto milanese. Gli piaceva tutto della città, anche il clima, propizio alla sua natura un po’ depressa. Apprezzava quel grigino di Milano, che ora non c’è più. Negli anni 70 però avevamo ancora la nebbia…».

Lei è stato amministratore del Giornale, e Montanelli non l’avete trattato bene.

«Noi abbiamo salvato il Giornale, che aveva perso i tre miliardi di pubblicità garantiti da Montedison. Quello è il momento in cui Berlusconi comincia a fare politica, a modo suo, negli anni bui del terrorismo».

Cioè?

«A Montanelli davano del fascista; in realtà sul Giornale scriveva il meglio della cultura liberale europea, Bettiza, Frane Barbieri, Aron, Borges, Ionesco, Fejto. E Silvio lo aiuta, all’inizio lasciando le azioni ai fondatori. Aiuta don Giussani e i giovani ciellini, che all’università prendevano un sacco di botte dagli estremisti di sinistra. Su richiesta di Tognoli, Berlusconi rilancia il teatro Manzoni, comincia con l’Amleto di Lavia nella versione lunga quattro ore, dice ai milanesi: basta coprifuoco, ricominciate a uscire la sera. E poi le tv. E il Milan».

Montanelli però nel 1994 l’avete mandato via.

«È il mio cruccio. Lui e Silvio erano due primattori. Se li avessi riuniti attorno a un tavolo, forse sarei riuscito a trattenere Indro. Anche su Craxi c’era stata una discussione dentro il Giornale: Bettiza voleva appoggiarlo; Montanelli invitò a votare Dc».

Lei come ricorda Craxi?

«Un grande politico. Uno che si era fatto le ossa sulla strada, sulla “calle” come diceva Gianni Brera. Era stato assessore a Sant’Angelo Lodigiano. Si era battuto per salvare Moro, contro la linea di Andreotti e Berlinguer. Aveva fermato gli americani a Sigonella. Magari avessimo oggi un governo in grado di tener testa agli americani…». 

Draghi deve andarsene o restare?

«Meglio che resti. Certo, non è bello che un Paese sia commissariato; ma è il destino di chi ha troppi debiti. Però non mi piace la linea di Draghi sulla guerra, sulle armi. Noi siamo un popolo di santi e di navigatori; non di guerrieri».

Putin ha aggredito l’Ucraina.

«E io lo condanno. Chi spara per primo è sempre da condannare. Piango per i bambini uccisi. Ma non mi convince neppure l’attore, Zelensky. La guerra va fermata; anche perché il conto della guerra lo sta pagando l’Europa. E l’Italia per prima. Le sanzioni indeboliscono noi. La crisi del gas rischia di avere conseguenze gravissime: ci sono aziende che in autunno dovranno licenziare».

Penserà mica anche lei che la guerra sia colpa dell’Occidente?

«L’Occidente avrebbe dovuto fare di tutto per evitarla. Un Kissinger l’avrebbe evitata; Biden non è all’altezza. Johnson pareva la caricatura di Churchill. Avremmo bisogno di grandi diplomatici, che non ci sono. Portare la Nato fin quasi alle frontiere russe è stato un errore. Tutto mi sarei atteso dalla vita, tranne che dar ragione a Santoro…».

Torniamo a Craxi. I socialisti rubavano.

«Craxi non prendeva soldi per sé, ma per il partito. Guardi i suoi figli: Bobo non ha una casa di proprietà; Stefania sta bene, ma perché è senatrice e ha sposato un manager di successo».

È vero che lei era contrario alla discesa in campo di Berlusconi?

«È vero. Anche Craxi era perplesso: pensava che avrebbe preso il 7, al massimo l’8%».

Perché era contrario?

«Perché sapevo che ci avrebbero scatenato contro quello che poi è accaduto. Una persecuzione giudiziaria senza precedenti».

Forse perché sapeva che avevate i vostri scheletri nell’armadio.

«A cosa si riferisce?».

Non c’è forse un lato oscuro nel berlusconismo? Previti condannato per corruzione di magistrati, Dell’Utri per mafia.

«Concorso esterno. Ma io sono certo che Dell’Utri sia innocente. Questa storia dei soldi della mafia, poi, è una stupidaggine assoluta. Glielo dico perché c’ero. Luigi Berlusconi, entrato alla banca Rasini da ragazzo e uscito direttore, diede a Silvio la sua liquidazione per investire in un terreno. Il primo appartamento lo comprò mia madre».

Luigia Borghi, sorella di Giovanni, il fondatore della Ignis.

«Mio zio era un genio. Un Berlusconi con la quinta elementare. Suo padre, mio nonno Guido, faceva l’elettricista. Siccome era un po’ fascistino, dopo il 25 luglio andarono a rompergli le vetrine. Così sfollammo a Comerio, dove prima andavamo in vacanza. Il nonno e lo zio cominciarono a investire nei fornelli elettrici, poi nelle stufette, infine nei frigoriferi… Così, dal nulla, crearono la Ignis».

Giovanni Borghi aveva fama di essere un uomo duro.

«No. Aveva fiuto per gli affari. E divenne uno dei protagonisti dell’Italia del miracolo economico. La periferia di Milano era un’immensa fabbrica. In fondo all’Isola c’era la Brown Boveri, poi la Bicocca, con la Falck e la Pirelli…».

Il nonno paterno cosa faceva?

«Fedele Confalonieri era un prestinaio. All’Isola, che adesso è un quartiere trendy, vicino al Bosco Verticale; ma allora era di operai e di piccola borghesia. Il nonno lavorava tutti i giorni che il Signore mandava in terra, tranne il lunedì dell’Angelo e Santo Stefano».

Qual è il suo primo ricordo?

«I bombardamenti. Noi che scappiamo in cantina, e la mamma che corre in casa perché ha dimenticato le finestre aperte».

E l’incontro con Berlusconi?

«All’oratorio. Avrò avuto dieci o undici anni. Chi portava il pallone faceva le squadre. Silvio portò il pallone. Lo ritrovai a scuola dai salesiani, lui era un anno avanti. Andavamo a vedere il Milan di Nordahl, con suo padre: tram fino a Piazzale Lotto; poi una bella scarpinata verso San Siro. Cominciammo a suonare insieme».

È vero che lei lo licenziò dalla vostra orchestrina?

«Eravamo in cinque. Io al pianoforte, lui contrabbasso e voce. Cantava bene, ma era sempre in mezzo al pubblico a far ballare le ragazze. Aveva già il vizietto che l’ha poi reso celebre nel mondo. Mi prende ancora in giro: senza di me, sei dovuto andare in Libano…».

In Libano?

«Suonavo al casinò, sino alle due di notte, ci pagavano bene. Poi andavamo a cena a Beirut o a vedere l’alba tra le rovine di Baalbek. Un periodo da mille e una notte. Ma c’erano già i primi delitti politici, che annunciavano la guerra civile…».

Com’era Berlusconi da giovane?

«Uno che diceva una palla, e poi faceva di tutto per renderla vera. Un giorno una zingara gli predisse che sarebbe diventato presidente della Repubblica. E lui si mise d’ingegno…”.

Confalonieri, com’è davvero il suo rapporto con Gianni Letta?

«Squisito. Letta per dieci anni è stato il vero copresidente del Consiglio. Silvio esercitava la sua passione per la politica estera, in cui è bravissimo, pensi a Pratica di Mare, o a quando ammansì Gheddafi; e Letta governava. Poi certo, Gianni è molto Roma: Quirinale, Vaticano, ambasciate… Io sono un milanese».

Ed è considerato filoleghista.

«Io sono filoleghista. Bossiano. L’unità d’Italia è stata un errore. Pensi alle guerre d’indipendenza: nella prima Carlo Alberto parlava francese; la seconda è una vittoria di Luigi Napoleone; nella terza ci affondarono la flotta a Lissa… Perché la Marsigliese e God save the Queen emozionano più dell’inno di Mameli? Perché dietro ci sono i morti».

Anche Mameli morì per la patria italiana.

«Ma dietro il suo inno ci sono i quattro gatti della Repubblica romana del 1849. Gloriosi finché vuole; ma sempre quattro. I caduti della Grande Guerra non ascoltavano l’inno di Mameli. I martiri della Resistenza neppure».

Salvini non le piace?

«Mi è simpatico. Ha fatto risorgere la Lega. Ma ora dà l’impressione di parlare tanto e girare un po’ a vuoto».

La Meloni le piace?

«Molto. Da ragazza era pure lei un po’ fascistina; però adesso che le puoi dire? Ci proveranno, la attaccheranno. Ma se dovessi dare un consiglio a Silvio, gli direi di puntare sulla Meloni. È lei che può riportare il centrodestra a Palazzo Chigi».

Berlusconi è europeista, la Meloni populista.

«Io nel Silvio delle origini vedevo una punta di populismo: quel rifiuto del teatrino della politica, che un po’ è stato anche dei Cinque Stelle. Oggi Berlusconi dice tutte cose giuste: l’Europa, l’atlantismo, la moderazione. Ma ai poveri chi pensa? Ai ragazzi che non trovano lavoro e vanno all’estero? Agli italiani impoveriti dall’inflazione? La verità è che sarebbe il momento di fondare un grande partito conservatore, che vada da Gianni Letta e dalla Ronzulli, la nostra donna forte, sino a Salvini e alla Meloni».

Lei è stato presidente dell’orchestra Filarmonica della Scala. Come trova La Scala oggi?

«Per vent’anni abbiamo sostenuto la Filarmonica, comprando i diritti e trasmettendo i concerti su Rete4: ci costava due miliardi di lire l’anno. Alla Scala devono lavorare i grandi direttori: Claudio Abbado, Riccardo Muti, che ha fatto un Verdi straordinario. E devono lavorare i grandi registi, che rispettavano la musica: Strehler, Ronconi».

Invece?

«Invece sento dire: il Macbeth di Livermore… Calma: il Macbeth è di Verdi, semmai di Shakespeare. Cosa c’entrano gli ascensori? Un po’ di umiltà servirebbe a tutti. La mia ora di umiltà è quella che passo ogni mattina a suonare Beethoven, Schumann, Bach, Debussy, e mi sento una nullità di fronte a quei giganti. È il momento più bello della giornata».

Come sono i figli di Berlusconi?

«Piersilvio sa fare la tv popolare; e ha trasformato Rete4 da una rete di soap-opera a un canale all news. Marina ha il senso dell’editoria e pure della politica».

Sarà lei l’erede?

«Non le consiglio di fare politica, per gli stessi motivi per cui sconsigliavo suo padre».

E gli altri figli?

«Tutti bravissimi. Luigi è un esperto di finanza. Barbara ed Eleonora tengono alta la curva demografica».

Chi è stato il miglior sindaco di Milano?

«Albertini».

E la Moratti?

«Ottima. Ma che gelida manina…».

Sala?

«Bravo. Ma il Comune non mette una lira nell’Opera del Duomo. Eppure prima del Covid avevamo quasi tre milioni di visitatori, e ora siamo tornati a 9 mila al giorno, per due terzi stranieri. Tutta gente che viene a Milano anche per il Duomo».

Lei ha passato la vita con la stessa donna, Annick. Quando l’ha incontrata?

«Avevo vent’anni, eravamo in vacanza in Grecia, nel golfo di Corinto. Non ci siamo più lasciati. Adesso si mollano al primo litigio… ma che fai, ti metti con una di trent’anni più giovane? Io non sono il tipo».

Berlusconi sì. Di anni in meno, Marta Fascina ne ha 54.

«Vuole una conferma che Silvio è un genio? Se lei e io avessimo fatto un quasi-matrimonio, ne avremmo ricavato una figura del cavolo. Lui è finito su giornali di tutto il mondo».

Sua moglie se n’è andata nel 2020.

«Per il Covid. Che ho portato a casa io. L’ho preso al San Raffaele, dove ero stato ricoverato in uno stanzone, per farmi mettere tre stent. Lei si è ammalata, fu ricoverata il primo novembre, il cinque ci ha lasciati. Ho ricordi confusi di quei giorni, come avvolti in una nebbia. Non ho potuto dirle addio, non sono potuto andare al funerale. Mi manca moltissimo».

Lei ha fede?

«Sì. Sono stato educato dai preti, e mi arrabbio quando vogliono farli passare tutti per pedofili: io ho conosciuto sacerdoti meravigliosi, uomini come don Eugenio Bussa che aveva salvato i bambini ebrei dai nazisti, a rischio della sua stessa vita. Ho speranza, e anche qualche dubbio. Sono arrivato all’età in cui fai un bilancio della vita…».

Qual è il suo?

«Contano i dieci comandamenti. Su alcuni son debole. Il sesto, il nono… Il quinto invece è facile: non uccidere. Ho sempre detestato la violenza, per me è contro natura».

Come immagina l’Aldilà?

«Shakespeare ammoniva che siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i nostri sogni. Intendeva dire che non siamo nulla. Però sarebbe bellissimo ritrovare le persone care. Lo spero tanto».

DAGONEWS il 17 marzo 2022.

Come mai Piersilvio non metterà piede sabato a Villa Gernetto, a Lesmo, per il “matrimonio simbolico”, tra il padre e Marta Fascina? Di più: è assai probabile che anche l’altro erede maschio, Luigi, figlio di Veronica, non potrà assaggiare il sontuoso menù preparato da Vittorio Cerea, ristorante tristellato di Brusaporto. E solo il profondissimo affetto di Marina per il suo “papi” l’ha convinta ad assistere alla zuppa di nozze scodellata dal duplex Ronzulli-Fascina, con tanto di ritorno alla chitarra e voce di Michele Apicella.

Per scoprire il “giallo di Arcore” occorre fare un passo indietro, tornare ai giorni della corsa al Quirinale quando l’85enne Berlusconi fu ricoverato d’urgenza al San Raffaele e per quattro giorni la sua vita fu davvero appesa a un filo, al punto che, dai figli a Confalonieri, tutti si scapicollarono al capezzale, preoccupatissimi, pronti a dargli l’ultimo saluto. Poi l’anestetista-factotum Zangrillo fece il solito miracolo e Silvio resuscitò.  

Fu durante quelle ore di tregenda, a un passo dalla tragedia, che la 32enne Marta Fascina sarebbe giunta a un pelo dal diventare, oltre la sposa non simbolica del Cavaliere, una dei primi azionisti dell’impero berlusconiano, grazie – dicono fonti familiari – a una cospicua donazione di azioni. 

Solo l’ira furibonda dei cinque figli, sia quelli di primo che di secondo letto per una volta coalizzati, avrebbe fato saltare l’operazione Fascina con tanto di intervento di avvocati di tutti i tipi. Alla fine la Fascina sarebbe scesa a più miti consigli accettando un bonus in denaro ancora non quantificato e la sceneggiata del “matrimonio simbolico”. Ma finché Berlusconi si reggerà in piedi – vedrete - la guerra tra la Fascina e gli eredi si arricchirà di nuove e sapide scene da un patrimonio…

Dagoreport il 22 febbraio 2022.

Non prendete impegni per il prossimo 21 marzo, giorno di inizio della primavera: siete tutti invitati al matrimonio di Silvio Berlusconi e della sua giovane "badante" Marta Fascina. Ad Arcore il profumo delle margherite s'intreccerà con quello dei fiori d'arancio! 

Berlusconi non ha mai mostrato una particolare propensione per la monogamia figuriamoci per quella "obbligata" da un matrimonio. Ma il Cav è invecchiato, stanco, ridotto a un cencio rispetto al ghepardo sventrapapere che abbiamo conosciuto. La comprensibile e umana paura di morire in solitudine lo spinge a salire all'altare un'ultima volta. A 85 anni i problemi di salute si sono moltiplicati, gli acciacchi sono diventati frequenti e, nei giorni del voto per il Quirinale, è stato ricoverato in gravi condizioni al San Raffaele.

Il Cav è stato in coma per quattro giorni (due in stato vegetativo, due in coma farmacologico). E' in quei giorni, mentre Berlusconi sembrava vicino al trapasso, che Marta Fascina ha avanzato la richiesta di convolare a nozze. Anche perché "matrimonio" fa sempre rima con "patrimonio". E se da fidanzata basta una telefonata per essere congedata (pur sempre con consistente buonuscita, come nel caso della Pascale), da moglie l'uscita di scena diventa più complessa (e onerosa). 

Ma come è arrivata Marta Fascina nella vita di Silvio? La 32enne conobbe il suo idolo allo stadio, durante una partita del Milan, di cui è tifosissima. Si presentò come una sfegatata sostenitrice rossonera, pazza di Forza Italia e incantata dalla figura del "Presidente": il solito catalogo di argomenti, da sussurrare alle grandi orecchie del Cav, che ha spianato la strada a tante signorine prima di lei.

Dopo quel fortuito incontro a San Siro ne seguirono altri, dicono i bene informati. Uno di questi, avvenuto nella residenza di Arcore, fu "intercettato" dall'allora badante-in-chief, Francesca Pascale. Un incrocio pericoloso che mandò su tutte le furie la gelosissima "Calippa" che cacciò di casa Marta Fascina senza troppi complimenti.

Il destino, però, era segnato. La bionda Fascina, nata in Calabria ma cresciuta a Portici, inizia la sua scalata: lavora all'ufficio stampa del Milan, collabora con "il Giornale" e, nel 2018, viene eletta alla Camera per Forza Italia scippando un seggio sicuro a Nunzia De Girolamo. 

Berlusconi decise di fare di Villa Maria il suo nido d'amore con Francesca Pascale, per fare di Arcore la villa di rappresentanza politica. O almeno questo è ciò che il Cav disse alla "Calippa". Ma con un abile colpo da filibustiere della gnocca, Berlusconi spostò la Pascale a Villa Maria per incontrare segretamente Marta Fascina ad Arcore.

La loro relazione crebbe fino a quando, il 3 marzo 2020, "Diva & Donna" pubblicò un servizio fotografico che ritraeva Silvio Berlusconi e Marta Fascina in un resort di lusso in Svizzera, dove il Cainano andò a sottoporsi a un check-up definitivo, dall'alluce al parrucchino. Dopo quelle foto, l'astro già appannato di Francesca Pascale si offuscò definitivamente. La napoletana si imbizzarrì, capì di essere stata silurata e pretese un comunicato ufficiale da Forza Italia, che fu consegnato alle agenzie il 4 marzo, per annunciare la fine della relazione.

Da allora, la rampante Marta Fascina ha preso possesso del cuore di Berlusconi e di tutti i suoi organi. Molto vicina a Licia Ronzulli, la biondina è entrata nelle grazie anche di Marina Berlusconi (che è il vero gendarme a guardia del Cav).

Lorenzo De Cicco per repubblica.it il 22 febbraio 2022. 

Il rumor rimbalza da Arcore. L'ha riportato oggi Libero. E fonti di Forza Italia confermano: c'è aria di matrimonio tra Silvio Berlusconi, 85 anni, e la deputata azzurra Marta Fascina, 32. L'ipotesi, racconta chi ha parlato con il Cav in questi giorni, non è priva di fondamento. La relazione con Fascina dura da un paio d'anni e "il presidente vorrebbe in qualche modo formalizzarla".

Mancano solo le partecipazioni? In realtà ci sono altri aspetti oggetto di trattative sottotraccia. C'è la questione, non secondaria, dell'eredità. E vanno tenute in conto le reazioni dei figli di Berlusconi. Secondo fonti di FI non sarebbero contrari, previo accordo pre-matrimoniale. Insomma, le nozze sono più di  un gossip. 

Francesca Pascale, grande ex di Berlusconi - la love story è durata dal 2009 al 2019 - assicura che non porta rancore, anzi: "Auguri! - risponde - Come al solito il 'pres'  ci dimostra che l'amore non ha età. Ha quasi novant'anni, ma crede ancora nell'amore". Lei che nel 2014 dichiarava "a Berlusconi chiedo tutti i giorni di sposarmi",  confida di non avere mai puntato veramente alle nozze.

 "Era una chiacchiera, per i media. Poi certo, quando si è innamorati è normale pensare a qualcosa che unisca di più il rapporto. Ma poi si cresce e si cambia. Si cambiano anche sogni e obiettivi. Viva Dio!". 

Quindi, "nessun rancore, sono felice che il presidente abbia una condizione sentimentale che lo porta alla tranquillità. Io gli voglio ancora bene, è stata la persona più importante in una fase difficile della mia vita, quando  uno ha vent'anni e non è più nell'adolescenza e nemmeno nella maturità. Se mi dovessero invitare, ci andrò alle nozze. E fumerò un joint, per disobbedienza civile". Ride

Berlusconi e il matrimonio con Marta Fascina, la smentita: «Legame profondo, nessun bisogno di nozze». Paola Di Caro su Il Corriere della Sera il 22 febbraio 2022.

Il gossip rilanciato da «Libero». Dopo il bacio allo stadio tra il leader e l’onorevole di Fi, voci di un possibile matrimonio smentite poi in serata. 

«Il rapporto con Marta Fascina è profondo e solido. Non c’è alcun bisogno di matrimonio». Arriva poco dopo le 20 direttamente da Silvio Berlusconi la smentita delle voci circolate per tutto il giorno del suo terzo matrimonio. Quanto comparso «oggi sugli organi di stampa non risponde dunque a verità - prosegue il presidente di FI - ma proprio perchè si tratta di un legame così profondo e così importante, assieme a Marta sto progettando per un prossimo futuro di festeggiarlo come merita, con un appuntamento che coinvolgerà i miei figli e gli amici a me cari». Le indiscrezioni di un matrimonio imminente erano arrivate come una bomba. «Sì, è vero, hanno intenzione di sposarsi. E presto: la cerimonia dovrebbe tenersi a fine marzo», aveva detto uno dei pochissimi che conosce bene Silvio Berlusconi sotto giuramento di anonimato.

L’ipotesi nozze

Silvio Berlusconi e Marta Fascina, 85 anni lui, 32 lei festeggiati a gennaio con tanto di foto accanto al compagno e l’immancabile Instagram ad immortalare il tutto, da mesi ormai hanno deciso di rendere visibile, oltre che ufficiale, il loro rapporto, nato oltre due anni fa. Ed essendo anche un po’ sospetta la scansione delle ultime foto, con una frequenza quasi maggiore di quella con cui il Cavaliere parla di politica, sorprende fino a un certo punto che Libero, giornale vicino all’ex premier diretto dall’amico Alessandro Sallusti, abbia sparato in prima pagina l’ipotesi del matrimonio imminente e poi smentito.

Il commento della ex Francesca Pascale

Per Berlusconi sarebbe stato il terzo matrimonio, dopo il primo con Carla Dall’Oglio, madre di Marina e Piersilvio, e il secondo con Veronica Lario, unione dalla quale sono nati Barbara, Eleonora e Luigi, con un albero genealogico che nel tempo si è arricchito di 15 nipoti. Ultima storia quasi decennale, dopo il tormentato divorzio dalla Lario, con Francesca Pascale, che si è lasciata senza drammi e con economicamente congruo regalo d’addio col Cavaliere, e che quando si è diffusa la voce del matrimonio con Marta Fascina ha commentato: «Nessun rancore, sono felice che il presidente abbia una condizione sentimentale che lo porta alla tranquillità. Io gli voglio ancora bene, è stata la persona più importante in una fase difficile della mia vita, quando uno ha vent’anni e non è più nell’adolescenza e nemmeno nella maturità. Se mi dovessero invitare, ci andrò alle nozze. E fumerò un joint, per disobbedienza civile”», ha detto a Repubblica.

«Piace un po’ a tutti nel partito»

Marta Fascina, fidanzata dell’ex premier, è una deputata azzurra di prima nomina, conosciuta quando lavorava al Milan anche grazie al comune amico Adriano Galliani, che nell’ultima foto tra i due, li guarda mentre si baciano appassionatamente sulle tribune dello stadio di Monza, ma squadra oggi del suo cuore che il leader azzurro segue da due giornate da vicino e allo stadio. «Marta piace un po’ a tutti nel partito - raccontano -. Non fa sentire il suo peso politico, che pure potrebbe avere, è vicina al presidente senza mai essere invadente, siede alle cene e agli incontri politici ma evita di imporsi, non fa promozioni o bocciature. È la sua compagna, lo fa star bene, con lei è felice», è la linea prevalente.

La famiglia

Insomma, la giovane compagna del Cavaliere sembra non avere controindicazioni, perché - pare - è molto ben vista anche in famiglia. Ne viene apprezzata la discrezione, la presenza costante, il ruolo tranquillizzante verso l’anziano leader. Era lei che gli ha fatto compagnia nell’ultimo ricovero al San Raffaele, lei che gli passava le telefonate durante la trattativa sul Quirinale, lei che lo ascoltava, che riferiva, che riportava, lei che ha vissuto blindata tra Arcore, Provenza e Sardegna tutti i lunghi mesi di lockdown, a volte perfino fotografandolo mentre dormiva, per poi cancellare in tutta fretta. L’unico dubbio potrebbe essere quello legato alle questioni ereditarie e patrimoniali, sempre importanti quando si parla di uno degli uomini più ricchi del mondo.

DAGONOTA il 22 febbraio 2022.

È la giornata delle smentite che non smentiscono. Non solo Francesco Totti, ci si mette anche Silvio Berlusconi. 

E come il “Pupone”, anche l’ex sire di Hard-Core poteva risparmiarsi la fatica. Il Cav, infatti, non nega che ci sarà un grande evento il 21 marzo, come rivelato da Dagospia, dice solo che non sarà una cerimonia di nozze. 

Ergo, sarà un “matrimonio non matrimonio”. Nozze alternative? Magari un rito celtico? Potrebbe essere l’ennesima furbata del Cav per accontentare la sua badante Marta Fascina.

“Il rapporto di amore, di stima e di rispetto che mi lega alla signora Marta Fascina è così profondo e solido che non c’è alcun bisogno di formalizzarlo con un matrimonio. Le indiscrezioni comparse oggi sugli organi di stampa non rispondono dunque a verità.

Ma proprio perché si tratta di un legame così profondo e così importante, assieme a Marta sto progettando per un prossimo futuro di festeggiarlo come merita, con un appuntamento che coinvolgerà i miei figli e gli amici a me cari”. 

Paola Di Caro per il “Corriere della Sera” il 23 febbraio 2022.

La notizia arriva al mattino come una bomba, sfuggita al ferreo controllo dei guardiani di Arcore, forse per forzare su un evento che si voleva celebrare. Quel che è certo è che l'indiscrezione pubblicata ieri sulla prima pagina di Libero, con l'ipotesi di un imminente matrimonio tra Silvio Berlusconi e la sua compagna, Marta Fascina, ha prima trovato conferme in Forza Italia - nonostante le bocche ufficialmente cucite -, poi nell'entourage dell'ex premier. 

Ma a sera è stata smentita, dopo ore molto concitate. «Il rapporto di amore, di stima e di rispetto che mi lega alla signora Marta Fascina è così profondo e solido che non c'è alcun bisogno di formalizzarlo con un matrimonio - scrive il Cavaliere -. Le indiscrezioni comparse oggi sugli organi di stampa non rispondono dunque a verità».

Ma «proprio perché si tratta di un legame così profondo e così importante, assieme a lei sto progettando per un prossimo futuro di festeggiarlo come merita, con un appuntamento che coinvolgerà i miei figli e gli amici». Non ci sarà nessun matrimonio tradizionale insomma, ma il cosiddetto «matrimonio simbolico», rito diffuso in America, che rappresenta la volontà di suggellare un'unione, con un rituale che non ha valore civile, né giuridico. Una sorta di fidanzamento ma senza necessario sbocco nel matrimonio.

Per il 19 marzo è previsto un «party all'americana», per il quale sono già stati contattati i fornitori, dove è ancora da stabilire. Ma cosa è successo tra la pubblicazione dell'indiscrezione su Libero e la smentita serale? «Affari di famiglia», dicono i bene informati. Già, la grande, complessa, onnipresente, ramificata famiglia del Cavaliere, che ha avuto sempre un ruolo importante nelle sue scelte - perfino le più politiche - e figurarsi in questo passaggio della vita del fondatore di uno dei più grandi imperi economici europei.

L'ipotesi di un matrimonio vero e proprio è stato solo un fraintendimento? Difficile dirlo, considerando l'escalation di segnali negli ultimi mesi, dai servizi sui giornali di famiglia dalla Sardegna o la Svizzera, ai post su Instagram per festività, compleanni, San Valentino e perfino un bacio sotto gli occhi di Adriano Galliani nella tribuna dello stadio dell'amato Monza. Però, il matrimonio di un uomo come Silvio Berlusconi prevede complesse conseguenze sul piano patrimoniale, non di facile soluzione.

A quanto risulta la giovane Fascina, nonostante i 53 anni che la separano dal compagno, viene apprezzata per il ruolo che ha saputo ritagliarsi e i limiti che ha scelto di porsi, in pubblico ma anche in privato. Piace soprattutto, dicono, a Marina e Piersilvio, che la vedono come la donna giusta per dare tranquillità e serenità al padre. Ma un problema c'è. I tre figli di Veronica Lario - Barbara, Eleonora e Luigi - sono eredi dell'impero paterno così come lo sono i due figli del primo matrimonio, Marina e Piersilvio.

Se si celebrassero vere nozze, con i diritti che acquisirebbe la Fascina, la suddivisione cambierebbe, con la quota legittima che spetterebbe alla nuova moglie. Un passaggio delicatissimo. Quindi, ogni voce e accelerazione è stata bloccata. Berlusconi resta impegnato sul fronte politico e intanto omaggia la sua compagna. Perché la vita per lui è quella che arriverà e non quella che già c'è stata.

Da treccani.it il 23 febbraio 2022.

Forma di matrimonio sviluppatasi già in età feudale, per la quale il marito concedeva una donazione (detta morganatica) alla moglie di secondo letto, subordinata al patto esplicito che a essa (e agli eventuali figli) non sarebbe spettato alcun diritto sui beni del marito in concorrenza con gli altri figli. Il matrimonio morganatico era utilizzato anche nell’unione di un nobile con una donna di rango inferiore, e garantiva che né lei né gli eventuali figli acquisissero la posizione giuridica del marito. Per la legge salica, i figli nati da matrimonio morganatico erano esclusi dai diritti di successione.

Antonio Bravetti per “La Stampa” il 23 febbraio 2022.  

«Mi chiamano in tanti, ma non sono io a sposarmi. È lui che si sposa? Allora dovreste intervistare lui...». La voce di Francesca Pascale arriva allegra, divertita. Ha passato oltre dieci anni accanto a «lui», a Silvio Berlusconi. 

Lei, la ex storica, non è finita all'altare come Carla Elvira Lucia Dall'Oglio e Veronica Lario. «Per fortuna, o grazie a Dio...», sorride al telefono. Trentasette anni a luglio, ne ha quattro e mezzo più di Marta Fascina, l'ultima fiamma del Cavaliere.

Lei sì che sta per sposarsi con Silvio, giuravano in tanti ieri. C'era anche la data: il 21 marzo, primo giorno di primavera. In serata, però, Silvio Berlusconi gela il cuore dei romantici: «Il rapporto di amore, di stima e di rispetto che mi lega alla signora Marta Fascina è così profondo e solido che non c'è alcun bisogno di formalizzarlo con un matrimonio». 

Al posto delle nozze, un party: «Proprio perché si tratta di un legame così profondo e così importante, assieme a Marta sto progettando per un prossimo futuro di festeggiarlo come merita, con un appuntamento che coinvolgerà i miei figli e gli amici a me cari». Un altro matrimonio che non s' ha da fare.

Dopo la rottura con Berlusconi, Pascale ha abbracciato la causa lgbt e non solo: #loveislove e #freecannabis scrive sul profilo Instagram. Ha portato lei Dudù nella vita del leader di Forza Italia. Il barboncino bianco con cui Putin e Berlusconi giocano a palazzo Grazioli nell'inverno del 2013, immortalati in una foto, felici come due bambini mentre tirano una palla arancione al cagnolino.

Era giovanissima Francesca quando incontrò Silvio. Lei, militante di Forza Italia, lo avvicina a un comizio. «Gli ho subito domandato se potevo lasciargli il numero di telefono. Gli ho anche chiesto il suo. Lui mi ha detto: "Ma sei spietata". Era il 5 ottobre 2006». Sono anni rocamboleschi per il Cavaliere. La sua vita sentimentale è un ottovolante: Noemi Letizia, Ruby, le olgettine, il divorzio da Veronica Lario. La storia d'amore con Francesca Pascale ufficializzata in tv. 

«Sì, sono fidanzato - rivela lui ospite di Barbara D'Urso il 16 dicembre 2012 - lei mi vuole molto bene e finalmente mi sento meno solo». Da lì in poi è un album dei ricordi: viaggi, baci, barboncini. «Mi ha sempre trattato come una regina», dirà lei dopo la rottura nel 2020, affidata a un comunicato di Forza Italia: «Fra il presidente Silvio Berlusconi e la signora Francesca Pascale non vi è alcuna relazione sentimentale o di coppia». Sullo sfondo c'era già Marta Fascina.

Si sposeranno? «Non ne so nulla - dice Pascale- ma sono felice, perché dimostra che di fatto la famiglia tradizionale non esiste. Esiste l'amore universale, lui ne è la prova vivente, dovrebbe esserne la bandiera, ma con i due alleati che ha... Viva l'amore, indipendentemente da ogni forma e colore. Io faccio sempre il tifo per l'amore». 

Da leggo.it il 30 luglio 2022.

La cantautrice Paola Turci e Francesca Pascale, ex compagna di Silvio Berlusconi stanno insieme da tempo ormai e non hanno mai nascosto la loro storia d’amore, ma nemmeno sbandierato. E adesso è arrivato il grande giorno. 

Sono passati due anni da quando la coppia è stata fotografata in barca durante una vacanza nel Cilento. Le immagini pubblicate sul settimanale Oggi gettarono il seme della curiosità sul loro legame, che fu successivamente confermato dalle dirette interessate e che si è rafforzato negli anni. 

Una storia d’amore che, secondo quanto è venuto a sapere Leggo, coronerà il sogno sabato 2 luglio. Montalcino è il luogo scelto per la cerimonia, ma il matrimonio al momento è stato tenuto segretissimo, proprio per evitare i riflettori. 

Paola Turci e Francesca Pascale, il matrimonio a due anni dal bacio sullo yacht: storia (segreta) di un amore. Candida Morvillo su Il Corriere della Sera l'1 luglio 2022.

La cerimonia civile tra la cantante e l’ex di Silvio Berlusconi a Montalcino, poi la festa al Castello di Velona. Il sindaco: «Sarà una cerimonia sobria, con pochi invitati». 

La conferma non arriva da loro, ma il matrimonio ci sarà. Domani, a Montalcino, Francesca Pascale e Paola Turci si sposano. Unione civile, ovviamente, seguita da festa al Castello di Velona, con vista sulla Val D’Orcia, terrazze fra antichi merli, piscine, Spa, Brunello della casa. Pochi intimi, pochi politici. Erano stati insieme nove anni Silvio Berlusconi e Francesca: a marzo 2020, un comunicato annunciava la separazione, quattro mesi dopo, Pascale e Turci si baciavano su uno yacht al largo del Cilento . Lo scoop era del settimanale Oggi , il coming out non è mai arrivato. Pare che non usi più.

Libere di amare chi si vuole

Paola Turci, la «cantante con la chitarra», successi come «Bambini», «Ringrazio Dio» e un brano dedicato a Berlusconi nel 2011 dal titolo «Devi andartene», ha avuto un marito, ha divorziato e, dopo, ha avuto un fidanzato. Poi ha incontrato Francesca e si è limitata a dire al settimanale F di sentirsi libera di amare chi vuole: «Non ho intenzione di farmi influenzare dai giudizi altrui e rinunciare ad avere le relazioni che voglio con le persone che scelgo». E intervistata da Oggi, ha aggiunto: «Avrei potuto mangiarci su quel pettegolezzo, invece ho rifiutato copertine, soldi». Come adesso. Francesca e Paola avrebbero voluto tenere riservata la notizia delle «nozze», come spiega il sindaco dem di Montalcino, Silvio Franceschelli: «Sarà una cerimonia sobria, come ha chiesto la coppia. Non volevano che si sapesse, ma l’afflusso di prenotazioni nelle strutture alberghiere per il 2 luglio ha rotto il segreto». Alla riservatezza la coppia ha sempre tenuto. Spiegava infatti, ancora, Paola Turci nell’intervista a Oggi: «Il mio silenzio ha comunicato che non è necessario dire quello che sei». Il senno di poi rivela che non era un pettegolezzo, ma anche che, sì, «non è più necessario dire quello che sei». Pascale e Turci sono le prime italiane da cronaca rosa da ascrivere ufficialmente a questi tempi di «amori fluidi» che rifiutano di stare in una casella. Cinquantasette anni Paola, trentasette Francesca, testimoniano che non è più neanche questione di «generazione neutra», ma di tempi che marciano su slogan che sembrano uno spot di X Factor, tipo «nessuna etichetta, nessuna paura, nessuna barriera, nessuna categoria: liberi di essere chi siamo».

Le scelte politiche di Francesca ad Arcore

Quando uscì la foto del bacio, tuttavia, gli haters si scatenarono: dicevano che Francesca si era finta etero per stare con Berlusconi, mettere le mani su potere e soldi. A storia finita Francesca si era trasferita in Toscana e ha continuato a portare avanti la battaglia arcobaleno su cui era impegnata da tempo. Era il 2014, epoca non sospetta, lei ancorata ad Arcore, assai impegnata a presidiare il territorio e il corpo del capo, a gestire «cerchi magici», a tagliare conti di fagiolini a 80 euro al chilo e a testimoniare con la sua sola esistenza che mai ci furono «cene eleganti». Apparì politica la scelta di prendere la tessera di Arcigay e GayLib con un bagno di folla a Napoli, sembrò una discesa in campo da aspirante first lady decisa a intestarsi una battaglia e a prendere visibilità, un po’ come quando Michelle Obama piantava l’orto alla Casa Bianca. Destò non tanto interpretazioni maliziose, quanto malumori interni a Forza Italia, fra chi temeva che spostasse il partito a sinistra. Era un’era geologica fa. A nessuno venne in mente che fosse una questione anche personale, la necessità intima, magari allora ancora vaga, di trovare risposte o tracciare una strada verso possibilità nuove. Poco prima di separarsi da Berlusconi, dirà all’Huffington Post: «Non amo le definizioni né le categorie. Ora amo Silvio, ma se domani mi innamorassi di una donna, che male ci sarebbe?». Vabbè, Dragomira Bonev, in arte Michelle Bonev, attrice e produttrice, era andata in televisione da Michele Santoro per dire «Francesca è lesbica». Sembravano, erano, invidie antiche, regolamenti di conti. Che importa. Il tempo dà tutte le risposte, così l’amore. Chi sa se Berlusconi direbbe: «L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio»? 

Matrimonio Francesca Pascale e Paola Turci: i loro ex celebri, da Berlusconi al tennista Cané, e il primo incontro. Federica Bandirali su Il Corriere della Sera l'1 luglio 2022.

Domani le due si uniranno in matrimonio, ma la loro vita sentimentale è stata molto articolata.

Le nozze

Fiori d’arancio per Paola Turci e Francesca Pascale. A due anni da quello scatto pubblicato da “Oggi” che le ritraeva su uno yacht, la cantautrice romana e l’ex compagna di Silvio Berlusconi hanno annunciato il loro matrimonio, sabato 2 luglio, in Toscana. Il rito civile sarà nel Comune di Montalcino, mentre i festeggiamenti blindatissimi dovrebbero tenersi al castello di Velona. Le due sono da sempre impegnate sui temi dei diritti e le battaglie sociali, primo fra tutti quello a favore del mondo omosessuale e della comunità Lgbt.

La prima foto insieme

Nell’agosto 2020 Francesca Pascale e Paola Turci erano state paparazzate insieme in vacanza in Cilento. Le immagini mostravano l’ex fidanzata di Silvio Berlusconi Francesca Pascale e Paola Turci in barca insieme, mentre si scambiavano gesti d’affetto. Erano a bordo di uno yacht da 25 metri (da 60 mila euro alla settimana)

Paola Turci e Andrea Amato

L’ex marito di Paola Turci si chiama Andrea Amato. Milanese, classe 1974 e lavora nel settore della comunicazione: il matrimonio tra la futura moglie di Francesca Pascale e Amato è stato celebrato nel 2010 ad Haiti. Due anni dopo, il divorzio.

Paola Turci e Paolo Canè

Negli anni '90 Paola Turci ebbe una lunga relazione con l'ex tennista Paolo Canè, oggi anche commentatore televisivo. “Il tennis mi piaceva già prima di conoscere Paolo. Il mio campione preferito e sempre stato Boris Becker , una persona interessante anche se non gli ho mai parlato. Poi McEnroe , che ha abbracciato anche la musica, e Yannick Noah , col quale ho cantato una sera a Milano” ha detto in un’intervista di allora la cantante.

Francesca Pascale e Silvio Berlusconi

Dieci anni di convivenza tra Francesca Pascale e Silvio Berlusconi, la cui storia -secondo i ben informati- è terminata con una “buonuscita” di venti milioni, un assegno annuale e l’utilizzo della villa in Brianza dove l’ex consigliera di Forza Italia nella Provincia di Napoli vive da anni.

Paola Turci rompe il silenzio sul matrimonio con Pascale e denuncia insulti omofobi. Redazione Spettacoli su Il Corriere della Sera l'1 luglio 2022.

Dopo che la notizia dell’unione civile di Paola Turci e Francesca Pascale, domani a Montalcino, è diventata pubblica, la cantautrice romana ha denunciato insulti omofobi. 

Dopo che la notizia dell’unione civile di Paola Turci e Francesca Pascale, domani a Montalcino, è diventata di dominio pubblico, la cantautrice romana ha ricevuto e denunciato insulti omofobi. Stanotte, nella sue storie di Instagram, l’artista ha pubblicato un messaggio ricevuto da un profilo di una guest house piemontese: «Lesbicona che schifo!!», recita lo squallido post, che la cantante ha mostrato, commentando: «Ignoranza, omofobia, cattiveria e infelicità in una sola frase». Il profilo della guest house da cui risulta partito commento è stato rapidamente sommerso da messaggi di condanna.

Per fortuna, sul web si moltiplicano invece i messaggi di felicitazioni per la coppia, che avrebbe voluto tenere riservata la notizia dell’unione civile, mantenendo sull’evento la stessa privacy con cui finora ha protetto la relazione, rivelata nell’estate del 2020 dal settimanale «Oggi» che pubblicò lo scatto di un bacio tra le due donne durante una vacanza in barca. 

Nella notte Paola ha anche pubblicato un messaggio romantico, scrivendo alle 4 del mattino accanto ad una foto con il cielo stellato: «Quella felicità che non ti fa dormire». Poi, la cantante ha ripostato i messaggi di auguri degli amici, come quello del critico musicale e conduttore radiofonico Luca De Gennaro che le ha scritto: «Che meraviglia che ti sposi, amica mia».

A Celebrare il rito un sindaco del Pd, insulti omofobi dopo l’annuncio. Paola Turci e Francesca Pascale si sposano, la storia di un amore: da Berlusconi al matrimonio in Toscana. Elena Del Mastro su Il Riformista l'1 Luglio 2022 

Hanno provato per anni a mantenere segreta la loro relazione tra scatti rubati e mezze dichiarazioni nelle interviste. Come pure avevano provato a tenere segreta la notizia del matrimonio. Paola Turci e Francesca Pascale sabato 2 luglio convolano a nozze, da quanto trapela da diversi giornali, il matrimonio si terrà a Montalcino, poi la festa nel Castello di Velona. A sposarle sarà il sindaco Pd appena rieletto di Montalcino, Silvio Franceschelli. “Posso dire che sarà una cerimonia sobria – spiega il sindaco intervistato dal Corriere – come ha chiesto la coppia. La notizia era stata tenuta riservata, ma l’afflusso di prenotazioni nelle strutture alberghiere per sabato 2 luglio, il giorno delle nozze, ha evidentemente rotto il segreto”.

Come si sono conosciute? Si chiedono in tanti sulla rete. Le due in effetti hanno per anni cercato di mantenere il riserbo per cui si sa molto poco. Francesca Pascale, 36 anni, napoletana ha avuto una lunga relazione con Silvio Berlusconi. I due si incontrarono nel 2006 quando Francesca fresca di studi faceva il suo approdo nella politica. Poi la relazione inizia ufficialmente nel 2012 e finisce a marzo 2020 con una nota ufficiale di Forza Italia.

Non è chiaro quando precisamente sia avvenuto l’incontro con Paola Turci, 57 anni, romana. Per la stampa rosa è uno scatto del settimanale Oggi a cristallizzare il momento: le due in Cilento a bordo di uno yacht si scambiano effusioni e tenerezze. Poi di quella storia non si è saputo più nulla fino alla notizia dell’annuncio delle nozze in Toscana.

La notizia è rimbalzata su tutti i social. Qualche ora dopo la cantante ha denunciato su Instagram di aver ricevuto insulti omofobi. Stanotte, nelle sue storie di Instagram, l’artista romana ha pubblicato un messaggio ricevuto da un profilo di una guest house piemontese: “Lesbicona che schifo!!”, recita lo squallido post, che la cantante ha mostrato, commentando: “Ignoranza, omofobia, cattiveria e infelicità in una sola frase”.

Ma sul web si moltiplicano anche i messaggi di auguri non solo da parte di personaggi famosi, ma anche da semplici follower che applaudono con gioia all’unione. Paola Turci non nasconde nemmeno la felicità per il lieto evento, scrivendo alle 4 del mattino accanto ad una foto con il cielo stellato: “Quella felicità che non ti fa dormire”. Poi, la cantante ha ripostato i messaggi di auguri degli amici, come quello del critico musicale e conduttore radiofonico Luca De Gennaro che le ha scritto: “Che meraviglia che ti sposi, amica mia”.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” l'1 luglio 2022.  

Che la ex compagna di un maschio all'antica si sposasse con una donna era inimmaginabile fino a qualche tempo fa. E non solo perché non esisteva ancora una legge che consentisse a Paola Turci e Francesca Pascale di dirsi quel che si diranno domani davanti al sindaco di Montalcino. È proprio cambiato il nostro modo di accostarci a questo genere di notizie, che per chi ha meno di trent' anni non sono neanche più notizie, ma quieta normalità. 

Se noi «boomer» ancora ci emozioniamo a parlarne, è perché ci ricordano che quello dei diritti civili, pur tra contraddizioni e ritardi, è uno dei pochi mondi a essere cambiato in meglio nel corso della nostra vita, avendo allargato il ventaglio delle opportunità (esattamente l'opposto di quanto è accaduto per i diritti sociali). Uno come Berlusconi potrebbe anche trarne materia per barzellette autocelebrative o autoironiche, del tipo: «Dopo avere provato me, una donna non vuole più saperne di altri uomini».

Ma la storia d'amore tra Paola e Francesca è più forte dei pregiudizi e persino della popolarità delle protagoniste. È la storia di rinascita che tutti sogniamo. Quando il destino, dopo averti toccato duramente (penso a Paola Turci, sopravvissuta a un terribile incidente stradale), ti concede una seconda possibilità, quella di reinventarti una vita e un'identità. È così bello essere liberi senza arrecare danno agli altri. Perché a qualcuno fa ancora tanta paura?

Matrimonio Pascale Turci, tutto quello che c’è da sapere. Federica Bandirali su Il Corriere della Sera l'1 Luglio 2022.

Dagli invitati (pochissimi) alla location (incantevole), l’unione civile a raggi x

Le nozze il 2 luglio

Paola Turci e Francesca Pascalesi sposeranno sabato 2 luglio a Montalcino, patria del famoso Brunello, in provincia di Siena, sabato 2 luglio, in una sala dell’ex municipio cittadino, il «Palazzo Storico». A Montalcino non si parla d’altro, ma pochissimo filtra all’esterno, per rispettare la privacy chiesta fino ad ora sull’unione civile: pochissimi gli invitati per una cerimonia sobria. 

A contribuire al segreto sulla cerimonia - rimasto assoluto, fino a ieri - è stata anche l’assenza di pubblicazioni, come per tutte le unioni civili.

La prova del pasto social

Il 3 giugno Paola Turci ha postato su Instagram una foto che la ritrae davanti a tanti bicchieri di vino. Nello scatto, sullo sfondo, si vede un camino che sembrerebbe essere proprio quello del salone principale del Castello di Velona, location dove si svolgerà la festa post nozze. Che sia stato immortalato sui social la prova del pasto, classico di tutti i matrimoni?

La location della festa

Il Castello di Velona (resort a 5 stelle) si trova sopra un promontorio e gode di una vista a 360 gradi sui propri antichi uliveti e vigneti, il Castello di Velona fu edificato come fortilizio medievale nell’XI secolo. Dal 2003, la ristrutturazione per il ritrovamento delle acque termali all'interno della proprietà e il relativo ampliamento hanno consegnato il Castello di Velona Resort, Thermal SPA & Winery al pubblico mondiale. Tutte le camere hanno una vista panoramica mozzafiato che affaccia sulla Val d'Orcia e sui vigneti di Brunello di Montalcino.

Ristorante

All’interno del grande resort si trovano ben tre ristoranti in house, tra cui il Brunello, ossia l’offerta gourmet del castello stesso: è qui che probabilmente avrà luogo il banchetto nuziale di Paola Turci e Francesca Pascale. Ci sarà anche con molta probabilità un momento esterno per gli ospiti.

Gli invitati

Circa una trentina gli invitati, secondo i ben informati. Non ci dovrebbero essere gli ex di Pascale e Turci e nemmeno volti noti. Si vocifera solo un possibile intervento di Vladimir Luxuria, che ha conosciuto Francesca Pascale quando si tesserò all'Arcigay di Napoli.

Paola Turci rompe il silenzio sul matrimonio con Pascale e denuncia insulti omofobi. Redazione Spettacoli su Il Corriere della Sera l'1 Luglio 2022.

Dopo che la notizia dell’unione civile di Paola Turci e Francesca Pascale, domani a Montalcino, è diventata pubblica, la cantautrice romana ha denunciato insulti omofobi. 

Dopo che la notizia dell’unione civile di Paola Turci e Francesca Pascale, domani a Montalcino, è diventata di dominio pubblico, la cantautrice romana ha ricevuto e denunciato insulti omofobi. Stanotte, nella sue storie di Instagram, l’artista ha pubblicato un messaggio ricevuto da un profilo di una guest house piemontese: «Lesbicona che schifo!!», recita lo squallido post, che la cantante ha mostrato, commentando: «Ignoranza, omofobia, cattiveria e infelicità in una sola frase». Il profilo della guest house da cui risulta partito commento è stato rapidamente sommerso da messaggi di condanna.

Per fortuna, sul web si moltiplicano invece i messaggi di felicitazioni per la coppia, che avrebbe voluto tenere riservata la notizia dell’unione civile, mantenendo sull’evento la stessa privacy con cui finora ha protetto la relazione, rivelata nell’estate del 2020 dal settimanale «Oggi» che pubblicò lo scatto di un bacio tra le due donne durante una vacanza in barca. 

Nella notte Paola ha anche pubblicato un messaggio romantico, scrivendo alle 4 del mattino accanto ad una foto con il cielo stellato: «Quella felicità che non ti fa dormire». Poi, la cantante ha ripostato i messaggi di auguri degli amici, come quello del critico musicale e conduttore radiofonico Luca De Gennaro che le ha scritto: «Che meraviglia che ti sposi, amica mia».

Candida Morvillo per il “Corriere della Sera” l'1 luglio 2022.

La conferma non arriva da loro, ma il matrimonio ci sarà. Domani, a Montalcino, Francesca Pascale e Paola Turci si sposano. Unione civile, ovviamente, seguita da festa al Castello di Velona, con vista sulla Val D'Orcia, terrazze fra antichi merli, piscine, Spa, Brunello della casa. Pochi intimi, pochi politici. 

Erano stati insieme nove anni Silvio Berlusconi e Francesca: a marzo 2020, un comunicato annunciava la separazione, quattro mesi dopo, Pascale e Turci si baciavano su uno yacht al largo del Cilento. Lo scoop era del settimanale Oggi , il coming out non è mai arrivato. Pare che non usi più. 

Paola Turci, la «cantante con la chitarra», successi come «Bambini», «Ringrazio Dio» e un brano dedicato a Berlusconi nel 2011 dal titolo «Devi andartene», ha avuto un marito, ha divorziato e, dopo, ha avuto un fidanzato. Poi ha incontrato Francesca e si è limitata a dire al settimanale F di sentirsi libera di amare chi vuole: «Non ho intenzione di farmi influenzare dai giudizi altrui e rinunciare ad avere le relazioni che voglio con le persone che scelgo».

E intervistata da Oggi , ha aggiunto: «Avrei potuto mangiarci su quel pettegolezzo, invece ho rifiutato copertine, soldi». Come adesso. Francesca e Paola avrebbero voluto tenere riservata la notizia delle «nozze», come spiega il sindaco dem di Montalcino, Silvio Franceschelli: «Sarà una cerimonia sobria, come ha chiesto la coppia. Non volevano che si sapesse, ma l'afflusso di prenotazioni nelle strutture alberghiere per il 2 luglio ha rotto il segreto». 

Alla riservatezza la coppia ha sempre tenuto. Spiegava infatti, ancora, Paola Turci nell'intervista a Oggi : «Il mio silenzio ha comunicato che non è necessario dire quello che sei». 

Il senno di poi rivela che non era un pettegolezzo, ma anche che, sì, «non è più necessario dire quello che sei».

Pascale e Turci sono le prime italiane da cronaca rosa da ascrivere ufficialmente a questi tempi di «amori fluidi» che rifiutano di stare in una casella. Cinquantasette anni Paola, trentasette Francesca, testimoniano che non è più neanche questione di «generazione neutra», ma di tempi che marciano su slogan che sembrano uno spot di X Factor , tipo «nessuna etichetta, nessuna paura, nessuna barriera, nessuna categoria: liberi di essere chi siamo». 

Quando uscì la foto del bacio, tuttavia, gli haters si scatenarono: dicevano che Francesca si era finta etero per stare con Berlusconi, mettere le mani su potere e soldi. A storia finita Francesca si era trasferita in Toscana e ha continuato a portare avanti la battaglia arcobaleno su cui era impegnata da tempo.

Era il 2014, epoca non sospetta, lei ancorata ad Arcore, assai impegnata a presidiare il territorio e il corpo del capo, a gestire «cerchi magici», a tagliare conti di fagiolini a 80 euro al chilo e a testimoniare con la sua sola esistenza che mai ci furono «cene eleganti». Apparì politica la scelta di prendere la tessera di Arcigay e GayLib con un bagno di folla a Napoli, sembrò una discesa in campo da aspirante first lady decisa a intestarsi una battaglia e a prendere visibilità, un po' come quando Michelle Obama piantava l'orto alla Casa Bianca. Destò non tanto interpretazioni maliziose, quanto malumori interni a Forza Italia, fra chi temeva che spostasse il partito a sinistra. Era un'era geologica fa. 

A nessuno venne in mente che fosse una questione anche personale, la necessità intima, magari allora ancora vaga, di trovare risposte o tracciare una strada verso possibilità nuove. Poco prima di separarsi da Berlusconi, dirà all'Huffington Post : «Non amo le definizioni né le categorie. 

Ora amo Silvio, ma se domani mi innamorassi di una donna, che male ci sarebbe?». Vabbè, Dragomira Bonev, in arte Michelle Bonev, attrice e produttrice, era andata in televisione da Michele Santoro per dire «Francesca è lesbica». Sembravano, erano, invidie antiche, regolamenti di conti. Che importa. Il tempo dà tutte le risposte, così l'amore. Chi sa se Berlusconi direbbe: «L'amore vince sempre sull'invidia e sull'odio»?

Enrico Chillè per leggo.it l'1 luglio 2022.

La notizia dell'imminente matrimonio tra Paola Turci e Francesca Pascale anticipata ieri da Leggo non ha suscitato solo reazioni positive. Tra i tanti messaggi di felicità e congratulazioni per la cantante, non mancano i commenti omofobi, come denunciato sui social dalla diretta interessata. 

Paola Turci vittima di omofobia: «Lesbicona che schifo!»

Paola Turci e Francesca Pascale si sposeranno domani a Montalcino (Siena), ma non tutti hanno preso benissimo l'unione tra la cantante e l'ex compagna di Silvio Berlusconi. Stanotte, nella sue storie di Instagram, l'artista ha pubblicato un messaggio ricevuto da un profilo di una guest house piemontese: «Lesbicona che schifo!!», recita lo squallido post, che la cantante ha mostrato, commentando: «Ignoranza, omofobia, cattiveria e infelicità in una sola frase». Il profilo della guest house da cui risulta partito commento è stato rapidamente sommerso da messaggi di condanna.

Paola Turci e Francesca Pascale, raffica di congratulazioni sul web

Per fortuna, sul web si moltiplicano invece i messaggi di felicitazioni per la coppia, che avrebbe voluto tenere riservata la notizia dell'unione civile, mantenendo sull'evento la stessa privacy con cui finora ha protetto la relazione, rivelata nell'estate del 2020 dal settimanale Oggi che pubblicò lo scatto di un bacio tra le due donne durante una vacanza in barca. 

Nella notte Paola ha anche pubblicato un messaggio romantico, scrivendo alle 4 del mattino accanto ad una foto con il cielo stellato: «Quella felicità che non ti fa dormire». Poi, la cantante ha ripostato i messaggi di auguri degli amici, come quello del critico musicale e conduttore radiofonico Luca De Gennaro che le ha scritto: «Che meraviglia che ti sposi, amica mia».

Francesca Pascale e Paola Turci, "da etero a gay": com'è scattato il colpo di fulmine. Libero Quotidiano il 02 luglio 2022

Innanzitutto una considerazione estetica: sono bellissime. Paola Turci, cantante dalla voce grintosa, 57 anni, e Francesca Pascale, ex fidanzata di Berlusconi e, già allora, attivista gay- fece notizia quando nel 2014, nella sua città, Napoli, prese le tessere di Arcigay e GayLib, e successivamente quando invitò Vladimir Luxuria per una cena a Villa San Martino, la tenuta berlusconiana di Arcore -, 36 anni. Ora arriva la notizia che le due bellissime, ciascuna a suo modo protagonista di una vita irregolare e corsara, domani si sposano, con una cerimonia descritta come «intima» e «riservata a pochi invitati» nel comune di Montalcino (Siena), cui seguiranno festeggiamenti nel Castello di Velona, un resort in Val d'Orcia.

UNIONE CIVILE - I giornali pigramente parlano di "nozze", ma naturalmente si tratta di unione civile, insomma la cosiddetta legge Cirinnà, non esistendo nel nostro ordinamento il matrimonio egualitario tra coppie dello stesso sesso. Dunque, Paola e Francesca non saranno legalmente moglie e moglie (o come vorranno chiamarsi) ma, in spirito, sì. Di stare qui a commentare la loro unione civile, ed eventualmente il loro desiderio di arrivare a regolari nozze, ci interessa meno di zero, per citare uno scrittore americano. Ci piace di più mettere in luce le loro personalità, sicuramente fuori dal comune.

Paola Turci la conosciamo da tempo, da quando, nel 1986 si presentò al Festival di Sanremo, rivelando subito le qualità che resteranno sempre inconfondibilmente sue: voce e chitarra, approccio molto frontale, quasi aggressivo, anche nel look, ma temperato da una vocalità molto educata e aggraziata, capace di ruvidità rock ma anche di espansioni melodiche. Aveva ventidue anni, era bella e diversa dalle solite cantanti prefabbricate dalle case discografiche secondo mode molto effimere. Negli Anni 90 divenne anche una star del gossip, per via della sua relazione tempestosa con un altro personaggio dal carattere non proprio docile, il tennista Paolo Canè.

Una relazione "Sturm und Drang" non priva di grandi scenate nei locali pubblici della Costa Smeralda (di cui un'amica ci fornì una minuziosa descrizione e sembrò avesse assistito ai litigi di due attori hollywoodiani dell'epoca d'oro), insomma proprio ciò che il pubblico si attendeva da una coppia formata da talenti belli, ricchi e strafottenti. Nel '93 il terribile incidente autostradale, mentre andava in concerto nel Golfo di Policastro, in Calabria, che le lascerà segni indelebili sul volto. Fu quell'evento a porre fine, nelle sue parole, a un periodo in cui si sentiva «incredibilmente onnipotente». Non nascondiamo che quando la rivedemmo sulle scene, con la cicatrice, rimanemmo abbastanza impressionati.

Il volto già spigoloso ma immacolato della ragazzina grintosa ora era quello profondamente segnato di una sopravvissuta. Una bellezza diversa emerse da quelle cicatrici, più austera. Finita la storia con Canè, un matrimonio con un giornalista radiofonico, da cui è separata nel 2012, attribuzione di una relazione conGianna Nannini, e la dichiarazione: «Sono lesbica e anche etero. Bisessuale? Chi lo sa. Nelle etichette non c'è evoluzione. Sono quella che sono, se mi piace una donna, sto con una donna». E, come ai tempi delle paparazzate con Canè, è proprio con Francesca Pascale che Paola Turci torna a conquistare le copertine dei giornali, còlte insieme in un tenero bacio in barca.

ROMANZO DI BALZAC - Francesca non è una rocker, come Paola, non è una che parte a testa bassa e vuole tutto, è una che se la studia bene. Fin da quando, nel 2009, approccia Berlusconi e gli passa un bigliettino col suo numero: «Aspetto una tua telefonata». Roba da romanzo di Balzac o, se stona l'anacronismo del telefono, da film di Paul Verhoeven: se il modello di Paola potrebbe essere Janis Joplin, quello di Francesca è proprio Catherine Tramell, il personaggio interpretato da Sharon Stone in Basic Instinct. Bionda, intelligente, astuta, oggetto del desiderio di uomini e donne e, senza essere colpevole di alcunché di grave, comunque pericolosa. Una di quelle donne di cui nessuno può dire mai quale sarà la prossima mossa. Ora sembra essersi sistemata, ma staremo a vedere. 

Lettera di Manuela Lazzerotti, pubblicata da “la Repubblica” l'1 luglio 2022.  

Qualche settimana fa il vostro giornale ha presentato quello di Alberto Matano col suo compagno come un "matrimonio", aggiungendovi a corollario dei pittoreschi ricordi di Imma Battaglia e del suo "matrimonio'" con Eva Grimaldi. Come non bastasse, sulla Repubblica di ieri leggo che anche Francesca Pascale e Paola Turci "si sposano" ... 

Fermo restando che auguro loro tutta la felicità del mondo, mi spaventa questa amnesia collettiva; suggestive location, look patinati e personaggi del jet set non possono nascondere la triste realtà dei fatti: in Italia il matrimonio gay non esiste, e dobbiamo accontentarci delle briciole munificamente gettateci dal Parlamento, in buona sostanza una unione civile ben diversa per diritti e tutele dal matrimonio.

Faccio parte, con la mia compagna, della sparuta pattuglia di persone che ha deciso di sposarsi all'estero per sottolineare il vuoto legislativo italiano: siamo sì sposate in Portogallo, ma il nostro matrimonio è valido solo lì, qui è carta straccia. Per cui, quando leggo rutilanti titoloni su matrimoni gay tra Vip , mi sembra di vedere i vestiti nuovi dell'imperatore di andersiana memoria: vestiti meravigliosi e luccicanti ma...inesistenti, che coprono imbarazzanti nudità.

Estratto da esquire.com l'1 luglio 2022.

Cosa dice la Legge Cirinnà: il contenuto

Arriviamo a giugno 2014 quando, con la XVII legislatura, viene depositata una prima proposta di legge sulle unioni civili da parte dell'onorevole Monica Cirinnà (Pd), nominata relatrice. Il Governo Renzi, a questo punto, interviene con forza nel dibattito e decide di accelerare i tempi cercando l'accordo politico all'interno della maggioranza. Pertanto il 23 febbraio 2016 viene presentato un maxi emendamento che raccoglie, quasi integralmente, il disegno di legge Cirinnà per l'istituzione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso. 

Il nuovo testo prevede, dunque, diritti e doveri sostanzialmente identici a quelli previsti per il matrimonio, ad eccezione della cosiddetta stepchild adoption: sulla possibilità di adottare il figlio naturale del partner, infatti, viene posto un veto da parte dell'ala cattolica e conservatrice della maggioranza, cruciale dopo il voltafaccia del Movimento 5 Stelle. Il testo modificato viene quindi approvato in prima lettura dal Senato nella seduta del 25 febbraio 2016 e il disegno di legge passa all'esame della Camera il 9 maggio dello stesso anno. Infine, la legge sulle unioni civili viene approvata in via definitiva l'11 maggio 2016.

Diritti e doveri reciproci

La Legge Cirinnà stabilisce che due persone maggiorenni dello stesso sesso possono costituire un'unione civile mediante dichiarazione di fronte all'ufficiale di stato civile e alla presenza di due testimoni, scegliendo se vogliono di assumere un cognome comune per la durata stessa dell'unione. L'atto di costituzione di quest'ultima viene registrato nell'archivio dello stato civile del Comune e porta con sé diritti e doveri specifici, come l'obbligo reciproco all'assistenza morale e materiale, e alla coabitazione. 

Inoltre entrambe le parti, ciascuna in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale e casalingo, sono tenute a contribuire ai bisogni comuni e a concordare l'indirizzo della vita familiare. Infine, se le parti non optano per la separazione dei beni, il regime patrimoniale dell'unione civile tra persone dello stesso sesso è quello della comunione dei beni. 

I decreti attuativi della legge 76/2016 sono stati approvati dal Governo Renzi nel novembre 2016 e, dopo aver ottenuto il parere favorevole da parte delle Commissioni Affari Costituzionali e Bilancio di Camera e Senato, sono stati confermati in via definitiva da parte del Governo Gentiloni. 

Nei tempi successivi all'approvazione della legge sono stati raccolti numeri significativi, che parlano da sé: come testimoniato dalla stessa Monica Cirinnà, infatti, a soli due anni dall'entrata in vigore della 76/2016 sono state celebrate ben 1.514 unioni civili in Lombardia, di cui 799 solo a Milano. Al secondo posto troviamo il Lazio, con 915 unioni, di cui 845 a Roma.

Da comune.pula.ca.it l'1 luglio 2022.  

1) differenze terminologiche

L'articolo 29 della Costituzione definisce il matrimonio come un ''ordinato sull'uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare''.

L'Unione civile non è un matrimonio, ma una «specifica formazione sociale» composta da persone dello stesso sesso,

La convivenza di fatto viene posta in essere da una coppia formata da ''due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un'unione civile''. 

2) il sesso

Il matrimonio può essere contratto solo da persone di sesso diverso,

l'unione civile è un istituto valido per le coppie dello stesso sesso,

la convivenza può essere istituita sia per i rapporti eterosessuali che per i rapporti omosessuali. 

3) il rito

A differenza di quanto previsto per il matrimonio, per l'unione civile non sono contemplate le pubblicazioni, quindi non possono neanche esserci le opposizioni previste per il matrimonio. L'unione si costituisce nel momento in cui i due coniugi presentano una dichiarazione all'ufficiale di Stato Civile alla presenza di due testimoni. Se per il matrimonio devono essere ''recitate'' delle formule particolari, i coniugi uniti civilmente non ne avranno bisogno. 

L'ufficiale di Stato Civile si occuperà di compilare un certificato all'interno del quale verranno inseriti dati anagrafici (della coppia e dei testimoni), residenza e regime patrimoniale. Da sottolineare che mentre per il matrimonio i cittadini minorenni hanno la possibilità di richiedere a un giudice il ''permesso'' di sposarsi, questa opzione non è contemplata per l'unione civile, valida solo per i maggiorenni.

Le coppie che invece vogliono regolamentare davanti alla legge la convivenza devono presentare apposita richiesta di iscrizione all'anagrafe. Uno dei due partner deve inoltre trasmettere il modello di dichiarazione di residenza (sottoscritto anche dall'altro/a), specificando che si tratta di una convivenza per vincoli. 

4) il patrimonio

Dal punto di vista economico, matrimonio e unioni civili sono equiparati, il che significa che le coppie unite civilmente saranno soggette automaticamente al regime di comunione dei beni, a meno che non indichino una scelta differente. Per entrambi si prevede l'obbligo di contribuire ai bisogni comuni e il diritto di successione.

I conviventi invece, per regolamentare i loro rapporti patrimoniali, devono firmare un contratto di convivenza predisposto da un avvocato o da un notaio all'interno del quale indicare le proprie decisioni sulla materia. Il professionista avrà dieci giorni di tempo dalla stipula del documento per procedere all'iscrizione dello stesso all'anagrafe di residenza dei conviventi. In questo caso non è previsto il diritto di successione. 

5) fisco e previdenza

Coppie sposate e unite civilmente potranno godere dello stesso trattamento fiscale e previdenziale. A livello esemplificativo: detrazioni fiscali per familiari a carico e prima casa, assegno di mantenimento in seguito a divorzio, pensione di reversibilità e TFR in caso di morte di uno dei due coniugi. 

Rispetto al matrimonio però, per le unioni civili c'è una differenza importante: dato che per queste ultime non è prevista la possibilità di adozione, i coniugi non potranno accedere alle prestazioni di maternità/paternità né agli assegni familiari. 

Per quanto riguarda i conviventi, non è previsto alcun legame previdenziale. La legge prevede però che un convivente che presti la propria opera (non lavoro subordinato né legame di società) all'interno dell'impresa del partner abbia diritto di partecipazione agli utili. In caso di rottura della convivenza è previsto il diritto all'assegno di mantenimento per un numero determinato di anni che sarà detraibile dal partner che lo eroga. 

Coppie sposate, unite civilmente e conviventi godono dello stesso trattamento per le graduatorie relative all'assegnazione di alloggi di edilizia popolare. 

6) il cognome

Nelle coppie unite in matrimonio, la moglie mantiene il proprio cognome da nubile, anche se è possibile aggiungere nei documenti ufficiali la dicitura ''coniugata con''. Per quanto riguarda le unioni civili invece, i partner dovranno presentare una dichiarazione attraverso la quale comunicano la decisione di assumere un cognome comune. Si potrà scegliere liberamente quale utilizzare tra i due. I conviventi mantengono ognuno il proprio cognome. 

7) i figli

La tra matrimonio e unione civile risiede nella mancata possibilità per chi è legato tramite il secondo istituto di adottare un bambino o di ricorrere alla procreazione assistita. A differenza di quanto accade per il matrimonio in cui i bambini nati vengono considerati dalla legge figli di entrambi i genitori, i bambini nati durante l'unione civile saranno figli del solo genitore biologico.

Per quanto riguarda la convivenza, la legge non prevede per una coppia convivente la possibilità dell'adozione, a meno che la convivenza duri da tre anni e vi sia l'impegno al matrimonio. I conviventi hanno però diritto alla stepchild adoption. 

8) obbligo di fedeltà

Per le Unioni Civili non è contemplato l'obbligo di fedeltà previsto per il matrimonio. 

9) divorzio e separazione

I coniugi uniti civilmente, a differenza delle coppie sposate, non dovranno rispettare il periodo di separazione, ma potranno aver accesso direttamente al divorzio. In questo frangente, anche nel caso in cui la volontà dei due coniugi sia disgiunta (vale a dire che solo uno dei due voglia divorziare), basterà ricorrere all'ufficiale di Stato Civile e non al Giudice, firmando una comunicazione ufficiale nella quale si dichiarerà la volontà di sciogliere l'unione. Trascorsi tre mesi dalla presentazione sarà possibile iniziare la procedura di divorzio che potrà essere richiesto tramite via giudiziale, attraverso la negoziazione assistita o mediante un accordo sottoscritto dalle parti davanti all'ufficiale di Stato Civile. Il partner più debole avrà diritto agli alimenti e all'assegnazione della casa. 

In caso di divorzio esiste un'ulteriore differenza: i coniugi uniti da unione civile non potranno chiedere lo scioglimento per la mancata consumazione del rapporto. 

Per quanto riguarda la convivenza, in caso di rottura la ex coppia non dovrà affrontare alcuna procedura. Chi però ha sottoscritto il contratto di convivenza per disciplinare la propria situazione patrimoniale dovrà presentare un atto scritto per richiederne il recesso, sia esso unilaterale o di comune accordo.

Micol Sarfatti per corriere.it il 2 luglio 2022.  

Ore 18.45 - Gli invitati

Una trentina di invitati hanno assistito alla cerimonia al municipio di Montalcino. Nessun volto noto, ma amici intimi e parenti delle due spose. Il Dress code, non rispettato da tutti, prevedeva abito bianco anche per gli invitati. 

I primi ad arrivare sono stati il produttore discografico Diego Calvetti e la giovane cantautrice Isotta, entrambe senesi e amici di Paola Turci. La testimone Di francesca Pascale e la sorella Marianna, per Paola Turci un amico. 

La cerimonia è durata trenta minuti circa ed è iniziata con la canzone Is This Love di Bob Marley. Le due spose hanno detto «Ci siamo scelte». Molta commozione, all’uscita, anche tra gli invitati. «È stato bellissimo e commovente», il commento di molti. Per il sindaco celebrante Silvio Franceschelli (Pd) è stata «l’ Unione più emozionante celebrata in 10 anni e si è visto il sentimento vero tra due persone che si vogliono veramente bene». 

Ore 18 - «Una giornata meravigliosa»

«Una giornata meravigliosa», questo il primo commento di Turci e Pascale uscendo dal municipio. 

Ore 17.56 - L’arrivo a Montalcino

Pascale e Turci sono arrivate entrambe a Montalcino vestite di bianco. Le due, dopo essere scese da un Suv chiaro e aver ricevuto gli applausi degli amici presenti, hanno salito mano nella mano le scale del Municipio, addobbate con due file di fiori. 

Ore 17.47 - Pascale-Turci: a Montalcino il sì all’unione civile

Francesca Pascale, ex di Silvio Berlusconi, e la cantautrice Paola Turci hanno detto sì all’unione civile in un resort a Montalcino. A presiedere la cerimonia il riconfermato sindaco di Montalcino Silvio Franceschelli. 

Ore 17.30 - La prima foto del matrimonio

La prima foto del matrimonio di Paola Turci e Francesca Pascale: entrambe si sono presentate in bianco e pantaloni, come tutti gli invitati. Il dress code del total white è stato rispettato. Le due, che stanno insieme da circa due anni — quando uno scoop del settimanale Oggi le aveva riprese a baciarsi a bordo di uno yacht al largo del Cilento — si sono sposate sabato 2 luglio a Montalcino.

Da corriere.it il 2 luglio 2022.

La prima foto del matrimonio di Paola Turci e Francesca Pascale: le due spose si sono presentate entrambe vestite di bianco in pantaloni, come tutti gli invitati che hanno rispettato il dress code del total white. Le due, che stanno insieme da circa due anni — quando uno scoop del settimanale Oggi le aveva riprese a baciarsi a bordo di uno yacht al largo del Cilento — si sono sposate sabato 2 luglio a Montalcino. 

A sposarle il sindaco Silvio Franceschelli , rieletto alla guida di Montalcino al primo turno, il 13 giugno scorso. Il sindaco — amico personale del segretario Pd Enrico Letta — aveva ricevuto Francesca Pascale nelle scorse settimane in municipio. «Si tratterà di una cerimonia sobria — aveva detto Franceschelli dopo che la notizia era diventata di dominio pubblico —. Era stata tenuta riservata, ma l’afflusso di prenotazioni nelle strutture alberghiere per sabato 2 luglio, il giorno delle nozze, ha evidentemente rotto il segreto».

Giuseppe Salvaggiulo per “La Stampa” il 3 luglio 2022.

«Attenti alle ortensie!». Mezzogiorno di fuoco nella saletta duecentesca del Palazzo dei Priori di Montalcino. Mancano cinque ore al matrimonio (tecnicamente unione civile, ma insomma) tra Francesca Pascale e Paola Turci. E Michele Giannetti, pirotecnico fiorista cittadino, freme per la tenuta delle sue composizioni. Per fare aria si spalancano le finestre su piazza del popolo. 

«Due giorni fa - racconta - mi arriva una telefonata: "Buongiorno, sono Francesca". E a me è venuta la tremarella». Richieste delle spose: «Prevalenza di base bianca e uso dei colori pastello. Il resto l'ho fatto io, spaziando dal verde acido al rosa, con gradazioni soft compatibili con gli arredi della sala, color terra di Siena».

Effetto Monet

Per organizzare tutto in 18 ore, Michele ha chiamato a raccolta mezzo paese. Dalla gelataia e consigliera comunale di Italia Viva Stefania Platini, il cui babbo è biscugino del fuoriclasse juventino, al proprietario del concorrente "Fiori per te" di San Quirico D'Orcia. Tutti a dare una mano fino alle tre di notte.

Per la Eden Flower una pubblicità memorabile. Apparato floreale imponente, considerati gli angusti spazi: una stretta e buia scala con 35 gradini, un'anticamera, l'ufficio del sindaco riattato per la cerimonia, non più di 30 metri quadri. 

«Curcuma bicolore, lisianthus, rose, limonium, ruscus, pitosforo, gypsophila, waxflower e l'altro non lo ricordo, madonna fino a stasera mi si fa un Tso», sacramenta Michele al terzo sorso di coca cola. Al caffè enoteca Il Leccio si sta come al derby in tribuna d'onore. In città ingresso vietato ai non residenti, vigili urbani (quattro) mobilitati. 

Celebra il sindaco Silvio Franceschelli. Amico fraterno di Enrico Letta, uno zio prete, rieletto con oltre l'80%. Non avendo avversari, se l'è trovato da solo chiedendo la cortesia a un amico. 

Contattato dalle spose un mese fa, avrebbe preferito astenersi per la concomitanza con il Palio di Siena. Ma non ha potuto, perché in fondo questo matrimonio è diventato un fatto politico, dopo gli insulti omofobi piovuti sui social. «Lo sai che siamo la notizia più cliccata sul web?», diceva a Letta l'altro giorno. 

Le spose hanno voluto una cerimonia sobria. Niente agenzie milanesi, wedding planner, sovrastrutture, effetti speciali. Arrivano insieme con un quarto d'ora di ritardo a bordo di un suv jaguar bianco da commercialista. Mano nella mano. Gli applausi della piccola folla sui balconi sovrastano "Is this love" di Bob Marley. Musica arrivata sul cellulare del fiorista direttamente dal contatto Francesca&Paola e amplificata dall'altoparlante prestato dal barista.

Richiesto un total look white. Splendide e in bianco esse stesse: Francesca in una reinterpretazione femminile dello smoking con blazer e panciotto Fendi di crêpe satin di seta, pantalone fluido e sandalo flat gioiello; Paola in tuta di lino smanicata Alberta Ferretti con collo all'americana e décolleté ai piedi. Per Francesca taglio di capelli cortissimo alla garçonne, orecchino e bracciale catena, smoky eyes; make up leggero senza gioielli per Paola. Nessun bouquet, solo boutonnière rosa all'occhiello per entrambe.

Paola timida, un passo indietro. 

Francesca che sfida la folla, sorride, ti guarda negli occhi, pienamente nel ruolo politico: «Una giornata importante», scandisce prima di percorrere la scalinata del municipio, calpestando vistosamente pregiudizi e petali di rose bianche. 

Nella lista dei 64 invitati una decina di parenti. Nessun vip o presunto tale. A tutti in omaggio un ventaglio arcobaleno come il collare di Cielo, il meticcio che accompagna Marianna, sorella e testimone di Francesca. Testimone di Paola un amico. 

Cerimonia di mezz' ora, interrotta da tre applausi. Il più fragoroso per i discorsi delle spose che si scambiano «parole di vero amore». Parla più a lungo Paola: «Ci siamo scelte, è un giorno meraviglioso». Il resto lo dicono le lacrime. Pare commosso persino il sindaco (e non perché del Pd): «Celebro sessanta matrimoni l'anno e in un decennio è stato il più emozionante, tra persone felici che si vogliono davvero bene». Il suo regalo una magnum di Brunello 2014. 

«Cerimonia bellissima», «Amore estremo», singhiozzano gli invitati all'uscita. Anche le ortensie hanno retto caldo ed emozioni. «We said yes», il post con selfie delle spose scattato in auto, alla volta del Castello di Velona che ospita il ricevimento. Mura medievali, tre ristoranti stellati, piscine termali con acqua dalle viscere del monte Amiata, suite nuziale da 6mila euro a notte, 15 ettari di parco con uliveti e vigneti, tramonto con vista indimenticabile a 360 gradi sulla val d'Orcia. Berlusconi se ne invaghì vent' anni fa, ma rinunciò all'acquisto dopo un sopralluogo finito a parolacce con gli abitanti del paese, che non ne gradivano la presenza.

«Tre individui in vena di volgarità», minimizzò. Francesca Pascale, dopo la fine della relazione con il Cavaliere, si è stabilita qui vicino, a Trequanda. In cucina lo chef Riccardo Bacciottini, arrivato dal NOMA di Copenhagen, pluripremiato ristorante migliore del mondo. 

Menu confacente all'ortodossia vegana delle spose: cera d'api, uva spina erbette spontanee perle di tapioca; kelp cotto in aronia, finocchietto, sambuco e yuzu. Tra le poche eccezioni creative lo scampo scottato. Tavolata unica, tovaglia seppiata, un tulipano bianco come segnaposto. Centrotavola con spighe e girasoli, ispirati all'estate. Luci sospese, neon colorati. Cambio di abiti. Quartetto d'archi, prima che Paola intoni a cappella "Tu sì 'na cosa grande". Brunello nei bicchieri. E confetti delle spose, in una notte finalmente meno buia.

Micol Sarfatti per il “Corriere della Sera” il 3 luglio 2022.  

Turci, 57 anni, e Pascale, 37 anni il prossimo 15 luglio, si sono dette «sì» a Montalcino, in provincia di Siena. Fino a pochi giorni fa la notizia della loro unione civile non era mai trapelata. Le due spose sono riuscite a mantenere il massimo riserbo (quasi) fino all'ultimo. Anche i montalcinesi sono stati colti di sorpresa. 

Nessuna misura di sicurezza speciale. In paese il pensiero è più al Palio di Siena che all'unione civile dell'anno. La seconda, dopo Eva Grimaldi e Imma Battaglia, tra due donne note. Un evento significativo per i diritti civili, sigillato proprio nel giorno della parata del Pride. La mattinata, calda e assolatissima, nella località del Brunello scorre tranquilla.

«Da queste parti di matrimoni ne abbiamo visti tanti», commenta un ristoratore, «stranieri, personaggi noti, uno in più non cambia niente. Ci si viene a sposare qui perché ci sono castelli bellissimi». Qualcuno si dice perplesso per la scelta della location del ricevimento voluta dalla cantautrice e dall'ex compagna di Silvio Berlusconi: il castello di Velona. «Meraviglioso, ma forse un po' piccolo». 

È un boutique hotel - una trentina di camere extra lusso, dai 700 euro ai 6.000 euro a notte, fonte termale e produzione di vino interne - arroccato su una collina punteggiata di cipressi. Improvvisamente però somiglia a una fortezza inespugnabile. «Oggi la struttura è riservata, non facciamo entrare nessuno», spiegano i responsabili. 

Qualche curioso inizia ad assieparsi davanti a palazzo dei Priori, sede del vecchio municipio, intorno alle 16, mentre il fiorista Michele Giannetti decora l'ingresso e la sala. Spirali di rose bianche, ortensie e fiori di curcuma. Nessun bouquet tradizionale, ma bottoniere floreali appuntate agli abiti delle spose. «Paola e Francesca hanno suggerito dei colori, poi mi hanno lasciato campo libero. Sono contente del risultato», dice Giannetti. 

A dirigere il traffico della piazza del municipio tre vigili urbani, nessuna transenna e una ventina di curiosi, locali, ma anche stranieri. «Si sposa l'ex compagna di uno dei presidenti del Consiglio italiani», spiega una signora a una turista spagnola. Alla cerimonia sono invitate circa 30 persone, niente volti noti, solo parenti, amici intimi delle spose e Andrea Francini, sindaco di Trequanda: la località, tra Val d'Orcia e Crete Senesi, dove Francesca Pascale si è trasferita, poco dopo la rottura con Berlusconi, con il sogno di aprire un'azienda agricola per la coltivazione di cannabis legale in cui impiegare donne uscite dal carcere. 

Puntuale, poco prima delle 17, arriva l'officiante: il sindaco di Montalcino Silvio Franceschelli. «È uno dei tanti eventi che celebriamo qui, è bello poter fare felici le persone nel rispetto della norma», dice. 

«Ho incontrato Francesca un mese e mezzo fa e sono stato lieto di rendermi disponibile. Dovremmo dare alle unioni civili tra persone dello stesso sesso un contorno di normalità più che di eccezionalità. Solo così si abbattono le barriere». Da una Jaguar, scendono finalmente le spose: sorridenti, molto emozionate, tutte e due in bianco. Pascale in tailleur pantalone di Fendi, Turci in tuta scollata di Alberta Ferretti. Si tengono forte la mano. 

La cerimonia dura mezz' ora, inizia con le note di «Is this love» di Bob Marley, vengono letti gli articoli 11 e 12 della legge 76/2016. Per tre volte, dalla sala comunale, arrivano applausi. Paola e Francesca, che hanno come testimoni la prima un amico e la seconda la sorella Marianna, si promettono amore con un: «Ci siamo scelte». All'uscita sono raggianti e commosse, prima di risalire in macchina dicono solo: «È una giornata meravigliosa».

Per il sindaco Franceschelli «è stata l'unione più emozionante degli ultimi 10 anni, si è visto un sentimento vero». I curiosi, nel frattempo, si sono moltiplicati, applaudono Paola e Francesca e gridano: «Brave, siete bellissime». I messaggi di odio in rete della vigilia sembrano un ricordo lontano. 

Un signore di 75 anni, con gli occhi lucidi, dice: «È bello vedere come le cose cambino». Gli ospiti, molti in bianco, nel rispetto del dress code chiesto dalle spose, si fanno aria con ventagli arcobaleno, mentre si muovono verso il castello di Velona. Qui degusteranno una cena vegana seduti ad una lunga e unica tavolata. Poi, ovviamente, tanta musica.

Francesca Pascale e Paola Turci, "il vero motivo del loro matrimonio". Luca Beatrice su Libero Quotidiano il 03 luglio 2022

"Che confusione, sarà perché ti amo" cantavano i Ricchi e Poveri che non erano proprio un gruppo ma una doppia coppia, due uomini e due donne. E in effetti sul matrimonio dell'estate 2022 un po' di confusione c'è, almeno per chi stenta a scivolare tra le categorie senza mai soffermarsi sul significato più profondo delle cose. La premessa però è d'obbligo: nessun moralismo da parte nostra, arciconvinti che la libertà sia un valore estremo da difendere sempre e comunque (per anni il nostro partito di riferimento si è chiamato PdL, Polo delle Libertà, una parola dal significato enorme, bella solo a pronunciarla), i distinguo semmai giungono da altre parti e non ci appartengono.

Molto più interessante, invece, la costruzione mediatica che regge l'intera operazione. Un escamotage usare il termine "privato" quando questa unione nasce ed è confezionata, simbolicamente, per la comunicazione di massa. In un tempo di sovraesposizione va bene sia chi si confida sui social sia chi centellina le apparizioni osi nasconde dietro il dito dell'assoluto riserbo, strategia che affama ancora di più i cercatori di notizie.

Le protagoniste, le due spose cui auguriamo una vita felice, appartengono a tipologie diverse ma comunque ben radicate. Paola Turci, anni 57, di professione rockstar, dunque libera, eccessiva, oltre le regole e le definizioni. Un fidanzamento in gioventù con un tennista di talento, un matrimonio alle spalle, tante storie bisex proprio come David Bowie, Lou Reed e Gianna Nannini (che fu sua amante). Francesca Pascale, anni 36, di professione showgirl che vuol dire tutto e niente, a lungo fidanzata con Silvio Berlusconi, a lungo attiva in Forza Italia di cui ha rappresentato l'ala liberale, attenta ai diritti e lontana dalla destra. Anche in questo caso sceglie al proprio fianco una persona parecchio più grande di lei, di un'altra generazione e di provata esperienza. Come a molte ragazze di oggi le/i coetanei non le interessano, poco stimolanti e poco propensi a prendersi responsabilità serie quali un matrimonio.

In effetti è vero, ci sono in giro tanti quarantenni maschi parecchio noiosi, che non sanno scegliere e alla prima richiesta di impegno scappano. Le loro coetanee, molto più avanti di loro, determinate, decise a metter su famiglia e magari fare un figlio visto che di tempo ce n'è sempre meno, appaiono disarmate di fronte all'astenia di questi sedicenti maschi di mezza età, rivalutando noi anzianotti che dopo i sessanta non abbiamo più paura di niente e qualche volta ce la giochiamo ancora.

Niente di strano a praticare la bisessualità e neppure a scegliere la propria vera identità quando si è maturi, anche se la confusione è più tipica dell'adolescenza. Il fenomeno coming out "over 40" è sempre più ricorrente, ma qui c'è qualcosa che mi colpisce di più rispetto al caso Alberto Matano. Ho come l'impressione che le donne si uniscano e si sposino tra loro a causa della conclamata crisi identitaria del maschio italiano. Basta vederli questi tipi nuovi quando accompagnano i figli all'asilo, verbosi, logorroici, in atteggiamento da mammi partecipano alle chat di classe con messaggi illeggibili. Sensibili, indecisi, piagnucolanti, francamente insopportabili, le loro donne sono costrette a supplirne la mancanza di nerbo con decisionismo innaturale. Non è bastato già ripiegare sull'ascaro invasore, le donne di oggi non riescono più a rintracciare compagni spiritosi, cazzaroni, generosi, spacconi ma comunque affidabili, insomma come eravamo un tempo. Mi pare evidente che dopo il campione assoluto di una tendenza comunque precisa, pregi e difetti compresi, Francesca Pascale si sia innamorata di un'altra rockstar non giovanissima. Le piacciono quei tipi/tipe lì, è una femmina tradizionale in fondo e proprio non si può darle torto.

Francesca Pascale, "perché si è sposata in Toscana". L'impensabile business, come campa. Libero Quotidiano il 03 luglio 2022

Ha lasciato Villa Maria un anno fa, Francesca Pascale. Per l'esattezza, nell'agosto 2021. Era la casa che Silvio Berlusconi aveva comprato per lei a Casatenovo in Brianza nel 2015, spendendo quasi 30 milioni di euro per ristrutturarla e ammodernarla. Nel marzo 2020 il Cav e Francesca si sono lasciati, una rottura non indolore, certo, ma tutt'altro che traumatica. E a conferma di ciò la decisione dell'ex premier di lasciare alla ragazza la villa in comodato d'uso.

Ci è rimasta un anno, il tempo di conoscere Paola Turci (nell'estate del 2020) e innamorarsi di lei. Ieri si sono sposate a Montalcino, in quella stessa zona della Toscana in cui la Pascale si è trasferita, cambiando per sempre la propria vita e i propri orizzonti. Alle nozze, una cerimonia sobria e riservata con pochi invitati e nessuna "celebrità", rivela il Corriere della Sera, c'era anche Andrea Francini, sindaco di Trequanda. 

"La località, tra Val d'Orcia e Crete Senesi, dove la Pascale si è trasferita, poco dopo la rottura con Berlusconi, con il sogno di aprire un'azienda agricola per la coltivazione di cannabis legale in cui impiegare donne uscite dal carcere". Un altro lato della sua personalità sicuramente "fuori dagli schemi", considerato anche il suo impegno a favore dei diritti della comunità LGBTQ quando ancora era compagna di Berlusconi. Una lotta che destò non pochi imbarazzi e scetticismo dentro Forza Italia.

Elena Tebano per corriere.it il 2 luglio 2022.

Vladimir Luxuria, lei è stata la prima e unica transgender eletta in parlamento, nel 2006. Quando Francesca Pascale era la compagna di Berlusconi li incontrò per parlare della legge sulle unioni civili...

«Sì, lei era a favore della stepchild adoption, il riconoscimento dei figli delle famiglie arcobaleno. Mi disse che anche Berlusconi lo era, ma alcuni in Forza Italia le osteggiava-no, confondendo le acque. Mi chiese di discuterne con lui a cena. Servì: lasciò libertà di coscienza al partito sulle unioni gay». 

Si aspettava la notizia della sua unione civile con Paola Turci?

«Avevo visto l’amarezza di Francesca dopo la fine della storia con Berlusconi. Poi l’ho incontrata al Pride di Napoli, l’anno scorso. Paola Turci sul palco fece un bellissimo discorso e Francesca la guardava da lontano tutta rapita. Le era tornata la luce negli occhi. Le chiesi se erano venute insieme: mi rispose con un sorriso. Avevo sospettato...». 

E dalle reazioni omofobe che hanno avuto sui social è stata sorpresa?

«No, conosco questa fauna che usa Internet come rete fognaria per evacuare le proprie frustrazioni. Lo hanno fatto anche contro di me: a volte ero così tempestata di messaggi di odio online che uscivo di casa circospetta, pensando di essere circondata. Invece trovavo gente sorridente che mi chiedeva selfie».

Francesca Pascale paladina della sinistra? "Le è bastato dichiararsi omosessuale..." Hoara Borselli su Libero Quotidiano il 03 luglio 2022

C'è una donna che oggi viene lodata, osannata, che raccoglie consensi ed approvazione da tutta la stampa progressista e dal popolo web festante. È la stessa che qualche anno fa veniva dileggiata senza pietà. Prima non piaceva, oggi sì. Quale cambio di rotta è avvenuto per essere traghettati dal girone dei peggiori all'Olimpo delle divinità? È bastato dichiarare di essere lesbica e suggellare il tutto con un bel matrimonio a Montalcino, celebrato dal sindaco dem Silvio Franceschelli. Lei è Francesca Pascale, conosciuta per essere stata al fianco del Cavaliere Silvio Berlusconi per ben nove anni. Una storia d'amore che si è conclusa nel marzo del 2020, quando a reti unificate è stato diramato da Forza Italia questo comunicato ufficiale: «Appare opportuno riconfermare che continua a sussistere un rapporto di affetto e di vera e profonda amicizia fra il presidente Berlusconi e la signora Francesca Pascale, ma che non vi è fra loro alcuna relazione sentimentale o di coppia».

SILVIO GENEROSO

La storia è finita. Le chiacchiere no. L'attenzione non è più sulla coppia, ma su ciò che ingolosisce le penne fameliche e alimenta le lingue taglienti da bar: è la questione vitalizio. La Pascale passerà all'incasso. A quanto ammonterà la sua buonuscita da badante, tuoneggiano le malelingue? Venti milioni di euro, più un assegno da quasi centomila euro al mese e l'uso della residenza di Villa Maria in Brianza, con tanto di personale a servizio. Mica male come benservito. Del resto, che Berlusconi sia un generoso per definizione non è mai stato in discussione. Sembra però non esserci pace, perla Pascale. Per anni definita come donna arrivista e senza scrupoli. Sbeffeggiata da tutti e assolta da nessuno. Quando però sembrava che niente avrebbe risollevato le sorti della sua immagine ormai tragicamente compromessa, ecco arrivare l'assoluzione salvifica.

Correva l'estate 2020 e il settimanale Oggi svelò un clamoroso scoop. Immortalò un bacio appassionato su uno yacht lungo venti metri, al largo del Cilento, tra lei, Francesca Pascale, e la nota cantante Paola Turci. Fine dei giochi, fine della gogna. Pascale una di noi. Sei lesbica? Ora sei accettata. Ti sei purificata dai tutti i tuoi mali e hai espiato la tua colpa. Da badante opportunista a paladina delle libertà in un attimo. L'opinione pubblica inizia così a riabilitare un'immagine che sembrava irreversibilmente compromessa. Ma ormai lo sappiamo, fare coming out oggi, in un'epoca dove il politicamente corretto è il verbo indiscusso, rappresenta non solo la salvezza, mala consacrazione. Del resto la stessa Pascale lo aveva detto: «Adesso non potrò certo tornarmene a casa, alla mia vecchia vita, ho dedicato al presidente i miei migliori anni, da quando ero una ragazzina». Qualcosa in lei era cambiato per sempre. Anche le preferenze sessuali.

FLUIDI

Ma oggi siamo abituati a vivere in una società di cambiamenti repentini. Siamo tutti fluidi, ci dicono. Ancora a pensare che esistano l'uomo e la donna? Cosa sono oggi pene e vagina? Due dettagli che hanno la stessa valenza di un accessorio. Oggi ci sono e domani no. Posso amare un uomo maturo, etero, essere pronta a giurargli amore eterno e poi improvvisamente mi scopro attratta da una donna e sono pronta a giurarlo a lei, quell'amore. E così è stato. Questo è piaciuto talmente tanto alla stampa progressista da spellarsi oggi le mani per il matrimonio Pascale-Turci. La stessa stampa che non aveva risparmiato neppure il cagnolino Dudù, con buona pace degli animalisti. Oggi abbiamo capito che basta passare da etero a omo per essere immediatamente riabilitati. Ti purifichi da tutti i tuoi peccati. La ragazzina opportunista che si accompagnava al presidente ricco e attempato, facendo infuriare tutte le Olgettine, oggi è l'indiscussa eroina Lgbt. Il simbolo del progresso, della modernità. La paladina dei diritti. E poi dicono che la lobby gay non è potente. Ha la capacità di ribaltare pure la morale. Vi pare poco?

La Pascale sposa Lgbt diventa subito un’eroina, ma dieci anni fa la Lucarelli la scherniva così…Vittoria Belmonte sabato 2 Luglio 2022 su Il Secolo D'Italia.

Social in fermento nel giorno dell’unione civile tra Francesca Pascale, ex compagna di Silvio Berlusconi, e la cantante Paola Turci. In tanti si lamentano degli insulti omofobi che la coppia vip ha attirato, come sempre avviene per personaggi famosi che fanno notizia.

Completamente finiti nell’oblio i lazzi e lo scherno che accoglievano, sempre sui social, le vicende della Pascale e di Silvio Berlusconi una decina di anni fa. All’epoca erano molto gettonati i rapporti tra Francesca Pascale e il cagnolino Dudù. L’accusa? Utilizzare il cane come arma di distrazione di massa che non avrebbe certo ingannato i veri animalisti…

Nel settembre del 2013 fu addirittura Selvaggia Lucarelli a proporre una sorta di gogna social per la Pascale. Così la raccontava il Corriere: «Nel bene e nel male, in salute e in malattia, in ricchezza e in povertà, prometto di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita». Una dichiarazione d’amore in piena regola che ricorda tanto la formula di rito dei matrimoni, corredata di cuoricini. Il messaggio sarebbe di Francesca Pascale e il destinatario di tanta passione dovrebbe essere proprio lui, il Cavaliere. Una dichiarazione d’amore attribuita alla fidanzata dell’ex premier da Selvaggia Lucarelli che l’ha «postata» sul suo profilo facebook. «Mi cade l’occhio sul profilo whatsapp della Pascale e scopro che ha fatto la promessa di matrimonio a Silvio» scrive la Lucarelli. E poi chiosa con un pizzico di cattiveria tutta femminile: «Deve essere proprio amore vero per essere disposta a correre quel rischio così concreto di amarlo anche in povertà»”. La Pascale dunque, all’epoca, per il mainstream progressista, era poco di più di un’arrivista, falsa e arrampicatrice sociale. I social seguirono l’onda e certificarono questa “intuizione” della Lucarelli.

Sempre la Lucarelli, poi, si rivolgeva alla Pascale con una lettera su Libero (sì, all’epoca non si era ancora fatta arruolare tra gli opinion maker de sinistra…) e la invitava a tornare al calippo e a Telecafone perché la vita con Berlusconi doveva essere proprio noiosa. Atteggiamento opposto nove anni dopo, quando la Pascale si abbraccia in barca con Paola Turci. Selvaggia diventa tutta zucchero e miele e invita i bigotti a non prendersela con la coppia già candidata da essere “la più bella del mondo”.

Ma riavvolgiamo ancora il nastro e torniamo a dieci anni fa. Ci si accaniva, all’epoca, anche sul barboncino della Pascale, Dudù. Beppe Grillo, nel 2014, dal palco di Pavia, concionò contro il cagnolino dicendo che andava affidato alla vivisezione. Nell’immaginario collettivo Dudù non era altro che un’arma usata dalla “maliarda” Pascale per rincoglionire il vecchio fidanzato.

Il Fatto la intervistò nel 2014 calcando la mano sulla sua gelosia per Silvio. Lei disse che si incavolava ogni volta che dicevano che il suo fidanzato era vecchio.  E’ determinata, convinta, innamorata. Talmente innamorata che è disposta a rinunciare a tutto pur di sposare il suo Cavaliere. Per poi esprimere tutto il suo amore: “Io a Silvio lo chiedo tutti i giorni. E pur di sposarlo sono disposta a rinunciare a tutto, non voglio niente del suo patrimonio”. E ancora: “A lui l’ho già detto: ‘Da te voglio solo una cosa: il calore delle tue braccia”. Per la cronaca la love story si è conclusa con un vitalizio per la Pascale che ammonterebbe a 100mila euro mensili…

Ma oggi la Pascale non è più una donna sulla quale ironizzare. Il clima attorno a lei è cambiato.  Illuminata dal verbo Lgbtq, Francesca è diventata una donna innamorata, sincera, consapevole, coraggiosa e anticonformista. Un modello insomma. Una “sposa esemplare” visto che si unisce a un’altra donna. E, per di più, nel giorno del Pride milanese. Una data scelta “non a caso”. In pratica, manca solo l’aureola…

Silvio Berlusconi, la bomba nel giorno delle nozze: "La villa regalata alla Pascale..." Salvatore Dama su Libero Quotidiano il 02 luglio 2022

Silvio vende Villa Giambelli. Sì, è proprio quella che il Cavaliere aveva dato in comodato d'uso gratuito alla ex fidanzata Francesca Pascale. Ed è un caso che l'addio alla proprietà immobiliare di Casatenovo, nel cuore della Brianza, avvenga proprio nei giorni in cui la fu first lady di Arcore si unisce con rito civile alla cantante Paola Turci. In realtà da circa un anno Francesca ha cambiato indirizzo. E Regione. Dall'agosto 2021 la trentaseienne napoletana ha lasciato il villone - nel frattempo ribattezzato "Villa Maria" - per spostarsi in Toscana, nel senese, dove ha comprato una tenuta. Ed è proprio lì vicino, a Montalcino, che oggi Pascale e Turci si sposeranno.

Villa Maria, dicevamo. Si tratta di 1.140 metri di interni più diversi ettari di giardino. La magione, che sorge in località Rogoredo, al confine tra le province di Lecco e Monza e Brianza, è stata pagata dal Cav circa 2,5 milioni di euro. Ma la valutazione al rogito dice poco, in realtà. Tra ristrutturazione, domotica e arredi, alla fine l'ex premier pare abbia sborsato ben 28 milioni. Nove camere da letto, nove bagni. Per una persona sola. Silvio ci è andato a dormire giusto qualche mese prima di ristabilirsi a Villa San Martino. Da dove, comunque, non aveva mai traslocato. «Ho acquistato una villa che dista otto minuti da Arcore - dichiarava nell'ottobre 2015, - andrò a vivere lì con Francesca perché Arcore è diventato un quartier generale, un porto di mare, in cui non c'è intimità. Lavorerò ad Arcore e poi andrò nell'altra villa da Francesca».

Il pendolarismo sentimentale dell'ex premier è durato poco. La convivenza non è mai decollata. Così Berlusconi ha lasciato Villa Maria alla Pascale (e ai cani) facendosi vivo sempre più di rado. Il lockdown, poi, ha fatto il resto.

DIMORA PRINCIPESCA - Che posto, però: all'interior design della villa hanno lavorato svariati professionisti e artigiani brianzoli. Tra questi l'ingegnere Giorgio De Cani che, non troppo tempo fa, pubblicò alcune immagini dell'immobile e in particolare la veranda fatta tutta in vetro. Dentro, nelle stanze, il meglio della manifattura italiana. Mobili con finiture in Swarovski. E la cucina? Solo lei, riferisce il Giornale di Merate, è costata 250mila euro. Tutta high-tech, con una intelligenza artificiale collegata alla cantina capace di suggerire il vino giusto in relazione al tipo di portata cucinata dallo chef. E ancora: una sala cinematografica da sette posti, con impianto audio home theatre. Due saloni: uno dedicato esclusivamente al relax dei Dudini. Che hanno potuto disporre anche di una bagno tutto loro per fare i bisognini indoor.

Tutto finito. O meglio: tutto ricomincia altrove. Non è chiaro se all'acquisto della tenuta toscana abbia contribuito il Cavaliere. Così come non ha mai trovato conferma la storia dei 21 milioni di euro di buonuscita. Che Silvio avrebbe versato a Pascale come una sorta di liquidazione per la fine della loro love story. Quel che è certo, invece, è che nel frattempo Francesca non solo ha cambiato partner, ma anche gusti.

La relazione con la cantante romana è diventata pubblica nell'agosto del 2020, quando il settimanale Oggi impagina le foto di un bacio a bordo yacht nel mare del Cilento. Pochi mesi prima, con un comunicato, era stata resa nota la fine del fidanzamento con Berlusconi. Che intanto già faceva coppia fissa con Marta Fascina. Da allora sono circolati tanti pettegolezzi sulla coppia lesbo. Nonostante Paola Turci abbia provato a difendere la sua privacy: «Avrei potuto mangiarci su quel pettegolezzo, invece ho rifiutato copertine, soldi. Il mio silenzio ha comunicato che non è necessario dire quello che sei», ha dichiarato qualche settimana fa, sempre al settimanale Oggi, la cantante di "Fatti bella per te".

UNITE PER LA CAUSA-  Un anno fa, intervistata dal settimanale F, la Turci sottolineava di sentirsi libera di amare chi voleva: «Non ho nessuna intenzione di farmi influenzare dai giudizi degli altri e rinunciare ad avere le relazioni che voglio con le persone che scelgo». Pascale è stata più esplicita della sua compagna. E, nelle ultime interviste, aveva fatto chiaramente intendere il suo coming out. In questi anni si è tante volte esposta per la causa Lgbtq+ fino ad annunciare di volersi sbattezzare, come protesta contro «l'omofobia della Chiesa». Battaglie intraprese già negli anni della relazione con Berlusconi, quando nel 2014 fondò l'associazione "I colori della libertà" contro la violenza sulle donne e pro Lgbtq+. Ad officiare l'unione Turci-Pascale sarà il sindaco dem di Montalcino Silvio Franceschelli. A seguire festone nel castello di Velona, in Val d'Orcia. 

Michele Serra per “la Repubblica” il 4 luglio 2022.

L'unione Turci-Pascale, forse all'insaputa delle congiunte, sta accumulando clic quanto, ai tempi, quelle dello Scià di Persia e Farah Diba, o Tyrone Power e Linda Christian. I clic all'epoca non c'erano, ma nelle edicole le pile di Gente , Novella 2000 , Bolero , Confidenze eccetera erano alte come palazzi. La merce era identica, però bene ordinata nel suo sontuoso comparto, e ben distinta dal resto. 

A me, che ho una certa età, incute un certo spavento il mishmash attuale, è un po' come se Bolero e Le Monde si fossero fusi, e tutti gli editori fossero lo stesso editore, e tutti i lettori lo stesso lettore. Preferivo come era prima, c'era una chiarezza merceologica che garantiva il cliente, se comperavi Le Monde ti sentivi al riparo dal gossip, se comperavi Bolero avevi la certezza di non doverti sorbire gli editoriali, pallosissimi, degli intellò.

Oggi è più divertente ma anche più faticoso, l'imprevisto è sempre dietro l'angolo, stai cercando notizie sulla politica cinese e ti ritrovi sulle soglie del "prestigioso resort" dove festeggiano Paola e Francesca, chiedi che cosa pensa Erdogan di Putin e ti dicono cosa pensa Malgioglio del rap, è come ordinare alla cieca in un ristorante in cui sei entrato senza volerlo. 

C'è stato un "rompete le righe", inevitabile il disorientamento per chi non ci è nato dentro, vorrebbe meno cose ma scegliendole lui, non ha tempo né voglia di selezionare, la quantità lo affatica, il numero lo terrorizza. Ognuno è solo di fronte al caos. Il caos sfianca, non dura mai molto, nascerà dunque un nuovo ordine, il problema è che non si capisce se sarà il nuovo ordine di Le Monde o di Bolero .

Da “Posta e risposta – la Repubblica” il 5 luglio 2022.  

Caro Merlo, perché un giornale non di gossip dedica una pagina intera al matrimonio fra Turci e Pascale? È di pubblico interesse o importanza? 

Ci sono tante coppie gay o etero che si sposano senza pubblicità. A me non ha mai interessato l'orientamento sessuale delle persone e men che meno delle varie donne passate dalla camera di Berlusconi.

Cecilia Roing - Perugia

Risposta di Francesco Merlo:

La legge del 2016, che porta il nome di Monica Cirinnà, consente ai gay un'unione civile che purtroppo non è ancora un matrimonio, ma di sicuro ci somiglia e speriamo che, a furia di somigliargli, ci diventi. I matrimoni, tutti i matrimoni, si fanno così: esponendosi, non importa se sulla Jaguar bianca di Turci-Pascale o "sul carro di buoi tirato dagli amici e spinto dai parenti" di De André. Persino Gesù, per dare più forza e pubblicità alle nozze di Cana, fu costretto al suo primo miracolo trasformando in "vino buono" (Gaja, Sassicaia?) l'acqua di ben sei giare, contenente ciascuna due barili.

Nell'Italia che sfascia più matrimoni di quanti ne fa, quasi sempre gli omosessuali, con questa voglia di sposarsi "alla grande", rilanciano la famiglia, ne accettano il codice alto che non può essere ridotto da nessuno, neppure dal Papa, al modo in cui in camera da letto si uniscono due corpi. Insomma, qui la pubblicità è la forza che cerca di risarcire il diritto negato, altro che gossip. Cosa la infastidisce? Che Pascale sia stata fidanzata di Berlusconi? Provi a vederla come una bella redenzione.

Da iltempo.it il 4 luglio 2022.

La privacy è stata rotta dalle indiscrezioni su quello che per molti è il matrimonio dell'estate: l'unione civile tra Paola Turci e Francesca pascal che si celebra oggi, sabato 2 luglio, a Montalcino, in Toscana. Secondo quanto si apprende gli invitati sarebbero circa una trentina circa e dopo il sì in municipio la festa nel castello di Velona, in Val d'Orcia, location super-lusso. A unire civilmente la cantante e l'ex compagna di Silvio Berlusconi sarà il sindaco Silvio Franceschelli del Pd.

 Tra i trenta invitati non ci sarà Silvio Berlusconi che avrebbe fatto recapitare a Francesca e Paola un regalo per il grande giorno: due gioielli. A raccontarlo è il Messaggero che riporta anche qualche commento pepato da parte di parlamentari vicini a Marta Fascina, attuale compagna del Cavaliere. "Il regalo Berlusconi lo ha già fatto  ed è la liquidazione ricevuta da Francesca quando si sono separati. Una villa e oltre 20 milioni di euro", la stilettata degli anonimi parlamentari azzurri che fanno riferimento all'accordo tra Silvio e Francesca dopo la fine della relazione tra i due durata oltre dieci anni.

Francesca Pascale sposa? Quanto ha guadagnato da Berlusconi: cifre-choc. Libero Quotidiano il 04 luglio 2022

L'accordo tra Silvio Berlusconi e Francesca Pascale prevedeva, in caso di rottura tra i due, due milioni di euro per ogni anno di relazione (ne hanno passati dieci insieme) e a circa 100 mila euro al mese (un milione l’anno) come mantenimento dello stato di vita e di benessere acquisiti durante gli anni della relazione. E adesso che la signora Pascale è la moglie felice di Paola Turci? Non è dato sapere se l'accordo verrà meno, di certo c'è - come svela il Messaggero - che Villa Maria, la lussuosa dimora di 1.140 metri quadrati, immersa in un parco di oltre 30mila metri quadrati a Casatenovo in Brianza, realizzata dalla Pascale secondo i suoi gusti, sarebbe tornata sul mercato. La villa era sempre rimasta di proprietà dell’ex premier, anche se dopo la rottura, avvenuta nel 2020, Pascale aveva continuato a vivere lì per un po'. Qualche mese fa, però, sarebbe stata messa in vendita. D’altra parte lei non abita più da parecchio tempo a Casatenovo.

Ora Francesca Pascale vive a Trequanda, un comune in provincia di Siena, dove si è trasferita per avviare una coltivazione di cannabis a scopo terapeutico. Non a caso, al matrimonio blindato di Montalcino, tra i 63 invitati - come si legge sul Quotidiano Nazionale - c'era anche il sindaco di Trequanda Andrea Francini. Pochi i vip: le uniche personalità celebri o comunque legate al mondo dello spettacolo erano la cantante Isotta Carapelli, il suo compagno produttore Diego Calvetti. Della grande famiglia Berlusconi non c'era nessuno. L'ex cognato Paolo si è limitato a farle gli auguri: "Formulo alla Pascale, una persona che per alcuni anni è stata vicino a mio fratello Silvio, gli auguri per una vita felice".

Rosella Redaelli per il “Corriere della Sera” il 6 luglio 2022. 

È stata venduta Villa Maria, la proprietà acquistata da Silvio Berlusconi nel 2015, ai tempi della sua relazione con Francesca Pascale. Lo rende noto, d'intesa con la famiglia Berlusconi, Lionard spa, l'agenzia di immobili di lusso che ha seguito la trattativa. Si mette così la parola fine ai rumors degli ultimi giorni, proprio in concomitanza con le nozze di Francesca Pascale con la cantante Paola Turci.

«Sino a oggi è stato osservato il massimo riserbo sia sulla proprietà che sulla trattativa, nel rispetto della privacy che garantiamo ai nostri clienti - spiega Dimitri Corti, ceo e founder di Lionard - tuttavia, alla luce delle recenti speculazioni, abbiamo scelto di derogare al nostro modus operandi per precisare che la villa non è più disponibile sul mercato». Da quanto riferito dall'agenzia la proprietà che era stata oggetto di importanti opere di restauro e valorizzazione , «ha trovato immediatamente un acquirente».

Per anni l'abitazione del calciatore, imprenditore e presidente del Monza calcio, Valentino Giambelli, la villa era stata acquistata come «nido d'amore» ai tempi della relazione tra Francesca Pascale e il Cavaliere, naufragata nel 2019. Ben 1.140 metri quadri, circondata da un parco di 40 mila, era stata acquistata per 2,5 milioni di euro, ma la ristrutturazione completa e gli arredi avevano comportato un investimento di 29 milioni di euro. Aveva fatto notizia la presenza di una stanza dedicata al barboncino Dudù e perfino di una cantina domotica in grado di interfacciarsi con la cucina per selezionare i migliori vini in base al menù in tavola. 

L’addio di Berlusconi a Francesca Pascale: le indiscrezioni, l’amarezza, le confidenze agli amici. Redazione venerdì 6 Marzo 2020 su Il Secolo D'Italia.

Dopo la “nota” di Forza Italia sulla fine della sua relazione con Silvio Berlusconi, Francesca Pascale preferisce restare in silenzio. In queste ore il primo pensiero va all’emergenza coronavirus, ma continua a montare tra gli azzurri il gossip sulle “foto rubate” del Cav con la giovane deputata Marta Fascina in Svizzera. Girano varie voci. In particolare, quella che i rapporti tra i due si fossero raffreddati da tempo. E che, di fatto, la “separazione” risalga a vari mesi fa.

Francesca Pascale e il raffreddamento con il Cav

L’ex premier avrebbe ridotto la spola tra villa San Martino, ad Arcore, suo quartier generale oltre che storica residenza privata, e Villa Maria, dove Francesca vive da almeno due anni. La Pascale, raccontano, non si aspettava, però, che un legame durato quasi 15 anni finisse così. Avrebbe preferito che si trovasse un modo per dirsi addio nel più totale silenzio. Questo, a maggior ragione in un momento così delicato per il Paese, alle prese con gli effetti del Covid-19.

«Contro tutto e contro tutti»

«Siamo insieme da 15 anni, contro tutti e tutto», andrebbe ripetendo in privato agli amici l’ex compagna del leader azzurro. I rumors, come sempre capita in questi casi, sono tanti. C’è chi parla di trattative in corso per un accordo legale, proposto dagli avvocati del Cav, e chi, invece, smentisce un’ipotesi del genere.

L’amarezza e il ricordo di 15 anni fa

Francesca Pascale è amareggiata per come si è arrivati alla fine di una storia d’amore così importante e intensa. Una nota in tarda serata, come se fosse un affare politico, Perciò non vuol dire più nulla. Per adesso. Ma a chi ha avuto modo di sentirla avrebbe confidato, che mai ha amato così un uomo. E che l’unico accordo con il presidente è stato quello fatto circa 15 anni fa, quando decisero di stare insieme e di volersi bene e basta, contro tutto e tutti…

Berlusconi: vorrò sempre bene a Francesca Pascale

Anche Berlusconi tace. E nulla trapela da Palazzo Grazioli. Ma, in privato, raccontano fonti azzurre, a chi ha avuto modo di parlargli in queste ore avrebbe difeso Fascina e riservato parole di affetto per Francesca. “Marta non c’entra nulla, io vorrò sempre bene a Francesca”, le parole che avrebbe detto.

Quel post premonitore

Premonitore di tutto, forse, il post pubblicato dalla Pascale due giorni fa sul suo profilo Instagram (“Amore: fammi un esempio…”) a commento del commovente video dell’incontro a sorpresa dopo 30 anni dalla loro separazione, tra la performer Marina Abramovic e l’artista tedesco Ulay al MoMa di New York nel 2010.

Alberto Dandolo per Dagospia - Articolo del 12 agosto 2020 

Il mio rapporto con Francesca Pascale è partito a suon di verbali delle forze dell'ordine e carte bollate. Anni or sono la allora primadonna di Arcore mi querelo' per diffamazione. Querela ritirata pochi giorni dopo a seguito di un nostro indimenticabile, divertentissimo incontro. 

Ci vedemmo il giorno del mio compleanno a casa di comuni amici e da quel momento tra me e Francesca è nato un rapporto assai profondo pur nella sua instabilità e intermittenze. E' stato assai naturale intenderci e poi volerci bene. Parliamo la stessa lingua. Siamo entrambi napoletani. E abbiamo anche uno stesso vocabolario emotivo ed affettivo.

Francesca è stato uno dei rapporti di amicizia più complessi, enigmatici, trasparenti e belli che io abbia mai attraversato e in cui mi sia mai tuffato. Un rapporto affamato di parole, incontri, scambi di emozioni ma anche solcato da lunghi, interminabili silenzi e da fughe improvvise e immotivate. 

Mi chiese di scrivere un libro insieme. Un libro che la raccontasse. Aveva sete di sé. Di far sentire al mondo e prima ancora ricordare a sé stessa che era anche un passato, una storia, un cervello autonomo. Non voleva essere solo un ornamento del potere. Potere, che mi crediate o no, dal quale non era minimamente attratta se non per bilanciare la sua atavica, compulsiva e assai tenera insicurezza.

Lei ha amato forsennatamente, disperatamente e forse anche incautamente Silvio Berlusconi. Per lei era un padre, un consigliere, un datore di lavoro, un amante e un complice. Ogni suo singolo istante, in ogni singolo giorno il suo Presidente era il suo tutto. Il suo fine era renderlo felice e non deluderlo. Il Pompetta è stato il suo primo e unico uomo. Francesca non ha mai conosciuto nessun altro nell'intimità del talamo. Con lui aveva un legame profondissimo e complesso. E il loro livello di intimità è conoscenza è straordinariamente profondo quanto potenzialmente pericoloso.

Francesca sa tutto, ma proprio tutto della vita, gli affari e i segreti di colui che è e resterà il solo uomo nella sua travagliata e fortunata esistenza. Ma lei non si lascerà pagare il silenzio. Con lei non sarà facile. Non amando veramente il denaro (lei non è vittima) darà la priorità alla sua libertà. Perché lei è una persona libera. Con il sottoscritto e con il resto del mondo Francesca nel privato non ha mai nascosto le sue inclinazioni sessuali. E' stata sin da subito trasparente e chiara. Lei è una donna coraggiosa e incosciente, volubile e generosissima. Ma è anche attraversata da dolori e traumi che spesso la rendono dura e anaffettiva.

Silvio sapeva tutto. Sin dall'inizio e ha amato sinceramente Francesca condividendo con lei l'amore per le donne. E molto altro. Nessuno sa che i due si sono anche sposati. Con una cerimonia simbolica si sono detti si è scambiati promessa di amore eterno. Una cerimonia intensa, intima e sul finale anche molto ludica. 

Francesca amava profondamente anche la famiglia del suo compagno. Era in realtà accettata da tutti, fino a qualche tempo fa anche da Marina. Ecco, Marina... la vera spina nel cuore della Pascale. Negli ultimi tempi, forse anche a causa di troppe persone poco chiare che le circondavano, il loro rapporto era naufragato in un assordante silenzio.

Francesca ci piangeva, si disperava. Non riusciva a farsene una ragione della fine del loro legame. Mi chiese, esattamente un anno fa, di correggerle una lettera indirizzata a Marina in occasione del suo compleanno. Una missiva che non spedii mai, forse non per sua volontà. Credo che sia giusto che Marina la legga ora. Perché quelle parole uscivano dal cuore di Francesca.

Eccola: "Cara Marina, le parole hanno un peso e sono "cose", sono macigni che hanno il potere di deviare, a volte, il corso degli eventi e il flusso degli affetti. E' per questa ragione che oggi ho preferito scriverti. In virtù del rispetto che in ogni singola parola ho il dovere di infondere. Ti voglio bene. Questo lo sai già. Marina, il bene vero è la cosa più semplice e insieme complessa che esista. 

Volere bene è un impulso del cuore. Ma è di quello stesso cuore anche una scelta.

E la mia stima e il mio sentimento d'affetto per te è istinto e ragione. Non potrei non amarti. Non amare chi con me e come me ama e amerà per sempre lo stesso uomo.

Un uomo che per entrambe è un faro. Un riferimento insostituibile. Un padre. Un compagno. Un consigliere. Una guida. Un amore vero. Mi manchi.  Mi manca la verità del nostro affetto sincero. Ti chiedo perdono se ti ho ferito o deluso. Sappi però che sono sempre stata in buona fede.

A volte è complesso assai rispettare ruoli, aspettative, giudizi, rimbrotti. A volte si sbaglia. Per leggerezza, inesperienza o consigli pretestuosi. Ti chiedo dal profondo del mio cuore e della mia pancia di dare al nostro affetto una seconda possibilità. Ti imploro di non ascoltare voci che, forse, per interesse o smania di potere hanno come unico obiettivo quello di separarci e di metterci l'una contro l'altra. AUGURI Marina. Che sia un giorno di gioia. E che per noi sia l'inizio di un percorso senza filtri, senza terzi, senza parole lasciate macerare nel buco nero del "non detto". Con tutta la stima e la voglia di riabbracciarti.

Nuovamente. Con tutta la forza che ho. Con l'amore di sempre.

Buon compleanno. Ti voglio bene. Francesca". 

Dalla rottura con Marina è iniziato un periodo di inquietudine per Francesca. Era addolorata per non sentirsi accettata, compresa. Spesso fuggiva da sola in Spagna o in Olanda e si concedeva lunghi momenti di solitudine e anonimato. Forse anche per staccare la spina da una vita che in realtà era, seppur dotata, una prigione piena di loschi figuri di seconda fila che hanno approfittato della buona fede di questa ragazza di Fuorigrotta che in realtà non ha mai veramente vissuto la spensieratezza dei suoi anni migliori.

Francesca era anche spesso attraversata da pensieri cupi. Era terrorizzata all'idea che suo compagno stesse invecchiando. Con me spesso piangeva disperatamente all'idea di sopravvivere al suo Presidente. La sua vita ruotava totalmente intorno a lui tanto da farle non di rado pensare a un gesto estremo una volta che il Pompetta avesse abbandonato la carnale esistenza.

Poi l'arrivo di Marta Fascina nella vita del Banana. In realtà la parlamentare che batte ogni record per assenteismo i due già la conoscevano intimamente bene. Ma "Marta la Muta" (in Forza Italia così la chiamano segretamente) è perfetta per questa fetta di vita del Cavaliere. Non parla, non fiata, non emette suoni. Annuisce e asserisce. Una panacea per la corte dei miracoli e dei miracolati da cui il Berlusca è circondato. 

Per Francesca è invece arrivata la Turci. In realtà la loro amicizia risale a un anno fa. Nel giugno scorso lei chiese proprio a me il numero di Paola. Io non lo avevo. Credo si vogliano bene e si stimiamo assai. Ma lasciamo all'esperto d'amore e permanenti Federico Fashon style concedere interviste e spendere parole sul loro legame. Qualche giorno fa Francesca mi ha bloccato sul cellulare. Proprio nelle ore in cui uscivano su “Oggi”, il settimanale su cui scrivo, le ormai note foto del bacio con la cantante, rilanciate poi da questo e ogni altro sito. Forse doveva trovare nel sottoscritto il capro espiatorio da sacrificare. Lei sa che non sono stato certo io a chiamare i paparazzi o scrivere gli articoli sulle due testate. 

Ma so anche che non mi ha bloccato dal suo cuore. Lo so di certo. E volevo anche dirle che se la trattativa milionaria malauguratamente non dovesse andare in porto, ho sempre quell'icona russa che Putin regalo' 15 anni fa a Lele Mora e che io prontamente "trafugai" (col suo indispettito assenso) dalla sua vecchia casa di Viale Monza. Proprio ieri me la sono fatta valutare: potremmo ricavarne quasi 4mila euro. Non saranno 30 milioni, ma è pur sempre un inizio! Suerte chica. Alberto

Silvio Berlusconi e Marta Fascina, spunta data e luogo delle nozze. Il Tempo il 12 marzo 2022.

Raccontano che nel totale riserbo Silvio Berlusconi stia organizzando le cose in grande per quelle che sono state definite le “nozze non nozze” con Marta Fascina, deputata di Forza Italia e sua compagna ufficiale da due anni. La data sarebbe quella di sabato 19 marzo, la festa del papà. Sarebbe stata individuata, apprende l’Adnkronos, anche la location: Villa Gernetto a Gerno, frazione di Lesmo, sede della neonata "Universitas Libertatis", vecchio pallino del Cav, coltivato dal 2007 e rilanciato in questi giorni sottoforma di ateneo telematico con tanto di master in formazione politica che ha aperto le iscrizioni il 7 marzo scorso.

Conosciuta coi nomi di Villa Mellerio o Villa Somaglia, la magione settecentesca, ora ribattezzata la “Frattocchie azzurra”, aprirà le sue porte per celebrare l’unione tra l’ex premier (classe 1936) e la parlamentare forzista di Portici (classe 1990) eletta nel 2018 nel seggio blindato della circoscrizione Campania 1, ma originaria di Melito di Porto Salvo in Calabria. Nelle ultime ore, apprende l’Adnkronos, sembra essere favorita "Gernetto" rispetto alla storica residenza di Arcore, data in pole fino a qualche giorno fa. Nessuna festa di matrimonio, sarà un party all’americana "blindato", raccontano, una scelta precisa per non alimentare polemiche e mettere la sordina alle voci di forti resistenze in famiglia (non solo da parte dei tre figli che Berlusconi ha avuto con Veronica Lario) in caso di nozze. Quando si parla di un matrimonio, del resto, c’è sempre in ballo la questione dell’eredità. Da Arcore sarebbe arrivato, quindi, l’input di mantenere la consegna del silenzio sull’evento, anche nel rispetto della tragica vicenda in Ucraina. Secondo gli ultimi boatos, però, "trasmessi" da Radio Montecitorio, per lei sarebbe pronto un anello solitario per non venire meno al classico "un diamante è per sempre". 

Bocche cucite su modello e colore dell’abito che Fascina si sia fatto cucire per l’occasione. Blindati gli inviti, che sarebbero stati fatti tutti al telefono o di persona. Tra gli ospiti solo i familiari più stretti, dunque, e gli amici cari, come precisato dallo stesso leader forzista nella nota diramata per smentire la notizia del ’fatidico sì’: «Per festeggiare il nostro rapporto d’amore» si terrà solo «un appuntamento che coinvolgerà i miei figli e gli amici a me cari». Off limits i politici o quasi, visto che sono attesi il numero due di Fi Antonio Tajani e i capigruppo Annamaria Bernini e Paolo Barelli. Oltre alla fedelissima di Arcore, la senatrice Licia Ronzulli, non mancherà uno degli amici storici del Cav, ora anche lui parlamentare azzurro, Adriano Galliani, ex ad del Milano diventato amministratore del Monza Calcio, che secondo i bene informati avrebbe agito da Cupido tra il leader forzista e la giovane deputata. Della liason con Fascina si è iniziato a parlare tra febbraio e marzo del 2020. Le prime foto insieme al fondatore di Fi risalgono a un week end in Svizzer. Poi uscirono gli scatti estivi in Sardegna e quelli allo stadio del Monza e poi con la famiglia a Villa San Martino. E ancora la foto sullo yacht di Ennio Doris, nel frattempo scomparso. Due settimane fa è circolato il gossip dei fiori d’arancio.

Marta Fascina e Silvio Berlusconi forse sposi? Vittorio Feltri: perché non invidio il Cav, ma lo applaudo. Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 24 febbraio 2022.

Nella mia attività di cronista non mi sono mai occupato di gossip perché sono disinteressato al genere, non lo trovo appassionante. E oggi, di fronte alla notizia bomba, mi tocca affrontare il tema: il possibile matrimonio di Silvio Berlusconi con la sua attuale fidanzata ("compagna" non mi va, evoca il comunismo che mi è sempre stato indigesto) cioè Marta Fascina, una donna che essendo affascinante dà senso compiuto al proprio cognome. Inutile sottolineare che le nozze dell'ex premier fanno scalpore, intanto perché saranno le terze della sua lunga vita, inoltre l'uomo si avvia a compiere 86 anni, un'età in cui di norma si hanno pensieri cupi e non rosei, e si esclude il matrimonio per ragioni fisiologiche. Mi rendo conto che parecchi lettori saranno basiti davanti all'idea che il Cavaliere abbia ancora voglia di infilarsi in un lettone con una giovin signora, per quanto bionda e assai avvenente.

A costoro però mi corre l'obbligo di ricordare che l'amore è eterno finché dura. Non solo. I sentimenti che si provano quando si è adolescenti, e si prende una cotta per la compagna di classe, sono identici e egualmente intensi rispetto a quando si è diventati vecchi. Il cuore, infarti a parte, è un organo che palpita dal giorno in cui apriamo gli occhi, dopo la sosta nel grembo materno, a quello in cui li chiudiamo per sempre. Chi si dovesse scandalizzare perché Silvio pensa di terminare la propria esistenza accanto a una nuova fiamma, si darebbe la patente di stupido. Berlusconi tra l'altro non va neppure irriso perché desidera abbracciare la femmina che adora, è un suo diritto comportarsi nel modo che gli garba.

Egli lavora come un matto da oltre 60 anni, ha creato un impero, non ha sbagliato un colpo: è stato un grande costruttore, ha inaugurato una serie di emittenti televisive che hanno superato la Rai quando nessuno immaginava che ciò potesse succedere, ha aperto e lanciato una banca potente, ha comprato una squadra di calcio, il Milan, facendole vincere l'anima "di chi ti è morto", è sceso in politica e in venti giorni ha vinto le elezioni. Nessuno è autorizzato a insegnargli a stare al mondo. Ed è giusto concedergli di fare quel che vuole, anche di dire "sì" alla terza moglie. Questa sua decisione va catalogata alla voce "ca**i suoi". Scagli il primo sassolino chi non ha desiderato campare vicino a una bella femmina. Bravo Silvio, fai bene a essere te stesso fino al tuo ultimo giorno che mi auguro lontano. Immagino che i tuoi familiari borbottino perché le loro eredità potrebbero assottigliarsi per il fatto che una nuova consorte ha diritto, nel caso il capo se ne vada all'altro mondo, a una parte cospicua del patrimonio. Ti consiglio di non pensare a certe meschinità tipicamente umane. Fai quello che ti pare e piace senza badare all'avidità di figli e nipoti. La vita è tua, i soldi che hai guadagnato sono tuoi e nessuno ha la facoltà di rimproverarti. Io ti ammiro oggi quanto 30 anni fa, quando ti ho conosciuto e mi hai fatto diventare ricco. Non ti invidio, ma ti applaudo.

Giuseppe Candela per Dagospia il 9 marzo 2022.

Il dubbio è tutto nella formula. C'è chi alla parola matrimonio aggiunge le virgolette, chi accenna a nozze senza nozze, altri a un fidanzamento speciale. E' iniziato il conto alla rovescia per le "nozze" di Silvio Berlusconi e Marta Fascina. La data è fissata per sabato 19 marzo, giorno della festa del papà. Il grande evento, inizialmente previsto in Provenza, dovrebbe tenersi ad Arcore con la presenza di tutti e cinque i suoi figli: Marina, Piersilvio, Barbara, Eleonora e Luigi.

DAGONEWS il 9 marzo 2022.

Anche le tragicomiche finte nozze del Cavaliere Pompetta diventano occasione di dispetto.   

Non soddisfatta di guidare Forza Italia in modalità Salvini, Licia Ronzulli ha voluto seguire anche l’organizzazione dell’evento del 19 marzo. E la wedding planner autodecretata sta segando nomi a rotta dì collo. 

Tra gli invitati della politica, sicure le presenze di Tajani, Bernini e il capogruppo alla Camera, l’ex nuotatore Paolo Barelli (uno che Berlusconi avrà visto tre volte in vita sua).

Tra i ‘tagliati’ invece, i filo-draghiani Brunetta, Gelmini e Carfagna, che peraltro Berlusconi descriveva in pubblico come donna da sposare (ma non da invitare, evidentemente, malgrado sia stata lei a portare in Parlamento la finta sposa, cioè la Marta Fascina, latitante dal parlamento da due anni ma giustificata per le sue assenze, così da avere comunque lo stipendio pieno), o collaboratori storici come Valentini e Giacomoni.

La vispa Ronzulli sta segando anche fidanzati e fidanzate di diversi invitati, procurando parecchia irritazione. Così anche un giorno dì festa diventerà occasione da cortile.

Ulisse Spinnato Vega per tag43.it il 5 ottobre 2022.

La gaffe di fine agosto sul rigassificatore di Piombino («estrae gas nazionale») fu da far tremare i polsi, ma in fondo si sa che Twitter è spesso teatro di sparate scomposte e scivoloni grotteschi. Per Licia Ronzulli sono altre le cose che contano: carattere, pragmatismo e fedeltà alla causa, che poi significa fedeltà assoluta al Cavaliere. 

L’etichetta giornalistica di “badante”, ruolo ereditato dal duo Mariarosaria Rossi–Francesca Pascale ed esercitato in tandem affiatato con Marta Fascina, non può esaurire il racconto circa la senatrice forzista.

C’è da dire, però, che lei vive le mansioni da fidatissima factotum di Silvio Berlusconi con grande zelo e attenzione: quando serve, sorregge fisicamente il Cav nelle sue apparizioni pubbliche, gli parla con premura all’orecchio, apparecchia i capannelli di giornalisti durante le interviste doorstep collettive ed è pronta a regolare persino la distanza dei microfoni dalla bocca del presidentissimo. Non le sfugge nulla: ha pure in mano l’agenda del leader e dunque, già solo per questo, detiene un potere enorme.

Gli scontri con la Gelmini e quella battuta sullo Xanax

Ma non basta. La non meglio precisata “dirigente”, come viene qualificata sulla navicella parlamentare della legislatura appena finita, ha avuto e mantiene anche il pallino degli indirizzi strategici del partito, in sintonia con il leader operativo, Antonio Tajani. Non a caso sin dal 2021 è stata designata quale cinghia di trasmissione tra Forza Italia e gli alleati. 

I due bastioni del “leghismo azzurro”, Ronzulli e Tajani, tengono saldamente in mano le chiavi di Fi, tanto che le ex ministre berlusconiane Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini, ma anche Renato Brunetta, dopo lunghe tensioni interne hanno infine gettato la spugna e mollato il partito. Secondo i maligni, più per colpa del cerchio magico che di Berlusconi in persona.

Epici gli scontri tra Ronzulli e Gelmini, con la prima che una volta apostrofò “MaryStar”: «Vai a piagnucolare da un’altra parte e prenditi uno Xanax». L’ex titolare dell’Istruzione non tollerava che il Cavaliere, nel maggio 2022, avesse nominato la fida Licia commissario di Fi nella “sua” Lombardia e quando effettivamente sbatté la porta per migrare verso i lidi calendiani, Ronzulli la bollò: «Gelmini cerca solo una poltrona più comoda».

E pensare che nel 2009 al contrario ammetteva: «Della Gelmini mi è piaciuto molto il coraggio con cui ha affrontato la questione della riforma scolastica». Un’era geologica fa. Diverso invece è stato l’atteggiamento nei confronti di Carfagna, che in Forza Italia si era sempre mossa in modo più felpato. Ronzulli salutò infatti con fair play il suo addio: «Peccato, stava facendo bene come ministra». 

Un posto alla Salute? Troppo rigorista su restrizioni e vaccini

Adesso il Cavaliere, che sa essere riconoscente come pochi, sta facendo di tutto per ricompensare questa 47enne milanese e milanista dallo sguardo penetrante e dal carattere di ferro. Lei lo ripaga con parole spericolate: «Berlusconi è punto di riferimento dell’Occidente». E si appresta a iniziare la sua seconda legislatura consecutiva in Senato (dopo un primo tentativo fallito nel 2008) con ambizioni inedite.

L’ex premier di Arcore ha ingaggiato per lei una battaglia durissima addirittura con il capo del governo in pectore, Giorgia Meloni. Obiettivo: il ministero della Salute o, in subordine, quello dell’Istruzione. Una gatta da pelare non da poco, tra le tante, per la leader di Fdi, dato che in Forza Italia sono convinti che Ronzulli, da ex infermiera, sia il profilo giusto per guidare il dicastero che sovrintende al Sistema sanitario nazionale. 

D’altronde, se una cuoca poteva governare l’Unione sovietica (ma poi non accadde), vuoi che una laureata in infermieristica non possa guidare il ministero di Roberto Speranza? Peccato che Ronzulli nei frangenti più duri della pandemia si sia segnalata per un approccio particolarmente rigorista su restrizioni e vaccini anti-Covid (suo un disegno di legge per rendere obbligatoria l’immunizzazione del personale sanitario): una posizione che le ha procurato pesanti minacce da parte dei no vax, che stride non poco con il programma odierno sulla salute di Fratelli d’Italia e, più in generale, con l’approccio del duo Meloni-Salvini su green pass e limitazioni da virus. 

Si è occupata di famiglia, diritti della donna e politiche sociali

Tant’è, il Cav sembra pronto a tutto per difenderne l’ingresso nel governo. E Ronzulli pare non volersi accontentare di un ministero minore come quello delle Pari opportunità, che pure sarebbe il settore di cui più si è occupata a livello istituzionale assieme a famiglia e politiche sociali, nonostante sul cv abbia una specializzazione in management ospedaliero. 

Nella XVIII legislatura, infatti, oltre al ruolo di vice capogruppo di Fi al Senato, la “badante” ha ottenuto la poltrona di presidente della commissione parlamentare per l’Infanzia e l’adolescenza. E durante la sua legislatura all’Europarlamento, dal 2009 al 2014, ha lavorato in commissione Diritti della donna e uguaglianza di genere e nella sottocommissione per i Diritti dell’Uomo. Ma soprattutto è rimasta celebre la foto in cui lei, nell’aula di Strasburgo, vota stringendo al seno la figlia Vittoria ancora in fasce.

Coinvolta nelle inchieste sul bunga bunga, ma poi archiviata

In verità, è da tanto che Berlusconi si preoccupa delle sorti della fedelissima: quando lei rimase senza seggio, non rieletta alle Europee del 2014, e Roberto Maroni era governatore della Lombardia, l’ex premier non mancò di fare pressioni perché le si trovasse un’adeguata sistemazione in Regione. 

Dopotutto, sono quelli gli anni in cui Ronzulli aiutò Silvio persino nella trattativa, poi fallita, per la vendita di quote del Milan all’imprenditore thailandese Bee Taechaubol. Nello stesso periodo, esattamente alla fine del 2015, l’ex parlamentare tirò un sospiro di sollievo per l’archiviazione della sua posizione nell’inchiesta sul cosiddetto Ruby ter, il filone connesso alle false testimonianze delle Olgettine invitate alle «cene eleganti». Ronzulli ha sempre cercato di difendere se stessa e Berlusconi: dalle intercettazioni del Cavaliere con l’imprenditore Giampiero Tarantini emerse il ruolo organizzativo e “logistico” della futura senatrice per le serate a Villa Certosa.

Lo stesso presidente di Fi diceva: «Lei è qui a farmi da segretaria». Ma la voce della stessa Ronzulli risultò registrata mentre, al telefono con Nicole Minetti, si dava da fare per le feste del 2010, quelle del bunga bunga ad Arcore e non più in Sardegna. In ogni caso, dapprima negò di essere mai stata da Berlusconi a Villa Certosa per i festini dell’estate 2008, poi ammise di esserci andata sempre in compagnia del marito e di aver soltanto aiutato il Cavaliere ad accogliere gli invitati importanti. Ai giudici, sotto giuramento, raccontò invece la versione delle mere «cene eleganti», rischiò di essere indagata per falsa testimonianza, ma poi venne appunto archiviata. 

È stata dirigente all’Irccs Galeazzi di Milano e nel cda di Fiera Milano

Insomma, Ronzulli è una che sa cosa vuole e sa come ottenerlo. Veloce, intuitiva: ha scalato le gerarchie e ha preso definitivamente il posto della Rossi nel 2016, quando Berlusconi recuperò dopo un delicato intervento chirurgico al cuore.

Tuttavia, si era resa già molto utile sin dal 2009, dopo il famoso incidente della statuina del Duomo scagliata in faccia all’ex premier. Nel suo passato professionale da segnalare un ruolo da dirigente all’Irccs Galeazzi di Milano, una poltrona da vicepresidente e consigliere indipendente nel consiglio di amministrazione di Fiera Milano e l’impegno da volontaria per i bambini del Bangladesh. Girò voce fosse stata anche la fisioterapista di Berlusconi, ma lei smentì seccamente. Ora è pronta a giurare da ministra: dalle cene eleganti al ricevimento al Quirinale è un bel salto, non c’è che dire. 

Luca Bottura per “la Stampa” il 12 ottobre 2022. - Berlusconi tratta su Licia Ronzulli e per la Sanità propone un tecnico a lui caro con un passato da dottoressa: Edwige Fenech.

Emanuele Lauria per “la Repubblica” - Estratto il 12 ottobre 2022.

E Berlusconi? Lì la situazione è più complessa. In un partito che ha perso molti esponenti di lungo corso, il bello e il cattivo tempo lo fanno Antonio Tajani e Licia Ronzulli, che peraltro nei giorni scorsi sono entrati in rotta di collisione.

È accaduto quando il coordinatore di Fi è andato a parlare direttamente con Meloni, suscitando l'irritazione dell'altra e una reprimenda di Berlusconi («D'ora in poi le trattative le gestisco io»).

Da quel momento Salvini e Meloni, prima separatamente e poi insieme, sono andati ad Arcore ad ascoltare il patriarca del centrodestra. Ma quando, sabato, si è svolto l'ultimo vertice della coalizione, Ronzulli ha fatto un passo indietro: era a Villa San Martino ma non ha partecipato all'incontro per ragioni di opportunità, si discuteva infatti di una sua nomination per un ministero di peso.

L'episodio, però, è servito a far salire sulla ribalta un altro consigliere di Berlusconi: Aberto Barachini, un fedelissimo di Ronzulli, che si è seduto al tavolo con Salvini e Meloni. Mica uno qualsiasi, Barachini, è il presidente della commissione di vigilanza Rai. L'ultimo ad andare in onda nel palinsesto degli sherpa.

Gianni Barbacetto per il “Fatto quotidiano” - Estratto il 12 ottobre 2022.

Silvio Berlusconi perde voti, perde dirigenti di Forza Italia, perde lucidità, ma due cose non perde né dimentica. La prima è la generosità: premia chi gli è fedele. Non solo le signore che sfilano come testimoni o imputate nei suoi processi. No, ci riferiamo alla politica: sta per premiare con due belle poltrone ministeriali le signore Licia Ronzulli da Milano e Maria Elisabetta Alberti Casellati da Rovigo. Due collaboratrici fedeli ed efficienti, che il premio lo meritano davvero.

Della prima, l'immagine che resta scolpita nella memoria di Silvio, appena un poco appannata dal tempo, è quella di una giovane in tailleur scuro che, all'ingresso di villa Certosa, smista la frotta di ragazze che arrivano in Sardegna dal continente trascinando piccoli trolley coloratissimi.

È il 2009, Licia Ronzulli ha in mano una lunga lista di nomi. Accoglie le ospiti e assegna a ciascuna il suo posto nei bungalow della villa. Instancabile, grande organizzatrice, non perde un colpo. Biglietti aerei, transfer da e per l'aeroporto e, a Milano, prenotazione di ristoranti e biglietti per lo stadio, assegnazione dei posti degli ospiti alle cene placée. 

Prima di una festa del Milan (ancora berlusconiano), chiama al telefono l'imprenditore Gianpaolo Tarantini e, orgogliosa, gli dice: "Ti ho preparato un tavolo per dieci persone, proprio vicino a quello del presidente Berlusconi". Gianpi ringrazia.

È il 5 gennaio 2009 quando poi Tarantini chiama Silvio per organizzare un viaggio a villa Certosa: "Siamo io, Linda, Belen, la sorella, l'amica di Belen, Chiara quella ragazza di Modena e una mia amica di Milano Mi metto d'accordo con Marinella?". Cioè con l'eterna assistente di Berlusconi. 

No, risponde Berlusconi: "Devi accordarti con la dottoressa Ronzulli. Sì, Licia, è qui a farmi da segretaria". Sei mesi dopo, "la segretaria" è premiata con una candidatura al Parlamento europeo. 

Aveva cominciato a lavorare come infermiera. Carriera rapida, diventa responsabile del coordinamento delle infermiere e degli assistenti all'ospedale Galeazzi di Milano. Passata a coordinare, con la stessa inflessibile efficienza manageriale, le ragazze di Silvio, si è poi dedicata completamente alla politica. Suscitando silenziose invidie nelle schiere berlusconiane. 

Solo una volta il silenzio è diventato clamorosa protesta pubblica: nel maggio 2014 una collega eurodeputata di Forza Italia, Susy De Martini, medico, candidata nella stessa circoscrizione Nord-Ovest, non gradisce di essere scavalcata dalla rivale: "È una candidata diversamente meritevole", dichiara, "messa in lista soltanto perché, come Nicole Minetti, organizzava feste a villa Certosa".

Segue querela e uscita di De Martini dal partito di Silvio. Licia prosegue imperterrita la sua ascesa. Nell'estate 2016, Berlusconi viene sottoposto a un complesso intervento chirurgico al cuore. Quando torna ad Arcore, trova la scena cambiata. C'è Licia Ronzulli a sostituire Mariarosaria Rossi (la parlamentare di Forza Italia fino allora soprannominata "la badante di Silvio"). Da quel momento Licia diventa la sua ombra. Una delle poche persone che hanno contatto diretto con il capo.

Rossi era stata la tutor di Francesca Pascale, Ronzulli è il link con Marta Fascina. Ora è pronta per il governo. Al ministero della Salute, visto il curriculum e l'esperienza da infermiera? 

Licia Ronzulli, da infermiera a fedelissima del Cavaliere: le tappe di una scalata. Adriana Logroscino su Il Corriere della Sera il 12 ottobre 2022.  

È stata definita cortigiana, pasdaran, vestale. Di certo Licia Ronzulli, 48 anni, prima della politica, fisioterapista e manager sanitaria, è la di Silvio : sempre presente al suo fianco, da oltre un decennio, ammessa a ogni trattativa e nelle circostanze più private, con un ruolo di primo piano, perfino di organizzatrice, per il matrimonio-non matrimonio del Cavaliere con Marta Fascina alcuni mesi fa. Una fedeltà che travalica le categorie politiche e assume tratti da tifosa. Sue sono le definizioni di Berlusconi «Maradona della politica internazionale» e «Leone» che «ruggisce ancora».

Pur avendo origini remote al Sud, in Puglia - «mia nonna Isabella, poverissima e analfabeta fino alla sua morte, era di Margherita di Savoia», rivendica alcuni anni fa nel bel mezzo di una guerra a mezzo lettere pubbliche con il segretario regionale di Forza Italia — Ronzulli nasce a Milano e cresce a Monza da papà brigadiere dei Carabinieri. Prima di scalare la scena politica, è infermiera e fisioterapista all’Irccs Galeazzi di Milano. Studia e viene promossa a coordinatrice delle professioni sanitarie per la stessa struttura.

L’ambiente professionale è quello in cui incontra il suo compagno, dal quale si è poi separata: Renato Cerioli, imprenditore e manager sanitario, ex presidente di Confindustria Monza e Brianza, che sposa nel 2008 (con Berlusconi a fare da testimone) e dal quale ha una figlia. È nell’ambito della sua attività professionale che il suo destino potrebbe aver incrociato per la prima volta quello di Silvio Berlusconi. La scintilla politica, però, ha raccontato lei stessa, sarebbe scoccata in occasione di una iniziativa di Forza Italia, durante la quale Ronzulli sarebbe riuscita ad avvicinare Berlusconi e a ottenere da lui un impegno finanziario a favore di un’attività di volontariato per i bambini del Bangladesh, di cui si occupava da tempo.

La scalata ai palazzi del potere ha una falsa partenza alle elezioni politiche del 2008: candidata alla Camera, da Berlusconi, non viene eletta. Ci riprova l’anno dopo, alle Europee, e conquista il seggio nell’europarlamento: celebri le immagini con la figlia di pochi anni in braccio nell’aula di Strasburgo.

Eletta al Senato nel 2018 e confermata alle ultime elezioni, da allora è sempre vicinissima al Cavaliere, voce ascoltatissima, spesso in conflitto con altri uomini e soprattutto donne di Forza Italia. Tra loro sicuramente Mariastella Gelmini con la quale , quando è caduto il governo Draghi, a luglio scorso, avrebbe avuto uno scambio velenosissimo nei corridoi del Senato, captato da altri parlamentari: «Contenta di aver fatto cadere il governo?» la provocazione di Gelmini, che in seguito a quella decisione si preparava a lasciare FI per Azione di Calenda, «Vai a piangere da un’altra parte e prenditi uno Xanax», la replica di Ronzulli.

Assistente dell'ex premier, FI non accetta veti. Chi è Licia Ronzulli e perché Berlusconi la vuole per forza ministro: da infermiera al parlamento europeo con la figlia in braccio. Redazione su Il Riformista il 13 Ottobre 2022

Date un ministero a Licia Ronzulli. E’ la richiesta che avanza Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia, per la senatrice milanese che, stando a quanto trapela, sarebbe proco gradita agli altri esponenti della coalizione di centrodestro. Berlusconi ha infatti parlato di veti, quelli che l’hanno poi portato a non far votare i suoi 18 senatori per Ignazio La Russa (eletto lo stesso alla presidenza del Senato grazia ai voti dei franchi tiratori presumibilmente del Terzo Polo).

“I veti non si devono fare” sono le parole di Berlusconi rilasciata ai giornalisti prima di lasciare il Senato. “E’ la senatrice Ronzulli?” prova a insistere una giornalista. “E’ questo il problema…” replica Berlusconi prima di entrare in ascensore con la stessa Ronzulli e Maurizio Gasparri. Il nome della Ronzulli è presente anche tra gli appunti dell’ex premier zoomati dalla telecamere di La7. La sua candidatura è su tre fronti: non solo alle Politiche europee ma anche al Turismo e ai Rapporti con il Parlamento.

Nata a Milano il 14 settembre 1975, Ronzulli ha una figlia, Vittoria, che oggi ha 12 anni ed è nata dall’unione con l’ex compagno Renato Cerioli, manager e presidente della Confindustria Monza e Brianza.

La senatrice di Forza Italia inizia a lavorare come infermiera e nel 2003 diventa responsabile del coordinamento delle professioni sanitarie all’IRCCS Galeazzi di Milano. Dal 2005 è volontaria della onlus Progetto Sorriso Nel Mondo, con la quale ogni anno si reca in Bangladesh insieme ad un’équipe chirurgica specializzata nella cura dei bambini malformati.

In politica il suo esordio è nel 2008, quando è stata candidata per la lista de Il Popolo della Libertà nella circoscrizione Marche, dove è risultata essere la prima dei non eletti. Un anno dopo, alle elezioni europee, Ronzulli si candida al Parlamento europeo, nella circoscrizione Italia nord-occidentale tra le liste del Popolo della Libertà che aderisce al Partito Popolare Europeo, e viene eletta con 40.016 preferenze. A Bruxelles diventa membro titolare della commissione per l’Occupazione e gli Affari Sociali e della delegazione per le Relazioni con i Paesi dell’Asia Meridionale, oltre ad essere membro sostituto nella commissione Diritti della Donna e Uguaglianza di Genere e nella sottocommissione per i Diritti dell’Uomo.

Tra gli impegni di Ronzulli c’è la tutela dei diritti delle donne lavoratrici; al riguardo, il 22 settembre 2010 si è presentata a votare in Seduta Plenaria al Parlamento europeo tenendo in braccio la figlia Vittoria di appena 44 giorni, un gesto simbolico volto a rivendicare maggiori diritti per le donne nella conciliazione tra vita professionale e familiare.

Alle elezioni europee del 2014 viene ricandidata da Forza Italia nella circoscrizione Italia nord-occidentale, dove riesce ad ottenere 25.071 preferenze, ma non viene eletta. Da quando Silvio Berlusconi si riprende fisicamente a seguito di un delicato intervento al cuore nell’estate del 2016 lo segue in ogni suo spostamento, sostituendo di fatto Mariarosaria Rossi nel ruolo di assistente del Cavaliere.

In occasione delle elezioni politiche del 2018 viene candidata nel collegio uninominale di Cantù per il centro-destra al Senato della Repubblica, venendo poi eletta con il 56,80% dei consensi. Diventa presidente della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza ed è anche membro della Commissione industria, commercio, turismo di palazzo Madama. Diviene vice-capogruppo del partito al Senato dal 9 novembre 2018 e dal 15 febbraio 2021 è la responsabile per i rapporti con gli alleati con il compito di coordinare, su indicazione di Berlusconi, le strategie comuni agli altri partiti della coalizione di centro-destra per le iniziative e per il programma.

Il 14 maggio 2022 viene nominata da Silvio Berlusconi commissario di Forza Italia per la Lombardia per ridare slancio al partito nella regione. Alle elezioni politiche anticipate del 25 settembre 2022 viene candidata per il Senato nel collegio uninominale Lombardia – 02 (Como) per il centro-destra, oltreché come capolista nei plurinominali Lombardia – 01 e Puglia – 01 e in seconda posizione nel Lombardia – 02 e nel Piemonte – 02. Viene eletta all’uninominale con il 55,38%.

Marianna Aprile per “Oggi” il 27 Ottobre 2022.

Durante l’inarrestabile ascesa di Giorgia Meloni verso Palazzo Chigi, ci si è chiesti come avrebbe fatto ad arrivarci avendo per alleati due leader maschi avvezzi al comando e restii (eufemismo) a riconoscerle la leadership della coalizione. E invece lo scoglio principale della sua corsa è stata una donna, Licia Ronzulli, senatrice di Forza Italia, la persona più vicina a Silvio Berlusconi. 

E rischia di esserlo ancora. Un ministero “di peso” per lei è stata per giorni la principale richiesta del Cavaliere a una Meloni che si preparava a giurare. Un’impuntatura per ammorbidire la quale la premier ha dovuto ricorrere alla – inedita - mediazione di Marina e Pier Silvio Berlusconi. Alla fine, Ronzulli il ministero non l’ha avuto, è stata eletta Capogruppo di Forza Italia al Senato, e l’esecutivo Meloni è partito. Ma la vicenda lascia sul tavolo due domande: perché Meloni non ha voluto Ronzulli nel suo governo? E cosa invece rendeva così irrinunciabile per Berlusconi quella presenza? La risposta a entrambi i quesiti non può che partire da lei, Licia Ronzulli.

In comune con Meloni, Ronzulli ha molto. Come lei ha iniziato dal basso e lontana da centro storico e salotti. Se la premier è cresciuta in una famiglia poco abbiente nel quartiere (allora) popolare della Garbatella, a Roma, Ronzulli, figlia di maresciallo dei Carabinieri e di impiegata delle Poste, lo ha fatto a Baggio, periferia di Milano. Hanno entrambe iniziato presto a cavarsela da sole. 

Ronzulli ha iniziato a lavorare a 17 anni, si è diplomata con scuole serali, è diventata infermiera professionale, ha preso una laurea in psicologia e un master in economia sanitaria che l’ha portata a lavorare nelle risorse umane dell’Ospedale Galeazzi di Milano (Gruppo San Donato). Ha raccontato di aver conosciuto Berlusconi al decennale di Forza Italia, nel 2004, con l’allora fidanzato, Renato Cerioli, amministratore delegato del gruppo ospedaliero San Donato e di Confindustria Monza e Brianza.

Sostiene Ronzulli che con Renato avvicinarono il Cavaliere per “estorcergli” una donazione per una Onlus con cui collaborava. In altre occasioni, però, fa risalire l’incontro al 2003. Alcune cronache lo associano a un periodo di convalescenza di Silvio in cui Ronzulli sarebbe stata impegnata come infermiera. Comunque sia andata, Licia entra presto nelle simpatie del fondatore di Forza Italia (che lei chiama «capo» o «Dottore») e che nel 2008 le fa da testimone di nozze e la candida alle Politiche: sarà la prima dei non eletti nelle Marche. 

Finisce quindi in lista per le Europee del 2009, accanto alle “veline eurodeputate” che Veronica Lario, andandosene, definì «ciarpame senza pudore». Ronzulli ha sempre rispedito al mittente le allusioni («Poteva informarsi meglio prima di parlare») e le accuse. Come quella di Barbara Montereale, “Papi girl” coinvolta nel processo a Giampy Tarantini per le feste ad Arcore, che – interrogata – disse che Ronzulli curava la logistica delle trasferte delle giovani ospiti del Cavaliere. «Davo una mano se non c’era la segretaria », replicherà lei. Nel frattempo, sta al Parlamento Europeo, mette al mondo Vittoria, divorzia da Renato. Ma è tra la fine del 2013 e il 2014 che inizia la corsa che la porta a diventare la «plenipotenziaria con diritto d’agenda e telefono» che è oggi ( parole di un suo collega di partito).

Da eurodeputata, Ronzulli tesse relazioni che saranno molto utili quando nel 2014, non rieletta, tornerà in pianta stabile a Milano. E adArcore. Una di quelle relazioni porterà l’imprenditore thailandese Bee a trattare la vendita del Milan con Berlusconi (e Ronzulli). Un’altra relazione, quella con Matteo Salvini, sarà preziosa per avvicinare la Lega a Forza Italia dopo un periodo di grande freddo. Nel primo caso, l’intercessione di Licia toglie al Cavaliere qualche castagna dal fuoco; nel secondo, ne ha aggiunte e rischia di farlo ancora.

Ronzulli si fa spazio ad Arcore con dedizione, pazienza e, all’inizio, con discrezione. Gode della simpatia e del sostegno di Marina e anche di Barbara Berlusconi. Quando il “cerchio magico” formato da Maria Rosaria Rossi (anche lei senatrice) e Francesca Pascale (ex compagna del Cavaliere) entra in crisi, lei è lì, fa asse con il compianto avvocato Niccolò Ghedini e insieme gestiscono agenda e impegni del Dottore. 

Poco dopo arriva anche Marta Fascina, anche se la sua apparizione “improvvisa” nelle liste elettorali di Forza Italia avverrà solo nel 2018 e nelle cronache sulla vita privata del Cav solo nel 2020. Tra Ronzulli e Fascina si crea in quegli anni un rapporto solido e complice che oggi è plasticamente rappresentato dalla presenza costante di entrambe accanto a Silvio, Marta in privato, Licia in pubblico. Accudimento a tenaglia. Alla cerimonia per il finto matrimonio tra Berlusconi e Fascina, a marzo scorso, è la figlia di Licia, Vittoria, a portare le fedi che i due non-sposi oggi indossano. Tutti d’amore e d’accordo, ad Arcore. In Forza Italia un po’ meno.

La “LineaRonzulli” non piace. I parlamentari la accusano di filtrare in modo interessato i contatti che Berlusconi ha con loro e di tramare per spostare il partito su posizioni vicine alla Lega del suo amico Salvini. Nel corso della legislatura appena finita, proprio su questo si sono create profonde spaccature in Forza Italia che hanno portato, in coda di Governo Draghi, a uscite pesanti: Elio Vito, Renato Brunetta, Maria Stella Gelmini, Mara Carfagna. 

Da quelle parti c’è chi descrive Ronzulli come un muro tra Silvio e una parte del suo partito, quella più moderata, europeista e meno “salviniana”. Quella del Ministro degli Esteri Antonio Tajani, insomma. Lui sì scelto da Meloni per il governo (suo figlio Filippo sedeva accanto al compagno della premier Andrea Giambruno, al giuramento). Tajani è stato fin qui coordinatore nazionale di Forza Italia, ora – dicono – Berlusconi vorrebbe passare l’incarico a Ronzulli. Che diventerebbe l’altra “donna forte” del Governo.

C’è una sliding door che le coinvolge Ronzulli e Meloni e si colloca in una manciata di mesi a cavallo tra il 2013 e il 2014 dopo che Giorgia Meloni, lasciato il Pdl e rotto con Silvio Berlusconi, aveva fondato Fratelli d’Italia. Nello stesso periodo Licia Ronzulli tesse la sua rete di relazioni che spenderà per scalare posizioni alla “corte” di Arcore e in Forza Italia. La prima lascia un partito al maschile per fondarne uno suo, la seconda ci resta, cercando di avere la meglio non solo sugli uomini ma anche sulle donne che ruotano attorno al potere di Berlusconi.

Le due si ritrovano insieme in maggioranza, ma su sponde opposte e in una tregua armata in cui ciascuna ha fatto qualcosa che l’altra ritiene imperdonabile. La prima deve governare, la seconda guida i senatori su cui può reggersi o cadere la maggioranza. Pop corn.

Silvio Berlusconi Paperone della politica con un reddito di oltre 50 milioni di euro. Il Tempo il 09 febbraio 2022.

E' ancora Silvio Berlusconi il politico più ricco d'Italia con ville, auto e barche di lusso il si conferma re dei "Paperoni" dichiarando un reddito di oltre 50 milioni di euro: cento volte più del premier Mario Draghi.

Secondo la dichiarazione redditi di gennaio 2021 il leader di Forza Italia resta al top in Italia e Bruxelles. Conti alla mano il governo Draghi (insediatosi il 13 febbraio scorso) ha portato fortuna al leader azzurro mentre il Conte bis gli ha 'tolto' circa mezzo milione di euro: con 'l'avvocato del popolo' a palazzo Chigi (dal primo giugno 2018 al febbraio 2021) il presidente di Forza Italia ha infatti guadagnato di meno, registrando una 'perdita' di 518mila 449 euro. Berlusconi è sempre stato al top della classifica dei più facoltosi nelle aule parlamentari.

Nel dettaglio, nel 2018, quando è tornato a comparire nella 'lista' in quanto leader di Fi dopo essere stato assente qualche anno per la decadenza dalla carica di senatore per effetto della legge Severino (nel novembre 2013), ha percepito (in relazione al periodo di imposta 2017) 48 milioni 011 mila 267 euro, sbaragliando la concorrenza, alla Camera, al Senato e alla presidenza del Consiglio (Conte premier, solo per fare un esempio, si fermava a 370mila euro). Nel 2019 lo 'stipendio' del numero uno di Fi è rimasto sostanzialmente invariato, pari a 48 milioni 022mila 126 euro (riferito al 'periodo d'imposta' 2018). Per poi arrivare ai 47milioni 492 mila 818 euro incassati nel 2020 da eurodeputato, con un ammanco di poco più di 500mila euro rispetto all'esercizio precedente, come certificato dalla dichiarazione dei redditi, firmata il 20 gennaio 2021.

Da corriere.it il 10 febbraio 2022.

È ancora lui il politico più ricco d’Italia, il «Paperone» del Palazzo. Con un imponibile di oltre 50 milioni di euro denunciati al fisco Silvio Berlusconi si conferma al primo posto per patrimonio (soldi, azioni, ville e auto), nel Parlamento italiano e a Bruxelles, ma anche tra i leader di partito e di governo. 

Spulciando l’ultima dichiarazione dei redditi, quella del 2021, firmata dal Cavaliere il 14 gennaio scorso, contenuta nell’anagrafe patrimoniale dei tesorieri e dirigenti di partito e visionata dall’Adnkronos, si scopre che l’ex premier (eurodeputato di Forza Italia dal 2019), ha dichiarato per l’esattezza 50 milioni 661mila 390 euro, ben oltre 3 milioni di euro in più rispetto a quelli dell’anno precedente. 

Conti alla mano, di fatto, il governo Draghi (che si è insediato quasi un anno fa, il 13 febbraio scorso) ha portato fortuna al leader azzurro mentre durante il Conte bis (dal primo giugno 2018 al febbraio 2021) il presidente di Forza Italia ha guadagnato di meno, per la precisione 518mila 449 euro in meno. Berlusconi è sempre stato al top della classifica dei più facoltosi nelle aule parlamentari. 

Nel dettaglio, nel 2018, quando è tornato a comparire nella lista in quanto leader di Forza Italia dopo essere stato assente qualche anno per la decadenza dalla carica di senatore per effetto della legge Severino (nel novembre 2013), ha dichiarato (in relazione al periodo di imposta 2017) 48 milioni 011 mila 267 euro, sbaragliando la concorrenza, alla Camera, al Senato e alla presidenza del Consiglio (Conte premier, solo per fare un esempio, si fermava a 370mila euro). 

Nel 2019 il reddito del numero uno di Fi è rimasto sostanzialmente invariato, pari a 48 milioni 022mila 126 euro (riferito al periodo d’imposta 2018). Per poi arrivare ai 47milioni 492 mila 818 euro incassati nel 2020 da eurodeputato, come certificato dalla dichiarazione dei redditi, firmata il 20 gennaio 2021.

Nella dichiarazione di reddito non risulta l’ex Villa Zeffirelli, la nuova residenza romana scelta dopo l’addio alla sede storica azzurra di palazzo Grazioli. Eppure, secondo indiscrezioni, la magione, ribattezzata «Villa Grande», dovrebbe essere stata acquistata dal leader di Fi per oltre 3 milioni di euro nel 2001 e poi prestata in comodato d’uso gratuito al regista fiorentino, suo amico ed ex parlamentare forzista, scomparso nel giugno 2019. 

Non sono citate neanche Villa San Martino ad Arcore, alcune residenze in Sardegna, a cominciare da Villa La Certosa, e la magione di Macherio che si è ripreso dopo il divorzio con Veronica Lario. Oltre ai 50 milioni di euro, fanno parte del tesoretto di Berlusconi invece una Audi A6 immatricolata nel 2006 e tre imbarcazioni extra lusso: la San Maurizio (comprata nel 1977), il Magnum 70 (del ‘90) e la barca a vela Principessa vai via (del 1965). Quest’ultima, raccontano, sarebbe stata venduta negli anni scorsi al patron di Mediolanum Ennio Doris, ma ora è tornata tra le proprietà del leader azzurro. Invariato resta il «pacchetto titoli» dell’imprenditore brianzolo.

Fino alla dichiarazione del 2020 il patrimonio mobiliare e immobiliare dell’ex premier non è cambiato. Nel modulo consegnato al fisco nel 2021, invece, è intervenuta una variazione, ovvero: «L’acquisto dell’intera proprietà di un immobile nel Comune di Casatenovo in data 12 marzo 2021». Dovrebbe trattarsi di Villa Maria, la super villa di Rogoredo di Casatenovo, in provincia di Milano (situata a pochi chilometri da Arcore), dove per un certo periodo Berlusconi viveva con la ex fidanzata Francesca Pascale. Il condizionale è d’obbligo, perché allo stato nessuno sa dire se questo immobile corrisponde a quello denunciato al fisco nel 2018 e indicato come fabbricato di proprietà a Casatenovo o si tratta di un altro bene. 

A parte il piccolo giallo di Villa Maria, nulla è stato toccato. Berlusconi ha, quindi, conservato la proprietà di tre fabbricati a Milano (a cominciare dalla storica residenza di via Rovani, prima del Covid utilizzata per i vertici di centrodestra con Matteo Salvini) e di Villa Campari, sul Lago Maggiore, a Lesa, provincia di Novara. Possiede, inoltre, due magioni ad Antigua e una a Lampedusa (l’ex villa Due Palme, acquistata nel 2011 nell’isola simbolo dell’immigrazione, restaurata e inaugurata nel 2019).

L’ex capo del governo ha una nuova compagna, la deputata azzurra, Marta Fascina. Dopo la separazione dalla seconda moglie Veronica Lario, non si è più sposato ed è rimasto celibe: alla voce stato civile dell’ultima dichiarazione dei redditi presentata nel gennaio scorso, infatti, Berlusconi ha indicato libero, mentre due moduli fa risultava ancora divorziato.

Dagospia il 19 gennaio 2022. Da “Un Giorno da Pecora – Radio1”.

Berlusconi? “Non so se si candiderà, se lo conosco un po' però lui avrà valutato che l'impegno lo porterebbe a stare lontano da casa e dalle sue cose per molti anni. Il ruolo è un impegno importante e lui lo sa. 

Se non concorrerà a queste elezioni sarà per questo, per motivi anche di salute, avendo avuto il Covid e subito un intervento al cuore. Secondo me sta considerando anche questo”.

Lo dice a Rai Radio1, ospite di Un Giorno da Pecora, la senatrice Maria Rosaria Rossi. "Non sono convinta che possa candidarsi per le motivazioni che ho detto, non certo per la paura di non essere eletto. Berlusconi qualunque cosa abbia fatto nella vita, poi l'ha vinta. Non è questa la paura di Silvio, ne sono sicura”. 

Lei è stata per moltissimi anni una fedelissima del Cavaliere. “In tutti questi anni sono stata assistente personale del Presidente, poi tesoriere di Forza Italia, dirigente e consigliera del partito”. I suoi avversari la chiamavano 'la badante' di Berlusconi. 

Le è dispiaciuto avere un appellativo come questo? “No, non ho mai replicato e non mi sono mai sentita colpita, né ne ho mai parlato con Berlusconi. Forse si sono sentite offese le vere badanti, quelle che fanno questo lavoro per professione. Tra l'altro non ho mai capito chi è che per primo abbia coniato questo termine”.

Secondo lei il Presidente è innamorato della sua compagna Marta Fascina? “Non mi risulta nemmeno sia fidanzato”. In che senso? “Sicuramente è una compagnia che gli sta a fianco - ha detto la senatrice a Rai Radio1 - ma non c'è mai stata una sua dichiarazione, ci sono sempre state delle deduzioni giornalistiche. Sicuramente c'è una compagnia, che sia fidanzato non saprei e non voglio entrare nel personale”.

Filippo Ceccarelli per "la Repubblica" il 24 gennaio 2022.

Se mai dovesse scriversi un grande romanzo su questi anni sfarzosi, doloranti e sgangherati; un romanzo sul vuoto di potere che si spalanca in un Paese sempre speciale, ecco, sarebbe bello poter raccontare tutto ciò attraverso gli occhi di Marta Fascina che sabato ha interrotto il suo abituale silenzio con un tweet che diceva: «Come sempre il nostro presidente dimostra di essere un gigante immerso in un teatro di personalità insignificanti, irrilevanti e passeggere». E sarebbe forse sprecato relegare queste parole nell'irrilevanza apologetica; quando invece colpiscono per l'ambigua impersonalità della formula («il nostro»), così come colgono la dimensione eminentemente teatrale che tiene prigioniera l'odierna politica.

Ma chi è Fascina? Una bella ragazza di cui il profilo Instagram rivela l'aspetto cangiante, ora ricciolona, ora sorvegliatissima lady Gaga. Nata in Sicilia e cresciuta nella provincia di Napoli, i tortuosi percorsi dello scouting di Arcore l'hanno precipitata alla Camera, commissione Difesa. 

Ha compiuto da poco 32 anni: «Buon compleanno, Marta» ha postato il Cavaliere, 85, sotto una foto di loro due, opportunamente ritoccati davanti a sgargianti luminarie post-natalizie suscitando oltre 1500 spontanee manifestazioni di affetto e fragorose esplosioni di volgarità. In bilico fra rischi di sessismo, riflessi moralistici, sopite invidie, ma col soccorso dell'ormai superatissimo confine che divideva la sfera pubblica da quella privata, si conferma qui la singolarità del ménage della specialissima coppia. 

Certo, non inedita, se si pensa che a cancellare i grandi scandali sessuali Berlusconi ebbe un'altra giovane fidanzata, Francesca Pascale (oggi 36), presentata in prima serata sulle reti Mediaset: ''Mi si è fidanzato?» gli chiese Barbara D'Urso in veste testimoniale, al che Silvione rispose affermativamente. Ma poi chissà. 

Per cui a partire dal 2018 prese il via l'avvicendamento con Fascina. Per quanto si possa compatire il giornalismo politico nelle sue impervie ricostruzioni nell'era della personalizzazione e del gossip, la nuova fidanzata è una presenza costante nella vita di villa e di palazzo, nei brutti giorni del Covid e nella convalescenza. 

Anche se muta e un passo indietro, è apparsa nei due meeting quirinalizi del centrodestra; così come l'altro ieri la si è immaginata trepida al fianco di Berlusconi nelle ore amare del ritiro, reso obbligato dalla sfiducia degli alleati e dalle preoccupazioni della famiglia, a sua volta guardinga e grata nei confronti di lei.

Si dirà che il tweet era dovuto. Ma senza per questo assecondarne la sostanza, dal punto di vista della storia ultra ventennale, del costume politico e delle sue rappresentazioni, va riconosciuto che la figura di Berlusconi comunque giganteggia su chi legittimamente, fuori e dentro il centrodestra, ha cercato di sbarrargli la strada verso il Quirinale. 

Anche se si tende a rimuoverne il ricordo, il berlusconismo non è stato un normale ciclo di potere come quello, poniamo, di Craxi. E questo perché, senza contare la potenza del denaro, il Cavaliere fin dall'inizio si è vissuto e sempre è stato vissuto dai suoi non quale semplice politico, ma come un sovrano, un re, un monarca, con tutto ciò che ne conseguiva quanto a consenso, emozioni, simboli, mitologia.

Più favorita che regina, Fascina è qui per ricordarci le radici e le forme di quel potere. Non dipende certo da lei il caos odierno, né in futuro l'elezione del 13° Capo dello Stato repubblicano. Ma chi meglio di lei potrebbe raccontare quella che è apparsa la patetica impuntatura di un potente al tramonto? 

Con quali altri occhi un grande scrittore potrebbe descrivere le smanie, i quadri regalati, il patema per i processi, la corsa degli scoiattoli, la lettera dai domiciliari, l'insonnia, i tradimenti e l'estremo trambusto sanitario? A suo modo Fascina indica quanto avanti sia andata la crisi italiana, ma in fondo anche quanto l'umanità ne faccia parte.

La compagna del Cavaliere nella Commissione Difesa. Chi è Marta Fascina, la deputata di Forza Italia e fidanzata di Silvio Berlusconi. Vito Califano su Il Riformista il 24 Gennaio 2022.

Marta Antonia Fascina è deputata della Repubblica di Forza Italia e compagna di Silvio Berlusconi. Si è presa la scena, negli ultimi giorni, con un messaggio in una chat degli azzurri dopo la rinuncia del suo compagno alla corsa al Quirinale, annunciata lo scorso sabato. Sarà a Montecitorio oggi pomeriggio per esprimere il suo voto sul prossimo Presidente della Repubblica. È nella IV Commissione Difesa.

Fascina è nata nel 1990 a Melito di Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria. È cresciuta a Portici, in provincia di Napoli. Si è laureata all’Università La Sapienza di Roma in Lettere e Filosofia. Alle elezioni politiche del 2018 è stata eletta alla Camera dei deputati, con il proporzionale, nella lista di Forza Italia, nella circoscrizione Campania 1.

Dal 2020 è fidanzata con Silvio Berlusconi, ex Presidente del Consiglio, fondatore e leader di Forza Italia. E proprio dopo la rinuncia del compagno alla corsa ha scritto un messaggio che ha fatto molto discutere. “Come sempre, il nostro presidente dimostra di essere un gigante immerso in un teatro di personalità insignificanti, irrilevanti e passeggere!”. Un messaggio interpretato come una stilettata alla coalizione di centrodestra.

Fascina di solito ha un aplomb più riservato. Ha lavorato nell’ufficio stampa del Milan e poi nella Fondazione Milan. Sarebbe stata introdotta, scriveva Vanity Fair, nell’universo berlusconiano da Adriano Galliani. Si sarebbe fatta inoltre tatuare le iniziali S. B. sull’anulare sinistro, come tra l’altro avevano fatto Sabina Began e Francesca Pascale, ex di Berlusconi. La prima volta che fu paparazzata con il Cavaliere fu a inizio 2020 in Svizzera, all’uscita del Grand Resort di Bad Ragaz. La conferma della relazione all’aeroporto di Olbia, qualche mese dopo, all’inizio delle ferie estive a Villa Certosa, in Costa Smeralda.

Silvio Berlusconi intanto resterà all’Ospedale San Raffaele di Milano anche stanotte. L’Ansa fa sapere che il Cavaliere si è sottoposto a una serie di accertamenti, che proseguiranno anche nei prossimi giorni, quando potrebbe essere dimesso per un periodo di riposo a Villa San Martino di Arcore. Berlusconi era stato ricoverato nella giornata di ieri. Durante la giornata ha ricevuto le visite di amici e parenti.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Berlusconi, la super famiglia e i 15 nipoti: chi sono i piccoli eredi dell’impero dei media. Diana Cavalcoli e Daniela Polizzi su Il Corriere della Sera il 23 dicembre 2021. La famiglia Berlusconi non smette di crescere. Persilvio Berlusconi è diventano nonno a 52 anni e l’ex presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi è già bisnonno. Merito di Lucrezia Vittoria Berlusconi, che ha dato alla luce la piccola Olivia. Lucrezia, che oggi ha 31 anni, è nata dalla relazione di Piersilvio con la modella Emanuela Mussida nel 1990, quando l’attuale amministratore delegato Mediaset aveva appena 21 anni. Lucrezia Vittoria si era sposata due anni fa nella villa in Provenza della zia, Marina Berlusconi, e alla cerimonia era presente anche il patriarca Silvio. Olivia è nata nell’aprile scorso, ma solo con un servizio fotografico di «Chi», il settimanale della Mondadori, azienda editoriale «di famiglia», si apprende della sua esistenza: è la prima bisnipote di Silvio Berlusconi.

I nipoti di Silvio: una squadra di 14 eredi

A fine novembre Silvio Berlusconi era diventato nonno per la quattordicesima volta (più un bisnipote). La ricca flotta dei piccoli eredi dell’ex premier, leader di Forza Italia e con ambizioni quirinalizie, si è arricchita tra l’estate e l’autunno del 2021, prima con la nascita di Emanuele Silvio, figlio di Federica Fumagalli e Luigi Berlusconi, ultimogenito del leader di Forza Italia e fondatore di Mediaset. Quindi, con la nascita di un altro nipote, ancora una volta maschio: a fine novembre, Barbara Berlusconi, 37 anni, figlia di Silvio Berlusconi e Veronica Lario, ha dato alla luce in una clinica svizzera il suo quinto figlio. Quinto di fatto e anche di nome, visto che il piccolo si chiama Ettore Quinto, terzo figlio di Barbara con Lorenzo Guerrieri, imprenditore del settore immobiliare. Con il nuovo arrivato siamo a quota quattordici nipoti per Silvio Berlusconi. Barbara Berlusconi, attualmente amministratore delegato della holding 14 che controlla il 21,42% di Fininvest, era già madre di Leone di 4 anni, Francesco Amos di 3 e dei maggiori Alessandro, 13 anni e Edoardo di 11.

Aumentano gli eredi di Silvio Berlusconi

Sono quindi 14 i nipoti che un giorno erediteranno (dopo la seconda generazione) una fetta dell’impero di Berlusconi, impero che si stima valga 4 miliardi tra media ed editoria (valutazione di Forbes di qualche mese fa).

La mappa dei piccoli eredi

Ma chi sono i nipoti di Berlusconi? La più grande è Lucrezia, 31 anni, figlia di Pier Silvio e sorella di Lorenzo Mattia e Sofia Valentina. Poi ci i sono i figli di Marina Berlusconi: Gabriele, nato nel 2002 e Silvio nel 2003. Eleonora Berlusconi ha poi tre eredi: Riccardo, Flora e Artemisia. Mentre il fratello Luigi, il minore dei Berlusconi, come raccontato in apertura è appena diventato padre del piccolo Emanuele Silvio, il cui secondo nome è chiaramente un omaggio al nonno.

I ruoli in famiglia della seconda generazione

Molto del futuro dell’impero costruito da Berlusconi dipenderà dai suoi figli che hanno ruoli diversi nella società di famiglia. Al momento Berlusconi controlla il 61% della holding Fininvest che opera nei settori della televisione, della radio e del cinema con Mediaset e dell’editoria con Mondadori. Il resto delle quote sono così divise tra gli esponenti della seconda generazione: Marina ha l’8% delle quote, è presidente della holding e a capo di Mondadori mentre Pier Silvio detiene l’8% ed è l’uomo alla guida di Mediaset. I tre figli Barbara, Eleonora e Luigi possiedono insieme il 21% della società. Al momento Luigi e Barbara non hanno incarichi operativi nel gruppo, svolgono il ruolo di azionisti di Fininvest e siedono nel consiglio di amministrazione. Anche Eleonora non ha al momento ruoli operativi. In passato Barbara Berlusconi era stata nominata dal board del Milan vicepresidente e amministratore delegato con delega alle funzioni sociali non sportive. Esperienza conclusasi nel 2017, dopo la cessione del club all’imprenditore cinese Yonghong Li e quindi al fondo di investimento Elliott.

Da "il Giornale" il 22 febbraio 2022.

Barbara Berlusconi su Instagram presenta il figlio Ettore Quinto in famiglia. Il piccolo, nato lo scorso 20 novembre, posa in braccio a nonno Silvio, a nonna Veronica Lario, a papà Lorenzo Guerrieri e a tutti i fratellini. 

Per nonno Silvio è il quattordicesimo nipotino. «Sono le prime foto in cui si vede bene il piccolo Ettore Quinto, che porta nel secondo nome il suo status di quinto maschietto - scrive il settimanale "Oggi"- Scatti in bianco e nero che raccontano la felicità di tutta la famiglia per l'arrivo di un nuovo bimbo.

Lo bacia con amore nonno Silvio, anzi bisnonno, visto che suo figlio Pier Silvio è diventato nonno (ad appena 52 anni) nell'aprile scorso, quando la figlia di Lucrezia Vittoria Berlusconi, nata dalla relazione del vicepresidente di Mediaset con la modella Emanuela Mussida, ha dato alla luce Olivia. Lo coccola teneramente, mentre i genitori mostrano tutta la loro felicità».

·        Berlusconi e lo Sport.

M.PI. per “la Repubblica” il 20 settembre 2022.  

Dopo anni di tentativi, Silvio Berlusconi è riuscito a trovare un modo per evitare i processi. Almeno quelli sportivi. Non avrà bisogno di leggi ad personam, né di legittimi impedimenti. Nei tribunali del calcio, al momento, non può portarlo nessuno. Perché l'ex premier è praticamente immune anche a una semplice multa: non è lui il presidente del Monza e non può essere punito. 

Molti se lo saranno chiesto: perché Berlusconi non è stato oggetto di un'indagine della procura federale per le sue frasi contro l'arbitro Di Bello? Soltanto qualche settimana fa, dopo l'ennesima sconfitta del suo Monza, e prima che la squadra battesse la Juventus, Silvio se l'era presa col direttore di gara: «L'Udinese ha giocato in dodici, l'arbitro Di Bello dovrebbe chiamarsi Di Brutto».

Per parole altrettanto critiche, il laziale Sarri ha dovuto patteggiare una multa di 4 mila euro. Non Silvio. Ma non pensiate che la Procura federale non abbia provato a punirlo. Il problema è che, quando ha cercato di capire che carica avesse nel Monza l'ex presidente del Milan, ha scoperto un dato sorprendente: nessuna.

Sì, Silvio Berlusconi formalmente non è presidente del club brianzolo. Non ha nemmeno un incarico onorifico. E il Monza non ha alcun presidente operativo. Ha, sì, un presidente onorario ma è il fratello di Silvio, Paolo. L'unico amministratore del club è Adriano Galliani, deus ex machina dell'operazione che ha portato il Monza in mano alla famiglia Berlusconi. Anzi, a Finivest. Sì, perché Silvio Berlusconi non è direttamente neanche azionista della società. Insomma, non poteva in alcun modo essere sanzionato per le sue frasi. Ovviamente, non è certo questo il motivo per cui il club ha optato per questa struttura societaria.

Però, viene da chiedersi, possibile che un uomo che a 85 anni è ancora protagonista della caduta di un governo e di una campagna elettorale nella coalizione favorita dai sondaggi si accontenti di un ruolo marginale nello sport? Macché. Anzi, a giudicare dalla voglia che ha ancora di infilarsi nello spogliatoio per indottrinare la squadra - anche se non è chiaro a quale titolo ci riesca, visto che non è un tesserato della società - magari ha conservato pure il vizio di suggerire la formazione all'allenatore, come faceva con Ancelotti. Di certo, ama ostentarne la scelta, lo ha fatto anche pochissime ore fa: «Palladino è un allenatore che conosco bene. Ho deciso, con Adriano Galliani, di affidargli la squadra perché a nostro parere lo merita». Parola di presidente. Anzi, no.

Antonio Carioti per il Corriere della Sera il 3 marzo 2022.

È come un romanzo d'appendice: capitoli brevi, con frequenti colpi di scena. E poi curiosità, aneddoti, battute, citazioni canore e cinematografiche, interessanti digressioni. C'è molto lavoro di studio appassionato - perché l'autore è nato nel 1985, quindi era molto piccolo quando avvennero i fatti che ricostruisce -, ma anche tanto ritmo narrativo nel libro di Giuseppe Pastore Il Milan col sole in tasca (66thand2nd), che sarà presentato domani a Book Pride.

Un volume che rievoca nei dettagli i primi e più entusiasmanti anni della squadra rossonera sotto la presidenza di Silvio Berlusconi, fino al trionfo nella finale di Coppa dei Campioni ad Atene, vinta sul Barcellona per 4-0 nel 1994. Fu davvero una miscela esplosiva quella che si venne a creare nella seconda metà degli anni Ottanta tra Arcore, Fusignano (patria romagnola di Arrigo Sacchi) e Milanello. Innanzitutto il calcio, lo sport che agita più di ogni altro gli animi, ma muove anche gli interessi e i capitali. Poi la personalità vulcanica di Berlusconi, la sua spinta a primeggiare e imporsi scavalcando di slancio ogni ostacolo.

Infine l'attaccamento granitico di Sacchi alle sue idee innovative e l'applicazione quasi maniacale che, divorato dallo stress, metteva nel tradurle sul campo di gioco. I risultati furono strabilianti ovviamente anche per merito di campioni dalla classe cristallina, che diedero spettacolo in Italia e ancor più in Europa, ricompensando ampiamente il calore mai venuto meno di una tifoseria che aveva sofferto molto nel periodo immediatamente precedente. 

Pastore passa in rassegna l'esuberanza di Ruud Gullit, il talento di Marco Van Basten, la determinazione di Franco Baresi, le doti straripanti di Paolo Maldini, lo stoicismo di Carlo Ancelotti. E l'elenco potrebbe continuare a lungo. Innumerevoli anche gli episodi gustosi, più o meno noti, che Pastore rispolvera. Nils Liedholm che snobba i suggerimenti di Berlusconi, osservando che il presidente s' intende molto di calcio in quanto «ha allenato l'Edilnord».

Gullit che rimanda al mittente, con parole salaci, l'invito rivolto ai giocatori dal Cavaliere perché osservino un periodo di castità in un drammatico finale di campionato. Sacchi che alla vigilia della nettissima vittoria a Barcellona con i romeni della Steaua Bucarest in Coppa dei Campioni dichiara: «Sono loro i favoriti, hanno un senso del collettivo superiore al nostro». Le «lacrime di Berlusconi» messe in vendita a Napoli dopo il sorpasso in extremis dei partenopei sui rossoneri nel 1990. 

Ad alcune vicende rocambolesche sono dedicati più capitoli, per esempio all'ottavo di finale contro la Stella Rossa Belgrado, nell'autunno del 1988, quando una fitta nebbia calata sullo stadio jugoslavo salvò il Milan da un'eliminazione molto probabile e gli permise di rifarsi in una drammatica ripetizione del match di ritorno, terminata con un successo ai rigori dopo che l'arbitro non aveva visto una palla terminata di circa un metro oltre la linea bianca della porta serba. Molto spazio è riservato anche alle critiche e allo scetticismo che accompagnarono l'avventura vincente dello strano duo Sacchi-Berlusconi.

Tra i meno convinti va citato il grande Gianni Brera, maestro del giornalismo sportivo e cultore inveterato del calcio difensivistico basato su catenaccio e contropiede. Dubbi pesanti furono del resto avanzati nel 1991 anche sul successore di Sacchi, Fabio Capello, che da allenatore rossonero aveva battuto la Sampdoria in uno spareggio per la Coppa Uefa nel 1987, ma non poteva vantare altri titoli.

Invece il Milan sotto la sua guida divenne assai meno effervescente, ma ancora più dominante, tanto da aggiudicarsi tre scudetti consecutivi e da laurearsi poi campione d'Europa nella notte di Atene a cui già si è fatto cenno. Il libro di Pastore non riguarda però soltanto il calcio. Molto spazio è dedicato anche alle attività imprenditoriali di Berlusconi e più in generale alle vicende politiche e sociali, con qualche dettaglio a sorpresa.

Divertente per esempio il racconto della spedizione a Mosca, alla vigilia di un cruciale incontro Napoli-Milan, che vide la Fininvest assicurarsi l'esclusiva della raccolta di pubblicità per le imprese europee sul mercato dell'Urss, nonostante la difficoltà di convincere i dirigenti della tv sovietica, «solidi e stanziali come mammut», e di adattarsi alle usanze locali: «Niente spot martellanti e musichette accattivanti, ma cortometraggi da almeno sei minuti di durata, decisamente soporiferi per i gusti di noi occidentali».

·        Berlusconi e gli amici.

Anticipazione da “Oggi” il 3 marzo 2022.  

Il settimanale Oggi in edicola, oltre a un reportage da Kiev di Francesca Mannocchi e Alessio Romenzi e le interviste a famiglie ucraine e italiane coinvolte nella guerra, contiene una biografia di Putin di 40 pagine, scritta da Giorgio Dell’Arti. Si tratta, come spiega il direttore Carlo Verdelli di «un mosaico costruito attraverso i profili di famigliari, mogli, amanti, amici di ventura, sodali e avversari internazionali. Tanti tasselli, che messi insieme, compongono il ritratto inedito di un leader senza scrupoli». Sul sito oggi.it gli aggiornamenti sulla guerra in Ucraina, con approfondimenti e storie.

Estratti della biografia di Vladimir Putin, raccolti da Giorgio dell’Arti per “Oggi” il 3 marzo 2022.  

Silvio Berlusconi (1936). Imprenditore nell'edilizia, poi nella televisione (Canale 5. Italia 1, Retequattro), poi nello sport (Milan, poi Monza), infine protagonista della vita politica dal 2004 a oggi, come presidente del Consiglio (1994-1995; 2001-2006; 2008-2011) e capo di un partito di centro-destra detto Forza Italia e di una coalizione di conservatori chiamata Polo della o delle Libertà. Grandissimo amico di Putin

Che fosse amico di Putin si sapeva, ma qualche gusto gustoso dettaglio venne fuori dalla massa di documenti diffusa nel novembre 2010 da Julian Assange, i cosiddetti "wikileaks". cioè i rapporti sui leader di tutto il mondo dei servizi segreti americani. Dopo aver descritto Berlusconi come un uomo «vanitoso, inutile e incapace», «debole fisicamente e politicamente», troppo dedito alle «feste selvagge» (wild parties) che gli impediscono di riposare come dovrebbe, si definisce "'inquietante" l'amicizia troppo stretta con Putin: regali generosi, contratti lucrosi nel settore energetico e un mediatore-ombra russian-speaking, cioè che parla russo.

Questa potrebbe essere la rivelazione più preoccupante, perché certo non c'è bisogno di un mediatore (go-between) per far incontrare Berlusconi e Putin, e dunque questo signore - se esiste - dovrebbe esser quello che si occupa del lato sporco di parecchie faccende, comprese eventuali tangenti (che, nel settore energetico specialmente, esistono da sempre).

Berlusconi in effetti - secondo la Onlus Wikileaks - avrebbe una forte propensione a fare il ministro degli Esteri e a siglare accordi direttamente con Putin, saltando tutte le strutture e frustrando parecchio i diplomatici dell'ambasciata italiana a Mosca. Infine: «Berlusconi appare sempre di più come il portavoce (mouthpiece) di Putin in Europa». Invece Putin, capace di dominare tutti gli uomini politici del Paese, viene fatto "fesso" (undermined) dalla sua burocrazia, un apparato che il funzionario statunitense giudica ingovernabile

Putin ha detto molte volte in televisione che all'80% delle sue disposizioni non si dà alcun seguito.

·        Berlusconi e la politica.

Da repubblica.it il 16 novembre 2022.

Arcore, 1981. Silvio Berlusconi, 45enne, ha lanciato da pochi mesi Canale 5. I suoi intendimenti sono ormai chiari: rompere il monopolio della Rai e proporre il suo nuovo modo di fare televisione, simile al modello americano, fondato sulla pubblicità. Non tutti sono d'accordo, soprattutto a Roma. 

E in un video rilanciato oggi dalla trasmissione della tv della Svizzera italiana "Cliché" (di Lorenzo Buccella), e rimasto per anni sepolto negli archivi (nel 1981 andò in onda all'interno del documentario "Milano su misura"), è lo stesso Berlusconi a far capire come l'unico ostacolo alla crescita delle sue televisioni risieda nella politica romana. 

Le decisioni politiche pesano in modo condizionante sulle sue scelte?, gli chiede chi lo intervista. E lui, dopo aver elogiato Milano centro propulsivo del Paese, risponde: "Beh, ahimè, sì. Io sono un qualunquista da questo punto di vista". E racconta di amici newyorkesi che lo chiamano preoccupati ogni volta che cade un governo. Ma lui dice loro: "Guardate che sto brindando a champagne, mi auguro che non ci sia per molto tempo".

Berlusconi e l'incessante controcanto di Forza Italia a ogni scelta di Meloni. Tommaso Labate su Il Corriere della Sera il 14 Novembre 2022.

Dal tetto al contante ai migranti, il partito guidato da Silvio Berlusconi si smarca sempre dal nuovo asse tra Fratelli d'Italia e Lega: è la coda delle tensioni sui nomi dell'esecutivo o l'inizio di una sorta di Vietnam?

Hanno cominciato da subito. E, finora, non hanno mai smesso.

L’innalzamento del tetto al contante? «Non è una priorità».

Il decreto anti-rave? «Va cambiato».

Le modifiche al Superbonus per l’edilizia? «Presentiamo un emendamento».

E persino sull’immigrazione, e cioè sullo spinoso dossier in cui le posizioni sembravano destinate a un allineamento quasi perfetto, è venuto fuori l’approccio morbido di Silvio Berlusconi, che in una cena privata — come ha rivelato Francesco Verderami sul Corriere — ha spiegato ai commensali che «quelle povere persone» imbarcate dalle navi delle Ong andavano «salvate tutte», con buona pace degli sbarchi selettivi decisi dal Viminale prima che esplodesse il caos diplomatico con la Francia.

Il governo guidato da Giorgia Meloni non ha neanche compiuto un mese. Ma nelle tre settimane di presenza sulla scena, con un ritmo scandito dall’asse Fratelli d’Italia-Lega, non c’è stato praticamente giorno in cui Forza Italia si sia astenuta dal controcanto.

A ogni mossa del tandem Meloni-Salvini, una contromossa di Berlusconi.

Sempre, sistematicamente, come una goccia cinese, su tutti i provvedimenti messi in campo; quelli approvati in Consiglio dei ministri, quelli allo studio, quelli visti, rivisti, soltanto annunciati o semplicemente ventilati. Una situazione che ha completamente ridisegnato gli equilibri «geopolitici» interni al centrodestra, arrivato al voto con un solito asse Berlusconi-Salvini in chiave anti-Meloni e uscito dalle urne con un assetto completamente stravolto: Fratelli d’Italia e Lega di qua, Forza Italia sempre e comunque dall’altra parte.

Che sia la coda velenosissima della tormentata composizione della squadra di governo oppure l’anticipo di una sorta di Vietnam parlamentare, questo lo si capirà presto. FI rimane un partito diviso al proprio interno, con il fronte «governista» che ha posizioni diverse rispetto a chi è rimasto a presidiare il Parlamento, certo. Ma, sfumature e voci di scissione a parte, al momento i numeri sono quelli che sono. Tra i banchi di Palazzo Madama, le «Colonne d’Ercole» che storicamente separano la necessità di approvare la Finanziaria entro l’anno dall’incubo dell’esercizio provvisorio, la maggioranza assoluta è fissata a 204; e i senatori del gruppo azzurro, al momento 18, bastano e avanzano per far saltare il banco. E non è un caso, come nota un big azzurro con una perfidia nascosta dietro la garanzia dell’anonimato, che «alla buvette i senatori di Meloni e Salvini si trovano sempre a ridere e scherzare più con i colleghi di Azione-Italia viva che non con noi di FI».

Agli atti, l’ultima dichiarazione di un forzista di primo piano e non ministro millimetricamente allineata con Giorgia Meloni è stata quella pronunciata da Berlusconi il giorno della fiducia in Senato. Prima e dopo, sempre e solo voci fuori dal coro. È stato così da subito, da quando l’eterogeneo pacchetto rave-contanti ha iniziato a riempire l’agenda di governo. «Trovo offensivo che l’attenzione sia su questo, quando la priorità è mettere mille euro nelle tasche dei pensionati e aiutare famiglie e imprese», aveva aperto le danze il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè. Sembrava una nota stonata, è diventato uno spartito quotidiano. Proseguito sul Superbonus e culminato, nelle ultime ore, con le sfumature sull’immigrazione. E quando non sono dichiarazioni in dissenso, dei berlusconiani diventa rumorosissimo il silenzio, come sulle modifiche al reddito di cittadinanza.

Raccontano che negli ultimi giorni, confrontandosi in presenza della premier sui continui smarcamenti di FI, due esponenti del governo si siano divisi su quello che ha in mente Berlusconi.

L’ottimista dei due ha fatto notare che «Silvio, che di pugnalate amiche ne ha subite, non darebbe mai una spallata a un governo di centrodestra».

L’altro, il pessimista, s’è limitato a ricordare un dettaglio: «Vero. Ma da quando è in campo non c’è mai stato un governo di centrodestra non guidato da lui».

Meloni avrebbe ascoltato senza proferire parola.

Da repubblica.it il 12 novembre 2022.

Forza Italia è sempre di più un "affare di famiglia". Quando a salvare i conti del partito non ci pensa il fondatore Silvio Berlusconi - dal 2014 ha sborsato di tasca propria quasi 100 milioni di euro - intervengono le sue aziende, gli amici più cari, i familiari. Barbara, Eleonora, Luigi, Marina e Pier Silvio, i figli del Cavaliere, hanno donato alle casse azzurre ben 500mila euro nel 2002, 100mila euro a testa. 

Spulciando l'elenco dei contributi percepiti dal partito quest'anno e resi pubblici per obbligo di legge, spiccano poi i 50mila euro versati il 2 agosto dalla 'Finanziaria d'investimento Fininvest spa' con sede a Roma, in Largo del Nazareno. Appena due mesi prima, il 14 giugno, il Biscione aveva donato la stessa cifra, confermandosi il principale 'finanziatore forzista'. Sempre Fininvest, un anno fa, l'11 febbraio, aveva staccato un assegno di 100 mila euro, stessa cifra nel 2020, il 3 febbraio, e nel 2019, il 15 luglio. Per un totale, ad oggi, di 400 mila euro.

Le donazioni dei Berlusconi

Quest'anno, come detto, in soccorso delle finanze di FI sono arrivati pure, per la prima volta tutti insieme, i cinque figli di Berlusconi con 100mila euro a testa: la primogenita Marina, Pier Silvio, Eleonora e Luigi hanno fatto il loro versamento il 16 agosto scorso, mentre Barbara ha fatto la sua donazione il 22. 

Stavolta è mancato all'appello Paolo, il fratello dell'ex premier, che però non ha fatto mancare il suo apporto in passato: 100 mila euro l'8 maggio del 2019 più la concessione di un pegno in titoli di 4 milioni di euro, come certificato dal bilancio chiuso al 31 dicembre dello stesso anno. Andando indietro nel tempo, inoltre, si scopre che Luigi, il più piccolo della 'nidiata', già il 21 settembre dell'anno scorso aveva contribuito alla causa con 100 mila euro.

Carte alla mano, solo nel 2022 la famiglia Berlusconi è arrivata a sborsare complessivamente 500 mila euro. Un vero e proprio tesoretto, in tempi di magra post abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, ma soprattutto plastica rappresentazione di quanta parte ormai i figli del Cavaliere (rimasto, di fatto, l'unico proprietario della sua creatura politica) abbiano all'interno del partito, a cominciare dalla gestione delle casse. Lanciato nel '94, FI per circa vent'anni ha viaggiato a doppia cifra nelle urne per poi subire il sorpasso prima della Lega, nel 2018, poi di Fratelli d'Italia, 4 anni dopo, per fermarsi all'attuale 8 per cento delle ultime politiche grazie all'ennesima 'discesa in campo' del fondatore. 

I conti di Forza Italia

Secondo l'ultimo bilancio, chiuso al 31 dicembre 2021, FI presenta conti in lieve miglioramento ma sempre in rosso, con un disavanzo di 340.490 euro ed è debitrice verso 'altri finanziatori', ovvero l'unico creditore-padrone che l'ha creata 28 anni fa, l'ex premier, per oltre 92milioni di euro. Tutti garantiti attraverso fideiussioni personali.

A pesare notevolmente sulle finanze, raccontano, anche l'irrisolto problema dei morosi, ovvero di tutti quei deputati, senatori e consiglieri regionali, che non pagano regolarmente le quote dovute (900 euro al mese), una vera e propria gatta da pelare che ha comportato un buco di cassa di almeno 2 milioni di euro, visto che un parlamentare su tre non pagherebbe gli arretrati. 

In particolare, si legge ancora nel rendiconto, tra i contributi pervenuti de persone giuridiche risulta ancora una volta la Finanziaria d'investimento Fininvest spa con 100 mila euro, e "nei conti d'ordine" figura "nella voce garanzie (pegni, ipoteche) a/da terzi un ammontare di 7 milioni di euro relativo al pegno in titoli di 3 milioni rilasciato dal presidente Berlusconi in precedenti esercizi" e "ad ulteriori pegni in titoli per 4milioni di euro rilasciati" dal fratello Paolo "a fronte degli affidamenti concessi da un istituto bancario al movimento".

Forza Italia, il partito monarchico-anarchico regno ballerino di Berlusconi. Debolezze e fibrillazioni del movimento che da sempre si identifica nel suo leader. Ecco cosa dice il suo amico Caligiuri. Paola Sacchi su Il Dubbio il 27 ottobre 2022.

«Berlusconi è un grande e si è mai visto nella storia un grande lasciare un erede? Tensioni interne? Certo che ci sono, lui ha 86 anni, ma convincetevi che anche ora Forza Italia è lui, era e resta lui. Quell’insperato 8,4 per cento ottenuto, seppur tallonato da Fratelli d’Italia, prima dalla Lega (il sorpasso del 2018 è stato pareggiato, ndr), poi da Renzi e Calenda, è tutto suo, con una campagna elettorale pazzesca TV e social». Ma Giovanbattista Caligiuri, detto Gegè, già presidente della Calabria, senatore, sottosegretario, soprattutto uno dei 27 uomini azzurri di Publitalia, che con Marcello Dell’Utri amministratore delegato, Massimo Palmizio, Gianfranco Miccichè, Enzo Ghigo, per citarne i più noti, furono l’embrione di Forza Italia, ovvero la base dell’iniziale e vituperato partito- azienda, non è un acritico fan adorante.

Amico personale del “dottore”, imprenditore-politico, non nasconde che abbia commesso pure errori. «Lui dice sempre quello che pensa, a volte anche troppo, ma qualsiasi cosa dica e faccia è sempre show. È unico», spiega Caligiuri, osservatore prezioso anche perché da tempo fuori dalla politica attiva. E sempre al di sopra delle diatribe interne che, come dicono altri esegeti delle cose di Arcore, ci sono sempre state, ma ora si sono accentuate nel «partito monarchico- anarchico».

Il movimento-partito «di quelli che fanno come c… gli pare», disse una volta l’avvocato senatore Niccolò Ghedini con ironia su un disguido in una votazione, per stigmatizzare l’errore ma al tempo stesso anche, con ironico affetto, quello specifico tratto liberale, persino troppo, anche nella stessa vita interna di FI. Così diversa dalla struttura più rigida di FdI o dallo schema organizzativo interno “leninista” della Lega. Forza e debolezza al tempo stesso di FI. Partito che il “dottore” ha plasmato con «il sole in tasca» (imperativo per i suoi top manager) delle idee liberali, anti- pressione fiscale, garantiste, europeiste e atlantiche. Proprio su questo giornale abbiamo ricordato la “rottura” che il Cav fece nel ’ 94 al suo primo mandato da premier recandosi al Cimitero militare Usa di Nettuno, rottura rispetto a una narrazione di sinistra tutta incentrata soprattutto sulla Resistenza, mettendo in ombra il decisivo sacrificio angloamericano.

Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, già sottosegretario alla Difesa, un significativo curriculum da direttore di testate Mediaset e Gruppo Mondadori, di casa a Arcore, molto vicino al Cav e alla top manager Marina Berlusconi, ha ribadito il valore aggiunto euro- atlantico di FI. Dopo l’uscita delle frasi rubate dagli audio «decontestualizzate e strumentalizzate» pro- Putin di Berlusconi che ha condannato l’aggressione all’Ucraina e schierato sempre FI con tutto il centrodestra a favore dei provvedimenti di sostegno all’Ucraina, ma rivendicando il grande risultato di Pratica di Mare nel tentativo di portare Putin in Occidente, nella Nato.

Mulè ha anche pungolato il vicepresidente e coordinatore azzurro Antonio Tajani, mai però chiedendone dimissioni, auspicando che non si sobbarchi come altri, dopo essere diventato ministro degli Esteri, «della fatica» di accumulare troppi incarichi. Questo, ha precisato, non per ostilità ma «per il rilancio di FI». Mulè nella geografia azzurra viene classificato tra i “falchi”, l’area che insieme con il nuovo capogruppo alla Camera, il quarantenne Alessandro Cattaneo, fa riferimento all’altra quarantenne, personaggio di punta nel nuovo firmamento azzurro Licia Ronzulli, capogruppo al Senato, stretta emanazione del Cav. Ronzulli “capa” dello staff di Arcore, è stata demonizzata, dopo il veto di FdI su di lei al governo, anche dai malpancisti non ricandidati da FI, pure con accuse dai tratti di misoginia che nei confronti delle donne di potere in particolare non mancano mai.

Ma i “falchi” non sono solo nomi, rappresentano soprattutto una linea nettamente antitetica alla sinistra, ovvero l’anima profonda liberale e marcatamente anti- comunista del Cav. Ma questa la impersonifica anche Tajani, che è cofondatore di FI con Antonio Martino, Dell’Utri, Giuliano Urbani. Tajani però è anche l’uomo della diplomazia Ue e dal curriculum tutto europeo. Ex presidente del Pe, ex commissario Ue, è tuttora vicepresidente del Ppe. Descritto sempre come un vero soldato leale di Silvio, più diplomatico che front- man, è entrato nel mirino delle critiche interne con l’accusa di essere a capo dell’ala dei cosiddetti governisti, sospettati di aver bypassato il Cav con Meloni, e per le nomine di personaggi a lui vicinissimi, come l’ex capogruppo Paolo Barelli. Accuse che il ministro degli Esteri e vicepremier ha seccamente respinto.

La partita dei sottosegretari è ora importante per allentare le tensioni azzurre che potrebbero anche provocare fuoriuscite verso il nuovo gruppo cuscinetto dei Moderati di Maurizio Lupi con cui FdI potrebbe tutelare il governo al Senato, in particolare. Resta comunque il punto di fondo del futuro azzurro. Ma c’è chi sostiene che Berlusconi ormai ha plasmato un’area liberale anti-sinistra che resterà sempre fino a lasciare la sua decisiva impronta sullo stesso FdI. Questo significano le sue parole di apprezzamento a Meloni che «ha detto cose definitive su tasse e libertà».

Un modo per il leader azzurro di sottolineare il suo decisivo contributo per portare la destra più verso il centro. Solo che «da signore di vecchio stampo, da Meloni si sarebbe aspettato altrettanta generosità», chiosa l’amico Caligiuri. Anche ieri al Senato in aula e sui banchi del governo tra le file di FdI spiccavano ex personalità azzurre di rango, dal professore liberale, massimo studioso di Karl Popper, Marcello Pera, già seconda carica dello Stato, al ministro agli Affari Europei e Pnrr, Raffaele Fitto. Cav dappertutto.

(ANSA il 18 ottobre 2022) - "I ministri russi hanno detto che siamo già in guerra con loro perché forniamo armi e finanziamenti all'Ucraina. Però sono molto, molto, molto preoccupato. Ho riallacciato un po' i rapporti con il presidente Putin, un po' tanto, nel senso che per il mio compleanno mi ha mandato venti bottiglie di vodka e una lettera dolcissima. 

Gli ho risposto con bottiglie di Lambrusco e una lettera altrettanto dolce. Sono stato dichiarato da lui il primo dei suoi cinque veri amici". Lo ha detto il leader di FI, Silvio BERLUSCONI, nell'incontro con i deputati azzurri, come si può ascoltare in un audio pubblicato sul sito di LaPresse.

(9Colonne il 18 ottobre 2022) - Il presidente di Forza Italia Silvio BERLUSCONI smentisce la notizia su una presunta ripresa dei rapporti con Vladimir Putin. Il presidente Berlusconi, spiega una nota, ha raccontato ai parlamentari una vecchia storia relativa a un episodio risalente a molti anni fa. 

(LaPresse) - "Putin per il mio compleanno mi ha mandato 20 bottiglie di Vodka e una lettera dolcissima. Io gli ho risposto con bottiglie di Lambrusco e con una lettera altrettanto dolce. Io l'ho conosciuto come una persona di pace e sensata...". Così Silvio Berlusconi secondo quanto apprende LaPresse durante il suo intervento alla riunione dell'assemblea di Forza Italia alla Camera per l'elezione del capogruppo. 

(LaPresse il 18 ottobre 2022) - "I ministri russi hanno già detto in diverse occasioni che siamo noi in guerra con loro, perché forniamo armi e finanziamenti all'Ucraina. Io non posso personalmente fornire il mio parere perché se viene raccontato alla stampa viene fuori un disastro, ma sono molto, molto, molto preoccupato. Ho riallacciato i rapporti con il presidente Putin, un po' tanto". Così Silvio Berlusconi secondo quanto apprende LaPresse durante il suo intervento alla riunione dell'assemblea di Forza Italia alla Camera per l'elezione del capogruppo.

(ANSA il 19 ottobre 2022) - "In 28 anni di vita politica la scelta atlantica, l'europeismo, il riferimento costante all'Occidente come sistema di valori e di alleanze fra Paesi liberi e democratici sono stati alla base del mio impegno di leader politico e di uomo di governo. Come ho spiegato al Congresso degli Stati Uniti, l'amicizia e la gratitudine verso quel Paese fanno parte dei valori ai quali fin da ragazzo sono stato educato da mio padre. Nessuno, sottolineo nessuno, può permettersi di mettere in discussione questo". Così il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi.

(ANSA il 19 ottobre 2022) - Per il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi la propria fedeltà ai valori europei e atlantisti non può essere messa in discussione e - chiarisce in una nota - "non può certamente permettersi di farlo la sinistra, che tante volte è stata dalla parte sbagliata della storia. Tantomeno la sinistra del Partito democratico, che anche alle ultime elezioni, meno di un mese fa, era alleata con i nemici della Nato e dell'Occidente".

(ANSA il 19 ottobre 2022) - "La mia posizione personale e quella di Forza Italia non si discostano da quella del governo italiano, dell'Unione europea, dell'Alleanza atlantica né sulla crisi ucraina, né sugli altri grandi temi della politica internazionale. Lo abbiamo dimostrato in decine di dichiarazioni ufficiali, di atti parlamentari, di voti alle Camere". Così il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi in una nota in cui, aggiunge, ha dovuto "ribadire l'ovvio" dopo le dichiarazioni audio diffuse.

(ANSA il 19 ottobre 2022) - "La colpa non è degli organi di informazione, ovviamente costretti a diffondere queste notizie, è di chi usa questi metodi di dossieraggio indegni di un Paese civile". Così il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi riferendosi alla diffusione delle sue dichiarazioni audio.

Berlusconi ha aggiunto: "Tutto questo però non esisterebbe, se non vi fosse in Italia la pessima abitudine di trasformare la discussione politica in pettegolezzo, utilizzando frasi rubate registrate di nascosto, e appunti fotografati con il teleobbiettivo, con un metodo non solo sleale ma intimidatorio. Un metodo soprattutto che porta a stravolgere e addirittura a rovesciare il mio pensiero, usando a piacimento brandelli di conversazioni, attribuendomi opinioni che stavo semplicemente riferendo, dando a frasi discorsive un significato del tutto diverso da quello reale"

(ANSA il 19 ottobre 2022) - "Interrogarsi sulle cause del comportamento russo, come stavo facendo, e auspicare una soluzione diplomatica il più rapida possibile, con l'intervento forte e congiunto degli Stati Uniti e della Repubblica cinese, non sono atti in contraddizione con la solidarietà occidentale e il sostegno al popolo ucraino. Del resto alla pace non si potrà giungere se i diritti dell'Ucraina non saranno adeguatamente tutelati". Così il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, in una nota dopo le sue dichiarazioni audio sul conflitto in Ucraina.

Cav chiama Mentana, "parole su Ucraina frutto preoccupazione". (ANSA il 19 ottobre 2022) - "Era Silvio Berlusconi come avete intuito e ci pregava di riassumere quello che dirò, cercando di essere il più fedele possibile. Le parole registrate vanno inquadrate in un discorso più generale di cui si è preso solo questo aspetto, che era il racconto di una preoccupazione generale, sto citando Berlusconi, riguardo al clima che si è creato nel rapporto tra Russia, Europa ed Occidente, con il governo degli Stati Uniti che ha disatteso le premesse multilaterali date da Donald Trump e con una situazione che è diventata sempre meno favorevole, anche perché dopo 23 anni si è creata una situazione con un solo beneficiario, la Cina". Così il direttore Enrico Mentana, in diretta tv, sintetizza il contenuto di una telefonata appena ricevuta dal Presidente Berlusconi, pochi minuti dopo che lo stesso Tg aveva diffuso il suo secondo audio shock, stavolta contro il Presidente ucraino. "La preoccupazione generale di Berlusconi - prosegue Mentana - era che ci fosse la rottura tra Europa e Russia, che in qualche modo interrompeva una spirale già rallentata dopo gli accordi di Pratica di Mare, con il fatto che la Cina potesse approfittare di tutto questo. Questa è - conclude - la contestualizzazione dell'interessato e che era alla base delle sue parole". "Una posizione che - chiosa Mentana - è diversa da quella del governo italiano e dalla leader del futuro governo di centrodestra".

UCRAINA, BERLUSCONI: “ZELENSKY? NON DICO QUELLO CHE PENSO”. Da lapresse.it il 19 ottobre 2022. 

Silvio Berlusconi parla a ruota libera della guerra ucraina durante il suo intervento alla riunione dell’assemblea di Forza Italia alla Camera, ripreso in un audio ottenuto in esclusiva da LaPresse.”Io non vedo come possano mettersi a un tavolo di mediazione Putin e Zelensky. Perché non c’è nessun modo possibile. Zelensky, secondo me… lasciamo perdere, non posso dirlo…”.  

“Zelensky ha triplicato attacchi a repubbliche Donbass”. Questa la versione del leader di Forza Italia sullo scoppio della guerra in Ucraina: “Sapete com’è avvenuta la cosa della Russia? Anche su questo vi prego, però, il massimo riserbo. Promettete? (…) La cosa è andata così: nel 2014 a Minsk, in Bielorussia, si firma un accordo tra l’Ucraina e le due neocostituite repubbliche del Donbass per un accordo di pace senza che nessuno attaccasse l’altro. L’Ucraina butta al diavolo questo trattato un anno dopo e comincia ad attaccare le frontiere delle due repubbliche. Le due repubbliche subiscono vittime tra i militari che arrivano, mi si dice, a 5-6-7mila morti. Arriva Zelensky, triplica gli attacchi alle due repubbliche.

I morti diventano (…). Disperate, le due repubbliche (…) mandano una delegazione a Mosca (…) e finalmente riescono a parlare con Putin. Dicono: ‘Vladimir non sappiamo che fare, difendici tu’. Lui – aggiunge – è contrario a qualsiasi iniziativa, resiste, subisce una pressione forte da tutta la Russia. 

E allora si decide a inventare una operazione speciale: le truppe dovevano entrare in Ucraina, in una settimana raggiungere Kiev, deporre il governo in carica, Zelensky eccetera, e mettere un governo già scelto dalla minoranza ucraina di persone per bene e di buon senso, un’altra settimana per tornare indietro. È entrato in Ucraina e si è trovato di fronte a una situazione imprevista e imprevedibile di resistenza da parte degli ucraini, che hanno cominciato dal terzo giorno a ricevere soldi e armi dall’Occidente. E la guerra, invece di essere una operazione di due settimane, è diventata una guerra di duecento e rotti anni. Quindi, questa è la situazione della guerra in Ucraina”. 

“Non ci sono più leader, né in Europa né negli Usa”

Berlusconi, inoltre, ha aggiunto: “Quello che è un altro rischio, un altro pericolo che tutti noi abbiamo: oggi, purtroppo, nel mondo occidentale, non ci sono leader, non ci sono in Europa e negli Stati Uniti d’America. Non vi dico le cose che so ma leader veri non ce ne sono. Posso farvi sorridere? L’unico vero leader sono io…”. 

“Strage di soldati e cittadini, serve intervento forte”

“La guerra condotta in Ucraina è la strage dei soldati e dei cittadini ucraini. Se lui diceva ‘Non attacco più’, finiva tutto (…). Quindi se non c’è un intervento forte, questa guerra non finisce”.  

Da lastampa.it il 19 ottobre 2022.

«Su una cosa sono stata, sono, e sarò sempre chiara. Intendo guidare un governo con una linea di politica estera chiara e inequivocabile». Così in una nota, Giorgia Meloni. Per la presidente di Fratelli d’Italia «l'Italia è a pieno titolo, e a testa alta, parte dell'Europa e dell'Alleanza atlantica. Chi non fosse d'accordo con questo caposaldo non potrà far parte del governo, a costo di non fare il governo».

Da open.online il 19 ottobre 2022. 

«È una testa di cazzo, in un giorno ha rovinato tutto». «Un povero rimbambito». In questi due commenti attribuiti a dirigenti di Fratelli d’Italia e fedelissimi di Giorgia Meloni dal Fatto Quotidiano c’è tutto lo sconcerto interno al centrodestra per l’ennesimo show di Silvio Berlusconi. 

E se la frase del Cavaliere su Andrea Giambruno (il compagno della premier in pectore) che lavora a Mediaset denota, secondo la maggioranza, «una concezione padronale della coalizione», Meloni è arrabbiatissima per il riferimento: «Cos’è, un ricatto? Pensa di minacciarci così? Andrea lavorava a Mediaset prima di conoscerci». Il primo modo per farla pagare al Cavaliere è lasciare Elisabetta Casellati fuori da via Arenula: al ministero della Giustizia andrà Carlo Nordio. Il secondo mette in gioco il ruolo di Antonio Tajani. Che vede in bilico sia il ruolo di vicepremier che la nomina alla Farnesina.

Il ruolo di Tajani

Il nuovo governo è ancora in bilico. Domani, giovedì 20 ottobre, il centrodestra unito è atteso al Quirinale per le consultazioni. L’incarico alla nuova premier potrebbe arrivare già il 21, mentre il week end successivo potrebbe essere dedicato a mettere a punto i dettagli prima del varo ufficiale dell’esecutivo. «L’Italia è e resterà nel solco dell’Unione europea e dell’alleanza atlantica. Berlusconi, come tutti, ha avuto rapporti con Putin per provare ad avvicinarlo alle democrazie liberali. Ma quella fase storica è finita quando Putin ha deciso di invadere l’Ucraina con i carri armati. Ora il solco è incolmabile», è la posizione di Fratelli d’Italia ribadita ieri da Fabio Rampelli.

Per questo La Stampa oggi racconta che adesso Tajani è di nuovo in bilico. «Berlusconi potrebbe averlo ammazzato», sussurrano dentro Fdi. Il ragionamento è semplice. Come può il numero due di Forza Italia essere il rappresentante dell’Italia all’estero quando il numero uno ha rapporti «riallacciati» con Putin? Per ora la linea di Meloni prevede il silenzio. Mentre qualcuno sussurra all’orecchio della presidente di Fdi di evitare una presentazione a tre al Quirinale. Perché l’imprevedibilità di Berlusconi potrebbe riservare altre brutte sorprese davanti alle telecamere. 

Silvio, la rana e lo scorpione

Di più. Meloni evoca anche il fantasma di Gianfranco Fini: con l’ex leader di Alleanza Nazionale Giorgia aveva avuto contatti nei giorni precedenti. Ora, è il ragionamento, il trattamento che subì l’ex alleato potrebbe essere riservato anche a lei. Anche se per ora i giornali di destra sembrano piuttosto schierati contro il Cav. E quello di famiglia (“Il Giornale“) getta acqua sul fuoco con evidente imbarazzo.

Il retroscena del Corriere della Sera aggiunge che Meloni scherzando già nei giorni scorsi aveva detto che «Berlusconi è come lo scorpione con la rana: punge anche se sa che morirà anche lui, come lo scorpione è “fatto così”, è più forte di lui». Ma «quando ha parlato con me sembrava molto più ragionevole. Poi torna dai suoi fedelissimi ed ecco qui…». La favola sull’immutabilità degli istinti spinge la nuova premier a rimettere in gioco la lista dei ministri. Oltre a Tajani, che alla fine comunque dovrebbe farcela, è in bilico il ministero dello Sviluppo assegnato a Guido Crosetto. Così come la Salute, per la quale si cerca un tecnico. 

Da iltempo.it il 18 ottobre 2022. 

"Qui ci sono solo due possibilità - commenta il filosofo ed ex sindaco di Venezia ad affaritaliani.it - o Berlusconi vuole liquidare il governo Meloni ancora prima che nasca o si tratta di problemi senili di chi non riesce a controllare le proprie dichiarazioni". Su Ronzulli capogruppo di Forza Italia al Senato, Cacciari aggiunge che "quelli sono cavoli di un partito. 

Però se il leader di una forza politica che fa parte di una coalizione che si appresta a far nascere un esecutivo fa questo tipo di dichiarazioni o è in una situazione precaria di equilibrio psicologico o ha come obiettivo quello di far saltare il governo e Meloni".

Qualora saltasse clamorosamente tutto, secondo il filosofo "verrebbe meno la sceneggiata, come era probabile fin da prima delle elezioni, di un governo di Centrodestra. Attraverso vari passaggi si tornerebbe a Mattarella che darebbe vita a un altro esecutivo di unità nazionale con chi ci sta". 

 Infine una battuta sull'eventualità di un ritorno di Mario Draghi a Palazzo Chigi. "No, è impossibile - chiude Cacciari - non accetterebbe mai. Avremmo un avatar di Draghi come presidente del Consiglio". 

Dagonews il 19 ottobre 2022.

Chi ha passato a LaPresse, l’agenzia di Marco Durante, l’audio in cui Berlusconi sproloquia della "corrispondenza di amorosi sensi" con Putin? E’ stato un deputato di Forza Italia, di tendenza Tajani. 

La registrazione nascosta, effettuata nel chiuso dell'assemblea con i deputati forzisti, è stata una ritorsione per l’atto di forza del Cav che, presentandosi a Montecitorio, ha di fatto obbligato i suoi onorevoli a eleggere come capogruppo il ronzulliano Alessandro Cattaneo (con conseguente furia del tajaneo Paolo Barelli).

Prima di uscire dalla Camera dei deputati, Berlusconi si è ritrovato circondato dal solito drappello di adoranti subalterni tra cui c’era anche il deputato "infedele" che ha registrato  il vaniloquio del fu Sire di Arcore girandolo subito dopo alla direttrice dell’agenzia LaPresse, Alessia Lautone. 

L'azione da guastatore del parlamentare infingardo si è interrotta poco prima di registrare la spacconata più grossa rifilata da Berlusconi: “Tra i primi cinque amici di Putin, io sono il primo”. Una pralina di follia somministrata in piena guerra tra Ucraina e Russia, proprio mentre tutto l’Occidente guarda al futuro governo italiano con apprensione per eventuali sbandante filo-Cremlino.

Alla diffusione dell’audio, Giorgia Meloni s’è infuriata come neanche le Erinni, ha telefonato a Tajani e con quel misto Oxford-Garbatella gli ha urlato: “Col cazzo che vai alla Farnesina!”. D’altronde piazzare il ciambellano del Cav putinizzato al ministero degli Esteri sarebbe vissuto sia Washington che a Bruxelles come un cazzotto nello stomaco.

Se abbiamo fatto uscire tutti gli audio su Berlusconi? “Ci sarà qualcosa più tardi. Di cosa si parla? Vedremo più tardi, posso solo dire che non si parla di donne, non ci sono donne”. A parlare, a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, è Alessia Lautone, direttrice dell'agenzia La Presse, che ieri ha diffuso gli audio del leader di Forza Italia che hanno provocato un terremoto nel c.destra. 

Ronzulli: criminale fare uscire audio Berlusconi. Da repubblica.it il 19 ottobre 2022.

"Trovo vergognoso che all'interno di 45 persone ci sia qualcuno che abbia sfregiato il presidente Berlusconi divulgando l'audio alla stampa. Non si sa in cambio di cosa...". Lo ha detto la capogruppo al Senato di FI, Licia Ronzulli. Secondo Ronzulli far uscire l'audio sarebbe "criminale".

Estratto dell'articolo di Filippo Ceccarelli per “la Repubblica” il 19 ottobre 2022.

Ma Berlusconi è diventato matto? Nel tempo delle semplificazioni la circostanza che ieri si sia prodotto in una serie di esternazioni a capocchia non sembra sufficiente a declinare la giornata politica sotto il segno della psichiatria o, come frequentemente si sente mormorare nel Palazzo, della demenza senile. […] 

Ma il caso di Berlusconi è troppo particolare, e non solo perché con il tema della pazzia ha giocato fin dagli esordi in politica. Basti pensare al suo primissimo discorso, alla Fiera di Roma, 6 febbraio 1994. A quei tempi non aveva in volto il sorriso-rictus del joker, ma cominciò con le seguenti parole: "Mentre venivo qui, pensavo, lo penso ancora, che c'era un matto che stava andando a incontrarsi con altrettanti matti!". Applausi.

Camminava su e giù per il palco, il microfono nella mano destra: "Ebbene, pensando a questa follia che sembra aver contagiato tutti noi e tanti altri dietro a noi, io pensavo che si era verificata ancora una volta quell'affermazione che è contenuta in un bellissimo libro, l'abbiamo editato ancora da poco, l'Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam, dove io in una prefazione dicevo: è vera la tesi che viene fuori da queste pagine. Le decisioni più importanti, le decisioni più giuste, la vera saggezza - e qui nuoveva l'altra mano per rafforzare il discorso - non è quella che scaturisce dal ragionamento, dal cervello, ma quella che scaturisce da una lungimirante visionaria follia!". 

Hai capito che paravento? Vaglielo a spiegare adesso a Meloni, Salvini, Giorgetti e Lollobrigida quante volte il Cavaliere ha dispensato alle folle e nei momenti più difficili questa storia della visionaria follia, che in lui soltanto è destinata a convertirsi in lungimiranza.

Ecco dunque che, poche ore dopo aver fatto il bravo, ti fa acclamare Ronzulli presidente dei senatori, annuncia la lista dei "suoi" ministri in barba al Capo dello Stato e alla premier in pectore, di nuovo insiste con le sue preoccupazioni per la guerra, racconta di aver fatto pace con Putin rivelando uno scambio di doni alcolici e alla fine, previa mezza smentita del tutto implausibile, come estremo dono di sé invoca "Silenzio!" e dopo nemmeno un mese ripropina la solitissima barzelletta sui potenti nell'aereo in panne.

Domanda: ma non è il Berlusconi di sempre? Quindi l'uomo che ha fatto di sé un personaggio, un po' a somiglianza propria, un altro po' sforzandosi di assomigliare a ciò che gli italiani vogliono che egli sia: l'attore, appunto, del suo personaggio. Forse voleva pareggiare il conto mediatico della Canossa a via della Scrofa, forse adesso prova a tenere la piccoletta sulla graticola, forse intende farle intorno terra bruciata. 

Beato chi è convinto che ieri abbia dato i numeri. E se invece, come mille altre volte accaduto per mezzo di gaffe, numeracci clowneschi, fissazioni dissennate e frequentazioni pericolose avesse messo in scena il consueto e lucido azzardo replicando quel suo potere ipnotico, furbastro, piratesco, eppure a suo modo glorioso?

E certo che c'è di mezzo la realtà. Eppure sono ormai trent'anni che Silvione - in questo interprete sublime e assoluto del carattere nazionale - viene a patti con essa, quindi ora l'aggiusta, ora l'abbellisce, ora l'ignora, ora la distorce, ora l'addomestica, ora la nega; e lo fa con tale maestria e selvaggia naturalezza che a volte sembra matto anche solo nel credere che gli si possa credere; ma nel frattempo questa benedetta realtà finisce per confondersi con la sua rappresentazione. Così nessuno è mai in grado di capire "come andrà a finire", eterno e vano interrogativo dell'epoca berlusconiana, col risultato di restare l'imprevedibile Signore della Meraviglia. […]

E se siamo fuoriusciti dalla logica, beh, è pur vero che la politica non è fatta solo di razionalità, ma anche di sogni, simboli, inconscio, suggestioni, effervescenze, allucinazioni, paranoia, nichilismi. La "parte maledetta" è sempre lì, sul bordo, e spesso proprio chi riesce a farsela tornare utile purtroppo vince e rivince, fino a quando qualcuno o qualcuna, col permesso di Erasmo, non gli toglie il fiato e allora addio, addio.

“Colpevoli trovati, ecco chi sono”. Chi ha tradito Berlusconi, arrivano i nomi. Carlantonio Solimene su Il Tempo il 20 ottobre 2022

No, il peggio non era alle spalle. Chi pensava che il pirotecnico martedì romano di Silvio Berlusconi avesse costituito il momento più difficile del centrodestra in questo faticoso avvicinamento alle consultazioni, non aveva fatto i conti col nuovo audio diffuso ieri da LaPresse, se possibile ancora più deflagrante di quelli del giorno prima. La scena è sempre la stessa, il colloquio coi deputati azzurri in occasione dell'elezione del capogruppo. E medesimo è pure l'argomento, la politica estera. Ma se martedì ci si era limitati solo al presunto riavvicinamento personale a Putin - forse più millantato che reale - ieri Berlusconi ha fatto un passo ulteriore: ha esposto la sua idea sull'origine del conflitto ucraino. Una tesi, la sua, del tutto opposta non solo a quella dell'attuale governo. Ma anche a quella della premier in pectore Giorgia Meloni. Questa la trascrizione delle frasi del Cav, partite, ironia della sorte, con la richiesta di «massimo riserbo» puntualmente disattesa: «La cosa è andata così: nel 2014 a Minsk, in Bielorussia, si firma un accordo tra l'Ucraina e le due neocostituite repubbliche del Donbass per un accordo di pace senza che nessuno attaccasse l'altro. L'Ucraina butta al diavolo questo trattato un anno dopo e comincia ad attaccare le frontiere delle due repubbliche. Le due repubbliche subiscono vittime tra i militari che arrivano, misi dice, a 5-6-7mila morti. Arriva Zelensky, triplica gli attacchi alle due repubbliche».

E ancora: «Disperate, le due repubbliche (...) riescono a parlare con Putin. Dicono: "Vladimir non sappiamo che fare, difendici tu". Lui è contrario a qualsiasi iniziativa, resiste, subisce una pressione forte da tutta la Russia. E allora si decide a inventare una operazione speciale: le truppe dovevano entrare in Ucraina, in una settimana raggiungere Kiev, deporre il governo incarica, Zelensky eccetera, e mettere un governo già scelto dalla minoranza ucraina di persone per bene e di buon senso, un'altra settimana per tornare indietro. È entrato in Ucraina e si è trovato di fronte a una situazione imprevista e imprevedibile di resistenza da parte degli ucraini, che hanno cominciato dal terzo giorno a ricevere soldi e armi dall'Occidente. E la guerra, invece di essere una operazione di due settimane, è diventata una guerra di duecento e rotti anni. Quindi, questa è la situazione della guerra in Ucraina». Poi, come se non bastasse, il giudizio tranchant sui partner «atlantici»: «Oggi, purtroppo, nel mondo occidentale, non ci sono leader, non ci sono in Europa e negli Stati Uniti d'America». Infine, un «non mi fate dire quello che penso di Zelensky» accolto, peraltro, da un fragoroso applauso dai deputati azzurri.

La situazione deflagra a livello internazionale. In Russia le dichiarazioni del Cav vengono rilanciate con toni trionfalistici. A Strasburgo i Socialisti attaccano il Ppe. E se i vertici Popolari si trincerano dietro un no comment, il deputato polacco Halicka chiede a Berlusconi di «rimandare la vodka a Putin che è un criminale di guerra e non un amico». In Italia, invece, nel mirino finisce Antonio Tajani. Da Conte a Letta fino a Calenda, tutta l'opposizione chiede che la Farnesina non sia affidata a un uomo di un partito «ambiguo». A poco servono le retromarce forziste. Berlusconi telefona a Mentana in diretta tv per chiedere che le sue dichiarazioni siano «contestualizzate», e in serata pubblica una lunga nota per denunciare l'utilizzo di «frasi rubate» e di un «dossieraggio intimidatorio» che ha «capovolto il suo reale pensiero». Mentre Licia Ronzulli apre il fronte interno al partito: «È spregiudicato, per non dire criminale, che qualcuno tra i 45 eletti alla Camera riferisca parole del presidente, che andavano contestualizzate». Ma che i gruppi siano spaccati è evidente. Al «falco» Giorgio Mulè, eletto vicepresidente della Camera con 217 voti, e a Maurizio Gasparri, scelto al Senato con 90, mancano almeno una ventina di preferenze dal centrodestra. E c'è chi giura che i franchi tiratori vadano cercati proprio trai forzisti. Magari tra quelli vicini a Tajani e Barelli, marginalizzati negli incarichi di partito. Una situazione balcanizzata, sulla quale a gettare ulteriore benzina, in serata, arriverà la durissima nota di Giorgia Meloni. 

Audio di Silvio Berlusconi, individuati i responsabili. Forza Italia: “Ecco i colpevoli”. Il Tempo il 19 ottobre 2022

Dopo la diffusione del primo audio di Silvio Berlusconi e le sue parole su Vladimir Putin è subito partita dentro a Forza Italia la caccia ai responsabili che hanno fornito la registrazione a Lapresse. Ieri è stato pubblicato un altro spezzone riguardante i rapporti con Giorgia Meloni, mentre in giornata sono giunte le dichiarazioni sulla guerra tra Russia e Ucraina e su Volodymyr Zelensky, parole che hanno costretto la stessa premier in pectore a fare una precisazione sull’indirizzo di politica estera del nuovo governo.

Ma intanto dentro il partito azzurro sono stati individuati i nomi di coloro che hanno passato il file ai giornalisti. Fonti di Forza Italia all’agenzia Nova fanno sapere che “gli audio sono stati registrati da due parlamentari non ricandidati alle elezioni dello scorso 25 settembre. Il tutto sarebbe stato registrato durante l’assemblea dei deputati e - aggiunge la comunicazione arrivata dai fedelissimi di Berlusconi - ci sarebbe un terzo spezzone ancora non uscito, sempre riguardante l’Ucraina. Il tutto sarebbe stato fatto per ripicca, con Berlusconi furibondo, che sta pure valutando un intervento televisivo a Porta a Porta”.

Ugo Magri per “la Stampa” il 19 ottobre 2022.

L'ultima tecnica del Cavaliere consiste nel farsi credere un po' scordarello e giustificare così certe enormità che gli scappano dalla bocca. Per esempio: non ci sarebbe niente di vero nel racconto ai suoi deputati e senatori circa lo scambio di doni con Vladimir Putin («Per il compleanno mi ha regalato 20 bottiglie di vodka e una lettera dolcissima»). 

Altrettanto falso che Silvio abbia ricambiato il pensiero con del lambrusco e un bigliettino mieloso. Lo scambio di alcolici effettivamente ci fu, certo, però risale al 2008: altri tempi altre bevute. Fonti di Arcore lo declassano a un vuoto di memoria che può capitare ai giovani, figurarsi ai nonni come lui.

Quanto ai contatti con Putin («abbiamo riallacciato i rapporti, anche un po' tanto») pure quelle pare sia tutta farina del sacco berlusconiano. Una sparata tanto per sbalordire l'audience, per catturare un po' d'attenzione. A giudicare dal clamore, il Cav c'è riuscito alla grande, sebbene allo staff non risulti alcun filo diretto, nessun contatto recente col Cremlino, al massimo di rimbalzo; comunque nulla di cui le potenze occidentali si debbano preoccupare specie ora che la destra ha sbancato il governo e Forza Italia rivendica la sua quota di bottino.

Viene fatto notare: Berlusconi non comanda dentro il partito, che è ridotto a un Circo Barnum; figurarsi se può imporre una svolta filo-Putin a Giorgia Meloni, leader volitiva dalla quale viene trattato a pesci in faccia. Nemmeno un fedelissimo come Antonio Tajani lo seguirebbe per quella strada, a Mosca lo sanno. 

Come sanno che nei passaggi chiave dell'ultimo quarto di secolo l'uomo s' è sempre schierato con gli Usa. Quando lo Zio Sam ha reclamato prove di fedeltà, ha risposto «signorsì»: sull'Afghanistan, sull'Iraq, perfino sulla Libia tradendo il colonnello Gheddafi. Lo Zar non farebbe eccezione.

Però Putin gli manca. Gli manca eccome. In molti si sono meravigliati del legame tra due personaggi talmente agli antipodi, chiedendosi come possa essere sbocciato del tenero tra un tycoon della Brianza e un gelido agente del Kgb. La risposta è racchiusa nella domanda. Silvio rimase affascinato da certi tratti straordinari, da caratteristiche non banali di Vlad tra le quali, insieme all'intelligenza, spiccava la crudeltà. 

Mitico il racconto che fece, davanti a testimoni, di una battuta di caccia in cui Putin gli mise in mano un fucile («Non sapevo nemmeno come tenerlo, me la facevo sotto») e lo portò nel bosco, loro due da soli. Quando passò un cervo, Vladimir «fece pumm e lo ammazzò al primo colpo; poi a balzi corse dall'animale morente, con un coltello gli strappò il cuore e me lo diede perché lo portassi a cucinare; io, senza farmi vedere, lo buttai in un cespuglio».

Però poi gli regalò una carabina di precisione Beretta; e per compiacerlo Berlusconi fece l'inqualificabile gesto del mitra a una giornalista russa che, in conferenza stampa, aveva osato chiedere a Putin se stesse per divorziare (giustamente preoccupata la cronista scoppiò in lacrime). Il business, certo, anche quello. Nei loro incontri si scambiavano dossier su energia, petrolio, automotive, progetti aerospaziali. Fiumi di gas e di miliardi. Gli Stati Uniti a lungo hanno sospettato che ben altro si nascondesse dietro quegli affari.

Ma chi ha conoscenza dei fatti li giudica più fumo che arrosto, fantasticherie con poca sostanza (si pensi al gasdotto South Stream mai realizzato); il Cav portò a casa poco al confronto di altri nostri premier che alla Russia, zitti zitti, hanno spalancato vere autostrade. Non è mai stato nei soldi il segreto del loro feeling. 

Sta semmai nella sensazione, per Berlusconi impagabile, di avere trovato in Vladimir un partner, un socio, un complice con cui architettare piani grandiosi, mirabolanti, inconcepibili per le menti normali. Nelle interminabili giornate trascorse insieme a Soci sul Mar Nero, o sulle rive del lago Valdai, oppure in Sardegna a Villa La Certosa, qualche volta con figli e consorti, più spesso e volentieri senza, il Cavaliere si sentiva nell'ombelico del mondo. Per questo adesso soffre che l'amico non gli risponda al telefono, trascuri i suoi consigli, faccia a meno di lui proprio mentre vuole conquistare il pianeta. In attesa di una chiamata lo giustifica e gli copre le spalle, come ai vecchi tempi.

Ilario Lombardo per “La Stampa”’ il 19 ottobre 2022. 

Tutto è saltato in aria di nuovo, tutto potrebbe tornare in gioco, nomi, ministeri, quote tra partiti. Lo si intuisce dallo sguardo di Antonio Tajani, mentre attraversa lento e preoccupato il Transatlantico semideserto. Il coordinatore di Forza Italia sa che ora, dopo le parole di Silvio Berlusconi, gli audio rubati e le dichiarazioni in chiaro dell'ex premier, c'è in ballo anche il suo di destino. Da ministro degli Esteri e da vicepremier. 

«Io sono un chierichetto, so che se uno entra papa, poi esce cardinale». Prova a scherzarci su, Tajani, sui due ruoli di vertice che sembrano a un passo, ma che potrebbero evaporare se le ferite tra Berlusconi e Giorgia Meloni dovessero incancrenirsi di nuovo. Ci scherza su, consapevole però che la cosa è serissima. Se c'è un equilibrio che non va toccato, è quello atlantico. Se c'è un argomento tabù, è la Russia.

È Vladimir Putin, i suoi legami italiani, le simpatie reciproche che fanno inorridire i partner occidentali. Le bottiglie di Vodka rivendicate con orgoglio da Berlusconi non sono un semplice aneddoto godurioso, ma un brindisi che può affogare in culla il governo Meloni. 

E infatti. Puntuale arrivano prima lo sgomento, poi la rabbia della premier in pectore. «Berlusconi potrebbe aver ammazzato Tajani», dicono gli uomini della leader di Fratelli d'Italia. La tesi è: come può il numero due del padre-padrone di FI vestire i panni del ministro degli Esteri, o, se dovessero cambiare i piani, di ministro della Difesa, dopo che il suo capo ha rivelato gli amabili contatti riallacciati con Putin, un paria per America, Regno Unito ed Europa, che tale resterà almeno finché non ritirerà le truppe dall'Ucraina?

La linea di Meloni, consegnata in una riunione ristretta, è di non replicare. Silenzio assoluto, evitare di dare altre sponde alle intemperanze di Berlusconi. Il problema però resta. Il leader azzurro è uno dei tre soci della maggioranza e la futura presidente del Consiglio dovrà portarlo con sé alle consultazioni al Colle assieme a Matteo Salvini, per dare l'idea di una compattezza della coalizione che si sta sgretolando. Per questo, qualcuno dei dirigenti avrebbe suggerito a Meloni di valutare l'ipotesi di andare divisi al Quirinale. Sostenendo che l'imprevedibilità di Berlusconi potrebbe riservare altre brutte sorprese davanti alle telecamere. 

Meloni non vorrebbe, ma è furiosa. Anche per quel riferimento dell'ex premier al compagno, Andrea Giambruno, padre di sua figlia, dipendente Mediaset, azienda che fa capo al figlio di Berlusconi, Pier Silvio. Meloni ritiene tutto questo molto volgare. Non vuole credere a un ricatto implicito, ma più di uno dentro FdI ha già evocato il trattamento che subì l'ex alleato di An Gianfranco Fini sulla casa di Montecarlo, attraverso le testate giornalistiche della family di Arcore.

La convivenza di Berlusconi si sta rivelando un incubo, su più fronti. I conflitti di interessi, sulla giustizia - visti i processi a suo carico - e sulle tv di famiglia, sono già una scocciatura non da poco. Ma il tema dei rapporti con Mosca è pura dinamite, tanto più che l'altro partner di governo è Salvini, il leader a cui si deve la scelta di nominare presidente della Camera Lorenzo Fontana, che alla prima intervista ha messo in dubbio le sanzioni contro Putin. 

Chi le ha parlato la descrive pronta a tutto. Persino a minacciare di tornare al voto, sicuramente pronta a rimescolare la cabala dei ministeri. C'è chi suggerisce di sostituire Tajani agli Esteri con Guido Crosetto, per rassicurare gli alleati americani. Ma è una reazione a caldo, frutto dell'indignazione collettiva verso Berlusconi.

È probabile, invece, che in squadra entrerà Luca Ciriani, capogruppo in Senato di FdI, mentre sulla Giustizia Meloni è decisa a difendere la scelta dell'ex magistrato Carlo Nordio. La smentita, fatta filtrare dal partito, di aver siglato un accordo con Berlusconi per cedere il dicastero di Via Arenula alla ex presidente del Senato Elisabetta Casellati, potrebbe non bastare. Il presidente azzurro lo ha ribadito ieri ai suoi parlamentari: «La Giustizia tocca a noi».

Una pretesa che nelle prossime ore potrebbe fare da inciampo alla voglia di Meloni di chiudere il più in fretta possibile le trattative e giurare davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella già questo week-end. Ma serve almeno una giornata senza scossoni, però. Bisogna placare Berlusconi, evitare che i suoi show compromettano la nascita dell'esecutivo di destra.

Berlusconi senza freni cerca il palcoscenico. Meloni furiosa sospende le trattative ed anche la nomina Tajani torna in discussione. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 19 Ottobre 2022.

La presenza di Berlusconi nell'alleanza di centrodestra si sta rivelando un incubo, su più fronti. I conflitti di interessi, sulla giustizia (visti i processi in cui il Cavaliere è imputato) e sulle tv di famiglia, costituiscono già una mina vagante pronta ad esplodere.

Tutto è di nuovo in discussione e potrebbe tornare in gioco, nomine, ministeri, quote tra partiti dopo le esternazioni da “prima donna” mancata (o stagionata) di Silvio Berlusconi. Lo si intuisce dalla faccia di Antonio Tajani, intercettato mentre attraversa lento e preoccupato il Transatlantico della Camera dei Deputati semideserto. Il coordinatore di Forza Italia intuisce che adesso, dopo le esternazioni irresponsabili di Berlusconi, gli audio rubati e le dichiarazioni pubbliche dell’ex premier, adesso anche il suo destino politico è in ballo.

Da quasi certo ministro degli Esteri e vicepremier, adesso di certo non c’è più nulla.”Io sono un chierichetto, so che se uno entra papa, poi esce cardinale”. dice Tajani provando a scherzarci su, riferendosi ai due ruoli di vertice che sembravano conquistati, ma che adesso potrebbero svanire se i veleni di Berlusconi con Giorgia Meloni dovessero continuare di nuovo. Antonio Tajani ci scherza su, ma è ben consapevole che a questo punto la vicenda si fa serissima.

Se c’è un punto che non va toccato, è quello dell’alleanza atlantica. E se c’è un argomento da non sfiorare minimamente, è la Russia, Vladimir Putin, i suoi legami italiani, le simpatie reciproche che fanno inorridire i partner occidentali. Le bottiglie di Vodka rivendicate con orgoglio da Berlusconi non sono un semplice aneddoto goliardico, ma un brindisi che può affogare le aspettative dei forzisti. 

“Il ministero della Giustizia alla ex presidente del Senato Elisabetta Casellati. L’accordo è stato trovato assolutamente”. Silvio Berlusconi, lasciando la Camera, si è espresso così ‘assegnando’ senza alcun titolo ed accordo la poltrona di ministro della Giustizia all’ex presidente del Senato. Giorgia Meloni ha dunque detto sì sul nome di Casellati ? “Sì, sì”, ha replicato sicuro il Cavaliere aggiungendo: “Nordio lo incontro per conoscerlo e vedere qual è l’apporto che può dare alla riforma della giustizia“. Solo che la Meloni non ha mai detto di si sulla Casellati alla Giustizia, e Nordio non ha mai nè incontrato, nè ricevuto alcuna indicazione o invito ad incontrare Berlusconi.

Puntualmente emergono prima lo sgomento, quindi la rabbia della premier in pectore vincitrice indiscussa delle elezioni politiche. “Berlusconi potrebbe aver ammazzato Tajani”, dicono gli uomini più vicini alla leader di Fratelli d’Italia. Il punto è questo: come può il numero due del padre-padrone di Forza Italia assumere il ruolo di ministro degli Esteri, o, se dovessero cambiare i piani, di ministro della Difesa, dopo che il suo leader ha rivelato gli amabili contatti riallacciati con Putin, il nemico numero uno per America, Regno Unito ed Europa, e che tale resterà sino a quando non ritirerà le truppe dall’Ucraina? 

L’indicazione di Giorgia Meloni affidata ai suoi in una riunione ristretta, è quella di non replicare. Silenzio assoluto, evitare di dare altre sponde alle intemperanze di Berlusconi. Ma il problema resta ed è pesante. Il leader azzurro è uno dei tre soci della maggioranza e la futura presidente del Consiglio dovrà portarlo con sé alle consultazioni al Colle assieme a Matteo Salvini, per dare un’immagine di una compattezza della coalizione che in realtà si sta sgretolando per le gelosie di Berlusconi con la Lega e l’invidia con Fratelli d’ Italia. Per questo motivo qualcuno dei dirigenti avrebbe suggerito alla Meloni di valutare l’ipotesi di salire divisi al Quirinale, preoccupati che l’imprevedibilità ormai ingestibile di Berlusconi, a cui inizia a mancare saggezza ed equilibrio politico, davanti alle telecamere potrebbe riservare altre brutte sorprese.

Giorgia Meloni non vorrebbe salire al Colle divisa dagli alleati, ma in realtà è giustamente furiosa. Anche per quel riferimento dell’ex premier al compagno, Andrea Giambruno, padre di sua figlia, “dipendente Mediaset”, azienda che fa capo alla famiglia Berlusconi. La Meloni ritiene tutto questo molto volgare. E secondo noi e non solo, ha più che ragione. Non vuole credere a un ricatto sotterraneo, ma più di uno dentro FdI ha già ricordato il trattamento che l’ex alleato di An Gianfranco Fini subì sulla casa di Montecarlo, attraverso le testate giornalistiche della famiglia di Arcore, ed i Servizi utilizzati a proprio uso e consumo.

Silvio Berlusconi all’uscita del Tribunale di Bari dove è imputato

La presenza di Berlusconi nell’alleanza di centrodestra si sta rivelando un incubo, su più fronti. I conflitti di interessi, sulla giustizia (visti i processi in cui il Cavaliere è imputato) e sulle tv di famiglia, costituiscono già una mina vagante pronta ad esplodere. La questione dei suoi rapporti con Mosca è puro “tritolo”, tanto più che l’altro partner di governo è Matteo Salvini, il leader a cui si deve la scelta di nominare presidente della Camera Lorenzo Fontana, che alla prima intervista ha messo in dubbio le sanzioni contro Putin .

Chi ha parlato in privato con la Meloni la descrive pronta a tutto. Persino a minacciare di tornare al voto, sicuramente pronta a rimescolare la lista dei ministeri. C’è chi suggerisce di sostituire Tajani agli Esteri con Guido Crosetto, per rassicurare l’ alleanza atlantica. Ma è una reazione a caldo, frutto dell’indignazione generale verso Berlusconi. È probabile che in squadra entrerà Luca Ciriani, capogruppo in Senato di FdI, mentre sulla Giustizia Meloni è decisa e rigida a difendere la scelta dell’ex magistrato Carlo Nordio. 

La smentita circolata ufficiosamente di aver siglato un accordo con Berlusconi per cedere il dicastero di Via Arenula alla ex presidente del Senato Elisabetta Casellati, potrebbe non bastare. Il presidente azzurro lo ha ribadito ieri ai suoi parlamentari: “La Giustizia tocca a noi”. E non si discute.

La pretesa di Berlusconi data in pasto ai cronisti, come accordo raggiunto con la Meloni (contrariamente al vero) che nelle prossime ore potrebbe fare da ostacolo alla voglia di Meloni di chiudere il più in fretta possibile le trattative e giurare davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella già durante questo week-end. Serve però almeno una giornata di chiarezza, senza scossoni. Bisogna frenare le esternazioni di Berlusconi, evitare che i suoi show da avanspettacolo, compromettano ancora una volta la nascita dell’esecutivo di destra. 

Redazione CdG 1947

I problemi a livello internazionale dai nuovi audio «pro Putin» di Berlusconi. Luciano Tirinnanzi il 19 Ottobre 2022 su Panorama.

Sono stati diffusi nuovi stralci dei discorsi del leader di Forza Italia in cui di fatto si schiera accanto a Putin e contro Zelensky. E scoppiano le polemiche in Italia ed all'estero. Meloni: «O un governo pro Nato o niente governo». Berlusconi in serata: «Io atlantista».

Saranno pure opinioni personali estorte da un incontro riservatissimo. Ma le frasi pronunciate da Silvio Berlusconi – che vengono fatte uscire a singhiozzo in queste ore convulse dall’Agenzia Lapresse – creeranno inevitabilmente un incidente politico nazionale ed internazionale, giusto a poche ore dall’incarico che il presidente della Repubblica dovrebbe conferire a Giorgia Meloni per la formazione di un governo di centrodestra. Anche perché gli audio di quei commenti sono arrivati alla stampa grazie a un parlamentare luciferino, che - vuoi per ragioni personali o perché è in realtà un guastatore doppiogiochista – ha prima registrato e poi girato quel nastro scottante alla stampa, dove il leader di Forza Italia discetta di politica estera e offre la sua visione agli accoliti forzisti, tendendo a giustificare Vladimir Putin praticamente in ogni passaggio della storia recente e attaccando il presidente ucraino («Zelensky? Lasciamo perdere...» seguito dagli applausi e dalle risatine dei presenti)

Il punto più scivoloso, su cui si crogiolano i cronisti politici, attiene all’infelice commento relativo al fatto che l’Ucraina abbia «buttato al diavolo» il trattato di Minsk per porre fine alla guerra nell’Ucraina orientale, e che un anno dopo abbia cominciato «ad attaccare le frontiere delle due repubbliche del Donbass», triplicando le operazioni belliche. Come se non bastasse, Berlusconi rincara la dose, affibbiando al presidente russo addirittura un apostolato salvifico: «Vladimir non sappiamo che fare, difendici tu» avrebbero pigolato i presidenti delle Repubbliche del Donbass di fronte al titolare del Cremlino, secondo Berlusconi. Al che, Putin avrebbe risposto a quell’appello accorato, e si sarebbe deciso a «inventare l’operazione speciale», che poi altro non è se non l’invasione dell’Ucraina. Ecco perché, secondo il capo forzista, Putin in fondo «è una persona per bene», com’ebbe a dire già qualche tempo fa davanti a un compunto Bruno Vespa nel salotto di Porta a Porta. Mentre sul leader ucraino l’opinione di Berlusconi non è delle migliori: «Zelensky secondo me... lasciamo perdere, non posso dirlo...». Almeno su un fatto, però, l’ex premier ha completamente ragione: «Io non vedo come possano mettersi a un tavolo di mediazione Putin e Zelensky. Perché non c'è nessun modo possibile». Ora, di là dalla disamina geopolitica, dalle strumentalizzazioni e dalle facili ironie sul senatore Berlusconi, il fatto che il fondatore del centrodestra assuma una posizione non in sintonia (per usare un eufemismo) con quella che sappiamo essere quella ufficiale – in ordine: di Washington, dell’Unione Europea, del Partito Popolare Europeo, della presidenza della Repubblica, del governo italiano, del partito di maggioranza Fratelli d’Italia, eccetera – è piuttosto grave, soprattutto per le conseguenze internazionali. Giorgia Meloni si sente giustamente sotto ricatto e per questo ha diramato una nota in cui lascia spazio zero ai dubbi, arrivando persino a ipotizzare di far saltare tutto: «"Su una cosa sono stata, sono, e sarò sempre chiara. Intendo guidare un governo con una linea di politica estera chiara e inequivocabile. L'Italia è a pieno titolo, e a testa alta, parte dell'Europa e dell'Alleanza atlantica. Chi non fosse d'accordo con questo caposaldo non potrà far parte del governo, a costo di non fare il governo". L'Italia con noi al governo non sarà mai l'anello debole dell'occidente, la nazione inaffidabile tanto cara a molti nostri detrattori. Rilancerà la sua credibilità e difenderà così i suoi interessi. Su questo chiederò chiarezza a tutti i ministri di un eventuale governo. La prima regola di un governo politico che ha un forte mandato dagli italiani è rispettare il programma che i cittadini hanno votato». Insomma, tutto rimesso in gioco per la terza volta in tre giorni, anche se la sensazione è che alla fine l'accordo si farà, non fosse altro per mancanza di alternative. Dunque, non saranno certo le parole di Berlusconi a minare la nascita del governo o ad allontanare Roma dalla fedeltà all’Alleanza Atlantica e dal sostegno all’Ucraina. Semmai saranno i singoli parlamentari un minuto dopo che il governo sarà nato a dar vita a quelle bagarre, ribaltoni, fughe verso i gruppi misti, che hanno caratterizzato da sempre la vita parlamentare in quel di Montecitorio (e c’è, da giurarci, ancor prima accadeva a Palazzo Carignano a Torino e a Palazzo Vecchio a Firenze). In tutto questo, immediate, sono arrivate sull'Italia le reazioni estere, poco piacevoli. Non è un caso che domani Antonio Tajani (che forse si sta giocando quella che sembrava una certa nomina al Ministero degli Esteri e non a caso con un tweet si è subito schierato a fianco di Zelensky) andrà a Bruxelles per spiegare ai colleghi del Partito Popolare Europeo che la posizione anche di Forza Italia è filo-atlantista e pro Ucraina, come dimostrato dai voti di Forza Italia a fianco e sempre favorevoli alle decisioni del Governo di Mario Draghi. Diversi paesi e cancellerie comunque hanno già colto la palla al balzo per gettare scredito e dubbi sul Governo Meloni, non ancora nato. Difficoltà internazionali e difficoltà interne. Il tutto con sempre meno tempo a disposizione, per Giorgia Meloni e non solo per lei. Ps. Poco fa Silvio Berlusconi ha condiviso una nota: In 28 anni di vita politica la scelta atlantica, l’europeismo, il riferimento costante all’Occidente come sistema di valori e di alleanze fra Paesi liberi e democratici sono stati alla base del mio impegno di leader politico e di uomo di governo. Come ho spiegato al Congresso degli Stati Uniti, l’amicizia e la gratitudine verso quel Paese fanno parte dei valori ai quali fin da ragazzo sono stato educato da mio padre. Nessuno, sottolineo nessuno, può permettersi di mettere in discussione questo. Non può certamente permettersi di farlo la sinistra, che tante volte è stata dalla parte sbagliata della storia. Tantomeno la sinistra del Partito Democratico, che anche alle ultime elezioni, meno di un mese fa, era alleata con i nemici della NATO e dell’Occidente. Tutto questo però non esisterebbe, se non vi fosse in Italia la pessima abitudine di trasformare la discussione politica in pettegolezzo, utilizzando frasi rubate registrate di nascosto, e appunti fotografati con il teleobbiettivo, con un metodo non solo sleale ma intimidatorio. Un metodo soprattutto che porta a stravolgere e addirittura a rovesciare il mio pensiero, usando a piacimento brandelli di conversazioni, attribuendomi opinioni che stavo semplicemente riferendo, dando a frasi discorsive un  significato del tutto diverso da quello reale. La colpa non è degli organi di informazione, ovviamente costretti a diffondere queste notizie, è di chi usa questi metodi di dossieraggio indegni di un Paese civile. Senza questo, non sarebbe necessario ribadire l’ovvio. La mia posizione personale e quella di Forza Italia non si discostano da quella del Governo Italiano, dell’Unione Europea, dell’Alleanza Atlantica né sulla crisi Ucraina, né sugli altri grandi temi della politica internazionale. Lo abbiamo dimostrato in decine di dichiarazioni ufficiali, di atti parlamentari, di voti alle Camere. Interrogarsi sulle cause del comportamento russo, come stavo facendo, ed auspicare una soluzione diplomatica il più rapida possibile, con l’intervento forte e congiunto degli Stati Uniti e della Repubblica cinese, non sono atti in contraddizione con la solidarietà occidentale e il sostegno al popolo ucraino. Del resto alla pace non si potrà giungere se i diritti dell’Ucraina non saranno adeguatamente tutelati.

Zar per una notte. Berlusconi precisa e rettifica, ma non si smentisce mai (e noi italiani nemmeno). Francesco Cundari su L'Inkiesta il 19 Ottobre 2022.

Il Cavaliere parla a ruota libera di Meloni e del governo, ma soprattutto di Putin e della guerra. E come al solito dice quello che molti pensano ma non hanno, giustamente, il coraggio di dichiarare. Tranne Fontana, che purtroppo ce l’ha.

Silvio Berlusconi, come al solito, passa un’enorme quantità di tempo a precisare, puntualizzare e rettificare, ma non si smentisce mai. Non ha mai detto che Giorgia Meloni avesse tenuto un comportamento «supponente, prepotente, arrogante, offensivo», come scritto, a caratteri ben leggibili, nel famoso foglietto fotografato in Senato (quelle erano le opinioni degli altri parlamentari di Forza Italia che lui si era diligentemente appuntato; il suo personale giudizio era «su un altro foglio», ed era, ovviamente, «assolutamente positivo»). Non ha mai avuto l’intenzione di non far eleggere Ignazio La Russa presidente del Senato, e la scelta di non partecipare alla prima votazione – compiuta del resto dai senatori di Forza Italia, com’è noto, indipendentemente dalla sua volontà – sarebbe comunque rientrata alla seconda, perché l’unica cosa che intendevano fare era dare un segnale. E mentre questo articolo va in stampa (si fa per dire) scopriremo certamente che non avrà detto nulla neanche sulla lista dei ministri, su Elisabetta Casellati alla Giustizia al posto di Carlo Nordio, sui suoi battibecchi con Meloni e su tutti gli altri argomenti con cui ieri ha riempito agenzie, telegiornali e talk show.

Soprattutto, stando almeno a quanto prontamente spiegato da una nota di Forza Italia, Berlusconi non ha mai detto di avere riallacciato i rapporti con Vladimir Putin, come rivelato dall’agenzia La Presse, essendosi limitato piuttosto a raccontare «una vecchia storia relativa a un episodio risalente a molti anni fa».

Questa la trascrizione dell’audio pubblicato, subito dopo la smentita, da La Presse: «I ministri russi in diverse occasioni hanno detto che noi siamo già in guerra con loro, perché? Perché forniamo armi e finanziamenti all’Ucraina. Io personalmente non posso esprimere il mio parere perché se poi viene raccontato alla stampa o altro, eccetera, viene fuori un disastro, però sono molto, molto, molto preoccupato. Ho riallacciato un po’ i rapporti con il presidente Putin, un po’ tanto, nel senso che per il mio compleanno mi ha mandato venti bottiglie di vodka e una lettera dolcissima, io gli ho risposto con delle bottiglie di Lambrusco e una lettera altrettanto dolce. Io ero stato dichiarato da lui il primo dei suoi cinque veri amici».

Queste le parole che ciascuno può ascoltare dalla viva voce di Silvio Berlusconi, quattro volte presidente del Consiglio, leader di un importante partito della maggioranza impegnato nelle trattative sulla formazione del nuovo governo.

Del resto, non è un caso che quest’uomo abbia dominato come nessun altro la politica italiana per quasi trent’anni: non perché qualcuno abbia mai creduto alle sue smentite, ma per l’esatto contrario. Nessuno dei suoi elettori si è mai bevuto la storia della nipote di Mubarak, il che non vuol dire affatto che non l’abbiano apprezzata, probabilmente perché convinti che fossero sempre altri, gli odiati avversari, a doverla mandar giù.

Berlusconi è Berlusconi anche grazie alle sue storie e alla sua impudenza, ai suoi qui lo dico e qui lo nego, e proprio per questo è stato ed è ancora oggi capace di rappresentare milioni di italiani, persino più di quelli che poi effettivamente lo votano.

Con il suo stile, ancora una volta, dice quello che molti pensano ma non hanno, giustamente, il coraggio di dichiarare. Tranne Lorenzo Fontana, che quel coraggio purtroppo ce l’ha, e da neoeletto presidente della Camera giusto oggi dice che le sanzioni alla Russia «potrebbero essere un boomerang».

Eppure, nonostante tutto, molto più di Matteo Salvini o di Nicola Fratoianni, è Berlusconi a rappresentare il sentimento profondo di tanti italiani che vorrebbero abbandonare l’Ucraina al suo destino, non per ragioni ideologiche e tanto meno geopolitiche, forse nemmeno per timore della bomba atomica, ma perché intendono il pacifismo semplicemente come il diritto di essere lasciati in pace, e lo considerano l’unico diritto davvero inalienabile.

Berlusconi li rappresenta non nonostante, ma grazie alle sue reiterate smentite, così simili a quelle di tanti altri sostenitori della medesima causa, sempre pronti a scattare gonfi d’indignazione al primo che si permetta di definirli putiniani, solo perché ripetono tutte le balle della propaganda putiniana, così come fino a ieri facevano tanti intellettuali, di destra e di sinistra, con i loro dubbi e i loro distinguo sui vaccini o sul green pass, quando qualcuno si azzardava a dar loro di no vax.

Silvio Berlusconi, in realtà, li rappresenta tutti, da sempre, più e meglio di quanto essi stessi siano capaci di rappresentarsi e di riconoscersi per quello che sono. Ed è per questo, forse solo per questo, che è ancora là.

Putiniani per procura. L’insopportabile ipocrisia di chi dice da mesi le stesse cose di Berlusconi, ma s’indigna se le dice lui. Francesco Cundari su L'Inkiesta il 20 Ottobre 2022

Conte, che appena un mese fa invitava a non dire che il leader russo non volesse la pace, si scandalizza perché il Cavaliere lo definisce, per l’appunto, un «uomo di pace». Ma che differenza c’è tra queste parole e i tanti discorsi sulla «guerra per procura» e l’«oltranzismo atlantico»? 

Mentre continuano a uscire spezzoni sempre più inquietanti del discorso pronunciato da Silvio Berlusconi davanti ai parlamentari di Forza Italia, la prima domanda che vien fatto di porsi è come qualificarlo: lo si potrà definire putiniano?

Sinceramente, sarei tentato di rispondere di no. Non perché non pensi che attribuire la responsabilità della guerra a Volodymyr Zelensky, che si sta difendendo, anziché a Vladimir Putin, che attacca, non sia più che sufficiente a meritare il titolo. Ma perché non lo abbiamo ritenuto sufficiente finora, accettando che discorsi dal significato assolutamente identico, appena dissimulato in formulazioni soltanto un filo più furbe, cioè più ipocrite, venissero spacciati per qualcosa di diverso da quello che erano. Pura e semplice propaganda putiniana.

Giuseppe Conte, il leader del Movimento 5 stelle che appena un mese fa dichiarava testualmente: «La pace va costruita, nessuno ci dica che Putin non la vuole» (per la precisione il 6 settembre, dagli studi di Telelombardia), s’indigna oggi perché Berlusconi definisce Putin un «uomo di pace». Facendo cioè esattamente quello che aveva chiesto Conte.

Da giorni la Russia utilizza droni iraniani per uccidere quanti più civili possibile a Kiev e in altre città ucraine lontanissime dal fronte. Attacchi privi della benché minima utilità militare, che hanno l’unico scopo di seminare panico e morte tra uomini, donne e bambini. Putin fa sparare su ospedali e ambulanze, ma soprattutto prende di mira le centrali elettriche, con il trasparente obiettivo di far morire di freddo la popolazione.

Ma tutto questo non viene nemmeno notato, come se non avesse alcuna importanza, tanto meno da parte dei tanti che oggi s’indignano per le vergognose parole di Berlusconi.

Di certo, tutto questo non sembra interferire affatto con le loro disquisizioni sulla necessità di fermare subito le armi e portare le due parti al tavolo del negoziato, perché la pace si fa in due, e non possiamo mica rischiare una guerra nucleare, no? Tanto meno scalfisce i loro ragionamenti quello che nel frattempo accade nelle zone occupate, dove ora Putin ha dichiarato la legge marziale.

Che differenza c’è, se guardiamo alla sostanza, alle premesse logiche e alle conseguenze pratiche, tra quanto dichiarato da Berlusconi e quanto dichiarato da chi continua a parlare di «guerra per procura», a parlare di Zelensky come di una marionetta degli americani, a dire o lasciar intendere in mille modi che il vero motivo per cui alla pace non si arriva è «l’oltranzismo atlantico», l’atteggiamento «bellicista» dell’Europa, l’aggressività della Nato o dello stesso Zelensky (che nei giorni pari è la marionetta degli americani e nei giorni dispari è il vero responsabile dell’escalation, contro il volere degli stessi Stati Uniti).

Che differenza c’è, in concreto, tra quanto dichiarato da Berlusconi e quanto dichiarato mille volte da Conte, dai firmatari del recente appello per un «negoziato credibile» pubblicato su Avvenire (tra cui fior di intellettuali di sinistra), da tutta l’eletta schiera degli opinionisti fissi di La 7 e Fatto quotidiano, da tutti quelli che continuano a denunciare la presunta «subalternità» dell’Italia agli Stati Uniti, all’Europa, alla Nato o ai paesi maggiormente impegnati nel sostegno all’Ucraina, squalificandoli come «bellicisti»? Qual è il succo di tutti questi discorsi, se non che il problema non è fermare Putin, ma fermare Zelensky? E quindi, cos’hanno tanto da indignarsi con Berlusconi, se stanno dicendo, in forme neanche tanto diverse, la stessa cosa?

L’unica differenza, molto labile, è che loro non dimenticano mai di premettere che condannano l’aggressione di Putin, che riconoscono il fatto che c’è un aggredito e un aggressore, e che insomma, come suol dirsi, hanno tanti amici ucraini.

Cosa ha detto Berlusconi su Putin e ministri e cosa vuol dire che ha picconato l’accordo con Meloni. Tommaso Labate su Il Corriere della Sera il 19 Ottobre 2022.

Due dichiarazioni che fanno traballare l’accordo da poco trovato per il nuovo governo. Berlusconi prima dice «ho riallacciato i rapporti con Putin» e poi che Casellati sarà la ministra della Giustizia. Due uscite non gradite a Giorgia Meloni.

Inizia e finisce con due cose dolci, l’una in senso lato, l’altra in senso stretto. La prima, entrando alle 13.41 a Palazzo Madama, è il dichiararsi «assolutamente a disposizione» rispetto all’idea di diventare il consigliere di Giorgia Meloni; la seconda sono le crêpes a cui non resiste mentre la compagna Marta Fascina prende un gelato, il tutto suggellato da una foto sui social network pubblicata alle 18.38. 

Nelle 4 ore e 57 minuti che separano i consigli dalle crepes, Silvio Berlusconi trasforma in un incrocio tra «drammatico», «giallo» e per certi aspetti «grottesco» il film della costruzione del governo Meloni. Perché candidamente rivela di «a ver riallacciato i rapporti con l’amico Putin». E perché poi rivendica - come acquisita - l’assegnazione del ministero della Giustizia alla forzista Maria Elisabetta Casellati. Una dopo l’altra, in onda o con la sola voce registrata, l’ex presidente del Consiglio infila una serie di dichiarazioni che riportano l’orologio dello scontro con Meloni al drammatico faccia a faccia di giovedì scorso a Montecitorio quasi cancellando l’accordo di pace siglato a via della Scrofa. Torna altissima la tensione nel centrodestra e l’opposizione va all’attacco. 

La cifra stilistica con cui il Cavaliere spazia da un campo all’altro, dal censimento sulla distribuzione dei ministeri alle «lettere affettuose» con Vladimir Putin, ricordano le «picconate» del suo vecchio e compianto amico Francesco Cossiga. Ne basterebbe una sola, quella dell’annuncio (smentito) da Fratelli d’Italia sull’«accordo con Meloni sull’ex seconda carica Casellati al ministero della Giustizia», per far tremare tutti i tavoli della trattativa. Ne arriveranno parecchie altre. 

«Se il ministro della Giustizia sarà Nordio? No», risponde Berlusconi a un gruppo di cronisti che lo avvicina al Senato. Quindi non c’è l’accordo? «L’accordo c’è. Meloni mi ha chiesto di incontrare Nordio, “che è bravissimo, magari ti convince”. E io lo incontrerò. Ma sono già convinto sulla Casellati». Sono da poco passate le 15. Il primo dello staff della Meloni che vede il lancio di agenzia sbianca, chiede lumi alla leader e ritorna davanti a un computer con la consegna di smentire. In realtà sarà impossibile correggere in tempo reale tutte le fughe in avanti di un Cavaliere loquace come non mai. Prima di lasciare Palazzo Madama, il leader di Forza Italia - rompendo la consegna del silenzio pubblico sui nomi dei ministri - elenca la sua personalissima lista della delegazione azzurra: Tajani vicepremier e ministro degli Esteri; Saccani all’Università, Bernini alla Pubblica amministrazione, Pichetto Fratin alla transizione ecologica e, per l’appunto, Casellati alla Giustizia. In serata, quest’ ultima riceverà una telefonata di Meloni: «Nulla contro di te ma per la Giustizia ho già deciso». 

«Vedo che sopravvivete alle vostre balle. Tutto quello che è stato scritto in questi giorni, compreso l’intervento dei miei familiari, non è vero», argomenta il Cavaliere una volta fuori dal Palazzo. In un pezzo dell’intervista già rilasciata dentro, che però ancora non è stata diffusa, ha dichiarato che «la signora Meloni è amica di mio figlio (Pier Silvio, ndr)», frase che suonerà come una conferma indiretta al lavorio dei familiari per far rientrare le crisi. E ancora: «Anche il suo uomo (Andrea Giambruno, ndr) lavora a Mediaset». Quella formula - «signora Meloni» - ritorna parecchie volte. Tolta, forse, la ricostruzione parziale della vicenda del foglietto con gli aggettivi, «riportavo frasi ascoltate dai miei senatori», versione che il Cavaliere aveva già anticipato a Meloni nel faccia a faccia di lunedì. 

Dall’assemblea dei gruppi del Senato arrivano in differita, pubblicati da LaPresse, altri fendenti che Berlusconi indirizza alla «signora Meloni». «Mi ha riso in faccia», spiega il Cavaliere raccontando della trattativa di giovedì scorso, quando chiedeva una compensazione in termini di caselle di governo («Tre ministeri in più») rispetto alle presidenze delle Camere finite a FdI e Lega. Poi il giallo si fa intrigo internazionale: l’amicizia ritrovata con Putin, «mi ha scritto per il compleanno una lettera affettuosa, ho risposto con una lettera altrettanto affettuosa», venti bottiglie di vodka che hanno viaggiato da Mosca ad Arcore, venti bottiglie di Lambrusco che hanno percorso la tratta in senso contrario. 

I l prequel del film si gira lunedì sera a cena, a Villa Grande. Presenti, oltre a Berlusconi e Marta Fascina, Licia Ronzulli, Alessandro Cattaneo e Antonio Tajani. Per tutta la sera, il titolare il pectore della Farnesina respingerà attacchi che arrivano da tutti i lati. «Dobbiamo lavorare per arrivare presto al governo», dice lui. «Eccolo, parla già come la Meloni, dice le stesse cose che dice la Meloni», risponderanno a turno gli altri commensali. Sarebbe stata proprio la fidanzata di Berlusconi a suggerire il declassamento della «colomba» Anna Maria Bernini a ministero di fascia B (Pubblica amministrazione) e l’ascesa di Gloria Saccani Jotti, «che sarebbe un ottimo ministro dell’Università». Al momento dei saluti il fronte dei governisti subisce l’annuncio di Ronzulli come prossima capogruppo al Senato. Rimane aperta la possibilità che Paolo Barelli possa fare il capogruppo alla Camera. «Domani vediamo, dai», dice Berlusconi. Ieri mattina l’annuncio che il prescelto è Alessandro Cattaneo. E poi, a seguire, le picconate. Fino alle crepes.

"Se Ucraina entra nella Nato sarebbe la guerra mondiale". L’audio di Berlusconi: “Da Putin lettera dolcissima per il mio compleanno. Meloni? Mi ha riso in faccia, impari a parlare”. Redazione su Il Riformista il 18 Ottobre 2022. 

Non c’è pace per Giorgia Meloni e per il centrodestra. Dopo il vertice con Silvio Berlusconi e l’annuncio di salire insieme al Quirinale dal presidente della Repubblica per presentare la nuova, possibile, squadra di governo, è la pubblicazione di un audio esclusivo di LaPresse a creare nuovamente scompiglio nella coalizione che alle scorse elezioni politiche ha ottenuto il 44% dei consensi.

Un audio smentito da Forza Italia che chiarisce le dichiarazioni di Berlusconi su una ripresa dei rapporti con il presidente russo Vladimir Putin. Secondo la versione diffusa dal partito azzurro, l’ex premier “ha raccontato ai parlamentari una vecchia storia relativa a un episodio risalente a molti anni fa”.

LaPresse, tuttavia, ha pubblicato l’audio, relativo all’intervento del Cavaliere alla riunione dell’assemblea di Forza Italia alla Camera per l’elezione dei capogruppo, dove Berlusconi parla al presente, facendo riferimento alla guerra in corso in Ucraina: “I ministri russi hanno già detto in diverse occasioni che siamo noi in guerra con loro, perché forniamo armi e finanziamenti all’Ucraina. Io non posso personalmente fornire il mio parere perché – spiega – se viene raccontato alla stampa viene fuori un disastro, ma sono molto, molto, molto preoccupato. Ho riallacciato i rapporti con il presidente Putin, un po’ tanto”.

Poi racconta il regalo ricevuto per il suo compleanno. Berlusconi è nato il 29 settembre. Non è chiaro se il riferimento è alle 86 primavere festeggiate poche settimane fa o se a un episodio avvenuto in passato. “Putin per il mio compleanno – racconta -mi ha mandato 20 bottiglie di vodka e una lettera dolcissima. Io gli ho risposto con bottiglie di Lambrusco e con una lettera altrettanto dolce. Io l’ho conosciuto come una persona di pace e sensata…”, ha raccontato ancora Berlusconi che parlando del conflitto in Ucraina ha poi aggiunto: “Troppo spesso sentiamo parlare di interventi con bombe nucleari. Dio ci salvi e scampi da questo pericolo. L’Ucraina ha chiesto addirittura di entrare nella Nato. Se entrasse nella Nato la guerra sarebbe guerra mondiale”.

Un passaggio anche sull’incontro di ieri, lunedì 17 ottobre con Giorgia  Meloni: “Ieri con la signora abbiamo parlato anche di ministri, che erano quattro e sono saliti a cinque. Ma io ho insistito perché la Lega ha già avuto qualcosa più di noi perché la signora Meloni si è tenuta la presidenza del Senato, e io le ho detto che deve imparare da capo di un governo almeno ad usare il condizionale. Quando parli dei tuoi alleati dovresti dire ‘il Senato mi piacerebbe tenerlo per Fdi’ e non ‘il Senato è mio‘, perché così non si fa”.

Poi aggiunge: “Io ho fatto quattro volte il presidente del Consiglio, e il presidente del Consiglio deve essere aperto e generoso nei confronti degli alleati se vuol tenere unita la coalizione. La presidenza della Camera l’ha data alla Lega e, da che mondo è mondo, in Italia la presidenza del Senato vale due ministeri per chi non ce l’ha, vale un ministero la presidenza della Camera. Quindi noi gli abbiamo chiesto tre ministeri, mi ha riso in faccia, ne ho chiesti due, ha riso ancora, ne ho chiesto uno, ha detto ok. Questa è la situazione che ho trovato“. 

Sui rapporti amichevoli con Putin, che da settimane chiede al governo di Zelensky di negoziare la fine della guerra, Berlusconi si era già espresso nel recente passato. Pochi giorni prima del voto dello scorso 25 settembre, il leader di Forza Italia ha dovuto chiarire un suo intervento nella trasmissione “Porta a Porta” su Rai 1 condotta da Bruno Vespa. Le sue parole iniziale sono state: “Putin doveva solo sostituire con un governo di persone perbene il governo di Zelensky”. Poi la precisazione: “Riferivo parole di altri, io contrario ad aggressione Kiev”.

Lo stesso Berlusconi, a poche settimane dall’inizio della guerra, condannò l’invasione di Putin: “Non posso e non voglio nascondere di essere profondamente deluso ed addolorato dal comportamento di Vladimir Putin, che si è assunto una gravissima responsabilità di fronte al mondo intero”. Posizione, almeno inizialmente, contro il governo Draghi anche per quanto riguarda l’invio delle armi: “Siamo in guerra anche noi perché mandiamo le armi” a Zelensky. Poi il dietrofront: “Kiev va aiutata a difendersi”. In altre occasioni Berlusconi, così come Salvini e altri leader politici ed esponenti della classe imprenditoriale, avevano criticato le sanzioni imposte dall’Unione Europea alla Russia a causa delle forti ripercussioni sull’economia italiana.

Berlusconi resta ancora quell’anomalia politica con cui fare i conti. Il Cav vuole esercitare ancora una funzione proprietaria sulla coalizione, reclamando il ruolo di chi decide in ultima istanza. Paolo Delgado su Il Dubbio il 20 ottobre 2022

Non è normale che un papabile ministro della Giustizia venga ricevuto nella villa di un capo partito che con la giustizia ha un conto sempre aperto, presumibilmente per esporgli il suo programma, presumibilmente per ottenere l’approvazione e forse la correzione del medesimo programma e il semaforo verde sulla sua nomina. Non è neppure normale che un leader di partito metta in piazza i propri «dolcissimi» rapporti con un capo di Stato, col quale incidentalmente l’Italia è in quasi guerra, non per invocare un cambio nella politica del suo schieramento ma solo per far valere una minaccia volta a strappare un’importante postazione nel governo. Neppure è normale che, per risolvere una crisi politica, ci si rivolga ai figli del capo riottoso tra cui la pargola che guida le aziende di papà.

Tutto ciò non è normale, più precisamente è in clamoroso contrasto con qualsiasi regola di correttezza politico istituzionale e con ogni chimera di limpidezza politica, e allo stesso tempo è normalissimo, consueto. È la normalità nella quale la politica italiana naviga da tre decenni e dunque quasi non fa più sensazione. È significativo che, nel commentare il braccio di ferro tra Berlusconi e Meloni, nessuno di quelli che avevano strillato a pieni polmoni per decenni denunciando il conflitto di interessi e i criteri di selezione delle cariche in Forza Italia abbia segnalato che proprio quella anomala normalità Giorgia Meloni prova oggi a revocare in dubbio.

Raccontarsi il conflitto Meloni-Berlusconi solo come il braccio di ferro fra un leader in declino che non vuole passare la mano e una giovane in ascesa che fatica a trovare la via diplomatica per far ingoiare all’ex sovrano l’amara pillola non è in sé sbagliato ma non è neppure esaustivo. In ballo c’è molto di più. C’è l’anomalia che, in tandem con l’eterno rifiuto del PdS- Ds- Pd di dotarsi di un’identità politica precisa, ha precipitato il sistema politico italiano nella confusione totale in cui sta annegando. La guerriglia berlusconiana di questi giorni è solo l’ultima incarnazione della anomalia costituita dalla presenza in campo, con ruoli diversi a seconda delle circostanze storiche però sempre determinanti, di un leader sceso in politica per difendere i propri interessi aziendali, costruendosi un partito di cui è sempre stato non solo il leader, per quanto carismatico, ma a tutti gli effetti il proprietario.

Berlusconi non pretende oggi solo il rispetto dovuto al fondatore della moderna destra italiana, rispetto che in ultima analisi gli sarebbe dovuto. Chiede però di esercitare ancora una funzione proprietaria, subordinando la politica ai propri interessi e reclamando il ruolo di chi decide in ultima istanza. La rigidità della leader tricolore si spiega proprio con la consapevolezza di essere impegnata in un braccio di ferro che ha per posta in gioco non questo o quel ministero ma la natura stessa della coalizione che sosterrà il suo governo e dunque i margini di autonomia e la libertà d’azione stessa di quel governo.

In una partita del genere sono possibili tregue, come quella che con ogni probabilità permetterà comunque di formare il governo in tempi brevi. Non è però contemplata una vera pace perché Berlusconi non può permettere che la destra si emancipi dal berlusconismo e perché Giorgia Meloni non può adottare il berlusconismo senza trasformarsi automaticamente in una pedina la cui stella sarebbe destinata a tramontare con la stessa rapidità con cui è sorta.

È dunque facilmente prevedibile che la tensione continuerà a crescere, a tratti in piena vista, in altri momenti sotto pelle, ma a un certo punto, e non in tempi biblici, si dovrà arrivare a una risoluzione, che può passare per un ventaglio limitato di esiti concreti. Il primo è la resa del Cavaliere, che potrebbe rivelarsi inevitabile se l’asse in realtà fragile tra FdI e Lega resistesse ma diventerebbe molto meno probabile ove quell’intesa si spaccasse.

Il secondo è una scissione di Forza Italia che metterebbe fine alla lunga parabola del partito azzurro, anche se in quel caso non è affatto detto che Meloni disporrebbe ancora di una maggioranza. Il terzo esito è un ritorno in tempi piuttosto brevi alle urne e a quel punto tutto tornerebbe in ballo anche se difficilmente Berlusconi potrebbe ripetere il miracolo che lo salvato il 25 settembre. L’ultima ipotesi è un’ennesima formula ambigua, basata su una qualche maggioranza improbabile. È un’eventualità remota nella situazione data. Ma nella politica italiana l’impossibile non esiste.

Berlusconi emulo di Cossiga, fa impazzire i giornali: ma picconare è rischioso. Il leader di Forza Italia dovrebbe sapere che il Quirinale, e quindi Sergio Mattarella, non accetterà un governo dalle basi precarie. Francesco Damato su Il Dubbio il 20 ottobre 2022

Le notizie “da”, ma anche “su” Silvio Berlusconi arrivano ai e sui giornali come le picconate del compianto Francesco Cossiga nell’ultimo anno, all’incirca, del suo settennato al Quirinale: sempre in tempo per sfasciare le prime pagine, far deperire come frutta marcia un bel po’ di articoli, aggiornarli più volte, farne cestinare irreparabilmente alcuni e improvvisarne altri in una rincorsa affannosa fra le redazioni e, spesso, il presidente della Repubblica in persona. Che si compiaceva ogni tanto a telefonare ai quotidiani per verificare gli effetti delle sue sortite, fasi anticipare i titoli e quant’altro.

Alla fine eravamo davvero sfiniti lui e noi, rassegnati a replicare la sera o la notte successiva. Ogni tanto torno a sognarmele quelle notti come in un incubo. E temo che accada anche all’ambasciatore Ludovico Ortona, ottant’anni belli che compiuti, che dalla sua postazione quirinalizia di portavoce doveva paradossalmente assecondare ma al tempo stesso contenere quel fiume in piena che era diventato il Capo dello Stato.

Per sua e nostra fortuna Berlusconi è stato appena rieletto soltanto senatore della Repubblica, ma sta facendo una bella concorrenza, a suo modo, al compianto Cossiga in questo avventuroso avvio della nuova legislatura, montando e smontando tregue più o meno armate, spiazzando persino gli amici, sino a farsi invitare da alcuni di provata fede come Alessandro Sallusti a smetterla per carità, perché – ha stampato Libero in rosso sulla prima pagina- “avanti così finisce male”. Anche per Berlusconi, temo, e non solo per gli altri, a cominciare naturalmente dalla “signora Meloni”, come lui ha ripreso a chiamare con una certa distanza la sua ex ministra della Gioventù in attesa dell’incarico di presidente del Consiglio.

L’attenuante che gli amici del Cavaliere sufficientemente in confidenza come Alessandro Sallusti per invocarlo pubblicamente a fermarsi gli riconoscono in questa piena di sorprese e di rivelazioni, dalla lista dei ministri alle lettere e ai doni di Putin, è che Forza Italia ha ancora bisogno del suo fondatore per non dissolversi. E che il centrodestra, a sua volta, avrebbe ancora bisogno di Forza Italia per non essere tutto e solo destra, costretto dalle circostanze a governare nel passaggio più difficile del Paese, fra emergenze di ogni tipo rispetto alle quali forse impallidiscono anche quelle gestite da Mario Draghi, purtroppo rimosso di fatto anzitempo.

In questa situazione “assicurare entro questa settimana un governo al Paese non è un’opzione, ma un obbligo, un dovere”, ha scritto sul Giornale di famiglia di Berlusconi il direttore Augusto Minzolini ripetendo un po’, se non ricordo male, le parole proprio di Draghi al suo esordio da presidente del Consiglio davanti alle Camere nel 2021.

Ma il problema di Giorgia Meloni in questo avvio – ripeto- di legislatura è di formare appunto un governo, di solida e ben definita maggioranza, dopo un passaggio elettorale col quale si è voluto chiudere la stagione degli esecutivi di una certa anomalia. Il problema non è di formare un governo comunque e di lanciarlo come un oggetto misterioso su un Parlamento dove peraltro una delle due Camere non si è neppure attrezzata alle nuove, ridotte dimensioni con un regolamento aggiornato.

Un simile governo – temo per chi lo volesse mettere nel conto derubricando magari a folclore quello che sta accadendo nel centrodestra non sarebbe permesso da Mattarella, cui spetta di nominarlo, per quanto sollevato – come scrivevo ieri- dalla decisione dello stesso centrodestra di partecipare unito alle consultazioni di rito al Quirinale.

Sul Presidente ucraino: "Lasciamo perdere". Il nuovo audio di Berlusconi sulla guerra in Ucraina: “Putin contrario, ha subito pressioni in Russia: Zelensky aveva triplicato attacchi in Donbass”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 19 Ottobre 2022 

“Promettete?”, chiede Silvio Berlusconi ai parlamentari di Forza Italia nel nuovo audio diffuso in esclusiva da Lapresse: chiedeva massimo riserbo ai suoi, riserbo che evidentemente non è stato osservato. La verità di Berlusconi sulla guerra in Ucraina, sulle ragioni dell’amico Vladimir Putin che lo scorso febbraio ha lanciato la sua “operazione speciale” su Kiev. Non una versione inedita tuttavia considerate le parole che l’ex Presidente del Consiglio aveva detto a Porta a Porta in piena campagna elettorale e che già allora avevano scatenato polemiche, e non soltanto in Italia.

“La cosa è andata così: nel 2014 a Minsk, in Bielorussia, si firma un accordo tra l’Ucraina e le due neocostituite repubbliche del Donbass per un accordo di pace senza che nessuno attaccasse l’altro. L’Ucraina butta al diavolo questo trattato un anno dopo e comincia ad attaccare le frontiere delle due repubbliche. Le due repubbliche subiscono vittime tra i militari che arrivano, mi si dice, a 5-6-7mila morti. Arriva Zelensky, triplica gli attacchi alle due repubbliche. Disperate, le due repubbliche mandano una delegazione a Mosca e finalmente riescono a parlare con Putin. Dicono: ‘Vladimir non sappiamo che fare, difendici tu’”.

Lui è contrario a qualsiasi iniziativa, resiste, subisce una pressione forte da tutta la Russia. E allora si decide a inventare una operazione speciale: le truppe dovevano entrare in Ucraina, in una settimana raggiungere Kiev, deporre il governo in carica, Zelensky eccetera, e mettere un governo già scelto dalla minoranza ucraina di persone per bene e di buon senso, un’altra settimana per tornare indietro. È entrato in Ucraina e si è trovato di fronte a una situazione imprevista e imprevedibile di resistenza da parte degli ucraini, che hanno cominciato dal terzo giorno a ricevere soldi e armi dall’Occidente. E la guerra, invece di essere una operazione di due settimane, è diventata una guerra di duecento e rotti anni (sic). Quindi, questa è la situazione della guerra in Ucraina”.

Destinato a far discutere anche il no comment sul Presidente ucraino Volodymyr Zelensky: “Io non vedo come possano mettersi a un tavolo di mediazione Putin e Zelensky. Perché non c’è nessun modo possibile. Zelensky, secondo me … lasciamo perdere, non posso dirlo …”. Il nuovo audio viene pubblicato all’indomani di altre dichiarazioni di Berlusconi sul presumibile prossimo governo di centrodestra e sulla relazione con Putin, amico di vecchia data del Cavaliere, che già avevano fatto discutere.

Berlusconi aveva detto di aver ricevuto bottiglie di vodka e un biglietto “dolcissimo” in occasione del suo compleanno, cui lui aveva risposto a sua volta con bottiglie di Lambrusco e un suo biglietto “altrettanto dolce” – il caso è stato oggetto di discussione questa mattina in Commissione Europea viste le sanzioni per quanto riguarda import ed export con la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Parole che rischiano di aumentare le tensioni all’interno della maggioranza: la premier in pectore Giorgia Meloni continua a confermare la sua posizione atlantista.

Il leader di Forza Italia ha descritto nel nuovo audio una mancanza di leadership nel mondo occidentale: “Quello che è un altro rischio, un altro pericolo che tutti noi abbiamo: oggi, purtroppo, nel mondo occidentale, non ci sono leader, non ci sono in Europa e negli Stati Uniti d’America. Non vi dico le cose che so ma leader veri non ce ne sono. Posso farvi sorridere? L’unico vero leader sono io …”.

Berlusconi, dopo la diffusione dell’audio nel corso della trasmissione Diario Politico su La7 ha telefonato in studio chiedendo di precisare “il contesto”, “le parole registrate vanno inquadrate in un contesto più largo di preoccupazione generale, con gli Stati Uniti che hanno disatteso le premesse multilaterali di Trump”. E poi quelle parole erano state pronunciate a una riunione di partito e non un’occasione ufficiale. “Io non posso personalmente esprimere il mio parere perché se viene raccontato alla stampa viene fuori un disastro, ma sono molto, molto, molto preoccupato. Ho riallacciato un po’ i rapporti con il presidente Putin, un po’ tanto”, le dichiarazioni che erano emerse negli audio diffusi ieri.

Berlusconi ha avuto un lungo rapporto di amicizia con Putin. L’ex premier lo andò a trovare nella sua prima visita ufficiale all’estero poco dopo essersi insediato nel 2001. I due si incontrarono poi più volte negli anni successivi e non soltanto per ragioni istituzionali. Numerosi scatti e momenti di quel rapporto sono diventati molto noti, in alcuni casi virali e ricordati ancora oggi. Nel caso delle dichiarazioni rilasciate a Porta a Porta Berlusconi aveva poi precisato di esser stato frainteso per quelle parole. Il nuovo audio si inserisce nelle complicate e turbolente trattative per la formazione di un governo di centrodestra. 

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Antonio Bravetti per “la Stampa” il 21 ottobre 2022.

Altro che audio «manipolato»: è tutto vero, «un gran pezzo giornalistico». Alessia Lautone, direttrice di LaPresse, difende orgogliosa lo scoop di Donatella Di Nitto, la giornalista che ha pubblicato la registrazione di Silvio Berlusconi. Non fornisce indizi su «finestre aperte» o ex parlamentari rancorosi, ma ragiona: «La leggerezza di Berlusconi è sospetta». 

C'è un terzo audio bomba?

«No. Abbiamo il discorso integrale di Berlusconi, venti minuti. Potremmo pubblicarlo solo per dimostrare che non è stato manipolato, come dice qualcuno. Siamo alla follia».

Come lo avete avuto?

«Non lo dirò mai». 

Registrato da una finestra, come suggerisce Mulè?

«Non lo dico, ma se davvero ci fossero state delle finestre aperte e tanta gente nella stanza sarebbe stato ancora più surreale per Berlusconi fare quei discorsi». 

È la vendetta di qualcuno dentro FI?

«Non lo so. Trovo strano che non si parli del contenuto ma ci si impegni di più per capire da dove viene». 

Cosa ha pensato ascoltando l'audio la prima volta?

«Quando ho sentito i passaggi su Putin e quelli sulla vodka e il lambrusco ho capito di avere in mano un grande pezzo giornalistico». 

E le risate dei deputati?

«Gli applausi mi hanno lasciato stupita, Berlusconi non lo contraddice mai nessuno. Il grande problema di Forza Italia è che tutti sono scolaretti di Berlusconi, dicono sempre sì». 

Perché darlo in due parti?

«Era molto lungo, l'audio era sporco e volevo essere certa che si sentisse bene. Nessuna dietrologia né complotti». 

Berlusconi l'ha fatto uscire apposta?

«Quel giorno aveva rilasciato molte dichiarazioni, senza considerare il famoso biglietto su Meloni. Aveva voglia di parlare. Una leggerezza sospetta c'è».

Un disegno per mettere in difficoltà Meloni?

«Lui fa fatica a non dare le carte, gli brucia tanto. Ancora di più con Meloni. La loro è un'incompatibilità caratteriale». 

Quante telefonate furiose ha ricevuto da Forza Italia?

«Non ho ricevuto nessunissima pressione». 

Qualche politico contento?

«Nemmeno. Hanno paura di finire tra i sospettati».

Jacopo Iacoboni per “La Stampa” il 21 ottobre 2022.

Gazprom, la tv russa, Yukos, i servizi russi. Per capire la connessione tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin bisogna esplorare questo quadrato e i suoi grandi filoni, alcuni ancora da chiarire nei dettagli, ma certo ogni volta che i due si sono avvicinati, una serie impressionante di alert si è accesa nelle diplomazie e nei servizi internazionali. 

Uno, su Gazprom e la rivendita del gas russo in Europa (dall'Austria all'Ucraina, passando per l'Italia) attraverso strati di società complesse che appaltavano una parte dei profitti ad amici personali di Putin. Due, sul ruolo di uomini di Berlusconi nella costruzione della tv di stato del Cremlino e l'infrastruttura di rete delle tv russa. Tre, sull'esproprio putiniano di Yukos, il gigante petrolifero di Mikhail Khodorkovsky, e aziende italiane che ne acquisirono pezzi.

Ma innanzitutto bisogna capire una cosa: i rapporti del Cavaliere con la Russia iniziano da molto prima di questi sciagurati audio contro Zelensky, partono quando l'Urss è ancora in piedi, nella seconda metà degli anni ottanta, e Berlusconi entra a far parte di un network di influenza sovietico, prima che russo. 

Secondo Catherine Belton, che ha scritto il libro fondamentale sulla materia, nel 2005 (quando scoppia il caso Centrex, la presunta rivendita di favore di gas russo ad amici del Cavaliere), «gli uomini di Putin stavano ricostruendo relazioni sulla base delle connessioni forgiate tanto tempo prima, nell'era sovietica, quando Berlusconi era stato uno degli intermediari che lavoravano in contatto ravvicinato con il Politburo sovietico».

Belton non è mai stata smentita dal Cavaliere. L'iniziale intento di queste operazioni «era creare una piattaforma dalla quale la Russia poteva cercare di influenzare la politica europea», come ha rivelato a Belton Michel Seppe, un ex capo dell'intelligence austriaca, che un tempo aveva lavorato strettamente con un uomo del Kgb. Di nome Andrey Akimov. 

Cosa accade nel 2005? Due uomini di Putin, Andrey Akimov, appunto, e Alexander Medvedev, due finanzieri legati al Kgb (il secondo solo omonimo di Dmitry, il presidente delle esternazioni ultra guerrafondaie di questi mesi), insediati a capo di Gazprombank e del braccio per le esportazioni, Gazpromexport, cominciano a creare una serie di società estere da usare nella rivendita di gas con creazione di fondi offshore e corruzione all'estero. A Berlino Gazprom Germania viene riempita di ex uomini della Stasi. Stessa cosa in Rosukrenergo (piena di ex di Kgb e Stasi), l'azienda a cui viene concessa la rivendita di gas russo in eccesso dall'Ucraina all'Europa.

A Vienna l'uomo chiave del network Akimov-Medvedev è Martin Schlaff, ex agente della Stasi, che aveva lavorato a Dresda (come Putin). In Italia Akimov e i suoi settano una società, Centrex Central Energy Italian Gas Holding, che aveva questa struttura societaria di base: al 41,6 per cento aveva come azionista Centrex e Gas AG (la casa madre a Vienna), al 25 per cento Zmb (la sussidiaria tedesca di Gazprom Export, in pratica il Cremlino), e al 33 per cento due società milanesi, Hexagon Prima e Hexagon Seconda, che avevano il medesimo indirizzo societario a Milano, intestate a Bruno Mentasti Granelli, l'ex patron di San Pellegrino, grande amico di Silvio.

Una commissione parlamentare se ne accorse. L'accordo Centrex, accettato prima dell'estate 2005 dall'Eni (Vittorio Mincato, che non voleva, era stato sostituito con Paolo Scaroni, oggi in pista per il ministero dell'Energia del governo Meloni), a ottobre fu messo in stand by indefinito per i rilievi del Cda e dell'Antitrust. Ma lo schema era chiaro. L'anno successivo Scaroni rinnova fino al 2035 l'appalto di gas da Gazprom, a prezzi non proprio convenienti, se si considera che in quegli anni emergono le potenzialità dello shale gas, e i prezzi si abbassano ovunque.

Parlamentari italiani, anche del partito di Berlusconi se ne lamentarono con l'ambasciata Usa. Tre anni dopo, in un cablo svelato da Wikileaks, l'allora ambasciatore americano a Roma Ronald Spogli scrisse che la vera natura dei rapporti tra Berlusconi e Putin era «difficile da determinare»: «L'ambasciatore georgiano a Roma ci ha detto che il governo della Georgia ritiene che Putin abbia promesso a Berlusconi una percentuale dei profitti da eventuali condotte sviluppate da Gazprom in coordinamento con Eni». 

Il Cavaliere ha sempre smentito tutto, ma la cosa arrivò anche al Parlamento europeo, attraverso il report di Roman Kupchinsky. Gli americani lamentavano che le affermazioni putiniane di Berlusconi indebolivano l'alleanza atlantica, e i dialoghi per uno scudo missilistico comune Ue.

Antonio Fallico, il capo di Banca Intesa russa, insignito da Putin della cittadinanza onoraria russa, e uno degli uomini cruciali in varie vicende di influenza del Cremlino in Italia - a partire dal prestito da Banca Intesa a Rosneft per il finanziamento di una tranche della finta "privatizzazione" dell'azienda di Igor Sechin - ha raccontato che Fininvest già a fine anni '80 vinse il lucrosissimo appalto per trasmettere film in prime time sulla tv di stato sovietica. Com' era possibile, senza far parte di un network sovietico? 

C'è un uomo poco noto, Angelo Codignoni, che è stato un vero boss di Berlusconi presso Putin, stavolta attorno alla tv e a Yuri Kovalchuk. Un anno fa, da leaks dei Pandora Papers, è emerso che circa due milioni di euro sono finiti dalla Russia su società a Montecarlo di Codignoni. Ma le misteriose consulenze, su cui consorzi di reporter internazionali stanno indagando, sarebbero molte, davvero molte di più.

Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” il 21 ottobre 2022.  

Il giallo della non gelida manina che ha diffuso gli audio delle putinate di Berlusconi è già risolto. Sono stato io. Anzi, un po' tutti. Ma davvero, nell'era degli smartphone, esiste ancora qualcuno che, entrando in contatto con qualcosa di interessante, non schiaccia subito il tasto «inoltra» per inviarlo a un amico? Naturalmente a uno solo, e con la promessa che non lo giri a nessun altro: le stesse regole d'ingaggio con cui l'amico lo girerà a qualcun altro.

Fa sorridere questa ricerca spasmodica del colpevole, utilissima a spostare l'attenzione dalle cose che Berlusconi ha detto (e che peraltro aveva già anticipato da Vespa poche settimane prima). «Perché mai un parlamentare di Forza Italia avrebbe dovuto mandare in circolo le esternazioni filorusse del Capo?» si domandano i complottisti. Ma per la stessa umanissima ragione per cui il Capo le aveva pronunciate: illudersi di essere al centro del mondo.

Berlusconi non ha esaltato Putin per far cacciare la Meloni dalla Nato, ma per far sapere a tutti che lui è il miglior amico del leader più temuto del momento. Anche «la manina» ha ragionato allo stesso modo: voleva che tutti sapessero che era lei la depositaria dei segreti di Berlusconi. Dovremmo dunque concludere che, più ancora dei soldi, degli interessi e delle passioni, è il narcisismo a muovere il mondo? Sì. Ormai l'unico modo per non dire una cosa è non pensarla, perché appena la pensi ti viene voglia di dirla. E, appena la ascolti, di condividerla con qualcuno.

(ANSA il 20 ottobre 2022) - "Berlusconi riallaccia con Putin e imbarazza la coalizione": questo il titolo di un articolo che il quotidiano francese Le Monde consacra alla situazione politica dell'Italia, con particolare riferimento alle registrazioni audio dell'ex premier che "perturbano la formazione del governo". 

Secondo Le Monde, "questa sequenza potrebbe minare seriamente la credibilità dell'Italia sulla scena europea, in un contesto in cui Giorgia Meloni ha fatto del suo sostegno all'Ucraina e alla Nato una linea forte del suo programma politico". 

E ancora: "Antonio Tajani, ex presidente del Parlamento europeo e coordinatore del partito, potrà ottenere il portafoglio degli Affari esteri come era stato previsto? Molti osservatori vedono allontanarsi quest'ipotesi". "Qualunque siano i nomi dei ministri che comporranno il governo di Giorgia Meloni - conclude Le Monde - l'Italia è appena riuscita nell'impresa di un governo non ancora nato ma già in piena crisi".

Annalisa Girardi per fanpage.it il 20 ottobre 2022.  

Le ultime affermazioni di Silvio Berlusconi su Vladimir Putin, che stanno causando fibrillazioni all'interno della maggioranza, nono sono passate inosservate all'estero. Diversi giornali stranieri hanno infatti ripreso la notizia. "Berlusconi dice di essersi scambiato una ‘dolce lettera' con Putin", "Berlusconi dice che Putin gli ha mandato della vodka e una dolce lettera", "Berlusconi si è riavvicinato a Putin, gli ha mandato del vino e una dolce lettera": sono solo alcuni dei titoli apparsi nelle principali testate internazionali.

Il Financial Times, ad esempio, ha commentato la notizia scrivendo che queste ultime dichiarazioni del Cavaliere "che suggeriscono il riaccendersi de suo ‘bromance' con Putin, non faranno che riaccendere le ribollenti preoccupazioni sulla direzione della futura politica estera italiana e sull'approccio del Paese alla guerra in Ucraina dopo che il governo di Meloni prenderà il sopravvento". 

E ancora, il quotidiano britannico sottolinea come nonostante la leader di Fratelli d'Italia abbia criticato ferocemente l'invasione russa dell'Ucraina, "i due alleati da cui dipende la sua coalizione, Berlusconi e Matteo Salvini della Lega, sono entrambi ammiratori di lunga data di Putin, che hanno messo in chiaro il loro disagio verso la dura posizione dell'Ue nei confronti di Mosca".

Anche Reuters ha riportato la notizia, scrivendo che "Berlusconi spesso si è spesso vantato della sua amicizia con Putin fino all'invasione dell'Ucraina, e ha creato una tempesta il mese scorso quando ha detto che Putin è stato spinto alla guerra per mettere ‘gente decente' al governo a Kiev". 

E ancora: "Le relazioni tra la coalizione di destra in Italia e la Russia sono sotto osservazione. Matteo Salvini, leader del partito anti-migranti della Lega, ha spesso elogiato Putin e ha anche indossato una maglietta con stampata la faccia del leader russo". Reuters ha anche citato altre affermazioni di Lorenzo Fontana, neo eletto presidente della Camera, che ha avvertito delle conseguenze che potrebbero avere le sanzioni contro la Russia.

Il quotidiano spagnolo El Pais ha cominciato l'articolo scrivendo che il ritorno di Silvio Berlusconi in Senato dopo nove anni di assenza ha sollevato le polemiche: "Nell'ultima delle sue controversie il protagonista è il presidente russo", si legge. Non solo, il giornale sottolinea come Berlusconi abbia definito il presidente russo come "un uomo di pace".

Infine, il tedesco Die Welt, ha scritto che "l'ex presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, con delle dichiarazioni sull'amico Vladimir Putin ha alimentato ancora una volta i dubbi sulla determinazione del futuro governo ad agire contro Mosca". E ancora: "Alcuni italiani e ucraini sono preoccupati per il sostegno del Paese mediterraneo a Kiev nella guerra contro la Russia, una volta che si sarà insediato il nuovo governo guidato dalla vincitrice delle elezioni Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia, partito di estrema destra. Solo poche settimane fa, Berlusconi aveva affermato che Putin fosse stato spinto ad attaccare".

 Da adnkronos.com il 20 ottobre 2022.

"Berlusconi sembra il protagonista di Viva l’Italia. In quel film Michele Placido interpreta un importante politico italiano il quale, dopo una seratina con l’amante, perde qualsiasi freno inibitorio. Così inizia a raccontare verità che mai aveva osato render pubbliche. Tangenti, favori, raccomandazioni, balle raccontate a favore di telecamera". Lo scrive su Facebook Alessandro Di Battista. 

"Così Berlusconi, dopo aver mentito per una vita intera, oggi, non solo dice quel che pensa ma osa raccontare alcune verità su quel che è accaduto in Ucraina prima dell’invasione russa che molti altri politici dentro Forza Italia e, più in generale in tutto il centrodestra, pensano ma per la salvaguardia della loro carriera, non hanno il fegato di dire" aggiunge Di Battista.

"Mi piacerebbe adesso ascoltare Tajani (il futuro pessimo ministro degli Esteri) che ultimamente sembra il social media manager di Biden più che un parlamentare della Repubblica italiana. Anche perché l’incontinenza senile di Berlusconi è, paradossalmente, più dignitosa della pavidità di un mucchio di politici che dovrebbero fare gli interessi italiani ma che pensano solo ad ossequiare la NATO", conclude l'ex parlamentare M5S.

(ANSA il 20 ottobre 2022) -  "Qualsiasi crisi apre la strada ai leader veri. Mentre il signor Berlusconi è sotto l'effetto della vodka russa in compagnia di 'cinque amici di Putin' in Europa, Giorgia Meloni dimostra quali sono i veri principi e la comprensione delle sfide globali. Ognuno sceglie la propria strada". Lo ha twittato in italiano Mykhailo Podolyak, consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. 

Luca Bottura per “La Stampa” il 20 ottobre 2022.

I prossimi audio di Berlusconi, da oggi nei principali cabaret.

"Zelensky in realtà si chiama Zielinsky e gioca nel Napoli".

"A Putin gliel'avevo detto: butta una bella atomica su Kiev e sono tutti contenti".

"Mio fratello Paolo in realtà non è il vero editore de Il Giornale". 

"Non dico la verità dal 1963".

"In confronto a Tajani, Licia Ronzulli è un premio Nobel".

"Non è vero che ho abolito l'Imu".

"I giornalisti cui pago lo stipendio tendono a non essere esattamente aggressivi quando parlano di me". 

"Le cene eleganti non è che fossero davvero cene eleganti".

"Il lettone di Putin è arrivato già frequentato".

"Sì, sono io che da 40 anni rincoglionisco gli italiani con le mie televisioni".

"Milano 2 è un posto così noioso che i cigni del laghetto dei cigni si sono tutti suicidati".

"Dell'Utri è quello che pensate voi".

"I miei capelli non sono completamente naturali". 

"Salvini in realtà è Davide Mengacci travestito".

"Certe volte il Grande Fratello Vip mette i brividi persino a me".

Dagospia il 20 ottobre 2022. Dall’account facebook di Enrico Mentana 

La verità sulle frasi di Berlusconi carpite dagli audio filtrati in questi giorni - per quanto possa sembrare disarmante - è che si tratta semplicemente di quel che il leader di Forza Italia pensa.

Smentite, contestualizzazioni, messe a punto, correzioni sono solo dettate dalle pressanti richieste di collaboratori e alleati, in vista della formazione del governo. 

Ma quel che Berlusconi ha raccontato ai deputati di Forza Italia, vincolandoli al più assoluto riserbo, su Putin e Zelensky è parola per parola quello che aveva detto in tv, senza ovviamente vincoli di sorta, da Vespa tre giorni prima delle elezioni. 

Nella sostanza - che è ciò che conta - si tratta della narrazione sulla guerra di Ucraina più vicina alla versione russa che si possa ascoltare da un politico europeo, in totale contraddizione con le posizioni del governo ancora in carica e delle deliberazioni parlamentari a cui anche Forza Italia ha dato il suo sostegno.

Poi Berlusconi può rivendicare, atti alla mano, la sua 28ennale adesione ai principi euroatlantici e tutto il resto. Ma nessun altro leader occidentale si vanta di ricevere regali e dolcissimi lettere da Vladimir Putin, e di ricambiare. E nessun altro leader si permette allusioni negative sul presidente di un paese aggredito, dopo averlo accusato di aver provocato la guerra "triplicando gli attacchi alle regioni del Donbass". 

Coi riflessi condizionati della politica italiana si prova a ipotizzare quali siano i motivi tattici di queste uscite: contro Meloni, o per andare a un governo a maggioranza diversa, eccetera. 

Dovrebbe invece interessare di più il fatto in sé: parlando per la prima volta agli eletti del suo partito, Berlusconi ha fatto un discorso, "impreziosito" dal vincolo di riservatezza, che non avrebbe stonato in quella ormai nota trasmissione del primo canale della tv russa. 

Non solo: ha ripetuto tesi che aveva già espresso tre settimane prima, confermando che quella è la sua opinione radicata, altro che sbandamenti o travisamenti. 

E fino a prova del contrario quella è la linea di Forza Italia, ascoltati gli applausi e verificata l'assenza di dissensi.

Anche perché quelle tesi, simpatizzanti per Putin, severe con Zelensky, preoccupate per un aiuto agli ucraini che ci porta grandi spese e in cambio un salasso energetico e economico, sono in sintonia con una corrente minoritaria ma ben presente nell'opinione pubblica italiana. In sprezzo a leggi e trattati, in omaggio alla legge del più forte, fedeli a un solo principio, quello del "cosa mi conviene", e magari simulando già il battito di denti per un inverno freddissimo senza gas, nel bel mezzo dell'ottobre più caldo di tutti i tempi. 

Estratto dell’articolo di Marco Travaglio per il “Fatto quotidiano” il 20 ottobre 2022.  

[…] È dal 2001 che B. è il compare preferito di Putin. E da allora non ha fatto altro che lodarlo come uomo di pace, farci bisbocce nelle sue ville e nelle di lui dacie e asservirci vieppiù al gas russo: prima, durante e dopo l'assassinio Politkovskaja, l'invasione della Crimea, le mattanze in Cecenia, in Siria e in Ucraina.

Il tutto fra gli applausi della stampa di destra e nell'indifferenza di quella "indipendente" (per non parlare di Rep che pubblicava le veline a pagamento del Cremlino nell'inserto Russia Today). Anche il Pd, che ora cade dal pero e si straccia le vesti (anche per le cose vere dette dal fuori di testa nel fuorionda sui rischi mortali che ci fa correre la Nato e sugli otto anni di massacri ucraini in Donbass), era molto distratto: infatti con B. governò tre volte (Monti 2011, Letta 2014, Draghi 2021). Ad agosto, mentre cacciava Conte dal campo largo per lesa draghità e filoputinismo, Letta disse che invece "con Forza Italia abbiamo lavorato bene". […]

 (ANSA il 20 ottobre 2022) - "Noi supporteremo qualsiasi governo che abbia un chiaro approccio a favore dell'Ue, a favore dell'Ucraina e a favore dello Stato di diritto. Sono felice che Antonio Tajani sia qui, lui è la garanzia dell'atlantismo di Fi". Lo ha detto il capogruppo e presidente del Ppe Manfred Weber entrando al summit dei Popolari a Bruxelles.

(ANSA il 20 ottobre 2022) - "Incontrerò Tajani, ho parlato con tutti i leader politici italiani e il mio messaggio all'Italia è restare nel cuore dell'Europa, non ho dubbi che lo faccia e sul suo atlantismo" nonché "sul suo supporto all'Ucraina". Lo ha detto la presidente del Pe Roberta Metsola prima di entrare al vertice del Ppe.

(ANSA il 20 ottobre 2022) - "Le parole di Berlusconi non contribuiscono certamente all'unità del Ppe, ho capito che l'audio è stato una fuga di notizie, sarà importante capirne di più". Lo ha detto il premier croato Andrej Plenkovic, arrivando al summit dei Popolari a Bruxelles. Sul punto si è soffermato anche l'ex premier irlandese, Leo Varadkar: "Questo fatto è un problema, ne discuteremo, ho piena fiducia in Tajani", ha detto.

(ANSA il 20 ottobre 2022) - "Conosco Tajani da molti anni, è un convinto europeista e convinto atlantista. E sono convinta che lavorerà per tenere l'Italia al centro dell'Europa". Lo ha detto al presidente dell'Eurocamera Roberta Metsola prima di entrare al summit del Ppe.

(ANSA il 20 ottobre 2022) - L'audio di Berlusconi? "Posso dire che il supporto del Ppe all'Ucraina resta ferreo". Lo ha detto il primo ministro lettone Krisjanis Karins arrivando al summit del Ppe.

(ANSA il 20 ottobre 2022) - "Da quello che sembra, sono convinto che la nuova premier italiana sarà più ragionevole di altri membri della maggioranza...". Lo ha detto il premier lussemburghese Xavier Bettel al suo arrivo al prevertice dei liberali di Renew Europa rispondendo ad una domanda circa le parole di Silvio Berlusooni sull'Ucraina e su Putin. "L'unità" europea nella risposta all'aggressione russa "è stata la nostra forza", ha evidenziato Bettel.

Anais Ginori per repubblica.it il 20 ottobre 2022.

"Non ci stancheremo mai di dire che Putin è un criminale di guerra". Le parole di Manfred Weber sconfessano Silvio Berlusconi e il suo "riavvicinamento" con il leader russo, con tanto di scambio di vodka e lambrusco. 

"La Russia ha attaccato nuovamente Kiev con quasi trenta droni, uccidendo innocenti, tra cui una donna incinta", sottolinea il capogruppo del Ppe, di cui fa parte Forza Italia. 

"Non passa giorno senza che Putin e il suo regime diano notizie terribili e menzogne" prosegue Weber, intervenendo nella plenaria di Strasburgo, dove il dibattito ha anche toccato le dichiarazioni del Cavaliere. "Putin deve perdere e l'Europa non smetterà mai di sostenere l'Ucraina. Mai. Questo messaggio ci unisce" aggiunge Weber, sancendo di fatto l'esclusione di Berlusconi dalla linea della destra europea di cui fa parte Forza Italia.

Le reazioni nel Ppe

La famiglia del Ppe deve correre ai ripari davanti alle nuove, imbarazzanti dichiarazioni che arrivano da Roma, aggravate dal nuovo attacco a Zelensky diffuso ieri attraverso un nuovo audio. "Penso che le parole di Berlusconi siano tristi per tutti gli europei che soffrono per la tirannia di Putin", commenta il vicepresidente dell'eurogruppo, il portoghese Paulo Rangel, che però le ridimensiona a "opinioni personali" e si appella al "ruolo di garanzia" svolto da Antonio Tajani. 

D'altro avviso è un altro deputato del gruppo, l'estone Riho Terras, secondo il quale "è ora che il veterano della politica Berlusconi si ritiri". Il parlamentare polacco Andrzej Halicki è ancora più netto e lancia un invito al Cavaliere: "Rimandi la vodka a Putin che è un criminale di guerra e non un amico". 

Il dono di una ventina di bottiglie arrivate da Mosca potrebbero anche, secondo la Commissione, comportare una violazione delle sanzioni che si applicano all'import di beni russi. "Nel quinto pacchetto di sanzioni abbiamo deciso di estendere il bando all'importazione di alcool, che include la vodka" ha spiegato la portavoce Arianna Podestà. "Chiaramente l'implementazione delle sanzioni è responsabilità degli Stati membri e la Commissione lavora con loro in tale implementazione". 

La linea della Commissione Ue

Nello scrutare la tormentata formazione del nuovo governo italiano, con il filo putinismo degli alleati di Giorgia Meloni sempre più scoperto, da Bruxelles viene ribadita la linea della Commisione: piena condanna dell'aggressione illegale dell'Ucraina. "Gli Stati membri sono liberi di condurre contatti bilaterali come ritengono opportuno, rispettando però sempre la posizione politica dell'Ue e tra queste c'è il rispetto del diritto internazionale" conclude la portavoce. 

Anche il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ricorda: "La posizione dell'Ue è chiara: sosteniamo l'Ucraina, condanniamo la Russia e non accettiamo una guerra ingiustificata". Mentre la capogruppo dei socialisti e democratici europei, Iratxe Garcia Perez, esorta il Ppe a tagliare i legami "con gli amici di Putin, che violano i diritti umani e promuovono movimenti anti-sistema in Europa", la tensione è palpabile nella destra europea.

Berlusconi-Putin, amicizia imbarazzante

L'amicizia rivendicata del Cavaliere per il leader russo diventa sempre più imbarazzante per i vertici del Ppe. E non è un caso che nel giorno in cui si scopre un attacco di Berlusconi a Zelensky, il premio Sakharov sia stato attribuito dal parlamento dell'Ue al popolo ucraino e al leader di Kiev che dal 24 febbraio fronteggia l'aggressione russa. Una decisione annunciata dalla presidente del parlamento Roberta Metsola, dopo la conferenza dei presidenti dei gruppi in cui ha pesato il voto della destra europea decisa a respingere qualsiasi ambiguità nei confronti di Mosca. 

Estratto dell'articolo di Micol Flammini per “il Foglio” il 20 ottobre 2022.  

[…] Se fino a quel momento i compagni del Ppe erano quasi pronti a chiudere un occhio, le nuove dichiarazioni li hanno costretti a sbarrarli gli occhi, chi incredulo, chi preoccupato, chi furioso. Andreas Schwab, europarlamentare della Cdu, fa parte degli increduli.

L’eurodeputato racconta al Foglio che l’atmosfera in Ue nei confronti dell’esecutivo che deve ancora nascere è di sfiducia, ma lui non è d’accordo: “Devono avere la possibilità di lavorare, per questo mi astengo dal giudicare. Ma con Berlusconi è un’altra questione”. 

Schwab dice di aver apprezzato il commento di un collega che “sosteneva che il presidente di FI avesse mandato lambrusco perché non voleva inviare a Putin il miglior vino italiano. Ecco, vorrei poter dire che abbia fatto la scelta del lambrusco perché in qualche modo nutriva dei dubbi sull’opportunità del gesto”.

E forse ci si sarebbe potuti anche fermare a questa battuta se non fossero arrivate le altre dichiarazioni. “Berlusconi non ha parlato per il Ppe in Italia, il partito a Roma ha un altro interlocutore: Antonio Tajani”, dice Schwab per rimarcare che tra i popolari c’è la convinzione che linea di Forza Italia sia diversa da quella di Berlusconi. “Il Ppe è dalla parte della libertà del popolo ucraino, come FI”. […] “Mi piacerebbe poter dire che quelle frasi siano state dette dopo aver bevuto una bottiglia di lambrusco. Ma non va bene, nessuno nel Ppe può condividere certe posizioni”, conclude Schwab.

Silvio Berlusconi, l'imbuto della democrazia italiana. Della "pacifica rivoluzione liberale" annunciata nei suoi governi non si hanno notizie. Né è stata realizzata alcuna riforma delle istituzioni. Assomiglia alla Wanna Marchi della politica italiana: un venditore di nulla a milioni di creduloni. VITTORIO FERLA su Il Quotidiano del Sud il 20 ottobre 2022 

QUELLO in corso tra Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni può sembrare, banalmente, il più classico esempio di conflitto generazionale. Un leader anziano ma ancora influente grazie a un manipolo di seggi gioca le sue ultime carte per ostacolare l’ascesa della giovane concorrente che si candida a estrometterlo definitivamente dal suo piedistallo. Ma c’è qualcosa di più.

Silvio Berlusconi è da trent’anni il padre padrone della destra italiana. In virtù di questa primazia, è diventato anche il principale ostacolo allo sviluppo economico e culturale del paese.

Nel 1994 il fondatore di Forza Italia fa il salto in politica con la promessa della ‘rivoluzione liberale’. Nelle sue parole risuona l’eco della rivoluzione condotta dieci anni prima da Margaret Thatcher nel Regno Unito. Durante gli anni 80, il governo conservatore britannico aveva privatizzato la maggior parte delle imprese pubbliche, aveva ridotto drasticamente tasse e spesa pubblica e aveva realizzato un massiccio programma di deregolamentazione del mercato del lavoro e dei servizi finanziari. Thatcher riuscì a resistere per un anno intero allo sciopero dei minatori che si opponevano alla privatizzazione e alla chiusura delle miniere di stato.

E in Italia? Della “pacifica rivoluzione liberale” annunciata da Berlusconi non si hanno notizie. L’obiettivo del capo di Forza Italia è banale: impedire allo Stato di entrare “nella vita privata dei cittadini”. In pratica, dice Berlusconi, lo stato “non ci può chiedere di togliere dai bilanci personali più di un terzo del totale. È un furto se lo stato chiede più della metà. Diventa un’estorsione se chiede più del 60%”. Questa rivoluzione “si può fare solo modificando la struttura dello stato”. La verità è che non se ne fa nulla. Il Cavaliere salva il suo patrimonio personale, ma la pressione fiscale italiana rimane tra le più alte d’Europa.

Né è stata realizzata alcuna riforma delle istituzioni. Nel 1997, la terza Commissione bicamerale per le riforme, frutto del patto tra D’Alema e Berlusconi, prefigura un sistema semipresidenziale ispirato a quello francese con la revisione delle competenze legislative delle due Camere. Dopo aver trovato pure l’accordo sulla riforma elettorale a casa di Gianni Letta (il famigerato ‘patto della crostata’), tutto precipita per il voltafaccia di Silvio Berlusconi. Insomma, dopo decenni di false promesse di liberalismo e di riforme, più che alla lady di ferro Margaret Thatcher, Berlusconi assomiglia, in tutta la sua negativa grandezza, come la Wanna Marchi della politica italiana: un venditore di nulla a milioni di creduloni.

Ma non finisce qui. Le conseguenze delle mancate riforme, sia economiche che istituzionali, appaiono in tutta la loro gravità appena l’Italia deve affrontare le crisi economiche internazionali. Il  4 agosto  2011 lo  spread  tra BTP-Bund decennali tocca i 389 punti, nell’ambito della  crisi finanziaria globale del 2007  e della successiva crisi strutturale italiana del 2011. Così, l’immobilismo conservatore dell’ultimo governo Berlusconi diventa un prezzo troppo alto da pagare per il nostro paese.

Il  5 agosto  2011, al culmine di una drammatica crisi delle borse europee e di un forte ampliamento del differenziale tra i tassi sui titoli italiani e quelli tedeschi, il governatore uscente della Banca centrale europea, Jean Claude Trichet, e quello in pectore, Mario Draghi, scrivono una lettera riservata al governo italiano, indicando una serie di misure da attuarsi al più presto. All’ottemperanza di tali misure viene implicitamente condizionato il sostegno della Bce, attuato attraverso l’acquisto massiccio di titoli di Stato italiani. Sappiamo com’è finita. Il terremoto finanziario globale colpisce l’economia italiana. L’inazione del governo Berlusconi e la perdita di credibilità fa sprofondare l’Italia in un abisso (differenziale dello spread BTp-Bund oltre i 550 punti e titoli pubblici biennali al tasso del 7,25%). Il risparmio degli italiani rischia di andare in malora. Berlusconi diventa un tappo che bisogna far saltare per consentire l’intervento di un governo di emergenza nazionale.

Nonostante il totale fallimento politico e i numerosi guai giudiziari, Silvio Berlusconi si inabissa, ma resiste per dieci anni. E quest’anno ritorna in quell’aula parlamentare dalla quale era stato interdetto. Nel frattempo, molte cose sono cambiate. Tra queste, per esempio, i rapporti di forza tra i diversi partner della coalizione di centrodestra e il rapporto della Russia con l’Europa. Vladimir Putin si rivela per quello che è sempre stato: un despota, refrattario al diritto internazionale e nemico dei valori di libertà dell’Occidente. Così, l’ammirazione e l’amicizia di Berlusconi nei confronti del capo del Cremlino – nate quando il Cav era presidente del consiglio e sospette già da allora – devono essere rilette sotto una nuova luce.

L’atteggiamento del Cavaliere verso lo ‘Zar’ non è – non è mai stato – quello appropriato di un leader liberale e popolare. Popolare, nel senso di membro della famiglia del Partito popolare europeo, erede della tradizione degasperiana. Piuttosto, quella di Berlusconi si rivela oggi sempre meglio come l’attrazione (e, quasi, l’invidia) di un leader populista italiano per un suo omologo più fortunato di lui, in quanto sciolto dai lacci e lacciuoli della democrazia liberale. Le “dolcissime” parole che i due compari si scambiano in questi giorni – con il capo di Forza Italia che denigra la resistenza di Volodymyr Zelensky e ripropone la resa dell’Ucraina alla volontà di potenza del despota di Mosca come unica soluzione alla guerra – ricacciano di nuovo l’Italia indietro di anni. In un colpo solo, Berlusconi spegne i lumi del governo di Mario Draghi, capace di ridare uno standing autorevole al nostro paese. Mentre l’Italia ripiomba nelle tenebre del discredito e del sospetto internazionali.

Dall’altra parte, nonostante la zavorra di una serie di limiti politici e culturali, Giorgia Meloni sta tentando di ricostruire la sua immagine affinché diventi accettabile dai governi dei paesi europei e degli alleati atlantici. La sua posizione sulla guerra in Ucraina è netta: condanna dell’aggressione russa, sostegno al governo di Kiev, solidarietà con le democrazie occidentali, riconferma degli impegni atlantici. Lo sforzo di costruire un esecutivo ispirato alle logiche del buon governo, della competenza e del buon senso vanno apprezzate. L’insieme di questi elementi segnala un tentativo di uscire dal ghetto del populismo di destra più bieco e di intraprendere la strada di un conservatorismo compatibile con il quadro delle alleanze con gli Stati Uniti e con i paesi membri della Unione europea.

Silvio Berlusconi avrebbe l’ennesima occasione per favorire l’evoluzione politico-culturale della destra italiana, accompagnando il processo in corso dentro Fratelli d’Italia, e per non disperdere il patrimonio di credibilità accumulato dal nostro paese durante la breve parentesi del governo uscente. E invece che fa? Sceglie, ancora una volta, di fare il tappo della democrazia italiana, impedendone una positiva evoluzione. Forse, oggi, i “pupazzi prezzolati” svergognati da Mario Draghi hanno finalmente un nome.

Berlusconi-Putin: la dacia, il cuore di cervo. Silvio e il caro «Volodya», quell’attrazione fatale. Goffredo Buccini su Il Corriere della Sera il 21 Ottobre 2022 

Il legame ventennale che unisce il Cavaliere Silvio Berlusconi con il leader russo Vladimir Putin 

Come nelle favole, si narra a un certo punto addirittura di un cuore di cervo in dono. Tra Silvio e «Volodya», quei due. E insomma è una specie di attrazione fatale: mai spiegata appieno né dalla politica politicante né dagli affari segreti e presunti che pure insospettirono molto il Dipartimento di Stato americano al tempo di Hillary Clinton.

Del resto, per Berlusconi la via più breve tra due punti non è la retta ma il salto mortale: sicché era ineludibile la fascinazione per un maestro della specialità come Vladimir Putin, balzato via Kgb da una sgarrupata kommunalka di Leningrado ai fasti da satrapo del Cremlino. E per l’ex criminale di strada (parole di una delle sue vittime, l’oligarca Mikhail Khodorkovsky) doveva essere irresistibile la malia di un signore italico dalla «coreografia medicea» quale è il Cavaliere, non potendo coglierne il tratto da nouveau riche che tanto fa arricciare il naso ai democratici nostrani e ai loro intellettuali di complemento.

Il resto è razionalità o elogio della follia, dipende dai punti di vista. Nel nuovo eppure eterno putinismo di Berlusconi, fatto di scambi vodka-lambrusco e dolcissime parole, ci sono ragioni forse interne, regolamenti di conti in ciò che resta di Forza Italia: ad usum Ronzulli, per dire, perché Tajani intenda e magari inciampi sulla via della Farnesina. Ma ci sono conseguenze esterne, assai gravi per il governo di Giorgia Meloni che verrà: Tass e Ria Novosti fanno già festa rilanciando le frasi al miele del nostro antico premier sul dittatore moscovita, «amante della pace», con tanti saluti a Zelensky, all’America e alla nostra postura internazionale dell’era di Mario Draghi. Imputare le esternazioni all’età è, oltre che un po’ canagliesco, pure improvvido, perché sempre Berlusconi ha straparlato, a sessanta come a ottantasei anni, sempre mirando però in ogni fuor d’opera a un bersaglio preciso, studiato.

Qui due sfere s’intersecano, come sempre è stato nelle sue relazioni, fatti suoi e fatti nostri, fino a diventare la stessa cosa. Galeotta fu Pratica di Mare, il trattato del 2002 che Silvio rivendica come una Yalta del nuovo millennio, avendo messo attorno a un tavolo un Bush Junior annichilito dall’11 settembre e un Putin ancora stordito dalla vertiginosa caduta della madre Russia a rango di mendicante: ciascuno vedeva nell’altro una scialuppa di salvataggio e il premier italiano si preoccupò di apparecchiarne il desco. Erano i tempi, oggi fantascientifici, in cui il Cavaliere immaginava una Russia nell’Unione europea, «la sua posizione naturale accanto alle democrazie occidentali» (sic): certo non potendo scrutare il buio nell’anima dell’amico Volodya che dall’infanzia portava con sé il ricordo di quel ratto di Leningrado il quale, sentendosi messo all’angolo, gli saltò al collo come una tigre. Putin si è sempre sentito quel ratto, in fondo. E tuttavia l’incontro con Berlusconi ne ha a lungo ammansito la ferocia, è innegabile. Per amore o per soldi.

I due si sono scambiati per vent’anni così tanti ammiccamenti e regalini zuccherosi che, non fossero due maschi affetti da machismo conclamato, farebbero sollevare il sopracciglio al nostro nuovo presidente della Camera. E invece. Eccoli nella dacia di Valdaj assieme a uno che non passava per caso, l’ex cancelliere tedesco Schroeder, presidente pagato a peso d’oro del Consorzio North Stream: ad allietarli, le ragazze dell’Armia Putina, l’Armata di Putin, camicia bianca e slip, torta cioccolato e panna, roba che le Olgettine sarebbero apparse Orsoline. Eccoli a tracannare vino che a noi servirebbe un mutuo per annusarlo. Silvio che dona a Volodya un piumone con la foto di loro due. Putin che ricambia con il lettone reso poi celebre da Patrizia D’Addario. Silvio che spiega urbi et orbi come Volodya sia «un dono del Signore alla Russia». E l’amico che lo difende quando in Italia montano gli scandali: «Fosse gay non lo toccherebbero, è sotto processo per invidia, perché vive con le donne…». Insomma, l’intesa è tale da far superare al nostro «Unto dal Signore» qualsiasi gelosia verso l’amato autocrate che annovera addirittura nella regione di Nizhny Novgorod una setta da cui è venerato quale reincarnazione di San Paolo.

Il dubbio che sotto tanta melassa ci sia ben altro balena nella testa della segretaria di Stato americana Hillary Clinton nel 2009, quando chiede ai suoi ambasciatori «quali investimenti hanno fatto i due che possano in qualche modo guidare le loro scelte politiche ed economiche». Agli atti c’è già lo strabiliante caso di un amico di Berlusconi esperto in acque minerali ma arrivato a un passo dall’intermediare affari miliardari col colosso energetico russo Gazprom nel 2005, il sospetto (mai provato) di affari comuni in Kazakistan, la sponda italiana nella spoliazione degli asset della Yukos, la compagnia di Khodorkovsky rivale di Gazprom. Di certo quelli sono gli anni in cui la nostra dipendenza energetica da Mosca s’impenna. Conosciamo tramite Wikileaks i devastanti cable spediti nel 2010 a Washington dall’ambasciatore a Roma, Reginald Spogli: «La voglia del primo ministro Berlusconi di essere percepito come un importante giocatore europeo in politica estera» sta portando l’Italia a «sostenere gli sforzi russi di danneggiare la Nato (…). Il suo preponderante desiderio è rimanere nelle grazie di Putin e ha frequentemente dato voce a opinioni e dichiarazioni che gli sono state passate direttamente da Putin».

Parole gravi. Che prescindono tuttavia dall’italico genius loci, incomprensibile al candore degli americani: la machiavellica doppiezza, nostra unica speranza in questo pantano. Putin regalò il famoso cuore di cervo ancora grondante di sangue a Silvio, dopo averlo strappato dal petto della povera bestia uccisa in una partita di caccia a due, solo loro, senza scorta: «Per te, amico mio». Pare che il nostro eroe inorridito, al sentiero dopo, lo gettò non visto nel primo cespuglio. Alla fine, non si sa per conto di chi o di cosa, lui li frega sempre, o così si spera. Citofonare Gheddafi.

La manina. Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 20 ottobre 2022.

Il giallo della non gelida manina che ha diffuso gli audio delle putinate di Berlusconi è già risolto. Sono stato io. Anzi, un po’ tutti. Ma davvero, nell’era degli smartphone, esiste ancora qualcuno che, entrando in contatto con qualcosa di interessante, non schiaccia subito il tasto «inoltra» per inviarlo a un amico? Naturalmente a uno solo, e con la promessa che non lo giri a nessun altro: le stesse regole d’ingaggio con cui l’amico lo girerà a qualcun altro. Fa sorridere questa ricerca spasmodica del colpevole, utilissima a spostare l’attenzione dalle cose che Berlusconi ha detto (e che peraltro aveva già anticipato da Vespa poche settimane prima). «Perché mai un parlamentare di Forza Italia avrebbe dovuto mandare in circolo le esternazioni filorusse del Capo?» si domandano i complottisti. Ma per la stessa umanissima ragione per cui il Capo le aveva pronunciate: illudersi di essere al centro del mondo. Berlusconi non ha esaltato Putin per far cacciare la Meloni dalla Nato, ma per far sapere a tutti che lui è il miglior amico del leader più temuto del momento. Anche «la manina» ha ragionato allo stesso modo: voleva che tutti sapessero che era lei la depositaria dei segreti di Berlusconi. Dovremmo dunque concludere che, più ancora dei soldi, degli interessi e delle passioni, è il narcisismo a muovere il mondo?

Sì. Ormai l’unico modo per non dire una cosa è non pensarla, perché appena la pensi ti viene voglia di dirla. E, appena la ascolti, di condividerla con qualcuno.

Cameriere, lambrusco! I social ci hanno privato della capacità, che già era deficitaria, di considerare i contesti (e Berlusconi). Guia Soncini su L'Inkiesta il 21 ottobre 2022 

È mai possibile che ci voglia Tajani per ricordarci che se Silvio la spara grossa, anche sul vino regalato a Putin, non va preso alla lettera?

Se vivi abbastanza a lungo, ti ritrovi a dar ragione a Tajani. Se te l’avessero detto quando avevi poco più di vent’anni – e Antonio Tajani era il portavoce di Berlusconi, che a vent’anni ti sembrava il principale problema di questa derelitta nazione – avresti riso fortissimo.

Ho già scritto di avere opinioni che non condivido: in me convivono una tossica delle intercettazioni che legge con bramosia un po’ tutto ciò che non era stato detto per venire ascoltato dal pubblico – da Carlo e Camilla a Falchi e Ricucci – e una moralista che sa che se ti mancano il tono e il contesto e i rapporti tra gli interlocutori non potrai che equivocare ciò che ascolti e leggi e che non era stato detto perché tu lo ascoltassi e lo leggessi.

Quindi in questi giorni sono scissa tra me stessa e Tajani. Me stessa è quella che ascolta con voluttà Berlusconi che racconta d’aver mandato a Putin del lambrusco (quello in offerta al Carrefour a cinque euro e 99, spero), nei monologhi registrati a una riunione di Forza Italia e pubblicati da un’agenzia di stampa. Tajani è quello che fa un tweet che tutti giudicano imbarazzato, e io valuto sia un trattato sul mondo che abitiamo: un mondo in cui tutto l’inedito diventa prima o poi edito, in cui tutti hanno in tasca telecamere e registratori e tutto ciò che dovrebbe essere privato diventa presto o tardi pubblico.

Il tweet di Tajani era questo: «Domani sarò al Summit del @epp per confermare la posizione europeista, filoatlantica e di pieno sostegno all’Ucraina mia e di @forza_italia. In tutte le sedi istituzionali non è mai mancato il nostro voto a favore della libertà e contro l’invasione russa». Vi consiglio di annotarvelo, «in tutte le sedi istituzionali», perché un giorno o l’altro a tutti noi toccherà usarlo come linea di difesa.

Al telefono col tuo amante devi essere impeccabile quanto in diretta sulla Bbc? Conta quel che diciamo a cena o quel che diciamo in parlamento? (Ora mi diranno che era una riunione di partito, mica una cena o una telefonata con l’amante: è faticosissimo scrivere per lettori determinatissimi a non capire mai niente).

Una sera della settimana scorsa ho discusso per lunghi quarti d’ora con un elettore di sinistra davvero convinto che esista il pericolo fascista (è circa la sessantesima volta che ne è convinto negli ultimi trent’anni). Era parecchio su di giri, e continuava ad accusare me e altri di non capire la deriva autoritaria e il fatto che la democrazia sia a rischio. Tuttavia persino lui – molto meno scettico di noialtri convinti di vivere in un posto troppo cialtrone per riuscire ad accroccare una dittatura – a un certo punto è sbottato, ha smesso il tono che avrebbe tenuto in diretta televisiva o in sede istituzionale, e ha detto quel che si dice nelle cene private: «Questi sono talmente stronzi che neanche ci faranno la flat tax».

Anche questo l’ho già scritto (prendetevela con la cronaca, che mi costringe a ripetermi): non c’è convinto elettore di sinistra – tra quelli che frequento io: benestanti – che non si sia preparato alla vittoria della destra rallegrandosi perché almeno ci avrebbe guadagnato la flat tax. Lo direbbero in un’intervista? Certo che no. Potrei io pubblicare gli audio delle cene e sputtanarli? Certo che sì. Verrei, in questo caso, considerata una cafona che non sa valutare i contesti e i toni? Probabilmente no: è sempre più scivoloso il confine tra maleducazione e schienadrittismo, in un posto che quanto a giornalismo è sempre stato così scarso da, quando è arrivato il Gabibbo, scambiarlo agevolmente per Carl Bernstein.

I social questa incapacità di considerare i contesti l’hanno peggiorata. Me ne sono ricordata di recente, a causa di una polemica su Roman Polanski. Sua moglie, Emmanuelle Seigner, ha dato un’intervista in cui ha detto che suo marito non aveva nessun bisogno di stuprare: c’era la fila di donne disposte a dargliela. «La fila» mi ha ricordato il tweet che fece di me lo scandale du jour per tre quarti d’ora nell’autunno 2017.

Il tweet faceva così: «Sogno un pezzo su Weinstein d’una sola riga: quello sarà un vecchio porco, ma voi gliela tiravate con la fionda, finché pensavate servisse». Essendo un tweet, non approfondiva tutto quel che si sarebbe potuto approfondire: che, come sa chiunque andasse ai festival cinematografici negli anni Novanta, le stanze d’albergo di Weinstein erano più assediate di quelle degli attori bellocci; e che quindi, a voler fare un’indagine sociale, non si possa che partire da lì: perché uno con la fila di ragazze disponibili si riduca a violentare le indisponibili, e quanto il condizionamento sociale del MeToo abbia poi indotto anche le già disponibili a urlare tardivamente allo stupratore.

Negli anni successivi qualche articolo che indagava la scivolosità del consenso nel caso Weinstein è uscito, ma in quelle settimane si poteva scrivere solo che quello era un porco schifoso e le donne ontologicamente tutte vittime sempre.

Qualche settimana dopo quel tweet, pubblicai sul New York Times un editoriale sui limiti del femminismo italiano. Fu allora che Asia Argento (vi ricordate il quarto d’ora in cui Asia Argento fu guida morale della nazione? Che tempi meravigliosi abbiamo attraversato) e i suoi accoliti, indignati per il mio tweet, chiesero al NYT di ritirare il mio articolo. Ma non è della meravigliosa ipotesi che un giornale americano facesse ritirare le copie dalle edicole e dicesse «Scusateci, la persona di cui abbiamo pubblicato un’opinione non ha diritto ad avere un’opinione», che voglio parlare ora.

È dell’indignazione con cui un assortimento di Vongola75 mi scriveva «ora non vorrai cavartela dicendo che era una battuta». E cosa ti sembrava, di grazia? Un discorso alla nazione? Una lettera d’amore? Una proposta di legge? Quand’è stato che abbiamo smesso di riconoscere i registri lessicali e i contesti? È su Twitter: certo che è una battuta.

Com’è successo che ci voglia Tajani per ricordarci che uno divenuto famoso per l’arte dello spararla grossa, se racconta ai suoi accoliti di aver mandato a Putin il lambrusco (all’apposita casella postale in cui Putin riceve gli omaggi, immagino), non va preso proprio proprio alla lettera? Quand’è che ha cominciato a contare la tua privata eccitazione per la flat tax, e non il fatto che tu al seggio elettorale, e nei posizionamenti pubblici, e negli editoriali che scrivi, stia dalla parte opposta? È successo prima o dopo che cominciassimo a rinfacciare alla Meloni di non essere sposata come si vorrebbe da una devota cristiana? Siamo proprio sicuri che questo faccia di noi gente seria e coerente, e non la polizia morale?

Da liberoquotidiano.it il 20 Ottobre 2022

Silvio Berlusconi ha un piano in testa. Ne è convinto Vittorio Feltri, che in collegamento con Myrta Merlino a L'aria che tira, a La7, dà la sua lettura su quanto accaduto nelle ultime ore. Gli audio rubati al leader di Forza Italia nel corso dell'incontro con i deputati azzurri a Montecitorio, con le parole pesanti su Putin, Russia, Ucraina e Zelensky, risponderebbero a un disegno ben preciso.

 In studio dalla Merlino Goffredo Buccini del Corriere della Sera anticipa il tema: "Berlusconi mira sempre a qualcosa, dietro all'ammuina tiene sempre grande sostanza, non poteva non sapere che su 45 persone e assistenti uno che accenda il cellulare è molto difficile non trovarlo", insinua il cronista politico. E Feltri va dritto al punto: "Berlusconi non è cretino, si è accorto che sui ministri non tocca palla e ha deciso di puntare a qualcosa di più grande". 

Cosa? Diventare l'uomo della pace, "una impresa che lo trasformerebbe non in eroe dell'Italia ma eroe del mondo", chiosa Feltri. "Mi sono giunte notizie in questo senso", spiega Feltri: Berlusconi avrebbe intenzione di volare a Mosca e diventare il mediatore con Vladimir Putin, per convincerlo a siglare perlomeno una tregua con Volodymyr Zelensky. Da qui, il sospetto delle sue uscite particolarmente spericolate sulla guerra in Ucraina e i giudizi morbidi sul capo del Cremlino.

 Una posizione che non sarebbe dettata solo dalla vecchia amicizia personale. "Sì ma a nome di chi lo farebbe?", chiede Buccini. "A nome di se stesso, è chiaro", conclude il ragionamento Feltri. E le parole del Cav ricordate da Vittorio Sgarbi, "sarei il miglior ministro degli Esteri possibile", suonano oggi tutt'altro che una boutade.

STORIA DELLA «STRANA COPPIA». Berlusconi e Putin, un audio d’amore durato vent’anni. DAVIDE MARIA DE LUCA su Il Domani il 20 ottobre 2022

Non ci sono solo le registrazioni uscite in questi giorni: per tutta la campagna elettorale Berlusconi ha difeso il suo amico Putin e accusato gli ucraini di aver provocato la Russia.

Non è una sorpresa per chi conosce la relazione tra i due: dopo essersi conosciuti al G8 di Genova tra loro è nata un’amicizia personale che ha avuto spesso conseguenze politiche.

È una relazione che nessuna invasione o crimine di guerra sembra poter intaccare: Berlusconi associa a Putin quello che considera il più alto momento della sua carriera politica e questo ha creato tra loro un legame indissolubile.

La pubblicazione degli audio in cui Berlusconi parla in toni amichevoli di Vladimir Putin e accusa il presidente Volodymyr Zelensky di aver provocato l’invasione del suo paese ha suscitato commenti di indignato stupore. È difficile distinguere quanto siano sentimenti genuini e quanto siano dettati dal tentativo di parte di Giorgia Meloni di costringere il suo riottoso partner di coalizione a una serie di umilianti passi indietro.

Ad esempio, sembra che in molti dalle parti di Fratelli d’Italia abbiano dimenticato che il 22 settembre, tre giorni prima del voto, Berlusconi diceva a Porta a porta più o meno le stesse cose riportate negli audio carpiti: Putin avrebbe lanciato l’attacco dopo essere stato informato da una delegazione del Donbass degli attacchi ordinati da Zelensky che avevano causato «16mila morti». La verità è fino ad che Berlusconi non ha mai nascosto la sua ventennale “relazione speciale” con il presidente russo Putin – e fino ad oggi gran parte dei suoi alleati non ha avuto nulla da eccepire.

DALLA PARTE DELL’AGGRESSORE

Berlusconi ha sempre avuto difficoltà a criticare Putin, non importa quanto criminali fossero le sue azioni. Dopo l’invasione dell’Ucraina, ad esempio, ha trascorso 38 giorni giorni in silenzio prima di condannare «la criminale aggressione russa» senza mai nominare suo vecchio amico. C’è voluta la scoperta delle fosse comuni di Bucha per fargli dire di essere «profondamente deluso» dal comportamento di Putin.

In poche settimane, però, è tornato sui suoi passi. A metà maggio, già parlava dei rischi economici delle sanzioni, accusava Stati Uniti ed Europa di intransigenza e l’Italia di essere di fatto entrata in guerra fornendo armi all’Ucraina. Per il resto dell’estate Berlusconi ha continuato a chiedere la pace, in termini altrettanto espliciti di qualsiasi “putinista” inserito nelle famigerate liste pubblicate dai giornali. A maggio, ad esempio, diceva che bisognava «far accogliere agli ucraini le domande di Putin».

È lo stesso canovaccio che Berlusconi ripeteva nel 2014, durante la prima invasione dell’Ucraina. In quell’occasione, Berlusconi è volato nella regione recentemente annessa della Crimea e ha festeggiato il colpo di mano bevendo insieme a Putin una bottiglia di vino vecchia di 260 anni considerata dagli ucraini patrimonio nazionale.

Ancora prima, nel 2008, era stata la Georgia aggredita dalla Russia a ricevere questo trattamento. In quell’occasione, il ministro degli Esteri del suo governo, Franco Frattini, aveva pronunciato la memorabile frase: «Noi diciamo cessate il fuoco subito, integrità territoriale della Georgia, ma diciamo anche rifiuto delle armi per difendere l'integrità territoriale».

«LA STRANA COPPIA»

Berlusconi si schiera da sempre con la Russia per via del suo fiuto per la politica interna, ci sono molti più italiani scettici sulla posizione ufficiale sulla guerra di partiti che li rappresentano, per ragioni di realpolitik internazionale, che vanno dalle forniture energetiche agli effetti delle sanzioni sulle imprese italiane, ma almeno ci sono almeno altrettante ragioni umanissime e personali.

Nel 2015, dopo aver intervistato Putin, Berlusconi e una serie di loro importanti collaboratori, il giornalista Alan Friedman li ha battezzati «la strana coppia»: l’imprenditore playboy e l’austero ex agente del Kgb (nel frattempo, la scoperta dei giganteschi palazzi che Putin si è fatto costruire hanno rivelato che forse i due hanno in comune anche il gusto per gli eccessi kitsch).

Nella sua biografia di Berlusconi, Friedman scrive che i due si sono incontrati per la prima volta al G8 di Genova nel 2001. Già nel 1994 Berlusconi si era dimostrato uno dei leader europei più filo-russi, un orientamento che non dispiaceva affatto alla diplomazia italiana. Il nostro paese ha una lunga tradizione italiana di collaborazione con l’Unione sovietica (nella città russa di Togliatti c’è ancora l’impianto costruito dalla Fiat negli anni Settanta)  che dopo la caduta del muro di Berlino si è trasformata nell’asse italo-tedesco per una maggiore integrazione internazionale della Russia in cambio di forniture di energia a buon prezzo. Ma a Genova nel 2001 gli interessi nazionali si sono mischiati con l’amicizia personale. In 19 mesi tra 2001 e 2003, Friedman ha contato otto incontro tra i due, a cui si aggiungono le vacanze delle figlie di Putin a Villa Certosa e la tradizione dello scambio di regali in occasione dei reciproci compleanni (distanti solo un paio di settimane) che, come confermano i famigerati audio, è proseguita anche quest’anno.

Il culmine dell’amicizia tra i due è l’ormai mitologico incontro nella base militare romane di Pratica di Mare, dove Berlusconi ha fatto incontrare Putin con George W. Bush in occasione del primo storico accordo di collaborazione tra Nato e Russia. Come Berlusconi ha ripetuto un numero ormai incalcolabile di volte, quell’incontro simboleggerebbe la fine di cinquant’anni di Guerra fredda. Più modestamente, gli storici lo ritengono il punto più alto raggiunto nelle relazioni tra Russia e Nato, quando sembrava se non probabile, almeno possibile l’ingresso della Russia nella Nato. La storia poi, come sappiamo, ha preso un altro corso.

Ma per Berlusconi, quel momento non è mai finito. «Di tutte le cose che ho fatto nella mia vita, questa è probabilmente quella di cui sono più orgoglioso», ha raccontato Berlusconi a Friedman. E questa è probabilmente la chiave di tutta la storia. Le fondamenta della strana coppia non affondano nella geopolitica o nella realpolitik, nemmeno nei loschi affari o nei party selvaggi insinuati dai messaggi dei diplomatici americani rivelati da Wikileaks. Non è chiaro nemmeno quanto davvero il rapporto sia reciproco se è vero quanto raccontato da Berlusconi, ossia che da febbraio Putin non gli ha mai risposto al telefono nonostante molteplici tentativi. Probabilmente, alla base del rapporto c’è la più grande ossessione di Berlusconi: sé stesso. E di fronte a questo, non ci sono Meloni, governi, Nato o ucraina che tengano.

DAVIDE MARIA DE LUCA. Giornalista politico ed economico, ha lavorato per otto anni al Post, con la Rai e con il sito di factchecking Pagella Politica.

Concetto Vecchio per repubblica.it il 21 Ottobre 2022

Paolo Guzzanti, ha capito quale è il disegno di Berlusconi?

"Azzoppare Giorgia Meloni direi". 

Ma non devono fare il governo insieme?

"Non è detto". 

Come non è detto?

"Meloni, con l'elezione di La Russa, ha dimostrato che può fare a meno dei voti di Forza Italia". 

Pensa a un'altra maggioranza?

"Più in là potrebbe accadere. C'è una riserva indiana pronta a correre in soccorso". 

E Berlusconi?

"Non è disposto ad inghiottire un simile rospo. Perdipiù lei gli ride in faccia". 

Quanto possono durare?

"Non avranno vita lunga. Il governo nasce morto o gravemente malato. È già pieno di rancori". 

Oggi sono tutti al Quirinale

"I ministri decisivi alla fine li suggerirà Mattarella". 

Lei Berlusconi lo conosce bene.

"Non sono mai stato uno del suo cerchio magico, ma mi considero un suo amico. Ho fatto il parlamentare del Pdl e scritto un libro intervista Guzzanti vs Berlusconi.

L'anno prima dell'uscita di quel libro avevo però lasciato Forza Italia".

Perché?

"Nel 2008 Putin invase la Georgia. Il Cavaliere ci riunì nella sala del Mappamondo e disse che "Putin avrebbe attaccato per le palle il presidente georgiano"". 

E lei?

"Gli spiegai che ero sconvolto. Da presidente della Mitrokhin ero stato attaccato dai russi. "Guarda che Vladimir è un uomo dolcissimo", mi disse lui". (Guzzanti imita la voce di Berlusconi) 

Nell'audio dice che Putin gli ha scritto una lettera dolcissima.

"Ha usato lo stesso aggettivo di allora. Non dubito della sua sincerità emotiva". 

Politicamente non è devastante?

"Mette una zeppa sul cammino della Meloni, per renderle difficile la vita". 

Ma perché?

"Penso che lui si sia sentito offeso che lei non abbia accettato i suoi ministri". 

Non è stupito dell'audio?

"Ma no, è un canone della sua comunicazione: lui sa bene che poi esce fuori. Escludo che sia stato un incidente". 

Cosa glielo fa dire?

"La psicologia di Berlusconi mira all'approvazione anche da un punto di vista emotivo, così ottiene un grande ascolto e ruba la scen a tutti". 

Bisogna fare ancora i conti con lui?

"Quante volte è stato scritto che il berlusconismo è morto? Ed eccolo ancora in prima pagina". 

Però Forza Italia può stare al governo?

"Lui si fa forte del fatto che ha sempre votato i provvedimenti pro Ucraina".

Berlusconi soffre il decisionismo di Meloni?

"Si capisce. La volle nel suo governo quando lei era una ragazza. C'è anche l'elemento dell'ingratitudine". 

Sono compatibili?

"Meloni discende dalla destra sociale, è una statalista, non ha nulla di liberale". 

Berlusconi lo è?

"Si vanta di averli tolti dalla polvere. È geloso di un patrimonio ideologico ed elettorale svanito. Gli brucia ancora l'esclusione dal Parlamento nove anni fa". 

È una ferita aperta?

"Sì, lo vedo dalle espressioni del viso". 

Sull'Ucraina ha taciuto per mesi.

"Poi ha rotto il silenzio affermando che nel 2008 sconsigliò Putin di aggredire l'Ossezia. Era un modo per dire: se mi avessero coinvolto lo avrei dissuaso anche stavolta". 

Berlusconi è in affari con Putin?

"Quando ruppi divenni molto popolare coi georgiani, loro erano convinti che fosse in affari con Putin sul gas. Provarono ad indagare ma non trovarono niente". 

È ricattabile, insinua Meloni.

"I tempi del lettone e di Silvio col colbacco mi sembrano finiti". 

Perché l'ha detto?

"Andrebbe chiesto a lei, che però si guarda bene dal dirlo. Perché non spiega a cosa allude?".

Il caso degli audio del Cav. Cosa accadde con la commissione Mitrokhin: quando ruppi con Berlusconi per l’amicizia con Putin. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 20 Ottobre 2022 

Di questo passo in Italia non si farà alcun governo e in mancanza di altre maggioranze andremo a votare a gennaio. Intanto, le dichiarazioni di Berlusconi che hanno fatto trasalire molti e con grande risonanza in Europa e nel mondo, disegnano un quadro politico e non delle esuberanze inopportune. Berlusconi irrompe sulla scena mediatica parlando dell’amico recuperato Putin e poi subito dopo dichiarandosi pubblico nemico del presidente ucraino Zelensky in un momento particolare e drammatico della guerra in Ucraina, e cioè quando si accredita la voce specialmente presso i servizi di intelligence inglese, che Putin starebbe seriamente pensando ad una esplosione atomica dimostrativa nelle acque del Mare nero usando un ordigno a bassa intensità fatto brillare allo scopo di mettere il fronte occidentale di fronte all’alternativa di una guerra totale.

Ieri, Berlusconi ha messo in onda il secondo tempo delle sue opinioni spiegando la sua assoluta disistima per il presidente ucraino Zelensky, del tutto colpevole di aver provocato le giuste reazioni di Putin, in difesa dei russofoni del Donbass che si dicevano perseguitati. Naturalmente queste parole oltre ad aver fatto un grandissimo clamore sull’opinione pubblica sia italiana che europea, determinano un evento politico che è sotto gli occhi di tutti: uno dei tre componenti dell’alleanza è schierato in politica estera dalla parte opposta a quella maggioritaria di una Meloni atlantica, e non in un momento di stasi della guerra, ma quando si profila la possibilità di una escalation militare.

Io ho un’esperienza personale e unica, da quando nel 2002 proprio mentre il Parlamento approvava la legge che istituiva la Commissione Mitrokhin di cui sarei stato eletto presidente, il capo del governo Silvio Berlusconi inaugurò l’eccezionale rapporto con il presidente Vladimir Putin, ex tenente colonnello del KGB di stanza a Dresda nell’allora Repubblica democratica tedesca. Fu l’anno del celebrato incontro di Pratica di Mare con Berlusconi, come il Dio romano Giano, a stringere le mani del presidente americano George Bush e di quello russo Putin dichiarando chiusa la guerra fredda. Ciò che forse Berlusconi ignorava, o forse lo seppe quando ormai non c’era nulla da fare, è che Putin odiava la commissione Mitrokhin perché non tollerava che qualcuno all’estero, per non dire in patria, investigasse su ciò che la polizia segreta sovietica aveva combinato sia all’estero che in Russia.

Da allora cominciò una sofferenza pesantissima nella commissione perché arrivavano continui messaggi sotto forma di articoli dei giornali russi riciclati su insospettabili giornali italiani in cui una commissione del Parlamento della Repubblica veniva dileggiata, additata al disprezzo insieme al suo presidente e ai più attivi dei quaranta commissari che rappresentavano tutti i partiti in Parlamento. Putin era furioso e mandava messaggi rabbiosi in tutti i modi possibili perseguitando alcuni amici russi fuggiti a Londra che si preoccupavano delle sorti della nostra commissione. Il più importante di tutti fu Alexander Litvinenko anche lui ex tenente colonnello del KGB e per un breve periodo di tempo collega d’ufficio del suo parigrado Putin. Litvinenko che fu assassinato orrendamente con un veleno radioattivo, a quei tempi, non rintracciabile.

“Vladimir è un uomo dolcissimo, caro Paolo”, mi disse Berlusconi con un sorriso luminoso quando io gli chiesi aiuto per capire che cosa si muovesse dietro quelle quinte e quelle matrioske. E aggiunse: “Guarda, se qualcuno mi venisse a dire che tu, Paolo, hai assassinato o potresti assassinare qualcuno io proverei la stessa incredulità se fosse detto a proposito di Putin.” Ciò accadeva nel 2006 quando la commissione parlamentare da me presieduta concluse i suoi lavori nei tempi prefissati dalla legge. Qualche anno dopo il governo inglese ordinò a un procuratore speciale della regina, Sir Robert Owen, di condurre un’istruttoria sulla morte di Litvinenko che terminò con una sentenza di responsabilità diretta di Vladimir Putin.

Fu dopo l’invasione della Georgia nel 2008 che io completamente sopraffatto dall’indignazione per la generale acquiescenza di fronte alla prima invasione di un paese europeo da parte di un altro paese europeo capii troppo tardi di aver sbagliato strada. Anche perché Berlusconi, che più tardi rivelerà di aver fermato l’amico un po’ troppo disinvolto nel lanciare carri armati e fanteria, durante una riunione plenaria dei gruppi di maggioranza, rivelò di aver ricevuto una telefonata in cui Putin si riprometteva di “inchiodare per le palle su un albero il presidente georgiano Shakasvilij”. E fu così che io interruppi i miei rapporti con il presidente del consiglio tirandomi dietro qualche anno di insulti. Nel frattempo, ero diventato vicesegretario del partito liberale italiano e ricevetti in quel partito la visita del presidente georgiano che era venuto a Roma per ringraziarmi.

Poi passò molta acqua sotto i ponti e anche la mia amicizia personale con Silvio Berlusconi sì rigenerò con molto affetto anche perché io non cessai di combattere la stessa battaglia liberale in cui era compresa la mia solidarietà per una persecuzione giudiziaria mai conosciuta in una democrazia occidentale e che si concluse con la cacciata di Berlusconi dal Parlamento. Un Parlamento che anziché difendere un suo membro come nel codice delle democrazie parlamentari, consegnò il senatore Berlusconi agli esecutori di giustizia. Di Putin con Berlusconi non ho mai più parlato, ma certo che in questi ultimi due giorni sono avvenuti dei fatti nuovi di cui sfugge spesso la sostanza, sommersa dagli aspetti scenici tra cui l’uso generoso dell’aggettivo “dolce” e del suo superlativo “dolcissimo”, riemersi con il riemergere dichiarato dell’affetto di Silvio.

Ma ieri mattina una delle prime notizie che ho letto è stata quella dell’improvvisa e non preannunciata visita del ministro della Difesa del Regno unito Ben Wallace a Washington per discutere urgentemente con gli americani la notizia, che si era diffusa nella notte precedente, secondo cui Vladimir Putin starebbe valutando di far esplodere un ordigno nucleare nelle acque del Mar Nero, un ordigno “a basso rendimento”. Inoltre, il ministro della Difesa di Mosca avrebbe annunciato di lì a poco l’istituzione della legge marziale nelle quattro province ucraine dichiarate annesse alla Federazione russa, giustificando tale decisione come una dolorosa necessità, amara e indispensabile.

L’Occidente, intendendo per esso Unione europea, Regno Unito e Stati Uniti, hanno da tempo notificato anche per via diplomatica a Mosca che qualsiasi uso di armi nucleari nella guerra in Ucraina avrebbe messo in moto una reazione militare di fortissimo impatto dissuasivo ovvero, detto in parole semplici, una guerra. Qui siamo e non è ancora chiaro se qui saremo ancora domani a quest’ora, benché è ciò che speriamo tutti per quanto le nostre vite possano essere deludenti o tormentate. Come spiegava un plebeo romanesco in un sonetto del Gioachino Belli “stamo tutti attaccati a st’ammazzata vita”, dove curiosamente quella “ammazzata” sta per amatissima.

Sono otto mesi che viviamo sull’orlo dell’abisso e da ieri quell’abisso si è fatto più vicino, almeno come minaccia che provoca una catena di conseguenze sia politiche che militari capaci di mettere il governo della Repubblica di nuovo di fronte alla scelta: o di qua o di là. Il Cavaliere ha giocato di sorpresa ed ha reso pubblico il fatto di essere in contatto con Putin e questa ripresa si è tradotta immediatamente, immaginiamo, in dichiarazioni, certamente non sfuggite di labbra, dall’immediato effetto politico e militare.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

(ANSA il 30 ottobre 2022) - Si può arrivare a una trattativa di pace nel conflitto ucraino? "Forse: solo se a un certo punto l'Ucraina capisse di non poter più contare sulle armi e sugli aiuti e se, invece, l'Occidente promettesse di fornirle centinaia di miliardi di dollari per la ricostruzione delle sue città devastate dalla guerra. In questo caso Zelensky, forse, potrebbe accettare di sedersi al tavolo per una trattativa". Lo ha detto intervistato da Vespa per il suo ultimo libro, il leader di Fi, Silvio Berlusconi.

"In questa situazione - spiega Berlusconi a Vespa nel libro "La grande tempesta" - noi non possiamo che essere con l'Occidente nella difesa dei diritti di un Paese libero e democratico come l'Ucraina". Sullo stop alle armi, preferendo l'invio di massicci aiuti economici per la ricostruzione, Vespa obietta che Putin dovrebbe almeno lasciare le due regioni (Kherson e Zaporizhzhia) occupate e annesse dopo le altre due del Donbass (Donetsk e Luhansk). 

Berlusconi sembra d'accordo, pensa però che non si dovrebbe discutere l'appartenenza alla Federazione Russa della Crimea e fare un nuovo referendum nel Donbass con il controllo dell'Occidente. E' convinto che Putin sia 'un uomo di pace', confessa a Vespa che ha provato a chiamarlo due volte senza esito all'inizio della guerra e dopo non ha più insistito.

Sulle venti bottiglie di vodka e di lambrusco, ricorda che dopo aver raccontato ai suoi deputati delle lettere di auguri, uno di loro gli chiese: "E vi siete fatti anche dei regali?" E lui sorridendo rispose divertito: "Si certo, venti bottiglie di vodka e venti di lambrusco". Ma tutti , dice, avevano capito che scherzava" 

Alla domanda, infine, di Vespa se si senta più vicino all'America o alla Russia, Berlusconi ricorda che una delle cinque standing ovation riservategli dal Congresso degli Stati Uniti il 19 giugno 2011 fu quando raccontò del giuramento di fedeltà agli USA chiestogli dal padre quando dopo la maturità classica lo portò a visitare il cimitero militare americano di Anzio.

(ANSA il 30 ottobre 2022) - "Nessun disagio" nel vedere per la prima volta dopo 28 anni un leader del centrodestra diverso da lui. "Era logico e naturale che andasse a Palazzo Chigi il leader del partito che ha ottenuto più voti di quelli di Forza Italia e della Lega messi insieme. D'altra parte avevo già detto più volte che Giorgia Meloni aveva tutti i requisiti per guidare il governo".

Lo dice Silvio Berlusconi nel libro di Bruno Vespa "La grande tempesta". Perché Giorgia Meloni ha avuto questo successo? "Perché rappresenta il nuovo ed è stata molto brava nelle sue apparizioni televisive". Berlusconi parla del ministro della giustizia Carlo Nordio, definendolo "uno straordinario professionista. Condivido le sue posizioni sulla riforma della giustizia. La priorità assoluta è la riduzione della durata dei processi" anche se "il no al Ministro della Giustizia ci ha deluso…. Ci è stato chiesto quali sarebbero stati i nostri ministri e noi abbiamo risposto: Tajani agli Esteri, Casellati alla Giustizia e Bernini all'Università. Poi si è parlato dei ministri senza portafoglio E io ero certo che ci fosse l'accordo". Infine, parlando del governo, "il mio intervento per la fiducia al Senato ha garantito una partecipazione appassionata e leale a sostegno del Governo per i prossimi 5 anni di lavoro". (ANSA).

Berlusconi e la ricetta per far trattare Kiev: miliardi per ricostruire invece che dare armi. Adriana Logroscino su Il Corriere della Sera il 30 Ottobre 2022.

Le dichiarazioni sulla guerra rilasciate da Berlusconi a Bruno Vespa suscitano l’immediata e aspra reazione delle opposizioni, che contestano al leader di Forza Italia una visione putiniana del conflitto

Basta armi, meglio fornire aiuti economici all’Ucraina. Crimea alla Russia e sorti del Donbass da decidere con un referendum. Qualche settimana dopo le polemiche per gli audio rubati sul conflitto, emerge una nuova strategia di Silvio Berlusconi per risolverlo. Questa volta si tratta di dichiarazioni ufficialmente rilasciate a Bruno Vespa per il libro che il giornalista darà alle stampe a breve «La grande tempesta». Immediata e aspra la reazione delle opposizioni che contestano a Berlusconi una visione putiniana del conflitto, e a Meloni di non avere una maggioranza sull’Ucraina.

Al presidente di Forza Italia, Vespa chiede se si possa avviare una trattativa di pace: «Solo se a un certo punto l’Ucraina capisse di non poter più contare sulle armi e sugli aiuti e se, invece, l’Occidente promettesse di fornirle centinaia di miliardi di dollari per la ricostruzione delle sue città devastate dalla guerra. In questo caso Zelensky, forse, potrebbe accettare di sedersi al tavolo per una trattativa». Vespa obietta che Putin dovrebbe almeno lasciare le due regioni (Kherson e Zaporizhzhia) occupate e annesse insieme alle altre due del Donbass. Berlusconi concorda ma ribatte che fuori discussione dovrebbe essere l’appartenenza alla Russia della Crimea e che per il Donbass si potrebbe decidere con un referendum sotto il controllo dell’Occidente.

Quindi il Cavaliere ribadisce la definizione di Putin «uomo di pace» anche se, confessa a Vespa, ha provato a chiamarlo senza esito all’inizio della guerra. Riguardo al recente scambio di doni — venti bottiglie di vodka da parte del capo del Cremlino alle quali l’ex premier avrebbe ricambiato con il lambrusco — trapelato attraverso l’audio rubato durante un confronto con i neodeputati di Forza Italia, chiarisce che «tutti avevano capito che scherzavo».

Per Benedetto Della Vedova, segretario di +Europa, la misura è colma: «Meloni e Tajani non possono più fare finta di nulla, sull’Ucraina la maggioranza non c’è». Per una volta sulla stessa linea Italia viva-Azione, attraverso il capogruppo alla Camera, Matteo Richetti: «La presidente del Consiglio ha un problema non più tollerabile per le nostre istituzioni. Si chiama Berlusconi». Il leader di Azione, Carlo Calenda, chiosa: «Non esiste maggioranza di governo senza una linea di politica estera comune. Berlusconi fa propaganda per Putin incurante delle conseguenze».

E parole non molto diverse usa il Pd. «Per Berlusconi — osserva Lia Quartapelle — la pace in Ucraina passa dalla resa, togliendo gli aiuti militari a Zelensky e riconoscendo Donbass e Crimea come Russia. Un bel problema per Meloni». L’eurodeputata Pina Picierno sollecita Meloni, attesa a Bruxelles a breve, a prendere «immediate distanze» dalle «parole vergognose» dell’alleato.

Nel libro di Vespa Berlusconi parla anche del rapporto con chi ne ha ereditato il ruolo, assicurando di non provare «alcun disagio» per l’avvicendamento. «Era logico e naturale che andasse a palazzo Chigi il leader del partito che ha ottenuto più voti di FI e Lega messi insieme. Giorgia Meloni ha tutti i requisiti per guidare il governo. Ha avuto successo perché rappresenta il nuovo ed è stata molto brava in tv». Nonostante la «delusione» per la scelta di un ministro della Giustizia diverso da Casellati, che Berlusconi avrebbe voluto in quel ruolo, il Cavaliere assicura «partecipazione appassionata e leale a sostegno del governo per i prossimi cinque anni».

Da “Un giorno da Pecora – Radio1” il 31 ottobre 2022.

“Ho votato Terzo Polo perché mi stanno sulle palle sia il Pd che Salvini e Berlusconi, l'ultima versione di Berlusconi specialmente, quella con la deriva filo putinista”. A parlare, ospite di Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, è l'ex parlamentare di Forza Italia Fabrizio Cicchitto, intervistato da Giorgio Lauro e Geppi Cucciari. ”

Berlusconi e Putin si amano e si ammirano sul piano psicologico”, la lettera 'dolcissima' che l'uno avrebbe scritto all'altro “è una cosa di omosessualità psicologica, in cui non c'entra il sesso ma una sorta di invidia: Putin fa quel che vuole in Russia e il Cavaliere avrebbe voluto fare quello che gli pare in Italia”. Insomma, oggi ha definitivamente 'rotto' col leader di FI. “A me Berluscono continua a rimanere simpatico, dal '94 al 2000 ha evitato che l'Italia fosse dominata dal Pd, da un gruppo di giornali e di magistrati. Questo è il suo merito storico. Poi però - ha concluso a Un Giorno da Pecora Cicchitto - ha combinato una serie di puttanate”.

Il Cavaliere Arcobaleno. Berlusconi, Conte e l’irritante doppiezza del putinismo italiano. Francesco Cundari su L'Inkiesta il 31 Ottobre 2022

Il leader di Forza Italia sostiene che per fermare la guerra bisognerebbe togliere le armi all’Ucraina, che è esattamente quanto chiede Conte. Non si capisce perché il 5 novembre non dovrebbero marciare uniti 

L’ennesima sfilza di dichiarazioni filo-putiniane pronunciate da Silvio Berlusconi, questa volta dalle pagine del nuovo libro di Bruno Vespa, confermano quello che tutti avevano capito sin dall’inizio. E cioè che il leader di Forza Italia ha sempre inteso dire esattamente quello che ha detto, prima nell’intervista a Porta a Porta del 22 settembre e poi nella riunione con i suoi parlamentari del 18 ottobre, da cui erano filtrati i famigerati audio.

Anche stavolta Berlusconi ripete che Vladimir Putin è «un uomo di pace», sostiene che quella dello scambio di Vodka e Lambrusco fosse una risposta ironica alla domanda di un parlamentare (dimenticandosi probabilmente che l’audio è tutt’ora disponibile on line), ma soprattutto spiega qual è secondo lui l’unico modo di fermare il conflitto: «Forse, solo se a un certo punto l’Ucraina capisse di non poter più contare sulle armi e sugli aiuti e se, invece, l’Occidente promettesse di fornirle centinaia di miliardi di dollari per la ricostruzione delle sue città devastate dalla guerra. In questo caso Zelensky, forse, potrebbe accettare di sedersi al tavolo per una trattativa».

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sulla provenienza di una simile paccottiglia, dovrebbe concentrarsi sul passaggio più grottesco, ma proprio per questo più rivelatore. E cioè la proposta di togliere agli ucraini le armi con cui si difendono dai bombardamenti che stanno radendo al suolo le loro città in cambio dei soldi per ricostruirle, presumibilmente dopo che siano state occupate dai russi. Un miscuglio di spudoratezza e illogicità che possiamo considerare il vero marchio di fabbrica della propaganda putiniana. Non per niente, l’offerta di un simile piano di ricostruzione era anche l’unica concessione all’Ucraina, se di concessione si può parlare, contenuta nell’assurdo appello degli intellettuali rosso-bruni pubblicato su Avvenire qualche settimana fa.

La posizione di Berlusconi rappresenta con ogni evidenza un problema gigantesco per la maggioranza, tanto più grave perché si tratta di una posizione tutt’altro che isolata, come ci hanno recentemente ricordato le primissime dichiarazioni da presidente della Camera pronunciate dal leghista Lorenzo Fontana, a proposito delle sanzioni alla Russia e il rischio che si rivelino un «boomerang». Certo è che il problema non riguarda soltanto il centrodestra.

Può apparire un episodio minore, ma è forse degno di qualche attenzione il fatto che il 27 ottobre sulla pagina facebook di Unione popolare, il partito di Luigi de Magistris, sia apparso un post sulla manifestazione per la pace del 5 novembre in cui si diceva: «Condanniamo l’aggressione di Putin, rispettiamo la resistenza ucraina, siamo a fianco delle vittime, ma più armi, più distruzione, più morti non sono la soluzione». E che poco dopo dallo stesso post siano scomparse sia la condanna dell’aggressione sia il rispetto per la resistenza ucraina e la solidarietà con le vittime. Adesso infatti il paragrafo comincia direttamente con le parole «Più armi». Evidentemente la condanna dell’aggressore e il rispetto per la resistenza – espressioni riprese dalla piattaforma della manifestazione del 5 novembre – non sono condivise da tutti i partecipanti.

Questo infatti il passaggio che si trova nell’appello pubblicato dagli organizzatori: «Condanniamo l’aggressore, rispettiamo la resistenza ucraina, ci impegniamo ad aiutare, sostenere, soccorrere il popolo ucraino, siamo a fianco delle vittime». Ma a leggerne il resto, onestamente, viene quasi voglia di dar ragione al curatore delle pagine social di Unione popolare, o a chi per lui abbia deciso di espungere quelle espressioni, perché evidentemente fuori contesto. Tanto almeno quanto le reiterate professioni di atlantismo e solidarietà con l’Ucraina che anche oggi, inevitabilmente, pioveranno da tutti i dirigenti di Forza Italia e del centrodestra.

La verità è che la linea esposta da Berlusconi non differisce in nulla da quella di Giuseppe Conte, un altro che certamente rispetta moltissimo la resistenza ucraina ed è stato tra i primi a promuovere la manifestazione del 5 novembre. Non per niente, Conte ha fatto esattamente quel che dice il leader di Forza Italia, chiedendo al governo di smettere di inviare agli ucraini le armi con cui resistono, e senza le quali non ci sarebbe nessuna resistenza. Non si capisce dunque per quale motivo in piazza dovrebbe esserci Conte e non Berlusconi.

Resta invece da stabilire se sia peggiore il sospetto che una larga parte della politica e dell’informazione italiana sia direttamente influenzata da Putin o l’impressione che molti politici, intellettuali e giornalisti aderiscano sinceramente e spontaneamente alle tesi del Cremlino.

Berlusconi contro Meloni, Sallusti: "Questo è troppo, non la riconosco più". Alessandro Sallusti su Libero Quotidiano il 19 ottobre 2022.

Caro presidente Berlusconi, ieri ci ha informato, tra l'altro, di uno scambio di "dolcissime lettere" tra lei e Vladimir Putin in occasione del suo compleanno. Dal basso dell'affetto e della riconoscenza che nutro nei suoi confronti mi permetto, nel mio piccolissimo, anche io di inviarle una letterina, spero altrettanto dolce. Per dirle una cosa molto semplice: non la capisco più, e non essendo l'unico penso che il problema non sia mio.

Lei, presidente, poche settimane fa ha compiuto l'ennesimo miracolo della sua vita tenendo - i voti raccolti sono tutti suoi personali - Forza Italia in vita e al centro dell'arena politica. Chapeau, e se la pattuglia parlamentare non è risultata all'altezza del consenso raccolto lo si deve immagino esclusivamente a errori da voi fatti al tavolo dovevi eravate spartiti i seggi con gli alleati.

Lei ora dice, uso parole mie: Giorgia Meloni non ci rispetta. Non entro nel merito, ma certo svelare a due giorni dalla nascita di un governo già nel mirino di suo l'affettuoso carteggio tra lei e Putin non agevola certo il compito che aspetta la futura premier, e quindi l'Italia, nei consessi internazionali occidentali, né il lavoro del suo Antonio Tajani nel caso, come probabile, andasse a ricoprire il ruolo di ministro degli Esteri.

So bene poi che quando lei dice che "l'uomo della Meloni" è un suo dipendente a Mediaset non intende offendere nessuno, né si può leggere come una malignità di cui so non esserne capace. Ma sta di fatto che, al netto che quell'uomo era suo dipendente ben prima di conoscere Giorgia, più d'uno userà quelle parole per costruire castelli di sabbia che rischiano solo di mettere in imbarazzo la famiglia Meloni.

Ovvio infine che lei è Silvio Berlusconi, che lei può fare e dire ciò che crede come del resto ha sempre fatto. Ma chi non la conosce come ho avuto io l'onore e il privilegio di conoscerla potrebbe equivocare ogni sua parola e pensare che davvero lei in questo momento voglia affossare il sogno non di Giorgia Meloni ma di una buona parte di italiani. Ecco, caro Presidente, questo sarebbe troppo anche per Silvio Berlusconi. Se a lei fosse concesso di incontrare la sua gente, i suoi imprenditori che ancora la seguono, lo verificherebbe di persona. Tanto le dovevo, con affetto.

Ugo Magri per “la Stampa” il 13 ottobre 2022.

Tutti in piedi per un caldo, interminabile applauso. Così i senatori di Forza Italia e dell'intero centrodestra si preparano ad acclamare Silvio Berlusconi quando stamane farà il suo ingresso nell'emiciclo di Palazzo Madama. 

Dopodiché l'ex premier andrà a sedersi nel posto che gli verrà assegnato e, spentasi l'esternazione d'affetto, soffocato il clap-clap rivolto all'anziano patriarca, del grande rientro in Parlamento dopo nove anni di esilio lui per primo non vorrà più occuparsi.

Capitolo chiuso per due ottime ragioni. Anzitutto perché c'è dell'altro, in questo momento, che gli preme di più, che lo inquieta e l'offende guastandogli la festa del ritorno in pompa magna; cioè il modo in cui Meloni lo sta trattando, ovvero lui ritiene di venire trattato nella giostra delle poltrone.

Berlusconi pensava di aver vinto le elezioni grazie a un risultato tale da renderlo imprescindibile perlomeno quanto Salvini, dunque di poter decidere chi premiare tra i tanti aspiranti di Forza Italia, quali tra loro spedire al governo senza farselo dire da Giorgia, senza che quella gli chiedesse delle rose di nomi per poi cogliere fior da fiore. 

Il Cav si sarebbe atteso che Licia Ronzulli, da lui designata per qualche prestigioso incarico, non fosse scartata con sfoggio di arroganza; insomma, Silvio immaginava un inizio completamente diverso di questa XIX legislatura, in cui gli fosse riconosciuto non già il diritto a sedere in Parlamento, figurarsi, bensì a giocare un ruolo all'altezza della considerazione (particolarmente elevata) che il personaggio nutre nei confronti di se stesso. Qui sono concentrati, oggi, i suoi sentimenti. Di tutto il contorno gl'importa meno.

A ben guardare, c'è un altro motivo che impedisce a Berlusconi di vivere questo 13 ottobre 2022 come un giorno speciale e di cerchiarlo sul calendario provandone qualche forma di orgoglio: è l'epilogo di una vicenda che, quando ci pensa, ancora lo fa soffrire e in fondo mortifica il suo ego. Sì, certo: rimettere piede in quella stessa aula da dove gli avversari l'avevano cacciato il 27 novembre 2013 in seguito alla condanna per frode fiscale, applicando con severità implacabile la legge Severino, farà provare al Cavaliere il gusto della rivalsa.

Almeno per qualche attimo stamane gli occhi saranno tutti per lui; e nel vederlo di nuovo in aula qualcuno, perfino tra i nemici, si chiederà ammirato quale possa essere il segreto del Cavaliere, la misteriosa formula della sua incredibile resilienza, e cosa ne renda possibile l'eterno ritorno in questo caso a 86 anni suonati. 

Ma Berlusconi, assicura chi ne conosce la psicologia, se potesse farebbe volentieri a meno di queste celebrazioni, in quanto appunto gli rammentano il punto più infimo della carriera, gli fanno indirettamente rivivere l'umiliante condizione di indagato, di reo costretto a scontare la pena nei servizi sociali, di pregiudicato indegno di rappresentare il popolo.

Sebbene si fosse proclamato innocente e avesse vissuto quell'espulsione quale somma ingiustizia, decisa a suo dire da un «plotone d'esecuzione», indugiarvi nel ricordo non gli suscita alcuna gioia. Anzi. È una pagina - assicurano dalle sue parti - che vorrebbe girare, una brutta parentesi da chiudere in fretta. Tra l'altro, dei suoi "giustizieri" d'allora, cioè di quanti vollero buttarlo fuori dal Senato, praticamente non ne è rimasto in pista nessuno. E l'ultimo che ancora resisteva, l'allora presidente del Consiglio Enrico Letta, da queste elezioni è uscito groggy.

Per cui, se lo animasse uno spirito di vendetta, Berlusconi nemmeno saprebbe oggi su chi infierire, a chi indirizzare i suoi sorrisetti. È tutto un mondo diverso da allora. Il 16 novembre 2013, cioè l'ultima volta che s' era recato a Palazzo Madama, era stato accolto da un coro di «buffone buffone», cosicché aveva quasi rincorso i contestatori sbraitando «vergognatevi, siete dei poveri stupidi ignoranti». Ieri mattina invece scendendo dalla macchina, prima di essere accolto con un abbraccio filiale da Anna Maria Bernini, ad attenderlo solo una folla di turisti stranieri curiosi. Non portava la cravatta che, al Senato, è un obbligo per tutti; ma all'ingresso nessuno dei commessi gliel'ha fatto notare. Fosse soltanto per l'età veneranda, ormai gli si perdona tutto.

La vittoria del Cav sull'odio di sinistra. Dopo nove anni il rientro in Senato. Nel 2013 l'antiberlusconismo più feroce lo cacciò da Palazzo Madama e lui giurò: "Continuerò a difendere la libertà". Paolo Guzzanti il 13 Ottobre 2022 su Il Giornale.

«Io non ho intenzione di andarmene ma continuerò a difendere la libertà». Così disse nove anni fa Silvio Berlusconi ai suoi deputati e sostenitori davanti a Palazzo Grazioli, la sua dimora romana di allora. E così è stato. Non solo non se ne è andato, ma ieri è tornato al Senato, da cui era stato cacciato con un estremo vulnus alla democrazia parlamentare.

Non si era mai vista prima l'esecuzione politica di un leader che aveva servito il suo Paese come capo del governo per il tempo più lungo nella storia italiana. Messo alla porta dal Parlamento che avrebbe dovuto difenderlo ieri Silvio Berlusconi è tornato al Senato poco dopo mezzogiorno, per le operazioni burocratiche che attendono ogni eletto. Era lo stesso uomo che nove anni fa era stato messo alla gogna. Per trovare un precedente bisogna tornare a Cicerone, anche lui cacciato dal Senato, costretto all'esilio e alla perdita dei suoi beni, ma che tornato vittorioso al suo scranno dette prova di un decoro senza enfasi: «Heri dicebamus», furono le sue prime parole in aula dopo anni di assenza: «Ieri stavamo dicendo...» come se il tempo fra il prima e il dopo fosse stato cancellato. Ma il caso della persecuzione contro il senatore Berlusconi è ideologico: fu travolto da una campagna di odio senza limiti né decenza. Ieri non è tornato al Senato soltanto un ex senatore, ma l'ultimo presidente del Consiglio che abbia governato col pieno sostegno dei voti. Fra pochi giorni un altro presidente eletto assumerà quello stesso incarico e sarà Giorgia Meloni che di Berlusconi fu la più giovane ministra. Dal 2011, quando fu forzato alle dimissioni da una campagna molto simile a una congiura ad oggi, si sono succeduti alla guida del governo uomini variamente illustri come Mario Draghi, Mario Monti, giovani politici come Matteo Renzi che non era ancora membro del Parlamento ma solo un ex sindaco di successo e segretario di un partito che poi ha abbandonato con disgusto, per arrivare ai governi macchietta dell'avvocato Conte buono per tutte le stagioni e totalmente sconosciuto alla politica.

Berlusconi ha vinto. È stato forte come una quercia e non si sa chi glielo abbia fatto fare se non il suo senso e spirito di servizio visto che avrebbe potuto mandare al diavolo tutti e ritirarsi a vita privata tra gli affetti e il comfort. Invece, ha resistito sia alle malattie che alle ingiurie, persino alla violenza di un esaltato che gli fratturò il naso lanciandogli un oggetto di ferro per non dire dei sessanta processi finiti nel nulla salvo uno assolutamente privo di logica per evasione fiscale. Le intercettazioni e le confessioni di alcuni giudici hanno poi messo in mostra l'architettura politica dei processi contro l'uomo che con un colpo di reni raccolse le bandiere cadute della Prima Repubblica per fermare il colpo di mano che aveva fatto fuori tutti i partiti, salvo quello comunista candidato alla successione.

Fu il invece il suo successo, con quell'operazione temeraria, guascona, spavalda e vincente che gli valse un tributo di odio e rancore infiniti che oggi si estinguono soltanto perché la generazione di coloro che lo avrebbero voluto politicamente morto, si è estinta. Una nuova generazione è diventata adulta senza sapere che cosa sia stata la guerra incivile dell'antiberlusconismo rabbioso di quasi tutte le sinistre.

Quasi, perché il più straordinario risultato dell'operazione con cui Berlusconi creò Forza Italia e la sua vittoria fu il terremoto nelle sinistre orbitanti intorno al vecchio Pci con una fuga di intellettuali e di militanti socialisti e comunisti perché il berlusconismo ebbe l'effetto di liberare energie che attendevano una prospettiva liberale per uscire allo scoperto. Tutto questo è storia e ieri l'uomo del sogno dell'«Italia che vorrei» ha varcato di nuovo la soglia del Senato dopo quella del Parlamento europeo. Aspettiamo di vedere se anche lui come Cicerone nel suo primo discorso dirà con noncuranza qualcosa che riconnetta il passato col presente, qualcosa come «Ieri stavamo dunque dicendo...».

Gufi e tartufi anti-cav. Fatto e Repubblica contro Berlusconi: sarai cacciato di nuovo. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 14 Ottobre 2022 

È appena rientrato in Senato dopo nove anni di ingiusta forzata lontananza, e già cercano di cacciarlo, con la minaccia di una nuova condanna definitiva e conseguente applicazione della famigerata “legge Severino”. I soggetti di tanta carezzevole attenzione sono, per quel che abbiamo visto, ma potrebbero aggiungersene altri, due quotidiani, Il Fatto e La Repubblica. Proprio non lo sopportano, quel signore che nel 1994 ha debellato la “gioiosa macchina da guerra” della sinistra, i paladini della morale di Stato, i più puri che nutrono l’evidente certezza di non subire mai una futura epurazione. Ma la ruota gira, come disse qualcuno, e non si può mai sapere. I giornali aprono e chiudono, cambiano proprietà e linea politica. Staremo a vedere.

Il fatto che Silvio Berlusconi sia stato cacciato dalla sinistra di governo nel 2013 con una forzata interpretazione retroattiva della legge è stato ricordato sul Riformista di ieri anche dal direttore Piero Sansonetti. E lo stesso ex Presidente del Consiglio, pur rimarcando l’ingiustizia subita, ha già spazzato via dal suo presente e futuro l’idea di un desiderio di rivalsa che non è neanche nel suo carattere, oltre che nelle intenzioni. Ma il comportamento da aguzzini non fa parte solo della storia dei torturatori o dei carcerieri. Ci sono tanti modi per randellare sulla carne viva, e certi giornalisti li conoscono bene. Nella previsione certa che il primo giorno di scuola in Senato per Berlusconi dopo tutti questi anni sarebbe stato il 13 ottobre, ecco che i soliti tartufoni del Fatto sono partiti il giorno prima, con il dito alzato e il randello della “legge Severino” già pronti.

Hanno spiegato perché Silvio Berlusconi avrebbe chiesto per un esponente di Forza Italia il ministero di giustizia. Non per stimolare quelle riforme che sono nel programma liberale del partito fin dal 1994. Ma per cambiare la legge che porta il nome dell’ex ministro del governo Monti. Il quotidiano lo rivela come fosse uno scoop, dimenticando la campagna fatta dal partito dell’ex premier in favore dei referendum sulla giustizia presentati dalla Lega e dai radicali. Uno di quelli era proprio sull’abolizione di quella legge, che non piace anche a una parte della sinistra, soprattutto nella parte in cui fissa la sospensione dell’incarico per i pubblici amministratori persino dopo una condanna nel processo di primo grado.

Si ricorda anche che su quello specifico quesito il partito di Giorgia Meloni aveva espresso dissenso. Di qui la necessità di blindare il ministero di via Arenula con uomini e donne di sicura fede garantistica, come Francesco Paolo Sisto ed Elisabetta Alberti Casellati. Ma come metterla con l’ex procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio, eletto con Fratelli d’Italia, che ha dichiarato a chiare lettere la necessità di “abolire la Severino”? Possibile che la titolarità del ruolo di guardasigilli debba essere ridotto a un singolo specifico punto, per quanto rilevante, almeno per Silvio Berlusconi?

Ed ecco che s’avanzano, il giorno dopo, cioè proprio ieri, gli strani guerrieri della testuggine di Repubblica, pronti a mettere il sale sulle piaghe. E a ricordare come sia in corso, e quasi in dirittura d’arrivo, con sentenza prevista a gennaio, il famoso processo “Ruby ter”. Quello in cui Berlusconi è accusato di aver “comprato” la testimonianza della signora Karima El Mahorung e di altre signore chiamate con sprezzo dai campioni della morale “olgettine”. Questa inchiesta nasce da una sorta di vendetta in seguito all’assoluzione definitiva di Berlusconi dai reati di concussione e prostituzione minorile. In quel processo tutti i testimoni a favore dell’imputato, compresa la stessa Karima che avrebbe dovuto essere parte lesa, furono marchiati a sangue come mendaci e corrotti. E poi rinviati a giudizio.

Così nascono i “Ruby bis” e “Ruby ter”. Il paradosso, di cui paiono non rendersi conto neppure gli zelanti giornalisti custodi della pubblica morale, è che non si capisce neppure in che cosa questi testi avrebbero mentito. Sul fatto che Berlusconi avrebbe conosciuto l’età (diciassette anni e mezzo) di Karima e avrebbe fatto sesso a pagamento con lei? Non può essere questo il punto, perché c’è una sentenza definitiva della cassazione a dire che colui che la pm Tiziana Siciliano ha definito come “sultano” è innocente.

Innocente, chiaro? Il reato di prostituzione minorile non è mai esistito. E allora? E allora, scrive virtuosamente Repubblica, questi testimoni hanno mentito su quel che nelle serate di Arcore “è davvero successo”. Ma che cosa è successo? Sono stati commessi reati? Perché solo questo potrebbe essere penalmente rilevante. Perché se, in ipotesi, qualcuno avesse detto “burlesque” invece di spogliarello o cose simili, quale sarebbe la rilevanza penale? Il fatto poi che Berlusconi, la cui generosità nei confronti di donne e uomini è arcinota, di fronte a ragazze disoccupate anche in seguito alla pubblicità negativa loro derivata dal “processo Ruby”, abbia concesso loro alcune liberalità, non è un fatto clandestino ma esibito alla luce del sole. E allora?

E allora che senso hanno queste minacce politico-giornalistiche? Persino la riforma Cartabia che impone la celebrazione veloce dei processi diventa randello per colpire Berlusconi. Ahah, è lo sberleffo di Repubblica, se in tre anni il “Ruby ter” arriverà alla cassazione, caro Silvio tu sarai cacciato di nuovo dal Senato. Dando per scontata la condanna. Ma, per come sta andando il processo e per la nota serietà di questo tribunale, e nonostante la richiesta di condanna a sei anni di carcere richiesti dall’accusa per l’ex Presidente del Consiglio, probabilmente quella condanna non arriverà mai. Fatevene una ragione. Berlusconi resterà in Senato. Senza bisogno di cancellare la “legge Severino”.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Il supponente. Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 14 ottobre 2022.  

Per Berlusconi, capotavola è sempre stato dove si sedeva lui. Non ha mai sopportato che un altro uomo ambisse a quel posto. Ma che vi ambisse una donna, anzi, che ci si sedesse proprio, era e rimane qualcosa che addirittura lo offende: un sovvertimento di quelle che considera leggi di natura. Nel galateo di Berlusconi la donna si corteggia e magari si venera, ma un vero maschio non può prendere ordini da lei, tantomeno accettare di sentirsi dire dei no. Possiamo dunque immaginarci che cosa abbia provato nel vedersi negare da Giorgia Meloni un ministero di prima classe per la sua protetta Licia Ronzulli. Che se poi preferiamo non immaginarcelo, si è premurato di scriverlo direttamente lui, su un foglietto di appunti immortalato in una foto che ormai è storia. Quattro aggettivi (più uno cancellato), numerati per meglio imprimersi nella mente che il comportamento della Meloni era stato: «1 supponente, 2 prepotente, 3 arrogante, 4 offensivo». (Il 5 era «ridicolo», ma deve essere sembrato troppo maschilista persino a lui, tanto che ci ha scarabocchiato sopra). Avrebbe usato gli stessi aggettivi per Salvini? (Forse uno solo, il quinto, ma è una mia supposizione). Di un uomo non disposto a obbedirgli avrebbe detto che era ingrato, frustrato, fallito: quello che disse di Fini, in fondo. Ma se una donna osa contraddirlo, significa che è supponente e arrogante. In realtà Meloni è la sua Nemesi: la dea greca del contrappasso, arrivata apposta per lui dall’Olimpo della Garbatella.

Estratti dalla autobiografia di Giorgia Meloni “Io sono Giorgia” il 16 ottobre 2022.

Il rapporto tra Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni non è mai stato idilliaco. A febbraio, dopo lo scontro sulla rielezione di Sergio Mattarella al Quirinale, Meloni era andata in tv, su Retequattro, e aveva spiegato: "Io a Berlusconi nella mia vita non debbo niente". Parole che avevano fatto infuriare Berlusconi che aveva bandito per qualche giorno gli esponenti di FdI dalle sue televisioni e aveva replicato: "È un'ingrata".

Diffidenze e scontri che emergono anche da aneddoti raccontati da Meloni nella sua autobiografia Io sono Giorgia, pubblicata da Rizzoli nel 2021 e di cui riportiamo qui di seguito alcuni stralci. 

Irriconoscente. "Molte volte, in questi anni, quando da presidente di un partito alleato ma distinto da quello di Berlusconi ci sono stati momenti di frizione, mi sono sentita dire che ero 'irriconoscente' con il Cavaliere che mi aveva fatto ministro. A parte che sono convinta che un buon politico debba essere leale con gli uomini ma ciecamente fedele solo alle proprie idee, le cose non stanno comunque così (…). Ho sempre avuto con il Cavaliere un rapporto franco e leale e ho di lui una grande considerazione, ma la mia storia appartiene a un mondo che lui non ha mai capito davvero…

B. e le donne. "Poche ore prima erano uscite delle intercettazioni di telefonate tra aspiranti soubrette e Berlusconi, da cui si intuiva che queste ragazze erano in cerca di raccomandazioni. (...) In quella telefonata con Roncone dissi quello che pensavo e penso, e cioè che le raccomandazioni sono frutto di una società che non premia il merito, che le protagoniste della storia mi facevano tristezza e che il comportamento di Berlusconi, in quel frangente, da donna di destra, proprio non mi era piaciuto. (…)

La mattina dopo, all'alba, mi chiamò Ignazio La Russa, capo delegazione di Alleanza Nazionale al governo. Io stavo ancora dormendo, risposi assonnata e sentii lui dire, con la voce ferma: 'Ma come ti viene in mente? C'è Berlusconi fuori dalla grazia di Dio'. (…) Aprii la porta di casa per prendere il Corriere della Sera e a pagina 5 trovai la mia intervista, con richiamo in prima. Titolo: 'Questo Silvio non mi piace'. All'alba, Berlusconi aveva chiamato La Russa arrabbiatissimo: 'La ragazza mi ha già rotto le palle'.

"Cosa vuoi in cambio? "A un certo punto di questo percorso decisi di comunicare personalmente a Berlusconi la nostra decisione (di uscire dal Pdl per fondare Fratelli d'Italia, ndr). Quando glielo dissi, a Palazzo Grazioli, mi rispose con quel suo fare pragmatico da uomo d'affari che ha imparato come tutto, e quasi tutti, abbiano un prezzo. 'Va bene, ho capito... Allora, dimmi: che cosa vuoi, che cosa vuoi fare?'. 'Voglio essere fiera di quello che faccio. Lo dico con rispetto, ma davvero non mi sento più a casa”.

No ai ricatti. "Non sono ricattabile, perché non faccio cose delle quali dovrei vergognarmi e non accetto aiuto da chi potrebbe chiedermi qualcosa in cambio".

Mario Tafuri per blitzquotidiano.it il 16 ottobre 2022.

Giorgia Meloni e Licia Ronzulli? Perché la futura premier storce il naso? Forse pesa quella telefonata di 12 anni fa con Nicole Minetti? 

Su tutti i giornali e siti abbiamo letto del fastidio di Giorgia Meloni davanti alla insistenza di Berlusconi su un ministero di peso da assegnare a Licia Ronzulli, oggi potentissima figura di Forza Italia e dell’inner circle del Cavaliere. 

“Per me è una questione d’onore. Piuttosto questo governo non nasce” era arrivata a dire la Meloni. Sottolineando con questo la sua totale avversione alla Ronzulli ministro. La vicenda si è poi conclusa, pare, con una ritirata strategica di Berlusconi dopo una scenata furiosa con Ignazio La Russa. e lo sgarro di non farlo votare presidente del Senato dal suo partito. Quel che interessa oggi capire è il perché di tanta ostilità.

Una bega tra donne? Non si direbbe. Forse la spiegazione ha radici nella cronaca di oltre 10 anni fa, quando primo ministro era Berlusconi e dalla Procura della Repubblica di Milano uscivano le intercettazioni delle indagini sul caso Ruby nipote di Mubarak e sulle cene eleganti nella villa di Arcore. 

Ne pubblicammo parecchie pagine su Blitz. La numero 52 aveva questo titolo: “Nicole Minetti e Licia Ronzulli: ragazze per il dopo-partita cercansi”. 

Sotto si leggeva: Sono da poco passate le 18:30 del 22 agosto 2010. Nicole Minetti parla al telefono con Licia Ronzulli. L’argomento è: quali ragazze ci saranno in serata ad Arcore? 

Nicole: io sono ancora in alto mare perchè ho superato da poco Bologna e c’è un traffico disumano.

Nicole: per cui io sicuramente non riesco ad essere lì per quell’ora, ho sentito le ragazze all’inizio… all’Annina mi aveva detto che voleva venire, poi però è a piedi, una cosa e un’altra né lei né la Maristelle vengono lì allo stadio, perchè sono a piedi entrambe, quindi aspettano che arrivo io, vado a prenderle io e poi dopo andiamo dove dobbiamo andare insomma

Licia: okey, ascolta, la cena non è da Giannino, è a casa del capo ad Arcore, quindi stai tranquilla.

Nicole: no, l’unica cosa ho provato a chiamarlo per dirgli che comunque anche loro non venivano perchè mi dispiaceva, solo che non risponde, quindi magari se riesci ad avvisarlo tu, gli dici

Licia: glielo dico io, sì. 

Il testo poi prosegue con lo scambio di una serie di informazioni sulle ragazze la cui presenza era prevista quella sera.

La sua rilettura, oggi, 12 anni dopo, può essere illuminante. 

Roberto Gressi per corriere.it il 16 ottobre 2022.

«Può la donna permettersi di stare alla pari con l’uomo? No! È aperto il dibattito». Nella casa del popolo del film d’esordio di Roberto Benigni si consumava l’eterno confronto, che ora, anche in politica, vede sul ring il campione non più in carica e la sfidante. Eccoli: Silvio Berlusconi, 86 anni, da Milano, Bilancia, 165 centimetri per 84 chili, pantaloncini azzurri. E Giorgia Meloni, 45 anni, da Roma, Capricorno, 163 centimetri per 54 chili, pantaloncini tricolore con Fiamma. 

Non solo pugni, sul quadrato, ma anche guerra psicologica. Mohamed Alì fustigava con il dispregiativo di «zio Tom» i suoi avversari neri. E i duellanti di oggi non sono da meno. «Supponente, prepotente, arrogante, offensiva», ferisce Berlusconi, «con lei non si può fare nessun accordo». «Non mi piaci, non ti devo nulla, io non sono ricattabile», sferza Meloni.  

Sembrano a prima vista coltellate dell’ultimo minuto, un c’eravamo tanto amati finito a carte bollate, con la «ragazzina che si è montala la testa» (copyright Gianfranco Fini) da una parte e il patriarca che, con un filo di machismo, difende il suo onore e la sua prediletta, Licia Ronzulli.

E invece no. A pelle non si sono mai sopportati. Lui che la fa ministra per i Giovani a nemmeno trent’anni. Lei che chiede agli atleti di non partecipare alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Pechino nel nome del Tibet oppresso. 

Lui che la smentisce, Franco Frattini, il ministro degli Esteri di allora, pure. Lei che abbozza ma non abiura. Racconta che già al giuramento qualcuno del cerimoniale aveva avuto l’idea di metterla in fila in ordine di altezza, come i ragazzini delle colonie negli anni Cinquanta. «Tra Mara Carfagna, Stefania Prestigiacomo e Mariastella Gelmini sembro il brutto anatroccolo, qualcuno fa anche uno strepitoso fotomontaggio dove al mio posto c’è Kermit, la rana dei Muppet». 

Non è l’unico fake. Diventa virale un video durante il congresso del Pdl. Si sente la voce di Berlusconi, che la chiama in prima fila: «Dov’è la piccola?». Viene deformato in «Dov’è la zocc*?». E incredibilmente in tanti ci credono. Ma comunque, è convinta lei, mi chiamava piccola perché non si ricordava il mio nome. 

Fastidiosamente irritante, nella sua insignificanza, pare che la giudichi fino da allora Silvio Berlusconi. Ma il primo incidente vero arriva a firma di un giornalista del Corriere, Fabrizio Roncone. La chiama e le racconta delle intercettazioni di telefonate tra aspiranti soubrette e Berlusconi, le ragazze erano in cerca di raccomandazioni. «Io ero al mare e dissi quello che pensavo e penso, e cioè che le raccomandazioni sono frutto di una società che non premia il merito, che le protagoniste della storia mi facevano tristezza e che il comportamento di Berlusconi, in quel frangente, da donna di destra, proprio non mi era piaciuto». 

Poi si rimette al sole. Ma all’alba la sveglia la telefonata di Ignazio La Russa: «Giorgia, ma come ti è venuto in mente? C’è Berlusconi fuori dalla grazia di Dio. Hai visto il titolo? “Questo Silvio non mi piace”. Lo sai che mi ha detto? Questa ragazza mi ha già rotto le palle». Nel suo libro Giorgia riconosce l’imprudenza, ma in realtà si appunta la lite al petto come una medaglia.

Poi c’è il capitolo primarie, chi se le ricorda? Si preparavano le elezioni del 2013 e Berlusconi, magari per gioco, aveva fatto credere a tutti che il leader del centrodestra sarebbe stato scelto con una consultazione popolare. Ci cascarono in tanti: almeno undici, se non di più, erano pronti a candidarsi. L’ultima a non voler credere che fosse tutto uno scherzo fu Giorgia Meloni, testarda fino all’ultimo, tra qualche inquietudine e tanti sberleffi. Racconta allora che salì le scale di Palazzo Grazioli, per dire a Silvio che si metteva in proprio. Lui le rispose, pragmatico: «Va bene, ho capito. Dimmi: che cosa vuoi?». Sono fatti così, nati per non capirsi. 

Lei andò a fondare Fratelli d’Italia, lui la guardò allontanarsi, con la pena di chi vede una che va a buttarsi dal ponte dell’Ariccia. Ma anche sulle cose piccole il rapporto è sempre urticante. Ha raccontato La Russa a Tommaso Labate: «Ce ne andiamo a pranzo a Villa Certosa, con Giorgia. Lui ci fa vedere le sue farfalle, vive e imbalsamate. E lei, rivolta a Silvio: tu sì che potevi invitare una ragazza a casa e mostrarle per davvero la collezione di farfalle...».

Quando Salvini scavalca Forza Italia alle elezioni del 2018 si prende il diritto di parlare lui dalla tribunetta del Quirinale. Berlusconi lo tratta da ragazzo di bottega e mentre parla mima con le dita: uno, due, tre... come a controllare che abbia ripetuto bene la lezione. Matteo ne esce irritato, ma è Giorgia che, a favore di labiale, si rivolge a Silvio furiosa. Lui, a sua volta, non è mai tenero con lei. Liquidatorio: «Meloni? È leader a casa sua». Glaciale: «Non sostiene Draghi? Ne prendo atto con rispetto e con rammarico». Augurante: «Si isola e farà la fine della Le Pen».

L’ultima puntata si chiude con Berlusconi che sbatte la penna e digrigna i denti, e con Meloni glaciale, tanto da far rimpiangere di non essere su Netflix, che le serie le dà tutte di fila, e non devi aspettare per sapere come va a finire. Nel frattempo vale, metaforicamente (e pacificamente) parafrasando, il comandamento di Lee Van Cleef, il cattivissimo dei film western: «Se spari a un alleato uccidilo, o prima o poi lui ucciderà te».

 Berlusconi e Meloni: la storia del non si sono mai amati. STEFANO IANNACCONE su Il Domani il 16 ottobre 2022

La leader di Fratelli d’Italia non ha mai davvero cercato di costruire un feeling politico con l’ex presidente del Consiglio. Portando a compimento l’obiettivo di Gianfranco Fini: la rottamazione di Berlusconi.

Un dato accertato è che FdI è nato, nel 2012, con una scissione nel Pdl in dissenso con la decisione berlusconiana di annullare le primarie del centrodestra.

Il punto di non ritorno è stato sicuramente raggiunto all’inizio di quest’anno, nei giorni in cui Berlusconi ambiva all’elezione al Quirinale. Ma la leader di FdI non sostenne pienamente la sua candidatura.

Il foglio scritto a mano di Silvio Berlusconi a palazzo Madama e la replica all’insegna del «non sono ricattabile» di Giorgia Meloni sono solo l’ultimo atto di un feeling politico mai sbocciato. E che la leader di Fratelli d’Italia non ha mai davvero cercato di costruire, portando nei fatti a compimento quello che era l’obiettivo di Gianfranco Fini: la rottamazione del Cavaliere.

Le cronache di questi giorni consegnano un ribaltamento della scena: adesso è Berlusconi a pronunciare, metaforicamente, il «che fai mi cacci?», di finiana memoria, dal governo. L’operazione di Meloni prevede dei passaggi ben precisi: mettere ai margini Forza Italia nella squadra dei ministri, che saranno scelti in base al proprio gradimento.

RIPICCHE E INSULTI

Ma al netto di quel che sarà nelle prossime settimane, è la storia a raccontare di una relazione sempre sul filo del rasoio. Con un peccato originale: la mancata fascinazione da parte di Meloni verso il padre nobile del centrodestra, come ama definirsi l’ex presidente del Consiglio.

Le ragioni sono molteplici. Ci sono aspetti personali, per esempio il carattere molto diverso, e generazionali, con una evidente differenza anagrafica, 45 anni lei e 86 anni lui. E infine c’è un dato politico: la numero uno di FdI è consapevole di aver conquistato la guida della coalizione senza aver dovuto chiedere il permesso all’anziano leader forzista. Verso di lui non ha dunque alcuna sudditanza psicologica. Berlusconi non ha mai tollerato questo approccio, considerandolo un affronto.

Anche per questo ha mostrato, spesso in maniera plateale, la propria preferenza nei confronti di Matteo Salvini. Un caso significativo risale a marzo, nel corso della cerimonia che ha suggellato, seppure non ufficialmente, il legame con la deputata Marta Fascina.

In quell’occasione, tra gli invitati, c’è un’assenza pesante: Giorgia Meloni. E Berlusconi non perse l’occasione per definire Salvini «il leader più sincero». Un modo per tracciare il parallelo a distanza con Giorgia Meloni, che era già stata etichettata come «ingrata e irriconoscente». Aggettivi che rappresentavano il preludio, per certi versi soft, al «supponente e arrogante», affibbiato nell’ormai celebre foglietto compilato sui banchi del Senato.

Nella galleria delle ripicche c'è l'affermazione del presidente degli azzurri, che recitava: «Giorgia farà la fine della Le Pen», in riferimento alla capacità di aumentare i consensi senza poi poterli tradurre in possibilità di governare.

Addirittura nei primissimi giorni di campagna elettorale Berlusconi sosteneva una tesi polemica: «Meloni spaventa gli elettori», resistendo all’ipotesi di cederle la guida del centrodestra. Da parte sua, la premier in pectore ha assunto una linea chiara verso Berlusconi: «Non gli devo niente»; lasciando così intendere che il ruolo da ministra delle Gioventù, nel governo formato nel 2008, non fu una gentile concessione, bensì il frutto di un accordo politico.

SPACCATURA QUIRINALE

Il punto di non ritorno è stato sicuramente raggiunto all’inizio di quest’anno, nei giorni in cui Berlusconi ambiva all’elezione al Quirinale. Aveva chiesto una prova di compattezza all’intera coalizione per presentarsi come un profilo credibile, appoggiato titubanze dal centrodestra.

Puntava a realizzare il sogno di una vita: la scalata al Colle. Per questo convocò gli alleati a Villa Grande, proponendo le fotografie con sorrisi a favore di telecamere. Il tentativo era palese: ostentare una granitica compattezza. Il progetto è naufragato in malo modo. In quelle ore il leader di Forza Italia percepì lo scetticismo della presidente di FdI, che del resto non aveva perso tempo a dichiarare: «Se Berlusconi rinuncia, abbiamo altri nomi», scalfendo il muro creato sul nome del leader forzista.

Non che in passato ci sia stato un idillio. Anzi, sempre al Quirinale, proprio all’interno del palazzo, nel 2018 si è verificato un altro momento di tensione acuta.

Erano i giorni delle consultazioni dopo le elezioni politiche. Matteo Salvini, come previsto, parlò con i giornalisti a nome della coalizione, al termine dell’incontro con il presidente Sergio Mattarella. Al suo fianco c’era Berlusconi che fece lo show con l'enumerazione dei punti del discorso del leghista. E chiuse la conferenza stampa con un altro fuori programma: spostò Meloni, prendendosi il microfono e rivolgendosi ai cronisti con l’invito a «fare i bravi». Un gesto con cui si prese definitivamente la scena del momento.

Pochi minuti dopo, un video svelò come, parzialmente coperti da una tenda, Meloni e Berlusconi stessero animatamente discutendo mentre Salvini assumeva un’espressione perplessa e infastidita. Nulla di nuovo, peraltro.

Le cronache del 2016 riportano alla memoria il modo con cui Berlusconi chiuse all’ipotesi di puntare su Meloni per la corsa a sindaco di Roma, adducendo come motivazione la sua imminente maternità. «È una cosa chiara a tutti che una mamma non può dedicarsi a un lavoro che, in questo caso, sarebbe terribile perché Roma è in una situazione disastrosa», disse l’ex premier che sponsorizzava con forza la candidatura di Guido Bertolaso.

TUTTO NASCE CON UNA SCISSIONE

Ma non è certo un caso isolato. Un fatto politico ne è diretta testimonianza: Fratelli d’Italia è nato da una scissione nel Popolo delle libertà, causata dalla fuoriuscita di Meloni e di altri esponenti come Guido Crosetto, nome caldo del totoministri, e il neo presidente del Senato, Ignazio La Russa.

Fu un’iniziativa di dissenso verso Berlusconi, che nonostante le dimissioni da presidente del Consiglio volle ripresentarsi come leader del centrodestra alle elezioni del 2013, annullando le primarie che erano già state convocate. La spaccatura è in parte finita nel dimenticatoio, ma fin da allora il rapporto si è deteriorato.

Certo, c’è qualche traccia nella storia di Meloni che ha usato parole a favore di Berlusconi. Per esempio all’epoca dell’inchiesta sul caso Ruby. In quell’occasione, l’allora ministra per le Politiche della gioventù soccorse il premier: «Si sta delineando un'operazione giudiziaria che non sembra interessata a perseguire dei reati, ma solo a sfregiare l'immagine del premier eletto dai cittadini italiani».

E agli atti resta qualche dichiarazione di stima berlusconiana nei confronti di Meloni, come nell'intervista del 2017 al settimanale Tempi: «Di Giorgia ho sempre apprezzato determinazione, la competenza, il coraggio intellettuale, la capacità di analisi». Una delle eccezioni, di complimenti generosi, che confermano la regola di tensioni costanti. All’insegna del non c’eravamo mai amati. STEFANO IANNACCONE

Salvatore Merlo per “Il Foglio” il 16 ottobre 2022.

Ci sono sempre una “fidanzata” e una “assistente” particolare, volgarmente detta badante. Le due sono figure stereotipiche, come nella commedia dell’arte. E infatti a prescindere da chi siano e come si chiamino, assistente e fidanzata sono sempre amiche (è però l’assistente che ha portato la fidanzata ad Arcore). Entrambe esercitano molto potere e sono molto temute dunque anche assai odiate, si muovono di concerto come complici, sono autoritarie (specie la badante) e ovviamente secondo tutti i cortigiani del Castello e del partito entrambe portano il Sultano a sbagliare.

Già nel 2010, scherzando, Fedele Confalonieri chiamava il suo amico Silvio Berlusconi “il prigioniero di Arcore”. E già allora accadeva che una di queste signore, era Mariarosaria Rossi, l’assistente di dodici anni fa, in accordo con la fidanzata di allora, che era Francesca Pascale, non passasse al Cavaliere il telefono. Persino quando all’altro capo c’era il gran visir Gianni Letta. Oggi succede con Licia Ronzulli e Marta Fascina. 

Dura, durissima, la vita accanto a Berlusconi, uomo che vive al di sopra del rigo, mago e circense capace di tramutare la Fininvest in un partito, lo share in voti, l’acqua in vino, le zucche in parlamentari. Duro il vivere degli ondeggiamenti della volontà capricciosa di un Sultano bugiardo ma sincero, sempre impigliato nelle sue troppe contraffazione della realtà. E stata la badante di oggi, Licia Ronzulli, a farlo sbattere malamente contro Giorgia Meloni? A farlo perdere giovedì in Senato? Sì. Ma anche no.

Il Caimano zoppica, ma è ancora vivo. Tutto ciò che succede oggi, è già successo ieri. E certo Silvio Berlusconi è sempre più anziano, sempre più malfermo, sempre meno forte dal punto di vista elettorale, ma nessuna delle meccaniche di corte che in queste ore stanno alimentando il gossip di Palazzo e anche i retropensieri di Giorgia Meloni, sono una novità. Sembra quasi, anzi, di rivedere di nuovo lo stesso film di sempre. Oggi come ieri vuole la Giustizia e le Telecomunicazioni. 

E già circa dodici anni fa si diceva che il Cavaliere fosse nelle mani di un gruppo di Erinni e di un cerchio magico che lo orientavano. Il che era vero, perché lui voleva che fosse così. E infatti lo è stato, vero. Finché lui stesso, il Sultano diverso (e anche un po’ perverso), non si è poi scocciato e da un giorno all’altro ha deciso di cambiare sia la fidanzata sia la badante. Secondo una routine stabilita e immutabile che deriva dalla natura anomala, per non dire asiatica, della sua leadership così lontana dai codici delle istituzioni e della politica classica.

A cominciare dal fatto che la politica, Berlusconi la fa a casa sua da sempre, mica in Parlamento dove lo ha costretto ad andare Meloni giovedì mattina. Bonaiuti, Verdini, Cicchitto, Bondi, andavano tutti a casa del Cavaliere. E Niccolò Ghedini aveva addirittura una stanza tutta sua per restare pure a dormire: colazione alle dodici, il punto sulla giornata tra un boccone di carne e di verdura, la riunione della sera con un Crodino e le pizzette. Perché è così che al Sultano piace di più esercitare la sua funzione di capo. A casa. Con la badante e la fidanzata dunque. Da sempre. E’ lui che vuole così.

Ed è lui che alimenta tutte le leggende sulla sua vera o presunta prigionia. D’altra parte chi di noi non vorrebbe poter dare la colpa a un altro per le telefonate perse, per le chiamate rimaste senza risposta? Quando Mario Draghi ha chiamato Arcore, nei giorni disperati in cui il governo stava per cadere, non è riuscito a parlare con il Cavaliere. Questo lo sanno in molti. Ebbene il Sultano ha dato la colpa a Licia Ronzulli. Ed ecco la leggenda: “La Ronzulli non gliel’ha passato, voleva evitare che Berlusconi cambiasse idea. Voleva proprio far cadere Draghi”. 

Figurarsi se qualcuno può fare cambiare idea a Berlusconi, ben altri santi ci hanno provato. Ma la badante, assieme al cerchio magico, serve a questo. Uno scudo. Che dura finché il Sovrano, che non ama perdere, non si scoccia. D’altra parte a chi è andata la colpa del disastro di Forza Italia giovedì in Senato? A chi è stata imputata l’ostinazione di voler affrontare Giorgia Meloni in Aula? Alla Ronzulli, ovviamente. Come se la ex infermiera del Galeazzi di Milano fosse dotata di qualche autonomia o di intelligenza politica.

Come se l’ostinato, orgoglioso (e un po’ capriccioso) non fosse il Sultano di Arcore in persona, la cui forza e il cui carisma, benché senile o acciaccato, si riverberano nell’arroganza e nell’antipatia che Ronzulli suscita praticamente in tutti i suoi interlocutori politici e non. Compresa Giorgia Meloni. Anche quando volle rompere con Denis Verdini, con l’amato Verdini, il Cavaliere utilizzò la Rossi/Ronzulli, insomma la figura stereotipica della badante di Arcore. Gliela scagliò addosso. Perché lui non ama perdere e nemmeno licenziare. Lo fa fare agli altri.

Era il 23 luglio 2015, e le ultime parole di Denis, pronunciate nello studio di Palazzo Grazioli, poco prima che si rompesse il famoso patto del Nazareno e con questo anche il sodalizio tra lui e il Cavaliere, furono queste: “Presidente, io non posso prendere ordini da una ragazzina”. Certo, un tempo l’ostinazione di Berlusconi poteva essere aggirata perché esistevano mediatori come Gianni Letta e altri collaboratori con i quali gli avversari parlavano. Ora tutto il gruppo intorno al Cavaliere è più piccolo, scarno, quasi una ridotta.

Ma le meccaniche sono sempre quelle. “Guardi non esiste niente. Non ci sono Erinni, né badanti. E’ tutto Berlusconi. C’è solo Berlusconi. E se mi devo incazzare con qualcuno, io mi incazzo con lui”, diceva Daniela Santanchè dieci anni fa. E le badanti? “Recitano la parte che Berlusconi le assegna. Siamo tutti tasti di un pianoforte suonato da lui”. E non è certo al pianoforte che si possono attribuire le colpe del pianista.

Filippo Ceccarelli per “la Repubblica” il 17 ottobre 2022.

Il dubbio di Pulcinella: e se in tutto quello che è successo ci fosse anche lo zampino dell'onorevole Marta Fàscina, o Fascìna, la quasi moglie di Berlusconi?

Da una trentina di anni ormai l'osservazione e di conseguenza l'informazione politica hanno dovuto assumere i codici e lo sguardo con cui si cerca di decifrare le dinamiche di corte. 

È uno scrutinio al tempo stesso appassionante e ingrato perché, più che la razionalità dei progetti e delle alleanze, è la vita stessa che entra nuda e cruda nella contesa in termini di favoritismi, ambizioni, gelosie, tradimenti e ripicche ai quali, nel caso del Cavaliere, si sommano i circuiti famigliari, per giunta di primo e di secondo letto.

A farla breve, l'ipotesi è che l'altra settimana il vecchio e malconcio sovrano sia stato mandato a sbattere dalla coppia Ronzulli-Fascina, cuore del cuore di quel cerchio magico che in varie accezioni (giglio, raggio, tortello) comunque accompagna il processo di regressione tribale dei partiti in Italia. A differenza di Ronzulli, che dopo tutto voleva accomodarsi su una poltrona ministeriale di serie A, non è del tutto chiaro il movente che avrebbe spinto la muta e ieratica favorita a perseguire il fallimentare disegno di votare scheda bianca contro La Russa e quindi ai danni di Meloni. 

Si è letto che sulla faccenda sono intervenuti i figli, Marina e Piersilvio, più che scontenti della gestione politica e della figuraccia paterna: ed ecco che sull'orizzonte post-cortigiano della sconfitta s' intravede, con sintomatica puntualità, l'immagine di una Fascina espiatoria, con possibili intrugli e ripercussioni tali da rendere il momento ancora più aggrovigliato, sorprendente e teatrale - commedia e melodramma, tanto per cambiare.

Ora, non sono cose che si certificano dal notaio, ma pure a costo di allungare il tavolo del famigerato gossip assegnandogli respiro, funzione e perfino dignità, può tornare utile l'analogia, o se si vuole la serialità con cui vanno in scena le crisi nell'ambito del berlusconismo. Per cui tocca ricordare come nel giugno del 2016, allorché dopo la debacle alle amministrative il Cavaliere dovette subire una rischiosa operazione all'aorta, già all'ospedale Marina figlia, insieme ai vecchi amici e consiglieri tagliati fuori, puntò il dito sul precedente cerchio magico, cioè sull'accoppiata Francesca Pascale e Mariarosaria Rossi: «Stava morendo per colpa vostra!». 

Sono, come ovvio, questioni delicate e nulla impedisce di pensare che Silvione, cui aldilà di ogni convenienza le due si erano in fondo affezionate, fosse in qualche modo disposto a farsi "spremere come un limone" fino al cedimento fisico. Fatto sta che mentre giaceva al San Raffaele, fu fatta ritornare a villa San Martino la fedele segretaria Marinella, si affidarono i conti a un manager con un cognome degno di Flaiano, il dottor Cefariello, e soprattutto venne dato il benservito a Rossi.

Come molti ex di quel mondo (il maggiordomo Alfredo, il cuoco Michele, Walterino Lavitola e la stessa Ruby) la penultima "badante" si è poi lanciata nella ristorazione aprendo una pizzeria dalle parti di Caserta, "Codice Rossi". Ma fu proprio allora che per sostituirla accanto a Berlusconi, per scelta anche famigliare arrivò Licia Ronzulli che, oltre al vantaggio di essere un'infermiera, aveva dimostrato una certa abilità nella vendita del Milan. 

È dall'ufficio stampa della squadra rossonera che, forse non a caso, proviene Fascina, a quei tempi in versione assai meno compassata e capigliatura spensieratamente ricciolona. Nel 2018 le fu garantito un super collegio, venne quindi eletta e di lì a poco scalzò Pascale dal cuore del sovrano inaugurando in un nuovo cerchio magico.

A riprova di come tali entità della post-politica tendano a farsi soggetti autonomi, tanto la pariglia Rossi- Pascale favoriva l'ala moderata di Forza Italia, in primis Carfagna, quanto quella Ronzulli-Fascina virò verso un asse preferenziale con Salvini. E qui ci si ferma - magari in attesa di un terzo cerchio magico e cortigiano.

Quella campagna d'odio contro il Cav che ferì l'autonomia politica dell'Italia. Dal 2011 ai governi istituzionali, ebbe sempre ragione quando scelse da solo. Daniele Capezzone il 13 Settembre 2022 su Il Giornale.

Lascio da parte - in questa sede - ogni giudizio di merito su tutti gli esecutivi ricompresi nell'arco temporale che sto per indicare: ma è un fatto che, da quando fu dimissionato (anzi: fatto dimissionare, all'indimenticabile grido «fate presto») il governo Berlusconi nel 2011 sotto i colpi dello spread per far posto alla giunta tecnica di Mario Monti, tutti i governi (da Monti in poi, appunto) hanno avuto scarsa o nulla parentela con il voto degli italiani. Intendiamoci bene: le procedure costituzionali sono state sempre formalmente rispettate, e gli esecutivi hanno goduto di regolare fiducia accordata dalle Camere secondo Costituzione. Nessun golpe, nessuna violazione di alcuna regola: ma - questo sì - una sistematica sterilizzazione del voto popolare, e un progressivo divario tra l'esercizio del kratos e la sua supposta fonte, cioè il demos.

A onor del vero, sine ira et studio, alcune pagine della nostra storia politica recente andrebbero riesaminate: (...) il 25 aprile del 2009, a Onna, l'Italia vide e ascoltò un Berlusconi triumphans, reduce da un primo anno di legislatura tutto sommato lusinghiero, espressione di un governo al massimo di fiducia e di consenso, capace in quel momento - a torto o a ragione - di unire una robusta maggioranza sociale (...). Nessuno sa davvero - oggi - se proprio allora sia scattato un qualche clic, se sia entrato in azione un network, una rete di forze e soprattutto di portatori di interessi politici, finanziari, editoriali, imprenditoriali, certamente non solo italiani. Sta di fatto che, dalle settimane immediatamente successive, si scatenò una valanga di attacchi, un vero e proprio assalto in crescendo: un grappolo di rivelazioni «private», una cascata di iniziative giudiziarie, e campagne mediatiche martellanti e concentriche. (...) Poi la primavera-estate-autunno del 2011, con il lavorio antiberlusconiano dentro il PPE, l'azione corrosiva delle cancellerie, e il vertice di Cannes (...) con le formidabili pressioni merkeliane per imporre a Italia e Spagna una specie di anomalo salvataggio/commissariamento da parte del Fondo monetario internazionale, dopo una stagione di artificiosa altalena degli spread (...). Nel frattempo, dopo un voto, quello di inizio 2013, e un formidabile mese finale di campagna elettorale in cui Berlusconi si liberò (purtroppo, per poco) di alcuni consiglieri, della sudditanza al montismo, e riassunse toni antitasse, rimontando su Pierluigi Bersani e acciuffando un incredibile pareggio, si transitò verso un'altra legislatura improntata allo stallo politico e alla liquidazione progressiva del centrodestra: fallimento delle larghe intese (governo a guida di Enrico Letta), fuoriuscita di Angelino Alfano dal partito di Berlusconi (...), fino all'avvio dell'esecutivo guidato da Matteo Renzi. E intanto, lo stringersi della morsa giudiziaria: una condanna a dir poco discutibile contro Berlusconi, una manciata di altre inchieste pronte all'uso, l'atteggiamento pilatesco di Giorgio Napolitano, l'espulsione del Cav dal Senato, i servizi sociali. Chi scrive può parlare essendo «vergin di servo encomio e di codardo oltraggio»: fui molto vicino a Berlusconi, fornendogli qualche consiglio liberale (forse utile e coraggioso) nel momento in cui era in assoluto più solo (la campagna elettorale di febbraio 2013), e ne presi politicamente le distanze più tardi quando scelse (in Italia) il patto del Nazareno con Matteo Renzi (...).

Dissi allora e dico oggi con convinzione ancora maggiore che, per quante contestazioni si possano e si potessero fare a Berlusconi, in quei due, tre anni fu oggetto di un trattamento che, per colpire lui, ferì anche l'autonomia della politica e l'autonomia dell'Italia. E se Berlusconi ha avuto un torto maggiore, è stato quello di aver detto sì ai suoi consiglieri pronti ad allinearlo - in ultima analisi - ai desiderata istituzionali.

Massimiliano Panarari per “La Stampa” il 12 settembre 2022.

Abracadabra, a me gli occhi! Si sta celebrando, per l'ennesima volta, la «discesa in campo» di Silvio Berlusconi, l'«Illusionista Supremo». A schermi unificati, compreso il «dolce stil novissimo» di TikTok(Tak), come lo ha ribattezzato l'ultraottuagenario fondatore del primo partito personale italiano.

Piattaforma nella quale il dominus nazionale della «neotelevisione» postmoderna si è infilato sulla scorta del motto «bene o male, purché se ne parli», puntando al rimbalzo comunicativo sui media mainstream. "Missione compiuta" da questo punto di vista, mentre non si può dire altrettanto dei contenuti programmatici e dello stile comunicativo, che paiono arrivare per direttissima da un'altra era. Praticamente quella del suo trionfale debutto elettorale, quasi che il tempo sia stato congelato.

D'altronde, una delle parole che possiamo oggi più agevolmente associare al berlusconismo è quella di consuetudine, un pezzo del paesaggio e dell'arredamento (della vita pubblica). Se in queste ore di lutto i sudditi di sua maestà britannica realizzano che Elisabetta II è stata la Regina per antonomasia, e per molti decenni del Novecento una figura sempre presente (in senso letterale), noi italiani abbiamo, invece, il Cavaliere, al punto che per certe generazioni risulta impossibile immaginarsi una politica "deberlusconizzata".

E, dunque, sui social il Berlusconi degli anni Venti del Duemila si propone con una propaganda marcatamente vintage, come se fosse appena uscito dalla macchina del tempo. Non essendo comunque il solo, ma ritrovandosi in abbondante compagnia, dal momento che - verosimilmente anche a causa della repentinità con cui siamo stati gettati in pasto al clima della competizione elettorale - molti partiti sembrano avere attinto in maniera massiccia ai propri temi e annunci «sempreverdi».

E hanno così finito per scodellare altrettanti "grandi classici" del loro repertorio, che si rivelano anacronistici e stridenti al cospetto del contesto politico-economico emergenziale in cui ci troviamo immersi. 

Peraltro, come documentato su queste pagine, il 96% delle promesse dei leader nella campagna odierna risulta privo delle relative coperture di bilancio. Pura prestidigitazione, in un Paese dove la tentazione di affidarsi con aspettative salvifiche all'uomo (o la donna) forte si rivela inesauribile. E dove il «pensiero magico», che prescinde dai numeri - i quali, poi, da ostinati disturbatori del manovratore arrivano sempre a presentare il conto (specie economico) -, è stato sparso a piene mani dai vari populismi.

Di cui, il berlusconismo, non per nulla, è stato l'incubatore e la start-up. Pertanto, il presidente di Forza Italia estrae dal suo cilindro di prestigiatore della politica quella che spera essere una gallina dalle uova d'oro (elettorali). Ovvero, la ricetta dei mille euro (almeno...) di stipendio mensile per «i giovani» (verosimilmente le stesse generiche fasce anagrafiche a cui su TikTok si rivolge con l'ineffabile tono di voce infantile del baby talk).

E, dunque, riecco l'«uomo col sole in tasca», in abbinata - ci si aspetterebbe - con un (gigantesco) tesoretto. Il quale, però, non c'è. Prima gli "impegni" e le promesse ai pensionati, ora alle generazioni più giovani, e una posizione fattasi più titubante rispetto all'abolizione del "reddito di cittadinanza" grillino.

Siamo, appunto, di fronte all'iperottimistico libro dei sogni degli esordi, ma nel quadro di una finanza pubblica che non può minimamente permettersi di realizzarlo. Si potrebbe sostenere che la vita politica sia "inevitabilmente" fatta anche di corsi e ricorsi storici, ma qui si va parecchio oltre, con la campagna elettorale di Forza Italia che non si ferma a un nostalgico "ritorno alle origini" degli anni Novanta.

Ma compie un ulteriore, e retrotopico, grande balzo all'indietro, direttamente agli anni Ottanta dell'esplosione del debito pubblico, a cui tanto contribuì quel Bettino Craxi che era allora il riferimento politico di Berlusconi. «Se potessi avere mille euro al mese»... Solo che qui - a differenza di quanto evocava la canzone - non c'è nessuna «eredità di uno zio lontano, americano». Bensì un'Unione europea alla quale si deve rendere conto di un debito (sempre più) monstre, che ricade proprio sulle spalle dei più giovani.

Filippo Ceccarelli per "la Repubblica” l'11 settembre 2022.

Non senza fatica, e all'inizio procedendo un po' a scossoni, la macchina umana berlusconica e partita e nel presente assoluto della campagna elettorale cerca di regalarsi un pezzettino di futuro. 

Macchina umana e non politica, perché dopo tanti anni e quasi impossibile capire quale politica abbia fatto il Cavaliere, a meno di identificarla in lui stesso, nella sua persona fisica, nella sua vita, nella sua maschera talvolta degradatasi in macchietta.

Lo si dice con problematico rispetto, tanto più nel paese della commedia e del melodramma, sia l'una che l'altro posti convenientemente al servizio dell'"arte del far credere" e quindi tali da avergli fatto vincere un record di elezioni (1994, 2001, 2008) salvandolo da altrettante sconfitte. Se non altro per questo s'impone un tot di prudente umiltà dinanzi al fatto, all'apparenza irreale, che da un mesetto in molte stazioni ferroviarie sono in funzione degli schermi che ripropongono pari pari il Berlusca di 28 anni fa oltre all'inno primigenio di Forza Italia.  

A quel tempo l'attuale coordinatore elettorale Cattaneo aveva 14 anni, ma ancora gira l'antico "kit del candidato" con le medesime raccomandazioni pedagogiche destinate ai venditori Fininvest, essere gentili e presentabili, non distrarsi mentre si parla con gli elettori, niente barbe nè tatuaggi.

Nel frattempo riprende smalto, a suo modo, l'icona del fondatore, a partire dal sorriso e dalla calotta incatramata; peccato solo per la voce, ma il doppiopetto e lo stesso, idem la cravatta a pallini, la scrivania con le foto, il repertorio per catturare l'attenzione e farsi voler bene, tik-tok-tak muovendo la testa a mo' di campana e poi accampando, con il consueto megaloistrionismo, il primato mondiale di visualizzazioni.

S'intende: tutto già visto e stravisto, la parabola edificante "ho fatto tutti i lavori", l'aneddoto dei manifesti per la Dc nel 1948, con il solito brivido per l'attacco comunista e la fuga da record mondiale; poi la barzelletta autoironica sull'aereo e quell'altra piccantella sui bidet a Gheddafi, il numero galante sul numero telefonico da chiedere alla bella ragazza. 

Ecco, prendere o lasciare: sapendo pero che ogni volta, come in una fiaba o una leggenda l'intero pacchetto si arricchisce di qualche particolare inedito e fasullo, vedi l'altro giorno un incontro con De Gasperi e il part time come correttore di bozze al Corriere della Sera.

Non si cadrà qui nella retorica del disco rotto, se non altro perchè quando un disco rotto continua a girare così a lungo si e in presenza di un miracolo, altra parola tutta sua che prima o poi ci si aspetta verrà fuori, cosi come un accenno alle zie suore, in numero variabile. 

E per davvero non si vorrebbe farla troppo cervellotica, ma l'impressione e che il Berlusconi rimpipirinzito di questa fase si proponga ragionevolmente agli italiani come una loro abitudine; una presenza indispensabile, inconfondibile, insostituibile del paesaggio umano, prima che politico, di un intero popolo mai come oggi in bilico fra il vuoto di qualsiasi prospettiva di lungo periodo e il compiacimento della propria immutabilità. 

Già re Silvione I, anziano e decaduto, ma ancor più patriarca, come veniva da pensare vedendolo presentare con ribalda innocenza l'onorevole fidanzata: «Guardate che bella signora!», per poi incoraggiarla, fra Carlo Dapporto e Luigi XVI: «Dai, su, togliti il mascherino!»- il mascherino! 

Come programma: il Ponte sullo Stretto, un milione di alberi, il poliziotto di quartiere, il veterinario gratis, la dentiera e il reddito di cittadinanza «per i nostri genitori e nonni». Quanto tutto ciò possa rendere in termini di voti finisce quasi per esulare dal lascito della lunga età berlusconiana.

L'erosione, anche da parte della «signora Meloni», come ha preso a chiamarla dopo che per lui e stata «la Trottola», sembra verosimilmente compiuta. Ma il groviglio storico del berlusconismo resta qualcosa che va ben oltre la vittoria e la sconfitta in un turno elettorale. 

Il kit vademecum del candidato. Virginia Piccolillo per il “Corriere della Sera” il 30 Agosto 2022. 

All'inizio, nel '94, fu un borsone inzeppato di cravatte regimental, spillette, adesivi, gagliardetti, 15 videocassette di programma. E una valigetta con foto di Silvio Berlusconi e la versione karaoke dell'inno scritto da lui. Nel 2001 un cd-rom con i manifesti e la brochure con 120 foto di Berlusconi.

Nel 2006, lo «spartito» degli slogan coniati dal capo, il discorso da recitare e i consigli marketing per conquistare astenuti senza sprecare soldi. Quindi, nel 2013, l'era della sobrietà: uno scatolone azzurro con una videocassetta, un cd, un frasario in pillole e slogan sulle «balle di Monti e della sinistra». 

Quest' anno il kit del «buon candidato» è virtuale, con tanto di video; la gif, mini-immagine, di Silvio Berlusconi festante e un'animazione su come votare. 

In più un documento di 30 pagine che insegna «come vincere» firmato da Alessandro Cattaneo. Nato a Rho, 43 anni fa, cresciuto col pallino della politica a Pavia, dove è stato eletto sindaco a 29 anni, da ingegnere (elettronico) con fama di «secchione», declina il motto berlusconiano «chi ci crede combatte, non si ferma, e supera ogni ostacolo e vince» in 11 capitoli.

Spiegando che «l'organizzazione è tutto». E dispensando consigli a 360 gradi, da come conquistare il proprio collegio a quali temi usare. E quali no: «Sulla futura leadership di governo meglio soprassedere e ricordare il ruolo di Berlusconi che ha fatto nascere il centrodestra». 

Senza trascurare l'attenzione a «intonazione, postura e sguardo», «contatto visivo» («non lasciarsi distrarre da telefonate e sms») e, naturalmente, look. Lui, volto da «bravo ragazzo che piace alle mamme», cravatta e capelli sempre in ordine, li aveva da prima di entrare in Parlamento con Forza Italia. «Ai tempi del primo kit ero ancora bambino: mi sono candidato nel 2008.

Ma nel mio dna ho i canoni berlusconiani, a parte il tifo per l'Inter: mai avuto barba, né baffi, né tatuaggi», dice. 

Non è specificato nel manuale che Berlusconi non li gradisce. Si sa dal '94, quando i candidati vennero ricalcati sul personale Publitalia. E tutti a radersi, molti convertiti al Milan. Anche se qualche eccezione fu tollerata. 

«Io, Adornato e Giuliano Ferrara arrivammo con la barba e ce la tenemmo. Adornato un poco la scorciò. La tendenza di Berlusconi è guardare chi ha barba e capelli incolti come un pericoloso sovversivo. Ma nessuno ci disse nulla», sorride l'ex deputato FI, Paolo Guzzanti.

L'attenzione al dress code rimbalza dal '94, quando Achille Occhetto in abito marrone perse il confronto con Berlusconi in tv, e poi le elezioni. Siamo ancora lì? «Il "plasticato" in Forza Italia non esiste più. Anche se per noi la forma è anche sostanza: essere educati e in ordine è rispetto per le istituzioni e per l'elettore», chiarisce il responsabile nazionale dei dipartimenti di FI.

Sui social mette in guardia: «Sono importanti. Ma va privilegiato il contatto. Mi sono candidato sindaco ai tempi in cui Obama faceva campagna elettorale su YouTube. Ci provò il mio avversario. Sembrò innovativo. Ma ebbe solo 240 visualizzazioni, su 70.000 persone. Allora meglio non sottovalutare il porta a porta: contattare associazioni, opinion leader, parroci». 

Di persona, specifica la «check list per conquistare tanti voti», che raccomanda di «partecipare a tutte le cerimonie sacramentali o eventi importanti per la persona», «rispondere sempre al telefono» e ricordarsi che «un elettore di sinistra o grillino non è per forza un elettore perso». Il manuale fornisce slogan. Primo fra tutti quello sulla flat tax: «Pagare meno, pagare tutti», inventato direttamente da Berlusconi, assicura Cattaneo.

Suggerisce di usare alcuni concetti: «Scelta di campo», «lo scontro è tra noi e loro», il «centro è rappresentato da Forza Italia». E chiede di non citare i sondaggi: «Si allontanano gli indecisi e si accredita un risultato vincente dei nostri alleati». Su Calenda e Renzi consiglia di descriverne la «scarsa affidabilità». 

Il primo ironizza: «Finire sul manuale è un sogno avverato». «Il nostro non è un attacco ma una difesa attiva. Questo pseudo Terzo polo (quarto nei sondaggi) ci tiene nel mirino», dice Cattaneo. E ricorda la sua prima candidatura, a rappresentante di classe il primo anno di liceo: «Venni battuto da un compagno di classe ripetente. A Calenda dico: attento che a volte chi fa troppo il primo della classe viene sconfitto».

 

I "segreti" dietro la firma: così Berlusconi è sempre centrale. L'analisi della grafia del leader di Forza Italia rivela una personalità dotata di spirito d'iniziativa e dinamismo. Evi Crotti il 20 Agosto 2022 su Il Giornale.

Osservando le forme grafiche attuali (clicca qui), il ritmo vivace e lo spazio tra le parole si può dedurre come Silvio Berlusconi sia ancora dotato di spirito d’iniziativa, essenzialità di pensiero e dinamismo, fino a mantenere un atteggiamento attivo e produttivo, sostenuto come sembra da una buona vitalità e da stabilità di umore (vedi linearità del rigo di base che tende un po’ a salire verso destra).

L’energia, peraltro ben distribuita, lo rende tenace e quindi motivato a perseguire ciò che ha in mente. È difficile farlo recedere dai suoi intenti ed egli è anche capace di sacrificare cose materiali, piuttosto che venir meno ad un ideale nel quale crede fermamente. E quanto più è difficile il cammino, tanto più egli s’intestardisce nel portarlo avanti, quasi che la lotta non solo lo solleciti, ma diventi anche motivo di confronto. Anche il suo sorriso è infatti una sorta di sfida: da un lato vuole esprimere confidenza e benignità, e dall’altro dimostra un’aggressività verbale ma priva di rancore (vedi tagli della lettera “T” che svettano verso l’alto e la grande lettera iniziale del cognome).

Berlusconi è uno stratega, ma soprattutto un grande organizzatore e coordinatore di risorse. Potrebbe essere paragonato a re Mida, in quanto tutto ciò che tocca diventa produttivo; per questo può suscitare invidie negli avversari o in chi vorrebbe emularlo senza possedere le sue doti cognitive e creative.

Anche la firma, nella sua essenzialità, ma con le iniziali così ben evidenziate sia nel nome sia nel cognome, indica che non sempre egli riesce ad accordare il sentimento con la determinazione e quindi potrebbe lasciarsi coinvolgere emotivamente nella scelta delle persone.

Silvio Berlusconi è assolutamente lucido e presente, come conferma la scrittura che denota una notevole vitalità. Certi piccoli tentennamenti grafici (vedi la parola “intestardisce”) non interferiscono né sulla sua stabilità mentale, né sulla sua vita relazionale e sociale: nonostante l’età, che si voglia o no, egli non demorde dai suoi propositi (vedi buona tenuta del rigo, occupazione dello spazio grafico e firma con lettere iniziali grandi) cercando di essere ancora vincente quasi a sfidare la “malasorte” che lo ha da tempo perseguitato.

La pulsionalità, ancora assai presente (vedi lettere con allunghi inferiori allungati) indica un forte bisogno di corresponsione affettiva che però, limitando la lucidità emotiva, non sempre gli permette scelte idonee.

La schiatta lombarda. I primi, veri, colpevoli dello svacco istituzionale di oggi sono Berlusconi e Bossi. Iuri Maria Prado su L'Inkiesta il 19 Agosto 2022.

Hanno portato in Parlamento sfaccendati e disadattati, liberalesse della mèche, bifolchi e belle figliole da cene eleganti. Hanno elevato a sistema quella che, nella Prima Repubblica, era una quota fisiologica di impresentabili, preparando il terreno per l’analfabetismo al potere (anche nella parte avversa)

Il degrado plebeo delle assemblee legislative e, in generale, dell’ambito pubblico si deve all’opera di due principali, se non esclusivi, responsabili: Silvio Berlusconi e Umberto Bossi. Gli altri, pressoché tutti e con esperimenti di legittimazione non meno desolanti, hanno preso a seguirli senza perplessità, ma furono quelli, il Cavaliere e il finto medico di Cassano Magnago, a portare in Parlamento stormi di liberalesse della mèche, plotoni di addetti alle televendite e manipoli di sfaccendati vaccamadonna e puttanaeva distolti dall’interlocuzione col bianchino nei meglio bar della Padania irredenta a Roma ladrona.

Quel che è venuto dopo in campo avverso, dal mezzo coglione da centro sociale al coglione intero da sagra sindacal-pacifista, l’uno e l’altro sottratti al tremendo precariato da quarantaquattrenni presso papà e mammà, e sino al vento del vaffanculo impetuoso nelle vele del vascello dei venditori di lupini, dei fuori corso sempiterni, dei cancellieri di tribunale in carriera statica perché inetti anche a far fotocopie, dei giureconsulti con curriculum disco dance, dei disadattati, degli sgherri, dei teppistelli, degli ignoranti abbestia messi a presidente di commissione, a sottosegretario, dio santo, a ministro, tutto questo era preconizzato nelle liste elettorali di Forza Italia e della Lega di Bossi, ripiene secondo la specialità di ciascuna di bei giovanotti e care figliole uniformati in dress code da cena elegante e allegri bifolchi in impavida crociata da Pontida a Montecitorio: tutti, ovviamente, splendidamente refrattari alla pericolosissima esperienza di leggere qualcosa, studiare qualcosa, imparare qualcosa.

Non che la fedina culturale dei predecessori democristiani, comunisti, socialisti e insomma primo-repubblichini fosse sempre illustre, anzi, perché una quota di rappresentanza era pur concessa anche allora, perlopiù in funzione di interfaccia corruttiva o per irresistibile esigenza familista e clientelare, a qualche campione che non sfigurerebbe nell’odierna sentina dell’uno vale uno che ha perfezionato e diffuso la pratica berlusconian-bossiana. Ma si trattava, appunto, tra i ranghi di quei partiti tradizionali, di presenze testimoniali ed episodiche, non della regola, e in ogni caso non si assisteva all’elevazione a modello del villano rifatto, delle “signore”, come le chiama Berlusconi, che “sono bravissime e parlano anche l’inglese”, dei venditori di spazi pubblicitari istruiti a cantare meno male che Silvio c’è e del comunista padano che si preparava a manovrare le ruspe organizzando i cori contro i napoletani puzzolenti.

Il terreno del primo analfabetismo al potere l’han preparato loro, Bossi e Berlusconi. Le prime schiatte della canaglia parlamentare sono generate dai lombi di quella leadership lombarda. E viene da quella primogenitura il successivo e ormai irrimediabile svacco politico e istituzionale del Paese.

Fabio Martini per “la Stampa” il 18 agosto 2022.

La sua vita è questa: un'eterna replica. Oramai Silvio Berlusconi è un replay tenace - quasi compulsivo - delle stesse immagini e degli stessi refrain, da decenni sempre uguali a se stessi. E infatti rieccolo apparire in video il 17 agosto 2022: alle sue spalle riappaiono la stessa libreria, gli stessi libri, le stesse foto-ricordo che facevano da fondale alla video-cassetta di ventotto anni fa, quando il Cavaliere annunciò la sua discesa in campo. Stavolta Berlusconi parla di giustizia, un tema col quale ha una grande confidenza. 

Da quando lui è entrato in politica nel 1994, i magistrati hanno setacciato incessantemente ogni sua attività. Non che mancasse mai la "materia", ma a nessun altro imprenditore o politico italiano sono state dedicate le stesse cure. E le contromisure di Berlusconi hanno segnato la sua carriera politica: da capo del governo ha prodotto una serie di legge "ad personam" che lo hanno protetto dai processi, ma ne hanno affievolito il prestigio. 

Con un paradosso: Berlusconi denuncia da sempre la magistratura politicizzata ma nel suo quasi decennio a palazzo Chigi non è riuscito a produrre neppure mezza riforma del sistema-Giustizia. Certo, per il suo avvocato Niccolò Ghedini (scomparso ieri sera) le leggine personalizzate servirono «a dare maggiori garanzie ai cittadini, perché a nessun altro succedesse quello che è accaduto a Silvio Berlusconi».

Ma il paradosso resta ed è grande: Berlusconi è stato garantista con sé stesso, ma non con gli italiani.

Nel suo video agostano di queste ore c'è una piccola novità: Berlusconi non parla di sé ma di quelle «migliaia di italiani ogni anno processati e arrestati pur essendo innocenti», vessati davanti alle loro «famiglie, agli amici, sul lavoro». È a quegli elettori che si rivolge: ai milioni di persone lambite o colpite da un processo civile, amministrativo, penale.

Ma non è la prima volta. La sua "carriera" di sedicente vittima, di pluri-processato è una storia infinita e originalissima, anzi si può dire che tutta la carriera politica di Berlusconi sia iniziata e sembrava finita con la questione giustizia.

Quando la Prima Repubblica sprofonda, tra l'estate 1992 e la primavera del 1993, Silvio Berlusconi intuisce che la magistratura potrebbe presto occuparsi di lui. Prima di buttarsi in politica, appoggia con le sue tv le indagini di Mani pulite: in tal senso le telecronache "tifose" di Paolo Brosio per Rete 4 restano memorabili. Nella primavera del 1994, alla guida di Forza Italia, vince le elezioni e appena sei mesi più tardi viene raggiunto da un invito a comparire presso la Procura di Milano: Umberto Bossi ritira la fiducia della Lega e il governo entra in crisi. Passano sette anni prima che Berlusconi rivinca le elezioni.

Riecco le inchieste: tra il 2001 e il 2006 il governo di centrodestra approva una sfilza di norme che aiutano il presidente del Consiglio a proteggersi dai processi. Una striscia mozzafiato. La legge sulle rogatorie internazionali, sul diritto societario, sul legittimo sospetto, sulla protezione dai processi delle alte cariche dello Stato in carica, sulla riduzione della prescrizione, sul legittimo impedimento. Silvio si salva ma perde prestigio e l'eterogenea Unione di Prodi riesce a vincere le elezioni del 2006. 

Ma la giustizia non "lascia" Berlusconi. Nel 2013 il Cavaliere viene condannato in via definitiva a quattro anni di reclusione e all'interdizione ai pubblici uffici per due anni per frode fiscale decadendo quindi da senatore. Dopo ben 20 procedimenti - schivati nei modi più diversi o anche archiviati - quella per frode fiscale è stata la prima condanna in via definitiva. All'origine di tanta, decennale attenzione da parte dei Pm c'è forse il suo ingresso in politica? Mamma Rossella, che conosceva bene il suo Silvio, nel 1997 disse: «La politica? Che cosa terribile. Io non volevo. Ma lui mi rispose che sentiva una forte spinta dentro di sé. Comunque, se non fosse andato in politica sarebbe stato meglio». 

Fabrizio Roncone per il Corriere della Sera il 7 agosto 2022.

I  capelli. Bisogna cominciare dai capelli. Il Cavaliere è ancora pieno di capelli. Neri, fitti, perfettamente incollati. Tutti noi, invece, ormai ingrigiti, canuti, spesso costretti a bocce lucide.

Dettagli. Ma poi forse mica tanto. 

Perché ventotto anni dopo la sua prima campagna elettorale, Silvio Berlusconi ne comincia un'altra cercando di fare sempre Silvio Berlusconi. 

Slogan appena riverniciati, la voce appena meno vellutata, un filo meno magnetica la luce nello sguardo. Il confronto tra le immagini d'epoca e quelle attuali è però piuttosto clamoroso. Uno del suo staff: dottore, non che sia una gran botta di novità, si potrebbe almeno eliminare la cara vecchia cravatta di Marinella a pois? Lui accetta poco convinto. Ma poi pretende che tutto il resto della scenografia resti intatto. Il colpo d'occhio non deve cambiare (spiega Giorgio Mulè, potente esponente di Forza Italia: «Davanti alla campagna demonizzatrice scatenata da Enrico Letta, non vedo quale migliore campagna mediatica di risposta possa esserci, se non quella già risultata vincente nel 1994»). 

Eccolo, allora, il Cavaliere, nel primo video di una lunga serie, pillole di programma che fa rimbalzare sul suo canale Instagram, sperando che diventino virali: con una camicia blu sotto la solita giacca blu rinforzata dalle solite spalline anni Novanta, seduto alla solita scrivania, le solite foto rassicuranti dentro le solite cornici d'argento (in una s' intravede il figlio Pier Silvio con un bambino), la solita enciclopedia nella solita libreria bianca, la solita bandiera italiana accanto a quella europea, il solito sorriso rassicurante sotto un velo di cerone. 

E che dice, il Cavaliere? 

Inizia con un pezzo del suo repertorio più classico: l'attacco alla sinistra (anche se poi, certo: è insieme al Pd che Berlusconi ha sostenuto il governo guidato da Mario Draghi e memorabile resta la sua visita al Nazareno del 18 gennaio 2014, invitato dal segretario dem dell'epoca, Matteo Renzi; simpatia reciproca, e stima, e tanti grandiosi propositi condivisi; scrissero: sta nascendo il Renzusconi. Parlarono a lungo: il Cavaliere seduto sotto una foto di Bob Kennedy, Renzi sotto uno scatto di Alberto Korda, con dentro Fidel Castro ed Ernesto Che Guevara - quando ci ripetiamo che in questi anni di politica italiana abbiamo visto tutto e il contrario di tutto, purtroppo, è vero). 

Comunque Berlusconi torna all'antico. E dice: «Una pillola al giorno del nostro governo... Dovrebbe togliere di torno i signori della sinistra».

La prima pillola: «Quando saremo al governo applicheremo una flat tax al 23% per tutti» - incurante del monito di Giorgia Meloni, che l'altro giorno aveva pregato i suoi alleati: «Per favore: adesso non cominciate a promettere cose che sappiamo di non poter poi mantenere». 

Ma Berlusconi è Berlusconi. Anche a 85 anni e dopo le stagioni rocambolesche, pazzesche che sappiamo, tra divorzi e fidanzamenti, processi e condanne, ricoveri e rivincite e infatti è ancora lì nel ruolo del grande capo assoluto del centrodestra, incurante dei sondaggi e abilissimo nel convocare a casa sua i summit con i suoi due alleati (la Meloni, un po' scocciata, alla fine è sbottata: «Forse sarebbe il caso di cominciare a riunirci da un'altra parte, eh?»). 

Curiosità per le prossime pillole social. Sebbene poi molti temi il Cavaliere li abbia già annunciati nei giorni scorsi, e spesso - così torniamo alle parole dell'onorevole Mulè - sembrano ricalcare slogan del passato. Tipo: «Nessuna patrimoniale, nessuna imposta di successione, nessuna tassa sulle donazioni». Oppure, più esplicito: «Torneremo ad istituire, come già esisteva nei governi che ho guidato io, il ministero degli Italiani nel mondo» (lo affidò all'ex repubblichino Mirko Tremaglia). Poi, l'argomento soldi: «Penso a una pensione minima di mille euro» (che un po' ricorda l'assegno da un milione di lire promesso alla vigilia delle Politiche 2001). Le dentiere: «Gratis per gli anziani bisognosi» (frase identica a quella del 2014). La svolta green: «Prometto di far piantare un milione di alberi all'anno» (che comunque sembra più fattibile di un altro storico annuncio: «Prometto un milione di posti di lavoro»).

Frase cult, di adesso e di 28 anni fa: «L'Italia è il Paese che amo». Stavolta, però, il piano è diverso: non vuole diventare presidente del Consiglio (la pazienza di Meloni ha un limite). Vuole invece tornare a Palazzo Madama: in quell'emiciclo da dove fu mandato via il 27 novembre del 2013, dopo la condanna per frode fiscale. Sensazione precisa: siamo appena all'inizio. Se Berlusconi ha deciso di fare davvero ancora Berlusconi, e di ispirarsi alle campagne elettorali del passato, possiamo aspettarci pillole quotidiane notevoli. Per capirci: nel 2006, annunciò che chiunque lo avesse votato, «sarebbe campato cent' anni». Lo guardammo increduli. E lui: «Avete capito bene. Ho infatti l'orgoglio di dire che il mio governo ha incrementato l'aspettativa di vita degli italiani da 78 a 80 anni, e per le donne da 81 a 83». Cronaca: alle 20:42, la prima pillola su Instagram ha ottenuto 2.678 cuori (pochini) e 235 commenti (la maggior parte di puro entusiasmo, alcuni graffianti, e irriferibili).

Michele Serra per la Repubblica il 7 agosto 2022.

Che un multimiliardario proponga, sorridendo, un'aliquota fiscale uguale per tutti, dal piccolo commerciante al grande manager, dalla ragazza con la partita Iva al professionista strapagato, è una oscenità non solamente politica, anche morale, che rischia di sfuggirci, e sicuramente sfuggirà - come da anni accade - ai suoi elettori. Perché la progressività delle tasse è un elementare principio di equità, e il ricco che propone al povero di pagare la sua stessa aliquota è, politicamente parlando, un ladro che elogia il suo furto.

Siamo così compresi a parlare della Giorgia e del Salvini che rischiamo di dimenticare chi è, a destra, largamente il peggiore, primo artefice del deterioramento della politica italiana. Colui senza il quale nulla è spiegabile, non la deriva populista della destra italiana (fu il primo dei populisti), non la sua solida componente neofascista (fu il primo degli sdoganatori), non il complessivo deterioramento culturale dell'intero quadro politico, sinistra compresa (fu il primo dei semplificatori, dei demagoghi, dei soppressori del linguaggio critico a vantaggio della ciancia pubblicitaria). La sua immagine recente, vuoi del vecchietto accattivante, vuoi dell'anziano e saggio moderato, è tipicamente consolatoria. Serve a dimenticare che Berlusconi è stato il nostro Trump, ha svuotato la destra conservatrice e borghese per farne una fabbrica di demagogia (fa testo il disgusto di Montanelli) e soprattutto ha tenuto bene da conto - come Trump, come tutti gli straricchi - i suoi interessi personali. Il più di destra, a destra, è sempre lui: da trent' anni.

L’ETERNO RITORNO. Berlusconi è tornato e si candida al Senato dopo l’espulsione per la frode fiscale. NELLO TROCCHIA su Il Domani il 22 luglio 2022

Lo avevano definito ‘moderato’, ‘garante’, ‘padre nobile’, attribuendogli una generosa resipiscenza, ma Silvio Berlusconi è tornato quello che è sempre stato: un caimano. E in una notte ha ribaltato il governo di Mario Draghi, approvando la spallata del fido Matteo Salvini e salutando con una battuta funerea i fuoriusciti da Forza Italia, «riposino in pace».

Il primo effetto della fine anticipata dell’esecutivo delle larghe intese è servito: il ritorno del leader di Forza Italia. 

Gli ultimi giorni prima delle dimissioni di Mario Draghi sono intensi e Berlusconi si prende la scena. Torna e oscura l’alleata Giorgia Meloni, in crescita nei sondaggi e oppositrice del governo Draghi, ma mal digerita dall’ex primo ministro. Se c’è lui, gli altri sono un corredo. NELLO TROCCHIA

La rivincita sull'ingiustizia. Paolo Guzzanti il 23 Luglio 2022 su Il Giornale.

Lo cacciarono usando una legge con valore retroattivo non riuscendo ad estrometterlo dalla politica con le armi della democrazia e il risultato fu che Silvio Berlusconi fu messo in un angolo.

Lo cacciarono usando una legge con valore retroattivo non riuscendo ad estrometterlo dalla politica con le armi della democrazia e il risultato fu che Silvio Berlusconi fu messo in un angolo. Trattato come il capitano Dreyfus il quale, benché fosse innocente, fu portato nel mezzo del quadrato militare e spogliato delle mostrine, le decorazioni e gli spezzarono anche la sciabola. Dovettero passare anni prima che la scatenata campagna di Emile Zola con il suo famoso libro J'accuse (io accuso) facesse ripetere il processo che riconosceva il capitano, la cui unica colpa era di essere ebreo, totalmente innocente dall'accusa di essere una spia tedesca.

Ma il capitano, nel frattempo, si era stancato di combattere e aveva perso ogni fiducia nella giustizia francese. Non così ha reagito Silvio Berlusconi che ha seguitato, restando fuori dalle Camere italiane, a farsi eleggere al Parlamento Europeo dove ha raccolto una serie importantissima di riconoscimenti da tutte le parti politiche europee. E adesso - questa è la notizia - intende tornare in Parlamento scegliendo il Senato: lo stesso da cui fu estromesso nel 2013 in barba ad ogni cultura sia giuridica che parlamentare, cacciato affinché non raccogliesse più l'antico consenso e dunque abbattuto come un animale da sacrificare. Ai bei tempi in cui Berlusconi raccontava molte barzellette divertenti, rielaborò quella del tizio che era sopravvissuto a una quantità eccezionale di incidenti, E quando qualcuno chiede, nella storiella, che cosa ne fosse poi stato di un tipo del genere, il narratore risponde allargando le braccia: «Alla fine, l'abbiamo dovuto abbattere».

E fu proprio ciò che accadde al fondatore di Forza Italia: sottoposto a una mitragliata di oltre sessanta processi, fu condannato per evasione fiscale per fatti accaduti mentre era Primo ministro e per una somma assolutamente ridicola rispetto alla misura della sua contribuzione fiscale. Sulla base di quella sentenza gli fu applicata la legge Severino che stabiliva, per la prima volta nella storia del Parlamento e di tutti i Parlamenti liberali, che si poteva applicare questa legge anche con valore retroattivo, e il Senato, approvò e l'ex leader di un grande partito che aveva bloccato la corsa al governo degli ex comunisti del PDS dopo l'operazione giudiziaria detta «Mani Pulite» che aveva falciato tutti i partititi democratici tranne i comunisti, pagò il fio della sua colpa originaria. Buttato fuori dal Parlamento dove era stato mandato da milioni di italiani. E già allora si cominciò a parlare ossessivamente del «dopo Berlusconi» come di una nuova.

Come giornalista credo di aver dovuto scrivere una ventina di volta, spiegando la povertà dell'idea, un articolo sul «dopo Berlusconi». Non c'è mai stato un dopo-Berlusconi e la prova è sotto gli occhi di tutti: l'uomo che era stato - unico caso - estromesso dalla Camera alta del nostro Parlamento, torna per prendersi anche la soddisfazione di parlare di nuovo in quella stessa aula da cui fu espulso con un atto antipolitico e anticostituzionale.

Viene in mente il grande oratore romano Cicerone che, costretto all'esilio per una sentenza ingiusta, quando fu finalmente assolto tornò al Senato e con aria distratta cominciò il suo discorso con un sarcastico «Heri dicebamus», come dire: dove eravamo rimasti ieri? Facendo finta che nulla fosse accaduto. Vedremo quali saranno le parole con cui il rientrato senatore Berlusconi parlerà a Palazzo Madama per riprendere il discorso brutalmente interrotto.

(ANSA il 22 luglio 2022) "Nel nostro programma c'è l'aumento delle pensioni, tutte le nostre pensioni, ad almeno 1000 euro al mese per 13 mensilità, c'è la pensione alle nostre mamme che sono le persone che hanno lavorato di più alla sera, al sabato, alla domenica, nei periodi delle ferie e che hanno diritto di avere una vecchiaia serena e dignitosa e poi c'è l'impegno a mettere a dimora, a piantare ogni anno almeno un milione di alberi su tutto il territorio Nazionale". Così il leader di Fi, Silvio Berlusconi, al Tg5.

Berlusconi riparte con le solite millanterie da campagna elettorale. Piccolo campionario degli impegni strombazzati dal Cav, ricordando lo strabiliante "più dentiere per tutti" del 2014. Da huffingtonpost.it il 22 Luglio 2022

I nostri parlamentari andranno a casa dopo due legislature. Dimezzeranno i loro emolumenti. Sarà ridotto della metà anche il loro numero. Non cambieranno partito. Totale trasparenza sui loro redditi e attività. Abolizione finanziamento pubblico ai partiti". Chi lo promise, alle elezioni 2013? Grillo? Anche. Ma in realtà questo era il Patto del parlamentare che Berlusconi fece firmare a ogni suo candidato.

Berlusconi rilancia, la lunga storia delle pensioni a mille euro. Da adnkronos.com il 22 luglio 2022

Nel 2001 alzate a un milione di lire per una platea limitata, la promessa è tornata più volte

Portare le pensioni minime a mille euro. Un'idea che ricorre nella proposta di Forza Italia e del leader Silvio Berlusconi, a ogni elezione utile . E che affonda le sue radici nell'ormai lontano 2001, quando la promessa, parzialmente mantenuta per una platea limitata da alcuni criteri, fu quella di portare l'assegno a un milione di lire. Le parole con cui l'annuncio è stato reiterato nel tempo sono molto simili tra loro.

E' il 22 luglio 2022, è iniziata la campagna elettorale. "Nel nostro programma c'è l'aumento delle pensioni, tutte le nostre pensioni, ad almeno 1.000 euro al mese per 13 mensilità, c'è la pensione alle nostre mamme che sono le persone che hanno lavorato di più la sera, il sabato, la domenica, nei periodi delle ferie e che hanno diritto di avere una vecchiaia serena e dignitosa", dice il presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi, in una intervista al Tg5.

E' il 26 maggio 2019. "Una delle cose che faremo noi col prossimo governo è aumentare a 1000 euro, per tredici mensilità, le pensioni minime", annuncia Silvio Berlusconi ospite in diretta a Corriere tv.

E' il 19 novembre 2017, a Palazzo Chigi c'è Paolo Gentiloni. Ma a parlare è sempre Silvio Berlusconi. "Oggi nessuno anziano può vivere con una pensione minima di 500 euro: oggi è doveroso e indispensabile aumentare almeno a mille euro i minimi pensionistici. Nessun anziano deve essere escluso da questa misura, comprese le nostre mamme che hanno lavorato tutti i giorni a casa e che devono poter avere vecchiaia dignitoso".

E' il 13 maggio 2017. "Tutti hanno diritto di vivere la propria vecchiaia in maniera decorosa, senza preoccupazioni e senza privazioni materiali o morali. Per questo garantiremo a tutti una pensione minima di 1000 euro non tassabili per 13 mensilità, restituendo a tutti gli anziani la dignità del loro passato di protagonisti nella società, per il valore umano e l'esperienza di cui sono portatori": è la promessa elettorale per le amministrative 2017 lanciato dal leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi.

Silvio Berlusconi e la vecchia storia delle pensioni a 1.000 euro. Il Cav entra in campagna elettorale promettendo un milione di nuovi alberi l’anno (meno impegnativi del milione di posti di lavoro promesso nel 1994) e pensioni a 1.000 euro. Una costante di ogni elezione. Da Redazione tag43.it il 22 Luglio 2022

La campagna elettorale è cominciata. E Silvio Berlusconi non sta nella pelle, dicono i suoi. Intervistato dal Tg5 il Cav non ha perso tempo e ha snocciolato i punti chiave del suo programma: «Meno tasse, meno burocrazia, meno processi, più sicurezza, per i giovani, per gli anziani, per l’ambiente e poi la nostra politica estera». Un programma che si basa sulla  «tradizionale lotta alle tre oppressioni: l’oppressione fiscale, l’oppressione burocratica l’oppressione giudiziaria».

Pensioni a 1.000 euro, non proprio una idea nuova

Il Cav è partito in quarta con le prime promesse: portare le pensioni minime a 1.000 euro. Non esattamente una idea nuova che viene riproposta a ogni occasione utile, a partire dal lontano 2001 quando promise di portare l’assegno a un milione di vecchie lire. Questo giro ha aggiunto sul piatto pure un milione di alberi l’anno, sicuramente meno impegnativi del famoso milione di posti di lavoro promesso quando discese in campo nel 1994. Che diventarono un milione e mezzo sette anni dopo nel Contratto con gli italiani siglato da Bruno Vespa.

Pensioni dignitose a tutti, anche alle mamme

Che il Cav abbia da sempre un occhio di riguardo per pensionati e anziani è risaputo. Anche perché ormai tra aumento dell’età media, calo delle nascite e fughe di cervelli e braccia, l’Italia è diventata, parafrasando il film di Ethan Coen, un Paese di e per vecchi. Riavvolgendo il nastro, nel maggio 2019 a Corriere.tv Berlusconi annunciava fiero: «Una delle cose che faremo noi col prossimo governo è aumentare a 1.000 euro, per 13 mensilità, le pensioni minime». Una riedizione della promessa elettorale fatta nella campagna dell’anno precedente: «Porteremo a 1.000 euro le pensioni di tutti i dipendenti e anche di coloro che sono afflitti da disabilità e daremo la pensione a 67 anni a coloro che lavorano di notte, d’estate…». Un anno prima, nel novembre 2017 – a Palazzo Chigi c’era Paolo Gentiloni – il Cav dichiarava: «Oggi nessuno anziano può vivere con una pensione minima di 500 euro: oggi è doveroso e indispensabile aumentare almeno a 1.000 euro i minimi pensionistici. Nessun anziano deve essere escluso da questa misura, comprese le nostre mamme che hanno lavorato tutti i giorni a casa e che devono poter avere vecchiaia dignitoso». Mentre a maggio, in vista delle Amministrative di quell’anno, dichiarava: «Tutti hanno diritto di vivere la propria vecchiaia in maniera decorosa, senza preoccupazioni e senza privazioni materiali o morali. Per questo garantiremo a tutti una pensione minima di 1.000 euro non tassabili per 13 mensilità, restituendo a tutti gli anziani la dignità del loro passato di protagonisti nella società, per il valore umano e l’esperienza di cui sono portatori».

La parentesi delle dentiere e delle cure veterinarie gratis

Ancora indietro nel tempo, nel 2014, per le Europee del 25 maggio Silvio strizzava gli occhi agli over 70 promettendo dentiere gratis per tutti. In quell’occasione, per onore di cronaca, promise anche cure veterinarie gratis per chi non poteva permettersi le spese. L’effetto Dudù. Tornando ai pensionati, nel 2013 aveva ricavalcato il tema: «Bisognerà pensare ai pensionati facendo come abbiamo fatto e cioè quando portammo più di un milione pensionati a un aumento delle pensioni che consente di sopravvivere». E nel 2008? «La nostra proposta è condivisa dal Partito dei pensionati che ora sta con noi e prevede l’innalzamento delle pensioni minime, l’adeguamento al costo della vita di tutte le pensioni fino al livello di mille euro al mese».

(ANSA il 14 luglio 2022) - La Procura di Monza ha iscritto nel registro degli indagati per peculato il Senatore di "Cambiamo!" Paolo Romani, ex Forza Italia. Secondo le accuse avrebbe sottratto 350 mila euro dai conti del suo precedente partito, in parte facendoli "traghettare" attraverso una collaborazione con l'imprenditore Domenico Pedico, anche lui indagato. Lo rende noto la Procura di Monza. 

Già convocato per un interrogatorio, Romani si è avvalso della facoltà di non rispondere, ma ha reso dichiarazioni spontanee riservandosi di produrre successiva documentazione.

L'indagine svolta dal Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della guardia di finanza di Milano, coordinata dal Procuratore della Repubblica di Monza Claudio Gittardi, è partita da alcune segnalazioni per operazioni sospette sui conti di Forza Italia. Così le fiamme gialle hanno accertato come il senatore, tra il 2013 e il 2018, all'epoca Capo del Gruppo Parlamentare del Popolo delle Libertà, "avendo la disponibilità di somme di denaro giacenti" sul conto del partito presso una banca di "Palazzo Madama e intestato al gruppo Forza Italia e con delega a suo favore", si legge nei capi di imputazione, "si appropriava dell'importo complessivo di 83 mila euro", tramite tre assegni emessi a sua firma "e a sè intestati", per poi depositarli sul proprio conto corrente, in una filiale di Cinisello Balsamo (Milano).

Le fiamme gialle hanno ricostruito altre due operazioni analoghe. La prima per oltre 180 mila euro spostati sul conto dell'imprenditore Pedico, e su quello della 'CarontGraft D&Ksrl', attualmente in liquidazione, sempre riferibile all'imprenditore. Denaro poi dirottato da Pedico sui suoi conti personali, e poi restituiti a Romani, tramite altri assegni bancari. Il senatore avrebbe inoltre utilizzato 95 mila euro circa per spese personali e per il pagamento di prestazioni o professionisti non conformi al regolamento del Senato della Repubblica. 

Sandro De Riccardis per repubblica.it il 30 marzo 2022.

Il senatore Paolo Romani è indagato dalla procura di Bergamo per corruzione. Il nome del politico, per quasi trent'anni in Forza Italia e ora parte del nuovo partito di Giovanni Toti "Cambiamo", emerge da un decreto di perquisizione disposta dal pm Paolo Mandurino, nell'ambito di uno stralcio dell'inchiesta sul crac della società di lavoro interinale Maxwork, dichiarata fallita nel giugno 2015, in cui era rimasto coinvolto anche l'ex marito di Valeria Marini, l'imprenditore Giovanni Cottone. 

Con il politico sono infatti indagati per corruzione, e perquisiti stamattina, il fondatore dell'azienda Massimiliano Cavaliere, il commercialista Placido Sapia e l'ex responsabile amministrativa Giuliana Mila Tassari. Ma nell'inchiesta sono indagati anche l'ex europarlamentare di Fratelli d'Italia Stefano Maullu e il fratello Antonio Sandro, entrambi accusati di false comunicazioni al pm. 

Secondo l'impianto accusatorio della procura, i tre manager di Maxwork, nel gennaio 2015 avrebbero consegnato dodici mila euro in contanti a Romani, "come corrispettivo di un atto contrario ai doveri del suo ufficio". 

La somma sarebbe stata "materialmente consegnata in un plico chiuso, ritirato presso gli uffici della Maxwork da Antonio Sandro Maullu, su incarico di Stefano Maullu".

Una  circostanza che sarebbe "pienamente provata da una intercettazione ambientale" riemersa nel procedimento principale. Un audio "da cui risulta il ritiro da parte di Maullu Antonio Sandro, su richiesta di Paolo Romani, del plico destinato al medesimo Romani". 

I fratelli Maullu però, alla richiesta di fornire informazioni in procura, il 2 marzo scorso, "hanno escluso espressamente di essersi recati negli uffici della Maxwork per ritirare un plico, contenente la somma indirizzata a Romani Paolo, così rendendo false dichiarazioni". "Siamo stupiti di questa indagine, non si capisce quale sia l'atto contrario ai doveri d'ufficio - commenta il legale di Romani, l'avvocato Daniele Giovanni Benedini -. Cercheremo di capire nei prossimi giorni cosa ci viene contestato".

Francesco Storace per “Libero quotidiano” il 14 luglio 2022.

Da bambino lo giurò: in Parlamento ci voglio stare solo otto legislature e non un giorno di più. Lo hanno preso in parola... e con una votazione che appare clamorosa, Elio Vito non ha fatto in tempo a presentare le dimissioni da deputato che gliele hanno accolte in una ventina di minuti di "dibattito". 

C'è sempre una prima volta. Del resto, in quel Palazzo ci stava dal 1992, un'eternità, e si era messo a sparlare pure dei suoi, di Berlusconi e Forza Italia, degli alleati di coalizione. Difficile che potessero regalargli altri mesi di stipendio dorato, anche se lui ci sperava. In fondo Elio Vito ha stabilito un record. Cacciato al primo colpo. Stava sugli zebedei a tutti.

Non appena ha finito di parlare per il suo discorso d'addio alla Nazione, in 225 lo hanno aspettato in Aula e lo hanno piombato, accompagnandolo alla porta. Tutto, appunto, in una ventina di minuti. Una pratica da sbrigare velocemente perché non valeva nemmeno la pena di sprecarci tempo. 

Tutta colpa di CasaPound, potremmo dire. «Forza Italia ha deciso di stare con chi i diritti non vuole riconoscerli, di stare con neofascisti e con integralisti», ha detto Vito nell'Aula di Montecitorio. Un concetto che aveva messo nero su bianco contro il suo partito, Forza Italia, proprio nella lettera di dimissioni: la goccia che aveva fatto traboccare il vaso, «l'apparentamento a Lucca per il ballottaggio con formazioni estremistiche di destra».

In effetti, quell'alleanza - e nemmeno con simboli "estremisti" - ha fatto perdere la sinistra. Lui, Vito, si è arrabbiato per questo? 

Alla Camera in molti sostenevano che quella di Vito fosse una finta, "chissà quando si voteranno 'ste dimissioni". Dicono che, esperto da sempre di ostruzionismo, avesse trovato la maniera di farla franca annunciando il passaggio al gruppo misto della Camera.

Ma questa volta il presidente della Camera, Roberto Fico, ha capito la mossa («se uno si dimette da deputato cambia gruppo?», pare abbia detto) e ha calendarizzato al volo le dimissioni. 

È davvero raro che alla prima votazione un parlamentare che si dimette venga "accontentato". Poteva sperare, Vito, nel clamoroso precedente del senatore pentastellato Giuseppe Vacciano, che nella scorsa legislatura si vide respingere per ben cinque volte le dimissioni. Per non restare più a Palazzo Madama gli toccò aspettare la fine del mandato parlamentare. 

E ora Vito sbatte la porta di Montecitorio. Con livore, con la livorosa "coerenza" con cui si è esibito negli ultimi tempi su Twitter. Ha detto ieri: «Starò con le persone discriminate per l'orientamento sessuale e l'identità di genere, con i consumatori che vengono arrestati se anzichè andare dallo spacciatore coltivano cannabis, starò con chi non ha reddito, con chi non ha cittadinanza, chi non ha diritti»'. 

Non sopportava più gli alleati, e la controprova sta nella difesa d'ufficio del Pd, quasi una commemorazione in vita. «La Camera ha approvato le dimissioni di Elio Vito. Con i deputati Pd ho votato contro le dimissioni perché in Parlamento mancherà la sua voce di parlamentare serio, coerente, acuto». Parola della responsabile Esteri del Pd, Lia Quartapelle.

E le ha fatto eco, ovviamente, Alessandro Zan: «Ho votato contro le dimissioni di Elio Vito, amico e collega che ha sempre tenuto la schiena dritta per difendere i diritti». «Questa destra a voto segreto - ha aggiunto - si è voluta sbarazzare di un uomo libero che antepone la dignità delle persone ai diktat del partito. Grazie Elio». 

Ha dimenticato, Zan, che esistono anche dignità e valori degli elettori che votavano il partito e lo schieramento dell'onorevole Vito. Che non la pensano come loro due.

Elio Vito via dal Parlamento: «Forza Italia è illiberale. Carfagna e Bernini? Per i diritti solo sui social». Lo storico onorevole azzurro lascia Montecitorio e spiega le sue ragioni all’Espresso. «C’è chi i diritti vuole conquistarli e chi calpestarli. FI ha scelto di stare con chi non vuole conoscerli, di stare con i fascisti». Simone Alliva su L'Espresso il 13 Luglio 2022.

Alla fine, dice, lo hanno lasciato libero. Elio Vito aveva già annunciato di non poter coabitare, lui liberale di destra, con Forza Italia “oggi illiberale e intollerante”. Ora, dopo aver consegnato le sue dimissioni da FI, è stato “liberato” anche dal mandato parlamentare, votato dalla Camera grazie al voto di 225 deputati.

Dentro il Parlamento da 30 anni esatti, Vito entrò nel 1992 con la Lista Pannella e passò a Forza Italia nel 1996. L’inciampo originario che ha portato alle dimissioni dal gruppo di una vita, dice, è stato il ddl Zan, osteggiato e poi affossato anche da Forza Italia. Vito è diventato in pochissimo tempo una sorta di di militante per i diritti, ben voluto nonostante un passato ingombrante da volto duro e puro del berlusconismo. Va da sé che oggi nessun politico posizionato a destra può vantare la sua popolarità tra le file dei Pride e delle manifestazioni di piazza arcobaleno. «Forse perché nessuno nel mio ex partito ci crede veramente», rivela a L’Espresso. «Quello che resta oggi di Forza Italia è un partito con un leader che non è libero e dirigenti intolleranti e dispotici interessati a perpetuare il loro piccolo potere».

Elio Vito come si sente? Il suo intervento è stato molto duro nei confronti del suo ex partito che le ha dato tanto in queste tre decadi. Cito: “C’è chi i diritti vuole conquistarli e chi calpestarli. Forza Italia ha scelto di stare con chi non vuole conoscerli, di stare con i fascisti”.

«Con questo voto mi hanno dato ragione, confermando che ormai Forza Italia è una destra illiberale e intollerante. Per me va bene. Sarebbe stato più complicato restare. Penso di aver fatto una scelta coerente».

Forza Italia è un partito contro i diritti delle persone?

«Hanno votato contro il ddl Zan e hanno applaudito. Hanno votato contro il diritto all’aborto al Parlamento Europeo. Stanno facendo ostruzionismo sulla cannabis. Propongono emendamenti improponibili allo Ius Scholae. Sì, Forza Italia oggi è contro i diritti».

Mi perdoni ma Forza Italia non è mai stato il partito dei diritti, figuriamoci Lgbt.

«Non è vero. C’era un dibattito aperto. Oggi non esiste dibattito. Ma guardi che quello che vediamo è il risultato di un processo che si è consumato negli ultimi anni. Una volta le voci in dissenso erano ammesse. Le cose vanno viste con laicità. se non ti riconosci più in un partito lo lasci. Anche rispetto a questa vicenda si sono comportati in maniera intollerante».

Non l’hanno presa benissimo i suoi ex colleghi

«Hanno avuto un atteggiamento intollerante ma va bene così. Ho trovato uno spazio e una richiesta di diritti a destra che gli altri non vedono o non vogliono vedere. Mi sono dimesso anche per non disperdere questa richiesta che c’è di una politica dei diritti a destra».

Crede sia possibile in questo paese?

«È necessaria una destra anti-fascista e per i diritti in Italia. Però deve superare le ingerenze cattoliche. Ci sono tante le persone di destra che vogliono la liberalizzazione della cannabis, che sono contro le discriminazioni Lgbt. Ma guardiamoci bene intorno: con questi partiti e con questa classe dirigente non si può fare. Per conquistarla è giusto che la destra liberale e anti-fascista faccia delle alleanze programmatiche elettorali».

Ha sentito Silvio Berlusconi?

«No, no quello che devo dire lo dico pubblicamente».

Possiamo dire che i suoi rapporti con il partito dell’ex Cavaliere si sono logorati per via della legge Zan contro l’omotransfobia.

«Lì è iniziata la mia rottura con Forza Italia. Ero vice presidente del gruppo e abbiamo ottenuto che Forza Italia in commissione si astenesse. Ricordo che il testo del ddl Zan è frutto di un insieme di testi tra questi il testo Bartolozzi di Forza Italia. Durante una riunione di gruppo si raggiunse l’accordo: se passava l’emendamento di Costa, che inseriva l’articolo 4 sul pluralismo delle idee, noi come gruppo avremmo votato a favore del ddl Zan. Venne approvato eppure Forza Italia votò contro, io votai a favore in dissenso dal gruppo. Da allora quell’articolo 4, ripeto voluto anche da Forza Italia, è diventato la pietra dello scandalo che minacciava la libertà di espressione».

Ed è diventato anche molto attivo sui social, specialmente su Twitter.

«Da quel momento ho iniziato a utilizzare Twitter perché non c’era spazio nel partito. Non mi mandavano in televisione, non mi passavano i comunicati stampa. Erano anche infastiditi dalle mie dichiarazioni».

Ogni tanto sui social c’è chi le rinfaccia il suo passato. Nel 2011 fu al fianco di Berlusconi anche quando bisognava sostenere che Ruby fosse la nipote di Mubarak.

«Quello è uno spot che deve finire: rinfacciare cose di 50, 40 o 10 anni fa. Il voto su Ruby non era su Ruby. La votazione doveva decidere se autorizzare la perquisizione, chiesta dalla Procura di Milano, di un ufficio milanese di Silvio Berlusconi. Queste cose fanno viste contestualmente. Rinfacciarle così è antipolitica. Sono argomenti strumentali, ci vuole laicità anche in questo. Guardo con serenità al futuro, non al passato».

Nel suo partito gli occhi della comunità Lgbt guardavano speranzosi a Mara Carfagna o Anna Maria Bernini, spesso considerate persone vicino ai diritti lgbt. Deluso?

«No, perché non avevo illusioni. Mara è sempre stata parte di quella destra, basti pensare alla dichiarazione contro l’identità di genere o alla sua legge contro la gestazione per altri. Posizioni che io rispetto ma non condivido. Ma nessuno di loro si è mai avvicinato davvero alla comunità Lgbt. Neanche Anna Maria Bernini che dà una pennellata di arcobaleno al profilo Instagram e poi fa interventi contro il ddl Zan».

E adesso Elio Vito cosa farà?

«Sarò vicino come sempre alle persone, alle loro istanze, alla comunità reale. La politica deve tornare a fare questo. Non so cosa farò da grande ma sono sereno, libero. Continuerò a battermi per i diritti come sto facendo sulla Cannabis ad esempio. Farlo dentro il Parlamento non era più possibile ed io non volevo essere l’ennesimo trasformista. Ho militato molti anni in Forza Italia, sono stato dirigente, ho ricoperto ruoli di rilievo. Sono invecchiato e su molti aspetti sono cresciuto, ma sono a posto con la mia coscienza e anche con la mia storia. Fuori di qui c’è una comunità che lo riconosce e questa è la cosa più importante di tutte. Quanti colleghi del mio partito possono dire lo stesso? Nessuno».

Il sovvertimento delle elezioni del 2008. L’ammissione di Travaglio: contro Berlusconi e Conte sono stati due golpe. Piero Sansonetti su Il Riformista l'1 Luglio 2022 

Ieri Travaglio ha scritto un bell’editoriale sul Fatto Quotidiano, solo con qualche imprecisione. Ma nella sostanza condivisibile e storicamente fondato. Trascrivo qui la frase chiave, attorno alla quale gira tutto il ragionamento. “Il golpe servì a sovvertire l’esito delle elezioni a neutralizzarne i vincitori e a riportare al potere gli sconfitti”. È esattamente quello che è successo nel novembre del 2011. Ve lo ricordate? Berlusconi, alla guida di uno schieramento di centrodestra, aveva vinto nel 2008 le elezioni e aveva ottenuto una solida maggioranza sia alla Camera che al Senato.

Non solo gli elettori erano stati chiari nella scelta dello schieramento politico, ma anche sul nome del premier. Era proprio lui, il cavaliere, ad essersi formalmente candidato, prima del voto, alla Presidenza del Consiglio. E ad aver battuto il suo antagonista che era Walter Veltroni.

Poi tra il 2010 e il 2011 era successo di tutto. La fronda di Fini e subito dopo l’assalto dall’Europa che minacciava di mandare l’Italia in default. Costrinsero Berlusconi a ritirarsi, incaricarono come premier un uomo voluto dall’Europa, Mario Monti, e infine formarono un governo dove effettivamente il partito più importante, e cioè il Pd, era il partito sconfitto alle urne. Coincidenza assoluta con la descrizione di Travaglio.

Il quale però, a leggere bene l’articolo, in realtà non si riferiva al 2011 ma al 2021. È quello del 2021 che definisce golpe. Anche se in questo caso la descrizione non è precisa. Gli elettori non avevano scelto Conte, che neppure conoscevano e che non aveva partecipato alla battaglia elettorale e neppure sappiamo per che partito avesse votato. E Draghi non portò al governo gli sconfitti delle elezioni del 2013 (anche in quell’occasione lo sconfitto fu il Pd) per la semplice ragione che il Pd, lo sconfitto, era già al governo e ce l’aveva portato Conte.

Comunque son dettagli. È chiaro che se Travaglio parla di golpe per il 2021, certifica anche il golpe del 2011. Ci ha messo un po’, però alla fine si è convinto che Berlusconi, quando sbraita, ha quasi sempre ragione…

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” il 26 giugno 2022.

 Che cosa spinge un uomo che ha messo russi e americani intorno allo stesso tavolo a salire su un palco in una torrida giornata estiva per presentare il sindaco uscente di Monza, estraendo dal cilindro del perfetto venditore l'ennesima barzelletta rompighiaccio: «Hanno chiesto a cento ragazze se farebbero l'amore con Berlusconi: 33 hanno risposto "magari" e 67 "ancora?"»?

Che cosa lo induce a promettere, o minacciare, otto mesi di campagna elettorale ripetitiva e faticosissima, per lui e per quanti di noi lo seguono dal secolo scorso? A tornare in A con il piccolo Monza dopo avere vinto il mondo con il grande Milan? A salutare Chiara Ferragni e Fedez in un ristorante - «Sono l'unico più famoso di voi» - dimostrando che, se Fedez non sa neanche chi è Strehler, lui sa persino chi è Fedez? Ci si è sempre chiesti perché Berlusconi si fosse messo in politica, attività che palesemente lo annoia (non foss' altro che per la compagnia).

E la risposta è sempre stata: per salvare le aziende, evitare i processi, conservare il potere. Risposta giusta, ma bisogna ammettere che non basta più a spiegare questo accanimento. Se un signore di ottantasei anni seduto su una pila di miliardi preferisce raccontare barzellette sopra un palco invece che rimanersene in pace in una delle sue ville, significa una cosa sola: che gli piace. D'altronde fu lui a dire, quando gli chiesero qual era stato il momento più emozionante della sua vita: «La volta in cui un tifoso fuori dallo stadio mi gridò: Silvio, sei una bella f...».

"Berlusconi è ancora Cavaliere?". La vergognosa risposta di "Repubblica" che umilia l'ex premier. Libero Quotidiano il 28 maggio 2022

Silvio Berlusconi è ancora il Cav? A questa domanda ha risposto in modo piuttosto irriverente (e forse sguaiato) Francesco Merlo su Repubblica. Un lettore fa una precisa domanda: "Caro Merlo, perché continuano a chiamare Berlusconi cavaliere? Non gli era stata tolta l'onorificenza?".

Partiamo dalla fine della risposta di Merlo: "Berlusconi non fa più parte della Federazione Cavalieri del Lavoro, dalla quale si dimise un momento prima di essere espulso. Ma il titolo può essergli revocato solo dal presidente della Repubblica, e su richiesta del ministro dello Sviluppo economico. Dunque Berlusconi è cavaliere: "Leggo tante bugie sul fatto che io sia un ex cavaliere. Non è vero, non sono affatto un ex".

Ma dalle parti di Repubblica come sempre si fanno prendere la mano e così scatta l'elenco dei soprannomi che il Cav ha avuto in questi anni. Scrive Merlo: "Ho provato a raccoglierli: Bandanano, Nano malefico, Nanefrottolo, Psiconano, Nano pelato, Nano di gomma, Mafionano, Caimano, Cainano, Truffolo, Mentolo, Silviolo, Al Tappone, Tulinano (i tulipani vengono dai Paesi Bassi) Bellachioma, Bellicapelli, Berlosco, Berlusca, Berluscaz, Miliardario Ridens, Presidente Ridens, Berluscoso, Berluscraxi, Berluskane, Berlussonini, Burlesquoni, Bungaman, Cavalier Banana, Cavaliere del Cials, Cavaliere delle Cosche e delle Cosce, er Bandana, Figlio di Putin, Cavaliere Mascarato, Cavoliere, Papino, il Rifatto di Dorian Gray, Jena Ridens, l'Egoarca, l'Uomo di Arcore, Papino il Breve, Pirlusconi, Psicopapi, Reo Silvio, Sua Brevità, Sua Emittenza, Sua impunità, Testa d'asfalto, Viagrasconi, Berluscao, Berlusckaiser, Berluskamen, l'Unto del Signore, er Catrame, Frottolino Amoroso, Cav, l'Amornostro". Era necessario fare questo elenco per rispondere ad una semplicissima domanda?

Dalla rubrica della posta di “Repubblica” il 28 maggio 2022.

Caro Merlo, perché continuano a chiamare Berlusconi cavaliere? Non gli era stata tolta l'onorificenza?

Mirella Doni 

Risposta di Francesco Merlo

Nessuno lo chiama così per onorarlo. Il cavaliere è il solo nome neutrale di Berlusconi, il quale è un'antologia di soprannomi, che in politica proteggono la leadership, la riconoscono irridendola. 

Ho provato a raccoglierli: Bandanano, Nano malefico, Nanefrottolo, Psiconano, Nano pelato, Nano di gomma, Mafionano, Caimano, Cainano, Truffolo, Mentolo, Silviolo, Al Tappone, Tulinano (i tulipani vengono dai Paesi Bassi) Bellachioma, Bellicapelli, Berlosco, Berlusca, Berluscaz, Miliardario Ridens, Presidente Ridens, Berluscoso, Berluscraxi, Berluskane, Berlussonini, Burlesquoni, Bungaman, Cavalier Banana, Cavaliere del Cials, Cavaliere delle Cosche e delle Cosce, er Bandana, Figlio di Putin, Cavaliere Mascarato, Cavoliere, Papino, il Rifatto di Dorian Gray, Jena Ridens, l'Egoarca, l'Uomo di Arcore, Papino il Breve, Pirlusconi, Psicopapi, Reo Silvio, Sua Brevità, Sua Emittenza, Sua impunità, Testa d'asfalto, Viagrasconi, Berluscao, Berlusckaiser, Berluskamen, l'Unto del Signore, er Catrame, Frottolino Amoroso, Cav, l'Amornostro. 

Ma, torno alla domanda: Berlusconi non fa più parte della Federazione Cavalieri del Lavoro, dalla quale si dimise un momento prima di essere espulso. Ma il titolo può essergli revocato solo dal presidente della Repubblica, e su richiesta del ministro dello Sviluppo economico. Dunque Berlusconi è cavaliere: "Leggo tante bugie sul fatto che io sia un ex cavaliere. Non è vero, non sono affatto un ex".

Jacopo Iacoboni per lastampa.it il 27 maggio 2022. 

«Quali investimenti personali hanno [Berlusconi e Putin], che possono guidare le loro scelte in politica estera?». La domanda fu girata nel novembre del 2010 dal Dipartimento di Stato, allora guidato da Hillary Clinton, all’ambasciata americana a Roma.

Gli americani erano (e rimarranno) convinti che il rapporto tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin non fosse politico ma di affari, che tra Silvio e Vladimir ci sia stato qualcosa di più che gli innocenti regali come il celebre lettone di Putin. 

Come che sia, fu una stagione perigliosa e oscura. Il cui interesse si riaccende ora, nel pieno dell’aggressione della Russia all’Ucraina, e con le esternazioni filoputiniane del Cavaliere curiosamente riemerse.

Nel 2008 l’ambasciatore americano in Italia, Ronald Spogli, in un cablo spedito al Dipartimento di Stato e alla Cia, e rivelato dalla Wikileaks di allora, riferiva a Washington che la natura del rapporto tra Berlusconi e Putin era «difficile da determinare»: «Berlusconi ammira lo stile di governo macho, deciso e autoritario di Putin, che il premier italiano crede corrisponda al suo. (…)

L’ambasciatore georgiano a Roma ci ha detto che il governo della Georgia ritiene che Putin abbia promesso a Berlusconi una percentuale dei profitti da eventuali condotte sviluppate da Gazprom in coordinamento con Eni». 

Il Cavaliere, l’unica volta che rispose, per iscritto, negò tutto. L’ambasciatore georgiano non smentì mai. 

Di sicuro sotto Berlusconi l’Eni diventa – da prima grande azienda pubblica italiana – una specie di cavalleria del re nei settori di gas e petrolio. 

C’è soprattutto una storia, che tantissimi osservatori e commissioni parlamentari giudicarono opaca: nel maggio del 2005 Eni firma un accordo che avrebbe consentito a Gazprom Export di rivendere gas russo direttamente ai consumatori italiani.

La storia finisce nel 2008 anche all’attenzione della Commissione europea. 

Una commissione parlamentare italiana aveva scoperto diverse gravi opacità, ricostruite così nel 2008 in un saggio di Roman Kupchinsky per «Eurasia Daily Monitor»: una società viennese, Central Energy Italian Gas Holding (Ceigh) – parte di un gruppo più grande, Centrex Group – avrebbe dovuto avere un ruolo importante in quel lucrativo accordo Russia-Italia. 

Questa Central Energy Italian Gas Holding era controllata al 41,6 per cento da Centrex e da Gas AG, al 25 per cento da Zmb (la sussidiaria tedesca di Gazprom Export, ossia in pratica da Mosca), e al 33 per cento da due società milanesi, Hexagon Prima e Hexagon Seconda, registrate allo stesso indirizzo di Milano, e intestate a Bruno Mentasti Granelli, l’ex patron di San Pellegrino. 

Circolò allora una battuta, in Eni. «Che c’entra Mentasti col gas?». «Beh, con l’acqua gasata sempre di gas si tratta, in fondo». Il saggio di Kupchinsky trasformò la cosa in uno scandalo internazionale. 

L’accordo con Centrex fu cancellato. Ve ne furono altri? Ci furono rumor di un giacimento di gas kazako direttamente controllato dal Cavaliere. «Assolute sciocchezze», replicò lui. 

Forse il vero uomo del Cavaliere a Mosca non è stato tanto Valentino Valentini, che certo andava e veniva da Mosca, quanto il trasversale banchiere Antonio Fallico, e Angelo Codignoni, uomo di Silvio nei media in Russia, praticamente quello che istruisce Yuri Kovalchuk, oligarca putiniano e azionista principale di Bank Rossiya, su come creare l’impero tv del Cremlino: quello dal quale oggi i vari Vladimir Solovyov, Margarita Simonyan, Olga Skabeyeva, fanno ogni sera la loro propaganda bellica più scatenata contro l’Ucraina e l’Occidente.

Fallico ha raccontato a Catherine Belton nel suo strepitoso libro “Putin’s People” che Berlusconi faceva parte già negli anni ottanta del network economico e di influenza sovietico. 

Fu grazie a questo che i film Fininvest conquistarono un assai profittevole spazio in prime time sulla tv di stato russa fin da allora. 

Il banchiere narrò anche, a La Sicilia, che «negli anni 1986-88 Berlusconi, che aveva una sua casa editrice, Silvio Berlusconi editore, mi ha contattato perché interessato ad allargare le sue attività economiche anche nel mondo sovietico. Così diventai consulente di Fininvest. 

Quando nel 2004 aprimmo a Mosca la nostra sussidiaria, Zao Banca Intesa, Berlusconi ci fece la gradita sorpresa di presenziare all’inaugurazione insieme al premier russo di allora, Mikhail Fradkov». 

Legami che insomma arrivano da lontano e furono solo riattivati, negli anni delle trattative energetiche con Putin che allarmarono gli americani e la Cia.

È accertato che fu il Cavaliere a sostituire alla guida dell’Eni Vittorio Mincato, che obiettava sulla vicenda Centrex, con Paolo Scaroni. I contratti tra Gazprom e Italia diventano trentennali. Nel novembre 2008 Berlusconi a Mosca aveva incontrato il presidente russo, che allora era Dmitry Medvedev, e sottoscritto anche un accordo che prevedeva la costruzione di reattori nucleari di terza e quarta generazione in Italia (la cosa poi naufragò). 

L’energia era tutto, per la relazione Berlusconi-Putin. Ma anche il divertimento, il real estate, le vacanze. Le figlie di Putin, “Katya” e “Masha”, furono in vacanza a Porto Rotondo assieme a Barbara, la figlia più giovane di Berlusconi, nel 2022: lo stesso anno in cui Berlusconi vanta gli accordi, a suo dire epocali, di Pratica di mare. Lanno dopo, nel 2003, arrivò a Villa Certosa Putin stesso, con foto ormai celebri (indimenticabili anche quelle di Berlusconi col colbacco a Sochi).

Sono gli anni in cui la Costa Smeralda diventa un paradiso per oligarchi russi, Alisher Usmanov, che a un certo punto voleva anche comprare il Milan, di certo compra sette ville fantastiche (un paio oggi sequestrate da Mario Draghi), Roman Abramovich, che ancora nell’agosto 2012 vara il suo nuovo megayacht Solaris a Olbia, e andava alle feste da Berlusconi in cui Mariano Apicella stornellava Oci Ciornie, Oleg Deripaska, Vasily Anisimov, al quale vendette Villa Tulipano a Porto Cervo (Veronica Lario vendette invece Villa Minerva al re russo della vodka, Tariko Roustam), fino alle feste a Villa Violina di Usmanov, dove nel 2012 cantò anche Sting, forse per la sorella di Putin.

Con una mano cantava “Russians”, con l’altra suonava per i russians, simbolo di una stagione doppia e ambigua. Quasi tutti, oggi, sono sotto sanzioni, e non possono più mettere piede in Europa.

Cicchitto: «Berlusconi imbarazzante con se stesso a causa degli affari con Putin». Parla l’ex colonnello del Cav. «Se non ci trovassimo in questa situazione, con Draghi a Palazzo Chigi e Mattarella al Colle, saremmo di fronte a un disastro. Poi certo, il quadro sia nel centrodestra che nel centrosinistra è terrificante». Giacomo Puletti su Il Dubbio il 25 maggio 2022.

Fabrizio Cicchitto, ex colonnello berlusconiano e ora presidente di Riformismo& Libertà, spiega che sulla guerra «Berlusconi è imbarazzante verso se stesso» e che da questo derivano tutti gli scontri in Forza Italia. «Gelmini è in un vicolo sempre più stretto – spiega ma anche dall’altra parte non sono messi meglio perché sulla guerra Lega e M5S sono inattendibili allo stesso modo».

Presidente Cicchitto, pensa che i dissidi in Forza Italia porteranno a una rottura nel partito?

Non sono il mago Otelma e non so come andrà a finire, ma dico che la situazione è paradossale. Tajani e Ronzulli hanno da sempre una corsia preferenziale verso Salvini, perché pensano che seguendolo riuscirebbe a far eleggere dai venti ai trenta amici loro. Quindi insistono nella vicinanza con la Lega a prescindere dal quadro internazionale, verso il quale peraltro Tajani dovrebbe essere sensibile, visti i ruoli che ha svolto in passato. Se a ciò aggiungiamo che in Lombardia, regione importantissima e peraltro luogo d’origine della Gelmini, la gestione del partito viene affidata a Ronzulli, ecco che Gelmini si ritrova in un vicolo molto stretto. Dopodiché c’è un problema politico di collocazione internazionale.

Cioè?

Forza Italia è nata sul rapporto con il Ppe, con gli Usa e con l’Ue, non su quello con Putin. Se c’è qualcuno che pensa di aggregare una maggioranza contro l’Europa, vedi le ultime battute di Salvini, non ha capito in che mondo viviamo.

Da dove arrivano tutti questi problemi di Forza Italia?

I problemi in Forza Italia derivano da due fattori: gli automatismi psicologici che scattano in Berlusconi quando parla di Putin, dovuti a pregressi rapporti sia di affari che personali; dal rapporto di Tajani e Ronzulli con Salvini, che è l’inattendibilità fatta a persona. Non mi sento di fare previsioni di nessun tipo su un eventuale rottura nel partito, ma aggiungo che sarebbe vitale per l’Italia una legge proporzionale.

A proposito di questo, pensa che si riuscirà a cambiare la legge elettorale?

Non so se questo avverrà, ma viste le differenze esistenti tra i partiti sia nel centrodestra che nel centrosinistra, una legge proporzionale darebbe margini alla mediazione politica. Se invece prevalgono tendenze maggioritarie il rischio è che nel 2023, messo da parte Draghi, tutta Europa vedrebbe in quale realtà disastrosa vive l’Italia. Andremmo allo sbando sia rispetto alle politiche europee che rispetto alla politica estera. Draghi ha dato rispettabilità internazionale all’Italia e una relativa stabilità interna.

«Stabilità interna», con tutte queste polemiche tra i partiti di maggioranza?

Innanzitutto occorre dire che dobbiamo a tre fattori, cioè al Signore, all’entourage di Mattarella e a Renzi, se oggi ci troviamo nella situazione ottimale, cioè con Mattarella presidente della Repubblica e Draghi presidente del Consiglio. Se non ci trovassimo in questa situazione saremmo di fronte a un disastro. Poi certo, il quadro sia nel centrodestra che nel centrosinistra è terrificante.

Ce lo descrive?

Quando sarà tolto di mezzo Draghi, cioè probabilmente al termine della legislatura, entrambe le coalizioni mostreranno il proprio livello di inattendibilità. Solo in Italia con una pandemia ancora in corso e una guerra ai nostri confini si discute dei balneari. Ma il punto decisivo è la politica estera. Nel centrosinistra, sulla linea atlantica c’è una buona parte del Pd più Calenda, Bonino e Renzi. Ma non c’è il M5S. Quando leggo che Zingaretti, che è un buon presidente di Regione, dice che l’alleanza strategica è quella con il M5S, evidentemente reputa poco importante ciò che sta accadendo e prevalenti i minimi fatti di casa.

Eppure il M5S, pur avendo una posizione diversa da quella di Draghi, ha sempre garantito il proprio sostegno in Aula.

La Russia sta alzando il tiro e di fronte a questo il M5S dice che abbiamo già dato abbastanza, quando tra l’altro le cifre sugli aiuti militari forniti ci collocano quasi all’ultimo posto nel mondo. Per fortuna ci sono Usa e Gb. Quando Conte dice di eliminare gli aiuti militari, o è un cretino o è amico di Putin. Ai posteri l’ardua sentenza. A fronte ovviamente di un Enrico Letta che ha assunto una posizione netta.

Nel centrodestra ci sono posizioni ancora più diversificate, che ne pensa?

Nel centrodestra la situazione è raccapricciante. Per fortuna Meloni ha assunto una posizione chiara sul piano atlantico, ma va detto che la stessa Meloni, assieme a Salvini, ha dato il peggio sulla pandemia, contestando il green pass e, nel caso di Salvini, addirittura le mascherine e il distanziamento sociale, fino a cavalcare in parte i no vax. Sulla guerra, la Lega è inattendibile quanto il M5S, perché Salvini è un falso pacifista e un amico di Putin. Poi c’è Berlusconi.

E qui torniamo agli scontri di cui abbiamo parlato all’inizio.

Berlusconi è imbarazzante verso se stesso. Nei giorni pari è atlantista, nei giorni dispari filoputiniano. Sembra quasi che quando parla spontaneamente riemerga non solo la sua amicizia con Putin ma gli errori fatti nel gas. Quando sento parlare del gas da cercare in Algeria, ricordo che alle origini Enrico Mattei finanziò il fronte di liberazione nazionale algerino. Fino a una ventina di anni fa l’Eni importava dall’Algeria il 20 per cento del gas, poi con Scaroni, amico di Berlusconi, la cifra è arrivata al 10 per cento mentre il gas importato dalla Russia è arrivato al 38 per cento del nostro fabbisogno. È da qui che nascono tutti i problemi.

Quel malcelato putinismo di alcuni leader. Aldo Grasso su Il Corriere della Sera il 22 Maggio 2022.

Com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire. Senza giri di parole, venerdì Silvio Berlusconi ha consigliato all’Ucraina di arrendersi: «Io credo che l’Europa unita deve fare una proposta di pace, cercando di far accogliere agli ucraini le domande di Putin». Riferita a problemi così drammatici, la parola «domande» assume un suono grottesco. 

La presa di posizione di Berlusconi (tardivamente corretta sabato) ha lasciato esterrefatti molti esponenti storici di Forza Italia. Giuliano Urbani, uno dei fondatori del partito, ha criticato duramente il filoputinismo del vecchio leader. «Berlusconi ha pronunciato quelle parole ambigue senz’altro per il rapporto di amicizia che lo lega ancora a Putin». Irritata anche Mariastella Gelmini: «Dannose le ambiguità pro Putin. Ci siamo chiamati in passato “Popolo della libertà”, per la quale gli ucraini stanno combattendo». A pensarla come Berlusconi è rimasta solo Licia Ronzulli. O viceversa. 

Lasciamo perdere la vecchia amicizia e i racconti stravaganti sul lettone regalato da Putin, ma l’impressione è che il nuovo zar sia in credito di qualcosa, altrimenti non si spiegherebbe tanto malcelato putinismo da parte di alcuni leader italiani.

Anche nei momenti più tragici, il creditore è così premuroso da non lasciarti mai solo.

«Premesso che». Tutte le scuse dei filo putiniani per non condannare l’aggressione all’Ucraina. Iuri Maria Prado su L'Inkiesta il 23 Maggio 2022.

Dalla guerra del Vietnam a Big Pharma, ecco l’elenco non lontano dalla realtà delle giustificazioni patetiche addotte da chi fa il gioco del Cremlino.

Premesso che. Premesso che la Russia ha aggredito l’Ucraina, resta che l’Occidente ha le sue colpe. Premesso che la Russia ha aggredito l’Ucraina, resta che la Nato è la continuazione armata della logica imperial-capitalista. Premesso che la Russia ha aggredito l’Ucraina, resta che gli americani hanno fatto la guerra in Vietnam.

Premesso che la Russia ha aggredito l’Ucraina, resta che in Iraq non c’erano le armi chimiche. Premesso che la Russia ha aggredito l’Ucraina, resta che Israele occupa i Territori. Premesso che la Russia ha aggredito l’Ucraina, resta che negli Stati Uniti ci sono le cure mediche solo per i ricchi. Premesso che la Russia ha aggredito l’Ucraina, resta che Draghi stava alla Goldman Sachs. Premesso che la Russia ha aggredito l’Ucraina, resta che Zelensky ha la villa al Forte dei Marmi. Premesso che la Russia ha aggredito l’Ucraina, resta che c’è la deriva paleoliberista.

Premesso che la Russia ha aggredito l’Ucraina, resta che c’è lo sfruttamento dei campesinos. Premesso che la Russia ha aggredito l’Ucraina, resta che c’è la deforestazione dell’Amazzonia. Premesso che la Russia ha aggredito l’Ucraina, resta che Big Pharma è tutta in mano agli ebrei, e anche Hollywood. Premesso che la Russia ha aggredito l’Ucraina, resta che c’era il malgoverno Dc. Premesso che la Russia ha aggredito l’Ucraina, resta che in Via Fani c’era la CIA.

Premesso che la Russia ha aggredito l’Ucraina, resta che il padronato della finanza apolide vuole abolire lo statuto dei lavoratori. Premesso che la Russia ha aggredito l’Ucraina, resta che nell’acciaieria chissà cosa facevano e poi c’era il pronipote dell’estetista di Boris Johnson. Premesso che la Russia ha aggredito l’Ucraina, resta che Joe Biden è un gran maleducato.

Premesso che la Russia ha aggredito l’Ucraina, resta che dopotutto non è mica una Repubblica democratica fondata sul lavoro e quindi andiamoci piano prima di dare giudizi. 

Ora, premesso che sono stronzi, non farebbero prima a omettere la premessa e a dire che la guerra all’Ucraina è infine sacrosanta? Sarebbe meno complesso, diciamo.

I cavalieri del grande centro tra pacifismi e nemici. Paolo Mieli su Il Corriere della Sera il 22 Maggio 2022.

Vi fanno parte Lega, Forza Italia e Movimento Cinque Stelle. Li accomuna l’esibita devozione (intermittente nel caso di Salvini) nei confronti di Papa Francesco. Oltre a un’autentica passione per lo scostamento di bilancio, al non essere ossessionati dal rispetto delle regole europee (compresi gli impegni assunti con il Pnrr) 

Le parole pronunciate da Silvio Berlusconi, tre giorni fa, all’uscita dal ristorante «Cicciotto a Marechiaro» davano un’innegabile sensazione di schiettezza. Maggiore, l’autenticità, di quella rintracciabile nelle declamazioni dello stesso Berlusconi il giorno successivo alla Mostra d’Oltremare. Fuori dal locale napoletano, l’ex presidente del Consiglio aveva detto in modo nitido che — fosse per lui — si dovrebbe smettere di dare armi all’Ucraina; che, qualora si decidesse di continuare a fornire armamenti alla resistenza antirussa, bisognerebbe farlo di nascosto; e che l’Europa dovrebbe impegnarsi a costringere Zelensky a prestare ascolto alle indicazioni che gli vengono da Putin. Una cosa, quest’ultima, che fin qui non aveva proposto neanche Vito Rosario Petrocelli.

L’indomani, alla convention di Forza Italia, Berlusconi è stato meno sorprendente limitandosi a rievocare la propria militanza atlantica risalente al 1948 (stavolta omettendo però ogni menzione di Putin). E a richiamare il rischio che l’Africa venga lasciata in mano ai cinesi. Senza tralasciare l’appello per un coordinamento militare comune della Ue. Evocazione, quella dell’«esercito europeo», alquanto diffusa nel discorso pubblico italiano, ad uso di chi intenda manifestare una qualche presa di distanze dagli Stati Uniti.

Berlusconi ovviamente non si è poi sentito in obbligo di rettificare quel che aveva detto all’uscita dalla trattoria. Parole venute dal cuore, pronunciate nella consapevolezza che avrebbero avuto la dirompenza di un missile piovuto dalla Russia sulla politica italiana. Con conseguenze fin d’ora ben individuabili.

L’allocuzione da «Cicciotto a Marechiaro» ha aperto la via per la nascita — all’insegna del no alle armi all’Ucraina — di un nuovo Grande Centro del quale faranno parte Lega, Forza Italia e Movimento Cinque Stelle. Schieramento al quale Berlusconi porterà in dote l’ancoraggio al Partito popolare europeo. E che costituirà una sorta di approdo naturale per tre partiti anomali che hanno fatto la storia di questi trent’anni (Berlusconi più degli altri, quasi venti). M5S, Lega e Fi hanno all’attivo d’aver ottenuto, in fasi diverse del trentennio, alcuni ragguardevoli record di voti. Favorite (talvolta danneggiate) dalla presenza di leader impegnativi.

Tre formazioni che non hanno un’autentica parentela con la storia della Prima Repubblica. Né — eccezion fatta (forse) per Forza Italia — con i filoni tradizionali della politica europea. Tre partiti che nel corso della loro vita hanno dato prova di non essere refrattari ai cambiamenti di orizzonte, di strategia e di alleanze. Anche repentini. E che, per il motivo di cui si è appena detto, hanno come tallone d’Achille il non potersi fidare l’uno dell’altro. Li accomuna, però, l’esibita devozione (intermittente nel caso di Salvini) nei confronti di Papa Francesco. Oltre a un’autentica passione per lo scostamento di bilancio, al non essere ossessionati dal rispetto delle regole europee (compresi gli impegni assunti con il Piano nazionale di ripresa e resilienza). In politica estera, sono uniti da un’ostinata ricerca di orizzonti sempre nuovi. Ad est, s’intende.

Questo Grande Centro è già oggi largamente maggioritario in Parlamento. E, se rimarrà intatta la legge elettorale, al momento della composizione delle liste sarà determinante per entrambi gli schieramenti, centrodestra e centrosinistra. Ma, anche se si adottasse un sistema proporzionale, questo insieme di partiti, nelle nuove Camere, avrà quasi certamente i numeri per condizionare ogni possibile maggioranza. A meno che, nel Parlamento rinnovato, non si costituisca un asse tra Fratelli d’Italia, il partito di Enrico Letta e quelli di Centro. Un asse — però — assai improbabile.

Quanto a chi fa affidamento sulle potenziali secessioni dei Di Maio, Gelmini o Fedriga, va osservato che nelle retrovie della sinistra e dello stesso Pd si annidano truppe di dubbiosi pronte a rimpiazzare gli eventuali secessionisti ricongiungendosi al M5S nel nome dell’ostilità agli Stati Uniti e alla Nato. Truppe peraltro già ben visibili.

In attesa delle elezioni del 2023, si può notare che il minimo comun denominatore di questo Grande Centro, oltre alla quasi esibita antipatia per la causa di Kiev, è una ben individuabile avversione nei confronti di Mario Draghi nonché dell’attuale governo. Si intravedono dunque per l’esecutivo draghiano settimane, mesi di inferno: il percorso di qui alla fine della legislatura sarà disseminato di trappole e mine.

Unico particolare trascurato dai nuovi «partigiani della pace» è l’impegno atlantista di cui, negli ultimi tre mesi, ha dato prova il Capo dello Stato. Un impegno manifestato senza dubbi, incertezze, esitazioni. E che, proprio per questo, potrebbe riservare qualche sorpresa.

Giuliano Ferrara per “il Foglio” il 23 maggio 2022.

A Berlusconi Napoli fa male, gli dà letteralmente alla testa, lo rimbecillisce, lo mette in uno stato stuporoso e lo incita immancabilmente a dare di sé un’immagine molto giocosa, molto privata, e un tantino avventurosa. 

Un conto però sono i giochi d’amore, le passioncelle, la mondanità cortigiana, i narcisismi maschili, storie rosa più o meno eleganti che appartengono al privato di un uomo pubblico e meriterebbero un trattamento meno scioccamente puritano di quello che continua a essergli riservato da requisitorie moralistiche in giudizio, intollerabili, un altro conto è la guerra, che ha cause e conseguenze diverse. Qui la cosa si fa seria, e persino seriosa, e bisogna fare attenzione, provare a dare il meglio e non il peggio di sé stessi, il che non è sempre facile ma si può almeno tentare. 

Il leggendario Cav. si è impiastricciato in una dichiarazione di ambiente napoletano troppo goffa e leggera per essere annoverata tra le sue migliori, e stavolta il suo mentire sapendo di smentire (Vergassola) ha qualcosa di allarmante. So che è solo esuberanza e gusto della follia e della scanzonata libido comunicandi. Una volta mi chiamò Boris Johnson, giornalista anche lui zuzzurellone per lo Spectator, per chiedermi un contatto con il presidente. Perché no? 

Gli diedi il numero. Ma subito feci il numero per avvertire il mio amato Berlusconi: guardi che BoJo, insieme con quell’altro tipo bizzarro, la incastrerà in una conversazione o intervista il cui scopo è épater les bourgeois, dare scandalo, faccia attenzione. 

Stavolta in Sardegna, non a Napoli eccezionalmente, le cose andarono come dovevano ahimè andare, e ne risultò, dalla conversazione spericolata, un giudizio turistico sul confino dorato sotto il fascismo e sulle solite cose buone fatte da Mussolini, con altre amenità. Se avverti Berlusconi di stare attento, le cose possono andare peggio ancora che senza messe in guardia.

Naturalmente Berlusconi produce sempre un effetto verità, le sue gaffe sono la chiave della sua affidabilità come oracolo politico. Ha detto letteralmente che l’Europa deve convincere l’Ucraina a dare a Putin quello che chiede, ha parlato come un Travaglio qualsiasi, e ora lo sgabello glielo spolverano a lui. Ma ha anche riassunto, in breve, occamisticamente, tagliando i concetti col rasoio, quello che i pensatori cosiddetti “realisti” sostengono nel loro linguaggio sorvegliato e accademico, nel loro sopracciò.

La sproporzione di forza e il bisogno di rassicurazione mondiale sul terreno dell’economia e della stabilità sono tali, dicono i guru del realismo, che bisogna affrettarsi a trovare una via d’uscita per Putin, assecondando al tutto o in parte, meglio in parte, gli scopi di conquista territoriale e simbolica alla base della sua invasione di un paese di oltre quaranta milioni di abitanti, con le conseguenze che si conoscono a Bucha e a Mariupol. 

Tolto il timbro geopolitico, andando all’osso come sempre fa il grande comunicatore, si arriva al risultato: dare a Putin quello che chiede, ecco che cosa deve cercare di fare l’occidente o almeno la sua parte venusiana, l’Europa. Il che è evidentemente una bestialità politica, un errore peggiore di ogni crimine.

E’ un peccato, oltre che una delusione. Berlusconi non si dovrebbe mai spingere più a sud di Pratica di Mare, luogo in cui sperimentò con abilità e con i suoi mezzi amicali di businessman abituato alla stretta di mano il tentativo legittimo di aiutare a costruire una situazione di sicurezza in ambito Nato alla quale fosse possibile associare in un modo o nell’altro la Russia. 

In un’epoca che è mille epoche fa, prima della Crimea e del Donbas, forse anche in virtù del suo isolamento domestico e del blasone che gli apportava l’amicizia schröderiana con Putin, visto che Berlusconi non è l’unico businessman di stato, con la differenza che lui è businessman di mestiere e non un lobbista  acquisito, aveva visto giusto. Poi si è spinto fino a Napoli.  

Matteo Salvini difende Silvio Berlusconi e litiga con Mariastella Gelmini: “Dovrebbe contare prima di criticare”. Il Tempo il 22 maggio 2022

Stoccate a vicenda nel centrodestra, con ancora una volta Mariastella Gelmini protagonista. Dopo i problemi interni a Forza Italia è stato Matteo Salvini, leader della Lega, ad attaccare il ministro per gli Affari regionali e le autonomie, che ha definito ambiguo l’atteggiamento dell’ex presidente del Consiglio sulla guerra in Ucraina: “Prima di criticare Silvio Berlusconi qualcuno dovrebbe contare fino a cinque. Con tutto il rispetto Silvio Berlusconi è Silvio Berlusconi, con tutto quello che ha fatto nella vita. A uno può piacere o meno, ma lascia traccia nella storia del nostro Paese”.

La replica di Gelmini non si è fatta attendere: “Invito il segretario della Lega, Matteo Salvini, a rispettare il dibattito interno ad un partito che, per il momento, non è il suo. Ho posto in Forza Italia un tema di linea politica su una posizione che comprendo bene non sia quella di Salvini, ma che riguarda la collocazione europeista ed atlantista di Forza Italia. Un problema che evidentemente esiste, visto che per due volte il partito è dovuto intervenire a chiarire, a prescindere da me”. Le frizioni nel partito azzurro non sono state evidentemente ancora superate.

Silvio Berlusconi? Ecco perché chi esaltava i sovietici non può criticare il Cavaliere. Libero Quotidiano il 22 maggio 2022

Le dichiarazioni di Silvio Berlusconi a proposito della guerra in Ucraina (una settimana fa, venerdì e ieri) sono improntate al realismo, alla volontà di pace e al desiderio di evitare ricadute economiche devastanti per l'Italia e per il mondo: «Non posso che condividere la preoccupazione di tanti per uno sviluppo incontrollato del conflitto. Il fatto stesso che si parli, con qualche leggerezza di troppo, del possibile uso di armi nucleari significa mettere in discussione quella soglia, ben chiara a tutti persino negli anni della guerra fredda, che escludeva l'uso dell'arma atomica in un conflitto locale. Non possiamo che condividere quindi gli appelli di quanti - primo fra tutti Papa Francesco - invocano di fare ogni sforzo per giungere alla pace al più presto. Per porre fine all'orrore della guerra, e al tempo stesso per garantire al popolo ucraino il suo legittimo diritto all'indipendenza e alla libertà». Ma se neppure il Papa era stato risparmiato dall'accusa di putinismo, per aver strenuamente fatto appello alla trattativa, non poteva certo essere risparmiato il Cavaliere.

Infatti ha cominciato il Corriere della Sera il 17 maggio titolando: «Berlusconi giustifica Putin». Il Cavaliere non aveva affatto giustificato Putin, tutt' altro: aveva condannato la sua invasione dell'Ucraina, ma aveva criticato pure chi - come Biden - faceva dichiarazioni e scelte incendiarie invece di adoperarsi per fermare il conflitto.

Attualmente i più zelanti paladini di un atlantismo acritico, appiattito sulla Casa Bianca, sono proprio coloro che vengono da sinistra. Eppure nel 1949 il Pci e le Sinistre (come pure il Msi) votarono contro l'adesione dell'Italia alla Nato (e anche la sinistra diccì era critica). Oggi gli atlantisti dell'ultima ora - non avendo una storia coerente - cercano di rimpiazzarla con l'eccesso di zelo e pretendono pure di fare gli esami di atlantismo a chi è sempre stato "occidentale".

Questo ha detto, ironizzando, il Cavaliere ieri a Napoli: «A proposito di atlantismo io apprezzo molto lo zelo atlantista di queste settimane del Partito democratico, vorrei solo ricordare che la storia della sinistra italiana non è sempre stata questa. Non parlo solo dell'opposizione feroce del Partito comunista all'ingresso dell'Italia nella Nato, né del sostegno all'invasione dell'Ungheria: voglio ricordare, in tempi molto più recenti, negli anni '80, l'altrettanto feroce opposizione alla decisione del governo Craxi di installare i cosiddetti euromissili per rispondere alla minaccia dei missili sovietici puntati direttamente contro il nostro Paese». Ha concluso: «Siamo i soli a non dover chiedere scusa di nulla nel nostro passato, ad essere sempre stati - come lo siamo oggi dalla parte della libertà, della democrazia, dell'Europa, dell'Occidente».

NON SUDDITI

Certo, chi ha un passato da far dimenticare non può permettersi libertà critica, ma chi è sempre stato atlantista - fa capire Berlusconi - può permettersi di stare nella Nato da protagonista e non in modo servile. Per questo il Cavaliere rivendica di nuovo quello che vanta sempre come il suo capolavoro di politica internazionale, il Trattato di Pratica di Mare: «Voglio ricordarvi di aver dato all'Italia un ruolo da protagonista nella politica estera, in pieno accordo con i nostri alleati dell'Occidente, portando nel 2002 allo stesso tavolo George Bush e Vladimir Putin, gli Stati Uniti e la Federazione russa, per firmare il trattato che pose fine a più di cinquant' anni di guerra fredda».

PRATICA DI MARE

In effetti era la strada giusta. Se si fosse tenuta quella direzione l'imperfetta democrazia russa avrebbe avuto un'evoluzione positiva e si sarebbe integrata nell'occidente con cui Putin, allora, voleva collaborare pacificamente. Berlusconi adesso dichiara di voler far rinascere «lo stesso spirito» per «fare oggi un altro passo che non ha alternative, un passo verso la sicurezza comune per offrire alle nuove generazioni un avvenire di sicurezza, di prosperità e di libertà». Ma è difficile perché quella strada è stata abbandonata (anzitutto dall'Occidente) da più di dieci anni e oggi dilaga lo spirito opposto.

Basta vedere le reazioni alle sue parole. Il quotidiano Domani sabato ha titolato: «Adesso Draghi deve fare i conti con la mina vagante Berlusconi». E nel sottotitolo ha aggiunto che «il leader di Forza Italia straparla» sull'Ucraina.

Eppure il Cavaliere ha esternato le stesse preoccupazioni che, pochi giorni fa, ha manifestato l'editore e fondatore di Domani, Carlo De Benedetti, in una clamorosa intervista al Corriere della Sera. Straparlava anche l'Ingegnere secondo il Domani? O piuttosto i due - divisi su tante cose, ma accomunati da concretezza e realismo - hanno il merito di suonare l'allarme sulle conseguenze devastanti che sta già avendo la guerra, su quelle apocalittiche che si annunciano e sull'assurdità dell'invio delle armi da parte dell'Occidente. Entrambi si sono espressi per una urgente soluzione negoziale e hanno criticato la leadership di Biden. De Benedetti ha tuonato: «Se l'America vuol fare la guerra a Putin la faccia, ma non è l'interesse dell'Europa. Noi non possiamo e non dobbiamo seguire Biden» (poi, a differenza di Berlusconi, ha pure aggiunto che la Nato «ora non ha più senso»).

SENTIMENTO DIFFUSO Anche Repubblica ha messo in prima pagina la foto di Berlusconi e Putin: «L'amico russo». Sarebbe interessante sapere come quel giornale valuta le dichiarazioni di De Benedetti che ha costruito la storia e l'identità del quotidiano scalfariano. O come giudica le considerazioni di un grande intellettuale di sinistra come Jürgen Habermas del tutto simili a quanto ha detto Berlusconi. Repubblica critica «il lascito politico» dei governi Berlusconi che sarebbe «la dipendenza estrema dell'Italia dal gas russo». Ma perché la Germania ha fatto la stessa scelta, ancor più marcatamente? Lì non governava Berlusconi. Inoltre non risulta che il Pd, che domina da dieci anni, abbia cambiato quella scelta. Anzi, visto che l'editoriale di Stefano Cappellini elogia oggi «il Pd di Enrico Letta» perché è «in scia» con Draghi, cioè con Biden, gioverà ricordare questo titolo di Repubblica del 26 novembre 2013, al tempo del governo Letta: «Italia -Russia, firmati 28 accordi. Letta: "Da intese nuovi posti di lavoro"». Letta dichiarava: «Noi abbiamo un drammatico bisogno di crescere, di creare posti di lavoro. C'è una ripresa da agganciare e in questo senso il rapporto con la Russia ci può dare posti di lavoro in settori per noi strategici». 

Secondo Letta fu una delle giornate «più intense e produttive» per il governo. La storia avrebbe anche altri capitoli. In ogni caso ora conta il presente. Tutti i sondaggi mostrano che le dichiarazioni di Berlusconi rispecchiano ciò che pensa la maggioranza degli italiani. Ricomporre la frattura fra il Paese e il Palazzo è vitale. Come pure evitare il tracollo economico.

 Il politburo di Silvio. Tutto quello che a Napoli i berlusconiani non dicono su un leader allo sbando. Amedeo La Mattina su L'Inkiesta il 21 Maggio 2022.

Vladimir Putin e Giorgia Meloni sono i convitati di pietra della convention di Forza Italia. Il partito azzurro avrebbe tanti dossier da risolvere: le lotte interne, la leadership del centrodestra, il rapporto imbarazzante in passato tra il Cavaliere e il dittatore russo. Ma di tutto questo non si parlerà mai.

Due giorni a Napoli: lo stato maggiore di Forza Italia si riunisce attorno a Silvio Berlusconi, che ritorna in pubblico più putiniano che mai. Nella grande sala della Mostra d’Oltremare ci sono tanti convitati di pietra, tante rimozioni che non devono turbare l’ostensione ai fedeli del corpo del Cavaliere. La vicenda polemica di Maria Stella Gelmini (il coordinatore in Lombardia fatto fuori e sostituito con la filosalviniana Licia Ronzulli) è la questione meno rilevante. Certo la ministra per i Rapporti regionali è la capodelegazione azzurra al governo e quindi la sua critica al capo indiscusso e indiscutibile ha fatto rumore. Addirittura sembrava che lei non volesse mettere piede alla convention partenopea e invece c’è, zittita dal coordinatore nazionale Antonio Tajani: le ha fatto presente che lei ha un incarico di rilievo nell’esecutivo, dunque che cosa vuole di più? 

Gelmini vorrebbe, ad esempio, che il partito sia meno eterodiretto da Matteo Salvini e che i moderati draghiani abbiano lo spazio necessario a non morire sovranisti. 

Eppure tutto questo è veramente de minimis. I veri problemi (statene certi) non sono discussi, e hanno i nomi di Vladimir Putin e di Giorgia Meloni. 

Ci sono le solite affermazioni sull’Ucraina, atti di fede formali all’atlantismo, flebili condanne verso Mosca, difesa del povero popolo ucraino che ha il diritto di difendersi, sì, ma non troppo. Nessuno però va al microfono per dire che le parole di Berlusconi sono sbagliate. Nessuno dice che non si può assecondare il despota del Cremlino con il quale il Cavaliere in passato ha festeggiato nelle dacie nascoste, ha passeggiato sul lungomare di Yalta dove, tra lo stupore di Silvio, tutti andavano a ringraziare Vladimir per aver riportato la Crimea alla Madre Patria. Nessuno osa commentare le affermazioni dell’ex presidente del Consiglio pronunciate al suo arrivo alla Mostra d’Oltremare e che ribadirà oggi: ovvero che bisogna assolutamente arrivare a una pace altrimenti andranno avanti le devastazioni e le stragi, che l’Europa senza leader (Emmanuel Macron? Mario Draghi? Non pervenuti ad Arcore) si deve unire per fare una proposta ai russi e agli ucraini. 

Attenzione, che proposta? «Fare accogliere agli ucraini le domande di Putin». Insomma, quel testone di Volodymyr Zelensky si deve mettere prono, Joe Biden deve smettere di mandare armi e di infastidire il «signor Putin», Draghi non deve seguire i falchi guerrafondai. «Io dico che mandare armi significa essere cobelligeranti, essere anche noi in guerra. Se dovessimo inviare armi, sarebbe meglio non fare tanta pubblicità».

Perché allora i parlamentari di Forza Italia abbiano votato il decreto che autorizza il governo italiano a mandare armamenti è il solito mistero buffo del mondo berlusconiano. 

Berlusconi e anche Salvini fanno una cosa in Parlamento e poi ne dicono un’altra. E perché gli ucraini dovrebbero accettare le condizioni di Mosca quando il presidente del Consiglio Mario Draghi ha detto e ripetuto in tutte le salse che un accordo ha senso solo se va bene a Kiev? 

Pure per il Cavaliere, quindi, il governo ha bisogno di un nuovo mandato politico sulle prossime mosse, armi comprese, come sostiene Giuseppe Conte? La narrazione di Berlusconi è un continuo dichiarare e correggere il tiro, togliersi la maschera, far sentire il cuore che batte per il signore della guerra e un minuto dopo invocare il Partito popolare europeo, l’Europa…

C’è poi una questione tutta italiana e interna al centrodestra. A Napoli l’altro convitato di pietra è Giorgia Meloni. Il nodo è così sintetizzabile: successione al trono. Più prosaicamente, chi sarà il candidato presidente del Consiglio del centrodestra? Salvini e Berlusconi indicheranno al capo dello Stato la leader di Fratelli d’Italia se il suo partito uscirà come primo dalle urne? Sarà lei a essere incaricata a formare il governo, in caso di vittoria elettorale del centrodestra? Meloni intende proprio questo quando sostiene che i vertici devono servire a scrivere le regole di ingaggio per escludere ogni alleanza con i Cinquestelle e il Partito democratico. È questo il significato del suo insistere sulla conferma della candidatura siciliana del governatore uscente Nello Musumeci: vuole che le sue proposte siano prese in considerazione, chiede il riconoscimento del suo ruolo sulla base del consenso conquistato sul campo. 

È inutile che i suoi alleati-coltelli le facciano presente che con Musumeci si perde, che la candidatura a Roma di Michetti voluta fortissimamente da lei si sia rivelata un fallimento totale. Ma soprattutto, pretendere di essere già candidata a Palazzo Chigi da Salvini e a Berlusconi sembra loro assurdo. Nonostante siano stati proprio loro a dire che il primo partito della coalizione esprime la premiership. Ma lo dicevano quando una volta il primo partito era Forza Italia e successivamente la Lega. 

Adesso le cose sono cambiate. E in particolare, fanno presente i berluscones, avete presente che cosa accadrebbe in Europa e nel mondo se dovessimo avere il presidente dei Conservatori europei, l’amica dei polacchi e di Viktor Orbán alla presidenza del Consiglio? Dovrebbero pure spiegare però perché Meloni no e invece Salvini (uno dei maggiori leader europei dei sovranisti e del gruppo europarlamentare più anti-europeo) sì. 

Ecco, tante cose non verranno dette tra oggi e domani a Napoli. Ad esempio che Meloni potrebbe essere tentata di correre da sola (un pensierino lo sta facendo), fregandosene se l’attuale legge elettorale spinge alle coalizioni per concorrere nei collegi uninominali. Alla convention partenopea non verrà esplicitato l’avviso alla sovranista Meloni, ma il messaggio è partito dalle colonne del Giornale. 

La tesi della realcasa d’Arcore è che un governo a guida Meloni spaventerebbe l’Unione europea, mercati e gli investitori. Viene citato Bloomberg, si ricorda che far finta di non preoccuparsi della «finanza globalista è politicamente suicida». E, ancora, «bisogna stringere relazioni con le forze politiche dei principali Paesi della Ue: non bastano i polacchi», scrive Il Giornale, citando il Ppe e Biden. «Meloni tutto questo lo sa. Come sa che, in caso contrario, un suo governo durerebbe come un gatto in tangenziale». 

Il cerchio tra politica estera e interna si chiude. Sono stati messi in mezzo pure i polacchi, i più agguerriti al fianco degli ucraini, che però non bastano a legittimare Meloni e danno molto fastidio a Putin. Nel centrodestra scorrono veleni e sospetti: perché Draghi non perde occasione per ringraziare pubblicamente in aula la Meloni per il sostegno sulla vicenda ucraina? La spiegazione, il retropensiero, il timore o l’allucinazione è che nella prossima legislatura ci sarà sempre e comunque bisogno dell’attuale presidente del Consiglio, anche se Fratelli d’Italia sarà il primo partito. A quel punto nulla è escluso, se la guerra in Ucraina dovesse malauguratamente continuare, neanche un altro governo Draghi sostenuto questa volta apertamente dall’atlantista Meloni. Magari con un suo ministro dentro, come l’ex viceministro alla Difesa Guido Crosetto. Queste cose a Napoli non le sentirete di sicuro.

Il leader di Forza Italia a Napoli tra calamaretti, scialatielli, babà e delizia al limone. Berlusconi difende Putin: “L’Ucraina deve ascoltarlo, inviare arme ci rende cobelligeranti”. Claudia Fusani su Il Riformista il 21 Maggio 2022. 

Dare le armi all’Ucraina “ci rende automaticamente cobelligeranti”. Le sanzioni? “Hanno fatto male all’economia russa ma stanno facendo molto male anche a noi”. L’Europa? “ Deve fare il prima possibile una proposta di pace a Putin e agli ucraini. E bisogna che gli ucraini ascoltino le domande di Putin”. Johnson e Stoltenberg? “Le loro dichiarazioni non portano certo Putin al tavolo”. Il suo caro vecchio amico Vladimiro. Berlusconi is back.

A modo suo, tra calamaretti, scialatielli alle vongole, babà e delizia al limone con la vista di Marechiaro alle spalle. Il Cavaliere non solo rimette – cerca di – Forza Italia al centro della coalizione che altrimenti “è solo destra-destra e non ha alcuna chance di governare”. Ma vuole tornare ad essere lui il centro del centro. Questo è stato l’antipasto. Oggi, quando chiuderà la convention di Forza Italia, ci sarà il resto del menu.  Non era previsto. Ma è accaduto. Come quasi sempre quando Berlusconi capisce che il momento è adesso perché tra un secondo potrebbe essere tardi. Che deve intervenire per rimettere ordine in quella che definisce senza dubbio “la mia creatura”: “Il centrodestra l’ho inventato io, il centrodestra è Forza Italia che, poiché sono stato fatto fuori dal Senato per l’applicazione retroattiva incostituzionale della legge Severino e dalla magistratura di sinistra , ha cominciato a perdere consenso”.

Poi c’è stato il Covid e adesso sono tornato, ho fatto un discorso a Roma e ne farò uno qui domani a Napoli”. La città che ama più di altre e dove lo hanno accolto, con la compagna Marta Fascina, tra romanze cantate, cartelli, hip hip e mazzi di rose. Il suo intervento ieri non era previsto. Ma è stato intercettato dalle telecamere a Marechiaro. Al tavolo con lui Marta Fascina, Licia Ronzulli, Alberto Barachini e lo staff. Si era sparsa la voce che ci fosse anche Manfred Weber, presidente del Ppe e ospite d’onore oggi alla kermesse di Forza Italia. Weber poi è andato in pellegrinaggio al Muro di Maradona accompagnato da Tajani.

Organizzate o meno, le dichiarazioni del Cavaliere hanno scombussolato l’agenda di giornata. In dieci minuti il Cavaliere ha fissato l’agenda del centrodestra. In politica estera posizionando Forza Italia dalla parte della Lega e di Salvini. Aggiungendo che le armi all’Ucraina “se si devono proprio inviare non dobbiamo però dirlo”. Dopo l’uscita di scena di Angela Merkel, “l’unico vero leader rimasto sono io”. E in politica interna. Sul nodo balneari e il la fiducia sul ddl concorrenza, “volevamo più tempo ma abbiamo il tempo per trovare una soluzione perchè è chiaro che dobbiamo trovare il modo di proteggere le trentamila aziende familiari che gestiscono gli stabilimenti balneari e che rischiano di perdere l’attività nel momento in cui partiranno le gare”. Tutto questo comunque non deve preoccupare il governo che “deve andare avanti”. “Nessuna fibrillazioni” ha detto. Anche sulla coalizione il Cavaliere mostra di avere le idee chiare. “C’è solo un problema sulla candidatura alla guida della regione Sicilia che sarà risolto e affrontato dopo le amministrative di giugno”.

Da questo punto di vista “Salvini è stato frainteso dai Fratelli d’Italia ed è venuta fuori una ricostruzione artificiosa”. Fino a metà pomeriggio la giornata era ruotata intorno alla decisione del premier Draghi di mettere la fiducia al ddl concorrenza. Una decisione dettata dal rischio di perdere la terza rata dei fondi del Pnrr (24 miliardi), di far diventare l’Italia inaffidabile rispetto al resto d’Europa e dunque condannarla alla marginalità. Con tutto quello che ne consegue anche dal punto di vista delle ripresa e della crescita. Della svalutazione e dello spread che finirebbe subito sotto attacco. Non ce lo possiamo permettere. Ecco perchè Draghi ha detto che il tempo dei tira e molla in Parlamento – sia delega fiscale che ddl concorrenza sono in Commissione dalla fine dal 2022 – è scaduto. Draghi ieri mattina è stato in vista a Verona e, tra le altre tappe, è stato anche in una scuola media di Sommacampagna. “La responsabilità – ha detto ai ragazzi e alla ragazze della Dante Alighieri – la sento molto. E questo è parte della serietà. Guidare un Paese in un momento difficile è responsabilità. Ma la responsabilità è anche agire, fare le cose”. Parole semplici che sono arrivate ai ragazzi e che sembrano voler dare l’interpretazione autentica del suo ultimatum ai partiti della maggioranza.

Seguendo i canali istituzionali, Draghi ha comunque scritto alla Presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati che l’ha poi trasmessa ai capigruppo di Palazzo Madama e al presidente della Commissione Industria, Gianni Girotto. “Il Governo, nel rispetto delle prerogative parlamentari – ha scritto il premier – deve rappresentare che, senza una sollecita definizione dei lavori del Senato con l’iscrizione in Aula del provvedimento ed una sua rapida approvazione entro fine maggio sarebbe insostenibilmente messo a rischio il raggiungimento di un obiettivo fondamentale del Pnrr”. I partiti di maggioranza, e soprattutto il centrodestra di governo, sembrano aver accettato l’accelerazione. Anche perchè era stato fatto, appena dieci giorni fa, un patto doppio di delega fiscale e ddl Concorrenza. Matteo Salvini ha usato toni concilianti: “Credo che l’accordo sui balneari sia a portata di mano, così come per il catasto.

Lo troveremo anche senza porre la fiducia”. Stupito per il Consiglio dei ministri “convocato all’improvviso”, il leader della Lega non crede che “il governo sia a rischio, né per le spiagge né per il termovalorizzatore di Roma”. Che è invece il nodo su cui i 5 Stelle hanno promesso fuoco e fiamme. Sta all’attacco, e non potremmo fare diversamente, la presidente di Fdi, Giorgia Meloni: “La decisione di Draghi è molto grave – ha detto – perché se il governo si è impegnato a svendere le nostre aziende balneari in cambio di non so cosa allora dovrebbe spiegarlo agli italiani. A casa mia non voglio accordo sottobanco”. Silvio is back. E per Meloni questo è un problema.

Claudia Fusani. Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.

Gelmini all'attacco ma il Cav rivendica tutto. Armi Ucraina e rapporti con Putin, tutti contro Berlusconi che bacchetta: “Noi da sempre con la Nato, il Pd invece…”. Redazione su Il Riformista il 21 Maggio 2022 

Inviare armi all’Ucraina “ci rende automaticamente cobelligeranti” e “l’Europa deve fare il prima possibile una proposta di pace a Putin e agli ucraini. E bisogna che gli ucraini ascoltino le domande di Putin”.  Sono bastate queste parole per scatenare un vero e proprio putiferio contro Silvio Berlusconi, presidente di Forza Italia, impegnato oggi a Napoli nella convention azzurra alla Mostra d’Oltremare nel tentativo di risollevare un partito che negli anni ha perso consensi (presente anche l’attore Ron Moss, protagonista della serie tv ‘Beautiful, e imprenditore in Puglia).

Parole quelle pronunciate ieri, sempre nel capoluogo partenopeo, da Berlusconi che hanno creato scossoni sia all’interno di Forza Italia che del centrodestra com Salvini e Gelmini che hanno preso le distanze, seppur, soprattutto il leader leghista, in modo diplomatico. Parole che hanno portato lo stesso Berlusconi a chiarire meglio il concetto oggi, rivendicando il ruolo avuto in passato a capo del Governo.  “Voglio ricordarvi di aver dato all’Italia un ruolo da protagonista nella politica estera, in pieno accordo con i nostri alleati dell’Occidente, portando nel 2002 allo stesso tavolo George Bush e Vladimir Putin, gli Stati Uniti e la Federazione russa, per firmare il trattato che pose fine a più di cinquant’anni di guerra fredda. Io spero che con lo stesso spirito si possa fare oggi un altro passo che non ha alternative, un passo verso la sicurezza comune per offrire alle nuove generazioni un avvenire di sicurezza, di prosperità e di libertà. Garantisco che andremo avanti con grande determinazione, ci impegneremo a fondo per ottenere questo risultato”.

Il dietrofront arriva sulle armi e sul concetto di cobelligeranza. “L’Ucraina è un paese aggredito e noi dobbiamo aiutarlo a difendersi”. Poi aggiunge: “Non posso che condividere con voi l’orrore e il dolore per le tragiche immagini e le terribili notizie che ci vengono dall’Ucraina, non posso che condividere la preoccupazione di tanti per uno sviluppo incontrollato del conflitto. Il fatto stesso che si parli, con qualche leggerezza di troppo, del possibile uso di armi nucleari significa mettere in discussione quella soglia, ben chiara a tutti persino negli anni della guerra fredda, che escludeva l’uso dell’arma atomica in un conflitto locale”. “Non possiamo che condividere quindi gli appelli di quanti, primo fra tutti papa Francesco, invocano di fare ogni sforzo per giungere alla pace al più presto. Per porre fine all’orrore della guerra, e al tempo stesso per garantire al popolo ucraino il suo legittimo diritto all’indipendenza e alla libertà”.

Poi l’attacco al centrosinistra neo-atlantista: “Forza Italia è e rimarrà sempre dalla parte dell’Europa, dalla parte dell’Alleanza Atlantica, dalla parte dell’Occidente, dalla parte degli Stati Uniti. Apprezzo molto lo zelo atlantista di queste ultime settimane del Partito democratico, vorrei solo ricordare che la storia della sinistra italiana non è sempre stata questa”.

Il presidente azzurro esprime forte preoccupazione sul ruolo della Cina, “uno stato con potenzialità ben superiori a quelle della Russia e purtroppo i fatti dell’Ucraina e le tensioni in Europa inevitabilmente portano la Russia ad un rapporto più stretto con la Cina. In meno di dieci anni, entro il 2031, la Cina diventerà la prima potenza economica del mondo e l’India diventerà la terza potenza”.

“In Africa – ha aggiunto – possenti investimenti cinesi condizionano la politica di molte nazioni economicamente fragili. L’egemonia in Africa della Cina, così come il controllo di molte infrastrutture strategiche in Medio Oriente e in Europa attraverso la “via della Seta” e’ una vera colonizzazione. Nelle alte sfere internazionali non si parla più di Continente africano, si parla di Continente sino-africano. In Africa, su 53 stati 50 ricevono dalla Cina soldi, armi, prodotti. E in Cina si stanno istruendo 3 milioni di cittadini destinati ad essere trasferiti negli Stati africani con compiti direttivi”.

In mattinata era arrivato l’attacco di una sua ‘fedelissima’, Maria Stella Gelmini, ministro per gli affari regionali e le autonomie. “L’Italia non può essere il ventre molle dell’Occidente e soprattutto non può diventarlo per responsabilità di Forza Italia. Le parole di Berlusconi di ieri purtroppo non smentiscono le nostre ambiguità. Oggi più che ascoltare le parole di Putin – ha aggiunto Gelmini – occorre ascoltare il grido di dolore dell’Ucraina, violentata e oppressa dall’invasore”.

Matteo Salvini, leader della Lega, ha provato invece a non esporsi contro Berlusconi: “Non commento le parole di Berlusconi”, secondo cui bisogna “far accogliere agli ucraini le domande di Putin”. E ha spiegato: “Kiev deciderà cosa accettare e cosa non accettare, cosi’ come Mosca. Io sto lavorando per un tavolo a cui si siedano Putin e Zelensky, perché altrimenti non so cosa pensano. Poi decideranno loro”.

Il Cav russo. Berlusconi rilancia il forzaleghismo putinofilo, ora Meloni e Pd ripensino le alleanze. Mario Lavia su L'Inkiesta il 23 Maggio 2022.

Un partito d’opposizione (Fratelli d’Italia) è d’accordo con la linea atlantista del governo, che è invece osteggiata da due partiti della maggioranza. È chiaro che riproporre scenari anni Novanta da Ulivo vs. Casa delle libertà non ha più senso.

Quali conseguenze avrà la posizione filoputiniana di Silvio Berlusconi? Premesso che nessuna forza politica, tantomeno Forza Italia, medita di far cadere il governo Draghi e di precipitarsi alle elezioni, c’è però da riflettere su almeno tre effetti che la scelta del Cavaliere, seppur corretta dallo staff e con affanno da lui stesso (secondo la detestabile tradizione di dire un giorno una cosa e il giorno dopo un’altra), può determinare.

Il primo effetto è, diciamo così, teorico ma comunque impressionante. Come ha calcolato un esperto giornalista parlamentare dell’Ansa, Giovanni Innamorati, dopo le parole napoletane di Silvio i “putiniani” hanno adesso la maggioranza alla Camera dei deputati: M5s 155 + Lega 132 + Fi 82, totale 369. Naturalmente si obietterà che la posizione di Giuseppe Conte non è esattamente coincidente con quella di Berlusconi e che dunque questi voti non sono sommabili; e tuttavia a questi numeri bisognerebbe anche aggiungere quelli dei tanti deputati “sciolti” o quelli di Alternativa (cioè ex grillini) e di Sinistra italiana, tutti su posizioni cosiddette “pacifiste”, quelle che vanno dall’auspicio di una resa di Volodymyr Zelensky (mentori Piero Sansonetti e con maggiore acrimonia Marco Travaglio) a quelli che nel nome della famosa “complessità” evocano la via tanto breve quanto imprecisata della “trattativa”.

Dunque non sta nascendo una nuova maggioranza: e però il dato fa scalpore perché basta osservare che tre mesi fa, quando il Parlamento votò quasi all’unanimità gli aiuti anche con le armi all’Ucraina, le cose non stavano come oggi. Berlusconi fiuta la stanchezza degli italiani per una situazione che non si sblocca ed è foriera di pesanti conseguenze economiche e da vecchio imprenditore (proprio come il nemico storico Carlo De Benedetti) non vede l’ora di chiudere la vicenda nel modo più cinico, con una sostanziale rapida sconfitta di Kiev. Le correzioni successive salvano la faccia ma non cambiano la sostanza del vero pensiero berlusconiano: «Io credo che l’Europa si debba mettere tutta unita a fare una proposta di pace cercando di far accogliere agli ucraini le domande di Putin». Inequivocabile, fate come dice il Cremlino.

Un secondo effetto della posizione filorussa di Berlusconi riguarda il centrodestra, che ora è in larga maggioranza (Lega-Forza Italia) ostile a Zelensky e, più sullo sfondo, agli Stati Uniti e quindi alla linea atlantista seguita da Mario Draghi ed Enrico Letta. E in questo centrodestra Giorgia Meloni si trova improvvisamente isolata, lei che pure è la più forte nei sondaggi.

Un paradosso nel paradosso: il partito d’opposizione in questo caso è d’accordo con il governo, i due partiti nella maggioranza sono contro il governo di cui fanno parte. È ormai perciò evidente e forse irreversibile la spaccatura, e non solo sulla guerra: Lega-Forza Italia da una parte, Fratelli d’Italia dall’altra. Come nei primi anni Duemila: il forzaleghismo teorizzato da Giulio Tremonti, sostanzialmente ostile al concetto di società aperta, contro la Alleanza nazionale di Gianfranco Fini, progressivamente emancipata dalle tradizionali caratteristiche della destra postfascista.

Oggi che non ci sono né i Tremonti né i Fini il livello si è di molto abbassato ma comunque nel centrodestra continua a vivere una contraddizione che presto o tardi andrà risolta. Anzi, più presto che tardi: in questo quadro, non converrebbe a Giorgia Meloni avviare una riflessione sul senso di un’alleanza esclusivamente di potere, senza politica, che può solo tarparle le ali? Non le tornerebbe utile contarsi nelle urne, invece di soggiacere alle mattane di Salvini e Berlusconi, svincolandosi da loro grazie al sistema proporzionale? È chiaro che lei ha paura delle ritorsioni che il Cavaliere e il Capitano potrebbero scatenarle contro ma è anche reale il rischio di trovarsi in seri problemi internazionali se non si autonomizzasse dai due “antiamericani”. Per come si stanno mettendo le cose, le converrebbe trarre le conseguenze del suo atlantismo, e metterlo per così dire a valore nel quadro delle alleanze del nostro Paese.

Infine, un terzo effetto riguarda Forza Italia. La sortita filorussa del Cavaliere con ogni probabilità è minoritaria nel suo partito. Lo sa anche lui, tanto è vero che ha dovuto correggerla. Dopo trent’anni solo l’eterna riverenza e il connesso timore di restare fuori dal giro della politica salva il Cavaliere da una contestazione di un certo peso che per ora trova in Mariastella Gelmini ma anche in Renato Brunetta («Bene fa chi chiede chiarezza») voci esplicite di dissenso – ma tutti sanno che anche Mara Carfagna e i più “giovani” hanno in testa tutt’altre idee che non la riproposizione della Forza Italia di 20 o 30 anni fa. Come al solito prevarranno silenzi e opportunismi ma stavolta il leader è apparso veramente più vecchio e più solo che mai.

La spaccatura del centrodestra è interessante non solo per politologi e commentatori ma anche per i suoi avversari. Un partito come il Pd dovrebbe prendere atto che i vecchi poli sono ormai sfarinati e invece di scommettere sulla riproposizione dello scenario da anni Novanta, Ulivo contro Casa delle libertà, dovrebbe cercare strade inesplorate e immaginare uno schema nuovo che liberi tutti dalla gabbia delle vecchie alleanze, comprendendo che non c’è più casa e non c’è più ulivo ma solo una landa abbastanza desolata su cui provare a ricostruire qualcosa di nuovo.

L'ex ad dell'Eni Vittorio Mincato: “Gli affari sul gas tra Berlusconi e Putin? Qualche dubbio ce l’ho”. Andrea Greco La Repubblica il 22 Maggio 2022.

Da '99 al 2005 è stato l'amministratore delegato dell'azienda:  "La mia storia di manager è piena di episodi nei quali ho disturbato una certa politica affaristica".

Vittorio Mincato, lei è stato amministratore delegato all’Eni dal 1999 al 2005. L’appiattimento sulle forniture russe, che ha portato alla dipendenza dell’Italia, cominciò in quegli anni, anche se lei non è mai stato supino alla politica. L’Eni è responsabile? E i governi di allora?

"Prima di ricercare le responsabilità dell’Eni riguardo alla dipendenza dell’Italia dal gas russo, occorre farsi una domanda: quale altro Paese avrebbe potuto fornire all’Italia il gas necessario a sostenere il suo sviluppo economico negli ultimi quarant’anni? Le fonti di approvvigionamento dell’Italia sono sempre state plurime e fino all’anno scorso le più sicure e costanti sono state quelle russe.

Estratto dell'articolo di Andrea Greco per “la Repubblica” il 21 maggio 2022.

[…] La liaison con Mosca è stata l'architrave geopolitica dei quattro governi Berlusconi tra 2001 e 2011, cosparsi di numerose visite dell'imprenditore-politico. 

Con ambasciatore o senza, con il consigliere Valentino Valentini (che, si mitizzava, «sapeva il russo ») o no. Sempre tra il Cremlino e la dacia, mischiando pubblico e privato da par suo. […]

Fin dagli anni '90 l'uomo del Biscione, nel guardare a Est, vedeva, più che i "comunisti", mercati promettenti […], in cui mandò in avanscoperta fidi emissari. Prima Marcello Dell'Utri, dirigente e consigliere della prima ora, e compaesano del potente Pietro Fallico, il reuccio dei banchieri italiani a Mosca. 

Poi, già al governo, Bruno Mentasti, amico caro della sua famiglia, già socio in Telepiù (dove gli fece il prestanome) che aveva ceduto l'acqua San Pellegrino e cercava nuove imprese.

[…] Quando il 30 ottobre 2003 Vittorio Mincato - ad dell'Eni che non lasciava ai gruppi rivali neanche una goccia della merce russa - dopo una cena d'affari milanese ebbe dall'allora vicepresidente di Gazprom Komarov un biglietto con su scritto "Mentasti", trasecolò. […] 

Il già socio di Berlusconi doveva intercettare 3 miliardi di metri cubi di gas di spettanza Eni e venderli in Italia. Era già costituita anche la holding Centrex, a Vienna con insieme a Mentasti vari soci schermati in società cipriote. [... ]

L'affare [...] fu stoppato. Non subito. Il nuovo ad Eni Paolo Scaroni [...], scelto nel 2005 dal Berlusconi III, s' era prestato a firmare l'intesa nonostante diverse critiche nell'ambiente e sulla stampa. 

[…] Ma dopo i rilievi del cda Eni, e dell'antitrust, la fornitura fu riformulata (fine 2006), togliendo la senseria di Mentasti. 

Scaroni è stato il manager che più ha piegato l'ex monopolista italiano alla politica filorussa di quegli anni. Ci sono varie testimonianze, anche se la più smaccata è forse quella che non si vede: il gasdotto South Stream. [...]

Un tubo da far passare sotto il Mar Nero, al costo di 15,5 miliardi, il doppio del rivale Nabucco azero, più gradito agli Usa. Ma l'Italia e l'Eni, fin dal 2007, avevano scelto: solo nel 2014, a lavori già iniziati, il progetto è naufragato, più per le pressioni Usa sulla Bulgaria dopo l'annessione russa della Crimea e le prime sanzioni a Mosca. Oggi quel tubo sarebbe una catena al collo in più per l'Italia. 

Come emerso dai dispacci Wikileaks, parte della diplomazia Usa, ma anche della stampa italiana e degli operatori di settore, arrivò a pensare che l'assiduità di Berlusconi con Mosca celasse tornaconti personali. Si è vociferato di un piccolo giacimento in Kazakistan, intestato al Cavaliere. Lui ha smentito.

Estratto dell’articolo di Andrea Greco per “la Repubblica” il 22 maggio 2022.  

Vittorio Mincato, lei è stato amministratore delegato all'Eni dal 1999 al 2005. […] Si è parlato tanto del rapporto tra Berlusconi e Putin. Lei che li ha visti da vicino, crede che la loro amicizia potessero contemplare interessi economici personali?

«Né Berlusconi, né Putin mi hanno mai parlato di loro affari personali e non ho mai avuto l'impressione che ci fossero, almeno per quanto atteneva l'Eni. Anche se l'operazione Mentasti, che rifiutai categoricamente di fare, qualche dubbio poteva suscitare».

Nella famosa cena al Westin Palace del 2003, quando le fu prospettato il contratto per lasciare 3 miliardi di metri cubi l'anno di gas russo a Mentasti, si dice che lei abbia detto 'Col c...gli do il gas a questo'. Perché i russi insistevano su di lui? Fu anche il governo italiano a insistere?

«In realtà, dopo la cena del 2003 e un paio di brevi colloqui con Mentasti nel mio ufficio all'Eur, non mi curai più di tanto di quella richiesta. Solo nei primi mesi del 2005, alla fine di qualche mio colloquio a Palazzo Chigi, in cui si era parlato d'altro, Berlusconi mi disse che Putin a quell'accordo teneva molto, ma non si parlava più di Mentasti, bensì della Gazprom».

Il memorandum tra Eni, Gazprom e Mentasti fu siglato il 10 maggio 2005 dal direttore generale dell'Eni Sgubini. Lei non lo firmò e Paolo Scaroni prese il suo posto all'Eni. Ci fu una correlazione tra la sua uscita e la sua contrarietà a quell'affare?

«Non vorrei ricordare male, ma il memorandum di Vienna non parlava di Mentasti. All'epoca i media misero i due fatti (le mie riserve sull'accordo e la mia sostituzione al vertice dell'Eni) in un rapporto di causa ed effetto. 

Chissà, forse fu così o forse fu più in generale la naturale conseguenza della mia conclamata idiosincrasia nei confronti di certa "politica affaristica".

La mia storia all'Eni è piena di episodi in cui ho disturbato questa politica».

In quegli anni i russi cercavano di comprare attività estrattive e distributive di energia in Europa: un obiettivo strategico più per la geopolitica di Mosca che per le major come Eni. Lei ha mai avuto richieste in questo senso? Gliele fecero i russi o, anche, le istituzioni italiane?

«Soltanto verso la fine del mio mandato all'Eni, durante un colloquio con Alexey Miller a Sochi, sul Mar Nero, mi fu proposto di acquisire giacimenti petroliferi della Yukos in Russia, in cambio di giacimenti petroliferi dell'Eni in Occidente, ipotesi che scartai subito. Da nessuna istituzione italiana mi giunsero sollecitazioni in tal senso».

Bossi-Berlusconi, quell’antico patto. «Mai comizi di Silvio in Bergamasca». Fabio Paravisi su Il Corriere della Sera il 18 Maggio 2022.

L’intervento del leader di Forza Italia lunedì a Treviglio è stato il primo da quando è in politica. I ricordi e i racconti degli esponenti di FI e Lega. 

Ci sono leggende che scorrono come fiumi carsici mentre in superficie le vicende umane cambiano e si ribaltano fino a quando è proprio la storia a farle tornare alla luce del sole. E ascoltando Silvio Berlusconi che raccontava, con il tono di una lontana eco che non si spegne, di quella volta di trent’anni fa che era sceso in campo per salvare l’Italia dai comunisti, ci si è resi conto che l’identico racconto era stato ripetuto ovunque, ma finora mai in Bergamasca. Ed ecco riapparire quella storia, avvolta nelle nebbie che hanno generato la Seconda Repubblica: il diretto interessato magari non ci avrà nemmeno fatto caso, ma quello dell’altra sera a Treviglio è stato il primo comizio di Berlusconi in provincia di Bergamo. E questo perché fino a pochi anni fa avrebbe retto un patto stretto con Umberto Bossi, un accordo che risaliva a metà degli anni Novanta e che escludeva comizi berlusconiani in una delle terre che portavano con più evidenza il marchio leghista.

In entrambi i partiti gente che bazzica la politica da un trentennio ammette di averne sentito parlare senza però avere conferme dai diretti interessati, anche se un forzista ricorda di averne udito raccontare da Giulio Tremonti, ministro di Forza Italia ma con molti amici nella Lega. Gli altri la raccontano come gli antichi voti vescovili anti bombardamento, con molto sentito dire ma niente conferme sicure. Anche se è poi vero che dal 1994 di Berlusconi risultano alle cronache bergamasche cene nei ristoranti stellati e passeggiate lungolago, ma niente comizi. Fino a lunedì sera.

«Ne avevo sentito spesso parlare ma non so se sia vero — dice il deputato ed ex segretario leghista Daniele Belotti —. Credo che sia plausibile che si sia voluto rispettare una delle storiche roccaforti leghiste. Così come capisco che da allora siano trascorsi molti anni e adesso Forza Italia anche in provincia abbia bisogno di visibilità». Lo conferma invece un militante storico amico personale di Bossi: «Umberto mi ha detto tante volte: Silvio da voi non verrà mai a rompere le scatole. Lo faceva per una questione di rispetto nei nostri confronti». Un altro vecchio iscritto ricorda che era partito tutto da un comizio berlusconiano a Varese che Bossi aveva preso malissimo, tanto da pretendere un impegno di non ingerenza nel Varesotto ma anche a Bergamo e Treviso.

«Io non ne so niente, e sì che sono vicino a queste persone da un bel po’ di tempo», taglia invece corto il senatore Roberto Calderoli. Ma che ci fosse volontà di marcare il territorio lo conferma un antico ritaglio del 2004 che coinvolge proprio Calderoli. È il 15 marzo, quattro giorni prima Bossi ha avuto l’ictus di cui porta ancora le conseguenze e Giuseppe Leoni dei Cattolici Padani organizza una preghiera al monastero di Pontida. Berlusconi si affaccia durante gli ultimi Vespri, si mette in fondo alla navata circondato dalle guardie del corpo e se ne va con discrezione. Ma il giorno dopo Calderoli brontola con il Corriere: «Se ci avesse avvisati sarebbe stato meglio», e qualcuno dei suoi teme «un’invasione di campo».

La voce circolava anche fra i coordinatori di Forza Italia: «Avevo sentito parlare di questa specie di patto di non invasione — conferma Carlo Saffioti, in carica ai tempi del Pdl —. Poi noi avevamo rapporti diretti solo con il coordinamento regionale e non avevamo invitato Berlusconi. Immagino che preferisse andare dove il partito era più debole». Versione confermata dal suo predecessore Marco Pagnoncelli (2002-2010), che la aggiorna alla micragna attuale: «Ne sentivo parlare, ma mi risulta che Berlusconi sarebbe anche venuto se non fosse che così avrebbe rischiato di favorire una delle componenti del partito. Che peraltro aveva comunque il 33% quindi era giusto che lui andasse altrove, dove aveva bisogno di essere rafforzato». Mentre adesso? «Adesso il partito fatica, mentre la Lega è forte».

Aveva sentito parlare di quell’accordo anche un forzista della prima ora come Giorgio Jannone: «Ogni tanto qualcuno anche autorevole me ne parlava ma conferme vere e proprie non ne avevo. Quello era un periodo in cui il centrodestra in Bergamasca era forte, e forse si riteneva giusto lasciare alla Lega i suoi spazi». C’è chi si trova a metà strada come Gianantonio Arnoldi, segretario forzista dal 1997 al 2001: «Non ho mai sentito questa voce, nonostante i frequenti rapporti con Arcore», dice. Ma ha mai invitato Berlusconi in Bergamasca? «Sì, una volta. Non mi hanno nemmeno risposto».

Tra coloro che non hanno mai sentito circolare la voce di quel lontano patto c’è infine anche Ettore Pirovano, che per la Lega è stato senatore e presidente della Provincia: «Sembra uno di quei patti fra amici o accordi tra gentiluomini. Ma poi, cosa vuole, in politica l’amicizia vale quello che vale e anche i gentiluomini chissà che fine fanno»

Fabio Martini per la Stampa il 10 aprile 2022.

È un frammento strepitoso, accadde lontano dai riflettori e racconta Silvio Berlusconi e la sua vocazione all'"eternità" meglio di ogni commento. Il Cavaliere si trovava in quel del Molise e ad un certo punto si mise a parlare con un pastore del luogo: «Sai, non ho avuto il tempo di invecchiare perché ho sempre lavorato.». L'altro: «Eh ma arriva, arriva"» Berlusconi: «Posso toccarmi le palle?» Il pastore, senza cattiveria: «Toccate un po' quello che te pare, ma arriva, arriva». 

Chissà a cosa si riferiva il pastore molisano, forse alla vecchiaia o forse ad altro, ma l'ennesimo ritorno in scena di Silvio Berlusconi in doppio petto blu, consegna al Cavaliere un primato destinato a diventare memorabile: nessun leader in Occidente negli ultimi decenni è uscito così bruscamente di scena e rientrato così tranquillamente in campo per così tante volte. Fuori-dentro-fuori e alla fine di nuovo dentro. Una porta girevole che si avvita e non sembra volersi fermare.

E dire che l'hanno dato spacciato tante volte e mica per modo di dire. Malattie gravi. Processi con imputazioni pesanti. Sconfitte politiche. Tante volte i contrattempi lo hanno portato fuori pista e tante volte - sempre - è rientrato in pista, come se nulla fosse. Una volta Indro Montanelli, all'ennesimo ritorno di Amintore Fanfani, scrisse un attacco dei suoi: "Rieccolo". 

Ma nel caso di Berlusconi siamo oltre la "rieccologia", la disciplina che studia i rientri seriali dei politici: qui siamo davanti al primo vero leader bionico della storia patria.

Certo, l'uomo è sempre stato aiutato da un innato vitalismo, ma molto ha giocato l'ingegneria plastica e quella sapienza medica che hanno ispirato a Marcello Veneziani una definizione di Berlusconi che parla da sola: «Un cantiere brulicante in cui si spianavano rughe, si aggiustavano capelli, si tiravano pelli e si alzavano centimetri». Un'iperbole? 

La sceneggiatura di un cartoon? Può sembrare così solo a chi non ha mai incrociato di persona Berlusconi negli ultimi anni.

E d'altra parte la manutenzione del corpo a uso personale (e televisivo) è sempre stato un chiodo fisso del Cavaliere, un "argomento" spesso più forte degli argomenti politici. Lo ha detto una volta Felice Confalonieri, l'amico di una vita che conosce Silvio come pochi altri: «Uno dei suoi grandi segreti è sempre stata la fisicità, quando deve gasare qualcuno ha un magnetismo che ricorda i condottieri di Senofonte». 

Una fisicità che lui ha alimentato e supportato in tutti i modi ma che è stata insidiata da una quantità di attentati che a riconsiderarli tutti, fanno una certa impressione. Certo, fino ad una certa età, il "dottore" se l'è cavata con creme, diete, beauty farm, cliniche della salute, trapianti. Ma poi sono arrivate le defaillances: la caduta di Genova, lo svenimento di Montecatini, la diarrea di Ryad e poi in un crescendo, il pace-maker del 2006, il tumore alla prostata, i problemi al cuore.

Persino il Covid: lui si era tenuto al coperto, in Sardegna e in Costa Azzurra ma non aveva messo nel conto Flavio Briatore che il 12 agosto 2020 si è presentato alla Villa La Certosa e lo ha fatto sapere al mondo: «Visita ad un amico speciale: grande giornata, lo trovo in forma». Qualche giorno Berlusconi si è ritrovato col Covid. 

Naturalmente - e per sua fortuna - il Cavaliere è sempre stato curato benissimo dai suoi ottimi medici che peraltro hanno sempre fatto la gara a parlarne come di uomo che ha valicato le leggi della natura: Alberto Zangrillo nel 2011 disse che clinicamente Berlusconi era come se avesse 50 anni. Ne aveva 75 anni e oggi ne ha 85.

Provare ad apparire giovanile non ha tenuto lontane le sconfitte politiche e dal 2011, quando è stato accompagnato all'uscita da un altro "grande vecchio" come Giorgio Napolitano, le batoste si sono susseguite senza sosta, proprio come gli acciacchi fisici. L'ultima stecca quella candidatura al Quirinale, vagheggiata e ritirata prima di misurarsi. Depressione, nuovi acciacchi e l'altro giorno, lui che viaggia solo in aereo o in elicottero, l'approdo a Roma in treno, un'immagine che mancava nell'eterno show berlusconiano. 

E finalmente l'epifania, dopo tre anni di messaggi dai suoi lockdown. È un po' affannato, si vede, e a un certo punto deve ammettere: «Questo discorso è troppo lungo, sto saltando». Ma nei passaggi clou, quelli destinati ai Tg, la voce tiene. Anni fa, quando raccontò a una comunità di tossicodipendenti che due anni prima aveva avuto un tumore, Berlusconi citò Giacomo Casanova: «Ogni uomo, se vuole, può diventare Re». A quei tempi il Cavaliere era diventato per davvero Re, sulle note di "Meno male che Silvio c'è". Quelle note risuonavano anche ieri quando i fan di Berlusconi sciamavano verso l'uscita dell'hotel Parco dei Principi, ben sapendo che il ritorno è stato bello, ma quei tempi non torneranno più. 

Lorenzo De Cicco per “la Repubblica” il 5 marzo 2022.

Non è argent de poche. «È un bel guaio», ammette Alfredo Messina, senatore e commissario-tesoriere di Forza Italia. Proprio mentre il partito di Berlusconi tenta il rilancio, la cassa piange, perché i parlamentari non pagano le quote. Oltre uno su tre è moroso. C'è anche qualche nome eccellente negli elenchi top-secret conservati nel quartier generale di San Lorenzo in Lucina, Roma centro, ristretto a un piano proprio per mancanza di liquidità (in principio i piani erano due, con portineria, pure quella dismessa).

Nei rendiconti ufficiali, per esempio, mancano i pagamenti della seconda carica dello Stato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, e perfino di un ministro, Mara Carfagna. La bega dei rimborsi sembrava appannaggio del bizzoso universo M5S. E invece Anche fra le truppe berlusconiane in molti «sono distratti», per dirla in modo gentile, come fa Messina. Ma il problema, appunto, è serio: il rischio, spiega il tesoriere, è di essere a corto di fondi «per le prossime campagne elettorali». 

Dalle comunali di giugno al